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18/11/2019 DALLA QUESTIONE MERIDIONALE ALLA COLONIA MERIDIONE di Nicola Zitara - Quaderni Calabresi n.26/28 (lug.-dic.

1972)

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Novità FORA...

Ci aveva parlato di questo aritcolo Antonia Capria vedova Zitara, noi lo


Denaro e
abbiamo cercato sul web e lo abbiamo trovato presso il Centro studi
spada
Piero Gobetti che ce ne ha inviato copia cartacea.
1799-1848
1848-1861 Non abbiamo mai commentato gli articoli di Zitara e non cominceremo
1861-1870 certo ora, quindi lo mettiamo a disposizione di amici e naviganti. Nel
La guerriglia formato ODT - PDF troverete dei caratteri in rosso, sono una nostra
I Borbone ricostruzione in quanto tre pagine erano leggermente tagliate sulla
L'Esercito destra. Nel caso abbiate delle correzioni da proporre scriveteci pure, le
Sulphur War prenderemo in considerazione.
Gladstone Mino Errico – 10 Agosto 2012
I Banchi
Napoli
Patria e Fonte:
Matria Quaderni Calabresi n.26/28 (lug.-dic. 1972) - pagg. 52-73
Indipendenza

Macroregione DALLA QUESTIONE MERIDIONALE


Mediterraneo
Meridionali ALLA COLONIA MERIDIONE
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Nino di Nicola Zitara
Gernone
Zenone di scarica l'articolo in formato ODT o in formato PDF
Elea
Grafici
Arte e
cultura 1. Il Meridione non è più
Eventi questione italiana
GnuPG 2. Borghesie in conflitto
E-book 3. Il sottosviluppo non è
«naturale»
4. Un Nord «avanzato»?
5. Sviluppo e sottosviluppo, una
frattura nella classe

1) — Osserva causticamente Zito, recensendo sull'Avanti «L'unità d'Italia:


nascita di una colonia» che non si può certo dire che il meridionalismo
rischi di morire di noia. Dopo la rivolta di Reggio, i libri, gli articoli, i saggi
sul Meridione non si contano più. Solo nel giro di qualche mese, durante la
scorsa primavera, sono stati pubblicati ben quattro libri dedicati al
problema: Carlo Alianello La conquista del Sud (Rusconi), E. M.
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Capecelatro e A. Carlo, Contro la «questione meridionale» (Samonà e


Savelli), L. Ferrari Bravo e A. Serafini, Stato e sottosviluppo (Feltrinelli),
Fabrizio D'Agostini, Reggio Calabria, I moti del luglio 1970 febbraio 1971
(Feltrinelli). C'è anche da segnalare un importante articolo di Carlo Donolo
apparso nel luglio scorso su «Quaderni piacentini» Sviluppo ineguale e
disgregazione sociale. Note per l'analisi delle classi nel meridione.
Se ai libri e agli articoli aggiungiamo l'interesse vivo, «carnale» di certi
settori dell'intellighenzia italiana per il Meridione, che ha centuplicato le
visite e i contatti, potremo dare un sostegno all'impressione che il problema
meridionale, oltre a continuare ad aprire prospettive di carriere politiche
ed accademiche, è per quei settori una specie di bisaccia della Befana, dalla
quale alla fine qualcosa uscirà.
In effetti, a questo punto — al di là di ogni curiosità intellettuale o
intellettualistica che sia — il meridionalismo nella sua configurazione
tradizionale, limitata, «italiana» ormai tramontato. Le contraddizioni
maturate, che tali focolai esplosivi hanno acceso negli ultimi tre anni, han
fatto del Meridione un punto di coagulo delle forze che, all'interno stesso
dell'Europa imperialista, lavorano coni l'imperialismo. Il Meridione non è
più una questione italiana — dell'Italia come stato e sistema politico che
amministra e organizza contemporaneamente sviluppo e sottosviluppo, che
realizza cioè al suo interno un processo di sfruttamento imperialistico —
ma un problema che si iscrive nel quadro della istanza di ristrutturazione
su base meridionale dei rapporti economici tra metropoli e colonia. Da c
nasce l'esigenza di dare uno sbocco, di organizzare politicamente, le
contraddizioni di classe prodotte dalla soggezione imperialistica.
Che il Meridione non sia più, se mai lo è stato, questione meridionale, lo
si è visto nel corso dell'autunno caldo quando la «rabbia» dell'emigrato ha
travolto per un momento la strategia sindacale ed ha trasformato una lotta
contrattuale in uno scontro di classe, creando un collegamento tra strati
bassi della classe operaia e settori della borghesia intellettuale, coinvolti in
una complessa crisi (difficoltà per i figli del proletariato nell'ascesa alla
condizione borghese, disagio dei figli della borghesia ad accettare rapporti
di lavoro cripto-salariali, sproporzione tra offerta domanda nei settori
improduttivi, presa di coscienza del alienazione di sé a favore di un modello
imposto e disse nato di vita, conseguente contestazione dei valori borghese.
Da quell'episodio, sono molti ad aver tratto la falsa relazione che,
diversamente da tutti gli altri paesi imperialistici, in Italia Settentrionale la
classe operaia sia una forza anticapitalistica e rivoluzionaria, dando gas alla
tesi che lo scontro sociale si decida nei luoghi di piena occupazione a più
elevata integrazione. Solo nei decenni a venire, allorché il mondo
sottosviluppato renderà, sempre più preparati i canali dell'espropriazione
coloniale e la condizione di pieno impiego sarà messa in crisi nella
metropoli imperialista solo allora sapremo se la classe operaia combatterà
con l'imperialismo o contro l'imperialismo.
Sarebbe tuttavia pericoloso immaginare i paesi imperialistici come
sistemi socialmente compatti. Nel loro grembo le contraddizioni di classe
esistono, ma danno vita a un quadro fortemente dinamico, nel senso che il
sistema è stato finora capace di riassorbire quelle più gravi, mentre ne
provocava naturalmente di altre. La strategia operaia, nei pochi casi in cui
non è completamente aggiogata al potere, si vede di conseguenza costretta
ad un inseguimento affannoso e vano; almeno fino a quando l'ideologia
predominante guarderà solo con la coda dell'occhio al proletariato esterno
e negligerà l'istanza di un sincero (anche se costoso) internazionalismo
proletario.
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Per quanto concerne poi la «rabbia» dell'immigrato, appare chiaro che


essa si sgonfierà nella misura in cui tutto andrà liscio e questi si integrerà
definitivamente nel quadro operaio; se invece andrà male, è altrettanto
chiaro che la «rabbia» tornerà al Sud, in un Meridione profondamente
trasformato, dove a nessuno sarà più agevole far passare degli obbiettivi di
lotta asfittici, del tipo «lotta per le terre incolte e mal coltivate».E' stato
detto che un nuovo autunno caldo non ci sarà. Si può aggiungere che non
ce ne saranno per molti anni a venire. E ciò è facile da comprendere. Se la
classe operaia vuole più benessere, bisogna che lasci lavorare il sistema
imperialistico, imponendo solo degli aggiustamenti di tanto in tanto. Se poi
vuole abbattere l'imperialismo, allora è necessario che si prepari a fare
molte rinunzie. Intanto il sistema — cioè governo, capitalismo industriale,
ceti parassitari del Meridione, partiti tradizionali e sindacati — ha ripreso
in mano la situazione. Continua e continuerà pertanto la spogliazione del
Meridione. La crisi del sistema meridionale, nella misura in cui diventa più
drammatica, stimola una nuova e più tesa elaborazione politica. Difatti,
degli scritti di cui mi occuperò solo alcuni non presentano una scoperta
intenzione politica che ne superi l'aspetto propriamente analitico ed
informativo. Nell'ambito politico, poi, quelli che vengono da sinistra
immaginano la possibilità di un recupero del proletariato meridionale da
parte degli apparati nazionali — parlamentari o extra — mentre la
Conquista del Sud sottintende un discorso molto meno ingenuo di quanto
sembrerebbe a prima vista. Infatti, l'unica possibilità di salvezza per la
borghesia economica meridionale in complesso (quella revanscista della
rendita e della speculazione, e quella sconcertata e scompaginata delle
imprese) non è più l'ancora dello Stato unitario, con i suoi apparati
repressivi. Il conflitto tra questo tipo di borghesia, e quella oligopolistica e
modernizzata della Valle padana, può essere rimandato ma non evitato.
Solo la perspicace intelligenza di tale problematica può giustificare il libro
di Alianello, che non è una asettica ricerca storiografica, ma una apologia
intenzionale del governo borbonico.

2) — Un Meridione ben governato, civile — rispetto almeno all'invasore


piemontese —, capace di condurre una politica nazionale e per di più
contro forze esterne di peso schiacciante (Inghilterra, Austria): ecco il
disegno dell'opera. Il suggerimento è sottile, semmai l'errore di fondo che
Alianello commette è di credere che il destinatario del libro abbia un peso,
sia pure non espresso, ma esprimibile, nei rapporti sociali vigenti. Sconfitta
appena qualche decennio dopo l'unificazione, la borghesia fondiaria
meridionale è oggi niente più che una mantenuta, nel senso che lo stato
unitario restituisce ad essa una piccola parte del surplus espropriato nel
Meridione. La borghesia imprenditoriale è dal canto suo rachitica e
maltrattata: il Settentrione nel suo assieme, quale blocco storico degli
interessi industriali e operai, non vuole concorrenti. Ma il massimo di
volontà politica che la borghesia' impoverita del Meridione sia capace di
esprimere l'abbiamo già visto: è un'invocazione antioperaia a Valerio
Barghese, nell'illusoria speranza di una compressione dei salari capaci di
riespandere rendite e profitti — puntello temporaneo contro una fine meno
repentina.
La borghesia economica meridionale (la classificazione è necessaria
perché il Meridione è governato da una borghesia improduttiva) non ha
ancora capito — ed è ormai tardi per capirlo — che anche le forze
economiche dominanti sono in perenne conflitto tra loro, e che il suo
declino quasi secolare si è concluso in un tracollo, nel corso degli anni
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cinquanta, a causa del risucchio di manodopera operato dai settori più


produttivi del capitalismo europeo, e non invece per merito dell'autonoma
ascesa delle masse lavoratrici meridionali. L'Europa, anzi l'occidente, ha
raggiunto un grado elevato di integrazione, che procede e trascende le
aggregazioni comunitarie create negli ultimi decenni. In questo quadro,
nessuna forza politica, per quanto reazionaria possa essere, riuscirebbe a
condizionare seriamente la forza contrattuale delle masse e l'aumento dei
salari in un periodo di pieno impiego. Ciò vale per la metropoli
imperialista, ma anche per i satelliti più vicini che la riforniscono di
manodopera. Alianello saprà certamente — ma dubito lo sappiano certi
ambienti neonostalgici — che neppure alla feroce repressione franchista
riesce agevole governare la curva dei salari operai. Per il grado di
integrazione cui si è giunti, Dusseldorf o Zurigo influenzano il mercato del
lavoro di Barcellona o di Reggio Calabria molto più di quanto non possa
fare qualunque politica salariale dei governi nazionali.
L'appassionata apologia che Alianello fa di Ferdinando II e di Francesco I
tende a dimostrare quanto è pacifico sul piano storiografico, e cioè che
quello borbonico non fu un governo peggiore di altri. Perché allora esso
crollò sotto la spinta di un manipolo di avventurosi? Alianello pretende di
individuarne le cause nel «tradimento» dell'intellighenzia meridionale, ivi
compresi i politici opportunisti e le gerarchie militari. Pressappoco la favola
della guerra mussoliniana perduta a causa del tradimento degli ammiragli e
dei marescialli dell'impero; ma come questa, anche quella di Alianello non
regge.
«Il miracolo» risorgimentale, che tale fu anche se negativo per il
Meridione — e insistiamo sul negativo, malgrado quello che pensano gli
storici cattedratici, tanto più «italiani» quanto più comodi in cattedra
(quando poi costoro abbiano scritto di storia in autonomia di giudizio e con
autentica attitudine scientifica, resta da stabilire) — scaturì dalla somma di
due richieste sociali intimamente connesse: liberalismo politico e liberismo
economico. I Borboni andavano contro le forze matrici della storia quando
negavano il primo e contrastavano l'altro. Battuta l'Austria, in Italia non vi
era più posto per l'assolutismo, sia pure illuminato. Ne fa riprova la
circostanza che le monarchie emiliane e quella toscana si liquefecero ben
più repentinamente del regno borbonico. D'altra parte, nel Meridione più
che altrove in Italia, borghesia agraria (o nuova aristocrazia agraria) e
borghesia intellettuale erano molto legate: in parole povere, o la stessa
persona era professionista e proprietario, o le due posizioni si sviluppavano
nell'ambito di una stessa famiglia. L'una e l'altra, sommate e integrate,
erano ormai la forza sociale dominante e meritavano di prendere il potere
(da cui Ferdinando si ostinò a tenerle lontane, anche se utilizzò personale
borghese per mansioni governative e amministrative) e di esigere indirizzi
di politica economica più conformi ai loro interessi (che Ferdinando
negava).
Nessuno meglio di Cavour seppe interpretare ed esprimere le istanze della
borghesia italiana in ascesa. Chi legga i suoi scritti e i suoi discorsi può
capire fino in fondo quale sirena allettante fosse per quella classe la
prospettiva di impiantare o incrementare un'agricoltura d'esportazione per
il mercato inglese e alcuni altri dell'Europa continentale, nei quali lo
sviluppo industriale andava elevando il tono dei consumi e quindi le
richieste di materie prime e prodotti agricoli per il consumo di massa
(Discorso diverso è poi quello secondo cui i fondamenti del liberalismo
cavouriano erano illusori, anzi autoingannatori, come in genere è ogni
forma di liberalismo per i paesi poveri).
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3) — Perché poi sottovalutare un altro tema? Si era nell'età


dell'affermazione delle nazionalità oppresse, cioè di lotta contro quello che
con termine attuale chiameremmo colonialismo interno interno
dell'Europa. I popoli soggetti (le loro borghesie in ascesa) sentivano il
bisogno di conoscersi, di liberarsi, di affermarsi verso gli altri. Anche se
oggi i termini del problema sono capovolti, allora «unità» voleva dire
liberazione, conquista del potere per la classe culturalmente egemone; e
larghi settori della borghesia napoletana sentivano tale esigenza allo stesso
modo degli emiliani, dei piemontesi, dei polacchi o degli ungheresi.
Solo in seguito l'agricoltura d'esportazione e l'ideologia di cui era
portatrice, il liberismo doganale, si rivelò una povera gallina indifesa per la
libera volpe industriale. Questo tema di fondo della problematica
risorgimentale è colto, ma nel suo valore negativo, da Capecelatro e Carlo
in Contro la questione meridionale. Cioè gli autori mettono in luce quanto
di lungimirante, e allo stesso tempo razionale, vi fosse nel forte
protezionismo industriale del regno delle Due Sicilie. E' un pò come
scrivere la storia con il senno di poi. Il capostipite di tale formula
storiografica per quanto concerne i temi economici della problematica
unitaria, è Gino Luzzato, il quale ha trovato — e non a caso — epigoni anche
fra gli storici di sinistra (si veda ad esempio Il problema dello sviluppo
industriale nell'età della Destra di Giuseppe Are).
Il fenomeno storico ha una sua razionalità insuperabile (proprio nel senso
vichiano). Lo storico non può far di più che scoprire gli agenti e i nessi del
fenomeno e valutarne gli esiti. Se questo è esatto, dobbiamo onestamente
riconoscere che il protezionismo borbonico fu un'istanza disperata di
isolamento politico, estremamente nociva al paese meridionale; a quella
parte cioè dell'espressione geografica Italia, la quale possedeva le carte
buone per giocare una partita vincente sul terreno degli scambi
internazionali. Infatti, ad unità avvenuta, furono le esportazioni agricole
meridionali che consentirono di pareggiare la bilancia dei pagamenti
italiana, disastrata dall'importazione di capitale straniero, impiegato nella
edificazione delle infrastrutture e delle strutture industriali ed agro-
capitalistiche del Settentrione.
Ma il liberismo, si dirà, bloccò la marcia di energie già in movimento; il
liberismo portò allo scambio disuguale. Non è esatto. Tra il 1830 ed il 1880
la massa più considerevole del movimento rinnovatore era in agricoltura.
Solo un' agricoltura per il mercato poteva porre, come pose, i presupposti
umani e materiali per la nascita dell'industria moderna. Solo verso la fine
del cinquantennio in questione, lo scambio disuguale si profila all'orizzonte
ai danni delle produzioni tipiche del Meridione, e nascerà comunque più
che nel circuito internazionale (dove le monoculture si trovano sempre
favorite al loro sorgere per via del monopolio tecnico che le regole),
nell'ambito del regime protezionistico, e precisamente nei rapporti Nord-
Sud.
Muovo questi appunti ad un lavoro di storia politica di cui sono, per altro,
entusiasta, e che comunque non si ferma qui. Infatti i giovani autori del
volume ci hanno dato certo un abbozzo che va approfondito, ma
assolutamente nuovo e non chiesastico di storia socio-economica del
Meridione. L'esigenza dell'approfondimento è imprescindibile, in quanto la
cultura italiana, chiusa e burbanzosa, o ha accettato acriticamente l'evento
unitario in quanto erede della corrente di pensiero che tanto aveva
contribuito a realizzarlo; o, pur ponendosi in posizione critica, non ha
capito che per battere la borghesia non basta impadronirsi del suo Stato,
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ma bisogna demolirlo; o peggio intravede in questo Stato il terreno per la


possibile esplicazione di una più favorevole convivenza tra sviluppo
imperialistico e potere operaio.
Secondo Gramsci, e specialmente i cattedratici che si rifanno al suo
pensiero, l'unificazione italiana trova il Meridione fermo ad uno stadio
semifeudale dei rapporti di produzione, mentre nel Settentrione la
rivoluzione capitalistica era già compiuta (sbagliando quei pontificati
professori che, occupandosi sulla stampa da 300 lire l'etto, del libro di
Capecelatro e Carlo, accomunano Sereni e Gramsci.
Molto umilmente consiglierei loro di leggere o rileggere meglio Il
capitalismo nelle campagne). Da qui la questione meridionale: la
confluenza in un unico organismo politico e la giustapposizione di due aree
con diverso grado di sviluppo economico.
Gli autori negano la fondatezza di tale assunto, ed anzi affermano che per
alcuni aspetti il Meridione era più avanti del resto del paese nella direzione
dello sviluppo capitalistico. E' quest'ultimo un nodo non ancora sciolto,
non tanto per ciò che attiene alla ricerca storica, quanto per un suo esatto
inquadramento in termini di teoria economica. Su ciò torneremo fra breve,
poiché vorremmo subito far notare come da quella traccia (vera o falsa che
sia) gli autori ricavino una esatta ricostruzione storica dello sviluppo
capitalistico italiano.
Nella loro analisi il problema dell'arretratezza scompare, e con esso il
concetto di questione meridionale quale prodotto «naturale» di tale
arretratezza. Il rapporto Nord-Sud che l'unificazione realizza non è quello
«tra due realtà estranee o anche genericamente collegate, ma presume uno
spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo
che gli è funzionale: in altri termini una parte si sviluppa perché l'altra si
sottosviluppa e viceversa». Le particolari condizioni politiche, che
presiedettero alla formazione dello Stato unitario, assicurano alla borghesia
del Nord il dominio del meccanismo statale e l'uso incontrollato delle leve
del potere in funzione di una programmatica espropriazione di risorse al
Sud e del loro pompaggio a sostegno dello sviluppo nel Settentrione.
La tesi, storicamente esatta, non è nuova. Essa fu elaborata dal Nitti già
nel finire del secolo scorso e fu, per un buon decennio, il cavallo di battaglia
di un largo settore del meridionalismo liberale (e liberalista). Gli autori
hanno però l'indubbio merito di rincondurla sotto l'ambito del
materialismo storico. Ciò non vuol dire che il problema — come si è già
notato — fosse rimasto estraneo al pensiero marxista. Ma questo l'aveva
incanalato su una via senza sbocchi. A Gramsci era tutt'altro che sfuggita la
condizione coloniale del Meridione, ma egli proprio per sottrarsi alle
tematiche dei meridionalisti radicali (l'istanza è esplicita nel suo
incompiuto scritto del 1926) e per tentare una ricucitura su base unitaria
tra operai e contadini (tra sviluppo e sottosviluppo, diremmo noi), aveva
stabilito una identità, teoricamente non valida tra arretratezza e
colonialismo.
Ma il regno napoletano era in effetti una società dove dominavano, o
erano quantomeno prevalenti rapporti capitalistici di produzione?
Gli autori partono, per sostenere la tesi affermativa, proprio dal contesto
più difficile: la Sicilia del latifondo signorile. La Sicilia, cui ancora
l'occidente industriale guarda come a una regione ferma allo stadio dei
rapporti precapitalistici e a una cultura arcaica, aveva secondo Capecelatro
e Carlo organizzato fin dalla seconda metà del Settecento, nella produzione
granaria, rapporti propriamente capitalistici. E non tanto perché
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l'esportazione del grano inseriva in qualche modo l'isola nell'ambito dei


canali del commercio mondiale (la circolazione mercantile non è un
connotato che da solo può definire il carattere capitalistico di un'
economia), quanto perché l'aumento dei prezzi ed altri fattori attinenti al
costume avevano convinto i signori feudadali a concedere in affitto i feudi a
borgesi e campieri arricchiti; i famosi gabellotti.
Sarebbe questa una figura di capitalista a tutte lettere, non dissimile dal
fittavolo lombardo, primo perché la sua posizione è qualificata «dal
principio del profitto e della valorizzazione del capitale; secondo perché il
suo inserimento nei processi produttivi mette in moto il classico
meccanismo capitalistico di trasformazione del produttore in merce-lavoro.
Del carattere capitalistico dell'agricoltura siciliana, gli autori offrono una
riprova in termini teorici. Nel periodo preso in esame (un mezzo secolo
circa) l'economia granaria siciliana reagì ai movimenti dei prezzi sul
mercato mondiale estendendo la produzione in corrispondenza dei rialzi
del prezzo, e viceversa. Tale reattività è una cartina di tornasole, in quanto
nel sistema feudale, il signore vende bensì sul mercato mondiale il
sovrappiù delle rendite in natura, ma in tale sistema l'oscillazione dei
prezzi mondiali provoca reazioni esattamente contrarie a quelle osservate
nella Sicilia dell'epoca, e in genere nel sistema capitalistico. Più
precisamente, il feudatario tende a rifarsi delle perdite derivanti da un
ribasso del prezzo o stimolando l'aumento quantitativo della produzione o
elevando il canone in natura, e quindi la quota espropriata e vendibile della
produzione contadina-servile. Ciò appunto perché nel sistema feudale, per
il signore, il costo di produzione — secondo la teoria di Kula — è uguale a
zero.
Anche per Emilio Sereni «il gabellotto è già un capitalista che intende
realizzare un profitto sul capitale che egli ha anticipato per l'affitto del
feudo, per le scorte, ed è (Il capitalismo nelle campagne, Einaudi 1968,
pag. 158) da ricordare che Sereni scrisse questa sua opera fondamentale
quando non conosceva I Quaderni gramsciani; cosa che avvalora l'opinione
avanti esposta del carattere gramsciano de Il capitalismo delle campagne).
Ovviamente non sono della stessa opinione i cattedratici gramsciani e quei
meridionalisti non socialisti, ma egualmente compresi del loro ruolo
cattedratico.
Il riferimento alla sistematica di Witold Kula mi pare pertinente in quanto
suggerisce un parametro atto a discriminare con sufficiente oggettività tra
modo feudale e modo capitalistico di produzione; parametro tanto più utile
in quanto lo sfilacciamento dell'economia feudale e il graduale insorgere
del sistema capitalistico si diluisconno in spazi temporali e geografici molto
estesi.
Sia pure con minore efficacia, gli autori mettono a fuoco anche il
problema simmetrico della trasformazione del produttore in merce-lavoro,
fornendo prove convincenti al processo. D'altra parte la convivenza tra
rapporti chiaramente capitalistici e contratti di conduzione ereditati dalla
età precedente non inquina la possibilità di una definizione perché non è
infrequente che il capitalismo utilizzi validamente rapporti del periodo
precapitalistico.
Tutto ciò, si può però osservare, non chiarisce quanto estesa fosse la
fascia dell'autoconsumo e dell'economia naturale nella società siciliana e
meridionale del periodo risorgimentale. L'eccezione tuttavia non intacca la
validità della tesi fondamentale (Sud non arretrato rispetto al resto del
paese), in quanto tali elementi sono presenti in misura non certamente
minore negli altri Stati regionali, compresa l'evoluta Lombardia, tanto
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evoluta che esiste un'intera schiera di pubblicisti economici che si batte a


favore del libero scambio e per il mercato unico nazionale.
Prove più «palpabili» sono poi offerte nel tratteggiare il quadro
capitalistico dei meridione continentale: percentuale di occupati
nell'industria (su questo indice la letteratura storiografica nordista, tanto
liberale che marxista, ha fatto acrobazie per dimostrarne l'infondatezza) ,
produttività del lavoro più elevata che in altre regioni, elevato tasso di
capitalizzazione, notevole sviluppo della grande industria (anche questo un
dato molto fastidioso per la storiografia ufficiale, talché si sostiene che non
di industria si trattava ma di industrie sovvenzionate dallo Stato. E qui la
distinzione è per la verità molto sottile, in quanto l'industria sorta al Nord
dopo l'ottanta fu anch'essa sia pure in modo diverso sovvenzionata. Tutto si
riduce allora a una questione di simpatia). Lo stesso protezionismo
borbonico è, secondo gli autori, il segno di una presenza capitalistica più
consapevole ed evoluta.

4) — In sostanza mi pare che gli autori portino elementi sufficienti per


mettere in crisi la tesi di un Sud atavicamente arretrato, che fu di Croce, di
Gramsci e dei meridionalisti dei nostri giorni, adeguatamente blasonati e
non meno adeguatamente foraggiati da un qualche ente governatitivo; tesi
che assolve l'Unità e le responsabilità storiche dei gruppi che egemonizzano
l'economia e la vita stessa del paese a partire da quel momento. Ma mi pare
anche che, in questo primo approccio dell'argomento, ci sia come un
eccesso di zelo. Non vorrei uscire dal seminato e fare una chiosa allo stesso
Marx che, quando si tratta di dare una definizione stringata del
capitalismo, punta tutto sulla natura dei rapporti di produzione. Debbo
però francamente dire che questo elemento rigidamente sociologico in
certa misura contraddice la più complessa ma organica concezione del
materialismo storico; nel senso che non parlerei di capitalismo, come poi
Marx stesso fa, se non quando si perviene alla produzione di merci di
massa (industrialismo), che è anche il momento più alto di separazione tra
lavoro e prodotto, e alla conseguente, profonda insuperabile crisi della
economia naturale, da quel nuovo processo produttivo provocata su scala
locale, nazionale e mondiale. Pertanto sarei portato a dire che mi
sembrerebbe storicamente più esatto puntare a sfatare il mito di un Nord
avanzato (per non parlare di regioni come il Lazio e la Romagna), piuttosto
che sottovalutare le componenti di arretratezza prevalenti nel sistema
meridionale. Non mi pare cioè che il problema possa essere rovesciato. Nel
Sud sono presenti elementi capitalistici non meno che in altre regioni
d'Italia. Non si spiegherebbe altrimenti — come giustamente osservano gli
autori — lo slancio registratosi nelle colture d'esportazione subito dopo
l'istaurazione del liberalismo doganale. Ma sono egualmente presenti come
altrove fortissime eredità dell'economia di villaggio. A tener conto degli
elementi storicamente qualificativi dell'economia di mercato, l'Italia
preunitaria e immediatamente post-unitaria conosce solo due vaste aree
dove è penetrato a fondo il modo di produzione per il mercato: la pianura
lombarda e la fascia Napoli-Salerno, oltre a minori episodi in Piemonte,
Puglia, Sicilia e Toscana. E' poi ovvio che, anche per quel periodo, è molto
importante tener conto del grado di diffusione, più che dell'intensità
verticale, dei fenomeni capitalistici.
Nel lavoro di Capecelatro e Carlo, il quadro dello sviluppo nell'hinterland
napoletano è quello meglio messo a fuoco. Del Demarco ho presente solo
un rapido saggio sulle condizioni economiche dell'Italia preunitaria, ma
non le opere maggiori, dalle quali gli autori traggono spunto per tessere la
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trama della loro tesi, ma da quel che ho potuto arguire leggendo il secondo
e terzo capitolo di Contro la questione meridionale, questi ha dato al
Meridione — ed era tempo — quello che, quarantanni fa Greenfield ha
regalato alla Lombardia. Le sue ricerche hanno permesso a Capecelatro e
Carlo di scrivere un vigoroso saggio di storia politica. Non condivido
pertanto la loro idea che sia ora di finirla con la ricerca anche minuta.
Infatti sono molti i pregiudizi da sfatare, ma sono molte anche le ombre da
rischiarare. Gli autori fanno luce su analisi e giudizi dell'epoca finora
trascurati — le opere del Balsamo, del Petino, dello Scrofani, del rinomato e
poco riletto Bianchini — ma a questo punto bisogna chiarire anche da che
parte sta, e quali interessi serve, gente come Santangelo, De Cesare,
Scialoja, Nisco, Ferrara, per non parlare di Pisacane e di Benedetto
Musolino. Credo sia giusto pesare le forze sociali che si mossero sulla scena
di una storia, le cui trascrizioni o sono troppo bianche o troppo nere per
essere accettate come vere. Superato questo passo, ed entrando nel periodo
della storia nazionale, gli elementi che determinarono la colonizzazione del
Sud sono individuati con esattezza: l'egemonia dei gruppi finanziari tosco-
lombardo-piemontesi al governo del paese, l'«azione trentennale dello
Stato» contro il Meridione. Gli autori hanno rifiutato di prendere in
considerazione la funzione espropriatrice delle merci capitalistiche. La
dominazione politica, il drenaggio del capitale finanziario e il
protezionismo antiagrario non sarebbero bastati da soli a squinternare la
società meridionale e a piegarla all'impotenza se allo stadio della
circolazione allargata delle merci capitalistiche si fosse arrivati prima e non
— come avvenne — dopo l'unificazione, per di più in posizione di sbocco e
non di produttore.
La contraddizione metropoli-periferia, così vivamente avvertita dalla
attuale condizione meridionale, spiega a sufficienza i nuovi orientamenti
internazionalisti del marxismo italiano. Il facile successo da quest'ultimo
registrato negli ambienti accademici, dove ha largamente soppiantato le
posizioni tenute dall'idealismo, ne ha impoverito i fermenti vivificatori,
tanto da inchiodarlo a una visione sorpassata ed angusta delle
contraddizioni capitalistiche.

5) — Si avrà una querelle des anciens et des modernes? Non è quello che
conta. Le nuove problematiche vengono su con le nuove classi che si
elevano a soggetti di storia e ripensano il proprio passato. Il lavoro di
Capecelatro e Carlo è nella proiezione politica e culturale di tale istanza,
pertanto estremamente sorprendenti, distorte e posticce appaiono le loro
conclusioni politiche. Ma prima di passare a tale discorso è estremamente
interessante esaminare per sommissimi capi l'analisi che gli autori fanno
della più recente realtà meridionale. Siccome, poi, il lavoro di Ferrari Bravo
e Serafini, e in qualche punto quello di D'Agostini riguardano tale
argomento, vorremmo confrontare queste analisi con quelle di Quaderni
Calabresi. E ciò non perché tra analisi e conclusioni ci sia sempre un nesso,
anzi spesso le conclusioni sono assolutamente arbitrarie, ma in quanto
ognuna di tali analisi porta un contributo serio alla conoscenza della realtà
meridionale.
Per Capecelatro e Carlo, con la fine della seconda guerra mondiale, il
sottosviluppo meridionale passa da una fase «violenta» a una fase
«dinamica»: cioè le forze politiche tentano un controllo del sottosviluppo
per evitare di mettere in pericolo l'equilibrio del sistema.
A parte l'aggettivazione (violento contro dinamico: non sarebbe stato
meglio dire incontrollato e controllato, tanto più che l'urto più recente non
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è stato meno violento?) si può essere senz'altro d'accordo. Per Ferrari


Bravo e Serafini si ha uno «slittamento» del sottosviluppo da «rapporto
esterno e rapporto interno». Agente di tale slittamento è l'azione dello stato
che realizza un «governo» del sottosviluppo attraverso l'intervento
straordinario e la politica di piano. Attraverso tali strumenti prende corpo
il progetto del capitale rivolto ad usare l'arretratezza come funzione dello
sviluppo; e precisamente il fattore arretrato — lavoro meridionale — al
servizio dello sviluppo settentrionale (e perché non centroeuropeo?).
Il richiamo occupazionale rappresentato dai lavori pubblici effettuati dalla
Cassa alimenta il distacco delle forzelavoro della campagna e prepara la
loro utilizzazione al Nord. In sostanza la Cassa funziona da ponte, da
mediatore tra il lavoro agricolo e la sua trasformazione in manovalanza.
Attraverso tale politica viene battuta la lotta contadina nel Meridione.
Dal canto suo. Quaderni Calabresi ha posto in rilievo questi momenti: 1)
lo sviluppo industriale centroeuropeo del dopoguerra provoca un nuovo
movimento di popolazione dalle aree periferiche a quelle in fase di
espansione capitalistica; 2) la fuga della manodopera agricola determina la
crisi definitiva della rendita fondiaria; 3) la più massiccia penetrazione di
merci capitalistiche acuisce la crisi economica del Meridione; 4) nel
dopoguerra, i fattori colonizzanti diventano più marcati nella misura in cui
l'egemonia politica interna passa dalla rendita alle classi improduttive più
strettamente legate all'Italia (impiegati e professionisti); 5) proletariato
esterno allo sviluppo e proletariato operaio hanno interessi non
convergenti e spesso opposti; 6) la sinistra italiana svolge un ruolo
dirottante ed elusorio delle reali istanze del proletariato meridionale; 7) nel
Meridione, la possibilità di uno scontro di classe esclude gli strumenti
sindacali ed elettorali, dovendo assumere istanze più incisive di tipo
nazionale popolare.
Nell'ultimo capitolo del libro di Capecelatro e Carlo si incontra la
dimostrazione della illusorietà di ogni programma riformistico a proposito
dello sviluppo industriale del Meridione. Siamo di fronte ad uno sforzo
vigoroso, offerto in termini di teoria economica. Neppure Ferrari Bravo e
Serafini pare si facciano un'illusione del genere, anche se attribuiscono
all'intervento pubblico un ruolo che non corrisponde alla realtà. Senza
riserve se la fa invece D'Agostini, il quale spera in una correzione di rotta
nel PCI e nella CGIL che dia spazio all'istanza meridionale.
Non fugge a Capecelatro e Carlo che i conflitti interni ai processi di
produzione capitalistica non esauriscono la gamma della contraddizioni
tipiche dell'età nostra. C'è infatti da registrare lo scontro mondiale tra
società imperialistiche e società espropriate, il quale non può essere a sua
volta confuso con la contraddizione città-campagna all'interno della stessa
economia. Ora, pur avendo costruito tutto il loro lavoto su tale
presupposto, ad un certo punto gli autori prendono il volo, confondendo
Napoli con Milano, Taranto con Genova, fino ad affermare che il Meridione
non si ferma a Gaeta ma arriva alle porte di Milano. Perché allora non dire
alle porte di New York, di Toronto, di Melbourne e di Colonia, così
l'imperialismo scompare come l'asso nel gioco delle tre carte?
In verità essi fanno karakiri sull'altare di quella immaginaria unità della
classe alla quale la nuova sinistra, come la nuova sinistra di altri tempi
(Gramsci docet) spreca inutili turiboli d'incenso. Pur essendo entrambi
napoletani, non vedono che Napoli, come d'altronde Taranto, Brindisi,
Gela sono più colonia di quanto possano esserlo Stefanaconi o Gibellina.
Sulla base di quale definizione teorica, meno di quattrocentomila operai,
che poi sono dei privilegiati nel loro ambiente, possano essere presentati
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come un Nord nel Sud, come una reale spaccatura nella società
meridionale? Per non sognare, chiediamoci quante sono queste famiglie
nordiste dove a lavorare nell'industria sia un secondo componente della
famiglia; quanti figli di questi «operai» fanno il garzone al bar,» e quanti
altri prosciugano le magrissime risorse familiari per diventare medici o
maestri, unica via per uscire dal ghetto della precarietà dei redditi.
Non basta rinverdire la teoria economica nell'analisi delle strutture e del
capitalismo, è anche necessario avere il coraggio di vedere quali rapporti di
classe sottostanno a tale struttura. Sviluppo e sottosviluppo, imperialismo e
colonie, metropoli e satelliti, comunque vogliamo chiamare il rapporto
strutturale, esso non avrebbe significato in termini di teoria economica se
non definisse anche un tipico rapporto di classe, se non creasse una
frattura profonda e pericolosa tra proletariato interno e proletariato
esterno.
Non credo poi che sia da sottovalutare il ruolo della piccola e media
industria nella identificazione delle aree metropolitane. Se gli oligopoli
compiono direttamente, attraverso le loro filiali, l'opera di espropriazione
coloniale, la piccola e media industria metropolitana, che molto più della
grande industria contribuisce a creare quel tessuto diffuso di attività da cui
nasce il pieno impiego, la compie attraverso le sue merci competitive, ed è
poi questo tessuto diffuso di piccole e medie attività che marca la
distinzione tra sviluppo e sottosviluppo, in quanto moltissimi paesi
sottosviluppati potrebbero oggi impiantare centri siderurgici altrettanto
colossali che i paesi sviluppati, ma poi non avrebbero dove collocare e come
impiegare la produzione.
Nel caso nostro, la dipendenza economica del Meridione non si lega
soltanto all'assenza dei giganti della metalmeccanica, ma anche e
soprattutto a quei settori che gli autori considerano tuttora concorrenziali,
ma che concorrenziali sono solo nel circuito metropolitano. Non basta aver
consapevolezza del fenomeno, bisogna anche spiegarcelo. La verità è che la
subordinazione economico-politica del Meridione è ancora più violenta di
quanto non fosse un secolo fa perché, oltre alla competizione tra settori
capitalistici, l'antica spaccatura nell'ambito degli interessi proletari si è con
il tempo accentuata. Il problema delle «mani adatte» e quello finanziario,
rispolverati per giustificare la mancata industrializzazione del Meridione,
son fin troppo chiaramente la copertura di un disegno antimeridionale.
Incentivare nel Meridione la nascita di una piccola e media industria non
rappresenta un problema insormontabile né dal punto di vista tecnico, né
da quello finanziario. Ma se un progetto del genere andasse in porto, a chi
venderebbe poi una parte rilevante della propria produzione la piccola e
media industria settentrionale? E le tensioni sociali che una crisi di
sovrapproduzione creerebbe al Nord, non sarebbero più grosse di
qualunque Avola o Reggio Calabria?
Accanto alla logica del capitale, ci sono le forze del lavoro ad impedire
qualunque operazione che possa rassomigliare a una ridistribuzione delle
fonti di occupazione e di reddito nel quadro italiano. E' altresì illusorio
immaginare che una volontà socialista, un potere proletario, insediatosi a
Roma possa sormontare un simile ostacolo. La nostra ipotesi è che il
proletariato meridionale non può contare che su se stesso. Non
sottovalutiamo certamente il problema delle alleanze, ma il proletariato
meridionale trova i suoi alleati naturali nell'ambito del sottosviluppo.
L'alleanza con la classe operaia si colloca per adesso nella prospettiva
storica di una ricostruzione politica che investa non le istituzioni proletarie
tradizionali, come pensa la sinistra extra, ma la base operaia, nei suoi
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valori, nel contenuto della idea stessa della lotta di classe. Fra l'altro tale
difficile ricomposizione passa oggi attraverso una revisione
dell'agnosticismo nei confronti dello sviluppo incontrollato delle forze
materiali della produzione e del collegamento automatico tra ricchezza
sociale prodotta in una determinata area e ricchezza distribuita nella
stessa. L'internazionalismo proletario ha oggi anche il segno di una nuova
definizione dei rapporti nei quadro della ineguaglianza fra le economie.
L'ipotesi di un Sud compenetrato nello sviluppo è anche di Ferrari Bravo e
Serafini: «Il Mezzogiorno come area complessivamente omogenea nella sua
arretratezza (salvo ridottissime zone senza rilievo generale) non esiste
veramente più». Certamente l'esodo e il crollo della rendita hanno rotto il
vecchio circuito interno meridionale (contadini-rendita), e allargato il
diametro dei canali per l'estrazione del surplus. C'è stato anche uno
spostamento del polo magnetico dei flussi migratori (e quindi
espropriatori) dal nuovo mondo al centro della «vecchia» Europa. Ma per
questo «l'omogeneità» della situazione meridionale è saltata? Se tale
omogeneità andiamo a cercarla nella esistenza di una struttura positiva, sia
pure arretrata, come la vecchia società a base fondiaria, non possiamo che
registrarne la scomparsa. Ma se l'omogeneità può concretizzarsi in una
struttura negativa, quale è l'esistente disgregazione, allora ci si accorge che
l'evoluzione (involutiva) non ha inciso il rapporto preesistente tra
metropoli (sviluppata) e colonia (sottosviluppata). Tale evoluzione non è
fenomeno meridionale ma è avvenuto all'unisono con i mutamenti prodotti
nel quadro mondiale del sottosviluppo ad opera dei movimenti nei sistemi
metropolitani. D'altra parte gli autori registrano «il permanere di tale (la
vecchia) situazione di dipendenza», avvertendo il sopraggiungere di
«alcuni elementi qualitativamente nuovi, tali da spostare l'intera trama
della questione meridionale».
Questi elementi nuovi vengono definiti comprensivamente con il termine
«sviluppo», intendendo per sviluppo «il governo della società» da parte del
capitalismo. Ciò è per certi aspetti vero, nel senso che il capitalismo,
sviluppandosi, allarga il cerchio e approfondisce il pozzo del suo potere.
Tale è il carattere di tutta la storia del capitalismo. Nell'ambito di tale
processo — crescendo la sua intensità — mutano ovviamente i meccanismi
atti a perpetuare il processo.
Per inciso c'è da osservare che l'identificazione di sviluppo con sviluppo
capitalistico pone un problema politico. Se è in fatti vero — come gli autori
acutamente osservano — che furono proprio le forze di sinistra a riproporre
la questione meridionale in termini di sviluppo capitalistico, non è però
vero che oggi sia questa la proposta di tutta la sinistra. La sinistra
meridionale — e mi pare anche quella latina-americana — quando usa il
termine sviluppo, sottindende il termine liberazione: rispetto anche a
quelle suscettività economiche di cui il dominio capitalistico impedisce la
valorizzazione. Ritengo pertanto male impostata la critica a Baran.
Siamo però ancora ai concetti periferici dell'analisi di Ferrari Bravo e
Serafini. Il tema di fondo, cui già si è fatto cenno, è rappresentato da una
interpretazione in chiave sottosviluppante dell'azione d'intervento
straordinario e della pianificazione.
L'indagine ruota intorno a questo punto focale: il Meridione arretrato
fornisce illimitatamente la manodopera a basso prezzo richiesta nella
nuova fase di sviluppo capitalistico in Italia (schema di Lewis). Lo Stato,
quale istituzione politico-giuridica, non si colloca in posizione neutra
rispetto all'esodo ma ne dirige e controlla i movimenti attraverso strumenti
di volta in volta predisposti. Nella più recente fase dello sviluppo si rende
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infatti indispensabile l'intervento diretto e l'amministrazione


dell'arretratezza come risorsa dello sviluppo. Si può succintamente
osservare — oltre a quanto già detto sul tema dell'integrazione — che
l'estrazione di forza — lavoro è certamente — ieri come oggi — l'aspetto più
consistente, ed anche il più vistoso dell'espropriazione capitalistica del
Meridione, ma che, accanto a questo, alti ne esistono di grande rilievo,
alcuni vecchi, altri nuovi, altri proiettati nel futuro:
Lo scambio diseguale, la colonia di consumo, il pompaggio dei risparmi,
l'occupazione del territorio. Anche rispetto a tutto ciò, lo Stato è — ed è
stato — spesso strumento dei programmi del capitale. D'altra parte
l'intervento dello Stato va inquadrato realisticamente come meccanismo
che aiuta un movimento, le cui spinte strutturali bisogna ricercare in altra
sede, e precisamente nella tendenza alla concentrazione geografica dello
sviluppo capitalistico, nello sviluppo diseguale delle economie, quale
prodotto dell'imperialismo, e nella creazione dell'esercito industriale di
riserva ad opera della penetrazione delle merci capitalistiche. In realtà lo
schema di Lewis deve ritenersi una utilizzazione in termini statici del
fenomeno storico, e perciò dialettico, della rigenerazione — della merce —
lavoro, nel grembo del conflitto permanente tra forme più avanzate (in
direzione capitalistica) e meno avanzate di produzione.
Questa considerazione ci conduce a rifiutare, oltre che in sede di aderenza
storica, anche in sede di teoria econo
mica la tesi dell'integrazione accolta (tuttavia con una certa reticenza) dagli
autori, che farebbe del Meridione uno degli «angoli attardati» di un
sistema compiuto e definito. Questo sistema non può essere altro che il
capitalismo maturo. Ora, uno dei caratteri salienti del sistema accennato è
la piena occupazione, e di conseguenza la degradazione del conflitto di
classe a forme di tensione governata in termini riformistici. Ciò non
corrisponde alla condizione del proletariato meridionale; non solo, ma tutti
gli sforzi fatti per gestire nel Meridione il conflitto di classe secondo il
modello riformistico sono risultati improduttivi di effetti.
Sbagliano gli autori a pensare che il capitalismo «attraverso il governo del
sottosviluppo» sia riuscito a controllare le contraddizioni che il suo
sviluppo genera e e battere il movimento di classe. Le contraddizioni si
sono riprodotte a un livello diverso e il movimento di classe lavora a
superare le remore e gli ostacoli derivanti dalla sopravvivenze delle
preesistenti istituzioni politiche. Ci sembra d'altra parte unilaterale
ascrivere i meriti di vent'anni di stagnazione politica all'azione
dell'intervento, dimenticando i demeriti di chi alimentò il movimento
contadino per poi dirottarlo su richieste limitate e verso pratiche
elettoralistiche.
Fatti questi appunti a margine, è doveroso anche notare (accanto a certe
difficoltà che si incontrano nella lettura del saggio di Ferrari Bravo) che
Stato e sottosviluppo è un'indagine accuratissima e ricca di spunti sui nessi
tra la politica di piano, nella sue varie fasi, e sul rapporto sviluppo-
sottosviluppo.
Reggio Calabria di Fabrizio D'Agostini interessa in questa sede non per il
suo oggetto primario, che ò la rivolta, ma per alcune notazioni nuove, o
prese di coscienza che dir si voglia, da parte dell'intellettuale militante nella
sinistra tradizionale a proposito della politica da questa condotta nel
Meridione.
Nel lavoro di D'Agostini c'è l'esplicito riconoscimento della
sovrapposizione forzata di formule estranee alla realtà di classe nel

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Meridione, e della incapacità di avere consapevolezza della frattura tra


classe lavoratrice meridionale e organismi politici. Ce insomma molta della
tematica dei Quaderni. Mancano logicamente le nostre conclusioni e c'è, al
contrario, la posizione attivistica e moralistica di alcuni intellettuali
settentrionali vicini a «giovane critica» e a «Il manifesto», la quale non è
riuscita a depurarsi del vizio italiano per cui il Sud, anche il Sud proletario,
è un oggetto da amministrare da parte di coloro che hanno virtute e
conoscenza. Al prode garibaldino, ai reali carabinieri, all'intrepido
bersagliere, al buon Turati, all'accorto Togliatti si sostituiranno degli
affabili predicatori e dei missionari in camicia rossa?
Ho letto con estremo interesse — e mi permetterei di consigliarne la
lettura a chiunque operi politicamente nel Meridione — il lucido articolo di
Carlo Donolo, al quale va il merito di una chiara sistemazione di molte delle
tematiche elaborate dal marxismo meridionale nel corso dei cinque anni
trascorsi.
Esporre il contenuto dell'articolo comporterebbe, a causa della sua
densità, molto più spazio di quanto l'opportunità suggerisca in questa sede.
Cercherò pertanto di fissare solo alcuni punti di consenso — essendo essi
molti, appunto perché lo scritto recepisce (per via indiretta credo) molti dei
tempi di cui ci siamo interessati — e i punti di dissenso.
Intanto è aperto e senza riserve il riconoscimento del rapporto dipendente
che pesa sul Meridione. Nascono da questo, per il proletariato meridionale,
una diversa condizione e una diversità della «controparte sociale», rispetto
alla classe lavoratrice settentrionale. L'acquisizione tende tuttavia a diluirsi
in una articolazione e catalogazione sociologica — per altro non esotica e
posticcia — della classe lavoratrice, nella quale la divaricazione di interessi
e di comportamenti, tra quelle forze che abbiamo chiamato proletariato
interno e proletariato esterno, viene attenuata. Tale atteggiamento spiega
come l'autore giustifichi l'assenza di potere politico e la mancanza di
coerenza nell'azione del proletariato esterno con oggettive difficoltà di
aggregazione. L'argomentazione si presta ad essere capovolta: sono gli
indirizzi storicamente consolidati dei partiti della classe, la strategia
coesistenzialista del proletariato interno ad impedire l'aggregazione del
proletariato esterno meridionale, la quale ovviamente potrebbe avvenire
solo al di fuori del sindacato e del riformismo parlamentare.
Molto interessante e appropriata mi pare poi l'utilizzazione di alcune
categorie marxiane e di nuove categorie, come forza-lavoro femminile
scoraggiata e inoccupazione giovanile, per la definizione dell'articolazione
di classe nel Meridione. Non mi pare invece accettabile la definizione di
Donolo a proposito di proletarizzazione. Per noi il fenomeno
proletarizzazione va individuato in un momento precedente ed
indipendente dalla creazione del legame salariale. Senza volere impostare
una disputa metodologica, credo che l'unico modo politicamente utile di
individuare il sorgere della condizione proletaria sia quello che lo fa
coincidere con l'espulsione del lavoratore da una precedente forma di
produzione; anche se condivido — ed ho già espresso altrove tale giudizio —
la restrizione operata da Donolo circa la posizione dell'intellettuale
meridionale socialmente declassato.
Di grande utilità politica è anche l'enucleazione della categoria «massa
marginale» nell'ambito del quadro proletario. In effetti l'entità numerica di
tale settore è molto estesa nell'agricoltura meridionale, specie al di sopra di
certe classi d'età. Dico d'utilità politica, perché ove si operi nell'ambito degli
schemi politici propri alla tradizione operaia settentrionale, questa massa
resterebbe tagliata fuori da qualsivoglia valorizzazione nello scontro di
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classe. Non così invece se dalla logica operaista si sale a quella popolare e
proletaria nella sua eccezione «periferica». Quella massa infatti se non ha
niente da dire contro il potere e lo sfruttamento della Fiat, avrebbe invece
un suo ruolo non secondaria quando la si opponesse al parassitiamo del
potere e dell'assistenza nel Meridione.
Il problema ci porta direttamente al tema centrale delle elaborazioni di
Donolo, che individua nella polarizzazione demografica nei centri urbani
meridionali la nuova ubicazione delle maggiori contraddizioni maturate nel
Sud. E' necessario a questo proposito osservare che la richiesta di identità
storica e politica, riconosciuta dallo stesso Donolo, nasce evidentemente da
una specificità meridionale dello scontro di classe. Il proletariato
meridionale ha un nemico immediato e visibile da combattere. Se questa
controparte viene identificata con chiarezza, il problema si concretizza,
come già si è osservato, nella esigenza che il proletariato meridionale non
sia ridotto a comportarsi come la coda spezzata dal corpo della «classe
operaia centrale», ma si elevi a protagonista della propria liberazione dal
sistema capitalistico.
La controparte visibile è quel «nuovo strato di professionisti», di
impiegati, di gestori del potere statale e dei suoi apparti, di politici di tutte
le estrazioni, la cui presenza garantisce la stabilità del sistema italiano e
attraverso cui passa l'espropriazione che il «centro» opera ai danni della
«periferia».
Il Meridione, nell'esprimere una richiesta di sviluppo esprime una
richiesta di socialismo, poiché non esiste al tra via per tagliare il rapporto
«dipendente». La nostre richiesta di uscire dalla «deprivazione relativa»
sta nella coscienza che non è possibile, né soprattutto conveniente a
Meridione percorrere con cento anni di ritardo la via occidentale al
benessere, fondamentalmente squilibrata, forte mente alienante, in se
stessa disumana. Il socialismo meridionale, nella misura in cui è rimasto.
«ottuso ruralismo» ha una sua profonda richiesta di umanesimo e di
internazionalismo da difendere.
In effetti il «separatismo» di cui mi incolpa Zito nelle scritto già ricordato
è per la verità molto di più: è una separazione netta fra due vie al
socialismo, forse del tutto due modi di intendere il socialismo,
probabilmente non inconciliabili alla distanza, ma che per adesso si
muovono su piani diversi.
Nicola Zitara

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