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Nicholas Mirzoeff

Introduzione alla
cultura visualeo
a cura di Anna Camaiti Hostert

Traduzione di Andrea Carpi


Edizione originale:
An Introduction to Visual Culture
© 1999 Nicholas Mirzoeff, tutti i diritti riservati
Traduzione autorizzata dell’edizione inglese pubblicata
da Routledge, marchio di Taylor & Francis Group

Copyright © 2002 Meltemi editore srl, Roma

Traduzione di Federica Fontana

È vietata la riproduzione, anche parziale,


con qualsiasi mezzo effettuata compresa la fotocopia,
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Meltemi editore
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Indice

p. 9 Introduzione all’edizione italiana


Anna Camaiti Hostert

26 Ringraziamenti

27 Introduzione
Cos’è la visual culture?
32 Visualizzare
38 Potere e piacere del visivo
44 Visualità
57 Cultura
63 Vita quotidiana

Prima parte
Visualità

73 Capitolo primo
Definizione d’immagine: linea, colore, visione
74 Prospettive
92 Disciplina e colore
96 Normalizzare il colore: il daltonismo
99 La prevalenza della luce sul colore
103 Bianco
107 Coda

111 Capitolo secondo


L’era della fotografia (1839-1982)
112 La morte della pittura
119 La nascita dell’immagine democratica
122 Morte e fotografia
129 Dalla foto noir alla post-fotografia Terza parte
142 La morte della fotografia Globale/Locale

145 Capitolo terzo 331 Capitolo settimo


Virtualità: dall’antichità virtuale alla pixel zone La morte di Diana: il genere, la fotografia e la nascita
146 Interfacce con la virtualità di una visual culture globale
152 La virtualità diventa globale 332 La popolarità e i cultural studies
157 Telesublime 336 La fotografia e la principessa
160 Realtà virtuale 340 Le fotografie in India
164 Realtà virtuale e vita quotidiana 344 Il punctum della celebrità
168 Identità virtuale 350 Le bandiere e il protocollo: il diavolo nei dettagli
174 Vita di Rete 354 La morte e la fanciulla: il simbolo della Nuova
178 Qualcuno vuole più pixel? Gran Bretagna
182 Corpi virtuali 356 Il pianeta dei pixel

Seconda parte 365 Coda


Cultura Fuoco

195 Capitolo quarto 373 Bibliografia


Transcultura: dal Kongo al Congo
200 L’invenzione del cuore di tenebra 387 Indice dei nomi
220 Resistenza attraverso il rituale
227 Memoria culturale 397 Indice delle illustrazioni
232 Nuove visioni dal Congo

239 Capitolo quinto


Vedere il sesso
240 Feticizzare lo sguardo
246 Dall’inversione a opposti e ambiguità
251 Vedere il sesso femminile
257 Mescolanze: le politiche culturali di razza e riproduzione
270 Lo sguardo omosessuale: gli occhi di Roger Casement

281 Capitolo sesto


Il primo contatto: da Independence Day a 1492
e Millennium
283 Arrivano gli extraterrestri
293 Il ritorno dell’impero
300 Gli alieni visti come il male
306 Trekking
322 Il passato e il presente della TV
Introduzione all’edizione italiana
Anna Camaiti Hostert

La follia è superiore alla temperanza (sophrosyne),


perché questa ha un’origine solamente umana,
quella invece divina (Platone).

Di contro alla possibile definizione e riconoscibi-


lità del futuro sta la circostanza che il mondo si
rinnova quotidianamente per nascita, ed è conti-
nuamente trascinato nella vastità del nuovo dalla
spontaneità dei nuovi venuti. Depredando i nuo-
vi nati del loro diritto di iniziare qualcosa di nuo-
vo, il corso del mondo può essere deciso e previ-
sto in senso solo meccanico (Hannah Arendt).

Quando ho cominciato a pensare a questa introduzione


l’11 settembre era ancora molto lontano. Le mie riflessioni
sugli interrogativi che l’odierna cultura visuale descritta e teo-
rizzata da Nicholas Mirzoeff in questo libro sollevava stavano
prendendo una piega molto diversa da quella che gli eventi
di quel giorno hanno successivamente loro impresso. Il susse-
guente sbigottimento che è durato a lungo e per certi versi
ancora si protrae ha determinato la chiara percezione che tut-
to si è trasformato, che tutto è stato rimesso in discussione,
che il cammino sin qui percorso ha subito svolte inaspettate.
Certo le immagini televisive di ciò che è accaduto a New
York e a Washington sono state la tragica conferma che vi-
viamo in una cultura visuale sempre più globalizzata, ma
quello che fino ad allora avevo considerato il sedimento sta-
bile delle mie riflessioni e soprattutto delle speranze che nu-
trivo è stato sconquassato. Così è stata ribadita con forza la
riduzione del mondo a un dualismo simbolico che tende a
sussumere e a ridurre la cultura globale o sotto l’insegna del-
l’universalità del modello di sviluppo occidentale o sotto
quella dell’integralismo teologico islamico. Peggio ancora lo
scontro sembra orientarsi, sorpassando perfino il già terribile
e paventato scontro di civiltà, verso una guerra di religione.
 ANNA CAMAITI HOSTERT INTRODUZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA 

Gli attacchi all’America chiaramente sono stati un atto Quali conseguenze deriveranno da una guerra che di-
di guerra che ha spostato l’asse dei rapporti internazionali mezza letteralmente il mondo riducendolo a due soli punti
verso una radicalizzazione dello scontro politico. Sta di fat- di vista, togliendoci la libertà di vederlo e sentirlo invece
to che i bombardamenti in Afghanistan hanno scatenato con corpi e occhi multipli? Andremo davvero verso un cla-
forti reazioni popolari antiamericane già presenti in una sh polarizzato e irreversibile di civiltà, come ha sostenuto
certa parte del mondo arabo e hanno ancora di più polariz- Huntington? Saremo tutti, comprese le “anime belle”, co-
zato lo scontro riducendolo solo a due contendenti. stretti a schierarci e a guardarci le spalle dai nemici? E c’è
La pluralità dei punti di vista, la contaminazione delle una terza chance oppure tertium non datur? Gli strumenti
culture, la gioia legata a uno stato meticcio e contaminato che fino a oggi abbiamo usato per analizzare le culture al-
della coscienza sono, almeno per il momento, bandite, la pro- tre e la visual culture in cui siamo immersi e che a esse è in-
liferazione delle tecnologie visuali permessa dalla rivoluzione timamente connessa, sono ancora validi? Il formarsi di i-
digitale capace di trasformare la cultura globale, respinta. dentità etniche, religiose, razziali, sessuali e di gender indi-
La realtà ha superato ogni finzione. Ne siamo stati so- viduali e collettive, cioè il cuore di una cultura visuale, co-
praffatti e siamo rimasti per giorni incollati davanti al tele- me è stato affetto da questi eventi?
visore inebetiti. Per me inoltre, che vivo a metà tra Italia e Personalmente mi sento dilaniata tra il tributo di dolore
Stati Uniti e sono quindi parte di universi del sentire, oltre- per le innocenti vittime americane e quello per le altrettan-
ché geografici e teorici abbastanza differenti, il senso di to innocenti vittime afghane della guerra scatenatasi suc-
spaesamento o come altrove l’ho chiamato di outlandish- cessivamente. Le immagini televisive di New York e quelle
ness è entrato in una fase di non ritorno. Con questo termi- di film-documentari come Viaggio a Kandahar hanno di-
ne, mutuato per l’appunto da Anita Desai, autrice indiana spiegato in tutta la loro potenza lo spettacolo del dolore, di
di Baumgarnter’s Bombay, ho inteso infatti qualcosa di più cui assolutamente non riesco a scorgere nessun appealing e-
forte dello spaesamento di Naipaul o dell’estraneità di Ru- stetico, e accanto a esso, come suggerisce Boltanski, la ne-
shdie. Così l’essere aliena anche a quella me stessa che pen- cessità di una “parola agente” capace di esprimere nel pre-
savo di conoscere bene, ha determinato in quest’occasione, sente, qui e ora, quella politica della pietà, o meglio ancora
a differenza di altri momenti in cui ne ho colto tutta la por- della pietas che trasforma la commozione in azione. Ma co-
tata creativa e innovatrice, la certezza di poggiare i piedi su me? E ha ancora un senso?
un terreno friabile pronto a sgretolarsi da un momento al- Le mie sono, specie all’inizio, parole e frasi smozzica-
l’altro. Sono state intaccate le radici profonde del mio esse- te, spezzettate, rotte dall’emozione e dalla compassione;
re e più che un passing identitario a cui ormai mi sono abi- escono a fatica, quasi che il silenzio fosse più appropriato,
tuata in un’osmosi continua da una cultura all’altra ho e- specie quello che si nutre, come nel mio caso, dei mo-
sperito la dissoluzione permanente di emozioni che, come menti di passaggio in cui c’è un continuo shifitng tra lin-
le Torri Gemelle, si sono disintegrate alla maniera di una gue e culture diverse.
meringa sbriciolata. È dunque con questo stato d’animo Mi mancheranno quelle Torri Gemelle, simbolo archi-
“incerto e tremulo”, come la luce invocata da Hannah A- tettonico e culturale, nel bene e nel male, della civiltà nella
rendt a rischiarare i “tempi oscuri”, che metto insieme quale vivo e sono cresciuta! Certo l’attacco al cuore dell’A-
queste riflessioni forse disorganiche perché ancora in pro- merica che non è solo, come qualcuno troppo semplicisti-
gress sono le risposte da dare agli interrogativi fondamenta- camente e ideologicamente ha detto, un attacco alle multi-
li che questi eventi hanno determinato. nazionali e ai simboli del capitale, mi ha profondamente fe-
 ANNA CAMAITI HOSTERT INTRODUZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA 

rito come può ferire chiunque venga improvvisamente pri- identità individuali e collettive, costringendoci a ridefinire le
vato della sicurezza degli affetti, di qualcosa di familiare e coordinate culturali e visive del nostro mondo. È stato mes-
mai prima d’ora violato. Adesso lì c’è un ground zero, a di- so a soqquadro il nostro immaginario collettivo.
re, come dopo la sganciamento di una bomba atomica, che Non so ancora se riusciremo a trovare una via d’uscita a
il disastro è di proporzioni enormi, che tutto è stato azzera- quest’impasse che, mi auguro, non porterà allo scontro tota-
to. C’è una voragine ancora fumante, maleodorante tomba le tra nemici. La percezione tendenzialmente visuale del
a cielo aperto di migliaia di persone che non erano solo a- mondo contemporaneo che concedeva spazi a voci multiple
mericane, immagine di quel crocevia multietnico e multi- e a una negoziazione continua dei confini e dei limiti delle
culturale pieno di contraddizioni che è l’America. Da lì diversità delle culture si era articolata e raffinata, tra l’altro,
spero si possa ricominciare. proprio con quelli che sono stati definiti i visual studies.
C’è poi un paese che si sente violato, che si lecca le feri- Fino all’11 settembre questo significava percorrere strade
te e si interroga su molti punti oscuri del percorso interna- nuove di convivenza tra identità etniche, religiose, di classe e
zionale trascurati e lasciati irrisolti per troppo tempo e su di genere diverse che contaminandosi si stavano modifican-
un modello di sviluppo ancora troppo self-centered per po- do, modificando il sentire e il vivere quotidiano di ognuno
tere essere sostenuto appieno. E ancora ci sono interrogati- di noi. Adesso il nostro immaginario ha subito restrizioni
vi che necessitano una soluzione immediata invece riman- che non potevamo neanche ipotizzare e che temo andranno
data dalla comunità internazionale di cui gli Stati Uniti so- a colpire anche le nostre libertà individuali e collettive. O
no i leader, come la questione etnico-politica tra Israele e la forse, al contrario, saremo addirittura noi stessi a invocare e
Palestina. Una polveriera che è un trigger comodo e di fac- apprezzare queste restrizioni aprendo spazio, nel lungo pe-
ciata per il terrorismo fondamentalista internazionale che riodo, a una accezione della complessità che ci farà riguarda-
ha piani di globalizzazione e di radicalizzazione dello scon- re il mondo intorno a noi e la nostra cultura più che mai vi-
tro ben più ambiziosi del piccolo territorio e delle condi- suale, sotto una luce e con una consapevolezza diverse.
zioni di vita “umane” reclamati dai palestinesi. E infine c’è Sta di fatto che questa guerra, che ci costringe a schierar-
il pericolo anche in Occidente di ricadere nel fin troppo ci, per il momento rattrappisce in un binarismo sterile un
prevedibile tranello dell’antisemitismo e dell’antiamerica- sentire che si è profondamente modificato nel corso dell’ul-
nismo d’accatto, comunque purtroppo ancora molto diffu- timo secolo, privandoci di quella libertà di punti di vista che
si, che, identificando fin dalla fine dell’Ottocento capitali- Hannah Arendt considerava come l’essenza di ogni agire po-
smo ed ebraismo, hanno segnato epoche pericolose di pre- litico. Infatti quello che adesso ci sembra “naturale” per lun-
giudizi antimodernisti e antidemocratici. go tempo è stato assolutamente impensabile e impensato.
La priorità di alcuni elementi delle mie considerazioni su
altri è per tutto ciò stata ribaltata e rivoltata proprio come La nostra vita ha luogo sullo schermo. La vita nei paesi indu-
un calzino. Nel tentativo di districare un groviglio interiore strializzati è sempre più vissuta sotto la costante sorveglianza
di telecamere: dagli schermi sugli autobus a quelli negli shop-
di emozioni ed esterno di nodi irrisolti mi addentrerò, come
ping malls, da quelli sulle autostrade o sui ponti a quelli accan-
il protagonista di Stanley Kubrick in Shining, in un labirinto to ai bancomat (…). L’esperienza umana è adesso più visuale e
la cui via d’uscita non mi è affatto familiare e il cui percorso visualizzata di quanto lo sia mai stata nel passato: dalle imma-
mediatico rivela ampie zone d’ombra create da una realtà gini satellitari a quelle mediche delle sonde ecografiche che
più brutale della finzione che ha scompaginato non solo il possono penetrare nel corpo umano. Nell’era degli schermi vi-
nostro vivere quotidiano, ma le radici profonde delle nostre suali il vostro punto di vista è cruciale.
 ANNA CAMAITI HOSTERT INTRODUZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA 

Così si apre il libro di Nicholas Mirzoeff in cui l’autore duzioni indistinguibili l’una dall’altra come ha mostrato
prima di passare all’illustrazione del campo di intervento dei Benjamin. Questa visualizzazione che si può ripetere all’in-
visual studies cerca di definire cosa sia una cultura visuale. finito adesso è divenuta quasi obbligatoria e, certo non va a
Dopo avere scartato definizioni che genericamente fac- rimpiazzare totalmente il discorso linguistico, ma lo rende
ciano riferimento a una semplice dissoluzione delle barrie- più comprensibile, più veloce e più effettivo trasformando
re disciplinari del sapere come spartiacque tra la modernità tuttavia i parametri della comunicazione.
e il postmoderno attraverso la nozione semiotica di rappre- Il primo passo verso una cultura dei visual studies è il
sentazione, o esclusivamente a una sociologia della cultura riconoscimento che l’immagine visuale non è stabile, ma
visuale capace di creare una teoria sociale della visualità i- cambia il suo rapporto con la realtà esteriore in particolari
solata dagli altri sensi, lo studioso approda a una definizio- momenti della modernità.
ne che, non appartenendo a nessuna disciplina, si concen- La nostra cultura visuale ha come obiettivo chiave
tra sui momenti in cui il visuale è elemento di contestazio- quello di capire come queste immagini complesse si com-
ne, dibattito e definizione in termini di identità plurime e pongano. Adesso che la realtà può essere manipolata dai
singolari. Ed è proprio qui che si è determinata una svolta. computer emerge la paradossalità dell’immagine virtuale e
Il mondo come “testo” è stato rimpiazzato dal mondo l’impossibilità di distinguere la fiction dalla vita reale, con
come “immagine” e il campo della visualità sfida ogni ten- il conseguente scavalcamento di essa. L’immagine fotogra-
tativo di definire la cultura soltanto in termini linguistici. fica o filmata può anche non indicare più la realtà perché
La rinascita di nuove barriere disciplinari non avrebbe sen- può essere manipolata. La sua virtualità postmoderna elu-
so dopo la rottura di quelle vecchie. È invece l’idea di un de costantemente la possibilità di comprendere la realtà,
“corpo” emergente del sapere postdisciplinare che provie- creando una crisi del visuale che è non più solo un proble-
ne dai cultural studies anglosassoni ad affermarsi, soprat- ma specialistico per le discipline tradizionalmente visuali.
tutto quelli che, basandosi sull’attraversamento delle disci- È un problema del quotidiano. La proliferazione delle im-
pline tradizionali, concentrano la loro attenzione sulle i- magini non rientra più nella complessità di una cosiddetta
dentità etniche, di genere, religiose e di classe nei loro pro- “single picture”. Perciò la cultura visuale si anima entro la
cessi di formazione e di contaminazione quotidiana. realtà virtuale individuando punti di resistenza nella crisi
In questo senso la cultura visuale è una “tattica del sape- dell’informazione e nel surplus visuale della vita quotidia-
re che serve a studiare la genealogia e le funzioni della vita na. La distruzione postmoderna della realtà viene compiu-
giornaliera postmoderna”. È la risposta ai media visuali sia ta nel quotidiano non più dalle avanguardie. Ecco perché
da parte degli individui che dei gruppi. La sua definizione la cultura visuale dirige la sua attenzione non verso settings
viene dalle domande che pone e dalle vie di uscita che cerca. strutturati come il cinema, le gallerie d’arte o altro, ma ver-
C’è una sorta di indipendenza dalle immagini in se stes- so gli eventi visuali del quotidiano che di quei settings ri-
se e invece un’enfasi peculiare a immaginare o visualizzare producono le immagini in altri luoghi non deputati a esse
l’esistenza e “cose” che non sono in se stesse visuali. (il film nel video Tv, l’opera d’arte su una scatola di fiam-
Caratteristica della modernità che la distingue dall’anti- miferi o una busta del supermercato ecc.).
chità o dal Medioevo, epoche in cui il mondo era compre- I visual studies rappresentano un nuovo corpo emer-
so come libro e in cui le immagini non erano rappresenta- gente del sapere postdisciplinare che si concentra sulla
zioni simili agli oggetti, ma erano esse stesse oggetti, è stata continua formazione e trasformazione delle identità indivi-
la lenta costruzione della possibilità di innumerevoli ripro- duali e collettive nella vita sociale quotidiana. La loro at-
 ANNA CAMAITI HOSTERT INTRODUZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA 

tenzione si concentra sul punto di vista del consumatore prerogativa di chi guardava e la visibilità di chi era guarda-
più che su quello del produttore. Il ruolo dello “spettato- to. Il panopticon era una “inspection house” i cui abitanti e-
re” pertanto diviene fondamentale soprattutto alla luce del rano isolati l’uno dall’altro e costantemente sotto la sorve-
fatto che l’esperienza visuale non può più essere completa- glianza di amministratori che essi non potevano vedere. Il
mente spiegabile entro il modello della testualità. La viabi- mondo era diviso in due: il carceriere non visto sorvegliava
lità di quest’approccio risiede nella continua abilità di sfi- e controllava il carcerato sempre visibile. La chiave di ri-
dare le istituzioni per trasformarle e non nell’essere assor- baltamento di questo sistema di potere era la resistenza del
biti in esse. In questo senso i visual studies “rappresentano carcerato a questa totale visibilità.
l’unica strategia dell’impegno sociale e politico dell’oggi”. Oggi quello stesso fantasma che servì a rendere invisibi-
Sono una struttura interpretativa fluida centrata sulla com- le il colonialismo allora in fase di espansione non è più solo
prensione della risposta ai media visuali da parte della gen- una minaccia. Ricompare flesh and blood con una morfolo-
te. La loro definizione viene dagli obiettivi che gli individui gia diversa in presenza di una crisi senza precedenti e pro-
e la collettività si pongono e dagli interrogativi che solleva- babilmente porterà a società blindate e sotto sorveglianza
no nel tentativo di superare i confini tradizionali del sapere che forse saremo noi stessi a invocare e incoraggiare.
per interagire con la vita giornaliera. La dialettica digitale del soggetto sociale dei nostri gior-
Tutto ciò era vero fino all’11 settembre. Prima di allora ni mostrava prima contraddizioni che rivelavano, ad esem-
il momento cruciale di riflessione poteva ancora essere pio in momenti delicati nei rapporti internazionali, l’ombra
quello delle forme di narrazione della pluralità degli eventi del panopticon. Questa era mediata e contrastata però dal-
e del come l’immediatezza delle immagini possa condurre la presenza di una cultura visuale elaborata sulla base di u-
a una nuova narrativa capace di influenzare il nostro rap- na “intervisualità” in cui si presentava l’interazione simul-
porto con essi, con la realtà virtuale e non, svelando il ca- tanea di una varietà di modi della visualità: i film, la foto-
rattere mediato della rappresentazione. Inoltre la fram- grafia, l’immagine elettronica. Di questa dialettica intervi-
mentazione del sentire quotidiano e l’immaginario colletti- suale che mostrava forme di resistenza al fantasma del bi-
vo e individuale della gente che in alcune parti del mondo narismo e apriva spazi alla pluralità di voci diverse, Mir-
vive liberamente, tra continue contaminazioni culturali, u- zoeff ci aveva offerto un’immagine a un convegno organiz-
na trasformazione in progress determinava sempre più so- zato nel marzo 2000 dalla Facoltà di Scienze della comuni-
gni disseminati, proliferati e proliferanti. C’erano in ballo cazione dell’Università “La Sapienza” di Roma intitolato
energie pronte a compiere investimenti desideranti diretti “La casa di vetro: vite me-diate” in cui erano proprio i con-
al raggiungimento della felicità e a nuove forme del con-vi- cetti di trasparenza e di visibilità a essere analizzati. Lo stu-
vere quotidiano. A quel “mondo in comune” che è il terre- dioso aveva sottolineato innanzi tutto come ad esempio
no della politica di cui ci parla Hannah Arendt. durante la guerra in Kosovo, assai diversa da quella a cui
Adesso il panorama è cambiato e quello è diventato una assistiamo oggi, ebbe luogo un’altra guerra: quella del-
sorta di wishful thinking sopraffatto e annullato dal bipola- l’informazione tra CNN e televisioni locali. L’apparire in un
rismo impoverito del nostro immaginario che questa guer- angolo dello schermo del logo CNN e dall’altro di quello
ra ha determinato. della televisione serba e gli interventi dei giornalisti che
È il fantasma del binarismo del Panopticon di cui Je- mettevano in guardia i rispettivi spettatori sulla fiducia da
remy Bentham fu autore nella seconda metà del Settecento dare a quelle immagini non solo aveva smascherato la CNN
a rispuntare sullo sfondo. In quel saggio l’invisibilità era come il carceriere invisibile del Panopticon, ma aveva pro-
 ANNA CAMAITI HOSTERT INTRODUZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA 

posto il carattere altamente mediato della rappresentazio- spontaneità e ai numerosi atti di barbarie di esecuzioni
ne. Da questa tensione potevano scaturire nuove forme di sommarie e indiscriminate, sono proprio quei kamikaze sui-
visualità. Nell’intensità della guerra i maggiori canali visua- cidi, allevati da questo regime e disposti a sprecare le loro
li nella cultura contemporanea apparivano simultaneamen- giovani vite, uccidendo altri esseri umani. E non per dispe-
te o intervisualmente: la catena espressiva dei logo, la chia- razione, per miseria, o per ignoranza, come può accadere in
roveggenza del panopticismo dei media, dei satelliti e della Palestina, ma solo per una sorta di cupio dissolvi foriero di
guerra dell’etere e infine il campo elettrico di una tecnolo- morte. È stato infatti più volte ricordato che i terroristi di
gia in cui macchine ed esseri umani erano interfacciati, ri- New York e di Washington erano colti (quasi tutti studenti
velando allo stesso tempo una forma di visualità insieme universitari), provenivano da famiglie benestanti saudite o
più vecchia e più nuova di quella Panopticon. Mirzoeff in egiziane e si erano addestrati nei campi Al Qaeda il cui
questo contesto individuava, tra le altre, le contraddizioni quartier generale si trova in Afghanistan da cui si spostava-
che il momernto storico portava con sé in altri luoghi di no liberamente tra Europa e Stati Uniti. Questi giovani so-
conflitti. Così parlava dell’artista iraniana Shirin Neshat no la dimostrazione più evidente di una cultura in cui l’im-
che era divenuta una star “globale” proprio per avere e- barbarimento e la sterilità di un genere, quello maschile,
splorato la divisione di genere nella cultura islamica o dei che ha eliminato brutalmente l’altro che genera e dà la vita,
Talebani che distruggevano in pubblico televisioni e moni- conducono a flirtare tragicamente con la morte in un viag-
tor mentre rendevano invisibili allo sguardo e alla vita i gio senza ritorno. Anch’io trovo assolutamente naturale e
corpi delle donne sotto i burka. Queste contraddizioni fa- prevedibile che un tale regime possa condurre a simili aber-
cevano parte del reale ed erano allo stesso tempo di alto razioni di morte, travestendole di fanatismo religioso.
valore mediatico. Avrebbero potuto aiutare a portare alla Certo è che la combinazione di integralismo religioso e
luce in maniera globale le infinite differenze e differenzia- misoginia diviene una miscela esplosiva capace di una radi-
zioni che culture diverse e resistenze locali avevano il po- calizzazione dello scontro senza precedenti che ha in sé il
tenziale di determinare. Erano elemento di tensione e di seme della morte.
speranza. Quella stessa speranza, che nelle parole del me- Ed è proprio il binomio visibilità/invisibilità che in que-
dico afroamericano di Viaggio a Kandahar, finito in Afgha- sto contesto acquista, a mio parere, una rilevanza proteifor-
nistan per sbaglio e costretto ad appiccicarsi una barba fin- me e una veste nuova e terribile rispetto allo schema bentha-
ta perché non gliene cresce una vera in un regime dove miano e anche rispetto alle considerazioni foucaultiane se-
quello è il marchio distintivo dell’appartenenza all’Islam, si condo cui il panotticismo è parte di un ordine sociale in cui
materializzerà soltanto nel momento in cui “i corpi delle “la visibilità è una trappola”. Quel concetto stesso di visibi-
donne afghane potranno di nuovo essere guardati”. lità dato per scontato anche da Foucault, il quale ne vede so-
Qualcuno ha scritto che ciò che è successo era altamente lo una faccia, viene rimesso in discussione ed è la chiave di
prevedibile in quanto la paura principale dei Talebani è lettura e di ribaltamento attuale dell’ordine delle cose.
quella delle donne, in particolare della loro visibilità. Que- Infatti, nella più mediatica delle guerre che è seguita
sta si traduce ovviamente nel costringerle a nascondersi sot- all’11 settembre, visibilità e invisibilità degli attanti si sono
to i burka, ma anche e soprattutto nel celebrare una perver- scambiate e continuano a scambiarsi i ruoli solamente in fun-
sa e costante frequentazione con la morte. L’esempio più e- zione di ristabilire un bipolarismo formale, statico e riduttivo.
clatante, oltre alla costrizione dell’infanzia maschile nelle Così la visibilità ripetuta e terribile della distruzione
scuole coraniche, luoghi di fanatismo e di privazione della delle Torri è stata parallela all’invisibilità delle responsabi-
 ANNA CAMAITI HOSTERT INTRODUZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA 

lità dell’attentato, peraltro non rivendicato mai direttamen- surati per motivi di sicurezza nazionale i proclami dello
te ancora da nessuno, e della reazione americana, avvenuta sceicco del terrore. Al Jazeera viceversa, essendo l’unica te-
solo dopo diverse settimane. Immediatamente però il gran- levisione ammessa in Afghanistan ha affermato che è suo
de schermo è apparso diviso tra Bush e bin Laden, ambe- dovere dare visibilità alle notizie e se queste sono i messag-
due invisibili e introvabili subito dopo il massacro, mentre gi dello sceicco invisibile è suo precipuo compito trasmet-
la visibilità dello scontro tra i due a colpi di video e pubbli- terle integralmente, assieme alle sollevazioni antiamericane
che dichiarazioni è stata immediata. I due si sono impadro- che scuotono molti dei paesi arabi e non solo l’Afghanistan
niti dello schermo, polarizzando l’attenzione e il conflitto. o il Pakistan. E ha accusato il governo americano di sotto-
Così l’America e l’Occidente si sono ridotti alle alleanze porre i suoi network a una sorta di terrorismo dell’infor-
militari e allo spiegamento di armi e il mondo islamico è mazione, imponendo censure impensabili. La CNN d’altra
divenuto il grembo del terrorismo internazionale che ha at- parte si è alimentata per avere notizie dall’Afghanistan pro-
taccato il gigante. Si sono sprecati fiumi di inchiostro e tra- prio da Al Jazeera, come dimostrano i loghi affiancati delle
smissioni televisive sia sulla spiegazione diretta o indiretta due televisioni in qualunque programma CNN.
della superiorità dell’uno sull’altro, sia al contrario sulle in- Il figlio maggiore di bin Laden, il quale con un’abilità
finite sfumature dell’uno e dell’altro, ma sempre entro una mediatica senza precedenti continua a rilasciare comunica-
frame logica bipolare. Tutti siamo caduti nel tranello. ti e a confezionare video minacciosi e strategici, in un’in-
Anche la CNN e Al Jazeera (la cosiddetta CNN del mon- tervista a un giornale arabo ha dichiarato che “suo padre e
do arabo che ha sede nel Qatar) si sono divise lo spazio i suoi uomini non saranno mai presi perché sanno diventa-
dell’etere e di nuovo si è ripetuta la guerra mediatica. Non re invisibili”, così come Rumsfield, il ministro della Difesa
più però la televisione globale CNN contro le televisioni lo- americano non ha dato nessuna informazione sulle caratte-
cali, come nella guerra del Kosovo. Adesso a fronteggiarsi ristiche morfologiche e logistiche degli schieramenti milita-
sono due televisioni globali, perché il conflitto locale si è ri e non ha permesso nessuna ripresa televisiva delle forze
globalizzato e la globalizzazione si è spettacolarizzata. dirette in Afghanistan perché questo poteva compromette-
Gli angoli dello schermo televisivo come ai tempi della re l’esito delle operazioni.
guerra del Kosovo si sono di nuovo riempiti tutti e quattro. Quindi in questa guerra dove visibili sono solo le imma-
Gli angoli alti hanno come logo fisso CNN e Al Jazeera gini di repertorio e dove i contendenti, sempre e solo uo-
mentre quelli bassi hanno i loghi delle televisioni locali e mini, si combattono a colpi di video o di conferenze stam-
dei singoli programmi televisivi che cambiano di volta in pa dosando attentamente le loro apparizioni e sparizioni, si
volta a seconda dei paesi e dei programmi. stravolgono i rapporti di potere del vecchio panopticon
Ma in questo caso non si contendono l’audience a colpi benthamiano le cui fondamenta poggiavano sul bipolari-
di veridicità delle immagini o a colpi di svelamento dell’os- smo: invisibilità-dominante; visibilità-dominato. Dominato
servatore osservato: il carceriere invisibile smascherato dal e dominante si scambiano continuamente i ruoli e le pro-
carcerato visibile. C’è stata viceversa una meta-alleanza tra teiformi caratteristiche di visibilità/invisibilità a essi legate.
i due network televisivi. La globalizzazione è ormai avvenuta.
L’accusa ad Al Jazeera da parte degli americani è stata La minaccia del panoptincon è quella di un binarismo
quella di rendere manifesti i messaggi di bin Laden occul- formale che elide la pluralità e i cui terrapieni tattici non
tando con essi il suo aiuto al terrorismo internazionale. sono fissi, ma altamente mobili: i due avversari cambiano
CNN pertanto si è limitata a trasmettere solo in parte e cen- di volta in volta postazione, spiazzando soprattutto lo spet-
 ANNA CAMAITI HOSTERT INTRODUZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA 

tatore il cui ruolo viene forzatamente ridotto in quanto sa gitale potesse essere elemento di grande trasformazione. I
ben poco di questa guerra e il cui punto di vista diviene as- Talebani e i loro alleati erano naturalmente contrari a que-
solutamente irrilevante. sta trasformazione. In questa emergenza compito della cul-
Prima dell’11 settembre si poteva ancora pensare a un or- tura visuale è asserire l’urgenza di trovare mezzi per rappre-
dine instabile, complesso e frammentato sempre pronto a ri- sentare la cultura globale uscendo da binarismi restrittivi.
combinarsi in fogge e forme diverse plurali aprendo spiragli In termini a più lunga scadenza è ancora troppo presto
di speranza e facendo emergere gli invisibili, smascherando per fare affermazioni compiute… Allo stesso modo, da col-
da un lato il ruolo dei carcerieri non solo quello dei Talebani, locare in una posizione di stallo sono sia gli attacchi agli
ma anche quello dei pochi custodi e detentori del potere eco- Stati Uniti che la loro risposta militare. Ambedue sono af-
nomico e delle risorse universali negate ai tre quarti del mon- fermazioni militarizzate di posizioni reazionarie. La loro e-
do e dall’altro ridando voce e corpo alle vittime, a chi, ad e- gemonia corrente non è, credo, destinata a durare a lungo
sempio come le donne afghane, tra le tante altre vittime, era in termini globali. Gli Stati Uniti molto probabilmente sta-
preda di un controllo brutale e violento. Adesso invece la zioneranno in questa fase acuta di reazione fino a che bin
proteiforme occupazione degli spazi dell’immagine si ricom- Laden non verrà ucciso. Dopo di che seguirà il solito isola-
bina sì continuamente, ma solo per ribadire un dualismo rigi- zionismo. Visualmente parlando penso che questo significhi
damente misogino e schematico appannaggio ora dell’uno o- il riemergere della censura e di controlli disciplinari che ri-
ra dell’altro dei due attanti della guerra ai quali importa sol- chiederanno contestazioni a livello locale. In un certo senso
tanto vincere, distruggendo l’altro. Tertium non datur. siamo in presenza di una somiglianza culturale: la crisi in-
Nessuno avrebbe mai pensato che la perversità della contrata da parte dell’era digitale della riproduzione riman-
performance degli attacchi terroristici, iniziata, va detto, da a quella che l’era della riproducibilità meccanica esperì
non per sete di giustizia, ma solo per fame di potere e di con l’avvento del fascismo. Allora fu l’estetizzazione della
conquista da parte dello sceicco del terrore, sarebbe stata politica nazionale come affermò Benjamin, oggi è la spetta-
capace di un riduzionismo così potente. colarizzazione della cultura globale. La via d’uscita da que-
All’annuncio della guerra Nicholas Mirzoeff si trovava in sta impasse sarà più veloce e meno definita di quella degli
Nuova Zelanda e abbiamo avuto uno scambio di opinioni. anni Trenta, una specie di copia dei nostri tempi incerti”.
Di una lettera mi piace riportare, con la sua autorizzazione, Quale non si sa ancora. La speranza è che un nuovo ti-
alcuni brani che tradiscono anche in lui la preoccupazione po di complessità scaturisca nel lungo periodo da questo
di una radicalizzazione e bipolarizzazione dello scontro. quadro radicalizzato, una complessità che si ricompone at-
Scrive lo studioso: “L’attacco al World Trade Center è torno a priorità diverse e inusitate e presta attenzione a
stato, tra l’altro, un tentativo reazionario di riasserire una molte delle voci mute e invisibili fino a oggi ignorate. Non
rappresentazione visuale del mondo come clash di forze op- solo quelle lontane e sofferenti delle donne e dei bambini
poste. Dalla collisione fisica di due dei più potenti simboli afghani, ma anche quelle nostre rimosse nel quotidiano,
del progetto moderno per superare i limiti del corpo e dello qui e ora, che devono dare spazio a fenomeni trascurati del
spazio – l’aereo e il grattacielo – i terroristi hanno con suc- modo di essere e di vivere di ognuno di noi. Mi auguro che
cesso fatto emergere un punto di vista del mondo teologico. tutto ciò ci porterà a riflettere e a rivedere i nostri modelli
Gli Stati Uniti d’altra parte con la loro risposta hanno con- di sviluppo, la struttura più intima della nostra cultura vi-
fermato l’assolutezza del punto di vista contrario, proprio suale e l’ambiente circostante nel quale ci muoviamo, vivia-
quando sembrava che la disseminazione della tecnologia di- mo e respiriamo ogni giorno. Un’attenzione nuova a una
 ANNA CAMAITI HOSTERT INTRODUZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA 

miriade di particolari fino a oggi trascurati ci renderà forse con, ovvero la casa d’ispezione, a cura di Michel Foucault, Michel-
più attenti alle differenze, alle nostre identità, al nostro le Perrot, Venezia, Marsilio.
sentire. Questo potrà essere, mi auguro, l’inizio di un per- Bhabha, Homi, 1994, The Location of Culture, London, Routledge;
trad. it. 2001, I luoghi della cultura, Roma, Meltemi.
corso nuovo di uscita dall’emergenza di questi tempi oscu-
Boltanski, Luc, 1993, La Souffrance à distance, Paris, Édition Metai-
ri. Tornare a essere nella pluralità del mondo, avrebbe det- liè; trad. it. 2000, Lo spettacolo del dolore, Milano, Raffaello Cor-
to Hannah Arendt, per tornare alla politica. tina Editore.
“Ma ora ci siamo svegliati – disse – per lungo tempo. Per Camaiti Hostert, Anna, 1996, Passing. Dissolvere le identità, superare
sempre voleva aggiungere Fridolin, ma prima ancora che le differenze, Roma, Castelvecchi.
pronunciasse quelle parole, lei gli pose un dito sulle labbra e Debord, Guy, 1967, La societé du spectacle, Paris, Buchet Chastel;
sussurrò come fra sé: Non si può ipotecare il futuro” (il corsi- trad. it. 1990, La società dello Spettacolo, Milano, SugarCO.
vo è mio). Così Albertine la protagonista di Doppio sogno alla Desai, Anita, 1988, Baumgartner’s Bombay, London, Penguin Books;
trad. it. 1992, Notte e nebbia a Bombay, Milano, La Tartaruga (ri-
fine del piccolo romanzo di Arthur Schnitzler si rivolge al
pubblicato nel 1999 da Einaudi).
marito, ben sapendo che viviamo in un mondo sul quale, co- Foucault, Michel, 1976, Sorvegliare e punire, Torino, Einaudi.
me ebbe a dire Heinrich Mann nel discorso commemorativo Friedberg, David, 1989, The Power of Images: Studies in the History
per la morte di Schnitzler nel 1931, “non veglia più alcun and Theory of Response, Chicago, Chicago University Press; trad.
Dio”. Anche nel mondo di adesso, viste le atrocità cui assi- it. 1993, Il potere delle immagini. Il mondo delle figure: reazioni e
stiamo, sembra ripetersi la sua assenza, eccetto che in que- emozioni del pubblico, Torino, Einaudi.
st’occasione si cerca, in modo peraltro non nuovo, di attirar- Huntington, Samuel P., 1996, The Clash of Civilizations and the Re-
ne la complicità e il consenso o da una parte o dall’altra. Spe- making of World Order, New York, Simon & Schuster; trad. it.
1997, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Milano,
riamo che lui/lei, proteggendoci gelosamente dal tarlo della
Garzanti.
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New York, Russell and Russell, 11 voll.; trad. it. 1983, Panopti- troduction to Visual Culture, Oxford, Oxford University Press.
Capitolo settimo
La morte di Diana: il genere, la fotografia
e la nascita di una visual culture globale

“Se si sopprime l’immagine, scompare non solo Cristo,


ma l’intero universo” diceva Niceforo, patriarca di Costan-
tinopoli, in risposta alle tesi degli iconoclasti alla fine del
primo millennio cristiano (Virilio 1988, p. 44). Per quanto
drammatica, questa affermazione sembra quasi riduttiva,
all’indomani dei sorprendenti eventi che sono seguiti alla
tragica morte di Diana, principessa del Galles, in un inci-
dente d’auto nella notte del 31 agosto 1997. Prima di mori-
re, Diana era una combinazione di pop star, modella d’alta
moda e icona della monarchia, oltre a essere la persona più
fotografata del mondo. La sua morte ha scatenato un cor-
doglio globale sentito intensamente in patria, ma, sorpren-
dentemente, anche a livello internazionale. Diana ha rice-
vuto le stesse forme di venerazione di una santa dell’Ame-
rica latina, le è stato attribuito dal primo ministro britanni-
co Tony Blair il contraddittorio titolo di “Principessa del
Popolo” ed è stata commemorata da Elton John come la
“rosa d’Inghilterra”. Si è unita alla necrocrazia mediatica
che comprende Marilyn Monroe, James Dean, ed Elvis
Presley, eclissandoli completamente. Una donna, il cui am-
mirevole impegno a favore dei meno fortunati non aveva
mai comportato alcuna prospettiva di drastici cambiamenti
sociali, è diventata il simbolo di un mutamento fondamen-
tale nella cultura politica britannica. Si è trattato davvero
di uno degli eventi del millennio, che ha coinvolto un vasto
numero di persone, dando vita a conseguenze impreviste e
stabilendo dei precedenti fino a quel momento inimmagi-
nabili. Una drammatica settimana dopo, la Gran Bretagna
 NICHOLAS MIRZOEFF LA MORTE DI DIANA 

non appariva più come una nazione antica e il mondo ave- sare che si sia formata durante un lungo periodo di tempo.
va potuto sperimentare, per la prima volta, come una vi- Non si è trattato semplicemente di un atto di impulsività e i-
sual culture globale possa cambiare la vita quotidiana in un steria, tipico della spontaneità volgare, ma di un leggero tran-
istante. In questo capitolo non ripercorrerò gli eventi della ce, dovuto alla morte del loro comandante in capo, Diana
Spencer. (…) Quelli di noi che si occupano di questioni so-
vita di Diana, né mi occuperò delle conseguenze della sua ciali e politiche (…) non avevano idea della sua esistenza, e ci
morte sulla monarchia britannica – considerazioni queste siamo oltretutto trovati a mal partito, per negligenza storica e
che ho già sviluppato in altri lavori. Esaminerò invece la per non aver saputo osservare abbastanza attentamente
morte di Diana come l’evento che ha segnato la fine della (Howe 1997).
fotografia e la nascita di una visual culture globale.
In questo commento attento e misurato sembra esserci
un’eco dell’ammissione di Stuart Hall che l’arrivo del fem-
La popolarità e i cultural studies minismo rivoluzionò totalmente il progetto dei cultural stu-
dies: “Uso intenzionalmente la metafora: come un ladro
Bisogna ammettere che questa notevole manifestazione che di notte è penetrato in una casa e, interrotto, ha fatto
del sentimento popolare non era stata prevista dai critici un rumore indecente e ha colto l’occasione per defecare
della visual culture e dei cultural studies. Gli studiosi del sul tavolo dei cultural studies” (Hall 1980, p. 282). Mentre
Centro per i cultural studies contemporanei di Birmingham la metafora del “ladro di notte” sembra essere la stessa a
avevano annunciato lo studio della “resistenza attraverso il cui allude Howe, a colpire immediatamente l’attenzione è
rituale”, ma con questo concetto sicuramente non intende- il riferimento escatologico, più tipicamente inglese di
vano il funerale di una principessa, il discorso di un conte quanto Hall non vorrebbe ammettere. Sembra che sia stato
o le canzoni di un noto cantante su Lite Radio. Sembra che il trauma di essere criticato dall’interno dal femminismo a
diciotto anni di thatcherismo abbiano indotto molti ricer- indurre Hall a esprimersi in maniera così pungente (Brun-
catori a lasciar perdere la cultura di massa e a condurre in- sdon 1996). Questo atteggiamento tradisce anche il timore
vece i loro studi su gruppi marginali e di minoranza. Per che il femminismo e la femminilità siano in qualche modo
quanto questo filone di indagine sia stato necessario e im- più volgari e più fisici rispetto al serio studio della cultura
portante, bisogna che ora sia controbilanciato da uno stu- popolare. Nel suo racconto della morte di Diana, Howe
dio più ampio su quel corpo sociale variegato e disomoge- cerca sempre di evitare la volgarità e, per estensione, la su-
neo che gli americani chiamano classe media, e che funge perficialità. D’altra parte, come hanno sottolineato sia Billy
da centro vitale per la cultura politica britannica. Studi re- Bragg che Linda Grant, molti commentatori della sinistra
centi su argomenti come la comunità bianca (Dyer 1997) hanno trovato gli eventi della settimana funebre di Diana
rispondono a questa esigenza, che diviene ancora più senti- “sdolcinati” e “banali”, arrivando a paragonarli a “latrati
ta alla luce della morte di Diana. Darcus Howe ha visto la di una muta di cani”, per citare Euan Ferguson. Diversi
reazione alla morte di Diana come un momento di grande corrispondenti del quotidiano di centro-sinistra «Guar-
importanza: dian» hanno parlato con tono ostile dell’“isteria di massa”
che ha accompagnato la morte di Diana («Guardian» 5 set-
È arrivata come un ladro di notte: imprevista e inattesa, unita, tembre 1997). L’isteria naturalmente viene vista come un
disciplinata e organizzata. La maniera in cui si è manifestata, difetto prettamente femminile, quindi il cordoglio popola-
lo stoicismo di questo enorme movimento di Inglesi, fa pen- re si trasforma nella femminizzazione dello Stato.
 NICHOLAS MIRZOEFF LA MORTE DI DIANA 

Secondo Linda Grant, questo disprezzo è dovuto a sua scomparsa, l’inusuale combinazione di questi elementi
si è disgregata. Gran parte del senso di spaesamento gene-
uno sprezzante, puritano disdegno delle apparenze, e una rale seguito alla sua morte si può attribuire alla distruzione
convinzione che la vera bellezza sia solo quella interiore, dell’ordine simbolico della vita quotidiana. Come compo-
mentre qualunque altro tipo di bellezza sia nulla più di un in- nente della famiglia reale inglese, beneficiava di quell’eco di
gannevole artificio. È lo stesso atteggiamento che porta a con- potere che si accompagna all’immagine formale della mo-
siderare il calcio un onesto gioco della classe lavoratrice, e lo
narchia. In verità, il suo grande successo in questo ruolo ha
shopping e il pettegolezzo, invece, come insignificanti e su-
perficiali passatempi di donne sciocche che non hanno altro evidenziato il fatto che la monarchia ha un’importanza che
di meglio da fare. E questo disdegno è un’altra forma di mi- molti commentatori non le attribuivano. Fin dagli anni Cin-
soginia (…). Questa è l’importante e inevitabile realtà: non ci quanta, la stampa popolare aveva criticato la regina Elisa-
può essere profondità senza superficialità (Grant 1997). betta II per la sua freddezza e i suoi troppo rari sorrisi,
un’opinione questa che divenne ancora più diffusa negli an-
In quest’ottica, Diana era un simbolo della visual ni Sessanta (Kelley 1997, p. 171). Nel 1969, in risposta alle
culture, femminizzata in rapporto al Mondo, una principes- pressioni dei nazionalisti gallesi, la regina aveva indossato
sa pop che amava i Duran Duran, gli Wham! e John Travol- un semplice vestito invece delle vesti regali e del diadema,
ta più della musica “approvata” dalla critica, in breve una in occasione dell’investitura del principe di Galles. In occa-
persona che incarnava quello che gli inglesi intendono con sione del venticinquennale dell’incoronazione della regina
lo sprezzante termine “volgare”. Alla cultura popolare è nel 1977, la Gran Bretagna sembrava indecisa se si dovesse
stata data dignità accademica sulla base del fatto che per- festeggiare o piangere l’evento. Mentre in molti quartieri si
mette “davvero” alla gente di affrontare delle tematiche se- organizzavano festeggiamenti in strada, la canzone dei Sex
rie che si trovano dietro alla volgarità di superficie. La mor- Pistols ironicamente intitolata God save the Queen era in te-
te di Diana ci ha messo di fronte al fatto che questa distin- sta alle classifiche, nonostante fosse bandita dalla BBC. La ri-
zione è, come tutte le distinzioni, una forma di elitismo, che vista «New Statesman», un influente giornale di centro-sini-
pretende di separare il vero grano dell’esperienza popolare stra, pubblicò un numero anti-venticinquennale con un re-
dalla pula della sua volgarità. Le sottoculture, a cui tanto soconto di quello che avevano detto alcuni bambini di 9 an-
hanno inneggiato gli scritti dei cultural studies degli anni ni, della parte nord di Londra, a proposito della monarchia.
Ottanta, hanno lasciato il posto prima alle culture dei fan, Uno dei giudizi ricorrenti era: “non mi piace la regina per-
come quella degli appassionati di fantascienza, e ora al ché è troppo snob, troppo altezzosa. Con quella faccia
mondo mediatizzato del post-fandom (Redhead 1997). bianca e il rossetto rosso sembra il Joker; con quei vestiti
La sinistra inglese, dalla quale hanno avuto origine i cul- sembra un porcospino con le maniche a sbuffo. Pensa trop-
tural studies, si è completamente sbagliata sul fenomeno po a se stessa e non si interessa dei poveri” (Fenton 1977).
Diana, proprio per la sua profonda diffidenza nei confronti Questa critica si concentra sulle apparenze; i vestiti della re-
delle immagini e dell’apparenza. Già alla sua morte, Diana gina sono fuori moda e il suo modo di presentarsi la fa ras-
era diventata un’icona visiva globale la cui immagine era somigliare al cattivo, piuttosto che all’eroe, di una serie di
diffusa attraverso tutte le tre forme di visualità moderna e- fumetti. Per dirla con i Sex Pistols, “non è un essere uma-
sposte in questo libro. La sua immagine aveva un potere no”. I bambini intervistati avrebbero avuto 29 anni al mo-
straordinario perché riuniva l’immagine formale della mo- mento della morte di Diana, l’età di molti di quelli che han-
narchia, la fotografia popolare e l’immagine virtuale. Con la no partecipato alle manifestazioni di cordoglio nelle strade
 NICHOLAS MIRZOEFF LA MORTE DI DIANA 

di Londra. Tuttavia, nell’editoriale dello stesso numero il figura comparabile alla sua, come Hillary Rodham Clinton.
«New Statesman» scrive: “la monarchia è morta, e questo è Non era semplicemente una bella donna o una celebrità,
già un male: ma è un morto che potrebbe pericolosamente ma una persona che aveva raggiunto quella che ora appare
tornare in vita (…) dato che la democrazia parlamentare è come una posizione senza precedenti nell’immaginario glo-
ampiamente screditata agli occhi dell’opinione pubblica e bale, attraverso il mezzo della fotografia, un mezzo che
non del tutto stabile”. Ci si riferisce alla monarchia come se venne eclissato durante il suo periodo di celebrità. A uno
avesse un ruolo centrale nelle questioni di governo, nono- sguardo retrospettivo, non sembra essere una coincidenza
stante gli stessi componenti della famiglia reale si tenessero che l’ascesa a star di Diana, nei primi anni Ottanta, si ac-
ben lontani dalla politica dei partiti. Nel 1981, in occasione compagnò alla trasformazione della rappresentazione visi-
del matrimonio di Carlo e Diana, le femministe indossava- va grazie alla riproduzione elettronica delle immagini. Era
no distintivi con lo slogan “Non farlo, Di”, mentre molti al- importante che Diana non fosse perfetta, che avesse delle
tri considerarono l’intero evento come un rozzo tentativo di giornate-no e soprattutto che fosse così pubblicamente in-
distogliere l’attenzione dai problemi della disoccupazione felice, perché tutto questo era visibile nelle foto che stava-
di massa di allora. In effetti, sia la regina che il principe no a testimoniare l’esistenza della realtà in un mondo vir-
Carlo presero le distanze dalle politiche della signora That- tuale. È stata la fotografia a creare la fantasia di una princi-
cher, rinsaldando così la strana alleanza tra la monarchia e pessa, con tutti gli stereotipi di genere a essa associati, e
la sinistra inglese. Ironicamente, fu la stessa Diana ad otte- poi a dissolverla letteralmente di fronte ai nostri occhi.
nere quello che non erano riusciti a fare decenni di prese di Diana rivelò che la sua bulimia era il desiderio di dissolver-
posizione da parte dei repubblicani e della sinistra, cioè si completamente, come un’aspirina solubile. L’invisibilità
screditare la monarchia attraverso i mass media. È in queste in questo caso era una fantasia non di potere, ma di fuga,
storie popolari che si trova il fenomeno osservato da Darcus soprattutto di fuga dai fotografi.
Howe. Per persone come quei bambini del nord di Londra, La storia di Diana è stata raccontata attraverso le foto-
Diana era semplicemente l’ultima occasione del vecchio si- grafie. È stato spesso sottolineato, all’indomani della sua
stema di presentarsi con un volto umano. scomparsa, come fosse in qualche modo una creatura dei
media, o, addirittura, come manipolasse le foto posando
per esse, quasi fosse possibile ignorare la selva di macchine
La fotografia e la principessa fotografiche che seguivano ogni sua mossa. Più appropria-
tamente, come disse Roland Barthes “ciò che costituisce la
Quindi, la fotografia era fondamentale per l’importanza natura della Fotografia, è la posa” (Barthes 1980, p. 79).
di Diana. La principessa non era un simbolo solo perché le Come Madonna, Diana ha innalzato l’arte di posare a vette
fotografie che attiravano tanta attenzione raffiguravano altissime, ma, come Madonna ha ripetuto spesso, che non
sempre lei come persona, piuttosto che l’astratta nozione c’è niente di nuovo nel costruire la propria immagine, cosa
di monarchia che la regina Elisabetta II si era impegnata tipica delle giovani donne che seguono la moda e la musica
tanto a rappresentare. Nella visione monarchica del mon- popolare. Diana e Madonna sono riuscite a vivere questa
do, la persona del monarca è quasi irrilevante, dato che la fantasia su un palcoscenico globale, grazie alla nuova capa-
monarchia avrà sempre un rappresentante. Per capire inve- cità delle comunicazioni elettroniche di diffondere le im-
ce quanto contasse chi era Diana come persona, basti im- magini istantaneamente in tutto il mondo. Secondo il gior-
maginare quali sarebbero state le reazioni alla morte di una nalista di tabloid Harry Arnold, la conclusione era sempli-
 NICHOLAS MIRZOEFF LA MORTE DI DIANA 

ce: “In qualche modo è stato un matrimonio fabbricato dai per le donne, attraverso un’altra donna; per gli uomini ete-
media. Diana è stata creata, se vogliamo, come la sposa per rosessuali attraverso una donna (eterosessuale) e per i gay
Carlo”. Senza dubbio questa era l’intenzione dell’entoura- attraverso l’icona della femminilità. Con il passare del tem-
ge reale. Nel 1977 si disse del principe Carlo, citando le so- po, Diana arrivò anche a rappresentare le differenze razzia-
lite “fonti”, che “avrebbe presto sposato una persona ri- li dal punto di vista delle minoranze britanniche, cosa che
spettabile e di bell’aspetto, che poi sarebbe ‘rimasta nel- sarebbe stata inimmaginabile per il resto della famiglia rea-
l’ombra’, per quanto possibile”. Il rifiuto di Diana di essere le, ancora ammantata di nostalgie imperiali. La cineasta
l’oggetto passivo di questa costruzione mediatica mandò Lucy Pilkington affermò dopo la sua morte: “Era un outsi-
all’aria questo semplice piano. I vari scrittori reali concor- der. Per questo i neri la amavano tanto. Sappiamo cosa
dano sul fatto che la percezione che Diana aveva di se stes- vuol dire impegnarsi con tutte le proprie forze senza mai
sa si modificò quando si unì alla monarchia mediatica che i essere accettato. In più ai neri piaceva il fatto che fosse le-
Windsor erano diventati. Andrew Morton attribuisce que- gata a un egiziano, Dodi al-Fayed. Si può dire che Diana
sto cambiamento a Carlo stesso, che la definì “paffutella” sotto molti aspetti era una donna nera” («Independent on
poco prima del matrimonio (Morton 1997, p. 128). Kitty Sunday» 7 settembre 1997). Vale la pena rimarcare come,
Kelley afferma che Diana si sentì mortificata, oltre che per pur essendo figlia di un conte e moglie di un erede al tro-
il commento di Carlo, anche quando vide che in televisione no, riuscisse a superare le divisioni etniche della Gran Bre-
appariva “grassa come una mucca” (1997, p. 234). Il suo a- tagna post-coloniale meglio di chiunque altro.
spetto fisico mutò drasticamente per soddisfare l’aspettati- La gente ha attribuito alle fotografie di Diana una note-
va mediatica di un corpo snello e sodo, prima a causa della vole varietà di significati. Un esempio è dato dallo scrittore
bulimia, e successivamente attraverso il lavoro quotidiano Blake Morrison:
in palestra. Il pubblico dei media passava sotto scrutinio o-
gni suo cambiamento di look, tanto che, alla fine, si può di- L’ho conosciuta una volta, durante un evento per raccogliere
re che abbiamo creato la principessa che volevamo vedere. fondi a favore della croce rossa. Forse è esagerato dire che
Indipendentemente da quale sia stata la causa prima, l’ho “conosciuta”: ero in fila, insieme con diversi altri scritto-
Diana fu coinvolta in un complesso interscambio di imma- ri, e lei mi strinse la mano e passò oltre. Ma ho la fotografia:
gine e sguardo con i media riguardo alla sua rappresenta- ha la testa leggermente abbassata per rendere gli occhi più
zione non appena divenne un personaggio pubblico. In grandi e mi guarda con Quello Sguardo, lo sguardo che dice
(con una certa malizia) “siamo uniti in questa causa”, lo
quanto tale, era un esempio classico dell’idea di Lacan che
sguardo che ti faceva pensare a Byron (“così giovane, così bel-
lo sguardo è un processo biunivoco, per il quale io vedo la, / così sola, affettuosa, indifesa”), lo stesso sguardo che sa-
me stesso che mi guarda, “sono foto-grafato” (Lacan 1964, pevi aveva rivolto a tutti gli altri presenti in sala, ma che ti
p. 108). Per Diana, era quasi letteralmente impossibile ve- mandava a casa con la sensazione che valeva la pena impe-
dere se stessa in qualsiasi modo senza essere foto-grafata. Il gnarsi nella beneficenza, che con un po’ più di sforzo si pote-
senso reale del suo essere guardata era un esempio di quel- va rendere il mondo un posto migliore, più gentile e tollerante
lo che Coco Fusco chiamava la “sorveglianza sessuale” di (Morrison 1997).
tutte le donne da parte degli uomini, o dei gay e delle lesbi-
che da parte degli eterosessuali, dei travestiti da parte di La sensazione provata da Morrison non era una conse-
chi si veste in maniera convenzionale, eccetera. Allo stesso guenza dell’incontro in sé, troppo breve per suscitare memo-
tempo era anche un complesso veicolo di identificazione: rie o sentimenti, ma della fotografia. Diana vedeva il suo im-
 NICHOLAS MIRZOEFF LA MORTE DI DIANA 

pegno nella beneficenza come “viaggi fuori città” a incontra- grafia del trofeo di caccia trascurava convenientemente di
re i “Tesco’s”1: vale a dire escursioni di un giorno a incontrare mostrare che il cacciatore aveva sparato alla tigre da una
la gente comune. Quindi è difficile che i pensieri di Morrison piattaforma rialzata dopo che, nelle parole del corrispon-
venissero da lei. La fotografia, che funge da memoria sostitu- dente di «Life», “la tigre era stata portata a tiro dai battitori
tiva di un incontro brevissimo, di fatto crea un incontro vir- indigeni”. In altre parole, gli indiani corsero tutti i rischi per
tuale con “Diana” che non è mai accaduto, ma sarebbe potu- permettere ai cacciatori bianchi di godersi un’uccisione faci-
to accadere. Come i fan di tutto il mondo, Morrison trova le e senza pericolo. La stessa regina è in mezzo al gruppo,
nella foto una propria serie di significati, partendo, come con la sua solita espressione austera e con in mano una vi-
molti altri, dallo sguardo di Diana, lo sguardo diretto all’insù deocamera, indicando che anche lei ha “sparato” alla tigre2.
dei suoi occhi azzurri, la testa leggermente chinata, che crea Filippo è in piedi a sinistra e distoglie completamente lo
un intensa sensazione di presenza e bisogno sia negli uomini sguardo dall’obiettivo. La foto fu accolta molto male in pa-
che nelle donne. Il suo sguardo porta Morrison, egli stesso tria; il «Daily Mirror» accusò il principe di aver “sparato alla
un poeta, a pensare a Byron e poi a perorare la causa roman- tigre in modo sleale, da una piattaforma alta otto metri” e
tica di creare un mondo migliore. È uno scrittore troppo at- propose un’analogia tra quella piattaforma e il divario tra “la
tento e intelligente per dire tutto questo senza una traccia di famiglia reale che caccia e uccide e il sensibile popolo bri-
ironia inglese, ma io sono convinto che ci credeva davvero, tannico” («Life» 3 febbraio 1961). Per rendere evidente
almeno nell’istante del suo incontro con la foto di Diana. questo divario, a Diana basterà essere se stessa. Nella foto di
caccia alla tigre, la coppia reale appare distante, imperialista
e non in contatto con il mondo moderno.
Le fotografie in India Non si può dire lo stesso della successiva celebrità in vi-
sita al Taj Mahal, Jackie Kennedy. Anche lei visitò il Taj
Diana non è stata semplicemente un ricettacolo delle e- Mahal al chiaro di luna, ma ebbe cura di tornarvi anche di
mozioni altrui. La sua capacità di trasformare una banale fo- giorno, in modo da poter essere fotografata. L’immagine fu
tografia in un’immagine carica di significato risaltò, nel mo- pubblicata da «Life», a colori e a pagina intera; Jackie
do forse più sorprendente, durante la sua visita al Taj Mahal Kennedy è nella classica posa dei turisti che visitano il Taj,
nel 1992. Questo monumento all’amore eterno è una tappa in piedi accanto alla panchina vicino alla grande vasca. Il
obbligata per tutti i turisti occidentali che visitano l’India, e monumento non si riesce a vedere per intero perché il fo-
Diana durante la sua visita seguì le orme fotografiche delle tografo ha posto Jackie leggermente sulla destra. Il risulta-
molte celebrità che l’avevano preceduta. La regina e il prin- to dà la sensazione che Jackie sia padrona dell’immagine e
cipe Filippo vi si erano recati durante la loro visita nel feb- dell’edificio dietro di lei, come sottolinea elegantemente
braio del 1961, ma al chiaro di luna, quindi non c’erano foto Wayne Koestenbaum:
dell’avvenimento. La coppia reale posò invece per i fotografi
accanto al cadavere di una tigre di più di tre metri, che lo Come Versailles, o la Casa Bianca, il Taj Mahal è un monu-
stesso principe Filippo aveva ucciso. Accanto ai cacciatori ci mento che misura la grandezza e sublimità di Jackie Kennedy.
sono due elefanti con le loro portantine, il mezzo di traspor- Fotografata di fronte ad esso, sembra minuscola, ma sembra
to tradizionale dell’élite imperiale. In effetti queste fotografie anche che il Taj Mahal diventi la sua estensione, sua pro-
di cacciatori bianchi con le loro tigri erano raffigurazioni tra- prietà, suo mandatario, in modo che lei possa assorbire e ri-
dizionali dell’immaginario Raj (Thomas 1995, p. 4). La foto- vendicare la sua grandezza”. (Koestenbaum 1995, p. 102).
 NICHOLAS MIRZOEFF LA MORTE DI DIANA 

La fotografia non ci parla di amore e di memoria, ma


di quell’aria di autorità e rispetto che Jackie Kennedy e-
manava così naturalmente. L’immagine mostra come il
suo vestito, a fantasia blu e verde acqua, si intoni perfet-
tamente con i colori del Taj Mahal, così che, anche se la
stampa un po’ sgranata non permette di vedere bene il
suo volto, l’intera scena sembra appartenere a Jackie.
Mentre la famiglia reale britannica ha voluto a tutti i costi
farsi rappresentare alla vecchia maniera coloniale, «Life»
racconta che “giorni dopo la sua partenza la gente la
chiamava ancora Ameriki Rani, la regina dell’America”
(«Life» 30 marzo 1962).
Trent’anni dopo, toccò a Diana posare davanti al Taj
Mahal, durante una visita ufficiale in India con il principe
Carlo. Come Jackie Kennedy, visitò il monumento da sola,
ma dando vita a immagini con una risonanza completa-
mente diversa (vedi fig. 7.1). Si fece fotografare nello stesso
classico punto, ma seduta sulla panchina invece che in pie- Fig. 7.1. La principessa Diana al Taj Mahal.
di. Inoltre, le foto furono scattate con un angolo più ampio
ed escludono la grande vasca di fronte alla principessa. Il “nostalgia imperiale” era molto sentita negli anni Ottanta,
risultato è che Diana, più che dominare il monumento co- grazie anche alla serie televisiva The Jewel in the Crown e
me Jackie, ne sembra sovrastata. La sua figura è quasi un a film come Passaggio in India che seguivano un approccio
dettaglio nell’insieme dell’immagine, ma possiamo ricono- nostalgico. Queste risonanze imperiali erano, naturalmen-
scerne i tratti distintivi della testa leggermente inclinata e te, un tratto caratteristico del governo Thatcher, soprattut-
dello sguardo rivolto all’insù. Senza l’acqua della vasca, la to dopo la vittoria nella guerra delle Falklands del 1982.
massa di marmo bianco e il cielo terso danno una sensazio- Dieci anni più tardi, il governo di John Major non aveva
ne di calore oppressivo. Diana indossa un vestito comune, più alcun sogno di gloria e la famiglia reale si apprestava a
dai colori rosso e rosa che certamente non si intonano con vivere quello che la regina definì il suo “annus horribilis”.
quelli del Taj Mahal, e con questa discordanza sottolineano La perdita che Diana simboleggiava al Taj Mahal non era
la sua solitudine. Dai servizi televisivi sull’avvenimento si e- solo la fine dei propri sogni di felicità coniugale, ma la di-
vince che, in effetti, c’era un’orda di cameraman e fotografi sillusione di molti britannici, soprattutto di coloro che
che riprendevano la principessa dall’altro lato della vasca. non avevano tratto benefici dall’effimero boom economi-
Tuttavia, quelle foto divennero dei suggestivi tributi all’a- co degli anni Ottanta, accompagnato dalle ambizioni neo-
more perduto, ancora più efficaci per l’uso di un cliché vi- imperialiste della moderna politica conservatrice. L’imma-
sivo come il Taj Mahal. gine di Diana fu così efficace, perché aveva la capacità di
Per il pubblico britannico, primo destinatario di questa superare la demarcazione fra personale e politico in un
foto, l’ambientazione indiana era assai appropriata per il modo che gli accademici, i politici e gli scrittori non sono
tema della perdita. Quella che Salman Rushdie ha definito mai stati capaci di imitare.