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P. JESÚS CASTELLANO CERVERA OCD

GIORNO DEL SIGNORE, SIGNORE DEI GIORNI

TEOLOGIA DELLA DOMENICA

Introduzione

In un sermone del secolo V Eusebio, Vescovo di Alessandria, un personaggio tuttavia


leggendario, sollecitato dal discepolo Alessandro, così canta le lodi della Domenica: "Il
giorno santo del Signore, è quindi ricordo del Signore: proprio per questo fu chiamato giorno
del Signore, perché egli è il signore degli altri giorni. Infatti, prima della passione del Signore
non era chiamato giorno del Signore, ma primo giorno. In questo giorno il Signore ha dato
inizio alla risurrezione, ovvero alla creazione del mondo e nello stesso giorno ha fatto dono al
mondo delle primizie della resurrezione; in questo giorno, come dicemmo, volle che si
celebrassero i sacri ministri. Tale giorno è per noi origine di ogni benedizione, inizio della
creazione del mondo, inizio delle resurrezione, inizio della settimana. Questo giorno, con i
suoi tre inizi, fa allusione al principio della Santissima Trinità".1
Questo bel testo riassume bene la dottrina tradizionale dei primi quattro secoli della
Chiesa, ma è collocato in un contesto inquietante. Ai tempi di Eusebio, la domenica
nonostante la sua bellezza e la sua importanza non era vissuta dai cristiani con l'entusiasmo
che forse pensiamo. Questo sermone infatti parla di fannulloni e di litigiosi che rifiutano di
andare in Chiesa, di chi adduce come giustificazione la stanchezza e l'indisposizione, di
coloro che sono pronti ad andare a ballare e a far festa invece di andare in chiesa. Ad Eusebio
non resta che fare le lodi della realtà soprannaturale che i cristiani trovano nella Chiesa di Dio
in questo giorno santo e benedetto: "Cosa vedono coloro che vanno in Chiesa? Te lo dico io:
il Signore Cristo che giace sulla sacra mensa, il canto dei serafini, il "trisagion" che viene
intonato, la presenza e l'intervento dello Spirito Santo, il profeta e re Davide la cui voce
risuona nei salmi, il benedetto apostolo Paolo che fa riecheggiare la sua dottrina nelle
orecchie di tutti, l'inno degli angeli, gli insegnamenti del Signore, l'ammaestramento,
l'esortazione dei santi vescovi e presbiteri, tutte cose spirituali, tutte cose celesti, che ci fanno
partecipi della salvezza e del regno di Dio".2
A distanza di sedici secoli, all'inizio del terzo millennio, noi ci troviamo in circostanze
non molto diverse di quelle di cui parla Eusebio. Da una parte una bella teologia e spiritualità
della domenica, dall'altra una sempre crescente disaffezione per il giorno del Signore. E
davanti a questo fenomeno, la Chiesa non può semplicemente invocare il precetto domenicale
- precetto che d'altronde interpreta uno dei comandamenti della legge del Signore e mette in
luce il nostro ineludibile dovere verso Dio Creatore, verso Cristo Redentore e Signore del

1
Cfr. il testo greco e latino in W. RORDORF, Sabato e Domenica nella Chiesa antica,
SEI, Torino, 1979, p. 210-211. Ci riferiamo a questa pubblicazione che contiene la migliore
antologia di testi patristici sulla Domenica e sul sabato.
2
tempo e della storia, verso lo Spirito Santificatore - ma deve "opportune ed importune"
mettere in luce la bellezza della domenica, la preziosità dell'esperienza della fede ed incitare i
cristiani a vivere questo giorno in modo positivo.
Deve quindi la Chiesa presentare la Domenica più come un dono di Dio all'uomo che
come un dono che l'uomo fa a Dio. È questa la logica della nuova evangelizzazione.
In realtà, secondo la migliore tradizione ebraica del giorno santo del sabato, anche la
domenica, direi, specialmente la domenica come compimento del sabato, è il giorno che il
Signore ha fatto per noi. Un dono squisito per il riposo e per la festa, per la gioia dell'incontro
e per la speranza della festa escatologica.
Ma è altresì un dono che in reciprocità filiale l'uomo offre al suo Dio, Padre del
Signore Risorto e sorgente dello Spirito, entrando in comunione con Lui, affermando la sua
sovranità e la sua paternità. É un vero e proprio momento eucaristico, di riconoscenza e di
gratitudine. Ma è più quello che l'uomo riceve che quello che dona a Dio. Dio è sempre più
munifico e generoso.
All'inizio del millennio s'impone una rivisitazione della teologia, della spiritualità e
della pastorale della Domenica. In tutto il mondo, mondo globalizzato e secolarizzato, la
Chiesa pone un segno eloquente nel tempo e nello spazio della nostra civiltà contemporanea.
È il segno della presenza di Dio, della risurrezione del Signore, evento che da senso
definitivo alla storia. Per questo la celebrazione settimanale della Pasqua evangelizza anche il
nostro mondo, quando gli altri se ne accorgono che i cristiani celebrano, come diceva uno
scrittore antico, dappertutto nel mondo il "loro giorno": " Noi tutti in qualunque regione ci
troviamo, per il solo nome di Cristo siamo chiamati cristiani e ci raduniamo il primo giorno
della settimana".3
Senza la Domenica il tempo non ha senso, è il rincorrersi di giorni di lavoro o di
riposo, ma senza uno scopo, una finalità, un senso. Con la Domenica il tempo dice
riferimento a Cristo e offre a tutti la speranza dell'eterno riposo e della festa senza fine.
Essere cristiani e testimoniare insieme la fede nella risurrezione del Signore. Ecco il
compito della Chiesa anche oggi.
Infatti l'essenza della celebrazione del Signore è porre un segno eloquente della
confessione di fede nella risurrezione del Signore che si rende presente nell'assemblea.
È una celebrazione riconoscente e gioiosa impegnata e comunitaria della comunione
dei battezzati nella parola e nell'Eucaristia. È come un flusso vitale di sistole e di diastole
della comunità cristiana che si raduna e si disperde, Si raduna per essere in comunione con
Cristo, si disperde per portarlo con la quotidianità a tutto il mondo. Per questo appartiene alla
celebrazione della Domenica essere il sacramento temporale della pasqua, momento di
comunione e slancio di missione. In modo che questo radunarsi nel Cenacolo della Domenica
- Cenacolo della Risurrezione e della Pentecoste - sia davvero momento di grazia che rinnova
la comunità del popolo di Dio, presente capillarmente in tutti gli angoli della terra, dove
rende testimonianza della presenza del Signore Risorto.

2
Ib., p. 212-215.
3
Bardesane, citato in Ib., p. 163.
3
Forse in questo dobbiamo imparare molto dalle giovani Chiese dell'Asia, dell'America
Latina, dell'Africa, dove davvero il giorno del Signore e la conseguente celebrazione gioiosa
dell'Eucaristia è centro vivo dell'evangelizzazione, festa della gente, momento di
aggregazione, punto di arrivo e di partenza della missione.
Con questi stimoli iniziali ci permettiamo di parlare del giorno del Signore,
ricordando le cose più importanti della teologia della Domenica e aprendo un varco di
riflessione sull'urgenza di rinnovare la nostra celebrazione, a partire da una concreta
valutazione della preziosità del giorno del Signore.

1. Un giorno fatto dal Signore

Il "dossier" biblico che fonda la nascita della Domenica è assai ricco, anche se gli
elementi sono essenziali e primitivi, ma ci dicono come la Domenica è stata capita come un
giorno fatto dal Signore, un giorno da lui scelto e da lui segnato per la Chiesa. L'importanza e
la ricchezza di elementi si evince chiaramente da alcuni dati che risalgono alla tradizione
apostolica primitiva e fanno del giorno del Signore un memoriale della sua Risurrezione.
Certamemte nella tradizione della Domenica e nel passaggio dall'Antico al nuovo
Israele, non si può dimenticare la bellezza del giorno del sabato, giorno che ancora oggi ha
una preziosa tradizione mistica, ma come per altre realtà della tradizione ebraica dobbiamo
dire che la domenica è compimento del sabato, e che la più antica tradizione oscilla fra
l'accentuazione del cambiamento e la continuità dinamica del giorno del Signore.
Ma è stato lo stesso Signore Gesù a cambiare il calendario. È risorto il primo giorno
dopo il sabato, il primo giorno della settimana ( Mc 16,1-8; Mt 28, 1-8; Lc 24, 1-12; Gv 20,
1-3). È apparso alle donne e ai discepoli ( Lc 24, 28-43), è tornato al Cenacolo e si è
manifestato pienamente ai discepoli dubbiosi (Gv 20,19-20). Otto giorni dopo, Gesù, fedele a
questa nuovo scandire il tempo a partire dalla sua risurrezione, appare ancora ai discepoli,
presente questa volta Tommaso (Gv 20,24-26).
Quel giorno santo e benedetto si riempie fino a traboccare della presenza del Signore.
Gli Angeli annunziano la risurrezione, egli si fa presente ed appare ai discepoli. Dalla mattina
alla sera, Gesù Risorto riempie con la sua presenza viva quel giorno e lo segna come giorno
suo. Appare e scompare, annunzia la pace, spiega le Scritture, spezza il pane ai discepoli di
Emmaus, condivide la mensa con i discepoli radunati nel Cenacolo, affinché siano
consapevole che egli non e fantasma ma è vivo per sempre.
Secondo Giovanni (20, 20-22) è anche giorno dell'effusione dello Spirito Santo, una
Pentecoste anticipata... Ma gli Atti degli apostoli sottolineano che anche lo Spirito, docile a
rivelare Gesù, si è manifestato nella forza delle lingue di fuoco in un primo giorno della
settimana, proprio quando si compiono i giorni della Pentecoste (At 2,1-2).
In questo modo la Domenica sarà sempre giorno del Signore e del suo Spirito,
memoriale della Pasqua e della Pentecoste, giorno del Signore e giorno della Chiesa.
Anche se ci sono molte discussioni sul modo con cui la Chiesa apostolica ha compiuto
decisamente il passo dal sabato alla Domenica, occorre sottolineare che forse una via di
mezzo è stata escogitata, quella di celebrare una veglia fra il pomeriggio del giorno di sabato,
4
ormai ingresso nel primo giorno della settimana, per celebrare all'alba la risurrezione del
Signore con una celebrazione tipica della Chiesa: la frazione del pane. È quanto si ricava del
celebre testo degli Atti 20, 6-11, che parla della presenza a Troade di Paolo, in una lunga
veglia di preghiera e di predicazione che si conclude all'alba con lo spezzare del pane
eucaristico (At 20, 6-11).
In queste assemblee del primo giorno della settimana vi era la coscienza di un
radunarsi di tutti i discepoli di Gesù in alla sua presenza, ma anche del ricordarsi gli uni degli
altri nelle necessità proprie necessità. Per questo Paolo suggerisce di fare una colletta in
favore dei fratelli di Gerusalemme il primo giorno della settimana, durante l'assemblea
liturgica. In questo modo anche la colletta della carità, tipica della celebrazione del sabato,
passa ad essere anche un elemento caratteristico della eucaristia cristiana (Cf, 1 Cor 16., 1-2).
Il nome però di Domenica dal latino "dominica dies", cioè "kyriakè emera" in greco,
giorno del Signore, emerge per la prima volta nel libro dell'Apocalisse (1,10). Il veggente di
Patmos, rapito in estasi, in questo giorno del Signore, riceve la rivelazione e sta davanti al suo
Signore, il testimone fedele (Ap 1, 10 e ss.).
Così la Parola di Dio illustra il senso è fondamento della nostra Domenica.

2. Il grande "dossier" patristico

Rivisitare brevemente il grande Dossier della domenica nei primi IV secoli della
Chiesa è come mettere le basi della teologia e della spiritualità del giorno del Signore come è
stato vissuto dalle prime generazioni.
È davvero impressionate la quantità di testi significativi che ci offre la tradizione
primitiva della Chiesa e che ci fanno intuire con quale fervore e con quale carica spirituale i
discepoli di Gesù celebrano il giorno del loro Signore, anche in un giorno che era sempre il
primo della settimana, un giorno non festivo ma lavorativo, ma reso festivo e gioioso dalla
memoria del Signore e della sua Risurrezione.
Già la Didachè ci parla della celebrazione dell'Eucaristia nel giorno domenicale del
Signore.4
Ignazio di Antiochia, con una punta di polemica, rivendica la novità di coloro che non
vivono secondo il sabato, ma secondo la logica della domenica.5
Alla metà del secolo secondo abbiamo due testimonianze convergenti sull'osservanza
del giorno del Signore. Il primo risale all'informazione che Plinio il giovane presenta
all'imperatore Traiano, dove un pò confusamente, da quanto egli ha potuto orecchiare negli
interrogatori dei cristiani arrestati, parla del giorno dell'assemblea dei cristiani in termini
piuttosto positivi.6

4
Didachè, XIV; Ib., p. 134-135.
5
Ad Magn. 9,1; Ib., p. 134-135.
6
Epist., X.96,7; Ib., pp. 136-137.
5
L'altro testo, di fonte attendibilissima dalla penna di un laico testimone di Cristo e
della Chiesa, è quello di Giustino che nella sua Apologia I all'imperatore Tito, presenta con
parole che possano essere comprensibili ad un romano, il senso della novità di questa festa
dei cristiani. La sua testimonianza è assai nota. Ma riassumiamo i contenuti.
Giustino, filoso originario della Palestina, di Flavia Neapolis, dopo aver spiegato le
dottrine del cristianesimo, non tace circa i misteri che i cristiani celebrano, ma ne parla
esplicitamente perché non vi sia il sospetto che i cristiano occultano le loro celebrazioni come
se fossero cose sconveniente, come andavano divulgando i detrattori.
Della domenica, che egli per farsi capire chiama "giorno del sole", alla romana, spiega
l'ordine della celebrazione eucaristica in una assemblea dove convergono dalle città e dalle
compagne. Abbiamo così una descrizione della messa, come ormai veniva celebrata
dappertutto nel giorno del Signore, con la liturgia della parola, la preghiera dei fedeli, la
presentazione dei doni, la preghiera eucaristica che conclude con la grande acclamazione
dell'Amen, la comunione anche agli assenti, per mezzo dei diaconi, la colletta per i bisognosi.
Tenta anche Giustino di offrire una teologia del giorno del sole ricordando il primo
giorno della creazione e il giorno della risurrezione del Signore.7
Prassi e dottrina, teologia e spiritualità. La domenica ormai si è affermata nella vita
dei discepoli di Gesù in tutte le assemblee che Giustino conosce attraverso i suoi viaggi da
Palestina e a Roma.
Tertulliano mette in luce la novità della Domenica rispetto ai culti pagani e giudaici.8
La Didascalia degli Apostoli parla fra l'altro del riposo dalle cause giudiziarie, della gioia che
deve caratterizzare la festa, perché "chi è triste nella Domenica commette peccato". Ma mette
in luce già la necessità di esortare i fedeli a partecipare nella assemblea eucaristica, dove
Cristo, secondo la sua promessa, viene ad essere con noi perché entriamo in comunione con
Lui e Lui con noi.9
La Tradizione apostolica di Ippolito presenta la domenica come giorno propizio per
l'ordinazione di un Vescovo, ma anche come giorno dell'assemblea eucaristica dove il
Vescovo da la comunione a tutto il popolo.10
Nella grande tradizione dei primi secoli brilla con una luce propria la testimonianza di
quelli che a ragione sono chiamati i martiri della domenica. Si tratta dei martiri di
Abitene in Africa, una comunità cristiana presieduta dal presbitero Saturnino. Siamo all'inizio
del secolo IV durante la persecuzione di Diocleziano. Contro l'ordine dell'Imperatore, questi
coraggiosi cristiani sfidano le leggi dell'impero e si radunano nella casa del laico Emerito per
la celebrazione dell'Eucaristia. Irrompono i soldati nella casa e sorprendono i cristiani che
hanno celebrato l'Eucaristia. Chiedono i libri sacri, ma per tutta risposta i cristiani dicono che
le scritture le custodiscono nei loro cuori. Il presbitero Saturnino senza mezzi termini
afferma. "Abbiamo celebrato l'Eucaristia senza preoccuparci delle leggi dell'Imperatore" e

7
Apol., I, cap. 67, 3-7; Ib., pp. 136-141.
8
Cfr. alcuni testi di Tertulliano in Ib., pp. 152-159.
9
Cfr. Ib., pp. 166-173.
10
Trad. Apost., nn. 2.4; 22; Ib. pp. 158-163.
6
all'incalzante domanda del proconsole che vuole sapere la ragione risponde dicendo: "Perché
la cena del Signore non può essere tralasciata".
Con questa santa insolenza nelle risposte prosegue l'interrogatorio e seguono le
risposte dei cristiani. Emerito, il padrone della casa dove sono stati celebrati i misteri, viene
accusato di aver ammesso nella sua casa questi cristiani per una celebrazione cultuale proibita
dall'Imperatore. All'incalzante parola del proconsole che accusa Emerito di non aver impedito
l'ingresso per la celebrazione, il santo martire laico dice con parole misurate e concettose:
"Non avrei potuto, poiché noi non possiamo stare senza la cena del Signore". Parole che in un
latino essenziale e stringato suonano così: " Sine Dominico non possumus". Che è come dire
non possiamo fare a meno della cena del Signore, non possiamo vivere senza l'Eucaristia.
Dove "dominicum" è il "dominicum convivium", banchetto del Signore. Così i martiri della
Domenica hanno testimoniato la fedeltà al Signore e hanno bevuto il calice del martirio,
come testimoni della bellezza della domenica. Un giorno da non tralasciare; una eucaristia da
non omettere. Perché i cristiani non possono vivere senza l'Eucaristia. 11
Verso la metà del secolo V, la Domenica cristiana ha già la sua struttura ecclesiale ben
determinata. La cristianità ha fatto del Signore anche il giorno festivo settimanale. Ma è
Leone Magno colui che in un bel discorso sintetizza i valori teologici della Domenica con
queste parole: "Il giorno della Risurrezione inizia nella stessa sera del sabato, un giorno
consacrato con tanti misteri al punto di poter affermare che le cose più grandi operate dal
Signore sono state realizzate in questo giorno. In questo giorno infatti diede inizio al mondo.
In questo giorno, per la resurrezione del Signore, si raggiunse la vittoria sulla morte e ci fu
comunicato il principio della vita nuova. In questo giorno gli apostoli ricevono dal Signore la
tromba per far risuonare il Vangelo fra tutte le genti e portar loro il sacramento della
rigenerazione. In questo stesso giorno, come ricorda Giovanni evangelista, Gesù entrò dove
erano i discepoli riuniti a porte chiude e alitò su di loro e disse: "Ricevete lo Spirito Santo..."
In questo giorno venne sopra gli apostoli lo Spirito che il Signore stesso aveva promesso. In
questo modo, come seguendo una regola celeste, ci è stato suggerito e ci e stato trasmesso che
dobbiamo celebrare il mistero delle benedizioni sacerdotali nello stesso giorno in cui ci sono
stati elargiti tutti i doni della grazia".12
Raccogliendo in sintesi i dati liturgico-pastorali del dossier patristico dei primi secoli
si può affermare che la domenica è caratterizzata dal raduno dell'assemblea cristiana e dalla
sinassi eucaristica con la liturgia della parola e la frazione del pane; diventa sempre un giorno
nel quale i cristiani si ritagliano qualche momento di libertà per frequentare l'assemblea
cristiana, prima ancora che diventi giorno festivo, prescritto per tutto l'impero. Viene
sottolineato il triplice inizio in questo primo giorno: la creazione, la risurrezione, la
Pentecoste o nascita della Chiesa. È giorno della riconciliazione sacramentale, ma anche di
quella effettiva comunione di incontro e di perdono fra i fratelli. Giorno dedicato alle
ordinazioni ministeriali della Chiesa. Giorno in fine di gioia, dove non si digiuna e si prega in
piedi, come segno della risurrezione.

11
Cfr. Ib., pp. 176-177.
12
Lettera Dioscuro di Alessandria, 9, 1: PL 54,625.
7

3. Una rivisitazione per oggi: La lettera di Giovanni Paolo II Dies Domini


(31.05.1998)

Non possiamo qui tracciare la storia della Domenica, diversa in Oriente e in


Occidente, con i propri elementi liturgici celebrativi.
Ci sia permesso ricordare che uno dei sogni del primo rinnovamento liturgico fu
quello di ridonare alla celebrazione della domenica tutta la ricchezza della tradizione antica.
Fu questa infatti anche la proposta del Vaticano II nella S.C. n 106; direttive che la riforma
liturgica ha eseguito in modo egregio.
Tuttavia i pastori della Chiesa, specialmente a partire dagli anni settanta, con la
crescente secolarizzazione dell'epoca postmoderna, hanno sentito il dovere di richiamare
l'attenzione sul giorno del Signore.
Molte sono le lettere di vescovi e di conferenze episcopali riguardanti questo tema. È
conosciuta da noi in Italia la Nota pastorale della CEI del 15 luglio 1984, Il giorno del
Signore. Nota bella nella sua teologia e nei suoi orientamenti.
Ma l'incalzante secolarizzazione ha portato anche Giovanni Paolo II, nella prospettiva
della preparazione del Giubileo del 2000, a fare un intervento alto e risolutivo sulla questione,
con la bella Lettera apostolica Dies Domini del 31 maggio 1998; lettera che è la migliore e la
più autorevole sintesi teologico, pastorale e spirituale sulla Domenica, per i suoi contenuti,
per il suo tono chiaro e incoraggiante, propositivo e positivo, per alcuni approfondimenti,
come quelli che riguardano il rapporto fra sabato e domenica, così importanti per il dialogo
con il popolo della prima alleanza.
Una visione d'insieme di questa lettera ci permette di cogliere nei cinque capitoli della
lettera le grandi linee teologico-operative, preceduti da un Introduzione e coronati da un
bella Conclusione.
Nell'introduzione, infatti, il Papa offre i dati della situazione sociologica in cui i
cristiani oggi vedono sommersa da Domenica, fra la fine settimana e lo svago, con una forte
perdita del senso del sacro, per questo ritiene importante rimotivare tutta la Chiesa
affermando che "è necessario ricuperare le motivazioni dottrinali profonde" (n. 6), come
effettivamente fa lungo tutto il documento offrendo spunti di dottrina e di spiritualità ma
anche precise norme pastorali.
Il primo capitolo Dies Domini punta l'attenzione sulla celebrazione del primo giorno
della creazione e della nuova creazione (nn. 8-18). Il testo contiene una delicata descrizione
del sabato e della spiritualità ebraica del sabato. Anche il ricupero del senso del primo giorno
della creazione è importante nel nostro mondo che ha perso la coscienza delle dipendenza di
tutto, ieri ed oggi, dalla forza, sapienza e amore del Dio Creatore. Anche questo aspetto
ecologico non è alieno alla teologia della Domenica, come abbiamo visto nell'epoca
patristica. Non dimentichiamo che gli inni liturgici tradizionali della domenica fanno
riferimento al primo giorno della creazione.
Il secondo capitolo molto appropriatamente unisce, come nella migliore tradizione
patristica, il giorno del Signore Risorto e del dono dello Spirito (nn. 19-30). Pasqua e
8
Pentecoste, il Signore e la sua Chiesa, la luce del Risorto e il fuoco dello Spirito Santo. La
presenza di Cristo ma anche l'effusione dello Spirito che rinnova la Chiesa. Giorno quindi
della fede confessata, celebrata e vissuta, giorno irrinunciabile per i cristiani, che non possono
assolutamente cedere ad una tendenza ad incrinare il senso e valore della Domenica
scambiando e svendendo il suo senso genuino con altri valori mondani.
Il terzo capitolo è dedicato al "Dies Ecclesiae", con l'assemblea eucaristica al cuore
della domenica (nn. 31-54). Siamo nel centro stesso della teologia e della pastorale della
Lettera, anche per l'estensione stessa del capitolo e i temi che tratta: L'eucaristia domenicale,
la mensa della parola e del pane della vita, l'incontro fraterno nel banchetto dell'unità, la gioia
della celebrazione e l'impegno della missione. Infatti, la santa assemblea dei fedeli radunata
con la presenza del Risorto è sacramento della sua irradiazione nel mondo a partire
dall'esperienza di quel "radunare" operato dal Risorto e che si esprime nella frazione della
parola della vita e del pane della vita, nella preghiera e nella comunione fraterna. Giorno di
speranza e di impegno, di comunione e di missione, pegno e impegno per il popolo pellegrino
nel mondo.
Il quarto capitolo intitolato "Dies hominis" è dedicato alla domenica come giorno di
gioia, di riposo e di solidarietà. Tratta con sobrietà e sensibilità moderna anche questo
aspetto, che molti vogliono rivendicare; il giusto e meritato riposo alla fine della settimana
lavorativa ( nn. 55-73). Vengono in luce, come dono di Dio, il senso del riposo come gioia
piena in Cristo, la teologia dello shabatt ebraico, come giorno santo di riposo, ma anche il
dovere della giusta solidarietà e dei gesti della carità, le opere nuove della Domenica.
Finalmente il Papa dedica il quinto capitolo alla Domenica come "Dies dierum" festa
primordiale e punto di riferimento per il tempo che scorre verso il futuro (nn. 74-80). Lo
scandire del ritmo del tempo di Domenica in Domenica, di Pasqua in Pasqua, mette il luce il
dinamismo dell'anno liturgico con le sue Domeniche che celebrano tutto il mistero del
Signore fino alla speranza definitiva del ritorno del Signore.
Nella Conclusione il Papa ribadisce l'importanza della Domenica ed accenna a due
tematiche importanti: una è la presenza di Maria nella Domenica in diversi momenti della sua
celebrazione, come Madre del Risorto che accompagna la presenza del suo Figlio Signore.
L'altra tematica è quella della continuità e perennità della Domenica. Passano gli anni santi e
giubilari, ma la domenica no passa. Tramontano i secoli e le persone, la domenica rimane e
con questa celebrazione la presenza del Signore e la speranza della sua venuta.

3. La teologia della domenica: nomi e contenuti

Sulla scia della lettera del Papa, che raccoglie efficacemente quanto di meglio è stato
scritto su questo argomento in precedenza, possiamo illustrare alcuni elementi qualificanti
della teologia della domenica. Lo vogliamo fare con una semplicità quasi catechetica,
ricordando com anche il Catechismo della Chiesa cattolica, come altri Catechismi nazionali,
9
mettono in luce il suo valore teologico, dal quale deriva anche il valore spirituale e l'impegno
pastorale.13

La teologia dei nomi e del loro significato

Iniziamo dalla carica teologico-dottrinale dei diversi nomi dati alla Domenica.
Giorno primo viene chiamata la Domenica, con un senso cronologico che allude al
giorno primo dopo il sabato, giorno della Risurrezione, ma anche giorno che evoca le
primizie della creazione e quindi del Creatore, Signore della vita e della storia. È ovviamente
a quel primo giorno della storia umana che si riferisce la Domenica, ma segnata ormai da
un'altro primo giorno quello della presenza dell'umano e della creazione nella gloria del
Figlio con la risurrezione dai morti.
Giorno quindi che evoca anche, con la testimonianza dei cristiani e gli elementi della
liturgia, non solo il terzo comandamento ma anche il primo. Dio al primo posto. La
Domenica è il suo giorno.
Giorno ottavo viene chiamato pure nella lettera a Barnaba e nella tradizione patristica,
come un giorno aggiunto ai sette giorni della settimana, giorno escatologico che segna la
pienezza.14 Per questo la domenica ha anche una valenza di futuro; essa pone un segno forte
di speranza in mezzo alla caducità di questo mondo, all'effimero offerto in abbondanza e
consumato con rapidità. I Cristiani annunziano il futuro di Cristo con la celebrazione del
giorno del Signore, perché il Signore è entrato ormai nel suo e nostro giorno definitivo. Un
riposo ormai iniziato in Cristo e promesso a noi, non solo dello spirito ma anche del corpo.
Giorno del Signore, espressione originale dell'Apocalisse, che si può tradurre in
diversi modi, non certamente come giorno escatologico della venuta del Signore alla fine dei
tempi, "emera tou Kyriou" ma come giorno che appartiene al Signore, che porta il suo segno,
ci dona la sua presenza, giorno signoriale che caratterizza la vita cristiana, con un rimando
concreto al Signore della vita, del tempo e della storia.
Giorno della risurrezione è la bella espressione che hanno conservato i nostri fratelli
orientali della tradizione greca e slava: anastasimòs emera, vosskreseniej. Forse per questo la
loro liturgia settimanale è una vera e propria liturgia pasquale, con la presenza dell'icona della
risurrezione, i tropari della risurrezione nell'ufficio divino della preghiera liturgica. Per
un'ironia delle cose anche in tempi di ateismo sovietico il nome della Domenica in russo e
nelle altre lingue slave dell'impero comunista continuava ad essere una confessione nella
Risurrezione del Signore.
La liturgia delle ore, anche prima della Riforma del vaticano II, non ha cessato mai di
essere una celebrazione pasquale, come già nel secolo IV erano le celebrazioni nel santo
sepolcro di Gerusalemme, come ci narra la pellegrina Egeria. E oggi nelle comunità
monastiche che celebrano la vigilia della Domenica con l'ufficio divino proclamano, secondo
i testi indicati nel Libro della liturgia delle ore, un Vangelo della Risurrezione.

13
Catechismo della Chiesa cattolica, nn. 2174-2188.
14
Cfr. W. RORDOF, Sabato e Domenica, o.c., pp. 26-29
10
Anche oggi annunziare all'uomo moderno, talvolta dolente, talvolta superbo e pieno di
sé, pur nella sua fragilità, ma senza speranza di un'altra vita, è realizzare il primo e più
fondamentali annunzi del Kerigma che dona senso alla vita e alla storia. Il grido della veglia
pasquale risuona così in ogni domenica: Cristo è veramente risorto, ed qui è con noi!
Finalmente, anche la dizione Giorno del sole che caratterizza il nome della domenica
nell'area anglosassone, come nella lingua latina dell'impero, dies solis, rimanda alla fede della
Chiesa che canta Cristo sole che si alza al mattino per rischiarare tutto; ma luce e sole che
non tramonta nei cuori dei fedeli che lo contemplano anche nel pomeriggio della domenica
come "luce gioiosa della santa gloria", e lo cantano a Compieta come "Gesù luce da luce, sole
senza tramonto, tu rischiari le tenebre nella notte del mondo". È Gesù cantato come Luce che
illumina le genti, con il cantico di Simeone.
I molti nomi della Domenica rimandano alla realtà della presenza e dell'azione del
Signore nel suo giorno in favore della Chiesa e dell'umanità. Sono nomi che danno
senso al celebrare dei cristiani e sono un piccolo sacramento-segno verbale della fede e della
speranza anche per il nostro mondo secolarizzato.

La teologia dei contenuti

Possiamo quindi ancora illustrare la teologia della Domenica a partire da quattro


elementi caratteristici che superano l'ordine delle idee teologiche per diventare elementi
celebrativi e quindi comunicatori di grazia, ricchi di contenuti reali e simbolici, densi di
impegnativi programmi di vita.

Sacramento settimanale della Pasqua (giorno del Signore). Certamente il fatto che ancora
oggi nella maggioranza dei paesi del mondo sia la Domenica a scandire il ritmo settimanale
deve essere preso sul serio. Anche se altri valori tendono a soppiantare il carattere sacro, ma
umano ed umanizzante e quindi divino-umano della Domenica, incombe sui cristiani
l'impegno di decifrare, di tradurre, di spiegare con parole ed opere questo segno temporale.
Non è che viene da sé il senso della Domenica, soltanto per il ritmo primordiale dei
sette giorni della creazione e non è perché oggi la settimana diventa breve con il fine
settimana e tutte le sue problematiche e ambientazioni, specialmente per i giovani. Occorre
porre un segno forte in questo mondo.
Noi vogliamo ricordare e lo ricordiamo di fatto con il nostro radunarci in assemblea
quel evento che da senso alla storia - la risurrezione di Gesù -e che non va proclamato solo
una volta all'anno - il giorno di Pasqua - ma va testimoniato e gridato al mondo anche in
questo breve scandire del tempo che è la settimana, e certamente come primo giorno, quello
che da l'impulso agli altri giorni della settimana, anche se tendiamo piuttosto a vedere la
Domenica come l'ultimo dei giorni della settimana e non il primo.
I fedeli che frequentano l'assemblea liturgica, i monaci e le monache che cantano le
lodi del Signore ed invitano ad unirsi alla loro preghiera che celebra ampiamente la lode ed il
ringraziamento per il primo e l'ottavo giorno, sono segni eloquenti per il nostro mondo.
11
E sono segni posti con fiducia, con speranza, con il desiderio di coinvolgere tutti, di
fare felici tutti, di dare speranza a tutti.

Giorno dell'assemblea. Nel giorno della sua Risurrezione colui che doveva riunire i
figli dispersi ha iniziato per radunare le pecore del suo gregge, disperse, quando è stato
colpito il loro pastore.
È l'assemblea del Risorto che, dopo lo scandalo della croce, si costituisce come segno
della vittoria di Cristo anche sulla loro paura. Donne e discepoli sono raggiunti dalla voce
degli Angeli, dal primo annunzio della risurrezione, dalla voce stessa e dalla parola efficace
del Signore che annunzia: Shalom! Pace a voi!.
Questo raduno della Pasqua si realizza - secondo la tradizione cristiana primitiva -
quando i fedeli si uniscono in assemblea, rendono vivo lo spazio mistico della presenza del
Risorto, fanno che la Chiesa diventi questo spazio santo dove il Risorto che ormai è al di là e
al di sopra del tempo e dello spazio, presenzializzi, renda presente se stesso nel suo Corpo,
rendendo viva la parola di sapore pasquale del Vangelo di Matteo: "Dove due o più sono
riuniti nel mio nome...sono io in mezzo a loro" (Mt 18,19-20).
La Chiesa corpo di Cristo rende presente il suo Capo. Non siamo riuniti attorno ad
una parola, un evento, una festa, una gara. Siamo riuniti nel nome e alla presenza del Signore
acclamato, confessato, invocato, accolto, annunziato.

Giorno della parola e della frazione del pane. Il Signore non si rende presente alla
Chiesa in maniera anonima, passiva, ma personalmente, chiamato ed invocato per nome, con
i due segni dinamici della sua comunicazione nella Chiesa che già appaiono nelle apparizioni
del Risorto e specialmente nella parabola dinamica delle apparizioni ai discepoli di Emmaus.
Cristo spiega le Scritture. Ed ecco la liturgia della parola, vera liturgia, vero dialogo
fra cielo e terra, vera comunicazione e risposta del Padre per Cristo e nello Spirito.
Giorno della parola è la Domenica, sempre nella luce del Risorto che è esegeta,
maestro, ermeneuta della parola dell'Antico e del Nuovo Testamento, ma anche dei fatti di
oggi, della storia che scorre, della attualità della vita e della storia della gente - e non solo e
non precipuamente della piccola e scelta storia fatta dagli uomini e scritta nei giornali. La
Parola eterna illumina la parola storica e la Parola di Dio da senso alle parole degli uomini.
Parola per evangelizzare, per confortare, per insegnare, per formare discepoli del
Risorto. Ma sempre a partire da Lui, Maestro della Chiesa, e sempre a partire della sua
risurrezione, chiave ermeneutica di tutta la storia sacra, passata, presente e futura.
L'abbondante mensa della parola che la Chiesa ci propone nel rinnovato Lezionario
Domenicale è uno strumento chiave della presente e futura evangelizzazione della Chiesa e
del mondo.
Ma il Risorto di Emmaus invita a cenare con lui, Il Cristo si fa pane da mangiare e
vino da bere. Offre la sua carne risorta ed il suo sangue pieno della vita immortale. L'incontro
è ancora un banchetto con il Risorto, Per questo l'Eucaristia - memoriale della sua Pasqua di
morte e di Risurrezione -sta al centro stesso della celebrazione della Domenica. Nessuna
Domenica senza Eucaristia! è voce che giunge dai primi secoli cristiani.
12
È Cristo stesso che ci invita a mangiare e a bere nel suo banchetto dove egli e il
padrone di casa e noi gli ospiti della sua tavola. Ê la concretezza di un partecipare pieno alla
comunione con Cristo, sia pure attraverso il fragile segno del pane e del vino, per non fare
della nostra vita una ideologia, ma una prassi, un'esperienza di incontro e di comunione. Con
Lui e con i fratelli.

Giorno dello Spirito Santo della Pentecoste. Lo abbiamo sottolineato ben volentieri.
La Domenica evoca anche la Pentecoste, la discesa dello Spirito, l'invio per il mondo. Lo
ricordava già nei primi secoli della Chiesa un autore conosciuto con il nome di Ambrosiaster
il quale affermava:"La Pentecoste dunque, il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua ha questo
significato, come dopo la settimana il primo giorno è quello del Signore, in cui si è compiuto
il mistero della Pasqua per l'acquisto della salvezza da parte dell'umanità...così il giorno di
Pentecoste è anche il primo dopo sette settimane. Infatti la Pentecoste non ricorre mai in
un'altro giorno che di domenica, affinché si riconosca che tutto ciò che riguarda la salvezza
dell'uomo ha avuto inizio e compimento nel giorno del Signore".15
Lo Spirito raduna la Chiesa e rivela la presenza e l'azione di Cristo.
Lo Spirito mette in evidenza la coralità della Chiesa, la varietà dei ministeri, fa
convergere tutti verso l'esperienza chiave della Chiesa comunione e missione; è dinamismo di
sistole per radunare, di diastole per inviare; è Spirito che avvolge la parola e la preghiera,
Spirito di santità e del culto autentico dei cristiani .
Come dalla Pentecoste nascono e si illuminano i diversi ministeri, vocazioni, carismi,
così in piccolo ogni Pentecoste settimanale della Domenica, invita a ripartire sempre, con
gioia, dal cenacolo della Pentecoste per il mondo intero.
La Domenica è essenziale per vivere, per educare, per dilatare lo spirito della
comunione e della missione.

Conclusione

Vorrei concludere con tre richiami fondamentali.


Il primo cerca di ricordare che tutta la teologia della Domenica è lì a sollecitare un
atto di fede, un credere nel dono di Dio, nella meraviglia e nella bellezza del giorno che il
Signore ha fatto per sé e per noi. Credere nella Domenica è celebrare il mistero di Dio e
dell'uomo, far convergere il dono di Dio e l'evidente riconoscenza da parte nostra del suo
dono e della sua grazia nella concretezza della grazia che è il giorno del Signore, giorno che
egli ci dona come un regalo nuziale alla Chiesa Sposa, come del Shabbat dicono gli ebrei.
Qualificare la celebrazione vuol dire far diventare la teologia mistagogia, esperienza
concreta e viva del mistero, mediante una programmazione ricca insieme e armonica della
Domenica, ma dove i cristiani non devono essere più consumatori delle sue celebrazioni, ma
protagonisti impegnati. Ciò suppone far la verifica settimanale di come funzionano nella
ministerialità e nell'impegno le varie dimensioni e strutture della comunità ecclesiale.

15
Ibid., pp. 186-189.
13
Finalmente nel nostro mondo globalizzato e secolarizzato occorre porre un segno
eloquente, davanti a tutti, di ciò che è la Domenica, non solo per i cristiani, ma anche per gli
altri. Se tutto ha senso a partire dalla creazione - il giorno primo -, dalla risurrezione - il
giorno del Signore Risorto -, e dalla speranza escatologica che da senso anche ai limiti
dell'umano nel tempo e nello spazio - il giorno ottavo -, la Domenica ne è la sintesi e il
compendio teologico, pastorale e spirituale.
Da quello che sapranno fare della Domenica i cristiani dipenderà anche il senso e il
sapore del tempo e dello spazio per tutta l'umanità.
Tanti uomini e mode, tante strutture umane, tanti efimeri episodi della domenica
passano, inghiottiti nel nulla. Ma chi entra in comunione con il Risorto, con la forza della sua
parola, che è farmaco d'immortalità non meno del pane eucaristico, e con il banchetto della
Cena del Signore che è comunicazione della vita immortale, apre sentieri di verità e di
speranza.
Davvero non è poco poter dire che i cristiani saranno gli uomini e le donne della
Domenica, testimoni convinti della presenza del Signore nella vita e nella storia, oggi e nel
futuro dell'umanità.
14

SPIRITUALITA' DELLA DOMENICA

Introduzione

Abbiamo messo in luce alcune valori essenziali della Domenica, giorno del Signore,
da lui fatto per noi; da noi quindi deve essere vissuto secondo le sue esigenze, come un dono
di reciprocità nella presenza mutua fra Cristo e la Chiesa, nella mutua donazione, nella
reciproca comunione, per dare anche un senso alla settimana che inizia, al culto spirituale
della vita quotidiana.
Passiamo ora a vedere alcuni aspetti di questo giorno da celebrare e da vivere, dalla
teologia alla prassi, per cogliere alcuni momenti concreti di questa Domenica tutta la
riscoprire, ma anche tutta da arricchire nella gioia del suo ritorno settimanale, non una volta
all'anno come Natale e Pasqua, ma nel ritorno così prossimo ed incalzante di ogni settimana.
Lascio gli aspetti più tipicamente pastorali a chi mi seguirà nell'esposizione, per
trattare in concreto alcuni aspetti della spiritualità della Domenica. Ma si tratta ovviamente di
una spiritualità vissuta; non è altro infatti la spiritualità se non il vivere filialmente in Cristo e
nello Spirito, in comunione ecclesiale nel ritmo della storia, la nostra pasqua settimanale.
Dobbiamo saper vivere la gioia dell'incontro, rivivendo l'esperienza spirituale della
prima Pasqua: incontro con il Risorto nella sua Chiesa. E dobbiamo, come i discepoli di
Emmaus, e come gli apostoli della Pentecoste, ripartire rinnovati per la missione.
Il giorno del Signore è un dono da vivere nella gratuità, ma è nondimeno, un giorno di
impegno per viverlo nella fedeltà, sotto l'azione dello Spirito Santo.
Richiamerei anzitutto la componente spirituale della Domenica come un celebrare
nello Spirito Santo, da lui guidati. C'e una bella preghiera della Domenica nell'Eucologio di
Serapione che si esprime in questi termini:
" Ti chiediamo, o Padre del tuo Figlio unico, Signore di tutte le cose creatore di tutto
l'universo, autore di quanto esiste: verso di te Signore eleviamo le nostre mani pure ed i nostri
cuori; volge il tuo sguardo su di noi, Signore; ti presentiamo le nostre debolezze. Concedici la
tua misericordia a coloro che siamo qui congregati; abbi pietà del tuo popolo e fa che sia
buono, saggio e puro; invia i tuoi angeli affinché il tuo popolo sia riconosciuto santo ed
immacolato. Ti chiediamo di inviare il tuo Santo Spirito sulle nostre anime, e che tu ci faccia
comprendere le Scritture che tu stesso hai ispirato, concedici di poter interpretarle con
purezza e in maniera degna, affinché tutti i tuoi fedeli che qui sono radunati possano trarre
profitto di esse. Te lo chiediamo per il Figlio tuo Gesù Cristo nello Spirito Santo."
Voglio quindi imperniare la mia relazione su tre aspetti fondamentali della spiritualità
della Domenica: la memoria, la presenza, la speranza. Con una riflessione finale sull'impegno
della missione.
15

1. Far memoria della risurrezione

Se la Domenica è giorno del Signore, "kyriakè emera" il riferimento essenziale è


appunto al Signore, cioè al Kyrios, vale a dire al Risorto. Per questo anche le espressioni
greca e slava con cui si dice Domenica, come abbiamo già ricordato, parlano di giorno della
Risurrezione.
Basterebbe entrare semplicemente nella mistagogia della fede, cioè in contato con
quanto la Chiesa ci propone nella sua preghiera e nella sua azione liturgica, per essere
coinvolti in questo fatto essenziale che è al centro della fede e della vita, confessare che il
Signore è Risorto ed è vivo in mezzo a noi.
Tante volte questa parola - risurrezione - risuona nella liturgia della Chiesa: negli inni
e nelle antifone dell'ufficio divino, nella messa all'invito per l'atto penitenziale, nella
confessione del credo, nella preghiera eucaristica...
Più forte è il senso della Domenica come giorno della Risurrezione nella liturgia
bizantina e in genere nelle liturgie orientali. L'icona della Risurrezione presiede la
celebrazione. Si susseguono i tropari ed antifone che riecheggiano gli stessi eventi della
Pasqua. È come se si facesse memoria della notte santa. L'ufficio vigiliare con cui ci si
introduce nella Domenica si chiama ufficio della Risurrezione.
La Domenica sta davanti a noi per rifare anche l'esperienza fondamentale della nostra
fede nel "kerigma apostolico". Noi crediamo che il Signore è morto per i nostri peccati ed è
risorto per la nostra giustificazione.
"Ricordati di Gesù Cristo che è Risorto dai morti..." ( 2 Tm 2,8) predica Paolo. Senza
la risurrezione del Signore tutto il nostro celebrare sarebbe solo desiderio o nostalgia; con la
sua presenza tutto è realtà.
Porre il segno della fede celebrata nella Domenica significa affermare con la nostra
vita che tutto ha un senso a partire dal giorno della Pasqua.
Sono segni della Risurrezione i cristiani che pregano in piedi, che cantano e
confessano la propria fede, che si scambiano ancora, come nella notte pasquale, il segno della
pace, come ha fatto Gesù con i discepoli...Sono tutti piccoli segni da valorizzare, anche nella
più sperduta delle nostre comunità.
Segno della Risurrezione è l'acqua lustrale che si benedice all'inizio della celebrazione
eucaristica domenicale, con la duplice simbologia della memoria del battesimo e della Pasqua
del Signore, come sottolineano i testi liturgici. Benedizione da non tralasciare
sistematicamente, ma da inserire regolarmente, una o due volte al mese nelle messe
domenicali in sostituzione dell'atto penitenziale.
I cristiani che celebrano la messa non solo evocano un fatto del passato, ma rendono
presente la risurrezione ed il Risorto nella sua Parola vivente ed anche nel banchetto
eucaristico. È l'Eucaristia che fa la Pasqua. Già i Padri della Chiesa ricordavano questo fatto.
Giovanni Crisostomo ricorda ai suoi fedeli che la Pasqua non si celebra solo una volta l'anno,
ma anche ogni domenica ed ogni giorno, se è vero, come lei ci ricorda che abbiamo la pasqua
dove abbiamo l'Eucaristia perché ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo del
16
calice della salvezza annunziamo la morte del signore fino al giorno sua venuta. La morte del
Kyrios, la morte del Risorto, con questa frase Paolo ci indica il senso pasquale
dell'Eucaristia.16
Ma dove il Signore è presente e risorto, anche tutta la Chiesa risorge. Il giorno di
Pasqua Gesù non è un vincitore solitario che annunzia agli altri la loro sconfitta; è un
Risuscitato risuscitatore che tira fuori dai loro sepolcri i morti dello "sheol" e i morti della
terra. Riscatta dalla morte della loro tristezza e del loro peccato, le donne fedeli che sono
andate a piangere Lui al sepolcro, ma anche i discepoli smarriti che lo hanno tradito o lo
hanno negato. A tutti Cristo dice: Shalom! Pace, con il sorriso sulle labbra.
Pace a voi! dice il Signore ai suoi fedeli che, nonostante le crisi, i peccati. le
debolezze e le neghittosità, della settimana, ritornano al Signore con la confessione dei propri
peccati, pronti all'incontro con il Risorto.
È quindi giorno di rinnovamento spirituale della vita cristiana, là dove il Risorto offre
a tutti la possibilità della vita nuova di iniziare di nuovo.
Chi vive la Domenica, specialmente ma non soltanto nell'Eucaristia, ma anche nella
preghiera liturgica delle lodi e del vespro, dovrebbe sentire che quel Cenacolo delle
apparizioni del Risorto non è rimasto un oscuro ed incerto monumento che ancora si trova a
Gerusalemme e che Giovanni Paolo II ha visitato nel sua pellegrinaggio in Terra santa
nell'anno giubilare, celebrandovi l'Eucaristia, ma si riproduce in ogni comunità che celebra il
suo Signore. Ogni assemblea liturgica è quindi Cenacolo della Risurrezione dove il Signore
convoca, rinnova la sua parola e il suo dono pasquale, invia per il mondo. Facciamo delle
nostre assemblee con gioia, Cenacoli della Risurrezione!

2. Celebrare la presenza del Risorto

Celebriamo la presenza del Risorto ed entriamo in comunione con Lui.


La liturgia domenicale con è l'evocazione di un assente ma l'incontro con un presente.
Dobbiamo ricuperare quel senso dell'incontro pasquale che ha segnato i discepoli e le donne
il giorno di Pasqua. Ma l'incontro con il Signore è un momento personale, un faccia a faccia,
un guardare ed essere guardati dal Signore nella sua Chiesa. Tutti e ciascuno.
In tutta la celebrazione eucaristica l'assemblea si rivolge ad un Tu presente. Lo fa già
prima di tutto con il "Kyrie" o "Signore pietà" che è acclamazione della sua misteriosa
presenza. Lo ripete nelle acclamazioni con cui si apre e si chiude la proclamazione del
Vangelo: "Gloria a te, o Signore", "Lode a Te o Cristo". Lo ripete nelle acclamazioni dopo la
consacrazione: "Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione,
nell'attesa della tua venuta. Lo affermiamo ancora direttamente in alcune preghiere rivolte
direttamente a Cristo, come nella preghiera che precede lo scambio della pace, fino
all'incontro con Cristo nell'Eucaristia.
Se i cristiani hanno imparato da Gesù la gioiosa notizia della sua presenza secondo le
parole di Mt 18,18-20, "dove due o più sono riuniti nel mio nome...ivi sono io in mezzo a

16
Cfr. PG 48, 867.
17
loro", occorre ricordare come spesso faceva Giovanni Crisostomo ai suoi riuniti in assemblea
che ogni assemblea è una festa, per la presenza viva del Signore.
Un filone della teologia liturgica dei Padri della Chiesa è, infatti, quello dei commenti
al testo di Mt 18,20, riferito alla sua concreta realizzazione nell'assemblea.
Un primo e significativo testo è quello della Didascalia degli Apostoli (scritta in Siria
nel sec. III) : "Quando tu insegni, o Vescovo, esorta il popolo a frequentare l'assemblea e a
non mancarvi mai; che essi siano sempre presenti, e che essi non diminuiscano la Chiesa con
la loro assenza, e che essi non privino la Chiesa di uno dei suoi membri... Poiché siete
membri di Cristo, non dovete disperdervi fuori della Chiesa non radunandovi. Infatti, poiché
il nostro Capo Cristo, secondo la sua promessa, si rende presente ed entra in comunione con
voi, non disprezzate voi stessi e non private il Salvatore dei suoi membri; non lacerate, non
disperdete il suo Corpo".17
Giovanni Crisostomo, che può ben essere chiamato il Dottore dell'assemblea, farà
particolare uso del testo di Matteo per invitare alla celebrazione e alla preghiera in comune:
"Lo stesso Signore sovrano del mondo è in mezzo a noi. Lo afferma lui stesso: "Dove
due o tre...". Se è vero che dovunque si trovano due o tre persone ivi si trova Gesù in mezzo a
loro, con più ragione si troverà dove sono riuniti tanti uomini e tante donne... Se la Pentecoste
(la cinquantina pasquale) è finita, tuttavia la festa non è passata. Ogni assemblea è una festa.
Da che cosa si ricava ciò? Dalle stesse parole di Cristo, che dice: «Dove due o tre...» Quando
Cristo sta in mezzo ai fedeli nell'assemblea, quale prova più grande cerchi che essa è una
festa?"18
Altrove afferma a proposito della preghiera in comune: "Ognuno non fa ciò (la
preghiera comune) fidando solo nelle sue forze, ma fidando nel consenso di molti, che attira
sommamente lo sguardo di Dio e influisce su di lui, placandolo. Dove infatti due o tre sono
riuniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro... Se dove due o tre sono riuniti egli è in
mezzo a loro, molto più egli è presso di voi... Perché disse due? Perché non saresti là dove c'è
uno solo che ti prega? Perché voglio che tutti siano uniti e non separati". 19
Questa presenza si dilata e si rende concreta nei segni della liturgia.
I segni della risurrezione sono tutti davanti a noi, ma bisogna ricoprirli con la fede,
come in una notte pasquale rinnovata: l'ambone della Parola, da dove si proclama il Vangelo
alla luce della risurrezione, l'Evangeliario che è come un tabernacolo della parola, di Cristo
Parola, o comunque il Lezionario che contiene la Parola da proclamare, l'altare del banchetto
pasquale, il Crocifisso glorificato, la cattedra della preghiera e della parola. Ma è segno
l'assemblea stessa che si raduna, anzi che è radunata dalla grazia del Risorto. Dovrebbero
rendere bella e gioiosa la confessione della fede la bellezza del luogo della celebrazione, la
sottolineatura dei canti, il gioioso alleluya...

17
Didascalia II, 59, 1-2, in Didascalia et Constitutiones Apostolorum, I-II, Paderbornae,
Ed. F.X.FUNK, 1905, p. 170.
18
De Anna, Sermo 5,1: PG 54, 669; testi simili in In Gen. Serm. 6,1: PG 54, 669.
19
In Epist. II ad Thes. Hom. 4,4: PG 62, 491.
18
I vescovi italiani hanno ricordato in un loro documento sull'Eucaristia che in ogni
messa, ma specialmente nella messa domenicale, si realizza la parabola eucaristica dei
discepoli di Emmaus. Si vive in realtà quanto il Signore ha fatto e la Chiesa primitiva ha
capito e Luca l'evangelista ha proposto, cioè che la Pasqua si rivive nella Chiesa con la
presenza di Cristo e i due segni fondamentali del suo essere con noi e per noi: la parola e il
pane-vino dell'Eucaristia.20
Una icona liturgica di grande pregnanza rivelatrice e catechistica, anche per il fatto
che è un progressivo svelarsi della presenza e dell'azione del Risorto, con una
intensificazione progressiva e con la sacramentalità di alcuni gesti: la compagnia, la parola, la
frazione del pane, il ritorno gioioso per annunziare l'incontro... che sono come il paradigma di
ogni celebrazione eucaristica, in quanto progressiva rivelazione del Signore che è presente ed
agisce, si rivela e si dona alla sua Chiesa.
Ognuno dei momenti della celebrazione dovrebbero essere adeguatamente esplicitati,
prima nella iniziazione mistagogica, e poi rivissuti in una forte atmosfera teologale da tutta la
comunità celebrante, per fare questa esperienza dell'incontro con Cristo, nella gioia delle
feste e nella discreta e contemplativa quotidianità feriale di ogni Eucaristia che è pur sempre
una pasqua quotidiana.
Mi permetto di indicare un breve percorso mistagogico di questo svelamento della
presenza del Signore nella liturgia eucaristica, come traccia di una catechesi mistagogica
sulla presenza di Cristo nella liturgia.

I riti iniziali

Quando ci raduniamo per celebrare l'Eucaristia siamo misteriosamente convocati da


colui che ci ha detto di fare questo come suo memoriale e che ci ha promesso di essere
presente dove due o più sono riuniti nel suo nome.
Segno della sua presenza siamo noi, la comunità riunita nello Spirito Santo nel suo
nome. Siamo il suo corpo, la sua Chiesa. Cristo non manca all'appuntamento. E' lui che ce lo
ha fissato. E' lui che convoca e si rende presente.
La comunità si può ritrovare in un ambito più o meno ricco di evocazioni della
presenza di Cristo. Una basilica come quelle di Roma o di Ravenna, o una chiesa bizantina,
immagine del cielo sulla terra, evidenziano già nei suoi mosaici o nella cupola che sovrasta la
comunità, il volto di Colui che è invisibilmente presente. L'altare, la cattedra, l'ambone, il
crocifisso, il cero pasquale, l'Evangeliario sono come tante icone evocative e visive della
presenza del Signore, icone spaziali della sua presenza viva. Le icone rimandano al prototipo,
cioè al Cristo vivo insieme alla Vergine Maria e ai Santi.21

20
Cfr. Eucaristia, comunione e comunità, Roma 1983, nn. 5-9.
21
Cfr. il Catechismo della Chiesa Cattolica nn. 1140-1144, dove si parla dei concelebranti
della Liturgia, cfr anche C. VALENZIANO, Icone e celebrazione dei misteri, AA.VV., La
dimora di Dio fra gli uomini. Tempio e assemblea. XLIII Settimana Liturgica Nazionale,
Bari, 24-28 agosto 1992, a cura del CAL, Roma, C.L.V., 1992, pp. 95-118.
19
I riti iniziali ci mettono in presenza del Signore e ce la fanno gustare e confessare. Il
saluto trinitario offerto dal sacerdote ci immette nella comunione con la Trinità mediante il
Cristo Sacerdote e Mediatore. L'invocazione cristologica del Signore ne svela la presenza:
Kyrie eleison. L'inno del Gloria, di carattere trinitario, mette la Chiesa quasi in un
atteggiamento estatico davanti al Cristo e lo confessa con un Tu trepido «Il solo santo, il solo
Signore, il solo altissimo Gesù Cristo». La colletta, rivolta al Padre, evidenzia la
consapevolezza della mediazione sacerdotale di Cristo per la nostra preghiera.

La liturgia della Parola

La liturgia della parola accentua, come nel cammino di Emmaus, il rapporto vivo e
dialogante con il Signore Gesù, Verbo di tutte le parole, chiave di comprensione di tutte le
Scritture che convergono in Lui o da Lui, Risorto, divergono come raggi di luce, fino alla
suprema rivelazione della sua ultima venuta, riempiendo così di sé, Verbo di Dio, Vangelo
dispiegato nei secoli, dalla Genesi all'Apocalisse, il tempo e lo spazio della nostra storia.
Il culmine di questa presenza è la proclamazione del Vangelo, dove Egli stesso parla
alla sua Chiesa. Tutte le liturgie hanno circondato questa proclamazione di un profondo senso
teologale: la processione con L'Evangeliario, vero tabernacolo della Parola, le luci e l'incenso,
il canto dell'Alleluia o la acclamazione a Cristo, le risposte dialogali con il celebrante e il
diacono, esprimono questa consapevolezza di essere alla presenza di Cristo. Il bacio del
Vangelo è come l'omaggio della Sposa allo Sposo, per la bellezza e la bontà della sua parola.
Una presenza di rivelazione che l'omelia dovrebbe prolungare, come un sedersi
attorno al Maestro che parla e comunica se stesso, come ai discepoli prima e dopo
l'istituzione dell'Eucaristia o ai discepoli di Emmaus, prima della frazione del Pane.
Una presenza che garantisce il senso della confessione della fede, alla presenza del
Signore, e della orazione dei fedeli, sostenuta dall'intercessione del nostro sacerdote
universale, il "sacerdote cattolico o universale del Padre", secondo Tertulliano.22

La liturgia eucaristica

La liturgia eucaristica è composta da tutta una serie di «sintagmi» liturgici e


sacramentali esprime bene l'azione vivente di Cristo in sinergia con la Chiesa, in una
molteplice sacramentalità, già fin dalla preparazione dei doni.
La preghiera eucaristica ci immette nei sentimenti filiali di Cristo Gesù. L'Eucaristia,
lo abbiamo ricordato, è insieme preghiera cristologico-trinitaria, parola viva proclamata ed
attuata nel racconto dell'istituzione, azione viva di Cristo offerto al Padre e noi, presenza
somma sacramentale, in un pane da mangiare ed in un vino da bere. Presenza viva,
comunicata, mangiata e bevuta. Comunione perfetta, incontro interpersonale e comunitario
con il Cristo vivo nella massima compenetrazione possibile in questa terra, quella significata

22
"Per Christum Iesum, Catholicum Patris sacerdotem", in Adversus Marcionem, IV, 9:
PL 2,405.
20
ed attuata dal mangiare e dal bere, con una valenza di amore sponsale di Cristo che nutre la
Chiesa sposa con le sue membra (Cfr. Ef 5,29).23
Quando la comunione è stata compiuta la presenza sacramentale del Signore si è
spostata dall'altare all'assemblea. Siamo divenuti noi la presenza del Signore; noi diventati
Cristo, come dice Agostino.24 Come per i discepoli di Emmaus, la presenza del Signore si è
come eclissata nei segni, perché è divenuta presenza personale e comunitaria nei discepoli,
nella Chiesa assemblea, diventata pienamente un solo corpo, un solo Spirito, corpo
sacramentale di Cristo.
Una maggiore consapevolezza di questa realtà dovrebbe indurre a curare molto di più
questo momento personale e comunitario. Infatti se nella consacrazione risuonano le parole
dell'istituzione ( «questo è il mio corpo, questo è il mio sangue»); ora dovrebbero risuonare le
affermazioni di Paolo: «Poiché c'è un solo un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un
corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane (e dell'unico calice, come aggiungono
alcuni codici» (Cfr 1 Cor 10, 17).

I riti finali

I riti finali sottolineano, come per i discepoli di Emmaus, la nuova presenza del
Signore che risuscita i cuori, li mette in cammino, li rilancia verso la vita, con la nuova vita
che ha immesso nei loro cuori. Nel rinnovato incontro con il Cristo della liturgia, con il suo
Corpo ecclesiale, la sua parola che forma e plasma la comunità, l'Eucaristia, la Chiesa diventa
la presenza rinnovata di Cristo nel mondo nella nuova sacramentalità che è quella dei fedeli
cristificati e pneumatizzati, per portare il Cristo nel mondo e riportarlo continuamente al
Padre.

3. Rinnovare la speranza della sua venuta: Marana-tha

"Nell'attesa della tua venuta..." Così acclamiamo la presenza del Signore nel momento
più alto della sua presenza, appena dopo la consacrazione. "Nella stessa che si compia la
beata speranza e venga il nostro Signore Gesù Cristo..." acclama il celebrante nell'embolismo
che segue il Padre nostro.
Celebrare la risurezione e la presenza non significa dare alla celebrazione un senso di
pienezza che non rimandi al futuro. La domenica è anche giorno ottavo, affermazione che
significa che il Signore è entrato nella gloria del Padre; la sua presenza presso il Padre è
promessa di vita eterna per noi. I cristiani affermano, celebrando la Domenica, che questo
tempo scorre vero l'eternità, che abbiamo un pegno di speranza nell'Eucaristia, che siamo

23
Così viene interpretata l'Eucaristia da alcuni scrittori antichi. Lo afferma Teodoreto di
Ancyra: "Mangiando le membra dello Sposo e bevendo il suo sangue, noi compiamo una
unione sponsale". Cfr. PG 33, 1100.
24
In Ioannis Evangelium, XXI, 8: PL 35, 1568.
21
popolo pellegrino, come spesso dicono i formulari liturgici, e che di questo cammino verso la
meta, l'Eucaristia quotidiana e domenicale, è una sosta. Lo dice molto bene una delle
monizioni che precede la preghiera sulle offerte; " pregate fratelli e sorelle... affinché il
sacrificio della Chiesa in questa sosta che la rinfranca nel suo cammino verso la patria sia
gradito a Dio..."
Il Signore si fa presente in questo mondo, ma non è di questo mondo, ma del mondo
di futuro, come noi del resto non siamo cittadini perennemente stabiliti in questa terra ma in
cammino verso la patria...
Il pane della parola e dell'eucaristia è un viatico per il tempo che scorre verso il
Regno. Quando dopo la celebrazione usciamo dalla Chiesa, usciamo con la nostalgia che quel
tempo prezioso trascorso insieme alla presenza del Signore, non è ancora il tempo definitivo
della gloria, ma appena una sosta che ce l'ha fatto pregustare e ora ci rimanda a camminare
verso la patria nella quotidianità.
E la quotidianità significa edificare il regno di Dio sulla terra, rendere presente il
Signore con la nostra vita, specialmente con la carità affinché vivendo nella quotidianità le
parole di Gesù sulla carità nel giorno del giudizio ci adoperiamo ad incontrarlo nei poveri e
nei bisognosi, affinché la terra diventi cielo, secondo una felice espressione del Crisostomo.
Non mancano quindi, per chi vorrebbe vivere sempre in questa vita come per coloro
che la sofferenza li fa sognare nel cielo, i segni e le parole della speranza domenicale che
rimandano al di là del tempo all'eternità.
È il "Marana tha", il vieni Signore Gesù, o le parole finali della prece eucaristica che
evocano il destino eterno dell'umanità e del cosmo, o l'embolismo del Padre nostro ("nella
attesa che si compia la beata speranza...", o le preghiere dopo la comunione che fanno spesso
riferimento alla gloria eterna.
L'Eucaristia è pane per il cammino, ma i cristiani portando Cristo con sè sanno quale è
la meta del loro pellegrinaggio.
Per questo si rinnova anche in ogni Eucaristia domenicale la speranza per i nostri
defunti che sono ricordati nella messa, coloro che erano presenti un tempo con noi nella
celebrazione, sono ancora con noi nella comunione dei santi. Ricordare i nostri defunti nel
Cristo Risorto è come rinnovare la fede nella vita eterna, comunicare con loro, sentirli vicini,
come la nube dei testimoni che ci incoraggiano nella nostra corsa.
Per questo anticamente i cimiteri erano vicini alle chiese, e i fedeli, usciti dalla
celebrazione eucaristica con il cuore colmo di speranza andavano a visitare le tombe dei loro
cari, quasi a renderli partecipi della buona novella della Risurrezione.

4. Ripartire con la novità delle opere

Ogni domenica si riparte. Si riparte con la novità dello sguardo della fede, per vedere
nella luce della parola ascoltata il mondo quotidiano, il lavoro, la fatica.
Si riparte per portare con la vita la novità delle opere del Risorto,
La Chiesa ha conosciuto fin dall'antichità cristiana la tradizione delle opere della
Domenica: assistere le vedove e gli stranieri, celebrare di pranzi di carità per i poveri, visitare
22
i carcerati e gli ammalati, sovvenire alle necessità dei poveri. Così lo faceva nella Domus
caritatis Agostino e la sua comunità di Ippona, o nella Basiliade, cittadella della carità,
Basilio di Cesarea. Questo era il senso della colletta per i poveri, della tradizione ebraica del
sabato e della testimonianza già ricordata di Giustino. Questo era il senso dell'usanza dei pani
benedetti la domenica per condividere con fratelli, o l'uso della liberazione di qualche
carcerato nella Domenica nel medioevo...
Questo è il significato delle beatitudini che sono l'autoritratto di Cristo e la buona
novella dell'inizio del sermone della montagna nel Vangelo di Matteo. Sono le beatitudini che
ogni domenica le chiese greche e slave proclamano prima del Vangelo come per ricordare
quale è l'icona vera del discepolo del Signore.
Celebrare l'Eucaristia è quindi porre un segno rinnovatore e rigeneratore della vita e
nella vita del mondo, là dove i cristiani vivono, soffrono, pregano, servono i fratelli.
Sono le opere dell'ottavo giorno, le opere della carità che nascono anche dalla teologia
della Risurrezione del Signore, e permangono oltre il tempo perché le ritroveremo in cielo,
quando anche quanto abbiamo fatto per amore lo ritroveremo rinnovato, arricchito. Tutto
quanto abbiamo fatto per il Signore no ritroveremo in Lui.

Conclusione

In tempi in cui anche la Domenica è in crisi in questa nostra società postcristiana,


dobbiamo essere forti nella fede e nella speranza. Possiamo imparare da tutti, dalla fedeltà
con cui i musulmani celebrano la preghiera del venerdì, o anche come i nostri fratelli ebrei
celebrano il sabato. Lo fanno con una spiritualità che dovrebbe suscitare anche in noi una
certa gelosia.
Essi lo accolgono nella sera del venerdì nelle sinagoghe con una speciale celebrazione
molto sentita. E hanno una spiritualità del sabato che noi potremmo anche esprimere
analogicamente come spiritualità della Domenica. La spiritualità del sabato è tutta fondata
sulle belle espressioni dei libri sacri dell'ebraismo. Ecco in dodici brevi punti una spiritualità
del sabato secondo gli ebrei e che possiamo rileggere e rinnovare in chiave cristiana.
1. Per loro il sabato è il dono di Dio al suo popolo.
2.È la dimora che egli ha preparato per il suo popolo affinché dimori con lui.
3. È giorno santo e come un supplemento d'anima.
4. È la festa più importante che prolunga e racchiude le altre.
5. È memoria del nostro limite e del tempo futuro.
6. Il Shabbat, femminile in ebraico, è como una Sposa per lo Sposo, il popolo di Dio
7. Celebra la presenza e la potenza di Dio.
8. Ci educa alla fraternità e alla giustizia.
9. Ci invita all'ascolto della parola di Dio per vivere in comunione con Lui.
10. È gioia e delizia del popolo santo.
11. È simbolo e anticipazione della gioia messianica ed escatologica.
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12. È pegno e memoria dell'eternità.25

Non possiamo dimenticare la presenza di Maria nella domenica. La Madre del


Risorto, prepara il suo giorno, come l'aurora il sole, con la celebrazione del sabato, ma poi da
spazio alla celebrazione del Figlio. Giovanni Paolo II parla nella sua lettera di questa speciale
presenza mariana. Facciamo memoria della Madre del Risorto quando la ricordiamo nella
preghiera eucaristica, nel Magnificat del Vespro, nell'invocazione finale di Compieta, talvolta
secondo le rubriche cantando il “Regina coeli laetare”, come in tempo di Pasqua. Maria è
pegno della nostra gloria futura, ma anche maestra dell'impegno delle opere del cristiano.

Non c'e dubbio la Domenica è al centro della pastorale e della spiritualità del Popolo
di Dio, un invito ed una sfida per rinnovare la fede e la vita.
Recentemente un mio amico e collega, D. Manlio Sodi, salesiano e direttore della
Rivista liturgica, commentando quanto Giovanni Paolo II dice della domenica nella sua
Lettera Novo millennio ineunte nn. 35 e 36, ci ha offerto una specie di decalogo per un
rinnovamento della celebrazione della Domenica.
Lo ripeto qui perché mi sembra prezioso e concreto e apre la strada alle riflessioni che
seguiranno di carattere più pratico e pastorale. Si tratta di rinnovare, sulla base delle nostre
osservazioni di carattere teologico e spirituale, il modo di celebrare, tutto pervaso dalla gioia
della Pasqua.
1. Accogliere con un sorriso.
2. Comunicare anche con i simboli.
3. Arredare con gusto.
4. Animare con competenza.
5. Ascoltare con disponibilità.
6. Valorizzare i diversi linguaggi.
7. Cantare con gioia.
8. Presiedere con dignità.
9. Pregare con fede.
10. Predicare con semplicità.
Ecco un decalogo per fare della Domenica con la sua celebrazione centrale che è
l'Eucaristia, la grande festa dei cristiani.

25
Una sintesi di questi aspetti in E. BIANCHI, Giorno del Signore, giorno dell'Uomo.
Per un rinnovamento della Domenica, Casale Monferrato, Piemme, 1994, pp. 57 e ss.

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