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Il libro

B
ianca non è mai stata brava a seguire i piani: è più il tipo di
persona che agisce prima di pensare, e che poi si guarda
bene dall’analizzare le conseguenze. Ma quando una sera
lei e Lonnie, il suo migliore amico, rimangono vittime di un
terribile incidente d’auto, affrontare la realtà diventa quasi
insopportabile.
Costretta in un letto d’ospedale e piena di domande senza
risposta, senza sapere cosa ne sia stato di Lonnie, Bianca si rifugia
nella realtà virtuale di Minecraft, dove sente di riprendere
finalmente il controllo della sua vita. E quando incontra un avatar
muto e incapace di interagire con gli altri, si convince che sia
Lonnie, bloccato nel gioco, e intraprende un’ambiziosa missione
per salvarlo.
L’avventura è però molto più pericolosa di quello che pensava,
perché il mondo di Minecraft brulica di mostri e terribili mob che
sembrano generati dalle sue stesse paure e insicurezze. E per
riuscire a raggiungere l’End e arrivare alla fine del gioco, Bianca
dovrà affrontarle tutte…
L’autrice

TRACEY BAPTISTE Autrice di numerose opere


per ragazzi, tra i quali romanzi e volumi di
divulgazione, è attivamente impegnata in
opere di volontariato in favore della lettura.
Insegna scrittura creativa alla Lesley
University e gestisce la società editoriale Fairy
Godauthor.
Tracey Baptiste

MINECRAFT LO SCONTRO

Traduzione di Matteo Mazzuca


Per Adam, Elliott, Avery e Lindsay
CAPITOLO 1

Vorrei tanto sapere chi ha inventato la frase “Tutto accade per un


motivo” e scambiarci due parole. Perché l’ultima cosa che uno vuole
sentirsi dire quando il proprio mondo sta cadendo a pezzi è che in
realtà è una cosa positiva. Tipo che se pure avessi una macchina del
tempo con cui tornare indietro e rimediare ai tuoi errori, non dovresti
usarla. Sì, come no. Ma chi ci crede?
Certo, non rimane molto da dire quando tutto è andato
completamente a rotoli. Meglio andare avanti, cercare di rimediare ai
propri errori e sperare che tutto si risolva. Credo che a questo punto
dovrei dire qualcosa di un po’ più saggio, ma no. Questo ho. Oh,
questo e la storia della macchina del tempo. È pur sempre un’opzione.
Comunque, l’errore per cui mi piacerebbe tornare indietro e
rimediare è accaduto giorni fa. Quanti con esattezza, non saprei
dirvelo. Il tempo, adesso, mi sembra… un casino. Un venerdì di
qualche tempo fa, io e il mio migliore amico eravamo diretti verso il
primo evento collettivo dell’anno scolastico, conosciuto anche come
“la partita dell’homecoming”.
Avevo convinto Lonnie a venire con me, anche se nessuno dei due
era appassionato di sport. In realtà, eravamo dei gamer. Gli sport, al di
fuori dei videogiochi, non erano in cima alla lista delle nostre priorità.
Ma mi immaginavo l’homecoming come uno di quei tipici eventi del
liceo di cui si parla un sacco nei film, quindi perché non farsi un giro?
Da matricola di primo pelo, ero segretamente eccitata in vista del
liceo. Era come sbloccare un nuovo livello nel videogame della vita:
armadietti grandi per un inventario più ampio, boss sempre più
temibili come i test di orientamento universitari… insomma, avete
capito. Lonnie, d’altra parte, non era così convinto dell’homecoming.
Così addolcii il patto, letteralmente. Gli dissi che avrei preparato i
miei famosi brownies e portato una copertina, così avremmo potuto
rannicchiarci insieme con il cioccolato tra i denti. Voglio credere che
furono i brownies e la copertina a intrigarlo, ma non ne sono certa.
Diciamocelo, non sono tanti i ragazzi di terza che si farebbero vedere
in giro con una del primo anno, ma eravamo amici da quando io
avevo sei anni e lui otto. Quindi andavamo oltre i soliti stereotipi di
amicizia tra liceali. Comunque, il punto è che è stata tutta colpa mia.
Tutto quello che è successo grava su di me.
Lonnie arrivò verso le cinque. Saltellai fuori di casa con i brownies e
la copertina, entrai in macchina, lo lasciai partire e cominciammo a
parlare di Minecraft. La nostra classica chiacchierata.
«Hai messo tutte le trappole?» chiese.
Arricciai il naso. Non l’avevo fatto. Principalmente perché me n’ero
dimenticata.
«In realtà, ho pensato che sarebbe stato meglio costruire sopra la
base. Ho deciso di usare il vetro per il pavimento della serra, così sotto
puoi vedere tutto.»
«Intendi che non hai finito quello che avevi detto di voler fare. Di
nuovo.» Lonnie sembrava più un padre deluso che un amico,
spingendomi sulla difensiva.
«Mi ci rimetterò quando avrò finito la nuova serra» dissi. «Non
capisco perché devi farne un caso.»
«Bianca.»
«Lonnie.»
«Devi seguire il piano. Questo mondo è fuori controllo. Se
vogliamo avere qualcosa che funzioni bene, dobbiamo fare quello che
avevamo pianificato. Non è questo il senso del mondo di prova?
Perfezionare le cose lì, e poi spostarle nel gioco reale?»
«Pensavo che il senso del mondo di prova fosse fare robe assurde
per capire che cosa funziona e cosa no. Fare tutto a casaccio finché si
può, far esplodere le cose, fare casino e non dover mai aggiustare
niente.»
Lonnie sospirò. Si passò la mano sulla testa rasata quasi a zero, e
strinse le palpebre per un secondo come se provasse dolore. Quando
riaprì gli occhi, erano di un grigio nuvoloso, come il cielo, non come il
penetrante grigio acciaio di quando era di buonumore.
«Pensavo che questo progetto ti interessasse» disse. «Avevi detto di
voler creare un mondo intero: nuovi paesaggi, interi villaggi, un
esaustivo elenco di regole per la società, e poi incasinare tutto.»
«Sì, ma…»
«Ma prima dobbiamo farlo. E, per farlo, ci serve un piano, Bianca.»
Non volevo che litigassimo. Non sapevo bene che cosa dire per
farlo smettere di sbuffare come un drago arrabbiato che stava covando
le fiamme da scagliarmi addosso.
«Non segui mai il piano. Prima dici di voler fare qualcosa, e io dico:
“Ok, ecco il piano”. Poi tu dici: “Bel piano!”. E poi non fai nemmeno
finta di fare quello che ho abbozzato.»
Oh, dunque sarebbe stato un super litigio.
«In compenso io sono qui a farti da autista» aggiunse.
«Hai appena preso la patente. Devi fare pratica» dissi. «E poi, pensa
a quanto allargherai i tuoi orizzonti andando finalmente a vedere un
vero evento sportivo!»
«Da quando ti piacciono gli sport?» chiese.
Alzai le spalle. «Da quando è la prima volta che vado a un grosso
evento scolastico, e poi voglio vedere come ci si sente a stare là fuori
con la massa.»
«“Massa” è un’altra parola per “orda”. Fidati, il liceo non è come te
lo aspetti.» Svoltò, imboccando Elm Road. «Ridimmi dov’è quello
stupido campo da gioco.»
«La terza a destra» dissi compiaciuta.
Si fermò al semaforo e sgasò. Persino i movimenti del suo corpo
sembravano scocciati. Mi succhiai il labbro superiore e lo mordicchiai,
mentre tiravo una delle mie treccine e me la rigiravo attorno al dito.
«Sai, abbatteranno il parco giochi» dissi all’improvviso.
Il semaforo divenne verde e lui sbandò in avanti.
«E quindi?»
«Vuoi vederlo prima che sparisca?»
«Perché?»
«Uh, perché è stato il luogo delle nostre più grandi avventure?»
chiesi. «Perché non lo rivedremo mai più? Perché è stato il nostro posto
prima di tutto?»
«Sì, certo.»
«Ti ricordi come ci si arriva?» lo stuzzicai. Girò i suoi occhi di
acciaio verso di me, e sorrisi. Conoscevo quello sguardo. Significava
che il nostro litigio era finito.
Invece di girare a destra su Grandview, girò a sinistra.
Il parco giochi aveva già un’aria spettrale. I seggiolini dell’altalena
erano spariti. Rimaneva solo la struttura ad A, chiazzata di blu dalla
vernice sbiadita e scrostata. Il ponte di corda giaceva per metà nel
pacciame di gomma nera, un’estremità ancora attaccata alla parete da
arrampicata, o almeno a quello che rimaneva dei tempi in cui gli
appoggi per mani e piedi erano ancora attaccati.
Mi issai sulla scala, che traballava perché non era più fissata come
si deve, e ridiscesi dal tubo-scivolo, sbucando davanti alle scarpe da
ginnastica di Lonnie.
«Vuoi fare un giro?» chiesi.
Scosse la testa. «Mi sorprende che questa sia la prima
ristrutturazione che fanno da quando eravamo piccoli» disse.
«Probabilmente avrebbero dovuto condannarlo molto tempo fa.»
«Ma è il nostro posto!» protestai.
«Lo era» rispose Lonnie, ma non in modo brusco. Questo era il
parco giochi dove ci eravamo conosciuti, dove eravamo diventati
amici e immaginato i nostri primi mondi insieme. Facevamo finta di
essere dei pirati temerari sul ponte di corda, ci lanciavamo dalle
altalene come funamboli e difendevamo il nostro fortino da invasioni
di zombi immaginari. Infatti, uno dei nostri primi progetti su
Minecraft era stato creare una versione migliore del parco giochi. Il
terreno era sempre fatto di lava, ovviamente.
Dopo tutto questo tempo, eravamo rimasti sempre insieme, anche
mentre il parco giochi cadeva a pezzi.
«Ti ricordi quando ho cercato di saltare dalle sbarre
dell’arrampicata e tu hai interrotto la mia caduta?» chiesi, cercando di
destare un po’ di nostalgia.
«Sì, mi sono rotto un polso» disse Lonnie, scuotendo la testa. «Già
allora non eri una grande pianificatrice, volevi sempre andare oltre i
limiti ma senza pensare mai alle conseguenze.»
«Sai, se avessi voluto sorbirmi una lezione potevo andare in classe.»
Incrociai le braccia.
Lonnie alzò le spalle e tirò un calcio a un tappo di plastica gialla
sbiadita, poi si diresse verso quella che era stata la struttura con le
sbarre per arrampicarsi. La maggior parte delle sbarre erano in una
pila per terra. Lo seguii, mentre fissava la pila in silenzio. Il sole stava
tramontando e gettava un bagliore arancione sul parco giochi. Intorno
a noi calò il silenzio.
Aveva ragione: questo posto non era nostro, non più.
«Andiamo» dissi.
«Homecoming arriviamo, yeah!» mi prese in giro.
Allungai la mano e sentii una scarica elettrica quando prese le mie
dita tra le sue, dondolandole mentre tornavamo alla macchina. La
maggior parte delle persone pensava che fosse strano che noi due
uscissimo insieme in quel modo: due anni di differenza al liceo sono
un abisso, soprattutto quando si va in due licei diversi. Sarebbe come
tentare di avere una conversazione con qualcuno dall’altra parte del
Grand Canyon con il semplice utilizzo delle mani messe a coppa
attorno alla bocca. Avviò il motore, fece inversione nella stradina e poi
sfrecciò via.
Tirai fuori il telefono e avviai l’app di Minecraft.
«Se devi tenermi il muso tutta la sera perché non ho costruito le tue
stupide trappole, almeno apprezza questo folle pavimento di vetro
che ho messo nella serra.»
Gli agitai lo schermo del telefono davanti agli occhi.
«Guarda.»
«Bianca, smettila. Sto guidando.» Lonnie allontanò il telefono con
un braccio.
Svoltò bruscamente a sinistra, le ruote che stridevano. Il bagliore
arancione del sole al tramonto ci accecò momentaneamente e
sbandammo un po’, e Lonnie girò il volante per raddrizzarci. Poi ci
accorgemmo, troppo tardi, che qualcosa ci stava venendo incontro,
che eravamo passati col rosso, ma ancora non riuscivamo a capire che
oggetto fosse, anche se intuivamo che non fosse piccolo. Tutto
sembrava muoversi al rallentatore, un pugno di secondi si dilatò in
anni, finché una voce robotica femminile gridò improvvisamente dagli
altoparlanti dell’auto.
«Allarme di prossimità! Cambiare direzione!»
In un’istante l’atmosfera nell’auto passò dall’eccitazione alla paura,
mentre una macchina veniva verso di noi, troppo veloce per poter fare
qualcosa.
Quando l’auto fu vicina abbastanza e oscurò il sole, riuscii a vedere
il volto dell’altro guidatore, anche se non chiaramente. Aveva gli occhi
scuri e capelli dritti sparati in tutte le direzioni. La sua testa scattò
all’indietro quando la sua auto verde si schiantò con la nostra, blu.
Ricordo come il metallo si accartocciò nello scontro, ripiegando il blu
sul verde sul blu sul verde, e come pezzi di oggetti cominciarono a
volare intorno: vetro e metallo. A un certo punto, persino la luce
sembrò spezzarsi e andare in frantumi, esplodendo in frattali
accecanti che mi laceravano la pelle e gli occhi. E poi ci fu puzza di
fumo, e il sapore del sangue, e la sensazione di qualcosa che
trafiggeva il mio corpo, come se fossi stata sventrata da qualche parte
in mezzo. Mi chiesi se fossi stata tagliata a metà. Mi voltai, cercando di
capire che cosa stava succedendo, se potevo scorgere il volto di Lonnie
e intuire dai suoi occhi quanto fosse grave la situazione, ma non
riuscivo a vederlo. Era come se fosse scomparso: ero rimasta solo io, e
l’auto blu e l’auto verde che ora sembravano una cosa sola
accartocciata, con il vetro che tintinnava mentre cadeva come pioggia
tutt’intorno a me, e la scoperta sconvolgente che l’uomo dell’altra
macchina era sopra di me, come se avessimo viaggiato insieme. Era
proprio lì, potevo quasi allungarmi e toccarlo. Ci provai, ma le mie
mani non si mossero. Non si mosse nulla tranne le macchine che
stavano ancora correndo in avanti, lontane una dall’altra. Così, cercai
di gridare il nome di Lonnie, ma dalla bocca non mi uscì niente.
E poi tutto divenne nero.
CAPITOLO 2

Sopra di me c’era un bagliore. Andai nel panico per un istante, finché


non realizzai che era solo un lampione. Dovevo essere stesa per terra,
ma non sentivo nulla: né l’asfalto, né il mio corpo. Non riuscivo
nemmeno a muovermi. Cercai di dire qualcosa, ma nemmeno la mia
bocca funzionava. Una donna con una coda di cavallo bionda si chinò
su di me, accigliata. Alzò lo sguardo e mimò qualcosa con la bocca a
qualcuno che non riuscivo a vedere. No, in realtà stava parlando, ma
non riuscivo a sentirla. Non riuscivo a sentire nulla. Solo i miei occhi
sembravano funzionare, e persino quelli… Tutto era offuscato, e
ristretto, come se potessi guardare solo verso l’alto.
Cercai di muovere qualcosa. Qualsiasi cosa: un dito, la lingua, ma
non funzionava nulla. Mi chiesi se fossi morta, e se il mio spirito fosse
in attesa di andare… ovunque vadano gli spiriti. Forse anche lui era
bloccato, e non poteva muoversi. Forse eravamo entrambi paralizzati.
La signora bionda indossava una maglietta con uno stemma che
diceva SOCCORRITORE – OSPEDALE HOLY ANGELS . Sembrò muovere le
sue mani sul mio corpo, facendo non so cosa perché ancora non
riuscivo a sentire niente, e non potevo nemmeno spostare gli occhi per
vedere meglio.
Mi chiesi se fossimo ancora sul luogo dell’incidente, se Lonnie fosse
lì vicino, se fosse nelle mie stesse condizioni, se ci fosse anche l’altro
autista, se lui riusciva a sentire qualcosa, se i miei genitori o mia
sorella sapevano dove mi trovavo, se questo era il posto in cui sarei
morta.
La mia visuale traballò e si mosse mentre venivo spostata. La luce
del lampione era sparita. Sopra di me il cielo era buio, molto più buio
di quando io e Lonnie avevamo lasciato il parco. Cercai di pensare a
quanto tempo impiegava il cielo a diventare così buio. Qualche
minuto? Ore? Da quanto tempo ero lì?
Poi gli altri sensi cominciarono a tornare.
Prima, squillò sopra di me la voce della soccorritrice. «Portatela
sull’ambulanza!»
Oltre a quello arrivò il suono delle sirene, le persone che facevano
avanti e indietro, gridando cose che non capivo, e l’inconfondibile
suono delle lamiere che vengono deformate. Udii lo scricchiolio della
ghiaia e il click di qualcosa che andava al proprio posto sotto di me.
Mi stavano spostando, lentamente e senza scossoni. Le stelle
roteavano.
Poi venne la puzza. Una zaffata di fumo pungente e di gomma
bruciata. Sudore, e qualcosa che sapeva di terra.
Poi sentii il sapore del sangue nella mia bocca. Mossi la lingua e
cercai di tastarla tutt’attorno: era morbido, e sentivo delle parti
frastagliate contro la punta, e degli spazi vuoti nelle gengive gonfie.
Altri suoni. Grida. Pianti. Gemiti. L’allarme dell’auto si stava
spegnendo, mentre la voce robotica continuava a ripetere che stavano
arrivando i soccorsi.
Luci rosse che lampeggiavano contro la bianca vernice lucida
dell’ambulanza.
L’interno dell’ambulanza. Un tetto bianco e liscio. Attacchi di ferro
per le sacche di riserva sopra la testa. I volti della soccorritrice e di un
altro tizio chini su di me. Uno sorridente, l’altro corrucciato, solo che
continuavo a scambiarli l’uno con l’altro perché i miei occhi non
riuscivano a focalizzarsi su nessuno dei due, e continuavo a essere
scossa, e la sirena suonava, quindi dovevamo essere diretti all’Holy
Angels.
Ci immettemmo su un tratto di strada dritto e liscio e la mia visuale
divenne più stabile.
Era l’uomo. Era l’uomo che sorrideva.
Poi venni sollevata di nuovo e l’odore del disinfettante mi travolse
subito. Le luci dell’ospedale erano di un bianco abbagliante. Qualcuno
dovrebbe far presente che non sono di alcun conforto. Dovrebbero
usare delle luci soffuse come quelle sulle strade. Chiusi gli occhi e udii
dei passi cigolanti in scarpe da ginnastica correre dietro di me, mentre
le ruote della barella giravano e sobbalzavano sul pavimento
dell’ospedale. Vidi la luce che brillava attraverso le mie palpebre, e
riuscivo a capire tutte le volte che qualcuno si chinava su di me perché
gettava un’ombra sul mio viso.
All’improvviso, cominciai di nuovo a percepire qualcosa. Cominciò
come un’onda alle mie estremità: i piedi e le mani sembravano essere
stati appena riavvolti nella pelle. Potevo sentire tutto, e tutto era
dolore. Gridai e la corsa divenne più veloce. Il dolore strisciò fino al
mio stomaco e da lì si irradiò fino alla punta dei capelli. Non c’era
nulla che non mi facesse male: le gambe, le braccia, il torso, il collo, la
testa, la bocca, gli occhi. Mi sentivo come se fossi passata attraverso un
tritatutto. Non riuscivo a smettere di gridare, nonostante mi facesse
dolere ancora di più la gola. Proprio non riuscivo a smettere. Credo
che stessero cercando di farmi smettere. Li sentivo spostarmi,
spingermi, e riuscivo a sentirli mentre mi dicevano qualcosa, ma non
riuscivo a sentire nulla oltre al suono delle mie stesse grida. Capivo
solo come mi sentivo, e come tutto facesse male, e pensavo: “Sto
morendo?”. Cercai di dire: “Fatelo smettere!”.
E poi tutto cessò.

Mi svegliai in una piccola stanza beige con le finestre coperte da


veneziane verticali in plastica, circondata dal bip bip dei macchinari.
Vidi un tavolo di plastica chiara con delle rotelle e, ai lati, due sedie
imbottite con dei braccioli in legno. Una coperta blu copriva il mio
corpo. Non riuscivo a vedere in che condizioni fossi oltre al fatto che
le mie gambe apparivano molto più larghe del solito, così immaginai
che fossero entrambe ingessate. Magnifico. Non riuscivo a vedere
nemmeno le mie braccia. Cercai di muoverle e non ci riuscii: o me le
avevano amputate, o l’anestesia non era ancora svanita. Mi sentivo
stordita, e percepivo dappertutto un sordo dolore di sottofondo.
Almeno potevo muovere gli occhi per guardarmi intorno. Ero sola.
Eravamo soltanto io e i macchinari che continuavano a emettere i loro
suoni metallici, e una caraffa di plastica rosa coperta di condensa sul
tavolo a rotelle. Però non c’era nessuna tazza. Tirai fuori la lingua; le
mie labbra erano secche. Avrei gradito dell’acqua, ma la mia voce non
sembrava funzionare, e non avrei potuto chiedere aiuto nemmeno se
ci fosse stato qualcun altro. Provai a muovere le dita per cercare un
bottone di chiamata o qualcosa nelle vicinanze per far sapere a
qualcuno, a chiunque, che ero sveglia e che potevano cominciare a
occuparsi di me, o almeno dirmi che cosa era accaduto, o qualsiasi
cosa, ma ancora non riuscivo a sentire le mie dita o a giudicare se ne
avessi ancora qualcuna.
Mi chiesi che aspetto avessi.
Mi chiesi dove fossero tutti.
Mi chiesi che cosa fosse successo a Lonnie.

Quando mi svegliai di nuovo, mi ritrovai a fissare i tipici pannelli da


soffitto di ospedale, con quel loro colore vago che sembra un ibrido tra
il grigio e il beige (la mia mente stordita pensò: “Greige?”) disposti in
una griglia che ti fa venire voglia di contarli, soprattutto se è l’unica
cosa che puoi vedere. Le luci erano tenui e non capivo se si trattava
della stessa stanza in cui ero prima, o se ero stata spostata. Era più
piccola di come me la ricordavo, e sembravano esserci meno ronzii e
bip bip rispetto all’ultima volta che ero stata cosciente. Era un
miglioramento, supposi. Cercai di muovermi, ancora senza successo, e
stavolta non riuscivo a vedere per nulla il mio corpo perché giacevo
sdraiata. Forse le mie gambe erano scomparse, o il corpo intero. Mi
chiesi se una persona potesse tecnicamente sopravvivere solo sotto
forma di testa.
Era evidente che le medicine mi avevano spinto a uno stato
confusionale: l’unica definizione accurata delle mie facoltà mentali di
quel momento.
La porta venne aperta e richiusa, e udii mia mamma sussurrare:
«Per quanto tempo, secondo lei?».
«Sarà una convalescenza difficile, signora Marshall. Ha delle ferite
estese. Dovremo curarla un giorno alla volta.»
Udii qualcosa di simile a un gemito soffocato e poi la voce di mio
padre: «Carrie vorrebbe vederla. La porterò qui dopo la scuola».
Carrie non aveva scuola il sabato; avrei voluto chiedere di che cosa
stessero parlando, ma poi mi venne in mente che probabilmente non
era più venerdì e nemmeno il weekend. Cercai di dire: “Ehi, ragazzi!”,
ma non venne fuori altro che un elegantissimo: «Unghh». Il mio
vocabolario si era ridotto a quello di un villico di Minecraft.
I miei genitori corsero di fianco al letto, emozionati perché
sembravo capace di emettere qualche suono.
“Ehi” provai di nuovo. «Uhh» venne fuori.
«Bianca!» disse mia madre dolcemente. Le lacrime le scorrevano
lungo il viso, disegnando righe marroncine nel suo trucco.
«Come ti senti?» chiese mio padre.
Tentai di annuire. Faceva male.
Poi venne una donna in camice bianco e i miei genitori si
spostarono. Aveva grandi occhi castano scuro e una treccia nera che
ricadeva lungo una spalla. Quando si chinò su di me, i suoi capelli si
spostarono dal cartellino. Lessi DR. NAY.
«Ciao, Bianca» disse. «Lieta di vederti sveglia.»
“Per quanto tempo sono rimasta incosciente?” cercai di chiedere,
ma ottenni solo altri gemiti. E un po’ di bava, lo ammetto. Mamma si
chinò con un fazzoletto di carta per pulire il rivoletto, con espressione
preoccupata.
«È passata quasi una settimana dall’incidente» disse la dottoressa
Nay, come se i miei mugugni fossero perfettamente comprensibili.
«Finalmente ti sei stabilizzata a sufficienza perché potessimo
svegliarti.»
«Qual è il danno, dottoressa?»
La dottoressa Nay sfiorò il suo tablet e un obiettivo collegato al
bordo proiettò un ologramma. Una versione in miniatura di me
apparve davanti ai miei occhi. Era inquietante, come guardare una
copia identica di se stessi.
«Sei molto fortunata, Bianca. Se avessi avuto lo stesso incidente
qualche anno fa, non sono certa che avremmo avuto gli strumenti
adatti per aiutarti.»
Di certo non mi sentivo molto fortunata, considerando che ero
completamente ingessata e tutto il resto, ma non obiettai. La
dottoressa Nay premette altri pulsanti e l’ologramma s’illuminò di
rosso in una decina di punti differenti del mio corpo. Le notizie erano
terribili: due braccia rotte, un femore rotto, tre ossa del piede destro
rotte, due costole rotte, un polmone collassato e una commozione
cerebrale. Sembravo una partita dell’Allegro chirurgo finita molto male.
«Per fortuna sei una combattente» disse la dottoressa Nay.
Non ricordavo di essere stata abbastanza cosciente da combattere, o
da sapere chi c’era intorno a me, o anche solo da ricordare com’ero
arrivata in questa detestabile stanzetta che puzzava di detergente al
pino, medicine e pipì, che speravo non fosse mia, ma probabilmente lo
era.
La dottoressa Nay si chinò su di me e regolò il flusso di una sacca
collegata a una flebo. All’improvviso sentii qualcosa alla mia destra
diventare più freddo, e sorrisi di nuovo, in grado finalmente di
percepire il mio braccio. La sensazione si diffuse e m’inondò, poi,
come una nebbia, ridiscese l’insensibilità. La dottoressa Nay continuò
a parlare con i miei genitori. Sembrava che avesse molto da dire.
Cercai di seguire il filo del discorso, ma faticavo a sentire. Lottavo per
percepire qualcosa. Lottavo e basta, come quando si nuota
controcorrente. E poi fu di nuovo buio.

“Tre è il numero perfetto” pensai quando mi svegliai di nuovo.


Stavolta la luce era più brillante, il mio corpo era sollevato e riuscivo a
vedere la stanza beige nella sua interezza, con le sedie imbottite, il
tavolo di plastica con le rotelle e la caraffa rosa coperta di condensa.
Un déjàvu. L’unico elemento nuovo era mio padre, seduto su una
sedia, che leggeva la rivista “InfoTech”. Per essere vecchio, si tiene
sempre aggiornato sulle robe tecnologiche più all’avanguardia. Be’, in
fondo è il suo lavoro.
«Ehi» dissi. Stavolta venne fuori davvero come un suono articolato,
il che mi sorprese, così feci un verso a metà tra un singhiozzo e un
gemito. Già. Era strano come potete immaginare, credetemi.
Mio padre quasi saltò dalla sedia. «Ehi» disse. «Come stai?»
Scrollai le spalle, o così credetti, ma non credo che in realtà si mosse
qualcosa.
«Che cosa è successo?» chiesi, sapendo benissimo che cosa era
accaduto, ma incapace di venirmene fuori con una domanda migliore.
«Hai preso una bella botta» disse con tono basso, come se dirlo a
voce più alta potesse peggiorare la situazione. Si allungò verso uno
dei macchinari e toccò lo schermo. Mi rese nervosa, ma non accadde
nulla. «Dovrai rimanere qui per un po’» sospirò. «Hai subito un paio
di operazioni e hai ancora qualche ingessatura.» Mi toccò la fronte con
la sua mano calda. «Abbiamo anche dovuto sottoporti a una chirurgia
plastica: in questo modo la cicatrice non sarà così brutta.»
Dovetti sussultare o qualcosa del genere, e il suo viso sbiancò.
«Non è così brutta, e vedrai che andrà tutto bene. Il peggio è
passato, come si suol dire.» Fece una risatina sommessa, diede un
colpetto alla sponda di plastica del letto con la rivista, e fece un passo
indietro. Era evidente che non volesse dire nient’altro.
«Lonnie?» domandai.
«Cosa?» chiese. Il suo volto sembrava pervaso dal dolore. Poi batté
le palpebre un paio di volte, e sembrò a disagio. «Bianca…»
La porta si aprì ed entrò la dottoressa Nay. «Buongiorno, Bianca!
Come ti senti?»
“Come se mi fosse passata sopra una macchina” avrei voluto
scherzare, ma ci ripensai.
Mio padre si spostò di lato per permetterle di avvicinarsi. Lei si
tolse lo stetoscopio dal collo e mi auscultò il petto. «Respiri bene,
finalmente.»
“Non respiravo? Quand’è che non respiravo bene?” mi chiesi.
Guardò mio padre e annuì. «È una vera campionessa, questa
ragazza.» Poi si girò verso un tablet che aveva poggiato sul tavolo e
toccò lo schermo un paio di volte. Apparve la mia controfigura
puffesca, blu e sospesa al di sopra del device, intanto che la dottoressa
Nay mi illustrava tutte le operazioni a cui ero stata sottoposta mentre
ero priva di sensi.
«Tutti gli esami stanno migliorando» disse. «Ora è solo una
questione di tempo per la convalescenza, il che significa che potresti
rimanere in ospedale per un po’.»
Mio padre mi guardò con i suoi occhi tristi, e sentii il mio cuore
sprofondare. Quanto ci sarebbe costato tutto questo? Quanti giorni di
scuola avrei perso?
«Abbiamo somministrato gli antidolorifici più forti che potevamo
viste le circostanze» continuò la dottoressa, guardando mio padre,
«ma le infermiere dicono che continua a svegliarsi a intervalli regolari,
cercando di muoversi. Non possiamo darle altro senza incorrere in
qualche effetto collaterale, ed è per questo che probabilmente è sveglia
e abbastanza a proprio agio, ma dobbiamo assicurarci che rimanga
immobile.»
Non ricordavo né di essermi svegliata, né il dolore, ma lo sguardo
di orrore che mi aveva rivolto mio padre diceva che probabilmente
aveva assistito di persona a uno di questi risvegli.
«Voglio dire che non possiamo darle altri antidolorifici per un po’,
ed è sveglia, quindi potrebbe essere… una serata difficile.»
Mio padre annuì. Serrò la mascella, e i suoi pugni si strinsero
attorno alla sponda del letto con tanta forza che pensai potesse
spezzarla.
«Starò con lei tutta la notte» disse. «Sua madre sarà qui domattina.
Ce la faremo.»
Quindi la dottoressa Nay se ne andò, e mio padre mi sistemò le
coperte. Lentamente, le sensazioni del mio corpo cominciarono a
riaffiorare, e iniziai a capire che cosa intendeva la dottoressa Nay, e
anche perché mio padre sembrava così preoccupato. Era come essere
calata un po’ alla volta nella lava fusa. Forse penserete: “Oh, certo,
posso sopportare che mi taglino un alluce o anche tutto il piede,
nessun problema!”, ma il logoramento del mio corpo non faceva che
continuare, di più, di più, sempre di più. Mi sentivo debole e provavo
dolore. Anche guardare il volto di mio padre faceva male, perché non
poteva fare nulla, e io ero infuriata con lui che non poteva fare nulla, e
poi infuriata con me stessa perché sapevo che era impotente ed era
una tortura anche per lui.
E che altro? Era tutta colpa mia.
Era notte fonda quando mi svegliai di nuovo. Mio padre dormiva
sulla sedia con la rivista aperta sul petto. Si era tolto le scarpe e
russava leggermente. La porta della mia stanza era aperta, e un fascio
di luce proveniente da quella che credevo essere la postazione delle
infermiere mi colpiva il viso. Neanche stavolta trovai un bottone per
la chiamata, ma immaginai che nel frattempo mi avessero dato altre
medicine, perché sentivo di nuovo tutto attenuato. Il dolore si era
molto ridotto. Avrei voluto un po’ d’acqua, ma non volevo svegliare
mio padre. Non avevo idea di quanto tempo fosse rimasto alzato. I
suoi vestiti erano conciati da schifo. I suoi capelli, solitamente
ordinati, erano diventati un unico nodo aggrovigliato. Poteva essere lì
da ore, se non giorni, senza uno stacco. Qualcuno doveva essere a casa
con Carrie. Ricordo che aveva detto qualcosa sul fatto che lui e la
mamma si dessero il cambio, quindi magari avrebbe fatto presto una
pausa.
Ma un’ampia parte di me era lieta che mio padre fosse
addormentato e che non potessi chiamare nessuno, perché sapevo che,
nel momento in cui avessero pensato che stavo abbastanza bene, nel
momento in cui avessero capito che ero in grado di gestire una
conversazione normale, mi avrebbero fatto delle domande. Molte
domande. E poi avrebbero tutti saputo che cosa avevo fatto, che era
tutta colpa mia.
Un’ombra attraversò la porta e qualcuno con una voce sottile
sussurrò: «Ehi».
«Ehi» riuscii a dire.
E poi un ragazzino sugli undici anni entrò, con indosso un pigiama
che diceva GAMER 4 LIFE e una vestaglia con sopra dei pianeti
fosforescenti.
«Chi…?» chiesi. Fu tutto quello che riuscii a dire. Parlare mi faceva
male alla gola.
«Sono A.J. e sono nella stanza a fianco» disse. Si avvicinò un po’ di
più, ma si fermò quando mio padre tirò una russata bella forte, e il
ragazzino sembrò sorpreso che ci fosse qualcun altro lì. A.J. si
avvicinò al macchinario con la flebo e toccò lo schermo. Sembrava una
specie di rito consolidato per entrare in contatto con i pazienti. Me lo
appuntai, in caso fossi mai entrata nella stanza di un altro ricoverato.
Sempre che fossi mai stata capace di camminare ancora.
«Io sono…»
«Bianca Marshall. Lo so. Ho visto la tua cartella quando la
dottoressa Nay è entrata.»
«Oh» dissi.
Sorrise.
«Lonnie» dissi. «Elon Lawrence.» Ci volle molto per riuscire a
pronunciarlo a voce alta.
A.J. sembrò confuso. Scosse la testa. I suoi fitti ricci scuri gli
ondeggiarono sulla testa. «No, tu sei Bianca» replicò, scandendo ogni
sillaba del mio nome.
«Il mio amico» dissi. «Eravamo in macchina. Forse sta peggio.»
Le sopracciglia di A.J. si sollevarono. «Peggio di te?» chiese. «Sei
conciata piuttosto male. Se qualcuno fosse stato messo peggio di te
probabilmente sarebbe morto.»
Aspettai che ridesse, o sorridesse, o dicesse che stava solo
scherzando. Ma questo ragazzino diceva le cose come stavano, e un
dolore lancinante alle tempie mi disse che aveva ragione, che a essere
ridotti peggio di me non si poteva sopravvivere. E che se qualcuno
avesse avuto qualcosa di buono da dirmi su Lonnie, l’avrebbe già
fatto.
«Potrei intrufolarmi nella sala delle infermiere e provare a cercare
la sua cartella, però» si offrì A.J.
Questo ebbe l’effetto immediato di attenuare l’ansia martellante che
mi stava salendo nel petto. O forse erano i medicinali. Ci furono una
serie di bip, e poi i macchinari intorno a me ronzarono un po’. Qualche
secondo dopo, cominciai a sentirmi leggermente meglio. «Grazie,
A.J.» dissi. Quando si voltò per andarsene, vidi qualcosa nella sua
mano. «Cos’è quello?»
Si girò. «Questo?» Sollevò qualcosa che assomigliava a una fascia di
plastica bianca. «È un visore per la realtà virtuale» disse. Si avvicinò
per mostrarmelo. «Puoi guardarci film e altre robe, ma io ci gioco a
Minecraft.»
«Mi piace Minecraft.»
«Davvero?» Lo sguardo di A.J. si illuminò.
«Il mio amico e io stavamo costruendo un mondo insieme» dissi,
un po’ sorpresa da come riuscissi a parlare con facilità. Guardai il
macchinario più vicino: era proprio l’ora degli antidolorifici.
Il ragazzino sbatté le palpebre e annuì, credo nell’attesa che
aggiungessi qualche dettaglio.
«Ha tanti villaggi con configurazioni differenti e regole e altre
cose.»
Il ragazzino si entusiasmò. «Davvero? A me piace la modalità
sopravvivenza. Ma uso anche delle mod e ne ho create alcune!»
«Fico» dissi.
«Devi provare questo visore allora» disse. «Ti lascerà a bocca
aperta.»
Prima che potessi rispondere, A.J. si era avvicinato al letto e mi
aveva messo il visore sulla testa. Le due estremità mi pizzicarono le
tempie. Anche se, rispetto a come si sentiva il resto del corpo al
momento, non era nulla. Avvertii una sensazione di solletico su
entrambi i lati della faccia che si espanse fino alla fronte.
Improvvisamente il dolore alla testa aumentò come un’ondata, ma
cercai di non gemere né sussultare perché non volevo deludere un
ragazzino che probabilmente pensava di farmi piacere.
Aprii gli occhi e mi stupii nel vedere che la stanza dell’ospedale era
completamente scomparsa. Il gioco era già avviato, ma in pausa nel
mezzo di quello che stava facendo A.J. poco prima.
«È un po’ strano all’inizio» mi avvertì. «Ma dopo un po’ ti abitui.»
Non stava scherzando. Essere gettata in un mondo completo a metà
partita era disorientante. Era più luminoso della mia stanza
d’ospedale, senza dubbio. E le irrealistiche sfumature di verde e
marrone e blu erano un po’ come un pugno nell’occhio. Cominciai a
guardare il bioma della foresta in cui ero stata gettata, e capii che, se
guardavo per un po’ un determinato punto, cominciavo a muovermi
in quella direzione. I movimenti erano improvvisi, e mi fecero venire
subito voglia di vomitare. Chiusi gli occhi e cercai di respirare a
fondo, perché non volevo dire di voler smettere. Dopotutto, c’era un
bimbetto su cui fare bella impressione. Inoltre, c’era quella sensazione
di essere una testa senza corpo. Cercai di muovermi di nuovo, e sentii
un sommovimento nello stomaco.
«Devi vomitare?» chiese A.J.
«No, io… Ehm…»
«Forse dovresti smettere» disse. Senza preavviso, mi tolse il visore
e, a dirvela tutta, non mi fece stare meglio. Tornare al grigio mondo
reale mi fece sentire malissimo, mi voltai dall’altra parte del letto,
lontano dal ragazzino, e vomitai.
Mentre cercavo di pulirmi la bocca sul bordo della coperta, A.J.
arretrò verso la porta. Mio padre si stiracchiò ma non si mosse.
Un’infermiera corse dentro, guardò il ragazzino, poi me, di nuovo lui
e infine si avvicinò lentamente per pulirmi. Avevo del vomito nelle
trecce. Non avevo pensato granché alla mira, sboccando.
«Che schifo» disse A.J.
«Torna nella tua stanza» disse l’infermiera. «Verrò a controllarti più
tardi. Non dovresti gironzolare, e sicuramente non dovresti trovarti
nella stanza di qualcun altro!»
In quel momento mio padre si svegliò, si stiracchiò, e cercò di
capire che cosa stesse succedendo.
A.J. fece una smorfia, ma indietreggiò fino alla porta. «Entrare e
uscire è un po’ difficile» disse. «Non tutti ci riescono. C’è un altro
modo che posso insegnarti.» Scrollò le spalle. «Serve soprattutto ai
noob.»
«Uscire da cosa?» chiese mio padre.
«Dal gioco» disse A.J., mostrandogli il visore.
Mi ero offesa per il commento sui noob e volevo dirgli che potevo
farcela, ma ovviamente in quel momento non ero al top, stesa in
ospedale ridotta a una poltiglia e con un’infermiera che mi puliva il
vomito di dosso. Lo guardai arretrare fino al corridoio e poi sparire.
Ma gli avrei dimostrato che potevo farcela. Non ero una noob.
Che razza di gamer sarei stata se non ci fossi riuscita?
CAPITOLO 3

Quando aprii gli occhi, mia mamma stava parlando con qualcuno
nella stanza, che era più luminosa. Per un attimo sembrò quasi di
essere tornati nel gioco. Le cose in qualche modo sembravano meno
reali, e le immagini apparvero squadrate e indefinite per un paio di
secondi, fintanto che il dormiveglia non mi lasciò del tutto. Forse ero
ancora traumatizzata per essere stata ficcata nella realtà virtuale di
Minecraft del ragazzino ed esserne stata buttata fuori senza essermici
prima abituata.
«Ehi» disse mia madre. Si avvicinò al letto e si rigirò un paio delle
mie treccine tra le dita, sistemandomele sulla testa. «Ho sentito che hai
passato una notte agitata.»
Scrollai le spalle. O almeno ci provai. Non ero ancora sicura che le
mie spalle potessero muoversi.
La dottoressa Nay si avvicinò. Oggi i suoi capelli erano raccolti in
uno chignon. «Ho sentito che hai conosciuto A.J.» Inspirò a fondo. «Sa
bene che non dovrebbe gironzolare nelle stanze degli altri. È un po’
troppo entusiasta e a volte te lo ritrovi tra i piedi, soprattutto tra un
turno e l’altro.»
Dietro la dottoressa Nay vidi un agente di polizia che stazionava
sulla porta. Immediatamente il mio corpo s’irrigidì. Uno dei
macchinari fece uno strano bip, e la dottoressa Nay si accigliò. Poi
guardò l’agente e scosse la testa. Lui annuì una volta, e se ne andò.
Qualche secondo dopo, il macchinario smise di fare bip.
«Non si arrabbi con A.J.» dissi. «Credo che stesse solo provando a
essere amichevole.»
«Capisco, Bianca, ma la tua guarigione è la cosa più importante in
questo momento» disse la dottoressa Nay. Dal suo tablet proiettò un
altro ologramma nello spazio tra me e lei. Stavolta era la linea di un
grafico che mostrava diversi picchi e cadute. «Vedi, A.J. è venuto qui
verso le due di notte, e tu hai avuto un picco di adrenalina ed è
aumentato il tuo battito cardiaco.»
La dottoressa Nay si fermò per un attimo, avvicinandosi
all’ologramma. Indicò sul grafico il punto col picco più alto, e poi
strinse le palpebre guardando uno dei macchinari vicino alla mia
testa.
«Ti ricordi che cosa è successo?»
«Mi sono sentita male» ammisi. «A causa del gioco.»
La dottoressa Nay sembrò confusa. «Quale gioco?»
«Minecraft» dissi. «A.J. mi ha mostrato il suo visore per la realtà
virtuale e mi è girata un po’ troppo la testa.»
«Che cosa significa?» chiese mia madre.
«Abbiamo alcuni visori qui in Pediatria; sono ottimi per
intrattenere quei bambini che devono rimanere qui per un po’. Non
ero sicura che Bianca fosse abbastanza stabile per averne uno.»
Considerando la mia reazione iniziale al visore di A.J., non ne ero
certa neanch’io, ma avevo una gran voglia di non essere più costretta
a fissare il soffitto o un’altra maledetta immagine olografica.
«Posso avere un visore anch’io? Per favore!»
La dottoressa Nay scosse la testa. Lo chignon sulla sua testa
ondeggiò.
«Non finché non avrò condotto altri esami per accertarmi che sia
tutto a posto. Dopotutto hai avuto una commozione cerebrale, non
sono sicura degli effetti che potrebbe causare il visore.»
«Okay, ma Lonnie? Nessuno mi dice che cosa è successo a Lonnie.»
La dottoressa Nay guardò mia madre, che al nome di Lonnie si era
immediatamente irrigidita. «Devi concentrarti sulla tua guarigione»
disse la dottoressa.
Guardai il volto della mamma. Non era un volto alla “Il tuo amico
sta bene”, era un volto alla “Non ti diremo quanto è messo male”.
Non mi guardava mai: il suo sguardo passava dal pavimento, alla
dottoressa Nay e poi di nuovo al pavimento.
Sentii un peso spingermi sul petto, e cominciai a sudare freddo. I
macchinari cominciarono a emettere dei suoni acuti. Il solito dolore
lancinante mi saettò nella testa, e chiusi gli occhi. Potevo udire dei
passi concitati attorno a me, e la sensazione di persone che mi si
accalcavano intorno, ma tutto quello che dicevano era ingarbugliato e
incomprensibile, come se la mia testa fosse altrove, mentre il mio
corpo era dentro la stanza, nelle mani dello staff di infermieri. Pensai
che avrei vomitato di nuovo, ma non lo feci. Quando fui in grado di
aprire gli occhi, la dottoressa Nay stava iniettando qualcosa con una
siringa nella flebo attaccata al mio braccio.
«No» mi sentii dire, ma era troppo tardi: mi svegliai al buio, ore
dopo. Il ragazzino era tornato, e mi fissava.
«Vuoi provare a giocare ancora?» chiese. Dalla mano gli penzolava
un visore. Mi guardai attorno. Sembrava la replica della notte
precedente, incluso mio padre che dormiva sulla sedia. Era quasi
come se l’intero giorno non fosse trascorso.
«Che giorno è?» chiesi.
«Mercoledì» rispose.
Ridacchiai, accorgendomi che non sapevo che giorno fosse quello
prima, quindi non avevo nulla con cui fare il paragone.
«Eri qui la notte scorsa?» domandai.
«Sono qui da tre settimane» disse.
«No, intendevo dire…» Mi girava la testa, così mi fermai; non stavo
andando da nessuna parte.
Si avvicinò. «Ci si deve abituare al visore. La prima volta non va
quasi mai bene, ma la seconda solitamente va meglio.»
Annuii.
«Dovresti chiudere gli occhi mentre il visore si regola sul nuovo
utente» disse A.J. «Scusa, mi sono dimenticato di dirtelo l’ultima volta.
Forse per questo hai vomitato.»
«Già, non mi interessa ripetere la performance.»
«Nemmeno a me.»
Chiusi gli occhi mentre A.J. mi metteva il visore, in modo più
delicato della sera precedente. Stavolta, la strana sensazione di
solletico che mi aveva preso alle tempie si espanse su tutta la faccia.
Mi colpì un’ondata di vertigini, come se stessi cadendo ma non con il
mio corpo reale. Strinsi i denti. Finalmente, il movimento si arrestò.
Quando aprii gli occhi, ero in mezzo a uno strano ambiente simile a
una reception, con un menù su un display gigante che mi fluttuava
davanti come un maxi-schermo. Ovunque guardassi o pensavo di
voler guardare, lo schermo rispondeva, scorrendo tra film, musica e
giochi.
“Inquietante” pensai. Era come se il visore potesse leggermi nella
mente. Usando questa interfaccia, scorsi la tendina dei giochi e scelsi
Minecraft. Il display si aprì sull’inizio del gioco, che mi consentì di
scegliere un mondo, un avatar, tutta l’ambientazione.
«A proposito, ci sono un po’ di regole nuove in questa versione di
Minecraft» disse A.J. «I visori non sono come le altre console: si
sincronizzano con le tue onde cerebrali o una roba del genere, e
reagiscono al tuo pensiero.»
Rapidamente inserii i dati del login per il mondo che avevo
cominciato a creare con Lonnie. Fu veloce: bastò pensare alle lettere,
ma non mi lasciò accedere.
«Ehi, perché non mi fa entrare?»
«Devi usare il mondo che condividiamo con gli altri bambini
dell’ospedale» disse A.J. «Ma non preoccuparti, ho programmato delle
mod super furbe per quella versione, visto che sei nuova e tutto il
resto. Per esempio, nella modalità sopravvivenza, ho incluso dei
comandi verbali che risponderanno se rimani bloccata o ti metti nei
guai. Tutto quello che devi dire è…»
«Non mi metterò nei guai» dissi, irritata. «Non sono così noob.»
«Ti sei vomitata nei capelli» disse A.J. «Ti ho vista.»
Inspirai a fondo, rifiutandomi di dargliela vinta.
«Voglio dire, se ti levi il visore e basta, ti si incasina la testa. Per
questo devi uscire con molta calma. Come ho detto, io posso uscire e
stare bene, ma non tutti sono come me.»
Che mocciosetto.
«Okay, va bene» scattai. «Uscirò con calma. Come faccio?»
«Devi costruire un portale per uscire. Qualsiasi tipo di portale
andrà bene, devi solo pensare di lasciare il gioco per trenta secondi.»
«Mi prendi in giro? Te lo sei inventato, vero?» dissi sbuffando.
«No! È così che il tuo cervello può prepararsi per uscire dal gioco,
come quando i giochi non ti fanno sloggare nel mezzo di un
combattimento. Serve un periodo di assestamento. Costruire un
portale ti aiuta a concentrarti sull’andartene da qualche parte.» Si
fermò per un attimo, probabilmente notando la mia espressione da
“Non-ti-credo-affatto”, e aggiunse: «Te lo prometto. È come
visualizzare qualcosa, o una roba simile. Non ti conviene uscire come
l’altra volta, a meno che tu non voglia altro vomito tra i capelli.»
«Non avrò materie prime per costruire un portale appena entrata
nel gioco» dissi.
A.J. sospirò. «Oh, tutta la roba è già nell’inventario. Fa tutto parte
della mod che ho caricato.» Lo sentii avvicinarsi e feci una smorfia,
pensando che avrebbe potuto strapparmi di nuovo il visore, ma non lo
fece. Invece sussurrò la password per il reame condiviso.
Guardai il pulsante di avvio, e lo schermo divenne nero. C’erano un
paio di linee di codice nell’angolo in alto a sinistra della mia visuale
che non riuscii a vedere bene, ma un momento dopo il mondo di
Minecraft si generò ai miei piedi, espandendosi in tutte le direzioni;
un mondo fatto di pixel brillanti, con il sole alto nel cielo e il gentile
tintinnio della musica del gioco. Feci qualche esitante passo in avanti,
preoccupata che la nausea potesse tornare. Stavolta, mi sentivo bene.
Progressi!
Ero stata generata nel bioma di una foresta. Di fronte a me si
alzavano colline coperte di alberi cubici e la valle dove mi trovavo era
coperta di fiori ed erba. Alla mia sinistra, un fiume scorreva in
quadrati blu. Sopra di me, nuvole ad angolo retto fluttuavano nel cielo
e, sull’altra riva, altra erba e un piccolo villaggio precostruito.
Mi mossi verso gli alberi e vidi un paio di maiali. Mi avvicinai a
uno di loro e cercai di scoprire se potevo chinarmi. Il visore fece
esattamente quello che avevo sperato: mi piegai sull’animale per
poterlo guardare da vicino. Era più grosso di quanto mi aspettassi.
Cioè, era grande come un normale maiale, solo che quando lo guardi
su uno schermo sembra abbastanza piccolo, e quindi non mi aspettavo
che fosse davvero della misura di un maiale. Però tutto quel mondo si
avvicinava a grandezze reali. Mi sentivo immersa in un ambiente che
era adatto a me, e di cui facevo parte. Era sorprendente. Pensai di
toccare il mio nuovo amico suino, e un paio di mani cubiche
spuntarono di fronte ai miei occhi. Non male! Certo, non sentii nulla
quando la mia mano colpì il maiale e quello scappò via grugnendo.
Dopo essere rimasta bloccata in un’ingessatura totale per chissà
quanto tempo, era una sensazione incredibile avere di nuovo il
controllo di un corpo, per quanto fosse quadrato. Mossi la testa da un
lato e dall’altro. Feci qualche salto. La connessione che univa il mio
cervello al mio avatar sembrava non avere soluzione di continuità.
Cercai di ricordare come mi sentissi col mio vero corpo, pensando che
mi avrebbe aiutato a riconnettermi con esso fuori dal gioco, ma non
accadde nulla. Ero una testa disincarnata dentro il gioco, e il mio
corpo era altrove. Pauroso.
«Questo è un bonus inaspettato» dissi, aspettando che A.J.
rispondesse, ma non lo fece. Mi chiesi se l’avessi detto davvero a voce
alta, o se me lo fossi solo immaginato. L’avevo sentito, almeno nella
mia testa. Mi chiesi quanto fossi ancora nel mondo reale, così cercai di
pensare alle mie mani e alle mie gambe, ingessate nel letto, per vedere
se riuscivo a muovere le dita o gli alluci. Le mie mani e i miei piedi
fecero dei movimenti bizzarri nel gioco, ma non sentii nient’altro.
Forse non potevo essere in due posti nello stesso momento. Forse mi
stavo muovendo davvero nel mondo reale, ma non lo sapevo. Decisi
di non soffermarmi sulla questione e cominciai invece a esplorare.
Camminai fino alla collina più vicina, oltrepassando alcune pecore
al pascolo, e mi guardai attorno. Il mondo si stava ancora generando
in lontananza. Ora, al di là del fiume, il villaggio sembrava un po’ più
grande. C’erano alcuni villici che gironzolavano, interagendo tra di
loro. Avrei esaminato la cosa più tardi. Prima, volevo arrivare
dall’altro lato della collina per vedere quanto mondo si era generato e
con che tipo di terreno avrei dovuto interagire.
Forse avrei potuto finire il mondo a cui stavamo lavorando io e
Lonnie. Sarebbe stata una bella sorpresa per lui, una volta che fossimo
usciti entrambi dall’ospedale. Non vedevo l’ora che arrivasse il
momento in cui avremmo potuto ripensare all’incidente e magari
riderci sopra, come avevamo fatto per le sbarre dell’arrampicata. E
stavolta avrei seguito il suo piano. “Seguirò sempre il piano d’ora in
poi” mi dissi. Ero elettrizzata dal trovarmi in un posto diverso da
quella piccola stanza d’ospedale, a guardare vecchie sedie, macchinari
rumorosi e veneziane verticali.
Volevo battere il cinque a qualcuno. O parlarne con qualcuno. Mi
guardai attorno, quasi aspettandomi di vedere Lonnie da qualche
parte oltre la collina, intento a costruire qualcosa di importante. Ogni
volta che entravo nel gioco, era sempre lì nelle vicinanze. Ma, a
eccezione di qualche animale programmato che ruminava steli d’erba
quadrati, il paesaggio era pressoché deserto.
«Come vorrei che fossi qui, Lonnie» dissi sottovoce. Gli animali non
si mossero, e nient’altro sembrò reagire alla mia presenza e alle mie
parole. Guardai l’angolo in alto a destra e aprii il mio inventario. La
prima cosa che feci fu esplorarlo per assicurarmi che ci fosse tutto
quello che doveva esserci. Non è che non mi fidassi del ragazzino, ma
prevenire è meglio che curare, no? Quando mi fui assicurata che tutto
fosse al proprio posto, selezionai del legno di abete e costruii un
piccolo monolocale annidato sul fianco della collina, con gli spazi per
le finestre che avrei inserito più tardi. Sulla parte davanti misi una
porta, e poi uscii di nuovo per trovarmi qualcosa da fare, ma non
c’erano le creazioni di Lonnie con cui potermi divertire, né altri
giocatori con cui parlare. C’era troppo silenzio. Avevo bisogno che
accadesse qualcosa.
La luce cominciò ad affievolirsi, così tornai in casa, chiusi la porta e
osservai la notte che calava intorno a me. Nel buio si udivano ancora
dei suoni. Due zombi si fecero strada fino alla collina, ma non si
avvicinarono minimamente alla casa. Attesi che passasse la notte,
osservando i mob che vagavano, e non appena fu di nuovo giorno mi
diressi verso il villaggio. Volevo vedere che cosa aveva a disposizione
il ragazzino, capire che tipi di mod possedeva, o se questo era un
mondo vuoto e nuovo di zecca. In realtà speravo nella seconda
opzione: anche se con me non avevo Lonnie né il mio mondo di prova,
o i piani che lui aveva disegnato, volevo comunque provarci. Sarei
andata avanti a memoria e tirando a indovinare.
Mi sentivo un po’ allegra, a essere onesta.
Per la prima volta dopo tanto tempo, avevo una bella sensazione
riguardo a ciò che mi aspettava.
Potevo trasformare questo mondo in quello che volevo, e volevo
essere sicura che fosse un mondo di cui Lonnie sarebbe andato fiero.
CAPITOLO 4

Stavo prendendo confidenza con i movimenti del gioco. C’era una


cosa che volevo davvero provare: volare. Così saltai due volte dalla
cima della collina, convinta che il mio avatar si sarebbe alzato verso il
cielo, ma invece ruzzolai giù per qualche blocco. “Deve essere la
modalità sopravvivenza, non quella creativa” pensai. Mi arrampicai di
nuovo e mi guardai attorno: sull’altro lato della collina, in lontananza,
c’era un campo di colore marrone. “Un bioma desertico” pensai. Non
sembravano esserci né villici né altre strutture, così mi voltai e mi
diressi a nord, seguendo il corso del fiume. Mentre correvo,
oltrepassai mob di maiali e pecore, macchie di alberi, campi e fiori.
Molto più lontano, le cose divennero verdi e paludose. Avrei avuto
tempo più avanti per esplorare tutto. Quello che volevo in quel
momento era controllare il villaggio dall’altra parte del fiume. Quindi
voltai lo sguardo, e il mondo intero si voltò dietro di me,
indirizzandomi nella direzione delle costruzioni vicino alla mia casa.
Correre nel gioco era una sensazione straordinaria: il mondo mi
sfrecciava intorno e l’euforia di potermi spostare a tale velocità mi
inebriava. Potevo quasi fare finta che fossero le mie vere gambe a
muoversi ritmicamente sotto di me, facendomi filare attraverso quello
scenario in Technicolor.
«Illusione ottica» dissi ad alta voce. Sapevo che in realtà giacevo in
un letto d’ospedale e che il mondo intorno a me era una proiezione
luminosa che non andava più in là del mio visore. Non era reale, nulla
lo era.
Mi ricordai una lezione su questo argomento tenuta dalla mia
insegnante di educazione artistica di terza media, la signora Franklin
(la adoravo!). Ci fece vedere il cubo di Necker, un cubo a due
dimensioni che rende impossibile distinguere quale sia il lato rivolto
verso lo spettatore e quale quello retrostante, e anche l’illusione di
Hering, nel quale due linee rette sembrano curvarsi o addirittura
muoversi grazie a una serie di linee poste strategicamente sullo
sfondo. Ma la mia preferita era l’illusione del serpente rotante, una
serie di cerchi colorati che sembrano muoversi solo quando non
vengono guardati direttamente. Sembrava pura magia, come se i
colori avessero la capacità di leggermi la mente e sapessero quando
non stavo guardando, e si burlassero di me per il loro divertimento.
Persino quando finimmo la lezione sulle illusioni ottiche, continuavo a
riprovare l’illusione del serpente, immaginando che stesse tentando
attivamente di interagire con me, ma solo alle sue condizioni.
«La vista è uno dei modi principali con cui elaboriamo il mondo
intorno a noi» aveva detto la signora Franklin. «Ma ricordate sempre
che gli occhi possono essere ingannati e ciò può ingannare il vostro
cervello.»
Mi fermai sulla riva del fiume e colpii un fiore vicino, ma non
accadde nulla e così proseguii per la mia strada. «Qui è davvero tutta
un’illusione.»
Sulla riva, i cubi blu indicavano un fiumiciattolo, e i cubi verdi e
marroni sull’altro lato mi dicevano che c’era la terraferma. Se avessi
voluto, avrei potuto contare i quadrati e sapere esattamente da quanti
cubi era composta la mia visione, ma perché rovinarsi il divertimento?
Sarebbe come andare a uno spettacolo di magia e svelare tutti i
trucchi. Innanzitutto era da maleducati, e poi rovinava tutto. Ero
consapevole di essere in un’illusione ottica, ma ero comunque felice di
trovarmi lì, vicino a un fiume, invece che starmene a letto nella mia
noiosissima realtà.
Da questa riva del fiume, il villaggio sembrava interessante. Aprii il
banco da lavoro, ringraziando silenziosamente A.J. per avermi dato
un ricco inventario fin dall’inizio, e creai delle assi di legno. Poi
costruii quella che mi sembrava una barca solida e massiccia. Una
pecora ci salì sopra quando l’ebbi finita, guardando verso l’alto
mentre mi addentravo nel fiume. Non verso di me, proprio in alto.
«È proprio fico. Questo devo concedertelo, ragazzino» dissi a A.J.
nel mondo reale.
La pecora scese e A.J. non disse nulla.
Guardai l’acqua mentre la barca attraversava il fiume. Rimpiansi di
non potervi immergere le mani e sentirla, ma sapevo che non sarebbe
successo.
«Illusione, illusione, illusione» dissi a voce alta. Risi per la prima
volta in… non so quanto tempo.
La barca rallentò mentre raggiungeva la riva opposta, e saltai a
terra. Davanti a me c’era il villaggetto, che da vicino sembrava molto
più grande. Immediatamente alcuni villici si voltarono per guardarmi,
e in pochi istanti mi ritrovai circondata da questi che mormoravano
con accenti lievemente diversi.
Allora, due cose. Primo, eravamo tutti della stessa taglia. Io sono
bassa e devo alzare lo sguardo per vedere le persone, quindi fu strano
per me. Secondo, tutti mi osservavano con questi occhi vacui e
indifferenti a cui pensavo di essermi abituata nel gioco, ma qualcosa
nel modo in cui le loro occhiate sembravano rimbalzarmi addosso mi
faceva raggelare. Mi aprii un varco attraverso la massa di villici e
camminai verso il primo edificio, una macelleria. Fuori c’era una
panchina e sul retro un recinto. Nulla di nuovo, ma non mi aspettavo
che camminare verso quell’edificio sarebbe risultato così
impressionante e realistico. La porta addirittura cigolò un po’ quando
entrai. Il macellaio alzò lo sguardo e borbottò qualcosa verso di me
ma, vedendo che non lo consideravo, tornò a lavorare dietro il
bancone. Pensai alla carne che avrei potuto ottenere da lui, e bastò
quello perché il mio stomaco brontolasse, credo sul serio. Mi chiesi
quando era stata l’ultima volta che avevo mangiato un pasto solido.
Non ricordavo di aver ingerito niente da prima dell’incidente e mi
chiesi che cosa fosse accaduto ai miei brownies. C’era la flebo, che
immagino mi rimpinzasse di sostanze nutritive, ma quello di cui
sentivo un immediato bisogno era un sandwich al prosciutto.
Presi del maiale, e il macellaio si avvicinò. La schermata del
commercio sbucò proprio sopra la testa del villico, così lo comprai e
uscii. Il macellaio borbottò ancora.
Soddisfatta la mia fame virtuale, tornai al fiume e cominciai a
lavorare alla fase uno del Grande Piano di Lonnie: creare ossidiana
per il portale del Nether. Tutti sanno che se l’acqua colpisce un blocco
di lava, si trasforma in ossidiana. La maggior parte dei giocatori si
limiterebbe a trasportare secchi d’acqua in una grotta sotterranea, ma
Lonnie aveva sempre avuto un gusto teatrale: era stata sua l’idea di
scavare fino a imbattersi in una pozza di lava, per poi deviarci dentro
un fiume intero.
«Immagina!» mi aveva detto mostrandomi i suoi schemi. «Una
cascata nella lava e bum, ossidiana per giorni!»
«Cavoli, ora vorrei davvero che tu fossi qui, Lonnie» sussurrai.
Avrebbe reso il lavoro molto più veloce. Se avessi potuto tirarmi su le
maniche in Minecraft, l’avrei fatto. «Cominciamo» dissi a nessuno,
sfregandomi le mani. Be’, in realtà i miei arti non si toccarono. Le mie
mani cubiche si mossero vicine l’una all’altra come se stessi per
giocare a carta-forbice-sasso, ma con un solo risultato possibile. Non
avere delle vere mani era un piccolo difetto, ma nella mia nuova
esistenza pixelata c’erano anche tanti vantaggi. Usando il piccone nel
mio inventario, cominciai a scavare un nuovo solco che partiva dal
fiume principale.
Dopo qualche minuto di lavoro, avvertii lo sguardo di qualcuno
che mi fissava. Sapevo di trovarmi dentro un gioco e sapevo che era
tutta un’illusione, ma quella sensazione, in qualche modo, sembrava
reale. Era come quelle occhiate intense che percepisci quando sei certa
che qualcuno ti sta fissando dall’altra parte della stanza, anche se gli
volti le spalle.
«Ridicolo» dissi. «È solo un gioco.»
Eppure, mi voltai a guardare. Un villico con una maglietta blu con
una grande X disegnata sopra mi fissava dall’altra parte del fiume,
vicino a dov’era ancorata la barca. Battei le palpebre un po’ di volte,
chiedendomi se fossi solo stordita, o se stavo perdendo di nuovo il
senso dell’orientamento, ma il villico si limitò a ricambiare lo sguardo.
Una scintilla di riconoscimento accese il mio cervello e mi fece
pizzicare la nuca. Conoscevo qualcuno con quella stessa identica T-
shirt.
«L-Lonnie?»
Mi sentii quasi soffocare. Com’era possibile? Non era l’avatar di
Lonnie, assolutamente. Mancavano la sua skin e il suo mantello, ma,
senza dubbio, quel villico aveva qualcosa di Lonnie.
Il villico vestito in modo strano improvvisamente sparì nel
villaggio.
«Ehi, aspetta! Torna indietro!»
Lo rincorsi. La mia mente turbinava all’impazzata. C’era stato un
glitch quando Lonnie aveva provato a connettersi, e in qualche modo
era diventato un villico?
Correvo oltre i negozi e le case, lungo una strada ciottolata che si
allontanava dal fiume. A ogni svolta, il villico Lonnie mi evitava, e
imboccava un altro sentiero. Lo inseguii fino a perdere l’orientamento,
e dovetti individuare le colline per conoscere la direzione del fiume, e
quindi la posizione della mia casa. Svoltai verso quello che sembrava
un vicolo abbandonato costruito più rozzamente rispetto al resto del
villaggio, e mi ritrovai a fissare un villico all’ombra di uno degli
edifici. Mi mossi in avanti, e lo fece anche lui, copiando ogni mio
singolo passo. Mi spostai di lato e lui fece lo stesso. Ora era in piena
luce e vidi che era lo stesso villico di prima: maglietta blu e una
grande X sul davanti. Potevo sentire l’adrenalina che cominciava a
scorrere. La testa mi fece male per un paio di secondi, ma poi smise.
Finché non era comparso il villico, mi ero sentita perfettamente a
mio agio dentro il gioco. Ma adesso? Sentivo il battito del cuore nelle
orecchie. Inspirai e deglutii per calmare l’irritazione crescente.
«Che cosa ti è successo, Lonnie? In che stanza ti hanno messo?»
Il villico si mosse verso di me con passi incerti, come esitando in
attesa di vedere che cosa avrei fatto io per prima. Non emise alcun
suono e imboccò un altro sentiero. Il suo avatar assomigliava davvero
tanto a Lonnie, con la pelle scura e gli occhi grigi. Cercai di studiare i
suoi movimenti per cogliere il riflesso del Lonnie che conoscevo nel
mondo reale, qualcosa che potesse aiutarmi a essere certa che fosse
lui. Proprio quando mi avvicinai, alzò lo sguardo e lo fissò su di me, e
io balzai indietro.
«Pronto? Terra chiama Elon!» gridai usando il vero nome di
Lonnie. «Sei muto o cosa?» Attesi e drizzai le orecchie per cogliere un
suono diverso dalla musica e dall’audio del gioco, ma non udii nulla.
Guardai l’interfaccia. L’unico altro villico a cui mi ero avvicinata era il
macellaio, e quando era stato abbastanza vicino, le barre della salute e
del commercio erano sbucate sopra di lui, ma ciò non accadeva con
questo villico. Mi chiesi se fosse un glitch o un nuovo tipo di
personaggio che non interagiva come gli altri. Forse era una
particolarità della realtà virtuale e per quello non capivo.
«Ti stai comportando in maniera molto strana» dissi. Cercai di
toccare la testa di Lonnie, ma arretrò. I suoi occhi erano spenti, come
quelli degli altri villici. Era inquietante, ma cercai di reprimere quella
sensazione.
«Be’, visto che ci sei, mi serve il tuo aiuto al fiume.»
Me ne tornai verso il cantiere per deviare il fiume in un nuovo
stagno. Sorprendentemente, Lonnie mi seguì, anche se ancora non
spiccicava parola. Davanti c’erano le colline dove avevo costruito il
mio monolocale, il che significava che il fiume era un po’ più a destra.
Mi mossi lungo la strada, spintonando i villici lungo la via. Ciascuno
di loro si voltò per guardare nella mia direzione, ma non verso di me,
proprio come avrebbero dovuto fare i villici.
Arrivata alla riva, creai immediatamente una seconda barca per
Lonnie. «Forza!» gli dissi prima di saltare nella mia. Mentre
remavamo verso la riva opposta, guardai il villaggio. Sembrava
identico. Luminoso e animato.
Quando fossi uscita del gioco, mi sarei fatta dire dalle infermiere
dov’era il vero Lonnie, ma per ora ero contenta di avere un po’
d’aiuto. Avevo un sacco di tempo per raccapezzarmi nel mondo reale.
Quello che volevo fare era esplorare e costruire insieme al mio
migliore amico.
Ora, era tempo di giocare.
CAPITOLO 5

«Attento a dove infili quella pala! Ormai dovremmo esserci!» gridai a


Lonnie. Me ne stavo sul bordo di una grossa buca che avevamo
scavato di fianco al nuovo stagno, in attesa di liberare l’acqua. Il
compito di Lonnie era scalfire il primo livello di lava e filarsela usando
i gradini di pietra che avevamo costruito per uscire dall’enorme fossa.
Avevo ordinato a Lonnie di cominciare a scavare, e lo aveva fatto,
ma non sembrava che avesse capito davvero le mie indicazioni, poiché
scavava in verticale invece di creare un pendio da usare come via di
fuga, se necessario. Avatar o meno, l’ultima cosa con cui volevo avere
a che fare era un Lonnie arrosto.
«Rallenta!» gridai ancora.
Ci fu un sibilo improvviso e uno scoppio, e la lava incandescente
cominciò a ribollire dal buco che aveva scavato Lonnie. Lui rimase lì,
con lo sguardo vacuo, mentre le fiamme lambivano i suoi vestiti.
«Che stai facendo, idiota? Scappa!»
Lonnie saltò, come se fosse stato il mio comando, e non il calore, ad
avvertirlo del pericolo imminente. Cominciò a correre sui gradini di
pietra con il flusso di lava alle calcagna.
Scossi la testa. C’era qualcosa di sbagliato nell’avatar di Lonnie.
Non si comportava come il ragazzo che conoscevo. Forse a causa del
lag, o forse il suo visore non funzionava bene.
«Hai provato a sloggarti e riavviare il visore?» chiesi, ma non
ottenni alcuna risposta. Lonnie se ne stava seduto sull’orlo della buca,
fissando al di là dell’abisso.
Mentre abbattevo la mia ascia sui blocchi di terra rimasti, osservai
l’acqua sgorgare in una enorme cascata, dritta dentro la pozza di lava.
Sbirciando in basso, vidi alcuni blocchi di lava diventare neri come
l’inchiostro. Presto avremmo avuto ossidiana a sufficienza per creare
almeno venti portali del Nether, se avessimo voluto. Lonnie aveva
ragione: era incredibile! Okay, dovevo ammettere che seguire i piani
poteva rivelarsi una buona scelta.

«Che noia costruire queste trappole» mi lamentai, chiudendo il


computer e scrutando gli schemi di Lonnie. «Perché non possiamo
andare a caccia degli Endermen come tutti gli altri?»
«Queste sono più proficue» disse Lonnie.
«Pro-cosa?» chiesi.
«Pro-fi-cue» mi rimbeccò Lonnie. «Significa che hanno un miglior
rapporto qualità prezzo. Non tutti gli Endermen rilasciano una perla.
Potremmo starcene a correre in giro per ore, oppure costruire queste
trappole e passare alla fase tre.»
Alzai gli occhi al cielo. «Va bene, chiedo scusa, Signor Vocabolario.
Si dà il caso che io mi diverta a correre in giro e colpire cose. Pensavo
che fosse il bello di giocare nella modalità sopravvivenza.»
«Solo se vuoi giocare per sempre nel mondo principale come un
noob di due giorni. Io, d’altra parte, ho ambizioni più alte.» Lonnie si
rivolse a un’altra pila di grafici, su cui aveva scarabocchiato per ore.
Presi un foglio e lessi ad alta voce la sua grafia da gallina: Come
arrivare nell’End in cinque passi.
«L’End? La fine?» chiesi. «Perché mai dovremmo voler arrivare alla
fine di Minecraft?»
«Perché è lì che si trovano i veri boss» disse Lonnie, la voce rotta da
una punta di eccitazione. «Guarda qua.» Aprì una guida di Minecraft
che aveva preso in prestito dalla biblioteca. C’era un segnalibro in una
pagina che raffigurava un drago nero dagli occhi viola e ali grigie
simili a una lucertola. Spalancai la mascella quando lessi del drago
dell’Ender. Volevo vedere a tutti i costi questo boss con i miei occhi.
«Voglio domarne uno» sussurrai.
«Non si doma un drago dell’Ender, lo si sconfigge!» Lonnie mi
chiuse il libro sotto il naso. «E l’unico modo per riuscirci è preparare le
nostre provviste, pianificare le nostre azioni e combattere. Credi di
potercela fare?»
«Prepararsi, pianificare, combattere» ripetei, agitando la mano in
modo sprezzante. Venni distratta da una mucca che stava passando lì
accanto e che mi fece venire subito in mente che mi serviva del cuoio.
«Sì, sì, okay, ci proverò.»

Tornai a casa. Mi serviva del tempo per riordinare le idee. Il villico


Lonnie mi aveva seguito come un’ombra, con la sua espressione da
manichino di un centro commerciale. Qualsiasi segno di vita che
avevo visto, o pensato di vedere, era chiaramente un inganno della
mia mente. Un’altra illusione, per così dire. Decisi di fare una pausa e
di lavorare invece al mio rifugio. Pareti nude, pavimento di terra e
finestre senza vetri non gli conferivano esattamente un aspetto
accogliente. Aggiunsi un letto e un baule abbastanza semplice.
Appena in tempo, tra l’altro, perché la luce stava cominciando a
declinare, e avrei avuto un attimo per pensare. Avevo un intero
mondo a mia disposizione.
Avevo acceso solo una delle torce quando il gemito di uno zombi si
innalzò fuori dalla casa. Ora, quando il gioco è sullo schermo, devi
uscire e guardarti attorno per capire esattamente da dove arriva lo
zombi, ma nel mondo in realtà virtuale sapevo esattamente dove si
trovava: proprio fuori dalla finestra che si affacciava a sud. Avrei
potuto ignorare un solo zombi, ma qualche momento dopo ne udii un
altro, e un altro ancora. Sembravano aver puntato tutti sulla casa, e
aver mirato me come bersaglio e non Lonnie, che se ne stava immobile
in mezzo alla stanza. Non si muoveva né parlava, fissava un muro e
basta. Doveva essersi tolto gli occhiali mentre era ancora loggato. “È
di grande aiuto nel momento del bisogno” pensai sarcasticamente. E
poiché non avevo costruito più di una stanza e non avevo fatto in
tempo a mettere i vetri alle finestre, capii che era ora di ammazzare un
po’ di zombi. Afferrai una spada e uscii dalla porta, pronta a
combattere.
Non pensavo che ce ne sarebbero stati così tanti.
Da vicino e di persona, questi zombi in realtà virtuale erano molto
più spaventosi del solito. In genere considero le torme di zombi più
una scocciatura che una minaccia, ma ero improvvisamente eccitata
da questa sfida, e c’era una collina piena di zombi che non chiedevano
altro che combattere. Sorrisi quando con la spada cominciai ad
abbattere quei tizi verdi come una guerriera amazzone (perlomeno
nella mia testa). Sono abbastanza certa che avevo un aspetto orribile, e
se qualcuno mi avesse visto mentre giocavo sarebbe morto dal ridere,
ma io gridavo e affettavo, e mi stavo divertendo un mondo finché uno
di loro non mi colpì, e la barra dell’energia in alto calò di mezzo cuore.
Ero arrabbiata, ma risi lo stesso.
Sollevai di nuovo la spada, determinata a farmi largo combattendo.
Tra tutte quelle grida e quei fendenti, ero riuscita ad ammazzare solo
tre mostri che mi erano finiti tra i piedi, ma erano tre in meno a cui
pensare. Mi precipitai verso uno che stava vicino alla porta d’ingresso,
e la melma verde schizzò in archi di pixel che ricaddero al suolo e
sparirono in pochi secondi. Mi girai e puntai verso un altro che stava
sopraggiungendo alle mie spalle. Colò la stessa fanghiglia, così mi
voltai verso un terzo, ma fui troppo lenta: mi prese per un braccio, e
persi altri punti salute.
Quando cercai di nuovo di colpire con la spada, avrei giurato di
sentirla più pesante e più difficile da impugnare: un livello di
dettaglio della realtà virtuale che non mi aspettavo. Nonostante
questo la ressi, e cominciai a brandirla con tutta la forza possibile,
anche nel mezzo dello stesso zombi che mi aveva toccato qualche
istante prima. Morì, ma ne vidi molti altri scendere dalla collina: forse
era arrivato il momento di ritirarsi.
Scivolai oltre i resti della mia ultima vittima e mi diressi verso gli
alberi sulla collina, pensando che mi avrebbero fornito una buona
copertura, ma non fui così fortunata, perché verso di me stava
arrivando una coppia di scheletri. Mi sbarazzai del primo con un
colpo in diagonale lungo il torso, ma l’altro riuscì a raggiungermi con
una freccia, spingendomi all’indietro e negandomi un secondo
affondo. Stavolta non dovetti guardare la barra per sapere che avevo
perso un altro cuore, o forse due. Ci fu un rallentamento totale dei
miei movimenti: era come se fossi stata riavviata sulla connessione più
lenta mai concepita. Una sorta di dial-up, ma con un vecchio telefono
a disco.
Ero stata abbattuta da uno scheletro e l’orda di zombi aveva capito
dove mi trovavo, così aggirai il mostro e in qualche modo riuscii a
farmi strada fino in cima alla collina. La mia barra di energia ebbe
modo di rimpinguarsi un po’, abbastanza da farmi scattare verso la
valle successiva come un gattino spaventato. Scambiai la mia arma
con il maiale che avevo comprato, e lo mangiai per aiutare la mia
barra del cibo, che si stava lentamente svuotando.
Mi ritrovai a boccheggiare, pur sapendo di non avere corso per
nulla, che mi stavo solo muovendo tra le animazioni del gioco. Forse
era stata l’orda di zombi, o il dover pensare in fretta, o la sensazione di
essere attaccata e dovermi difendere, ma riuscivo a sentire persino il
pulsare delle mie orecchie nel mondo reale che produceva una strana
eco nel gioco.
Altri zombi e scheletri erano in marcia, proprio nella mia direzione.
Non sapevo che cosa fare, e andai nel panico quando mi resi conto che
Lonnie era ancora nel rifugio e avrei dovuto capire come tornare da
lui, ma poi si materializzò al mio fianco. Doveva essersi ri-loggato!
Lo presi per un braccio e gridai: «Dobbiamo andare!».
Corremmo finché il terreno non cambiò dal verde lussureggiante a
una monotona distesa marrone con qualche arbusto qua e là: eravamo
nel deserto. Non c’era nessun riparo, e la mia energia continuava a
calare sia per la mancanza di cibo sia perché negli ultimi minuti ero
stata costantemente sotto attacco. Il cielo stava cominciando a
rischiararsi, il che era una bella notizia, ma non lo faceva abbastanza
in fretta. Oltre un’altra duna, vidi quello che sembrava un villico
vestito di marrone dalla testa ai piedi, alle prese con la propria orda di
zombi. Avendo già i miei problemi alle calcagna, cercai di aggirarlo,
ma continuavano a muoversi anch’essi e in qualche attimo ci
intercettammo.
Quello che pensavo essere un villico si girò verso di me e gridò:
«Rimani e combatti! Ti aiuterò!».
A parte i borbottii dei villici e i lamenti degli zombi, non avevo
sentito nessuno parlare nel gioco. Mi bloccai.
«Non startene lì impalata, tira fuori la tua arma!» disse il giocatore.
«Sei reale?» chiesi, senza parlare.
«Non abbiamo tempo per le domande adesso!»
Il giocatore si avvicinò. Fu allora che mi accorsi che indossava
un’armatura di cuoio. Mi fece un’offerta, una spada di legno, senza
volere nulla in cambio. Il miglior baratto di sempre. Afferrai la spada,
affiancai l’altro giocatore e cominciai a fendere avversari con tutta la
forza e la velocità che avevo. Il mio amico vestito di pelle, però, se la
cavava meglio, affettando il doppio dei nemici nello stesso lasso di
tempo. Tra la nostra fatica e il sorgere del sole, sconfiggemmo gli
zombi e ci ritrovammo da soli in mezzo al deserto.
«Non sapevo che ci fosse qualcun altro nel gioco.» Il giocatore mise
via la spada e disse: «Mi chiamo Esme».
«Bianca» dissi. «Anche io pensavo di essere sola, ma poi ho trovato
Lonnie.»
«Chi?»
«Il mio amico, Lonnie.» Mi voltai e indicai alle mie spalle, ma, con
mio grande shock, Lonnie non c’era. Doveva essere sparito a un certo
punto, mentre stavamo scappando nel deserto.
«Oh, dài! Come puoi abbandonarmi di nuovo così, Lonnie!» gridai
al cielo, come se potesse sentirmi dal gioco o qualcosa del genere.
«Stai… bene?» chiese Esme.
«No che non sto bene!» sbottai, poi mi calmai un po’. «Insomma, sì,
sto bene, ma il mio amico era proprio qui, lo giuro.»
«Siamo un po’, da queste parti. Si farà vedere.» Scrollò le spalle.
«Tutti vanno e vengono a seconda dell’orario delle cure. Devi lasciare
un po’ di tempo ai medici e alle infermiere per infilzarti e
punzecchiarti, no?»
«Anche tu sei una paziente dell’ospedale?» chiesi.
«Sì, e tu?»
«Sì, ho avuto un incidente d’auto.» Feci una pausa, poi chiesi: «Hai
visto un ragazzo che si chiama Elon Lawrence? Dovrebbe essere
arrivato quando sono arrivata io. Sui quindici anni, carnagione scura,
occhi grigi?».
«Non mi pare» disse Esme. «Quanto tempo fa?»
Mi resi conto che ero piombata nell’incoscienza troppe volte per
poter dare una risposta precisa.
«Non ne sono sicura, forse qualche giorno, magari due settimane?
Eravamo nello stesso incidente.» Raccontai velocemente a Esme che
cosa era successo, di come una macchina fosse sbucata fuori dal nulla
per colpirci in pieno, di come non ci fosse stato nulla da fare.
«Caspita!» disse Esme. «È passato col rosso?»
Il mio stomaco sobbalzò e mi venne un po’ di nausea. Non avevo
menzionato il cellulare e non volevo pensare che forse eravamo stati
noi a passare col rosso.
«Comunque, fammi sapere se lo vedi» dissi.
«Va bene. Un’altra cosa: se sei in ospedale solo da un paio di
settimane, come hai fatto ad avere il visore così presto?» chiese Esme.
«Di solito non te lo danno se non sei qui da almeno un mese.»
«Un ragazzino è passato dalla mia stanza» spiegai. «Me ne ha
portato uno.»
«Era A.J., vero?»
«Sì. A.J.»
Annuì. «È il nostro più grande reclutatore: cerca sempre di
trascinare nuove persone nel gioco per mettersi in mostra.» Scrollò di
nuovo le spalle. «Ma è un bravo ragazzo.»
«Quindi quanta gente c’è nel gioco?» chiesi.
«In questo momento? Solo noi tre» disse. «Credo.»
«Io, te e…»
«Anton.»
«Chi è?»
«Lo incontrerai presto.» Cominciò a incamminarsi verso l’altra
estremità del bioma desertico. La seguii.
«Tu perché sei qui?» chiesi.
«Chemio» disse Esme, come se stesse rispondendo a una domanda
sul suo colore preferito. «Siamo fiduciosi che questo giro sarà quello
che prenderà a calci il cancro una volta per tutte.»
«Wow, spero anch’io che funzioni» mormorai. Mi sentii come se le
mie parole fossero completamente fiacche e inutili, ma non avevo idea
di che cosa dire a chi aveva notizie del genere.
«È tipo il mio boss finale» disse Esme, alzando le spalle.
Si accigliò. Per un attimo, il suo sguardo vagò come se stesse
pensando a qualcos’altro. Poi si riconcentrò su di me: «Quanto tempo
hai passato nel gioco?». Sembrava preoccupata.
«Non molto» dissi. «Era notte quando A.J. è venuto a portarmi il
visore.»
«Sei uscita? Era ancora notte quando sei uscita?»
«Non sono ancora uscita» dissi. «Sono sicura che qualcuno mi
toglierà il visore, se necessario.»
«Quindi non hai ancora costruito un portale?»
«A.J. era serio su quel metodo del portale d’uscita?» Mi fissò, così
continuai. «Lo farò quando mi va. Non ne vedo l’urgenza.»
Mi fissò e scosse la testa.
«Questa versione di Minecraft è speciale» disse Esme. «Il visore
legge le sinapsi del tuo cervello. Sai che cosa significa, vero? Non è
come schiacciare dei tasti sulla tastiera.»
«Sì, lo so che cosa significa» mentii.
«Allora, quando entrano i principianti che non sanno come giocare,
i loro pensieri possono incasinare i settaggi.»
«Non sono una noob» dissi piccata. «A.J. mi ha già spiegato delle
cose.»
«Sì, sì, ma chiaramente non ti ha detto tutto. Non sei molto incline a
riflettere sulle cose, eh? Se vuoi un consiglio, non sei pronta. Sloggati,
aspetta un paio di settimane e poi un simpatico dottore ti darà un
visore e un manuale di istruzioni. Tornatene nel tuo comodo letto
d’ospedale a fissare i personaggi dei cartoni animati dipinti sul muro.»
«La mia stanza non è così» replicai. «È beige.»
Esme si fermò per un momento. «Quanto è brutta per non averti
messo nemmeno in una stanza con i personaggi dei cartoni?»
«Il mio corpo è quasi tutto ingessato. Sono conciata per le feste»
risposi. «Per questo sono qui: nel mondo reale non posso muovermi e
non riesco a capire che cosa è successo al mio migliore amico.»
Sentii un singhiozzo inaspettato risalirmi lungo la gola.
Improvvisamente volevo appallottolarmi e piangere per tutto quello
che era successo. Solo che non volevo farlo dentro Minecraft, di fronte
a una sconosciuta. Per fortuna, gli avatar non sembravano un granché
nel mostrare le emozioni e mi ricomposi in fretta.
«Quindi, per favore, potresti mostrarmi come funzionano le cose?
Imparo in fretta, te lo assicuro.»
Esme rimase in silenzio, il suo avatar immobile mentre rifletteva.
«Okay, va bene, seguimi e fai come ti dico. Andiamo a parlare con
Anton.»
CAPITOLO 6

Seguii Esme attraverso il bioma desertico, apparentemente senza una


meta precisa.
«Dove stiamo andando?» domandai.
«Nella tana di Anton» disse. «Lui e A.J. hanno creato molte mod in
questo gioco. Può mostrarti come impedire al tuo cervello di
incasinare il gioco.»
«Che cosa intendi per “incasinare il gioco”?» chiesi.
Esme sospirò, come se stesse parlando con qualcuno molto più
stupido di lei.
«Questa versione di Minecraft interagisce con i nostri cervelli…»
«Sì, ho capito quella parte!» sbottai.
«E si tratta anche di un reame condiviso, e tutte le nostre menti
giocano nello stesso ambiente.»
«Vaaaa bene» dissi, cercando di seguire il discorso. «E quindi?»
«E quindi?! Vedila così: diciamo che sei entrata in una sabbiera
senza sapere di avere della cacca sotto le scarpe: così rovini la sabbia
per tutti. I noob non sanno che cosa stanno facendo e hanno sempre la
cacca sotto le scarpe: non vogliono mai portarla dentro, ma non sanno
di dover controllare le proprie scarpe.»
«Ed ecco perché mi stai aiutando» sottolineai. «Mi controllerò le
scarpe.»
Grugnì. «Per ora.»
Continuò a camminare con passi pesanti nel terreno sabbioso,
mentre io sentivo un’ondata di calore risalire realmente dal mio corpo,
probabilmente per la rabbia e l’imbarazzo. Voglio dire, non è che il
calore del sole digitale picchiasse sulle nostre teste o altro.
«Dovrei cercare qualcosa da mangiare» dissi.
Senza fermarsi, Esme aprì il suo inventario e mi diede
gratuitamente del maiale. La barra della mia salute salì. «Grazie»
dissi, ma se mi sentì non lo diede a vedere. Camminammo in silenzio
per un po’, così cercai di riprendere la conversazione. «Potrei
mangiarmi una braciola vera, adesso. E tu?»
«Non mangio molto» disse. «Nel mondo reale, intendo. Nausea.»
«Per cosa?»
«La chemio mi fa venire la nausea. Il cibo… a volte persino
l’odore.» Deviò un po’ dal sentiero per andare a scavare sopra una
duna. Aspettai che continuasse il discorso, ma non lo fece, così
aggiunsi: «Mi dispiace».
«Non fa niente. Non lo sapevi.» Si spostò di lato così che potessi
prendere un po’ della redstone che aveva dissotterrato per me.
«Grazie» dissi.
«Che mi dici di te?» chiese. «Dammi tutti i dettagli, anche quelli
sgradevoli.»
Cercai di ricordare la lunga lista delle parti malandate del mio
corpo che la dottoressa Nay aveva elencato toccando il mio
ologramma.
«Ho fatto un mucchio di operazioni, e probabilmente dovrò farne
un altro po’» dissi, cercando di dare l’impressione che non fosse nulla
di che. Dentro di me, il mio cuore cominciò a martellare di nuovo e
sperai che Esme non potesse udirlo. Mi chiesi se mi avrebbero
permesso di stare dentro Minecraft durante tutto il processo.
«Aspetta di conoscere Anton» disse Esme, semplicemente.
«Scommetto che ti batte.»
«Eh?»
«Non importa quante operazioni hai fatto o quante dovrai farne,
nessuna di loro sarà terribile quanto le operazioni al cervello di
Anton» affermò fiera, come se fosse un punto d’orgoglio. Poi scambiò
il suo piccone con una spada.
«Dovrei trovare delle armi migliori» dissi. «A.J. mi ha rifornito di
roba piuttosto essenziale.»
«Sì, sarebbe meglio» rispose.
Sopra la duna successiva si trovava una casa a un piano fatta di
pietra, con vetro e ossidiana intorno al tetto, e una fitta coperta di
cactus che la circondavano, tranne che per un lungo vialetto che
conduceva all’ingresso.
«Stammi vicina» disse Esme.
«Perché?» chiesi.
«Trappole» rispose Esme. «Le trappole sono la specialità di Anton.»
Proseguì, e la seguii da vicino. Ai lati del sentiero, per tutta la sua
lunghezza, c’erano leve e blocchi di redstone, ossidiana e lava alternati
a dinamite. Un cavo di redstone allo scoperto li collegava tutti
insieme.
«Sarà una cosa lunga e complessa» dissi, davvero colpita.
«Sì, se non sai dove mettere i piedi» disse Esme. Mi fece cenno con
la mano, e io le tenni dietro, imitando i suoi salti da un blocco all’altro,
persino quando mi sembrava di finire su un blocco che mi sarebbe
esploso in faccia. Partì da un blocco di ossidiana a sinistra per saltare
dall’altra parte del sentiero su un blocco di sabbia che dava l’idea di
essere collegato a un innesco, ma che non si attivò. Poi saltò su un
blocco di dinamite e si voltò per dirmi: «Non funziona». Annuii e la
seguii mentre si spostava sul blocco successivo, altra sabbia, poi saltò
oltre della lava e finalmente su una piattaforma che conduceva
all’ingresso. Ero davvero sollevata quando riuscii ad arrivare alla fine
di quel sentiero insidioso. Esme aprì la porta e io saltai giù, ma non
precisamente sulla porzione di terreno da dove si era appena spostata.
Ci fu un’esplosione. Mi voltai, e vidi che l’intero marchingegno si
era innescato, con un effetto domino. I blocchi esplosero, la lava eruttò
e una serie di scintille si allargò davanti al mio viso.
«Entra!» gridò Esme. Entrai nella casa, lei chiuse la porta e si
allontanò lungo un corridoio rialzato mentre la lava bruciava la porta
e si riversava dentro la stanza. La seguii lungo i gradini che portavano
al corridoio mentre la lava sommergeva tutto il pavimento.
«Ma che cavolo…?» disse qualcuno dietro di me.
Mi girai. Un giocatore vestito di verde uscì da una stanza sul retro
correndo verso di noi.
«Che avete combinato voi due?» Si tuffò in una stanza laterale, e un
attimo dopo potei scorgerlo fuori, attraverso le finestre. Andò dietro
un cactus, armeggiò con qualcosa e le esplosioni si fermarono. Esitò
per un momento, poi camminò tutto attorno osservando tutto e
scuotendo la testa. Quando tornò, il flusso di lava nel corridoio era
arretrato fino a metà del pavimento.
«E tu chi sei?» mi chiese indicandomi.
«Mi chiamo Bianca» dissi.
«Bianca» ripeté Esme. «Questo è Anton.»
«Bene, Bianca, hai appena mandato all’aria giorni e giorni di
lavoro» disse Anton.
«Mi dispiace. È stato un incidente.»
«Perché l’hai portata qui?» chiese a Esme.
«Perché…» cominciò lei.
«Cavoli. Hai idea di quanto mi ci è voluto? Non puoi tirarti dietro
dei bimbetti a caso dal reparto e portarli qui. Dovresti chiederlo,
prima» sbottò. «Non gestisco un asilo.»
«Non sono una bimbetta» dissi, ma nessuno dei due replicò.
«Prima di tutto, non me la sono trascinata dietro» disse Esme con
voce piatta. «Secondo, ha bisogno di addestramento.»
«Ma va, non mi dire!» esclamò Anton, indicando i rimasugli di lava
e la porta rovinata.
«A.J. l’ha scaricata qui prima che i dottori potessero spiegarle del
programma» continuò Esme. «Non sa un bel nulla di come tenere la
mente concentrata e sgombra dal mondo reale. Può incasinare il gioco
in ogni momento, riscrivere le nostre mod, proprio come ha fatto
Andrea!»
«Chi è Andrea?» chiesi.
«Cacchio, hai ragione.» Anton sembrò fissare il nulla, poi
mugugnò: «Bene, seguici, ti porteremo in uno spazio sicuro in modo
da poterti illustrare le basi».
Non gradivo molto il suo tono, ma che potevo fare? Io ed Esme
seguimmo Anton attraverso una porta scorrevole, e lì dietro c’era un
arco. Be’, quel che ne rimaneva. Sembrava il posto in cui teneva il suo
portale d’uscita permanente.
«Ma che cavolo…?» esclamò Anton. Camminò intorno all’arco
distrutto. Le macerie galleggiavano nell’aria come se ci fosse qualcosa
a tenerle insieme, ma in realtà non c’era proprio nulla. Ero contenta di
vedere che non mi avevano preso del tutto in giro sulla necessità di
avere un portale, ma Anton sembrava infuriato.
Anton smise di osservare il suo vecchio portale per guardare noi, e
attraversò l’arco come per verificare che fosse davvero inutilizzabile.
«Questo… è grave.» Si voltò verso di me. «Sei stata tu?»
«Cosa? No!» replicai. «Sono appena arrivata! Non ho fatto proprio
niente!»
«Ricordi quella storia della cacca nella sabbiera?» disse Esme.
«Magari non te ne rendi conto, ma il tuo cervello potrebbe aver
causato qualcosa nel gioco che ha incasinato e distrutto il nostro
portale.»
Non sapevo che cosa dire. Se avevo incasinato qualcosa, non
sapevo che cosa. Cercai di ricordarmi tutto quello che era successo,
per capire se magari avevo fissato qualche comando troppo a lungo
per sbaglio.
«Non sono certa di che cosa sia successo» ammisi. «Ero appena
entrata nel gioco, ero in esplorazione, poi ho incontrato Lonnie, poi è
arrivata la notte, sono comparsi gli zombi e…»
«Silenzio» scattò Anton. «Fammi pensare un momento.»
Rimanemmo in silenzio, e dopo un po’ chiesi: «Allora, perché tutte
quelle trappole? Insomma, ci sono pochissimi ragazzini nel gioco,
no?»
Esme tossì, ma suonava sospettosamente come una risatina. «Ha
qualche problema a fidarsi» disse.
«Dentro un gioco?» chiesi.
«No, fuori dal gioco» disse. «La sua dolce metà lo sta lasciando, e i
suoi genitori lo costringono a fare uno sport che non gli piace, ma in
cui è bravo.»
«In cui ero bravo» la interruppe Anton.
«In cui è bravo» continuò Esme.
«Il punto è che ho equipaggiato in questo modo la mia casa perché
sapevo che i mostri mi avrebbero perseguitato se avessi continuato ad
arrovellarmi sul non-così-bello mondo reale» disse. «Ma non c’è
bisogno che tu ne sia messa al corrente, perlomeno non adesso. Ci
sono altre cose di cui dobbiamo occuparci.»
«Tipo cosa?» chiesi.
«Tipo avvertire tutti quelli che sono entrati nel gioco da quando sei
qui» disse Anton.
«Dovremmo cercare Lonnie» dissi. «È nel gioco da qualche parte,
ma il suo avatar è un casino: sembra uno strano villico e non riesce a
parlare. L’ultima volta l’ho visto nel bioma della foresta.»
«Che aspetto ha, di preciso?» chiese Anton.
«Ha una maglietta blu con una croce bianca sul petto.»
«Non ho mai sentito di un giocatore loggato come un NPC » disse
Anton. «E sono qui dal principio.»
«Questo non significa che non possa accadere» dissi. Quel giocatore
doveva essere Lonnie. Esme non aveva detto che A.J. era una specie di
reclutatore? «Io e il mio amico eravamo nello stesso incidente. E lui…
sì, anche in quel momento stava indossando una maglietta blu.»
«Con una croce?» chiese Anton.
Non ne ero sicura. Sbattei le palpebre un paio di volte cercando di
far riaffiorare il ricordo di quello che indossava Lonnie la notte
dell’incidente. Ricordavo il blu scuro e il crocefisso d’argento che
portava sempre. Valeva come una X bianca?
«Sì» dissi. «Sono sicura.»
Esme e Anton si guardarono.
«Forse il suo visore è difettoso» continuai, ripensando alle bizzarrie
dell’avatar di Lonnie.
Esme e Anton si scambiarono un’altra occhiata. Poi Anton scosse le
spalle.
«È troppo presto per le teorie» disse Esme. «Tutto ciò che sappiamo
è che l’hai visto di recente e che si comportava in modo strano. Le cose
dentro il gioco non riflettono necessariamente le cose fuori dal gioco.»
«Hai ragione a dire che dovremmo cercarlo» disse Anton. «Voglio
vederlo con i miei occhi.»
«Bene, allora è deciso. Troviamo Lonnie, aggiustiamo il suo avatar
e poi potrai addestrarci entrambi lungo le vie del controllo mentale di
Minecraft o quel che è.»
Mi voltai per uscire, ma Anton mi bloccò. «Aspetta» disse. «C’è
altro che dovresti sapere. Ci sono, uhm… ci sono altre possibilità da
prendere in considerazione.»
«Per esempio?» chiesi.
Esme si fece avanti. «Prima troviamo il tizio, okay? Non c’è bisogno
di spaventarla.»
«Ditemelo subito» esclamai, esasperata.
«Va bene, va bene. Dovresti sapere di Andrea» cominciò Anton. «È
successo quando ancora non sapevamo che cosa sarebbe accaduto ai
ragazzini che entravano nel gioco senza essere pronti; A.J. le prestò un
visore come fa sempre. Le poche volte che giocava andava tutto bene,
ma poi cominciarono a succedere cose strane. L’inventario spariva
senza motivo, elementi rari piovevano dal cielo.»
«Quella parte non era male» lo interruppe Esme.
«E questo che cosa c’entra con Lonnie?» chiesi.
«Be’, quando siamo usciti dal gioco, abbiamo scoperto che suo
padre aveva trovato un nuovo lavoro e la sua famiglia si stava
trasferendo: lei ovviamente era sconvolta dalla cosa, e le sue emozioni
cominciarono a mandare il gioco sottosopra. Cercammo di distrarla
meglio che potevamo, e a volte andava un po’ meglio, ma non a
sufficienza. Così, A.J. e io cominciammo a discutere di costruire delle
mod per evitare che i problemi di qualcuno incasinassero il gioco. Ma
allora…»
«Allora, lei scoprì che si stavano trasferendo in una nuova nazione»
disse Esme con fare drammatico, rubando il colpo di scena ad Anton.
«In Spagna!»
«Oh.» Pensai immediatamente a quanto sarebbe stato terribile
dover lasciare tutti i miei amici e finire in un posto nuovo dove non
conoscevo nessuno. Come avrei fatto a farmi degli amici, senza
nemmeno conoscere la lingua?
Esme annuì, intuendo che nel mio cervello stavo traendo le
conclusioni.
«La volta successiva che tentò di giocare con noi, il nostro reame
praticamente esplose. I biomi cominciarono a muoversi intorno a noi, i
mob neutrali cominciarono a ribellarsi senza motivo, e le nostre case
vennero totalmente distrutte.»
«Che cosa accadde ad Andrea?» chiesi, pronta al peggio.
«A.J. riuscì a calmarla mentre combattevamo i mob. Dovemmo
ricostruire tutto su un altro server. Lei finì per trasferirsi, e alla fine si
è fatta degli amici nella sua nuova scuola» disse Esme. «Non gioca più
in questo reame, ma ci scrive ancora. Ha detto…»
«Senti, la parte importante» la interruppe Anton, «è che, dopo
allora, abbiamo costruito delle mod affinché i casini emotivi si
manifestino come cose di basso livello che possiamo ignorare o gestire
facilmente.»
«Ci sforziamo anche di risolvere i nostri problemi nel mondo reale»
disse Esme. «Prima di entrare nel gioco.»
«Per vostra fortuna, ragazzi, non ho altri problemi nel mondo reale
se non quello di dover guarire» dissi. «Anche Lonnie sta bene, solo il
suo avatar è fuori uso.»
Esme e Anton si scambiarono un’occhiata che non riuscii a
decifrare.
«Quello che sto cercando di dire è che potrebbe non trattarsi di
Lonnie…» cominciò a dire Anton.
«Certo che è lui!» lo interruppi. «L’ho visto, mi ha guardata!»
Ero stanca di parlare. Ogni secondo che sprecavamo era un
secondo in cui il mio amico rimaneva bloccato nel corpo di un villico.
Schivai Anton e corsi nel deserto, verso il bioma della foresta dove mi
ero generata.
«Non avete idea di quello che sta succedendo» gridai. «Volete solo
dare la colpa a qualcuno. Per quel che ne so, siete voi due che state
incasinando me!»
Sarei arrivata in fondo alla faccenda, cominciando dal ritrovare
Lonnie. Eravamo sempre io e lui contro il mondo. Non avevo bisogno
di nessun altro.
CAPITOLO 7

Esme e Anton mi seguirono nel deserto, e alla fine permisi loro di


raggiungermi. Cercarono di parlarmi, ma non ne avevo proprio
voglia. La mia unica certezza era che il villico era lui, ma non c’era
modo di provarlo fino a che non l’avessimo trovato. Non risposi mai a
nessuno dei due, così proseguimmo in relativo silenzio, fermandoci di
tanto in tanto per raccogliere qualcosa dai mob neutrali in cui ci
imbattevamo. Cadde la notte, e nel deserto non incontrammo quasi
nessun mob.
«Ascolta» ricominciò Esme.
«No» dissi.
«Voglio solo prepararti» provò.
«Non vuole sentire, Esme» disse Anton. «Lascia che lo scopra da
sola.»
«Sarebbe meglio se Bianca…»
«Esme» la interruppi. «Possiamo arrivare al bioma della foresta
prima di saltare alle conclusioni?»
Esme rallentò, come se stesse per fermarsi, e lasciò che noi due
continuassimo per conto nostro.
«Qualsiasi cosa facciamo, dobbiamo restare uniti» disse Anton.
«Possiamo risolvere tutto se lavoriamo come una squadra.»
Esme sbuffò e riprese il passo.
Dietro alcuni alberi, vidi una lupa. Ringhiò quando mi avvicinai,
ma al momento mi parve una compagnia migliore dei due umani che
avevo trovato dentro il gioco. Tirai fuori l’osso dello scheletro che
avevamo sconfitto e lo offrii alla lupa. Dapprima si allontanò, salendo
un paio di livelli sulla collina, così gliene offrii degli altri. Si mosse in
avanti, guardando me e il dono, poi saltò più vicino, si gettò sulle ossa
e quelle sparirono. Gliene diedi un altro. Emise un gemito basso, e
strofinò il naso contro le mie gambe.
«Pensavo che dovessimo cercare il tuo amico, non addomesticare
animali» disse Anton. Era proprio dietro di me.
«Lo stiamo facendo» ribattei. «Ma hai detto di tenerci pronti,
giusto? Potrebbero essere utili dei rinforzi.»
Ripresi a camminare, con la lupa che mi seguiva. Discendemmo
rapidamente dalla collina, finché non raggiunsi il monolocale che
avevo costruito e mi accorsi che parte di esso era stato distrutto, come
se qualcuno si fosse avvicinato con della dinamite. Persino il
pavimento aveva dei buchi, scavati dentro la terra.
«È praticamente una dépendance» osservò Anton, senza la minima
sfumatura di umorismo.
«Non sono qui da molto» dissi. «È un rifugio essenziale, l’avrei
migliorato più in là.»
«Non ti stavo criticando» puntualizzò Anton.
«Niente di questo ha importanza adesso» intervenne Esme.
«Troviamo il villico.»
Stavo per girarmi quando mi sembrò di vedere qualcosa muoversi
in uno dei buchi nel pavimento. Mi avvicinai, e vidi un ragno delle
caverne zampettare fuori. Cercai di saltare all’indietro e levarmi di
torno, ma nella mia minuscola casa non c’era spazio a sufficienza per
muoversi. Mi scontrai con Esme e la mia spada si abbatté sulla testa
del ragno. Mi guardò, come se mi vedesse per la prima volta.
«Attenti!» gridai a Esme e ad Anton mentre riprendevo la mia
spada e colpivo il ragno che stava già caricando. Esplose in mille pezzi
e si accasciò per terra. Avrei preso fiato, ma non appena mi fui
occupata di quello ne spuntò un altro, e un altro, e un altro ancora.
Esme mi guardò e disse: «Sul serio?». Lei e Anton mi affiancarono e
con le loro spade di pietra causarono più danni di quanti ne
provocassi io con la mia spada di legno. Ma presto la casa danneggiata
traboccò di ragni, troppi persino per noi tre insieme e per la lupa, che
si era messa in mezzo attaccando i ragni come poteva. Fummo
scacciati dal rifugio e respinti fino alla riva del fiume.
Se avessimo avuto un po’ di tempo, avrei potuto rivolgere ad
Anton una irriverente puntualizzazione sull’addomesticamento della
lupa, ma riuscivo a malapena a riprendere fiato.
«Che cosa stai facendo al gioco?» mi gridò Anton, mentre un ragno
lo attaccava.
«Non ho fatto niente» dicemmo io ed Esme nello stesso momento.
Anton rise.
«Oh no, non tu, Bianca. Ragni e streghe sono la specialità di Esme»
disse Anton, arretrando. «La sua gelosia è leggendaria.»
«Chiudi il becco, Anton. Ho da fare!» disse Esme. Lei e io ci
muovemmo verso il fiume, facendoci strada tra i ragni, ma erano
resistentissimi, e ci vollero diversi colpi per farli fuori.
«Cosa? Hai spifferato tutti i miei segreti, e io ne racconto qualcuno
dei tuoi» disse Anton. Girò su se stesso e colpì un altro ragno che si
aprì in due, ma il fiume di ragni continuava a fluire dalla casa. Un
altro nemico soccombette ai suoi piedi. «Sai, Esme è scontrosa anche
nella vita reale: ce l’ha con le infermiere e il suo dottore e poche
persone vengono a farle visita. Quindi, quando dice di venire qui per
rifugiarsi dalla nausea, in realtà è qui per rifugiarsi dalla solitudine.»
Esme gridò e infilzò un ragno con la sua spada, e sembrò che tutti,
inclusi i mob, si fermassero per assistere all’ira con cui faceva a cubetti
la creatura.
«Wow» dissi.
«Te l’ho detto. Leggendaria.» Anton si voltò di nuovo verso il ragno
che aveva di fronte e riprese la battaglia. «Sbucano sempre fuori
quando è insicura.»
«Lasciamo stare» disse Esme. «Non sono io la bomba a orologeria
qui. È lei.»
La lupa, che avevo deciso di chiamare Ulula, ci aiutò nel
combattimento. Un altro ragno morì e lasciò cadere un paio di sfere
d’esperienza, che Esme raccolse prontamente.
Cercai di imitare le sue mosse e appioppai un po’ di colpi al mob
che avevo di fronte, ma non ero altrettanto brava. Esme lo fece fuori
per me, così corsi da Anton per aiutarlo a finire l’ultimo ragno delle
caverne. Fu allora che mi accorsi che gli era rimasto solo mezzo cuore.
«Sei stato avvelenato» dissi.
«Non ho detto di essere stato avvelenato?» disse. Guardò Esme.
«Non l’ho fatto?»
«No, non l’hai fatto» rispose Esme, tagliente. Poi si ammorbidì,
però, e disse: «Per fortuna abbiamo incontrato quelle mucche prima.
Ecco, prendi». Gli diede del latte dal suo inventario. Lo aiutò un po’.
Con la barra della salute, intendo, il suo atteggiamento non migliorò.
«Voi due ci farete uccidere» disse. Mi accigliai a questa
osservazione maleducata, e lui scosse le spalle. «Che c’è? È la verità!»
Eravamo soli sulla riva del fiume, con le armi in mano,
guardandoci attorno come se ci aspettassimo un altro attacco da un
momento all’altro. Per fortuna il sole cominciò a sorgere, e
abbassammo le armi.
«Dove pensate che sia Lonnie?» chiesi. «C’è un posto dove si
generano la maggior parte dei giocatori?»
Mi guardarono, si guardarono, annuirono.
«Torniamo dove l’hai visto la prima volta» suggerì Anton.
Un coniglio saltellò davanti ai nostri occhi e Anton sfoderò la
spada.
«Che stai facendo?» chiesi.
«Non so se questo coso mi attaccherà». Abbassò e alzò la spada,
come per prepararsi.
Guardò il coniglio, il coniglio guardò lui e poi saltellò via.
«Che paura!» dissi.
Sbraitò contro di me, poi indicò verso il villaggio. «Hai visto lì il tuo
amico, giusto? Andiamo.»
«Prima che compaia un altro coniglio» disse Esme, provocandolo.
«Ah ah» disse Anton, acido. «Guarda, il gioco sta diventando
strano.»
Esme ridacchiò, così lo feci anch’io. Un momento dopo, stavamo
entrambe ridendo apertamente.
«Non siete mai state spaventate da qualcosa che per tutti gli altri è
inoffensiva?» chiese Anton.
«No» disse Esme.
«Dai pirati» dissi.
«Lo sai che i pirati non esistono più?» disse Esme.
«Esistono eccome» replicai. «Si sono fatti tutti fuorviare da Johnny
Depp, ma i pirati esistono e sono spaventosi!»
«Forse stai pensando a qualche attrazione da parco dei
divertimenti» insinuò Esme.
«No, esistono ancora» dissi. «Quando mio padre era piccolo, lui e la
sua famiglia stavano navigando tra due isole dei Caraibi dove è
cresciuto, e vennero attaccati.» Sentii un brivido corrermi lungo la
schiena. «L’ho scoperto solo perché un giorno al parco stavo giocando
ai pirati e lui è impallidito e mi ha fatto andare subito via. Non
riuscivo a capire perché fosse così alterato e fu mia mamma a
raccontarmi che cosa era successo. La sua famiglia stava bene, ma i
pirati si presero tutto quello che avevano a bordo. Era solo una
bambino e lo ha terrorizzato.»
Sembrava che Anton stesse per dire qualcosa, ma Esme s’intromise:
«Questo è molto più spaventoso dei conigli!». Cominciò a ridere di
nuovo.
«Va bene. Ridete pure» disse Anton. «Ma tu hai idea di che
cos’altro si incasinerà? Ce l’hai?»
Scossi la testa.
«E tu, Lady Ragno?» chiese a Esme.
Lei alzò gli occhi al cielo, ma non rispose.
«Bene, allora teniamoci pronti a tutto» disse. «Ho letto La collina dei
conigli: non ci si può fidare di quei cosi.» Indicò il coniglietto, che
saltellava lontano.
«E con La collina dei conigli intende i cartoni animati di Bunnicula»
disse Esme.
Soffocai una risata.

La barca scivolava sul fiume; il panorama era bello e pacifico, e


rimpiansi di non poterlo mostrare alla mia famiglia. Mi chiesi che cosa
stessero facendo in quel momento, e mentre fissavo l’acqua ricordai la
sensazione di mia madre che giocava con le mie trecce, e di come era
bello farsi abbracciare da mio padre, e addirittura sorrisi un po’
pensando a Carrie che ogni tanto strisciava nel mio letto per
accoccolarsi prima che la sveglia suonasse alle 6.30 di mattina di un
giorno di scuola. Il mio cuore sussultò, e sentii come un grande abisso
aprirsi dentro di me. Mi mancavano così tanto… e mi mancava anche
Lonnie. Se fosse esistito un modo per sbarazzarsi di tutti i sentimenti
dolorosi e conservare solo quelli buoni, l’avrei fatto in un
nanosecondo.
«Che cos’era quello?» chiese Anton.
«Nulla. Non ho detto niente.»
«Sì invece» disse Esme, voltandosi verso di me. «Qualcosa sui tuoi
sentimenti.»
Forse era solo a causa dello sguardo un po’ vacuo degli avatar, ma
il suo volto mi fece rabbrividire. Metteva paura. “Chissà che aspetto
ha nella vita reale” mi chiesi. Me la immaginai con i capelli e gli occhi
neri, visto che era quello che aveva scelto come skin, ma a volte le
persone preferiscono cambiare le cose.
«Da quanto tempo stiamo giocando?» chiesi, cercando di cambiare
argomento.
Anton scrollò le spalle. «Difficile dirlo. Il tempo di gioco e il tempo
reale spesso non coincidono.»
«Perché?» chiese Esme. «Sei preoccupata?»
«No, mi sto solo chiedendo che cosa sta facendo la mia famiglia.»
«Probabilmente stanno ancora dormendo» disse Esme. «Vedrai che
è ancora notte e A.J. sta cercando un altro visore per sé.»
«Spero che non lo trovi» dissi. «Non voglio sapere quali sono i suoi
problemi.»
«Nemmeno io» dissero Esme e Anton in coro.
«Toccati il naso!» dissero entrambi.
E poi: «Ritoccati il naso!».
E infine: «Ri-ritoccati il naso!».
Poi entrambi si accasciarono tra le risate.
La barca sussultò urtando la riva e scendemmo tutti. Ulula apparve
al mio fianco qualche istante dopo e le sorrisi prima di dirigerci al
villaggio. Come l’ultima volta, i villici si erano radunati per vedere che
cosa stavamo facendo, e immediatamente cominciarono a offrirci degli
scambi e a emettere i loro soliti versi.
«Vedi il tuo amico?» chiese Esme.
«Non ancora» dissi. Superai i villici e mi diressi verso il centro del
villaggio.
Sorpassammo i negozi e le strade tra gli edifici, brulicanti di villici
che vivevano la loro vita digitale. Anton ed Esme si fermarono per
commerciare con il macellaio, ma io continuai a camminare.
Vidi un villico in maglietta blu che mi dava le spalle, in mezzo a un
giardino. Resistetti al desiderio di chiamare Esme e Anton perché
volevo parlare con Lonnie da sola.
«Ehi» dissi, cercando di controllare il tremito nella mia voce.
Il villico si girò. Aveva la X bianca.
«Lonnie?» chiesi.
Non rispose, si limitò a girarsi nella direzione verso cui stava
guardando prima e cominciò a muoversi. Cercai di fermarlo.
«Lonnie, vieni con me» dissi. «Voglio farti conoscere delle
persone.»
Si fermò di colpo, poi si mosse verso di me. Esme e Anton
sembravano rimanere apposta qualche passo indietro, come se fossero
un po’ spaventati da quello che sarebbe potuto accadere.
Mi girai per guardarli, Lonnie vicino a me.
«È lui» dissi. «È Lonnie.»
«Come fai a saperlo? Sembra…» cominciò Anton.
«Lo so e basta» replicai.
«Come? Non parla» osservò Esme.
«La sua faccia. La riconosco» dissi.
Si guardarono, ma non dissero nulla.
Sapevo che sembrava assurdo. All’apparenza era un normale
villico vestito in modo bizzarro. Ma quando mi guardava, me lo
sentivo, proprio come la prima volta che l’avevo visto nel gioco.
«Devo convincerlo a venire con noi» dissi. «Il suo avatar deve avere
qualche glitch.»
«Ma non sta giocando» disse Esme. «Non credo che riusciremo a
farci seguire.»
«Non farò nulla di nulla senza di lui.» Incrociai le braccia, o almeno
provai a farlo con il mio avatar.
Lonnie si girò e si diresse verso un sentiero in mezzo alla
vegetazione, lontano da me. Non rispondeva a niente di quello che
dicevano Esme e Anton, ma nemmeno io l’avrei fatto. Parlavano di lui
come se non potesse sentirli. Forse se li avessi convinti a fare una
missione insieme, Lonnie si sarebbe svegliato dalla trance in cui era
finito.
«Bianca, stavo pensando…» disse Anton «… forse dovremmo
uscire dal gioco e vederci nel mondo reale. Sai, schiarirci un po’ le
idee.»
«Ma abbiamo appena trovato Lonnie» obiettai. «Perché non
proviamo a sistemarlo?»
«Perché non penso che ci riusciremmo» disse Anton. «Non
partecipa. Se ne sta lì e basta.»
«Facciamo qualche missione insieme, vedrete» suggerii. «Lonnie è
un genio nel costruire trappole: andrete sicuramente d’accordo.»
«Bianca…» La voce di Anton tentennò, come se non sapesse cosa
dire.
«Solo una missione, nel Nether. Dài, sarà divertente» dissi.
«Comunque sia, non me ne andrò finché io e Lonnie non arriviamo
nell’End.»
Esme prese Anton da parte. Potevo sentirli bisbigliare fitto fitto, ma
non riuscivo a capire le parole. Dopo un momento, tornarono.
«Va bene» disse Esme. «Possiamo portarlo con noi.» Prese un
respiro. «Quante cordicelle abbiamo ottenuto da quei ragni?» chiese
ad Anton.
«Tante» rispose lui.
«Allora facciamo una fune» disse. «Guidiamolo con quella.»
«Possiamo farlo?» domandai.
«Sì» disse Esme. «A.J. ha creato la mod quando volevo giocare
come Wonder Woman, e non l’ha mai tolta.»
«Fantastico» sorrisi.
«Puoi tenerlo fermo?» chiese Anton mentre Lonnie girovagava.
Annuii e mi incollai a Lonnie, guidandolo per non farlo allontanare
troppo mentre Anton costruiva la corda.
«Pensi che Lonnie sia in coma o qualcosa del genere?» domandai.
«Magari è successo mentre giocava?»
Esme sospirò. «È possibile, immagino. Anche l’avatar di Andrea è
rimasto indietro, in qualche modo. Secondo noi perché lei non è uscita
volontariamente, così la sua skin è rimasta bloccata nel gioco, ed è
rimasta a girovagare senza meta.»
«Assurdo. E potrebbe essere ancora bloccata qui?»
Esme scosse la testa. «No» disse. «Dopo che abbiamo riavviato il
regno e siamo tornati indietro, non l’abbiamo più trovata.»
«Forse Lonnie è stato loggato nel gioco perché lo aiutassimo a
tornare cosciente.» Mi aggrappavo a qualsiasi teoria mi venisse in
mente. «Forse è come una terapia di gruppo!»
«Forse, forse, forse» disse Anton facendomi il verso. «Non
sappiamo che cosa sta succedendo davvero, ed ecco perché
dovremmo sloggarci e capire come stanno le cose nel mondo reale.»
«Hai detto che probabilmente ora non troveremmo nessuno
sveglio; perché non facciamo un tentativo nel gioco, prima?»
Esme si accigliò e, dopo un momento di esitazione, chiese: «Pensi
davvero di aver bisogno di andare nell’End?».
Mi voltai a guardare Lonnie, e lui si voltò verso di me, come se
finalmente mi avesse riconosciuta. Gli sorrisi e dissi a Esme: «Sì,
davvero».
Anton sospirò con teatralità e disse: «Va bene. Dici che dovremmo
andare nel Nether? Bene, allora andiamo». Legò Lonnie con la corda
per guidarlo, trascinandolo fuori dal giardino e sul ciottolato di fronte
al negozio del macellaio. «Torniamo alla barca!»
Forse perché stavamo portando via come un prigioniero quello che
sembrava un villico, o forse perché qualcuno dubitava del piano, il
resto del villaggio divenne ostile nel momento in cui giungemmo
presso la riva del fiume. Si rivoltarono tutti contro di noi, sferrando
un’incessante pioggia di colpi.
Corremmo verso le barche, cercando disperatamente di schivare gli
attacchi, ma subimmo diversi danni. Anton fu quello che ebbe la
peggio perché era lui che stava trascinando Lonnie.
Ci lasciammo cadere nelle nostre barche, costruendone
rapidamente una per Lonnie, e la spinsi forte, facendola vorticare in
mezzo al fiume. Nonostante tutto mi sentivo trionfante, perché ora i
villici non potevano inseguirci in nessun modo. L’esultanza durò
poco, perché, quando mi guardai indietro, i villici sembravano aver
tirato fuori dal nulla delle barche e ci stavano alle costole. Presi i remi,
raddrizzai la barca e remai con forza verso la riva opposta. Una volta
lì, sbarcammo e guardammo le rovine della mia casa.
«Non abbiamo nemmeno un posto dove nasconderci» disse Anton.
«C’era una grotta dall’altra parte della collina» dissi indicando.
«L’ho vista nelle esplorazioni che ho fatto la prima volta che mi sono
generata.»
«Svelti!» disse Esme.
Corremmo intorno alle pendici della collina, ma non avevamo
percorso molta strada all’interno della grotta quando udimmo gemere
degli zombi. Cominciai a scavare attraverso un’altra parete per
aggirare la minaccia. Mentre proseguivo, fissavo delle torce alle pareti.
Gli altri tre e Ulula mi seguivano.
«Sai, anche loro possono seguire le torce» disse Anton.
«Sì, ma senza non riusciremo mai a ritrovare la via d’uscita» dissi.
«Sarà solo un gioco, ma quanta voglia hai di trascorrere parte della tua
esistenza digitale girovagando in un oscuro mondo computerizzato?»
«Ha paura del buio, quindi credo ben poca» disse Esme con una
risatina.
«Non è assolutamente vero» sbuffò Anton.
Esme non aggiunse altro, si mise alla mia destra e cominciò a
scavare. Abbatté un blocco, liberando un tunnel.
«Bel lavoro» dissi.
Anton prese una delle torce e seguì Esme mentre entrava nel
tunnel. Ulula e io scegliemmo la retroguardia. Riuscivo a udire i versi
dei nemici da cui cercavamo di fuggire, i lamenti degli zombi e i
crepitii dei creeper farsi sempre più vicini. Forse le torce non erano
state un’ottima idea, ma che altro potevo fare? Proseguimmo
lentamente, sapendo che qualcos’altro poteva spuntare nel tunnel da
un momento all’altro. Stetti vicino a Lonnie mentre Anton lo guidava
con la corda.
Cercai di prendere la mano di Lonnie, sperando di poterla sentire,
quando qualcosa mi colpì alle spalle. Mi girai di scatto e mi ritrovai
faccia a faccia con uno zombi. Davanti a me, Anton lasciò cadere la
corda e sfoderò la sua spada di pietra. Eravamo circondati in quel
tunnel angusto. Lui ed Esme cominciarono a colpire i mostri mentre io
prendevo la corda e cominciavo a scavare da un’altra parte.
Fortunatamente riuscii a estrarre del ferro mentre scavavo e
trascinavo Lonnie con me. Speravo che Esme e Anton mi seguissero,
ma erano impegnati a combattere due zombi che si rifiutavano di
morire. Per fortuna, Ulula era ancora alle mie calcagna.
«Vai!» gridò Esme. «Ti ritroveremo più tardi!»
Continuai a scavare il minerale, stavolta fissando meno torce, così
in alcuni punti era quasi buio, ed era difficile dire in che direzione
stessi andando, o se stessi proseguendo verso la superficie o mi stessi
addentrando ancora più all’interno della collina. Nel giro di qualche
istante, l’oscurità si chiuse intorno a me. Non potevo più nemmeno
udire i rumori di Esme e Anton che combattevano per guidarmi nella
direzione giusta. Tentai di continuare a scavare dritto nell’oscurità,
sperando che a un certo punto sarei sbucata alla luce, ma non stavo
andando da nessuna parte.
«Qualche idea di dove sia l’uscita?» chiesi alla lupa.
Si fermò e si leccò.
«È di nuovo il momento di usare le torce, immagino» dissi a
Lonnie. «Insomma, siamo abbastanza distanti: è improbabile che ci
trovino adesso, giusto?»
Lonnie non rispose.
Scavai e misi altre torce e cercai di trovare un altro tunnel, o una via
d’uscita. Proseguii, trascinando Lonnie con me, ma davanti non
vedevo altro che oscurità.
CAPITOLO 8

Scavai finché non m’imbattei in una spaccatura abbastanza concava


da piazzare Lonnie in un angolo e dare un’occhiata in giro. La lupa mi
seguiva da vicino. La caverna non aveva uno sbocco, perlomeno non
riuscivo a individuarne uno immediatamente. Non c’era modo di
sapere con esattezza in che punto della collina fossi intrappolata.
Qualsiasi direzione poteva significare guai, ma calcolai che verso l’alto
sarebbe stata la scelta migliore perché alla fine avrei trovato la luce.
«Che ne dici, Ulula?» chiesi alla lupa. «Lonnie?» Nessuno dei due
rispose. «Be’, speriamo bene» dissi a entrambi e a nessuno allo stesso
tempo. Cominciai a scavare verso l’alto seguendo uno schema
contorto, creando dei gradini di pietra man mano che proseguivo. La
lupa mi stava appiccicata, saltando da un livello all’altro. Quando fui
salita abbastanza da non vedere più la luce delle torce in basso, tornai
giù e recuperai Lonnie, e lo trascinai su una piattaforma abbastanza
grande da contenere entrambi. Ulula ci osservava da un punto
leggermente più elevato, all’altro lato del buco che avevo creato.
Lasciai di nuovo la corda di Lonnie, scavai un altro po’ verso l’alto e
finalmente luce fu. Scavai più in fretta e sbucai non alla luce del
giorno, ma in un’altra caverna che era già munita di torce.
«Esme e Anton devono essere passati di qui» dissi a Lonnie e alla
lupa. Le torce erano tutte disposte su un lato dello stretto sentiero, una
tattica che usavo spesso quando scavavo dentro una caverna, per
ricordarmi qual era la direzione verso l’interno e quale verso l’uscita.
Solo che non ero sicura di quale lato avessero scelto per indicare
l’ingresso.
«Be’, nel gioco usano tutti la mano destra, il che significa che
mentre proseguivano hanno messo le torce a destra, giusto?»
Lonnie fissava in lontananza, e la lupa camminava avanti e
indietro, agitando la coda.
«Il che significa che sono andati da questa parte» dissi, indicando il
sentiero.
La lupa mi seguì e Lonnie rimase chiuso nel suo mutismo lungo
tutto il sentiero oscuro e tortuoso.
Sentii un brivido, senza sapere se fosse causato dall’inquietudine
che provavo nel gioco o dal freddo nel mondo reale, dove si trovava il
mio corpo. In realtà, incolpai A.J.: se quel ragazzino non fosse venuto
nella mia stanza con il visore, nulla di tutto questo sarebbe accaduto, e
io sarei rimasta nel mondo reale, in ospedale con i miei genitori, e
forse qualcuno sarebbe stato pronto a raccontarmi che cosa era
successo al mio amico. Diedi un’altra occhiata a Lonnie e cercai di
scorgere qualcosa nei suoi occhi, ma erano i soliti occhi spenti e senza
vita che avevano tutti gli avatar.
«Ci sei, Elon?» chiesi. Se la prendeva sempre quando lo chiamavo
così: lo odiava tantissimo. Ma non funzionò. A essere onesti, a questo
punto, avrei persino sferrato un altro attacco per scoprire se mi
avrebbe aiutata, almeno avrei saputo se pensava qualcosa.
Mentre giravo l’angolo, udii un crepitio e mi ritrovai faccia a faccia
con un creeper. Il crepitio stava aumentando, così arretrai con Lonnie
al rimorchio. Il creeper esplose mentre mi allontanavo lungo la via da
dove ero venuta, ma dietro di me ce n’erano altri due.
Più avanti il sentiero curvava a sinistra, così tagliai attraverso la
pietra, sperando di intercettarlo in un altro punto ed evitare i creeper
esplosivi alle nostre spalle. Scavai, e mi tirai dietro Lonnie con Ulula a
seguire.
Mi mossi più in fretta, nonostante Lonnie andasse a sbattere contro
la roccia qua e là.
«Non è reale, quindi non conta» dissi per sentirmi meglio con me
stessa.
Più avanti il sentiero si biforcava, dirigendosi da una parte a destra
e dall’altra verso l’alto, ma in nessuna delle due strade c’erano delle
torce. Non avevo dunque modo di capire quale direzione avessero
preso Esme e Anton.
«Testa o croce?» chiesi a Lonnie. Era il nostro solito modo per
decidere le cose. Sentii avvicinarsi il crepitio di un altro creeper. Decisi
di salire: in fondo prima aveva funzionato. C’era un dedalo di tunnel,
e io continuai a scegliere quelli che sembravano sgombri da creeper,
ma con Lonnie al traino non andavo tanto veloce quanto avrei potuto
se fossi stata da sola, e presto fui di nuovo circondata. Ulula ringhiò e
fece scattare le mandibole. Lasciai Lonnie e mi preparai a fare
quadrato contro i creeper in avvicinamento. Quello più lontano
esplose e scatenò una reazione a catena. Quando il più vicinò sembrò
pronto a saltare in aria, tirai via Lonnie, ma Ulula saltò sul creeper,
spingendolo via e attutendo lo scoppio. Il mob era sparito e Ulula
giaceva sul fianco, per terra.
«No!» gridai, sentendo salire le lacrime agli occhi. La vista della
lupa per terra mi colpì più duramente di quanto potessi immaginare.
Non era un animale reale, nulla di tutto questo era reale, ma si era
sacrificata per salvarci. Scossi la testa e mi ripetei: “Nulla di tutto
questo è reale”. Poi guardai Lonnie. Forse c’era qualcosa di… Esitai
per un istante, ma il lamento di uno zombi in lontananza mi diede una
smossa.
«Illusione, illusione, illusione» mi dissi mentre correvamo. «È tutta
un’illusione.»
CAPITOLO 9

Canticchiavo mentre m’inerpicavo nella caverna. Lentamente,


trascinavo Lonnie con me. La luce si affievoliva man mano che mi
allontanavo dalle torce dei livelli inferiori, ma continuavo a salire,
sperando a ogni colpo di sbucare in superficie. Ma, una picconata
dopo l’altra, tra la pietra e la terra della collina, non ci avvicinavamo a
nessuna via di fuga.
«E ora?» chiesi a Lonnie, senza aspettarmi nessuna risposta.
E lui infatti non rispose.
«Continuiamo? Aspettiamo che qualcuno venga a salvarci?» Attesi,
mentre riflettevo sotto una luce fioca. «Non verrà nessuno a salvarci,
vero? O usciamo di qui con le nostre forze, oppure…» Mi fermai per
inspirare a fondo, poi continuai: «Usciremo di qui, te lo prometto». Mi
rimisi in cammino. «Preparare, pianificare e combattere, giusto?»
Aspettai un attimo per vedere se si ricordava il suo motto, poi
ricominciai a scavare nella collina. Dopo quelli che sembrarono pochi
minuti, emergemmo in superficie e tirai Lonnie verso l’esterno. Era
mattina: splendeva la luce del giorno. Mentre eravamo sotto terra,
erano trascorsi un giorno e una notte.
Era un’altra collina rispetto a quella vicino alla quale mi ero
generata. Era più alta, per esempio, e alla base c’era una grande pozza
d’acqua con delle macchie di vegetazione sparse su tutta la superficie.
«È una palude» disse una voce alla mia sinistra.
Mi voltai e vidi Anton che metteva via la spada, che adesso era era
di ferro. Esme lo raggiunse. Aveva scambiato la sua armatura in cuoio
con una di ferro, e aveva delle frecce nuove.
«Lo so» replicai. «Vedo che avete avuto un po’ di tempo per
qualche miglioria nell’equipaggiamento.»
Esme iniziò uno scambio e diede anche a me una spada di ferro.
«Grazie» dissi.
«Non che tu sia stata di grande aiuto» disse Esme.
«Come?» chiesi, sorpresa.
«Ci hai abbandonati!» accusò. «Te ne sei andata e non ti sei
nemmeno preoccupata di voltarti indietro.»
«Mi avete detto voi di andare. Avete detto che mi avreste trovata!»
«Lascia stare, Es» disse Anton. Esme volse gli occhi al cielo e parve
tutto tranne che tranquilla, anche se era difficile giudicare dalle facce
degli avatar.
«Va be’» proseguì Esme, «il fatto è che mentre tu te ne stavi
nascosta nella collina, noi combattevamo. Dobbiamo fare gruppo.»
«Io non…» cominciai, ma Esme si era già allontanata, e Anton la
seguì. Non mi ascoltavano, ma decisi di seguirli, pur con riluttanza,
tallonandoli a distanza finché Anton non si girò e mi guardò, poi
chinò la testa in avanti come a dirmi di sbrigarmi. Accelerai, e un
attimo dopo Anton gridò di sorpresa. Alzai lo sguardo appena in
tempo per vedere la pozione di una strega sfrecciare oltre la mia
faccia. Esplose dietro di me, e scappai. Anton chiamò Esme. Si fermò
di colpo e tirò fuori arco e frecce, che scoccò in basso verso le tre
streghe che venivano veloci verso di noi. Su questo versante della
collina c’era poca vegetazione da usare come copertura e Lonnie mi
rallentava, ma continuai a tirarlo in avanti, spostandomi il più
velocemente possibile.
«Lascialo!» gridò Anton.
Una pozione mi colpì ed esplose. Immediatamente i miei
movimenti rallentarono. La barra della salute sopra la mia testa calò
bruscamente.
Anton corse verso di me e colpì la strega con la spada. Mi frapposi
tra Lonnie e il mob in modo da fare scudo a ogni attacco. Cercai di
afferrare la mia spada, ma era pesante. Doveva essere una pozione
potente. Anton continuò a colpire fin quando la strega morì e poi
raccolse la pozione di resistenza al fuoco e la polvere da sparo lasciate
cadere dal mob, e si rivolse a quella successiva.
Esme mi guardò di nuovo, scosse lievemente la testa come se io
fossi una specie di delusione e tornò al suo combattimento. Anche lei
aveva sfoderato la spada, e si era fatta sotto. Mentre osservavo
impotente Esme e Anton che attaccavano le due streghe rimaste, non
mi accorsi che se ne era generata una quarta e si stava dirigendo dalla
palude dritta verso di me.
Un’altra pozione esplose sulla skin del mio avatar e caddi a terra.
Sopra di me c’era Lonnie, vulnerabile agli attacchi senza la mia
protezione, e la mia barra di energia stava vibrando. Mi erano rimasti
solo quattro cuori e anche la barra del cibo non era di grande aiuto: mi
ero dimenticata di mangiare da quando avevo rapito Lonnie dal
villaggio, quindi non c’era niente che potesse aiutarmi a guarire.
Tirai fuori le poche provviste che avevo e mangiai un po’. Non
ebbero nessun effetto sulla mia barra dell’energia: ero ancora troppo
affamata.
Un attimo dopo, Anton era sopra di me e mi sollevava da terra. Mi
strappò via la corda e mi gridò: «Muoviti!» dritto in faccia. Poi se ne
andò di nuovo, portando Lonnie con sé. Li seguii il più possibile, ma
ero lenta e indebolita dalle pozioni delle streghe. Un’altra mi colpì alla
spalla e il braccio destro mi si irrigidì, come se fosse paralizzato. Se
provavo a estrarre la spada, non ci riuscivo. Ce la feci con la mano
sinistra, ma era difficile brandirla, e io ero goffa. Udii una strega
vicina, e mi voltai più in fretta che riuscii, agitando la spada intorno a
me. Presi la strega nel fianco.
«Esme, devi controllare le tue emozioni!» gridò Anton. «Non
possiamo continuare ad abbattere mostri per sempre! Dobbiamo
sloggarci!»
«Non possiamo durante il combattimento» rispose Esme.
«Che cosa succede se moriamo nel gioco?» chiesi.
«Quando la tua vita arriva a zero, di solito ti rigeneri. Ma se stai
giocando da troppo tempo, invece di rigenerarti vieni espulso dal
gioco e rispedito al menù principale finché non arriva un dottore a
controllare se stai bene» disse Anton. «E, considerato che non dovresti
nemmeno essere qui, potrebbero anche confiscarti il visore.»
«Non mi farò uccidere» dissi a voce bassa, poi più alta. «Non mi
farò uccidere!» mentre brandivo la spada una seconda volta, colpendo
la strega nell’altro fianco. Non era ancora morta. Prese la mira per
lanciarmi un’altra pozione, ma stavolta usai tutta la forza rimasta per
un ultimo, potente colpo e fu quello letale.
La strega si dissolse in una nuvola di fiamme e fumo, lasciando
cadere le sue chicche.
C’erano della redstone, molti bastoni, altri occhi di ragno (e ne
avevamo fin troppi) e cordicelle, ma nemmeno una pozione utile.
«Com’è andata?» gridò Esme.
Quella ragazza cominciava a darmi sui nervi.
Un’altra scarica di pozioni volò sopra la mia testa. Piovvero un po’
troppo vicine a me, il che significava che: a) c’erano altre streghe; b)
Esme era ancora arrabbiata con me; c) avevo qualche altra occasione
di rimpinguare le mie riserve. Per quanto fosse una rottura, imbattersi
in un gruppo di streghe era un po’ come andare al supermercato di
Minecraft. Stavolta fui un po’ più veloce, ma sia Anton che Esme
erano più avanti di me, e massacravano le streghe sistematicamente.
Poi ebbi di nuovo la sensazione che qualcuno mi stesse guardando.
Anton aveva lasciato Lonnie da solo, era lontano dalle streghe e dal
combattimento, ma mi stava fissando. E io riuscivo a percepirlo.
Lo afferrai e lo tirai dentro una piccola caverna alla base della
collina, prima dell’inizio della palude. La maggior parte delle streghe
stavano attaccando Esme, il che (e non ne vado fiera) mi rallegrò un
po’. Ma con loro due impegnati nel combattimento, era la mia
occasione per riguadagnare l’energia che avevo perso. Rovistai tra le
mie provviste e trovai qualcosa da mangiare: del montone. Mentre
osservavo le barre del cibo e dell’energia risalire, cercai di capire se mi
fosse possibile pensare alle cose e far sì che si materializzassero nel
gioco, come una scorta illimitata di montone.
Tutti i giochi hanno dei trucchi e A.J. aveva detto qualcosa sui
comandi verbali, no? Se fossi riuscita a capire il segreto di questa
versione di Minecraft, avrei potuto riparare Lonnie solo
desiderandolo?
Fuori dalla palude, Esme e Anton stavano abbattendo le streghe e
raccogliendo provviste. Io onestamente non ero sicura di potermi
fidare di tutto quello che raccontavano. L’intuito mi diceva che mi
stavano nascondendo qualcosa. Inoltre, se erano così bravi a tenere
sotto controllo i loro problemi, perché eravamo ancora alle prese con i
mob di Esme, e perché Anton continuava a costruire trappole?
Non appena la mia barra della salute smise di vibrare ed ebbi
riguadagnato nove punti cibo, lasciai Lonnie nella caverna e tornai
sulla riva della palude. Mi tuffai nel bel mezzo del combattimento,
raccogliendo un’altra pozione di salute che una strega uccisa da
Anton aveva appena lasciato cadere.
«Scusa» dissi. «Serve più a me che a te»
«Serviti pure» disse Anton, mentre colpiva un’altra strega.
Tutti e tre abbattemmo rapidamente le streghe rimaste, ma a questo
livello di difficoltà ce n’erano molte di più di quante ne potessimo
affrontare, persino al massimo delle nostre forze. Ebbi la brutta
sensazione che non ce l’avremmo fatta. La mia gola cominciò a
chiudersi al solo pensiero di che cosa avrebbe significato: tutto si
sarebbe fermato, dissolvendosi nell’oscurità.
Scossi la testa. “Non c’è tempo di pensare a queste cose” mi dissi
mentre mi lanciavo di nuovo nella battaglia. Lottammo così
furiosamente che nessuno di noi ebbe l’occasione di dire una parola.
Non era come il gioco normale, quando guardi uno schermo. Essere
circondato da streghe che ti accerchiano da tutti i lati scatena quelle
stesse sensazioni che si provano quando sei in mezzo a una folla e
tutti sono troppo vicini e tutto quello che puoi fare è ingoiare l’ansia e
cercare una via d’uscita. Solo che questa folla stava cercando di farci a
pezzi, e sembrava che stesse per riuscirci. Desiderai con tutte le mie
forze un po’ di aiuto.
Poi udii un ringhio alla mia destra, e una delle streghe cadde a
terra. Altri ringhi, mentre uccidevo un’altra strega e raccoglievo le
provviste. E poi un latrato mentre mi spingevo attraverso l’ultimo
gruppo di streghe, e vidi Ulula, che doveva essere sopravvissuta
all’attacco.
«Ehi, bella!» gridai. Non riuscivo a credere che ce l’avesse fatta, e
che fosse riuscita a ritrovare la strada per tornare da me. Volevo
abbracciarla, ma una strega schizzò nella mia linea visiva e riportò la
mia attenzione alla battaglia.
Esme e Anton guardarono indietro. Ulula si gettò sulla stessa strega
che stavo attaccando e insieme la uccidemmo. Ne erano rimaste solo
due, ed Esme e Anton se ne stavano occupando.
«Ti batterei il cinque se avessi le mani, o anche se solo potessimo
toccarci le mani, ma dovrai farti bastare questo» dissi a Ulula,
porgendole un osso. «Come ne sei uscita, amica?»
Si leccò.
«Bene, brava, ben fatto.»
Esme e Anton tornarono da me, mettendo via le spade e
ansimando, come se avessero sforzato davvero i muscoli e non solo
immaginato di muoversi. Però capivo: era soprattutto l’adrenalina ad
averci mozzato il fiato.
«State bene?» chiesi con esitazione.
«Sì, scusatemi, ragazzi» disse Esme imbarazzata. «Pensavo di aver
superato questo genere di cose.»
«Leviamoci di torno» disse Anton, «prima che si rigenerino tutte e
ci tocchi combatterle di nuovo.»
CAPITOLO 10

Esme e Anton sapevano che bisognava aggirare sulla destra la palude


per tornare al fortino nel deserto. Li seguii, con Lonnie alla corda e
Ulula di fianco a me. Esme continuava a guardarsi indietro e poi
avvicinarsi ad Anton, dicendogli qualcosa. Provai a non indispettirmi,
ma non ci riuscii: ero stanca di sentirmi un’esclusa.
«Ehi, Esme?» chiamai.
«Che c’è?» chiese, già scocciata.
«Allora, parliamo dei tuoi ragni o cosa?» dissi con il massimo della
nonchalance. «Magari, se parli dei tuoi problemi con noi, non ci
tormenteranno così tanto?»
Indicai Lonnie e Anton.
«Oh, molto generoso da parte tua» mi schernì.
«Es, sii gentile.» Anche Anton si era fermato, e continuava a
osservare alternativamente me ed Esme. Avevo la sensazione che se
avesse potuto far ghignare il suo avatar, l’avrebbe fatto. «Sono
d’accordo con Bianca: butta fuori tutto. Altrimenti non farà che
peggiorare.»
Esme mimò una pugnalata diretta ad Anton. «Quello che mi
piacerebbe buttare è un pugno sulla tua faccia.»
«Per quel che vale, sei una grande combattente» dissi. «Non c’è
motivo perché tu ti senta insicura.»
Le mie parole bloccarono Esme di colpo.
«Uhm, grazie?» chiese, sospettosa, come se non fosse certa che non
avessi intenzione di insultarla.
Dopo un lungo silenzio, Esme sospirò.
«E va bene. Vivevo la mia vita» cominciò, «giocavo a baseball, mi
lamentavo dei miei fratelli e mettevo in riga i bulli che davano fastidio
alla mia squadra. E poi un giorno ho cominciato a sentirmi male e a
non migliorare, poi ci sono stati una serie di dottori, e i volti dei miei
genitori sempre più tristi. Avrei dovuto rimanere in ospedale per un
giorno, due, tre. E infine saltai una settimana intera di scuola. La cosa
successiva che ricordo è che praticamente vivevo in ospedale,
sperando che i miei fratelli fossero lì per lamentarmene o che ci
fossero dei compiti per distrarmi, o persino una squadra di cui
prendere le difese.»
Sospirò di nuovo.
«Voglio dire, sapevo che la chemio fa sempre cadere i capelli. Non
sono scema, le ho viste le foto» riprese. «Solo che non pensavo che
succedesse così lentamente, un ciuffo alla volta.»
Fece una pausa, come se facesse fatica a buttar fuori le parole
successive.
«Così è peggio, sapete? Preferirei svegliarmi con una testa pelata e
non pensarci più.»
«Hai pensato di usare una parrucca?» suggerì Anton.
«Come una vecchia signora?» Esme sembrava insicura.
«Potrebbe avere un colore fico, tipo viola» dissi. «Immagina di
scuotere i tuoi capelli viola nel reparto. Sarebbe come una skin di
Minecraft, ma nel mondo reale.»
«Non l’avevo mai vista in questo modo» disse Esme. «Sarebbe
piuttosto fico.»
Annuii, lieta per una volta di essere utile e non un peso per la
squadra.
«A proposito di essere fichi, mi serve una nuova armatura» disse
Anton. «Andiamo.»
Tornò sul sentiero e s’incamminò verso la sua base. Non appena
arrivammo, cominciò ad armeggiare con le trappole che aveva
disposto sul sentiero, e borbottava ancora come se provasse dolore.
«Puoi ricostruirle» disse Esme, cercando di consolarlo. «Ti piace
farlo.»
Entrammo in casa ed Esme si mise a fabbricare frecce con tutti i
bastoni abbandonati dalle streghe. Lei e Anton stavano di nuovo
sussurrando tra loro.
«Quanto odio quando lo fate» dissi. «È irritante. Se state pensando
a qualcosa, perché non lo condividete con tutti quelli che vi
circondano?»
«Cioè, te» disse Anton.
«E Lonnie» dissi, piazzandolo in un angolo della stanza. Ulula si
posizionò di fianco a lui.
«Già, Lonnie, che potrebbe aggredirci in qualsiasi momento se non
fosse per quella corda» disse Anton.
«Un po’ paranoico?»
«La paranoia è il modus operandi di Anton» intervenne Esme.
«Paranoia totale.» Ammiccò col mento alle trappole fuori
dall’abitazione. «Chi altri farebbe una roba del genere?»
«Non lo so» dissi. «A volte può essere divertente piazzare trappole
e demolire le robe dei tuoi amici.»
Anton annuì entusiasta.
Esme sbuffò. «No, non è per quello. Un ragazzino l’ha placcato sul
campo e questo l’ha reso un po’ paranoico.»
Anton inclinò la testa di lato: «Prima di tutto, no, non sono
paranoico. Secondo, era un blocco illegale e quel ragazzino avrebbe
dovuto essere sbattuto fuori e tutta la squadra squalificata per
un’intera stagione. Giocano sempre sporco. E, terzo, ecco perché non
mi fido di nessuno: perché nessuno si merita la mia fiducia.» Fissò
Esme.
Fischiai per allentare la tensione. «Sembra che qualcun altro abbia
bisogno di parlare col gruppo.»
«Non vuole mai parlare di queste cose» disse Esme. «Ecco perché
ha costruito tutte quelle trappole, per gestire i mob che genera lui.»
«Potreste evitare di parlare di me come se non fossi qui di fronte a
voi?» gridò lui.
«Be’, tecnicamente, nessuno di noi è davvero vicino agli altri» dissi.
Anton puntò il volto del suo avatar dritto nella mia direzione. Se
fosse stato un altro gioco e avesse potuto sparare raggi laser dagli
occhi, ci sarei rimasta secca.
«Siamo insieme virtualmente» disse. «Non c’è nulla di sbagliato in
me, fuori, a parte che ho bisogno di riposare.»
Esme rise fragorosamente e Anton scattò andandosene subito: era
ovvio che sotto c’era dell’altro. Aspettai.
«Non è a suo agio nel mondo reale» disse Esme. «Si rifugia qui,
quindi è ovvio che sia elettrizzato dal rimanere dentro il gioco più che
può.»
«Si rifugia da cosa?» chiesi.
«Dai suoi genitori. Non vuole affrontarli e dirgli che non gli
interessa più il basket.»
«Quello è solo un di più» disse lui. «Non mi sto nascondendo.»
«Inoltre…» continuò Esme, la voce sempre più bassa mentre
spettegolava, «… si sta nascondendo anche dalla sua ragazza, perché è
convinto che lo lascerà non appena starà meglio.»
«Davvero?» chiesi, divertita.
«Davvero» disse Esme.
«Piantatela, voi due» intimò Anton.
«Guarda, ci stiamo nascondendo tutti in un modo o nell’altro»
dissi. «Basket, nausea, ossa rotte, quello che è, ma possiamo anche
giocarcela qui, fino in fondo. Tutti e quattro ci faremo strada fino
all’End.» Annuii con convinzione e mi avvicinai a Lonnie.
Esme si girò leggermente verso Anton, ma sembrò cambiare idea
prima che lui potesse vederla bene in faccia. «Non credo che ci sia
qualcosa che possiamo fare per lui» disse Esme. «Se ne sta fisso in
quell’angolo da quando siamo arrivati.»
«Ci rallenterà e basta» disse Anton.
«È meglio lasciarlo qui. In casa sarà al sicuro, se è quello che ti
preoccupa» disse Esme. «E comunque c’è ancora molto da fare prima
di arrivare nell’End. Possiamo tornare indietro a riprenderlo.»
«Ascolta, lo devo a Lonnie» dissi. «Per me c’è sempre stato, persino
quando eravamo bambini. Non posso lasciarlo indietro ora, non è così
che funziona.»
Esme fece un passo avanti. «Okay, lo capisco, ma dovrai esserne
responsabile per tutto il tempo. Okay?»
«Okay» dissi, lieta di averli finalmente convinti.
«Va bene, se siamo in ballo, balliamo.»
«Qual è il piano?» chiese Esme.
Ripensai a tutto quello che Lonnie aveva progettato nei giorni
antecedenti all’incidente. Stava cercando di arrivare nell’End in cinque
passi. Se avessimo cominciato a costruire le sue trappole, forse le
avrebbe riconosciute.
«Sappiamo che cosa dobbiamo fare» dissi, cercando di ricordare i
progetti. «Dobbiamo raccogliere risorse per un’incursione nel Nether,
e poi dobbiamo costruire un portale dell’End, entrarci e uccidere il
drago dell’Ender. Tutto qua.»
«Okay, più facile a dirsi che a farsi» disse Esme. «Abbiamo poche
risorse, dovremo trascinarci dietro un giocatore che ha bisogno di
protezione e che ci rallenterà in ogni momento.»
«La prima parte del piano è non dividerci» disse Anton.
«Dovremmo anche avere tutti nell’inventario le risorse per costruire
un portale d’uscita di gruppo.»
«Abbiamo abbastanza blocchi per un portale di base, giusto?» disse
Esme.
«Sì, ma dovremmo avere del materiale di riserva a portata di mano.
Ci serviranno anche dei diamanti per forgiare armi e armature» disse
Anton, «ma, da quando stiamo giocando, non ne ho trovati molti.»
«Ci sono dei diamanti dietro la collina» dissi. «Dovremmo
cominciare da lì. Ci servirà anche un piccone di diamante per
l’incursione nel Nether.»
«Giusto, l’incursione nel Nether» ripeté Anton, come se non fosse
ancora convinto della mia idea.
«Aspettate, aspettate» disse Esme. «Prima di partire, costruiamo
tutte le armi possibili.»
«E riportiamo le barre del cibo e della salute al massimo» aggiunse
Anton.
«Giusto, ottime idee!» dissi.
Esme sorrise: «So che non ami pianificare, ma vedi? Non è così
male».
Ugh. Quanto era irritante.
CAPITOLO 11

Quando lasciammo la casa di Anton per andare a caccia di diamanti,


la luce nel gioco si era affievolita. Ancora una volta, Ulula mi stava
alle calcagna mentre trascinavo Lonnie, con Anton ed Esme in testa al
gruppo. I nostri obiettivi erano chiari: raccogliere abbastanza risorse
per due portali, uno per il Nether e l’altro per uscire dal gioco. Non
avevo dubbi su quale volevo costruire per primo.
Mentre attraversavamo il bioma desertico, una schiera di
Endermen apparve sulle dune, punteggiando in modo sinistro
l’orizzonte di fronte a noi. Gli Endermen solitamente sono neutrali,
attaccano solo quando li fissi; ma questo gruppo sembrava averci
preso di mira, con le braccia tese in modalità d’attacco.
«Sapete che cosa si dice dei piani ben elaborati?» disse Esme,
sospirando. Sfoderò la spada e si mise in posizione di difesa.
«Ci servono le perle degli Endermen, comunque» dissi, facendo lo
stesso. «Tanto vale cominciare da subito.»
Spinsi Lonnie dietro di noi mentre i mob cominciavano lentamente
ad avvicinarsi. Invece di aspettare, gli andammo incontro. La lupa
rimase vicino a Lonnie, che ci seguiva da dietro.
Presi velocità, strinsi l’arma e corsi ad affrontare l’Enderman più
vicino. Si lanciò verso di me senza esitare. Brandii la spada,
mancandolo, e dandogli il tempo necessario per raggiungermi. I miei
punti salute presero una brutta botta quando mi colpì; così brutta, che
quasi sentii la vita scivolarmi via. L’Enderman mi subissò di pugni.
Alzai le braccia, incapace di fare altro, e osservai attraverso le mie
mani cubiche i miei punti salute calare ancora e ancora. Cercai di
allontanarmi, ma non riuscivo a scappare. Ulula corse in mio aiuto e
venne colpita dall’Enderman. Cadde, come le era successo nella
caverna. Temetti che fosse la fine per la mia amica lupa, ma per
fortuna si rialzò dopo pochi istanti.
Udii un grido di vittoria e vidi Esme che abbatteva uno degli
Endermen. Anche Anton aveva sconfitto il suo avversario, e io
avvertii un momentaneo senso di vergogna per non essere riuscita a
far fuori il mio da sola. Anton corse ad aiutarmi e sferrò un paio di
colpi, distraendo l’Enderman quel tanto che bastò per farmi
imbracciare uno scudo. Non appena l’ebbi fatto, quello si voltò
nuovamente verso di me e ricominciò a colpire. Stavolta usai lo scudo
per proteggermi, colpendolo non appena vedevo uno spiraglio. Ma
continuava a incalzarmi, instancabile, e la paura iniziò a scorrermi
nelle vene. Anton lo attaccò ancora, di lato, assestandogli un colpo
pesante mentre Esme tirava fuori il suo arco impegnandolo dall’altro
lato. Finalmente, l’ultimo Enderman si dissolse nel nulla.
Ulula e io ci fissammo dai lati opposti dell’Enderman dissolto.
«Non ho mai visto un Enderman comportarsi così» disse Anton.
«Bianca…»
«Non ho mai visto nulla di tutto questo» dissi, tagliando corto.
«Coniglietto aggressivo, te lo ricordi?»
«Giusto. Coniglietto aggressivo» disse Anton.
«Abbiamo del lavoro da fare. Forza» dissi, allontanandomi prima
che potesse continuare il discorso. Avanzammo verso la collina, ma
quando arrivammo in cima fu chiaro che il paesaggio si era resettato.
Il buco che avevo scavato era sparito, e non riuscivo a capire
esattamente da dove ero sbucata. Non volevamo nemmeno
avvicinarci troppo alla palude piena di streghe, a prescindere dalle
risorse che avremmo potuto ottenerne. Ci allontanammo un po’ gli
uni dagli altri, scavando separatamente per espandere l’area di
ricerca. Scavai finché non trovai un ragno gigante che si arrampicò
fuori dal buco che avevo appena aperto. Chiamai aiuto e accorsero sia
Ulula che Esme. Quest’ultima saltò sul ragno e gli scoccò una freccia
in testa, mentre io lo colpivo con la spada. La lupa lo attaccò alle
zampe. Il ragno ricadde nel buco e noi lo seguimmo. Qualche colpo
più tardi, il ragno morì sotto i piedi di Esme, mentre lei atterrava di
fronte a me e Ulula. Eravamo dentro la collina, in un tunnel, di nuovo
circondati.
Stavolta, almeno, era un branco più piccolo di quelli che avevamo
incontrato finora.
Anton si unì a noi, portando Lonnie con sé. Respinse un paio di
ragni mentre io ed Esme affrontavamo la parte più pesante
dell’attacco, e nel giro di poco i ragni erano andati, permettendoci di
raccogliere le ragnatele. Stavo per lasciar perdere gli occhi di ragno,
ma Esme li raccolse.
«Li colleziono» disse Esme rispondendo al mio sguardo perplesso.
«I ragni sbucano fuori quando sono arrabbiata, quindi li tengo con me
per ricordarmi di non lasciarmi buttare giù da tutto.»
«Sai» cominciai, «ne hai passate tante. È normale essere arrabbiata.»
«Sì, è vero, è normale» disse Anton. Chinò la testa verso di me.
«Bianca, forse con gli Endermen…»
«Non sono io a generare gli Endermen» dissi bruscamente, anche se
il dubbio cominciava a venirmi. «Dobbiamo… dobbiamo proseguire.»
Mi allontanai, picconando i blocchi sul pavimento, avvertendo la
pressione del silenzio di Esme e Anton. Dopo un attimo, mi imitarono.
Continuammo a scavare finché non ci imbattemmo nella vena
principale. Diamanti. Tutti e tre scavammo e cominciammo la raccolta.
Stavo riempiendo il mio inventario quando mi parve di udire un
debole latrato provenire dalla caverna davanti a noi. «Che cos’è
stato?»
«Altri lupi?» chiese Esme. Osservò la mia compagna. «Mi sembra
un posto strano per loro.»
«Bella?» dissi alla lupa. «Sono amici tuoi?»
Ulula mugolò.
«Significa sì?» chiese Esme. «Sono lupi, o…» Esme e io ci
guardammo, l’eccitazione sui nostri visi mentre gridavamo: «…
cuccioli di lupo!».
Corsi in avanti, posizionando le torce man mano che mi muovevo
nella direzione dei cuccioli di lupo. Il tunnel si allargò ed entrammo in
una caverna con pareti nere e rosse e un giaciglio con una cucciolata
di tre lupacchiotti stretti l’uno all’altro.
«Bravi cucciolotti!» disse Anton. «Hanno trovato dell’ossidiana!»
«Questa dovrebbe bastare per il portale d’uscita» disse Esme.
«O per il portale del Nether» ricordai a tutti.
I cuccioli si mossero verso Ulula, saltellando e abbaiando.
Anton ed Esme si misero a scavare mentre io corrompevo i cuccioli
con qualche osso.
Uno dei cuccioli ringhiò contro Lonnie. «Buono, cagnolino» dissi
per calmarlo. «Bel cagnolino.» Lonnie si girò verso di me, e per un
attimo il mio cuore si fermò. Mi chiesi se Lonnie avrebbe risposto, ma
dopo qualche secondo non si era ancora mosso, né aveva fatto un
suono o dato segno di accorgersi della mia presenza.
«Andiamo» dissi a tutti.
Anton smise di scavare e tese i pugni, che interpretai come se
volesse mostrarmi i pollici alzati. Io gli mostrai i miei. «Possiamo
tornare in superficie e costruire un portale…»
«Non così in fretta» disse Esme. Illuminò la caverna con una torcia,
e guardammo tutti in alto. Sopra di noi si trovavano degli Endermen
allineati lungo le pareti della grotta.
«Di nuovo?» disse Anton. «Non guardateli. Magari stavolta ci
lasceranno in pace!»
Mi rammaricai di non aver costruito arco e frecce e di aver fatto
affidamento sulle vecchie, care ascia e spada, perché significava che
avrei dovuto lasciarli avvicinare abbastanza per colpirli, quindi anche
loro avrebbero potuto colpire me. Sfoderai una spada di ferro e attesi,
sperando che Anton avesse ragione, e ignorando il pensiero che forse
io avevo creato i mob. Ma, dopo qualche secondo, non resistetti e
guardai gli Endermen, fissandoli negli occhi per sbaglio.
Si abbatterono su di noi come grandine nera. Anton ruggì e ne
caricò uno sul retro della caverna, mentre Esme scoccava una freccia
dopo l’altra in mezzo a loro. Mi aprii la strada a suon di fendenti,
lontana dalle frecce di Esme e dalla furia di Anton. Gli Endermen
erano enormi, la loro presenza soffocante come il buio della caverna.
Sembrava che potessero annientare il mio corpo e assorbirmi dentro di
loro da un momento all’altro. Poi venni colpita. D’istinto arretrai, ma
inciampai in un altro Enderman dietro di me. Venni colpita di nuovo,
così forte che il mio avatar girò su se stesso, e io mi sentii stordita e
nauseata. I miei punti salute erano bassi. Ancora una volta, la barra mi
vibrava sopra la testa. Volevo chiedere aiuto a Esme e Anton, ma non
erano in grado di soccorrermi. Un altro colpo. Mi voltai per affrontare
l’Enderman, penetrando il suo corpo con la spada, e poi mi girai
all’improvviso per colpire quello che avevo alle spalle. Gridavo
mentre tiravo i fendenti. Ulula e i cuccioli mi aiutarono, e alla fine
entrambi gli Endermen furono sistemati. Raccolsi i punti esperienza e
mi voltai per attaccarne un altro, un colpo dopo l’altro finché
anch’esso non si dissolse, e potei raccogliere la perla dell’Ender che
lasciò dietro di sé.
Dritto davanti a me, Anton corse contro un altro Enderman mentre
Esme si era spostata per combattere gli ultimi due. Anton mi vide
dall’altra parte della caverna e mi raggiunse.
«Non dovrebbe succedere.» Guardò con furia la caverna. «Non li
abbiamo nemmeno guardati. Perché hanno attaccato?»
Distolsi lo sguardo.
Esme era in piedi di fianco all’ultimo Enderman e lo osservava
mentre scompariva. Raccolse un’altra perla, poi venne da me e Anton.
«È stata una sfortuna» disse, lanciandomi un’occhiata.
«Ma abbiamo ottenuto della roba buona dal combattimento» dissi,
aprendo l’inventario e osservando quello che avevo.
Il mio battito aumentò quando capii che finalmente avevamo un
numero sufficiente di perle per l’occhio di Ender, uno degli elementi
chiave che ci avrebbe mostrato dove si trovava l’End. Ora ci
mancavano solo delle verghe di blaze da trovare nel Nether per
attivarle.
Costruii rapidamente il mio piccone di diamante e lo brandii.
«Prossima fermata, Nether!» dissi, trionfante.
CAPITOLO 12

«Dove stai andando?» chiese Esme.


«Al villaggio» dissi. «Ci servono altre provviste, e lì le hanno.
Sembra un buon posto per rifornirsi in vista della nostra gita nel
Nether.»
«Intendi dire che vuoi saccheggiare i villici?» disse Esme. Poi
inclinò la testa. «Approvo.»
«Voi due sareste delle vere mercenarie» disse Anton. «Sembrate
proprio tagliate per quel tipo di lavoro.»
Esme e io ridemmo, mentre lasciavamo la collina. Lonnie
incespicava dietro di noi, e i lupi erano tutti attorno. Al di là del
fiume, il villaggio aveva lo stesso aspetto di quando lo avevamo
lasciato. Esme costruì delle barche e salpammo. Sorrisi a uno dei
cuccioli che mi stava guardando, poi mi rivolsi a Lonnie.
«Ricordi quella volta che strisciammo sotto la staccionata dei tuoi
vicini per rubargli delle fragole?» chiesi.
Esme e Anton si voltarono per vedere se Lonnie avrebbe risposto.
«Ti ricordi come ci siamo fatti strada fino al cespuglio di fragole,
ma invece di raccoglierle e scappare, come avevi detto tu, cominciai a
mangiarle sul posto, e poi il loro minuscolo cane spuntò dalla porta
sul retro e ci inseguì per tutto il cortile? Te lo ricordi?»
Lonnie si girò dall’altra parte e guardò al di sopra dell’acqua, la sua
barca che galleggiava a qualche metro dalla mia.
«Buono a sapersi che hai sempre avuto dei problemi nel seguire le
indicazioni» disse Esme, remando.
«Non era un piano definito» dissi.
«Sembra che tu abbia ignorato il piano» disse Esme. «E com’è
andata a finire?»
«Quando scappammo, perdemmo alcune fragole e le rimanenti si
spiaccicarono contro le nostre magliette mentre strisciavamo di nuovo
sotto la staccionata.»
Esme fece: «Uh».
Anton ridacchiò. «La peggiore. Ricognizione. Di sempre.»
«Avevamo otto e dieci anni» dissi. «Non è che fossimo una squadra
di élite o una roba del genere.»
Anton rise ancora. «No. Per niente.»
Esme accostò sulla spiaggia vicino al villaggio, e tutti noi
scendemmo dalle barche. Stavolta, non c’erano villici ad accoglierci.
«Strano» commentò Anton.
«Tutti gli edifici sembrano integri» disse Esme.
«Andiamo a dare un’occhiata» proposi.
Salimmo sul piccolo terrapieno e trovammo il giardino sul versante
meridionale del villaggio.
«Lascia qui il tuo amico» suggerì Anton. Indicò una staccionata
dove potevamo legarlo. Poi guardò da vicino la mia faccia, e aggiunse:
«Mentre diamo una controllata, intendo. Non per sempre». Alzò gli
occhi al cielo.
«Non è un animale da compagnia» dissi. «Non possiamo legarlo a
un palo e andarcene per gli affari nostri.»
«Non ti sembra un animaletto se te lo trascini in giro?» chiese Esme.
«Accelereremo solo le cose. Non lo lasceremo indietro. Davvero.»
Con riluttanza legai Lonnie all’estremità di un palo, e i cuccioli gli
tennero felicemente compagnia mentre Ulula venne con me, Esme e
Anton. Esme vide il macellaio dentro il negozio ed entrò per effettuare
degli scambi, ma il villico non aveva niente di utile. Provammo col
fabbro, ma anche lui non aveva nulla.
«Che succede in questo gioco? Sembra impazzito!» disse Anton.
«Sono tutti dei nuovi glitch» disse Esme, voltandosi verso di me.
«Bianca, devi parlare.»
«Sentite, non ho niente da confessare» dissi. «Sono qui solo per
aiutare Lonnie a sistemare il suo avatar.»
«E nel mondo reale?» disse Esme. «So che non vuoi tornare nel tuo
letto di ospedale, dove sei ridotta in poltiglia e il tuo migliore amico
probabilmente è…» Fece una pausa, e Anton la condusse lungo un
sentiero che era un po’ più distante da me. Avvicinarono le loro teste
come se stessero parlando. Non mi importava assolutamente nulla di
quello che si stavano dicendo: ero stufa di essere incolpata. Non avevo
più controllo sul gioco di quanto ne avessero loro.
Qualche istante dopo, Anton ed Esme tornarono indietro.
«Senti, mi dispiace se ti stiamo tormentando con questa faccenda»
disse Anton. «Ma è da un po’ ormai che lo facciamo, ed è il modo
migliore che conosciamo per risolvere i nostri problemi: condividerli.»
«E allora che mi dici dei tuoi?» chiesi. «Perché hai dovuto costruire
tutte quelle trappole intorno a casa tua?»
«Io?» chiese Anton, sorpreso dalla domanda. «Ah, da dove
comincio? Okay, se ti dico perché costruisco le trappole, prometti di
uscire dal gioco quando te lo chiederemo?»
«Immagino dipenda da quanto siano brutti i tuoi problemi» bluffai.
Non avevo nessuna intenzione di lasciare il gioco senza aver prima
sistemato Lonnie.
Anton scalciò via un po’ di terra.
«Prima di tutta la storia del disturbo al cervello, ero in lizza per una
borsa di studio per la pallacanestro» disse. «Era una cosa importante
per i miei genitori. Erano così orgogliosi, sai? Vogliono che sia un
esempio per mio fratello e mia sorella, e il basket era il mio biglietto
per il college. Ma ora non lo so più, è tutto in sospeso. Ho saltato
troppi allenamenti e troppe lezioni. E…» Fece una lunga pausa. «C’è
pure il fatto che anche se sono bravo nel basket, non amo molto
giocare. Una parte di me era felice quando sono stato colpito e mi
sono risvegliato in ospedale.» Distolse lo sguardo da me e da Esme
prima di finire. «Per questo gli scheletri amano attaccare spesso la mia
casa quando comincio a preoccuparmi di che cosa farò quando
tornerò a scuola. Però ho imparato a prevederli e tenerli a bada con
tutte quelle trappole. Almeno è più facile gestire loro rispetto ai mob
di Esme» finì Anton. «Vogliono solo fare a pezzi la mia casa.»
«Come si chiamano?» chiesi. «I tuoi fratelli, intendo.»
«Oscar e Tara» disse.
«Più grandi o più piccoli?» domandai.
«Tutti e due più piccoli. Dovrei prendermi cura di loro.» Anton fece
una pausa. «È da un po’ che non lo faccio.»
«La mia sorellina si chiama Carrie» dissi. «Carolyn. Anche a me
manca.» Percepii un’ondata di tristezza montare dentro di me. Carrie
non era una gamer, ma cercava attivamente di infilarsi in tutte le
partite che giocavamo io e Lonnie, solo per attirare l’attenzione. La
scacciavo sempre, ma ora avrei voluto non averlo fatto. Sospirai,
sorpresa dal pizzicore agli occhi: per fortuna gli avatar non piangono.
Quando io e Lonnie avremmo abbattuto il drago dell’Ender, mi
promisi, sarei uscita dal gioco e avrei detto a Carrie che mi dispiaceva
essere stata cattiva e averla ignorata. «Che cosa fanno quando sei qui?
E per “qui” intendo l’ospedale, non il gioco.»
«Le solite cose, taekwondo, danza» disse Anton. «I miei genitori
non vogliono che pensino che io sia il centro di tutte le loro attenzioni,
così continuano a fargli fare tutte le cose che facevano prima che mi
ammalassi.»
«Quanto tempo è passato?» chiesi.
«Un anno circa» disse Anton. «È una lunga pausa per la mia vita.»
Inspirò a fondo prima di continuare. «Ora che ne dici, Bianca? Perché
non ci incontriamo nel mondo reale? Esme e io possiamo venire nella
tua stanza.»
Mi girai a guardare Esme, e vidi un portale d’uscita alle sue spalle.
Mentre Anton raccontava la sua storia, Esme ne aveva costruito uno
che potesse farci viaggiare tutti. Era una copia identica di quello
distrutto a casa di Anton e la sua vista mi annodò lo stomaco per la
preoccupazione.
«Dobbiamo andare, Bianca» disse Esme, gentilmente, come se
stesse cercando di ammansire un animale rabbioso. «Probabilmente è
quasi mattina e ho una seduta di chemioterapia. Dovresti venire con
noi.»
Sapevo che avrei dovuto: era la cosa sensata da fare; ma là fuori, nel
mondo reale, c’erano problemi reali da affrontare, domande a cui
rispondere. Qui, nessuno chiedeva niente; nessuno sapeva, tranne
Lonnie, e lui non parlava.
«Non voglio andarmene prima di aver sistemato Lonnie» dissi.
«Andrò da sola nel Nether.»
«Perché?» chiese Esme. «Per fare cosa?»
«Avevamo un piano» dissi. «Trovare tutto quello che ci serviva per
arrivare nell’End e sconfiggere il drago dell’Ender per sistemare
Lonnie.» La mia voce si spezzò, ma io proseguii: «Ora dovremmo fare
un’incursione nel Nether, è il prossimo passo. Avevate detto che
saremmo rimasti uniti». Guardai Anton, poi Esme. «Avevamo un
piano, e lo seguirò.»
«Da sola?» domandò lei. «Ma è follia pura!»
«Su, Bianca, torneremo più tardi e giocheremo con te.» Anton si
stava avvicinando e mi accorsi che ora Esme aveva una corda tra le
mani, simile a quella che avevamo usato per legare Lonnie. Se
pensavano di potermi trascinare nel portale, si sbagliavano di grosso.
Arretrai lentamente. Prima che potessi voltarmi e scappare, Esme
mi aveva preso al lazo, bloccandomi le braccia.
«No! Non me ne vado! Non potete costringermi!» gridai. Mi venne
in mente la dinamite che avevo nell’inventario e pensai a un
diversivo. Comparve all’improvviso in mezzo a noi ed esplose
immediatamente. Fummo scagliati in diverse direzioni e la mia barra
della salute subì un colpo pesante. La corda si disintegrò dal mio
avatar, mentre Anton ed Esme furono scagliati attraverso il portale.
Scomparvero oltre i blocchi di diamante. Quando pensai che i miei
guai fossero finiti, il portale cominciò a sussultare e divenne
completamente nero; non come un blocco di ossidiana, ma come se
qualcuno avesse cancellato tutti i colori del mondo. Con mio orrore,
l’oscurità cominciò ad allungarsi verso di me, inghiottendo i lupi
come un’apertura verso l’abisso. I pixel si sbriciolavano e
scomparivano nel nero. Il gioco si stava spegnendo.
«Lonnie!» chiamai. «Dobbiamo andarcene.»
Lonnie si voltò a guardarmi.
«Lonnie!» gridai. «Scappa!» Agitai le mani e indicai la barca.
Fece un passo lento e incerto verso quella direzione.
«Esatto. Scappa!» gridai.
Poi mi accorsi che tutto intorno a me stava diventando grigio. In
alcuni punti i pixel svanivano, lasciando spazio a dei piccoli buchi
quadrati con il nulla dietro di loro. L’intero villaggio, i pochi villici, i
lupi, tutti cominciarono a perdere i loro colori, un pixel dopo l’altro. I
bordi del gioco si erano anneriti e cominciavano a cadere come dei
pannelli di vetro. Il mondo intero svanì dalla mia vista e io mi trovai
da sola in un immenso spazio fatto di nulla. Sembrava un vuoto
totale: nessun colore, nessun suono, nessuna sensazione. Era come un
nuovo mondo di prova dove nessuno aveva ancora programmato
nulla. Non riuscivo a vedere nemmeno me stessa: non ero sicura di
essere lì, ovunque fosse lì. Cercai di parlare, ma non venne fuori nulla;
non sapevo nemmeno che cosa avrei detto. Anche la mia mente
sembrava spenta, come se fosse stata spazzata via.
Un momento dopo apparve una luce accecante. Strizzai gli occhi,
poi cercai di riaprirli lentamente. La luce splendeva ancora, ma
ricordava quella del menù principale. Non volevo lasciare il gioco!
Proprio mentre stavo per dire qualcosa, piombai di nuovo nel vuoto.
Dopo molti minuti tutto cominciò a tornare visibile. Il mondo
intorno a me si ripopolò lentamente: alcuni steli d’erba, la riva
marrone del fiume, alcuni cubi blu spuntarono fuori e furono
raggiunti da altri di diverse sfumature. Un momento dopo comparve
il terreno, e con esso i miei piedi. Mi trovavo su una chiazza verde di
fianco ad alcuni quadrati marroni. Accanto a me, lentamente, prese
forma una staccionata, e poi la mia mano, e la corda che reggevo. Non
sapevo nemmeno di averla afferrata. L’altro capo della corda rimase a
mezz’aria per un istante, poi lentamente comparve Lonnie.
Il giardino ritornò. Non sapevo se fosse cambiato qualcosa, così mi
girai verso il villaggio: apparve la macelleria, e il macellaio; guardai al
di là della strada di pietra dove Esme, Anton e io ci trovavamo
qualche minuto prima, ma loro non riapparvero.
Attesi, sperando che da un momento all’altro i miei amici sarebbero
ricomparsi e tutto sarebbe andato per il meglio. Se avessi avuto delle
dita, le avrei incrociate. Invece ressi la corda di Lonnie, e mi guardai
febbrilmente attorno mentre il villaggio si ripopolava ma, persino
dopo che tutto fu riapparso, il fiume di fronte a me e le colline alle
spalle, Esme, Anton e i lupi che avevo addomesticato non tornarono
indietro.
Riportai Lonnie alle barche, che miracolosamente si erano
rigenerate nello stesso posto, e lo traghettai dall’altra parte del fiume.
Stava calando la notte e ci serviva un riparo. Scendemmo a terra e
cominciammo a vagare risalendo la corrente, intorno all’altro lato
della collina. Sulla via, feci provviste da una coppia di galline e da una
mucca che passava di lì: sarebbero bastate per tenere a bada per un
po’ la nostra fame, ma sapevo che mi serviva di più. Un paio di zombi
si trovavano sul fianco della collina, ma piuttosto che combattere li
evitai. Sembravano accontentarsi di vagare senza fare troppo casino, e
li lasciai fare. Arrancammo tra fiori e terra e arrivammo su una
terrazza di pietra sulla collina. Scavai un po’ e approntai un rifugio
sulla sporgenza. La roccia della collina ci copriva le spalle e la facciata
della casa si affacciava sul fiume. Per raggiungerci, i mob avrebbero
dovuto scalare la facciata della collina e li avrei sentiti arrivare in
tempo per allestire una difesa, se fosse servito.
C’erano abbastanza provviste per creare un monolocale con un
letto, che avrei distrutto l’indomani, per costruire un arco e delle
frecce. Senza Esme e Anton, avrei dovuto cavarmela da sola.
Lasciai il letto a Lonnie e osservai il villaggio illuminato fuori dalla
finestra. Sperai che Esme e Anton non fossero troppo arrabbiati con
me, ma c’era una parte di me, più grande di quanto avrei mai voluto
ammettere, che era felice perché non erano più nei dintorni a
scocciarmi affinché rivelassi i miei sentimenti.
Aprii l’inventario: c’era abbastanza materiale per un portale di
uscita. Potevo farlo, potevo uscire dal gioco, e vedere come stavano.
Ma Lonnie? Che ne sarebbe stato del piano che aveva elaborato così
meticolosamente, il piano che adesso stavo cercando di seguire?
«Prepara, pianifica, combatti» dissi ad alta voce. Decisi di andare
fino in fondo. Mi concentrai per ricordare quali fossero i passi
successivi del piano di Lonnie. C’era una fortezza che dovevo trovare
nel Nether, fatta di mattoni Nether. Una volta giunta lì, dovevo
uccidere i blaze e raccogliere le loro verghe. Ebbi la sensazione di
dimenticarmi qualcosa di fondamentale. Lonnie non aveva parlato di
un trucco?
«Lonnie, ti ricordi come volevi abbattere i blaze?»
Giaceva steso sul letto, gli occhi fissi sul soffitto. Ormai non mi
aspettavo più nessuna risposta, ma c’era qualcosa nella sua posa che
mi diede la pelle d’oca. Non volevo indugiarvi troppo.
Camminai fuori dal capanno, aprii il mio inventario e posizionai i
blocchi di ossidiana nella forma che mi serviva: una finestra larga
quattro blocchi e alta cinque. Indietreggiando, usai il mio acciarino e il
vetro della finestra si illuminò di viola.
Il portale del Nether si ergeva di fronte a me, invitandomi ad
attraversarlo.
CAPITOLO 13

Avanzai verso il portale quando un ricordo cominciò ad assillarmi:


l’immagine di Lonnie che scuoteva la testa, sorridendo.
Guardai di nuovo verso Lonnie. Stava cercando di comunicare con
me, in qualche modo?
«Lonnie?» chiesi senza rivolgermi a nessuno in particolare.
«Quando arriveremo nel Nether, ci sarà un livello di fuoco e
fiamme epico!» La voce di Lonnie fluttuava nella mia testa. «Ci servirà
questo.»
Il ricordo mi catturò in un vortice e per un attimo ebbi la sensazione
di cadere a mezz’aria. Prima che potessi persino aprire la bocca per
gridare, mi ritrovai nel mio corpo di settimane prima. Stavo
guardando una palla di neve sullo schermo del computer.
Cercai di alzarmi, ma non accadde nulla: ero bloccata in una
versione cinematografica della mia vita, e osservavo cosa succedeva
come in playback. Il viso di Lonnie apparve in un’altra finestra sullo
schermo, con le sgargianti cuffie rosse che gli schiacciavano la
pettinatura afro. Doveva tagliarsi i capelli, non se li lasciava mai
crescere così tanto. Quel giorno eravamo in videochat perché lui aveva
l’influenza, ma le malattie non ci impedivano mai di giocare a
Minecraft.
«Una palla di neve?» mi sentii chiedere.
«Sì, sono molto efficaci contro i blaze» disse Lonnie. «Capisci? Il
ghiaccio raffredda le fiamme.»
«E fammi indovinare, dovremo costruire un altro bizzarro
marchingegno per fare le palle di neve.»
«Bingo!» Un ding echeggiò dalla mia casella e-mail. Aprii l’ultimo
messaggio di Lonnie: era una guida per creare Golem di Neve, che
sostanzialmente assomigliano a dei pupazzi di neve con teste di zucca.
Erano i mob che avrebbero potuto fabbricare le palle di neve per noi.
Le istruzioni dicevano: «Per creare dei Golem di Neve, formare dei
blocchi di neve impilando palle di neve in gruppi di quattro, e mettere
una zucca in cima». Sembrava abbastanza semplice. C’erano anche
delle indicazioni su dove avremmo potuto costruire dei Golem di
Neve e dove mantenerli. Avremmo dovuto impilare anche le palle di
neve in blocchi di neve per poterne portare una riserva nel Nether.
«Uh, Lonnie, sembra complicato» dissi.
«Chi non risica, non rosica» rispose. «Ecco, comincerò a fare dei
Golem per mostrarti come si fa. Tu puoi costruire un rifugio in modo
che non si sciolgano tutti se dovesse piovere?»
«Ehi, ho un’idea migliore. Perché non andiamo alla partita di
football venerdì sera?» chiesi. «È quella dell’homecoming, no? E le
nostre scuole giocano una contro l’altra! Siamo ufficialmente rivali!
Puoi presentarmi a tutti i tuoi amici del liceo e…»
«Bianca, mi stai ascoltando?»
Dopo quella domanda il mondo divenne buio. Rimasi immobile, il
cuore che mi batteva per il rimpianto. Quella era stata l’ultima
conversazione che avevamo avuto prima di andare alla partita di
homecoming. Avevo dimenticato di costruire quello che Lonnie mi
aveva chiesto e oramai quei Golem di Neve dovevano essere stati
ridotti in fanghiglia. Avevo deluso il mio migliore amico. Non volevo
essere lì, non volevo essere nel mondo reale.
«Voglio tornare nel gioco!» gridai. Strizzai gli occhi. Era come se
nella mia mente si fosse aperto un buco nero e io stessi lottando per
non esserne risucchiata. Non volevo vedere che cosa si trovava
dall’altra parte, non volevo sapere che cosa sarebbe successo se mi
fossi arresa. Pensai che avrebbe potuto frantumarmi in migliaia di
pezzettini. «Portatemi indietro!»
Aprii gli occhi ed ero di nuovo davanti al portale del Nether che
avevo costruito. Era giorno ed emisi un grande sospiro di sollievo.
Lonnie era vicino a me, e mi guardava con attenzione.
«Grazie per il promemoria» gli sussurrai. «E… mi dispiace non
averti ascoltato prima.»
Dovevo trovare della neve, mi servivano delle palle di neve. Mi
arrampicai in cima alla collina e, scrutando il mondo intorno a me,
vidi un freddo bioma di taiga proprio al limite della mia visuale. Lì ci
sarebbe stata neve in abbondanza.
Feci segno a Lonnie. «Seguimi.»
Mentre attraversavamo il paesaggio, cominciai a sentirmi molto
meglio. Per un momento brevissimo, fu solo un gioco. Era un giorno
come tanti, e noi eravamo i ragazzini che eravamo sempre stati
quando giocavamo nelle nostre case. Rimanere nel gioco era stata la
scelta giusta: ero rimasta al fianco di Lonnie, proprio come lui era
sempre rimasto con me. Glielo dovevo. Eravamo sempre io e lui
contro il mondo. Non c’era motivo di cambiare tutto questo solo
perché avevo incontrato altre due persone nel gioco. Esme e Anton,
poi, non erano nemmeno così carini nei miei confronti, sempre a
bisbigliarsi all’orecchio quando pensavano che non dovessi sentirli, e
a incolparmi per gli attacchi degli Endermen.
Non sapevo quanto a lungo avremmo dovuto viaggiare, ma sapevo
che dovevamo attraversare di nuovo il bioma desertico per
raggiungere quello più freddo. Ogni tanto mi riorientavo per essere
certa che stessimo andando nella direzione giusta. Vidi che stavamo
per ripassare dalla casa di Anton, solo che stavolta da quella parte
c’era un gran trambusto. Mentre ci avvicinavamo, andai in
avanscoperta.
«Guarda» dissi a Lonnie, indicando la cima di una duna. «Slime.»
Nel frattempo arrivarono due scheletri. Il rumore delle loro ossa
unito a quello dei salti e dello sguazzare dello slime produceva
un’orribile cacofonia. Anton non aveva avuto tempo di riparare tutte
le trappole, così non c’era nulla a impedir loro di distruggere la casa,
abbattendo quello che probabilmente ci aveva messo giorni a
costruire.
Mi sentii subito in colpa. Ero stata io a disattivare le trappole. Il
minimo che potessi fare per lui era annientare quei mostri.
Sfoderando la spada, caricai, urlando il mio miglior grido di
battaglia. Colpii i piccoli slime ai miei piedi mentre tenevo gli scheletri
lontani da Lonnie. Un grosso slime saltò verso di me, uno di quelli
grandi quattro blocchi, e io continuai a fendere, tagliandolo a metà più
volte e raccogliendo le palle di slime. Ma ne sbucarono fuori altri,
grossi, e mi circondarono.
Cercai di muovermi più velocemente attraverso gli slime e le orde
di scheletri che continuavano a emergere dalla sabbia, ma il numero
degli assalitori non si riduceva. Uno di loro colpì Lonnie, che cadde
lungo il fianco della duna. Nessuno degli altri mob sembrava averlo
notato, così lo lasciai dov’era e continuai a combattere. Uno slime mi
prese sul fianco sinistro, e vidi i miei punti salute calare mentre
barcollavo all’indietro, lontano dal combattimento. Ma c’era uno
zombi dietro di me, che mi prese a pugni e prosciugò altri punti
salute. Lo colpii un po’ di volte, finché non morì. Si lasciò dietro una
pala di ferro che avrei voluto sbatacchiare sulla testa degli scheletri,
ma la misi via per dopo. Mi volsi nuovamente verso lo slime, che
sembrava essersi rimpicciolito.
Gli ultimi due attacchi mi avevano fatto scivolare lungo la duna, un
po’ più vicina a Lonnie, così combattei per tornare in cima e
allontanarci da lui. Persino io sapevo che una posizione sopraelevata
mi avrebbe dato un vantaggio. Per ottenerla, dovevo combattere
questa orda apparentemente inesauribile. Come aveva detto Anton
prima, questi mob erano leggendari.
Tirai fuori dalle mie provviste sabbia, selce e polvere da sparo.
Corsi via, intorno a uno dei cubi di slime più grossi. Proprio mentre si
girava verso di me, gettai la dinamite che avevo creato nello spazio tra
noi: l’esplosione produsse un enorme cratere.
Lo slime si mosse verso di me e cadde nel buco. Un paio di quelli
più piccoli lo seguirono.
Era un po’ più difficile radunare gli scheletri, ma anche un paio di
loro ci finirono dentro. Mentre cadevano, assestai dei colpi fatali con il
mio arco e le mie frecce. Poi raccolsi le palle di slime, le ossa e una
patata man mano che cadevano.
«Non possiamo lasciarti da sola un attimo, eh?» disse una voce
familiare alle mie spalle. Mi voltai di scatto e mi sorpresi nel vedere
Anton ed Esme, corazzati come se fossero pronti a un’incursione
nell’End.
«Che ci fate qui, ragazzi?» chiesi. «Pensavo di avervi…»
«Spazzati via dal gioco con la dinamite?» completò Esme. «Sì, l’hai
fatto. Ci hai sbattuti fuori dal gioco.»
«Per fortuna, il medico di turno stamattina ci ha lasciato tornare
dentro» disse Anton.
«Ha detto qualcosa su Lonnie?» Il mio cuore batté all’impazzata.
«Bianca» disse Esme, lentamente.
Il battito nel mio petto era insopportabile. Sentivo ogni pulsazione
come un colpo di grancassa, e colpì ancora più forte quando Esme
disse il mio nome in quel modo. «Va bene» la interruppi. «Intendo se
il dottore non sapeva nulla. Mica tutti i dottori conoscono tutti i
pazienti, no? E inoltre, dovremmo concentrarci sul nostro piano. Sui
passi successivi e tutto il resto.»
Esme mi fissò per un lungo istante prima di dire: «Sì, i passi
successivi. Pensiamo che dovremmo visitare la casa di A.J. Ha creato
lui la maggior parte delle mod più complesse.»
«Perché casa sua?» chiesi. «È solo un ragazzino.»
«Per niente. A.J. conosce tutti i trucchi e conosce questo gioco molto
meglio di noi» disse Anton.
«Quindi, dov’è adesso?»
«Ricostruisce in continuazione» rispose Esme. «In posti sempre
nuovi. Gli piace far saltare in aria le cose che ha fatto e ricominciare da
capo quando il mondo si resetta, e si rigenera in un nuovo posto.»
«Quindi è difficile trovarlo» disse Anton.
«Da che parte andiamo, allora?» chiesi.
«L’ultima volta che ho controllato aveva iniziato a costruire
un’imponente fortezza nel bioma della taiga. Probabilmente
dovremmo cominciare da lì.»
«Grande, stavo proprio andando in quella direzione» dissi, felice
che questa missione secondaria impostami da Esme e Anton mi
avrebbe condotta proprio dove volevo andare.
Ci spostammo a nord, seguendo il fiume finché non deviò.
Costeggiammo la palude e, prima che facesse buio, lavorammo
insieme per allestire un rifugio sul fianco della collina, sovrastante una
vallata. L’avanzata era lenta. Feci la maggior parte del lavoro, perché
mi sentivo ancora in colpa per averli buttati fuori dal gioco. Ma
quando fu il turno di costruire trappole, Anton volle piazzarle di
persona. Ci sarebbe voluto un po’ di tempo, così decisi di occuparlo
cercando altre provviste.
Andai verso la collina vicina e cominciai a scavare. All’interno c’era
una vena di carbone, che seguii, posizionando delle torce man mano
che avanzavo. Trovai e misi da parte anche della sabbia. Scavai per
tutta la larghezza della collina e sbucai dall’altro lato affacciandomi su
una pianura con un lago da una parte, in mezzo al quale si trovava
una piccola isola di salici piangenti. Improvvisamente desiderai della
vera acqua, una vera isola su cui giacere al sole; desiderai delle linee
curve, il volto di mia madre che mi guarda e la mano di mio padre che
mi massaggia la schiena in quel modo che mi fa sempre sentire
meglio, l’abbraccio di Carrie quando si arrampica nel mio letto. La mia
intera famiglia era là fuori, nel mondo reale, ma non potevo
sloggarmi. Non volevo, non finché non avessi finito quello che io e
Lonnie avevamo iniziato.
Stava cominciando a fare buio. Era ora di tornare indietro.
Mi affrettai a raggiungere la casa a tre piani che avevamo costruito
in tempo record. «Così capiranno che non sono una noob» dissi a voce
alta avvicinandomi all’abitazione, e Anton uscì, indicandomi di
spostarmi di lato. Stavo per ignorarlo, quando ricordai che era fissato
con le trappole, quindi seguii le sue indicazioni e trovai, nel fianco
della collina, una piccola porta che si apriva su un tunnel che
conduceva in casa.
«Guarda qua» annunciò Anton. «Abbiamo trovato della redstone
nella collina.» Si spaparanzò contro un muro. Lonnie fissava fuori da
una finestra. L’oscurità era calata, e io attesi che i mostri cominciassero
ad attaccare. Diedi a Esme una spada di diamante che avevamo
ottenuto dalla razzia nella collina, e presi posizione vicino alla porta
principale mentre lei ripristinava i suoi punti nella barra del cibo.
«E se non troviamo A.J.?» chiese. «Potrebbe non aver nemmeno
giocato oggi. I dottori sono spesso nella sua stanza ultimamente.»
«È venuto nella mia, sfoggiando il suo pigiama “Gamer 4 life” e le
sue pantofole di Minecraft» dissi. «Ho la sensazione che quel
ragazzino sia sempre nel gioco.»
Vicino si udivano i versi degli zombi e degli slime, ma nessuno di
loro riuscì mai ad avvicinarsi alla casa che avevamo costruito. Non era
male, per una volta, trascorrere una notte in relativa sicurezza.
Quando la luce tornò, tirai un sospiro di sollievo.
Quando tutti i mob furono scomparsi, Esme disse che avremmo
dovuto procacciarci del cibo. Su un terreno erboso nella valle
sottostante era apparso un mooshroom, e andò a inseguirlo. Io rimasi
vicino alla casa e inseguii un paio di galline e un coniglio per un po’ di
carne e delle uova.
«Vuoi aiutarmi?» chiesi quando mi accorsi che Lonnie mi aveva
seguito. Gli tesi la mano, e lui la afferrò così che potessi tirarlo con me.
«Sarei più tranquillo se lo legassi di nuovo» disse Anton.
«No» dissi. «Avevate ragione: se voglio indietro il mio amico, devo
cominciare a trattarlo come un amico, non come un animaletto.»
Guardai Lonnie, e lui si voltò verso di me in un modo che mi fece
riflettere su quanto di lui ci fosse lì dentro, e quanto invece non
riuscisse a esprimere. Anton si schiarì la voce, mettendo fine a quel
momento, e disse: «Dovremmo andare».
Trovammo un’altra foresta e costruimmo lì il rifugio successivo,
dentro un fitto boschetto. Stavolta, al posto dell’altezza, optammo per
la larghezza. Le due stanze ai lati sarebbero dovute esplodere, a
seconda di dove si metteva piede, grazie a un intelligente cablaggio di
Anton. Le stanze più interne erano quelle dove saremmo stati. In caso
di un attacco, avremmo avuto un sacco di tempo per scappare
attraverso un tunnel scavato da me ed Esme che conduceva in un altro
boschetto. Tra la casa minata nascosta tra gli alberi, il tunnel e gli altri
alberi per coprire la fuga, avremmo dovuto essere al sicuro.
Avremmo dovuto.
Dopo aver costruito il tunnel, io ed Esme tornammo a casa,
saltando oltre una pedana a pressione nascosta con cura che sarebbe
stata la nostra ultima salvezza se fossimo stati sovrastati e avessimo
avuto bisogno di scappare. Diedi un’altra occhiata alla nostra opera
quando fummo tornate a casa. Non mentirò, ero davvero colpita da
quanto avevamo realizzato.
«Fico, eh?» commentò Anton.
«Sì, Anton, le tue trappole sono le migliori» ammise Esme.
Lui sorrise. «Qualsiasi cosa oserà avvicinarsi, verrà sparata dritta in
cielo.»
La notte giunse velocemente e ci stendemmo nei letti per farla
passare più in fretta. Ma non appena ci fummo sdraiati, udimmo delle
esplosioni ai lati e sulla facciata della casa. Corsi alla finestra più
vicina e osservai un’orda di zombi esplodere in mille pezzi. Stavo per
festeggiare, quando un’altra ondata caricò. Altri esplosivi detonarono.
Alzai la mano e Anton mi batté il cinque. Ma ci fu una terza ondata,
incluso un creeper, e questa volta si erano pericolosamente avvicinati
alla casa.
«È il momento di battere in ritirata?» suggerii.
«No» disse Anton, sicuro di sé. «Aspetta.»
Due zombi si diressero verso la porta, mentre il terzo aggirò la casa
di lato. Ero in ansia per la porta, ma sapevo che le trappole avrebbero
tenuto tutti alla larga.
Quando i primi due zombi si avvicinarono all’ingresso, si udì il
click di un interruttore, e poi un fischio che divenne sempre più acuto,
e infine… bam! Tutti e due vennero abbattuti da un’incudine. Anton
rise. Il terzo zombi continuò a muoversi sul lato finché non salì su una
pedana a pressione e saltò in aria.
Anton si voltò verso di noi, chiaramente compiaciuto di se stesso.
Ma c’era ancora il creeper che era stato in disparte mentre gli zombi
erano alla porta e, adesso che tutt’e due le trappole erano scattate,
riuscì a entrare. Non sapeva che la stanza era disseminata di
marchingegni esplosivi. Avanzò di un paio di passi, schivando in
qualche modo tutti gli inneschi, e trattenni il fiato.
«Non può schivarli tutti» disse Anton.
«Credo che sia il momento di ripiegare, come diceva Bianca»
suggerì Esme. Cominciò a mettere via le provviste e condusse Lonnie
verso la botola di fuga.
Il creeper continuava ad avanzare. Non aveva ancora attivato
nessuna trappola.
«Com’è possibile?» chiese Anton. «Ero sicuro di aver…»
«Non importa ora» disse Esme. «Andiamo!»
Ci calammo tutti e quattro nella botola di fuga. Io rimasi indietro
per sigillarla bene mentre Esme faceva strada, accendendo delle torce
così che potessimo vedere dove stavamo andando, senza attivare
accidentalmente la nostra stessa trappola. Notai quando aiutò Lonnie
a evitarla, e Anton li seguì. Ma sentii una folata gelida sulla nuca, e mi
voltai in tempo per vedere il creeper che veniva verso di me.
Rimpiansi di non avere più Ulula: era una vera attaccabrighe ed era
stata d’aiuto in tutti i combattimenti ravvicinati in cui mi ero trovata
finora. Invece mi voltai e scappai, saltando al di sopra della pedana a
pressione e correndo per raggiungere Esme, Anton e Lonnie. Prima di
arrivare all’uscita, l’interruttore scattò e l’onda d’urto dell’esplosione
ci buttò a terra.
Sbucammo tra gli alberi. Ero grata di vedere le nuvole piatte e
quadrate nel cielo notturno.
«Lo vedi?» disse Esme. «C’è un sentiero.»
C’era una stretta pista che s’insinuava tra gli alberi, che a malapena
poteva definirsi un sentiero. «Non ne sono così sicura» dissi.
«Il mondo non si genera in questo modo» disse. «Gioco qui da
abbastanza tempo per sapere che cos’è un sentiero e cosa no.»
Guardai Anton per una conferma, ma si limitò a fare spallucce.
Lonnie arrancava dietro a Esme e io mi misi di nuovo in retroguardia,
cercando di registrare esattamente quale via stessimo seguendo,
casomai avessimo dovuto battere in ritirata.
Camminammo fino al sorgere del sole, spostandoci nettamente
verso l’alto. C’erano più conigli lungo la via, che mettemmo da parte
per la carne. Attraverso un piccolo intrico di cespugli, vidi un altro
lupo grigio e mi avvicinai. «Ehi» dissi. Mi guardò per un attimo prima
di fuggire.
«Cosa?» domandò Esme.
«Hai visto quel lupo?» chiesi.
«No» dissero Esme e Anton all’unisono.
«È solo che… Stavo pensando a Ulula, e poi all’improvviso, ecco
che appare un lupo, e…»
«… E ci sono un sacco di lupi nel gioco: non è una coincidenza né
roba simile» disse Esme, sarcastica.
Le feci il verso e proseguii. Ci spostammo su un’alta rupe rocciosa
che si stagliava su un bioma ghiacciato. In basso, di fianco a un lago
congelato, c’era un grosso edificio. Andai in fibrillazione solo a
guardarlo.
«Eccolo» dissi.
«Come fai a esserne così sicura?» chiese Anton.
«È strano e complicato» risposi. «È proprio il tipo di struttura che
costruirebbe un ragazzino. Mi fa pensare ad A.J. Inoltre, che altro
possiamo fare? Dare un’occhiata non ci ucciderà.»
«Le ultime parole famose» aggiunse Anton.
«Però è molto a valle» dissi, sporgendomi dalla rupe.
Anton mi spinse di lato. «È Minecraft» disse. «Puoi letteralmente
piazzare dei gradini mentre scendi.»
«Vero» dissi.
«Be’?» chiese. «Quelle scale non si faranno da sole. E sei tu quella
che vuole controllare la casa.» Indicò oltre la rupe.
«Oh, dài, Anton» disse Esme, esasperata. «Ci siamo dentro tutti
insieme.»
Lui fece un lamento ma si mosse, tirando fuori il suo piccone per
aiutarmi a creare una scala nel fianco della collina. Si unì anche Esme,
e le sorrisi un po’ prima di unirmi, grata per il loro aiuto. Mi sentivo
sollevata per il fatto di non essere sola e perché avrebbero davvero
aiutato a seguire il piano.
Diedi un’occhiata al forte di A.J.: era colui che mi aveva fatta
entrare nel gioco; sicuramente aveva i codici per sistemare il mio
amico.
«Manca poco, Lonnie» dissi, mentre intagliavo un altro gradino
nella roccia ghiacciata.
CAPITOLO 14

«E dài, A.J.! Cos’è questa roba?» Anton alzò le braccia.


Un largo fiume di lava si frapponeva tra noi e quello che sembrava
un intrico di sistemi di sicurezza molto più ardito di quello che Anton
aveva elaborato nella sua casa nel deserto.
«Cosa? Solo perché ha messo delle barriere intorno a casa sua?»
chiesi. «Tu hai fatto lo stesso.»
Si spostò un po’ più a sinistra. «Guarda, è un filo di redstone.»
«In piena vista?» chiese Esme.
Anton avanzò un po’, ignorando la domande di Esme. «Quelle
sono pedane a pressione. Ne sono sicuro.» Si stese per terra e strisciò
in avanti, verso la facciata della casa. «Sì, sono pedane a pressione,
senza dubbio, e proseguono da questa parte…» Si alzò e si mise a
correre. Lo seguimmo al lato della casa, dove divenne chiaro che
stavamo osservando un complicato sistema di leve, botole e pedane a
pressione collegate a chissà cosa, sistemate in un elaborato labirinto
che circondava completamente la casa.
«Quanti anni ha il ragazzino?»
«Undici» rispose Esme.
«È un genio» disse Anton, che diceva sul serio ed era davvero
strabiliato.
«A.J. ha molto più tempo a disposizione» disse Esme.
«Più tempo di noi, che siamo bloccati nei nostri letti d’ospedale?»
chiesi.
«Anche se è più giovane di noi, A.J. è in ospedale da molto più
tempo» disse.
«Uh, brutta roba.» Non riuscivo a immaginare come sarebbe stato
trascorrere la maggior parte della mia vita da malata. La dottoressa
Nay aveva detto ai miei genitori che mi attendevano tre mesi in
ospedale e sei mesi di riabilitazione. Nella mia testa, mi stavo
preparando a trascorrere il Natale fissando un soffitto beige. Mi sarei
persa il resto del mio semestre da matricola.
Scossi la testa e osservai il campo minato che dovevamo
attraversare. «Penso che nemmeno tu saresti in grado di fare una cosa
del genere, Lonnie» sussurrai.
Lonnie si trascinava lungo il retro della casa, dietro di noi, ma a un
certo punto si girò e si allontanò. Corsi per raggiungerlo e recuperarlo.
Esme osservò in silenzio mentre lo riportavo indietro e lo infilavo
tra noi due in modo che non potesse andare da nessuna parte.
«E se Lonnie rimanesse così per sempre?» chiese. «Allora che
succede?»
«Non succederà» dissi con più convinzione di quanta ne avevo. E
poi aggiunsi: «Farò in modo che non accada».
«Come?» chiese.
«Sono la sua più vecchia amica» dissi. «Se qualcuno può riportarlo
indietro, sono io.»
«La domanda è: da dove lo stai riportando indietro?»
«È il mio migliore amico» dissi. «Lo riporterò indietro da qualsiasi
posto.»
Lei annuì, con esitazione, e andò da Anton. Lui stava fischiando e
mormorando qualcosa, indicando alcune parti del sistema difensivo di
A.J. come se Esme e io lo stessimo ancora ascoltando. Durante una
pausa più lunga del normale nel suo sproloquio su quanto fossero
fantastiche le trappole di A.J., Esme gli concesse un innocuo «Ah-ah» e
Anton ricominciò da capo.
Mi ricordai di avere ottenuto una pala da un mob, così la usai per
scavare delle palle di neve mentre tornavamo davanti alla casa: ne
avrei avuto bisogno per attaccare il forte del Nether.
«Allora» incalzai. «Come entriamo?»
«Sono sicuro di poter capire come fare» disse. «Ci vorrà un po’ di
tempo, tutto qui.»
«Sappiamo dove non dobbiamo camminare» dissi. «Ovunque si
trovi un collegamento di redstone.»
Anton ridacchiò e scosse la testa. «Sei proprio una noob! Pensi che
un ragazzino capace di fare tutto questo non sarebbe in grado di
nascondere tutte le trappole?»
«Ma non l’ha fatto» ribattei.
«Oppure ti ha fatto pensare di non averlo fatto» obiettò Anton.
Esme grugnì. «Vuoi dire che sono dei diversivi.»
«Esattamente» disse Anton.
All’improvviso lei sembrò affascinata dalle trappole quanto lo era
Anton.
«Sentite, niente di tutto questo ci aiuterà a entrare» sbottai.
«Aspetta» disse Anton, esasperato. «Posso capire come funziona,
anche con i diversivi. Piccolo ragazzino geniale!»
Feci un altro giro intorno alla casa. Ero sicura che Anton alla fine
avrebbe capito come entrare ma, nel frattempo, si era fatto giorno da
un po’ e mi aspettavo che da un momento all’altro sulla tundra
digitale calasse la notte. Non volevo trovarmi allo scoperto quando i
mob sarebbero sbucati fuori: dovevamo evitarlo a tutti i costi.
Ritenevo che Lonnie non sarebbe sopravvissuto a un altro attacco
senza potersi difendere. Dovevo trovare un posto dove nasconderlo,
così decisi di andare in ricognizione da sola.
La casa s’innalzava su diversi piani. Tutt’intorno al quinto piano
c’era una vetrata che sembrava racchiudere numerose piante
all’interno. Una serra, forse. I piani inferiori erano perlopiù senza
finestre (più sicuro, pensai): la serra doveva essere la principale fonte
di luce naturale della casa. E a giudicare dal modo con cui Anton
continuava a fare avanti e indietro mugugnando tra sé e sé,
stendendosi a terra, accovacciandosi e studiando il labirinto di
trappole da ogni angolazione, era l’unica via d’accesso.
«Rimani qui» dissi a Lonnie. Avevo un’idea, ma era necessario che
andassi da sola. Lonnie mi guardò e quando mi allontanai non mi
seguì. Gli sorrisi, poi mi voltai di nuovo verso la serra.
Anche se mi ci volle circa un minuto per realizzarlo, ero abbastanza
certa di aver individuato il percorso che conduceva alla serra. Se fossi
riuscita a seguirlo senza toccare nessun’altra parte del terreno, allora
avrei potuto raggiungere il lato della struttura, spaccare uno dei cubi
ed entrare all’interno. Inspirai a fondo, poi saltai su un blocco coperto
di neve sopraelevato.
Non accadde nulla, ed espirai. Saltai nell’area successiva e, di
nuovo, non scattò nessuna trappola. Risi e guardai Lonnie, che se ne
stava ancora dove l’avevo lasciato, osservandomi mentre mi
districavo con successo nel campo minato di A.J.
«Ferma!» gridò Anton mentre saltavo sul blocco successivo. Lui ed
Esme cominciarono a correre verso di me, e mentre atterravo sembrò
che il tempo rallentasse. Percepii piuttosto che udire lo scatto di una
pedana a pressione nascosta, e poi il tempo accelerò.
Non ci fu molto tempo per reagire.
Esme afferrò Anton e lo spinse via.
Io mi voltai e corsi da dove ero venuta, senza più curarmi di dove
mettevo i piedi, e buttai Lonnie a terra. Cademmo e scivolammo, ma
non abbastanza lontano.
Le trappole di A.J. detonarono con una potenza spettacolare. Una
serie di frecce infuocate volarono verso di noi; la maggior parte si
piantò nel terreno, ardendo sul posto, ma alcune di esse ci colpirono.
La fitta acuta della freccia che mi penetrò fu abbastanza dolorosa, ma
il fuoco… Cominciai a strisciare via, ma Lonnie rimase dove si
trovava, inchiodato da tre frecce che gli avevano colpito le gambe e un
braccio. Cercai di tirarlo via, ma ci piombò addosso un’altra raffica di
frecce. Mi misi le braccia sopra la testa, sperando per il meglio. Poi ci
furono una serie di esplosioni, così rumorose da farmi fischiare le
orecchie. Tutti e quattro strisciammo via dagli scoppi, proprio mentre
il terreno alle nostre spalle si spalancava come una botola
sprofondando in un lago di lava.
Continuai a strisciare dietro un cumulo di neve che fortunatamente
ci riparò dalle frecce. Esme e Anton si stavano ancora avvicinando
quando partì una terza raffica, questa volta di palle infuocate che
cadevano come grandine nera, rapide e spietate. Affondarono nel
terreno, sfrigolando mentre si scioglievano nella neve per poi
esplodere in pixel di terra. Tirai Lonnie sul cumulo di neve con me, e
cercai di gridare a Esme e ad Anton di levarsi da lì. Sentivo la gola
sotto sforzo, come se stessi gridando con tutto il fiato che avevo in
corpo, eppure nessuno di loro si mosse. Forse non potevano, non lo
sapevo. Improvvisamente mi venne in mente che il loro udito poteva
essere rimasto danneggiato dalla prima serie di esplosioni.
Trascinai Lonnie dall’altro lato del cumulo, poi mi chinai per
ripararmi. Una mano cubica si aggrappò alla cima del nostro misero
rifugio di neve, io la presi e tirai. Esme ruzzolò giù, seguita da Anton.
Mi stava dicendo qualcosa, ma non riuscivo a sentirla. Sembrava che
stesse gridando. Il volto di Anton era deformato dal dolore. Solo
Lonnie sembrava relativamente calmo, nonostante le ferite rosse che
gli si aprivano sul corpo.
Qualche secondo dopo Esme si alzò e guardò oltre le rocce. Si voltò
verso Anton e gli disse qualcos’altro. Lui annuì, e spostò il suo corpo
verso destra, sporgendosi per poter vedere la casa. Annuì ancora, e lei
lo tirò in piedi.
Salii e guardai la casa di A.J. Gli inneschi avevano tutti smesso di
fare fuoco, ma c’era un immenso cratere grigio là dove stavo saltando
prima. Tirai gentilmente Lonnie per osservare i danni. La casa,
incredibilmente, era rimasta indenne, anche se il cratere era enorme.
Quel ragazzino era notevole, dovevo ammetterlo. Probabilmente
aveva un futuro nelle demolizioni.
Tutti e quattro fissammo il cratere, sbalorditi, immobili, finché
Esme non venne dietro di me e mi spinse nella buca. Caddi contro una
roccia e uno spuntone mi colpì la spalla, mandandomi giù di un altro
livello e fermandomi prima che un’altra caduta mi conducesse nel
lago di lava. Mi inginocchiai e guardai in alto. Esme gridava contro di
me, ma non riuscivo a capire nulla, anche se (buona notizia) il mio
udito stava tornando. Era incredibile quanto si guariva in fretta nel
gioco. Se solo fosse stato così anche nel mondo reale…
Per arrampicarmi fuori aspettai che Esme si allontanasse dalla
voragine. Non ero un’idiota.
Quando uscii, Lonnie era rimasto l’unico ad attendermi sull’orlo
del cratere. Esme e Anton erano seduti contro lo stesso cumulo di
neve che avevamo usato per ripararci e parlavano tra loro. La mano di
Lonnie sfiorò la mia. Lo guardai negli occhi, alla ricerca di tracce
dell’amico che avevo nel mondo reale. Inclinò la testa, come faceva a
volte il vero Lonnie quando aspettava che capissi qualcosa. Sapevo
che cos’era: avrei dovuto confrontarmi con Esme e Anton prima o poi.
Era meglio risolverla subito.
Mi avvicinai a loro, portandomi dietro Lonnie come sostegno. «Non
pensavo che sarebbe successo» dissi.
Esme sollevò lo sguardo, socchiudendo le palpebre. «Perché?»
chiese.
Non avevo idea di che cosa volesse dire, così attesi.
Si alzò. «Perché non pensavi che sarebbe successo?» chiese. Mentre
parlava si avvicinò, così alla fine della domanda era proprio davanti
alla mia faccia.
Feci un bel passo indietro. «Come avrei potuto saperlo?»
Rise. Anton si accigliò, e Lonnie mi guardò di nuovo di sbieco.
«Avrei capito come fare» disse Anton. «Avresti potuto aspettare.»
C’erano un sacco di ottime risposte da dargli. Avrei potuto dire:
“Lo so, mi dispiace”, oppure: “Hai ragione”, o forse: “Sono un’idiota
colossale e capirei se mi abbandonaste qui”. Ma, invece, venne fuori:
«Ci stavi mettendo una vita. Dovevo trovare un posto sicuro per
Lonnie».
Anton si alzò in piedi con un po’ di difficoltà e mi fissò. Esme era di
fianco a lui, come se fosse lì per sostenerlo nel caso volesse assalirmi
anche lui. Mi guardò con rabbia, ma poi si voltò verso la casa.
«Che senso ha?» chiese. «Non ne vale nemmeno la pena.» Lasciò
che Anton si appoggiasse alla sua spalla, mentre si allontanavano.
Lonnie mi guardò di nuovo, poi cominciò a seguirli mentre
costeggiavano l’orlo del cratere. Sbuffai di frustrazione prima di
seguirli.
Anton esaminò con attenzione la porta di legno e l’intelaiatura
come se potessero essere esplosive anch’esse. Stavolta, aspettai: avevo
imparato la lezione. Poi Lonnie spinse Anton di lato, aprì la porta ed
entrò in casa.
Indietreggiai.
Non accadde nulla.
Quando tornai a guardare, Lonnie si trovava dentro un’ampia
stanza e ci guardava come se fossimo degli stupidi a pensare che un
ragazzino che aveva speso così tanto tempo per difendere all’esterno
la sua casa potesse pensare di avere ancora bisogno di un’altra
trappola sulla porta.
Anton sembrò scocciato, ma entrò. Io seguii i passi di Esme perché
non volevo causare più guai di quanti ne avessi già causati. Ma
mentre seguivamo Anton che si muoveva con attenzione nella stanza
al piano terra, ci rilassammo sempre più. L’abitazione di A.J. era una
casa dei divertimenti con pochi oggetti utili buttati qua e là.
Proprio come nei sogni di un undicenne.
In un angolo della prima stanza c’era un caminetto con un fuoco
scoppiettante e nell’altro una cascata. Contro un muro c’erano una
libreria e un tavolo con una lampada. Presi un libro con scritto Regole
sul dorso. Dentro diceva:
Non giocare con le galline.
Non toccare le leve.
Non andare al quarto livello.
Non usare la scala.
Le lessi ad alta voce per farle sentire a tutti. Lonnie fece un paio di
passi dentro la stanza successiva, ma Anton lo fermò prima che si
addentrasse troppo, dicendo «Aspetta» e spingendolo via. Questa
stanza era più piccola della prima e piena di casse addossate a una
parete. C’era un letto nell’angolo opposto e ai suoi piedi una scala che
conduceva al piano superiore.
«Non usare la scala» ripetei.
Esme vi poggiò la mano, come per testarla. «Sembra tutto a posto.»
«Deve esserci un altro modo per salire» dissi. Mi mossi attorno alla
stanza per trovare un altro passaggio, ma c’era solo un’altra porta sul
retro della stanza vicina, che aveva un pavimento di pietra e una serie
di leve su una delle due pareti. Anton le studiò con attenzione.
Esme mise un piede sul primo gradino della scala e lo testò con il
proprio peso. «Ancora tutto a posto.»
«Non farlo» sibilò Anton con rabbia. I suoi occhi ci fulminarono
entrambe. «Che nessuna di voi due muova un muscolo.»
«Nemmeno un pixel» dissi, cercando di ridere, ma un’altra occhiata
tagliente di Anton ed Esme mi spinse a guardarmi attorno nella stanza
come se fosse il più affascinante scenario digitale che avessi mai
incontrato. Mi voltai verso Lonnie e chiesi: «Ti vuoi sedere?».
«Ti ricordi come ci si siede, vero?» disse Esme, prendendoci in giro.
«Shhh!» scattò Anton. «Sto cercando di capire come funziona.»
«Sì, stare seduti è una grossa distrazione» dissi.
«Saltare in aria è una distrazione» disse lui. E quando mi vide
alzare gli occhi al cielo, mugugnò.
«Pensi davvero che abbia messo delle trappole dentro casa sua
quando fuori era così ben protetta?» chiesi.
«Non importa» disse Esme. «Devi muoverti, o salgo sulla scala.»
«No, non lo farai» dissi.
«Presto vorrai farlo anche tu» disse indicando fuori dalla finestra.
Fuori si stava facendo buio, il che non era la cosa peggiore. No, la
cosa peggiore era l’orda di zombi che aveva circondato la casa e il
cratere, e sembravano tutti fissare noi, avvicinandosi sempre più. Il
frastuono prodotto dalle trappole che avevo fatto saltare doveva averli
allertati sulla nostra posizione. E ce n’erano tantissimi: a dozzine, forse
centinaia. Una fila dopo l’altra, il caos digitale incombeva.
Guardai Anton e dissi: «Sbrigati!».
CAPITOLO 15

«Fa’ qualcosa!» dissi di nuovo. Spinsi Lonnie sulla sedia e guardai


Esme, che aveva ancora un piede sul primo gradino della scala e due
mani piantate sui corrimani, e poi Anton, che ora giaceva prono e
osservava quella che sembrava una piccola crepa tra il pavimento e il
muro.
«È un falso muro» disse.
«E...?» chiesi.
Esme non aveva ancora cambiato posizione, ma aveva tirato fuori
arco e frecce, puntandoli verso la porta e l’oscurità crescente.
«Dunque?» chiesi di nuovo.
«Aspetta» disse Anton, impaziente.
Esme si allontanò dalla scala e si posizionò di fianco alla libreria,
con la freccia ancora puntata verso la porta.
«Forse dovremmo usare la scala» suggerii. «È l’unica via d’uscita
da questa stanza.»
«E io ti dico che non lo è» ripeté Anton. «Ma se aggiungi ancora
un’altra parola, non ti dirò qual è la via d’uscita e potrai affrontarli
tutti da sola.»
L’orda di zombi incombeva, gemente. Alcuni erano riusciti ad
aggirare i crateri, ma la maggior parte cadeva nelle buche che avevo
provocato nella parte anteriore e in quella laterale della casa. Ma
continuavano ad arrivarne e caderne tanti altri che presto le buche si
sarebbero riempite; immaginai il resto degli zombi entrare dalla porta
calpestando le schiene e le teste dei loro compagni non-morti.
«Avete mai visto qualcosa del genere?» chiese Esme. «Mai
successo?»
«No» risposi. «Che cosa facciamo?»
«Aspettate» disse Anton.
«Sono quasi qui» ribattei.
«Solo un minuto» disse Anton con voce più acuta.
«Siamo fritti» esclamai.
Con la coda dell’occhio vidi Esme arretrare di poco e
inginocchiarsi. Il suo arco era ancora puntato fuori dalla stanza, ma
ora sembrava puntare a qualcosa di molto più alto… o più in alto. “Gli
zombi non dovrebbero essere piccoli?” mi chiesi. “E che cos’è quel
ronzio?”
«Anton?» chiesi.
«Che c’è?» sbottò.
Un’esplosione scosse la parte esterna della casa e fece saltare in aria
la porta. Scivolò sul pavimento, verso di noi, e si fermò a pochi
centimetri dai piedi di Lonnie, frapponendosi tra noi due.
Gli zombi irruppero nella stanza. Saltai oltre la porta e afferrai
Lonnie, ma invece di seguirmi ciecamente come aveva fatto prima,
tirò via la mano e schizzò verso la porta aperta, quasi intasata dalla
creature verdi.
Venne travolto velocemente e circondarono anche me. Assestai
qualche colpo con una spada di diamante, ma erano troppi.
«Trovato!» disse Anton. Lo vidi guardare in alto e poi guardarsi
intorno, e il sorriso sul suo volto si mutò in paura prima e frustrazione
poi. «C’ero quasi» disse, triste.
«Dove?» chiesi. «Magari funziona ancora» dissi.
Esme scagliò le sue frecce contro l’orda. Ci volevano diversi colpi
per abbattere gli zombi, e ne arrivavano a frotte. Continuai a colpire
con la spada mentre spingevo Lonnie indietro, lontano dal pericolo.
Mi voltai per vedere dove fossero Anton ed Esme, ma uno zombi mi
colpì, mandandomi a gambe all’aria. Il mio corpo era rigido mentre
cadevo sul pavimento, e non sapevo se avrei avuto l’energia per
sfuggire al non-morto che si avvicinava, ma poi qualcuno mi trascinò
via. Con una velocità sorprendente, venni trascinata indietro verso il
muro dove Anton stava lavorando poco prima, e poi in qualche modo
dall’altra parte. Udivo ancora i gemiti degli zombi che si muovevano,
ma per qualche motivo non mi seguirono. Alzai lo sguardo per
ringraziare Esme o Anton per avermi salvata, visto che, diciamolo,
non mi dovevano niente, e mi trovai a guardare Lonnie. Forse era
stato uno scherzo della luce, ma sembrava quasi che mi sorridesse,
come se mi avesse riconosciuta. Un senso di calore mi invase il petto
quando mi tese una mano e la usai per tirarmi su.
«Lonnie?» dissi.
Si trascinò nell’oscurità della stanza, portando con sé quello che
forse era stato davvero un sorriso, il volto nascosto nell’ombra.
«Mi hai salvata» dissi. Mi guardò per un attimo, poi si girò.
Esme e Anton erano anch’essi da questo lato e osservavano in
silenzio.
«Avete visto, vero?» chiesi, l’eccitazione che alzava il mio tono di
voce di un’ottava. «Sta migliorando.»
Esme fece un profondo sospiro, chiaramente non convinta. Anton
m’ignorò del tutto. Accese una torcia ed esplorò lo spazio angusto.
«Mi ha salvata» dissi loro.
Di nuovo, nessuno dei due reagì.
«Lo ha fatto» sussurrai.
Poi Esme disse: «A volte il cervello inganna la vista».
Il commento di Esme e il suo sguardo gelido mi fecero risalire il
terrore dallo stomaco.
«Ho capito come salire» disse Anton, arrestando la paura che mi
strisciava nelle vene.
Fuori, si udì un rumore di graffi e poi un’altra serie di piccole
esplosioni.
«Da quando gli zombi usano gli esplosivi?» chiesi.
«Credo che fosse la scala» disse Esme. «Il suono sembrava
provenire da quella parte.»
«Meno male che non l’abbiamo usata allora» disse Anton. «E che
abbiamo aspettato che capissi come uscirne.»
Anton aveva scoperto quella che era poco più di una crepa nel
pannello di legno della parete. Ci si era infilato e ne era stato
immediatamente risucchiato, come in uno di quei tubi penumatici che
usano nelle banche.
Esme spinse avanti Lonnie e lo seguì. Io entrai per ultima e fui
strattonata come in un ascensore senza pavimento né pareti. Quando
ci fermammo, entrai in una stanza illuminata: la serra in cui avevo
cercato di fare irruzione, attivando tutte le trappole. Esme mi vide
fissare la distruzione che avevo causato.
«Penso che sarebbe stato fico se ci fossi riuscita» disse.
Non sapevo che cosa dire. “Grazie” sembrava troppo, e “già”
sembrava troppo poco. «Mi dispiace non avercela fatta» è quello che
risposi alla fine.
Annuì appena, poi si mise a esplorare la stanza.
Se non avessi già capito quanto fosse notevole A.J., dopo aver visto
i vari livelli di trappole e di bombe che aveva creato per tenere tutti
lontano da casa sua, sarei stata sicuramente impressionata in quel
momento. Ci trovavamo nel mezzo di una grande serra che era stata
meticolosamente pianificata. Gli alberi da frutto circondavano il
pavimento su tre lati, e al centro si trovavano file di piante
commestibili in aiuole circoscritte con percorsi definiti in mezzo. Il
ragazzino avrebbe potuto sopravvivere qui per settimane senza dover
mai uscire. Tra tutto questo e le trappole fuori, avrebbe potuto
resistere fino alla fine del mondo. Alcune parti della serra avevano un
pavimento di vetro che si affacciava su altre parti della casa.
«Un pavimento di vetro, Lonnie! Vedi?» dissi eccitata.
«È come un fortino. Una specie di nascondiglio» disse Esme.
«Sembra che si stesse preparando per una grande missione» disse
Anton.
«Andare nell’End, forse» suggerii. Mi guardai intorno, sperando di
trovare in questo posto tutto il necessario.
Gli occhi di Anton guizzarono verso di me. Passeggiò fino a un
cespuglio perfettamente quadrato di fragole e ne raccolse un po’ per
mangiarle. «È fantastico qui. Come è riuscito a fare tutto questo nel
gioco?»
Lonnie si mosse verso un albero e raccolse una mela. Ridacchiai:
solo in un mondo digitale la frutta poteva crescere tutta nello stesso
periodo dell’anno. Cominciai a rifornire il mio inventario: avrei avuto
bisogno di cibo una volta giunta nel Nether.
«Non so come abbia fatto» dissi.
«Con un’attenta pianificazione» disse Esme. «In un lungo periodo
di tempo.»
Fischiai. La mia vita era in pausa all’età di quattordici anni per via
dell’incidente, e lo sarebbe stata per qualche mese, ma se fosse la tua
intera vita a essere stata messa in pausa? Per A.J., probabilmente,
Minecraft era l’unica via di fuga.
«Che altro c’è lì?» mi chiesi.
Anton toccò un punto tra due alberi contro la parete lunga, e una
porta si aprì. «Scopriamolo.»
«Vieni, Lonnie» dissi, convinta che sarei dovuta andare a prenderlo
per farci seguire, ma lui alzò lo sguardo e venne verso di noi, come se
avesse capito. Mi bloccai, non volendo fare nulla che potesse alterarlo,
ma in realtà avrei voluto piangere o ridere o gridare a Esme e Anton
che avevo sempre avuto ragione. Invece, rimasi immobile e aspettai
che Lonnie mi raggiungesse, sorrisi appena un po’ e attraversai la
porta scoperta da Anton, seguita dal mio migliore amico.
Stava tornando. Ne ero certa.
«No» disse Esme, con tono piatto.
«Cosa?» chiesi. «Non ho detto niente.»
«So che cosa stai pensando» continuò. «L’hai chiamato ed è venuto
da solo, giusto?» Fece una pausa, forse aspettandosi che rispondessi
annuendo o con un sì, e quando non feci né l’una né l’altra cosa,
continuò: «Pensi che sia di nuovo in sé, ma non lo è». Proseguì nella
nuova stanza, senza ulteriori spiegazioni.
Era una stanza piena di cibo, solo che stavolta era riempita di
pollai, pecore e porcili. Anche in questa stanza c’erano delle piante,
anche se molte di meno rispetto all’altra.
«Non giocare con le galline» ricordai a tutti.
«Cosa pensi che succederebbe se lo facessimo?» chiese Anton.
«Non voglio scoprirlo» commentò Esme. Entrò in un recinto delle
pecore, ne prese una e cominciò a tosarla.
«Dovrai impegnarti molto di più per convincermi che non sta
succedendo» dissi. «Altrimenti, perché sarebbe venuto qui quando
l’ho chiamato?»
«È la programmazione di A.J.» disse semplicemente. Finì di tosare
la pecora e mise da parte la lana, poi rimise la pecora nel recinto, dove
riprese a belare con tutte le sue compagne. «Risponde ai tuoi comandi
vocali. Lonnie reagisce, ma non agisce di testa propria.»
«Agisce per conto suo eccome» insistetti. «L’ho visto, sta
comunicando con me per mezzo dei suoi ricordi.»
Esme alzò le mani come se avessi dimostrato che aveva ragione.
«Ehi, sto solo cercando di avvertirti, il gioco non funziona così.»
«Il gioco a cui io sto giocando sì» dissi. «Perché non mi credi?
Perché non vuoi aiutarmi?»
Esme mi guardò, serissima. La sua voce, però, era gentile: «È
proprio quello che stiamo cercando di fare». Inspirò a fondo. «Il tuo
amico Lonnie non c’è, non è mai stato ricoverato né in Traumatologia
né in Pediatria. Non so che altro dirti, ma non è qui con te in questo
momento.»
Guardai Lonnie, sperando che facesse qualcosa per smentirla, ma
se ne stava impalato lì e basta. Poi guardai Anton, ma era lontano da
noi, dall’altra parte della stanza, che raccoglieva provviste e
mugugnava. Riuscii a capire solo “grande”, “genio” e “uscire di qui”.
Da lui non avrei avuto nessun aiuto.
«Ti sbagli» sussurrai, allontanandomi da lei e portando Lonnie con
me.
Salimmo di un piano, raggiungendo quella che sembrava la zona
notte, con delle pareti di legno intagliate, un paio di letti e due tavoli.
Poi c’era un’altra stanza con una libreria, corredata con un trampolino
nel mezzo, probabilmente per raggiungere i ripiani più alti, e infine
una stanza con quella che sembrava una struttura per portali.
«No, è proprio un ragazzino. Un genio di ragazzino, ma pur
sempre un ragazzino.» Anton allungò una mano dentro la struttura
per i portali e la sua mano sparì.
«Non farlo!» gridò Esme.
«Sento qualcosa» disse lui. Tirò indietro la mano, stringendo
un’arancia, che mangiò subito, e rise. «È straordinario! Seriamente,
che mod sono queste?»
Osservando il portale, mi venne un’idea. «Rifallo» dissi. «Ma
quando te lo dico io.» Tornai alla serra e gridai: «Adesso!». Osservai il
giardino per vedere se la mano di Anton appariva da qualche parte.
Come mi aspettavo, la trovai vicino al ramo di uno degli aranci. Mi
arrampicai e gli battei il cinque.
«Sei tu?» gridò lui.
«Sì!» dissi.
«Che figata!» rispose.
Tornai nella stanza dei portali, dove Esme e Anton stavano
provando altri archi.
«Come ha fatto?» chiese Esme.
«Il ragazzino può fare qualsiasi cosa, credo» dissi. Mi sentivo
sempre più speranzosa, soprattutto perché i portali non sembravano
condurre verso delle uscite, ma solo entrate. Era un modo brillante per
andare in giro, senza dubbio. Solo A.J. avrebbe saputo come usarli.
«Bene, per quanto sia grandioso, lui non è qui» fece notare Esme.
«Non ci sono trucchi da ottenere, quindi che cosa facciamo?»
«Dovremmo aspettare il ritorno di A.J.» disse Anton.
«È uno spreco di tempo» esclamai. Più aspettavamo, più Esme
avrebbe tentato di convincermi ad abbandonare la mia missione. «Ho
tutto il materiale necessario per costruire un portale del Nether,
perché mai dovrei aspettare?»
«Dobbiamo rimanere uniti, ricordi? È la promessa che ci siamo
fatti» disse Anton. «O le infrangi spesso come fai con i piani?»
«Sentite, non conoscete né me né Lonnie» dissi, sentendo la rabbia
crescermi dentro. «Non sono tenuta a mantenere nessuna promessa
con voi!»
«Tu che ne pensi?» Esme guardò Lonnie. «Che cosa pensi
dell’incapacità di Bianca di affrontare la verità?»
«Non ci provare» dissi.
«A fare cosa?» chiese Esme, mettendosi le mani sui fianchi e
fissandomi.
«Non parlare a Lonnie in quel modo.»
«Quale modo? Gli ho solo fatto una domanda, per coinvolgerlo
nella conversazione. Come hai fatto tu per tutto il tempo che ce lo
siamo tirati appresso. Non è questo che dobbiamo fare? Cercare di
farlo reagire?»
«Non è quello che stavi facendo» dissi. «Sei stata meschina. Non
farlo.»
«Sto cercando di esserti amica, Bianca! Sto cercando di mostrarti la
verità! Non si accorgerebbe se mi sto comportando male con lui o no,
perché non è nemmeno qui!»
Non so quando esattamente mi scagliai contro Esme e la spinsi per
terra e cominciai a prenderla a pugni, ma lei si rialzò un momento
dopo e mi prese a pugni a sua volta, e non sembrava affatto una
dodicenne. Alzai le mani per proteggere il viso, sperando che i colpi
finissero presto, e un attimo dopo si fermò. Alzai lo sguardo,
aspettandomi di vedere Anton che me la levava di dosso, ma era
Lonnie. L’aveva sollevata e si era messo tra di noi. Lei arretrò.
Un attimo prima ero quasi convinta che avesse ragione e che il mio
amico se ne fosse andato, ma ora non sapevo più che cosa stava
succedendo.
«Smettetela voi due» disse Anton bruscamente, ma guardò
direttamente Esme. «Non è così che risolviamo le cose, non serve a
nulla. E comunque dovremmo muoverci: siamo qui da due giorni.»
«Due?» dissi.
Annuì. «Voi non avete fatto caso alla luce, ma io sì.» Indicò fuori,
dove il sole stava cominciando a brillare.
«È passata solo una notte» dissi. «Ne sono certa.»
Scosse la testa. «Due. Siamo arrivati qui poco prima che calasse la
notte. Poi c’è stato l’attacco zombi e abbiamo scoperto come salire qui.
E mentre esploravamo, sono passati un altro giorno e un’altra notte.»
Nessuno si mosse per un po’, e io avevo paura che suggerissero di
nuovo di lasciare il gioco.
«Venite con me nel Nether o no?» Non mi piacque come tremò la
mia voce quando posi la domanda, ma dovevo saperlo.
«Veniamo» disse Anton, guardando Esme con attenzione. «Prima
raccogliamo altre provviste.»
«Quante possiamo prenderne?» chiesi, prendendo in
considerazione di fare man bassa tra le scorte del ragazzino, anche se
sembrava un po’ maleducato. «Prendiamo la sua roba? A A.J. non
importa?»
«È il gioco» disse Esme. «Che tu stia giocando o no.»
«Va bene» dissi. «Vi do un altro giorno per radunare quello che vi
serve prima che io e Lonnie ci dirigiamo nel Nether, con o senza di
voi.» Infuriata, me ne andai nella serra, dove raccolsi tutte le mele che
erano cadute.
CAPITOLO 16

Controllai due volte le provviste per essere certa di avere tutto ciò che
mi serviva per il Nether. Raccolsi un sacco di palle di neve. Riparai il
mio piccone di diamante, presi arco e frecce dall’arsenale di A.J., e feci
il carico di torce e secchi. Avevo persino incantato la mia armatura con
una protezione contro il fuoco. Il mio inventario era quasi pieno
quando ebbi finito.
Anton, Esme e Lonnie sedevano in attesa fuori dal frutteto, nella
piccola stanza antipanico piena di casse. Anche loro erano armati fino
ai denti. Anton ed Esme avevano persino escogitato un modo per
caricare di armi Lonnie, che ora aveva anche lui la sua armatura.
Mentre entravo, colsi la fine di una conversazione tra Esme e Anton.
«Che cosa succede quando entri nell’adolescenza?» chiese Esme ad
Anton mentre cominciavano a incantare le loro armature. «Perché
tutti quelli della tua età diventano strani e angosciati?»
«Il liceo è come Jumanji» disse Anton. «Vieni buttato in una giungla
e devi capire da solo come cavartela, e se non ci riesci, vieni
schiacciato.»
«Nemmeno Lonnie sembrava amare il liceo» dissi palesando la mia
presenza. «Diceva che era come essere circondati da diversi tipi di
mob e di boss.»
«Sembra che sapesse di che cosa stava parlando» disse Anton, il
tono ammorbidito da una vaga tristezza. Per un attimo mi chiesi come
sarebbe stato se fossimo stati quattro ragazzini qualsiasi che
giocavano a Minecraft. Forse saremmo stati tutti amici.
«Dobbiamo continuare a giocare per uscire di qui» dissi, tornando
alla nostra missione.
«Ottimo» disse Esme. «Purtroppo A.J. non si è fatto vivo. Sarebbe
stato un buon giocatore da avere dalla nostra parte.»
«Basteremo noi quattro: abbiamo combattuto mob a non finire da
quando siamo qui, siamo bravi. Nel Nether non c’è nulla che non
abbiamo già visto qui nel mondo principale» dissi. Indicai le pile di
casse. «Ora apriamo quelle bellezze e vediamo che cosa c’è dentro.»
Anton scosse la testa. «È inutile.»
«Perché?» chiesi.
«Queste sono vuote, e quella è una cassa dell’Ender.»
Come avevo fatto a non accorgermene? La cassa era nera e sopra vi
fluttuavano delle particelle viola.
«Abbiamo ottenuto tutto ciò che potevamo da qui» disse Esme. «È
ora di andare.»
Si diresse verso il buco nel pavimento per uscire.
«Non dimenticatevi, l’unica possibilità che abbiamo di
sopravvivere è restare uniti» disse Anton. «Se costruisco un portale
per andarcene, stavolta tutti dobbiamo attraversarlo.»
«Va bene» concordai. Dall’ultima volta che Anton aveva provato a
farmi andare via, Lonnie era migliorato così tanto che ero convinta
che, per allora, sarebbe tornato come prima.
Mentre Lonnie scendeva, guardò me e poi il buco come per
chiedermi se l’avrei seguito. «Arrivo» dissi. Sembrò abbastanza
soddisfatto da calarsi giù.
Ci radunammo nella serra. Esme individuò un paio di casse
normali e saccheggiò le poche scorte che contenevano. A.J. era
abbastanza furbo da aver immagazzinato tutta la roba di valore nella
cassa dell’Ender, a quanto pareva.
«Ultima possibilità di controllare le vostre scorte» dissi. «Una volta
costruito il portale, ci entro, che siate pronti o no.»
«Wow, che tiranna» commentò Anton.
«Preferisco pensare di avere delle qualità da leader, grazie» lo
corressi.
Ridacchiai, e Lonnie si girò verso di me con un sorriso. Era proprio
il genere di cosa che avremmo trovato divertente nel mondo reale,
fuori da Minecraft. Mi ricordai anche che Lonnie aveva accennato alla
necessità di una rete da pesca per poter trascinare i blaze a portata di
tiro. Scossi la testa, meravigliata: Lonnie stava comunicando con me in
maniera telepatica, ne ero certa. In quale altro modo avrebbe potuto
innestarmi tutti questi ricordi per guidarmi nella nostra missione? Poi
scorsi uno sguardo di rimprovero di Esme, e mi fermai.
Anton batté insieme le mani e le strofinò come un cattivo vecchio
stile dei cartoni animati, ma senza i sottili baffi arricciati. «Bene,
facciamolo! Finito il viaggio nel Nether, tocca all’End, e poi ce ne
andiamo!»
Stavo per spiegare perché avremmo dovuto aspettare e trovare
prima una rete da pesca, poi mi fermai. C’era una corrente fredda
dentro la stanza. Mi guardai attorno, cercando di capire da dove
proveniva. Fuori dalla finestra, nei posti rimasti indenni dalle
esplosioni che avevo provocato, la tundra ghiacciata restituiva lo
sguardo. Non c’era nulla di diverso, ma era quasi come se qualcuno
fosse entrato in casa lasciando la porta aperta. La corrente mi sfiorò di
nuovo.
Anton era già sceso lungo l’ascensore pneumatico. Esme si era
spostata in un’altra stanza, controllando che ci fosse qualcosa da
razziare.
Camminai attentamente intorno alla serra, cercando. Un po’ più in
là lungo il percorso c’era qualcosa di ombroso in piedi tra due alberi
di melo. Si voltò.
Un Enderman.
Con una cicatrice bianca in mezzo al viso.
Mi udii trattenere il fiato, e poi il suono del mio stesso grido. Spinsi
via Lonnie, facendolo finire sull’aiuola di carote. Una gallina mi volò
davanti, accecandomi per un paio di secondi. Quando ebbi di nuovo
la visuale libera, l’Enderman era più vicino. Aprii l’inventario e
sfoderai la spada di diamante.
«Non funzionerà» dissi all’Enderman. «Non mi fai paura.»
Ma qualcosa in quella cicatrice mi raggelò fino al midollo.
Venne dritto verso di me, veloce come sempre mentre sollevavo la
spada. Colpii il braccio dell’Enderman, che arretrò di un passo, ma poi
protese l’altro braccio per ricambiare. Lo schivai. I miei punti salute
erano ancora bassi: dovevo stare attenta. L’Enderman fece un passo di
lato e tornò ad avvicinarsi. Mi mossi insieme a lui, e brandii di nuovo
la spada. Stavolta colpii il torso. Il braccio dell’Enderman schizzò in
avanti, come una saetta, raggiungendomi al volto. Il colpo bruciava
come il fuoco. Arretrai, poi corsi in avanti, con la lama della spada
parallela al pavimento. Un altro affondo. Un altro affondo
dell’Enderman. Un’altra sberla che mi fece sentire il braccio in
fiamme.
Crollai a terra e avvertii il pavimento duro sotto il ginocchio.
L’Enderman sollevò di nuovo le braccia e vidi la cicatrice bianca. Fu
allora che capii di averla già vista, nell’incidente: la persona nell’altra
macchina aveva un taglio sul viso, come l’Enderman. Solo che non era
bianca. Era rossa. Scossi la testa per levarmi da sotto gli occhi
l’immagine dello squarcio sul volto dell’altro autista, ma non ci riuscii.
Ero stanca. La stanza sembrava vorticare intorno a me. Poi mi
accorsi che qualcuno mi stava trascinando via. Era Lonnie, che mi
portava via dall’Enderman. Ma chi avrebbe impedito all’Enderman di
attaccarlo? Alzai la testa quel tanto che mi bastò per vedere Esme
prendere la mira con l’arco. Quando Lonnie mi ebbe portata
all’ascensore, Esme aveva scoccato il colpo finale e l’Enderman si era
distrutto.
Lonnie e io entrammo nell’ascensore che ci risucchiò fino al primo
piano. Anton era lì, e sembrava terrorizzato.
«Che succede?» ci chiedemmo all’unisono. Rispondemmo anche
nello stesso momento, e quindi nessuno capì che cosa avesse detto
l’altro.
Anton alzò la mano. «È di nuovo notte» disse. «Sai che cosa
significa.»
Guardai le schiere di Enderman fuori dalla casa, dietro di lui.
«Ce n’era uno all’interno» dissi.
Esme irruppe dalla falsa parete di fronte all’ascensore e ci guardò
tutti e tre. «Perché ve ne state qui?» chiese. «Dobbiamo scappare.»
«Non possiamo scappare da nessuna parte» disse Anton.
Spinsi Lonnie verso di lui. «Ti faremo guadagnare tempo per
costruire il portale del Nether. Vai!»
Anton esitò, ma dopo un momento afferrò Lonnie e tornò
nell’ascensore. Insieme a Esme mi diressi verso la porta principale. La
schiera di Enderman ci fronteggiava: era profonda due, no, tre file.
Sarebbe stato un massacro, e lo sapevamo.
«E ora?» chiese Esme.
«Continuiamo a scoccare e speriamo nel mattino» dissi incoccando
la mia prima freccia.
«E il tizio che era là dentro?» chiese.
«Farò finta che tu non me lo abbia ricordato» dissi.
Prendemmo la mira e cominciammo a scoccare.
Le frecce erano inutili. Ne arrivavano troppi. Avevamo bisogno
di…
«Guardate che cosa ho trovato!». Era Anton dietro di noi. Lui e
Lonnie avevano della dinamite. Lanciò le bombe al di sopra delle
nostre teste, mentre continuavamo a scoccare. La maggior parte degli
Endermen cominciava a rallentare, ma alcuni non smisero di
sopraggiungere attraverso i resti delle esplosioni, e mentre il fumo si
diradava continuavano ad avanzare.
Avevamo esaurito le frecce. Esme iniziò a distruggere tutto quello
che era fatto di legno, per farne dei bastoni. Anton capì e raccolse
quante più piume poté dalle nostre scorte, poi salì di sopra per
razziare le galline.
«Non c’è abbastanza selce» annunciò Esme.
In mezzo alla linea di Endermen, ancora diretti verso di noi, ce
n’era uno con una cicatrice bianca che gli attraversava il volto.
«No» dissi.
Esme alzò lo sguardo. «Non è possibile.»
Battemmo in ritirata. Esme continuò a scoccare frecce mentre
arretravamo il più possibile verso l’interno della stanza. Ci era rimasta
l’ultima cassa di dinamite.
«Al riparo» dissi.
Ci spostammo dietro la libreria distrutta e lanciai la bomba contro il
muro. L’onda d’urto ci fece arretrare un po’, e ci seppellì sotto i
calcinacci, ma eravamo perlopiù incolumi. C’era una specie di grotta
dietro la parete che avevamo fatto saltare in aria. Mentre scattavamo
per raggiungerla, Esme lasciò accidentalmente cadere un piccolo
oggetto. Scivolò via sul pavimento, lontano da noi, fermandosi
proprio sull’orlo di uno dei crateri: una scatola di shulker. Esme
gemette quando si rese conto di che cosa aveva fatto, poi si mosse con
circospezione verso di essa, mentre quella oscillava sull’orlo della
buca, afferrandola non appena fu abbastanza vicina. Emisi un sospiro
di sollievo e dissi: «Bel salvataggio!». Sorrise e procedemmo.
Dentro la grotta seguimmo uno stretto sentiero ai piedi di Esme,
che conduceva in profondità, sotto terra. A un certo punto il sentiero
si restringeva fino a diventare una striscia sottile, e alla nostra sinistra
si spalancavano le voragini che avevo provocato con le mie esplosioni.
Stavo ancora cercando di capire che cos’era successo con l’Enderman
con la cicatrice. Come aveva fatto a riapparire? E perché aveva quella
ferita? Esme si fermò all’improvviso e andai a sbattere contro di lei.
Sotto di noi c’era un lago di lava, e ne avvertivo il calore sulla pelle.
«E se rimaniamo bloccati?» chiese.
«Abbiamo un’intera orda di Endermen alle spalle» dissi. «Sicura di
voler tornare indietro?»
«Giusto» disse.
Mentre avanzavamo, sentimmo l’oscillazione di un’esplosione che
proveniva da un punto imprecisato sopra le nostre teste. «Cos’è
stato?» chiese Esme.
All’improvviso mi ricordai dell’avvertimento di A.J. sulle galline e
lo ricollegai ad Anton che andava a cercare le piume. «Galline
esplosive?» suggerii.
«Meglio proseguire» disse Esme.
Andammo più in profondità e a ogni passo scavavo, disfacendo il
sentiero.
«Sai che possono teletrasportarsi, vero?» chiese.
Certo, ma avrei preso tutte le precauzioni possibili.
Girammo un angolo ed entrammo in una caverna luccicante.
«Diamanti» disse Esme.
Senza una parola, abbandonammo il sentiero e ci mettemmo a
scavare. Ce n’erano di più di quanti potessimo metterne nella scatola
di shulker, così ammassammo quello che potevamo e poi
proseguimmo. In un’altra caverna, un’orda di zombi ci venne
incontro. Ebbi un’idea, e colpii la parte bassa del soffitto. La mia
intuizione si rivelò giusta, e venne giù un carico di ghiaia,
frapponendosi tra noi e loro. Non ci fu bisogno di combattere.
«Grande! Come sapevi che avrebbe funzionato?» chiese Esme.
«Mi è solo… venuta l’idea. Ho pensato di provarci e vedere se
avrebbe funzionato, e così è successo. Comunque, sono stanca di
combattere, tu no?»
Scrollò le spalle.
Dopo qualche altro passo, disse: «Dobbiamo uscire di qui».
«Come?» chiesi.
Indicò il soffitto della caverna e io annuii. Cominciammo
lentamente ad aprirci una strada lungo le rocce nere, posizionando
man mano le torce per illuminare la via che speravamo ci avrebbe
condotte all’esterno. L’aria divenne di nuovo fredda e abbattemmo le
ultime rocce, per sbucare nel bianco accecante dell’altra parte.
Avevamo raggiunto la superficie della tundra. Guardai indietro verso
la casa di A.J. e la trovai distante, grigia e beige sullo sfondo della
neve bianca. La rupe e la foresta erano alle nostre spalle. Da qualche
parte tra la casa e la foresta c’erano Lonnie e Anton.
Esme e io ci dirigemmo verso gli alberi. Nessuna di noi due voleva
tornare alla casa, anche se non lo dicemmo mai; ci allontanammo,
semplicemente. Esme indicò un crinale stretto, una specie di ripiano
ondulato sulle nostre teste, e ci arrampicammo. Era un buon punto di
osservazione. La casa di A.J. era alla nostra destra, e dritto davanti a
noi c’era il punto da dove avevamo scorto la casa per la prima volta.
Era come tornare indietro. Ero indispettita perché ci avevano separati:
avevamo passato dei bei momenti nella base di A.J, con tutto quel cibo
e quelle scorte.
Arrivammo nel punto in cui avevo cominciato a intagliare i gradini
nella roccia per tracciare un sentiero verso la casa, ma i ragazzi non
erano lì. Tornammo tra gli alberi e ci arrampicammo per poterci
guardare intorno, ma non c’era nulla. Infine, mi misi le mani intorno
alla bocca e chiamai: «Lonnie!», ma Esme mi lanciò un’occhiataccia
che mi fermò prima ancora che potessi pronunciare la “i” alla fine del
suo nome. Scese dall’albero e si allontanò, chiaramente indispettita.
Saltai dietro di lei e la raggiunsi.
«Proprio quando pensavo che stavi migliorando nel ragionare
prima…»
«Non li troviamo. Che cosa avrei dovuto fare?» chiesi.
«Di certo non attirare l’attenzione dei mob su di noi! Ce la fai?»
Non dissi nulla. Ero stanca. E irritata. Inoltre, forse aveva ragione.
Qualcosa si mosse più avanti, e lo indicai, quasi sul punto di
parlare, ma ricordandomi all’ultimo momento di non farlo. Esme tese
la mano come se volesse che stessi ferma, così lo feci, e lei proseguì.
Poi udii delle grida confuse, e tornò indietro correndo verso di me.
Dietro di lei c’era l’Enderman con la cicatrice e, dietro di lui, Anton e
Lonnie.
Esme estrasse la spada e si preparò allo scontro. Gli girò intorno e
lui si voltò, seguendola e dandomi le spalle. Capii che cosa stava
facendo Esme. Sfoderai la mia spada e mi avvicinai all’Enderman da
dietro. Ora alla sua sinistra, Anton estrasse la sua spada di diamante e
si preparò. L’Enderman girò su se stesso per guardarci uno a uno, poi
scelse di attaccare il più vulnerabile, la persona che più di tutte
speravo ignorasse: Lonnie.
Rompemmo la formazione, gettandoci sull’Enderman, sferrando
tutti i colpi che potevamo finché non si girò verso di noi, e ora che
eravamo più vicini ci sferrò dei bei cazzotti. Mi sentii debole. A
giudicare dai movimenti rallentati di Anton ed Esme, sapevo che era
lo stesso anche per loro. Lonnie giaceva sul fianco, immobile. Ripresi a
colpire, gridando a pieni polmoni. Tutti e tre acquisimmo una specie
di ritmo, colpendo uno dietro l’altro finché l’Enderman non ne ebbe
abbastanza, e le particelle viola che aveva attorno cominciarono ad
andare verso l’interno. Stava per teletrasportarsi, ma non gliel’avrei
permesso così facilmente.
Mi avvicinai, preparandomi a colpire il mob con tutta la mia forza.
Ero così infuriata che fosse ricomparso, che la sua cicatrice mi avesse
ricordato l’incidente, che avesse scelto di attaccare il mio migliore
amico. Prima che la mia spada potesse colpirlo, sparì in un vortice di
pixel viola, e io urlai di rabbia.
“Teletrasporto” gridò la mia mente esagitata. All’improvviso, gli
alberi scomparvero, un pixel alla volta. Il terreno. Le rocce.
Tutto.
CAPITOLO 17

Quando il mondo si materializzò di nuovo, Lonnie riapparve di fianco


a me, tenendomi per mano; nell’altra, aveva la scatola di shulker. Poi
riapparvero Esme e Anton, incolumi.
«È stato pazzesco!» ululò Anton. «Non mi ero mai teletraportato
prima con un Enderman!»
«Non credo che sia successo quello» dissi con cautela, ricordando il
pensiero, anzi, l’ordine che avevo impartito prima di sparire.
«Uh, mi gira la testa» si lamentò Esme. Si lasciò cadere sulla schiena
e fissò il cielo. «Datemi un secondo.»
Mi guardai intorno per un attimo, terrorizzata, ma per fortuna
l’Enderman non riapparve con noi. Quale che fosse il trucco o la mod
che A.J. aveva inserito nel gioco, richiedeva che il mio comando fosse
più specifico, ed ero calma abbastanza per esserne grata. Eravamo
vicini a un fiume. Era diverso da qualsiasi parte del mondo in cui ci
fossimo imbattuti finora, con una lussureggiante foresta di alberi
tropicali e piante fiorite di boccioli rosa e arancioni. Il terreno curvava
su entrambi i lati, facendomi pensare che fosse una specie di isola,
piuttosto che un enorme continente. Nel fiume c’era una barca, e in
lontananza si scorgeva un’altra spiaggia, che immaginai essere la
terraferma.
«Non mi ricordo affatto di questo luogo» disse Anton. «Dove ci
troviamo?»
«È senza un dubbio un bioma della giungla, ovunque si trovi»
aggiunse Esme.
«Grande, adoro smarrirmi nella giungla!» Sospirai, poi feci un
respiro e cercai di tenere sotto controllo la frustrazione. «Tutto bene,
Lonnie?»
Lonnie annuì e osservò il panorama circostante. Poi avanzò e
cominciò a tagliare gli alberi, costruendo un rifugio. Non volevo
interromperlo dicendo qualcosa, così mi limitai ad aiutarlo; in ogni
caso era sempre stato più bravo di me a costruire cose: era meglio
assecondarlo.
«Buona idea, dovremmo allestire una base il prima possibile» disse
Anton, riconoscendo per una volta le azioni di Lonnie. «Quando
andremo nel Nether, dovremo difendere il portale dai mob su tutti i
lati.»
«Bravo, Lonnie» dissi ad alta voce, enfatizzando il suo contributo
sia per Anton che per Esme, che alzò gli occhi al cielo mentre Lonnie si
metteva al lavoro costruendo un tavolo e un letto, che sarebbe tornato
utile se avessimo voluto far passare le notti più velocemente. Finora,
non avevamo usato quella tattica a sufficienza.
«Dovremmo controllare i nostri inventari. Abbiamo smarrito
qualcosa?» chiesi. Temevo che potessimo aver resettato il gioco senza
volerlo. Mi tranquillizzai quando vidi che il mio cibo era intatto.
Spostai il mio acciarino di riserva davanti a tutte le altre provviste. Ne
avremmo avuto bisogno per riattivare il portale dall’altra parte e
tornare nel mondo principale.
Poi procedetti a contare l’ossidiana. A questo punto avrei dovuto
averne accumulata un’enorme scorta; abbastanza per costruire tre
portali, a dirla tutta. Così il mio stomaco sprofondò nel panico quando
vidi che tutti quegli slot dell’inventario erano vuoti.
«Oh, no» dissi. «No, no, no!»
«Che succede?» chiese Esme.
«La mia ossidiana! È sparita!». Mi arrovellai chiedendomi come
fosse potuto succedere. I miei pensieri andarono immediatamente
all’Enderman con la cicatrice che ci aveva attaccati. Poteva essere stato
lui? Gli Endermen potevano anche rubare, adesso?
Anton aprì la scatola shulker e ispezionò le provviste. A.J. l’aveva
riempita con molte cose utili: cibo, selce, redstone, un paio di pezzi di
ossidiana (ma non abbastanza per un portale del Nether), degli
interruttori, lana e carta.
«Be’, qui qualche blocco c’è.»
Volevo mettermi a piangere. Avevo lavorato così duramente per
raccogliere quell’ossidiana e ora dovevamo ricominciare da capo.
«Non è niente» disse Esme, vedendo la mia faccia. «L’ossidiana non
è così rara: sono sicura che ne troveremo un po’ in questo bioma. E
quando l’avremo trovata, costruiremo il portale e prenderemo quello
che ci serve nel Nether, nessun problema.»
Aveva ragione. Annuii e cercai di calmarmi.
«Okay, allora ci servono le verghe di blaze per creare gli occhi di
Ender, verruche del Nether per le pozioni…» La voce di Anton si
affievolì mentre lui ed Esme si allontanavano, intenti a pianificare. Li
lasciai andare, approfittando del momento di solitudine per
concentrarmi sui miei prossimi passi. Dovevo trovare l’ossidiana.
Non appena Lonnie ebbe finito con l’interno della base e fui sicura
che sarebbe stato al sicuro da solo lì dentro, mi diressi verso un’altra
parte dell’isola in cerca di ossidiana. Anton ed Esme erano scomparsi,
probabilmente ancora impegnati a elaborare ogni singolo dettaglio
dell’incursione nel Nether. Esplorai e scavai, trovando del carbone
abbastanza in fretta, e m’inoltrai in un tunnel che sembrava condurre
sott’acqua. Alla fine preferii fermarmi piuttosto che rischiare di colpire
una roccia che avrebbe potuto allagare l’intero complesso con me
dentro.
Tornai al rifugio, raccontando a Lonnie quello che avevo trovato:
altro carbone, un po’ di selce e della redstone. Annuì ed emise dei
suoni gutturali. Ero eccitata. Stava migliorando. Persino Esme e Anton
se ne stavano rendendo conto. Un’improvvisa ondata di stanchezza
mi travolse, e barcollai verso un lato della stanza per appoggiarmi al
muro: non ci eravamo mai fermati, e dovevo riposare.
Lonnie si avvicinò, preoccupato. Era la prima volta che coglievo
un’emozione reale sul suo viso.
«Ehi, amico» dissi. «Sto bene. Non preoccuparti per me.»
Lonnie emise un suono, come se avesse capito o stesse cercando di
dire qualcosa.
«Mi serve solo un minuto» dissi. «Lo so che dobbiamo sbrigarci.»
Feci un respiro. «Dove pensi che si trovi l’ossidiana su quest’isola,
Lonnie?»
Lonnie fece un altro suono, che mi aiutò ben poco, ma ero grata che
fosse lì. Ed ero felice che gli altri non fossero riusciti a convincermi che
non si trattava di lui perché stava tornando. Stava funzionando. Tutto
ciò che dovevo fare, ora, era uscire di lì.
«Torno fuori» dissi. «Non starò via a lungo.»
Ma l’isola era più estesa di quanto pensassi. Mentre mi muovevo
sul terreno, scavando man mano, pensai che forse non era affatto
un’isola: poteva trattarsi di una lunga penisola. Mi spostai
metodicamente da una riva all’altra, ma per quanto proseguissi, non
vidi una terza riva. Mi diressi verso un fitto groviglio di cespugli e
alberi, e cominciai a scavare verso il basso. L’isola non sembrava avere
altro che carbone e qualche diamante. Ne avevo abbastanza per un
piccone di diamante, ma non trovai ossidiana su cui usarlo.
Non mi resi conto di quanto tempo avessi trascorso fuori casa.
L’oscurità calò in fretta e fui costretta a tornare indietro. Ero esausta e
volevo farmi una bella dormita, del tipo in cui si chiudono gli occhi e
non si vede nulla di nulla. Il mio cervello sembrava aver preso fuoco.
Pensai che fosse la mia immaginazione, finché non vidi delle fiamme
di fronte a me. Ero sotto attacco.
Mi voltai verso tre streghe che sghignazzavano da un albero sopra
la mia testa, bersagliandomi di pozioni dentro fiale viola e arancioni
che mi scoppiavano davanti. Mi acquattai dietro un altro albero e
scappai, cercando di stanarle. La prima abboccò, saltò per terra e
cominciò a inseguirmi.
Poiché prima avevo esplorato per bene il territorio, sapevo
esattamente dove andare. Mi accovacciai dietro un albero basso e
tozzo mentre la strega mi passava a fianco, poi mi misi alle sue spalle
e cominciai a colpirla. Quasi risi a voce alta quando vidi quello che
lasciò cadere: una pozione di resistenza al fuoco e della polvere di
luminite.
Tornai sui miei passi e mi misi alla ricerca della seconda strega, ma
avevo perso l’orientamento dando la caccia alla prima. Mentre
camminavo tra l’erba e gli alberi, m’imbattei in una collina alta e
ripida. Non c’era modo di arrampicarvisi senza scavare dei gradini;
poi vidi che le altre due streghe erano ai miei fianchi. Ero in trappola.
La prima probabilmente era stata un diversivo, e io ero caduta nel loro
tranello, pensando che fossero state loro a cadere nel mio.
«Furbe» dissi a voce alta. Ma non bastò a fermarle.
Scagliarono le pozioni e le deviai con la mia spada come meglio
potei. Poi caricai la strega più vicina, quella a destra, colpendola
finché non morì e lasciò cadere bastoni e bottiglie di vetro. Mi girai
verso l’ultima, sembrava che sorridesse. Mi assalì con una tale forza
che caddi sulla schiena. La strega m’incalzò, colpendomi con tutto
quello che aveva, finché non riuscii più a muovermi. Rimpiansi di
essere andata fuori da sola, e mentre quella si preparava a colpirmi di
nuovo, sussultai, ma lei non mi attaccò mai.
Udii una zuffa nelle vicinanze e quando mi alzai vidi Lonnie
sferrare un gancio destro alla strega, un attimo prima che si
dissolvesse. Mi prese per mano, e scappammo a casa.
Non appena fummo dentro, ci buttammo nei letti e nel giro di
qualche secondo era di nuovo giorno. Lonnie mi aveva salvato. Per la
terza volta.
Si alzò per primo e si avvicinò dove ero sdraiata, tese la mano e mi
tirò su. Sentii il calore del suo palmo contro il mio.
«Grazie» dissi.
Mi strinse la mano e annuì.
CAPITOLO 18

«Mamma!» Avevo di nuovo sette anni ed ero al parco giochi. Mi


trovavo sull’orlo della piattaforma di legno, pronta a lanciarmi sulle
sbarre da arrampicata. Avevo in mente una nuova acrobazia da
provare. Stavo aspettando che mia madre si girasse per poterle
mostrare le mie mosse da bambina grande.
«Mamma, mamma, guardami!» gridai di nuovo. Ma lei era troppo
presa da una conversazione con la nostra vicina Doreen, quella con i
fenicotteri nel giardino. Stavano guardando qualcosa sul telefono. Feci
spallucce e saltai verso la prima sbarra. Penzolavo dalla punta delle
dita, percependo il peso corporeo che mi tirava verso il basso.
Un ragazzino di otto anni mi guardò mentre dondolavo avanti e
indietro, cercando di prendere slancio.
«Che pensi di fare?» chiese, con gli occhi grigi che osservavano con
attenzione i miei sforzi per scalciare e guadagnare velocità.
«Farò una capriola e atterrerò sui piedi» mugugnai. «Come fanno
nella ginplastica.»
«Vuoi dire ginnastica» mi corresse il bambino.
Le mie dita stavano perdendo sensibilità, allentai la presa e mi
lasciai cadere per terra, accosciandomi. Tutte le mie mollette di
plastica mi tintinnarono vicino alle orecchie, e mi tolsi le trecce dagli
occhi.
«Smettila di distrarmi!» dissi. Mi strofinai le mani e mi riarrampicai
sulla piattaforma. «Sconosciuto!» dissi guardandolo con gli occhi
socchiusi.
«Mi chiamo Lonnie, e so già dirti che farai un bel volo.»
«Zitto, cattivo!» risposi con le mani sui fianchi. «Non capisci
niente!»
«Se vuoi fare una capriola, non è il modo giusto.»
«E come allora?»
«Prima dovresti dondolare a testa in giù con le ginocchia
agganciate alle sbarre» disse. «E poi ti dai lo slancio in avanti e afferri
le sbarre e lasci andare i piedi.»
«Come lo faccio io è più divertente» dissi, arricciando il naso.
«Perché dovrei crederti?»
«Perché conosco la fisica» disse Lonnie in modo pratico.
Lo guardai sospettosa: «Sei troppo piccolo per quella materia».
Esitò, poi disse: «Come vuoi». Si voltò, tirando fuori un tablet dalla
tasca posteriore e accendendo lo schermo.
«A che cosa stai giocando?»
Mi guardò da sopra la spalla, ancora un po’ piccato perché avevo
scoperto il suo bluff. «Minecraft. Sai che cos’è?»
«Sì» dissi, sporgendo in fuori il labbro inferiore, come se quello
potesse rendere la bugia più credibile.
Si voltò verso di me. I pixel verdi brillante e il lettering grigio di
Minecraft si avviarono sullo schermo. «Sicura?» chiese. Mi lasciò
guardare lo schermo.
«Forse il mio è diverso» dissi gentilmente.
Lonnie sorrise. «È come un gioco di costruzioni, ma puoi fare anche
un sacco di cose fiche come combattere i mostri e mettere delle
trappole.» Lonnie mi fece vedere la sua casa e mi mostrò quello che
aveva già costruito. A quell’età ero facilmente impressionabile, perché
quello che aveva costruito non era altro che una capanna con una
stanza sola e dei carrelli azionati con la redstone che potevano
portarlo da una parte all’altra della casa.
«Fammi vedere» dissi, allungandomi verso il tablet. «Dovresti
costruire delle decorazioni per la tua casa, è molto brutta.»
Esplorai quel mondo, sorpresa da quanto fosse facile scavare con
una pala. Cominciai a scavare subito verso il basso.
«Non male, novellina» disse Lonnie.
«Che cosa vuol dire?»
«Qualcuno che è nuovo nel gioco.»
Annuii. «Domani non potrai più chiamarmi così» dissi. «Non sarò
più nuova.»
«Hai ragione» disse Lonnie. «Quindi come dovrò chiamarti?»
«Bianca» dissi. «È il mio nome.»
«Bene, Bianca, magari possiamo giocare insieme qualche volta.»
«Prima devo chiedere alla mamma, ma penso di sì» risposi.
«Quindi ora siamo amici?»
Lonnie scrollò le spalle. «Penso di sì.»
Sorrisi di gusto, mostrando tutte e tre le finestrelle tra i denti.
«Allora devi guardare la mia epica giravolta!»
«Aspetta, Bianca» cominciò Lonnie, ma non lo stavo più
ascoltando. Stavolta, presi la rincorsa e saltai dalla piattaforma.
Allungai le braccia per afferrare la prima sbarra, ma le mie mani
mancarono la presa: all’improvviso stavo sfrecciando nell’aria senza
potermi fermare.
Aprii la bocca per gridare e chiusi gli occhi, una cosa molto stupida
da fare. Ricordo che il mio corpo cadde su qualcosa di soffice e caldo e
sentii qualcuno gridare di dolore.
Anche quando non mi conosceva, Lonnie era lì per salvarmi se
cadevo.

«Puoi parlare ora?» chiesi, guardando l’avatar di Lonnie e pensando a


quanta strada avevamo fatto da quel parco giochi.
Lonnie scosse la testa.
«Ma sei tu» dissi.
Si avvicinò e mi accarezzò la testa come faceva quando era di
buonumore.
«Che cosa ti è successo?» chiesi.
Lonnie inarcò un sopracciglio e mi guardò.
«Giusto, non importa» dissi. «Quello che importa è che tu stia
migliorando.»
Annuì, convinto, poi prese la scatola shulker e si diresse verso la
porta.
«Dobbiamo ancora trovare l’ossidiana» dissi.
Lonnie indicò fuori dalla porta, verso la barca che galleggiava poco
lontana da riva.
«Giusto» dissi. «Potremmo usarla per tornare sulla terraferma.»
Lonnie inclinò la testa, osservandomi.
Guardai fuori dalla finestra, chiedendomi dove fossero finiti Anton
ed Esme. «Be’, potrei andare a fare una rapida missione.
Risparmieremmo un bel po’ di tempo» dissi. «E visto che stai meglio,
non c’è motivo di lasciarti qui.»
Una parte di me era contenta di lasciare indietro Anton ed Esme.
Ero stanca del loro continuo dubitare di me, delle loro sgridate ogni
volta che incasinavo le cose. Pensai che sarebbe stato bello essere di
nuovo per conto nostro, Lonnie e Bianca da soli, e poter sbagliare tutto
ma con una persona che conoscevo a farmi la ramanzina, qualcuno di
cui mi fidavo.
Salimmo sulla barca. Lui mi guardò con aria d’intesa, sempre più se
stesso, e mi lanciò la stessa occhiata inflessibile che faceva nel mondo
reale quando disapprovava una mia azione.
Sapeva. Sapeva perfettamente perché non volevo uscire.
Probabilmente, l’aveva saputo dal primo istante.
«Quando saremo arrivati nell’End, mi disconnetterò» dissi. Non
sapevo se per allora sarei stata pronta ad affrontare il mondo reale, ma
il suo sguardo imperturbabile mi fece pensare che dovevo almeno
provarci.
Cominciai a navigare verso la striscia di terra vicina e cercai di
convincermi che credevo davvero a quello che avevo detto, ma nel
profondo sapevo che avrei fatto qualsiasi cosa pur di rimandare il
ritorno al mondo reale. Ma c’era tempo, no? Quanto esattamente non
potevo saperlo.
Scacciai quel pensiero e mi concentrai sul timone. Una volta giunti
dall’altra parte, presi l’ascia di diamante e cominciai ad abbattere cose,
sperando di imbattermi nell’ossidiana o in della lava su cui versare
dell’acqua. Lonnie mi seguiva, però non mi aiutò negli scavi. Gli
parlai per tutto il tempo, ma la mia conversazione a senso unico, da
entusiasta e incoraggiante che era, sfociò rapidamente nel pessimismo
e nella disperazione, man mano che non riuscivo a trovare quello che
ci serviva.
Lonnie indicò una collina grigia dall’aspetto impervio, e mi diressi
lì, sperando di trovare della lava. Lonnie mi stette vicino mentre
scavavo, e la trovai dopo pochi colpi.
«Bingo!» annunciai. Versai l’acqua sulla lava. Sfrigolò e si trasformò
immediatamente in ossidiana, che estrassi col piccone, entusiasta
come un Enderman rancoroso. Continuai finché non ebbi ottenuto
quindici blocchi, pronti per essere assemblati in un portale proprio di
fianco alla collina rocciosa.
«Ci siamo, Lonnie» dissi.
Ma Lonnie non era più vicino a me. Corsi indietro verso l’acqua,
vicino a dove si trovava la barca, poi verso le prime colline rocciose
che avevamo visitato e mi arrampicai per scrutare il paesaggio.
Niente. Lonnie era stato lì, e ora non c’era più. In un attimo. Come se
fosse stato cancellato dall’esistenza.
Mi voltai di nuovo e seguii il fiume oltre il punto in cui eravamo
sbarcati, il panico che mi cresceva in petto. Lo trovai dopo una curva
sul sentiero, e corsi per raggiungerlo.
«Che stai facendo?» chiesi. «Ho tutta l’ossidiana che ci serve. È ora
di andare.»
Ma Lonnie non si mosse. Rimase a guardare al di là del fiume,
pacifico, poi si voltò e sembrò sorpreso di vedermi lì, e poi confuso di
vedermi senza fiato.
«È tutto pronto» gli dissi tendendogli la mano. «Dobbiamo andare.
Sei pronto?»
Lonnie guardò di nuovo al di là del fiume come se non fosse ancora
pronto per muoversi, così mi avvicinai a lui e guardai anch’io.
Ascoltai il suono delle onde. Era lì, ma c’era anche la musica di
Minecraft che avevo ignorato da quando ero piombata nel gioco.
Mi strinse la mano e guardò oltre, verso la vecchia base dove Anton
ed Esme ci stavano aspettando. Sospirai e dissi: «Hai ragione, non ce
ne andremo senza di loro. Volevo un po’ di tempo solo per noi, ma
torneremo da loro prima di partire per il Nether. Sono nostri amici, e
noi non abbandoniamo gli amici».
Lonnie sorrise prima di incamminarsi sulla sabbia della riva e poi
sulla pianura erbosa che conduceva alle colline. Guardandolo
camminare, per un attimo ebbi l’impressione che il vibrante blu della
sua maglietta sfarfallasse, e per un breve momento fu l’ombra di se
stesso. C’era e non c’era, più simile al ricordo di una persona che a
una cosa reale, come un fantasma.
Scossi la testa. Era solo un gioco di luci. Tornai alla pianura e
mentre assemblavo il portale Lonnie mi rimase vicino, ma con
l’attenzione rivolta altrove. Guardava tutt’intorno, ma mai nella mia
direzione, nemmeno quando fantasticavo sull’uscire e andare a
mangiarci un gelato in quel locale che ci piaceva sulla West Elm Road.
Cercai persino di stuzzicarlo dicendo che avrei preso in prestito la sua
macchina quando sarei stata abbastanza grande da poter guidare e
prendere il controllo della stazione radio satellitare. Per un attimo fu
quasi come trovarsi all’inizio del gioco, quando non ero davvero
sicura che fosse lì. La mia frustrazione ribollì; era come se per ogni
passo che ci avvicinava all’End, ne facessimo due indietro.
“È vero quello che ha detto Esme prima? Lonnie è davvero…”
Rabbrividii e scacciai quel pensiero. Inoltre, c’era un’altra
possibilità… Avrei potuto essere io stessa a creare dei diversivi. Mi
rendevo conto di come le cose sembravano accadere in risposta a me,
e a quello che Esme e Anton avevano detto riguardo alle mod che
avevano creato per proteggere il gioco dai noob. Il gioco poteva
reagire alle mie paure. In ogni caso, non potevo far altro che
continuare a giocare. Scuotendo la testa, mi concentrai invece sulla
costruzione del portale del Nether. Mi serviva solo della selce per
attivarlo. Aprii l’inventario per controllare, ma non ce n’era.
«Stiamo scherzando?» dissi. Controllai e ricontrollai il contenuto
della scatola. Niente selce. Dovevano averla presa Esme e Anton, o
dovevamo averla lasciata a casa di A.J., anche se avrei giurato che
prima fosse nella scatola. Inspirai a fondo ed esaminai le alternative.
«Tu che cosa faresti?» chiesi a Lonnie. «Dovremmo tornare da Esme
e Anton adesso, o trovarci della selce da soli?»
Guardò il terreno, come avevo sperato.
«E scavo sia» dissi.
Lasciai la struttura in ossidiana del portale lì dov’era mentre ci
avventuravamo nell’entroterra. Scavai ovunque, cercando della
ghiaia, ma senza ottenere nulla: c’erano solo sabbia e terra.
Continuammo ad allontanarci finché non vedemmo più l’acqua dietro
di noi.
«Mi dispiace» dissi a voce alta, anche se pensavo che lo stessi
dicendo a me stessa, come a dire “Mi dispiace essere una pessima
persona” o forse “Mi dispiace di essere stata un’idiota totale quel
giorno in macchina e aver fatto male a entrambi”. Ma forse volevo
dire entrambe le cose. Anzi, sicuramente. Senza dubbio.
Col piccone di diamante distrussi tutto quello che vedevo,
ribaltando letteralmente tutte le pietre mentre scorrazzavo per la
campagna digitale in cerca di ghiaia.
Lonnie mi deviò in un’altra direzione quando ci imbattemmo in
una macchia di alberi.
«Vuoi andare di qua?» chiesi. «Tanto il tuo giudizio vale quanto il
mio.»
Mi condusse giù di un paio di livelli tra roccia e terra, fino a una
pianura poco profonda, alla base della quale si trovava della ghiaia.
«Genio. Sei un genio, e lo sei sempre stato!» esclamai.
Scavai con tutta la fretta e la furia che potevo. Scavai così a fondo
che la valle non era più poco profonda. Lonnie stette incollato a me
mentre lavoravo, e solo a metà strada mi accorsi che mi aveva guidato
per tutto il tempo lungo un sentiero ben preciso. Avevamo scavato in
una griglia quadrata, poi un’altra, poi un’altra ancora.
«Ora capisco che cosa hai fatto» dissi.
Lonnie non rispose, si limitò a spostarmi gentilmente verso la
sezione successiva. Continuai.
Il problema di scavare ghiaia in cerca di selce, ovviamente, è che è
difficile trovare la selce. E in quel momento lo sembrava ancora di più:
nulla di quello che ci serviva l’avremmo ottenuto facilmente. Potevo
farmene una ragione, o dare di matto e andarmene.
Lonnie fece una pausa e mi guardò, come se volesse dire qualcosa,
o stesse provando a ficcarmi un pensiero dritto nella testa. Feci un
passo indietro, fuori dalla sua linea visiva, e il suo sguardo non si
mosse. Stava fissando una roccia dietro di me. La abbattei, quasi
aspettandomi di trovare della selce, ma non fu così. Ancora una volta,
stavo vedendo in Lonnie qualcosa che non c’era. Mi voltai e brandii
l’ascia, colpendo un altro blocco di ghiaia. Quando lo estrassi, c’era
qualcosa dietro. Nero. Per un attimo fui supereccitata, pensando di
aver trovato della selce per puro caso, ma era carbone.
«Ci rinuncio» dissi a Lonnie. «Qui non c’è niente. Dovremo cercare
altrove.»
Lonnie pestò il piede sul terreno dove si trovava.
«No» dissi. «Non c’è nulla. Dobbiamo davvero andare.»
Lonnie guardò di nuovo la pianura. Avevo ancora parecchia strada
da fare con il suo metodo, ma tutto quello che volevo fare era
distruggere i blocchi, sperando che con un grande colpo di fortuna
avrei trovato quello di cui avevo bisogno.
Pestò di nuovo il piede.
«Okay, okay» dissi. «Non c’è problema.» Cominciai a scavare nel
punto dove si trovava. Scesi di due livelli, ed eccola lì, della selce nera.
Non potei fare a meno di sorridere e sollevare la mano per battere il
cinque, e Lonnie me lo restituì, entusiasta.
Tornammo di corsa al portale, e lo attivai immediatamente. Si
accese di viola e dai bordi fuoriuscirono dei bagliori che vorticarono
tutt’intorno a noi. Dal vivo sembrava molto più profondo di come
appariva nel gioco, come se stessimo per tuffarci in un oceano e
avremmo dovuto trattenere il respiro per poterlo attraversare.
Lonnie sollevò una mano, tentando di toccare uno dei vortici
violacei che si protendevano verso di noi.
«Lonnie, non ancora! Dobbiamo tornare indietro per Es…» lo
chiamai. Cercai di afferrare la sua mano, ma persi l’equilibrio e lo
spinsi più vicino al portale, esattamente l’opposto di quello che volevo
fare. Si voltò e mi afferrò, forse per aiutarmi o per aiutare se stesso, ma
prima che me ne accorgessi eravamo caduti nel portale, sparendo in
un istante.
La scatola di shulker, insieme a buona parte delle nostre risorse, era
rimasta nel mondo principale, così come i nostri amici.
CAPITOLO 19

Non mi aspettavo di avvertire il calore come un’esplosione sul mio


volto. Sollevai le braccia per ripararmi e nel farlo colpii Lonnie,
spingendolo giù da una collina marrone scuro verso un lago di lava
ribollente. Mi protesi verso di lui e lo tirai indietro mentre calcolavo il
rischio di lasciarlo lì per l’arco di tempo necessario a tornare indietro
nel mondo principale, prendere la scatola di shulker e ritornare nel
Nether. In pochi secondi sarebbe potuto succedere di tutto, ma senza
la selce non c’era modo di riattivare il portale spento. Dovevo
rischiare.
Lasciai Lonnie e mi voltai verso il portale. Sopra di noi, un ghast
urlante si tuffò verso il basso, agitando i tentacoli e tagliandomi la
strada. Imbracciai il mio arco e scoccai alcune frecce, mancandolo
completamente, ma almeno volò via. Un colpo del mostro, però, aveva
distrutto il portale.
Dovetti fissare il portale vuoto per un paio di secondi prima di
capire: eravamo bloccati nel Nether.
Il ghast tornò all’attacco, con un volo a parabola per poi tuffarsi
verso di noi. Potevo vederlo sbuffare, pronto a colpire. Buttai Lonnie a
terra e lo tenni lì quando il ghast ci bombardò con una palla di fuoco.
Mi chiesi se quello avrebbe potuto riattivare il portale, ma mi resi
conto che poteva friggerci nel mentre. Schiacciai entrambi al suolo. Il
mostro sfrecciava sopra di noi, e io sentii le sue estremità sfiorare il
mio corpo. Mi alzai, tirai Lonnie con me e corsi lungo il pendio, verso
la lava.
«Dov’è quella pozione di resistenza al fuoco quando serve?» dissi a
voce alta. «Oh, giusto, è nella scatola di shulker che non ho portato
con noi.»
Il ghast si tuffò in picchiata e tornò alla carica, stavolta più veloce, il
volto grigio come la fredda, dura maschera della morte.
«Quando ti dico di saltare, tu salti, Lonnie.» Il cuore mi batteva
all’impazzata e le gambe mi tremavano mentre sfoderavo la spada.
«Pronto?» chiesi mentre il ghast si gettava su di noi. Attesi finché non
fu a portata di tiro, poi gridai: «Adesso!». Saltai indietro al di sopra del
ruscello di lava mentre brandivo la spada, mandando a segno dei bei
colpi mentre mi portavo dietro Lonnie, sperando di non trascinarlo
perché, se non avesse saltato da solo, l’avrei consegnato alla morte per
fuoco liquido. Ma atterrò dall’altra parte un microsecondo dopo di
me, mentre il ghast moriva, cadendo di faccia nella lava e
dissolvendosi in volute di fumo. Strattonai Lonnie perché il tuffo del
mostro aveva mandato un po’ di lava nella nostra direzione, ma non
fui abbastanza svelta da salvare me stessa. La mia gamba bruciava
come se qualcuno l’avesse colpita con un ferro ustionante. Non c’era
tempo di preoccuparsene. Sarebbe guarita… Tutto guariva nel gioco,
prima o poi. E dovevamo muoverci.
Per quale motivo non avevo usato la pozione prima di attivare il
portale del Nether? La mia armatura aveva una certa resistenza al
fuoco, certo, ma non era abbastanza. E poi, per quel che valeva, perché
non avevo aspettato Anton ed Esme prima di attivare il portale? Mi
preparai all’idea che più avanti me l’avrebbero fatta pesare. Non
avevo scuse.
«Col senno di poi, vero?» dissi a Lonnie.
Sembrò confuso, ovviamente. Non sapeva che cosa mi passava per
la testa. Continuai a muovermi.
Eravamo su un pendio adesso, con il calore da tutti i lati e le
spettrali apparizioni dei ghast alle estremità del mio campo visivo.
«Dobbiamo darci una mossa, Lonnie» dissi, ma lui stava già
andando più in fretta.
Una schiera di ghast vorticò nell’aria, pallidi contro il cielo nero-
arancione. Sembrava si stessero consultando, pianificando la loro
prossima mossa contro di noi. In alto, più avanti, c’era una formazione
di roccia che assomigliava a un portale, curvata come un arco, che
avrebbe potuto offrirci un riparo. Indirizzai Lonnie in quella
direzione, tenendomelo di fianco tranne che nei passaggi più stretti, o
sopra i sentieri angusti con la lava da entrambi i lati che mi
costringevano a precederlo.
Arrivammo su una cengia lunga e sottile come una lama di coltello.
Proprio davanti a noi si trovava la formazione di roccia e un piccolo
rifugio.
I ghast si volsero all’unisono e sfrecciarono verso di noi.
Corremmo. La strada verso l’arco sembrava dritta, così mi
precipitai a tutta velocità con Lonnie che mi seguiva da vicino. Ma
quello che sembrava un sentiero diretto in realtà non lo era: vidi l’orlo
della rupe troppo tardi, e ci fermammo di botto. Be’, io mi fermai di
botto, Lonnie tirò dritto. In qualche modo riuscii ad allungare il
braccio e ad afferrargli la mano mentre mi buttavo a terra. Lui
dondolò sopra alcune rocce in fiamme mentre i ghast effettuarono un
volo radente lanciandoci un paio di palle di fuoco per sicurezza. Per
fortuna, non ci colpirono. Tirai indietro Lonnie sul terreno e ci
alzammo in piedi. Immediatamente ci mettemmo a costruire un ponte
per attraversare l’abisso.
Avanzavamo man mano che posizionavo le rocce, il più
velocemente possibile mentre i ghast tornavano per un secondo
attacco. Non ce l’avremmo fatta. Invece di continuare col ponte, mi
fermai e mi spostai dietro Lonnie, dalla parte da cui stavano arrivando
i ghast, ed eressi un muro tra noi e loro. Poi spinsi Lonnie contro il
muro e attesi. Udii l’esplosione delle palle di fuoco contro la schiena,
ma non distrussero il nostro riparo. Per il momento stavamo bene.
Continuai a costruire il ponte e ci portammo sotto il rifugio ad arco già
pronto. Intorno costruii rapidamente delle mura per avere maggiore
copertura. Stavolta, quando i ghast tornarono, non avevano un
bersaglio da colpire.
Attesi finché non fui sicura che se ne fossero andati, poi abbattei i
muri e guardai fuori.
«Benvenuto nel Nether» dissi.
Controllai quante provviste ero riuscita a portare con me
nell’inventario. Avevo la mia armatura, che avrebbe garantito un po’
di protezione; la feci indossare a Lonnie. Se fossi rimasta ferita, non
ero sicura che Esme o Anton avrebbero potuto fare qualcosa per
salvarci. “Avresti dovuto pensare a tutto questo prima di venire qui”
mi rimproverai.
Ci serviva una base. Ci spostammo verso un insieme di sporgenze
rocciose, oltre un fiotto di lava che veniva giù da una rupe come la più
funesta delle cascate. Cominciai a scavare nella roccia, cercando di
intagliare una base capace di resistere a tutto quello che il Nether
aveva da offrire.
Scoprii una piccola grotta di passaggi intricati e vi entrai insieme a
Lonnie. Dovevamo chinarci per attraversarla, e avevo torce a
sufficienza per tenere illuminato il sentiero di fronte a noi, ma non era
l’ideale. Scavai verso l’alto, e lo spazio si aprì, lasciandoci alla mercé
dei tre ghast che ci avevano inseguito pochi minuti prima. Spinsi
Lonnie da un’altra parte mentre i ghast si abbassavano. Uno dei
tentacoli ondeggiò dentro il buco, ma era troppo piccolo perché
potessero avvicinarsi di più.
«Ci serve un piano» sussurrai.
«Bianca che fa un piano. Sarebbe la prima volta» disse qualcuno
nell’oscurità.
Mi voltai di scatto e diressi una torcia là dove avevo udito la voce.
Era Anton.
«Chissà come abbiamo fatto a indovinare che avresti provato a
svicolare e venire nel Nether da sola» disse. Indossava una scintillante
armatura blu che risplendeva di viola o di verde a seconda di come si
girava.
«Sarei venuta a prendervi dopo aver costruito il portale, ma ci
siamo caduti dentro e poi il portale si è spento. È stato un incidente, ve
lo giuro! Non volevo lasciarvi indietro.»
Anton fece una pausa, soppesandomi per un momento, prima di
annuire: «Va bene. Ti credo».
«Grazie.» Gli sorrisi, poi chiesi: «Dove hai preso quella strana
armatura?».
«Vuoi dire questa armatura di diamante incantata con una
protezione contro il fuoco?» replicò tutto tronfio.
«Cosa?» domandai. «Quando hai avuto il tempo di trovare
abbastanza risorse, senza contare quello per eseguire un incantamento
simile?»
«Non sono niente male quando mi si dà il tempo di lavorare un po’
sulla mia magia» disse con boria. Poi si fermò e mi guardò accigliato.
«Davvero sei venuta qui a mani vuote?»
«Te l’ho detto che non era questo il mio piano» dissi.
«No, non li fai mai» disse Anton.
Sentii crescere nel petto un calore che era la combinazione di
imbarazzo e disappunto per la mia incapacità di ragionare sulle cose.
«Sono sicura di poter creare un’armatura di ferro» dissi.
«E usare degli incantamenti» aggiunse.
«Be’, no» dissi. «Ho lasciato indietro anche quelli.»
«Come?» chiese.
«Nella scatola di shulker.»
Anton scosse la testa.
«E ho risorse sufficienti per una sola armatura» aggiunsi.
Anton rise dall’incredulità. «Okay, bene» disse, facendo un bel
respiro. «Forse oggi è il tuo giorno fortunato.»
Aveva un inventario abbastanza rifornito da permettere a me e
Lonnie di applicare incantamenti e protezioni alle nostre armature.
Anton ci lasciò persino un incantamento di protezione dai proiettili
che avrei potuto usare sulla mia.
«Grazie per l’aiuto» dissi, sentendomi un’idiota di prima categoria.
«E lui?» chiese Anton.
«Ora mi risponde di più» risposi. «È lui, non c’è dubbio. E non
c’entra nulla con la vostra amica Andrea.»
«A parte il fatto che non parla» obiettò Anton.
«Be’, sì, certo» concessi. «Ma comunica.»
«A grugniti?»
«Esistono molte forme di comunicazione non verbale» dissi.
Anton si accigliò.
«Capisci tutto quello che sta succedendo, vero?» chiesi a Lonnie,
ma aveva lo sguardo fisso su una parete della grotta, e non rispose.
«Sì, capisco che cosa vuoi dire» disse Anton, dando una pacca sulla
spalla a Lonnie. «Non verbale.»
Non avevo tempo per ribattere, e non ero certa del perché Lonnie
fosse improvvisamente tornato nel suo stato comatoso. Quello che
importava adesso era trovare le risorse che ci servivano per arrivare
nell’End.
«Guarda, lo so che Esme e io siamo un po’ duri con te, ma fidati, a
volte te lo meriti davvero» disse mentre finivo l’armatura.
«Lo so» mugugnai. «Perché sei venuto a cercarci qui? Puoi
andartene quando vuoi.»
Anton scrollò le spalle. «Avevamo detto di rimanere uniti, ricordi?»
replicò. «Siamo tornati al piano iniziale: attraversare questa parte del
gioco e ottenere la roba che ci serve per entrare nell’End.»
«Spero che tu sia riuscito a fare qualcosa in più oltre a
quest’armatura.»
Anton sorrise. Si mise le mani sui fianchi in quella che poteva
essere definita unicamente come una posa alla Wonder Woman.
«Quindi mi stai dicendo di avere un sacco di roba in più» dissi.
Inarcò due volte le sopracciglia. «Sì. Ed è tutto in una scatola di
shulker che Esme ha portato con sé.»
«Dov’è lei adesso?»
«A combattere. Come sempre» disse.
«E tu…» lo punzecchiai.
«Stavo fornendo una distrazione, non mi sto nascondendo. Sto
mettendo in atto un piano ben congegnato che lei…» Anton si tuffò
superandomi e corse via, gridando: «Argh! Me n’ero dimenticato!».
Io e Lonnie seguimmo da vicino i passi di Anton mentre si
muoveva in quel labirinto a una velocità tale da suggerirmi che
probabilmente l’aveva creato lui stesso. Riuscivamo a malapena a
stargli dietro.
«Divertente, eh?» dissi a Lonnie.
Mi guardò e poi si voltò di nuovo verso Anton, tenendo il passo
meglio di me. Come faceva Anton a non vedere quanto fosse diverso
adesso?
Anton curvò bruscamente a destra, quasi tornando nella direzione
opposta, ma non appena Lonnie e io prendemmo la stessa svolta gridò
e tornò indietro. Anton praticamente ci calpestò cercando di
oltrepassarci. Dietro di lui c’era un gruppo di zombi suini. Non erano
veloci, ma erano vicini.
«Di qua!» gridò Anton. Fece un’altra svolta a zigzag entrando in un
passaggio ancora più basso. A quel punto stavamo praticamente
strisciando, ma stavolta nessuno di noi accese delle torce, così ci
facemmo strada nel buio a tentoni. Udii il lieve strofinio del corpo di
Anton contro la roccia e Lonnie che mi seguiva.
La roccia mi graffiò il corpo e mi lacerò la pelle mentre
continuavamo a muoverci. Resistetti all’impulso di gridare. La mia
gamba era ancora dolorante a causa della bruciatura, e non avevo
recuperato tutte le mie energie dall’attacco delle streghe sull’isola.
Muoversi era a dir poco sgradevole, ed estremamente doloroso a dirla
tutta. Dover girare il collo all’indietro per controllare che Lonnie mi
stesse seguendo non aiutava.
A un certo punto Anton si fermò e io cozzai contro la sua armatura,
e anche quello mi fece male.
«Shhh!» sibilò.
«Che c’è?» chiesi.
«Hai sentito?» disse.
Scorsi uno scintillio della sua armatura e vidi che stava indicando
verso l’alto. Guardai in quella direzione, anche se non c’era nulla da
vedere, solo la roccia sopra di noi. Poi udii ciò di cui stava parlando:
dei piedi si stavano muovendo sulle rocce sopra le nostre teste. E si
stavano muovendo con velocità e forza sufficienti a far venire giù dei
piccoli sbuffi di polvere ogni volta che toccavano terra.
«Zombi suini?» sussurrai.
Anton annuì.
I passi si arrestarono e sembrò che stessero girovagando,
probabilmente per trovarci.
«Sono sempre così organizzati?» sussurrai.
«Lo sono adesso» disse Anton. Dopo qualche istante, sussurrò: «Se
ne stanno andando».
«Si trascinano, direi.»
«Quel che è. Andiamo. Esme sarà furiosa.»
«Quando mai non lo è?» chiesi.
«Mi correggo» disse. «Esme sarà più infuriata del solito, il che
significa che siamo in un mare di guai.»
«Io no» dissi. «Sono appena arrivata.»
«Bianca, quand’è che non sei nei guai con Esme?» chiese Anton.
Non avevo una risposta da dargli, e Anton non se ne aspettava una.
Ci condusse fuori, dove fui contenta di non dover più frantumarmi
schiena, collo e gambe col continuo strisciare, fino a uno stretto ponte.
Dall’altra parte, Esme stava affrontando degli enormi cubi di magma.
Molti di loro le saltellavano intorno, zompando e attaccando, con
un’orda di zombi suini alle calcagna. Esme era circondata, ma era
anche ben equipaggiata, visto che indossava un’armatura di diamante
come quella di Anton e rispondeva agli attacchi con una spada dello
stesso materiale.
Affettò in due un cubo di magma, poi si girò dall’altra parte e
trapassò uno zombi suino in un colpo solo.
«I passaggi sbucano dall’altra parte rispetto a dove si trova lei»
spiegò Anton. «Se avesse funzionato, saremmo stati in grado di
attaccarli da entrambi i lati.»
Invece, Esme sembrava in difficoltà. Stringeva i denti a ogni colpo
di spada. Corsi sul ponte, lasciando Lonnie con Anton, e mi gettai
nella mischia, piazzandomi dalla parte opposta a Esme in modo da
poter attaccare i cubi di magma da due lati. Lei ne colpì uno grosso e
quello si divise in due parti che si mossero in direzioni opposte. Esme
mi lasciò quelli più piccoli mentre lei si dedicava a un altro grande.
Sbarazzatami dei miei nemici, raccolsi la crema di magma e mi girai
verso uno zombi suino.
Esme mi venne incontro e si girò in modo da posizionarci schiena
contro schiena. Nel frattempo, Anton era arrivato a darci manforte.
«Che è successo?» gli gridò Esme.
«Quello che succede a tutti i piani migliori» disse facendo spallucce.
Esme parve accontentarsi della risposta e corse verso un cubo di
magma e ci saltò sopra, colpendolo al tempo stesso. Si divise in
quattro più piccoli non appena lei atterrò dall’altra parte, respirando
affannosamente, con l’armatura scintillante.
Anton la imitò, abbattendo ciascuno dei quattro cubi e
raccogliendone la crema.
Erano una macchina ben oliata.
In pochi istanti, tutti gli zombi suini si erano dispersi e i cubi di
magma se l’erano filata. Forse avevano deciso che preferivano una
preda meno pericolosa. Esme e Anton si batterono il cinque e risero.
Per un attimo, mi dimenticai del motivo per cui ci trovavamo lì. Ero
solo elettrizzata dall’aver oltrepassato questo ostacolo, ma poi vidi
Lonnie bloccato tra alcuni cubi con cui Anton l’aveva intrappolato per
non farlo scappare, e andai a liberarlo.
«Non è come prima» dissi. «È lui. È lì dentro. Può aiutarci.»
«Ci sta rallentando» disse Esme. «Avresti dovuto lasciarlo nel
mondo principale.»
«Non era un’opzione» dissi. «Ci è caduto dentro.»
«C’è sempre un’opzione» disse Esme. Scosse la testa. «Non ascolti.
Sei troppo testarda.»
«E tu esattamente a chi dai ascolto?» chiesi.
Esme si allontanò sbuffando, e il resto di noi la seguì in fila indiana.
«Dove stiamo andando?» chiesi.
«Abbiamo allestito una base. Non è lontana da qui» disse Anton a
voce bassa.
Mi trascinai, rimanendo attaccata a Lonnie e mettendo un po’ di
distanza tra noi e gli altri.
«Guarda chi non vede l’ora di condividere di nuovo le nostre
risorse» disse Esme in maniera irriverente da sopra la spalla.
«Non badare a Esme» disse Anton. «L’ultima volta che sei sparita
era davvero preoccupata per te. Pensava che l’Enderman con la
cicatrice ti avesse catturata.»
«Ha visto anche lei la cicatrice?» chiesi. Finora avevo pensato di
essermela immaginata. L’immagine di quella linea contorta sul viso
dell’Enderman si riaffacciò come un terribile incubo.
«Sì, l’abbiamo vista tutti» disse Anton. «Perché, ne sai qualcosa?»
«No, nulla. Pensavo solo che era bizzarra, tutto qui» dissi in
maniera elusiva. Non ero pronta per parlare della somiglianza con il
tizio nell’altra macchina. Avrebbe scatenato domande, domande a cui
non ero pronta a rispondere. Alzai tutte le barriere mentali possibili
intorno a quei ricordi.
Lonnie e io accelerammo dietro Esme, lasciandoci Anton alle spalle.
CAPITOLO 20

Nonostante le nostre armature d’acciaio e la mia protezione contro i


proiettili, Lonnie e io eravamo ancora vulnerabili nel Nether. Mi
frapposi tra Esme e Anton, con Esme in testa e Anton nelle retrovie.
Davanti a noi, Esme accese una Netherrack, che ci illuminò la
strada nell’oscurità, e si mosse lentamente per individuare i nemici in
arrivo, di cui si sbarazzava efficacemente con le sue frecce, nel caso
avessero deciso di attaccare.
«È strano vedere delle cicatrici sui mob» disse Anton, cercando di
tornare sull’argomento. «Persino le mie non…»
«Non voglio parlarne» dissi, scocciata. «Non ho una spiegazione e
nemmeno tu.»
«Non ti credo» insistette Anton. «Ho visto la tua espressione
quando ho parlato della cicatrice. L’hai riconosciuta.»
«E se anche fosse?»
«Bianca, ricordi che cosa ti ho detto sulle streghe e su come Esme le
materializzi con la sua ansia?»
«Sì, e anche dei tuoi scheletri… che non stanno solo nell’armadio.»
«Esatto. Dunque, i tuoi mostri sono gli Endermen: hai delle
questioni in sospeso a causa delle quali si generano gli Endermen, e
questo in particolare. L’unico modo di sbarazzartene è parlare di
quello che è successo.» Allungò una mano per fermarmi, ma riuscii a
divincolarmi e continuai a camminare. «Questo posto non ci nasconde
dal mondo reale. Non davvero. Tutto ciò con cui abbiamo a che fare là
fuori, ce lo portiamo qui dentro.»
Accelerai il passo e mi allontanai ancora di più da lui. «Non so di
che cosa parli. Non ho nulla da elaborare.» Sentii una fitta di dolore
alla testa, e la ignorai. «E non importa. Quello che importa è cercare di
arrivare alla fine del gioco.»
«Voi due!» chiamò Esme. Indicò con la testa un gruppo di zombi
suini. «Pensate di potervela cavare da soli?» Stava guardando me, ma
immaginai che si riferisse anche ad Anton. Il mio sguardo guizzò
verso Lonnie. «Posso fargli io da babysitter» aggiunse Esme.
Per qualche motivo, quel commento mi spinse oltre il limite. Non
c’era riuscita con tutti gli insulti che mi aveva buttato addosso
dall’inizio del gioco, ma quello, che in un colpo solo prendeva di mira
sia me sia il mio migliore amico, alimentò una combinazione di rabbia
e di orgoglio che rese possibile quello che seguì: estrassi una spada di
diamante e un’ascia, e avanzai a lunghi passi sul sentiero, fino a
mettermi a correre, poi saltai mentre raggiungevo i mob. Calai la
spada e l’ascia nello stesso istante, colpendo due creature, atterrai
dall’altra parte e caricai dietro di loro. Mi voltai e li colpii di nuovo
alle spalle, brandendo insieme le armi, in uno scontro di metallo e
scintille. Poi finii i due zombi suini con un terzo colpo. Raccolsi la
carne putrefatta e passai ai due successivi, facendomi strada a suon di
colpi, affondi e fendenti. Quando Anton mi raggiunse, avevo messo
da parte la carne di quattro di loro ed ero alle prese con un quinto,
lasciandogliene solo uno che abbatté con una freccia scoccata da
distanza ravvicinata. A quel punto la mia rabbia si era sfogata,
rinfoderai le mie armi e nel giro di due lunghi passi recuperai Lonnie
dalle mani di Esme.
«Sì. Penso di potermela cavare.»
Esme inarcò le sopracciglia e lanciò un’occhiata ad Anton. «Bene
bene, guarda un po’ chi si è finalmente decisa a giocare.»
Fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Lasciai il braccio di Lonnie e mi voltai per affrontarla. «Sto
giocando» dissi, ancora infuriata. «Come. Giochi. Tu.» Feci un altro
passo in avanti. «Non si tratta solo di un gioco, per me. Sto giocando.
Forse non come vorresti tu, e va bene. Lonnie e io possiamo farcela da
soli.»
Detto ciò, trascinai Lonnie via dalla presunta protezione delle
uniche due persone che in quel posto possedevano un
equipaggiamento incantato che avrebbe potuto garantirci la
sopravvivenza, e marciai verso l’oscurità, senza nemmeno curarmi di
illuminare la strada.
«Torna indietro!» gridò Anton. «Non era quello che voleva dire!»
Udii Esme sbuffare con sdegno.
«Invece sì» dissi.
«A volte è un’idiota» concesse Anton, correndo per raggiungermi.
«È la prima cosa giusta che ti sento dire» dissi.
«Ehi, io sto solo cercando di aiutarti.» Anton sembrava
genuinamente ferito. E quando non mi fermai, aggiunse un altro:
«Ehi!».
«Che c’è?» risposi girandomi di scatto, trascinando Lonnie con me,
per poi doverlo immediatamente aiutare a rialzarsi dalla ghiaia nera.
Fronteggiai Esme e Anton, le cui sagome si stagliavano contro lo
sfondo nero e arancione del Nether. D’un tratto mi sentii esausta e
frustrata e arrabbiata. Avrei pianto, se avessi potuto. E anche quello,
in qualche modo, mi fece infuriare. Abbassai lo sguardo, lottando con
quelle emozioni contrastanti. Sapevo che i miei amici stavano
cercando di farmi aprire sui ciò che provavo, di farmi parlare di quello
che era successo la sera dell’incidente. Sapevo di non essere ancora
pronta per parlare, ma ero stanca di litigare con Esme e Anton. Una
remota parte di me alla fine comprese che non avrei potuto rimandare
questa conversazione per sempre: e se quello che mi portavo dietro
dal mondo reale rendeva le cose così difficili, avevo davvero altra
scelta? Era tempo di crescere e regolare i conti. Così feci un respiro
profondo e mi preparai a parlare.
Alzai di nuovo lo sguardo per vedere Esme scoccare una freccia
infuocata nella mia direzione e Anton gettarsi verso di me, con una
spada sollevata sulla testa e una smorfia sul viso.
Prima che il mio cervello sotto shock potesse spingermi a reagire, o
a muovermi, me lo trovai di fronte e lui calò la spada proprio alla mia
destra, mentre percepivo un dolore acuto. Qualcosa di appuntito mi
ferì alle spalle. Caddi in avanti sul petto di Anton. Lui continuò a
muoversi e io scivolai via, rotolando sulla schiena. Poi vidi cosa aveva
scatenato l’attacco di Esme e fatto scattare Anton: proprio di fronte a
me c’era un gruppo di scheletri wither dall’aspetto minaccioso e con la
spada sguainata.
E mi avevano colpita.
Lonnie era ancora in piedi, si voltò contro uno degli scheletri wither
armato solo delle sue mani e cominciò a prenderlo a cazzotti. Lo
scheletro sembrò sorpreso di essere colpito alle spalle, ma Lonnie
continuò ad affondare con un ritmo inarrestabile, così non ebbe la
possibilità di reagire.
Intanto, Anton ne uccise uno vicino colpendolo all’altezza del torso,
e una delle frecce di Esme andò a segno, distruggendone un terzo. Poi
sia lei che Anton si rivolsero verso il primo, che faticava a rimanere in
piedi a causa dei pugni di Lonnie. Anton lo abbatté con un colpo di
spada. Guardò Lonnie, come se lo vedesse diversamente. Ma poiché
Lonnie non rispose, né restituì lo sguardo, Anton mi tese la mano e mi
aiutò ad alzarmi.
«Hai visto?» chiesi.
«Sì» disse Anton.
Guardai Esme per vedere se l’avesse notato. Fissò Lonnie,
accigliata, poi scrollò le spalle. «Non lo so» disse.
«Io sì» dissi.
Ci raggruppammo vicino a Esme. Fissai Lonnie, mentre il discorso
che stavo per pronunciare prima dell’attacco si sbriciolava nella mia
bocca. Non sapevo che cosa dire, e per fortuna Esme era già andata
oltre.
«Se qui intorno ci sono dei wither, deve esserci anche una fortezza»
disse a me e ad Anton. «In realtà è stato utile, farli uscire allo scoperto
in quel modo.»
«Intendi con me come esca?» chiesi.
«Sì, esatto» disse Esme. Un angolo della sua bocca si sollevò a
formare un sorriso sghembo.
«Lieta di essere stata utile.»
Rise e semplicemente passò alla fase successiva del piano che stava
orchestrando.
Dovevamo costruire un ponte per oltrepassare un ruscello di lava:
noi avremmo potuto saltare, ma nemmeno io ero sicura che Lonnie ci
sarebbe riuscito. Esme decise che l’opzione migliore era rimanere
vicini al punto in cui avevamo sconfitto gli scheletri wither e costruire
il ponte.
Qualche passo più in là, il terreno nero e marrone scuro, con una
tinta di rosso, virò verso una differente sfumatura di marrone. Era più
grigiastro e non c’erano tracce di rosso o arancione. Man mano che ci
avvicinavamo, nelle ombre pixelate potevo scorgere dei volti che
sembravano in agonia, le bocche fisse in un grido eterno.
«Sabbia delle anime» dissi.
Esme si fermò e si voltò per osservare.
A breve distanza si trovava l’equivalente di un ampio lago di
sabbia delle anime. Anton vi si diresse per primo, e immediatamente
rallentò fino a strisciare. Mentre proseguiva, scavava. Lo seguii,
raccogliendone la stessa quantità. Esme rimase di guardia con l’arco
appoggiato sulla spalla, pronta per qualsiasi cosa potesse sbucare
fuori e ucciderci.
Lonnie fece un passo avanti, come se volesse aiutarci, ma Esme lo
tirò indietro e lo tenne con sé finché non finimmo di scavare. Ero
contenta che stavolta l’avesse fatto senza commenti malevoli.
Finimmo di scavare e tornammo indietro, trascinandoci lentamente
fuori dal pantano. Anton fu il primo a raggiungere il normale terreno
del Nether, e mi tese la mano per trascinarmi lungo gli ultimi metri
rimasti. La afferrai, percependo già gli effetti del peso della sabbia e
del colpo che mi aveva inferto lo scheletro wither. Sussultai mentre mi
tirava fuori.
«Sei ferita gravemente, ma non abbiamo pozioni per aiutarti» disse
Anton.
«Quanto mi rimane, secondo te?» sussurrai.
«In questa partita?» Mi guardò come se potesse giudicare la mia
forza con un’occhiata, poi scrollò le spalle. «Dovremo modificare il
piano. Presto non avrai le energie sufficienti per aiutarci a trovare
tutte le risorse che ci servono per l’End.»
«Sto bene. Non sono messa così male» dissi. «Mi farò valere fino
all’End.»
«Quindi non le dirai nulla?» Guardò Esme. «Dovrebbe sapere che
sei ferita.»
«Per quale motivo?» chiesi. «Ne otterrei solo altro sarcasmo.»
Raggiunsi Esme e Lonnie, che aspettavano. Quando Esme si mise in
cammino, silenziosa, la seguii senza nemmeno gettare uno sguardo ad
Anton. Qualche attimo dopo, scorgemmo una collina nera. Mentre
avanzavamo si innalzava sempre più, assomigliando a un volto con la
bocca spalancata. Anton ed Esme arrancarono nella sua direzione e
capii che si trattava della loro base. Mi fermai, ma non lo fece nessun
altro, e Anton mi venne addosso. Accelerai il passo, cercando di
fingere che non me la stavo facendo sotto per il posto dove eravamo
diretti, quando Anton disse: «Fa impressione. Lo so». Annuii e
proseguii.
Il forte in miniatura che Esme e Anton avevano costruito era
comodo per due, ma per quattro si rivelò un piccolo incubo logistico.
Abbattemmo alcune pareti, e allargammo gli spazi usando pietre e
mattoni Nether. Un paio di ghast curiosi fluttuarono nelle vicinanze,
come per valutare se attaccarci subito o più tardi, ma i mattoni
avrebbero garantito la nostra sicurezza. Almeno, finché fossimo
rimasti dentro il forte.
Uno dei ghast volò basso, con i tentacoli penzoloni quasi a portata
di mano. Scartabellai tra le mie armi e scelsi un arco, quando Esme mi
tirò dentro, con Anton a seguire.
«Potevo farcela» protestai.
«Non è questo il punto» disse. «Non stai pensando. Di nuovo.»
Mi accigliai, cercando di capire che cosa volesse dire.
Anton si intromise. «Ci serviranno tutte le nostre risorse per
arrivare fino all’End» disse. «Ora dobbiamo risparmiarne il più
possibile.»
«Allora perché non dirmelo?» chiesi. «Era difficile dirmi: “Ehi,
dobbiamo risparmiare i nostri rifornimenti”?» Mi allontanai,
scuotendo la testa.
«Non è così difficile da capire» disse Esme. «È ovvio che dobbiamo
risparmiarne il più possibile; siamo in quattro e stiamo condividendo
le poche risorse che abbiamo.»
«E quello che sto dicendo io è che un minimo di preavviso sarebbe
stato utile. Se Vostra Altezza sta stabilendo delle nuove regole, forse
potrebbe farne accenno anche a noi plebei.»
Esme si diresse verso di me e mi guardò negli occhi da molto,
molto vicino. Considero una grande dimostrazione di coraggio da
parte mia il non aver battuto ciglio. Il che, ovviamente, la fece
arrabbiare ancora di più, e se ne andò in un’altra stanza.
Sembrava che Anton stesse per dire qualcosa, ma gli feci cenno di
lasciar perdere e tornai al lavoro per finire l’espansione del forte.
«Vuoi dare una mano?» chiesi quando mi accorsi che Lonnie mi
tallonava. Gli diedi uno dei miei picconi e lo feci girare verso un muro
che dovevamo abbattere.
«Che cosa potrebbe mai andare storto?» disse Anton, mentre
aggiungeva uno strato di mattoni del Nether al soffitto, osservandoci
di sbieco.
Volsi gli occhi al cielo e mi voltai di nuovo verso Lonnie. «Avanti»
dissi. «Prova.»
Lonnie guardò me e poi il muro, e si mosse in avanti, andandoci
contro.
«Perché non provi così?» dissi, e gli diedi una dimostrazione
abbattendo parte del muro.
Lonnie mi imitò, e io lo coprii di lodi.
Anton venne dove stavamo lavorando. «È come un cucciolo che ha
finalmente imparato a fare i suoi bisogni all’aperto» disse. «Sono
sicuro che lo faccia sentire una meraviglia. Sono quasi contento che
non capisca granché. Insomma, non possiamo permetterci che la sua
autostima schizzi in alto e lo trasformi in una primadonna.»
«È difficile» scattai. «È solo che a volte sembra che sia lì, ma altre
volte…»
«Il più delle volte» mi corresse Anton.
«Altre volte» ripetei, «sembra alienato, e sono preoccupata che, se
non faccio niente per aggiustarlo, Lonnie mi odierà per sempre.»
Anton mi mise una mano sulla spalla. Sentii la pressione della sua
stretta e il calore della sua mano. «La verità è che è bello che tu stia
facendo tutto quello che puoi come sua amica» disse. «È una cosa
meravigliosa: mi piacerebbe avere un amico che si preoccupa così
tanto per me.» Si girò per allontanarsi, poi si fermò e aggiunse:
«Scusami se sono stato un idiota. A volte non riesco a spegnere il mio
sarcasmo». Si voltò indietro e mi guardò per un paio di secondi prima
di continuare: «La prima volta che ho giocato sono rimasto qui troppo
a lungo, e quando sono uscito le mie gambe erano rigide per essere
state troppo ferme, così le infermiere mi sequestrarono il visore per un
po’. Dissero che mi avevano chiamato, ed erano certe che le stessi
ignorando, ma non era così. Ero così preso dal gioco da non sentirle».
«Ti capisco» dissi. «Quando gioco, anche senza visore, di solito mi
estranio completamente.»
Anton ridacchiò. «Be’, sì, ma quello che voglio dire è che è davvero
facile smarrirsi nel gioco.»
Improvvisamente sentii del calore scorrere nel mio corpo, come se
qualcuno all’esterno si fosse avvicinato a me, o mi avesse tirato una
coperta su fino al mento. «Sì» dissi. «Sono sicura che tu abbia
ragione.»
«È facile dimenticarsi quanto sia immersiva questa versione di
Minecraft» disse Anton allargando le braccia e guardandosi intorno.
«Ma non si può rimanere qui per sempre.»
«E se volessi rimanere…» dissi, più che chiedere. «… se non volessi
avere nulla a che fare con quello che mi attende dall’altra parte?»
«Noi ci saremo anche dall’altra parte» disse Anton. «Non sei da
sola, né qui né fuori.»
«Lonnie mi è sempre stato vicino, anche quando ero piccola» dissi.
«E avevamo promesso che ci saremmo sempre stati l’uno per l’altra.»
Inspirai a fondo.
Esme tornò, con un’espressione incerta. «Mi dispiace
interrompervi» disse, e fui sorpresa dal suo tono sinceramente
dispiaciuto. «Ma dobbiamo andare alla fortezza del Nether e
accumulare tutte le risorse che ci servono per poter uscire di qui e
tornare nel mondo principale. Dobbiamo farlo ora, e in fretta: stai
svanendo» mi disse.
«Cosa? Io non…»
«Non abbiamo del latte per curare l’effetto del wither» disse, triste.
«Pensavi che non me ne sarei accorta? Non riesco nemmeno più a
vedere la tua barra della salute: è un brutto segno. Odio doverlo dire,
ma non abbiamo tempo da perdere in chiacchiere. Dobbiamo portarti
fuori di qui.»
Anton inarcò un sopracciglio, attendendo la mia risposta.
«Be’?» chiese lei. «Che aspetti? Prendi le tue cose e andiamo. È ora
di saccheggiare quella fortezza.»
CAPITOLO 21

La buona notizia era che qualsiasi cosa connettesse i nostri cervelli al


gioco non aveva previsto la presenza di papille gustative, perché
immagino che la carne putrefatta di zombi suini non sia uno di quei
manicaretti che fanno impazzire chiunque. Ma la mangiai lo stesso,
prendendomi il rischio di un’intossicazione alimentare perché era
l’unico cibo che ci era rimasto, mentre ci dirigevamo verso la fortezza.
Per fortuna non stetti male e ovviamente pensare a delle vere delizie
culinarie mi fece venire l’idea di un ristorante dentro Minecraft
specializzato in piatti di Minecraft, che avrei potuto costruire una
volta fuori di lì.
«Fermi» disse Esme, costringendo i miei pensieri sparsi a
concentrarsi sulla missione. Alzò la mano con fare militaresco, come
se fossimo dei soldati in formazione dietro il nostro comandante.
Sguainò la spada e tutti la imitammo, tenendole bene in alto e
riflettendo la luce arancione del Nether.
Un gruppo di scheletri wither giunse alla nostra destra. Sussultai
immediatamente: non ero pronta a subire un altro colpo, con o senza
armatura.
«Non muovetevi» disse Esme. «Forse passeranno oltre.»
«Non ha mai funzionato prima» sottolineò Anton.
«Shhh!» sibilò Esme.
Anton si ammutolì, e io annuii una volta per far capire a Esme che
avevo afferrato le sue indicazioni, poi trattenni il respiro, preoccupata
che anche il più piccolo movimento potesse allertarli.
Gli scheletri wither si mossero verso di noi, marciando alla rinfusa
ma tutti alla stessa velocità, tutti con la medesima espressione funerea
sul volto mentre si avvicinavano.
Respirai. Dovevo farlo. Ma non accadde nulla: i loro movimenti
rimasero gli stessi.
Persino quando guardarono nella nostra direzione, era difficile dire
se si fossero accorti di noi oppure no. E sembrava che stessero per
oltrepassarci. Il primo scheletro wither si trascinò sul suolo nero, e poi
un secondo passò vicino ad Anton senza guardare nella sua direzione.
Mi rilassai. Avrebbe funzionato.
Uno di loro si avvicinò a me. Così vicino che dovetti farmi di lato
per evitare che ci sfiorassimo. “È quasi troppo facile” pensai.
Lonnie scelse proprio quel momento per voltarsi e gridare,
correndo verso il nemico. Aveva i pugni sollevati e cercai di frappormi
tra lui e lo scheletro, ma continuava a dimenarsi e a tirare pugni,
colpendo me, il wither e persino Anton quando cercò di intervenire.
Tutti gli altri scheletri si voltarono all’unisono, come se ci avessero
notati per la prima volta. Altro che troppo facile!
Mi lanciai contro lo scheletro wither più vicino, spedendolo a
gambe all’aria. Poi afferrai la mano di Lonnie e scappammo.
Ma intanto Lonnie era rimasto incastrato tra le costole di un altro
scheletro wither, così quello venne trascinato insieme a lui. Lonnie
continuava a cercare di liberarsi a suon di pugni e io tentai di colpirlo
con la punta della spada, ma tra la corsa e il dimenarsi di Lonnie, finii
per colpire lui un paio di volte. Non furono le mie mosse migliori, lo
ammetto.
Lo scheletro wither calò la sua spada e io feci da scudo a Lonnie,
assorbendo il dolore lancinante al posto suo, ma sentii la mia energia
colare a picco. Non ero sicura di quanto avrei potuto resistere a quel
ritmo.
Lo scheletro si rimise in piedi, pronto a colpire. Lo attaccai
disperatamente, stavolta raggiungendolo al petto. Capitombolò via
mentre io e Lonnie ruzzolavamo all’indietro. Cercai di alzarmi, ma i
miei movimenti erano incredibilmente lenti. Dapprima pensai che il
colpo del primo scheletro wither stesse infine facendo effetto, o che
fossi stata colpita una seconda volta senza essermene accorta. Chiesi
aiuto a Lonnie, ma anche lui si muoveva lentamente, allora guardai in
basso: ci trovavamo sulla sabbia delle anime. Ed eravamo proprio al
margine, abbastanza vicini da permettere a un altro scheletro wither
di allungarsi e colpirci, senza dover entrare a sua volta nella sabbia
delle anime.
«Anton!»
«Ho da fare, Bianca!» rispose.
«Anton!» gridai di nuovo.
Stavolta si voltò, evitando per un pelo di venire tagliato in due
dallo scheletro wither che stava affrontando. Vicino a lui, Esme ne fece
a pezzi uno a mani nude, poi s’inginocchiò e imbracciò la sua arma
preferita: l’arco. Mantenne la posizione, mirò e scoccò tre frecce di fila
verso me e Lonnie. Tutte si conficcarono nella schiena dello scheletro
wither, e quello cadde in avanti nella sabbia delle anime, mancandoci
di poco, prima di svanire in un vortice di polvere di pixel.
Mi feci strada fuori da quel pantano, poi trascinai anche Lonnie.
Anton sbuffò mentre uccideva l’ultimo scheletro wither e si
allontanava dalle sabbie delle anime, reggendone il teschio come
quello di Yorick in Amleto.
«Ah, povero wither!» disse con un ghigno.
Risi. Mi fece tornare in mente l’anno prima, quando il club di teatro
di mia sorella aveva messo in scena l’Amleto, e nel mezzo del discorso
su “Dove sono i tuoi sberleffi adesso?”, si udì distintamente il rumore
della mascella del teschio di plastica cadere sul palco. All’improvviso,
la scena di Carrie divenne il tormentone comico della serata, ma lei
era furiosa perché il tutto non era andato alla perfezione.
“Nulla va mai alla perfezione, Carrie” le avevo detto.
Quanto era vero.
«Fermi un attimo» disse Anton, passandomi il teschio dello
scheletro wither. Poi si volse verso Lonnie, lo aiutò a rimpinguare le
sue limitate risorse, gli tolse l’elmo e al suo posto gli mise il teschio
wither.
Rabbrividii. Era come guardare il Tristo Mietitore. C’era persino
qualcosa nella bocca che mi dava la sensazione che si aprisse e si
chiudesse, come se stesse lanciando un muto incantesimo. Pensai di
toglierglielo, ma sapevo che era utile: con il teschio indosso, Lonnie
avrebbe potuto essere ignorato dai mob del gioco. Perlomeno
abbastanza a lungo perché non attaccassero immediatamente lui, o
noi. Per quanto avesse un aspetto terrificante, era una buona strategia.
«Pronti?» chiese Esme.
«Ci sono» disse Anton, così seguii Esme nella direzione da cui
erano giunti gli scheletri wither.
All’orizzonte apparve la fortezza, un castello minaccioso con tanto
di torri e torrette, circondato da lava che scorreva in zampilli viscosi
dalle feritoie nelle mura, riempiendo le pozze di un lago cavernoso
così distante che non ero sicura che qualcuno potesse raggiungerlo.
Alcune torce illuminavano le mura, mostrando il sentiero che
conduceva alla fortezza e l’imponente sagoma dell’edificio. Man mano
che ci avvicinavamo, scorgevamo altri dettagli dell’edificio. C’erano
dei portali ad arco con fregi elaborati, contrafforti che si protendevano
dalle mura come mani salde le cui dita afferravano la terra. I gradini,
quasi delle opere d’arte, erano accuratamente intagliati in una serie di
saliscendi, il che avrebbe reso impossibile una carica diretta
dall’esterno. Benché il castello fosse alto, era anche esteso in larghezza,
come un poderoso mostro accucciato, in attesa di liberare la propria
furia. E quando fummo abbastanza vicini e guardammo giù
nell’abisso dove scorreva la lava, ci diede davvero l’impressione di
essere una creatura colossale che avrebbe potuto attaccarci e ridurci in
polvere sotto i suoi piedi poderosi. Tutto in quel forte, dalle alte torri
irte di creste spinate all’apertura spalancata sulla facciata che
sembrava pronta a chiudersi di scatto e annientare chiunque si
avvicinasse troppo, sembrava progettato per dissuadere chiunque
dall’entrare. Mentre ci avvicinavamo, Esme esitò sul ponte che ci
avrebbe portati tra le ampie fauci dell’ingresso principale.
«Non sembra così spaventoso da lontano» dissi.
Esme annuì, d’accordo, poi attraversò con coraggio il ponte di
roccia, dritta verso l’ingresso.
«È esattamente quello che vuole» sussurrai a me stessa. «Un pasto
facile.» Ma la seguii comunque, anche se a qualche passo di distanza.
Quando giungemmo di fronte all’enorme porta spalancata, guardai
indietro e vidi che anche Lonnie e Anton stavano arrivando, benché
fossero appena all’inizio del ponte. Anton mi fece un cenno con la
mano e io pensai: “Certo, lo farei anch’io se potessi rimanere nelle
retrovie”.
Entrammo in un’ampia sala piena di arazzi, con delle mura che
sembravano svilupparsi su tre piani. La sala era illuminata da candele
incastonate nella pietra e da un enorme candelabro fiammeggiante che
poteva contenere più di un centinaio di candele. Ai livelli più alti
c’erano degli archi intagliati nelle pareti, come delle balconate
incassate, mentre il pavimento su cui ci trovavamo era circondato da
porte. Esme attraversò la sala vuota camminando su strati di tappeti
sovrapposti e si recò verso la porta a sinistra più vicina. L’aprì, e lì
c’era un lungo corridoio che conduceva lontano dalla sala, ma da dove
ci trovavamo non riuscivamo a scorgere nessun’altra uscita. Fece lo
stesso con tutte le porte, e trovò all’incirca lo stesso schema: ogni
percorso era un lungo corridoio buio che conduceva chissà dove,
lontano dalla stanza.
«Potremmo dividerci» suggerii.
Esme scosse la testa. «Meglio rimanere uniti. Se ci dividessimo e
avessimo bisogno di aiuto, si metterebbe male.»
«Okay. Quindi quale porta?» chiesi.
Scrollò le spalle. «Scegline una.»
«Io?»
«Tu» disse. «Se scegli quella sbagliata, te ne darò la colpa, e se
invece è quella buona, mi prenderò il merito di avervi condotti fin lì.»
«Quindi vinci sempre tu» dissi.
Sorrise. «Esatto.»
«Guarda, Esme» dissi, approfittando del momento di solitudine con
lei. «Non sto cercando di rendere le cose difficili. Dico davvero.»
«Lo so» disse. «So anche che posso essere…»
«Scontrosa? Irritante? Inflessibile?» suggerii.
Ridacchiò. «Sì, per esempio. È che io vengo qui proprio per fare
qualcosa che abbia un senso logico. So che, se seguo un piano, le cose
funzioneranno. Ma fuori… tutto quello che i medici e i miei genitori
provano a fare ha un risultato imprevedibile.» Entrò nel corridoio e
afferrò una torcia da portare con noi. «Riesci a immaginare come ci si
sente?»
«Immagina di sapere che sei la causa di tutto il dolore che provano
le persone attorno a te. Che è tutta colpa tua. I miei genitori, mia
sorella, Lonnie… persino l’altro autista. Nessuno di loro sarebbe ferito
se non fosse stato per quello che ho fatto in un momento di totale
idiozia.»
Esme batté le palpebre un paio di volte, prima di continuare.
Proprio quando pensavo che mi avrebbe lasciato proseguire questa
conversazione, aggiunse: «Non sono davvero arrabbiata con te,
Bianca. Sono arrabbiata perché questo è l’unico posto in cui sento di
avere di nuovo il controllo di me stessa. E, a volte, immagino di essere
un po’ troppo oppressiva anche con i miei compagni di gioco».
«Quando ci saremo sloggati, posso farmi portare da qualcuno fino
alla tua stanza» dissi. «Troverò un modo per portare la spada fuori dal
gioco e dirò ai dottori che, se la prossima volta non fanno i bravi,
dovranno vedersela con me.»
Sorrise debolmente.
«Purtroppo la vita reale non è un gioco.» Agitando la mano come
per lasciar perdere, disse: «Vabbè. Non importa».
«Sì che importa. Tutto importa. Solo perché è un gioco non vuol
dire che non sia rilevante» dissi. «Ne sono certa.»
Mi appoggiò per un attimo una mano sulla spalla e annuì prima di
procedere. Il corridoio si apriva su un ampio pianerottolo con due
sentieri che si diramavano in direzioni differenti dove il pavimento si
abbassava, come specie di ponti che conducevano ad altre parti del
castello. Esme ne imboccò uno, io l’altro.
«Bianca, guarda in basso» disse.
Tra di noi c’era un’intricata rete di sentieri e scale che portavano
giù nelle viscere del castello.
«Come facciamo a trovare il generatore di blaze?» chiesi. «Potrebbe
essere ovunque.» Alzai gli occhi al cielo e per caso vidi che i sentieri
incrociati erano anche sopra di noi. «Guarda, Esme!»
«Ugh.»
«E adesso?» chiesi. «Forse dovremmo dividerci.»
«Non ora. Sarebbe troppo facile perdersi. Almeno, se siamo in due,
una di noi può ricordarsi da dove siamo venute così da poter ritrovare
l’uscita, mentre l’altra si concentra per trovare il generatore di blaze e
tenere lontani i mob.»
«Immagino che tocchi a me capire dove siamo e come tornare
indietro» dissi.
«Esatto, Dora. Tu sei la mappa.» Si mosse lungo il suo percorso, e io
dovetti correre per raggiungerla.
«Come sai che questa è la strada giusta?» chiesi. «Stai tirando a
indovinare.»
Esme si fermò di colpo e io le sbattei contro. Indicò una delle pareti
dall’altro lato, vicina al soffitto della fortezza. «Lo vedi?» chiese.
«Cosa?»
«Guarda. Quel bagliore giallastro che viene dalle pareti.»
«Oh.»
«Oh» ripeté, poi si rimise a correre.
«Non possiamo sapere se è il generatore di blaze» dissi.
«Lo scopriremo quando saremo arrivate, no?» disse. «E per
cominciare un posto vale l’altro.» Aumentò il passo, costringendomi a
correre a tutta birra per starle dietro.
Dall’altra parte del ponte, la porta si aprì su una stanza che era buia
quasi come quella in cui eravamo entrate. Esme trovò una porta che
conduceva a una scala e cominciò a salire due gradini alla volta. Io ero
un po’ troppo lenta per riuscirci. Sapevo che probabilmente era a
causa del colpo ricevuto dallo scheletro wither, ma feci del mio meglio
per starle dietro.
Il piano superiore era riccamente decorato con dipinti su ogni
parete, delle finestre autentiche (anche se si affacciavano su altre parti
del castello e mettevano in risalto il labirinto oscuro in cui ci
trovavamo) e un ricco mobilio che mi ricordò i fregi gotici su tutti gli
archi. Non c’erano, però, altre uscite.
Esme uscì dalla stanza, guardò verso il livello successivo, poi
rientrò.
«Forse c’è un’altra strada» dissi.
Scosse la testa. «No, deve essere qui. Nessuno degli altri ponti
conduce così vicino alla stanza col generatore di blaze.»
Tornammo a osservare il labirinto dalle finestre e poi ci mettemmo
a tastare le pareti dentro la stanza.
«Forse è progettato per depistarci» dissi. «Questa stanza è la più
vicina, ma da qui non c’è modo di arrivare al generatore di blaze.
Dobbiamo tornare indietro e provare un altro percorso.»
Esme socchiuse gli occhi per un momento, poi annuì, d’accordo.
Feci strada fino al ponte e lo attraversammo, lungo il corridoio
successivo, finché non giungemmo a quella che sembrava una stanza
identica.
«Ci hai fatto fare la stessa strada?» gridò Esme, perdendo la
pazienza.
«No. Hai visto che non l’ho fatto!»
«Allora tutte le stanze sono uguali» disse, sopraffatta, con aria
stanca e sconfitta.
«Queste due lo sono» dissi. «Non possiamo sapere come sono le
altre: ci sono molte variabili…» La mia voce si affievolì quando vidi lo
sguardo abbattuto sul suo volto.
«Non c’è un ingresso, e questo sentiero ci allontana ancora di più
dal generatore. Quindi abbiamo solo sprecato un sacco di tempo.»
«Andrà tutto bene. Capiremo come funziona» dissi.
Mi guardò, poi guardò al di sopra della mia testa, dove avrebbe
dovuto esserci la mia barra della salute, ma non c’era più.
«Bianca» disse con voce bassa.
«Lo so» dissi.
Non sapevo che cosa dire. Il mio tempo stava per scadere.
«Quindi ora che facciamo?» chiese Esme.
«Finiamo il gioco» dissi. «Ovvero, è tempo di menare.» E prima che
potesse dire altro, cominciai a colpire il muro, dapprima senza trovare
nulla, ma quando mi mossi intorno alla stanza, alla fine trovai delle
altre scale che conducevano in alto. «Voilà!»
«Mi sarei irritata molto se non avesse funzionato» disse,
ghignando.
«Chissà com’è che lo sapevo già?» risposi, dandole un’affettuosa
spallata e sorridendo. «Ce l’hai con me il novantanove per cento delle
volte.»
Rise. «Forse il novantasei per cento» Poi mi seguì lungo le scale, che
ci condussero al livello giusto, su una balconata che si affacciava sulla
fortezza e sul suo intrico di scale e corridoi che ora mi ricordavano i
disegni di un sistema nervoso, il tutto collegato all’ingresso.
«Almeno possiamo uscire» dissi.
Esme ci condusse dritte verso la stanza con il bagliore giallastro.
Esitò davanti alla porta e guardò dentro. «Probabilmente ci saranno
delle trappole.»
«Oltre a tutto questo?» chiesi.
Tirò fuori un paio di pezzi di carne putrefatta e li lanciò nella
stanza.
Non accadde nulla.
«Bene…» cominciai, e le sfrecciai attorno per entrare nella stanza.
«Bianca, aspetta!»
Ma ormai ero già dentro la stanza e fronteggiavo la gabbia nera del
generatore di blaze, con il blaze che risplendeva al suo interno.
Esme mi raggiunse. «E se ci fosse stata una trappola?» chiese.
«Avevi già controllato» dissi. «E guarda! Il generatore di blaze!
Morte in vista!»
Esme sfoderò la spada, pronta a combattere. La imitai, anche se non
ero preparata ad affrontare questo nemico. Il blaze uscì dalla gabbia
ululando furioso. Potevo sentire il suo calore irradiarsi sulla mia pelle.
Mentre ci superava, sollevai la spada per abbatterla su di lui, ma non
appena fui abbastanza vicina il calore ustionante del blaze sembrò
quello di un forno. Esme, per fortuna, riuscì a entrare in contatto, e la
sua armatura con la protezione per il fuoco la salvò dalle ferite.
«Perché non sei venuta con Anton?» chiesi, preparandomi a un
altro attacco. «Tutti e due avete un’armatura con una protezione per il
fuoco, e io non ho praticamente nulla.»
«Devo tenerti d’occhio» disse Esme, sollevando la spada per
attaccare di nuovo il blaze. Lo colpì, e quello ululò mentre sbatteva
contro la parete della stanza per poi volgersi di nuovo verso di noi. Il
marchio a fuoco che lasciò sul muro sembrava quello di un volto in
agonia. «Devo assicurarmi che tu non sparisca di nuovo.»
Stavolta, invece di lasciare che il blaze si avvicinasse, gli lanciai
contro la spada, colpendolo proprio al centro del corpo. L’arma rimase
conficcata per un momento e il blaze gridò e si voltò, dritto verso di
me. “Com’è che si fa a sconfiggere una creatura di fuoco?”
Esme affondò la sua spada. Deviò la traiettoria del blaze, che però
sembrava ancora più infuriato e più determinato a farci del male. Il
calore nella stanza cresceva di secondo in secondo. Mi chiesi se
esistesse un modo per raffreddarla un po’. All’improvviso, mi ricordai
del piano originario di Lonnie.
«Palle di neve!» gridai.
«Cosa?»
«Le mie palle di neve!»
Aprii l’inventario, estrassi un paio di palle di neve per me e ne
diedi un po’ a Esme.
A turno ci mettemmo a scagliare palle di neve contro il blaze,
colpendolo e disorientandolo. Il suo colore divenne spento e il blaze
stesso più silenzioso, volando più in basso tra di noi. Un’altra scarica
di palle di neve trascinò a terra il mob, che lasciò dietro di sé una
verga di blaze; la raccolsi in fretta, poi corsi verso la porta con Esme
alle calcagna.
Proprio quando pensavo che tutto sarebbe andato liscio e saremmo
fuggite senza problemi, un’orda di scheletri wither ci assalì. Non
potevamo scappare da nessuna parte se non verso la stanza, per
tornare poi alla rete di ponti. A meno che…
Guardai prima Esme, poi la rete di angusti ponti sotto di noi.
«No» disse.
«Che alternative abbiamo?» chiesi.
«È stupido» disse.
«Non più stupido che rimanere qui e cercare di aprirci la strada
combattendo.» Esitai un momento, solo per vedere il suo volto
cambiare espressione da un “no” secco a un debole “forse”. Poi salii
sulla ringhiera, puntando a quello che sembrava il ponte più vicino, e
saltai.
Avete presente quando giocate e il vostro senso della profondità è
un po’ distorto? Come quando una cosa vi sembra vicina ma in realtà
è molto più distante, e quello che sembra distante è proprio davanti
alla vostra faccia? Una cosa del genere? Di solito, bisogna cambiare
posizione per prendere le misure di quello che si ha intorno e rendersi
conto di dove ci si trova nel paesaggio, ma è molto difficile cambiare
posizione dopo che ti sei tuffata a pesce da un balcone verso le viscere
di una fortezza progettata per ucciderti. Dunque, non lo raccomando.
Comunque, stavo cadendo verso quello che sembrava il ponte più
vicino e che si rivelò essere invece due livelli più in basso, un fatto di
cui mi resi conto solo un secondo dopo aver saltato. “Prospettiva” mi
informò il cervello, troppo tardi per potermi essere utile. Allungai il
braccio destro, con cui tenevo l’arco, sperando di aggrapparmi al
bordo del ponte che era davvero più vicino, e lo mancai. Poi allungai
il braccio sinistro e urtai il ponte successivo, rimanendo appesa al
bordo. Col cuore in tumulto e il braccio dolorante, mi arrampicai sulla
ringhiera, e poi feci una pausa per interrogarmi sulle decisioni che mi
avevano condotta lì. Fu allora che mi ricordai di Esme. Guardai in
alto.
Era circondata da scheletri wither, che tentava di non far
avvicinare.
«Salta!» gridai. «Esme! Salta!»
Guardò in basso verso di me, il viso distorto dalla paura.
«Ti prendo io!» Per un attimo rividi il volto di Lonnie quando
aveva tentato di prendermi mentre mi lasciavo andare dalle sbarre
quel pomeriggio al parco.
Non saprei dire che razza di espressione avesse fatto lei, ma s’issò
sulla ringhiera e si tuffò verso di me. Ma nel mentre tre scheletri
wither le lanciarono tre spade, colpendola in tre differenti parti del
corpo. La vidi sussultare e appallottolarsi su se stessa, così venne giù
come un sasso, e io non potevo afferrarla per nessun arto. Salii sulla
ringhiera, capendo che probabilmente si trattava della mossa più
stupida della mia vita, e allungai entrambe le braccia. Mentre Esme
sfrecciava giù, la afferrai e saltai all’indietro con un movimento unico,
sperando di averla presa e di non aver saltato così indietro da cadere
dalla piattaforma.
Quando aprii gli occhi, Esme era aggrappata al bordo del ponte. La
tirai su, e si accasciò di fianco a me, ansimando.
«Non ero certa che avrebbe funzionato» dissi quando ebbi preso
fiato.
«Io ero certa del contrario» disse. «Ma grazie.»
«Prego» dissi. Poi: «Ti hanno colpita».
Guardò il proprio corpo. C’erano tre ferite: una sul torso, una sul
braccio e un’altra sulla gamba. «Sì.»
«Uno di loro mi ha colpito prima, e sto ancora bene» dissi.
«Uno» disse. «Non tre.»
Dall’oscurità in fondo al ponte emerse il pallido volto di uno
scheletro wither. Tirai Esme in piedi. «Dobbiamo tornare nel mondo
principale per guarire.»
Annuì. La feci appoggiare contro di me e corremmo insieme verso
l’ingresso, mentre altri scheletri si gettavano all’inseguimento. Poi,
sotto di noi, si udì una serie di esplosioni.
Esme per un attimo sembrò confusa, poi la sua espressione si
illuminò. «Anton.»
«Speriamo.»
«Forse ha trovato la verruca del Nether» disse.
Sotto di noi, i ponti stavano cominciando a crollare a causa delle
esplosioni. Dietro di noi, gli scheletri wither continuavano a
inseguirci. «Abbiamo altro di cui preoccuparci ora.»
Scappammo, mentre la fortezza del Nether crollava intorno a noi e i
mob ci stavano alle calcagna. Giungemmo al ponte levatoio che
conduceva fuori dalla fortezza. Sotto, la lava ribolliva di enormi
schizzi esplosivi, peggio del solito. I blocchi della fortezza stessa si
schiantavano sugli scheletri wither, danneggiando il ponte levatoio
proprio sotto i nostri piedi. Continuai a trascinare Esme con me,
preoccupata di dove fossero finiti Anton e Lonnie, e chiedendomi se
fossero riusciti a fuggire prima che la fortezza venisse distrutta.
Dal ponte ci calammo sul suolo del Nether, proprio mentre la
fortezza collassava definitivamente in un’enorme pozza di lava
ribollente, facendo schizzare un fiotto di lava sopra le nostre teste.
Trascinai via Esme mentre la lava ricadeva a terra, proprio nel punto
in cui ci trovavamo un attimo prima.
«Pensi che ce l’abbiano fatta?» chiese.
Scossi la testa. «Non lo so.» Il terreno sotto di noi ruggì. Presi Esme
e ci allontanammo ancora di più, temendo che anche il suolo avrebbe
cominciato a crollare.
«Ehi!» gridò qualcuno alla nostra destra.
Anton giunse da un’altra parte della fortezza spazzata via dalle
esplosioni. Mentre correva, sotto i suoi piedi il terreno si disfaceva.
«Lonnie!» gridai. «Dov’è Lonnie?»
Anton corse a zig zag schivando blocchi di rocce, e vidi Lonnie
dietro di lui, che imitava ogni sua mossa. Stavo per corrergli incontro,
quando Esme mi trattenne scuotendo la testa.
«Hanno bisogno di aiuto!»
«Se andiamo adesso, gli staremmo solo tra i piedi» disse.
Potevo sentire il mio cuore battere mentre me ne stavo lì a
guardarli. Nella mia testa continuavo a ripetermi: “Forza, forza”, ma
non osavo dirlo ad alta voce, per scaramanzia. Il volto di Anton
sembrava spaventato a morte, eppure pareva che si stessero
allontanando dai resti della fortezza con facilità. Non capii perché
avesse quell’aspetto finché non furono più vicini.
Avevano dei ghast alle calcagna.
CAPITOLO 22

Esme tirò fuori delle frecce e le accese, poi mirò ai ghast.


«Non sprecarle!» gridò Anton.
Lei lo ignorò, scoccando dei tiri che io non potevo nemmeno
sognarmi, anche se era evidente che era molto indebolita. Persino
quando scivolò a terra, la sua ultima freccia trafisse il ghast più vicino,
uccidendolo.
La aiutai a rialzarsi e a correre verso i ragazzi. Non appena ci
raggiunsero, Anton si voltò e lanciò un po’ di dinamite contro i ghast.
Due di loro caddero, ma ce n’erano altri due in arrivo. Si divisero e poi
si avventarono contro di noi da due lati. Corremmo giù da una collina
per tenerci a distanza, ma nel mentre capii che ci stavano spingendo
verso un punto da cui era impossibile fuggire, con un lago di lava alle
spalle e loro che ci circondavano.
«Non posso combattere tenendoti a me» dissi.
«Peccato» disse Esme.
Per la prima volta udii nella voce di Esme una ragazzina di dodici
anni seriamente spaventata, preoccupata che le cose non andassero
bene. Non volevo abbandonarla, ma sapevo di doverlo fare. Lonnie mi
seguì e portò via Esme, sorreggendola al suo fianco, e allontanandosi
un po’ da me e Anton.
Ero senza parole. Era come se mi avesse letto nel pensiero.
«Smettila di stare lì a bocca aperta!» gridò Anton. «Siamo nel mezzo
di uno scontro a fuoco!»
Tornai bruscamente alla realtà e mi misi spalla a spalla con Anton,
scoccando frecce e lanciando dinamite. In quel modo ci sbarazzammo
di un altro ghast, ma l’ultimo continuava a schivare le nostre armi e a
spingerci verso la lava.
Mi guardai attorno, cercando di individuare una via di fuga, ma
non c’era: la lava era proprio dietro di noi e non avevamo un posto
dove scappare.
«Bianca!» chiamò Anton. «Non puoi fare quello che ti pare proprio
ora!»
A parte il fatto che era un mondo dove potevo fare quello che mi
pareva, se lo pianificavo con attenzione. Mi girai verso Anton e dissi:
«Proverò una cosa, okay? Se non funziona, probabilmente sarò fritta e
dovrai abbatterlo da solo, ma penso che possa funzionare.»
«Che stai facendo?» urlò Esme mentre facevo un passo in avanti
per schivare la palla di fuoco del ghast.
«Bianca!» gridò Anton.
«Funzionerà» replicai. «Ho un piano!»
Mentre osservavo un proiettile fiammeggiante sfrecciare verso di
me, pensai a una cosa che Lonnie mi aveva accennato durante la sua
meticolosa pianificazione della nostra gita nel Nether. Sosteneva che,
calcolando bene i tempi, si poteva rispedire la palla di fuoco contro il
ghast. «Scommetto che sembrerò uno stregone che spara fiamme dalle
mani, vedrai!» aveva esclamato.
Aveva sempre avuto uno spiccato senso teatrale.
Sferrai un pugno un attimo prima che l’attacco m’incenerisse,
sperando contro ogni probabilità di averlo fatto nel modo giusto. Un
attimo dopo, vidi la palla di fuoco rimbalzare e il ghast esplodere tra
le fiamme. Mi accasciai a terra, sfiancata dall’aver affrontato il mob
gigante da sola.
Lonnie mi mise una mano sulla spalla e mi aiutò ad alzarmi. Gli
sorrisi debolmente. «Com’è stato? Fico come speravi?»
«Sul serio?» disse Esme da dietro. «Potevi morire!»
Anton mi fissava in silenzio, gli occhi sgranati dalla meraviglia.
Spostai Lonnie di lato e camminai verso Esme, poi la strinsi in un
abbraccio. Si dimenò per un attimo, ma poi mi abbracciò a sua volta.
«Stiamo tutti bene» dissi, tirandomi indietro. Guardai dove prima
sorgeva la fortezza del Nether.
«L’hai fatta esplodere?» domandai ad Anton.
Ghignò e basta.
«E adesso?» chiese Esme. «La fortezza è andata, e non sono sicura
che abbiamo tutto quello che ci serve per arrivare nell’End.»
Anton ci mostrò la verruca del Nether. «Abbiamo questa.»
Esme apparve sorpresa, poi mi lanciò un’occhiata. Tirai fuori la
verga di blaze. Un sorriso debolissimo le smosse l’angolo della bocca.
«Mi metto al lavoro sul portale» disse Anton. «Ma nel frattempo…»
Aprì il suo inventario e ne estrasse due mele incantate, lanciandole a
me e a Esme. «Le ho trovate nella fortezza, forse cureranno quello che
vi hanno fatto quei wither.»
«Le mele incantate non funzionano così» osservò Esme.
«Sì, ma per ora è tutto ciò che abbiamo, e voi due siete messe male.
O volete continuare a mangiare carne marcia?»
«Potrebbe essere uno spreco di provviste» disse lei.
«Non se ci ritroviamo sotto attacco» sottolineò lui. «Il che
probabilmente è imminente, visto come stanno andando le cose.
Inoltre, è in momenti come questo che servono le provviste.»
Esme allungò la mela verso di lui, ma lui la ignorò e si mise a
lavorare su un portale per riportarci nel mondo principale. Mangiare
la mela non mi fece stare né meglio né peggio. Ma Anton aveva
ragione. Non puoi rimandare per sempre.
Andai da Lonnie mentre Anton lavorava al portale ed Esme
continuava a battibeccare sul consumare una risorsa rara. «Grazie per
avermi detto quella cosa sul prendere a pugni le palle di fuoco: ci ha
davvero salvato la pelle.» Lui piegò la testa, e io risi. «Be’, non me l’hai
detto in quel momento, ovviamente, ma quando pianificavamo la
nostra prima sortita nell’End.» Tacqui per un secondo e sorrisi
tristemente. «Per me ci sei sempre. Io… volevo solo dirti che…» Ma,
tanto per cambiare, udii lo strano lamento di un ghast, e vidi un paio
di quei mob giganti venirci incontro lungo il fiume di lava.
Lonnie mi strinse il braccio e io mi girai, vedendo una squadra di
ghast che si avvicinava velocemente.
«Oh, ehi, come va con quel portale?» gridai ad Anton.
«Ti stai offrendo per dare una mano?» chiese Esme.
«No, mi sono solo accorta che abbiamo compagnia» dissi indicando
l’orda in arrivo.
Esme sollevò lo sguardo e fece un verso che sembrava una
combinazione di frustrazione, rabbia e stanchezza. Estrasse il suo arco
e incoccò delle frecce infuocate.
«Mangiate un po’ di fiamme, ghast» sussurrò. Per due volte mancò
il bersaglio, e capii che stava molto peggio di quanto dava a vedere.
«Perché tu non continui a lavorare al portale?» dissi. «I ghast
possiamo respingerli io e Anton.»
«Bianca ha ragione» disse Anton. «Sono l’unico a non essere stato
colpito da un wither. Ho più punti salute di tutti, e lei probabilmente
più di te.»
Esme si scambiò di posto senza controbattere. Stetti di fianco a
Anton, con le frecce pronte. Ci spostammo qualche metro di lato
rispetto a Esme, sperando di attirare il fuoco lontano da lei in modo da
permetterle di finire il portale senza essere colpita.
«Che c’è, non vuoi prenderli a cazzotti con la tua tecnica?» chiese
Anton mentre incoccavo.
«Non sono sicura di riuscire a farlo di nuovo, per essere onesti, e
soprattutto non contro più di un ghast alla volta.»
«Aspetta che si avvicinino» disse Esme.
«Basta coi suggerimenti» disse Anton. «Possiamo occuparcene noi.»
Rimase in silenzio solo per un minuto mentre i ghast volavano più
vicini. «Ehi!»
«Che c’è?» chiesi. «Stiamo aspettando. Come hai detto tu!»
«No, è che non abbiamo abbastanza ossidiana» esclamò.
«Infatti non siamo per niente circondati dalla lava» sbottai. «Non
c’è proprio nessun posto dove poterla trovare!» La guardai. «Pensavo
fossi tu quella che pensa sempre a tutto. Fai due più due!»
Mi lanciò uno sguardo di ghiaccio, ma non disse nulla. La osservai
mentre apriva il suo inventario e prendeva le palle di neve. Quando
mi voltai di nuovo, i ghast erano proprio sopra di noi. Anton cominciò
a colpire e io lo imitai, mancando il primo tiro.
«Non sprecare frecce, Bianca!» disse Anton. «Ne abbiamo poche.»
Ne scoccai altre due, colpendo entrambi i ghast e facendoli
arretrare un po’. «Che ne dici di questo, allora?» chiesi sogghignando.
Anton lanciò un’altra freccia, che ne uccise un altro, e sorrise di
rimando.
«Si può fare di meglio. Come va, Esme?» gridò.
Esme lanciò le palle di neve nella lava oltre il bordo della cresta. Si
formarono due blocchi di ossidiana, che raccolse, e poi lanciò altre due
palle di neve.
«Ci sono quasi» rispose, mettendo i blocchi di ossidiana al loro
posto nel portale quasi completato. Non ero certa che avessimo la
selce necessaria per illuminare il portale, ma me ne sarei preoccupata
alla fine.
Lonnie scattò in piedi, correndo contro l’ultimo ghast.
«Abbassati!» gridò Anton. «Ti colpirà!»
Ma Lonnie non lo ascoltò e cominciò a saltare, attirando la sua
attenzione e allontanandolo da noi.
«Lonnie, non farlo!» gridai. Mi mossi verso di lui, pronta a colpire il
mob con la mia ultima freccia, ma Anton mi trattenne.
«Sa quello che fa» disse Anton.
«No che non lo sa!» sbottai, poi mi bloccai.
Anton mi guardò dritta negli occhi, ma non disse nulla.
Guardai Lonnie saltare di nuovo. Una palla di fuoco lo mancò per
un pelo, esplodendo a pochi metri di distanza dal portale.
«Forza!» gridò Esme. Stava cercando di estrarre l’ultimo blocco di
ossidiana per il portale, che si trovava appena fuori dalla sua portata.
Correndo feci un salto dall’isola al blocco di ossidiana, poi un altro
immediatamente indietro, così facendo lo estrassi e lo trascinai con
me. Atterrai proprio di fronte a Esme e le passai l’ultimo blocco. Per
un microsecondo, pensai che fosse rimasta colpita. Insomma, io ero
impressionata da me stessa, per essere onesti. Ci guardammo per
un’istante, ma non disse nulla e quindi non dissi nulla nemmeno io.
Lonnie saltò direttamente davanti al portale, e poi si allontanò
mentre una palla di fuoco sfrecciava diretta verso di lui. Esme, Anton
e io avemmo appena il tempo per tuffarci di lato prima che la palla di
fuoco andasse a segno, accendendo il portale.
Afferrai la mano di Lonnie, non volendo attendere che un ghast
tornasse indietro e lo lanciasse contro il portale. Esme lo trascinò,
Anton era il successivo.
«Vai!» gridai.
Si abbassò sulle ginocchia e strisciò per il resto della strada fino al
portale proprio mentre il ghast lo stava inseguendo. Scagliai la mia
ultima freccia, mancando il mob ma colpendo la palla di fuoco che
stava per pioverci addosso e deviandone la traiettoria. Corsi da Anton
e lo spinsi dentro il portale. Il ghast volò sopra di noi e il suo attacco
spense il portale, tagliando di fatto la mia via di fuga.
Ero sola, con il ghast che girava in tondo preparandosi a un altro
attacco. Guardai nell’inventario. C’era un’ultima scatola di dinamite,
ma niente selce per accendere un fuoco.
«Se c’è mai stato un momento per un piano folle…»
Il ghast si stava avvicinando. Mi posizionai dietro il portale, sulla
traiettoria del mob in arrivo, guardando oltre il portale mentre si
dirigeva verso di me. Non appena ebbe raggiunto il bordo dell’isola,
corsi attraverso il portale inattivo e lanciai la dinamite. Il ghast esplose
e scintille di fuoco mi circondarono nell’aria. Una di loro accese il
portale, che lampeggiò di viola. Nello stesso momento, lo
spostamento d’aria mi colpì e mi gettò indietro. Mentre volavo verso il
portale, ora attivo, mi accorsi che l’esplosione ne aveva danneggiato
lievemente la struttura. L’arco sembrava scheggiato e la luce viola del
portale s’insinuò nelle crepe.
Chiusi gli occhi mentre cadevo, sperando per il meglio.
CAPITOLO 23

Atterrai sull’erba, circondata da una luce splendente. I miei occhi ci


misero un paio di secondi a adattarsi, ma quando lo fecero, mi accorsi
che le cose intorno a me si muovevano troppo in fretta. Poi capii che
non era il paesaggio, ma ero io a sfrecciare sul terreno. Qualcosa mi
aveva afferrato dalle spalle e mi stava trascinando. Mi dimenai per
girarmi, o ribaltarmi, o dare un’occhiata a qualsiasi cosa fosse, ma
nulla di ciò che facevo sembrava funzionare. Tutto ciò che riuscii a
fare fu dire: «Ehi! Ehi!» e nemmeno quello ebbe alcun effetto.
Urtai il terreno irregolare, sgomitando per liberarmi finché non
oltrepassammo alcuni alberi e dei cespugli. Poi la cosa sconosciuta mi
lasciò andare. Mi alzai immediatamente in piedi e mi guardai attorno.
«Lonnie!»
«E noi che cosa siamo, frattaglie?» Esme e Anton si trovavano un
po’ più indietro rispetto a Lonnie, e stavano entrambi sorridendo.
Anton mi batté il cinque e disse: «Un passo più vicini all’End!».
Si girò per battere il cinque anche a Esme, ma lei lo lasciò in
sospeso. «Un passo più vicini all’uscita, intendi» disse.
«Cosa…» cominciai, quando Lonnie mi afferrò di nuovo e mi tirò
per terra.
«Shhh!» disse Esme.
Mi voltai verso la direzione in cui stavano guardando. Oltre gli
alberi, al di là del portale, un Enderman vagava all’orizzonte.
Dapprima ci rivolgeva la schiena, poi si girò. Era il solito Enderman
con la cicatrice e sussultai. Si voltò di nuovo, stavolta guardando
dritto verso di noi, ma non si avvicinò ulteriormente. Alla fine se ne
andò, sparendo al di là della collina.
«È uno scherzo, vero?» dissi voltandomi verso gli altri.
«Magari!» disse Anton. Sembrava esasperato. «Ascolta, Bianca, ci
sarebbe un modo semplice di occuparci di questo mob. Devi solo…»
«Non sono io la causa» dissi tagliando corto. «Quindi, che
facciamo?» chiesi. «Non possiamo andare in giro a cercare il portale
dell’End con quel coso che ci ronza attorno pronto a combattere.»
«Ci serve un piano per sbarazzarci di quello specifico Enderman»
disse Esme.
«Come?» chiese Anton. «L’abbiamo ammazzato due volte ormai.
Ed è sempre qui.»
«Tre è il numero perfetto» dissi. «Mia nonna lo dice sempre.»
«Non c’è nulla di perfetto in quell’Enderman» disse Esme. «È qui
per noi: non importa dove andiamo, lui è sempre lì.»
«Che cosa suggerisci?» disse Anton.
«Dobbiamo attirarlo in una trappola; qualcosa con tanto esplosivo»
disse Esme.
Anton sorrise. «Penso di sapere di cosa stai parlando.»
«Ti aiuterò» disse lei. «Deve essere enorme: dovremo usare tutto
quello che non ci è utile per l’End.»
Mi morsi il labbro e guardai Lonnie. Era ancora seduto vicino al
punto in cui mi aveva trascinato per trarmi in salvo, lo sguardo fisso
tra le foglie, dove qualche momento prima si trovava l’Enderman.
«Ehi» sussurrai nella sua direzione, «Lonnie?»
Si voltò verso di me.
«Pensi che sia una buona idea?» chiesi.
Mi ignorò e continuò a scrutare, come se fosse di guardia.
«Stavi sempre a inventare trappole per gli Endermen, ricordi?»
Lonnie si spostò, lasciando cadere la mano che gli avevo poggiato
sul ginocchio. Quando mi voltai verso Anton ed Esme, Anton era in
piedi che grattava qualcosa nel terreno, mentre Esme guardava. Cercai
di non sentirmi offesa.
«Dobbiamo attirare l’Enderman in questo punto» disse Anton,
colpendo un pixel marrone vicino al suo piede. «Poi lo facciamo
saltare in aria.»
«Ascoltate» dissi a bassa voce. Nessuno dei due si fermò per
guardarmi, così lo dissi di nuovo, a voce più alta: «Ascoltate».
«Sì?» chiese Esme.
«Non sono sicura che far esplodere quel coso sia l’idea migliore»
dissi. «Continua a tornare.»
«Per questo stiamo usando tutte le munizioni che abbiamo» disse
Anton.
Scossi la testa. «È uno spreco di tempo e uno spreco di risorse.
Dobbiamo arrivare nell’End, e lasciare questo coso qui nel mondo
principale.»
«Come facciamo?» chiese Esme. «Quel coso è apparso nel momento
stesso in cui siamo tornati dal Nether.»
«Non ci metterà molto a trovarci» disse Anton. «Ci serve un piano
per abbatterlo.»
«Penso che dovremmo distrarlo, e poi correre verso il portale»
dissi.
Esme non riuscì a trattenere una risata. «Distrarre e correre è il tuo
piano?» Rise di nuovo. «Vuoi correre via da una cosa che può
teletrasportarsi?»
«Siamo in quattro» spiegai. «Possiamo escogitare un modo di farlo
senza sprecare tutte le nostre risorse.»
«La penso come Esme» disse Anton. «Non vedo il senso di correre
via.»
Guardai Lonnie, sperando nel suo sostegno, ma, ovviamente, non
ebbi alcun segno. Lonnie non era al cento per cento in sé, soprattutto
quando Anton ed Esme erano nei paraggi. Se fossi riuscita a portarlo
nell’End, forse sarebbe tornato definitivamente in sé.
«Okay, e se provassimo in entrambi i modi?» suggerii.
«Come, esattamente?» chiese Esme.
«Dovremmo dividerci» dissi.
«Cosa? No!» Anton si alzò di scatto, scuotendo la testa e
cominciando a camminare avanti e indietro. «No. No. Assolutamente
no.»
«Possiamo ottenere più risultati» dissi.
«Ah-ah» disse Anton.
«Restiamo uniti» disse Esme. «È sempre stato quello, il piano.»
«E ogni volta che ci siamo divisi, le cose sono andate tutte storte»
disse Anton. «Non lo faremo volontariamente.»
Lonnie mi guardò, poi si alzò e si avvicinò a Anton.
«Sei d’accordo con me, amico?» chiese Anton. Alzò la mano per
battere il cinque, ma Lonnie non glielo restituì.
«Okay, bene» dissi. «Per ora facciamo come dite voi.»
Esme abbassò lo sguardo, ma riuscii a vedere il sorriso sul suo
volto. E ne ero quasi lieta; sapevo che nel mondo reale, probabilmente,
non si faceva mai a modo suo. Inoltre, che male ci avrebbe fatto
tentare di trascinare l’Enderman con la cicatrice nella trappola e farlo
saltare in mille pezzi?
«Ci serviranno delle protezioni migliori» disse Esme.
«E dove le troviamo?» chiesi.
Aprì l’inventario e ci mostrò quanti diamanti aveva raccolto.
«Wow» disse Anton.
«Non bastano per tutti» disse Esme. «Ma darà ad almeno uno di noi
un’ottima chance.»
Anton sorrise. «Vuoi dire che darà un’ottima chance a chi di noi
farà da esca.»
Il viso di Esme celava a malapena un sorriso.
«Esca?» chiesi. «Che cosa intendete con “esca”?»

Qualche momento dopo, ero fasciata in un’armatura di diamante e


camminavo in testa al gruppo con la spada sollevata sulla testa. Se
fosse stata la vita reale, mi sarei aspettata qualche cigolio nelle
giunture dove il diamante strofinava contro il diamante, ma questa
non era la vita reale. Non ero nemmeno sicura che tutti i diamanti del
mondo fossero sufficienti per costruire una sola armatura come quella
che indossavo.
Avanzai lentamente guardandomi attorno, aspettandomi che
l’Enderman si parasse di fronte a me da un momento all’altro, ma,
quando ebbi percorso tutta la strada dal portale alla riva del fiume
senza che nulla si facesse vedere, mi rilassai. Un coniglietto saltellò
vicino a me, e abbassai la spada.
«Vedo solo questo coniglietto aggressivo» dissi a Lonnie, Esme e
Anton.
«È strano» disse Anton.
«Sì, le sue orecchie appuntite sono particolarmente minacciose»
risposi.
«No, voglio dire…» Anton corse verso di me, ancora nella sua
armatura di acciaio, e sospirò. «Voglio dire che la volta scorsa
l’Enderman non si è fermato. Era sempre tra i piedi. E ora, puff, si
perde l’azione?»
«Ha ragione» disse Esme. «Forse ha allestito una trappola per noi.»
«Tutte ragioni in più per smetterla di dargli la caccia e proseguire
col nostro piano originario, attraversare il portale» suggerii. «Se non è
davvero qui, stiamo sprecando tempo.»
Anton ed Esme scossero entrambi la testa.
«No» disse lei. «Continuerà a darci la caccia a meno che non
regoliamo i conti con lui. Continua a camminare, almeno fino a quelle
barche laggiù.»
Camminammo con cautela lungo la riva, vicini, schiena contro
schiena, in modo da poter vedere in tutte le direzioni. Anche se
Lonnie non era una grande vedetta, gli demmo una posizione nel
gruppo, tra Anton e me.
Dopo quelli che sembrarono pochi minuti, ci avvicinammo alle
barche ancorate a riva, annidate tra alcune rocce grigie. «Sono le stesse
che abbiamo abbandonato noi?» chiesi.
Esme guardò Anton, poi disse: «No, non credo». Salirono sulle
barche senza ulteriori esitazioni, e Lonnie li imitò.
«Che state facendo?» chiesi. «Il piano non era intrappolarlo sulla
terraferma?»
«Ma ci sono le barche» disse Esme. «Qualcuno le ha lasciate qui
perché le trovassimo.»
«E come potete essere certi che non sia una trappola?» domandai.
«Dicevate che dovevamo attenerci al piano, e il piano era far uscire
allo scoperto l’Enderman e farlo esplodere, qui sulla spiaggia. Perché
cambiarlo adesso?»
«Okay, va bene. Non ti abbiamo spiegato il piano fino in fondo»
disse Anton. «Abbiamo una teoria. Una teoria logica, non
complottista» aggiunse quando gli lanciai un’occhiata severa.
«Okay» dissi cauta. «Di che cosa si tratta?»
«Pensiamo che l’Enderman sia qualcosa di tuo, qualcosa creato dal
tuo cervello» disse Anton, affrettandosi a finire la frase prima che
potessi fermarlo. «Pensaci. Non l’avevamo mai visto prima che tu
arrivassi nel gioco, si fa vivo tutte le volte che ci sei tu e prende
sempre di mira te.»
«E tutti quelli che si trovano con te» aggiunse Esme. «Abbiamo
pensato che se fossimo riusciti a portarti da qualche parte dove non ci
fossero distrazioni, avremmo potuto convincerti a parlare.»
«Come in mezzo a un fiume» dissi.
«Già» disse Anton.
L’idea che avessero dovuto pensare di ingannarmi per il mio stesso
bene mi fece sentire male: dopo tutto quello che avevamo passato
insieme, mi sentivo di dover loro almeno un pezzetto di verità.
«Capisco» dissi, sentendo già il peso di quel segreto sollevarsi dal
mio petto. «Penso che abbiate ragione.»
Esme sembrò sorpresa.
«Sei d’accordo?» disse Anton.
«L’Enderman ha una cicatrice sul viso che assomiglia a quella del
tizio con cui abbiamo avuto l’incidente» dissi. «Probabilmente è una
di quelle cose da DPTS che persiste nelle profondità del nostro cervello.
Sono sicura che ce l’abbia anche Lonnie, ed è per questo che
l’Enderman è così forte.»
«Che cos’è il DPTS ?» chiese Esme.
«Il disturbo post traumatico da stress» risposi. «È quando ti capita
qualcosa di terribile, come un incidente o un’aggressione, e dopo fai
fatica a vivere la tua vita normalmente.»
«Uh» Esme ci pensò su. «E se tutta la tua vita è stressante?»
Non mi ci ero mai soffermata, ma mi fece pensare ai ragazzini come
A.J., che non avevano avuto nemmeno un inizio facile.
«Pensi davvero che Lonnie sia ancora lì?» disse Anton.
«Davvero ne stiamo riparlando?» chiesi.
«Non intendo quello» disse. «Forse ci sbagliavamo, forse non sei tu
a materializzare quell’Enderman.»
Tutti e tre guardammo Lonnie. Ma proprio dietro di lui c’era una
barca più grande, quasi una nave, in mezzo all’acqua. Era una
costruzione così elaborata che non sapevo come fosse potuta apparire
dal nulla, a meno che…
«Da dove sbuca quella?» chiese Esme.
Mentre la fissavamo, venni colpita alle spalle. Mi girai e mi ritrovai
addosso l’Enderman con la cicatrice. Anton lo colpì mentre Esme mi
trascinava via e mi spingeva dentro una delle barche.
«Via!» ruggì Esme saltando sul suo mezzo d’acqua. Anton si girò e
corse verso di noi con Lonnie al suo fianco, mentre entrambi
obbedivano a Esme e battendo in una precipitosa ritirata.
L’Enderman con la cicatrice ci fissò dalla riva mentre ci dirigevamo
dritti verso la nave. Vidi file di Endermen brulicare a bordo. Quello
con la cicatrice si ergeva sulla prua della nave come un capitano.
«Ma come?» chiesi.
«Avevi ragione» disse Anton. «È una trappola.»
«Sono pirati quelli?» chiesi, avvertendo il terrore che si coagulava
in fondo allo stomaco. Mi ricordai le storie che raccontava mio padre.
«La testa di qualcuno sta davvero trasformando questo posto nel
suo incubo personale» disse Anton con enfasi.
Dovevo ammettere che ciò che stavo guardando non poteva essere
stato creato da altri che da me. Capii perché ero stata scelta come
l’esca perfetta, ma mi chiesi anche che cos’altro stessi controllando.
Gettai un’occhiata furtiva a Lonnie.
«Come faccio a fermarli?» chiesi, cercando di non andare nel
panico. «Non dovrei essere in grado di controllarli e di farli tornare
indietro in qualche modo?»
«Ora non abbiamo tempo di scoprirlo» disse Anton. «Dobbiamo
attaccare una nave pirata, a testa bassa.»
«Io non…» cominciai, poi mi fermai.
«Non sono veri pirati» disse Esme cercando di calmarmi.
«Sono pirati dell’Ender» dissi. «Peggio ancora! Ora come potrà mai
funzionare il piano?»
Anton scrollò le spalle. «Con gli stessi esplosivi, lo stesso raggio
entro cui deve entrare l’Enderman con la cicatrice. Ma ora dobbiamo
usare le barche per fuggire in fretta.»
«Quindi lo facciamo» dissi.
«Lo facciamo» disse Anton.
«E dovrò andare all’arrembaggio di una nave pirata.»
«Esatto.»
Esme fece strada, portando la barca parallela alla nave, poi ci
condusse a bordo, arrampicandosi di lato e fermandosi sul parapetto,
proprio sopra un gruppo di Endermen. Attaccarono subito.
M’inerpicai a bordo e cominciai a brandire la spada nervosamente
persino prima di arrivare sul parapetto. Anton era alla mia sinistra ed
Esme alla mia destra. Lonnie stava ancora salendo.
Saltai sul ponte della nave e cominciai a farmi strada a colpi di
spada. Lonnie prese il mio posto tra Esme e Anton, impugnando una
spada di diamante che affondava con una tale forza da aprire dei
buchi nel ponte. All’improvviso percepii una forza provenire dalle
mie spalle, e guardai a poppa, dove l’Enderman con la cicatrice
osservava il combattimento dall’alto. Il mio cuore batté all’impazzata
quando saltò sul ponte e con tre lunghi passi si diresse non verso di
me, ma verso Lonnie.
Spinsi via uno degli Endermen e corsi sul ponte per affrontare
quello con la cicatrice. Prima che potessi raggiungerlo, allungò le mani
e mi mandò al tappeto. Caddi per terra, ma mi sembrò di non aver
riportato grossi danni. Il combattimento continuò a infuriare intorno a
me per un secondo, prima che mi rimettessi in piedi. Nel frattempo,
quello con la cicatrice aveva raggiunto Lonnie, era saltato, e stava
atterrando duramente con entrambe le braccia allungate. Lonnie stava
per essere polverizzato. Corsi di nuovo, saltai in alto e sopra Lonnie,
volgendo il mio petto all’Enderman con la cicatrice mentre le sue
lunghe braccia si proiettavano verso di me. Nonostante l’armatura di
diamante, avvertii l’impatto sulle costole come in un altro incidente
d’auto. Per un istante mi dimenticai dov’ero, e vidi un’immagine del
cruscotto schiacciato contro il mio petto e il volto dell’altro autista a
pochi centimetri da me.
Gridai.
Il volto del guidatore svanì, rimpiazzato da quello dell’Enderman
con la cicatrice mentre mi colpiva di nuovo.
In un attimo tornai nel gioco, schivando gli attacchi di quel flagello.
Cercai di ricordare il piano. Anton avrebbe dovuto posizionare gli
esplosivi, e io avrei dovuto portare l’Enderman al centro, poi saremmo
dovuti fuggire tutti. Ma dove potevamo fuggire, su una nave?
Il mio cervello non riusciva a rispondere a quella domanda mentre
venivo presa a pugni. Alzai un braccio per fermare i colpi, ma potevo
sentirli ancora piovere contro il mio petto. Lonnie allontanò
l’aggressore, incassando il colpo successivo.
«No!» gridai, ma era troppo tardi.
L’Enderman smise di cercare di annientarmi e rivolse la sua
attenzione a Lonnie. Mi rialzai. Alla mia destra, Anton stava
percorrendo il perimetro della nave. Sapevo che cosa significava.
Stava facendo la sua parte e io dovevo fare la mia. Alla mia sinistra,
Esme combatteva gli Endermen e raccoglieva le perle dell’Ender che
lasciavano cadere quando venivano uccisi.
Spinsi via Lonnie e raccolsi la spada, puntandola verso l’Enderman.
Sferzai l’aria attorno a me, affondando la punta nel suo petto mentre
facevo un passo in avanti. Poi mi voltai e menai la spada nell’altro
senso, portando tutta la lama sul braccio dell’Enderman.
Barcollò all’indietro.
Anton fischiò, attirando la mia attenzione e segnalandomi che
toccava a me. Feci un altro passo verso l’Enderman, respingendolo
sempre meglio con la mia spada. Non mi fermai nemmeno quando mi
sentii esausta e le gambe mi tremavano come gelatina. Avevamo una
sola opportunità e non l’avrei sprecata.
Portai l’Enderman nel punto stabilito.
Anton saltò sul ponte e aiutò Esme con gli ultimi Endermen e le
perle. Poi entrambi mi oltrepassarono di corsa, prendendo Lonnie e
trascinandolo giù dalla nave.
Mi rimanevano solo un paio di secondi.
Diedi un’ultima ripassata all’Enderman, con un salto rotante che
impresse più forza alla spada. Ma mentre atterravo, l’Enderman si
spostò e la spada colpì il legno del ponte. Prima che potessi
riprendermi, si raddrizzò e si dimenò, spingendomi verso il centro
della nave, proprio dove avrebbe dovuto trovarsi lui.
Barcollò verso di me, con gli arti che si muovevano sussultando.
Volevo alzarmi, ma ero paralizzata, il mio intero corpo era bloccato lì.
Era la fine.
Con la coda dell’occhio, vidi la prima esplosione. La bomba brillava
gialla e arancione contro il cielo mattutino. Anche l’Enderman si voltò
per osservarla. In qualche modo raccolsi le energie sufficienti per
alzarmi e scappare. Altre bombe scoppiarono in una catena che
lasciava una sola via di fuga possibile: il lato opposto rispetto a dove
avevamo lasciato la barca.
Saltai sul parapetto e mi tuffai in acqua, mentre la nave pirata
esplodeva dietro di me.
CAPITOLO 24

Stavo per annegare. Pixel di fuoco e carbone fluttuavano nell’aria


sopra di me e poi ricadevano in acqua, alla deriva mentre affondavo.
Mi sentii il petto ardere in cerca di ossigeno. Non era questo il modo
in cui volevo morire. Sarei rimasta bloccata fuori dal gioco. E
all’improvviso seppi perché non volevo andarmene: non era solo
perché alla fine avrei dovuto dire qual era stato il mio ruolo
nell’incidente, era la verità da cui stavo cercando di nascondermi. Una
verità che non potevo accettare. Il motivo per cui nessuno voleva
dirmi niente di Lonnie era che non poteva più essere salvato. Non
avrei mai più rivisto Lonnie.
Fu come se un’ondata di disperazione mi inghiottisse dall’interno.
Allontanai quel pensiero come se stessi combattendo per la mia vita.
Mi guardai attorno alla ricerca di qualcosa che potesse farmi uscire da
lì. Qualcosa cadde in acqua sopra di me e poi affondò vicino, e mi
riportò su. Nuotai verso un lungo punto marrone sull’acqua. Il fondo
di una barca, capii avvicinandomi. Il fondo della mia barca.
Il volto di Lonnie si librava sul fianco della barca mentre venivo
issata su. Lui ed Esme attesero mentre Anton mi sollevava. Quando
fui abbastanza vicina alla superficie, Esme si allungò e mi issò a
bordo, adagiandomi sull’imbarcazione. Giacqui sul fondo della barca,
tossendo.
«Stai bene?» chiese Esme.
Annuii, sputai dell’acqua e cercai di dire “Sì”, ma invece tossii.
«Bene, ce l’abbiamo fatta.» Anton salì sulla sua barca. Si guardò
attorno e sembrò molto compiaciuto di se stesso, nonostante fosse
completamente fradicio. «E tu che pensavi che non avrebbe
funzionato.»
«Per un pelo» disse Esme. Mi lanciò un’occhiata di sbieco.
«Ma ha funzionato» insistette lui.
Mi poggiai sui gomiti, sputai altra acqua, e mi guardai attorno. La
nave pirata era sparita e non c’era traccia del pauroso Enderman con
la cicatrice.
Non volevo sprecare tempo a indugiare sul fatto che io mi fossi
creata i miei stessi problemi nel gioco, proprio come Esme e Anton mi
avevano detto fin dall’inizio. Tutto ciò che volevo adesso era
mantenere la promessa fatta a Lonnie, soprattutto se si trattava
dell’ultima volta che avrei potuto farlo. Era più importante che mai.
«Dobbiamo andare avanti» dissi infine, quando ebbi ripreso fiato.
«Ora nulla potrà impedirci di arrivare nell’End.»
«Quella cosa sembra odiarti davvero tanto» disse Anton. «Ogni
volta si accanisce contro te e lui.» Chinò la testa verso Lonnie. «Che
cosa pensi che sia?»
«Non ha più importanza» dissi con voce piatta. «È sparito. Non
tornerà.»
Esme scosse la testa. «Forse non subito» disse, «ma le cose che non
affrontiamo tornano sempre. Non si scappa nel gioco, non per
davvero.»
«Anton l’ha già detto» dissi. «Possiamo arrivare all’End? Sono
stanca di parlare.»
Anton scosse la testa. «No. C’è qualcosa che ti stai tenendo dentro.
È evidente, ma non vuoi capire che così fai solo del male a te stessa.»
Giuro, l’unica cosa che mancava nel discorsetto motivazionale di
Anton era la parte “aiutami ad aiutarti”. «Non sai di che cosa stai
parlando» dissi, con la rabbia che mi saliva in petto. «Pensi di sapere
tutto su questo gioco, ma non sai nemmeno come affrontare i tuoi
scheletri, letteralmente! Ho visto la tua casa, se non avessi fatto
qualcosa per scacciare i mob sarebbe stata distrutta. Vorresti farmi
parlare quando in realtà tu stesso ignori tutte le tue questioni
irrisolte!»
«Stai solo cercando di litigare con me per deviare il discorso, così
potrai evitare di affrontare i tuoi problemi. Non puoi nasconderti. Che
cosa c’è, Bianca?»
Esme distolse lo sguardo e disse: «Forse dovremmo dirglielo e
basta, Anton».
Lui scrollò le spalle.
«Bianca, vogliamo solo aiutarti» disse Esme. «Conosciamo già la
verità…»
«No, non la sapete! Qualsiasi cosa pensiate di sapere, non è così.»
Sentivo il mio respiro annodarsi nel petto.
«Allora dicci che cosa non sappiamo» implorò Anton.
Sapevo che mi avrebbe aiutato. Lo sapevo. Ma le parole non ne
volevano sapere di uscire fuori. «Io… non posso» dissi piano. Sentii
gli occhi riempirsi di lacrime, ma continuai lo stesso, dicendo:
«Dobbiamo solo arrivare nell’End. Per favore».
«Okay» disse Esme, posandomi una mano sulla spalla. «Troviamo
il portale dell’End.» Si voltò e remò verso la riva, senza dire
nient’altro.
Tirai su col naso e mi asciugai gli occhi, guardando Lonnie. Mi
guardò e mi sorrise dolcemente.
Quando toccammo terra, Lonnie e gli altri si diressero verso gli
alberi, lasciandomi da sola nella barca.
Guardai Esme e Anton che costruivano una nuova struttura che
avrebbe fatto da rifugio. Quanti ne avevamo costruiti finora? Quante
volte avevamo ricominciato daccapo? Almeno avevamo un po’ di
scorte da parte. Esme aveva le scatole di shulker trovate a casa di A.J.
E ciascuno di noi aveva un po’ di provviste nell’inventario. Niente più
esplosivi, però: ce li eravamo bruciati con quei pirati.
Infine mi diressi verso la casa. Consisteva in una grande stanza.
Esme e Anton alzarono lo sguardo quando entrai.
«Ci serviranno delle pozioni di salute» annunciò Esme.
«Soprattutto per me e Bianca, visto quello che è successo con il
wither.»
«Combatteremo contro un drago, quindi una pozione di resistenza
al fuoco sarebbe utile» dissi, felice di essere tornata a pianificare.
«Posso occuparmi delle pozioni» si offrì Esme. «Ma ci servirà del
cibo. È da un po’ che non mangiamo.»
Aveva ragione. Anche senza le barre della salute e del cibo,
percepivo quanto fossi debole. Esme, che aveva combattuto con tanta
foga, sembrava ancora più fiacca. Sapevo che era colpa dell’attacco
degli scheletri wither, ma sapevo anche che non se ne sarebbe
lamentata. Mentre Esme lavorava alle pozioni, Anton costruiva armi,
così me ne andai a cercare dei mob neutrali che avrebbero potuto
ristabilire i nostri livelli di cibo e salute.
Avevo il mezzo timore di rivedere l’Enderman con la cicatrice, ma,
mentre camminavo per le colline e attraversavo alcune foreste, non
c’eravamo altri che io, qualche gallina e un paio di mucche. Riuscii a
mungere un po’ di latte e mi parve di stare infinitamente meglio dopo
averne bevuto un po’. Ne presi un altro po’ per Esme e tornai indietro
con un sacco di cose, sentendomi un po’ più calma dopo quel tempo
passato da sola.
Nel frattempo gli incantamenti erano pronti, le armi erano forgiate
ed eravamo tutti preparati a partire. Stavolta bardammo Lonnie con
un’armatura di diamante, mentre il resto di noi rimase in quelle di
ferro con gli incantesimi che Esme vi aveva applicato: protezione dal
fuoco e dai proiettili.
Era giunto il momento di trovare la fortezza che ci avrebbe condotti
nell’End.
Anton uscì ed estrasse un occhio di Ender, lanciandolo in aria e
lasciando che ci guidasse fuori di casa. Camminammo sotto gli
spruzzi violacei che gocciolavano da sotto l’occhio, e lo seguimmo allo
scoperto. Ci spostammo oltre gli alberi mentre Anton continuava a
lanciare occhi in aria, sperando di trovare il forte velocemente.
Proseguimmo verso l’acqua, e poi di nuovo verso l’entroterra,
scalando la stessa collina che avevo esplorato prima, attraverso
mandrie di mooshroom, maiali e galline. Anton continuava a lanciare
e noi lo seguivamo, ma l’occhio non cadeva mai a terra, ovunque lo
seguissimo.
«Forse qui vicino non ce n’è nessuno» suggerì Esme.
«Deve essere qui da qualche parte» disse Anton. «Abbiamo a
malapena cominciato a cercare.» Lanciò un altro occhio che cadde
subito, spaccandosi in due. Cominciavo a perdere la pazienza.
«Ci siamo allontanati un bel po’ da casa» dissi. «Forse dovremmo
costruire un mini rifugio nel caso non dovessimo trovare nulla prima
del tramonto.»
«In effetti è una buona idea» disse Esme, che sembrava
sinceramente impressionata.
«Aspetta, aspetta» disse Anton. «È qui da qualche parte. Me lo
sento.»
Esme e io attendemmo mentre Anton lanciava in aria un nuovo
occhio di Ender, e quello venne giù e andò dritto nell’erba di fronte a
noi. Anton si voltò e sorrise.
«Bene» disse Esme. «Scaviamo.»
Scavammo in diagonale rispetto all’occhio, così da non andare dritti
verso il basso. Una mia idea. Ero già caduta in voragini come quella, e
non volevo correre il rischio. Proseguimmo lungo una specie di
spirale, trovando una grotta un paio di livelli più in basso, ma nessuna
fortezza. Anton lanciò di nuovo l’occhio, che affondò ancora più in
basso nella pietra e nella terra. Lo seguimmo ancora e giungemmo a
una serie di gradini di pietra.
«Ce l’hai fatta» dissi ad Anton.
Alzò la mano e sia io che Esme gli battemmo il cinque. Poi sollevai
la mano di Lonnie e battei il cinque anche con lui.
«Va bene, va bene, possiamo trovare questo forte ora?» disse Esme.
Anton ridacchiò. «Su, Esme. A volte essere gentili non è la cosa
peggiore del mondo.»
«Non ti ci abituare» lo avvisò Esme, reprimendo un sorriso.
«Me lo segno» disse Anton. Poi si inchinò appena e fece un gesto
d’invito con la mano. «Vogliamo andare?»
«Andiamo» dissi, schiaffeggiandogli la mano mentre
m’incamminavo.
Esme tirò fuori la bussola. «Guido io» disse. «Voi due potete
rimanere indietro e continuare a battervi il cinque fino alle calende
greche.»
CAPITOLO 25

Il forte era un labirinto di scale di pietra che conducevano in diverse


stanze. In un paio trovammo dei bauli e del bottino che infilammo nei
nostri inventari, facendo a turno in modo da dividere equamente
quello che recuperavamo. C’erano un paio di spade, mele, pane e
persino della carne. All’inizio la fortezza sembrava vuota, poi
passarono un paio di scheletri. Li evitammo arretrando in una piccola
stanza vuota che assomigliava a una cella, e quelli tirarono dritto.
Dopo, tenemmo le armi in pugno, per sicurezza.
Ci addentrammo sempre di più, controllando le porte e stando
attenti a non tornare sui nostri passi. Ciascuno di noi, a turno, fece da
guida con la bussola, e ciascuno di noi, a turno, si assicurò che Lonnie
ci stesse seguendo, anche se non ce n’era bisogno. Ci tallonava,
abbassandosi quando ci abbassavamo, correndo quando correvamo,
nascondendosi quando ci nascondevamo.
Sul lato di quella che per ora sembrava la stanza più interna, c’era
un tunnel nell’intercapedine a metà altezza di un muro. La stanza era
larga abbastanza per tutti e quattro, senza porte e con solo due torce,
una su ogni lato.
«O entriamo, o torniamo da dove siamo venuti» dissi. Sollevai la
bussola, scrutandola come se potesse dirmi qualcosa in più su quel
cunicolo di fronte ai miei occhi.
«Io dico di entrare» disse Esme. «Abbiamo già esplorato tutti gli
altri piani. Questo è l’unica via rimasta.»
«È così che solitamente ti catturano i mostri» disse Anton.
«Nell’angolo di una piccola stanza buia.»
«O forse è così che ne usciamo» suggerii.
«Va bene» concordò lui. Si inginocchiò, dandomi la spinta che mi
serviva per entrare nel cunicolo, io mi arrampicai e cominciai a
strisciare. Lonnie veniva dietro di me, poi udii gli altri due entrare.
Il tunnel era lungo e nonostante avessi una torcia in mano era
ancora paurosamente buio. Non riuscivo a vedere molto più in là, il
che rese più ansiogena la mia avanzata, non sapendo quanto avrei
dovuto strisciare ancora. Ogni manciata di secondi, Anton chiedeva:
«Ancora niente?».
Continuai a dire «No» finché non divenne una vera scocciatura e
alla fine smisi di rispondere, e lui smise di chiedere.
Poi, all’improvviso, la luce della torcia illuminò un’ampia apertura
che poteva essere un’altra stanza.
«Forse abbiamo trovato qualcosa» gridai agli altri.
«Muoviti, allora» disse Anton. «Sto soffocando qui dietro.»
Mi diressi velocemente verso l’apertura, cadendo in una stanza
spaziosa. Atterrai sulla spalla e rotolai, massaggiandola per lenire il
dolore.
Lonnie cadde dopo di me, ma si alzò subito in piedi come se non si
fosse fatto nulla. Anton lo seguì, e infine la testa di Esme fece capolino
dal tunnel. Lei non ruzzolò, ovviamente: sarebbe stato davvero poco
da lei. Si aggrappò ai bordi del tunnel e spinse fuori le gambe e il
corpo, rimanendo appesa solo per un istante prima di lasciarsi andare
e atterrare elegantemente sul pavimento di fianco a noi imbranati.
La stanza era larga e lunga, con molte porte tutt’attorno, e persino
alcune torce distanziate che la illuminavano. Tutto aveva una spenta
tinta grigio-marrone. Assomigliava a una specie di cortile interno, con
altri due piani sopra di noi, tutti con porte e balconate che si
affacciavano sul pavimento dove eravamo finiti.
«È come un auditorium» disse Esme.
«O come uno stadio coperto» disse Anton. «Sai, con la parte bassa
per l’attrazione principale e altri piani per permettere alla gente di
seguire l’azione.»
«Quale azione?» chiesi.
Anton scrollò le spalle. «Era per dire, mi ricorda uno stadio da
calcio, o il posto dove Jabba the Hutt scaricava le creature che voleva
vedere combattere.»
«Come un’arena, vuoi dire» suggerii. «Ma qual è l’attrazione
principale? Siamo gli unici a stare qui in mezzo.»
Anton fece un passo indietro verso il lato della stanza. «Non ho
intenzione di rimanere qui per scoprirlo» disse. «Cominciamo a
provare alcune porte. Forse una di loro ci porterà in qualche posto
interessante.»
Camminammo seguendo il perimetro della stanza per provare ogni
porta, ma sembravano condurre tutte ai piani superiori, le uniche
aperture si affacciavano sull’arena. Il livello successivo sembrava
un’ingraticciatura di sbarre di ferro, come fossero delle prigioni, ma
tra loro c’erano dei passaggi, quindi non potevano esserlo.
«Non siamo nel posto giusto» disse Esme, con aria sconfitta.
«No» concordai. «Non lo siamo.»
«Forse è un test» suggerì Anton.
Mi rimisi a camminare in tondo, stavolta facendo scorrere le mani
su e giù per le pareti e lungo le cornici di ciascuna porta. Poi trovai
una pedana a pressione. La sfiorai a malapena e cedette un po’.
Guardai intorno alla stanza per vedere che cosa attivava, ma non
accadde nulla. Per il momento.
«Ho trovato qualcosa» dissi.
Lonnie fu il primo ad arrivare, seguito da Esme e Anton. Gli
mostrai la pedana a pressione e la premetti di nuovo. Si udì
chiaramente un clic, ma non accadde nulla.
«Pensate che ce ne siano delle altre?» chiesi.
Esme si mise subito a perlustrare la stanza per vedere se ci fosse
qualcosa di simile e ne trovò una un paio di porte più in là, non sotto
un’arcata come era successo a me, ma sulla parete sotto una delle
torce.
Anton ne trovò una sul pavimento dall’altra parte della stanza.
Stava camminando quando sentì il clic sotto i suoi piedi, e fece un
passo indietro invece di caricare tutto il suo peso. «È strano che non
siano posizionate seguendo uno schema» disse.
«In questo modo è più facile nasconderle e far sì che si attivino in
modo casuale» dissi. «Molto furbo.»
«Ovvio che per te le cose fatte a caso siano furbe» disse Esme.
«Ma non sono fatte a caso per la persona che le ha messe qui» dissi.
«Questa è l’ultima stanza, vero?» chiese Anton. «Perché se è così, e
non c’è altro, dovremo trovare un’altra fortezza per ottenere quello
che ci serve.»
«Penso di sì» rispose Esme. «Non c’è niente che conduca fuori da
questa arena, tutto riconduce a questo punto, da dove osservare il
pavimento in basso.»
«Allora forse è qui che dobbiamo cercare.»
«Dove? Su un pavimento nudo e spoglio?» chiese Esme.
«No, voglio dire che forse è ora di azionare gli interruttori» dissi.
«Bianca, non abbiamo idea di che cosa accadrà» disse lei.
«Lo so. Ma che alternative abbiamo? Questa è l’ultima stanza e non
abbiamo ancora ottenuto nulla. Forse c’è qualcosa che possiamo
trovare se premiamo tutte le pedane insieme. Con forza.»
«Pessimo piano» disse Esme, anche se un clic mi disse che aveva
premuto la sua.
«Ma è pur sempre un piano» dissi, premendo la mia.
Anton percorse la stanza. Arrivato nel mezzo, udimmo tutti il clic
sotto i suoi piedi, che però aveva un suono più solido. Il suo volto
mostrò paura e sorpresa allo stesso tempo. Esitò un momento, incerto
sul da farsi, poi corse verso di noi.
Immediatamente, una parte del pavimento si aprì e alcuni
pesciolini d’argento volarono verso di noi.
Esme estrasse la spada e corse ad accoglierli in mezzo all’arena.
«No!» gridai, ma era troppo tardi. Calpestò un’altra pedana a
pressione e un’altra parte del pavimento si aprì, liberando altri
avversari.
I pesciolini d’argento sembravano aggressivi, e ci vennero incontro
con le fauci spalancate, come se volessero mordere chiunque si
avvicinasse troppo.
La mia spada era già sguainata, così attesi sul posto, sperando che i
pesciolini venissero dritti verso di me, ma invece circondarono Esme e
l’attaccarono. Guardai Anton. Non avevamo scelta: dovevamo
intervenire. Lasciai Lonnie lì dov’era, appoggiato contro lo stipite
della porta, e corsi in mezzo all’arena, colpendo i pesciolini d’argento
in cui mi imbattevo. Azionai una terza botola, da cui si riversarono
altri mob. Sciamarono intorno a noi, orribili e infaticabili, ma le nostre
armature ci tennero relativamente al sicuro. Quando ci fummo
sbarazzati di una buona metà di loro, mi accorsi che dai buchi che
avevamo aperto ne stavano arrivando altri.
«La stanza del portale dell’End dev’essere vicina» dissi. «Ce ne
sono troppi: dev’esserci un motivo se si stanno accanendo in questo
modo.»
«Sono d’accordo» disse Anton. Con la spada trafisse due pesciolini
d’argento come se fossero un kebab sullo spiedo, e a giudicare dalla
sorpresa sul suo viso fu un colpo fortunato. Ci riprovò, ma senza
riuscirci.
I pesciolini di argento ci accerchiarono tutti e tre in uno spazio
ristretto. Li affrontavamo schiena contro schiena.
«Dobbiamo trovare un modo per uscire da questa situazione» dissi
inutilmente.
«A meno che tu non abbia una soluzione precisa in mente» disse
Esme, «penso che non ci rimanga che combattere.»
«Penso che dovremmo scendere da una delle botole da cui sono
sbucati» dissi.
«Stai scherzando?» disse Esme.
«In realtà, ha senso» disse Anton. «I pesciolini d’argento sono
sempre a guardia del portale dell’End, quindi è ragionevole pensare
che, se seguiamo le loro tracce, lo troveremo.»
Non aspettai che Esme si convincesse. Mi aprii la strada tra nugoli
di pesciolini, verso l’arco dove avevo lasciato Lonnie. Non era lì. Ma
certo che non c’era. Mi misi a correre sulle scale per vedere se fosse
andato al piano superiore. Da una balconata sopraelevata, riuscivo a
vedere i miei amici che combattevano ancora i mob. Era ipnotico il
modo in cui i pesciolini d’argento si muovevano tutti insieme, come
un unico organismo.
«Si muovono seguendo uno schema, ragazzi. Fate attenzione.»
Anton abbassò per un attimo la spada e osservò i pesci vorticare
intorno a lui. Poi cominciò a muoversi seguendo il loro schema,
abbassandosi quando si abbassavano, zigzagando a destra e sinistra
con tempismo perfetto. Esme lo guardò e lo imitò, ma all’inizio aveva
un paio di secondi di ritardo, troppo lenta per essere al sicuro. Un
pesciolino d’argento dall’aspetto particolarmente famelico la morse
alla spalla, e lei gridò e cadde per terra. Anton si tuffò in avanti e lo
respinse.
Attraversai di corsa le stanze superiori cercando Lonnie,
chiamandolo, anche se sapevo che non avrebbe risposto. Infine lo
trovai contro un muro, lontano dalla balconata che si affacciava
sull’arena. Si era rannicchiato con le braccia intorno alle ginocchia e la
testa abbassata, come se volesse trovarsi il più lontano possibile da
questo posto. Era comprensibile, sarebbe piaciuto anche a me avere
del tempo per appallottolarmi, ma non ne avevo. Dovevo uscire da lì.
Dovevamo arrivare nell’End.
«Lonnie!» gridai. Lo tirai in piedi. «Dobbiamo andare!» Mi seguì
con riluttanza finché non tornammo al piano di sotto, e cercai di
trascinarlo nell’orda di pesciolini d’argento. Poi si bloccò e resistette
quando cercai di strattonarlo. «Lo so, lo so, Lonnie» dissi. «Ma devi
fidarti di me. È l’unico modo.»
Ma non cedeva.
«Questo è l’End.» La voce di Lonnie mi fluttuò nella testa.
«Muoviti! Devi muoverti! Fallo per me!»
Saltò dentro la corrente dei pesciolini d’argento, e si tuffò nella
botola. Atterrò nella stanza successiva e rotolò via dall’ingresso.
«Dobbiamo sbrigarci» dissi.
«Tu credi?» disse Anton sarcastico mentre spazzava via un altro
pesciolino d’argento. Saltò dopo di me ed Esme venne per ultima,
mugugnando.
Eravamo in un’altra sala, della stessa grandezza di quella
superiore, ma un livello più in basso. Proprio come l’altra, aveva delle
torce lungo tutto il perimetro. Per fortuna, sembrava che tutti i
pesciolini d’argento fossero rimasti al piano di sopra. E all’altro capo
della stanza in cui ci trovavamo, c’era il portale dell’End.
«Wow, sembra molto più fico rispetto alle foto su Internet» disse
Anton.
Tutti fissammo dritti il grande ed elaborato portale dell’End, con
tutti e dodici gli occhi di Ender incastonati nella struttura. Si
muovevano e sbattevano le palpebre come dei veri occhi che ci
fissavano, facendomi gelare il sangue. Il portale era attivo, e di un
profondo nero ipnotico. Mi sentii come se mi stesse attirando
all’interno, come un vortice.
«Qualcosa non va» disse Esme. «Il portale dovremmo finire di
costruirlo noi. È una fortuna sfacciata trovarne uno già attivo.»
Ero nervosa. Osservai la stanza, aspettandomi di trovare qualcun
altro lì con noi, ma era vuota. Avanzai con cautela.
«E se aspettassimo?» dissi. «Potrebbe essere una trappola e ci
ritroveremmo circondati da mostri non appena entriamo.» Guardai
Lonnie.
«Dobbiamo affrontare i nostri mostri ovunque» disse Anton. Si
diresse verso il portale e vi camminò tutt’intorno. «Ma questo sembra
a posto. Dovremmo provare e vedere.»
«Non mi fido» dissi. Ora che ero lì, a pochi passi dall’obiettivo che
io e Lonnie ci eravamo posti così tanto tempo prima, mi sentivo
insicura. Continuavo a guardarmi attorno, controllando il soffitto e
dietro un pilastro. Sotto le mani percepivo la fredda umidità dei
mattoni.
«Non possiamo indugiare in eterno» disse Anton. «Se vogliamo
proseguire nel gioco, dobbiamo andare. Ma la scelta è tua, Bianca.»
«Che ne pensi?» mi chiese Esme.
Guardai i miei amici, che attendevano pazientemente che decidessi.
Come risposta, afferrai la mano destra di Lonnie e chinai la testa verso
Anton per fargli prendere la sinistra di Lonnie, e io tesi la mia mano
destra a Esme. Insieme, entrammo nel portale che ci avrebbe dovuto
portare nell’End.
CAPITOLO 26

Non appena dentro, seppi che qualcosa non andava. Feci del mio
meglio per rimanere aggrappata a Esme e Lonnie mentre
sfrecciavamo nello spazio, ma la mia presa si allentò. All’improvviso
vorticavo senza controllo, turbinando nell’oscurità del nulla.
In quel lungo momento di silenzio, le verità che stavo ignorando
ricomparvero con tutto il loro peso. Nessuno sapeva niente di Lonnie
perché non era mai stato portato né in Pediatria né in Traumatologia.
«Non è arrivato in ospedale con me» sussurrai nell’oscurità. «Non
ha mai ripreso conoscenza dopo l’incidente.» Un puntino di luce si
accese al limitare della mia visuale. Si allargò sempre più, aprendosi
su un pallido panorama verde contro un cielo senza stelle.
Lonnie.
L’autista con la cicatrice.
Io che tenevo il telefono verso la faccia di Lonnie mentre stava
guidando.
Ero stata io.
Era colpa mia.
Mentre mi sporgevo in avanti, una nuova ombra si materializzò,
bloccando la luce. Un Enderman dalle lunghe braccia apparve
all’orizzonte e sul volto aveva la stessa, sottile cicatrice bianca. Gridai.
L’Enderman allungò le braccia verso di me.
Cercai di voltarmi e di nuotare in qualche modo verso il mondo
principale, ma, prima ancora che potessi provarci, l’Enderman mi
afferrò una mano, mi strattonò indietro e mi gettò a terra. Si
inginocchiò su di me, mi avvolse le mani intorno al collo e strinse.
Annaspai, senza fiato. Le mie gambe e le mie braccia si agitarono
nel tentativo di liberarmi dalla presa dell’Enderman, ma non c’era
modo di sfuggirgli: era una morsa di ferro. Non emisi nessun suono
quando cercai di chiedere aiuto. E comunque non ero nemmeno sicura
che qualcuno potesse sentirmi.
Cambiai tattica, allungando le braccia e graffiandogli il viso con le
dita, e continuai a tentare di afferrarlo. Finalmente trovai una
sporgenza in cui infilare le mie dita e lo graffiai con forza.
L’Enderman non mollò la presa. Ci riprovai. Stavolta, lo presi sul
bordo inferiore della frastagliata cicatrice bianca. Le mie dita
penetrarono, fin troppo. Era come se avessi trovato la crepa in una
bottiglia rotta. Dietro non c’era nulla, non c’era carne, non c’erano
ossa, non c’era una persona. Affondai ancora di più le dita e tirai il più
possibile. Il volto dell’Enderman si spalancò come la bocca di un
animale e alla fine cedette. Lo sforzo mi spedì a vorticare verso l’End.
Ci fu una lunga pausa durante la quale non riuscii a sentire o
percepire alcunché. Tutt’intorno avvertivo la stessa oscurità vorticosa,
finché tutto divenne bianco. Era come essere finiti nell’oblio.
Il giocò si materializzò di nuovo e mi trovai da qualche parte vicino
all’isola centrale, su una lunga piattaforma di ossidiana. Esme era
all’altra estremità, accovacciata nella sua armatura con la spada stretta
in pugno. Lonnie si trovava già alle sue spalle, mentre Anton era un
po’ più distante, vicino al circolo di colonne di ossidiana dove il drago
covava le sue uova. Corsi da Esme e imbracciai un arco.
«Ci hai messo un po’» disse Anton, tornando indietro. «Stai bene?»
Prima che potessi rispondere, gli occhi di Anton si sgranarono per
il terrore. Guardai di nuovo il portale e vidi l’Enderman con la
cicatrice che emergeva. La ferita che gli avevo inferto era ancora più
slabbrata. Dietro lo squarcio, c’era il nulla. Il nulla totale. Ma un
occhio era rimasto aperto, e guardava fisso Lonnie. Mi lanciai in
avanti e mi frapposi tra l’Enderman e Lonnie, mentre Anton prese
posizione di fianco a me.
L’esclamazione di Esme alle nostre spalle fu abbastanza chiassosa
da attirare l’attenzione dell’Enderman, ma solo per un momento.
Si ergeva di fronte a noi come un guardiano spettrale, ma non
attaccò. Non potevamo andare da nessuna parte. Non ci saremmo
mossi lasciando Lonnie vulnerabile a un assalto e sulla lunga
piattaforma c’era un’unica direzione da seguire. Eravamo bloccati.
L’Enderman mi guardò con il suo unico occhio e il suo volto vuoto mi
fece rabbrividire. Poi si piegò in avanti, lo sguardo che si spostava su
Lonnie.
«No» dissi. «No.» Mi avvicinai al mio migliore amico.
L’Enderman allungò il suo braccio verso di noi. Mi allontanai,
schivando la sua presa.
«No» dissi, stavolta con forza. «Non puoi prenderlo!»
L’Enderman balzò in avanti, ma io mi abbassai e lo superai,
trascinando Lonnie con me. Mentre l’oltrepassavamo, l’Enderman lo
colpì, ma mentre ritraeva il braccio mi voltai e gli sferrai un calcio
volante che lo rispedì di nuovo nel portale, mentre la sua sagoma
malconcia si dissolveva nel nulla.
«Te l’avevo detto che sarebbe tornato» disse Esme, guardandomi di
traverso.
«Ci sto lavorando» dissi tranquilla. «Cioè, alle cose con cui devo
fare i conti.» Guardai Lonnie, che stava di fronte a noi come se non
fosse successo nulla. «Devo solo finire la partita.»
Esme si accigliò per un attimo, poi disse: «Se sei sicura che ti
aiuterà…». Poi si voltò verso le colonne, concentrata sull’attuale
missione.
«Perché non è ancora apparso?» chiese Anton.
Ci guardammo attorno. Oramai il drago avrebbe dovuto essere qui.
«C’è un silenzio terribile» dissi.
Ci recammo verso l’orlo della piattaforma e scendemmo sulla
solida terra verdastra dell’End, mettendoci in riga con Anton a destra
e io a sinistra. Poi cominciammo a camminare in una formazione a
triangolo, con Esme davanti e io e Anton dietro. Mentre avanzavamo
verso il cerchio di colonne, tenemmo Lonnie nel mezzo.
Udimmo il suono di qualcosa di grosso e la sensazione del vento
che ci soffiava addosso. Anton fu il primo ad alzare lo sguardo. Seguii
i suoi occhi fino al drago dell’Ender. Era più grande di quanto
immaginassi, nero come il vuoto che avevamo sfidato entrando nel
portale.
«È enorme» disse Esme. Il drago volò in cerchio sopra le nostre
teste e poi si avvicinò di nuovo, puntando verso il basso ma tenendosi
ancora a debita distanza.
«È strano, vero?» chiese Anton. «Non ha ancora provato ad
attaccarci.»
Continuammo ad avanzare verso le colonne di ossidiana, finché
non vedemmo meglio i cristalli dell’End. Dei dieci pilastri, quattro
erano molto alti e due più bassi, mentre gli altri quattro erano di varie
altezze mediane. Mentre il drago volteggiava in aria, si teneva sempre
vicino a uno dei cristalli, così da guarire rapidamente se fosse stato
necessario.
L’ampio occhio viola della creatura scintillò per un attimo ed ebbi
la sensazione che stesse fissando me. Il volto di Lonnie affiorò alla mia
mente.

«Ehi, che ci fai qui?» Lonnie era seduto su una panchina che dava sul
parco giochi. Con i capelli sugli occhi e il tablet in grembo, stava
cercando di giocare a Minecraft con una mano sola. Un’ingessatura
rosso brillante gli avvolgeva il polso destro come un guanto rigido.
«Ciao» mugugnai, affondando l’alluce nel truciolato del parco
giochi. Quel giorno indossavo la mia salopette viola, la stessa che
cercavo di mettermi nonostante ormai non mi entrasse più. «La
mamma mi ha accompagnato qui per chiederti scusa.»
«Non ce n’è bisogno» rispose Lonnie, scrollando le spalle. «Volevo
fare l’eroe. Non ha funzionato.»
«Bel tentativo, comunque» dissi, speranzosa. Cercai di cogliere un
segno di rabbia nei suoi occhi grigi, ma scorsi solo concentrazione e
determinazione, mentre toccava furiosamente lo schermo.
Allungai lo sguardo per vedere l’avatar di Lonnie che scoccava
frecce contro un’orda di creeper dentro una grotta.
«Vuoi ancora insegnarmi Mineraft?»
«Minecraft» disse Lonnie. «E dimmi, tu vuoi ancora imparare?»
«Sì» annuii entusiasta. «Certo.»
«Bianca?» Mia mamma apparve dietro di me, poggiandomi le mani
sulle spalle. «Non ti ho sentito chiedere scusa.»
«Oh, giusto!» dissi. Era questo il motivo per cui ero venuta.
«Scusami, Elon.»
«Chiamami Lonnie» disse, porgendomi la mano libera. Sorrisi
sentendo il calore della sua mano nella mia.
«Scusami, Lonnie.»

«Scusami tanto, Lonnie» ripetei, chiudendo gli occhi e sentendo quelle


tre parole che mi pugnalavano il cuore. «Mi dispiace tanto,
tantissimo.»
Sentivo l’energia del drago crescere intorno a me. Era me che stava
aspettando. L’intera partita, tutto ciò che c’era in essa e tutto ciò che
era accaduto, l’avevo creato io, erano i miei problemi trapiantati in
una vita digitale. Minecraft era un mondo che creavi tu, no? E io
avevo creato un mondo del cacchio.
Sapevo che cosa dovevo fare.
Ruppi la formazione e corsi verso il drago con il mio arco stretto
contro la spalla. Il drago serpeggiò in tondo ancora una volta, quasi
ripiegandosi su se stesso mentre ripercorreva il cerchio. Non esitai.
Continuai a correre, a testa bassa.
«Non puoi uccidere il drago se prima non ti sbarazzi dei cristalli
dell’End!» gridò Anton.
«Magari cominciate a occuparvene voi!» gridai di rimando. «Io farò
da esca, ma stavolta la scelta è mia!»
Schiocchi di corde risuonarono nell’aria e vidi un nugolo di frecce
volare in alto mentre mi precipitavo verso il drago. Roteò il capo,
portando il suo occhio alla mia altezza, grande quanto tutta la mia
testa. Mi fermai di colpo e trasalii: ora che potevo vederlo in faccia, era
difficile ignorare la lunga cicatrice che gli tagliava il viso in diagonale
dall’occhio sinistro attraverso il naso, finendo sull’angolo destro della
bocca irta di zanne. Inspirai a fondo e scoccai la mia freccia, dritta
nell’iride. Chiuse la palpebra appena in tempo e la freccia gli rimbalzò
sulla pelle. Ma nello stesso momento, molte altre frecce andarono a
segno, colpendo i cristalli dell’End intorno al drago.
Il drago socchiuse gli occhi e si voltò, agitando la coda e
colpendomi. Mi mandò a gambe all’aria su un lato dell’isola centrale e
io rotolai verso il bordo. Cercai di aggrapparmi saldamente a
qualcosa, ma lì la terra era troppo scivolosa e l’orlo si avvicinava
sempre più in fretta. Sollevai l’arco sopra la testa e lo piantai dritto nel
terreno di fronte a me. Un capo dell’arco rimase conficcato a terra e mi
ci aggrappai disperatamente, mentre le mie gambe penzolavano nel
vuoto.
Mi tirai su e rimisi le gambe sull’isola. Esme e Anton si trovavano
al centro delle colonne di ossidiana e scoccavano frecce al drago che
volava attorno a loro e sputava palle di fuoco. Lonnie era più defilato,
tra i due pilastri più alti, quando il drago tornò sbandando verso terra.
Il sibilo dell’aria intorno alle ali del drago era udibile persino
dall’estremità dell’isola dove mi trovavo.
Il drago aveva incassato diversi colpi, ma riuscì ad arrancare fino al
pilastro più vicino, lasciandosi guarire. Corsi verso una colonna alla
mia destra e mirai al cristallo dell’End due pilastri più in là. Era uno di
quelli bassi e avevo un’ottima linea di tiro. Scoccai la freccia e andò a
segno, il ping sul cristallo che si riverberava per tutta l’isola. Il drago lo
guardò, poi si girò per vedere da dove provenisse l’attacco. Mi nascosi
dietro uno dei pilastri, in modo che non mi vedesse.
Esme approfittò del diversivo per scagliare altre due frecce nello
stesso punto. Ebbe maggior successo, e il cristallo dell’End si ridusse
in frantumi rosa-violacei.
Sporsi la testa per vedere dove si trovasse e lei annuì una volta
nella mia direzione.
Il drago ruggì mentre Esme correva al riparo. La creatura si volse
verso di lei mentre Anton prendeva di mira un altro cristallo, e io gli
davo man forte con altri due tiri.
Senza esserci messi d’accordo, avevamo stabilito un semplice piano
d’azione: una persona fungeva da esca, mentre gli altri due cercavano
di distruggere i cristalli. Era un buon piano, e stava funzionando.
Anton e io riuscimmo a distruggere un altro cristallo dell’End. Il
drago ululò ancora ed Esme mandò altri due tiri a segno sulla sua
pelle. Il drago s’inarcò verso uno dei cristalli più in alto per farsi
guarire. Poi corsi nel centro del circolo, prendendo di mira il drago e il
cristallo che lo stava curando; sferrai due bei colpi a entrambi, e poi
corsi di nuovo a nascondermi dietro uno dei pilastri.
Esme e Anton distrussero altri due cristalli. Ne rimanevano
soltanto sei. Mentre il drago calava in picchiata, subissandoci di colpi,
corsi allo scoperto, zizgzagando per non farmi ferire, e scoccai
un’ultima freccia verso il cristallo su uno dei pilastri alti. Andò in
frantumi, ma non prima che un’esplosione causata da una carica di
Ender mi scagliasse contro una colonna di ossidiana. La sentii
smuoversi per l’impatto.
Ora toccava ad Anton fare da esca, mentre io ed Esme
continuavamo a colpire. Schernimmo e deridemmo il drago,
distraendolo e continuando a scoccare finché non rimase un solo
cristallo, quello più in alto. Era impossibile trovare l’angolatura giusta
per raggiungerlo rimanendo in mezzo ai pilastri. Qualcuno avrebbe
dovuto allontanarsi di molto dal centro e provare il miglior tiro
possibile, forse dal confine dell’isola, che era il punto meno sicuro. Lì
non c’era modo di nascondersi. Lo schema che avevamo seguito per
sbarazzarci degli altri cristalli stavolta non avrebbe funzionato.
Anton, Esme e io ci guardammo, ognuno al coperto. Nessuno fece
la prima mossa.
Il drago s’innalzò fino al pilastro più alto, abbracciando il cristallo
con le sue enormi ali nere e lasciando cadere delle cariche di Ender per
sicurezza, nel caso a qualcuno saltasse in testa di andare a toccarlo.
Anton scoccò un po’ di frecce e il drago ruggì, ma non fece nulla
per scoprire il cristallo. Eravamo in uno stallo.
Poi Lonnie si mise a passeggiare in mezzo ai pilastri di ossidiana.
Mi bloccai. Non sapevo che cosa dire o che cosa fare.
Il drago lo vide e ruggì, poi fece cadere due cariche di Ender. Le
sentii esplodere, ma nessuna delle due sembrò fare alcunché a Lonnie.
Aprì la bocca e ruggì di rimando alla bestia. Il drago batté le ali,
librandosi in volo, via dall’ultimo cristallo, e poi si tuffò di nuovo in
picchiata verso Lonnie.
In qualche modo riuscii a muovermi, tuffandomi verso Lonnie e
spingendolo via dalla traiettoria del drago che venne giù sfregando il
ventre contro il terreno. Il suono sembrava quello del metallo
strofinato contro altro metallo. Mi tappai le orecchie con le mani per
non sentirlo, ma non cessava e io mi sentii paralizzata. Il drago
raggiunse il lato opposto del circolo e miracolosamente né Lonnie né
io venimmo feriti. E ora la mostruosa creatura era lontana dal pilastro
che custodiva la sua salvezza. Forse non era preoccupata: era
impossibile arrivarci, dopotutto. Il mob si appollaiò su uno dei pilastri
a mezza altezza e attese la nostra mossa successiva. Ma non dovette
attendere molto.
Feci alzare Lonnie, e il drago ci fissò. Agitai le mani verso di lui,
mentre ci allontanavamo dal punto in cui si nascondevano Anton ed
Esme, ma non si mosse. Quando nemmeno quello funzionò, scagliai
una freccia verso di lui e il mostro si sollevò di scatto. Scosse la sua
enorme testa, poi si librò nell’aria, virò a destra e si buttò dritto verso
di noi. Misi me e Lonnie in posizione, e attendemmo. Lonnie se ne
stava dritto vicino a me come se fosse anche lui in attesa, come se
sapesse che cosa stava per accadere, ma sapevo che non era così. Non
ne aveva idea. Non ora. Né prima.
Mi voltai per affrontare il drago, sapendo che lo stavo
fronteggiando da sola. Infine sentii le lacrime sulle mie guance.
I suoi occhi baluginarono mentre caricava dritto verso di noi.
Potevo sentire l’aria calda irradiata dalle sue ali. Un attimo prima che
il mostro ci colpisse, mi gettai su Lonnie, spingendoci oltre la
traiettoria del drago. Le sue ali fischiarono sulle nostre teste e la bestia
ci mancò per un pelo, volando troppo veloce fuori dal circolo per
poter tornare rapidamente indietro. Il suo ultimo cristallo ora era
incustodito.
Guardai verso Esme e Anton. Sempre rapidissima, Esme stava già
arretrando per giungere all’angolazione giusta. Tese l’arco non
appena trovò il punto ideale, mirando al cristallo. La freccia di Esme
volò, descrivendo un arco sopra il circolo di pilastri e colpendo dritto
il bersaglio. Poi venne un’altra freccia, e un’altra ancora. Anton si era
unito a lei. Alla quinta, il cristallo andò in frantumi e ci fu
un’esplosione di pixel rosa-violacei. Il drago aveva finalmente virato e
ora fluttuava nel cielo sopra di noi, battendo le ali, furioso ma
finalmente vulnerabile.
Era tempo di abbatterlo.
Era tempo di chiudere la partita.
CAPITOLO 27

Il drago volteggiò e ci bombardò mentre Esme, Anton e io ci


incrociavamo l’un l’altro tra i pilastri di ossidiana, assicurandoci che
non avesse mai un obiettivo stabile. Stridette e ruggì, sputò fuoco e ci
scagliò contro alcune cariche di Ender. Il mondo era una cacofonia di
rumori e immagini sfuocate mentre combattevamo con tutte le nostre
energie, nella speranza che la mera forza di volontà ci avrebbe fatto
chiudere la partita.
Non stava funzionando.
Il drago si girava, si voltava, si tuffava e schivava tutti i nostri
assalti. Pochi colpi andavano a segno, persino quelli di Esme, che era
la miglior tiratrice tra noi tre. Il drago s’innalzò di nuovo, così in alto
nell’aria sopra di noi che divenne poco più grande di una macchia
nera. Tornò giù ancora una volta, ruggendo, poi si voltò e volò via dai
pilastri, volteggiando all’estremità dell’isola. Ci stava provocando,
non potevamo fare altro che attendere. Infine curvò verso l’interno,
volando dritto verso di noi. Ci misi qualche secondo per accorgermi
che aveva preso di mira Lonnie.
Si trovava sul lato opposto dell’isola, dove le mie frecce non
potevano arrivare. Mi ero allontanata troppo da lui, ma Anton ed
Esme erano più vicini.
All’improvviso calò il silenzio.
Esme sferrò dei colpi che, almeno dalla mia posizione, sembrarono
crivellare il drago lungo tutto il suo lato sinistro, ma furono inutili e
non lo rallentarono, né lo deviarono dal suo percorso.
Anton corse verso Lonnie come se avesse intenzione di proteggerlo,
o di spingerlo via.
Il drago abbassò un’ala e colpì Anton sulla schiena. Anton barcollò
in avanti, cadendo ai piedi di Lonnie e fissando il cielo. Non si mosse.
La bocca di Esme si aprì in un grido mentre il corpo di Anton si
dissolveva in una massa di pixel neri e dorati, e poi sparì. Si mise a
correre, abbandonando la relativa sicurezza dei pilastri, lanciando
frecce mentre avanzava, colpendo il drago al ventre prima che questi
si girasse come un cavatappi ripiegandosi su se stesso. Esme era vicina
al centro, e mirava dritta alla testa del mostro. Non c’era nessun posto
dove nascondersi, nessun pilastro era abbastanza vicino perché
potesse corrervi dietro e ingannarlo. Mentre il drago portava gli occhi
alla sua altezza, Esme lasciò cadere l’arco e rimase dritta mentre il
drago la caricava, sbalzandola via. Pixel neri e dorati offuscarono la
mia vista mentre lei svaniva. Il drago si voltò verso di me. La cicatrice
bianca che gli attraversava il muso era accecante e una fredda
consapevolezza invase il mio stomaco.
Questa cosa era sempre stata il mio mostro, il mio mostro soltanto.
L’unica che poteva affrontarlo ero io.
Mi mossi lentamente intorno all’isola, mentre il drago si riassestava
su uno dei pilastri di media altezza. Cominciò a lisciarsi, forse nel
tentativo di guarire, mentre mi teneva sotto controllo con il suo unico
occhio viola.
Guardai Lonnie, che se ne stava fermo contro un pilastro come uno
spaventapasseri. Avanzai e lo raccattai, allontanandolo dalla battaglia.
Lo misi in una zona riparata del terreno, con un piccolo avvallamento.
Cadde per terra proprio di fronte a me, afflosciandosi come una
bambola di pezza. La scintilla che finora avevo visto in lui, che, capii,
io avevo infuso in lui con i miei pensieri e le mie speranze, era svanita.
Questo villico non era mai stato il Lonnie che conoscevo, non importa
quanto ci avessi creduto.
«Lonnie, io…» cominciai a dire, ma le parole mi si bloccarono in
gola. Non c’era nulla che potessi dire nel gioco o nella vita reale che
avrebbe mai potuto rimediare al dolore che avevo causato. Ce n’era
troppo, come uno tsunami che mi avrebbe travolta proprio lì dove mi
trovavo. Ricacciai indietro il mio dolore. Poggiai dolcemente la mia
mano sul volto del villico, che assomigliava così tanto al mio migliore
amico, Lonnie. Chiusi gli occhi vacui dell’avatar.
«Combatti, combatti, combatti» dissi, ripetendomi l’ultima parte
del mantra di Lonnie.
Mi tolsi l’armatura. Lasciai cadere l’arco, ormai inutile visto che
avevo finito le frecce. Mi era rimasta solo la spada di diamante.
Mentre mi muovevo verso il centro dei pilastri, potevo sentire il
terreno sotto i piedi. Era duro, ma cedevole. Potevo vedere il ventre
del drago gonfiarsi quando respirava, e le enormi scaglie che lo
ricoprivano, scintillanti sotto la luce fioca dell’End.
Il drago smise di lisciarsi e mi guardò prima di balzare dal pilastro
e atterrare sul terreno di fronte a me, in una nuvola di polvere.
Avanzai verso di lui senza esitare. Per un secondo appena, i suoi occhi
viola sembrarono quasi pieni di pietà. I ricordi dei miei amici mi
vorticarono in testa. Vidi Anton blaterare felice mentre ammirava le
trappole di A.J. C’era Esme, che mi dava quel piccolo cenno di
riconoscimento. E infine pensai a Lonnie, che rideva e gesticolava
frenetico mentre spiegava la prossima avventura, preparata
minuziosamente, che avremmo intrapreso, con gli occhi grigi vividi e
felici.
«Be’?» chiesi al drago. «Non era quello che stavi aspettando?»
Il drago piegò la testa e mi scrutò mentre allargavo le braccia.
Forse il drago era così sicuro che fossi una preda facile da smettere
di provarci. Tracotanza, così la chiamano. Percorsi tutta la distanza
fino al suo corpo, come se stessi per offrirgli qualcosa di mia volontà.
Il drago abbassò il capo, per guardarmi meglio, o annusarmi, o
inghiottirmi piano piano, non lo so. Non avevo mai affrontato un
drago creato da me. La cicatrice bianca sulla sua faccia brillava di un
verde sgargiante alla luce del mondo dell’End. Sembrava profonda e,
come la cicatrice dell’Enderman, non c’era niente dietro di essa.
Sapevo che cosa significava, quel nulla. Era dentro di me. Era come
mi sentivo, la mia colpa e la mia rabbia rese manifeste.
Feci qualche altro passo, finché non fui abbastanza vicina da
toccare il drago. Non tentò di uccidermi, né si allontanò. Stava
aspettando. Stava aspettando che decidessi.
La mia spada scintillò. Scossi la testa, poi affondai con tutto il peso
del mio corpo. La spada scivolò nel ventre del drago, senza quasi
incontrare resistenza. Lasciai la spada conficcata lì e barcollai via,
aspettando di vedere che cosa sarebbe accaduto.
Gli occhi viola del drago si spensero, ed emise un ultimo ruggito
prima di crollare sul fianco. Mi si formò un groppo in gola mentre
osservavo il drago esalare l’ultimo respiro. Ne avvertii la vibrante
solennità, allo stesso tempo pesante e incorporea, e soffocai un gemito
quando, infine, morì. Il drago esplose in raggi di luce viola,
accecandomi per un istante. Quando riuscii a vedere di nuovo, il
drago era sparito. Al suo posto, era apparso un portale di uscita.
Incombeva di fronte a me, lampeggiando, e non esitai.
Era tempo di attraversarlo. Forse Lonnie non ce l’aveva fatta, ma io
sì. Tutto ciò che mi aveva insegnato e tutto quello che avevamo fatto
insieme sarebbe andato perduto se non avessi attraversato quel
portale e non avessi vissuto la mia vita nel mondo reale, al quale
appartenevo.
Mentre mi avvicinavo all’uscita, un altro ricordo di Lonnie mi
affiorò nella testa. Udii il cigolio delle altalene nel parchetto, i cardini
in alto che gemevano mentre noi due ci spingevamo con forza e
velocità per avere la sensazione di volare. Lonnie si voltò verso di me,
sorridente. Allungai la mano per toccare le sue dita.
Tirai indietro le spalle ed entrai nel portale, pronta ad affrontare la
realtà.
Lo schermo del visore si allontanò dal mio viso. Le luci erano
incredibilmente brillanti. A una prima occhiata non riuscii a vedere
niente attraverso quel bagliore; era come svegliarsi dopo un lungo
sonno. Strizzai le palpebre. Dei rumori si affrettarono intorno a me, a
malapena distinguibili, ma vagamente riconobbi delle parole e dei bip.
Comunque, sentivo odore di disinfettante. E sotto di me percepivo la
sottile freschezza di un lenzuolo. Qualcosa si stava muovendo. Forse
ero io. Cercai di alzare la mano, per sentire dove fossi, e toccai la dura
plastica della sponda di un letto di ospedale.
«È sveglia. Vero? È sveglia!» disse una voce che non riconobbi.
Strizzai le palpebre e il movimento cessò. Udii qualcuno dire: «Al
tre» poi due voci contare all’unisono, e dopo mi mossi ancora, in alto e
di lato, su un altro corredo di lenzuola fresche e una superficie
lievemente più imbottita.
Sentivo qualcuno che si agitava sopra di me, rimboccandomi con
dolcezza le coperte, ma potevo percepire il loro calore mentre
lavoravano, e poi il freddo che si insinuava quando si allontanarono.
Poi vennero i colori, ancora sfuocati, ma che lentamente andavano a
confluire in forme riconoscibili. C’erano tre figure ai piedi del mio
letto. Battei le palpebre, cercando di metterle a fuoco, cercando di
capire chi fossero. Quello in mezzo era altissimo. Gli altri due erano
più bassi. Continuai a battere le palpebre e lentamente riuscii a vederli
per intero, ancora sfuocati, ma sufficientemente nitidi per distinguerli
l’uno dall’altro. Un ragazzo alto e magro con gli occhi infossati mi
fissava in mezzo agli altri due: una ragazzina minuta dalla faccia
rotonda, calva, in una vestaglia viola con sopra dei fiori, e il dolce,
curioso viso di A.J., il mio vicino di ospedale.
«È viva» disse la ragazzina. Poi si chinò in avanti e mi diede un
colpetto al piede. «Sembra che tu abbia seguito il piano.»
«Esme?» chiesi.
«Sì, chi altri?»
«Anton» dissi al ragazzo alto. Sollevò i pollici.
Sorrisi a entrambi. Poi guardai A.J.
«Ragazzino, devo farti qualche domanda» cominciai. «Per
cominciare, perché hai pensato che fosse una buona idea gettarmi in
una partita del genere?»
«Perché a me ha aiutato.» Scosse le spalle, con quella semplice
risposta. «Come pensi che sia sopravvissuto tutto questo tempo in
ospedale? Inoltre, mi piace farmi degli amici e costruire delle cose nel
gioco.»
«Dovrai mostrarmi come collegare per bene quei circuiti di
redstone» disse Anton, ammirato. «La tua fortezza è pazzesca.»
«Grazie» rispose A.J. timidamente.
«Aspetta, ma che mi dici di tutti quei mostri e mob creati dal mio
cervello?» chiesi. «Non sapevi che li avrei creati? Non ero pronta per
affrontarli.»
«Non eri pronta ad affrontare quello che ti aspettava qui» disse A.J.
Si chinò leggermente in avanti. «Quando mi hai chiesto del tuo amico,
sapevo già che cos’era successo: avevo sentito tua madre e tuo padre
parlarne. Sapevano che avrebbero dovuto dirtelo, ma sapevano anche
che non avresti gestito benissimo la notizia. Così, ho immaginato…»
La sua voce si affievolì.
«Che mi avresti aiutato dandomi un altro po’ di tempo?» suggerii.
«Quello, e poi ho pensato che Minecraft ti avrebbe aiutata a
elaborare» disse infine.
«Per essere un ragazzino, sei davvero molto intelligente» dissi. Poi
mi rivolsi a Esme e Anton. «Voi lo sapevate?»
Esme intervenne per prima: «I mob sbucano fuori sempre, anche
quando siamo convinti di migliorare. Comprendere le proprie
emozioni è un processo che non finisce mai».
«Ma fortunatamente per noi, A.J. ha codificato una serie di mod per
rendere tutto più semplice, altrimenti finiremmo sempre sbattuti
fuori» disse Anton, dando una pacca sulla schiena al ragazzino. A.J. si
illuminò un po’.
«Anche se devo ammettere che il drago dell’Ender con la cicatrice è
stato tosto» aggiunse Esme.
«Sì!» disse Anton. «Mi dispiace che ci abbia fatti fuori prima della
fine. Ti avevamo promesso che saremmo rimasti con te fino
all’ultimo.»
Sorrisi un poco. «Non fa niente. Sapevo che era il mio mob. E poi,
siete qui adesso.»
«Siete proprio un bel gruppetto di sostegno» disse la dottoressa
Nay facendo capolino. Dietro di lei entrò mia madre, che si avvicinò e
mi prese la mano con dolcezza.
«Come stai?» mi chiese.
«So di Lonnie» dissi, con voce molto tranquilla. Fu strano sentire
quelle parole uscire dalla mia bocca. Mi ci era voluto così tanto per
venire a patti con quella realtà, ma era ancora difficile dirlo a voce
alta.
Mia madre chinò la testa e i suoi occhi divennero lucidi. La
dottoressa Nay disse, dolcemente: «Forza, ragazzi, lasciamogli un po’
di spazio».
«No, io… io voglio che restino.»
La dottoressa Nay fece un piccolo cenno e uscì dalla stanza. Esme
venne al mio fianco e Anton appoggiò una mano ai piedi del mio letto.
Lacrime salate mi scorrevano dagli angoli degli occhi, fin dentro le
trecce. Aprii la bocca per fare altre domande, ma emisi solo dei
singhiozzi strazianti. Volevo coprirmi il viso, ma non riuscivo a
muovermi. Potevo solo fissare il soffitto sfuocato e piangere.
Mia madre tentò di asciugarmi le lacrime, ma avevo già infradiciato
il fazzoletto. Anton le si avvicinò, dandogliene un altro.
«Mi manca» piansi, il corpo che sussultava.
«Bisognerà rispondere a delle domande» disse mia madre con
dolcezza. «Non ora. Quando sarai pronta.»
Annuii. «Lo so.»
Esme mi prese per mano e la strinse appena, dolce e rassicurante. Il
calore del suo palmo era solido e autentico. Un po’ come quando
eravamo stati di fronte al portale dell’End, pronti ad attraversarlo
come una squadra, ma meglio perché questa volta era reale.
Guardai i nuovi amici affollati intorno al mio letto. Non avrebbero
mai sostituito Lonnie, ma mi avevano aiutato a combattere un
Enderman spietato, a fuggire dal Nether e a uccidere un drago. La
nostra amicizia era stata costruita nel corso di un’infuocata sfida
digitale. Sapevo che non ci sarebbe stato nessun piano, nessun lavoro
di pianificazione né difficoltà di elaborazione dai quali si sarebbero
tirati indietro. Qualsiasi cosa sarebbe accaduta, mi avrebbero aiutata a
combatterla.
Nonostante tutto, questa rimaneva la migliore delle sensazioni.
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Minecraft. Lo scontro
di Tracey Baptiste
Minecraft. Lo scontro è un’opera di finzione.
Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è
puramente casuale.
© 2018 Mojang AB e Mojang Synergies AB.
Minecraft è un marchio o un marchio registrato di Mojang Synergies
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Titolo originale dell’opera: Minecraft: The Crash
Mondadori Libri S.p.A., Milano per l’edizione italiana
Pubblicato per accordo con Del Rey, un marchio di Random House,
divisione di Penguin Random House LLC
Ebook ISBN 9788852089176

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