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LE

RIVELAZIONI
DI
CATERINA EMMERICK
VERSIONE E PROFILO BIOGRAFICO
DELLA VEGGENTE
A CURA DI DON EUGENIO PILLA
Seconda edizione

EDIZIONI CANTAGALLI
Il biografo dichiara di voler attribuire a quanto pubblicato su
Caterina Emmerick, soltanto fede storica e umana, senza
prevenire il giudizio della Chiesa.

© Edizioni Cantagalli S.r.l.


Siena - 1998

Maggio 2010 La predestinata

ISBN 978-88-8272-656-0 (eBook)


ISBN 978-88-8272-657-7 (pdf)

Prima edizione digitale 2011


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633/1941.
Soltanto ai «Vasi di elezione» il Signore palesa i suoi alti misteri, celati da un
denso velo ai comuni mortali.
Anna Caterina Emmerick fu predestinata, fin dalla nascita, a una esistenza
straordinaria che si protrasse per tutta la sua prova terrena.
Ella nacque l’otto settembre del 1774 a Flamske, villaggio poco distante da
Koesfeld città del vescovato di Münster, nella Germania occidentale: sorrise
quindi alla luce nella festa della Natività di Maria santissima, ch’ella avrebbe
filialmente amata in un modo eccezionale, specialmente con la imitazione delle
sue virtù.
In quello stesso giorno la Veggente fu rigenerata con le acque lustrali alla
chiesa di S. Giacomo di Koesfeld. Fin dall’aurora della vita la neonata fu dal
buon Dio favorita della eccezionale prerogativa di conoscere le cose sensibili,
dote propria e speciale della eccelsa Sovrana dell’universo.
Sapeva infatti che in quella festa la si portava al Battesimo, che la buona
mamma la nutriva, che tre donne, attempate e antipatiche, la portavano in
braccio, vedeva i dintorni del cammino percorso nel trasportarla alla
parrocchia.
Specialmente durante la cerimonia battesimale, i suoi occhi si aprirono
prodigiosamente, così che ella vide perfino il suo Angelo custode; vide, anzi,
anche la Vergine con il bambino Gesù; e allora, come disse la stessa Veggente,
il divin Pargoletto la impalmò con un prezioso anello.
Conosceva già le immagini dei Santi, di cui vedeva le ossa radiose di luce. In
quella memoranda data, vide inoltre i suoi antenati e un simbolo delle
sofferenze, ch’ella avrebbe avute in retaggio per trasformarle in meriti. Queste
straordinarie prerogative sembrerebbero incredibili se non le affermasse un
suo autorevole biografo degno di fede: il P. Carlo Erardo Schoeger
Provinciale dei Redentoristi tedeschi.
L’abitazione dove nacque la Veggente, per la sua grande povertà, si potrebbe
paragonare alla Grotta di Betlemme. I genitori di Caterina, Bernardo e Anna
Hiller, erano infatti poveri, ma pii e laboriosi agricoltori. Essi ammiravano la
vivacità e la dolcezza della figliuoletta; anche gli altri parenti e vicini si
convincevano ch’ella fosse una bambina eccezionale, poiché‚ l’Angelo
custode le apparve sotto le sembianze di un pargoletto amorevole e grazioso.
Il celeste Custode era radioso di bellezza e la istruiva nella dottrina cristiana, le
insegnava quello che doveva fare, le spiegava i simboli e quanto ella vedeva
per divina ispirazione. La piccola Veggente crebbe quindi in un’atmosfera di
soprannaturale; ella però, da piccina, non se ne rendeva conto, perché‚convinta
che molte altre anime fossero celestialmente assistite come lei. Questa
persuasione era permessa da Dio, affinché‚ la constatazione di questi doni,
così straordinari non rendesse orgogliosa la predestinata.
Fin dall’infanzia le fu rivelata la Storia sacra, mediante diverse visioni. La
Regina del Cielo le si presentava sul prato, attiguo alla casetta nativa, come
Signora di un bellissimo aspetto, tutta dolcezza e bontà. La impareggiabile
Sovrana offriva a Caterina la sua materna protezione e le presentava, inoltre, il
suo divin Figliuoletto affinché‚ si trastullasse con Lui. Dapprima la pastorella
era rimasta sorpresa di quelle apparizioni, ma poi, per la sua ingenuità e
innocenza, si abituò a trattar familiarmente con la Madonna, con il pargoletto
Gesù e con l’Angelo custode, anche perché‚ incoraggiata dall’amorevolezza di
quei celesti Personaggi che le manifestavano tanta benevolenza.
Di conseguenza, la piccola Veggente parlava con semplicità di quanto
vedeva, e la buona gente, che le stava d’intorno per ascoltar con devota
ammirazione le sue sorprendenti dichiarazioni riguardanti la Storia sacra, ne
era edificata ed entusiasta. Quando però qualcuno dei suoi ascoltatori le
rivolgeva domande, ella taceva perché‚ per la sua semplicità, pensava che non
convenisse discutere su tali argomenti. Era anche persuasa che fosse
preferibile il silenzio alle parole; quindi, se interrogata, talvolta rispondeva
«sì» o «no», secondo il suggerimento del divin Maestro: oppure concludeva il
suo dire con un «Sia lodato Gesù Cristo!».
Per Caterina quanto le veniva rivelato era così chiaro ed evidente, da
persuadersi che le stesse rivelazioni fossero fatte anche a tutte le altre sue
coetanee cristiane. Se costoro non raccontavano le stesse visioni, ciò
dipendeva, secondo il suo giudizio, dalla loro maggiore discrezione in
proposito. Convinta di ciò, Caterina taceva per imitare il loro esempio.
Intanto la maggior soddisfazione del suo caro papà consisteva
nell’ascoltarla, quando ella lo aiutava nel lavoro campestre. Affranto dalla
fatica, il buon uomo sedeva sull’erba al rezzo di qualche pianta, e invitava a sé‚
la cara figliuoletta bella e pura come un angelo.
«Suvvia, Annetta! – le diceva. Raccontami qualche fatto...».
Allora la Veggente parlava della Bibbia, ma con tale sentimento e tanta
enfasi, che suo padre ne rimaneva ammirato e commosso.
«Ma, figlia mia, – le diceva, – dove hai tu appreso tali cose? È proprio vero
quello che dici?».
«Sì, papà, è proprio vero quanto affermo, poiché‚ io le cose le vedo così!»
rispondeva la ragazzina.
Perciò il buon agricoltore rimaneva pensoso. Come dubitar della veracità di
quell’angioletto? Anche alla mamma di Caterina succedeva così. Quella
benedetta figliuolina era evidentemente una prediletta di Dio e una predestinata
a grandi avvenimenti.
Da notarsi inoltre che, fin dall’infanzia, Caterina ebbe il dono speciale di
discernere il bene dal male, il sacro dal profano; il dono di distinguere
l’ordine dal disordine nelle cose spirituali e in quelle materiali. Ancor
bambina, portava dalla campagna piantine medicinali, di cui ella sola
conosceva le qualità terapeutiche; le trapiantava quindi dentro l’orticello di
casa sua per servirsene in caso di necessità, e anche per giovare, con esse, a
qualche persona ammalata. Conosceva pure le erbe velenose, che strappava dai
siti frequentati dalla gente affinché‚ non nuocessero ad alcuno; sradicava
specialmente le erbacce che, a quei tempi, si adoperavano per pratiche
superstiziose.
Nel passar per certi luoghi dove si erano commessi gravi peccati, pareva che
avesse le ali ai piedi; intanto pregava per i peccatori e faceva anche penitenza
per espiare le loro colpe. Frequentava invece, con tanto piacere, i luoghi sacri
per dedicarsi all’orazione e ringraziare il buon Dio di averla fatta nascere da
una famiglia cristiana ed esemplare.
Poiché‚ custodiva un branchetto di pecorelle al pascolo, stava parecchie ore
all’aperto, in una solitudine operosa, mentre sferruzzava, con la mente assorta
in Dio. Allorché‚ scorgeva di lontano il passaggio del Viatico, subito
s’inginocchiava sul tappeto erboso per adorare seraficamente il divin
Consolatore che andava a confortare qualche anima in procinto di spiccare il
volo verso l’eternità.
A sole cinque primavere di vita, pregava con le braccia in croce e faceva
spesso la «Via crucis», durante la quale si prostrava anche sulla neve. Precoce
nello spirito di penitenza e di carità, si mortificava nel nutrimento anche per
dividere il disponibile tra le sue amiche più povere di lei. Ciò perché‚ l’altrui
sofferenza la faceva soffrire, e quindi s’industriava per mitigarla. Pregava
anche per le mancanze o i difetti delle sue compagne, alle quali insegnava la
virtù, più con l’esempio che con le parole.
Fin da bambina, per la scienza infusa, sapeva che tutte le anime cristiane
erano membri del corpo mistico della Chiesa. Aveva inoltre visioni di quanto
avveniva nel mondo: di pericoli, di naufragi, di furti, di ammalati insofferenti,
di prigionieri addolorati, di viandanti smarriti, di moribondi abbandonati. Per
tutti costoro ella pregava con fervore affinché il buon Dio li soccorresse.
Ancor bambina distingueva gli oggetti sacri dai profani. Sentiva avversione
per le sepolture dei pagani; invece provava una grande attrattiva verso le
reliquie dei Santi, come ferro attratto da calamita. Fenomeno ancor più
sorprendente: conosceva le reliquie dei Santi in modo da poter dar notizie non
solo dei particolari riguardanti la loro vita, ma anche della storia delle stesse
reliquie.
Per tutta la vita, Caterina ebbe intime relazioni con le anime del Purgatorio,
che procurava di suffragare con offrire preghiere, aspre penitenze e anche
opere buone. Riconoscenti per tali suffragi, le anime purganti l’assistevano
amorevolmente tra serie difficoltà. Era tanto l’assegnamento che esse facevano
sulle sue orazioni, che talvolta la invitavano a intensificare i suffragi. Perciò la
destavano anche durante il sonno; allora la pia Veggente, nonostante il rigore
di certe notti invernali, si alzava dal duro giaciglio per far l’esercizio della
«Via crucis». Spesso, con qualunque tempo e quindi anche d’inverno, andava a
Koesfeld per ascoltar tante Messe a suffragio delle anime più bisognose di
soccorso. Quantunque insufficientemente vestita, perché disponeva di poveri
indumenti lisi e di grossolani zoccoletti di legno, percorreva qualche lega di
cammino sotto l’imperversar della neve o delle bufere, pur di assistere al divin
Sacrificio dell’altare, con edificazione di quanti la vedevano così mortificata
nel portamento, sollecita e fervorosa nelle pratiche religiose. Come rimanere
indifferenti, del resto, a quegli esempi di vita austera, caritevole e pia, così da
emulare i Santi?

L’erta scabrosa
Fin dai suoi primi anni di esilio terreno, Caterina cominciò a confortare gli
infermi, di cui curava, con pietosa sollecitudine, piaghe e ulceri; era anche
molto generosa verso i poverelli; quantunque povera ella stessa, beneficava i
più indigenti di lei con un cuore da reginetta della carità, poiché considerava
nei bisognosi la personificazione di Gesù, divenuto povero volontario per la
umana redenzione. Per riuscire a soccorrere gli sventurati, si levava perfino il
pane di bocca; per avere qualche dono con cui confortarli, si accontentava del
puro necessario, non solo riguardo al nutrimento, ma anche in quanto al
riposo. Si nutriva volentieri di quanto agli altri avanzava a mensa, poiché la
porzione migliore era riservata agli affamati, ai quali offriva il soccorso con
un incantevole sorriso.
Ogni notte trascorreva parecchie ore in orazione; per mortificarsi, talvolta,
d’inverno, s’inginocchiava sulla neve e all’addiaccio; poi si coricava al suolo,
su tavole disposte a forma di croce. Era così schiva delle notizie riguardanti il
mondo, che non frequentava mai adunanze dove si parlasse di argomenti
profani; invece era assidua alla chiesa, alle prediche e ai discorsi edificanti. Se
s’incontrava casualmente in occasioni pericolose, fuggiva terrorizzata, poiché
anche il più leggero peccato l’affliggeva fino ad ammalarsi.
Fuggiva pure ogni leggerezza ed evitava le vanità anche non peccaminose,
perché persuasa che non piacessero a Dio. Era avida di mortificazioni, poiché
costatava che, nel rinnegare i propri appetiti istintivi, otteneva il centuplo per
la vita interiore, come la potatura rende più fertile la vigna e le piante
fruttifere.
A sette anni di età accedette al Sacramento della penitenza, al quale si preparò
con un accurato esame; si confessò con sincerità e dolore delle proprie
mancanze, che probabilmente non erano neppure peccati veniali, perché
indeliberate. Dopo la prima confessione, confidava al suo direttore spirituale
anche le visioni fino allora avute, poiché la mamma ne la rimproverava di
queste, quasi che esse fossero superstizioni.
A circa dodici anni, si accostò alla prima Comunione, alla quale fu preparata
dallo stesso Salvatore. Superfluo perciò dichiarare che ricevette il divino
Amico con la massima devozione, emulando il fervore dei Serafini. In quella
data memoranda, domandò al divin Visitatore la grazia di «essere buona e che
si compisse in lei, sempre, la divina volontà».
Dopo aver trascorso la fanciullezza nella beata libertà campestre, Caterina
andò a lavorare presso un suo parente che la tenne a casa propria per due anni.
Ma poi Anna Hiller richiamò in famiglia l’amata figliuola, perché la presenza
di lei in casa era desiderata da tutti i suoi cari che la consideravano quasi un
angelo e personificazione della bontà.
Caterina aveva appena varcato la soglia dell’adolescenza quando un giorno,
mentre lavorava sul podere insieme con i genitori e le sorelle, udì lo
scampanìo del convento dell’Annunziata di Koesfeld. Quel suono le destò nel
cuore un così vivo desiderio di entrare in quel monastero, che cadde al suolo
svenuta. Trasportata a casa, l’adolescente vi languì parecchio tempo, per un
misterioso malore.
Proprio in quel tempo scoppiò la tragica rivoluzione francese, che la
convalescente vide su quadri impressionanti. Il suo Angelo custode l’aveva
perfino trasportata, in spirito, fino alla prigione della regina di Francia, Maria
Antonietta, e a quella del re Luigi XVI. La stessa Veggente descrisse ai genitori
e ai suoi nove fratelli l’aspetto desolato della sovrana, specialmente per
dichiarar loro di avere ammirato la rassegnazione cristiana di lei e del suo
marito. Ma i suoi ascoltatori non credevano a quanto aveva detto loro, come
non prestavano fede neppure ad altre visioni. I fratelli, anzi, la consideravano
quasi fattucchiera e si burlavano di lei.
Dapprima Caterina supponeva, per la sua semplicità di animo, che molti si
rallegrassero della sua straordinaria chiaroveggenza; poi invece,
nell’accorgersi di essersi ingannata in proposito, giudicò opportuno astenersi
dal raccontare le sue meravigliose visioni. Intanto però continuava ad avere
visioni simboliche che si armonizzavano insieme: esse le facevano
comprendere, in parabole, il fine della vita, i mezzi adeguati a conseguirlo, le
pene, i pericoli e le lotte che avrebbe dovuto sopportare nel futuro.
Dopo una lunga convalescenza, sua madre l’affidò ad un’amica sarta,
affinché le insegnasse il mestiere, e la diligente figliuola lo apprese assai bene
poiché intelligente e animata da buona volontà. Uscita da quel laboratorio già
provetta sarta, la Veggente andò a Koesfeld per lavorare quale operaia presso
una modista che la stimava assai per la sua singolare abilità professionale, e
quindi la tenne presso di sé per due anni.
Caterina non si sentiva inclinata alla vita secolaresca, perché aspirava allo
stato religioso, ma la sua vocazione era ostacolata dalla povertà, per la quale i
suoi cari non le potevano assegnare la dote richiesta per l’entrata di lei in
religione. Pensò quindi d’imparar a suonare il clavicembalo presso l’organista
Söntgen, il quale l’accolse volentieri in casa sua dove, quale compenso delle
lezioni che le sarebbero state impartite, ella avrebbe servito come domestica.
Se avesse appreso a suonar bene quello strumento, forse sarebbe potuta entrare
quale postulante in qualche monastero, ma la difficoltà della musica, il tempo
troppo limitato che aveva a disposizione e le continue pratiche di pietà con cui
la Veggente si esercitava, le impedivano di riuscirvi.
In ogni sua azione, la pia giovane assecondava i disegni di Dio. Era
instancabile nella sua straordinaria attività per soccorrere i poveri e confortare
i sofferenti. Preparava vestiti per indigenti, visitava gli ammalati e assisteva
pietosamente i moribondi, anche per aiutarli a morire riconciliati con Dio.
Quando qualche sofferente non si rassegnava a sopportare i suoi dolori, la
caritatevole infermiera chiedeva al Signore che li mandasse a lei stessa;
esaudita in tale richiesta, ella se ne giovava poiché trasformava quelle
sofferenze in altrettanti meriti mediante la rassegnazione cristiana.
Nonostante la sua povertà, non le mancò mai il necessario per soccorrere i
bisognosi. «Benedetta in modo speciale da Dio, – scriveva il suo biografo
Redentorista, – Anna Caterina poté, ogni anno, elargire così abbondanti
elemosine di ogni genere, che il loro ammontare eccedeva di molto 180 talleri
d’argento». Talvolta si privava perfino dell’indispensabile alla vita; perciò sua
madre doveva portarle da casa pane, uova e latte; Caterina però ne faceva parte
agli affamati, contenta di mortificarsi per sollevar la loro indigenza.
Un giorno, nel visitarla, la buona mamma le disse:
«Il tuo desiderio di separarti da noi, per entrare in un monastero, ci addolora,
poiché tu sei sempre la mia prediletta. Quando poi osservo, in casa, il posto
che prima occupavi a mensa, il mio cuore soffre nel riflettere che lavori
lontano da noi per guadagnar denaro, che, poi distribuisci ai poveri, incurante
di te stessa... Come mai profondi le tue sudate economie con tanta prodigalità,
per la quale sei sempre stata in miseria? Come vedi, io ti porto quanto posso,
con sacrificio di tutti, ma quando constato che tu distribuisci tutto ai poverelli,
mi sento cader le braccia. Perché fai sempre così?».
Allora Caterina rispose:
«È vero, cara mamma, che non mi è rimasto nulla, ma ciò dipende dalla santa
volontà di Dio, il quale dispone che io soccorra i più miseri di me. Perché il
Signore non si lascia mai vincere in generosità, siamo sicure che Egli
provvederà con regale munificenza a me e a tutti voi».
Come rispondere a quegli argomenti di completa fiducia nella divina
Provvidenza, per la quale quella santa figliuola considerava tutto alla luce
della fede e della carità?

Il serto di spine
Anna Caterina trascorse alcuni anni a Koesfeld, dedita alle buone opere,
all’orazione e al lavoro. Umile di sentimenti, sempre docile come una
bambina, quantunque fosse nella primavera della vita, si lasciava guidare,
nello spirito, dal Confessore, e si affidava completamente al suo Angelo
custode.
Durante la fanciullezza, si era abituata a lottare contro il re delle tenebre che
tentava di piegar la sua volontà verso il male, o, almeno, d’impedire gli atti
virtuosi ch’ella faceva disinteressatamente a favore del prossimo. Il nemico del
genere umano comprendeva che Anna era una creatura privilegiata e capace di
guastargli i piani. La Veggente infatti lo vinceva sempre, senza mai cadere agli
assalti del tentatore. Caterina si trovò parecchie volte, di notte, circondata da
fantasmi, mentre pregava in ginocchio con le braccia in croce, ma nessuno
spirito malvagio riuscì mai a offuscar la sua innocenza e neppure a scalfire
l’adamantina fortezza dell’anima sua che non cedette ad alcuna lusinga
diabolica.
Pure, durante la sua giovinezza, ancor prima ch’ella entrasse al monastero,
sul suo corpo incontaminato cominciavano a manifestarsi i segni delle piaghe
di Gesù, per i quali ella sofferse acerbi dolori. Fin da quel tempo, quasi gelosa
delle sue segrete sofferenze, procurava di nasconderle a quanti l’avvicinavano.
Intanto la Passione di Gesù la interessava grandemente poiché, durante la
celebrazione della Messa, assisteva al sacro dramma del Golgota; talvolta
contemplava sull’Ostia Gesù sofferente e stillante sangue. La Veggente
desiderava con tanta intensità provare le sofferenze del Redentore e di
partecipare alla vita intima della Chiesa, che il Signore le concesse, oltre le
stimmate, anche un’altra grazia straordinaria: quella di vedere e di seguir
fedelmente lo svolgersi dell’anno ecclesiastico, in modo da sentire nell’anima
e sul corpo l’effetto delle celebrazioni liturgiche di ogni giorno. Per esse, ella
gioiva, o si rattristava, secondo le circostanze determinate dalla sacra liturgia.
A ventiquattro anni di età, ella ricevette una grazia che il Signore concesse,
sulla terra, a molte anime elette e consacrate al culto speciale della sua
dolorosa Passione. Si trattava di sofferenze fisiche e visibili che derivavano
dalla testa di Gesù coronata di spine. Ecco le parole della stessa stimmatizzata:
«Quattro anni prima, della mia entrata al monastero, verso il 1798, a
mezzogiorno, stavo inginocchiata davanti a un Crocifisso, dentro la chiesa dei
Gesuiti di Koesfeld. Mentre ero assorta in meditazione, sentii un calore dolce e
vivo; intanto dall’altare del Santissimo vidi venire verso di me il mio celeste
Sposo sotto le amabili sembianze di un giovane sorridente. Con la mano
sinistra Egli sosteneva una corona di fiori e con la destra un serto di spine; poi
mi presentò le due corone affinché io scegliessi quella che meglio preferissi.
Senza tergiversare, scelsi la corona spinosa; allora Gesù me la pose sulla
fronte e io ve la compressi con ambedue le mani. Poi l’affascinante giovane
scomparve e io cominciai a sentire un acuto dolore alla testa. Intanto si stava
per chiudere la chiesa e io perciò dovetti uscire da essa. Da notarsi che v’era
con me un’amica, la quale mi stava sempre accanto e avrebbe perciò potuto
osservare quella stupenda visione. Ma durante il tragitto verso casa le
domandai se vedesse qualche ferita sulla mia fronte, e la interrogata rispose
negativamente.
«Eppure, il giorno seguente, la mia fronte e le tempie erano gonfie e mi
causavano acuti lancinamenti. Tali dolori, causati dalla enfiagione, si
ripeterono con frequenza e talvolta perduravano interi giorni e notti. Non mi
accorsi mai che dalla mia fronte stillasse sangue, ma le mie compagne mi
avvertivano dell’opportunità di cambiare la berretta, poiché quella che usavo
era piena di macchie colorate. Lasciai che le amiche pensassero in proposito
quello che volessero; intanto mi ordinavo i capelli in modo da coprire il
sangue, che mi usciva dalla testa. Così feci, in seguito, anche al convento, dove
una sola persona scoperse il fenomeno, ma ne mantenne fedelmente il
segreto».
L’autore di queste notizie biografiche, da lui pubblicate, vide molte volte, alla
luce del giorno e da vicino, stillare dalla fronte di Anna Caterina Emmerick il
sangue, che le scorreva poi giù per la faccia; egli lo vide in quantità sufficiente
da imbeverne il panno, che la stimmatizzata aveva intorno al collo.

Tormenti
Vivissimo era il desiderio, che Caterina aveva di entrare quale postulante in
un monastero. Aveva già chiesto di essere ammessa tra le Agostiniane di
Borken; poi tra le Trappiste di Darfald e quindi tra le Clarisse di Münster, ma
la sua povertà e quella dei tre monasteri costituirono un ostacolo
insormontabile alla sua accettazione.
Finalmente il buon Dio dispose che il suo ardente desiderio venisse appagato
in una circostanza, che poteva sembrare fortuita, mentre invece era
provvidenziale. I genitori di una postulante desiderosa di entrare tra le
Agostiniane subordinavano il loro consenso alla precisa condizione che la pia
figliuola vi entrasse insieme con l’amica Anna Emmerick. Anche perché la
postulante disponeva di una cospicua dote, le Agostiniane accettarono pure la
Emmerick, poiché così costei suppliva, almeno in parte, alla propria assoluta
indigenza. Ma poi la Veggente dovette vincere l’opposizione dei parenti che
tanto l’amavano e avrebbero perciò voluto trattenerla in famiglia, poiché ella
avrebbe continuato a onorarla con le sue elette virtù.
Finalmente il 13 di novembre del 1802, otto giorni prima che si festeggiasse
la Presentazione della Vergine, ella ricevette l’abito di novizia al monastero
delle Agostiniane di Dülmen, nella Vestfalia. Allora, in quel monastero, non si
saggiava la vocazione delle novizie con la severità dell’antica regola
agostiniana, ma la Provvidenza supplì a questo difetto, per la novizia
Emmerick, con dure prove per saggiar la sua fortezza d’animo e arricchirla di
tanti meriti, poiché ella accettava tutto dalle paterne mani di Dio, con una
completa e gioiosa rassegnazione alle sue imperscrutabili disposizioni.
Veramente le pene che ci s’impone per amore di Dio non sono affatto
insopportabili anche se schiaccianti, ma la croce più simile a quella di Gesù
consiste nell’accettare con pazienza accuse ingiuste e castighi immeritati. Così
avvenne appunto alla Emmerick, che durante l’anno di noviziato, per
disposizione di Dio, fu sottoposta a tutti i rigori, per i quali l’avrebbe fatta
passare una esperta maestra di noviziato al tempo della maggiore severità
dell’Ordine agostiniano.
La situazione era umanamente triste sotto diversi aspetti: nessuna delle sue
connovizie, come pure nessun direttore spirituale, né alcun medico potevano
comprendere le sue condizioni eccezionali. Fin da quando viveva con la gente
campagnuola, Anna Caterina aveva già imparato a occultare i doni
meravigliosi che riceveva da Dio. Attualmente però tale occultamento non le
riusciva agevole, poiché viveva tra novizie le quali, quantunque pie, erano
tuttavia curiose e provavano una forte gelosia o almeno invidia spirituale dei
privilegi che notavano nella Veggente, diversa da tutte le altre. Inconscie dei
fenomeni, per i quali la vita interiore dell’anima può manifestarsi all’esterno,
le connovizie concorrevano a rendere la vita del noviziato umanamente penosa
alla Emmerick. Costei doveva dunque soffrire in silenzio la incomprensione di
quelle monache e connovizie che attribuivano le sue frequenti doti
soprannaturali a una vana e orgogliosa ostentazione della sua albagia. Alcune
dubitavano anche della sua sincerità e mormoravano in sordina della sua
velleità di distinguersi dalle altre per primeggiare su tutte.
Ma quantunque si sussurrasse in segreto sul conto suo, la Emmerick
indovinava le loro intenzioni così poco edificanti; benché conoscesse anche le
trasgressioni alle Regole monastiche, che commettevano le sue denigratrici,
non si vendicava mai di esse con il deferirle alla superiora del monastero;
pregava piuttosto affinché si emendassero e dessero buon esempio con una
perfetta osservanza.
Intanto però, forse inconsciamente, si rendeva penosa alla pia novizia la vita
del noviziato. Piuttosto d’irritare con reclami e rimproveri quante non la
giudicavano equamente, Caterina se ne stava ritirata dentro la sua celletta, la
più povera e squallida del monastero, alla quale però ella era affezionata
appunto perché angusta, disagevole e adatta quindi a farla soffrire per amore
di Gesù, in un religioso silenzio.
«Quella povera celletta – disse poi Anna Caterina quando dovette
abbandonarla, – era per me tanto interessante e così magnifica, che mi pareva
racchiudesse una parte del Cielo».
Benché amasse la solitudine operosa, per dedicarsi all’orazione e all’attività
con l’anima assorta in Dio, pure talvolta giungevano fino a lei le dicerie che si
facevano sul conto suo nella parte più remota del monastero: Iddio disponeva
così affinché quelle recriminazioni infondate e ingiuste la esercitassero nella
pazienza. Esse però trafiggevano il suo cuore sensibile come se fossero acuti
dardi. Ma ella sopportava tutto con una inalterabile pazienza per amore di Dio.
Talvolta la sua carità la induceva perfino ad avvicinare qualche
mormoratrice e a cadere ai piedi di lei per chiederle perdono se l’avesse
scandalizzata mediante un contegno riprensibile. Si sospettava perciò ch’ella
avesse origliato presso la porta della sala, dove si era mormorato di lei, ma in
realtà la conoscenza di quelle recriminazioni avveniva assai diversamente.
Quando la Regola dell’Ordine, che la novizia considerava quale legge sacra,
veniva trasgredita, ella ne vedeva in spirito non solo le trasgressioni, ma anche
chi si era resa rea di esse. Talvolta, trasportata dallo spirito interiore,
compariva tosto là dove la Regola era stata trasgredita, o con mancanze contro
la prescrizione del silenzio, o contro la Povertà; allora citava, senza averlo
appreso prima, il tratto delle Regole che si sarebbe dovuto osservare. La sua
comparsa quindi era come l’apparizione di uno spirito.
Il suo confessore, tuttavia, le permetteva di ricevere la Comunione con
maggior frequenza delle altre novizie, poiché il suo ardente desiderio di
andare alla mensa degli Angeli la faceva languire di amore. Ma vi erano certe
invidiose che talvolta la giudicavano «ipocrita».
Altre le rinfacciavano il favore che aveva ricevuto nell’essere stata ammessa
al monastero quantunque povera e ignorante contadinella, ma Caterina non se
ne adontava. Ella chiedeva, anzi, al Signore che le facesse espiare la pena di
questa mancanza di carità, in modo da stornare dalle sue denigratrici ogni
castigo meritato per il loro animo così mal disposto contro di lei.
Nel Natale del 1802, Anna si ammalò gravemente di una violenta
palpitazione di cuore e, nonostante le cure con cui si tentava di guarirla, la
paziente sofferse in silenzio quella malattia fino al 1812, anno nel quale, resa
estatica, ella ricevette sul petto il segno esterno di una Croce.
Intanto la sua precaria salute la faceva considerare più come un onere, che
quale vantaggio per il monastero, perciò non la si considerava benevolmente
neppure dalla superiora e dalla maestra delle novizie. Eppure Caterina
lavorava il più possibile nel servire umilmente, e, nonostante le sofferenze, si
prodigava per adempiere con esemplarità i suoi doveri; dimentica dei torti che
riceveva, non conservava rancore, ma amava in Cristo tutte le persone tra le
quali conviveva. Perché animata da vera carità, non fu mai così felice come in
quella critica condizione di trovarsi tra tante privazioni e pene umanamente
intollerabili.
Oltre a ciò, Caterina si mortificava rigorosamente nel vitto e nel riposo;
martoriava il suo corpo verginale come se le fosse nemico. A questo
proposito, il Decano D. Bernard Overberg, suo Direttore spirituale, asseriva:
«Prima che Anna Emmerick entrasse al monastero, trattava il suo corpo con
molto maggior rigore che dopo, perché non sapeva che quelle asprezze non si
dovessero praticare senza il permesso del Confessore. Le mortificazioni, alle
quali ella alludeva e che considerava insignificanti, consistevano in catenelle e
funi, di cui si cingeva, nonché di una sottoveste di tessuto ispido e grossolano
che si era cucito ella stessa per tormentarsi.

Mistica Sposa
Dopo tale preparazione risultante di pene, di umiliazioni e di sofferenze
accettate con gratitudine dalle paterne mani di Dio, la esemplare novizia il 13
novembre del 1803, a ventiquattro anni di età, emise la professione solenne,
per la quale diventò Sposa di Gesù al monastero agostiniano di Agnetemberg,
a Dülmen.
«Quando pronunciai i Voti religiosi, – disse ella stessa – i miei parenti mi si
manifestarono assai benevoli. Mio padre e il fratello maggiore mi regalarono
due pezze di tela. Mio padre, pio ma severo, aveva tollerato con ripugnanza la
mia entrata al monastero e nel separarci mi diceva che avrebbe pagato la mia
sepoltura, disposto però a non dar nulla per il convento. Le sue espressioni si
attuarono, poiché la tela donatami per la Professione avrebbe servito di
lenzuolo mortuario per il mio seppellimento nel chiostro». Ella disse ancora:
«Dimentica di me stessa, non pensavo che a Gesù e ai santi Voti. Le mie
consorelle non mi comprendevano e io non potevo spiegar loro come mi
trovassi. Il buon Dio nascondeva loro molte grazie, che Egli mi concedeva...
Nonostante i miei gravi dolori, non ebbi mai maggior ricchezza interiore di
allora: l’anima mia era inondata di felicità...
«Frequentemente, di notte, indotta dall’amore e mossa dalla divina
Misericordia, mi esprimevo con parole ardenti e amorevoli, come facevo da
bambina. Nonostante ciò, perché spiata con occhi sospettosi, mi si accusò di
temerario ardimento con Dio. Una volta, a tali osservazioni risposi che mi
pareva maggior temerità ricevere il Corpo del Signore senza prima aver
conversato familiarmente con Lui.
«Quando lavoravo al rezzo del giardino, volavano verso di me i passeri, che
poi mi si posavano sulla testa e sulle spalle; allora cantavamo insieme le lodi
del Signore. Intanto vedevo sempre presso di me l’Angelo custode e,
quantunque lo spirito maligno mi assalisse, non poteva farmi molto male. Il
mio desiderio della SS. Eucaristia era così veemente e irresistibile che, di
notte, uscivo frequentemente dalla mia cella per andar ed entrare in chiesa se
aperta; se essa era chiusa, io rimanevo presso la porta o addossata alla parete,
anche d’inverno. Spesso genuflettevo e mi prostravo verso il Santissimo con le
braccia distese e talvolta entravo in estasi.
«Il Cappellano del monastero, che veniva caritatevolmente presto a darmi la
Comunione, mi trovava in quegli atteggiamenti. Mentre però egli apriva la
porta, io rinvenivo; poi mi avvicinavo ansiosamente al comunicatorio, felice
di accostarmi al mio Signore e Dio.
«Allorché esercitavo l’ufficio di sagrestana, salivo ai luoghi più elevati; sulle
cornici, sui frontoni e sulle modanature, dove pareva umanamente impossibile
ascendere. Allora ne approfittavo per pulire e ordinare più cose. Mi pareva di
aver presso di me spiriti beati, che mi sollevassero e sostenessero, ma questo
fenomeno non mi sorprendeva, perché vi ero abituata fin dall’infanzia. Perciò
non mi vedevo mai molto sola; insieme con quegli spiriti eletti, facevo tutto
agevolmente e con familiarità. Invece con certe persone, mi trovavo sola e
così desolata, da piangere come una bambina che voglia ritornare a casa sua».
Benché Sr. Caterina fosse di costituzione fisica delicata e piuttosto gracile,
fin dall’infanzia, praticava mortificazioni, digiuni e veglie. Come già
dichiarato, si applicava all’orazione notturna e ai lavori agricoli più faticosi,
in tutte le stagioni. Anche al chiostro lavorava l’orto assiduamente, benché le
sue sofferenze fisiche e specialmente spirituali andassero aumentando così da
causarle frequenti infermità. Queste malattie e sofferenze erano spesso
volontarie, perché Sr. Anna domandava al Signore di riservarle anche le pene
altrui. Succedeva perciò che quando ella domandava al buon Dio la infermità
di qualche persona, la liberava dal suo malore o almeno ne alleviava la
sofferenza, che doveva poi sopportare personalmente e con merito per la sua
eroica generosità e pazienza. Ma il più delle volte preferiva espiar la pena
dovuta a qualche colpa altrui; allora si offriva spontaneamente a Dio, disposta
a sacrificarsi per l’anima colpevole. Gesù accettava il sacrifizio della sua
diletta Sposa, la quale lo sopportava con gioia e profitto perché in unione con i
meriti della sua Passione. Così l’eroica agostiniana tesorizzava le proprie
infermità e quelle che chiedeva a Dio per sollevarne altri; così faceva pure per
espiare le mancanze e negligenze della Comunità religiosa, e spesso si
sacrificava anche per suffragar le anime del Purgatorio.
Avida di sofferenze, come le giovani mondane ricercano le vane glorie del
mondo, Sr. Caterina diceva: «Il riposo tra le sofferenze mi è sempre sembrato
desiderabile, perché esse sono assai preziose per la vita eterna. Gli stessi
Angeli ci invidierebbero la possibilità di soffrire se l’invidia non fosse una
imperfezione umana».
Intanto la Rivoluzione francese causava gravi conseguenze anche alla
Germania: essa contribuiva al rilassamento dei costumi, alla secolarizzazione
della cultura e allo sviluppo del razionalismo: cio è di quel sistema filosofico
che escludeva l’intervento della rivelazione e considerava la ragione come
unico principio di conoscenza. Ne seguivano guerre e persecuzioni, che nel
1811 culminarono con la soppressione dei monasteri. Perciò il tre dicembre di
quell’anno fu soppresso anche il monastero di Agnetemberg e le monache
agostiniane, là residenti, si dispersero come pecorelle senza pastore e in balìa
dei lupi.
Quattro anni prima di tale soppressione, Sr. Caterina era ritornata a Flamske
per visitare i suoi genitori, presso i quali era rimasta due giorni. Durante quel
tempo era andata a pregare, per molte ore, davanti alla croce prodigiosa di S.
Lamberto di Koesled. Aveva pregato per la pace e per l’unione delle sue
consorelle; a questo fine, aveva offerto la Passione di Gesù e chiesto al
Signore la grazia di provare, almeno in parte, i tormenti che il suo celeste
Sposo aveva sofferti sulla croce.
Dopo questa supplica, aveva sentito le mani e i piedi doloranti quasi fossero
stati trafitti dai chiodi. Da quella data aveva cominciato anche a soffrire di una
continua febbre, che si doveva attribuire ai dolori delle sue estremità. Per tutto
ciò, spesso, non poteva neppur camminare e il dolore alle mani le impediva
certi lavori, che prima poteva fare. Da quella data cominciava quindi il suo
penoso «Calvario», che avrebbe preluso al «Tabor», poiché la sua
rassegnazione le dava ali per spiccare il volo verso la celeste Gerusalemme.

Sorprendenti fenomeni
Quando, il 3 dicembre del 1811, il monastero di Sr. Emmerick fu soppresso,
venne chiusa anche l’annessa chiesa conventuale. Mentre le agostiniane si
disperdevano sgomente per il loro avvenire irto d’incognite, Sr. Anna Caterina
dovette rimanere quasi a custodia del suo monastero, perché povera e
ammalata. Ma la Provvidenza dispose che fosse assistita, per amor di Dio, da
una caritatevole conversa del cenobio stesso.
Là rimase pure l’abate Lambert, un vecchio sacerdote emigrato, che
celebrava la Messa preclusa al pubblico. Questa piccola Comunità rimase al
monastero fino alla primavera del 1812.
Siccome però Sr. Anna Caterina era molto sofferente e la sua dimora al
monastero avrebbe aggravato le sue critiche condizioni sanitarie, la si doveva
traslocare altrove per la speranza che migliorasse. L’abate D. Lambert, dopo
varie vicende, riuscì finalmente a trovarle alloggio presso una buona vedova
del popolo, povera di censo, ma ricca di cuore. Perché anch’egli dovette
allontanarsi dal monastero per la prepotenza dei rivoluzionari, fu pure accolto
dalla stessa vedova Roter, che gli assegnò un discreto appartamentino. Così
egli avrebbe potuto assistere spiritualmente la stimmatizzata, che occupava una
cameretta al pianterreno, la quale era prospiciente sulla strada pubblica.
Là dentro, tra quelle quattro pareti, la serafica Suora rimase inferma fino
all’autunno del 1812. Con grave rincrescimento doveva rinunciare alla Regola
monastica, alla cappella del Santissimo e anche al raccoglimento, che le
riusciva molto laborioso perché disturbata dai rumori della sottostante via;
tanto più che, alla finestra, si potevano anche affacciare i passanti curiosi e
indiscreti.
Ma il buon Dio la confortava con straordinari rapimenti durante l’orazione e
con relazioni spirituali ch’ella, più frequentemente di prima, aveva con il
mondo invisibile. Talvolta si trovava in misteriose condizioni, ch’ella stessa
non aveva ancora sperimentate, ma fiduciosa nella divina Provvidenza, si
abbandonava docilmente all’adorabile volontà di Dio.
In questo tempo, Gesù volle incidere sul suo corpo verginale le piaghe,
ch’Egli stesso aveva ricevute durante la propria Passione. Come già dichiarato,
fin dalla sua fanciullezza, Sr. Caterina aveva implorato dal Signore la grazia
che le imprimesse indelebilmente sul cuore la sua santa Croce, per farle così
sempre ricordare l’infinito amore di Gesù verso l’umanità peccatrice; non
aveva però mai pensato a un segno esteriore della Passione. Attualmente,
allontanata dal monastero e respinta dalla malvagità umana, chiedeva tale
privilegio con maggior ardore che mai.
Il 28 di agosto, festa di S. Agostino patrono dell’Ordine monastico, mentre la
Suora innalzava al Cielo questa supplica, fu rapita in estasi con le braccia
distese. Allora vide avvicinarsi a lei un giovane radioso di luce e somigliante
al suo celeste Sposo, che le appariva talvolta. Quel giovane tracciò sul petto di
lei, con la destra, un segno di croce e da allora Sr. Caterina ebbe sopra
l’epigastrio un segno conforme, che constava di due strisce lunghe 75
millimetri, larghe 42 e incrociate. Più tardi su quella zona, la pelle presentava
come una escrescenza quasi causata da una scottatura; quando essa si
schiudeva, lasciava uscire un umore ardente e incolore, ma talvolta così
abbondante, da imbeverne i panni aderenti a essa. Dapprima la Stimmatizzata
non sapeva come spiegare quel misterioso fenomeno e pensava che si trattasse
di un copioso sudore. Alcune settimane dopo quell’apparizione, Sr. Caterina,
nell’innalzare al Cielo la stessa supplica, contemplò la medesima apparizione.
Allora il misterioso giovane le presentò una minuscola croce come quella
descritta sulle storie della Passione. Ella l’afferrò con ardore e poi se la strinse
fortemente al petto; quindi la restituì. Ella stessa dichiarò, poi, che quella croce
era morbida e diafana come cera. Ella però non seppe immediatamente che
avrebbe avuto, sul petto, quel segno esteriore.
Poco tempo dopo, la Stimmatizzata andò con la nipote della pia vedova a
visitare un antico eremo presso Dülmen. Là cadde in estasi e perdette l’uso dei
sensi; poi, rinvenuta, fu accompagnata a casa. Poiché il doloroso bruciore,
ch’ella sentiva al petto, aumentava di giorno in giorno, esaminò la zona
dolorante e si scoperse la figura di una croce impressa sullo sterno, la quale
sembrava compenetrata sulla pelle. Allora ne parlò confidenzialmente a una
monaca, con la quale era in buon accordo; dopo di averle descritto la visione
avuta, si cominciò a parlare della sua straordinaria condizione di
stimmatizzata.
Da allora in poi, la sua prostrazione fisica per il dolore che le causava quella
ferita, era tale che il domenicano P. Limberg le amministrò perfino il Viatico,
poiché la supponeva ormai alla fine della vita. Ma poi si riebbe e il 2
novembre del 1812 si alzò da letto per l’ultima volta per andare a ricevere la
Comunione alla chiesa parrocchiale. Ma in quel giorno dedicato alla
Commemorazione di tutti i defunti, uscì penosamente dalla sua cameretta e
poté giungere alla chiesa con molta fatica e pena. Poi non poté più lasciare il
letto. Da quella data sino alla fine dell’anno, ella pareva sempre in procinto di
esalar l’anima; ricevette perciò anche gli ultimi Sacramenti.
Poi, a Natale, sulla croce che portava impressa sul petto, le si manifestò un
piccolo segno crociforme, in modo che vi figurava una doppia croce. Essa
emetteva sangue tutti i mercoledì; poi sanguinava anche il venerdì.
Ricevette quindi le piaghe alle mani e ai piedi, quasi per una crocifissione,
durante gli ultimi giorni del dicembre 1812. Il 19 di quel mese, alle quindici,
ella giaceva assai ammalata dentro la sua stanzetta; stava distesa sul letto, ma
con le braccia protese verso il Cielo in un atteggiamento di estasi. Intanto
meditava sulle sofferenze del Salvatore e Lo pregava di farla patire con Lui.
Pregò a onore delle cinque piaghe e, mentre aumentava il suo fervore, si
sentiva sempre più infiammare di amore. Poi notò un alone di luce investirla e
vide, tra quello splendore, delinearsi la radiosa figura del Salvatore crocifisso.
Le piaghe di Lui splendevano come altrettanti dischi solari. A quella vista, il
cuore dell’estatica si commosse di gioia e s’intenerì di compassione nel
considerare le sante piaghe. Allora il suo desiderio di soffrire con il Redentore
divampò e intanto dalle mani, dai piedi e dal costato di Gesù irradiavano raggi
di una tinta sanguigna e terminanti in forma di freccia, che si infissero sulle
palme, sui piedi e sul petto della Veggente. I tre raggi provenienti dal costato di
Gesù terminavano a punta di lancia.
Intanto dalle ferite della Stimmatizzata stillava sangue, ma ella rimase
parecchio tempo fuori dei sensi e quando rinvenne, non seppe chi mai avesse
abbassato le sue braccia. Vide, con sorpresa, il sangue che le grondava dalle
mani e sentì lancinanti dolori ai piedi e al petto.
Anche la figlia della vedova, entrata nella cameretta dell’Estatica, vide le
mani insanguinate di lei. Impressionata nel notar quel misterioso fenomeno, lo
confidò alla madre, la quale andò subito a vedere e rimase intimorita per
quell’inspiegabile accaduto. Preoccupata di quanto costatava con i propri
occhi, interrogò in proposito la Stimmatizzata, la quale le raccomandò di non
manifestarlo ad alcuno.
Dopo avere ricevuto le stimmate la Serva di Dio notò che avveniva un
misterioso mutamento fisico sul suo organismo, perché pareva che il suo
sangue scorresse, dentro le vene e le arterie, verso le piaghe. Perciò la
Stimmatizzata sospirava:
«Tutto è ineffabile!».

Torture
Suor Caterina desiderava ardentemente di ritornare al monastero, poiché si
sentiva come un pesce fuor d’acqua, o quale uccello con le ali tarpate.
Espresso tale desiderio all’amica Gertrude Ahaus, costei riferì alle autorità
ecclesiastiche come, specialmente per le stimmate, la Suora volesse entrare in
qualche convento.
«Quando le dissi che si erano ormai soppressi quasi tutti i monasteri, –
soggiunse la giovane – ella mi dichiarò di essere disposta a entrare in
qualunque convento, anche se convinta che, dopo otto giorni di prova, la si
sarebbe dimessa. Mi disse inoltre di preferire l’Ordine più rigoroso».
Il 24 ottobre del 1813, ella fu trasportata all’abitazione del panettiere
Limberg fratello del Domenicano che l’aveva viaticata. Là rimase fino al 1821,
quando Clemente Brentano le procurò un nuovo alloggio più comodo e
conveniente.
Il 23 ottobre del 1813, la Stimmatizzata fu trasferita a un’altra abitazione
attigua a un giardino. Le sue condizioni divenivano sempre più penose. Le
piaghe, per lei, furono causa d’indicibili sofferenze fino alla morte. Invece
però di riflettere sulle grazie di cui esse erano sicura e preziosa caparra di
gloria e di merito, Sr. Caterina, per la sua umiltà, le considerava piuttosto
come una pesante Croce che la opprimesse per causa dei suoi peccati. Il suo,
dolorante corpo stimmatizzato doveva anche predicare, a parole di sangue,
Gesù sofferente e crocifisso.
Ella si sarebbe volentieri nascosta per evitare ogni sguardo, ma l’ubbidienza
la obbligò a sottostare a diversi giudizi e critiche di moltissimi curiosi. Nel
soffrire i più atroci dolori, sembrava ch’ella avesse perduto perfino il diritto
di disporre di se stessa, tanto si credeva comunemente di aver diritto di vedere
e giudicare a piacimento quei fenomeni che non giovavano ad alcuno, ma
piuttosto privavano la Stimmatizzata del desiderato raccoglimento e anche del
riposo, di cui necessitava per tante traversie. Le indiscrete domande, che le si
rivolgevano, erano quasi tutte scortesi e suggerite da una vana curiosità. Si
vide perfino un uomo corpulento il quale, nel salir faticosamente su per le
scale di accesso alla cameretta di Sr. Caterina, si lamentava perché, come
diceva, una persona come la Stimmatizzata, la si sarebbe dovuta esporre alla
pubblica curiosità dentro una piazza, e viveva invece in un appartamento così
difficilmente accessibile e scomodo.
Non per nulla l’angelica Suora era stata espulsa dal chiostro in un’epoca di
orgoglio, di prepotenza, d’incredulità, di materialismo e d’indifferenza
religiosa.
Adorna delle sacre Stimmate della Passione, si pretendeva ch’ella ostentasse
le sue piaghe sanguinose a persone scettiche, le quali non credevano alle
piaghe di Gesù e quindi tanto meno a quelle, che erano soltanto fedeli
immagini di esse. Così la Veggente, che durante la sua vita serafica aveva tanto
pregato, nel far la «Via Crucis» davanti alle «Stazioni dolorose» del divin
Condannato, oppure presso una croce fissata al margine di qualche strada, si
identificava con quella stessa croce esposta allo sguardo dei passanti, per
essere da alcuni insultata, compianta da altri, considerata quale oggetto
artistico da molti e incoronata di fiori da mani innocenti.
Tutti i fenomeni, che si manifestavano nella pia e paziente Stimmatizzata,
erano da lei nascosti anche a quanti l’avvicinavano di più, fino al 25 febbraio
del 1813, quando per caso essi vennero conosciuti da una sua antica
Consorella di monastero. Era bastata quella casuale scoperta, perché, alla fine
di marzo, tutti parlassero di Anna Caterina stimmatizzata. Il 23 di quello stesso
mese ella fu sottoposta a una visita del medico locale che, dopo un attento
esame, si convinse della verità che sfatava il suo falso modo di pensare a
riguardo di lei. Uomo di coscienza, il sanitario testimoniò poi quanto aveva
visto e costatato. Da quell’incontro, egli rimase sempre il suo medico curante e
ammiratore.
Il 28 di marzo, una commissione stabilita dall’autorità ecclesiastica, volle
assumere informazioni precise in proposito. In quell’occasione, grazie a Dio,
la Stimmatizzata si attirò la benevolenza dei suoi Superiori e si assicurò la
devota amicizia del Decano D. Overberg, il quale, da allora in poi, la visitava
ogni anno, specialmente per dirigere l’anima sua e consolarla.
Anche il consigliere municipale Druffel, che presenziava alle informazioni
come medico, cominciò a stimarla e poi ebbe perfino venerazione di lei. Egli,
nel 1814, pubblicò sulla rivista di medicina di Salbourg una particolareggiata
relazione dei fenomeni osservati su Sr. Caterina. Nel 1826, a Parial, si parlava
ancora con rispetto della famosa Stimmatizzata.
Molte persone, anche assai distinte di condizione sociale, come la
principessa Galitzen, furono consolate nel parlare alla Veggente dolorante sul
letto delle sofferenze; tante rimasero edificate della pazienza, saggezza e carità
della Suora.
Perché ella non poteva neppure alzarsi da letto, si ridusse alla impossibilità
di mangiare; si limitava a bere soltanto poco vino annacquato. Talvolta sorbiva
il succo di qualche prugna o ciliegia, ma sovente esso le provocava moti
antiperistaltici e quindi conati di vomito. Questa impossibilità di alimentarsi, o
meglio, questa possibilità di vivere di soli liquidi fu prerogativa di parecchi
Santi.
Nel 1817, la sua vecchia e pia mamma lasciò la famiglia per andar a
concludere la sua lunga giornata terrena presso la figlia prediletta. Sr. Caterina
ne rimase molto confortata e le manifestò il più tenero amor filiale nel
consolarla e anche nel pregar per lei. Dopo di averla piamente preparata alla
conclusione del suo esilio terreno, Sr. Caterina le chiuse gli occhi stanchi il 13
marzo di quell’anno con le mani ferite.
Il 22 ottobre del 1818 la Stimmatizzata ricevette anche la visita del Vescovo
Mons. Sailler che volle intervistarla, perché la stimava per le sue elette virtù.
Era edificante pensare a quei due nobili cuori, quasi fusi dall’amore di Gesù,
effondersi presso la Croce che la Veggente teneva sempre sotto lo sguardo
contemplativo per apprendere dal Martire divino il modo migliore con cui
tesorizzare il dolore.
Il venerdì 23 ottobre il pio Vescovo rimase per quasi tutto il giorno presso il
letto di dolore della Emmerick, commosso nel vedere uscir sangue dalla testa,
dalle mani e dai piedi di lei. Nel trovarsi presso quel pio Vescovo, Sr. Caterina
provava intanto grandi consolazioni. Poi Mons. Sailler raccomandò alla
Veggente d’informar delle proprie condizioni un suo incaricato, che avrebbe
preso accurata nota di tutto. Quindi ascoltò la sua Confessione e poi, il sabato
24, le diede la Comunione con immenso gaudio di lei. Il Vescovo continuò
quindi il suo viaggio, ma al ritorno volle trascorrere un altro giorno presso la
Stimmatizzata poiché la vista di lei gli faceva tanto bene allo spirito. Egli ebbe
sempre tanta stima di lei, si raccomandava spesso alle sue preghiere e la
ricordava quotidianamente durante la S. Messa.

La porpora del Re
Il 15 dicembre del 1819 Sr. Emmerick contemplò, durante una visione,
quanto le era avvenuto fino allora, ma lo vide come se ciò riguardasse un’altra
religiosa, ch’ella supponeva non distante da se stessa. Considerò tutti quei
particolari con un vivo senso di compassione, mentre si umiliava
profondamente, senza saperlo, davanti a se medesima. Poi disse:
«Non devo certamente lamentarmi, dopo aver considerato le sofferenze di
quella povera religiosa. Benché il suo cuore sia circondato di una corona
spinosa, ella ne sopporta lo strazio tranquillamente e sorridendo. Sarebbe
quindi obbrobrioso che mi lamentassi delle mie pene, mentre ella sopporta
serenamente un cruccio più grave del mio».
Queste visioni, in cui riconobbe poi la propria storia, si ripeterono spesso;
per esse, si scopersero i particolari di tutte le sue piaghe.
Quando i suoi Superiori spirituali le domandavano donde provenissero
quelle ferite, la interrogata rispondeva modestamente:
«Spero che provengano dal buon Dio!».
Sr. Caterina chiedeva insistentemente al Signore di liberarla dalle piaghe
esterne per evitarle i turbamenti e le pene ch’esse le causavano. Queste
suppliche però non furono esaudite che dopo sette anni.
Gli esami, ai quali si era dovuta sottomettere per le sue stimmate e visioni, la
facevano molto soffrire. In parecchie circostanze, l’avevano esaminata non
solo ecclesiastici, ma anche civili. Nell’interrogarla, costoro la martoriavano
in tanti modi per comprendere razionalmente o scientificamente quanto era
suscettibile di umana spiegazione. Sr. Anna li chiamava quindi «persecutori».
Quantunque alcuni di essi la trattassero amorevolmente, pure ella intuiva le
ipocrite intenzioni di qualcuno.
«Ve n’erano di così falsi e maligni, – diceva – da non potersi giudicare
diversamente».
In realtà, tra costoro v’era il consigliere Bönninhausen, che fu sempre un
ostinato avversario della Stimmatizzata.
«Un giorno, – dichiarava la Emmerick – l’abitazione del Consigliere ardeva
per un incendio causato da sostanze infiammabili, le quali precipitavano
ustionando persone vicine e lontane. Io ero molto spiacente che il Consigliere
ne avesse così grave danno, ma vidi che l’incendio sembrava provocato per
danneggiare me. Scorsi infatti un tronco che piombava verso di me in modo da
precipitar sulla mia testa. Ne rimasi perciò allarmata, ma proprio in
quell’istante mi si avvicinò un’anima, la quale deviò il tizzone ardente, che
cadde quindi al suolo, poco lontano dal sito su cui mi trovavo io. Quell’anima
mi disse poi: «Questo fuoco non brucia: io sopportai fiamme molto più
divampanti, ma ora sto bene».
«Riconobbi poi, con gioiosa sorpresa, che quella era l’anima eletta di una
buona contadinella, la quale, durante la mia infanzia, mi aveva sempre voluto
bene. Quell’anima, da circa trent’anni separata dal corpo, splendeva
straordinariamente. Mi ringraziò dei suffragi che avevo offerti a Dio per essa.
Mi disse che si rallegrava di avermi potuta aiutare in quella critica circostanza.
Mi confidò d’essere felice e di dovere il godimento della sua felicità alla mia
generosità nel suffragarla. Soggiunse che dovevo consolarmi, quantunque
avrei dovuto sopportare ogni sorta di sofferenze; mi raccomandò di ricevere
tutto dal buon Dio e mi promise di proteggermi. Poi concluse così: «Non sono
sola ad aiutarti, poiché tu hai moltissime anime disposte a soccorrerti. Sono
quelle per le quali pregavi e che soccorrevi con i tuoi suffragi. Tutte esse, a
tempo opportuno, ti ricambieranno la generosità con altrettanti aiuti».
«Poi mi fece vedere una innumere moltitudine di anime, che avevo
conosciute. Io le vidi in diverse condizioni e seppi che tutte mi favorivano.
Vedevo contemporaneamente ardere la casa del Consigliere e seppi che
l’incendio era conseguenza della sua perfida attività contro di me...».
La Stimmatizzata sofferse anche per i dispiaceri, che ebbe il compilatore
delle sue visioni. In una visione simbolica le fu rivelato, come gli scritti
riguardanti tali visioni non sarebbero accettati come veritieri; che anzi si
sarebbero disprezzati dalla sua nazione e quindi sarebbero resi noti ad altre
nazioni, in cui, secondo le dichiarazioni della stessa Veggente, «essi avrebbero
prodotto buoni frutti; poi il loro benefico influsso si sarebbe esercitato anche
sulla Germania».
Intanto quelle visioni, incominciate dall’infanzia della Veggente e che
l’avevano allietata fin dall’aurora della sua vita, non dovevano rimanere
sconosciute; perciò il buon Dio aveva destinato un uomo a raccoglierle per poi
pubblicarle decorosamente: fu Clemente Brentano.
Verso l’anno 1819, il sangue stillava raramente dalle piaghe di lei e poi
cessò completamente. Il 25 dicembre di quell’anno, le croste alle mani e ai
piedi caddero e lasciarono cicatrici biancastre, le quali, in determinati giorni,
riprendevano il loro aspetto carneo, ma i dolori perdurarono sempre. Il segno
crociforme e le piaghe sul petto rimasero invece visibili come prima. La
Stimmatizzata ebbe inoltre sempre, ma specialmente in giorni determinati, la
dolorosa sensazione della corona di spine intorno alla testa.
Allora non poteva appoggiare il capo su alcuna parte e nemmeno toccarlo
con le mani; trascorreva diverse ore e talvolta intere notti seduta sul letto,
sorretta con cuscini e come immersa dentro un mare di dolori. Questo suo
orribile tormento sfociava quasi in un flusso di sangue, più o meno
abbondante, che grondava dalla fronte. Talvolta ne rimaneva imbevuta non
soltanto la cuffia, ma il sangue fluiva anche giù per la faccia e per il collo. Il
Venerdì santo, 19 aprile del 1819, tutte le sue piaghe si schiusero e
sanguinarono, ma poi si rimarginarono nei giorni successivi.
Si fece perciò, da medici e naturalisti, una rigorosa dichiarazione sullo stato
della Stimmatizzata che, per conseguenza, rimase separata entro una casa
solitaria dal 7 al 29 di agosto.
Poiché dall’accurato esame non si ottenne un risultato soddisfacente, il 29 di
agosto la Veggente fu trasportata nuovamente all’abitazione di prima.
Il Decano D. Oveberg poi le scrisse: «Che avvenimento è successo per
potervene lamentare? Io rivolgo questa domanda a un’anima che desidera
solamente assomigliare al suo celeste Sposo. Non siete forse stata trattata con
maggior delicatezza del vostro Sposo Gesù? Non dev’essere quindi motivo di
gioia per voi l’avervi aiutata ad assomigliargli? Avete forse sofferto molti
dolori come Gesù, ma gli insulti da voi ricevuti sono scarsi. Insieme con la
corona di spine non avete ricevuto ancora il manto purpureo, né la tunica di
scherno: non udiste neppure il grido di morte, che fu lanciato dalla plebaglia
contro il divin Condannato. Non dubito che questi sentimenti siano i vostri. Sia
lodato Gesù!».

Il Pellegrino
Il Venerdì santo del 1820, 30 marzo, la testa, le mani, il petto e i piedi della
Stimmatizzata sanguinarono nuovamente. Uno degli astanti, che
accomodavano il letto di lei, memore che, nell’applicarle qualche reliquia le si
procurava sollievo, avvicinò ai suoi piedi un pannolino, che era servito ad
avvolgerne una. Allora il sangue, che fluiva dai piedi, imbevve quel tessuto.
Quando esso fu disteso sulle spalle e sul petto della paziente, che soffriva
molto, ella entrò in estasi e disse:
«Che scena meravigliosa! Vedo il mio celeste Sposo riposare dentro il suo
sepolcro, sulla celeste Gerusalemme, dove però Lo contemplo anche vivo in
mezzo a molti Santi, che Lo adorano. Tra quei Santi, vedo anche una persona
che non è ancora santa: una religiosa. Il sangue le esce dalla testa, dal petto,
dalle mani e dai piedi, mentre i Santi stanno sopra tali membra sanguinanti».
Il 29 febbraio del 1821, ella stette in estasi durante la sepoltura di un
sacerdote molto pio, mentre le usciva sangue dalla testa e dal petto. Allora uno
dei presenti le domandò che cosa mai avesse, e la Veggente, come se si
destasse da un dolce sogno, rispose sorridendo:
«Stavo vicino alla salma. Intanto ascoltavo il canto di salmi, e quello del “De
profundis” mi ha molto impressionata».
Tre anni dopo quell’estasi, nello stesso giorno, ella sarebbe volata al Cielo.
Alcune settimane prima della Pasqua del 1819, la Stimmatizzata precisò
quanto le si era detto mentre pregava:
«Sta’ attenta! Tu soffrirai il giorno vero della Passione e non il giorno che,
in quest’anno, sta segnato sul calendario ecclesiastico».
Il venerdì 30 marzo, alle dieci antimeridiane, Sr. Caterina perdette l’uso dei
sensi. Il suo viso e il petto s’inondarono di sangue; il corpo si coperse di ferite
che sembravano derivanti dalla flagellazione. A mezzogiorno, il suo corpo si
distese come se fosse crocifisso e le braccia aperte parevano slogate. Per
alcuni minuti prima delle quattordici, dalle mani e dai piedi stillarono gocce di
sangue.
Invece il Venerdì santo del 30 aprile, la Suora rimase in una tranquilla
contemplazione. Questa notevole eccezione parve effetto della divina
protezione, perché nell’ora durante la quale ordinariamente le sue piaghe
sanguinavano, vennero molti increduli curiosi a causarle nuovi incomodi per
pubblicare quanto avessero visto. Essi invece contribuirono, contro la loro
intenzione, a tranquillizzarla dicendo che ormai non sanguinava più.
La mattina del 24 settembre 1818, festa di nostra Signora della Mercede,
giunse a Dülmen il celebre scrittore e poeta Clemente Brentano, romanziere e
drammaturgo tedesco, uno dei capi della scuola romantica in Germania, nato a
Ekrenbreinsten nel 1778. Egli vi andò perché attirato dalla rinomanza e dal
mistero, che riguardava la famosa Veggente Emmerick. Ma l’illustre visitatore
non aveva ancora varcato la soglia della modesta dimora di Sr. Caterina, che
costei lo riconobbe, poiché lo aveva già visto prima spiritualmente; ella aveva
anche pregato per lui, perché sapeva ch’egli era l’uomo stabilito da Dio per
raccogliere e descrivere le visioni, ch’ella stessa avrebbe raccontate.
La Stimmatizzata aveva allora 45 anni di età e, come lei stessa asserì, sarebbe
già morta se, per volere di Dio, non avesse dovuto attendere il Brentano, che
chiamò poi con l’appellativo di «pellegrino».
Il poeta rimase profondamente impressionato alla vista di quella creatura
eccezionale, bella come un arcangelo benché esausta per le sofferenze, radiosa
di una incantevole soavità, ricca di un vivace talento e fornita di una intuizione
più che umana. Ella gli parlò di argomenti sublimi con una incantevole
semplicità.
«Ha lo sguardo più perspicace del mio! – ammise il romanziere. – Ha inoltre
il senso della misura precisa e pensa con rettitudine e secondo verità...».
Sr. Caterina disse a proposito del Brentano: «Durante una visione, ho capito
che sarei già morta da tempo, se non dovessi far conoscere le visioni mediante
il “pellegrino”. Egli deve scrivere tutto e a me tocca soltanto descrivergli
quanto ho visto».
In effetto, oltre alla missione, che Sr. Emmerick aveva, di soddisfare ed
espiar per la Chiesa, aveva avuto dal Signore anche l’incarico di rivelar le sue
«visioni» per il bene delle anime.
«Ti dò queste “visioni”, – le aveva detto – non per te, ma affinché siano
divulgate. Devi perciò comunicarle!».
Quindi il Brentano, che l’aveva visitata con l’intenzione di fermarsi presso di
lei per poco tempo, rimase a Dülmen per quasi sei anni, con brevi assenze. Ciò
perché aveva compreso di dover collaborare in una nobilissima missione.
Abbandonò poi l’albergo, dov’era alloggiato, per occupare una dimora
vicina all’abitazione della Veggente, per essere così più comodo a scrivere le
meraviglie, che gli avrebbe dettate la Stimmatizzata. La contemplazione della
donna eccezionale, con la prerogativa delle sacre piaghe della Passione e il
considerare la fede illimitata di lei, la sua soprannaturale penetrazione nel
mondo invisibile e meraviglioso, nonché la sua chiaroveggenza delle cose
umane commossero tanto il Brentano. da indurlo a confessare umilmente:
«Gli ammirabili fatti, ai quali ho presenziato, la infantile innocenza, la pace,
la pazienza e la profonda sapienza in argomenti spirituali di quella povera e
ignorante figlia di agricoltori, vicino alla quale sorge, davanti ai miei occhi,
un nuovo mondo, mi causano un vivo dolore. Esso deriva dalla conoscenza del
miserabile stato della mia vita, dai miei peccati e dalle false vie che segue la
maggior parte dell’umanità. Quei fatti mi presentano con un sì vivo splendore
i tesori di fede e d’innocenza disgraziatamente perduti tanto presto, che devo
sospirare per tanto danno e piangere amare lacrime di pentimento».
Benché avesse stabilito di partire da Dülmen la settimana seguente, il
Brentano si sentì quasi costretto a rimanere presso la Veggente, perché il suo
mistero lo attraeva con la forza delle verità eterne. Intanto si pentiva della sua
passata esistenza, perché assai torbida e si propose invece di procedere per la
via della perfezione cristiana.
La Veggente l’aiutò anzitutto a confessarsi bene. Da allora, il poeta
romantico e avventuriero entrò, pentito e umile, nel seno della Chiesa
cattolica, la cui grandezza aveva conosciuta e apprezzata alla scuola della
Stimmatizzata.
Sotto la forza della grazia e vicino a quella creatura così ricca di doti
spirituali, ormai persuaso che si trattasse di una missione voluta da Dio stesso,
il Brentano si proponeva di rimanere a Dülmen per tutto il tempo richiesto a
scrivere quanto la Veggente gli avrebbe dettato.
«Voglio impegnarmi, con la miglior volontà e per quanto le forze me lo
permetteranno, – disse – a raccogliere e a conservare questo tesoro di grazie,
che ho sotto gli occhi. Il buon Dio mi profonde la sua abbondante grazia...
Anna Caterina ha fatto moltissimo per me. Adesso io sono suo figlio
spirituale».
Probabilmente nessuno, più del Brentano, poté conoscere la virtù della
Stimmatizzata, la profondissima umiltà di lei, i suoi doni nascosti da una
grande semplicità, il suo infantile e attraente candore, le sue indescrivibili
sofferenze, le ineffabili estasi, le sue ore di ombra e di luce, il suo cuore
ardente di carità per Cristo, per la Chiesa, per il Clero, per i miseri e
abbandonati e finalmente le sue incomparabili rivelazioni, che costituiscono un
prezioso tesoro per la Cristianità.
Il Brentano sedette presso il capezzale della Stimmatizzata con un quaderno
per scrivere appunti. Egli cominciò a fissar sulla carta la descrizione del
mondo meraviglioso, che contemplano gli Angeli.

La perla nascosta
La Emmerick aveva chiesto al Salvatore di renderla partecipe della sua
Passione, per il grande desiderio ch’ella aveva di espiar per la Chiesa. Tale
richiesta era formidabile, ma anche sublime, e Iddio l’aveva quindi esaudita.
Un giorno, ella comprese, con sorpresa, di dover soffrire anche per il mondo.
Dunque la sua missione consisteva nell’espiar per l’umanità peccatrice. Disse
perciò:
«Poter soffrire mi parve sempre la condizione migliore e perciò più
desiderabile in questa vita».
Ella fu umile fin dalla sua più tenera infanzia e docile quasi malleabile
argilla tra le mani di Dio. Fu inoltre paziente, mite e mansueta come
un’agnella. Non si lamentò quindi delle sue atroci sofferenze, quantunque
avesse dovuto sopportarle per molti anni, poiché la sua missione sulla terra
consisteva nel soffrire. Così poté soffrir molto e con merito perché aiutata dal
Signore, che proporzionava i dolori alla sua capacità di sopportarli e li
segnava a caratteri d’oro sul libro della sua vita perché ella li offriva a Lui e li
accettava dalle sue mani paterne per il bene delle anime. Era assistita anche dai
Santi. Così la Stimmatizzata divenne un ritratto vivente di Gesù, una ignorata
corredentrice che però influiva efficacemente sulla conversione dei peccatori.
Era come una preziosa perla nascosta; un tesoro appena avvertito dai profani,
ma autentico e d’inestimabile valore. Espiava infatti per l’umanità peccatrice,
per la quale pregava e scontava le colpe in unione con il divin Redentore e con
l’Addolorata. Le infermità, la paralisi, le persecuzioni, le estasi e le stimmate
distinguevano evidentemente la sua anima veramente santa, la quale veniva
preparata dal buon Dio a ricevere e poi a manifestare meravigliose visioni
dell’universo, ma specialmente la vita di Gesù e della Vergine. Le sue
espiazioni e le visioni costituiscono le due grandi prerogative della sua
provvidenziale missione.
La serafica stimmatizzata soffriva indicibilmente sotto diversi aspetti.
Sopportava anche terribili assalti da parte di Satana, che la tormentava in
diversi modi. Sembrava, talvolta, ch’ella dovesse soccombere e i suoi dolori,
anziché scemare, aumentavano a misura che si avvicinava al volo verso la
Patria Celeste.
Sullo scorcio del 1821, Clemente Brentano, per sottrarre la eroica paziente ai
disagi di quell’abitazione scomoda e troppo esposta alla curiosità degli
sfaccendati, provvide a procurarle un’altra dimora più conveniente e adatta
alle penose condizioni di lei.
Il 19 febbraio del 1822, Sr. Emmerick fu preavvertita che avrebbe sofferto
l’ultimo venerdì di marzo e non il Venerdì santo. Sentì frequenti bruciori alle
piaghe; poi, i venerdì 15 e 29, dalla croce e dalla piaga del petto uscì sangue.
Ma prima del 29 le parve talvolta che quasi un torrente di fuoco le si
precipitasse dal cuore al petto, sulle braccia e sulle gambe fino alle piaghe, che
erano infiammate.
La sera del giovedì 28, ella rimase assorta nel contemplar la Passione fino a
quella del venerdì. Intanto la sua testa e il petto sanguinavano, mentre tutte le
vene delle mani erano gonfie e avevano internamente una zona dolorosa e
umida, benché il sangue non scorresse. Le piaghe però non emisero sangue
fino al 3 di marzo, festa dell’Invenzione della S. Croce.
La Veggente ebbe anche una visione riguardante lo scoprimento della vera
Croce per mezzo di S. Elena. In quella circostanza, la Emmerick supponeva di
essere coricata dentro la fossa, vicino alla Croce. Al mattino successivo, la sua
testa e il petto sanguinarono molto; alla sera invece sanguinavano le mani e i
piedi. Intanto le pareva che si provasse su di lei se fosse vera la Croce di Gesù
Cristo e le sembrava che il suo sangue ne fosse la prova.
Nel 1823, il 27 e il 28 di marzo, Giovedì e Venerdì santo, la Stimmatizzata
ebbe visioni riguardanti la Passione, mentre da tutte le sue piaghe usciva
sangue, la eroica paziente soffriva quindi acuti dolori. Ma tra questi mortali
patimenti, quantunque la Emmerick fosse quasi moribonda, ella parlava
generalmente e rispondeva come se fosse stata in forza e in buona salute.
Questa però fu l’ultima volta che il suo sangue desse testimonianza della sua
unione con i patimenti di Colui, che si sacrificò sulla Croce per tutti noi.
La maggior parte delle circostanze della vita estatica, che si notano nella
prova terrena e sugli scritti di S. Matilde (890–968), di S. Ildegarda (1098–
1179), di S. Geltrude (1256–1302), di S. Caterina da Siena (1347–1380) di S.
Lidwina da Schiedam (1380–1433), della B. Colomba da Rieti (1467–1501), di
S. Caterina da Bologna (1413–1463), di S. Caterina da Genova (1448–1510),
di S. Teresa d’Avila (1515–1582), di S. Maddalena de’ Pazzi (1566–1607),
della B. Maria Bonomo (1606–16170), di Caterina Vannini, di Anna di S.
Bartolomeo, di Marina d’Escobar, di Crescenzia da Kaufbeuern, di Teresa
Neumann (1898–1962) e di molte altre contemplative, si manifestano anche
nella storia interiore di Anna Caterina Emmerick. Il buon Dio le tracciava
quasi lo stesso cammino.

Le stimmate
Uno dei doni più insigni, che il buon Dio concede alle anime serafiche, è
quello delle stimmate: cioè delle ferite aperte dalla corona di spine, dai chiodi
sulle mani e sui piedi, nonché dalla lancia sul costato del divin Crocifisso.
Come già scritto, a 24 primavere di vita, la Veggente aveva ricevuto, per sua
scelta, le ferite della Incoronazione e nel 1808 le ferite alle mani, ai piedi e al
petto.
Dopo una visione della scena, in cui Sr. Caterina aveva contemplato il
Serafico di Assisi nell’estatico atteggiamento di ricevere le Stimmate, ella
stessa aveva avuto la rivelazione del momento e del modo in cui le sarebbero
state impresse le medesime piaghe. Ma Sr. Anna non voleva che esse fossero
visibili ad alcuno, per timore di essere stimata.
Aveva detto allora al Decano P. Hesing, uno dei membri della Commissione
ecclesiastica investigatrice:
«Iddio mi ha concesso quanto certamente non merito e di ciò Lo ringrazio.
Vorrei però che questo dono del Signore rimanesse occulto agli occhi profani,
affinché non mi si creda migliore di quella che sono».
Aveva sul lato destro del petto la piaga aperta dalla lancia e due piccole
croci, una sotto l’altra.
Il P. Limberg aveva scritto sul suo «Diario», il 28 gennaio 1813: «Da allora
la vidi tutti i giorni in estasi più o meno protratte. Oggi le ho visto le piaghe
sui piedi. Tutti i venerdì dalle mani e dai piedi sgorga sangue, e ai mercoledì
esce sangue dalla doppia croce ch’ella ha sul petto. Da quando ho visto tali
piaghe, nella sua bocca non entra più cibo». Questi fenomeni erano rimasti
dapprima segreti, perché la Stimmatizzata faceva il possibile per impedire che
essi fossero conosciuti, ma non era riuscita a impedire che s’ignorassero per
molto tempo.
Difatti il miracolo era poi trapelato e aveva cominciato a divulgarsi.
Il 22 marzo del 1813, per ordine del Decano P. Hesing, si faceva una
investigazione, che dava il seguente risultato:
«Sulla parte esterna delle mani abbiamo osservato croste di sangue coagulato
e sotto la crosta si è notato la pelle spezzata. Simili croste si vedevano sulla
parte superiore e al centro della pianta dei piedi. Erano croste sensibili al tatto
e quella del piede destro palesava che il sangue era uscito recentemente. Al lato
destro inoltre abbiamo visto, presso la quarta costola, una piaga larga circa tre
pollici e dalla quale talvolta deve uscir sangue. Sullo sterno si son visti segni
circolari e formanti una specie di Croce; alquanto più internamente, appariva
un’altra croce più regolare a righe di circa mezzo pollice. Sulla parte
superiore della fronte abbiamo notato molte piaghe come punture di spillo, le
quali si estendevano ai lati fra i capelli. Sul panno, con cui ella si cinge la
fronte, si vedevano molte macchie di sangue». Poco dopo, si era fatta un’altra
investigazione da parte di ecclesiastici e di civili tra i quali v’erano i medici
dottori Krautlhausen e Wesener. Questa commissione aveva impiegato tre mesi
nello svolgere i suoi esami e, durante questo tempo, la paziente stimmatizzata
soffriva moltissimo. In conclusione, si era dovuto convenire che si trattava di
miracolo; che quindi la scienza non aveva nulla da fare.
Sei anni dopo, l’autorità civile aveva disposto che si facesse un terzo esame,
il quale risultò molto più severo dei primi e anche malizioso. In pratica, la
Veggente era incredibilmente depressa e torturata per causa delle Stimmate.
Poiché la nuova investigazione non si conformava ai precedenti esami, si era
voluto trasportare la Stimmatizzata a Münster per sottometterla a una revisione
scientifica. Ma quantunque le dette autorità fossero riuscite a persuadere il P.
Overberger a effettuare tale revisione, la Stimmatizzata si era opposta,
tenacemente, perché convinta che essa non fosse voluta da Dio e non avrebbe
contribuito alla salute di molti, come le si diceva. Ella sosteneva che «se
cinquemila persone non credevano a dieci testimoni retti e giusti, che
comprovavano la verità, tanto meno venti milioni di persone avrebbero
creduto ad alcune centinaia di testimoni».
Quantunque Sr. Caterina non avesse la spalla piagata, quella sulla quale Gesù
portava la croce, pure ne sentiva la sofferenza. I suoi dolori corrispondevano
dunque a quelli che provava il divin Condannato nel portare il pesante
patibolo. Quando Sr. Emmerick viveva ancora nel monastero, il Salvatore le
aveva rivelato che «la piaga della spalla, alla quale le persone non pensavano,
Gli aveva causato gravi dolori; che perciò desiderava che essa fosse onorata,
come pure avrebbe gradito che qualcuno, mosso da compassione, Gli avesse
sollevato la croce, quando Egli la portava sulle spalle, e con quel peso l’avesse
poi seguito su per l’erta del Calvario».
Per cinque mesi Sr. Caterina non aveva potuto prendere alcun alimento; oltre
a ciò, sul suo organismo si era alterata la circolazione del sangue e aveva
inoltre il polso irregolare. Il sangue dalle ferite fluiva come avveniva a Gesù,
benché la Emmerick giacesse coricata; così si manifestava la caratteristica
soprannaturale delle sue stimmate. Anche su altre persone stimmatizzate si
osservò lo stesso fenomeno. In quel periodo di tempo, dai pergami non si
poteva predicare e nelle scuole non s’insegnava affatto la religione. I sacerdoti
erano perseguitati, si bestemmiavano i Santi e si mettevano in ridicolo le cose
sacre. Ma la Stimmatizzata suppliva prodigiosamente a questi orrori e alle
lacune; ella espiava tante colpe con le sue piaghe e sofferenze.
Soffriva anche per l’abate Lambert, che aveva perduto la pace; espiava per il
parroco fuggito, per le autorità che lo giudicavano mentitore e per i vicini
diffidenti.
Anna, mentre soffriva, chiedeva a tutti che la fuggissero e l’abbandonassero,
poiché si vedeva quale pietra di scandalo. Perciò il Brentano poté scrivere:
«Questa Donna fu segnata con il sigillo dell’Amore crocifisso, per essere
testimonio di questo stesso amore in un’epoca senza fede. Che difficile
missione quella di manifestare al mondo e ai servi del principe di esso il
sigillo del Figlio di Dio vivo, di Gesù di Nazareth, Re dei Giudei!». Le piaghe
di Cristo sono segni di predilezione e gli stimmatizzati sono «Vasi di
elezione». Per mezzo di esse, s’impediscono gravi scandali e si espiano molti
crimini.
Le stimmate sono le ferite, che il Redentore ricevette durante la sua Passione:
le piaghe inferte dalla corona di spine, i fori dei chiodi alle mani, quelli ai
piedi e l’apertura scavata dalla lancia sul costato. Benedetta la lesione della
spalla, prodotta dal peso e dalla ruvidezza della croce, e sacre le piaghe aperte
sulla schiena e sul petto con la flagellazione alla colonna. Esse completano la
stimmatizzazione.
Le stimmate sanguinanti sono miracoli, poiché non si possono spiegare né
naturalmente, né scientificamente. Solo le anime ardentemente pie hanno il
privilegio delle sacre piaghe; tali anime le hanno quasi sempre chieste o
desiderate. Molte persone stimmatizzate rimasero ignote e talvolta le
conosceva soltanto il loro Direttore spirituale. Si calcola che circa 300 anime
abbiano goduto di questo doloroso privilegio. Alcune di esse furono
beatificate e altre canonizzate. Riguardo a parecchie, la Chiesa, maestra di
verità, non ha ancora dato la propria sanzione ufficiale, benché esse siano
venerate dal Clero e dal popolo credente.
Per divina disposizione, alcune persone stimmatizzate operano miracoli e
altre invece no; qualcuna di esse ha visioni, mentre altre non ne hanno. Alcuni
stimmatizzati lavorano attivamente e altri rimangono preclusi al mondo, nella
contemplazione claustrale.
La più straordinaria stimmatizzata del secolo XX era Teresa Neumann
(1898–1962). Le sue piaghe, le sue estasi e visioni, nonché la sua
chiaroveggenza destavano sorpresa in tutto il mondo. Nata il Venerdì santo del
1898 a Konnersereuth, presso Norimberga, al venerdì le sue piaghe
sanguinavano e durante la Settimana santa i suoi occhi versavano lacrime
sanguigne. Durante le sue estasi, ella parlava in aramaico, idioma ormai
estinto e un tempo parlato da Gesù. Dal 1923 non prendeva alimenti e, dal
1927, non beveva neppure liquidi; le bastava, per vivere, la Comunione
quotidiana.
Così succedeva ad Alessandrina da Costa, volata al Cielo recentemente in
Portogallo.
Un altro stimmatizzato è il cappuccino P. Pio da Pietrelcina.
Teresa Neumann confermava, con le sue visioni, molte notizie, rivelate dalla
Emmerick, riguardo a personaggi e a episodi evangelici.
Mirabili visioni
La Veggente fece diversi viaggi alla Terra santa seguendo il suo Angelo
custode, ma per strade diverse e talvolta opposte. Alcune volte, ella girava
intorno alla terra, quando lo esigeva il suo viaggio spirituale.
Durante i suoi viaggi da casa fino ai paesi più lontani, la Stimmatizzata
soccorreva molta gente bisognosa ed esercitava non solo le opere di
misericordia corporali, ma anche quelle spirituali, poiché istruiva gli
ignoranti parlando loro, come faceva il divin Maestro, per mezzo di parabole.
Terminato l’anno, rifaceva lo stesso cammino vedeva le medesime persone e
così osservava il loro progresso o regresso spirituale. Evidentemente tutto
questo lavorìo era fatto a vantaggio della Chiesa e per estendere il regno di
Dio sulla terra.
Generalmente la mèta di queste spirituali peregrinazioni, che la Veggente
faceva come in sogno, era sempre la Terra promessa, che ella vedeva o nello
stato attuale, oppure com’era nelle diverse epoche della Storia sacra.
Ciò che distingueva Sr. Emmerick da altre Serve di Dio simili a lei in quanto
a privilegi, era la grazia inaudita di una diretta intuizione della storia
dell’antico e del nuovo Testamento, delle persone della sacra Famiglia e di
tutti i Santi, verso i quali si dirigeva il suo spirito eletto.
Sr. Caterina vedeva e capiva, inoltre, il significato di tutti i giorni festivi
dell’anno ecclesiastico, sotto l’aspetto del culto e della storia. Vide e descrisse
giorno per giorno le persone, le feste, le usanze, i miracoli, gli anni della
predicazione di Gesù fino all’Ascensione, e la storia degli Apostoli anche
molte settimane dopo la discesa dello Spirito santo sul Cenacolo. Descrisse
anche i particolari e nominò i luoghi, dove tali avvenimenti si erano effettuati.
Ella però non contemplava tutte queste visioni come un godimento spirituale
dell’anima sua, ma quale campo fertile e pieno dei meriti di Gesù Cristo, e
ch’Egli non aveva ancora reso benefico. Spesso si occupava, in spirito, nel
reclamare per la Chiesa il frutto di qualche sofferenza del Redentore e
supplicava Dio di applicare alla sua Chiesa i meriti del Salvatore, che ne erano
la eredità; di essi pareva ch’ella s’impossessasse, con tutta semplicità, a suo
nome.
La Stimmatizzata non applicava mai le sue «visioni» alla vita cristiana
esteriore e non attribuiva loro alcuna autenticità storica. Esteriormente Sr.
Caterina non conosceva altro che il catechismo, la storia popolare della
Bibbia, i Vangeli delle domeniche e feste, nonché il calendario che pareva, alla
sua considerazione, il libro più ricco e profondo, poiché esso le offriva, con
un certo numero di fogli, il filo conduttore con cui attraversava il tempo
passando da un mistero di redenzione a un altro, e solennizzandolo con tutti i
Santi per raccogliere, a suo tempo, frutti eterni. Questi frutti si devono
conservare e distribuire nel trascorrere dell’anno ecclesiastico, affinché la
volontà di Dio si compia in Cielo e sulla terra.
La Veggente non aveva mai letto né l’antico Testamento, né il nuovo. Quando
era stanca di raccontare le sue «visioni», talvolta diceva al Brentano:
– Legga la Bibbia!
Poi si meravigliava assai nel constatare che quello, di cui aveva parlato, non
si trovava scritto sul libro di Dio. Allora diceva:
«Eppure si dice continuamente che sulla Bibbia vi è tutto; che perciò non si
deve leggere altro libro che quello...».
La vera occupazione della sua vita fu il soffrire per la Chiesa e per alcuni
suoi membri, ch’ella vedeva in spirito e le chiedevano orazioni.
Per molte settimane si notarono nella Emmerick i sintomi di una tisi
all’ultimo stadio; ella aveva un’alta febbre e da un polmone molto irritato
continuava una penosa espettorazione. La sua morte pareva quindi vicina, e
perfino la si desiderava poiché le sue sofferenze erano assai penose per tutti. Si
osservava intanto in lei una forte lotta per non irritarsi. Se cedeva per un
istante alla violenza del patimento, la Stimmatizzata spargeva lacrime e le sue
sofferenze aumentavano poiché non poteva vivere senza riconciliarsi con il
Sacramento della penitenza. Lottava sempre contro l’avversione verso una
persona separata da lei per molti anni; talvolta Sr. Caterina piangeva
amaramente e protestava di non voler peccare.
Mentre la sua malattia si andava così aggravando da supporre che ormai
sarebbe sfociata nella morte, uno degli astanti rimase sorpreso nel vedere la
Stimmatizzata alzarsi prontamente per dire:
«Recitate con me le preghiere degli agonizzanti!».
Si fece subito come diceva e, durante le Litanie, ella rispondeva con voce
tranquilla. Poco dopo, si udirono alcuni rintocchi funebri, e quindi venne a lei
una persona per notificarle che una sua sorella era appena spirata.
Allora la Veggente s’interessò per sapere i particolari della sua infermità e
seppe che la defunta si era riconciliata con Dio e con una persona alla quale
era avversa; che poi era morta in pace.
Sr. Caterina diede un’offerta per la sepoltura di lei. Poi i suoi sudori, la tosse
e la febbre cessarono.
Allora una persona, che l’assisteva ed era la sua confidente, le disse:
«Quando eravate inferma di tubercolosi, quella donna migliorò. Il suo odio
contro la persona a lei invisa era l’unico ostacolo per la sua riconciliazione
con Dio. Voi prendeste quell’odio su voi stessa e quindi la vostra sorella morì
riconciliata. Ma voi siete ancora inquieta per causa di quella persona?».
«Iddio mi preservi dall’esserlo... – rispose la Veggente. – Ma come non
soffrire quando anche la punta sola di un dito dolora? Noi siamo tutti un solo
corpo in Gesù Cristo».
Pochi giorni dopo quell’avvenimento, Sr. Caterina sentì acuti dolori su tutte
le membra, perché si manifestavano in lei i sintomi della idropisia. Si seppe
poi chi era l’ammalata, per la quale la Stimmatizzata soffriva; le sofferenze di
quella inferma diminuivano o aumentavano secondo che esse crescevano o
cessavano nella Emmerick.
Così la carità la induceva ad assumere in se stessa le infermità e anche le
tentazioni altrui, affinché coloro, per i quali ella soffriva potessero prepararsi
alla morte.
Spesso doveva soffrire in silenzio per non palesare le miserie del prossimo e
per non essere supposta pazza. Doveva intanto accettare, con pazienza e
rassegnazione, i rimedi della medicina per le infermità altrui e anche i
rimproveri per le tentazioni di altri.
Mentre una persona molto afflitta stava seduta presso il capezzale della
Emmerick, costei ebbe un’estasi, durante la quale pregò a voce alta così:
«Oh, buon Gesù! Lasciatemi portare un po’ questa pietra così pesante...».
Allora quella persona le domandò cosa mai avesse. E lei:
«Mi trovo – rispose – in cammino verso Gerusalemme e sulla strada v’è un
poverino che si trascina con una enorme pietra sul petto –. Poi soggiunse: –
Datemi quella pietra, ché voi non la potete più portare. Datemela!». Quindi
svenne, quasi fosse oppressa da un enorme peso.
Nello stesso tempo quella persona si sentì libera dalla pena, che prima la
opprimeva e quindi se ne rallegrò. Ma quando vide Sr. Caterina triste, gliene
domandò la ragione. Allora la interrogata rispose con un mesto sorriso:
«Non posso restar così per altro tempo. Prendetevi nuovamente il vostro
peso, che minaccia di schiacciarmi...».
Allora l’afflizione di quella persona ritornò al suo cuore.
Queste sofferenze e tale genere di attività erano come un raggio, la cui luce
illuminasse la sua vita. Il numero di attività spirituali e di sofferenze, di cui il
suo cuore ardente di amore per Gesù era come il centro, si poteva considerare
quasi finito. Come S. Caterina da Siena e altre contemplative, la Stimmatizzata
aveva quasi la impressione che talvolta il Signore le strappasse quasi il cuore
dal petto per mettervi il suo per qualche tempo.

Misterioso simbolismo
La seguente relazione può dare almeno una idea del profondo simbolismo,
che dirigeva interiormente Sr. Caterina.
Per una parte del 1820, ella lavorava in spirito per alcune parrocchie. Le sue
orazioni erano simboleggiate da diversi lavori penosamente sopportati da un
viticultore.
Il 6 di settembre la sua guida le disse:
«Tu hai scavato, potato e legato la vigna; hai bruciato le erbacce affinché non
rinascessero; poi te ne sei andata via contenta lasciando in riposo l’orazione.
Adesso preparati a lavorare dalla Natività della Vergine fino a S. Michele.
L’uva va maturando ed è quindi necessario accudirvi.
Allora mi accompagnò alla vigna di S. Liborio e mi mostrò le vigne dove
aveva lavorato. Evidentemente il mio lavoro era stato proficuo, poiché le uve
si colorivano bene e prosperavano così che, su alcuni siti, il mosto fluiva fino
al suolo.
Allora la mia guida mi disse:
«Quando la vite si manifesta nelle persone di pietà, esse devono combattere,
sono oppresse, soffrono tentazioni e anche persecuzione. Occorre una siepe
affinché l’uva matura non sia rubata dai ladri o rovinata dagli animali, che
simboleggiano le tentazioni e la persecuzione...».
Poi m’insegnò a costruire un muro con pietre addossate e quindi a piantarvi
d’intorno una fitta siepe di spine.
Perché le mie mani sanguinavano per questo rude lavoro, Iddio, per
animarmi alla fatica, permise che mi si rivelasse il significato della vigna e di
alcune piante fruttifere.
La vera vite è Gesù Cristo, che deve crescere in noi. Ogni sarmento
superfluo, e quindi inutile, bisogna reciderlo per non disperdere la linfa, che
deve trasformarsi in vino: cioè, nel SS. Sacramento, nel sangue di Gesù. La
potatura della vigna si fa con certi accorgimenti, che mi furono rivelati. In un
senso spirituale, occorre eliminare tutto il superfluo con la penitenza e la
mortificazione, affinché la vera vite cresca in noi e produca buoni frutti. Essa
si pota secondo metodi determinati per sopprimere in noi certi sarmenti
ingombranti e infecondi. Ma la potatura non deve mai intaccare il tronco che
fu piantato dall’umanità per la intercessione della SS. Vergine, per tutta
l’eternità.
La vera vite unisce il Cielo alla terra: la Divinità all’umanità. Quanto è
umano dev’essere potato, affinché possa crescere, e possa prosperare soltanto
il divino.
– Ho visto – disse la Emmerick – tanti aspetti riguardanti la vigna, che un
libro prodigioso come la Bibbia non potrebbe contenerne la descrizione. Un
giorno, in cui soffrivo un atroce malore al petto, chiesi a Dio che non mi
facesse portare un peso così superiore alle mie forze. Allora il mio Sposo
celeste mi apparve per dirmi: «Ti ho adagiata sul mio letto nuziale, che è un
giaciglio di dolori, e ti ho dato indumenti e gioielli, che sono i patimenti e le
espiazioni. Devi perciò soffrire, ma non ti abbandonerò. Sei unita alla Vite e
quindi non ti perderai». – Mi sento perciò consolata tra i dolori. Gesù mi
spiegò anche perché, durante le visioni relative alle feste della sacra Famiglia,
come la festa di S. Anna, di S. Gioacchino e di S. Giuseppe, vedo sempre come
un tronco di vite.
Lo stesso è di tutti i Santi stimmatizzati.

Il corpo mutilato
«Il significato delle mie sofferenze su tutte le membra, – disse ancora Sr.
Emmerick – mi fu spiegato con la seguente visione. Vidi un atletico corpo
umano, ma orribilmente mutilato e proteso verso il Cielo. Aveva le mani e i
piedi senza dita; il suo tronco era coperto di strazianti ferite, di cui alcune
fresche e sanguinanti, mentre altre erano coperte da croste. Un intero lato del
corpo era paonazzo, cancrenoso e in putrefazione. Intanto sentivo in me tutte
queste sofferenze e allora la mia Guida mi disse: – Questo è il corpo della
Chiesa, quello di tutte le persone e quindi anche il tuo.
«Nel mostrarmi ogni ferita. la Guida m’indicava una parte del mondo. Vidi
una innumerevole moltitudine di persone e di popoli separati dalla Chiesa,
ognuno a suo modo. Intanto sentivo tanti dolori per tale separazione, come se
fosse avvenuta sul mio corpo. Perciò la Guida mi disse: – Tu comprendi il
significato delle tue sofferenze e perciò offrile all’Altissimo, con le mie, per
quanti sono separati dalla vera Chiesa. Un membro deve attirare l’altro e
soffrire per guarirlo e poterlo riunire al corpo mutilato. Quando si separano i
più vicini, si strappa la viva carne dal petto, sulla zona vicina al cuore.
«Io, per la mia semplicità, pensavo che si trattasse di fratelli non in
comunione con noi, ma la Guida invece soggiunse: – Chi sono i miei fratelli?
Coloro che osservano i Comandamenti del Padre mio. I più vicini al cuore non
sono i più vicini per sangue, ma i più vicini al sangue mio: cioè i figli della
Chiesa che cadono –. M’insegnò pure, che il lato cancrenoso del corpo
mutilato si sarebbe presto curato; che la carne corrotta e cresciuta intorno alle
ferite simboleggiava gli eretici, che si dividono e così aumentano. Dichiarò
inoltre che la carne morta era immagine di morti spiritualmente, i quali non
comprendono la propria disastrosa condizione. Le parti trasformate in essa
rappresentano gli eretici ostinati.
«Vidi perciò ciascuna piaga, in modo da comprenderne anche il significato.
Quel corpo giungeva al Cielo, perché era il corpo della mistica sposa di Gesù
Cristo. Quello spettacolo era assai triste; perciò piangevo amaramente. Ero
però afflitta e fortificata contemporaneamente; per il dolore e la compassione,
che provavo, mi misi a lavorare con tutte le forze».
Ma perché in procinto di soccombere sotto il peso della vita e del lavoro che
le era imposto, la Stimmatizzata supplicava quotidianamente Iddio di liberarla
da tutto ciò, anche perché si vedeva spesso sull’orlo del sepolcro. Però diceva
sempre: «Non la mia volontà, o Signore, ma la vostra! Se le mie preghiere e
sofferenze sono inutili, lasciatemi vivere anche per molti anni così... Fate però
che io muoia, piuttosto che offendervi!».
Allora Sr. Caterina riceveva l’ordine di continuare a vivere. Ella quindi
riprendeva la sua pesante croce e la portava seguendo Gesù.
Di quando in quando, allo sguardo della Veggente si prospettava il cammino
della vita. Ella saliva verso un’alta montagna, sulla cui eccelsa vetta splendeva
una radiosa città: la Gerusalemme celeste.
Spesso la Stimmatizzata supponeva di essere già giunta a una mèta di
beatitudine, che le sembrava vicina, e perciò ne provava una grande gioia. Ma
tosto se ne vedeva separata da una valle; ovunque v’era da soffrire, da lavorare
e da esercitar la carità.
Occorreva anche insegnare la strada a quanti si sperdevano; bisognava alzar
coloro che cadevano. Talvolta era necessario portare paralitici e trascinar per
forza coloro che resistevano. Tutti questi erano nuovi pesi, che si univano a
quello della croce. Per conseguenza, la Veggente procedeva con maggior
difficoltà; talvolta, anzi, si piegava sotto il peso di essa e cadeva perfino al
suolo.
Nel 1823 la Stimmatizzata dichiarò spesso, che non poteva compiere il suo
lavoro nella situazione in cui si trovava, poiché le sue forze non bastavano.
Diceva cioè che abbisognava di un tranquillo monastero, dove poter vivere e
poi morire. Soggiungeva, che il buon Dio l’avrebbe chiamata presto a Sé.
Precisava di aver chiesto al Signore la grazia di ottenere, nell’altro mondo,
quanto la sua debolezza le impediva di fare sulla terra.
S. Caterina da Siena, poco prima del volo verso la Patria celeste, aveva
innalzato a Dio una consimile supplica.

Mistica giardiniera
La veggente Emmerick aveva già avuto una visione riguardante quello che
potevano ottenere le sue preghiere dopo la sua dipartita, rispetto a certe cose
che non esistevano nella sua vita.
Il 1823, che fu l’ultimo anno in cui ella passò intero il cielo ecclesiastico, le
diede un lavoro a non finire. Ella però lo volle compiere tutto e realmente vi
riuscì per quanto concerneva la promessa di raccontare al Brentano tutta la
Passione del Redentore. La quaresima di quell’anno fu argomento delle sue
profonde e continue meditazioni. Tutte le cerimonie e feste della Chiesa erano
per lei più che un ricordo. La Veggente estatica scrutava il fondamento storico
di ogni solennità, che comprendeva come un atto operato da Dio nel tempo, e
quale riparazione dell’umanità decaduta. Benché questi atti divini le
apparissero con la natura dell’eternità, ella sapeva che, per riuscir proficui alle
genti entro la stretta sfera e l’angusta misura del tempo, occorreva prendere
possesso di essi attraverso una serie di momenti successivi e che perciò tali atti
dovevano essere ripetuti e rinnovati dalla Chiesa in un ordine stabilito da Gesù
Cristo e dallo Spirito santo. Tutte le feste e solennità ecclesiastiche erano
quindi, alla considerazione della Veggente, grazie dell’eternità che ritornavano
in epoche prefisse, e determinate durante l’anno liturgico, come i frutti della
terra maturano ogni anno in determinate stagioni.
Sr. Anna coglieva, con un infaticabile zelo, questi frutti di grazia, che
conservava e offriva a quanti non si curavano di sfruttarli. Come la sua pietà
verso il divin Crocifisso riusciva gradita a Dio, e le aveva meritato di ricevere
le impronte delle piaghe della Passione, quale suggello del più perfetto amore:
così, quando la Chiesa e gli afflitti soffrivano, le loro sofferenze si
riproducevano sul suo corpo e nell’anima sua.
Ma tutto questo avveniva senza che alcuno di quanti l’avvicinavano lo
sapesse; la stessa Veggente non aveva in ciò cognizione maggiore di quella
che ha l’ape durante il suo lavoro. Mentre Sr. Emmerick accudiva al fertile
giardino dell’anno liturgico nel coltivarlo come una diligente giardiniera,
viveva dei suoi frutti, di cui distribuiva il superfluo. Corroborava le sue
energie e le forze altrui con i fiori e le erbe di quel giardino; anzi, per meglio
dire, la zelante Suora era in esso, quale sensitiva, o girasole, o rosa: come
insomma una pianta meravigliosa e fertilissima, che produceva fiori e frutti,
senza il concorso della sua volontà e in tutte le stagioni dell’anno; anzi in tutti i
giorni, e perfino a ogni ora, e per tutte le variazioni della temperatura.

Misterioso discernimento
Sr. Emmerick distingueva, dal sapore, l’acqua benedetta da quella naturale;
dal suono, le campane di una chiesa da altre profane. Con il tatto discerneva
pure le reliquie vere da quelle false; con la vista, con l’odorato e il tatto
conosceva le autentiche ossa dei Santi. Sentiva inoltre sensibilmente su di sé
l’influsso della benedizione sacerdotale, e distingueva perfino quella impartita
da un sacerdote virtuoso, dalla benedizione ricevuta da un indegno.
Contemplava sotto forma di raggera luminosa, che irraggiava e cresceva, le
orazioni, le sofferenze e i meriti delle opere compiute dai membri della
Chiesa.
L’Angelo custode le disse, a tale proposito: «Hai ricevuto il dono di vedere la
luce irradiante dalle reliquie dei Santi, per la disposizione che ti si è data in
ordine alla comunità dei membri che costituiscono il corpo mistico della
Chiesa».
Disse ancora la Stimmatizzata:
«Vedo la benedizione e gli effetti delle cose benedette, come oggetti che
santificano e salvano, come luce che diffonde luminosità. Vedo invece oscuri e
tenebrosi il male, la colpa e la maledizione, che causano effetti di perdizione.
Dal buon Dio deriva la immensa virtù della benedizione sacerdotale; essa,
quasi con potere illimitato, può guarire e salvare. Ma molti ministri del
Signore non apprezzano questo grande potere conferito loro da Gesù».
Nessuno, come Sr. Caterina, fu favorito del dono di discernere le sacre
reliquie in così alto grado, ma ella attribuiva questo privilegio allo stato
deplorevole in cui, a quell’epoca, era la venerazione delle reliquie, e alla
necessità di ripararvi.
«Questo dono di percepire il soprannaturale mediante i sensi, – scriveva il
suo biografo – aveva come base preliminare la grazia del Battesimo, e si
fondava sul dono infuso della fede divina».
Appena Sr. Emmerick toccava le ossa di un Santo, vedeva irradiare da esse
uno speciale splendore, e contemplava anche l’immagine di colui al quale
appartenevano; tutto ciò in un modo misterioso, umanamente incomprensibile,
ma per lei naturale. Vedeva anche lo svolgersi della vita del Santo, delle sue
opere, dei suoi miracoli e delle circostanze in cui essi erano avvenuti. La sua
chiaroveggenza era inoltre tale, da farle comprendere dove si trovavano gli
oggetti sacri. Mediante certi vapori, che si scoprivano sopra la tomba dei
camposanti, ella conosceva se le anime di quei defunti fossero salve, oppure
reprobe; se appartenessero a cristiani o a pagani.
Ella scoperse luoghi dove s’ignorava che vi fossero sepolte numerose
reliquie. Su siti dove si erano distrutte chiese, ella vedeva spiritualmente, come
fluttuare, la ricostruzione di esse. Vedeva anche Vescovi, Dottori, Martiri e
anime favorite di doni soprannaturali, nel loro tempo e perfino prima
dell’epoca in cui erano vissuti; vedeva come su immagini, le grazie, le
apparizioni e le rivelazioni avute dagli eletti; distingueva i loro vincoli di
unione, il loro prossimo o remoto influsso, nonché le conseguenze dei loro
atti fino alla più lontana distanza.
Le regioni tedesche erano ricchissime di reliquie di Santi e Sante; tali
reliquie si erano accumulate per tanti secoli dentro diversi santuari. Per la
forzosa chiusura di chiese e monasteri durante la persecuzione religiosa,
innumerevoli reliquie erano andate disperse; perciò la buona gente, desiderosa
d’impedire che esse fossero profanate, le portava a Sr. Anna, affinché ella
giudicasse della loro autenticità. Allora la Veggente selezionava le reliquie
sottoposte al suo esame; poi faceva seppellire le false e quindi raccomandava
di conservare e venerar le vere. In questo modo, ella radunò circa trecento
reliquie di ossa e oggetti sacri.
Non soltanto però discerneva le vere reliquie dei Santi o delle Sante, ma
conosceva anche le vite degli eletti ai quali esse appartenevano: vite che
raccontava ella stessa con preziosi particolari spesso sconosciuti.
Ecco come riferiva la misteriosa comunicazione che riceveva:
«Mi sembra che un raggio di luce penetri in me e mi rapisca; intanto
percepisco la relazione di questo viaggio con il corpo luminoso situato sulla
terra e anche il luogo che esso occupa tra le file della Chiesa trionfante. Il
corpo e l’anima non sono privi fra essi di un’ammirabile relazione che
s’interrompe soltanto con la morte; così gli spiriti beati continuano a operare
sulle persone pie mediante parti delle loro salme. Nell’ultimo giorno del
mondo, sarà molto facile agli Angeli separare i buoni dai malvagi, poiché sarà
tutto o luce o tenebre.
I nomi degli uomini santi, Sr. Anna li vedeva in basso, verso i piedi, ma
luminosi, invece quelli delle donne sante li vedeva sul loro lato destro. Non
erano però nomi completi, ma soltanto le loro iniziali, poiché la Stimmatizzata
conosceva interiormente le loro sillabe. Vedeva gli Eletti con le gloriose vesti
corrispondenti alla loro gerarchia.
Mediante le reliquie di certi Santi, la Veggente rivelò pregevoli aspetti della
loro vita; così riguardo alla vita di S. Ildegarda, di S. Tommaso d’Aquino, di S.
Lorenzo martire, di S. Ippolito, di S. Caterina, di S. Isidoro, di S. Valburga e di
numerosi altri.
Ella riconobbe perfino i resti di tessuti, che i Magi avevano offerti alla
Vergine. Da un frammento fossile di un animale antidiluviano, arguì la regione
dove quella specie viveva in condizione perfetta e di belle forme; sembra che
essa fosse l’Eden.
Veramente mirabile inoltre fu la visione, che aveva avuta la Emmerick di se
stessa mediante una reliquia. Il 15 dicembre del 1819, mentre ella era estatica,
il Brentano aveva messo tra le mani di lei un involto che conteneva una
reliquia di S. Ludgero, unita a croste prelevate dalle stimmate di lei stessa.
Ebbene: l’estatica aveva riconosciuto immediatamente la reliquia del santo
Vescovo: poi, assai impressionata e confusa, aveva visto anche la immagine di
se stessa, senza saperlo, attraverso alle croste. Perciò aveva esclamato:
«Ma qui v’è anche un’altra persona, che non vedevo da molto tempo...
Strano! C’è qualche cosa, che mi appanna gli occhi... Questa persona ha le
Stimmate ed è agostiniana. Eppure indossa una veste come la mia, e da tempo è
mezzo religiosa... Dev’essere ancora viva e abita una casupola. Ma quanto
soffre questa persona! Tutti i miei dolori sono un nulla a paragone dei suoi».
Poi aveva fatto una relazione umilissima e commovente della giovane
stimmatizzata, descrivendo gli assalti che il demonio sferrava contro di lei.
Dichiarava inoltre che quella giovane era visitata da Gesù, dalla Vergine e
dagli Angeli, che la confortavano con le stimmate, ch’ella sopportava con
l’animo lieto, nonostante i terribili tormenti che soffriva. Nel considerar tutto
ciò, la Emmerick sospirava ingenuamente:
«Povero cuore il suo, perché circondato da una corona di spine! Come sono
strani quanti le stanno d’intorno! Quanti la osservano e la spiano! Quanto deve
ancora soffrire per avvenimenti che succedono lontano da lei! Ma come si
mantiene serena, anzi allegra! Io quindi posso prendere esempio da lei e
costatare che sono miserabile...».
«Tutto ciò – osserva il Brentano che riferiva questi episodi – è per me più
che straordinario: è miracoloso, e io quindi vedo sempre più il sigillo di Dio
nelle contemplazioni di Sr. Emmerick. Non posso perciò che ammirare i
misteri della grazia divina e ringraziare il Signore di quanto finora era
sconosciuto sugli annali dell’agiografia cristiana...».

Preziose testimonianze
La vita della Emmerick, durante l’infanzia, la fanciullezza e l’adolescenza
era trascorsa quasi nell’oscurità. Anche dopo ch’ella era entrata al monastero
delle Agostiniane, benché fosse manifesta la grazia del Signore per la sua
chiaroveggenza nel conoscere i cuori e le coscienze delle monache, non si era
scoperto il tesoro di quella giovane religiosa.
Dopo la sua forzata uscita dal monastero invece, quando, come si è già
dichiarato, erano comparse le stimmate della Passione, il segreto della sua
straordinaria grandezza e dei suoi doni eccezionali si era palesato attirando su
di lei la considerazione del pubblico. Durante le varie investigazioni circa le
stimmate, giornalisti, scrittori, medici, teologi, autorità ecclesiastiche e civili
avevano diffuso la fama della Stimmatizzata di Dülmen.
Molte personalità intervennero nello studiare la mirabile vita della
Emmerick: alcune favorevoli a lei, e altre invece avverse.
Tra le personalità, che la stimavano e la proteggevano, va ricordato il P.
Limberg domenicano dotto, virtuoso, semplice e modesto. La Veggente lo
ebbe come Confessore e Direttore spirituale; ella gli ubbidiva docilmente
come quando era da lui diretta al monastero. Tuttavia, nonostante il
considerevole tempo in cui lo zelante Domenicano trattò con la Stimmatizzata,
anche perché ella abitava in casa del fratello panettiere, il buon religioso aveva
appena avvertito il prodigio vivente, che aveva davanti a sé. Eppure aveva
costatato in diversi modi la santità della sua penitente. Tra l’altro, egli aveva
portato l’Ostia consacrata, dentro la teca nascosta sotto la stola, mentre la
Stimmatizzata era rapita in estasi; allora, appena il Domenicano si era
presentato a lei, ella si era subito prostrata in ginocchio per adorare il
Santissimo, che sentiva presente.
Il P. Giovanni Lambert, di nazionalità francese, si era rifugiato a Münster nel
1794, dopo di essere fuggito dalla sua patria funestata dalla rivoluzione; egli
non aveva ancora voluto giurare la nuova Costituzione, perché contraria ai
suoi sentimenti di religioso e di cristiano. Aveva perciò preferito l’esilio
volontario, all’apostasia.
Aveva ammirato la singolare pietà della Veggente al monastero, dove egli
celebrava la Messa. Allora Sr. Caterina aveva l’ufficio di sacrestana. Convinto
di trattare con un’anima veramente di Dio, il P. Lambert la protesse anche
durante le avversità e la difese dai persecutori. Era convinto che la Emmerick
meritasse la sua difesa e considerazione, perché anima privilegiata ed
edificante in tutto.
La stimmatizzata gli fu sempre riconoscente e lo aiutò fino al declino della
sua vita, anche nel confortarlo durante la penosa infermità di lui. Più con
l’esempio che con le parole, la Veggente indusse il suo Direttore spirituale a
sopportare con pazienza, e quindi con merito, la sua penosa infermità.
Riconoscente a lui, invitò la diletta Gertrude, sua sorella minore, ad assisterlo.
Poi Sr. Caterina partecipò spiritualmente ai funerali di lui e al canto della
Messa funebre, che si celebrò a suffragio dell’anima sua.
Un altro ammiratore della Stimmatizzata fu il dottor Guglielmo Wesener, che
dapprima era andato a visitarla per curiosità scientifica. Nel trattar con la
paziente, che trovava sempre rassegnata e serena nonostante le sue atroci
sofferenze, quel medico, prima non praticante, si convertì e ritornò alla
religione dei suoi avi. Collaborò inoltre con la Veggente in opere di carità,
così da erogare parte dei suoi beni a sollievo degli ammalati poveri, che
curava gratuitamente.
Da notarsi che il Dottore informava spesso la Emmerick della malattia dei
suoi infermi ed ella gli suggeriva i più efficaci rimedi per guarirli. Gli fece
inoltre varie e importanti rivelazioni riguardo al magnetismo e ad altri settori
della scienza; gli fece apprezzare specialmente il valore delle indulgenze e lo
illuminò in diverse controversie.
Il dott. Wesener era amico e collaboratore anche del P. Lambert.
Riconoscente alla Stimmatizzata, aveva voluto curare e assistere la veneranda
madre di lei, fino alla sua pia morte avvenuta presso la diletta figliuola nel
1817.
Anche il Decano D. Bernardo Overberg (1754–1856) di Kaeckel, esercitò un
notevole influsso sulla vita della Emmerick. Era un Sacerdote eminente,
filosofo, ispettore scolastico e rettore del Seminario scolastico di Münster.
Autore di numerose e apprezzate pubblicazioni storiche e ascetiche, era
meritatamente considerato come una delle personalità più illustri del suo
tempo.
Egli faceva parte di una delle Commissioni ecclesiastiche incaricate di
esaminare i fenomeni riguardanti le stimmate di Sr. Caterina. Tutto
considerato, si manifestava persuaso di trovarsi davanti a un’anima
eccezionalmente favorita da Dio, anche perché la Stimmatizzata, nel vederlo
comparir la prima volta presso il suo letto di dolore, gli aveva dichiarato di
conoscerlo già spiritualmente. Perché lo stimava per le sue virtù e doti, si
affidava a lui come a Direttore spirituale.
Il Decano scrisse poi le sue impressioni riguardanti la sua figlia spirituale,
che sempre stimò per la sua santità.
Anche Mons. Giovanni Sailer, teologo gesuita e oriundo dalla Baviera,
professore all’università di Dillingen, autore di trattati filosofici e pedagogici
e poi Vescovo, aveva preso a cuore la causa della Stimmatizzata, poiché ne
ammirava le elette virtù.
Egli stesso aveva accompagnato il Brentano alla cameretta della Veggente,
alla quale raccomandava di esporre le sue rivelazioni a quell’insigne letterato.
Costui fu senza dubbio l’uomo che trattò più notevolmente con la Emmerick, i
cui doni portentosi lo commossero profondamente. Egli perciò raccolse la
maggior parte delle sue rivelazioni.
Nato a Francoforte nel 1778, era famoso in tutta l’Europa come poeta lirico
di alta ispirazione. Viaggiava molto e scriveva apprezzati romanzi, commedie
e poesie.
Benché la Veggente abbia dettato la maggior parte delle sue visioni al
Brentano, un notevole numero di esse furone raccolte da altre persone, che
godevano la fiducia di lei, come il P. Overberg, il Decano Resing e il dott.
Wesener.
L’autorità ecclesiastica aveva nominato tre eminenti personalità per studiare
l’aspetto teologico che presentava la Stimmatizzata: Clemente Augusto di
Drosde–Vischring, Vicario generale di Münster, il Decano Bernardo Overberg
e il prof. Druffel consigliere di medicina.
«La stessa autorità rappresentata da queste illustri personalità – disse il P.
Guglielmo Jünemann – designò il celebre scrittore Clemente Brentano per
annotare le visioni di Sr. Anna Caterina Emmerick».
Le prime visioni, che si pubblicarono nel 1833, si riferivano solamente alla
Passione di Gesù. Il resto delle visioni fu preparato pazientemente dal
Brentano, che le commentò con testi antichi e codici, perché impegnato
nell’annotarle seriamente. Questo lavoro era quasi ultimato quando lo scrittore
morì nel 1842, ma rimase inedito. Il merito della sua pubblicazione si deve al
P. Schmoeger.
Certamente un letterato celebre come il Brentano non si sarebbe fermato sei
anni in un povero villaggio a scrivere sotto dettatura visioni con il solo scopo
di una gloria chimerica, poiché scrisse: «La Chiesa... è il corpo di Cristo, il
quale si comunica costantemente con essa. Adesso conosco l’immenso tesoro,
di grazie e di beni che la Chiesa ha da Dio, tesoro che soltanto per essa e in
essa si può ricevere».
L’unica obiezione da fare è questa: se tutti gli scritti del Brentano in
riferimento alle visioni della stimmatizzata le riproducono autenticamente,
oppure se essi contengano qualche arbitraria interpretazione dello scrittore.
Per la verità storica, conviene sapere che la Veggente parlava il dialetto
regionale; il Brentano perciò doveva interpretare certe espressioni di lei,
poiché non sempre comprendeva chiaramente quanto le diceva la
Stimmatizzata. Lo scrittore quindi interrogava a proposito gente del luogo per
ben capire di quali concetti si trattasse con precisione. Ciò tanto più perché
alcune visioni erano dettate parzialmente e riuscivano anche sconnesse. Era
perciò necessario controllarne le espressioni, e poi dar forma letteraria alle
visioni, in modo che, pubblicate, fossero lette anche da persone colte.
Talvolta bisognava completare i quadri, che la Veggente aveva descritti
succintamente o con qualche lacuna, ma per far ciò il Brentano interrogava la
Emmerick, quando ella si trovava in condizioni normali, per meglio
comprendere le scene da lei contemplate durante l’estasi.
Soltanto quel letterato, perché profondo conoscitore dell’idioma tedesco ed
esperto nell’interpretare certe frasi sibilline, poteva ricostruir la scena quando
la Veggente gliela ripeteva. Quanto il poeta non riusciva a comprendere in una
visione, lo capiva in un’altra, come avvenne talvolta nello scrivere la estesa
vita di Cristo, poiché in ogni estasi la Veggente contemplava nuovi particolari,
oppure ricordava speciali circostanze.
Per la verità, vi erano anche momenti in cui l’Estatica, per la sua estrema
prostrazione fisica, vedeva piuttosto confusamente, oppure dimenticava nomi e
circostanze. Talora ella smarriva perfino il senso d’importanti avvenimenti.
Sr. Anna diceva ciò che contemplava e udiva; quando non vedeva né udiva
bene, lo dichiarava ingenuamente. Così alcuni quadri, anche importanti,
rimasero incompresi, come la visione della cattedrale di S. Pietro, all’epoca
dell’anti–Cristo, in cui illustri personaggi scorgono un passo della Bibbia, che
la Veggente non ricordava.
Evidentemente, per questo arduo lavoro, si richiedeva il talento di quel
celebre scrittore, che cogliesse le misteriose risonanze del mondo invisibile.
Riguardo alle difficoltà, che lo scrittore doveva superare per svolgere con
fedeltà oggettiva e con arte letteraria l’arduo argomento, è bene citare il
giudizio espresso da D. Guérangeré nel 1860, quando si pubblicò la traduzione
francese delle «Visioni». «Affermo che la vita di Gesù mi sembra ancor più
straordinaria dell’amara Passione e della biografia della Vergine. Non dubito
che questa opinione sia approvata da quanti pensano alla impossibilità in cui si
troverebbe qualunque scrittore se dovesse narrare, giorno per giorno, sempre
con lo stesso interessamento e con la maggiore verosimiglianza possibile, la
vita di una persona, sia pure molto stimata e diletta».
Anche il P. Schoegen affermò che il buon Brentano aveva lavorato con
onore, poiché ammise che egli «possedeva la rara sincerità e la forza d’animo
necessaria per conservar tutto intatto, senza il minimo cambio di varianti,
affinché, sia i lamenti come le lodi, servissero di documento a favore della
Serva di Dio».
Si obietterà che il Brentano non trascriveva esattamente le stesse parole che
gli venivano dettate; tuttavia se un fatto non è descritto con le parole originali,
ma con altre che esprimano lo stesso concetto, il racconto di quel fatto vale
sostanzialmente come la narrazione originale. Se la descrizione, fedelmente
oggettiva, è fatta inoltre con uno stile attraente, tutto l’insieme acquista
maggiore efficacia e riesce più accetto al pubblico che legge.
Anche i quattro Evangelisti, del resto, esprimono la dottrina e descrivono le
opere di Gesù con frasi distinte e personali; si potrebbe dire, per questo, che
non esprimano la stessa verità? Tale ipotesi sarebbe temeraria. Il Brentano
cambiò dunque solo la forma letteraria, perché usò eleganti espressioni e
geniali similitudini, scrisse osservazioni personali per arricchire, di bellezza
estetica, le descrizioni e renderle così più attraenti; egli però risulta fedele alla
sostanza dei fatti che gli venivano dettati, in modo che essi sono tutti genuini e
riprodotti con oggettività. In pratica era necessario rielaborare quanto la
Veggente dettava, poiché ella, martoriata dai dolori e rapita in frequenti estasi,
dettava come poteva, anche perché parlava il vernacolo del suo paese e non
aveva cultura letteraria.
Le obiezioni contro gli scritti del Brentano non hanno perciò consistenza,
specialmente se essi siano considerati dal punto di vista soprannaturale. In
realtà, un contingente di rivelazioni, così notevole e sano, non poteva provenir
che dal Signore. Il buon Dio, che aveva comandato alla Veggente di
tramandarlo per far del bene alle anime, le aveva anche procurato i
collaboratori capaci di fare le cose a dovere. Gesù stesso aveva affidato al
Brentano questa missione; tanto è vero che, come già dichiarato, Sr. Caterina
aveva visto lo scrittore ancor prima che le si presentasse a visitarla.
«Con frequenza, – confidò ella stessa allo scrittore – mi si presentava in
visione un uomo con il viso bruno, che si metteva presso il mio letto per
scrivere... Allorché voi entraste per la prima volta nella mia cameretta, ascoltai
una voce misteriosa dirmi: “Questo è l’uomo!”».
Due anni dopo tale dichiarazione, soggiunse: «Questo uomo non scrive per
propria ispirazione: egli ha la grazia di Dio con sé. Nessuno meglio di lui
potrebbe scrivere così... Trascrive tutto come se egli stesso vedesse le scene
insieme con me...
In un’altra occasione ella disse di lui:
«Pensai agli scritti del “pellegrino” riguardanti le mie visioni e notai che
egli, per lo più, scriveva meno di quanto io avevo visto, poiché non potei
dirgli tutto ed egli non scriveva mai più di quello di cui non era certo».
Allorché la Veggente gli scopriva anche segreti che potevano umiliarlo, il
Brentano li copiava onestamente. Che animo meglio disposto si sarebbe potuto
desiderare?
Così il poeta romantico e peccatore si convertì, a poco a poco, per la soave
insistenza della Serva di Dio, la quale constatava che le imperfezioni di lui si
riducevano fino alla sua completa conversione.
Tra le persone illustri che la Emmerick convertì, oltre al Brentano, si
annoverano il medico Wesener e il conte Federico Stolberg poeta, novelliere e
diplomatico tedesco, morto a Osnabrück nel 1819. Il conte aveva tradotto in
lingua tedesca l’Iliade e le tragedie di Eschilo. Era stata tale la impressione da
lui ricevuta nel visitare la Stimmatizzata, da lui stesso descritta concisamente in
un articolo, che essa aveva influito molto sul suo spirito durante gli ultimi anni
della sua vita.
Dopo la scomparsa di lui, Sr. Anna ne contemplò, in una bellissima visione,
l’anima eletta e radiosa tra la gloria dei Beati.
La Stimmatizzata era veramente il prezioso «Vaso di Dio», o meglio, la
mistica tromba d’oro da Lui destinata ad annunziare al mondo molti prodigi
così sorprendenti, da commuovere salutarmente le anime.
Allorché Sr. Caterina si lamentò della difficoltà che incontrava nel ricevere
le sue visioni, il Signore le fece dire da un Angelo:
«Dirai di esse quello che potrai, ma ti riuscirà impossibile calcolare il
numero delle anime che leggeranno quanto dirai e si consoleranno così da
dedicarsi poi alla vita devota».
Durante un’altra apparizione, anche la SS. Vergine l’animò a riferire le sue
visioni nel miglior modo possibile, e l’assicurò che le anime ne avrebbero
assai profittato.

Interessanti note autobiografiche


Sr. Emmerick dichiarò spesse volte lo scopo per il quale il Signore le
concedeva visioni: affinché esse fossero descritte e pubblicate per manifestare
alle anime molte verità e meraviglie sconosciute, a maggior gloria di Dio e a
edificazione dei fedeli.
La estatica raccontò quindi con chiarezza e semplicità quanto vedeva e
operava: come le si manifestava il dono delle visioni estatiche. Descrisse anche
casi di bilocazione e altre grazie straordinarie da lei ricevute in un modo
soprannaturale.
Disse un giorno:
«Ieri chiesi fervorosamente a Dio che cessasse dal concedermi altre visioni
per essere liberata dalla responsabilità di riferirle. Ma il Signore non volle
esaudirmi; intesi, anzi, come altre volte, che devo riferire tutto quanto vedo,
anche se adesso non comprendo il profitto che ne risulterà. Appresi inoltre che
nessuno ha mai visto queste verità nel grado e nella misura in cui le vedo io.
«Ti concedo queste visioni, – disse il Signore affinché si veda che sto con la
mia Chiesa, fino alla consumazione dei secoli...
«Durante una visione, – soggiunse la Veggente – appresi che dovrei essere
morta da parecchio tempo, se non dovessi ancor vivere per manifestare queste
meraviglie mediante il “pellegrino”. Ma quando egli avrà tutto ordinato e
scritto, morrà anche lui.
«Vidi anche infinite bellezze, che non si possono esprimere a parole. E chi
potrebbe descrivere meraviglie, che non si vedono con gli occhi, ma in altri
modi? Da qualche giorno sono continuamente tra una visione sensibile e una
soprannaturale. Anche mentre parlo con altri, vedo contemporaneamente
davanti a me ogni sorta d’immagini, ascolto le mie parole e quelle del mio
interlocutore, come se esse provenissero da un recipiente vuoto. Le parole, che
rivolgo alle persone a colloquio con me, escono calme dalle mie labbra e
talvolta più vivaci del solito, senza che io sappia quanto ho detto poco prima,
quantunque mi esprima con ordine e senso. Con gli occhi, intanto, vedo quanto
mi circonda, ma in un modo incerto e quasi velato, come si scorgono le cose
quando s’incomincia a sognare.
«La seconda facoltà di vedere, quella soprannaturale, mi trasporta
energicamente; essa è molto più radiosa e chiara della visione naturale degli
occhi.
Questa maniera di vedere però non si attua mediante le pupille corporali. Io
sto anche per tutto un giorno tra il volare lontano e il vedere. A volte vedo il
“pellegrino” (il Brentano) e altre volte non lo vedo affatto. Egli non ode
quanto si canta; io invece odo cantare con così armoniosa dolcezza, come se si
trattasse di un soavissimo coro di bambini.
«La vita del mondo soprannaturale, dove non esiste alcun impedimento, ove
mancano tempo e spazio e non vi sono né corpi, né segreti, ma dove tutto parla
e splende, è così perfetta e libera che, a paragone di essa, la nostra misera vita
reale sembra un vuoto sogno.
«Appresi che la vista degli occhi umani non è vera vista; invece quella
interiore è molto chiara e radiosa.
«Quando ero ancor bambina, una notte, mi ero inginocchiata sulla neve.
Intanto mi rallegravo nel contemplare le stelle che rendevano meraviglioso il
firmamento e dicevo al Creatore: “Tu sei il Padre mio e poiché nel tuo Regno
hai tante belle cose, dovresti mostrarmele...”. Egli allora mi aveva fatto vedere
tante meraviglie. Mi prendeva per mano per accompagnarmi dovunque. Io
intanto contemplavo tutto allegramente.
«Sapevo che avrei avuto un fratellino. Come lo seppi però non riuscirei a
dirlo. Desideravo regalare alla mamma qualche dono per il bimbetto nato di
recente, ma non sapevo ancora cucire. Allora venne a me il bambino Gesù, il
quale m’insegnò e mi aiutò a tessere una cuffietta; poi a cucire qualche
indumento per il neonato. Mia mamma si meravigliava nel vedere che ero
riuscita a far quei graziosi lavorucci e si servì di essi per il mio caro
fratellino.
«Quando cominciavo a custodire le mandre al pascolo, mi si avvicinava un
misterioso e bellissimo bambino. Allora conversavamo insieme di argomenti
belli e buoni: parlavamo del modo migliore di servire Iddio e di amarlo.
Dicevamo che il Signore vede tutto e quindi bisognava essere buoni.
«Mi trovavo spesso con quel bambino e c’intendevamo perfettamente. Io ero
capace di eseguir qualunque lavoro, anche perché avevo il necessario per
farlo. In realtà chi faceva tutto e bene era quel meraviglioso bambino.
«Se avessi avuto occasione, quando ero ancor bambina, di descrivere la
maggior parte dei luoghi di Terrasanta, vi sarei riuscita poiché li avevo come
presenti davanti agli occhi e nessun luogo conoscevo meglio come la
Palestina.
«Quando custodivo le mucche, chiamavo spesso a me il piccolo Giovanni
Battista:
“Giovannino, quello con la pelle di cammello, – dicevo – vieni qui con me!”.
Allora egli veniva e poi c’intrattenevamo insieme. Così ebbi una chiara visione
della vita da lui trascorsa nel deserto. «Ogni anno, in Avvento, io
accompagnavo durante il viaggio la Vergine e S. Giuseppe da Nazareth a
Betlemme. La inquietudine, che provavo per la Madonna durante quel viaggio,
era così grave da commuovermi più di qualunque pena che avessi potuta avere,
poiché la Vergine portava nel suo purissimo seno Colui che doveva essere la
mia salvezza.
«Celebravo inoltre tutte le feste e le solennità ecclesiastiche come se esse si
ripetessero davanti agli occhi miei. Iddio, infinitamente buono, mi faceva
vedere tutto nello stesso modo, com’era avvenuto.
«La santissima Vergine, da me pregata con filiale fiducia e intimo ardore,
poneva spesso il bambino Gesù tra le mie braccia.
«Io tenevo sempre il mio vestito ordinato e pulito, non per ambizione o per
piacere alla gente, ma per rispetto al buon Dio. La mamma, alle volte, non mi
vestiva come avrei voluto. Allora mi assestavo specchiandomi sull’acqua; poi
ritornavo a riordinare i miei indumenti. Il vestirsi con ordine e pulizia fa bene
anche all’anima. Quando, nelle tetre mattine invernali, andavo a ricevere la
Comunione, mi vestivo con molta cura per onorare Iddio, ma non certo per il
mondo.
«Ho sempre fame della santissima Eucaristia. Molte volte, quando guardo
verso qualche chiesa, mi sembra che il mio cuore tenti di volare verso il
Salvatore. Allorché devo rimanere parecchio tempo priva della Comunione,
davanti alla mia chiara vista interiore si stende come una densa nube.
«Durante la mia fanciullezza, ero sempre assorta in Dio. Facevo tutte le cose
con un interiore disinteressamento di esse e restavo continuamente in
contemplazione. Anche quando lavoravo sul campo con i genitori, non
rimanevo sulla terra, poiché vedevo le cose terrene come in un sogno oscuro e
confuso, mentre al di là io contemplavo la verità con una chiarezza celeste.
«Il suono delle campane benedette è per me il più santo, gradevole, vigoroso
e soave di tutti gli altri suoni. Neppure il suono dell’organo della chiesa è
paragonabile allo squillo dei sacri bronzi.
«In età più avanzata, andavo assai presto a Messa a Koesfeld. Per meglio
pregare a suffragio delle benedette anime del Purgatorio, prendevo un
cammino solitario. Intanto, se ancora non albeggiava, ne vedevo a due a due
come ondeggiare davanti a me, quasi perle brillanti tra debole fiamma. Così il
cammino diveniva molto più chiaro e io mi rallegravo nel constatare che le
anime mi stavano d’intorno, perché le amavo assai. Perfino di notte, esse
venivano a chiedermi soccorso.
«Quando ero ragazzetta, fui accompagnata, da una persona sconosciuta, a un
luogo che mi parve il Purgatorio. Là vidi che molte anime soffrivano vivi
dolori, e mi supplicavano affinché pregassi per loro. Mi sembrò di trovarmi
dentro un profondo abisso, dove vidi un ampio spazio, che m’impressionò e
commosse perché vi scorsi persone silenziose e molto tristi, quantunque dal
loro aspetto io arguissi che, nonostante tutto, esse si confortavano nel pensare
alla divina misericordia. Non vidi però fuoco, ma conobbi che quelle povere
anime soffrivano interiormente gravi pene.
«Allorché pregavo con tanto fervore per quelle benedette anime, molte volte,
nel mio interno, udivo dirmi: “Grazie! Grazie!”.
«La prima volta che mi avvenne un caso di bilocazione, credetti di sognare.
Avevo allora quindici anni di età. Una notte vidi una giovane insidiata. Corsi
immediatamente alla cameretta di lei e feci allontanare di là il servo
insidiatore. In realtà però non avevo abbandonato il mio letto e quindi
considerai quel caso come un sogno, ma sogno non era. Simili casi mi
avvennero spesso in altre epoche della mia vita. Non solo, anzi, fui inviata
spiritualmente ad altre persone, ma talvolta anche corporalmente.
«Al monastero, mentre mi tenevo occupata in un lavoro, oppure giacevo a
letto ammalata, mi trovavo nello stesso tempo presente in spirito tra le mie
consorelle. Intanto le vedevo e ascoltavo quanto dicevano; oppure mi trovavo
in chiesa, davanti al Santissimo, quando in realtà non potevo lasciar la mia
cella. Come avvenissero tali fenomeni non lo posso spiegare».

L’Angelo bello
«Il mio Angelo custode mi chiama e mi guida ora a un luogo e ora a un altro.
Vado frequentemente in compagnia di lui. Egli mi trasporta sul mare con la
rapidità del pensiero e allora vado molto lontana. Quando giungiamo al mare
e non so come passare all’opposta riva, mi vedo trasportata all’altra sponda e
quindi guardo indietro meravigliata. Allorché l’Angelo si avvicina a me per
accompagnarmi, per lo più scorgo uno splendore; poi appare la sua figura,
che spicca sull’oscurità notturna come un fuoco artificiale che subito divampi.
Mentre si viaggia insieme, si va tra regioni sempre più lontane. Suppongo
perciò di aver percorso distanze straordinarie. Quando devo percorrere a piedi
certe strade e, a volte, arrampicarmi su per scoscese montagne, i piedi quasi
mi si arroventano, poiché vado sempre scalza. La mia Guida invece vola, ora
davanti a me e ora al mio lato. Accompagna le sue brevi risposte con
movimenti delle mani o della testa. L’Angelo è radioso e diafano, talvolta
severo e a volte amabile. Ha capelli lisci e sciolti, che irradiano riflessi. La sua
testa è scoperta; egli indossa un’ampia tunica risplendente come oro.
«Parlo fiduciosamente con lui, ma non riesco mai a vedergli il viso, poiché
sto in molta soggezione alla sua presenza. Egli m’impartisce istruzioni, ma io
non oso domandargli molte cose; ne sono impedita anche dalla gioia spirituale
che provo nello star con lui, molto parco di parole.
«Quando faccio orazione per altri, lo invoco affinché egli vada con il loro
Angelo custode. Se si trova con me, gli dico spesso: – Ora resto qui sola e tu
va’ a consolar quella gente... –. Allora lo vedo scomparire.
«Passo frequentemente sulle città. Ogni volta che, durante il tetro inverno,
uscivo tardi dalla chiesa dei Gesuiti di Koesfeld per avviarmi alla nostra casa
di Flamske, sotto la pioggia o la neve e avevo perciò timore, mi
raccomandavo a Dio. Allora vedevo oscillare davanti a me uno splendore
come di fiamma, che poi prendeva la forma della mia Guida. Da quel
momento, il suolo per il quale mi muovevo si asciugava; cessava di piovere o
di nevicare su di me, che giungevo a casa senza bagnarmi, ma commossa fino
alle lacrime.
«Con quella mia Guida celeste, mi trovai anche al Purgatorio, dove notavo la
grande afflizione di quelle anime. Come sono poco soccorse dalla gente del
nostro tempo! Eppure la loro infelicità è indicibile. A un tratto, mi vidi
separata dalla mia Guida e mi trovai sul pendio di una montagna dove sentii un
così affannoso desiderio di vedermi al suo lato, che quasi perdetti la
conoscenza. Scorgevo l’Angelo a distanza, dalla montagna dove mi trovavo,
ma non potevo andare verso di lui. Allora mi disse: “Questo penoso desiderio,
che tu senti, lo hanno pure quelle anime ansiose di essere soccorse...”.
«Molte volte l’Angelo mi trasportava alle carceri, affinché facessi orazione.
Alla vista di quel luogo di pena, io piangevo in ginocchio e invocavo il buon
Dio con le braccia aperte, finché Egli mi esaudiva.
«L’Angelo mi esortava a offrire tutte le mie privazioni e ogni mortificazione
a suffragio di quelle anime benedette, che sono così spietatamente dimenticate
dalla gente. Molte volte pregavo il mio Angelo di andare presso gli Angeli
custodi di quanti vedevo soffrire, affinché essi ottenessero meriti a suffragio
di quelle anime benedette. Quanto facciamo per esse, orazioni e altre opere
buone, tutto si converte subito in suffragio a sollievo e a conforto di loro.
Quelle anime si rallegrano tanto e sono assai riconoscenti.
«Mi sgomenta la noncuranza che si ha delle grazie della Chiesa, le quali sono
a disposizione dei fedeli con tanta abbondanza; eppure essi le apprezzano così
poco, mentre le povere anime purganti vi anelano e si struggono quasi per il
vivo desiderio, che hanno di tali grazie.

La bontà di Dio
«Il buon Dio – disse ancora la Stimmatizzata – ci è sempre favorevole se non
ci separiamo da Lui. Il suo Angelo si trova sempre al nostro lato, ma noi
dobbiamo diventar degni del suo aiuto con la buona volontà e facendo buone
opere. Dobbiamo ricorrere al Signore come figli riconoscenti e non separarci
mai da Lui, poiché il nemico della nostra salvezza c’insidia e fa di tutto per
perderci.
«Mentre, di buon mattino, io camminavo verso la chiesa, insieme con una
mia amica, si vide comparire il demonio sotto l’orripilante aspetto di un
enorme cagnaccio ringhioso e della mia statura, il quale tentava d’impedirci il
passo. Appena però io mi feci il segno della Croce, il tentatore si ritirò
alquanto, ma si tratteneva a distanza.
«Intanto, per questa apparizione, si perdette almeno un quarto d’ora. La mia
amica, molto preoccupata e timorosa, si teneva presso di me e tremava. Poi io
mi volsi al tentatore e gli dissi: “Nel nome di Gesù Cristo, andiamo! Noi
vogliamo dedicarci al servizio di Dio. Se tu fossi del Signore, non tenteresti
d’impedirci il passaggio. Segui la tua strada, ché noi seguiremo la nostra!”.
All’udir queste parole, il mostro scomparve.
«Allora l’amica riprese coraggio e mi disse: “Perché non gli hai parlato così
fin da principio?”. Risposi: “Hai ragione, ma prima non vi avevo pensato”. Poi
continuammo tranquillamente il nostro cammino.
«Un altro giorno, io pregavo con molto fervore davanti al Santissimo ed
ecco Satanasso comparire vicino a me sopra un inginocchiatoio per farlo
scricchiolare e così disturbarmi. Benché però provassi orrore di lui, non riuscì
a turbarmi. Continuai a pregare con maggiore impegno di prima e allora il
demonio sparì.
«Perché dovevo attraversare un ponte molto stretto, osservavo con timore le
acque impetuose, che scorrevano sotto di esso. Ma il mio Angelo custode mi
guidò con sollecitudine e così potei passar felicemente sopra quelle acque
profonde. All’estremità del ponte però v’era una trappola ben preparata e vidi
un topolino che le saltellava d’intorno perché vedeva un bel pezzetto di
formaggio al centro di essa. A poco, a poco, quell’incauto roditore cedette alla
tentazione di mordere l’esca e così rimase preso dentro la trappola. “Oh,
disgraziata bestiolina!” dissi io allora. “Per quel gustoso bocconcino hai
sacrificato la libertà e la vita...”. “Così gli incauti mortali, – mi dichiarò
l’Angelo custode – per un breve piacere, espongono al pericolo l’anima e
l’eterna salvezza”.
«Quando uscivo a diporto attraverso la campagna, solevo conversar con tutte
le creature, poiché il buon Dio mi faceva conoscere tutto. Perciò mi elevavo
alla vista dei fiori e degli animali. Quanta soavità in tutto ciò!
«Ero molto giovane quando ebbi la febbre, la quale però non mi costringeva
a letto. Invece i miei genitori temevano che io morissi presto. Un giorno mi si
avvicinò un bel bambino, il quale m’indicò alcune erbe, che avrei dovuto
sradicare e poi mangiare. Ne mangiai e guarii. Conosco tutte quelle erbe
medicinali.
«Quando ero bambina, avevo molte visioni riguardanti l’antico Testamento;
poi invece diventarono più frequenti quelle che si riferivano alla vita di Gesù.
Conosco la vita del Redentore fin dalla sua più tenera infanzia. Osservai molte
volte la Madonna durante la sua infanzia e quanto Ella faceva quando era sola
nella sua abitazione. Dei Vangeli e dell’antico Testamento non ho mai
ricordato alcun particolare scritto, perché durante la mia vita ne vidi ogni
episodio, tutti gli anni con chiarezza, con le stesse circostanze, talvolta con la
variante di qualche scena. Altre volte, quanto avevano di misterioso io lo
vedevo interiormente e con intuizione; talvolta invece lo vedevo in immagini.
«Tutte le celebrazioni delle feste ecclesiastiche m’inducevano a celebrarle,
mentre vedevo i misteri verificarsi alla mia presenza. Li vedevo e sentivo tutti
come se avvenissero davanti a me.
«Non ho mai pensato a differenze di valore nel significato delle sacre
cerimonie, poiché ho sempre inteso non soltanto le parole, ma anche le stesse
cose.
«Fin da bambina, il Vangelo di S. Giovanni era per me come luce e fortezza.
In ogni necessità o pericolo, dicevo con una ferma fiducia: «Il Verbo si fece
carne e abitò tra noi». Non potei mai convincermi, neppure quando lo udii
dalle labbra dei sacerdoti, che quel detto dell’Evangelista non si possa
comprendere.
«Un giorno, in cui mi trovavo in chiesa, vidi due donne elegantemente vestite
e genuflesse davanti all’altare maggiore, con la faccia rivolta verso il
tabernacolo. Mi parve che pregassero con molto raccoglimento. Mentre le
osservavo pregar con tanta devozione, comparvero due corone d’oro molto
risplendenti e come sospese sulla testa delle oranti. Poi vidi una di quelle
corone posarsi sulla fronte della prima donna, mentre l’altra continuava a
librarsi sul capo della seconda. Finalmente le due donne si alzarono e allora
mi avvicinai a loro per dire che avevano pregato con molta devozione. Una di
loro mi rispose: “Da tempo non pregavo così devotamente e con tanto
sentimento come oggi”. L’altra invece, sulla cui fronte si era posata la corona
d’oro, si lamentò dicendo che avrebbe voluto pregar con raccoglimento e
pietà, ma che si era sentita disturbata da ogni sorta di distrazioni. – Perciò –
soggiunse – durante tutto il tempo dell’orazione, ho dovuto lottare contro di
esse –. Allora compresi chiaramente che il buon Dio guarda solo il cuore di
coloro che pregano».

Vocazione
«Quando ero ancor giovanissima, – disse ancora la Veggente – custodivo la
mandria al pascolo: occupazione per me penosa e difficile. Mentre ero così
occupata, la religiosa Sr. Giovanna di Valois, persona di grave aspetto e che
aveva con sé un bambino mio coetaneo, mi si avvicinò. Ella volle sapere ciò
che io desiderassi e quando glielo confidai, mi consolò dicendomi: – Non
temere! Osserva questo bambino... Vuoi che Egli sia tuo sposo? –. Io risposi
affermativamente e allora la religiosa mi raccomandò di star tranquilla e di
attendere, poiché quel bambino sarebbe ritornato a me, che sarei divenuta
monaca.
«Tutto ciò allora mi sembrava impossibile; la religiosa tuttavia mi assicurò
che sarei entrata in un monastero, poiché per il mio futuro Sposo non vi
sarebbe stata alcuna impossibilità. Io le credetti, perché mi parve che la
predizione fosse verace e sicura.
«Passata la visione, accompagnai tranquillamente le mucche a casa. Tali
visioni non mi sorprendevano, poiché supponevo che tutti ne avessero. Non
pensavo alla differenza tra le visioni e il reale comportamento delle persone.
«Mio padre aveva fatto voto di regalare un agnellino al convento
dell’Assunta di Koesfeld. Quando egli portava il dono, vi andavo anch’io.
Allora le monache locali scherzavano con me e mi chiedevano se volessi
rimanere con loro. La mia risposta era sempre affermativa; anzi, non avrei più
voluto uscire dal monastero. Allora le suore mi dicevano: “La prima volta che
ritornerai, rimarrai con noi!”.
«Allorché custodivo le mandrie, m’intrattenevo molto in preghiera o in
contemplazione. Pensavo a Gerusalemme o a Betlem, come se mi fossi trovata
là, dove in realtà ero più conosciuta che nella mia stessa casa.
«Un giorno, in cui custodivo una quarantina di mucche, fui sorpresa da una
bufera. Per ripararmi dalla pioggia, mi rifugiai dietro a una collina di
arenaria, dove vegetavano ginepri, sotto i quali potei ricoverarmi. Intanto
pregavo ed ebbi una visione. Venne a me una religiosa dell’Annunziata, la
quale mi parlò così: – Non si onora la Madre di Dio soltanto con la preghiera,
ma si deve specialmente esaltarla con l’imitazione delle sue virtù: imitando
cioè anzitutto la sua umiltà e purezza. Durante i pericoli inoltre, non vi è
miglior rifugio delle piaghe di Gesù –. Poi le confidò di aver sempre usato
una camicia di crine con cinque chiodi sul petto e portato una catena ai fianchi:
cose tutte tenute in segreto.
«Quando la visione scomparve, le campane del convento squillavano e il
temporale era passato. Uscita dal ginepraio, trovai la mandria riunita e
tranquilla. Nessuna mucca si era bagnata nonostante la pioggia. Allora, per la
prima volta, feci voto di entrare al convento dell’Annunziata come postulante.
«Ma mi ammalai. Ero triste perché soggetta a frequenti vomiti. La mamma mi
chiedeva che male sentissi. Allora le manifestai la decisa volontà di entrare al
monastero. Tanto lei però che mio padre m’imposero di abbandonare il
pensiero e il proposito di farmi religiosa. Ma la contrarietà dei genitori
riguardo alla mia vocazione religiosa mi addolorò tanto, da influir nella
malattia, che poi mi costrinse a letto.
«Durante quella infermità, un giorno vidi avvicinarsi al mio letto di dolore
un Santo con due religiosi: i tre visitatori risplendevano. Essi mi presentarono
un grosso libro simile a un messale e poi mi dissero: “Se sai leggere su questo
volume, vedrai ciò che è proprio di una religiosa”. Dichiarai loro che lo avrei
letto e lo misi perciò sulle mie ginocchia. Era in latino, ma io capivo tutto
mentre lo leggevo con affanno. I tre visitatori me lo lasciarono e
scomparvero.
«I fogli del libro erano di pergamena e scritti con lettere rosse e dorate. Su
quel volume ammiravo anche belle immagini di antichi Santi. La sua rilegatura
era gialla. Quando poi entrai al monastero, portai con me quel libro, che
leggevo con attenzione. Ma appena avevo letto una parte del volume, me lo
sottraevano. Talvolta udii dirmi: “Adesso devi leggere tante pagine!”. Durante
gli ultimi anni, scorgevo questo libro quando ero rapita in estasi. Esso si
riferiva agli scritti dei profeti e mi era mostrato tra molti altri libri profetici di
tutto il mondo e di ogni tempo. Notavo che provenivano da esso altre
consolazioni e aiuti, che avevo ricevuti di quando in quando. Attualmente, (20
dicembre 1819), mi restano ancor da leggere cinque fogli, ma abbisogno di
riposo per penetrarne il senso.
«Intanto, per seguir la vita comune, mi sarei potuta dirigere ovunque, ma
l’entrata al monastero mi sembrava impossibile. Invece le visioni mi
inducevano a una maggiore certezza. Non dubitavo della onnipotenza di Dio
ed ero convinta che il Signore mi avrebbe sempre assistita e guidata: questo
pensiero mi animava molto.
«Quando, per una falsa accondiscendenza, mi lasciai attirare a un
divertimento, il mio impegno per allontanarmi di là era tanto deciso, quanta
maggiore era la volontà delle mie compagne ostinate nell’attirarmi. Fuggii di
là molto turbata. Ma lungo il cammino verso la mia casa, vidi venirmi
incontro un’amabile Signora, la quale, assumendo un grave atteggiamento, mi
disse: – Ma che sproposito hai fatto? Ti sei sposata con il Figlio mio e non
t’impegni di restar con Lui? – Subito mi si avvicinò il Figliuolo, il cui biasimo
mi straziava l’anima, poiché ero stata in una trista compagnia, mentre Egli mi
attendeva con pena. Piansi perciò con tanto dolore, che mi parve di morirne.
Pregai quindi la Mamma celeste affinché mi ottenesse il suo perdono e promisi
di non lasciarmi mai più attirare da divertimenti pericolosi. Allora la Madonna
si rivolse al divin Figlio e fui perdonata».
Molte volte io pensavo: “Come potrò entrare al monastero, se dispongo di
nulla e ho tante contrarietà?”. Ma poi mi rivolgevo al Signore per dirgli: “Io
non so come fare, ma Tu, che mi hai messo in cuore questo desiderio, lo
soddisferai”».
Quando Caterina vide la croce del Salvatore, come si è già dichiarato
altrove, disse:
«Quell’apparizione mi causò sgomento. Provavo brividi nel guardarmi
d’intorno, poiché vedevo la croce insanguinata davanti a me. Ebbi allora molto
vivo il pensiero che Iddio, con quell’apparizione, volesse annunziarmi qualche
grave tribolazione. Temetti e vacillai, ma il triste aspetto del mio Salvatore
vinse la mia resistenza e mi sentii fortemente risoluta a conformarmi a
qualunque sacrificio, per amaro che fosse, con la pazienza, che avrei ottenuto
dal Signore».

Meraviglie
Prima della Professione religiosa, la Emmerick doveva superare un ostacolo
non indifferente. Lo dichiarò ella stessa:
«Non potevo disporre di denaro. Mi rivolsi ai miei genitori e ai fratelli, ma
nessuno volle darmi nulla, nemmeno il migliore di costoro: Bernardo. Tutti si
opponevano e si lamentavano come se io li avessi danneggiati. Eppure prima
di emettere i voti, dovevo pagare un debito. Continuavo perciò a chiedere
soccorso al buon Dio, che toccò il cuore a un pio signore, che mi diede tre
talleri. Bernardo pianse poi parecchio per essere stato così duro con me.
«Vinto finalmente tale ostacolo e terminati i preparativi per emettere i voti, si
prospettò un’altra difficoltà: la reverenda Madre informò me e Clara Söntgen,
che mancavano alcuni oggetti da procurarsi in Münster e per i quali occorreva
che ognuna di noi pagasse tre talleri. Perché priva di denaro, ne rimasi assai
turbata. Per il mio imbarazzo andai a lamentarmi presso l’abate Lambert, il
quale mi diede due scudi. Quando poi ritornai alla mia cella, vi trovai con
sorpresa sei talleri. Portai quindi i due scudi alla mia amica, che non sapeva
come trovare la somma richiesta dalla Superiora, poiché non possedeva nulla.
«Otto giorni prima della festa della Presentazione di Maria SS. al tempio, nel
giorno anniversario della mia vestizione religiosa, io e Clara Söntgen
professammo quali agostiniane al monastero di Agnetenberg, in Dülmen, nel
1803. Così ci consacrammo quali Spose di Cristo con la regola di S. Agostino.
«Dopo la processione religiosa, i miei genitori e il fratello Bernardo mi
furono nuovamente benevoli; mi portarono perfino regali.
«Siccome per quella piccola città serpeggiava una grave morìa di armenti, la
gente conduceva il bestiame a una certa casa affinché lo si curasse, ma la
maggior parte di esso soccombeva. Perciò una donna venne da me per
lamentarsi e chiedermi che io pregassi per lei e per i poveri contadini funestati
da quel flagello. Mentre pregavo a tale scopo, vedevo le stalle di quella povera
gente con le mucche sane o malate, ma capivo quale fosse la causa del
contagio e comprendevo l’efficacia dell’orazione per farlo cessare. Molte
mucche erano malate in pena dell’orgoglio e della falsa sicurezza dei loro
proprietari, i quali non sapevano che Iddio potesse dare e togliere loro quella
proprietà per ridurli a penitenza. Io pregai il Signore che si degnasse di provar
quella povera gente in un modo meno disastroso. Finalmente constatai che il
contagio era cessato. Il bestiame di quella donna però, perché fiduciosa nella
preghiera, rimase tutto incolume.
«Io ricevevo ogni rimedio dalla mia Guida, ma specialmente dal mio celeste
Sposo, dalla Vergine e dai Santi. Ricevevo rimedi entro brillanti bottigliette,
oppure sotto forma di fiori, di boccioli e di erbe. Presso il mio letto avevo una
mensola di legno, dove tenevo quelle mirabili medicine, quando avevo qualche
visione e anche durante la mia vita ordinaria. Molte volte collocavo i mazzi di
erbe odorose più vicino al letto o le prendevo tra mano quando ritornavo in
me. Trovavo le tenere foglie verdi e sapevo come si dovevano applicare. Il
loro profumo mi confortava; talvolta le immergevo dentro l’acqua, che poi
bevevo. Ne ottenevo sempre sollievo e, a tempo opportuno, mi curai con esse.
«Ricevevo inoltre immagini, figurine e pietre da coloro che mi apparivano e
mi precisavano il modo di usar quei regalucci. Talvolta tali doni mi erano
posti tra mano o sul mio petto; essi m’infondevano forza e conforto. Alcuni di
essi potevo cederli anche ad altri affinché se ne servissero per curarsi.
«Durante una infermità che soffersi, il mio celeste Sposo mi diede una
pietruzza bianca e diafana, con la forma di cuore: era piccola come un tallero e
vi si ammirava la cara immagine della Madonna con il divin Bambino a colori
rosso, azzurro e dorature. Quella pietra era liscia e dura, ma l’immagine assai
graziosa per il viso consolatore, che mi guarì. Io poi la conservai dentro una
borsetta di cuoio e la portai per molto tempo con me finché mi fu sottratta. Poi
ricevetti inoltre un anello, che lo stesso Gesù m’infilò all’anulare. Vi era
incastonata una pietra preziosa, sulla quale era incisa l’immagine della sua SS.
Mamma. La tenni per molto tempo, finché Egli me la tolse dal dito.
«Intanto mi apparve S. Agostino, il quale mi diede una pietra brillante e
trasparente, in forma di lava e sulla quale risaltava un cuore rosso con una
croce. Quando mi destai, mi vidi con questa pietra fra mano. La introdussi in
un vasetto d’acqua, che poi bevetti a piccoli sorsi. Così il mio male scomparve.
Poi la piccola pietra mi fu tolta.
«Molte volte vidi uscir sangue dalla croce segnata sull’Ostia, ma lo vidi con
molta chiarezza. Altre volte vidi il Signore apparir sulla sacra Ostia in aspetto
di bambino roseo e radioso come un lampo. Nel ricevere la S. Comunione,
vedo spesso il Salvatore avvicinarsi a me come Sposo; Egli tosto scompare
appena io abbia ricevuto l’Eucaristia. Intanto la sua visibile e divina presenza
mi fa provar maggiore soavità nel comunicarmi. Quando Gesù entra nel petto
di quanti si comunicano, Egli si fonde nelle loro anime come lo zucchero che
si scioglie dentro l’acqua. Tanto più intimamente Egli penetra nel cuore,
quanto è più vivo il desiderio di chi lo riceve».

La preghiera della Emmerick


A richiesta del Decano P. Overberg, la Stimmatizzata pregò come soleva fare
dopo di aver commessa qualche mancanza:
«O Madre del Salvatore! Tu sei Mamma mia per due ragioni: perché tuo
Figlio mi diede a Te come Madre quando disse all’apostolo S. Giovanni: –
Ecco tua Madre! – Perché, inoltre, mi sono sposata con lo stesso Figlio tuo,
adesso, dopo di aver disobbedito al mio Sposo e tuo Figliuolo, mi vergogno
di comparire alla sua presenza. Abbi dunque compassione di me, poiché il tuo
cuore materno è tanto generoso! Digli che mi perdoni, poiché a Te non
rifiuterà la grazia di perdonarmi.
«Io sono come il figlio prodigo, o buon Dio. Ho dissipato l’eredità ricevuta
da Te e non sono quindi più degna di considerarmi tua figlia. Abbi
compassione di me! Ricevimi di nuovo... Te lo chiedo per la mia dolcissima
Mamma, che è pure la Madre tua.
«Non posso pregare con le orazioni della Chiesa tradotte in tedesco, perché
così mi sembrano languide e pesanti. Durante la mia vita, ho giudicato molto
più chiare e profonde quelle orazioni in latino. Mi rallegro perciò quando, al
monastero, andiamo a cantar e a pregare in latino: lingua ufficiale della
Chiesa. Così ne sento più vivamente la solennità e vedo quanto si canta».
Quando il P. Resing le aveva ordinato di pregare secondo una sua intenzione,
Sr. Caterina aveva ubbidito, ma senza ottenere l’effetto desiderato.
«Ho chiesto ardentemente la intercessione della Vergine per lo scopo che mi
è stato imposto, ma non sono stata esaudita... – disse. – Per tre volte ho pregato
dicendo alla Madonna: “Devo pregare perché ciò mi è stato comandato per
santa ubbidienza, ma non ho ottenuto risposta. Mi sono dimenticata di ripetere
la preghiera per la grande gioia, che mi procurava la presenza del bambino
Gesù. Spero che la mia orazione sarà ascoltata.
«Non prego per me stessa e quando chiedo grazie per altre persone sono
quasi sempre ascoltata. Allorché prego per me, non ottengo nulla, se non
quando domando nuove sofferenze.
«Sono uno strumento di Dio. So poco di quanto mi avviene d’intorno. Non
desidero che di stare in pace».
Quando il dottor Wesener le disse che gli pareva impossibile ch’ella
riuscisse a perseverar tanto tempo in orazione, la Veggente rispose:
«Come non si dimenticherà di ogni cosa chi s’intrattiene con Dio stesso,
fonte prima di ogni bellezza? Cominciate con vera umiltà l’adorazione del
Signore, e vedrete che cosa succederà di tutto il resto. La preghiera più accetta
a Dio è quella che si fa per il prossimo, specialmente a suffragio delle anime
del Purgatorio. Pregate per loro e state certo che metterete la vostra orazione a
un alto interesse. «Da parte mia, mi offro al buon Dio e dico: “Signore, fate di
me quello che volete”. Poi rimango tranquilla, poiché Iddio è un ottimo Padre
e non può farmi che tutto il bene desiderabile.
«Per quanto io sia debole, mi sento sempre fortificata in ogni conversazione
riguardante Dio e la nostra santa fede. Invece il parlar di argomenti di mondo
mi abbatte e m’indebolisce di più.
«Dio ci ha creati per la sua gloria e per la nostra felicità. Dopo la caduta
degli angeli ribelli, Dio decise di crear l’uomo. Quando il numero degli angeli
caduti sia sostituito da altrettante persone giuste, avremo la fine del mondo».

Stupende visioni
Interessantissimo quanto disse la Emmerick riguardo alle sue visioni e alle
stimmate.
«Vidi il Santo di Assisi sulla vetta del monte, solo e circondato di rovi. Lassù
vi erano grotte simili a celle. Francesco aveva aperto molte volte il Vangelo,
dove leggeva spesso la Passione di Cristo. Pregava perciò sovente il Signore
di renderlo partecipe dei suoi dolori. Sul monte, egli digiunava con molto
rigore: si sosteneva solo con pane e radici, ma in quantità appena
indispensabile per reggersi. Stava genuflesso con le ginocchia nude su pietre
irregolari e con tre pesanti massi sulle spalle. Lo vidi di notte, dopo le dodici,
appoggiato alla rupe, mentre pregava con le braccia distese. Vidi con lui il suo
Angelo custode, che gli sorreggeva le mani. Il viso del Serafico era
ardentemente radioso di divino amore. Il Santo era fiacco e dimagrito; aveva
un bruno mantello aperto anteriormente e un cappuccio come quelli usati dai
poveri pastori locali. Una fune gli cingeva le reni. Mentre la sua persona stava
ferma e rigida, un indescrivibile splendore irraggiava perpendicolarmente
sopra di lui, e tra quella gloria vidi un Angelo con sei ali: due protese verso la
testa, due per il volo e le altre due ai piedi. La mano destra di lui stringeva una
croce, sulla quale vidi un Crocifisso vivo e diafano. I piedi del Crocifisso
erano incrociati e le cinque piaghe splendevano come soli. Da ognuna di esse
irradiavano tre raggi accesi e brillanti, che terminavano a forma di freccia
diretta dalle mani di Lui a quelle del Santo. Dalla piaga del costato, più grande
delle altre, usciva un raggio che si proiettava sul petto di Francesco, mentre
anche dai piedi del Crocifisso irraggiava luce che colpiva i piedi dell’estatico.
L’Angelo teneva con la sinistra un tulipano rosso, dentro la cui corolla
raggiava un cuore d’oro. Il Santo, rinvenuto dall’estasi, non poteva più
reggersi in piedi e camminare. Vidi perciò ch’egli si avviava verso il
convento, aiutato dal suo Angelo custode perché provava forti dolori.
Nascondeva intanto le sue ferite meglio che poteva, perché non voleva che
fossero viste da alcuno. Sulla parte superiore delle mani aveva croste di
sangue grandi e paonazze.
«Non tutti i venerdì usciva regolarmente sangue dalle sue mani. Dalla ferita
del petto ne usciva tanto, che colava al suolo. Quando lo vidi pregare, notai che
il sangue stillava giù per le braccia. Vidi anche altri fenomeni di lui, come
quando il Santo andò a visitare il Pontefice, il quale aveva sognato di vederlo
sostenere con le spalle la basilica di S. Giovanni in Laterano, in procinto di
rovinare...».
Ecco ora come la Stimmatizzata descrisse un’altra visione, che riguardava se
stessa.
«Mi trovavo sola nella mia cameretta in casa di Rotey, verso le quindici, tre
giorni prima di Capodanno. Avevo meditato sulla Passione di Cristo al quale
avevo chiesto di partecipare ai suoi dolori, dopo di aver recitato cinque
«Pater» a onore delle cinque piaghe. Mentre stavo a letto con le braccia
protese, provai una grande dolcezza e poi una inestinguibile sete delle
sofferenze di Gesù. Allora vidi scendere obliquamente sopra di me una luce
proveniente dall’alto. Vedevo un corpo crocifisso, vivo e trasparente, ma senza
croce. Le sue ferite brillavano più del corpo: erano cinque aureole provenienti
dalla gloria. Io ero estasiata e sentivo il cuore mosso da grave dolore e grande
soavità uniti nel desiderio di patire i dolori del mio Salvatore insieme con Lui.
Siccome, alla vista delle sue piaghe, il mio desiderio aumentava e pareva che il
cuore uscisse dal mio petto e mi passasse tra le mani, il costato e i piedi, in
direzione delle piaghe di Lui, irradiarono tosto, prima dalle palme, poi dal
costato e quindi dai piedi del Crocifisso, tre raggi purpurei e brillanti, che
terminavano a freccia e mi colpiron le mani, il petto e i piedi.
«Rimasi così per qualche tempo senza sapere ciò che mi avvenisse, finché la
figliuoletta della padrona di casa mi abbassò le mani, tuttora alzate. La
giovinetta uscì dalla mia camera per riferire ai suoi cari che mi si erano
insanguinate le mani. Io raccomandai loro di non parlare.
«La croce sul petto l’ho ormai da tanto tempo; la ricevetti verso la festa di S.
Agostino. Me la impresse il mio celeste Sposo mentre stavo inginocchiata con
le braccia distese. Dopo che mi si impressero le piaghe, sperimentai sul mio
corpo una violenta mutazione. Sentivo che si alterava il corso del mio sangue,
il quale si dirigeva con una dolorosa violenza verso le parti piagate. Ma S.
Francesco, durante questa visione parlò con me anche per consolarmi. Mi
parlò della violenza dei dolori interni».
Quando la Stimmatizzata si lamentò con il Decano Resing di non poter più
resistere ai dolori, e pregò il Signore di esserne alleviata, fu esaudita e recitò
poi il «Te Deum». Si espresse così:
«Potei recitare il “Te Deum” sino alla fine, dopo averlo cominciato e
interrotto varie volte per la violenza delle sofferenze.
«Avevo pregato frequentemente il Signore di mandarmi dolori e pene, ma
poi fui tentata di esprimermi così: “Basta, o Signore! Non più, non più!”. I
dolori alla testa divenivano così atroci, che temevo di perdere la pazienza. Poi,
al termine del giorno, mi posi sulla testa una reliquia della S. Croce ricevuta
dal Decano Overberg. Pregai anche il Signore di aiutarmi e la sofferenza mi si
mitigò. Le sofferenze dell’anima mi tormentano più ancora delle pene
temporali. Mi riescono assai dolorose l’aridità di spirito, l’amarezza e
l’inquietudine interna, ma da quando ricevetti per due volte la S. Comunione,
gusto quiete e dolce consolazione dell’anima.
«Dopo la Comunione, vidi due Angeli che portavano una bella corona di
fiori. Erano candide rose, ma con lunghe e acute spine. “Ah, se non vi fossero
le spine!” pensavo. Ricevetti questa risposta: “Se vuoi aver le rose, devi
sopportare di essere punta dalle spine”.
«Più tardi fui accompagnata verso un bel giardino, dove grandi rose
sfoggiavano belle tinte, ma erano munite di lunghe e acute spine, che mi
impedivano di coglierle senza dolorose punture. Dissi perciò: “Questo non mi
piace”. Ma il mio Angelo custode osservò: “Chi non vuole soffrire, non potrà
godere”.
«Mi vidi distesa dentro un sepolcro. Ne ero tanto contenta, ma poi mi parve
di udir chi mi dicesse che “prima della mia fine avrei dovuto molto soffrire;
che quindi mi abbandonassi al volere di Dio; che fossi ferma e perseverante”.
Poi vidi la Vergine con il divin Bambino e ne fui molto confortata, poiché la
benigna Madre mise il Pargoletto tra le mie braccia. Quando glielo restituii,
chiesi alla Madonna tre grazie: che mi si concedessero amore, umiltà e
pazienza. Gesù le gradì».
La Veggente disse, un giorno, al Decano:
«Oh, quanto volentieri andrei al Cielo con il nostro buon Salvatore! Ma il
mio tempo non è ancora giunto. I miei dolori e sofferenze si moltiplicano,
poiché devo essere provata e purificata. Che il buon Dio mi conceda la grazia
di perseverar nella pazienza e nell’abbandono al suo divino amore, perché io
faccia sempre la sua volontà!».
Durante una Comunione, ella udì queste parole: «Preferisci morire o soffrire
ancora di più?». Risposi: “Voglio soffrire ancora di più, se così Tu gradisci, o
Signore”. Il mio desiderio è soddisfatto, poiché attualmente soffro più di
prima».

Le stimmate
Interrogata dal P. Overberg riguardo alle circostanze, nelle quali aveva
ricevuto le stimmate, la Veggente fece queste dichiarazioni:
«Quattro anni prima che fosse soppresso il monastero, visitai i miei genitori.
Mentre mi trovavo a Koesfeld, una volta trascorsi due ore in orazione dietro
l’altare situato sotto la croce della chiesa di S. Lamberto. Avevo pregato Gesù
di farmi sentire tutti i suoi dolori.
«Supponevo di avere una febbre continua e che da essa derivassero i dolori
che sentivo. Pensavo che ciò avvenisse per l’esaudimento della mia supplica,
ma disapprovavo questo pensiero per non credermi degna di tanta grazia. A
volte, non potevo camminare per dolori ai piedi. Anche le mani mi dolevano
in modo da non poter cominciare alcun lavoro, poiché non riuscivo neppure a
piegare il dito medio di esse.
«Dopo questi dolori, una volta, al monastero, domandai al Signore la grazia,
per me e per le mie sorelle, di conoscere bene le nostre mancanze, affinché
regnasse la pace e cessassero le mie sofferenze. La mia fervorosa preghiera
ebbe questa risposta: “I tuoi patimenti non diminuiranno. Ti basti la grazia di
Dio! Non morrà alcuna delle tue sorelle prima di avere conosciuto le proprie
mancanze”. Per questa risposta, quando mi sopravvennero i segni esterni,
pensai che essi fossero visibili soltanto alle mie sorelle e mi rassegnai
facilmente. Grave fu invece il mio sgomento quando seppi che questi segni
dovevano essere visibili anche alle persone del mondo».
Richiesta di fornire notizie riguardo alle piaghe del petto, la interrogata
rispose così:
«Fin dalla mia fanciullezza, chiesi frequentemente al Signore d’imprimermi
la sua croce sul cuore, per non mai dimenticare le sue sofferenze, ma non
pensavo ad alcun segno esterno. Neppure io posso osservare questi segni
scoperti, perché sono causa di stima per la mia persona, come dotata di una
grazia speciale, di cui non sono degna. Mi riesce assai penoso dover mostrare
questi segni, specialmente quando constato che non lo si desidera per amor di
Dio, ma per parlare a proposito di essi. Non chiedo al Signore di essere
liberata dai dolori corporali. Dio me li lascerà sempre. Ma perché osservare
ed esaminare?
«Altri manifestano troppa compassione per me. Preferirei invece che
pregassero, affinché io mi sottomettessi umilmente a quanto Dio disporrà per
mezzo dell’autorità ecclesiastica, senza che io perda la divina grazia. Iddio
guida ognuno per un cammino speciale. Quale importanza ha per noi,
nell’arrivare al Cielo, essere giunti per uno o per un altro cammino?».
Quando il Decano Rensing la interrogò riguardo alle stimmate, Sr.
Emmerick fece, tra le altre, queste dichiarazioni:
«... La disposizione dell’Autorità ecclesiastica, di provare la causa delle
piaghe, mi causò molti dolori. Sì, è vero: Iddio mi ha concesso grazie da me
non meritate, io avrei desiderato ch’Egli nascondesse tali grazie agli occhi
della gente, perché temo di essere stimata più di quello che sono realmente.
«La scorsa notte il Signore mi domandò: “Vuoi venir presto vicino a me,
oppure soffrire ancor molto tempo per amor mio?”. Risposi: “Se Tu lo vuoi,
preferisco soffrire ancor di più, purché mi dia la grazia di patire come Tu
stesso desideri”.
«Iddio mi promise questa grazia e ora sono molto contenta. Il Signore mi
fece notare che, durante la mia vita monastica, ero caduta in molte mancanze
contro la perfezione, alla quale ero chiamata per i miei Voti. Mi pentii quindi
nuovamente di tali mancanze, e ottenni dal buon Dio la sicurezza di non aver
perduto, per esse, la sua divina grazia, poiché mi ero umiliata davanti a Lui e
alle persone. «Il Salvatore ebbe alla spalla una dolorosissima piaga, che Gli
causava il grave peso della croce. Io non ho questa ferita, ma provai per molto
tempo i dolori di essa sulle mie spalle. Fin dalla mia infanzia onoravo e
veneravo la ferita di Gesù alla spalla, e so che questo ricordo riesce molto
gradito al Signore. Quando ero al convento, Egli mi rivelò questa ferita, alla
quale si pensa così poco e che pure gli aveva causato un gravissimo dolore. Mi
disse inoltre di gradire assai che si onori tale piaga, come avrebbe pure
gradito che qualcuno, su per l’erta del Calvario, Lo avesse sollevato dal peso
della Croce, portandola fino alla sommità del monte.
«A sei o sette anni di età, quando ero sola e pensavo alle sofferenze del
Salvatore, mi ponevo sulle spalle un gravoso pezzo di legno o qualche altro
peso, che potevo appena trascinare per terra.
«Ma i dolori alla spalla li considero ora quasi trascurabili a paragone di
quelli che mi causano le altre piaghe. Nonostante però tali pene, vorrei soffrir
tutti i dolori possibili nel corpo, qualora il Signore si degnasse di consolarmi
internamente con la sua grazia. Ma invece di queste consolazioni, adesso
provo una grave amarezza nell’anima. Sia fatta però la volontà di Dio! Sento
dolori, che mi salgono dalla pianta dei piedi al petto. Intanto mi sembra che
queste piaghe siano tra esse in tale relazione da far sentire gli strazi di una
ferita anche sulle altre. Però la mia sofferenza mi procura piacere; quando
perciò devo soffrire, mi rallegro e ringrazio il buon Dio di non restare mai a
letto oziosa.
«La sofferenza al capo non mi riesce tanto penosa, poiché il Signore la
mitiga con immeritate consolazioni. Sono contenta che il buon Dio mi faccia
soffrire. Se sapessi che con le mie sofferenze potrei, in qualche modo,
contribuire all’onore di Dio e alla conversione dei peccatori, vorrei soffrire
con maggior gusto e per un più lungo tempo. Chiedo soltanto a Dio che mi
conceda pazienza».
Quando le si parlò del suo trasporto a Darfeld per una nuova visita medica,
la Stimmatizzata dichiarò:
«Sono convinta, in coscienza, di non dover subire altre visite, né di mostrar
le stimmate. Questo avviso mi fu dato in spirito. Stavo inginocchiata dentro
una bella chiesina, davanti a una immagine di Maria con il bambino Gesù e
pregavo la Madre di Dio. Ella venne verso di me, mi abbracciò e poi mi disse:
“Figlia, sta’ attenta... Allontana da te le visite e custodisci la tua umiltà”».
La Veggente riferì inoltre all’abate Lambert quanto segue:
«Mi trovavo circondata da molte persone sul cammino che conduce alla
celeste Gerusalemme, ma dovevo portare un peso così grave da poter appena
procedere. A un tratto quindi mi fermai un poco per riposare sotto
un’immagine del Redentore crocifisso. Allora notai che d’intorno a quella
croce v’era una infinità di altre piccole croci sparse e formate con ramoscelli
e pagliuzze. Mentre pensavo al significato di tali crocette, la mia Guida mi
disse: – Queste sono le piccole croci, che tu avresti dovuto portare quando ti
trovavi al monastero; esse erano assai leggere. Adesso invece ne devi portare
una pesante sulle spalle: dunque portala!
«Intanto la numerosa comitiva si era sparpagliata da un lato all’altro della
strada. V’era perfino il mio Confessore che braccava una lepre dietro un
cespuglio. Lo pregai quindi che invece mi accompagnasse più avanti, lungo il
mio penoso sentiero, ma egli non volle seguirmi e dovetti perciò procedere da
sola, oppressa dal grave peso. Allora riflettei che fosse poco nobile lasciare il
mio Confessore a scovar la lepre, mentre invece avrei dovuto insistere e anche
sforzarlo di seguirci fino alla mèta così magnifica. Ritornai quindi sui miei
passi e lo trovai addormentato, ma rimasi terrorizzata nel vederlo circondato
da belve in procinto di divorarlo. Lo destai quindi con sollecitudine, ma poi
dovetti trascinarlo con me e intanto aumentava il peso che dovevo già
sopportare. Così giungemmo presso un serbatoio largo e profondo, attraverso
il quale si poteva passare per uno stretto sentiero. Ma qui io sarei caduta con il
mio pesante carico se il buon Padre non mi avesse aiutata. Finalmente
giungemmo felici alla mèta».

I veri valori della vita


Poiché la Emmerick aveva la missione di soffrire, il Signore le manifestò
chiaramente i dolori che doveva sopportare per meritarsi una preziosa corona
di gloria e salvar tante anime in procinto di perdersi eternamente.
Disse infatti così:
«Ebbi una visione, che mi parve rappresentasse tutte le pene e sofferenze
della mia vita. Erano dolori, ai quali non avrei voluto neppure pensare, per
non sentirmi tentata di avversione e antipatia contro persone determinate.
«I fatti mi si prospettavano in diversi modi: talora, quale avvenimento come
presente e, talvolta, vedevo persone che conversavano tra loro. Vidi il grave
male che varie persone mi fecero occultamente. Cose da me sospettate, le
vedevo poi chiaramente. Questa fu per me una vera lotta, poiché dovevo
sopportare per la seconda volta le più dure prove della vita: la perfidia e la
falsità umana. Però non dovevo solamente resistere alla tentazione, ma usare
anche maggior carità con i miei peggiori nemici.
«Questi quadri cominciarono dal mio stato di religiosa. Le consorelle mi
causarono molte sofferenze. Vidi come da prima mi maltrattavano. Mi fecero
molto soffrire, perché io le amavo assai. Anche i rimedi del medico del
monastero quanto danno mi cagionarono! I rimedi poi del secondo medico mi
rovinarono il petto, riducendolo agli estremi. Sarei guarita di tutte le mie
infermità senza medicine, se i mezzi salutari della Chiesa si fossero impiegati
regolarmente per me. Le medicine, che mi prescrivevano quei sanitari, mi
ripugnavano, ma io le prendevo per ubbidienza al Confessore.
«Subii il torto di essere esposta alla vista del pubblico per farlo curiosare
riguardo alle mie ferite, senza occuparsi invece di quanto le accompagnava.
Così fui obbligata a mostrarmi e a servire di spettacolo. Sarei potuta riuscir
molto più utile se mi avessero lasciata in pace. Mi si riprendeva, senza essere
difesa da quanti mi obbligavano a mostrare apertamente i segni esterni delle
mie piaghe.
«Il Decano Overberg permetteva che altri abusassero della sua grande bontà.
Voleva sacrificarmi per provare, come mi disse, ad alcune persone, che i
fenomeni riscontrati su di me non erano né menzogne, né artifizi.
«Straziata da acutissimi dolori alle piaghe, gridai perché non potevo più
sopportarli. Il sangue scorreva violentemente verso le piaghe. All’improvviso
mi apparve Satana sotto le mentite forme di angelo della luce e mi disse:
“Trapasserò le tue piaghe e domani ne sarai guarita, in modo che non ti
tormenteranno più”. Allora lo riconobbi ed esclamai: “Vattene! Queste piaghe
non le ho avute per te. Da te voglio niente...”. A queste mie parole, il maligno
tentatore fece un salto e si nascose come un cane sotto un armadio. Ma poco
dopo ritornò e soggiunse: “Perché immagini tu di essere sempre con Gesù?
Non lo credere. Sono io che ti mostro tutte le cose che vedi. Ho anch’io il mio
regno!”. Ma io lo allontanai con le mie pronte risposte. Egli tuttavia ritornò a
un’ora molto tarda e mi disse chiaramente: “Perché ti tormenti senza sapere
come, né quando? Tutto quello che hai e vedi procede da me. Nonostante tutto,
io m’impossesserò di te. Perché vuoi dunque tormentarti a questo modo?”. Ma
io gli risposi: “Allontanati da me! Voglio essere di Gesù! Voglio amar Lui e
maledir te!”. Ma era tale la mia angoscia, che domandai al Confessore di
benedirmi. Allora finalmente il nemico fuggì».
Allo stesso Confessore, che le mostrava una reliquia della S. Croce e della
Lancia. la Veggente fece questa dichiarazione:
«Ho anch’io una reliquia della Croce, che tengo presso il mio cuore, sul
petto. Ho anche una reliquia della Lancia. Sulla Croce vi era il Corpo, e sul
Corpo la Lancia. Quale delle due amerò di più? La Croce fu lo strumento della
Redenzione; la Lancia aperse un’ampia porta all’amore. La particella della
Croce mitiga i miei dolori e anche me li toglie. Molte volte, nel vedere che il
«lignum Crucis» addolcisce tanto i miei dolori, dicevo confidenzialmente al
Signore: “Oh, se il patir su questa Croce Ti fosse stato così dolce, questa
particella di essa non mi procurerebbe tanta dolcezza!”.
«Mi apparvero S. Giuseppe e S. Antonio. Quest’ultimo mi mise tra mano la
Croce, perché avevo perduto il «lignum Crucis». Non vidi mai brillare la
croce dalla strada di Koesfeld, ma soltanto la particella del «lignum Crucis»,
che si trova su di essa. Vidi che i suoi raggi passano attraverso alla croce e poi
discendono sopra gli oranti».
Nel parlar di una croce benedetta, disse:
«La benedizione brilla come una stella: onoriamola dunque! Ma le dita del
sacerdote sono ancor migliori. Questa croce può essere di tutti; invece la
consacrazione sacerdotale è indelebile, eterna. Non vi sono né morte, né
inferno che la possano cancellare. In Cielo sarà visibile e più vistosa, poiché
procede da Gesù, che ci ha redenti».
Nel riferirsi a una immagine della Madonna, la Veggente dichiarò: «Ma è
l’immagine della Vergine! Essa fu toccata da un’altra immagine miracolosa ed
è quindi benedetta. Conservatela con riguardo; non tenetela perciò tra oggetti
profani. Chi onora la eccelsa Madre di Dio sarà favorito da Lei, che
intercederà per i suoi devoti presso il divin Figliuolo. Durante le tentazioni
conviene mettersi questa immagine sul petto».
Visioni di se stessa
Quando il “pellegrino”, Clemente Brentano mise sul petto della
Stimmatizzata una reliquia di S. Ludgero, e vicino ad essa qualche crosta delle
stimmate di lei, Sr. Caterina, entrata in estasi, esclamò commossa:
«Oh, che buon Pastore! Egli venne attraverso il mare. La sua salma riposa
entro un’antica chiesa del mio paese. È il medesimo, al quale ieri tolsero un
dito. Ma qui v’è un’altra persona, che da tempo non vedevo. Straordinaria! Ha
le stimmate ed è agostiniana. Veste perciò un abito come il mio. Il fenomeno è
curioso. Ella deve vivere ancora in una casetta, ma quanto soffre questa
persona! Tutti i miei dolori sono nulla a paragone dei suoi. Tuttavia,
constatazione notevole, ella ha piacere che nessuno s’immagini quanto soffra.
Si direbbe perfino che nemmeno ella lo sappia. Vedo al suo lato tanti poveri e
molti bambini... Mi sembra di conoscerli tutti. Credo che i miei amici e
conoscenti la conoscano. Povero cuore il suo perché circondato da una corona
di spine! Che persone strane quelle che la circondano! Quanti, la osservano e
la spiano! Come deve soffrire per causa di avvenimenti, che succedono lontani
da lei! Ma com’è serena, anzi allegra! Io ne posso prendere esempio, poiché
constato, a paragone con lei, di essere tanto miserabile.
«Durante questa notte ho avuto una mirabile visione, ma non posso rendermi
conto di tutto. Vi dev’essere qualche persona, le cui circostanze sono come le
mie. Parecchio tempo fa’, ella ebbe le stimmate. Questa notte ho visto tutto il
corso dalle sue sofferenze. Dev’essere stata nel nostro convento. Tutte le
monache, meno io, le stavano d’intorno. Ella soffriva spaventosi tormenti
senza che alcuna sapesse nulla di essi; tuttavia la paziente era sempre allegra.
Io non ho mai sofferto tanto, né mai ricevuto tanta grazia come quella persona.
Provo rossore nel considerar la mia fiacchezza.
«Vedo questa povera persona malata e in un misero stato. Ella giace di fronte
a me, ma è molto più ammalata di me stessa; è però paziente. Il suo pericolo è
grave. Non posso considerar troppo a luugo i suoi dolori per non aumentare la
mia infermità.
«Una volta, gli spiriti malvagi la percossero, ma ella si vedeva
frequentemente circondata da numerosi Santi. La vidi, per molto tempo, con il
bambino Gesù in braccio.
«Mentre ella, un giorno, stava a mensa, tutte le consorelle le rivolgevano
parole pungenti, ma intanto si trovava in compagnia di numerosi Beati.
Quantunque fosse molto inferma, faceva ostie ed era aiutata da uno spirito. La
vidi invece abbandonata mentre due anime di religiose le rifacevano il letto e
la conducevano da un luogo all’altro. Molte volte pareva che la sua morte
fosse inevitabile, ma poi le appariva una mirabile Signora splendente, oppure
un Giovanetto, come soleva manifestarsi a lei il suo Sposo. Essi le portavano
medicine, pianticelle e cibi, che ponevano dietro il capezzale del suo letto,
sopra un tavolino nascosto.
«Una volta un Giovane, librato per l’aria e comparso alla destra di lei, le
diede un cuore, sul quale si vedeva una immagine della Vergine. Vidi questo
Sposo celeste avvicinarsi a lei per darle un anello adorno di una pietra
preziosa e dell’immagine di Maria incisa su di essa. Lo vidi infilarle
quell’anello al dito e, dopo qualche tempo, ritornare per prendersi quel
gioiello. Vidi molte volte spiriti porre sul petto dell’inferma ogni sorta di
doni, che poi riprendevano quando ella era guarita. Osservai spesse volte che,
mentre ella era in pericolo di morire, fu miracolosamente assistita. La vidi
anche mirabilmente soccorsa in molti modi dall’Angelo custode. Notai poi che
due persone la tolsero dal convento, mentre era mortalmente inferma; che
quelle persone non avrebbero potuto trasportarla via senza l’aiuto di chi era
dotato di un potere superiore al loro.
«Poi la vidi fuori del convento, ma con lo stessa vestito che adesso io
indosso. Anche fuori del monastero però la vidi patire gli stessi dolori interni
e ricevere le medesime grazie. Una volta la vidi perfino contemporaneamente
su due luoghi: a letto e nell’avviarsi verso altre abitazioni, mentre pie persone
l’osservavano dalla porta. La vidi a letto molto ammalata e con le braccia
incrociate, quando discese alla sua destra una croce splendente e oscillante per
l’aria. Su quella croce stava il Salvatore. Dalle mani e dai piedi piagati di Lui
uscivano raggi rossi che colpivano i piedi e le mani di quella persona; anche
dal costato del Crocifisso irraggiava un fascio di luce che si proiettava sul
petto della stessa persona. Da ogni piaga del Salvatore uscivano tre raggi
simili a fili, che si univano nel formare un dardo il quale colpiva il corpo di
lei. I raggi uscenti dalla piaga del costato di Gesù erano però più larghi degli
altri e terminavano a punta di lancia.
«Quando quei raggi toccavano il corpo dell’inferma, facevano uscir gocce
di sangue dalle mani, dai piedi e dal lato destro del petto di lei. Si venne quindi
a conoscere tutto questo e se ne parlò anche in città, ma poi si mise tutto in
tacere e il fatto rimase come un segreto.
«Dopo un rigoroso e attento esame, constatai che tutti erano convinti della
verità di quanto risultava. Quell’inferma fu sempre protetta da esseri
soprannaturali. L’Angelo custode non la lasciava mai.
«Più tardi, vidi presso di lei un uomo che scriveva, ma non era sacerdote».

Tenebre e luce
La Stimmatizzata dovette sopportare tribolazioni da parte del demonio, che
tentò spesso di trascinarla alla disperazione. Ella rivide qualche apparizione
diabolica, che raccontò così:
«Una volta vidi che Anna diede una sua veste a un povero mendico. Poi vidi
il demonio spiarla e mandarle un suo addetto per tentarla. Notai che un uomo
la seguiva, ma che ella non volle nemmeno udirlo. Vidi inoltre il diavolo
tendere agguati alla sua vita. Per due volte voleva gettarla giù da un tavolato,
dove ella era salita per dormire, ma il suo Angelo la salvò.
«Notai una serie di visioni della vita di una persona che, come seppi poi, ero
io stessa. Vidi, frequentemente, rappresentazioni riferentisi a S. Ludgarda e
così potei considerare l’analogia di grazie divine e il modo di riceverle.
«Sono ancora in vita per la misericordia di Dio. Questa notte ho visto sopra
di me due Cori di Angeli. Mi gettavano fiori, frutta e lettere. Pareva che alcuni
di essi desiderassero che io morissi, e che altri invece bramassero che vivessi
ancora. Supponevo perciò di morir presto. Vidi infatti giacere il mio corpo,
ma poi mi avevano nuovamente salvata i Santi che mi circondavano. Un Santo
m’indicò un uomo che stava agonizzando a Münster e mi raccomandò
d’inginocchiarmi e di pregar per lui, che si trovava in cattive condizioni.
Perciò m’inginocchiai per pregare. Poi vidi comparire un sacerdote al fianco
del moribondo. «Passai una notte spaventosa. Il demonio mi assalì tre volte per
maltrattarmi. Dalla sinistra del letto usciva una figura oscura e furiosa, che si
piegava su di me proferendo terribili minacce. Io la respinsi con la preghiera,
ma essa mi percosse e mi lanciò da un un lato all’altro. I suoi colpi erano
come ardenti di fuoco. Finalmente se ne andò.
«Mentre chiedevo a Dio di essere soccorsa, il demonio ritornò per
trascinarmi ancora. Lo vinsi nuovamente chiedendo soccorso al Cielo, ma
rimasi tremante e molto afflitta. Il re delle tenebre tornò pure di buon mattino a
maltrattarmi. Pareva che mi spezzasse le membra, le quali scricchiolavano
quando egli me le stringeva. Avevo con me reliquie e il «lignum Crucis» e
quindi Satana fuggì. Ma dopo mi apparve il mio Sposo per dirmi: “Tu sei stata
la mia sposa”. Io perciò rimasi tranquilla.
«Intanto però, alla luce del giorno, vidi che tutte le cose mie si trovavano nel
massimo disordine.
«Il 18 di febbraio del 1821, il nemico venne a me in differenti forme e mi
straziò le spalle. Molte volte mi si mostrò in un atteggiamento come se volesse
ordinar qualche cosa e darsi anche un’aria di santo. Mi disse che ho commesso
una grave ingiustizia nell’aiutar qualche anima del Purgatorio. Un’altra volta
mi si presentò sotto un aspetto spaventoso, con un orribile ceffo e le membra
contorte per ingiuriarmi, opprimermi e pizzicarmi. Altre volte tentò perfino di
adularmi. Poi lo vidi piccolo e astuto, con un corno sulla testa, le braccia corte
e senza gomito; le sue gambe avevano le ginocchia all’indietro e giravano per
ogni parte.
«Quando ero sola, pregavo e riuscivo anche a liberarmi da lui con qualche
reliquia, ma appena deponevo le reliquie, egli ritornava. Mi ricordo di aver
combattuto contro il demonio per tutto un giorno.
«Ogni volta che “il pellegrino” voleva confortarmi, l’apparizione del
demonio diventava più visibile e possente. Era lo stesso demonio, che appariva
in casa Mersmann, allorché venivano gli esaminatori delle stimmate.
«Quando finalmente il nemico cedette il campo, vidi il corso di tutta la mia
vita, sino a giungere alla Gerusalemme celeste: esso assomigliava a un
cammino aspro e scabroso, pieno di pericolosi precipizi, irto di lacci tesi da
amici e da avversari disposti ad accalappiarmi e a farmi cadere. Ma su questi
lacci vedevo certi avvisi, che mi potevano riuscire utili: “Taci! Sta’ attenta!
Soffri pazientemente! Non guardare indietro, ma davanti! Non dimenticarmi!”.
«Per queste ultime parole, cominciai a conversare con il mio celeste Sposo.
Questa conversazione mi procurò amore e pazienza tra le sofferenze. Ah, sì!
Adesso lo vedo! Egli mi manifesta tutto quello che ho sopportato... “Ma chi ti
ha aiutato a sopportar tutto? – mi chiese. – Potresti ora lamentarti? Oh, tu mi
dimentichi troppo presto”.
«“Oh, mio amatissimo Sposo! – risposi. – Adesso vedo tutto. Così doveva
avvenire per il mio bene. Preferisco essere disprezzata con Te. anziché
glorificata nel mondo”.
«Alcuni giorni dopo, il nemico mi tormentò con i dolori, presentandomi
ogni sorta d’immagini della mia miseria per rendermela insopportabile.
Allora fui in pericolo di soccombere.
«Il diavolo continuava a rappresentarmi la mia condizione come
insopportabile. Finalmente esclamai: “Ebbene: voglio sopportar la mia miseria
vicino al Signore!”.
«In quello stesso momento mi si presentò il Salvatore carico della Croce e
avviato verso il Golgota, ma così esausto di forze e in tale misero stato,
pallido e stanco, che sembrava in procinto di svenire. Allora corsi verso di Lui
e presi sulle mie spalle l’estremità della croce e mi sentii rinvigorita, poiché
operavo per amor di Gesù. Ricevevo nuovo vigore perché Egli mi presentava
le sofferenze da Lui sopportate per amor mio.
«Vidi perché soffersi tante infermità. Contemplai la immagine di Cristo,
grande e gigantesca tra Cielo e terra. Gesù aveva lo stesso aspetto e gli stessi
indumenti, di quando era stato burlato dai giudei. Le sue mani erano distese sul
mondo. Vidi raggi di vari colori, ma tutti simboleggianti dolore e pianto di
pietà per le genti di ogni condizione. Quando io mi compativo di qualche
disdetta e pregavo, quei raggi di dolore mi ferivano e affliggevano con ogni
sorta di pene. La maggior parte di esse mi parevano dei miei conoscenti.
«Quella immagine era di Gesù. V’era la stessa SS. Trinità, di cui sentivo la
presenza, benché essa mi riuscisse invisibile.
«Vidi anche S. Benedetto, il quale mi promise di aiutarmi; mi disse di non
scoraggiarmi quando l’aiuto non fosse venuto immediatamente. Allora ebbi
una visione, durante la quale sembravo un’altra persona. Mi vidi sopra una
sedia appoggiata al muro, impossibilitata a parlare e a muovermi, come se
fossi stata moribonda. D’intorno a me stavano ecclesiastici e laici che
parlavano enfaticamente o di un argomento o di un altro, ma intanto mi
lasciavano morire miseramente. Egli perciò manifestava, per quella
«creatura», la più tenera compassione. D’improvviso vidi S. Benedetto
sdegnato contro quegli ecclesiastici; egli si avvicinò poi alla «moribonda» per
parlarle. Allora capii che quella morente ero io stessa. Egli avvisò un giovane
sacerdote martire, che mi amministrasse i Sacramenti. Mi disse: “Non
meravigliarti della sua giovinezza. Questo sacerdote martire è il mio
discepolo Placido”».

Sulla croce
Alla fine dell’anno ecclesiastico 1823, Sr. Anna ebbe per l’ultima volta una
visione riguardante le circostanze di quell’anno. Con diversi simboli vide
rappresentate le negligenze della Chiesa militante e dei suoi servi. Vide quante
grazie non si apprezzavano, né si raccoglievano e quante se ne erano perdute;
fu manifestato che il Redentore aveva messo, per ogni anno, dentro il giardino
della Chiesa un completo tesoro di meriti per supplire a tutte le necessità e a
tutte le espiazioni. Le grazie disprezzate, neglette o perdute, sufficienti a
rialzare il peccatore più decaduto e a liberar l’anima più dimenticata del
Purgatorio, si sarebbero dovute chiedere con maggior forza di volontà. Perciò
la Chiesa militante era punita per le negligenze e infedeltà dei suoi servi, con
l’oppressione da parte dei suoi nemici e con temporali umiliazioni.
Sr. Anna passava perciò giorni e notti a pregar per essa, nell’offrire a Dio i
meriti di Gesù Cristo e nel chiedere misericordia. Concentrò tutte le sue forze
e si offerse a prendere sopra di sé il peccato e il castigo, come una bambina
che si presentasse davanti a un re sul trono, pronta a espiare per il giudizio
fatto contro sua madre. Allora le fu detto: «Vedi come sei piena di miserie, tu
che vuoi soddisfare per gli altri!». In effetto, Anna Caterina si vide con terrore
quale tristissima immagine piena d’infinite imperfezioni. Tuttavia, per
l’impeto del suo amore, si espresse così: «Sì, sono piena di miserie e di
peccati, ma sono vostra sposa, o mio Signor e Salvatore! La mia fede in Voi e
nella Redenzione da Voi stesso operata copre tutti i miei peccati con il vostro
manto regale. Io non vi lascerò finché non accettiate il mio sacrificio, perché
l’abbondante tesoro dei vostri meriti non è precluso ad alcun fedele».
«In fine, scriveva il Brentano, la sua orazione, singolarmente energica, era
come una querela per l’udito umano e una lotta con Dio, ma eccitata
dall’ardito impulso dell’amore. Quando il suo sacrificio era accettato, cessava
per qualche tempo la sua attività; ella rimaneva occupata con la ripugnanza
della natura umana contro le sofferenze. Allorché aveva sostenuto la lotta, con
gli occhi fissi sul Redentore all’Orto degli ulivi, i dolori di ogni specie, che
sopportava, erano indicibili. La vedemmo frequentemente star per molti giorni
senza conoscimento come un agnello in procinto di morire. Se le chiedevano
come stesse, ella apriva le palpebre per sorridere e rispondeva: “Questi dolori
sono tanto salubri!”».
Al principio dell’Avvento, le sue sofferenze si calmarono con dolci visioni
riguardanti i preparativi del viaggio della Vergine verso Betlemme con S.
Giuseppe. La Veggente li accompagnava ogni giorno agli alloggi, oppure li
precedeva per indicar Loro dove ricoverarsi. Durante questo tempo, Sr. Anna
lavorava su vecchi pezzi di tela; di notte, durante il sonno, cuciva pannicelli
per neonati, camicie e cuffiette per bambini delle povere mamme. Al mattino,
aveva poi la sorpresa di vedere tutti questi indumenti ben sistemati dentro il
suo armadio. Ciò le avveniva tutti gli anni, alla stessa epoca, ma nel 1823
faticò di più ed ebbe minor soddisfazione. Così nell’ora della nascita del
Salvatore, che ordinariamente era per lei tempo di gioia, ella si trascinò con
molta fatica, in spirito, fino al presepio del bambino Gesù. L’unico dono, che
gli portò, fu la mirra e l’unica offerta, la sua croce, per il cui peso cadde come
morta ai piedini di Lui. Sembrava che finisse il suo conto terrestre con Dio e si
sacrificasse, per l’ultima mèta, per tutte le genti spiritualmente e
corporalmente afflitte. Il poco, che si potrebbe sapere di questa sostituzione ai
patimenti altrui, giunse all’incomprensibile. Anna Caterina diceva a ragione:
«Il bambino Gesù non mi ha portato, quest’anno, altro che una croce e
strumenti di martirio».
Da allora, ella si concentrò ogni giorno più tra i suoi patimenti. Quasi non
parlava e quantunque continuasse a seguire i viaggi di Gesù durante la sua
predicazione, al massimo indicava con poche parole la direzione dei suoi
passi. Una volta, con voce appena percettibile, la Stimmatizzata domandò:
«Che giorno è oggi?».
Quando le fu risposto che era il 14 di gennaio, soggiunse:
«Tra pochi giorni avrò già narrata tutta la vita del Salvatore... Questo però
non mi è ormai più possibile...». Tali parole sembravano tanto più strane, in
quanto pareva che non sapesse in quale anno della predicazione di Gesù fosse
attualmente occupato il suo spirito.
Durante il 1820, aveva narrato la storia del Salvatore fino all’Ascensione,
cominciata il 28 di luglio del terzo anno della predicazione di Gesù; poi tornò
al primo anno della vita di Lui, che continuò fino al 10 di gennaio del terzo
anno della predicazione.
Il 27 di aprile del 1828, per causa di un viaggio del Brentano, vi fu una
interruzione che perdurò fino al 21 ottobre.
Lo scrittore riprese poi il filo della storia dove l’aveva lasciato e continuò
fino alle ultime settimane della vita di Sr. Caterina. Quando ella parlò di alcuni
giorni, che ancora mancavano, il Brentano non sapeva fin dove giungesse la
storia, poiché non aveva coordinato quanto scriveva. Dopo il transito di lei, si
convinse che se la defunta avesse potuto parlare durante gli ultimi quattordici
giorni della sua vita terrena, la narrazione sarebbe tornata al 28 di luglio del
terzo anno della predicazione di Gesù e, per conseguenza, al punto stesso dove
aveva cominciato nel 1820.
Intanto, ogni giorno, le condizioni della Veggente divenivano sempre più
allarmanti. La Stimmatizzata, che prima soffriva in silenzio, attualmente
gemeva per l’intensità dei dolori. Il 15 di gennaio disse:
«Il bambino Gesù, per la sua Natività, mi ha portato gravi dolori. Mi trovai
nuovamente al presepio di Betlemme. Il divino Infante aveva la febbre e mi
rivelava le sue sofferenze e quelle della Mamma sua. Erano così poveri, che
per alimento avevano solo un pezzo di pane. Mi fece pena e mi disse: “Tu sei
mia, cara sposa. Soffri come soffersi io e non domandarmene il perché”. Io
non so quello che sarà, né se durerà molto tale soffrire. Mi abbandono
intieramente al mio martirio, sia che io debba vivere o morire. Desidero che la
segreta volontà di Dio si compia in me. Sono tranquilla e tra le mie pene ho
consolazioni. Anche questa mattina ero felice. Sia benedetto il nome del
Signore!

Il volo
I dolori aumentarono ancora fino alla possibilità. Seduta sul letto, a occhi
chiusi, la paziente si lamentava con voce debole, piegandosi ora su di un lato e
ora sull’altro. Se si coricava, pareva che soffocasse. Aveva un respiro
affannoso. Tutti i suoi nervi e muscoli tremavano perché pervasi dal dolore. La
sua gola quasi bruciava; aveva la bocca gonfia, le guance arrossate dalla
febbre, le mani diafane come l’alabastro. Intanto le cicatrici delle piaghe
brillavano come argento sulla pelle tesa; il polso dava da 160 a 180 pulsazioni
al minuto.
Il 18 gennaio, nell’ascoltare le campane, sospirò
«Che dolce scampanìo! Oggi è una grande festa...».
Ancorché non potesse ormai parlare per le sue atroci sofferenze, tutti i suoi
doveri erano presenti al suo spirito. La sera del 26 gennaio disse al Brentano
con voce quasi impercettibile:
«Oggi è il nono giorno; occorre pagar la candela e dare un’offerta per la
novena che si fa alla cappella di S. Anna». Era una novena ch’ella aveva
richiesta per una sua intenzione.
Il 27 dello stesso mese ricevette l’estrema Unzione e disse:
«Voglio morir come religiosa!».
Ma la vicinanza della morte non impediva l’unione della sua vita con quella
della Chiesa. Quando, la sera del primo di febbraio, una persona amica la
visitò, si mise dietro il suo letto per non essere vista e ascoltava con molta
compassione i gemiti e l’affannosa respirazione di lei. A un tratto non udì più
nulla e credette quindi che la Suora fosse morta. In quel momento cominciò a
squillare la campana che annunziava il mattutino della festa della
Purificazione. Era il principio della festa, e quel suono estasiava l’anima della
Veggente. Benché le sue condizioni fossero allarmanti, adoravano dalla bocca
di lei alcune parole affettuose di omaggio alla Vergine.
Alle dodici, con voce alterata dal rantolo, la Veggente mormorò:
«Da molto tempo non ero stata tanto bene. Da otto giorni sono ammalata;
non è vero? Ormai non so più nulla di quel mondo tenebroso. Oh, che luce mi
ha fatta vedere la Madre di Dio! Mi ha trasportata presso di Sé, dove avrei
voluto fermarmi...». Poi si raccolse un poco e, quindi, nel mettersi l’indice
sulla bocca socchiusa, soggiunse: «Ma non devo parlar di ciò...». Da allora,
affermava che tutto quanto poteva dire a lode della Madonna raddoppiava le
sue sofferenze. Ciò nonostante, il 2 di febbraio disse:
Da quanto tempo non mi son sentita così bene come adesso! Ha fatto tanto
per me la Madre di Dio!».
I giorni seguenti ella peggiorò, la notte del 7 di febbraio, divenuta più
tranquilla, disse:
«Ah, Gesù! Mille grazie per il tempo della mia vita. Signore, che si faccia la
vostra volontà e non la mia!».
Durante la notte dell’otto di febbraio, un Sacerdote pregava presso il suo
letto ed ella gli bacìò la destra con gratitudine; poi gli raccomandò di assistere
alla sua morte e quindi pregò così:
«Gesù, vivo per Voi e muoio per Voi! Signore, siate benedetto! Ormai non
vedo e non sento più!». Aiutata a cambiar posizione per alleviar le sue pene,
dichiarò:
«Sono sulla Croce, ma presto finirà... Lasciatemi!».
Ormai aveva ricevuto tutti i Sacramenti, ma voleva confessarsi di una
leggera mancanza, di cui si era già accusata molte volte.
Mentre gli astanti parlavano sommessamente, in modo che la moribonda non
potesse udirli e lodavano la pazienza, la fede e altre virtù di lei, udirono lei
stessa mormorare:
«Ah, non mi lodate, poìché devo soffrire il doppio. Oh, buon Dio! Vedete i
nuovi fiori, che cadono su di me...». Ella vedeva sempre nei fiori il simbolo e
il preannunzio di qualche dolore. Poi soggiunse: «Dio solo è buono! Tutto si
deve pagare, fino all’ultimo centesimo... Sono povera e piena di peccati!
Lasciatemi morir nell’ignominia, con Gesù, sulla croce!».
Il nove di febbraio, ultimo giorno della sua vita mortale, sospirò:
«Sarà presto tutto concluso! Intanto rimarrò sulla croce. Non vi è alcuno
sulla terra al quale io non abbia perdonato... Vieni, dunque, o mio Gesù!... È
vero, ma le genti di allora, compreso il buon ladrone che morì sulla croce,
non dovevano rendere tanto conto come noi, perché non avevano ricevuto
tante grazie. Io sono peggiore di quel ladrone, che fu crocifisso... Credo di non
poter morire perché molte e pie persone giudicano erroneamente bene di me.
Sappiano esse e lo si dica a tutti, che sono una grande peccatrice, molto
peggiore dell’assassino che fu crocifisso alla destra di Gesù».
Poche ore prima della morte, che implorava con frequenza, diceva:
«Signore, soccorretemi! Venite, Gesù mio!». Ma perché un elogio pareva
contrariarla, ella protestò energicamente: «Ah, se potessi gridare in modo da
far sapere a tutti quanto sono peccatrice! Sono meno del buon Ladrone...».
Dopo questa dichiarazione però ella pareva tranquillizzarsi e disse al
Sacerdote che le stava vicino: «Adesso io godo molta pace e ho confidenza,
come se non avessi mai commesso peccato...». Intanto contemplava la croce,
che aveva ai piedi del letto. Il suo respiro era affannoso. Beveva spesso. Del
Crocifisso baciava soltanto i piedi per umiltà.
La sua faccia serena e tranquilla aveva una sublime gravità: era la
espressione di un atleta che, dopo inauditi sforzi fatti per giungere alla mèta,
cada e muoia nefl’afferrar la corona. Intanto il Sacerdote pregava al suo lato,
recitando le orazioni per gli agonizzanti.
La moribonda respirò meno affannosamente per alcuni minuti; e poi sospirò,
per tre volte, con un profondo gemito:
«Signore, aiutatemi! Signore, Signore, venite! Aiutatemi, Gesù!».
A un tratto, il Sacerdote suonò un campanello e disse:
«Muore!».
Allora molti parenti e ammiratori, che stavano nella stanza attigua, entrarono
per inginocchiarsi e pregare. Intanto la morente teneva tra mano una candela
accesa, che il Sacerdote sosteneva. A un tratto, dopo alcuni sospiri, l’anima
pura della Stimmatizzata spiccò il volo verso il suo celeste Sposo, per unirsi al
coro delle Vergini, che accompagnavano il divino Agnello.
La salma della Veggente rimase distesa sul letto di morte, placida e serena
come se si fosse assopita in un dolce sonno.
Erano le venti e mezzo del 9 febbraio 1824.
Come scriveva il Brentano: «La espressione del viso di Sr. Anna Caterina
Emmerick era sublime. Era il ritratto di una vita di sacrifici, di pazienza e di
rassegnazione. Pareva fosse morta per amore di Gesù, in esercizio di carità
per gli altri. La sua destra posava sulla coperta: quella mano, alla quale Iddio
aveva dato la inaudita grazia di conoscere, con tòcco, tutto quello che era santo
e consacrato dalla Chiesa: grazia, che forse nessuno ricevette, almeno in grado
uguale. Io presi per l’ultima volta quella mano, sulla quale v’era un segno
tanto venerando; quella mano benefica e laboriosa, che tante volte aveva dato
nutrimento all’affamato e vestito i bisognosi. Ma essa era ormai fredda e
inerte.
«Mercoledì, 11 febbraio, si preparò la sua salma per la sepoltura. Una pia
donna, che volle darle l’ultima prova di affetto, mi disse come la trovò. I suoi
piedi erano incrociati come quelli del Crocifisso. Le piaghe erano più colorite
del solito. Quando si sollevò la sua testa, le uscì sangue dalle narici e dalla
bocca. Tutte le sue membra si conservarono flessibili perfino dentro il feretro.
«Il venerdì, 13 febbraio, la salma fu trasportata al sepolcro, con
accompagnamento di tutte le persone del luogo. Su di una relazione, pubblicata
nel dicembre del 1824 in un periodico cattolico di Kertz, si leggeva:
«Sei o sette settimane dopo la morte di Anna Caterina Emmerick, perché si
era sparsa la voce che la sua salma fosse stata rapita, si aprirono segretamente
la sepoltura e il feretro per ordine superiore, alla presenza di sette testimoni.
Costoro videro, con gioiosa sorpresa, la salma incorrotta. La sua fisionomia
era sorridente, come quella di persona che riposi in un sonno soave. Dalla
spoglia non esalava alcuno sgradevole odore».
«Voglia il Cielo, – concludeva il Brentano che si conservi la memoria di una
persona, che impedì tante pene di anima e di corpo; che specialmente la si
ricordi là dove essa attende la risurrezione!
La Serva di Dio era il «Vaso» voluto da Dio per annunziare al mondo molti
prodigi, tali da commuovere salutarmente le anime. Allorquando Sr. Caterina
si era lamentata della difficoltà di riferire le sue visioni, il Signore le aveva
fatto dire da un Angelo:
«Dirai di esse quanto potrai. Ti riuscirà impossibile però annoverar le anime
che leggeranno quanto tu dirai e si consoleranno nel dedicarsi alla vita
devota».
Durante un’apparizione, anche la compiacente Sovrana celeste l’aveva
animata a riferir le sue visioni nel miglior modo possibile e l’aveva poi
assicurata che le anime avrebbero assai approfittato di esse.
La pietà del popolo cristiano, anche fuori della Germania, specialmente per
la devozione alla Passione di Cristo, è efficacemente corroborata da tre libri
che risalgono alla Veggente: «L’acerba Passione di Gesù» (1833); «Vita della
Vergine» (1852) «Vita del Salvatore» in tre volumi (1858–1860).
Le ricerche di W. Hümpfner dimostrano che l’apporto del Brentano, al quale
è dovuta la redazione di tali opere, secondo le visioni della Emmerick, è tanto
imponente da non potersi più distinguere dalle comunicazioni letterali della
Veggente. La discussione scientifica sul vero carattere delle sue visioni ha
l’inconveniente di ricacciare temporaneamente tra l’ombra il contenuto
religioso e la missione religiosa della vita di lei.
La sua Beatificazione, di cui si è introdotto il Processo, è desiderata da
moltissimi suoi ammiratori.
D. EUGENIO PILLA

LE RIVELAZIONI
DI

CATERINA EMMERICK
ADAMO ED EVA
Secondo la mia visione, Adamo non fu creato dentro il paradiso terrestre, ma
sulla zona donde, più tardi, sarebbe sorta Gerusalemme. Lo vidi luminoso ed
emergente da una prominenza di terreno giallastro, come se fosse uscito da
uno stampo. Il sole brillava e io pensavo che il suo splendore lo rendesse così
attraente e meraviglioso.
Adamo non era uscito subito dalla terra, ma a poco a poco. Vi stava come
coricato sul fianco sinistro e con un braccio si sosteneva la testa, ma mi pareva
velato come da una blanda nebbia. Scorgevo pure una figura appena delineata
sul costato di lui ed ero convinta che fosse Eva, la, quale sarebbe stata tratta di
là per essergli compagna nel paradiso terrestre.
Dio chiamò Adamo, il quale si volse alla sua Voce possente, mentre il
sorriso gli fioriva sulle labbra porporine, nel vedere tanti animali usciti dal
folto di cespugli in fiore e correre d’intorno a lui. Poi vidi Adamo trasportato
misteriosamente lontano di là, dentro a un incantevole giardino ricco di
corolle, di alberi, e animato da ruscelli, che scorrevano tra sponde fiorite. Era
il paradiso terrestre. Il primo uomo si assise sull’erba rugiadosa, e allora il
Creatore fece sfilare davanti a lui, re del creato, tutti gli animali ancora senza
nome. Mentre essi gli passavano dinanzi, Adamo li nominava con voce festosa.
Il suo corpo era di un candore blandamente luminoso ed emergeva dal tappeto
erboso come uno stupendo fiore umano. Sembrava quasi spiritualizzato e
felice di trovarsi là, al centro di quello stupendo giardino.
Quando si alzò dall’erba, cominciò a incedere tra gli alberi, mentre gli
animali più piccoli e graziosi gli saltellavano d’intorno come per fargli festa.
Egli però non pareva completamente felice. Perché‚ gli mancava una
compagna con la quale poter godere di tutte quelle meraviglie profuse dalla
benefica mano di Dio.
A un tratto, lo vidi riposare su di un rialzo di terreno costellato di bellissimi
fiori e irrorato da fresche acque, mentre gli uccelli gorgheggiavano tra i rami
delle piante cariche di frutta. Allora Dio gli mandò un dolce sopore ed egli
rimase assorto tra vaghe visioni. Mentre dormiva, il Creatore trasse Eva dal
costato di lui, precisamente dal lato, dove la lancia avrebbe trapassato il petto
di Gesù. Dapprima, Eva mi parve piccola e delicata, ma poi crebbe presto,
finché‚ la vidi di alta statura e bella.
Poi vidi la collina dividersi in due parti e scorsi dal lato di Adamo una roccia
come di cristallo e molte pietre preziose. Da quello di Eva vidi invece
formarsi una graziosa valletta coperta di fine e bianca polvere fruttifera. Dopo
la creazione di lei, notai che Iddio diede ad Adamo qualcosa di misterioso.
Allora egli divenne luminoso quasi come un sole. Soltanto egli però aveva
ricevuto quel torrente di luce. Esso era come il germe della divina
benedizione. Quella che avrebbe ricevuta Abramo dall’Angelo sarebbe stata
simile a essa, ma non così luminosa come quella ricevuta dal progenitore del
genere umano.
Eva stava intanto ritta davanti ad Adamo, il quale le diede la destra per andare
a diporto con lei attraverso il giardino. I progenitori erano ancora innocenti e
meravigliosamente belli. La luce li rivestiva come di un radioso ammanto,
quasi intessuto di fiori splendenti. Dalle labbra di Adamo vedevo irradiare un
fascio di luce che gli aureolava la fronte dignitosa come di un fulgido diadema
regale. Anche dalla bocca di Eva irradiava splendore, ma un po’ più attenuato. I
suoi biondi e inanellati capelli ricadevano sulle sue flessuose spalle come una
cascatella di riccioli d’oro.
Adamo ed Eva attraversarono il paradiso terrestre per ammirare il creato,
che li rendeva felici, e giunsero a un promontorio inondato di luce più delle
altre zone dell’Eden.
I DUE ALBERI
Vedevo quel lussureggiante giardino variegato di fiori e di ruscelli, che
scorrevano tra l’erba verdeggiante e affluivano dentro un laghetto, dal quale
emergeva una penisola piena di piante di tutte le varietà. Al centro di essa,
spiccava un albero, il quale, per bellezza, superava tutti gli altri, che
soverchiava pure con la sua folta e ampia chioma. I suoi rami si distendevano
obliqui e da essi si divaricavano altri rametti coperti di foglie smeraldine. Dai
rami pendevano frutti gialli e di attraente aspetto.
Intanto si udivano gorgheggiare, dai rami più alti, bellissimi uccelli dal
bianco piumaggio e dall’ugola d’oro.
Quello era l’albero della vita.
Di fronte a esso, sull’istmo che congiungeva l’Eden alla penisola, svettava il
cosidetto albero del bene e del male. Il suo fusto era squamoso come quello
delle palme e le foglie larghissime. Nascosta tra il fogliame, v’era la frutta,
che pendeva a grappoli. Essa assomigliava più alla pera che alla mela.
Qualcuno di quei frutti era semiaperto e mostrava la polpa molle e striata da
nervature sanguigne.
Oltre a quell’albero, scorgevo una collinetta tondeggiante e coperta di
rubini, d’un rosso luminoso, e di altre pietre preziose a vari colori. Tra la
collina e l’albero della scienza, vegetavano arbusti e pianticelle graziosamente
fiorite. Quella zona era la dimora dei nostri progenitori.
LA COLPA ORIGINALE
Mentre Adamo ed Eva passeggiavano per il paradiso terrestre, gli animali
uscivano loro incontro e poi li accompagnavano. Nell’osservarli, Eva
sorrideva di compiacenza; invece Adamo fissava il cielo azzurro con occhi
quasi sognanti. Tra gli animali, che seguivano Eva, ve n’era uno che strisciava
tra l’erba fiorita. Aveva una testa triangolare e delicata; dalla bocca munita di
fitti denti, usciva una linguetta bifida e mobilissima. Eva manifestava
preferenza per quel serpente, che la fissava con occhietti di rubino, e aveva la
pelle variegata.
Di ritorno dalla loro passeggiata, Adamo ed Eva incontrarono un imponente
Personaggio di nobile aspetto, con la faccia seria e incorniciata da una folta
barba bianca. Davanti a lui, i nostri progenitori s’inchinarono per rispetto ed
Egli, nell’indicar loro il vasto giardino, lo affidò alla loro custodia. Poi
impartì essi un ordine e un divieto da osservare. Era il Creatore.
Quando Egli scomparve, i progenitori rimasero per qualche istante ad
ammirare il loro regno, dove notavano nuove e incantevoli bellezze.
Provavano perciò sentimenti di viva riconoscenza verso l’Altissimo così
generoso verso di essi e paternamente benevolo.
Adamo sentiva maggior gratitudine verso così munifico Benefattore, mentre
Eva si sentiva più attirata verso le creature.
La vidi poi a diporto per il giardino e avvicinarsi all’albero della scienza, da
un ramo del quale pendeva il serpente così simpatico alla donna, che si fermò
ad osservarlo. Esso aveva la testa vicino a una stupenda mela giallorosata, che
era veramente incantevole per forma e grossezza. Da essa emanava un
suggestivo profumo. Il serpente parlava, e disse alla donna che, se avesse
gustato quel frutto, avrebbe conosciuto il bene e il male.
Eva gli rispose che Dio aveva espressamente vietato di mangiare quella
frutta; ella rimase però ad ascoltare le parole ingannatrici del tentatore. Io
tremavo per lei, perché‚ non fuggiva l’insidia del serpente ammaliatore.
Notavo in lei una inquietante indecisione, che temevo fatale per lei stessa, che,
a un tratto, avvicinò la destra al frutto per toccarlo. Il tentatore le diceva che
esso non le avrebbe causato alcun male.
Convinta ormai che il serpe le dicesse la verità, Eva staccò dal ramo la bella
mela per assaggiarla, ma la sua mano tremava per lo sgomento di essere
ingannata. Invece di gettare al suolo il frutto vietato, ella se lo accostò alla
bocca vermiglia e vi infisse i denti per assaggiarne il sapore. Le parve che quel
frutto fosse eccezionalmente delizioso e non lo mangiò tutto, ma ne riservò
una parte ad Adamo.
Andò quindi in cerca di lui e quando lo trovò in contemplazione estatica del
giardino, gli offrì la mela affinché ne gustasse il sapore.
Intanto il serpente, quasi ebbro di gioia, era scomparso tra le macchie,
fischiando e movendo la lingua, con cui aveva ingannato Eva.
Io seguii Eva con lo sguardo corrucciato; la scorsi, poco dopo, al rezzo di
frondose piante, insieme con Adamo il quale, prima di assaggiare il frutto,
ch’ella gli porgeva, manifestava perplessità perché memore del divino divieto.
Lusingato però dalle dichiarazioni della donna e per non disgustarla, non
seppe rifiutarsi. Dopo aver mangiato la mela, ambedue provarono un
indescrivibile sgomento. Li vidi oscurarsi in viso e perdere il loro splendore.
Mi parve inoltre che il sole si adombrasse, mentre un vento impetuoso
squassava le piante, e gli animali fuggivano terrorizzati, per l’imperversare di
una violenta bufera.
Così con la disobbedienza a Dio, i nostri progenitori perdettero la serenità e
la pace. La loro coscienza, eco della voce di Dio, li rimproverava di avere
peccato.
Non vidi come, al pomeriggio, comparve sulla collinetta dell’Eden il
Signore per chiedere ai progenitori conto della loro colpa. Anch’essi erano
scomparsi per nascondersi tra gli alberi per la confusione che provavano nel
vedersi privi d’indumenti. Ma il Signore chiamò Adamo con voce possente,
che vinceva il fragore dell’uragano:
– Adamo, dove sei?
Allora il colpevole rispose con voce tremante a quell’appello intriso di
rimprovero.
Interrogato perché mai si fosse nascosto, Adamo alluse alla propria nudità,
di cui si era accorto soltanto dopo il peccato. Egli dichiarò di avere
disubbidito, perché sedotto da Eva.
Iddio interrogò la donna, affinché dicesse perché mai avesse fatto ciò, ed ella
ne incolpò il serpente, che fu condannato a strisciare sulla terra e a nutrirsi di
essa.
Intanto, con il gustare il frutto vietato, Adamo ed Eva erano divenuti come
inebetiti e proclivi alla colpa, mentre invece prima erano intelligentissimi e si
sentivano attirati alla virtù. Se i progenitori non avessero peccato, ma fossero
vissuti senza colpa per un determinato tempo, il Signore li avrebbe confermati
in Grazia e non sarebbero caduti in alcun peccato. Con la caduta degli angeli
ribelli, molti spiriti perversi erano discesi sulla terra per tentare i suoi primi
abitatori.
Il primo uomo era come una immagine di Dio e viveva nella sua amicizia.
Egli era destinato a possedere le cose create e a goderne. Era inoltre libero e
perciò soggetto a una prova. Ecco perché Iddio aveva vietato a lui e alla sua
compagna di mangiare la frutta dell’albero del bene e del male.
Dopo la grave disubbidienza, tutto rimase alterato nei nostri progenitori. Se
prima essi erano immagine di Dio, dopo la colpa erano divenuti immagini di
se stessi, e in balia degli angeli ribelli, dai quali erano stati astutamente sedotti.
Perduta l’innocenza, sarebbero stati proscritti dal paradiso terrestre, per
andare a coltivar la terra e così guadagnarsi il nutrimento con il sudore della
loro fronte.
Il mio divino sposo (Gesù) mi manifestò tutto questo chiaramente. Ho anche
inteso dire: «A Dio non occorreva farsi uomo e morire sulla croce per noi,
discendenti di Adamo; Egli avrebbe potuto, per la sua onnipotenza, redimere
l’umanità peccatrice in qualche altro modo. Ma ho compreso che Iddio operò
così per la sua infinita bontà, perfezione e giustizia».
LA PROMESSA DELLA
REDENZIONE
Vidi nell’adorabile Trinità un movimento tra le divine Persone. Vidi pure i
Cori degli Angeli, e compresi come Dio rivelò loro in qual modo voleva
redimere l’umanità caduta in peccato.
Dopo la rivelazione di questo altissimo segreto, notai una indescrivibile
esultanza tra i Cori angelici.
Vidi, inoltre, la collinetta di cristallo e brillante di pietre preziose, dove si era
trovato Adamo, trasportata dagli Angeli fino al trono di Dio. Essa crebbe così
da trasformarsi in un imponente trono.
Poi vidi i nove Cori degli Angeli intorno a un’alta torre, dalla quale
dominava una stupenda figura dell’Immacolata. Era la Vergine non nel tempo,
ma in Dio e nell’eternità.
Vidi anche, come in un quadro, come Dio annunziava ad Adamo e a Eva,
pentiti la redenzione. Su di esso ammirai la Vergine che avrebbe cooperato alla
umana redenzione.
Poi vidi i nostri progenitori erranti per la terra, dopo la loro cacciata
dall’Eden. Erano tristi e sgomenti, poiché pensavano con nostalgia al luogo di
delizie dal quale li aveva proscritti la fiammeggiante spada dell’Arcangelo.
Erano vestiti di una pelliccia e discendevano giù per un declivio sassoso. Dove
mettevano i piedi, l’erba inaridiva, mentre gli animali fuggivano da essi
spaventati. I due miseri esuli cercavano un rifugio tra i cespugli di una tetra
valle.
Mentre fuggivano, mi parve che il paradiso terrestre si allontanasse verso
l’alto, quasi come una nube.
Poi mi apparve sul cielo come un anello di fuoco, che cinse di un alone la
luna.
Vidi anche Adamo ed Eva giungere alla terra, dove avrebbero dovuto far
penitenza. Era una scena pietosa vedere i nostri progenitori penitenti, privi di
tutto e soli sulla terra, la quale non produceva più che triboli e spine. Adamo
stringeva con la destra un virgulto di ulivo, che aveva divelto dall’Eden, e lo
piantò su di un dirupo, dove sarebbe germogliato un vasto oliveto.
Si fermarono per far penitenza là, dove si sarebbe formato l’Orto degli ulivi.
Li vidi far penitenza proprio dove Gesù avrebbe sudato sangue. Essi
lavoravano quella terra arida e avara di germogli. Intanto Eva generò Abele e
Caino, che crescevano tra gli stenti. Dopo la tragica morte del primogenito,
soppresso dal fratello geloso di lui, e costretto poi ad andare ramingo, in
preda ai più crudi rimorsi, nacque Set, «il bimbo della promessa»
Egli nacque dentro una grotta di Betlemme, e l’angelo disse a Eva che Dio le
aveva dato quel figlio per sostituire l’innocente Abele.
Una volta vidi, d’intorno ad Adamo già attempato, undici persone, tra le
quali Eva, con figli e figliuole vestiti di pelli bianche e graziose.
Intorno alla dimora di lui, vidi praterie con piante fruttifere; vidi anche
coltivazioni di grano e di cereali, che Dio aveva dati ad Adamo per seminare.
Vidi pure diversi animali divenuti domestici e dai quali Adamo ricavava latte e
cacio per la sua famiglia.
Dio aveva insegnato ai nostri progenitori a offrirgli sacrifici, e Adamo era il
sacerdote della sua famiglia. I preparativi di tali sacrifici si facevano dentro
capanne separate.
Dopo tanti anni di penitenza, anche Adamo morì e fu seppellito sul
promontorio, dove sarebbe stato crocifisso il Redentore. Sul Calvario, un
sarcofago di pietra conteneva il teschio di lui con alcune ossa. Un Angelo
proibì di togliere di là quei resti mortali del primo uomo, e perciò quel sito si
denominò «luogo del teschio», ossia Golgota.
Abbiamo visto la disastrosa rovina che causarono i nostri progenitori Adamo
ed Eva a tutta l’umanità; ora vedremo come il nostro divin Salvatore Gesù
Cristo e la sua Madre SS. ci salvarono, in un modo talmente efficace, da
indurre la Chiesa ad esclamare: «O felix culpa quae talem ac tantum meruit
habere Redemptorem!».
LA PORTA D’ORO
Quando S. Gioacchino e S. Anna s’incontrarono sotto la «porta d’oro» del
Tempio, si riempirono di luce, e la Vergine immacolata fu concepita senza il
peccato originale.
Gli antenati di S. Anna erano esseni: persone piissime, che, al tempo di Mosè,
avevano l’incarico di portar l’Arca dell’alleanza. Anna aveva sposato
Gioacchino della tribù di David. Gioacchino era parente di S. Giuseppe.
I genitori di S. Anna erano abbastanza ricchi: avevano servi e domestiche.
La Santa aveva avuto da un angelo una spiegazione riguardante l’immacolata
Concezione di Maria.
Vidi anche l’apparizione di un Angelo a S. Gioacchino, mentre stava presso
l’entrata del Tempio. Il Santo aveva trascorso tutta la notte chiuso nel tempio
per pregare.
Dopo avere allontanato Gioacchino dal «Sancta sanctorum», l’Angelo era
scomparso. Il Santo era rimasto come fuori di sé, rigido al suolo. Giunti poi i
sacerdoti, lo avevano sottratto di là trattandolo con rispetto; quindi l’avevano
fatto sedere su di un seggiolone.
Dopo l’incontro con l’Angelo, Gioacchino era divenuto luminoso, più
giovane, e aveva una certa maestà nell’aspetto.
Riavutosi dall’estasi, era stato condotto dai sacerdoti fino alla «porta d’oro»,
dove aveva poi incontrato Anna accompagnata pure da sacerdoti. Ella aveva
consegnato le colombe per il sacrificio.
Notai che, quando Gioacchino e Anna si abbracciavano, erano in estasi e
circondati da numerosi Angeli fluttuanti sopra di loro; che
contemporaneamente il cielo si apriva su di essi, e ammirai anche il giubilo di
quei celesti Messaggeri. Nel guardare verso la SS. Trinità, compresi che quello
era l’istante della immacolata Concezione di Maria.
Giunto a Nazareth, animato da una grande gioia, Gioacchino imbandì un
banchetto; servì molti poveri ed elargì abbondanti elemosine.
In quell’occasione seppi che i genitori della Vergine l’avevano generata in
una perfetta purezza ottenuta con la loro ubbidienza. Se non si fossero decisi a
ubbidire a Dio, sarebbero vissuti in una perfetta continenza.
ARCANE MERAVIGLIE
Vidi un celestiale splendore inondare l’abitazione di S. Anna. Poi la luce, che
illuminava la Santa, assunse la forma del roveto ardente presso Mosè sul
monte Oreb. Gioii quando vidi che la Santa teneva tra le sue braccia la neonata
bellissima e radiosa; se la stringeva al petto, avvolta tra le pieghe del suo
manto. Allora l’apparizione del roveto ardente svanì.
Mentre s’intonava un cantico di ringraziamento, S. Anna alzò al Cielo la
Bambina come per offrirla all’Altissimo. Allora la sua abitazione si riempì di
luce e udii gli Angeli cantare: «Gloria e Alleluia!». Poi Gioacchino intonò un
cantico di lode, come Zaccaria per la nascita del Battista.
ARDENTI VOTI
Maria aveva circa tre anni di età quando fece voto di presentarsi al Tempio
tra le vergini che vi dimoravano. Ella era di una complessione delicata; aveva
una capigliatura bionda e ondulata; era di statura abbastanza sviluppata. Mi
parve che, per la benedizione ricevuta dai sacerdoti nel presentarsi a loro, Ella
divenisse diafana. Ammirai in Lei una gloria d’indescrivibile splendore. Vidi il
suo cuore come schiudersi e penetrare in esso il mistero dell’Arca
dell’alleanza. Poi quel cuoricino si richiuse. Ciò che era figura divenne realtà.
Si rivolsero molte domande a Maria, e Le si posero sulla fronte graziose
ghirlande. Tutti restavano sorpresi per la sapienza ch’Ella manifestava nel
rispondere.
La Vergine aveva una disinvoltura superiore alla sua età. La vedevo ricamare
tessuti di lino per il servizio del Tempio. La vedevo dir sovente alla profetessa
Anna:
Ah, se il promesso Bambino nascesse presto! Oh, se potessi vedere il
Redentore bambino!
Le vergini, che si educavano al Tempio ed erano consacrate al Signore,
giunte a una conveniente età si sposavano, perché‚ vi era la tacita speranza che
il Messia nascesse da una di loro.
Intanto la SS. Vergine cresceva tra l’orazione, lo studio e il lavoro. Filava e
tesseva per il servizio del Tempio; lavava anche la roba e puliva i vasi sacri.
Ella pregava fervorosamente con il viso velato. La vidi sovente, durante
l’orazione, con il viso radioso. L’anima sua riceveva celesti consolazioni. Per
la sua umiltà, sentiva gran desiderio di essere l’ultima fra le ancelle della
Madre del Redentore. Il suo modo di comportarsi, la sua grazia e la sua
straordinaria sapienza erano così evidenti, che nemmeno la sua profondissima
umiltà era sufficiente a celarli.
IL SANTO SOLITARIO
Il padre di Giuseppe era Giacobbe, che aveva sei figli; il santo sposo di
Maria era il terzogenito. I suoi genitori abitavano un grandioso edifizio, che si
adergeva poco lontano da Betlemme. Esso era stato la casa paterna di David, il
cui padre Jesse ne era proprietario. Al tempo di Giuseppe però non
rimanevano che i larghi muri perimetrali di quell’antica costruzione.
Giuseppe e i fratelli ne abitavano la parte alta, con un vecchio precettore. I
loro genitori mi sembravano né buoni, né cattivi. A quel tempo Giuseppe
aveva circa otto anni di età. Di natura assai distinta dai fratelli, perché molto
intelligente, imparava con facilità. Era semplice, pacifico, pio e modesto. I
fratelli lo molestavano per la loro spensierata vivacità. Vidi frequentemente
Giuseppe sotto la galleria del cortile, in ginocchio, pregar con le braccia
distese. Mentre così pregava, una volta un suo fratello lo percosse senza farsi
vedere da lui, così assorto da sembrare estatico. Quando lo stesso fratello
ritornò a percuoterlo così sgarbatamente da farlo cadere sul lastricato del
pavimento, compresi che Giuseppe era rapito in estasi durante l’orazione.
Senza reagire, egli si ritirò in una località più adatta per continuare a pregare.
I genitori desideravano che il Santo tesorizzasse il suo talento per occupare
una lusinghiera posizione nel mondo, ma egli non aspirava a nulla di
appariscente. Divenuto dodicenne, lo vidi spesso sottrarsi alle molestie dei
fratelli, e andar verso l’altro lato di Betlemme, non lontano dalla futura grotta
del presepio, dove rimaneva con pie persone, che appartenevano alla comunità
degli Esseni, gente virtuosa che viveva austeramente. Io vedevo Giuseppe
recitare orazioni scritte su rotoli; talvolta pregava dentro a grotte attigue a
quella che poi fu santificata dalla nascita del Redentore. In quei paraggi viveva
un vecchio falegname. Giuseppe cominciò a frequentarne il laboratorio e così
imparò il mestiere; progrediva perché conosceva la geometria e il disegno,
già appresi dal precettore. Quando le molestie dei fratelli gli resero
insopportabile la convivenza alla casa paterna, Giuseppe andò altrove per
guadagnarsi il pane con lavori di falegnameria. Così visse fino ai vent’anni
d’età. Poiché, semplice e pio, riusciva piacevole a tutti, anche perché
servizievole e umile. Ma quando i fratelli lo scoprirono presso quel
laboratorio, lo rimproverarono, perché arrossivano per la sua bassa
condizione di artigiano. Allora Giuseppe andò a lavorare a casa di un padrone
abbastanza ricco, dove si facevano oggetti più eleganti. Lo vidi poi lavorare a
Tiberiade per un altro padrone; egli però, allora, abitava da solo in una casetta
vicina. In quel tempo era trentenne; i genitori erano morti e i fratelli dispersi.
Giuseppe pregava per la venuta del Messia. Mentre, un giorno, se ne stava
occupato a sistemare un oratorio attiguo alla sua abitazione, per poi pregare in
esso con raccoglimento, gli apparve un Angelo, che gli ordinò di sospendere
il lavoro. Giuseppe, per la sua umiltà, non comprese le parole del celeste
Messaggero e continuò a pregar con molto fervore, finché l’Angelo gli
comandò di andare al Tempio di Gerusalemme per divenire, conformemente a
un ordine provenuto dall’alto, lo sposo della santissima Vergine. Da notarsi
che, prima di quel messaggio, egli non aveva pensato di sposarsi ed evitava
perciò la compagnia delle donne.
LA VERGA FIORITA
Quando la Vergine giunse alle quattordici primavere di vita, e doveva perciò
lasciare il Tempio per maritarsi, fu visitata dalla mamma. Notai che la santa
Fanciulla era profondamente commossa mentre dichiarava alla madre di
essersi consacrata soltanto all’Altissimo. Tuttavia le fu risposto che doveva
accettare un marito. Allora la Vergine pregò con molto fervore e, durante
l’orazione, fu consolata da una voce confortatrice, la quale La indusse ad
accettare quanto le si proponeva.
Al Tempio, sull’altare del Santo dei santi, furono collocati alcuni ramoscelli,
ciascuno dei quali apparteneva a uno di altrettanti giovani disposti a fidanzarsi;
poi si dichiarò che quello, il cui ramo fosse fiorito, sarebbe il designato dal
Signore a divenir lo sposo di Maria nazarena. Poiché non fiorì alcuno di quei
ramoscelli, i sacerdoti del Tempio consultarono nuovamente i registri della
famiglia per vedere se vi fosse ancora qualche altro discendente della Famiglia
di David fino allora erroneamente dimenticato. Così si trovarono nominati i
sei fratelli di Betlemme, uno dei quali però era sconosciuto e assente dalla
famiglia. Lo si cercò quindi e si scoprì il domicilio di Giuseppe, poco distante
da Samaria.
Docile all’ordine del sommo sacerdote, Giuseppe ritornò a Gerusalemme
per presentarsi al Tempio. Gli si mise tra le mani una verga e quando egli la
pose sull’altare, da essa sbocciò un fiore bianco, simile al giglio. Potei vedere
un’apparizione luminosa irradiar Giuseppe, come se egli avesse ricevuto, in
quel momento, lo Spirito santo. Così si seppe chi doveva essere, per volontà di
Dio, lo sposo della Vergine. Allora i sacerdoti lo avvicinarono a Maria,
presente sua madre.
Le nozze della Vergine con Giuseppe, che perdurarono circa sette giorni,
furono celebrate a Gerusalemme, dentro una casa sita presso il monte Sion.
Per quelle nozze solenni, Anna aveva indossato il vestito delle festose
occasioni.
La capigliatura della Vergine era abbondante e di un biondo-oro. Ella aveva
le ciglia brune, grandi occhi luminosi, naso ben modellato, bocca nobile e
graziosa, mento fine. Indossava una bella veste; il suo incedere era dignitoso.
Dopo le nozze, Giuseppe andò a Betlemme per motivi di famiglia, poi si
trasferì a Nazaret.
Assistei a una festa che si svolse in casa di S. Anna. L’abitazione di Giuseppe
non distava molto dalla porta della città, e non era alta come quella di Anna.
Poco distante da essa, vi era un pozzo quadrangolare al quale si scendeva per
alcuni scalini; davanti alla casa, si estendeva un piccolo cortile di forma
quadrata. La casa di Nazareth apparteneva a S. Anna, che la preparò per Maria
e Giuseppe. Essa emergeva sopra una collina; la parte posteriore aveva
un’apertura in alto, a forma di lucernario e prospiciente verso la sommità del
colle. Questa parte era triangolare e più elevata. Quella bassa invece era
scavata sul tufo; la parte alta constava di un materiale leggero. Sulla parte
posteriore era l’appartamento della Vergine. dove avvenne poi
l’Annunciazione dell’Arcangelo.
Vidi la S. Casa di Loreto trasportata da sette Angeli: tre la sorreggevano da
un lato e altri tre dall’altro per portarla attraverso l’aria. Intanto il settimo
Angelo veniva davanti e tracciava una grandiosa scia di luce. Ricordo di aver
visto trasportare verso l’Europa anche la parte posteriore della casetta, con il
fornello, il camino e la piccola finestra. Le pareti della S. Casa di Loreto sono
assolutamente le stesse di Nazaret.
IL GRANDE MESSAGGIO
Rividi la Vergine, poco dopo il suo sposalizio, alla casa di S. Giuseppe, a
Nazaret. Egli era uscito per incombenze e mi pareva che fosse ancora in
cammino. Oltre la Vergine, vidi anche due giovanette che erano state sue
compagne al Tempio e inoltre una parente vedova. S. Anna sfaccendava come
madre di famiglia. Dopo che le giovanette si erano ritirate dentro il proprio
appartamento, fui accompagnata a quell’abitazione dal giovane splendente, il
mio Angelo custode, per vedere quanto ora sto per narrare.
Il vestibolo dell’appartamento della Vergine, verso la porta, era cilindrico e
là, separato da un tramezzo, stava arrotolato il letto di Lei. Ella, dietro il
paravento del letto, indossò un’ampia veste di candida lana e poi si coperse la
bella testa con un velo corallino. Allora entrò la domestica per accendere una
lampada, a vari bracci e sospesa sul letto; poi si ritirò. La Vergine collocò
quindi, al centro, un basso tavolinetto coperto di tappeto, sul quale giaceva un
rotolo di pergamena. Davanti a Sé collocò poi un piccolo cuscino
tondeggiante, sul quale genuflesse. Con il dolce viso velato, Maria congiunse
le belle mani davanti al petto, senza incrociare le sue dita affusolate. L’ammirai
per lungo tempo in orazione. Ella pregava fervorosamente, con il viso rivolto
verso il cielo, per invocar la Redenzione: la venuta del Re, promesso a Israele.
Rimase per molto tempo così inginocchiata, in estasi; poi abbassò la testa sul
petto.
Allora dal tetto dell’abitazione irraggiò, alla destra di Lei obliquamente, uno
sprazzo di vivida luce, che mi obbligò a volgere gli occhi verso la porta del
cortile. Tra quel radioso fulgore vidi uno splendente giovane, con capelli
biondi e fluenti, discendere dinanzi alla Vergine. Era l’arcangelo Gabriele.
Quando egli cominciò a parlare, notai che dalla sua bocca uscivano parole
come corruscanti. Lessi le loro sillabe quasi di fuoco e ne compresi il
significato.
La Vergine intanto inchinava la testa velata; Ella, per modestia, non guardava
l’arcangelo, il quale continuava a parlare. A un tratto, l’Annunziata volse il
viso verso di lui, come se ubbidisse a un ordine; alzò un poco il velo e rispose.
Gabriele disse ancora altre parole, dopo le quali la Vergine alzò tutto il velo
per guardare l’Arcangelo e quindi disse:
Ecco l’Ancella del Signore: si faccia di me secondo la tua parola!
LA LUCE E IL MOSTRO
L’Annunziata era rapita in estasi. Intanto la sua abitazione splendeva. Il cielo
appariva aperto, e gli sguardi di Lei seguivano l’arcangelo. All’estremità di
quell’oceano di luce, apparve l’adorabile Trinità: raggiava come un fulgore
triangolare le cui irradiazioni si compenetravano reciprocamente. Lassù
distinsi quanto si può adorare senza poterlo comprendere: Il Padre, il Figlio e
lo Spirito santo, che sono un solo Dio onnipotente.
Dopo che la Vergine disse: – Si faccia di me secondo la tua parola! – assistei
a un’alata apparizione dello Spirito santo, ma non in forma di colomba. La
testa assomigliava a un viso umano, il quale era circondato come da
un’aureola risultante di ali. Vidi derivare da quel dolce viso come luminosi
effluvi diretti al petto e al lato destro dell’Annunziata, dove tornavano a
riunirsi. Quando quella luce penetrò sul petto di Lei, Ella divenne luminosa e
come diafana. Era così permeata di luce, da non poter sussistere in Lei
alcunché di opaco o di oscuro. Ma alla scomparsa dell’Arcangelo, anche la sua
luce si dileguò.
Mentre ammiravo tale meraviglia, sentivo anche l’incubo di una paurosa
visione. Vidi un orripilante serpente, che strisciava su per gli scalini di accesso
alla porta, dove mi ero soffermata quando la luce aveva irradiato la Vergine.
Ormai il mostro era giunto al terzo scalino; esso aveva le dimensioni di un
bambino, con una testa larga e piatta. Arrancava su piedi corti, irti di unghioli
e simili ad ali di pipistrello. Aveva macchie di tinte diverse e ripugnanti.
Assomigliava al serpe del paradiso terrestre, ma era ancor più deforme e
spaventoso.
Dopo la scomparsa dell’Arcangelo, la Vergine calpestò la testa del mostro, il
quale emise un tale sibilo, che mi fece rabbrividire. Poi esso fu cacciato di là
da tre spiriti apparsi, che lo percuotevano.
Scomparso Gabriele, vidi la Vergine rapita in una profonda estasi. Mi
accorsi che Ella adorava già l’incarnazione del Verbo in Se stessa. Si trovava
in Lei ormai come un minuscolo corpo umano e luminoso, completo e fornito
di tutte le membra. La Vergine era divenuta Tempio del Santo dei Santi.
Un po’ dopo la mezzanotte, Anna entrò nell’appartamento della diletta Figlia
con altre donne. Quei mirabili fenomeni le avevano destate, anche perché la
casa era stata investita da una vivida luce. Dopo di aver visto la Vergine
genuflessa sotto la lampada e rapita nell’estasi della preghiera, le donne si
allontanarono di là rispettosamente.
Se la Vergine era divenuta Mamma e se il Verbo non era disceso prima sulla
terra, ciò dipendeva dal fatto che nessuna creatura era stata prima di Lei, né
sarà poi, il puro Vaso di grazia, promesso dall’Altissimo ai progenitori del
genere umano e nel quale il Verbo doveva incarnarsi per redimere l’umanità
peccatrice mediante gli abbondanti meriti della sua Passione. La Vergine era
l’unico oro purissimo sulla terra. Ella soltanto era la porzione immacolata
della carne e del sangue dell’intera umanità, Madre dell’eterno Verbo.
All’epoca dell’Incarnazione, la Madonna aveva poco più di quattordici anni di
età.
UNA GRADITA VISITA
Alcuni giorni dopo l’Annunciazione, Giuseppe ritornò a Nazaret, dove
sistemò le cose per esercitare il mestiere di falegname a casa sua, poiché fino
allora vi si era fermato appena per tre giorni. Egli non sapeva nulla del
mistero dell’Incarnazione. La sua Sposa era Mamma del Verbo e Ancella del
Signore, ma ne custodiva umilmente il segreto.
Dopo l’Annunciazione, la Vergine desiderava andare a Juta, presso Ebron,
per visitarvi la cugina Elisabetta incinta da sei mesi. Poiché si avvicinava
ormai il tempo in cui Giuseppe doveva andare a Gerusalemme per la festa di
Pasqua, la dolce Sposa volle accompagnarlo per assistere Elisabetta. Perciò
Giuseppe si mise in viaggio con Maria verso Juta; la Vergine cavalcava un
somarello e procedeva abbastanza sollecitamente, passando tra boschi e
attraverso prati.
Vidi intanto Elisabetta camminare alquanto lontana da casa, per la via di
Gerusalemme, in preda a una indescrivibile ansia. Quando Zaccaria la
incontrò, ricevette una penosa impressione nel vederla fuori di casa in
condizioni così delicate. Ma Elisabetta era convinta che la cugina Maria fosse
in cammino per visitarla. Ella aveva saputo in sogno che una Donna della sua
schiatta era divenuta Madre del Verbo eterno. Per il vivo desiderio di vederla,
la scorgeva in spirito già avviata verso la casa sua. Perciò aveva preparato un
degno appartamento per Lei. Durante l’attesa del suo arrivo, era uscita per
incontrarla.
Elisabetta conosceva la Vergine soltanto per averne udito parlare. Ma la
grande Cugina, nello scorgerla a distanza, conobbe chi fosse e si affrettò
quindi ad incontrarla lasciando un po’ indietro Giuseppe.
Intanto gli abitanti del luogo, affascinati dalla straordinaria bellezza della
Vergine e dalla dignità del suo nobile contegno, si ritirarono per rispetto
durante l’incontro di Lei con la cugina.
In quel momento, ammirai come un fascio di luce proiettarsi dalla Vergine
su Elisabetta. Dopo un amorevole amplesso, le due cugine si avviarono verso
l’abitazione di Zaccaria, dove entrarono per il cortile interno. Sulla soglia di
casa, Elisabetta diede la benvenuta alla Vergine, che poi introdusse tra le
accoglienti pareti domestiche.
Giuseppe entrò per ultimo sul cortile con il giumento, che poi lasciò in
custodia a un servo. Egli andò quindi in cerca di Zaccaria. Salutato
cordialmente l’anziano sacerdote del Tempio, ricevette il suo abbraccio. Poi
Zaccaria gli parlò mediante una tavoletta su cui scriveva le parole, poiché era
diventato muto.
Intanto anche Maria ed Elisabetta, entrate in una saletta, si abbracciarono
accostando le guance per baciarsi. Allora vidi che la Vergine proiettava un
fascio di luce verso la cugina, che ne rimase commossa e giubilante. A un
tratto, Elisabetta si scostò alquanto dalla Cugina, innalzò le mani e poi,
fissandola con devota ammirazione, esclamò:
– Benedetta Tu fra le donne e benedetto il frutto del seno tuo! Come mai un
così gran favore a me, che la Madre del mio Signore sia venuta a visitarmi?
Poiché appena è giunta la voce del tuo saluto al mio orecchio, la creatura che
porto in grembo è sussultata di gioia... Tu felice, che hai creduto! Quanto
l’altissimo ti ha detto si compirà.
Allora la Vergine incrociò le braccia sul petto e cominciò a cantare il
«Magnificat», che la cugina ripeteva sommessamente, ma quasi con lo stesso
impulso d’ispirazione, con cui esso era pronunciato.
Intanto Giuseppe parlava a Zaccaria della prossima venuta dell’atteso Messia
e perciò dell’attuazione delle profezie che lo riguardavano. Il vecchio
sacerdote era un personaggio di alta, bella e nobile statura.
Giuseppe rimase ospite a casa sua per otto giorni, ma non sapeva ancor nulla
delle condizioni di Maria sua dolce e dilettissima Sposa, anche perché la
Vergine e la cugina ne custodivano il segreto. Le due cugine vivevano in
un’armoniosa amorevolezza, che le rendeva felici. Giuseppe pregava con loro
e una volta vide una Croce luminosa comparir tra di esse.
Zaccaria accompagnava Giuseppe verso un giardino alquanto discosto da
casa e dove abbondavano piante fruttifere molto rigogliose e varie. Vidi che S.
Anna, durante l’assenza dei santi Sposi, mandava spesso la domestica alla casa
di Nazaret per controllare se fosse tutto in ordine. Una volta vi andò ella stessa.
Vidi inoltre Zaccaria e Giuseppe passeggiar per la campagna e per l’attiguo
giardino. Quando essi ritornarono verso casa, notai che la Vergine andò loro
incontro. Poi, mossa dallo Spirito santo, annunziò loro che, in quella stessa
notte, Zaccaria avrebbe potuto parlare.
LE VIE DELLA PROVVIDENZA
La Vergine rimase per tre mesi a casa di Elisabetta, fino alla nascita di
Giovanni. Al tempo della circoncisione di lui, Maria era già partita.
Allorché la Vergine si era avviata verso Nazaret, Giuseppe era andato a
incontrarla fino a metà cammino, ma ritornato al paese con Lei, si accorse del
suo stato di gravidanza. Perché ignorava l’apparizione dell’Arcangelo e la sua
rivelazione, Giuseppe fu assalito da molta inquietudine. Maria, per timida
umiltà, conservava il segreto di Dio, e Giuseppe, benché turbato e inquieto,
lottava contro i dubbi. Intanto la sua angustia aumentava talmente ch’egli si
propose di andarsene in segreto. Ma mentre pensava a ciò, gli apparve un
Angelo che rasserenò l’animo suo.
Vedevo da quindici giorni i preparativi della Vergine per la nascita di Gesù.
Intanto Giuseppe andò a Gerusalemme per condurvi gli animali destinati al
sacrificio.
Anna possedeva greggi e poderi, era perciò disposta a cedere in abbondanza
quanto potesse occorrere alla diletta Figliuola. Supponeva che Ella avrebbe
dato alla luce il Figlio in casa sua, dove tutti i parenti sarebbero andati ad
ammirarlo. Faceva quindi ogni sorta di preparativi; disponeva, tra l’altro, di
belle coltri e di preziosi tappeti.
Giuseppe passò da Gerusalemme a Betlem per assumere informazioni
riguardanti i suoi parenti. Pensava di soffermarsi o anche di stabilirsi colà
dopo la purificazione della santa Sposa. S’informò anche di pietre e di
legname da costruzione, poiché si proponeva di fabbricarsi una casetta.
Nell’attraversar però la pianura di Kinki, a circa sei leghe da Nazaret, gli
apparve un Angelo, che gli comandò di partire con Maria verso Betlemme,
dove doveva nascere il divin Bambino. Gli disse di portar con sé poche cose,
ma nessuna coltre ricamata. Oltre al somarello, sul quale doveva viaggiare la
santa Sposa, occorreva anche una giumenta di un anno, che si doveva lasciar
correre liberamente. La carovana avrebbe seguito sempre il tragitto della
giumenta.
Giuseppe giunse a Nazaret di notte. Vidi colà la Vergine con sua madre.
Giuseppe manifestò loro quanto l’Angelo aveva comandato. Maria, che già
conosceva le profezie riguardanti la nascita del Messia, si preparò volentieri al
viaggio, quantunque sapesse che Le sarebbe riuscito assai penoso.
ALLA VENTURA
Questa notte ho visto Maria e Giuseppe, accompagnati da S. Anna, da Maria
di Cleofa e da alcuni servi, uscir per il viaggio verso Betlemme. La Vergine
sedeva sul dorso dell’asinello, il quale trasportava anche l’indispensabile ed
era guidato per mano da Giuseppe. Sopra un altro giumento, doveva poi
ritornare Anna.
La carovana si fermò, di notte, sotto un grandioso terebinto, vicino al quale
gorgogliava una fontana. Giuseppe preparò, con alcune coperte, un giaciglio
per la Vergine, che poi aiutò a scendere dalla cavalcatura.
Mangiarono pane e frutta; poi bevettero l’acqua della vicina fonte, mescolata
con gocce di balsamo.
Giuseppe confortò la diletta Sposa, che si rallegrò della sua amorevolezza.
Era tanto buono; dimentico di sé, soffriva durante questo lungo viaggio, per la
dolce Sposa. Le parlò del buon alloggio, che sperava di avere a Betlemme e le
ricordò quanto poteva consolarla.
Alcuni pastori li accolsero benevolmente in una capanna e poi li
accompagnarono fino a una cascina. Giunti colà, i pastori si presentarono alla
padrona per elogiare la bontà di Giuseppe, ma specialmente la bellezza e la
santità della sua Sposa. Allora la donna preparò abbondanti alimenti. La stessa
proprietaria, aiutata da due giovanotti, portò le provviste ai graditi ospiti. Li
consigliò di andare presso un buon rifugio per passarvi il giorno festivo.
Rimessisi in viaggio, i Viandanti giunsero presso case abbellite da giardini.
Là Giuseppe chiese alloggio, ma il padrone gli rispose che la zona era tutta
occupata da forestieri. Ma poi arrivò sua moglie, alla quale Maria chiese
alloggio; allora la donna s’impressionò favorevolmente per le sue dolci
parole, e suo marito preparò ai santi Pellegrini un discreto rifugio.
Ho poi visto la moglie del padrone trascorrere il giorno con la Vergine,
insieme con tre figli, edificata dalla modestia e dalla santità di Lei.
Alla sera, ho visto Giuseppe passeggiare con il padrone e trattarsi
familiarmente, mentre osservavano campi e giardini. Marito e moglie
avrebbero voluto che i santi Viaggiatori si fermassero con loro fino alla
nascita del Bambino. Ma il mattino seguente i santi Sposi continuarono il loro
viaggio e discesero verso una bella valle.
Il primo impegno di Giuseppe, nel giungere a una località, era quello di
cercar e trovare un luogo adatto per la dolce Sposa.
Dopo aver seguito un sentiero principale, ne attraversarono altri, che
andavano dal Giordano a Samaria toccando le grandi arterie di passaggio
dalla Siria all’Egitto. Mi sembra che poi la piccola carovana giungesse alla
strada serpeggiante da Gabara a Gerusalemme, chè su questo luogo era il
limite tra la Samaria e la Giudea.
Nell’avvicinarsi poi a Betlemme, la piccola carovana sostò al rezzo di un
albero, e allora la Vergine discese dalla cavalcatura per riordinarsi le vesti. I
santi Sposi si avviarono poi verso un edifizio circondato da piccole
costruzioni e da cortiletti; ormai distavano da Betlemme appena pochi minuti
di strada.
Quella era l’antica casa paterna della famiglia di David, e un tempo proprietà
del padre di Giuseppe. I santi Pellegrini entrarono perciò in quell’abitazione.
Mentre Giuseppe s’intratteneva presso l’antico edifizio, la Vergine sostò con
varie donne davanti a una piccola abitazione. Quelle donne la trattarono
abbastanza benevolmente e le diedero anche alimenti, poiché erano cuciniere
dei soldati della guarnigione locale.
Quando giunse anche Giuseppe per pagar l’imposta, i gabellieri lo trattarono
cortesemente. Gli chiesero quali fossero le sue possibilità finanziarie. Egli
rispose che viveva con il suo mestiere ed era aiutato anche dalla suocera.
MEMORANDI EVENTI
Entrati a Betlemme, la Vergine si pose modestamente presso il giumento,
mentre Giuseppe cercava un alloggio presso le prime case della cittadina,
perché i forestieri erano molti. Non avendo Giuseppe trovato dove poter
trascorrere la notte al coperto, s’inoltrò con la Vergine nell’interno della città.
Poi vagarono di casa in casa, ma senza trovar chi li volesse ricevere: tutti si
dichiaravano impossibilitati ad alloggiare i santi Sposi.
Giunti poi su di una spianata spaziosa e libera, dove frondeggiava una
grandiosa pianta, Giuseppe accompagnò la santa Consorte sotto una specie di
tettoia per prepararle un posto dove poter sostare e riposarsi. Intanto egli
continuò a cercare un asilo almeno per Lei. Ma dopo parecchio tempo ritornò
triste e deluso per non avere potuto trovare alcun rifugio. Egli pianse e allora
la soave Sposa lo consolò con dolci parole. Incoraggiato da Lei, Giuseppe
ritornò a passar di casa in casa, per chiedere un po’ di asilo alludendo alle
delicate condizioni della santa Sposa, ma non ottenne che ripulse.
Ritornato quindi sui suoi passi più triste di prima, egli informò la diletta
Consorte di aver cercato inutilmente e poi soggiunse che conosceva un sito
alla periferia della città, dove i pastori solevano sostar nell’andare a Betlemme
con il gregge. Così avrebbero potuto trovare almeno un rifugio per la notte.
Giuseppe conosceva bene quella zona, poiché vi si era ritirato a pregare
durante l’adolescenza.
A mezzogiorno della collina v’era una grotta, dentro la quale Giuseppe
cercò rifugio. Sulla stessa zona rocciosa erano aperte altre caverne; uno stretto
passaggio introduceva a una specie di abitazione. La grotta era naturale; però
una parte di essa prospettava un riparo in muratura.
Giuseppe aperse una delle due entrate, che era stata chiusa; quella che
introduceva alla grotta, guardava a occidente. Davanti a essa si vedeva un
riparo risultante di giunchi. A mezzogiorno, la grotta aveva aperture protette
superiormente da grate, dalle quali entravano aria e luce. Le pareti della grotta,
anche se non totalmente lisce, erano abbastanza omogenee e pulite.
Dentro l’altra grotta, più ampia e calda, vidi l’asinello di Giuseppe. In essa
s’internava un angolo abbastanza spazioso. Su quella parte della grotta, di
fronte all’entrata, si rifugiò la Vergine, quando nacque la «Luce del mondo».
Sulla zona a mezzogiorno stava il presepio, dove il bambino Gesù fu adorato.
Il presepio era un truogolo scavato sulla stessa roccia destinata ad abbeverar
gli armenti. Su di esso, v’era una mangiatoia di legno. Davanti al presepio si
sarebbe poi assisa la Vergine con il bambino Gesù, quando sarebbero venuti i
tre Re a offrire i loro doni.
Sulle colline e sulla pianura si scorgevano casette coperte con tetti di canne.
Al di là di una bella prateria, gorgogliava una fonte. Dopo il passaggio sotto
piante simmetricamente allineate, si vedeva una collina, dove spiccava la
caverna con la tomba di Maraha nutrice di Abramo, là si sarebbe rifugiata
talvolta la Vergine con il Bambino Gesù ; attualmente si chiama: «Grotta del
latte». Presso di essa vegetava un antico albero con sedili d’intorno. Da quel
sito, Betlemme si prospettava bene alla vista.
Dentro la grotta del presepio, io vidi molte cose. Ricordo che Set, «il figlio
della promessa», era stato concepito da Eva e poi era venuto alla luce su quel
sito, dopo sette anni di penitenza. Eva aveva appreso da un Angelo, che Iddio le
avrebbe dato Set in sostituzione di Abele. Dentro la grotta di Maraha, Set era
rimasto nascosto e nutrito, poiché i suoi fratelli volevano ucciderlo come i
figli di Giacobbe avevano tentato, poi, la soppressione del fratello Giuseppe.
Era abbastanza tardi quando i santi Sposi si avvicinarono alla grotta.
Giuseppe preparò un posto per la soave Consorte, la quale l’occupò, mentre
egli faceva un po’ di luce e penetrava dentro la grotta. L’entrata di essa era
ostruita da fasci di paglia e stuoie accostate alla parete.
Giuseppe preparò un comodo rifugio per la Vergine e, dopo avere appeso
alla parete dell’ambiente una lampada accesa, v’introdusse la santa Consorte.
Le domandò umilmente perdono di non aver potuto trovare un migliore
rifugio, ma Ella si sentiva felice e si coricò sul giaciglio preparato con involti
e coperte da Giuseppe.
Poi egli usci di là per attingere acqua e più tardi si avviò verso la città per
provvedere l’indispensabile, tra cui un po’ di carbone. Ritornato con carboni
ardenti, accese un focherello per preparare un po’ di cena: panini e frutta cotte.
Dopo la parca refezione preceduta e seguita dalla preghiera, Giuseppe preparò
un altro giaciglio, sul quale la santa Consorte potesse passar meno
disagiatamente la notte. Sopra uno strato di giunchi, distese un coltrone e poi
ne arrotolò un altro per farlo servire da guanciale. Quindi chiuse le aperture
della volta e, verso l’entrata, si preparò un giaciglio per il proprio riposo.
Perché era cominciato il Sabato, Giuseppe si avvicinò alla Vergine per
recitare con Lei le prescritte orazioni; poi uscì nuovamente per avviarsi verso
la città. Durante l’assenza dello sposo, vidi la Vergine pregare in ginocchio e
poi disporsi al riposo. Quando ritornò, Giuseppe accompagnò la Vergine alla
grotta di Maraha. Sostarono sotto il vicino albero per pregar e meditare.
Quindi Giuseppe ricondusse Maria al suo rifugio, poiché Ella gli diceva che
la nascita del divin Bambino sarebbe avvenuta a mezzanotte, poiché si
compivano allora nove mesi trascorsi dall’annunciazione dell’Arcangelo
Gabriele.
La Vergine domandò che si disponesse ogni cosa così da poter onorare nel
miglior modo l’entrata nel mondo del Bambino promesso dall’Altissimo e
concepito in modo soprannaturale. Giuseppe era disposto ad accompagnar là
due pie donne sue conoscenti, ma la dolce Consorte gli disse che non
occorreva l’aiuto di alcuna persona.
Terminato il Sabato, Giuseppe ritornò a Betlemme per acquistare una
scodella, un basso tavolinetto, della frutta secca e dell’uva passa. Di ritorno
dalla città, egli preparò la refezione, alla quale partecipò anche la santa
Consorte, dopo aver fervorosamente pregato insieme.
Quando la Vergine confidò che si avvicinava l’ora del grande evento, il
Consorte accese varie lampade e poi uscì dalla grotta.
Appena tornato vide la Vergine pregar genuflessa e allora gli parve che tutta
la grotta fosse in fiamme. Quando notò che la soave Consorte era come
avvolta da un alone di luce soprannaturale, egli, sorpreso e ammirato, si
prostrò al suolo in orazione.
DONO CELESTE
Vidi la luce, che investiva la Vergine, divenir sempre più radiosa, in modo
che le lampade accese da Giuseppe erano svanite. A mezzanotte Maria era
rapita in estasi, librata per l’aria a una certa altezza dal suolo. Teneva le mani
incrociate sul petto. Lo splendore, che La irradiava, diveniva intanto sempre
più fulgido. Tutta la natura sembrava pervasa di giubilo, comprese le cose
inanimate. La rupe pareva animarsi al tocco della luce, che la invadeva. Un
fascio luminoso, che aumentava sempre più di chiarezza, irradiava dalla
Vergine e saliva fino al più alto dei Cieli. Lassù ferveva una meravigliosa
animazione di gloria paradisiaca, che si avvicinava alla terra. Poi apparvero,
entro un alone di luce abbagliante, sei Cori di Angeli.
Intanto la Vergine, sempre elevata dal suolo perché in estasi, pregava con lo
sguardo fisso sul celeste Neonato. Il divino Pargoletto era adagiato davanti a
Lei. Tutto luminoso, il Figlio di Dio e della Vergine era coricato sopra un
tappeto, davanti alla estatica sua Mamma.
La Vergine rimase per qualche tempo in estasi; poi velò il celeste Principino
con un panno, ma senza toccarlo.
Poco dopo, il Pargoletto si mosse e lo udii vagire. Allora la Vergine Mamma
lo prese in braccio, felice di stringerselo al cuore. Poi sedette e quindi si
avvolse dentro le ampie pieghe del suo velo per nutrire il divin Bambinello.
Intanto vidi, d’intorno alla dolce Mamma e al grazioso suo Neonato, una
schiera di Angeli in forma umana curvarsi in atto di adorazione.
Circa un’ora dopo la comparsa di Gesù, Maria chiamò Giuseppe immerso in
preghiera. Egli allora si avvicinò giubilante; poi, compreso di umiltà e di
fervore, si prostrò dinanzi al divino Neonato. Soltanto quando la soave
Consorte lo invitò a stringersi al cuore il Figlio dell’Altissimo, Uomo-Dio,
Giuseppe si alzò e ricevette il grazioso Bambino fra le braccia. Allora,
spargendo lacrime di gioia, egli ringraziò l’Onnipotente del prezioso Dono
ricevuto dal Cielo.
Poi la Vergine fasciò il Bambinello: non disponeva che di quattro pannilini.
Più tardi, vidi Maria e Giuseppe seduti al suolo. Mi sembravano assorti in una
mutua contemplazione. Il bambino Gesù, accuratamente fasciato, era bello e
radioso come un lampo. Lo vidi anche collocare dentro il presepe, che
Giuseppe aveva preparato con paglia, ramoscelli e una coperta. Adagiato sul
presepio il Bimbo, la Mamma sua e Giuseppe sparsero lacrime di gioia e
intonarono cantici di lode. La Vergine vestiva una tunica candida come neve.
Non mi sembrava sofferente e neppure affaticata.
CELESTI MESSAGGERI
Notai su molti siti, anche remoti, uno straordinario movimento durante la
santa Notte. Vidi zampillare dal suolo fonti di acqua cristallina. Alla comparsa
di Gesù, scaturì un’abbondante sorgente dalla grotta della collina di
settentrione. Quando Giuseppe la vide, la incalanò in modo che scorresse
altrove. Intanto il cielo era di un rosso-scuro su Betlemme, mentre sulla grotta
quasi alitava un tenue e radioso vapore, che si estendeva anche lungo la «valle
dei pastori».
Nei dintorni di una collina, circa a una lega e mezzo dalla grotta, sorgevano
le capanne di tre pastori, capi-famiglie di altri mandriani; a una doppia
distanza di là emergeva la cosidetta «torre dei pastori», tra alberi sull’erta di
un colle isolato.
Alla nascita del Messia, vidi i tre pastori molto impressionati in quella Notte
così meravigliosa, specialmente per la straordinaria luce che attirava i loro
sguardi verso il presepio. Mentre essi osservavano il cielo da quel sito, notai
scendere su di loro come una splendente nube animata. Vidi poi che, mentre
essa si avvicinava, vi si prospettavano vaghe forme, quindi visi radiosi, e
intanto udivo anche cantici molto armoniosi, giulivi e sempre più distinti.
Perché, dapprima, i pastori erano intimoriti, apparve loro un Angelo che
disse:
– Non temete, poiché vengo ad annunziarvi una lieta novella per il popolo
d’Israele: oggi, nella città di David, è nato il Salvatore, che è Cristo, il Signore.
Ecco il segno che vi dò: troverete il Bambino avvolto tra panni, dentro un
presepio, dov’è stato messo –. Mentre l’Angelo si esprimeva così, il suo
splendore aumentava e intanto ammirai anche altre figure angeliche, stupende
e luminose. Esse agitavano lunghi labari, sui quali splendevano grandiose
parole, e udii quella schiera lodare l’altissimo, cantando: – Gloria a Dio nel
più alto dei Cieli e pace sulla terra alle genti di buona volontà !
Più tardi, i pastori, che stavano presso la torre, ricevettero lo stesso
messaggio celeste. Alcuni Angeli apparvero anche a un altro gruppo di
mandriani, che abitavano vicino a una fontana, a circa tre leghe da Betlemme.
FATIDICI FENOMENI
Questa notte ho visto, al Tempio, la maestra della Vergine, Noemi, la
profetessa Anna e il vecchio Simeone. Ho visto pure, a Nazaret, S. Anna e, a
Juta, S. Elisabetta. Tutte queste persone ebbero visioni e rivelazioni riguardanti
la nascita del Redentore. Ho visto il piccolo Giovanni Battista in preda alla più
vivida gioia.
Questa notte, al Tempio, tutti i rotoli scritturali dei Sadducei sono balzati
fuori dagli armadi per disperdersi, come ho notato io stessa.
Anche a Roma ho veduto, questa notte, molte novità.
Quando nacque Gesù, da una regione dell’Urbe, dove vivevano molti giudei,
zampillò come una fonte di olio. Intanto una magnifica statua di Giove
precipitò dal piedistallo frantumato, perché era rovinata la volta del tempio. I
pagani, terrorizzati, offrirono perciò sacrifici. Ma il demonio rispose: – Tutto
ciò è avvenuto perché una Vergine ha concepito un Figlio, il quale ora è nato –.
Poi, sulla zona di quella fonte, si è innalzata una chiesa dedicata alla Vergine
Maria.
L’imperatore Augusto, nel discendere da una collina verso Roma, vide
un’apparizione celeste. Ammirò una Vergine risaltante sullo sfondo di un
arcobaleno e con un Bambino al cuore. Consultando un oracolo, l’imperatore
apprese che era nato un Bambino, che tutti dovevano adorare. Allora il
sovrano fece erigere un altare sul colle dell’apparizione; dopo avere offerto
sacrifici su quell’ara, la dedicò al «Primogenito di Dio».
Intanto in Egitto un grandioso idolo, che soleva esprimersi con oracoli, era
ammutolito. Il Faraone fece perciò offrir sacrifici su tutto il paese. Allora
l’idolo fu da Dio obbligato a rispondere. «che non avrebbe più potuto parlare e
anzi doveva scomparire, perché era nato il Figlio della Vergine». Soggiunse
che «al suo stesso posto si sarebbe innalzato un tempio a onore della
medesima Vergine». Così appunto avvenne.
Assistei a una sorprendente apparizione, annunziata dai Re magi al loro
paese. Erano astrologi e avevano sopra una montagna un osservatorio a forma
di piramide. Da esso scorsero un bellissimo arcobaleno, sul quale spiccava una
mezzaluna. La Vergine, assisa sull’arcobaleno, posava un piede sulla
mezzaluna, e a destra di Lei apparve un ceppo, di vite, mentre alla sua sinistra
risaltava un fascio di spighe. Poi dinanzi alla Vergine vidi innalzarsi un calice,
dal quale emergeva un Bambino aureolato di una raggiera simile a quella di un
ostensorio.
Il terzo dei Re magi, che viveva molto lontano dagli altri due, aveva pure
visto la stessa apparizione, e quindi ne era rimasto molto soddisfatto. Preparò
preziosi doni e poi si dispose a viaggiare. Egli incontrò i due astrologi dopo
vari giorni di tragitto.
Durante il tempo precedente la nascita del Messia, li vedevo
sull’osservatorio, dove ebbero varie altre visioni.
Almeno cinquecento anni prima del Natale di Gesù, gli avi dei Re magi
erano potenti e ricchi. Allora vivevano sotto tende per accampamento, a
eccezione dell’antenato del Re dimorante a oriente del mar Caspio, la cui città
aveva costruzioni sotterranee di pietra. A quei ricchi pagani, che sacrificavano
agli idoli anche vittime umane, Dio aveva annunziato anticipatamente la nascita
del Salvatore.
Quei principi avevano tre figlie assai esperte nello studio degli astri. Dotate
di spirito profetico, seppero, mediante una visione, che una costellazione
sarebbe sorta da Giacobbe, e che una Vergine sarebbe divenuta Mamma del
Salvatore del mondo. Vestite di ampi manti, le giovani scorrevano il paese per
predicarvi la riforma dei costumi, e annunziar che gli inviati del Redentore
sarebbero venuti anche là per diffondervi il culto del vero Dio.
Gesù Cristo comparve sulla terra prima che finisse l’anno 3997 del mondo.
GENEROSITÀ REGALE
I pastori si avviarono solleciti verso la grotta del presepio, con doni
consistenti in animaletti simili a caprioli. Alcuni pastorelli portavano invece
uccelli con vaghi piumaggi. S. Giuseppe li accolse all’entrata della Grotta.
Saputo che i visitatori volevano onorare il Bambino, egli accettò i regali con
umile gratitudine, e poi presentò i donatori alla Vergine, che teneva il
Pargoletto sulle ginocchia.
I pastori s’inginocchiarono, e rimasero in religioso silenzio ad ammirare il
grazioso Neonato. Con il cuore inondato di gioia, ripeterono poi il cantico
udito dagli Angeli e aggiunsero il canto di un salmo. Poi presero dalle braccia
della Vergine il Pargoletto, che palleggiarono commossi. Quindi si ritirarono.
Ma giunsero poi altri pastori: quelli della torre, con le donne e i figli.
Portarono in dono alla S. Famiglia uccelli, uova, miele e altri regali, che
consegnarono a Giuseppe. Si avvicinarono anch’essi al presepio. Adorarono il
bel Bambino; prostesi davanti a Lui, ricantarono il gloria degli Angeli e alcuni
salmi.
Notevole pure la scena di tre pastori che, con S. Giuseppe, sistemarono un
po’ meglio l’interno della Grotta, mentre alcune pie donne aiutavano la
Vergine. Esse portavano provviste e accudivano alle faccende della S.
Famiglia.
S. Anna mandò parecchi oggetti per la diletta Figliuola. Vidi la Vergine uscir
dalla Grotta insieme con una domestica di sua madre.
Intanto la notizia dell’apparizione degli Angeli ai pastori si tramandò agli
altri ambienti della valle, e molti corsero ad adorare il meraviglioso Bambino.
Vidi un parente di Giuseppe andar a visitare il presepe, per contemplare il
grazioso Neonato e portar regali alla S. Famiglia.
La S. Famiglia tenne però per sé una minima parte degli abbondanti regali,
per elargire la maggior parte di essi ai poverelli.
Fatti quindi i preparativi per la Circoncisione del Neonato, nell’accedere alla
Grotta, i sacerdoti intervenuti salutarono la vergine Mamma e adorarono il
Pargoletto che presero, con commozione, tra le loro braccia. Dopo la
cerimonia, si fece una refezione nella parte più adatta della Grotta. Durante la
refezione, molti poveri ricevettero regali da Giuseppe e dagli stessi sacerdoti.
PRIMO SANGUE GENEROSO
Dentro la Grotta ardevano varie lampade. Durante la notte precedente la
Circoncisione, si era pregato assai; si erano inoltre cantati inni e salmi. La
cerimonia si era svolta al successivo mattino. La Vergine ne era alquanto
preoccupata; Ella aveva già disposto i pannolini destinati a imbeversi del
sangue del suo caro Bambino e a bendarne la ferita. Giuseppe aveva ricevuto il
caro Pargoletto dalle mani di Lei e poi lo aveva ceduto a una donna venuta con
i sacerdoti. La donna aveva quindi adagiato il Bimbo, ricoperto di un velo,
sopra una pietra di forma ottangolare e coperta di un drappo. Poi due sacerdoti
si erano inginocchiati uno a destra e l’altro a sinistra del Neonato, mentre il
terzo sacerdote, che doveva eseguire l’operazione, genufletteva davanti a Lui.
Il coltello era di pietra e la incisione si era fatta con la punta curva di esso.
Poi il sacerdote aveva spremuto il sangue dalla ferita, sulla quale aveva
applicato un po’ di unguento per cicatrizzarla. La ferita si era poi
amorevolmente bendata, mentre al Bambinello si fasciavano le braccia e Gli si
ricopriva la testa con un velo.
Un Angelo aveva detto a Giuseppe che il Bambino doveva chiamarsi Gesù,
ma il capo dei sacerdoti non approvava questo nome e perciò si era
concentrato in preghiera. Allora gli era apparso l’Angelo per mostrargli il
nome di Gesù scritto sopra un cartello simile alla tavoletta, che si sarebbe
inchiodata, un giorno, sulla croce del Calvario.
Dopo tale conferma, il sacerdote, commosso e ammirato, aveva trascritto
quel nome. Il divin Pargoletto aveva pianto assai dopo la Circoncisione e la
sua buona Mamma lo aveva calmato con baci e carezze. Quei tre sacerdoti
avrebbero accolto la dottrina del Salvatore.
Maria e il suo santo Sposo, per calmare il Bimbo e rasserenarlo, Lo avevano
palleggiato amorevolmente e trasportato intorno alla Grotta.
Questa notte ho veduto Elisabetta in viaggio sul dorso di una giumenta, verso
la Grotta di Betlemme. Giunta a destinazione, ella si strinse al petto il divin
Fantolino, piangendo di gioia e di commozione.
LA RADIOSA METEORA
Vidi molti poveri seguire i Re magi, perché attirati dalla loro generosità.
Quando i tre illustri personaggi si riunirono, notai che Teokeno aveva la
carnagione giallastra.
Il corteggio di ognuno di essi constava di circa quindici persone. Avevano
con sé parenti e amici di elevata condizione; vi erano anche molti cammellieri
e paggetti.
Mensor, con i capelli neri, fu più tardi battezzato da S. Tommaso e si chiamò
Leandro. Lo stesso Apostolo battezzò anche Teokeno con il nome di Leone.
Invece il più nero dei tre Magi morì con il battesimo di desiderio. I loro nomi
si accordano con le denominazioni più note: Gaspare, Melchiorre e
Baldassarre, che significano: «Va con amore»; «Si aggira dolcemente
intorno»; «Pronto con la volontà ad aderire a quella di Dio». Il primo nome
era indiano, il secondo persiano e il terzo arabo. A eccezione di alcuni schiavi,
non v’era alcuno di pelle completamente nera.
I visitatori portavano pregevoli vasi di metallo con fregi e sui quali erano
incastonate pietre preziose. Essi indossavano vestiti svariati e fastosi. Erano
assai generosi anche con le persone di servizio.
I Magi erano già riuniti quando avevano osservato la costellazione comparsa
dopo la nascita di Gesù. Quella costellazione era come un globo, il quale
sembrava sospeso a un raggio radioso e guidato da una invisibile mano. Di
giorno, il suo splendore superava quello del sole; di notte irradiava una luce
rossastra. Pareva, a volte, che la sua luminosa coda toccasse terra.
Arrivati alla città di Causur, i Magi raccontarono al re di essa quanto
sapevano riguardo alla stella. Allora l’osservò egli stesso e scorse in essa un
Bambino con una croce. Disse quindi ai Magi che tornassero a informarlo di
quanto avrebbero visto, poiché anch’egli desiderava innalzare altari a quel
Bimbo e offrirgli sacrifici.
Gli antenati dei Magi appartenevano alla stirpe di Giobbe; essi anticamente
abitavano presso il Caucaso, quantunque avessero poderi su regioni molto
lontane. Circa 1500 anni prima, quella razza costituiva una sola tribù. Il
profeta Balaam era pure di quel paese. Un suo discepolo aveva fatto conoscere
la sua profezia: «Da Giacobbe deve nascere una stella». Egli forniva anche
spiegazioni a tale riguardo.
I Magi supponevano che l’atteso Re dovesse nascere tra lo splendore e che
tutti i popoli gli avrebbero reso omaggio; perciò andavano a Lui con quel
fastoso seguito per onorarlo e offrirgli preziosi doni. Ormai tutte le tribù, che
adoravano gli astri, avevano notato la comparsa della costellazione, ma
solamente i Magi la seguirono. Essa non era una cometa, ma una meteora
guidata da un Angelo.
Rimasero poi sorpresi, durante il ricevimento di Erode, nel constatare che
tutti ignoravano il grande Evento.
La Vergine intanto aveva avuto una visione riguardante la prossima venuta
dei Magi. Ne informò quindi Giuseppe ed Elisabetta, affinché si preparasse il
ricevimento.
Gesù, dopo i primi giorni, non si nutriva soltanto del latte materno, ma anche
di altri alimenti dolci e nutritivi.
Intanto alcune persone agiate di Betlemme si dichiararono disposte a
ricevere nelle loro abitazioni la S. Famiglia; la Vergine non si pronunziava e
quindi Giuseppe ricusò modestamente tale offerta.
Lo vidi occupato nell’abbellir la Grotta del presepio, mentre si attendeva la
prossima venuta di S. Anna e dei Magi.
Pareva che la costellazione fosse più o meno lucente a seconda delle zone,
sulle quali passavano i Magi. Essi viaggiavano su dromedari che, più veloci
dei cavalli, percorrevano trentasei leghe al giorno. Per tutto il viaggio,
impiegarono circa venticinque giornate. I Giudei intanto osservavano,
impressionati, la meteora che guidava quegli stranieri.
Anche S. Anna era in viaggio verso Betlemme, con Maria di Heli, una
domestica e un servo con due giumenti. Aveva trascorso la notte con loro a
poca distanza da Betania. Giuseppe aveva già terminato di riattar la Grotta del
presepio e quelle a essa adiacenti, per ricevere i Magi che, secondo le
dichiarazioni della Vergine, erano poco lontani.
Frattanto la S. Famiglia si era ritirata dentro un’altra grotta, e così restava
libera quella del presepio.
Altre buone persone vennero anche da Betlemme per vedere il Pargoletto,
che poterono prendere tra le braccia. Invece quando altri Lo volevano
palleggiare, Egli piangeva e volgeva altrove la graziosa faccina.
Poi vidi la Vergine dentro la sua nuova abitazione discretamente riattata;
teneva il Figliuolino al suo lato, dentro una spaziosa culla. Giuseppe riposava
invece in un’altra parte della grotta.
Intanto arrivò S. Anna con il suo seguito. Ella, nell’ascoltar la narrazione
della diletta Figliuola, piangeva di consolazione, perché rallegrata dalle
carezze del piccolo Gesù.
Allorché vedo Giuseppe e la Vergine soli con il loro Principino, constato che
genuflettono in adorazione davanti a Lui.
I Magi, usciti da Gerusalemme, rividero la costellazione, prima
misteriosamente scomparsa e che inondò di gioia il loro cuore. Dopo avere
oltrepassato una cittadina, essi sostarono su di una località amena e attigua
all’abitato. Là, davanti a loro, scaturì una limpida sorgente di acqua, che li
sorprese e rallegrò. Più tardi, vidi anche Gesù fermarsi varie volte davanti alla
stessa fonte, perché assetato, con i suoi discepoli.
Oggi ho visto la carovana dei Magi giunta a Betlemme. Poiché avevano
notato sul cielo una radiosa meteora simile alla luna, si avviarono verso
oriente, in direzione del Presepio. Rividero poi la costellazione riapparsa,
rutilante di luce, sulla collina del Presepio, mentre essa proiettava la sua
raggera verso la Grotta. La costellazione era aumentata, e molto più luminosa
di prima. Era già scesa la notte e, tra i raggi, essi scorgevano un Bambino
splendente.
Arrivati finalmente alla Grotta, Mensor ne aperse l’entrata, e allora vide
l’interno inondato di luce: al fondo di essa ammirò la Vergine assisa con il suo
Bambino, identico a quello che i Magi avevano contemplato durante il lungo
viaggio. Ritornato agli altri due Magi, Mensor descrisse loro quanto aveva
visto.
PREZIOSI REGALI
Allora i Magi avvicinarono Giuseppe, che usciva dalla Grotta e gli
confidarono di essere venuti ad adorare il neonato Re dei giudei. Giuseppe
accolse con deferenza i nobili visitatori, che si disposero per una solenne
cerimonia di omaggio al divin Principino.
Li vidi rivestirsi di ampi e candidi manti, con uno strascico che toccava il
suolo: erano i paludamenti delle solenni cerimonie religiose. Alla cintura
portavano borse appese con catenelle d’oro; tenevano sottobraccio anche
cofanetti preziosi e coperti dai manti. Ciascun Re aveva un seguito di quattro
persone di famiglia. Alcuni servi di Mensor portavano un tavolino, una
cartella con frange e altri preziosi oggetti.
Poi i Magi seguirono Giuseppe e, pervenuti davanti alla Grotta, si coperse il
tavolino con un ricco tappeto. Ognuno vi sovrappose cassette di oro e
recipienti di argento. Poi si tolsero i sandali e Giuseppe aperse l’entrata della
Grotta.
Due paggetti di Mensor, che lo avevano preceduto, distesero al suolo un
prezioso tappeto e poi si ritirarono. Essi furono tosto seguiti da altri con il
tavolino dei regali.
Quando Re Mensor fu davanti alla Vergine, depose i doni ai suoi piedi e, per
rispetto, piegò un ginocchio a terra. Dopo di lui, entrarono quattro persone
della sua famiglia; poi, a loro volta, si avanzarono gli altri Magi giubilanti e
commossi, anche se la Grotta era soltanto illuminata da Colui che è la luce del
mondo.
All’entrar dei Magi, la Vergine si mise il velo con il quale coperse anche il
Bambino che teneva fra le sue amorevoli braccia.
Mensor, genuflesso e a capo scoperto, rivolse parole di omaggio e di affetto
al Principino, che teneva le manine graziosamente protese. Oh, come si
sentivan felici quei personaggi venuti dall’Oriente per adorare il Re bambino!
Vidi Mensor togliere da una borsa un pugno di monete che brillavano come
oro. Era un omaggio da offrirsi alla Vergine, la quale lo ringraziò con grazia
e semplicità. Poi il Re si ritirò con sommo rispetto, mentre Sair si presentava
con il suo seguito. Egli offerse un recipiente d’incenso, che pose sul tavolino
davanti al Reuccio. Sostò parecchio, genuflesso, di fronte al Dio-bambino. Si
avanzò quindi Teokeno, di età più avanzata; egli pose sul tavolino un vaso
d’oro, dentro il quale spiccava una bella piantina verde. Era un grazioso
arbusto con ramoscelli adorni di fiori bianchi: la pianta della mirra.
Le parole pronunciate dai Magi e dal loro seguito erano semplici, ma
suggerite dal fervore. Si espressero presso a poco così: – Abbiamo visto la
stella del Messia; sappiamo che Egli è il Re dei sovrani; siamo perciò venuti ad
adorarlo, a presentargli i nostri omaggi e a offrirgli i nostri regali –. Gli
offrirono anche i loro cuori, le anime, i pensieri, gli affetti e ogni azione.
Sparsero lacrime di gioia. Intanto il divin Pargoletto palpitava di amore sotto
l’ampio manto della sua Vergine Mamma. Ella rivolse, anche per il
Figliuoletto infante, parole umili, ma piene di grazia, a ognuno dei Magi.
Ma quanta generosità nella Vergine e in Giuseppe! Nulla conservarono per
Se stessi di quei preziosi regali, poiché distribuirono tutto ai poverelli.
Poi entrarono nella Grotta i valletti, cinque per volta, al seguito di ciascun
loro padrone. Genuflettevano e pregavano in silenzio, mentre i Magi facevano
un’altra entrata solenne nella Grotta; avvolti in ampi manti, incensarono il
divin Principino, la Vergine Mamma, Giuseppe e tutta la grotta.
Durante questo tempo, Maria e Giuseppe erano assai lieti, perciò si
consolavano per gli onori che vedevano rendere al bambino Gesù.
Giuseppe pose poi tutti i regali ricevuti alla destra del Presepio, contro un
angolo della Grotta. Accettati con umile riconoscenza, essi erano già destinati
a confortar tanti indigenti più bisognosi della S. Famiglia.
Però i Magi fecero molti regali ai poveri della zona e ai pastori che li
avevano serviti. Permisero inoltre ad alcuni del loro seguito di rimanere
presso le adiacenze delle grotte, perché essi vi si sentivano affezionati. Fecero
loro, anzi, cospicui doni, affinché non mancassero del necessario per
sistemarsi su quei paraggi.
In fine i Magi ritornarono a visitar la S. Famiglia per accomiatarsi. La
Vergine pose il suo diletto Bambino tra le loro braccia, e i Magi piansero
perciò di gioia. Riconoscenti anche di ciò, vollero regalare preziosi drappi
alla Vergine così compiacente e nobile.
Qualcuno di quei drappi, purpurei e ricamati a fiorami, erano di finissima
seta. Offrirono inoltre bellissime coperte e ampi manti di pura lana;
regalarono vasi di varie dimensioni, casse ripiene di grano e cofani di valore.
Diedero a Giuseppe perfino gabbie con tanti uccelli, che i dromedari avevano
trasportate per alimentar la carovana durante il viaggio.
Anche al momento del commiato, i Magi sparsero abbondanti lacrime.
UN PROVVIDENZIALE
MESSAGGIO
A mezzanotte, vidi i Magi riposare su coltroni distesi al suolo. Poi un Angelo
li destò per dir loro che dovevano partire immediatamente senza passar per
Gerusalemme, ma, attraverso il deserto, costeggiare le rive del Mar Morto.
Allora i Magi e i componenti della carovana scattarono dai giacigli per
disporsi a levar le tende e partire. Un valletto corse a informarne Giuseppe, il
quale si avviò verso Betlemme per avvisar quanti, della carovana, si erano
ritirati in città, ma li incontrò durante il tragitto, perché anch’essi avevano
ricevuto il messaggio dell’Angelo.
Nel separarsi, profondamente commossi, da Giuseppe, i Magi avrebbero
voluto che la S. Famiglia partisse con loro. Saliti poi sulle loro fastose
cavalcature, si allontanarono verso il deserto.
Vidi l’Angelo indicar loro il cammino da percorrere. Andarono attraverso a
una regione, che Gesù avrebbe attraversata più tardi, di ritorno dall’Egitto, e
poi durante il terzo anno della sua predicazione.
Il messaggio dell’Angelo giunse tempestivo, poiché le autorità di Betlemme
avevano già deciso di arrestare i Magi per il pretesto che disturbavano l’ordine
pubblico; li avrebbero rinchiusi dentro le profonde prigioni sottostanti la
sinagoga e poi li avrebbero accusati davanti a Erode. Non so se avessero anche
un ordine segreto da parte dello stesso perfido tiranno.
Quando si ebbe notizia della loro sollecita partenza, i Magi si trovavano già
vicini al deserto di Engaddi. Anche Giuseppe dovette sopportar parecchie
molestie da parte delle autorità betlemite, ma dopo ch’egli diede loro parte
dell’oro ricevuto in dono dai Magi, fu lasciato in pace.
Vidi anche Zaccaria di Ebron in viaggio per andare a visitar la S. Famiglia.
Intanto Anna ritornava con Maria di Heli alla propria abitazione. La Santa era
felice anche perché il bambino Gesù esprimeva tale affetto alla sua cara
Mammina, da superar tutto quello degli altri bambini della terra.
MISTERIOSE PAROLE
PROFETICHE
In prossimità della Presentazione, si fecero accurati preparativi, affinché la S.
Famiglia potesse andare al Tempio e poi a Nazareth.
Vidi, un mattino, la Vergine salire sul giumento, che alcuni pastori avevano
lasciato davanti alla Grotta. Giuseppe Le porse poi il Fantolino. Allora i
pastori accompagnarono per un tratto di strada la piccola carovana; poi si
separarono da essa, commossi.
La S. Famiglia non percorse la stessa strada, per la quale era venuta a
Betlemme. Dalla Grotta a Gerusalemme impiegò parecchio tempo, poiché si
fermava sovente. Trascorse un giorno a casa di benevole persone. Presso
quell’abitazione, onorata dalla presenza di Gesù e della sua nobile Mamma,
vidi comparir vari Angeli, che adoravano il santo Bambino. I proprietari di
quella casa ospitale trattavano con deferenza la Vergine, presentando un ché di
straordinario nel grazioso Bambino.
Al pomeriggio, vidi il vecchio Simeone: un vecchio esile, di età assai
avanzata e con una corta barba. Aveva famiglia e tre figli, il più giovane dei
quali ventenne. Viveva presso il Tempio.
Mentre il vecchio genuflesso pregava come in estasi, gli apparve un Angelo,
che gli disse di stare attento al primo bambino che si sarebbe presentato il
mattino seguente al Tempio, poiché quel bimbo era l’atteso Messia, ch’egli
stesso desiderava contemplare.
Anche la profetessa Anna, mentre pregava dentro la propria cella nel
Tempio, ebbe una visione riguardante la presentazione del piccolo Gesù. Il
mattino seguente la S. Famiglia accedette a un cortile attiguo al Tempio; allora
il vecchio Simeone andò a incontrar la Vergine e, dopo alcune espressioni di
giubilo, egli prese il divin Pargoletto tra le proprie braccia e se Lo strinse al
petto; quindi si avviò con sollecitudine verso il Tempio. Simeone indossava
lunghe vesti, secondo l’uso dei sacerdoti in funzione, ma si distingueva per
pietà, semplicità e sapienza.
La Vergine fu ricevuta al Tempio da Anna e da Noemi sua antica maestra.
Simeone La condusse là dove si faceva il riscatto dei figli primogeniti. La
profetessa Anna, alla quale Giuseppe consegnò la cesta delle offerte di uso,
seguì la Vergine con Noemi. La cesta conteneva frutta sulla parte inferiore e
colombe al di sopra di esse. Ormai tutto era pronto per la cerimonia, che si
sarebbe svolta in un ambiente molto spazioso. Una serie di lampade costituiva
quasi una piramide di luci.
Simeone si avvicinò alla Vergine, che teneva il divino Pargoletto avvolto tra
le pieghe di un tessuto celestino e poi L’accompagnò alla «tavola delle
offerte», dove Ella adagiò il Figliuoletto dentro una culla. Da questo momento
vidi il Tempio inondato di un indescrivibile splendore. Scorsi il Cielo aperto
fino al trono della SS. Trinità.
Il sacerdote, dietro l’altare, prese il divino Infante, che innalzò per volgerlo
verso diverse parti del Tempio, mentre pregava. Poi egli consegnò il Bambino
a Simeone, che lo rimise tra le braccia della Vergine Madre.
Dopo parecchie altre cerimonie, il vecchio ricevette da Maria il Fantolino,
che tenne tra le tremule braccia; poi parlò di Lui con molto entusiasmo.
Ringraziò l’altissimo perché si era compiuta la divina promessa e disse tra
l’altro:
– Ora, o Signore, puoi lasciare il tuo servo morire in pace, secondo la tua
promessa, perché i miei occhi hanno visto la salute da Te promessa a tutti i
popoli, come luce che illumina le genti e gloria del tuo popolo Israele.
Dopo la presentazione, Giuseppe si era avvicinato per ascoltare, con la dolce
Sposa, le ispirate parole di Simeone il quale, dopo di aver benedetto Gesù,
disse alla Vergine:
– Ecco questo Bambino è posto a caduta e a salute e in segno di
contraddizione; a Te stessa, una spada trapasserà l’anima, affinché siano svelati
i pensieri di molti cuori.
Anche la profetessa Anna, più che ottantenne, si sentì ispirata, e parlò
parecchio del bambino Gesù ; Ella dichiarò inoltre beneavventurata la Vergine.
Tutti i presenti manifestarono grande rispetto al divin Pargolo e alla sua
grande Mamma.
Giuseppe diede a Simeone e alla profetessa Anna, in segreto, alcune monete
lucenti e triangolari, per sostentare specialmente le vergini povere che si
educavano al Tempio.
Quindi la S. Famiglia si avviò verso Nazaret, attraverso Gerusalemme.
LA PERFIDIA DEL TIRANNO
Simeone era parente di Serafia, la «Veronica» e anche di Zaccaria. Egli,
ritornato a casa dal Tempio, dove aveva abbracciato il divin Bambino, si
ammalò quasi subito; quantunque infermo però si manifestava sempre sereno
con la sposa e i figli. Morì placidamente dopo aver parlato con eloquenza ed
entusiasmo del Salvatore d’Israele.
Vidi la S. Famiglia giungere alla casa di S. Anna, a circa mezza lega da
Nazaret. Là si fece gran festa e tutti ricevettero lietamente il divino Pargoletto.
Notai che Giuseppe trasportava involti, avviato verso Nazaret con la domestica
di S. Anna; la piccola carovana era seguita da somarelli carichi di oggetti.
Poiché la S. Famiglia era ritornata a Nazaret, Anna vi mandava alimenti; anzi
vi andava ella stessa spesso per visitar la diletta Figlia e palleggiare
l’incantevole Gesù.
Ma intanto non pochi soldati a Gerusalemme per ordine di Erode, ricevevano
armi entro un ampio cortile. Erano pure essi bene armati e portavano un elmo
sulla testa. Si preparavano a uccidere gli innocenti. Essi furono poi inviati per
diverse direzioni tra Gerusalemme, Betlemme e dintorni. Il tiranno voleva
impedire che la propria crudeltà causasse eventuali sollevazioni popolari.
Benché astuto, procurava che le sue perfide intenzioni restassero segrete.
Voleva sopprimere tutti i bambini, minori di due anni. Il regno di quel despota
perdurò quarant’anni. Durante i primi sette, egli non era indipendente, ma
opprimeva tuttavia il paese e dava prove di crudeltà. Morì poi, come
suppongo, durante il sesto anno della vita di Gesù. Per qualche tempo si
mantenne segreta la sua morte. Gesù era nato circa nel trentesimo anno del suo
regno. Vidi il tiranno dentro un’ampia reggia ovattata, con una lancia al suo
lato e sempre pronto a ferir le persone sospette, che gli si avvicinassero.
DRAMMATICHE AVVENTURE
NOTTURNE
Mentre Giuseppe riposava, vidi avvicinarsi al suo giaciglio un radioso
Giovane, che gli parlò. Giuseppe si sollevò alquanto dall’origliare, ma il
sopore che l’opprimeva lo vinse. Allora l’Angelo lo prese per mano e lo fece
alzare. Giuseppe quindi preparò ogni cosa per partire immediatamente. Poi
l’Angelo parlò anche alla Vergine, la quale pure si dispose per il viaggio; per
far più presto, Ella non cambiò neppure i pannolini al Bambino.
Anna, nell’apprendere poi la notizia di quella improvvisa partenza, ne rimase
assai addolorata.
Non era ancora mezzanotte, quando la S. Famiglia lasciò la casetta,
accompagnata, per un tratto di strada, da S. Anna e da Maria di Heli. La
Vergine, benedetta dalla veneranda madre, salì sul giumento; poi Anna le porse
il divino Pargoletto addormentato. Ella rimase in casa di Giuseppe. per
riordinarla con l’aiuto delle sue persone di servizio.
Vidi quindi la S. Famiglia rifugiarsi dentro un’ampia grotta di fortuna. Mi
sembra che quella fosse la sesta sosta durante la fuga. I Fuggiaschi vi erano
giunti molto affaticati e tristi. Dovevano prendere sentieri appartati, allo scopo
di evitar compromettenti incontri.
Alcuni fatti prodigiosi però mitigarono la loro critica condizione. Dentro
quella caverna sgorgò una fonte per le preghiere di Maria; poi una capretta
selvatica le si avvicinò per lasciarsi mungere. Finalmente comparve un Angelo
per consolar e animare i santi Profughi.
Dentro quella grotta, Samuele si era fermato alcune volte. David, che
custodiva il gregge di suo padre nelle adiacenze di essa, mentre pregava aveva
ricevuto da un Angelo l’ordine di debellare il gigante Golia.
Usciti di là, i santi Fuggiaschi percorsero un sentiero costeggiato di rovi; al
termine di esso, la Vergine discese dal somarello per assidersi al suolo con il
suo caro Bambino al petto. Ella era ancor triste e pregava. Mentre chiedeva un
po’ di acqua per Gesù, assistei a una scena assai commovente. A breve distanza
di là, v’era una caverna dove la cugina Elisabetta teneva nascosto il figliuoletto
Giovannino, al riparo di alte rocce. Il ragazzino mi parve inquieto, ma non
potei veder sua madre. Intanto la vista di quel bambino, che correva con passo
sicuro per quel sito deserto, mi faceva impressione. Come si era agitato nel
seno materno, così attualmente presentiva la vicinanza del Redentore assetato.
Aveva le spalle coperte da una pelliccia di capretto, legata con una cintura e
teneva tra mano una verga, sulla cui punta garriva una banderuola di corteccia.
Poiché presentiva il disagio di Gesù per la sete, si pose in ginocchio per
implorare dall’Altissimo, con le braccine protese, il mezzo per
estinguergliela. Poi corse presso una rupe e percosse il suolo con la verga.
Allora zampillò immediatamente acqua fresca e cristallina.
Giovannino scorse di lontano la S. Famiglia che passava. A un tratto, nel
notar la presenza di lui, la Vergine sollevò con le braccia il suo divin
Bambino, al quale disse: – Guarda Giovannino nel deserto!
Vidi Giovanni giubilante presso la nuova sorgente che gorgogliava. Egli la
indicò alla S. Famiglia, con la verga protesa, e poi si ritirò nella sua solitudine.
Intanto lo scolo dell’acqua giunse presto fino al sentiero in pendio, seguito dai
santi Fuggiaschi, che io vidi soffermarsi per attingere a quel ruscelletto. Notai
che Giuseppe riempiva di acqua una fiaschetta per dissetare i suoi cari. Essi
erano lieti, e si soffermarono su quel breve spiazzo per qualche ora.
Poco lontano da una città che sorgeva al limite del deserto, distante circa due
leghe dal Mar Morto, la S. Famiglia sostò per l’ultima volta sui dominii di
Erode. Poi domandò ricovero ai proprietari di una casa isolata, dove si
rifugiava la gente che attraversava il deserto. Benché fossero rozzi, pure essi
accolsero benevolmente i santi Profughi, che ospitarono.
Durante una notte stellata, vidi, in seguito, la S. Famiglia attraversare un
deserto arenoso.
Così giunse, senza incidenti, a un sito denominato Mara, ma gli abitanti di
quella zona erano barbari e inospitali. I Profughi proseguirono quindi il
viaggio ed entrarono in un altro deserto arenoso.
Scendeva ormai la notte e i Viandanti procedevano verso un bosco, oltre il
quale, al chiarore della luna, si scorgeva una misera capanna. A breve distanza
da essa, tremolava una lanterna.
Quando la S. Famiglia arrivò presso la capanna, rischiarata dalla lucerna, si
vide circondata da un capo di ladroni, spalleggiato da cinque subalterni. La
banda aveva perverse intenzioni, ma quando si vide irradiar dal divin Bambino
un luminoso alone, mi sembrò che esso colpisse, come una freccia d’oro, il
cuore del capo-banditi, il quale impose ai gregari di non fare alcun male a quei
Viandanti. Li accompagnò anzi dentro la sua capanna, dove vegliava la sposa
di lui con due figli.
Era una notte da lupi, e quindi il brigante parlò alla consorte che accolse la S.
Famiglia benevolmente, dichiarandosi disposta a ristorarla e a offrirle un
modesto alloggio.
I Profughi sedettero per mangiar quanto venne loro offerto, e intanto gli
abitatori di quel tugurio li avvicinarono per interrogarli. Conversarono
affabilmente, avendo la donna offerto pane e miele, frutta e acqua di fonte ai
santi Ospiti. Ella aveva offerto dell’acqua per lavare il Bimbo. Poi il capo dei
ladroni disse sommessamente alla consorte:
– Quel Bimbo così luminoso, dev’essere un santino come la Madre...
Domanda quindi alla Mamma sua che ci lasci bagnare il nostro figliuoletto
lebbroso con l’acqua che Le è servita per lavare il suo!
Allora la donna si avvicinò alla Vergine per rivolgerle quella domanda, ma
ne fu prevenuta, poiché la santa Profuga stava già per bagnare il piccolo
lebbroso con quell’acqua santificata dal contatto del suo Bambino. Così
avvenne un sorprendente prodigio, poiché appena il lebbroso fu toccato da
quell’acqua, rimase perfettamente guarito.
I santi Profughi uscirono il mattino seguente, per tempo, accompagnati dai
banditi che Li guidarono per un lungo tratto di percorso.
Io riconobbi poi nel buon ladrone il figlio guarito dalla lebbra.
IDOLI INFRANTI
Vidi la S. Famiglia entrare in un deserto, dove poi si smarrì.
Dopo aver viaggiato dieci giorni attraverso la Giudea e altrettanti
nell’attraversare il deserto, gli stanchi Profughi giunsero alla prima
popolazione pagana.
Osservai la pianura egiziana, sulla quale si estendevano vaste praterie, dove
pascolavano greggi. La S. Famiglia dovette sopportar molte sofferenze, finché
alcuni pastori diedero a Giuseppe un po’ di acqua con cui potersi dissetare. Ma
più tardi gli affaticati Viandanti si trovarono sprovvisti di tutto.
Vista poi una palma carica di datteri, poterono avere di questi frutti.
Arrivata la S. Famiglia presso un sicomoro con vasti rami, poté rifugiarsi
dentro il cavo del suo grosso fusto e così sottrarsi alla vista di gente sospetta
che la seguiva. Dentro quell’incavo, i Profughi trascorsero la notte. Il mattino
dopo, Essi bevvero acqua, che ottennero mediante la preghiera.
Poi i santi Viaggiatori si avviarono verso la città di Eliopoli. Allorché Gesù
mori sul Calvario, viveva, a Eliopoli, Dionigi l’areopagita.
Quando la S. Famiglia si fermò a riposare sotto un frondoso albero, per
breve tempo la terra tremò provocando la caduta di un idolo che si adorava su
quel sito.
Gli stanchi Viandanti si sistemarono entro un grandioso edificio sostenuto da
grosse e tozze colonne, tra le quali abitavano diverse persone. Giuseppe
applicò una costruzione di legno presso i pilastri di quell’edifizio e così vi
poté dimorare anche la S. Famiglia. Più tardi Giuseppe trovò lavoro su quei
paraggi e anche la Vergine poté contribuire al mantenimento della S. Famiglia
con il tessere tappeti. Vidi gente che andava a visitarla, anche per ammirare il
suo grazioso Figliuoletto che le stava vicino, sorridente o addormentato
dentro la culla.
Intanto Giuseppe aveva costruito anche un oratorio per i giudei, affinché vi si
praticasse il culto religioso. La S. Famiglia v’interveniva esemplarmente. In
seguito, vidi Gesù alquanto sviluppato, che molti coetanei visitavano perché a
Lui affezionato. Egli poteva già parlare e camminare speditamente. Era quasi
sempre a lato di Giuseppe, che accompagnava quando egli usciva di casa. Gesù
indossava una bella tunichetta, che la sua cara Mamma gli aveva tessuta tutta di
un pezzo.
Siccome la S. Famiglia dimorava presso un tempio pagano, alcuni idoli che
vi si adoravano, precipitarono al suolo, ridotti in frantumi. Non mancarono
perciò molestie ai santi Esuli.
SANGUE INNOCENTE
Quando Gesù era fuggito in Egitto per sottrarsi alle insidie del tiranno, anche
Giovanni di Elisabetta, per divino avviso, stava nascosto nel deserto, perché in
pericolo di essere ucciso. La sua meravigliosa nascita era nota, poiché di lui si
parlava assai. Alcuni affermarono di averlo visto luminoso. Erode voleva
perciò che anch’egli fosse ucciso e aveva richiesto notizie di lui allo stesso
Zaccaria suo padre. Quando Zaccaria andò al Tempio, fu assalito dai soldati
erodiani incaricati di vigilarlo. Essi lo misero dentro una tetra prigione, che si
sprofondava sul fianco del monte Sion; colà fu torturato affinché rivelasse il
nascondiglio del figliuolo; ma perché il prigioniero non volle svelarlo, fu
ucciso dal tiranno. I suoi amici lo seppellirono non lontano dal Tempio.
Allorché Elisabetta, assente da casa per proteggere Giovanni, ebbe notizia di
quella barbara uccisione, ne rimase inconsolabile. Ella restò nel deserto con il
figlio Giovanni, finché terminò i suoi giorni. Morì poco prima che la S.
Famiglia ritornasse dall’Egitto.
Allora Giovanni si sistemò presso un laghetto; visse molto tempo abitando
una capanna risultante di arbusti dove poteva appena coricarsi per dormire.
Eppure si affezionò a quel sito solitario, che preferiva all’abitazione nativa,
perché non disposto a vivere tra la gente. Egli, come Gesù, non ebbe maestri,
poiché istruito dallo Spirito santo. Vidi spesso figure radiose al suo fianco e
anche un alone di luce illuminarlo. Tra le rocce del deserto crescevano
abbondanti erbe e arbusti, che producevano frutta diverse. Vidi colà fragole
selvatiche, che Giovanni mangiava. Aveva familiarità con gli animali,
specialmente con gli uccelli, che si posavano sulle sue spalle e sembrava che
intendessero le sue parole. Anche i pesci del laghetto guizzavano verso di lui,
quando li chiamava a sé. Gli animali del deserto gli servivano in molte
necessità. Egli si alimentava di frutta selvatiche, di radici e di locuste.
Intanto un Angelo apparso alla Vergine La informò dell’uccisione degli
Innocenti effettuata da Erode. Gesù, che allora aveva appena circa un anno e
mezzo di età, ne pianse per tutto il giorno.
Allorché era avvenuta la presentazione di Gesù al Tempio e poi si erano
compiute le profetiche predizioni di Simeone e Anna, i timori del despota
erano aumentati. Egli perciò aveva mandato numerosi sicari e vedette affinché
vigilassero d’intorno a Gerusalemme, su Gilgal e su Betlem fino a Ebron.
Aveva anche comandato di fare un censimento dei neonati. Le guardie erodiane
avevano presidiato quei siti per nove mesi, mentre Erode si trovava a Roma.
Al suo ritorno era avvenuta la strage degli Innocenti. Giovanni aveva allora
circa due anni di età ed era rimasto sempre nascosto.
La strage era avvenuta su sette siti. Le madri erano rimaste ingannate con la
promessa di un premio alla loro fecondità. I loro bimbi, separati da esse, erano
stati uccisi entro cortili chiusi. Le loro madri erano introdotte, a una a una, in
grandiosi edifici per attendere il premio promesso. Alla loro entrata, i sicari si
facevano consegnare i teneri bimbi, che poi trasportavano entro un cortile
segreto, dove li decollavano con un colpo di spada. Intanto le loro madri,
concentrate dentro sale lontane dall’eccidio, trepidavano. Notevole fu il
numero delle piccole vittime innocenti. La notte seguente l’eccidio, vidi quelle
madri legate per essere ricondotte alle proprie abitazioni.
Quando Gesù spirò sulla croce, vidi che le fosse di quegli innocenti si
schiudevano, e che le loro anime apparivano in diverse località.
SQUALLORE
I santi Profughi rimasero a Eliopoli per diciotto mesi. Quando Gesù ebbe
due primavere di vita terrena, Maria e Giuseppe lasciarono, con Lui, la città
per mancanza di lavoro, e principalmente per le persecuzioni di cui erano
oggetto. Si avviarono verso Menfi.
Mentre poi essi riposavano sotto il vestibolo di un tempio pagano, non lungi
da Eliopoli, l’idolo che là si trovava precipitò in frantumi al suolo. Questo
misterioso avvenimento provocò un caotico tumulto tra i sacerdoti pagani; uno
di essi tuttavia disse che forse sarebbe stato preferibile raccomandarsi al Dio
di quella gente, al ricordo delle sventure sofferte dai loro antenati che avevano
perseguitato la razza, alla quale appartenevano quei tre Stranieri. Quei
sacerdoti lasciarono perciò proseguire la S. Famiglia senza molestarla.
Dopo aver costeggiato un corso di acqua, i Profughi giunsero a una località
che poi si denominò Matarea. Quel sito non distava molto da Eliopoli, né dal
Nilo; era abitato da poveri indigeni, che dimoravano entro solitarie
catapecchie.
Su quella zona, Giuseppe trovò da lavorare; la S. Famiglia poté sistemarsi in
un luogo remoto, sotto la volta oscura di un edificio in rovina. Davanti a essa,
Giuseppe costruì una casupola. Anche poco lontano di là, cadde un idolo; poi,
uno dopo l’altro, precipitarono tutti quelli che si adoravano in quei paraggi.
Ciò minacciava una sollevazione popolare, ma un sacerdote pagano calmò il
popolo ricordando «le piaghe dell’Egitto».
Più tardi, si riunì in quella zona una piccola comunità di giudei e di pagani
convertiti; allora i sacerdoti dell’idolo rovinato al suolo, all’arrivo della S.
Famiglia lasciarono a quelle persone il tempio vuoto, che Giuseppe trasformò
in una sinagoga. Egli stesso divenne il Capo di quella comunità, alla quale
insegnava il canto dei Salmi.
Dapprima la dimora della S. Famiglia a Matarea era ostacolata da varie
difficoltà, anche perché non v’era acqua potabile e mancava legna per il fuoco.
Più tardi Giuseppe aveva però trovato lavoro nel restaurar le capanne del
paese, ma la gente lo trattava quasi come uno schiavo e gli pagava il lavoro a
proprio arbitrio. Quei popolani erano sprovvisti di utensili e usavano ancora
coltelli di pietra o di osso. Giuseppe aveva invece con sé gli arnesi più
indispensabili, e così poteva sistemarsi meglio degli altri.
In quella località i santi Esuli rimasero vari anni. Sul muro della volta, sotto
la quale riposava la Vergine, Giuseppe aveva praticato un’apertura per il
giaciglio di Gesù. La cara Mamma di Lui dormiva al suo lato; Giuseppe invece
riposava altrove.
LA FINE DEL TIRANNO
Gli abitanti di Matarea non avevano altra acqua, che quella torbida del Nilo,
ma la Vergine ottenne dall’Altissimo una fontana mediante la sua fervorosa
preghiera. Dapprima Giuseppe pensava di sistemarsi ai limiti del deserto, ma
mentre la santa Consorte pregava, era apparso a Lei un Angelo per avvertirla
che, dietro l’abitazione, v’era una sorgente. Allora Giuseppe fece uno scavo
sul sito indicato, e scoperse che là, in antico, v’era appunto una fonte. A quella
sorgente, che Giuseppe aveva liberata dagli ingombri, la Vergine lavava il
divin Pargoletto e anche gl’indumenti della Famiglia; la fonte restò a esclusivo
uso di essa. Gesù, cresciuto in età, andava poi ad attingere a quella fonte per la
diletta Mamma. Un giorno Lo vidi con alcuni coetanei vicino a quella fontana
per dissetarsi. Poi quei ragazzini informarono della sua scoperta i genitori
che, con il beneplacito della Vergine, poterono servirsi di quella fonte per gli
usi domestici.
Gesù aiutava ormai la cara Mamma e l’amato Giuseppe in quanto poteva.
Quando Giuseppe abbisognava di qualche utensile, Gesù glielo portava con
sollecitudine. Lo vidi spesse volte avviato verso il villaggio dei giudei, distante
circa un miglio da Matarca, per prendere il pane che la buona Mamma
riceveva in cambio dei lavori fatti per certi clienti.
Gesù indossava una tunichetta di color bruno, ma ricamata a fiorellini gialli
dalle mani solerti ed esperte della buona Mamma.
Lo vidi genuflettere, durante il cammino, per pregare, quando Gli apparvero
due Angeli per annunziargli la orrenda morte di Erode. Gesù non ne informò
la Mamma e Giuseppe, non so se per umiltà, oppure perché così Gli avevano
dichiarato gli Angeli stessi.
DISAGEVOLE RITORNO
Anche se il despota era morto da molto tempo, la S. Famiglia non ritornò
prima per non esporsi a qualche pericolo. Ma ormai la dimora in Egitto
diveniva sempre più insopportabile, poiché quegli abitanti praticavano una
orripilante idolatria, che li induceva perfino a sacrificar donne e bambini agli
idoli.
S. Giuseppe si rattristava, anche perché non lo si retribuiva giustamente del
lavoro che faceva per essi e quindi i suoi cari si trovavano in penose
condizioni. Genuflesso al suolo, pregava l’altissimo per essere soccorso.
Finalmente una notte gli apparve un Angelo durante il sonno, per dirgli che,
chi cercava a morte il divino Pargoletto, era scomparso. Lo animò a preparare
il necessario per ritornare in patria con i suoi Cari, seguendo le strade più
frequentate, e lo incoraggiò con l’assicurargli la protezione celeste
specialmente durante il ritorno.
Allora Giuseppe informò di questa disposizione Gesù e la Vergine; quindi si
fecero tosto i preparativi. Molti però si rattristarono di quella partenza, e
offrirono doni ai partenti per esprimere loro stima e affetto.
I santi Esuli seguirono, durante il ritorno, la pista per Eliopoli, e per
ripararsi dal solleone si adombravano con una larga corteccia di pianta locale.
Gesù vestiva una tunichetta grigia, e aveva ai piedini rozzi sandali pure di
corteccia, fatti da Giuseppe simili a quelli che calzava la buona Mamma. Ma il
divino Pargoletto soffriva nel camminar sulla sabbia rovente; i suoi Cari
dovevano quindi fermarsi, di tratto in tratto, per togliergli dai sandali la
minuta arena che vi entrava durante il faticoso tragitto. Talvolta la cara
mamma Lo faceva salir con Sé sull’asinello.
Intanto Giuseppe pensava di sistemarsi a Betlemme perché sua patria, ma era
inquieto nel riflettere che sulla Giudea regnava Archelao, despota crudele e
malvagio come suo padre Erode.
La S. Famiglia sostò circa tre giorni a Gaza, e allora un Angelo comandò a
Giuseppe di ritornare a Nazaret, dove viveva ancora S. Anna. Il ritorno
dall’Egitto avvenne in settembre. Gesù aveva ormai circa otto anni di età.
Il migliore ambiente domestico dell’abitazione di Nazaret era quello
riservato alla Vergine, dove intervenivano anche Gesù e Giuseppe per la
preghiera in comune. Pregavano ritti sulla persona, con le mani incrociate e ad
alta voce.
Giuseppe lavorava dentro la sua botteguccia, dove lo vidi piallare assi e
segar pali. Anche il piccolo Gesù lo aiutava in tali lavori. La Vergine invece si
occupava generalmente nel cucire e nel filare; teneva entro un canestro i suoi
utensili da lavoro.
Ognuno della S. Famiglia dormiva nel proprio appartamento. Il giaciglio
risultava di stuoie e coperte, che al mattino si arrotolavano. Ammirai Gesù
intento a ogni sorta di lavoro per aiutare i suoi Cari; era sollecito nel
camminare e nello sfaccendare in casa, dove faceva tutto con cura,
benevolenza e grazia. Quando non aiutava Giuseppe, Egli si dedicava alla
preghiera e alla meditazione. Era un impareggiabile modello per tutti i
coetanei di Nazaret che Gli volevano bene, e quindi evitavano di disgustarlo.
I genitori nazaretani, ai figliuoletti che si comportavano male, dicevano
perciò in tono di ammonizione: «Che dirà il Figlio di Giuseppe quando sia
informato del vostro censurabile comportamento? Vorreste disgustarlo?».
A circa un’ora di cammino da Nazaret v’era il villaggio di Ofna, dove
dimorava la famiglia di Giovanni e di Giacomo il maggiore. Questi coetanei
s’incontravano frequentemente con Gesù, finché i loro genitori si sistemarono
poi a Betsaida. A Nazaret viveva anche una famiglia imparentata con
Gioacchino e composta di quattro figli: Cleofa, Giacomo, Giuda e Jafet, i quali
erano pure amici di Gesù fanciullo. I loro genitori solevano accompagnarsi
alla S. Famiglia nel partecipare alle feste del Tempio a Gerusalemme. I quattro
fratelli sunnominati furono, più tardi, discepoli di Giovanni Battista, e, dopo il
martirio del quale, divennero discepoli di Gesù.
IL GIOVANE MAESTRO
Allorché il divin Fanciullo ebbe otto anni di età, fu accompagnato a
Gerusalemme dalla cara Mamma e dal mite Giuseppe; da allora Egli ritornò al
Tempio ogni anno. Alla sua prima comparsa sotto le maestose volte del
Tempio, Gesù attirò l’attenzione degli scribi e farisei. Intanto i parenti e gli
amici di Gerusalemme parlavano di Lui quale Figlio di Giuseppe, tanto
prudente e pio, e Lo ammiravano.
Quando Gesù compì dodici anni di età, Maria e Giuseppe non si
meravigliarono di non vederlo uscir da Gerusalemme, poiché dalla prima fino
a questa quinta volta, ch’Egli vi andava, soleva associarsi a coetanei di altre
famiglie che percorrevano il tragitto verso Nazaret.
L’ultima volta però, giunto all’Orto degli ulivi, Gesù si separò da essi, e poi
si diresse verso la parte della città prospiciente Betlemme. Invece la Vergine e
Giuseppe supponevano ch’Egli si trovasse con coloro che ritornavano a
Nazaret. Quando si accorsero di essersi ingannati, il loro timore divenne
sconcertante, e ritornarono immediatamente a Gerusalemme per chiedere
notizie di Gesù a quanti incontravano per via.
Ma il divino Adolescente trascorse la notte presso la porta betlemitica,
dov’era conosciuto. Si associò ad alcuni ragazzi gerosolimitani per visitar con
essi due scuole della città, e il terzo giorno andò a quella del Tempio; al
pomeriggio, entrò nel Tempio stesso.
In quelle scuole s’insegnavano diverse scienze. Gesù, con domande e
risposte, sorprese tanto i maestri che costoro, umiliati, si proposero di
confondere l’Adolescente con rabbini più istruiti di loro in diversi settori della
sapienza umana. Quanti dapprima Lo avevano ammirato, poi, morsi
dall’invidia e dalla gelosia, volevano vendicarsi di Lui.
Vidi il divino Adolescente assiso su di un alto seggio, circondato da una
moltitudine di giudei e di anziani, che indossavano vesti sacerdotali.
Tutti Lo ascoltavano con attenzione, ma non pochi si sdegnavano contro di
Lui. Quell’ampio spazio era gremito di gente, perché tutti volevano ascoltare
lo straordinario Maestro.
Siccome Gesù, nelle altre scuole, aveva esposto ogni sorta di esempi della
natura, delle arti e delle scienze, avvalorandole con risposte e spiegazioni
adeguate, a quella del Tempio erano intervenuti maestri competenti in tali
scienze. Quando essi cominciarono a discutere con il giovane Maestro su certi
argomenti, Egli si accinse a rispondere e a insegnare su particolari riguardanti
la medicina, descrivendo anatomicamente il corpo umano ed esponendo
nozioni sconosciute anche ai più esperti maestri di essa. Gesù parlò anche di
astronomia, di architettura, di geometria, di matematica, di giurisprudenza e di
agricoltura. Applicava tutto alla Legge, alle promesse, alle profezie e ai
ministri del culto.
Alcuni, tra i numerosi uditori, rimanevano oltremodo ammirati di tanta
sapienza, mentre altri provavano rossore specialmente all’udire nozioni fino
allora mai conosciute, né intese, o che interpretavano assai diversamente.
Gesù discuteva e insegnava da qualche ora, quando entrarono al Tempio
Maria e Giuseppe, i quali chiesero notizie del divino Adolescente ai leviti che
Lo conoscevano. Gesù, avvertito poco dopo da un levita, lasciò l’aula e si recò
dov’era atteso.
Giuseppe taceva compreso di ammirazione, ma la Vergine disse a Gesù :
– Figlio mio, perché ci hai fatto Tu questo? Ecco che tuo padre e io Ti
cercavamo molto addolorati...
Ma Gesù rispose: – Perché cercarmi? Non sapevate che devo interessarmi
delle cose del Padre mio?
Al ritorno di Gesù a Nazaret, assistei a una grandiosa festa, che si svolse in
casa di Anna. Non so se si festeggiasse il ritrovamento di Gesù, oppure il suo
dodicesimo compleanno, data che si usava commemorare. Gesù era il principe
della festa. Vi partecipavano trentatré adolescenti: tutti futuri discepoli del
Redentore. In quella fausta circostanza Gesù raccontò una meravigliosa, ma
poco comprensibile parabola di certe nozze, durante le quali il vino si sarebbe
convertito in sangue e il pane in carne. Dichiarò che in questo modo Egli
sarebbe rimasto con i convitati sino alla fine del mondo, per loro
consolazione, fortezza e in vincolo di unione.
Dal dodicesimo anno di età Gesù fu sempre quale maestro dei suoi coetanei.
Più tardi cominciò anche ad aiutare Giuseppe nel mestiere di artigiano.
Il Salvatore aveva una persona esile e delicata, un visetto ovale e un colorito
sano, anche se pallido. I capelli lisci e di un biondo acceso Gli ricadevano ben
discriminati dall’alta e serena fronte. Egli vestiva una larga tunica grigiastra,
che Gli scendeva fino ai piedi, e le cui maniche si aprivano presso i polsi.
ANGUSTIE
Gesù aveva ormai quasi trent’anni di età ed era florido, mentre invece
Giuseppe andava sempre più deperendo. Vidi perciò molte volte Gesù e la
Vergine avvicinarsi a lui, per confortarlo. La dolce Sposa si assideva sovente
presso il suo giaciglio per tenergli compagnia.
Quando Giuseppe entrò in agonia, la Vergine sostava presso il suo capezzale,
mentre Gesù avvicinava la testa al petto di lui. Vidi la cameretta del morente
inondata di luce e gremita di Angeli. Poi la salma del caro defunto, con le
braccia incrociate sul petto, fu avvolta tra bianche lenzuola e collocata dentro
un angusto feretro, e quindi deposta dentro una decorosa grotta sepolcrale
donata alla S. Famiglia da una generosa persona. Oltre a Gesù e alla Madre
sua, pochi altri dolenti ne accompagnarono il feretro, che ammirai però tra
radiosi stuoli di Angeli.
Giuseppe dovette soccombere prima di Gesù, anche perché non avrebbe
potuto sopportare la crocifissione di Lui, che tanto amava. Gravi sofferenze
erano state per Giuseppe le persecuzioni che Gesù aveva dovuto sopportare,
tra i venti e i trent’anni da parte dei giudei, che gli tendevano continue insidie.
Quegli empi manifestavano di non poterlo sopportare, poiché vociferavano
che il «Figlio del falegname» pretendeva saper tutto e meglio di tutti. Erano
biechi d’invidia e di livore, perché Egli impugnava molte volte la dottrina dei
farisei, e aveva d’intorno a Sé sempre molti giovani che lo seguivano con
venerazione. Anche la Vergine soffriva per tali persecuzioni. Indescrivibile la
bontà e la pazienza con cui il Redentore sopportava, anche durante la sua
gioventù, tali persecuzioni. Poiché Egli partecipava, insieme con i suoi
seguaci, alle feste di Gerusalemme e passeggiava con loro i farisei nazaretani
Lo chiamavano «Vagabondo».
Perciò, dopo il transito del compianto Giuseppe, Gesù e la Vergine
passarono a dimorare tra abitanti di poche casupole, fra Cafarnao e Betsaida,
dove un certo Levi di Cafarnao, che tanto amava la S. Famiglia, le aveva
offerto una casina da abitare in un sito remoto e tranquillo. Colà convenivano
alcuni servi di Levi, addetti ai lavori domestici. Dalla casa di Levi, Maria e
Gesù ricevevano anche gli alimenti.
Il Salvatore era avvicinato però gradevolmente da alcuni nazareni, i quali
andavano con Lui anche sulla riva del lago e a Gerusalemme. 1 familiari dì
Lazzaro erano già conosciuti dalla S. Famiglia.
D’intorno al lago si estendeva un’ampia zona assai fertile e con belle valli.
Vi abbondavano verdura, fiori e frutti, perciò molti nobili giudei vi avevano
edificato case di svago e castelli con giardini. Anche Erode aveva una
residenza su quell’amena località. I giudei assidui al Tempio si erano pervertiti
per il commercio con i pagani.
La Vergine, con molto affetto materno, soleva accompagnare il diletto Figlio
durante i suoi brevi viaggi. Molti conoscenti di Lei si consolavano nel vederla,
e parecchie persone La confortavano per la morte del suo Consorte.
SINCERA AMMIRAZIONE
A circa trent’anni di vita, Gesù partì per Cafarnao per avventurarsi verso
Ebron. Attraversò belle regioni e si avvicinò ai bagni caldi di Emmaus. Su
quelle zone vegetavano molti sicomori, aranci e palme da dattero. Lungo il
cammino, Gesù scorse Natanaele di Chased, tra un capannello di uomini, che
conversavano sotto un fico. Nel passar presso la pianta, il Redentore rivolse
uno sguardo a Natanaele, mentre costui era agitato da una passione. Quindi
pensò: – Quell’uomo ha uno sguardo penetrante –. Si senti commosso e vinse
la tentazione.
Giunto a Betania, Gesù si diresse alla casa di Lazzaro, il quale aveva circa
otto anni d’età più di Lui. Possedeva un’abitazione con orti e giardini. La
sorella Marta abitava un’altra casa. Seppi che Lazzaro era molto amico della S.
Famiglia; aveva soccorso anche Giuseppe e Maria con molte offerte e poi
aiutò sempre anche la comunità cristiana. Quasi tutto il denaro, che Giuda
teneva dentro la borsa, proveniva dalla generosità di Lazzaro. Suo padre era di
nobile stirpe e oriundo dall’Egitto. Per il valore, di cui aveva dato prova
durante una guerra, aveva avuto in compenso dall’imperatore romano vaste
possessioni presso Gerusalemme e in Galilea. Il suo patrimonio era aumentato
dopo che egli aveva sposato una giudea della classe dei farisei. La moglie si
chiamava Jezabel.
Lazzaro, diventato giudeo, osservava la legge. Aveva un diritto su parte della
città prospiciente il monte Sion, ma aveva ceduto al Tempio la maggior parte
dei suoi diritti. Il suo podere a Betania era molto esteso; comprendeva giardini,
terrazze e pozzi; era circondato da un doppio fosso.
La famiglia di Lazzaro conosceva le profezie di Simeone e di Anna. Dei
quindici figli avuti dai genitori di Lazzaro, soltanto quattro sopravvivevano al
tempo della predicazione di Gesù: oltre Lazzaro, v’erano Marta di due anni più
giovane di lui, Maria la «silenziosa» e più giovane di Marta; poi Maria
Maddalena, la più giovane della famiglia. La «silenziosa» era considerata poco
intelligente, ma invece era molto saggia e accetta a Dio. Non è neppur
nominata nel Vangelo.
Maddalena era assai avvenente, dedita alle vanità e orgogliosa, di carattere
capriccioso e gelosa, sempre disposta a mettersi in vista nei convegni
mondani. Era quindi seduttrice, poiché, ritenuta giovane di gran talento, aveva
tanti ammiratori, che l’adulavano per le sue doti estetiche. Aveva avuto in
eredità il castello di Magdala. Durante l’adolescenza si era ritirata colà con un
considerevole seguito di valletti e di servitù, perché voleva vivere
festosamente. I ricchi del paese, che avevano su quella località la loro
residenza con parchi e giardini, ammiravano la compiacente castellana.
Quando Gesù giunse a Ebron, disse a quanti Lo accompagnavano, che
doveva visitare un amico e quindi li licenziò. Ormai anche Elisabetta era
morta, e il Redentore si avviò verso il deserto, dove il figlio Giovanni era
vissuto da eremita. Dapprima Gesù occupò una grotta, dove si era rifugiato lo
stesso Giovanni. Vidi il Salvatore solitario e in orazione, per prepararsi alla
vita pubblica. Poi dal deserto Egli ritornò a Ebron. Lo rividi presso il Mar
Morto mentre aiutava gente, che passava sopra zattere e doveva caricar
mercanzie su di esse.
L’atteggiamento di Gesù era composto, amabile il tratto e la persona così
affascinante, che tutti gli si sentivano attratti. Dapprima Lo si supponeva
Giovanni Battista comparso in quella località, ma presto si cambiò pensiero.
Gesù entrava dove giacevano ammalati, per servirli e confortarli, ma non vidi
che li risanasse. Tutti perciò Lo desideravano.
Da Ebron il Redentore si avviò quindi verso la foce del Giordano, presso il
Mar Morto. Dopo che Gesù ebbe traghettato il fiume, Lo vidi procedere tra
Pella e la regione Gergesa; intanto visitava infermi specialmente lebbrosi. In
quella zona vi era chi conosceva le profezie di Simeone e di Anna. Gli si
chiese quindi se Egli fosse quel Bimbo presentato al Tempio. Generalmente
qualcuno, per stargli vicino, Lo accompagnava volentieri.
V’era, in quella località, un concentramento d’indemoniati i quali,
all’avvicinarsi di Gesù, divenivano così furiosi da percuotersi l’un l’altro con
pericolo di ammazzarsi. Ma quando il Redentore andò tra loro per parlare, si
calmarono. Dopo averli ammoniti, Gesù li esortò a vivere rettamente. Li vidi
poi avviarsi tranquillamente verso le proprie abitazioni. Perciò gli abitanti
locali, ammirati per quello straordinario fenomeno, avrebbero voluto che il
Salvatore non se ne andasse più di là.
PAROLE DI VITA ETERNA
Ritornato invece a Nazaret, Gesù, dopo aver salutato gli amici, avrebbe
voluto parlar dentro la sinagoga locale, ma perché ciò non Gli fu permesso,
parlò sull’ampia piazza davanti a molti ascoltatori. Disse che il Messia non
doveva comparire come Lo si immaginava, e denominò Giovanni «quale voce
che grida nel deserto».
Vidi poi Gesù abbandonare Nazaret per dirigersi a Cafarnao. Egli passava da
una popolazione all’altra e sostava specialmente dov’era stato Giovanni.
Entrava nelle sinagoghe per insegnare. Lo vidi a Cana, dove aveva parenti.
Parecchi seguaci di Gesù gli parlavano di Giovanni Battista; altri parlavano a
costui del Salvatore!
Notai la comparsa del Redentore presso il mare, dove si vedevano parecchi
pescatori. Pietro era il padrone di quella località; abitava con Andrea suo
fratello una capanna, mentre Giovanni e Giacomo stavano con il loro padre
Zebedeo sopra una barca, dove si trovava anche il suocero dello stesso Pietro
con tre figli.
Gesù intanto procedeva tra le capanne e le imbarcazioni; un giorno parlò con
Andrea e con altri pescatori, i quali però non Lo conoscevano quale vero
Messia, come ne parlava lo stesso Battista. Intanto i discepoli, che
accompagnavano il Salvatore perché attirati dagli insegnamenti di Lui, erano
ormai circa dodici. Essi pensavano che Gesù potesse essere veramente Colui
del quale il Battista parlava con tanta ammirazione.
Gesù preparava così il terreno per la sua grande missione. Lo vedo sempre
scalzo; usa sandali soltanto quando si trova tra la popolazione.
Ma il sinedrio di Gerusalemme mandò messaggi a tutte le sinagoghe della
Palestina per prevenir la gente contro Colui che, secondo le parole del Battista,
doveva battezzare. Si raccomandava ai capi di scrutare attentamente
quell’Uomo e di riferire informazioni di Lui, perché se fosse stato veramente
il Messia, non avrebbe avuto bisogno del battesimo. Scribi e farisei rimasero
poi assai preoccupati nell’apprendere che si trattava della stessa Persona la
quale, adolescente, li aveva confusi al Tempio.
A Seforis v’erano parecchi indemoniati prima che Gesù entrasse nella locale
sinagoga; vidi quei disgraziati infuriarsi convulsivamente, mentre là dentro
insegnavano i sadducei. Appena comparve Gesù invece, tutti ammutolirono.
Poi qualcuno di essi cominciò a esclamare: – Costui è Gesù di Nazaret, nato a
Betlemme e visitato dai Magi dell’Oriente. Ora comincia a predicare una
dottrina che non dovete ascoltare –. Altri riferirono episodi della vita di Gesù,
benché fossero percossi dalle guardie che assicuravano l’ordine pubblico.
Gesù inviò due discepoli affinché accompagnassero fino a Lui altri
indemoniati; perciò, in poco tempo, se ne riunì una cinquantina accompagnati
da molti curiosi. Tali indemoniati continuarono a fare manifestazioni
tumultuose finché intervenne il Salvatore, che disse: – Lo spirito, che parla con
le loro labbra, proviene dall’abisso e deve perciò ritornar donde è venuto! –.
Dopo queste parole, essi furono tutti liberati dall’ossessione diabolica, ma
molti stramazzarono al suolo per la violenta uscita degli spiriti infernali.
Allora in città si fece un assordante chiasso per tale prodigio, ma Gesù e i suoi
discepoli, per sottrarsi al tumulto, se ne andarono verso Betulia.
Là il Redentore conversò cordialmente con il vecchio Eliud. Perché fratello
di Zaccaria, era amico della S. Famiglia. A lui si era affidata la custodia della
casetta di Nazaret durante l’assenza della Vergine.
Eliud chiese a Gesù notizie della sua missione e allora il Salvatore affermò
di essere il promesso messia. Egli dichiarò che Maria, sua Madre, era la
«misteriosa Arca dell’alleanza». Ma Eliud domandò a Gesù come mai non
fosse comparso prima ed Egli rispose che doveva nascere da una Vergine
concepita senza la colpa originale; che perciò nessuno, da Adamo fino a quel
tempo, era stato così puro e degno di tale privilegio come Gioacchino e Anna.
Poi il Messia espose tutti gli impedimenti e le difficoltà che motivavano il
ritardo della sua venuta.
Il Redentore entrò pure in casa di un fratello di Giuseppe, che riservava una
stanza per Lui. Passò quindi all’abitazione di parenti di Gioacchino, dove
predisse avvenimenti che dovevano precedere la venuta del Messia. Disse loro
che il Messia era già in mezzo a essi, che non Lo conoscevano, perché
volevano ch’Egli fosse un brillante guerriero e un trionfatore.
AMMIRABILE SAPIENZA
In seguito, il Salvatore rispose alle domande di un medico assai stimato:
parlò delle diverse complessioni umane, delle infermità e dei rimedi con cui
debellarle: si riferì alla composizione del corpo umano in termini sconosciuti
a quell’esperto sanitario. Così parlò anche dell’anima e della sua capacità
d’influire sul corpo. Trattò inoltre di certe infermità curabili soltanto con
l’orazione e mediante un saggio metodo di vita. Il divino Maestro esponeva
tutto ciò con una tale profondità di concetti e con tanta grazia, che il suo
interlocutore si dichiarò sorpreso, ammirato ed entusiasta per quanto aveva
ascoltato: eccedeva l’orizzonte delle sue cognizioni. Non avrebbe mai
immaginato che quel Galileo conoscesse così egregiamente l’anatomia umana
e sapesse descrivere le membra, i muscoli, i nervi, le vene e i visceri dei
vertebrati; non avrebbe neppur sospettato ch’Egli fosse capace di esporre con
tanta precisione e brevità le proprietà fisiche degli esseri creati, così da
parlarne da vero maestro, superiore a qualsiasi elogio, anche perché umile e
modesto.
Poiché a quella conversazione si trovava presente anche un astrologo, Gesù
gli parlò delle proprietà astrali del mondo, con cui una stella influiva sulle
altre e delle varie luci irradianti dal firmamento.
Parlò inoltre di edilizia con un architetto, al quale espose norme molto
pratiche e interessanti. Alluse anche a certe arti riprovevoli, che quindi non si
potevano esercitare senza offendere l’altissimo e imbrattarsi l’anima di
peccato.
Quanti Lo ascoltavano rimanevano ammirati della sua straordinaria
sapienza; Gli si disse perciò di restar tra loro, che avrebbero edificato
un’abitazione per Lui con l’impegno di provvedergli tutto il necessario.
A Nazaret avvenne poi un tumulto perché i nazaretani non volevano
perdonare a Gesù di non essersi fermato tra loro, mentre invece preferiva
insegnare altrove quanto non aveva imparato al suo paese. Qualcuno disse di
Lui che «era certamente esperto nell’insegnare e nel rispondere, ma che si
trovava troppa albagìa in quel povero figlio di un falegname».
IL BANCHETTO E LA
SILENZIOSA
V’era un pensatore che cercava la verità e aveva fiducia in Gesù: Nicodemo.
Lazzaro aveva invitato, a vedere il Redentore, molti di quanti avevano ricevuto
il battesimo da Giovanni; da allora, Nicodemo seguiva segretamente la
comunità del divin Maestro, di cui era entusiasta.
Lazzaro aveva mandato alcuni servi a ricevere il Salvatore. Uno di essi, il più
antico e fedele, si prostrò davanti all’Ospite divino per parlargli con molto
rispetto. Ma Gesù lo fece alzare e poi lo seguì. Nel trattar con lui, il Salvatore
fu familiare, ma dignitoso. Era questa l’attrattiva, che il Redentore esercitava
su quanti Lo avvicinavano. Lo si amava come Uomo, ma Egli esercitava su
tutti un ineffabile fascino mediante la sua divinità.
Quel servo Lo accompagnò fino all’entrata del castello di Lazzaro, e, giunto
a un pozzo, Gli lavò i piedi, ai quali mise altri sandali; poi pulì le vesti del
grande Visitatore.
Entrato nel castello, Gesù abbracciò Lazzaro e tese la destra ai presenti. Poi
Lazzaro Lo accompagnò all’abitazione di Marta, dove le donne, alla comparsa
di Lui, si prostrarono al suolo, coperte di un ampio velo.
Quando il Salvatore fu invitato a mensa, vidi sulla tavola un agnello
arrostito, colombe, miele, frutta, verdure e coppe per bere. I commensali si
assisero a banchetto su sedili con appoggi. Le donne invece mangiavano in
un’altra sala. Prima d’iniziare il convito, Gesù pregò e poi benedisse gli
alimenti. Appariva serio e pensoso. Durante il banchetto, disse che si
avvicinavano tempi difficili specialmente per Lui, avviato per un cammino
penoso verso una mèta assai ardua. Esortò quindi tutti i presenti a rimanergli
fedeli, poiché dovevano essere la sua consolazione. Ma gli astanti non
compresero tutto, perché non immaginavano che Gesù fosse Dio. Lo stesso
Lazzaro e i suoi amici credevano che il grande Ospite, con i suoi discepoli,
dovesse conquistar Gerusalemme per liberarla dal giogo romano, e ristabilire
lo splendore del regno d’Israele.
Dopo il pasto, i commensali si riunirono dentro la sala della preghiera, dove
il Redentore, disse loro che era già cominciata la sua missione. Anche le donne
ascoltarono le sue parole e, dopo alcune preci, Gesù benedisse tutti.
Poi Lazzaro Lo accompagnò a un appartamento, dove potesse riposare e,
prima di congedarsi da Lui, gli chiese la benedizione.
Il mattino dopo l’arrivo a Betania, il divin Maestro insegnò, camminando
attraverso i cortili e i giardini del castello. Parlava di argomenti molto seri e
importanti, con dignità, associata all’affabilità e alla riservatezza. Tutti i suoi
Lo amavano e seguivano; Lazzaro Gli era familiare e gli altri manifestavano,
nel trattar con Lui, un timore riverenziale.
Gesù volle parlare anche con Maria, la silenziosa. Ella era avvenente, ma
esile; aveva circa trent’anni di età. Fissava spesso il Cielo. All’avvicinarsi di
Gesù, il suo sguardo divenne vago come se mirasse lontano. Non parlò al
Redentore, né si gettò ai suoi piedi. Invece Gesù le parlò, mentre passeggiava
per il giardino. La «silenziosa» trattava sempre di argomenti celesti, come se
vedesse il Cielo; stette quindi attenta alle parole del divin Maestro, perché Egli
le parlò del suo celeste Padre. La «silenziosa» non fissava però mai di fronte il
divino Interlocutore, ma talvolta solo di lato. La conversazione di Maria era
piuttosto una lode, una preghiera a Dio, una manifestazione di misteri. Intanto
alla «silenziosa» sembrava di non vivere più su questa terra, ma nel mondo
dello spirito.
Ricordo che parlava dell’incarnazione di Cristo come se la contemplasse
nell’adorabile Trinità. La sua conversazione era misteriosa. Parlava come se
vedesse: «Il Padre disse al Figlio di scendere sulla terra per incarnarsi in una
Vergine Madre». A tale disposizione, gli Angeli gioivano specialmente quando
l’Arcangelo Gabriele era inviato alla Vergine Maria.
Parlava del celeste Messaggero come se lo vedesse; lo descrisse come chi sa
descrivere una processione alla quale assiste. Poi parlò anche a Maria,
esortandola ad accettar la divina maternità, dopo il messaggio dell’Arcangelo,
disceso davanti a Lei per annunziarle l’incarnazione del Verbo. Maria disse che
la Vergine aveva riflettuto prima di rispondere, poiché doveva osservare il
voto di verginità. Se avesse rifiutato di aderire all’invito celeste, come si
sarebbe effettuata l’Incarnazione? Si sarebbe forse trovata sulla terra un’altra
vergine, degna di divenir Madre del Verbo? Per molto tempo ancora, Israele
avrebbe dovuto sospirare il Messia.
La «silenziosa» lodò la Vergine e quindi parlò della nascita di Gesù. Come se
si rivolgesse al divin Neonato, disse: – O Bambino! Tu devi mangiar burro e
miele –. Poi, nel riferirsi al presente, soggiunse: – Ora, o Gesù, comincia il tuo
doloroso ed estenuante cammino!
Mentre così parlava, la «silenziosa» era come assente con il corpo, anche
perché conversava con persone invisibili agli occhi umani. Poi Gesù la
interruppe con preghiere e lodi al suo Padre celeste.
Quando il Salvatore lasciò la «silenziosa», ella rimase immobile, quasi
estatica; poi si ritirò lentamente dentro il suo appartamento.
Allorché il divin Maestro ritornò a Lazzaro e a Marta, disse loro presso a
poco così: – Maria è saggia e intelligente, ma non appartiene a questo mondo:
l’anima sua è assente. È felice anche perché si trova in uno stato
d’impeccabilità –. Maria non aveva parlato ad alcuno, come davanti al
Redentore. Ella pregava molto e soffriva per i peccati che si commettevano.
Morì poi per dolore e per compassione delle sofferenze sopportate dal
Salvatore durante la propria Passione, alla quale ella assistette, mediante una
visione anticipata di essa.
AMMIRATORI
Gesù disse alla propria Madre, giunta a Lui con altre pie donne, che il
penoso suo cammino stava per cominciare, ch’Egli sarebbe andato a farsi
battezzare da Giovanni; che poi L’avrebbe riveduta presso Samaria, e quindi si
sarebbe internato nel deserto. L’assicurò che L’amava e L’avrebbe sempre
amata, che però ormai Egli apparteneva a tutte le genti. Le raccomandò di far
quindi il sacrificio, che l’eterno Padre avrebbe premiato con regale generosità.
Soggiunse che ormai cominciava ad attuarsi la predizione di Simeone,
secondo la quale una spada Le avrebbe trapassato il cuore e l’anima.
A queste dichiarazioni, la Vergine divenne mesta e pensosa, ma si rassegnò
subito alla divina volontà. Anche per tale rassegnazione, Gesù Le si manifestò
assai amorevole e benevolo.
All’imbrunire, s’imbandì un altro banchetto a casa di Lazzaro, dove furono
invitati altri commensali. Dopo un breve riposo, il Redentore partì con
Lazzaro verso Gerico per ricevere il battesimo da Giovanni.
Era ormai notte un servo li accompagnò, per un notevole tratto di strada con
una torcia a vento. Arrivati poi presso un albero, Gesù si tolse i sandali per
camminare a piedi scalzi. Allora Lazzaro Lo pregò di calzarsi per le pietre che
ingombravano il sentiero, ma Egli rispose: – Lasciami far così, poiché così
devo fare!
Quel deserto si estendeva per almeno cinque ore di cammino fino a Gerico e
poi, per altre due ore, lungo la ricca valle di Gerico con località silvestri e di
difficile transito. Ma gli amici di Lazzaro, Nicodemo, il figlio di Simeone e
Giovanni Marco, avevano potuto parlar poco con Gesù. Erano però rimasti
meravigliati della sapienza di Lui e anche dei suoi amorevoli modi; essi
esaltavano le eccellenti qualità dell’anima sua e anche del suo corpo. – Che
Uomo! – esclamavano. Nessuno finora è mai apparso come Lui mansueto,
dolce, serio, semplice e contemporaneamente dignitoso. Come penetra, con
l’acutissima intelligenza, tra le più astruse verità, in modo da saper tutto! –. Un
altro diceva: – Non sono ancora riuscito a comprenderlo sufficientemente, ma
credo a quanto dice. Non si può fissare sul viso, poiché Egli legge i pensieri.
Come procede leggero! Nessuno può camminar come Lui. Eppure è
instancabile nel predicare... Che uomo straordinario e portentoso!
Ma nessuno di essi sospettava che Gesù fosse Dio, quantunque Lo si stimasse
assai come Uomo.
IL PRECURSORE
Giovanni aveva avuto una rivelazione riguardo al battesimo di Gesù;
all’uscir quindi dal deserto, scavò una vasca presso la Terra promessa. Alla
sua sinistra scorreva un fiume, e a destra si estendeva una pianura, circondata
dal deserto.
Mentre il Battista lavorava per scavare la vasca, ebbi la spiegazione di
ciascun suo proposito. Per tutto ciò che faceva, egli era mosso, come gli
antichi profeti, dallo Spirito di Dio. Introdusse nella vasca tanta acqua, quanta
ne era necessaria per riempirla. Lo vidi poi immergersi dentro l’acqua fino a
metà persona, mentre si teneva con una mano a un albero, che si adergeva
dalla vasca; intanto con l’altra mano stringeva una verga, sormontata da una
croce con vessillo. Con tale verghetta, il Battista faceva schizzar l’acqua fino
alla sua testa. Allorché faceva così, vidi irradiar su di Lui una vivida luce, e
scendere lo Spirito santo, mentre due Angeli gli parlavano.
Quella vasca si sarebbe usata anche dopo la morte di Cristo.
Lasciato poi il deserto, Giovanni andò dove la gente lo aspettava. La sua
figura era imponente; anche se esile e magro per i digiuni, di alta statura, di
nobile portamento e con una robusta muscolatura, era attraente; tanto più che
era puro, semplice e compassionevole. Aveva una carnagione abbronzata,
capelli castani e crespi come la corta barba. S’imponeva a tutti mediante il
contegno serio ed energico. Aveva i lombi cinti di un drappo che gli arrivava
ai ginocchi; indossava un manto scuro e risultante di tre pezze, una pelliccia,
fermata, con una cinghia gli copriva le spalle. Aveva il petto e le braccia
scoperte. Portava un vincastro ricurvo da pastori.
Giovanni esortava ognuno alla penitenza, perché si avvicinava il Messia.
Tutti lo ammiravano, anche perché la sua voce era penetrante come una spada,
possente, severa e nello stesso tempo benevola. Egli avvicinava ogni classe di
persone, perfino i bambini. Lo vidi percorrere i deserti e addentrarsi tra il
folto dei boschi; lo vidi scavare il terreno, rimuovere pietre, sradicare alberi o
piantarli, preparare sedili. Tutti lo rispettavano. Non si fermava molto in un
sito, ma cambiava spesso di posto. Percorse le strade della Galilea, intorno al
lago, al Giordano e a Salem; passò presso Betel e Gerusalemme, dove per tutta
la vita non volle mai entrare, perché i suoi lamenti e rimproveri erano spesso
diretti contro la città depravata. Compreso della sua missione, esclamava: –
Fate penitenza! Preparate le vie del Signore! – I suoi genitori erano già morti,
ma tra i suoi primi discepoli si annoverarano alcuni giovani parenti di
Zaccaria.
Quando il Battista passò per Betsaida, Cafarnao e Nazaret, fu visto anche
dalla Vergine, poiché, dopo la scomparsa di Giuseppe, la Madre di Gesù vi
ritornava ogni tanto.
Circa tre mesi prima di ritornare a battezzare, Giovanni percorse due volte il
paese per annunziarvi Colui che doveva venire dopo di sé, ma il suo procedere
a passi lesti e leggeri, senza soste, non era simile al tranquillo camminare del
Salvatore.
Il Battista entrava nelle case e nelle scuole, per insegnare: radunava gente
sulle piazze e ai crocicchi delle vie per parlare a tutti. Farisei e maggiorenti del
popolo, a volte, lo fermavano per impedirgli la predicazione, ma poi,
ammirati della sua parola, lo lasciavano in pace.
Lo vidi percorrere tutte le strade, battute poi da Gesù e dagli Apostoli. Egli le
puliva dagli sterpi e dalle pietre per renderle più agevoli al cammino.
Collocava blocchi rupestri in certi siti adatti al guado, puliva canali, scavava
buche, sistemava fonti e preparava sedili, di cui poi il Redentore approfittò
durante i propri viaggi. Il Battista costruì perfino tettoie, sotto le quali poi
Gesù radunò i propri seguaci e riposò. Per tutti questi lavori, Giovanni
riscuoteva l’ammirazione di quanti l’osservavano e l’aiutavano. Era sempre
attorniato da ascoltatori, che impavidamente esortava alla penitenza per
l’approssimarsi del Messia, al quale, come egli stesso dichiarava, doveva
preparare il cammino. Lo vidi spesso indicare alla gente dove Gesù si trovava,
ma non lo vidi mai presso di Lui, anche se, a volte, camminavano a non molta
distanza l’uno dall’altro. Però un giorno il Battista dichiarò alla gente di non
essere il Salvatore aspettato, ma soltanto un precursore di Lui.
Giovanni vide soltanto per tre volte il Salvatore: nel deserto, quando Gesù
era bambino; poi per battezzarlo e la terza volta presso il Giordano. Il
Salvatore disse che il Battista non gli si avvicinava per umiltà e per
mortificarsi, quantunque egli desiderasse rimanere sempre con Lui. Giovanni
però vedeva spiritualmente il Salvatore, perché viveva spesso in uno stato
soprannaturale e profetico. Il divin Maestro disse di lui: – È puro come un
Angelo! –.
UNA VOCE DAL CIELO
Vedo l’evangelista Giovanni con il Battista. Da notarsi che con il Precursore
stette anche la maggior parte dei futuri apostoli: tra essi, Pietro che si fece
battezzare e Giuda il futuro traditore di Cristo.
Ma certi inviati dal Sinedrio chiesero al Battista da chi mai avesse ricevuto
l’autorità di predicare e di battezzare; soggiunsero che doveva presentarsi a
Gerusalemme, ma non così vestito da selvaggio. Quando i messaggeri si
allontanarono dal Precursore, rimasero con lui Giuseppe d’Arimatea e un
figlio di Simeone, venuto con quei messeri che poi ricevettero il battesimo da
lui stesso.
Arrivavano da ogni parte al Battista turbe di giudei e di pagani. Lo stesso
Erode mandò incaricati ad ascoltar la predicazione del Precursore affinché gli
riferissero ciò che avessero visto e udito.
Il Battista, nel parlare ai suoi discepoli riguardo all’imminente battesimo del
Messia, disse tra l’altro: – Voglio indicarvi il luogo dove Egli sarà battezzato.
Osservate laggiù : le acque del Giordano si divideranno e si formerà un’isola!
– Proprio in quell’istante le acque del fiume si divisero in due correnti e dalla
biforcazione di esse sorse un’isoletta tondeggiante e biancastra. Era la stessa
località per la quale i figli d’Israele erano passati con l’Arca dell’alleanza, e
dove Elìa aveva diviso, con il suo manto, le acque.
A quel fenomeno, i presenti assai commossi pregarono per ringraziarne
Iddio. Essi costruirono poi un ponticello per passar su quell’isoletta, intorno
alla quale si piantarono dodici alberi.
Gesù giunse al luogo del battesimo due ore prima dell’arrivo di Lazzaro. Vi
pervenne all’alba, mentre giungevano anche tanti altri. Costoro videro in Lui
una straordinaria e ammirabile personalità. La turba, che ascoltava la parola
del Battista, era innumere. Giovanni predicava con entusiasmo della presenza
del Messia e della necessità di far penitenza. Diceva che Egli sarebbe presto
scomparso.
Gesù stava tra gli ascoltatori, e Giovanni, che si era già accorto della sua
presenza, se ne mostrava contento. Poi riprese a battezzare.
Dopo ch’egli aveva battezzato quasi per tutta la mattinata, anche il Salvatore
si avvicinò a lui. Allora il Battista s’inchinò a Gesù e disse:
– Io devo essere battezzato da Te e Tu vieni a me? – Ma il Redentore rispose:
– Lascia che adesso si faccia ciò! È necessario che si compia la giustizia: che
tu Mi battezzi e che Io sia battezzato da te. Ma tu dovrai ricevere il Battesimo
dello Spirito santo e del sangue –.
Il Salvatore andò poi con Giovanni e con i suoi discepoli Andrea e Saturnino
sul ponte dell’isola; quindi Gesù si ritirò sotto una piccola tenda per svestirsi.
Sul ponte, potevano rimanere tre persone: una di esse era Lazzaro.
Il Redentore lasciò sotto la tenda il manto, la fascia e la tunica di lana. Nel
discendere dentro la corrente, era coperto da un’ampia fascia che gli scendeva
dai lombi fino alle ginocchia. Poi si immerse, dentro l’acqua del Giordano,
fino al petto.
Intanto Giovanni teneva con la destra un recipiente con tre aperture dalle
quali usciva l’acqua, che versò sulla testa del Salvatore. Una parte dell’acqua
Gli cadde sul viso; un’altra parte sul centro della testa e la terza sul lato
posteriore. Intanto il Battista pronunciava queste parole: «Jeova, per mezzo dei
Serafini e dei Cherubini, estenda la sua benedizione su di Te con scienza,
fortezza e intelligenza!».
Poi, mentre Gesù usciva dall’acqua, i discepoli Andrea e Saturnino Lo
velarono con un drappo affinché si asciugasse; quindi Gli porsero la sua
bianca tunica. Mentre il Salvatore si tratteneva in orazione sulla pietra, si udì la
voce dell’Altissimo scendere su di Lui. Si udirono come una raffica di vento e
poi un colpo di tuono, per i quali gli astanti s’intimorirono e guardarono
verso l’alto, mentre discendeva, a mezz’aria, una figura candida e luminosa. Io
vidi una figura alata sopra Gesù e scorsi il Cielo aperto, dove appariva il
Padre celeste. Contemporaneamente udii una voce sonora che diceva: – Questo
è il mio Figlio diletto, sul quale ripongo la mia compiacenza!
Quella voce era sonora come il tuono. Intanto Gesù era così circonfuso di
luce, che Lo si poteva appena guardare. Il suo viso era radioso e diafano. Vidi
anche gli Angeli aleggiargli intorno.
Sulle acque del Giordano scorsi inoltre, a una certa distanza, Satana. Egli
emergeva da una nube oscura, dove si agitava una caotica moltitudine di
ripugnanti esseri. Essi rappresentavano tutto il male: quanto v’era di
peccaminoso e di orrido, che fuggiva per la presenza dello Spirito santo.
Così lo Spirito di Dio si era manifestato, davanti alle genti, su Colui, che
doveva essere la pietra viva della Chiesa.
Poi Gesù, ritornato sotto la tenda, indossò le sue vesti custodite da Lazzaro.
All’uscita dalla tenda, il Battista testimoniò che Gesù era Figlio di Dio, il
promesso e atteso Messia. Disse ciò che aveva visto e che tutti avevano veduto.
Intanto erano giunti là altri amici del Salvatore: Nicodemo, Obed, Giuseppe
d’Arimatea e Giovanni Marco.
Gesù affermò che il Battista aveva detto il vero. Soggiunse che si sarebbe
allontanato di là per un po’ di tempo, ma che poi si sarebbero potuti avvicinare
a Lui gli infermi e gli afflitti, poiché voleva guarire i primi e confortare i
secondi; che intanto tutti si preparassero, con la penitenza e le buone opere,
all’avvento del Regno di Dio.
ANIME SEMPLICI E MENTI
TRAVIATE
Durante il suo peregrinare, il Redentore evitò le maggiori città, poiché si era
diffusa ovunque la fama di quanto era avvenuto durante il suo Battesimo. Non
pochi, anche a Gerusalemme, si allarmavano per tali fenomeni e per la
testimonianza del Battista. L’opinione generale commentava l’entusiasmo per
Giovanni e intanto si supponeva che Gesù fosse soltanto un aiutante di lui. Ma i
discepoli del Redentore davano importanti notizie del divino Maestro. Molti
perciò Lo avvicinavano per gettarsi ai piedi di Lui e ascoltarlo.
Il Salvatore dichiarò ai discepoli che le parole del divin Padre: – «Questo è il
mio diletto Figlio!» erano state dette anche per quanti avrebbero ricevuto,
senza peccato, il Battesimo dello Spirito santo. Udii inoltre i discepoli
raccomandare al divin Maestro di non rovinarsi la salute con troppe asprezze:
con il camminare scalzo, con digiuni e veglie notturne. Gesù li ascoltò con
bontà, ma senza assecondarli.
Poi vidi il Redentore lungo la «Valle dei pastori». Gi abitanti dei dintorni
avevano già notizie della sua venuta; essi Lo videro con gioia discendere
radioso di luce dalla montagna verso la loro valle.
Allora i pastori mostrarono al Salvatore il tesoro che avevano loro regalato
i re Magi: piastrine auree e oggetti preziosi, nei quali erano incastonate
rutilanti gemme. Chiesero poi a Gesù se bisognasse portarli al Tempio: Egli
rispose che conveniva piuttosto conservarli per la Comunità religiosa che
sarebbe divenuta il nuovo tempio. Soggiunse che, in quel sito, sarebbe sorto un
Santuario.
Poi il Redentore fu accompagnato dai pastori alla «Grotta del presepio»:
questa era diventata un luogo di preghiera, pareti di essa erano pavesate con
alcune gualdrappe dei Magi, e al suolo si vedevano distesi stupendi tappeti a
vari colori e con vaghi ornamenti raffiguranti piramidi e torri.
Gesù indicò ai pastori il sito preciso dov’era nato; confidò loro che il suo
Padre celeste aveva predestinato, fin dall’eternità, quel luogo per la nascita del
Messia. Li assicurò poi che Egli stesso avrebbe visitato e benedetto tutti i siti,
per i quali erano passati i suoi Genitori. Desiderava pure visitare quanti li
avevano benevolmente aiutati, poiché voleva ricompensarli con benedizioni e
grazie. Vidi poi il Salvatore procedere, solo, verso il Mar Morto, a circa due
ore di cammino da esso. Egli attraversò una regione silvestre, la quale segnava
il confine del territorio di Erode e dov’era passata la S. Famiglia durante la sua
fuga verso l’Egitto. Intanto il sinedrio di Gerusalemme aveva appostato
ovunque spie prezzolate, le quali dovevano riferire quanto sapevano di Gesù.
Esso era composto di 71 membri, tra scribi e sacerdoti. Dai registri
genealogici, costoro sapevano che Maria e Giuseppe erano discendenti di
David; che inoltre la madre della Vergine era della tribù di Aronne. Dicevano
però che quelle famiglie erano decadute e che Gesù, nell’associarsi a ogni
classe di gentaglia, si disonorava nel trattar con pubblicani e peccatori.
Ma tra i membri del sinedrio v’erano alcuni che conoscevano meglio il divin
Maestro e i suoi discepoli; erano perciò ammiratori di Lui e simpatizzanti, ma
senza manifestarsi come tali. Costoro, in questa occasione, non insorsero
quindi per contraddire i calunniatori del Salvatore, ma agirono così per potere
meglio aiutare segretamente gli amici di Lui mediante messaggi e avvisi.
Intanto il Consiglio del sinedrio pronunciò questo maligno giudizio: che
Gesù poteva essere ammaestrato soltanto dal demonio.
SOLITUDINE E DIGIUNO
Poi il Salvatore, accompagnato da Lazzaro, andò a casa sua per alloggiarvi.
Durante il tragitto, gli confidò che sarebbe andato verso il deserto, dal quale
sarebbe ritornato dopo quaranta giorni. Rimasto solo, Gesù camminò a piedi
scalzi; a un’ora da Gerico, salì verso la montagna e poi s’internò sotto
un’ampia grotta, dove cominciò a digiunare.
La vetta di quella montagna offriva alla vista un panorama assai esteso. Essa
era in parte coperta di piante e in parte brulla; la sua posizione era isolata.
Gesù la scalò di notte e poi sostò sopra una delle sue vette detta anche
attualmente «la cima della Quarantena». Dalla grotta, che Gesù occupava, si
vedeva strapiombare un abisso roccioso. Dentro quella caverna. era dimorato
anche il profeta Elìa, che l’aveva ampliata. Lassù, circa 150 anni prima,
abitavano 25 esseni.
S. Elena avrebbe trasformato la caverna di quel monte, irto di aspri scogli, in
altrettante cappelle; dentro una di esse, io vidi un quadro, sul quale era dipinta
la scena della tentazione. Le parole scritturali: «Il Redentore fu trasportato
dallo Spirito al deserto» significano: «Lo Spirito santo Lo indusse ad andare al
deserto per prepararsi alla sua missione di soffrire, come Uomo, davanti al
suo Padre celeste».
Gesù pregava, dentro quella grotta, inginocchiato e con le braccia distese, il
suo celeste Padre per avere forza e coraggio tra le sofferenze a Sé riservate. In
quella circostanza, il Redentore previde i suoi dolori, e seppi che riceveva
forza, costanza e merito per ognuno di essi. Una vasta nube bianca si posò su
di Lui, e per ognuna delle sue suppliche discendevano Angeli sotto forma
umana per onorarlo e infondergli coraggio, per consolarlo e promettergli
aiuto.
Conobbi che Gesù domandava e otteneva per ognuno di noi aiuto, costanza,
vittoria e sollievo tra le nostre pene e tentazioni; che guadagnò per tutti, con le
sue orazioni, il merito e la vittoria; che là preparò pure tutto il merito delle
mortificazioni e dei digiuni; che offrì a Dio Padre tutti i suoi disagi, le sue
sofferenze per infondere merito e valore ai patimenti e alle pene di spirito che
avrebbero dovuto sopportare quanti credevano in Lui. Conobbi inoltre il
tesoro, ch’Egli assicurò alla Chiesa iniziandogliene la conquista con i quaranta
giorni del suo digiuno. In quella circostanza vidi Gesù sudar sangue.
Poi il Salvatore discese dalla montagna per avviarsi verso il Giordano.
Attraversò il fiume su di un punto stretto, e quindi camminò per sentieri
attraverso il deserto, per il quale s’internò. Poco dopo, Egli si trovava tra gli
anfratti di un promontorio aspro e selvaggio.
UNA TETRA PROSPETTIVA
La divinità di Gesù era ignorata da Satana. Le parole: – Questo è il mio
diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto – erano state intese dal demonio
come rivolte a un profeta.
Il Redentore ebbe prima questa tentazione: «Dovrò io tanto soffrire per
questo popolo pervertito, senza ottenere un buon esito dall’opera mia?». Ma
Gesù la vinse per l’immensità del suo amore verso l’umanità peccatrice.
Dentro la caverna, Egli pregava, a volte in ginocchio, a volte prostrato e a
volte ritto in piedi. Lo scopo della sua orazione quotidiana era differente,
poiché ogni giorno ci otteneva diverse grazie. Senza questa lotta e senza questi
meriti di Lui per noi, la nostra resistenza alle tentazioni non sarebbe meritoria,
come sarebbe impossibile la nostra vittoria sopra di esse.
Intanto il Redentore non mangiava e non beveva, ma gli Angeli Lo
fortificavano. Il lungo digiuno non Lo faceva dimagrire, ma il suo viso
appariva più pallido.
Faceva freddo, e quella caverna aveva un’apertura dalla quale entrava aria
gelata. Mentre osservavo Gesù prostrato al suolo, notai che i suoi piedi
sanguinavano. Ma la luce Lo irradiava; a un tratto, comparve una moltitudine
di Angeli splendenti e con vari oggetti tra mano. Dopo di essersi inchinati
davanti a Lui, L’onorarono e poi chiesero se potessero presentargli i diversi
strumenti della sua Passione. Domandarono inoltre se volesse patire ancora
per l’umanità peccatrice, come aveva voluto discendere dal Padre per
incarnarsi nel seno della Vergine.
Dopo che Gesù rinnovò la risoluzione di patire ancora, gli Angeli
innalzarono davanti a Lui una gran croce, che constava di quattro parti. La
parte superiore di essa aveva due pezzi di legno ai lati. Cinque Angeli ne
portavano la parte inferiore, tre quella superiore, altrettanti il braccio sinistro
e quello destro. Tre portavano lo zoccolo per posarvi i piedi; altrettanti
reggevano una scala; un Angelo teneva un canestro che conteneva funi e altri
utensili; altri la lancia, i flagelli, le verghe, la corona di spine, i chiodi, la
bianca tunica da burla e lo straccio di porpora: insomma tutti gli strumenti, che
avrebbero causato tanti dolori al Redentore.
Si presentarono a Lui anche tutte quelle persone che lo avrebbero fatto
soffrire: i farisei, Caifa, Pilato, Giuda e gli sgherri di Erode. E quando tutto
questo apparato di dolori fu prospettato al Salvatore, vidi Lui e gli Angeli
spargere lacrime di sgomento. Un altro giorno, vidi che gli Angeli
prospettavano alla considerazione del Redentore l’ingratitudine umana, i
dubbi, le burle, i tradimenti, i dinieghi di amici e di avversari.
TENTAZIONI
Vidi Satana, all’entrata della caverna, sotto le sembianze del giovane figlio di
una vedova, che Gesù amava. Ma il Salvatore non lo guardò neppure; gli disse:
– Vattene di qui, Satana, ché adesso non è tempo!
Più tardi, il tentatore apparve quale vecchio esseno, apparentemente
venerando e affranto per avere scalato una montagna, il quale si lamentava per
la sofferenza, che ostentava. Ma Gesù non lo degnò nemmeno di uno sguardo.
Allora il falso vecchio dichiarò di essere un eremita del monte Carmelo e
pregò quindi Gesù di parlargli di argomenti celesti. Ma il Salvatore ribatté: –
Allontanati da Me, Satana! –. Il tentatore scomparve cieco d’ira, con un ghigno
ributtante e l’aspetto tenebroso.
Ma il Maligno tentò Gesù in varie altre maniere. Notavo però che la luce di
Satana non era mai radiosa: era piuttosto un bagliore superficiale. Nel
presentarsi sotto l’aspetto di una figura umana, constatavo che il suo vestito
era rozzo e cangiante, mentre ammiravo gli Angeli con indumenti diafani,
leggeri e luminosi.
Intanto mi domandavo come mai il demonio non riconoscesse la divinità di
Gesù. Allora il Signore mi fornì questa spiegazione: «Come Uomo, Egli non
sapeva che il serpente tentatore fosse Satana; perciò Satana non doveva sapere
che il Redentore dell’umanità peccatrice fosse Dio». Seppi poi che il Maligno
riconobbe la divinità di Cristo, quando Gesù discese agl’inferi per liberar le
anime dei santi Padri.
Intanto Satana tentava il Salvatore anche mediante artifici e magia.
Vidi il tentatore con l’aspetto di un uomo alto e robusto. Aveva tra mano due
pietre in forma di pane. Egli disse a Gesù : – Se Tu sei il figlio di Dio, sul
quale dopo il Battesimo discese lo Spirito santo, di’ a queste pietre che
diventino pane! –. Ma il Salvatore, senza neppur guardare il tentatore, rispose:
– L’uomo non vive di solo pane... –. Allora Satana, rabbioso e furibondo,
minacciò di scagliar con i suoi artigli le due pietre contro il Redentore, ma poi
scomparve.
La sera del giorno seguente, vidi Satana volar verso Gesù quasi fosse un
angelo. Vestiva da guerriero come S. Michele e parlò al Salvatore in tono da
millantatore: – Voglio mostrarti – disse – il mio dominio, svelarti chi sono e
farti vedere come gli Angeli mi portino. Osserva il Tempio di Gerusalemme!
Ebbene: Ti voglio trasportare sopra l’alto pinnacolo di esso... Tu mostrerai di
lassù il tuo potere, e come gli Angeli ti sosterranno con le loro mani!
Afferrato quindi Gesù per le spalle, il tentatore lo trasporta sulla più alta torre
del Tempio, la quale aveva una superficie pianeggiante, su cui si poteva
camminare.
Allora Satana disse: – Se Tu sei Figlio di Dio, manifesta il tuo potere e là
sciati cader giù, poiché sta scritto che «il Signore manderà i suoi Angeli
affinché Ti sostengano e Tu non inciampi su qualche pietra...».
Ma Gesù rispose: – Sta anche scritto: «Non tenterai il Signore tuo Dio!». Al
demone, divenuto iracondo per tale risposta, il Salvatore disse poi: – Usa del
potere che ti è dato!
Allora il tentatore riafferrò il Redentore per trasportarlo, con un volo
impetuoso, sul deserto fino a Gerico. Poi lo pose sopra un picco della
montagna, inaccessibile anche perché più alto della caverna. Benché fosse già
scuro, nel seguir le indicazioni del tentatore si scorgevano i più bei paesaggi
dell’universo. Satana disse poi a Gesù : – So che sei un grande Maestro e
cerchi discepoli per divulgar la tua dottrina. Osserva tutte quelle regioni così
stupende e popolate da tante genti e paragonale alla piccola Gerusalemme. Là
Tu devi andare! Io Ti darò tutti questi paesi se Tu, prostrato dinanzi a me, mi
adorerai...
Mentre il tentatore indicava quelle immense regioni, se ne scorgevano anche
le città e i loro prìncipi, maestosi e fieri, circondati da tanti guerrieri. Ma Gesù
rispose – Adorerai Iddio tuo Signore e a Lui solo servirai... Allontanati da me,
Satana!
A questa intimazione, il tentatore assunse un aspetto furibondo e lo vidi
precipitarsi giù dalla montagna; quindi scomparire come se l’abisso lo avesse
ingoiato.
Allora ammirai una vaga moltitudine di Angeli apparire a Gesù, per
inchinarsi davanti a Lui e trasportarlo delicatamente alla grotta. Suppongo che
essi fossero 72, per uguagliare il numero degli Apostoli e dei discepoli. Poi
dentro la caverna si svolse una gioiosa festa di ringraziamento per la
conseguita vittoria. Vidi gli Angeli adornar l’interno di essa con foglie di viti,
di cui fu intessuto anche un serto per cingere la fronte del divino Vittorioso.
Altri Angeli intanto avevano imbandito una bella mensa con vivande
provenienti dal Cielo. Gli alimenti erano come quelli che vedo sempre alle
mense celesti; vidi che, con Gesù, banchettavano anche agli apostoli e i loro
Angeli. I commensali però non si alimentavano con la bocca, come si usa fare
tra, i mortali. Vi era, sulla mensa, un grandioso e lucente calice circondato da
altri calicetti; quel calice centrale era simile a quello che Gesù avrebbe usato
durante l’ultima Cena, ma più grande e spirituale. V’era anche un vassoio con
panini tondeggianti. Notai che Gesù versava tale calice su quelli piccoli, e poi
inzuppava pezzi di pane dentro i calicetti... Ma mentre osservavo tutto ciò, la
visione svanì.
Poi Gesù uscì dalla caverna e discese giù per l’erta verso il Giordano. Gli
Angeli, che erano scomparsi portando con sé il pane e il vino, indossavano
indumenti sacerdotali.
Vidi quindi il Salvatore apparire a Maria in Cana per confortarla e rivolgerle
parole di consolazione. Vidi anche Lazzaro e Marta davanti a Lui. Notai che
Maria «la silenziosa» si refrigerava con parte dei suddetti alimenti, poiché le
stava vicino un Angelo, dal quale ella riceveva quel nutrimento. «La
silenziosa» aveva contemplato i dolori e le tentazioni del divin Maestro. Vidi
commossa anche la Maddalena. Mentre ella si adornava per una festa, era stata
sorpresa da un provvidenziale timore per la sua frivola vita; aveva perciò
scagliato al suolo i suoi gioielli provocando le burle di quanti la
corteggiavano.
Da notarsi che la Vergine, durante i primi digiuni del divin Figlio, abitava
una casa vicina a Cafarnao. Ella non fu mai priva di visioni; perciò partecipava
a teneri sentimenti di compassione verso Gesù. Sullo scorcio dei quaranta
giorni, Ella andò a Cana di Galilea con i genitori di una sposa cananea: tutte
persone distinte, perché maggiorenti della città.
GLI INDEMONIATI
Mentre Giovanni continuava a battezzare, Erode procurava di attirarlo a sé,
perché desiderava che egli non restasse lontano dalla reggia. Inviava perciò
messaggeri per lusingarlo mandandogli a dire che lo stimava superiore a
Gesù. Ma il Battista insegnava che l’acqua del Giordano, per il Battesimo del
Messia e la discesa dello Spirito santo su di Lui, era rimasta santificata anche
perché da essa erano usciti molti esseri maligni.
Intanto Gesù passava a oriente del Giordano, verso il sito dove Giovanni
l’aveva battezzato. Mentre il Battista insegnava alle turbe per poi battezzarle, a
un tratto, nell’indicar loro sull’altra sponda il Messia, disse: – Ecco l’Agnello
di Dio, che toglie i peccati del mondo!
Poi Gesù si avviò verso Bethabara; Andrea e Saturnino, che stavano con il
Battista, si affrettarono ad attraversare il Giordano per seguire il divin
Maestro. Lo seguirono anche Giuseppe di Arimatea e altri due discepoli di
Giovanni. Quando si presentarono al Messia, Egli chiese loro chi mai
cercassero.
Allora Andrea Gli domandò dove abitasse. Gesù rispose che Lo seguissero e
li accompagnò a un alloggio presso Bethabara, in riva al mare, dove sedettero.
Là Egli rimase con quei cinque discepoli, con i quali prese ristoro. Disse che
avrebbe iniziato la sua missione associandosi alcuni discepoli. Allora Andrea
gli nominò Cefa, Filippo e Natanaele.
Poi Gesù parlò loro della missione del Battista e confermò quanto egli aveva
detto del Messia. Trattò familiarmente quei primi discepoli, anche perché
costoro si comportavano umilmente alla sua presenza.
Allorché Gesù entrò in Ophra, alcuni indemoniati gridarono: – Ecco che
viene il Profeta, il Figlio di Dio, Gesù Cristo nostro nemico! Viene per
cacciarci... –. Ma il Messia comandò che tacessero ed essi tacquero: quindi Lo
seguirono verso la sinagoga.
UN SORPRENDENTE PRODIGIO
Tra i parenti e gli amici della S. Famiglia non mancava chi faceva osservare
che «Maria, la Madre di Gesù, rimasta vedova, era desolata, anche perché sola
e quasi abbandonata». Perciò Gesù volle assistere alle nozze di Cana per
testimoniare il suo amore filiale alla buona Mamma, come se esse La
riguardassero personalmente.
La Vergine cooperava ai preparativi del banchetto nuziale, e Gesù si era
impegnato di provvedere il vino ai convitati; così si spiega la sollecitudine di
Lei quando lo vide mancare. Il divin Maestro aveva invitato al banchetto anche
Lazzaro e Marta. Lo stesso Lazzaro doveva provvedere il vino ai convitati e
ciò era noto soltanto alla Vergine. Gesù aveva fiducia nell’amico Lazzaro e gli
era riconoscente di quanto riceveva da lui. Lazzaro era felice di dare, e fu
perciò tesoriere della Comunità cristiana; delicato nel tratto, amava il divin
Maestro di vero affetto e procurava che non Gli mancasse mai nulla. Gesù,
oltre che del vino, si era interessato anche di provvedere alcuni alimenti
speciali, come uccelli di varie qualità, verdura e frutta. A tutto ciò si era già
provveduto.
La Veronica aveva portato da Gerusalemme una cesta di bellissimi fiori e
uno spettacoloso vassoio colmo di confetteria.
Gesù era il Re della festa, e tenne desta la conversazione con argomenti
importanti e di pratico giovamento. Non rifuggiva dalla moderata esultanza e,
durante il banchetto, parlava assai saggiamente attirando su di Sé l’attenzione
di tutti i commensali.
Nel raccoglimento di quella sinagoga, dove si trovavano i convitati, il divin
Maestro parlò delle oneste soddisfazioni, della serena allegria, del
matrimonio, della continenza, della purezza e delle nozze spirituali.
Lo sposalizio si era celebrato alla presenza dei sacerdoti, davanti alla
sinagoga. Gli anelli nuziali erano doni della Vergine, tra le cui mani Gesù li
aveva benedetti.
Ero rimasta ammirata nell’assistere a questa cerimonia. Un sacerdote aveva
ferito l’anulare sinistro dei promessi sposi. Lo sposo aveva lasciato cadere due
gocce di sangue e la sposa una sola dentro un’anfora piena di vino, che poi era
stato da loro bevuto.
Di ritorno alla propria casa, gli sposi erano stati ricevuti da Gesù, e intanto
ognuno di essi sentiva lo sguardo profondo di Lui nella propria anima.
Il convito nuziale era imbandito dentro una sala assai lussuosa. Gesù sedeva
al centro della mensa, al posto d’onore, tra Israel padre della sposa e Lazzaro.
A una mensa più vicina sedevano i discepoli e gli altri invitati. Le donne
occupavano altri posti, in modo che potessero ascoltare le parole del divin
Maestro.
Quando si portarono a tavola le vivande, fu presentato a Gesù un agnello
arrostito, il quale aveva le gambe legate in forma di croce. Poiché il Messia
dava una spiegazione spirituale a tutti i particolari del banchetto, parlò anche
della lodevole giocondità che regnava là dentro. Disse che un arco non doveva
restar sempre teso. Ma specialmente quando divise l’agnello, espose
ammirabili verità: che cioè quanti volevano seguir l’Agnello, dovevano
eliminare l’affetto carnale verso i parenti, morire alle passioni, separarsi dai
membri della famiglia e convertirsi così in un alimento di unione con l’eterno
Padre per mezzo dell’Agnello.
Ma dopo l’apprestamento delle vivande, cominciò a mancare il vino. Allora
la Vergine si avvicinò rispettosamente al divin Figlio per ricordargli che Egli
aveva promesso di provvedere il vino. Ma Gesù, che in quel momento parlava
del suo celeste Padre, rispose. – Donna, non preoccuparti... La mia ora non è
ancor venuta...
Da notarsi che questa risposta non è affatto dura. Gesù aveva detto «Donna» e
non Madre, perché come Messia e Figlio di Dio, Egli compiva una misteriosa
missione davanti ai discepoli, tra i quali dominava per la sua divina grandezza.
In quella circostanza, il Salvatore operava come Verbo incarnato: voleva dire
che, in quel momento, era più Figlio di Dio che Figliuolo della Vergine Madre.
La buona Mamma disimpegnava tuttavia la sua parte di mediatrice nel far
notare al diletto Figliuolo la deficienza del vino.
Ma il vino, che Gesù voleva dare, era molto superiore a quello naturale,
poiché si riferiva al mistero del vino, ch’Egli avrebbe convertito nel proprio
sangue. Perciò aveva detto: «L’ora mia non è ancor venuta...»: primo, per dare
il vino promesso; secondo, per cambiar l’acqua in vino e terzo per convertire
il vino nel sangue suo.
Dopo quella risposta però, la Vergine non si manifestò più preoccupata per
la mancanza del vino, poiché ne aveva avvertito il divin Figlio. Disse perciò ai
servi: – Fate quanto Egli vi dirà !
Poco dopo, Gesù disse agli stessi servi, che preparassero alcuni recipienti
vuoti. Essi li portarono: erano tre per l’acqua e altrettanti per il vino: recipienti
di terracotta, di notevole capacità e pesanti. Perciò ognuno di essi, riempito,
doveva essere trasportato da almeno due persone.
Allorché quelle idrie, riempite di acqua fino all’orlo, furono presentate al
maggiordomo, Gesù le avvicinò, le benedisse, sedette e poi disse: – Distribuite
il contenuto, ma prima fatelo assaggiare al maestro di tavola.
Dopo che il maggiordomo assaggiò il vino, si presentò allo sposo e gli
disse: – È usanza dare il vino migliore all’inizio del banchetto, e riservare il
più scadente alla fine di esso. Invece ora si fa diversamente.
Ma qual meraviglia, tra i commensali, quando si seppe come si era operato
quel prodigio!
A tale riguardo, Gesù insegnò molte verità: che come l’acqua si era cambiata
in un eccellente vino, così la tiepidezza di spirito doveva cambiarsi in
generosità e in un ardente zelo. Soggiunse che, durante l’ultima Pasqua della
sua vita mortale, il vino si sarebbe convertito in sangue e il pane in carne; così
Egli sarebbe rimasto con i mortali fino all’ultimo giorno per consolidarli e
animarli. Dichiarò inoltre che si sarebbero ammirate in Lui meraviglie
attualmente incredibili.
Notai che quanti gustavano quel vino rimanevano assorti tra nuovi pensieri.
Essi ricevevano una interna fortezza, e i loro affetti divenivano più nobili e
benevoli. Perciò quanti bevvero di quel vino prodigioso, si sentirono migliori.
Si considera questo miracolo come primo della manifestazione pubblica del
Salvatore.
MOLTITUDINI
Dopo di essere andato a Cafarnao, il Redentore s’intrattenne con la diletta
Madre sua. La informò dei suoi futuri viaggi: che sarebbe andato prima al
Giordano e poi a Gerusalemme per la Pasqua; che quindi avrebbe eletto gli
Apostoli per iniziare apertamente la sua vita pubblica. Le spiegò in qual modo
Lei e le pie Donne avrebbero dovuto partecipare alla sua missione.
Poi Gesù si avviò verso il Giordano con otto discepoli. Intanto la gente
diceva ch’Egli completava gli insegnamenti del Battista, poiché esponeva la
sua dottrina con maggior chiarezza del Precursore.
Gesù disponeva di un alloggio a circa mezz’ora di distanza dal sito dove
aveva ricevuto il Battesimo. Quella residenza apparteneva all’amico Lazzaro,
il quale vi aveva sistemato anche un uomo con l’incarico di accogliere il divin
Maestro e di preparare a Lui e ai discepoli il necessario ristoro.
Intanto il Battista continuava a parlare del Messia, ma ormai non battezzava
più poiché i discepoli, mandati da Cana al Giordano per ordine di Gesù,
agivano diversamente da lui. Essi davano maggior solennità al rito e
battezzavano dove il Salvatore aveva ricevuto il Battesimo: cioè sull’isola
sorta dal Giordano e sulla quale si era eretto un ampio padiglione.
Gesù insegnava che non si doveva cercare il Messia tra i grandi e i potenti,
ma fra i piccoli e i poveri.
Nicodemo si doveva separare spesso dal divin Maestro per ragione del suo
impiego, ma serviva segretamente Lui e i suoi discepoli, che teneva informati
di quanto tramavano i nemici del Signore.
Anche Lazzaro riferì al Redentore quanto si diceva di Lui a Gerusalemme: si
desiderava sapere, se per la Pasqua Egli intervenisse alle feste; se, qualora vi si
trovasse, avesse l’ardire di manifestarsi con miracoli come faceva tra
gl’ignoranti dei villaggi.
Intanto Gesù andò alla casa di Giairo, in Phassael, dove una figlia di lui,
defunta, stava per essere trasportata alla sepoltura tra il compianto dei
familiari. Ma giunto a quell’abitazione, il divino Taumaturgo fece togliere le
bende alla salma e, dopo di averla presa per una mano, le comandò di sorgere
dal cataletto: era un’adolescente di circa sedici anni. Non era stata una buona
figliuola; non amava suo padre, che criticava perché soccorreva i poveri. Gesù
quindi la risuscitò non solo fisicamente, ma anche spiritualmente. Ella cambiò
vita e, più tardi, si associò alle pie Donne.
Intanto Lazzaro, Marta, Serafia, ossia Veronica, e Giovanna Chusa avevano
visitato Maria Maddalena a Magdala per invitarla ad andare a Jezrael per
vedere e ascoltare il taumaturgo, eloquente e ammirabile Gesù, di cui tutto il
paese parlava con un crescente entusiasmo.
Maddalena volle compiacere il fratello e le pie Donne, che seguì adorna di
molti gioielli e fastosamente vestita. Quando, da un davanzale della casa
dov’era alloggiata, ella vide il divin Maestro passar con i propri discepoli, fu
colpita da uno sguardo severo di Lui. Quello sguardo, penetrato come una
lama nell’anima di lei, le infuse tanta vergogna e sgomento, da indurla a
rifugiarsi tra i lebbrosi, perché arrossiva della propria abiezione morale. Volle
così umiliarsi, perché lo sguardo del Salvatore l’aveva spiritualmente ferita.
Poi Lazzaro, Marta e le altre Donne la riaccompagnarono a Magdala.
Dove il Redentore compariva, suscitava sempre uno straordinario
entusiasmo. Al suo giungere, Lo si invocava e alcuni si prostravano ai suoi
piedi per baciarglieli. Ma quando il concorso popolare aumentava con
pericolo di cambiarsi in un tumulto, Gesù procurava di allontanarsi per
sottrarvici e scomparire. Coloro ai quali Egli permetteva di toccarlo,
provavano subito un’interna commozione; in essa si effettuava un
miglioramento spirituale, quando non avveniva la guarigione del loro corpo
infermo. Io distinguevo la voce del divino Taumaturgo elevarsi armoniosa
sopra quelle degli altri.
LA BONTÀ DEL NAZARENO
Dopo aver camminato per tutta la notte con i suoi discepoli, al mattino Gesù
giunse a Cafarnao, dove abitava la sua diletta Madre. V’erano con Lei la
moglie di Cefa e una sua sorella, la sposa delle nozze di Cana e altre donne. La
Vergine abitava una casa abbastanza ampia e non era mai sola; viveva della
generosità di persone amiche. Si occupava nel filare, nel cucire e nel leggere;
trascorreva l’altro tempo disponibile, nel pregare e nel consolar persone
desolate che ricorrevano a Lei per imparare e trasformare, con la
rassegnazione, le loro pene in altrettanti meriti. Talvolta la Vergine trepidava
per il tumulto che si faceva intorno al suo diletto Figlio, timorosa che Egli si
trovasse in pericolo per i suoi insegnamenti e prodigi che suscitavano gelosia,
invidia e odio contro di Lui da parte dei malvagi. Talora soffriva
nell’apprendere certe mormorazioni e ingiustificate critiche, che essi facevano
a Lui, il quale non meritava che amore e rispetto. Certi denigratori, che non
osavano criticare direttamente il Figlio, esponevano le loro infondate
mormorazioni alla Madre di Lui.
Durante quell’incontro, Gesù informò la Vergine, che era giunto per Lui il
tempo di lasciar la Giudea dove, dopo le feste pasquali, la sua presenza
avrebbe suscitato tanto interessamento a suo riguardo. Vidi il Salvatore
abbracciar la cara Madre nel congedarsi da Lei o nel ritornare a Lei stessa.
Quando Gesù si trovava insieme con altre persone, si limitava a dar la mano
alla Vergine, mentre s’inchinava per salutarla amorevolmente.
La Vergine aveva un aspetto giovanile e delicati lineamenti: la fronte
spaziosa, il naso regolare, gli occhi grandi ma quasi sempre socchiusi per
modestia, bocca rosea e molto attraente, carnagione lievemente bruna, ma
guance rosee e vellutate.
Mentre Gesù pregava con le braccia distese per allontanar le disgrazie dai
suoi protetti, ebbi la visione di quanto avveniva sul mare di Galilea. Da esso si
alzò una violenta tempesta, per la quale le imbarcazioni di Pietro, di Andrea e
di Zebedeo erano in un grave pericolo di naufragare o di sfasciarsi, mentre i
loro proprietari dormivano tranquilli a Betania. Invece su quelle barche
stavano i loro servi.
Mentre il Salvatore pregava, io Lo vedevo presso il mare di Galitea e
contemporaneamente sopra una di quelle imbarcazioni per allontanare da esse
il pericolo di naufragare, mediante i consigli, che Egli dava ai servi per evitare
il naufragio. Costoro credevano in Lui; perciò Lo avevano invocato.
Intanto i sacerdoti di Nazareth non potevano comprendere come e dove Gesù
avesse acquistata tanta sapienza durante la sua breve assenza dal paese. Alcuni
Lo invidiavano e quando Egli lasciò Nazareth, Lo accompagnarono per un
tratto di cammino.
NOSTALGICHE RIEVOCAZIONI
Gesù dimorava in casa di Lazzaro, e un mattino insieme con Lui, andò a
Gerusalemme per fermarsi all’abitazione di Maria Marco. Alla mensa
partecipavano Veronica e suo figlio, Giovanna Chusa, Susanna, i discepoli del
Nazareno e del Battista residenti a Gerusalemme: Giovanni Marco, i figli di
Simeone e i cugini di Giuseppe d’Arimatea: complessivamente nove uomini.
Durante la refezione, il divin Maestro parlò della propria missione e,
velatamente, anche della futura sua Passione.
Verso sera, il Redentore ritornò con Lazzaro a Betania, ma senza attraversare
la città. Alcuni si rallegravano della sua vicinanza; altri invece si
scandalizzavano del «Profeta di Nazaret». Vidi coloro che L’osservavano
senza presentarsi a Lui e dicevano: – Ecco il Profeta di Nazaret: il Figlio del
falegname!
Alcuni giorni dopo, rividi il Salvatore a Gerusalemme, dentro l’abitazione
della famiglia di Simeone, di fronte al Tempio. Là il Nazareno parlò, con
molto sentimento, del Regno di Dio ormai vicino. Egli passava senza timore
da un sito all’altro e indossava una tunica bianca come quella che portavano i
Profeti. A volte il suo atteggiamento diventava imponente e la presenza di Lui
riusciva straordinaria, poiché aveva un aspetto nobilissimo e il viso radioso.
Al tramonto, ritornò a Betania. Il giorno seguente si presentò a Simone il
fariseo, poiché nella migliore sala del suo palazzo si faceva festa.
Partecipavano alla mensa anche Nicodemo, Lazzaro, i discepoli del Battista e
altri convitati; dentro un’altra sala, stavano anche Marta e le pie Donne di
Gerusalemme.
Nicodemo però parlava poco alla presenza del Redentore, poiché preferiva
ascoltare attentamente gli insegnamenti dì Lui. Giuseppe di Arimatea talvolta
rivolgeva al divin Commensale qualche domanda. Il fariseo Simone non era
avverso al Nazareno, ma ancor dubbioso a suo riguardo. Si teneva dalla parte
di Gesù per l’amicizia, che lo legava a Lazzaro e a Nicodemo, ma desiderava
mantenersi in buona relazione anche con gli altri farisei.
In quella circostanza, il Redentore parlò molto di Profeti e del compimento
dei loro vaticini. Trattò della meravigliosa concezione del Battista, e come
l’Altissimo lo aveva preservato dall’eccidio di Erode: dichiarò che la missione
di Giovanni consisteva nel preparargli il cammino quale precursore. Tra
l’altro, Gesù disse: – Dopo trent’anni, chi mai, a eccezione di alcuni pii e
semplici pastori, ricorda ancora la venuta dei tre Magi provenienti, con il loro
fastoso seguito, dall’Oriente, i quali, guidati da una costellazione, cercavano il
neonato Re dei giudei, che trovarono bambino giacente sul presepio, alla
presenza dei suoi poveri genitori? Tre giorni rimasero a Betlemme. Se fossero
venuti a cercare un principino, nessuno avrebbe così presto dimenticato la loro
venuta.
Ma il Nazareno non disse che quel Bambino era Lui stesso.
Alcuni giorni dopo, vidi al Tempio Gesù con Lazzaro e altri discepoli. La
sua presenza là dentro era motivo di commozione per i giudei, ma nessuno di
essi la manifestava agli altri. Ciò era provvidenziale, perché lasciava al divin
Maestro tempo di compiere la sua missione.
Mentre poi Egli si trovava a casa di Lazzaro, disse tra l’altro: – Non sono
trascorsi ancora diciotto anni, da quando un Adolescente disputava con i
dottori della legge, i quali s’indispettivano contro di Lui –. Poi riferì anche
quanto quel Fanciullo aveva insegnato in tale circostanza.
SACRO SDEGNO
In seguito, il Redenlore ritornò al Tempio con Obed che vi esercitava un
impiego, e con altri, per la festa del sabato. Egli era sempre imponente e
ammirabile, anche perché i suoi indumenti erano nitidi e decorosi.
Dopo di essere stato a Ebron con parenti di Zaccaria, il Salvatore ritornò a
Gerusalemme. Mentre insegnava al Tempio, tra l’altro disse che era giunto il
tempo in cui la figura dell’agnello pasquale avrebbe avuto la sua attuazione;
che quindi quella cerimonia e lo stesso Tempio dovevano finire; parlò in
modo figurato, ma con tanta esattezza e intelligibilità. Quando i farisei Gli
chiesero da chi avesse saputo tali notizie, Gesù rispose che gliele aveva dette
suo Padre. Quantunque parlasse in generale, i farisei erano molto adirati
contro di Lui, che non osavano però molestare. Erano pieni di sdegno e di
ammirazione: fenomeno, che non sapevano spiegare.
Dopo il sabato, Gesù ritornò a Betania, dove guarì molti ammalati. I farisei
provavano perciò timore alla sua presenza, poiché non osavano spiegarsi
come ciò avvenisse. Ma il divin Maestro non si lasciava intimidire e ritornò a
insegnare nel Tempio. Allorquando, anzi, vi giunse con i suoi discepoli, fece
uscir dall’atrio molti venditori di agnelli, di colombe e di commestibili per
assegnar loro invece la cosidetta «antisala dei gentili». Li ammonì perché,
come disse, erano sconvenienti il belato degli agnelli e la presenza delle altre
cose profane sul luogo sacro. Ma trattò benevolmente quei venditori e li aiutò,
con i suoi discepoli, a trasportare le tavole e la mercanzia al luogo indicato.
IL CONVITO PASQUALE
Ritornato invece più tardi al Tempio, il Nazareno dovette nuovamente
allontanarne i mercanti, che ingombravano i luoghi sacri. Perché renitenti, il
Salvatore li cacciò via e ne rovesciò le tavole con energia, per far loro
comprendere che non potevano profanare così il Tempio. Anche i discepoli Lo
aiutarono, ma molti di quei rozzi trafficanti tentavano di resistere, fissando
con occhi torvi chi impediva loro quella profanazione. Così i luoghi di
orazione furono presto sgombrati, con meraviglia e sorpresa del pubblico che
assisteva a quelle scene. Molti dei presenti lodavano quella iniziativa e vi fu
anche chi acclamò il Salvatore quale «Profeta di Nazaret». I farisei invece se
ne mostravano scandalizzati, perché gelosi dell’autorità con cui agiva il
Redentore.
Intanto il popolo manifestava sempre maggior interessamento per Gesù,
specialmente dacché erano giunte a Gerusalemme molte persone da Lui
prodigiosamente guarite. All’uscir dal Tempio, uno storpio si rivolse al divin
Taumaturgo per chiedergli la guarigione e, appena esaudito, cominciò a
proclamare il miracolo tra gli astanti, che lo fissavano con meraviglia e
sorpresa.
Lazzaro, Obel e Saturnino sacrificarono tre agnelli, che poi consumarono
con il divin Maestro e i suoi discepoli. Il banchetto si fece in casa di Lazzaro,
sul monte Sion: un grandioso edificio. La sala del convito era ampia e bene
adornata, le mense erano disposte in forma di croce.
Questa prima Pasqua fu assai diversa dall’ultima di Gesù. Durante questo
banchetto, il Nazareno trinciò i tre agnelli e servì a mensa. I convitati rimasero
a tavola fino a notte; cantarono salmi e pregarono. Poi, al sorgere del nuovo
giorno, si avviarono al Tempio illuminato da molte lampade. Ma si vide
nuovamente una clamorosa moltitudine di mercanti a pochi passi dal luogo
destinato all’orazione. Gesù ordinò allora di andarsene, ma quei lerci
trafficanti resistettero e chiesero aiuto ai guardiani del Tempio. Perciò il
Salvatore, santamente sdegnato contro i profanatori, li assalì con un flagello,
rovesciando le tavole della mercanzia, mentre i discepoli Lo aiutavano finché
lo spazio ne rimase sgombro.
Alcuni sacerdoti però chiesero ragione di quel procedere a Gesù, il quale
rispose che «il Tempio non era luogo di commercio, di tranelli, di vile traffico
e di usura». Poiché Egli continuava ad allontanare di là i mercanti riottosi,
intervennero anche due drappelli di soldati e quindi i sacerdoti non osarono
far nulla contro il Nazareno. Molti popolani davano ragione al Profeta, il
quale lasciò indisturbati soltanto i venditori di colombe, di panini e di
rinfreschi, perché sistemati sotto tende dell’antisala.
IL RITRATTO DI GESÙ
In quei giorni il divin Taumaturgo guarì una diecina di storpi e alcuni muti.
Poiché i graziati proclamavano la loro prodigiosa guarigione, il popolo si
entusiasmava sempre maggiormente del Messia. Ma dopo il sabato, i farisei
andarono alla casa di Maria Marco in cerca di Gesù per arrestarlo. Poiché non
Lo trovarono, imposero alle pie Donne di uscir dalla città. Allora esse
andarono a Betania, alla casa di Marta. Con costei v’era Maria «la silenziosa»,
molto ammalata. Ella morì presto tra le braccia della Vergine, di Marta e delle
altre pie Donne.
All’alba, Gesù si avviò con Nicodemo all’abitazione di Lazzaro sul monte
Sion, dove giunse anche Giuseppe d’Arimatea. Davanti al divin Maestro,
Nicodemo e Giuseppe s’inchinarono per riverenza poiché Lo riconoscevano
quale Uomo straordinario; s’impegnarono inoltre di seguirlo fino alla morte.
Quando giunsero lassù anche altri discepoli, Gesù disse a tutti come
dovessero comportarsi nell’avvenire. Poi si salutarono commossi. Da Betania
il Nazareno si diresse al battistero, presso Ono, dove si riunivano i discepoli e
molta gente. Mentre il Salvatore parlava alle turbe, fu scorto da uno straniero
accompagnato da sei persone: era un inviato del re di Edessa, Abgaro, molto
ammalato. Il messaggero portava regali e uno scritto, con cui si pregava il
divin Taumaturgo di andare a guarire l’infermo. Quel nunzio, perché pittore,
aveva l’ordine di fare il ritratto del Nazareno se non Lo avesse potuto
avvicinare, ma Gesù incaricò un discepolo di accompagnarlo a un luogo
designato, dove Egli stesso lo avrebbe raggiunto. I regali del re di Edessa, da
offrirsi al Redentore, consistevano in alcuni agnellini, in parecchi drappi
preziosi e in diverse placche d’oro.
Intanto, di lontano, il messaggero contemplava Gesù con ammirazione,
perché voleva ritrarre il viso di Lui. Teneva davanti a sé una liscia tavoletta di
bosso; dapprima incise con il punteruolo il contorno della testa e della barba
del Nazzareno; poi spalmò sulla stessa tavoletta uno strato di cera, sulla quale
impresse una forma umana con le dita, ma dovette convincersi che il
bassorilievo non riusciva conforme all’originale. Gesù incaricò allora un
discepolo di accompagnare a Sé il messo regale e, poco dopo, avvenne
l’incontro del messaggero, accompagnato dal suo seguito con i doni. L’inviato
del re vestiva come uno dei tre Magi: con il braccio sinistro portava la
tavoletta come scudo e con la destra porgeva la lettera del sovrano. Quando si
presentò al Salvatore, cadde in ginocchio davanti a Lui e, dopo un profondo
inchino, disse: – Il tuo servo è suddito del re Abgaro di Edessa, il quale è
ammalato. Egli Ti manda questa lettera e Ti prega di gradire i suoi regali.
Il Redentore rispose che gradiva la buona volontà del re e incaricò poi i
discepoli di ricevere i suoi doni per distribuirli ai poveri. Sulla lettera
indirizzata al divin Taumaturgo, lo scrivente dichiarava tra l’altro: «poiché Tu
sei così potente da risuscitare perfino i morti, Ti prego di venire alla mia
reggia per guarirmi del mio morbo».
Allora il Salvatore scrisse sulla stessa pergamena, tracciando con un
punzone alcuni caratteri di risposta; poi si fece portare un recipiente di acqua,
per lavarsi il viso. Quindi si passò sulla faccia un asciugatoio di lino, che
cedette al messaggero. Costui distese il tessuto sull’assicella e allora vi si
ammirò un perfetto ritratto del Salvatore. Entusiasta di quel capolavoro, il
pittore si gettò nuovamente ai piedi del Nazareno e poi mostrò il ritratto agli
astanti, che ne rimasero stupiti. Dopo avere ringraziato di cuore il Nazareno, il
messaggero se ne andò lieto con il suo seguito, stringendo al cuore il ritratto e
la risposta destinata al suo sovrano nell’attesa di lui.
Giunto a una città, il messo vi trascorse la notte. Ma al mattino seguente
alcuni operai videro una luce straordinaria irradiare dal suo appartamento:
essa proveniva dal ritratto che il messaggero portava con sé. Poiché vi accorse
molta gente per ammirare quel fenomeno, il pittore mostrò a tutti il ritratto
radioso come un sole.
Avvisato intanto del prossimo arrivo del suo, inviato, il re Abgaro uscì ad
incontrarlo; poi, nell’ammirare il ritratto di Gesù e nel leggere la risposta dì
Lui, ne rimase molto commosso, Cambiò subito il suo modo di vivere e
licenziò le donne con le quali peccava. Dopo la morte di Abgaro e di suo
figlio, il ritratto di Gesù, sempre venerato dal pubblico, fu nascosto da un pio
Vescovo dentro lo scantinato di un muro, davanti al quale ardeva una lampada.
Molto tempo dopo, lo si ritrovò, perché la dolce fisionomia del Salvatore era
rimasta impressa anche sull’intonaco, che la ricopriva1.
1 Alludono a questo fatto, tra gli altri, anche Eusebio di Cesarea (260-339) sulla sua «Storia
ecclesiastica» e S. Gregorio II, Papa dal 715 al 731.
IL VECCHIO FRUTTICOLTORE
Gesù andò con alcuni discepoli ai confini di Tiro, dove si svolse la sua
benefica opera.
Quando Egli tenne un lungo discorso alla città di Adama, fu avvicinato da un
giudeo anziano con un’ampia barba e di nobile aspetto, che gli disse: – Tu hai
esposto ventitré verità, ma perché non esporne ventiquattro? – Il divin Maestro
rispose: – Ti ho permesso di ascoltarmi per eccitarti alla conversione, mentre
avrei potuto allontanarti di qui perché non invitato. Tu ora mi hai fatto
un’osservazione inopportuna, perché le verità da me esposte sono soltanto
venti, ma basterà che ne aggiunga un’altra per confonderti... – Quindi parlò del
castigo riservato alla menzogna.
Ma l’ostinato giudeo non voleva riconoscere il proprio torto.
Allora Gesti gli disse: – Portami le frutta più belle e sane del tuo giardino...
Come vedrai, esse si guasteranno alla tua presenza, affinché tu ti convinca del
tuo errore. Tu ora hai il corpo sano e diritto, ma esso s’incurverà per provare
che non hai ragione... Se, ora tu, in cambio, potrai operare anche un solo
miracolo, sarà discutibile anche la tua affermazione.
Il vecchio si avviò, senza rispondere, verso il suo frutteto per cogliervi le
frutta migliori, che presentò poi al Nazareno. Ma le frutta cominciarono a
inverminire e quindi gli astanti trasecolarono, anche perché il vecchio
diveniva anchilosato. Allora finalmente il poverino riconobbe il proprio torto
e pregò il Salvatore di avere misericordia di lui. Gesù, nel notare un sincero
pentimento, benedisse la frutta e lo storpio che, prodigiosamente risanato, si
prostrò ai piedi di Lui per ringraziarlo.
Il convertito divenne poi uno dei più fedeli discepoli di Gesù e convertì molti
altri con la sua eloquente parola.
UN SANTO PRIGIONIERO
Il Battista, rimesso in libertà da Erode, predicava intanto al suoi numerosi
uditori più eloquentemente di prima. Egli disse a tali ascoltatori, tra l’altro, che
non si scandalizzassero del secondo connubio peccaminoso di Erode, ma che
ubbidissero ai comandi di lui senza però imitarlo. Di queste espressioni, il
despota s’inorgoglì, ma anche s’irritò.
Ormai la parola di Giovanni aveva una inesauribile energia; la sua voce,
sonora come tuono, riusciva dolce e intelligibile a tutti. Annunziava ai suoi
discepoli, che il suo vivere volgeva ormai alla fine, poiché sarebbe stato
rinchiuso in carcere, dove desiderava essere da loro visitato. Ormai da tre
giorni non mangiava, né beveva; eppure continuava a insegnare e ad elogiare
Gesù. Deplorava pure l’adulterio di Erode.
Nell’acclamare il Messia con voce più possente che mai, soggiunse: – Egli
adesso viene, e io quindi devo andarmene. Tutti devono avvicinarlo. Io vi
lascerò molto presto!
Mentre poi la luce declinava, e i discepoli si erano ritirati, la tenda del
Battista fu circondata da una pattuglia di soldati erodiani. Allora Giovanni li
rassicurò che li avrebbe seguiti senza opporre resistenza, perché ormai sapeva
che la sua scomparsa era imminente per lasciare il posto al Messia.
Ma appena conosciuto il nuovo arresto del Battista, si sollevò un
impressionante clamore di pianti e gemiti, e tale notizia si diffuse rapidamente
per tutta la Palestina. Giovanni fu dapprima, durante la notte, accompagnato
dagli erodiani verso la torre di Hesebon; poi venne rinchiuso nella prigione di
Macheronte: un carcere situato in alto, spazioso e abbastanza illuminato.
LA RETTA E LA CATTIVA
COSCIENZA
La mia guida, l’Angelo custode, mi disse che quando Gesù si trovava a
Betania e disponeva di tempo libero, s’internava sotto la grotta dell’Orto degli
Ulivi per pregare. Seppi inoltre ch’Egli si ritirava dentro quella caverna
perché Adamo ed Eva, cacciati dal paradiso terrestre, avevano calpestato per la
prima volta la terra maledetta degli ulivi. Vidi pure che Caino, nel coltivar quel
terreno, si era deciso a uccidere il fratello Abele. Dopo che Caino aveva
commesso il fratricidio sul Golgota, l’altissimo gliene aveva domandato conto
dentro lo stesso Orto degli ulivi.
Al mattino, per tempo, il Salvatore ritornava a Betania. Le pie Donne,
affinché non mancassero gli alimenti con cui potersi ristorare, Gli proposero
di stabilire alloggi e provviste su determinati siti, ed Egli approvò. Siccome il
divin Maestro si proponeva d’insegnar pubblicamente dappertutto, Lazzaro e
le pie Donne sistemarono diversi alloggi anche perché i giudei, aizzati dai
farisei, negavano al Salvatore e ai suoi discepoli, nei dintorni di
Gerusalemme, quanto occorreva. Secondo le disposizioni dello stesso
Nazzareno, si stabilirono pertanto quindici residenze affidate a persone degne
di fiducia. Ognuna delle pie Donne si sarebbe interessata di determinare zone
da rifornirsi di utensili, di manti, tuniche e sandali, nonché di provviste
alimentari.
Purtroppo alla periferia di Gerusalemme molti si erano già dichiarati
contrari al Nazareno; perciò dove i discepoli annunciavano il sermone di Lui,
udivano espressioni sarcastiche contro di Lui stesso; nessuno però osava
rivolgergliele direttamente. Quantunque il divin Taumaturgo guarisse infermi,
non Gli erano favorevoli. Ma Egli continuava imperturbabilmente la propria
missione, sempre calmo e benevolo.
Anche la Vergine Lo pregava di risanare ammalati, ed era commovente
l’amorevole interessamento di Lei a favore dei sofferenti, come quando Ella
Lo pregò di guarire un povero storpio. Gesù lo prese per mano e il fanciullo
di circa nove anni si alzò guarito.
Un giorno si avvicinarono al Redentore alcune persone, timide, di Sichem
con Dina, la samaritana da Lui convertita al pozzo. Allora il Salvatore si avviò
con loro verso la città, che aveva larghe strade e grandiosi palazzi. Appena il
Nazareno vi giunse, fu circondato da una notevole moltitudine di gente
contenta di aver con sé il Messia.
Gesù cominciò poi a insegnare da un punto all’altro della città, e Dina lo
seguiva per ascoltarlo. La convertita voleva erogare i propri beni, come
diceva, al divin Maestro, che l’aveva istruita per rendere duratura la
conversione.
Intanto la gente, commossa dalla parola del Salvatore, diceva a Dina: – Tu
hai detto bene... Da che abbiamo ascoltato noi stessi il Profeta, confermiamo
ch’Egli è veramente il Messia –. Ma fra gli uditori di Gesù v’erano undici
farisei ostinati che volevano discutere con Lui. Tenevano tra mano rotoli
scritturali e volevano che il Nazareno spiegasse loro come mai il profeta
Giona era rimasto, per tre giorni, dentro il ventre della balena. Allora il
Redentore rispose: – Così il vostro Re, il Messia, rimarrà per tre giorni dentro
il sepolcro, per discendere nel seno di Abramo e poi risorgere.
Poi, nell’indicare ad alcuni fanciulli uno stupendo giardino ricco di fiori e di
alberi fruttiferi, disse loro che il Regno del Cielo era molto più meraviglioso;
soggiunse che anche la regione più bella di quaggiù, se paragonata al
Paradiso, si sarebbe potuta considerare come un deserto.
Straordinario l’episodio, di cui il Nazareno fu il protagonista. Alcuni
sadducei e farisei avevano pregato Gesù di andare ad Atharot, paese situato
sopra un promontorio, per risanare un moribondo. – Se riuscirai a guarirlo, –
Gli dissero – tutti noi crederemo in Te e propagheremo inoltre i tuoi
insegnamenti per tutta la regione.
Ma il Redentore conosceva il tranello, che quei malvagi volevano tendergli
servendosi di un morto da parecchi giorni. Se Gesù l’avesse risuscitato, quei
mistificatori avrebbero detto che quell’uomo non era morto.
Accompagnato il Nazareno alla casa del defunto, che era stato un capo dei
sadducci, Lo condussero dinanzi al cataletto di lui, ma Gesù disse: – Questo
uomo è morto e morto rimarrà ! – Invece quei bugiardi affermarono che il
«morente» era soltanto svenuto. Ma il Salvatore ribatté: – Perché questo uomo
rinnegava la resurrezione, non deve risuscitar qui. Voi l’avete imbalsamato,
ma scoprite il suo petto...
Allora si vide quel torace tutto brulicante di vermi. Violenta fu quindi
l’irritazione dei sadducci, anche perché Gesù manifestò pubblicamente i loro
peccati e delitti occulti. Nel parlar di ciò ai presenti, il Nazareno disse che quei
vermi simboleggiavano anche la cattiva coscienza del morto e poi parlò
severamente di quanti non erano disposti ad accogliere la buona novella e ad
assicurarsi l’eterna salvezza...
Parecchie donne ammalate guarirono invece dopo di aver baciato le orme di
Gesù, che era passato per benedire e beneficare chi credeva rettamente in Lui.
IL DIVINO CALUNNIATO
Nel predicare ai cittadini di Engannin, il divin Maestro parlò loro di Elìa e
disse, tra l’altro, che quel profeta aveva eretto, dentro una grotta, un altare a
onore della futura Madre del Messia. Poi ricordò la venuta dei Magi, ma Gesù
parlava del Messia come se trattasse di una terza persona, senza nominar né Sé
stesso, né sua Madre. Mentre poi il Salvatore si avviava con i discepoli verso
la casa della Vergine, a Betsaida, durante il tragitto Pietro Gli parlava dei
propri interessi familiari: che, rimasto arretrato nella pesca per la sua notevole
assenza da casa, doveva pensare alla moglie, ai figli e alla suocera.
Allora Giovanni disse, anche a nome del fratello Giacomo, che si doveva
pensare al vecchio padre. Anche gli altri discepoli parlavano
confidenzialmente, e, spesso, si motteggiavano, ma Gesù disse loro che ormai
si avvicinava il tempo in cui avrebbero dovuto pescare altri pesci. Da notarsi
che Giovanni parlava con una semplicità da bambino nel trattar con il
Redentore; era amabile e disposto a tutto per compiacerlo.
Il Nazareno visitò amorevolmente la cara Madre sua, ma il mattino seguente
ripartì, insieme con i discepoli, verso Cafarnao distante circa tre quarti d’ora
da Betsaida. Egli non entrò in città, poiché fece una sosta presso una casupola
di Pietro e messa da lui a sua disposizione. La custodiva un pio anziano. Da
essa al lago si doveva percorrere circa un’ora e mezzo di strada. Alla locale
sinagoga, il divin Maestro spiegò poi il vaticinio d’Isaia: «Ecco che una
Vergine avrà un Figlio».
Allorché Egli si allontanò dalla città si riunirono a consiglio i farisei e i
maggiorenti del popolo; a esso partecipava anche il centurione Sarobabel. Si
voleva trattare di Gesù e si diceva: – Considerate quanti disordini e tumulti
Egli provoca! Gli uomini abbandonano il lavoro per seguirlo. Quel Nazareno
minaccia tutti con castighi. Parla sempre del Padre suo. Ma non è forse di
Nazaret? Non è figlio di un povero falegname? Notate che non osserva
neppure il sabato, ché anzi ne disturba l’osservanza. Pretende di rimettere i
peccati. Il suo potere proviene forse dall’alto? Donde apprende le sue
interpretazioni scritturali? Ha forse frequentato altra scuola oltre quella di
Nazaret? Dev’essere in relazione con qualche potenza straniera... Parla sempre
dell’imminenza del Regno, della venuta del Messia e perfino della distruzione
di Gerusalemme! Che sia forse Figlio dì qualche principe spodestato e
ambizioso di aprirsi il passo verso questa regione per poi impossessarsi della
Giudea? Oppure deve avere un nascondiglio, dove si rifugia un potente
protettore; altrimenti non si mostrerebbe così ardito. Donde provengono il suo
meraviglioso potere e la sua scienza?
Intanto il centurione Sarobabel ascoltava in silenzio queste recriminazioni,
ma dopo di aver tanto riflettuto, disse: – Se il suo potere proviene da Dio, esso
si consoliderà; se invece fosse soltanto umano, svanirà. Mentre però Egli ci
guarisce e ci rende migliori, dobbiamo amarlo e ringraziare Colui che ce l’ha
mandato.
Intanto Gesù ritornò alla casa di Pietro, dove stava la Vergine con alcune pie
Donne. Quando Pietro entrò con il Nazareno, Gli disse: – Signore, abbiamo
digiunato per un giorno, ma Tu ci hai saziati con le tue parole.
L’abitazione di Pietro era in un perfetto ordine: aveva il vestibolo ed era
circondata di un giardino. Da essa si poteva ammirare lo splendido panorama
del lago. La consorte di Pietro stava con le pie Donne, alle quali Gesù disse
ch’Egli abbisognava di poche cose e quindi pensassero piuttosto ai discepoli e
ai poveri.
Quando ritornò alla sinagoga. Gesù parlò della vicinanza del Regno di Dio e
disse abbastanza chiaramente di essere Egli stesso il Sovrano di tale reame.
Visitò quindi, in riva al lago, un compassionevole assembramento di poveri
malati, specialmente lebbrosi, mentecatti e altri miseri, che giacevano nella più
squallida miseria. I cittadini li evitavano per non contagiarsi, ma Gesù li fece
uscire dai loro miseri rifugi per donare loro manti e vestiti. Così li confortò e
ne guarì molti. I guariti Lo ringraziavano in ginocchio, commossi per la sua
grande pietà. Era questo un quadro assai edificante.
L’abitazione di Andrea era invece meno spaziosa di quella di Pietro. Là
dentro pranzarono i discepoli di Gesù che lo stesso Andrea serviva. Anche la
sua consorte era molto servizievole e diligente.
Bella Cafarnao, addossata a una montagna e a semicerchio.
Stupendi i suoi giardini e vigneti. Sulla parte alta si coltivava anche il grano.
Nel suo complesso era una posizione ampia e gradevole alla vista.
Arrivato poi a Sefori, Gesù entrò in una casa, di cui era proprietaria S. Anna.
Allora essa era abitata da una parente della stessa: da un’anziana idropica, che
aveva con sé un piccolo, cieco e muto. Il Salvatore pregò con la donna la quale
guarì; poi pregò anche per il suo piccino; quindi gli mise l’indice sulla bocca e
soffiò sui pollici delle mani, che bagnò di saliva e poi mise sugli occhi spenti
di lui. Allora il piccolo sventurato aperse gli occhi prodigiosamente risanati e,
per riconoscenza del favore ottenuto dal divino Taumaturgo, si gettò ai suoi
piedi per ringraziarlo tra le lacrime.
SULL’ORLO DELL’ABISSO
Quando il Messia ritornò a Nazaret, i suoi conterranei volevano accoglierlo
solennemente, accompagnarlo a un albergo per offrirgli un succulento
banchetto. Ma Egli non accettò. Entrò invece nella locale sinagoga, dove si
riunì molta gente. Aperto un volume d’Isaia, vi lesse queste parole: «Lo spirito
del Signore è sopra di me»; poi spiegò ogni frase del sacro testo come se si
trattasse di Se stesso. Parlò così bene e amabilmente, che gli astanti ne
rimasero tutti ammirati e lieti. Essi pensavano: – Parla come se Egli stesso
fosse il Messia –. L’ammirazione per Lui destò tanto entusiasmo negli uditori,
anche perché si sentivano fieri di essere suoi conterranei. Nel considerare la
loro rettitudine di animo, il Salvatore acconsentì a pranzare con loro. Poi uscì
da Nazaret, accompagnato da parecchi esseni.
Allorché costoro parlarono a Gesù della cordiale accoglienza, che Gli era
stata fatta, il Redentore dichiarò che, il giorno seguente, si sarebbe visto il
contrario.
Il mattino seguente Egli ritornò a quella stessa sinagoga per leggere e
interpretare il libro quinto di Mosè. Allora parlò specialmente dei
comandamenti, ma usò parole severe e lanciò aspri rimproveri a quanti
aggiungevano molti precetti alla Legge per opprimere il popolo, mentre essi
non li osservavano. Tali rimbrotti irritarono i responsabili, e molti di essi
mormoravano contro di lui: – Com’è diventato insopportabile e ardito Costui!
– dicevano in sordina. – È rimasto assente da Nazaret per tutto questo tempo e
ora parla come se fosse il Messia. Noi però sappiamo che suo «padre» era un
falegname... Come mai osa quindi dire certe parole?
In effetto, quei maligni si irritavano perché Gesù li aveva svergognati
davanti al popolo e non volevano essere ripresi della loro nequizia,
quantunque colpevoli. Ma il Salvatore non si curò di loro e s’intrattenne poi a
mensa presso una famiglia di esseni.
Intanto i farisei presero questa decisione, suggerita loro dalla gelosia e dal
risentimento: – Se il «Profeta» – come dicevano – fosse ritornato a parlare
come in quel mattino, egli avrebbe fatto quanto desideravano far di Lui i
farisei di Gerusalemme –. Mentre il Redentore ritornava verso la sinagoga,
passò tra infermi, ma senza guarirne alcuno. Alla sinagoga parlò poi della
propria missione e del castigo di quanti non avessero voluto correggersi dei
propri gravi difetti. Disse di essere venuto a istruirli, soccorrerli e a sanarli.
Ma i farisei s’irritarono specialmente quando Egli disse: – Voialtri dite:
«Medico, cura te stesso! Come hai operato prodigi a Cafarnao, operali anche
qui nella patria tua!». Poi dichiarò che anche ai tempi di Eliseo v’erano molti
lebbrosi, ma il profeta aveva risanato solamente Naaman siro. Paragonò
quindi la sua città a un lebbroso, che non si sarebbe potuto curare.
A queste parole, i farisei scattarono irritati dai loro sedili e volevano
afferrare il Nazareno, ma Egli disse loro impavidamente: – Adempite quanto
insegnate riguardo al sabato e non violatelo! –. Colpiti in pieno da questa fiera
espressione, quei forsennati se ne andarono, mormorando parole di sdegno e
di livore, ma nessuno di loro ardì mettergli le mani addosso.
Quando però, dopo avere spiegato all’adunanza le ultime sue parole, il divin
Maestro uscì dalla sinagoga, un branco di farisei Gli disse: – Orsù, vieni con
noi su quel promontorio, dove potrai ripetere il tuo insegnamento: allora Ti
risponderemo come meriti! –. Poiché il Nazareno rispose loro che li avrebbe
seguiti, essi gongolarono alla prospettiva di vendicarsi di Lui, che subito
circondarono, come lupi un agnello, seguiti da numeroso popolo. Durante la
salita, i più scalmanati di loro s’infuriavano e dicevano con rabbia: – Ti
risponderemo a tono! Vogliamo mandarti alla vedova di Sarepta...
Con queste e altre espressioni sarcastiche e maligne, quegli sciacalli salivano
furibondi verso il promontorio della città, mentre Gesù continuava, tranquillo,
a insegnare a chi lo ascoltava con animo retto. Talvolta rispondeva con
opportuni e inoppugnabili argomenti a chi tentava di confonderlo, ma nessuno
riusciva a confutarlo, poiché Egli parlava inappuntabilmente.
Perché scendeva ormai la notte, si accesero alcune torce a vento e così, a
quella incerta luce, si giunse finalmente al culmine del promontorio, che, da un
lato, strapiombava in un precipizio, dove si scagliavano i malfattori. Giunti
appunto su quel sito, i farisei pretesero che il Redentore rispondesse alle loro
insidiose domande, per poi gettarlo dal precipizio, entro il sottostante burrone.
Ma il Nazareno, circondato dai farisei, si fermò a una certa distanza dal
precipizio, mentre i suoi avversari tentavano di farlo proseguire per attuare il
loro infernale proposito.
A un tratto, vidi comparire ai lati di Gesù due luminose figure, che Lo
sottrassero a quella mischia. Egli passò tra la moltitudine senza essere veduto
da alcuno. Notai poi che procedeva tranquillamente fino alla porta della città,
per la quale era entrato.
Intanto i suoi accaniti avversari, sorpresi dalla misteriosa scomparsa di Lui,
s’incolpavano l’un l’altro di averlo lasciato fuggire.
TESTIMONIANZE
Il Redentore era atteso a Betsaida dai discepoli Pietro, Andrea, Giovanni,
Giacomo il minore e Filippo. Gesù andò quindi alla casa di Pietro sita lungo la
valle tra Betsaida e Cafarnao. Là però si aggiravano farisei di Gerusalemme,
di Sefori e di Nazaret per spiare il «Profeta», discutere con Lui e contraddirlo.
Perché confusi dal divin Maestro, i farisei, appartenenti a diverse scuole
della Giudea e di Gerusalemme, avevano mandato quindici spioni per
ascoltare gli insegnamenti di Lui. Da notarsi che un giovane nazaretano, il
quale aveva chiesto ripetutamente a Gesù di essere ammesso tra i suoi
discepoli, perché non assecondato nelle sue richieste, era divenuto scriba e,
dopo le nozze, capo di quegli spioni. I farisei dicevano con ingiustificato
sdegno, che Gesù non aveva fatto gli studi con loro, ma andava con gente
spregevole come gli stessi pubblicani e i peccatori. Lo accusavano inoltre di
non avere ricevuto ordini da Gerusalemme e di non rivolgersi mai a loro per
informazioni, quantunque fossero «dottori della Legge». Soggiungevano che
non era né fariseo, né sadduceo; che insegnava tra i samaritani e guariva nel
giorno di sabato.
Pietro aveva permesso a parecchi infermi giudei di entrare nella sua
proprietà per fermarsi vicino alla sua casa, e Gesù guarì molti di loro. Egli
aveva detto al pescatore Pietro di aiutarlo nella pesca dei peccatori, e che
presto lo avrebbe chiamato a questa missione. A Pietro sembrava che la vita
del divin Maestro fosse troppo elevata per lui e che quindi non lo avrebbe
compreso. Pietro credeva in Gesù, perché vedeva i miracoli ch’Egli operava;
Gli forniva quindi quanto poteva, ma nel riflettere sulla propria condizione
così semplice e modesta, non si giudicava degno di seguire un tanto Maestro.
Segretamente si preoccupava anche della sua industria, che avrebbe dovuto
abbandonare se avesse seguito Gesù. Egli si amareggiava anche quando
certuni si burlavano di lui perché, quantunque semplice pescatore,
s’intratteneva con quel Profeta, Lo seguiva e permetteva che affluisse a casa
sua tanta gente, la quale intralciava il suo traffico.
Tutto ciò turbava l’animo del pescatore, il quale quindi non era così
infervorato come Andrea e altri, benché fosse ricco di fede e di amore verso il
Redentore.
Gesù andò con Pietro dalla sua casa fino a settentrione, passando tra infermi
e pagani. I soli lebbrosi erano separati e le guarigioni avvenivano con ordine.
Vidi il Salvatore risanare gli ammalati in vari modi. Egli operava così per
insegnare agli apostoli come avrebbero dovuto fare dopo di Lui.
Alla sinagoga di Cafarnao, il Nazareno spiegò poi le predizioni del profeta
Isaia a suo riguardo. Disse tra l’altro: – Il Dio di Giacobbe permetterà che,
quanti si renderanno colpevoli della morte del Salvatore, si eliminino tra loro
–. Poi soggiunse che suo Padre Lo aveva inviato ad annunziare e a portar la
salute, a riunire alla sinagoga gli sbandati.
Gli stessi farisei, dopo avere ascoltato i suoi insegnamenti, dissero di
Lui: – Nessun profeta ha mai parlato così... –. Eppure lo censuravano tra loro.
Quando, lasciata l’abitazione di Pietro, Gesù ritornò alla sinagoga, gli
uditori non solo ne gremirono il vestibolo e il portico, ma ne occuparono
perfino il tetto. Allora il divin Maestro spiegò nuovamente Isaia, e applicò tutto
alla propria persona. Disse: – Si compiono i tempi e si avvicina il Regno –.
Soggiunse che i segni di tale imminenza si verificavano, poiché i paralitici e
gli storpi camminavano, i ciechi vedevano e i sordi udivano. Forse che tutto
ciò non avveniva? Quali espressioni gridavano gl’indemoniati? Perché mai i
guariti lodavano Iddio? Perché Egli era spiato da quanti Lo circondavano?
Essi avrebbero cacciato il «Figlio del Padrone della vigna» per ucciderlo.
Queste e tante altre verità dichiarò il Redentore, tutte efficaci anche perché
esposte con molta espressione, come questa: – Voi stimate il Battista quale
profeta. Andate sempre a lui, alla sua prigione per domandargli che cammino
abbia mai preparato e di chi egli sia testimonio...
Lasciata poi la sinagoga, il Salvatore si avviò verso la casa di Pietro presso
Betsaida. Ciò perché Lo si era chiamato urgentemente affinché accorresse
presso la suocera del pescatore in procinto di morire. Gesù si avvicinò al
giaciglio di lei per parlarle e porle la destra sulla fronte. Dopo ciò, la febbre
scomparve e la donna si sentì completamente risanata. Quando le si diede da
bere, il Redentore benedisse la bevanda e poi fece alzare la miracolata, che
ubbidì e ne ringraziò il divin Taumaturgo. Era così guarita che, durante il
pasto, ella servì alla mensa di Gesù con altre donne.
GIUSTE ARGOMENTAZIONI
Dopo la parca refezione, il Nazareno andò verso il lago con Pietro, Andrea,
Giovanni, Giacomo e altri discepoli. Giunti a destinazione, il Redentore disse
loro che presto avrebbero dovuto abbandonare la pesca per seguirlo. Ma
Pietro si allarmò; dopo di essersi prostrato ai piedi di Gesù, Gli disse che
considerasse la sua ignoranza e fiacchezza per non farlo partecipare a una
incombenza di tanta importanza, perché non era degno di tale missione e non
sapeva istruir gli altri.
Ma il Redentore gli raccomandò di non preoccuparsi della propria
incapacità, poiché Chi restituiva la salute ai malati, avrebbe dato anche a lui
forza e quanto occorreva per compiere la missione alla quale era chiamato.
Quella non era però ancora la vocazione apostolica espressa nel Vangelo:
tuttavia, fin da quel giorno, Pietro avrebbe lasciato l’esercizio della pesca al
vecchio Zebedeo.
In Betania, il Messia interrogò, poi, alcune persone che Lo trattavano con
familiarità: – Quali notizie sapete di Me? – domandò loro. – Che male vi hanno
detto del mio contegno? –. Allora uno di essi rispose: – Dicono che Tu lavori
anche al sabato, poiché guarisci i malati –. Ma il Nazareno indicò ai presenti
un gruppo di pastorelli, che custodivano un gregge di agnellini e poi disse: –
Osservate quei pastorelli e il loro gregge. Se un agnello cadesse dentro uno
stagno pantanoso e quei fanciulli non potessero liberarnelo, il figlio del
proprietario, incaricato di estrarlo dal fondo, non accorrerebbe sollecito per
salvarne la vita in pericolo, anche se fosse giorno di sabato?
– Certamente! – confermarono i suoi attenti ascoltatori.
– Ma se invece di un agnello, – continuò Gesù – si trattasse di salvare un
figliuoletto dello stesso padrone, non dovrebbe il figlio maggiore accorrere a
salvarlo in qualunque tempo?
– A maggiore ragione!
– Ebbene, – soggiunse il divin Taumaturgo indicando alcuni malati che
attendevano la guarigione poco lontano di là : – quei poverini, figli del Padre
celeste, non potrebbero essere perciò risanati, se me lo richiedessero di
sabato? Non dovrebbero ottenere il perdono delle loro colpe se me lo
domandassero in tal giorno? Non potrebbero, di sabato, pentirsi e invocare il
Cielo?
– Senza dubbio! – risposero gli astanti a unanimità.
Allora il Nazareno chiamò a Sé quegli infermi che subito si avvicinarono a
Lui quantunque penosamente. Rivolse poi loro alcune domande, pregò insieme
con loro e quindi disse: – Stendete le vostre mani! –. Gli storpi protesero le
mani rattrappite verso di Lui. Riconoscenti della riacquistata salute, i graziati
s’inginocchiarono davanti a Lui e poi si sparsero esultanti per Betulia, per
diffondervi la fama del divino Taumaturgo.
UN IMPAVIDO CENSURATORE
Nel parlare alla sinagoga, Gesù trattò anche del compimento delle settimane
predette da Daniele e della vicinanza del Messia. Alluse inoltre alla profezia
del Battista. I farisei avrebbero voluto che Egli dichiarasse più chiaramente di
essere il Messia, per poterlo accusare. Perciò il Nazareno disse loro: – Voi
fingete perché siete ipocriti vi appartate da Me e Mi aborrite; spiate le mie
parole e vorreste combinare con i sadducei un nuovo complotto, come
avvenne a Gerusalemme durante la passata Pasqua. Mi raccomandate di
guardarmi da Erode e ricordate la Prigionia del Battista.
Poi trattò delle scelleratezze del crudele Erode defunto, dei suoi delitti, della
sua inquietudine per la nascita del Re dei Giudei e descrisse la fine
abominevole del tiranno. Alluse inoltre ai crimini del suo successore,
dell’adultero Antipa e della ingiusta cattura del Battista ancora incarcerato. Usò
parole severe contro gli erodiani e disse che essi pretendevano un Messia e il
regno di Dio secondo i loro discutibili criteri; poi concluse così: – Ma non
potranno nulla contro di Me finché la mia missione non sarà compiuta. Devo
attraversare ancora due volte la Samaria, la Giudea e la Galilea. Avete visto i
miei grandi prodigi, ma ne ammirerete anche altri molto più sorprendenti,
tuttavia rimarrete ciechi...
I suoi avversari uscirono perciò dalla sinagoga, alla chetichella, inveleniti e
furibondi contro di Lui. Invece molti ascoltatori rimasero, perché commossi e
convinti dalle sue parole. Essi dicevano che Gesù insegnava molto meglio dei
loro maestri.
Dacché si era saputo che Erode aveva fatto arrestare il Battista, molti si
avviavano verso il carcere del prigioniero e, arrivati presso Macheronte,
gridavano indignati affinché egli, innocente, fosse liberato. Per riuscire a
liberarlo, quei simpatizzanti scagliavano anche pietre contro la reggia. Intanto
Erode Antipa, fattolo condurre alla sua presenza, lo interrogava per sapere che
pensasse mai di Gesù, il quale parlava di un regno e si proclamava Figlio di un
Re, mentre risultava che fosse « figliuolo di un povero falegname».
Allora Giovanni, con voce energica e senza incrinature, aveva dapprima
parlato di se stesso, per dichiarare di essere soltanto il precursore del
Nazareno e come nulla a paragone di Lui; che inoltre nessuno era stato, né
poteva essere come il Messia, neppure gli stessi profeti, perché Egli era il
Figlio del Padre celeste, il Cristo, il Re dei re, il Salvatore e il restauratore del
Regno; che inoltre contro di Lui non valeva forza alcuna; che era l’Agnello di
Dio venuto a togliere i peccati dal mondo.
Il Battista parlava del Redentore a voce alta e chiamava se stesso umile servo
di Lui. Nel far tali affermazioni, Giovanni aveva un aspetto così imponente,
che Antipa ne pareva soggiogato, tanto che aveva finito con il tapparsi le
orecchie per non più udire. Poi disse al prigioniero: – Tu sai che ti stimo, ma
perché parli di me così da sollevarmi contro lagnanze e tumulti? Se tu
moderassi il tuo zelo indiscreto e approvassi davanti al popolo il mio
sposalizio, ti lascerei libero e così potresti ritornare a insegnare e a battezzare.
Ma invece Giovanni alzò la voce contro l’adultero e ne censurò l’empia vita
e gli scandali davanti ai suoi sudditi. Perciò Erodiade, che aveva ascoltato
quelle invettive, fremeva di sdegno contro l’audace suo censuratore, il quale fu
rinchiuso in un’altra prigione, così da non poter essere più né veduto né
ascoltato dal popolo.
BIECHI MORMORATORI
Alla sinagoga di Gennebris, Gesù disse, tra l’altro, che nessuno sarebbe
entrato nel suo Regno se non per lo stretto cammino e attraverso «la porta
della sposa». Come mi fu poi spiegato, «la porta» simboleggia la Vergine e la
Chiesa: in questa siamo rinati mediante il Battesimo, e dalla Vergine nacque lo
Sposo il quale ci condurrà a Dio. Le parole proferite da Gesù sulla croce,
quando proclamò la Vergine «Madre di Giovanni» e costui figlio di Lei, hanno
un misterioso significato di rinascita per la morte del Redentore.
Osservai che i maligni si vantavano di mettere nell’imbarazzo il Nazareno
per i suoi insegnamenti, ma notai che, alla presenza di Lui, non osavano
criticarlo, che anzi manifestavano ammirazione di Lui perfino quando l’ira li
dominava. Quando il divin Maestro ritornò alla sinagoga, dove si erano riuniti
tutti i farisei e i sadducei della zona, essi cominciarono a discutere
ostinatamente con Lui, che però li confuse.
Intanto si era introdotto nella sinagoga un poverino, che aveva braccia e
mani rattrappite. Appena comparso, alcuni farisei vollero farlo uscire e quindi
lo spingevano fuori. Ma Gesù vi si oppose e, quantunque lontano da lui, gli
chiese: – Cosa vuoi da me?
– Chiedo che Tu mi guarisca, Signore, – rispose – perché so che lo puoi...
E allora il divino Taumaturgo: – La tua fede ti ha salvato... – soggiunse: –
Stendi la mano destra sopra il popolo! –. E in quell’istante lo storpio guarì.
Allora il graziato cominciò a lodare Iddio. Poi Gesù gli disse: – Ritorna a casa
tua e non suscitare tumulto! –. Ma il miracolato osservò: – Signore, come
potrò nascondere il grande favore da Te ricevuto? –. Quindi uscì, ma
proclamando il prodigio. Perciò accorsero molti infermi dove passava Gesù
che pietosamente li guarì.
Nel trovarsi poi a Bezech, Egli parlò ai suoi discepoli per confortarli e
infondere loro coraggio: procurò di esortarli amorevolmente a sopportar con
Lui ogni pena con pazienza e generosità, poiché, come disse, il Padre suo li
avrebbe abbondantemente ricompensati in Cielo, dove avrebbero posseduto il
Regno con Lui. Parlò anche della persecuzione, che avrebbero dovuto
sopportare con Lui stesso, per partecipare alla sua missione sulla terra.
Quindi, alla sinagoga, spiegò, tra l’altro, questa espressione d’Isaia: «Io
metto la mia parola sulla tua bocca». La interpretò nel senso che Dio aveva
mandato il Messia e la parola di Dio era sulla bocca del suo popolo, poiché il
Messia diceva le parole dell’Altissimo ed essi erano il popolo dello stesso
Messia.
Ma i farisei sussurravano fra sé, in sordina: – Come mai si spaccia per
Messia!? –. Il giorno seguente, alla stessa sinagoga, il Salvatore parlò del
Battista e del Messia, anche per far capire chiaramente di essere Egli stesso il
Messia, disse che Costui appariva tra le genti perseguitato e coperto di sprezzo.
Ma soggiunse che il Messia avrebbe battezzato molti pagani, per purificarli;
che i re avrebbero taciuto davanti a Lui quando fossero istruiti; che inoltre,
quanti non avessero avuto notizia di Lui stesso, Lo avrebbero ammirato per i
suoi insegnamenti.
«Se il Messia, che voi sperate, – disse – dovesse essere un Re possente,
fastoso, ricco e vittorioso, avrebbe forse avuto come precursore il Battista? Il
Salvatore, che avete tra voi, non è conforme al vostro superbo ideale; perciò
non Lo volete riconoscere quale Messia. Giovanni si era confinato sul deserto
e non frequentava alcuno, ma il suo comportamento non vi garbava. Io invece
passo da una popolazione a un’altra, insegno agli ignoranti e risano infermi:
anche ciò tuttavia non vi piace. Che sorta di Messia volete, dunque? Siete come
bambini, che si costruiscono diversi strumenti per soffiarvi dentro.
SORPRENDENTI PRODIGI
Poiché erano troppi gli ammalati da risanare, il divin Taumaturgo posò le
sue mani sulla testa di Andrea, di Giovanni e di Giuda Barsaba; poi chiuse le
loro palme tra le sue e quindi disse loro di fare, a nome suo, a quegli infermi
quanto faceva Egli stesso ai più vicini. Così essi, nell’eseguire l’ordine del
divin Maestro, guarirono molti accidentati.
Entrato nella Sinagoga di Rapoth-Galaad, il Salvatore parlò, ai convenuti, di
Giacobbe e del suo figliuolo Giuseppe: descrisse come costui era stato
venduto ai mercanti egiziani e concluse così: – Verrà giorno in cui anche un
altro sarà venduto da uno dei suoi fratelli; anch’Egli però riceverà poi i suoi
fratelli pentiti, che consolerà, in tempo di carestia, con il pane della vita eterna.
Allorché il Salvatore andò ad Abila, i leviti Lo accompagnarono là dove
stava una ventina di ciechi dalla nascita e di sordomuti, i quali erano curati da
medici e assistiti da infermieri.
Nel vedere Gesù, i sordomuti si avvicinarono a Lui per indicarGli la bocca.
Allora il Redentore tracciò con l’indice alcuni segni sull’arena per far loro
comprendere qualche nozione di Dio. Poi mise le sue dita sulle loro orecchie e
quindi ne toccò la lingua con il pollice e l’indice. Allora quei poverini,
commossi e ammirati, udirono; poi, con il pianto in gola, espressero al divin
Taumaturgo la propria riconoscenza. Era una scena commovente.
Tutti i cittadini di Abila corsero incontro al divin Taumaturgo quando Egli
uscì dal ricovero con i graziati, i quali andavano a lavarsi. Appena appresa la
notizia dei prodigi, in città si erano lasciati liberi alcuni indemoniati. mentre
alcune donne mentecatte correvano gesticolando verso il Redentore. Anche gli
indemoniati gridavano: – Gesù di Nazareth, Tu sei il Profeta e il Cristo! –. Ma
il Salvatore impose loro di tacere e tutti ubbidirono. Poi il Nazareno mise le
sue mani sulla fronte delle mentecatte, e le quali, rinsavite si prostrarono ai
suoi piedi, piangendo di commozione e di riconoscenza. In questa circostanza,
Gesù parlò delle profezie vaticinanti che, ai tempi del Messia, i sordi
avrebbero udito, i muti parlato e i ciechi veduto.
Alla sinagoga della città parlò inoltre di Elìa, di Acabbo, di Jezabel e
dell’idolo Baal. Trattò diffusamente d’Isaia per applicare a Sé stesso quanto il
profeta vaticinava riguardo alle sue sofferenze e al suo trionfo. Parlò inoltre
del rinnovamento di Sion, e si ebbe l’impressione ch’Egli alludesse alla sua
Chiesa.
Intanto i saggi giudei esprimevano giudizi diversi riguardo al Nazareno: –
Egli – dicevano, dev’essere in relazione con un popolo vicino per venire, con
un poderoso esercito, a impadronirsi della Giudea...
Il mattino seguente, ai sacerdoti che lo avvicinarono, il Salvatore disse: –
Perché mai, iersera, siete rimasti così preoccupati per le mie parole? Perché
temete l’arrivo di un esercito invasore, mentre Dio protegge i giusti?
Osservate la Legge e gli insegnamenti dei Profeti, ma non temete!
Il Nazareno andò, con vari discepoli, anche verso la parte della città, dove
abitavano pagani. Pregato di entrare nell’abitazione di una poverina, vi
accondiscese e il marito di lei Lo ricevette con riverenza. Appena Lo vide
comparire, la poveretta si prostrò dinanzi a Lui e gli disse: – Signore, ho
appreso che Tu operi meraviglie maggiori di quelle di Elìa. Guarda! Il nostro
unico figlio sta per morire e la nostra sacerdotessa non riesce a guarirlo. Abbi
dunque pietà di noi!
Quel moribondo aveva appena tre anni di vita e sembrava già morto, ma
Gesù disse alla madre: – Lasciatemi solo con lui, e tu va’ a chiamar due dei
miei discepoli!
Poco dopo, entrarono Giuda Barsaba e Natanaele. Intanto Gesù aveva
soffiato sul morente, il quale aveva aperto gli occhi. Poi, nel vedere i
discepoli. il divin Taumaturgo disse loro di porre le mani sulla testa del
bambino e di benedirlo. I discepoli ubbidirono e il bimbo, come ritornato da
morte a vita, si presentò ai genitori che, ansiosi, attendevano, all’esterno,
l’esito di quel misterioso intervento. Nel vedere il loro figliuoletto vispo e
sorridente, come un tempo, lo abbracciarono commossi e gioiosi; poi si
gettarono, ai piedi del Nazareno per eprimergli la loro profonda gratitudine.
La donna esclamò: – Grande è il Dio d’Israele! Egli è superiore a tutti gli dèi.
Io voglio, quindi, servir Lui solo!
LA SACERDOTESSA DI MOLOCH
Gesù guarì anche due altri bambini. Poiché le loro madri si lamentavano con
Lui perché la sacerdotessa non riusciva a risanarli, Egli la fece chiamare a Sé.
La sacerdotessa andò a Lui per forza, ma non voleva fissarlo e sembrava
indemoniata.
Il Nazareno si rivolse ai pagani colà riuniti, uomini e donne, per dir loro: –
Io vi voglio manifestare quale scienza e potere abbia questa donna
nell’esercitar l’arte sua... –. Poi comandò agli spiriti, che uscissero da lei.
Allora, alla vista degli astanti, uscì da quella disgraziata come un nero vapore,
dentro il quale si divincolavano orribili mostri: draghi, serpenti, rospi e topi.
Era uno spettacolo orripilante. Perciò il Salvatore soggiunse: – Osservate che
dottrina voi seguite!
Intanto la donna era caduta in ginocchio e piangeva, ma poi si calmò e
divenne ossequente. Gesù volle ch’ella svelasse davanti ai presenti, come
procedeva nell’influenzare i bambini, ed ella, tra le lacrime, confessò che,
mediante artifici di magia diabolica, li faceva ammalare e poi fingeva di
guarirli per onorare così i suoi dèi.
Poi accompagnò il Nazareno al tempio del dio Moloch, dove intervennero
anche i sacerdoti dell’idolo e molti curiosi. Il tempietto sorgeva sopra una
collina, e l’idolo era sistemato sotto un padiglione. Ma Gesù non volle
entrarvi; disse quindi ai sacerdoti che facessero uscire il loro «dio», il che essi
fecero mediante un tenebroso artificio, poiché il loro idolo non poteva uscir
da sé dal suo nascondiglio.
Allora la sacerdotessa, per volere del divin Maestro, svelò tutte le atrocità di
quel culto idolatrico, e poi proclamò le meraviglie del Dio d’Israele davanti al
pubblico plaudente. Gesù fece quindi rovesciar l’idolo dai suoi discepoli e
diceva: – Osservate che dio adorate e quali spiriti albergano in lui! –. Intanto,
alla vista degli astanti, comparvero spaventose figure di demoni, che avevano
aspetti diversi, ma tutti orrendi. I demoni, tremanti perché atterriti alla presenza
del Figlio di Dio, fuggivano per nascondersi dentro le tombe e le caverne di
quel sito. A quello spettacolo, i pagani rimasero sorpresi e senza parola: molti
di loro si convertirono.
IL FIGLIUOL PRODIGO
Il Battista aveva mandato messaggeri a Gesù per dirgli che andasse a
Gerusalemme per manifestar chiaramente ai cittadini chi Egli fosse. Giovanni
era angustiato di non poter svelare egli stesso la personalità del Messia.
All’inizio del sabato, il Salvatore si trovava ad Ainon, ed entrò nella locale
sinagoga per parlar della creazione del mondo, del primo peccato e del
Messia. Dopo il sabato, partecipò a un banchetto in casa di Maria di Suphan. La
sala del convito era adorna di lampade, di piante e di fiori; i commensali erano
numerosi. La padrona, durante il pranzo entrò con i suoi figli, anche per
deporre sulla mensa erbe aromatiche assai costose. Poi sparse profumi sulla
testa del Nazareno e quindi si prosternò ai suoi piedi. Nessuno dei presenti
criticò il contegno della donna, anche perché tutti la stimavano per la carità che
elargiva ai poveri.
Gesù gradì assai quel deferente omaggio, e si mostrò molto amorevole
verso di lei e i suoi figliuoli.
Durante il convito, raccontò ai commensali diverse parabole, con viva
soddisfazione e utilità di tutti.
Il divin Maestro insegnò inoltre alla sinagoga e su luoghi pubblici. Parlò del
«figliuol prodigo» con tanta espressione e tale sentimento, da sembrare Egli
stesso il padre di quel traviato. Disse con energia e vivacità di voce, mentre
protendeva le braccia davanti a sé: – Osservate il prodigo che ritorna!
Dobbiamo accoglierlo festosamente... Quando poi parlò del vitello migliore,
che si doveva uccidere per festeggiare il ritorno del figlio tanto atteso,
soggiunse: – Che amore quello del Padre celeste il quale, per salvare il figlio
perduto, consegna il proprio Figliuolo come vittima!
Nell’ascoltare con devota attenzione quella stupenda e commovente parabola,
gli astanti si sentivano indotti ad amarsi scambievolmente quali figli dello
stesso Padre.
IL CIECO-NATO
Da Ainon, Gesù passò alla vicina città di Sukkoth. dove entrò in una bella
sinagoga. Là dentro si fecero confessioni di peccati: alcune private e altre
pubbliche, come ciascun penitente voleva. Il sacerdote parlava della
riconciliazione tra Esaù e Giacobbe, ed esortava tutti alla penitenza. Era la
festa dei tabernacoli. Molti dei presenti, che avevano ascoltato la predicazione
del Battista e di Gesù, approfittavano di quel giorno festivo per confessar le
loro colpe.
Dopo di essere stato a Silo, il Redentore si avviò verso la non lontana città di
Korea, e al suo arrivo Gli mandarono incontro i farisei con un cieco-nato per
tentarlo, e, quando il Redentore gli si avvicinò, il cieco volse il viso verso di
Lui, con sorpresa dei presenti; poi si gettò ai suoi piedi.
Il Nazareno lo alzò anche per interrogarlo intorno ai divini Comandamenti e
alle profezie. Il cieco diede risposte sagge e precise. Parlò anche, in tono quasi
profetico, delle insidie che si tramavano contro Gesù, al quale disse che non
conveniva andare a Gerusalemme, perché colà si attentava alla vita di Lui.
Intanto si era radunata molta gente, e il Nazareno domandò al cieco se
desiderasse vedere i suoi parenti, gli amici e Colui che gli parlava. Ma
l’interrogato rispose che vedeva il dolce viso di Chi gli parlava, che aveva
cominciato a vederlo quando si era avvicinato a Lui. Soggiunse però che
desiderava vedere le cose e sapeva che Gesù lo avrebbe potuto accontentare se
avesse voluto.
Allora il Redentore gli sollevò il manto dalla fronte, sulla quale posò la
destra. Dopo aver pregato, gli tracciò inoltre una croce sugli occhi spenti, e
quindi gli sollevò le palpebre. In quell’istante il cieco si tolse il manto di
dosso; poi guardò d’intorno, meravigliato e contento; quindi esclamò: –
Grandi sono le opere dell’Onnipotente! – Quindi cadde ai piedi del grande
Taumaturgo, che lo benedisse.
Il graziato lodava Dio anche nel parlare in modo profetico di Gesù e del
compimento dei vaticini. Suo padre lo affidò al Redentore, contento che lo
seguisse come l’ultimo dei discepoli. Il Nazareno lo accettò e poi lo inviò, con
qualche suo discepolo, a Betania, presso Lazzaro. Nel donargli l’uso degli
occhi, il divin Taumaturgo gli aveva detto: – Ti dò una doppia vista: la vista
esterna e quella interiore.
Dai cittadini di Salem, Gesù e i suoi discepoli furono accolti benevolmente.
Entrati in una casa, si lavarono loro i piedi; ricevettero anche indumenti,
poiché quelli che indossavano erano coperti di polvere. Generalmente uno dei
discepoli portava con sé una veste di ricambio per il divin Maestro.
Il Nazareno guariva gli infermi in diverse maniere: alcuni a distanza, con lo
sguardo e la parola; altri invece mediante il contatto. Su alcuni imponeva le
mani, e ad altri impartiva la sua benedizione; su qualcuno soffiava, e qualche
altro ungeva con la saliva.
L’ISCARIOTE
Un giorno, Bartolomeo e Giuda Taddeo parlarono a Gesù in favore di Giuda
iscariote, che giudicavano uomo abile negli affari, istruito e servizievole. Gli
dissero ch’egli desiderava essere ricevuto tra i discepoli. Ma il Nazareno
emise un sospiro e poi rimase triste.
Quando i due discepoli gliene chiesero la ragione, Egli rispose:
– Questo non è il momento di parlar di lui...
Altri discepoli provenienti da Cafarnao, dove avevano incontrato Pietro e
Andrea, avevano messaggi per il divin Maestro. Giuda li aveva incontrati a
Naim, e poi li aveva accompagnati fino alla città di Meroz. Era già conosciuto
dai discepoli; a Cipro, dov’era stato di recente, si parlava del Redentore e dei
suoi prodigi; perciò i giudei e i pagani locali erano molto desiderosi di vedere
il divin Taumaturgo.
Poi l’Iscariote pregò Bartolomeo di presentarlo al grande Maestro; a quel
tempo, Giuda era venticinquenne. Aveva una statura regolare e l’aspetto non
sgradevole: capelli corvini e barba rossiccia. Vestiva accuratamente. Espansivo
nel parlare, servizievole e propenso ad attirarsi la simpatia, ambiva onori,
cariche e denaro. Era affascinato dall’aspetto del Nazareno. Notava che i
discepoli erano molto rispettosi verso Gesù, e il ricco Lazzaro era il suo
finanziatore. Si diceva che il Messia avrebbe fondato un regno. Ovunque si
parlava ormai del Re, del Messia, del Profeta di Nazaret; si magnificavano i
prodigi ch’Egli operava e se ne esaltava la sapienza.
L’Iscariote desiderava di poter divenir discepolo di Lui, per avere diritto al
suo regno, che supponeva temporale. Intanto manifestava la propria abilità
nell’eseguir commissioni, che gli si affidavano.
I suoi genitori erano nomadi. Egli era figlio spurio; suo padre faceva il
capitano e viveva a Damasco. Abbandonato dalla madre, Giuda era stato
raccolto da sposi, privi di figli. Dopo la morte di coloro che lo avevano
adottato, Giuda era vissuto con lo zio paterno: Simone. Benché non cattivo,
l’Iscariote era ciarliero, ambizioso e avido di ricchezze. Non era licenzioso,
né senza religione: osservava, anzi, le usanze giudaiche. Sembrava che avesse
buone disposizioni di animo; manifestava però anche inclinazione a
pervertirsi. Non lo vidi mai a operar miracoli, come gli altri Apostoli.
Quando Bartolomeo e «Simone lo zelante» presentarono l’Iscariote al
Nazareno, dissero: – Maestro! Ecco qui Giuda, del quale Ti parlavamo –.
Allora il Nazareno lo guardò amorevolmente, ma non senza tristezza.
L’Iscariote pensava sempre al regno temporale, ma quando constatò che il
regno non sorgeva, cominciò a procacciarsi denaro. Allorché, in seguito,
vendette Gesù per trenta sicli di argento, non pensava che Lo avrebbero potuto
uccidere, poiché persuaso che Egli sarebbe riuscito a liberarsi dai suoi nemici,
com’era avvenuto tante volte. Non voleva la morte del Maestro, ma soltanto
denaro.
DISCEPOLI E AVVERSARI
Un mattino, mentre il Nazareno camminava alla periferia di Dothan, Gli si
avvicinò Tomaso per esprimergli il desiderio di essere ricevuto tra i suoi
discepoli. Allora Gesù gli confidò di aver già previsto quell’incontro, ma
Tomaso non convinto di ciò, soggiunse che il suo desiderio di divenir suo
discepolo era recente e sorto per la meraviglia suscitata in lui dai suoi
miracoli. Il divin Maestro però gli disse: – Forse che il giardiniere non
conosce le sue piante e il vignaiuolo le sue viti?
Due discepoli del Battista, dopo di avere ascoltato un discorso di Gesù sulla
montagna di Meroz e avere ammirato alcuni suoi prodigi, parlarono con Lui
prima di ritornare verso Macheronte. Giovanni li aveva mandati affinché
dicessero al Salvatore di manifestarsi chiaramente, in modo che tutti
ammirassero la sua grande personalità, e sapessero che avrebbe fondato un
regno sulla terra. Quei discepoli gli confidarono pure di essere rimasti
convinti di quanto predicava, e di quello che il Battista aveva preannunziato di
Lui. Gli domandarono se sarebbe presto liberato Giovanni dal carcere e
soggiunsero che quella liberazione sarebbe stata più meravigliosa di tutte le
guarigioni prodigiose degli infermi.
Gesù rispose loro che conosceva il desiderio del Battista, ma li assicurò che
egli non si aspettava la liberazione da Lui. Li incaricò inoltre di dichiarare a
Giovanni che il Messia avrebbe compiuto la propria missione. Dopo il
colloquio, quei discepoli si avviarono verso Macheronte.
Non so se il Battista sapesse che Gesù sarebbe stato crocifisso, e che il suo
regno non sarebbe stato terreno.
Verso mezzogiorno, il Redentore tornò a Dothan, alla casa d’Isacar, dove si
era radunata tanta gente, mentre la servitù preparava il desinare.
Dentro quell’abitazione v’era un pozzo, che Eliseo aveva benedetto. Al suo
arrivo, il divin Maestro parlò a quella moltitudine, avida della sua parola.
Parlò della vicinanza del Regno, della penitenza e spiegò come si dovesse
implorare la misericordia divina per ricevere grazie dal Cielo. Disse che
Eliseo aveva predicato su quello stesso sito, e dichiarò che i Siri, i quali
volevano arrestarlo, erano rimasti acciecati. Poi Eliseo aveva accompagnato
quei ciechi in Samaria, dove li aveva consegnati tra le mani dei nemici
affinché li alimentassero, senza però ucciderli. Gesù dichiarò finalmente che
Eliseo, dopo aver loro restituito la vista, li aveva accompagnati al loro re che
li aveva incaricati di arrestarlo. Ma tutte queste vicende il Nazareno le applicò
al Figlio dell’uomo e alla persecuzione dei farisei. Parlò inoltre dell’orazione
e delle buone opere: per mettere in evidenza le disposizioni, con cui si doveva
pregare, raccontò la parabola del fariseo e del pubblicano. Nell’ascoltare
questa parabola, i farisei provarono tanta stizza, per la quale parevano in
procinto di assalire Gesù, perché evidentemente alludeva alla loro superbia e
presunzione.
GLI INNOCENTI E LA
PECCATRICE
Ma il Nazareno si avviò verso la città di Albez, dalla quale uscirono incontro
a Lui molti bambini, bambine e giovinetti agitando corone di fiori e iscrizioni
di esultanza, vergate su nastri multicolori. Quella gioiosa schiera d’innocenti
accompagnò poi il grande Profeta con acclamazioni quasi trionfali. Ai
discepoli però, che accompagnavano il divin Maestro, sembrava molesta la
presenza di quei vispi ragazzini, ma Gesù disse loro: – Lasciate che essi
vengano a Me! – Allora i piccoli si strinsero d’intorno a Lui che li abbracciava
e benediceva amorevolmente.
Alla città di Dabrath, il Salvatore fu avvicinato da una donna ricca, ma
peccatrice, la quale, dopo di essersi gettata ai suoi piedi, sospirò: – Signore! Vi
possono essere perdono e grazia anche per me? Io non posso più vivere così...
Ho peccato anche contro mio marito, e ho ingannato inoltre l’uomo, che abita
di fronte alla mia casa...
Dopo la sincera e accorata confessione delle sue colpe, Gesù disse alla
peccatrice pentita:
– Alzati! I tuoi peccati ti sono rimessi.
Allora la donna si alzò rasserenata da quelle amorevoli parole e poi si tolse
di dosso i gioielli che l’adornavano: braccialetti, anelli, collane e vezzi
preziosi, che consegnò ai farisei, affinché li distribuissero ai poveri.
IL FIGLIO DELL’UFFICIALE
Entrato nella sinagoga, il divin Maestro parlò della nascita di Esaù e di
Giacobbe con riferimento, al suo tempo.
I due gemelli – disse – lottavano già nel seno materno: avvenimento che
attualmente si verifica tra la sinagoga e le pie persone. La legge dura nacque
per prima come Esaù, il quale vendette però il suo diritto di primogenitura per
un piatto di lenticchie; lo vendette a Giacobbe che poi ricevette la benedizione
e l’eredità paterna; perciò lo stesso Esaù dovette servire il grande popolo di
Giacobbe. – I farisei non poterono contraddire il Nazareno, ma quando la
gente uscì dalla sinagoga, Lo bloccarono lungo un corridoio per rivolgergli
molte domande capziose. Gesù però rispose loro in modo da ridurli al
silenzio, tanto erano convincenti le sue logiche argomentazioni.
Il Nazareno proferì espressioni profetiche riguardo alla città di Gischala
dominante da un promontorio. Là era nato Saulo, i cui genitori erano andati
poi a Tarso. L’Apostolo delle genti, dopo la sua conversione, predicò lassù
con molto zelo. La casa dei suoi genitori, al tempo di Gesù, era abitata da un
ufficiale pagano di nome Achia, capitano della locale guarnigione romana.
Achia era buono e desiderava un favore dal Nazareno. Si presentò quindi a
Lui e, dopo un rispettoso inchino, Gli disse: – Maestro, non disprezzare il tuo
servo. Abbi compassione del mio caro figliuolino ammalato...
Ma Gesù rispose: Conviene dare il pane ai figli di casa, prima che agli
stranieri –. Achia però, soggiunse: – Signore! Io credo che Tu sia l’inviato da
Dio a compimento della promessa. Credo che Tu mi possa esaudire, poiché hai
detto che chiunque crede in Te non è straniero, ma figlio. Abbi, dunque, pietà
del mio figliuoletto!
Allora il Salvatore concluse: – Per la tua fede ti esaudisco! – E dopo queste
rassicuranti parole, si avviò verso la casa nativa di Saulo, dove abitava
l’ufficiale con la sua famiglia: era una residenza migliore delle case comuni,
dove dimoravano i giudei. Achia accompagnò il Redentore al centro della
casa, dove i servi trasportarono il piccolo infermo, sul suo giaciglio, davanti
al divin Visitatore. Quel figliuolino, di appena sei anni, era muto e rattrappito;
egli osservava Gesù con occhi intelligenti.
Il Redentore pregò, poi prese il bambino tra le braccia per stringerselo al
cuore; quindi gli toccò la lingua con un dito. Quando lo consegnò ai genitori,
che assistevano trepidanti a quella scena, il bimbetto era perfettamente risanato:
chiamò per nome gli autori dei suoi giorni che ne gioirono e lo abbracciarono
commossi.
Il Redentore disse loro: – Prendete questo bambino! Non sapete che tesoro vi
è affidato... Oggi l’avete ricevuto in perfetta sanità, ma domani vi sarà
richiesto.
Allora quei genitori si gettarono ai piedi del divin Taumaturgo che li
benedisse e poi parlò amorevolmente anche con il miracolato. Quindi accettò
l’invito a pranzo, al quale parteciparono anche i discepoli, dentro un’altra sala.
Prima di accomiatarsi da questa famiglia, il Salvatore disse ad Achia che
andasse a Cafarnao per ricevere il Battesimo e mettersi in relazione con
Zorobabele. Il graziato Jefte, suo figlio, divenne poi uno zelante discepolo
dell’Apostolo Tommaso.
LA MADDALENA
Dopo la refezione, il Nazareno s’incamminò lungo una valle, verso la città di
Gabara, vicina a una montagna con la stessa denominazione. Prima di avviarsi
verso quella località, Egli aveva mandato chi preannunziasse ai cittadini che
avrebbe predicato su quell’altura, dove Lo attendeva una sessantina di zelanti
discepoli.
Anche la Maddalena si avviò verso Gabara per ascoltar la parola del divin
Maestro. Vi era invitata da Marta che la trattava con bontà e prudenza.
Maddalena, con varie amiche, giunse tempestivamente sulla montagna, dove
trovò moltissima gente riunita. Parte degli uditori aveva perfino innalzato
tende per meglio sistemarsi lassù. Anche Maddalena occupò una zona, dalla
quale le sarebbe riuscito agevole ascoltar la parola del Salvatore. Egli, con i
suoi discepoli, giunse qualche ora dopo sulla parte più elevata; i farisei e gli
erodiani invece vi arrivarono in seguito.
Quella predicazione fu una delle più energiche ed efficaci. Prima di pregare,
il Salvatore raccomandò agli astanti di non scandalizzarsi se avesse chiamato
Dio suo Padre, poiché come disse, «chiunque fa il divino volere è figlio di
Dio». Da parte sua Gesù comprovò di far la volontà del proprio Padre, che poi
pregò ad alta voce per iniziare così una severa predicazione, come facevano
gli antichi profeti. Dimostrò quindi la venuta del Messia per il compimento dei
vaticini messianici. Poi rimproverò con molta severità i farisei e i sadducei.
Parlò dell’ira divina e del vicino giudizio, della distruzione di Gerusalemme
e quindi del Tempio; alluse inoltre ai flagelli che avrebbero colpito il popolo.
Spiegò alcune profezie; poi parlò del Messia e di un nuovo sacrificio puro e
consistente in un nutrimento; perciò giudico ch’Egli trattasse della Messa e
dell’Eucaristia. Descrisse pure la venuta del Messia nell’ultimo giorno, e i
motivi di gioia per quanti avrebbero temuto Iddio.
Ai discepoli disse che li voleva mandare ovunque per predicarvi la salute.
Raccomandò loro di non badare né ai farisei né ai sadducei e neppure agli
erodiani, dei quali parlò spesso. Essi perciò s’irritarono.
Durante una pausa di Gesù, Gli si domandò se quella montagna e il paese si
sarebbero sprofondati. Egli rispose: – A Sodoma sprofondarono tutte le pietre,
ma non tutte le anime, perché non avevano avuto né leggi, né profeti –. Parlò
poi della propria discesa agli inferi, dove avrebbe liberato molte di quelle
anime. E soggiunse: – A voi è dato tutto, poiché siete il popolo eletto e
destinato a essere il popolo di Dio: venite istruiti e vedete il compiersi delle
promesse. Ma se ora disprezzaste la salute e rimaneste increduli, non
sarebbero le pietre e le montagne a disobbedire al Creatore, ma i vostri cuori
di macigno e le vostre anime insensibili come selci. La vostra sorte sarebbe
perciò peggiore di quella riservata agli abitanti di Sodoma.
Tuttavia, dopo aver pronunciato parole così severe, Gesù si commosse e con
grande bontà invitò a Sé i peccatori. Pregò affinché suo Padre muovesse i
cuori a penitenza, e convertisse specialmente le anime più colpevoli e in
pericolo perciò di perdersi eternamente. Affermò che, per salvare anche
un’anima sola, avrebbe voluto sacrificarsi per essa fino a pagare, con la sua
stessa vita, il prezzo della sua salvezza. Poi aperse le braccia ed esclamò: –
Venite tutti a Me, o voi che siete stanchi e oppressi! Venite, fate penitenza,
credete in Me e parteciperete al mio Regno! – Intanto protendeva le braccia
anche verso i farisei.
Nell’ascoltar le sue amorevoli parole ed esortazioni, dapprima Maddalena
aveva arrossito e si era commossa; poi cominciò a piangere sotto il velo, che
le copriva il viso. Quando il Redentore si era rivolto amorevolmente ai
peccatori, si era notato un brusìo tra la moltitudine, e allora anche la
Maddalena, con le sue amiche, si era avvicinata a Lui. Allorché poi il Salvatore
si era dichiarato disposto a sacrificarsi anche per la salvezza di un’anima sola,
la Maddalena si era talmente commossa, da essere in procinto di gettarsi ai
suoi piedi. Ella aveva già mosso un passo verso di Lui, ma le amiche
l’avevano trattenuta per non causargli molestia; esse si riservavano però di
presentarsi a Lui in un altro tempo più opportuno.
Ma Gesù, che intuiva quanto si svolgeva nell’animo di lei, aggiunse poi con
bontà: – Se anche una sola scintilla di pentimento, di amore, di fede, di
speranza e di penitenza fosse caduta, per le mie parole, su di un cuore,
desidero che essa divampi in un fuoco di purificazione. Faccio voto che quel
cuore fruttifichi e si rianimi; vorrei proteggerlo e farlo fiorire così da poterlo
presentare al Padre mio...
Queste parole rasserenarono la peccatrice che ritornò ad assidersi tra le sue
compagne.
Ella seguì poi Gesù e attendeva un’opportuna occasione per avvicinarlo, ma
il Salvatore se ne allontanava per misteriosi motivi.
A sera avanzata, il Nazareno discese, con i suoi discepoli, dalla montagna.
Giunto alla città, mentre si avviava verso l’abitazione di Zabulon, Egli vide
tanti poveri e ammalati, che imploravano pietà.
Il divin Taumaturgo si rivolse a essi per consolarli e guarirli.
Intanto arrivava Simone con altri farisei per invitare il Salvatore a cena,
poiché Lo si vedeva stanco e affamato. Ma Simone voleva allontanare da Lui i
poverelli che Gli davano fastidio, perché ingombravano le adiacenze del suo
palazzo. Il Salvatore però gli disse: – Questi sono i miei invitati! Verrò quindi
a mensa soltanto quando questi affamati saranno serviti.
Simone e i farisei dovettero perciò rassegnarsi alle sue disposizioni di far
servire la cena ai miracolati e agli indigenti che furono sistemati dentro il
cortile illuminato da torce a vento.
Mentre poi il Salvatore si trovava a mensa, mandava gli alimenti migliori ai
poverelli mediante i discepoli, che li servivano e cenavano con loro.
Durante il convito, il divin Maestro insegnava, e a un tratto i farisei
intavolarono con Lui un’aspra discussione. In quel momento la Maddalena, che
si era avvicinata alla soglia della scala con le amiche, entrò con la testa coperta
di un velo tenendo tra mano un grazioso vasetto di profumo. Ella si avanzò
svelta e disinvolta verso il Redentore; poi si prostrò ai suoi piedi in
atteggiamento di devozione; quindi versò l’unguento sulla testa di Lui, e allora
il profumo di esso si diffuse per tutto il salone. Poi la Maddalena si ritirò
mentre, interrotta la discussione, i convitati osservavano in silenzio il Profeta e
la «peccatrice» con occhi interrogativi.
Intanto alcuni commensali commentavano in sordina la scena, alla quale
avevano assistito con sorpresa, mentre altri se ne mostravano scandalizzati.
Finalmente Gesù ruppe quel silenzio imbarazzante per tutti e disse al padrone
di casa:
– Simone, tu pensi che non fosse conveniente, per me, lasciarmi profumare
la testa e toccare da quella donna perché peccatrice. Ma rifletti: quantunque
colpevole, ella ha fatto ciò per amore; ciò che invece non hai fatto tu, che non
mi hai neppur lavato i piedi, mentre è usanza trattare così gli invitati a mensa...
– Quindi il Nazareno si rivolse alla Maddalena e le disse: – Va’ in pace! Ti è
stato molto perdonato...
Allora la Maddalena gli baciò i piedi, e poi uscì dalla sala per riunirsi alle
amiche che l’attendevano presso la soglia.
Gesù continuò a parlare di lei e a discutere sulla inopportunità di giudicar gli
altri per criticarne le colpe, mentre la maggior parte di chi giudicava così
nascondeva peccati molto più gravi.
Intanto la Maddalena era commossa poiché il suo cuore sentiva grande
ammirazione per il Salvatore. Aveva osservato che i farisei a mensa non
L’onoravano, ma Lo fissavano con occhi ostili, mentre ella Lo giudicava il più
ammirabile Santo, il più amabile e portentoso dei maestri. Ecco perché aveva
voluto supplire, con il suo omaggio, alla deficienza dei farisei, che non Lo
trattavano come Egli meritava.
Le parole di Lui: – Anche se un solo peccatore venisse a Me –, non le aveva
dimenticate. Intanto osservava il vasello vuoto dei profumi, contenta di averlo
versato tutto sui morbidi capelli del Maestro così amorevole e generoso verso
di lei nonostante la sua indegnità di peccatrice.
Durante il ritorno verso il suo alloggio, ella fu accompagnata dalla sorella
Marta. Costei desiderava ch’ella restasse a Betania stabilmente, o almeno per
un po’ di tempo, ma la sorella volle ritornare a Magdala anche per ordinare le
proprie cose. Intanto non faceva che parlar della mansuetudine, della
magnanimità e dei prodigi di Gesù, ai quali aveva assistito. Soggiunse che
intendeva seguire il Nazareno in avvenire, e quindi sarebbe presto ritornata a
Betania per stabilirvisi insieme con la famiglia.
Maddalena aveva la statura più alta di quella di Marta ed era molto più
avvenente di lei; Dina era più attiva, servizievole e amabile, ma la Vergine
superava tutte per la sua incomparabile bellezza e dignità. Dal viso di Lei
trasparivano una nobiltà, un candore e un’amorevolezza ineffabili; le sue
eccelse qualità, mirabilmente armonizzate nella sua affascinante persona, La
rendevano indiscutibilmente superiore a qualunque altra donna. Era inoltre
così pura, semplice, serena, affabile, caritatevole e benevola, da riuscire una
stupenda immagine del suo divin Figliuolo. Talvolta La vidi silenziosa,
atteggiata a serietà e, a volte, mesta; mai però eccessivamente malinconica;
perfino quando piangeva, il suo aspetto era dignitoso, attraente e suggestivo.
Ma la Maddalena non tardò molto a ricadere nelle colpe del suo tristo
passato; anzi, perché attirata dalle lusinghe, e imprudente nel non sottrarsi alle
occasioni peccaminose, cadde più gravemente di prima. Per tali cadute, lo
spirito del male acquistò maggior dominio su di lei, e la tentò con maggior
violenza che nel passato, poiché temeva di perderla per sempre. Ella parve
perfino ossessionata, poiché andava soggetta a frequenti convulsioni e a
spasimi, provocati in lei dal re delle tenebre.
FEDE E PERVERSITÀ
Mentre il Nazareno si avviava verso la casa del centurione Cornelio, del
quale la Vergine gli aveva parlato, incontrò due messaggeri di lui, che Lo
pregavano di guarirgli un servo infermo. Gli dissero che il loro comandante
meritava di essere da Lui favorito, anche perché amico dei giudei, ai quali
aveva fatto edificare una sinagoga a proprie spese.
Egli rispose loro che sarebbe andato a casa sua; ma quando Cornelio apprese
che il grande Profeta si avvicinava alla sua abitazione, Gli corse incontro e,
allorché Lo vide, si prostrò dinanzi a Lui per dirgli: – Signore, non sono
degno che Tu entri sotto il mio tetto... Basta che Tu dica una sola parola per
risanare il mio servo, poiché io stesso, quantunque uomo senza importanza, e
soggetto ai superiori, se dico a un mio dipendente di fare una cosa egli la fa...
Tanto più, dunque, basterà che Tu dica al mio servo di guarire, perché egli
guarisca...
All’udir queste parole, il Salvatore si rivolse ai circostanti per dir loro: – Vi
dico in verità di non aver mai ammirato tanta fede in Israele... Sappiate che
molti verranno da oriente e da occidente e staranno con Abramo, Isacco e
Giacobbe in Cielo, mentre invece molti israeliti, benché eredi del Regno di
Dio, resteranno tra le tenebre, dove saranno clamore e stridor di denti.
Rivolto poi al centurione, concluse: – Va’ e si faccia come tu hai creduto! –
Allora Cornelio corse a casa, ma mentre vi giungeva, vide all’uscita di essa il
servo già guarito e sereno.
Intanto i farisei e i sadducei avevano stabilito di cacciar Gesù dalla sinagoga
e di arrestarlo. Mentre Egli predicava in essa, la loro ira contro di Lui
divampava e li induceva ad afferrarlo, ma proprio allora avvenne un
improvviso tumulto.
Un indemoniato, dopo avere spezzati i legami, era entrato nella sinagoga
come una furia. Emettendo urla da forsennato, egli si avanzò fino al sito dove
stava il Redentore, ed esclamò:
– Gesù di Nazaret, cosa dobbiamo far noi con Te che sei venuto a cacciarci
di qui? Io so chi sei: sei il Santo di Dio!
Ma il Salvatore non si turbò e impose con voce ferma: – Taci ed esci da
costui!
Allora il demonio uscì come un oscuro vapore alla presenza degli astanti che
furono quindi testimoni della straordinaria potenza del divin Taumaturgo. Gli
stessi farisei rimasero sorpresi e dissero: – Ma chi è mai quest’Uomo, al quale
perfino i demoni ubbidiscono? – Essi, dopo quell’avvenimento, non ebbero
più l’ardire di arrestare il Nazareno.
Anche il giorno successivo, Egli tornò alla sinagoga per insegnare. Intanto i
suoi avversari dicevano tra loro: – Non possiamo far nulla, attualmente, contro
di Lui, perché l’entusiasmo del popolo è troppo grande. Procureremo perciò
d’interrompere qualche volta la sua predicazione, e poi riferiremo ogni cosa
al sinedrio di Gerusalemme.
IL DOMINATORE DELLA MORTE
La città di Naim è amena e risultante di abitazioni bene edificate. Gesù si
avviava verso di essa, di mattino, accompagnato da circa una trentina di
persone, quando, presso la porta della città, incontrò un corteo funebre che
accompagnava alla sepoltura un giovane defunto. Il feretro, sul quale giaceva
la salma, era trasportato da robusti uomini. Quando lo vide, il Nazareno
comandò ai portatori di deporlo al suolo.
Poiché la madre del defunto stava a pochi passi dal Salvatore e singhiozzava,
Egli le disse: – Non piangere!
Tutti compassionavano la desolata vedova, anche perché tanto caritatevole.
Chiesta dell’acqua e un ramoscello, il Redentore disse ai portatori: – Slegate il
cadavere! – Intanto Egli alzò gli occhi al Cielo e pregò così: – Io Ti adoro, o
Padre Signore del Cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai savi e
prudenti del mondo per rivelarle ai semplici! Venite tutti a Me voi che siete
stanchi e desolati, ché Io vi consolerò!
Quando i portatori sciolsero le bende alla salma, che prima mi sembrava una
mummia, apparvero il viso e le mani di essa. Gesù benedisse l’acqua, dentro la
quale immerse il ramoscello d’issopo e poi asperse i presenti. Allora vidi
uscir da alcuni degli astanti larve di serpenti, di uccellacci neri e di rospi;
intanto le persone, dalle quali esse uscivano, si rasserenavano. Poi il Redentore
spruzzò anche il defunto, dal quale vidi uscire un’ombra oscura in forma dì
nuvoletta. Quindi il Re della vita e della morte disse al giovane: – Alzati! –
Allora egli sorse dal feretro e guardò d’intorno a sé con occhi dilatati dalla
sorpresa. Gesù soggiunse: – Dategli un indumento! – Lo si coperse con un
manto. Ma il giovane, ritto in piedi sul feretro, esclamò: – Che cosa mai
succede? Come sono giunto fin qui? – Gli misero i sandali ai piedi e poi il
Salvatore lo prese per mano per consegnarlo a sua madre. Le disse: – Ecco tuo
figlio, ma io te lo richiederò rinato mediante il Battesimo.
La vedova era così fuori di sé per lo stupore, da non poter neppure articolar
parola per ringraziare Chi le aveva restituito l’unico figlio da Lui strappato
alla morte. Non faceva che piangere, mentre stringeva al cuore il figliuolo
redivivo. Intanto il popolo cantava inni di gioia e di ringraziamento.
Il Nazareno accompagnò la vedova e il figlio a casa: una bella abitazione con
giardini e ampi cortili. Anche ai suoi discepoli, che Lo accompagnavano
furono lavati i piedi; poi la vedova offerse un banchetto al divin Taumaturgo e
agli stessi discepoli. Durante il convito, la donna fece un’abbondante
distribuzione di alimenti e di denaro ai poverelli. Lo stesso redivivo, rivestito
di una candida tunica, distribuì le cibarie agli affamati, raccolti dentro lo
spazioso cortile.
Dopo la refezione, il divin Maestro rivolse la parola ai presenti per insegnar
loro a confidare nella Provvidenza e a lodar sempre l’Altissimo, mirabile
nelle opere sue. Nel parlare al giovane risuscitato, esponeva verità che
riuscivano proficue anche ai presenti.
Molti ammalati affollavano le vie di accesso all’abitazione della vedova, e il
Nazareno, sempre benevolo, ne risanò molti; Egli fece anche ritornar la pace
in tante famiglie. Per dimostrare l’indissolubilità del matrimonio, mescolò
acqua e latte; poi disse ai suoi uditori: – Separatemi questi due liquidi e lo vi
darò la carta di separazione. – Anche con questo paragone, riuscì a conciliare
coniugati in procinto di separarsi.
IL MAGGIORE TRA I NATI DI
DONNA
Quando il Nazareno lasciò Naim, fu accompagnato da molti ammiratori che
agitavano, per fargli onore, palme e rami verdi, cantando salmi per
esprimergli stima e gratitudine. Alla risurrezione dell’adolescente di Naim
erano presenti anche alcuni discepoli del Battista, i quali, nel ritornare presso
il prigioniero, gli dissero: – Tutto ciò abbiamo visto operar da Lui che risana e
consola; s’interessa perfino di stranieri... Ma perché non fa lo stesso per
liberarti?
Giovanni inviava continuamente discepoli al Nazareno affinché Lo
visitassero e assistessero ai suoi prodigi.
Mentre il Salvatore passava da Naim alla città di Megiddo, il Battista mandò a
Lui due inviati affinché chiedessero al Salvatore di parlar chiaramente chi Egli
fosse: se Messia e Figlio di Dio, poiché desiderava che cessasse, tra i propri
discepoli, ogni dubbio a riguardo della sua missione e divinità.
Gesù aveva ricominciato a guarire ammalati, quando giunse a Lui la
commissione incaricata di interrogarlo. Tra gli inviati di Giovanni v’era
qualche insidioso o mosso da zelo indiscreto. Qualcuno di loro era geloso,
perché il Battista non operava miracoli e Gesù invece ne faceva in una
notevole quantità. Qualcuno s’indispettiva perché Giovanni diceva grandi
verità e magnificava il Signore; eppure il Nazareno non si preoccupava di
liberar dal carcere il suo precursore. Molti ascoltavano gli insegnamenti del
Salvatore riguardo al regno, ma non riuscivano a comprenderlo.
I messi del Battista, che avevano ammirato i prodigi operati dal divin
Taumaturgo, si avvicinarono a Lui per dirgli: – Giovanni ci ha inviati a Te per
rivolgerti questa domanda: – Sei Tu che devi venire, oppure dobbiamo
aspettarne un altro?
Allora Gesù rispose loro: – Riferite a Giovanni quanto avete visto e udito: i
ciechi vedono, i sordi odono, i morti risorgono, e beati coloro che non si
scandalizzano di Me.
Partiti gli inviati, il Redentore si rivolse agli astanti e disse loro: – Udiste lo
stesso Battista predicar la penitenza e quanto egli disse di Me. Perché dunque
dubitate? Che cosa volete ancor sapere da lui? Chi siete andati a vedere? Una
canna sbattuta da ogni vento? Oppure un uomo vestito con eleganza? Ma quanti
vestono elegantemente vivono nei palazzi dei re. Siete forse andati a vedere un
profeta? Sì, vi dico: più che un Profeta! Egli è colui del quale sta scritto: «Ecco
che io mando il mio Messaggero, affinché prepari il cammino davanti a Te. Vi
dico in verità: tra i nati di donna non v’è alcuno più grande di Giovanni.
Tuttavia il più piccolo del regno di Dio è maggiore di lui. Dal tempo del
Battista, il Regno dei Cieli patisce violenza e i violenti lo rapiscono. Tutti i
Profeti e la legge fino a Giovanni hanno vaticinato ciò; se lo volete credere,
egli è Elia che deve venire. Chi ha orecchi per intendere, intenda!
Benché tutti gli uditori di Gesù credessero a Lui commossi e convinti dalle
sue parole, i farisei e gli scribi provavano indignazione e ne erano
scandalizzati.
Tra gli ascoltatori del divin Maestro, Gli rivolgevano domande con maggior
frequenza Giacomo il maggiore, Giuda Barsaba e talvolta anche Pietro.
Giovanni invece, figlio di Zebedeo, ascoltava tutto con una semplicità quasi
infantile, senza interloquire, né preoccuparsi.
Prima che i quattro erodiani si licenziassero, il Nazareno impartì loro alcune
norme da osservare con certe classi di persone. Disse: – Quando si
avvicinassero a voi persone di mondo, le conoscerete dalle domande,
apparentemente mansuete, ma rivolte in realtà per indagare a scopo di
spionaggio. Quelle persone in parte si conformano alla verità e, in parte, la
contraddicono nel trattare gli argomenti, dei quali hanno pieno il cuore. Da
costoro deve allontanarsi chi non sia ancora in grado di rispondere alle loro
obiezioni, e ciò per non cadere tra i lacci tesi da essi. Invece Gesù non
licenziava quegli spioni, poiché li conosceva bene ed era necessario che essi
ascoltassero i suoi insegnamenti.
MALIGNITÀ E INNOCENZA
A Cafarnao, due giovani scribi venticinquenni, che per i loro vizi avevano
contratto la lebbra, pregarono il divin Tuamaturgo di essere guariti. Il
Nazareno li risanò in giorno di sabato, dopo avere rivolto loro opportune
esortazioni. Ma i farisei, nell’assistere a quella prodigiosa guarigione,
protestarono come energumeni: – In giorno di sabato Tu guarisci e rimetti i
peccati... – dissero al Nazareno. – Ma come puoi Tu perdonare i peccati? –. Poi,
tra loro, in sordina: – Egli ha il diavolo che lo aiuta... È un indemoniato
furioso! Lo si riconosce dal modo con cui corre da ogni parte... Appena
termina il suo spettacolo, se ne va a Naim, dove risuscita i morti; quindi corre
a Megiddo e poi nuovamente qua. Tutto ciò non si può fare da un uomo sano di
giudizio. Evidentemente ha un cattivo spirito che lo aiuta. Appena Erode avrà
risolto il problema con Giovanni, allora verrà anche il turno di Costui, a meno
che Egli non sfugga.
Il Redentore passò imperturbabile tra i suoi denigratori; invece le pie Donne
piangevano all’udir tali minacce contro di Lui.
Mentre il divin Taumaturgo, nel passar davanti alla sinagoga, guariva alcuni
infermi, il capo di essa si gettò ai suoi piedi per pregarlo di andare presso una
sua figlia moribonda. Ma quando il Salvatore acconsentì a seguirlo, giunsero
messaggeri dalla casa di Giairo per dirgli: – Tua figlia è morta; non
importunare il Maestro.
Il Salvatore disse a Giairo: – Non temere! Abbi fede e sarai confortato...
Quando arrivarono all’abitazione, dentro la quale giaceva la giovane
defunta, si videro molti dolenti vestiti a lutto, e donne che piangevano davanti
all’entrata e dentro il cortile della casa. Allora Gesù prese con Sé soltanto
Pietro, Giacomo il maggiore e Giovanni; poi, nel rivolgersi alle ploranti,
disse loro: – Perché piangete? La fanciulla non è morta, ma dorme...
Ma la gente, che gremiva il cortile, cominciò a burlarsi di Lui, poiché tutti
sapevano ormai che l’adolescente era morta. Intanto il Nazareno entrò
nell’ambiente, dove stava la madre della defunta, con le domestiche intente ai
preparativi funebri. Quando il Salvatore si avvicinò al cataletto sul quale
giaceva la salma della defunta, i genitori di lei e i discepoli di Gesù rimasero
in un angoscioso silenzio a osservare. La madre non aveva fiducia;
l’archisinagogo invece era fiducioso nella potenza taumaturgica del divin
Profeta, ma non voleva urtar la suscettibilità dei farisei. Soltanto l’angustia e
l’estrema necessità l’avevano indotto a implorare la potenza del Nazareno. Se
Gesù avesse rievocato alla vita la diletta figliuola, Giairo avrebbe riaffermato
la propria fiducia in Lui; se invece Egli non vi fosse riuscito, l’archisinagogo
non si sarebbe inimicato i farisei, perché la delusione li avrebbe fatti
ringalluzire. Giairo però sperava, perché la guarigione del servo di Cornelio
lo induceva ad avere fiducia e speranza nell’intervento del divin Taumaturgo.
La fanciulla era appena sulle soglie dell’adolescenza. Indossava un’ampia
veste. Gesù l’alzò facilmente per alitarle sul viso. Allora vidi una scena
mirabile. La salma era come circonfusa da un nimbo luminoso, e quando il
Nazareno soffiò su di lei, attraverso le labbra semiaperte della defunta entrò
una figura umana e radiosa di luce. Poi il Salvatore ne depose il cadavere sul
cataletto e quindi, nel prenderle la destra, con voce imperativa le disse: –
Giovinetta, alzati!
Allora l’adolescente si alzò a sedere sul cataletto. Spalancò gli occhi con
gioiosa sorpresa; poi, sorretta dal Redentore, discese di là per andar verso i
genitori che avevano assistito a quella commovente scena, prima con
trepidazione e timore, poi con una inesprimibile gioia.
Il Nazareno disse loro di ristorar la figliuola rediviva e raccomandò di
evitare strepito. Dopo che i genitori Lo ebbero ringraziato, Egli uscì dalla
camera ardente, ma la madre della risuscitata non aveva ringraziato il divin
Taumaturgo con molta espansione. Perciò il Redentore, nell’alludere a quella
risurrezione, dichiarò che la fede di quella gente era difettosa, e non rette
erano le loro intenzioni; che l’adolescente però era ritornata alla vita per il
proprio bene e per la gloria di Dio; che finalmente ella era morta
nell’innocenza e quindi con l’anima in pace con il Signore.
LA VOCAZIONE DEL
GABELLIERE
Il divin Maestro, per parlare alle turbe presso il lago, dove Pietro pescava,
salì per la prima volta sulla barca di lui. Di là si rivolse ai pagani per esporre
loro le belle parabole del seminatore, della buona semente e della zizzania.
Quando Matteo, il gabelliere occupato con gli aiutanti, scorse il Nazareno
venir da un promontorio verso di lui, provò rossore e si ritirò nell’interno
della sua abitazione. Appena però chiamato dal Salvatore, Matteo ne uscì
premuroso e si gettò ai suoi piedi per dirgli che non si giudicava degno né di
essere nominato, né di essere interrogato da Lui. Ma il Salvatore gli disse: –
Alzati e seguimi!
Allora il gabelliere si dichiarò disposto a lasciar tutto per seguirlo; difatti lo
seguì subito con gli altri discepoli. Poiché aveva quattro figli, parlò alla
consorte della grande degnazione per la quale Gesù lo aveva chiamato alla sua
sequela. Benché egli dovesse abbandonare ogni cosa e perfino la casa, la
moglie non protestò, ma ne gioì. Matteo aveva allora quasi l’età di Pietro; di
statura regolare e ben formato nella persona, aveva un aspetto imponente e i
capelli corvini. A mezzogiorno del dì seguente, Gesù entrò con i discepoli in
casa di Matteo, dove si erano radunati molti pubblicani. Presso
quell’abitazione si trovavano anche alcuni farisei e qualche discepolo del
Battista, i quali però non vi entrarono, poiché essa apparteneva a un
pubblicano. Matteo accolse il divin Maestro e i suoi discepoli con deferenza e
umiltà. Lavò i piedi a tutti. Allora si chiamava Levi.
SALVACI, MAESTRO
Allorché. il giorno successivo, il Salvatore camminava in riva al lago, i
discepoli Pietro e Andrea erano in procinto d’imbarcarsi per gettar le reti sulle
acque. Ma Gesù li chiamò a Sé e disse loro: – Venite e seguitemi, poiché vi
voglio far pescatori di uomini!
Allora essi lasciarono subito le reti e la imbarcazione.
Un po’ più in là, v’era la barca di Zebedeo con i figli Giacomo e Giovanni.
Gesù chiamò anche costoro, i quali Gli si accostarono subito. Da notarsi che
Pietro, oltre le barche, possedeva anche alcuni campicelli e armenti da lavoro;
lasciare tutto ciò non era poco.
Poi il Salvatore salì sulla barca di lui con i suoi dodici e con Saturnino, e si
navigò verso Tiberiade. Pareva che il Nazareno volesse evitare il concorso del
pubblico, anche perché molto stanco. Si sistemò sulla parte superiore
dell’imbarcazione, dove si assopì.
Allorché si cominciava a navigare, il lago era tranquillo e il cielo sereno, ma
poi, durante la traversata, si sollevò una formidabile tempesta. Soffiava un
ventaccio impetuoso, alle cui possenti raffiche le onde si accavallavano
sferzando furiosamente la barca. Le vele riuscivano ormai inutili e frequenti
lampi scalavano il cielo d’inchiostro. Perciò i naviganti s’impaurivano, perché
incombeva un serio pericolo di naufragare. Preoccupati e sgomenti, essi
destarono Gesù per dirgli:
– Salvaci, Maestro; altrimenti periamo!
Ma il Nazareno non si sgomentò. Alzatosi, dominò, con lo sguardo severo
ma tranquillo, il lago burrascoso e poi, come se parlasse alla tempesta,
esclamò: – Taci! – E succedette una sorprendente bonaccia.
A tale stupefacente cambiamento, tutti i naviganti si meravigliarono; essi
quindi dissero tra sé: – Chi è mai Costui che comanda perfino ai venti e alle
onde?
UNA IMPORTANTE
TESTIMONIANZA
Vidi poi Gesù andare con i discepoli verso Corozaim, dove si era radunata
una innumerevole moltitudine di persone. Osservai il Salvatore prendere
delicatamente un bambino per mano, e condurlo di qua e di là arbitrariamente.
Egli disse allora, che così si sarebbero dovute lasciar governare le genti da
Dio, senza mai resistere alla sua volontà, né ribellarsi e protestare contro le
sue provvidenziali disposizioni.
Intanto, da quando Gesù aveva cominciato ad attirare a Cafarnao tanta gente,
quella città aumentava di ricchezza e d’importanza. Giunsero a Cafarnao da
Macheronte anche vari messaggeri inviativi dal Battista. Perché volevano
intendersi con i capi della città, da parte degli arrivati all’antisala della
sinagoga, essi consegnarono alla commissione dei farisei un rotolo lungo e
stretto. Era uno scritto di Giovanni: una testimonianza chiara, ma severa contro
di essi riguardo a Gesù. Mentre i farisei leggevano la pergamena e
parlottavano tra loro, i messaggeri cominciarono a dire al popolo quello che
il Battista aveva detto davanti a Erode e a molti che lo ascoltavano con
interessamento. Ma Giovanni voleva testimoniare più chiaramente chi fosse
Gesù, poiché non aveva ottenuto ch’Egli si manifestasse come desiderava.
Il Battista si esprimeva con grande entusiasmo. Dichiarava, tra l’altro, che
quel popolo di dura cervice non voleva riconoscere il Nazareno quale vero
Messia. Molti uditori si erano commossi, ed Erode si sentiva perciò
contrariato e inquieto; egli non aveva ancora intenzione di giustiziare il santo
prigioniero, benché costui prevedesse ormai imminente la propria fine.
Riguardo al sabato, Giovanni diceva: – Tutti devono non soltanto osservarlo,
ma anche santificarlo –. Ma notava che i farisei non l’osservavano, perché non
accettavano gli insegnamenti del Figlio di Dio che aveva istituito il sabato. Poi
soggiungeva che in Gesù si poteva unicamente sperare di salvarsi; che perciò
chi non credesse in Lui e non accettasse la sua dottrina sarebbe condannato. Su
quello scritto, il Battista proclamava pure Gesù Figlio di Dio e compimento
delle promesse dei Profeti; affermava che, quanto Egli diceva e operava, era
santo. Confutava tutte le critiche ed esortava a non respingere la salvezza.
A Cafarnao si erano radunati giudei di tutta la Palestina, i quali ascoltavano
attentamente la lettura di quello scritto. I farisei dicevano ai discepoli di
Giovanni, che non avrebbero posto ostacoli lungo le vie del Signore, se egli
non avesse mancato ai precetti della Legge e non avesse causato disordini.
Ammettevano inoltre che Gesù fosse dotato di grande potere e di grazia;
aggiunsero però che dovevano impedire disordini, poiché tutto doveva avere
una giusta misura. Osservavano che Giovanni, uomo retto, non poteva riuscire
a sapere, dalla sua prigione, quanto avveniva fuori di essa, anche perché egli
non era stato molto con il Nazareno.
Gesù parlò nella sinagoga, dove tutti Lo ascoltavano con grande
ammirazione. Nessuno Lo molestò e gli stessi farisei Lo ascoltavano con
segreta ammirazione, ma anche con gelosia e invidia. La testimonianza del
Battista, letta davanti al popolo, li aveva intimoriti.
IL DOMINATORE DELLA
NATURA
Alcuni discepoli avevano trascorso tutta la notte nel pescar sul lago, ma
senz’alcun risultato. Perciò Gesù disse a Pietro che procedesse con la barca
per gettar nuovamente le reti. Ma Pietro osservò: – Maestro, per tutta la notte
non siamo riusciti a pescar nulla... Tuttavia, – soggiunse – fiducioso nella tua
parola, getterò le reti.
Allora il Salvatore salì sulla sua imbarcazione. Anche altri discepoli
navigarono lungo la scia, che tracciava sull’acqua la barca di Pietro, al quale il
Nazareno indicò ove doveva gettar le reti.
Poi i pescatori navigarono verso Corozaim, e quando riuscirono a far salire
le reti alla superficie, esse erano così ripiene e pesanti che minacciavano di
rompersi. Allora tolsero i pesci, che misero in appositi ripostigli e
chiamarono in aiuto i pescatori che si trovavano sulla barca di Zebedeo.
Intanto erano impressionati per quell’abbondantissima pescagione, poiché non
avevano mai visto fino allora affluir dentro le reti tanti e così bei pesci.
Quando le reti furono un po’ alleggerite, i pescatori approdarono alla riva;
quindi, nell’annoverare i pesci, rimasero trasecolati per la loro qualità e
specialmente per il loro numero.
Perciò Pietro, ammirato e confuso, si gettò ai piedi del Nazareno per dirgli:
– Signore, allontànati da me, che sono peccatore!
Cominciava appena ad albeggiare, e i discepoli si convincevano, per
l’evidenza dei fatti, come fossero superflue le loro sollecitudini per procurarsi
il nutrimento.
Mentre poi il Nazareno predicava al popolo che gremiva la sinagoga, vide
Giairo triste e torturato dai rimorsi. La figlia di lui, richiamata alla vita dal
divin Taumaturgo, si trovava nuovamente in pericolo di morte per causa delle
colpe commesse dai genitori. Quando essi avevano veduto la figliuola
rediviva, non avevano espresso al Nazareno tutta la riconoscenza che Gli
dovevano; anzi, a poco a poco, avevano perfino perduto il rispetto di Lui e
anche la figliuola, prima ingenua, aveva perduto l’innocenza. Assalita poi da
un’alta febbre, la rediviva, in preda al delirio, giaceva in allarmanti condizioni.
I suoi genitori, benché convinti che quella ricaduta fosse causata dal loro
contegno punto edificante, non volevano riconoscere la propria colpa. La
madre, confusa e desolata, diceva al marito:
– Gesù di Nazaret avrà forse nuovamente pietà di noi?
Giairo, preoccupato e avvilito, aveva atteso quel sabato in cui il Salvatore era
ritornato alla sinagoga per insegnare. Quantunque l’archisinagogo si sentisse
indegno di un nuovo favore, pure era convinto che Gesù lo avrebbe potuto
esaudire, se avesse voluto.
Giairo però arrossiva di dover nuovamente ricorrere a Lui davanti alla
gente, per chiedergli la guarigione della figlia morente.
Per non dar troppo sull’occhio, egli attese che il Salvatore uscisse dalla
sinagoga troppo gremita per potersi avvicinare a Lui. Poi si gettò ai suoi piedi
per scongiurarlo di strappare alla morte la diletta figliuola.
Il Nazareno, sempre benevolo, indulgente e generoso, acconsentì a ritornare
alla casa dove la moribonda lottava ormai contro la morte, ma durante il
tragitto, giunse un messaggero inviato dalla madre per informare Giairo che
la figlia era già morta. Nonostante tale annunzio, il Redentore raccomandò al
desolato Giairo di aver fiducia nel suo potere taumaturgico.
Accompagnato da lui che singhiozzava, il Salvatore passò tra la folla che
faceva ressa alle adiacenze della casa dove giaceva la defunta; poco prima di
arrivare a destinazione, corsero davanti a Gesù la consorte di Giairo e un
sorella in preda alla costernazione.
Il Nazareno disse a Matteo e a Saturnino di restare tra la gente che affollava
il cortile; chiamati poi a sé Pietro, Giacomo e Giovanni egli entrò con i
genitori della defunta nella camera ardente, dove giaceva la sua salma
irrigidita sul cataletto.
Nel passare attraverso il giardino, il Salvatore aveva strappato un ramoscello
d’issopo; poi, appena entrato nella camera ardente, si fece portare una coppa di
acqua, che benedisse. Da notarsi che la defunta non aveva l’aspetto di quando
era morta la prima volta. Nell’accostarsi alla salma di lei, Gesù non disse,
come l’altra volta, che la giovanetta «dormiva»; la spruzzò soltanto con
l’acqua da Lui benedetta; poi pregò e quindi, presa per mano l’estinta, esclamò:
– Giovinetta! Te lo comando: alzati! –. Mentre il Redentore pregava, vidi come
un’ombra avvicinarsi al viso della defunta e poi entrarle attraverso la bocca.
Al comando del divin Taumaturgo, la estinta spalancò gli occhi; quindi si
eresse dal cataletto e poi si alzò come se si fosse destata da un pesante sonno.
Allora Gesù la riconsegnò ai genitori, che piangevano commossi e ammirati.
Quando caddero ai piedi del Nazareno, Egli rivolse a essi varie esortazioni per
indurli a far penitenza delle loro colpe, e a educare bene la figliuola, che pure
piangeva. Il Salvatore le disse come doveva comportarsi; la esortò a pregare,
ad aver fede nella Provvidenza e a far buone opere, anche in penitenza delle
sue mancanze.
Giairo fece subito distribuire una notevole parte delle proprie ricchezze in
beneficenza.
BONTÀ E POTENZA DEL
NAZARENO
Dopo che il Messia ebbe donata la vista a due ciechi, alcune persone di
Sefori, lontane parenti di S. Anna, condussero a Lui un uomo invasato da un
demonio muto. L’indemoniato, perché furioso, era legato con solide funi; il
demonio l’ossessionava da quindici giorni perché, come fariseo, aveva avuto
l’incarico di spiar Gesù, con cui aveva discusso. Perché aveva osato affermare,
in quella circostanza, che il Nazareno aveva un demonio, era stato punito con
l’ossessione diabolica e, tormentato dal re delle tenebre, voleva avventarsi
contro il Re della luce.
Ma Gesù comandò al demonio di uscir da quell’uomo. Allora dalla bocca di
lui vidi uscire un denso vapore, mentre l’ossesso cadeva in ginocchio davanti
al Salvatore per domandargli perdono dei suoi peccati.
Il Redentore glieli perdonò, ma gli diede anche una penitenza, che consisteva
nel digiunare, nel beneficar i poveri e nell’astenersi da certi alimenti assai
graditi al suo palato di giudeo.
Intanto i farisei erano assai irritati nel constatare che uno di essi aveva
implorato l’aiuto dell’inviso Profeta, e aveva perfino confessato
pubblicamente le proprie colpe.
Quando il Salvatore ritornò all’abitazione di Pietro, vide fra le donne di casa
anche Lea, il cui marito, che aveva a Nazaret, era fariseo e avversario del
Messia. Lea desiderava manifestare la propria fedeltà e adesione al Nazareno.
Mentre Gesù insegnava alle turbe, andarono verso di Lui la Vergine
accompagnata dalle pie Donne. Proprio in quel momento il divin Maestro
deplorava l’ostinazione dei giudei e la loro malizia; poi disse: «Beati i puri di
cuore perché vedranno Dio!».
Allora Lea che ascoltava quelle parole con devota attenzione, nel vedere
avvicinarsi la Madre di Gesù, esclamò: – Beato il seno che ti portò e il petto
che Ti nutrì!
Ma il Salvatore, rivolto dolcemente a lei, disse: – Beati piuttosto quanti
ascoltano la parola di Dio, la conservano e la mettono in pratica! -. Poi
continuò a insegnare.
Lea raccomandò intanto alla Vergine di pregare per la conversione di suo
marito, ed Ella vi acconsentì benevolmente. La semplicità della Madre di Gesù
era incantevole. Gesù La trattava sempre con filiale e serena cortesia, anche
perché calma, umile, soave, benevola e caritatevole. Tutti, perfino i nemici di
Gesù, La rispettavano, poiché avvicinava gli ammalati, i poveri e gli ignoranti,
per confortare, soccorrere e istruir tutti nel bene.
Durante il memorando sermone della montagna, il Nazareno spiegò la quarta
beatitudine. Tra gli innumeri suoi ascoltatori, si notavano anche alcuni soldati
romani. Essi avevano l’incarico di ascoltare gli insegnamenti del Nazareno e
di vigilar sul suo procedere per informarne poi le autorità. Erano circa un
centinaio di soldati. Inoltre molta gente discesa dalla montagna andò dove le
pie Donne avevano preparato pane e pesce per affamati. Perché bisognosi di
ristoro, quei montanari chiesero di che sostenersi ai discepoli di Gesù.
Il Salvatore benedisse quei pani e pesci, che poi i discepoli distribuirono ai
bisognosi. Benché le provviste fossero insufficienti, pure tutti gli affamati
ricevettero il necessario. Perciò la gente diceva: – Le provviste si moltiplicano
tra le mani di coloro che le distribuiscono.
Anche i soldati romani chiesero di quei pani per mandarli a Roma come
saggio di quanto avevano visto e udito. Gesù ordinò che si dessero loro i pani
rimasti disponibili dopo la distribuzione, e tutti ne ebbero a sufficienza anche
per conservarne quale ricordo.
I DUE INDEMONIATI
Dopo la prodigiosa moltiplicazione dei pani, il Salvatore riunì i dodici per
dar loro il potere di guarire gli infermi e di cacciare i demoni; agli altri
discepoli conferì la podestà di battezzare e d’imporre le mani. Disse poi
ch’Egli sarebbe rimasto sempre con loro per dividere tutto con loro.
Mentre il Nazareno giungeva a Gerasa, si videro due furiosi indemoniati, che
abitavano dentro caverne; quando uscivano di là, si ferivano e maltrattavano,
urlando disperatamente. Essi comparvero anche mentre il Salvatore si
avvicinava; da prima cercarono di nascondersi tra le rocce, e intanto
mormoravano con voce roca: – Ecco che viene Uno il quale è più potente di
noi!
Gesù protese le mani verso di loro, che si prostrarono al suolo, con la faccia
a terra. Poi alzarono il viso esclamando: – Gesù, Figlio dell’Altissimo, che
abbiamo noi da fare con Te? Perché sei venuto a tormentarci prima del tempo?
Ti scongiuriamo di non cacciarci! –. Intanto gli ossessi tremavano e si
contorcevano in un modo impressionante e pietoso.
Il Salvatore comandò che le loro persone seminude fossero ricoperte con il
tessuto di cui disponevano gli Apostoli. Quei miseri si adattarono forzatamente
a quell’indumento, mentre tra convulsioni scongiuravano Gesù di non
tormentarli. Poi il Salvatore domandò loro quanti fossero, ed essi risposero: –
Legione! –. Gli spiriti malvagi, che ossessionavano i due miserabili, dissero
poi che i cattivi desideri di quegli indemoniati erano molti. In un vigneto,
situato a poca distanza di là, v’era un grosso tino, dentro il quale si pigiava
l’uva mescolandone il mosto con il succo di certe erbe, per ricavarne una
specie di liquore che stordiva i bevitori. Esso si usava da coloro che si
mettevano in relazione con lo spirito delle tenebre.
Il Redentore comandò agli indemoniati, ossia alla legione dei demoni che li
ossessionava, di rovesciare al suolo quel tinozzo. Allora i due energumeni lo
afferrarono e, quantunque fosse pieno fino all’orlo, lo rovesciarono in modo
da spargerne al suolo tutto il contenuto. A quella vista, i vignaiuoli fuggirono
spaventati, gridando a squarciagola. Gli stessi Apostoli erano impressionati da
ciò che vedevano.
I demoni dei due ossessi protestavano intanto per non essere inabissati dentro
le voragini infernali; urlavano per non essere allontanati da quella regione.
Vista poi una mandra di porci, esclamarono:
– Lasciaci entrare in quei maiali!
Gesù acconsentì, e allora i due ossessi stramazzarono a terra con
raccapriccianti convulsioni, mentre usciva da loro come una nuvola greve e
cupa, dentro la quale si scorgevano scorpioni, rospi, rettili e lombrichi, che si
divincolavano.
Poco dopo, si udì un assordante grugnir di maiali, divenuti d’improvviso
così furibondi, che i porcari non riuscivano più a trattenerli. Quei mille porci
irrompevano da ogni parte per precipitarsi furiosamente contro le sterpaie e
giù per i dirupi. Quella scena si protrasse per qualche ora.
I proprietari dei maiali correvano dapprima dietro i loro suini, ma invano
poiché la maggior parte di loro precipitava dentro il mare. I loro padroni
quindi si presentarono al Redentore per lamentarsi con Lui della grave perdita
subita. Ma il Nazareno disse loro che le anime dei due ossessi valevano molto
di più di tutti i suini dell’universo. Egli rimandò poi alle loro case i due ossessi
liberati, ai quali raccomandò di vestirsi decentemente.
Intanto Egli, insieme con i discepoli, si avviò verso Gerasa. Molti di quella
città Lo seguirono; anche i due ossessi liberati, rivestiti a nuovo e divenuti
sereni, ascoltavano gli insegnamenti del loro divin Liberatore, che si era
soffermato su di un promontorio prospiciente Gerasa. Ma i maggiorenti e i
sacerdoti della città andarono a Lui in delegazione per pregarlo di non
scendere a Gerasa e neppure di soffermarsi lassù, per non causare altri danni.
Soggiunsero che Lo stimavano quale grande e possente mago.
Egli allora li tranquillizzò, e nell’indicar loro i due beneficati che Gli
stavano vicini, dichiarò di essere venuto alla periferia di Gerasa appunto per
loro, benché sapesse che ai cittadini interessavano più i maiali che la salvezza
di quelle anime. Rinfacciò loro la pessima vita che conducevano per le cattive
opere, per l’usura e i malefici ai quali si abbandonavano. Li esortò a far
penitenza delle loro colpe, e a ricevere poi il Battesimo per assicurarsi l’eterna
salvezza.
I due ex-ossessi scongiurarono Gesù di volerli accettare quali suoi discepoli,
ma Egli affidò loro un’altra missione. Disse che andassero per le regioni di
Gerasa a divulgare quanto era avvenuto a loro vantaggio, a proclamare quanto
avevano visto e udito, per convincere la gente del dovere di far penitenza dei
propri peccati, per disporsi così al Battesimo e a presentarsi a Lui.
Raccomandò loro di non temere le minacce e li rassicurò che, se avessero
svolto bene la missione loro affidata, avrebbero ricevuto, in premio, la
previsione del futuro, in modo da sapere sempre dove Egli si trovasse, per
inviargli la gente desiderosa di ascoltare la sua parola. Se si fossero
comportati lodevolmente, avrebbe dato loro anche il potere d’imporre le mani
sugli ammalati per guarirli nel nome suo.
Dopo queste dichiarazioni, il divin Maestro li benedisse. Allora i due inviati
cominciarono la loro missione, e più tardi ebbero la gioia e l’onore di
appartenere ai discepoli di Gesù.
I FIGLI DELLE TENEBRE
Era notte quando vidi Gesù camminare sulle acque del mare di Tiberiade
assai lontano dalle imbarcazioni dei suoi Apostoli. Spirava intanto un vento
contrario e furioso; i rematori perciò vogavano faticosamente per navigare.
Quando essi scorsero vagamente la figura del Salvatore procedere sulle onde,
sbigottirono, poiché non sapevano se fosse Lui oppure la sua ombra. Ma Egli
stesso disse loro:
– Sono Io! Non temete!
Poi, davanti alla sinagoga di Cafarnao, si presentò a lui un indemoniato cieco
e muto il quale era seguito da molti. In questa circostanza, non pochi cittadini
si erano armati per affrontare i farisei, ai quali imposero di non burlarsi del
Nazareno e di non diffamarlo, ma di riconoscerlo quale grande Profeta
d’Israele.
Presi così alle strette, i farisei si mostrarono ipocritamente cortesi con
costoro; uno di essi ammise perfino che nessun profeta aveva mai operato
come Gesù, specialmente riguardo agli indemoniati. Quel menzognero fece
poi una prolissa disquisizione riguardo al reame dei demoni, il cui potere era
di gradi differenti, ma concluse con il dichiarare che «quello di Gesù era uno
dei più potenti regni. Poi, con diabolica astuzia, domandò: – Perché mai il
Nazareno non guarì prima questo indemoniato? Perché, se veramente Figlio di
Dio, non cacciò i demoni prima di andare a Gerasa? Evidentemente Egli
dovette andar prima in quella città per accordarsi col demonio principale del
luogo e cedergli in cambio i maiali, poiché era inferiore a Beelzebub.
Quel perfido mistificatore parlò con tanta astuzia ed eloquenza, che ottenne
da molti suoi ascoltatori l’adesione alle sue subdole e sofistiche
argomentazioni; così parecchi dei più creduloni si lasciarono convincere dalle
sue menzogne e calunnie.
Ma il divin Maestro sapeva già quanto si era propalato tra il popolino; nel
trattar quindi lo stesso argomento alla sinagoga, disse:
– Ogni regno in sé diviso sarà distrutto; così se Satana caccia Satana, v’è
disunione; quindi il regno non può sussistere. Se Io caccio i demoni per virtù
di Beelzebub, per mezzo di chi li cacciano i vostri figli?
Con queste parole Egli sconcertò i farisei e chiuse loro la bocca
menzognera.
BONTÀ DI CUORE
Alcuni giorni dopo questi episodi, Gesù visitò la famiglia di Giairo per
esortare al bene i suoi componenti. Memori della sua bontà e delle
raccomandazioni ch’Egli aveva già fatto, i genitori della rediviva divisero la
loro proprietà in tre parti: una a favore dei poveri, la seconda per la comunità
religiosa e la terza per se stessi.
Il Salvatore visitò pure la famiglia del centurione Cornelio e andò poi con
Lui a vedere Zorobabele. In quella casa, si parlò del genetliaco di Erode, e del
Battista. Cornelio e Zorobabele avevano ricevuto l’invito di partecipare, con
tutti i grandi del regno, a quella festa. Ma il Salvatore dichiarò loro che, se
avessero potuto esimersene, sarebbe stato meglio per loro di non parteciparvi.
Il Nazareno visitò anche la sua diletta Madre, che abitava con Susanna di
Alfeo, Maria di Cleofa, Susanna di Gerusalemme, Dina samaritana e Marta
sorella di Lazzaro. Marta era triste perché amareggiata dalla ricaduta di
Maddalena: ella sembrava indemoniata. Domandò quindi a Gesù se convenisse
andarla a visitare, ma Egli le rispose che attendesse tempi migliori.
La Maddalena sembrava impazzita; era iraconda e orgogliosa. Maltrattava e
perfino feriva le domestiche. La vidi percuotere anche l’amante che viveva con
lei, e notai ch’egli stesso se ne vendicava e la puniva. Maddalena ricadeva
quindi in preda a una preoccupante costernazione. Allora piangeva o si
lamentava; talvolta correva per la casa in cerca di Gesù ed esclamava: – Dov’è
il Maestro? –. Poi, sorpresa da convulsioni, pareva epilettica.
Il Nazareno, intanto, alla sinagoga di Hukok parlava del Messia: diceva
ch’Egli era giunto, che gli uditori vivevano al tempo suo e ascoltavano la
dottrina di Lui.
I rabbini, contenti e cortesi, Gli chiesero che dicesse chi veramente Egli
fosse e se i suoi genitori fossero veramente tali. Gli domandarono che
dichiarasse chiaramente se Egli fosse il Messia, il Figlio di Dio. Ma il
Salvatore evitò una risposta diretta e disse:
– Se dicessi: «Io sono il Messia!» gli scribi non lo crederebbero e
risponderebbero: «È invece Figlio del Falegname di Nazareth!». Raccomandò
quindi agli astanti che non Gli domandassero più donde provenisse, ma che
meditassero piuttosto sui suoi insegnamenti e le sue opere. Affermò inoltre che
chiunque avesse fatto la volontà del Padre celeste, sarebbe stato figlio di Lui,
poiché come disse: «il Figlio è nel Padre e il Padre nel Figlio; che chi dunque
avesse fatto la volontà del Figlio avrebbe eseguito quella del Padre».
Gesù parlò così bene di questo argomento e dell’orazione, che molti dissero:
– Signore, Tu sei il Cristo e la Verità !
Uscito quindi dalla città con il capo della sinagoga, il Salvatore si fermò
presso il suburbio, dove pernottò con i suoi discepoli.
Circa mezz’ora prima di Giungere a Bethnat, il Nazareno si vide venire
incontro un cieco accompagnato da due ragazzini elegantemente vestiti, poiché
erano figli di leviti. Anche quel cieco era di nobile condizione.
Nell’avvicinarsi al divin Taumaturgo, disse: – Gesù Figlio di David, abbi pietà
di me! – Poi s’inginocchiò davanti a Lui e soggiunse: – Signore, Tu vorrai
certamente donarmi la vista! Ti aspettavo ormai da molto tempo, poiché udivo
una voce dirmi che saresti venuto a graziarmi.
Allora il Salvatore rispose:
– Se tu credi, si faccia secondo la tua fede! Poi gli disse di lavarsi gli occhi a
una fonte poco lontana di là.
Appena il cieco si lavò gli occhi, caddero da questi alcune squame; quando il
Redentore gli unse poi le spente pupille con olio, lo sventurato ebbe la vista e
ringraziò cordialmente il suo divino Benefattore.
LA GRANDE PECCATRICE
Alla sinagoga di Kirjathain, il divin Maestro parlò del castigo dei Leviti che
avevano posto la mano sull’Arca dell’alleanza; asserì poi che un castigo
maggiore sarebbe piombato su quanti avessero messo le mani aggressive sul
Figlio dell’uomo, poiché l’Arca dell’Alleanza era soltanto una figura del
Messia.
A circa un’ora di cammino da Dothain, sopra un promontorio, viveva la
scarsa popolazione di Azanoth, tra la quale, anticamente i Profeti avevano
insegnato.
Si era propagata la voce per mezzo dei discepoli, che il Maestro avrebbe
tenuto lassù un grande sermone. Vi si radunarono perciò molti uditori
provenienti da tutta la Galilea.
Marta, accompagnata da una domestica, era andata al castello di sua sorella
Maddalena per indurla ad ascoltar la predicazione di Gesù. Ma ella fu ricevuta
scortesemente, poiché la sorella era occupata nell’abbigliarsi.
Marta però, umile e paziente, insistette affinché Maddalena andasse ad
ascoltare il grande sermone del Maestro.
– Tu, – le disse – che desti già prova di quanto stimi Gesù, spero che ora
vorrai dare a me e a Lazzaro la soddisfazione di vederti presente alla
predicazione del grande Maestro.
Finalmente Maddalena rispose: – Sì. andrò, ma non con te, poiché non voglio
andarvi vestita dimessamente come pretenderesti tu...
Al mattino seguente, la peccatrice si fece lavare i piedi da due domestiche, le
quali le profumarono poi le braccia. Quindi le pettinarono accuratamente i
morbidi capelli divisi in tre trecce; essi furono poi unti e imbalsamati. Ella si
pose inoltre sulla testa una specie di mitra, sulla quale erano incastonati
preziosi diamanti, stupendi turchesi e meravigliosi rubini. Perle d’inestimabile
valore e diamanti abbondavano pure sui suoi capelli, rattenuti da artistici
fermagli d’oro cesellato e rutilanti di gemme. Oltre a ciò, ai lobi auricòlari, la
peccatrice portava stupendi orecchini finemente lavorati a bulino.
Soltanto dopo che la vanitosa si fu abbigliata così mondanamente, fece
chiamare a sé la sorella Marta, perché l’ammirasse. Poi la congedò con un
gesto altezzoso.
Intanto il Salvatore, accompagnato da sei Apostoli e da molti discepoli, si
avviò verso Azanoth. Durante il tragitto Egli incontrò la sua dilettissima Madre
e le pie Donne. Lazzaro era con Lui.
Quando Marta si era dovuta allontanare dalla sorella, Maddalena fu molto
tormentata dal demonio, che tentava di distoglierla dall’ascoltar la
predicazione del Nazareno. Forse non vi sarebbe andata se le sue amiche di
peccato non avessero già deciso di assistere, come dicevano, a quel grandioso
spettacolo. Maddalena quindi si associò alle peccatrici cavalcando uno snello
giumento infiocchettato con grande gala e adorno di finimenti assai lussuosi.
All’ora prefissa, ella comparve con le amiche peccatrici sul promontorio,
dove il Maestro avrebbe tenuto l’atteso sermone. Le peccatrici ostentavano una
sguaiata gaiezza, che non sentivano: esse ciarlavano clamorosamente per darsi
l’aria di donne spregiudicate, ricche e avvenenti. Sprezzanti del volgo e delle
altre donnicciole plebee, si appartarono poi sotto una tenda sfarzosa, mentre,
per la loro ostentazione e sfacciata presenza, si mostravano scandalizzati i
farisei, perché memori della precaria conversione della Maddalena, e della sua
conseguente ricaduta nel disordine morale.
Guariti alcuni infermi, il divin Maestro cominciò a parlare. Impressionanti le
minacce ch’Egli lanciò sopra Cafarnao, Betsaida e Corozaim. Disse poi che
«la regina di Saba era venuta dal Mezzogiorno per ammirar la sapienza di
Salomone, ma che lassù v’era Uno molto superiore a quel sia pure sapiente
sovrano».
Dopo tali parole, si assistette a questo sorprendente fenomeno: che vari
bambini, fino allora infanti e tra le braccia delle loro mamme, esclamarono: –
Gesù di Nazareth, santo Profeta! Figlio di David e Figliuolo di Dio!
All’udir parlare così prodigiosamente quei pargoletti, molti astanti,
compresa la Maddalena, si sentirono commossi e ammirati.
Nell’alludere poi alla «peccatrice», il Nazareno soggiunse:
– Quando un demonio è cacciato da un’anima, e la casa quindi è spazzata,
egli va ramingo in cerca di sei demoni peggiori di lui e, dopo averli trovati,
ritorna là donde lo si era cacciato. Se riesce a rientrare, la rovina di
quell’anima sarà molto peggiore di prima...
A queste espressioni, così veritiere e che si adattavano alla sua penosa
condizione, la peccatrice fremette e rabbrividì di sgomento.
Dopo di aver commosso il cuore di molti tra gli astanti, il Salvatore girò lo
sguardo d’intorno a sé, e poi intimò ai demoni di uscir da quanti desideravano
esserne liberati. Comandò inoltre che, quanti volessero rimanere ossessionati
dallo spirito delle tenebre, si allontanassero da quel promontorio.
A tale comando, gli ossessi gridarono da ogni parte: – Gesù, Figlio di Dio! –
Poi cadevano svenuti.
Anche la Maddalena, che stava assisa su di un elegante seggio, cadde tra le
convulsioni, mentre le altre peccatrici tentavano di rianimarla con piccanti
profumi. Esse procurarono anche di sottrarla di là, affinché non fosse
osservata dai curiosi in quello stato di estrema eccitazione nervosa, e
specialmente perché volevano rimanere con i loro demoni. Ma siccome gli
astanti gridavano verso Gesù: – Signore, una donna muore! – il Nazareno
interruppe il sermone per dire:
– Accomodatela sul proprio seggio! Questa sua «morte» è una buona
«morte», poiché la farà rivivere.
Mentre poi il divin Maestro continuava il suo mirabile sermone, una speciale
parola di Lui colpi nuovamente la peccatrice che ricadde dal suo sedile per
violente convulsioni, durante le quali uscirono dalle sue labbra misteriose
ombre scure. Allora ella fu sistemata nuovamente sul seggio e amorevolmente
assistita.
Ma la sorpresa cresceva nel constatare che altre persone cadevano svenute,
mentre dalla loro bocca fremente uscivano larve diaboliche.
Marta intanto era già accorsa presso la sorella che a poco a poco si calmava
e si sentiva commossa, nonché desiderosa di andare tra le pie Donne.
Marta e Lazzaro la sottrassero, quindi, alla trista compagnia delle amiche
peccatrici per accompagnarla tra le pie Donne.
LACRIME SINCERE
Più tardi, il divin Maestro discese a insegnare alla scuola locale, dov’era
presente anche la Maddalena commossa, attenta e silenziosa. Ella vestiva
modestamente senza superflui ornamenti, ed era coperta con un ampio velo.
Quando Gesù le rivolse uno sguardo espressivo e sconcertante, ella cadde
svenuta, ma intanto un altro demonio, che la ossessionava, l’abbandonò. Allora
le domestiche la sottrassero di là; poi Marta e la Vergine la ricevettero
amorevolmente in consegna davanti alla sinagoga, per accompagnarla a un
luogo di ristoro. Ma ella sembrava stranita: gemeva e lacrimava. Spesso usciva
sulla soglia per correre sulla pubblica via e protestar dinanzi ai passanti di
essere una «peccatrice». Non riuscì facile a farla tacere e a calmarla, talora si
lacerava le vesti e si strappava i capelli scarmigliati. Quando il Nazareno si
fermò presso il suo alloggio, con i discepoli e alcuni farisei, per ristorarsi, la
Maddalena si scostò dalle pie Donne e si aperse il passo con voce quasi
supplicante: poi cadde ai piedi del Salvatore. Mentre piangeva, domandò al
Maestro se vi fosse ancora salvezza per l’anima propria.
Allora Gesù disse a coloro che Lo consigliarono di allontanarla: – Lasciatela
gemere! Voi non sapete ciò che succede nel suo interno... – Poi raccomandò
alla peccatrice che si pentisse di cuore, che avesse fede e sperasse, poiché
presto avrebbe goduto la pace. La consigliò di ritirarsi, fiduciosa nel divino
perdono.
Marta l’accompagnò a casa, ma, durante il tragitto, la Maddalena continuava
a piangere e a contorcersi le mani. Evidentemente non era ancor del tutto
libera dagli spiriti infernali, anche perché il re delle tenebre continuava a
torturarla con i più atroci rimorsi e con pensieri di esasperazione. Perciò non
trovava pace e si credeva perduta.
Lazzaro l’accompagnò a Magdala, come volle la peccatrice, per disporre del
castello e di tutta la sua proprietà.
Intanto il Salvatore ascese su per una collina prospiciente Damna, e poi si
fermò su di uno spiazzo per insegnare. Il mattino seguente salirono lassù
anche le pie Donne con Maddalena. Esse videro il divin Maestro circondato da
molta gente. Lo udirono parlar con molta severità contro i peccati impuri, ma
poi trattare anche della divina Misericordia.
Durante il sermone, Gesù guardò per tre volte la Maddalena, che vidi svenir
pure per tre volte, mentre usciva da lei un’ombra oscura. Ma dopo il suo terzo
svenimento, le pie Donne la trasportarono altrove. La peccatrice era dimagrita
e quasi irriconoscibile anche perché non desisteva dal piangere. Voleva quanto
prima confessare i propri peccati al Salvatore per ricevere il suo perdono.
Dopo il sermone, Gesù andò a visitarla al suo appartamento. Allora la
peccatrice, pentita, si prostrò ai suoi piedi con i morbidi capelli che le
velavano il viso lacrimoso. Il Nazareno la confortò, e mentre le pie Donne si
scostavano da lei, ella chiese perdono a Lui, davanti al quale confessò
sinceramente e con profondo dolore le proprie colpe. Poi disse tra i
singhiozzi: – Signore, vi saranno ancora perdono e salvezza per me?
Il Salvatore le perdonò i peccati, ma la Maddalena Lo scongiurò di
concederle anche la grazia di non ricadervi mai più. Gesù glielo promise e poi
la benedisse; le parlò quindi della purezza, e alluse alla vergine sua Madre che
era sempre stata immune da qualsiasi macchia. Quindi La esaltò e La dichiarò
Vergine e Madre eletta; poi consigliò la Maddalena di affidarsi a Lei per avere
il suo conforto, l’aiuto e il consiglio.
Quando, a un cenno di Lui, si ravvicinarono le pie Donne. il Nazareno disse
loro: – Maddalena è stata una grande peccatrice, ma da ora in poi sarà la
esemplare di tutte le penitenti di ogni tempo.
Ella intanto, per la sofferenza, le lacrime e il sincero pentimento, era così
trasfigurata, che pareva quasi l’ombra di se stessa. Attualmente però, benché
piangente e accasciata, si sentiva tranquilla; ognuno la voleva confortare,
poiché la si amava, ed ella chiedeva umilmente perdono a tutti.
IPOCRISIA FARISAICA E BONTÀ
DIVINA
Una mattina il Nazareno giunse a Gatepher. I capi della scuola e i farisei Gli
raccomandarono di non turbar l’ordine in città e di non tollerare che si
avvicinassero a Lui mamme e bambini. Ma Gesù li rimproverò per la loro
ipocrisia, poiché i farisei avevano già vietato alle madri di presentare i bimbi
al Maestro e proibito che uscissero incontro a Lui per gridare: – Figlio di Dio
e di David, Cristo Gesù ! –. Ma questa denominazione, come dicevano, era
impropria, poiché essi sapevano che Egli era «Figlio di un Falegname».
Invece, però, i farisei rimasero sorpresi nel vedere le madri affollare le vie
della città con i loro bimbi tra le braccia, e rimasero scandalizzati nel
constatare che i loro figliuoletti stendevano le manine verso di Lui gridando: –
Gesù di Nazaret, Figliuolo di Dio e di David, santo Profeta!
Le madri uscivano dalle loro case per andare incontro al Nazareno che le
lasciava avvicinarsi a Lui, con i loro bambini osannanti. Egli manifestava loro
tanta bontà e accondiscendenza. Perfino gli infanti, nel vedere Gesù,
acclamavano a Lui; perciò Egli benediceva quei graziosi innocenti. Ai
discepoli e alle turbe parlò, anzi, della grandezza dei bimbi nel concetto
dell’Altissimo.
Ritornato a Nazaret, il Salvatore visitò la casetta abitata dalla Vergine e da
Giuseppe. Poiché custodita dalla madre di Maria Cleofa, quell’abitazione era
linda e bene ordinata.
Gesù andò quindi con i discepoli alla sinagoga per parlar con severità.
Allora i farisei, sdegnati contro di Lui, gridarono: – Ma chi è Lui? Chi
pretende di essere? Donde procede il suo sapere? È oriundo di Nazaret e suo
padre era un falegname....
Ma il Redentore non rispose a quelle proteste e continuò a parlare ai
discepoli. A un tratto, un farisco di Seforis osò dirgli: – Dimentichi di essere
venuto, poco prima che morisse tuo «padre» Giuseppe, a casa mia a lavorare
da falegname?
– È vero! – ammise il Nazareno nel fissar severamente quell’audace
straniero. – Venni a casa tua per lavorare, ma intanto ti osservavo e compativo,
sapendo che, un giorno, non avrei potuto liberarti dalla tua durezza di cuore,
come adesso tu confermi. Non avrai quindi parte nel mio Regno, anche se ti
aiutai ad arredar la tua abitazione su questa terra... Evidentemente in nessuna
parte, un Profeta è più disprezzato che nella propria patria e tra i suoi parenti.
I farisei però si irritarono ancor di più quando, il Salvatore disse ai suoi
discepoli: – Vi mando come agnelli tra i lupi. Per gli abitanti di Sodoma e
Gomorra il giudizio sarà meno severo che per quanti non vi riceveranno. Non
sono venuto per mettere la pace, ma per usare la spada.
Nell’operar guarigioni, il divin Taumaturgo era sempre moderato, dignitoso
e parco di parole. Era amorevole nel confortare gli afflitti e nell’esortare al
bene gli erranti. Trattava tutti, ma specialmente i tribolati, con pazienza e bontà.
LA TESTA SUL BACILE
Da varie settimane erano affluiti a Macheronte molti convitati per il
genetliaco di Erode Antipa, ma Zorobabele e il centurione Cornelio si
esimettero dall’intervenire.
Ormai il Battista godeva di una discreta libertà alla reggia, alla quale
potevano accedere anche i discepoli di lui. Aveva perfino predicato al palazzo
regale, e lo stesso re ne aveva ascoltato il sermone. A Giovanni si era
promessa una completa libertà se avesse approvato il concubinato di Erode o,
almeno, se si fosse impegnato a non parlarne. Ma il Battista non cedeva e così
ritornava a riprovare l’adulterio. Comunque, Erode si proponeva di rimetterlo
in libertà per la festa del suo compleanno; invece Erodiade la pensava assai
diversamente.
Quando cominciarono le chiassose orge alla reggia, Giovanni si ritirò, per
protesta, dentro la sua prigione. Intanto la figlia di Erodiade era stata
iniquamente istruita sul da farsi. Erode l’ammirava con gran compiacenza,
poiché molto leggiadra. Davanti alla sala regale, si era eretto uno splendido
arco trionfale. Si ammirava una straordinaria dovizia di cristalli, di specchi e
di ghirlande floreali. Ogni oggetto rifulgeva di luce.
Erodiade e le sue dame di compagnia stavano sotto le più alte gallerie; ella
osservava Erode circondato di cortigiani e d’invitati appartenenti alle più
elevate condizioni sociali.
Intanto i cori dei musici e degli artisti eseguivano melodiosi motivi, mentre
procedevano su tappeti persiani verso l’arco trionfale preceduti da stuoli di
bimbi e di bimbe incoronati di fiori e agitanti cembali di argento, a passo di
danza.
Quando Erode arrivò presso l’arco trionfale, gli mosse incontro Salomè la
quale, danzando, gli offerse una ricca corona sopra un cuscino di velluto
cremisi ricamato. Ella indossava vesti sfarzose e di fine tessuto; aveva i polsi
adorni di braccialetti d’oro, e dal suo collo pendevano preziosi vezzi di perle
orientali che scintillavano come diaspri. Salomè danzò agilmente dinanzi al re
suo padre che la osservava con ammirazione, poiché la figura di lei era
veramente graziosa e affascinante; egli era così entusiasta della sua valentia nel
danzare, che le propose di ripetere quelle movenze anche il giorno dopo.
Poi i convitati entrarono nella sala regale, dove cominciò il banchetto. Le
cortigiane e le invitate invece banchettarono dentro la sala di Erodiade.
Intanto il Battista, solo nel carcere, stava genuflesso, con le braccia protese
verso il firmamento; egli pregava fervorosamente... Il suo viso era radioso, ma
non di luci fittizie, come le facce congestionate dei banchettanti. Queste luci
sembravano riverberi delle fiamme infernali a paragone di quelle che
aureolavano la faccia scarna, ma serena, del santo Prigioniero.
Quando i commensali ebbero mangiato e bevuto fino alla sazietà, chiesero
unanimi a Erode che invitasse Salomè a danzare nuovamente per dare un
nuovo saggio della sua ritmica valentia. La vana danzatrice accondiscese assai
volentieri per sfoggiar le sue estetiche doti procaci.
Erode, per meglio osservarla, occupò il trono, che volle circondato dei più
alti dignitari della Corte. Per porre in maggiore evidenza la snellezza della
figliuola, Erode fece prima danzare alcune ballerine; che si affermarono con
indiscutibile bravura; poi Salomè superò tutte per disinvoltura, agilità, aspetto
e comportamento.
Vidi il diavolo vicino a lei, che, nel danzare, piegava le membra e si
contorceva come un serpe. Tutti ne erano entusiasti, anche per far piacere al
lascivo sovrano che non si saziava di ammirarla. Quando poi Salomè si
apprestò al trono di Erode, costui le disse:
– Chiedimi ora ciò che vuoi, perché te lo darò, fosse pure la metà del mio
regno!
Ma la danzatrice rispose: – Vado a chiedere a mia madre ciò che devo
domandare. Così fece, ed Erodiade le precisò di chiedere al re la testa del
Battista.
Salomè ritornò quindi presso il trono per dire a Erode: – Domando che tu mi
dia subito la testa di Giovanni dentro un bacile.
Tale richiesta fu udita da pochi dei più vicini al trono, ma Erode ne rimase
sconcertato. La danzatrice tuttavia gli ricordò il giuramento.
Allora il re comandò al carnefice che si facesse secondo il desiderio di
Erodiade, e il giustiziere seguì la danzatrice che lo precedeva verso la
prigione, con un bacile di argento tra mano.
Disgustato però per quel compromesso, Erode abbandonò la sala regale,
pallido e malinconico: era molto triste. Nel vederlo così, un consigliere gli
disse però di non essere obbligato, perché sovrano, a quel giuramento, ma
ormai Erode si era già compromesso, e non volle quindi mancar di parola,
specialmente per non contristare Erodiade e la danzatrice.
Intanto il Battista stava raccolto in preghiera, quando nella prigione entrò il
carnefice con i due carcerieri che facevano la guardia. Egli disse a Giovanni:
– Erode, il re, mi ha qui mandato affinché io consegni la tua testa su questo
vassoio a sua figlia Salomè...
Ma il Battista non s’impressionò a quella ferale notizia; disse tuttavia al
giustiziere: – Se tu sapessi quanto stai per fare, non lo faresti... Per conto mio,
sono pronto! –. Poi volse la faccia macilenta, e pregò davanti alla pietra sulla
quale sarebbe caduta la sua testa insanguinata.
Il carnefice lo decapitò con un orrendo ordigno di morte, che consisteva in
due lame a cerniera, azionate mediante un anello di ferro a molla. Quando le
lame si chiusero, la testa del Martire fu recisa dal busto, e cadde dentro il
bacile che uno dei carcerieri sosteneva con ambedue le mani, sotto lo sguardo
atono di Salomè che pensava ancora alla danza, durante la quale si era fatta
tanto onore, da meritarsi quel macabro premio.
Quando ella ebbe la testa del Martire dentro il vassoio, corse a presentarla
alla degna madre sua che l’attendeva con una feroce impazienza. Appena
Erodiade vide comparir la figlia, le andò incontro lungo certe gallerie
solitarie della reggia. Allorché ebbe tra le mani inanellate quella testa che
sembrava rimproverarla con il suo pallore e col sangue dove galleggiava, la
perfida la insultò con un bieco sorriso di scherno. Poi prese un lungo spillone,
con cui trapassò felinamente la lingua e gli occhi del Martire. Dopo avergli
punzecchiato anche le scarne guance, Erodiade scagliò sul pavimento, con
furore diabolico, quella testa, che poi spinse con un piede verso un tombino di
rifiuti.
Compiuta questa bella prodezza, la malvagia adultera ritornò con la sua
degna figliuola alle orge del convito, nella vana speranza di attutire, così, il
rimorso che le dilaniava il cuore in subbuglio.
Vidi il sacro corpo del Martire, ricomposto sopra la pietra della prigione
dagli stessi carcerieri, commossi e sgomenti. Essi furono poi sostituiti da altri,
con l’ordine di non parlare ad alcuno della decapitazione di Giovanni. Anche a
quanti ne erano già informati, si proibì severamente di confidare ad altri la
notizia di quel tragico episodio. Perciò la morte del santo Precursore rimase
segreta per qualche tempo; si credette quindi che il Battista avesse perfino
ricuperato la libertà.
Intanto le orge non rimasero affatto interrotte. Terminate quelle di Erode.
cominciarono i festeggiamenti della sua feroce druda che tentava di sedare,
con una smodata allegria, il rimorso della sua coscienza in ribellione.
IL TRADIMENTO DI UN DESPOTA
MALVAGIO
Durante le orge di Macheronte, in cui era rimasto decapitato il Battista, Gesù
si trovava a Thenat-Silo, dove alcune persone provenienti da Gerusalemme Lo
informarono di un luttuoso avvenimento. Nel costruire un grandioso edificio
presso il Tempio, molti operai e diciotto capimastri, impegnati in quella
costruzione, erano rimasti sepolti sotto le macerie di essa per il suo
improvviso diroccamento.
Il Salvatore espresse rammarico per tale sventura, ma disse che tutte quelle
vittime non erano più colpevoli dei farisei, degli erodiani e degli scribi che
congiuravano contro il Regno di Dio.
Da molto tempo si lavorava per quella costruzione, e siccome mancavano
pietre adatte e capimastri competenti, Pilato, per consiglio di un erodiano, si
era rivolto a Erode per risolvere il problema di quelle difficoltà. Allora il re
aveva mandato capi-operai di propria fiducia, ma con il preciso incarico
d’influire sulla costruzione, in modo che rovinasse quella già fatta, e se ne
incolpasse il governatore romano per renderlo sempre più inviso al popolo.
Gli operai avevano eseguito il lavoro secondo le direttive dei perfidi
capimastri i quali, da una terrazza, avevano comandato di togliere i sostegni
delle volte. Mentre quindi si eseguiva questa iniqua disposizione, i muri,
volutamente male costruiti, erano rovinati e perciò tutto l’edificio era
catastroficamente crollato. Ma erano rimasti sepolti, tra le macerie, anche i
responsabili della rovina, poiché la stessa terrazza, sulla quale essi stavano, era
crollata con tutto il resto.
Perciò l’ira di Pilato contro Erode divampò furibonda; il preside romano
non attendeva, ormai, che un’occasione propizia per vendicarsi. Questa
ecatombe fu pertanto l’origine della sorda inimicizia tra Erode e Pilato, i quali
si riconciliarono soltanto alla rovina del vero Tempio: cioè alla morte di
Gesù.
LA NOBILTÀ DEL NAZARENO
Intanto Lazzaro era ritornato da Magdala a Betania. All’antica residenza di
Maddalena, egli aveva ordinato ogni cosa; per la manutenzione del castello e
della proprietà di lei, aveva incaricato un amministratore di fiducia.
All’amante di Maddalena, Lazzaro aveva assegnato un’abitazione lontano di là,
e anche il necessario per vivere onestamente.
Ritornata poi a Betania, la Maddalena occupò l’appartamento della
scomparsa e compianta «Maria la silenziosa», la serafica sorella che l’aveva
molto amata. La Maddalena vi aveva trascorso la prima notte in lacrime. Poi
Marta la vide spesso piangere presso la tomba dell’indimenticabile sorella,
passata a miglior vita.
La peccatrice pentita desiderava ardentemente di rivedere il Salvatore anche
per nuovamente ringraziarlo. Quando quindi apprese che Egli veniva verso
Betania, Maddalena Gli andò incontro, e, quando Lo vide, si gettò ai suoi piedi
per esprimergli, tra le lacrime, tutta la propria riconoscenza per la sua infinita
bontà e misericordia.
Commosso a quella manifestazione di cordoglio e di deferente ossequio, il
Salvatore la fece alzare e le parlò amorevolmente. Le raccomandò d’imitare la
defunta sorella, così esemplare e pia.
Poi il Nazareno proseguì, con Pietro e Giovanni, verso i giardini di Lazzaro
che uscì incontro ai graditi visitatori, ai quali lavò i piedi e offerse di che
ristorarsi. Al banchetto partecipò anche Giuseppe di Arimatea, ma il divin
Maestro s’intrattenne soltanto con la famiglia dell’amico Lazzaro. Egli con la
Maddalena parlò della morte del Battista, poiché ne aveva conoscenza per
interna rivelazione.
Intanto gli altri discepoli, rimasti lontani da Gesù, peregrinavano da una
popolazione all’altra della Giudea; essi, nell’entrar nelle abitazioni,
s’informavano se vi fossero ammalati da guarire. Accompagnati presso
infermi, li guarivano nel nome del divin Taumaturgo, per dar gratuitamente
quanto gratuitamente avevano ricevuto. Ungevano di olio gli infermi ed essi
rimanevano risanati.
Lasciata Betania, il Nazareno attraversò l’Orto degli ulivi, per andar là dove
si riunivano i costruttori del Tempio. Tra essi v’era gente della Galilea che
conosceva la fama del Messia, anche perché qualcuno era stato guarito da Lui.
Il Salvatore risanò molti di quegli operai che ricorsero a Lui con fiducia.
ONORATE SEPOLTURE
Un giorno, Gesù partì verso Juta ed Ebron, dov’era nato il Battista. Erano
partiti verso la stessa mèta anche Lazzaro, Giuseppe di Arimatea, Nicodemo, la
Vergine, Veronica, Susanna e altre pie Donne.
L’antica casa di Zaccaria, il vigneto e altre possessioni terriere, che
costituivano l’eredità del Battista, erano amministrate dallo zio del Martire. Si
chiamava egli pure Zaccaria ed era un sant’uomo, illuminato nello spirito,
celibe. Ricevette con tanto gaudio e sommo rispetto il Nazareno e quanti Lo
accompagnavano; poi fece imbandire una lauta cena per i graditi ospiti.
Opportuna e commovente la visita che Gesù fece poi, con la propria Madre e
le pie Donne, alle località dov’erano avvenuti memorandi episodi. Egli parlò
dei sussulti del Battista nel seno materno e del saluto di Elisabetta alla Vergine;
spiegò anche come aveva ispirato alla cara Mamma il canto del «Magnificat».
Nell’ascoltarlo, le pie Donne lacrimavano anche per la tragica scomparsa del
Battista. Ciò perché il divin Maestro elogiò la santità di lui e parlò della sua
grande missione.
Si seppe inoltre che, dov’era nato Giovanni, si era disteso un ampio manto
tessuto dalla Vergine e da Elisabetta; che su di esso si era adagiato il bambino.
Poi il Salvatore descrisse alle pie Donne come Erode aveva soppresso il
Martire, e allora una grave tristezza adombrò l’aspetto di quanti ascoltavano
quella veridica storia.
A mezzogiorno di Ebron si estendeva il cosidetto «bosco di Mambre», al
rezzo del quale spiccava la caverna, dov’erano stati sepolti Abramo, Sara,
Giacobbe, Isacco e altri patriarchi. La spelonca era complessa. Le sepolture
erano quasi tutte scavate sul tufo. Quella località era tenuta in grande onore;
d’attorno a essa si ammirava un vasto giardino, al centro del quale si adergeva
una cattedra.
Il Nazareno entrò con i discepoli nella caverna per visitarne i sepolcri.
Quando se ne apersero alcuni, si constatò che certe salme si trovavano in
disordine. Invece, i resti mortali di Abramo erano ben composti e ancora
integri.
Da Juta, il Salvatore andò a visitare anche il sepolcro di Zaccaria. Allora si
decise che la salma acefala del Battista fosse seppellita accanto a quella del
padre suo. A tale scopo si lavorò, e fu edificante vedere che lo stesso Salvatore
aiutava a preparare il sepolcro del suo diletto amico martire.
Poi Gesù si allontanò da Juta accompagnato da uomini e donne che, nel
separarsi da Lui, si prostrarono al suolo per chiedergli la sua benedizione.
Avrebbero voluto baciargli i piedi, ma il grande Umile non lo permise.
Ai discepoli si accompagnarono i figli di Maria Heli, il cugino di Zaccaria e
quello di Giuseppe di Arimatea, per avviarsi verso Macheronte, allora
spopolato e con un presidio di pochi soldati. Gesù si fermò per non incontrar
Pilato che, con sua moglie e un seguito di circa cinquanta persone, viaggiava
verso Roma dove andava per sporgere querela contro Erode. Prima di partire
da Gerusalemme, il preside aveva radunato il Consiglio per discutere circa la
personalità di Gesù, che operava tante meraviglie. Pilato domandava, in quella
circostanza, se il Nazareno fosse seguito da molto popolo e da persone armate.
Gli si era però risposto che Egli vagava con pochi discepoli di modesta
condizione e spesso completamente solo. Si era anche detto che insegnava
grandi verità, guariva prodigiosamente gli ammalati e beneficava i poveri.
– Insegna e parla contro Cesare? – aveva chiesto il preside.
– No! – si era risposto. – Insegna a migliorare i costumi, parla di
misericordia e consiglia di dare a Cesare quanto è di Cesare e a Dio ciò che è
di Dio. Parla inoltre del suo Regno, che sembra vicino...
Ma Pilato aveva soggiunto: – Mentre il Nazareno viaggia e risana infermi,
senza gente armata al suo seguito, non v’è da temere, anche se opera miracoli.
So che gli stessi sacerdoti si adirano contro di Lui: quindi Egli non è
pericoloso.
Il governatore era odiato dal popolo, anche perché egli aveva introdotto a
Gerusalemme figure esotiche su labari romani; perciò le turbe si erano
sollevate contro di lui. In un’altra occasione di festa, vidi dove i giudei non
portavano armi né toccavano denaro, là dentro vidi entrare soldati romani per
spezzare il gazofilacio, e sottrarre da esso le elemosine che si offrivano per il
Tempio.
Quando Saturnino e gli altri discepoli giunsero a Macheronte, salirono al
castello per chiedere alle guardie di guarnigione il permesso di entrarvi, ma
non l’ottennero. Allora andarono cautamente al lato della prigione di Giovanni
e s’industriarono a passar fra trincee e fossati. Pareva che la Provvidenza li
assistesse, poiché riuscirono a tutto, con sollecitudine e agevolezza. Penetrati
nei locali interni del castello, furono avvicinati da due guardie armate e
provviste di torce a vento.
– Noi – dissero loro quelle vedette, siamo discepoli del Battista e voi?
– Siamo discepoli di Gesù Nazareno... – risposero gl’interrogati. – Veniamo
a prendere la salma di Giovanni a nome del nostro Maestro.
Le guardie, invece di arrestarli, apersero loro il carcere, anche perché erano
disgustate di Erode che aveva fatto ingiustamente uccidere il santo precursore.
Volevano quindi partecipare a quell’opera di misericordia, contribuendo,
almeno passivamente, alla sepoltura di quella vittima, innocente, dei soprusi di
Erodiade, malvagia concubina del tiranno.
Per lo stesso motivo, alcuni soldati del castello regale avevano, alcun giorni
prima, disertato ed erano fuggiti da Macheronte.
Quando i due discepoli di Gesù penetrarono nella prigione, si spense la
torcia, ma il carcere s’inondò di luce irradiante dalla salma del Martire. Non
so se essi vedessero quella luce soprannaturale, ma lo suppongo, perché
agirono con tanta prestezza e facilità, come se operassero in pieno giorno e
all’aperto.
Dapprima i due discepoli si erano inchinati davanti alla spoglia insanguinata
del santo Martire. Proprio in quell’istante, ammirai una luminosa figura di
donna, slanciata e nobile nell’aspetto. Conobbi che era Elisabetta.
Intanto il cadavere del Battista era ancora rivestito della pelle di cammello. I
discepoli lo collocarono con rispetto e devozione sulla sindone, che avevano
portata con sé, mentre sembrava che lo spirito visibile della madre Elisabetta li
aiutasse a fare ogni cosa presto e bene. Sezionata la salma, ne sottrassero
gl’intestini che furono rinchiusi entro otto otri di cuoio. Poi, con erbe e
profumi, s’imbalsamò il sacro cadavere, che fu quindi rinchiuso dentro un
sacco di pelle.
Usciti finalmente dal carcere, i discepoli, carichi di quel sacro peso, si
allontanarono cautamente da Macheronte senza imbattersi in alcuna spia.
Giunti a Betlemme, si nascosero dentro a una spelonca per attendere la notte e
proseguire poi fino a Juta.
Al sorgere dell’alba, gli audaci si avviarono verso la caverna di Abramo, ma
trasportarono il cadavere del Battista dentro a una spelonca di esseni che lo
custodirono per tutto quel giorno. Soltanto al tramonto, mentre scendeva la
sera, gli esseni trasportarono la sacra salma alla sepoltura là dove erano
inumate quelle di Zaccaria e di altri profeti. In quella grotta ardevano molte
lampade per illuminar l’antro piuttosto tetro.
Deposta quindi la salma avvolta dentro la sindone, essa fu liberata dei legami
per poter essere nuovamente e con maggiore accuratezza imbalsamata. Alle
erbe ordinarie si aggiunsero varie spezie, mirra e profumi. Ma, specialmente
per i congiunti del Martire, il vedere quel cadavere acefalo costituiva uno
spettacolo assai penoso. Poi esso fu devotamente deposto dentro un loculo,
scavato sopra quello che conteneva la spoglia paterna.
Intanto alcune pie donne di Gerusalemme attendevano il momento in cui si
pulisse il maggior deposito dei rifiuti di Macheronte, dove si trovava ancora la
sacra testa del Battista. Esse pregavano per chiedere a Dio la grazia di
ricuperarla e, a tale scopo, anche digiunavano.
Dopo che quel deposito fu vuotato e pulito, i lavoratori andarono a ristorarsi
e intanto, prezzolati da quelle buone donne, altri uomini si avvicinarono là
dove giacevano ammucchiate molte ossa spolpate. Da esse videro emergere la
sacra testa, che pareva fissarli. Essi rimasero impressionati perché, al posto
degli occhi vedevano come due fiammelle. Forse se da quella testa non fosse
irradiato il chiarore, gli incaricati a sottrarla di là si sarebbero potuti
sbagliare, poiché v’erano diversi altri teschi umani.
Il capo di Giovanni si trovava però in condizioni pietose: il viso bruno e
scarno portava tracce di sangue coagulato: la lingua, punzecchiata dalla
perfida Erodiade, affiorava dalle labbra livide e semiaperte; i capelli inoltre,
lunghi e scarmigliati, facevano da macabra cornice alla impressionante faccia
cianotica del Martire.
Allorché le pie Donne ricevettero la sacra testa dai guardinghi sottrattori di
essa, l’avvolsero delicatamente dentro un prezioso sudario ricamato e poi si
allontanarono cautamente di là. Viaggiarono quindi per un lungo sentiero
solitario, per non far compromettenti incontri. Durante il percorso attraverso
gole montane, esse videro un soldato ferito e svenuto. Posata la testa del
Martire sulla ferita ancor sanguinante del poverino, il sangue ristagnò
d’improvviso, poi la ferita si rimarginò, mentre il paziente sbarrava gli occhi
perché si sentiva in piena efficienza. Alle pie Donne che lo interrogarono, egli
disse di avere veduto, durante lo svenimento, il Battista comparirgli dinanzi
per sollevarlo dalle sue sofferenze. Le Donne non gli confidarono però la
notizia di aver con sé il sacro capo di Colui che gli era apparso per risanarlo.
Esse continuarono il cammino con la sacra reliquia, sinché giunsero a Ebron
presso gli esseni. Con essa guarirono anche vari altri malati.
Gli esseni pulirono accuratamente quella reliquia, la imbalsamarono e la
riunirono alla salma del grande Martire.
GENEROSITÁ E FRANCHEZZA
Mentre il divin Maestro insegnava nel Tempio di Gerusalemme, si attirava
l’ammirazione dei suoi ascoltatori. Ma alcuni farisei, gelosi della sua fama,
Gli domandarono dove avesse studiato e da chi avesse ricevuto la facoltà
d’insegnare. Gesù però rispose loro con tanta precisione e serietà, che quei
sofisti invidiosi non poterono replicare.
Dopo aver beneficato molti indigenti e guarito tanti malati della città di
Thirca, il divin Taumaturgo si presentò al romano che soprintendeva alle
carceri locali, per chiedergli di liberare tutti i numerosi prigionieri mediante il
pagamento dei loro debiti. Siccome tale richiesta era stata fatta davanti al
popolo, i fàrisei non poterono opporvici. Il soprintendente pagano era
migliore di quei perfidi, i quali, però, per vendicarsi, richiesero un riscatto
superiore al giusto; perciò il Nazareno dovette, per alcuni carcerati, pagare il
quadruplo. Poiché Gesù non aveva la somma sufficiente, diede in garanzia una
moneta triangolare, alla quale uni un ritaglio di pergamena, dove aveva scritto
alcune parole per impegnare il castello di Magdala, che Lazzaro stava per
vendere proprio in quei giorni. Da notarsi che tutto il ricavato da quella
vendita era destinato, da Lazzaro e dalla sorella Maddalena, a beneficio dei
poveri. Esso era molto costoso perché assai migliore della villa, che Lazzaro
possedeva a Betania.
Dopo quell’accordo, il soprintendente alle carceri liberò i prigionieri.
Alcuni di essi furono estratti da profonde cisterne, dove languivano seminudi,
scarni e con i capelli scarduffati. Altri erano ammalati ed esangui. Nell’uscir
dalla prigione, molti caddero ai piedi del loro pietoso Liberatore, che li
confortò con benevole espressioni d’incoraggiamento, e di speranza in un
avvenire migliore. Egli fece lavar tutti quegli sventurati e poi dar loro un
vestito; quindi li fece ristorare.
Lo stesso pietoso trattamento usò con le prigioniere che furono liberate,
rivestite a nuovo e alimentate.
Tutte le persone liberate perciò dalle carceri tributarono al loro grande e
generoso Benefattore le più entusiastiche manifestazioni di doverosa
riconoscenza.
Questi episodi riguardanti la benevolenza e generosità di Gesù verso gli
sventurati furono riferiti a Erode, il quale rifletté e poi disse:
– Che sia forse risuscitato Giovanni?! – Da allora desiderò vedere Gesù.
Siccome la coscienza in ribellione lo tormentava, il despota s’impressionava
facilmente.
A Cafarnao erano affluite intanto almeno settantaquattro famiglie dai
dintorni. Durante il loro viaggio, esse avevano verificato le guarigioni più
sorprendenti e straordinarie operate dal divin Taumaturgo. Avevano
interrogato la vedova di Naim, il capo Achia, Zorobabele, il centurione
Cornelio, nonché Giairo, vari ciechi e storpi che erano rimasti graziati dal
Salvatore. Poiché i farisei, nonostante la loro malizia, non potevano trovar
nulla di riprovevole tra tante meraviglie, s’irritavano e fremevano perché
impotenti a screditare il loro irriconciliabile Avversario.
Nel constatare che la fama del Nazareno aumentava e si diffondeva ovunque,
quei perfidi attribuivano tutti i prodigi, che non potevano negare, al diretto
intervento del demonio che Lo aiutava. Dichiararono quindi: – Egli va con
donne perverse, solleva il popolo, impedisce le elemosine alla sinagoga e
profana perfino il sabato... Bisogna quindi assolutamente finirla con quel
sovvertitore dell’ordine pubblico!
I congiunti del Redentore s’intimorivano per tali recriminazioni e minacce,
ma Egli rasserenò tutti dicendo loro che sarebbe andato a Cafarnao per
guarirvi i malati e predicare; li rassicurò inoltre affermando che quando
avrebbe affrontato i farisei, costoro sarebbero ammutoliti. Alla vigilia della
partenza, Giairo andò a Lui per informarlo di quanto si tramava tra i farisei
per disonorarlo; egli stesso aveva perduto il proprio grado di archisinagogo
perché simpatizzante per il loro Antagonista, che gli aveva per due volte
risuscitato la cara figlia.
Intanto Cafarnao era gremita di forestieri sani e infermi, giudei e pagani.
Tutto lo spazio disponibile era occupato da tende, perfino gli altipiani della
cittadina. All’altro lato del lago, si scorgevano le innumerevoli tende di quanti
speravano nel divin Maestro. Vi era gente che proveniva da tutta la Palestina e
anche dalla Siria, dall’Arabia, dalla Fenicia e perfino da Cipro.
Gesù andò anzitutto all’abitazione di Pietro, situata alla periferia della città, e
le cui adiacenze erano già occupate da malati che attendevano il suo arrivo.
Poiché essi erano tanti, oltre il divin Taumaturgo, cercavano anche i suoi
discepoli, pure dotati del potere di risanarli prodigiosamente a nome di Lui.
Domandavano a ciascuno di essi: – Sei tu discepolo del grande Profeta? Se lo
sei, abbi pietà di noi!
Erano ormai le quindici, e la Vergine, con l’aiuto delle pie Donne, aveva
preparato la refezione per il divin Figlio e i suoi discepoli, entro un edificio
attiguo alla casa di Pietro. Da vari giorni non avevano potuto imbandire una
cena nel modo dovuto per le continue e assillanti occupazioni, che dovevano
disimpegnare. Poiché quel benedetto Figliuolo continuava a parlare, la Vergine
avrebbe voluto dirgli di concedersi una tregua per ristorarsi, ma la fitta
moltitudine che Lo assiepava, impediva anche alle altre pie Donne di
avvicinarlo per parlargli.
Allora uno spione dei farisei, che stava vicino a Lui, Gli disse
insidiosamente:
– Guarda: tua Madre e i tuoi «fratelli» desiderano parlarti...
Ma Gesù ribatté: – Chi è mia Madre e chi i miei fratelli? – Poi, riunendo
d’intorno a sé gli Apostoli, soggiunse: – Costoro sono mia Madre e miei
«fratelli»: quanti cioè ascoltano la mia parola e la mettono in pratica. Chi fa la
volontà del mio Padre celeste, mi è Madre, sorella e fratello! – Poi continuò a
predicare, ma volle che i discepoli si avvicendassero nel ristorarsi alla mensa,
imbandita dalle solerti mani materne.
Alla sinagoga i farisei si contendevano i primi posti per vantarsi di
contraddire il Nazareno, ma la loro ostentazione di forza, di coraggio e
specialmente di sfacciataggine costituiva un grave rischio per loro, poiché le
risposte del divin Maestro erano così logiche ed esaurienti, da confonderli
davanti al popolo che li derideva. Siccome quei perfidi non sapevano di che
difetti incolparlo, poiché era irreprensibile sotto qualunque aspetto,
ritornavano al sofisma riguardante l’osservanza del sabato. Gli chiesero
dunque se fosse lecito guarire i malati al sabato.
Allora Gesù di rimando: – È permesso di sabato, fare del bene o del male? È
lecito salvare una vita umana o lasciar che si perda?
Ma nessuno di loro rispose. Quindi il Salvatore continuò: – Se vi cadesse una
pecora dentro il pozzo, non la estrarreste anche se fosse sabato? Ma una
persona è molto più di una pecora, perciò è lecito far del bene di sabato!
Poiché nessuno interloquiva, il Redentore guarì un poverino che aveva la
destra arida. Quando il paziente si gettò ai piedi del divin Taumaturgo, il
popolo si entusiasmò e i farisei, biechi di gelosia e di furore, si ritirarono
arcigni, ma in uno strategico silenzio. Intanto Gesù liberò anche un
indemoniato.
Perché le turbe Lo acclamavano, frenetiche di entusiasmo per Lui, i farisei
gridarono inviperiti: – Egli caccia i demoni con il potere di altri demoni!
E Gesù: – Se l’albero è buono, tale sarà anche il frutto. Dal frutto si conosce
la pianta. Ma voi, razza di vipere, come potreste parlar bene di Me se nel
vostro interno alligna soltanto il male? La bocca parla per l’abbondanza del
cuore!
PRODIGIOSA
MOLTIPLICAZIONE
Quando il Salvatore attraversò il lago sulla barca di Pietro, trovò all’altra
sponda una innumere turba di gente avida di ascoltarlo; Egli prima
s’intrattenne con essa per insegnare e guarire infermi. Quindi si allontanò per
ascendere un promontorio, dove voleva trovarsi solo con i suoi discepoli, su
di una zolla ombrosa. Oltre ai dodici Apostoli, v’erano con Lui anche 72
discepoli, tra i quali i due soldati fuggiti da Macheronte. V’erano anche i nipoti
di S. Giuseppe.
Lassù il divin Maestro confidò loro quanto sarebbe avvenuto a ciascuno di
loro nella propria missione. Raccomandò di non portar con sé né borsa, né
denaro, ma solo un bordone. Li chiamò «sale della terra»; poi dispose gli
Apostoli e i discepoli secondo questo ordine: in prima fila, Pietro e Giovanni;
quindi gli altri Apostoli a due a due. I più anziani tra i discepoli formavano la
prima fila, e gli altri seguivano i primi in ordine d’età e di vocazione.
Poi Gesù parlò a tutti in tono grave e commovente. Agli Apostoli impose le
mani e li benedisse, ma nessuno sentì invidia o desiderio di precedere gli altri.
La mattina successiva, il Nazareno si avviò verso il «monte delle
beatitudini», dove si era radunata una considerevole moltitudine di persone.
Giunti lassù, il Salvatore, gli Apostoli e i discepoli cominciarono a guarire
ammalati; poi il divin Maestro si mise a insegnare. Vi erano anche la Vergine e
le pie Donne per le ammalate.
Dopo parecchie ore di predicazione, gli Apostoli pregarono Gesù di
sospendere l’insegnamento, affinché la gente potesse ritirarsi, prima di notte,
per procurarsi gli alimenti. Ma il Salvatore rispose:
– Datelo voi il nutrimento!
Allora Filippo osservò: – Come potremmo comprar tanto pane per sfamare
tanta gente?
– Ebbene, – soggiunse il Nazareno – si veda un po’ quanti pani vi siano... –
Poi continuò a insegnare. Intanto il domestico di un proprietario del luogo
portò agli Apostoli cinque pani e due pesci. Andrea però, nell’informarne il
Redentore, osservò: – Ma basta forse questo poco cibo per tanta gente?
Tuttavia Gesù si fece portare quei pochi pani e pesci; poi, per provar la fede
di Filippo, gli disse:
Dove dunque compreremo il pane necessario a questa moltitudine? – E
perché l’apostolo espose allora tante difficoltà, il divin Taumaturgo concluse:
– Fate sedere il popolo sull’erba e portatemi i canestri disponibili...
Allora si dispose davanti a Lui una cerchia di panieri, mentre si formavano
gruppi di persone su per l’erta del promontorio. Il Nazareno stava assiso su di
uno sperone montano, dal quale poteva essere veduto da tutti: presso di Lui
sostavano gli Apostoli e i discepoli pronti ai suoi ordini. Posti i pani e i pesci
sopra una balza, dove si era stesa una coperta, Gesù li tagliò con un coltello di
osso; poi prese fra mano un frammento di pane e di pesce; quindi pregò.
Benedetti tutti i frammenti e anche un favo di miele che era stato offerto, il
divin Taumaturgo li distribuì alle turbe mediante i discepoli. Intanto né il pane
né il pesce diminuiva, benché si fossero riempiti parecchie volte di essi
numerosi canestri: sembrava anzi che aumentassero.
Il pasto perdurò circa due ore, finché tutti gli astanti furono sazi. Ognuno di
essi intanto si meravigliava di tanta abbondanza, dopo sì penosa penuria di
nutrimento. Tanto più che, terminata la distribuzione, rimasero ancora dodici
canestri di pane. Molti dei presenti chiedevano ai discepoli di dar loro di quel
pane perché desiderosi di conservarlo come ricordo. Intanto gruppi di
persone, che conversavano su quell’argomento, dicevano:
– Costui è veramente il Profeta che doveva venire al mondo... è davvero il
Messia!
Perché ormai imbruniva, il Salvatore disse agli Apostoli che si disponessero
per imbarcarsi verso Betsaida, dove avrebbero dovuto attenderlo.
Mentre gli Apostoli scendevano con i canestri verso le loro imbarcazioni per
recarsi a Betsaida, dove avrebbero distribuito quel pane agli indigenti, Gesù
licenziò il popolo rimasto entusiasta di Lui per la miracolosa moltiplicazione
dei pani e dei pesci.
Allora molti esclamarono: – Egli, che ci ha dato il pane, dev’essere nostro
Re! – Perciò tutti acconsentirono a gridarono all’unanimità: – Vogliamo che
sia nostro Re!
Ma Gesù scomparve per ritirarsi nella solitudine.
FIGLIO DI DIO
La barca di Pietro, sulla quale stavano gli Apostoli, fu sbattuta da un forte
ventaccio durante tutta quella notte. Benché essi remassero energicamente, il
fragile naviglio era sospinto verso mezzogiorno. A un tratto, il Nazareno
cominciò a camminar tra le onde procellose, Egli era così splendente, che la
sua snella persona si vedeva riflessa sullo specchio dell’acqua.
Intanto, dalla barca di Pietro, i naviganti scorgevano il Messia avvicinarsi a
loro. Benché Lo avessero già visto camminar così sulle acque, ne rimasero
sorpresi e sgomenti. Ma dopo lo sbigottimento, Pietro volle dimostrare
nuovamente la propria fede esclamando:
– Se sei Tu, o Signore, comandami di venire a Te!
E Gesù gli rispose: – Vieni!
Allora Pietro camminò sulle acque per una estensione assai maggiore della
prima volta, ma mentre si avvicinava a Gesù, rifletté sul pericolo d’inabissarsi
e cominciò ad affondare. Esclamò quindi:
– Salvami, Signore!
E il Salvatore di rimando:
– Uomo di poca fede, perché hai dubitato?
Quando Gesù salì sulla barca, gli Apostoli si gettarono ai suoi piedi
esclamando: – Sei veramente il Figlio di Dio!
Dopo di essere stati istruiti da Gesù sulla fede, alcuni del popolo Gli
domandarono come dovessero comportarsi per compiere opere di Dio. Ed
Egli rispose:
– Dovete credere in Colui, che Dio ha mandato!
Ma quei tali domandarono che miracolo avrebbe fatto, perché essi
credessero in Lui.
– Ai nostri padri, – soggiunsero – Mosè diede pane proveniente dal cielo: la
manna. E Tu cosa ci darai?
Il Nazareno rispose: – Vi dichiaro, anzitutto, che non Mosè diede il pane
disceso dal Cielo, ma il Padre mio. Egli vi dà il vero Pane del Cielo, poiché il
Pane di Dio è Colui che, venendo dal Cielo, dà la vita al mondo... – Poi, su
questo argomento, il divin Maestro proseguì a lungo. Tra l’altro disse: – Oggi
il Signore parla più chiaro: Io sono il Pane della vita. Colui che viene a Me,
non avrà né fame né sete. Vedete: Colui che il Padre manda, andrà a Lui, che
non lo respingerà. Egli è venuto dal Cielo non per far la propria volontà, ma
quella del Padre. È volontà di Dio Padre che io non perda quanti mi ha dati, ma
che li risusciti nell’ultimo giorno. È volontà di Dio Padre che chi vede il
Figlio e crede in Lui abbia la vita eterna e sia risuscitato nell’ultimo giorno...
Chi crede in Me ha la vita eterna. Io sono il Pane disceso dal Cielo: il Pane di
vita!
Ma gli altri dissero:
– Non conosciamo altro pane del Cielo che la manna.
Gesù però ribatté:
– Quello non era il vero pane di vita, poiché i vostri padri, che lo
mangiarono, morirono tutti. Ecco invece qui il vero Pane venuto dal Cielo. Chi
mangerà questo pane non morrà. Io sono il Pane vivo e chi lo mangerà vivrà
in eterno...
Allora quei tali osservarono:
– Chi può vivere eternamente e mangiare di Lui? Enoc ed Elìa furono
sottratti alla terra e perciò diciamo che non morirono; anche della morte di
Malachia non si ha notizia. Ma a eccezione di costoro, tutti i viventi devono
morire.
Ma il Nazareno osservò ch’Egli sapeva dov’erano Enoch, Elìa e Malachia;
rivelò, anzi, molte notizie di questi Profeti.
Gli avversari di Gesù dissero:
– Ecco chi è Costui! Strano pretendere che si mangi la carne e si beva il suo
sangue. E come può asserire che viene dal Cielo e che vi salirà?
Il Redentore salì poi con gli Apostoli verso un’altura prospiciente sulla città,
ma durante l’ascesa domandò ai discepoli se anch’essi Lo volessero lasciare.
Pietro però rispose per tutti:
– Signore! Da chi andremo noi? Tu solo hai parole di vita eterna. Ognuno di
noi crede e sa che Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vero!
Anche la Vergine, con alcune pie Donne, aveva ascoltato l’ultimo «sermone
della montagna» e quello tenuto alla sinagoga. Per quanto Ella aveva udito
durante gli ultimi giorni, una luce interiore Le faceva conoscere il significato
delle parole di Gesù. Vedeva il diletto Figliuolo come Figlio di Dio; perciò,
compresa di umiltà e di confusione, versava lacrime di materna tenerezza.
RICONOSCENZA
Giunto alla periferia di Gischala, il Salvatore dispose gli Apostoli in tre file
per precisare a ognuno il proprio temperamento naturale e le attitudini
personali. La prima fila constava di Pietro, Andrea, Giovanni, Giacomo il
maggiore e Matteo; la seconda risultava di Taddeo, Giacomo il minore, del
discepolo Giuda, Barnaba e Bartolomeo; la terza era formata da Tommaso,
Simone, Filippo e Giuda iscariote. Ognuno di costoro seppe dal divin Maestro
quello che risultava nel suo interno, e anche quanto sperava; tutti ne rimasero
assai commossi.
Il Redentore diede loro il potere d’imporre le mani e di ungere come faceva
Egli stesso.
Essi stavano d’intorno al Nazareno; intanto vidi raggi di colori diversi
irradiar da Lui e proiettarsi sugli Apostoli e discepoli, secondo il potere
ricevuto e le particolari disposizioni di ognuno. Tutti dissero: – Signore!
Abbiamo sentito in noi una forza straordinaria... Le tue parole sono certamente
verità e vita.
Poi il Nazareno, accompagnato dagli Apostoli e dai discepoli, si avviò verso
Ornitopoli distante dal mare circa un’ora di cammino.
Il Collegio apostolico fu benevolmente accolto da una benefattrice, umile e
pia, la quale manifestava tanta riconoscenza verso Gesù che l’aveva
prodigiosamente guarita. Tutti ormai conoscevano il miracoloso risanamento
di lei e anche quello della sua figliuola. Quella famiglia aveva un congiunto, il
quale, prima sordo-muto, era stato pure graziato dal generoso Nazareno.
Appena ricuperata la favella, quel beneficato aveva subito profeticamente
parlato del divin Taumaturgo, e poi lanciato minacce contro gli ostinati.
I pagani di Ornitopoli, per umiltà e riverenza verso il Redentore, si
mantenevano a una determinata distanza da Lui; essi agitavano rami e palme.
Intanto una ventina di giudei precedeva quanti andavano incontro al Nazareno.
Per ospitare il grande Profeta e il suo seguito, si era messa a loro
disposizione una bella casa, che la signora aveva adornata con lampade e
tappeti di grande valore.
Si lavarono i piedi del Salvatore, al quale si offersero altri indumenti, mentre
si puliva la sua tunica inconsutile.
A onore di Lui, s’imbandì anche una suntuosa cena, dentro un’ampia sala
aperta. Durante il banchetto, entrò nella sala la signora, con la figlia e i parenti,
per ringraziare il grande Ospite. Seguivano i servi con bellissimi regali posti
su artistici vassoi e graziosi canestri.
La figliuola, ricoperta con un ampio velo, si accostò per prima a Gesù con
un vasetto di prezioso unguento, che poi sparse sulla testa di Lui. Ella quindi,
modestamente retrocedendo, si avvicinò alla madre, contenta di avere avuto
quell’onore.
I regali, che furono portati dai domestici, erano doni della stessa figlia, e
Gesù li gradì assai.
Quando, dopo il convito, il divin Maestro si licenziò da quell’ottima
famiglia, ebbe in dono anche oggetti d’oro e altri preziosi regali.
IL SACRIFICIO DELL’AGNELLO
Un giorno, alla sinagoga, i farisei cominciarono a discutere clamorosamente
con Gesù. Essi affermavano insolentemente, come altre volte, ch’Egli cacciava
i demoni per virtù di Beelzebub. Perciò il Nazareno li chiamò «figli del
diavolo, padre della menzogna». Disse pure che il Padre celeste non voleva più
offerte, né sacrifici cruenti. Parlò del sangue dell’Agnello, del sangue
innocente che essi avrebbero sparso. Dichiarò che, con il sacrificio
dell’Agnello, sarebbe cessato per sempre il loro culto; che quanti credessero
nel sacrificio dell’Agnello sarebbero riconciliati e salvi. Prevenne anche i suoi
discepoli delle trame che stavano per ordire i farisei alla sua stessa presenza;
essi quindi s’irritarono talmente che, per sottrarsi al loro furore, Gesù e i suoi
discepoli uscirono di là per avviarsi verso il deserto.
Notai che i farisei avevano appostato sicari con randelli affinché assalissero
il Nazareno, con il pretesto ch’Egli non li aveva mai così severamente
rimproverati come in quel giorno. Trascorsa la notte al deserto, il mattino
seguente il Redentore andò, con i suoi, a Corozain. Mentre si dirigeva verso la
locale sinagoga, Egli guarì storpi, idropici e ciechi.
Alla sinagoga vaticinò nuovamente i suoi futuri patimenti e le persecuzioni
che avrebbe dovuto sopportare, tra aspre dispute e violente discussioni con i
farisei. Parlò del proprio sacrificio, nonostante il quale essi sarebbero rimasti
sempre spiranti malizia e carichi di colpe. Alluse al capro emissario che i
farisei, a Gerusalemme, solevano caricare con i peccati di tutti per poi
cacciarlo sul deserto. A questo proposito, disse ai farisei che non Lo potevano
comprendere; che perciò essi avrebbero cacciato fuori di Gerusalemme un
Innocente, benché Egli avesse fatto tanto per loro, indotto ad amarli
teneramente dalla sua infinita bontà.
A questa dichiarazione seguì un orrendo tumulto tra i farisei, i quali
gridarono dietro al grande Profeta, che si allontanava per uscire dalla città.
Qualcuno di essi Gli chiese una spiegazione di ciò che aveva detto, ma il
Redentore rispose che attualmente essi non Lo potevano comprendere.
Intanto Gli fu presentato un sordo-muto affinché lo guarisse. Il divin
Taumaturgo lo fece parlare alla presenza di molti farisei, affinché essi
vedessero che operava prodigi con l’orazione e la fede, mediante l’aiuto del
Padre suo celeste. Con le dita aveva toccato gli orecchi e con la saliva la lingua
dello sventurato; poi, alzando gli occhi al Cielo, aveva pregato e quindi aveva
gridato al sordo-muto: – Apriti! – E il graziato, che ormai udiva perfettamente,
aveva subito parlato per ringraziare il suo grande Benefattore.
TRAGICI VATICINI
Il giorno successivo, il Nazareno sbarcò con i suoi discepoli vicino alla
piccola Corozain, a un’ora circa di cammino dalla montagna, dove aveva
moltiplicato i pani e i pesci. La gente era già su quel promontorio e ne
arrivava di continuo, perché attirata dalla notizia che il grande Profeta vi
sarebbe ritornato.
Lassù il divin Maestro salì anche per concludere il sermone delle Beatitudini.
Vi erano ad ascoltarlo circa quattromila persone. Egli dichiarò che da tre
giorni la gente l’aveva seguito; che quindi non la si doveva lasciar languire di
fame.
Domandò quanti pani fossero a disposizione di quella moltitudine. Si rispose
che v’erano appena sette pani e altrettanti pesciolini. Allora Gesù fece portare
quei pani e pesci, nonché alcuni canestri vuoti; intanto continuò a parlare per
almeno mezz’ora.
Disse chiaramente di essere il Messia, e vaticinò che Lo avrebbero
perseguitato e poi ucciso.
– In quel giorno però, – soggiunse – gli stessi monti si sconvolgeranno e
questo macigno, sul quale poggiano ora i pani e i pesci, si frantumerà.
Poi lanciò molte minacce contro Cafarnao, Corozain e altre località attigue.
Parlò quindi della felicità di quanti avrebbero ricevuto Lui stesso «Pane di
verità e di vita». In fine, concluse così:
– Gli stranieri ricevono la salute; i figli di casa invece gettano il pane sotto la
tavola.
Egli fece poi sedere sull’erba tutta quella moltitudine e quindi moltiplicò i
pani e i pesci, che i discepoli distribuirono, come si era fatto la prima volta.
Qualche giorno dopo, i dodici Apostoli circondavano il Salvatore, che aveva
alla propria destra Pietro, Giovanni e Giacomo il maggiore; i discepoli invece
stavano fuori della cerchia. A un tratto, il Redentore domandò:
– La gente, Chi dice che Io sia?
Allora gli Apostoli e i discepoli più anziani esposero i diversi giudizi, da
loro uditi, riguardo al «Profeta».
– Ma voi – soggiunse il Nazareno – chi credete che Io sia?
Allora Pietro avanzò di un passo verso di Lui; poi, con animo ardente,
rispose, anche a nome di tutti, con voce vibrante:
– Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivo!
Dopo tale risposta esauriente e precisa, il divin Maestro divenne radioso di
luce e la sua persona si aderse dal suolo; quindi, con voce armoniosa ed
espressiva, disse:
– Beato te, Simone figlio di Giona, poiché non la carne, né il sangue te
l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei Cieli. Ora io dico a Te: – Tu sei
Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno
non prevarranno contro di essa. Ti darò le chiavi del Regno dei Cieli: quanto
tu scioglierai sulla terra sarà sciolto anche in Cielo!
In quell’istante, Pietro era come trasfigurato, mentre gli altri Apostoli
sembravano sbigottiti. Osservavano Gesù e Pietro, quasi con timore e
sgomento.
Intanto qualche Apostolo pensava che Gesù avrebbe dato a Pietro il sommo
pontificato nel nuovo regno, ch’Egli avrebbe fondato. Mentre poi il Collegio
apostolico seguiva il divin Maestro, Giacomo disse sommessamente al fratello
Giovanni che essi, in ogni caso, avrebbero avuto il primo posto dopo Pietro.
Anche durante il percorso, Gesù dichiarò chiaramente agli Apostoli di essere
il Messia; applicò quindi alla propria Persona quanto avevano vaticinato i
Profeti riguardo al venturo Messia. Disse anche di voler andare a
Gerusalemme per le feste. Ad alcune domande di Pietro rispose che, più tardi,
avrebbe compreso tutto, poiché attualmente non era in grado di capire certe
verità e misteriose sue dichiarazioni. Preannunziò inoltre molti avvenimenti
futuri, tra i quali quello riguardante la risurrezione di un suo carissimo amico.
Quel prodigio, come disse, avrebbe suscitato tanto scandalo, che Egli stesso si
sarebbe dovuto nascondere. Predisse pure il tradimento di un apostolo;
dichiarò che, dopo il tradimento, il «Figlio dell’uomo» avrebbe ricevuto
l’affronto della flagellazione; che Lo si sarebbe burlato e poi condannato a una
morte ignominiosa. Soggiunse ch’Egli doveva morire per i peccati del genere
umano, ma poi sarebbe risuscitato il terzo giorno. Tutto ciò fu da Lui
confermato con profezia, che citò alla lettera. Parlò con nobiltà e dolcezza, ma
Pietro divenne così triste a tali dichiarazioni, che si avvicinò a Lui per dirgli: –
Tutto ciò, Maestro, non deve avvenire, anche perché io non lo potrei tollerare.
Dovrei morire io stesso piuttosto che permettere tali guai! Che stiano lontane
da Te, o Signore, tante pene!
Ma Gesù, dopo di avergli dato uno sguardo molto severo, dichiarò:
– Allontanati da me, Satana! Tu mi sei occasione di scandalo. Non comprendi
i disegni di Dio...
A queste parole, Pietro rimase male; compreso di sgomento, si umiliò e,
nell’osservare in silenzio, il Salvatore, provò sentimenti di maggiore
ammirazione e fede. Egli sentiva gran tristezza al pensiero che si sarebbe
avverata la Passione dell’amato Maestro.
Intanto Lazzaro andava incontro al Salvatore per prevenirlo del pericolo che
incombeva su di Lui. Durante quelle feste, si temeva una sollevazione
popolare, poiché Pilato esigeva un nuovo tributo dall’amministrazione del
Tempio per erigere una statua all’imperatore romano. Il governatore pagano
pretendeva perfino che si tributassero onori divini al superbo Cesare di Roma.
Lazzaro consigliò quindi Gesù di star lontano da quelle festività. Ma il
Salvatore gli rispose che «il suo tempo non era ancor venuto»; che quindi
attualmente non Gli sarebbe accaduto nulla di male.
L’AGNELLO DI DIO
A circa tre ore di cammino da Betania, ai limiti del deserto, spiccava una
capanna di pastori beneficati da Lazzaro. La sorella Maddalena, accompagnata
da Maria Salome, parente di S. Giuseppe, era andata fino a quel tugurio per
incontrare Gesù. Là dentro, aveva preparato la refezione per Lui.
Nel vederlo arrivare, Maddalena gli andò incontro per gettarsi ai suoi piedi.
Gesù gradi l’umiltà e la devozione della convertita e accettò il suo invito a
ristorarsi. Dopo di essersi così riposato, continuò il viaggio fino all’abitazione
di Lazzaro la quale distava discretamente da Betania. L’accoglienza fu cordiale
e commovente. Dopo il suo arrivo, Lazzaro lavò i piedi al gradito Ospite.
V’era, alla villa, anche la Vergine che, con Maddalena, preparò graziose
corone floreali che poi furono appese al collo di quattro agnellini.
Il Salvatore parlò dell’agnello pasquale e dei propri patimenti futuri. Parlò
della sua Passione e disse esplicitamente di essere il Messia.
Alle sue dichiarazioni, i commensali provarono timore riverenziale e tanta
ammirazione per Lui, il quale diceva di Sé stesso indiscutibili verità che gli
facevano tanto onore. Specialmente Maddalena provava tanta riconoscenza e
amore verso Colui che le aveva generosamente perdonato i suoi trascorsi, di
cui sentiva un sincero pentimento. Ella era totalmente cambiata e premurosa
verso il grande Ospite che onorava la sua nuova residenza.
Poiché il Salvatore leggeva i sentimenti di lei, nobili e sinceri, le rivolgeva
spesso parole di conforto. Sapeva che la convertita passava molto tempo nel
raccoglimento della sua piccola stanza di penitenza; che inoltre impiegava
l’altro tempo disponibile nei più umili lavori a sollievo degli ammalati e per
aiutare i poveri. Anche Lazzaro e Marta amavano tanto il Redentore;
specialmente Lazzaro aveva molta confidenza in Lui che lo chiamava amico.
Il giorno seguente Gesù, accompagnato dagli Apostoli e da parecchi
discepoli, si avviò verso Gerusalemme. Betfage e Betania erano considerate
come periferia di Gerusalemme; perciò vi si poteva mangiar l’agnello
pasquale alla sera, poiché cominciava già il 15 di «Nizan».
I commensali lo mangiavano con le vesti cinte, i sandali ai piedi e il bordone
da viaggio tra mano. Dapprima essi cantavano alcuni salmi, mentre
camminavano tenendo le mani alzate, per mettersi poi uno di fronte all’altro.
Mangiato l’agnello pasquale, se ne pulivano le ossa con un coltello; quindi
venivano lavate e cremate. Dopo il canto, i banchettanti sedevano a mensa per
cenare.
Ma durante i pasti, il divin Maestro soleva insegnare. In quella sera parlò
della vite, dell’innesto e della potatura per renderla feconda. Dichiarò che gli
Apostoli e i discepoli erano la vite, mentre Egli, il Figlio di Dio, ne era il
tronco; che quindi tutti dovevano rimanere in Lui; che quando Egli si fosse
sacrificato, dovevano predicar e sviluppare il vero tronco della vite, lavorando
da solerti vignaiuoli nel suo vigneto.
UNA PARABOLA STORICA
Al mattino seguente, Gesù, con i discepoli, Lazzaro e i familiari di lui, salì di
buon’ora al Tempio, dove si erano riuniti molti farisei, provenienti anche da
altre regioni, per assalire il «Nazareno» con menzogne e calunnie. Alla prima
opportunità, quei criminali si proponevano di prendere l’inviso Avversario
per giudicarlo e sopprimerlo.
Quando il divin Maestro cominciò a parlare, si vide perciò circondato da
tutti quei figuri, che poi si accanirono nell’interrogarlo, per confonderlo con
obiezioni e querimonie. Gli domandarono, anzitutto, perché non aveva
mangiato la Pasqua con loro al Tempio.
Ma Gesù eluse tutte le loro maligne insinuazioni e parlò severamente del
Sacrificio, affermando di essere Egli stesso il Figlio dell’uomo; soggiunse che
i suoi avversari profanavano il suo sacrificio, con l’avarizia e le ingiustizie
contro il prossimo.
– Iddio – disse – non richiede più sacrifici cruenti, ma cuori contriti. – Poi
soggiunse che i loro sacrifici al Tempio sarebbero terminati, mentre il sabato
sarebbe continuato, poiché, quale giorno di riposo, esso contribuiva alla salute
e a vantaggio della gente.
Allora i farisei allusero malignamente alla parabola dell’epulone e del
povero Lazzaro, che il Nazareno aveva raccontata a loro mònito; essi però
intendevano chiosarla a modo loro per metterne in ridicolo il contenuto e
gettare il discredito su Colui che l’aveva narrata. Gesù quindi riparlò di essa
per riprovar l’egoismo e la crudeltà contro i poveri. Il contegno dell’epulone
lo applicò di proposito a quello dei farisei, che ne fremevano. Ma non si
trattava soltanto di una parabola. La storia del ricco epulone e del mendico
Lazzaro era autentica e conosciuta come tale. La morte del riccone egoista,
vizioso ed empio, era stata spaventosa e raccapricciante. Tanto l’epulone che il
mendico erano morti durante l’infanzia di Gesù. Erano vissuti nella città di
Amthar. Il primo era un famigerato galileo che osservava scrupolosamente
l’esteriore della Legge, ma era duro e senza misericordia con i poverelli.
Lazzaro era pio, ma estremamente povero, infermo e coperto di piaghe.
Gesù poteva dir con assoluta verità quanto era avvenuto ai due personaggi
della parabola a fondo storico, mentre i farisei, che la chiosavano
sofisticamente, non sapevano proprio nulla, e perciò parlavano a sproposito.
Tuttavia essi si risentirono assai nell’ascoltare le severe parole del Nazareno
che li paragonava, a ragione, al ricco egoista, anche perché non ascoltavano né
Mosè né i Profeti, quantunque si vantassero di osservar la legge mosaica.
Disse quindi:
– Chi non Mi ascolta, non ascolta neppure i Profeti, che parlano di Me. Anche
se risorgessero i morti, voi non credereste in Me. Essi risorgeranno alla mia
morte. Anch’io risorgerò e un giorno giudicherò tutti i mortali... –. Poi
concluse così: – Quanto faccio Io, lo fa anche il Padre in Me... Mosè stesso vi
condannerà!
Gesù continuò a insegnare, benché fosse interrotto. Finalmente i farisei,
perché confusi dalle argomentazioni del divin Maestro, sollevarono un
violento tumulto contro di Lui. Procurarono perfino di farlo arrestar dalle
guardie, ma d’improvviso calò un tenebrore, che oscurò ogni cosa. Allora il
Nazareno, nel vedere aumentar la confusione, alzò gli occhi al Cielo per
esclamare:
– Padre, rendi testimonianza al Figlio tuo!
Allora, da una nube oscura, si udì una voce cupa e penetrante rispondere:
– Questo è il mio Figlio diletto, nel quale ho messo la mia compiacenza.
A quella voce, che aveva la forza del tuono, i nemici di Gesù restarono
terrorizzati, con lo sguardo sbarrato nel vuoto. Intanto i discepoli, che stavano
d’intorno al Redentore, Lo difendevano da eventuali assalitori. Così il
Nazareno, nel passar tra la ressa di quanti si avviavano verso l’uscita, giunse a
una porta laterale del Tempio; uscito da essa con quanti Lo accompagnavano
anche per difenderlo, discese dal Moriah per avviarsi verso la casa, che
Lazzaro aveva a Gerusalemme.
I discepoli non avevano udito la voce, ma solo il tuono; essa però era stata
udita dai più accaniti farisei. Ritornata la luce, essi non parlavano più
dell’accaduto, ma si preoccupavano di mandar gente a inseguire il Nazareno, il
quale però rimase irreperibile perché la sua ora non era ancor scoccata. Essi
s’irritarono perciò di non essere riusciti ad arrestarlo.
Gesù aveva detto:
– Chi pretenderà salvar la propria vita, la perderà; chi invece la sacrificherà
per Me, la salverà. A che cosa servirebbe guadagnare anche tutto il mondo se
poi si perdesse l’anima? Di chi si vergognerà di Me davanti al mondo
perverso e adultero, si vergognerà pure il Figlio dell’uomo quando Egli verrà,
nella maestà del Padre suo, per dare a ciascuno quanto si merita secondo le
proprie opere.
LA TRASFIGURAZIONE
Presi con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, il Salvatore salì verso il Tabor.
Perché il Redentore diceva loro, durante l’ascesa, che lassù si sarebbero sentiti
sazi, i tre Apostoli non si erano provvisti di alimenti.
La vetta del Tabor offriva una bella prospettiva. V’era lassù uno spiazzo
adombrato da piante, dove abbondavano erbe aromatiche e fiori. Si udiva
inoltre il fiotto di una sorgente cristallina, che zampillava dalla roccia. Era una
spianata così ampia, che si poteva camminar per essa.
Gli Apostoli quindi, lassù, si prostrarono davanti al loro Maestro per
pregare. Poi, mentre Egli parlava loro di bontà e d’amore, essi godettero gioie
quasi paradisiache. Aveva già detto loro che conveniva vederlo in gloria per
non dubitar di Lui, quando Lo avessero veduto disprezzato, specialmente
durante la sua Passione e morte.
Intanto il sole era scomparso e quindi imbruniva, ma gli Apostoli non se ne
accorsero, poiché il Salvatore diveniva gradatamente più radioso entro un
nimbo popolato di Angeli. A un tratto, Pietro domandò:
– Maestro, chi vedo mai?!
E Gesù: – Gli Angeli mi servono!
Allora Pietro: – Non siamo qui noi disposti a servirti?
Mentre poi il Nazareno continuava a insegnare, si diffondeva da Lui come un
celeste aroma che rendeva felici i suoi devoti e attenti ascoltatori. Tanto più
che il loro caro Maestro diveniva splendente e diafano, assumendo perciò un
aspetto celestiale. Lo splendore, che irradiava dal viso di Lui, era così vivido,
da illuminar perfino i fiori, che occhieggiavano dal tappeto erboso. Gli
Apostoli erano estatici e commossi.
A mezzanotte, irraggiò dal firmamento un fascio di luce, lungo il quale
aleggiavano spiriti celesti. Alcuni di essi erano di piccola statura; di altri si
ammiravano soltanto i visi graziosi. Alcuni Angeli indossavano paramenti
sacerdotali; altri vestivano da guerrieri. Tutti manifestavano qualche bella
caratteristica.
Per la loro apparizione, i tre Apostoli ricevettero uno speciale aiuto per
diventar fermi nei propositi, lieti e illuminati nello spirito. Erano come in
estasi. Poco dopo, con gioiosa loro sorpresa, essi videro entrar nella luce, che
irradiava da Gesù, tre fulgidissime figure. Erano Mosè ed Elìa, che parlavano
con il Salvatore, mentre il terzo personaggio, il profeta Malachia, era
silenzioso e più spirituale di loro.
Io udii come Mosè ed Elìa salutarono il Salvatore, e come Egli parlava loro
della sua Passione e Resurrezione. I due personaggi erano giovani e attraenti;
Mosè più alto, maestoso e venerando di Elìa. Aveva sulla fronte due raggi che
gliela illuminavano; vestiva un’ampia tunica.
Mosè espresse a Gesù il compiacimento che provava nel contemplare
nuovamente Colui che lo aveva guidato, mentre attraversava il deserto con il
popolo, sottratto al faraone dell’Egitto. Si felicitò nel constatare che
attualmente il figlio di Dio stava per salvare il genere umano, con il redimerlo
dal peccato. Rammentò fatti del suo tempo: parlò dell’agnello pasquale e
dell’Agnello di Dio che era delicato, amabile e mansueto. Tanto Mosè che Elìa
erano molto diversi da Malachia, il cui viso non aveva quasi fattezze corporee,
perché come tutto spirito, quasi fosse angelicale.
Gesù parlò con loro per confidar tutti i dolori che aveva sofferti fino allora,
e quelli che Lo attendevano. Mosè ed Elìa Gli espressero ammirazione e
sentirono compassione dei suoi patimenti lodarono l’altissimo per tutti i
benefici della Redenzione. Ringraziarono il Redentore per avere avuto
compassione del suo popolo fin dall’eternità.
Intanto i tre Apostoli contemplavano anche Elìa, Mosè e Malachia.
Quando il Salvatore parlò della sua morte sulla croce, distese le braccia e
disse: – Così il Figlio di Dio sarà innalzato sulla terra! – Il suo viso era tutto
radioso, e la veste candida più della neve.
Non solo Gesù e i Profeti erano librati per l’aria, ma anche gli Apostoli non
toccavano più terra. Poi, mentre Elìa e Mosè scomparvero a levante, Malachia
si dileguò verso occidente.
Intanto Pietro, fuori di sé per la meraviglia, esclamò:
– Maestro, è bene per noi restar quassù. Vogliamo erigere tre tende: una per
Te, un’altra per Elìa e la terza per Mosè... – Non pensava ad altro cielo, perché
così felice. Ma aveva parlato in estasi. senza sapere ciò che dicesse.
Quando i tre Apostoli rinvennero, discese su di essi una nube bianca e tenue.
Contemporaneamente vidi il cielo schiudersi sopra il Salvatore, e comparir
Dio Padre assiso sul trono come un antico Pontefice, con cori angelici ai suoi
piedi. Un fascio di luce discese sul Redentore, e udii come un sussurro soave e
penetrante, una voce celeste dichiarare:
– Questo è il mio Figlio diletto, di cui mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!
Intanto gli Apostoli, sorpresi dal timore e compresi di riverenza, si gettarono
con il viso al suolo. Essi, dopo di aver contemplato la grandezza di Dio, si
sentivano deboli e miseri. All’udir la voce di Dio Padre elogiare il diletto
Figlio, si sentivano timorosi e sgomenti.
Ma il divin Maestro li toccò e disse: – Non temete e alzatevi!
Quando si alzarono, essi videro con sorpresa soltanto Gesù.
Erano circa le tre antimeridiane.
Il Salvatore aveva estasiato i tre Apostoli prediletti con la trasfigurazione,
per fortificar la loro fede e impedire che si scoraggiassero quando Lo
avessero veduto sofferente e maltrattato per espiare i peccati del genere
umano.
PAROLE DI VITA
Mentre Gesù discendeva dal Tabor la gente L’osservava con meraviglia,
perché raggiava dal suo viso una luce soprannaturale. Anche gli altri Apostoli,
nel notare la serietà e il timore riverenziale con cui i tre prediletti trattavano il
Messia, constatarono che qualcosa di meraviglioso doveva essere avvenuto sul
monte.
Un uomo si gettò ai suoi piedi per pregarlo di guarirgli il figlio posseduto
dal demonio. Lo spirito malefico lo gettava sul fuoco, o dentro l’acqua,
facendolo gridare per il dolore.
Nel vedere il Nazareno, il giovane ossesso comincio a smaniar furiosamente.
Ma Gesù protese le mani verso di lui dicendo in tono imperativo: – Spirito
muto e immondo, ti comando di uscire da questo fanciullo e di non ritornarvi
mai più! – E il demonio lasciò il ragazzo, che Gesù affidò al padre suo.
Quando gli Apostoli domandarono agli scribi ciò che pensassero della
venuta di Elìa, ebbero questa risposta: «Il Profeta deve venire per restaurare
ogni cosa». Tuttavia il divin Maestro dichiarò.
– Io vi dico invece che Elìa venne già, ma essi non lo riconobbero; anzi,
come sta scritto di lui, fecero di lui stesso ciò che vollero. Allo stesso modo il
Figlio dell’uomo soffrirà per loro colpa.
Mentre il Nazareno si trovava a casa di Pietro, qualcuno di Cafarnao
dissentiva sul pagamento del tributo, al quale era obbligato anche Lui. Allora il
Redentore domandò:
– I re esigono tributi sul loro territorio dai sudditi o dagli stranieri?
Quando Gli si rispose che tutti vi erano obbligati, disse a Pietro:
– Va’ al lago e getta l’amo! Il primo pesce, che prenderai, avrà una moneta
con cui potrai pagar per Me e anche per te.
Pietro ubbidì e, aperta la bocca del pesce, vi trovò una moneta rotonda e
gialla, con cui pagò il tributo per sé e per Gesù. Il pesce era e così grosso, che
bastò per tutti i commensali.
Nel vedere un bambino con la madre, il Salvatore lo presentò agli Apostoli e
disse:
– Chi non diventa come questo bambino, non entrerà nel Regno dei Cieli. Chi
riceve un bambino, a nome mio, riceve Me! Chi si umilierà come lui, sarà il
maggiore nel Regno dei Cieli.
Poi benedisse il piccino, al quale donò frutta e anche una graziosa tunichetta.
Nel riconsegnarlo alla madre, disse di lui parole profetiche. Quel pargoletto
crebbe buono; divenne poi Vescovo e martire: S. Ignazio.
Mentre il Redentore parlava tra l’attenzione di molti ascoltatori, una donna
velata e con mani intrecciate, esclamò:
– Benedetto il seno che Ti portò e il petto che Ti nutrì !
Ma Gesù rispose:
– Più beati coloro che ascoltano le parole di Dio e le praticano!
Quella donna era Lea consorte di un fariseo avverso al Nazareno. Più tardi,
ella si associò alle pie Donne ed elargì molte offerte alla comunità cristiana.
A tempo opportuno, il Nazareno dichiarò di non essere nato da uomo, ma
per opera dello Spirito santo. Parlò con molta venerazione della sua santa
Madre, che dichiarò la più pura, santa ed eletta donna dell’universo: Vergine e
Madre predestinata e per la quale avevano palpitato, attraverso i secoli, i cuori
di tutti i fedeli con il palpito e la parola scritta dai Profeti. Disse che per la
venuta di Lui, il Messia, nato dalla tanto attesa Vergine Maria, si era ristabilito
il nuovo Regno di Dio tra le genti; dichiarò come, per Lui e in Lui stesso, i
mortali potessero essere nuovamente annoverati tra i figli di Dio. Mediante il
Messia, si sarebbe potuto stabilire come un ponte di unione tra Dio e l’umanità
colpevole, e soggiunse che perciò chi volesse andare a Dio sarebbe dovuto
passare per Lui e in Lui medesimo, lasciando quanto fosse terreno e
passeggero del mondo. Disse inoltre che il potere di Satana era stato sovvertito
nel mondo, e che il male tra le genti e la natura umana si sarebbero potuti
vincere con l’unirsi a Lui nella fede e nell’amore, nel suo nome.
L’OSPITE GRADITO
Caratteristica Ornitopoli, città pagana, sita su di una zona montuosa. dove
vivevano pochi ma buoni giudei. Vidi alla periferia di essa una trentina di
templi dedicati a idoli. Parecchie proprietà, edifizi di tessitura, fabbriche,
giardini e imbarcazioni ancorate al porto appartenevano alla Sirofenisa.
Il divin Maestro pernottò a tre ore di cammino da Ornitopoli, presso la
dimora della Sirofenisa che lo aveva invitato con i suoi discepoli, mediante il
parente graziato dallo stesso Salvatore.
Al suo arrivo, il gradito Ospite era stato accolto festosamente; poi, mentre
Egli sedeva a mensa con il suo séguito, la figlia della Sirofenisa aveva sparso
un vasetto di profumo sull’adorabile testa di Lui. Madre e figliuola offrirono
preziosi regali al divin Visitatore, il quale poi si avviò verso il porto, dove
ebbe una cordiale accoglienza.
Vidi quindi il Salvatore benedire le acque da una barca in procinto di salpare
dal porto. Scorsi molti pesci seguire la piccola imbarcazione; sembrava che
quei pesci ascoltassero la conversazione del Nazareno. Sporgevano le teste
dalle onde e guizzavano quasi in preda alla più vivida gioia nell’ascoltare gli
insegnamenti, che Gesù impartiva ai discepoli durante la traversata.
Quel viaggio riuscì agevole perché il mare era tranquillo; tutti quindi i
naviganti, giudei e pagani, esclamavano:
– Che incantevole traversata! La felicità di questo viaggio la dobbiamo a Te,
grande Profeta!
Allora il Nazareno disse loro che ne ringraziassero l’Altissimo. Poi parlò
del Creatore, delle sue mirabili opere e della vanità degli idoli pagani. Guarì
quindi i sofferenti di mal di mare e, quando lo si seppe dai rematori di altre
barche, anche costoro si rivolsero a Lui. Ma il divin Taumaturgo guarì tutti i
sofferenti a distanza.
La imbarcazione, sulla quale viaggiavano Gesù e i discepoli, attraccò al
porto di Salamina prima che sorgesse il sole. Là Cirino, tre fratelli di Barnaba
e altri giudei accolsero il divin Maestro con i discepoli; li accompagnarono
poi a una bella terrazza adorna di piante esotiche. Sul pavimento di essa erano
distesi morbidi tappeti, sui quali spiccavano anfore di acqua per lavare i piedi
agli ospiti. Furono offerte loro anche bibite rinfrescanti.
Dopo una laboriosa giornata trascorsa nell’insegnare, il Salvatore si avviò
verso Salamina, lungo una strada arenosa, ma costeggiata da piante frondose.
Il sacro Collegio era accompagnato dal capo della sinagoga, che l’aveva
invitato a trascorrere la notte dentro una comoda sala fornita del necessario.
Ma prima di riposare, il Nazareno si fece accompagnare alla sinagoga
grandiosa e illuminata da molte lampade. Nel parlare ai molti suoi uditori,
Gesù suscitò in loro tanto interessamento, che tutti ne rimasero ammirati e
commossi. Si pensava ch’Egli fosse un Profeta e forse di più ancora; si
supponeva che fosse il precursore del Messia. Ma Gesù fece loro osservare
che il precursore era stato Giovanni Battista; parlò quindi dei segni riguardanti
il Messia e per i quali, essi avrebbero potuto riconoscerlo. Ma non disse
chiaramente chi Egli fosse. Gli astanti però lo avevano già intuito, poiché
appunto per questo tenevano con Lui un comportamento devoto e riverente.
Poi il divin Taumaturgo guarì parecchi infermi, anche per confermare così il
proprio potere sovrumano.
Al mattino seguente, Gesù volle che il discepolo Giona Lo accompagnasse a
casa del padre suo, vecchio ma ancor vegeto. Al vedere comparire il
Nazareno, il vegliando manifestò un’allegria quasi infantile. Nel rivolgersi al
divin Visitatore, esclamò:
– Signore! Quanto abbiamo è tuo; io stesso e il mio caro figliuolo
apparteniamo a Te! – Lo invitò poi a mensa.
Il Salvatore parlava sempre con calma e mai concitato, se non quando
discuteva con i farisei. Allora le sue parole erano come frecce acute, e il tono
della voce severo. Caratteristica la sua voce tenorile e sonora; non la si poteva
confondere con alcuna altra. La si udiva perfino in mezzo al chiasso, tanto era
limpida e chiara.
Dopo Gesù, cominciò a parlare alle turbe un vecchio rabbino. Egli aveva una
barba ampia e bianca, che ne incorniciava il viso attraente e amabile. Era un
rabbino che vagava da luogo a luogo per l’isola; egli visitava infermi,
raccoglieva offerte per i poveri, consolava i prigionieri, insegnava ai bambini
e agli ignoranti, confortava le vedove e parlava ai fedeli radunati dentro le
sinagoghe. Il buon vecchio, nel trovarsi vicino al Messia, si senti come ripieno
di Spirito santo; parlò quindi del Salvatore come mai udii parlar di Lui, in
pubblico, un rabbino.
Disse che gli astanti avevano la fortuna di vivere al tempo di un Profeta così
grande e umile da essersi degnato di visitar gli abitatori dell’isola. Parlò
mirabilmente del Redentore, che giudicò superiore a qualunque profeta.
Benché non si arrischiasse di precisare chi Egli realmente fosse, soggiunse
che era giunto il tempo della promessa, ed espresse la speranza di vivere fino a
veder compiute le speranze d’Israele.
Gli uditori erano così commossi, che molti di loro piangevano. Gesù,
confuso tra i discepoli, aveva ascoltato in silenzio. Poi Egli andò all’abitazione
del vecchio oratore, dove la conversazione si protrasse a lungo e animata. I
familiari del rabbino pregarono il Nazareno di restar sempre con loro.
NUMEROSE CONQUISTE
Mentre il divin Maestro insegnava. giunse un soldato romano, il quale
espresse al Capo degli anziani il desiderio del governatore di parlare al nuovo
«Rabbi»; gli disse perciò che Lo invitava ad andare presso di lui.
Informato di tale desiderio, il Nazareno rispose all’inviato che vi avrebbe
aderito, ma intanto continuò a insegnare. Quando Egli passò tra i giardini di
Salamina, i pagani L’osservarono incuriositi, poiché Egli era accompagnato
da un messaggero del governatore romano.
Il palazzo del governatore, aveva, presso l’entrata, un grandioso pozzo. Là,
sotto un tetto sostenuto da colonne, si vedeva un sedile di pietra e assiso su di
esso lo stesso governatore, che attendeva Gesù. Era un magistrato rivestito di
tunica bianca a strisce rosse e portava un corto manto. Era un personaggio
robusto e di aspetto dignitoso; la sua faccia era incorniciata da una barba scura
e corta. D’intorno a lui stavano alcuni soldati romani.
I pagani locali, che osservarono l’incontro di Gesù con il governatore,
rimasero ammirati del rispetto che il magistrato manifestava al Nazareno.
Appena lo aveva veduto comparire, il governatore era scattato dal seggio per
inchinarsi a Lui, al quale toccò la destra. Poi Lo accompagnò sulla terrazza,
dove rivolse all’Ospite molte domande. Gli disse di avere appreso che Egli era
un «Rabbi» molto saggio e operava tante meraviglie.
– Ma chi mai Ti dà il potere di far tali prodigi? – soggiunse poi il magistrato.
– Sei forse il Messia promesso ai giudei, oppure il Re che essi aspettano? Se
sei Re, con quali forze armate intendi Tu d’inaugurare il tuo Regno? Disponi
di molti soldati, e dove si trovano essi? Tarderai molto a manifestarti in tutto il
tuo potere?
Il magistrato parlò così con vivo interessamento e riverenza: Gesù rispose
vagamente e poi disse: – Il tempo della promessa sta per compiersi. I Profeti lo
annunziarono. Il mio Regno però non è di questo mondo. lo preparo le anime
per il Regno del mio Padre celeste che è il Creatore del Cielo e della terra.
Il governatore rimase assai ammirato delle sue parole e del suo
comportamento. Poi offrì, sopra una tavola di pietra, qualche alimento
all’Ospite e al suo séguito. Sulla tovaglia spiccavano varie tazze ripiene di una
sostanza adatta a inzuppare certe paste dolci. Ai commensali furono offerte
frutta e pasticci in forma di stelle e di fiori. Bevvero inoltre piccole coppe di
vino. Lo stesso governatore partecipò a quel rinfresco, durante il quale si
parlò di Pilato.
Gesù parlò dell’acqua, delle diverse fonti o chiare o torbide, amare o salubri;
della notevole differenza tra le loro virtù e qualità; del modo con cui le acque
affluivano ai pozzi. Così trattò anche dell’acqua battesimale, e della rinascita
individuale mediante la penitenza e la fede. Spiegò come si potesse divenire
tutti figli di Dio.
La sua meravigliosa conversazione impressionò profondamente il
governatore. Alla fine del rinfresco, molti pagani salutarono il Nazareno con
maggiore rispetto di prima, perché il magistrato ne aveva dato loro l’esempio.
So di positivo che Gesù guadagnò a Cipro, tra giudei e pagani, almeno 570
anime. Vidi la peccatrice Mercuria seguire il Salvatore con i propri figli; ella
si associò alle pie Donne, e aiutò molto la primitiva cristianità. Morì poi
martire durante la prima persecuzione contro i cristiani.
SEGNO DI CONTRADIZIONE
Quando il Redentore era ritornato all’alloggio, un pagano Lo aveva
accompagnato dentro il giardino, dove Lo attendeva una persona una donna
pagana che, alla comparsa di Lui, si era inchinata per rispetto. Dedita
all’abominevole culto degli idoli, ella sentiva di essere in errore.
Dopo avere appreso che Gesù aveva convertito la Maddalena, non voleva più
rimanere al servizio della dea locale. Nell’osservare il Nazareno in
conversazione con il governatore romano, aveva ammirato una fulgida luce
aureolarne la testa; per conseguenza, si era sentita internamente cambiata. Gesù
l’aveva poi ammonita di cessar dalla sua vita riprovevole; dopo di averle
parlato del vero Dio, le aveva ricordato il comandamento di non fornicare. Le
parlava seriamente, ma con molta bontà. Poi la donna si era allontanata da Lui
singhiozzando, poiché era pentita del proprio tristo passato.
Il Salvatore aveva anche ascoltato le interrogazioni di altri pagani, stimati
saggi, che Gli parlavano delle loro divinità. Gli avevano parlato anche di Elìa
che era passato per la loro isola. Dicevano che il profeta aveva osservato
alzarsi dal mare come una nuvoletta la quale, secondo l’opinione di tutti,
simboleggiava una Vergine. Essi avrebbero voluto sapere dove fosse quella
Vergine, poiché sapevano che da Lei dovevano provenire il Salvatore e il
Regno dell’universo. Secondo i loro calcoli, il tempo dell’apparizione di Lei
era già venuto. Uno di quei pagani aveva poi dichiarato di avere appreso la
notizia che in Giudea era comparso un «agitatore» il quale, approfittando di
tale opinione, si era spacciato quale atteso Re.
Allora il Nazareno non aveva dichiarato di essere quel tale, ma soltanto che
«quell’uomo non era un agitatore»; che di lui si dicevano invece tante falsità.
Aveva poi precisato che era venuto il tempo nel quale si compivano i vaticini
dei Profeti.
Quei sapienti consideravano la loro dea Derkets quale regina del cielo.
Dicevano che aveva predetto tanti avvenimenti, e poi si era gettata nell’acqua
per trasformarsi in un pesce, e così rimanere sempre con gli isolani.
Allora Gesù aveva affermato che le loro supposizioni erano stravaganti e
false. Aveva poi parlato della creazione del mondo e della Donna che doveva
schiacciar la testa al serpente. Aveva quindi alluso ai Profeti e al compimento
della promessa. Dichiarava inoltre che l’Altissimo aveva conservato una razza
eletta per formare un popolo, dal quale doveva provenire il Salvatore
dell’umanità. Per le sue parole, alcuni di quei sapienti si erano poi convertiti.
Dopo la partenza di Gesù da Cipro, molte famiglie giudee e altri convertiti
emigrarono dall’isola portando con sé quanto potevano. In conseguenza di
questo esodo, alcuni agitatori, pagani e giudei, si accordarono nel proibire
perfino di parlar del Nazareno. Alcuni seguaci di Lui furono sferzati, e i
sacerdoti degli idoli obbligarono i pagani convertiti a offrire incenso ai loro
dèi.
Lo stesso governatore romano, perché favorevole a Gesù, venne destituito e
fu chiamato a Roma. Con la crocifissione del Redentore, il suo nome fu
dimenticato. Il nome di Gesù era dunque segno di contradizione.
Dopo un pasto di commiato, Gesù andò con i suoi là dove il governatore
romano aveva disposto alcuni servi con giumenti, a disposizione dei
viaggiatori. Lo stesso magistrato li volle accompagnare; egli cavalcava
sempre al lato di Gesù. Poi, all’aurora, tre ore prima di giungere al porto, il
governatore si accomiatò dal Nazareno per non attirar l’attenzione della gente.
Gesù gli strinse la destra e poi lo benedisse. Il magistrato s’inchinò
profondamente davanti a Lui e quindi ritornò a Salamina.
Il Salvatore con il suo séguito giunse là dove i marinai Lo aspettavano. Egli
continuò a beneficare e a consolar la gente con molte guarigioni. Aveva con sé
ventisette persone.
A sera, si levarono le ancore a tre navigli; poi si sbarcò presso la foce del
Kison. Il Salvatore fu ricevuto da alcuni Apostoli e discepoli che Lo
abbracciarono giubilanti.
Il Redentore si avviò verso una città di leviti: Misael, dove si festeggiò il suo
arrivo con suoni e canti. Mentre il divin Maestro passeggiava con il suo
seguito per un ampio parco, dove si godeva una splendida visuale, Egli
raccontò la parabola di un pescatore che aveva catturato 570 pesci. Disse che il
buon pescatore prende i pesci di acqua cattiva per metterli entro acque
migliori; che libera i pesci buoni da luoghi pericolosi perché infestati da
squali ghiotti di pesciolini e prepara per questi un vivaio sgombro da pesci
voraci. Precisò quindi chiaramente che il numero dei salvati era di 570 e che,
per tale numero, era stato conveniente tutto il lavoro da Lui compiuto
sull’isola.
La benefattrice Sirofenisa, di Ornitopoli, aveva mandato, mediante discepoli,
alcune piastrine d’oro a Gesù. Ella voleva inoltre aiutar Mercuria a fuggir da
Cipro con una delle sue imbarcazioni.
Gesù parlò anche dei sacrifici richiesti per espiare i peccati e poi di Sansone,
che giudicò santo. Il colosso non aveva perduto tutta la propria forza, ma
l’aveva conservata per far penitenza; poi aveva demolito il tempio dei pagani
filistei facendolo crollare sopra se stesso per ordine di Dio.
Giuda iscariota, che negoziava volentieri, e Tommaso, la cui famiglia
possedeva molto legname al porto dov’era conosciuto, partirono con altri
discepoli verso Hepha, perché incaricati dei preparativi per la prossima venuta
dei provenienti da Cipro.
Gesù andò con vari Leviti alla città di Tenath. Là v’era un fariseo assai
ammalato, ma si supponeva che il Nazareno non lo avrebbe guarito poiché Gli
si era manifestato avverso. Era sulla quarantina; aveva moglie e figli; andava
visibilmente deperendo. Ma il divin Taumaturgo lo avvicinò e gli chiese se
credesse ch’Egli lo potesse risanare.
Allora l’infermo rispose timidamente: – Sì, o Signore: lo credo.
Gesù gli pose quindi la destra sulla testa e la sinistra sul petto; dopo avere
pregato, gli disse di alzarsi, e di ristorarsi. L’ammalato, prodigiosamente
guarito, si alzò e poi, insieme con la moglie e i figli, ringraziò tra le lacrime il
suo grande e generoso Benefattore. Il quale conversò amorevolmente con tutti,
ma senza ricordare che il fariseo guarito gli era stato avverso. Così anche gli
altri farisei si ammansirono per la mitezza e generosità del Salvatore.
Un giorno il Nazareno si avviò verso Naim. Gli andarono incontro alcuni
discepoli e l’adolescente da Lui risuscitato. Altri, che avevano celebrato le
feste di Pentecoste con la Vergine a Nazaret, andarono pure a incontrare il
Salvatore. La Madre di Lui entrò poi nell’alloggio che la vedova aveva
preparato per il divin Taumaturgo, e rimase con lei e le altre pie Donne, alcune
delle quali uscirono velate per prostrarsi davanti a Gesù quando giunse a
destinazione. Egli le salutò e poi entrò nella sala, dove si trovavano Marta,
Maddalena e Veronica, che pure Gli resero omaggio.
Gesù parlò con bontà del governatore romano di Salamina; disse ch’egli
sarebbe stato sostituito da un altro magistrato pure amico dei suoi discepoli
isolani.
Nel parlare alla sinagoga, dichiarò che i pagani sarebbero stati chiamati a
occupare il posto degli ostinati giudei. Nel parlare poi con i suoi discepoli, li
esortò a mantenersi saldi e costanti, perché si avvicinavano per Lui tempi di
gravi tribolazioni e di una spietata persecuzione. Li assicurò che non li
avrebbe mai abbandonati, ma raccomandò loro di non desistere dalla fedeltà a
tutta prova, quando Lo si sarebbe così maltrattato da mettere in serio pericolo
la loro fede.
A queste parole, essi piangevano perché accorati e commossi.
LA NOBILTÁ DEL NAZARENO
Quando il Salvatore ritornò a Damna, fuori della città, si era già preparato
un alloggio per Lui. Lazzaro Lo aspettava con i discepoli di Gerusalemme.
Gesù lo abbracciò, e poi discusse con lui circa l’alloggio che conveniva
assegnare ai profughi provenienti da Cipro. Intanto Giacomo il minore e
Taddeo erano a Gessur per ricevere sette filosofi convertiti.
L’amicizia di Gesù con Lazzaro era evidente. Passeggiarono parecchio
tempo insieme. Lazzaro aveva un’alta statura; era molto amabile, benché serio
e spesso taciturno, per la sua morigeratezza. Anche nel tratto si distingueva per
nobiltà. Aveva capigliatura nera e, per lineamenti, assomigliava a S. Giuseppe,
il quale però aveva capelli biondi e molta dolcezza nel comportamento assai
benevolo.
Da Damna, Gesù, Lazzaro e i discepoli si diressero là dove viveva
Zorobabel, il capo di Cafarnao, che possedeva campi, vigneti e giardini. Poi il
Salvatore andò fino all’abitazione della sua cara Madre, lungo la valle attigua
a Cafarnao. Anche le pie Donne stavano con Lei.
Quando Gesù entrò in una sala, la Vergine, velata e umile, s’inchinò davanti a
Lui e Gli diede la destra. Il divin Figlio la salutò amorevolmente, mentre le
altre Donne stavano a una certa distanza, in semicerchio. Allorché il Redentore
rimase solo con la diletta Madre sua, osservai che Egli La reclinava sul suo
petto per consolarla.
La Vergine, da quando il Figlio aveva cominciato la vita pubblica, Lo trattava
quale eccelso ed eminente personaggio, ma anche familiarmente. Tuttavia non
Lo abbracciava; Gli dava soltanto la mano quando Egli per primo Le offriva la
propria.
Vidi Gesù e la Vergine da soli a mensa: il Salvatore a un lato e la Madre
all’altro; sulla tavola piccola e bassa, v’erano pesci, torte, miele, pane e due
coppe.
Durante quell’ultimo incontro, il Redentore Le parlò del proprio viaggio a
Cipro e delle anime là convertite. Intanto la Vergine se ne rallegrava; Ella però
manifestò poi al diletto Figlio la sua amorevole preoccupazione per i futuri
pericoli. Allora Gesù rispose affabilmente che avrebbe compiuto la sua
missione fino al tempo in cui sarebbe ritornato al suo celeste Padre.
DIVINA SAGGEZZA
Un giorno si radunò d’intorno al Nazareno una trentina di discepoli; intanto i
duecento giudei provenienti da Cipro erano ricevuti da Barnaba e dai fratelli. A
sistemar gli altri, pensava invece Giovanni ancora a Ebron, presso l’abitazione
dei parenti di Zaccaria. Anche gli esseni s’interessavano di alloggiare i
profughi dell’isola. Ad altri provvedevano la Sirofenisa e Lazzaro.
Gesù presentò i nuovi convertiti alla Vergine, come faceva sempre. Ella
riceveva i nuovi discepoli del diletto Figlio con cuore materno; li
raccomandava inoltre all’Altissimo perché si considerava loro Madre
temporale e spirituale.
I discepoli raccontarono quanto era loro avvenuto sui luoghi di missione:
alcuni erano stati presi a sassate ed altri erano dovuti fuggire, ma senza subire
alcun danno. Avevano però incontrato anche gente buona. Avevano istruito,
battezzato i neofiti e guarito infermi.
Gesù ascoltò tutti, ma ad alcuni entusiasti nel raccontare il loro
comportamento con una certa compiacenza, il divin Maestro, interrompendoli,
disse loro: – So già quanto vi successe! –. Altri, che invece raccontavano con
semplicità, erano da Lui ascoltati senza interruzione e volentieri. Disse poi a
tutti che diffidassero sempre di se stessi, poiché avrebbero subì to dure prove.
Nel parlar con loro, correggeva anche certi giudizi. Poi, alla sinagoga, il
Nazareno parlò della vicinanza del Regno di Dio. Allora si presentarono a Lui
due farisei per parlargli di Mosè, quando il legislatore aveva fatto arrestare
l’uomo colpevole di avere raccolto legna di sabato. Quei maligni si riferivano
alle guarigioni, che il divin Taumaturgo aveva operate di sabato. Ma domandò
loro se gli ammalati e i poveri fossero legna da ardere. Non era piuttosto
legna secca quella ipocrisia e quel loro scandalizzarsi nel vederlo beneficare i
poveri e nel guarire gli infermi? L’osservar la pagliuzza nell’occhio altrui e il
non vedere invece la trave sul proprio, non erano forse difetti maggiori della
mancanza commessa nel raccogliere legna?
– Se – come disse, – di sabato chiediamo a Dio benessere e salute, Chi ha il
potere prodigioso di risanare un infermo, non può forse sempre restituir la
sanità a uno che l’abbia perduta?
A questi argomenti così logici ed evidentemente persuasivi, alcuni uditori
rimasero commossi e pensierosi. Molti dicevano: – Come si capisce che Gesù
è il Messia! Nessuno al mondo può parlar come Lui! Nessun profeta può
insegnare in questo modo!
Molti si rallegravano nel vedere vinti e confusi i farisei, ma, come costoro,
altri erano ostinati e resistevano alla grazia.
IL SANTO D’ISRAELE
Un giorno, il Salvatore salì, con una cinquantina di discepoli, sui promontori
limitrofi a Betsaida. Lassù Egli consolò e benedisse i suoi collaboratori, con le
mani protese sulle loro teste. Dopo tale benedizione, vidi che i discepoli si
sentivano vibranti di energia e molto animati all’azione. Più tardi giunsero con
loro anche Pietro, Giacomo il maggiore e Matteo. Prima di salire, avevano
salutato il Salvatore alla casa della Vergine e, nel trovarsi nuovamente con Lui,
Pietro piangeva di consolazione. Perché espansivo e sincero, egli parlò con
entusiasmo del molto bene che aveva operato, ma Gesù gli raccomandò di
tacere. L’Apostolo allora, persuaso che il Redentore lo avesse interrotto per il
suo bene, riconobbe con pena di avere sbagliato nel parlar con ostentazione e
con troppo ardore di sé.
Se non si fossero dovute lamentare l’ostinazione e la cecità dei farisei, il
divin Maestro non avrebbe trovato ostacoli nell’andare e venire, nel guarire,
nel predicare e nell’adunar gente per accompagnarla da un luogo all’altro. Ma
gli stessi farisei non sapevano nemmeno il perché della loro avversione contro
Gesù. Sapevano che era giunto il tempo della Promessa e che le profezie si
compivano; comprendevano che il Nazareno era un Uomo meraviglioso, ma
non si arrendevano all’evidenza. Attendevano un Messia differente: un Messia
del loro partito.
Anche molti discepoli pensavano che Gesù dovesse avere un esercito segreto
e una intesa con qualche potente re; che quindi Egli non avrebbe tardato a
riconquistare Gerusalemme per divenire un Re pacifico, il quale avrebbe
liberato il suo popolo dal giogo straniero.
Se così fosse avvenuto, i discepoli, per conseguenza, avrebbero avuto buoni
posti e sarebbero divenuti insigni personaggi di quel Regno.
Altri avevano idee più spirituali, ma non riuscivano a comprendere la futura
morte del Salvatore sulla croce. Alcuni Lo seguivano soltanto per entusiasmo
giovanile e anche per amore alla sua Persona.
Il divin Maestro, nel biasimar quanti, tra i suoi seguaci, parlavano con troppa
fiducia di se stessi, raccomandò a tutti di operar sempre a nome suo e per Lui,
con fede e umiltà, senza mirare ad ambizioni personali e a soverchiarsi
vicendevolmente. Poi soggiunse:
– Vi ho dato il potere di andar tra gli scorpioni e i serpenti, e nessuna potenza
avversa vi potrà danneggiare. Ma non cercate mai la vostra gloria.
Rallegratevi soltanto che i vostri nomi siano scritti in Cielo.
Pervenuto sulla collina di Gabara, il Salvatore innalzò le mani verso il cielo
e intanto notai un radioso nimbo illuminar la sua Persona. Durante l’estasi,
Egli pregò così:
– Io Ti lodo, o Padre, perché hai nascosto, queste verità ai savi e ai prudenti
di questo mondo, per rivelarle ai piccoli e agli umili. Si, Padre! Questa è la tua
volontà! Ogni potere mi è stato dato dal Padre mio. Nessuno sa chi sia il Figlio
se non solo il Padre, come nessuno sa chi sia il Padre se non il solo Figliuolo
e colui al quale Egli lo vuol rivelare –. Poi, rivolto ai discepoli, soggiunse: –
Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete. Vi dico che molti Profeti e
sovrani desideravano vedere quanto voi vedete e non lo videro; molti
desideravano udir quello che voi udite e non lo udirono.
Alla sinagoga di Cafarnao i farisei, che non potevano trovar nulla di cui
incolpare Gesù, si sfogarono nel biasimare i discepoli: dicevano che perfino
di sabato essi avevano mietuto spighe di frumento e colto frutta dalle piante
per alimentarsene; che inoltre erano poco puliti e così rozzi, da mangiare
anche senza lavarsi prima le mani.
Ma Gesù li difese e chiamò «razza di vipere» coloro che imponevano pesi
agli altri, mentre pretendevano per se stessi le incombenze più facili.
Intanto che il Nazareno parlava, un giovane alzò le mani e, mentre si faceva
largo tra i farisei, esclamò: – Costui è il Figlio di Dio, il Santo d’Israele! Egli
è molto più che un profeta! –. Poi tessé un entusiastico panegirico di Lui.
Quando il Salvatore usci dalla Sinagoga, quel giovane si gettò ai suoi piedi
per chiedergli di essere ammesso quale suo discepolo. Allora fu circondato da
alcuni discepoli.
LA MISERICORDIA DEL
SALVATORE
Quando Gesù andò a visitare la sua diletta Madre, La trovò assai preoccupata
e in lacrime, poiché temeva per Lui le insidie dei suoi avversari. Gli espresse
quindi il desiderio di non andare a Gerusalemme per la festa della dedicazione
del Tempio. Ella parlò tuttavia con amore, umiltà e rassegnazione, perché
conscia della necessità che si compisse nel divin Figlio quanto temeva.
Gesù se La strinse al cuore per consolarla. Le disse che doveva compiersi la
missione voluta dal Padre celeste e per la quale Ella era sua Madre. La esortò a
essere sempre forte per fortificare i deboli e dar buon esempio. Poi salutò le
altre pie Donne che benedisse.
Nel disporsi a mensa là dove Lo avevano invitato i farisei, Gesù fu
avvicinato da uno di essi che si dichiarò sorpreso nel notare ch’Egli, così
saggio Maestro, non aveva osservato l’uso di lavarsi le mani prima di
mangiare. Ma il Nazareno rispose che i farisei purificavano soltanto l’esterno
e non si preoccupavano invece di essere interiormente pieni di cattiveria.
Allora quel fariseo domandò come mai Egli conoscesse lo stato della sua
coscienza, e il Salvatore rispose:
– Colui che ha fatto l’esterno ha creato anche l’interiore, questo appunto è
veduto da Dio.
Intanto un nipote di Giuseppe d’Arimatea portò da Gerusalemme la notizia
che Lazzaro era ammalato.
Gesù, invitato poi a Selcha, vi si recò con i discepoli, seguendo il «cammino
di David», dove il Salmista aveva avuto una visione profetica della venuta dei
re Magi e aveva inoltre udito inneggiare, dal cielo aperto, al Consolatore
d’Israele.
La gente di Selcha e i suoi rabbini erano buoni; lungo il cammino di David
imploravano, con orazioni e digiuni, la venuta del Messia, nel pensare che Egli
sarebbe passato per quella strada.
Mentre il Nazareno parlava, essi dicevano: – Egli parla come se fosse
veramente il Messia... –. Ma poi rifletterono: – Il Messia dev’essere venuto
invisibilmente in Israele; Costui quindi dev’essere il suo precursore.
Il Salvatore disse però che avrebbero riconosciuto il Messia troppo tardi.
Tutti i bambini, che il Redentore benediceva, ricevevano una grazia interna, e
più tardi divennero cristiani. Seppi pure che quanti avevano onorato Gesù
bambino, ricevettero la grazia di salvarsi.
I farisei di Gerusalemme mandarono alcuni incaricati a spiare il Nazareno,
ma qualcuno di essi si converti e quindi non ritornò.
Un capo di esattoria, di nome Zaccheo, uscì per vedere il divin Maestro, ma
perché era di bassa statura, salì su di un sicomoro per osservarlo bene. Gesù lo
fissò e poi gli disse: – Zaccheo, discendi, poiché oggi voglio venire a casa tua.
A queste parole, Zaccheo si sentì commosso, discese dalla pianta, si umiliò
davanti al Redentore, e poi corse a casa per preparare il necessario a ricevere
il grande Ospite che gli aveva ferito il cuore con la sua grazia.
Entrato a Gerico, Gesù benedisse molti bambini, e poi disse ai suoi Apostoli
che la gente doveva abituarsi a portargli i pargoletti, e soggiunse che tutti
quelli, che Egli avrebbe benedetti, sarebbero divenuti cristiani.
Uscito poi dalla città, il Redentore si avviò con gli Apostoli verso
l’abitazione di Zaccheo. Durante il pasto, che constava di un agnello, di miele e
frutta, Zaccheo ascoltava devotamente le parole del suo divino Commensale.
Lo udì raccontare la parabola della ficaia sterile, la quale da tre anni non dava
più frutti. Il divin Maestro parlava simbolicamente come se lo stesso Zaccheo
fosse stato il fico.
Prima che il grande Ospite partisse da Gerico, giunsero messaggeri da
Betania con la notizia che Lazzaro andava aggravandosi; perciò i messi
riferirono a Gesù che Marta e Maddalena desideravano ansiosamente la sua
presenza al letto dell’amico ammalato.
Intanto due ciechi alzavano le mani e la voce per essere graziati. Mentre si
tentava di farli tacere, essi gridavano ancor più forte: Oh Tu, Figlio di David,
abbi pietà di noi! –. Allora il divin Taumaturgo toccò loro gli occhi spenti ed
essi videro e Lo seguirono. Durante il tragitto di Gesù verso Samaria, avvenne
anche la prodigiosa guarigione di dieci lebbrosi. L’unico di essi che, dopo il
risanamento, ritornò al Salvatore per ringraziarlo, divenne suo discepolo.
«LAZZARO, VIENI FUORI!»
Mentre il Redentore entrava a Samaria, ricevette la luttuosa notizia che
Lazzaro era morto. Le sorelle del defunto si avviarono verso una loro
proprietà di Ginea, per incontrarsi con il divin Taumaturgo e sua Madre.
Intanto la salma di Lazzaro, imbalsamata, era stata chiusa dentro un
sarcofago.
Il Nazareno andò con gli Apostoli verso quel podere, dov’era preceduto
dalla sua benedetta Madre. Là ebbe l’incontro con Maddalena, la quale Gli
annunziò nuovamente la morte del compianto fratello. Allora Gesù disse alle
sorelle di Lazzaro, ch’Egli sarebbe andato a Betania. Le due sorelle
ritornarono quindi a Betania, e Gesù andò ad alloggiare presso una località
poco lontana dalla loro dimora. Appena arrivato all’alloggio, Egli ricevette un
messaggero di Maria e Maddalena, che Lo pregavano di andare a Betania, ma
Gesù vi si trattenne ancora per insegnare in diverse località procedendo
lentamente verso l’abitazione dell’amico Lazzaro.
Costui era morto ormai da diversi giorni; la sua salma era rimasta insepolta
per un po’ di tempo perché si attendeva l’arrivo del divino Taumaturgo: ma
poi le sorelle, di ritorno da Ginca, l’avevano fatta seppellire. Intanto a Betania
si trovavano numerosi amici del defunto: uomini e donne venuti da
Gerusalemme per piangere sul sepolcro di lui.
Mi pareva che fosse già tarda sera, quando Maria di Zebedeo informò Marta
che sarebbe presto arrivato Gesù. Allora Marta corse con lei verso il giardino
dove si trovava Maddalena, per annunciarle il prossimo arrivo del divin
Maestro. Poi Marta corse a incontrare il grande Visitatore e quindi ritornò alla
sorella per informarla ch’Egli era già arrivato.
Allora Maddalena usci dal giardino per prostrarsi davanti al sospirato
Ospite, al quale disse tra le lacrime:
– Signore, se Tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!
Intanto i presenti singhiozzavano. Anche il Nazareno si rattristò e pianse. Ma
alcuni degli astanti si domandarono allora perché il Maestro avesse permesso
la morte di Lazzaro.
Mi parve che Gesù fosse andato con gli Apostoli al sepolcro dell’amico
defunto al mattino, prima che sorgesse il sole. Lo accompagnarono la Vergine,
Marta, Maddalena con altre pie Donne e molte persone, il cui numero, durante
il tragitto, andava aumentando. Si camminò lungo un sentiero adombrato da
piante; poi si passò attraverso una porta e, dopo circa un quarto d’ora di
percorso, si giunse al Cimitero di Betania circondato da un muro. Presso
l’entrata di esso, v’era una collina con una spaccatura centrale, ai cui lati, sotto
volte di tufo, erano scavati sepolcri illuminati da lucernari.
La sepoltura di Lazzaro, la prima a destra, era provvista di scalini per
discendere a essa. Di forma rettangolare, aveva circa un metro di profondità ed
era chiusa con una pietra, ma dentro la sua cavità s’intravedeva il sarcofago
risultante di vimini intrecciati e leggeri.
Il Nazareno procedette con alcuni Apostoli fino al sarcofago, mentre le pie
Donne si fermarono all’entrata del sepolcro. Gli altri gremivano le adiacenze
di esso, curiosi di osservare.
Il Salvatore fece togliere la pietra dalla sepoltura e poi rimuovere anche
un’altra serranda di legno leggero. Ma in quel momento, Marta fece osservare
che il cadavere, giacente dentro la sepoltura da vari giorni, avrebbe emanato
fetore.
Gli Apostoli però, per comando del divin Maestro, tolsero anche la
copertura leggera del sarcofago e allora si vide il cadavere tra le pieghe della
sindone e del sudario, secondo l’uso ebreo.
Quindi il divin Taumaturgo alzò gli occhi al cielo, pregò ad alta voce e poi
esclamò:
– Lazzaro, vieni fuori!
A quella voce imperativa e possente, la salma si riscosse e sorse dal feretro,
mentre la moltitudine degli astanti si accalcava d’intorno per vedere.
Intanto gli Apostoli, che circondavano il redivivo, gli tolsero il sudario dal
viso e poi gli slegarono le mani e i piedi per liberarlo dalla sindone che lo
avvolgeva. Poi gli coprirono la persona con un ampio manto. Quindi il
risuscitato salì su per gli scalini del sepolcro e uscì all’aperto procedendo
come un’ombra. Egli precedeva il divin Taumaturgo con passo incerto, mentre
le sorelle e le pie Donne retrocedevano impressionate, come se vedessero un
fantasma. Intanto le sorelle rimasero con la testa prona al suolo perché, non
osavano osservare il fratello redivivo che sembrava l’ombra di se stesso.
Invece Gesù prese amorevolmente per mano il risuscitato, che volle
accompagnare a casa, tra gli sguardi stupiti di una innumere moltitudine che li
osservava in un trepido silenzio. Lazzaro procedeva quasi come uno spettro;
talvolta incespicava durante il tragitto, ma l’Amico divino, sempre al suo lato,
lo sosteneva. Attraversata la porta della città, Gesù con Lazzaro e quanti li
seguivano infilò un sentiero e poi un pergolato. Entrato quindi in casa,
accompagnò il padrone fino alla sala dei pasti, dove egli si gettò ai suoi piedi,
mentre gli Apostoli e le pie Donne osservavano in silenzio.
Allora il Nazzareno posò la destra sulla fronte dell’amico, e poi soffiò su di
lui per sette volte emettendo dalle labbra un alito luminoso. Vidi, poi, uscir da
Lazzaro come un vapore oscuro e allontanarsi da lui quasi uno spettro
rabbioso perché vinto.
Il Salvatore consacrò quindi il risuscitato al suo servizio, liberandolo da tutti
i vincoli e affetti alle cose mondane; lo fortificò inoltre con doni spirituali.
Parlò poi lungamente con lui e gli disse che lo aveva risuscitato affinché si
consacrasse a Lui; gli preannunziò che avrebbe sofferto gravi persecuzioni da
parte dei giudei.
Dopo il colloquio, Lazzaro ancora ricoperto del manto e di qualche benda
sepolcrale, entrò nel proprio appartamento, e le sorelle lo abbracciarono.
Prima di questi avvenimenti io avevo visto l’anima sua, separata dal corpo,
in un luogo silenzioso e in penombra, dove essa non soffriva, ma parlava ai
giusti trapassati: a Giuseppe, a Gioacchino, ad Anna, a Zaccaria e a Giovanni,
che informava di quanto avveniva al Redentore e a che punto era la sua
missione.
Quando il Salvatore aveva soffiato per sette volte su Lazzaro risuscitato, egli
aveva ricevuto i sette doni dello Spirito santo. Li aveva ricevuti prima degli
Apostoli perché con la morte aveva conosciuto grandi misteri e contemplato
l’altro mondo. Era morto davvero e poi, rievocato alla vita, era come rinato;
poteva perciò ricevere quei doni. Le vicende di Lazzaro racchiudono quindi un
intimo significato e un profondo mistero.
Preparato un suntuoso banchetto, tutti sedettero a mensa, alla quale furono
portati diversi alimenti, mentre, all’esterno dell’abitazione, ferveva un
assordante rumore. Ciò perché erano venute da Gerusalemme moltissime
persone e perfino soldati per custodir la casa. Ma il Salvatore incaricò gli
Apostoli di allontanar tanto la gente quanto le guardie.
Poi si accesero le lampade, e il Nazareno disse agli Apostoli che, nel giorno
successivo, sarebbe andato a Gerusalemme accompagnato da due soli di loro;
soggiunse che non intendeva mostrarsi al pubblico, e così la sua presenza non
si sarebbe neppure avvertita.
VIAGGIO VERSO LA TERRA DEI
MAGI
Dopo avere riposato durante la notte, Gesù, allo spuntar del giorno, presi
con sé Matteo e Giovanni, si avviò verso Gerusalemme. Nel circuir la città, i
tre Viandanti giunsero là dove, più tardi, si sarebbe celebrata l’ultima Cena
pasquale. Dentro a quella vasta sala, rimasero per tutto il giorno e anche
durante la notte solitari e silenziosi. Poi il Nazareno insegnò ad alcuni amici di
Gerusalemme, che confortò. Intanto Nicodemo, proprietario di quella
costruzione che volentieri cedeva al divin Maestro, era andato a Betania per
visitare e salutar Lazzaro.
Assistei inoltre a una considerevole riunione di farisei e di sacerdoti
convenuti per discutere sulla risurrezione di Lazzaro. Tra le altre ipotesi, udii
anche alcuni i quali si dichiararono timorosi che il Profeta potesse risuscitare
altri morti in modo da causar gravi disordini. In realtà, a Betania vi era stato
un tumulto e, se il Salvatore fosse rimasto là, forse si sarebbe tentato di
lapidarlo. Anche Lazzaro e gli amici di Gesù avevano dovuto nascondersi; gli
Apostoli inoltre erano fuggiti per diverse direzioni. Più tardi gli animi eccitati
si calmarono, al pensiero che Lazzaro non aveva colpa di essere ritornato in
vita.
Prima dell’alba il Salvatore usci da Gerusalemme per andare lungo il
Giordano. Durante la notte giunsero a Lui anche gli altri Apostoli. Ma Gesù
disse loro che si sarebbe allontanato per un po’ di tempo e precisò anche il sito
dove sarebbe ritornato. Stava infatti per intraprendere un meraviglioso
viaggio.
Gesù si accomiatò dagli Apostoli e dai discepoli stringendo loro la destra,
ma essi erano tristi perché Egli sarebbe partito soltanto con tre giovani per
viaggiar attraverso la Caldea e visitare il paese di Ur, dov’era nato Abramo;
poi, attraverso l’Arabia, sarebbe andato anche in Egitto. Lo avrebbero riveduto
soltanto dopo tre mesi. Disse agli Apostoli di andare a istruire le vicine
popolazioni.
I suoi compagni di viaggio erano nella primavera della vita e si
distinguevano dagli altri per le ampie vesti, che indossavano, nonché per la
loro snellezza. Erano come ragazzi in compagnia del Salvatore e Lo servivano
amorevolmente.
Appena la comitiva arrivava a qualche sorgente, essi lavavano i piedi al loro
caro Maestro. Durante il tragitto, andavano a lato di Lui e spesso coglievano
frutta o fiori o quanto trovavano di buono. Intanto Gesù li istruiva con bontà. I
genitori di quei giovani appartenevano al seguito di Mensor, uno dei Magi.
Venuti con lui in Palestina, erano rimasti tra i pastori che avevano visitato il
divin Bambino durante la santa Notte.
Il più giovane di essi si chiamava Eremenzear, ma più tardi avrebbe assunto
il nome di Hermas. Era il ragazzo guarito dal divin Taumaturgo dopo il
colloquio con la Samaritana. Il mezzano si chiamava Silas e il maggiore Eliud;
costui però dopo il battesimo aveva assunto il nome Siricius.
Più tardi, questi giovani discepoli si associarono a Tommaso, a Giovanni e a
Paolo. Eremenzear scrisse inoltre la relazione di questo viaggio, ma essa andò
perduta.
Il Nazareno indossava una tunica scura, ma aveva una sopravveste ampia e
bianca con maniche lunghe; una larga fascia cingeva tali indumenti; la sua testa
era coperta da un panno bianco. La statura del Redentore era più alta di quella
degli Apostoli; perciò dovunque stesse, emergeva fra tutti con la fronte ampia
e serena. Camminava diritto: il suo corpo era ben proporzionato, agile e le
membra flessibili; aveva ampie spalle e petto robusto. I suoi muscoli erano
bene sviluppati, adatti a viaggiare e resistenti alla fatica. Il suo atteggiamento
era sempre nobile e dignitoso.
Il percorso scelto da Lui con i tre compagni di viaggio si estendeva verso
oriente; Essi attraversavano una regione arenosa, talvolta adombrata da cedri e
da palme. Il Nazareno voleva giungere, per il sabato, a Kedar ultima città che
si sarebbe incontrata procedendo in quella direzione.
Di notte la piccola comitiva entrava in qualche abituro, accolta da gente
semplice, ma spesso rozza. Gesù non si manifestò in alcuna parte; tuttavia,
durante le soste, insegnava la verità con parabole. Generalmente, chi lo
ospitava supponeva ch’Egli fosse un pastore in viaggio.
Intanto il tumulto avvenuto a Gerusalemme per la risurrezione di Lazzaro
era allarmante. Appunto perciò Gesù si era assestato per non comparire in
pubblico ed essere dimenticato. Ma la Provvidenza disponeva che la fama di
quella risurrezione influisse sulla conversione di molti giudei.
Del viaggio di Gesù non è rimasto nulla di scritto, poiché con Lui non v’era
alcun Apostolo.
Ancor prima del sabato, il Redentore arrivò a Kedar. Un lato di questa città
aveva un aspetto meschino, perché vi abitavano giudei pastori. Dall’altro lato
invece, Kedar si presentava meglio, ma era abitata da pagani. Vi erano una
sinagoga e una fontana, che spiccavano sul verde della vegetazione. Il
Redentore, con i suoi giovani, andò alla sinagoga per celebrarvi il sabato
anche con il riposo. Dopo di aver pregato, il divin Maestro domandò al capo
della sinagoga se gli permettesse di parlare e, avuto da lui il consenso,
raccontò la stupenda parabola del «figliuol prodigo». Tutti Lo ascoltarono con
ammirazione e perciò il Nazareno raccontò anche la parabola della «pecorella
smarrita». Disse poi di essere il buon Pastore, che andava in cerca di pecorelle
smarrite per ricondurle all’ovile.
Per le sue parole così interessanti e intelligibili a tutti, gli uditori Lo
giudicarono un grande Profeta e quindi Lo invitarono nelle loro case per
ascoltarlo ancora. La gente, che Lo udiva parlare, gli si affezionava assai.
Quando Gli chiesero notizie di «Gesù Nazareno», Egli parlò della sua
dottrina. Poi si continuò il viaggio attraversando una florida regione di palme
che spiccavano sul verde delle praterie: essa si chiamava Edor. Là si celebrava
un matrimonio e gli sposi, con le loro famiglie. aspettavano Gesù, che
consideravano quale grande Profeta. Lo avevano appunto invitato per averne
udito parlare: Gli fecero quindi una bella accoglienza. La casa degli sposi
disponeva di un’ampia ed elegante sala, dov’era preparato il banchetto nuziale.
I genitori degli sposi assegnarono all’Ospite divino il posto di onore: tra lo
sposo e la sposa.
Il Nazareno benedisse la mensa e poi parlò di Colui che, alle nozze di Cana,
aveva cambiato l’acqua in vino.
A quel convito nuziale parteciparono anche due coniugi che erano stati
guariti dal divin Taumaturgo, durante quel viaggio; al vederli vegeti e in
florida salute, i commensali si meravigliarono. I due graziati raccontarono,
durante il banchetto, quanto il «Forestiero» aveva detto loro riguardo al Re e
al suo regno.
Allora Gesù ripeté la parabola del Convito nuziale. Prima di riposarsi dopo
il convito, il Salvatore si appartò per pregare il Padre celeste, in ginocchio e
con le mani protese. Vidi uscir dalla sua bocca come raggi luminosi. Il mattino
seguente, per la notevole moltitudine che desiderava ascoltarlo, il divin
Maestro insegnò all’aperto e trattò del matrimonio.
La sera di quel giorno, Egli arrivò con i suoi giovani alla cittadina di Sichar-
Kedar, alle pendici di un promontorio. Alcuni cittadini, che andarono a
incontrarlo, L’accompagnarono presso una famiglia in festa, che Lo accolse
molto cortesemente. Poi visitò anche altre case e insegnò nella sinagoga
locale, nonché sulle piazze per istruire nella verità, per consigliare al bene, per
far regnar la pace tra tante famiglie.
RISURREZIONE DI UN
PECCATORE
Un capo di pastori era morto improvvisamente nella propria casa, e la
famiglia del defunto aveva mandato messaggeri al divin Taumaturgo affinché
intervenisse prima della sepoltura. Il Nazareno quindi andò a quella casa, dove
trovò il cadavere dentro il feretro.
Quell’uomo era morto in castigo dei suoi peccati, poiché opprimeva gli
operai, che aveva derubati dei loro oggetti personali; si era’inoltre
impossessato del podere di un colono.
Ma Gesù parlò davanti alla salma del peccatore per dire, a quanti ne
rimpiangevano la morte, che ormai la sua casa e gli altri averi non gli
servivano più a nulla. Dichiarò che il defunto, durante la vita, aveva onerato
l’anima sua con molti debiti per la sua avarizia, per l’egoismo e per la
prepotenza, che lo caratterizzavano.
La vedova era quindi assai triste e diceva che «solo il Re dei giudei di
Nazareth avrebbe potuto risuscitare il marito, se si fosse trovato là».
Ma il Salvatore disse: – Eppure quel Re vien perseguitato, benché dia la vita
ai morti, e non Lo si vuol riconoscere quale Messia...
– Se Egli fosse qui tra noi – approvò uno degli astanti, interprete del
sentimento di tutti i presenti – Lo riconosceremmo per Messia!
Poi il Redentore parlò con la vedova, con la famigliuola e il figlio del
defunto. Allora la vedova disse: – Ma Tu, o Signore, parli come se fossi il Re
dei giudei... –. Ma il Nazareno le raccomandò di tacere, e poi propose agli altri
di ritornare alle proprie case. Rivolto quindi ai familiari dell’estinto li
assicurò che se avessero ascoltato i suoi insegnamenti e creduto in Lui se
inoltre non avessero parlato di ciò che stava per succedere, il defunto sarebbe
ritornato in vita, poiché l’anima di lui non era stata ancora giudicata. – Essa –
come precisò Gesù – vaga per il podere, di cui il morto si è indebitamente
appropriato.
Tutti promisero di restar fedeli alle condizioni proposte loro dal Salvatore, e
allora Egli si avviò verso il podere dove vagava l’anima del trapassato.
Vidi quell’anima atterrita alla manifestazione dei suoi peccati, che le
venivano prospettati come su altrettanti quadri, con tutte le loro nefaste
conseguenze. Notai che essa si trovava assillata da gravi angustie. Potei
numerare perfino tutti i castighi, che avrebbe dovuto soffrire eternamente per
le sue gravi colpe. Ma mentre quell’anima era così straziata dal dolore, Gesù,
dopo aver pregato, la chiamò con il nome che portava il pastore: «Nazar»,
affinché rientrasse nel suo corpo.
Allora, alle parole del divin Taumaturgo, notai che quell’anima entrò per la
bocca della salma, e vidi Nazar sorgere dal feretro perché rianimato.
Vedo sempre l’anima umana come posata sul cuore, dal quale si dipartono
infiniti fili verso la testa.
Quando Gesù, con il suo seguito, ritornò alla casa del defunto, Nazar era
ancora vincolato dalla sindone della sepoltura; la consorte quindi ne lo liberò,
e allora il redivivo si gettò ai piedi del divin Taumaturgo, di cui voleva
abbracciar le ginocchia. Ma Gesù gli disse di andare a lavarsi e poi di
rimanere nascosto a casa finché Egli si fosse allontanato da lui; che intanto non
parlasse ad alcuno della propria risurrezione. Intanto il Nazareno prese un po’
di alimento insieme con i tre giovani compagni di viaggio.
Il giorno seguente, il Salvatore lavò i piedi a Nazar e lo ammonì di curare
più l’anima che il corpo e di riparare le ingiustizie commesse. Disse anche alla
moglie che ambedue dovevano vivere più onestamente. Fece loro considerare
la bellezza e la preziosità dell’anima, per la quale l’Altissimo aveva mandato il
proprio Figlio dal Cielo per redimerla e salvarla con i dolori e con la morte.
Concluse poi la sua ammonizione dicendo loro:
– Chi cura troppo il suo corpo, trascura l’anima.
Ma nonostante la cautela del Nazareno per non propagar la notizia del
grande prodigio, se ne ebbe presto notizia, e allora tutta la popolazione
divenne talmente entusiasta di Lui che, se non si fosse presto allontanato di là,
Lo si sarebbe costretto a rimanere. Prima però di allontanarsi da Kedar, Gesù
aveva parlato alla sinagoga, dove, tra l’altro, aveva detto:
– Il granello di frumento dev’essere sepolto per moltiplicarsi in tante spighe
–. Parlato quindi della risurrezione dei morti e del giudizio finale, aveva
ammonito gli ascoltatori di vigilare perché la morte sarebbe venuta come un
ladro. Alla fine del suo sermone, aveva dichiarato di essere il Salvatore.
IL TEMPIO PIRAMIDALE
Quando Gesù parti da Kedar con i tre giovani, fu accompagnato per un tratto
di strada dal capo della sinagoga, chiamato Nazor, discendente da Tobia, e da
altri ammiratori. Giunti poi presso alcune tende che spiccavano tra palme, il
Nazareno benedisse i cittadini che Lo accompagnavano, e quindi si accomiatò
da loro.
Rimasto così solo con i giovani, il Salvatore continuò a viaggiare fino a
un’oasi, dove abitavano parecchi astrologi. Sostò su di una prateria, sulla quale
si vedevano alcune tende. Ma quella regione era dominata da una torre assai
alta; presso di essa si vedeva un pozzo.
A un tratto, dalla tenda principale uscirono cinque uomini che, agitando rami,
andarono incontro al Nazareno. Essi vestivano corte tuniche, sopra le quali
avevano un ampio indumento di lana. I loro visi erano sereni e incorniciati da
una barba nera, nonché da una capigliatura lunga e inanellata. La testa era
coperta da una specie di mitra.
Nel vedere il Salvatore, Lo salutarono con gioia e riverenza; poi Lo
invitarono a entrar sotto la tenda, dov’erano distesi ricchi tappeti, sui quali tutti
sedettero per gustare un po’ di frutta. Ma il divino Ospite parlò poco dopo il
breve spuntino; Egli fu accompagnato a riposare sotto un’altra tenda, il cui
interno era rivestito di festoni e di ricchi drappi. Ma prima del riposo, ai
graditi Ospiti furono offerti uccelli arrostiti, favi di miele e bella frutta. Gli
astrologi si meravigliarono nel vedere Gesù lavare i piedi ai propri compagni
di viaggio, dopo che costoro avevano lavato i suoi. Ma il Nazareno dichiarò
loro che quell’usanza era suggerita dall’affetto, e allora gli astrologi dissero
che, in avvenire, l’avrebbero anch’essi adottata.
Quei maghi andarono poi a un tempio che aveva la forma di piramide a base
quadrangolare; constava di materiale leggero: cioè di legno e cuoio. Aveva
esternamente uno scalone su per il quale si poteva salire fino al vertice. Vidi
almeno un centinaio di persone sedute intorno a quella piramide: le donne e le
donzelle, separate dagli uomini, e parecchi bambini.
Sui diversi piani della piramide erano sistemati globi che illuminavano.
L’interno di essa era irradiato da una luce quasi lunare, e il soffitto era adorno
di stelle tra le quali spiccava il sole. Nell’osservarlo, si pensava al firmamento.
Vidi inoltre tre idoli: uno di essi aveva la testa di uccello, un altro aveva la
testa di bue, e il terzo aveva una figura virile seduta: dai suoi occhi usciva
fuoco. Ognuno di quegli idoli, assai ripugnanti, si colorivano di rosso per il
riverbero del fuoco che ardeva nell’interno del tempio. Gli idolatri, a un tratto,
cominciarono a cantare in coro, armoniosamente.
Il mattino seguente, Gesù, in procinto di continuare il viaggio, impartì alcuni
insegnamenti ai cinque astrologi. Quando essi Gli domandarono donde fosse
venuto e dove andasse, parlò del Regno di suo Padre; dichiarò inoltre che
andava a cercare altri amici, i quali erano andati a ossequiarlo alla sua nascita.
Li rimproverò poi del loro culto idolatrico, per il quale lavoravano
inutilmente, e sacrificavano indarno tanti animali. Disse che dovevano invece
adorare l’Altissimo vero e unico Creatore dell’universo; che non si dovevano
offrire sacrifici di uccelli a quei mostruosi idoli, opera delle loro mani ma che
conveniva dar la cacciagione ai poveri, per sfamarli per amore di Dio.
Gesù lodò la separazione delle donne, ma rimproverò energicamente quanti
praticavano la poligamia. Anche i suoi rimproveri però erano espressi con
tanta grazia e bontà che gli uditori Lo pregarono di rimaner con loro. Gli
dissero che Lo avrebbero seguito quando sarebbe ritornato al Padre suo, e che
intanto mandasse qualcuno a istruirli.
Prima di andarsene, il Nazareno incise con uno stilo, sul pavimento, cinque
nomi della sua genealogia. Uno di quei segni aveva la forma di una M. La
gente li lesse e ne comprese l’importanza, poiché tributò a essi dimostrazioni
di riverenza.
Notai che, più tardi, si tolse quella pietra dal pavimento essa servì poi come
mensa di altare. Io vedo attualmente quella stessa pietra, sistemata in un angolo
della Basilica di S. Pietro, a Roma. I nemici della Chiesa non potranno mai
spezzare o togliere quella pietra dal maggior tempio della Cristianità.
Si sarebbe voluto accompagnare il Salvatore trionfalmente, ma Egli non lo
permise; preferì procedere con i tre giovani tra le tende dell’accampamento. E
viaggiarono per tutto quel giorno.
MISSIONE PROVVIDENZIALE
Poco prima che cominciasse il sabato, vidi Gesù avvicinarsi ad alcune tende
di pastori; incontrato un pozzo, vi si fermò anche per lavarsi i piedi, i tre
Viandanti trascorsero la notte all’addiaccio, e il mattino seguente Gesù si vide
circondato da pastori, desiderosi di ascoltare la sua parola. Allora Egli
domandò loro se avessero udito dire che, circa trent’anni prima, erano passati
di là alcuni illustri personaggi, i quali, guidati da una stella, erano andati a
ossequiare il neonato Re dei giudei.
– Si! – affermarono quei pastori. – L’abbiamo appreso...
Il Salvatore confidò loro di essere appunto quel Re, in viaggio per restituire
la visita ai tre Magi.
A tale notizia, i pastori proruppero in entusiastiche espressioni di esultanza.
Compresi di profonda riverenza verso il Salvatore, essi Gli prepararono una
specie di tronetto di legno, affinché Egli vi si assidesse per parlar loro anche
quale Maestro di verità.
Il Nazareno accondiscese volentieri e, seduto tra quella gente semplice, ma
buona, raccontò belle parabole, che furono ascoltate con una devota attenzione.
Al tramonto, si preparò una grande tenda, sotto la quale si offerse, al grande
Profeta e Re, un pasto frugale, perché consistente in una zuppa combinata con
latte di cammello. Gesù benedisse la povera mensa, e poi raccomandò ai
pastori di conservare un po’ di quell’alimento per mescolarlo ad altri nuovi,
affinché fossero pure benedetti.
Mi fu detto che, intanto, i Magi sapevano già, per un avvertimento avuto in
sogno, che Gesù viaggiava verso di loro.
Oggi ho visto nuovamente il divin Maestro assiso al rezzo di alcune palme e
circondato da pastori. Insegnava loro com’era avvenuta la creazione del
mondo; parlava del peccato originale e della promessa del Redentore. Mentre
spiegava tali verità, L’ho visto stendere la destra verso un raggio di sole e poi,
tra le sue dita, ho ammirato una sfera luminosa. Su quella sfera si poteva
vedere quanto Egli spiegava.
Io ho visto, su di essa, la SS. Trinità, ma la seconda persona non la vedevo
assisa tra i pastori. A un tratto, mi è sembrato che la destra del Salvatore fosse
come una sfera luminosa sulla quale si vedessero succedersi innumerevoli
quadri e figure. Il Salvatore insegnava inoltre a pregare con un’azione di
ringraziamento per la creazione, con un’altra per la Redenzione, e con la terza
per ricordare il Giudizio finale. Su quella sfera ho visto pure svolgersi tutte le
scene della creazione, della caduta originale e della Redenzione con i mezzi di
parteciparvi per salvarsi eternamente.
Al termine della spiegazione, la sfera radiosa è scomparsa al mio sguardo.
Intanto le persone che ascoltavano il divin Maestro, erano tanto ammirate di
Lui e piene di confusione nel considerar la propria miseria che, insieme con i
tre giovani, si gettarono bocconi al suolo per adorarlo.
Poiché il Salvatore conosceva il culto religioso di quella gente, si fece
portare tutti gli idoli raffiguranti agnelli, asini e altre bestie da soma; erano di
metallo, ma ricoperti di pelle. Quando si rendeva loro il culto, venivano
collocati sotto una bella tenda, dove poi gli idolatri, ebbri e sazi per frequenti
libazioni e un abbondante banchettare, danzavano, al canto di cori musicali,
davanti agli idoli.
Gesù consigliò quindi quegli idolatri di abbandonare l’idolatria e di offrire
incenso all’unico e vero Dio del Cielo, anche per ringraziarlo dei benefici da
Lui ricevuti. Li istruì inoltre su tante altre verità e insegnò loro a praticare
norme morali per vivere secondo la volontà dell’Altissimo. Da ultimo,
promise di mandare in quella regione qualche suo discepolo per insegnare alla
popolazione le verità e i precetti, necessari a sapersi e a praticarsi, per
conseguire la salvezza eterna.
IL GRANDE OSPITE
Il Salvatore mentre viaggiava verso il paese dei re Magi, si accompagnava a
varie persone che andavano a pagare un tributo e portavano canestri di uccelli.
Di quando in quando, durante il tragitto, i Viandanti incontravano qualche
cisterna all’ombra delle piante. Trovavano anche siti adatti a riposare e a
ristorarsi.
Osservai varie volte che il Redentore scompariva alla vista dei tre giovani;
ordinariamente però parlava con loro, anche per istruirli su quanto si
prospettava al loro sguardo. A volte, durante la notte, passavano presso i
Viandanti assopiti, animali selvatici. Talvolta Essi salivano a notevoli altezze
durante la marcia, e spesso viaggiavano attraverso deserti arenosi.
Io vedevo anche tende sistemate su basi di pietra, alcune a vari piani e con
scale per salire a essi. La gente, che abitava quelle regioni, era buona e si
manifestava servizievole. Vidi anche una regione molto estesa e nella quale
spiccavano tante capanne; osservai tanti poderi, prati e giardini; sui campi,
notai molto grano; ammirai bei vigneti e, dentro i giardini, stupende rose e
certi fiori meravigliosi anche per la vistosità delle loro corolle. Quella fiorita
era mantenuta fresca da ruscelli che serpeggiavano tra le pianticelle. V’erano
anche alberi da frutto, e quando Gesù passò di là, i proprietari di essi gliene
offrirono benevolmente.
Il Salvatore approfittò di quella sosta per parlare a quei coltivatori; parlò
loro di quanti avevano visto e seguito la stella. Allora essi lo informarono che
quei viaggiatori, durante il ritorno dalla Palestina, avevano fissato la loro
comune residenza là, dove era apparsa, per la prima volta, la stella stessa; là
pure avevano edificato un tempio piramidale, dove pregavano e, d’intorno alla
piramide, disponevano di tende per vivere insieme. Ciò perché convinti di una
visita, che un giorno avrebbero avuta dal Messia. Se così fosse realmente
avvenuto, essi Lo avrebbero seguito.
Mensor, il più anziano, era ancora vegeto; Teoceno, il secondo per età,
stentava invece a camminare per debolezza fisica; Sair, il terzo, era morto da
circa un anno, e la sua salma riposava incorrotta dentro una piramide
sepolcrale. Molti andavano al suo sepolcro, perché aveva lasciato buona
memoria di sé.
Quegli indigeni domandarono poi al Nazareno notizie di certe persone del
seguito dei Magi, rimaste in Palestina, perché, come si diceva, esse avevano
informato Mensor del prossimo arrivo di un inviato del Re dei giudei da lui
visitato bambino.
Appena informato di quell’arrivo, Mensor ordinò assai grandiosi preparativi
per ricevere il gradito Visitatore. S’innalzarono archi trionfali e s’inviarono
intanto incontro a Lui sette personaggi sfarzosamente vestiti, con ampi manti,
aurei ornamenti e con turbanti adorni di piume variopinte. Questi messaggeri
dovevano andare alla tenda, dove si trovava lo «Straniero» per invitarlo a
passare al palazzo di Mensor. Il Nazareno era assai contento di trovare, tra i
pagani di quella regione, gente di buon cuore.
I due Magi, piuttosto che in una città, vivevano dentro un parco dove
sorgevano grandiosi edifizi. Il palazzo principale aveva le basi di pietra, dalle
quali si alzavano vari piani; esso era attiguo a un tempio sostenuto da colonne.
Il palazzo era abbellito da giardini con sedili di marmo. V’era perfino una
uccelliera, nella quale si potevano ammirare tanti uccelli rari. Per il parco
pascolavano cammelli e armenti. Quella zona era pianeggiante.
Benché supponesse trattarsi di un semplice inviato dal Messia, Mensor mise
in movimento tutta la città, per riceverlo come se fosse stato lo stesso Re dei
giudei. Il solenne ricevimento era concertato d’accordo con tutte le autorità
che prepararono regali e indossarono indumenti sfarzosi per presentarsi al
Visitatore in modo conveniente alla loro dignità.
Mensor procedeva su di un cammello riccamente bardato, con un seguito
delle più nobili personalità; Gesù invece veniva modesto con i tre giovani, ma
preceduto dai sette messaggeri. Intanto la comitiva di Mensor, durante il
tragitto, cantava una melodia come quella cantata circa trent’anni prima,
mentre si viaggiava verso Betlemme.
Mensor, di carnagione piuttosto bruna, portava una mitra bianca e indossava
un ampio manto ricamato d’oro. La comitiva era preceduta da un labaro che
garriva al vento.
Appena la si poté scorgere di lontano, uno dei sette messaggeri si scostò dal
Nazareno per annunziare a Mensor la sua vicinanza, affinché si tenessero
preparati i regali, che si sarebbero presentati al grande inviato del Re. Poi,
all’incontro delle due comitive, si fecero i convenevoli: Mensor, perché
anziano, avanzò umilmente verso Gesù, sostenuto dai familiari; egli teneva
con la destra una verga d’oro, terminante a forma di scettro.
Nel vedere il Redentore, ricevette, come a Betlemme, una soprannaturale
illustrazione di trovarsi non davanti a un semplice inviato del Re dei giudei.
Mensor cadde quindi in ginocchio dinanzi a Lui, mentre Gli consegnava il suo
bastone di comando. Ma il Salvatore si affrettò a sollevarlo da terra. Allora
Mensor si fece portare i regali, che offrì al Nazareno, il quale li consegnò ai
tre giovani suoi compagni di viaggio. Poi Mensor voleva donare al Salvatore
anche il cammello, ma il regalo non fu accettato; Gesù tuttavia ringraziò di
cuore il generoso donatore.
Allora Mensor offerse al Redentore una bevanda rinfrescante entro piccole
coppe già disposte sopra il recinto di una cisterna dove, su piattini di argento,
stavano a disposizione varie qualità di frutta. Intanto, umile e lieto, Mensor
domandò al Nazareno notizie riguardanti il Re dei giudei, poiché supponeva
ancora di trattare con un illustre inviato di quel Re, benché internamente
provasse inspiegabili sentimenti.
Mensor avrebbe voluto che lo «Straniero» salisse sopra un cammello per
andare al suo palazzo, ma il Redentore volle invece precedere, a piedi, il
fastoso corteo. Dopo circa un’ora di cammino, si giunse così in vista dei
festoni che adornavano le adiacenze del palazzo.
Sotto il primo arco trionfale, mosse incontro al Salvatore, un corteo di
donzelle elegantemente vestite, che spargevano fiori per dove era passato il
grande Ospite. I loro indumenti erano distinti, ma modesti; anche il loro
atteggiamento era edificante.
Il viale, che esse costellavano di corolle, terminava con un ponte, sotto il
quale scorreva un fiumicello. Davanti a quel ponte, l’Ospite fu accolto da
cinque sacerdoti in ampie vesti. Dopo un profondo inchino davanti al
Redentore, essi Lo accompagnarono con deferenza verso la grandiosa tenda
del re. Per giungervi, si dovevano oltrepassare altri due ponti. Finalmente,
dopo altre manifestazioni di onore rese al grande Visitatore, Mensor discese
dal suo cammello per accompagnarlo a una fonte circondata da sedili di
marmo. Là i tre giovani lavarono i piedi al Salvatore ed Egli a loro.
UNA SORPRENDENTE
DICHIARAZIONE
Sotto un passaggio coperto, si arrivava alla tenda regale di Mensor e
Teoceno: a un lato, s’innalzava il tempio a piramide, dove si trovavano le
tombe dei re. Tra il tempio e la fonte, che zampillava da una isoletta, ardeva il
fuoco sacro.
Il palazzo regale constava di vari piani, per salire ai quali si poteva disporre
di scale coperte. Il tetto era adorno di vessilli e trofei.
Il Redentore fu accompagnato a una sala spaziosa, di forma ottagonale; essa
aveva la volta tenuta da una colonna centrale. Le sue pareti erano artisticamente
decorate, e il pavimento coperto di tappeti.
Gesù si fece accompagnare là dove stava Teoceno, al piano inferiore: egli
riposava su morbidi guanciali. Il Salvatore partecipò al pasto che fu servito
con vasellami d’oro. Il vino prelibato si mesceva da preziosi recipienti; le
vivande erano portate a mensa da paggi disinvolti ed educati.
Ma il divino Ospite non mangiò che pane e alcune frutta; poi bevve con una
coppa mai usata da altri. Quindi Lo vidi insegnare per tutto il giorno:
insegnava, perfino durante il pasto.
Disse finalmente di non essere un inviato, ma lo stesso Messia. Allora tutti si
prostrarono al suolo, compresi di riverenza e commossi. Specialmente
Mensor non riusciva a trattenere le lacrime per l’ammirazione e la contentezza
che provava, perché il Messia si era degnato di venire fino a lui.
Ma il Nazareno dichiarò di essere venuto tanto per i giudei, quanto per i
pagani: per quanti volevano credere in Lui. Disse però che il suo regno non
era temporale, e soggiunse che gli astanti si sarebbero scandalizzati se
avessero saputo come Lo avrebbero trattato i giudei della Palestina, i quali Lo
avrebbero perfino ucciso.
Nel rispondere quindi a certe domande, osservò che quanti avevano sulla
terra tutte le soddisfazioni possibili, avrebbero dovuto renderne rigoroso
conto al Giudice divino, poiché la vita terrena non doveva servire a godere,
ma a espiare le colpe commesse.
IL TEMPIO DEI MAGI
Il Salvatore visitò anche il tempio dei Magi, dove lo accompagnarono i
sacerdoti di esso. La via per andarvi era ricoperta di preziosi tappeti. Gesù
camminava scalzo.
Al centro del tempio girava una grandiosa ruota adorna di stelle e sfere
luminose. I sacerdoti mostrarono al grande Visitatore il presepio che i Magi
avevano fatto eseguire appena ritornati da Betlemme, così come lo avevano
visto là, e anche la stella. Il Bambinello era d’oro e giaceva sul presepe sopra
un soffice e prezioso drappo a smaglianti colori. Vi si vedeva tuttavia anche un
po’ di paglia. Ma il Salvatore, dopo avere attentamente osservato quel
presepio, vi notò alcune varianti che corresse.
Poi il Redentore fu accompagnato alla cripta funeraria del re Sair. Le
mummie dei defunti giacevano rivestite di lunghe tuniche bianche. Il Nazareno
si avvicinò a quella di Sair, e intanto parlava della morte.
Teoceno aveva confidato al Salvatore lo strano fenomeno di aver visto
spesso una colomba posarsi sull’arboscello che si era piantato all’entrata di
quella tomba. Allora Gesù domandò quali idee religiose avesse avute Sair.
Teoceno rispose:
– Le sue idee religiose erano come le mie: da quando aveva adorato il Re dei
giudei, egli chiedeva all’Altissimo la grazia di far sempre la volontà di quel
Principino...
Il Salvatore quindi dichiarò che la colomba sopra il ramo significava che
Sair aveva ricevuto il Battesimo di desiderio. Poi Egli disegnò sopra una
tavoletta un agnello con una bandierina sul dorso, e dispose quindi che si
facesse scolpire una figura come quella per collocarla su di una colonna di
fronte al presepio.
I Magi festeggiavano ogni anno l’anniversario della data in cui, quindici anni
prima che fosse nato Gesù, avevano visto la stella con la stupenda figura della
Vergine che stringeva con la destra lo scettro e con l’altra una bilancia, sui
piatti della quale posavano grano e uva. Dedicavano tre giorni di festa a Gesù,
a Maria e a Giuseppe; questi era da loro onorato in un modo speciale poiché li
aveva ricevuti, con tanta amabilità, all’entrata del Presepio.
L’anniversario di quelle feste era ritornato, ma per la presenza dello stesso
Re, i Magi non osavano più celebrarle senza il suo consenso. Gesù, interrogato
in proposito, approvò la celebrazione di quelle feste, anche per non far
mormorare la gente che ormai era abituata a intervenirvi.
Vidi allora tre figure di animali intorno al presepio: un dragone con una
formidabile bocca spalancata, un cagnaccio con la testa enorme, e un uccello
con lunghe zampe. Mi pareva che si considerassero quelle figure mostruose
quali simboli di certe virtù.
Prima però che si offrisse incenso al Pargoletto del Presepio, il Salvatore
fece rimuovere di là quei mostriciattoli, e poi raccomandò ai sacerdoti che
insegnassero ai fedeli a esaltare la bontà di Dio, a praticar l’amore al prossimo
e a predicare la Redenzione. Insegnò a lodare l’altissimo per tutte le cose da
Lui create, a ringraziarlo e ad adorare Lui solo.
La sera della prima festività, per il Redentore e i suoi compagni di viaggio
incominciava il sabato; quindi Egli si appartò con loro entro una sala del
palazzo.
La notte precedente il suo arrivo e le notti seguenti, tutte le arterie che
conducevano al palazzo regale furono illuminate con sfere foggiate a stelle e
sospese a lunghe aste flessibili.
Una giovane signora, riccamente vestita, si era fermata davanti alla figura
del dragone; poi si era prostrata dinanzi al mostro per baciare il suolo. Nel
vederla in quell’atteggiamento, il divin Maestro si avvicinò alla idolatra per
domandarle il motivo di quella indebita prostrazione. Quando la giovane
attribuì al drago virtù e natura divine, per le quali meritava di essere adorato il
Salvatore soggiunse:
– Ma perché adorare Satana? Osserva chi veramente tu adori! – E subito
apparve un abominevole spettro incandescente, con il muso volpino.
A quella vista, la donna rimase esterrefatta e allora il Salvatore soggiunse:
– Quello che tu adoravi è il tentatore. Non devi quindi più onorare il ribelle
spirito delle tenebre, ma l’Angelo della luce, che ogni persona ha con sé quale
custode. Davanti a lui, donna, devi inchinarti e seguirne docilmente i buoni
consigli...
In quel momento, comparve un bell’Angelo presso quella giovane, che, nel
vederlo, ne gioì e si prostrò dinanzi a lui.
Quella donna, che si chiamava Cuppes, fu più tardi battezzata dall’Apostolo
Tommaso, e assunse il nome di Serena. Ebbe anche l’onore di essere
martirizzata durante le persecuzioni e attualmente è venerata come santa.
Il divin Maestro insegnò inoltre il modo e la misura di amare il prossimo e
gli animali. Durante l’ultimo giorno della festività, Gesù volle insegnare a tutti
nel tempio. Affinché potesse partecipare alla sua predicazione anche Teoceno,
il Nazareno, accompagnato da Mensor, ritornò a visitarlo; gli disse poi di
alzarsi per seguirlo. Nel parlargli, lo prese per mano, e Teoceno, animato da
una viva fiducia in Lui, sorse e cominciò a camminare presso il divin
Taumaturgo. Da quell’istante, egli riuscì a camminar senza difficoltà: era
perciò contento ed entusiasta del suo divino Benefattore.
Gesù insegnò tuttavia non solo pubblicamente, ma anche separatamente a
diverse persone; a uomini, a donne, a giovani e a vecchi. Proponeva a ciascuno
di chiedergli quanto desiderasse sapere.
Qualcuno Gli domandò perché mai non risuscitasse qualche mummia, né
guarisse qualche ammalato, mentre si diceva che il «Re dei giudei» aveva
grande fama di taumaturgo in Palestina. Allora Gesù rispose che non operava
prodigi per gl’infedeli; promise tuttavia di mandare un taumaturgo,
specialmente per amministrare ai neonati il Battesimo che avrebbe purificato
le loro anime da ogni peccato. Raccomandò intanto a tutti di credere alle sue
parole.
Disse poi ai due Magi e ai sacerdoti del tempio, che la loro dottrina aveva
qualche parvenza di verità, ma che il resto era tutta apparenza e inganno.
Raccomandò loro di ricordare che, appena l’Angelo custode si fosse
allontanato da una persona, Satana avrebbe subito occupato il posto di lui.
Soggiunse inoltre che dovevano insegnare, senza figure, l’amore,
l’adorazione e la gratitudine da tributarsi al Padre celeste che li aveva
misericordiosamente chiamati alla Verità.
Poi il Redentore, presi alcuni pani e una coppa di vino, li collocò su di un
altare; quindi pregò e li benedisse, mentre i due Magi e i sacerdoti del tempio
stavano genuflessi, con le mani incrociate sul petto. Pregò anche per loro e
impose loro le mani sulle spalle. Insegnò quindi come dovessero rinnovare il
pane, e precisò le parole, con cui avrebbero potuto benedirlo.
Contemporaneamente divise quel pane in forma di cuore. Mentre benediceva il
pane, parlava delle proprie sofferenze e dell’ultima Cena. Insegnò loro anche
come dovessero conservare il pane e il vino da Lui stesso benedetti, e disse che
dovevano ringraziare l’Altissimo, poiché non li aveva lasciati perseverare nel
dannoso culto idolatrico. Li esortò a essere fedeli, e fervorosi osservanti dei
divini Comandamenti.
Ma essi non comprendevano come mai Gesù potesse essere perseguitato e
ucciso, nonostante che fosse Dio. Allora il Salvatore spiegò loro che tutto ciò
poteva avvenire, poiché Egli era anche vero uomo, che il suo Padre celeste Lo
aveva mandato sulla terra per riunire gli sperduti; che, come Uomo, avrebbe
potuto patire e, dopo la sua missione, sarebbe potuto anche morire per
l’umanità peccatrice. Poiché vero Uomo, era visibile anche a loro, che
potevano parlargli e intrattenersi così familiarmente con Lui. Soggiunse che
non s’interessassero tanto dei bruti, quanto invece dei propri simili formati di
anima e di corpo; raccomandò che pregassero gli uni per gli altri.
CONVERSIONI
Al sorgere dell’aurora, il Salvatore lasciò la città dei Magi, i quali Gli
avevano preparato un solenne accompagnamento, ch’Egli però non volle.
Mensor insistette affinché Gesù rimanesse per sempre con lui; si tolse la
corona dalla fronte per deporla ai suoi piedi con quanto possedeva. Mentre
faceva tale offerta, lacrimava, e con lui piangevano tutti per la partenza che si
voleva scongiurare.
Allorché Mensor e il suo compagno ritornarono al punto di partenza con
tutto il loro seguito, era già scesa la notte e si accendevano perciò le lampade.
Allora Mensor dichiarò che, quanti non fossero stati disposti a vivere secondo
gli insegnamenti del grande e indimenticabile Visitatore abbandonassero il
paese, ch’egli governava.
La prima tappa, che Gesù e i suoi compagni di viaggio fecero per passar la
notte, fu presso la dimora di pastori, sudditi dello stesso Mensor. Essi
abitavano a circa undici ore di cammino dalla capitale.
Al mattino seguente, quattro viandanti continuarono il viaggio, durante il
quale dovettero traghettare un impetuoso fiume. Al di là di esso, incontrarono
alcune persone che si gettarono ai piedi del Nazareno per manifestargli il
profondo rispetto che sentivano per Lui. Esse avevano ricevuto, durante la
notte, un messaggero mandato loro da Mensor. Gesù le invitò ad alzarsi, e,
allora, il capo di quei pastori si disse nipote del re Mensor. Il Salvatore fu da
lui invitato alla propria dimora, dove insegnò e prese ristoro.
Intanto la consorte di un certo Azaria, perché ammalata, pregava davanti a un
idolo per ottenere la guarigione. L’idolo aveva le forme di un orrendo
cagnaccio, al quale i sacerdoti offrivano incenso e preghiere. A un tratto però
la donna, nel sentirsi cogliere dalla vertigine, sospirò:
– Questo idolo non mi può giovare. Non deve quindi rimanere più qui...
Scompaia per la presenza del grande Profeta, Re dei giudei, che si trova tra
noi! Si vide la sua stella, e dev’essere seguito. Soltanto questo Profeta può
guarirmi.
Dette queste parole, la donna cadde svenuta.
Alcuni andarono quindi da Gesù per pregarlo di voler visitare la inferma.
Allora il divin Taumaturgo andò con i tre discepoli. Fece coprire l’idolo,
benedisse una coppa di acqua, di cui spruzzò, con un ramoscello, i presenti.
Quindi protese la destra verso l’inferma, alla quale disse di alzarsi. Ella sorse
guarita e, riconoscente della grazia ottenuta, si prostrò ai piedi del Salvatore.
Poi Gesù guarì una peccatrice, e fece distruggere tutti gli idoli abominevoli
che si adoravano in quella regione. Egli stesso aiutò la gente a distruggerli.
Benedisse quindi acqua e pane, e insegnò ai sacerdoti degli idoli a dividere il
pane benedetto.
Azaria si fece cristiano; divenne inoltre Sacerdote e Martire. Anche le due
donne, graziate dal Redentore, conclusero la loro vita con il martirio.
INSTANCABILE MISSIONARIO
Il Nazareno passò poi per una fertile regione attraversata da fiumi e da
canali. Verso sera, giunse tra una popolazione caldea, ma dovette rimproverar
quella gente, perché dedita al culto idolatrico.
Poiché un vignaiuolo aveva grande cura di una vite, che coltivava nel suo
frutteto, Gesù dichiarò di essere Egli stesso la «vite», e soggiunse che il
proprio sangue, in procinto di essere sparso per l’umanità peccatrice, avrebbe
salvato il mondo; affermò inoltre di essere il grano di frumento da seminare
per germogliare. Parlò della propria Persona con maggior chiarezza di quella
con cui aveva parlato tra i giudei, perché tra i caldei i suoi insegnamenti erano
ricevuti umilmente. Consolò tutti dicendo di essere venuto per tutte le genti.
Fece distruggere gli idoli e distribuire ai poveri il valore del metallo prezioso
a Lui donato. Al momento della sua partenza, quella gente si prostrò ai suoi
piedi ed espresse il vivo desiderio ch’Egli rimanesse sempre in quel paese.
Ma il Nazareno parti perché doveva beneficare, istruire e confortar tanti altri
popoli bisognosi della sua benedizione. Egli viaggiò, in certi periodi, anche
per venti ore continue. Così giunse a Mozin città vicina al fiume Tigri. Vidi là
persone, vestite come Abramo, andare incontro al Salvatore e inchinarsi
davanti a Lui. Perché il suo arrivo era atteso. Nel giungere a quella città, Gesù
ricevette una trionfale accoglienza da tutti i cittadini.
A Mozin però si praticava il culto idolatrico; perciò il divin Maestro,
avvicinatosi ad un pozzo, parlò alla popolazione per disapprovare tale culto e
combattere la poligamia. Lasciata poi la città, Egli viaggiò attraverso i campi
per evangelizzare una popolazione di pastori; proseguì quindi verso la città di
Ur, dove riposò presso una cisterna.
Abramo era oriundo di là, dove abitavano anche certi studiosi di astri, alcuni
di quegli astrologi, che avevano arguito dai loro studi che sarebbe passato per
quel paese il Messia, che quindi attendevano. Appena Lo videro giungere,
corsero fino a una vasta piazza per annunciarne l’arrivo a quanti si trovavano
là. Allora parecchi personaggi, con lunghe vesti, Gli andarono incontro; dopo
di essersi prostrati ai suoi piedi, Lo accompagnarono a una grandiosa sala. Là
dentro il Redentore parlò, da un’alta predella, a molte persone.
Poi Egli fu accompagnato a un bel salone, dov’era preparato il pasto per Lui
e per i suoi tre compagni di viaggio. Il giorno seguente Gesù parlò di Abramo,
e poi usò parole roventi contro il culto idolatrico che allignava anche a Ur.
Quando Egli lasciò quella città, la gente gettava rami e palme sul suo
passaggio. Poi Egli attraversò belle praterie, vasti boschi e sterminate
campagne.
A sera, presso un pozzo, gli stanchi Viandanti si lavarono i piedi. Gesù parlò
a molte persone che si erano radunate d’intorno a quella cisterna; parlò
specialmente per disapprovare il loro culto diabolico, ma non fu ascoltato
volentieri. A un capo, che osò contradirlo, rispose:
– Per assicurarvi della verità delle mie parole, vi predico che la prossima
notte anniversaria, in cui i Magi videro la stella che annunziava loro la nascita
del Messia, i vostri idoli si spezzeranno, i vostri buoi muggiranno, i cani
latreranno e i corvi gracchieranno...
In realtà, vidi poi che, in quella notte, gli idoli si frantumarono al suolo, e gli
animali di quella regione si comportarono come aveva predetto il Nazareno.
NUOVI DISCEPOLI
Intanto il Salvatore continuò il viaggio con i tre giovani i quali, incoraggiati
da Lui che marciava lestamente, Lo accompagnavano volentieri.
Prima che scendesse la notte, i quattro Viandanti giunsero a una città
egiziana, dove riposarono. Quando, il mattino seguente, Gesù ripartì con i
giovani, si udirono voci argentine di bambini gridare: – Quelle sono persone
sante!
Circa un’ora prima di arrivare a Eliopoli, il Redentore seguì la stessa strada
percorsa dalla sua buona Mamma e da Giuseppe. Anche su quella città
allignava la malefica pianta dell’idolatria.
Allorché Gesù lasciò Eliopoli, aveva con Sé un altro discepolo: Deodato. La
madre di lui, Mira, era colei che aveva visto il divin Pargoletto la prima sera
del suo arrivo a Eliopoli. Allora era senza figli, ma per le preghiere della
Vergine, aveva ottenuto quel figliuolo, che, al passaggio di Gesù, aveva
regalato al Signore: un agile giovane diciottenne, di alta statura.
Il Redentore attraversò quindi, luoghi deserti con i quattro compagni di
viaggio. Per via Egli s’intrattenne con alcuni buoni giudei, e, allorché si
allontanò da essi, fu seguito da altri due discepoli discendenti da Matatia.
La piccola comitiva viaggiava di giorno e anche di notte, facendo brevi
tappe. Giunto a Bersabea, Gesù andò alla sinagoga per parlar chiaramente
come Messia. Anche di là, prese con sé alcuni giovani discepoli.
Arrivata alla valle di Mambre, la comitiva celebrò il sabato; poi continuò a
viaggiare fino al pozzo di Giacobbe, dove giunse al cader della sera.
Da Gerico a Samaria il tragitto riuscì gradevole: là i Viandanti erano attesi
dagli Apostoli Pietro, Andrea, Giovanni, Giacomo e Filippo. Essi piangevano
di contentezza nel rivedere il loro caro Maestro. Allora Egli parlò loro della
sua vicina Passione, alla quale mancavano appena tre mesi.
AMORE E OSTILITÁ
Ai suoi tre primi compagni di viaggio, Gesù raccomandò di non confidare
ad alcuno dov’erano stati. Vidi però Eremenzear volgersi al Redentore per
chiedergli il permesso di scrivere la relazione di quel viaggio. Il Salvatore
glielo permise, alla condizione che la scrivesse dopo la sua morte, e poi la
consegnasse all’Apostolo Giovanni.
Pietro e l’Apostolo prediletto erano andati incontro al divin Maestro per
presentargli l’omaggio di tutto il Collegio apostolico; alla porta della città, Lo
aspettavano altri sei Apostoli; poi il Nazareno fu da loro accompagnato a una
casa il cui proprietario che ancor non Lo conosceva, L’accolse benevolmente.
Gesù informò quindi gli Apostoli della convenienza di andare a
Gerusalemme per insegnare nel Tempio. Vidi, a tale proposito, alcuni giudei
mandar messaggeri a Gerusalemme per preannunciare il prossimo arrivo di
Lui.
Quando, all’imbrunire, il Nazareno arrivò a Efraim, intervennero molti alla
locale sinagoga per ascoltarlo. Là Gesù dichiarò che si avvicinava la propria
fine, e ammonì i presenti che, quanti non avessero creduto in Lui e nella sua
dottrina, avrebbero avuto un grave castigo.
A Gerico il Salvatore era atteso dalla Vergine, da Maddalena, da Marta e da
altre pie Donne. Lo accompagnavano Pietro, Andrea e Giovanni. Ma Gesù
giunse tardi e, quando Egli comparve, le pie Donne si gettarono ai suoi piedi
per baciarglieli. La Vergine baciò invece la sua destra e allora, con affetto, il
divin Figlio baciò la mano della sua dilettissima Mamma.
Nell’avvicinarsi poi al Giordano, il divin Taumaturgo guarì molti ammalati.
Siccome però la moltitudine aumentava, e cresceva il tumulto per tali
guarigioni, il Nazareno si assentò con i tre Apostoli per avviarsi verso Betel,
dove Giacobbe aveva visto la scala che giungeva fino al Cielo.
Quantunque i quattro viandanti fossero arrivati tardi, pure furono avvicinati
da persone che li attendevano: tra esse v’erano Lazzaro con la sorella,
Giovanni Marco e Nicodemo. Costoro, entrati in un alloggio, lavarono i piedi
a Gesù; poi Maddalena Gli sparse sulla testa un profumo assai costoso.
Nel vedere Lazzaro, il divino Amico se lo era stretto al cuore: il redivivo era
però piuttosto pallido. Dopo cena, Lazzaro ritornò con il suo seguito a Betania.
Lasciati poi gli Apostoli, il Redentore viaggiò con i tre giovani e con altri
che Gli si erano associati. La comitiva giunse di sera a Cafarnao. Siccome per
le vie della cittadina la gente gridava: – ritornato il Figlio di Giuseppe! – Gesù
abbandonò Cafarnao, e all’aurora andò a Nazaret. La presenza di Lui alla
sinagoga locale suscitò grande sorpresa e richiamò un notevole concorso di
gente. D’improvviso un indemoniato, fino allora muto, gridò: – Ecco il Figlio
di Giuseppe! Il seduttore! Impossessatevi di Lui! – Il Nazareno gli impose di
tacere, ma non cacciò il demonio da quell’ossesso. Cominciò invece a parlare
più chiaramente del consueto, e i giudei si irritarono della sua schiettezza.
Nel passar poi presso varie case attigue a quella di Giuseppe, il Salvatore
benedisse i bambini e guarì alcuni infermi. Perciò i giudei s’irritarono ancora
di più contro il divin Taumaturgo che se ne andò con i suoi giovani discepoli.
PENOSE PREDIZIONI
Da Nazareth Gesù si avviò verso Betania e durante il tragitto continuò a
istruire i suoi compagni di viaggio. Alluse anche al suo prossimo viaggio a
Gerusalemme. Preannunciò che un apostolo lo avrebbe abbandonato, perché
stava per tramare un tradimento contro di Lui.
Durante il cammino, il divin Taumaturgo liberò un ossesso, il quale
s’infuriava saltando da un lato all’altro della strada, sicché nessuno riusciva a
fermarlo. Il Salvatore gli comandò di avvicinarsi a Lui, e perché non fu
ubbidito. Egli alzò gli occhi al Cielo per pregare. Poi chiamò a Sé
l’indemoniato che si gettò ai suoi piedi. Allora il Redentore lo toccò con un
piede, come per pestare il demonio, e intanto, dalla bocca spalancata
dell’ossesso, uscì un vapore oscuro. Poi Gesù tracciò un segno di croce sul
giovane indemoniato che si alzò. Giovanni, che accompagnava il Salvatore,
prese per mano il giovane per affidarlo ai genitori. Ma Gesù disse loro che
quel figliuolo lo avrebbe richiesto per Sé. Si avviò quindi verso Betania
seguito da quel giovane e da altri, guariti dagli Apostoli.
Intanto i graziati dal Nazareno diffondevano dappertutto la fama dei prodigi
ch’Egli operava.
Alcuni sacerdoti invitarono il Redentore alla sinagoga. Egli vi andò e di là
passò alla casa di un certo Simone detto il «lebbroso», che abitava a Betania, e
dove le pie Donne avevano preparato una cena. La casa più abitata da Lazzaro
era vicina a Gerusalemme: pareva un castello perché circondata da canali con
un ponte, per il quale si accedeva al cortile e ai giardini.
Intanto alcuni discepoli provenienti da Gerusalemme portarono la notizia che
il sommo sacerdote e i farisei avevano incaricato spioni di pedinar Gesù e di
arrestarlo quando si fosse avvicinato alla città. Perciò il Redentore si ritirò su
di un possedimento di Lazzaro, in Ginea, con due discepoli. Lazzaro, che si era
affrettato a precederlo, Gli andò incontro per accompagnarlo a una sala, dove
Lo attendevano Nicodemo, Giuseppe di Arimatea, Giovanni Marco, Giairo e
un fratello di Obed.
Quando Giuda Iscariota uscì da Betania, vidi la Vergine esortarlo ad agire
rettamente e con prudenza, per evitar di compromettersi con gente dissoluta.
Intanto, dopo di essere andato in varie zone per insegnare e beneficare, Gesù
ritornò a Betania con Lazzaro; il giorno dopo si avviò al Tempio per
insegnare. La sua diletta e santa Madre Lo accompagnò per un notevole tratto
di strada, intanto Egli La preparò per il grave dolore che Le sarebbe riservato.
Le disse che presto si sarebbe compiuta la profezia di Simeone, secondo la
quale «una spada di dolore Le avrebbe trapassato l’anima». Le confidò che
sarebbe stato tradito, preso e maltrattato: che Lo avrebbero fatto morire quale
malfattore, e ch’Ella avrebbe assistito alla sua Passione. La Vergine perciò era
molto triste.
A Gerusalemme il Salvatore dimorò nella casa di Maria Marco, presso il
Tempio, dove insegnò pubblicamente il giorno dopo il suo arrivo, e donde i
farisei e i sacerdoti si erano già ritirati. Vi erano presenti invece tutti gli
Apostoli. Egli parlò dentro la sala rotonda, dove aveva discusso con i dottori
all’età di dodici anni. Era già cominciato quindi il tempo della Passione per
Gesù, perché Lo turbava una immensa tristezza nel notare la ingratitudine e
l’ostinazione dei giudei.
Egli passò poi due notti fuori di Gerusalemme e, quando ritornò al Tempio,
vi fu accompagnato soltanto da Pietro, da Giacomo il maggiore e da Giovanni.
Gli altri Apostoli vi andavano a gruppi, ma, a sera, tornavano a Betania, alla
casa di Lazzaro.
Insieme con il Nazareno, al Tempio, v’erano i discepoli segreti Giuseppe
d’Arimatea, Nicodemo, i figli di Simeone e altri. I farisei ascoltavano Gesù a
una certa distanza; più tardi, mentre Egli continuava a istruire, essi socchiusero
l’entrata della sala dove parlava, per impedire ad altri uditori di ascoltarlo.
Nel ritornare dal Tempio, il Nazareno disse agli Apostoli che, quando si
fosse separato da essi, Lo cercassero sempre a mezzogiorno. Allorché Pietro
Gli domandò che significato avesse la parola «mezzogiorno», Egli rispose:
– A mezzogiorno il sole sta sopra di noi e non fa ombra; invece di mattina e
alla sera vi è sempre ombra e, a mezzanotte, oscurità perfetta.
Se Lo avessero cercato a mezzogiorno, Lo avrebbero trovato in se stessi,
perché non vi sarebbe stata ombra. Ma queste parole avevano un altro
significato.
Un giorno i giudei divennero più arditi. Chiusero la inferriata del luogo
dove il divin Maestro soleva insegnare, ma quando Egli giunse, il cancello
della sala, appena da Lui toccato, si aperse da sé. Poi il Nazareno domandò che
opinione avessero del Battista e del Messia. Ma nessuno rispose per timore di
compromettersi.
Un’altra volta, il Salvatore disse che molti di coloro che Lo seguivano e
ascoltavano i suoi insegnamenti non credevano in Lui, ma andavano soltanto
per vedere qualche suo prodigio soggiunse che, durante la prova, tutti coloro
Lo avrebbero abbandonato. Infatti, dopo queste parole, molti lo lasciarono e
con Lui non rimase che un centinaio di persone.
Durante un’altra adunanza, il Salvatore parlò della propria Passione e morte:
disse che Lo avrebbero maltrattato inumanamente; che avrebbe sofferto assai
per la soddisfazione di tutti i peccati del mondo. Predisse anche quanto avrebbe
sofferto per Lui la sua santa Madre.
INSIDIE
Il divin Maestro parlò anche della profonda miseria e perversità umana, e
dichiarò che, senza sofferenze nessuno si sarebbe giustificato. Alluse a certi
suoi discepoli non ritenuti tali, perché essi dovevano compiere una missione,
che non avrebbero potuto svolgere in altra condizione.
Mentre si trovava solo con gli Apostoli, Gesù confidò quanto sarebbe loro
successo dopo il suo ritorno al Padre celeste. Disse a Pietro che avrebbe
dovuto soffrire, ma gli raccomandò di non spaventarsi e di mantenersi fedele.
Lo incaricò di governare la piccola Comunità, la quale si sarebbe
gradatamente aumentata; Gli precisò di restare per tre anni con Giacomo il
minore e con Giovanni a Gerusalemme, per dirigere la Chiesa in formazione.
Alluse al discepolo che avrebbe versato per primo il sangue per Lui, ma senza
nominare Stefano. Parlò di un altro, che si sarebbe convertito e avrebbe poi
lavorato per Lui più di tanti altri, ma non nominò Paolo. Predisse che
sarebbero stati perseguitati anche Lazzaro e le pie Donne, e precisò dove
sarebbero dovuti andare gli Apostoli sei mesi dopo la sua morte.
Gli Apostoli si meravigliarono all’udire che la Vergine sarebbe andata a
dimorare a Efeso.
Il Nazareno parlò inoltre di un mago di Samaria, che avrebbe operato molti
prodigi con l’aiuto di Satana. Poi disse che se quell’uomo avesse voluto
convertirsi, lo ricevessero pure, poiché anche il demonio doveva dar gloria a
Dio.
Quando Gesù lasciò il Tempio, i farisei stavano appostati a una porta per
lapidarlo, ma Egli non si lasciò vedere e si diresse verso Betania. Poi per tre
giorni non ritornò più al Tempio.
A Betania parlò agli Apostoli della loro missione. Il suo colloquio, prima
della domenica delle palme, perdurò circa quattro ore. Durante quella
conversazione, Gesù predisse che quanti avrebbero tagliato i rami, per gettarli
sul suo cammino, non sarebbero rimasti fedeli a Lui, ma sarebbero rimasti
fedeli coloro che si sarebbero spogliati dei propri indumenti, per tappezzare
con essi la strada per la quale Egli sarebbe passato.
Perché non disse che avrebbe cavalcato un somarello, si pensava che sarebbe
entrato a Gerusalemme sopra un superbo destriero, o sulla groppa di un
cammello come i re Magi.
Ma queste predizioni causarono agitazione tra gli scribi e i farisei, che si
riunirono in consiglio in casa di Caifa, e poi pubblicarono un decreto per
vietare a tutti di ricevere Gesù e i suoi discepoli in casa propria. Essi
mandarono inoltre spie, affinché custodissero le porte della città.
Ma Gesù rimase a Betania in casa di Lazzaro.
TRIONFALI ACCLAMAZIONI
Il Salvatore restò nascosto in casa di Lazzaro con Pietro, Giacomo e
Giovanni vi erano anche sei pie Donne con la Vergine, poiché l’abitazione era
ampia e comoda.
In quel tempo, Gesù preannunziò la propria entrata trionfale a Gerusalemme.
Parlò assai con tutti gli Apostoli e discepoli che andavano a Lui; anche con
Giuda si mostrò amorevole, e lo mandò perfino ad avvisar gli Apostoli che
mancavano.
Il mattino seguente. il Redentore mandò i discepoli Eremenzear e Silas a
Gerusalemme, tra i giardini e i poderi di Betfage, per sentieri solitari, affinché
aprissero cancelli e serrande che potessero impedire il passo verso la città.
Precisò loro che, lungo la strada di Betfage, avrebbero incontrato una
giumenta con il suo puledro; disse poi che li legassero e, che se qualcuno ne
avesse domandato loro il motivo, rispondessero che quello era il comando del
Signore.
Intanto Gesù aveva mandato alcuni Apostoli, per la strada principale, a
Gerusalemme affinché annunziassero agli amici la sua entrata trionfale; poi si
avviò a Betfage con gli altri Apostoli.
Mentre la Vergine e le pie Donne Lo seguivano a distanza, il Salvatore si
fermò presso una casa attigua alla via, per impartire vari ordini a coloro che
l’abitavano. Quella casa era tutta adorna di rami di palme e di fiori; le sue
pareti erano illeggiadrite con festoni.
Di là il Nazareno ordinò il corteo. Volle che gli Apostoli camminassero ai
suoi lati, poiché dovevano rappresentarlo dopo la sua morte. Pietro era il
primo, e tutti portavano rami e palme.
La giumenta, sulla quale sarebbe salito il Trionfatore, fu coperta con una
gualdrappa, in modo che le si poteva vedere appena la testa. Gesù indossò una
bianca tunica, che si strinse ai fianchi con una lunga fascia adorna di fregi e
lettere; si mise inoltre una stola che giungeva fino ai piedi. Egli aveva ai lati
Eliud e Silas; Eremenzear Lo seguiva con parecchi altri discepoli.
La Vergine, che di solito se ne stava ultima, in quel giorno si mise invece alla
testa delle pie Donne.
Poi cominciarono i canti, e, a grado a grado che il corteo procedeva,
accorrevano tante persone per renderlo più imponente.
Intanto a Gerusalemme, gli stessi mercanti fatti allontanare dal loro posto di
vendita, appena seppero che il Nazareno sarebbe entrato solennemente in città,
si apprestarono a ornare la via per la quale Egli sarebbe passato.
Anche i discepoli diffondevano ovunque la notizia della imminente entrata
trionfale di Gesù; molti forestieri accorrevano per vederlo, anche perché
avevano appreso che Egli aveva rievocato alla vita l’amico Lazzaro.
Alcuni sacerdoti, invece, avrebbero voluto impedire quella entrata trionfale
al loro inviso Avversario. Poiché quei figuri si volsero a Lui stesso per
chiedergli ragione del suo procedere, in quanto che non impediva quei canti e
le acclamazioni della moltitudine, Gesù dichiarò che se quella gente avesse
taciuto, avrebbero gridato le pietre. Intanto molti non solo acclamavano il
divin Trionfatore, ma ricoprivano anche di rami e di palme il suolo per dove
Egli passava; altri invece vi stendevano i propri manti. Perciò il cammino era
ricoperto di verde e di manti; migliaia di bambini pregavano e seguivano
l’imponente corteo, inneggiando all’Amico dei pargoli che passava sotto archi
trionfali, intessuti di rami verdi.
Ma il Redentore fremeva al riflettere che molti di coloro, i quali attualmente
Lo acclamavano, avrebbero, pochi giorni dopo, chiesto la sua morte; piangeva
inoltre nel pensare alla futura distruzione del Tempio.
Quando Egli giunse alle porte della città, il giubilo e il clamore di quanti Lo
accompagnavano giunsero all’apogeo. Il Nazareno si fermava, di tratto in
tratto, per guarire indistintamente tutti gli ammalati, che incontrava durante il
suo trionfale passaggio.
Gli ornamenti, che pavesavano gli edifizi attigui al Tempio, erano più vistosi
di quelli che si ammiravano altrove; per la via saltellavano perfino agnellini
adorni di nastri. Il tragitto dalla porta di Gerusalemme al Tempio, che in tempi
normali si poteva percorrere in mezz’ora, durante il trionfo del Redentore
richiese invece almeno tre ore.
Rosi dalla gelosia e dall’invidia, i nemici del divin Trionfatore fecero
chiudere tutte le porte della città, le quali non si apersero che tardi; perciò
molti subivano sgradite conseguenze per tali disposizioni.
Maddalena era molto preoccupata di non poter offrire a Gesù di che
ristorarsi; soltanto più tardi ella poté preparare a Betania una buona cena per
Lui e i suoi discepoli. Quando il Salvatore entrò nel cortile di Lazzaro, a tarda
ora, Maddalena Lo attese in casa per lavargli i piedi. Allorché Egli sedette a
mensa, ella sparse nuovamente sulla testa di Lui un unguento assai prezioso.
Allora vidi Giuda Iscariota con una smorfia alle labbra, perché scontento di
quello «spreco». Ma la Maddalena gli diceva, per placarlo, che non avrebbe
mai potuto dimenticare quanto il Salvatore aveva fatto per lei e per il suo caro
fratello.
LA PENITENTE
Giunto al Tempio, Gesù Redentore congiunse le mani e guardò verso l’alto.
Allora vide irradiare da una nube un raggio di luce che scese ad aureolarLo.
Contemporaneamente si udì la eco di una voce misteriosa. Anche gli astanti
videro quella luce straordinaria e abbagliante. Tutti perciò osservavano verso
l’alto con ammirazione e si rivolgevano domande. Anche mentre il divin
Maestro continuò a parlare, quel fenomeno si ripeté varie volte.
Ma durante la sua predicazione al Tempio, i giudei ebbero ordine dal
sinedrio di chiudere le proprie case, e la proibizione di ricevere il Nazareno e
i suoi discepoli, nonché il divieto di dar loro da mangiare.
A Betania si era intanto preparata una lauta cena in casa di «Simone il
lebbroso».
Maddalena, tutta compassione per le pene del Redentore, era vestita da
penitente, con una fascia, e i capelli sciolti sotto un ampio velo; ella Lo accolse
alla porta del convito. Al comparire di Lui, si gettò ai suoi piedi per togliere
da essi la polvere, con i suoi capelli.
Poiché i convitati si disponevano al sabato, indossarono le vesti rituali e
pregarono. Poi sedettero a mensa. Verso la fine del banchetto, riapparve la
penitente, tutta amore per Colui che l’aveva così generosamente perdonata.
Ella dissuggellò un vasetto di unguento assai prezioso per spargerlo, in parte,
sulla testa di Gesù e, il resto, sui suoi piedi, che poi asciugò con la sua
morbida chioma. Dopo avere reso questo omaggio al Salvatore, Maddalena
lasciò la sala.
Alcuni convitati, specialmente Giuda, si erano scandalizzati di quanto aveva
fatto la penitente, ma il Redentore lodò invece l’operato di lei, perché aveva
agito per puro amore e per gratitudine verso Chi l’aveva tanto beneficata.
AVVERSARI
Vidi, dopo quella cena, Giuda Iscariota, livido d’invidia e roso dall’avarizia,
errare per l’Orto degli ulivi tra le tenebre della notte. Mi pareva che il suo
cammino fosse, a tratti, rischiarato da una luce abbagliante: da quella sinistra
di Satana che lo guidava. Egli andò alla casa di Caifa per parlar brevemente
con il sommo sacerdote; poi si avviò verso l’abitazione di Giovanni Marco
per chiedergli alloggio, come se giungesse con gli altri Apostoli per
intrattenersi con Gesù.
Mentre, il giorno dopo, il Nazareno insegnava al Tempio, Gli si
avvicinarono alcuni sacerdoti scribi per sapere chi mai Lo autorizzasse a
parlare alla gente nel Tempio. Ma Gesù dichiarò:
– Anch’io voglio farvi una domanda e se risponderete a essa, pure io
risponderò: il Battesimo di Giovanni proveniva dal Cielo o dagli uomini? I
suoi avversari risposero che non lo sapevano; perciò Egli concluse: – Neppure
io dirò a voi con quale autorità agisco come vedete...
Al pomeriggio, il divin Maestro raccontò, a quanti Lo ascoltavano, la
parabola del «padrone della vigna». Poi spiegò che i lavoratori omicidi erano
i farisei, i quali avrebbero ucciso il Figlio del Re e l’erede della vigna. Perciò i
farisei si adirarono talmente, che stavano per mettergli le mani addosso, ma
non osarono farlo poiché il popolo era favorevole a Lui.
Un altro giorno, a Gesù, ritornato al Tempio, si avvicinarono cinque farisei
per chiedergli se fosse lecito pagare il tributo a Cesare. Allora il Nazareno
disse loro: – Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo! –
Quando gli fu presentato un denaro, domandò di chi fossero l’effige e
l’iscrizione. – Di Cesare! – risposero. E il Salvatore: – Rendete dunque a
Cesare quello che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio!
Poi parlò del Regno di Dio e dichiarò che soltanto i convertiti vi sarebbero
arrivati. Soggiunse che il Regno sarebbe passato ai gentili e concluse con
queste parole: – Verrà il tempo in cui sull’Oriente incomberà l’oscurità, e in
Occidente splenderà invece la luce!
Tutti si meravigliavano dei suoi insegnamenti.
Mentre, il giorno dopo, il Nazareno ritornava al Tempio, i discepoli Gli
chiesero il preciso significato delle parole: – Venga a noi il tuo Regno!
Allora Gesù affermò di essere uno con il Padre suo, al quale sarebbe presto
ritornato.
Parlava così amorevolmente e con termini così convincenti, che gli Apostoli,
entusiasti di Lui, esclamarono:
– Noi vogliamo propagare il tuo Regno sino agli ultimi confini della terra.
Al pomeriggio, Egli fu circondato da molti farisei e scribi; gli Apostoli si
ritrassero indietro. Gesù parlò severamente contro i suoi avversari; tra l’altro
Lo udii dir loro: – Adesso non mi potete prendere, poiché l’ora vostra non è
ancora venuta.
VERACI PREDIZIONI
Il Salvatore rimase per tutto il giorno a casa di Lazzaro con gli Apostoli e le
pie Donne. La mattina seguente, insegnò, e, alla sera, la cena fu consumata in
una sala sotterranea. Intanto il divin Maestro parlava; disse, tra l’altro, che a
casa di Lazzaro non sarebbe più ritornato a ristorarsi; che avrebbe partecipato
a un banchetto a casa di «Simone il lebbroso», ma senza la tranquillità di cui i
commensali godevano in quella sera. Raccomandò che Lo si trattasse con la
massima confidenza, e che Gli si rivolgessero domande come se Egli fosse
stato un commensale qualunque.
Quando il Nazareno dichiarò come Lo si sarebbe tradito, Pietro non riusciva
a persuadersi che un apostolo potesse essere il suo traditore; quindi garantiva
che, tra i dodici, non v’era assolutamente alcuno capace di tradirlo. Disse ciò
come offeso nel suo onore di capo degli Apostoli, ma si ebbe questa risposta,
più severa di quelle ricevute fino allora:
– Allontànati da me. Satana! – gli disse Gesù, il quale poi affermò che se la
sua grazia non avesse soccorso gli Apostoli, sarebbero caduti. Predisse inoltre
che, durante l’ora del pericolo, tutti Lo avrebbero abbandonato; che però, tra
di loro, uno solo sarebbe ritornato dopo la fuga. Nel parlare così, il Redentore
si riferiva a Giovanni.
Anche al Tempio, nel parlare ai farisei, il Salvatore disse come Lo avrebbero
trattato: che cioè Lo avrebbero fatto morire come un delinquente; che tuttavia
non sarebbero riusciti a estinguere il suo ricordo, dopo ch’Egli fosse morto.
Parlò anche dei giusti assassinati, i quali sarebbero risorti, e precisò perfino il
sito, donde quegli estinti sarebbero usciti redivivi: dichiarò inoltre che i farisei
non avrebbero conseguito il loro intento, ma sarebbero rimasti sotto l’incubo
del timore e dell’angustia. Alluse a Eva, responsabile del primo peccato
commesso nel mondo, ma dichiarò che la salute dei mortali proveniva da
un’altra Donna: cioè dalla Vergine sua Madre.
Poi il Nazareno trascorse la notte presso l’Orto degli ulivi. Mentre Egli
andava, con il seguito dal torrente Cedron al Getsemani, indicò agli Apostoli
la zona più bassa dell’Orto degli ulivi e disse loro:
– Là sarò abbandonato; un po’ più in là, sarò arrestato!
Quindi si diresse verso Betania per andare alla casa di Lazzaro e poi
all’alloggio dei discepoli, con i quali s’intrattenne, passeggiando per i dintorni
della stessa Betania. Volle così confortare tutti come per licenziarsi da ognuno.
Il mattino seguente, il divin Maestro ritornò a insegnare al Tempio dove
parlò della sua spirituale unione con gli Apostoli: unione che si sarebbe attuata
durante l’ultima Cena. Quando trattò del Battesimo e degli altri Sacramenti,
annunziò ai suoi uditori che avrebbe mandato lo Spirito santo sopra i battezzati
dopo che Egli avesse resi tutti figli della Redenzione. Dichiarò che, come un
tempo scendeva un Angelo a rimuovere le acque, in avvenire sarebbe disceso
lo Spirito santo sopra i battezzati. dopo che Egli avesse sparso il proprio
sangue per l’umanità peccatrice. Parlò pure della penitenza, della Confessione
e dell’assoluzione della fine del mondo e dei segni che l’avrebbero preceduta.
Disse finalmente che un suo Apostolo avrebbe avuto una visione di quei tempi.
Prima di separarsi dagli Apostoli. il Nazareno dichiarò di voler lasciar loro
quanto aveva: non oro né argento, ma la sua forza e il suo potere. Disse che
avrebbe fondato con essi una Società, destinata a perdurare sino alla fine dei
tempi; che voleva unirli spiritualmente tra loro, in modo da formare con Lui
come membra di uno stesso corpo. Perché espresse agli Apostoli tanti
propositi, Pietro Gli disse che, per svolgere tutto quel vasto programma di
azione, sarebbe dovuto rimanere con loro sino alla fine dei tempi.
Gesù parlò anche dei misteri dell’ultima Cena, e Pietro, dopo averlo udito
discorrere così misteriosamente, Gli chiese se avrebbe associato al suo vasto
programma di azione anche la sua santa Madre, che tutti amavano di un
rispettoso affetto. Il divin Maestro rispose che la Vergine sarebbe rimasta con
loro; poi continuò a parlare di Lei in un modo insuperabilmente encomiastico.
Allorché, a sera, il Salvatore lasciò il Tempio, disse, a chi Lo accompagnava,
che non sarebbe più ritornato corporalmente tra quelle mura; lo disse con voce
così commossa, che tutti singhiozzarono, a eccezione di Giuda.
La sera seguente, a casa di Lazzaro, Gesù parlò, della sua vicina morte ai
discepoli. Disse che il traditore Lo avrebbe venduto per consegnarlo ai farisei;
che per pattuire il prezzo, quel disgraziato non avrebbe neppure discusso. –
Eppure, – soggiunse – quando i farisei comperano uno schiavo, domandano
che prezzo pretenda il suo proprietario; invece il traditore venderà il Figlio
dell’uomo per il prezzo che gli si offrirà: un prezzo più vile che per la vendita
di uno schiavo!
Il Redentore dichiarò inoltre che la sua santa Madre avrebbe sofferto,
insieme con Lui, ogni martirio; che sarebbe potuta morir con Lui stesso per
l’amarissimo dolore, ma che sarebbe vissuta con gli Apostoli ancora parecchi
anni.
LA PENITENTE E IL TRADITORE
Mentre il Redentore così parlava, giunse Maddalena con i più preziosi
profumi che aveva potuti trovare.
Intanto le pie Donne, a casa di Simone il lebbroso, preparavano la cena per il
divin Maestro e i suoi discepoli. Appena essa fu pronta, Simone andò a invitare
il Nazareno, gli Apostoli e Lazzaro. I convitati notarono che Simone aveva
fatto tanti acquisti di alimenti, e che il convito si teneva dentro una sala chiusa.
Il banchetto incominciò con un agnello che fu collocato sulla mensa, con la
testa rivolta verso Gesù. Egli lo tagliò in forma di croce. Una parte di ciò che
aveva tagliato la diede a Giovanni, l’altra a Pietro, e la terza la riservò a Sé.
Anche Simone fece tante porzioni, che poi distribuì agli altri Apostoli e a
Lazzaro: le pie Donne partecipavano a un’altra mensa. Maddalena stava di
fronte alla Vergine. Le commensali erano nove, e disponevano di un altro
agnello, la cui testa era rivolta verso la Vergine che lo tagliò in nove parti.
Durante il pasto, Gesù insegnava: gli Apostoli Lo ascoltavano attentamente;
anche Simone e Lazzaro non perdevano sillaba di Lui.
A un tratto, Maddalena si alzò silenziosamente dal proprio scanno e indossò
un manto azzurro di alto prezzo e quindi finissimo. I suoi lunghi capelli erano
sciolti, ma nascosti da un ampio velo. Poi, con il vaso dell’unguento sotto il
manto, ella si avviò verso il Nazareno. Si gettò al suolo dinanzi a Lui, con il
viso lacrimoso, che curvò sui piedi, mentre toglieva da essi i sandali. Quindi li
unse di profumo e poi passò su di essi con i capelli sciolti.
Perché la comparsa e l’omaggio della convertita destava sorpresa tra i
convitati il Salvatore disse loro: – Non vi scandalizzate di questa donna!
Poi parlò sommessamente a lei che sparse sulla testa di Lui il prezioso
unguento, il quale colò anche giù per la tunica. La convertita sfiorò, con la
propria destra, la sacra testa del Redentore per ungergliela tutta, mentre il
gradevole aroma si diffondeva in tutta la sala.
Per quanto vedevano, gli Apostoli bisbigliavano tra loro e lo stesso Pietro
era contrariato per quel contrattempo. Maddalena, dopo avere reso un così
devoto omaggio a Gesù, si avviò verso l’uscita della sala, con la testa velata.
Allora Giuda, al quale ella passava vicino, le fece cenno di fermarsi, poiché
voleva dirle che disapprovava la sua prodigalità. Secondo lui, sarebbe stato
meglio riservare ai poveri il denaro speso per la compera del profumo.
A quella inopportuna osservazione, Maddalena non diede alcuna risposta.
Ella però pianse. Ma intervenne il Salvatore, il quale disse di lasciarla in pace,
poiché Lo aveva imbalsamato per la sua morte, e soggiunse che, più tardi, ella
non lo avrebbe potuto fare. Poi concluse: – Ovunque si predicherà il Vangelo,
si parlerà di questa sua azione e delle disapprovazioni degli altri...
Intanto la penitente continuava a singhiozzare; poi ella si ritirò, triste, dalla
sala.
Dopo cena, i commensali si avviarono tutti verso la casa di Lazzaro, a
eccezione di Giuda che, irritato per le parole che il Salvatore aveva dette a
difesa di Maddalena, pensò: – Il Nazareno è divenuto intollerabile per me...
Non lo posso quindi più seguire! – Ma dissimulò i propri sentimenti; si tolse
gl’indumenti festivi e disse agli altri Apostoli che doveva ritornare alla sala
del banchetto, per distribuire agli affamati gli avanzi della cena. In realtà, corse
invece diritto a Gerusalemme. Vidi avvinto, alla sua persona, il serpente
infernale, che a volte gli sibilava davanti e a volte a tergo, come per
illuminargli la strada tenebrosa, ch’egli percorreva. Lo vidi poi entrare in una
casa di Gerusalemme, dove Gesù sarebbe stato burlato durante la Passione.
Là i farisei erano riuniti con il sommo sacerdote. Appena si seppe che Giuda
era arrivato, uscirono, dalla casa di Caifas, due farisei per parlare con lui, di
sotto, nel cortile. Quando l’Iscariota disse loro che voleva consegnare il
Nazareno al Sinedrio, e domandò un compenso, i due incaricati se ne
manifestarono lieti e poi risalirono per informarne gli altri; quindi ritornò uno
solo, per offrire al traditore trenta monete di argento.
Giuda accettò l’offerta senza discutere sulla sua entità, ma voleva subito il
denaro. L’incaricato però gli disse che prima avrebbe dovuto eseguire il suo
impegno, e poi lo si sarebbe pagato.
Vidi che i due complici confermarono l’iniquo contratto con una stretta di
mano e, per far le cose a dovere, si strapparono anche un lembo del vestito,
quale garanzia della mutua fedeltà a esso. Scorgevo sempre il demonio vicino
al traditore, il quale, dopo il sacrilego patto, corse a Betania per rimettersi la
veste nuziale e associarsi agli Apostoli, come se nulla fosse avvenuto durante
la sua assenza.
Gesù rimase ospite di Lazzaro. La stessa notte vi giunse anche Nicodemo,
che poi ritornò a Gerusalemme, accompagnato da Lazzaro per un notevole
tratto di cammino.
UN ANTICO CALICE
Al sorgere dell’aurora, Gesù destò Pietro, Giacomo e Giovanni per dir loro
quanto dovevano fare a Gerusalemme. Dichiarò che, nel salire verso il monte
Sion, avrebbero incontrato una persona con un recipiente di acqua; che
dovevano seguirla fino a casa sua per dirle: – Il Maestro ti annuncia che il suo
tempo si avvicina e vuol celebrare la Pasqua a casa tua!
Così fecero i tre Apostoli. La persona da seguire era Heli, cognato di
Zaccaria di Ebron. Heli si rallegrò di quella notizia, e disse che a casa sua si
stava già preparando una cena, ma non sapeva ancora a chi fosse destinata.
Egli aveva affittato un cenacolo che apparteneva a Nicodemo e a Giuseppe di
Arimatea. Là egli accompagnò i tre Apostoli.
Il Cenacolo, situato quasi al centro di un cortile, è quadrangolare e sostenuto
da basse colonne: le sue pareti erano pavesate di festoni. La parte posteriore
della sala era separata da un’altra per mezzo di una cortina. Al centro del
Cenacolo era una specie di altare. Là dentro si facevano i preparativi per il
pasto pasquale.
Pietro e Giovanni entrarono in casa di Serafia, pia donna che aveva quasi
l’età della Vergine ed era in ottime relazioni con la sacra Famiglia. Quando il
divin Fanciullo era rimasto al Tempio, dopo le festività pasquali, Serafia Lo
aveva sfamato. I due Apostoli ricevettero da lei, tra altri doni, anche il calice
che sarebbe servito al Redentore per la istituzione dell’Eucaristia. Era un calice
meraviglioso e formato di metallo misterioso. Era rimasto, per molto tempo,
tra gli arredi preziosi del Tempio. Non lo si era mai potuto fondere, perché di
metallo sconosciuto. Venduto dai sacerdoti a un antiquario, era stato da lui
rivenduto a Serafia. Era già servito molte volte al Redentore per la
celebrazione delle feste, ma dacché fu ceduto ai due Apostoli per Lui, esso
rimase sempre in possesso della Comunità cristiana. Il calice conteneva un
vasetto ed era ricoperto da un piattino rotondo. La parte inferiore del vasetto
era di oro puro; vi si ammiravano artistici fregi, tra i quali una serpe e un
grappolo di uva; su di esso erano incastonate inoltre pietre preziose. Il calice
era stato proprietà di Melchisedec e di Abramo; era rimasto conservato dentro
l’arca di Noè.
AGNELLI
In previsione della Pasqua, Gesù stava per accomiatarsi affettuosamente dalla
propria Madre e dalle pie Donne, alle quali impartì alcune istruzioni. Lo vidi
parlare da solo con la Vergine. Fra le altre informazioni, Le diede quella di
aver mandato Pietro, l’apostolo della fede, e Giovanni, l’apostolo dell’amore,
a preparar la Pasqua. Le confidò che l’amore di Maddalena era grande, ma
perché non ancora abbastanza spirituale, il dolore la faceva talvolta uscire di
sé. Le parlò anche di Giuda, e la Vergine pregò per lui.
Intanto l’Iscariota era ritornato a Gerusalemme per il pretesto di effettuare un
pagamento. Invece vagò per tutto quel giorno per intendersi con i farisei e
accordarsi riguardo al tradimento di Gesù. I farisei gli presentarono i soldati
che avrebbero dovuto arrestare il Salvatore.
Eppure, nonostante il bieco accordo, Giuda si accostò al Nazareno poco
prima dell’ultima cena. Era dominato dall’ambizione e dall’avarizia; in
apparenza però era attivo e servizievole. Aveva perfino guarito alcuni infermi
durante l’assenza di Gesù.
Quando il Salvatore confidò alla Vergine quanto sarebbe avvenuto, la
impareggiabile Madre chiese al dilettissimo Figlio che La lasciasse morire
con Lui. Egli Le raccomandò invece di vivere rassegnata più delle altre pie
Donne. Ma Le predisse che sarebbe risorto e Le precisò perfino i siti dove
sarebbe apparso.
La Vergine non pianse eccessivamente, ma era molto triste e come immersa
in un doloroso raccoglimento. Poi Gesù se La strinse al cuore. Le confidò che
avrebbe fatto spiritualmente l’ultima Cena con Lei e Le indicò l’ora in cui Ella
Lo avrebbe ricevuto.
Il Redentore uscì da Betania, verso Gerusalemme, con nove Apostoli, a
mezzogiorno; la Comitiva fu seguita da sette discepoli. Le pie Donne
sarebbero partite più tardi.
Durante il tragitto, Gesù disse agli Apostoli che, fino allora, aveva dato il
suo pane e il suo vino, ma soggiunse che in quella sera voleva dal loro anche
la sua Carne, il suo sangue e quanto possedeva. Parlò loro con una espressione
di grande dolcezza; pareva ansioso che giungesse l’ora di darsi ai mortali. Ma
coloro che Lo accompagnavano non Lo comprendevano, poiché supponevano
ch’Egli parlasse dell’agnello pasquale.
Quando la Comitiva giunse al Cenacolo, si dispose a mangiar l’agnello
pasquale, dopo di essersi divisa in tre gruppi. Il Salvatore con gli Apostoli
avrebbe occupato la sala maggiore del Cenacolo; Natanaele, con dodici
discepoli, sarebbe rimasto dentro la prima sala laterale, ed Eliacim, con altri
dodici, entro la seconda. Al Tempio si erano uccisi, per questi convitati, tre
agnelli; un quarto invece fu sacrificato dentro il Cenacolo e poi rimase a
disposizione di Gesù e degli Apostoli.
Il Signore disse che i sacrifici di Mosè e la figura dell’Agnello pasquale si
sarebbero compiuti durante quella sera; che quindi, per tale ragione, l’agnello
doveva essere sacrificato come si faceva anticamente in Egitto.
Preparato il necessario, fu portato alla Vergine, che stava con le pie Donne,
un tenero agnellino adorno di una corona di fiori. Esso era legato sopra una
tavola: un figlio di Simeone gli teneva la testa. Il Salvatore lo aveva
leggermente ferito al collo con la punta di un coltello, ma pareva che provasse
ripugnanza nel ferirlo.
Il Redentore aveva detto, tra l’altro, che l’Angelo sterminatore sarebbe
passato più lontano, che là Lo si doveva adornare senza timore, quando Egli
fosse sacrificato quale vero Agnello pasquale, che inoltre stavano per
cominciare un tempo nuovo e un novello sacrificio, il quale sarebbe perdurato
sino alla fine del mondo.
Il Nazareno versò il sangue dell’agnello sul focolare per consacrarlo come
un altare; poi consacrò anche il Cenacolo quale nuovo Tempio: le porte erano
tutte chiuse.
Gesù disse che l’agnello era soltanto una figura, poiché Egli stesso doveva
essere, il giorno seguente, l’Agnello pasquale.
Quando giunse Giuda, si prepararono le tavole; quindi i convitati
indossarono le vesti da viaggio. Rimasero in piedi, con un bordone a lato e le
mani alzate.
L’agnello pasquale stava dentro un vassoio, al centro della mensa. Là sopra
v’erano anche erbe, un bacile pieno di salsa, alcuni panini e coppe di vino.
Gesù benedisse il vino e poi bevve; gli Apostoli bevvero a due a due alla stessa
coppa. Quindi mangiarono in fretta l’agnello con aglio ed erbe, che intinsero
dentro la salsa. Tutto ciò sempre in piedi. Poi il Salvatore spezzò un pane
azzimo, di cui tenne una parte e distribuì l’altra. Quindi benedisse altro vino,
ma non bevve; disse invece:
– Prendete questo vino e distribuitelo, poiché lo non berrò più vino finché
non sia venuto il Regno di Dio.
IL TRADITORE
Dopo aver mangiato, i convitati cantarono e quindi si lavarono nuovamente
le mani. Gesù era molto raccolto, ma sereno. Disse agli Apostoli che
dimenticassero tutte le preoccupazioni, che potessero avere.
Anche la Vergine, alla mensa delle pie Donne, era serena.
Ma poi il Redentore, divenuto pensoso e mesto, disse agli Apostoli:
– Uno di voi, la mano del quale si trova su questa mensa, mi tradirà!
Da notarsi che vi era solo un piatto di lattughe, che Gesù distribuiva agli
Apostoli che sedevano ai suoi lati; Egli aveva incaricato Giuda, che Gli stava
di fronte, di distribuirle a coloro che gli stavano vicino. Allorché il Nazareno
parlò di un «traditore», rivelazione che allarmò tutti gli altri Apostoli, la
precisò dicendo: – Colui, la mano del quale è sulla stessa tavola e sul
medesimo piatto della mia... – Ciò per significare: Uno dei dodici, che mangia
e beve con Me; uno di coloro che condividono il mio pane... – Ma non indicò
espressamente l’Iscariota, poiché la frase «mettere la mano sullo stesso piatto»
si diceva per esprimere molta familiarità. Il Redentore soggiunse: – Il Figlio
dell’uomo se ne va, come sta scritto di Lui; disgraziato però colui che Lo
venderà! Meglio sarebbe per lui che non fosse mai nato!
Allora ognuno degli Apostoli domandò allarmato: – Sono forse io,
Signore?!
Intanto Pietro si avvicinò a Giovanni per suggerirgli di domandare al
Maestro chi fosse il traditore, perché lui non osava chiederglielo.
Giovanni invece, che sedeva alla destra del Salvatore, chinò la testa sul petto
di Lui per chiedergli: – Signore, chi è ? – E Gesù indicò Giuda con queste
parole:
– Colui al quale dò il pane intinto! – Dopo di aver così parlato, il Redentore
intinse un morsello di pane dentro la salsa e poi lo presentò amorevolmente al
traditore che, a sua volta, Gli domandò: – Sono forse io, Signore?!
Allora il Nazareno lo fissò con amore, e poi gli rispose in termini generici.
Ma il malvagio era internamente adirato.
Vedevo, durante il pasto, un’orrenda figura seduta ai suoi piedi, che talvolta
saliva fino al suo cuore.
Intanto Giovanni tranquillizzò Pietro fissandolo con uno sguardo, in tralice.
DIABOLICA OSTINAZIONE
Terminato un lungo discorso sulla Confessione e la penitenza, il Salvatore
mandò Giovanni e Giacomo, il minore, ad attingere acqua; poi disse agli altri
Apostoli di disporre i sedili in semicerchio. Dopo questa disposizione, Gesù si
ritirò nel vestibolo per cingersi i fianchi con un asciugatoio.
Al suo ritorno, riprese gli Apostoli perché discutevano tra loro sulla
preminenza che spettava a ciascuno di essi. Tra l’altro, il Redentore disse che
egli stesso diveniva quasi il loro servo, poiché voleva lavar loro i piedi. Li
fece quindi sedere, e poi passò dall’uno all’altro per lavare i piedi a ciascuno,
e quindi asciugarli.
Giunto però a Pietro, costui voleva impedirgli tanta umiliazione, e quindi gli
disse:
– Signore, Tu lavare i piedi a me?
Ma il Nazareno rispose:
– Tu non comprendi quanto Io ora faccio, ma lo capirai più tardi –. Mi parve
che gli dicesse pure sommessamente: – La mia Chiesa sarà edificata su di te, e
le porte dell’inferno non prevarranno sopra di essa. La mia forza rimarrà
anche con i tuoi successori, sino alla fine del mondo... – Poi, nel presentare
Pietro agli Apostoli, soggiunse: – Quando me ne sarò andato, costui occuperà
il mio posto!
Ma Pietro esclamò:
– Tu non mi laverai i piedi giammai!
E il Nazareno: – Se non ti laverò i piedi, non avrai parte con me!
E allora Pietro: – Signore, non solo lavami i piedi, ma anche le mani e la
testa...
Ma Gesù dichiarò: – Colui che è già mondo non ha bisogno che di lavarsi i
piedi, poiché il resto è già purificato. Voi siete appunto purificati, ma non tutti...
Allorché il Redentore lavò i piedi a Giuda, avvicinò la bocca all’orecchio di
lui, per raccomandargli sommessamente di rientrare in se stesso, poiché da un
anno era infedele, e attualmente anche traditore. Ma il disgraziato rimase
impassibile e, facendo il sordo all’amorevole suggerimento di Chi voleva
salvarlo, si rivolse a Giovanni per parlargli. Pietro quindi s’irritò e gli disse: –
Giuda, il Maestro ti parla!
Allora Iscariota diede al Redentore una risposta evasiva. Durante tutta la
Passione, nulla afflisse tanto il Salvatore come il tradimento di Giuda.
CERIMONIE
Dopo la lavanda dei piedi, il Nazareno fece collocare la tavola al centro del
Cenacolo e porre su di essa un’anfora di acqua e un’altra di vino. Poi Pietro e
Giovanni andarono a prendere il calice ricevuto da Serafia. Lo portarono
come se fosse stato un tabernacolo, e lo posero davanti a Gesù sulla mensa,
sopra la quale v’era anche un vassoio ovale, con tre bianchi pani azzimi.
Fin dai più antichi tempi, si usava distribuire il pane e poi bere allo stesso
calice, alla fine del pasto: era un segno di fratellanza. In quella sera, il divin
Maestro elevò tale uso alla dignità del più santo dei Sacramenti. Perciò Egli fu
accusato a Caifa anche di avere aggiunto novità alle cerimonie della Pasqua,
ma Nicodemo provò, con le Scritture, che si trattava di un antico uso.
Gesù stava tra Pietro e Giovanni; le porte erano chiuse; tutto procedeva in un
modo solenne e misterioso. Allorché il calice venne tolto dalla borsa, il
Salvatore pregò e poi prese a parlare solennemente, Lo vidi spiegar la Cena e
tutte le cerimonie: mi parve un sacerdote che insegnasse a celebrar la Messa
agli Apostoli. Tolse dal paniere una tavoletta; prese quindi un panno bianco,
che copriva il calice, e lo distese sul paniere. Lo vidi togliere dal calice la
patena che ne copriva l’apertura. Presi poi i pani azzimi, li collocò sulla stessa
patena; estrasse inoltre dal calice il vasetto che vi stava dentro; poi dispose, a
destra e a sinistra di esso, sei coppe.
Allora benedisse il pane e gli oli, come suppongo; alzò con ambedue le mani
la patena con i panini; quindi innalzò gli occhi al Cielo per pregare e far
l’offerta; poi ripose la patena sulla mensa e la coprì.
Preso poi il calice, vi fece infondere vino da Pietro, e acqua da Giovanni:
quella che aveva prima Egli stesso benedetta. Quindi benedisse il calice, che
sollevò verso il Cielo mentre pregava. Dopo l’offertorio, ripose il calice sulla
mensa.
Giovanni e Pietro versarono acqua sulle mani, che il Salvatore teneva sopra
la patena, dov’erano stati i pani; Gesù attinse con un cucchiaio un po di
quell’acqua per spargerla sulle mani dei due Apostoli; quindi passò la patena
piena di acqua agli altri Apostoli, affinché essi pure si lavassero le mani.
Tutte queste cerimonie mi ricordavano, in un modo straordinario, quelle
della Messa.
Intanto il Salvatore si manifestava sempre più amorevole e affettuoso. Disse
agli Apostoli che stava per dar loro quanto aveva: cio è Se stesso. Lo vidi
divenir come diafano, sicché pareva un essere radioso.
Ruppe quindi il pane in cinque pezzi, che mise sulla patena. Prese un
frammento del primo pezzo e lo introdusse nel calice. Mentre faceva ciò, mi
parve di vedere la Vergine ricevere il Sacramento in un modo spirituale,
quantunque Ella non fosse presente. Non so come avvenne ciò, ma mi parve di
vederla entrare nel Cenacolo senza che ne toccasse il pavimento, per
presentarsi al divin Figliuolo e ricevere dalle mani di Lui la S. Eucaristia. Poi
non la vidi più.
In quel mattino infatti, a Betania, Gesù Le aveva detto che avrebbe celebrato
la Pasqua con Lei in un modo spirituale; Le aveva, anzi, precisato l’ora in cui
Ella si sarebbe dovuta mettere in preghiera per riceverLo sacramentalmente.
UNA GRANDE ISTITUZIONE
Dopo aver pregato, il Salvatore insegnò. Le parole uscivano dalla sua bocca
come la luce irraggiante dal fuoco; essa permeava gli Apostoli, a eccezione di
Giuda. Presa poi la patena con i frammenti di pane, Gesù, disse ai convitati:
– Prendete e mangiate: questo è il mio Corpo, che sarà dato per voi! –
Protese quindi la destra, come per benedire e, mentre così faceva, irradiava da
Lui un abbagliante splendore. Non solo erano luminose le sue parole, ma
anche il pane, posato sulla lingua degli Apostoli, era tutto raggiante. Vidi
inoltre gli stessi Apostoli radiosi di luce, a eccezione di Giuda che divenne
tenebroso.
Il Nazareno aveva posto il Pane prima sulla lingua di Pietro e poi su quella di
Giovanni; quindi aveva fatto segno a Giuda di avvicinarsi. L’Iscariota era stato
il terzo al quale Gesù aveva presentato il Sacramento; poi gli aveva detto: – Fa’
presto quanto vuoi fare!
Aveva comunicato quindi gli altri Apostoli che gli si erano avvicinati a due a
due.
Il Salvatore alzò poi il calice all’altezza del suo viso, e pronunciò le parole
della consacrazione. Mentre le proferiva, si trasfigurava e diveniva quasi
diafano. Diede da baciare il calice a Pietro e a Giovanni; poi lo mise sulla
mensa.
Giovanni versò allora il divin sangue dal calice dentro le sei coppe, che
Pietro presentò agli Apostoli: essi bevvero, a due a due, alla stessa coppa.
Credo, ma non ne sono certa, che anche Giuda bevesse a una di quelle coppe;
ma non ritornò al suo posto; uscì invece subito dal Cenacolo. Gli altri Apostoli
supponevano che egli avesse avuto qualche incombenza dal Salvatore.
L’Iscariota si allontanò senza ringraziare.
Durante il pasto, vedevo vicino a Giuda un’orrenda figura, con le zampe
pelose; quando il traditore aveva varcato la soglia del cenacolo per andarsene,
avevo visto tre demoni d’intorno a lui: uno gli entrava per la bocca, un altro lo
spingeva, e il terzo gli correva davanti. Perché notte, pareva che quei mostri
gli facessero lume. Intanto il traditore correva come un forsennato.
Dopo la scomparsa di Giuda, il Salvatore versò dentro il vasetto il divin
sangue rimasto al fondo del calice; poi mise le dita sul suo orlo, e Pietro e
Giovanni gli versarono sopra acqua e vino.
Pulito il calice, Gesù vi rimise dentro il vasetto e lo coprì con la patena;
quindi lo collocò tra le sei coppe. Sulla patena, posta sopra il calice, il
Nazareno aveva messo gli avanzi del Pane consacrato. Dopo la risurrezione di
Lui, vidi gli Apostoli comunicarsi con quel Pane eucaristico.
Quanto fece il Salvatore durante la istituzione dell’Eucaristia era tutto
improntato a solennità; anche i suoi movimenti erano maestosi.
Vidi gli Apostoli prendere diverse note su fogli di pergamena; e notai che
essi facevano diversi inchini come i sacerdoti all’altare.
CONSACRAZIONE
Il Redentore disse agli Apostoli che dovevano consacrare il SS. Sacramento,
alla sua memoria, sino alla fine del mondo. Insegnò loro le formule essenziali
della Consacrazione e per la Comunione. Li istruì pure su quanto dovevano
insegnare riguardo a questo mistero. Precisò il tempo in cui dovevano
consumare il resto delle Specie consacrate e il quantitativo di esse che
avrebbero dovuto dare alla Vergine.
Parlò anche del sacerdozio, dell’unzione, del crisma e degli olii santi. Mise a
loro disposizione tre cassette: due di esse contenevano una miscela di olio e di
balsamo. Insegnò il modo di far tale miscela, e indicò su quale parte del corpo
la si doveva applicare in determinate circostanze.
Poi Lo vidi ungere le mani di Pietro e di Giovanni; quindi posò le sue mani
sopra la loro testa e sulle spalle. Essi intanto intrecciarono le proprie dita,
incrociando i pollici tra loro; quindi s’inchinarono profondamente davanti al
Redentore. Il Salvatore unse loro il pollice e l’indice di ambedue le mani, e poi
tracciò, con il crisma, una croce sulla loro testa.
Anche Giacomo il maggiore e il minore, Andrea e Bartolomeo furono
consacrati. Vidi appendere al collo di Pietro una specie di stola, disposta in
forma di croce, sul suo petto; agli altri invece la stola fu messa sulla spalla
destra.
Durante l’Unzione, notai che il Redentore comunicava agli Apostoli uno
speciale potere, che non so precisare. Disse loro infatti che, dopo la venuta
dello Spirito santo, avrebbero potuto consacrare il pane e il vino; oltre a ciò,
avrebbero potuto anche dar l’unzione agli altri Apostoli.
Il modo differente, con cui il Redentore aveva imposto la stola agli Apostoli
sunnominati, sembra indicare diversi gradi di consacrazione.
Il divin Maestro confidò a Pietro e a Giovanni diversi segreti che essi
dovevano poi manifestare agli altri Apostoli, e costoro ai discepoli e alle pie
Donne. Egli tenne una particolare conversazione con l’apostolo prediletto. Gli
predisse che sarebbe vissuto più a lungo degli altri. Gli parlò anche di sette
chiese, di corone, di angeli e gli fece conoscere alcune figure di un significato
profondo e misterioso le quali designavano, come suppongo, determinate
epoche. Alluse anche al traditore e precisò quanto, durante quelle ore, Giuda
andava facendo.
Quando Pietro Lo assicurò della propria fedeltà a tutta prova, Gesù gli disse:
– Simone, Simone! Satana vuole stritolarti come grano, ma lo ho pregato per
te, affinché la tua fede non venga meno...
Pietro e Giovanni trasportarono poi il SS. Sacramento verso l’angolo più
remoto del Cenacolo, che fu separato dal resto della sala mediante una cortina:
così fu sistemato il Santuario di cui Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo ebbero
sempre cura durante l’assenza degli Apostoli.
Sotto il vestibolo del Cenacolo, Gesù incontrò la sua diletta Madre con Maria
figlia di Cleofa e Maddalena. Le pie Donne Lo pregarono di non andare
all’Orto degli ulivi, poiché si vociferava che Lo volessero arrestare. Ma il
Salvatore le consolò; poi si diresse, con gli Apostoli, verso il monte degli
ulivi.
OCEANO DI TRISTEZZA
Quando il Salvatore usci dal Cenacolo con gli Apostoli, la sua anima era
turbata e la sua tristezza andava aumentando. Accompagnò gli undici verso la
valle di Giosafat e allorché vi giunse, previde che sarebbe ritornato a quella
valle per giudicare il mondo. Dichiarò che allora le genti reprobe avrebbero
gridato: – Monti, copriteci!
Poi disse agli Apostoli:
– Durante questa notte patirete scandalo per causa mia, poiché sta scritto:
«Percuoterò il pastore e si disperderanno le pecore». Ma quando sarò
risuscitato, vi precederò in Galilea.
Allora Pietro esclamò: – Anche se tutti si scandalizzassero per causa tua, o
Signore, io giammai mi scandalizzerò.
Ma il Redentore gli disse che, prima del secondo canto del gallo, Lo avrebbe
negato tre volte.
Perciò la tristezza di Gesù aumentava.
Il Getsemani, dove il Salvatore aveva recentemente trascorso alcune notti con
i discepoli, era un vasto orto cinto di siepe, dentro il quale vegetavano piante
ornamentali e alberi da frutta. Gli Apostoli e qualche altra persona avevano la
chiave di questo orto, sito di svago e anche di orazione.
Vi erano anche capannucce di fogliame, e, per alcuni giorni, vari Apostoli
avevano passato, là dentro, parecchie ore di meditazione. Il cosiddetto «Orto
degli ulivi» era separato da quello del Getsemani da una strada. In quell’Orto
vi erano grotte e molti ulivi; anch’esso offriva numerosi recessi adatti per la
preghiera e la meditazione.
In quella sera, il Nazareno andò a pregare sulla zona più appartata di esso.
Egli giunse al Getsemani, con gli Apostoli, a un’ora molto tarda, mentre la
luna diffondeva, sulla natura assopita la sua scialba luce. Prima di appartarsi, il
Redentore precisò a otto Apostoli di fermarsi presso l’entrata del Getsemani.
Poi, presi con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, entrò nell’Orto degli ulivi.
Ormai si avvicinava il tempo della prova, e il Salvatore era molto triste.
Quando Giovanni Gli domandò come mai Egli, che aveva sempre confortato i
suoi Apostoli, attualmente fosse così abbattuto:
– L’anima mia è triste fino alla morte! – gli rispose allora il Nazareno, e poi
disse ai tre: – Rimanete qui e vegliate, nella preghiera, per non cadere in
tentazione...
Quindi discese un po’ a sinistra per entrare sotto una roccia, dentro una
grotta profonda sei piedi.
Intorno al Redentore che si separava dai tre Apostoli prediletti, vidi una
cerchia di orrende figure che si stringevano sempre più a Lui. Il Salvatore
entrò, tremante, dentro la spelonca per pregare, ma quelle orripilanti figure Lo
seguivano minacciose. Dentro quello stesso antro si erano rifugiati Adamo ed
Eva quando l’Angelo li aveva cacciati dall’Eden con la spada fiammeggiante;
là dentro, i nostri infelici progenitori, avevano sofferto e pianto.
Mi parve che Gesù lasciasse la propria divinità in seno alla SS. Triade.
Concentrato nella sua innocente e amante Umanità, Egli la sacrificava tra le
angustie e i dolori. Prostrato al suolo con l’anima come immersa dentro un
oceano di tristezza, tutti i peccati del mondo Gli comparvero con il loro
perfido aspetto. Allora li prese sopra di sé, e si offerse, con la preghiera, alla
giustizia del suo Padre celeste per pagare tale debito così oneroso e
schiacciante. Ciò anche perché Satana s’infuriava contro il Redentore. Nel far
passare davanti agli occhi di Lui orribili aspetti, il demone sibilava: – Come!
Anche tutto questo prenderai sopra di Te per subirne il castigo?
Ma discese dal Cielo una raggera simile a una scia luminosa: era un esercito
di Angeli che scendevano verso il loro Re per confortarlo; lo sfondo della
grotta era irto delle orrende visioni dei nostri peccati: Gesù li prendeva su di
sé, ma il suo cuore, palpitante del più profondo amor di Dio e del prossimo,
era crudelmente angustiato sotto l’incubo di una indescrivibile abominazione.
Satana Lo tormentava, più che nel deserto, con innumere tentazioni.
Il re delle tenebre non era ancor certo che Gesù fosse veramente Figlio di
Dio; Lo tormentava quindi come se fosse stato il più giusto degli uomini.
Il Salvatore lasciava che predominasse su se stesso la sua santa Umanità per
soffrire le tentazioni che assalivano la persona giusta al punto di morire. Il
dolore, che soffriva allora il Redentore, era così violento, che Lo fece
esclamare: Padre mio, se è possibile, allontana da Me questo calice! – Ma poi
soggiunse: Però sia fatta non la mia volontà, ma la tua!
A un tratto, il Redentore si alzò tremante, con il viso bagnato di freddo
sudore; con passo vacillante andò verso gli Apostoli. Perché ormai notte
profonda, essi erano addormentati. Quindi, con voce stanca e affannosa, il
Nazareno sospirò:
– Simone, tu dormi?! Non potete vegliare almeno un’ora con me?
Nel vederlo così spettrale, Giovanni disse:
– Maestro, che cos’hai? Devo destare anche gli altri Apostoli? Dobbiamo
forse fuggire?
Ma Gesù rispose: Vegliate in preghiera per non cadere in tentazione, perché
lo spirito è pronto. ma la carne è debole... Poi alluse alla propria tristezza, e
così s’intrattenne un po’ con loro. Ritornò quindi alla caverna, dove le sue
angustie aumentarono. Là dentro si prostrò con il viso a fior di terra; poi
distese le braccia per pregare il suo celeste Padre, ma l’anima dovette lottar
parecchio. poiché vennero alcuni Angeli a mostrargli, con una serie di visioni,
tutti i dolori ch’Egli doveva soffrire per espiare i peccati del mondo. Essi Gli
mostrarono anche la bellezza dei nostri progenitori prima della caduta, e poi il
loro aspetto spirituale deturpato dalla colpa originale. Per la soddisfazione di
tutte le colpe che doveva dare alla divina Giustizia, quei celesti Messaggeri Gli
prospettarono le sofferenze di corpo e di anima, che doveva sopportare,
benché senza peccato e Figlio di Dio.
Nessun linguaggio può esprimere il dolore e lo spasimo che assalirono
l’anima di Gesù alla prospettiva della terribile espiazione; fu tale la sua
sofferenza, da provocare un sudore dì sangue, che stillò da tutto il suo corpo.
IMPRESSIONANTI PROSPETTIVE
Dapprima Satana presentava al Salvatore l’enormità del debito, che doveva
soddisfare; l’audacia del re della menzogna giunse fino a cercar colpe tra le
stesse opere di Lui. Poi il Redentore vedeva, in tutta la sua estensione e
acerbità, la sofferenza espiatoria, resa necessaria per soddisfare la divina
Giustizia: questa pena Gli fu prospettata dagli Angeli, poiché non apparteneva
a Satana il compito di manifestargli la possibilità di espiare.
Apparivano alla mente di Gesù tutti i patimenti futuri dei suoi Apostoli; le
eresie che avrebbero funestato la sua Chiesa; la corruzione e malizia di
moltissimi cristiani; le menzogne e l’astuzia di tutti i dottori orgogliosi; i
sacrilegi di tutti i sacerdoti viziosi; gli scandali di tutti i secoli sino alla fine del
mondo.
Perciò il tentatore sibilava: Vuoi Tu soffrir per tanti ingrati?
L’umana volontà del Nazareno sosteneva quindi una terribile lotta contro la
ripugnanza a soffrire tanto, per gente così ingrata; questo contrasto provocava
quel sudore di sangue che cadeva a gocce fino a terra.
Quando il Sofferente alzò la voce per esprimere il suo intenso dolore, i tre
Apostoli si ridestarono, e allora Pietro disse agli altri due attoniti in ascolto: –
Vado a vedere... Lo vidi infatti accorrere e poi appressarsi alla grotta; lo udii
quindi esclamare: Maestro! Che cos’hai?! – Ma l’apostolo rimase esterrefatto
nel vedere Gesù grondante sangue. Poiché non riceveva alcuna risposta, Pietro
ritornò ai suoi compagni per riferir loro che il Maestro soffriva e gemeva
perché in preda a un misterioso affanno.
Io intanto vedevo Satana divincolarsi sotto orripilanti forme che
rappresentavano diverse specie di peccati. Le orrende figure diaboliche
trascinavano e spingevano davanti agli occhi lacrimosi di Gesù una innumere
moltitudine di gente peccatrice, per la cui redenzione Egli aveva iniziato il
doloroso cammino della Croce.
Vidi, con raccapriccio, molti sacerdoti maltrattare Gesù nel SS. Sacramento,
quantunque alcuni di loro fossero prediletti per la loro fede e pietà; ne scorsi
molti che non Lo ricevevano con sufficiente fervore e profitto, poiché
dimenticavano il luogo sacro: ossia la chiesa. Trascuravano l’altare, il
tabernacolo, gli arredi sacri e quanto concerneva il decoro del tempio. Notai
anche le offese fatte a Gesù sacramentato, che vidi ferito con armi diverse,
secondo la differenza delle offese. Osservai cristiani irriverenti, sacerdoti
frivoli e anche sacrileghi; notai che molti si comunicavano con tiepidezza, e
altri perfino in colpa grave. Gocce di vivo sangue stillavano intanto dal pallido
viso del Salvatore, la cui barba e capelli ne erano imbevuti.
Dopo tante e così dolorose visioni, il Redentore si sottrasse alla spelonca per
ritornare agli Apostoli, i quali avevano la testa coperta. Essi giacevano piegati
sulle ginocchia come gente in lutto o in preghiera. Nel vedersi comparir
davanti il Maestro con il viso spettrale e insanguinato, accorsero a Lui per
sostenerlo con premuroso affetto.
Egli confidò loro che Lo avrebbero arrestato fra un’ora, per flagellarlo e
poi condannarlo a una morte atroce. Raccomandò loro che confortassero la
sua diletta Madre e anche Maddalena. Ma quando volle ritornare alla grotta,
Gli mancavano le forze, e quindi Lo accompagnarono Giacomo e Giovanni.
IL CALICE MISTERIOSO
Ormai mancava poco alla mezzanotte. Durante l’agonia del Salvatore, vidi la
Vergine assai triste, in casa di Maria madre di Marco stava con Lei Maddalena,
nel giardino attiguo all’abitazione. Non poche volte, l’Addolorata vide, con gli
occhi dell’anima eletta, molti particolari dell’agonia del suo divin Figliuolo.
Per averne notizie, era andata con Maddalena e Salome fino alla valle di
Giosafat; aveva la persona coperta di un ampio velo. Spesso protendeva le
braccia verso il monte degli ulivi, perché vedeva spiritualmente il suo caro
Gesù bagnato di sudore sanguigno. Notai questi impulsi dell’anima sua protesa
verso il divin Figliuolo. Anche il Salvatore guardò la sua diletta Madre per
chiederLe aiuto e conforto. Contemplai quella fusione di cuori e di anime sotto
forma di raggi che investivano Madre e Figliuolo. Il Redentore provò
compassione anche per il dolore di Maddalena, poiché sapeva che l’amore
della convertita era il più grande dopo quello incomparabile della Madre sua.
Contemplai ancora il Salvatore, dentro la grotta, abbandonarsi alla volontà
del Padre celeste. Là Gli si spalancò, davanti all’anima e alla mente sgomenta,
l’abisso della umana iniquità; Gli si prospettavano i gradi del Limbo, ossia le
varie località che occupavano le anime dei trapassati nell’amicizia di Dio. Vide
Adamo ed Eva, i Patriarchi, i Profeti, i parenti della sua cara Madre e il
Battista: tutti i giusti che attendevano con vivissimo desiderio la sua discesa al
Limbo. Questa prospettiva fortificò il suo amoroso Cuore, prima depresso
dallo sgomento. Dopo che Gesù ebbe contemplato con viva commozione i
Santi dell’antico Testamento, gli Angeli Gli prospettarono le legioni dei futuri
Beati che, con i loro combattimenti ravvalorati dai meriti della sua Passione,
avrebbero conquistato il premio celeste, a gloria e onore del suo eterno Padre.
Contemplò la Salvezza e la Santificazione salire, come un fiume inesauribile
di Redenzione, dalla sorgente che sarebbe scaturita dalla sua Passione e morte.
Gli Apostoli, i discepoli, le vergini, le pie donne, i Martiri, i Confessori, gli
eremiti, i Pontefici e i Vescovi, i sacerdoti e una notevole moltitudine di
religiosi: tutto l’esercito dei Beati si prospettò allo sguardo contemplativo del
Redentore. Tutti avevano la fronte cinta di una corona cui i fiori erano diversi
per colore, per corolla e profumo, secondo la differenza delle sofferenze e
delle lotte sostenute per la gloria eterna, nonché a seconda delle vittorie
conseguite per la gloria di Dio e per i meriti di Cristo.
Dalla Passione del Verbo fatto Uomo sarebbe dipesa la sorte dell’umanità;
essa sarebbe stata, per le genti di buona volontà, la sorgente della loro vita
spirituale e della luce radiosa tra le tenebre. La moltitudine dei futuri Beati
circondava l’amabile e generoso Cuore del Redentore come una corona.
Questa prospettiva infuse all’anima di Gesù sofferente sollievo ed energia. Il
Redentore amava tanto i suoi fratelli che avrebbe accettato tutti i patimenti
anche per la redenzione di un’anima sola.
Ma dopo queste confortanti scene, gli Angeli presentarono, al divino
Agonizzante, la Passione che si avvicinava. Vidi un Angelo vestito come un
sacerdote; egli aveva tra le mani un piccolo calice. Senza discendere al suolo,
l’Angelo protese la destra verso Gesù che si aderse; poi accostò alle sue labbra
il calice luminoso, e quindi scomparve.
Così il Salvatore ricevette nuova forza, di cui ringraziò il suo celeste Padre.
Dopo di essersi detersa la faccia con un sudario, si riordinò i capelli, e quindi
sorse dal suolo per ritornare agli Apostoli, che dormivano. Disse loro che
quello non era il tempo di dormire, ma di pregare e soggiunse:
– Ecco l’ora in cui il Figlio dell’uomo sarà consegnato nelle mani dei
peccatori! Alzatevi e andiamo! Il traditore è vicino. Meglio per lui che non
fosse mai nato!
Allora, allarmato dal pericolo, Pietro esclamò: Maestro, vado a chiamar gli
altri per difenderti!
Ma Gesù indicò, lungo la valle, una masnada di armati che si avvicinava con
lanterne; poi dichiarò che uno degli Apostoli lo aveva denunziato. Parlò
tuttavia serenamente; raccomandò inoltre di confortar la sua cara Madre e poi
concluse:
– Mi consegno, senza resistere, ai miei nemici!
Quindi usci dall’Orto degli ulivi, con gli Apostoli, per andare incontro agli
armati.
IL TRADIMENTO
Giuda non supponeva che il suo tradimento avesse il disastroso effetto che
realmente provocò. Pensava di ottenere la ricompensa pattuita e anche di
riuscire simpatico ai farisei con il consegnar loro Gesù. Non pensava però alla
crocifissione di Lui; gli importava solo il denaro. Da molto tempo ormai si
era messo in relazione con vari farisei e astuti sadduccei che lo adescavano, al
tradimento, con lusinghe. Era stanco della vita nomade e sacrificata che gli era
riservata come apostolo. Durante gli ultimi mesi, rubava anche le offerte di cui
era depositario; la sua sordida avarizia, acuita dalla liberalità di Maddalena, lo
indusse al massimo delitto. Fino allora, l’Iscariota aveva sempre sperato in un
regno temporale di Gesù, per occuparvi un impiego lucroso e brillante.
Sfiduciato ormai alla prospettiva che esso non si attuava, voleva procurarsi
denaro con qualsiasi mezzo.
Notava che i disagi e le persecuzioni aumentavano; non voleva essere
malvisto dagli irriconciliabili avversari del Nazareno. Constava che Egli non
diveniva mai Re, mentre la dignità del sommo pontefice, nemico di Lui, era
impressionante.
Il sinedrio non era stato contrario alle inique proposte di Giuda. Costui,
specialmente dopo avere ricevuto sacrilegamente l’Eucaristia, era rimasto
ossessionato da Satana, per la cui ispirazione aveva concluso il patto.
L’Iscariota aveva trattato dapprima con quanti gli si manifestavano
favorevoli al tradimento e lo incoraggiavano a perpetrarlo per finta amicizia;
poi si era messo in relazione con altri figuri, mediante i quali era riuscito ad
avvicinar Anna e Caifasso. Anna però gli aveva parlato con alterigia e
burberamente. I componenti del sinedrio erano irresoluti perché incerti circa
l’esito dell’impresa, poiché molti di essi non si fidavano di Giuda.
– Ma potremo arrestarlo?! – avevano domandato al traditore. Il Nazareno
non dispone di armati?
Allora l’Iscariota aveva risposto:
– Egli è solo con i suoi undici Apostoli; è molto depresso e gli undici sono
codardi... Se non arresterete il Profeta adesso, non avrò altra occasione per
consegnarlo nelle vostre mani...
Per meglio impegnarlo, gli si erano date subito le trenta monete. Esse erano
oblunghe, bucate ai lati e unite in modo da formare una catena. Ma Giuda si era
accorto di essere disprezzato; ormai però si era così compromesso con quei
figuri, da supporre di non potersi più liberare da loro. Non lo si era lasciato
finché egli non aveva loro spiegato come catturare Gesù.
Tre farisei avevano accompagnato il traditore quando egli era disceso là
dove erano acquartierate le guardie del Tempio: sgherri di nazioni diverse.
Appena ebbe combinato, l’Iscariota, con un servo dei farisei, era corso al
Cenacolo per sapere se il Nazareno vi fosse ancora.
Poco prima che Giuda avesse ricevuto il prezzo del tradimento, un fariseo
incaricò sette schiavi di cercare il necessario per preparar la croce del
Nazareno, perché il giorno seguente era interdetto il lavoro manuale per la
vicinanza della Pasqua. Il tronco principale della croce fu preparato con un
albero della valle di Giosafat, che aveva vegetato presso il torrente Cedron.
Trecento uomini, intanto, dovevano presidiare le porte e le vie di Ofel: la parte
della città sita a sud del tempio; era vigilata inoltre anche la valle del Millo
fino alla casa di Anna, sopra Sion, per mandare rinforzi, se fosse stato
necessario, poiché Giuda diceva che tutta la popolazione di Ofel era solidale
con Gesù. Il traditore raccomandava alle guardie di non lasciar fuggire il
Nazareno, poiché altre volte Egli era misteriosamente scomparso. Li
consigliava perciò di legarlo con una catena.
I soldati avevano ordine di sorvegliare anche Giuda e di non lasciarlo
incustodito, finché non avessero visto Gesù e non fossero riusciti a catturarlo.
L’Iscariota era accompagnato da venti guardie del Tempio, agli ordini di Anna
e Caifa. Quegli sgherri erano vestiti quasi come i soldati romani. Giuda era
andato a catturare il divin Maestro con venti soldati, ma si vedeva seguito, ad
una determinata distanza, anche da quattro sgherri muniti di corde e catene.
Dopo di loro venivano, per maggiore sicurezza, un sacerdote confidente di
Anna, un incaricato di Caifa, due farisei e altrettanti sadducei, che erano anche
erodiani.
I soldati andarono con Giuda fino al recinto dell’Orto degli ulivi, ma non
vollero lasciarlo procedere da solo, e lo trattarono duramente senza
complimenti.
IL BACIO DEL TRADITORE
Mentre il Redentore camminava, con i tre Apostoli prediletti, fra il
Getsemani e l’Orto degli ulivi, Giuda e i suoi seguaci comparvero poco
lontano da quella strada.
Il traditore avrebbe voluto avvicinarsi da solo al Salvatore, ma gli armati
non gli permisero di allontanarsi perché temevano che fuggisse. Gli dissero
quindi:
– No, compagno, non ci scapperai finché non avremo catturato il Galileo!
Nel notare poi che otto Apostoli si allontanavano di corsa per avere ascoltato
le loro voci, i soldati chiamarono le quattro guardie che stavano a distanza.
Quando il Salvatore e i tre Apostoli prediletti, alla luce delle lanterne, videro
tutta quella gente armata, Pietro voleva ricacciarla con la forza; disse quindi:
– Signore, gli altri otto ci sono vicini: affrontiamo gli sgherri!
Ma il Salvatore raccomandò invece calma e indietreggiò di qualche passo.
Intanto quattro Apostoli, usciti dal Getsemani, chiesero che cosa mai avvenisse.
Giuda voleva entrare in conversazione con loro, ma ne fu impedito dai soldati.
Poco dopo, il Nazareno avvicinò la masnada e poi domandò:
– Chi cercate?
– Gesù Nazareno! – rispose il comandante dei soldati.
– Sono Io! – affermò il Salvatore.
Appena però ebbe pronunciato queste parole, gli armati si abbatterono al
suolo come colpiti da apoplessia. Giuda, che era presso di loro, quantunque
sorpreso per quel fenomeno, voleva avvicinarsi al Salvatore. Nel vederlo,
Gesù protese la destra verso di lui e gli disse:
– Amico, che cosa sei venuto a fare tu qui?
Allora Giuda, balbettando, alluse a un negozio che gli si era stato affidato;
ma il Nazareno disse:
– Sarebbe stato meglio per te, che tu non fossi mai nato!
Intanto alcuni armati, sorti da terra, si avvicinarono al Redentore, mentre
Pietro e qualche altro Apostolo, circondato Giuda, lo chiamavano ladro e
traditore.
L’Iscariota tentò di persuaderli con menzogne, e anche i soldati lo
difendevano dagli Apostoli, ma testimoniavano così contro di lui. Poi il
Redentore interrogò, per la seconda volta, la masnada. Gli sgherri, alla
domanda del Nazareno, risposero: Cerchiamo Gesù di Nazareth!
– Ve l’ho già detto che sono Io rispose il Salvatore. Ma se cercate Me,
lasciate andare costoro...
Alle sue parole, i soldati caddero nuovamente al suolo, mentre Giuda era di
nuovo circondato dagli Apostoli, esasperati contro di lui.
Il Redentore disse ai soldati: Alzatevi!
Gli armati si alzarono timorosi, anche per liberar Giuda che vedevano
circondato dagli Apostoli. Sottratto il traditore alla cerchia di quanti gli
rinfacciavano il tradimento, i soldati gl’intimarono minacciosamente di agire
con il senno convenuto, poiché avevano avuto ordine di arrestare Colui ch’egli
avrebbe dovuto baciare.
Allora l’Iscariota baciò Gesù proferendo queste parole:
– Salve, o Maestro!
E il Salvatore sospirò:
– Giuda, con un bacio tu vendi il Figlio dell’uomo?
I soldati circondarono il divin Redentore, mentre Giuda tentava di fuggire.
Gli Apostoli però lo fermarono, e alcuni di essi, in procinto di scagliarsi
contro i soldati, gridarono:
– Maestro, sguainiamo le spade?!
Intanto Pietro, più deciso degli altri, sfoderò la sua e colpì un certo Malco,
servo del sommo sacerdote, che voleva arrestare gli Apostoli, e gli tagliò un
orecchio.
Allora vi fu un caotico tumulto.
Poco prima, gli sgherri avevano afferrato Gesù per legarlo, mentre i soldati
Lo circondavano un po’ discosti da Lui. Intanto altri armati ricacciavano
indietro gli Apostoli che tentavano di avvicinare il loro Maestro.
Giuda, desideroso di andarsene, discuteva con alcuni Apostoli che lo
insultavano e lo volevano malmenare, ma alcuni farisei, sopraggiunti allora,
stavano per liberarlo. Proprio in quel momento Pietro aveva ferito Malco;
Gesù gli disse:
– Pietro, rimetti la spada dentro il fodero, poiché chi uccide di spada, di
spada pure perirà. Credi tu che lo non possa chiedere al Padre mio dodici
legioni di Angeli? Non devo forse vuotare il calice, che Egli mi ha dato da
bere? Come si compirebbero le Scritture se non avvenissero queste cose?
Lasciatemi piuttosto guarir quest’uomo! E avvicinò Malco, che risanò dopo
avere pregato.
Ma i farisei insultarono il divin Taumaturgo dicendo alla masnada: E un
inviato del diavolo! L’orecchio di Malco sembrava tagliato per le sue malìe, e
ora è stato guarito per la sua magia.
Intanto il Salvatore, rivolto agli sgherri, disse loro: Siete venuti ad
arrestarmi come un assassino, con armi e bastoni. Insegnai spesse volte al
Tempio e non mi prendeste, ma questa è l’ora del potere delle tenebre...
Fattolo legare, i farisei Lo insultarono dicendo: Tu non sei riuscito a vincerci
con i tuoi incantesimi...
Allora gli Apostoli fuggirono per tutte le direzioni.
Quando erano caduti a terra i soldati, non avevano subito la stessa sorte né i
quattro sgherri, né i farisei e neppure Giuda. Ma tutti quelli che erano caduti, si
erano rialzati; poi si convertirono e divennero cristiani. Anche Malco, dopo la
sua prodigiosa guarigione, si convertì.
Gli sgherri, che legarono Gesù, erano rozzi pagani: avevano gambe e
braccia nude; erano di bassa statura, ma agili di membra. Sembravano schiavi
egiziani.
Legate le mani del Nazareno con rami di salice, Gli misero intorno al torace
un cinturone irto di punte; poi Gli appesero al collo un collare, dal quale
uscivano due corregge che s’incrociavano sul suo petto e scendevano legate
alla cintura. Da queste pendevano quattro funi, con le quali si cominciò a tirare
il Salvatore da un lato all’altro per inumano capriccio.
TRISTE CORTEO
Accese quindi diverse altre lanterne, la masnada si mise in cammino.
Precedevano il triste corteo dieci guardie, seguite dagli sgherri che tiravano il
Nazareno; dopo di Lui venivano i farisei che continuavano a ingiuriarLo; gli
altri dieci armati chiudevano il corteo.
Intanto gli Apostoli vagavano qui o là emettendo lamenti; alcuni di essi erano
come fuori di sé. Giovanni seguiva da vicino i soldati, e perciò i farisei
suggerirono loro di arrestare anche lui. Alcuni soldati tentarono perciò di
afferrarlo, ma egli sfuggì alle loro mani, tra le quali lasciò appena il mantello.
Egli non indossava che una tunica corta e senza maniche.
Intanto gli sgherri maltrattavano il Redentore nei modi più crudeli per
compiacere i farisei. Lo accompagnavano per sentieri scabrosi, per farlo
camminare tra le pietre e sul fango; talvolta Gli davano violenti strattoni.
Alcuni Lo percuotevano con funi nodose e godevano sarcasticamente nel
vederlo incespicare sui massi a fior di terra, perché scalzo. Oltre agli
indumenti ordinari, Gesù indossava la tunica inconsutile.
Il penoso corteo procedette frettolosamente verso un ponte del torrente
Cedron, ma prima di giungervi, il Salvatore cadde due volte al suolo per i
maltrattamenti che Gli si usavano. Arrivati al centro del ponticello, si spinse
brutalmente il Nazareno legato e Lo si gettò, da quell’altezza, dentro il torrente
affinché, come Gli si disse, estinguesse la sua sete.
Senza il divino intervento, sarebbe bastato quel balzo per ucciderlo. Le sue
ginocchia, i piedi e i gomiti s’impressero prodigiosamente sulla pietra dove
Egli cadde, e queste impronte furono poi oggetto di venerazione.
Gli sgherri avevano spinto il Salvatore giù per il ponte con percosse e
ingiurie. La sua lunga tunica inconsutile, inzuppata di acqua, si attaccava alle
membra rendendogli faticoso il procedere. Quando sostava per qualche istante,
Lo si spingeva avanti con modi villani, proferendo contro di Lui le più
insolenti ingiurie.
Vidi Gesù, al di là del Cedron, arrancare penosamente per uno stretto
sentiero, tra sassi, cardi e spine che ferivano i suoi piedi nudi. Intanto i perfidi
farisei, che Lo seguivano, nel vedere i suoi piedi insanguinati, Gli dicevano
per ironia:
– Il Battista Ti ha preparato un buon cammino!
Mentre il Redentore camminava così fra atroci sofferenze e umiliazioni,
compariva qua e là, in distanza, qualche persona, poiché molti discepoli
avevano appreso la triste notizia del suo arresto. Perciò i suoi avversari,
timorosi di qualche contrattempo, avevano già disposto, su diverse zone,
picchetti di armati.
Ormai non mancava molto per giungere a una porta verso mezzogiorno del
Tempio, per la quale si arrivava, attraverso il villaggio di Ofel, al monte Sion,
dove abitavano Anna e Caifa.
Vidi uscir da quella porta una cinquantina di soldati. Allorché notai che quel
manipolo usciva da Ofel, scorsi anche alcuni Apostoli dispersi.
Intanto la Vergine, con nove pie Donne. andava inquieta per la valle di
Giosafat. Anche Lazzaro, Giovanni, Marco e un figlio di Simeone erano con
loro. Tutti udivano le grida degli sgherri e vedevano le lanterne che
illuminavano il tragitto del corteo.
A un tratto la Vergine svenne. Allora le pie Donne La sostennero premurose
e poi L’accompagnarono a casa di Maria, madre di Marco.
Intanto i cinquanta armati occuparono le porte e le vie di Ofel. I soldati però
non volevano essere troppo violenti contro quegli abitanti, perché temevano
che opponessero una forte resistenza. Si limitarono perciò ad allontanarli dalla
strada, per la quale sarebbe passato il Nazareno. Nell’avvicinarsi a quella porta
di Ofel, il Salvatore stramazzò nuovamente al suolo e pareva che non potesse
più reggersi in piedi. Allora un soldato, impietosito per le compassionevoli
condizioni di Lui, disse ai commilitoni:
– Come vedete, questo infelice quasi soccombe! Scioglietegli almeno le mani
affinché possa servirsene quando cade...
Dopo quelle parole, il corteo si arrestò e gli sgherri sciolsero le funi; intanto
un soldato attinse un po’ di acqua. con il suo casco, a una vicina sorgente, e la
offerse al Redentore che lo ringraziò.
Vidi il soldato che faceva sciogliere le mani al Salvatore e quello che Lo
dissetava, pervasi come da una luce interna di grazia. Prima della morte di
Gesù, quei soldati si convertirono e divennero suoi discepoli.
Ripresa poi la marcia, si giunse alla porta di Ofel, e qui gli sgherri furono
investiti dalle proteste degli abitanti favorevoli al Nazareno. I soldati
riuscirono appena a calmare quella moltitudine, indignata contro quei crudeli.
Alcuni gridavano:
– Sciogliete quell’Uomo e lasciatelo libero! Chi ci aiuterà fra le nostre
angustie? chi ci curerà se ammalati? chi ci conforterà se afflitti? Scioglietelo
quindi!
Riusciva veramente penoso vedere Gesù pallido, sfigurato, coperto di
lividure e ferite, con i capelli scarmigliati e il vestito pieno di chiazze. Faceva
compassione la vista del divin Taumaturgo, trascinato con corde, spinto e
percosso da vili sgherri.
Quando il corteo giunse alla valle, molti del popolaccio, eccitati dai nemici
del Nazareno, si associarono alla scorta per ingiuriarlo. Uscito da una porta, il
Salvatore fu sospinto brutalmente per un vicolo detto Millo; poi fu
accompagnato verso mezzogiorno in direzione di Sion. Così si giunse alla
casa di Anna; il Salvatore era caduto sette volte.
Un pietoso avvenimento eccitò maggiormente la compassione degli abitanti
di Ofel. Quando le pie Donne avevano accompagnato la Vergine all’abitazione
di Maria, madre di Marco, sita alle pendici del monte Sion, appena quegli
abitanti L’avevano riconosciuta quale Madre del Nazareno, era stata da essi
compassionata. Ella era muta di dolore e, giunta alla casa di Marco, era
rimasta silenziosa fino all’arrivo di Giovanni che La informò di quanto aveva
visto al Getsemani.
Pietro e Giovanni, che avevano seguito Gesù da lontano, corsero alla casa di
alcuni servi di Caifa, da loro conosciuti, per riuscire ad entrare nella sala del
tribunale, dov’era stato condotto il loro amato Maestro.
Due servi, conoscenti di Giovanni, erano messi di cancelleria; dovevano
convocare il personale per il giudizio. Essi erano disposti a favorire i due
Apostoli. Diedero perciò loro una cappa uguale a quella ch’essi medesimi
usavano, e ciò per poterli subito introdurre nel tribunale di Caifa. I due
Apostoli informarono della loro presenza Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo,
per riuscire a introdurre nella sala anche alcuni amici di Gesù.
AGNELLO IMMACOLATO
Quanti odiavano maggiormente il Salvatore furono radunati a casa di Caifa
con l’incarico di addurre, durante il giudizio, tutte le prove più convincenti
contro l’Innocente. Perciò tutta la gente più perversa e orgogliosa di Cafarnao,
di Tirza e di Nazaret, alla quale Gesù aveva detto spesso la cruda verità alla
presenza del popolo, si trovò adunata a Gerusalemme. Tutta quella gentaglia
era sitibonda di odio e spirante vendetta; ognuno cercava tra la popolazione
del paese, convenuta a Gerusalemme per la Pasqua, chi accusasse l’inviso
Nazareno. Tutti però, a eccezione di alcune evidenti menzogne, ripetevano le
stesse accuse, per le quali il Salvatore li aveva costretti al silenzio mediante le
sue sconcertanti argomentazioni.
Tutto lo sciame di falsi testimoni e di lividi accusatori del Redentore ronzava
intorno al tribunale di Caifa; quei denigratori, guidati dai farisei e dagli scribi
di Gerusalemme, formavano una caterva. A loro si accodavano anche molti
venditori, che il Nazareno aveva cacciati dal Tempio. Tra la moltitudine minuta
eccellevano, per il loro altezzoso contegno, tanti dottori arroganti e superbi, ai
quali il divin Maestro aveva chiuso la bocca davanti al popolo. Alcuni di essi
non Gli perdonavano il «torto» di averli convinti di errore e coperti di
confusione quando, a dodici anni d’età, il divino Adolescente aveva insegnato,
per la prima volta, sotto le dorate volte del Tempio, a una attonita moltitudine
di uditori. Oltre a ciò, molta altra zavorra del popolaccio giudeo era stata
messa in agitazione dai più accaniti nemici di Gesù per accusarlo falsamente
davanti al sinedrio. Occorreva, del resto, tanta moltitudine di denigratori per
accusar di crimine il vero Agnello senza macchia, che si disponeva a espiare
tutti i peccati del mondo.
FREMITI NOTTURNI
La grande e popolosa città, che ospitava in quella circostanza tanti forestieri
convenuti per la Pasqua, riposava nel sopore notturno, quando la notizia
dell’arresto di Gesù destò amici e avversari di Lui. Allora fu un accorrere di
gente invitata, da speciali messaggeri del sinedrio, ad assistere al giudizio di
Colui che faceva tanto parlare di sé. Alla luce della luna o delle lanterne, una
innumere folla gremiva quindi le vie di accesso al tribunale di Caifa, insonne e
vigilante per l’imminente processo, che si disponeva a presiedere. Tutti
salivano, vociando, verso il colle di Sion. Ma Gerusalemme non è ancora
totalmente desta. Tuttavia pare che, da diverse zone della città, divampino
fiamme di odio e di furore, che arroventano quasi le sue arterie.
I soldati romani non partecipano a questo movimento, ma i loro posti di
guardia sono rinforzati e le loro coorti unite per vigilare su ciò che sta per
succedere. I principi dei sacerdoti hanno già informato il preside romano
riguardo all’occupazione di Ofel e di una parte di Sion. Quindi Pilato non
dorme: riceve e imparte ordini. La sua consorte riposa, ma di un sonno agitato;
ella sospira e geme, nel sopore, come se si trattasse di un sonno spasmodico. I
poveri e gli infermi beneficati da Gesù a Gerusalemme, vedono passare la sua
addolorata Madre, e così la loro afflizione aumenta, poiché sentono
riconoscenza verso il loro Benefattore e la sua impareggiabile Genitrice che
tanto Gli rassomiglia per bontà. È uno spettacolo straziante vedere la Vergine e
le pie Donne andar per le vie di Gerusalemme, a quell’ora, oppresse dal
dolore e sofferenti per l’angustia che dilania i loro cuori. Tanto più che la
Vergine deve nascondersi all’avvicinarsi di qualche drappello di sgherri che
passa per la via, i quali, perché rozzi e insolenti, coprirebbero d’ingiurie la
Madre dell’Uomo-Dio.
Intanto la maggior parte degli Apostoli e dei discepoli vaga timorosa per le
valli intorno a Gerusalemme, mentre altri, più timidi ancora, si nascondono
dentro le grotte del monte degli ulivi. Quasi tutti si perdono tra varie
congetture, e parecchi scendono a valle per la speranza di saper qualche
notizia positiva riguardo al divin Maestro catturato.
Il clamore aumenta sempre più presso il tribunale di Caifa. Questa parte della
città è inondata di luce per le fiaccole e lanterne che vi ardono.
Ispira compassione il belato degli innumerevoli agnelli destinati alla
immolazione, il giorno seguente, al Tempio. Uno solo si lascia però immolare
senza aprir bocca: l’Agnello di Dio, puro perché senza macchia: Gesù.
Sulla zona meridionale della città si agita intanto Giuda, solo, taciturno e
senza pace, il quale fugge atterrito dalla sua stessa ombra, sospinto alla
disperazione dal demonio.
IL SEDUTTORE
A mezzanotte, Gesù fu introdotto nel palazzo di Anna, in una grandiosa sala.
Anna occupava il seggio centrale, circondato da ventotto consiglieri.
Il Redentore fu spinto dagli sgherri fino al primo dei vari gradini, sui quali
si elevava Anna con i suoi corifei. Il resto della sala si gremì di soldati, di
popolaccio, di servi e di falsi testimoni, che poi sarebbero passati alla casa di
Caifa.
Anna era impaziente di vedersi davanti il Salvatore. Quel figuro crudele,
autoritario e prepotente voleva avere la soddisfazione di sfogare il suo odio
contro il grande Profeta, illudendosi di manifestarsi astuto dinanzi a Lui e di
confonderlo con i suoi cavilli. Egli presiedeva il tribunale, perché incaricato di
vigilare sulla purezza della dottrina.
Il Salvatore, ritto in piedi davanti al sommo pontefice, era pallido e
sfigurato: Egli stava a testa bassa. Intanto Anna, un vecchione con la barba
rada, con l’aspetto insolente e l’atteggiamento orgoglioso, sorrideva
ironicamente. Fingeva di non saper nulla, e sembrava che quasi si
meravigliasse nel constatare che si trattava dello stesso Gesù, che gli avevano
annunciato. Disse quindi:
– Come! Gesù di Nazaret? Già! E dove sono i tuoi discepoli, i tuoi
favoreggiatori? Dove si trova il tuo Regno? Sembra che gli avvenimenti non
siano proceduti come Tu credevi... Si è visto, finalmente, che era tempo ormai
di smettere d’insultare l’Altissimo e i sacerdoti, di violare il sabato... Orsù,
agitatore, anzi, seduttore, parla! Non hai mangiato l’agnello pasquale a tempo
e luogo, in cui non avresti dovuto? Chi mai Ti ha autorizzato a insegnare?
Dove hai Tu studiato? Qual è la tua dottrina? Parla!
Il Redentore fissò Anna e poi rispose:
– Parlai in pubblico, davanti a tutti; insegnai al Tempio e nelle sinagoghe.
Non dissi mai nulla in segreto. Perché dunque m’interroghi? Domanda che ti si
riferisca ciò che dissi a quanti mi udirono...
A queste parole, Anna s’incollerì. Un servo se ne avvide e, con la destra
coperta d’un guanto di ferro, diede uno schiaffo sul viso a Gesù, esclamando:
– Così rispondi al sommo pontefice?
Per la violenza del colpo, il Salvatore crollò di fianco sui gradini, e dalla sua
faccia grondò sangue. A quella vista gli astanti proruppero in esclamazioni
ingiuriose contro l’Innocente e molti sghignazzarono, mentre altri Lo
rialzavano dal suolo.
Poi il Nazareno si volse serenamente a chi l’aveva percosso:
– Se ho parlato male, – gli disse – dimostramelo; ma se ho detto la verità,
perché mi hai percosso?
Anna invitò quindi i presenti a esporre quanto avevano udito dire del
Nazareno, poiché la tranquillità di Lui lo esasperava. Allora esplosero confusi
clamori e grossolane imprecazioni contro l’Accusato. Tra le accuse, Anna
carpì le seguenti:
– Ha affermato di essere Re... Solleva il popolo! Guarisce di sabato a nome
del... diavolo! Si dichiara Salvatore e Profeta... Si dice Inviato da Dio! Non
osserva i digiuni... Mangia con gli impuri, con i pubblicani e con i peccatori!
Seduce il popolo con parole ambigue!
Intanto Anna e i suoi consiglieri condivano questi oltraggi e calunnie con le
loro burle. Ah, è quella dunque la tua dottrina? Oh Re, impartisci i tuoi ordini
sovrani! Oh. inviato da Dio, manifesta la tua missione! Chi sei Tu? Chi Ti ha
mandato? Sei Figlio di un oscuro falegname, oppure sei Elìa che fu trasportato
al Cielo sopra un carro di fuoco?
Hai detto perfino che sei da più di Salomone! Su rispondi! Giustificati! Parla!
Poi il pontefice scrisse sopra un cartello le principali accuse lanciate contro
l’Imputato; introdusse quindi lo scritto in una zucchetta che chiuse e legò a una
canna. Nel presentar poi la canna al Redentore, Gli disse con un sarcastico
accento:
– Questo è lo scritto del tuo Regno esso contiene i tuoi titoli e diritti, che
porterai al sommo sacerdote. affinché riconosca la tua alta missione e Ti tratti
secondo la tua dignità!
Mentre si scherniva il «Re da burla», Egli nuovamente fu legato per essere
condotto alla casa di Caifa, fra le risa e i maltrattamenti della ciurmaglia
insolente.
IL SOMMO SACERDOTE
L’abitazione di Caifa distava circa trecento passi da quella di Anna: la via era
illuminata. I soldati si aprirono il passaggio tra la folla, ebbra di odio, che si
assiepava, minacciosa, intorno a Colui che era, fino allora passato beneficando
tutti.
Il seggio del sommo sacerdote occupa, al centro della sala, il luogo più
eminente. Il divin «Reo» sta nel mezzo dell’emiciclo; da un lato e dall’altro
seggono i testimoni e gli accusatori. Dietro ai giudici, tre porte ammettono a
un’altra sala, provvista di scanni, dove si prendono le decisioni segrete.
Tutto l’edificio e le sue adiacenze sono illuminati. Al centro del vestibolo
fiammeggia un fuoco che arde dentro a un largo braciere. Esso è circondato
da soldati, da impiegati del tribunale, da subalterni e da testimoni d’infima
risma. Tra questa gentaglia erano anche donne che davano da bere un liquore
ai soldati e vendevano pani alla folla tumultuante.
La maggior parte dei giudici stava seduta intorno a Caifa, mentre altri
giungevano dalle varie entrate della sala. Gli accusatori e i falsi testimoni
gremivano il vestibolo. I soldati e le guardie stentavano a contenere, con la
forza, la innumere moltitudine che voleva entrare.
Prima che vi entrasse Gesù, Pietro e Giovanni, con un vestito da messaggeri,
erano penetrati dentro il cortile esterno. Giovanni, favorito da un impiegato
del tribunale che lo conosceva, poté poi infiltrarsi nel secondo cortile, la cui
serranda fu subito chiusa dietro a lui per impedire che vi entrasse anche la
fiumana di gente, risoluta d’irrompervi dentro. Pietro quindi, che aveva tardato
un po’ a seguire il giovane Apostolo, trovò la serranda chiusa, e quantunque
insistesse per entrare, non gli si volle aprire. Giunsero però, poco dopo,
Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea che lo fecero entrare con loro.
Dopo avere restituito le vesti avute a prestito, i due Apostoli si confusero tra
la folla che gremiva il vestibolo e l’atrio donde si potevano scorgere i giudici.
Caifa era maestosamente assiso al centro del semicerchio. D’intorno a lui
sedevano i settanta membri del Consiglio; ai lati, i funzionari pubblici, gli
anziani, gli scribi, i farisei e i falsi testimoni. Superfluo dichiarare che non
mancavano le guardie e i soldati.
Caifa era un personaggio di grave aspetto; il suo viso, austero, altezzoso e
severo, manifestava una formidabile energia. Indossava un’ampia cappa scura,
adorna di fiorami e galloni d’oro. Il suo copricapo sembrava una mitra
episcopale. Egli attendeva ormai da tempo, con i suoi consiglieri, l’arrivo del
Nazareno. La lunga attesa di Lui lo indisponeva. Era così inquieto e impaziente
che, perduta la calma, era corso verso il vestibolo per chiedere, con rabbia,
quando giungesse mai l’Imputato. Poi, nel vederlo avvicinarsi, era ritornato
quasi di volo al proprio seggio, simile a un uccellaccio di rapina, in procinto
di lavorar di rostro e di artigli.
IL BESTEMMIATORE
Il «Reo» era stato introdotto nella sala, tra l’assordante clamore e le ingiurie
della plebaglia che voleva linciarlo.
Nel passar vicino a Giovanni e a Pietro, Gesù li aveva guardati senza però
volgere loro la testa. A Lui, appena arrivato alla presenza del Consiglio, Caifa
gridò:
– Sei qui, finalmente, nemico di Dio, che turbi così clamorosamente questa
santa notte!
Ma Gesù non rispose. Allora la zucchetta, che conteneva le accuse di Anna,
fu slegata dal ridicolo scettro che si era messo tra le mani dell’ «Imputato».
Dopo che esse furono lette in pubblico, Caifa si sfogò con invettive contro il
«Reo», che gli sgherri percuotevano affinché parlasse.
– Rispondi! urlavano. Perché non apri la bocca?
Caifa, più adirato di Anna per l’imbarazzante silenzio dell’ «Imputato»,
rivolse una serie di domande a Lui che ascoltava pazientemente con occhi
bassi. Ma gli scherani volevano obbligarlo a parlare, e uno di essi, il più
perfido, mise il pollice in bocca al Salvatore dicendogli di mordere. Poi
cominciarono i testimoni che ripeterono le false accuse. Essi esponevano a
casaccio qualche frase udita da Gesù, ma infarcita di spropositi; alcuni
narrarono, tra lazzi, alcune parabole, ma senza nesso; altri tentarono di
colpirlo con nere calunnie. Ma i falsi testimoni si contraddicevano, e, tra tutta
la caotica confusione che si lamentava in quel tristo ambiente, era facile capire
che non v’era alcuna accusa veritiera e fondata. Quei mentitori manifestavano
evidentemente i loro bassi preconcetti e rancori contro il Redentore; si capiva
benissimo che mentivano di proposito sapendo di mentire.
Intanto Caifasso e alcuni membri del Consiglio continuavano a offendere e a
insultare il Nazareno:
– Che Re sei Tu? Gli si diceva. – Mostraci il tuo potere... Chiama le legioni
degli Angeli, alle quali alludevi... Che uso hai fatto del denaro delle vedove e
dei poveri da Te sedotti? Rispondi! Devi giustificarti davanti al sommo
sacerdote, giudice supremo! Meglio sarebbe stato che Tu non avessi mai
parlato al popolo, che pretendevi d’istruire... In realtà, parlavi troppo e a
sproposito!
Ma non erano soltanto parole, poiché si veniva anche a vie di fatto con
maltrattamenti e percosse.
Poiché Caifa non riusciva a raccapezzarsi fra tutte le dichiarazioni
contraddittorie, che proferivano a vanvera gli accusatori, dichiarò
enfaticamente «che la confusione delle deposizioni era effetto dei sortilegi di
Gesù». Risulta invece praticamente che Caifa e il Consiglio fossero lividi di
vergogna e di rabbia nel costatare che tutte le accuse, lanciate contro il «Reo»,
erano destituite di ogni fondamento.
Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea furono consultati riguardo alla
celebrazione della Pasqua al Cenacolo. I due interpellati provarono che ormai,
da tempo immemorabile, i galilei potevano lecitamente mangiare l’agnello
pasquale un giorno prima. Soggiunsero che la cerimonia pasquale si era svolta
secondo la legge e che, inoltre, vi avevano contribuito alcuni impiegati del
Tempio.
Queste dichiarazioni disorientarono i giudici; i nemici di Gesù rimasero
irritati inoltre dal documento che, secondo la veritiera affermazione di
Nicodemo, si trovava negli archivi del Tempio: quello riguardante il diritto
dei galilei. Il furore dei farisei contro Nicodemo aumentò quando egli disse
che il Consiglio doveva essere poco soddisfatto delle urtanti contradizioni di
tanti testimoni riguardo a quel processo, intrapreso precipitosamente alla
vigilia della festa più solenne dell’anno. Come conclusione di quelle
deposizioni vi fu questa:
– Il Nazareno disse: «Io distruggerò il Tempio edificato da mani umane, e in
tre giorni ne riedificherò un altro non manufatto».
Intanto Caifa era imbestialito perché i crudeli maltrattamenti usati contro il
«Reo», le contradizioni dei testimoni e la inalterabile pazienza di Lui
impressionavano molti. Talvolta i denigratori del Nazareno erano stati derisi e
confusi, mentre il silenzio del Maestro inquietava le coscienze. Dieci soldati si
sentivano così impressionati di quanto udivano, che si ritirarono dalla sala con
il pretesto di non sentirsi bene. Nel passar presso Pietro e Giovanni, essi
dissero loro:
– Il silenzio di Gesù galileo, fra tanti maltrattamenti, fa male al cuore...
Nell’incontrarsi poi con altri Apostoli, li informarono di quanto succedeva al
loro Maestro.
Esasperato per tante contradizioni, finalmente Caifa si alzò dal seggio;
discese due gradini e poi disse al Nazareno:
– E Tu non rispondi nulla a questi testimoni?
Il sommo sacerdote era adirato, anche perché Gesù non lo guardava neppure.
Perciò alcuni sgherri afferrarono il Salvatore per i capelli e, per fargli alzare
il viso, Lo percossero con pugni sotto il mento; non riuscirono però a fargli
alzar gli occhi. Allora Caifa, con un energico gesto autoritario, esclamò
adirato:
– Ti scongiuro, per l’Altissimo, di dirci se Tu sei il Cristo, il Messia, il
Figlio di Dio...
Soltanto allora, dopo tanto ed enigmatico silenzio, Gesù parlò. Tra il più
attonito silenzio di ascoltazione, con voce energica e atteggiamento maestoso,
disse:
– Tu l’hai detto: Io lo sono! E perciò vi dico che vedrete il Figlio dell’uomo,
seduto alla destra della divina Maestà, venire sulle nubi del Cielo...
Mentre così parlava, vidi che il Redentore era splendente. Il Cielo stava
aperto su di Lui e, con una intuizione che non posso spiegare, vidi Dio Padre
onnipotente. Vidi anche gli Angeli e perfino le preghiere dei giusti salir fino al
suo trono. Invece sotto Caifa scorsi l’inferno come una sfera di fuoco
incandescente tra le tenebre e piena di orribili figure. Caifa vi stava sopra e
pareva appena separato da un velo. Notai inoltre tutta la rabbia dei demoni,
concentrata sul sommo sacerdote. Quello spettacolo mi parve un inferno uscito
dalla terra.
Quando il Salvatore disse solennemente di essere il Cristo Figlio di Dio,
l’inferno aveva tremato e riempito di furore gli avversari di Lui. Vidi anche
una moltitudine di orrendi spettri entrar nella maggior parte dei presenti a
quella larva di processo. Scorsi contemporaneamente orripilanti fantasmi uscir
dai sepolcri di Sion. Suppongo che anche l’apostolo Giovanni abbia assistito a
quel macabro spettacolo, poiché più tardi lo udii alludere a esso.
Dopo la solenne risposta di Gesù, Caifa, ispirato dall’inferno, afferrò l’orlo
del suo manto e, per un impeto di collera, lo strappò gridando:
– Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo di testimoni?! Avete udito voi stessi
la bestemmia... Qual è la vostra sentenza?
– degno di morte! risposero molti, insieme, con voce di tuono.
ORRORI
Durante quest’orrendo grido, il furore dell’inferno giunse al sommo. I
nemici di Gesù erano ossessionati da Satanasso. Pareva che, le tenebre
celebrassero il loro trionfo sulla luce.
Ma quanti, tra i presenti, conservavano ancora qualche sentimento di
rettitudine, sentirono tanto orrore di questa ingiusta condanna, da coprirsi la
faccia e fuggire indignati. Anche i testimoni più insigni uscirono dalla sala
perché con la coscienza in ribellione, gli altri invece si avviarono verso il
vestibolo, per riscaldarsi al fuoco del braciere, dove ricevettero denaro, pane e
vino.
Intanto il sommo sacerdote disse agli scherani:
Vi affido questo «Re». Tributate al bestemmiatore gli onori che merita!
Dopo queste parole proferite a denti stretti, Caifa si ritirò con i membri del
Consiglio dentro la sala rotonda, attigua a quella del tribunale.
Giovanni, con profonda afflizione, si ricordò della Madre di Gesù; timoroso
che la terribile notizia della condanna del Salvatore giungesse alla Vergine per
bocca di qualche nemico, guardò il divin Maestro e disse tra sé:
– Tu sai perché vado... Poi uscì come se lo avesse mandato lo stesso
Redentore.
Invece Pietro, con il cuore pieno di amarezza e d’inquietudine, perché,
intirizzito dal freddo dell’alba, si avvicinò al braciere presso il quale si
scaldava la ciurmaglia. Non sapeva cosa dovesse fare, ma non voleva
allontanarsi dal suo amato Maestro.
Durante l’interrogatorio e le deposizioni dei testimoni, tutta la plebaglia, che
circondava il Nazareno, Lo aveva dileggiato con sputi e percosso con schiaffi,
pugni e bastonate; i più sfacciati Gli avevano strappato perfino ciocche di
capelli e si erano abbandonati a ogni eccesso di crudeltà. Poi Gli si era gettata
sulle spalle, invece del vestito, una lurida cappa, e quindi Gli avevano appesa al
collo una catena di ferro che terminava con due pesanti anelli, irti di punte, che
gl’insanguinavano le ginocchia. Gli bendavano gli occhi con un sozzo straccio
e Lo percuotevano dicendogli:
– Gran Profeta: indovina chi Ti ha percosso!
Ma il divin Redentore non muoveva labbro; interiormente pregava per quei
malfattori e sospirava per la loro perversità.
Dopo questo inumano trattamento, gli sgherri avevano trascinato Gesù, con
la catena, alla sala dove stava radunato il consiglio.
– Avanti, «Re di paglia!» gridavano quei figuri, colpendolo con nodosi
bastoni. Deve presentarsi al Consiglio con le insegne regali ricevute da noi...
Lo sputacchiarono e gettavano fango sulla sua faccia e dicevano
sghignazzando:
– Questa, o Profeta, è la tua unzione regale! Tu vuoi sempre purificare tutti,
ma Tu stesso non sei puro. Noi quindi Ti purifichiamo così ! E Gli avevano
vuotato sulla testa un vaso di acqua sudicia, gridando:
– Questa è la tua unzione, a base di... nardo!
Con ciò volevano alludere ironicamente all’omaggio della Maddalena.
Avevano poi trascinato il Nazareno intorno alla sala, davanti ai membri del
Consiglio, che Lo coprivano di oltraggi.
Intanto vedevo con frequenza una luce straordinaria intorno al Salvatore,
dopo che si era proclamato Figlio di Dio. Pareva che molti dei circostanti ne
avessero un presentimento più o meno confuso. Essi notavano, con
inquietudine, che tutte le ingiurie non potevano offuscare la sua regale maestà.
LA DEFEZIONE DI PIETRO
Quando Giovanni era uscito, Pietro, dopo il grido: «è degno di morte!»,
piangeva amaramente, ma procurava di nascondere la propria commozione
per non dar sull’occhio a chi l’osservava. Perché ormai non poteva più
rimanere dentro l’aula del tribunale, dove lo avrebbero scoperto quale
Apostolo di Gesù, uscito verso il vestibolo, si era posto vicino al fuoco,
intorno al quale stavano soldati e popolani che sparlavano del Nazareno.
Pietro non parlava con alcuno, ma il suo enigmatico silenzio lo rendeva
sospetto a quanti l’osservavano. Quando la portinaia si era avvicinata al
braciere per scaldarsi, all’udir parlare dei discepoli di Gesù, aveva fissato
Pietro con occhi indagatori e poi gli aveva detto:
– Anche tu sei discepolo del Galileo...
Allora Pietro, sorpreso e sgomento alla prospettiva di essere arrestato o
almeno maltrattato dai soldati, aveva risposto:
– Donna, io non conosco quell’Uomo! Poi, per liberarsi da quella gente, che
lo fissava minacciosa, era uscito dal vestibolo. Proprio allora un gallo aveva
cantato. Intanto un’altra fantesca, che lo fissava con gli occhi ridarelli, diceva
ai suoi vicini:
– Anche costui era con Gesù di Nazaret... –
Quell’affermazione era poi subito confermata da quanti circondavano il
pavido Apostolo:
– Sicuro! dicevano. Non sei forse uno dei suoi discepoli?!
Ma Pietro, allarmato alla prospettiva dell’arresto, aveva protestato contro
quelle insinuazioni dicendo:
– No, non ero suo discepolo... Non conosco affatto quell’Uomo. Poi aveva
attraversato il primo cortile per avviarsi verso quello esterno. Intanto piangeva
poiché la sua ansietà e tristezza al ricordo di quanto aveva detto gli laceravano
il cuore e la coscienza.
Per quel cortile si aggirava parecchia gente, tra la quale vi erano anche
discepoli e ammiratori del Nazareno. Qualcuno di essi si era avvicinato a
Pietro per rivolgergli domande, ma egli era così agitato da consigliarli di
ritirarsi, per evitare pericolose complicazioni; appunto perciò si era poi,
allontanato. Intanto non poteva aver pace; il suo amore verso Gesù lo induceva
a ritornare verso il cortile interno, dove lo avevano lasciato rientrare, perché
Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea lo avevano introdotto prima.
Arrivato alla sala rotonda, si era posto dietro al tribunale, dove la canaglia
vociava quasi in preda al delirio. Tra quella plebaglia, insolente e sfacciata, il
timido Apostolo avanzava pavidamente perché si vedeva saettato da tanti occhi
sospettosi e interrogativi. Quantunque comprendesse che si metteva
nell’occasione di nuovamente spergiurare, Pietro lavorava di gomiti per
fendere la ressa di quanti si spingevano verso la porta del tribunale per
osservare.
Là vi era Gesù con una corona di paglia sulla fronte, il quale rivolse a Pietro
uno sguardo triste e quasi severo, dal quale l’apostolo rimase come annientato.
Ma benché ferito al cuore, non riusciva a reprimere la paura di essere
coinvolto nella cattura del suo caro Maestro, che pure amava. All’udire alcuni,
che lo fissavano, domandare ai vicini: – Chi è quell’uomo?! – egli ritornò nel
cortile. Siccome però qualcuno di quegli indagatori lo seguiva da lontano,
Pietro, per far perdere loro le sue tracce, si sedette presso il braciere. Ma
alcune persone che si scaldavano al fuoco, nel vedere l’apostolo agitato e
ansioso, gli parlarono di Gesù con espressioni ingiuriose. Allora Pietro tentò
di temperar quelle ingiurie con qualche parola favorevole al Nazareno; perciò
uno gli disse:
– Ma tu sei dunque un suo difensore... Sei galileo, perché il tuo accento ti
scopre!
Siccome Pietro tentava di sgattaiolare, per non più compromettersi, un
fratello di Malco gli si avvicinò per rivolgergli la parola:
– Ma tu – disse – non sei forse colui che ho visto all’Orto degli ulivi tagliar
l’orecchio a mio fratello?
A tale dichiarazione così ineccepibile, Pietro divenne talmente confuso e
ansioso, che perdette quasi l’uso della ragione. Nel vedersi scoperto, si mise a
giurare e a spergiurare per assicurar tutti che non conosceva assolutamente
quell’Uomo. E così corse, dal vestibolo verso il cortile interno, per sottrarsi a
una eventuale cattura.
Allora il gallo cantò per la seconda volta, e Gesù, accompagnato attraverso
quel cortile per andare alla prigione, si volse a guardar Pietro con dolore e
compassione.
Colpito da quello sguardo così espressivo, l’Apostolo negatore ricordò con
un fremito le parole, che gli aveva dette il caro Maestro: Prima che il gallo
canti la seconda volta, tu mi negherai tre volte... –. Effettivamente si era
dimenticato della promessa fatta a Gesù, di «morire piuttosto di negarlo»;
rammentò inoltre il minaccioso preavviso, che aveva meritato da Gesù per la
sua presunzione.
Appena il Maestro lo aveva fissato, Pietro aveva compreso la enormità della
sua colpa, e il suo cuore parve spezzarsi per il dolore. Compreso di sincero
pentimento, ritornò al cortile esterno con la testa velata dal manto, piangendo
amaramente. Ormai non temeva più domande, poiché avrebbe proclamato
davanti a tutti la propria colpa.
Il Signore aveva abbandonato Pietro alle sole sue forze, e quindi egli fu
debole come quanti presumono di sé e dimenticano la raccomandazione di
Gesù: Vegliate e pregate per non cadere in tentazione!
DOLORE
La Vergine si teneva intanto in una continua comunicazione spirituale con
Gesù: Ella sapeva quanto succedeva al suo diletto Figlio e soffriva con Lui.
L’anima sua era, come quella di Gesù, immersa in una continua orazione per i
carnefici; il suo cuore materno si raccomandava all’Altissimo affinché non
lasciasse consumare il crimine della condanna di Gesù. Ella sentiva un
vivissimo desiderio di avvicinarsi a Lui, e quando Giovanni era arrivato a casa
di Lazzaro per descriverle l’orribile spettacolo al quale egli aveva assistito, la
Vergine gli raccomandava di accompagnarla, con la Maddalena e alcune pie
Donne, presso il sito dove il suo caro Gesù agonizzava. L’Apostolo prediletto
aveva quindi accompagnato le pie Donne per vie illuminate dalla luna.
I loro singhiozzi attiravano su di loro l’attenzione di alcuni passanti, perciò
la pia comitiva aveva dovuto ascoltare, con un brivido, parole ingiuriose
contro il Salvatore.
La Vergine contemplava interiormente il supplizio del diletto Figlio, ma
sospirava in silenzio come Lui, e talvolta era in procinto di cadere svenuta.
Alcune persone bene intenzionate, che L’avevano ravvisata, si erano fermate a
compassionarla.
– Oh, Madre sventurata! Le dicevano. Madre infelice e ricca di dolore, che
sopporti per il Santo d’Israele...
Dopo tali svenimenti, la Vergine ritornava però quasi subito in sé e seguitava
il suo triste cammino.
Mentre la comitiva si avvicinava all’abitazione di Caifa, aveva dovuto
attraversare un vicolo, presso il quale si preparava la croce per Gesù. Quei
legnaiuoli proferivano maledizioni, perché dovevano lavorare di notte. Le
loro imprecazioni ferivano il cuore dell’Addolorata, la quale pregava per quei
ciechi che preparavano lo strumento dell’umana Redenzione.
Attraversato poi il cortile esterno, la Vergine e il suo seguito si erano fermati
presso l’entrata dell’interno. L’Addolorata desiderava che Le aprissero la porta
che La separava dal suo amatissimo Figliuolo. Quella porta si era spalancata
quando Pietro si era precipitato fuori con le braccia protese, la testa coperta e
il pianto in gola.
L’apostolo spergiuro aveva ravvisato Giovanni e la Vergine alla luce delle
lanterne e della luna: a quell’incontro la sua coscienza in ribellione, turbata
dallo sguardo di Gesù, gli faceva rivedere, nell’Addolorata, quasi il ritratto
vivente di Colui ch’egli aveva rinnegato. La Vergine gli disse:
– Simone! Informami di quanto è avvenuto al mio caro Figliuolo...
Queste parole penetrarono nell’anima di Pietro come acute spade, perché
ridestavano nella sua coscienza il rimorso del triplice rinnegamento. Si rivolse
perciò alla Vergine torcendosi le mani. Allora l’Addolorata gli si avvicinò
ancora per chiedergli con profonda tristezza:
– Perché, Simone, non mi rispondi?
Ma Pietro, desolato, sospirò:
– Oh, Madre, non mi parlare! Hanno condannato a morte Gesù. che io ho
vergognosamente rinnegato per tre volte...
Allora Giovanni gli si appressò per parlargli; ma Pietro, come fuori di sé,
fuggi dal cortile e poi si avviò verso la grotta del monte degli ulivi, dove le
mani del divin Maestro, durante la preghiera, avevano lasciato una indelebile
impronta sulla pietra.
L’Addolorata sentiva il cuore come spezzarsi per questo nuovo dolore che
straziava il suo diletto Figliuolo. Ella cadde presso la porta, sopra la pietra alla
quale si appoggiava, e su cui rimasero impresse le orme della sua destra e del
suo piede.
Ormai le porte del cortile erano rimaste aperte per lo sfollamento della
moltitudine che se ne andava, dopo che Gesù era entrato nella prigione.
L’Addolorata stava spiritualmente con il divin Figlio, e Gesù stava con Lei.
Maddalena, per la sua violenta esasperazione, si mostrava così agitata da
avere i capelli scarmigliati e gl’indumenti disordinati. La Vergine invece,
quantunque amareggiata da profondissime pene, conservava una dignità e un
decoro straordinari. Ella rimase poi duramente colpita al cuore da queste
parole: Non è forse la Madre del Galileo? Ebbene: suo Figlio sarà certamente
crocifisso, ma non prima della festa, a meno che non sia il maggiore dei
criminali...
Allora l’Addolorata si spinse fino al braciere che ancora ardeva dentro il
vestibolo che immetteva alla sala dove Gesù aveva dichiarato di essere
veramente Figlio di Dio, e dove pure i «figli delle tenebre» avevano urlato:
– È degno di morte! –. Ma giunta in quel maledetto ambiente, la Vergine
perdette nuovamente l’uso dei sensi, e fu quindi sorretta da Giovanni e dalle
pie Donne, mentre la gente osservava in silenzio.
Intanto i falegnami non riuscivano a ultimare la costruzione della croce,
come gli avversari del Giusto non si accordavano nella sentenza da
pronunciarsi contro di Lui. Senza cessar di lavorare, quegli operai dovettero
procurarsi altro legno, finché i pezzi distinti del patibolo non si combinassero
per disposizione di Dio. Vidi perciò gli Angeli obbligare quei legnaiuoli a
completar la loro opera, affinché la croce fosse costruita in modo
provvidenziale.
IL DIVIN PRIGIONIERO
Gesù stava rinchiuso sotto la volta di una piccola prigione sotterranea, della
quale si conserva ancora una parte. Due sgherri Lo sorvegliavano, ma furono
presto sostituiti da altri. Al divin Prigioniero non erano ancora state restituite
le vesti; quindi il Salvatore era appena coperto con la cappa da burla. Aveva le
mani legate.
Quando il Redentore era entrato in quel carcere, aveva pregato il suo celeste
Padre di accettare tutte le pene che sopportava e doveva sopportare, come
sacrificio espiatorio per i suoi carnefici e per quanti, nel soffrire simili
patimenti, si fossero lasciati vincere dalla impazienza e dalla collera.
Intanto gli aguzzini non Gli lasciavano un solo istante di riposo, poiché lo
avevano legato a un pilastro, che sosteneva la volta, al centro della prigione.
Quella positura non Gli permetteva di abbassarsi; perciò doveva sostenersi sui
piedi spossati, feriti e gonfi. Quasi che ciò non bastasse, i due carcerieri non
smettevano mai d’insultarlo e di tormentarlo.
Quando finalmente, per il cambio di guardia, gli aguzzini lasciarono al
divino Prigioniero un istante di tregua, io Lo vidi appoggiarsi al pilastro e
tutto radioso di luce. Un raggio di tremula luce entrava per un pertugio della
prigione a illuminare l’Agnello pasquale, coperto di ferite. Gesù alzò allora
verso la luce le mani legate, e ringraziò il suo Padre celeste per il dono di quel
giorno al quale anelavano i Patriarchi, e nell’alludere al quale diceva ai suoi
Discepoli:
– Devo essere battezzato con un altro battesimo, e sono impaziente finché
non si compia.
Era uno spettacolo, che spezzava il cuore, vedere il Nazareno accogliere così
il primo raggio del gran giorno in cui si sarebbe compiuto il suo sacrificio.
Gli sgherri L’osservavano con sorpresa, ma non osarono più disturbarlo.
Gesù rimase poco più di un’ora in quella positura.
Intanto Giuda, che fino allora aveva errato, lungo la valle d’Hinnon, come un
disperato, si avvicinava al tribunale di Caifa. Egli teneva ancora alla cintura le
trenta monete che costituivano il prezzo del tradimento. Domandò alle guardie
cosa fosse avvenuto del Galileo. Gli risposero:
– È stato condannato a morte e sarà crocifisso! –. Mentre il traditore riceveva
altre notizie in proposito, dentro il tribunale s’iniziavano i preparativi. Giuda
si ritirò, poiché fuggiva la compagnia delle persone, come Caino dopo il
fraticidio. Intanto nell’anima del traditore aumentava la disperazione.
Dopo tanto errare, Giuda si rifugiò là dove si era preparata la croce. I
legnaiuoli dormivano presso i diversi pezzi di cui essa risultava. Il traditore li
osservò con raccapriccio, si sentì addentare dallo spavento, e fuggì.
GIUDICI INIQUI
All’alba, Caifa, Anna, gli anziani e gli scribi si radunarono nuovamente al
tribunale per pronunciare un giudizio formale, poiché il giudicare di notte non
era conforme alla legge. Tra gli altri, intervennero anche Nicodemo e
Giuseppe d’Arimatea. Costoro, con alcuni altri, si opposero a quella formalità,
e chiesero che il giudizio fosse differito a una data dopo le feste di Pasqua,
affinché non avvenisse alcun tumulto in quella solenne circostanza.
Soggiunsero che le accuse presentate al tribunale durante quella notte, non
erano valevoli per stabilire un giudizio, poiché tutti i testimoni si erano
contraddetti.
Perciò i principi dei sacerdoti e i loro favoreggiatori s’irritarono, e
avrebbero voluto escludere dal Consiglio quanti erano favorevoli a Gesù.
Allora Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, con pochi altri, nel constatare
l’inutilità del loro intervento e contributo, dichiararono che non avrebbero
condiviso la responsabilità di quanto si sarebbe deciso contro l’Innocente, e
perciò abbandonarono il tribunale.
Caifa tuttavia comandò che il «Condannato» fosse condotto davanti ai
giudici, e diede anche disposizioni ch’Egli fosse accompagnato, subito dopo il
giudizio, al tribunale di Pilato.
Gli sgherri quindi slegarono le mani al divin Carcerato, al quale tolsero
anche la lurida cappa; poi L’obbligarono a rimettersi la tunica nel più breve
tempo possibile, con maltrattamenti. Poco dopo, il Nazareno comparve tra
soldati come una vittima orribilmente sfigurata. Caifa, adirato con Lui perché
si presentava in quelle deplorevoli condizioni, Gli disse:
– Se Tu sei veramente l’unto di Dio e il Messia, dichiaracelo!
Allora il Redentore alzò la testa e rispose con regale gravità:
– Se ve lo dico non Mi credete, se v’interrogo non Mi rispondete, né Mi
lasciate andar libero... Perciò fin da ora il Figlio dell’uomo starà assiso alla
destra del potere di Dio.
I presenti gridarono quindi a Gesù:
Tu dunque sei il Figlio di Dio?! E il Salvatore, verità per essenza, rispose:
– Voi lo dite: Io lo sono!
Allora tutti gridarono:
– Perché si vogliono altre prove? La bestemmia l’abbiamo udita dalle sue
stesse labbra...
Dopo, quindi, averlo ingiuriato, Lo si fece nuovamente legare. Gli si mise
inoltre al collo una catena per presentarlo al preside romano come un
condannato a morte.
A Pilato si era già mandato un messaggero per avvisarlo che stesse pronto a
giudicare un «criminale», poiché urgeva condannarlo prima di Pasqua. Si
stabilì di presentarlo al governatore romano «quale nemico dell’imperatore»,
affinché la sentenza corrispondesse alla sua giurisdizione.
DISPERAZIONE
Davanti al palazzo di Caifa, i soldati erano pronti per tenere ordine tra la
moltitudine che seguiva le sorti del «Condannato». Tra la plebe si aggiravano
molti nemici di Lui. Poi si formò il corteo: i principi dei sacerdoti e una parte
del Consiglio stavano all’avanguardia: seguiva il «Condannato» tra soldati; poi
veniva il popolo. Con quest’ordine, si diresse da Sion alla zona inferiore della
città per portarsi verso il palazzo del governatore. Mentre si accompagnava il
«Galileo» davanti a Pilato, il traditore ascoltava quanto si diceva tra il
popolino; egli intese parole come queste:
– Il Galileo vien condotto al governatore romano, perché condannato a
morte dal gran Consiglio. Egli dev’essere crocifisso! Lo hanno già maltrattato
in tutti i modi più cruenti e orrendi. Il vile, che Lo ha venduto, era un suo
apostolo. Quel miserabile traditore meriterebbe veramente di essere
crocifisso.
Allora l’angustia, il rimorso e la disperazione misero in un indescrivibile
subbuglio la coscienza di Giuda. Il peso delle trenta monete, ancora legate alla
sua cintura, era per lui ormai insopportabile. Quel denaro lo spronava quasi
verso l’inferno.
A un tratto, egli afferrò la borsa, ma dovette allentar la stretta poiché essa gli
arroventava quasi le dita. Poi si mise a correre all’impazzata, come se fosse
inseguito da un demone che volesse ghermirlo con mani di ferro
incandescente. Correva a perdifiato, non però per andar a gettarsi ai piedi del
divin Maestro e chiedergli perdono, ma per espiar lontano da Lui il suo
sproposito. Corse come un insensato fino al Tempio, dove molti membri del
gran Consiglio si erano riuniti dopo il giudizio di Gesù. Essi lanciarono uno
sguardo, colmo di disprezzo e di alterigia, al traditore che si presentò loro con
un aspetto spettrale.
Allora, fuori di sé e con gli occhi allucinati, Giuda strappò dalla cintura le
trenta monete; poi, con voce lacerata dai singhiozzi, esclamò:
– Prendete il vostro denaro, per il quale mi faceste vendere il Giusto, ma
lasciate libero Gesù... Aborro il vostro patto. Peccai consegnando il sangue
dell’Innocente! –. Ma i sacerdoti lo disprezzarono; essi rifiutarono il denaro
che quel miserabile loro presentava, e ciò per non macchiarsi le mani con la
ricompensa del traditore. Uno di essi esclamò:
– Che importa a noi che tu abbia peccato?! Se giudichi di aver venduto il
sangue dell’Innocente, questo è affare tuo. Noi sappiamo Chi abbiamo
comperato e Lo giudichiamo degno di morte. Tienti pure il tuo denaro, del
quale non vogliamo neppure udir parlare!
Dopo questa secca risposta, quei messeri si liberarono di quell’importuno
con l’allontanarsi, sprezzanti, da lui.
Allora la rabbia e la disperazione del traditore giunsero al parossismo. Il suo
aspetto faceva rabbrividire. Aveva gli occhi stralunati, la bocca fremente, i
capelli scarduffati. Poi, per un impeto di collera, strappò le monete dalla
cintura, le gettò sul pavimento e fuggì imprecando.
LA FINE DEL TRADITORE
Lo vidi correre all’impazzata, come un frenetico, per la vallata d’Hinnon. Al
suo fianco, stava Satana che aveva un orribile aspetto. Per aumentare la
disperazione del traditore, il demone gli sussurrava tutte le maledizioni, che i
Profeti avevano scagliate contro quella valle, dove i giudei avevano sacrificato
perfino i propri figli agli idoli.
Ma sembrava a Giuda di essere molto più colpevole di loro e che gli si
dicesse:
– Ora usciranno i cadaveri di quanti peccarono, i vermi dei quali non
morranno e il cui fuoco giammai si estinguerà... Caino! Dov’ è tuo fratello
Abele? Che delitto hai perpetrato! Il suo sangue grida:
– Che tu sia maledetto sulla terra, dove andrai ramingo senza pace!
Quando il traditore giunse al torrente Cedron e scorse il monte degli ulivi,
cominciò anche a tremare, poiché nel volgere gli occhi verso il Getsemani udì
queste parole: Amico! Cosa vieni a fare? Giuda tu tradisci con un bacio il
Figlio dell’uomo?!
Compreso di orrore sino al fondo dell’anima, Giuda sentiva confondersi la
ragione. Allora Satana gli sussurrò all’orecchio:
– Per di qui passò Davide quando fuggiva da Assalonne, il quale morì appeso
a un albero...
Così Giuda, con la mente ottenebrata da orribili pensieri, giunse alle pendici
del cosiddetto «monte degli scandali»: sito fangoso, lercio di rifiuti e
d’immondizie. Mentre al suo orecchio attonito echeggiava più distinto il
frastuono proveniente dalla città, Satana gli sussurrava all’udito:
– Adesso Lo conducono a morte perché tu Lo hai venduto... Finiscila anche
tu, miserabile! Come potresti sopravvivere così ?
Allora Giuda, disperato, si tolse la cintura e poi si appese a un albero.
Appena impiccato, il suo corpo scoppiò, e le sue viscere colarono al suolo.
LO VOGLIO RIVEDERE!
Intanto il Salvatore era stato condotto a Pilato attraverso la zona più
frequentata di Gerusalemme, verso il palazzo e il tribunale del governatore
romano, sito a nord-est del Tempio e circondato da un ampio piazzale.
Caifa, Anna e molti membri del gran Consiglio precedevano il corteo con
fastosi paludamenti; li seguivano numerosi scribi e giudei; fra essi, v’erano
anche falsi testimoni e i più perversi farisei.
Poco distante da questi superuomini, veniva il «Reo» tra soldati. Quei figuri
erano scortati da sei agenti, che avevano assistito al suo arresto, e da molti
sgherri. Intanto il popolo affluiva da ogni parte con grida e imprecazioni.
Il «Galileo» indossava soltanto la tunica macchiata di sangue e sudicia di
sputi, mentre la lunga catena appesa al suo collo scendeva per ferirgli le
ginocchia nel procedere. Aveva le mani legate, e gli scherani Lo tiravano con
corde annodate alla sua cintura. Egli procedeva ormai sfigurato per la fatica, il
digiuno e gli oltraggi da Lui subiti durante la notte. Era pallido, insanguinato e
anelante perché Lo s’insultava senza tregua.
I suoi avversari avevano radunata molta gente per parodiare la sua trionfale
entrata durante «la domenica delle palme». Molti Lo burlavano nel chiamarlo
«Re», e al suo passaggio gettavano pietre e cocci.
Non lontano dal palazzo di Caifa, Lo attendeva la Vergine insieme con
Giovanni e la Maddalena. Quando il suo divin Figliuolo era uscito dalla
prigione per essere presentato ai giudici, l’Addolorata aveva rimesso il velo e
il manto, mentre diceva a chi L’accompagnava:
Seguiamo il Figlio mio fino al palazzo di Pilato... Lo voglio rivedere con i
miei occhi...
Ella era uscita per prima per andar là dove Gesù sarebbe passato. Là quindi
Lo aspettavano.
La Vergine sapeva quanto soffrisse il suo diletto Figlio; però lo sguardo
materno di Lei non riusciva a ravvisarlo così sfigurato come Lo aveva ridotto
la crudeltà umana, perché i suoi dolori parevano addolciti da un raggio di
santità, da un’eroica pazienza e dall’amore.
Ma quale tremenda realtà si prospettò al suo sguardo! Straziante spettacolo!...
I sacerdoti di Dio, diventati satelliti di Satana; Gesù, il Figlio di Dio e della
Vergine, con le mani legate, percosso, spinto, trascinato. ferito e vituperato
con ingiurie e maledizioni,
Nell’avvicinarsi a Lui, l’Addolorata sospirò con un gemito di dolore:
– Ma questo è il Figlio mio?! Oh, Gesù! Mio caro Gesù!
Il Salvatore guardò la diletta Madre con filiale tenerezza, ma Ella non resse
al dolore di vederlo in quelle compassionevoli condizioni. Quindi Giovanni e
Maddalena dovettero sorreggerla. Appena rinvenuta l’Addolorata si fece
accompagnare da Giovanni al palazzo di Pilato.
Intanto il Redentore constatava l’abbandono degli amici durante la sventura.
Quando gli abitanti di Ofel videro Gesù accompagnato al palazzo del
governatore romano, la loro fede in Lui si affievolì, poiché non riuscivano a
persuadersi che Egli, in quelle condizioni, potesse essere Re, Profeta, il Messia
e Figlio di Dio.
I farisei, che Lo burlavano, dicevano loro: Vedete il vostro «Re» ? Salutatelo!
Il sommo sacerdote ha scongiurato i suoi sortilegi... –. Allora i migliori si
ritiravano dubbiosi, e i peggiori si confusero con il popolaccio insolente.
IL SOLO PURO
Il palazzo del governatore romano è abbastanza elevato. Vi si accede
mediante una gradinata di marmo; esso domina un’ampia piazza. Per passare
dal piazzale al palazzo, sono disponibili quattro entrate. Dalla scalea del
governatorato, risultante di lunghi e comodi gradini, si scorge il «forum», la
cui entrata è sostenuta da colonne: si vedono sedili di pietra. I sacerdoti giudei
non passarono da quella parte, per non contaminarsi, accedendo al tribunale
del governatore pagano.
La parte del palazzo, donde Pilato pronunciava i suoi giudizi, si chiamava
«pretorio». Il corpo di guardia era circondato da colonne; al centro di esso,
v’era uno spazio a cielo scoperto; dentro il sotterraneo, v’erano le prigioni,
dove si rinchiudevano i criminali più famigerati.
Di guarnigione al «pretorio», stavano molti soldati romani.
Non lontano dal corpo di guardia, sulla stessa piazza, spiccava una colonna
alla quale Gesù avrebbe subita la flagellazione. Di fronte al corpo di guardia,
sullo spazioso piazzale, culminava una costruzione con sedili di pietra: era
come una tribuna e si chiamava «gabbata». Di là, il governatore pronunciava le
sentenze più solenni.
Dietro il governatorato, v’erano terrazze più alte e abbellite da gradini, i
quali univano il palazzo di Pilato con l’abitazione della sua consorte: Claudia
Procla.
Sorgeva il sole quando il triste corteo, che accompagnava Gesù, giunse
davanti al palazzo del governatore. Anna e Caifa, con i membri del gran
Consiglio, si arrestarono tra la piazza e l’entrata al tribunale. Poi il «Reo» fu
trascinato fino alla scala del governatore. Pilato stava sopra una grandiosa
terrazza: era assiso su di un comodo seggio, davanti a un tavolo che poggiava
su tre piedi. Era circondato da ufficiali e da soldati che ostentavano sui trofei le
insegne del potere romano.
Quando il governatore vide giungere Gesù tra quell’indescrivibile
parapiglia, scattò dal seggio per parlare ai giudei in tono di spregio:
– Cosa mai venite a fare così di buon mattino?
Cominciate di buon’ora. voi, a scorticar le vostre vittime...
Ma i mestatori della turba gridavano ai carnefici:
– Avanti! Accompagnatelo al tribunale! Poi risposero a Pilato: Ascolta le
nostre accuse! Non possiamo noi accedere al tuo tribunale per non contrarre
l’impurità...
Allora un personaggio di alta statura e di venerando aspetto gridò dal mezzo
del popolo:
– No! Voi non dovete entrare in tribunale, poiché esso è santificato da sangue
innocente. Il Galileo solo vi può accedere, poiché soltanto Lui è puro tra i
giudei, come gli innocenti che furono costà decollati...
Dopo di aver così energicamente parlato, quell’uomo scomparve tra la folla.
Si chiamava Sadoc: era ricco, cugino di Obed e marito di Serafia. Due figli di
Lui appartenevano alla candida falange dei santi Innocenti, decollati dentro il
cortile di quel tribunale.
«IL MALFATTORE»
Poi gli sgherri fecero salire il «Galileo» su per i gradini di marmo, per
accompagnarlo presso la terrazza, dalla quale Pilato aveva parlato ai sacerdoti.
Il governatore romano aveva udito molte notizie riguardanti Gesù di
Nazaret. Nel vederlo però così orrendamente sfigurato, mentre conservava
tuttavia nell’aspetto una mirabile espressione di austera dignità, il dispetto di
Pilato contro i principi dei sacerdoti aumentava così da indisporlo a
giudicarlo. Fece quindi capire a quei facinorosi di non essere affatto disposto a
condannar quell’Uomo, senza prove. Disse perciò in tono seccato e imperioso:
– Di che crimine accusate quest’Uomo?
Essi risposero:
– Se non fosse un malfattore, non te Lo avremmo presentato...
E Pilato di rimando:
– Allora giudicatelo voi stessi, secondo la vostra legge!
E i Giudei a obiettare:
– Sai pure che il nostro potere è limitato in quanto a pena capitale...
Intanto gli avversari di Gesù friggevano per la fretta di spacciarlo prima del
tempo legale della Pasqua.
Quando il governatore li richiese delle accuse che volevano addurre contro
l’Imputato, quei figuri gliene espressero tre da loro ritenute principali e
ineccepibili. S’impegnarono specialmente a persuadere Pilato, che quell’Uomo
aveva gravemente mancato contro i diritti dell’imperatore. Anzitutto
accusarono Gesù quale seduttore del popolo, perturbatore della pubblica quiete
e fomentatore di sedizioni. Dichiararono ch’Egli faceva tumultuose riunioni di
gente, e che non osservava il sabato, poiché in esso guariva perfino i malati.
Ma su questo punto il governatore ironizzò spassosamente:
– Se voialtri – disse – foste ammalati, non manifestereste certo tanta collera
contro quelle guarigioni. Vi sembra?
Ma quei forsennati soggiunsero che «quell’Uomo seduceva il popolo con
orribili dottrine, come quella di mangiar carne e di bere il suo sangue per
avere la vita eterna».
Il governatore ridacchiava con i suoi ufficiali, evidentemente divertito di
quelle accuse, che non lo interessavano affatto. Poi disse ai giudei in tono
ironico:
– Sembra che anche voi seguiate la sua dottrina, perché pretendereste poco
meno di mangiar la sua carne e di bere il suo sangue...
La seconda accusa riguardava il contegno del Nazareno, che «eccitava il
popolo a non pagare il tributo all’imperatore». All’udir però questa calunniosa
accusa, Pilato scattò incollerito e redarguì i calunniatori con queste parole:
– La vostra è una grave menzogna! A questo riguardo, io devo sapere meglio
di voialtri se il vostro Accusato sia reo di quanto asserite senza alcun
fondamento.
Allora i calunniatori lanciarono contro Gesù la terza accusa:
– Questo uomo, di bassa origine, si è fatto capo di un gran partito ed ha
perfino predetto la rovina di Gerusalemme; racconta inoltre al popolino
parabole ambigue e alludenti a un Re, che prepara le nozze del Figlio suo... Un
giorno Egli convocò sopra una montagna tanta gente, la quale voleva farlo Re.
Il «Profeta» però, nel riflettere che era troppo presto divenire Sovrano, si
nascose. Invece recentemente si metteva in vista per divenirlo: tanto è vero, che
entrò a Gerusalemme trionfalmente, al grido di «Osanna al Figliuolo di David!
Benedetto sia il regno del nostro padre Davide che giunge!». Così usurpò gli
onori regali, e insegnò di essere Egli stesso il Cristo, l’Unto del Signore, il
Messia, il Re promesso ai giudei...
«IL MIO REGNO NON È DI
QUESTO MONDO!»
Questa prolissa, sconclusionata e calunniosa accusa fu sostenuta da dieci
testimoni.
All’udire che Gesù si faceva chiamare Re dei giudei, il governatore divenne
pensoso. Andò quindi verso la vicina sala del tribunale e, nel passar presso
l’Imputato, Gli rivolse un attento sguardo; poi disse alle guardie che glielo
conducessero davanti.
Pilato era un pagano superstizioso, di spirito leggero e volubile in quanto a
idee. Aveva udito parlare dei «figli degli dèi romani», che sembravano vissuti
sulla terra, ma non ignorava che i Profeti dei giudei avevano anticamente
preannunziato un Unto del Signore, un Re liberatore e redentore, aspettato da
molti. Sapeva inoltre che dall’Oriente erano venuti alcuni re a visitare il
vecchio Erode; aveva appreso che, in quell’occasione, lo stesso sovrano aveva
fatto massacrare molti lattanti. Superficiale conoscitore di queste tradizioni
riguardanti il Messia, non credeva ad esse, come buon pagano; altrimenti si
sarebbe immaginato un Re vittorioso e possente, come lo pensavano allora i
giudei istruiti e gli erodiani. Gli parve perciò ridicolo accusare quale aspirante
al regno quell’Uomo a lui presentato in così compassionevoli condizioni; non
poteva supporre che Egli si fingesse quale Messia e Re. Siccome però Gesù
era accusato quale usurpatore dei diritti dell’imperatore, Lo volle interrogare.
L’aspetto del Redentore umile, sofferente e mite destò meraviglia nel
governatore, che Gli disse:
– Sei Tu, dunque, il Re dei giudei?
Allora l’Imputato domandò:
– Tu dici ciò per averlo pensato, oppure perché te l’hanno detto di Me?
E Pilato:
– Sono io forse giudeo per occuparmi di simile inezia? Il tuo popolo e i suoi
sacerdoti Ti hanno consegnato a me, quale meritevole di morte... Dimmi
dunque ciò che hai fatto!
Gesù rispose con maestà:
– Il mio Regno non è di questo mondo, poiché se fosse di questo mondo,
avrei sudditi che combatterebbero per Me, per non lasciarmi cadere tra le mani
dei giudei.
Queste gravi parole turbarono il governatore, il quale domandò con serietà:
– Tu, dunque, sei Re?
E l’Interrogato a rispondere:
– Si, sono Re, come hai detto, Sono nato e venuto su questo mondo per
rendere testimonianza alla verità. Chi è nella verità, ascolta la mia voce...
Intanto Pilato Lo fissava; poi, alzandosi dal seggio, soggiunse:
– La verità! Che cosa è mai la verità?
Pilato, che non poteva comprendere Gesù, capì tuttavia Ch’Egli non era un
Re che potesse danneggiare l’imperatore romano. Si affacciò quindi alla
terrazza e parlò ai principi dei sacerdoti, che gremivano la sottostante piazza:
– Non trovo alcuna colpa in questo Uomo! disse.
Allora i nemici del Nazareno s’irritarono, e da ogni parte proruppe quasi un
torrente di accuse contro di Lui.
Il Salvatore stava in silenzio; Egli pregava per tutti quei peccatori che
impugnavano la verità conosciuta, e volevano far trionfare la menzogna e la
calunnia.
Ma Pilato si rivolse a Lui per dirgli:
– Non rispondi nulla a tante accuse?
Gesù tuttavia non proferì parola.
Allora il governatore, sorpreso, soggiunse:
– Capisco che quella gentaglia proferisce contro di Te menzogne e calunnie...
E gli accusatori sbraitavano.
– Ma come! si gridava. Non trovi colpa in Lui?! Non ha forse sollevato il
popolo ed esteso la sua dottrina su tutto il paese, dalla Galilea fin qui?
IL GIOIELLO
All’udir nominare la Galilea, Pilato domandò: – Ma quest’Uomo è galileo: è
quindi suddito di Erode?
Alla risposta affermativa, si aggiunse che la residenza attuale di Lui era
Cafarnao.
– Ebbene: concluse il governatore –. Dacché è suddito di Erode,
accompagnatelo alla sua presenza. È venuto per la Pasqua e Lo può quindi
giudicare...
Fece perciò uscir Gesù, e inviò un ufficiale ad avvisare Erode che gli
avrebbe mandato un Galileo suo suddito.
Pilato era lieto di questa circostanza per la quale non doveva giudicare Gesù:
il che gli sarebbe rincresciuto. Desiderava inoltre mostrarsi cortese verso
Erode, con il quale si era urtato; nel dargli occasione di vedere il grande
Taumaturgo, lo avrebbe certamente compiaciuto.
Intanto gli avversari del Salvatore, furiosi perché il governatore romano li
allontanava da sé in presenza del popolo, acuivano il loro rancore contro
Gesù.
Riavuto quindi tra le mani l’odiato Antagonista, Lo legarono nuovamente per
trascinarlo, tra insulti e percosse, fra la ciurmaglia che gremiva il piazzale. Poi
Egli fu accompagnato al palazzo di Erode, che distava poco dal pretorio. Alla
scorta giudaica, Pilato aggiunse, per tutelar meglio l’ordine compromesso,
alcuni soldati romani.
Claudia Procla, consorte del governatore, gli mandò a dire che desiderava
parlargli. Mentre Gesù si allontanava in mezzo alla plebaglia, insolente e
pagata dal denaro di Caifa per sbraitar contro di Lui, Pilato salì con
sollecitudine e in segreto verso una galleria, dalla quale poté assistere a quella
sacrilega tragedia.
Intanto che si accompagnava il Salvatore alla reggia di Erode, vidi Pilato a
colloquio con la moglie. Claudia era una donna di alta statura e di bell’aspetto.
Il suo velo, che le scendeva dalla testa sulle spalle, lasciava scoperti i capelli
sulla sua fronte, adorna di un prezioso diadema. Il fermaglio d’oro, che
risaltava sul suo petto, le sosteneva l’ampio ed elegante vestito.
Ella parlò a lungo con il marito: gli raccomandò, per quanto avesse di più
sacro, di non fare alcun male a Gesù, al Profeta santo dei santi. Gli parlò delle
meravigliose visioni ch’ella stessa aveva avute a riguardo di Lui durante la
scorsa notte. Mentre Claudia alludeva alle visioni, molte di esse mi furono
rivelate. Procla aveva visto prospettarsi i principali episodi della vita di Gesù
che le era apparso radioso di luce. Aveva intanto notato anche la malizia e la
crudeltà dei suoi nemici che si erano presentati a lei sotto forme mostruose.
Aveva inoltre contemplato la invitta pazienza di Lui e il suo inesauribile
amore; aveva ammirato anche la santità e i dolori della sua impareggiabile
Madre.
Per quelle visioni, la signora era molto inquieta e triste. Aveva anche sofferto
tutta la notte e considerato più o meno molte verità, finché si era destata
all’assordante clamore della ciurmaglia che accompagnava Gesù al pretorio.
Benché non comprendesse completamente il significato di quelle visioni, che
quindi non riusciva a descrivere bene, pure scongiurava il marito di tenerne
conto per salvare l’Innocente dalla prepotenza dei suoi nemici. Durante quel
colloquio, il governatore ascoltava, attonito e turbato, le parole della consorte,
che si esprimeva con tanta ansia e tenerezza. Pilato associava quelle notizie alle
altre, che aveva fino allora apprese sul conto di quello straordinario
«Galileo». Rammentava anche le meravigliose risposte da Lui date alle
domande ch’egli stesso Gli aveva rivolte poco prima.
Disse quindi alla consorte:
– Ho pubblicamente dichiarato di non aver trovata alcuna colpa in
quell’uomo: quindi non Lo condannerò! Ho conosciuto purtroppo tutta la
malizia del popolaccio giudeo –. Poi, quale pegno che non avrebbe condannato
l’Innocente, il governatore diede alla consorte un gioiello. Quindi si
separarono.
Il governatore era un magistrato corrotto, indeciso, superbo e vile. Non
retrocedeva davanti ad azioni ignobili quando esse fomentassero il suo
interesse; contemporaneamente si lasciava influenzare da ridicole superstizioni
quando si trovava tra scabrose situazioni. Per circostanze imbarazzanti non
rifuggiva dal consultare i suoi dèi, ai quali segretamente offriva incenso per
chiedere loro aiuto. I suoi pensieri religiosi erano confusi. Satana gli ispirava
ora uno e ora un altro proposito. Dapprima voleva liberar Gesù perché da lui
riconosciuto innocente; temeva però che i suoi dèi si vendicassero di lui. Le
meravigliose visioni della sua consorte dominavano la sua mente e concluse
quindi con il decidersi a liberare Gesù.
Intanto al corpo di guardia del pretorio vigilavano molti soldati romani,
anche tutti i posti importanti della città erano da essi presidiati.
LA VESTE BIANCA
La reggia del tetrarca Erode s’innalzava dalla parte nuova di Gerusalemme,
non lontano dal pretorio. Un drappello di soldati romani, per la maggior parte
oriundi dalla Svizzera e dall’Italia, rinforzava quello dei giudei, poiché i
nemici del Nazareno non cessavano di maltrattarlo.
Intanto Erode attendeva il «Galileo» dentro una grandiosa sala, assiso sul
trono. Ai suoi lati, stavano i prìncipi dei sacerdoti. Il tetrarca aveva la
soddisfazione di vedere riconosciuto, alla presenza dei sacerdoti, il suo diritto
di giudicare un galileo. Si rallegrava anche di poter avere Gesù dinanzi a sé:
quel famoso Taumaturgo che fino allora non aveva mai potuto vedere.
Il governatore romano aveva mandato a dire a Erode di non aver trovato
colpa in quell’Uomo: asserzione questa che acuiva il furore degli accusatori, i
quali perciò andarono alla reggia del tetrarca per ripetere tumultuosamente le
accuse. Intanto Erode osservava Gesù con curiosità e nel vederlo così
sfigurato, con i capelli in disordine, la faccia insanguinata e il vestito
macchiato, quel principe voluttuoso e smidollato si sentiva commosso e
contemporaneamente disgustato.
Nel vedere il «Suddito» in quelle condizioni, disse ai sacerdoti:
– Lavatelo! Pulitelo! Come mai osate condurre alla mia presenza un Uomo
così lercio e ferito?
Perciò gli sgherri condussero il «Galileo» verso il vestibolo, dove Lo
lavarono in un bagno, senza però smettere di maltrattarLo.
Intanto il tetrarca riprese della loro crudeltà i sacerdoti. Sembrava che
volesse imitare il metodo di Pilato, il quale aveva detto loro:
– Come si vede che Costui è caduto tra le mani dei carnefici! Incominciate a
immolarlo prima del tempo...
Quando si ritornò a presentare Gesù a Erode, il tetrarca, fingendo
compatimento, comandò che gli si portasse una coppa di vino per sostentarne
le forze, ma il «Galileo» non volle bere. Poi Erode parlò a lungo e con enfasi
per dire al Nazareno quanto sapeva di Lui. Gli rivolse anche molte domande e
Gli chiese perfino di operare un miracolo.
Ma Gesù non rispose, non disse neppure una parola. Egli stava davanti al
tetrarca con gli occhi bassi.
Benché irritato per quell’enigmatico silenzio, Erode dissimulò la sua stizza e
continuò a tempestarlo di domande. Dapprima tentò di guadagnarselo. Gli
disse:
– Mi duole il cuore nel considerare tante e cosi gravi accuse pesar sopra di
Te... Udii parlar molto dei tuoi prodigi! Ma ora, che il governatore romano Ti
ha mandato a me affinché io Ti giudichi, quali risposte puoi Tu dare a tante
accuse?
Però, dopo queste e molte altre domande, il tetrarca non ottenne dal
«Galileo» alcuna risposta. Seppi che il Salvatore non gli parlò perché il
tetrarca era scomunicato per la sua relazione adultera con Erodiade, e per
l’uccisione del Battista.
Ma Caifa e Anna approfittarono del disgusto, che provocava il silenzio del
«Galileo», per rinfocolar le loro accuse contro di Lui.
Erode invece, quantunque irritato, si manteneva fedele ai suoi progetti
politici. Non voleva condannar Gesù, poiché provava, alla sua presenza, un
misterioso ma profondo terrore, anche perché sentiva rimorso della uccisione
del Battista, Egli inoltre detestava i principi dei sacerdoti, che non volevano
giustificare il suo adulterio, e lo escludevano perciò dai sacrifici. Non voleva
condannare il «Galileo» specialmente perché il governatore romano lo aveva
dichiarato innocente.
Umiliato però dal persistente silenzio di Lui, Lo disprezzò e disse ai servi e
alle numerose guardie della reggia:
– Rendete, a questo Re da burla, gli onori che si merita! Invece che criminale,
Egli è pazzo!
Si accompagnò quindi il Salvatore dentro un ampio cortile, dove fu vittima
di nuovi oltraggi. Erode L’osservava, divertito, da una terrazza marmorea.
Durante quel tempo, i principi dei sacerdoti e gli avversari di Gesù sparsero
le voci più contraddittorie per esacerbare gli animi e sollevare il popolo.
Alcuni di essi davano denaro ai soldati erodiani affinché maltrattassero il
«Reo», possibilmente fino a farlo morire, perché temevano che Pilato Lo
rimettesse in libertà.
Il Nazareno soffriva, in silenzio e con una invitta pazienza, le brutalità della
soldatesca erodiana. Alcuni sgherri Lo scuotevano brutalmente. Il dolore Gli
strappava talvolta gemiti e sospiri. Nessuno aveva pietà di Lui. La sua testa
perdeva sangue. Lo vidi tre volte cadere a terra sotto i colpi spietati degli
aguzzini. Vidi però anche gli Angeli che ungevano le sue ferite. Mi fu rivelato
che senza questo soccorso celeste, i colpi ch’Egli riceveva sarebbero riusciti
mortali.
Non soddisfatti di quelle torture, i principi dei sacerdoti chiesero
nuovamente al tetrarca che condannasse il «Reo», ma Erode Lo rimandò
invece a Pilato, dopo di avergli fatto indossare una veste bianca di scherno.
TREMENDO DILEMMA
Il Salvatore fu quindi ricondotto al governatore romano, quantunque i suoi
nemici si vergognassero di doverLo riaccompagnare là dove Lo si era
dichiarato innocente.
Stizziti per quel contrattempo, gli sgherri ricondussero Gesù per un
cammino più largo, ma più aspro e accidentato del primo, e continuavano a
maltrattarLo. L’ampio vestito, che non si adattava alla persona del Redentore,
Gli ostacolava il passo; perciò Egli cadde molte volte sul fango. Gesù chiedeva
al Padre celeste la grazia di non soccombere, affinché si compisse la sua
Passione e si attuasse la nostra redenzione. Il triste corteo giunse al pretorio
alle otto e un quarto. La moltitudine, che Lo seguiva e precedeva, era
innumere. I farisei passavano in mezzo al popolaccio per eccitarlo contro il
«Reo».
Pilato disponeva di mille soldati che presidiavano il pretorio, le entrate alla
piazza e quelle del suo palazzo.
Intanto l’Addolorata con Giovanni, Maddalena e altre pie Donne. si era
soffermata dove avrebbe potuto vedere e udire tutto.
Si vide Gesù insultato specialmente dalla ciurmaglia più insolente e perversa
che i farisei avessero potuta stanare dai covi più malfamati della città, mentre
un inviato di Erode riferiva al governatore romano, che il tetrarca gli era
grato per il riguardo usatogli, ma non aveva riscontrato nel famoso «Galileo»
altro che pazzia; che quindi glielo rimandava vestito da pazzo.
Pilato rimase soddisfatto nel constatare che anche il tetrarca non aveva
trovato in Gesù alcun motivo di condanna. Per quella circostanza, essi
ritornarono amici, mentre prima erano avversari.
I nemici del Nazareno, nel frattempo, si erano sistemati sui posti più
strategici della piazza, per regolare così le grida, e suggerire al popolaccio
parole che si dovevano urlare contro il «Seduttore».
La plebaglia sghignazzava quando Gesù, nel risalire su per lo scalone
marmoreo del pretorio, inciampava e cadeva, mentre i soldati Lo
percuotevano per farlo alzare. Il governatore romano era assiso sul suo soglio
di avorio, circondato da ufficiali e scrivani.
A un tratto Pilato scattò dal sedile e disse agli accusatori del Redentore:
– Mi avete condotto qui questo Uomo come agitatore del popolo: ma io non
l’ho trovato colpevole del crimine, di cui Lo accusate. Neppure Erode Lo ha
considerato criminale. Lo farò quindi flagellare e poi Lo rimetterò in libertà.
Un assordante clamore di protesta si sollevò allora specialmente dal branco
dei farisei, che capeggiava la ciurmaglia, mentre alcuni di essi distribuiva
denaro al popolo, affinché confermasse, con urla e lazzi, le loro querimonie.
Ma Pilato assistette con disprezzo a quella gazzarra e, in protesta, proferì frasi
mordaci contro i veri sobillatori della plebaglia, frenetica e pagata per urlare e
protestare.
In quella circostanza, prima della celebrazione della Pasqua, il popolo soleva
rivolgersi al governatore romano affinché egli liberasse un prigioniero,
secondo un’antica usanza. I farisei procurarono che la turba non chiedesse la
libertà di Gesù, ma piuttosto il suo supplizio.
Pilato invece, che voleva liberarlo, ebbe l’idea di proporre al popolo la
scelta tra Gesù e un famigerato criminale chiamato Barabba, aborrito da tutti.
Il governatore disse dunque alla folla tumultuante:
– usanza che, nell’occasione della Pasqua, si liberi un criminale. Chi volete
voi libero: Barabba, oppure Gesù, il Re dei giudei, che si dice l’Unto del
Signore?
Pilato, sempre indeciso, chiamava Gesù Re dei giudei, non solo per
disprezzo di essi, ma anche perché persuaso che il Galileo fosse davvero un
Re prodigioso: il Messia promesso ai giudei.
Dapprima, alla proposta del governatore, si rispose con incertezza dalla
moltitudine. Varie voci pronunciarono il nome del ladrone e altre quello di
Gesù. Intanto Pilato lasciò la terrazza per seguire un servo di sua moglie, il
quale, nel presentargli il gioiello da lui dato alla consorte, gli disse:
– Claudia ti ricorda la promessa di questa mattina!
Intanto i farisei e i principi dei sacerdoti si sgolavano, agitati per incitare la
plebaglia a chiedere la liberazione di Barabba. A chi protestava contro quella
maligna insinuazione, essi distribuivano denaro per comperar così le
coscienze.
La Vergine, Maddalena, Giovanni e le pie Donne stavano in un angolo della
piazza ansiose e con il pianto in gola. Benché l’Addolorata sapesse che la
morte del suo caro Gesù era l’unico mezzo di salvezza per l’umanità
peccatrice, pure sentiva tanta angustia e desiderava evitargli il supplizio; Ella
quindi provava tutti i dolori, che una Madre santa e sensibile come Lei, potesse
soffrire.
La Vergine perciò, come Gesù all’Orto degli ulivi, sospirava accorata:
– Se è possibile, si allontani questo calice!
V’era in realtà qualche speranza, poiché tra i popolani correva voce che
Pilato tentasse di liberare il grande Profeta. Effettivamente il governatore
restituì il pegno alla sua consorte, per assicurarla che avrebbe adempiuto la
promessa. Ritornato quindi sulla terrazza, gridò:
– Quale dei due, dunque, volete che sia liberato: Gesù, oppure Barabba?
Allora dalla piazza si elevò un grido unanime:
– Non Lui, ma Barabba!
– Ma che cosa volete che io faccia di Gesù chiamato Cristo?
Queste parole del governatore furono seguite da grida più assordanti:
– Sia crocifisso! Sia crocifisso!!
– Ma che male ha fatto? domandò Pilato. lo non trovo in Lui alcun crimine
che meriti la morte... Lo farò flagellare e basta!
Il popolaccio però, aizzato dai nemici del Galileo, continuò a gridare:
– Sia crocifisso! Tale grido era così frenetico e poderoso da assomigliare a
una voce di tuono, oppure a una tempesta infernale.
Allora il governatore, debole e volubile, lasciò libero il famigerato Barabba,