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Chiara Crisciani – Michela Pereira *

‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO **

1. Due testi, due parti, due libri

Nel ricco catalogo 1 dell’«officina» di Pietro Perna (e poi del genero


Konrad von Waldkirch) di Basilea vengono offerte, oltre alle nume-
rose edizioni di attualissimi testi paracelsiani, non poche edizioni e
riedizioni di testi e di raccolte di opere alchemiche della tradizione
latina medievale. Il Perna non manca di precisare più volte la propria
opinione sulla ars seu scientia dell’alchimia in varie «avvertenze al let-
tore»; così, anche nella prefazione alla raccolta Auriferae artis...sive
Turba philosophorum (1572) 2 prende atto della disputa ancora viva sulla

* Desideriamo ringraziare vivamente quanti ci hanno aiutato in vario modo in


questa ricerca: F. Bacchelli, I. Costa, F. Di Pietro, R. Guglielmetti, I. Marchesin, E.
A. Matter, G. Zuccolin; e inoltre A. Th. Bouwman (Bibliotheek der Universiteit,
Leiden), S. Cernočka (Rhe Roudnice Lobkowitz Library, Nelahozeves Castle,
CZ), P. Invernizzi (Biblioteca Universitaria di Pavia), M. Svobodova (Diparti-
mento di manoscritti e stampe rare, Biblioteca Nazionale della Repubblica Ceca).
** Ad Agostino, con molti auguri e affetto da due amiche.
1. L. Perini, La vita e i tempi di Pietro Perna, Roma 2002, specie 320-21, 324-26,
428, 430, 449, 455-56, 459,476, 484 (per prefazioni e frontespizi di edizioni alche-
miche della ditta).
2. Ibid., 324-25; di Auriferae artis… authores… sive Turba philosophorum, Basilea
1572, 2 voll. Il testo dell’Aurora consurgens – Pars II è stampato nel primo volume
alle pp. 199-266. La raccolta venne ristampata due volte, sempre a Basilea: ancora
in due volumi, nel 1593 per la cura di C. Wadlkirch, a spese di Claude de Marne
e Jean Aubry; nel 1610, sempre a cura del Waldkirch, venne aggiunto un terzo
volume, contenente le opere di Raimondo Lullo. Al f. )(1v, sotto l’indice dei testi
pubblicati, si legge: «Ex his primi decem et postremus, ex manu scriptis exempla-
ribus impressimus»: Aurora Consurgens è il terzo dei titoli riportati nell’indice, dun-
que rientra fra questi. Nella prefazione alla raccolta il Perna afferma di aver lui
stesso curato l’edizione, iuvantibus amicis viris doctis: Non è chiaro se fra questi
amici vi fosse anche in questa occasione Guglielmo Gratarolo, per la cui cura lo
stesso Perna aveva pubblicato nel 1561 la raccolta Verae alchemiae artisque metallicae,
citra aenigmata, doctrina, certusque modus. Per quanto siano stati sollevati dubbi sulla
paternità degli interventi editoriali nei volumi stampati dal Perna (C. Gilly, «Zwi-
schen Erfahrung und Spekulation.Theodor Zwinger und die religiöse und kultu-

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CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

validità di questa ricerca; ammette la disdicevole, anzi criminale pre-


senza di impostori e ciarlatani, venditori di parole grandiose e usur-
patori di nomi e fama altrui, ma riconosce parimenti il valore della
testimonianza a favore che esplicitamente viene all’arte dai tanti stu-
diosi – antichi o più vicini a noi – illustri, profondi e onesti, che vi si
sono dedicati e che non possono, tutti, essersi grossolanamente ingan-
nati. Per parte sua, e contro istanze ermetizzanti e settarie, l’editore
rivendica il ruolo pubblico e aperto della sua iniziativa editoriale, che
non ha il compito di dirimere la questione quanto piuttosto l’impe-
gno, neutro, di fornire i testi – i più accurati possibile – a tutti coloro
che si appassionano a questi studi: potranno così essere meglio infor-
mati e attrezzati nelle loro ricerche e saranno in grado, eventual-
mente, di prendere più consapevolmente posizione: la verità scaturirà
come una scintilla, dai testi, naturalmente 3. Da attento e colto editore,
gli basta essere certo che «plura collegimus, et ex eis collectis meliora,
ut puto, selegimus».
Per la verità, le scelte del Perna non sono affatto neutre, ovvia-
mente, e la sezione alchimistica del suo catalogo potrebbe essere
oggetto di una ricerca interessante su linee di politica di editoria
scientifica. Tra le selezioni operate dal Perna proprio in questa rac-
colta spicca una drastica esclusione, così drastica che l’editore stesso
avverte l’onere – non nella prefazione, ma nel corso del volume – di
spiegarla e giustificarla. Si tratta dell’Aurora consurgens, (che l’erudi-
zione alchemica Sei e Settecentesca ha attribuito a Tommaso d’A-
quino ma che – come vedremo dettagliatamente più avanti – è tradita
in forma anonima), articolata in due parti, di cui nella presentazione
della praefatio si era detto che «philosophorum loquendi modos,
ambages aenigmata et similitudines aperit»: un’opera dunque quanto
mai utile a orientare nella lettura, comunque difficile, dei testi alche-
mici. A svolgere questa encomiabile funzione, però, pare destinata solo
la seconda parte, definita qui dal Perna Tractatus secundus e come tale
pubblicata: la prima parte viene cassata, con sicura decisione e con

relle Krise seiner Zeit», Basler Zeitschrift für Geschichte und Altertumskunde, 77
(1977), 57-137: 64), appaiono convincenti le conclusioni su questo argomento
esposte da Perini, La vita, 6-7. Per il nostro lavoro abbiamo utilizzato la ristampa
a cura di Konrad von Waldkirch, Artis auriferae, Basilea 1593, dove l’Aurora consur-
gens... et in eius secundus tractatus si trova nel vol. I, 185-246.
3. Perini, La vita, 325: «... cum praesertim meum non sit docere, aut partes
defendere: sed bonarum literarum et artium doctores in publicum ad communem
utilitatem edere, et inter se eos committere, ut veritas tamquam ex silicum colli-
sione excutatur».

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‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

circostanziate motivazioni, a dispetto delle dichiarate intenzioni di


«offerta obiettiva» espresse dal Perna stesso nella praefatio. Il fatto è –
rileva l’editore – che la prima parte gli appare scandalosa 4. Non che
l’autore –chiunque egli sia – sia stato guidato da infame malanimo,
tutt’altro: si rivela anzi estremamente pius, ma fuorviato dalle tenebre
dei secoli bui in cui visse. Così obnubilato, questo author costringe
(«quod nefandum est«) e piega le parole (e i misteri delle Scritture,
perfino quelli dell’Incarnazione e della morte di Cristo), tanto che
pare che esse siano state scritte solo per servire a onore e lode del-
l’alchimia. A ragion veduta dunque il Perna non pubblica queste che
definisce «allegorie tratte dalla Scrittura»: non sono di utilità alcuna e
offendono pie e dotte orecchie; chi proprio vorrà leggerle, le cerchi
in altre edizioni (se mai qualcuno avrà sprecato le sue risorse in tale
impresa); a lui piace e basta pubblicare il tractatulus de Allegoriis ex phi-
losophorum inventis 5: dizione che, se richiama nel titolo il testo che
precede nella raccolta, cioè le Allegoriae in Turbam philosophorum, si
riferisce chiaramente al trattatello che segue, cioè al Tractatus secundus
dell’Aurora consurgens. Anche a prescindere per ora dall’esame dei
manoscritti 6, che il Perna comunque avesse di fronte all’epoca un
testo unico articolato in due parti è mostrato dalla sua stessa disamina,
palesemente relativa a un testo composito ma unitario (se composto
unitariamente o assemblato in seguito costituisce un diverso pro-
blema), strutturato, a suo dire, attorno ad «allegorie scritturali», da un
lato, e «allegorie filosofiche» dall’altro; inoltre, il prologo con cui nel-
l’edizione si apre il Tractatus secundus rende conto di questa (così tra-
dizionale, del resto) bipartizione e fa esplicito riferimento, già nelle
prime righe, alla connessione con qualcosa che precederebbe: lì si era
mostrato, ex sacrae paginae actoritatibus, come l’alchimia «non esse
aliud, nisi donum Dei et sacramentum, diversis typicis sermonibus ac
parabolicis locutionibus»; qui, si tratta di intellectum valde subtiliter et
ingeniose acuere per comprendere oltre il suono della lettera, per defi-

4. Ed. Waldkirch, 183: «Amice Lector, scias nos ... consulto praeteriisse inte-
grum tractatum Parabolarum, sive allegoriarum ... quibus allegoriis, antiquo more
tenebrionum ... totam fere sacrosanctam Scripturam, Salomonis praesertim, et
Psaltes ipsius scripta, maxime vero Cantica canticorum, allegorice, ad Alchimiam
etiam invita detraxit auctor, ita ut nulla alia de causa, illa omnia scripta esse
videantur (si huic credimus) quam in honorem et laudem Alchimiae».
5. Ibid., 184: «Nobis satis esse volumus tractatulus de Allegoriis ex philosopho-
rum inventis et ipsius artis penetralibus erutus, quem superius post Turbam expres-
simus.Vale».
6. Infra, par. 2.

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nire proprietà e non similitudini 7. Per non dire che proprio nel pro-
logo sono usati termini e locuzioni che indicano come l’estensore del
Tractatus secundus sia lo stesso della prima parte, o almeno che avesse
anch’egli, nello scrivere, quelle pagine sott’occhio.

2. Uno sguardo ai manoscritti

La tradizione manoscritta dell’Aurora consurgens mostra che il Perna


è intervenuto di propria iniziativa su una tradizione compatta: non
esistono infatti manoscritti precedenti l’edizione 1572 che riportino
isolatamente la prima o la seconda parte del testo. I manoscritti che
tramandano il testo latino dell’Aurora consurgens, attualmente noti,
sono dodici, cui si aggiungono due traduzioni in tedesco e una in
cèco 8; la suddivisione del testo in capitoli è uniforme in tutti i mano-

7. Ed. Waldkirch, 186-87. I riferimenti a: Alexander/nives, imprudentes, sapiant,


parvuli rinviano ad ACI (cui possono riferirsi certo anche altre parti più consi-
stenti del testo; qui si nota proprio la ripresa di vocaboli-spia).
8. I manoscritti latini noti a M. L. von Franz e utilizzati per la sua edizione cri-
tica della prima parte del testo (v. infra, nota 22) sono sei (Aurora Consurgens. A
Document Attributed to Thomas Aquinas on the Problem of Opposites in Alchemy, ed.
with a commentary by M. L. von Franz, «A Companion Work to C. G. Jung’s
Mysterium Coniunctionis», 1957, tr. ingl., New York 1966). Per essi utilizziamo le
sigle da lei stabilite: P – Paris, BnF, lat. 14006, ff. 1r-30v; V – Wien, Österreichi-
sche Nationalbibliothek, Hs 5230, ff. 239r-49v (mutilo, il testo termina brusca-
mente in corrispondenza del cap. 15 ovvero II.3, ed. Waldkirch, 194, HI p. 205); M
– Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana,VI.215, ff. 65r-101r; Rh – Zürich, Zen-
tralbibliothek, Codex Rhenoviensis 172, ff. 3r-36r (acefalo, il testo comincia in
corrispondenza del cap. 10); L – Leiden, Bibliotheek der Universiteit, Cod. Voss.
Chym. F. 29 (520), ff. 39r-71v; B – Bologna, Biblioteca Universitaria, ms 747, ff.
98v-119r. A questi si aggiungono, segnalati da B. Obrist, Les débuts de l’imagerie
alchimique, Paris 1982, 275-84 (le sigle sono nostre): C – Copenhagen, Kongelige
Bibliotheek, Gl. Kgl. Saml. 237, ff. 44r-75r; H – Hannover, Niedersächsische Lan-
desbibliothek, Hs IV 339, ff. 62r-98v; P1 – Praha, (Capitolo metropolitano, ms.
1663), Archivio del Castello di Praga, O.LXXIX, ff. 27r-71r (acefalo e lacunoso
nella prima parte); R – Roudnice, Biblioteca Lobkowicz, VI Fd 26, 6-73; W –
Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Hs 11374, ff. 1r-69r. Altri due mano-
scritti sono stati identificati a partire dalle indicazioni offerte nel sito curato da A.
McLean, www.alchemywebsite.com; si tratta di: E – Edinburgh, Royal College of
Physicians ms AB4/18 (descriptus dall’ed. 1572); M1 – Modena, Biblioteca Estense,
ms lat. 362 (_lpha. P. 4. 14), ff. 65r (1v) – 38r. Tutti i manoscritti fin qui segnalati
sono stati esaminati direttamente e integralmente (de visu o in riproduzione foto-
grafica), ad eccezione di E (che secondo le indicazioni di A. McLean è un apo-
grafo dell’ed. Perna). Dei manoscritti in lingue diverse dal latino è stato esaminato
B1 – Berlin, Staatsbibliothek Preussischer Kulturbesitz, Hs Germ. Qu. 848, che
contiene il ciclo di immagini (v. infra); mentre non sono stati presi in considera-
zione L1 – Leiden, Bibliotheek der Universiteit, Cod.Voss. Chym. F. 3 (testo cèco)

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‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

scritti e conferma sia l’intenzione compositiva unitaria del trattato


nella forma in cui lo conosciamo, sia la sua originaria articolazione in
due parti; nella maggior parte dei manoscritti i capitoli sono nume-
rati e, per quanto la numerazione presenti delle disparità, talora dei
vuoti e altre irregolarità, esse non sono tali da contraddire quanto
asserito rispetto alla struttura dell’opera 9.
L’intenzione compositiva unitaria, anche se non l’articolazione in
parti e capitoli, è confermata inoltre da due elementi: il ciclo di imma-
gini, che accompagna il testo già in due dei testimoni più antichi (risa-
lenti al secondo/terzo decennio del XV secolo), scorre – come
vedremo dettagliatamente più avanti – parallelamente al testo intero; e
la seconda edizione a stampa del testo, edita da Johannes Grasshof nel
1625, restituisce il testo integralmente, eliminandone però ogni parti-
zione interna e mettendo in evidenza nel titolo, dato in una forma non
attestata dai manoscritti, l’attribuzione a Tommaso d’Aquino 10.
I manoscritti presentano due varianti del titolo: Aurora que dicitur
mora (R, W; B ha un titolo simile: Aurea mora que dicitur Aurora), e
Aurora consurgens (M,V, M1, P); senza titolo sono, ovviamente, i mano-
scritti acefali (Zh, P1) e i rimanenti integri (L, C. H). Osserviamo
infine che fra i manoscritti latini solo B (a. 1492) riporta l’attribuzione
a Tommaso d’Aquino nelle vicinanze del testo, ma in una annotazione
chiaramente aggiunta al titolo da una delle mani che hanno ampia-
mente annotato il codice (f. 97v, Incipit Aurea mora que dicitur Aurora

e L2 – Leiden, Bibliotheek der Universiteit, Cod.Voss. Chym. F. 20 (testo tedesco.


Ancora dal sito di McLean si segnala infine G – Glasgow, University Library, Fer-
guson 6, che contiene esclusivamente le immagini (infra, par. 6.1). M1 e P sono stati
esaminati de visu per noi rispettivamente da F. Bacchelli e I. Costa, ai quali va il
nostro più vivo ringraziamento.
9. I manoscritti M ed M1 (verosimilmente descriptus dal precedente; ringra-
ziamo vivamente F. Bacchelli per avercene fornito la descrizione e aver control-
lato per noi i titoli dei capitoli) denominano Particula quello che gli altri chiamano
Parabola, non numerano i capitoli della seconda parte e contentono una grossa
lacuna al f. 85r, in corrispondenza dei capp. 18-20, solo in parte corrispondente alla
lacuna riscontrata in R. Insieme ad H, riportano un titolo per il cap. 21, che è
senza titolo nella maggior parte dei manoscritti: «Sequitur de homine salvatico»
(H: silvatico). Il manoscritto B numera in maniera ancor più irregolare i capitoli
della seconda parte, il cui prologo (non numerato) è intitolato Prologus secundi trac-
tatus Salomonis.
10. Harmoniae Imperscrutabilis Chymico-philosophicae Decas I, Collectae ab
H.C.D. (Condeesyanus), Francofurti apud Conradus Elfridum Anno MDCXXV,
175-242, Beati Thomae de Aquino Aurora sive Aurea Hora. Sul Grasshof v. J. Fergu-
son, Bibliotheca Chemica. A Bibliography of Books on Alchemy Chemistry and Pharma-
ceutics (1906), 2 voll., reprint D. Vershoyle Academic and Bibliographical Publica-
tions Ltd., London 1954, I, 338-41.

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CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

add. in marg. vel Liber Trinitatis compositus a Sancto Thoma de Aquino /


Aurora consurgens); mentre in L, scritto a Erfurt nel 1526, troviamo il
nome del santo aggiunto sul margine superiore del f. 1r, ma l’Aurora
consurgens in questo manoscritto inizia al f. 39r; l’attribuzione è fatta
con una nota in tedesco che recita: «Nota etzliche wollen darfür haltt
das der hier volgende Tractat von Doctor Thoma Aquino zum Rom
geschryven worden sey» 11.
Le testimonianze manoscritte risalenti ai secoli XV e XVI confer-
mano dunque che l’Aurora consurgens ha circolato generalmente in
forma anonima e, fino allo smembramento operato dal Perna, nella
forma di un trattato suddiviso in due parti per complessivamente
trentaquattro capitoli: la prima parte ne comprende dodici 12, la
seconda parte i rimanenti ventitre 13. Il tredicesimo capitolo è con-

11. Il manoscritto è stato copiato nel 1526 a Erfurt da Valentin Hernworst; l’an-
notazione con l’attribuzione a Tommaso, posta all’inizio del codice e non in corri-
spondeza dell’Aurora consurgens, è scritta tuttavia dalla stessa mano e con lo stesso
inchiostro con cui è stato copiato proprio questo testo, come abbiamo potuto osser-
vare analizzando direttamente il codice. Per una descrizione completa P. C. Boeren,
Codices Vossiani Chymici, Universitaire Pers, Leiden 1975, 83-90. Oltre che in B e L,
l’attribuzione a Tommaso è contenuta soltanto nell’edizione di Johannes Grasshof
(nota precedente). Il nome di Tommaso come alchimista compare nell’anonima
Conversatio philosophorum contenuta ai ff. 155r-58r di V (dove tuttavia l’Aurora con-
surgens non riporta l’attribuzione); dopo una breve storia delle origini dell’alchimia
leggiamo: «Procedant iam moderni. Sanctus Tomas de Aquino, sanctus Augustinus,
Sanctus Ambrosius, non tantum avaritie, sed magis secreta nature velle perscrutari,
in hac parte phylosophie desiderabant erudiri». La presenza dell’Aquinate in questo
elenco di estimatori dell’alchimia (peraltro assai sospetto!) potrebbe essere legata al
fatto che la silloge si apre con la Expositio Thome de Aquino super librum turbe. Que-
sto manoscritto è stato copiato nel 1475 dal Magister Theodoricus Ghysiberti de
Lunenborgho de Saxonia ad instantiam et petitionem artium medicine eximii ax famosissimi
viri Magistri Butii Genuvini de Ferrantis de Perusio in civitate Fulginii (f. 297v).
12. Si tratta del testo edito criticamente da M. L. von Franz; i titoli da lei uti-
lizzati sono confermati dal resto della tradizione manoscritta.
13. I titoli, dal manoscritto più antico, Rh (per lo più concordanti in tutta la
tradizione) sono i seguenti: Incipit prologus secundi tractatus C. 13 (f. 10r); C. 14
Sequitur de astronomia C. 2 tractatus 2i (f. 11r); C. 15 De stilo parabolico per arismetri-
cam (f. 12v); De processu naturali C. 16 (f. 13v); De matre alchimia stilus parabolicus C.
17 (f. 14v); De stilo probleumatico C. 18 (f. 16v); De stilo typico C. 19 (f. 18r); De rebus
naturalibus C. 20 (ibid.); C. 21 (f. 19v, senza titolo, cfr. supra nota 9); Item de interio-
ribus hominis C. 22 (ibid.); De ovo C. 23 (f. 20r); De basilisco et vermibus venenosis C.
24 (f. 20v); De rebus mineralibus C. 25 (f. 21r); De multiplici argento vivo C. 26 (f. 22v);
De arsenico et auripigmento C. 27 (f. 23v); C. 28 De markasita magnesia et tuthia (f.
24r); De qualitatibus singulis omnium metallorum C. 29 (f. 24v); De quatuor corporibus
metallicis imperfectis C. 30 (f. 26r); C. 31 De arboribus herbis floribus radicibus et aliis
vegetabilibus (f. 27r); De pluralitate vocabulorum artis C. 32 (f. 27v); De multiplici ope-
ratione philosophantium C. 33 (f. 28v); Item de aliis modis operacionum C. 34 (f. 33v);
Capitulum ultimum De effectibus huius medicine (f. 36r). Il manoscritto B1, che con-
tiene il testo in tedesco, riporta anch’esso i titoli secondo questa numerazione.

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‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

cordemente definito prologus secundi tractatus, ma nella maggior parte


dei manoscritti, in particolare nei più antichi, la numerazione è in
continuità con i capitoli della prima parte 14. Oltre che dalla presenza
di un prologo, la distinzione fra la prima e la seconda parte è confer-
mata dal titolo che Rh, R e C attribuiscono al secondo capitolo della
seconda parte 15, e viene sottolineata in L e P1 mediante l’indicazione
di una doppia numerazione dal tredicesimo capitolo fino all’ultimo 16.
La scelta di Pietro Perna di stampare soltanto la seconda parte sem-
bra radicarsi in questo ramo della tradizione, anche se non è stato pos-
sibile identificare l’esemplare manoscritto utilizzato per la stampa: ne è
conferma il fatto che solo nei mss L e P1 il titolo del capitolo 15 (Geo-
metrica dicta stilo parabolice. Capitulum decimum quintum vel tercium huius 2i
tractatus), che corrisponde al cap. II nelle edizioni di Perna e Waldkirch
(Geometrica dicta parabolico stylo) 17, nomina i Geometrica dicta invece che
– come tutti gli altri manoscritti – l’Arismetica; si deve notare, a questo
proposito, che la geometria non è richiamata nel testo nemmeno in L
e P1 (mentre lo è nelle edizioni Perna e Waldkirch, ma non in quella del
Grasshof) e che l’autore non ha affatto utilizzato argomenti geometrici,
trattando piuttosto di aritmetica e scienza dei pesi 18.

14. Solo W presenta un colophon di mano del copista al termine della prima
parte (Finis primi tractatus theologici, f. 23r); in R troviamo un’annotazione di mano
diversa che segnala: Finis primus tractatus thelesmi: il termine thelesmi richiama natu-
ralmente la Tabula smaragdina, che in effetti è oggetto di un parziale commento
nella seconda parte dell’Aurora consurgens, ai capitoli 33-34.
15. De astronomia C. 2 tractatus 2i, R p. 35, C f. 55v; C. 2 tractatus 2i, Rh. I tre
manoscritti risultano strettamente collegati sotto molti aspetti.
16. Riportiamo come esempio solo i primi due: Incipit prologus secundi tractatus
huius libri Capitulum tredecimum vel primum (L f. 51r, P1 f. 39v), Astronomica dicta
Capitulum decimum quartum vel secundum huius 2i tractatus (L f. 51v, P1 f. 41r, con
l’erronea indicazione Capitulum decimum tertium huius secundi tractatus).
17. Rispettivamente alle pp. 209 e 192: L’incipit del capitolo è stato modificato
di conseguenza nelle due edizioni: «Dehinc nota quod geometrica et arithmetica
hanc nobilissimam scientiam», rispetto a quello che tutti i manoscritti (nonché
l’edizione del Condeesyanus) riportano, «Dehinc nota arismetica hanc nobilissi-
mam scientiam».
18. Cfr. anche il commento all’immagine n° 15 del ciclo standard, infra, par. 6.1.
Un’incertezza nell’attribuire a questo capitolo un titolo preciso si rileva peraltro
anche negli altri manoscritti. Rh ha: C. 15 De stilo parabolico per arismetricam; R non
riporta alcun titolo né il numero del capitolo, per quanto indichi come C. 16 il
successivo, e tuttavia la «d» iniziale del testo (De hinc nota arismetica), è rubricata;
lo stesso in C; W indica semplicemente Capitulum XV; V e H hanno Capitulum
secundum de arismetrica; B Capitulum secundum doctrine prime de arismetrica; M e M1
De arismetrica.

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CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

3. Il montaggio di ACI

3.1. – L’atto selettivo e censorio del Perna – esplicito e chiara-


mente giustificato – non è privo di validi fondamenti: anzi, come si
vedrà, forse l’acuto giudizio del primo editore – che valuta e con-
fronta nel loro insieme le due parti di una opera – è tra i più perti-
nenti; la sua scelta editoriale non è rimasta comunque priva di conse-
guenze storiografiche ed esegetiche. Finora infatti le due parti sono
state considerate dagli storici 19 come due testi autonomi e diversis-
simi, da considerare separatamente 20: come tali hanno anche cono-
sciuto una diversa diffusione e fortuna interpretativa.
La prima parte (cui quasi per antonomasia ci si riferisce di solito
col titolo di Aurora consurgens 21) è, com’è noto, un testo abbastanza
breve, strutturato in dodici capitoli (una sezione introduttiva e sette
«parabole»). Prescrizioni operative piuttosto generiche 22 si intrec-
ciano a (e si esprimono con) passi scritturali, molti dei quali tratti dai
Salmi, dall’Apocalisse e dalle opere salomoniche (a partire dal titolo
stesso), affiancati e quasi intessuti con passi tratti da testi alchemici. Da
questo doppio registro, in cui i due codici (alchemico e biblico) si
rafforzano a vicenda, emergono – in modo non argomentato né siste-
matico, ma non irrazionale e non spontaneo o automatico, bensì
molto «lavorato» – un nuovo testo e una immagine alta di alchimia,
collegata a tonalità profetiche e all’indicazione di un percorso di per-

19. Non molti, in verità. L’Aurora consurgens è solo menzionata da R. Halleux,


Les textes alchimiques,Turnhout 1979, a proposito dei rapporti tra letteratura alche-
mica e storia dell’arte (su cui cfr. i due volumi citati qui in seguito) e del corpus
ps. tommasiano (su cui cfr. anche L. Thorndike, A History of Magic and Experimen-
tal Science, 6° ed., New York-London 1964, III, 42-43, 136-39; e, più approfondita-
mente, Der alchemistische Traktat ‘Von der Multiplikation’ von Pseudo-Thomas von
Aquin, ed. D. Goltz et al., Wiesbaden 1977; A. Calvet, «Recherches sur le platoni-
sme médiéval dans les œuvres alchimiques attribuées à Roger Bacon,Thomas d’A-
quin et Arnaud de Villeneuve», Revue des sciences philosophique et théologiques, 87.3
(2003), specie § 3; Ch. Crisciani, «Tommaso, pseudo-Tommaso e l’alchimia: per
un’indagine su un corpus alchemico», in Letture e interpretazioni di Tommaso d’A-
quino oggi: cantieri aperti, ed. A. Ghisalberti et al., Torino 2007, 103-19.
20. Fa eccezione Thorndike, A History, IV, 335, n. 25: segnalando due mss.
(Vienna e Venezia) dell’Aurora consurgens, rileva che «The latter part of the work
was printed in Artis auriferae, I, 185».
21. D’ora in avanti sarà citata come ACI (dall’ed. von Franz, v. supra, nota 8);
per il Tractatus secundus useremo la sigla ACII, citando dall’ed. Waldkirch segnalata
supra, nota 2.
22. Ma non sono affatto assenti, come invece dichiara von Franz, Commentary,
153.

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‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

fezionamento come elevazione unitiva e «amorosa» che conduce alla


Sapienza, e con ciò a Dio (benché questa sommaria indicazione sia
inappropriata e incapace di descrivere un percorso che palesemente il
testo non accetta di definire e, se mai, fa intraprendere – proprio tra-
mite le sue volute espressive e le spinte linguistiche).
Per il suo contenuto e la cifra stilistica, ACI è stata collocata tra i
testi di «alchimia visionaria» che, già presenti nell’alchimia greca e
araba, compaiono in Occidente tra i secoli XIV e XV. Con tale defi-
nizione non ci si riferisce tanto a opere che riportano o descrivono
visioni alchemiche 23, quanto a scritti – l’ACI, il Tractatus parabolicus
dello ps.Arnaldo, il Libro della Santa Trinità 24, certe pagine di Giovanni
di Rupescissa – che, con linguaggio allegorico-analogico 25, spesso
molto fitto, quasi intessuto di rinvii scritturali, ricco appunto di
immagini verbali fervide e fluenti, propongono l’opus alchemico in
contesti esegetico-profetici ed escatologici. Se si aggiunge al coinvol-
gente e bell’intreccio di codici linguistici diversi 26 e alla presenza di
immagini il fatto che (benché solo in due manoscritti e in una tarda
stampa 27) l’ACI è stata attribuita a Tommaso d’Aquino, si spiega il
notevole interesse che l’opera ha suscitato nella discepola e collabo-
ratrice di Jung, Marie Luise von Franz, che del testo ha prodotto
un’edizione corredata da un ampio e appassionato studio teso a
confortare con ragioni di ordine biografico e psicologico l’attribu-
zione «tradizionale» – ma che tale era davvero ben poco, come

23. Nella letteratura alchemica latina esistono testi di questo tipo (fra tutti, si
segnalano la Visio Arislei e la Visio Dastin); sono per vari aspetti avvicinabili a que-
sti in quanto introducono (senz’altro l’opera di Dastin) «battute» scritturali e si
orientano a presentare gli aspetti anche religioso-salvifici dell’arte e ad allegoriz-
zare (spesso però in modi facilmente decifrabili) fasi del processo operativo. Ch.
Crisciani, «Il corpo nella tradizione alchemica: teorie, similitudini, immagini»,
Micrologus, 1 (1993), spec. 189-205, 230-33; M. Pereira, «Sogni e visioni alchemiche»,
in I sogni nella letteratura e nella cultura medievale (in corso di stampa).
24. Cfr. gli studi e l’edizione di A. Calvet, «Le Tractatus parabolicus du pseudo-
Arnaud de Villenuve», Chrysopoeya, 5 (1992-1996), 145-71; U. Junker, Das ‘Buch der
Heiligen Dreifaltigkeit’ in seiner zweiten, alchimistischen Fassung (Kadolzburg 1433),
(Arbeiten der Forschungstelle des Institut für Geschichte der Medizin der Uni-
versität), Köln 1986.
25. Cfr. oltre al suo volume già citato (supra, nota 8), B. Obrist, «Les rapports
d’analogie entre philosophie et alchimie médiévales», in Alchimie et philosophie à la
Renaissance, ed. J. C. Margolin-S. Matton, Paris 1993, 43-64.
26. M. Pereira, «Principio femminile e rinnovamento del mondo nell’Aurora
consurgens», in Rinnovamento e mistero, ed. C. A. Cicali et al., Napoli-Roma-Milano
1999, 96-113. V. anche la traduzione italiana di ACI in Alchimia. I testi della tradi-
zione occidentale, a c. di M. Pereira, Milano 2006, 527-51.
27. Supra, note 7 e 11.

9
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

abbiamo appena visto. Il fatto che all’Aurora consurgens sia legato uno
dei primi e più ricchi cicli iconografici alchemici spiega anche l’at-
tenzione che le hanno dedicato gli studiosi d’iconologia, in special
modo Barbara Obrist e Mino Gabriele, dai quali però – contro il fatto
evidente che il ciclo d’immagini percorre tutto il testo (prima e
seconda parte), – l’ACI è stata considerata quasi come un’opera auto-
noma, e comunque poca o nulla attenzione ha raccolto anche presso
di loro il testo di ACII 28.
La prima dunque, dopo il Perna ma in prospettiva opposta, a legit-
timare la separazione delle due parti, considerandole praticamente
due opere diverse, è stata proprio Marie Luise von Franz. Essa pro-
pone, sulla base dell’attribuzione a Tommaso, una interpretazione di
ACI in chiave di psicologia dinamica e vede l’efflorescenza della scrit-
tura come espressione dell’«irrompere dell’inconscio», del fluire di un
flusso di immagini, che erompe – durante l’ultima malattia e nella
debolezza di Tommaso morente 29 – dalla fatica provocata dall’eccesso
di lavoro intellettuale e dalla pressione generata dal lavorio intellet-
tualistico continuo; per von Franz essa andrebbe interpretata, e tecni-
camente, come «un sogno» 30. Pur tenendone conto nell’apparato cri-
tico e nelle note di commento dell’edizione, von Franz considera l’A-
CII un testo completamente diverso, compilativo, ben poco sugge-
stivo ed espressivo e, al più, da tener presente come una sorta di com-
mento al primo, a esso posteriore.
Se von Franz ha comunque il merito di aver considerato più da
vicino il rapporto possibile tra i due testi, la definizione di «com-
mento» per ACII non convince: innanzitutto perché il testo non
rispetta le regole del genere (neppure quelle anomale del commento
alchemico 31); né, inoltre, l’opera si presenta come tale. Infine, lo

28. Vistosa fra tutte quella per cui il ciclo, dovunque appare, è sempre dispie-
gato, per contenuto e collocazione, sull’insieme dei due testi. Chi lo esamina sotto
questo profilo riconosce ovviamente il fatto, ma non pare chiedersi perché:
Obrist, Les débuts, 188-89, parla più volte di due parti, ma prende in considerazione
solo il testo di ACI, affrontandolo con la sua griglia interpretativa dell’occulta-
mento voluto, su cui v. infra, § 3.4, 6 e 6.1.
29. La tarda e sicuramente non originaria attribuzione a Tommaso dell’opera
compromette definitivamente questa interpretazione, giudicata con molte riserve
nella recensione dedicatale in Revue Tomiste, 10 (1957), fasc. 1, 39ss. Il titolo non
compare ormai più nemmeno nella sezione di spuria nei cataloghi di opere del-
l’Aquinate (J. Weisheipl, Tommaso d’Aquino.Vita, pensiero, opere, 1974, tr. it., Milano
1987, 3989-99; J. Torrell, Tommaso d’Aquino. L’uomo e il teologo, tr. it., Casale Mon-
ferrato 1994, 402-3).
30. Ed. von Franz, Commentary, 154.
31. Ch. Crisciani, «Commenti in alchimia: problemi, confronti, anomalie», in Il

10
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

scarso interesse dedicato dagli storici a ACII, mentre invera, ma all’in-


verso, l’attenzione che a suo tempo ha indotto Perna a privilegiarlo
rispetto a ACI, non tiene in conto e non sfrutta appieno i motivi del-
l’apprezzamento di Perna stesso per questo testo.
A nostra conoscenza, anzi, nessuno ha esaminato con qualche atten-
zione il Tractatus secundus che è andato incontro, finora, al relativo
silenzio che circonda la letteratura alchemica «normale» del Quattro-
cento 32. In effetti, l’epistolario tra Tommaso da Bologna e Bernardo di
Treviri, gli scritti di vari alchimisti inglesi, il Lucidarius e gli altri testi
di Cristoforo da Perugia, il Liber di Guglielmo Fabri, il Phoenix di
Jacme Lustrac, la produzione di Ludovico Lazzarelli e di Mercurio da
Correggio – tutte opere abbastanza brevi, di autori minori, prodotte in
una fase che certo non brilla per la fertile innovazione teorica – non
sono molto studiate, benché proprio il passaggio tra medioevo e prima
età moderna sia un periodo molto dinamico appunto nel riassetto
delle discipline e dei rispettivi ambiti, e presenti quindi un sicuro inte-
resse nel suo complesso; e in questo quadro proprio anche ACII offre
non pochi spunti significativi, in primo luogo nel delineare i rapporti
tra alchimia e medicina 33, nonché con altri saperi che la circondano,
e nell’esaminare abbastanza accuratamente le tipologie della comuni-
cazione e del linguaggio alchemici 34.
L’ACII – che si definisce un libellus – si configura in effetti come
un testo formalmente compilativo, abbondante di temi, ampie cita-

commento filosofico nell’Occidente latino (secoli XIII-XIV), ed. G. Fioravanti et. al.,
Turnhout 2002, 61-97; e i contributi sul commento alchemico in M. O. Goulet-
Cazé, Le commentaire entre tradition et innovation, CNRS, Paris 2000.
32. Cfr. però vari saggi in Alchimie et Philosophie à la Renaissance, ed. Margolin-
Matton; in part. J.-M. Mandosio, L’Alchimie dans la classification des sciences et des
arts à la Renaissance, 11-41. Inoltre Ch. Cristiani, M. Pereira, «L’alchimia tra
medioevo e Rinascimento», in Storia della scienza Treccani, Roma 2001, IV, 907-20.
33. Cfr. i vari studi in Alchimia e medicina nel medioevo, ed. Ch. Crisciani, A.
Paravicini Bagliani, Firenze 2004; Ch. Crisciani, «Experientia e opus in medicina ed
alchimia: forme e problemi di esperienza nel tardo Medioevo», Quaestio, 4 (2004),
149-73.
34. Sull’argomento, così come sui nessi con la medicina, si spinge molto più a
fondo e più sistematicamente Pietro Bono da Ferrara, Pretiosa Margarita Novella, in
J. J. Manget, Bibliotheca Chemica Curiosa, Genevae 1702, II, 1-80, in diversi capitoli
del suo lungo trattato; per queste e altre somiglianze nella trattazione non è affatto
escluso che tra le fonti implicite di ACII (quelle non dichiarate forse perché
troppo pervasive) ci sia appunto la Pretiosa margarita. Cfr. anche Ch. Crisciani,
«Esperienza e linguaggio nella tradizione alchemica», in Atti del XXIV Congresso
Nazionale di Filosofia, Roma 1974, 357-64 (specificamente su Bono); Ead., «Espe-
rienza, comunicazione e scrittura in alchimia (secoli XIII-XIV)», in Le forme della
comunicazione scientifica, ed. M. Galuzzi et al., Milano 1998, 85-110.

11
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

zioni (a volte commentate) e di compiaciute digressioni, di raccontini


arguti; in ambito alchemico, potrebbe sembrare una raccolta di dicta 35
– diffuse sempre, e in particolare dal Quattrocento: non lo è proprio
in virtù di una struttura compositiva esplicitata e seguita nella sua
organizzazione, e per la buona consistenza di prospettive dottrinali
personali dell’autore, che ha e propone una sua linea, non molto ori-
ginale ma autonoma rispetto alle fonti che usa abbondantemente.
Certo non è un commento di ACI 36, anche se si intende – ma in
genere – segnalare le difficoltà dell’intellectus occultus verborum, delle
similitudini nella letteratura alchemica, e di come parabolice sempre
procede la Sacra pagina: alla fine del prologo, allora, risuona l’invito:
«Notate ergo diligenter verba Philosophorum, et signate mysteria ...
Sapientum vero vincula solvite, et erum dicta revolvite, donec vobis
in mente sapiant» 37. Ciò, a quanto pare, non significa per l’autore
sciogliere puntualmente le «allegorie bibliche» di ACI (e, anzi, egli ne
costruisce anche di nuove in ambito filosofico), ma affrontare da
diverse angolature dottrinali ed esegetiche gli scopi dell’alchimia, il
suo linguaggio speciale, i legami che intrattiene con altre scienze, le
operazioni in cui si realizza, i suoi scopi e risultati mirabili. Di qui la
quintuplex doctrina, ovvero una sorta di indice di un testo che vuole
innazitutto offrire aliquid utilitatis ... ingeniose perscrutantibus 38. Ordi-
natamente, poi, il testo esamina ciò che l’indice segnala, e che tocca
temi abbastanza diffusi appunto tra gli «esperti di alchimia» del Quat-
trocento; l’autore mostra non poca competenza e dispone di una
conoscenza tesuale di tutto rispetto, anche a prescindere da scritti che
probabilmente usa senza citarli.
Anche solo da questo rapido resoconto, è evidente, certo, che ACI
e ACII sono diverse. Ci pare però che – se si analizza la struttura e la
scrittura di entrambi i testi fuori da schemi troppo rigidi – il rapporto
che li lega sia più stretto dell’omonimia dei titoli o del nesso testo-

35. La più famosa (che tra l’altro riprende da ACI vari passi) è il Rosarium phi-
losophorm. Ein alchemisches Florilegium des Spätmittelaters, ed. J. Telle, 2 voll.,
Weinheim 1992.
36. La convinzione di von Franz che sia un più tardo commento si basa, tra l’al-
tro, su una notazione alquanto singolare: ACII sarebbe un commento poiché con-
tiene «repetition of quotations from Part I» (ed. cit., 5); ora, perché questo fatto non
potrebbe invece indicare che uno stesso autore sta usando qui e lì le stesse fonti?
37. Ed. Waldkirch, 186-87.
38. Ibid.: «Primo quidem quibus alienis scientiis haec scientia circundatur.
Secundo quibus stylis loquendi fruatur. Tertio, quibus rebus naturalibus assimila-
tur. Quarto quibus operationum modis peragatur, et de perfectionis eius virtute.
Quinto, quomodo quisque illa ad medicinam humani corporis utatur».

12
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

commento, e vincolante più a fondo di quanto non sarebbe un inop-


portuno assemblaggio successivo, che – stando all’uniformità della
tradizione manoscritta – dovrebbe essere avvenuto entro i primi anni
del XV secolo e che, a ragione, Perna avrebbe sciolto, vuoi per scan-
dalo di contenuti, vuoi per acribia di lettura. Si tratta, a nostro avviso,
di due parti (correttamente i manoscritti identificano due tractatus),
ovvero delle due componenti di un progetto unitario, benché strati-
ficato e complesso, probabilmente il risultato di successivi passaggi.
Vediamo se e come si può ricostruire il progetto, o almeno il processo
possibile di composizione, e le sue fasi.

3.2. Consideriamo quello che d’ora in avanti meglio si definirà


«primo libro» dell’Aurora consurgens. Si è detto che è l’intreccio di: a.
passi scritturali; b. passi da testi alchemici; c. indicazioni, talvolta gene-
ricamente operative, dell’autore. Se si scorpora ciò che indubbiamente
l’autore ha voluto inestricabilmente intrecciare, si ottengono tre serie
di sentenze, che definiamo serie biblica, serie alchemica, serie «sogget-
tiva». Confrontandole, si ricavano alcune considerazioni di rilievo.
La serie biblica ha un senso anche autonomamente, che conserva
seppure ne scorporiamo i passi alchemici; così elaborato, il testo
scorre fluido, delineando una specie di itinerario antologico di passi
veterotestamentari (Ecclesiate, Qoelet, Salmi), con alcune inserzioni
neotestamentarie e liturgiche, così schematizzabile 39. Si presenta la
Sapienza nel suo splendore, ne vengono elencate le bellezze, le prero-
gative, i poteri che conferisce, le tenebre e i pericoli che fuga, la pro-
tezione e accoglienza che essa dona, la salvezza che procura; la
Sapienza potrà anche essere oppressa e perseguitata, ma comunque sua
sarà la vittoria, e di chi la segue. Si delinea il rapporto tra Sapienza e
Trinità, e il ruolo dello Spirito; Sapienza (e Spirito) porgono sette
doni, mentre la casa della Sapienza – splendida e preziosa di gemme
– ha quattordici pietre angolari corrispondenti ad altrettante virtù e
prerogative. Dall’intrinseco articolarsi di una dimensione divina si
passa a delineare la sua estrinsecazione nell’opera della Creazione;
nella sua continua vitalità, e nelle vicende del primo e secondo
Adamo, la Morte è vinta e Cristo trionfa, e con lui tutti risorgeremo.
Nell’ultima parabola (quasi tutta scritta tramite il Cantico) la Sapienza
si unisce all’amato, anzi con lui (cioè con Dio, «che uccide e vivifica»)

39. I riferimenti biblici, nonché quelli liturgici, teologici, religioso-spirituali,


sono identificati nell’apparato dell’ed. von Franz.

13
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

si identifica («ego et ipse unus sumus»), in un produttivo slancio d’a-


more, preludio di nuove generazioni, trasformazioni, spinte verso
l’alto 40.
Va notato che – anche isolata in quanto tale, senza gli inserti alche-
mici – la serie biblica risulta pienamente identificabile nelle sue fonti,
ma è «lavorata», nel senso che vengono spesso uniti versetti da libri
diversi o spezzoni, anche minimi e non contigui, di versetti diversi,
legati per associazione tematica o assonanza 41.
La serie alchemica, presa in sé, non ha invece senso autonomo: è
una somma di segmenti testuali priva di coerenza, vuoi teorica, vuoi
operativa (di indicazioni tecniche). Se ne ricava l’elenco delle fonti 42
su cui l’autore si fonda, lo spessore e qualità della sua «biblioteca», non
una linea dottrinaria compatta. I passi (e talora solo brevi sintagmi o
termini) sono comunque selezionati con cura, onde si accordino o
confermino o rafforzino la serie (a).
L’incastro tra (a) e (b) non è meccanico. Innanzitutto, la serie (c)
spesso funziona da raccordo; inoltre la serie (b) si inserisce in (a) non
semplicemente per accostamento di sentenze, ma duttilmente, in modo
che ne risulti una sorta di «alchemizzazione» di (a); l’autore, cioè, non
si limita ad accostare a un versetto scritturale una sentenza di auctor
alchemico che – per assonanza linguistica o per tema – gli si avvicina.
Egli invece lavora, e con molta finezza, anche alla sutura dei due codici
linguistici e delle sue due fonti, sia preoccupandosi della congruità spe-
cificamente grammaticale di ciò che accorpa 43, sia introducendo
varianti opportune nei testi biblici che usa, e con ciò modificandoli;
sono varianti apparentemente minime, ma costanti e necessarie per
rendere coordinato e coerente l’insieme alchemizzato che ne risulta 44.

3.3. Quest’ultima operazione merita un’analisi più ravvicinata. Gli


interventi sui testi sacri sono di due tipi: da un lato, un uso pervasivo
di termini o sintagmi scritturali, che non si lascia analiticamente de-
scrivere, per illustrare situazioni parzialmente nuove con una riscrit-

40. Ed. von Franz, 146, 148, dove si allude ai figli che nasceranno dall’incontro
dell’amato con l’amata, al seme che darà un triplice frutto.
41. Per due esempi di simili crasi, ibid. vedi 60 (crasi tra Proverbi e Salmi) e 140
(crasi tra Isaia e Apocalisse, cosicché virga Jesse diventa clavis Jesse).
42. V. Appendice I.
43. Cfr. ad esempio, tra i tanti, ed. von Franz, 46, (ab eo è trasformato corretta-
mente in ab eis), e 50 (meis è trasformato correttamente in suis).
44. Più volte, comunque, anche nel caso delle auctoritates alchemiche l’autore
interviene con varianti, non però – ci pare – così decise.

14
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

tura: si richiede qui propriamente la lettura del testo 45; dall’altro, un


uso più puntualmente circoscritto e meglio identificabile e decifra-
bile, che consiste o in sostituzioni di termini, o in aggiunte.
Il più significativo tra gli interventi di quest’ultimo tipo riguarda i
termini sapientia/scientia. In più casi, e soprattutto nei primi capitoli,
laddove il versetto usato ha «sapientia» l’autore sostituisce con «scien-
tia» 46. Tale scienza poi (qui tramite opportune aggiunte al versetto
scelto) è mater omnium scientiarum 47, è gloriosa scientia Dei et doctrina
sanctorum et secretum philosophorum et medicina medicorum 48: quindi una
scienza che spazia o comprende livelli che vanno dall’ambito teolo-
gico alla presa in cura del corpo umano, ovvero anche la scienza dei
vari possibili nessi tra uomo e Dio. Questa scienza ha il suo fonda-
mento (initium) oggettivo e un suo ambito non nella soggettiva brama
di controllo, cioè nella verissima disciplinae concupiscientia (Sap. 6, 17-
18), ma nella «verissima natura, cui non fit fraus» 49. Possono a essa
dedicarsi e l’acquisiscono coloro che sono literis naturie insigniti 50, che
sanno coglierla anche in hoc libro 51 e in libris sapientum 52 (a loro volta
composti in varie lingue – litteris aureis grecis, barbaris, latinis 53); costoro
devono ricercarla subtiliter, ingegnose, constanter 54. Saranno necessari
nell’indagine funzioni percettive e cognitive in sinergia: lumen, sensus
naturalis et subtilis, intellectus, e soprattutto intelligentia/intelligere 55.
È evidente che con questi interventi l’autore sta promuovendo l’i-
dentificazione della Sapienza con l’alchimia e, col sottolineare il carat-
tere scientifico di quest’ultima, raggiunge il suo intento più chiara-
mente e incisivamente di quanto non succeda quando le varianti
intervengono in relazione ai contenuti dell’arte alchemica: come
quando l’autore aggiunge i gigli alle rose di Sap. 2, 5 56 (facendo così

45. Cfr. ad esempio ed. von Franz, 100-31.


46. Ibid., 32, 42 (tre volte), 46, 48.
47. Ibid., 42.
48. Ibid., 46. Si noti che qui Dei può essere inteso come genitivo oggettivo (la
scienza di Dio) e soggettivo (la scienza che, come dono, viene da Dio): nei due
casi comunque risulta pertinente, e si addatta a segnalare l’eccellenza dell’alchimia.
49. Ibid., 40.
50. Ibid., 42.
51. Ibid., 76.
52. Ibid., 52.
53. Ibid., 54; il vestito trapuntato di lettere di cui qui dice il testo rinvia sia ad
Apoc., 19.16, sia all’apparire della Filosofia nel De consolatione di Boezio.
54. Ibid., 54.
55. Ibid., 34, 38, 52, 56, 62, 78, 110, 116, 124. Significative inoltre al riguardo le
espressioni homo philosophicus (128), e fides philosophica (80).
56. Ibid., 146.

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CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

un ulteriore riferimento alle due fasi dell’opus – ad album e ad


rubeum 57); o quando introduce come propria in die resurrections la vir-
tus penetrationis et liquefactionis 58; o quando muta il termine scritturale
generationes con divitiae 59, e altresì rafforzate come infinitae 60; o quando
infine trasforma (sovrappone) a mundus il termine operatio 61 (ren-
dendo così anche più evidente il rapporto, su cui egli si sofferma, tra
creazione e opus).
Si tratta certo di un’immagine di alchimia enfatizzata nella sua
eccellenza dalla fraseologia biblica, aureolata di sacralità, ma di cui si
vuole comunque sottolineare bene il carattere di scienza, che di stru-
menti razionali e dottrinali si serve, in cui ci si basa sulla natura e si
usano libri. Significativo nella stessa direzione è anche il fatto che, se
il Testo enuncia il timor Dei, questo scompare, sostituito da scientia o
comunque da un rinvio alle viae della ricerca, cosicché in almeno tre
versetti che presentano termini riferiti a un «pauroso rispetto» questi
vengono tolti, o sono sostituiti con termini cognitivi 62: vero è che
l’eco del termine originario resta, e aleggia (specie per chi conosce la
Bibbia bene), ma di fatto è stato soppiantato. Di qui, l’efficace effetto
retorico di raddoppiamento, eco, o meglio di crasi di sensi che questa
operazione produce nel lettore.
La trasformazione della sapientia in alchimia, la scomparsa di timor,
la connotazione in termini anche scientifici non esclude affatto che
venga mantenuto per l’alchimia un alto impegno etico. L’autore svi-
luppa approfonditamente (e servendosi allora anche di sentenze
alchemiche) questo tema in sezioni apposite – quando elenca le doti
e prerogative di Sapienza, della sua luminosa dimora e di chi la cerca;
basta però ad evocare questa tonalità morale alta la qualifica di mater
omnium scientiarum presente già nella serie puramente biblica (nel ver-
setto usato manca appunto scientiarum 63). In quest’appellativo si con-
densa infatti il carattere fondativo, egemonico e totalizzante di questa
ricerca rispetto ad altre scienze, sia sotto il profilo scientifico sia anche
circa gli imperativi etici che ne conseguono (che sono infatti plurali
e complessivi: nei confronti della natura, del mondo della materia da
perfezionare, dell’organismo umano cui garantire salute, dei poveri

57. Ibid., 126.


58. Ibid., 74.
59. Ibid., 32.
60. Ibid., 34.
61. Ibid., 128.
62. Ibid., 32, 60, 68, 102.
63. Ibid., 42.

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‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

destinatari dei frutti dell’arte); sapere totale e totalizzante e conse-


guente eticità della ricerca alchemica erano state del resto, e su que-
ste stesse basi, sottolineate con forza in testi precedenti: fra tutti, la
Pretiosa margarita di Pietro Bono e il Testamentum dello ps. Lullo 64.
A perfezionare la trasformazione di Sapienza in alchimia – ripe-
tiamo: non con appositi inserti, ma già nella silloge biblica – provve-
dono poi più inequivocabili aggiustamenti nelle sentenze scritturali:
come quando, ad esempio, viene introdotto il lignum vitae 65 o la fonte
dissetante 66 di ogni sete (oggetti scritturali e alchemici insieme 67), e
però anche i loro effetti sul ringiovanimento e sul prolungamento
della vita 68, obiettivo primario dell’alchimia medicale specie dal sec.
XIV. O quando si insiste più volte e variamente sul rapporto tra
corpo, spirito e anima 69 (triade essenziale nella Trinità non meno che
nell’uomo, ma anche nei metalli come nel lapis 70). È così che già la
silloge manipolata assume un tono decisamente alchemico.
Infine va segnalata l’inserzione di un invito – dare a tutti, ai parvuli,
o ai poveri prediletti da Dio 71 i frutti di questo sapere – non nuovo
in opere alchemiche, specie nel sec. XIV: è propriamente sviluppato
dallo pseudo-Arnaldo e da Giovanni di Rupescissa, ma è anche un
topos: ci pare dunque un indizio nell’ACI da sottolineare, ma troppo
vago per poter ricavarne l’adesione dell’autore alla linea degli Spiri-
tuali, alchimisti o no che siano.

3.4. In questa silloge già alchemizzata si innesta la serie (b), cioè


l’insieme di sentenze propriamente alchimistiche (di minor peso ma

64. Cfr. al riguardo le considerazioni di M. Pereira, L’oro dei filosofi, Saggio sulle
idee di un alchimista del Trecento, Spoleto 1992, 144-48; Ch. Crisciani, Il papa e l’al-
chimia, Roma 2002, 20-21.
65. Ed. von Franz, 56.
66. Ibid., 118.
67. Ch. Crisciani, «Aspetti del dibattito sull’umido radicale nella cultura del
tardo medioevo (secoli XIII-XIV)», Arxiu de Textos Catalans Antics, 23/24 (2004-
2005), spec. 336-45; Ead., «Il lignum vitae e i suoi frutti», Micrologus (di prossima
pubblicazione).
68. Ed. von Franz, 102.
69. Ibid., 82 e passim.
70. Ibid., 80ss. Pietro Bono aveva già approfonditamente sviluppato questi
parallelismi, tanto da dichiarare che la trinità di corpo, spirito e anima nel Lapis e
nell’uomo gli sembra molto più perspicua per tentare di afferrare il mistero trini-
tario di Dio di quanto non siano le analogie proposte da Agostino; e che dunque
anche per questo i veri alchimisti antichi non hanno potuto che essere convinti,
tramite la pratice dell’arte, della verità della fede cristiana.
71. Ibid., 42, 104, 148.

17
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

non insignificante, perché rappresentano il 40% del testo): per lo più


queste non sono modificate e, a differenza che le citazioni scritturali,
sono corredate da indicazioni precise delle fonti. Ciò che risulta da
questi accorpamenti, tagli, intarsi, inserti, aggiustamenti, amplifica-
zioni va ovviamente oltre la loro somma, ed è un nuovo testo, cioè
ACI. L’andamento e il senso, non sistematici ma chiari, che la silloge
– a questo punto biblico-alchemica – assume sono dunque, alla fine,
articolati in tre blocchi tematici, tra loro connessi dalla presenza e
dalle vicende della Sapienza. In una prima sezione protagonista è
Sapienza, colta non solo in tutte le sue sfaccettature scritturali, ma
anche nelle sue valenze epistemologiche; Sapienza è in realtà – si è
detto – l’alchimia: identificazione resa possibile ed esplicitata precisa-
mente dalle varianti che abbiamo segnalato. Le lodi dell’alchimia sono
fervide e amplificate in quanto celebrate con le parole della Scrittura,
ma non perdono l’aggancio con gli stereotipi retorici alchemici: ad
esempio, il cap. III («De ignorantibus et negantibus hanc scientiam») 72
nel titolo e nella struttura riprende un topos presente nel De Anima
dello pseudo-Avicenna, codificato da Geber Latino 73, e riproposto da
altri (ps. Alberto, Pietro Bono 74).
Nella sezione centrale di ACI (corrispondente ai capitoli IX-XI) 75
è più chiaramente evidente la dominanza alchemica, concentrata sulle
doti del seguace di Sapienza/alchimia e sul rapporto tra creazione e
opus, e le loro rispettive fasi. La migliore evidenza è garantita qui –
oltre che dall’abbondanza delle sentenze alchemiche – dalla struttura
ad elenchi (elenchi di doti/virtù e di fasi di processo) introdotti dal-
l’autore sulla base di «oggetti» scritturali adatti (lo Spirito e i suoi
doni; la casa della Sapienza e le sue pietre angolari). Qui è più nitida
anche l’operazione di assemblaggio delle due fonti: vengono infatti
sistematicamente accostati, per ogni punto dell’elenco, le sentenze di

72. Ibid., 46.


73. Ps. Avicenna, Liber de Anima in arte alchimiae, ed. in Artis chemicae principes,
Basileae per Petrum Pernam 1572; e l’edizione della Summa di ‘Geber’ in W. New-
man, The Summa perfectionis of Pseudo-Geber. A Critical Edition, Translation, and
Study, Leiden 1991.
74. Ps. Alberto Magno, Libellus de alchimia, in Alberti Magni Opera Omnia, ed. P.
Jammy, Lugduni 1651, vol. XXI; Pietro Bono da Ferrara, Pretiosa Margarita Novella,
in Manget, Bibliotheca. Sono autori che l’autore negli inserti alchemici non usa, ma
che poteva ben conoscere; per quanto riguarda il possibile rapporto tra ACI e
soprattutto ACII con la Pretiosa Margarita di Bono, cfr. i parallelismi riscontrati da
von Franz nel suo apparato (per ACI) e qui, più oltre, per ACII.
75. Ed. von Franz, 80-130.

18
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

propheta e philosophus 76, della Scrittura e di testi alchemici. Si delinea


infine nella terza sezione, cioè nei due capitoli finali e in particolare
nel cap. XII 77 una relazione d’amore unitiva, quasi identificativa, tra
l’alchimia (o l’alchimista) e Dio, culminante nell’ultimo capitolo,
scritto tramite il Cantico dei Cantici. Quest’ultimo slancio è però stato
preparato dall’autore con la corrispondenza-rapporto fra i tre
Adami 78 (il progenitore, Cristo, il lapis); e soprattutto tramite lo svi-
luppo dell’intreccio, in un nesso collaborativo e amicale, tra opus e
mondo, trasformazione e creazione, ovvero tra l’opera di Dio e quella
dell’uomo, che si integrano così come i loro artefici si aiutano 79, in
un vincolo allora di amicizia, propiziato appunto da alchimia 80.
Di particolare rilievo sono, si è detto, le parabole Quarta (capitolo
IX, De fide philosophica 81), Quinta (capitolo X, De domo thesauraria 82)
e Sesta (cap. XI, De coelo et mundo 83), il nucleo propriamente e più
esplicitamente alchimistico dell’ACI, caratterizzato, come si è visto,
dall’accostamento del propheta all’alchimista philosophus. È qui che si
tratta di fuoco, di calore, di separazione tra puro e impuro, di elementi
tra loro in temperantia, di fermentum auri e di coagulum, del parallelismo
tra lapis-uomo-Cristo 84 (dove le vicende degli ultimi due spiegano il
processo da cui emerge il primo 85). Sono tutti temi decisamente

76. Cfr. l’immagine n° 2 del «ciclo standard», infra, § 6.1.


77. Ed. von Franz, 132-48.
78. Ibid., 126-30.
79. Ibid., 128.
80. Questo vincolo viene particolarmente sottolineato nel Commento alla Turba
attribuito assai precocemente a Tommaso, dove, tra l’altro, ha un ruolo centrale
l’uso proprio del Libro della Sapienza. Cfr. al riguardo Crisciani, Tommaso, 113-16.
81. Ed. von Franz, 80-98.
82. Ibid., 100-19. Molte sono le altre «case» allegoriche costruite su «pietre
angolari» della Scrittura, nonché le città inespugnabili, splendide e gemmate: oltre
alla Gerusalemme dell’Apocalisse, si può richiamare la città «ermetica» di Picatrix
(ed. J. Pingree, London 1986, 189): cfr. M. Idle, «Magic Temples and Cities in the
Middle Ages and the Renaissance», Jerusalem Studies in Arabic and Islam, III (1981-
1982), 186-89. Sulle chiavi di questo castello (e sulle chiavi qui ricorrenti – del
sapere, dell’anima etc.) Cfr. la figura di ms Modena, Biblioteca Estense, Fondo
Campori Ap. 186: alpha.P.4.14 (su cui F. Baccelli, Ch. Crisciani, «Note su Cam-
pori», in Atti della Giornata internazionale di Studi ‘I manoscritti e la filosofia’, Siena
18 aprile 2007, in corso di stampa) .
83. Ed. von Franz, 120-31.
84. Ibid., 126-30.
85. Questo rapporto esegetico invertito (Cristo «spiega» il processo del lapis) si
trova chiaramente sviluppato nel Tractatus parabolicus dello pseudo-Arnaldo da Vil-
lanova. Questo testo è andato incontro, negli studi di B. Obrist e A. Calvet, agli
stessi fraintendimenti con cui è stata interpretata ACI; del resto, anche quel testo
pseudo-arnaldiano, che certamente – con i suoi tre livelli di senso – può rientrare

19
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

alchemici, sostenuti da opportune fonti: per i quali però non è dav-


vero difficile trovare, nella Sacra Scrittura, appropriate parole corri-
spondenti, o meglio, amplificanti.

3.5. In base a questa analisi ci sembra proponibile, almeno come


ipotesi, un processo di formazione dell’ACI così configurato. Uno
studioso con forti interessi alchemici e buone conoscenze testuali,
non forse particolarmente ansioso di metterli alla prova nel laborato-
rio, ma consapevole dell’istanza comunque sapienziale e soteriologica
che a ogni livello il progetto alchemico implica in quanto tale, «si
imbatte» in un floriegio biblico (o se lo costruisce), centrato su ver-
setti sapienziali e salomonici: si sa che tali strumenti sono assai dif-
fusi 86, e non è certo escluso che il nostro autore sia un chierico o un
religioso: anch’essi abbondano tra i cultori di alchimia. La prima pos-
sibilità – rinvenimento innanzitutto di una silloge, priorità della scrit-
tura biblica rispetto agli inserti alchemici – va sottolineata: ci pare
forse più plausibile della «costruzione ad hoc», proprio in quanto la
coerenza della serie biblica nell’ACI è particolarmente serrata e rela-
tivamente autonoma. Tra i moltissimi manoscritti che riportano sil-
logi, antologie, distinctiones, florilegi scritturali, non sarà facile indivi-
duare quello di cui l’autore potrebbe essersi servito, né abbiamo intra-
preso in questa sede tale ricerca; tuttavia segnaliamo, solo come esem-
pio, un caso di distinctio che ha appunto il fulcro nella «Sapientia», e
mostra l’ampio ventaglio di rinvii e accostamenti che, da qui, si pos-
sono effettuare87.

nella categoria di «alchimia visionaria» o profetica e che forse non è ignoto all’au-
tore di ACI, avebbe ben potuto essere la base di un ciclo di immagini.
86. Fondamentali sono gli studi di R. H. Rouse, M. A. Rouse, Preachers, Florile-
gia and Sermons. Studies on the Manipulus florum of Thomas of Ireland, Toronto 1979
(specie la prima parte); J.-L. Bataillon, Intermédiaires entre les traités de morale pratique
et les sermons: les distinctiones bibliques alphabétiques, e numerosi altri suoi saggi rac-
colti ora in Id., La prédication au XIIIe siècle en France et Italie, Aldershot 1993.
87. Parigi, BnF, ms lat. 3271, fol. 210rb-va: «Circa sapientiam nota qualiter
sumitur et que faciat. Circa primum nota quod sapientia quandoque large sumi-
tur pro sapida sapientia uel scientia, secundum illud Eccli.VI [23]: sapientia doctrine
secundum nomen eius. Sapidam scientiam habet cui sapiunt res prout sunt, Bernar-
dus: inuenisti plene sapientiam si prioris uite defleas peccata, si huius seculi desideria
<parui pendas, si eternam beatitudinem toto desiderio> [fol. 210va] concupiscas. Inuenisti
sapientiam si tibi horum singula sapiunt prout sunt. Item, stricte pro cogitatione eter-
norum, Augustinus in libro De Trinitate: hec est, dixit, sapientie et scientie recta
distinctio, ut ad sapientiam pertineat eternarum rerum cognitio rationalis. Strictius sumi-
tur pro cognitione suauitatis diuine per experientiam habita<m>, Ysidorus in
libro Differentiarum: sapientia non tantummodo capimus superiora, sed etiam incognitis
delectamur. Circa secundum nota quod sapientia a carnalitate eruit, Prou. II [10]: si

20
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

Il rinvenimento di una distinctio particolarmente ricca o di una sil-


loge non escluderebbe peraltro che l’ipotetico chierico-alchimista
avesse già in mente una sua immagine «sapienziale» dell’alchimia (i
testi alchemici che usa lo dimostrano), che lo avrebbe portato a sce-
gliere quello e non un altro possibile prontuario biblico; inducendolo
anche ad arricchirlo e integrarlo, dopo averlo giudicato evidente-
mente un testo congruo, particolarmente adatto, provvisto delle
parole più idonee a veicolare e a meglio accompagnare ed esprimere
le sue prospettive alchemiche, che egli ci indica quando inserisce
accuratamente – e a maggior chiarezza – i segmenti alchemici, di cui
per lo più segnala con precisione le fonti.
Perna dunque ha ragione: l’autore usa la Scrittura per «lodare» l’al-
chimia. Ed è fuorviante, invece, la linea di chi sostiene la tesi
dell’«occultamento allegorico-religioso» (per l’ACI e per altri testi
alchemici tardo medievali). Occultamento di cosa, infatti? Ci sembra,
al contrario, che, almeno qui, nessuno intenda occultare nulla, tutt’al-
tro: le parole della Scrittura sono tra le più note, forse, a disposizione;
e l’intento di usarle per dire cose alchemiche (proposito non nuovo,
del resto 88) non è celato, non è un espediente ermetico (si vedano, per
questo, le varianti portate ai testi biblici): è anzi un intento esplicito,
dichiarato e forte, proprio fino ad arrivare alla trasformazione della
sentenza scritturale (fatto, questo, di cui certo un lettore medievale si
accorge). Che poi, da questo non banale montaggio, si ottengano
effetti anche retorici (e anche questi non celati, e talvolta sfuggiti
forse di mano 89), atti a magnificare l’alchimia (l’honor di cui parla

intrauerit sapientia cor tuum, et post [16]: ut eruaris a muliere aliena. Item, a uanitate
arguit, Prou. I [20]: sapientia foris predicat etc. Item, prouidentiam imprimit, Prou.VI
[6]: vade ad formicam o piger etc. Item, correctionem tribuit, Prou. XXIX [15]: virga
atque correptio tribuit sapientiam. Et propter hoc dicitur Prou. XVIII [4]: aqua profunda
uerba ex ore uiri et torrens redundans fons sapientiae. Item, edificat, Prou. XIV [re uera
XXIV, 3]: sapientia edificabitur domus. Item, beatificat, Prou. III [13]: beatus qui inue-
nit sapientiam et qui affluit prudentia. Item, omnia ordinat, Sap. VIII [1], et disponit
omnia suauiter. Saturitas». Ringraziamo vivamente Iacopo Costa, cui si deve questa
trascrizione, che egli ci ha procurato assai cortesemente e con molta sollecitudine.
88. Si veda, come chiaro esempio, il Prologo al Testamentum di Morieno attri-
buito a Roberto di Chester (Prafetatio Castrensis), in Manget, Bibliotheca Chemica
Curiosa, I, 509. Pietro Bono, poi, argomenta a fondo e persuasivamente la teoria
secondo cui gli antichi alchimisti – per i fatti miracolosi che sperimentarono nel-
l’arte – furono anche profeti della vera fede, così come i profeti e Giovanni Evan-
gelista conobbero l’alchimia (cfr. Ch. Crisciani, «The Conception of Alchemy as
Expressed in the Pretiosa Margarita Novella of Petrus Bonus of Ferrara», Ambix, 20
(1973), 165-81.
89. Penso in particolare agli ultimi due capitoli di ACI, centrati sulle analogie
fra Adamo, Cristo e la Pietra e fra l’Alchimia, la Sapienza e Dio.

21
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

Perna), connotandola dell’aura sacrale che le parole bibliche di per sé


implicano: è precisamente quello che, con tutta franchezza, si voleva
ottenere, e anche questo fine non è nuovo (basta pensare al tipo di
testi della tradizione alchemica che il Nostro conosce e usa, tra i più
allegorici e linguisticamente polivoci).
Va ammesso, certo, che ACI si spinge molto a fondo in questi riusi;
e va naturalmente riconosciuto che non è un testo che serva prima-
riamente o faccia da guida in laboratorio; quello che si contesta qui
non è il carattere «religioso» con cui l’alchimia ci viene presentata
nell’ACI (come altrove, tra Trecento e Quattrocento: il che può
segnalare forse anche il consolidarsi di certi orientamenti nella lette-
ratura alchemica quattrocentesca). Si obietta invece nei confronti del-
l’approccio storiografico di fondo che sta alla base dell’interpreta-
zione secondo cui saremmo di fronte a un’operazione voluta di occul-
tamento allegorico 90, un’interpretazione che ci sembra non rispettosa
delle intenzioni esplicite di chi ha prodotto l’ACI e anche poco per-
spicua circa il suo stesso risultato. Con l’«allegoria biblica», o meglio,
con le parole della Bibbia l’autore vuole invece dire il più chiara-
mente possibile, nelle forme più luminose in ogni senso, ciò che
intende comunicare e non vuole celare.

4. Un po’ d’attenzione per ACII

4.1. L’ipotesi interpretativa avanzata pare consistente anche e


soprattutto se si tiene in conto ACII, e comunque se – rispettando le
indicazioni unanimi della tradizione manoscritta – si considera l’in-
sieme dei due testi come, infine, unitario.
Dopo le parole della Bibbia ACII intende, e lo dichiara, usare
quelle della filosofia e dei saperi scientifici 91: non tanto per com-
mentare o chiarire ACII, ma per affiancarsi a esso ed esporre in altro
modo e con diverso linguaggio gli stessi temi. Comunque ACI è ben
presente all’autore di ACII: oltre alle indicazioni-spia del prologo 92,

90. La questione, storiograficamente, e indipendentemente dal destino di ACI,


non è irrilevante, visto che ha prodotto interpretazioni così orientate di vasti set-
tori della letteratura alchemica.
91. Non per questo però in ACII i rinvii a testi religiosi sono banditi: vedi
infatti, ad es., i riferimenti a Gregorio (ed. Waldkirch, 186) e al biblico monte
Mambre (ibid., 195-96, 199).
92. Supra, nota 7.

22
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

va notato, ad esempio, che il Libro dei Settanta è ricordato nei due libri
dell’Aurora consurgens con la stessa inusuale titolazione, cioè come
Liber 70 alternationum 93, e che numerosi altri passaggi o termini ricor-
dano direttamente il primo libro: per lo più, non come oggetti di
commento, ma nella forma del riuso.
Nonostante la coerenza e l’effettiva cogenza dell’«indice» degli
argomenti da trattare 94 – anzi, diremmo, proprio per le molte piste e
possibili sviluppi che l’indice propone 95 –, ACII è un’opera non enci-
clopedica ma certo assai ricca di temi; è un testo apparentemente
sistematico, ma in realtà composito, diseguale quanto agli approfondi-
menti, e anche retoricamente plurale per la molteplicità di «generi» o
registri stilistici che l’autore mette in atto con perizia. Infatti sono
individuabili abbozzi di argomentazioni di stile scolastico; si ricono-
scono spezzoni di commenti interni, di cui almeno due relativamente
ampi (rispettivamente a parti della Tabula smaragdina e a una versione
della Visio Arislei) 96; sono usati – e ne viene sottolineata l’efficacia sia
didattica che di ricerca – numerosi exempla 97; qua e là cadono a pro-
posito proverbi, almeno uno definito per tale 98; non mancano analisi
lessicali; si discerne la struttura di un consilium medico 99; non si può
parlare di dicta (come abbiamo visto), ma certo di lunghe sequenze di
sentenze autorevoli; infine, l’abilità espositiva dell’autore si concreta
in due ampi racconti-aneddoti, narrazioni funzionali alla trattazione
ma anche letterariamente eleganti ed efficaci 100. Il risultato ci pare il
frutto di una padronanza di parole e di testi non diversa – per incisi-
vità e accuratezza – da quella che ha consentito il montaggio di ACI.

93. Ed. von Franz, 78 nota 27; ed. Waldkirch, 192.


94. Supra, nota 39.
95. Non li potremo qui seguire tutti nel dettaglio delle loro fonti e implica-
zioni: questa disamina dovrà essere oggetto di un altro lavoro, attento in partico-
lare a definire meglio, da un lato, le molte affinità tra temi trattati nell’ACII e nella
Pretiosa margarita o in testi di Alberto; e a chiarire, dall’altro, la linea operativa (la
sequenza di operazioni) che l’autore propone.
96. Ibid., 226, 240, 191.
97. Ibid., 138, 207: «… multa exempla suo operi posuerunt, ut doctrinae filij
inde intellectum caperent, et naturam investigarent».
98. Ibid., 213.
99. Ibid., 198.
100. Cfr. qui più oltre. Si tratta del racconto che occupa il cap. IV e di quello
collocato alla fine del libro: mentre il primo è presente in tutta la tradizione
manoscritta, il secondo manca in tre manoscritti (P, M, M1) in cui il testo si chiude
subito prima del racconto tratto dalla Chronica antiqua Imperatorum (ed. Waldkirch,
244), nonché in V, mutilo di gran parte del secondo trattato; e in H, dove il testo
s’interrompe bruscamente poche righe prima.

23
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

Ben salda, e ripetuta come motivo unificante quale nucleo del


testo, sta la definizione di alchimia. Già riconosciuta nel prologo, in
base a quanto è illustrato in ACI, come donum Dei e sacramentum, l’al-
chimia trova ora – come del resto era stato annunciato – configura-
zioni un po’ meglio circoscritte filosoficamente ed epistemologica-
mente più definite, che però non lasciano cadere l’aggancio con l’im-
magine di alchimia presentato in ACI. Così essa è – come in molti
hanno già affermato – scientia e ars. Consolatrix thesauraria scientia, glo-
riosa thesauraria consolatrix et adiutrix scientia, l’alchimia si rivela altresì,
oltre che ricca di promesse, di tesori e di compassionevoli sollievi,
anche nobilis thesaurizaria mater, e mulier nobilis pauperum consolatrix 101.
Per quanto poi riguarda la collocazione dell’alchimia nel vasto campo
del sapere, delle varie scientiae che l’autore evoca nei prima capitoli, è
vero che la sua attenzione è volta soprattutto all’uso che questa nobile
scienza fa dei vocaboli propri di altre discipline (scienza dei numeri,
astronomia: capitoli I e II).
Nel caso però della scienza che segue – la scientia naturalis, quella
che è propria di medici e naturales (che sono dall’autore quasi identi-
ficati) – è forse possibile, oltre a questo interesse, intravedere anche
l’ombra di un rapporto epistemologico anch’esso ormai tradizionale,
per cui l’alchimia, pur così eccezionale, trova utilità nel rifarsi alle
considerazioni generali della scienza naturalis: quest’ultima infatti –
che si occupa di vari processi naturali (formazione dell’embrione, svi-
luppo dell’uovo, per esempio) quasi la circonda tutt’intorno («cir-
cumcinxit suis processibus») 102, in modo tale che questi e simili pro-
cessi possano servire non solo a designare ma a prepare il lapis. Scienza
tra scienze, l’alchimia, in quanto ars, ha anche un preciso ma privile-
giato rapporto con la natura, suo oggetto di indagine e anche di
manipolazione e trasformazione 103. Mentre le altre arti infatti imitano
la natura solo similitudinarie, l’alchimia interagisce con essa mera veri-

101. Per queste definizioni e appellativi cfr. ed. Waldkirch, 239, 194, 241, 196,
202: sono evidenti i nessi con la Sapientia- alchimia di ACI (in part. per le quali-
fiche di nobiltà, maternità – si ricordi la mater omnium scientiarum – e attenzione
ai poveri).
102. Ibid., 194-95.
103. Ibid., 235. Il tema dei rapporti tra arte e natura è centrale nell’alchimia
medievale, ed è sviluppato con particolare incisività e in varie direzioni da Rug-
gero Bacone, ps. Geber, Bono, ps. Lullo; cf. B. Obrist, «Art et nature dans l’alchi-
mie médiévale», Revue d’histoire des sciences, 49 (1995), 1-42; M. Pereira, «L’elixir
alchemico fra artificium e natura», in Artificialia. La dimensione artificiale della natura
umana, ed. M. Negrotti, Bologna 1995, 255-67; W. Newman, Promethean Ambitions.
Alchemy and the Quest to Perfect Nature, Chicago-London 2004.

24
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

tate, realizza cioè risultati naturali (in quanto induce la natura stessa a
compierli): per questo l’arte alchemica non è più debole della natura
(secondo la vulgata scolastico-aristotelica), ma realizza con lei scambi
e rapporti che vanno dal ministrare al perficere, in una stretta e conti-
nua collaborazione. La specificità propriamente tecnico-artificiale
dell’alchimia è anzi sottolineata 104. In verità, sembra dire l’autore
mentre analizza l’uso di dizioni naturalistiche e di processi naturali in
alchimia, questi vengono introdotti (nel linguaggio) proprio affinché
appaia evidente la naturalità, gli esiti naturali di un intervento che di
fatto è dell’uomo.

4.2. Le «allegorie filosofiche» di cui ha parlato il Perna presentando


ACII occupano ovviamente larga parte del testo, dal cap. VI al XIII:
attraverso l’analisi di varie classi di comparazioni (sia quelle che i testi
della tradizione hanno usato, anche se spesso di esse resta traccia solo
nei vocaboli del lessico così singolare dell’alchimia; sia nuove, che
l’autore propone, e comunque classifica con ordine) si mette in luce
la varietà di ambiti – biologia, medicina, il corpo dell’uomo e le sue
viscere, i processi di natura, il regno delle erbe e dei vegetali, l’ambito
dei minerali e metalli – con cui l’alchimia ha stretti contatti, da cui
trae il suo gergo e le sue concettualizzazioni (le parole trascinano con
sé i pensieri e le cose). L’autore qui non solo analizza e chiarisce il
linguaggio – o meglio, il gergo specialistico – dell’alchimia, ma viene
esponendo le proprie vedute alchemiche, dottrine sui metalli, le ope-
razioni, a volte anche succinte ricette. Senza ora entrare nei dettagli
della sua posizione, egli effettua un’analisi molto più ampia e artico-
lata dell’alchimia metallurgica, benché – come a quest’epoca è d’ob-
bligo – non ignori e ammetta (ma in modo meno approfondito e det-
tagliato) gli scopi e gli effetti più complessivi dell’alchimia anche
medicale: sa che il lapis ha effetti anche rinvigorenti e soprattutto
curativi 105. Particolare rilievo assume nella trattazione la nozione di
spiritus e quella di umido radicale106. Si tratta, come è noto, di con-
cetti complessi sia in ambito naturalistico che medico, di composita e
articolata formazione, la cui funzione è, o sta per essere, incisiva in
svolte anche consistenti del pensiero quattrocentesco 107. In ACII sono

104. Ibid., 195: «Et sic diversos naturae processus superadduxerunt, ut per hoc
construerent scientiam eorum fore naturalem, et in omnibus naturam imitari».
105. Ibid., 219, 227, 240-43.
106. Ibid., spec. cap. XX.
107. Crisciani, «Aspetti».

25
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

introdotti con molta disinvoltura, quasi fossero non solo ben noti ma
ovvi 108: l’autore li maneggia con informata familiarità, ma senza pro-
blemi o approfondimenti, o forse senza coglierne tutte le implicazioni.
Se l’uso di queste nozioni, vulgate nel Quattrocento, non basta a
farci riconoscere in lui un medico (tra l’altro, nessun autore medico
viene usato e i nomi dei medici più famosi compiano solo in una
lista 109), è invece indubbio l’interesse dell’autore – anch’esso condi-
viso con molti contemporanei – per i rapporti vari tra alchimia e
medicina. È infatti dall’oggetto della medicina, il corpo umano, i suoi
processi e le sue funzioni, che derivano le più significative e detta-
gliate «allegorie» esaminate, con puntuale interesse per il processo
embriologico; usati nella loro accezione medica sono spiritus e umido
radicale; attenzione particolare è dedicata alle nozioni-termini di
tiriaca e veleno 110. Ma soprattutto a illustrare il rapporto tra alchimia
e medicina è destinato il primo racconto, introdotto come esempio di
stylus parabolicus 111.Vi si narra di come mater Alchimia giaccia malata,
il suo corpo dorato appare di colori diversi in diverse parti, e risulta
idropico, paralitico: non le permette di sollevarsi. Adagiata e sofferente
nel suo giaciglio, invoca, promettendo molte ricchezze in ricompensa,
l’aiuto del medico magister Macer, esperto di erbe (pater herbarum
omnium), che subito, solerte, si adopera. Tra i due si intreccia un defe-
rente rapporto ed un curiale dialogo. Macer visita l’inferma, emette
diagnosi, individua la cura e segnala le erbe appropriate: non senza
però che la stessa inferma collabori alla scelta accurata della pianta più
adatta. Che si rivela sì eccezionale (infatti «magnae virtutis est, quo-
niam indifferenter membra tua paralitica et hydropica penetrando
curabit» 112), ma risulta di assai difficile reperimento. Finalmente,
superate le difficoltà, non solo viene presentata l’erba efficacissima

108. Come quando, ad esempio, incurante del vivace dibattito di un secolo


prima circa la restaurabilità dell’humidum radicale (e dunque del possibile prolun-
gamento della vita), con tutta semplicità afferma che la medicina alchemica humi-
dum radicalem augmentat (ed. Waldkirch, 243).
109. Ibid.
110. Anche a questi due concetti e termini, usati in senso traslato in alchimia,
già Pietro Bono aveva dedicato un ben più analitico capitolo del suo trattato.
111. Cf. il cap. IV, ed. Waldkirch, 195-99.
112. Ibid., 198. Qui è evidente l’eco del rimedio universale, indifferente a que-
stioni di complexio, sia del rimedio che nella malattia, così ricercato negli scritti
medici sulla peste e realizzato nella quinta essenza di Giovanni da Rupescissa. Cfr.
Ch. Crisciani, M. Pereira, «Black Death and Golden Remedies», in The Regulation
of Evil. Social and Cultural Attitudes to Epidemics in the Late Middle Ages, ed. A. Para-
vicini Bagliani, F. Santi, Firenze 1998, 7-39; e Ch. Crisciani, «Il farmaco d’oro:
alcuni testi tra i secoli XIV e XV», in Alchimia e medicina, 217-45.

26
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

ma, su invito dell’ammalata, anche un’altra erba di uso continuo (per-


manens consolatrix, adatta meglio al corpo dell’inferma e non solo alle
crisi acute), che possa sempre servire come sostegno senza dover
ricorrere ogni volta al medico Macer, magister largae experientiae.
L’interpretazione – specialmente dei dettagli così accurati – del
lungo racconto-dialogo non è semplice. Se può allettare una com-
plessiva rappresentazione che veda qui l’alchimia come una ricerca
debole, bisognosa dunque del sostegno della medicina, scienza più
istituzionalmente solida ed epistemologicamente agguerrita, questa
non regge pienamente, vista la caratterizzazione nobilissima che l’in-
ferma riceve, le ricchezze di cui dispone ed elargisce, e soprattutto se
si tengono in conto gli scambi che intercorrono tra costei e il
medico 113. Più appropriata – e più aderente del resto alla realtà dei
rapporti tra le due ricerche nel Quattrocento – è invece l’immagine
di una collaborazione oramai indispensabile, amichevole, paritaria e
rispettosa delle reciproche prerogative. Non stupisce allora che,
quando l’autore deve elencare i principali, mirabili effetti che l’alchi-
mia è in grado di conseguire, il primo, il più articolato e ricco sia
quello per cui può corpus humanum a multis infirmitatibus sanare 114.
Questa scienza dispone infatti di una medicina philosophica che cura
facillime omnia: segue un elenco, caotico ma ingente, di malanni: dai
calcoli ai problemi del parto, dal mal di cuore alle cicatrici, dalla cal-
vizie ai vermi, dall’alito cattivo alla lebbra, dalla paralisi alle rughe e
macchie, dall’epilessia alla febbre, dalla scarsa memoria all’impotenza,
e molto altro: a ogni male o disagio, insomma, pone rimedio questa
che è senz’altro super omnes medicinas che i vari illustri medici antichi
– da Ippocrate ad Avicenna – hanno potuto inventare. Avverte però
l’autore che tale mirabile farmaco è efficace solo se viene usato come
additivo, cioè se viene mescolato, e così rafforza, le medicinae apotheti-
cae ad morbum deputate 115.
Se già questo è un risultato esaltante, l’alchimia non si ferma qui:
può (più tradizionalmente) corpora imperfecta metallica restaurare trasmu-
tandoli; può inoltre trasformare lapides in gemmas preciosas, che risul-

113. Crisciani, «Introduzione», in Alchimia e medicina, XI-XVI.


114. Ed. Waldkirch, 241-43.
115. Non è difficile qui riconoscere il tipo d’uso della quinta essenza (di cui
infatti, anche se in modo a noi non chiaramente decifrabile, parlano sia ACI che
ACII) previsto da Giovanni di Rupescissa e da altri, anche medici, che lo seguono
sotto il profilo farmacologico. Cfr. Cristiani, Pereira, «Black Death».

27
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

tano, per colore e sostanza, anche migliori delle pietre naturali 116, e
parimenti può scioglierle; infine – obiettivo forse più modesto, ma di
non poca utilità –, è in grado di produrre il vetro malleabile, e dun-
que meglio lavorabile e infrangibile 117. Con questo elenco – è chiaro
– le possibilità operative dell’alchimia risultano spaziare dall’ambito
terapeutico – quasi miracoloso 118 e comunque meraviglioso, e
immenso, anzi, indefinito – all’altrettanto vasto campo dei segreti
artigianali e dei mirabilia tecnici 119. E appunto qui l’autore conclude
riportando un racconto (analogo per stile struttura a quello della illu-
stre inferma e del celebre medico) che traccia la storia e i percorsi di
queste «invenzioni» così utili e magnifiche 120.
Riferiscono le «Cronache antiche dell’Imperatore» che un proto-
notario dell’imperatore, uomo dottissimo, dopo un’infausta battaglia
fu dato come prigioniero a un Saraceno, a sua volta maximus philo-
sophus in terra sua. Dopo molti anni di cattività, costui convoca il pri-
gioniero, e per misericordia gli concede la libertà e il ritorno tra i cri-
stiani, ma a una condizione: l’ex prigioniero dovrà dirigersi al Papa
(terrestris vester Deus), portargli i saluti deferenti del saraceno, ed effet-
tuare alla sua presenza varie operazioni sui metalli, sul vetro e su pie-
tre preziose tramite una polvere (che appunto sapiente infedele gli
consegna). Eseguiti i mirabili procedimenti (che riusciranno bene
senz’altro), egli dirà che tutto ciò è frutto della maiestas domini mei
dilecti; non solo: esporrà anche il magisterium, cioè il potere che que-
sta polvere (resa potabile) ha, di guarire istantaneamente e del tutto i

116. Analogo risultato è previsto nella linea pseudolulliana; cfr. M. Pereira, «Un
lapidario alchemico: il Liber de investigatione secreti occulti attribuito a Rai-
mondo Lullo. Studio introduttivo ed edizione», Documenti e studi sulla tradizione
filosofica medievale, 1 (1990), 549-603: 557-60.
117. Mentre Bono considera questo risultato impossibile e lo confuta in due
colonne del suo testo, esso diventa di grande appetibilità fra Tre e Quattrocento e
anche successivamente: del vetro parlano anche Guglielmo Sedacer, Cristoforo da
Perugia e Giovanni Mercurio da Correggio, e nel Seicento Antonio Neri. Utili
informazioni in When Glass Matters, ed. M. Beretta, Firenze 2004, spec. i saggi di
M. Beretta e F. Tolaini.
118. Un effetto miracoloso per la pietra ematite è ricordato in ed.Waldkirch, 241.
119. Sboccano in questa direzione anche altri elenchi dei meravigliosi prodotti
dell’alchimia, come quelli di Cristoforo da Perugia e di Guglielmo Fabri: cfr. Cri-
stiani, Pereira, «L’alchimia tra Medioevo». Più in generale sul tema dei segreti W.
Eamon, Science and the Secrets of Nature. Books of Secrets in Medieval and Early
Modern Culture, Princeton 1994.
120. Sul volersi costruire una storia della disciplina, cfr. Cristiani, Pereira, «L’al-
chimia tra Medioevo», 908. Uno dei primi esempi di questa tendenza è l’anonima
Conversatio philosophorum, su cui v. supra, nota 11.

28
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

lebbrosi. Il protonotario esultante accetta, parte e, fedele e leale, rea-


lizza al meglio il suo mandato, non solo presso il pontefice ma anche
presso l’imperatore: «et sic probata est medicina Philosophorum».
È arduo arginare – e a prescindere da questioni di fonti – le molte
sollecitazioni e suggestioni che questo racconto provoca. A chi si
allude con l’imperatore e il suo dotto protonotario? A Federico stu-
por mundi e al suo sapiente segretario Michele Scoto, così interessato
anche di alchimia? E chi potrebbe essere il saraceno, dotto filosofo,
così misercorde, peraltro, e tanto benevolo nei confronti dei nemici
cristiani da donare loro segreti meravigliosi? Quali intenti diploma-
tici, o disegni divini, stanno forse alle spalle di questa stravagante,
improvvisa benevolenza, in un’epoca in cui i testi alchemici riportano
preoccupazioni e offrono rimedi nei confronti della minaccia turca?
E perché il cristiano liberato offre i doni del saraceno al papa e all’im-
peratore, come a entrambi si rivolge l’autore del Libro della santa Tri-
nità? E come mai, infine, questo edificante esempio di generoso
«incontro di civiltà» si chiude senza chiudersi, quasi a senso unico: che
cosa fanno i cristiani con i meravigliosi ritrovati? Ringraziano, final-
mente ammansiti e commossi? O armano nuovi eserciti?
Ma quello che l’autore di ACII ci consegna è comunque già una
ricostruzione «storica» di un percorso, la chiusura di un itinerario e il
senso di una movimentata translatio. A suo tempo, abbandonando
parenti e patria, venendo dalle terre dell’Impero, Morieno Romano
aveva appreso in luoghi remoti la scienza dell’alchimia; poi, non senza
scrupolose perplessità e cautele, aveva portato a Kalid, re pagano e
colmo di desideri terreni, il suo affettuoso ma fermo magisterio, un’e-
ducazione della personalità, e gli aveva lasciato la comprensione dei
testi e l’opera alchemica stessa con i suoi molti risultati, frutto della
collaborazione e amicizia infine instauratasi tra maestro e discepolo.
Ora sembra che il lascito ricevuto percorra la via inversa e ritorni
gratuitamente, come dono di pace nell’Impero cristiano; e se l’autore
del racconto certo vuole ricordare le radici arabe dell’alchimia latina,
dice anche qualcosa di più: l’alchimia propone dei progetti e dei risul-
tati che riguardano tutti gli uomini, e ne impegnano nella storia la
responsabilità scientifica ma soprattutto etica.

4.3. Queste virtuose considerazioni, affidate al racconto, che chiu-


dono ACII, non assomigliano alle fervide visioni e associazioni che
vibrano in un luminoso crescendo in ACI. Nel fondo però non c’è
contrasto, né per quanto riguarda l’impegno morale, né circa le dot-

29
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

trine propriamente tecniche, abbastanza generiche, possedute. Soprat-


tutto – e questo qui interessa – non c’è contrasto ma continuità nel
modo con cui i due testi sono stati costruiti. E dunque ci pare di
poter avanzare un’ipotesi conclusiva.
L’Aurora consurgens, nel suo insieme, può essere l’opera di un solo
autore, un «alchimista di biblioteca»: un chierico erudito, studioso e
informato e certamente anche pio (come Perna aveva notato), che si
muove con molta destrezza 121 non nelle dure fatiche e viglie del
lavoro in laboratorio e neppure nelle ansiose vertigini del percorso
mistico, ma tra le pagine di molti libri e negli spazi di una biblioteca.
Non è l’unico, nel Quattrocento: la via erudita dell’alchimia, nello
stesso periodo, è percorsa da altri, sempre più numerosi 122.
A questa ambientazione sembra anche possibile ricondurre il con-
testo d’origine del ciclo di illustrazioni, che ha giocato un ruolo rile-
vante nel suscitare l’interesse per l’Aurora consurgens nel secolo scorso,
facendone sicuramente uno dei testi d’alchimia più presenti all’im-
maginario del nostro tempo.

5. I manoscritti illustrati

Il ciclo di immagini che accompagna l’Aurora Consurgens in sette


manoscritti, sui diciassette oggi noti, è uno fra i primi nella tradizione
alchemica occidentale 123. Nella sua forma completa tale ciclo com-

121. Si è analizzata l’abilità e l’attenzione necessarie a costruire ACI. In ACII


questa abilità, nell’elaborare e comprendere associazioni, viene in un certo senso
tematizzata: nota infatti l’autore, dichiarando unica la verità che viene espressa con
la molteplicità del linguaggio alchemico, che «omnia sunt unum et idem intelli-
genti, et condependentia, ac sibi concathenata, quemadmodum cathena: ita cum
unum terminatur, aliud incipitur» (ed. Waldkirch, 224). Ci pare così descritto pro-
prio quel fluire ordinatamente indirizzato di temi, immagini, parole, che caratte-
rizza, con diversa intensità, sia ACI che ACII.
122. A cominciare da Bono, alchimista di biblioteca suo malgrado e con vivo
rammarico (cfr. Ch. Crisciani, «Aristotele, Avicenna e ‘Meteore’ nella Pretiosa Mar-
garita di Pietro Bono», in ‘Aristoteles chemicus’. I libri dei ‘Meteorologia’ nella tradi-
zione antica e medievale, ed. C. Viano, Sankt Augustin 2002, 165-82); per arrivare a
Guglielmo Fabri, a Cristoforo da Perugia, a Ludovico Lazzarelli; e le indagini
dovranno continuare sul filo di questa ipotesi. Cfr. Ch. Crisciani, «From the Labo-
ratory to the Library. Alchemy According to Guglielmo Fabri», in Natural Particu-
lars. Nature and the Disciplines in Renaissance Europe, ed. A. Grafton, N. Siraisi, Cam-
bridge (MA), 295-319.
123. Per l’elenco e le sigle dei manoscritti cfr. supra, nota 8. L’intero ciclo di
immagini è stato analizzato da B. Obrist, Les débuts, 183-245; J. van Lennep, Art et
alchimie, Bruxelles 1984, 54-70; M. Gabriele, Alchimia e Iconologia, Udine 1997, 49-

30
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

prende quattro immagini a tutta pagina, che precedono l’inizio del trat-
tato, e trentatre immagini distribuite lungo il testo, a intervalli irrego-
lari ma sempre nello stesso ordine (quelle che chiameremo per brevità
«ciclo standard»), come mostra il quadro sinottico nell’Appendice III.
I due testimoni più antichi che contengono il testo illustrato, Rh e
R, sono stati prodotti entrambi nei primi decenni del XV secolo 124;
le miniature in essi contenute seguono strettamente lo stesso modello
e hanno le medesime modalità esecutive, pur presentando in alcuni
casi variazioni nei colori e nei dettagli; la caduta di un fascicolo ha
determinato la perdita di diverse immagini in Rh, mentre R riporta
il ciclo quasi integralmente (manca solo un’immagine, per la caduta
di un foglio). Gli altri codici illustrati sono decisamente più tardi: L,
datato 1526, è il più antico fra i manoscritti che conservano il ciclo
integrale delle immagini 125; queste, pur presentando gli stessi motivi

96 (tutti gli studi sono corredati da riproduzioni da Rh e, in misura ridotta, da R


e B). I manoscritti illustrati sono: Rh datato ca. 1420-1430 (cfr. L. C. Mohlberg,
Katalog der Handschriften der Zentrabibliothek Zürich. I. Mittelalterliche Handschriften:
Handschriften der Abtei Rheinau, Zürich 1936, 246-48; Obrist, Les débuts, 278-82); R,
XV sec. (v. descrizione in appendice); L, a. 1526 (cfr. P. C. Boeren, Codices Vossiani
Chymici, Leiden 1975, 83-90); P1, ca. 1566-1569 (cfr. A. Podlaha, Catalogus codicum
manu scriptorum, qui in archivo capituli metropolitani pragensis asservantur, Sumptibus s.
f. metropolitani capituli Pragensis, Pragae 1923, II, 557-59, n° 1663; Obrist, Les
débuts, 284); W, XVII sec. (cfr. F. Unterkircher, Inventar der illustrierten Handschrif-
ten und Frühdrucke der Oesterreichisce Nationalbibliothek. 1: Die abendländischen Hand-
schriften, Wien 1957; Obrist, ibid.); B, XVI sec. (cfr. H. Degering, Kurzes Verzeichnis
der germanischen Handschriften der preussischen Staatsbibliothek, Mitteilungen aus der
preussischen Staatsbibliothek VII, Leipzig 1925; Zimelien: Abendländische Handsch-
riften des Mittelalters aus den Sammlungen der Stiftung Preussischer Kulturbesitz, Cata-
logo della mostra, Staatliche Museen Berlin-Dahlem, Berlin 1975-1976, n° 120;
Obrist, Les débuts, 283); G (cfr. A. McLean, www.alchemywebsite.com). I primi
cinque riportano il testo latino, B ha il testo in traduzione tedesca; il manoscritto
della collezione Ferguson contiene solo le immagini.
124. I manoscritti non illustrati sembrano per lo più posteriori, con la possi-
bile eccezione di P, la cui datazione precisa è tuttavia ignota. C avrebbe dovuto
essere illustrato, perché riserva gli spazi per le immagini (ff. 44v, 45v [2 spazi], 46r,
47r, 48v, 49r-v, 51r, 52v, 54r, 56r-v, 58v, 60r-v, 61r, 62r [2 spazi], 62v, 63v, 64r, 65v, 66r,
67r-v, 68v, 72r, 73v).
125. Cfr. il colophon al f. 71v: «Anno Domini MDXXII die sabati vicesima
mensis septembris que fuit dies sabati post Mauricy complevit et scripsit hunc
tractatum Valentinus Hernworst civis Erfurdensis et est circa horam secundam post
meridiem in domo (zum der gulden leden?) vulgariter nuncupata apud sanctam
Gothardem sita quod manu propria scriptum et probatum. Si quis hanc artem per-
ficeret et mille millies annos semper viveret numquam sibi diebus vite suis defi-
ceret. In anno eodem […] die prima novembris». Sia il colophon che la successiva
aggiunta non sono segnalati nel catalogo di Boeren, le cui dettagliate indicazioni
risultano purtroppo in alcuni casi poco precise. L’illustratore ha aggiunto al ciclo
due piccole immagini, eseguite sui margini del foglio e non riquadrate: una si
trova al f. 50v e raffigura un’ampolla verde da cui escono due fiori rossi, sui quali

31
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

iconografici e compositivi dei due manoscritti quattrocenteschi, non


sono miniature ma disegni a penna acquerellati e presentano rilevanti
variazioni soprattutto nei colori. Al primo quarto del XVI secolo
risale anche B1, che contiene una traduzione tedesca del trattato 126; il
ciclo è lacunoso per la caduta di alcuni fogli nella prima parte del
testo; le miniature richiamano da vicino quelle dei due manoscritti
quattrocenteschi, seppure con diverso tratto esecutivo. Lo stesso vale
per le figure di W, che è il più tardo fra i manoscritti illustrati che
conosciamo (XVII secolo); le immagini sono eseguite molto rozza-
mente, ma il ciclo è completo 127. P1 (descriptus da L, di cui riproduce
anche il colophon), come manoscritto «illustrato» è decisamente
deludente: infatti il copista ha riservato gli spazi per le immagini, ma
solo pochissime sono state effettivamente eseguite 128. Un caso a sé è
infine rappresentato da G (XVI sec.), che riporta la serie completa
delle immagini, ma senza il testo e in un ordine diverso da quello in
cui compaiono negli altri manoscritti 129.

posa le due zampe un uccello verde: l’immagine si ritrova nel manoscritto Zoroa-
ster (Roma, Biblioteca dell’Accademia dei Lincei, ms Verginelli Rota 16, f. 11r),
riprodotta in Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 86 e da lui commentata insieme
all’immagine 12 dell’AC, come raffigurazione della coniunctio (61-62); un’altra al f.
64r, in corrispondenza dell’immagine 29, raffigura un piccolo fiore rosso e giallo
che verosimilmente si riferisce alle tematiche dell’alchimia vegetale affrontate in
quella parte del testo.
126. Una traduzione tedesca dell’Aurora consurgens è conservata anche nel ms
Leiden, Bibliotheek der Universiteit,Voss. Chym F. 20 (L2); una traduzione cèca in
Leiden,Voss. Chym. F3 (L1): quest’ultimo manoscritto, appartenuto all’imperatore
Ferdinando III (1647) e poi alla regina Cristina di Svezia, è una vera e propria
antologia dell’alchimia medievale redatta in ambito paracelsiano (riporta fra l’al-
tro due trattati di Alexander von Suchten e un Secretum Theophrasti Paracelsi); tutti
i testi sono tradotti in boemo. Riporta alcune immagini di apparecchi e due
figure, non però in corrispondenza dell’Aurora consurgens. Cfr. Boeren, Codices Vos-
siani Chymici, 7-13; V. Karpenko, «Bohemiam nobility and alchemy in the second
half of the sixteenth century: Wilhelm of Rosenberg and two alchemists», Cauda
Pavonis, 15/2 (1996), 14-18. Ringraziamo la Dott.ssa M. Svobodova, del Diparti-
mento di manoscritti e stampe rare Biblioteca Nazionale della Repubblica Ceca,
per le informazioni gentilmente forniteci su questo manoscritto.
127. Poiché nel testo e nei titoli W segue da vicino R, la lacuna segnalata in
quest’ultimo manoscritto (v. appendice) parrebbe essere conseguenza di un acci-
dente successivo alla redazione del manoscritto viennese, ma precedente rispetto
alla più antica numerazione.
128. Sul f. 1r, in apertura del manoscritto (ma il testo dell’Aurora consurgens ini-
zia al f. 27r ed è acefalo) riporta quella che nel ciclo standard è l’immagine n° 1;
ai ff. 26r-v contiene due delle immagini a tutta pagina, quella dell’ermafrodito e
quella della scimmia musicante; al f. 29v l’immagine n° 8 del ciclo standard.
129. Nell’impossibilità di ottenere una riproduzione del manoscritto, ci atte-
niamo alla descrizione delle immagini fornita da A. McLean (cfr. supra, nota 8). Si
deve osservare che quanto McLean afferma in apertura della pagina («The order,

32
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

6. Le immagini e il testo

6.1. Negli studi fin qui dedicati al ciclo iconografico dell’Aurora


consurgens non è stata prestata una sistematica attenzione al rapporto
fra le immagini e il testo, trascurando un fattore rilevante sia in rela-
zione alla struttura del trattato che alla comprensione delle immagini
stesse. In primo luogo, nessuno degli interpreti dà conto della diversa
relazione che col testo intrattengono le immagini a tutta pagina: que-
ste sembrano costituire una sorta di «prologo iconico» di introduzione
alla sapienza alchemica – sul cui contenuto iconologico e significato
alchemico gettano luce i versi che li accompagnano (come mostre-
remo più dettagliatamente in seguito) –, e quelle del ciclo standard,
che sono invece integrate nel corpo del trattato.
Nello studio di Barbara Obrist le immagini sono raggruppate sulla
base di una griglia interpretativa arbitraria, cui si aggiunge una distri-
buzione delle tavole che rende estremamente disagevole seguire ordi-
natamente il ciclo figurativo, per quanto tutte le miniature siano
riprodotte – ma distribuite in diversi inserti iconografici – e una lista
sintetica ne sia data in appendice 130. Nonostante l’abbondanza di rife-
rimenti iconografici ed eruditi, non emerge una linea interpretativa
di fatto diversa da quella junghiana che l’autrice intendeva criticare
nel suo lavoro; si potrebbe anzi dire che non emerge alcuna linea
interpretativa, dal momento che la conclusione (riferita non solo
all’Aurora consurgens ma all’insieme dei cicli iconografici esaminati) è

number of illustrations and precise details of each figure varies in the different
manuscripts») non è del tutto vero, perché la variazione del numero delle illustra-
zioni dipende, come già abbiamo visto, da eventi accidentali, e l’ordine in cui le
immagini accompagnano il testo è, come mostra la tavola sinottica, rigorosamente
lo stesso in tutti i manoscritti (ad eccezione appunto di G). Le variazioni riguar-
dano in primo luogo i colori delle immagini (come abbiamo potuto riscontrare
dall’analisi autoptica di R e L, che sono stati confrontati con la riproduzione inte-
grale a colori di Rh offerta nel lavoro di M. Gabriele, figure 57-82, riscontrate
anche su microfilm b/n); si osservano inoltre variazioni in taluni dettagli, che ver-
ranno segnalati in relazione alle singole illustrazioni. Le immagini G1, G2, G28 e
G29 corrispondono alle figure a piena pagina che precedono il testo negli altri
manoscritti, su cui v. par. 4.3. La G25 (vaso con corona posto sul fuoco, contenente
un uccello bianco, uno blu e uno rosso) non trova corrispondenza nei mss del-
l’Aurora consurgens ed è anche diversa rispetto al vaso raffigurato in L, f. 50v (cfr.
supra, nota 4); McLean ne segnala l’affinità con una delle figure dello Splendor Solis.
130. Obrist, Les débuts, 276-78. Nell’apparato iconografico le immagini man-
canti da Rh sono integrate con riproduzioni da R, che all’epoca in cui B. Obrist
ha condotto le sue ricerche era depositato presso la Biblioteca Universitaria di
Praga.

33
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

che «il n’est pas possible de définir une iconographie propriement


alchimique. Les emprunts et les élaborations iconographiques conti-
nuels correspondent au travail constant de réallégorisation qui fait
précisément de l’alchimie une science occulte» 131.
Un analogo atteggiamento si riscontra nell’analisi molto più strin-
gata e generica di Jacques van Lennep, mentre la ricerca sistematica e
approfondita delle fonti dei motivi iconografici operata da Mino
Gabriele ha prodotto alcuni risultati significativi, che possiamo così
sintetizzare 132: alle origini dell’illustrazione del testo alchemico si
riconosce un «vocabolario di immagini eterogeneo», riconducibile a
fonti iconografiche scritturali e scientifico-enciclopediche, nonché ad
allegorie tradizionali; l’utilizzazione di motivi iconografici provenienti
da ambiti diversi trasforma – per così dire «alchemizzandolo» – il signi-
ficato delle immagini utilizzate, in un processo che può allargarsi inde-
finitamente e assimilare linguaggi diversi, all’unica condizione di man-
tenere un «legame significante» con le nozioni alchemiche in senso
stretto. Tale legame è accuratamente indagato dall’autore per ciascuna
delle immagini dell’Aurora consurgens e, in alcuni casi, collegato al testo:
questo collegamento non è però sistematico e incontra un limite non
trascurabile nel fatto che il ciclo analizzato e riprodotto è quello, lar-
gamente incompleto, del manoscritto più antico, Rh.
Ci troviamo peraltro in parziale disaccordo con l’idea espressa da
Gabriele, che gli alchimisti abbiano lavorato a partire da fonti e lin-
guaggi eterogenei «per essere consoni e ben riconoscibili dai Latini,
dovendo assolvere il compito di spiegare loro la ‘nuova’ arte della cri-
sopea» 133. Infatti i primi cicli iconografici sono di quasi tre secoli suc-
cessivi all’introduzione dell’alchimia nel mondo latino, quando effet-
tivamente era stata recepita come novitas, e pertanto appare più vero-
simile considerare il ricorso a questo tipo di visualizzazione come una
conseguenza della diffusione dell’alchimia al di fuori del contesto
della pratica operativa: le immagini sembrano cioè in qualche modo
rispondere all’effettiva difficoltà di comprensione dei testi alchemici,
che tale diffusione comportava per quanti non avessero mai effettuato
o veduto di persona i processi di laboratorio (gli «alchimisti di biblio-

131. Ibid., 256. Cfr. M. Pereira, «Alchimia medievale. Alcuni studi recenti»,
Annali dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze, 9 (1984), 89-98: 93-94;
G. Bonerba, Alchimia e semiosi ermetica, tesi di dottorato, coord. U. Eco, Università
di Bologna, a.a. 1991-1992, 305-6.
132. Gabriele, Alchimia e Iconologia, 94-96.
133. Ibid., 95.

34
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

teca») – difficoltà che in altri testi della stessa epoca si manifesta con
preoccupazioni riguardanti la terminologia 134.
Quello che un ulteriore esame delle immagini condotto su tutti i
manoscritti accessibili permette di puntualizzare, e che cercheremo di
mostrare analiticamente nelle pagine seguenti, è che, almeno nel caso
dell’Aurora consurgens, il «legame significante» non si dà genericamente
«con nozioni alchemiche», ma con determinati contenuti del testo,
che toccano diversi e specifici aspetti della teoria e della prassi alche-
mica. Spesso tale legame può essere identificato con precisione, in
particolare quando l’immagine trova nel testo un univoco punto di
ancoraggio 135: un’espressione verbale, anche breve, tale da presentare
essa stessa un motivo raffigurabile o da rinviarvi in maniera diretta.

6.2. Esaminiamo dunque ogni immagine sotto questo aspetto.


• Un maestro in cattedra fa lezione a quattro studenti. L’immagine
si trova alla fine del primo capitolo della prima parte, in alcuni mano-
scritti dopo le parole «initium namque ipsius verissima est natura, cui
non fit fraus», in altri dopo le parole «diligite lumen scientiae omnes
et perquirite, qui literis nature estis insigniti»: quest’ultimo sembra
essere il vero e proprio testo di riferimento 136.
• Mosè tiene sul braccio sinistro una civetta e in mano un cartiglio
con la scritta «ecce fatui nolunt beari», retto all’altra estremità da un
bambino nudo; fra loro, in alto, il sole; sul lato destro della vignetta
due giovani bendati parlano fra loro, mentre sopraggiungono due,
senza benda sugli occhi, anch’essi conversando. La civetta, simbolo
della visione notturna (in questo senso è utilizzata spesso come esem-
pio nei testi scolastici), sembra alludere alla capacità dell’alchimista-
profeta di vedere quello che gli altri non vedono 137. Questa immagine

134. Crisciani, «From the laboratory». Particolarmente significativo, oltre al trat-


tato del Fabri che risale al secondo decennio del ’400, è il coevo Opus di Pietro da
Silento: su Fabri v. anche Ch. Crisciani, Il papa e l’alchimia. Felice V, Guglielmo Fabri
e l’elixir, Roma 2002 (con ed. e trad. del testo); sul trattato di Pietro da Silento, o
Zalento, pubblicato nella raccolta seicentesca dello Zetzner, Theatrum Chemicum,
Strasburgo 1659, IV, 985-97 (tr. parz. in Alchimia, 751-63), v. L.Thorndike, A History
of Magic and Experimental Science, New York-London 1923-43, III, 639-42.
135. Per la nozione di «ancoraggio» v. R. Barthes, «Rhetorique de l’image»,
Communication, 4 (1964); cfr. Bonerba, Alchimia e semiosi ermetica, 302.
136. Obrist, Les débuts, Ill. 40 e p. 241, la considera un richiamo generico al
sapere alchemico, raggruppandola con le tre seguenti, «quatre premières images
plus petites qui décrivent le savoir alchimique».
137. Gli alchimisti, bendati e abbigliati come pazzi, compaiono anche nel ms
Campori della Biblioteca di Reggio Emilia, su cui v. Bacchelli, Crisciani, «Note

35
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

è collocata alla fine del terzo capitolo; il testo di riferimento potrebbe


essere, più che la frase di chiusura del capitolo, quanto è scritto poco
sopra: «non sunt sapientes locuti insipientibus».
• Un alchimista indica il sole, mentre da un vaso posto sul fuoco
emana del vapore; va sottolineato che l’alchimista richiama, nelle fat-
tezze e nell’abbigliamento, il Mosè dell’immagine precedente, più che
il magister della prima vignetta; il cartiglio che l’alchimista tiene in
mano recita: Hora sive aurora (in W: Letare ecce aurora). L’immagine,
chiaramente bilaterale come la maggior parte delle immagini del ciclo
standard 138, è posta in riferimento al cap. IV, al cui titolo allude 139; il
particolare del vaso che fumiga sul fuoco chiarisce a prima vista,
anche senza bisogno di leggere il testo, che quello che abbiamo
davanti è un trattato alchemico. Secondo Obrist, il vaso è il motivo
centrale di tutte le immagini dell’Aurora consurgens 140: se presa lette-
ralmente, questa affermazione non è vera e può derivare da un errore
prospettico, poiché il motivo del vaso è uno di quelli che verranno
ripresi nella tradizione successiva (in particolare nel Donum Dei di
George Aurach e nello Splendor Solis di Salomon Trismosin); la cen-
tralità del vaso è tuttavia riscontrabile in questa figura come nelle due
successive e nella figura 10 che, in quanto raffigurazione di una delle
fonti testuali e iconografiche più importanti del trattato, la Tabula che-
mica, ha una particolare pregnanza di significato, anche se – come
vedremo – è collegata al testo secondo le stesse modalità di tutte le
altre immagini del ciclo standard 141.

su Campori». Obrist, Les débuts, Ill. 41 e p. 185, interpreta la civetta come simbolo
della cecitudine degli ebrei e di conseguenza ritiene che le altre figure siano «qua-
tre Juifs», vestiti come i pazzi, motivo che richiama lo stolto dei Salmi; ma non vi
sono nel testo riferimenti agli ebrei. Sul rapporto fra alchimia e profezia cfr. Ch.
Crisciani, «Opus and sermo. The relationship between alchemy and prophecy
(XIIth-XIVth centuries)», Early Science and Medicine, (2008) (in corso di stampa).
138. Sulla bilateralità e altri aspetti compositivi delle immagini si possono
richiamare le osservazioni, relative a fonti iconografiche medievali anche se non
alchemiche, di M. Schapiro, «Alcuni problemi di semiotica delle arti figurative», in
Per una semiotica del linguaggio visivo, ed. G. Perini, Roma 2002, 92-120.
139. Obrist, Les débuts, Ill. 42 e p. 241, avendo associato in precedenza gli stolti
agli ebrei, qui interpreta il sole nascente secondo la tradizione pittorica che con-
trappone la notte dell’Antico Testamento all’aurora del Nuovo, rilevando però che
«dans le texte, il n’est cependant pas question de l’Ancienne Alliance, mais du
nombre infini de sots s’occupant d’alchimie».
140. B. Obrist, «Visualization in Medieval Alchemy», Hyle. International Journal
for Philosophy of Chemistry, 9 (2003), 131-70 (consultabile anche on-line, www.hyle.
org/journal).
141. Contra Obrist, Les débuts, 189-208; «Par rapport au texte de l’Aurora con-
surgens cette illustration est par ailleurs autonome», 190; per il vaso, paragonato dal-

36
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

• Il re Salomone è seduto sul trono, un bambino gli tende un vaso;


dietro il bambino sono raffigurate due donne, una delle quali è la
regina di Saba, come risulta dal cartiglio con la scritta «O rex Salo-
mon, veni videre sapientiam». L’immagine è collocata alla fine del cap.
V, dopo le parole subtiliter ingeniose et constanter, o all’inizio del cap.VI:
la prima collocazione corrisponde al testo del quinto capitolo dove si
trova il riferimento alla «sapientia, regina scilicet austri, quae ab
Oriente dicitur venisse, ut aurora consurgens, audire intelligere nec
non videre (volens) sapientiam Salomonis» 142. La Sapienza di Salo-
mone si era affacciata come motivo rilevante nel poema alchemico di
Gratheus, composto nel XIV secolo, dove si trovano anche due imma-
gini che raffigurano Salomone: nella prima di esse, in cui il re biblico
è raffigurato seduto sul trono, ha particolare rilevanza un vaso (vat)
denominato Philla che «proveniva dalla scuola dell’alchimia» (vte alki-
mie scole) e che Salomone tiene nelle mani quando, secondo il poeta,
si accinge all’opera; la seconda immagine segnala l’inizio della
seconda parte del poema, intitolata alla Sapienza di Salomone, ed è
intitolata Prudentia Salomonis 143.

l’autrice a un «idolo pagano», cfr. 200. Il vaso, che in questo caso è un elemento
aggiuntivo rispetto alle raffigurazioni del testo di Ibn Umayl (cfr. anche Bonerba,
Alchimia e semiosi ermetica, 307-14 e in part. 308), è presente complessivamente in
dodici immagini del ciclo standard (3, 4, 5, 8, 9, 10, 11, 18, 19, 24, 30, 32).
142. Obrist, Les débuts, Ill. 43 e p. 240, pur cogliendo il motivo di Salomone,
offre un’interpretazione ermetica di questa immagine: il bambino è identificato
con Ermete, filius philosophorum; il vaso è pieno dell’oro dei filosofi.
143. H. Birkhan, Die alchemistische Lehrdichtung des Gratheus filius philosophi in
Cod. Vind. 2372, 2 voll., Wien 1992, II, 258-60 (daer Salomon de wise man/scone
werken met began/in dene hant haddi dat vat); 248 (Hier beghint de wijsheit / daer men
dicken of heet gheseit / daer Salomon wrachte mede; sulla denominazione Prudentia per
wijsheit cfr. le osservazioni dell’editore). Il poema del misterioso Gratheus, conser-
vato in un unico manoscritto edito e studiato da H. Birkhan, dovrebbe essere
maggiormente integrato negli studi sulla storia dell’alchimia, dove – forse per la
difficoltà linguistica – è stato finora scarsamente recepito; l’edizione ha messo fra
l’altro in evidenza la precoce presenza in quest’opera di alcuni motivi iconogra-
fici importanti, che si ritrovano nei cicli posteriori: fra questi i vasi alchemici (II,
10, 26, 34, 38, 98, 102, 124, 242, 276); la resurrezione di Cristo (II, 54; questa imma-
gine torna nel ciclo del Libro della Santa Trinità e nel Rosarium philosophorum edito
da Cyriacus Jakob nel 1550); le due immagini di Salomone già ricordate; alcune
coppie di princìpi, talora contrapposte frontalmente (sole e luna, II, 64; fides e fal-
lacia, II, 266; due leoni in lotta, II, 270). Secondo Birkhan (I, 342), non vi sono rile-
vanti coincidenze fra il poema di Gratheus e l’Aurora consurgens, ma la presenza
centrale della Sapienza di Salomone in entrambi i testi non va sottovalutata.
Obrist, «Visualization», 150, rileva la particolare attenzione al tema della Sapienza
nelle opere mediche autentiche di Arnaldo da Villanova, cui venne attribuito un
consistente corpus di scritti alchemici fin dalla prima metà del XIV secolo. Con
una citazione dal Siracide si apriva anche il prologo del De consideratione quintae

37
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

• Un vaso circondato da cerchi con il sole, la luna, e figure allego-


riche antropomorfe degli altri cinque pianeti/metalli. L’immagine è
collocata fra il titolo e l’inizio del cap.VII o all’interno del cap.VI: il
legame col sesto capitolo sembra comunque indubitabile, dal momen-
to che questo tratta «de terra nigra in quam septem planetae radica-
verunt» 144.
• A sinistra un uomo nudo, seduto nel sepolcro, tende le mani verso
un altro uomo che con la destra tiene per i piedi un bambino nudo,
volto in basso verso le mani dell’uomo nel sepolcro, aperte a rice-
verlo. Sul lato destro della vignetta c’è un uomo con la corazza ma
senza elmo, inginocchiato, con la spada al fianco, dalla cui bocca sta
uscendo un bambino nudo (raffigurazione tradizionale della morte, in
cui l’anima esce dal corpo con l’ultimo respiro). L’immagine è posta
alternativamente all’inizio, all’interno o alla fine del VII capitolo, ma
sempre chiaramente in rapporto con esso, dove si trova la frase «aufer
ei animam et redde ei animam» 145. Ciò indirettamente conferma che
l’immagine precedente, anche quando è inserita dopo il titolo del set-
timo capitolo, va riferita al sesto.
• Anche qui è raffigurata una scena in due parti: sulla sinistra un
uomo in piedi intinge la mano sinistra nel sangue contenuto in una
bacinella che l’altro tiene in mano, e con la destra tocca la fronte del-
l’uomo seduto, che regge con la destra un pastorale e con la sinistra la
bacinella col sangue; a destra un uomo viene condotto verso il fuoco
da un altro che ha una spada in mano. L’immagine sta subito prima o

essentiae di Giovanni da Rupescissa (1351 ca.), che costituisce il punto d’approdo


dell’alchimia distillatoria: «Dixit Salomon Sapientiae cap. 7, Deus dedit mihi
horum scientiam veram, quae sunt, ut sciam dispositionem orbis terrarum, et vir-
tutes elementorum … et quaecuqmeu sunt absconsa et improvisa didici omnium
enim artifex docuit me sapientiam hanc solummodo» (Johannes de Rupescissa, de
consideratione quintae essentiae rerum omnium, Basilea 1597; ed. anastatica a c. di
D. Khan, Paris 2003, 8-9).
144. Obrist, Les débuts, Ill. 44 e p. 210 nota 105, rileva la corrispondenza fra i pia-
neti e i colori, seguita da Gabriele, fig. 93 e 52, 84 (l’immagine, ripresa da B1, è ripor-
tata sulla copertina del libro di Gabriele); né l’una né l’altro segnalano che, mentre
il sole e la luna sono raffigurati in maniera diretta ed esplicita, gli altri pianeti/metalli
sono rappresentati da immagini allegoriche antropomorfe, per le quali sarebbe forse
auspicabile un confronto con la tradizione figurativa dei decani planetari.
145. Obrist, Les débuts, Ill. 45 e 229. L’immagine non è riportata né commen-
tata da Gabriele. L’idea, avanzata da alcuni interpreti, che questa immagine raffi-
guri una resurrezione miracolosa, indica come una suggestione visuale distaccata
dal testo possa essere interpretata molto liberamente: cfr. M. Dvořák, B. Matĕjka,
Der Politische Bezirk Raudnitz.Teil II. Raudnitzer Schloss (Topographie der Histori-
sche und Kunst Denkmale), Prag 1910 (traduzione tedesca ampliata di Politicky
okres Roudnicky´. Díl II. Zámek Roudnicky´, Praha 1907), 2° parte 312-14.

38
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

subito dopo il titolo dell’VIII capitolo, in cui tuttavia non si trova


alcun riferimento testuale che aiuti a spiegarla. I due gesti raffigurati
potrebbero riferirsi al battesimo di sangue e di fuoco, esplicitamente
nominati però solo nel capitolo successivo (baptizando flumine sanguine
et flammis) 146.
• Schema che raffigura insieme la Trinità e l’Incarnazione: tre cer-
chi, disposti a triangolo, rappresentano il Padre (sul vertice al centro
in alto, con la scritta: «Pater non est Spiritus Sanctus, Pater non est
filius»), il Figlio (a destra in basso, con la scritta: «Filius non est Spiri-
tus Sanctus, Filius non est Pater»), lo Spirito Santo (a sinistra in basso,
con la scritta «Spiritus Sanctus non est Pater, Spiritus Sanctus non est
Filius»). In mezzo al virtuale triangolo un cerchio che raffigura l’An-
nunciazione sormontata da una corona, con la scritta «unum esse
tamen sunt» 147. A destra dello schema alcuni manoscritti raffigurano
un fuoco libero o un vaso sul fuoco. L’immagine si trova in vari luo-
ghi all’interno del lungo cap. IX, che tratta della «perfezione del
numero tre», del triplice battesimo (con l’acqua, col sangue e col
fuoco) e del septiforme munus dello Spirito Santo.
• Un vaso sopra il fuoco, con una rete sopra 148; un uomo con un
soffietto ravviva il fuoco; tre uccelli volano dall’alto verso il vaso, due
volano verso l’alto ai due lati opposti della vignetta. La figura è inse-
rita nel corpo del cap. IX, fra due citazioni (da Calet Minor: «Calefa-
cite frigiditatem unius caliditate alterius» e da Senior: «Facite mascu-
lum super foeminam»). Il riferimento testuale di fondo è al rapporto

146. Questa miniatura non è commentata né da Gabriele, che non la riporta,


né da Obrist, dove invece è presente (Ill. 46); è l’unico caso in cui sia la colloca-
zione che il significato sono incerti, ma non sembra di poter dubitare che faccia
parte del ciclo. A parte l’eventuale mancato riferimento al battesimo con l’acqua
(flumine), avremmo in questo caso ben tre immagini in relazione al cap. IX, caso
unico in tutto il ciclo; per le immagini la cui corrispondenza col testo appare ano-
mala cfr. infra, nota 193.
147. Cfr. la didascalia all’immagine dell’incoronazione della Vergine da parte
della Trinità nel Libro della Santissima Trinità: Omnia sunt unum esse (Obrist, Les
débuts, 168). L’immagine dell’Aurora consurgens non è riprodotta né analizzata da
Gabriele, mentre in Obrist, Les débuts, è presente come Ill. 47 ed è commentata
alle pp. 220 e 241: la scena dell’annunciazione viene interpretata come raffigurante
il sole e la luna che tengono nelle mani un piccolo personaggio bianco. Cfr. sotto,
nota 35. È questa l’unica immagine dell’Aurora consurgens che richiami in qualche
misura i diagrammi che accompagnano il testo di Costantino Pisano, ovvero la più
antica testimonianza di illustrazione di un trattato d’alchimia nel Medioevo (cfr.
Obrist, Les débuts, 67-116), e le innumerevoli figurine circolari del poema di
Gratheus.
148. In L non c’è il vaso ma soltanto la rete, raffigurata come strumento da
uccellatore.

39
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

fra ignis e spiritus (il soffietto); gli uccelli che volano via, sfuggendo
alla rete, forse sono da riferire all’ultima delle virtù operative dello
spirito («Septimo et ultimo inspirat, quando suo flatu corpus terre-
num spirituale facit»), la cui enumerazione inizia proprio in corri-
spondenza del punto d’inserimento dell’immagine 149.
• La casa della sapienza («Sapientia aedificavit sibi domum»), chia-
mata domus thesauraria, è raffigurata subito prima o subito dopo l’ini-
zio del cap. X, seguendo per molti aspetti la descrizione del tempio
che apre la Tabula chemica di Ibn Umayl – Senior per gli alchimisti
latini –, una delle fonti principali dell’Aurora consurgens. L’immagine,
cui Barbara Obrist assegna un ruolo centrale 150, è commentata in
maniera molto puntuale da Mino Gabriele; anch’egli fa peraltro rife-
rimento esclusivamente al testo di Senior perché, afferma, «la compo-
sizione iconografica […] non ha alcun riscontro nel testo dell’Au-
rora» 151. In effetti nel trattato non si trovano descrizioni corrispondenti

149. In Obrist, Les débuts, Ill. 48 e p. 213, l’immagine è considerata una varia-
zione delle aquile-Mercurio che rubano l’oro, poiché la studiosa estende a questa
figura l’interpretazione di due immagini successive (17 e 23) quale risulta dal car-
teggio scambiato fra due alchimisti verso l’anno 1500, pubblicato in Azoth philo-
sophorum, nella raccolta Cabala chymica ed. da Franz Kieser a Mulhouse nel 1606 (J.
Ferguson, Bibliotheca Chemica, London 1954, I, 464-65). Il carteggio è segnalato da
W. Ganzenmüller e da H. Buntz, i cui lavori sono citati dalla stessa Obrist, Les
débuts, 245. La Cabala chymica ed. in Theatrum Chemicum, VI, 294ss e in Bibliotheca
Chemica Curiosa, II, 605-19, nonostante il titolo (cfr. Ferguson, Bibliotheca Chemica,
I, 135), è cosa diversa dalla raccolta di Kieser, che ci è stato impossibile consultare;
questa seconda (?) Cabala Chymica, che si apre con una immagine confrontabile
con la figura 5 dell’Aurora consurgens, è opera di Johann Grasshof, cui si deve la
seconda edizione a stampa dell’Aurora, che ne riporta il testo integralmente (senza
figure e senza partizione in capitoli, cfr. supra nota 10): cfr. Ferguson, I, 340 .
150. Obrist, Les débuts, 189: «L’illustration du vieillard à la tablette occupe une
place importante dans le système allegorique de l’Aurora consurgens par la richesse
de son contenu et parce qu’elle constitute le centre de toute une série d’illustra-
tions»; tuttavia l’autrice, che si diffonde nella spiegazione dei dettagli a partire
dalla Tabula chemica, non vede il nesso fra immagine e testo dell’Aurora consurgens
(cfr. supra, nota 20). Nel più recente Visualization, 149-50, l’autrice torna su questa
immagine, accostandola al recupero degli Hyeroglyphica di Horapollo nel 1419 e
affermando che «the Aurora consurgens gives a first forceful visual expression of a
myth that should become a major theme in the Renaissance period, i.e. the myth
of the recovery of original knowledge and its methods of deciphering and inter-
pretation».
151. Gabriele, Alchimia e Iconologia, 59 e 54-59; i passi citati sono a p. 55. A par-
tire da questa immagine, il resto del ciclo è riprodotto a colori in Gabriele, figg.
59-82, e commentato con ampiezza alle pp. 55-96. Coi nn° 57-58 sono riprodotte
le due figure dell’ermafrodito e della scimmia musicante – ovvero tutte le imma-
gini di Rh, che però non formano, come si è ben visto finora, il ciclo completo.
Tre delle immagini sono stampate in posizione speculare rispetto a come com-
paiono nel manoscritto: si tratta della 57, della 68 e della 81.

40
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

né a questa né a nessun’altra delle illustrazioni; queste ultime tuttavia


prendono sempre spunto dal testo, di cui costituiscono un’amplifica-
zione, come lo stesso Gabriele indica proprio a proposito della domus
thesauraria, considerata una «alternativa citazione figurale dell’impor-
tante ma assente brano» 152; ed egli rileva che questa operazione «è del
tutto coerente alla funzione metaforica che nell’Aurora svolgono in
concordia simbolica sia il linguaggio scritturale che quello alche-
mico». La figura è, come la maggior parte delle immagini dell’Aurora
consurgens, bilaterale, e solo la parte destra (il vecchio seduto con la
tavola dipinta) corrisponde alla descrizione e alle raffigurazioni della
Tabula chemica 153. Come ha segnalato Giuseppina Bonerba, l’insieme
della composizione adotta lo schema iconografico tipico dell’Annun-
ciazione, segno della «cristianizzazione delle teorie alchemiche» 154: di
fatto, come abbiamo visto, proprio l’Annunciazione (condizione di
possibilità e momento iniziale dell’Incarnazione) è raffigurata nel cer-
chio centrale dello schema trinitario della Fig. 8. Ritroviamo perciò
anche nell’Aurora consurgens il tema cristologico, per quanto esso sia
solo accennato e in termini essenzialmente mariologici, molto diver-
samente da come era stato sviluppato, focalizzandolo sulla Passione,
nelle Parabole pseudoarnaldiane e, anche in forma figurativa, nel coevo
Libro della Santa Trinità 155. Questa figura – insieme alla 8 – ripropone
dunque sul piano delle immagini il lavoro di «tessitura» di testi biblici
che regge tutta la prima parte del testo, rafforzandolo con l’accosta-
mento del motivo cristologico a quello sapienziale attraverso il tema
mariologico dell’Annunciazione.

152. In effetti, fra le citazioni dal testo di Senior che costellano la prima e la
seconda parte dell’Aurora consurgens, non si incontra mai la descrizione della statua
con la tavola raffigurante i simboli dell’opera alchemica nelle mani (cfr. Bibliotheca
chemica curiosa, II, 216 fig. 12; la xilografia originale accompagna l’edizione De che-
mia Senioris, s.l.d. (Strasburgo 1566; cfr. Ferguson, Bibliotheca Chemica, 563). Sulle
immagini come «citazione visuale» cfr. oltre, par. 4.2.2.
153. Obrist, Les débuts, Ill. 49 e p. 242 (alla nota 249 segnala le più antiche testi-
monianze dell’illustrazione della Tabula).V. anche I. Ronca, «Religious symbolism
in Medieval Islamic and Christian Alchemy», in Western Esotericism and the Science
of Religion, ed. A. Faivre, W. Hanegraaf, Leuven 1998, 102.
154. Bonerba, Alchimia e semiosi ermetica, 315; cfr. 313: «Qui il contenuto ico-
nografico (l’immagine della Tabula chemica, dall’autrice identificata tout-court con
la Tabula smaragdina) è stato infatti ‘risituato’ … mediante l’adozione dello schema
iconografico tipico dell’Annunciazione: il saggio è infatti seduto nella domuncula
della Vergine, in un leggero tre quarti, i personaggi entrano da sinistra, e anche il
fantomatico vaso trova la sua ragion d’essere» in quanto simbolizza «l’immanenza
del Cristo».
155. Supra, nota 22.

41
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

• Un seminatore sulla sinistra, sulla destra un vaso con una testa


femminile incoronata. Si trova in corrispondenza dell’inizio del cap.
XI e già Gabriele ha notato che questa immagine «rappresenta alcuni
concetti operativi espressi nella parabola stessa», senza però identifi-
care l’aggancio testuale preciso, che si riscontra nella frase «a terra ele-
menta moriendo separantur et ad eam vivificando revertuntur»: ricor-
diamo che in diversi testi alchemici trecenteschi si trova il riferimento
al passo paolino, «Ciò che tu semini non prende vita se prima non
muore»156.
• Una coppia di amanti coricata. Si trova nei manoscritti in corri-
spondenza di diversi passi del cap. XII, che «ritesse», alchemizzandolo,
il testo del Cantico dei Cantici: a questo, ma anche al motivo alchemico
della coniunctio nella Tabula chemica che col Cantico poteva apparire
facilmente raccordabile, fanno riferimento gli interpreti 157; tuttavia il
motivo iconografico utilizzato non ha alcuna relazione con l’icono-
grafia del Cantico dei Cantici 158. Il luogo di aggancio testuale, come in
altri casi già visti, varia di poco, segnalando una precisa zona del testo
ove è sviluppato il motivo dell’unione del principio maschile con
quello femminile 159.
• Il duplice principio dell’opera alchemica è anche il protagonista
dell’immagine successiva, che raffigura il torneo della luna e del sole
personificati, a cavallo rispettivamente di un grifone e di un leone. È
una delle immagini più note del ciclo ed è la prima che si trova in
corrispondenza della seconda parte, nel cap. XIII, a metà della frase
«et si aliquam naturam vertis ad eius oppositum» o poco oltre 160.

156. I Cor. 37. Cfr. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 60 e pp. 59-60. Obrist, Les
débuts, Ill. 50, non analizza questa immagine.
157. Obrist, Les débuts, Ill. 51 e p. 223; Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 61 e
pp. 62-63.
158. Il confronto fra le immagini dell’Aurora consurgens e quelle che accompa-
gnano il Cantico dei Cantici e i suoi commenti medievali è stato possibile grazie
alla disponibilità con cui E. A. Matter e I. Marchesin ci hanno messo a disposi-
zione i rispettivi contributi al volume Il Cantico dei Cantici nel Medioevo, di pros-
sima uscita, che riporta gli atti del convegno tenutosi nel maggio 2006 a Gargnano
sul Garda: E. A. Matter, Il Cantico materiale. Il testo latino dalla Glosa ordinaria alla
Biblia Pauperum; I. Marchesin, Le corps et la salut: quelques aspects de l’illustration du
Cantique des cantiques au Moyen Age. Ringraziamo vivamente le autrici e la cura-
trice del volume, R. Guglielmetti, che ci hanno messo a disposizione i materiali
per poter effettuare questa verifica.
159. Soltanto L aggiunge poco oltre, f. 50v, una figura che non sembra appar-
tenere al ciclo (cfr. supra, nota 4), mentre P1 presenta nello stesso punto del testo
uno spazio bianco.
160. A partire da questa immagine B1 colloca tutte le successive alla fine dei
capitoli di riferimento. La tendenza di questo illustratore a inserire le immagini in

42
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

Gabriele segnala che «l’immagine visualizza il concetto contenuto nel


prologo della seconda parte dell’Aurora, tra le cui righe è inserita la
miniatura, per il quale ogni ‘natura’ va trasformata nel suo ‘opposto’»,
e sviluppa il motivo della dissoluzione e della reciproca trasforma-
zione degli elementi 161; Obrist rileva che il sole e la luna corrispon-
dono ai simboli della tavola che sta nelle mani del vecchio, nell’im-
magine della casa della sapienza 162. Nessuno dei due studiosi collega
la raffigurazione antropomorfa di sole e luna all’immagine prece-
dente, quella dei due amanti: tale collegamento viene tuttavia esplici-
tamente compiuto nell’iconografia alchemica posteriore, in partico-
lare nelle immagini del Rosarius philosophorum del 1550 e nel poema
Sol und Luna, nei quali appare evidente l’utilizzazione di motivi ico-
nografici risalenti all’Aurora consurgens (oltre che al Libro della Santa
Trinità). In effetti il vaso con figure simboliche, l’unione coniugale, il
sepolcro, l’ermafrodito, la resurrezione, il drago, vengono lentamente
a costituire un vero e proprio «vocabolario iconografico» alchemico,
che tuttavia solo a partire dal XVI secolo risulta chiaramente conno-
tato e codificato 163.
• Una donna, dalla cui vagina esce qualcosa d’imprecisato, siede al
centro dello zodiaco 164; questa immagine precede l’incipit del cap.

contiguità coi capitoli e non all’interno di essi era già evidente nella prima parte,
dove però le immagini (3, 6, 7, 8, 10, 11, 12) erano per lo più inserite prima dell’i-
nizio del capitolo di riferimento.
161. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 62 e pp. 63-66.
162. Obrist, Les débuts, Ill. 52 (che è anche stata scelta per la copertina del suo
saggio) e pp. 214-16.
163. J. Telle, Sol und Luna. Literar und alchemiegeschichtliche Studien zu einem alt-
deutschen Bildgedicht, Hürtgenwald 1980, 45-80; Rosarium Philosophorum. Cfr. Obrist,
«Visualization», 149: «Subsequently, the principal pictorial forma of the Aurora con-
surgens were divided into many branches, but the chronology of this evolution is
yet to be established». Il tema e le immagini della coniunctio sono al cuore dell’in-
terpretazione psicologica dell’alchimia elaborata da C. G. Jung in diversi studi
degli anni ’40 e ’50: Psychologie und Alchemie (1944), Psychologie der Übertragung
(1946), Mysterium Coniunctionis (1955-1956). Ricordiamo che l’edizione della
prima parte di Aurora consurgens curata da M. L. von Franz fu concepita in stretto
contatto con il lavoro junghiano sull’alchimia, andando a formare il terzo volume
del Mysterium coniunctionis (non tradotto nella collezione delle Opere complete di
Jung uscita per l’editore Bollati Boringhieri). Cfr. M. Pereira, «L’alchimia e la psi-
cologia di Jung», in Trattato di psicologia analitica, ed. A. Carotenuto, Torino 1991, I,
415-45. Come in precedenza, anche qui L (f. 51v), seguito dal copista di P1, che
lascia un piccolo spazio bianco al centro del f. 40v, inserisce una piccola immagine
che non ha riscontro nel resto del ciclo, nella quale si vede il sole spuntare da sotto
una nube blu (questo motivo è tuttavia presente come dettaglio sul margine sini-
stro dell’immagine successiva in Rh, R, B1 e W).
164. Per quanto in genere interpretata come partoriente, secondo M. E. War-
lick la donna è invece mestruata: «Fluctuating identities. Gender reversal in alche-

43
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

XIV, «Sciendum est primo quod haec scientia divina astronomiae


vocabulo utitur» ma non ha un aggancio testuale preciso, offrendosi
piuttosto come una sintesi visuale del capitolo nel suo insieme, ove
sono incorporate vaste citazioni dal Liber trium verborum di Calid, che
applica all’opera alchemica la corrispondenza fra ciclo planetario e
sviluppo embriologico 165.
• Una donna seduta a un tavolo conta su un abaco mentre una
seconda donna tiene in mano una bilancia e un’aquila. La raffigura-
zione si trova all’inizio del terzo capitolo della seconda parte, De stylo
parabolico per arismeticam, o poco oltre 166. Il capitolo XV è tutto dedi-
cato a questioni di calcolo riguardanti l’opera alchemica: quantità e
proporzione delle sostanze, numero dei giorni etc. Un preciso aggan-
cio testuale si trova nell’affermazione «philosophi in huius scientiae
termino addiderunt et diminuerunt summam radicis»; va sottolineato
che questi «filosofi» sono raffigurati come donne: questo naturalmente
richiama l’allegoria tradizionale delle arti liberali – di cui l’artimetica
fa parte e che sono nel loro complesso parte o strumento del sapere
filosofico –, ma l’accostamento fra filosofia e sesso femminile implici-
tamente connota la filosofia come Sapienza.
• Una donna incoronata, col volto splendente, ai cui seni si abbe-
verano due uomini anziani, rafforza esplicitamente l’identificazione
della filosofia naturale con la Sapienza alchemica. L’immagine è col-
locata prima dell’inizio del cap. XVI, De processu naturali; la fonte ico-

mical imagery», in Art and Alchemy, ed. J. Wamberg, Copenhagen 2006, 101-25: 114
e Pl. 3. L’ipotesi di Warlick sembra più credibile in relazione alla posizione della
donna (seduta, non accoccolata) e richiama il tema del menstruum, come in molti
testi a partire dal Trecento viene denominato uno dei principi materiali della tra-
smutazione (cfr. M. Pereira, «L’alchimista come medico perfetto», in Alchimia e
medicina nel Medioevo, 103-8). Si aggiunga che questa immagine precede quella del
concepimento del filius (20).
165. Obrist, Les débuts, Ill. 53 e p. 224. Anche Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig.
63 e pp. 66-67, ricorda l’influsso degli astri sulla «gestazione» minerale come su
quella del feto.
166. Il titolo del capitolo aggiunge la geometria in L (ove al f. 52v risulta spo-
stata un’ampia sezione del testo, contenente la fine di questo capitolo e l’inizio del
successivo), in quelli da esso descripti, e nelle ed. di Perna e Waldkirch: Geometrica
dicta parabolico stilo. Ma, come si è già visto, tale aggiunta non trova riscontro nel
testo e, come vediamo qui, nemmeno nella figura. Ritenendo che la seconda
figura rappresenti la Geometria, Gabriele afferma che la sostituzione degli stru-
menti tipici della Geometria (squadra e compasso) con la bilancia e l’aquila
segnala chiaramente «le valenze proprie della Geometria alchemica» (Alchimia e
Iconologia, 67-68); cfr. Obrist, Les débuts, Ill. 54 e pp. 196 e 212, richiama la geome-
tria, e tuttavia rinvia alla citazione del libro della Sapienza 11.21 nella prima parte
dell’Aurora consurgens (ed. von Franz, 82): mensura, numero et pondere.

44
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

nografica è stata identificata con la imago Sapientiae dal Fulgentius


Metaforalis e accostata alla sapienza regina Austri 167, l’aggancio testuale
sembra essere una concrezione dell’affermazione che «est medicorum
et naturalium considerare hanc consolatricem 168 thesaurariam scien-
tiam» col richiamo all’allattamento in una citazione embriologica da
Senior, «et ascendit ad pectus mulieris, et fit ibi sicut corona, et fit
nutrimentum eius».
• Alla mater Alchimia, ammalata, un medico porge un mazzo di
erbe. Questa figura è inserita nel cap. XVII, De matre alchimia stilus
parabolicus, laddove viene descritta l’alchimia come un’ammalata dalla
testa d’oro, torace d’argento e il cui corpo «usque ad genua … appa-
ret ydropicum». Gli studi che interpretano come Mater Alchimia la
figura in piedi apparentemente ignorano che l’apologo narrato nel
testo, secondo cui «mater Alchymia corpus aegrotum habere dicitur …
et nuntios ad peritissimum physicum omnium herbarum magistrum
Macrum, qui viribus herbarum corpora languida curat et sanat, mittit
quod veniat ad eam»; in Rh e R l’abito e la cuffia indossati dalla figura
in piedi sono chiaramente riconoscibili come l’abbigliamento tipico
del medico, mentre la figura sdraiata ha genitali femminili 169. L’offerta
di erbe medicinali sembra alludere a una rivitalizzazione della tradi-
zione alchemica mediante il collegamento con la farmacologia, effet-
tivamente avvenuto nel XIV secolo con l’alchimia dell’elixir prima e
della quinta essenza poi, portando a una diffusione e valorizzazione
delle ricerche alchemiche anche negli ambienti medici 170.
• Un pavone a sinistra, un vaso sul fuoco a destra. L’immagine è
collegata al cap. XVIII, De stilo problematico, dove segue immediata-
mente (o in alcuni manoscritti a breve distanza), la frase et multos in ea
percipies colores. Gabriele richiama un testo di Senior dove si parla del
fenomeno che compare alla fine dello sbianchimento come fiori con-

167. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 65 e p. 69; Obrist, Les débuts, Ill. 55 e p. 185.
168. L’alchimia è definita varie volte consolatrix nella seconda parte dell’Aurora:
oltre al passo citato (ed. Waldkirch, 194), si vedano ibid., 199 (illa medicina perma-
nens consolatrix); 202 (mulier haec nobilis, pauperum consolatrix alchimia); 241 (in hac
gloriosa thesauraria consolatrice et adiutrice scientia). Cfr. supra, par. 4.1.
169. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 66 e pp. 69-70 e Obrist, Les débuts, Ill.
56 e p. 49. Per la corretta interpretazione dell’immagine v. Crisciani, Introduzione
a Alchimia e medicina, p. xv. Nell’immagine di L non si capisce bene se la figura nel
letto è maschile o femminile, ma quella in piedi sembra decisamente una donna
(cfr. l’abito stretto alla vita e la tipologia del copricato, che si ritrova in ritratti di
donne della scuola fiamminga).
170. Oltre ai saggi raccolti nel volume Alchimia e medicina, ed. Crisciani, Para-
vicini Bagliani, v. Crisciani, Pereira, «Black Death».

45
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

versi in similitudinem pavonis 171. La cauda pavonis è una delle metafore


alchemiche più diffuse, tuttavia non è nominata esplicitamente nel-
l’Aurora consurgens: questo rende particolarmente evidente un tratto
che riguarda la maggior parte delle immagini, il cui programma si
aggancia al testo ma va oltre la lettera di esso, richiamando metafore
presenti nelle fonti di cui l’autore si serve, in una sorta di contrap-
punto o commento visuale 172.
• Un re con due uomini è raffigurato sul lato sinistro della
vignetta, mentre sul lato opposto c’è un vaso che contiene una cop-
pia nuda. Si trova prima dell’inizio del cap. XIX, dedicato all’uso del
Sermo typicus nell’alchimia; il capitolo inizia: «Tradite puellam bonam
… fratri suo pro uxore», rinviando alla visio Arislei che è la fonte prin-
cipale in esso tacitamente utilizzata 173. Peraltro nel testo, oltre al
motivo della coniunctio, viene richiamato quello dei filosofi che «sunt
a rege incarcerati», cui si riferisce la metà sinistra dell’immagine.
• Alla coniunctio nel vaso alchemico segue il concepimento del
filius: il letto in cui giace la coppia di sposi (raffigurati in maniera
molto simile all’immagine 12) ha al suo fianco una culla; un uomo a
lato o ai piedi del letto porge agli sposi una piccola cosa bianca
rotonda. L’immagine è collocata poco oltre l’inizio del cap. XX, il
primo che riguarda la comparazione dell’opera alchemica con le res
naturales a partire dalla generazione umana. Mentre è chiaro a tutti gli
interpreti il riferimento alla pietra filius philosophorum, non è stata fin
qui spiegata la figura in piedi, che richiama l’inizio del capitolo, dove
si dice che l’opera alchemica «semini enim humano virili assimilatur»,
a ulteriore conferma dello stretto legame fra testo e programma del
ciclo di immagini 174.
• Sulla sinistra una figura maschile accoccolata sta orinando, defe-
cando, vomitando e strappandosi i capelli; a destra una figura femmi-
nile mostra esteriormente le viscere: cervello, cuore, fegato, mentre

171. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 67 e pp. 70-71 (ma questo passo non
compare fra le citazioni di Senior nel testo). Obrist, Les débuts, Ill. 57, non analizza
l’immagine.
172. Cfr. quanto già osservava Gabriele a proposito dell’immagine 10; cfr.
anche Obrist, «Visualization», 134: «In connexion with alchemical texts, pictorial
representation relates either to observable or to unobservable objects and proces-
ses, and to conceptual schemes […] observable characteristics and their alterations
are visualized either diagrammatically or by way of similes previously developed
on the discursive level».
173. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 68 e pp. 71-72; Obrist, Les débuts, Ill. 58
e 59.
174. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 69 e p. 72; Obrist, Les débuts, Ill. 60, p. 222.

46
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

dalla vagina esce sangue mestruale. L’immagine è collocata dopo l’i-


nizio del cap. XXI, «Hinc vero quatuor rebus essentia hominum assi-
milatur» o, in alcuni manoscritti, dopo l’inizio del capitolo successivo,
«Comparatur etiam quatuor rebus principalibus». L’immagine è stata
messa in relazione con i quattro elementi e, meno felicemente (per-
ché non viene spiegato il complesso dell’immagine ma un solo detta-
glio di essa), con l’idea che la pietra si trovi in stercore 175. In realtà il
personaggio a sinistra richiama il testo del cap. XXI, in cui sterco,
urina, sangue e capelli sono metafore dell’essentia hominum, mentre
l’immagine del personaggio di destra va riferita piuttosto al conte-
nuto del cap. XXII, che riporta una sintesi della fisiologia umana: ma
i testicoli, nominati nel capitolo come quarta delle res principales, nel-
l’immagine vengono scambiati con la materia mestruale, segnalando
significativamente il carattere «femminile» del principio alchemico 176.
• Sul margine del foglio, in corrispondenza del cap. XXIII, è raffi-
gurato un gallo che monta una gallina e, sotto, una gallina che cova
cinque uova. La metafora dell’uovo è presente nell’alchimia fin dalle
origini; la gallina che cova ha un aggancio preciso e significativo nel
testo, nella frase «quintus quod est pullus», che fa riferimento alla
quinta essenza 177.
• Un basilisco si guarda allo specchio che una donnola gli porge,
sullo sfondo un serpente a pezzi. L’immagine si trova all’inizio del
cap. XXIV, dove si dice fra l’altro che il basilisco «nutriri et cibari per
diversum cibum et potum, donec magnus fiat et maturus; post hoc

175. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 70 e p. 73; Obrist, Les débuts, Ill. 61 e p.
225. Quest’immagine è stata esaminata, non in relazione al testo ma come espres-
sione simbolica del rapporto fra esterno/interno, manifesto/occulto, in M. Pereira,
«Il cuore dell’alchimia», Micrologus, 11 (2003), 287-304: 293, 300 e fig. 1. Il capitolo
21 non ha titolo nei manoscritti illustrati, ma è intitolato Sequitur de homine salva-
tico in M (f. 85v), M1 (f. 21v), H (f. 82v).
176. Il tema del principio femminile nell’Aurora consurgens è segnalato, con
riferimento esclusivamente al testo della prima parte, da Pereira, «Principio fem-
minile»; più in generale cfr. Ead., «Mater Alchimia. Trasformazione della materia e
cura del mondo», in Alchimia e medicina, IX-LXX.
177. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 71 e pp. 74-75, indica l’origine di que-
sto motivo nelle due fonti più utilizzate nell’Aurora consurgens, la Turba philosopho-
rum e la Tabula chemica, in part. nella parte intitolata Epistola solis ad lunam crescen-
tem (cfr. Obrist, Les débuts, Ill. 62 e p. 224). A differenza delle altre immagini che
accompagnano il testo, tutte costruite su fondo rettangolare, riquadrate e inserite
nello specchio di scrittura, questa è riportata sul margine in tutti i manoscritti,
tranne in B1. La derivazione alchemica dell’immagine della gallina che cova cin-
que uova, riportata sui volumi II-VI dell’edizione 1634 della Glossa ordinaria della
Bibbia, è segnalata da A. Gentili, «Bibbia e Alchimia», in Rinnovamento e mistero, ed.
Cicali et al., 114-20.

47
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

moritur et occiditur». Il fatto che il basilisco si rifletta nello specchio


sembra indicare un elemento non esplicitato nel testo ma comune
nella teoria alchemica: la materia unica messa a morte viene infatti
cibata di se stessa 178: se questa interpretazione è corretta, la visualiz-
zazione aggiunge un importante elemento sottaciuto nel testo.
• Sul lato sinistro dell’immagine un garzone che mescola la pasta,
sulla destra un vaso che contiene ouroboro 179, aquila e corvo. Si trova
all’interno del cap. XXV, e come molte delle immagini sembra avere
la propria fonte nelle metafore della Tabula chemica 180; l’aggancio
testuale è esplicito nel testo, che appena oltre il punto d’inserimento
recita «O quam pretiosa est servi rubicundi natura» (e del resto il ser-
vus rubicundus rimanda anch’esso a Senior); ma non vi sono nominati
i tre simboli animali, presenti peraltro nella tradizione araba e latina.
Anche qui dunque un particolare dell’immagine amplifica il testo,
sottolineandone il carattere alchemico.
• Alcuni bambini nudi, raffigurazione tradizionale dell’anima, si
levano sopra un mare di fiamme, mentre sul lato sinistro si vede un ser-
pente nel fuoco. Inserita in corrispondenza di punti diversi del cap.
XXVI, quest’immagine ha un duplice aggancio testuale («Oportet ergo
corpus flamma ignis occupari, ut diruatur et debile fiat, hunc enim
ignem oportet extrahere igne connaturali» in Rh e L; «Qui argentum
vivum sciverit occidere et mortificare, magister et philosophus in hoc
opere appellatur» negli altri manoscritti), ma in entrambi i casi viene
chiaramente ricondotta al tema della mortificazione 181.

178. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 72 e pp. 75-76, dopo aver esposto il
significato alchemico delle metafore del basilisco e del serpente, sostiene che «la
donnola che rivolge lo specchio al basilisco per ingannarlo e vincerlo, non sia altro
che una attenta trasposizione iconica, adattata per l’occasione, del cacciatore […]
che (con lo specchio) sorprende e vince la terribile tigre», secondo una modalità
di caccia illustrata in fonti tardo-antiche (Claudiano, S. Ambrogio). Obrist, Les
débuts, Ill. 63 e p. 226 riferisce alla Turba philosophorum il serpente tagliato a pezzi
e porta questa immagine come esempio del carattere narrativo delle illustrazioni
dell’Aurora consurgens (49, 243), ma non ne spiega il significato complessivo.
179. L’ouroboro, il serpente che si avvolge su se stesso, è il motivo iconogra-
fico più antico collegato all’alchimia: la prima raffigurazione compare nella cosid-
detta Crisopea di Cleopatra, con riferimento al sesto capitolo delle Memorie autenti-
che di Zosimo, nel ms. Marciano Gr. 299 (= 584), f. 188v. Cfr. Zosime de Panopo-
lis, Mémoires authentiques, ed. M. Mertens (Les Alchimistes Grecs, IV, 1), Paris 1995,
22, 40, 175-84 (178).
180. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 73 e pp. 76-77; Obrist, Les débuts, Ill. 64
e p. 226, insiste maggiormente sui tre simboli alchemici contenuti nel vaso.
181. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 74 e p. 77 segnala Senior come fonte
della triplice raffigurazione del mercurio, con riferimento al contenuto comples-
sivo del capitolo; cfr. Obrist, Les débuts, Ill. 65 e p. 228.

48
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

• A sinistra un uomo setaccia grani color oro e color argento, a


destra la fenice in un nido di fuoco sulla cima di un monte. Questa
immagine è collocata in prossimità della precedente in tutti i mano-
scritti, tranne in Rh che la pone all’inizio del cap. XXVII, «Compa-
ratur etiam arsenico et auripigmento» 182. A parte i colori, che pos-
sono far riferimento al titolo di quest’ultimo capitolo (l’orpimento è
giallo, l’arsenico bianco) non si trovano in questo caso agganci precisi
né nel testo né nelle fonti; inoltre la fenice non è una delle metafore
comunemente utilizzate nei testi arabi 183.
• Due minatori che estraggono il minerale sono raffigurati sul lato
sinistro; sull’altro lato un pellicano coi suoi piccoli. L’aggancio
testuale sembra semplicemente la menzione iniziale dei metalli nel
cap. XXIX, «Inde vero comparatur omnibus metallis», mentre il pelli-
cano richiama probabilmente il vaso così chiamato, utilizzato nelle
operazioni di sublimazione 184.
• L’immagine mostra un’officina di fabbro ed è collocata all’inizio
del cap. XXX, richiamando il tema della lavorazione dei metalli nel
contesto propriamente alchemico della complementarietà di occulto
e manifesto, «Nam illa quae sunt dura in manifesto, sicut ferrum et
cuprum, sunt mollia in occulto» 185.
• Un filosofo nell’atto di aprire la porta di un edificio con la
chiave, un albero sullo sfondo. Questa immagine è collocata all’in-

182. E naturalmente B1 che, come si è segnalato supra, colloca tutte le imma-


gini a partire dalla 13 alla fine dei relativi capitoli.
183. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 75 e p. 78 collega questa immagine alla
ventiquattresima, scrivendo che «l’alchimista-fornaio vaglia dei simbolici granelli
di arsenico e di orpimento sulla pasta-materia che sta lavorando», e sottolinea la
valenza alchemica, da Senior e Ibn Umayl, della cima del monte su cui sta la fenice.
Obrist, Les débuts, Ill. 66 e pp. 227, 243, considera la fenice un raddoppiamento del
significato della pietra (forse l’arsenico). La fenice compare come titolo di un’o-
pera alchemica scritta alla fine del ’300, attribuita in diversi manoscritti all’alchi-
mista Jacme Lustrach (cfr. M. Pereira, «Per una història de l’alquímia a la Catalunya
medieval», in La Ciència en la Història dels Països Catalans. I. Dels Àrabs al Renaixe-
ment, ed. J.Vernet i R. Parès, Barcelona-Valencia 2004, 471-72 e viene ripresa come
metafora dagli alchimisti rinascimentali cfr. W. Hanegraaf, Pseudo-Lullian alchemy
and the mercurial phoenix. Giovanni da Corregio’s De Quercu Iulii pontificis sive De
lapide philosophico, in L. M. Principe, Chymists and Chymistry. Studies in the History
of Alchemy and Early Modern Chemistry, Sagamora Beach 2007, 101-12.
184. Come segnala Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 76 e pp. 78-79, che tut-
tavia interpreta la figura dei minatori in termini simbolici; Obrist, Les débuts, Ill.
67 e p. 229 interpreta invece realisticamente la raffigurazione dei minatori e sim-
bolicamente il pellicano («il s’agit, dans ce contexte, d’un symbole de la terre»).
185. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 77 e p. 79 riferisce al testo di Senior le
indicazioni operative raffigurate nell’immagine, già individuate come motivo del-
l’immagine in Obrist, Les débuts, Ill. 68 e p. 228.

49
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

terno del cap. XXXI, in corrispondenza della citazione dell’albero


filosofico di Galeno, che «septem ramos habet». L’aggancio testuale è
in apparenza solo parzialmente corrispondente al contenuto icono-
grafico, per il quale sembra più importante il richiamo all’immagine
10; ma la «chiave», di cui nel testo non c’è traccia, potrebbe voler indi-
care l’attribuzione di centralità operativa alle sostanze vegetali nell’al-
chimia, confermando quanto già osservato a proposito dell’immagine
17. L’albero di Galeno nominato nel testo richiama un breve scritto
attribuito ad Alberto Magno, l’Arbor Aristotelis, costruito attorno a una
figura che, per quanto sappiamo, è conservata solo in due manoscritti
degli anni Settanta del XV secolo 186.
• Una figura azzurra, metà umana e metà serpente, tiene con la
sinistra la scure appoggiata sulla stessa spalla (l’atteggiamento del
corpo e la posizione della scure richiamano le raffigurazioni di Cri-
sto che porta la croce), con l’altra indica due esseri umani decapitati;
a destra un vaso sul fuoco, con fiori d’oro e d’argento. L’immagine si
trova verso l’inizio del cap. XXXII, con cui prende avvio la tratta-
zione delle operazioni alchemiche, e, dopo i motivi prevalentemente
realistici delle immagini fin qui considerate (con poche eccezioni: 13,
18, 23), apre la serie delle quattro immagini conclusive, che presentano
motivi più astrattamente simbolici. Non si riscontra un preciso aggan-
cio testuale e la figura, nella sua articolata costruzione, sembra piutto-
sto costruita come sintesi visiva del contenuto del capitolo 187.

186. Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana,VI.215, f. 262v (figura con scritte


e cartigli, antistante l’inizio del testo: «Aristotelis spera octo figurarum de lapide
physico liber incipit»); Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, BR 52, f. 112r (solo
figura con scritte e cartigli). Il trattatello, attribuito ad Alberto Magno, privo della
figura dell’albero, è stampato in Theatrum Chemicum II, Argentorati 1659, 456-58
(Albertus Magnus, Scriptus super arborem Aristotelis); nel breve testo, che descrive
una raffigurazione ricca di motivi iconografici d’origine araba, viene nominato
Galeno come redattore dei libri ermetici: «quae quidem scriptura continetur in
ultimis libris, quos Galenus composuit, et invenit quandam arborem sitam ab extra
intus tenentem viriditatem gloriosam …». Cfr. U. Szulakowska, «The Tree of Ari-
stotle. Images of the philosophers’ stone and their transference in alchemy from
the fifteenth to the twentieth century», Ambix, 35 (1988), 127-54. Gabriele, Alchi-
mia e Iconologia, fig. 78 e pp. 80-81, analizza il paragone dell’alchimia col mondo
vegetale e sottolinea anche qui, nella casa e nella chiave, una metafora di Senior.
Obrist, Les débuts, Ill. 69 e p. 229, segnala che sia l’albero che il castello sono chiave
dell’arte. Tanto L che P1, ma nessuno degli altri manoscritti, riportano poco sotto
(dopo in Lunam perfectam, HI p. 225) un’immagine (P1 lo spazio per essa), raffigu-
rante un fiorellino rosso col cuore giallo, che richiama il fiore menzionato in
molti trattati alchemici e anche nell’Aurora consurgens, la lunaria o borissa (su cui V.
Segre, «Le piante della Luna», in Florilegium. Scritti di storia dell’arte in onore di Carlo
Bertelli, ed. L. Golay, Ph. Lüscher, P.-A. Mariaux, Milano 1995, 124-29).
187. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 79, analizza l’immagine mettendone in
relazione le due parti, i fiori che «attestano la raggiunta perfezione della sublima-

50
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

• All’interno dello stesso lungo capitolo XXXII, che tratta dei pro-
cessi operativi, è raffigurata una donna dalla pelle scura, vestita di
bianco, in piedi su una sfera dello stesso colore della sua pelle, con ali
verdi aperte, circondata da raggi di sole; nel ventre aperto, una spada
cui si intrecciano nastri o cartigli. Si trova in corrispondenza della frase
«Deus reddit ei animam atque spiritum suum, infirmitate ablata» ed è
stata variamente interpretata, anche con accostamenti all’iconografia
mariana 188. In realtà le ali rendono incongruo tale richiamo, e il colore
scuro della figura richiama piuttosto la sposa del Cantico e ancor più la
terra nigra della prima parabola (ACI cap. 6), mostrandone la glorifica-
zione. Infatti il testo – che a quest’altezza sta descrivendo l’operazione
di inceratio, che si compie nello stadio finale della trasformazione –
appena sopra il punto di inserzione dell’immagine nomina la virtus et
forma metallica nella pietra, richiamando la Turba philosophorum, e subito
sotto paragona questa operazione alla purgatio dell’essere umano nel
giorno della resurrezione («purgatur illa res et post corruscationem
emendatur, quemadmodum post resurrectionem generalem homo for-
tior et iunior fit, quam prius fuit in hoc mundo»). La figura alata e irra-
diante sembra riferirsi alla forza acquisita (la spada nel ventre) e alla
giovanile bellezza, segni della glorificazione della materia 189.

zione metallica» e i due corpi decapitati, che esemplificano la materia da cui i fiori
(teste) si sono distaccati (82-83); ipotizza che la simbologia dell’Aurora consurgens
echeggi motivi dell’alchimia di Zosimo (decapitazione), 84; e indica nel serpente-
demonio dell’iconografia del peccato originale la fonte dell’immagine del «mostro
mercuriale» per concludere che l’immagine è «un’articolata metafora sulla ‘morte’
della materia metallica», 87, mettendo infine a confronto questa immagine con una
delle figure del Libro della Santa Trinità. Obrist, Les débuts, Ill. 70 e pp. 236-37, rileva
invece una metafora cristologica accanto al richiamo alla calcinazione, affermando
che «le programmateur du cycle semble pourtant s’être tourné vers le syncrétisme
religieux pour illustrer la mortification». Fiori d’oro e d’argento sono raffigurati in
una delle miniature del manoscritto Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, BR 52,
f. 286r, in apertura del Rosarius attribuito ad Arnaldo da Villanova.
188. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 80, legge questa immagine come «terra
gravida», considerandola una sintesi iconica della terra nutrice («terra lunata o
dealbata», 89) e del vento nominati nella Tabula smaragdina, mentre Luna-madre sta
sotto i suoi piedi e Sole-padre irraggia da dietro; pur non escludendo una simbo-
logia dei quattro elementi, ritiene si tratti di «una palese derivazione dalla figura
medievale della Virgo gravida», mentre l’oggetto nel ventre, che correttamente
identifica come una spada (correggendo van Lennep e Obrist che vi vedevano un
caduceo; la correzione è confermata dall’esame autoptico di R e L), viene ricon-
dotto alla metafora del gladium denudatum della Turba philosophorum. Obrist, Les
débuts, Ill. 71, torna a più riprese sull’immagine che denomina «Hermès enceint»
(239) e rileva anch’essa la presenza di motivi dell’iconografia mariana, che consi-
dera un puro prestito formale, concludendo che «d’une manière générale, l’ico-
nographie religieuse fournit peu de modèles par rapport à l’astrologie» (241).
189. Questo naturalmente non esclude che l’immagine possa richiamare anche

51
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

• Una figura alata con corpo e testa azzurri, zampe di leone e coda
di serpente, che tiene in mano una freccia; sulla destra della vignetta
un vaso con l’uccello alato e l’uccello senz’ali che formano un circolo
ouroborico. Questa immagine si trova in corrispondenza del penul-
timo capitolo, dove continua l’esposizione delle operazioni alchemi-
che, nella parte che descrive la rectificatio. Mino Gabriele segnala che
i due uccelli nel vaso sono uguali a quelli raffigurati nella tavola fra le
mani del vecchio dell’immagine 10, riferisce la figura al capitolo pre-
cedente e la collega al tema della calcinatio (che in realtà viene ripresa
anche in questo cap. XXXIII), osservando che «la particolare rela-
zione compositiva tra testo e figura non pare del tutto casuale» e indi-
cando in dettaglio una serie di corrispondenze fra motivi iconici e
nozioni alchemiche 190: affermazione con cui concordiamo e che anzi
abbiamo cercato di verificare sistematicamente, trovando per lo più
conferme, in questa rassegna analitica del ciclo di immagini interne al
testo. Tuttavia questo è uno dei casi in cui non si trova un aggancio
testuale preciso, per quanto siano chiaramente riconoscibili i molti
aspetti che collegano quest’immagine al procedimento fondamentale
della calcinazione – operazione che secondo molti autori alchemici
dev’essere ripetuta a vari stadi dell’opera.
• L’immagine che chiude il ciclo è inserita all’interno dell’ultimo
capitolo, che si apre con la lode della quadruplice capacità perfezio-
natrice della tinctura; raffigura luna e sole personificati in atto di legare
il drago sconfitto, ed è inserita in mezzo all’elenco di malattie cura-
bili col prodotto dell’opera alchemica. Anche questa immagine offre
una sintesi del contenuto del capitolo e, piuttosto che un preciso
aggancio testuale, segnala la conclusione del processo operativo di cui
la lotta degli opposti fra loro (Fig. 13) aveva segnalato l’inizio: pas-
sando dalla lotta alla cooperazione senza perdere le rispettive identità,

i quattro principi della Tabula smaragdina, come sostiene Gabriele: le raffigurazioni


alchemiche sono spesso sovradeterminate.
190. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 81 e pp. 91-92. L’autore suggerisce poi
che la fonte di questo secondo ‘mostro mercuriale’ (il primo è quello dell’imma-
gine 30) sia una raffigurazione del pianeta Mercurio che si trova nei codici del De
universo di Rabano Mauro (ivi, nota 257); in tal modo supporta l’affermazione di
Obrist, Les débuts, Ill. 72 e p. 236, che «une figure astrologique, celle d’un décan, a
probablement servi de source d’inspiration pour cette personnification du vif-
argent», che nel lavoro della studiosa era preceduta da alcune osservazioni sulla
simbologia alchemica dell’immagine (la freccia come ignis philosophorum, 221, 242;
la testa di scimmia o di cane del mostro e i suoi piedi di leone, 235) ma non giun-
geva a una precisa proposta di identificazione.

52
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

i due principi (solare e lunare, maschile e femminile) hanno ottenuto


la vittoria 191.

6.3. Quali indicazioni complessive si possono trarre dalla conside-


razione del ciclo iconografico in relazione al testo? In primo luogo si
osserva che l’ordine in cui le immagini si presentano, rigorosamente
rispettato in tutti i manoscritti, è collegato alla suddivisione del trat-
tato in capitoli; la relazione fra immagine e capitolo è costante e
generalmente biunivoca, tranne in pochi casi 192. Nessun elemento del
testo però segnala la presenza o indica la necessità delle immagini,
come invece si riscontra in altri trattati d’alchimia 193; questa osserva-
zione, assieme alla constatazione che il programma del ciclo icono-
grafico è stato evidentemente formulato prestando attenzione ai con-
tenuti testuali, portano a concludere che l’inserimento delle immagini
ha costituito l’ultimo stadio compositivo del trattato.

191. Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 82 e pp. 92-94, richiama, oltre alla tre-
dicesima immagine, un detto attribuito a Ermete nel Rosarium philosophorum del
1550, «Draco non moritur nisi cum frate et sorore sua interficiatur», e sviluppa
un’interpretazione operativa, che tuttavia non ha riscontro nel luogo testuale in
cui l’immagine è inserita. Obrist, Les débuts, Ill. 73 e pp. 198 e 218, ritiene che l’im-
magine significhi che oro e argento sono stati liberati, ovvero riporta solo al piano
metallurgico il successo dell’opera, che nel testo è caratterizzata da un quadruplice
scopo: metallurgico, farmacologico, lapidifico e vetrario (produzione di pietre pre-
ziose artificiali e del vetro malleabile).
192. L’immagine 1 è collocata fra i capp. I e II; la 8 e la 9 si riferiscono
entrambe al cap. IX; la 21, che nei due lati si riferisce a due capitoli consecutivi,
XXI e XXII, è collocata in corrispondenza dell’uno o dell’altro nei diversi mano-
scritti; il cap. XXVIII non ha immagine corrispondente; la 30 e la 31 si riferiscono
entrambe al cap. XXXII. Si noti che i capitoli caratterizzati dalla presenza di due
immagini sono di particolare lunghezza e importanza; e che al contrario il cap.
XXVIII è decisamente breve e strutturalmente simile a quello che lo precede.
193. Il richiamo a schemi concettuali si riscontra in due testi d’alchimia la cui
tradizione manoscritta comprende anche diagrammi di carattere analogico, con
valore di schemi cosmologici e/o operativi: Costantino Pisano (Obrist, Les débuts,
67-116) e il Testamentum pseudolulliano (Szulakowska, «The Tree of Aristotle»; M.
Pereira, «Le figure alchemiche pseudolulliane: un indice oltre il testo?», in Fabula
in tabula. Una storia degli indici dal manoscritto al testo elettronico, ed. C. Leonardi, M.
Morelli, F. Santi, Spoleto 1995, 111-19; Ead., Cosmologie alchemiche, in corso di
stampa negli atti del convegno Cosmologie medievali, Catania 2006). Vicino crono-
logicamente e forse come ambiente di composizione all’Aurora consurgens, il Libro
della Santa Trinità fonde nei motivi araldici e religiosi che ne strutturano il ciclo
iconografico i temi della ricerca alchemica e l’intervento politico-religioso nelle
vicende del suo tempo (Obrist, Les débuts, 117-82). Una via di mezzo fra le due
modalità di illustrazione caratterizza il testo di Gratheus, filius philosophi (cfr. supra,
nota 143), dove l’autore fa frequenti riferimenti alle immagini, non però utiliz-
zandole come supporto all’elaborazione delle teorie, bensì alla trasmissione e alla
memorizzazione di un sapere ormai standardizzato (Obrist, «Visualization», 147).

53
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

Si può certamente convenire con quanto osserva Barbara Obrist


rispetto al carattere poco costrittivo del testo, che concede – anzi, si
potrebbe dire, impone – un ampio margine d’invenzione all’illustra-
tore 194; tuttavia, come abbiamo visto, in molti casi le immagini sono
agganciate al testo come «citazioni visuali», cui aggiungono elementi
non esplicitamente presenti nella pagina scritta, ma identificabili
come traduzioni iconiche di metafore verbali presenti nelle fonti uti-
lizzate dall’autore. Sono infatti prevalentemente le fonti testuali di
origine araba (in primo luogo Senior e Turba philosophorum) che
hanno fornito i motivi sviluppati da chi ha progettato l’illustrazione
del trattato, anche se non si rilevano significative differenze di tipolo-
gia fra le immagini che si agganciano a parole dell’autore e quelle che
trovano il punto di ancoraggio nelle citazioni di auctoritates alchemi-
che arabe. A partire da queste considerazioni, non si può certo esclu-
dere che sia stato l’autore stesso a stendere il programma del ciclo
illustrativo, una volta terminata la stesura del trattato; finora però non
abbiamo alcun elemento per poterlo affermare positivamente, tranne
la mancanza di manoscritti dell’Aurora consurgens non illustrati più
antichi di Rh, che, in quanto argomento ex silentio, non ha alcun
valore di prova 195.
Il programma iconografico non sovrappone al testo scritto una
trama ulteriore e dunque non può essere considerato una traduzione
o «transcreazione»196 iconica del testo; non costituisce una «narra-

194. Obrist, Les débuts, 241, con riferimento all’immagine 6: «Le caractère peu
contraignant du texte permit une composition entièremente picturale des images,
tandis que la composition des images, utilisant toutes les possibilités de la figura-
tion picturale, contribua à son tour à l’indépendance des images par rapport au
text. Ainsi, pour créer une illustration à partir de la maxime «prends-lui l’âme et
rends-lui l’âme», il fallait donner un sujet à l’action et, le choix s’étant porté sur
un chevalier, cette configuration impliquait de nouvelles significations alchimi-
ques et de nouvelles allégorisations qui pouvaient mener loin du text. Cette illu-
stration, qui donne à l’action un sujet et un objet, fut conçue comme une unité
autonome».
195. Per di più non sono disponibili elementi certi di datazione per un mano-
scritto certamente fra i più antichi, P, genericamente datato «XV secolo» nel cata-
logo di Corbett (J. Corbett, Catalogue des manuscrits alchimiques latins, I, Bruxelles
1939, 178-84). In questo manoscritto manca, così come in M (a. 1475) e M1
(1570/90), la storia narrata nell’ultimo capitolo della seconda parte, proveniente da
una non identificata Chronica antiqua Imperatorum; essa è presente invece in tutti i
manoscritti illustrati (Rh, R, L, P1, W, B1) e in C che, come si è visto (supra, nota
124), avrebbe dovuto essere illustrato.
196. La nozione di «transcreazione» è stata proposta ed elaborata in ambito let-
terario per indicare il carattere creativo della traduzione letteraria e poetica,
ovvero l’adattamento del testo alla cultura della lingua in cui viene tradotto, dal

54
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

zione» visuale coerente, come lo sono, per esempio, quella celeberrima


del Rosarium philosophorum o quella del poemetto Sol und Luna, bensì
una serie di spunti e suggerimenti solo in parte correlati fra loro ma
sempre connessi in maniera riconoscibile al testo. È verosimile dunque
che all’origine le immagini avessero primariamente una funzione di
supporto al lettore che volesse localizzare un determinato capitolo nel
manoscritto e/o memorizzarne i contenuti. La funzione svolta dal
ciclo standard nel suo complesso sarebbe allora quella di un «indice
visuale» che, una volta compreso il significato della singola figura, per-
mette di ritrovare l’argomento corrispondente nello scritto 197; fun-
zione non secondaria, anche perché ulteriore conferma della struttura
unitaria del testo, concordemente attestata dai manoscritti.
Sul piano strettamente iconografico si osserva nel ciclo standard la
prevalenza di motivi realistici tanto nella raffigurazione degli esseri
umani che nei dettagli inanimati; elementi propriamente simbolici
compaiono nelle figurine all’interno dei vasi, ma costituiscono il
motivo principale solo in poche immagini, per lo più poste in corri-
spondenza con i capitoli finali più propriamente operativi, dove la
necessità di rappresentare trasformazioni di difficile o impossibile com-
prensione concettuale si riflette nella composizione di quattro figure
completamente elaborate con motivi non realistici. Non furono queste
ultime, tuttavia, a imporsi come motivi principali nella codificazione
dell’iconografia alchemica, che a partire dal XVI secolo si affermò
rispetto alle varie modalità di visualizzazione sperimentate fra XIII e
XV secolo, ma le immagini dei vasi con la raffigurazione simbolica dei
vari stadi dell’opera e in particolare dell’unione degli opposti 198, che

poeta brasiliano Haroldo de Campos, esponente del movimento denominato poe-


sia concreta (Biennale d’Arte Paulista, Sao Paulo 1956). Suggeriamo la possibilità di
utilizzarlo in questo contesto, perché il passaggio dal linguaggio verbale a quello
iconico nell’alchimia avviene, come già abbiamo osservato, in relazione alla diffu-
sione dei testi alchemici in ambienti geografici e sociali nuovi fra XV e XVI
secolo, nel contesto di una profonda transizione e trasformazione culturale.
197. «L’une des fonctions majeures de l’image manuscrite: permettre au lecteur
de se repérer dans le codex qu’il tient en main», annota Isabelle Marchesin a pro-
posito dei commenti illustrati al Cantico dei cantici (cfr. supra, nota 158). E J. C. San-
tos Paz, a proposito delle miniature Liber Scivias di Ildegarda di Bingen nel Rie-
senkodex, scrive che «a la función clarificadora de las ilustraciones se asocia su
valor memorístico o de compendio del texto: una vez atribuito un significado
concreto a una figura, bastarà volver sobre ella para recordar ese mismo signifi-
cado». (J. C. Santos Paz, «Modo de percepción y modo de representación: las Tabu-
lae del Scivias», in Fabula in tabula, 79-98: 92-93).
198. U. Szulakowska, «Patronage in relation to alchemical illustration in the
Early Italian Renaissance: three case studies», Acta Historiae Artium Hungariae

55
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

erano già presenti in un testo precedente l’Aurora consurgens, il poema


in lingua fiamminga redatto dal misterioso Gratheus filius philosophi 199.
Le suggestioni che il lettore odierno riceve, con forza ben maggiore
dalle miniature dell’Aurora consurgens che non dal quasi sconosciuto
poemetto di Gratheus, sono dovute in parte ai valori estetici delle
immagini, largamente note grazie agli studi sul manoscritto Rh (su
questo piano, peraltro, occorrerebbe rivalutare adeguatamente il quasi
gemello R, dove il ciclo iconografico è quasi integro). Per «valori este-
tici» si intende qui la capacità di attrarre l’attenzione dell’osservatore
stimolandolo all’interpretazione, capacità che la considerazione del
rapporto fra testo e immagine non annulla, ma anzi rafforza: le figure
infatti già di per sé richiamano l’attenzione grazie agli elementi inso-
liti, oscuri o ambigui che contengono; ma, quando riconosciamo che
esse hanno un preciso punto di riferimento testuale che però non ne
esaurisce didascalicamente il contenuto, si apre uno spazio ulteriore
alla riflessione sul modo e sulla regola secondo cui sono ad esso cor-
relate 200. Tuttavia la valorizzazione di questo ciclo come codice sim-
bolico sembra essere un dato recente, in gran parte legato al fatto che
la qualità sapienziale del testo della prima parte, collegata alla tradi-
zionale attribuzione a Tommaso d’Aquino, ha offerto ampio materiale
all’interpretazione psicologico-archetipica di C. G. Jung e M. L. von
Franz, portandoli a mettere in luce il nesso fra le tematiche alchemi-
che e il motivo della Sapienza, anche se con intento, modalità e svi-
luppi ben diversi da quelli della presente indagine.

(Akadémiai Kiadó, Budapest), 35 (199-92), 169-80: 170: «The alchemical icono-


graphical scenario remained unstable throughout the fifteenth century. New ima-
ges were continually employed. Even the printed editions from the sixteenth cen-
tury, which caused the repertoire to stabilize significantly, could extend visualiza-
tions to epic proportions of novel, imaginative excess»; Obrist, «Visualization»,
Conclusion; dove sottolinea anche che «literary documents with this type of visual
forms increasingly divorced from practice».
199. Ibid., 147; nel manoscritto di Gratheus «depicted within glass vessels, the
principal metaphorical motif became the union of opposite principles, male and
female, in the form of a queen and a king and their subsequent procreation». Cfr.
supra, note 143, 193.
200. U. Eco, Trattato di semiotica generale, Milano 1985, 329-31. Dopo aver richia-
mato da R. Jakobson la definizione operativa della funzione poetica di un messaggio
nel suo essere ambiguo e autoriflessivo, U. Eco prosegue: «Dal punto di vista semio-
tico l’ambiguità è definibile come violazione delle regole del codice […]. L’ambiguità
è artificio molto importante, perché funziona da vestibolo all’esperienza estetica:
quando, anziché produrre puro disordine, essa attira l’attenzione del destinatario e
lo pone in situazione di «orgasmo interpretativo», il destinatario è stimolato a inter-
rogare le flessibilità e le potenzialità del testo che interpreta come quelle del codice
a cui fa riferimento». Sull’irriducibilità del visivo al verbale e viceversa v. J. J.
Wunenberger, Filosofia delle immagini (1997), tr. it., Torino 1999, § 27.

56
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

7. Obscura sapientum vera figura

L’accostamento fra alchimia e Sapienza, che come abbiamo visto


emerge in diverse delle immagini interne al testo, è anche e soprattutto
la trama e il punto d’arrivo del «prologo iconico» dell’Aurora consur-
gens, come abbiamo definito le quattro immagini a tutta pagina che
precedono il trattato: si tratta delle due celeberrime figure dell’erma-
frodito e della «scimmia musicante», e di due ulteriori immagini che –
cadute in Rh – sono però tramandate da R, che le riporta alle pp. 3 e
4 201. Queste immagini preliminari, e non solo le prime due (le uniche
fin qui prese davvero in considerazione dagli interpreti), sono di natura
tale da richiedere, e anzi imporre, un’interpretazione simbolica. Ma la
loro simbologia è stata finora esaminata senza dare particolare rilievo
alle scritte poste attorno alle figure, che invece ne permettono un’in-
terpretazione complessiva unitaria imperniata sul carattere oscuro, la
difficoltà e la natura artificiale dell’opera alchemica. Per questa ragione
riportiamo di seguito i testi, descrivendone la collocazione rispetto alle
immagini quale risulta dal confronto fra i manoscritti R e Rh per le
prime due, dal solo R per la terza e la quarta 202:
• Un ermafrodito a tre gambe con aquila azzurra. La parte sinistra
della figura ha tratti femminili ma è dotata di fallo (chiaramente raf-
figurato in R 203, cancellato malamente con tratti di penna in Rh) e
tiene in mano un pipistrello; la parte destra ha tratti maschili, si intra-
vedono i genitali femminili (un guasto provocato dai tarli nel ms ha
colpito questo particolare, che in Rh è stato coperto con una specie
di raddoppio della coda dell’aquila), e ha in mano una lepre 204.

201. Tutte e quattro le immagini si possono vedere anche nei mss L e W e, in


posizione diversa, in G (1, stemma dell’arte; 2, allegoria della Sapienza; 28, erma-
frodito; 29, scimmia musicante); B1 conserva solo l’immagine dell’ermafrodito; P1
riporta l’arma artis, l’ermafrodito e la scimmia musicante.
202. In L (e in P1 limitatamente alle immagini presenti) le scritte sono presenti
in due versioni, latina e tedesca, ma il loro impagino è diverso, più semplice
rispetto all’elaborato rapporto immagine-testo nei codici più antichi. Le immagini
sono prive di scritte in B1 e W.
203. Anche in L l’ermafrodito mostra questo scambio di attributi sessuali. In W
i genitali delle due figure sono illeggibili (almeno nella riproduzione fotografica:
questo ms non è stato esaminato in loco). La riproduzione a colori da Rh si trova
in Obrist, Les débuts, Ill. 36 e in Gabriele, Alchimia e Iconologia, fig. 57 (la stampa è
speculare rispetto alla pagina del manoscritto).
204. Gabriele, Alchimia e Iconologia, 52, spiega la scelta dei due animali nelle
mani dell’ermafrodito con la natura ambigua attribuita a entrambi nelle fonti
tardo-antiche (Macrobio, Donato, Nonio) e, richiamando varie parti del testo del-

57
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

(in alto): «Hec est obscura sapientum vera figura»; (sul margine
interno/destro): «In qua profunda 205 stat philosophia fecunda / que
fallit stultos sua per problemata multos»; (in basso) «Argentum vivum
volucrem tu dic fugitivum» / «Solaris humor mas est sed femina
luna»; (sul margine esterno/sinistro) «Si tria defendis tunc omne vola-
tile prendis».
Gli aspetti salienti di quest’immagine, che mediante i colori e i due
animali prescelti denota in termini notturni e lunari la profunda philo-
sophia fecunda, sono lo scambio di attributi sessuali fra maschio e fem-
mina e l’allusione alla triplice umidità (che verrà richiamata esplicita-
mente anche nelle scritte della figura successiva): l’argento vivo, il
solaris humor e la tradizionale umidità femminile della luna; mentre la
posizione dell’aquila-argento vivo, che abbraccia entrambi gli altri
principi, sembra un richiamo al mercurio come unica materia dell’o-
pera alchemica. I problemata alludono allo stylus problematicus (cui è
dedicato il sesto capitolo della seconda parte), che trae in inganno gli
stolti. Occorre infine sottolineare che questo ermafrodito è molto
diverso da quello del Libro della Santa Trinità sotto vari di vista: in par-
ticolare, in quest’ultimo è netta l’identità sessuale delle due parti
(pudicamente ma non ambiguamente rappresentata attraverso il
colore delle vesti e i tratti del volto), manca la terza gamba, l’elemento
unificante è la corona e non l’aquila azzurra 206.
• La seconda immagine raffigura una creatura composita antropo-
teriomorfa con una testa forse di scimmia 207 e una nera testa di
corvo; il torso è un grosso pesce squamoso con la bocca posta in cor-
rispondenza dei genitali; un braccio è umano, l’altro è una zampa di

l’Aurora consurgens, ritiene l’immagine «una sintesi iconica in cui il lapis viene sim-
bolicamente testimoniato nei suoi due principi (maschile/femminile), nelle tre
componenti (corpo/spirito/anima) e nei due stati (fisso/volatile).
205. Un guasto provocato dai tarli ha eliminato la gran parte della parola in R.
206. Un vero e proprio pezzo virtuosistico è l’interpretazione che Obrist (Les
débuts, 209-12) dà dell’ermafrodito dell’Aurora consurgens, mostrando come, qualora
non si tenga conto del testo, un’immagine alchemica può essere liberamente e
plausibilmente interpretata a partire da qualsiasi assunto: la studiosa dichiara che
questa immagine è in stretto collegamento con la tavola di Senior e con la Tabula
smaragdina e costruisce un ampio discorso sul tema dell’alto e del basso, centrato
su un aspetto indubbiamente presente (l’aquila in alto, lo stormo di uccelli caduti
in basso), ma sicuramente non unico e, dato il carattere volutamente ambiguo e
perturbante della figura, forse non quello principale.
207. La testa, che per Obrist – seguita da Gabriele – è di scimmia e per
Dvořák, Matĕjka, Der Politische Bezirk Raudnitz è una testa di morto (Totenkopf),
sembra in R avere tratti umani, che la caratterizzano comunque in modo diverso
da un cranio (capelli, orecchie).

58
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

aquila; due delle tre gambe sono di animali (cavallo e pesce), mentre
la terza gamba posta in mezzo è un covone di grano. Lo strano essere,
utilizzando un serpente come archetto, suona un grosso granchio
tenuto come uno strumento ad arco; a destra una civetta suona uno
strumento a fiato 208. Le scritte che circondano la figura sono le
seguenti:
(in alto a sinistra): Solubile corpus iunctum spiritui / «Unionem sen-
tiunt virtute triplicis humiditatis» 209
Prima aerea combustibilis mercurialis / Secunda aquea scilicet vapor luna-
ris / Tertia ignea scilicet liquabilitas solaris; in entrambi i mss a destra di
queste tre linee di testo unite da tratti di penna si legge: elementa
humiditas; (sul margine esterno/destro): «Fidibus tu patulas si cancri
gesseris nostri» / «tria tua corisando mea sibi bursa retentat»; (in
basso): Perfectam formam fatuorum practica cuique / infatuas norma contra
naturam 210 sensuum tibi quinque; (a sinistra): «Fistula dulce canit mihi si
non crede kathoni» / «dum lira dulcissono carmine prodit aves».
Mino Gabriele spiega dettagliatamente l’immagine come una raf-
figurazione dell’alchimia ingannatrice (simia naturae), a partire dalla
suggestione primaria della testa di scimmia e legge nell’ultimo distico
la spregiudicatezza dell’alchimista che rischia consapevolmente la
dannazione seguendo il dolce suono della «lira». I testi che accompa-
gnano questa immagine sono particolarmente oscuri (anche perché
difficili da leggere per guasti materiali), ma non sembrano esservi
dubbi sul ruolo centrale anche qui attribuito alle tre umidità. Sembra
che la strana, artificiosissima composizione, alluda alla necessità di
andare oltre i cinque sensi per cogliere il «problematico» sapere alche-
mico: ricordiamo che la civetta, emblema della visione notturna,
compare nella terza immagine del ciclo standard, in compagnia del
profeta Mosè 211.

208. In R sono state aggiunte alcune scritte sullo sfondo rosso; sopra la testa:
sublimator; sopra l’uccello nero: caput corvi; sulla gamba di destra: Mars; fra la gamba
di mezzo e quella di sinistra: equino iles (sic).
209. In R le due righe sono state unite a sinistra con due tratti di penna e la
scritta: Ypocras.
210. R legge: normam naturam.
211. In R il verso del foglio contenente questa immagine riporta un breve
testo in prosa e alcuni versi che non hanno riscontro in nessuno degli altri mano-
scritti: «Dictum Gratiani art. Incontinenti cum miscueritis has res, scilicet aquam
permanentem cum nostro ere vel masculum cum femina vel regem cum regina et
solem cum luna lucida, tunc apparebit vobis nigredo, ita quod totum erit nigrum.
Custodite hanc rem vilem, quoniam ex ea est opus nobile. Cum ex me sole et
sorore eius, scilicet luna, crescit gradus nostre prudencie et non cum aliquo alio

59
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

• L’immagine successiva 212 raffigura lo stemma dell’alchimia (Arma


artis): uno scudo azzurro su fondo rosso, con celata grigia con fregi
azzurri sormontata da una corona d’oro e da un sole d’oro; lo scudo
è duplice: sulla parte esterna, che si può sollevare come uno sportel-
lino, sono raffigurati in oro tre piccoli volti rotondi (le fasi della luna
ovvero le tre humiditates), mentre sulla parte interna, che si vede sol-
levando l’esterno, è raffigurato in oro il sole iraggiante 213. Le scritte
che accompagnano la figura dell’arma artis sono:
(in alto): «Ut ver dat florem, flos fructum, fructus odorem» / sic stu-
dium morem, mos sensum, sensusque honorem; (in basso): «Sunt artis arma
que cernis philosophie».
Il significato che si coglie nella raffigurazione dello stemma è il
dinamismo di esterno-interno, visibile-nascosto, che rinvia alla strut-

ex nostris filiis, scilicet metallis aliis. Ego enim, scilicet sol, sum sicut semen semi-
nanti, quoniam quodlibet individuum multiplicat formam sue speciei et non alte-
rius generis nec diversi etc. Et hoc est illud quod philosophi vocaverunt saturnum,
idest plumbum nigrum». (I versi che seguono sono trascritti al centro del foglio
in inchiostro molto chiaro, poi di nuovo in basso a sinistra in inchiostro normal-
mente scuro): «Ad bonam pastam utaris aqua que maria (agg. sopra: farina) / nec-
non fermentum modo simili lapide nostro / hec tria reperies fere duas consimiles
/ est in mercurio secretum reliquo nullo. / Mortificat sese saylac et vivificat se /
nam metallorum cunctorum extat origo / ex quibus constant et resolventur
metalla / vivis principium hoc constat et est mediator / extrahit, inducit, animam
suo corpore figit, / putrescit leviter, tribuit bonum tibi pondus. / Efficitur tale
cum permiscetur et ipse / qualis mercurius cum servias talia metads (corr. sopra:
metram) / in quo dum moritur semen fructus dare fertur».
212. In L questa immagine è la prima della serie ed è accompagnata da tre
testi, il primo dei quali in versi: «Hec ars est rara brevis atque levis quoque kara /
Ars unam petit rem quam quivis bene noscet / Hanc optant plures rem res est
tamen una / Illi (Illa?) (terre?) similis est / est precio quoque vilis / Ars contem-
nenda nam proficit illa stupenda / Terra dum calcatur tamen cinis […] adamatur
/ Tinctorea fundi querit ut pars incolita mundi / Iungit dumtaxat fundit purgat-
que decorat / Efficitur operatum proprio sudore renatum / Ars et natura linpham
rebis extrahit extra / Hec sunt subiecta quis gaudebit sinere (nupta?) / Quatuor
ex uno fiunt et quatuor unum / Et siquidem nostram linpham suam maris ostium
/ Hec si sint una non maioris mundi minora. Segue: Cinis a cinere extractus / ex
quo lapis est factus / Semina(t) aurum in terram foliatam Alchimia». Segue infine
il distico riportato anche in Lobk.
213. Obrist, Les débuts, Ill. 38 e p. 216. Questo stemma non ha nessuna relazione
con quello tracciato a piena pagina a p. 178 di R (stemma del conte di Plavna o
Plauen) né con quello incollato all’interno del piatto posteriore (stemma del conte
di Törring), che rientrano fra le attestazioni di possesso del manoscritto; sullo
stesso foglio la data 1507, aggiunta dalla mano di un lettore e/o possessore del
manoscritto che ha vergato anche diverse note sui margini. Cogliamo qui l’occa-
sione per ringraziare vivamente la responsabile dell’archivio della collezione
Lobkowitz di Roudnice a Nelahozeves Zamek (CZ), Sona Cernočka, che ci ha
offerto un notevole aiuto sia nella consultazione del manoscritto (effettuata da M.
Pereira nel dicembre 2006) sia con indicazioni bibliografiche e successive verifiche.

60
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

tura fondamentale dell’opera alchemica, mentre il distico in alto ne


richiama le tappe: studium, ovvero la conoscenza teorica che introduce
alla pratica, mos, che a sua volta produce la comprensione del sensus e,
tramite questa, permette di ottenere il risultato che conferisce hono-
rem. L’intreccio dinamico fra teoria e pratica che caratteristica l’epi-
stemologia alchemica è reso con sintetica efficacia.
• L’ultima delle immagini a tutta pagina è una vera e propria alle-
goria della Sapienza, raffigurata secondo una tipica iconografia
mariana 214, mediante la quale il prologo visuale si collega all’inizio del
trattato (cui rinviano le scritte nei cartigli) e, mostrandone la centra-
lità di senso, alla settima parabola costruita sul testo del Cantico dei can-
tici, nella cui tradizione di commenti medievali era stato più volte
operato l’accostamento della Sulamita alla Vergine Maria 215. La Sa-
pienza alchemica personificata è rappresentata come una figura fem-
minile su fondo rosso, vestita di verde con decorazioni dorate e manto
blu all’esterno, bianco all’interno, sotto il quale trovano riparo quat-
tro uomini a sinistra (tre in piedi e uno inginocchiato) e quattro a
destra (in piedi). Regge diversi cartigli con scritte: quella nel cartiglio
tenuto dalla mano destra è completamente illeggibile; nel cartiglio
tenuto dalla mano sinistra si legge: gloria et diviciae 216. Il cartiglio sopra
la spalla destra (proveniente, sembra, dalla bocca), è anch’esso quasi
illeggibile ed è ripetuto sia in bianco sia da una mano diversa sul mar-
gine esterno del foglio: «Venite fili, audite me, scientiam domini
docebo vobis» 217. Infine c’è un cartiglio in basso, tenuto dalla figurina
di uomo inginocchiato, con la scritta in bianco nel cartiglio, anch’essa
ripetuta sotto: Ave Maria Christi mater: quest’ultima scritta rende espli-
cita la convergenza fra la figura della Sapienza e la figura della Vergine
Maria, che abbiamo già rilevato.

214. Vergine regina: cfr. M. Warner, Sola fra le donne. Mito e culto di Maria Ver-
gine (1976), tr. it., Palermo 1980, 146.Vergine delle grazie: una raffigurazione tipo-
logicamente e cronologicamente vicina (a. 1437) è la pala di Giovanni di Paolo,
Siena, Chiesa dei Servi.
215. Matter, Il Cantico Materiale; Ead., The voice of my beloved.The ‘Song of songs’
in Western Medieval Christianity, Philadelphia 1990; A.W. Astell, The Song of Songs in
the Middle Ages, Ithaca-London 1990.
216. Questa scritta è ripetuta parzialmente in bianco fuori dal cartiglio e
riscritta sul margine interno del foglio dalla mano B (cfr. descrizione del mano-
scritto in appendice), che la completa: «Gloria et diviciae in domo eius». Cfr.
Aurora consurgens cap. 1, ed. von Franz, 34, ll. 23-24: Longitudo dierum et sanitas in
dextera illius, in sinistra vero eius gloria et divitiae infinitae.
217. Ibid., 32, ll. 10-11, «Venite (ergo) filii, audite me, scientiam Dei docebo
vobis».

61
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

Sul margine superiore del foglio si legge: «Qui saciari velint


sapientie flumine miro» / «se michi 218 suffimbrient rogitantibus flu-
mina 219 spiro» / «increata patent contenta machina giro» / «sum quo-
que virgo mater gño 220 castissimo viro».
Come si può constatare, il rapporto fra testo e immagini in questo
«prologo iconico» è rovesciato rispetto a quello che caratterizza le
figure del ciclo standard: sono le immagini a prevalere, trasmettendo
inequivocabilmente una richiesta di interpretazione, cui i brevi ed
enigmatici aforismi in prosa e in versi rispondono, costituendo in un
certo senso delle didascalie che tuttavia non svelano integralmente,
ma offrono soltanto un primo approccio alla decifrazione del signifi-
cato simbolico delle complesse e inusuali composizioni riguardanti
l’ermafrodito e la «scimmia musicante», così come dello stemma
manifesto e occulto e dell’ultima immagine di carattere sacrale, che
solo in apparenza è più semplice delle altre ma, come e forse più di
queste, risulta simbolicamente sovradeterminata.
Il messaggio che la sequenza delle immagini trasmette è che la
sapienza alchemica, per quanto oscura e ambigua (1), artificiale e dun-
que incomprensibile se affrontata a partire dai dati della conoscenza
sensibile (2), sarà ottenibile soltanto da chi si disponga allo studio del-
l’arte (cui invita il distico che accompagna 3) e in tal modo riuscirà a
comprenderne la valenza sacra (4). Un messaggio significativamente
coerente con l’approccio che all’alchimia offre la maggior parte dei
testi impegnati sul piano teorico ed epistemologico, dal Testamento di
Morieno a quello pseudo-lulliano, dalla riflessione di Bacone e
Alberto Magno a quella di Geber latino (il francescano Paolo di
Taranto) e Pietro Bono; e gli esempi si potrebbero moltiplicare.

8. Un’ipotesi sulla committenza

La produzione di un manoscritto miniato era, nel XV secolo, un


impegno molto costoso e poco compatibile sia con i tratti dell’alchi-
mista pratico, dedito alla ricerca di laboratorio, sia con quelli dell’al-
chimista filosofo, chino sui testi della tradizione; l’emergere di cicli
d’immagini alchemiche in quest’epoca si lega più verosimilmente,

218. L: demissi.
219. R: fulmina, sembra un errore di trascrizione.
220. L: «Dum quoque virgo mater iungitur».

62
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

come abbiamo visto, con la diffusione delle ricerche sulla trasmuta-


zione in ambienti nuovi, soprattutto in quelli di alto livello sociale
come le corti, in cui una forte curiosità per l’alchimia poteva incon-
trarsi con la consuetudine alla fruizione di immagini, con la spregiu-
dicatezza nel progettare una visualizzazione del discorso alchemico, e
con la disponibilità economica per farlo 221.
Se accostiamo queste considerazioni di ordine generale alla forte
valorizzazione dell’elemento femminile nel ciclo iconografico del-
l’Aurora consurgens, che asseconda le caratteristiche sapienziali, materne
e soccorrevoli attribuite all’alchimia nel trattato, e se consideriamo da
vicino l’epoca di redazione dei manoscritti illustrati più antichi, pos-
siamo arrivare a formulare un’ipotesi – nient’altro che un’ipotesi, per
ora, ma che speriamo possa aprire la strada a più approfondite ricer-
che. È infatti nella prima metà del ’400, per l’esattezza dal 1409 al
1451, che Barbara di Çelje (o von Cilli, come la denomina la storio-
grafia tedesca 222), nota per i suoi interessi astrologici e alchemici,

221. Sulla diffusione dell’alchimia nelle corti v. Ch. Crisciani, «Alchimia,


alchimisti e corti nel tardo medioevo: documenti e racconti», Micrologus, 15 (in
corso di stampa). Sulle condizioni e la rilevanza della committenza alchemica nel
’400 v. Szulakowska, «Patronage». L’autrice, una storica dell’arte, scrive (172):
«Alchemical illustration may have been a very particular type of alchemy which
was in demand by some patrons, but not by all … In that illustration would have
been expensive, a text is unlikely often to have been illustrated as a random choice
by the scribe of an earlier text. Financial sponsorship and fore-thought would
have been more necessary in the case of an illustrated codex than in one consist-
ing of text alone. In the examination of visual imagery it is essential to ask ques-
tions about patronage in order to determine its full meaning. Further, in that
alchemical cycles are so irregular in their iconography in the fifteenth century, it
would seem that an artist and patron would have an unusual degree of freedom in
the choice of images, more so than with a religious commisiion, or even in one
involving the antique revival of the early Renaissance». Dal suo specifico punto di
vista, U. Szulakowska avanza una critica simile a quella da novi avanzata (cfr. sopra,
nota 28) nei confronti dell’idea di B. Obrist, che l’iconografia alchemica nasca
come volontà di occultamento dell’alchimia, affermando che invece, proprio dallo
studio della Obrist, si può trarre la conclusione che «a new type of alchemy came
into existence in the early fourteenth century which, through illustration, was
especially closely related to the individual alchemist-patron» (ivi), concludendo
che «it is not entirely possible to concur with Obrist in her argument about the
defensive polemical strategy of alchemical illustration in the face of attacks from
scholastic logic» (180).
222. Barbara di Çelje (ca. 1390-1451) proveniva dalla famiglia dei conti di Cilli
(Çelje), cittadina della bassa Stiria prossima a fonti termali (Christian Wilhelm von
Eyben, Chronica der Edlen Grafen von Cilli, in S. F. Hahn, Collectio monumentorum
veterum et recentium ineditorum ad fidem manuscriptorum, 2 voll., Brunswick 1724-
1726; cfr. F. X. Krones von Marchland, «Die Cillier Chronik. Kritische Untersu-
chungen ihres Textes und Gehaltes», Archiv für Kunde österreichischer Geschichtes-
Quellen (Vienna.-Oesterreichische Akademie der Wissenschaften) Bd. 50 (1848);

63
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

giocò nell’Europa centrale un ruolo di primo piano – e non immune


da controversie – come seconda moglie di Sigismondo IV, su cui eser-
citò una notevole influenza politica, e poi come sua influente vedova.
L’interesse per l’alchimia, per quanto contribuisse a conferirle una
pessima fama (sembra sia stata descritta dall’alchimista Jan von Laasz
come malvagia, atea e falsaria 223), era ampiamente condiviso dalla

C. S. Paltauf, Das Landshaftliche Mineralbad Neuhaus bei Cilli in Steiermark, Wien


1871). Figlia di Ermanno II e di Anna, contessa di Schaunberg, sposò il re d’Un-
gheria Sigismondo – figlio dell’imperatore Carlo IV – nel 1408, dopo la morte
della prima moglie Maria d’Ungheria; la stessa Barbara era imparentata per linea
paterna con Stefano V d’Ungheria e le seconde nozze rafforzarono l’instabile posi-
zione dinastica di Sigismondo. Nel 1410 Sigismondo divenne imperatore, succe-
dendo al fratellastro Venceslao; in questa veste esercitò un ruolo centrale nel con-
cilio di Costanza (1414-1418) e nella lotta contro Jan Hus e i suoi seguaci.Venne
incoronato nel 1433 dal papa Eugenio IV; nel viaggio verso Roma insieme a Bar-
bara sostò alcuni mesi a Siena (alcune notizie su Barbara provengono da E. S. Pic-
colomini, cit. in J. K. Hoensch, Kaiser Sigismund. Herrscher an der Schwelle zur Neu-
zeit, 1368-1437, München 1996, 136, 464, 495-99). La figlia di Sigismondo e Bar-
bara, Elisabetta, sposò Albrecht, primo imperatore della dinastia Asburgo (dal 1438-
1439), la cui elezione al trono imperiale era stata tuttavia contrastata da Barbara
che, alla morte di Sigismondo (1437), aveva sostenuto la candidatura del figlio del
re di Polonia, Casimiro IV Jagellone. Cfr. H. Chilian, Barbara von Cilli, Diss., Leip-
zig 1908; H. Dopsch, «Die Grafen von Cilli. Ein Forschungsproblem?», Südostdeut-
sche Archiv, 17/18 (1974-1975).
223. Non è stato fin qui possibile trovare un preciso riscontro a questa notizia,
riportata da Obrist (Les débuts, 125) sulla base di fonti secondarie (fra cui L.
Thorndike, A History of Magic and Experimental Science, IV, 341). Secondo Fergu-
son, Bibliotheca Chemica, II, 10-11, la notizia deriva da una fonte seicentesca,
Petraeus editore di Basilio Valentino, Chymische Schriften, Hamburg 1677, che nel
prologo sostiene che la storia dei rapporti fra von Laasz e Barbara è riportata in
un manoscritto membranaceo del 1440 contenente la Via Universalis dello stesso
von Laasz; nota ancora Ferguson che questo racconto non si trova nell’edizione a
stampa della Via Universalis o Tractatus Aureus de Lapide Philosophorum, stampato nel
Theatrum Chemicum di Zetzner, IV, 1659, 579-84, ma lo sintetizza così: «Petraeus is
who is responsible for further account of Laaz. After having learned all he could
from Antonius of Florence he travelled – as so many others did – to visit other
alchemists, and in the course of his journeyings he came into contact with Bar-
bara, second wife of the German emperor Sigismund, who died in 1437. She lea-
ved a very scandalous life – people compared her with Messalina – and her favou-
red occupation was alchemy, in which she passed off juggling tricks as genuine
cases of transmutation. De Lasnioro (von Laaz) neither deceived himself nor tried
to cheat others into a belief in transmutations that were only shams, and he does
not seem to have hesitated to say what he thought about Barbara’s prestidigita-
tions. He says she made false gold which would not stand the tests, and cheated
many merchants, and when he witnessed the deceptions he spoke out: ‘correxi
eam verbis’. Then naturally: ‘Illa autem voluit me incarcerare, sed discessi ab ea
cum pace, quia Deus iuvit me’». Nel testo edito in Theatrum Chemicum, in effetti,
il racconto non c’è, ma vi si trova un piccolo indizio interessante in relazione alla
presunta paternità tommasiana dell’Aurora consurgens (o meglio, di scritti alchemici
in generale); infatti von Laasz, dopo aver rimproverato gli alchimisti che praticano

64
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

nobiltà dell’impero: in particolare va sottolineato il suo legame con


Federico di Brandeburgo, dedicatario del Libro della Santa Trinità e
padre di Giovanni detto «l’alchimista». Ed è in singolare sintonia con
la passione alchemica di Barbara il fatto che l’anno successivo alle loro
nozze Sigismondo abbia fondato un ordine cavalleresco nuovo, l’Ordo
equestris Draconis Hungariae che, ideato soprattutto in funzione della
lotta contro gli hussiti e contro i turchi, ebbe come simbolo un
motivo iconografico tipico dell’alchimia, l’ouroboro 224.
La connessione fra il Libro della Santa Trinità e la corte boema è
ampiamente documentata e si inserisce nel contesto di diffusione del-
l’alchimia nell’Europa centrale fra Tre e Quattrocento 225; e sicura-
mente l’Aurora consurgens presenta somiglianze e differenze rispetto al
trattato attribuito al francescano spirituale anti-hussita Ulmannus, o
Alamannus. Elementi non secondari segnalano infatti una vicinanza
dei due scritti: innanzitutto la cronologia, dal momento che i mano-
scritti illustrati più antichi dell’Aurora consurgens, quello conservato a
Zurigo (Rh) e quello della collezione Lobkowitz (R), risalgono alla
stessa epoca del Libro della Santa Trinità o a un’epoca molto vicina 226;

de aliis trufis, scrive: «O quam sanctum est sequi Hermetem, et Thomam de


Aquino, et alios philosophos modernos» (582).V. Karpenko, Bohemiam nobility and
alchemy, riporta la stessa indicazione di Ferguson, ma con la data di stampa Ham-
burg 1740 (forse una riedizione), senza segnalarne la pagina. Un controllo sulla
rara edizione curata dal Petraeus, effettuato per noi da Gabriella Zuccolin sull’e-
semplare conservato alla British Library, non ha trovato quanto segnalato da Fer-
guson. Ringraziamo di cuore la nostra giovane amica per l’impegno profuso in
questo compito arcano.
224. L’ordine fu sciolto nel 1437, alla morte di Sigismondo. Una raffigurazione
del simbolo su una piastrella da stufa con tale simbolo è conservata nella colle-
zione del castello di Český Krumlov (CZ) ed è visibile on-line (www.ckrum-
lov.cz/de/zamek/oinf/t_gotkac.htm).
225. Obrist, Les débuts, 122-26, con la constatazione conclusiva che «Les pre-
miers manuscrits alchimiques enluminés apparurent en Allemagne au moment où
des princes et des nobles commencèrent à pratiquer eux mêmes l’alchimie». Una
conferma della vasta diffusione dell’alchimia in Germania e nei territori limitrofi
nei primi decenni del ’400 viene da un manoscritto appartenuto a Nicola Cusano,
lo Harley 5403, che riporta ricette attribuendole a personaggi tedeschi noti e
ignoti (cfr. H. J. Hallauer, Kritisches Verzeichnis der Londoner Handschroftem aus dem
Besitz des Nikolaus von Kues. Fünfte Fortsetzung, Cod. Harl. 5403. Sammlung alchemi-
stischer Schriften, MFGH 15, 1982, 43-57).
226. Obrist, Les débuts, 188-89: «Alors que le style international de l’exemplaire
de Zürich permet de dater ce document de la deuxième décennie, la copie de
Prague est du deuxième quart, ou plutôt du milieu du XVe siècle». Un’ispezione
autoptica di R mostra un’accentuata vicinanza con Rh: i due codici hanno lo
stesso formato, la stessa paginazione molteplice, lo stesso stile di esecuzione delle
immagini, quasi identiche; non tuttavia la stessa scrittura, tanto da suggerire un’e-
secuzione «in serie», ovvero per un’unica committenza.

65
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

inoltre la prima parte dell’Aurora condivide con lo scritto di Ulman-


nus lo «stile parabolico», poiché anche nel Libro della Santa Trinità si
riscontra una vera e propria fusione del discorso alchemico con
quello religioso (di carattere profetico, però, e non sapienziale),
imperniato sul motivo cristologico e mariologico, mediante cui viene
«provata» la verità dell’alchimia 227. L’ultimo elemento di vicinanza
concerne proprio l’iconografia: si tratta dell’immagine dell’ermafro-
dito, di cui nel Libro della Santa Trinità troviamo la prima attestazione
in ambito alchemico 228 e che, per quanto con attributi mutati, ritro-
viamo nel «prologo iconico» che è presente in tutti i manoscritti illu-
strati dell’Aurora 229. Fra i due testi vi sono tuttavia molte differenze,
due delle quali fondamentali: il motivo biblico centrale dell’Aurora
consurgens non è infatti cristologico e mariologico come quello del
Libro della Santa Trinità, ma sapienziale con sfumature mariologiche (e,
come si è notato in relazione alle immagini 8 e 10, l’elemento cristo-
logico compare soltanto attraverso il tema dell’Annunciazione); e
mentre il Libro della Santa Trinità utilizza le immagini sacre in primo
luogo per collegare l’alchimia al profetismo religioso anti-hussita, per
quanto non disprezzi la possibilità di dimostrare per loro mezzo la
validità delle dottrine o della pratica trasmutatoria 230, l’Aurora consur-
gens sembra piuttosto lavorare in base al principio ermeneutico di
«equivalenza espressiva» fra alchimia e Sacra Scrittura. Questo induce
a leggere soprattutto nella prima parte del testo una concezione teo-

227. Obrist, Les débuts, 140: «le langage prophético-politique, moral et mystique,
devient le système métaphorique exprimant le contenu alchimique»; Junker, nel-
l’introduzione all’edizione del testo, conferma questa interpretazione, dandone una
connotazione negativa (Das ‘Buch der Heiligen Dreifältigkeit’, in part. 72-73, dove
considera il testo opera di un Geisteskranken, che ha perso il senso della realtà).
228. Su questo l’analisi di B. Obrist (Les débuts, 152-58) è molto dettagliata,
complessivamente convincente e, contrariamente a quanto avviene nel caso delle
immagini dell’Aurora, condotta con attenzione al raccordo fra l’immagine e il
testo che l’accompagna. Nella tradizione testuale alchemica la nozione di erma-
frodito sembra giungere con una riflessione di Alberto Magno, derivata dal De
plantis pseudoaristotelico e ripresa da Pietro Bono (ibid., 158). Sull’ermafrodito
alchemico, ma senza significativi apporti sull’origine del motivo, v. A. Aurnham-
mer, «Zum Hermaphroditen in der Sinnbildkunst der Alchemisten», in Die Alche-
mie in der europäischen Kultur- und Wissenschaftsgeschichte, ed. C. Meinel, O. Harras-
sowitz, Wiesbaden 1986, 179-200.
229. Ibid., 156. Obrist sottolinea che, nella tradizione successiva, «c’est l’her-
maphrodite du Livre de la Sainte Trinité qui a remporté le succès»: infatti è questo
il modello che viene ripreso nel celebre ciclo del Rosarium philosophorum edito da
Cyriacus Jakob nel 1550 e in diversi cicli successivi.
230. Cfr. per es. ibid., 167 «L’illustration du couronnement de la Vierge montre
comment recomposer les quatre ou sept éléments isolés par la distillation».

66
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

logica eterodossa centrata sul principio femminile divino che la


Sapienza incarna, il che potrebbe spiegare perché Barbara fosse giudi-
cata dal von Laasz addirittura «atea» 231.Vicinanza e differenze fra i due
testi sono del tutto compatibili con l’ipotesi di committenze molto
vicine sociologicamente, culturalmente e anche personalmente (il
committente del Libro della Santa Trinità, Federico di Brandeburgo,
ebbe rapporti molto stretti con Barbara di Çelie, suscitando i sospetti
di Sigismondo), ma connotate dalla più basilare delle differenze,
quella di genere.

9. Postilla. Interpretare l’iconografia alchemica

Dopo aver esaminato, sia pure sommariamente, il complesso delle


immagini che accompagnano il testo dell’Aurora consurgens, occorre
precisare come questa riflessione si collochi in rapporto alla questione
generale dell’interpretazione delle immagini alchemiche. L’estrema
libertà ermeneutica praticata negli studi d’impianto tradizionale,
ripresa in diversi studi storico-artistici e nella letteratura di apparte-
nenza o derivazione junghiana, ha offerto e continua a offrire una
straordinaria gamma di suggestioni sfruttate in ambiti molto diversi,
dall’arte contemporanea alla comunicazione visuale, fino alla ricerca
psicologica e spirituale di molte persone (non necessariamente
seguaci delle mitologie New Age) 232. La possibilità di leggere i cicli
iconografici dell’alchimia medievale, rinascimentale e barocca come

231. Sul femminile divino v. Pereira, «Principio femminile». Sulla nozione di


«equivalenza espressiva» v. R. Jakobson, On linguistic aspects of traslation, in On Tra-
slatino, ed. R. Brower, Cambridge 1959, 232-39 (tr. it. in Jakobson, Saggi di lingui-
stica generale, Milano 1966); Sulla traduzione intersemiotica, ed. N. Dusi, S. Nergaard,
«Versus» (numero monografico) 85/86/87 (2000).
232. Per i lavori di G. Hartlaub, Der Stein der Weisen. Wesen und Bildwelt der
Alchemie, München 1959, S. Klossowski De Rola, The Golden Game. Alchemical
Entravings of the Seventeenth Century, New York 1988 e M. Calvesi, «Arte e alchi-
mia», Art Dossier, 4 (1986) si veda la discussione in Gabriele, Alchimia e Iconologia,
146-63. Fra gli altri studi recenti e ampiamente recepiti che propongono questo
tipo di interpretazione si possono ricordare il diffusissimo lavoro di A. Roob, Il
museo ermetico: alchimia e mistica, Köln 1997; J. Fabricius, L’alchimia. L’arte regia nel
simbolismo medievale (1976), tr. it., Roma 1997; L. S. Dixson, Alchemical Imagery in
Bosch’s Garden of delights, Ann Arbor 1981. Il lavoro di L. Abraham, A Dictionary of
Alchemical Imagery, Cambridge 1998, offre nella forma di un repertorio ben fatto
«the rich storehouse of alchemical symbolism», la cui difficoltà risiede a suo avviso
in «our unfamiliarity with the emblematic mode of perceiving and communica-
ting information» (xix).

67
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

repertori del linguaggio simbolico ha contribuito a rivitalizzare l’in-


teresse per l’alchimia nella cultura contemporanea, soprattutto in col-
legamento con l’interpretazione junghiana, che ha raggiunto un pub-
blico vasto e spesso anche molto qualificato, proponendo una lettura
complessiva del fenomeno alchemico di grande importanza per la sua
comprensione di fondo, anche se non sempre condivisibile nel detta-
glio e soprattutto nelle generalizzazioni acritiche 233. La critica di Bar-
bara Obrist nei confronti dell’interpretazione junghiana delle imma-
gini alchemiche, la ricerca di Giuseppina Bonerba – ispirata dal pen-
siero di Umberto Eco – sulla «semiosi ermetica» tradizionale, ma
soprattutto l’ampio e approfondito lavoro di ricognizione compiuto
da Mino Gabriele e alcuni sondaggi presentati in lavori molto recenti,
mostrano nel loro insieme – con maggiore o minore successo – una
diffusa volontà di ricondurre l’interpretazione dell’iconografia dell’al-
chimia entro limiti epistemologici definiti 234.
L’analisi fin qui condotta delle immagini dell’Aurora consurgens, tesa
a rintracciare elementi «oggettivi» che permettano di comprendere
perché «queste» immagini accompagnano «questo» testo, condivide
tale esigenza di chiarezza epistemologica, con l’esplicita consapevo-
lezza tuttavia che nessun tentativo di spiegazione critica delle imma-
gini alchemiche è in grado (né sarebbe auspicabile che lo fosse) di
ridurre tali immagini a nient’altro che ciò che l’indagine critica riesce a
spiegare. La ricerca di una precisa collocazione e contestualizzazione
di raffigurazioni ambigue e oscure – tanto ai nostri occhi a esse disa-
bituati quanto per volontà chi le ha prodotte – non esaurisce infatti
il loro significato, né intende precludere l’ascolto delle risonanze che
le figure come tali generano nell’immaginario di chi le osserva.
La distinzione fra la domanda riguardante l’origine e le modalità di
costruzione del ciclo dell’Aurora consurgens (che è la nostra in questo
contesto), e quella riguardante la possibilità della lettura simbolica
delle immagini che lo compongono, delimita ma non chiude lo spa-

233. Sull’interpretazione dell’alchimia nelle opere di Jung v. M. Pereira, «Il


paradigma della trasformazione. L’alchimia nel Mysterium Coniunctionis», Aut Aut,
229-30 (1989), 197-217; Ead., «L’alchimia e la psicologia di Jung»; e, per una messa
a punto complessiva cfr. Ead., «Mater Alchimia».
234. Come esempio di ricerche più recenti si vedano i volumi: Emblems and
Alchemy, ed. A. Adams, S. J. Linden, Glasgow 1998; The Golden Egg. Alchemy in Art
and Literature, ed. A. Lembert, E. Schenkel, Glienicke/Berlin-Cambridge (MA)
2002; Art and Alchemy (2006). Aggiornamenti bibliografici e recensioni si trovano,
oltre che nelle riviste Ambix, Cauda Pavonis e Aries, nel sito di A. McLean,
www.alchemywebsite.com.

68
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

zio per le interpretazioni che, a partire dalla distanza che da quelle


immagini ci separa e dalla suggestione che esse indubbiamente eserci-
tano, risultino possibili. Letture diverse delle immagini dell’Aurora con-
surgens possono comunque darsi e talora costituire un arricchimento
illuminante del loro senso, purché siano effettuate a partire dalla con-
sapevolezza che nascono dallo sguardo di chi tali immagini fruisce,
scegliendo di dare libero corso alla potenzialità ermeneutica ricondu-
cibile al «valore estetico» e all’autonomia che, una volta realizzata, l’im-
magine possiede rispetto al testo 235. Allo stesso tempo, questa distin-
zione si propone di evitare che tali interpretazioni interferiscano inde-
bitamente con l’indagine storica, com’è accaduto spesso, producendo
una lettura talora sovradeterminata, talora banale, talora decisamente
fuorviante, delle immagini più antiche dell’alchimia, ricondotte acriti-
camente al simbolismo codificato a partire dal XVI secolo.
Se, come ha scritto Jung, «l’oggettività scientifica è il manto con
cui l’occidente vela a se stesso il proprio cuore», delineare con la mag-
giore nitidezza possibile la natura del «manto» non significa negare il
cuore che batte al di sotto di esso, ma evitare di confonderli. L’eccesso
di interpretazione simbolica non giova infatti alla comprensione del
valore anche simbolico e spirituale che la ricerca alchemica porta in sé
fin dalle origini, suscitando per contrasto reazioni polemiche che pre-
cludono la comprensione della peculiarità del progetto alchemico, in
cui la ricerca sulla trasformazione della materia è, insieme e inscindi-
bilmente, «scientifica» e «religiosa». Proprio di questa peculiarità
costituisce una testimonianza esemplare l’Aurora consurgens: sia il testo,
nelle due parti che lo costituiscono, sia le immagini, nella distinzione
e nella diversa funzione del «prologo iconico» e del «ciclo standard»
che abbiamo inteso mostrare.

10. Conclusione

Questa fin troppo ampia disamina non può concludersi che ritor-
nando sul titolo che abbiamo voluto dare al nostro contributo: l’Au-
rora consurgens è davvero un dossier aperto, dove non solo il problema
dell’attribuzione «tradizionale» – ma non poi tanto! – a Tommaso
d’Aquino dev’essere riaffrontato dalla radice a partire anche, anzi
prima di tutto, da un confronto con gli altri testi del piccolo ma denso

235. Supra, nota 201.

69
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

corpus alchemico pseudo-tommasiano; ma tutti gli elementi del com-


plesso trattato vanno riesaminati uno per uno.
Dimostrato – come ci pare di aver fatto – il legame compositivo fra
la prima e la seconda parte (o primo e secondo tractatus) dell’opera,
occorrerebbe in primo luogo riprendere in mano l’edizione critica
della prima parte data da Marie Luise von Franz e, rivedendola anche
alla luce dei nuovi manoscritti individuati, specialmente R, completarla
con la seconda parte nonché, possibilmente, con un’indagine tesa all’i-
dentificazione della silloge biblica su cui la prima parte è costruita.
L’accertamento delle fonti alchemiche, la cui importanza è stata
ampiamente rilevata dalla von Franz e, in relazione all’iconografia,
soprattutto da Mino Gabriele, si scontra con alcuni limiti quali la
mancanza di un’edizione del testo attribuito a Merlino cui si ispira il
diciassettesimo capitolo della seconda parte, o la impossibile (a noi
almeno risultata tale) identificazione della Chronica cui fa riferimento
l’ultimo capitolo.
Andrebbero indagate più a fondo le vicende dei manoscritti illu-
strati, in particolare i rapporti fra i due più antichi, Rh e R, e di que-
sti con L; non sappiamo, inoltre, a quale parte della tradizione si con-
netta G, se le immagini siano state separate da un manoscritto com-
pleto, o se invece fossero volutamente riprodotte senza il testo, e
infine se la serie secondo cui in esso si presentano sia il frutto di un
ordinamento intenzionale o, al contrario, di un assemblaggio casuale
di fogli o fascicoli.
Andrebbe infine verificata con strumenti più precisi (indagini d’ar-
chivio, in primo luogo) l’ipotesi sulla committenza che, se accertata,
costituirebbe una sorta di proto-radice della enorme diffusione del-
l’alchimia nelle corti tedesche durante i secoli XVI-XVIII e soprat-
tutto nella casata degli Asburgo, che ebbe in dote l’impero con le
nozze fra Albrecht e la figlia di Barbara, Elisabetta, e che avrebbe
avuto in Rodolfo II il più grande e giustamente celebrato mecenate
della ricerca alchemica in età moderna.
Forse in una Festschrift si dovrebbe offrire una ricerca compiuta-
mente elaborata, come un dono ben incartato per dire tutta la nostra
gratitudine all’amico che si festeggia. Ma, conoscendone la grande e
costante apertura a tutte le possibili vie della ricerca, e avendo pro-
gettato questo lavoro a partire anche da una sua proposta metodolo-
gica sul modo in cui affrontare i testi dall’attribuzione incerta o con-
tesa riprendendone l’indagine a partire dai manoscritti, osiamo pen-
sare che questo lavoro in fieri non gli sarà sgradito.

70
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

APPENDICI

Appendice I
AURORA CONSURGENS – FONTI ALCHEMICHE

Citazioni di ACI ACII


Alphidius 7 4
Senior 12 23
Hermes 6 (di cui 4 Tabula smaragdina) 10 (di cui 4 Tabula smaragdina:
2 esplicite, 2 senza indicare il titolo)
Artistoteles 3 (di cui 1 De anima) 5
Morienes 5 6
Calet Minor 3 4
Turba philosophorum 5 30
Avicenna 1 12
Auctor trium verborum 1 2

Fonti alchemiche citate soltanto in ACI: Liber de quinta essentia, Rasis, Speculator.

Fonti alchemiche citate soltanto in ACII:Albertus,Alexander,Arisleus,Artus, Elbo


Interfector, Galenus de arbore philosophica, Liber sextus, Liber disiunctionum, Liber Sex-
tarius, Plato.

71
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

Appendice II
TITOLO, INCIPIT ED EXPLICIT DEL TESTO NEI MANOSCRITTI LATINI

B Bologna, Biblioteca Universitaria, ms 747 (a. 1492)


f. 98v: Incipit Aurea mora que dicitur Aurora (add.: vel liber trinitatis compositus a sancto
thoma de aquino; add. in marg. Aurora consurgens, segue una breve annotazione in
francese)
Incipit:Venerunt mihi omnia bona pariter cum illa sapientia austri...
Explicit, f. 119r: infirmitates curandi et lapides pretiosas et gemmas mutare. (ed.
Waldkirch, 246)
Explicit aurora que dicitur aurea mora.
Add. alia manus: Finis

C Copenhagen, Kongelige Bibliotheek, Gl. Kgl. Saml. 237 (XV sec.)


(senza titolo)
f. 44r, Incipit:Venerunt mihi omnia bona pariter cum illa sapiencia austri …
Explicit, f. 75r: hec medicina gloriosa quam omni investigatori fideli et pio pre-
stare dignetur eus omnipotens unigenitusque filius Dei dominus noster Jhesu
Christus qui cum patre et spiritu sancto vivit et regnat Deus per infinita secula
seculorum amen.
(in rosso) Aurore˛ glossa thesauraria finit.
Segue l’annotazione: Est autem sublimacio quinte essencie a fecibus elementari-
bus extraccio et vaporum essencialium in alembico perfocacio et dicitur sublima-
cio idest sub alembico levacio. Et lambic ab imis lacio etc.

E Edinburgh, Royal College of Physicians ms AB4/18 (XVII sec.)


f. 269r: Aurora consurgens sive aurea hora liber secundus
Incipit: Omisso priore quia plenus est blasphemiarum ...
Explicit, f. 295v: ... quam omni investigare fideli et pio praestare dignetur.

H Hannover, Niedersächsische Landesbibliothek, Hs IV 339 (XV sec.)


(senza titolo)
f. 62r, Incipit:Venerunt mihi omnia bona pariter cum illa sapientia austri ...
Explicit, f. 98v ... quod si datum fuerit de eo in aqua seu vino tepido paraliticis.
(ed.Waldkirch, 242)

L Leiden, Bibliotheek der Universiteit, Cod.Voss. Chym. F. 29 (520) (a. 1526)


(senza titolo)
f. 39r, Capitulum primum
Incipit:Venerunt mihi omnia bona pariter cum illa sapientia austri …
Explicit, f. 71v: ... hec medicina gloriosa quam cum investigatore fideli et pio pre-
stare dignetur Deus omnipotens unigenitusque filius Dei dominus noster Jesus

72
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

Cristus qui cum Patre et Sancto spiritu vivit et regnat Deus per infinita secula se-
culorum. Amen.
Anno Domini MDXXVI die sabati vicesima mensis septembris que fuit dies sabati
post Mauricy complevit et scripsit hunc tractatum Valentinus Hernworst civis Erf-
furdensis et est circa horam secundam post meridiem in domo zu dem gulden
laden vulgariter nuncupata apud sanctam (Barsendem?) sita quod manu propria
scriptum et probatum.
Si quis hanc artem perficeret et mille millies annos semper viveret numquam sibi
diebus vite suis deficeret. In anno eodem […] die prima novembris.

M1 Modena, Biblioteca Estense, ms lat. 362 (αlpha. P. 4. 14) (ca. 1570/1590)


f. 1r: Incipit tractatus Aurora consurgens
f. 1v, Incipit:Venerunt mihi omnia bona pariter cum illa sapientia austri ...
Explicit, f. 38r … Nam hec medicina est convertibilis in omnes colores. Alia vero
sunt experimenta artificii sagaci committenda. (ed.Waldkirch, 244)
Explicit tractatus Aurora consurgens.

P Paris, Bibliothèque Nationale de France, lat. 14006 (XV sec.)


f. 1r: Incipit tractatus Aurora consurgens intitulatus
Incipit: Incipit prologus. Venerunt mihi omnia bona pariter cum illa sapientia
austri …
Explicit f. 30r: … Alia vero sunt experimenta artifici sagaci commitenda. (ed.
Waldkirch, 244)
Explicit

P1 Praha, (Capitolo metropolitano, ms. 1663), Archivio del Castello di Praga,


O.LXXIX (post 1566, a. 1569?)
(acefalo)
f. 27r: et sanctuarium Dei atqui res divina quia maxime et diversimode (cfr. ed. von
Franz, 42 ll. 9-10)
Explicit, f. 71r ... hec medicina gloriosa quam cum investigatore fideli et pio pre-
stare dignetur Deus omnipotens unigenitusque filius Dei dominus noster Jesus
Cristus qui cum Patre et Sancto spiritu vivit et regnat Deus per infinita secula
seculorum Amen
Anno Domini XXII die sabati vicesima mensis septembris que fuit dies sabati post
Mauricy complevit et scripsit hunc tractatum Valentinus Hernworst civis Erffur-
densis et est circa horam secundam post meridiem in domo zu dem gulden laden
vulgariter nuncupata apud sanctam Gothardem sita quod manu propria scriptum
et probatum.
Si quis hanc artem perficeret et mille millies annos semper viveret numquam sibi
diebus vite suis deficeret. In anno eodem XXVI die prima novembris.

73
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

R Roudnice, Biblioteca Lobkowicz,VI Fd 26 (ca. 1450)


p. 5: Incipit Aurora que dicitur mora.
Incipit: F/venerunt michi omnia bona pariter cum illa sapiencia austri ...
Explicit, 77: ... hec medicina gloriosa quam omni investigatre (sic) fideli et pio pre-
stare dignetur deus omnipotens unigenitusque filius dei dominus noster iehsus cri-
stus qui cum patre et spiritu sancto vivit et regnat deus per infinita secula seculo-
rum amen.
E DY W
(aggiunta di altra mano): Explicit secundus tractatus huius libri.
(mano del copista) Est autem sublimatio quinte essentie a fecibus elementaribus
extinctio et vaporum essentialium in alembico provocatio et dicitur sublimatio
quasi sub alembico levatio. Et lambic ab imis latio etc.

M Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana,VI.215 (a. 1475)


f. 65r: Incipit tractatus Aurora consurgens
Incipit: (V)enerunt mihi omnia bona pariter cum illa sapientia austri
Explicit, f. 100v: … Nam hec medicina est convertibilis in omnes colores.Alia vero
sunt experimenta /f. 101r/ artificii sagaci committenda. (ed.Waldkirch, 244)
Explicit tractatus Aurora consurgens.

V Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Hs 5230 (ante 1465)


f. 238v, sul fondo della pagina, dopo uno spazio bianco corrispondente a circa 10
righe di testo che segue l’explicit del Liber lapidarii ps.lulliano (Explicit lapidarius
raymundi magici 1467 16 Junii), si trova questa annotazione: Scientia alquimie est
donum dei dicit aurora consurgense in principio secundi tractatus.
f. 239r: Incipit aurora consurgens
Incipit:Venerunt mihi omnia bona partier cum illa sapientia austri …
Explicit, f. 249v: … in xl die apparet in eo anima et a 40 die incipit nutriri san-
guine menstruali per cursum eius. (ed.Waldkirch, 194)

W Wien, Österreichische Nationalbibliothek, Hs 11374 (XVII sec.)


f. 1r: Incipit Aurora quae dicitur mora
Capitulum 1
Incipit: Enarraverunt mihi omnia bona pariter cum illa sapientia austri...
Explicit, f. 69r: ... hec medicina gloriosa quam omni investigare fideli et pio prae-
stare dignetur Deus optimus unigenitus filius Dei Dominus noster Iesus Christus
qui cum patre et Spiritu Sanctu vivit et regnat Deus per infinita saecula saeculo-
rum Amen
E DY W
Explicit tractatus secundus huius libri.
Est autem sublimatio quinte essentie a fecibus elementaribus extinctio et vaporum
essentialium in alembico provocatio et dicitur sublimatio quasi sub alembico leva-
tio. Et lambic ab imis latio etc.

74
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

Rh Zürich, Zentralbibliothek, Codex Rhenoviensis 172 (ca. 1420/1430)


(acefalo)
f. 3r: sitates tollit de corpore de quo canitur ... (ed. von Franz, 90 l.75)
Explicit, f. 36r: ... quam omni investigare fideli et pio prestare dignetur Deus omni-
potens, unigenitusque filius Dei dominus noster Iesus Christus, qui cum Patre et
Spiritu sancto vivit et regnat unus Deus per infinita secula seculorum Amen.
Est autem sublimacio quinte essencie a fecibus elementaribus extraccio et vapo-
rum essencialium in alembico perfocacio et dicitur sublimacio idest sub alembico
levacio.

75
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

Appendice III
LOCALIZZAZIONE DELLE IMMAGINI NEI MANOSCRITTI

Nella prima colonna a sinistra il numero dell’immagine (cfr. la riproduzione del-


l’intero ciclo standard da L: Tavole b/n, 1-33); seguono sei colonne con l’indica-
zione dei luoghi in cui l’immagine si trova nei singoli manoscritti illustrati, più una
colonna che mostra la corrispondenza con le immagini di G, secondo la numera-
zione ad esse attribuita da Adam McLean nella sommaria descrizione che ne dà
nel sito www.alchemywebsite.com/aurorafi.html. Seguono, dall’edizione di Aurora
consurgens nella raccolta Harmoniae Imperscrutabilis (1625) che contiene il testo inte-
grale, le indicazioni di pagina corrispondenti al luogo d’inserimento dell’imma-
gine nei manoscritti (talora le pagine sono più di una perché in qualche mano-
scritto il luogo d’inserimento di alcune immagini varia, per quanto sempre di
poche righe); poi i corrispondenti numeri di pagina nell’edizione von Franz di
ACI e nell’edizione Waldkirch di ACII.

Rh R L B1 W P1 G AC/HI AC/vF AC/W


1 7 39v 2v 1r 27 177 42
2 9 40v 3v 30 178 48
3 9 41r 4r 4r 31 179 50
4 11 41v 6r 32 179 180 54 56
58
5 13 42v 6r 7r 33 181 66
6 14 43r 7v 7v 34 182 66 68
7 15 43v 8v 8r 23 182 70
8 18 44v 9v 10v 29v 24 185 84 86
9 19 45r 10v 12bis r 26 186 86
10 3r 22 46r 13r 13v 14 188 100
11 5v 26 48r 16r 17r 9 192 120
12 7v 30 49r 18r 20v 20 196 134
13 10v 34 51r 22r 24r 15 200 201 186
14 11r 35 52r 13v 25r 16 201 189
15 12v 38 52v 24v 27r 7 203 192
16 13v 39 53r 25v 29r 8 205 194
17 14v 41 54v 27v 31r 11 207 195
18 16v 45 56r 28v 34v 10 209 210 200

76
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

Rh R L B1 W P1 G AC/HI AC/vF AC/W


19 17v 46 56v 29r 35r 12 211 202
20 18r 57r 30v 36r 13 211 203
21 19v 47 58v 31v 38r 37 213 205
22 20r 45 58v 32v 39r 38 214 207
23 20v 49 59r 32v 39v 35 214 15 208
24 21v 51 60r 34v 41v 36 216 210
25 22v 52 60v 35v 43v 6 216 218 212 213
26 23v 53 60v 36v 43v 5 218 219 213 215
27 24v 55 62r 37v 46v 3 220 216
28 25v 57 63r 39r 48r 4 222 219
29 27r 59 64r 39v 50v 21 224 222
30 27v 60 64r 40v 51r 22 225 223
31 29v 63 65v 45bis v 55r 18 228 227
32 34r 70 69r 47v 62v 19 236 237
33 36r 74 70v 50r 66r 17 239 242

77
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

Appendice IV
DESCRIZIONE DEL MANOSCRITTO R - ROUDNICE, THE ROUDNICE
LOBKOWITZ LIBRARY, NELAHOZEVES CASTLE (CZ),VI FD 26

Sec. XV (la data 1507 a p. 177 è un’annotazione posteriore). Membr. Legatura in


assi e pelle (lo strato di pelle è doppio: sotto rossa, sopra marrone), mm. 140  195,
con tracce di fermagli sul piatto anteriore e costola ricavata da una pergamena di
musica, con rubricato sulla costola il numero I, molto grande, e sul bordo ante-
riore della costola la scritta in nero: 1_2Sa. Ff. I+88, mm. 125ca. x 185ca.; specchio
di scrittura tracciato a piombo, talora non visibile sul vello, mm. 70  120. Tre
diverse numerazioni: una, di due mani diverse, l’una sul margine superiore sinistro
sul verso dei fogli (numeri dispari fino a p. 57, cominciando da 1 che corrisponde
al verso del foglio di guardia; successivamente solo l’ultimo foglio è numerato,
177), l’altra sul margine superiore destro sul recto, a partire da p. 58 fino alla fine
(176): fra le pp. 46 e 47 si constata un’irregolarità nella fascicolazione e una vasta
lacuna di testo; una terza numerazione in alto al centro da f. 1 a f. 88 (corretto da
mano moderna in 89); infine una numerazione recente, a lapis, segna le pagine sul
recto e sul verso (con un errore di numerazione, perché segna come verso di p. 77
la p. 80: sicuramente non è caduto alcun foglio, come si evince dalla fascicolazione
e dal testo, che qui non presenta lacune). Fascicolazione irregolare, con richiami
solo a partire dal sesto fascicolo ed esclusi gli ultimi due: 3+3, 5+4, 4+4, 3+4, 4+4,
4+4, 4+4 (richiamo a p. 94), 4+4 (richiamo a p. 110), 4+4 (richiamo a p. 126), 4+4
(richiamo a p. 142), 3+3 (richiamo a p. 154), 4+4, 2+2. Scrittura bastarda testuale
di un’unica mano. Rubriche e letterine rilevate in rosso. Miniature a tutta pagina
sul f. Iv e alle pp. 1, 3, 4 (cfr. inserto riproduzioni); miniature intercalate al testo alle
pp. 7, 9 (due figure), 11, 13, 14, 15, 18, 19, 22, 26, 30, 34, 35, 38, 39, 41, 45, 46, 47, 48,
49, 51, 52, 53, 55, 57, 59, 60, 63, 70, 74.
Annotazioni di cinque mani diverse, due delle quali compaiono soltanto sul verso
del piatto anteriore e sul f. Ir (poco leggibili). Delle altre mani, la prima (A)
aggiunge, oltre a molte note marginali su tutto il codice, i titoli correnti sulle pp.
5-47 (Tractatus primus, Primus, Tractatus secundus, Secundus: corrispondono a
parte del primo testo in esso contenuto); la seconda (B), più tarda, piccola, leggera
e minuta, ripete sui margini i titoli dei capitoli rubricati (talora con leggere modi-
fiche), aggiunge altre annotazioni, alcune delle quali all’interno delle miniature o
in stretta relazione con esse (p. 7, nell’immagine: Philosophicus Thesaurus; p. 11, sotto
l’immagine: O rey salomon veni vider sapiencia; p. 41, nell’immagine: Herbarium e, a
fianco all’immagine, Mater Alchimia), e alla p. 177 la data 1507 nella voluta conclu-
siva del testo; la terza mano (C), più grossolana e probabilmente posteriore,
aggiunge alcune annotazioni al testo, per lo più in latino ma anche in tedesco (p.
149, sulle operazioni dello Spirito santo) e, a p. 59, in francese e italiano: maintien
toy a la radice vegetabile d oro.
Possessori: sul verso del piatto anteriore un foglio incollato, con la scritta: Handsch-

78
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

rift VI.F.d. 26 Versus alchymisticae XV s. im Besitz Fürst von Lobkowitz’sches Archiv u.


Bibliothek in Raudnitz, ist nach den Grundsätzen der Königl. Preußischen Akademie der
Wissenschaften zu Berlin von Herrn W. Dolch im Sept. (sic) 1909 aufgenommen worden;
sulla p. 177 è incollato l’ex-libris del principe Ferdinand August von Lobkowitz
(1655-1715) 1; a p. 178, a piena pagina, stemma del conte di Plavna (Plauen) 2; all’in-
terno del piatto posteriore, a piena pagina, stemma del conte di Törring 3.

Miscellanea di testi d’alchimia, alternati a note ed estratti anch’essi tutti di argo-


mento alchemico. Le miniature sono collegate al primo dei testi.

(1) pp. 5-77 [Aurora consurgens]


Rubr. Incipit Aurora que dicitur mora
F/venerunt4 mihi omnia bona pariter cum illa sapiencia austri …-…hec medicina
gloriosa quam omni investigare fideli et pio prestare dignetur deus omnipotens
unigenitusque filius dei dominus noster iehsus cristus qui cum patre et spiritu
sancto vivit et regnat deus per infinita secula seculorum amen. (il testo è lacunoso
in corrispondenza delle pp. 46-47: mancano la parte finale del cap. 18 della seconda
parte, l’intero cap. 19, l’inizio del cap. 20, e una figura).
Rubr: E D Y W
Agg. della mano A: explicit secundus tractatus huius libri
(di mano del copista): Est autem sublimatio quinte essentie a fecibus elementari-
bus extinctio et vapor essencialium in alembico provocatio. Et dicitur sublimatio
quasi sub alembico levatio. Et lambic ab imis latio etc.

(2) p. 80 Annotazioni della mano A, contenenti simboli alchemici

(3) pp. 81-98 [Ps. Alberto Magno, Alchimia minor]


Rubr. K 5 alistenis unus de antiquioribus post hermetem …-… et humidum suum
unctuosum fuerit consumptum. Et sic est finis huius.

1. La documentazione nota non permette di stabilire in quale momento e in


che modo (acquisto, dono) il manoscritto sia entrato in possesso della famiglia
Lobkowitz. Ringrazio Sona Cernočka, curatrice della biblioteca Lobkowitz a
Nelahozeves zamek, per l’aiuto che mi ha cortesemente prestato nel corso della
mia ricerca sul posto e, successivamente, ha accuratamente riveduto la presente
descrizione.
2. Der Politische Bezirk Raudnitz.Teil II. Raudnitzer Schloss, verfaßt von Dr. Max
Dvořák und Br. Boh. Matĕjka, Topographie der Historische und Kunst Denkmale
– Verlag der Archeologischen Commission Bei der Böhmischen Kaiser Franz-Josef
Akademie für Wissenschaften, Litteratur und Kunst, Prag 1910, 312-14.
3. Ibid.
4. La lettera grande, rilevata in nero con tracce d’oro, è sicuramente una F, con
all’interno una duplice indicazione (v in alto, u in basso); segue la scritta «Ene-
runt», ma il tutto può essere letto facilmente «fuerunt».
5. L’iniziale è di dimensioni maggiori (equivale in altezza a cinque righe di
testo) ed è rubricata.

79
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

(4) pp. 98-99 [Note]


Rubr.: De natura plumbi, Nota de caloribus, Nota

(5) p. 100 [Versi]


Lemniadem lapidem (la mano B aggiunge, sopra, il simbolo del sole e la parola
auripigmentum) purga contunde simulque …

(6) pp. 100-12


Rubr. Questio curiosa de natura solis et lune
Queritur utrum secundum artem possit fieri verum aurum an non …-… aurum
preparatum ut est supradictum. Et sic patet questionis determinatio cum sua
responsione vera et determinata de natura solis et lune. Deo laus et gloria in sem-
piterna secula, amen.
Non secreta tui cordis sciat omnis amicus / hic tibi forsan erit capitalis cras inimicus

(7) pp. 113-14


Putrefactio est corruptio facta in humido a calore …-… et incineracionem vero
non.

(8) p. 114
Dicit Petrus de Crescentiis libro primo, ca. licet ubi loquitur de letamine et ster-
core et cibo plantarum, quod omnis corruptio que est secundum naturam sic fit:
quod extrahitur humidum et remanet siccum decidens in cineres, sicut cito inci-
neratur omne stercus animalium, propter quod animalibus creatus est venter, in
quo cibus corrumpatur et extrahatur ab eo id quod nutrit animal, scilicet humi-
dum nutrimentale. Ipsa enim extractio humidi ipsius, quod attrahitur in cibum,
corruptio est eius, quod nutrit, quod in ventrem ingestum est per manducationem.
Dicit etiam idem ibidem: Scimus autem quod similium in corpore facilior est imi-
tatio, quam eterogeniorum. Hoc etiam ostendunt industrie alkimicorum, quod
optimas quaslibet maturaciones in clibano letaminis precipiunt fieri, vocantes cli-
banum letaminis calorem humidum.

(9) pp. 115-24


Rubr. Incipit liber proporcionum elementorum
Septem sunt planete secundum quorum cursum omnia inferiora reguntur …-…
promoventur remissiores secundum unita et retinent proprium gradum.
Segue il quadrato degli elementi e, in fondo alla pagina, il titolo rubricato del trat-
tato che inizia alla pagina seguente:
Rubr. Incipit Ortulus super thelesim Hermetis

(10) pp. 125-31


[Hortulanus, Commento alla Tabula smaragdina]
Ego dictus Ortulanus, Martinus nuncupatus, jacobina pelle involutus, novissimum
ymmo indignus vis philosophorum mereor vocari discipulus …-…unde plures vie
sunt ad unum finem. Et hec sufficiunt in lapide philosophico componendo.

80
‘AURORA CONSURGENS’: UN DOSSIER APERTO

(11) pp. 131-32


Rubr. Dictum pulchrum nudam continens veritatem
Qui scit mortificare et post mortem vivificare …-… solvit, mollit, animam de cor-
pore tollit etc. Deo gratias

(12) pp. 132-33


Rubr. Super principium libri Jebri de investigacione veritatis de condicionibus essencialibus
tincture
Consideravimus in nostris voluminibus diversis …-… quia alias non sint similia
secundum Jebrum.

(13) pp. 133-34


Rubr. Item alio modo exprimuntur elixiris proprietates
Hys consideratis invenimus investigatione nostra septem proprietates …-… vel
aurum cum omnibus suis differentiis certus et notis etc. Reliquum huius libelli
volenter omisi.

(14) pp. 134-38


Rubr. Sequuntur tria capitula recepta ex libro de perfectione magisterii primum de subli-
macione markasite
Markasite sublimaciones sunt due …-… sublimacio huius eodem ordine cum
causis et experienciis suis.

(15) p. 138 [Versi]


Si quis nigrescat massetur sole calescat …-… aureus ut pridem modus est hinc
practicus idem.

(16) pp. 139-49 [Versi 6]


Rubr. Incipit aurea massa
Spiritus inspirans deus inquam rota rota gyrans …-… ex multis sassa nunc expli-
cit aurea massa.

[dopo alcune righe bianche, sempre nella p. 149]


Finis origo rei liberalis amor requiei / te cognoscendum te des in amore fruendum
/ ynque yenardya fac psallere philosophia / quo cum pro pia duc celi cassia via.

(17) pp. 150-69


Thesaurus philosophie reserat nobis eius salutaris cuius sunt omnia celum terra
mare …-… cuius utilitas maior est quam possit percipere aliqua ratione. Explicit
thesaurus philosophie.

6. Nel corso del testo vengono nominati diversi alchimisti, fra cui quelli della
Turba philosophorum.

81
CHIARA CRISCIANI – MICHELA PEREIRA

(seguono dopo uno stacco quattro versi, indicati sul lato come di Ovidio: Ovidius
M.; e poi, dopo un altro stacco, altri due)
Moribus edocto si quicquam credis canuto / vive tibi quarumcumque potes pre-
lustria vita / vive tibi et longe nomina incigna (sic) fuisse / serum pre histri ful-
men ab vivere venit
Ignem preterea tribuere sciveris igni / mercurium cum mercurio tibi sufficiunt
hec.

(18) pp. 169-77 [Versi]


Fili doctrinam sanam tibi porrigo unam …-… statim subsequitur in massa aurea.
Nota massa rebus etc. (aggiunta della mano B: 1507)

Riferimenti bibliografici:
Dvořák M., Matĕjka B., Der Politische Bezirk Raudnitz. Teil II. Raudnitzer Schloss
(Topographie der Historische und Kunst Denkmale), Prag 1910 (traduzione tede-
sca ampliata di Politicky okres Roudnicky´. Díl II. Zámek Roudnicky´, Praha 1907).
Bohatec M., A la recherche des trésors cachés, Praga 1970, 68 e ill. 35, 36 (tradotto in
varie lingue).
Obrist B., Les débuts de l’imagerie alchimique, Paris 1982, 183-245.
Gabriele M., Alchimia e iconologia, Udine 1997, 49-96.

82
2. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 40v

1. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 39v

3. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 41r 4. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 41v

6. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 43r

5. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 42v


8. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 44v

7. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 43v

9. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 45r

10. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 46r

11. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 48r 12. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 49v
13. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 51r

14. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 52r

15. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 52v 16. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 53r

18. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 56r

17. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 54v


19. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 56v
20. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 57r

22. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 58v

21. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 58v

23. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 59r 24. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 60r
25. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 60v

26. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 60v

28. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 63r


27. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 62r

30. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 64r

29. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 64r


32. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 69r

31. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 65v

33. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 70v


A. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 37r

B. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 37v


C. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 38r D. Universiteitsbibliotheek Leiden, ms.VCF 29, f. 38v
A. The Roudnice Lobkowicz Library, Nelahozeves Castle, Czech Republic, ms VI
Fd 26, f. 1v
B. The Roudnice Lobkowicz Library, Nelahozeves Castle, Czech Republic, ms VI
Fd 26, p. 1
C. The Roudnice Lobkowicz Library, Nelahozeves Castle, Czech Republic, ms VI
Fd 26, p. 3
D. The Roudnice Lobkowicz Library, Nelahozeves Castle, Czech Republic, ms VI
Fd 26, p. 4