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FILOLOGIA

&
CRITICA
rivista quadrimestrale
pubblicata sotto gli auspici del centro pio rajna
direzione: giancarlo alfano, claudio gigante,
enrico malato (dir. resp.), andrea mazzucchi, emilio russo

ANNO XLII  · 2017

SALERNO EDITRICE
ROMA
Direzione
Giancarlo Alfano, Claudio Gigante,
Enrico Malato, Andrea Mazzucchi, Emilio Russo

Comitato scientifico
Guido Arbizzoni, Guido Baldassarri, Bruno Basile, Renzo Bragantini,
Arnaldo Bruni, Marco Cursi, Roberto Fedi, María de las Nieves
Mu­ñiz Muñiz, Matteo Palumbo, Manlio Pastore Stocchi

Direttore responsabile
Enrico Malato

Redazione
Bernardo De Luca, Massimiliano Malavasi, Thea Rimini

ISSN 0391-2493

I saggi pubblicati nella Rivista sono vagliati e approvati


da specialisti del settore esterni alla Direzione (Peer reviewed )

Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 16065 del 13.10.1975


L’annata viene stampata con un contributo
del Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Tutti i diritti riservati - All rights reserved


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pro­duzione, la traduzione, l’adattamento, anche parziale o per estratti, per qual­sia­si
uso e con qualsiasi mezzo effettuati, senza la preventiva autorizzazione scritta della
Salerno Editrice S.r.l. Ogni abuso sarà perseguito a norma di legge.
FILOLOGIA
&
CRITICA
Anno xlii, fascicolo ii
maggio-agosto 2017

SOMMARIO
Francesco Montuori, I carteggi diplomatici nel Quattrocento: riflessioni
per la storia della lingua . . . . . . . . . . . . . . . . . . 177
Alessandro Aresti, Preliminari a uno studio sull’uso linguistico di Andrea
Mantegna (con particolare riguardo alla questione dell’autografia) . . . . 205

Documenti
Francesca Jossa, L’« ‘Ago’ del Bernia »: proposta di un restauro testuale . . 257
Carlotta Mazzoncini, « Dentro piú de l’usato arde e lampeggia »: quattro
sonetti commentati di Vittoria Colonna . . . . . . . . . . . . . 285

Note e discussioni
Cristiano Lorenzi, Prime indagini sul volgarizzamento della ‘Brevis intro-
ductio ad dictamen’ di Giovanni di Bonandrea . . . . . . . . . . 302
Sara Ferrilli, Il ‘Tesoretto’ in un malnoto codice di volgarizzamenti della
HAB di Wolfenbüttel . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 318

Schedario . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 328

Biblioteca . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 335

Usciranno nei prossimi fascicoli:


Attilio Cicchella, Novità sull’ ‘editio princeps’ della Bibbia in volgare italiano
Sandra Carapezza, « Baron da mensa e campioni da letti ». Il comico nei poemi cavallereschi di Pietro Aretino
Giulia Puzzo, Il laboratorio tassiano della stampa Osanna. In margine all’edizione critica delle ‘Rime d’amore’
Enrico Zucchi, Le postille autografe di Crescimbeni alla prima edizione della ‘Bellezza della volgar poesia’
Francesca Nassi, Montale e l’eredità di Svevo

La rivista adotta le seguenti sigle per abbreviazione: DBI = Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Ist.
della Enciclopedia Italiana, 1960-; F.eC. = « Filologia e Critica »; G.S.L.I. = « Giornale Storico della Lettera-
tura Italiana »; L.I. = « Lettere Italiane »; L.N. = « Lingua Nostra »; M.R. = « Medioevo Romanzo »; R.L.I. =
« La Rassegna della Letteratura Italiana »; R.S.D. = « Rivista di Studi Danteschi »; S.F.I. = « Studi di Filologia
Italiana »; S.L.I. = « Studi Linguistici Italiani »; S.P.C.T. = « Studi e Problemi di Critica Testuale ».
I CARTEGGI DIPLOMATICI NEL QUATTROCENTO:
RIFLESSIONI PER LA STORIA DELLA LINGUA*

1. Introduzione

Negli ultimi decenni si è avuta un’eccezionale stagione di pubblicazione


di carteggi diplomatici quattrocenteschi in volgare1 e di studi sulla negozia­
zione politica rinascimentale.2 La gran quantità di testi ora disponibile è
utile per descrivere la lingua dei documenti diplomatici all’interno degli
scritti di cancelleria e per valutarne le tendenze sovraregionali in relazione
alla scrittura epistolare e alla storia della lingua non letteraria in Italia. La
ricchissima corrispondenza prodotta dal lavoro degli ambasciatori e dei fun­
zionari presso le corti italiane rappresenta la documentazione scritta e quin­
di controllabile di un’attività che si svolgeva soprattutto oralmente tra par­
lanti di lingue neolatine sensibilmente differenziate tra loro. Era quindi na­
turale porgersi nei confronti degli interlocutori con un atteggiamento di
cortese disponibilità adoperando il linguaggio della negoziazione.3 La com­
prensione era sempre garantita, pur in un ambiente plurilingue, perché for­
tissimo era il condizionamento del contesto.4 Non era necessario capire il
significato letterale di un discorso, dal momento che il segnale politico es­
senziale era misurabile sul livello di cordialità della conversazione, quindi
anche sui gesti e sulla prossemica.5 Una testimonianza tra le tante è fornita

* Ringrazio Francesco Senatore, per avermi introdotto all’epistolografia diplomatica e for­


nito generosamente suggerimenti e materiali. La mia riconoscenza va anche a Marcello Bar­
bato e a Chiara De Caprio, che hanno letto e postillato una prima versione di questo lavoro.
1. Cfr. La diplomazia bassomedievale in Italia, a cura di T. Duranti, in « Reti medievali. Reper­
torio », [versione dell’ottobre 2009] (disponibile on line). Utile anche Diplomazia edita. Le edizio­
ni delle corrispondenze diplomatiche quattrocentesche, in « Bullettino dell’Istituto Storico italiano per
il Medioevo e Archivio muratoriano », a. cx 2008, fasc. 2 pp. 1-143.
2. F. Senatore, « Uno mundo de carta ». Forme e strutture della diplomazia sforzesca, Napoli, Li­
guori, 1998; I. Lazzarini, Communication and Conflict. Italian Diplomacy in the Early Renaissance,
1350-1520, Oxford, Oup, 2015 (soprattutto le pp. 189-212 per gli argomenti qui trattati).
3. J.S. Grubb, Diplomacy in the Italian city-state, in City States in Classical Antiquity and Medieval
Italy. Athens and Rome, Florence and Venice, ed. by A. Molho et alii, Stuttgart, Steiner, 1991, pp. 603-
17, alle pp. 604-6; I. Lazzarini, Lettere, minute, registri: pratiche della scrittura diplomatica nell’Italia tar­
domedievale fra storia e paleografia, in « Quaderni storici », a. li 2016, fasc. 2 pp. 449-70, alle pp. 456-59.
4. Per altre lingue tipologicamente piú lontane usate nella comunicazione diplomatica
europea e mediterranea si doveva ricorrere necessariamente ad interpreti: esempi e bibliogra­
fia in Lazzarini, Communication and Conflict, cit., pp. 244-48.
5. I. Lazzarini, Il gesto diplomatico fra comunicazione politica, grammatica delle emozioni, linguaggio

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francesco montuori

da Niccolò Michelozzi, ambasciatore fiorentino a Napoli nel 1492, in una


lettera indirizzata a Lorenzo de’ Medici intorno alla visita fatta alla moglie
di Ferrante, Giovanna:
Visitai la signora regina, la quale mi raccolse con molta lieta cera et con infinite buone parole,
le quali però io non intesi tucte per esser spagnole; pure, intesi quanto il signor re et lei si
reputavano obligati a voi, et che mi domandò di voi molto cordialmente, et come
eravate bene sano, et de’ figliuoli che havete, et ultimamente di Alfonsina molto
amorevolmente. Et quando le dissi che stava gravida, non potrei dire quanto se ne
ralegrassi. Andòvi anche attorno la Claricina, di che prese piacere assai.6

D’altra parte era naturale che negli scritti diplomatici si mettessero in


moto meccanismi di convergenza linguistica. Qui si vedono gli effetti dei
processi di conguaglio dovuti all’incontro tra funzionari degli stati italiani:
tendenze sovraregionali si manifestano sia nelle lettere tra istituzioni sovra­
ne sia nelle scritture degli inviati. Nella diversità di lingua, di cultura e di
formazione professionale, chi componeva lettere aveva sempre l’obiettivo
di scrivere testi comprensibili, pur dovendo rinunciare alle facilitazioni in­
terpretative garantite dal dialogo in presenza. Per implicita esigenza di poli­
tica estera degli stati italiani, nelle scripte quattrocentesche fu rafforzata in
modo intenzionale quella tendenza all’ibridismo che aveva avuto già mani­
festazioni medievali. La lettera diplomatica non è l’unico prodotto scritto
nelle cancellerie ma è l’unico ad avere, oltre a un’elaborazione molto com­
plessa e una struttura formalizzata ma vincolata in modo non omogeneo,
una circolazione veramente nazionale.7 A differenza degli altri documenti
generati dalle cancellerie, la “variante epistolare” ha una lingua dallo spicca­
to carattere sovraregionale che, pur non essendo mai obbligatorio né stabile,
ne favorisce l’efficacia comunicativa.8

delle scritture (Italia, XV secolo), in Gesto-immagine tra antico e moderno. Riflessioni sulla comunicazione
non-verbale. [Atti della] Giornata di studio, Isernia, 18 aprile 2007, a cura di M. Salvadori e M.
Baggio, Roma, Quasar, 2009, pp. 75-93.
6. Corrispondenza degli ambasciatori fiorentini a Napoli, vi. Piero Nasi, Antonio della Valle e Nicco­
lò Michelozzi (10 aprile 1491-2 giugno 1492), a cura di B. Figliuolo e S. Marcotti, Salerno, Car­
lone, 2004, p. 348.
7. L’assenza di vincoli si manifesta soprattutto nella parte finale della lettera dove, assolti gli
obblighi responsivi e quelli informativi, lo scrivente poteva compilare con maggiore libertà
una sezione che riteneva di interesse generale.
8. L’etichetta di “variante epistolare” della lingua cancelleresca è stata assegnata alla lettera
diplomatica da G. Breschi, La lingua volgare della cancelleria di Federico, in Federico da Montefeltro.
Lo Stato, le arti, la cultura, a cura di G. Cerboni Baiardi, G. Cittolini, P. Fiorani, Roma, Bul­
zoni, 1986, iii. La cultura, pp. 175-217, a p. 177. Il carattere sovraregionale della corrispondenza

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i carteggi diplomatici nel quattrocento

Dato l’ibridismo della lingua della diplomazia del Quattrocento, si offro­


no qui alcuni spunti per valutare in concomitanza di quali tratti extralingui­
stici si manifestano i fenomeni in variazione: dopo una breve introduzione
(par. 2), si guarderà agli effetti che sulla lingua adoperata nelle lettere hanno
i processi di composizione (par. 3), l’autografia (par. 4) e i meccanismi di ri­
formulazione e di copia (par. 5). Le riflessioni saranno operate soprattutto
sull’attività diplomatica svolta nel Regno di Napoli e nell’ambito delle rela­
zioni che furono sviluppate con altre corti durante il cinquantennio arago­
nese.

2. La lettera diplomatica

La lettera diplomatica appartiene all’universo della littera clausa, nata


nell’alto medioevo e destinata a una grande stabilità negli aspetti materiali,
nella struttura e nel formulario, e a una funzione prototipica informativa, al
punto che univa omogenea riconoscibilità formale e duttilità nei conte­
nuti:9 è un modello dallo « schema plurifunzionale flessibile », adatto alle
infinite articolazioni della scrittura epistolografica.10 All’interno di questa
tipologia, la lettera diplomatica ha un ruolo particolarmente significativo:
favorisce l’espansione della comunicazione per corrispondenza in volgare
tra il XV e il XVI secolo, in un ambito di grande rilievo per il dialogo politi­
co in Italia. Per gli stati è uno strumento di azione e di negoziazione, un ri­
conoscimento del loro ruolo in politica estera, una manifestazione verbaliz­
zata delle istituzioni politiche: in essa vediamo in azione il linguaggio del
potere e della guerra; come scriveva Niccolò Tranchedini a Francesco Sfor­

delle cancellerie è stato inquadrato tra i processi di koinizzazione. Sulle lingue delle cancellerie
come « risultato di diverse mescidanze e ibridazioni » e quindi « costruzioni artificiali » prive di
« effettivo rapporto con le varietà parlate di uso abituale », cfr. G. Antonelli, Le coinè cancelle­
resche, in La lingua nella storia d’Italia, a cura di L. Serianni, Firenze-Milano, Società Dante
Alighieri-Scheiwiller, 20022, pp. 425-32 (da cui le cit. a p. 425). Un quadro storico su koinè in P.
D’Achille, Il termine e il concetto di “koinè” negli studi linguistici italiani, in « In principio fuit textus ».
Studi di linguistica e filologia offerti a Rosario Coluccia in occasione della nomina a professore emerito, a
cura di V.L. Castrignanò et alii, Firenze, Cesati, 2018, pp. 611-25.
9. Cfr. F. Senatore, Ai confini del « mundo de carta ». Origine e diffusione della lettera cancelleresca
italiana (XIII-XVI secolo), in « Reti medievali. Rivista », a. x 2009, pp. 1-53 (pubblicazione dispo­
nibile solo on line); e in genere tutta la sez. monog. del num. della riv., intitolata I confini della
lettera. Pratiche epistolari e reti di comunicazione nell’Italia tardomedievale, a cura di I. Lazzarini.
10. A. Petrucci, Prima lezione di paleografia, Roma-Bari, Laterza, 2011, p. 47. Sulla ricorrente
evocazione dell’infinito nella scrittura delle lettere cfr. G.C. Alessio, Premessa, in Nuovi territo­
ri della lettera tra XV e XVI secolo. Atti del Convegno FIRB 2012, Venezia, 11-12 novembre 2014,
a cura di F. Bognini, Venezia, Ca’ Foscari, 2016, pp. 9-26, a p. 10 n. 2.

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francesco montuori

za, « venetiani scrivono qua mirabilia in mancamento de vostra illustre si­


gnoria et vedessi evidenter che deliberano farvi molto piú guerra cum le lettere che
cum le gente d’arme ».11 Per il singolo può essere un modo di partecipazione
all’esercizio della sovranità, oppure è un’investitura o un’aspirazione, o an­
che solo una ragione narrativa.12 In ogni caso è un’occasione di autorappre­
sentazione. Nella forma della littera clausa ci sono anche documenti che han­
no funzione amministrativa e valore giuridico e che, per le autorità centrali
e periferiche, costituiscono strumenti di azione e di controllo e mandano in
soffitta altre scritture deliberative.13
Inoltre, partecipando all’« apertura strutturale dello stesso genere episto­
lare »,14 la lettera diplomatica condivide con quella familiare la promiscuità
tra pubblico e privato15 e l’obiettivo di colmare la distanza fisica, al punto
che può assumere i caratteri della comunicazione semiprivata, con un forte
grado di confidenza e di coinvolgimento emotivo (cfr. par. 5).16 Nella corri­
spondenza diplomatica, infatti, si incontrano condizioni discorsive disomo­
genee: oltre a quelle proprie dei testi istituzionali ci sono anche quelle fami­
liari, appartenenti alle relazioni di quotidianità. Tutte convivono in una
struttura invariante, in una medesima « grammatica epistolare »17 che cam­

11. Dispacci sforzeschi da Napoli, i. 1444-2 luglio 1458, a cura di F. Senatore, Salerno, Carlone,
1997, num. 43.
12. Anche le notizie scambiate tra privati producono effetti pubblici: vd. Lazzarini, Pre­
messa, cit. L’aspirazione al ruolo di informatore è in una lettera di Angelo da Caivano allo
Sforza (Senatore, « Uno mundo de carta », cit., pp. 26-27); esempi di narrazioni autobiografiche
appaiono in particolare in occasione di eventi catastrofici: cfr. Il terremoto del 1456, a cura di B.
Figliuolo, Altavilla Silentina, Studi Storici Meridionali, 1988-1989.
13. La corrispondenza interna era gestita dallo stesso personale che si occupava delle lette­
re diplomatiche, come dimostrano i casi ben noti di Cicco Simonetta e Niccolò Machiavelli.
Per il Regno, un ottimo esempio è dato dalla corrispondenza riportata nei quaderni dei sinda­
ci di Capua (1467-1494) pubblicati da F. Senatore, Una città, il regno: istituzioni e società a Capua
nel XV secolo, Roma, Ist. Storico Italiano per il Medioevo, 2018, pp. 659-1015.
14. G. Ferroni, Tra lettera familiare e lettera burlesca, in « Quaderni di Poetica e Retorica », a. i
1985, pp. 49-65, a p. 50. Sui tipi di lettere diplomatiche, cfr. Senatore, Ai confini, cit.
15. N. Covini, Scrivere al principe. Il carteggio interno sforzesco e la storia documentaria delle tradizio­
ni, in « Reti medievali. Rivista », a. ix 2008, pp. 1-32, a p. 11; F. Magro, La lettera familiare, in Storia
dell’italiano scritto, iii. Italiano dell’uso, a cura di G. Antonelli, M. Motolese, L. Tomasin, Ro­
ma, Carocci, 2014, pp. 101-57, a p. 103.
16. Cfr. P. Koch-W. Oesterreicher, Lengua hablada en la Romania: Español, Francés, Italiano
[1990], Madrid, Gredos, 20072, pp. 21-42.
17. La grammatica epistolare è « l’insieme di convenzioni che […] regolavano i rapporti tra
corrispondenti, anche quelli improntati a cordiale spontaneità » (L. Serianni, Spigolature lingui­
stiche dal carteggio Verdi-Ricordi, in Id., Viaggiatori, musicisti, poeti, Milano, Garzanti, 2002, pp. 162-
79, a p. 167).

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i carteggi diplomatici nel quattrocento

bierà poco anche in seguito, quando cominciano diverse forme di specializ­


zazione tipologica.18 Nella pratica, una missiva di Alfonso ad Eleonora d’A­
ragona o una di Ippolita a Galeazzo Maria Sforza erano al contempo scrit­
ture tra fratelli e sorelle e tra duchi e duchesse di diversi stati italiani. Questo
valeva anche piú giú, nella scala sociale, per gli ambasciatori e per i loro fa­
miliari.
Nelle serie archivistiche si trovano lettere non solo di diplomatici ma
anche di altre persone che non hanno ruoli di rappresentanza né informati­
vi ma gravitano intorno alla vita istituzionale e hanno simile cultura episto­
lografica e quindi scrivono lettere che hanno la stessa forma di quelle degli
ambasciatori.19 Per esempio, la famiglia degli Antici di Recanati annoverava
tre fratelli, Bartolomeo, Fermano e Petruccio,20 che lavorarono per i re ara­
gonesi; in particolare il primo fu inviato a Milano da Alfonso e Ferrante; ma
anche la loro madre, Giovanna, e Caterina, la moglie di Bartolomeo, parte­
cipavano al mondo della negoziazione attraverso la comunicazione episto­
lare, sebbene gli autografi loro o quelli dei loro mediatori mostrino una di­
versa cultura grafica. Le lettere degli Antici hanno alcuni caratteri linguisti­
ci settentrionali, particolarmente pronunciati nella madre ma presenti an­
che nei figli: nella loro lingua si giustappongono forme meridionali o set­
tentrionali o ancipiti. Inoltre, nelle lettere di Giovanna, indirizzate a Barto­
lomeo alla metà del 1458, scritte allo scopo di informare il figlio della situa­
zione politica e sanitaria in città e delle questioni familiari, lettere finite nel
fondo sforzesco perché sequestrate, sono compresenti la peste, la salute del
re e la gravidanza della nuora.21 Il rispetto della grammatica del testo si ma­
nifesta nel riferimento al resto della corrispondenza, nell’ordinata scansione
degli argomenti, nella formularità dell’esordio e della sottoscrizione; ma le

18. Cfr. M.L. Doglio, Varietà e scrittura epistolare. Le lettere di Machiavelli, in Ead., L’arte delle
lettere: idea e pratica della scrittura epistolare tra Quattro e Seicento, Bologna, Il Mulino, 2002, pp. 75-
104, spec. le pp. 75-76, con la distinzione tra lettera privata e lettera pubblica; R. Gualdo, La
scrittura storico-politica, ivi, id., 2014, p. 125; L. Matt, Modelli per l’epistolografia italiana secentesca, in
S.L.I., a. xlii 2016, pp. 241-66.
19. Cfr. I. Lazzarini, Materiali per una didattica delle scritture pubbliche di cancelleria nell’Italia del
Quattrocento, in « Scrineum », a. ii 2004, pp. 1-85, alle pp. 6 sgg.
20. Dizionario storico-biografico dei marchigiani, a cura di G.M. Claudi e L. Catri, Ancona, Il
Lavoro editoriale, 1992, s.vv.; L. Cerioni, La diplomazia sforzesca nella seconda metà del ’400 e i suoi
cifrari segreti, Roma, Il centro di ricerca, 1970; cenni si recuperano negli indici di Dispacci sforze­
schi da Napoli, i. 1444-2 luglio 1458, cit.; ii. 4 luglio 1458-30 dicembre 1459, a cura di F. Senatore,
Salerno, Carlone, 2004; iv. 1 gennaio-26 dicembre 1461, a cura di F. Storti, ivi, id., 1998.
21. Cfr. Senatore, « Uno mundo de carta », cit., pp. 329-30. Ho in preparazione l’edizione
delle lettere degli Antici.

181
francesco montuori

disgrafie,22 la ricorrenza dei moduli sintagmatici, la ripetitività dei temi, la


strategia additiva indicano una forma di torpidezza espressiva tipica di chi
non ha grande familiarità con la pagina scritta.23
D’altra parte, la variabilità linguistica della corrispondenza diplomatica
nel Quattrocento è dovuta alla variegata personalità degli scriventi, ma an­
che alla novità dello strumento comunicativo. I dipendenti della cancelleria
avevano una formazione adeguata, spesso erano notai, in genere conosceva­
no il latino, ed erano quindi in grado di svolgere con sufficiente efficacia il
lavoro di scrivani, anche se tendevano a passare dal latino al volgare in modo
meccanico e con attenzione non sempre vigile circa gli aspetti comunicativi;
invece chi scriveva lettere diplomatiche poteva avere una formazione scrit­
toria non specifica.24 Per questo motivo, pur nello sforzo generale fatto dal­
le cancellerie per formalizzare la testualità della lettera diplomatica, si pos­
sono osservare “rendimenti” linguisticamente molto disomogenei, che in
parte sono da attribuire alla formazione dello scrivente.
Innanzitutto, gli attori della politica del ’400 dovevano conoscere le for­
malità che caratterizzano l’intera comunicazione diplomatica e i relativi ef­
fetti linguistici, dal momento che l’inadeguatezza delle parole per forma o
sostanza poteva mettere in pericolo le relazioni tra gli stati.25 Le stesse dina­
miche, del resto, valevano anche per la politica interna: la trattativa attraver­
so il mezzo epistolare imponeva convenienza espressiva e insegnava anche
ai funzionari di provincia a « scrivere secondo un modello stilistico adeguato
alla qualità del rapporto con l’interlocutore ».26 Inoltre, una delle principali

22. Per esempio quael ‘quale’, sentier ‘sentire’ e l’aggiunta di una nasale finale (sian ‘sia’, debian
‘debba’), forse non solo grafica.
23. Cfr. I. Lazzarini, Lettere, minute, registri: pratiche della scrittura diplomatica nell’Italia tardome­
dievale fra storia e paleografia, in « Quaderni storici », n. 152 2016, pp. 449-70; R. Fresu, La scrittura
dei semicolti, in Storia dell’italiano scritto, cit., pp. 195-223.
24. Sull’accesso alla scrittura epistolare cfr. W. Bracke, « Fare la epistola » nella Roma del Quat­
trocento, Roma, Roma nel Rinascimento, 1992; in generale: M. Ferrari-F. Piseri, Scolarizzazio­
ne e alfabetizzazione nel Medioevo italiano, in « Reti medievali. Rivista », a. xiv 2013, pp. 315-50.
25. Nel 1469 Cicco Simonetta riferí del pericolo che causavano « vocabuli non bene conve­
nienti », « cose et parlari molto aspri et pongenti » e « tante strane et aliene forme de dire et
tanti varii sinonimi » usati da Ferrante d’Aragona in una lettera indirizzata a Galeazzo Maria
Sforza (F. Senatore, Il documento cancelleresco, in Storia della lingua e storia. Atti del ii Convegno
dell’Associazione storici della lingua italiana, Catania, 26-28 ottobre 1999, a cura di G. Alfieri,
Firenze, Cesati, 2003, pp. 127-40, a p. 138).
26. C. De Caprio, Comunicare col re. Linguaggi politici fra prassi e ideologia nel Regno di Napoli di
età aragonese: il caso dell’universitas di Capua, in L’italiano della politica e la politica dell’italiano. Atti
dell’xi Convegno ASLI, Napoli, 20-22 novembre 2014, a cura di R. Librandi e R. Piro, Firen­
ze, Cesati, 2016, pp. 595-607, a p. 605.

182
i carteggi diplomatici nel quattrocento

abilità dell’ambasciatore consisteva nella capacità di riportare il discorso al­


trui, formulando un testo dalla complessità linguistica non comune e non
sempre facile da codificare. Per esempio, due ambasciatori milanesi riferi­
scono a Francesco Sforza la loro risposta espressa a voce a Ferrante d’Arago­
na in una serrata conversazione; indico con (a) i deittici (costituenti e accor­
di verbali) che fanno riferimento al re di Napoli e con (b) quelli che rinviano
al duca di Milano: « A la qualea havemo resposto che ellaa non haa ad metere
in dubio che la signoria vostrab tanto cordialmente l’aamab che per la conser­
vatione de questo suoa stato non tanto la roba ma la propriab persona glia
meterissevob senza reservo alcuno […] ».27 Si può presumere che nella con­
versazione orale la v persona doveva essere per Ferrante e la iii per lo Sforza:
« voi non dovete dubitare che il duca vi ama al punto che, per la conservazio­
ne del vostro stato, vi metterebbe a vostra disposizione non solo la sua roba
ma la sua stessa persona ». Nella lettera si incrociano la tecnica di compilazio­
ne dei sommari e il passaggio dal discorso diretto a quello indiretto: cosí, per
il cambiamento del piano deittico, ci si riferisce a Ferrante con la iii persona,
mentre per il duca si oscilla tra iii e v; in effetti nel ’400 nelle allocuzioni di
cortesia le due persone possono essere entrambe utilizzate per rivolgersi al
destinatario, ma in questo caso di discorso riportato l’uso della iii persona sia
per il re di Napoli, personaggio del racconto, sia per il duca di Milano, cui era
indirizzato il dispaccio, determina una collisione sconcertante.
La lingua della lettera diplomatica, inoltre, subisce anche un lento pro­
cesso di tecnificazione, che passa attraverso l’addensamento e la dissemina­
zione di tratti di altri linguaggi in formazione. Si veda, per esempio, l’esor­
dio del verbale di un consiglio di guerra, inviato in un dispaccio del duca di
Calabria al padre Ferrante e sottoscritto da Pontano, nel 1483:
Vedendose omne dilatione essere nociva, et che per niente è da dare tempo ali ini­
mici, hogi, qui in consiglio, in conspectu de quisti illustrissimi signori et magnifici amba­
sciatori et consiglieri, se è senza exceptione concluso che io parta domatina et me conferisca
ad Monza, dove le gente de questo illustrissimo stato per maxima parte hanno facto
capo. Et cosí io exequirò. Et postdomane, per havere cognitione oculare de alcuni lochi,
cavalcherò ad explorare il sito del payese et videre la condicione del terreno […].28

Il modo rigidamente sequenziale di riportare i principali dati del contesto,


la gerarchizzazione delle informazioni, l’uso dell’impersonale deliberativo,

27. Cfr. Dispacci sforzeschi da Napoli, cit., ii num. 56.


28. Cfr. B. Figliuolo, Corrispondenza di Giovanni Pontano segretario dei dinasti aragonesi di Na­
poli (2 novembre 1474-20 gennaio 1495), Salerno, Laveglia & Carlone, 2012, pp. 127-28.

183
francesco montuori

il lessico specialistico sono ingredienti propri del verbale, ereditati dal mo­
derno burocratese.29 La lettera diplomatica incamera con naturalezza que­
sta diversa testualità, la asseconda anche per i caratteri parzialmente affini di
cui si era dotata – sebbene gestiti con funzione argomentativa e in una pro­
spettiva retorica –30 e coopera a diffonderli nello spazio linguistico nazio­
nale;31 non viene utilizzato, invece, un tratto della morfologia locale come
le forme coniugate del gerundio e del participio, che in quegli anni si anda­
vano codificando come tecnicismi delle scritture burocratiche interne nel
Regno.32 Nel seguito, la lettera di Pontano, dopo aver aderito nell’esordio a
una formularità funzionale al tipo testuale della verbalizzazione di un’as­
semblea, continua utilizzando i tradizionali caratteri informativi dei dispac­
ci dei segretari.
Gran parte dell’attività diplomatica si svolgeva a voce, in un parlare non
quotidiano ma formalizzato; un parlato nel quale dovevano spiccare la no­
tevole densità di parole semanticamente piene e la frequente espressione
dell’atteggiamento del parlante attraverso i verbi modali. Il linguaggio di­
plomatico sembra conformarsi nella pratica alla tradizione medievale per
cui oratoria ed epistolografia erano in rapporti tanto stretti che quasi non si
distinguevano. Il “vecchio” armamentario dei dictamina procura gli stru­
menti al linguaggio della diplomazia grazie alla lunga vitalità dell’ars dictandi,
non solo come produzione di trattati teorici, bensí, e forse soprattutto, come
prassi di composizione di lettere e discorsi. Dal punto di vista formale, quin­
di, i modelli di scrittura erano adatti anche alla riproduzione ad alta voce.
La documentazione della perfetta reversibilità del dire e dello scrivere,
soprattutto nei testi tra pari o verso un destinatario di minor prestigio, si
trova, per esempio, nel Formulario attribuito a Landino: qui solo lo stile “su­

29. Cfr. S. Lubello, Usi pubblici e istituzionali dell’italiano, in Manuale di linguistica italiana, a


cura di S.L., Berlin-Boston, de Gruyter, 2016, pp. 417-41, a p. 421. Cfr. anche Id., Il linguaggio
burocratico, Roma, Carocci, 2014; C. Marazzini, La lingua degli stati italiani. L’uso pubblico e buro­
cratico prima dell’Unità, in La lingua d’Italia: usi pubblici e istituzionali. Atti del xxix Congresso
della Società di Linguistica Italiana, Malta, 3-5 novembre 1995, a cura di G. Alfieri e A. Cas-
sola, Roma, Bulzoni, 1998, pp. 1-27.
30. Cfr. Senatore, « Uno mundo de carta », cit. Per un campionario di lessico burocratico
nelle lettere della cancelleria urbinate cfr. Breschi, La lingua volgare, cit., pp. 212-13; cfr. inoltre
A. Felici, « Honore, utile et stato ». “Lessico di rappresentanza” nelle lettere della cancelleria fiorentina
all’epoca della Pace di Lodi, in « Studi di lessicografia italiana », vol. 34 2017, pp. 83-130.
31. Dalle scritture amministrative questi tratti tracimano in altre tipologie testuali: cfr. C.
De Caprio, Spazi comunicativi, tradizioni narrative e storiografia in volgare: il Regno negli anni delle
guerre d’Italia, in F.eC., a. xxxix 2014, pp. 39-72, alle pp. 65-69.
32. Cfr. A. Ledgeway, Grammatica diacronica del napoletano, Tübingen, Niemeyer, 2009, p. 589.

184
i carteggi diplomatici nel quattrocento

blime”, tra quelli adatti a un interlocutore piú importante, è giudicato poco


confacente alla declamazione.33 Il Formulario, stampato per la prima volta nel
1485 ed edito per piú di settanta volte fino al 1584 sotto il nome di Bartolomeo
Miniatore o di Cristoforo Landino, è una raccolta di circa 170 modelli di
parti di lettere (in genere esordi) che mescolano destinatari, temi e canali di
comunicazione.34 La variazione di registro non si osserva in relazione alla
coppia scritto/parlato e, anche quando si guarda allo svolgimento dello stes­
so tema in lettere indirizzate a diversi destinatari, pertiene piú alla retorica
che alle forme della lingua. Nel Formulario anche la variazione linguistica
nello spazio tende ad azzerarsi. La forza centripeta della stampa fa sí che le
edizioni, nel tempo, mostrino una forte stabilità testuale, con minime va­
rianti. Un sondaggio compiuto su un campione di trenta modelli in cinque
incunaboli ha evidenziato una scarsa mobilità delle lezioni: i cambiamenti
piú espliciti hanno lo scopo di eliminare serialmente la patina emiliana del­
la princeps, in genere sostituita con tratti panitaliani e, piú raramente, fioren­
tini o locali. Queste tendenze possono essere cosí esemplificate:
tutti cum optima obedientia e fede se racomandemo (c. b8v);
tutti cum optima obedientia e fede ce racommandiamo (c. b8v);
tutti cum optima obedientia e fede ce racommandiamo (c. b7v);
tucti cum optima obedientia e fede ce racommandamo (c. b7v);
tutti cum optima obedientia e fede ce racomandamo (c. b7v).35

L’influsso del Formulario sull’epistolografia consiste nel dotare gli scriventi di


una « retorica senza letteratura »,36 per una lingua che, sebbene sia utilizzata

33. Cfr. L. Matt, Teoria e prassi dell’epistolografia italiana tra Cinquecento e primo Seicento, Roma,
Bonacci, 2005, pp. 14-15. Stile sublime è, in parte, quello contrassegnato nelle rubriche con gli
aggettivi optimo e fornito, e contraddistinto da complessità sintattica, prolessi delle subordinate,
inversioni, uso di costrutti condizionali e concessivi non controfattuali.
34. Il regesto delle edizioni e i tipi di ordinamento e selezione del materiale sono in M.C.
Acocella, Il ‘Formulario’ di epistole missive e responsive di Bartolomeo miniatore: un secolo di fortuna
editoriale, in « La Bibliofilia », a. xciii 2011, fasc. 3 pp. 257-91. In alcune edizioni, il Formulario in­
corporò anche l’anonima raccolta Soprascripti et introscripti di lettere, stampata a Firenze dai Gril­
landi nel 1480. Cfr. inoltre M.C. Panzera, L’école de l’épistolier. Modèles et manuels de lettres de
Pétrarque à Sansonvino, in Les usages politiques des correspondances en Italie, XIVème-XVIIIème siècles,
sous la direction de J. Boutier et alii, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, 2009, pp. 23-41.
35. F. Aperuta, Varianti linguistiche in cinque edizioni del ‘Formulario de epistole vulgare missive e
responsive’ (1485-1492), Tesi di laurea discussa presso l’Università « Federico II » di Napoli, a.a.
2016-2017. Le edizioni sono: la princeps bolognese del 20 aprile 1485 (Ugo di Rugerii), le stampe
di Gaeta del 1487 (Andreas Freitag) e del 1489 (I. Hohenstein), la napoletana del 1490 (Chri­
stian Preller) e quella romana del 1492 (Andreas Freitag).
36. Cfr. S. Bozzola, Tra un’ora la nostra sorte. Le lettere dei condannati a morte e dei deportati della

185
francesco montuori

in testi manoscritti, viene stabilizzata dall’invenzione della stampa: entram­


bi i caratteri si manifestano nella redazione delle lettere diplomatiche.

3. La lettera all’interno dell’attività diplomatica: avantesti scritti


e orali

Come detto, uno degli elementi costitutivi delle lettere diplomatiche è il


fatto che esse sono parte di una intensa attività di contrattazione operata da
piú attori e secondo complesse strategie discorsive, cosí che le parole di
molti si accumulano nel testo come componente di ibridismo congenita.
Talvolta l’arrivo di una singola lettera produce una gran quantità di testi,
orali e scritti. In una lettera di Pietro Nasi, ambasciatore fiorentino a Napo­
li, indirizzata a Lorenzo de’ Medici, si legge la lunga trafila degli eventi che
segnano una tipica attività diplomatica quattrocentesca.37 Nel corso di una
trattativa che occupò mesi molto delicati nel 1491, una singola lettera di
Lorenzo genera una gran quantità di testi di negoziazione politica, l’eco dei
quali si manifesta nel resoconto di Nasi. Il pensiero di Lorenzo viene letto,
riportato oralmente e riformulato per iscritto in diverse forme testuali codi­
ficate: discorsi a viva voce, suppliche, istruzioni, estratti, copie. In assenza
delle altre forme scritte (perdute o inedite) di questo negoziato, percepiamo
la lettera diplomatica di Nasi come una nota di base, insieme alla quale ri­
suonano tutti gli altri testi come se fossero i molti “armonici naturali” della
lettera diplomatica.
Se guardiamo al processo cronologico degli eventi con l’obiettivo di rico­
struire la trafila compositiva di una lettera, allora il testo diplomatico mostra
di avere piú fasi di elaborazione. La lettera di Lorenzo, e quindi le sue paro­
le e forse la sua lingua, costituirono il modello diretto delle parti dispositive
dei testi successivi, come dice esplicitamente Ferrante nelle parole riportate
dal Nasi: « Scriverrò questa sera al Pontano et ordineròlli scriva a messer
Simonotto [ambasciatore napoletano a Milano] in quello modo Lorenzo do­
manda per cotesta lettera ».38 La parola di tutti i partecipanti al dialogo politico è
quindi una componente sempre presente nella compilazione della lettera

Resistenza, Roma, Carocci, 2014, p. 54. Si tenga conto, a monte, che la cancelleria resta il luogo
« in cui le letture di carattere letterario o la frequentazione di autori finiscono per influire
sulla forma con la quale si scrive una lettera, sul fatto che essa sia in toscano piuttosto che in
latino, e sul fatto che essa sia piú o meno toscanizzata » (C. Marazzini, La lingua negli usi istitu­
zionali, in Storia della lingua e storia, cit., pp. 34-60, a p. 53).
37. Pietro Nasi a Lorenzo de’ Medici, 23 aprile 1491, in Corrispondenza, cit., num. 89.
38. Ivi.

186
i carteggi diplomatici nel quattrocento

diplomatica ed è riportata nelle piú diverse forme, secondo criteri di oppor­


tunità politica e di efficacia argomentativa. Le lettere per esempio, sono
ricchissime di discorsi diretti, anche molto lunghi, intercalati da narrazioni
e da altre forme di discorso riportato. Mentre le parole riferite indiretta­
mente possono essere facilmente causa di difficoltà espressive, il discorso
diretto è in genere accompagnato da un’esplicita cornice citante ed è segna­
lato dal cambiamento del centro deittico, marcato con introduttori come il
pronome personale o una vocazione o un avverbio, o anche solo con indizi
forniti dall’accordo verbale e dai possessivi. Questa procedura offre una do­
cumentazione molto indiretta di parlato, ma consente una stilizzazione
molto efficace della conversazione politica, accentuandone l’ibridismo lin­
guistico, ora con l’uso di lessico quotidiano e di fraseologia proverbiale, con
un ruolo essenziale nell’argomentazione, ora nel citare parole pronunciate
in altra lingua o anche nel costruire dialoghi fittizi.39
La plurivocità non è solo una componente della discorsività della lettera
diplomatica ma ne caratterizza anche la composizione, cosí da renderne
indeterminato il redattore. Di norma la scrittura delle lettere in ambiente
diplomatico consisteva nel concepimento di una minuta, nell’elaborazione
di una revisione, nella copia del dispaccio in un apposito registro e infine
nella stesura dell’originale, di mano del mittente o di un intermediario di
professione.40 È conforme alla prassi diplomatica che gli attori di questa
trafila potessero essere diversi o che una sola conversazione fosse la fonte di
piú scritture (autografo, lettera di segretario, dispaccio di ambasciatore): la
comprensione del testo era cosí favorita, dal momento che al destinatario
arrivavano spesso piú “voci” sullo stesso argomento. Scrive ad esempio An­
tonio da Trezzo a Francesco Sforza, quando era re ancora Alfonso (1457):
Ritornai poi alla Torre da la prefata maiestà, la quale come intese ch’io era lí me fece
chiamare et, reductasi in una camareta, se fece dare da scrivere da Matheogioanne
secretario, che altra persona che luy, el duca et io gli era, et scripse alla excellentia
vostra, come per le alligate de mane sua essa vederà, per le quale comprehenderete
quanto sua maiestà resti ben contenta et satisfacta del scrivere vostro et de le proferte
gli haveti facte; oltra el quale suo scrivere essa maiestà me usò queste parole […].41

39. Per il coevo ambito letterario, cfr. E. Testa, Simulazione di parlato. Fenomeni dell’oralità
nelle novelle del Quattrocento, Firenze, Accademia della Crusca, 1991.
40. Non era sempre necessario che le azioni fossero tutte messe in pratica o che la catena
degli eventi fosse proprio quella indicata: le variabili erano molte e dipendevano da fattori
diversi, dal personale a disposizione al carattere individuale, dal contenuto della lettera alla
modalità di archiviazione.
41. Cfr. Dispacci sforzeschi da Napoli, cit., i num. 215.

187
francesco montuori

Le parole del re, riportate in discorso diretto dall’ambasciatore, costituisco­


no una versione alternativa all’autografo del re, che in questo caso non do­
vette essere preceduto da una minuta. Inoltre, dato che era frequente che gli
stessi pensieri fossero riformulati piú volte da persone diverse, una lettera
poteva essere il prodotto di una elaborazione collettiva piú che l’espressione
di un singolo. È chiaro che una trafila compositiva di questo tipo non mette
in discussione l’autorialità del testo, garantita da caratteristiche materiali e
validata dall’atto stesso della ricezione, ma rende molto piú incerta la rico­
struzione delle tappe della composizione e dei piani alti della trasmissione.42
Per trasmettere informazioni legate a una singola circostanza, quindi, la
diplomazia quattrocentesca produce una pluralità di documenti e sovrap­
pone diverse codifiche all’interno del singolo testo: le lettere hanno, perciò,
differenti livelli di informatività, di pianificazione linguistica e di autonomia
comunicativa. Sono questi i principali strumenti regolatori dell’ibridismo
dei carteggi esteri delle cancellerie quattrocentesche.

4. Gli autografi

L’ibridismo della lingua della cancelleria, dovuto a comportamenti « carat­


terizzati da una fondamentale tendenza al conguaglio linguistico »,43 era
quindi un compromesso comodo, di cui erano consapevoli tutti gli attori
della comunicazione e che si doveva manifestare in modo ragionevole: le
eventuali aberrazioni erano lette come sintomi di falsificazione o manipola­
zione. Come visto (par. 3), il prodotto epistolografico doveva avere quindi
una configurazione non ambigua sia negli aspetti materiali sia in quelli testua­
li e linguistici. Forme particolari di ibridismo, che avrebbero destato sospetti
in un prodotto della cancelleria di una corte, diventano accettabili e addirittu­
ra gradite se si manifestano in scritture autografe. Qui, infatti, il mittente, at­
traverso un ingrediente non verbale come è la scrittura di propria mano, so­
vraccarica il suo ruolo lasciando che le lettere manifestino un’elaborazione
non “di ambiente” ma personale. Negli autografi, in modo piú immediato, si

42. La circostanza vale per tutte le lettere, anche per gli autografi, sia quelli raccolti in epi­
stolari sia quelli inviati singolarmente. Cfr. per esempio la complicata ricostruzione dell’origi­
nale negli autografi raccolti da Iacopo Ammannati Piccolomini (Lettere (1444-1479), a cura di
P. Cherubini, Roma, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, 1997, i pp. 1-23) e la diversa
caratterizzazione linguistica nelle lettere di Ferrante d’Aragona a Milano quando dietro si
intravede una minuta e quando no (cfr. la nota al testo in F. Montuori-F. Senatore, Ritratto
di Ferrante d’Aragona, re di Napoli. Lettere autografe (1458-1467), Roma, Viella, i.c.s.).
43. M. Tavoni, Il Quattrocento, Bologna, Il Mulino, 1992, p. 47.

188
i carteggi diplomatici nel quattrocento

osserva la scripta dello scrivente e, tenendo conto delle interferenze prodotte


dagli avantesti, si presentano diverse configurazioni di ibridismo, dipendenti
anche dal ruolo del mittente. L’autografia degli ambasciatori era un requisito
professionale, poiché non sempre era disponibile un cancelliere; quella dei
príncipi o dei familiari poteva costituire un obiettivo della loro istruzione44 e
un fondamento di pedagogia retorica che con il tempo nel corso del Quattro­
cento diventa un tratto della formazione della classe dirigente.45
Un caso particolare sono gli scriventi di origine non italiana. In ambito
mercantesco emerge con chiarezza la consuetudine di scriventi catalani a
formulare parte della loro corrispondenza in un volgare di tipo italoroman­
zo: bastino a provarlo le missive conservate nell’archivio Datini e recente­
mente studiate da Tomasin.46 Per l’epistolografia diplomatica, al ben noto
caso di Alessandro VI,47 si possono affiancare ora i casi di Ferrante d’Arago­
na e di molti altri “diplomatici” attivi nel Regno di Napoli. Cresciuto a Va­
lenza, Ferrante fu istruito nel latino giuridico e nella scrittura di lettere in
catalano, in italiano e, in misura minore, in castigliano:48 la sua formazione
gli permise di affiancare alla conoscenza delle pratiche della comunicazione
epistolare una varietà di apprendimento abbastanza avanzata, molto vicina
alla prosa « non pur napolitana ma mista » del Regno,49 con chiari effetti
dell’interferenza con il catalano e con la sporadica fossilizzazione di alcune

44. Vd. A. Petrucci, Introduzione alle pratiche di scrittura, in Pratiche di scrittura, cit., pp. 549-62,
alle pp. 557 sgg. Sull’istruzione dei principi milanesi a fine Quattrocento e sull’incessante eser­
cizio nella scrittura epistolare autografa cui essi erano sottoposti sin dalla tenera età vd. M.
Ferrari, Lettere di principi bambini del Quattrocento lombardo, in « Mélanges de l’École française
de Rome. Italie et Méditerranée », a. cix 1997, pp. 339-54.
45. Cfr. M. Ferrari, Lettere su lettere: in fine?, in Ead.-I. Lazzarini-F. Piseri, Autografie dell’e­
tà minore. Lettere di tre dinastie italiane tra Quattrocento e Cinquecento, Roma, Viella, 2016, pp. 235-40.
46. L. Tomasin, Testi in italiano antico di scriventi provenzali e catalani (secoli XIV-XV), in « An­
nali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Classe di Lettere e Filosofia », s. 5, a. ix 2017, fasc.
2 pp. 387-418.
47. G. Gasca Queirazza, Gli scritti autografi di Alessandro VI nell’« Archivum Arcis », Torino,
Rosenberg & Sellier, 1959; R. Drusi, La lingua “cortigiana romana”. Note su un aspetto della questio­
ne cinquecentesca della lingua, Venezia, Il Cardo, 1995, pp. 146-47.
48. F. Montuori-F. Senatore, Discorsi riportati alla corte di re Ferrante d’Aragona, in Discorsi
alla prova. Atti del v Colloquio italo-francese « Discorsi pronunciati, discorsi ascoltati: contesti
di eloquenza tra Grecia, Roma ed Europa », Napoli-S. Maria di Castellabate, 20-23 settembre
2006, a cura di G. Abbamonte, L. Miletti, L. Spina, Napoli, Giannini, 2009, pp. 559-625.
49. Per la nota formula di Giovanni Brancati, cfr. C. Coluccia, Napoli aragonese negli anni
Settanta e Ottanta del Quattrocento: la grande stagione dei volgarizzamenti, in Volgarizzare, tradurre, in­
terpretare nei secoli XIII-XVI. Atti del Convegno di Salerno, 24-25 novembre 2010, a cura di S.
Lubello, Strasbourg, Eliphi, 2011, pp. 87-100, a p. 99.

189
francesco montuori

forme proprie del livello elementare. Perciò, durante la guerra di successio­


ne ad Alfonso e durante i primi anni Ottanta, Ferrante, con una scelta ecce­
zionale per l’epoca, ricorse alla scrittura di lettere autografe a Francesco
Sforza e a Lorenzo de’ Medici come strumento di negoziazione politica.50
Di grande interesse è anche la corrispondenza di Lluís Despuig (1410-1482),
valenziano di Xàtiva e maestro di Montesa, che fu per certo lettore di Boc­
caccio e che apprese il volgare italoromanzo in modo spontaneo e quindi
meno avanzato rispetto a Ferrante e che perciò si limitò, per lo piú, a com­
pilare poscritti autografi dove poteva efficacemente avvalersi delle compo­
nenti formulari e delle parole a forte salienza pragmatica che aveva appreso
della lingua del destinatario.51 Quindi, il re di Napoli, rinviando alle infor­
mazioni mandate dall’ambasciatore milanese Antonio da Trezzo, è capace
di esprimersi con premura nei confronti del duca di Milano scusandosi se gli
« scrive de pressa » o promettendogli che non gli darà piú « sfastidio de lette­
re ». Invece per Despuig una delle poche strategie di cortesia linguistica di­
sponibili è quella di giustificare esplicitamente l’inefficacia e la conseguente
parzialità della propria autografia:
La presente tuta avera scripto de propia manu perché conoxese la sublimità vostra che
procidia ex corde, ma per non fatjcar quella de legere cosí trista letra et che força non
la conplisevo de legere, et pertanto prego la senyoria vostra se digne de averme per
escusato.52

Gli scriventi catalani adoperano le strategie comunicative rese disponibili


dal loro livello di apprendimento. Sia Ferrante sia Despuig usano forme e
verbi epistemici o preterizioni per rafforzare, attraverso la mitigazione, la
modalità assertiva dell’enunciato; l’altissima frequenza di queste compo­
nenti nelle loro lettere o poscritti sarà da ascrivere al desiderio di usare un
procedimento comodo come indicatore del proprio atteggiamento rispetto

50. F. Montuori, Scrittura politica e varianti linguistiche nelle lettere autografe di Ferrante d’Aragona,
in Il Mezzogiorno italiano. Riflessi e immagini culturali del Sud d’Italia. El mediodía italiano. Reflejos e
imágenes culturales del Sur de Italia, a cura di C.F. Blanco Valdés et alii, Firenze, Cesati, 2016, ii
pp. 747-60.
51. A. Maggi, Lettere diplomatiche in italiano di Lluís Despuig, in Ancora su poteri, relazioni, guerra
nel regno di Ferrante d’Aragona. Studi sulle corrispondenze diplomatiche ii, a cura di F. Senatore e F.
Storti, in preparazione.
52. Prendo la citazione da A. Maggi, Dispacci in volgare italiano di Lluís Despuig. Con una lette­
ra inedita a Francesco Sforza (Napoli, 13 febbraio 1456), in Arquitectures, imatges, textos en torn de l’Orde
de Montesa i Sant Jordi d’Alfama (segles XIV-XIX), a cura di Y. Gil, E. Alba, E. Guinot, València,
Publicacions de la Universitat de València, i.c.s. La lettera del 1460 è in Archivio di Stato di
Milano, Sforzesco, Potenze Estere, Aragona e Spagna, 652 52, ff. 68-69.

190
i carteggi diplomatici nel quattrocento

a quanto scritto, assecondando in tal modo un’esigenza tipica di scriventi


non nativi.
Come per tutte le varietà di apprendimento e per le lingue veicolari, i
processi messi in moto da chi apprende una lingua o da chi usa una lingua
non materna si concretizzano in elaborazioni che vengono percepite come
errori dai parlanti nativi; per questo è sufficiente ricordare che negli scritti
di Ferrante e di Despuig, a causa del mutamento [ts] > [s] avvenuto in cata­
lano, sono fortemente oscillanti le grafie che di norma nel volgare italiano
sono adoperate, in serie diverse, per [ts] (o [tʃ ]) e [s]; nell’annotazione meta­
linguistica di un contemporaneo, questa circostanza viene vista come un
difetto, per cui « Catalani gens hispana vix sonum C a sono S dignoscunt ».53
Perciò, sulla lingua dei catalani della corte di Napoli è importante porsi pro­
blemi circoscritti e chiedersi, per esempio, quanta consapevolezza fonologi­
ca ci fosse nelle loro scritture, cioè quanta capacità avessero di riconoscere i
tratti del sistema fonologico italiano e di rappresentarli con grafemi della
lingua di arrivo, oscillando tra moltiplicazione e diminuzione delle varianti;
oppure su quali modelli si formassero i paradigmi verbali e quali fossero i
meccanismi analogici adottati.54
Nella pratica, possiamo quindi valutare i fenomeni grafici o morfosintat­
tici non negativamente, come mancata padronanza della norma, ma positi­
vamente, come aspirazione ad aderire a un modello di scrittura locale ma
adatta alla corrispondenza diplomatica. La sovrafunzionalizzazione o l’ec­
cessiva frequenza di alcuni costrutti tipici della scrittura epistolare, come gli
infiniti con soggetto proprio o i costrutti gerundiali, non sono la manifesta­
zione di adesione a dettati retorici della scrittura piú retriva ma effetti dell’a­
dozione un po’ meccanica di costrutti di un volgare italiano appreso come
lingua seconda.55

53. Nel De accentibus di Paolo Pompilio, edito a Roma dal Plannck nel 1488: cfr. C. Dioni-
sotti, Gli umanisti e il volgare fra Quattro e Cinquecento [1968], a cura di V. Fera, Milano, 5 Con­
tinents, 20032, pp. 32-33.
54. Cfr. le pagine conclusive di D. Dotto, “Scriptae” venezianeggianti a Ragusa nel XIV secolo.
Edizione e commento di testi volgari dell’Archivio di Stato di Dubrovnik, Roma, Viella, 2008, pp. 431-38.
55. Manifestazioni analoghe sono nelle lettere di chi fu influenzato dal proprio dialetto o
dal portoghese appreso da adulto come lingua veicolare, come il gesuita Matteo Ricci, i cui
scritti epistolografici sono caratterizzati da forti interferenze morfosintattiche e lessicali e,
d’altra parte, da « una sintassi dai nessi allentati, le cui giunture insomma non trovano un inca­
stro perfetto e complementare, come se fossero pezzi originariamente appartenenti a macchi­
nari differenti, che lo scrivente si sforza di far funzionare insieme » (S. Bozzola, Esperienza e
scrittura nell’epistolario di Matteo Ricci, introduzione a M. Ricci, Lettere (1580-1609), a cura di F.
D’Arelli, Macerata, Quodlibet, 2001, pp. xxv-xlvii, alle pp. xxxviii-xlvii).

191
francesco montuori

Negli autografi dei funzionari regnicoli c’è inoltre una tendenza alla mo­
numentalizzazione della lettera. Chi enfatizza l’autografia scrive non per
partecipare informazioni ma per aprire un canale privilegiato di contatto,
non per fare asserzioni di particolare rilievo politico o diplomatico ma per
comunicare la modalità di sincerità dei rapporti con i suoi corrispondenti,
accettando i tradizionali condizionamenti della rapidità di scrittura e di effi­
cacia della comunicazione, ma senza manifestare quel senso di costrizione
proprio, per esempio, dei semicolti.56 In questo tipo di autografi l’ibridismo
linguistico ha forme idiosincratiche. La lingua ha un carattere molto locale
e soprattutto una formazione elementare. Come nei Memoriali, anche nei
suoi autografi Diomede Carafa manifesta i limiti stilistici di una scrittura
priva di « tensione progettuale ».57 Configurata come il proseguimento della
conversazione diplomatica, la lettera di Carafa non si libera dell’occasiona­
lità della concezione e dell’inconsapevole localismo della lingua.
Tutt’altro tipo di ibridismo è quello, propriamente stilistico, che si legge
in un autografo di Pontano ad Eleonora d’Aragona, dove la “domestichez­
za” della lingua della diplomazia ha una chiara manifestazione linguistica.
Nella prima parte, molto formale, Pontano ringrazia la duchessa di Ferrara
per le condoglianze manifestate per la morte della moglie del poeta. La va­
rietà è quella cancelleresca, degli esordi forniti ed eleganti del Formulario di
Landino, nell’uso delle concessive e del futuro volitivo, per esempio:
Attenderò ad accommodarme con li Suoi recordii, perbenché l’affanno sia grave
[…]. Pur me andarò mitigando lo piú che porrò; et perbenché lo dolore se habia ad
mitigare, crescendo li anni et la indisposizione crescerà piú el disederio de la com­
pagna perduta et non serrà però chi soccorra a le necessitate mie. Pur passarò como
Dio me darrà el modo.58

56. F. Montuori, Gli autografi di un re: le lettere di Ferrante I d’Aragona a Francesco Sforza, in « Di
mano propria ». Gli autografi dei letterati italiani. Atti del Convegno internazionale di Forlí, 24-27
novembre 2008, a cura di G. Baldassarri, M. Motolese, P. Procaccioli, E. Russo, Roma,
Salerno Editrice, 2010, pp. 609-31; Ferrari-Lazzarini-Piseri, Autografie, cit., p. 23.
57. G. Cappelli, “Maiestas”. Politica e pensiero politico nella Napoli aragonese (1443-1503), Roma,
Carocci, 2016, pp. 179-86. J.D. Moores, New Light on Diomede Carafa and his “Perfect Loyalty” to
Ferrante of Aragon, in « Italian Studies », a. xxvi 1971, pp. 1-23; D. Carafa, Memoriali, a cura di F.
Petrucci Nardelli, Roma, Bonacci, 1988; E. Guerra, Carafa Diomede, in Encyclopedia of Re­
naissance Philosophy, ed. by M. Sgarbi, Switzerland, Springer International Publishing (pubbli­
cazione on line); B. Figliuolo-F. Senatore, Per un ritratto del buon ambasciatore. Regole di compor­
tamento e profilo dell’inviato negli scritti di Diomede Carafa, Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini,
in De l’ambassadeur. Les écrits relatifs à l’ambassadeur et à l’art de négocier du Moyen Âge au début du
xix e siècle, a cura di S. Andretta, S. Péquignot, J.-C. Waquet, Rome, Collection de l’École
française de Rome, 2015, pp. 163-85, alle pp. 168-73.
58. L. Monti Sabia, Una lettera inedita ad Eleonora d’Este, in Ead.-S. Monti, Studi su Giovanni

192
i carteggi diplomatici nel quattrocento

Pontano sa adattarsi a uno standard comunicativo adeguato all’argomento e


al destinatario. Nella parte finale, formulata in una serie di informazioni
fornite con stile elencativo, dà notizie sui movimenti a corte: l’abbassamen­
to di registro dovuto al cambio di argomento si manifesta nella sintassi sbri­
gativa e in un lessico colloquiale anche negli eufemismi:
Lo conte de Agello è stato benveduto in questa sua tornata. […] Lo S.or Re è venuto
in Nola per la caccia del piano de Parma et passa assai bene de la podagra che in dí
passati l’offendette. Lo S.or don Federico è al stato suo. Lo doctore che va ad Milano
per le cose della duchessa, chiamato messer Julio de Scortiatis, heri partette.

Ma non c’è nulla in questa parte della lettera che configuri una lingua espli­
citamente locale, nulla che non sia sovraregionale, da heri alle forme dei
perfetti in -ette ai deverbali in -ata (tornata). In Carafa la lingua delle lettere
destinate a signori di potenze estere non è meno “regnicola” di quella dei
Memoriali. In Pontano, invece, è la sovraregionalità ad essere un valore che
non diminuisce in funzione dell’abbassamento di registro.

5. Gli originali e le copie

I tratti linguistici non variano solo in base al livello professionale dello


scrivente: oscillazioni compaiono anche nelle diverse riformulazioni del
testo diplomatico, come la lettera di segreteria e la copia di cancelleria. Se
l’autografo è una sorta di medium certificato delle intenzioni politiche del
mittente, la lettera di segretario non raffredda l’attendibilità dell’informa­
zione, ma è l’occasione per dilungarsi sulle strategie e sugli scenari alterna­
tivi. In cancelleria, un documento originale è quello approntato in modo
formalmente ineccepibile, cosí che abbia effetti pratici o giuridici commisu­
rati alle intenzioni di chi lo ha fatto preparare o l’ha materialmente compi­
lato. Una lettera diplomatica originale è quella in cui la traccia del mittente
è visibile nella firma o nel sigillo, suoi o del segretario, mentre la compila­
zione materiale può essere stata affidata al segretario stesso o a uno scrivano
della cancelleria. Vediamo due esempi di rielaborazione dei segretari:59 la

Pontano, a cura di G. Germano, Messina, Centro interdipartimentale di studi umanistici, 2010,


i pp. 173-93.
59. Cfr. « Il segretario è come un angelo ». Trattati, raccolte epistolari, vite paradigmatiche, ovvero come
essere un buon segretario nel Rinascimento, a cura di R. Gorris Camos, Fasano, Schena, 2008; G.
Vitale, Sul segretario regio al servizio degli aragonesi di Napoli, in « Studi storici », a. 49 2008, pp. 293-
321.

193
francesco montuori

diversa formulazione di un esordio in un autografo di Ferrante e nella lette­


ra del suo segretario Antonello Petrucci; il filtro linguistico che la cancelle­
ria napoletana guidata dal Pontano applica alle lettere di Ippolita Sforza,
duchessa di Calabria.
In relazione allo spignoramento della corona reale, si vedano tutte le
differenze stilistiche tra l’esordio di un autografo di Ferrante a Francesco
Sforza e quello della lettera di segretario:60
1 Non ve poria scrivere quanto ho avuto caro 2 lo ordine avjte dato de 2rescotere la
mja corona, 3 de che quanto posso ve ne rengracjo 4 et ve preguo, como non avjte
facto 3fine adesso, non me vollate mancare.

2 Intesa la diligentia quale vostra excellentia have usata in la recuperatione et recap­


tatione dela nostra corona, 1 ne havemo pigliato singularissimo piacere, 3 et ne resta­
mo summamente obligati. Havete in questo monstrato la cura et cogitatione vostra verso el
nostro stato non esser sola in uno modo o per una via, ma per mille et varii modi et per tucte
quelle vie quale possete comprendere essere ad nui utile et commode. 4 Né aspectate esser re­
chesti o sollicitati, ma vui, prudentemente et como amantissimo padre, prevenete
ad quanto ne pare se debia fare et tractare. Et nui per questo ogne dí piú et con maior raso­
ne de vui pigliamo speranza, la quale cognoscemo meritamente pigliare per lo paterno amore
quale ne portate et per le affectionatissime opere quale verso nui con tanta solertia facete.

Ferrante, nella sua varietà meridionale di apprendimento, punta a una di­


mensione discorsiva che ostenti familiarità ed emotività: inizia con una pre­
terizione, allo scopo di calcare i toni gioiosi, e anticipa l’espressione dei ral­
legramenti (1) rispetto alla loro causa (2), del resto già nota all’interlocutore.
Seguono una generica forma di ringraziamento (3) e un invito alla solidarie­
tà politica (4), accumulate sulla principale attraverso un debole connettivo
(de che) e coordinate tra di loro.
Il segretario invece adopera una strategia molto diversa. Il dettato è, nel
complesso, di molto amplificato, con l’introduzione di “complimenti” as­
senti nell’autografo (qui, in corsivo). Nell’esordio si sceglie di presentare gli
eventi nella loro sequenza cronologica, con la causa espressa in una partici­
piale (2: Intesa), argomento prolettico della reggente (1) in cui si esprime il
piacere e l’obbligo contratto dal re di Napoli. La richiesta della continuità
dell’aiuto è foderata tra altri ringraziamenti e riformulata in una struttura
correlativa, nella quale la petizione è espressa non dal verbo pregare ma da
piú sbrigativi imperativi. Nella lettera del segretario appare una scripta corti­

60. Cfr. Montuori-Senatore, Per un ritratto del buon ambasciatore, cit., num. 34; Dispacci sfor­
zeschi da Napoli, cit., iv num. 4.

194
i carteggi diplomatici nel quattrocento

giana che, rispetto all’autografo, sembra elaborare un processo di koinizza­


zione che risponde alla definizione di Meillet, secondo cui nella lingua co­
mune si può vedere un’entità definibile solo in negativo come quella varie­
tà che non è nessuna delle varietà locali.61
Lo stesso processo è visibile anche comparando serialmente la lingua di
uno scrivente nei suoi autografi e nelle lettere di segretario. Per esempio, è
possibile farsi un’idea concreta degli effetti linguistici del lavoro di Pontano
nella cancelleria a Napoli comparando i 76 autografi di Ippolita Sforza con i
cinque esemplari trascritti interamente dal Pontano e con le altre 62 lettere
solo firmate da lui quando, tra il 1475 al 1481, era segretario della duchessa di
Calabria.62 In tal modo ci si può fare un’idea abbastanza solida di come un
cancelliere della corte napoletana, pur dall’eccezionale personalità cultura­
le, operasse una parziale commutazione linguistica sotto la spinta di due
forze omologanti: il modello tendenziale del latino, di grande efficacia so­
prattutto nelle grafie, e la sovraregionalità, che agisce su una medietà di gra­
do avanzato perché già iniziata con i processi di toscanizzazione trecente­
schi o primo-quattrocenteschi che la lingua di Napoli prima e quella della can­
celleria milanese poi avevano conosciuto.
Infatti, gli autografi di Ippolita mostrano che Pontano e i cancellieri na­
poletani applicavano un filtro significativo alla lingua della duchessa: nelle
lettere firmate dal segretario non appaiono mai scrizioni attestate variamen­
te negli autografi di Ippolita, come hi “i”, forme di oldire ‘udire’, assibilazioni
in Zohane, Zorgio, zovenetta, zobbia ‘giovedí’, mazor, Casalmazore, mottezandoli,
viazo o in piasere, palatalizzazioni come in vegnire e composti, sonorizzazioni
dei deverbali in -ata (cavalcada, retornada), e poi pernigi, ugellare, il participio

61. Cfr. G.R. Cardona, Il concetto di koinè in linguistica, in Koinè in Italia dalle Origini al Cinque­
cento. Atti del Convegno di Milano e Pavia, 25-26 settembre 1987, a cura di G. Sanga, Bergamo,
Lubrina, 1990, pp. 25-34.
62. V. Mele, Madonna duchessa de Calabria, mediatrice e benefactrice. Mediazione diplomatica, pra­
tiche commendatizie e reti familiari di Ippolita Maria Visconti d’Aragona (1465-1488), Tesi di dottorato
discussa presso l’Istituto italiano di scienze umane (SuM) di Firenze, a.a. 2011-2012. Cfr. anche
I.M. Sforza, Lettere, a cura di M.S. Castaldo, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2004. Le lettere
di mano del Pontano sono le num. 5, 17, 18, 20, 23 dell’ed. Figliuolo, Corrispondenza, cit. (al
quale si rinvia tacitamente), e le num. 267, 290, 291, 293, 296 dell’ed. Mele. Aggiornamenti con
nuovi autografi di Pontano, originali di Ippolita, sono in F. Bistagne, Une lettre de Pontano a
Ludovico Sforza, Pierpont Morgan Library, Misc. Italian., MA 2569: hybridation linguistique et prestige
de la langue, relazione letta al xvith Congress of the International Association for Neo-Latin
Studies (IANLS), Vienna, 3 agosto 2015, i.c.s.; M. Rinaldi, Un nuovo documento redatto da Gio­
vanni Pontano, in « Spolia », n. 2 2016, pp. 246-51. Per la scrittura di Pontano, vd. Id., Giovanni
Pontano, in Autografi dei Letterati Italiani, iii. Il Quattrocento, a cura di F. Bausi, M. Campanelli,
S. Gentile, J. Hankins, Roma, Salerno Editrice, 2013, i pp. 331-49.

195
francesco montuori

apocopato restà. In particolare Pontano nelle copie di sua mano non lascia
filtrare tratti settentrionali, se non episodicamente: serrà… collogata ‘sarà spo­
sata’ (num. 5) con fonetica settentrionale in un verbo anche toscano (TLIO,
s.v. collocare, par. 5); exí ‘uscí’ (num. 20) e rompí ‘ruppe’ (num. 17).63
Gli altri scrivani della cancelleria di Ippolita lasciano precipitare dalle
minute della duchessa qualche altra caratteristica imputabile a uno scriven­
te settentrionale e che quindi non è attribuibile né alle loro consuetudini
scrittorie né al linguaggio della diplomazia in generale: per esempio, per la
grafia cii e cia ‘zii, zia’ (num. 35 e 77, riedita da Mele, num. 434, sull’originale)
oppure bosia (num. 48);64 nella fonetica mestegare ‘mesticare’ (num. 48); per la
morfologia, il mi soggetto (num. 19), le iv persone del passato remoto del
tipo recevessemo (num. 40), fossemo (num. 41), mandassemo (num. 48), tornassemo
(num. 53), che corrispondono alle molte forme analoghe che si trovano ne­
gli autografi di Ippolita;65 anche l’infinito con metaplasmo exponire (num. 33)
è, con tutta probabilità, un effetto delle minute della milanese Ippolita.66
Naturalmente, molti tratti non esclusivamente meridionali ma di « soli­
darietà panitalica di fronte a uno sviluppo idiosincratico toscano » saranno
passati dalla minuta di Ippolita all’esemplare di segretario o di altro scrivano
perché familiari a chi era uso al linguaggio della diplomazia, come per
esempio la v persona dell’indicativo presente recordati (num. 59) o il congiun­
tivo siati (num. 15 e 19).67 Allo stesso modo una leggera patina meridionale si
manifesta nelle lettere degli scrivani, in alcune chiusure metafonetiche per

63. Nella banca dati del TLIO (www.ovi.cnr.it) trovo un rompí anche nell’edizione del
commento alla Commedia di Guglielmo Maramauro, opera di scrivente napoletano tràdita in
manoscritto settentrionale; exí è nel mantovano Belcazer.
64. Cfr. inoltre debitrize (num. 52).
65. Di contro si trovano recevemmo (num. 32, 36bis, 38), mandammo (num. 36), fommo (num.
53); d’altra parte anche in lettere di Alfonso duca di Calabria, firmate ma non scritte da Ponta­
no, si trovano mandassemo (num. 376), chiamassemo (num. 398); da tenere distinti i perfetti forti
dissemo (num. 43, lettera di Ippolita); mossemo (num. 87, lettera di Alfonso), scrissemo (num. 517,
lettera di Ferrante): cfr. M. Barbato, Il libro viii del Plinio napoletano di Giovanni Brancati, Napo­
li, Liguori, 2001, p. 215. Negli autografi di Ippolita: arivassemo, andassemo e vegnessemo (num. 3),
haveressemo e trovassemo (num. 6), giongessemo (num. 19); in altri originali si trovano recevessemo
(num. 260), mandassemo (num. 474), fossemo (num. 172). Per queste forme nella cancelleria
sforzesca cfr. M. Vitale, La lingua volgare della cancelleria visconteo-sforzesca nel Quattrocento, Vare­
se-Milano, Istituto editoriale Cisalpino, 1953, pp. 86 e 94.
66. Di natura piú incerta è la forma di alcuni lessemi: destenere ‘far arrestare’ (num. 29),
bassà (num. 68) e pigliata del baxà ‘cattura del pascià’ (num. 74), savonecti e i sannazariani pivetti
(num. 75).
67. Cfr. siati in una minuta di Ippolita (ed. Mele, num. 4); negli altri originali con firma di
Pontano sempre -ate. Per la citazione a testo cfr. Barbato, Il libro viii del Plinio, cit., p. 550.

196
i carteggi diplomatici nel quattrocento

-u finale (per es. quillo, molto frequente) o per analogia (per es. le iv persone
con -i- da -*MO: sperarimo, dicimo, scrivimo, comunicarimo: num. 32; havimo:
num. 33; ecc.), oppure in forme come il gerundio coniugato havendono (num.
71); il meridionalismo è rarissimo nel lessico, per il quale possiamo talvolta
individuare un sostituente (« Non però semo certe se ve recordati troppo
spesso del nostro passigiaturo, lo quale è bellissimo et tucto in fiore »: num.
60)68 ma è difficile indovinare il termine sostituito. Il giudizio è però com­
plicato dal fatto che Ippolita mostra occasionali adeguamenti a usi me­
ridionali:69 il plurale metafonetico carize, decisamente napoletano,70 all’i­
nizio è solo in lettere di segretario, mentre nelle lettere di mano propria si
trova solo careze; la forma carize, poi, appare anche in un autografo tardo,
indirizzato a Lorenzo, nel 1483.71 Inoltre, in autografi scritti tra la fine del
1468 e la metà del 1472, si trovano forme meridionali di avere: hagia invece di
habia e, in un caso, anche haveragio ‘avrò’ invece di haverò;72 è possibile che un
tale comportamento sia influenzato anche da circostanze politiche, dal mo­
mento che gli anni 1470-1472 sono molto delicati per i rapporti tra la Napoli
di Ferrante e la Milano di Galeazzo Maria, e le isolate occorrenze della
morfologia meridionale nella scrittura di Ippolita possono essere manifesta­
zioni linguistiche, piú o meno volontarie, delle pressioni subíte dalla du­
chessa nella sua corrispondenza con il fratello.73 In ogni caso, non è possibi­
le giudicare se nelle lettere di Ippolita scritte da cancellieri napoletani le
occorrenze di habia siano originali o, magari, sostituzioni cancelleresche di
forme meridionali con ‹gi›, adottate da Ippolita.
In sintesi, le lettere della cancelleria napoletana di Ippolita firmate da
Pontano erano compilate su minute della duchessa, che era stata educata sin
da piccola alla redazione di autografi; i caratteri linguistici esclusivamente

68. Cfr. L.G. Scoppa, Spicilegium, Napoli, s.n.t., 1512, s.vv. Ambulacrum, ii e Deambulatorium, ii
« lo passigiaturo ».
69. Nell’ed. Castaldo (Introduzione, pp. ix-cxxxiv, a p. cxix) si parla di tarda napoletaniz­
zazione della lingua della duchessa. In realtà i fenomeni indicati sono circoscritti al 1472: anche
isso, molto precoce negli autografi di Ippolita, scompare dopo il 1472 e non è mai presente
nelle lettere scritte di mano del Pontano (ipso solo nei num. 7 e 44).
70. Cfr. Barbato, Il libro viii del Plinio, cit., p. 169.
71. Risp. ed. Mele, num. 428 (= num. 10 ed. Figliuolo); num. 21 e 449; num. 456.
72. Risp. ed. Mele, num. 184 e 199; num. 7, 148 ecc.; num. 207; num. 6, 143 e 328.
73. Vd. ed. Castaldo, pp. xxx-xliv, in partic. a p. xxxvii. Il futuro haveragio appare nella
lettera num. 59 del 26 settembre 1472, p. 70 (num. 207, ed. Mele). Si tratta di una missiva del
tutto politica: Ippolita si fa mediatrice del minaccioso avvertimento di Ferrante che ingiunge­
va a Galeazzo Maria di collaborare con gli Aragona per risolvere le questioni relative al con­
trollo di Barcellona e alle battute finali della guerra civile catalana.

197
francesco montuori

milanesi, abbondantemente attestati negli autografi della duchessa di Cala­


bria, sopravvivono episodicamente: essi sono sostituiti parzialmente nelle
lettere solo firmate da Pontano e quasi totalmente in quelle tutte di sua
mano; al posto dei tratti milanesi si selezionano forme sovraregionali, lati­
no/toscane, per la grafia e latino/italiane per la fonetica e la morfologia;
poco frequente appare l’adozione di franchi meridionalismi, che invece ca­
ratterizzano in modo piú marcato altri documenti in forma di lettera pro­
dotti della cancelleria napoletana.74
La “mescolanza” linguistica è, quindi, nelle lettere di segretario, un feno­
meno di ricezione, la cui incidenza è inversamente proporzionale alla cul­
tura dello scrivano. Nelle copie, invece, si manifesta la stratificazione di
scripte di piú ambienti cancellereschi alloglotti, cioè di altre “regioni” lingui­
stiche, o eteroglotti, all’interno della stessa “regione” linguistica.
Resta fermo il principio secondo cui la copia non è la scrittura piú adatta
per osservare le caratteristiche di una scripta: la lettera copiata potrà essere
considerata non solo disomogenea perché, come tutti i testi, rispecchia in
atto la variabilità di un sistema linguistico, ma è anche incoerente in quanto
mescola elementi eterogenei in un’unità che è possibile solo in ricezione e
non ha riscontro in nessuna autonoma attività compositiva.
Nelle cancellerie si copiavano le missive in partenza e quelle in arrivo per
conservarle o per diffonderle presso altri soggetti politici. Il risultato dell’a­
dattamento in un altro spazio geografico, sul quale il copista ha depositato
senza sistematicità il frutto della sua artigianale ricerca di tratti irrinunciabi­
li per poter riprodurre il testo nel nuovo ambiente, sono innovazioni (paro­
le, interpunzione, struttura sintattica) operate attraverso sostituzioni (lessi­
cali, grafiche, fonetiche e morfologiche) che lasciano trasparire il desiderio
di cooperare a formare un testo di pronto uso. Gli atteggiamenti che uno
scrivano può avere rispetto all’esemplare che sta copiando variano in base
alla funzione che ha il testo prodotto. Al di là dei casi di manifesta manipo­
lazione (come le reformationi milanesi), l’intenzione del rispetto del messag­
gio può essere dato per scontato. Per le lettere diplomatiche ci troviamo

74. M. Vitale, La lingua volgare della cancelleria sforzesca nell’età di Ludovico il Moro [1983] (in Id.,
La veneranda favella. Studi di storia della lingua italiana, Napoli, Morano, 1988, pp. 167-239, a p. 170),
parla di « koinè linguistica meridionale » che si oppone al tosco-fiorentino letterario, e di un’op­
posizione politico-culturale maturata negli ambienti di corte, al processo di toscanizzazione
in atto; spogliando (p. 171 n. 5) 120 documenti di Trinchera annota la « grandissima sopravvi­
venza di tratti locali », cioè soprattutto della metafonesi, e il « lieve influsso del tosco-fiorenti­
no »: mancano il dittongo spontaneo, -iamo, il condizionale da *hebui; prevale -eno su -ono per
la vi persona dei verbi di ii e iii classe.

198
i carteggi diplomatici nel quattrocento

davanti a trascrizioni migliorative, che possono causare errori di interpreta­


zione per incomprensioni linguistiche.75 Eppure i processi di assimilazione
mediante una ricodifica possono essere ben misurati attraverso lo studio dei
descripti. Qui infatti possiamo misurare in modo piú preciso cosa sia la koiniz­
zazione nella scripta cancelleresca in termini di contenuto linguistico,76 attra­
verso la sostituzione di tratti alloglotti. Operata sull’ampia scala consentita
dall’enorme quantità di testi disponibili, questa “linguistica dei descripti” può
essere utile per formare un repertorio della variazione diatopica fondata
sulla classe dei tratti condivisibili (conservati) e di quella dei tratti da adatta­
re (eliminati e sostituiti). In un autografo del 1456 di Roberto Sanseverino
conte di Salerno, il nui originale è conservato dal cancelliere milanese, come
atteso, ma sorprendentemente italianizzato in noi dallo scrivano della can­
celleria napoletana.77 Solo la serialità della comparazione su un’ampia area
geografica può dare significatività alle sostituzioni, sottraendole dall’aspetto
di una somma di adattamenti idiosincratici.78

6. Conclusione

L’attività diplomatica nel Quattrocento consiste nella negoziazione svol­


ta in conversazioni orali e nella relativa documentazione, in gran parte com­
pilata in forma di lettere. Le componenti materiali e linguistiche di questa
forma di comunicazione scritta necessitano di un progressivo adattamento
alle nuove esigenze: la struttura della lettera si specializza in diversi sottoti­
pi; le pratiche formulari codificano un cerimoniale verbale; una lingua
dall’incipiente configurazione tecnica viene indirizzata verso usi formali
che non escludano lo stile brillante. Nelle lettere diplomatiche in volgare,
quindi, si adopera su scala nazionale una lingua della comunicazione politi­
ca scritta, che si aggancia a tradizioni discorsive consolidate, rispecchia il la­
tino delle cancellerie e, come da tempo faceva la lingua letteraria, cerca di
proporre la condivisione di stili in uno spazio sociale comune.79 Non è una

75. Un esempio in F. Montuori, L’auctoritas e la scrittura. Studi sulle lettere di Ferrante I d’Arago­
na, Napoli, Fridericiana, 2008, p. 73.
76. Cfr. A. Varvaro, Koinè in Italia meridionale, in Koinè in Italia, cit., pp. 69-78.
77. Cfr. F. Senatore, Il principato di Salerno durante la guerra dei baroni. Dai carteggi diplomatici al
‘De bello Neapolitano’, in « Rassegna storica salernitana », a. xi 1994, pp. 29-114, a p. 80.
78. Bisogna, inoltre, capire il comportamento dei cancellieri anche quando copiano docu­
menti provenienti da Firenze, per valutare se eliminano tratti toscani; cfr. P. Trifone, Poco
inchiostro. Storia dell’italiano comune, Bologna, Il Mulino, 2017, p. 200.
79. Infatti « si può riconoscere nelle missive, piú che in altri tipi di testi, l’azione lenta di

199
francesco montuori

lingua per soli dotti né per soli professionisti né di soli nativi. Come si evin­
ce dagli esempi fatti, anche la pratica diplomatica, come la letteratura, indi­
pendentemente dalle scelte teoriche, si avvale delle “naturali” convergenze
tra sistemi geneticamente imparentati quali sono i volgari italiani.80 E in piú,
rispetto a molti degli scritti letterari e di quelli amministrativi, le lettere di­
plomatiche, facendo interagire la lingua del dialogo e la testualità epistolare,
mostrano la prassi di una comunicazione sovralocale tesa alla salvaguardia
della reciproca comprensione tra i corrispondenti e al superamento delle
scrip­te regionali.81 Secondo la riflessione di un celebre antologista, nel ’400
« piú degli altri scritti le lettere hanno posto frequentemente il problema
spesso insolubile di una localizzazione soddisfacente »:82 è un’esperienza
che rafforza l’impressione che la lingua di alcune di queste lettere sia pre­
cocemente irriconoscibile dal punto di vista areale, secondo tendenze che
abbiamo visto manifestarsi anche negli incunaboli del Formulario di Lan­
dino.
C’è da chiedersi se le dinamiche quattrocentesche qui messe in luce ab­
biano qualche relazione con la storia degli usi linguistici posteriori o, al pari
di altre esperienze coeve, siano state anch’esse bloccate dalla svolta di Bem­

quel naturale processo di assimilazione, da parte del singolo individuo, delle consuetudini
scrittorie prevalenti nella comunicazione sociale che lo coinvolge » (R. Vetrugno, La lingua di
Baldassar Castiglione epistolografo, Novara, Interlinea, 2010, p. 84 n. 11).
80. Per la letteratura cfr. M. Vitale, Il dialetto ingrediente intenzionale della poesia non toscana del
secondo Quattrocento, in « Rivista italiana di dialettologia », a. x 1986, pp. 7-44 (poi in Id., Studi di
storia della lingua italiana, Milano, Led, 1992, pp. 49-94). Gli usi di Bembo nel suo epistolario
sono almeno in parte indipendenti dalle sue teorie classiciste: vd. M. Prada, La lingua dell’epi­
stolario volgare di Pietro Bembo. i. Grafia e ortografia. Note di fonetica e morfosintassi, Genova, Name,
2000. Per la scrittura amministrativa dei secoli successivi cfr. R. Sardo, « Registrare in lingua
volgare ». Scritture pratiche e burocratiche in Sicilia tra ’600 e ’700, Palermo, Centro di studi filologici
e linguistici siciliani, 2008.
81. Per il ruolo della comprensione nelle scelte linguistiche di molti prosatori e scriventi
non fiorentini sin dal primo ’500, cfr. B. Richardson, The Concept of a « lingua comune » in Re­
naissance Italy, in The Languages of Italy: Histories and Dictionaries, ed. by A. Lepschy and A. Tosi,
Ravenna, Longo, 2007, pp. 11-28, alle pp. 13-14. Molti spunti interessanti anche in S. Baggio, La
comprensione nella questione della lingua italiana, in La comprensione. Studi linguistici, a cura di Ead. et
alii, Trento, Univ. di Trento, 2012, pp. 15-46.
82. G. Folena, Espansione e crisi dell’italiano quattrocentesco [1953], in Il linguaggio del caos. Studi
sul plurilinguismo rinascimentale, Torino, Bollati Boringhieri, 1991, pp. 3-17, a p. 5. La frase è da
mettere in relazione con il celebre giudizio di Bruno Migliorini: « Se leggiamo una pagina di
prosa, anche d’arte, degli ultimi anni del Quattrocento o dei primi del Cinquecento, ci è di
solito abbastanza facile dire da quale regione proviene, mentre per un testo della fine del
Cinquecento la cosa è assai malagevole » (Storia della lingua italiana [1960], Milano, Bompiani,
20019, p. 303).

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i carteggi diplomatici nel quattrocento

bo.83 Anche alla luce della corrispondente componente orale, la lingua della
scrittura epistolare diplomatica può essere considerata come l’esperienza di
una forma non vincente di italianizzazione,84 certo provvista di una circo­
scritta rilevanza funzionale, ma forse non transitoria85 e socialmente conno­
tata come la varietà letteraria cortigiana. La forza di questa lingua è stata nel
medium epistolare e nella destinazione diplomatica: è la lettera, infatti, che
dispone di un modello testuale tanto codificato e flessibile da essere la vera
impalcatura unitaria degli usi; riesce perciò a dare vitalità alla lingua, facen­
dosi mediatrice tra parlanti di volgari locali e anche con stranieri, in ambito
politico come già in quello mercantesco,86 e costruendo un supporto discor­
sivo cosí solido da sopperire, nella prassi scrittoria, al debole statuto norma­
tivo della lingua.87 La diplomazia, a sua volta, dà a questa lingua, oltre all’im­
piego nella conversazione orale, un aspetto conservativo tendenzialmente
latineggiante e una plasticità tale da farne un linguaggio di circolazione na­
zionale; la predispone, in tal modo, ad autodistruggersi e, al contempo, a
rigenerarsi, seguendo il processo di fiorentinizzazione della lingua lettera­
ria, e consente al volgare di mantenere la sua presenza nel campo della po­
litica, nonostante la dissoluzione dell’ordinamento dell’Italia del ’400.88
Come è noto, ci sarà chi percepirà come un’imposizione brutale la fio­

83. Bembo « riprova implicitamente […] le koinè regionali e le mistioni latino-volgari quat­


trocentesche e condanna esplicitamente le tendenze cinquecentesche di lingua cortigiana […]
e i principi e le pratiche dell’italiano come lingua “comune” » (M. Vitale, I prodromi teorici
della prima edizione del ‘Vocabolario della Crusca’, in Il Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612)
e la storia della lessicografia italiana. Atti del x Convegno ASLI, Padova, 29-30 novembre 2012 -
Venezia, 1° dicembre 2012, a cura di L. Tomasin, Firenze, Cesati, 2013, pp. 17-23, a. p. 17).
84. L’espressione è di P. Trifone (Rinascimento dal basso. Il nuovo spazio del volgare tra Quattro
e Cinquecento, Roma, Bulzoni, 2006), che definisce la svolta del romanesco come un’anteprima
dei processi che hanno portato all’italianizzazione degli italiani.
85. R. Vetrugno, “Ragionamenti” politici nel ‘Cortegiano’ e nelle lettere diplomatiche del Castiglione,
in L’italiano della politica, cit., pp. 609-16, a p. 616.
86. Il pensiero va subito al fondo Datini, conservato presso l’Archivio di Stato di Prato, il
cui materiale è ordinato in base ai fondaci: cfr. J. Hayez, L’Archivio Datini, de l’invention de 1870
à l’exploration d’un système d’écrits privés, in « Mélanges de l’École française de Rome. Moyen
Âge », a. 117 2005, pp. 121-91; L. Frangioni, Il carteggio commerciale della fine del XIV secolo: “layout”
e contenuto economico, in « Reti medievali. Rivista », a. x 2009, pp. 1-39.
87. « Erano venute sviluppandosi nella temperie sovraregionale delle corti […] “lingue cor­
tigiane” propriamente dette […] che, per quanto sottoposte a incessante evoluzione (e in
questa perenne metamorfosi si colgono appieno gli effetti d’un mancato statuto grammatica­
le), proprio dalla prassi ricavavano una relativa stabilità ed un grado sensibile di realtà » (Dru-
si, La lingua “cortigiana romana”, cit., pp. 8-9).
88. Cfr. P. Floriani, La “questione della lingua” e il dialogo di P. Valeriano, in G.S.L.I., a. xcv 1978,
pp. 321-45, alle pp. 331-32.

201
francesco montuori

rentinizzazione di una lingua che, oltre ad essere usata nella corrisponden­


za, era anche parlata e si prestava facilmente, nel suo ibridismo, a strutturar­
si in una pluralità di registri.89 Paolo Giovio intendeva « in tutti i modi esser
libero di voler parlare alla cortigiana » senza esser obbligato « alla severità
delle leggi di questo scelto parlar toscano »;90 e poco prima, a Napoli, Fabri­
cio Luna si lamentava di Bembo, di cui riconosceva esplicitamente l’autori­
tà ma che, « a dire il vero tanto tanto ci ha astretto i fianchi che hormai non
possiamo piú rifiatare ».91 Le dinamiche cinquecentesche fanno in modo che
la lingua letteraria diventi obiettivo di apprendimento: alla negoziazione tra
varietà locali sotto il tetto del latino succede un italiano scritto e prestigioso
che funziona come operatore di mediazione tra dialettofoni piú e meno
alfabetizzati, che favorisce una piú generale intercomprensione92 e che por­
ta, in progresso di tempo, alla formazione degli italiani regionali.93 Tutto ciò
favorisce diseguali emersioni di italografia (e italofonia), variamente deno­
minate italiano popolare, lingua dei semicolti, italiano nascosto, italiano non
letterario.94 Difficile dire se tra queste e la lingua dell’epistolarità diplomati­
ca ci sia solo contiguità tipologica o anche continuità in diacronia, ma è
certamente opportuno evitare “generalizzazioni pancroniche” dello stesso
tipo al quale Foscolo sottopose la sua categoria di lingua itineraria.95

89. Infatti, anche nella lingua della diplomazia potrebbero essere visibili i « molti registri
intermedi » tra dialetto e italiano di cui parla F. Bruni, Per la vitalità dell’italiano preunitario fuori
d’Italia. Notizie sull’uso dell’italiano nella diplomazia internazionale [2007], in Id., L’italiano fuori d’Ita­
lia, Firenze, Cesati, 2013, pp. 163-214, a p. 171.
90. Il passo, tratto dal Dialogo delle imprese militari e amorose, chiude lo studio di G. Folena,
L’espressionismo epistolare di Paolo Giovio, in Id., Il linguaggio del caos, cit., pp. 200-41.
91. Vocabulario di cinquemila vocabuli toschi non men oscuri che utili e necessarii del Furioso, Boccaccio,
Petrarcha e Dante, novamente dechiarati e raccolti da Fabricio Luna per alfabeta ad utilità di chi legge,
scrive e favella, Napoli, Sultzbach, 1536, c. B1v.
92. Trifone, Poco inchiostro, cit., pp. 33-34, 116 e 202; R. Librandi, Varietà intermedie di italiano
in testi preunitari, in La variabilité en langue, i. Langue parleé et langue écrite dans le presént et dans le
passé, ed. par R. Van Deyck, R. Sornicola, J. Kabatek, Gand, Communication & Cognition,
2004, pp. 77-103, a p. 96.
93. Cfr. N. De Blasi, Geografia e storia dell’italiano regionale, Bologna, Il Mulino, 2012.
94. Un quadro equilibrato in N. Maraschio, L’italiano alla conquista delle città, processo antico
e accelerazioni postunitarie. Osservazioni a conclusione del convegno, in Città d’Italia. Dinamiche lingui­
stiche postunitarie. Atti del Convegno per i 50 anni della Storia linguistica dell’Italia unita di Tullio
De Mauro, Firenze, 18-19 aprile 2013, a cura di E. Banfi e N. Maraschio, Firenze, Accademia
della Crusca, 2014, pp. 3-24. Cfr. anche il resoconto di E. Testa, Un italiano per capirsi, in L’italia­
no dalla nazione allo Stato, a cura di V. Coletti, Firenze, Le Lettere, 2011, pp. 83-90.
95. P. Trifone, Uno spunto foscoliano: la lingua itineraria, in Chi l’avrebbe detto. Arte, poesia e let­
teratura per Alfredo Giuliani, a cura di C. Bologna, P. Montefoschi e M. Vetta, Milano, Fel­
trinelli, 1994, pp. 308-16, a p. 309.

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i carteggi diplomatici nel quattrocento

Alcune analogie si possono trovare tra la lingua delle lettere diplomatiche


e le forme meno artificiali di “italiano fuori d’Italia”: entrambe condividono
la funzione “veicolare” e tutti gli effetti pragmatici delle prassi negoziali,
l’ambiente plurilingue con componenti alloglotte e allogene, l’ibridismo
intenzionalmente sovraregionale ma privo di un modello codificato, la me­
diazione di professionisti, le interferenze emergenti dalla pratica riformula­
toria o traduttoria.96 Si tratta, probabilmente, di affinità poligenetiche tra
varietà nate in condizioni di contatto linguistico; per esempio, alcune carat­
teristiche morfosintattiche comuni alla lingua franca97 e agli scritti dei cata­
lani di Napoli dovranno essere considerate equivalenze emerse in interlin­
gue che vengono utilizzate per specifiche attività negoziali.98 E anche in
questo caso spunti di grande interesse emergono dagli archivi: una lettera
originale in volgare italiano indirizzata dal sultano Bāyāzid II al marchese
Francesco II Gonzaga, e la trascrizione in registro con molte modifiche
mostrano la normalizzazione operata dalla cancelleria su testi scritti fuori
d’Italia.99
Il tipo strutturalmente piú simile all’epistola diplomatica, di diffusione
piú capillare e di piú lunga persistenza, è quello della lettera familiare. L’af­
finità sarà indotta dalla condivisione del genere testuale e dal ruolo del par­
lato nella loro elaborazione. Tuttavia, nella lettera diplomatica vi sono con­
dizionamenti discorsivi tali per cui efficacia comunicativa e professionalità
sono direttamente proporzionali e la standardizzazione della lingua scritta
non modifica l’orientamento verso le varietà alte del repertorio. Invece nel­

96. D. Baglioni, L’italiano fuori d’Italia: dal Medioevo all’Unità, in Manuale di linguistica italiana,
cit., pp. 125-45; Dragomanni, sovrani e mercanti: pratiche linguistiche nelle relazioni politiche e commer­
ciali del Mediterraneo moderno, a cura di M. Di Salvo e C. Muru, Pisa, Ets, 2016.
97. Essa è assimilabile « alla fossilizzazione di una varietà di apprendimento di livello piut­
tosto elementare » (L. Minervini, Lingua franca, italiano come, in Enciclopedia dell’italiano, a cura
di R. Simone, Roma, Ist. dell’Enciclopedia Italiana, 2010, s.v.).
98. Sulla lingua franca come varietà di attività e non di comunità cfr. F. Venier, La corrente
di Humboldt. Una lettura di ‘La lingua franca’ di Hugo Schuchardt, Roma, Carocci, 2012, p. 110. Le
affinità alle quali si accenna nel testo sono, per esempio, in forme come vengo ‘vedo’, che trovo
in un autografo di Ferrante d’Aragona e nella Zingana (1545) di Gigio Artemio Giancarli (ediz.
in Commedie, a cura di L. Lazzerini, Padova, Antenore, 1991).
99. I. Lazzarini, Écrire à l’autre. Contacts, réseaux et codes de communication entre les cours italien­
nes, Byzance et le monde musulman aux xiv e et xv e siècle, in La correspondance entre souverains, princes
et cités-états: approches croisées entre l’Orient musulman, l’Occident latin et Byzance (XIIIe-début XVIe s.),
ed. par D. Aigle et S. Péquignot, Turnhout, Brepols, 2013, pp. 73-99, alle pp. 87-88. Per la
stratificazione di tratti italianeggianti in copie di testi catalani e provenzali nella cancelleria
veneziana cfr. L. Tomasin, Documenti occitanici e balearici trecenteschi in un registro della cancelleria
veneziana, in « Cultura neolatina », a. lxxvi 2016, pp. 345-66.

203
francesco montuori

le lettere familiari la concezione orale è predominante e sarà la connaturata


medietà di stile a pagare dazio per il condizionamento della lingua codifica­
ta: chi è ben alfabetizzato elabora intenzionalmente dalla sua competenza il
registro piú conveniente, ricorrendo alla vasta gamma di opzioni disponibi­
li; chi scrive lettere per sottrarsi all’esclusione dalla scrittura in qualche mo­
do si fa forte delle sue incertezze e « mette in forma » il dialogo con il proprio
corrispondente facendosi aiutare da quelle efficaci strategie di « distanzia­
mento e di astrazione » che sono proprie del codice epistolare;100 invece, chi
si pone nel solco della tradizione e cerca nella lingua letteraria le risorse per
riproporre la spontaneità del dialogo in una scrittura privata finisce con l’e­
sprimersi come l’Ortis, la cui lingua « ha il segno della contemporaneità » ma
« è lontana dalle movenze del parlato ».101

Francesco Montuori

La lettera diplomatica è una delle possibili forme epistolari in cui si realizza il docu­
mento cancelleresco. Negli ultimi anni è stato oggetto di importanti studi e ricche edi­
zioni. Nel saggio si indaga sui modi della composizione, sulla funzione e sulla struttura
della lettera nella negoziazione diplomatica del Quattrocento italiano. Queste caratteri­
stiche hanno sensibili effetti sul tipo testuale, che oscilla tra specializzazione politico-
amministrativa e uniformità con il discorso familiare, e sulla lingua, che tende a diventa­
re al contempo sovraregionale e tecnica. Analizzando alcune manifestazioni del grande
successo della comunicazione epistolare quattrocentesca, si valuta anche la continuità sul
piano storico-linguistico di alcune peculiarità proprie della scrittura di lettere diplomati­
che.

The diplomatic letter is one of the possible epistolary forms of the chancery document. In the last
years it was the subject of important studies and exhaustive editions. This paper analyses the compo­
sition, the function, and the structure of the letter in the context of the diplomatic negotiation during
the Italian Quattrocento. The features here highlighted have at once remarkable effects on the
textuality, swinging between the political-administrative specialization and the homogeneity with the
informal style, and on the language, aiming at becoming both superregional and technical. By analysing
some case studies of the very successful production of Quattrocento epistolary literature, the paper
considers the continuity of some diplomatic letter writing specificities also on the historical-linguistic
point of view.

100. Magro, La lettera familiare, cit., pp. 139-40.


101. I due prelievi sono risp. da M. Palumbo, Il romanzo italiano da Foscolo a Svevo, Roma,
Carocci, 2007, p. 25, e L. Serianni, Storia dell’italiano nell’Ottocento, Bologna, Il Mulino, 2013, p.
180.

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