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Schede

Zelig
SAP soprintendenza archeologica di Pompei (Pompei, 2000)
Progetto di identità visiva
Tutto il processo di immagine coordinata si struttura come un processo di gemmazione
del marchio, il quale riprende la cultura del calligramma, assumendo un aspetto dal calore
popolare. Il progetto di immagine coordinata richiede un coordinamento tra gli elementi
che vengono progettati insieme, quindi marchio, font e palette di colori. Nel caso della
SAP il tema si complica perché il sistema deve essere strutturato in modo da raccontare
l’identità di molte realtà differenti, mantenendo però lo stesso linguaggio.
Zelig realizza un segno ellittico che sembra racchiudere i vari siti che compongono il
circuito archeologico, rappresentati dalle lettere all’interno che si dispongono secondo un
ordine casuale, lo stesso segno ellittico viene utilizzato per il marchio della SAP.
Il problema legato alla riconoscibilità del singolo sito è affidato al logotipo, che è collocato
alla base del pittogramma e raccoglie in un elenco i nomi dei 5 siti, in cui di volta in volta
viene evidenziato con l’uso del colore nero il nome del sito in questione, mentre gli altri in
grigio, ottenendo così un effetto accensione/spegnimento. Il progetto prevede anche la
realizzazione di artefatti comunicativi. Questi sono rappresentati dalla presenza del
marchio, solitamente nella parte alta o bassa del supporto, nei colori rosso e nero, dal font
sans serif e da uno schema molto semplice.
Nel 2004 lo studio Zelig ottiene il Compasso d’oro ADI (Associazione Disegno
Industriale) per il progetto del manuale e del sistema di identità visiva realizzata nel 2000.

Il marchio
Lo studio Zelig era quasi sconosciuto prima del 2000, ed è riuscito a sconfiggere noti
concorrenti come Italo Lupi. Il marchio, appunto, formato da un’ellissi irregolare perché
inclinata rispetto ai suoi assi, che sembra stata tracciata dalla pressione di un pennello sul
foglio, al cui interno ci sono tre lettere, quelle della SAP, ricorda molto il monogramma di
Aldo Novarese. È coerente la scelta del rosso scuro, stesso colore della ceralacca.
Il progetto nel complesso funziona, più nella versione del marchio della SAP, dove le lettere
sono tenute insieme da una legatura e disposte in modo da stabilire un equilibrio dinamico.

La segnaletica
Importante è la realizzazione della segnaletica. L’obiettivo dei progettisti era quello di voler
facilitare la fruizione dei luoghi e ordinare le diverse informazioni. Sono state progettate
delle paline, strutture convesse in cui è “incisa” l’informazione, ancorata al suolo.
Il colore utilizzato è il nero con il testo bianco e rosso. Vengono anche realizzate delle
piccole guide per i visitatori degli scavi archeologici, in cui sono inserite delle informazioni
essenziali riguardo i principali siti, ovvero case, ville, templi, edifici, corredate da un
apparato fotografico.

Coande, Da, Studio Priori & Co.


La Pinacoteca e il palazzo di Brera. (Milano, 2004)
Progetto di identità visiva
Tutto il progetto di immagine coordinata si basa sull’uso della preposizione “in” che genera
inBrera, e procede con tutte le varie istituzioni culturali che vi sono ospitate. Si utilizzano
i colori arancio, grigio e nero, oltre il marrone adoperato per gli sfondi. Tra le proposte
presentate non è la più raffinata ma l’unica che stabilisce un buon rapporto tra forma e
funzione. La segnaletica interna ed esterna viene fatta utilizzando dei pannelli di plexiglas
con le lettere incise nello spessore del materiale.

Il logotipo
InBrera è il marchio del progetto di immagine coordinata, costituito da un logotipo ottenuto
dall’unione di un fonema, la preposizione “in” e un toponimo, il termine Brera.
Il concetto principale del logotipo è quello di porre al centro del proprio ragionamento
l’essere luogo. Tutto ciò viene espresso da un linguaggio grafico, tipografico e cromatico
sobrio.La sistemazione del logotipo si ottiene variando di volta in volta il nome
dell’istituzione (inBrera, inPinacoteca, inAccademia). Le due parti che compongono il
logotipo usano una versione scura e una chiara di due font differenti: il Futura BQ per il
suffisso “in” in bold e il Bodoni classico per Brera e per tutte le altre istituzioni culturali.
L’arancio per il prefisso e il grigio che richiama la pietra utilizzata nel complesso
architettonico.

Zelig
Palazzo dei Pio (Carpi, 2005)
Il logotipo
Il logotipo è ottenuto dalla sillabazione di “Palazzo dei Pio”, accolta da una parentesi tonda
inclinata poi di 45°. La parentesi si trasforma in un segno grafico e le sillabe sono in parte
assorbite dal suo spessore. Nel marchio vi è una differenza di spessori tra quelli della
parentesi e quelli delle lettere, sulle quali è stato adottato un kerning e un’interlinea tanto
fitti cosicché le lettere tendono a impastarsi vistosamente tra di loro, facendo quasi da
texture di sfondo alla parentesi.
Il font utilizzato è il Palatino. Il marchio viene accompagnato dal nome delle istituzioni
contenute nel palazzo, contraddistinguendosi solamente per il codice cromatico differente,
ovvero i colori delle pietre dell’architettura. Il font utilizzato per le istituzioni e il resto
dell’immagine coordinata è il Frutiger.

Bruno Monguzzi
Museo Cantonale d’Arte (Lugano, 1987-2004)
Logotipo e manifesti
Per il museo Monguzzi progetta prima il marchio, ottenuto dall’accostamento di 3 elementi:
figure geometriche elementari. Cerchio, triangolo e quadrato sono state integrate nella sigla
MCA (museo cantonale d’arte). Una A maiuscola bodoniana che contiene una M costruita
su una griglia di quadrati. Il terzo elemento è una C formata dal cerchio. Il nome del museo
che completa il marchio è composto in Bodoni.
Per la realizzazione dei manifesti invece, Monguzzi attinge nella storia presente e passata
della tipografia. I colori sono il rosso e il blu, colori ufficiali del Carton Ticino. Al sistema
di identità visiva appartiene il progetto dei manifesti per i quali viene sperimentata la
formula del trittico, desunta nell’ambito della storia dell’arte. Monguzzi propone
l’accostamento di 3 manifesti in formato F4 (89,5x128cm) da cui si ottiene per sommatoria
il formato F12 (271x128cm). Questo consente di lavorare su tre elementi distinti ma in
grado di dialogare tra di loro. I tre manifesti descrivono sia il tema della mostra temporanea,
sia la collezione permanente. Le mostra temporanee danno la possibilità a Monguzzi di
stendere un racconto, ogni volta differente, per descrivere l’evento culturale.
Il progetto di immagine coordinata del MCA oggi si è completamente trasformato,
ripudiando tutto il suo passato anche con il logotipo, affidandosi all’uso della tipografia
che utilizza il principio del “white box”, che rende ogni artefatto quasi illeggibile.

Philippe Apeloig
Il Museo di Arte e Storia Ebraica (Parigi, 1998)
Il marchio
Le scelte dell’identità visiva del museo di arte e storia ebraica di Parigi sono state tutt’altro
che casuali e affrettate. Il museo si trova nel quartiere di Marais. Durante la seconda guerra
mondiale molti abitanti lì residenti vengono arrestati e deportati e 13 di loro muoiono nel
campo di concentramento nazista. L’allestimento del museo riguarda l’esposizione della
collezione permanente che comprende oggetti e documenti contenuti in espositori di
diverse dimensioni in legno e metallo.
Tra i progetti presentati, ne risulta vincitore quello del grafico francese Philippe Apeloig.
Apeloig inizialmente lavora intorno a quattro elementi: la spirale, la mano, la stella a 5
punte e la menorah (il candelabro a 7 bracci). Apeloig disdegna l’uso del computer e
sperimenta l’uso di vari materiali come tempera e pennello che lasciano un segno di
imprecisione che può ben descrivere la fragile e difficile storia della comunità ebraica.
Giunge così a 2 soluzioni: la prima è la spirale contenuta nella stella di David, la seconda
mano con 7 dita trasformate in una sorta di candelabro. Entrambe le soluzioni non sono
adeguate però a descrivere l’identità visiva del museo.
Il marchio ufficiale è definito da una forma che sembra generata dall’impressione di un
bollo, di un sigillo, per cui da un elemento di fondo emerge la menorah con le candele
accese in forato, a cui viene accostato il logotipo, che adopera un carattere con le grazie e
che ricorda molto la calligrafia ebraica.
Apeloig progetta anche due manifesti per la cerimonia di apertura del museo. Il primo
riproduce un importante pezzo del museo, un’antica menorah, la cui raffigurazione in
bianco si sovrappone alla superficie del foglio suddivisa in quattro parti, segnate da colori
diversi tutti riconducibili alla terra, in cui trovano posto del testo in ebraico, foto di volti.
Il secondo ha un’impostazione meno rigorosa, ed è composto dall’accostamento di quattro
foto di volti sul quale si dispiega un testo.

Pierluigi Cerri
MART, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto
(Rovereto,2002)
Il progetto di immagine coordinata
Con l’apertura del MART a Rovereto si compie una delle azioni più interessanti e complete
in Italia. L’incarico progettuale viene affidato a Pierluigi Cerri, il quale elabora un sistema
visivo estremamente semplice ed efficace. Tutto si struttura attorno all’acronimo MART.
Il disegno del logotipo risponde a criteri di essenzialità. Il logotipo ha 2 font: Helvetica
Neue e Futura nei vari corpi. Ci sono 3 colori primari più il nero, il colore tipografico per
eccellenza. È composto secondo una griglia ortogonale.
L’intero sistema di immagine coordinata elaborato da Cerri è ampiamente sviluppato con
interessanti soluzioni compositive e altrettanto ricercati formati di artefatti.
“Non chiamatelo museo” recita l’headline. Poi viene sostituito con “Spedizione su Mart”
il cui riferimento è duplice, mettendo insieme la forma della cupola che sembra un disco
volante e il nome del museo che evoca quello dell’omonimo pianeta.

Dolciniassociati (Leonardo Sonnoli)


Biblioteca San Giovanni (Pesaro, 2002)
Il progetto di immagine coordinata
Il progetto di immagine coordinata della biblioteca di San Giovanni si sviluppa a Pesaro,
che insieme ad Urbino rappresenta uno dei primi luoghi in cui si è espressa la grafica di
pubblica utilità in Italia. Il progetto di immagine coordinata viene affidato allo studio
Dolciniassociali, in quagli anni sotto la direzione di Sonnoli. Come spesso accade nella
progettazione, la presenza di vincoli costituiscono il più delle volte dei punti di partenza, il
che spinge lo studio verso la progettazione di un’immagine coordinata e di un sistema
grafico semplice. Il progetto parte dal contenuto da esprimere, nonché la lettura. Il logotipo
è quindi strutturato come la combinazione di lettere e sillabe. Il font è il ridisegno di un
carattere semplice che riprende la modalità dello stencil. Per i colori, l’unica eccezione è
consentita all’uso dell’arancione, per il resto nero (anche le immagini sono in bianco e
nero). Per la segnaletica esterna e quella interna vengono utilizzati materiai semplici ed
economici, ad essere privilegiato è il formato rettangolare verticale. Tutti i testi sono
comporti con un sans serif come il News Gothic.
Nel progetto viene mostrata una particolare attenzione ai fruitori più “deboli” ovvero
anziani e bambini, infatti il corpo dei caratteri adoperato è sempre sovradimensionato
rispetto all’uso corrente.
La segnaletica utilizza banner sospesi ai tetti o alle travi, contraddistinti da un colore
particolare per identificare i vari settori della biblioteca.
Integral Ruedi Baur et Associès
Centre Georges Pompidou (Parigi, 2000)
Identità visiva
Il centro nazionale d’arte e di cultura intitolato al presidente Pompidou è un’istituzione
culturale collocata nel cuore di Parigi. Il marchio di Beaubourg, chiamato così anche dal
nome del quartiere in cui sorge, è affidato a Widmer. L’intero progetto comprende anche
la segnaletica. Widmer realizza un pittogramma tutt’ora in uso, ovvero una lunga rampa
che si snoda sulla facciata con una sequenza di linee parallele. Nel 1997 il centro chiude
per due anni per lavori di ristrutturazione, lavori che coinvolgono anche il sistema di
identità visiva, il quale viene ripensata dallo studio di Baur.
Il marchio rimane quello precedente, il testo è senza grazie, i colori scelti sono il giallo, il
rosso, ciano, verde, bianco e nero. È proprio come se fosse una texture, su cui si stagliano
testi e si contornano immagini.

La segnaletica
La segnaletica si sviluppa attraverso un sistema di elementi tridimensionali di varia forma
e dimensione, su cui sono riportate le info che si differenziano per il corpo e il colore, quelli
usati nell’identità visiva, in particolare il giallo per tutte le superfici che supportano le info,
il colore dell’attenzione per eccellenza.

Wolff Olins
Tate Gallery of Modern Art (Londra, 2000)
Il sistema di identità visiva
Il termine TATE assume il valore di parola-contenitore, in quanto esso non è univocamente
legato al nome di un museo bensì di quattro distaccati ma appartenenti a una stessa
istituzione culturale, dislocate a Londra, Liverpool e St. Ives. “Tate Britain”, “Tate
Modern”, “Tate Liverpool” e “Tate St. Ives”.
L’ultima sede, la Tate Gallery of Modern Art nata nel 2000 provoca una serie di importanti
ripercussioni dal punto di vista urbanistico, capace di dar vita ad una zona degradata della
città, diventata ben presto un importante polo culturale. Parallelamente si sviluppa il
progetto di identità visiva, incaricato allo studio londinese Wolff Olins, nel tentativo di
stabilire una connessione tra il marchio e la pluralità delle sedi. Quattro versioni differenti
che traducono il nome del museo in logotipo, realizzato con un carattere appositamente
disegnato. Il carattere si presenta, nei vari campi, sfocato o messo a fuoco. Il problema delle
sedi viene risolto aggiungendo al logotipo il suffisso del nome delle sedi. Viene scelta una
palette di 18 colori solo per le leggibilità.

Il font
Il Tate Mono è un carattere sans serif, caratterizzato dalle terminazioni arrotondate.
Utilizzato per tutti gli utilizzi nell’immagine coordinata, dalla cancelleria alla segnaletica.

CODEsign
La Biennale di Venezia (Venezia, 2003)
Identità visiva
La Biennale di Venezia con la sua lunga storia è stata oggetto negli anni molteplici progetti
di graphic design, che vanno dal disegno di manifesti fino a progetti di immagine
coordinata, tra questi il progetto di identità visiva per la 50esima esposizione internazionale
d’arte, che nel 2003 viene elaborato dallo studio CODEsign. Questo progetto si traduce in
una sorta di griglia in cui le varie cromie riempiono i settori di uguali dimensioni. Tutte le
12 tessere cromatiche occupano i campi della griglia, all’interno della quale si dispongono
i testi in sans serif Franklin Gothic condensed. Il progetto comprende biglietto da visita,
manifesti, segnaletica e anche copertine di cataloghi, sulla quale la griglia si estende
oltrepassando il dorso, che rimane riconoscibile anche quando il libro viene riposto su uno
scaffale, grazie all’insolita gamma cromatica.
Paolo Di Vita
Il suono dei soli (Palermo, 2000-2006)
Identità visiva e manifesti
“Il suono dei soli” è il nome della rassegna di musica contemporanea che si svolge a
Palermo all’interno della quale si organizzano conferenze e concerti. L’obiettivo è quello
di riuscire a descrivere con gli strumenti del graphic design la pluralità dei linguaggi
musicali. Paolo Di Vita affronta il sistema di identità visiva, ottenendo il marchio da linee
ellittiche che stabiliscono interferenze con i caratteri. Spinge e comprime tutti i testi fino ai
limiti estremi del foglio.

Jannuzzi&Smith
59 Festival internazionale del film Locarno (Locarno,2006)
Manifesti
Riportano pochi ed essenziali elementi, due soli colori, giallo e nero, un solo soggetto, volti
di attori del cinema, scomponendo l’immagine in piccole e irregolari chiazze. Il progetto
assume una notevole forza, sino a diventare oggi identità visiva, a partire da un elemento
divenuto simbolo ufficiale di Locarno, un effetto maculato del manto di un leone di nome
Pardo, che diviene iconografico.
Nel progetto dei manifesti è primario il rapporto gestaltico che si instaura tra l’oggetto e
l’osservatore, in quanto il primo dispone al secondo le distanze alle quali va guardato, che
se non rispettate, conduco a una frammentazione delle immagini.

Sabina Era
MAN, Museo d’Arte di Nuoro (Nuoro, 2000)
Identità visiva
Il museo è collocato nel centro storico della città, all’interno di un palazzetto ottocentesco,
su tre elevazioni. Il sistema di identità visiva fu affidato a Sabina Era, che sperimenta nove
formule espressive definite “infotainment” che viene da info e entertaiment
(informazione+intrattenimento). Il marchio si affida alla forza espressiva delle lettere
composte in un logotipo, ottenute da una manomissione di un font esistente, il Trade
Gothic, nella versione condensed. Le 3 lettere che compongono l’acronimo Man appaiono
come scomposte in tanti tasselli e poi riassemblate, a determinare una forma non completa
nella definizione dei contorni, come sottoposta a un processo di loading (caricamento.
Due sono gli elementi portanti del progetto, oltre ovviamente al marchio, e sono la
comunicazione degli eventi e la grafica editoriale, ambiti che vengono affrontati secondo
codici comuni. Per quanto riguarda la comunicazione, per ogni singolo evento culturale la
logica da adottare è quella di adottare un linguaggio che per certi aspetti è prossimo
all’advertising. Ovvero quella di suscitare emozione.

Leo Burnett
Museo di storia naturale Grigore Antipa (Bucarest, 2005)
Campagna pubblicitaria
Il museo in questione ha un importante storia risalente al 1834. Le campagne pubblicitarie
sono strutturate allo scopo di spingere la gente alla visita del museo. Il messaggio è
raccontato nella prima campagna attraverso un linguaggio contemporaneo, per cui
l’evoluzione della specie umana è descritta da una sequenza di Barbie, l’estinzione di
animali preistorici dai resti di un pranzo piuttosto che dal piercing sopraccigliare di un
adolescente; mentre la seconda campagna viene strutturata sul tema della luce prodotta,
non artificialmente dall’uomo, bensì degli animali luminescenti che appartengono al
mondo naturale. Il progetto della Leo Burnett dimostra quanto i luoghi della cultura siano
attenti e in costate ascolto del loro pubblico, al punto di adottare la seduzione di un
messaggio pubblicitario per poterlo raggiungere.
Stocholm design lab + Menrik Nygren + Greger Ulf Nilsson
Moderna Museet (Stoccolma, 2004)
Immagine coordinata
Questo progetto si basa essenzialmente su 3 elementi istituzionali e costituiti dalla sua
identità visiva: logotipo, font e palette colori. Il logotipo “vintage”, non è stato progettato
appositamente, ma emerge dal suo passato e convertito in vettoriale, non è altro che il nome
del muso stesso, definito dal tratto calligrafico dell’artista americano Rauschenberg. Il font
originale, nonché il ridisegno del font di Rauschenberg, è stato progettato da Crouwel. La
palette dei colori, non ne seleziona alcuni, li comprende praticamente tutti, stabilendo così
un’ampia possibilità di riprodurre il logotipo in qualsiasi valore cromatico. L’immagine
coordinata include, oltre a tutti gli elementi della cancelleria, il sistema di segnaletica.

CODEsign
Conservatorio Statale di Musica Giuseppe Tartini (Trieste, 2004)
Immagine coordinata
L’identità visiva si basa sulla relazione tra la famiglia di note e l’alfabeto di lettere. Tra le
prime ipotesi comporre un piccolo alfabeto composto da una famiglia di forme fluide che
evocherebbero la musica. Ma vengono ben presto sostituite da un analogo alfabeto solo
composto dalla lettera “T” di Tartini, da 5 varianti di colori, da extra light a extra bold e da
due differenti spaziature, tutti elementi che diventano una composizione tipo-musicale,
dove, come se fossero note si compongono in un pentagramma.
I manifesti vengono progettati su uno sfondo pieno di colore dove si stagliano i nomi di
musicisti e compositori.

Andrew Blauvelt, Chard Kloepfer, Eric Oslon + Pentagram


Walker Art Center (Minneapolis, 2005)
Il sistema di identità visiva
Il progetto grafico viene sviluppato contemporaneamente alla ristrutturazione della sede
storica del Minneapolis. Il nuovo sistema di identità visiva doveva essere coerente
all’identità del centro. Anziché un progetto di corporate identity vengono progettati singoli
elementi, i quali si combinano nella composizione di un pattern, che applicati sui differenti
supporti, dalla shopping bag, alla parete, alla segnaletica, trasforma il concetto di marchio.
Il nuovo marchio è un font, o meglio dire un sistema continuo, come una linea o un nastro
adesivo. Il font è definito da un insieme di parole, texture, colori che possono correre
singole o sovrapposte a blocchi. Parole poste all’interno di texture colorate senza uno
schema definito.
La comunicazione visiva esterna viene affidata allo studio Pentagram. Vi sono molti
problemi in quanto l’uso di banner non funziona, perché coperti da alberi, si arriva così alla
conclusione di una videoproiezione, in cui man mano scorrono flussi di parole.