Sei sulla pagina 1di 1

IL VALORE DELL’ATTESA

La giornata è luminosa ma gelida.


Una di quelle giornate invernali che ti fanno pensare a montagne innevate le cui cime svettano
verso il cielo turchese. Guardo fuori dalla finestra e vedo capannoni grigi, tutti uguali.
I carrelli, con le forche abbassate piene di pallets, scaricano i camion e riempiono i magazzini.
Tutti hanno giubboni imbottiti per ripararsi dal freddo, quasi tutti sono scuri, solo uno osa un
colore rosso. Per me è lo spettacolo più bello del mondo, appena assunta come responsabile del
personale in un’azienda che fa parte di una multinazionale importante e prestigiosa.
Sono lì da qualche settimana e sto recandomi alla prima riunione con i capi dell’ headquarters: un
operation meeting mensile. Sono tesa, è la prima volta.
Ci sono alcuni quadri alle pareti, non molto belli a dire la verità, si vede che sono messi lì per
riempire un po’. Una pianta un po’ stanca è vicino alla finestra, le tendine sono un po’ ingiallite
dal fumo.
Siamo in dieci intorno al tavolo. Io, l’unica donna.
Arriva il grande capo, saluta tutti, è cortese anche se asciutto e mi concede un mezzo sorriso. Mi
conosce perché l’ultimo colloquio di assunzione, quello decisivo, era stato effettuato alla sua
presenza. Anche il mio capo è teso, lo vedo dallo sguardo inespressivo.
Siamo tutti seduti, il grande capo prende la parola, si ferma, guarda il mio capo in modo
interrogativo, il mio capo capisce al volo e girandosi verso di me “Prende nota lei, vero?”
Il sangue ribolle, l’ira fa fatica ad essere contenuta, ma dieci anni di lavoro qualcosa hanno
insegnato, faccio violenza su me stessa e : “Certamente, con piacere” rispondo.
E’ passato un mese, ora c’è anche tanta neve in terra, arrivare nella zona industriale è un impresa
tipo 'Camel Trophy'. Guardo fuori dalla finestra, i tetti dei capannoni sono innevati, pur sempre
tutti uguali. E’ sempre lo spettacolo più bello del mondo.
Fra dieci minuti inizia l’operation meeting. Non sono così tesa come un mese fa, ma un po’ ancora
sì.
Siamo sempre in dieci nella sala riunioni. E sono sempre l’unica donna.
Ci salutiamo, salutiamo il grande capo. Ci sediamo. Prima che lui inizi a parlare, guardo il collega
alla mia destra e gli dico “Oggi tocca a te prendere nota vero?”.
Il mio capo spalanca gli occhi, il mio collega paonazzo lo guarda interrogativamente.
E’ una frazione di attimo, io sorrido a tutti con innocenza, come se avessi detto la cosa più ovvia
del mondo. Il grande capo ci guarda e con un sorriso sornione che non riesce a nascondere e dice
“Bene, iniziamo”.
E’ così che è nata l’abitudine di prendere nota a turno, non c’è stata più necessità di precisare
niente.
Dopo aver pensato molto a come risolvere la cosa, mi è sembrato corretto fare diventare normale
quello che poteva essere una situazione di tensione.
Sono diventata una del gruppo, con cui condividere tutto, i pensieri, le ansie, le preoccupazioni, le
ore, i viaggi, i verbali di riunione. Loro mi vedevano diversa, io ho fatto diventare anche loro
diversi. Così siamo tutti uguali.