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I lettori che desiderano informarsi


sui libri e sull'insieme delle attività della
Società editrice il Mulino
possono consultare il sito Internet:
http://www.mulino.it
Robert K. Merton

Teoria e struttura sociale


III. Sociologia della conoscenza
e sociologia della scienza

Società editrice il Mulino


ISBN 88-15-07142-3

Copyright © 2000 by Società editrice il Mulino, Bologna. È vietata la ri­


produzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la fo­
tocopia, anche ad uso interno o didattico, non autorizzata. Traduzione di
Giolo Fele (Introduzione, capp. IV, X) e Anna Oppo (capp. I-III, V-IX).
Indice

Prem es sa p. IX

Introduzione 793

LA SOCIOLOGIA DELLA CONOSCENZA E LE COMUNICAZIONI DI

MASSA 807

XIV La sociologia della conoscenza 837


Il contesto sociale 83 8
Paradigma per la sociologia della conoscenza 845
La base esistenziale 847
Tipi di conoscenza 856
Relazioni della conoscenza con la base est-
stenziale 87 1
Funzioni della conoscenza condizionata est-
stenzialmente 883
Ulteriori problemi e studi recenti 885

xv Karl Mannheim e la sociologia della co-


noscenza 893
Precedenti teorici 895
La teoria dell'ideologia 899
Teoremi sostanziali 902
VI Indice

Tipi di conoscenza p. 906


Connessioni fra conoscenza e società 908
Relativismo 916

XVI. Studi sulla propaganda radiofonica e ci-


nematografica 927
Modi di analisi della propaganda 929
Analisi del contenuto 933
Analisi delle reazioni 939
L'effetto boomerang 942
Propaganda tecnica o propaganda di fatti 952

XVII. La trasmissione orale della conoscenza 961


Il concetto di pubblicazione orale 961
La lezione come atto sociale 969
La lezione universitaria come quasi-pubblica-
zione 983
La lezione: veicolo di perfezionismo cognitivo 988
Alcune funzioni del discorso orale 998

STUDI DI SOCIOLOGIA DELLA SCIENZA 1023

XVIII. Scienza e ordine sociale 1 033


Fonti di ostilità nei confronti della scienza 1 034
Pressioni sociali sull'autonomia della scienza 1039
Funzioni delle norme della scienza pura 1043
La scienza esoterica come misticismo popolare 1049
Ostilità pubblica verso il dubbio sistematico 1050
Conclusioni 1053

XIX. Scienza e struttura sociale democratica 1055


Scienza e società 1055
L'ethos della scienza 1059
Indice VII

Universalismo p. 1060
«Comunismo» 1065
Disinteresse 1069
Dubbio sistematico 1072

XX. La macchina, l'operaio e il tecnico 1075


Conseguenze sociali dei cambiamenti tecnolo­
gici 1076
Anatomia sociale del lavoro 1077
Effetti istituzionali e strutturali 1079
Conseguenze per il tecnico 1084
Specializzazione 1 085
L'etica professionale 1085
Status burocratico 1086
La necessità di ricerche sociali 1088
Organizzazione delle équipes di ricerca 1089
Finanziamento della ricerca 1 089
Gli indirizzi della ricerca 1092

XXI. Puritanesimo, pietismo e scienza 1 095


L'ethos puritano 1095
L'impulso puritano della scienza 1111
L'influenza puritana sull'educazione scientifica 1 1 13
Integrazione di valori fra puritanesimo e
serenza 1 1 17
Integrazione di valori fra pietismo e scienza 1 1 19
Appartenenza religiosa di coloro che fre­
quentavano le scuole scientifiche 1 123

XXII. Scienza ed economia nell'Inghilterra del


XVII secolo 1 13 1
Formulazione del problema 1 13 1
Trasporti e scienza 1 137
Un esempio: il problema della longitudine 1 143
VIII Indice

Navigazione e scienza p. 1 153


Il grado di influenza economica 1 160

XXIII. L' «effetto S. Matteo» nella scienza, II.


Vantaggio cumulativo e simbolismo della
proprietà intellettuale 1 165
L'effetto S. Matteo 1 167
L'accumulazione del vantaggio e dello svan-
taggio per gli scienziati 1 172
Accumulazione di svantaggi e vantaggi tra i
giovani 1 180
L'accumulazione del vantaggio e dello svan-
taggio nelle istituzioni scientifiche 1 187
Processi compensativi 1 189
Il simbolismo della proprietà intellettuale nel-
la scienza 1 192

Indice dell'opera XIII


Premessa

Teoria e struttura sociale è l'opera fondamentale di Ro­


bert K. Merton e una delle più significative della sociologia
contemporanea. Essa testimonia pienamente della vastità,
della profondità e della varietà di interessi del grande socio­
lago americano. Vi è racchiuso il nucleo - analisi funzionale
e teorie di medio raggio - di una prospettiva che ha segnato
l'abbandono della «grande teoria» come sistema concettuale
onnicomprensivo e universale. Essa rappresenta dunque una
decisiva svolta verso una sociologia più critica e pluralista,
maggiormente attenta alle contraddizioni e alle incongruenze
della realtà empirica, meno univoca, meno rigida e dogmati­
camente ambiziosa. Negli oltre cinquant'anni trascorsi dalla
prima edizione del testo l'analisi sociologica ha conosciuto
molti sviluppi, ma queste pagine di Merton restano un pun­
to di riferimento da cui è impossibile prescindere.

La prima edizione di Social Theory and Social Structure


è del 1 949. Mentre era in preparazione l'edizione italiana,
per i tipi del Mulino, nel 1957 uscì negli Stati Uniti una
seconda edizione, notevolmente aumentata, di cui si poté
tener conto nella messa a punto della prima edizione italia­
na, pubblicata nell'ottobre del 1959.
Esauritasi questa prima edizione, ne usciva una seconda
nel 1966, in una nuova traduzione che usufruiva di un più
consolidato linguaggio sociologico italiano, ma ancora uguale
nella struttura alla seconda edizione americana.
x Premessa

La terza edizione, uscita negli Stati Uniti nel 1968, ul ­


teriormente ampliata, veniva esattamente ripresa nella terza
edizione italiana del 197 1, in tre volumi, rimasta sostanzial­
mente invariata anche nelle successive riedizioni italiane
(sino alla settima del 1983 ).
Nel 1992 veniva proposta, con l'accordo dell'autore,
una nuova edizione italiana che riuniva in volume unico le
parti prima (Teoria sociologica) e seconda (Studi sulla strut­
tura sociale e culturale) dell'opera.
Doppiato il capo del mezzo secolo dalla pubblicazione
della prima edizione americana, Teoria e struttura sociale è
ora ripresentato dal Mulino nella collana «Biblioteca» nella
suddivisione in tre volumi adottata nell'edizione del 1971.

Questo terzo volume, ora intitolato Sociologia della co­


noscenza e sociologia della scienza, accoglie due saggi ag­
giuntivi (La trasmissione orale della conoscenza e L'«effetto
5. Matteo» nella scienza. II) e una nuova introduzione dello
stesso Merton.

L'opera viene così riproposta al lettore nella sua forma


più ampia, articolata e completa, secondo i desideri dall'au­
tore.
Robert K. Merton

Sociologia della conoscenza


e sociologia della scienza
Introduzione

La struttura di questo volume presenta due parti col­


legate tra loro, la prima dedicata alla sociologia della co­
noscenza e l'altra alla sociologia della scienza. In realtà
questi due campi specialistici della ricerca sociologica si
fondono uno nell'altro: il primo si occupa delle varie for­
me di conoscenza in generale e l'altro della conoscenza
scientifica in particolare. Questa edizione si arricchisce di
due contributi più recenti: uno sul concetto di «pubblica­
zione orale», in quanto distinto dal concetto di pubblica­
zione a stampa, e l'altro sul concetto di «effetto S. Mat­
teo» nelle elaborazioni sociali e cognitive della scienza («a
chi ha, verrà dato»). Ulteriori precisazioni su questi due
nuovi capitoli vengono fatte nelle note introduttive alle
due parti del libro.
I primi contributi di questo volume forniscono il con­
testo storico per valutare gli sviluppi successivi più impor­
tanti nei campi vicini e sovrapposti della sociologia della
conoscenza e della sociologia della scienza. Come attesta
il termine adottato internazionalmente, Wissenssoziologie,
la sociologia della conoscenza, con le sue radici storiche
nel pensiero di Marx ed Engels, ha avuto origine soprat­
tutto in Germania, essenzialmente attraverso gli scritti di
Wilhelm Jerusalem, Max Scheler e Karl Mannheiml, e poi

I Per una eccellente raccolta dei primi e dei successivi contributi


794 Introduzione

in Francia, essenzialmente attraverso i lavori innovativi di


Emile Durkheim e dei suoi colleghi, quali Lucien Lévy­
Bruhl, Maurice Halbwachs, Marcel Mauss e Marcel Gra­
net. La sociologia della conoscenza si è diffusa poi in altre
sociologie nazionali, raggiungendo le sponde americane
attorno agli anni '30, in particolare subito dopo la lucida
e conseguenziale traduzione inglese nel 1 93 6 del classico
di Mannheim, Ideologia e utopia, del 1 929, da parte di
Louis Wirth, affermato studioso dell'università di Chica­
go, e di Edward Shils, giovane collega. Gli importanti
contributi di Max Scheler alla sociologia della conoscenza
che si stava sviluppando sono rimasti sconosciuti negli
Stati Uniti, probabilmente perché non sono stati ancora
tradotti. Si dà il caso che io fossi tra i relativamente pochi
sociologi americani allora al lavoro su questa branca di ri­
cerca: anche se i miei interessi a quel tempo erano orien­
tati soprattutto sui contesti sociali della conoscenza nella
scienza e nella tecnologia, come si può vedere nei due
saggi del 193 5 , Science and military technique e Fluctu­
ations in the rate o/ industria! invention, si allargavano an­
che alla sociologia della conoscenza intesa in senso ampio
(come è attestato dallo scritto introduttivo The sociology
o/ knowledge apparso nel numero di novembre 1937 di
«lsis», la rivista internazionale di storia della scienza).

l. Sul concetto di paradigma analitico

I due saggi con cui si apre il volume esplorano i primi


fondamenti della sociologia della conoscenza. Dopo aver
riletto quei lavori, risalenti ai primi anni '40, mi sembra
che il loro interesse attuale risieda nel fatto che permetto-

al campo emergente e crescente della sociologia della conoscenza, si


veda Die Streit um die Wissenssoziologie, a cura di V. Meja e N. Stehr,
2 voli., Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1982.
Introduzione 795

no un ulteriore accesso storico a un pezzo del passato del­


la nostra disciplina che si può recuperare. Per prima cosa,
offrono un'anticipazione del termine universale paradigma,
ora polisemico e molto conosciuto: si può notare che le
problematiche e i concetti chiave del nuovo campo emer­
gente sono esposti nella forma di quello che è stato de­
scritto già nel 1945 come un analitico «paradigma per la
sociologia della conoscenza» (cfr. cap. XIV, par. 2) ; la
stessa forma è stata poi adottata nel 1949 in Teoria e
struttura sociale per il «paradigma per l'analisi funzionale
in sociologia». Dopo mezzo secolo, l'introduzione di que­
sto concetto pre-kuhniano di «paradigma» inevitabilmente
solleva due domande: quali sono le caratteristiche peculia­
ri del concetto di paradigma introdotto negli anni '40, ri­
spetto al concetto molto più conseguente di paradigma in­
trodotto da Thomas S. Kuhn nel 1962?2 Fino a che punto
il vecchio paradigma della sociologia della conoscenza
identifica le problematiche e gli orientamenti teorici che
sono diventati da allora centrali per l'emergere della so­
ciologia della conoscenza scientifica? Queste domande ri­
chiedono una breve riflessione.
Il termine paradigma deriva, chiaramente, dal pensiero
greco antico. Come ci ricorda Jaeger nel suo classico stu­
dio Paideia, Platone osserva nella Repubblica che «gli uo­
mini [ . . . ] , i quali non hanno nell'anima alcun paradigma
chiaro, non differiscono quasi dai ciechi, poiché non han-

2 Come è noto, il locus classicus del concetto kuhniano di paradig­


ma si trova in T.S. Kuhn, The Structure o/ Scientz/ic Revolutions, Chica­
go, University of Chicago Press, 1 962 (trad. it. La struttura delle rivolu­
zioni scientifiche, Torino, Einaudi, 1992 13 ) . Per un'analisi dettagliata
del concetto di Kuhn, si veda M. Masterman, The nature o/ a para­
digm, in Criticism and the Growth o/ Knowledge, Cambridge, Cam­
bridge University Press, 1 970, pp. 59-89 (trad. it. La natura di un para­
digma, in Critica e crescita della conoscenza, a cura di I. Lakatos e A.
Musgrave, Milano, Feltrinelli, 1986).
796 Introduzione

no alcun punto di riferimento a cui affissarsi nel pensare,


e con cui orientarsi in ogni azione»3 . Inoltre, dice Jaeger,
«i due concetti di paradigma e di mimesi, di modello e di
imitazione, costituiscono una coppia indissolubile di for­
mazione antichissima»4 • In ogni modo, quando adotto il
termine paradigma, non mi baso sulla tradizione platoni­
ca, ma lo utilizzo come un preciso strumento concettuale
e metodologico. Poiché il carattere e le funzioni del para­
digma sociologico così concepito sono stati illustrati nella
prima e nelle successive edizioni di Teoria e struttura so­
ciale5, adesso richiedono solo una breve riformulazione.
I paradigmi sociologici illustrati allora erano visti
come inquadramenti per codificare le varie tradizioni teo­
riche. Codificare una particolare tradizione teorica di
grande o piccola portata vuoi dire formulare in modo or­
dinato e compatto le problematiche e i concetti che per
essa sono importanti. Il processo di sviluppo di un para­
digma comporta l'identificazione e l'organizzazione con­
cettuale di un lavoro scientifico o erudito passato e pre­
sente, che così diventa uno strumento per lo sviluppo ul­
teriore di una tradizione di pensiero. Io uso il concetto di
p aradigma come codifica di una «tradizione teorica», un
insieme coerente di problemi e di concetti definiti, piutto-

3 W. Jaeger, Paideia: The Ideals of Greek Culture, 3 voli., Oxford,


Blackwell, 1939-44 (trad. it. Paideia: la formazione dell'uomo greco, Fi­
renze, La Nuova Italia, 19632, vol. II, p. 498, nota 5 1 ) .
4 Ibid. , vol. II, p . 447.
5 R.K. Merton, Social Theory and Social Structure, New York, Free
Press, 1 949 (si veda Teoria e struttura sociale, vol. I, Bologna, Il Muli­
no, 2000, pp. 1 14-1 19). Per ulteriori osservazioni su questo tipo di pa­
radigma analitico, si vedano: R. Boudon, La crise de la sociologie: ques­
tions d'épistémologie sociologique, Genève, Droz Librairie, 197 1, pp.
25-27 e 166-178; Y. Elkana, Antropologie der Erktennis, Frankfurt am
Main, Suhrkamp, 1986 (trad. it. Antropologia della conoscenza, Roma­
Bari, Laterza, 1 989); P. Sztompka, Robert K. Merton: An Intellectual
Pro/ile, New York, St. Martin's Press, 1986, pp. 1 13 - 1 15 e passim.
Introduzione 797

sto che come una «teoria», perché il paradigma è uno


strumento di analisi pensato per avanzare verso una teoria
nell'accezione stretta del concetto6 .
Come ho già notato quando ho introdotto quest'idea, i
paradigmi analitici hanno almeno cinque funzioni collegate:
(l) una funzione notazionale in quanto rendono espliciti e
sottolineano assunti, problemi e concetti utilizzati dalle va­
rie tradizioni teoriche, che altrimenti rimangono sottaciuti;
(2) in questo modo, riducono la pratica - idealmente fino
al punto di sparire del tutto - di introdurre ipotesi ad hoc
(vale a dire, non legate alla logica) , pensate per «salvare i
fenomeni»; (3) favoriscono l'accumulazione selettiva della
conoscenza, in quanto sono orientati verso una teoria ipo­
tetico-deduttiva, mentre allo stesso tempo permettono fasi
precedenti di teorizzazione meno rigorosa; (4) identificano
connessioni sistematiche tra concetti salienti, favorendo in
questo modo la ricerca dei problemi, oltre che la soluzione
degli stessi; (5) attraverso una codifica esplicita, favoriscono
affermazioni teoriche ed empiriche riproducibili. Come ab­
biamo notato, comunque, i paradigmi possono diventare
disfunzionali se considerati come formulazioni finali invece
che come schemi provvisori e in divenire della comprensio­
ne sociologica.

2. Il paradigma della sociologia della conoscenza

La seconda domanda sul «paradigma della sociologia


della conoscenza» richiede di affrontare brevemente il

6 Per una spiegazione degli stretti requisiti di una teoria, distinta


da orientamenti generali, analisi concettuale, interpretazioni ex post
piuttosto che predizioni ex ante, e generalizzazioni empiriche, si veda­
no i capitoli IV e V in R.K. Merton, Teoria e struttura sociale, vol. I,
cit. (L'influenza della teoria sociologica sulla ricerca empirica e L'influen­
za della ricerca sulla teoria sociologica).
798 Introduzione

problema se il paradigma in questione esplicitamente


identifica, tacitamente prefigura o invece manca di consi­
derare completamente i problemi centrali e gli orienta­
menti teorici che si trovano nelle formulazioni più recenti.
Ebbene, sorprendentemente, quel paradigma risalente alla
metà degli anni '40 coglie molti più problemi e orienta­
menti recenti del campo di quanti avrei potuto immagina­
re. Innanzitutto, identificando i contesti «esistenziali» di
conoscenza, il paradigma si muove molto oltre la semplice
nozione marxista dei contesti di «classe», in quanto com­
prende un ampio spettro di contesti sociostrutturali, quali
«la posizione sociale, le generazioni, il ruolo occupaziona­
le, le strutture di gruppo (università, burocrazia, accade­
mie, sette, partiti politici) , " situazioni storiche" , interessi,
appartenenze etniche, mobilità sociale, strutture di potere,
processi sociali (competizione, conflitto, ecc. )».
Riconoscere che la struttura sociale non può essere
semplicemente ridotta alla struttura di classe trova espres­
sione teorica nel concetto di «complesso di status» («il
complesso di status o posizioni sociali occupate da ogni
individuo nella società, spesso in diverse sfere istituziona­
li, come, per esempio, gli status distinti di insegnante, mo­
glie, madre, cattolica, repubblicana, e così via [ . ]. I com­
. .

plessi di status forniscono la forma basilare di interdipen­


denza tra le istituzioni e i sottosistemi socialh>F. Questo
orientamento teorico a sua volta implica direttamente che
contesti strutturali rilevanti di conoscenza non siano con­
finati ai contesti di classe, come è stato spesso ritenuto
nelle fasi iniziali della sociologia della conoscenza, ma, in
linea di principio, comprendano altri status oltre all' ap­
partenza di classe.

7 Sul concetto di complesso di status, si veda R.K. Merton, Teoria


e struttura sociale, vol. II, Bologna, Il Mulino, 2000, pp. 683-684 e 702-
707 .
Introduzione 799

Si può trovare un'eco di questo inventario concettuale


del paradigma della sociologia della conoscenza risalente
alla metà degli anni '40 nei più recenti modelli emergenti
di contesti sociali di conoscenza, come le «generazioni» e
!'«appartenenza etnica». D'altra parte, noto che allora non
facevo riferimento a modelli basati sul «sesso» o sul «ge­
nere».
Il paradigma identifica anche una complessa proble­
matica nell'ambito della conoscenza (che affrontiamo qui
solo di sfuggita) . Si può notare che questo campo emer­
gente si occupa in linea di principio non solo di quelle
«produzioni mentali» quali possono essere le ideologie e
le credenze religiose, ma anche della «scienza positiva» e
della «tecnologia»: in breve, della sociologia della cono­
scenza scientifica e tecnologica. In ogni modo, non c'è bi­
sogno che questa ricerca assuma un atteggiamento di rela­
tivismo radicale o di soggettivismo, come è avvenuto per
ciò che una generazione dopo sarebbe diventato famoso
come «costruttivismo». La discussione del paradigma met­
te esplicitamente l'accento su «una posizione estremamen­
te relativista per la quale la verità è funzione di una base
sociale o culturale, che riposa solamente sul consenso so­
ciale [quello che Imre Lakatos avrebbe definito poi "teo­
ria di psicologia della folla" della conoscenza scientifica] ;
di conseguenza, le pretese di validità di una teoria della
verità accettata culturalmente sono uguali a tutte le altre»
[ciò che sarebbe emerso successivamente nella teoria del
«tutto va bene» avanzata da Paul Feyerabend] B. Il para-

8 I. Lakatos, The Methodology o/ Scienti/ic Research Programmes,


Cambridge, Cambridge University Press, 1978, p. 91; P. Feyerabend,
Against Reason, London, NLB, 1975 ; per un'analisi penetrante della
concezione della scienza in Lakatos, Popper, Feyerabend e Merton si
veda R. Boudon, L'art de se persuader, Paris, Librairie Arthème Fa­
yard, 1990 (trad. it. L'arte di persuadere se stessi, Milano, Rusconi,
1993 , cap. VIII).
800 Introduzione

digma continua ad identificare i vari modi in cui certi tipi


di conoscenza possono essere in relazione con i loro con­
testi socioculturali, oltre che «le ascritte funzioni manife­
ste e latenti» di questi tipi di conoscenza9 .
Ulteriori rimandi dettagliati al paradigma analitico sa­
rebbero ridondanti, anche se il lettore potrà trovare ele­
menti di interesse nel collegare o nel contrapporre altre
componenti del paradigma in questione con il lavoro teo­
rico ed empirico svolto dalla sociologia della conoscenza
scientifica nel mezzo secolo della sua storia. In seguito,
per ragioni che mi rimangono oscure, la sociologia della
conoscenza in generale è caduta nel dimenticatoio in con­
fronto alla grande crescita della sociologia della scienza
che, come la seconda parte di questo libro testimonia, ne­
gli anni '3 0 e '40 era giusto agli inizi.

3 . Studi di sociologia della scienza

Come ho notato altrove 10 , i pochissimi sociologi allora


attivi nel campo nascente della sociologia della scienza si
sono concentrati per prima cosa soprattutto sul problema
dei collegamenti tra lo sviluppo della scienza e la società e
l'economia circostanti. (Il capitolo XXII di questo libro
sui legami tra la scienza e l'economia nell'Inghilterra del
XVII secolo fornisce un esempio di questo modo di pro­
cedere". ) Ci furono anche tentativi di cercare collegamen-

9 Questo paradigma del 1945, credo, contiene la prima citazione a


stampa del concetto di «funzioni latenti e funzioni manifeste». Questo
concetto è stato sviluppato per qualche anno in «pubblicazioni orali»
prima di venire stampato nel 1 949 (si veda il capitolo III di Teoria e
struttura sociale, vol. I, cit.) . Sul concetto di «trasmissione orale della
conoscenza», si veda il capitolo XVII di questo volume.
l O Si veda R.K. Merton, The Sociology o/ Science: An Episodic Mem­
oir, Carbondale, Southern Illinois University Press, 1979, pp. 6-24.
I l Per un'ulteriore analisi di questo modo di procedere, si veda
Introduzione 801

ti tra lo sviluppo della scienza e altri contesti istituzionali


e culturali quali la religione, come viene esemplificato nel
capitolo XXI, in cui si avanza l'ipotesi che il puritanesimo
inglese del XVII secolo abbia contribuito in modo non
intenzionale al sorgere della scienza moderna1 2 • Questa
ipotesi può avere un interesse sociologico generale in
quanto fornisce un esempio di come un 'ipotesi controin­
tuitiva sia spesso considerata manifestamente assurda.
Quando l'ipotesi venne esposta per la prima volta nella
metà degli anni '30, molti studiosi, cresciuti su lavori posi­
tivisti come quelli di John W. Draper, History o/ the Con­
/lict Between Religion and Science, e di A.D. White, His­
tory o/ the War/are o/ Science with Theology, consideraro­
no evidente - e la cosa è poi perdurata a lungo 13 - che la
relazione esclusiva tra religione e scienza è destinata ad
essere quella del conflitto, prendendo come sole testimo­
nianze le esperienze di Galileo, Bruno e Serveto.
Mentre ero impegnato in quello studio della «scienza,
della tecnologia e della società», sono arrivato alla conclu­
sione che, come era avvenuto molto prima per la religio­
ne, anche la scienza si era evoluta in una propria istituzio­
ne sociale. L'incapacità degli osservatori e degli studiosi

H. Zuckerman, The other Merton thesis, in «Science in Context»,


1989, 3, pp. 239-267.
1 2 Questa ipotesi è stata sviluppata in modo più esteso in una mo­
nografia pubblicata inizialmente nel 1938 e tradotta nel 1975 con il ti­
tolo Scienza, tecnologia e società nell'Inghilterra del XVII secolo, Mila­
no, Angeli; per un'ampia analisi di questa monografia, si veda Puritani­
sm and the Rise o/ Modern Science: The Merton Thesis, a cura di I.
Bernard Cohen, New Brunswick, Rutgers University Press, 1990.
13 Ancora nel 1968 RH. Popkin poteva cominciare un articolo fa­
cendo notare che «è diventato ora parte della nostra Weltanschauung
dire che la religione ha ostacolato la nascita della scienza moderna», per
poi continuare mostrando che non era vero; si veda RH. Popkin, Sceptz�
cism, theology and the scienti/ic revolution in the seventeenth century, in
Problems in the Philosophy o/ Science, a cura di I. Lakatos e A. Musgra­
ve, Amsterdam, North-Holland Publishing Company, 1968, p. l.
802 Introduzione

stessi di riconoscere questo fatto sociale significa che la


nostra comprensione delle interazioni sociali e culturali
tra la scienza e la società erano strettamente limitate dal­
l' assenza di un inquadramento concettuale che permettes­
se di riflettere sulla struttura normativa e organizzativa
della scienza come un'istituzione sociale quasi-autonoma.
Se volevamo comprendere la natura e l' ampiezza delle re­
ciproche influenze tra la scienza, la tecnologia e la società,
e come queste avvengono, era necessario trovare un modo
metodico di pensare la mutevole struttura normativa e or­
ganizzativa della scienza stessa. Qual è stato il suo ethos
istituzionalizzato e la sua struttura normativa nei diversi
contesti storici (come viene detto nei capitoli XVIII e
XIX di questo volume), quale era la sua peculiare orga­
nizzazione sociale, quali le relazioni sociocognitive tra gli
scienziati (esemplificate nel capitolo XXIII sull' «effetto S .
Matteo» come processo sociale nel sistema di ricompense
della scienza) ? Non importa come la società circostante e
la cultura influenzino lo sviluppo della scienza (oltre ad
influenzare la scelta dei problemi da parte degli scienzia­
ti) , e non importa come la conoscenza scientifica influenzi
la società e la cultura, queste reciproche influenze sono
mediate dalla mutevole struttura istituzionale e dai pro­
cessi sociocognitivi della scienza stessa.
È questa peculiare struttura istituzionale che permette
agli scienziati di diventare e di rimanere cognitivamente
isolati in vario modo dalla cultura e dalla società circo­
stanti. Questo contesto istituzionale fornisce agli scienziati
una certa autonomia relativa nella selezione dei problemi
di ricerca oltre che la quasi totale autonomia nella valuta­
zione delle affermazioni della conoscenza scientifica. È in
questa direzione che ho continuato a lavorare durante gli
anni '40, e in modo intermittente nella decade successiva,
sulla struttura normativa della scienza, indirizzando i miei
studi verso i processi che un'organizzazione sociale di
questo tipo comporta. Tutto questo mi ha portato a fare
Introduzione 803

ricerche su problemi quali i modi socialmente organizzati


di competizione tra gli scienziati, così come vengono rin­
forzati dal modo di funzionare del sistema di ricompense
della scienza in relazione alla validità e al significato, per i
colleghi scienziati, delle rivendicazioni di nuovi contributi
scientifici 14 •

I capitoli XVII e XXIII sono stati pubblicati originariamen­


te in altre sedi:
On the Oral Transmission o/ Knowledge, in R.K. Merton e
M. Whithe Riley (a cura di) , Soàological Tradition /rom Genera­
tion to Generation, Norwood, N .J., Ablex Pub. , pp. 1-35.
The Matthew E//ect in Science, II. Cumulative Advantage
and the Symbolism o/ Intellectual Property, testo presentato il 28
novembre 1986 presso l'Università di Gent, poi ripreso in
«Isis», 79, 1988, pp. 609-623 .

1 4 Questi primi lavori sull'operare della scienza come Istituzione


sociocognitiva si sono chiaramente ampliati e arricchiti nei decenni
successivi. Tali sviluppi ci portano molto oltre i limiti del presente vo­
lume. Ma ciò non mi impedisce di elencare alcuni studi dettagliati e
critici di questi sviluppi della sociologia della scienza in generale, e del­
la sociologia della conoscenza scientifica in particolare: B. Barber, So­
eia! Studies o/ Science, New Brunswick, Transaction, 1990; ]. Ben·Da­
vid, Scientz/ic Growth: Essays on the Social Organization and Ethos o/
Science, a cura di G. Freudenthal, Berkeley, University of California
Press, 199 1 ; M. Bunge, A critica! examination o/ the new sociology o/
science, in «Philosophy of the Social Sciences», parte I, dicembre 1991,
21, pp. 524-560; parte II, marzo 1 992, 22, pp. 46-76; Mapping the Dy­
namics o/ Science and Technology, a cura di M. Callon, ]. Law e A.
Rip, London, Macmillan, 1986; S. Cole, Making Science: Between Na­
ture and Society, Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1992;
Science Observed, a cura di K. Knorr-Cetina e M.J. Mulkay, London,
Sage, 1 983 ; M.J. Mulkay, Science and the Sociology o/ Knowledge, Lon­
don, Allen & Unwin, 1 979 (trad. it. La scienza e la sociologia della
scienza, Milano, Edizioni di Comunità, 198 1 ); M.J. Mulkay, Sociology
of Science: A Sociological Pilgrimage, Bloomington, Indiana University
Press, 199 1 ; R. Twenhi.ifel, Wissenschaftliches Handeln: Aspekte und
Bestimmungsgriinde der Forschung, Berlin, Walter de Gruyter, 1 991; H.
Zuckerman, The sociology o/ science, in Handbook o/ Sociology, a cura
di N.J. Smelser, Newbury Park, Calif. , Sage, 1 988, pp. 5 1 1 -574.
LA SOCIOLOGIA DELLA CONOSCENZA
E LE COMUNICAZIONI DI MASSA
La sociologia della conoscenza
e le comunicazioni di massa

La prima parte di questo volume si compone di quat­


tro capitoli, due dei quali sono un esame critico di alcuni
problemi generali e particolari della sociologia della cono­
scenza, il terzo, scritto in collaborazione con P.F. Lazars­
feld, riassume una serie di studi sulla sociologia dell'opi­
nione e delle comunicazioni di massa (del quarto, dedica­
to alla «pubblicazione orale», parlerò più avanti) .
L'accostamento dei due campi sopra citati non è ca­
suale. Infatti, sebbene essi si siano sviluppati in gran parte
in modo indipendente, è compito di questa introduzione
mostrare come l'effettivo progresso di ciascuno di essi
verrebbe favorito dal consolidamento di alcune concezioni
teoriche, dei metodi di ricerca e dei risultati empirici di
entrambi. Per vedere le sostanziali similarità che esistono
fra le due parti, il lettore deve solo confrontare il riassun­
to generale della sociologia della conoscenza del primo
capitolo di questo volume con il riassunto generale delle
ricerche sulle comunicazioni di massa fornito da Lazars­
feld nel volume Current Trends in Social Psychology, edito
a cura di Wayne Dennis.
In realtà i due campi possono essere considerati spe­
cie particolari del genere di ricerca che si occupa dell'in­
terazione esistente fra struttura sociale e comunicazioni.
L'uno sorse e fu assiduamente coltivato soprattutto in Eu­
ropa e l'altro, fino ad ora, è stato molto più comune in
808 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

America. Perciò, se non si prende la definizione alla lette­


ra, la sociologia della conoscenza può essere chiamata la
«specie europea», e la sociologia delle comunicazioni di
massa, la «specie americana». (Che queste definizioni non
possano essere strettamente applicate è evidente: dopotut­
to, Charles Beard fu per lungo tempo un esponente della
corrente americana della sociologia della conoscenza, così
come Paul Lazarsfeld, per esempio, condusse alcune delle
sue prime ricerche sulle comunicazioni di massa a Vien­
na.) Sebbene ambedue le correnti sociologiche si concen­
trino sul problema dell 'interazione fra idee e struttura so­
ciale, ciascuna ha un suo distinto centro di attenzione.
In questi campi troviamo esempi interessanti delle due
tendenze contrastanti esistenti nella teoria sociologica da
noi già analizzate nei capitoli I e IV di Teoria e struttura
sociale, vol. I. La sociologia della conoscenza appartiene
quasi esclusivamente al campo della teoria globale, in cui
l'ampiezza e l'importanza del problema giustificano una
totale dedizione ad essa, talvolta senza badare alle possibi­
lità attuali di progredire effettivamente oltre le ingegnose
speculazioni e le conclusioni non confortate da alcuna evi­
denza sistematica. Nell'insieme, i sociologi della conoscen­
za sono stati fra coloro che hanno fatto onore al motto:
«Noi non sappiamo se quel che diciamo è vero, ma sap­
piamo che almeno è importante».
I sociologi e gli psicologi impegnati nello studio della
opinione e delle comunicazioni di massa si trovano molto
spesso in campo opposto, fra gli empiristi il cui motto al­
quanto differente può essere: «Noi non sappiamo se quel
che diciamo è particolarmente importante, ma sappiamo
che almeno è vero». Qui l'accento è posto sulla raccolta
dei dati che si riferiscono al soggetto generale, dati che
hanno più di un diritto ad essere considerati probanti,
sebbene non siano al di là di ogni discussione. Ma, fino
ad anni recenti, non vi è stato alcun tentativo di analizza­
re questi dati alla luce dell'influenza che possono avere
La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa 809

sui problemi teorici, e la raccolta di informazioni pratiche


è stata erroneamente considerata come una raccolta di os­
servazioni scientificamente pertinenti.
Il paragone fra queste varianti europea e americana
dello studio delle comunicazioni è interessante sotto di­
versi punti di vista. Si ha la netta impressione che le due
diverse impostazioni siano legate alle strutture sociali in
cui esse si sono sviluppate; in questa sede, tuttavia, non
andremo oltre certi suggerimenti che, in via preliminare,
possono mettere in luce alcune delle possibili connessioni
esistenti fra struttura e teoria sociale. Il confronto ha an­
che lo scopo di promuovere l'unificazione di queste due
aree dell 'indagine sociologica al fine di raggiungere quella
felice combinazione che mantenga le virtù scientifiche di
entrambe eliminandone i vizi superflui.

l. Confronto fra la Wissenssoziologie e la ricerca sulle co­


mun icazioni di massa

I diversi orientamenti di questi due campi di indagine,


che pure sono coordinati, complementari e in parte si so­
vrappongono, si esprimono in numerosi aspetti: nel loro
soggetto di studio e nella definizione dei problemi, nella
concezione di ciò che costituisce il dato empirico, nella
utilizzazione delle tecniche di ricerca e nell'organizzazione
sociale delle rispettive attività di ricerca.

Il soggetto di studio e la definizione dei problemi

La corrente europea si dedica allo studio delle radici


sociali della conoscenza nel tentativo di scoprire in che
modo la conoscenza e il pensiero sono influenzati dalla
struttura sociale in cui si sviluppano; il punto focale è
quindi il ruolo che ha la società nel foggiare le prospettive
8 1 0 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

intellettuali. In questa disciplina, come verrà detto nei ca­


pitoli seguenti, la conoscenza e il pensiero sono definiti
così ampiamente da includere quasi tutte le idee e le opi­
nioni; tuttavia, il suo contenuto fondamentale è un inte­
resse sociologico per i contesti sociali di quel tipo di co­
noscenza che viene più o meno confermata da una dimo­
strazione sistematica. In altre parole, la sociologia della
conoscenza è principalmente interessata ai risultati intel­
lettuali degli esperti, che si tratti di risultati nel campo
delle scienze, della filosofia, del pensiero economico e po­
litico.
Per quanto anche la corrente americana si interessi
dello stato attuale della conoscenza (o livello di informa­
zione, come caratteristicamente e significativamente viene
chiamata), essa ha il suo fulcro nello studio sociologico
delle credenze e delle opinioni popolari; l'accento viene
posto più che sulla conoscenza, sulle opinioni. Queste, na­
turalmente, non sono distinzioni nettissime; pur non es­
sendo arbitraria, la linea divisoria non ha la precisione, ad
esempio, di un confine tra nazioni. L'opinione sfuma nella
conoscenza, che è, in realtà, quella parte dell'opinione so­
cialmente confermata da p articolari criteri dimostrativi. E
proprio come l'opinione può diventare ad un certo punto
conoscenza, così la conoscenza dimostrata può degenerare
in una semplice opinione. Ma, se si eccettuano i confini,
la distinzione rimane valida e si esprime nelle diverse ten­
denze delle correnti americana ed europea della sociologia
delle comunicazioni.
Se la corrente americana è interessata in primo luogo
all'opinione pubblica, alle credenze di massa, a quella che
è stata chiamata la «cultura popolare», la corrente europea
si dedica a dottrine più esoteriche, a quei complessi sistemi
di conoscenza che assumono nuova forma e spesso si alte­
rano quando passano a far parte della cultura popolare.
Queste differenze di interesse ne implicano altre: la
corrente europea, occupandosi della conoscenza, studia
La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa 8 1 1

l'élite intellettuale; la corrente americana, occupandosi


delle opinioni comuni, studia le masse. L'una si basa sulle
dottrine esoteriche di pochi, l'altra sulle opinioni generali
di molti. Inoltre, la stessa divergenza iniziale avrà un'in­
fluenza immediata - e questo lo vedremo più avanti - su
ogni fase della ricerca per quel che riguarda le tecniche
da impiegarsi; è chiaro, ad esempio, che la struttura di
un'intervista destinata a raccogliere informazioni da uno
scienziato o da un uomo di lettere sarà sensibilmente di­
versa da quella destinata a raccogliere le opinioni di un
vasto campione della popolazione nel suo complesso.
Gli orientamenti delle due correnti mostrano ulteriori
distinzioni che si riferiscono a particolari più sottili. La
corrente europea si riferisce, sul piano gnoseologico, alla
conoscenza; quella americana, sempre sullo stesso piano,
alla informazione. La conoscenza implica un corpo di fatti
e di idee, mentre l'informazione non ha un tale presuppo­
sto di idee e di fatti sistematicamente connessi; la corrente
americana studia i /rammenti isolati di informazione acces­
sibili alle masse, quella europea pensa tipicamente ad una
struttura totale della conoscenza accessibile a pochi; men­
tre da un lato si studiano aggregati di modesti frammenti
di informazione, dall'altro si studiano sistemi di dottrina.
Per gli europei è essenziale analizzare il sistema di princi­
pi in tutta la sua complessità, tenendo presente l'unità
concettuale, i livelli di astrazione e concretezza e la cate­
gorizzazione (per esempio, morfologica o analitica) . Per
gli americani è invece essenziale investigare, servendosi ad
esempio delle tecniche dell'analisi fattoriale, i gruppi di
idee (o atteggiamenti) che si manifestano concretamente.
Gli uni danno risalto alle relazioni che sussistono logica­
mente, gli altri a quelle che sussistono empiricamente. Gli
europei sono interessati alle denominazioni politiche solo
in quanto permettono di identificare sistemi di idee politi­
che che poi essi analizzeranno in tutte le loro sottigliezze
e complessità, cercando di mostrare il loro (presunto) rap-
8 1 2 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

porto con l'uno o con l'altro strato sociale; gli americani


sono interessati alle opinioni politiche correnti nella misu"
ra in cui esse permettono all'investigatore di classificare la
popolazione sotto alcune categorie o denominazioni poli"
tiche generali per poi dimostrare, non presumere, che esse
hanno una maggior diffusione nell'uno o nell'altro strato
sociale. Mentre gli europei analizzano l'ideologia dei mo"
vimenti politici, gli americani investigano le opinioni dei
votanti e dei non votanti.
Queste diversità di interesse potrebbero essere ulte­
riormente illustrate, ma forse si è già detto abbastanza per
indicare che, a parte l'argomento generale comune, la so­
ciologia europea della conoscenza e la sociologia america­
na delle comunicazioni di massa scelgono problemi distinti
per distinte interpretazioni. E gradualmente emerge l'inde­
finita impressione che può riassumersi, certo molto sem­
plicemente e approssimativamente, nel modo seguente: gli
americani sanno di che cosa stanno parlando, ma ciò di
cui parlano è poca cosa; gli europei non sanno di che cosa
stanno parlando, ma il loro discorso è molto lungo.

Punti di vista sui dati e sui fatti

Le correnti europea e americana hanno una concezione


molto diversa di ciò che costituisce il dato empirico grezzo,
di ciò che è necessario per mutare il dato grezzo in un fatto
accertato e dell'importanza che questi fatti diversamente
accertati hanno nello sviluppo della scienza sociologica.
In generale, i sociologi europei sono ospitali e persino
cordiali nell'accogliere i candidati allo status di dato empi­
rico. Un'impressione derivata da pochi documenti, special­
mente se questi documenti si riferiscono ad un luogo o ad
un tempo sufficientemente remoto, supererà l'esame e di­
venterà un «fatto» riguardante ampie correnti di pensiero
e dottrine generalmente accettate. E ancora, se il livello in-
La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa 813

tellettuale di un autore è abbastanza elevato e l'ambito


delle sue realizzazioni sufficientemente ampio, le sue im­
pressioni, e qualche volta anche le sue casuali osservazioni
su opinioni prevalenti, saranno tipicamente considerate
come resoconti di fatti sociologici. Oppure, una generaliz­
zazione formulata in modo abbastanza positivo e abba­
stanza generale sarà presa come un dato empirico.
Se volessimo qualche esempio non vi è che l'imbaraz­
zo della scelta. Un Mannheim riassumerà lo stato mentale
delle «classi inferiori del periodo post-medievale» dicendo
che «soltanto gradualmente esse arrivarono ad una consa­
pevolezza del loro peso politico e sociale». Oppure, egli
può considerare non solo significativo ma vero che «tutti i
gruppi progressisti ritengono che l'idea preceda l'azione»,
benché sia evidente che si tratta di una questione di osser­
vazione piuttosto che di definizione. O, ancora, egli può
esporre un'ipotesi istruttiva come questa, ipotesi composta
da parecchie assunzioni di fatto:

quanto più attivamente un partito in ascesa collabora in una coali­


zione parlamentare e quanto maggiormente rinuncia ai suoi prin­
cipali impulsi utopistici e con ciò alle sue prospettive più ampie,
tanto più è probabile che il suo potere di trasformare la società
venga assorbito da un interesse per i particolari concreti e isolati
di questa trasformazione. Similmente a quanto può osservarsi in
campo politico, vi è un mutamento parallelo nella visione scienti­
fica che si conforma alle esigenze politiche: ciò che una volta era
un puro schema formale e un'astratta visione generale tende a dis­
solversi nell'investigazione di problemi limitati e specifici.

Una formulazione del genere, suggestiva e quasi apo­


dittica e, se vera, tanto illuminante per tutto ciò che l'in­
tellettuale ha sperimentato e forse casualmente notato nel
corso della sua vita nella società politica, può indurre
qualcuno a considerarla un fatto piuttosto che un'ipotesi.
Inoltre, come avviene spesso nelle formulazioni della cor­
rente europea, l'affermazione sembra includere tanti ele-
814 La soàologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

menti derivati dall'esperienza concreta, che il lettore rara­


mente giunge a rendersi conto di quale lavoro di ricerca
empirica sia necessario affinché tutto questo possa venir
considerato qualche cosa di più che un'ipotesi interessan­
te. In poche parole, essa guadagna rapidamente il grado
immeritato di fatto generalizzato.
Si noterà che osservazioni come queste, tratte dalla so­
ciologia della conoscenza, si riferiscono tipicamente al pas­
sato e umilmente riassumono il comportamento tipico o
modale di un gran numero di persone (interi strati sociali o
gruppi) . In senso strettamente empirico, i dati che giustifi­
cano queste affermazioni così generali non sono stati natu­
ralmente raccolti sistematicamente, per la buona e suffi­
ciente ragione che non si trovano da nessuna parte. Le opi­
nioni di migliaia di uomini che hanno vissuto in un passato
molto lontano possono soltanto intuirsi o venir ricostruite
con l'immaginazione; esse si perdono nella storia e non
possono venir conosciute a meno che non si adotti la como­
da finzione che le impressioni della massa o le opinioni col­
lettive riportate da pochi osservatori di quei tempi possano
essere considerate, oggi, come un fatto sociale dimostrato.
In contrasto con tutto questo, la corrente americana dà
un'importanza primaria a che i fatti del caso in esame ven­
gano stabiliti mediante un procedimento empirico. Prima
di cercare di determinare perché certe scuole di pensiero si
dedichino più di altre all'«investigazione di problemi limi­
tati e specifici», bisogna vedere se questo risponde a verità.
Naturalmente, questa impostazione, come quella europea,
ha i difetti delle sue qualità. Molto spesso, la grande preoc­
cupazione di dimostrare ogni affermazione in modo empi­
rico limita la capacità di inventare nuove ipotesi che renda­
no possibili implicazioni più ampie: il ricercatore non rie·
sce a vedere oltre i limiti del suo compito immediato.
La corrente europea, con le sue grandi ambizioni,
quasi disdegna di dimostrare l'esistenza di quegli stessi
fatti che si propone di spiegare. Sorvolando sul difficile e
La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa 8 15

spesso faticoso compito di determinare i fatti che sono


oggetto di studio e andando direttamente alla spiegazione
di questi fatti che sono solo presunti, è probabile che il
sociologo della conoscenza riesca soltanto a mettere il car­
ro davanti ai buoi. E come ognuno sa, se pure un sistema
del genere produce un qualche movimento, generalmente
si tratta di un movimento a ritroso, probabile nel campo
della conoscenza, certo nel campo dei trasporti. E ciò che
è peggio, qualche volta i buoi scompaiono del tutto e il
carro teorico rimane immobile fino a che non venga riat­
taccato a nuovi fatti. La salvezza in questo caso risiede nel
fatto, verificatosi più di una volta nella storia della scien­
za, che una spiegazione risulti produttiva persino quando
i fatti che doveva inizialmente spiegare si sono rivelati più
tardi essere tutt'altra cosa. Ma non si può evidentemente
contare su questi errori fortunati e fecondi.
La corrente americana, con la sua visione ristretta,
pone talmente l'accento sulla determinazione dei fatti che
solo occasionalmente considera la loro rilevanza teorica,
una volta che questi siano stabiliti. Qui il problema non è
tanto che il carro e i buoi non sono sistemati a dovere, è
piuttosto che troppo spesso non c'è affatto un carro teori­
co. I buoi possono muoversi nella direzione giusta ma dal
momento che non tirano nessun carro, il loro viaggio è
senza profitto, a meno che qualche europeo all'ultimo mo­
mento non arrivi ad attaccarvi il suo. Ma, come ben sap­
piamo, le teorie ex post facto sono giustamente sospette.
Questi diversi orientamenti nei confronti dei dati e dei
fatti sono in relazione anche con la scelta del soggetto di
studio e con la definizione dei problemi da indagare. La
corrente americana, con l'importanza che dà alla dimo­
strazione empirica, dedica poca attenzione alla storia, vi­
sto che l'attendibilità dei dati sull'opinione pubblica e sul­
le credenze di gruppo del passato è molto dubbia se giu­
dicata in base ai criteri che si applicano a dati comparabi­
li sulle opinioni di gruppo attuali. Ciò in parte può spie-
8 1 6 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

gare la tendenza degli americani a trattare problemi di


breve respiro come le reazioni agli strumenti di propagan­
da, il confronto sperimentale dell'efficacia di diversi stru­
menti propagandistici e simili. Il trascurare la prospettiva
storica non è dovuto alla mancanza di interesse o al man­
cato riconoscimento dell'importanza degli effetti a lunga
scadenza, ma alla convinzione che il loro studio richieda
dati che non si possono ottenere.
Il gruppo europeo, invece, meno esigente nei confron­
ti dei dati e che accetta come tali descrizioni che sono
poco più che impressioni, può dedicarsi a problemi di va­
sta portata quali il movimento delle ideologie politiche in
rapporto ai mutamenti nei sistemi di stratificazione di
classe (non semplicemente lo spostamento di individui da
una classe all'altra all'interno del sistema). I dati storici
degli europei si basano tipicamente sulle assunzioni che,
per situazioni contemporanee, gli americani dimostrano
empiricamente. Così un Max Weber (o qualcuno della
numerosa tribù dei suoi epigoni) può scrivere sulle cre­
denze puritane ampiamente diffuse nel XVII secolo, assu­
mendo come fondamento delle sue conclusioni di fatto gli
scritti di quei pochi letterati che descrissero le loro im­
pressioni e opinioni sulle opinioni e credenze degli altri,
scritti che noi possiamo ora leggere. Ma questo, natural­
mente, lascia insoluto e insolubile l'interrogativo indipen­
dente dell'attendibilità di questi scritti, di quanto queste
credenze esposte nei libri siano fedeli interpreti delle cre­
denze della più larga e, a quanto dice la storia, completa­
mente inarticolata popolazione (per non dir nulla dei dif­
ferenti strati all'interno della popolazione stessa) . Questo
rapporto fra ciò che si trova nei libri e le credenze (o at­
teggiamenti) reali della popolazione, che è assunto come
certo dalla corrente europea, diventa un problema da in­
dagare per quella americana. Quando si trova che i gior­
nali o le riviste o i libri esprimono un mutamento nel si­
stema dei valori e nella visione generale, e questo è consi-
La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa 8 17

derato provvisoriamente come un riflesso dei mutamenti


di valori che avvengono in un dato aggregato di individui
(classe, gruppo o regione), anche i meno empiristi dei so­
ciologi della corrente americana insistono che sarebbe im­
portante «scoprire, con metodi diretti, l'atteggiamento di
tutta la popolazione. In questo caso la verifica potrebbe
attenersi solo per mezzo di interviste con un campione
rappresentativo del pubblico nei due periodi, per vedere
se il mutamento dei valori indicato da questi nuovi inte­
ressi della rivista (o di altro mezzo di comunicazione di
massa) è il riflesso di un reale mutamento di valori nella
popolazione in generale» (Lazarsfeld) . Ma dato che non si
è inventata ancora alcuna tecnica per intervistare un cam­
pione rappresentativo di popolazioni del remoto passato e
verificare così l'attendibilità delle impressioni che si rica­
vano dagli sparsi documenti storici che rimangono, il so­
ciologo americano delle comunicazioni di massa tende a
limitare il suo studio al presente. È possibile che, racco­
gliendo il materiale grezzo della pubblica opinione, delle
credenze e delle conoscenze attuali, egli contribuisca a
porre le fondamenta su cui potrà lavorare il sociologo del­
la conoscenza di domani che studierà empiricamente le
tendenze delle opinioni, delle credenze e delle conoscenze
di lunghi periodi di tempo in una prospettiva storica.
Se l'europeo preferisce dedicarsi allo studio dei muta­
menti che avvengono nel corso dello sviluppo storico, ba­
sandosi sui documenti del passato e perciò servendosi di
dati sulle credenze di massa e di gruppo che possono ve­
nir discussi e che conducono a conclusioni impugnabili,
l'americano preferisce occuparsi meticolosamente di pro­
blemi circoscritti servendosi però di dati che hanno tutti i
requisiti affinché questi problemi siano considerati scienti­
ficamente significativi e possano venir studiati sistematica­
mente: la stessa esigenza scientifica limita il suo studio alle
reazioni degli individui ad una situazione immediata. Ma,
naturalmente, proprio la trattazione empirica di problemi
8 1 8 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

limitati, può condurre ad individuare nel corso della ricer­


ca i problemi di interesse centrale. n valore più alto del­
l' europeo è quello di mantenere immutato il problema a
cui egli è principalmente interessato, anche se questo può
essere solo oggetto di speculazione; l'americano considera
essenziale l'adeguatezza dei dati empirici e questa deve es­
sere raggiunta anche a prezzo dell'abbandono del proble­
ma per cui era stata iniziata l'indagine. Il rigore empirico
degli americani comporta la pratica autolesionista di con­
siderare impossibili soggetti di studio i movimenti di idee
in relazione a mutamenti nella struttura sociale che avven­
gono a lungo termine; l'inclinazione speculativa degli eu­
ropei implica un atteggiamento più indulgente verso se
stessi, per cui semplici impressioni sui mutamenti e sugli
sviluppi delle masse sono considerate fatti, e pochi viola­
no la convenzione stabilita di evitare tutte le domande im­
b arazzanti sui dati che sostengono questi fatti relativi alle
credenze e al comportamento di massa.
Avviene così che la corrente europea tratta di proble­
mi importanti in un modo empiricamente discutibile,
mentre quella americana tratta di argomenti spesso più
banali, ma in una maniera empiricamente corretta. L'eu­
ropeo immagina, l'americano osserva; l'americano investi­
ga problemi che hanno una portata circoscritta, l'europeo
specula su problemi che hanno un significato storico.
Ripetiamo anche qui che si deve considerare fino a
che punto il rigore degli uni e l'ampio respiro degli altri
siano in posizione inevitabilmente antagonista e vedere
come possa trovarsi un modo di conciliare queste diverse
tendenze.

Tecniche e procedimenti di ricerca

Le due correnti mostrano tipiche differenze anche per


quel che riguarda il loro atteggiamento nei confronti delle
La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa 8 1 9

tecniche per l a raccolta dei dati e per l a loro successiva


analisi.
Per il sociologo europeo della conoscenza, lo stesso
termine tecniche di ricerca ha un suono ostico e straniero.
Esporre i prosaici dettagli del modo in cui è stata condot­
ta un'indagine di sociologia della conoscenza è considera­
to quasi intellettualmente degradante. Essendosi formato
nella tradizione della storia, della filosofia e delle arti,
l'europeo sente che questo significherebbe mostrare l'inte­
laiatura della sua analisi e, quel che è peggio, sciupare per
l'intelaiatura quelle attenzioni che dovrebbero essere rivol­
te soltanto alla struttura compiuta. In questa tradizione, il
ruolo di tecnico della ricerca non ha alcun prestigio né
viene capito. Certamente, vi sono tecniche stabilite, spesso
assai elaborate, per verificare l'autenticità dei documenti
storici, per determinare la loro probabile data e problemi
simili; ma le tecniche per l'analisi dei dati piuttosto che
per l' autenticità del documento sono pochissimo curate.
È ben diverso per lo studioso americano delle comuni­
cazioni di massa. Nel corso degli ultimi decenni le ricerche
in questo campo sono state numerose e sistematiche e mol­
te e varie le tecniche impiegate. La numerosa varietà di tec­
niche per l'intervista (di gruppo e individuale, aperta e
strutturata, generica e specifica, che si svolge ad un deter­
minato momento o viene ripetuta periodicamente con la
stessa popolazione), i questionari, i test attitudinali, le scale
attitudinali di Thurstone, Guttman e Lazarsfeld, l'esperi­
mento controllato e l'osservazione controllata, l'analisi del
contenuto (sia che si tratti della classificazione quantitativa
dei simboli o degli elementi o dell'analisi tematica e struttu­
rale), il Program Analyzer elaborato da Lazarsfeld-Stanton:
sono soltanto un campione dei diversi procedimenti usati
per la ricerca nel campo delle comunicazioni di massa 1 . n

l Cfr., per esempio, le tecniche esposte nelle seguenti pubblicazio-


820 La soàologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

gran numero delle tecniche americane fa per contrasto ap­


parire ancora minore l'esiguo numero di quelle europee. E
questo contrasto rende maggiormente evidenti altri aspetti
delle differenze dei due orientamenti nello studio sociologi­
co delle comunicazioni.
L'atteggiamento verso il problema dell'attendibilità
delle osservazioni può essere considerato il metro con cui
misurare l'orientamento generale delle correnti europea e
americana nei confronti delle tecniche. L 'attendibilità -
con cui si intende all'incirca che osservazioni indipendenti
condotte sullo stesso materiale raggiungono gli stessi risul­
tati - è quasi interamente assente come problema per lo
studioso europeo. Si può dire, in generale, che ogni stu­
dioso della conoscenza adopera le sue capacità personali
per stabilire un suo modo distinto di studiare il contenuto
e il significato dei suoi documenti. Sarebbe considerato
un affronto alla integrità e alla dignità dello studioso sug­
gerire che il documento deve essere analizzato in modo
indipendente anche da altri ricercatori in modo da stabili­
re il grado di attendibilità e l'accordo fra i diversi osserva­
tori del medesimo materiale. L 'affronto diventerebbe un
grave insulto se si giungesse ad affermare che una grande
diversità fra tali analisi indipendenti mette necessariamen­
te in dubbio l'adeguatezza di ognuna di esse. La nozione

ni del Bureau of Applied Social Research della Columbia University:


P.F. Lazarsfeld e F. Stanton (a cura di), Radio Research, 194 1 , New
York, Duell, Sloan and Pearce, 194 1 ; Radio Research, 1942-1943, New
York, Duell, Sloan and Pearce, 1 944; Communications Research, 1948-
1949, New York, Harper and Brothers, 1 949; anche il volume che ri­
porta gli studi della Research Branch of the Army's Information and
Education Division, di C.I. Hovland, A.A. Lumsdaine e F.D. Sheffield,
Experiments on Mass Communications, Princeton, Princeton University
Press, 1949; e il volume sul War Communications Research Projet di
H.D. Lasswell, N. Leites et al. , Language o/ Politics, New York, Geor­
ge W. Stewart, 1949.
La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa 82 1

di attendibilità di una classificazione (cioè il grado di


coincidenza di classificazioni indipendenti del medesimo
materiale empirico) ha trovato raramente posto negli
schemi di ricerca dei sociologi della conoscenza.
È probabile che questo sistematico trascurare il pro­
blema dell'attendibilità sia parte dell'eredità che il sociolo­
go della conoscenza ha ricevuto dagli storici che egli può
contare fra i suoi antenati intellettuali. Negli scritti degli
storici, infatti, la diversità di interpretazione è presa tipi­
camente non come un problema da risolvere, ma come
una fatalità. Se qualche volta la si ammette, è con aria di
rassegnazione colorata da un pizzico di orgoglio per que­
sta diversità artistica che significa, quindi, un'osservazione
e un'interpretazione altamente individuale. Così, nell'in­
troduzione al primo magistrale volume dei suoi progettati
quattro volumi su Thomas Jefferson , Dumas Malone fa la
seguente osservazione, indicativa dell' atteggiamento di al­
tri storici verso il loro lavoro: «Altri interpreteranno il me­
desimo uomo e i medesimi eventi differentemente; questo
è praticamente inevitabile dal momento che egli fu una fi­
gura centrale in controversie storiche che hanno ancora
un'eco» (il corsivo è nostro).
Questa dottrina delle differenti interpretazioni degli
stessi eventi è così comune e accettata fra gli storici che è
quasi certo che, in una forma o nell'altra, essa venga
espressa nella perfezione dei più importanti scritti in que­
sto campo. Se la storia viene considerata come apparte­
nente alla tradizione delle discipline umanistiche, questa
concezione appare subito comprensibile. In campo uma­
nistico e artistico, la rinuncia a qualsiasi interpretazione
definitiva è insieme un' espressione, per quanto convenzio­
nale, di modestia professionale e un riconoscimento di
esperienze condivise: è comune che gli storici rivedano le
precedenti interpretazioni su dati uomini, eventi e movi­
menti sociali. Né può dirsi, d'altra parte, che gli scienziati
si aspettino un'interpretazione «definitiva», sebbene il
822 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

loro atteggiamento nei confronti di una molteplicità di in­


terpretazioni sia notevolmente diverso.
Per comprendere questo atteggiamento degli storici e
dei sociologi della conoscenza non è necessario discutere
sulla dottrina della inevitabile diversità delle interpretazio­
ni. Si può avere una comprensione maggiore del fenome­
no mettendo a confronto questa dottrina con il punto di
vista che è tipico degli scritti degli scienziati, particolar­
mente degli scritti degli studiosi di scienze naturali e qual­
che volta degli scritti dei sociologi. Mentre lo storico si
aspetta che vi siano dzf/erenti interpretazioni dei medesimi
dati e l'evento è da lui accolto con equanimità e quasi con
felice rassegnazione, i suoi colleghi scienziati considerano
ciò come un appoggio molto instabile che mette in dub­
bio l'attendibilità dell'osservazione e l' adeguatezza dell'in­
terpretazione. Sarebbe ben singolare che in una prefazio­
ne ad un lavoro di chimica si leggesse, secondo il modello
degli storici, «che altri interpreteranno i medesimi dati
sulla combustione in modo differente; ciò è praticamente
inevitabile . . . ». Anche in campo scientifico possono natu­
ralmente verificarsi delle differenze nell'interpretazione
teorica e questa è un'evenienza non insolita; ma non è
questo il punto in discussione. Quel che è importante os­
servare è che qui le differenze sono considerate come pro­
va di inadeguatezza dello schema concettuale o eventual­
mente delle osservazioni originali e che si cerca di elimi­
narle mediante ulteriori ricerche.
Nella scienza, ogni sforzo è indirizzato all'eliminazione
di queste differenze di interpretazione e invece del dissen­
so si ricerca il consenso: proprio per questo noi possiamo
giustamente p arlare del carattere cumulativo della scienza;
assieme ad altri requisiti, l'accumulazione richiede l' atten­
dibilità dell'osservazione iniziale. Per le attività artistiche è
diverso: proprio perché esse si fondano sulla differenza -
in quanto espressione delle percezioni distinte e personali,
se non private, dell'artista - esse non sono cumulative nel-
La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa 823

lo stesso senso. Le opere d'arte si accumulano nel senso


limitato di aumentare il loro numero e quindi di averne
una quantità sempre maggiore che sia accessibile agli uo­
mini nella società; esse possono disporsi l'una a fianco al­
l' altra, in senso orizzontale. Le opere scientifiche, invece,
sono disposte, per definizione, in senso verticale, in modo
da costituire una struttura di teorie connesse e mutuai­
mente sostenentesi che permettono la comprensione di
numerose osservazioni; a questo fine, l'attendibilità del­
l' osservazione è naturalmente una necessità.
Questa breve digressione su una possibile ragione del
disinteresse degli europei per l' attendibilità intesa come
un problema tecnico può chiarire anche i fondamenti del
loro più generale disinteresse per le tecniche di ricerca.
Nella sociologia della conoscenza vi è un cospicuo orien­
tamento verso le discipline umanistiche ed esso persiste
assieme ad un 'avversione per la standardizzazione sia dei
dati sia della loro interpretazione.
Per contro, l'interesse della corrente americana per le
tecniche ha come conseguenza quella di indirizzare siste­
maticamente l'attenzione verso problemi come quello del­
l' attendibilità. Quando questi problemi vengono conside­
rati in modo sistematico, la loro natura viene compresa
più profondamente e più precisamente. Un risultato come
quello ottenuto da uno studioso americano delle comuni­
cazioni di massa, per cui nell'analisi del contenuto «più
complessa è la categoria, minore è l'attendibilità», è il ti­
pico risultato che semplicemente non si trova nella socio­
logia della conoscenza europea. Questo esempio indica
anche quale sia il prezzo pagato per la precisione tecnica,
in questo primo stadio della disciplina. Una volta che si è
trovato uniformemente che l'attendibilità diminuisce con
l'aumentare della complessità della categorizzazione, vi è
una pressione notevole a lavorare con categorie semplicis­
sime, unidimensionali, in modo da raggiungere un'alta at­
tendibilità. Come caso estremo, l'analisi del contenuto
824 La soàologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

adopererà categorie come «favorevole, neutrale, sfavore­


vole», «positivo, neutrale, negativo» e questo spesso fa ri­
nunziare alla soluzione del problema che era l'oggetto
della ricerca. Per gli europei questa è una vittoria di Pir­
ro: si raggiunge l'attendibilità con l'abbandono di ciò che
è rilevante da un punto di vista teorico.
Affermare che le correnti europea e americana sono
specie intellettualmente diverse, che non possono coesiste­
re né avere una discendenza comune, sarebbe prendere
troppo sul serio un modo di dire. In verità non è così.
Per fare un esempio molto vicino, il cap. XXII di questo
libro tratta di un primo impiego delle tecniche dell'analisi
del contenuto nella sociologia della conoscenza, un'analisi
destinata a determinare sistematicamente, piuttosto che
intuitivamente, i punti focali delle ricerche degli scienziati
inglesi del XVII secolo e a stabilire oggettivamente, anche
se in modo piuttosto grezzo, il grado di connessione fra i
bisogni economici e l'indirizzo delle ricerche scientifiche
di quel periodo.
Vi sono numerose indicazioni che non era mera pre­
sunzione sociologica quella di suggerire, al principio di
questa introduzione, che le qualità di ciascuna corrente
potessero essere combinate con l'esclusione dei difetti di
ambedue. In qualche caso questo è stato fatto. Tale incro­
cio produce un ibrido vigoroso, che possiede le categorie
teoricamente significative dell'una e le tecniche di ricerca
empirica dell'altra. Un' analisi di contenuto di biografie di
eroi popolari, tratte da riviste di grande diffusione, fatta
da Leo Lowenthal costituisce un esempio promettente di
quanto potrà essere fatto quando questa unione diventerà
più frequente2 • Nel tracciare i mutamenti dei soggetti di
queste biografie popolari da «idoli di produzione» a «ido-

2 L. Lowenthal, Biographies in Popular Magazines, in Radio Re­


search, 1942-1943, cit.
La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa 825

li di consumo», Lowenthal impiega categorie tratte da


un'importante tradizione europea di teoria sociale. E per
determinare se questo mutamento sia reale o immaginario
egli sostituisce all'intuizionismo europeo la sistematica
analisi di contenuto della corrente americana. I risultati di
questa fusione delle due tendenze sono nettamente supe­
riori ai risultati di ciascuna presa singolarmente.
Un'altra area di ricerca in cui l'interesse per le tecni­
che è inesistente nella corrente europea e altissimo nella
corrente americana è quella del pubblico a cui vanno i
prodotti culturali. L'europeo non è totalmente cieco di
fronte al fatto che le dottrine devono avere un pubblico
per essere efficaci, ma non verifica questo fatto sistemati­
camente; per lui sono sufficienti dati occasionali, scarsi e
dubbi. Se un libro ha avuto un grande successo popolare,
se si è a conoscenza di quante edizioni esso ha avuto, o se
si può determinare, ma ciò accade raramente, il numero
delle copie in circolazione, si presume di detenere, secon­
do le convenzioni della tradizione europea, dati che indi­
cano qualche cosa di significativo circa il pubblico. Oppu­
re si considerano come dati notevolmente significativi del­
l' ampiezza, della natura, della composizione del pubblico
e delle sue reazioni, le recensioni, gli estratti di qualche
diario di pochi sparsi lettori o le intuizioni di qualche
contemporaneo.
Molto diverso è naturalmente l'atteggiamento della
corrente americana. Ciò che è una grave lacuna nelle ri­
cerche della sociologia della conoscenza europea diviene
uno dei più importanti oggetti di studio della sociologia
americana delle comunicazioni di massa. In America si
sono sviluppate tecniche elaborate ed esatte per misurare
non solo l'ampiezza del pubblico dei mezzi di comunica­
zione di massa, ma anche per valutare la composizione di
questo pubblico, la sua natura e, in un certo grado, anche
le sue reazioni.
Una ragione di questo diverso interesse della ricerca
826 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

per il pubblico è la grande diversità che esiste fra i princi­


pali problemi dei due campi. Il sociologo della conoscen­
za cerca soprattutto le determinanti sociali dei punti di vi­
sta dell'intellettuale, in che modo cioè questi è giunto ad
avere determinate idee. Di conseguenza, per la corrente
europea il pubblico viene studiato solo come un elemento
che può avere un influsso sull'intellettuale e quindi solo
nella misura in cui egli lo prende in considerazione. Lo
studioso delle comunicazioni di massa è stato quasi sem­
pre interessato, fin dall'inizio dello sviluppo di questi stu­
di, soprattutto all'influenza dei mezzi di comunicazione di
massa sul pubblico. La corrente europea vuol conoscere
le determinanti strutturali del pensiero, mentre quella
americana vuol sapere le conseguenze psicologiche e so­
ciali della diffusione delle opinioni; la prima si interessa
delle cause, la seconda dei risultati. L'interrogativo degli
europei è: come avviene che compaiano certe idee parti­
colari? Per gli americani, invece, la domanda è la seguen­
te: in che modo queste idee, una volta introdotte, influi­
scono sul comportamento?
Date queste differenze fondamentali di interesse intel­
lettuale, è facile capire perché la corrente europea abbia
trascurato le ricerche sul pubblico mentre quella america­
na vi si sia completamente dedicata. A questo punto ci si
può domandare anche se questi fondamentali interessi sia­
no a loro volta prodotti dai contesti strutturali in cui ap­
paiono; e la risposta sembra affermativa. Come hanno in­
dicato Lazarsfeld e altri studiosi, le ricerche sulle comuni­
cazioni di massa si sono sviluppate principalmente in ri­
sposta ad esigenze di mercato. La dura competizione fra i
vari mezzi di comunicazione di massa e tra enti all'interno
di ciascuno di essi per quel che riguarda la pubblicità ha
provocato la domanda economica di misurazioni obiettive
della grandezza, della composizione e delle reazioni del
pubblico (pubblico dei giornali, delle riviste, della radio e
televisione). E a causa dell'esigenza di ottenere la maggior
La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa 827

quantità possibile di denaro investita in pubblicità, s1 e


avuta una notevole sensibilizzazione di ciascun settore
delle comunicazioni di massa e ciascun ente rispetto alle
eventuali deficienze degli strumenti di misurazione del
pubblico adoperati dai competitori, il che ha provocato
una notevole pressione affinché fossero sviluppate tecni­
che rigorose, obiettive e non facilmente soggette a critica.
In aggiunta a tali pressioni di mercato, anche l'interesse
da parte dell'ambiente militare per la propaganda ha sol­
lecitato ricerche intese ad una valutazione del pubblico;
infatti, nella propaganda, come nella pubblicità, i clienti
hanno bisogno di sapere se gli strumenti propagandistici,
al pari di quelli pubblicitari, raggiungono il pubblico a
cui sono destinati e se hanno conseguito gli effetti voluti.
Nel mondo accademico, dove si è principalmente svilup­
pata la sociologia della conoscenza, non vi è stata la stessa
intensa e continua pressione economica per lo sviluppo di
tecniche obiettive di misurazione del pubblico, né, molto
spesso, vi era uno sta// di ricerca adeguatamente specializ­
zato per verificare queste tecniche una volta che fossero
state provvisoriamente sviluppate. Questa diversità nei
contesti sociali ha condotto le due correnti ad interessarsi
di differenti problemi di ricerca.
Le richieste di mercato e gli interessi militari non han­
no solo fatto sì che gli studiosi delle comunicazioni di
massa si interessassero alle valutazioni del pubblico, ma
hanno anche contribuito a formare le categorie con cui il
pubblico è descritto o misurato. È una realtà, infatti, che
lo scopo di una ricerca contribuisce a formare le sue cate­
gorie e i suoi concetti. Le categorie nello studio del pub­
blico delle comunicazioni di massa sono state quindi in
primo luogo quelle della sua stratificazione in base al red­
dito (un dato che è evidentemente importante per coloro
che sono impegnati nella vendita e nell' acquisto di beni
economici) e quelle del sesso, dell'età e dell'istruzione
(anche queste importanti per coloro che studiano i mezzi
828 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

pubblicitari più adatti per raggiungere gruppi particolari).


Ma dal momento che categorie come quelle del sesso, del­
l'età, dell'educazione e del reddito corrispondono ad alcu­
ni degli status principali della struttura sociale, le tecniche
sviluppate per lo studio del pubblico dei mezzi di comu­
nicazione di massa hanno un interesse diretto anche per il
sociologo.
Anche a questo punto possiamo sottolineare che l'im­
portanza data a particolari problemi intellettuali, impor­
tanza che deriva da pressioni sociali, può distogliere l'in­
teresse della ricerca da altri problemi che hanno una si­
gnificatività sociologica uguale o maggiore, ma che hanno
scarso valore per gli scopi immediati di mercato o militari.
I compiti immediati della ricerca applicata oscurano tal­
volta i compiti a lungo termine della ricerca pura. Catego­
rie dinamiche che hanno una scarsa rilevanza per interessi
commerciali e simili, come la «falsa coscienza» (la cui de­
finizione operazionale può essere, ad esempio, una note­
vole discrepanza fra uno status economico oggettivamente
basso e una identificazione ideologica con strati economi­
ci superiori) o i vari tipi di individui economicamente mo­
bili, sono state impiegate molto di rado nella descrizione
del pubblico.
Laddove la corrente europea (Wissenssoziologie) non
ha condotto quasi nessuna indagine sul pubblico dei vari
prodotti intellettuali e culturali, la corrente americana (la
ricerca sulle comunicazioni di massa) ne ha condotto un
gran numero e le categorie che essa ha adoperato sono
state, fino a poco tempo fa, stabilite principalmente non
tanto in funzione dei bisogni della teoria sociologica e psi­
cologica, quanto in funzione delle necessità pratiche di
quei gruppi e di quegli enti che per primi hanno sentito
l'esigenza di indagini sul pubblico. In seguito alle pressio­
ni dirette del mercato e delle esigenze militari si sono svi­
luppate particolari tecniche di ricerca che hanno, in un
primo momento, il segno della loro origine: esse sono
La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa 829

condizionate in modo notevole dagli impieghi pratici per


cui sono state inizialmente adoperate.
La questione se le tecniche di ricerca create specifica­
mente per le comunicazioni di massa riescano a rendersi
indipendenti dalle loro origini sociali è essa stessa un pro­
blema interessante per la sociologia della scienza. In quali
condizioni le ricerche promosse da interessi di mercato e
militari assumono un' autonomia funzionale in cui le loro
tecniche e i loro risultati entrano a far parte del patrimo­
nio pubblico della scienza sociale? Può darsi che abbiamo
qui, talmente evidente da non essere neppure rilevato, il
parallelo sociologico di quel che accadde nelle scienze fi­
siche durante il XVII secolo. Come si ricorderà, a quel
tempo non erano le antiche università, ma le nuove socie­
tà scientifiche che davano impulso al progresso sperimen­
tale della scienza, e questo impulso non era indipendente
dalle richieste di carattere pratico che venivano poste alle
scienze fisiche allora in sviluppo. Così ora, nel campo del­
le ricerche sulle comunicazioni di massa, l'industria e il
governo hanno largamente finanziato le ricerche sociali
necessarie ai loro fini, in un periodo in cui le università
erano riluttanti o non potevano fornire un sostegno finan­
ziario a questo campo. Nel corso delle ricerche, le tecni­
che si sono sviluppate e perfezionate, il personale specia­
lizzato e si sono raggiunti importanti risultati. Sembra che
il processo ora continui, e man mano che queste dimo­
strazioni del valore reale e potenziale di tali ricerche si
impongono all'attenzione delle università, queste fornisco­
no contributi per la ricerca, pura e applicata, in questo
come in altri campi della scienza sociale. S arebbe interes­
sante porsi e rispondere ad ulteriori domande: le ricerche
orientate verso le necessità del governo e dell'industria
erano legate così esclusivamente a problemi immediati e
di urgente soluzione da lasciare poche occasioni per una
trattazione di questioni più importanti per la scienza so­
ciale? La scienza sociale è forse troppo poco progredita e
830 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

il governo e l'industria non sufficientemente maturi per


fornire un sostegno su larga scala alla ricerca pura nelle
scienze sociali, allo stesso modo in cui è stata sostenuta la
ricerca pura nelle scienze fisiche? Questi sono interrogati­
vi che derivano direttamente dalla storia sociale della ri­
cerca sulle comunicazioni di massa e sono interrogativi di
immediato interesse per il sociologo della conoscenza.

L'organizzazione sociale della ricerca

Come nel soggetto principale di studio, nella defini­


zione dei problemi, negli atteggiamenti nei confronti dei
dati empirici e delle tecniche di ricerca così anche nell'or­
ganizzazione di coloro che si dedicano alla ricerca, gli eu­
ropei � gli americani assumono distinte e differenti posi­
zioni. E caratteristico degli europei condurre il lavoro in­
dividualmente, servendosi del materiale accessibile nelle
biblioteche, qualche volta aiutati da uno o due assistenti
sotto la loro diretta e continua sorveglianza. Sempre più
spesso, gli americani lavorano in équipe di ricerca o in
grandi organizzazioni comprendenti un certo numero di
équipe.
Queste differenze nell'organizzazione sociale della ri­
cerca accrescono e sostengono le altre differenze che ab­
biamo notato. Esse, ad esempio, rinforzano i diversi atteg­
giamenti nei confronti delle tecniche di ricerca e nei con­
fronti di problemi connessi del tipo di quello dell'attendi­
bilità che abbiamo brevemente esaminato.
Senza dubbio, i solitari studiosi europei della sociolo­
gia della conoscenza si rendono conto astrattamente della
necessità di classificazioni attendibili dei loro dati empiri­
ci, quando naturalmente questi studiosi adoperano dati
empirici sistematici, evenienza tutt'altro che frequente.
Inoltre, è indubbio che essi cerchino e forse raggiungano
un accordo nella classificazione dei loro materiali, atte-
La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa 83 1

nendosi a quei criteri di classificazione che in qualche


raro caso sono espressamente stabiliti. Ma lo studioso iso­
lato non è costretto dalla struttura stessa della sua situazio­
ne di lavoro ad occuparsi sistematicamente dell'attendibili­
tà come problema tecnico. È una possibilità remota e im­
probabile che qualche altro studioso, in qualche altro luo­
go del mondo accademico, si imbatta precisamente nella
stessa raccolta di dati empirici, utilizzi le stesse categorie e
gli stessi criteri per queste categorie e conduca le stesse
operazioni intellettuali. Né, data la tradizione contraria, è
probabile che avvenga la replica deliberata dallo stesso
studio. Di conseguenza, vi è molto poco nell' organizzazio­
ne della situazione di lavoro dell'europeo che lo costringa
ad occuparsi sistematicamente del difficile problema del­
l' attendibilità dell'osservazione e dell'attendibilità dell' ana­
lisi.
D'altro canto, proprio la diversa organizzazione socia­
le della ricerca americana delle comunicazioni di massa
costringe ad occuparsi di problemi tecnici come quello
dell'attendibilità. Gli studi empirici sulle comunicazioni di
massa esigono che si prendano sistematicamente in consi­
derazione rilevanti quantità di dati. Il loro numero è tal­
mente grande che solo raccoglierli è generalmente al di là
delle possibilità di uno studioso che lavori da solo, per
non parlare delle attività di routine a cui, in genere, egli
non può dedicarsi per il troppo tempo che esse richiedo­
no. Se si vogliono fare ricerche di questo tipo è necessaria
la collaborazione di numerosi ricercatori organizzati in
équipe. Esempi recenti di queste équipe sono il «Lass­
well's War Communications Research Project» della Bi­
blioteca del Congresso, la sezione delle comunicazioni di
massa di Hovland della Research Branch of The Army's
Information and Education Division, la sezione per la ri­
cerca sulle comunicazioni del Bureau of Applied Social
Research della Columbia University.
Con tale organizzazione della ricerca, il problema del-
832 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

l' attendibilità diviene così importante che non può essere


né trascurato né limitatamente considerato. La necessità
dell'attendibilità dell'osservazione e dell'analisi, che esiste
naturalmente nel campo della ricerca in generale, diviene
più visibile e più insistente nei confini ristretti di un'équipe
di ricerca. Differenti ricercatori che lavorano sugli stessi
dati empirici e fanno le stesse operazioni debbono presu­
mibilmente raggiungere gli stessi risultati (entro limiti tolle­
rabili di variazione) . Così, proprio la struttura del gruppo
di lavoro accresce l'eterna preoccupazione della scienza,
compresa la scienza sociale, per l'obiettività, obiettività che
significa attendibilità dei dati raccolti e classificati da diver­
se persone o da diversi gruppi. Infatti, se il contenuto delle
comunicazioni di massa è classificato e codificato da diver­
se persone, è inevitabile che sorga la domanda se veramen­
te gli stessi risultati siano raggiunti da coloro che codifica­
no (osservatori). Tale problema non solo è di primaria im­
portanza, ma può essere risolto senza troppa difficoltà me­
diante il confronto di diverse codificazioni indipendenti
dello stesso materiale. In questo senso, «non è accidentale»
che gruppi di ricerca come il Lasswell's War Communica­
tions Research Project abbiano dedicato molta attenzione
all'attendibilità dell'analisi del contenuto, mentre lo studio
di Mannheim sul conservatorismo tedesco, basato anch'es­
so sul contenuto di documenti, ma condotto da un singolo
studioso, secondo la tradizione europea, non consideri af­
fatto l'attendibilità come un problema.
In questo modo, forse, tendenze inizialmente diver­
genti sono rese maggiormente tali dalle strutture sociali
diverse di due tipi di ricerca: da un lato lo studioso solita­
rio (la cui solitudine è qualche volta mitigata dalla presen­
za di uno o due assistenti) della tradizione europea della
sociologia della conoscenza, e dall' altro l'équipe di ricer­
ca, la cui eterogeneità è resa uniforme dall'esistenza di un
obiettivo comune, della tradizione americana della ricerca
sulle comunicazioni di massa.
La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa 83 3

Ulteriori interrogativi e problemi

Sarebbe probabilmente molto utile e istruttivo prose­


guire il confronto fra queste due diverse forme della ricer­
ca sulle comunicazioni. In che termini impostare, ad esem­
pio, il paragone fra le origini sociali di coloro che condu­
cono le ricerche nei due campi? Differiscono in rapporto
alle diverse funzioni sociali dei due tipi di ricerca? Sono i
sociologi della conoscenza più spesso, come Mannheim in
effetti afferma, uomini marginali ai differenti sistemi socia­
li, che percepiscono quindi, anche se non conciliano, i dif­
ferenti punti di vista intellettuali dei diversi gruppi, laddo­
ve i ricercatori delle comunicazioni di massa sono più
spesso individui mobili entro un sistema sociale o econo­
mico, che cercano i dati necessari a coloro che dirigono
organizzazioni e intendono conquistare i mercati control­
lando un gran numero di persone? L'emergere della socio­
logia della conoscenza in Europa è legata forse alle diver­
genze fondamentali che esistono fra sistemi sociali radical­
mente opposti, così che molti hanno la convinzione che
non vi sia alcun sistema sociale stabilito entro cui poter si­
gnificativamente applicare le proprie capacità ed è quindi
per prima cosa necessario ricercare un sistema sociale che
abbia per loro significato?
Interrogativi di questo genere e così generali vanno
ben oltre i limiti di questa introduzione. Questo esame
della corrente europea della ricerca sulle comunicazioni -
cioè, la sociologia della conoscenza - e della corrente
americana - vale a dire, la sociologia dell'opinione e delle
comunicazioni di massa - può esser considerato un di­
scorso generale e per qualche verso illuminante dei tre ca­
pitoli che seguono.
Il capitolo XIV intende essere un esame sistematico e
una valutazione di alcuni contributi fondamentali alla so­
ciologia della conoscenza. Si noterà subito che questi con­
tributi sono soprattutto europei e che hanno in generale
83 4 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

poco da dire sui procedimenti d'analisi e, non molto, an­


che se un po' di più, sui risultati empirici sistematici. Ma
la genesi di molte questioni importanti di ricerca sociolo­
gica si troverà nei loro sistemi di pensiero.
Il capitolo seguente tratta, con una certa attenzione
anche ai particolari, dei contributi di Karl Mannheim alla
sociologia della conoscenza e permette un'indagine più
profonda di alcuni problemi che vengono appena menzio­
nati nella discussione più generale del capitolo XIV.
Il capitolo XVI, che tratta della propaganda cinemato­
grafica e radiofonica, riesamina alcuni studi recenti quasi
completamente dal punto di vista del tecnico della ricer­
ca. Così, in esso si trova soprattutto una discussione sulle
tecniche di ricerca per lo studio della propaganda piutto­
sto che sui problemi correlativi del ruolo funzionale della
propaganda in società di diverso genere. Rimane da vede­
re se le tecniche di ricerca esaminate in quel capitolo sia­
no pertinenti solo alla limitata serie di problemi sollevati
attualmente dalle esigenze di mercato e militari, oppure
siano utilizzabili anche per tutti quei problemi che inevi­
tabilmente sorgono in qualunque struttura sociale di gran­
di dimensioni. Una società socialista, ad esempio, si trova
a dover affrontare meno di una società capitalista proble­
mi di incentivi e motivazioni sociali? In essa è meno senti­
to il problema di informare e persuadere un gran numero
di uomini degli scopi e dei fini che dovrebbero essere
perseguiti e di convincerli ad adottare i metodi più rapidi
per raggiungere questi fini? Ci si può chiedere anche se
l'esigenza di conoscere le tecniche di ricerca sociale debba
non essere sentita da coloro che considerano con ripu­
gnanza gli usi ai quali questa conoscenza è talvolta adibi­
ta. Allo stesso modo, ci si può domandare se l'interesse
esclusivo per tutti i minimi particolari tecnici non rappre­
senti una limitazione prematura e non troppo produttiva
del problema sociologico, che ha come conseguenza quel­
la di condurre la ricerca in campi che non hanno alcuna
La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa 83 5

rilevanza percettibile per la sociologia o per la società. Si


tratta di questioni più facili da porsi che da risolversi, an­
che se la discussione del capitolo XVI può almeno fornire
delle informazioni e dei dati grezzi a quanti sono interes­
sati a trovare le risposte.
Dal suo inizio, la sociologia della conoscenza si è limi­
tata in gran parte a studiare le macrorelazioni tra contesti
sociali; nella fase marxista, in particolare tra classi sociali
e vari tipi di «conoscenza», come l'ideologia e le credenze
normative. Quasi nessuna attenzione è stata rivolta a stu­
diare i microprocessi sociocognitivi che si situano tra que­
sti contesti sociali e l'emergere di vari tipi di conoscenza,
compresa la scienza. Il capitolo XVII è dedicato ad uno
di questi microprocessi: quello che viene definito la «pub­
blicazione orale».
Per molti di noi che viviamo in una cultura che è an­
cora una cultura scritta, il concetto di pubblicazione orale
appare un palese ossimoro, quasi contraddizione in termi­
ni. Di fatto, una risposta meno legata a questa cultura
può riconoscere che per millenni «pubblicare» ha voluto
dire «rendere pubblico», vale a dire far conoscere qualco­
sa ad una collettività. Nella cultura degli scribi prima del­
l'invenzione dei caratteri mobili da parte di Gutemberg
nel XV secolo, il termine pubblicazione difficilmente si
poteva riferire alla pubblicazione a stampa. Questo capito­
lo esamina i microprocessi sociocognitivi della pubblica­
zione orale attraverso conferenze, seminari, riunioni, e si­
mili, come un atto sociale particolare che comporta la for­
mazione, oltre che la trasmissione, della conoscenza, con
speciale riferimento alla conoscenza della scienza sociale.
Il capitolo si conclude con un' analisi delle funzioni e delle
disfunzioni del discorso orale e delle sue complesse rela­
zioni con il sistema di ricompense della scienza e del sa­
pere.
Capitolo quattordicesimo

La sociologia della conoscenza

L'ultima generazione è stata testimone del sorgere di un


campo particolare dell'indagine sociologica: la sociologia
della conoscenza (Wissenssoziologie) . TI termine «conoscen­
za» deve essere preso in un'accezione molto ampia, in
quanto gli studi in quest'area hanno considerato pratica­
mente tutta la gamma dei prodotti culturali (idee, ideolo­
gie, principi etici e giuridici, filosofia, scienza, tecnologia) .
M a qualunque sia il concetto di conoscenza impiegato,
l'orientamento di questa disciplina è rimasto in gran parte
il medesimo: essa tratta soprattutto dei rapporti che esisto­
no fra conoscenza e altri fattori esistenziali della società e
della cultura. Per quanto vaga e generale sia questa formu­
lazione, una definizione più specifica degli scopi principali
di questa disciplina non servirebbe ad includervi tutte le
diverse impostazioni che in essa si sono sviluppate.
È pertanto evidente che la sociologia della conoscenza
si occupa di problemi che hanno avuto una lunga storia.
Che sia così, è dimostrato anche dal fatto che questa di­
sciplina ha trovato il suo primo storico, Ernst Gruen­
wald1. Ma il nostro interesse principale non è per i nume-

l In questo capitolo non sarà detto nulla di questa storia. Ernst


Gruenwald fornisce un abbozzo di questi primi sviluppi a partire dalla
cosiddetta era dell'illuminismo in Das Problem der Soziologie des Wis­
sens, Wien-Leipzig, Wilhem Braumueller, 1934. Per una rassegna cfr.
83 8 La soàologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

rosi precedenti delle teorie correnti. Vi sono in verità ben


poche osservazioni attuali che non abbiano trovato prece­
dente espressione in suggestive e brevi descrizioni. Al re
Enrico IV veniva ricordato che: «Il tuo desiderio, Enrico,
fu padre a quel pensiero», e questo, solo pochi anni pri­
ma che Bacone scrivesse: «L'intelletto umano non è una
luce arida, ma esso viene arricchito dalla volontà e dai
sentimenti; donde procedono scienze che possono essere
chiamate "scienze come si vorrebbero"». E Nietzsche ha
lasciato una serie di aforismi sui modi in cui i bisogni de­
terminano i punti di vista attraverso cui interpretiamo il
mondo, così che anche le percezioni dei sensi sono per­
meate da preferenze di valori. I precedenti della Wissens­
soziologie possono soltanto confermare l'osservazione di
Whitehead per cui «arrivare molto vicino ad una teoria
vera e individuare le sue precise applicazioni sono due
cose molto diverse, come ci insegna la storia della scienza.
Ogni cosa importante è stata detta precedentemente da
qualcuno che non l'ha scoperta».

l. Il contesto sociale

A parte le sue origini storiche e intellettuali, VI e un


altro fatto che sta alla base dell'attuale interesse per la so­
ciologia della conoscenza. Come si sa, la sociologia della
conoscenza come disciplina distinta è stata specialmente
coltivata in Germania e in Francia. Solo negli ultimi de­
cenni, i sociologi americani hanno dedicato un'attenzione
sempre crescente ai problemi di quest'area di studio.
L'aumento delle pubblicazioni e, come prova decisiva del-

H.O. Dahlke, The Sociology o/ Knowledge, in Contemporary Social


Theory, a cura di H.E. Barnes, Howard e F.B. Becker, New York, Ap·
pleton-Century, 1940, pp. 64-89.
La sociologia della conoscenza 83 9

la sua rispettabilità accademica, il numero crescente delle


dissertazioni di laurea nella specialità testimoniano, in
parte, il crescere di questo interesse.
Una spiegazione immediata e ovviamente insufficiente
di questo sviluppo potrebbe trovarsi nel fatto che il pensie­
ro sociologico europeo è stato di recente importato negli
Stati Uniti dai sociologi che sono venuti in questo paese
negli ultimi tempi. Certamente questi studiosi erano fra i
cultori della Wissenssoziologie, ma questo è valso semplice­
mente a far conoscere queste concezioni e non spiega la
loro attuale accettazione più di quanto la sola accessibilità
a certe informazioni possa spiegare la loro diffusione in
qualsiasi altro campo culturale. Il pensiero americano si è
mostrato così ricettivo di fronte alla sociologia della cono­
scenza perché essa trattava di problemi, di concetti e di
teorie che sono sempre più legati alla nostra situazione so­
ciale contemporanea, poiché la nostra società è giunta ad
avere alcune caratteristiche che sono tipiche di quelle so­
cietà europee in cui la disciplina si era inizialmente svilup­
pata.
La sociologia della conoscenza acquista significato in
un determinato complesso di condizioni sociali e cultura­
lF. Con l'aggravarsi dei conflitti sociali, le differenze di
valori, di atteggiamenti e di processi mentali fra gruppi si
accrescono fino a che gli orientamenti che i gruppi aveva­
no in comune vengono oscurati da incompatibili differen­
ze. Non solo essi sviluppano distinti cosmi intellettuali,
ma l 'esistenza stessa di ciascuno di questi cosmi è una sfi­
da alla validità e alla legittimità degli altri. La coesistenza
all'interno della stessa società di questi punti di vista e in­
terpretazioni opposte conduce ad una reciproca e attiva

2 Vedi K. Mannheim, Ideologie und Utopia, Bonn, Cohen, 1 929


(trad. it. Ideologia e Utopia, Bologna, Il Mulino, 1 965, pp. 7-15); P.A.
Sorokin, Social and Cultura! Dynamics, New York, American Book
Co. , 193 7 (trad. it. La dinamica sociale e culturale, Torino, Utet, 1975).
840 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

diffidenza fra gruppi. In un contesto di diffidenza, l'ogget­


to di indagine non è più il contenuto delle opinioni e del­
le affermazioni per determinare se esse siano valide o
meno, non si confrontano più le opinioni con l'evidenza,
ma ci si pone un'altra domanda: come avviene che siano
asserite proprio queste opinioni? n pensiero è funzionaliz­
zato e viene interpretato in termini delle sue origini e fun­
zioni psicologiche o economiche o sociali o razziali. In ge­
nerale, questo tipo di funzionalizzazione ha luogo quando
le affermazioni vengono messe in dubbio, quando esse
sono così palesemente poco plausibili o assurde o preve­
nute che non vi è più bisogno di esaminare l'evidenza che
possa provarle o smentirle, ma solo di vedere le ragioni
che inducono alla loro formulazione3 • Queste affermazioni
strane sono «spiegate da» o «attribuite a» interessi p arti­
colari, motivi inconsapevoli, punti di vista distorti, posi­
zione sociale, ecc. Nel pensiero popolare ciò comporta at­
tacchi reciproci alla integrità degli oppositori; nel pensiero
più sistematico ciò porta ad analisi ideologiche recipro­
che. In entrambi i livelli, ciò viene provocato da uno stato
collettivo di insicurezza che viene a sua volta accresciuto
da queste analisi.
In un simile contesto sociale, una serie di interpreta­
zioni dell'uomo e della cultura che hanno in comune certi

3 Freud ha notato questa tendenza a ricercare le «origini» piutto­


sto che provare la validità delle affermazioni che ci sembrano chiara­
mente assurde. Così, supponete che qualcuno sostenga che il centro
della terra è fatto di marmellata. «Il risultato della nostra obiezione in­
tellettuale sarà una deviazione dei nostri interessi; invece di rivolgerei ad
investigare se l'interno della terra è realmente fatto di marmellata o no,
noi ci chiederemo che genere di uomo può essere un individuo che si è
messo in testa un'idea di questo genere. .» (S. Freud, Introduzione alla
.

psicoanalisi (Nuova serie di lezionz), in Opere di Sigmund Freud, Torino,


Bollati Boringhieri, 1 976, vol. XI. Sul piano sociale una radicale diffe­
renza nei punti di vista dei vari gruppi sociali porta non solo ad attac­
chi ad hominem, ma anche a «spiegazioni funzionalizzate».
La sociologia della conoscenza 84 1

presupposti trovano un'ampia diffusione. Non soltanto


l' analisi ideologica e la Wissenssoziologie, ma anche la psi­
coanalisi, il marxismo, la semantica, l'analisi della propa­
ganda, la dottrina di Pareto e, fino a un certo punto, l' ana­
lisi funzionale hanno, nonostante le loro altre differenze,
una visione analoga sul ruolo delle idee. Da un lato, vi è il
campo dell'espressione verbale e delle idee (ideologie, ra­
zionalizzazioni, espressioni emotive, distorsioni, folklore,
derivazioni) che sono tutte considerate o di carattere
espressivo o di natura derivata o di natura ingannevole
(per sé e per gli altri) e sono tutte funzionalmente riferite
ad un qualche sostrato; dall'altro, vi sono i sostrati prece­
dentemente concepiti (rapporti di produzione, posizione
sociale, impulsi originari, conflitti . psicologici, interessi e
sentimenti, relazioni interpersonali e residui). Attraverso
tutti questi fattori si svolge il tema fondamentale della de­
terminazione inconsapevole delle idee da parte dei sostra­
ti, e dell'importanza della distinzione fra reale e illusorio,
fra realtà e apparenza nella sfera del pensiero, delle cre­
denze e della condotta umana. E qualunque sia l'intenzio­
ne degli studiosi, le loro analisi tendono ad avere una qua­
lità corrosiva: tendono a denunziare, secolarizzare, ironiz­
zare, satireggiare, alienare e svalutare il contenuto intrinse­
co di professate credenze o punti di vista accettati. Si con­
siderino solo le connotazioni dei termini scelti in questi
contesti per indicare credenze, idee e pensieri: inganni vi­
tali, miti, illusioni, derivazioni, folklore, razionalizzazioni,
ideologie, facciata verbale, pseudo-ragioni, ecc.
Ciò che questi schemi di analisi hanno in comune è la
pratica di non tenere in nessun conto il valore apparente
di affermazioni, credenze e sistemi di idee e di riesaminar­
li in un nuovo contesto che fornisca il loro «reale signifi­
cato». Le affermazioni che vengono considerate ordinaria­
mente nel loro significato manifesto, qualunque sia l'in­
tenzione dello studioso, sono demistificate riferendo que­
sto contenuto agli attributi della persona che queste cose
842 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

ha affermato o della società in cui egli vive. L'iconoclasta


di professione, il demistificatore e l'analista delle ideologie
con i loro rispettivi sistemi di pensiero possono esistere e
prosperare in una società in cui vasti gruppi di persone
sono già alienati dai valori comuni e in cui diversi cosmi
di valori e di opinioni coesistono in un clima di diffidenza
reciproca. L'analisi ideologica è l'espressione sistematica
della mancanza di fede nei simboli dominanti che è già
largamente diffusa; di qui la sua popolarità e la sua attua­
lità. L'analista delle ideologie non si crea dei seguaci, par­
la piuttosto rivolto a seguaci per i quali le sue analisi
«hanno significato», in quanto sono conformi alle loro
precedenti esperienze non analizzate4 •
In una società in cui la diffidenza reciproca trova
espressioni popolari quali «qual è il suo interesse in que­
sto?»; in cui «ciarlataneria» (buncombe) e «far fesso»
(bunk) sono diventati linguaggio popolare da quasi un se­
colo e «farsi furbi» (debunk) da circa una generazione;
dove la pubblicità e la propaganda hanno generato un'at­
tiva resistenza all'accettazione di affermazioni nel loro si­
gnificato manifesto; in cui il comportamento pseudo- Ge­
meinschaft come mezzo per migliorare la propria posizio­
ne economica e politica è documentato da un bestseller
su come guadagnarsi «amici» che possano essere influen­
zati; in cui le relazioni sociali sono sempre più strumenta­
lizzate così che l'individuo arriva a vedere gli altri come
persone che cercano soprattutto di controllarlo, mano­
vrarlo e sfruttarlo; dove un cinismo crescente comporta

4 Il concetto di pertinenza fu assunto dai precursori marxisti della


Wissenssoziologie. «Le proposizioni teoriche dei comunisti non poggia­
no affatto su idee, su principi inventati o scoperti da questo o quel ri­
formatore del mondo. Esse sono semplicemente espressioni generali di
rapporti di fatto di una esistente lotta di classi, cioè di un movimento
storico che si svolge sotto i nostri occhi». K. Marx e F. Engels, Mani/e­
sto dei Partito Comunista, Torino, Einaudi, 1 963 , pp. 147-148.
La sociologia della conoscenza 843

un progressivo distacco da relazioni di gruppo significati­


ve e un considerevole grado di estraneamento volontario;
in cui l'incertezza intorno ai propri motivi è espressa nella
frase indecisa: «Forse sto razionalizzando, ma . . . » e le dife­
se contro i traumi provocati dalla disillusione possono
consistere nell'essere permanentemente disillusi, riducen­
do al minimo le proprie aspettative nei riguardi dell'inte­
grità degli altri e non tenendo anticipatamente in alcun
conto i loro motivi e le loro capacità - in una tale società,
l'analisi sistematica delle ideologie e la conseguente socio­
logia della conoscenza assumono una pertinenza e una
persuasione socialmente fondate. E gli accademici ameri­
cani, messi di fronte a schemi di analisi che sembrano
avere la capacità di ordinare il caos del conflitto culturale,
dei valori e dei punti di vista contrastanti, se ne sono
prontamente impadroniti e li hanno assimilati.
La «rivoluzione copernicana» in quest'area di indagine
è stata l'ipotesi che non soltanto l'errore o l'illusione o le
credenze non autentiche fossero socialmente (storicamen­
te) condizionate, ma che lo fosse anche la scoperta della
verità. Finché si studiarono semplicemente le determinanti
sociali delle ideologie, delle illusioni, dei miti e delle nor­
me morali, la sociologia della conoscenza non aveva ragio­
ne di esistere. Era chiaro che nella spiegazione dell'errore
e dell'opinione non dimostrata vi fossero dei fattori extra­
teorici e che erano necessarie delle spiegazioni speciali dal
momento che la realtà dell'oggetto non poteva spiegare
l'errore. Nel caso della conoscenza dimostrata o verificata,
invece, era da lungo tempo stabilito che questa poteva
spiegarsi adeguatamente nei termini di una relazione di­
retta dell'interprete con l'oggetto. La sociologia della co­
noscenza sorse quando si ipotizzò che anche le verità do­
vevano essere socialmente spiegabili, che anche esse dove­
vano essere messe in rapporto con le società storiche in
cm emergevano.
Delineare anche solo le principali correnti della socio-
844 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

logia della conoscenza in un breve sommario significa non


presentarne nessuna in modo adeguato e fare violenza a
tutte. Le diversità di formulazioni - di un Marx, o di uno
Scheler o di un Durkheim; la varietà di problemi - dalla
determinazione sociale dei sistemi astratti di classificazio­
ne alle ideologie politiche legate alle diverse classi sociali;
le grandissime differenze nell'ampiezza del campo di stu­
dio - dalla classificazione generale di tutta la storia intel­
lettuale fino allo studio della posizione sociale del pensie­
ro degli studiosi negri negli ultimi decenni; i vari limiti as­
segnati alla disciplina - da una epistemologia sociologica
generale fino alle relazioni empiriche fra idee particolari e
particolari strutture sociali; la moltiplicazione di concetti
- idee, sistemi di credenze, conoscenza positiva, pensiero,
sistemi di pensiero, sovrastrutture, ecc. -; i metodi diversi
di convalidazione - da imputazioni plausibili ma non do­
cumentate fino alle analisi storiche e statistiche condotte
in modo meticoloso -: di fronte a tutto questo uno sforzo
per trattare in poche pagine sia le metodologie analitiche
sia gli studi empirici deve necessariamente sacrificare i
dettagli al fine generale.
Per introdurre una base di confronto nell'insieme de­
gli studi in questo campo, dobbiamo adottare un qualche
schema d'analisi. n seguente paradigma è concepito come
un passo in questa direzione. Senza dubbio, si tratta di
una classificazione parziale e, si spera, temporanea, che
sparirà man mano che darà luogo a un modello analitico
più perfezionato e più esatto; tuttavia, esso fornisce una
base per fare un primo inventario dei risultati in questo
campo, per indicare i risultati che sono contraddittori,
contrari o coerenti. Inoltre, esso permette di esporre l' ap­
parato concettuale che viene attualmente usato, per deter­
minare la natura dei problemi di cui si sono occupati i ri­
cercatori, per definire il tipo di dati empirici che sono sta­
ti adoperati per verificare questi problemi e per scoprire
le lacune e le debolezze caratteristiche dei tipi di interpre-
La sociologia della conoscenza 845

tazione più frequenti. La teoria sviluppata nel campo del­


la sociologia della conoscenza si presta ad essere classifi­
cata in termini del seguente paradigma.

2. Paradigma per la sociologia della conoscenza

l ) Dove è localizzata la base esistenziale dei prodotti


mentali?
a) Basi sociali: posizione sociale, classe, generazione,
ruolo occupazionale, modo di produzione, struttura di
gruppo (università, burocrazia, accademie, sette, partiti
politici), «situazione storica», interessi, società, apparte­
nenza etnica, mobilità sociale, struttura del potere, pro­
cessi sociali (competizione, conflitto, ecc.).
b) Basi culturali: valori, ethos, clima di opinione,
Volksgeist, Zeitgeist, tipo di cultura, mentalità culturale,
Weltanschauungen, ecc.
2) Quali prodotti mentali sono socialmente analizzati?
a) Sfere di: credenze morali, ideologie, idee, categorie
del pensiero, filosofia, credenze religiose, norme sociali,
scienza positiva, tecnologia, ecc.
b) Quali aspetti sono analizzati: loro selezione (i punti
centrali d'attenzione) , livelli di astrazione, presupposti (ciò
che è preso come dato e ciò che è preso come problema­
tico), contenuto concettuale, modelli di verifica, obiettivi
dell'attività intellettuale, ecc.
3 ) In che modo i prodotti mentali sono collegati alla
base esistenziale?
a) Relazioni causali o funzionali: determinazione, cau­
sa, corrispondenza, condizione necessaria, condizionamen­
to, interdipendenza funzionale, interazione, dipendenza,
ecc.
b) Relazioni simboliche o organiche o significative: ar­
monia, conformità, coerenza, unità, congruenza, compati­
bilità (e opposti), espressione, realizzazione, espressione
846 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

simbolica, Strukturzusammenhang, identità strutturali, con­


nessione interna, analogie stilistiche, integrazione logica e
di significato, identità di significato, ecc.
c) Termini ambigui per designare relazioni: corrispon­
denza, riflessione, legato con, in stretta connessione con,
ecc.
4) Perché? Funzioni mani/este e latenti imputate a
questi prodotti mentali condizionati esistenzialmente.
a) Mantenere il potere, promuovere la stabilità, orien­
tamento, sfruttamento, oscurare gli attuali rapporti sociali,
fornire una motivazione, indirizzare il comportamento, al­
lontanare le critiche, sviare l'ostilità, essere rassicurati,
controllare la natura, coordinare i rapporti sociali, ecc.
5) Quando si ottengono le presunte relazioni /ra la
base esistenziale e la conoscenza?
a) Teorie storicistiche (limitate a particolari società o
culture) .
b) Teorie generali analitiche.

Vi sono, naturalmente, ulteriori categorie per classifi­


care e analizzare gli studi della sociologia della conoscen­
za che non sono completamente esaminate in questo capi­
tolo. Così, l'eterno problema delle implicazioni delle in­
fluenze esistenziali sulla conoscenza per lo status episte­
mologico della stessa è stato fin dagli inizi accesamente
dibattuto. Le soluzioni di questo problema, che assume
che una sociologia della conoscenza è necessariamente
una teoria sociologica della conoscenza, vanno dall' affer­
mazione che «la genesi del pensiero non ha nessuna rela­
zione necessaria con la sua validità» fino all'estrema posi­
zione relativista che la verità è una «mera» funzione della
base sociale o culturale, che poggia unicamente sul con­
senso sociale e, conseguentemente, qualsiasi teoria della
verità culturalmente accettata ha un diritto ad essere con­
siderata valida pari a qualunque altra.
Ma il precedente paradigma serve ad organizzare le
La sociologia della conoscenza 847

diverse impostazioni e le conclusioni in questo campo, in


maniera sufficiente per i nostri scopi.
Le principali impostazioni da considerare qui sono
quelle di Marx, Scheler, Mannheim, Durkheim e Sorokin.
Il lavoro attualmente svolto in questo settore è in gran
parte orientato verso l'una o l'altra delle loro teorie, sia
attraverso un'applicazione modificata dei loro concetti sia
attraverso lo sviluppo di concetti opposti. Altre fonti di
studio più propriamente americane, come il pragmatismo,
saranno omesse di proposito, dal momento che non vi è
stata alcuna loro formulazione in rapporto alla sociologia
della conoscenza né sono state incluse in misura rilevante
nei programmi di ricerca.

3 . La base esistenziale

Un punto centrale, su cui sono d'accordo tutte le di­


verse impostazioni della sociologia della conoscenza è la
tesi che il pensiero ha una base esistenziale nella misura
in cui non è immanentemente determinato, e l'uno o l'al­
tro dei suoi aspetti può derivarsi da fattori extra-conosci­
tivi. Ma si tratta soltanto di un consenso formale, che dà
luogo ad un numero considerevole di teorie concernenti
la natura della base esistenziale.
Per questo aspetto, come per altri, il marxismo è il
centro della bufera della Wissenssoziologie. Senza entrare
in merito al problema esegetico di una esatta identifica­
zione del marxismo è sufficiente ricordare il «je ne suis
-

pas Marxiste» di Marx -, possiamo delineare le sue for­


mulazioni basandoci soprattutto sugli scritti di Marx ed
Engels. A parte ogni altro mutamento che può essere av­
venuto nello sviluppo della loro teoria nel corso di mezzo
secolo di lavoro, essi mantennero sempre la tesi che i
«rapporti di produzione» costituiscono il «fondamento
reale» della sovrastruttura delle idee. «Il modo di produ-
848 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

zione della vita materiale condiziona, in generale, il pro­


cesso sociale, politico e spirituale della vita. Non è la co­
scienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al
contrario, il loro essere sociale che determina la loro co­
scienza»5 . Nel cercare di funzionalizzare le idee - vale a
dire di porre in rapporto le idee degli individui con la
loro base sociologica - Marx le colloca entro la struttura
di classe. Egli afferma non tanto che le altre influenze non
siano tutte operanti, quanto che la classe è la determinan­
te principale e, come tale, il punto di partenza più fecon­
do per l'analisi. Questo è esplicito nella sua prima prefa­
zione al Capitale «qui si tratta delle persone soltanto in
quanto sono la persom/icazione di categorie economiche,
incarnazione di determinati rapporti e di determinati inte­
ressi di classe»6 • Astraendo da altre variabili e consideran­
do gli uomini nei loro ruoli economici e di classe, Marx
ipotizza che questi ruoli siano le principali determinanti,
lasciando quindi aperto il problema della misura in cui
essi spiegano adeguatamente il pensiero e il comportamento
in ogni situazione concreta. Di fatto, una linea di sviluppo
del marxismo, dalla iniziale Ideologia tedesca agli ultimi
scritti di Engels, consiste in una progressiva definizione (e
delimitazione) della misura in cui i rapporti di produzione
condizionano in realtà la conoscenza e le forme del pen­
siero.
Tuttavia, sia Marx che Engels sottolineano ripetuta­
mente e con crescente insistenza che le ideologie di un
dato strato non scaturiscono necessariamente dalle perso-

5 K. Marx, Per la critica dell'economia politica, Roma, Editori Riu­


niti, 1957, p. 1 1 .
6 K . Marx, Il Capitale, Roma, Rinascita, 195 1 , vol. I , p . 18; K .
Marx e F. Engels, L'ideologia tedesca, Roma, Editori Riuniti, 1 958, pp.
7 1 -72; cfr. M. Weber, Gesammelte Au/sà'tze zur Wissenscha/tslehre, Tii­
bingen, Mohr, 1 922 (trad. it. parziale Il metodo delle scienze storico-so­
ciali, Torino, Einaudi, 1958).
La sociologia della conoscenza 849

ne che sono obiettivamente situate in quello strato. Già


nel Manz/esto comunista, Marx ed Engels avevano indicato
che, mentre la classe dominante si avvicina alla dissoluzio­
ne, «una piccola parte di essa . . . si unisce alla classe rivolu­
zionaria [ . . ] . Quindi, come prima una parte della nobiltà
.

era passata alla borghesia, così ora una parte della bor­
ghesia passa al proletariato; e specialmente una parte de­
gli ideologi borghesi, che sono riusciti a giungere alla in­
telligenza teorica del movimento storico nel suo insieme>/.
Le ideologie vengono socialmente «situate» analizzan­
do le loro prospettive e i loro presupposti e determinando
l'impostazione dei loro problemi a seconda di una o di
un'altra classe. Il pensiero non è meccanicamente indivi­
duato stabilendo semplicemente la posizione sociale del
pensatore. Esso è attribuito a quella classe per cui è «ap­
propriato», a quella classe alla cui situazione sociale, con i
suoi conflitti, le sue aspirazioni, i suoi timori, i suoi limiti
e le sue possibilità obiettive entro il dato contesto storico­
sociale, corrisponde. La formulazione più esplicita di
Marx afferma:

Non ci si deve però rappresentare le cose in modo ristretto,


come se la piccola borghesia intendesse difendere per principio
un interesse di classe egoistico. Essa crede, al contrario, che le
condizioni particolari della sua liberazione siano le condizioni
generali, entro le quali soltanto la società moderna può essere
salvata e la lotta di classe evitata. Tanto meno si deve credere
che i rappresentanti democratici siano tutti degli shop keepers
(bottegai) o che nutrano per essi una eccessiva tenerezza. Posso­
no essere lontani dai bottegaz; per cultura e situazione personale,
tanto quanto il cielo è lontano dalla terra. Ciò che fa di essi i rap­
presentanti dei piccolo borghesi è il /atto che la loro intelligenza
non va al di là dei limiti che il piccolo borghese stesso non oltre­
passa nella sua vita, e che perciò tendono, nel campo della teo-

7 Marx e Engels, Manzfesto del partito comunista, cit., p. 1 13 .


850 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

ria, agli stessi compiti e alle stesse soluzioni a cui l'interesse ma­
teriale e la situazione sociale spingono il piccolo borghese nella
pratica. Tale è, in generale, il rapporto che passa tra i rappresen­
tanti politici e letterari di una classe e la classe che essi rappresen­
tano8.

Ma se noi non possiamo derivare le idee dalla obietti­


va posizione di classe dei loro esponenti, rimane un am­
pio margine di indeterminatezza. Sorge allora un ulteriore
problema, quello di scoprire perché alcuni si identificano
con il caratteristico punto di vista della classe in cui obiet­
tivamente si trovano e altri invece adottano quello di una
classe diversa dalla loro. Una descrizione empirica del fat­
to non è un sostituto adeguato della sua spiegazione teori­
ca. Trattando delle basi esistenziali, la posizione di Max
Scheler è caratteristicamente in opposizione con le altre
teorie prevalenti9 . Egli fa una distinzione fra sociologia
culturale e sociologia dei fattori reali (Realsoziologie) . I
dati culturali sono «ideali», appartengono alla sfera delle
idee e dei valori; «i fattori reali» sono orientati verso un
effettivo mutamento della realtà della natura o della socie­
tà. I primi sono definiti mete o intenzioni ideali; i secondi
derivano da «una struttura di impulsi» (Triebsstruktur, ad
esempio, il sesso, la fame, il potere ) . Egli ritiene che sia

8 K. Marx, Il diciotto Brumaio di Luigi Buonaparte, Mosca, Edizio­


ne in lingue estere, 1947 , p. 49.
9 Questo resoconto si basa sulla discussione più approfondita di
M. Scheler, Probleme einer Soziologie des Wissens, nel suo Die Wissens­
/ormen und die Gesellscha/t, Leipzig, Der Neue-Geist Verlag, 1926, pp.
1 -229 (trad. it. Sociologia del sapere, Roma, Abete, 1 9762). Questo vo­
lume è una versione migliorata ed ampliata di un saggio del suo Versuche
zu einer Soziologie des Wùsens, Miinchen, Duncker und Humblot,
1924, pp. 5 - 146. Per un'ulteriore discussione su Scheler, vedi P.A.
Schillp, The Forma! Problems o/ Scheler's Sociology o/ Knowledge, in
«The Philosophical Review», 1927, 36, pp. 1 01-120; H. Becker e H.O.
Dahlke, Max Scheler's Sociology o/ Knowledge, in «Philosophy and
Phenomenological Research», 1942 , 2 , pp. 3 10-322.
La sociologia della conoscenza 85 1

un errore fondamentale di tutte le teorie naturalistiche


quello di sostenere che i fattori reali - siano essi la razza,
la geopolitica, la struttura del potere politico, i rapporti di
produzione economica - determinino inequivocabilmente
il regno delle idee significative. Egli rifiuta anche tutte le
concezioni ideologiche, spiritualistiche e personalistiche
che sbagliano nel considerare la storia delle condizioni
esistenziali come un unico, lineare svolgimento della storia
della mente. Egli attribuisce una completa autonomia e
un determinato svolgimento ai fattori reali, benché, in­
compatibilmente, egli affermi che le idee che comprendo­
no dei valori forniscono una guida e una direzione allo
sviluppo di quelli. Tali idee non hanno inizialmente alcu­
na conseguenza in campo sociale. Quanto «più pura» è
l'idea, tanto maggiore è la sua impotenza per quel che ri­
guarda l'effetto dinamico sulla società. Le idee non diven­
tano effettive, non assumono consistenza nello sviluppo
culturale se non sono legate in qualche modo a interessi,
impulsi, emozioni e tendenze collettive e se non sono in­
corporate in strutture istituzionali1 0 . Soltanto in questo
caso - e per questo aspetto limitato, le teorie naturalisti­
che (per esempio, il marxismo) sono giustificate - esse
esercitano una qualche definita influenza. Se le idee non
sono basate sullo sviluppo imminente dei fattori reali, esse
sono condannate a diventare sterili utopie.
Le teorie naturalistiche sono ulteriormente in errore,
afferma Scheler, perché assumono tacitamente che la va­
riabile indipendente sia sempre la stessa nel corso della
storia. Non vi è nessuna variabile indipendente fissa nel
corso della storia, ma vi è definita successione di preva­
lenza di fattori primari, successione che può riassumersi
in una «legge delle tre fasi». Nella fase iniziale, i legami di
sangue e di parentela costituiscono la variabile indipen-

10 Scheler, Sociologia del sapere, cit.


852 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

dente; nella seconda fase essa è costituita dal potere poli­


tico e finalmente nella terza dai fattori economici. Non vi
è, quindi, nessuna continuità nell'effettiva priorità dei fat­
tori esistenziali, ma piuttosto una ordinata variazione.
Così, Scheler cerca di rendere relativa la nozione stessa di
determinanti storiche1 1 . Egli pretende non solo di aver
confermato induttivamente la sua legge delle tre fasi, ma
di averla dedotta da una teoria degli impulsi umani.
La concezione di Scheler dei Realfaktoren razza e -

parentela, struttura del potere, fattori di produzione,


aspetti qualitativi e quantitativi della popolazione, fattori
geopolitici e geografici - 0olto difficilmente può essere
una categoria utilizzabile. E di poco valore porre tanti di­
sparati elementi sotto la stessa rubrica, e, in verità, i suoi
stessi studi empirici e quelli dei suoi discepoli non traggo­
no profitto da quest'insieme di fattori. Tuttavia, con l'aver
indicato una variazione dei fattori esistenziali importanti,
benché non nella successione ordinata che ha mancato di
stabilire, egli si muove nella direzione che le ricerche suc­
cessive hanno seguito.
Mannheim, da p arte sua, è nella linea di pensiero di
Marx, soprattutto per quel che riguarda il concetto della
base esistenziale che egli mutua da Marx e che estende.
Dato il fatto di numerose appartenenze a gruppi, il pro­
blema diventa quello di determinare quali di queste ap­
p artenenze siano decisive nel fissare gli orientamenti, i
modelli di pensiero, le definizioni del dato, ecc. In contra­
sto con un «marxismo dogmatico», egli non afferma che
la posizione di classe sia in ultima analisi l'unica determi­
nante. Trova, ad esempio, che un gruppo integrato orga­
nicamente concepisce la storia come un movimento conti-

11 Ibid. Si dovrebbe notare che Marx ripudiò una simile concezio­


ne sugli spostamenti delle variabili indipendenti che era stata ritenuta
la base per un attacco alla sua Critica dell'economia politica, vedi Il Ca­
pitale, cit. , I, p. 94.
La sociologia della conoscenza 853

nuo verso la realizzazione dei suoi fini, mentre gruppi


scarsamente integrati e socialmente sradicati fanno pro­
pria l'intuizione astorica che sottolinea il fortuito e l'im­
ponderabile. Soltanto con l'esame delle diverse formazioni
di gruppo - generazioni, gruppi di status, sette, gruppi
occupazionali - e delle loro caratteristiche forme di pen­
siero, si può trovare una base esistenziale corrispondente
alle numerose e varie prospettive e conoscenze attualmen­
te esistenti 1 2 •
Benché egli rappresenti una tradizione diversa, questa
è sostanzialmente la posizione assunta da Durkheim. In
uno dei suoi primi studi condotto con Mauss sulle forme
primitive di classificazione, egli sostiene che la genesi del­
le categorie di pensiero è da ricercarsi nella struttura e
nelle relazioni di gruppo e che esse mutano col mutare
dell'organizzazione sociale13 • Nel suo tentativo di trovare
le origini sociali delle categorie, Durkheim postula che gli
individui siano più completamente e direttamente orienta­
ti verso i gruppi in cui vivono che verso la natura. Le
esperienze più significative sono mediate attraverso le re­
lazioni sociali, che lasciano la loro impronta sul carattere
del pensiero e della conoscenza. Così, nel suo studio sulle
forme del pensiero primitivo, egli considera la periodica
ricorrenza di attività sociali (cerimonie, feste, riti), la
struttura del clan e le configurazioni spaziali delle riunioni

1 2 Mannheim, Ideologia e utopia, cit., pp. 273-282. In vista delle


recenti ampie discussioni dell'opera di Mannheim, non se ne tratterà a
lungo in questo saggio. Per la valutazione dello scrittore, vedi, in/ra, il
cap. XV.
13 E. Durkheim e M. Mauss, De quelques /ormes primitives de
classi/ication, in «L'Année Sociologique», 1 90 1 - 1 902, pp. 1 -72, «anche
le idee astratte come quelle del tempo e dello spazio sono, ad ogni mo­
mento della storia, in stretta relazione con la corrispondente organizza­
zione sociale». Come ha indicato Marcel Granet, questo capitolo con­
tiene alcune pagine sul pensiero cinese che, secondo gli specialisti, se­
gnano una nuova era nel campo degli studi sinologici.
854 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

di gruppo come alcune delle basi esistenziali del pensie­


ro 1 4. Applicando le formulazioni di Durkheim al pensiero
cinese antico, Granet attribuisce le tipiche concezioni di
tempo e di spazio dei cinesi antichi a basi esistenziali qua­
li l'organizzazione feudale e il ritmico alternarsi della con­
centrazione e dispersione della vita di gruppo15 .
In netto disaccordo con le precedenti concezioni delle
basi esistenziali è la teoria idealistica ed «emanazionista»
di Sorokin, che cerca di derivare ogni aspetto della cono­
scenza non da una base esistenziale sociale, ma da diverse
«mentalità culturali». Queste mentalità sono costituite da
«premesse maggiori»: così, la mentalità ideativa concepi­
sce la realtà come «non materiale, come essere eterno» e
le sue necessità sono principalmente spirituali e vengono
completamente soddisfatte attraverso «la riduzione volon­
taria o l'eliminazione della maggior parte dei bisogni fisi­
ci» 16 . Al contrario, la mentalità sensista, che limita la real­
tà a ciò che può essere percepito mediante i sensi, è so­
prattutto interessata ai bisogni fisici che cerca di soddisfa­
re al massimo, non attraverso una modificazione persona­
le, ma attraverso un mutamento nel mondo esterno. E
principale tipo intermedio di mentalità è quello idealistico
che rappresenta una specie di equilibrio fra i due tipi pre­
cedenti. Da queste mentalità, cioè dalle premesse maggio­
ri di ogni cultura, derivano i sistemi di verità e conoscen­
za. E qui ci troviamo di fronte all'«emanazionismo» fine a
se stesso di una posizione idealistica: è evidentemente tau­
tologico dire, come fa Sorokin, che «in una società e in

14 E. Durkheim, Les /ormes élémentaires de la vie religieuse, Paris,


Alcan, 1912 (trad. it. Le /orme elementari della vita religiosa, Milano,
Comunità, 1963 , pp. 480-481); vedi anche H. Kelsen, Society and Na­
ture, Chicago, University of Chicago Press, 1 943, p. 30.
15 M. Granet, La Pensée Chinoise, Paris, La Renaissance du Livre,
1 934, pp. 84-104.
1 6 Sorokin, La dinamica sociale e culturale, cit., pp. 97-203 .
La sociologia della conoscenza 855

una cultura sensista il sistema sensista di venta, fondato


sulla testimonianza degli organi di senso, deve essere do­
minante»17 , dato che la mentalità sensista è stata già defi­
nita come quella che concepisce «la realtà soltanto come
ciò che viene registrato dagli organi sensori»1 8 .
Inoltre, una formulazione emanazionista come questa
trascura alcune delle questioni fondamentali sollevate da
altre impostazioni dell'analisi delle condizioni esistenziali.
Così Sorokin considera il fallimento del «sistema di veri­
tà» sensista (empirismo) nel monopolizzare una cultura
sensista come la prova che quest'ultima non è «pienamen­
te integrata». Ma in questo modo ci si ferma proprio di
fronte al problema dello studio delle basi di quelle diffe­
renze di pensiero in cui è interessato, appunto, il nostro
mondo contemporaneo. Ciò è vero per altre categorie e
principi conoscitivi per cui egli cerca di fornire una spie­
gazione sociologica. Per esempio, nella nostra cultura sen­
sista, egli trova che il «materialismo» è meno diffuso del­
l' «idealismo», che il «temporalismo» e l' «eternalismo»
sono quasi ugualmente diffusi e ciò è altrettanto vero per
il «realismo» e il «nominalismo», per il «singolarismo» e
l' «universalismo», ecc. Dato che vi sono queste diversità
all'interno di una cultura, caratterizzarla genericamente
come sensista non fornisce alcuna base per indicare quali
gruppi abbiano un determinato modo di pensiero e quali
un altro. Sorokin non esamina sistematicamente varie basi
esistenziali all'interno di una società o di una cultura; egli
osserva le tendenze «dominanti» e le attribuisce alla cul­
tura considerata un tutto unico19. La nostra società con-

17 Ibid. , parte II.


1 s Ibid. , pp. 161- 164.
1 9 Una «eccezione» a questa pratica si trova nel contrasto da lui
notato fra la tendenza prevalente del «clero e della aristocrazia terriera
a diventare le classi-guida nella cultura ideativa e la borghesia capitali­
stica, l'intelligentsia, i professionisti nella cultura sensista . .», La dina-
.
856 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

temporanea è considerata come un esempio integrale di


cultura sensista e le differenze della visione intellettuale di
classi e gruppi diversi sono ignorate. Proprio per le sue
premesse, l'impostazione di Sorokin è soprattutto adatta
per una caratterizzazione generale di culture, non per ana­
lizzare le connessioni fra condizioni esistenziali diverse e
pensiero all'interno di una società.

4. Tipi di conoscenza

Anche un esame superficiale è sufficiente per mostrare


che il termine «conoscenza» è stato concepito così ampia­
mente da potersi riferire a ogni tipo di idea e a ogni for­
ma di pensiero, dalle credenze popolari alla scienza positi­
va. Il termine conoscenza è stato spesso assimilato a quel­
lo di «cultura», così che si considerano «esistenzialmente
condizionate» non solo le scienze esatte, ma anche le con­
vinzioni etiche, i postulati epistemologici, i giudizi sinteti­
ci, le opinioni politiche, le categorie del pensiero, le idee
escatologiche, le norme morali, le assunzioni antologiche
e le osservazioni di fatti empirici20 . La questione è, natu­
ralmente, se questi diversi tipi di «conoscenza» stiano nel­
lo stesso rapporto con la loro base sociologica o se sia ne­
cessario fare delle distinzioni fra le diverse sfere di cono­
scenza appunto perché questo rapporto è diverso per i
vari tipi. In generale, le posizioni nei confronti di questo
problema sono state sistematicamente ambigue.

mica sociale e culturale, cit., III, p. 250. E vedi la sua spiegazione della
diffusione della cultura fra le classi sociali, ibid., IV, pp. 22 1 ss.
2 0 Cfr. K.H. Wollf, The Sociology o/ Knowledge: Emphasis on an
Empirica! Attitude, in «Philosophy of Science», 1943 , 10, pp. 104-123;
T. Parsons, The Role o/ Ideas in Social Action, in Essays in Sociological
Theory, New York, Free Press, 1949 (trad. it. parziale Società e dittatu­
ra, Bologna, Il Mulino, 1956).
La sociologia della conoscenza 857

Soltanto nei suoi ultimi scritti Engels giunse a ricono­


scere che il concetto di sovrastruttura ideologica include­
va molte «forme ideologiche» che differiscono in modo si­
gnz/icativo, vale a dire che non sono ugualmente e simil­
mente condizionate dalla base materiale. Il fatto che Marx
non trattò questo problema sistematicamente2 1 spiega in
gran parte l'indeterminatezza iniziale di ciò che è compre­
so nella sovrastruttura e il modo in cui queste diverse sfe­
re «ideologiche» sono in rapporto con i modi di produ­
zione. Nel precisare il termine generico di «ideologia»,
Engels concede un certo grado di autonomia al diritto.

Appena la nuova divisione del lavoro, che crea gli avvocati


professionisti, diventa necessaria, si presenta una sfera nuova e
indipendente che, malgrado la sua dipendenza dalla produzione
e dal commercio, ha tuttavia una sua capacità di reagire a sua
volta su queste aree. In uno Stato moderno, il diritto non deve
soltanto corrispondere alla posizione economica generale ed es­
serne l'espressione, ma deve essere anche un'espressione che ha
una sua logica interna e che non appaia, a causa di intime con­
traddizioni, incoerente. E perché questo sia attuato, il riflesso
fedele delle condizioni economiche viene sempre più violato.
Quanto più questo processo diviene frequente, tanto più rara­
mente succede che un codice di leggi sia l'espressione diretta,
rigorosa e inalterata del dominio di una classe: questo in sé vio­
lerebbe già «il concetto di giustizia»22•

Se ciò è vero per il diritto, che ha delle strette connes­


sioni con le pressioni economiche, è maggiormente vero
per altre sfere della «sovrastruttura ideologica». La filoso­
fia, la religione e la scienza sono particolarmente influen-

2 1 Questa è probabilmente la base dell'osservazione di Scheler:


«Una tesi specifica della concezione economica della storia è la subor­
dinazione delle leggi di sviluppo di tutta la conoscenza alle leggi di svi­
luppo delle ideologie».
22 F. Engels, lettera a C. Schmidt, 27 ottobre 1890.
858 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

zate dal patrimonio preesistente di conoscenze e di cre­


denze e sono solo indirettamente e in ultima analisi in­
fluenzate da fattori economici23 • In questi campi non è
possibile «derivare» il contenuto e lo sviluppo delle cre­
denze e delle conoscenze semplicemente da un'analisi del­
la situazione storica:

L'evoluzione politica, giuridica, filosofica, religiosa, lettera­


ria, artistica, ecc. si fonda sull'evoluzione economica. Ma tutte
reagiscono una sull'altra e sulla base economica. Non è già che
la situazione economica sia causa, puramente attiva, e tutto il re­
sto sia effetto passivo. Ma è un effetto vicendevole sulla base
della necessità economica che in ultima istanza prevale24 .

Dire che «in ultima istanza» la base economica si af­


ferma, significa che le sfere ideologiche possiedono un
certo grado di sviluppo indipendente. Come infatti osser­
va Engels:

Quanto più il campo, che noi stiamo proprio esaminando,


si allontana dalla sfera economica e si avvicina all'ideologia pu­
ramente astratta, tanto più troveremo che nella sua evoluzione
mostra delle accidentalità (cioè, deviazioni dal «previsto»), tanto
più la sua curva scorre a zig-zag25.

Infine, vi è una concezione ancora più limitata dello


status sociologico delle scienze naturali. In un passo ben

23 Ibid.
24 F. Engels, lettera a H. Starkenburg, 25 gennaio 1894.
25 Ibid., vol. I, 3 93 ; cfr. F. Engels, Ludwig Feuerbach e il punto di
approdo della filosofia classica tedesca (1 888), Roma, Editori Riuniti,
1969. «Per l'arte è noto che determinati suoi periodi di fioritura non
stanno assolutamente in rapporto con lo sviluppo generale della socie­
tà, né quindi con la base materiale, con l'ossatura per così dire della
sua organizzazione» (K. Marx, Introduzione alla critica dell'economia
politica, in Per la critica dell'economia politica, Roma, Editori Riuniti,
1957, p. 196) .
La soàologia della conoscenza 859

noto, Marx distingue espressamente le scienze naturali


dalle sfere ideologiche.

Con il cambiamento della base economica si sconvolge più


o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando
si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere
sempre fra lo svolgimento materiale delle condizioni economi­
che della produzione, che può essere constatato con la precisione
delle sàenze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose,
artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permetto­
no agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo2 6.

Così, alle scienze naturali e all'economia politica, che


può eguagliare la precisione delle prime, è concesso uno
status del tutto distinto da quello dell'ideologia. Il conte­
nuto concettuale delle scienze naturali non è imputato ad
una base economica; a questa vengono imputati semplice­
mente i suoi «scopi» e il suo «materiale».

Ma senza industria e commercio dove sarebbe la scienza


della natura? Persino questa scienza «pura» della natura ottiene
il suo scopo, così come ottiene il suo materiale, soltanto attra­
verso il commercio e l'industria, attraverso l'attività pratica de­
gli uomini27•

Con lo stesso ragionamento, Engels afferma che la

26 Marx, Per la critica dell'economia politica, cit., p. 1 1 .


27 Marx ed Engels, L'ideologia tedesca, cit., p . 4 1 . Vedi anche F.
Engels, L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza, Roma, Edi­
tori Riuniti, 1956, in cui si afferma che le necessità di una classe media
in sviluppo spiegano la rinascita della scienza. L'affermazione che «sol­
tanto» il commercio e l'industria forniscono le mete è tipica delle defi­
nizioni estreme, e non documentate, dei rapporti sociali, definizioni
che prevalgono specialmente nei primi scritti marxisti. Termini come
«determinazione» non possono essere presi nel loro significato lettera­
le; sono usati caratteristicamente in un senso molto ampio. L'estensione
reale delle relazioni fra attività intellettuale e fondamenti materiali non
fu investigata da Marx o Engels.
860 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

stessa apparizione della concezione materialistica della


storia di Marx fu determinata da «necessità», come è in­
dicato dal sorgere di dottrine analoghe di storici inglesi e
francesi del periodo e dalla stessa concezione elaborata in­
dipendentemente da Morgan28 .
Egli va ancora oltre sostenendo che la stessa teoria so­
cialista è un «riflesso» proletario del conflitto di classe
moderno, così che qui, almeno, proprio il contenuto «del
pensiero scientifico» è considerato socialmente determina­
to2 9, senza che per questo la sua validità sia viziata.
Vi era, quindi, un'iniziale tendenza nel marxismo a
considerare le scienze naturali in una relazione con la base
economica differente da quella delle altre sfere della cono­
scenza e delle credenze. Nella scienza, il punto focale del­
l'interesse può essere socialmente condizionato, ma non,
presumibilmente, il suo apparato concettuale. Sotto questo
aspetto, si ritenne talvolta che le scienze sociali fossero si­
gnificativamente diverse dalle scienze naturali. La scienza
sociale tendeva ad essere assimilata alla sfera dell'ideologia,
secondo una tendenza sviluppata dagli ultimi marxisti con
la discutibile tesi di una scienza sociale legata ad una classe
e quindi inevitabilmente tendenziosa30, e nella pretesa che

2 8 L'esistenza di scoperte e invenzioni parallele e indipendenti è


stata addotta frequentemente come «prova» della determinazione so­
ciale della conoscenza, nel corso del XIX secolo. Già nel 1828 Macau­
lay, nel suo saggio sul Dryden, aveva notato a proposito della invenzio­
ne del calcolo infinitesimale fatta da Newton e da Leibniz: «La scienza
matematica, in verità, aveva raggiunto un tal punto, che se nessuno dei
due fosse esistito, il principio sarebbe stato inevitabilmente stabilito da
qualche persona entro pochi anni». Egli cita altri esempi. Gli industria­
li vittoriani condivisero il medesimo punto di vista di Marx ed Engels.
Ai nostri stessi giorni, questa tesi, basata sulle duplici invenzioni indi­
pendenti, è stata specialmente sottolineata da D. Thomas, da Ogburn e
da Vierkandt.
2 9 Engels, L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza, cit.
J O V.I. Lenin, Tre fonti e tre parti integranti del marxismo ( 1913 )
,

in Marx-Engels-Marxismo, Roma, Rinascita, 1952, pp. 61 -66.


La sociologia della conoscenza 861

soltanto una «scienza proletaria» avesse una valida com­


prensione di certi aspetti della realtà sociale3 1 .
Mannheim segue la tradizione marxista fino ad esclu­
dere le «scienze esatte» e la «conoscenza formale» da un
condizionamento esistenziale, ma non la «scienza politica,
sociale e storica e il pensiero della vita di ogni giorno»32 .
La posizione sociale determina la «prospettiva», cioè «la
maniera in cui un oggetto è visto, che cosa ciascuno per­
cepisce di esso e come lo si costruisce nel proprio pensie­
ro». La determinazione «situazionale» del pensiero non lo
rende invalido; tuttavia limita l'ambito dell'indagine e del­
la sua validità33•
Se Marx non differenziò nettamente la sovrastruttura,
Scheler va all'altro estremo. Egli distingue un gran nume­
ro di forme di conoscenza. Per cominciare, vi sono le
« Weltanschauungen relativamente naturali», vale a dire ciò
che è accettato come dato, che non ha bisogno, né è su­
scettibile di giustificazione. Questi sono, per così dire, gli
assiomi culturali dei gruppi, ciò che J oseph Glanvill, circa
trecento anni fa, chiamò «clima d'opinione». Uno dei pri­
mi compiti della sociologia della conoscenza è quello di
scoprire la legge di trasformazione di queste Weltanschau­
ungen. E dal momento che esse non sono necessariamente
valide, ne segue che la sociologia della conoscenza non si

3 1 N. Bukharin, Teoria del materialismo storico. Manuale popolare


di sociologia marxista, Firenze, La Nuova Italia, 1977; B. Hessen, So­
ciety at the Cross-Roads, London, Kniga, 1932, p. 154; A.I. Timeniev,
Marxism and Modern Thought, New York, Harcourt, Brace, 1935, p.
3 10: «Soltanto il marxismo, soltanto l'ideologia della classe rivoluziona­
ria avanzata è scientifica».
32 Mannheim, Ideologia e utopia, cit., pp. 109-194; K. Mannheim,
Die Bedeutung der Konkurrenz im Gebiete des Geistigen, in Verhand­
lungen des 6. deutschen Soziologentages, Tiibingen, Mohr, 1929 (trad.
it. Il significato della concorrenza come fenomeno culturale, in Sociologia
della conoscenza, Bari, Dedalo, 1974, pp. 223-266).
33 Mannheim, Ideologia e utopia, cit., pp. 269-288.
862 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

occupa soltanto di tracciare le basi esistenziali della verità,


ma anche «della illusione sociale, della superstizione, degli
errori socialmente condizionati e delle forme di ingan­
no»34 .
Le Weltanschauungen costituiscono dei prodotti orga­
nici e si sviluppano soltanto nel corso di lunghi periodi di
tempo. Esse sono scarsamente influenzate dalle teorie.
Senza fornire dimostrazioni adeguate, Scheler afferma che
esse possono mutare in qualche aspetto fondamentale solo
attraverso la mescolanza delle razze oppure probabilmen­
te attraverso la «mescolanza» dei linguaggi e delle culture.
Costruite sopra queste Weltanschauungen , che mutano
così lentamente, sono le forme di conoscenza più «artifi­
ciali» che possono essere ordinate in sette classi, secondo
il loro grado di artificiosità: l ) mito e leggenda; 2) cono­
scenza implicita nel linguaggio naturale; 3) conoscenza re­
ligiosa (che va dalle vaghe intuizioni emotive ai dogmi fis­
sati da una Chiesa) ; 4) tipi fondamentali della conoscenza
mistica; 5 ) conoscenza filosofico-metafisica; 6) conoscenza
positiva della matematica e delle scienze naturali e cultu­
rali; 7) conoscenza tecnologica35 . Tanto più artificiali sono
questi ,tipi di conoscenza, tanto più rapidamente essi mu­
tano. E evidente, dice Scheler, che le religioni mutano as­
sai più lentamente delle varie metafisiche, e che queste ul­
time hanno una durata molto maggiore dei risultati delle
scienze positive che mutano di ora in ora.
Questa ipotesi del ritmo di cambiamento è, in qualche
punto, somigliante alla tesi di Alfred Weber per cui il
mutamento della civiltà è precedente al mutamento cultu­
rale, e con l'ipotesi di Ogburn per cui i fattori «materiali»
mutano più rapidamente di quelli «non materiali». L'ipo­
tesi di Scheler ha le stesse limitazioni di queste altre e in

3 4 Scheler, La sociologia del sapere, cit.


35 Ibid.
La sociologia della conoscenza 863

più alcuni difetti che le sono particolari. Egli non dice


mai chiaramente che cosa indichi il suo principio di clas­
sificazione dei tipi di conoscenza, il principio che egli
chiama «artificiosità». Perché, ad esempio, la «conoscenza
mistica» è considerata più «artificiale» dei dogmi religio­
si? Egli non considera affatto quel che comporta l' affer­
mazione che un tipo di conoscenza muta più rapidamente
di un altro. Si consideri la curiosa equazione che egli fa
tra i nuovi «risultati» scientifici e i sistemi metafisici.
Come si può paragonare il grado di mutamento della filo­
sofia neo-kantiana con il mutamento, diciamo, della teoria
biologica dello stesso periodo? Scheler stabilisce spavalda­
mente sette possibili diversità di gradi di mutamento, ma
naturalmente non dimostra empiricamente questa sua ela­
borata pretesa. Date le difficoltà che si incontrano nel ve­
rificare ipotesi molto più semplici, non si vede che cosa si
guadagni ad esporre ipotesi complesse di questo tipo.
Tuttavia, solo certi aspetti di questa conoscenza sono
considerati sociologicamente determinati. Sulla base di cer­
ti postulati, che non è necessario considerare qui, Scheler
continua affermando che:

Il carattere sociologico di tutta la conoscenza di ogni forma


di pensiero, di intuizione e di cognizione, è indiscutibile. Sebbe­
ne il contenuto e ancor meno la validità obiettiva di tutta la co­
noscenza non siano determinati dagli interessi sociali, questo si
verifica tuttavia nella selezione degli oggetti della conoscenza.
Inoltre, le «forme» dei processi mentali attraverso cui si acqui­
sta la conoscenza sono sempre e necessariamente determinate
anche sociologicamente, cioè dalla struttura sociale36.

Poiché la spiegazione consiste nel far risalire quello


che è relativamente nuovo al conosciuto e consueto e poi­
ché la società è «meglio conosciuta» di qualunque altra

3 6 Ibid.
864 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

cosa37, ci si deve aspettare che i modi di pensiero e di in­


tuizione e la classificazione delle cose conoscibili siano
«determinati anche» (mitbedingt) dalla divisione e classifi­
cazione dei gruppi compresi nella società.
Scheler ripudia tranquillamente ogni forma di sociolo­
gismo. Egli cerca di evitare un relativismo radicale ritor­
nando ad un dualismo metafisica: postula un regno di
«essenze eterne» che entrano in vari gradi nel contenuto
del giudizio, un regno completamente distinto da quello
della realtà storica e sociale che determina l'atto del giudi­
zio. Così Mandelbaum ha adeguatamente riassunto questo
punto di vista:

Il regno delle essenze è, per Scheler, un regno di possibilità


fra cui noi, legati al nostro tempo e ai nostri interessi, scegliamo
prima una serie e poi un'altra. Il centro di interesse che noi sto­
rici scegliamo dipende dalle nostre valutazioni sociologicamente
determinate. Ciò che noi vediamo è determinato dalla serie dei
valori assoluti ed eterni che sono impliciti nel passato che noi
consideriamo38.

Questo è veramente un opporsi al relativismo a parole.


Semplicemente affermando che vi è una distinzione fra es­
senza ed esistenza si evita l'incubo del relativismo, esorciz­
zandolo. Il concetto di essenze eterne può esser congeniale
al metafisica, ma è del tutto estraneo all' analisi empirica. È
degno di nota che queste concezioni non hanno affatto
una parte significativa nei tentativi empirici di Scheler di
stabilire delle relazioni fra conoscenza e società.
Scheler indica come differenti tipi di conoscenza siano

3 7 Vedi la medesima asserzione di Durkheim citata in questo capi­


tolo alla nota 13 .
38 M. Mandelbaum, The Problem o/ Historical Knowledge, New
York, Liveright, 1938, p. 150; Sorokin pone una sfera simile di «idee
infinite», per esempio nel suo Sociocultural Causality, Space, Time,
Durham, Duke University Press, 1 943, p. 215, passim.
La sociologia della conoscenza 865

legati a particolari gruppi. Il contenuto della teoria delle


idee di Platone richiedeva la forma e l'organizzazione del­
l'Accademia platonica; così, l'organizzazione delle Chiese
e delle sette protestanti fu determinata dal contenuto di
quelle credenze che potevano esistere solo in questo e in
nessun altro tipo di organizzazione sociale, come ha dimo­
strato Troeltsch. E, analogamente, i tipi Gemeinscha/t di
società hanno un fondo di conoscenza tradizionalmente
definita e che è presentata come conclusiva; essi non mi­
rano alla scoperta e all'estensione della conoscenza. In
questi tipi di società, il tentativo stesso di verificare la co­
noscenza tradizionale, che significa metterla in dubbio, è
blasfemo; la logica e il sistema di pensiero dominanti sono
quelli di un'«ars demonstrandi» e non di un ' «ars invenien­
di» e i metodi sono prevalentemente antologici e dogmati­
ci, non epistemologici e critici. I suoi modi di pensiero
sono quelli del realismo concettuale, non del nominali­
smo, come è invece nel tipo Gesellscha/t di organizzazio­
ne, e il suo sistema di categorie è organico e non meccani­
cistico39 .
Durkheim estende l'indagine sociologica alla genesi
sociale delle categorie di pensiero, basando la sua ipotesi
su tre tipi presunti di evidenza. l) Il fatto delle variazioni
culturali nelle categorie e nelle regole della logica «prova
che esse dipendono almeno in p arte da fattori storici e di
conseguenza sociali»40• 2) Dato che i concetti sono com­
presi proprio nel linguaggio che un individuo apprende (e
questo è vero anche per la speciale terminologia dello
scienziato) e dato che alcuni di questi termini concettuali

39 Scheler, La sociologia del sapere, cit.; si confronti un'analoga ca­


ratterizzazione delle «scuole sacre» di pensiero di F. Znaniecki, The
Social Role of the Man of Knowledge, New York, Columbia University
Press, 1 940, cap. 3 .
40 Durkheim, Le /orme elementari della vita religiosa, cit., pp. 15,
19, 479-480.
866 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

si riferiscono a cose di cui noi, come individui, non abbia­


mo mai fatto esperienza, è chiaro che essi sono un pro­
dotto della società41 . 3) L'accettazione o il rifiuto di con­
cetti non sono semplicemente determinati dalla loro validi­
tà oggettiva, ma anche dalla loro coerenza con altre cre­
denze dominanti42 •
Pure, Durkheim non accetta un tipo di relativismo in
cui vi siano semplicemente concorrenti criteri di validità.
L 'origine sociale delle categorie non le rende completa­
mente arbitrarie per quel che riguarda la loro applicabilità
alla natura. Esse sono, in vari gradi, adeguate al loro og­
getto. Ma poiché le strutture sociali variano (e con loro
varia anche l 'apparato classificatorio) , vi sono inevitabili
elementi «soggettivi» nelle costruzioni logiche che sono
p articolari di una società e diffuse in essa. Questi elementi
soggettivi «devono essere progressivamente eliminati se
vogliono accostarsi maggiormente alla realtà». E ciò avvie­
ne sotto determinate condizioni sociali. Con l'estensione
dei contatti fra culture diverse, con la diffusione delle co­
municazioni fra persone appartenenti a diverse società,
con l'espansione della società, gli schemi di riferimento
provinciali sono distrutti. «Le cose non possono più esse­
re contenute negli schemi sociali in cui erano classificate
in origine; esse richiedono di venir organizzate secondo
principi che siano loro propri di modo che l' organizzazio­
ne logica si differenzia dall'organizzazione sociale e diven­
ta autonoma. Il pensiero veramente e propriamente uma­
no non è un dato primitivo ma è un prodotto storico»43.
In p articolare, questi concetti soggetti ad una critica
scientifica condotta metodicamente vengono ad avere una
maggiore adeguatezza oggettiva. L'oggettività stessa è con­
siderata un risultato sociale.

41 lbid. , pp. 472-473 .


42 Ibid., p. 478.
43 lbid. , pp. 477, 485.
La sociologia della conoscenza 867

In tutta la sua opera, questa dubbia epistemologia è


connessa con le spiegazioni empiriche che Durkheim dà
delle radici sociali delle designazioni concrete di unità
spaziali, temporali e di altro genere. Non occorre che in­
dulgiamo nella tradizionale, enfatica affermazione che le
categorie devono essere entità indipendenti e conosciute
precedentemente, per notare che Durkheim non trattava
di esse ma di divisioni convenzionali di tempo e di spazio.
Egli ha osservato, in un punto, che le differenze notate a
questo proposito non dovrebbero portarci a «trascurarne
le somiglianze, che non sono meno essenziali». Se egli fu
un pioniere nel collegare le variazioni dei sistemi concet­
tuali alle variazioni nell'organizzazione sociale, non riuscì
però a stabilire l'origine sociale delle categorie.
Come Durkheim, Granet attribuisce una grande im­
portanza al linguaggio, considerato come lo strumento
che raccoglie e fissa i concetti e i modi di pensiero preva­
lenti. Egli ha mostrato come la lingua cinese non sia adat­
ta a notare concetti, analizzare idee o presentare dottrine
in modo discorsivo; essa non ha raggiunto una precisione
formale. La parola cinese non denota una nozione con un
grado definito di astrazione e di generalità, ma evoca un
complesso indefinito di immagini particolari. Così, non vi
è una parola che significhi semplicemente «un vecchio».
Vi sono invece un certo numero di parole che «dipingono
aspetti diversi della vecchiaia», come K'i, quelli che ri­
chiedono una dieta sostanziosa, K'ao, quelli che hanno
difficoltà di respirazione, e così via. Queste concrete evo­
cazioni comportano moltissime altre immagini concrete di
ogni p articolare del modo di vita dei vecchi: quelli che
devono essere esentati dal servizio militare, quelli per cui
deve tenersi pronto l'abbigliamento funebre, quelli che
hanno diritto di portare il bastone per la strada, ecc. Que­
ste sono soltanto alcune delle immagini che evoca la paro­
la K'i che, in generale, corrisponde alla nozione quasi uni­
ca della persona anziana, di circa 60-70 anni d'età. Le pa-
868 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

role e le frasi hanno così un carattere interamente concre­


to, emblematico44•
Proprio come la lingua è concreta ed evocativa, così le
idee più generali dell'antico pensiero cinese sono sempre
concrete, in nessun modo p aragonabili alle nostre idee
astratte. Nemmeno il tempo e lo spazio sono concepiti
astrattamente. Il tempo procede per cicli ed è circolare, lo
spazio è quadrato. La terra è quadrata e divisa in quadra­
ti; le mura delle città, i prati e i campi dovrebbero forma­
re un quadrato. I campi, gli edifici e le città debbono es­
sere orientati in un determinato modo e la scelta del giu­
sto orientamento è affidata ad un capo rituale. Le tecni­
che della divisione e della sistemazione dello spazio - svi­
luppo della città, architettura, geografia politica - e le
speculazioni geometriche che esse presuppongono sono
tutte collegate ad un insieme di regole sociali. In partico­
lare, poiché vengono trattate nel corso di assemblee perio­
diche, esse riaffermano e rinforzano in ogni particolare i
simboli che rappresentano lo spazio. Esse rendono conto
della forma quadrata, del carattere gerarchico ed eteroge­
neo di un concetto di spazio che avrebbe potuto sorgere
solo in una società feudale45 •
Sebbene Granet possa aver stabilito le basi sociali di
concrete designazioni di spazio e di tempo, non è del tutto
chiaro che egli tratti di dati paragonabili alle concezioni
occidentali. Egli considera concezioni tradizionali o rituali­
stiche o magiche e implicitamente le paragona alle nostre
nozioni positive, tecniche e scientifiche. Ma in un ampio
raggio di pratiche concrete, i cinesi non agivano in base al­
l'assunzione che «il tempo è rotondo» e lo «spazio qua­
drato». Quando si prendono in considerazione sfere para-

44 Granet, La Pensée Chinoise, cit., pp. 37-38, 82 e l'intero primo


capitolo.
45 Ibid., pp. 87-95.
La sociologia della conoscenza 869

gonabili di attività e di pensiero, è dubbio che vi sia que­


sta diversità radicale di «sistemi di categorie», nel senso
che non vi sono denominatori comuni del pensiero e della
concettualizzazione. Granet ha dimostrato le differenze
qualitative di concetti in certi contesti, ma non entro con­
testi paragonabili come può essere quello dei metodi tec­
nici. Il suo lavoro ha dimostrato che vi sono differenti cen­
tri di interessi intellettuali nelle due sfere e, entro la sfera
ritualistica, fondamentali differenze di punti di vista, ma
non una scissione insormontabile in altre sfere. La fallacia
che è molto più evidente nel concetto di Levy-Bruhl della
«pre-logicità» della mente primitiva appare anche nel la­
voro di Granet. Come hanno dimostrato Malinowski e
Rivers, quando si esaminano sfere paragonabili di pensiero
e di attività, tali irriducibili differenze non si trovano46.
Sorokin segue la stessa tendenza di attribuire criteri ·
del tutto diversi di verità ai suoi differenti tipi culturali.
Egli ha espresso con una terminologia tutta particolare il
fenomeno degli spostamenti dei centri di interesse intellet­
tuale da parte delle élites intellettuali nelle diverse società
storiche. In alcune società, centro di interesse sono i con­
cetti religiosi e particolari tipi di metafisica, mentre in al­
tre questi centri sono costituiti dalle scienze empiriche.
Ma numerosi «sistemi di verità» coesistono in ciascuna di
queste società per particolari sfere: la Chiesa cattolica non
ha abbandonato i suoi criteri «ideativi» anche nella nostra
epoca «sensista».
Poiché Sorokin adotta criteri di verità radicalmente

46 Cfr. B. Malinowski in Magie, Science and Religion, Glencoe,


The Free Press, 1948 (trad. it. Magia, scienza e religione, Roma,
Newton Compton, 1976): «Ogni comunità primitiva è in possesso di
un considerevole ammontare di conoscenza, basata sull'esperienza e
orientata dalla ragione». Vedi anche E. Benoit-Smullyan, Granet's La
Pensée Chinoise, in «American Sociological RevieW>>, 1 936, I, pp. 487-
492.
870 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

differenti e disparati, egli deve necessariamente collocare


il suo lavoro in questo contesto. Si può dire, sebbene sia
necessaria una discussione molto più ampia per documen­
tare questo fatto, che egli non risolve mai questo proble­
ma. I suoi vari tentativi di far fronte ad una impasse radi­
calmente relativistica differiscono notevolmente. Così, in
principio, egli afferma che le sue costruzioni devono venir
verificate come «una qualunque legge scientifica. Per pri­
ma cosa, il principio deve essere di natura logica; secon­
do, deve superare la prova dei "fatti rilevanti" , cioè deve
accordarsi e rappresentare i fatti»4 7 . Sorokin adotta così,
per usare la sua stessa terminologia, una posizione scienti­
fica tipica di «un sistema sensista di verità». Ma quando
egli esamina direttamente la sua posizione epistemologica,
egli adotta una concezione «integralista» della verità che
cerca di assimilare sia i criteri empirici e logici sia un «so­
prasensibile, soprarazionale, metalogico atto di "intuizio­
ne" o di "esperienza mistica"»48 . Egli propone quindi
un'integrazione di questi diversi sistemi. Per giustificare
«la verità di fede» - l'unico elemento che lo allontanerebbe
dai normali criteri usati nel lavoro scientifico corrente -
egli afferma che «l'intuizione» ha un ruolo importante
quale fonte di scoperte scientifiche. n problema non è
quello delle fonti psicologiche di conclusioni valide, ma
quello dei criteri e dei metodi di verz/ica. Quali criteri
adotterebbe Sorokin quando le intuizioni «soprasensibili»
fossero in contrasto con l'osservazione empirica? In tali
casi, presumibilmente, se giudichiamo dal suo lavoro piut­
tosto che dai commenti sul suo lavoro, egli accetterebbe i
fatti e respingerebbe l'intuizione. Tutto ciò fa pensare che
Sorokin sotto il nome generico di «verità» stia discutendo
di tipi di giudizio diversi e non comparabili; come l'analisi

47 Sorokin, La dinamica soCiale e culturale, cit., I e II.


48 Ibid., IV, cap. 16; Sociocultural Causality, cit., cap. V.
La sociologia della conoscenza 87 1

chimica di un quadro ad olio non è né coerente né incoe­


rente con la valutazione estetica dello stesso, così i sistemi
di verità di Sorokin si riferiscono a tipi completamente di­
versi di giudizio. E, invero, questa è proprio la sua affer­
mazione finale, quando dice che «ogni sistema di verità,
all'interno del suo legittimo campo di competenza, ci of­
fre una conoscenza vera dei rispettivi aspetti della real­
tà»49 . Ma qualunque sia la sua opinione personale sull'in­
tuizione, egli non può introdurla nella sua sociologia
come un criterio (piuttosto che come una fonte) di con­
clusioni valide.

5 . Relazioni della conoscenza con la base esistenziale

Sebbene questo problema sia evidentemente il nucleo


di ogni teoria nel campo della sociologia della conoscen­
za, esso è stato spesso trattato implicitamente piuttosto
che direttamente. Eppure ogni tipo di rapporto che si
considera esistente fra conoscenza e società presuppone
un'intera teoria di metodo sociologico e di causalità socia­
le. Le teorie prevalenti in questo campo hanno considera­
to uno o due dei più importanti tipi di rapporto: quello
causale o funzionale e quello simbolico o organico o si­
gnificativo5 0.
Marx ed Engels, naturalmente, trattano solo di un
tipo di rapporto causale tra la base economica e le idee, e
definiscono questo rapporto in diversi modi: «determina­
zione, corrispondenza, riflesso, prodotto, dipendenza»,
ecc. Inoltre, vi è un rapporto di «interesse» o «bisogno».

49 Sociocultural Causality, cit., pp. 230-23 1 .


5 0 Le distinzioni fra questi tipi sono state a lungo tenute presenti
nel pensiero sociologico europeo. La discussione più approfondita ne·
gli Stati Uniti è quella di Sorokin, in Social and Cultura! Dynamics, cit.
872 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

Quando gli strati sociali hanno in un determinato stadio


del loro sviluppo storico determinati bisogni (attribuiti) , si
afferma che esiste una precisa pressione affinché siano svi­
luppate idee e conoscenze appropriate. Le insufficienze di
queste varie formulazioni hanno creato gravi difficoltà per
coloro che, al giorno d'oggi, si collocano nella tradizione
marxista5 1•
Dato che, come abbiamo visto, Marx ritiene che il
pensiero non sia un semplice «riflesso» della posizione
obiettiva di classe, sorge nuovamente il problema delle
sua attribuzione ad una determinata base. Le prevalenti
ipotesi marxiste che affrontano questo problema implica­
no una teoria della storia che è la base per determinare se
l'ideologia sia «adeguata alla situazione» di un dato strato
nella società. Questo richiede una costruzione ipotetica di
ciò che gli uomini penserebbero e percepirebbero se fossero
in grado di capire adeguatamente la situazione storica52 •
Ma questa comprensione della situazione non è, in realtà,
necessariamente diffusa nei concreti strati sociali particola­
ri. Ciò conduce, quindi, all'altro problema della «falsa co­
scienza», di come cioè ideologie che non sono né confor­
mi agli interessi di una classe, né adeguate alla situazione,
giungano a prevalere.
Una spiegazione empirica parziale della «falsa coscien­
za», suggerita nel Manz/esto, poggia sull'idea che la bor­
ghesia controlli il contenuto della cultura e diffonda così
dottrine e valori che sono estranei agli interessi del prole-

51 Cfr. i commenti di H. Speier, The Social Determination o/


Ideas, in «Social Research», 1938, 5, pp. 182-205; C. Wright Milis,
Language, Logic and Culture, in «American Sociological Review», 1939,
4, pp. 670-680.
52 Cfr. la formulazione di Mannheim, Ideologia e utopia, cit., pp.
175 ss.; G. Lukacs, Geschichte und Klassenbewusstsein, Berlin, 1923
(trad. it. Storia e coscienza di classe, Milano, Sugar, 1 967 , pp. 60 ss.); A.
Child, The Problem o/ Imputation in the Sociology o/ Knowledge, in
«Ethics», 194 1 , 5 1 , pp. 200-219.
La sociologia della conoscenza 873

tariato53 . O, in termini più generali, «le idee dominanti di


ogni epoca sono sempre state le idee della sua classe do­
minante». Ma questa è solo una spiegazione parziale; al
massimo si riferisce alla falsa coscienza della classe subor­
dinata. Può spiegare parzialmente, ad esempio, il fatto no­
tato da Marx che anche quando il contadino piccolo pro­
prietario «appartiene per la sua posizione al proletariato,
egli non crede di appartenerci». Ma non è una spiegazio­
ne per la falsa coscienza della stessa classe dominante.
Vi è un altro tema, che si trova in tutta la teoria
marxista, che tratta del problema della falsa coscienza. È
questa la concezione dell'ideologia come espressione invo­
lontarza e inconsapevole dei «motivi reali», a loro volta in­
tesi come gli interessi obiettivi delle classi sociali. Pertan­
to, vi è una ripetuta accentuazione del carattere involonta­
rio delle ideologie:

L'ideologia è un processo compiuto dal così detto pensato­


re in modo cosciente, in verità, ma con una falsa coscienza. I
motivi reali che lo spingono gli rimangono sconosciuti, vicever­
sa non si tratterebbe affatto di un processo ideologico. Quindi
egli immagina motivi falsi o apparenti54.

L' ambiguità del termine «corrispondenza» in riferi­


mento alla connessione fra la base materiale e le idee può
essere ignorata soltanto dal polemista fanatico. Le ideolo­
gie sono concepite come «distorsioni della situazione so­
ciale»55 , come semplici «espressioni» delle condizioni ma-

53 «In quanto dominano come classe e determinano l'intero ambi­


to di un'epoca storica, è evidente che essi lo fanno in tutta la loro
estensione, e quindi fra l'altro dominano come pensanti, come produt­
tori di idee che regolano la produzione e la distribuzione delle idee del
loro tempo . .. ». Marx ed Engels, L'ideologia tedesca, cit., p. 43 .
54 Lettera di F. Engels a Mehring, 14 luglio 1893 .
55 Marx, Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte, cit., p. 40, in cui i
democratici Montagnardi indulgono all'autoinganno.
87 4 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

teriali5 6, e «distorte» o no, come appoggi motivazionali


per attuare reali mutamenti nella società57• È in connessio·
ne con quest'ultima interpretazione, quando si considera
che credenze «illusorie» possono fornire dei motivi per
l'azione, che il marxismo attribuisce alle ideologie un cer­
to grado di autonomia nel processo storico. Esse non
sono più semplici epifenomeni, ma raggiungono una certa
indipendenza. Da ciò deriva la nozione di fattori intera­
genti per cui si ritiene che la sovrastruttura, nonostante si
trovi in un rapporto di interdipendenza con la base mate­
riale, è considerata anch'essa, in una certa misura, indi­
pendente. Engels riconobbe esplicitamente che le formu­
lazioni precedenti erano inadeguate almeno sotto due
punti di vista: primo, tanto lui che Marx avevano prece­
dentemente sopravvalutato il fattore economico e sottova­
lutato il ruolo dell'interazione reciproca58 ; e secondo, essi
avevano «trascurato» l'aspetto formale, vale a dire il mo­
do in cui queste idee si sviluppano59 .
I punti di vista di Marx ed Engels sulla connessione fra
idee e struttura economica sostengono, quindi, che que­
st'ultima costituisce lo schema che limita i sistemi di idee
che si dimostreranno socialmente effettivi. Idee che non
sono pertinenti con l'una o con l'altra classe in conflitto
potranno sorgere, ma avranno scarsi effetti. Le condizioni
economiche sono necessarie, ma non sufficienti, per
l'emergere e il diffondersi di idee che esprimono o gli inte-

56 Engels, L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza, cit.


«L'inestirpabilità dell'eresia protestante corrispondeva all'invincibilità
della sorgente borghesia ... Ivi il Calvinismo si mantenne come il vero
travestimento religioso degli interessi della borghesia d'allora... ». Cfr.
Engels, Ludwig Feuerbach, cit., pp. 37-38.
57 Marx concede il significato di motivo alle «illusioni» della sor­
gente borghesia. Il diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte, cit., p. 1 1 .
58 F . Engels, lettera a ]. Bloch, 2 1 settembre 1890.
59 F. Engels, lettera a Mehring, 14 luglio 1893 .
La sociologia della conoscenza 875

ressi o i punti di vista, o l'una e l'altra cosa di strati sociali


distinti. Non vi è una precisa e diretta determinazione delle
idee da parte delle condizioni economiche, ma queste ulti­
me predisporranno in modo definito l'insorgenza di deter­
minate idee. Conoscendo le condizioni economiche si può
predire che tipi di idee possono esercitare un'influenza di
controllo in una direzione che può essere efficace. «Gli uo­
mini fanno la propria storia, ma non la fanno come a loro
piacerebbe; la fanno in circostanze che essi trovano diretta­
mente, che sono date e trasmesse dal passato». E nel fare
la storia, le idee e le ideologie svolgono un ruolo ben preci­
so. Si consideri soltanto la concezione della religione come
«oppio dei popoli» e anche l'importanza che Marx ed En­
gels attribuiscono al fatto di rendere «consapevoli» dei
«loro interessi» i membri del proletariato. Poiché non vi è
fatalità nello sviluppo della struttura sociale totale, ma solo
uno sviluppo delle condizioni economiche che rendono
possibili e probabili certe direzioni di mutamento, i sistemi
di idee possono avere un'importanza decisiva nella scelta
di un'alternativa. Essi possono rendere possibile la scelta
di un'alternativa che «corrisponda» al reale equilibrio del
potere piuttosto che di un'altra alternativa che sia contraria
alla situazione obiettiva del potere e perciò destinata ad es­
sere instabile, precaria e temporanea. Vi è un impulso ob­
bligatorio e decisivo che deriva dallo sviluppo economico,
ma esso non agisce con un fine così preciso che non vi pos­
sano essere variazioni di idee.
La teoria marxista della storia afferma che, presto o
tardi, i sistemi di idee che sono incompatibili con la strut­
tura del potere prevalente e con quella che appena si de­
termina saranno respinti a favore di quelli che esprimono
più precisamente la concreta distribuzione del potere. È
questo il concetto che Engels esprime nella sua metafora
del «corso a zigzag» dell'ideologia astratta: le ideologie
possono temporaneamente deviare da ciò che è compati­
bile con i concreti rapporti sociali di produzione, ma esse
87 6 La soàologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

alla fine sono riportate nella giusta direzione. Per questa


ragione, l'analisi marxista dell'ideologia è sempre legata
alla situazione storica «totale», in modo da poter spiegare
sia le deviazioni temporanee sia il successivo adattamento
delle idee alle determinanti economiche. Per questa stessa
ragione, tuttavia, le analisi marxiste sono soggette ad un
grado eccessivo di «flessibilità», per cui quasi ogni svilup­
po può essere interpretato come una deviazione o aberra­
zione temporanea. In questo modo i termini «anacroni­
smo» e «ritardi» diventano le etichette che spiegano con
troppa facilità le credenze esistenti che non corrispondo­
no alle aspettative teoriche, e il concetto di «accidente»
fornisce uno strumento facile per salvare la teoria da quei
fatti che sembrano minacciare la sua validità60 . Quando
una teoria comprende concetti come «ritardi», «pressio­
ni», «anacronismi», «accidenti», «interdipendenza parzia­
le» e «dipendenza ultima», essa diventa così vaga e indi­
stinta che può accordarsi virtualmente con qualunque
configurazione di dati. Qui, come in numerose altre teorie
della sociologia della conoscenza, bisogna formulare una
domanda fondamentale per vedere se ci troviamo di fron­
te ad un'autentica teoria: come smentire la teoria? In ogni
situazione storica determinata, quali sono i dati che con­
traddicono o smentiscono la teoria? A meno che non si
possa rispondere a questa domanda, a meno che la teoria
non implichi delle affermazioni che possono essere smen­
tite da certi tipi specifici di dati, rimane soltanto una
pseudo-teoria che sarà applicabile a tutti i tipi di dati.
Sebbene Mannheim abbia notevolmente sviluppato i
procedimenti di ricerca della sociologia della conoscenza,
tuttavia non ha sufficientemente chiarito le connessioni
tra pensiero e società6 1 . Come egli ha indicato, una volta

60 Cfr. Weber, Il metodo delle scienze storico-sociali, cit., pp. 79-84.


61 Questo aspetto dell'opera del Mannheim è trattato dettagliata·
mente nel capitolo seguente.
La soàologia della conoscenza 877

che si è analizzata una data struttura di pensiero, sorge il


problema di attribuirla a gruppi definiti. Ciò richiede non
solo un'indagine empirica dei gruppi e degli strati che
pensano prevalentemente in questi termini, ma anche
un'interpretazione del perché questi gruppi e non altri
manifestino questo tipo di pensiero. Quest'ultimo interro­
gativo comporta una psicologia sociale che Mannheim
non ha sviluppato sistematicamente.
Per quel che riguarda Durkheim, la più grave lacuna
della sua analisi sta precisamente nella sua accettazione
acritica di una semplicistica teoria di corrispondenza che
ritiene le categorie del pensiero come «una riflessione» di
certe caratteristiche dell'organizzazione di gruppo. Così,
«in Australia e nell'America settentrionale esistono società
in cui lo spazio è concepito sotto forma di un cerchio im­
menso perché l'accampamento ha anch'esso una forma cir­
colare [ . . .] l'organizzazione sociale è stata il modello del­
l' organizzazione spaziale che ne costituisce quasi la co­
pia»62 . In maniera analoga, la nozione generale di tempo è
dedotta dalle specifiche unità di tempo che si differenzia­
no a causa delle attività sociali (cerimonie, feste, riti) 63 . La
categoria di classe e i modi di classificazione, che implica­
no la nozione di gerarchia, sono derivati dal raggruppa­
mento e dalla stratificazione sociale. Queste categorie so­
ciali sono quindi proiettate «nella nostra rappresentazione
del mondo»64 • In conclusione, quindi, le categorie «espri­
mono» i differenti aspetti dell'ordine socialé5 • La sociolo­
gia della conoscenza di Durkheim risente della mancanza
di una psicologia sociale.
Per Scheler, il rapporto fondamentale fra idee e fattori

62 Durkheim, Le /orme elementari della vita religiosa, cit., pp. 13-14.


63 Ibid. , p. 12
64 Ibid. , pp. 157-161.
65 Ibid., pp. 481 -482.
878 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

esistenziali è l'interazione. Le idee interagiscono con i fat­


tori esistenziali che servono da agenzie di selezione, allar­
gando o riducendo l'ambito in cui idee potenziali trovano
una concreta espressione. I fattori esistenziali non «crea­
no» o «determinano» il contenuto delle idee: essi sono
semplicemente responsabili della dzf/erenza fra potenziali­
tà e concretezza; essi impediscono, ritardano o accelerano
l' attuazione delle idee potenziali. In un'immagine che ri­
corda l'ipotetico demone di Clerk Maxwell, Scheler affer­
ma: «in un ordine e in un modo definito, i fattori esisten­
ziali aprono e chiudono le chiuse al flusso delle idee».
Questa formulazione, che attribuisce ai fattori esistenziali
la funzione di selezionare da un sistema chiuso di idee, è,
secondo Scheler, un punto fondamentale di accordo fra
teorici altrimenti discordi come Dilthey, Troeltsch, Max
Weber ed egli stesso66 •
Scheler adopera anche il concetto di «identità struttu­
rali», che si riferisce ai presupposti comuni delle cono­
scenze e delle credenze, da un lato, e della struttura socia­
le, economica e politica dall' altro67 . Così, il sorgere del
pensiero meccanicistico nel XVI secolo, che riuscì a pre­
valere sul precedente pensiero organicistico, è inseparabile
dal nuovo individualismo, dal nuovo impiego della mac­
china a vapore che sostituisce gli strumenti manuali, dal­
l'incipiente dissoluzione della produzione Gemeinschaft e
la nascita di quella Gesellscha/t, dal diffondersi del princi­
pio della competizione nell'ethos della società occidentale.
La nozione della ricerca scientifica come processo senza
fine, per cui una massa di conoscenze può essere accumu­
lata e utilizzata per scopi pratici quando vi siano esigenze
particolari, e il netto distacco di questa scienza dalla teo­
logia e dalla filosofia non sarebbero stati possibili prima

66 Scheler, Die Wissens/ormen und die Gesellscha/t, cit., p. 32.


67 Ibid. , p. 56.
La sociologia della conoscenza 879

del sorgere del nuovo principio dell'acquisizione illimitata


caratteristico del capitalismo moderno68 .
Nel discutere tali identità strutturali, Scheler non attri­
buisce priorità né alla sfera economico-sociale né alla sfe­
ra della conoscenza. Piuttosto, e ciò è considerato da
Scheler come una delle affermazioni più significative in
questo campo, ambedue sono determinate dalla struttura
degli impulsi dell'élite che è strettamente legata all'ethos
prevalente. Così, la moderna tecnologia non è semplice­
mente l'applicazione di una scienza pura che si basa sul­
l'osservazione, la logica e la matematica, quanto il prodot­
to di un orientamento verso il controllo della natura che
definisce sia gli scopi sia la struttura concettuale del pen­
siero scientifico. Questo orientamento è prevalentemente
sottinteso e non deve essere confuso con i motivi persona­
li degli scienziati.
Con il concetto di identità strutturale, Scheler si avvi­
cina al concetto di integrazione culturale o Sinnzusam­
menhang. Esso corrisponde al concetto di Sorokin di un
«sistema culturale significativo» che implica «l'identità dei
principi fondamentali e dei valori che permeano tutte le
sue parti» e che è distinto dal «sistema causale» che com­
porta l'indipendenza delle parti69 . Avendo costruito i suoi
tipi di cultura, l'esame di Sorokin dei criteri di verità, del­
l' antologia, la metafisica, la produzione scientifica e tecno­
logica, ecc. ha una notevole tendenza ad integrare signifi­
cativamente tutti questi criteri con la cultura prevalente.
Sorokin ha audacemente affrontato il problema del
modo in cui può essere determinato il grado di questa in­
tegrazione, riconoscendo, a dispetto dei suoi commenti
corrosivi sugli statistici della nostra era sensista, che il
trattare della estensione e del grado di integrazione com-

68 Ibid. , p. 25 ; cfr. pp. 482-484.


69 Sorokin, La dinamica sociale e culturale, cit., IV, cap. l; I, cap. l .
880 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

porta necessariamente alcune misure statistiche. Di conse­


guenza, egli ha sviluppato degli indici numerici dei vari
scritti e autori di ogni periodo, li ha classificati nella cate­
goria appropriata e ha stabilito così la frequenza (e l'in­
fluenza) comparativa dei vari sistemi di pensiero. Qualun­
que sia il giudizio tecnico sulla validità e attendibilità di
queste statistiche culturali, egli ha direttamente ricono­
sciuto il problema, trascurato da molti studiosi della cul­
tura integrata o Sinnzusammenhiingen, del grado approssi­
mativo e dell'estensione di tale integrazione. Inoltre, egli
basa le sue conclusioni empiriche, in misura notevole, su
tali statistiche70• E queste conclusioni dimostrano nuova­
mente che la sua impostazione conduce alla definizione
del problema delle connessioni fra basi culturali e cono­
scenza piuttosto che alla sua soluzione. Prendiamo un
esempio. L' «empirismo» è definito come il tipico sistema
sensista di verità. Gli ultimi cinque secoli, e particolar­
mente il secolo scorso, rappresentano «la cultura sensista
per eccellenza ! »71. Pure, anche in questa alta marca di
cultura sensista, gli indici statistici di Sorokin mostrano
che solo il 53 % degli scritti più significativi sono nell'area
dell'«empirismo». E nei secoli precedenti di questa cultu­
ra sensista - dal tardo secolo XVI alla metà del XVIII -
gli indici dell'empirismo sono notevolmente più bassi di
quelli del razionalismo (che si associa, presumibilmente,

70 Nonostante il posto fondamentale di queste statistiche nelle sue


scoperte empiriche, Sorokin adotta un atteggiamento curiosamente am­
bivalente verso di esse, un atteggiamento simile a quello che si attribui­
sce a Newton di fronte all'esperimento: un modo per rendere le sue
prime conclusioni «intelligibili e tali da convincere gli ignoranti». Si
noti l'approvazione di Sorokin all'affermazione di Park secondo cui le
sue statistiche sono soltanto una concessione alla dominante mentalità
sensista: «se essi le desiderano, che le abbiano». Sorokin, Sociocultural
Causality, cit., p. 95 . L'ambivalenza di Sorokin sorge dal suo sforzo di
integrare «sistemi di verità» del tutto opposti.
71 Sorokin, La dinamica sociale e culturale, cit., II.
La sociologia della conoscenza 881

con una cultura idealista piuttosto che sensista) 72 • Lo sco­


po di queste nostre osservazioni non è di sollevare il pro­
blema se le conclusioni di Sorokin coincidano con i suoi
indici statistici, non è quello di chiedersi perché su questi
dati si possa affermare che il XVI e il XVII secolo abbia­
no un «sistema sensista di verità». Il nostro fine, piutto­
sto, è quello di indicare che persino con le premesse di
Sorokin, le caratterizzazioni generali delle culture storiche
costituiscono soltanto un primo passo, cui devono seguire
le analisi delle deviazioni dalle tendenze centrali della cul­
tura. Una volta introdotta la nozione del grado di integra­
zione, i tipi di conoscenza esistenti che non sono integrati
con le tendenze dominanti, non possono semplice�ente
venir considerati come «aggregati» o «contingenze». E ne­
cessario accertare le loro basi sociali in un modo in cui la
teoria «emanazionista» è incapace di fare.
Un concetto fondamentale che serve a differenziare le
generalizzazioni sul pensiero e la conoscenza di un'intera
società o cultura, è quello del «pubblico» o dell'«udito­
rio» o ciò che Znaniecki chiama il «circolo sociale». Colo­
ro che ricercano la conoscenza, o più in generale, gli in­
tellettuali, non si rivolgono esclusivamente ai loro dati o
alla società totale, ma si riferiscono a speciali settori della
società, che hanno loro particolari esigenze, loro criteri di
validità, di conoscenze significative, di problemi pertinen­
ti, ecc. Gli intellettuali organizzano il proprio lavoro, defi­
niscono i loro dati, trattano di particolari problemi in se­
guito alla previsione di quelle che sono le richieste e le
aspettative di questi pubblici particolari, che possono es­
sere effettivamente localizzati nella struttura sociale. Quin­
di, quanto più differenziata è la società, quanto maggiore
il raggio di questo pubblico effettivo, tanto maggiore sarà
la varietà dei punti focali dell'interesse scientifico, delle

72 Ibid. , parte Il.


882 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

formulazioni concettuali e delle metodologie di verifica.


Collegando ciascuno di questi pubblici tipologicamente
definiti alla loro particolare posizione sociale, è possibile
fornire una spiegazione wissenssoziologische delle variazio­
ni e dei conflitti di pensiero all'interno di ciascuna socie­
tà, un problema questo che è necessariamente trascurato
da qualunque teoria «emanazionistica». Così, gli scienziati
francesi e inglesi del XVII secolo, che si erano organizzati
in nuove società scientifiche, si rivolgevano ad un pubbli­
co molto diverso da quello a cui si rivolgevano i sapienti
che erano rimasti nelle università tradizionali. La direzio­
ne dei loro sforzi verso una indagine «semplice, sobria ed
empirica» di problemi specifici sia tecnici sia scientifici
era notevolmente diversa dal lavoro speculativo e non
sperimentale degli studiosi delle università. Cercare queste
variazioni nei pubblici effettivi, esplorare i loro distinti
criteri per una conoscenza valida e significativa73 , collegar­
li alle loro posizioni nella società ed esaminare i processi
sociopsicologici attraverso cui questi criteri operano per
determinare certi modi di pensiero, è un procedimento
che promette di condurre la ricerca nel campo della so­
ciologia della conoscenza dal piano dell'affermazione ge­
nerale a quello dell'indagine empirica dimostrativa74•

73 Il concetto di Rickert-Weber della «Wertbeziehung» (relazione


al valore) non è che un primo passo in questa direzione; rimane il
compito ulteriore di differenziare i vari ordini di valori e di riferirli a
gruppi o strati distinti entro la società.
74 Questa è forse la variazione più netta nella sociologia della co­
noscenza che ora si sviluppa nei circoli sociologici americani e può
quasi essere considerata come una forma di assimilazione americana
della impostazione europea. Questo sviluppo deriva in modo caratteri­
stico dalla psicologia sociale di G.H. Mead. La sua pertinenza in que­
sta connessione è indicata da C.W. Milis, Gerard De Gré ed altri. Vedi
la concezione del «circolo sociale» di Znaniecki, in The Social Role o/
Man o/ Knowledge. Vedi, anche, gli inizi delle scoperte empiriche su
queste linee nel campo più generale delle comunicazioni pubbliche: in­
fra, cap. XVI.
La sociologia della conoscenza 883

Il sommario precedente tratta del contenuto essenziale


delle prevalenti teorie in questo campo. Limiti di spazio ci
permettono solo di considerare, nel modo più breve pos­
sibile, un altro aspetto di queste teorie, individuato nel
nostro paradigma: le funzioni attribuite ai vari tipi di pro­
dotti mentali75 .

6. Funzioni della conoscenza condizionata esistenzialmente

Oltre a fornire spiegazioni causali della conoscenza,


teorie in questo campo attribuiscono ad essa delle funzio­
ni sociali, funzioni che presumibilmente servono a spiega­
re la sua persistenza e il suo mutamento. Queste analisi
funzionali non possono essere esaminate dettagliatamente
in questa sede, anche se un loro esame particolare sareb­
be senza dubbio istruttivo e ricco di conseguenze.
L'aspetto tipico del concetto marxista della funziona­
lità è il fatto che la conoscenza non è attribuita alla socie­
tà nel suo complesso ma a specifici stati sociali all'interno
della società. E ciò vale non solo per il pensiero ideolo­
gico, ma anche per le scienze naturali. Nella società capi­
talista, la scienza, e la tecnologia che da essa deriva,
diventano un ulteriore strumento di controllo nelle mani
della classe dominante76 • Lungo le stesse linee, nel ricer­
care le determinanti economiche dello sviluppo scientifi-

75 Una valutazione delle impostazioni storicistiche e astoriche è


necessariamente omessa. Si può osservare che la controversia dà luogo
ad una via di mezzo.
76 Per esempio, Marx cita fra i sostenitori del capitalismo nel XIX
secolo, Ure, che, parlando dell'invenzione del selfacting mule disse:
«Era destinata a restaurare l'ordine fra le classi industriali ... Questa in­
venzione conferma la dottrina già da noi sviluppata che il capitale,
spingendo la scienza al proprio servizio, costringe sempre alla docilità
la mano ribelle del lavoro» (Il Capitale, cit., l, 2, p. 144).
884 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

co, i marxisti hanno spesso ritenuto che fosse sufficiente


mostrare come i risultati scientifici permettessero di far
fronte ad alcuni bisogni tecnologici o economici. Ma il
fatto che la scienza venga applicata non prova necessaria­
mente che il bisogno abbia significativamente determinato
il raggiungimento del risultato. Le funzioni iperboliche
furono scoperte due secoli prima che esse avessero alcun
significato pratico e lo studio delle sezioni coniche ebbe
un'irregolare storia di due millenni prima che esse fossero
applicate nella scienza e nella tecnologia. Possiamo noi
presumere, dunque, che i «bisogni» che furono alla fine
soddisfatti con tali applicazioni servirono a dirigere l' at­
tenzione dei matematici verso tali aree di studio? Che
questi bisogni abbiano avuto un'influenza retroattiva di
qualcosa come venti secoli? È necessario un esame detta­
gliato delle relazioni che esistono fra il sorgere di un bi­
sogno, il riconoscimento di questo bisogno da parte degli
scienziati o da parte di coloro che dirigono la loro scelta
dei problemi e le conseguenze di tale riconoscimento,
prima che si possa stabilire qual è il ruolo svolto dai bi­
sogni nel determinare i temi della ricerca scientifica77 .
Oltre a considerare le categorie come risultati sociali,
Durkheim indica anche le loro funzioni sociali. La sua
analisi funzionale, tuttavia, non mira tanto a spiegare il
particolare sistema classificatorio di una società quanto
l'esistenza di un qualche sistema comune alla società. Per
scopi di comunicazione reciproca e per coordinare l'attivi-

77 Confronta R.K. Merton, Science, Technology and Society in 1 7th


Century England, Bruges Osiris History of Science Monographs, 1 938,
capp. 7-10 (trad. it. Scienza, tecnologia e società nell'Inghilterra del
XVII secolo, Milano, Angeli, 1975); J.D. Berna!, The Social Function o/
Science, New York, Macmillan, 1939; J.G. Crowther, The Social Rela­
tions of Science, New York, Macmillan, 194 1 ; B. Barber, Science and
the Social Order, Glencoe, ili., The Free Press, 1 952; G. De Gré, Scien­
ce as Social Institution, New York, Doubleday & Company, 1955.
La sociologia della conoscenza 885

tà degli uomini, è indispensabile un sistema di categorie


comuni. Ciò che l' apriorista considera erroneamente una
forma inevitabile, obbligatoria di comprensione è in realtà
«l'autorità stessa della società che si comunica a certi
modi di pensare, i quali costituiscono le condizioni indi­
spensabili di ogni azione comune»78 . Deve esserci un mi­
nimo di «conformità logica» se si debbono mantenere
delle attività sociali coordinate; un sistema comune di ca­
tegorie è una necessità funzionale. Questa concezione è
ulteriormente sviluppata da Sorokin che indica le numero­
se funzioni adempiute da diversi sistemi di tempo e spazio
sociali79 •

7 . Ulteriori problemi e studi recenti

Dalla discussione precedente è evidente come moltissi­


mi problemi di questo campo di studio richiedano ulterio­
ri indagini80•
Scheler ha indicato come l'organizzazione sociale del­
l' attività intellettuale è significativamente collegata al ca­
rattere della conoscenza che si sviluppa appunto in essa.
Uno dei primi studi condotti in America su questo pro­
blema è il resoconto caustico, intuitivo e spesso penetran­
te di Veblen delle pressioni che modellano la vita univer­
sitaria americana8 1 . In modo più sistematico, Wilson ha
considerato i metodi e i criteri di assunzione, l'assegna-

78 Durkheim, Le forme elementari della vita religiosa, cit., pp. 19-20.


79 Sorokin, Sociocultural Causality, Space, Time, cit., passim.
80 Per altri riassunti, vedi la prefazione di L. Wirth a Mannheim,
Ideology and Utopia, edizione americana, pp. XXVIII-XXXI; J.B. Gitt­
ler, Possibilities o/ a Sociology o/ Science, in «Social Forces», 1940, 18,
pp. 350-359.
81 T. Veblen, The Higher Learning in America, New York, Hueb­
sch, 1918.
886 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

mento dello status e i meccanismi di controllo dell'inse­


gnante universitario, fornendo così una base adeguata per
studi comparativi82 • Esponendo una tipologia dei ruoli de­
gli intellettuali, Znaniecki ha svilppato una serie di ipotesi
concernenti le relazioni tra questi ruoli e i tipi di cono­
scenza coltivati, fra i tipi di conoscenza e le basi secondo
cui lo scienziato viene valutato dai membri della società,
fra le definizioni di ruolo e gli atteggiamenti dei confronti
della conoscenza teorica e applicata, ecc. 83 Rimane ancora
molto da studiare a proposito delle basi delle identifica­
zioni di classe degli intellettuali; della loro alienazione da­
gli strati subordinati o dominanti della popolazione; del
loro rifuggire o indulgere in ricerche che hanno immedia­
te implicazioni di valori che mettono in pericolo le attuali
sistemazioni istituzionali ostili al raggiungimento di fini
culturalmente approvati84; della pressione verso il tecnici­
smo e l'astensione da pensieri pericolosi; della burocratiz­
zazione degli intellettuali come un processo attraverso cui
problemi di scelte politiche sono trasformati in problemi
di amministrazione; dei settori della vita sociale in cui la
conoscenza positiva e spezzata è considerata appropriata e
di quelli in cui la saggezza dell'uomo comune è l'unica ad
essere considerata necessaria - in breve, il ruolo mutevole
svolto dall'intellettuale, il rapporto che vi è tra questa mu­
tevolezza e la struttura sociale, il contenuto e l'influenza
del suo lavoro richiedono un'attenzione sempre maggiore

82 L. Wilson, The Academic Man, New York, Oxford University


Press, 1 942; cfr. E.Y. Hartshorne, The German Universities and Natio·
nal 5ocialism, Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1 937.
83 Znaniecki, Social Role o/ the Man o/ Knowledge, cit.
84 Gunnar Myrdal nel suo An American Dilemma, New York,
Harper and Eros., 1944, indica ripetutamente le «valutazioni nascoste»
dei sociologi americani che studiano il negro americano e gli effetti di
queste valutazioni sulla formulazione dei «problemi scientifici» in que­
sta zona di ricerca. Vedi specialmente II, pp. 1027-1064.
La sociologia della conoscenza 887

poiché i mutamenti nell'organizzazione sociale sottopon­


gono sempre più l'intellettuale a domande contrastanti85 .
Sempre più spesso si è affermato che l'influenza che la
struttura sociale esercita sulla scienza non si esprime sem­
plicemente nell'indirizzare l'attenzione degli scienziati su
certi problemi di ricerca. Oltre agli studi che abbiamo già
citato, ve ne sono altri che considerano in che modo il
contesto sociale e culturale entra nella definizione concet­
tuale dei problemi scientifici. La teoria della selezione di
Darwin fu modellata sulla nozione prevalente di un ordi­
ne economico competitivo, nozione a cui è stata a sua vol­
ta attribuita una funzione ideologica a causa del suo as­
sunto di una naturale identità di interessi86 . La semiseria
osservazione di Russell sulle caratteristiche nazionali delle
ricerche nel campo dei processi di apprendimento degli
animali indica un altro tipo di indagine sui rapporti fra
cultura nazionale e formulazione concettualé7• Così, an-

85 Mannheim si riferisce ad una monografia inedita sull'intellet­


tuale; bibliografie generali si possono trovare nel suo libro e nell'artico­
lo di Roberto Michels sugli «Intellettuali», nella Encyclopedia o/ the So­
eia! Sciences. Vedi gli articoli recenti: C.W. Milis, The Social Role o/ the
Intellectual, in «Politics», 1944, l ; R.K. Merton, Role o/ the Intellectual
in Public Policy, presentato all'assemblea annuale dell'American Soci­
ological Society, 4 dicembre 1943 ; A. Koestler, The Intelligentsia, in
«Horizon», 1944, 9, pp. 162-175 .
86 Keynes osservava che «il principio della sopravvivenza del più
adatto potrebbe essere considerato come una vasta generalizzazione
dell'economia ricardiana» (citato da Parsons, La struttura dell'azione
sociale, cit., p. 1 13 ); cfr. A. Sandow, Social Factors in the Orzg_in of
Darwinism, in «Quarterly Review of Biology>>, 1938, 1 3 , pp. 3 16-326.
87 B. Russell, Philosophy, New York, W.W. Norton e Co., 1927,
pp. 29-30. Russell osserva che gli animali usati nella ricerca psicologica
«hanno rivelato tutti le caratteristiche nazionali dell'osservatore. Gli
animali studiati dagli americani corrono intorno freneticamente, con
uno sfoggio incredibile di salti e urti, e alla fine raggiungono il risulta­
to desiderato quasi per caso. Gli animali osservati dai tedeschi stanno
fermi e pensano, poi, alla fine, traggono la soluzione dalla loro più
profonda consapevolezza». n paradosso ha un suo significato; la possi-
888 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

cora, Fromm ha cercato di mostrare come il «liberalismo


consapevole» di Freud implichi tacitamente il rifiuto di
quegli impulsi che sono considerati tabù dalla società bor­
ghese e che egli stesso era, col suo carattere dominato
dalla figura del padre, un tipico rappresentante di quella
società che richiede obbedienza e soggezione88 .
Allo stesso modo, si è indicato che il concetto di cau­
salità multipla è specialmente congeniale all'accademico,
che ha una sicurezza relativa, è fedele allo status qua da
cui deriva dignità e mezzi di vita, è favorevole alla conci­
liazione e vede qualcosa di positivo in tutti i punti di vista
e che perciò tende ad una tassonomia che gli permette di
evitare di prendere posizione sottolineando la molteplicità
dei fattori e la complessità dei problemi89. L 'importanza
data alla natura o alla socializzazione ed educazione come

bilità di differenze nazionali nella scelta e nella formulazione dei pro­


blemi scientifici è stata più volte notata, sebbene non studiata sistema­
ticamente. Cfr. R. Miiller-Freienfels, Psycologie der Wissenscha/t, Leip­
zig, J.A. Barth, 1936, cap. 8, che tratta delle differenze nazionali e di
classe, nella scelta dei problemi, negli «stili di pensiero», ecc., senza
aderire pienamente alle esigenze «ecth-deutsch» di un Krieck. Questo
tipo di interpretazione, però, può essere portato ad un estremo polemi­
co e infondato, come nell'«analisi» distruttrice di Max Scheler dell'ac­
cento ipocrita inglese. Egli conclude che nella scienza, come in tutte le
altre sfere, gli inglesi hanno degli accenti ipocriti incorreggibili. La
concezione humiana dell'io, della sostanza e della continuità come au­
toillusioni biologicamente utili erano semplicemente concetti opportu­
nistici e ipocriti; tale era anche la caratteristica concezione inglese delle
ipotesi di lavoro (Maxwell, Kelvin) come aiuto al progresso della scien­
za ma non come verità, una concezione che non è altro che un'abile
manovra per fornire un controllo e un ordinamento provvisorio dei
dati. Tutto il pragmatismo implica questo accento ipocrita, secondo M.
Scheler (Genius des Krieges, Leipzig, Verlag der Weissenbuecher,
1915).
88 E. Fromm, Die gesellschaftliche Bedingtheit der psycho-analyti­
schen Therapie, in «Zeitschrift fiir Sozialforschung», 1935, 4, pp. 365-397.
89 L.S. Feuer, The Economie Factor in History, in «Science and
Society», 1940, 4, pp. 174-175.
La sociologia della conoscenza 889

prime determinanti della natura umana è stata messa in


relazione con opposti orientamenti politici. Coloro che
sottolineano l'importanza dell'eredità sono politicamente
conservatori, mentre coloro che considerano determinante
l'ambiente sono prevalentemente democratici o radicali
che tentano di contribuire ad un mutamento sociale90• Ma
fra gli scrittori americani contemporanei di patologia so­
ciale persino gli «ambientalisti» adottano concezioni di
«adattamento sociale» che implicitamente assumono come
norme gli standard delle piccole comunità e caratteristica­
mente mancano di accertare che possibilità abbiano certi
gruppi di raggiungere i loro obiettivi sotto le prevalenti
condizioni istituzionali91 • Le attribuzioni di prospettive
come queste richiedono degli studi più sistematici prima
che si possa accettarle; esse indicano, tuttavia, le tendenze
più recenti di cercare di individuare le prospettive intel­
lettuali degli studiosi e di riferirle allo schema dell' espe­
rienza e degli interessi costituito dalle loro rispettive posi­
zioni sociali. Il carattere discutibile delle attribuzioni che
non sono basate su adeguati dati comparativi è illustrato
da uno studio recente degli scritti di studiosi negri. La
scelta di categorie analitiche piuttosto che morfologiche,
di determinanti di comportamento ambientale piuttosto
che biologiche, di dati eccezionali piuttosto che dati tipici
è attribuita al risentimento di casta degli scrittori negri,
senza che si sia fatto alcuno sforzo per confrontare la fre­
quenza di tendenze simili fra scrittori bianchi92•
Le ultime tracce di ogni tendenza che considerava lo
sviluppo della scienza e della tecnologia come completa-

90 N. Pastore, The Nature-Nurture Controversy: a Sociological Ap­


proach, in «School and Society>>, 1943, 57, pp. 373-377.
9 1 C.W. Milis, The Pro/essional Ideology o/ Social Pathologists, in
«American Journal of Sociology>>, 1943 , 49, pp. 165-190 .
92 W.T. Fontaine, Social Determination in the Writings o/ Negro
Scholars, in «American Journal of Sociology>>, 1944, 49, pp. 302-3 15.
890 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

mente indipendente dalla struttura sociale sono state dissi­


pate dall'attuale corso degli eventi storici. Un controllo
sempre più visibile e, spesso, una limitazione della ricerca
e dell'invenzione scientifica sono stati ripetutamente do­
cumentati, particolarmente in uno studio di Stern93 che ha
tracciato anche le basi della resistenza ai mutamenti nel
campo degli studi di medicina94 • Il mutamento fondamen­
tale dell'organizzazione sociale della Germania ha fornito
una prova virtualmente sperimentale della stretta dipen­
denza dalla struttura di potere prevalente e dalla visione
culturale ad essa collegata, della direzione e dell' estensio­
ne del lavoro scientifico95 • E i limiti di qualsiasi assunzio­
ne non qualificata, per cui la scienza o la tecnologia rap­
presentano le basi a cui la struttura sociale deve adattarsi,
diventano evidenti alla luce degli studi che dimostrano
come la scienza e la tecnologia siano state subordinate alle
domande economico-sociali96.
Sviluppare ulteriormente il lungo elenco dei problemi

93 B.J. Stern, Resistances to the Adoption o/ Technological Innova­


tion, in National Resources Committee, Technological Trends and Na­
tional Policy, Washington, U.S. Government Printing Office, 1937, pp.
39-66; Restraints upon the Utilization o/ Inventions, in «The Annals»,
1938, 200, pp. 1 -19, ed altri riferimenti; W. Hamilton, Patents and
Free Enterprise, TNEC Monograph, n. 3 1 , 194 1 .
94 B.J. Stern, Social Factors in Medica! Progress, New York, Co­
lumbia University Press, 1927 ; Society and Medica! Progress, Princeton,
Princeton University Press, 194 1 ; cfr. RH. Shryock, The Development
of Modern Medicine, Philadelphia, University of Pennsylvania Press,
1936; H.E. Sigerist, Man and Medicine, New York, W.W. Norton and
Co. , 1932.
95 Hartshorne, German Universities and National SocialiJm, cit.
96 Solo più accentuatamente in tempo di guerra; vedi l' osservazio­
ne di Sorokin che i centri del potere militare tendono ad essere i centri
dello sviluppo tecnico e scientifico (Dynamics, cit., vol. IV, pp. 249-
25 1 ) ; cfr. I.B. Cohen e B. Barber, Science and War (ms); R.K. Merton,
Science and Military Tecnique, in «Scientific Monthly», 1935, 4 1 , pp.
542-545; Berna!, The Social Function o/ Science, cit.; J. Huxley, Science
and Social Needs, New York, Harper and Eros., 1935.
La sociologia della conoscenza 891

che vengono ora indagati empiricamente o che richiedono


una tale indagine andrebbe oltre i limiti di questo capito­
lo. Resta da dire soltanto che la sociologia della conoscen­
za sta superando la precedente tendenza di confondere
ipotesi provvisorie con dogmi incontestabili; le numerose
intuizioni speculative che hanno caratterizzato il suo pri­
mo sviluppo stanno ora ricevendo una verifica sempre più
rigorosa. Sebbene Toynbee e Sorokin possano essere nel
giusto quando affermano che nella storia della scienza vi è
un alternarsi di periodi di risultati empirici e di periodi di
generalizzazioni teoriche, sembra che la sociologia della
conoscenza abbia unito queste due tendenze in un insie­
me che promette di essere fecondo. Soprattutto, essa sot­
tolinea e studia principalmente quei problemi che sono al
centro dell'interesse intellettuale contemporaneo 97 •

97 Per bibliografie estese, vedi Barber, Science and the Social Or­
der, cit.; Mannheim, Ideologia e utopia, cit.; H.E. Barnes, H. Becker e
F.B. Becker (a cura di), Contemporary Social Theory, New York, D.
Appleton-Century, 1940.
Capitolo quindicesimo

Karl Mannheim e la sociologia


della conoscenza

Invero, il linguaggio è riuscito fino a poco


tempo fa a nasconderei quasi tutte le cose di
cui parliamo.
LA. Richards

La disciplina che i suoi esponenti tedeschi hanno chia­


mato Wissenssoziologie e mancando un termine più
-

semplice, spesso si è mantenuta questa denominazione an­


che in altre lingue - ha una lunga storia che ha per ogget­
to principalmente il problema dell'obiettività della cono­
scenza1 . La considerazione sistematica dei fattori sociali
che entrano nell'acquisizione, diffusione e sviluppo della
conoscenza è, tuttavia, un fatto relativamente recente che
ha i suoi due principali centri originari nel pensiero socio­
logico francese e tedesco2 . Questi due centri di sviluppo
ebbero precedenti diversi e anche la scelta dei problemi
di studio fu caratteristicamente diversa. Il ramo francese,

I Un abbozzo di questo sviluppo, a partire dall'illuminismo, è for­


nito da E. Gruenwald, Das Problem der Soziologie des Wissens, Wien­
Leipzig, Braumiiller, 1934, cap. I. Non è, però, mania storicistica sug­
gerire che questa storia può datarsi dal tempo dell'Illuminismo greco.
In verità, l'esemplare Essai sur la /ormation de la pensée grecque di
P.-M. Schuhl (Paris, 1934) è una base sicura per suggerire un altro, an­
che se ugualmente arbitrario, «inizio».
2 Si può fare obiezione a questa osservazione citando suggestivi
aperçus nel pensiero inglese almeno dal tempo di Francesco Bacone e
di Hobbes. Similmente il movimento pragmatista da Peirce e da James
in avanti è caratterizzato da interessanti discussioni. Comunque, queste
non erano analisi sistematiche dei fondamentali problemi sociologici in
questione. Una esauriente trattazione di questo argomento comprende­
rebbe naturalmente tali sviluppi tangenziali.
894 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

durkheimiano, ebbe una base essenzialmente etnografica


che sottolineava l'ampiezza delle variazioni esistenti fra
popoli diversi in rapporto alla struttura morale e sociale e
agli orientamenti gnoseologici. Lo stesso Durkheim, che
ne fu il pioniere, in alcuni passi ben noti del suo Le /orme
elementari della vita religiosa ( 19 12), presentava un'analisi
audace delle origini sociali delle fondamentali categorie di
pensiero. Allontanandosi in parte da Durkheim, Lucien
Levy-Bruhl, nei suoi studi sulla mentalità primitiva, cercò
di dimostrare quali differenze inconciliabili esistessero fra
mentalità primitiva e mentalità civilizzata. Altri seguaci di
Durkheim sono andati oltre questo principale interesse
per le società preletterate e hanno applicato il suo schema
concettuale a vari aspetti sociali del pensiero e della cono­
scenza nelle società civilizzate. Questi studi sono sufficien­
ti a dimostrare che i contributi francesi alla sociologie du
savoir sono ampiamente autonomi e indipendenti dalle
analoghe ricerche svolte in Germania3 •

3 Non completamente, però, perché Durkheim iniziò una sezione


su «L'Année Sociologique» (XI, 1910, p. 41) sulle «conditions sociolo­
giques de la connaissance» in occasione della recensione dell'articolo
di W. Jerusalem, Die Soziologie des Erkennens. Inoltre, brevi indicazio­
ni bibliografiche debbono sostituirsi a una dettagliata discussione della
tradizione di Durkheim. M. Halbwachs, Le.r cadres sociaux de la mé·
moire (Paris, Alcan, 1925), sviluppa la tesi che la memoria, la cui im­
portanza epistemologica è stata ultimamente accentuata da Schlick, da
Frank ed altri del circolo di Vienna, è una funzione dello schema so­
ciale. M. Granet, in La civilisation chinoise e particolarmente nel suo
diffuso libro, La pen.rée chinoise, attribuisce i modi di pensiero tipica­
mente cinesi ai vari lineamenti della struttura sociale. Durkheim in­
fluenzò inoltre vari scrittori a proposito degli inizi della scienza occi­
dentale: A. Rey, La science orientale avant !es Grecs (Paris, 1 930), La
jeunesse de la science grecque (Paris, 1933 ); L. Robin, La pensée grecque
et !es origines de l'esprit scienti/ique (Paris, 1928); P.M. Schuhl e, in un
certo grado, A. Reymond, Histoire des sciences exactes et naturclles
dans l'antiquité greco-romaine (Paris, 1 924). La sua influenza è pure
manifesta in vari studi sociologici sull'arte e la letteratura, soprattutto
quelli di Charles Lalo. A questo proposito, vedi i volumi 16 e 17 della
Mannheim e la sociologia della conoscenza 895

l. Precedenti teorici

I precedenti tedeschi della Wissenssoziologie si trova­


no nelle teorie degli immediati precursori di Mannheim.
Costoro non esponevano certamente delle teorie omoge­
nee - anzi sostenevano punti di vista antitetici -, ma era­
no interessati alla stessa area di problemi. C'è da dire,
inoltre, a proposito degli antenati intellettuali di Mann­
heim, che non si deve supporre che egli seguisse in tutti i
suoi aspetti rilevanti la traccia di uno solo di essi. Al con­
trario, per un aspetto o per l'altro, egli iniziò un dibattito
con tutti loro e furono appunto queste Auseinandersetzun­
gen che lo hanno condotto a chiarire la sua posizione.
La sinistra hegeliana e Marx in particolare hanno la­
sciato la loro impronta particolare sul lavoro di Mann­
heim. La sua posizione, infatti, è stata definita un «marxi­
smo borghese». In Marx ed Engels e nello stimolante Sto­
ria e coscienza di classe di Gyorgy Lukacs, troviamo alcu­
ne delle concezioni fondamentali di Mannheim. In parti­
colare, possiamo menzionare: il generale storicismo che
considera anche l'apparato categorico come una funzione
della struttura sociale o, più precisamente, della struttura
di classe4 ; la concezione dinamica della conoscenza5 ; l'in­
terpretazione in chiave «azionistica» dei rapporti dialettici

Encyclopédie Française, intitolati «Arts et Littératures dans la société


contemporaine» (Paris, 1935-36). Un autore che ha valorosamente con­
tribuito alla Wissenssoziologie in Francia prima di Durkheim, e che
mosse da una posizione quasi-marxista, fu Georges Sorel. Vedi il suo
Les procès de Socrate (Paris, 1889); Ré/lexions sur la violence, Paris,
1908 (trad. it. Riflessioni sulla violenza, in Scritti politici, Torino, Utet,
1963 ) ; Les illusions du progrès, Paris, 1908 (trad. it. Le illusioni del pro­
gresso, in Scritti politici, cit.).
4 Engels, L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza, cit.;
cfr. inoltre L'ideologia tedesca, cit., V.
5 Engels, Ludwig Feuerbach e gli sviluppi della filosofia classica te­
desca, cit., pp. 27-28.
896 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

fra teoria e pratica6 ; il ruolo svolto dalla conoscenza nel


far cambiare il corso dell'azione umana dal segno della
«necessità» a quello della «libertà»7 ; il ruolo delle con­
traddizioni e dei conflitti fra gruppi sociali nel dare inizio
alla riflessioné; l'importanza attribuita alla sociologia con­
creta considerata distinta dall'attribuzione di qualità de­
terminate storicamente all'individuo astratto9 .
I neo-kantiani, particolarmente la cosiddetta scuola di
Baden o sud-occidentale - l'uso di un'unica denominazio­
ne per questo gruppo di teorici non dovrebbe celare le
loro differenze manifestate in numerosi disaccordi su pro­
blemi specifici -, hanno contribuito similmente alla for­
mazione intellettuale di Mannheim. In realtà, come vedre­
mo, Mannheim si è distaccato molto meno dalle loro tesi
fondamentali di quanto egli stesso non si sia reso conto1 0.
Da Dilthey, Rickert, Troeltsch e specialmente da Max
Weber egli ha derivato gran parte di ciò che è decisivo
nel suo pensiero: l'importanza data agli elementi emotivi e
volitivi nella formazione e direzione del pensiero; il duali­
smo, esplicitamente respinto da Mannheim, ma pure pre­
sente in numerose sue formulazioni nella teoria della co­
noscenza, che opera una distinzione fra il ruolo degli ele­
menti di valore nello sviluppo delle scienze esatte e delle
Geisteswissenscha/ten; la distinzione fra Erkennen e Er­
klciren da una parte ed Erleben e Verstehen dall'altra; la

6 K. Marx, Tesi �u Feuerbach, in Opere scelte, Roma, Editori Riu-


niti, 1969, l, p. 187.
7 Engels, L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza, cit.
8 Marx, Per la critica dell'economia politica, cit., p. 2 12.
9 Marx, Tesi su Feuerbach, cit., I, p. 187.
1 0 Nel suo saggio su Das Problem einer Soziologie des Wissens, in
«Archiv fi.ir Sozialwissenschaften und Sozialpolitik», LIV, 1925, p. 599,
Mannheim rifiuta esplicitamente il neo-kantismo come punto di par­
tenza per la Wissenssoziologie. Ma si veda la nostra discussione seguen­
te in cui si afferma che, in pratica, Mannheim si avvicina moltissimo al
concetto della Wertbeziehung di Rickert e Weber.
Mannheim e la sociologia della conoscenza 897

rilevanza di valore del pensiero come non implicante una


invalidità fondamentale dei giudizi empirici11• In ultimo,
dagli scritti dei fenomenologi - Husserl, J aspers, Heideg­
ger e soprattutto Max Scheler - Mannheim probabilmen­
te ha derivato il senso dell'importanza da attribuire all'os­
servazione accurata dei fatti «dati» nell'esperienza diretta,
l'interesse per l'analisi della Selbstverstandlichkeit nella
vita sociale e per i rapporti che possono intercorrere fra
tipi diversi di cooperazione intellettuale e tipi di struttura
di gruppo12 . Questi svariati precedenti intellettuali di Mann­
heim si riflettono nel suo eclettismo e in una instabilità
fondamentale del suo schema concettuale.
Bisogna notare subito che le teorie di Mannheim han­
no subito un mutamento continuo, così che non si posso­
no prendere né i suoi primi lavori né quelli ultimi e con­
cludere obiettivamente che essi rappresentino il punto di
vista della sua maturità13 • Poiché il fine di questo studio

Il Vedi H. Rickert, Die Grenzen der naturwissenschaft!ichen Be­

griffsbildung, Ti.ibingen, Mohr, 192 1 , spec. pp. 35-5 1 , 245-27 1 ; W. Dil­


they, Gesammelte Schrz/ten, Ti.ibingen, Mohr, 1922, III, pp. 68 ss., 169
ss.; Weber, Il metodo delle scienze storico-sociali, cit., pp. 57 -141.
1 2 E. Husserl, Ideen zu einer reinen Phenomenologie und pheno­
menologischen Philosophie. Allgemeine Einfiihrung in die reine Pheno­
menologie, Halle, 1913 (trad. it. Idee per una fenomenologia pura e per
una filosofia fenomenologica. Libro Primo. Introduzione generale alla fe­
nomenologia pura, Torino, Einaudi, 1965); K. Jaspers, Psycologie der
Weltanschauungen, Berlin, 1913 (trad. it. Psicologia delle visioni del
mondo, Roma, Astrolabio, 1950); J. Kraft, Von Husserl zu Heidegger,
Leipzig, 1932, pp. 87 ss.; M. Scheler, Versuche zu einer Soziologie der
Wissens, Mi.inchen-Leipzig, Duncker und Humblot, 1924, e Die Wis­
sensformen und die Gesellschaft, Leipzig, Der Neue-Geist Verlag, 1926
(trad. it. parziale La sociologia del sapere, Roma, Abete, 19762 ).
13 Cfr. Gruenwald, Das Problem der Soziologie des Wt5sens, cit., pp.
366-367. Per abbreviare i prossimi riferimenti e per distinguere fra il pri­
mo e l'ultimo periodo di Mannheim, si useranno le seguenti citazioni al­
fabetiche. In quanto l'articolo Wissenssoziologie rappresenta il primo di­
stacco radicale di Mannheim dalla sua posizione precedente, questo sarà
assunto per segnare l'emergere delle sue <<nuove formulazioni».
898 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

non è quello di tracciare lo sviluppo del suo pensiero -


sebbene una tale impresa potrebbe ben ricompensare lo
studioso della Wissenssoziologie -, noi prenderemo in esa-

A. 1923 Der Historismus, in «Archiv fi.ir Sozialwissenschaft und So­


zialpolitik», 111, pp. 1-60 (trad. it. Storicismo, in Sociologia
della conoscenza, Bari, Dedalo, 1974, pp. 101-152).
B. 1925 Das Problem einer Soziologie des Wissens, ibid., LIII, pp.
577-652 (trad. it. Il problema della sociologia della conOicenza,
cit., pp. 153-222).
C. 1926 Ideologische und Soziologische Interpretation der geistigen Ge­
bilde, in <<Jahrbuch fi.ir Soziologie» (Karlsruhe), Il, pp. 424-
44 0 .
D. 1927 Das Konservative Denken, in «Archiv fi.ir Sozialwissenschaft»,
LVIII, 1 -2, pp. 68-142 (trad. it. Il pensiero conservatore, in
L'analisi strutturale dell'epistemologia, Milano, Silva, 1967).
E. 1928 Das Problem der Generationen, in «Kolner Vierteljahrshefte
fi.ir Soziologie», VII, pp. 157-185 (trad. it. Il problema delle
generazioni, in Sociologia della conoscenza, cit., pp. 323 -372).
F. 1929 Die Bedeutung der Konkurrenz im Gebiete des Geistigen, in
Verhandlungen des 6. deutschen Soziologentages in Zurich
(Ti.ibingen), pp. 35-83 (trad. it. Il significato della concorrenza
come fenomeno culturale, in Sociologia della conoscenza, cit. ,
pp. 223-266).
G. 1929 Ideologie und Utopie (Bonn), trad. di L. Wirth ed E. Shils
come II e IV parte (pp. 49-236) dell'edizione in lingua ingle­
se, Ideology and Utopia, New York, 1936 (trad. it. Ideologia e
utopia, Bologna, Il Mulino, 1965). I riferimenti sono all'edi­
zione inglese.
H. 193 1 Wissenssoziologie, in Handworterbuch der Soziologie, a cura
di A. Vierkandt (Stuttgart) , pp. 659-680, tradotto come V
parte nella edizione in lingua inglese di Ideology and Utopia.
I riferimenti sono alla traduzione inglese.
I. 1934 German Sociology, in «Politica», pp. 12-33.
]. 1935 Mensch und Gesellschaft im Zeitalter des Umbaus (Leiden) .
K. 1936 Preliminary Approach to the Problem, scritto appositamente
per l'edizione inglese di Ideology and Utopia, parte I, pp. 1 -
48.
L. 1940 Man and Society in an Age o/ Reconstruction (New York).
Una traduzione di Edward Shils da una versione riveduta ed
ampliata di ]. (trad. it. L'uomo e la società in un'età di rico­
struzione, Milano, Comunità, 1 959).
Mannheim e la sociologia della conoscenza 899

me i lavori più recenti e li considereremo come rappresen­


tativi della sua posizione presente. Ci riferiremo ai primi
scritti solo quando riterremo che possano contribuire a
chiarire questa posizione. Con questo non vogliamo, natu­
ralmente, affermare implicitamente che, in generale, le for­
mulazioni contenute negli ultimi lavori di uno studioso sia­
no sempre le più accurate. Ci limitiamo semplicemente a
constatare che questo sembra vero nel caso di Mannheim.

2 . La teoria dell'ideologia

L'analisi del concetto di ideologia 14 fornisce a Mann­


heim alcune delle concezioni fondamentali della Wissens­
soziologie. La consapevolezza che un pensiero è ideologi­
co si ha quando le affermazioni di un avversario sono
considerate false in quanto determinate dalla situazione in
cui egli vive. Dal momento che non si suppone che tali
distorsioni siano deliberate, l'ideologia differisce dalla
menzogna. In verità, questa distinzione è essenziale poi­
ché sottolinea la natura inconsapevole delle affermazioni
ideologiche. Questa, che viene chiamata da Mannheim la
«concezione particolare dell'ideologia», differisce dalla
«concezione totale» per tre aspetti fondamentali. La con­
cezione p articolare considera ideologiche solo alcune delle
asserzioni dell'avversario, a quest'ultimo, cioè, è concessa
la possibilità di un pensiero non ideologico; la concezione
totale, invece, designa come inevitabilmente ideologico
l'intero sistema di pensiero dell'avversario. Inoltre, la con­
cezione p articolare comporta necessariamente un'analisi
sul piano psicologico, poiché assume che entrambi gli av-

14 Il concetto correlativo di «utopia» può essere più vantaggiosa­


mente discusso a parte, dal momento che è di primaria importanza per
i punti di vista di Mannheim sui criteri di proposizioni valide.
900 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

versari condividano criteri comuni di validità; viceversa, la


concezione totale si riferisce al piano conoscitivo, in cui la
forma, il contenuto e lo schema concettuale di un «modo
di pensiero» sono concepiti come inevitabilmente legati
alle condizioni di vita. Infine, come corollario, la prima
concezione implica una «psicologia di interessi» (che ope­
ra allo stesso modo dello psicoanalista con le «razionaliz­
zazioni») , mentre la seconda cerca soltant o di stabilire
una «corrispondenza» fra l'ambiente sociale e il sistema di
pensiero. Così, la seconda concezione non richiede l'im­
putazione di motivi, ma si limita ad indicare le corrispon­
denze comprensibili fra i modi di pensiero e le situazioni
concrete15 • La conseguenza di queste differenze è che la
concezione particolare è implicitamente individualistica e
tratta di ideologie di gruppo solo nel senso di «sommare»
le separate ideologie dei suoi membri o di s cegliere quelle
che sono comuni agli individui membri del gruppo, men­
tre la concezione totale cerca di stabilire l ' intero sistema
di pensiero di un gruppo in quanto implicito nel giudizio
dei suoi membri (G, pp. 49-53 ) . Il passaggio dalla conce­
zione particolare dell'ideologia a quella totale, che Mann­
heim traccia con consumata abilità, conduce al problema
della falsa coscienza, «il problema di come una tal cosa
come . . . una mente totalmente distorta che falsifica tutto
ciò che cade entro i suoi confini abbia p otuto sorgere»
(G, pp. 6 1 -62 ) .
Queste due concezioni dell'ideologia apparvero per l a
prima volta nella teoria marxista che segnò il passaggio
definitivo da uno studio a livello psicologico dell'ideologia
ad uno studio a livello sociale. Era necessario un ulteriore

1 5 G, pp. 50-5 1 . Cfr. Scheler, Versuche einer Soziologie des Wis­


sens, cit., p. 95. «Vor allem darf hier nicht die Rede sein von Motiva­
tionen und subjektiven Absichten der gelehrten und forschenden lndi­
viduen: diese konnen unendlich mannigfaltig sein: technische Aufga­
ben, Eitelkeit, Ehrgeiz, Gewinnsucht, Wahrheitsliebe, usw.».
Mannheim e la sociologia della conoscenza 90 1

passo per arrivare alla sociologia della conoscenza, il pas­


saggio cioè da una formulazione «speciale» ad una formu­
lazione «generale» del concetto di ideologia. Nella formu­
lazione speciale, solo il pensiero degli avversari è conside­
rato totalmente funzione della loro posizione sociale; in
quella generale, il pensiero di tutti i gruppi, compreso il
nostro, è considerato tale. Come Mannheim dice sobria­
mente: «Col sorgere della formulazione generale della
concezione totale dell'ideologia, la semplice teoria del­
l'ideologia diventa la sociologia della conoscenza. Quelle
che sono state le armi intellettuali di una parte si trasfor­
mano in un metodo di ricerca generale nel campo della
storia sociale e intellettuale» (G, p. 69).
Sebbene la teoria dell'ideologia possa considerarsi affi­
ne alla Wissenssoziologie, è necessario liberarla da molti dei
suoi presupposti se si vuoi farne una disciplina gno­
seologica piuttosto che politica. La teoria dell'ideologia è in
primo luogo interessata a discreditare un avversario, à tout
prix, e solo da lontano si preoccupa di raggiungere una va­
lida, articolata conoscenza del fenomeno di cui tratta. Essa
è polemica e mira a distruggere i punti di vista rivali. È im­
plicitamente antiintellettuale e vorrebbe stabilire la verità
per imposizione, con una pura dominazione politica, se ne­
cessario. Essa cerca l'assenso, senza tener conto delle basi
per l'accettazione. È affine alla retorica, piuttosto che alla
scienza. Le conseguenze della teoria della ideologia sono
tali che devono essere respinte apertamente, se non si vuole
che oscurino gli scopi essenzialmente gnoseologici della so­
ciologia della conoscenza. Per quel che riguarda Mann­
heim, egli ha cercato di eliminare gli elementi fortemente
relativistici e propagandistici che persistevano nella prima
formulazione della Wissenssoziologie.
902 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

3 . Teoremi sostanziali

In senso lato, si può considerare la sociologia della co­


noscenza come composta di due rami principali: la teoria
e «un metodo di ricerca storico-sociologico». L'aspetto
teorico può a sua volta classificarsi in: a) «investigazione
puramente empirica attuata mediante la descrizione e
l'analisi strutturale dei modi concreti in cui i rapporti so­
ciali influenzano il pensiero» e b) «indagine epistemologi­
ca concernente il ruolo che svolge questa interrelazione
nel problema della validità» (H, p. 277 ) . L'aspetto meto­
dologico ricerca i procedimenti adatti a costruire tipi
ideali di Weltanschauungen che sono impliciti nei modi di
pensiero correnti nei vari strati sociali (classi sociali, gene­
razioni, sette, partiti, consorterie, scuole di pensiero) . At­
traverso tali articolate ricostruzioni, i modi concreti di
pensiero debbono derivarsi dalla «composizione sociale
dei gruppi e degli , strati» che si esprimono in questo
modo (H, p. 277 ) . E chiaro, quindi, che il ramo metodo­
logico di questa disciplina è strettamente legato a quello
teorico indicato sopra al punto a) . Così, noi possiamo ri­
vedere la classificazione di Mannheim e considerare que­
sta disciplina come comprendente due classi principali di
problemi: quelli di una Wissensmziologie sostanziale, che
includono gli aspetti empirici e metodologici, e quelli re­
lativi all'importanza epistemologica della sociologia della
conoscenza. Sebbene la maggior parte dei commentatori
dell'opera di Mannheim abbia polarizzato la propria at­
tenzione sulla discussione epistemologica, ci sembra utile,
da parte nostra, considerare principalmente la sociologia
sostanziale della conoscenza, come in verità Mannheim
stesso auspica (H, p . 275 ).
L a portata del ramo sostanziale si riflette nei suoi pro­
blemi, concetti, teoremi e criteri di evidenza. Il pensiero è
considerato esistenzialmente condizionato quando si può
dimostrare che esso non è immanente o internamente de-
Mannheim e la sociologia della conoscenza 903

terminato e quando la sua genesi, la sua forma e il suo


contenuto sono significativamente influenzati da fattori
extrateorici (H, p. 240). [Frederick Jackson Turner ebbe
a dire: «Ogni età riscrive sempre la storia del passato con
riferimento alle condizioni particolari del proprio tem­
po»] . In base a studi empirici, si può affermare che gli
scopi collettivi e i processi sociali conducono ad una con­
sapevolezza di vari problemi che viceversa sarebbero
oscuri e ignorati. Così Mannheim deriva da un'intensa
mobilità orizzontale e verticale nella società problemi che
sono di particolare interesse per la Wissenssoziologie, poi­
ché soltanto attraverso questo contatto con modi di pen­
siero radicalmente diversi, l'osservatore partecipante giun­
ge a dubitare della generale validità degli stessi modi di
pensiero di cui egli è partecipe. Allo stesso modo, soltan­
to quando i normali garanti istituzionali di una Weltan­
schauung - per esempio, la Chiesa, lo Stato - sono scon­
volti da un rapido mutamento sociale, i molteplici modi
di pensiero divengono un problema. Simili mutamenti
nella struttura sociale conducono al riesame e alla discus­
sione della Selbstverstiindlichkeit, di ciò che precedente­
mente era considerato certo (J, pp. 132 ss. ) .
Altri teoremi di Mannheim illustrano, i n termini gene­
rali, le correlazioni che egli cerca di stabilire tra pensiero
e struttura sociale. Egli propone la tesi che «persino le ca­
tegorie in cui sono raccolte, elencate e ordinate le espe­
rienze, variano secondo la posizione sociale dell'osservato­
re» (G, p. 130). Un gruppo organicamente integrato con­
cepisce la storia come un movimento continuo verso la
realizzazione dei suoi fini; gruppi scarsamente integrati e
socialmente sradicati fanno propria l'intuizione astorica
che sottolinea il fortuito e l'imponderabile. La mentalità
conservatrice ben consolidata è nemica della teorizzazione
storica, dal momento che l'ordine sociale, wie es eigentlich
ist, è considerato come naturale e giusto piuttosto che
problematico. I conservatori si rivolgono a considerazioni
904 La soàologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

filosofiche e storiche concernenti la realtà sociale e il loro


posto in essa, considerazioni di carattere difensivo, solo
quando lo status qua è messo in discussione da gruppi di
opposizione. Inoltre, il conservatorismo tende a conside­
rare la storia in termini di categorie morfologiche che ac­
centuano il carattere unico delle configurazioni storiche,
mentre i sostenitori dei mutamenti sociali adottano un
metodo di indagine analitico che permette di distinguere i
diversi elementi, i quali, attraverso un processo causale o
una integrazione funzionale, possono essere ricomposti in
nuove strutture sociali. La prima tendenza accentua la sta­
bilità intrinseca della struttura sociale così come è confi­
gurata, la seconda mette in rilievo la possibilità di cambia­
menti e l'instabilità, distinguendo gli elementi di questa
struttura e ricomponendoli di nuovo. In una nazione con
premesse di espansione territoriale ed economica, come
gli Stati Uniti, gli scienziati sociali si dedicano all' analisi
dettagliata di problemi sociali particolari e sostengono che
la soluzione di problemi individuali condurrà automatica­
mente ad un'adeguata integrazione dell'intera società; un
punto di vista simile può aversi solo in una società in cui
vaste possibilità e numerose alternative di azione fornisco­
no un grado di elasticità che, di fatto, permette qualche
rimedio ai difetti istituzionali. Al contrario, in una nazione
come la Germania, il limitato raggio d'azione conduce alla
consapevolezza dell'interdipendenza degli elementi sociali
e quindi ad una visione organica che comporta la trasfor­
mazione totale della struttura sociale piuttosto che un ri­
formismo graduale (G, pp. 228-229; I, pp. 3 0-33 ) .
In modo simile, Mannheim mette in relazione quattro
tipi di mentalità utopistiche - quella anabattista-millenari­
sta, l'umanitaria-liberale, la conservatrice e la social-comu­
nista - con la particolare posizione sociale e gli scopi col­
lettivi dei loro protagonisti. Egli mostra che anche «il sen­
so storico del tempo» di questi gruppi è influenzato dalla
loro posizione e dalle loro aspirazioni. Il millenarismo ana-
Mannheim e la sociologia della conoscenza 905

battista, che si basa sull'ardore rivoluzionario e sulle «tese


aspettative>> di strati oppressi, dà valore all'immediato pre­
sente, all'hic et n unc. La classe media borghese che diede
origine all'umanitarismo liberale sottolinea l'«idea» di un
futuro indeterminato che, a suo tempo, vedrà la realizza­
zione delle sue norme etiche attraverso un progressivo «il­
luminismo». Il senso del tempo dei conservatori concepi­
sce il passato come qualcosa che conduce inesorabilmente
alla indiscutibile convalida dello stato presente della socie­
tà («Qualunque cosa esista, ha le sue giuste cause», «Una
verità è chiara: tutto ciò che è, è giusto») . Infine, le conce­
zioni social-comuniste considerano il tempo storico in un
modo più complesso, distinguendo fra immediato e remoto
futuro, mentre sottolineano che il concreto presente non
abbraccia soltanto il passato, ma anche le tendenze latenti
del futuro. Formulando queste connessioni fra posizione
sociale, aspirazioni collettive e concezioni di tempo, Mann­
heim ha fatto progredire un campo di studio che sta rice­
vendo sempre più spesso una grande attenzione»16 .

16 La prima analisi sociologica fatta da Durkheim degli schemi


temporali di riferimento teneva conto soltanto di materiale relativo a
società preletterate e ( conseguentemente?) non si occupava delle diffe­
renze nell'orientamento temporale fra i gruppi di una medesima socie­
tà. Vedi il suo Le /orme elementari della vita religiosa, cit., pp. 12, 479;
E. Durkheim e M. Mauss, De quelques /ormes primitives de classt/ica­
tion, in «L'Année Sociologique», VI, 1901-2, pp. 1 -7 1 ; H. Hubert e M.
Mauss, Mélanges d'histoire des religions (Paris, 1909), capitolo su La re­
présentation du temps. Per discussioni più recenti, vedi P.A. Sorokin e
R.K. Merton, Social Time, in <<American Journal of Sociology», LII,
1937, pp. 615-629; A.l. Hallowell, Temporal Orientation in Western Ci­
vilization and in a Preliterate Society, in «American Anthropologist»,
39, 1937, pp. 647-670. Sorokin discute ampiamente questo argomento
nel quarto volume di Social and Cultura! Dynamics.
906 La soàologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

4 . Tipi di conoscenza

Si noterà che i precedenti teoremi appartengono mol­


to di più alle convinzioni politiche, alle filosofie della sto­
ria, alle ideologie e alle credenze sociali che alla conoscen­
za positiva. E ciò pone immediatamente un problema fon­
damentale. Quali sfere di pensiero sono incluse nelle tesi
di Mannheim sul condizionamento esistenziale (Seinsver­
bundenheit) del pensiero? Che cosa si intende di preciso
col termine «conoscenza» alla cui analisi si dedica espres­
samente la disciplina della Wissennoziologie? Per gli scopi
di questa disciplina, vi sono differenze significative fra tipi
di conoscenza?
Nei suoi scritti, Mannheim non affronta direttamente
ed estesamente questi argomenti. Tuttavia, le sue osserva­
zioni occasionali e i suoi studi empirici rivelano la sua co­
stante preoccupazione per questo problema fondamentale
e mostrano anche come egli non abbia raggiunto alcuna
conclusione netta, anche se provvisoria, al riguardo. Que­
sto suo insuccesso è causa di serie divergenze fra alcuni dei
suoi teoremi e le indagini empiriche specifiche. La cono­
scenza è talvolta concepita in maniera così generale da
comprendere ogni tipo di affermazione e ogni modo di
pensiero, dai proverbi popolari alla scienza positiva. Così,
in una delle sue prime formulazioni, egli sostiene che «il
pensiero storico, politico e delle scienze sociali, come pure
il pensiero della vita di ogni giorno» sono esistenzialmente
condizionati (F, p. 4 1 ) . Altrove, noi apprendiamo che i
processi sociali intervengono nella «prospettiva» della
«maggior parte dei campi della conoscenza». Similmente, il
contenuto della «conoscenza formale» (affermazioni anali­
tiche? logica? matematica? sociologia formale ?) non è in­
fluenzato dalla situazione storica e sociale (G, p. 150). Le
«scienze esatte», ma non le «scienze culturali», godono di
tale immunità (H, p. 243 ) . Altrove, si ritiene che le convin­
zioni etiche, i postulati epistemologici, le affermazioni ma-
Mannheim e la sociologia della conoscenza 907

teriali, i giudizi sintetici, le opinioni politiche, le categorie


di pensiero, le escatologie, le norme morali, le assunzioni
antologiche e le osservazioni dei fatti empirici siano tutte
più o meno «esistenzialmente condizionate» 17 • L'identifica­
zione di tipi diversi di indagine, raccolti sotto una sola ru­
brica, serve solo a confondere, piuttosto che a chiarire i
meccanismi compresi nel «condizionamento esistenziale».
Differenti ordini di idee sono usati per adempiere differen­
ti funzioni e noi saremmo coinvolti in logomachie e contro­
versie senza fine se insistessimo che essi debbono essere
giudicati come «essenzialmente» simili. Tutto il lavoro di
Mannheim è pervaso da questa fallacia. Se egli si fosse atte­
nuto alla comune distinzione tra le funzioni referenziali e
quelle emotive del linguaggio, ad esempio, sarebbe stato
più facile operare qualche distinzione in questo insieme di
conoscenze così svariato. Come ha detto LA. Richards, «Il
modo in cui noi prestiamo fede ad una affermazione scien­
tifica non è il modo in cui noi prestiamo fede ad una
espressione emotiva, sia essa politica - " Noi non riporremo
la spada" - o critica - " Il progresso della poesia è immor­
tale" - o poetica».
Il fatto che Mannheim non sia riuscito a distinguere,
in pratica, i tipi notevolmente eterogenei di conoscenze
che egli asserisce essere Seinsverbunden è particolarmente
sorprendente se si considera la sua ottima conoscenza del­
l' utile distinzione fatta da Alfred Weber fra conoscenza
culturale e conoscenza civile 18. Fortunatamente, le indagi-

17 Cfr. E, p. 162; F, p. 4 1 ; K, pp. 22-23; G, pp. 72, 150; H, pp.


243 , 260, ecc. Su questo punto si consulti la vigorosa critica di A. von
Schelting, Max Webers Wissenscha/tslehre, Tiibingen, Mohr, 1932, pp.
95 , 99, n. 2. Si noti anche l'importanza dell'osservazione di LA. Ri­
chards che «Il pensiero in senso stretto varia soltanto con l'evidenza;
ma gli atteggiamenti e i sentimenti variano per ogni genere di ragione».
Questo non significa negare la loro concreta interpretazione.
18 Come risulta chiaro dalla discussione di Mannheim in A, pp.
908 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

ni di Mannheim nel campo della Wissenssoziologie sostan­


ziale si sono occupate quasi esclusivamente dei materiali
culturali (Weltanschauungen, escatologie, convinzioni poli­
tiche), così che tale confusione non vizia i suoi studi em­
pirici. Tuttavia, i suoi teoremi più generali sono resi più
discutibili dall'uso di una categoria amorfa e non adegua­
tamente differenziata di conoscenza. Questo difetto, inol­
tre, interferisce con qualsiasi tentativo di accertare la posi­
zione delle scienze naturali e fisiche per quel che riguarda
il condizionamento esistenziale. Se Mannheim avesse chia­
rito esplicitamente e sistematicamente la sua posizione a
questo riguardo sarebbe stato meno disposto ad assumere
che le scienze fisiche siano immuni da influenze extrateo­
riche e correlativamente, che le scienze sociali siano parti­
colarmente soggette a tali influenze19.

5 . Connessioni fra conoscenza e società

L'analisi di Mannheim è inoltre limitata dal fatto che


egli non è riuscito a specificare il tipo o modo delle relazio­
ni fra struttura sociale e conoscenza. Questa lacuna produ-

37-48, e dal suo commento sull'opera di Weber a proposito di un'altra


questione, G, p. 159. Per una breve discussione generale di questa di­
stinzione, vedi R.M. Maclver, Society, New York, 1937, pp. 268-281 ;
R.K. Merton, Civilization and Culture, in «Sociology and Social Re­
search», XXI, 1936, pp. 103 - 1 13 .
19 Per esempio, le recenti indagini empiriche di Borkenau, Hes­
sen, Berna!, Sorokin e Merton sono almeno indicative del fatto che la
parte svolta dai fattori extrascientifici nel determinare la direzione del­
lo sviluppo delle scienze sociali e naturali differisce piuttosto per grado
che per specie. Per una formulazione teorica di questo punto di vista,
vedi T. Parsons, La struttura dell'azione sociale, cit., pp. 73 1 ss. E per
anticipare la nostra discussione, non vi è una base per sostenere che la
validità del giudizio empirico sia necessariamente più influenzata da
questi elementi extrascientifici nell'un caso che nell'altro.
Mannheim e la sociologia della conoscenza 909

ce indeterminatezza e oscurità proprio nell'essenza della


sua tesi fondamentale relativa al «condizionamento esisten­
ziale della conoscenza» (Seinsverbundenheit des Wissens) .
Mannheim è evidentemente arrivato a riconoscere (ma
non a superare) questa difficoltà perché egli scrive:

Qui non intendiamo per «condizionamento» una sequenza


meccanica di causa ed effetto; noi ne lasciamo aperto il signifi­
cato e soltanto l'indagine empirica ci mostrerà quanto stretta sia
la correlazione fra situazione di vita e processo di pensiero o
quale raggio di variazione esista in tale correlazione20.

Benché si possa essere d' accordo sul fatto che giudica­


re a priori i tipi di relazione fra conoscenza e struttura so­
ciale possa essere imprudente, è anche vero che non spe­
cificare questi tipi preclude virtualmente la possibilità di
formulare problemi per l'investigazione empirica. Infatti,
volente o nolente, lo studioso - e proprio le ricerche em­
piriche di Mannheim ne sono un esempio caratteristico -
include nel suo schema concettuale o implicitamente pre­
suppone qualche concezione di questi rapporti. A questo
proposito, è utile notare brevemente i vari termini che
Mannheim usa per riferirsi ai rapporti fra posizione socia­
le e conoscenza. Eccone una breve lista indicativa (il cor­
sivo è nostro).

Era in accordo con le necessità di una società industriale ...


fondare le proprie azioni collettive [. . . ] su un sistema di idee ra­
zionalmente giustificabile (K, p. 33 ) .
La generazione che seguì al romanticismo [ . . . ] [adottò] un
punto di vista rivoluzionario per essere in accordo con le necessi­
tà del tempo (G, p. 144 ) .
[Questa concezione particolare dell'ideologia] , si riferisce

20 H, p. 239, nota. Wirth e Shils, i traduttori, aggiungono: «La


espressione tedesca "Seinverbundenes Wissens" ha un significato così
elastico che l'esatta natura del determinismo rimane indeterminata».
9 1 0 La sodologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

ad una sfera di errori [. . . ] che [. . .] seguono inevitabilmente e


inconsapevolmente certe determinanti causali (G, p. 54).
Un dato punto di vista e un dato sistema di concetti, per­
ché sono collegati e sono un prodotto di una certa realtà sociale
(G, p. 72).
Quando la situazione sociale cambia, il sistema di norme, al
quale aveva dato origine precedentemente, cessa di essere in ar­
monia con essa. Lo stesso estraneamento si verifica in rapporto
alla conoscenza (G, p. 76).
La concezione intellettuale della scienza, implicita nel posi­
tivismo, è radicata anch'essa in una definita Weltanschauung e
ha progredito in _çtretta conneJSione con definiti interessi politici
(G, p. 148) .
Socialmente, questa visione intellettuale aveva le sue basi in
uno strato medio, nella borghesia e nella classe intellettuale.
Questa visione, in accordo con il rapporto _çtrutturale dei gruppi
che la rappresentavano, perseguiva un medio corso dinamico
(G, p. 199).
Le idee, le forme di pensiero e le energie psichiche persi­
stono e sono trasformate in stretta connessione con le forze so­
ciali. Non è mai per caso che esse appaiono in dati momenti del
processo sociale (G, p. 223 ) .
Non è per caso che un gruppo [élites ascendenti] consideri
la storia come una circolazione di élites, mentre per altri [per
esempio, i socialisti] si tratta di una trasformazione della strut­
tura storico-sociale. Ciascuno riesce a vedere in primo luogo
soltanto quell'aspetto della totalità sociale e storica che il suo
scopo lo conduce a considerare (G, p. 127).

I vari termini usati per indicare i tipi di rapporto fra


struttura e sovrastruttura non sono tanto una esigenza sti­
listica quanto l'indicazione della fondamentale indecisione
di Mannheim. Per indicare queste relazioni egli usa il ter­
mine generico di «corrispondenza» (Entsprechung) . Nel
derivare certe forme di pensiero da certi tipi di situazione
sociale egli ha fatto numerosi assunti non coordinati. Al­
cuni di questi meritano un breve esame.
l . In certi casi - nonostante il suo esplicito diniego di
Mannheim e la soàologia della conoscenza 911

qualsiasi intenzione del genere - Mannheim presume vi


sia un diretto rapporto causale tra forze sociali e forme di
pensiero. Questo assunto è generalmente espresso dalla
frequente frase: «Non è mai per caso che . . . » una data teo­
ria deriva da un dato tipo di posizione di gruppo (vedi,
per esempio, H, pp. 248-249). In questo caso Mannheim
adotta il punto di vista Erklà'rung proprio della scienza
naturale, in cui la regola generale spiega aspetti di un caso
particolare.
2 . Un secondo assunto può essere definito l' «assunto
di interesse», secondo cui le idee e le forme di pensiero
sono «in accordo con», cioè, garantiscono gli interessi dei
soggetti. Sotto un certo aspetto, si tratta semplicemente di
una dottrina dell'influenza di interessi costituiti - econo­
mici, politici, religiosi - per cui è nell'interesse dei sogget­
ti avere certi punti di vista. Così, un gruppo che abbia
una situazione vantaggiosa sarà meno disposto di un
gruppo socialmente svantaggiato a parlare di riforma so­
ciale o rivoluzione. L' accettazione o il rifiuto possono es­
sere deliberati o consapevoli2 1 . Questo assunto si trova nel

2 1 La moda di tali «teorie dell'interesse>>, come quelle che offrono


un'adeguata spiegazione è essa stessa un problema wissenssoziologische
che merita un ulteriore studio. Particolari esempi si trovano in alcune
delle deduzioni tratte da vari postulati, quali l' «uomo economico>>, la
«teoria della cospirazione» della scienza politica, l'eccessiva estensione
dei concetti di «razionalizzazione>> e «propaganda>> in psicologia, il
concetto volterriano delle menzogne dei preti, il cliché della «religione­
oppio-dei-popoli>>. Naturalmente, la frequenza di queste concezioni
può dipendere dal fatto che «esse funzionano», e che, fino ad un certo
punto, «spiegano» il comportamento umano e sono coerenti con un
più ampio corpo di conoscenza. Non irrilevante, però, il fatto che
quando l'azione e il pensiero possono attribuirsi ad «ulteriori>> motivi
(specialmente se «screditati») , si dice che il comportamento è spiegato.
La curiosità è soddisfatta: X è un avvocato di parte, uno strumento di
interessi costituiti, un bolscevico, un banchiere hamiltoniano. L' assun­
zione comune a queste diverse versioni è la nozione hobbesiana del­
l' egoismo considerato come il motivo determinante della condotta. Per
9 12 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

Vulgarmarxismus che, ripudiato da Mannheim come da


Marx, è talvolta implicito negli scritti del primo.
3 . Un terzo assunto è quello del «centro di attenzio­
ne», secondo il quale il soggetto limita la sua prospettiva
per essere in grado di trattare un particolare problema,
direttamente pratico o teorico. Qui è la stessa formulazio­
ne del problema che imprime la direzione al pensiero; a
sua volta, la consapevolezza del problema può essere con­
siderata come derivante dalla posizione sociale del sogget­
to. Approssimativamente, si può affermare che questa ipo­
tesi è accentuata nella sociologia della conoscenza sostan­
ziale, mentre !'«ipotesi dell'interesse» è più frequente nel­
la teoria dell'ideologia.
4. Il discorso che occasionalmente Mannheim fa su
date strutture considerate come semplici elementi prelimi­
nari a certe forme di pensiero si svolge ad un livello com­
pletamente opposto. In questo, egli si avvicina a Scheler
parlando di «certi tipi di gruppi in cui . . . soltanto [queste
forme di pensiero] possono sorgere ed essere elaborate»
(H, pp. 242-243 ) . Gran parte del lavoro analitico di Mann­
heim consiste nell'individuazione di condizioni preliminari
e anche di fattori facilitanti piuttosto che di condizioni
necessarie e sufficienti. Gli esempi sono numerosi. La mo­
bilità sociale può condurre alla riflessione, all'analisi, alla
comprensione di punti di vista; può similmente condurre
all'indz//erenza mentale, alla superficialità, alla conferma
dei propri pregiudizi. O, per prendere un altro teorema,
la giustapposizione di punti di vista in conflitto può in­
durre alla riflessione, come è riassunto nell'aforisma degli
strumentalisti: «il conflitto è il tarlo del pensiero». Ma tale
conflitto può anche provocare posizioni fideistiche, ansie-

un penetrante resoconto delle origini e delle conseguenze delle ansietà


(«teorie») della cospirazione, vedi E.A. Shils, The Torment of Secrecy,
Glencoe, The Free Press, 1956.
Mannheim e la sociologia della conoscenza 913

tà inconcludenti, scetticismo. O , ancora, l e classi situate in


posizioni privilegiate («conservatrici») possono essere con­
trarie a teorizzare sulle loro posizioni, ma allo stesso tem­
po non si può ignorare la nobiltà alienata dalla sua classe
che si interessò alle teorie sociali degli Enciclopedisti; e
accanto ai nobili, i «rinnegati», socialmente borghesi ma
spiritualmente proletari o i proletari che si identificano
con l'ethos borghese. Queste osservazioni non vengono
fatte per negare le correlazioni suggerite, ma solo per in­
dicare, assieme a Mannheim stesso, la necessità di un' ana­
lisi più circostanziata dei molti fattori strutturali che vi
sono implicati. Il discorso di Mannheim in termini di esi­
genze preliminari delinea il condizionamento esistenziale
come riferentesi semplicemente a correlazioni empiriche
fra società e conoscenza in cui proprio l'uniformità è pre­
sa per stabilire la «corrispondenza». A questo livello,
l'analisi si arresta, troppo spesso, subito dopo indicata la
correlazione.
5 . Ancora un altro tipo di rapporto fra struttura so­
ciale e conoscenza, suggerito da Mannheim, è quello che
implica ciò che si può definire un assunto «emanazioni­
sta» o quasi estetico. In questa concezione (particolarmen­
te evidente in B ed F) non sono del tutto assenti motivi
hegeliani. Termini come «compatibilità», «congruenza»,
«armonia», «concordanza» e «contrarietà» delle Weltan­
schauungen generalmente seguono il manifestarsi di que­
sto assunto. I criteri per stabilire questi rapporti restano
impliciti. Così leggiamo: «L'assenza di profondità nelle
arti plastiche e il dominio della pura linearità corrispon­
dono al modo di sperimentare il tempo storico come un
progresso ed una evoluzione lineari»22 • Bisogna notare,

22 G, p. 200. I frequenti confronti di Mannheim fra gli «stili» nel­


la storia dell'arte e nella storia intellettuale generalmente presuppongo­
no una posizione «quasi-estetica». Cfr. Scheler, Versuche einer Soziolo-
9 1 4 La màologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

però, che questo particolare assunto non ha una gran par­


te nelle ricerche sostanziali di Mannheim. Questi segni
che rimangono sono più significativi per indicare la sua
incertezza sui tipi di rapporti fra conoscenza, cultura e so­
cietà, che come indicazioni di presupposti idealistici della
sua teoria23 .
Una discussione più ampia degli aspetti sostanziali e
metodologici dell'opera di Mannheim dovrebbe compren­
dere una esposizione dettagliata dei procedimenti d'analisi
da lui adottati. Il suo tentativo di stabilire un «codice di
tecniche» pecca di eccessiva genericità e brevità. Questi
difetti sarebbero moltiplicati da quei commentatori che
tentassero un riassunto di una versione già riassuntiva (H,
pp. 276-278). Tuttavia, è opportuno notare un ostacolo
che si oppone al primo di questi procedimenti: procedi­
mento che cerca di articolare esplicitamente i presupposti
comuni a «singole espressioni e forme di pensiero». Alme­
no per quel che riguarda le credenze, per il momento è

gie des Wissens, cit., pp. 92-93 , che parla dello «stilanalogen Beziehun­
gen zwischen Kunst (und den Ktinsten untereinander), Philosophie,
und Wissenschaft der grossen Epochen>> e delle «Analogien zwischen
der franzosischen klassischen Tragodie und der franzi:isischen matema­
tischen Physik des 17. und 18. Jahrhunderts, zwischen Shakespeare
und Milton und der englischen Physik. .. >>, e così via. Spengler e Soro­
kin hanno sviluppato questo tema con una certa ampiezza.
23 Questo non è che un caso speciale del problema più generale di
stabilire i tipi dell'integrazione sociale e culturale. Il metodo di Mann­
heim, nonostante l'assenza di una formulazione sistematica, segna un
netto progresso su quelli degli epigoni marxisti. Una formulazione espli­
cita di una logica delle relazioni fra i valori culturali è fornita da Soro­
kin, Social and Cultura! Dynamics, cit., vol. I, pp. 7-53 . In quanto tratta
di una «integrazione culturale>> e ignora il suo rapporto con l'organizza­
zione sociale, Sorokin è orientato verso un'interpretazione idealistica.
Una breve discussione del problema si trova in C.W. Milis, Language,
Logic and Culture, in «American Sociological RevieW>>, IV, 1939, pp.
670-680. Per una critica specifica di Mannheim su questo punto, vedi
Schelting, Max Webers Wissenschaftslehre, cit., pp. 1 02-1 15.
Mannheim e la sociologia della conoscenza 915

spesso impossibile determinare se valori culturali siano fra


loro coerenti o meno se non si prendono in considerazio­
ne le situazioni sociali in cui essi si estrinsecano. Così se si
solleva la questione se il «pacifismo» e «l'abolizionismo»
siano compatibili o meno e si astrae da casi concreti di
comportamento, la risposta deve essere indeterminata. Sul­
l' astratto piano culturale delle credenze, si può rispondere
egualmente bene sia che si dica che questi due sistemi di
valori sono indifferenti (non hanno alcuna rilevanza reci­
proca) sia che si dica che sono incompatibili o compatibi­
li. Nel caso dei quaccheri, l'adesione ad entrambi questi
valori implicò un'azione integrata per l'abolizione della
schiavitù senza ricorrere alla violenza, mentre Garrison e i
suoi discepoli, inizialmente sostenitori della non resisten­
za, rinunciarono alle loro idee pacifiste per giungere ad
abolire la schiavitù con la guerra. Bisogna notare che pri­
ma che si verificasse questa situazione, non vi era alcuna
base per affermare l'esistenza di un qualche conflitto fra i
valori dell'abolizionismo e del pacifismo. Se mai, lo stu­
dioso avrebbe potuto considerare questi valori come ele­
menti componenti un sistema integrato di valori, definito
«umanitarismo». Una sintesi culturale astratta che cerchi
di ricostruire «l'implicita unità di visione» può quindi
condurre a deduzioni sbagliate. Valori incompatibili sul
piano astratto sono spesso compatibili a causa della loro
distribuzione nei vari strati della struttura sociale, così che
non risultano impressioni di opposte esigenze sull e mede­
sime persone in un medesimo tempo. Conflitti potenziali
di valori possono evitarsi per mezzo di un isolamento di
questi valori in differenti campi e di una loro incorpora­
zione in ruoli sociali diversi. Non riconoscere che l'orga­
nizzazione di valori fra ruoli sociali può rendere compati­
bili valori che in astratto sono contrastanti porterebbe, ad
esempio, alla tesi che la Chiesa cattolica sostiene i valori
incompatibili del celibato e della fertilità. In questo caso,
naturalmente, il conflitto e la mancata integrazione sono
9 1 6 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

facilmente evitati attribuendo questi valori a status diffe­


renti all'interno dell'organizzazione della Chiesa: il celiba­
to è attribuito allo status di prete e la fecondità illimitata
allo status di laico sposato. I sistemi di credenze, quindi,
debbono essere esaminati considerando i loro rapporti
con l'organizzazione sociale. Questo è un requisito fonda­
mentale sia della Sinngemiisse Zurechnung sia della Faktizi­
tiitszurechung come sono descritte da Mannheim (H, pp.
276-277) .

6 . Relativismo

Rimane ora da vedere la parte più discussa degli scrit­


ti di Mannheim, cioè quella che riguarda le conseguenze
epistemologiche della sociologia della conoscenza. Non è
necessario esaminarla nei particolari, dal momento che vi
sono già molte esposizioni critiche24 . Oltre a ciò, Mann­
heim riconosce che i risultati sostanziali della Wissensso­
ziologie - che sono l' aspetto più positivo di questo campo
di indagine - non conducono alle sue conclusioni episte­
mologiche.
La controversia ha il suo punto centrale nel concetto
di Mannheim della «ideologia totale generale» che, come
si ricorderà, sostiene che «il pensiero di tutte le parti in
conflitto in tutte le epoche ha carattere ideologico». È
evidente come un'affermazione del genere conduca imme-

24 La più elaborata di queste è di Schelting, Max Webers Wi.uen­


scha/tslehre, cit., pp. 94 ss. Vedi anche la sua recensione di Ideologie
und Utopie,_ in «American Sociological Review», l, 1936, pp. 664-674;
G. Stern, Uber die Sogenannte «Seinsverbundenheit» des Bewufltseins,
in «Archiv fiir Sozialwissenschaft und Sozialpolitik», LXIV, 1930, pp.
492-502; S. Hofstra, De Sociale Aspecten van Kennis en Wetenschap,
Amsterdam, 1937, pp. 3 9-5 1 ; P. Tillich, Ideologie und Utopie, in «Die
Gesellschaft», VI, 1929, pp. 348-355.
Mannheim e la sociologia della conoscenza 917

diatamente ad un relativismo radicale col suo noto circolo


vizioso per cui anche le stesse proposizioni che asserisco­
no tale relativismo sono, ipso facto, invalide. Che Mann­
heim si renda conto della fallacia logica e del nichilismo
intellettuale impliciti in tale posizione è ben chiaro. Infat­
ti, egli respinge esplicitamente l'irresponsabile concezione
che «vede nell'attività intellettuale niente di più che giudi­
zi personali arbitrari e propagandistici» (G, p. 89 n . ) . Si­
milmente, ripudia «la forma vaga, sbagliata e sterile di re­
lativismo in rapporto alla conoscenza scientifica, che oggi
sta diventando sempre più diffusa» (H, p. 327 ) . In che
modo, dunque, egli sfugge all'impasse del relativismo?
In un modo forse indebitamente semplificato, possia­
mo classificare gli sforzi di Mannheim per evitare la falla­
cia relativistica e per stabilire punti di appoggio per la va­
lidità dei suoi giudizi in tre principali rubriche: «Criteri
dinamici di validità», «Relazionismo» e «Garanzie struttu­
rali di validità».

l. Criteri dinamici di validità. Mannheim introduce nu­


merosi criteri dinamici di validità di giudizi storici. «Una
teoria . . . è sbagliata se, in una data situazione concreta, usa
concetti e categorie che, presi seriamente, impedirebbero
all'uomo di adattarsi a quello stadio storico» (G, p. 85 ; il
corsivo è nostro). « . . . la conoscenza è distorta e ideologica
quando non riesce a tener conto delle nuove realtà che si
applicano ad una situazione e quando cerca di nasconder­
le, pensandole in categorie non appropriate». E in una
nota Mannheim aggiunge: «Una percezione può essere er­
ronea o inadeguata alla situazione quando è più progredita
o più arretrata rispetto ad essa» (G, p. 86 e n. 1 ) . È eviden­
te, tuttavia, che il criterio di adattamento non risolve la
questione, a meno che il tipo di adattamento non venga
specificato25 • Numerose teorie, anche contraddittorie, pos-

2 5 Da quando è stato indicato da Max Weber nella sua discussio-


9 1 8 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

sono permettere all'uomo di «adattarsi» in una maniera o


nell'altra. L'adattamento sociale tende ad essere più un
concetto normativa che un concetto esistenziale. Inoltre, la
determinazione dell' «adeguatezza» o «inadeguatezza» delle
categorie presuppone proprio quei criteri di validità che
Mannheim vorrebbe eliminare. Sono forse queste ambigui­
tà e oscurità che lo conducono a formulare altri criteri di
validità, introducendo il concetto di utopia.
Sono utopistici «soltanto quegli orientamenti che tra­
scendono la realtà e che, quando si estrinsecano in azione,
tentano di sconvolgere, parzialmente o completamente,
l'ordine delle cose prevalente a quel tempo» (G, p. 173 ) .

In questo senso, il pensiero utopistico, in contrasto con


quello ideologico, è vero piuttosto che illusorio. La diffi­
coltà di questo punto di vista è immediatamente chiara.
Come può l'osservatore, in un deteminato momento, di­
stinguere fra pensiero utopistico valido e pensiero ideolo­
gico distorto? Inoltre, dal momento che, come abbiamo
visto, le concezioni possono essere «inadeguate alla situa­
zione perché più avanzate rispetto ad essa», come si pos­
sono distinguere fra le «idee avanzate» quelle che sono
valide da quelle che non lo sono? Mannheim riconosce
questa difficoltà, ma il suo modo di risolverla è dubbio.
Non solo implica un criterio di validità ex post /acta, ma
esclude anche la possibilità di giudizi validi su idee con­
temporanee, come si può constatare nel passo seguente:

se guardiamo al passato, sembra possibile trovare un criterio


abbastanza adeguato di ciò che deve essere considerato ideolo­
gico e di ciò che deve essere considerato utopistico. Questo cri­
terio è quello della realizzazione. Le idee che più tardi risultaro-

ne di «diesen vie! nisbrauchten Begriff>>, il concetto dell' «adattamento


sociale» ha acquistato una larga varietà di significati molti dei quali
sono scientificamente inutili. Vedi la sua Wissenscha/tslehre, cit., p.
477; vedi anche Schelting, Max Webers Wissenscha/tslehre, cit., p . 102.
Mannheim e la sociologia della conoscenza 919

n o essere solo rappresentazioni distorte di u n ordine sociale


passato o potenziale erano ideologiche, mentre quelle che furo­
no adeguatamente realizzate nell'ordine sociale successivo erano
relative utopie [. . ] . Il grado di realizzazione delle idee costitui­
.

sce un modello supplementare e retroattivo per attuare una di­


stinzione fra i fatti che, finché sono contemporanei, sono sepolti
sotto il conflitto partigiano dell'opinione (G, p. 184).

Come Schelting ha mostrato, questo criterio retroatti­


vo presuppone proprio i criteri di validità che Mannheim
desidera sostituire: in quale altro modo, infatti, può l' os­
servatore dimostrare che la sua visione del processo stori­
co è corretta? Occorrerebbe una lunga e dettagliata anali­
si, molto al di là dei confini di questa discussione, per di­
mostrare le altre difficoltà inerenti a questa posizione.
Tuttavia Mannheim modera notevolmente questa visione
in un altro tentativo di aggirare il relativismo radicale.

2 . Relazionismo. Mannheim delinea tre possibili posi­


zioni sulla questione dell'influenza che la genesi di un' af­
fermazione può avere sulla sua validità. La prima nega
«una validità assoluta» (sic) ad un'affermazione quando si
siano dimostrate le sue fonti strutturali26 . La seconda, al
contrario, sostiene che tale dimostrazione non ha alcuna
influenza sul valore di verità dell'affermazione. La terza
posizione, che è quella adottata da Mannheim, sta a metà
strada fra questi due estremi. L'identificazione della posi­
zione sociale dell'assertore implica soltanto «il sospetto» -
una probabilità - che l'asserzione «possa rappresentare
soltanto una visione parziale». Tale identificazione, inol-

26 Mannheim attribuisce una dottrina di «verità assoluta» a coloro


che rifiutano una posizione radicalmente relativista (H, pp. 270, 274).
Il che è gratuito. Si possono concedere differenti prospettive, differenti
scopi di indagine, differenti schemi concettuali e aggiungere solo che i
vari risultati siano integrati, prima di essere giudicati validi.
920 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

tre, limita l' ambito dell'asserzione e fissa i limiti della sua


validità. Ciò attribuisce alla Wissenssoziologie un ruolo
ben più modesto di quello che Mannheim proponeva nel­
le sue prime formulazioni, come risulta evidente dal suo
stesso sommario:

Le analisi caratteristiche della sociologia della conoscenza


non sono, in questo senso, in nessun modo irrilevanti per la de­
terminazione della verità di una affermazione; ma queste anali­
si. . . da sole non rivelano pienamente la verità, perché la pura
delimitazione delle prospettive non è affatto un sostituto della
immediata e diretta discussione fra i divergenti punti di vista o
dell'esame diretto dei fattF7.

Nell'esporre il suo punto di vista relazionista, Mann­


heim chiarisce il concetto di «prospettiva» (Aspektsstruk­
tur) , che indica «il modo in cui una persona vede un og­
getto, ciò che percepisce di esso e come lo costruisce nel
suo pensiero». Le prospettive possono essere descritte e
attribuite alle loro fonti sociali considerando: «il significa­
to dei concetti adoperati, il fenomeno del concetto con­
trario, l'assenza di certi concetti, la struttura dell'apparato
classificatorio, i modelli prevalenti di pensiero, il livello di
astrazione e i presupposti antologici» (H, p. 244) .
A questo punto Mannheim h a compiuto quasi u n cir­
colo completo dal suo punto di partenza, tanto che queste
sue osservazioni possono paragonarsi a quelle di Rickert e
Max Weber. D pensiero determinato dalla situazione non
è più inevitabilmente pensiero ideologico, ma implica solo
una certa «probabilità» che colui che occupa una deter-

27 fi, p. 256. Similmente, nel suo saggio più recente, Mannheim


scrive: «E naturalmente vero che nelle scienze sociali, come altrove,
l'ultimo criterio di verità o di falsità si debba trovare nell'investigazione
dell'oggetto, e la sociologia della conoscenza non è un sostituto per
questo» (K, p. 4).
Mannheim e la sociologia della conoscenza 92 1

minata posizione nella struttura sociale debba pensare in


un certo modo (H, p. 264 ) . La validità delle proposizioni
non è più accertata attraverso l'analisi wissenssoziologische,
ma mediante l' analisi diretta dell'oggetto. Inoltre, la «fun­
zione circostanziante» della sociologia della conoscenza
aiuta semplicemente ad accertare entro quali limiti sono
valide certe proposizioni generali. Ciò che Mannheim
chiama «funzione circostanziante» non è altro che un
nuovo termine per un precetto metodologico ben noto,
secondo il quale ciò che si trova vero sotto certe condizio­
ni, non deve essere considerato vero universalmente o
vero senza limiti e condizioni. Bridgman e Sorokin lo han­
no chiamato «principio dei limiti», Dewey chiama la sua
violazione «la fallacia filosofica» e nella sua forma più
prosaica e nota, esso è descritto come la «fallacia di
un'estrapolazione ingiustificata».
La concezione di Mannheim del «prospettivismo» è in
sostanza uguale alla concezione di Rickert e Weber della
Wertbeziehung (per cui i valori sono importanti per la for­
mulazione del problema scientifico e per la scelta dei dati,
ma non sono rilevanti per la validità dei risultati)28 • En­
trambe le concezioni si allontanano dalle premesse di una
inesauribile moltitudine di fenomeni, dell'inevitabilità di

28 Rickert, Die Grenzen der naturwissenscha/tlichen Begri/fsbildung,


cit., pp. 245-27 1 : «die Geschichte ist keine wertende sondern eine wert­
beziehende Wissenschaft». A questo proposito, cfr. anche Weber, Il me­
todo delle scienze storico-sociali, cit., p. 84, secondo il quale «non c'è
nessuna analisi scientifica puramente "oggettiva" della vita culturale o
[. . ] dei "fenomeni sociali" indipendentemente da punti di vista specifi­
.

ci e "unilaterali" secondo cui essi [ . .] sono scelti come oggetti di ricer­


.

ca, analizzati e organizzati nell'esposizione». Tuttavia, prosegue Weber,


«la relazione della realtà con idee di valore, che le danno significato,
nonché l'isolamento e l'ordinamento degli elementi del reale così indivi­
duati sotto il profilo del loro significato culturale, rappresenta un punto
di vista del tutto eterogeneo e disparato di fronte all'analisi della realtà
in base a leggi e al suo ordinamento in concetti generali (pp. 90-9 1 ) .
922 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

una scelta di questi secondo uno schema concettuale e


dell'importanza dei valori e della struttura sociale per
questo schema e per la formulazione del problema. In ve­
rità già nel 1904 Kiilpe e gli psicologi della scuola di
Wiirzburg avevano dimostrato sperimentalmente che la
natura dei problemi (Aufgaben) determina ampiamente le
forme e il contenuto della percezione e dell' osservazio­
ne2 9 . Gli psicologi della Gestalt e della scuola di Lewin
hanno più di recente esteso questi risultati sull'influenza
direttiva delle Au/gaben. Rickert, Weber e specialmente
Mannheim cercano di aggiungere una dimensione sociolo­
gica a questa importante scoperta, mostrando che i valori
culturali e la struttura sociale determinano a loro volta la
formulazione delle Au/gaben che indirizzano l' osservazio­
ne lungo certe linee. Così, questo particolare aspetto della
sociologia della conoscenza è chiaramente integrato con i
risultati delle ricerche sperimentali in psicologia. Va nota­
to che questi esperimenti non indicano che la validità del­
le osservazioni indirizzate a questo modo debba perciò es­
sere impugnata.
In parte, le contraddizioni contenute nei primi scritti
di Mannheim sorgono da una imperfetta distinzione fra
inesattezza (invalidità) e prospettiva (unilateralità) . Le af­
fermazioni fatte in base ad una certa prospettiva presumi­
bilmente non sono inesatte, se il loro autore riconosce la

29 Vedi O. Kiilpe, Versuche iiber Akstraktion, «Bericht iiber den


lnternationalen Kongress fiir experimentelle Psycologie», 1 904, pp. 56-
69; C.C. Pratt, The Present Status o/ lntrospective Technique, in «The
Journal of Philosophy», XXI, 24 aprile 1924, p. 23 1 : «Per quello che
riguarda l'osservazione accurata ed una relazione inequivocabile, l' os­
servatore si adegua soltanto a quegli aspetti di una data esperienza che
la tendenza determinante porta chiaramente in linea con la particolare
Au/gabe del momento; gli altri aspetti di tale esperienza cadono al di
fuori della sfera dell'osservazione immediata e quindi non possono es­
sere fatti oggetto della descrizione scientifica» (citato in R.M. Eaton,
Symbolism and Truth, Cambridge, 1925, p. 17).
Mannheim e la sociologia della conoscenza 923

loro natura parziale: esse sono allora semplicemente for­


mulazioni astratte di certi aspetti di una situazione con­
creta. Esse sono, però, definitivamente invalide se vengo­
no considerate come rappresentazioni complete del feno­
meno in questione («fallacia della concretezza malintesa»
di Whitehead) . La linea fra l'invalidità e il mero «prospet­
tivismo» è, quindi, meno chiara di quanto Mannheim
sembri pensare. L'importanza che egli dà all'individuazio­
ne della prospettiva e alla sua eliminazione, una volta ri­
conosciuta, in modo da raggiungere un pensiero valido
nella scienza sociale, si rivela essere poco più che un'ulte­
riore affermazione della nozione di Wertbeziehung che lo
riporta a Rickert e Weber, al punto cioè da cui egli era
partito3 0.

3. Garanzie strutturali di validità. Fin qui Mannheim


ha cercato di fornire basi di validità entro i limiti di deter­
minate prospettive. Tuttavia, egli deve ancora affrontare il
problema della valutazione dei meriti relativi di diverse,
particolari concezioni e del modo in cui possono essere
convalidate quelle che egli chiama le «sintesi dinamiche»
di queste particolari concezioni. Detto in poche parole, se
si vuole evitare l'anarchia intellettuale, deve esserci qual­
che base comune per integrare le varie interpretazioni
particolaristiche. Nella sua Ideologie und Utopie egli pro­
pone una soluzione che, nonostante le modificazioni, ri­
corda molto Hegel e Marx. Lo storicismo idealistico di
Hegel garantiva della sua verità assumendo che l' absolute

3 0 La differenza fra questa interpretazione e quella di Schelting, il


quale critica sistematicamente Mannheim sulla base della Wissenscha/ts­
lehre di Weber è più apparente che reale. Schelting tratta il lavoro di
Mannheim come un tutto in cui le prime e le ultime parti sono spesso
giustapposte. Qui, noi trattiamo degli scritti di Mannheim nel loro svi­
luppo, negli ultimi gradi del quale il distacco da Weber viene mano a
mano attenuandosi.
924 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

Geist era tornato in se stesso nella filosofia hegeliana in


quanto la storia aveva finalmente raggiunto la sua meta.
Per Marx, lo stesso genere di postulato trova nel proleta­
riato l'attuale esponente di un processo storico immanente
che dà soltanto ad esso la possibilità di un pensiero socia­
le corretto. E Mannheim trova una garanzia strutturale
della validità del pensiero sociale nella «posizione aclassi­
sta» degli «intellettuali socialmente non impegnati» (So­
zial/reischwebende Intelligenz) . Questi tentativi per salvarsi
da un estremo relativismo ricordano gli sforzi del barone
di Miinchausen di emergere da una palude tirandosi per i
baffi.
La Seinsverbundenheit, che rende impossibile agli altri
praticamente tutta la conoscenza, cade invece per gli in­
tellettuali (D, pp. 1 15 - 120; F, p. 67 ss. ) . Il ruolo dell'intel­
ligentsia diventa una specie di rassicurante palliativo di un
implicito relativismo. Gli intellettuali sono gli osservatori
dell'universo sociale e lo considerano, se non con distac­
co, almeno con una penetrazione attendibile, con occhio
sinteticamente acuto. A loro è concesso, come al proleta­
riato di Marx, il punto di vista che permette una comple­
ta visione della situazione storica concreta e, come per
Marx, questo privilegio deriva dalla loro particolare posi­
zione entro la struttura sociale. Così Mannheim afferma
che gli intellettuali possono comprendere le varie tenden­
ze in conflitto, dal momento che essi «provengono da
strati sociali e condizioni di vita in continuo mutamento»
(K, p. 10; G, p. 139). Nel Manifesto Comunista noi leggia­
mo: «Il proletariato è reclutato da tutte le classi della po­
polazione». Mannheim afferma che gli intellettuali sono
strutturalmente esenti da interpretazioni distorte in quan­
to essi sono «consciamente o inconsciamente [. . . ] interes­
sati a qualcosa di diverso dal successo nello schema com­
petitivo che sostituirà quello presente» (G, p. 232; «es
bewusst oder unbewusst stets auch auf etwas anderes
ankam, als auf das Hineinarrivieren in die nachste Stufe
Mannheim e la sociologia della conoscenza 925

cles sozialen Seins»). Engels, nel suo saggio su Feuerbach,


ci ricorda che «soltanto fra la classe lavoratrice l'attitudine
tedesca alla teoria resta inalterata [ . . . ] . Qui non vi è alcu­
na preoccupazione per la carriera, per il proprio profitto
o per la benevola protezione dall'alto». Qualunque sia la
validità di ciò nei casi concreti, è chiaro che sia nel caso
degli intellettuali sia nel caso del proletariato, la semplice
posizione nella struttura sociale non è in se stessa suffi­
ciente a convalidare i loro concetti. E in verità, Mannheim
sembra arrivare a questa conclusione quando, in un arti­
colo posteriore, riconosce la necessità di un «comune de­
nominatore» e di una formula per «tradurre» i risultati
ottenuti da diverse prospettiv� (H, p. 720; «eine Formel
der Umrechenbarkeit und Ubersetzbarkeit dieser ver­
schiedenen Perspektiven ineinander. . . »). Tuttavia, egli non
afferma che soltanto gli intellettuali situati in una posizio­
ne sociale che garantisce strutturalmente il loro pensiero
possano attuare queste sintesi. Né indica in modo soddi­
sfacente come, secondo lui, si possa raggiungere «la tra­
duzione di una prospettiva nei termini di un'altra». Una
volta che si ammette che il pensiero è esistenzialmente de­
terminato, chi può giudicare nella babele di voci contra­
stanti?
È quindi evidente che nel trarre conseguenze episte­
mologiche dalla sociologia della conoscenza, Mannheim è
giunto a varie antinomie che restano insolute. Senza dub­
bio, ulteriori modificazioni nella sua linea di pensiero, che
sono appena evidenti nei suoi scritti recenti, lo porteran­
no ad un sistema di analisi saldo e integrato. Per quel che
riguarda la rivoluzione nella teoria della conoscenza che
egli considera come derivante da un'appropriata estensio­
ne della Wissenssoziologie, si può dire che nei suoi linea­
menti più evidenti questa epistemologia è stata per un
certo tempo molto diffusa nel pensiero americano. Si trat­
ta dell'epistemologia di Peirce e James, mediata da Dewey
e Mead, per cui il pensiero è considerato come uno solo
926 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

fra molti tipi di attività, inevitabilmente legato all' espe­


rienza, comprensibile solo nei suoi rapporti con l' espe­
rienza non gnoseologica, stimolato da ostacoli e da situa­
zioni temporaneamente frustranti, implicante concetti
astratti che debbono essere costantemente riesaminati alla
luce delle loro conseguenze per particolari concreti e vali­
do soltanto quando sia basato su un fondamento speri­
mentale31 . A questo riguardo, Mannheim ha fornito una
preziosa analisi del ruolo della struttura sociale nell'indi­
rizzare e stimolare il pensiero.
Il tono critico della discussione p recedente non deve
trarre in inganno. Mannheim ha tracciato i vasti contorni
della sociologia della conoscenza con notevole abilità e
grandissima penetrazione. Liberati dai loro impedimenti
epistemologici, con i loro concetti modificati dalle lezioni
fornite da ulteriori ricerche empiriche e con l'eliminazione
di qualche incoerenza logica, i risultati concreti e i proce­
dimenti metodologici di Mannheim chiariscono rapporti
fra conoscenza e struttura sociale fin qui rimasti oscuri.
Fortunatamente Mannheim riconosce che il suo lavoro è
tutt'altro che definitivo - un termine che suona come una
stonatura quando è applicato a qualsiasi lavoro scientifico -
e noi possiamo aspettarci considerevoli intuizioni e chiari­
ficazioni dalle sue prossime indagini nel territorio in cui è
stato pioniere.

3 1 In un libro successivo Mannheim rivela il suo accordo con mol­


ti aspetti del pragmatismo, J, p. 170. Egli condivide anche i precetti
dell'operazionalismo in parecchi aspetti che qui non possono essere
esaminati; vedi, per esempio, H, pp. 254, 274-275 .
Capitolo sedicesimo

Studi sulla p ropaganda radiofonica


e cinematografica

Il presente capitolo 1 esamina una serie di studi sulla


propaganda attraverso la radio e il cinema. Premesso que­
sto, definiamo subito il termine propaganda in modo che
tale definizione sia presente in tutta la nostra discussione.
Intendiamo con propaganda ogni e tutta la serie di sim­
boli che influenzano le opinioni, le credenze o l'azione su
argomenti considerati controversi dalla comunità. Questi
simboli possono essere espressi nel linguaggio parlato, in
quello scritto e stampato, nella forma musicale e in quella
pittorica. Se però l'argomento è considerato al di là di
ogni discussione, esso non è soggetto a propaganda. Nella
nostra società sono, in questo senso, al di là di ogni di­
scussione e non oggetto di propaganda sia il genere di
convinzione che dice che 2 + 2 fa quattro, sia un tipo di
convinzione morale quale quella che afferma che l'incesto
fra madre e figlio è male. Ma è invece possibile far propa­
ganda all'opinione che la nostra vittoria in guerra non è
inevitabile, che la tassa per essere ammessi al voto è con­
traria a certe concezioni della democrazia, che non sareb­
be saggio, in tempo di guerra, permettere che i cittadini
abbiano tutto il petrolio e tutta la benzina che desiderano
o che un sistema religioso ha più diritto di un altro alla
nostra fedeltà. Dato un argomento controverso, la propa-

I Elaborato in collaborazione con P.F. Lazarsfeld.


928 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

ganda diventa possibile e, sembrerebbe, quasi inevitabile.


Un'altra osservazione generale è necessaria a questo
punto. In molti ambienti, la propaganda è identificata con
la menzogna, l'inganno e la frode. Secondo noi, la propa­
ganda non è necessariamente in rapporto con la verità o
con la falsità. Un resoconto fedele dell'affondamento di
navi mercantili americane può, in tempo di guerra, risul­
tare una propaganda efficace e indurre i cittadini ad ac­
cettare molte privazioni che altrimenti non sopportereb­
bero di buon animo. Se fossimo convinti che propaganda
e falsità sono la stessa cosa, saremmo sulla via del nichili­
smo. E riconosciamo anche che un atteggiamento di acri­
tica sfiducia può svilupparsi come difesa contro l'accetta­
zione di privazioni o contro un cumulo di fatti e informa­
zioni che producono timore, sconforto o l'abbandono di
credenze a cui si è attaccati.
Ma è tempo di interrompere queste discussioni gene­
rali sulla propaganda, discussioni che hanno tutto il fasci­
no della speculazione non controllata dall'indagine empi­
rica. Per mettere chiaramente a fuoco certi problemi della
propaganda, dobbiamo rivolgerei ai suoi aspetti concreti e
sviluppare precise tecniche per verificare le nostre inter­
pretazioni. Non è che discussioni generali sulla propagan­
da siano necessariamente senza valore, è solo che in gene­
re esse tendono a precedere una conoscenza fondata e
perciò rischiano di avere la grandezza della vacuità.
È possibile che questo saggio sbagli nella direzione
opposta. Noi intendiamo solo riferire su alcuni studi con­
dotti durante la seconda guerra mondiale dal «Bureau of
Applied Social Research» della Columbia University sotto
la supervisione della dott. Herta Herzog e degli autori.
Una caratteristica di questi studi è quella di essersi preoc­
cupati degli effetti accertabili di particolari documenti di
propaganda. Un'altra caratteristica è il loro orientamento
tecnico: essi costituiscono una base per consigliare gli
scrittori e i produttori di questa propaganda. La ricerca
La propaganda radio/onica e cinematografica 929

doveva essere tale da divenire strumento immediato di de­


cisione e di azione. Circa dodici anni prima di navigare
verso Samoa, Robert Louis Stevenson descriveva inconsa­
pevolmente proprio il tipo di situazione che devono af­
frontare i ricercatori quando operano in un contesto di
azione politica:

Questa non è scienza di laboratorio, in cui le cose vengono


verificate fino allo scrupolo; noi teorizziamo con una pistola
puntata sulla nostra testa; ci troviamo di fronte ad una serie di
nuove condizioni sui cui non solo dobbiamo formulare un giu­
dizio, ma sulle quali dobbiamo agire prima che scocchi la no­
stra ultima ora.
Il presente rapporto tratta appunto di una ricerca condotta
«con una pistola puntata sulla testa». Il nostro fine è quello di
pregare che non si prema il grilletto.

l. Modi di analisi della propaganda

In un certo senso, l'analisi dettagliata della propagan­


da non è un fenomeno nuovo. Infatti, negli ultimi decen­
ni, sono stati studiati gli effetti di film, di programmi ra­
diofonici e di materiali giornalistici. Nel complesso, tutta­
via, questi studi hanno trattato degli effetti complessivi
del materiale propagandistico in generale. Queste ricerche
- ad esempio quelle di L.L. Thurstone - hanno conse­
guentemente limitato i loro risultati generali ad osserva­
zioni di questo tipo:

Un film razzista The Birth of a Nation aumentò, fra il pub­


blico sottoposto ad indagine, i sentimenti di ostilità nei con­
fronti dei negri.
Il film Streets o/ Change che ritraeva un giocatore d'azzardo
come «un personaggio interessante e simpatico» portò, per ra­
gioni che non sono state accertate, ad una più forte condanna
del gioco d'azzardo.
930 La soàologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

Fra gruppi di studenti, il film Al! Quiet an the Western


Front provocò reazioni più violente contro la guerra del film
]ourney's End.

Si noterà che questa ricerca non dice molto degli ele­


menti specifici della propaganda che hanno provocato
questi effetti. Pure, questo è proprio il problema a cui
sono interessati lo sceneggiatore e il produttore. Se essi
debbono trarre un vantaggio dalle ricerche sulla propa­
ganda, queste ultime debbono essere dirette a scoprire gli
effetti tipici di aspetti definiti e specifici della propaganda,
oltre naturalmente a scoprire gli effetti complessivi. Quali
sono le caratteristiche di una propaganda efficace in de­
terminate condizioni? In questo saggio, esamineremo al­
cuni studi recenti che mettono in relazione specifici ele­
menti di propaganda con tipi definiti di risposta.
Prima di esaminare i metodi d'analisi degli effetti della
propaganda, dobbiamo cercare di dissipare un'illusione
piuttosto diffusa. È chiaro che, in generale, gli scrittori di
materiali propagandistici non possono sapere come il
pubblico reagirà ai loro prodotti semplicemente facendo
affidamento sulla loro intuizione oppure osservando le
proprie reazioni. Diversi esempi, il primo dei quali ha più
un carattere educativo che propagandistico, illustreranno
quali reazioni inaspettate può provocare lo scrittore.
Un abile scrittore aveva steso un primo abbozzo delle
istruzioni per l'impiego delle tessere di razionamento usa­
te durante la seconda guerra mondiale e nel far questo
aveva cercato di essere il più chiaro possibile. Veniva inol­
tre assistito in questo compito da consulenti specializzati
in psicologia. lntervistatori addestrati presentarono le
istruzioni alle massaie e osservarono le loro reazioni. Sulla
base di queste osservazioni fu preparato un secondo ab­
bozzo e anche questo fu sottoposto a verifica per mezzo
di interviste. Finalmente fu adottato un terzo schema an­
cora modificato in base all'ulteriore verifica. Un obiettivo
La propaganda radio/onica e cinematografica 93 1

centrale era quello di rendere chiaro che i tagliandi delle


tessere di diverso valore potevano essere sommati per rag­
giungere un dato numero di punti.
Si era ritenuto che, dal momento che la gran maggio­
ranza della gente sa usare i francobolli, sarebbe stato utile
includere nelle istruzioni un'analogia in questo senso. Dal­
la posizione dello scrittore, chiuso nel proprio studio, non
era presumibilmente possibile prevedere che questa sem­
plice analogia avrebbe provocato commenti di questo ge­
nere:

Non mi ero reso conto che si dovessero spedire.


Non sembra che ci sia nessun posto per incollarli.

Questo esempio banale di risposta inaspettata riflette


semplicemente una frattura nelle comunicazioni. Altri
esempi sono forniti da film che sottolineano la crudeltà e
l'immoralità dei nazisti. Episodi che miravano chiaramen­
te a mettere in luce l'indifferenza e il disprezzo dei nazisti
per le più elementari esigenze umane sono a volte valutati
dal pubblico in termini tecnici: essi sono presi come
esempi dell'efficienza nazista. Le implicazioni emotive e
morali che erano lo scopo dei produttori di questi film
sono trascurate dagli spettatori.
Lo stesso modello di risposte inaspettate si trova an­
che nel campo delle trasmissioni radiofoniche. Sotto gli
auspici di un'associazione medica, fu trasmessa alla radio
una conversazione sui raggi X, conversazione che faceva
parte di una campagna che cercava di promuovere un
«giusto» uso dei servizi sanitari da parte dei membri della
comunità. L'oratore, un noto radiologo, cercava di dissua­
dere i suoi ascoltatori dal rivolgersi a praticoni non auto­
rizzati (ciarlatani) per esami e trattamenti con raggi X.
Nel tentativo di rendere più efficace la sua perorazione,
egli sottolineò ripetutamente «i pericoli connessi all'uso
dei raggi X e i pericoli di fare esami radiologici». Le buo-
932 La soàologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

ne intenzioni del radiologo provocarono ansietà inaspetta­


te. Alcuni ascoltatori - che in nessun caso avrebbero con­
sultato dei ciarlatani - espressero i loro nuovi timori:

Ha ottenuto il risultato che le persone non vogliono più né


esami né cure radiologiche. Dalle sue parole appariva così peri­
coloso. n medico usa un riparo di piombo e porta i guanti.
Dopo questo la gente non vorrà più fare neppure una radiogra­
fia. Sarà terrorizzata.
Mi sembra che potrebbe far male. Sentendo parlare di cor­
renti e cose del genere io credo che come minimo sia poco pia­
cevole.

n modello di risposta imprevista pone molti interrogati­


vi fondamentali. Come possiamo analizzare film, program­
mi radiofonici e stampa di propaganda in modo tale da po­
ter stabilire quali elementi hanno maggiori probabilità di
provocare determinati effetti? I procedimenti per raggiun­
gere questo scopo sono quelli attualmente conosciuti col
nome di analisi del contenuto. Vi sono altri interrogativi.
Come possiamo identificare quelle risposte che sono effetti­
vamente provocate dalla propaganda? Fino a che punto
possiamo spiegare le diversità fra le risposte previste e quel­
le reali? Possiamo costruire una riserva di esperienze e in­
terpretazioni che ci permetta di prevedere con una certa at­
tendibilità le risposte a vari tipi di propaganda in modo che
si possano minimizzare o evitare reazioni indesiderabili in­
tervenendo sul materiale propagandistico prima che sia
usato? Chiameremo analisi delle reazioni i procedimenti de­
signati per rispondere a queste domande.
Ed ora affronteremo quello che riteniamo sia il nostro
principale compito: riferire sulla nostra esperienza bienna­
le nell'analisi di vari tipi di propaganda. Richiamando l'at­
tenzione sui problemi concretamente incontrati in questi
studi, forse potremo chiarire alcuni dei procedimenti che
sono stati sviluppati nel campo dell'analisi di contenuto e
dell'analisi delle reazioni.
La propaganda radio/onica e cinematografica 933

2 . Analisi del contenuto

Il documento propagandistico - un opuscolo, un film,


un programma radiofonico - viene per prima cosa esami­
nato per determinare quali potranno essere i tipi di rea­
zione alle sue diverse parti componenti, ai suoi diversi
aspetti o al documento considerato totalmente. Forse si
può supporre che chiunque esamini il materiale di propa­
ganda ne conoscerà il contenuto. Questo è tutt'altro che
vero. L'analisi del contenuto richiede certi procedimenti,
basati sulla teoria psicologica e sull'esperienza clinica oltre
che sulla teoria sociologica, che permettono di individuare
le probabili reazioni al contenuto di un messaggio.
Un'analisi che si basi semplicemente sulle impressioni non
è sufficiente. Il contenuto di un programma radiofonico
di 15 minuti o di un film di un'ora può essere adeguata­
mente valutato solo mediante procedimenti sistematici.
Come abbiamo bisogno di un cannocchiale per vedere un
oggetto situato ad una grande distanza, così è necessario
avere delle tecniche, talora anche straordinariamente sem­
plici, per percepire un flusso di esperienza che si estende
per un lungo periodo di tempo. Queste tecniche sono
molto diverse e vanno dal calcolo della frequenza di certi
simboli chiave fino allo studio della struttura del docu­
mento propagandistico nella sua totalità o di una intera
campagna pubblicitaria.
Consideriamo pochi esempi del tipo più semplice:
l'analisi dei simboli. Un a serie di programmi radiofonici
con intento p atriottico conteneva circa 1 . 000 simboli che
indicavano le nazioni alleate (o i suoi membri, ad ecce­
zione degli Stati Uniti) e le nazioni dell'Asse (collettiva­
mente o singolarmente ) . Dall'esame della frequenza di
queste rispettive serie di simboli in dodici programmi,
emersero diverse uniformità che riflettevano una struttu­
ra dei programmi che andava contro le intenzioni dichia­
rate dei produttori. In tutti i programmi, tranne in uno,
934 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

la frequenza dei simboli indicanti le nazioni alleate era


positivamente correlata a quella dei simboli riferentisi al­
l' Asse: un aumento o una diminuzione di una serie di
simboli era associato ad un aumento o ad una diminu­
zione dell'altra. Questo fatto mise in luce un modello si­
gnificativo di questi programmi. L'interesse per le nazio­
ni alleate era in gran parte limitato al loro ruolo nella
guerra contro l'Asse ed esse venivano nominate raramen­
te in altre occasioni. Per questa serie di programmi, le
nazioni alleate erano gli «amici del tempo del pericolo» e
venivano considerate soprattutto quali alleati che aiuta­
vano a combattere l'Asse e non quali alleati con cui si
avevano altri legami di affinità o simpatia, indipendente­
mente dalla guerra. I programmi non si riferivano a loro
come a società, ma come a nazioni che dimostravano co­
raggio e valore militare. Si rendeva omaggio agli eroici
caduti sovietici e ci si rallegrava che fossero nemici di
Hitler, si elogiavano gli inglesi che avevano così a lungo
tenuto la fortezza britannica contro i nazisti, oppure si
compiangeva il destino delle nazioni occupate, ma anche
in questo caso solo in relazione alla loro esperienza del­
l' occupazione militare. Poiché ci si riferiva alle nazioni
alleate quasi esclusivamente in relazione ad argomenti
del genere, non è sorprendente che si sia trovata un'as­
sociazione fra la frequenza dei simboli che si riferiscono
ad esse e quelli che si riferiscono all'Asse. Bisogna nota­
re che l'analista, e probabilmente anche i produttori di
questi programmi radio, non avrebbe scoperto questo
tipo di struttura se non vi fosse stato il calcolo dei sim­
boli.
Questa serie di programmi faceva inoltre largo uso di
personalizzazioni in riferimento al nemico: circa il 25 % di
tutti i simboli indicanti il nemico si riferiva a Hitler, Mus­
solini, Goring, ecc., mentre per quel che riguarda le na­
zioni alleate e gli Stati Uniti si faceva uso di questo gene­
re di simboli solo rispettivamente nelle percentuali del 4 e
La propaganda radio/onica e cinematografica 935

dell' 1 1 % . Questo uso di stereotipi personalizzati presen­


tava il nemico come una piccola banda di uomini malvagi
e supponeva implicitamente che, un� volta distrutti questi
uomini, tutto sarebbe andato bene. E un genere di perso­
nificazione che risulta più che accettabile agli ascoltatori,
poiché si accorda con idee semplicistiche molto diffuse,
molto simili alla nozione, ad esempio, che si debba com­
battere il crimine punendo in primo luogo i criminali e
non facendo ricorso a misure preventive.
Sempre a proposito dei simboli, abbiamo trovato che
diverse distribuzioni di termini, usate per indicare il nemi­
co in film documentari, si riflettevano nei commenti degli
spettatori che successivamente intervistammo. Così, se il
commentatore del film identificava più di frequente come
nemico la satanica figura di Hitler o l'intero popolo tede­
sco piuttosto che i nazisti, ciò si rifletteva nel modello di
risposte del pubblico. Dobbiamo solo ricordare le reazio­
ni alla clausola sulla responsabilità di guerra del trattato
di Versailles per renderei conto che l'argomento ha una
importanza politica notevole. La propaganda del tempo di
guerra può inavvertitamente ignorare il carattere nazista e
fascista del nemico e accumulare così una riserva di ostili­
tà orientata in modo sbagliato per il periodo del dopo­
guerra.
Un altro esempio è fornito da un opuscolo per i negri.
I temi principali dell'opuscolo erano due: è vero che i ne­
gri continuano ad essere soggetti alla discriminazione raz­
ziale, ma, nondimeno, essi hanno fatto grandi progressi
nella nostra società democratica che ha dato la possibilità
a molti di loro di raggiungere il successo personale e di
contribuire al benessere della comunità. Al contrario, Hit­
ler ha sempre espresso il suo disprezzo per le popolazioni
di colore e, se egli avesse vinto la guerra, tutte le conqui­
ste e i progressi dei negri sarebbero state eliminate. Il
contenuto dell'opuscolo poteva quindi essere classificato
in due categorie: il materiale che si riferiva «ai vantaggi e
93 6 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

alle conquiste dei negri nella democrazia» e quello con­


cernente «le privazioni che una vittoria di Hitler avrebbe
comportato». Vi erano 189 paragrafi e didascalie che si ri­
ferivano per 1'84 % ai vantaggi presenti e per il 16% alle
eventuali perdite sotto il nazismo. Ai produttori dell'opu­
scolo sembrò evidentemente ragionevole distribuire in
questo modo i due temi.
Ma l'opuscolo conteneva due tipi di presentazione:
uno era l' articolo di un noto scrittore negro e l'altro una
serie di fotografie a grande rilievo con brevi didascalie.
Un'ulteriore analisi tematica trovò che le fotografie e le
didascalie da un lato e l'articolo dall'altro presentavano i
due temi in proporzioni completamente diverse. Circa il
73 % degli elementi dell' articolo si riferiva alle eventuali
privazioni sotto Hitler e il 27 % ai risultati raggiunti e rag­
giungibili in una democrazia, laddove il 98% delle foto­
grafie e didascalie si riferiva ai risultati e conquiste dei ne­
gri e solo il 2 % alla minaccia hitleriana.
È un dato provato che la maggior parte della popola­
zione, e particolarmente la popolazione negra con il suo
più basso livello di istruzione, preferisce generalmente
guardare le fotografie e le didascalie piuttosto che leggere
un articolo lungo. In questo caso le fotografie praticamen­
te ignoravano il tema delle privazioni dei negri in caso di
vittoria nazista e la conseguenza fu che l'opuscolo, in gran
parte, non raggiunse il suo scopo. Certi atteggiamenti dei
negri furono analizzati prima e dopo la lettura dell' opu­
scolo. La maggior parte dei lettori si sentì orgoglioso e
mostrò un più alto livello di coscienza del proprio valore
in seguito a questa testimonianza delle realizzazioni e dei
contributi alla civiltà della propria razza. Ma l'opuscolo
non servì allo scopo, che era quello di rendere coscienti i
negri dei loro speciali motivi alla lotta contro il nazismo,
in quanto i lettori, nella maggioranza, non avevano colto
questo messaggio essenziale del proprio particolare inte­
resse alla lotta.
La propaganda radio/onica e cinematografica 93 7

Per quanto superficialmente, questi due esempi illu­


strano i modi in cui una semplice numerazione dei simbo­
li chiave e un'analisi tematica permettono di scoprire certi
errori del propagandista che ad un primo sguardo non è
possibile individuare. Ciò serve anche come guida alle in­
terviste con le persone a cui la propaganda è indirizzata.
Vi sono altri tipi di analisi del contenuto che possono es­
sere brevemente riassuntF:

l. Calcolo dei simboli: si tratta della identificazione e del


conteggio di specifici simboli chiave nelle comunicazioni. Ciò
indica semplicemente, in modo essenziale, i simboli che sono
stati al centro dell'attenzione del pubblico. Il calcolo dei tipi
particolari di riferimento al nemico nei commenti dei film docu­
mentari illustra questo genere di analisP.
2 . Classificazione unidimensionale dei simboli: questa è una
leggera elaborazione del tipo precedente. I simboli sono classifi­
cati a seconda che siano impiegati, generalmente, in contesti po­
sitivi (favorevoli) o negativi (sfavorevoli). Così la Gran Bretagna
può essere descritta in termini + (vittoriosa, democratica, corag­
giosa) o in termini - (sconfitta, divisa in caste, perfida) . Questo
tipo di analisi è il primo passo per determinare le distribuzioni
più efficaci di simboli in vista del raggiungimento di un certo
risultato. Può servire a controllare la tendenza, spesso senza ef­
ficacia, di servirsi di contrasti radicali, senza sfumature. Quando
è applicata alla propaganda nemica, questo tipo di analisi forni-

2 Un esame esauriente delle procedure dell'analisi del contenuto è


ora disponibile: B. Berelson, Content Analysis in Communications Re·
search, Glencoe, The Free Press, 195 1 . Vedi anche H.D. Lasswell, A
Provisional Classi/ication o/ Symbol Data, in «Psychiatry», l , 1938, pp.
197-204; D. Waples et al. , What Reading Does to People, Appendix B,
Chicago, 1940; N.C. Leites e I. De Sola Pool, On Content Analysis,
Experimental Division for the Study of Wartime Communications, Do­
cument n. 26, settembre 1942.
3 Vedi, per esempio, T.D. Lasswell, The Wor!d Attention Survey,
in «Public Opinion Quarterly>>, 194 1 , 3 , pp. 452-462.
93 8 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

sce una base per valutare la relativa sicurezza o incertezza del


nemico4 •
3 . Analisi degli elementi: si tratta della classificazione di
segmenti o parti della propaganda (per esempio, scene di un
film, canzoni in un programma radiofonico, fotografie in un
opuscolo) . Ciò richiede una scelta di elementi significativi e non
significativi sulla base di una teoria psicologica del «valore del­
l'attenzione». Questi elementi colpiranno l'interesse principale o
gli interessi secondari del pubblico? Come verranno interpretati
questi elementi da pubblici diversi? In numerose analisi di film,
è stato possibile prevedere le scene e le sequenze che sarebbero
state al centro dell'attenzione del pubblico.
4. Analisi tematica: si tratta della classificazione dei temi
espliciti e impliciti (simbolici) del materiale di propaganda. A
differenza della precedente, questa analisi si occupa del suppo­
sto significato complessivo di una serie di elementi5 .
5 . Analisi strutturale: riguarda le interrelazioni dei vari temi
nella propaganda. Queste relazioni possono essere complementa­
ri (il nemico è crudele, noi siamo pietosi), integrate (il nemico è
crudele, ingannatore, aggressivo, empio), interferenti (quando i
temi operano annullandosi od ostacolandosi a vicenda; ad esem­
pio, il tema della forza nazista provoca ansietà)6.
6. Analisi della campagna propagandistica: tratta delle imer­
relazioni fra diversi documenti che sono destinati ad uno scopo
generale comune. Mentre l'analisi strutturale si occupa delle in­
terrelazioni che esistono entro un unico documento di propa­
ganda, l'analisi della campagna tratta delle relazioni fra una se­
rie di tali documenti. Vi sono implicati problemi di sequenza,

4 Per esempio gli studi di H. Speier e E. Kris, Research Project on


Totalitarian Communication, at the New School /or Social Research, una
inedita analisi dei simboli della serie radiofonica «This is War», Bureau
of Applied Social Research, Columbia University.
5 Per esempio uno studio di Gregory Bateson di un film di propa­
ganda nazista. Vedi, anche, S. Kracauer, Propaganda in the Nazi War
Film, New York, Museum of Modern Art Film Library, 1942.
6 Per esempio Kracauer, Propaganda in the Nazi War Film, cit.;
anche gli studi di film dell'Office of Radio Research.
La propaganda radio/onica e cinematografica 93 9

di durata, di importanza relativa, di successione temporale oltre


che le relazioni che abbiamo menzionato nell'analisi strutturale7 .

Da questo sommario possiamo constatare che uno dei


compiti principali dell'analisi del contenuto è di fornire
delle indicazioni sulle probabili reazioni alla propaganda.
Ma questo non è sufficiente. Dobbiamo vedere anche se
queste probabili reazioni effettivamente si producono, se
l' analisi del contenuto è complessivamente valida. Ciò ri­
chiede delle interviste con i membri del pubblico, intervi­
ste di un tipo particolare che chiameremo «interviste fo ­
calizzate»8 .
Per inciso vi è una integrazione fra l'analisi del conte­
nuto della propaganda e le interviste focalizzate con letto­
ri e ascoltatori. Una precedente analisi del contenuto è in­
dispensabile per guidare l'intervista e l'esperienza nelle in­
terviste aiuta a rendere più acuta l'analisi del contenuto.

3 . Analisi delle reazioni

Le interviste destinate a scoprire le reali reazioni alla


propaganda sembrano, a prima vista, un compito sempli­
ce. Ma nell'esperienza concreta non è affatto così. L'uso
delle normali tecniche di intervista non è sufficiente ad
ottenere le informazioni necessarie. La maggioranza delle
persone trova difficile esprimere le proprie reazioni ad un
film o ad un programma radiofonico nei termini utili allo
scrittore, al produttore o allo scienziato sociale.
Noi abbiamo trovato che gli intervistati si dividono in
due grandi classi. Se hanno un livello di istruzione abba­
stanza elevato, essi daranno il loro consiglio su come il

7 Per esempio, gli studi delle campagne politiche, delle campagne


di propaganda per la pubblica utilità, ecc.
8 Merton, Fiske e Kendall, The Focused Interview, cit.
940 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

film «dovrebbe essere presentato» o su come il program­


ma radio «dovrebbe essere modificato» per aumentare la
sua efficacia. Essi cercano di comportarsi come consulenti
o critici professionali e ,questo è precisamente ciò di cui
non abbiamo bisogno. E stato quindi necessario appron­
tare tattiche speciali di intervista allo scopo di evitare que­
sti atteggiamenti da consulenti da parte degli intervistati e
per cercare di ottenere le loro reazioni immediate alla
propaganda.
Per l'altra classe, che trova invece difficile riferire le
proprie reazioni, si sono sviluppate p articolari tecniche di
intervista che facilitano l'articolazione verbale di tali rea­
zioni. Tutta l'intervista è concentrata sul materiale di pro­
paganda che viene preso in esame: le osservazioni dell'in­
tervistatore non dirigono l'attenzione verso aspetti definiti
del materiale, ma piuttosto cercano di facilitare l'esposi­
zione di quei particolari che hanno principalmente colpito
l'attenzione degli intervistati e delle loro reazioni agli ele­
menti che per loro sono stati significativi. Se ci è permes­
sa una metafora, l'intervistatore fornisce alla mente degli
intervistati una lampadina tascabile che illumina i linea­
menti di un film, di un programma radiofonico o del ma­
teriale stampato. Soltanto dopo che gli intervistati hanno
completamente riferito le loro reazioni agli aspetti del ma­
teriale propagandistico da cui sono stati maggiormente
colpiti, l'intervistatore completa la discussione controllan­
do quelle ipotesi, derivate dall'analisi del contenuto, che
non sono state ancora considerate. L'intera intervista è re­
gistrata parola per parola dagli stenografi. Questo permet­
te un'approfondita analisi successiva di quegli aspetti della
propaganda che hanno provocato certi tipi di reazione.
In generale, possiamo dire che un'intervista focalizzata
è valida quando raggiunge i seguenti risultati:

l . Determinare gli elementi efficaci della propaganda a cui


il pubblico ha reagito.
La propaganda radio/onica e cinematografica 94 1

2 . Determinare il più esattamente possibile la molteplice


natura di questi effetti.
3 . Rendere possibile il controllo dell'effettivo verificarsi di
quelle reazioni che si erano ipotizzate in base all'analisi del con­
tenuto.
4. Scoprire reazioni completamente inaspettate, vale a dire
reazioni che non erano state previste né dallo scrittore né da
colui che aveva analizzato il contenuto del materiale.

Sebbene tutti questi obiettivi dell'intervista siano im­


portanti, è specialmente l'ultimo quello che ha un'impor­
tanza pratica speciale. Si ricorderanno i nostri esempi del­
l'opuscolo sui negri e della conversazione sui raggi X tra­
smessa alla radio. Essi avevano lo scopo di indicare che,
senza un'analisi del contenuto, il propagandista spesso non
è capace di vedere la foresta a causa degli alberi. Possiamo
anche usare un'altra metafora e cioè che il propagandista
non vede le spine a causa della rosa. Se un propagandista
desidera comunicare un'idea o produrre una determinata
impressione, egli deve servirsi di parole, di illustrazioni e
altri simboli. Una volta che il suo opuscolo, la sua rappre­
sentazione, il suo programma radiofonico o il suo copione
vengono diffusi, è il pubblico che lo capirà come meglio
crede. Si racconta la storia di un missionario che, indican­
do un tavolo, ripeteva la parola «tavolo» finché il suo pub­
blico primitivo fosse in grado di ripeterla. Dopo un po' di
tempo, egli rimase sgomento nell'apprendere che alcuni di
essi chiamavano «tavolo» un albero, poiché ambedue era­
no di colore marrone e altri chiamavano «tavoli» i cani
perché entrambi avevano quattro gambe. In breve, ognuno
dei suoi ascoltatori aveva scelto qualche aspetto dell'ogget­
to complesso che per il missionario era così ben definito
come un tutto dalla parola «tavolo». Allo stesso modo, è
istruttivo vedere quanto spesso gli effetti della propaganda
possano essere totalmente inaspettati.
942 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

L'effetto boomerang

Il caso che esamineremo qui è tratto dall'esempio che


abbiamo già menzionato di un programma per la salute
pubblica. Casi del genere avrebbero notevoli conseguenze,
se il governo americano cercasse di mantenere le funzioni
educative e propagandistiche che esso ha assunto nel ten­
tativo di tenere alto il morale dei cittadini durante la
guerra. Essendosi abituato ad accettare alcune misure di
supervisione governativa, il popolo americano può dimo­
strarsi più favorevolmente disposto nei confronti di un
programma di salute pubblica e di attività educative pro­
mossi dal governo nel periodo postbellico.
L'esempio da noi citato, come si ricorderà, è quello del
rappresentante di un'associazione medica locale che tenne
alla radio una conversazione sui raggi X. Egli sottolineò le
precauzioni che erano necessarie per evitare le scottature
che i raggi X possono provocare; indicò come il governo
locale proteggesse i cittadini concedendo delle licenze agli
operatori dei raggi X e controllando le apparecchiature, e
mise particolarmente in risalto l'addestramento specialistico
necessario a diventare competenti in questo campo. L'ora­
tore cercava evidentemente di porre sull'avviso i suoi ascol­
tatori perché non cadessero nelle mani di ciarlatani disone­
sti e privi di competenza. Interessato professionalmente a
questo problema, egli evidentemente non si rese conto che
i suoi ascoltatori non avevano una esperienza paragonabile
alla sua e trascurò così di tradurre il problema nei termini
dell'esperienza del suo pubblico.
Indagini affini dimostrano che gli ascoltatori non posso­
no prontamente assimilare informazioni e atteggiamenti se
questi non sono legati alla loro riserva di esperienza. Se il
medico avesse descritto i metodi usati dai ciarlatani per
procurarsi dei clienti, se avesse indicato come questi posso­
no essere facilmente riconosciuti o se avesse presentato del­
le cifre sul numero presumibile di operatori senza licenza, i
La propaganda radio/onica e cinematografica 943

suoi ascoltatori avrebbero potuto assimilare il suo punto di


vista e il suo atteggiamento in proposito. Ma poiché non lo
fece, ebbe l'aria di voler sfondare delle porte aperte.

Egli parlò dei dottori autorizzati ma non mise bene in chia­


ro l'argomento. Non disse mai che cosa sarebbe accaduto se ci
si fosse rivolti ad una persona non autorizzata.

Di conseguenza, gli ascoltatori cominciarono a dubita­


re dell'importanza e, talvolta, della portata concreta del
problema. Il medico parlò in un vuoto psicologico che gli
ascoltatori dovevano in qualche modo colmare da soli.
Avevano sentito parlare della complessità delle apparec­
chiature radiologiche ed essi usarono questa nuova infor­
mazione per guardare il problema a modo loro.

Io non credo che questi awertimenti siano giustificati. Non


è che chicchessia può procurarsi un apparecchio radiologico.
Non credo che la «Generai Electric» venderebbe l'apparecchio
ad una persona qualunque che non ha l'autorizzazione per ado­
perarlo.
Non posso pensare che una persona sprowista di licenza
osi comperare un apparecchio che costerà almeno 10.000 dolla­
ri per poi esser pescata il giorno dopo da qualcuno che scopre
che non ha la licenza.

Probabilmente, per affrontare questo problema, l'ora­


tore parlò dei meriti dello specialista in termini generali.
Un'analisi del contenuto rivelò che in 14 minuti di con­
versazione vi erano stati 63 riferimenti ai concetti di auto­
rità, autorizzazione e specializzazione. Dal momento che
la conversazione faceva sorgere problemi che poi non
chiariva, essa provocò un e/fetta boomerang. L'ascoltatore
diventò sempre più impaziente e alla fine mise in dubbio
le capacità dello stesso specialista radiologo.

Vi sono moltissimi casi in cui lo stesso medico autorizzato


non usa i raggi X nella giusta maniera.
944 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

Si può avere una patente automobilistica, ma questo non


prova che si sia capaci di guidare. Così, anche queste persone
possono avere una licenza ma ciò non prova che essi siano
competenti.

Il programma sottolineò ripetutamente l'importanza di


un'appropriata specializzazione per i radiologi, ma erronea­
mente suppose che gli ascoltatori avessero la formazione
mentale necessaria per identificare l'autorizzazione con la
preparazione professionale necessaria. In conseguenza,
tutta l'insistenza dell'oratore portò prima all'impazienza,
poi all'incredulità e infine alla diffidenza.
Possiamo ritenere, pertanto, che sotto certe condizioni
la popolazione risponde alla propaganda in maniera op­
posta a quella voluta dall'autore. Nel corso delle nostre
indagini, abbiamo trovato vari tipi di questo effetto
boomerang, alcuni dei quali possono esser qui menzionati.
Il precedente boomerang dello «specialista» illustra un
tipo assai comune: esso risulta da un 'errata valutazione psi­
cologica della mentalità del pubblico. La propaganda non
produrrà le risposte previste a meno che il suo contenuto
�on corrisponda alle necessità psicologiche del pubblico.
E essenziale, perciò, se la propaganda vuole evitare un ef­
fetto boomerang, che si abbia un flusso continuo di infor­
mazioni su quelli che sono i sentimenti e gli atteggiamenti
prevalenti nella popolazione. È a questo punto che i tipi
comuni di sondaggi di opinione e altre osservazioni del
comportamento e della psicologia di massa sono legati al­
l' analisi dettagliata della propaganda.
S appiamo, ad esempio, da sondaggi di opinione pub­
blica che una forte proporzione di americani credeva,
quando ciò non era affatto vero, che gli Stati Uniti avesse­
ro l'esercito più grande, la più vasta produzione di mate­
riali bellici e che essi fossero quelli che avevano dato il
maggior contributo alla vittoria contro l'Asse. Pertanto, i
film che cercano di sottolineare i contributi alla vittoria
La propaganda radio/onica e cinematografica 945

degli alleati degli Stati Uniti dovrebbero essere fatti in


modo da non accrescere questo etnocentrismo. Se si vuole
mostrare ciò che hanno compiuto gli inglesi, i russi o i ci­
nesi, le sequenze che trattano degli aiuti e di altri contri­
buti forniti dagli americani devono specificamente ed
esplicitamente indicare i limiti di questi aiuti. In caso con­
trario, avremo l'effetto boomerang indicato più sopra, per
cui un settore del pubblico, la cui psicologia è stata tra­
scurata, volgerà il film a fini diversi da quelli voluti.
Un secondo tipo di effetto boomerang entra probabil­
mente nel minimo ineliminabile di risposte boomerang.
Esso nasce dal dilemma dello scrittore che deve indirizzare
la sua propaganda ad un pubblico psicologicamente eteroge­
neo, vale a dire a quel pubblico che ha diversi atteggiamenti
mentali nei confronti di un determinato argomento. Lo
stesso materiale, che può essere efficace per un dato setto­
re del pubblico, può produrre effetti opposti in un altro
settore psicologicamente e socialmente diverso.
Prendiamo un esempio. Un programma radio a fini
patriottici, che fu trasmesso subito dopo Pearl Harbour,
aveva due temi principali. Il primo sottolineava il potere e
la forza delle nazioni alleate e aveva lo scopo di combatte­
re il disfattismo; il secondo accentuava la forza del nemi­
co nel tentativo di ridurre l'eccessivo ottimismo e il com­
piacimento per la propria potenza. Il problema è suffi­
cientemente chiaro: non è forse possibile che, col mettere
in risalto la forza delle nazioni alleate, si accrescesse l' otti­
mismo di quelli che erano già ottimisti e, correlativamen­
te, che i riferimenti alla potenza del nemico aumentassero
il disfattismo di quelli che erano già disfattisti?9 Giudican­
do dalle interviste, questo è proprio ciò che avvenne.
Non è un compito facile evitare che si abbiano reazio-

9 Di fatto, vi è una qualche prova sperimentale, per quanto debo·


le, che le persone rispondano selettivamente in modo tale da rinforzare
i loro correnti atteggiamenti e sentimenti.
946 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

ni opposte da differenti settori del pubblico. Ciò è reso


ancor più complicato dalle oscillazioni, talvolta da oscilla­
zioni di «temperatura», dell' «atteggiamento mentale del
pubblico», che di volta in volta può essere prevalente­
mente «ottimistico» o prevalentemente «pessimistico».
Ancora una volta è evidente che se «la propaganda pa­
triottica» vuol essere funzionalmente appropriata alla si­
tuazione, devono esserci informazioni continue sugli
orientamenti emotivi che prevalgono nella popolazione.
Un terzo tipo di boomerang è forse più importante
degli altri poiché può essere in gran parte eliminato in se­
guito ad un' analisi adeguata del materiale di propaganda.
Possiamo chiamare questo tipo il boomerang strutturale,
che risulta da temi diversi contenuti nello stesso documento
di propaganda i quali operano ostacolandosi a vicenda. Se il
propagandista considera separatamente i diversi temi del
suo materiale di propaganda e ignora le loro interrelazioni
psicologiche e sociali, può trovare che il suo documento
totale è incapace di raggiungere i suoi fini. Se si vuole evi­
tare un tale risultato è necessaria l'analisi strutturale delle
relazioni fra i diversi temi.
Un caso ipotetico, sostanzialmente simile a quelli che
sono emersi dalle nostre analisi, può servire ad illustrare il
boomerang strutturale. Molti film, prodotti p rima dell'en­
trata in guerra dell'America, contenevano fra gli altri due
temi dominanti. Il primo di questi metteva in rilievo la
grande crudeltà, il sadismo dei nazisti e la minaccia che
essi rappresentavano per il modo di vita americano. Era
un tema che veniva illustrato vividamente da scene di
maltrattamenti di civili, motivati semplicemente dalle con­
vinzioni politiche o religiose di questi ultimi. Nelle inter­
viste si scoprì che le sequenze di questo genere provoca­
vano sentimenti profondamente aggressivi in un numeroso
settore del pubblico.
Era abbastanza strano, tuttavia, che questi sentimenti
di aggressione nei confronti dei nazisti non producessero
La propaganda radio/onica e cinematografica 947

necessariamente l'effetto di indurre gli spettatori ad espri­


mere il desiderio che il paese entrasse in guerra, più di
quanto non facessero coloro che non avevano visto i film.
In realtà, la percentuale di coloro che desideravano che il
paese entrasse in guerra nel «gruppo di coloro che aveva­
no visto il film» era talvolta leggermente inferiore a quella
del «gruppo di controllo» costituito dalle persone che
non avevano avuto questa esperienza cinematografica.
Come poteva spiegarsi questo?
Se si fossero fatte delle interviste, il materiale avrebbe
potuto mostrare che questa evidente mancanza di efficacia
per quanto riguarda l'intervento in guerra era causata dal
fatto che nei film vi era un altro tema che operava in sen­
so contrario. Questo tema con efficacia contraria avrebbe
potuto essere l'accentuazione dell'abilità, dell'esperienza,
delle enormi dimensioni dell'esercito nazista, il tutto illu­
strato da dettagliate e vivide sequenze di unità di combat­
timento naziste in azione. Un tema simile avrebbe potuto
causare ansietà e paure a proposito di uno scontro diretto
fra gli americani e il poderoso esercito nazista, special­
mente perché in quel periodo l'esercito americano non
era ancora perfettamente preparato e organizzato.
Così, si sarebbe potuto vedere che il tema della forza
dei nazisti che provocava ansietà e timori agiva in senso
contrario al tema della crudeltà degli stessi che generava
sentimenti aggressivi e, quindi, questi ultimi non si tradu­
cevano nel desiderio realistico di un'entrata in guerra del
paese. Un'analisi strutturale adeguata di questi film avreb­
be potuto indicare tutto questo e, di conseguenza, avreb­
be potuto anche mostrare che, sebbene ciascuno di questi
temi potesse essere efficace, come in effetti era - l'uno su­
scitando ostilità, l'altro facendo conoscere agli americani
la potenza del nemico -, il risultato netto per quel che ri­
guarda l'entrata in guerra poteva essere nullo.
Questo esempio ipotetico non solo illustra un tipo di
risposta boomerang, ma dimostra anche come l'intervista
948 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

focalizzata può aumentare e arricchire il valore dell'esperi­


mento controllato tradizionale, del tipo menzionato all'ini­
zio di questa discussione. L'esperimento controllato consi­
ste nell'avere due gruppi di persone, che abbiano caratte­
ristiche il più possibile simili, uno dei quali è stato espo­
sto alla propaganda e l'altro no. Gli atteggiamenti e i sen­
timenti che si intendono studiare vengono controllati nei
due gruppi per due volte: prima e dopo che il gruppo
sperimentale sia esposto alla propaganda. Se i due gruppi
sono veramente simili, le differenze di atteggiamento che
si riscontrano fra essi nel secondo controllo possono attri­
buirsi alla propaganda. Ma supponiamo che per certi at­
teggiamenti non si riscontri alcuna differenza significativa,
come nel caso dell'esempio che abbiamo fatto sui film e
l'intervento in guerra. L'esperimento controllato non ci
dirà il perché di questa mancata differenza. I suoi risultati
danno solo l'effetto netto della propaganda su questo atteg­
giamento e non dicono nulla sulla più complessa dinamica
delle reazioni che porta a questo effetto. Ma, come abbia­
mo visto, il fallimento del film avrebbe potuto essere cau­
sato dal fatto che due temi, ciascuno dei quali efficiente,
producevano delle reazioni che si annullavano a vicenda.
Il materiale delle interviste avrebbe consentito di avere
una spiegazione psicologica delle reazioni che i risultati
sperimentali non erano in grado di dare.
Un quarto tipo di boomerang merita di essere discus­
so brevemente, anche perché è molto frequente nella pro­
paganda. Questo boomerang risulta da ciò che possiamo
chiamare, con le debite scuse a Whitehead, la fallacia della
esemplz/icazione malintesa. Qualora la propaganda tratti di
argomenti familiari ad un dato pubblico, c'è il rischio che
i particolari esempi scelti non siano considerati rappresen­
tativi da una parte del pubblico, poiché non sono coerenti
con la sua esperienza. L'opuscolo che trattava dei negri e
della guerra, di cui abbiamo già parlato, aveva come tema
principale i vantaggi economici e sociali goduti dai negri
La propaganda radio/onica e cinematografica 949

nella democrazia americana. Il tema era in gran p arte illu­


strato da fotografie di negri che avevano raggiunto posi­
zioni economiche e sociali ragguardevoli, di abitazioni at­
trezzate e confortevoli e simili. Circa il 40% di un cam­
pione di negri intervistati considerò «falso» l'intero opu­
scolo a causa del marcato contrasto fra la loro personale
esperienza e le loro osservazioni e gli «esempi di progres­
so» contenuti nell'opuscolo.
Bisogna notare che il fatto che gli esempi siano veri
non impedisce che essi producano una risposta boom­
erang. Il lettore si riferisce alla sua esperienza immediata e
se vede che non vi è corrispondenza fra essa e per gli
esempi contenuti nel documento, egli rifiuta tutto quanto
con decisione. La sfiducia prodotta da tali contrasti fra
«fatti» e «propaganda» tende ad essere generalizzata e di­
retta a tutto il documento.
Inoltre, le risposte boomerang vanno molto oltre le
persone che le sperimentano direttamente e inizialmente.
Nel discutere il documento con altri, il lettore diffidente
diventa una fonte di contagioso scetticismo. Egli predi­
spone altri potenziali lettori al medesimo atteggiamento di
sfiducia. Così, l'analisi del contenuto e l'analisi delle rea­
zioni, che eliminano tali basi di risposte boomerang,
adempiono una importante funzione profilattica.
Il nostro resoconto comprende un numero di esempi
di analisi della propaganda che può forse essere sufficien­
te ad aiutarci a superare una difficoltà che si incontra pe­
rennemente con gli scrittori e i produttori della propagan­
da. Lo scrittore creativo spesso non può accettare l'idea
che ciò che a lui appare come espressione unica di un
momento di ispirazione possa eventualmente essere mi­
gliorato o semplicemente sottoposto a ciò che a lui sem­
bra soltanto un processo di controllo meccanico. Ma tutto
questo va oltre il nostro problema. Non si vogliono criti­
care gli artisti, gli artigiani e i tecnici che creano questa
propaganda, né si deve pensare che la nostra prosaica
950 La soàologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

analisi sia capace di mantenere l'abile retorica e il ritmo


che danno alla propaganda la sua efficacia di spettacolo.
Si è d'accordo che non si può insegnar loro il proprio
mestiere e che le idee creative, siano esse espresse in pa­
role, in suoni o immagini, non possono essere prodotte
sinteticamente10• Ma la ricerca sistematica è necessaria per
vedere se i propagandisti hanno raggiunto i loro scopi.
Proprio come i ricercatori non possono scrivere sceneg­
giature adeguate, così siamo convinti che i propagandisti
spesso non possono giudicare gli effetti psicologici dei
loro prodotti se non usano tecniche come quelle da noi
descritte. Si potrebbe anche pensare che è nella natura di
questo problema che il propagandista debba trascurare al­
cune delle conseguenze indesiderate del suo lavoro.
Questo può spiegare la frequenza con cui le nostre ana­
lisi scoprono inadeguatezze che potrebbero essere previste.
Ma, di fatto, l'analisi delle reazioni è indispensabile. Questa
analisi mette in luce altri difetti che in questa discussione
non possiamo trattare con una certa ampiezza. Si prenda il
caso dei modi di presentare un programma: per esempio,
una tecnica che la radio ha preso in prestito dal cinema: il
rapido mutamento delle scene, corrispondente al montag­
gio nelle presentazioni visive. Noi riteniamo, sulla base di
alcuni test, che questa tecnica porti in generale ad una
mancanza di chiarezza per l'ascoltatore medio della radio.
Quest'ultimo smarrisce il senso della continuità dell'azione

1 0 Quindi siamo perfettamente d'accordo con le idee di Aldous


Huxley sul medesimo argomento: «... l'uomo di lettere fa la maggior
parte del suo lavoro non per calcolo, non per applicazione di formule,
ma per una intuizione estetica. Egli ha qualcosa da dire e l'espone nel­
le parole che trova più adatte esteticamente. Dopo viene il critico [leg­
gi: l'analista della propaganda], che scopre che egli usava un certo ge­
nere di mezzi letterari, che può essere classificato in un apposito capi­
tolo. D processo è largamente irreversibile. Mancando il talento, voi
non potete, con le sole regole, mettere insieme una buona opera d'ar­
te». T.H. Huxley, as a Man o/ Letters, Huxley Memorial Lecture, 1 932,
p. 28; anche R. de Gourmont, La culture des idées, Paris, 1900, p. 5 1 .
La propaganda radio/onica e cinematografica 95 1

o dell'argomento, non capisce più di che cosa si stia par­


lando e perde ogni interesse. Allo stesso modo, i riferimenti
storici arrivano spesso ad orecchi che non sentono, a meno
che non vengano chiariti con cura.
Oppure si consideri il problema dell'autenticità dei
film documentari. I propagandisti sarebbero probabilmen­
te sorpresi di sapere quanto spesso il pubblico dubiti di
vedere un reale documentario su Hitler nel suo rifugio di
montagna o di Goring in una sala di riunione. Il propa­
gandista sa che si tratta di un brano tratto da un docu­
mentario tedesco, ma il pubblico non possiede la stessa
informazione. In questo modo si genera e si diffonde la
sfiducia. Potremmo citare altri casi in cui abbiamo trovato
numerosi errori di giudizio provocati da discorsi di an­
nunciatori alla radio o di personalità che mettono a dura
prova la sopportazione del pubblico.
Abbiamo ripetutamente sottolineato come sia necessa­
rio avere dati specifici e dettagliati sulle reazioni alla propa­
ganda. Per raggiungere questo scopo abbiamo spesso usato
un dispositivo chiamato Program Analyzer. Questo mecca­
nismo, così chiamato perché fu usato per primo con i pro­
grammi della radio, può essere usato per qualsiasi altro tipo
di comunicazione che si sviluppi in una dimensione tempo­
rale, ad esempio, un film. Lo scopo del Program Analyzer
può essere spiegato brevemente. Le interviste sulle reazioni
alla propaganda debbono naturalmente svolgersi dopo la
fine del programma radiofonico o cinematografico, dal mo­
mento che non si vuole interrompere il corso normale di
questo tipo di esperienza. Come si può quindi aiutare il
pubblico a ricordare le proprie reazioni di fronte a partico­
lari aspetti del programma? Se l'intervistatore citasse speci­
fiche scene o episodi, sarebbe lui a stabilire dei centri d'at­
tenzione, senza contare che la sua descrizione potrebbe in­
fluenzare il resoconto dell'intervistato. li Program Analyzer
serve ad eliminare questi inconvenienti. .
Mentre assiste ad un film o ascolta un programma ra-
952 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

diafonico, ogni soggetto sottoposto al test preme un bot­


tone verde situato alla sua destra ogni volta che trova gra­
devole ciò che viene presentato e un bottone rosso alla
sua sinistra quando il contenuto del programma non gli
piace. Non preme alcun bottone quando è «indifferente».
Queste risposte sono registrate su un nastro magnetico
sincronizzato con il programma del film o della radio. In
questo modo, i membri del pubblico registrano la loro
approvazione o disapprovazione mentre reagiscono ai di­
versi aspetti del programma. Spiegazioni e dettagli di que­
ste risposte sono poi forniti nel corso dell'intervista foca­
lizzata di cui abbiamo parlato.
Due vantaggi di questo procedimento sono immedia­
tamente chiari. In primo luogo, è il pubblico stesso che
sceglie i settori del programma che sono per lui abbastan­
za significativi da costituire l'oggetto di una intervista par­
ticolareggiata. Ogni ascoltatore o spettatore presenta quel
che può essere definito un resoconto generale delle sue
reazioni con gli elementi del programma classificati in tre
gruppi: gli elementi che lo hanno impressionato positiva­
mente, quelli che lo hanno lasciato indifferente e quelli
che lo hanno impressionato negativamente.
In secondo luogo, le reazioni registrate sul nastro pos­
sono essere sommate insieme in modo da ottenere la
«curva di reazione» generale del pubblico. Questa curva
può essere trattata statisticamente consentendo di deter­
minare le fonti principali delle reazioni favorevoli e sfavo­
revoli. Soprattutto fornisce, assieme alla precedente analisi
del contenuto, una guida estremamente utile per l'intervi­
sta focalizzata.

4. Propaganda tecnica o propaganda difatti

Questa discussione ha forse raggiunto il nostro scopo


principale, quello cioè di aver fornito qualche idea sui pro-
La propaganda radio/onica e cinematografica 953

cedimenti usati nell'analisi psicologica della propaganda. A


questo punto dobbiamo riferire qualche conclusione gene­
rale che abbiamo raggiunto nel corso del nostro lavoro.
Una delle risposte più notevoli che abbiamo osservato
nelle nostre indagini è l'estrema e diffusa diffidenza che
molte persone mostrarono nei confronti della propaganda.
La «propagandite» ha raggiunto proporzioni epidemiche:
qualsiasi affermazione di valori corre il rischio di essere
tacciata di «mera propaganda» e così respinta immediata­
mente. Le dirette espressioni del sentimento sono sospet­
te. Commenti come il seguente sono tipici del sempre
presente uomo della strada quando crede che gli altri cer­
chino di influenzarlo:

Io credo che sia troppo stupido cercare di «farla» alla men­


te di un adulto. A me succede esattamente il contrario di quel
che dovrebbe: essi pensano che dovremmo sentirei pieni di pa­
triottismo ma è vero tutto l'opposto.
E quindi alla fine si fischietta «The Star-Spangled-Banner».
Tutti credono nella bandiera ma a nessuno piace che essa sven­
toli sulla sua faccia.

Questa sfiducia e diffidenza nei confronti del senti­


mento non sorprenderà nessuno. È evidente che vi sono
state relativamente poche fanfare durante l'ultima guerra.
Come ha detto lo psicoanalista Ernst Kris, riferendosi ai
nostri nemici come a noi stessi, «gli uomini andavano in
guerra tristemente e silenziosamente» 1 1 . O, nelle parole di
un nostro intervistato:

Nella presente situazione, non abbiamo visto i ragazzi mar-

Il È interessante notare come Ernst Kris sia giunto alle medesime


conclusioni basando la sua discussione su materiale propagandistico
completamente diverso. Si veda il suo saggio in Some Problem o/ War
Propaganda, in «The Psychoanalytic Quarterly», 1943 , 12, pp. 38 1 -399.
954 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

ciare fieri come nel 1917. Non abbiamo il sentimento della si­
tuazione.

Quali conseguenze ha questa mancanza di entusiasmo


collettivo per il propagandista che cerca di indirizzare tut­
te le energie verso l'emergenza bellica?
Le nostre osservazioni suggeriscono che tale diffidenza
è rivolta in primo luogo alla propaganda che in modo evi­
dente cerca di influenzare e scuotere la gente con appelli
generali al sentimento. I tentativi di suscitare emozioni
collettive sono accolti con scetticismo. Ma si tratta solo di
uno scetticismo parziale. Lo stesso pubblico che è pronto
a difendersi contro i fervidi appelli ai sentimenti patriotti­
ci è egualmente pronto ad accettare le implicazioni di un
altro tipo di propaganda che provvisoriamente possiamo
chiamare propaganda tecnica o propaganda di fatti.
Cominciamo di nuovo dalle osservazioni registrate nel
corso dei nostri studi: troviamo subito un interesse centra­
le per i fatti circostanziali e dettagliati, per i fatti responsa­
bili. Il commento seguente di uno dei nostri intervistati ri­
flette questo atteggiamento:

A moltissima gente (sic) non piacciono queste forme chias­


sose di patriottismo che dovrebbero commuovere. A me (sic)
piacciono i fatti.

Questo desiderio di informazioni specifiche, quasi tec­


niche, assume talvolta forme ingenue, come possiamo ve­
dere dalla seguente osservazione su un documentario che
sottolineava la forza dei nazisti:

Sono stato proprio sorpreso. Voglio dire che non credo a


tutto quel che ho letto sui giornali, ma a ciò che si vede con i
propri occhi e si sa che è autentico bisogna credere.

Una delle scene più efficaci del programma radiofoni­


co di cui abbiamo già parlato descriveva dettagliatamente
La propaganda radio/onica e cinematografica 955

come la velocità di un convoglio non fosse necessariamen­


te determinata dalla velocità della nave più lenta. In que­
sto nucleo di informazione tecnica era effettivamente con­
tenuta l'idea che gli uomini della marina mercantile si sa­
crificavano volentieri per il bene comune. La morale con­
tenuta nei fatti - «certamente i miei sacrifici non eguaglia­
no i loro» - poteva essere così accettata da coloro che
avrebbero rifiutato un appello simile ma effettuato in
modo diretto. I film che mostrano scene di battaglie o di
bombardamenti risultano efficaci se mettono a fuoco i
particolari delle operazioni invece di sottolineare il «mes­
saggio» propagandistico diretto al pubblico. I /atti parla­
no, non la propaganda.
Possiamo chiederci a questo punto: perché questo in­
teresse prevalente per i «fatti»? Quali sono le funzioni di
questo interesse? L'accaduto concreto, ricco di particolari
circostanziali, serve come prototipo o come modello che aiu­
ta la gente ad orientarsi verso la parte del mondo in cui
vive. Esso ha valore di orientamento. Per ampi settori della
popolazione, gli eventi storici in cui si trovano coinvolti
sono totalmente sconcertanti. Nazioni che un giorno sono
nemiche diventano alleate il giorno dopo. Il futuro appare
di volta in volta buio di disperazione o illuminato da pro­
messe. Molti non hanno il tempo o la capacità di capire le
tendenze o le forze che sono dietro di loro, ma sentono
quanto strettamente esse siano legate alle loro esistenze.
Tutto questo accentua un bisogno estremo di orientamen­
to. I fatti concreti diventano i modelli in base ai quali gli
eventi più complicati possono essere spiegati e capiti.
Gli esempi di questo fatto sono numerosi. Così un
episodio di un programma patriottico trasmesso alla radio
fece una grande impressione sugli ascoltatori: durante la
prima guerra mondiale, Franklin Delano Roosevelt, allora
ministro della Marina militare, accompagnò l'equipaggio
di un sottomarino in un giro di prova e, questo, subito
dopo una serie di disastri in cui erano incorsi dei sotto-
956 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

marini. L'episodio si dimostrò più soddisfacente e più ef­


ficace che se si fosse p arlato direttamente del coraggio e
della passata esperienza di guerra del Presidente. Ciò
ebbe una funzione integrante, esplicativa.

Egli dimostrò di non essere un codardo, ché se gli uomini


erano disposti a scendere, egli non era da meno. È l'uomo mi­
gliore per essere Presidente perché egli stesso è già passato at­
traverso queste cose e perché ha dimostrato ciò che è capace di
fare.

Così pure, quando i film fanno vedere l'assenza di di­


visioni armate in Inghilterra dopo Dunkerque, questo ge­
nere di fatto integrerà effettivamente diversi punti separa­
ti. È un fatto che probabilmente verrà ripetutamente cita­
to nelle interviste, poiché è di quel genere che aiuta, per
così dire, a cristallizzare l' abilità e il coraggio degli inglesi
in una simile situazione. Esso risulta efficiente laddove va­
lutazioni dirette sugli inglesi provocherebbero scetticismo
e dubbio. I fatti che integrano e «spiegano» un corso gene­
rale di eventi comprendono una componente importante di
propaganda dei fatti.
Possiamo fare un'altra osservazione generale su questo
tipo di propaganda. Abbiamo osservato che certi fatti che
contengono le desiderate implicazioni propagandistiche ri­
sultano molto efficaci. Questi sono i «/atti sorprendenti»
del tipo usato dalle rubriche giornalistiche del genere
«strano ma vero» e dai programmi di quiz. È efficace per
almeno tre ragioni. In primo luogo ha un grado elevato di
valore di attenzione: il fatto sorprendente risalta come una
«figura» contro uno «sfondo»; in secondo luogo, tali ele­
menti di informazione hanno valore di di/fusione: essi di­
ventano subito parte delle conversazioni correnti e delle
chiacchiere («Sapevate che . . . ») e molto spesso queste im­
plicazioni propagandistiche sono trasmesse a viva voce;
infine, questi «fatti sorprendenti» sono credibili: essi sono
La propaganda radio/onica e cinematografica 957

«freddi», come vengono definiti nel linguaggio popolare,


e non è quindi probabile che sviluppino la sfiducia così
ampiamente latente nella popolazione.
La propaganda dei fatti ha ancora un'altra caratteristi­
ca che la distingue dalla propaganda che cerca di persua­
dere per esortazioni dirette e a suon di tromba. Essa non
cerca di dire alla gente dove deve andare, ma mostra il
sentiero che essa dovrebbe scegliere per arrivare alla
meta. Rispetta il senso di autonomia dell'individuo la­
sciando che sia lui a prendere la decisione. La decisione è
volontaria, non forzata. La propaganda dei fatti opera per
azione indiretta, non per coercizione: ha valore di guida.
La forza cumulativa dei fatti ha, per così dire, un suo im­
pulso. È praticamente un sillogismo con una conclusione
implicita, conclusione che deve essere tratta dal pubblico,
non dal propagandista. Facciamo un esempio. Un opusco­
lo era stato pubblicato da un ente di guerra, diretto alle
famiglie degli uomini sotto le armi, allo scopo di persua­
derle a non riferire il contenuto delle lettere ricevute dal­
l' estero. L'argomento che parole dette sconsideratamente
costano vite umane e navi era pochissimo sottolineato,
mentre veniva dedicata molta cura alla descrizione dei
metodi usati dal nemico per mettere insieme tutti i vari
elementi di informazione che venivano raccolti da agenti
in differenti occasioni e in differenti luoghi. I test succes­
sivi dimostrarono che l'opuscolo riuscì nel suo scopo per­
mettendo al lettore di trarre le conclusioni inevitabili da
questa serie circostanziale di fatti. Il trarre volontariamen­
te le conclusioni difficilmente determina le disillusioni che
in genere seguono alla propaganda esortativa. L'oratoria
sfrenata può produrre una momentanea acquiescenza e
recriminazioni posteriori: le decisioni autonome sotto la
pressione dei fatti non devono pagare questo prezzo.
È abbastanza interessante vedere che anche i nostri
nemici hanno scoperto il potere della propaganda tecnica.
Questo tipo di propaganda, come ogni altro, può essere
958 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

usato bene o male. Degli pseudo-fatti possono sostituirsi


ai fatti reali. Numerosi osservatori hanno commentato la
«rappresentazione» nazista della realtà. Si è riferito, ad
esempio, che prima dell'invasione del Belgio, un ufficiale
tedesco sbarcò in un punto della costa belga, apparente­
mente costrettovi da un incidente. Sulla sua persona si
trovarono dei piani per un'invasione completamente di­
versa da quella che in realtà i tedeschi preparavano. Op­
pure, c'è l'esempio del primo bombardamento notturno
di Berlino. È stato riferito che i nazisti distribuirono a
giornali svizzeri e svedesi degli articoli che annunciavano
la gravissima distruzione di Berlino, articoli attribuiti agli
inglesi. Essi furono ritrasmessi dalla radio tedesca e la po­
polazione locale fu invitata a considerare i danni reali e a
constatare da sé che le notizie erano false. In questo
modo probabilmente molta gente trasse la conclusione
che gli inglesi avevano mentito. L'effetto di questo tipo di
propaganda fu probabilmente maggiore che se la radio te­
desca avesse direttamente messo in dubbio la veracità de­
gli inglesi.
Di sfuggita, si può osservare che la logica della propa­
ganda dei fat!i non è lontana dalla logica dell'istruzione
progressista. E tipico delle scuole progressiste che l'inse­
gnante non indichi direttamente ciò che i bambini devono
fare o pensare, ma piuttosto crei delle situazioni che li
conducano a decidere da sé la condotta e l'opinione che il
maestro ritiene conveniente.
La vostra stessa esperienza vi dirà che la propaganda
dei fatti non è un concetto <<nuovo». Il nostro scopo era
soltanto quello di formulare questa idea in termini che
possano essere di qualche valore nel progettare program­
mi patriottici, propagandistici, ecc. La sfiducia e lo scetti­
cismo ampiamente diffusi, e spinti fino all'estremo del ci­
nismo, sono forze corrosive, ma dato che esistono bisogna
tenerne conto. Se la propaganda si limita soltanto all' esor­
tazione, essa corre il rischio di aumentare la diffidenza. La
La propaganda radio/onica e cinematografica 959

propaganda dei fatti può essere utilizzata per sostituire al


cmtsmo una comune comprensione.
Né sosteniamo con questo che le esortazioni siano
completamente una cosa del passato. E sempre necessario
che vengano stabiliti valori e atteggiamenti comuni fra la
popolazione se si vuole che la propaganda sia efficace. Ma
le nostre osservazioni possono essere utili per quelli di noi
che sono interessati ad un'epoca postbellica costruttiva.
Non dobbiamo aspettare il momento in cui i problemi del
dopoguerra diventeranno urgenti per riconoscere che una
reintegrazione della società deve servirsi, entro certi limiti,
dello strumento della propaganda.
E per concludere, non dobbiamo esagerare il ruolo
della propaganda. A lungo andare, nessuna propaganda
può aver successo se va contro gli eventi e contro le forze
che sottostanno a questi eventi, come i nazifascisti hanno
cominciato a comprendere. La propaganda non è un sur­
rogato della politica e dell'azione sociale, ma serve soltan­
to a far comprendere agli individui questa politica e que­
sta azione.
Capitolo diciassettesimo

La trasmissione orale della conoscenza

l. Il concetto di pubblicazione orale


A prima vista, l'espressione «pubblicazione orale» 1 può
sembrare una contraddizione in termini. Ma in seconda
battuta la si può considerare solo un'apparente contraddi­
zione che esprime un presupposto non verificato tipico in
una cultura della stampa. Una prospettiva meno legata
alla cultura e più etimologicamente orientata ci ricorda
che per millenni «pubblicare» ha voluto dire «rendere
pubblico», vale a dire far sì che qualcosa venga conosciu­
to dai membri di una collettività. Nulla in questo signifi­
cato generale della parola, sia nell'originale latino publica­
re sia nel suo derivato inglese to publish, limita le modali­
tà per rendere pubblico qualcosa. Dopo tutto, Tacito, che
scriveva nel I secolo, difficilmente poteva aver avuto in
mente i tipi mobili di Gutenberg, del XV secolo, quando
parlò di «pubblicare» i suoi lavori, le Storie e gli Annali.
Poiché dopo Ta cito, per più di un millennio, ci furono
solo cambiamenti minori nelle tecnologie della comunica-

l Si possono trovare accenni di questo concetto apparentemente


contraddittorio in R.K. Merton, Sociological Ambivalence, New York,
Free Press, 1976, p. 1 18, nota 16; R.K. Merton, The Sociology o/ Scien­
ce: An Episodic Memoir, Carbondale, Ili., University of Southern Illinois
Press, 1979, p. 98.
962 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

zione, l'uso della parola «pubblicare» ha voluto dire quasi


la stessa cosa per Boccaccio, per esempio, solo un secolo
prima dell'invenzione della pressa per la stampa di Gu­
tenberg, quando scrive a proposito di un lavoro che «gia­
ce inattivo nelle sue mani» e che avrebbe alla fine «conse­
gnato al pubblico (emittas in publicum)»2• Di fatto sia Ta­
cito che Boccaccio vivevano in una cultura della scrittura
piuttosto che in una cultura della stampa.
La pubblicazione è ciò che le tecnologie della pubbli­
cazione permettono. Così nella cultura del nostro tempo
si può ritenere che la pubblicazione si riferisca a qualsiasi
modo di rendere pubblico qualcosa: lezioni, circolazione
di manoscritti, stampa, film, radio e televisione (per non
dir nulla dei più recenti tipi di pubblicazione, quali la fo­
tocopiatura, la trasmissione in facsimile, le reti informative
nazionali su computer) . In breve, la nostra può essere de­
scritta come una cultura multimediale. Presumibilmente,
ognuna delle varie modalità di comunicazione pubblica
svolge funzioni distinte, e talvolta complementari, oppure
può essere in competizione con altre modalità nello svol­
gere funzioni simili o identiche. Tra tutte queste modalità,
comunque, la pubblicazione orale originaria (cioè non re­
gistrata) è unica. Solo questa non fornisce alcun archivio
che possa essere consultato senza riserve dai contempora­
nei o dalle generazioni successive.
Essendo il più antico e il più pervasivo mezzo di tra­
smissione di informazioni, di conoscenze e di altre tradi­
zioni da una generazione alla successiva, la pubblicazione
orale chiaramente precede non solo l'invenzione della
stampa, ma anche la stessa invenzione della scrittura. Solo
nelle culture interamente illetterate o non letterate - o,
usando i termini della teoria Whig che qualcuno preferi-

2 R.K. Root, Publication be/ore printing, in «Publications of the


Modern Language Association», 1913, XXVIII, pp. 417-43 1 .
La trasmissione orale della conoscenza 963

sce, solo in culture preletterate isolate - esistono tradizioni


trasmesse alle generazioni successive solamente tramite la
parola dei narratori, dei bardi o dei cantastorie, delle don­
ne e degli uomini anziani, con tutte quelle strutture di
trasformazione del contenuto nel corso della trasmissione,
come l'accumulazione delle cancellature, le amnesie, le
elaborazioni, ed altre ancora, che sono state studiate dagli
antropologi e dagli etnologi (così come sono descritte, per
esempio, nell'ancora classico lavoro di Vansina, Oral Tra­
dition)3 .
L'avvento della scrittura e l a sostituzione d i una cultu­
ra orale con una cultura della scrittura non portò alla per­
dita o all'abbandono improvviso della precedente arte di
trasmissione delle tradizioni cognitive e di altre tradizioni.
Come viene notato nell'eccellente studio di Elizabeth Ei­
senstein4 , centrato sulla successiva sostituzione, nella sto­
ria, della «cultura della scrittura» con una «cultura della
stampa»:

l' awento della stampa incoraggiò la diffusione dell'alfabetizza­


zione, proprio mentre cambiava il modo in cui i testi scritti era­
no usati da élites già istruite. D'altronde, anche i gruppi istruiti
dovettero fare molto più affidamento sulla trasmissione orale nel­
l'età degli amanuensi che in seguito. Molti elementi caratteristici
della cultura orale, come coltivare le arti della memoria e il ruo­
lo di un pubblico di ascoltatori, avevano grande importanza an-

3 J. Vansina, Ora! Tradition: A Study in Historical Methodology,


Chicago, Aldine Publishing Company, 1965.
4 Composto durante un periodo di circa quindici anni, questo
contributo in due volumi alla sociologia storica della conoscenza, esau­
riente, dettagliato e vivace, esamina gli effetti dell'avvento della scrittu­
ra sulle «modalità di apprendimento, pensiero, e percezione tra le élites
istruite». (Tutto questo dovrebbe essere riformulato in modo meno re­
strittivo, forse, in quanto la Eisenstein si occupa delle élites erudite,
tecniche e scientifiche, nel periodo immediatamente precedente e im­
mediatamente successivo a Gutenberg.) Resisto alla tentazione di esporre
le linee generali di queste analisi per proseguire con l'argomento.
964 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

che tra gli studiosi amanuensi. I problemi legati alla trasmissione


orale dunque non possono essere ignorati neppure quando si stu­
diano gruppi di persone che sanno leggere e scriver!?.

Parlando del periodo immediatamente precedente e im­


mediatamente successivo all'introduzione della stampa, la
Eisenstein fornisce un ulteriore spunto a proposito della
trasmissione della conoscenza sociologica: le differenze so­
ciali e cognitive nella struttura delle relazioni e delle intera­
zioni tra insegnanti e studenti sono collegate a differenze
tra la comunicazione orale e la comunicazione scritta:

Nell'epoca della scrittura l'addestramento per apprendistato,


la comunicazione orale, speciali dispositivi mnemonici sono stati
usati di pari passo con la padronanza delle lettere. Dopo l'awen­
to della scrittura la trasmissione dell'informazione scritta diventa
comunque molto più efficiente. Non è stato solo l'artigiano fuori
delle università che ha approfittato delle nuove opportunità di
apprendimento. Di eguale importanza è stata l'estensione dell'op­
portunità per gli studenti più brillanti di andare oltre quello che
il loro insegnante poteva offrire. Per gli studenti dotati non era
più necessario sedere ai piedi di un maestro per imparare un lin­
guaggio o acquisire un'abilità accademica: potevano velocemente
acquisire certe abilità da soli, anche sbirciando di nascosto dei li­
bri vicino ai loro tutori - come fece il giovane Tycho Brahe, futu­
ro astronomo. «Perché gli anziani dovrebbero essere preferiti ai
giovani ora che è possibile per i giovani acquisire la stessa cono­
scenza con uno studio assiduo?», si chiedeva l'autore di un profi­
lo di storia del XV secolo6.

Se seguiamo le implicazioni delle lagnanze di quello

5 E.L. Eisenstein, The Printing Press as an Agent o/ Change: Com­


munications and Cultura! Tram/ormations in Early-Modern Europe,
Cambridge, Cambridge University Press, 1979, vol. I, pp. xiii-xiv, cor­
sivo nostro; trad. it. La rivoluzione inavvertita: la stampa come /attore di
mutamento, Bologna, ll Mulino, 1 986, p. 7 .
6 Ibid., pp. 65 -66.
La trasmissione orale della conoscenza 965

storico del XV secolo che possedeva senz' altro anche un


certo intuito sociologico, ci aspetteremmo che, almeno nel
campo della scienza e del sapere, la pubblicazione a mez­
zo stampa avrebbe dovuto sostituire la pubblicazione ora­
le nel corso dei cinque secoli successivi dopo Gutenberg.
Nello stesso modo ci saremmo dovuti aspettare un cam­
biamento radicale nella composizione per età delle facoltà
universitarie e di altre istituzioni di trasmissione culturale,
oppure la sostituzione di tali istituzioni, da un lato, con
istituti di ricerca destinati a produrre nuova conoscenza e,
dall'altro, con una quantità di archivi che immagazzinano
nuova e vecchia conoscenza nelle forme rese possibili dal­
la stampa e dalle tecnologie post-stampa.
Perciò, è qualcosa di simile ad un rompicapo sociolo­
gico che, con tutta l'abbondanza di libri e riviste che si
presume favoriscano l' autoapprendimento, le università
ancora esistano come istituzioni educative e che, inoltre,
la pubblicazione orale, sotto forma di lezioni, seminari, la­
boratori di insegnamento, workshop e simili, rimanga cen­
trale nelle università. Cosa spiega la persistenza ostinata
delle università ,con il loro pesante accento sulla comuni­
cazione orale? E un caso di ritardo culturale, mantenuto
in essere da forti interessi costituiti, impegnati per centi­
naia d'anni a perpetuare organizzazioni funzionalmente
obsolete o addirittura disfunzionali alla trasmissione del
sapere di generazione in generazione? È una sopravviven ­
za costosa? Aldous Huxley sembra ricordare quello stori­
co del XV secolo quando afferma:

La lezione come metodo di insegnamento risale all'epoca


classica e medievale, prima dell'invenzione della stampa. Quan­
do i libri valevano tanto oro quanto pesavano, era necessario
che i professori tenessero delle lezioni. La stampa a basso costo
ha radicalmente cambiato la situazione che aveva prodotto il
conferenziere dell'antichità. Eppure - anomalia assurda ! - la le­
zione oggi sopravvive e anzi fiorisce. In tutte le università d'Eu­
ropa [e, mettendo da parte lo sciovinismo rovesciato, si deve
966 La soàologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

aggiungere: di altri continenti] , si sente ancora ronzare e raglia­


re come si sentiva ronzare e ragliare ai tempi di Duns Scoto e
di Tommaso d'Aquino. I conferenzieri sono un anacronismo
allo stesso titolo delle cattive fognature o delle candele di sego:
è proprio ora di sbarazzarcene7.

Eppure, i conferenzieri non danno mostra di essere


superati. A questo punto possiamo solo sfiorare i margini
del rompicapo sociologico dato dalla loro persistenza e
dall'intensificazione della trasmissione orale della cono­
scenza e delle abilità, prima in una cultura della stampa, e
ora in una cultura multimediale. Una ricerca sistematica
su tale questione si deve in larga misura ancora fare, ma si
possono avanzare alcune osservazioni preliminari.
Anche se nella storia del mondo le varie modalità di
trasmissione della conoscenza e delle abilità sono apparse
seriatim, ciò non significa affatto che ogni modalità sosti­
tuisca interamente quella precedente. Parlando del pas­
saggio storico da una «cultura orale» ad una «cultura del­
la stampa», si può trasmettere inavvertitamente un assun­
to opposto: che il vecchio sia semplicemente sostituito dal
nuovo. Come abbiamo visto a partire dalla Eisenstein e
da altri, non si tratta affatto di questo: un termine descrit­
tivo quale quello di «cultura multimediale» mette l'accen­
to piuttosto sulla coesistenza di diverse modalità di comu­
nicazione pubblica.
La persistenza di vecchie modalità accanto alle nuove
suggerisce che, nonostante apparenze di superficie, non si
trovano due modalità che siano funzionalmente equivalen­
ti tra loro, come se svolgessero semplicemente lo stesso
ventaglio di funzioni con diversi gradi di efficacia. Se fos­
se vero che alcune di queste modalità fossero completa­
mente equivalenti dal punto di vista funzionale, saremmo

7 A. Huxley, Proper Studies, London, Chatto & Windus, 1949,


pp. 133- 134.
La trasmissione orale della conoscenza 967

portati ad ipotizzare un processo di selezione sociale evo­


lutiva che p rovocherebbe, alla lunga, la sostituzione di
quelle meno efficaci con quelle più efficaci. Non c'è biso­
gno di essere più stupiti di Aldous Huxley da conferen­
zieri ronzanti e raglianti per avanzare l'ipotesi - la parola
«supposizione» sarebbe ugualmente appropriata in questo
caso - che le varie forme di trasmissione orale della cono­
scenza e delle abilità svolgano delle funzioni che un libro
o un articolo non soddisfano. La pubblicazione orale e la
pubblicazione a stampa appartengono a matrici socioco­
gnitive distinte. Il linguaggio parlato spontaneo differisce
dal linguaggio scritto per attributi cognitivi e funzioni so­
ciali, così come, per le stesse ragioni, il linguaggio parlato
destinato ad essere convertito in un linguaggio scritto
(come quando si detta a scrivani o segretari) può differire
da entrambi.
Anche prima di arrivare a descrivere questa differenza
in modo pertinente e con precisione, non è certo eccessi­
vo affermare che le strutture delle relazioni sociali e co­
gnitive tra insegnanti e studenti da un lato, e tra autori, in
particolare autori deceduti, e lettori dall'altro, differiscono
in modo significativo. Comunque, non si deve accettare
questa ipotesi autoevidente senza ulteriori considerazioni.
Come ho suggerito altrove, lo studio ripetuto degli scritti
classici, in modo particolare in sociologia (e in altre disci­
pline che occupano la zona crepuscolare tra le scienze
umane e le scienze fisiche e biologiche) , comporta un'in­
terazione tra le pubblicazioni a stampa «dell'autore scom­
parso con un lettore vivente». Ho poi fatto notare:

come ogni nuova conoscenza ha un effetto retroattivo, aiutan­


doci a scoprire, nelle opere [a stampa] precedenti, anticipazioni
e adombramenti, così i mutamenti nella conoscenza sociologica
attuale, nei suoi problemi e nei suoi interessi, ci permettono di
scoprire nuove idee in un lavoro che avevamo già letto. Gli svi­
luppi recenti della nostra vita intellettuale, o quelli della disci-
968 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

plina stessa, portano in primo piano idee, o abbozzi di idee, che


erano sfuggite nel corso della precedente lettura. [. . . ] Quella
che è un'esperienza usuale nella vita intellettuale di un singolo
sociologo, può diventare un'esperienza condivisa da un'intera
generazione di sociologi. Ogni nuova generazione accumula il
suo proprio repertorio di conoscenza, reagisce a nuovi problemi
teorici e, di conseguenza, trova che molto di ciò che è «nuovo»
era già nei lavori precedenti che pure erano stati già esaminati8 .

Per certi versi, questa sorta di interazione cognitiva tra


la pagina stampata e il lettore minuzioso, in cui il conte­
nuto cognitivo della pagina cambia di carattere quando ci
si ritorna, assomiglia all'interazione cognitiva tra il confe­
renziere e l'ascoltatore attento. Ma questo p aragone è va­
lido solo fino ad un certo punto. Vorrei indicare a questo
proposito diverse differenze sistematiche di forma, sostan­
za e funzione che esistono tra l'apprendimento sui libri e
l'apprendimento attraverso un insegnante. Nella misura in
cui si trova che tali differenze esistono, il rompicapo so­
ciologico che riguarda la persistenza delle lezioni nell'uni­
versità, portato alla nostra attenzione da quel cronista del
XV secolo (di nome Jacob Filippo Foresti, ci informa la
Eisenstein) e da Aldous Huxley, può essere dipanato se
non risolto.
Oltre alle possibili differenze cognitive, ci sono diffe­
renze di interazione sociale tra la pubblicazione orale e
quella scritta. Ritengo che l'aspetto significativo della pub­
blicazione orale si trovi nella particolare rete di relazioni
sociali in cui sono inseriti insegnante e studenti, maestro e
apprendisti e gruppo dei pari in ogni fase della vita acca­
demica, che retroagisce al punto da influenzare il tipo di
sviluppo cognitivo che deriva dalla trasmissione orale del­
la conoscenza.
Ritengo inoltre che l'interazione cognitiva tra la pubbli-

8 Merton, Teoria e struttura sociale, vol. I, cit., p. 65.


La trasmissione orale della conoscenza 969

cazione a stampa e quella orale, del tipo a cui si fa riferi­


mento nella citazione precedente, sia centrale per la tra­
smissione della conoscenza tra le generazioni e al loro in­
terno, come è centrale d'altra parte per lo sviluppo ulte­
riore della conoscenza. Quello che gli studenti apprendo­
no direttamente dagli insegnanti influenza quello che essi
apprendono dai libri e dalle riviste, così come, a sua volta,
quello che gli studenti apprendono dai libri e dalle riviste
influenza quello che essi imparano dagli insegnanti. Messi
sull'avviso da Simmel, che ci insegnava che qualsiasi rela­
zione sociale, per quanto possa essere asimmetrica rispet­
to al ceto, al potere, all'autorità e all'influenza, è comun­
que ambivalente, dovremmo essere preparati a trovare che
le interazioni tra insegnanti e studenti comportano conse­
guenze cognitive per entrambi.

2 . La lezione come atto sociale

La lezione, una delle più importanti forme di pubblica­


zione orale, è un discorso più o meno formale riguardo ad
un dato argomento presentato ad un insieme di ascoltatori
(letteralmente: un uditorio) . La lezione è così un atto socia­
le, che in maniera diversa impegna il parlante e l'uditorio in
una interazione diretta. Adotto il termine comune di udito­
rio, ma, ovviamente, fino all'avvento della radio9, tale intera-

9 Il modo di dire gergale, ma appropriato dal punto di vista anali­


tico, «l'uditorio non visto» della radio - ma si dovrebbe aggiungere,
«l'uditorio non vedente» - costituisce il caso originario di un uditorio
riunito senza che ci siano spettatori. Questi uditorii sono composti in
genere da persone distribuite nello spazio piuttosto che concentrate in
un luogo. Uditori-non-spettatori riuniti si trovano anche oggigiorno in
qualche università dove, quando un corso è affollato, gli studenti ven­
gono collocati in diverse aule e in vari locali, così che essi sono in gra­
do di ascoltare, ma non di vedere, «il loro insegnante». Per alcuni sug­
gerimenti iniziali sul significato della trasmissione solamente orale di
970 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

zione era tipicamente orale e visuale. Strettamente parlan­


do, poi, con il debito riguardo verso le complesse interazio­
ni sociali che la lezione dal vivo comporta, la parola udito­
rio appare inadeguata. Occorre integrarla con un altro ter­
mine che si riferisca agli aspetti visivi dell'interazione: forse
abbiamo bisogno di resuscitare dal XIX secolo quell'orribi­
le, quasi impronunciabile, ma esatta parola coniata per l' oc­
casione, «spettatorio» (spectatory) , unica parola che si riferi­
sce a «un corpo di spettatori» o astanti. Come sottolineerò
in seguito, sono le componenti visuale e orale dell'interazio­
ne sociale che distinguono la percezione del contenuto delle
pubblicazioni orali anche - per prendere il caso limite - dal
contenuto apparentemente uguale delle pubblicazioni a
stampa. Tutto questo può aiutare a spiegare come mai an­
cora tante persone partecipino volontariamente a lezioni
pubbliche che sanno che appariranno in forma scritta, e an­
che come è possibile che certi docenti universitari preferi­
scano la pubblicazione attraverso una lezione prima di met­
tere le loro idee in stampa.
Sia il discorso orale sia il discorso scritto comportano
una grande varietà di tipi e di stili. Il ronzare e il ragliare
contro cui Huxley protestava non sono naturalmente il
solo modo di trasmissione orale della conoscenza e delle
corrispondenti abilità nelle università. Le forme che cono­
sciamo si possono ordinare, in una sequenza approssima­
tivamente graduata, a partire dalla più formale per finire
con quella meno formale, in questo modo: da ( l ) la lezio­
ne formale letta senza interruzione dall'inizio alla fine, a
cui segue immediatamente l'allontanamento del conferen­
ziere dall'aula; (2) la lezione basata su appunti o sulla sola
memoria, senza comunque ulteriori interazioni con gli stu-

conoscenza a confronto con quella via stampa, si sarebbe ben serviti se


ci si rivolgesse ad uno dei primi libri di P.F. Lazarsfeld, Radio and the
Printed Page: An Introduction to Radio and its Role in the Communica­
tion o/ Ideas (1940), New York, Arno Press, 197 1 .
La trasmissione orale della conoscenza 97 1

denti, in quel momento; (3 ) la lezione punteggiata da do­


mande e discussioni; (4) i dialoghi socratici; (5) i seminari
di ricerca e di lettura che, comportando l'interazione tra i
membri del gruppo, divergono per la struttura, e forse
per la funzione, dal dare-e-prendere che si verifica tra in­
segnante e studente in un colloquio privato; (6) il lavoro
in laboratori o in organizzazioni di ricerca, che di nuovo
comporta l'estensione dell'interazione oltre la diade tra il
maestro e l'apprendista, in cui la conoscenza e le abilità
sono sia create sia trasmesse, sia attraverso il continuo
esempio pratico sia attraverso la critica verbale durante il
lavoro; e infine, in questo inventario tronco e cautamente
meno che sistematico di vari tipi di comunicazione orale,
(7) le sessioni private individuali centrate sulle valutazioni
critiche da parte sia dell'istruttore sia dello studente del
lavoro che lo studente ha in fase di realizzazione.
In ognuna delle varie forme di trasmissione orale, esi­
ste un'ulteriore variabilità dovuta allo stile personale del­
l' operazione. Se si prende in esame in particolare la lezio­
ne universitaria in quanto forma generale, troviamo che
esiste diversità a seconda della matrice sociocognitiva in
cui le conferenze sono incassate: diversità nella rete di re­
lazioni sociali e nel tipo di interazione sociale tra l'istrut­
tore e gli studenti e diversità negli orientamenti cognitivi
dell'istruttore, tutt'e due interagenti con lo stile stesso con
il quale viene fatta la lezione.
George Herbert Mead, ci informa Leonard Cottrell1 0 ,
teneva le lezioni senza appunti, preferiva presentare i suoi
pensieri senza interruzione, e non accettava di buon grado
«domande e commenti» da parte dei suoi studenti. Stabi­
lito che stili differenti di presentazione possono svolgere
esattamente la stessa funzione, per Mead la pratica della

10 L. Cottrell, George Herbert Mead: the legacy o/ social behavior­


ism, in Sociologica! Traditions /rom Generation to Generation, a cura di
R.K. Merton e M.W. Riley, Norwood, N.]., Ablex, 1980, pp . 45-65.
972 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

lezione differiva sostanzialmente dalla pratica attribuita al


suo contemporaneo e collega all'Università di Chicago,
Robert Park. Come ci riferisce Helen MacGill Hughes 1 1 ,
Park si impegnava in un tipo di «insegnamento partecipa­
tivo», in cui sia l'istruttore sia gli studenti erano impegna­
ti in una «impresa congiunta» di ricerca, e la classe costi­
tuiva un luogo in cui avveniva solo una parte della sua
frequente interaziòne con gli allievi. Questo stile di intera­
zione intensiva fuori della classe contrasta con lo stile di
insegnamento di Robert Maclver che, come ci dice Ro­
bert Bierstedt, non «era facile per uno studente conosce­
re» e che «non parlava mai di argomenti didattici al di
fuori della classe»12•
Se si leggono uno di seguito all'altro, questi resoconti
ci forniscono ulteriori esempi di variazioni di stile in una
conferenza o nell'insegnamento. Robin Williams descrive
le lezioni di Pitirim Sorokin dalla duplice posizione di
uditore e, metaforicamente parlando, di spettatore:

In una sola ora si poteva ascoltare lo scienziato oggettivo e


il fervente moralista, l'umanista sensibile e il critico ingiurioso,
l'analista sistematico e il profeta intuitivo. Quello che si vedeva
non era solo una mente al lavoro, ma anche l 'espressione di una
personalità e di un carattere, e lo sviluppo di una vita. Quando
Sorokin fece una lezione sui mutamenti nell'arte occidentale, la
sua presentazione non assomigliava ad un cammeo finemente
lavorato, ma ad un dipinto largamente disordinato o una scultu­
ra in via di esecuzione - l'aula spesso appariva piena di dipinti
svolazzanti e di pezzi di marmo 1 3 •

1 1 H . MacGill Hughes, Robert Ezra Park: the philosopher-newspa­


perman-sociologist, in Sociological Traditions /rom Generation to Gene­
ration, cit., pp. 67-79.
12 R. Bierstedt, Robert M. Maciver: politica! philosopher and socio­
logist, in Sociological Traditions /rom Generation to Generation, cit., pp.
81-92 .
13 R. Williams, Pitirim A. Sorokin: master sociologist and prophet, in
Sociological Traditions /rom Generation to Generation, cit., pp. 93 - 107.
La trasmissione orale della conoscenza 973

Franklin Frazier, un allievo di Park, emerge nella de­


scrizione che ne fa Franklin Edwards come uno studioso
solitario molto simile a Maclver per quanto riguarda la
«riservatezza e il senso della privacy»; pochi studenti arri­
vavano a conoscerlo «come persona», mentre il suo inse­
gnamento, per la maggior parte rivolto agli studenti dei
primi anni, era condito di humor, «terapie d'urto» e spie­
gazioni estemporanee alla lavagna 14 •
Molto lontana dal linguaggio immaginoso delle lezioni
universitarie di Huxley è la descrizione che Jackson
Toby15 fa degli sforzi di Samuel Stouffer per modellare e
ripulire ogni lezione in modo che esprimesse «i suoi pen­
sieri migliori e più recenti» sull'argomento, per poi cerca­
re di fissare l'attenzione degli studenti sulle idee che stava
sviluppando usando la lavagna in modo esteso. A comple­
mento delle lezioni che si tenevano in corsi molto affollati
c'erano i seminari condotti assieme a Talcott Parsons, i
quali, nell'intenzione di Stouffer, avrebbero permesso agli
studenti di vedere «i professori al lavoro», mentre, nello
stesso tempo, essi stessi venivano impegnati in una impre­
sa collettiva di ricerca. Di nuovo, si ha più che un sempli­
ce accenno delle diverse funzioni che queste diverse for­
me di discorso orale svolgono rispetto alla trasmissione
della conoscenza, e che sono di tipo differente rispetto
alle funzioni della pagina stampata.
Nel caso di Paul Lazarsfeld , come diventa evidente
nel ritratto di James Coleman 16 , la sua grande influenza

14 F. Edwards, E. Franklin Frazier: race, educalion, and commun­


ity, in Sociological Traditions /rom Generation to Generation, cit. , pp.
109-129.
15 ] . Toby, Samuel A. Stou/fer: social research as a calling, in Socio­
logica! Traditions /rom Generation to Generation, cit., pp. 13 1-15 1 .
1 6 ]. Coleman, Pau! F. Lazars/eld: the substance and style o/ his
work, in Sociological Traditions /rom Generation to Generation, cit., pp.
153 - 174.
97 4 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

intellettuale sugli studenti - per non parlare di quella sui


suoi colleghi e i suoi collaboratori - «si esercitava intera­
mente al di là delle sue lezioni». Per lui, era l'organizza­
zione di ricerca e di addestramento che si attuava nel­
l'università, fatta di studenti e di docenti nelle varie fasi di
sviluppo, che era indispensabile al suo stile di interazione
intensiva, che si focalizzava su problemi progressivamente
definiti di sostanza e di metodo 17• Come osserva Coleman,
oltre alla sua intensa preoccupazione per l'educazione e
l'addestramento dei successori, Lazarsfeld

era pieno di idee, ma aveva il tempo di analizzare adeguatamen­


te solo una piccola parte di esse. Così era impegnato in una
continua ricerca di persone - persone che, come estensioni di
sé, potessero cogliere il problema e svilupparlo ulteriormente.
Egli stesso non smise di occuparsi dei problemi, di avere opi­
nioni forti e definite su come i problemi si sarebbero potuti ri­
solvere [. . ] . Questo era il suo stile personale - non poteva sop­
.

portare di avere una persona brillante nelle vicinanze, fosse


questo un collega o uno studente che egli rispettava, che non
lavorasse sui problemi che egli considerava importantil 8 .

Per quanto differissero per altri aspetti, Park, Stouffer


e Lazarsfeld furono evidentemente molto simili tra loro

17 Come disse Lazarsfeld del Columbia Bureau of Applied Social


Research in un'intervista concessa ad un giornalista parigino: «c'est
l'ceuvre de ma vie et c'est ce que l'on gravera, j'éspère, sur ma pierre
tombale [è l'opera della mia vita, e quello che verrà scolpito, spero,
sulla mia pietra tombale]». Per un resoconto dettagliato sullo stile di
insegnamento che vigeva nel Bureau, si veda C.Y. Glock, Organiza­
tional innovation /or social science research and training, in Qualitative
and Quantitative Social Research: Papers in Honor o/ Pau! F. Lazars/eld,
a cura di R.K. Merton, J.S. Coleman e P.H. Rossi, New York, The
Free Press, 1979, pp. 23-26, e A.H. Barton, Pau! Lazars/eld and applied
social research, in «Social Science History», 1979, 3, pp. 4-44.
18 Coleman, Pau! F. Lazars/eld: the substance and style o/ his work,
ci t.
La trasmissione orale della conoscenza 975

nel sostenere un'intensa interazione con gli studenti, i


quali, considerati alla stregua di colleghi più giovani, ap­
prendevano in grande misura per il fatto di lavorare sui
problemi affrontati dal proprio maestro. Lazarsfeld era
persuaso che questo stile di insegnamento fosse effettiva­
mente efficace solo all'interno di una matrice sociocogniti­
va propria di una organizzazione di ricerca e di addestra­
mento. In ogni caso, lo stile personale di insegnamento di
Lazarsfeld era molto simile a quello di Park, il quale,
come mostra Helen Hughes, derivava per non piccola
parte dalla sua precedente esperienza di uomo di stampa
con una formazione filosofica.
Quando fu richiesto a Talcott Parsons di parlare in un
simposio della sua esperienza a Heidelberg alla metà degli
anni '20, dove l'influenza di Max Weber rimaneva forte,
egli non poté riferire di prima mano della vita di Weber
come insegnante19. Ma, come apprendiamo da ciò che
Parsons ha definito «il famoso e affascinante Max Weber.
Una biografia di Marianne Weber»20, la vita travagliata di
Weber ci può indicare quali siano le differenze fonda­
mentali tra il discorso orale e quello stampato a partire
dall'esperienza personale di colui che esercitò in modo ec­
cellente entrambi i tipi di discorso.
Se la lezione formale per Mead costituiva di gran l un­
ga il mezzo basilare per diffondere le sue idee, per Weber

19 Parsons, The circumstances o/ my encounter with Max Weber, in


Sociological Traditions /rom Generation to Generation, ci t., pp. 3 7-43 .
20 In The Structure o/ Social Action (1 937), New York, Free Press,
1949 (trad. it. Struttura dell'azione sociale, Bologna, Il Mulino, 19862).
Le citazioni nel mio condensato resoconto provengono tutte dalla su­
perba biografia di M. Weber, Max Weber: Ein Lebensbild, Tiibingen,
Mohr, 1 926 (trad. it. Max Weber. Una biografia, Bologna, Il Mulino,
1995). Per un'analisi psicologica sottile dell'esaurimento nervoso di
Weber, si veda il capitolo 4 del libro di A. Mitzman, The Iron Cage:
An Historical Interpretation o/ Max Weber. New York, A.A. Knopf,
1970.
97 6 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

è stata invece oggetto di profonda ambivalenza per gran


parte della sua vita. Anzitutto, preparare e poi effettiva­
mente far lezione non era altro che un problema per We­
ber, quando si spostò dall'Università di Berlino, dove ave­
va un carico leggero di lezioni, prima in una cattedra a
Friburgo, e poi in una cattedra definitiva (Ordinarius) di
economia politica a Heidelberg, dove, alla giovane età di
3 2 anni, «ha come colleghi i suoi maestri di un tempo»2 1 •
In precedenza, durante l'esame pubblico della brillante
dissertazione di dottorato di Weber, Zur Geschichte der
Handelsgesellscha/ten im Mittelalter, il grande storico di
Roma antica e futuro premio Nobel per la letteratura,
Theodor Mommsen, aveva dichiarato: «Ma se devo andare
un giorno nella fossa, a nessuno più che al mio stimatissi­
mo Max Weber direi: "Figlio, p rendi la mia lancia, essa si
fa grave al mio braccio "»22• Ma una dozzina di anni dopo,
appena dopo la morte del padre, sia le conferenze che gli
scritti di Weber subirono un brusco arresto: un evento
che si rivelò molto traumatico in quanto avvenne poche
settimane dopo uno scontro violento in cui il «figlio si
erge a giudice del padre» per il modo autoritario con cui
trattava la madre23 . Weber da allora entrò in una lunga
fase di disturbi psichici e di esaurimenti nervosi periodici.
Dopo aver sospeso, ricominciato e nuovamente sospeso le
sue lezioni, «chiese di essere sollevato dalla sua posizio­
ne». Fu poi convinto a ritirare la richiesta e ad accettare al
suo posto un congedo provvisorio, solo per trovare di
nuovo insopportabile la tensione dovuta agli eroici sforzi
di riprendere successivamente l'insegnamento. Nella di­
sperazione finale, Weber rassegnò definitivamente le di­
missioni dalla carica di professore a Heidelberg.

2 1 Marianne Weber, Max Weber. Una biografia, cit., p. 3 04.


22 Ibid. , p. 168.
23 Ibid. , p. 309.
La trasmissione orale della conoscenza 977

Di immediato interesse per noi è il fatto che il disagio


psichico di Weber sembra aver influenzato la sua autore­
vole capacità di scrivere, in modo differente rispetto a
quella di far lezione: infatti, egli fu in grado di riprendere
nuovamente a scrivere dopo un periodo di depressione e
di esaurimento durato poco più di quattro anni, ma non
ricominciò a tenere - secondo lui, non poteva ricomincia­
re - un corso accademico di lezioni per circa due decen­
ni. Eppure, apparentemente, è accertato come Weber fos­
se versato sia nello scrivere che nell'insegnare: aveva ac­
quisito molta esperienza e una precoce reputazione come
grande e anche carismatico insegnante.
La biografia scritta da Marianne Weber ci fornisce ul­
teriori indizi su come potevano essere differenti per We­
ber le due modalità discorsive, orale e scritta. Per prima
cosa, un corso di lezioni originali prese seriamente - e
Weber chiaramente le prese sul serio (ogni lezione era
una libera creazione24) - in effetti impone una serie impla­
cabile e continua di scadenze. Per Weber, queste scaden­
ze diventavano molto impegnative. A Berlino, i suoi ob­
blighi di insegnamento richiedevano circa «diciannove ore
tra corsi ed esercitazioni»25 , mentre come professore ordi­
nario a Friburgo, gli erano richiesti due seminari e tre
corsi principali, di altre dodici ore di lezione a settima­
na26. Inoltre, Weber era arrivato al punto che tutte le sca­
denze gli erano gravose. Non poteva far fronte alla neces­
sità di regolare gli sviluppi del suo pensiero con un calen­
dario di obblighi che gli venivano imposti dall'esterno.
Quando, dopo quell'intervallo di quattro anni, riprese a
scrivere - quello che risultò poi essere il suo primo più
importante saggio metodologico, Roscher e Knies e i pro­
blemi logici della scuola storica dell'economia - trovò, con

24 Ibid. , p. 3 13 .
25 Ibid. , p . 273 .
26 Ibid. , p. 279.
978 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

le parole di Marianne Weber, che «la complessa indagine


sulle forme di pensiero della sua disciplina e della scienza
storica gli cresce tra le mani ma deve essere pronta per
una data precisa. Essa si trasforma così in un tormento op­
primente»27. Evidentemente, la serie di scadenze dei suoi
corsi di lezione all'università erano diventati, e sarebbero
rimasti a lungo, un peso e un tormento anche più grande.
Ci sono ampie indicazioni del fatto che, sia nei mo­
menti buoni che in quelli cattivi, le lezioni costituivano
un compito molto oneroso per Weber. Quando all'inizio
egli s'impegnò con tutte le forze per continuare le sue le­
zioni, Marianne Weber osserva che Max considera dan­
noso ogni sforzo mentale, ma è «in particolare la parola a
farsi subito sgradevole all'udito»28 . Lo stesso Weber rac­
conta: «la mia incapacità a parlare è meramente psichica,
i nervi vengono meno, e alla vista del fascicolo dei corsi
perdo semplicemente i sensi»29. Weber ricordò per molto
tempo la tensione che gli comportava far lezione. Circa
quindici anni dopo, quando i colleghi di Monaco gli
chiesero se fosse interessato a fare un seminario, egli ri­
fiutò e reagì duramente quando notò che sua moglie pen­
sava che avrebbe potuto provare: «È terribile che voi non
vi siate ancora tolti dalla mente che io possa tornare in
cattedra»30.
Durante il periodo delle difficoltà, il tormentato senso
di inadeguatezza - e anche, talvolta, di impotenza totale -
che Weber sentiva riguardo al mettere assieme e al diffon­
dere i suoi sofferti pensieri evidentemente diventava mol­
to più intenso quando lo sperimentava in pubblico, in
un'aula universitaria, rispetto a quando lo sperimentava in

27 Ibid. , p. 338; corsivo aggiunto.


28 Ibid. , p. 3 16; corsivo aggiunto.
29 Ibid. , pp. 3 18-3 19.
3 0 Ibid. , p. 69 1 .
La trasmissione orale della conoscenza 979

privato, nel suo studio domestico. Il fatto che molte per­


sone in un certo contesto potessero vedere i suoi sforzi
produceva un effetto di riverberazione, nel senso di inten­
sificare l' autodenigrazione. Almeno, nel privato della sua
casa, il fallimento dei suoi sforzi poteva rimanere nascosto
a tutti, a parte quei pochi che potevano comprendere.
Questo può essere detto in modo più generale. Oltre
alle richieste di far fronte a scadenze che si susseguono
rapidamente, la pubblicazione orale sotto forma di un
corso di lezioni originali comporta una modalità di intera­
zione sociale e cognitiva differente da quella della pubbli­
cazione a stampa. La lezione comporta una interazione di­
retta, non solamente una reazione a ciò che viene detto.
Come talvolta dobbiamo ricordare a noi stessi, colui che
fa lezione vede-e-sente un uditorio e un pubblico che pro­
babilmente valuta quello che a sua volta vede-e-sente, ol­
tre a vedere-e-sentire colui che fa lezione. Questo contra­
sta col carattere sociale delle risposte critiche da parte de­
gli individui e dei gruppi di riferimento alla pubblicazione
a stampa: sia nell'anticipazione ansiosa sia nell'evento ef­
fettivo, la stampa non ha la stessa immediatezza e gli stes­
si effetti interattivi.
Quando Weber riprese le sue lezioni all'università do­
po quella pausa di diciannove anni, in accordo con la teo­
ria di Mead, si trovò nuovamente a reagire alle risposte
visibili e udibili di coloro che, radunati di fronte a lui,
erano in effetti impegnati a valutare la sua esecuzione del
ruolo. Weber cominciò ad interpretare i cambiamenti del­
la dimensione, composizione e comportamento del suo
pubblico in quanto segnali di come venivano percepiti il
carattere e la qualità delle sue lezioni. Marianne Weber ci
dice del «tremendo sforzo» che gli costò riprendere le le­
zioni, e prosegue:

Sotto il titolo «Critica positiva della concezione materialisti­


ca della storia» Weber presenta le proprie ricerche di sociologia
980 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

della religione come pure la sua sociologia dello stato. In princi­


pio, deve ritrovare il tono adatto ai corsi e giudica la propria
prestazione «medio-buona». Il progressivo aumento della schie­
ra degli ascoltatori va tuttavia presto a testimoniargli che ha an­
cora il carisma del docente. Dopo qualche tempo, i suoi corsi si
svolgono nell'auditorio più grande con i banchi stracolmi, e cir­
ca un terzo degli ascoltatori consiste di persone mature: politici,
docenti, funzionari pubblici. Le sue lezioni sono un «evento»3 1 .

L o stesso Weber traeva inferenze dal comportamento


che osservava nel gruppo di persone di fronte a lui:

Allora, la prima lezione c'è stata [ . . . ] . Circa sessanta o set­


tanta studenti che probabilmente si ridurranno a trenta o qua­
ranta (a giudicare dal numero di quelli che prendono appunti) .
Tutto ciò mi «sfinisce» enormemente ! Meglio dieci conferenze
a braccio che due ore di corso ! Devo vedere se ce la faccio. Co­
munque un incarico completo è impensabile, me lo dièono oggi
le condizioni del mio fisico. Gli studenti sono piuttosto attenti,
non c'è da lamentarsene3 2 .

Ebbene, anche la seconda lezione (vale a dire due ore, 6-8) è


passata [ . . ] . La frequenza è aumentata, soprattutto c'è una quan­
.

tità di colleghi che prendono zelantemente appunti. Signore Id­


dio, che fatica è. Dieci conferenze a braccio non sono nulla in
confronto a due ore di corso universitario. Il semplice vincolo di
uno schema di lezione e il tener conto di quelli che prendono
appunti - è favoloso. Non riuscirò mai a fare più di due o tre ore
a settimana. E nello stesso tempo so benissimo che le mie lezioni
sono, al massimo, medio-buone. E questo a dispetto, o forse a
causa della preparazione, che del resto è indispensabile33 .

Poi, dopo aver preso come indicatori di una risposta


favorevole alle sue lezioni la dimensione, la composizione

3 1 Ibid. , p. 693 .
32 Ibid. , p. 700.
33 Ibid. , corsivi nell'originale.
La trasmissione orale della conoscenza 98 1

e il fatto che il gruppo di studenti e di colleghi prendeva­


no appunti in modo massiccio, Weber sminuisce l'impor­
tanza di questa risposta entusiastica, continua a trovare
manchevoli le sue lezioni, e conclude: «sono nato per la
penna e per la tribuna dell'oratore, non per la cattedra»34 .
Comunque, tempestato di offerte da parte di una
mezza dozzina di università che avevano avuto notizia del
suo corso di lezioni estive a Vienna, Weber accettò un in­
carico alla famosa cattedra Lujo Brentano35 a Monaco a
condizione che non dovesse più insegnare economia poli­
tica e finanza, ma che si potesse invece dedicare alla so­
ciologia. Di nuovo, le aule si riempirono - «naturalmente
avrò di nuovo l'auditorium maximum per entrambe le le­
zioni: già avantieri avevo quasi 600 iscritti per il corso sul
socialismo e quasi 400 per quello di scienza della politi­
ca»3 6 - e di nuovo la tensione della pubblicazione orale, al
contrario della pubblicazione a stampa, gli diventa troppo
difficile da tollerare. E così di nuovo, Weber giunge ad
una stoica conclusione: «adesso sono un uomo di penna,

34 Ibid.
35 Violando le norme che dovevano governare per Weber la voca­
zione dello scienziato e dell'insegnante, Brentano, «socialista della cat­
tedra», spesso «si rivolgeva alla sua classe come se si fosse trattato di
un incontro politico, ed essa rispondeva con segni di approvazione e di
disapprovazione». Schumpeter si affretta ad aggiungere, in modo vela­
tamente huxleyano: «Non voglio dire che le lezioni o i seminari in
Germania fossero proprio affascinanti. I due esempi che ho portato
[l'altro è quello del socialista Adolf Wagner] sono eccezionali. Come
regola, il professore legge da un manoscritto che spesso è ingiallito per
l'invecchiamento [ . ] Questa è la scena a cui i visitatori americani assi­
..

stettero, e la loro esperienza può essere una della cause dell'irriconci­


liabile - e, ritengo, esagerata - ostilità ai metodi di lezione che osser­
viamo in molte università americane». J.A. Schumpeter, History o/ Eco­
nomie Analysis (1954), New York, Oxford University Press, 1968, p.
802. Come ci dice Talcott Parsons, la tesi di dottorato di Schumpeter
dedica qualche pagina al concetto di capitalismo in Brentano.
36 Marianne Weber, Max Weber: Una biografia, cit., p. 791 .
982 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

non di cattedra. Ma ciò che dev'essere, dev'essere»37 .


Quello che seguì fu l'ultimo anno di tensione e di sfoggio
di erudizione per Max Weber.
La biografia di Weber e le descrizioni vivide degli stili
di insegnamento adottati da altri maestri della sociologia
sollevano molte questioni sulle diversità di stile della tra­
smissione orale delle idee e delle abilità, e sulle variazioni
concomitanti delle forme di interazione sociale e cognitiva
tra insegnanti e studenti. Quali aspetti della situazione
concreta nella quale per la p rima volta ci si imbatte in un
insieme di idee influenzano la comprensione, l'ascolto se­
lettivo o la lettura selettiva di queste idee? In che modo
questo contesto influenza il fatto che ciò che si apprende
venga incorporato successivamente nel lavoro di colui che
una volta è stato lo studente? Quali differenze ci possono
essere, se ce ne sono, nella comprensione e nell'assimila­
zione di certe posizioni, che dipendono dal fatto di essere
arrivati a certe idee dopo essere stati uditori e spettatori
di un corso formale di lezioni, in compagnia di pochi altri
o di molti altri; di aver arricchito questi incontri con l'in­
terazione personale intensiva con gli insegnanti o con i
propri pari, a differenza di situazioni in cui non si è avuta
alcuna interazione; di aver elaborato certe idee durante
dei seminari o dei lavori di gruppo o in seguito a esame
critico intensivo da parte dell'insegnante dei manoscritti
di prova degli studenti; del fatto che il maestro ha asse­
gnato all'apprendista i problemi scientifici trainanti della
disciplina? La sostanza cognitiva e la forma dell' esposizio­
ne nei vari tipi di pubblicazione orale differiscono in
modo significativo dal loro contenuto e dalla loro forma
nella pubblicazione a stampa?

37 Ibid. , p. 758.
La trasmissione orale della conoscenza 983

3 . La lezione universitaria come quasi-pubblicazione

Al di là di queste domande, l'evidenza biografica sug­


gerisce che, almeno per alcune personalità accademiche e
per i loro studenti, la lezione formale svolge distinte e im­
portanti funzioni. Una conferma che questo sia vero è
data dal fatto che si facciano lezioni anche in circostanze
che potrebbero apparire inadeguate a questa forma di
presentazione. Dopo aver presentato alcuni casi esemplari
tenteremo delle generalizzazioni.
C'è il caso di Willard Gibbs, celebre per aver formu­
lato la sua regola di fase e per altri contributi innovativi
in termodinamica e in campi limitrofi di fisica matemati­
ca, spesso descritto «come il più grande scienziato che gli
Stati Uniti abbiano mai prodotto» (una frase che ha meno
significato di quanto appaia a prima vista) . Che la pubbli­
cazione attraverso la parola e altre comunicazioni private
sia stata importante per il suo stile di lavoro è suggerito
almeno dal fatto che Gibbs ha ricoperto la carica di pro­
fessore di fisica matematica a Yale nel 187 1 , due anni pri­
ma di aver mandato in stampa il suo primo lavoro scienti­
fico38 . (Per la verità i termini di questo incarico erano che
egli non avrebbe avuto salario per i primi nove anni: ma
Gibbs si trovava nella posizione di preferire questo posto
ad uno salariato offerto a Bowdoin.) Il primo anno di
questa cattedra appena costituita troviamo Gibbs che fa
lezione ad un totale complessivo di due studenti (entram­
bi destinati a diventare professori a Yale e membri della
National Academy of Science) . Come ricorda uno degli
studenti, «nella scelta del programma di questo piccolo
corso, Gibbs non fu certo ostacolato né dalle preferenze
espresse in precedenza né da quelle dei suoi studenti; per-

38 M.J. Klein, Josiah Willard Gibbs, in Dictionary o/ Scienti/ic Bio­


graphy, New York, Charles Scribner's Sons, 1 972, vol. V, p. 387a.
984 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

ciò il suo insegnamento riveste un significato peculiare


come indicazione dello stato del suo sviluppo scientifico a
quel tempo che, forse, si sarebbe cercato invano altro­
ve»39 . Particolarmente interessante è il fatto che l'anno
successivo le sue lezioni fossero basate sul lavoro di Clau­
sius sull'entropia, e che fu durante il corso di quell'anno
che Gibbs presentò «davanti alla Connecticut Academy il
primo dei suoi lavori sulla meccanica del calore che
avrebbero affermato per sempre la sua importanza»40.
Ma l'impresa di Gibbs di far lezione in un corso con
due studenti fu sorpassata dal matematico e filosofo A.N.
Whitehead. Come scrive Roy Harrod nella sua magistrale
biografia di Maynard Keynes:

Nel successivo corso estivo ( 1 904) [Keynes] aveva dimostra­


to la sua predilezione per il meglio. Aveva seguito le lezioni te­
nute da Alfred Whitehead, tre volte a settimana, da solo. Non
fu certo un compito facile ! Experto crede. In genere tendeva a
non andarci, anche solo per risparmiare la fatica all'insegnante.
In una lettera che mi scrisse circa trent'anni dopo, Whitehead
citava Bertrand Russell e Keynes come esempi dei suoi migliori
allievi. A quel tempo mi incuriosiva sapere in che modo si pote­
va dire che Keynes fosse stato il suo alunno prediletto. La soli­
taria partecipazione al corso per tre ore a settimana di sicuro
giustificava quell' appellativo4 1 .

Harrod, bisogna ricordarlo, allude solo alla motivazio­


ne dello studente a continuare a presentarsi anche quando
egli è l'unico studente. Ma per noi è ugualmente interes­
sante riflettere sulla decisione dell'insegnante di continua­
re a far lezione ad un pubblico composto di una persona

39 C.S. Hastings, ]osiah Willard Gibbs, in Biographical Memoirs,


Washington, D.C., National Academy of Science, 1 909, vol. VI, pp.
375.
40 Ibid. , p . 375 .
4 1 Harrod, The Li/e o/fohn Maynard Keynes, cit., pp. 96-97.
La trasmissione orale della conoscenza 985

- anche se del calibro del ventunenne Keynes, anche allo­


ra destinato chiaramente a diventare il figlio anche più
eminente di un pur eminente padre. Sappiamo che quello
fu il momento in cui Whitehead abbandonò l'idea di man­
dare in stampa il secondo volume della sua Universal Alge­
bra, così come Russell stava abbandonando il secondo vo­
lume dei suoi Principles o/ Mathematics dopo aver scoper­
to che «i nostri progettati secondi volumi erano pratica­
mente identici riguardo all'argomento; così ci siamo uniti
per produrre un lavoro comune»42 • Questo difficile lavoro
in collaborazione divenne i Principia Mathematica, che, at­
teso dopo circa un anno, cominciò ad apparire in stampa
circa sette anni dopo. Come con Gibbs e il corso di due
studenti, così Whitehead con il corso di uno: la scena ap­
parentemente strana delle sue lezioni a quella irriducibil­
mente piccola classe diventa meno strana se la consideria­
mo rivolta ad aiutarlo a formulare e a diffondere le sue
idee prima che le considerasse pronte per la stampa43 •
L' apparizione d i Bertrand Russell nella storia che ri-

4 2 A.N. Whitehead, Autobiographical notes, in The Philosophy o/


Al/red North Whitehead (194 1 ) , a cura di P.A. Schilpp, New York,
Tudor Publishing Co., 195 1 , p. 10.
43 Con questo non voglio dire che Whitehead stava facendo lezio­
ne al ventunenne Keynes sui problemi trattati nei Principia Mathemati­
ca. Niente di tutto questo: quello che si ritrova nei resoconti autobio­
grafici di Whitehead, Russell e Keynes ci dice tutto il contrario. Piutto­
sto, Keynes, che era candidato per una borsa di studio, piccato dalle
forti critiche di Whitehead sulla sua dissertazione, da allora in poi
quando si riferiva ai Principia Mathematica diceva che erano stati scritti
da Russell. Questo portò Russell a protestare per iscritto contro questa
abitudine di Keynes, scrivendo che «il dottor Whitehead ha le stesse
responsabilità nel lavoro, e ci può essere a mala pena una pagina nei
tre volumi che si può attribuire ad uno solo di noi singolarmente» (ci­
tato in Harrod, The Lz/e o/ fohn Maynard Keynes, cit., p. 654 n.). Sto
solo cercando di suggerire che, qualsiasi cosa le lezioni dicessero a
Keynes, servivano a Whitehead per formulare idee che stava mettendo
alla prova su quell'ottimo singolo studente.
986 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

guarda Whitehead praticamente ci spinge a notare che an­


che Russell, a sua volta, ha avuto corsi decisamente poco
affollati quando insegnava a Cambridge, compreso un cor­
so basato sui Principia Mathematica. Nel 1913-14, quel
corso vantava la partecipazione di tre studenti. Si dà il
caso che uno di loro fosse il diciottenne Norbert Wiener,
che aveva ottenuto da poco un Ph.D. a Harvard. Ma que­
sto caso di investimento istituzionalizzato nei confronti
della trasmissione orale della conoscenza non è allo stesso
livello richiesto per le lezioni formali come quelle fatte da
Gibbs e da Whitehead, in quanto quello di Russell era un
corso di lettura di un testo, più che delle vere e proprie le­
zioni. Eppure, sappiamo dalla stessa testimonianza di Rus­
sell che i primi due corsi di logica matematica tenuti a
Cambridge gli avevano dato l'occasione di fare «delle le­
zioni [che] contenevano lo schema dei Principia Mathema­
tica»44. Per certi versi, questo caso dimostra che l'insegna­
mento orale ha un significato differente da quello imparti­
to attraverso i libri: seguire un corso di lettura con uno
degli autori dei rivoluzionari Principia Mathematica evi­
dentemente serviva allo studente in un modo diverso dallo
studio anche approfondito del libro. Come ci dice Wiener:

Ebbi con vergogna coscienza delle manchevolezze della mia


tesi di dottorato [Uno studio comparato dell'algebra dei relativi
di Schroeder con quella di Whitehead e Russeil]. In ogni caso,
in collegamento con il corso feci un piccolo lavoro che successi­
vamente ho pubblicato [. . . ] che è arrivato ad occupare una pic­
cola ma permanente posizione nella logica matematica [ . . ] e .

che rappresenta la mia vera introduzione al pensiero e agli scrit­


ti matematici45.

44 B. Russell, Autobiography, Boston-New York, Little Brown-Si­


mon & Schuster, 1967 (trad. it. Autobiografia, Milano, Longanesi,
1969, vol. 1).
45 N. Wiener, Ex-prodigy, Cambridge, Mass., The Mit Press, 1953 ,
p. 191.
La trasmissione orale della conoscenza 987

È interessante rilevare a questo punto l 'ironia del fatto


che il Wiener maturo, un matematico e uno dei pionieri
della cibernetica e della teoria dell'informazione, si rive­
lasse un insegnante decisamente scadente.
Il creatore dell'algebra booleiana completa questo in­
sieme di esempi dandoci quello che forse è il caso limite
che mostra che le lezioni possono avere importanti fun­
zioni sia per colui che le fa sia per gli studenti. Con le pa­
role evocative di suo nipote:

[George] Boole si impegnò molto per rendere le sue lezioni


chiare e pubblicò un libro di testo sulle equazioni differenziali e
sulle differenze finite che danno un'idea dei suoi metodi di in­
segnamento. In fondo, si può dire che la sua coscienziosità lo
portò alla morte, perché una volta mentre andava a fare una le­
zione si bagnò per la pioggia, e insistette Io stesso a far lezione
con gli abiti bagnati: cosa che scatenò la sua ultima fatale ma­
lattia nel 1 864. I suoi studenti gli erano devoti. Un giorno arri­
vò in aula prima di loro e cominciò a passeggiare avanti e indie­
tro davanti alla lavagna, pensando a un qualche problema. Gli
studenti arrivarono e si sedettero in attesa che egli iniziasse,
non volendo interrompere i suoi pensieri. Dopo un'ora, se ne
andarono, mentre Boole stava ancora passeggiando avanti e in­
dietro davanti alla lavagna. Quando tornò a casa, Boole disse a
mia nonna: «Mia cara, oggi è successa una cosa veramente stra­
ordinaria: a lezione non è venuto nessuno dei miei studenti»46.

Con questo episodio, Boole ci fornisce un caso limite,


quasi un caso clinico sperimentale, sotto molti aspetti. Per
prima cosa, diversamente da situazioni anche di lezione
formale, per non parlare dei seminari o delle sessioni di
lavoro, non avvenne evidentemente nessuna interazione
simbolica o cognitiva tra insegnante e studenti. In secon-

46 G. Taylor, George Boole, 1 815-1864, in «Notes and Records of


the Royal Society of London», 1 916, p. 5 1 .
988 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

do luogo, il gruppo degli studenti costituiva un caso puro


di un insieme di spettatori [spectatory] più che di un pub­
blico, in grado di vedere ma non di ascoltare il loro mae­
stro al lavoro. (Non disponiamo di alcuna testimonianza
di quello che fece dei suoi rimuginii.) Infine, con Boole
avvolto nei propri pensieri e interamente ignaro del suo
pubblico e degli spettatori, il corso può essere stato solo
l'occasione per sviluppare le sue idee quel giorno - l'occa­
sione, non la fonte evocativa, come potremo vedere è so­
vente il caso con le lezioni e i seminari.
Che questi maestri del passato avessero continuato a
fare lezione anche avendo corsi con pochissimi studenti
suggerisce di nuovo il fatto che il discorso orale in situa­
zioni quasi-pubbliche aveva delle funzioni collaterali per
gli scienziati e gli studiosi, oltre ad avere la funzione ma­
nifesta di insegnare qualcosa ai loro studenti - un tipo di
insegnamento che, come si assume istituzionalmente nelle
università, offre qualcosa che anche gli studenti maturi
non hanno normalmente se hanno a che fare solo con le
opere a stampa.

4. La lezione: veicolo di perfezionismo cognitivo

Per G.H. Mead la lezione era il medium, più che per


qualsiasi altro dei maestri della sociologia e della psicolo­
gia sociale. Mead ha sempre preferito sviluppare le pro­
prie idee nei suoi corsi, e non scrisse mai un libro, né fu a
suo agio con altre forme di stampa: a parte recensioni,
riassunti, brevi note, pubblicò circa 45 articoli in tutto e,
sorprendentemente, fra questi pochi sulle sue idee di base
di filosofia e psicologia sociale. I suoi famosi quattro volu­
mi, qtalogati da Cottrell, furono tutti pubblicati dopo la
sua morte. Erano basati su un collage di suoi appunti -
che, come ci informa Cottrell, non portò mai a lezione -,
La trasmissione orale della conoscenza 989

manoscritti sparsi e appunti di studenti47 • Cottrell, assieme


a Charles Morris, il curatore di Mente, Sé e Società, in ef­
fetti nota la funzione particolare che, per il carattere di
Mead, riveste il discorso orale rispetto a quello stampato:

Ho avuto la netta impressione che la principale ragione per


la quale Mead non affidò mai il suo pensiero a scritti sistematici
fu il fatto di essere così colpito dalle ramificazioni, implicazioni e
dalla necessità di ulteriori elaborazioni della sua teoria che non
trovò mai il tempo di fermarsi e di mettere tutto sulla carta48.

Da osservazioni di questa sorta sembra emergere come


per Mead la stampa comportasse una connotazione inac­
cettabile: quella di essere arrivato ad una formulazione
definitiva, come se non si potesse contare su nuove edi­
zioni e su successivi scritti per riuscire a tenere il passo
dello sviluppo dei propri pensieri. Era come se Mead sen­
tisse, o effettivamente credesse che, essendo le sue idee
sempre sul punto di cambiare e di svilupparsi, sarebbe
stato del tutto ingannevole fissarle permanentemente nel
magico bianco e nero della stampa. In un certo senso,
Mead aveva certamente ragione. Non si può contare infat­
ti su continue riedizioni di un libro e, per una convenzio­
ne tacita, le riviste non pubblicano nuove versioni di un
articolo. (La stessa immagine di «versioni di un articolo»
può apparire strana.) Ma con la pubblicazione orale,
Mead poteva facilmente esporre quello che poteva essere
considerato un 'edizione rivista del suo lavoro ogni anno,
durante i suoi trent'anni di lezioni di psicologia sociale e,
per un periodo più lungo, di filosofia. Di fatto, anche se
non per un calcolo deliberato, Mead fu di fronte ad una

47 T. Shibutani, George Herbert Mead, in International Encyclope­


dia o/ the Social Sciences, 1968, vol. 10, pp. 83-84.
48 Cottrell, George Herbert Mead: the legacy o/ social behaviorism,
cit.
990 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

scelta: trasmettere delle revisioni annuali delle sue idee al


pubblico tutto sommato ristretto dell'Università di Chica­
go, oppure trasmettere una versione particolare di queste
idee ad un pubblico di lettori in confronto più numeroso,
al costo di fissare, in modo permanente o comunque per
molti anni, quella versione a stampa. Per tutta la sua vita,
Mead esercitò la prima opzione.
Mead non è il solo ad aver adottato la forma della le­
zione come strumento per uno sviluppo continuo delle sue
idee. Questa pratica è continuata senza molti cambiamenti
per secoli. Come primo esempio tipico, si può prendere
Adam Smith, che ha formulato le sue idee di filosofia mo­
rale e di economia politica prima nelle sue lezioni, e solo
più tardi le ha mandate in stampa. I cambiamenti dei suoi
interessi intellettuali sono apparsi inizialmente nello svi­
luppo delle sue lezioni. Come ha notato un suo contempo­
raneo, l'enciclopedico Dugald Stewart49 , nella memoria in­
troduttiva alla Teoria dei sentimenti morali,

49 Stewart, per inciso, esercitò una considerevole influenza come


insegnante. Sembra che le sue pubblicazioni orali fossero più impor·
tanti delle sue pubblicazioni a stampa. Qualche idea della sua versatili­
tà come oratore viene dal fatto che egli ebbe il valoroso incarico di te·
nere, intorno ai venticinque anni, per Adam Ferguson, un corso di fi­
losofia morale e «un corso sulla morale, oltre a fare un corso di tre ore
al giorno di matematica, e tenere per la prima volta un corso di astro­
nomia. Faceva lezione con degli appunti come base, riordinando le sue
idee mentre passeggiava in giardino. In seguito, egli scrisse velocemen­
te il suo lavoro per pubblicarlo, ma ne alterò molti punti mentre era in
stampa. Queste lezioni giovanili ebbero molto successo, e alcuni suoi
ascoltatori le preferirono ai suoi lavori successivi» (L. Stephen, Dugald
Stewart, in Dictionary of National Biography, London, Smith, Elder &
Co., 1898, vol. LIV, p. 283 ) . Dopo aver letto il racconto delle prodi­
giose imprese di Stewart come insegnante, non dovremmo sorprender­
ci del fatto che Leslie Stephen ci racconti che «Stewart si doveva alza­
re alle 3 del mattino, per cinque giorni a settimana, ed era così sfinito
dal suo lavoro che dovette essere messo in carrozza per un viaggio».
Le fatiche di Stewart non passarono inosservate dato che, a suo tempo,
subentrò nella cattedra del grande sociologo storico Adam Ferguson.
La trasmissione orale della conoscenza 99 1

il piano delle sue lezioni subì un cambiamento considerevole.


Le sue dottrine etiche, una importante parte delle quali erano
già state pubblicate, occupavano, rispetto al passato, una parte
molto più piccola del corso, e di conseguenza la sua attenzione
era naturalmente rivolta ad una illustrazione più completa dei
principi della giurisprudenza e dell'economia politica50.

In ultimo, Smith pubblicò, sedici anni dopo l'appari­


zione della Teoria dei sentimenti morali, il suo capolavoro,
La ricchezza delle nazioni, che, attingendo con efficace se­
lettività a un insieme di predecessori, affermò in modo
definitivo l'economia politica come disciplina distinta e
stabilì quelle idee fondamentali che a tutt'oggi rimangono
influenti.
Ma è forse Alfred Marshall l'esempio archetipico del
modello di perfezionismo cognitivo che pretende una con­
tinua rielaborazione delle proprie idee nelle edizioni an­
nuali delle lezioni, invece di permettere che vengano rese
direttamente pubbliche attraverso la stampa. Come osser­
vava Maynard Keynes nel suo magnifico saggio biografico
analitico,

il fatto che Marshall fosse riluttante a stampare i risultati delle


sue prime ricerche si può spiegare principalmente con la pro­
fondità della sua consapevolezza: consapevolezza del vero carat­
tere della sua ricerca al livello più alto e più utile e [subito
dopo] per la sua ritrosia a venir meno ai suoi ideali nel lavoro
che aveva consegnato al mondo51.

Come Adam Smith prima d i lui e George Mead dopo


di lui, per Marshall il modello perfezionista comportava

5 0 A. Smith, The Theory o/ Mora! Sentiments, London, Henry G.


Bohn, 1853 , p. xli (trad. it. Teoria dei sentimenti morali, Milano, Rizzo­
li, 1995).
5 1 J.M. Keynes, Essays in Biography, London, Macmillan, 1972, p.
188, corsivo aggiunto.
992 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

un lungo ritardo nell' affidare le proprie idee al medium


speciale della stampa52 • Come molti altri studenti di Mar­
shall, Keynes si rammaricava della ritrosia del suo maestro
a far conoscere ad un pubblico più ampio quelle idee e
quelle dottrine di base che presentava al pubblico più ri­
stretto dei suoi studenti e dei suoi colleghi. Ma, almeno
per mezzo secolo, Marshall indugiò. Ancora con le parole
di Keynes:

Lo studio serio da parte di Marshall della teoria economica


cominciò nel 1867 ; le sue caratteristiche teorie erano già svilup­
pate nel 1875, e nel 1883 avevano assunto una forma definitiva.
Nondimeno, nessuna parte del suo lavoro fu diffusa ampiamen­
te in forma adeguata fino al 1890 (Principles o/ Economics) , e
parte dell'oggetto a cui Marshall aveva lavorato in precedenza e
che era già definito a partire dal 1 875, non venne trattato che
in un libro pubblicato solo quasi cinquant'anni dopo, nel 1 923
(Money, Credit and Commerce) .

È solo per ragioni di spazio che mi limito a parlare di


Mead, Smith e Marshall come esempi iniziali di quella
speciale forma di perfezionismo cognitivo che si esprime
nella sollecitudine per la pubblicazione orale, e nella resi­
stenza riguardo alla pubblicazione a stampa. Non arri­
schio alcuna ipotesi sulle radici psicologiche della pratica
di esigere da se stessi (e quindi dagli altri) una produzio­
ne di qualità più elevata di quanto sia normalmente ri­
chiesto dalle definizioni sociali della situazione. Con le ca­
tegorie di uno psicologo, questo atteggiamento esigente
nei propri riguardi può essere provvisoriamente attribuito

52 Cfr. l'analisi quantitativa fatta da Cole e Cole dei quattro tipi di


fisici universitari, descritti in termini sia di quantità sia di qualità delle
loro pubblicazioni, compreso il tipo «perfezionista» che pubblica rela­
tivamente poco, ma che risulta avere considerevoli influenze scientifi­
che: J.R. Cole e S. Cole, Social Strati/ication in Science, Chicago, Chica­
go University Press, 1973 , pp. 91 ss.
La trasmissione orale della conoscenza 993

al super-io nei suoi vari aspetti, concettualizzati come «ge­


nitore depersonalizzato», o più in generale come «autorità
esterna internalizzata», oppure, corrispondentemente, co­
me «veicolo dell'ego ideale» o come «veicolo della tradi­
zione»53 . Nel nostro comune assortimento di conoscenza
psicologica si possono trovare chiaramente anche letture
alternative del perfezionismo generico, ma il nostro inte­
resse qui risiede piuttosto nei contesti e negli aspetti so­
ciologicamente rilevanti della situazione che fornisce la
forma socialmente modellata del perfezionismo cognitivo
presentataci da Mead, Smith o Marshall. Quali sono i
contesti strutturali e normativi delle opzioni che si apriva­
no per questi studiosi molto esigenti con se stessi, quali
che fossero le fonti delle loro tendenze individuali nei ri­
guardi di queste severe esigenze nel mondo dell'intelletto?
Parte del contesto di questo comportamento perfezio­
nista è fornito dalla norma della «critica organizzata» che
è stata descritta come una caratteristica centrale della
struttura normativa della scienza54 . Questa norma richiede
la pubblica critica da parte degli scienziati dei contribuiti
che ambiscono alla conoscenza scientifica, sia dei propri
contributi, e più facilmente forse di quelli degli altri.
Questa norma non è sospesa nell'aria fine delle mere af­
fermazioni ideologiche, spogliate del sostegno del sistema
di ricompense e punizioni della scienza: al contrario, l'or­
ganizzazione diffusa della scienza opera come un sistema
di vigilanza istituzionalizzata55 . Questo sistema fornisce sia

53 S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi. Prima e seconda serie di


lezioni, Torino, Boringhieri, 1969.
54 R.K. Merton, The Sociology o/ Science, Chicago, University of
Chigago Press, 1973 (trad. it. La sociologia della scienza, Milano, Ange­
li, 198 1 , p. 359, passim); N.R. Store, The Social System o/ Science, New
York, Holt, Rinehart & Winston, 1966, pp. 77 -79 e 1 16-126.
55 Su questo si veda H Zuckerrnan, Deviant behavior and social
contro! in science, in Deviance and Social Change, a cura di E. Sagarin,
Beverly Hills, Sage, 1977, in particolare pp. 90-98.
994 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

le motivazioni sia le ricompense per trovare difetti ed er­


rori patenti nelle rivendicazioni pubbliche di conoscenza
scientifica. In questo sistema istituzionalizzato di competi­
zione e di rivalità, rinforzato dagli orientamenti e dai pa­
radigmi teorici in competizione, gli scienziati sono motiva­
ti e ricompensati nello stesso tempo ad apprezzare le nuo­
ve rivendicazioni di conoscenza nei campi di loro imme­
diato interesse e di loro speciale competenza. Non è ec­
cessivo dire ancora una volta che «questo scambio infinito
di giudizi critici, di elogi e di punizioni, si è sviluppato
nella scienza ad un livello tale che, a confronto, il control­
lo del comportamento dei bambini da p arte dei loro geni­
tori sembra poco più di un gioco da ragazzi»56 • In questo
sistema di scetticismo organizzato, è solo dopo che sono
state convalidate le proprie rivendicazioni di conoscenza
significativa da parte di altri membri competenti nel siste­
ma sociale della scienza, che la maggior parte degli scien­
ziati può sentirsi fiduciosa rispetto ai meriti cognitivi delle
proprie rivendicazioni.
Questa composita struttura normativa e sociale di cri­
tica organizzata fornisce il contesto sociologico perché gli
scienziati e gli studiosi possano decidere quando rendere
il proprio lavoro ampiamente pubblico. Come accade con
tutti i sistemi di aspirazioni socialmente indotte o social­
mente rinforzate e con tutti i sistemi di controllo sociale,
questo sistema introduce rischi di punizioni quando non
si raggiungono i vari standard richiesti per l'esecuzione di
un ruolo, oltre che promesse di ricompense quando si rie­
sce a raggiungere o Sl!_perare questi standard di giudizio
in parte autoimposti. E all'interno di questo contesto si­
stemico che il perfezionismo cognitivo sembra trovare il
suo posto sia psicologico sia sociologico. Quali che siano
le fonti psicologiche di variabilità tra gli scienziati rispetto

56 Merton, Teoria e struttura sociale, cit.


La trasmissione orale della conoscenza 995

all'intensità con cui ognuno pretende qualcosa da se stes­


so, con tutte le ansie corrispondenti, di fronte alle valuta­
zioni critiche da parte di altri significativi, il sistema della
critica socialmente organizzata fornisce un ampio contesto
per lo svilupparsi di tali ansie tra quegli scienziati la cui
struttura della personalità e del carattere li rende partico­
larmente vulnerabili.
Si può ritenere così che il perfezionismo cognitivo nel­
la scienza non sia altro che un adattamento anticipatorio
di questo interesse, indotto o rinforzato dal sistema, per le
risposte valutative del lavoro di uno scienziato da parte di
colleghi co.mpetenti. Il contesto di questi adattamenti anti­
cipatori è stato descritto molti anni fa in questi termini:

La scienza è conoscenza pubblica e non privata; e sebbene


l'idea di «altre persone» non sia esplicitamente impiegata nella
scienza, è sempre tacitamente presente. Al fine di comprovare
una generalizzazione che per lo scienziato singolo, sulla base
della sua propria esperienza personale, può avere raggiunto lo
stato di legge valida e che non richiede ulteriori conferme, il ri­
cercatore è portato a proporre esperimenti critici [sic] che sod­
disfino gli altri scienziati impegnati nella stessa attività coopera­
tiva. Questa pressione per risolvere così un problema la cui so­
luzione risponderà non soltanto ai criteri di validità e di ade­
guatezza propri dello scienziato, ma anche ai criteri del gruppo
con il quale egli è effettivamente o simbolicamente in contatto,
costituisce un forte impulso sociale per una ricerca convincente
e rigorosa. L'attività dello scienziato è influenzata [non determi­
nata] in ogni momento dalle esigenze intrinseche dei fenomeni
di cui si sta occupando e forse in modo altrettanto diretto dalle
sue reazioni ai presunti atteggiamenti critici o alle effettive criti­
che degli altri scienziati, e da un adattamento del suo comporta­
mento a tali atteggiamenti.
Così ].]. Fahie cita Galileo il quale aveva scritto che «la
ignoranza era stata il miglior maestro che avesse mai avuto, dal
momento che per poter dimostrare ai suoi awersari [scetticismo
organizzato] la verità delle sue conclusioni era stato costretto a
provarla attraverso una serie di esperimenti, anche se non aveva
996 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

mai sentito la necessità di farne per soddisfare il suo proprio


spirito»57.

Apparentemente nella scienza la cnttca socialmente


organizzata fornisce almeno una parte del contesto strut­
turale che ha portato i perfezionisti cognitivi come Mar­
shall, Mead e Smith a posticipare o a sospendere la pub­
blicazione a stampa del lavoro in cui erano impegnati in
quel momento. Keynes osservava a proposito della vulne­
rabilità di Marshall che egli

era troppo timoroso di sbagliare, troppo sensibile alla cnuca,


troppo facilmente coinvolto emotivamente nelle controversie
anche su questioni di minore importanza. Un'estrema sensibilità
lo privava della magnanimità verso la critica o l'awersario. Que­
sta paura di poter essere corretto da altri perché era arrivato a
parlare troppo presto aggravava le altre tendenze. Eppure, dopo
tutto, non c'è alcun male ad essere a volte in errore - special­
mente se uno lo scopre subito58 .

Come Cottrell e il curatore di Mead hanno indicato,


Mead era un altro che non riusciva a mandare in stampa
la sostanza di ciò che diceva a lezione perché non era mai
pronto. Detto altrimenti, Mead sentiva che le sue lezioni
non raggiungevano ancora il livello richiesto per la diffu­
sione pubblica, né presumibilmente gli standard degli altri
significativi.
Infine, in questo trio di figure esemplari, è Adam Smith
che ha avuto occasione di osservare delle differenze mar­
cate tra la pubblicazione orale e quella scritta già al tem­
po dei suoi studi a Glasgow dove si era iscritto all'allora

57 R.K. Merton, Science, Technology and Society in l lth-Century


England (1938), New Jersey-Sussex, Humanities Press-Harvester Press,
1 978 (trad. it. Scienza, tecnologia e società nell'Inghilterra del XVII seco­
lo, Milano, Angeli, 1975, pp. 291 -292, corsivo aggiunto).
58 Keynes, Essays in Biography, cit., pp. 1 99-200; corsivo mio.
La trasmissione orale della conoscenza 997

tarda età di 14 anni. Il suo insegnante di filosofia morale,


Francis Hutcheson, descritto in seguito da Smith come
«l'indimenticabile», era un maestro nella comunicazione
orale, avendo osservato che il «potere e l'attrazione» della
sua personalità «non si potevano trasmettere alle parole
stampate dei suoi scritti»59 . Quando, dopo ulteriori studi
a Balliol, Smith ritornò a Glasgow prima come professore
di logica, poi di filosofia morale, egli evidentemente curò
molto le sue lezioni che, basate su manoscritti o su ap­
punti dettagliati, erano elaborate ex nova ogni giorno60 .
Smith non solo dilazionò per lungo tempo la pubblicazio­
ne delle sue idee, che alla fine apparvero in Teoria dei
sentimenti morali e in Ricchezza delle nazioni, ma intra­
prese la strada definitiva del perfezionismo cognitivo
quando fece promettere ad

un suo amico, a cui aveva affidato i suoi manoscritti, che nel


caso di morte, avrebbe distrutto tutti i volumi delle sue lezioni,
facendo col resto dei manoscritti quello che gli fosse piaciuto61 .

Chiaramente Smith, come gli altri aderenti al perfezio­


nismo cognitivo, distingueva tra quello che egli era prepa­
rato a rendere pubblico in modo limitato attraverso la
pubblicazione orale, sia in conferenze sia nelle discussioni
con colleghi e studenti, e ciò che avrebbe permesso che
fosse diventato più generalmente pubblico con la stampa.
Avendo interpretato questo comportamento nei suoi
aspetti sociologici come un tipo di adattamento anticipa­
torio allo scetticismo organizzato nella scienza e nella cul­
tura, siamo pronti a considerare ora strutture e funzioni

59 W.R. Scott, Adam Smith as Student and Professar, Glasgow,


Jackson, Son & Co. , 193 7 , p. 3 1 .
6o Ibid. , p. 70.

61 D. Stewart, in Smith, The Theory o/Mora! Sentiments, cit., p. lxv.


998 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

distinte della pubblicazione orale in confronto a quella


per mezzo stampa.

5 . Alcune funzioni del discorso orale

Visti gli scopi limitati di questo saggio, non possiamo


chiaramente cercare di fare un'analisi comparata sistemati­
ca delle funzioni cognitive e sociali del discorso orale nei
contesti accademici. Ciò richiederebbe, almeno, un esame
metodico delle varie forme di pubblicazione orale nei dif­
ferenti contesti che abbiamo identificato, dalle lezioni for­
mali ai seminari, dalla collaborazione a ricerche in svolgi­
mento. Piuttosto, a questo punto, vorrei solo estendere ed
elaborare alcune funzioni che sono state abbozzate nelle
pagine precedenti. La nostra discussione sarà rigidamente
limitata; e si concentrerà solo sulle funzioni della lezione,
dapprima per colui che la fa, poi per lo studente.

Funzioni per l'insegnante. Come è stato suggerito, cer­


te funzioni di un corso di lezioni accademiche originali
per l'insegnante derivano dal fatto che il corso rappresen­
ta in genere una fase iniziale nello sviluppo delle sue idee.
Esso costituisce un medium convenzionalizzato per svi­
luppare pensieri privati attraverso una esposizione semi­
pubblica, prima di affidarli ad una stampa interamente
pubblica, soggetta a scrutinio da parte dei colleghi della
più ampia comunità scientifica e di studio. È importante
che la pubblicazione orale a questo stadio sia soggetta
convenzionalmente a rilievi critici meno esigenti di quanto
non avvenga per una pubblicazione a stampa, sia da parte
del pubblico che da parte dell'insegnante (con le occasio­
nali eccezioni che abbiamo visto) . Idee non pienamente
sviluppate, che sarebbero dichiarate inammissibili dai cri­
tici pubblici (come lo sono i lettori delle riviste specializ­
zate) , possono essere esaminate rispetto al loro possibile
La trasmissione orale della conoscenza 999

interesse cognitivo di fronte all'uditorio quasi pubblico


composto da studenti, che sono stati portati a compren­
dere lo stato incompleto e prowisorio di quelle idee.
Cooley parla a nome di molti insegnanti, sia precedenti
che successivi, quando racconta:

durante tutte le mie lezioni, davo ai miei studenti le idee che


stavo elaborando dentro di me. Questo, penso, sia un buon mo­
do di insegnare, a dispetto della grossolanità delle questioni of­
ferte in questo modo, perché uno è in grado di concepire
un'idea con più entusiasmo quando gli appare per la prima vol­
ta di quanto possa farlo di nuovo in seguito; ed è l'entusiasmo e
la sincerità, quasi nello stesso modo del valore intrinseco, che fa
sì che l'idea possa essere comunicaté2 .

Considerata dal punto di vista sociologico, questa ca­


ratteristica della pubblicazione orale che permette di far
circolare pensieri ancora grezzi, formulati in modo ancora
grossolano, dipende dalla sospensione prowisoria dei giu­
dizi critici dati nella definizione sociale della situazione di
una lezione, al contrario di quanto awiene con l'esposi­
zione formale a stampa. All'interno di questo inquadra­
mento sociale, l'insegnante è libero di esprimere idee an­
cora non messe a punto, meticolosamente etichettate per
quello che sono, alcune delle quali possono diventare idee
interamente messe a punto; oppure, per cambiare metafo­
ra, in quanto risultato di definzioni convenzionali condivi­
se della situazione, la lezione può permettere di esaminare
concezioni interessanti ma apparentemente dubbie in una
situazione semi-pubblica, piuttosto di reprimerle subito
nel crimine primordiale di un infanticidio ideativo. In
questo contesto, non è che il conferenziere o il pubblico
devono tollerare di buon grado idee insensate: è che non
si possono accusare le idee di essere insensate finché non

62 Cooley, Sociological Theory and Social Research, cit., pp. 9-10.


l 000 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

hanno guadagnato il diritto di essere caratterizzate in que­


sto modo.
La lezione è anche più di una semplice verifica di
pensieri precedentemente elaborati, può essere più di una
esposizione semi-pubblica di quei monologhi interiori che
hanno luogo nella solitudine della preparazione della le­
zione: può favorire la scoperta di pensieri insufficiente­
mente o poveramente concettualizzati, prima che essi sia­
no formulati esplicitamente davanti ad un gruppo che li
sollecita. L'interazione evocativa tra il conferenziere e il
suo pubblico (o almeno alcuni membri selezionati di esso)
e gli spettatori percepiti può permettere la formulazione
esplicita di idee interamente nuove che non erano state
portate nell'aula prima della lezione. Abbastanza spesso,
questi momenti speciali nel corso della lezione possono
essere riconosciuti da alcune espressioni orali, quali il
tono, l'altezza e il fraseggio di colui che tiene la lezione,
quando questi porge l'orecchio, con interesse sorpreso,
alle idee inaspettate che si trova a formulare. Questi sono
i momenti, evocati dalla situazione della lezione, in cui il
parlante diventa parte del suo pubblico, esemplificando in
questo modo il detto memorabile di E.M. Forster: «Come
posso dire quello che penso finché non vedo quello che
dico?». Ampliato sociologicamente, il detto dovrebbe pro­
seguire: «E come posso io scoprire più a fondo quello che
penso finché gli altri non mi aiutano a dire quello che al­
l'inizio non ho detto a me stesso?».
Il grado a cui si arriva nel corso della lezione alla sco­
perta spontanea di idee latenti ovviamente è diverso a se­
conda dei diversi stili di lezione. Questi stili variano mol­
to: dal leggere, in pratica, un manoscritto attentamente
preparato, all'improvvisare per la maggior parte del tem­
po basandosi su appunti sparsi. Invece di un sommario
dettagliato degli stili di lezione adottati dagli studiosi, un
esempio breve può servire a chiarire certe funzioni cogni­
tive. Così, a giudicare dal resoconto di una lezione di
La trasmissione orale della conoscenza 1 00 1

Adam Smith, fatto d a uno degli studenti più conseguenti,


John Millar - autore successivamente di un classico della
sociologia, Osservazioni sull'origine delle distinzioni di ran­
go ( 1771 ) 63 -, Smith, nelle conferenze che avrebbero pro­
dotto La teoria dei sentimenti morali e la Ricchezza delle
nazioni, univa una preparazione attenta all'improvvisazio­
ne:

Quando faceva lezione, Smith si affidava quasi interamente


all'elocuzione estemporanea [. .. ] e poiché appariva sempre inte­
ressato all 'argomento della lezione, non mancava mai di interes­
sare i suoi ascoltatori. Ogni discorso consisteva in genere di va­
rie proposizioni distinte, che egli successivamente cercava di
provare ed illustrare [. .. ] . Nei suoi tentativi di spiegare queste
proposizioni, sembrava spesso che egli all'inizio non fosse suffi­
cientemente in possesso dell'argomento, e che parlasse con
qualche esitazione. Appena avanzava nel discorso, invece, le
idee sembravano affollargli la mente, il suo modo di fare diven­
tava più caldo e animato, la sua esposizione facile e fluente [ . . . ]
Con illustrazioni ampie e varie, l'argomento della lezione gra­
dualmente cresceva nelle sue mani, e acquistava una dimensione
che, senza mai essere una ripetizione tediosa dello stesso punto
di vista, era calcolata per conquistare l'attenzione del suo pub­
blico, e per dargli piacere, oltre che delle nozioni, nel seguire
l'argomento in tutte le sue sfumature e in tutti i suoi aspetti, e
infine nel ritornare a quella proposizione originale o verità ge­
nerale da cui quella magnifica serie di pensieri era scaturita64 •

63 ]. Millar, The origin o/ distintion o/ ranks, in fohn Millar o/


Glasgow: His Li/e, Thought and Contributions to Sociological Analysis
(177 1 ) , a cura di W.C. Lehmann, Cambridge, Cambridge University
Press, 1960, pp. 165-322 (trad. it. Osservazioni sull'origine delle distin­
zioni di rango, Milano, Angeli, 1990). E simbolico il fatto che Millar,
che ha ampliato Smith e per certi versi ha anticipato Marx facendo di­
scendere la diseguaglianza dalla proprietà privata, avrebbe basato il
suo grande lavoro su anni di brillanti conferenze parzialmente improv­
visate.
64 .J.. Millar, in Smith, The Theory o/ Mora! Sentiments, cit., pp.
xvii-xvm.
l 002 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

In questa descrizione del XVIII secolo mancano gli in­


gredienti necessari per un'analisi testuale comparativa: va­
le a dire, mancano le «proposizioni distinte» originali di
Smith nei suoi appunti di preparazione della lezione, op­
pure una trascrizione della lezione così come è stata effet­
tivamente presentata, necessari per riuscire ad identificare
la portata, il carattere e la sostanza dell'«elocuzione estem­
poranea» di Smith, così da riuscire a paragonarla con le
formulazioni che sono poi apparse nel suo importante la­
voro a stampa. Eppure, l'esitazione iniziale e le apparenti
incertezze sono indicazioni del fatto che nel corso del­
l' esposizione orale l'argomento cresceva e si sviluppava,
talvolta in direzioni inaspettate. Evidentemente, la pubbli­
cazione orale serviva a dare forma alla pubblicazione a
stampa, fino ad un punto che non conosciamo.
Adam Smith, come molti altri studiosi, da allora fino
ad oggi, riuscì a trasporre almeno parte delle sue lezioni
in una forma che egli considerava adeguata per la stampa.
Ma, come sappiamo dal caso di George Mead, e da una
serie infinitamente lunga di studiosi prima e dopo di lui, i
testi a stampa che ci sono arrivati sono spesso preparati
non dai rispettivi autori ma da altre persone, e sono basa­
ti, interamente o in parte, su appunti presi dagli studenti
(di rado questi appunti sono stenografati verbatim come è
avvenuto per Mead) . Molti degli stessi lavori significativi
di Leibniz, Kant, Fichte e Hegel, per non parlare dei testi
antichi di Aristotele, derivano da materiali preparati per
l'insegnamento, ed elaborati all'interno di questo conte­
sto65 . Talvolta, le lezioni sono mandate in stampa da altri
mentre l'autore è ancora in vita, come è il caso della gran­
de codificazione delle lezioni di Willard Gibbs sulla

65 M.H. Moore, Pre/atory note and introduction, a G.H. Mead,


Movements o/ Thought in the Nineteenth Century, Chicago, University
of Chicago Press, 1 936, p. viii.
La trasmissione orale della conoscenza 1 003

Vector Analysis da parte del suo ultimo enciclopedico stu­


dente e in seguito fisico, matematico, statistico e scienzia­
to sociale, E.B. Wilson (che venne affiliato al Dipartimen­
to di sociologia di Harvard negli anni '3 0). In questi casi,
l'autore-insegnante può rivedere il manoscritto prima del­
la stampa, come fece Gibbs con quello che rimase il testo
standard sull'argomento per molti anni66.
Spesso, invece, come nel caso delle lezioni di Max
Weber intitolate «Profilo di storia universale sociale ed
economica», che vennero mandate in stampa dopo la sua
morte col titolo Wirtscha/tsgeschichte (1923 ) , e tradotte in
inglese da Frank Knight come Genera! Economie His­
tory67 , il testo, largamente ricostruito dai quaderni di ap­
punti degli studenti, è criticabile sotto molti punti di vi­
sta. Come Parsons aveva già osservato qualche tempo pri­
ma, questo libro «non può essere considerato un'esposi­
zione adeguata dei risultati delle sue ricerche sulla storia
economica e istituzionale, per non parlare di quelle sulla
teoria sociologica e la metodologia delle scienze sociali»68.
Lo stesso si può dire per altri lavori anche più rigorosi.
Un esempio importante è dato dal Corso di linguistica ge­
nerale ( 1 916) 69 , del primo precursore della linguistica
strutturale, Ferdinand de Saussure, compilato e stampato
postumo. L'influenza cognitiva di Saussure, un perfezioni­
sta che ha pubblicato un totale di circa 600 pagine nel

66 J. Hunsaker e S. Mac Lane, Edwin Bidwell Wilson, 1879-1 964,


in Biographical Memoirs, National Academy of Sciences, New York,
Columbia University Press, vol. XLIII, 1973 , p. 287 .
67 M. Weber, Wirtscha/tsgeschichte, Munchen-Leipzig, Dunker &
Humblot, 1923 , trad. ingl. Genera! Economie History, New York, Free
Press, 1950 (trad. it. Storia economica, Roma, Donzelli, 1993 ).
68 T. Parsons, Essays in Sociological Theory, New York, Free
Press, 1949, p. 67 (trad. it. parziale Società e dittature, Bologna, Il Mu­
lino, 1956); cfr. Merton, Scienza, tecnologia e società nell'Inghilterra del
XVII secolo, cit.
69 F. de Saussure, Corso di linguistica generale, Bari, Laterza, 1967.
l 004 La soàologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

corso della sua vita, deriva per non piccola parte da que­
sto piccolo volume, basato sui quaderni di appunti dei
pochi studenti dei suoi famosi tre corsi di linguistica ge­
nerale. Da allora, molto dibattito si è incentrato sul grado
di fedeltà della pubblicazione stampata rispetto ai caratte­
ri essenziali della pubblicazione orale di Saussure stesso70.
Joseph Greenberg, linguista con interessi sociologici, ha
notato che «in qualche caso un "fraintendimento fruttuo­
so" delle idee di Saussure ha esercitato una certa influen­
za sullo sviluppo della teoria linguistica europea»7 1 .
In questi casi, abbiamo una composita ironia autobio­
grafica e storica: i perfezionisti, occupati a perfezionare le
loro idee in continuo sviluppo attraverso una ininterrotta
pubblicazione orale, alla fine riescono a lasciare dietro di
sé versioni decisamente imperfette di quelle idee, nella
forma di ricostruzioni postume del loro pensiero a stam­
pa. Questa non è la sola disfunzione delle pubblicazioni
orali che non vengono periodicamente tradotte in pubbli­
cazioni a stampa.

Disfunzioni per l'insegnante. Oltre alle sue varie fun­


zioni, la pubblicazione orale, come altri modelli sociocul­
turali, mostra le sue precise disfunzioni, i suoi limiti, i
suoi costi; presenta i difetti delle sue qualità: permette un
veloce scambio di idee, ma non permette di ponderare nel
dettaglio idee complesse. Se è flessibile nel permettere lo
sviluppo continuo delle idee prima che siano diffuse ad
un pubblico più ampio, è anche fuggevole, a meno che
non venga fissata in una forma più permanente di quella
che il parlato permette. Se le definizioni convenzionali

70 R. Godei, Les sources manuscriptes du Cours de linguistique


générale de F. de Saussure, Genève, Droz, 1957.
7 1 J.H. Greenberg, Ferdinand de Saussure, in lnternational En­
cyclopedia o/ the Social Sciences, a cura di D.L. Sills, New York, Mac­
millan-Free Press, 1968, vol. XIV, pp. 19-2 1 .
La trasmissione orale della conoscenza 1 005

della situazione, che richiedono la sospensione parziale


dello scetticismo in classe, permettono di esplorare aper­
tamente idee interessanti anche se rischiose, permettono
anche un controllo di qualità meno esigente dei giudizi
critici. Insomma, la pubblicazione orale e quella a stampa
hanno i loro vantaggi e i loro svantaggi.
Proponendo una nuova forma di comunicazione nella
scienza, l'EUGRAM72 , il biologo Joshua Lederberg ritie­
ne, in termini psicologici cognitivi, che

la scrittura sia ancora essenziale per per/ormances cognitive com­


plesse. [. .. ] Un'occhiata alle pagine di una rivista [scientifica] ci
dà la prova sufficiente dell'impossibilità di mettere assieme argo­
menti scientifici complessi senza usare un supporto scritto. La
manipolazione dei simboli tramandati per iscritto è la pallida
ombra di una immaginazione cognitiva interna che capiamo ap­
pena, eppure i nostri più complessi esercizi intellettuali riposano
in grande misura su questi punti di riferimento esternF3.

Tutto questo serve a ricordarci che quello che talvolta


descriviamo come «tradizione orale» nella scienza di fatto
comporta la commistione di complessi documenti scritti e
di interazioni faccia a faccia.
Nei suoi aspetti sociocognitivi, la pubblicazione orale
appare, in confronto con quella a stampa, effimera, anche
se forse non come aveva creduto George Sarton, che è

72 «Un sistema che realizza il trasferimento efficiente di informa·


zioni digitali in tempo quasi reale tra terminali che interfacciano utiliz­
zatori umani con file gestiti dal computer. L'integrazione economica
dell'utente, del file e del processare, c il legame comunicativo non in­
fluenzato dalla distanza, è la nuova possibilità di ciò che chiamerò un
sistema EUGRAM. L'EUGRAPHY così comprende non solo la spedi­
zione elettronica della posta ma anche una panoplia di strumenti e di
protocolli di gestione-testi potenziati dal computer». ]. Lederberg, Di­
gita! communications and the conduct o/ science: the new !iteracy, in
«Proceedings of the IEEE», 1978, 66, p. 13 14.
73 Ibid. , p. 13 16.
l 006 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

stato p residente degli storici della scienza, quando aveva


osservato: «insegnare è, come minimo, una cosa effimera;
per i posteri l'unica cosa che conta effettivamente di una
persona è il lavoro pubblicato, perché l'insegnamento
muore con la persona mentre le pubblicazioni vivono
dopo di essa per sempre»74 • Secondo la prospettiva tem­
porale di Sarton, orientata verso una posterità misurata in
termini di centinaia d'anni e di millenni, anche la pubbli­
cazione orale che influenza profondamente gli studenti
deve apparire effimera. Ma quando si paragonano le due
modalità di trasmissione della conoscenza, un punto di vi­
sta esclusivamente ipermetrope non è più difendibile di
uno miope. Come ha osservato Keynes, per esempio, «è
grazie ai suoi allievi, anche più che per i suoi scritti, che
Marshall si può considerare il padre della scienza econo­
mica quale la conosciamo oggi in Inghilterra»75 . Oppure,
come è stato detto a proposito di Wittgenstein: «ha pub­
blicato molto poco [ .. .] ma i problemi che ha discusso
con un piccolo gruppo di allievi sono ora diffusi nelle
università di tutto il mondo. "Si possono sentire filosofi
che non lo incontrarono mai " , scrisse Gilbert Ryle quan­
do Wittgenstein morì nel 195 1 , " che parlano di filosofia
col suo tono di voce; e studenti che a malapena compita­
no il suo nome ora arricciano il naso per cose che aveva­
no un cattivo odore per lui"»76.
Questa modalità di trasmissione della nuova conoscen­
za implica ancora altri costi in quanto, quasi per prescri­
zione istituzionale, la pubblicazione orale ha molto meno
risonanza della pubblicazione a stampa all'interno del si­
stema di ricompense della scienza. Ciò dipende dal carat-

74 G. Sarton, Pau!, ]ules e Marie Tannery, in «<sis», 1947, 38, p. 42.


75 Keynes, Essays in Biography, cit., p. 224.
76 A. Kenny, Wittgenstein, Cambridge, Harvard University Press,
1973 (trad. it. Wittgenstein, Torino, Boringhieri, 1984 ) .
La trasmissione orale della conoscenza 1 007

tere apparentemente paradossale della propneta intellet­


tuale nell'ambito scientifico: più liberamente gli scienziati
cedono questa proprietà (con la pubblicazione) , più è
probabile che diventi una loro proprietà privata. Come
abbiamo ripetutamente notato, infatti, la scienza è cono­
scenza pubblica, non privata77 • Solo quando gli scienziati
hanno pubblicato le loro idee e le loro scoperte si può
dire che hanno dato effettivamente un contributo scientifi­
co, e solo quando qualcosa è diventato in questo modo di
pubblico dominio nella scienza, essi possono rivendicare
questo contributo come effettivamente di loro proprietà.
La rivendicazione viene autenticata solo attraverso il rico­
noscimento accordato al lavoro e ai suoi autori dai colle­
ghi nel sistema sociale della scienza attraverso il riferimen­
to e l'uso di questo lavoro. Poiché il riconoscimento del
valore del lavoro di una persona da parte di colleghi qua­
lificati è, nella scienza, la forma base di ricompensa (tutte
le altre ricompense derivano da questa) , e poiché la si
può ampiamente accordare solo quando il lavoro è larga­
mente conosciuto, tutto ciò costituisce un incentivo istitu­
zionalizzato per una pubblicazione aperta, senza che ci sia
necessariamente una ricompensa finanziaria diretta, del la­
voro scientifico. La pubblicazione aperta, a sua volta, per­
mette al sistema sociale della scienza di valutare e correg­
gere continuamente le rivendicazioni di conoscenza. Infi­
ne, per gli scopi presenti, poiché il riconoscimento dei
pari è la moneta fondamentale nel regno della scienza, e
poiché la struttura cognitiva della scienza predispone alle
scoperte multiple indipendenti, questo complesso sociale
e cognitivo stimola gli scienziati ad arrivarci per primi e
ad affermare le loro rivendicazioni di priorità nella sco-

77 ]. Ziman, Public Knowledge, Cambridge, Cambridge University


Press, 1968.
1 008 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

perta attraverso determinate forme di pubblicazione che


siano di dominio pubblico78 •
Nel corso dell'evoluzione storica del sistema di ricom­
pense della scienza, le rivendicazioni della priorità di una
scoperta o di un'ideazione sono state istituzionalmente
convalidate solo da una forma di pubblicazione. Come
Lederberg dice in modo succinto: «nessun lavoro, nessu­
na rivendicazione di priorità, viene effettivamente registra­
ta fino a quando non sia apparsa pubblicamente a stampa
in una rivista autorevole nella quale vige un certo sistema
di controllo sui lavori da pubblicare»79 . Questa regola isti­
tuzionale ampiamente adottata fa sì che il sistema di ri­
compense non sia favorevole alla pubblicazione orale per
almeno due aspetti, oltre quello manifesto, che consiste
nel non permettere che la comunicazione orale di nuove e

78 Su questo modello di struttura distintiva e sulle funzioni dei si­


stemi cognitivi interrelati, di comunicazione e di ricompensa, si veda
Merton, La sociologia della scienza, cit., cap. 1 3 , e anche i capp. 12 e
14; D. de Solla Price, Toward a mode! /or science indicators, in Toward
a Metric o/ Science: The Advent o/ Science Indicators, a cura di Y. Elka­
na, J. Ledeberg, R.K. Merton, A. Thackray e H. Zuckerman, New
York, John Wiley & Sons, 1978, pp. 79-8 1 .
79 Lederberg, Digitai communications and the conduct o/ science:
the new literacy, cit., p. 1315. Si veda, per esempio, una versione for­
male e più specifica della regola adottata dai curatori deii'American
Council o/ Biology: «Una pubblicazione originale accettabile deve nella
prima stesura contenere sufficiente informazione in modo da permette­
re ai colleghi: ( l ) di valutare le osservazioni, (2) di ripetere gli esperi­
menti, (3 ) di essere soggetta ad attenzione, essenzialmente permanente,
da parte della comunità scientifica senza restrizione, e disponibile al
regolare vaglio da parte di uno o più dei maggiori servizi secondari ri­
conosciuti [p. es., attualmente, Biologica! Abstracts, Chemical Abstracts,
Index Medicus, ecc.] negli Stati Uniti e di servizi similari in altri paesi».
E.B. Cook, Biology editors' de/inition, in «Science>>, 12 giugno 1970, p.
1286. Nelle scienze fisiche e biologiche, e talvolta meno sovente nelle
scienze sociali, la prima pubblicazione in genere è stampata in riviste;
esattamente le stesse regole che governano la priorità valgono per i li­
bri.
La trasmissione orale della conoscenza 1 009

significative idee o scoperte abbia i titoli richiesti perché


le sia riconosciuta la priorità. Primo, non tiene conto della
possibilità che questo lavoro esposto oralmente diventi,
anche senza una deliberata appropriazione indebita da
parte di chiunque sia interessato al processo di diffusione,
la base di versioni più sviluppate, mandate in stampa per
prime da altri. Secondo, la regola non tiene conto dell' ap­
parire di scoperte essenzialmente uguali ma indipendenti
tra loro nel periodo che intercorre tra la pubblicazione
orale e quella scritta di un lavoro.
Ancora una volta, quello di Alfred Marshall è un caso
tipico. Come abbiamo notato, grazie a Keynes, molto del
lavoro di base di Marshall era stato reso pubblico oral­
mente. Parte di questo lavoro non venne mai mandato in
stampa; un 'altra parte rilevante lo fu solo circa vent'anni
dopo, nella forma da allora onnipresente dei Principles o/
Economics, mentre la parte ancora precedente della teoria
della moneta, solo mezzo secolo dopo. Keynes prosegue
osservando che

Marshall nel frattempo non aveva tenuto le sue idee per sé,
ma le aveva condivise senza riserva in lezioni e conferenze con
amici e allievi. Esse trapelarono anche in circoli più ampi attra­
verso pamphlet stampati privatamente o attraverso gli scritti dei
suoi allievi. [Poi Keynes nota uno dei costi di questa preferenza
per la pubblicazione orale rispetto a quella a stampa:] inevita­
bilmente, quando i libri apparvero, mancavano della novità e
del potere rivoluzionario di cui sarebbero stati riconosciuti por­
tatori una generazione prima80•

Nel caso specifico delle idee centrate sulla nozione


fondamentale di utilità marginale si aggiunse questo costo
generico della pubblicazione orale. Le scoperte multiple
indipendenti e la regola che deve contare solo la pubbli-

so Keynes, Essays in Biography, cit., pp. 179- 180.


l O l O La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

cazione a stampa, non quella orale, si combinarono per


togliere a Marshall la priorità delle sue idee:

La pubblicazione [di Theory o/ Politica! Economy di Jevons]


dev'essere stata occasione di disappunto e di irritazione per
Marshall. Infatti Jevons prese il meglio dalle nuove idee che
Marshall stava elaborando lentamente senza dar loro però - a
giudizio di Marshall - un trattamento adeguato o accurato.
Nondimeno, ciò dette a Jevons l'attestato di priorità nella pub­
blicazione di quel gruppo di idee connesse con l'utilità «margi­
nale» (o, come l'ha chiamata Jevons, «finale») . I riferimenti di
Marshall alla questione della priorità sono estremamente riser­
vati. Egli sta attento a non mettere in dubbio le rivendicazioni
di Jevons, anche se fa notare, indirettamente, ma in modo chia­
ro e preciso, che il proprio lavoro deve poco o nulla a quello di
Jevons8 1.

In quest'ultima frase, Keynes implicitamente ci indica


un ultimo, possibile, e completamente ironico, costo della
pubblicazione orale. Colui che ha avuto per primo un'idea
può non solo perdere l'attestato di priorità, ma può anche
essere tacciato, dai molti che non avevano accesso alle for­
mulazioni originali presentate oralmente ad un pubblico a
paragone più piccolo, di aver copiato da colui che è venu­
to dopo.
È forse il consumato perfezionista della filosofia del
XX secolo, che si è interessato delle connessioni tra lin­
guaggio, mente e realtà, a esemplificare la percezione dei
diversi costi della pubblicazione orale. Riluttante per mol­
ta parte della sua vita ad affidare le sue idee, continua­
mente in mutamento, alla ferrea stampa, Ludwig Wittgen­
stein fu alla fine spinto a preparare per la pubblicazione il

81 Ibid. , pp. 183 ss.; si veda Schumpeter, History o/ Economie

Analysis, cit., pp. 83 7-840.


La trasmissione orale della conoscenza 101 1

manoscritto delle sue Ricerche filosofiche. Nella prefazio­


ne, racconta con caratteristico candore:

A dire il vero, fino a poco tempo fa avevo rinunciato al­


l'idea di pubblicare il mio lavoro mentre ero in vita. Ogni tan­
to, però, quest'idea rispuntava, soprattutto perché avevo dovuto
constatare come i miei risultati, divulgati attraverso lezioni, ma­
noscritti e discussioni, circolassero variamente fraintesi, annac­
quati o mutilati. Ciò stuzzicò la mia vanità, e durai fatica a farla
tacere.

Per prima cosa, dunque, abbiamo il proposito della


pubblicazione a stampa in quanto presumibilmente meno
soggetta della pubblicazione orale a fraintendimenti e a
varie distorsioni che riguardano ciò che si pensa sia stato
esposto. Poi, si fa un'allusione non così implicita agli ulte­
riori costi di una eventuale perdita di priorità per il fatto
che le sue diffuse idee si riflettevano negli scritti di altri:

Per più di una ragione quello che pubblico qui avrà punti
di contatto con quello che altri oggi scrive. Le mie osservazioni
non portano nessun marchio di fabbrica che le contrassegni
come mie, così non intendo avanzare alcuna pretesa sulla loro
proprietà.

E infine, c'è la prospettiva del perfezionista scettico:

Le rendo pubbliche con sentimenti dubbiosi. Che a questo


lavoro, nella sua pochezza, e nell'oscurità del tempo presente,
sia dato di gettare luce in questo o in quel cervello, non è im­
possibile; ma che ciò avvenga non è certamente probabile. [. .] .

Avrei preferito produrre un buon libro. Non è andata così; ma


è ormai passato il tempo in cui avrei potuto renderlo migliore82 .

82 L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche (1953 ), Torino, Einaudi,


1967, pp. 4-5 .
1 012 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

È forse questo aspetto della reazione di Wittgenstein a


certe conseguenze della pubblicazione orale che sembra
aver notato Ayer una dozzina d'anni prima, rilevando che

Wittgenstein si era già spostato dalle posizioni del Tracta­


tus, ma il suo attuale punto di vista era noto solo al circolo ri­
stretto dei suoi allievi di Cambridge. Wittgenstein si preoccupa­
va che nessun resoconto delle lezioni circolasse liberamente, per
una paura morbosa che le sue idee fossero travisate o plagiate.
Fu solo sul finire degli anni '30 che una o due copie di appunti
presi alle sue lezioni, i famosi Libri Bianco e Blu, arrivarono in
qualche modo a Oxford83 .

Eppure, come Mead, Wittgenstein rimase restio a


pubblicare. Anche le Ricerche filosofiche, preparate in ma­
noscritto tra la metà e la fine degli anni '40, furono alla
fine pubblicate solo dopo la sua morte, così come avven­
ne per una decina di altri volumi del suo lavoro. Il solo li­
bro filosofico che Wittgenstein pubblicò durante la sua
vita fu il Tractatus Logico-Philosophicus84• Uno dei lavori
postumi recentemente pubblicati, Lezioni e conversazioni
sull'etica, l'estetica, la psicologia e la credenza religiosaB5 ,
basato su appunti presi da un gruppetto attentamente se­
lezionato dei suoi studenti, contiene il tipo di osservazio­
ne preliminare che ormai ci è sempre più familiare:

Di questo libro si deve dire prima di tutto che non contiene


nulla che sia stato scritto da Wittgenstein. Gli appunti, qui
pubblicati, non sono note, stese da Wittgenstein per le proprie

83 AJ Ayer, Part o/ My Lzfe. The Memoir o/ a Phzlosopher, New


York, HBJ, 1977, p. 120; cfr. p. 130.
84 Kenny, Wittgenstein, cit. , p. 3 .
85 L. Wittgenstein, Lectures & Conversations on Aesthetics,
Psychology and Religious Belie/, Berkeley-Los Angeles, University of
California Press, 1 972 (trad. i t. Lezioni e conversazioni sull'etica, l'este­
tica, la psicologia e la credenza religiosa, Milano, Bompiani, 1987).
La trasmissione orale della conoscenza 1 0 13

lezioni, sono appunti presi da studenti, non visti né controllati


da lui. [E poi, con il candore che ci si aspetta da uno studente
di Wittgenstein:] È pure dubbio che egli ne avrebbe approvata
la pubblicazione, almeno in questa forma86 .

Non ci dovrebbe sorprendere sapere che, un po co­


me il meno esigente Adam Smith a suo tempo, il più se­
vero perfezionista Ludwig Wittgenstein avrebbe ordinato
che la maggior parte dei suoi taccuini fossero distrutti
dopo la sua morte.
Questo è tutto per un semplice abbozzo di attributi,
contesti, funzioni e disfunzioni della pubblicazione orale,
in particolar modo nel caso di lezioni che sono state con­
vertite a stampa da persone che non sono gli autori origi­
nali.

Funzioni per lo studente. Sembra che i microcontesti


cognitivi composti da insegnanti selezionati e dai loro stu­
denti influenzino in grande misura il grado di realizzazio­
ne effettiva delle funzioni potenziali dell'apprendimento
attraverso un maestro. Non ultimo è il «clima di entusia­
smo» e di eccitazione generato e sorretto dalla sensazione
che qualcosa di grande interesse cognitivo sta accadendo,
proprio in quel momento, e che uno è fortunato ad esser­
ci. Ci vengono in mente subito casi tratti da dipartimenti
di scienze ed educazione. C'è l'epoca famosa degli ecci­
tanti progressi nella teoria dei cromosomi con la quale
Edmund B. Wilson suscitava l'entusiasmo dei suoi stu­
denti della Columbia, portando un certo numero di essi a
p artecipare al gruppo di ricerca Drosophila di Morgan87 .
La stessa cosa accadeva con gli studenti di William Osler
nell'aula dove si teneva la lezione, cioè il dispensario me-

86 Ibid. , p. 47.
87 E.A. Carlson, The Gene: A Critica! History, Philadelphia,
Penn., W.B. Saunders, 1966, pp. 94-95.
l O 14 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

dico, o nei padiglioni dell'ospedale, con la conseguenza


che si batterono nuove direzioni di ricerca non tanto per
la sostanza di ciò che veniva esplicitamente insegnato, ma
per il tono e il metodo con cui i problemi che richiedeva­
no una soluzione venivano esaminati88 .
Le funzioni collaterali di intensificazione degli interes­
si cognitivi degli studenti e di indirizzo della loro atten­
zione verso percorsi che in precedenza non erano stati
considerati, possono, a quanto pare, avere un effetto tale
da far passare in secondo piano la sostanza di quello che
viene detto. Il fatto che le parole dette siano fugaci può
costituire la loro forza e la loro debolezza, meno di quan­
to succede con la parola scritta, che è ricorsiva, e può es­
sere esaminata più volte. Spesso ci si ricorda di essere sta­
ti stimolati, o informati, o eccitati o disturbati in modo fe­
condo senza riuscire ad identificare precisamente quello
che veniva detto. In questi casi, rimane più l'effetto che la
sostanza. Questo è un tema ricorrente nei resoconti che
riguardano molti studiosi e scienziati. La formulazione più
chiara e forte che io conosca è quella espressa dall'autore
delle importanti Lectures on the Relation between Law
and Public Opinion in England during the Nineteenth Cen­
tury, il giurista e filosofo politico Albert Venn Dicey,
quando scrive a proposito della sua esperienza come allie­
vo di Benjamin Jowett:

Un uomo può essere un buon insegnante nel senso di susci­


tare l'entusiasmo nel momento giusto e di guidarlo nella dire­
zione giusta, ma nello stesso tempo non dire nulla nelle lezioni
di cui ci si ricordava. Questo, per quanto mi riguarda, era il
caso di Jowett. A nessuna persona devo di più. Jowett fece in
molti modi la differenza nell'intero corso della mia vita, sia al

88 W. de B. MacNider, The Good Doctor, Chapel Hill, N.C., Uni­


versity of North Carolina Press, 195 3 , p. 95.
La trasmissione orale della conoscenza 1015

College sia dopo che io lo lasciai, m a non posso dire d i ricor­


darmi molto delle sue lezioni89 .

Altre funzioni collaterali dell'insegnamento orale com­


portano quello che si può descrivere come il «paradosso
di Machlup»: «Il comportamento dell'insegnante che ci
permette di definirlo un buon insegnante, non sempre è
equivalente al buon insegnamento, se il buon insegnamen­
to è quello che produce un buon apprendimento»90• Se­
condo questo punto di vista, un buon insegnante può ar­
rivare ad una lucidità di esposizione tale che gli studenti
non riescono a riconoscere le complessità del soggetto,
oppure pensano di padroneggiarlo, e perciò tralasciano lo
studio intensivo successivo che li porterebbe ulteriormen­
te avanti. Se questi supposti processi abbiano luogo effet­
tivamente, rimane controverso. Ma quasi come se stesse
fornendo materiale di conferma al paradosso di Machulp
più di trent'anni in anticipo sulla sua enunciazione esplici­
ta, il grande fisico e direttore del Cavendish, J.J. Thom­
son, lo descriveva di fatto parlando del suo maestro W.D.
Niveo, da cui egli

trasse gran beneficio. Niveo non era un bravo oratore, né il si­


gnificato di quello che diceva era sempre chiaro, ma era profon­
damente convinto ed entusiasta dell'importanza del punto di vi­
sta di Maxwell. Cercò di trasmettere tutto il suo entusiasmo alla
classe, e se non potevamo capire del tutto quello che diceva in
certi particolari punti, eravamo però sicuri che erano importanti
e che dovevamo in un modo o nell'altro cercare di capirli. Que­
sto ci preparò a pensare ad essi e a leggere e ri-leggere il libro
di Maxwell, che a sua volta non era sempre chiaro. Questa fu

89 Memorials o/ Albert Venn Dicey, London, Macmillan, 1925, pp.


27-28.
90 F. Machlup, Poor learning /rom good teachers, in «Academe»,
ottobre 1979, p. 376.
l O 16 La sociologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

un'eccellente educazione, e ottenemmo una padronanza molto


migliore del soggetto, e un più grande interesse, di quanto
l'avremmo ottenuta se le questioni ci fossero apparse così chiare
nelle lezioni da non aver bisogno di pensarci ulteriormente. L'in­
segnante migliore non sempre è l'oratore più chiaro, ma colui
che riesce a far sì che i suoi alunni pensino con la propria testa,
e questo fece di sicuro Niven con il suo entusiasmo91.

È destino che Thomson a sua volta sarebbe stato defi­


nito un «conferenziere insuperabile».
Talvolta accade che un'osservazione incidentale, fatta
spontaneamente a lezione, rimane per alcuni ascoltatori
memorabile e importante per buona parte della loro vita.
Una di queste considerazioni incidentali è quella fatta da
L.J. Henderson nel suo famoso seminario sulla sociologia
generale di Pareto tenuto a Harvard all'inizio degli anni
'30: «è una buona cosa sapere quello che stai facendo».
Mi sono trovato a pensare a questo bel modo di dire mol­
te volte, a mo' di stimolo per cercare di portare alla luce
assunti nascosti che, una volta identificati, spesso rendono
confuse idee apparentemente interessanti. E, modificando­
lo espressamente in questa forma: «In generale92, è una
buona cosa sapere quello che stai facendo», l'ho passato a

91 JJ Thomson, Recollections and Reflections, London, G. Beli &


Sons, 1936, pp. 4 1 -42, corsivo aggiunto.
92 La qualificazione «in generale» è stata aggiunta, naturalmente,
per diffidare dalla prematura ricerca di chiarezza durante le fasi iniziali
di una riflessione, che invece permettono il caos creativo, alla ricerca
di idee difficili da afferrare, stabilendo il «principio della trascuratezza
limitata» di Max Del Bruck. L.J. Henderson, tra l'altro, mise questo
aforisma in stampa, a p. 73 del suo eccellente piccolo libro, Pareto Ge­
nera! Sociology, Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1935,
dove si legge: «è una buona idea sapere quello che stai facendo>>. Non
ho mai visto un riferimento alla versione a stampa dell'aforisma ma,
come ho detto sopra, ho provveduto a trasmetterlo a centinaia di miei
studenti attraverso i decenni.
La trasmissione orale della conoscenza 1017

intere generazioni di miei studenti, alcuni dei quali posso­


no testimoniare esperienze simili alle mie.
I precedenti riferimenti ripetuti alle lezioni e ai semi­
nari ci ricordano solo di nuovo che queste non sono le
sole o le più importanti forme di trasmissione orale della
conoscenza nell'università. La forma più intensa è eviden­
temente il «modello maestro-apprendista»93 , che comporta
un'interazione frequente e stretta tra il maestro e il novi­
zio in ogni fase della ricerca e dell'indagine, dal momento
della formulazione dei problemi, attraverso le fasi della
raccolta dei dati e dell'elucidazione teorica e, a seconda
dei casi, fino all'analisi dettagliata e alla redazione dei ma­
teriali di ricerca.
Si ha l'impressione che, eccetto durante la fase crucia­
le della scrittura della dissertazione, le lezioni giochino
una parte più significativa per gli studenti degli studi
umanistici di quanto non avvenga per gli studenti delle
scienze fisiche o biologiche, con le scienze sociali in posi­
zione intermedia tra le due. Un segno di questa differenza
sta nel posto centrale e duraturo che il lavoro post-dotto­
rale occupa nelle scienze naturali, e che invece è virtual­
mente assente nelle discipline umanistiche, e ha uno spa­
zio ancora limitato nelle scienze sociali. Rimane ancora
ampio spazio per la variazione degli stili educativi all'in­
terno di ognuna delle divisioni maggiori della conoscenza.
Come ho brevemente notato, gli otto maestri del pensiero
sociologico che ho citato preferivano uno o l'altro dei due
distinti stili. Weber, Mead, Maclver e Sorokin (l 'ultimo in
particolare nei suoi anni trascorsi a Harvard) , che erano
orientati principalmente verso le discipline umanistiche,
tendevano a fare della lezione il loro veicolo principale di
insegnamento (assieme ai seminari e alla direzione di tesi ) .

93 Si veda il capitolo 4 del libro d i H . Zuckerman, Scienti/ic Elite,


Chicago, University of Chicago Press, 1 977, con questo stesso titolo.
1 0 1 8 La mciologia della conoscenza e le comunicazioni di massa

La stessa cosa si può dire di Frazer, che fu vincolato dal­


l'aver avuto, nel complesso, pochi studenti graduate. Ab­
bastanza diversi per essere notati erano invece Park,
Stouffer e Lazarsfeld, che avevano adottato uno stile di
insegnamento più vicino e somigliante alla modalità domi­
nante che abbiamo trovato nelle altre scienze: Park, che
fece della città il suo laboratorio e che istruiva i suoi stu­
denti in quel laboratorio; Stouffer, che aveva lavorato
come apprendista nel giornale di famiglia prima di fare il
suo lavoro di dottorato a Chicago seguito da un anno
post-dottorato con Karl Pearson e R.A. Fisher; Lazarsfeld
che, dopo aver ricevuto il suo dottorato in matematica ap­
plicata a Vienna e essere stato addestrato all'Istituto di
Psicologia di Biihler, sarebbe rimasto legato per tutta la
vita ad uno stile di insegnamento maestro-apprendista al­
l'interno di un istituto di ricerca collegato con l'universi­
tà che poteva offrire sia istruzione pre- che post- dottorale,
con la collaborazione degli studenti alle ricerche.
Queste osservazioni ci possono indicare un ulteriore
tipo di ricerca sistematica, rivolta a valutare i tipi e l' am­
piezza delle differenze nell'educazione e nella socializza­
zione degli scienziati e degli umanisti, sia rispetto alle mo­
dalità dominanti di trasmissione orale della conoscenza,
sia rispetto alle loro conseguenze. Questo tipo di ricerca
ancora attende di essere fatta. Perciò, possiamo solo fare
delle ipotesi quando valutiamo fino a che punto differen­
ze significative nei risultati derivino dall'aver avuto un'in­
terazione personale diretta e continua con un insegnante
oppure dall'aver appreso dai libri.

Mi è ora abbondantemente chiaro, come dovrebbbe


essere altrettanto chiaro ai lettori, che questo pezzo di
orientamento può servire ad individuare solo poche que­
stioni sul ruolo peculiare che la comunicazione orale svol­
ge nell'educazione degli studiosi e degli scienziati e nel­
l' avanzamento della conoscenza. Molte questioni e proble-
La trasmissione orale della conoscenza 1019

mi connessi, che hanno a che fare con contesti storici, so­


ciali, cognitivi della trasmissione orale rimangono tutto
considerato ancora da affrontare.
STUDI DI SOCIOLOGIA DELLA SCIENZA
Studi di sociologia della scienza

Questa seconda parte comprende sei saggi sulla socio­


logia della scienza 1 , un particolare campo di ricerca che
può considerarsi un ramo della sociologia della conoscen­
za poiché si occupa dell'ambiente sociale di quel tipo di
conoscenza che, sviluppandosi dall'esperimento o dall' os­
servazione controllata, ad essi si riconduce.
Nei suoi lineamenti più generali, l'oggetto della socio­
logia della scienza è l' interdipendenza dinamica fra la
scienza, intesa come un'attività sociale in progresso che dà
origine a prodotti culturali e di civiltà, e la circostante
struttura sociale. Le reciproche relazioni fra scienza e so­
cietà costituiscono l'oggetto di studio, come hanno dovu­
to riconoscere tutti coloro che si sono seriamente dedicati
alla sociologia della scienza. Fino a poco tempo fa non si
era dedicata molta attenzione alla reciprocità di queste re­
lazioni: l'influenza della scienza sulla società aveva sempre
destato molto interesse, ma la relazione contraria era stata
trascurata.
Probabilmente perché è così evidente, l'influenza della
scienza sulla struttura sociale, particolarmente quella che

l Per un esauriente resoconto di questo campo, vedi B. Barber,


Science and the Social Order, Glencoe, The Free Press, 1952; vedi an·
che B. Barber e R.K. Merton, Brie/ Bibliography /or the Sociology o/
Science, in «Proceedings of the American Academy of Arts and Sci·
ences», 1952, pp. 80, 140-154.
1 024 Studi di mciologia della scienza

si estrinseca mediante i suoi derivati tecnologici, è stata da


molto tempo oggetto di attenzione, se non di studio siste­
matico. È facile constatare come la scienza sia una forza
dinamica di mutamento sociale, benché non sempre di
mutamenti previsti e desiderati. In diverse occasioni, du­
rante l'ultimo secolo, gli stessi scienziati fisici hanno ab­
bandonato l'isolamento dei loro laboratori per riconosce­
re, con orgoglio e meraviglia, o per sconfessare, con orro­
re e vergogna, le conseguenze sociali del loro lavoro.
L'esplosione di Hiroshima confermò soltanto ciò che
ognuno sapeva già. La scienza ha conseguenze sociali.
Ma se le conseguenze della scienza per la società sono
state da tempo considerate, altrettanto non si è verificato
per le conseguenze causate dalle diverse strutture sociali
per la scienza. Pochissimi scienziati fisici e non molti
scienziati sociali hanno prestato una qualche attenzione
alle diverse influenze della struttura sociale sul ritmo di
sviluppo, sugli argomenti centrali di interesse e, forse, sul­
lo stesso contenuto della scienza. È difficile spiegare il
perché di questa riluttanza ad esaminare il problema. La
riluttanza può forse nascere dall'errata opinione che am­
mettere il fatto sociologico significherebbe porre in peri­
colo l'autonomia della scienza. Forse si pensa che l' obiet­
tività, un valore così fondamentale nell'ethos scientifico,
risulterebbe minacciata dal fatto che la scienza è un'attivi­
tà sociale organizzata, che presuppone l'appoggio finan­
ziario da parte della società e che la misura di questo ap­
poggio e i tipi di ricerca per cui è stato dato differiscono
nelle diverse strutture sociali come pure differisce il reclu­
tamento dei talenti scientifici. Vi può essere il vago senti­
mento che la scienza resti più pura e immacolata se viene
concepita come posta in un vuoto sociale. Come ora la
parola «politica» ha per molti un connotato di spregevole
corruzione così la frase «contesti sociali della scienza»
può indicare per molti scienziati l'intrusione di problemi
estranei alla scienza vera e propria.
Studi di sociologia della scienza 1 025

O forse questa riluttanza deriva dall'opinione egual­


mente errata che riconoscere queste connessioni tra scien­
za e società significhi mettere in dubbio i motivi disinte­
ressati dello scienziato. Per taluni, il riconoscimento di
queste connessioni può significare l'implicita affermazione
che lo scienziato non cerchi, prima e soprattutto, il pro­
gresso della scienza ma la glorificazione di sé. Abbiamo
parlato di questo tipo comune di errore in vari punti del
nostro libro: l'errore sta nel confondere il livello d'analisi
motivazionale con il livello d'analisi istituzionale. Come è
indicato nei capitoli seguenti, gli scienziati possono essere
motivati nel modo più vario: da un disinteressato deside­
rio di sapere, dalla speranza di un guadagno economico,
da un'attiva (Veblen la chiama oziosa) curiosità, da spirito
di competizione o aggressione, da egoismo o altruismo.
Ma gli stessi motivi, in differenti ambienti istituzionali, as­
sumono espressioni sociali diverse, proprio come diversi
motivi, in una data situazione istituzionale, possono assu­
mere approssimativamente la stessa espressione sociale. In
un contesto istituzionale, l'egoismo può condurre lo scien­
ziato a sviluppare un ramo scientifico utile a scopi milita­
ri; in un'altra situazione lo stesso egoismo può condurlo a
lavorare a ricerche che non hanno alcuna utilità militare.
Considerare come e quando le strutture sociali determino
la direzione della ricerca scientifica non significa porre lo
scienziato in stato di accusa per i suoi motivi.
Ma gli eventi storici hanno avuto successo dove gli
studi e gli scritti degli scienziati sociali sono falliti. Il cor­
so recente della storia ha reso sempre più difficile, anche
per gli scienziati chiusi nei loro laboratori e che raramente
partecipano alla più ampia società civile e politica, di
ignorare o trascurare più a lungo il fatto che la scienza
stessa dipende in diversi modi dalla struttura sociale. Per
scegliere solo alcuni di questi eventi, si può prima citare
l'emergere della Germania nazista con il suo drammatico
influsso sulla natura, qualità e direzione della scienza di
1 026 Studi di sociologia della scienza

quel paese. Piuttosto che riconoscere che questo éra un


caso estremo e perciò illuminante di una piÙ" generale re­
lazione, piuttosto che considerare ciò come una testimo­
nianza del fatto che la scienza esige particolari forme di
struttura sociale per seguire la sua natura particolare, al­
cuni scienziati lo hanno considerato un caso eccezionale e
patologico, senza alcuna implicazione per la situazione ge­
nerale. Durante la guerra, tuttavia, l'inquadramento mili­
tare delle forze scientifiche ha portato un numero maggio­
re di scienziati a riconoscere il rapporto di interazione esi­
stente fra la loro scienza e la struttura sociale. E, ancora
più di recente, la politicizzazione della scienza nell'Unione
Sovietica ha contribuito a portare altri scienziati alla stessa
conclusione.
Con questi sviluppi che si susseguono così rapidamen­
te da sembrare quasi un unico evento continuato, molti
sono giunti a riconoscere le connessioni fra scienza e strut­
tura sociale, anche coloro che, se mai avevano pensato ad
esse, non le avevano considerate altro che una finzione
della sociologia marxista. (Ad esempio, J ames B. Conant,
nel suo eccellente libro On Understanding Science, si riferi­
sce ancora alla «connessione fra scienza e società» come
ad un argomento «di cui i nostri amici marxisti hanno tan­
to parlato negli ultimi anni». ) Ora, come abbiamo visto
con una certa ampiezza nel capitolo XIV di questo volu­
me, Marx ed Engels effettivamente esposero una concezio­
ne generale di queste connessioni, deplorando la pratica di
scrivere «la storia delle scienze come se queste fossero ca­
dute dal cielo»; ma, dal tempo di Marx ed Engels, lo stu­
dio empirico dei rapporti fra scienza e struttura sociale si
è purtroppo sviluppato pochissimo. Gli stessi vecchi esem­
pi storici, divenuti venerabili per età e triti per l'uso, sono
stati periodicamente rispolverati per indicare come le ne­
cessità tecnologiche qualche volta portino gli scienziati ad
occuparsi di particolari problemi di ricerca. Con questo
eccessivo conformarsi alle prime concezioni di Marx ed
Studi di sociologia della scienza 1027

Engels si è espressa la devozione ad essi e si è limitato il


progresso della sociologia. Altra pratica molto diffusa è sta­
ta quella di ill ustrare e spiegare di nuovo vecchie citazioni
e considerarle opere di ricerca. Si è sviluppato un modello
di pensiero e di scrittura che sarebbe forse appropriato
per un gruppo religioso per cui il fatto fondamentale è la
tradizione e in cui l'antica rivelazione deve rimanere intat­
ta. Ma è un modello ben poco adatto alla scienza, inclusa
la scienza sociale, in cui i fondatori sono onorati non con
la zelante citazione delle loro prime scoperte, ma con
l' ampiamento, la modifica e talvolta il rifiuto di alcune
delle loro idee e dei loro risultati. Nella sociologia della
scienza, come negli altri campi, risulta molto utile riflettere
sulle sagge parole di Whitehead: «Una scienza che esista a
dimenticare i suoi fondatori è perduta».
Che i numerosi problemi dei rapporti fra scienza e
struttura sociale, ormai universalmente riconosciuti, non
vengano studiati mediante ricerche empiriche può essere
istituzionalmente provato in modo inoppugnabile: in nes­
suna delle università di questo paese vi è un Istituto per
la ricerca delle Relazioni Sociali della Scienza.
Gli ultimi sei capitoli di questo volume sono dedicati a
queste relazioni fra la scienza e il suo ambiente sociale.
Scritti in periodi diversi nello spazio di molti anni, questi
saggi hanno due obiettivi principali. Essi cercano, in pri­
mo luogo, di delineare le diverse forme di interdipendenza
fra scienza e struttura sociale, considerando la stessa scien­
za come un'istituzione sociale diversamente collegata con
le altre istituzioni del tempo. E, secondo, tentano un'anali­
si funzionale di questa interdipendenza, con speciale riferi­
mento ai punti di integrazione e non integrazione.
Il capitolo XVIII espone diversi tipi di rapporto fra la
struttura sociale e lo sviluppo della scienza, con particola­
re interesse per quelle società che hanno una struttura po­
litica fortemente centralizzata. Delinea i punti di tensione
fra le norme istituzionali della scienza e le norme istituzio-
1 028 Studi di sociologia della scienza

nali della dittatura politica; considera inoltre anche le ten­


sioni che si sviluppano in società meno centralizzate, qua­
le può essere la nostra, fra l'elevata valutazione della
scienza e la sua presente utilizzazione per scopi militari e
per nuovi macchinari produttivi che molto spesso vengo­
no introdotti in modo tale da provocare disoccupazione.
Viene introdotta l'ipotesi che tali conseguenze sociali del
presente impiego della scienza stiano gettando le basi per
una rivolta contro la scienza stessa, nonostante questa ri­
volta possa essere mal diretta nella scelta del suo obietti­
vo. Fra le ragioni di questa ostilità vi è quella espressa in
una frase che poco tempo fa sembrava avere un valore fi­
gurato, mentre oggi sembra quasi letterale: «La scienza è
ritenuta ampiamente responsabile di fornire quegli ordigni
di distruzione che, a quanto si dice, possono gettare la
nostra civiltà nella notte eterna e nel caos».
Il capitolo XIX è complementare al capitolo XVIII, in
quanto tratta delle relazioni fra scienza e un ordine socia­
le democratico. Si ritiene che l'ethos di quella istituzione
sociale che è la scienza includa criteri universali di validità
scientifica e di valore scientifico, implicando così valori
che sono facilmente assimilabili a quelli di una società li­
bera, in cui ciò che conta sono le capacità e le realizzazio­
ni degli uomini e non lo status che viene loro attribuito
dalla nascita e le origini sociali o etniche. Un'altra compo­
nente dell'ethos della scienza è il «comunismo», nel senso
speciale che le norme istituzionali della scienza richiedono
che i suoi prodotti siano di pubblico dominio, condivisi
da tutti e non appartenenti ad alcuno. Verranno breve­
mente delineate le tensioni che si producono fra questo
elemento dell'ethos, con la sua insistenza sul fatto che la
scienza deve essere disponibile a tutti coloro che sono ca­
paci di farla propria, e l'esigenza della segretezza, spesso
imposta da enti militari e qualche volta da enti economici.
Anche in questo caso, il recente corso della storia ha reso
queste analisi istituzionali tutt'altro che accademiche e
Studi di sociologia della scienza 1029

lontane dalle vicende della vita di ogni giorno. Al contra­


rio, le tensioni aumentano e si rendono manifeste a tutti.
Così, per esempio, Karl T. Compton, assegnando nel
1949 nuove facilitazioni di ricerca ad un laboratorio scien­
tifico della Marina americana, trova necessario ricordare
ai suoi ascoltatori: «Sfortunatamente, la segretezza e il
progresso sono reciprocamente incompatibili. Ciò è sem­
pre vero per la scienza sia in rapporto a scopi militari o
per qualunque altro. La scienza va avanti e gli scienziati
fanno progressi in un'atmosfera di libera indagine e di li­
bero scambio di idee, con lo stimolo reciproco e continuo
di menti attive occupate negli stessi campi. Qualunque
imposizione di segretezza nella scienza equivale all'appli­
cazione di un freno al progresso».
Il capitolo XX segue una delle implicazioni contenute
nei capitoli precedenti: il modo in cui i derivati della
scienza, sotto forma di nuove tecniche e di macchinari di
produzione, influenzino lo status sociale della scienza e
presumibilmente il suo ulteriore sviluppo. Questo saggio è
in parte uno studio sulle origini dell'immagine pubblica
della scienza, di quello che la scienza sembra fare alla
gente e per la gente. Vi sono indicazioni su come la repu­
tazione sociale della scienza si fondi, per la maggioranza,
sui suoi manifesti e poderosi derivati tecnologici. Tuttavia,
poiché non si riesce a pianificare una metodica introdu­
zione di questi progressi della tecnica, molti lavoratori su­
biscono spostamenti, discontinuità dell'occupazione o di­
soccupazione prolungata e si trovano nell'impossibilità di
utilizzare le proprie capacità. Anche questo fatto può in­
fluire sull'apprezzamento popolare della scienza. E i tecni­
ci e gli ingegneri, venendo a trovarsi nel ruolo subalterno
di esperti che ricevono le istruzioni dai direttori ammini­
strativi, rinunciano facilmente ad ogni interesse per le
conseguenze sociali dei diversi metodi di introduzione di
un'innovazione tecnologica.
I capitoli XXI e XXII di questo volume sono stati i
1 03 0 Studi di soàologia della scienza

primi ad essere scritti e riguardano due tipi di studi empi­


rici nella sociologia della scienza. Il capitolo XXI è dedi­
cato ad alcune delle basi sociologiche che sostengono la
scienza come istituzione sociale, considerando questo fe­
nomeno nell'Inghilterra del XVII secolo. Esso si basa e
intende verificare un'intuizione contenuta nell'ipotesi di
Max Weber sulle relazioni fra il primo protestantesimo
ascetico e il capitalismo e, precisamente, che questo stesso
protestantesimo ascetico contribuì a motivare e indirizzare
le attività degli uomini verso la scienza sperimentale. Que­
sto è l'aspetto storico dell'ipotesi. Nella sua forma più ge­
nerale e analitica, essa afferma che la scienza, come ogni
altra istituzione sociale, deve essere appoggiata dai valori
del gruppo se vuole svilupparsi. Non vi è quindi alcun
paradosso nel trovare che anche un'attività così razionale
come la ricerca scientifica è fondata su valori non raziona­
li. Questa prima indagine nel campo di ricerca delle radici
sociologiche dell'interesse per la scienza deve, natural­
mente, essere ampliata, riveduta e corretta da altri studi
empirici per altre epoche e altri luoghi. Da questi studi
comparativi è essenziale sviluppare una più generale e
concreta comprensione di questo importante settore della
sociologia della scienza.
Una volta che l'istituzione della scienza è socialmente
stabilita, quali sono le determinanti, diverse da quelle
esclusivamente scientifiche, dei centri di interesse della ri­
cerca e della scelta dei problemi da studiare? È a tale in­
terrogativo che è dedicato il capitolo XXII, di nuovo con
l'Inghilterra come luogo e con il XVII secolo come epoca.
Dopo la pubblicazione di questo saggio è sorta una con­
troversia sulla ingannevole e sterile questione se la scelta
dei problemi per la ricerca scientifica sia o non sia influen­
zata dalle necessità pratiche (economiche e tecnologiche)
di una data epoca. Gli entusiasti di entrambe le parti in
contrasto sono coloro che riescono a .convertire un proble­
ma di ricerca in slogan politici in cui sono già comprese le
Studi di sociologia della scienza 1 03 1

risposte prima che si incominci il duro lavoro di indagine.


Il problema significativo non sta, dopo tutto, nell'appurare
se tali influenze pratiche si siano mai verificate o se siano
risultate sempre determinanti nel corso dello sviluppo
scientifico. Il problema se mai ha degli aspetti diversi, cia­
scuno dei quali richiede un lungo e paziente studio invece
che brevi e impazienti risposte: fino a che punto hanno
agito queste influenze in luoghi ed epoche differenti? In
quali condizioJ:?i sociologiche sono risultate più o meno
determinanti? E più tipico che si trovino nei primi stadi di
una disciplina scientifica? Quali sono le conseguenze di­
verse, sia per la scienza sia per la struttura sociale, dei di­
versi modelli che sono adottati per lo studio empirico dei
problemi scientifici?
Man mano che si accumuleranno studi su questioni
del genere, un altro settore della sociologia della scienza
acquisterà solidità. Il capitolo XXII intende fornire un
piccolo contributo in questo senso per un breve periodo
corrispondente agli albori della scienza in Inghilterra.
Il capitolo XXIII introduce il concetto dell'«effetto S.
Matteo» come un processo sociocognitivo che favorisce la
stratificazione sociale degli scienziati e degli studiosi. L' ef­
fetto S. Matteo consiste nel fatto che scienziati famosi di
grande fama ottengono dai loro colleghi maggiori ricono­
scimenti per certi contributi scientifici di quanti ne otten­
gano scienziati meno famosi per gli stessi contributi o per
contributi simili. Si ipotizza, per esempio, che nei casi di
collaborazione tra scienziati eminenti e scienziati relativa­
mente sconosciuti, i primi tenderanno a ricevere tutto, o
almeno la maggior parte, del credito. Nello stesso modo,
nel caso di scoperte fatte in modo indipendente da più
persone, la versione che ne ha dato lo scienziato più co­
nosciuto verrà identificata come fonte principale della
scoperta. Questo modello di allocazione erronea del credi­
to da parte dei colleghi viene definita «effetto S. Matteo»
perché nel Vangelo secondo S. Matteo si dice, come è
1032 Studi di sociologia della scienza

noto, che «a chi ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma


a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha». (Si può tro­
vare la stessa cosa anche in Marco e Luca, ovviamente.)
L'effetto S. Matteo è un caso speciale di ciò che ho
definito il processo sociale di «accumulazione dei vantaggi
e degli svantaggi» che porta all'aumento della stratificazio­
ne sociale. Appena intravisto per la prima volta debol­
mente nell'articolo del 1942 sulla struttura normativa del­
la scienza, questo processo di selezione sociale e di auto­
selezione individuale è stato esaminato in seguito per de­
terminare come influenzi la probabilità di accesso alla
struttura di opportunità nei vari campi di attività. Uno
strato sociale alto o un'eccellente esecuzione di ruolo può
iniziare un processo di vantaggio cumulativo nel quale gli
individui (e le organizzazioni) ottengono opportunità sem­
pre maggiori per aumentare il loro lavoro e in misura an­
che maggiore le ricompense collegate. Parallelamente, co­
loro che partono con svantaggi iniziali o un'esecuzione di
ruolo mediocre si trovano spesso sbarrato l'accesso, favo­
rendo un aumento della stratificazione2.

2 Per un'analisi dettagliata dell'effetto S. Matteo e dell'accumula­


zione dei vantaggi, si veda H. Zuckerman, Accumulation o/ advantage
and disadvantage: the theory and its intellectual biography, in L'opera di
R.K. Merton e la sociologia contemporanea, a cura di C. Mongardini e S.
Tabboni, Genova, Edizioni culturali internazionali, 1989, pp. 153 - 176.
Capitolo diciottesimo

Scienza e ordine sociale

Agli inizi del secolo, Max Weber osservò: «La fede


nel valore della verità scientifica è prodotto di particolari
culture e non già qualcosa di dato naturalmente» 1 • Al
giorno d'oggi noi possiamo aggiungere: e questa fede si
trasforma facilmente in dubbio o sfiducia. Il continuo svi­
luppo della scienza avviene soltanto in società di un certo
tipo, che hanno un particolare complesso di presupposti
taciti e di limiti istituzionali. Ciò che per noi è un norma­
le fenomeno che non richiede spiegazione e conferma
molti valori culturali di per sé evidenti, è stato in altri
tempi, ed è ancora in molti paesi, anormale e infrequente.
La continuità della scienza richiede l'attiva partecipazione
agli scopi scientifici di persone interessate e capaci, ed è
questo un tipo di esigenza che può e�sere soddisfatto solo
da appropriate condizioni culturali. E importante, quindi,
esaminare quei fattori che motivano le carriere scientifi­
che, che scelgono e danno prestigio a certe discipline
scientifiche e ne rifiutano od ostacolano altre. Risulterà
evidente che mutamenti nella struttura istituzionale posso-

l Weber, Gesammelte Au/siitze zur Wissenscha/tslehre, cit., trad. it.


Il metodo delle scienze storico-sociali, cit., p. 134; cfr. anche Sorokin,
Social and Cultura! Dynamics, cit., trad. it. La dinamica sociale e cultu­
rale, cit., spec. II, cap. 2.
1 034 Studi di sociologia della scienza

no interrompere, modificare o, eventualmente, impedire il


corso della scienza2.

l. Fonti di ostilità nei confronti della scienza

L'ostilità nei confronti della scienza può sorgere alme­


no sotto due serie di condizioni, sebbene i concreti siste­
mi di valori - umanitari, economici, politici e religiosi -
su cui tale ostilità si appoggia possano variare notevol­
mente. La prima serie implica la conclusione logica, anche
se non necessariamente corretta, che i risultati o i metodi
della scienza siano contrari al soddisfacimento di certi va­
lori. La seconda consiste in gran parte di elementi non lo­
gici: poggia sull'impressione che vi sia un'incompatibilità
fra i sentimenti compresi nell'ethos scientifico e quelli che
sono propri di altre istituzioni. Quando questa impressio­
ne è discussa o messa in dubbio, essa viene razionalizzata.
Ambedue le serie di condizioni sottostanno, in vario gra­
do, all'attuale rivolta contro la scienza. Si può aggiungere
che tali reazioni emotive e intellettuali sono comprese an­
che nell'approvazione sociale della scienza; ma in questo
caso si pensa che la scienza faciliti il raggiungimento di
mete approvate, e i valori culturali fondamentali sono
considerati, da un punto di vista emotivo, come coerenti
con quelli della scienza piuttosto che in contrasto con
essi. La posizione della scienza nel mondo moderno può,
quindi, essere analizzata come la risultante di due serie di
forze contrarie che approvano o si oppongono alla scienza
quale attività sociale su vasta scala.
Limiteremo il nostro esame a pochi notevoli esempi di

2 Cfr. Merton, Science, Tecnology and Society in Seventeenth Cen­


tury England, cit., trad. it. Scienza, tecnologia e società nell'Inghilterra
del XVII secolo, cit., cap. XI.
Scienza e ordine sociale 1 035

certe nuove valutazioni del ruolo sociale della scienza,


senza sottintendere con questo che il movimento anti­
scientifico sia in alcun modo così individuato. Molto di
ciò che qui si dirà può probabilmente essere applicato alle
vicende di altri tempi e luoghP .
La situazione della Germania nazista dal 193 3 in poi
illustra i modi in cui processi logici e non logici convergo­
no per modificare o interrompere l'attività scientifica. In
parte, gli ostacoli allo sviluppo scientifico sono un invo­
lontario risultato secondario dei mutamenti nella struttura
politica e del credo nazionalistico. In accordo con il dog­
ma della purezza della razza, tutte le persone che non ri­
spondono ai criteri dell' «arianesimo», imposti politica­
mente, o che non hanno dichiarato la loro fedeltà e sim­
patia alle mete naziste sono state eliminate dalle università
e dagli istituti scientifici4• Dato che fra questi espulsi vi è
un numero considerevole di eminenti scienziati, una con­
seguenza indiretta della purga razzista è l'indebolimento
della scienza in Germania.
In questo razzismo vi è compresa l'idea che la razza
può corrompersi attraverso il contatto reale o simbolico5 .
L'attività scientifica di coloro che, pur essendo di inconte­
stabile discendenza «ariana», collaborano con i non ariani
o anche accettano le loro teorie scientifiche è limitata o
proibita. Una nuova categoria politico-razziale è stata in-

3 La morte prematura di E.Y. Hartshorne ha arrestato il progetto


di uno studio della scienza nel mondo moderno nei termini dell'analisi
introdotta in questo capitolo.
4 Vedi il cap. III di E.Y. Hartsborne, The German Universities
and National Socialism, Cambridge, Mass., Harvard University Press,
1937, sulla purga delle università; cfr. «Volk und Werden», 1937, 5 ,
pp. 320-32 1 , che s i riferisce a d alcuni nuovi requisiti per il consegui­
mento del dottorato.
5 Questa è una delle tante fasi dell'introduzione di un sistema di
casta in Germania. Come R.M. Maciver ha osservato, <d'idea di viola­
zione è comune in ogni sistema di casta» (Society, cit., p. 172)
1 03 6 Studi di sociologia della scienza

trodotta per comprendere questi incorreggibili ariani: la


categoria degli «ebrei bianchi». Il membro più eminente
di questa nuova razza è il premio Nobel per la fisica Wer­
ner Heisenberg, il quale ha persistito nella sua affermazio­
ne che la teoria della relatività di Einstein costituisce una
«base ovvia per ogni ricerca ulteriore»6.
In questi casi i sentimenti della purezza razziale e na­
zionale hanno chiaramente avuto il sopravvento sulla ra­
zionalità utilitaristica. E.Y. Hartshorne ha trovato che
l'applicazione di tali criteri ha portato a delle perdite pro­
porzionalmente maggiori nelle facoltà scientifiche e medi­
che che non nelle facoltà teologiche e giuridiche delle
università tedesche7 . Al contrario, le considerazioni utilita­
ristiche prevalgono quando la politica ufficiale determina
la direzione che la ricerca scientifica deve seguire. Il lavo­
ro scientifico che promette un diretto beneficio pratico al
partito nazista o al Terzo Reich deve essere sostenuto al
massimo e i fondi di ricerca devono essere distribuiti in
accordo con questa politica8 . Il rettore dell'Università di

6 Cfr. l'organo ufficiale delle SS, lo «Schwarze Korps», 15 luglio


1937, p. 2. In esso Johannes Stark, il presidente della Physikalisch Tech­
nischcn Reichsanstalt, insiste per l'eliminazione di tali collaborazioni
che continuano ancora e protesta per la nomina di tre professori di
università che erano stati «discepoli» di non ariani. Vedi anche
Hartshorne, The German Universities and National Socialism, cit., pp.
1 12- 1 13 ; A. Rosenberg, Wesen, Grundsdtze und Ziele der Nationalsozia­
lùtischen Deutschen Arbeiterpartei, Munchen, E. Boepple, 193 3 , pp. 45
ss.; J. Stark, Philipp Lenard als deutscher Natur/orscher, in «Nationalso­
zialistische Monatshefte», 1936, pp. 7 1 , 106- 1 1 1 , dove Heisenberg,
Schrodinger, von Laue e Planck sono rimproverati per non essersi
staccati dalla «fisica ebraica» di Einstein.
7 I dati su cui è basata questa affermazione, sono tratti da uno
studio non pubblicato di E.Y. Hartshorne.
s Cfr. WZ:rsenscha/t und Vieryahresplan, «Reden anlasslich der Kund­
gebung des NSD-Dozentenbundes», 18 gennaio 193 7; Hartshorne,
The German Universities and National Socialism, cit., pp. 1 1 0 ss.; E.R.
Jaensch, Zur Neugestaltung des deutschen Studententums und der Hoch-
Scienza e ordine sociale 1037

Heidelberg afferma che «la questione della significatività


scientifica [Wissenscha/tlichkeit] di qualsiasi conoscenza è
assolutamente di secondaria importanza di fronte alla sua
utilità»9.
Il tono generale anti-intellettuale, la svalutazione del
teorico e la glorificazione dell'uomo d' azione 1 0 potrebbero
avere, piuttosto che conseguenze immediate, effetti a lun­
ga scadenza per la posizione della scienza in Germania.
Infatti se questi atteggiamenti dovessero diventare radicati
potrebbe verificarsi il fenomeno che gli elementi più dota­
ti della popolazione evitino queste discipline intellettuali
ormai così svalutate. Già prima del 1940 gli effetti di que­
sto atteggiamento antiteorico si potevano scorgere nell'in­
dirizzo degli interessi accademici delle università tede­
sche1 1 .

schule, Leipzig, J.A. Bart, 193 7 , spec. pp. 57 ss. Nel campo della storia,
per esempio, Walter Frank, il direttore del «Reichsinstitut fi.ir Geschi­
chte des neuen Deutschlands», «la prima organizzazione che è stata cre­
ata dallo spirito della rivoluzione nazionalsocialista», afferma di essere
l'ultima persona a negare simpatia allo studio della storia antica, «persi­
no quella dei popoli stranieri», ma afferma anche che i fondi preceden­
temente concessi all'Istituto Archeologico debbono essere riassegnati a
questa nuova istituzione storica che «avrà l'onore di scrivere la storia
della Rivoluzione nazional-socialista». Vedi il suo Zukun/t und Nation,
Hamburg, Hanseatische Verlagsanstalt, 1953 , spec. pp. 30 ss.
9 E. Krieck, Nationalpolitische Erziehung, Leipzig, Armanen Ver­
lag, 1935, p. 8.
I O Il teorico nazista Alfred Baeumler scrive: «Wenn ein Student
heute es ablehnt, sich der politischen Norm zu unterstellen, z. B.
ablehnt, an einem Arbeits- oder Wehrsportlager teilzunehmen, weil er
damit Zie! fi.ir sein Studium versaume, dann zeigt er damit, dass er
nichts von dem begriffen hat, was um ihn geschicht. Seine Zeit kann er
nur bei einem abstrakten, richtungslosen Studium versaurnen», Miinner­
bund und Wissenscha/t, Berlin, Junker und Di.innhaupt, 1934, p. 153 .
1 1 Hartshorne, The German Universities and National Socialism,
cit., pp. 1 06 ss.; cfr. Wissenscha/t und Vierjahresplan, cit., pp. 25-26, in
cui si afferma che la presente «sospensione momentanea della produ­
zione scientifica» è in parte dovuta al fatto che un numero considere-
1038 Studi di sociologia della scienza

Sarebbe errato sostenere che lo Stato nazista abbia


completamente ripudiato la scienza e l'intelletto . Gli at­
teggiamenti ufficiali verso la scienza sono chiaramente am­
bivalenti e instabili (per questa ragione, qualsiasi giudizio
sulla scienza della Germania nazista è provvisorio e sog­
getto ad essere corretto) . Da un lato, il dubbio sistematico
della scienza interferisce con l'imposizione di una nuova
serie di valori che richiedono un'acquiescenza indiscussa.
Dall'altro, le dittature debbono riconoscere, come fece
Hobbes che pure sosteneva che lo Stato deve essere tutto
se non vuole rischiare di essere nulla, che la scienza è po­
tere. Per ragioni militari, economiche e politiche, la scien­
za pura - per non parlare del suo più rispettabile deriva­
to, la tecnologia - non può essere impunemente ignorata.
L'esperienza ha dimostrato che le ricerche più esoteriche
hanno trovato importanti applicazioni. A meno che l'utili­
tà e la razionalità non siano definitivamente messe al ban­
do, non può essere dimenticato che le speculazioni di
Clerk Maxwell sull'etere condussero Hertz alla scoperta
che culminò nella radio. E in verità un oratore nazista ha
notato: ((Come la pratica di oggi poggia sulla scienza di
ieri, così la ricerca di oggi è la pratica di domani» 1 2. L'im­
portanza attribuita ai risultati utilizzabili richiede un mini­
mo indispensabile di interesse per la scienza che può esse­
re messa al servizio dello Stato e dell'industria13 • Nello

vole di coloro che avrebbero potuto ricevere una formazione scientifica


è stato reclutato dall'esercito. Benché questa sia una spiegazione dub­
bia della situazione presente, una deviazione prolungata dell'interesse
della scienza teorica probabilmente produrrebbe una decadenza nei ri­
sultati scientifici.
12 Professor Thiessen in Wissenscha/t und Vierjahresplan, cit., p. 12.
13 Per esempio, la chimica è considerata molto importante a causa
della sua importanza pratica. Come disse Hitler, «Noi andremo avanti
perché abbiamo la fanatica volontà di essere utili a noi stessi e perché
in Germania abbiamo chimici e inventori che soddisferanno le nostre
necessità». Citato in Wissenscha/t Vierjahresplan, cit., p. 6 e passim.
Scienza e ordine sociale 1 03 9

stesso tempo, questa importanza conduce ad una limita­


zione della ricerca nella scienza pura.

2 . Pressioni sociali sull'autonomia della scienza

Un' analisi del ruolo della scienza nello Stato nazista ri­
vela i seguenti elementi e processi. L'estensione del domi­
nio da parte di un segmento della struttura sociale - lo
Stato - comporta l'esigenza di un'assoluta lealtà ad esso.
Gli scienziati, come tutti gli altri, devono abbandonare
qualsiasi norma istituzionale, che, nell'opinione dell'auto­
rità politica, sia in conflitto con quelle dello Stato 1 4 • Le
norme dell'ethos scientifico devono essere sacrificate nella
misura in cui esse richiedono che vengano respinti i crite­
ri politicamente imposti di validità e valore scientifico.
Così, l'espansione del controllo politico introduce un con­
flitto fra diverse lealtà. Sotto questo aspetto, le reazioni
dei cattolici osservanti che resistono ai tentativi dell'auto­
rità politica di modificare la struttura sociale, di invadere
campi che sono tradizionalmente riservati alla religione,
sono dello stesso genere della resistenza dello scienziato.
Dal punto di vista sociologico, la posizione della scienza
nel mondo totalitario è in gran parte simile a quella di
tutte le altre istituzioni eccettuato il nuovo Stato domi­
nante. Il mutamento fondamentale consiste nel porre la
scienza in un nuovo contesto sociale dove essa talvolta ap­
pare in competizione con la lealtà verso lo Stato. Così la
cooperazione con i non ariani è presa come un simbolo di
slealtà politica. In un ordinamento liberale, le limitazioni

14 Questo è definito chiaramente dal «Reichswissenschaftsmini­


ster» B. Rust, Das Nationalsozialistische Deutschland und die Wissen­
scha/t, Hamburg, Hanseatische Verlagsanstalt, 1936, pp. 1 -22, in part.
p. 2 1 .
1040 Studi di sociologia della scienza

imposte alla scienza non sorgono in questo modo. Infatti,


in tali strutture, le istituzioni non politiche godono di una
sostanziale sfera di autonomia (che, si può star certi, varia
da istituzione a istituzione) .
Il conflitto fra lo Stato totalitario e lo scienziato deri­
va, quindi, da un'incompatibilità fra l'ethos della scienza e
il nuovo codice politico che è imposto a tutti, senza ri­
guardo per i codici professionali. L 'ethos della scienza1 5
comporta l'esigenza funzionalmente necessaria che le teo­
rie e le generalizzazioni siano valutate nei termini della
loro coerenza logica e della loro corrispondenza coi fatti.
L'etica politica vorrebbe introdurre i criteri precedente­
mente irrilevanti della razza e delle convinzioni politiche
dello scienziato 16 . La scienza moderna ha considerato il

15 L'ethos della scienza si riferisce ad un complesso, che ha cara t­


tere anche emotivo, di regole, prescrizioni, abitudini, opinioni, valori e
presupposti che sono considerati impegnativi per lo scienziato. Alcuni
aspetti di questo complesso possono essere metodologicamente deside­
rabili, ma l'osservanza delle regole non è dettata soltanto da considera­
zioni metodologiche. L'ethos della scienza, come ogni altro codice so­
ciale, è sostenuto dai sentimenti di coloro ai quali si applica. La tra­
sgressione è impedita da inibizioni interne e da reazioni emotive di di­
sapprovazione che sono messe in moto dai sostenitori dell'ethos. Una
volta stabilito un efficiente ethos di questo tipo, il risentimento, il di­
sprezzo e altri atteggiamenti di antipatia operano quasi automaticamen­
te per stabilizzare la struttura esistente. Questo può vedersi nella resi­
stenza degli scienziati in Germania alle modificazioni notate nel conte­
nuto di questo ethos. Esso può essere pensato come la componente
«culturale», distinta da quella «di civiltà» della scienza. Cfr. R.K. Mer­
ton, Civilization and Culture, in «Sociology and Social Research»,
1936, 2 1 , pp. 1 03 - 1 13 .
1 6 Baeumler, Miinnerbund une! Wissenscha/t, cit., p . 145 . Anche

Krieck (Nationalpolitiiche Erziehung, cit., pp. 5-6), il quale afferma:


«Nicht alles was den Anspruch auf Wissenschaftlichkeit erheben darf,
liegt auf der gleichen Rang- und Wertebene; protestantische und ka­
tholische, franzéisische und deutsche, germanische und jiidische, huma­
nistische oder russische Wissenschaft sind zunachst nur Moglichkeiten,
noch nicht erfiillte oder gar gleichriingige Werte. Die Entscheidung
Scienza e ordine sociale 1 04 1

giudizio personale come una fonte potenziale di errore e


ha fissato dei criteri impersonali per controllare tali errori.
Ora è chiamata ad affermare che certi scienziati, a causa
delle loro appartenenze extra-scientifiche, sono a priori
capaci solo di teorie false e spurie. In alcuni casi, si richie­
de che gli scienziati accettino i giudizi di leader politici
scientificamente incompetenti su materie scientifiche. Ma
tali tattiche, politicamente consigliabili, sono contrarie alle
norme istituzionalizzate della scienza. Queste ultime, tut­
tavia, sono definite dallo Stato totalitario come pregiudizi
«liberali» o «cosmopolitici» o «borghesi»17 quando esse
non possono essere rapidamente integrate nella campagna
per un credo politico indiscusso.
In una prospettiva più ampia, il conflitto è una fase
della dinamica istituzionale. La scienza, che ha acquistato
un considerevole grado di autonomia e ha sviluppato un
complesso istituzionale che impegna la lealtà degli scien­
ziati, si trova ad un certo momento di fronte un'autorità
esterna che sfida tanto la sua autonomia tradizionale
quanto le sue regole, in breve, il suo ethos. I sentimenti
incorporati nell'ethos della scienza - definiti da termini
quali: onestà intellettuale, integrità, dubbio sistematico,
disinteresse, impersonalità - sono violati dalla serie di
nuovi sentimenti che lo Stato vorrebbe imporre nella sfera
della ricerca scientifica. La sostituzione della struttura
precedente, dove centri limitati di potere sono stabiliti nei

uber den Wert der Wissenschaft fallt aus ihrer "Gegenwartigkeit", aus
dem Grad ihrer Fruchtbarkeit, ihrer geschichtsbildenden Kraft...».
17 Così dice Ernst Krieck: «In futuro, non si adotterà la finzione
di una indebolita neutralità nella scienza più che nella legge, nell'eco­
nomia, nella vita pubblica o dello Stato in generale. Il metodo della
scienza è in verità soltanto un riflesso del metodo di governo». Na­
tionalpolitische Erziehung, cit., p. 6. Cfr. Baeumler, Méinnerbund und
Wissenschaft, cit., p. 152; Frank, Zukun/t und Nation, cit., p. 1 0, che si
oppone al «pregiudizio» di Max Weber per cui «Politik gehort nicht
in den Horsaal».
1 042 Studi di sociologia della scienza

diversi campi dell'attività umana, con la nuova struttura


in cui vi è un luogo centralizzato di autorità per tutte le
fasi del comportamento, conduce alla resistenza dei rap­
presentati di ciascuna sfera affinché sia mantenuta l' origi­
naria struttura pluralistica. Sebbene si pensi generalmente
allo scienziato come ad un individuo distaccato, imperso­
nale - e ciò non è inesatto per quanto riguarda la sua atti­
vità tecnica -, bisogna pure ricordare che anch'egli, come
tutti i professionisti, investe una larga parte di emotività
nel suo modo di vita, definito dalle norme istituzionali
che governano la sua attività. La stabilità sociale della
scienza può essere assicurata soltanto se si pongono ade­
guate difese contro i mutamenti imposti dall'esterno della
comunità scientifica.
Questo processo di mantenimento dell'integrità istitu­
zionale e di resistenza a nuove definizioni della struttura
sociale che possono interferire con l'autonomia della
scienza trova espressione anche in un'altra direzione. È
un'affermazione fondamentale della scienza moderna che
le proposizioni scientifiche «sono costanti rispetti all'indi­
viduo» e al gruppo 18 • Ma in una società completamente
politicizzata - dove «viene riconosciuto il significato uni­
versale della politica» 19 , come disse un teorico nazista -
questa affermazione viene impugnata. Le scoperte scienti­
fiche sono considerate come l'espressione della razza, del­
la classe o della nazione20 • Quanto più queste dottrine si

1 8 H. Levy, Tbe Univen·e o/ Science, New York, Century Co.,


1933 , p. 189.
1 9 Baeumler, Miinnerbund und Wissenscba/t, cit., p. 152.
20 È di notevole interesse il fatto che i teorici totalitari hanno
adottato le dottrine relativiste radicali della Wissenssoziologie come un
espediente politico per discreditare la scienza «liberale» o «borghese»
o «non-ariana». Una impasse da cui escono ponendo un punto di
Archimede: l'infallibilità del Fiibrer e del suo Volk. (Cfr. H. Goring,
Germany Reborn, London, Mathews and Marrott, 1 934, p. 79.) Varia­
zioni politicamente efficaci del «relazionismo» di Karl Mannheim
Scienza e ordine sociale 1 043

diffondono nella popolazione, tanto più esse determinano


una generale sfiducia nella scienza e un abbassamento del
prestigio dello scienziato, le cui scoperte appaiono arbitra­
rie e mutevoli. Questo tipo di atteggiamento antiintellet­
tuale che minaccia la sua posizione sociale incontra la re­
sistenza dello scienziato. Anche sul piano ideologico, il to­
talitarismo comporta un conflitto con i presupposti tradi­
zionali della scienza moderna.

3 . Funzioni delle norme della scienza pura

Un sentimento che è assimilato dallo scienziato sin


dall'inizio della sua formazione è quello che la scienza
deve essere pura. La scienza non può tollerare di entrare
al servizio della teologia, dell'economia o dello Stato. La
funzione di questo sentimento è probabilmente quella di
preservare l'autonomia della scienza. Infatti, se si adottas­
sero criteri extrascientifici del suo valore, come la presu­
mibile corrispondenza con dottrine religiose o con l'utilità
economica o con la convenienza politica, la scienza diven­
terebbe accettabile solo se fosse in possesso di questi re­
quisiti. In altre parole, se si eliminasse il sentimento che la
scienza deve essere pura, essa soggiacerebbe al controllo
diretto di altri enti istituzionali e la sua posizione nella so­
cietà diventerebbe sempre più incerta. Il rifiuto continua­
to degli scienziati di applicare norme utilitaristiche al loro
lavoro ha come funzione principale quella di evitare que­
sto pericolo che è particolarmente sensibile nella nostra
epoca. Un tacito riconoscimento di questa funzione può
essere la ragione di quel brindisi, probabilmente apocrifo,
ad un pranzo di scienziati a Cambridge: «Alia matematica
pura e che essa possa non servire mai a nessuno !».

(Ideologia e utopia, cit.) sono state usate a scopi propagandistici da teo­


rici nazisti come Walter Frank, Rust, Krieck e Rosenberg.
1 044 Studi di sociologia della scienza

L'esaltazione della scienza pura è quindi vista come


una difesa contro l'invasione di norme che limitano le di­
rezioni di un possibile progresso e minacciano la stabilità
e la continuità della ricerca scientifica intesa come una
pregiata attività sociale. Naturalmente, il criterio tecnolo­
gico dell'avanzamento scientifico ha anch'esso una funzio­
ne sociale positiva per la scienza. I vantaggi sempre mag­
giori che derivano dalla tecnologia e in ultima analisi dalla
scienza sono una delle fonti dell'appoggio sociale alla ri­
cerca scientifica. Essi fanno fede anche dell'integrità dello
scienziato poiché le astratte e difficili teorie che non pos­
sono essere capite e valutate dai profani sono in questo
modo tradotte in un linguaggio che può essere capito da
tutti, nel linguaggio cioè delle applicazioni tecniche. La
facilità ad accettare l'autorità della scienza poggia, in gran
parte, sulla sua quotidiana dimostrazione di potere. Se
non fosse per tali indirette dimostrazioni, il continuo ap­
poggio sociale ad una scienza che è intellettualmente in­
comprensibile per la quasi totalità della popolazione
potrebbe molto difficilmente essere provocato dalla sola
fede.
Allo stesso tempo, questo sottolineare la purezza della
scienza ha avuto altre conseguenze di carattere più negati­
vo che positivo per il suo prestigio sociale. Si è ripetuta­
mente sostenuto che gli scienziati dovrebbero ignorare
nelle ricerche tutte le considerazioni estranee al progresso
della conoscenza2 1 . L'attenzione deve essere concentrata

2 1 Per esempio, Pareto, scrive: «La ricerca di uniformità speri­


mentali è fine a se stessa». Vedi una tipica affermazione di George A.
Lundberg: «Non è affare del chimico che inventa un alto esplosivo la­
sciarsi influenzare nel suo lavoro da considerazioni come quella se il
suo prodotto sarà usato per distruggere cattedrali o per costruire tun­
nel attraverso le montagne. Né il sociologo arrivando alle leggi del
comportamento del gruppo può lasciarsi influenzare da considerazioni
di come le sue conclusioni coincideranno con le nozioni esistenti, o di
Scienza e ordine sociale 1 045

esclusivamente sulla significatività scientifica del lavoro,


senza alcun riguardo per gli usi pratici ai quali esso può
essere destinato, o, in generale, per le sue ripercussioni
sociali. La consueta giustificazione di questo precetto -
che è in parte radicato nei fatti22 e, in ogni caso, ha deter­
minate funzioni sociali, come abbiamo visto - sostiene che
il non conformarsi ad esso avrà delle conseguenze negati­
ve sulla ricerca aumentando la possibilità di pregiudizi ed
errori. Ma questo punto di vista metodologico trascura le
conseguenze sociali di un tale atteggiamento. Le conse­
guenze obiettive di esso hanno fornito un'altra ragione
per la rivolta contro la scienza: una rivolta incipiente che
si trova virtualmente in ogni società dove la scienza abbia
raggiunto un alto grado di sviluppo. Poiché lo scienziato
non controlla o non può controllare le applicazioni delle
sue scoperte, egli diventa oggetto di disapprovazione e di
più violente reazioni quando queste applicazioni vengono
condannate da agenti dell'autorità o da gruppi di pressio­
ne. L'ostilità verso i prodotti tecnologici si proietta sulla
stessa scienza. Così quando i gas o gli esplosivi sono usati
come strumenti militari, coloro i cui sentimenti umanitari
sono stati offesi da questo uso censurano tutta la chimica.
La scienza è ritenuta ampiamente responsabile della crea­
zione di quegli ordigni di distruzione umana che possono

quale sarà l'effetto delle sue scoperte sull'ordine sociale» (in Trends in
American Sociology, a cura di G.A. Lundberg, R. Bain e N. Anderson,
New York, Harper, 1929, pp. 404-405). Si confrontino le osservazioni
di Read Bain nell'articolo Scientist as Citizen, in «Social Forces», 1933,
11, pp. 412-4 15.
22 Una giustificazione neurologica di questo punto di vista si trova
nel saggio di E.D. Adrian, Factors Determining Human Behavior, Cam­
bridge, Harvard Tercentenary Publication, 1937, p. 9. «Per un com­
portamento discriminante deve esservi qualche interesse: ma se ce n'è
troppo, il comportamento cesserà di essere discriminante. Sotto un in­
tenso impulso emotivo il comportamento tende a conformarsi ad uno
dei vari modelli stereotipati».
1 046 Studi di sociologia della scienza

gettare la nostra civiltà nell'oscurità eterna e nel caos. Op­


pure, per fare un altro esempio attuale, il rapido sviluppo
della scienza e conseguentemente della tecnologia ha con­
dotto ad un movimento implicitamente antiscientifico da
parte di particolari interessi costituiti e di coloro il cui
senso della giustizia economica è offesa. Il noto Sir Josiah
Stamp, a cui ha fatto eco un coro di persone meno note,
ha proposto una sospensione delle invenzioni e scoperte23 ,
affinché gli uomini possano avere un po' di tempo per
adattare la loro struttura sociale ed economica all' ambien­
te reso costantemente m utevole dalla «imbarazzante fe­
condità della tecnica». Queste proposte hanno avuto am­
pia pubblicità nella stampa e sono state avanzate con insi­
stenza davanti a istituzioni scientifiche ed enti governati­
vi24 . L'opposizione viene sia da quei rappresentanti sin da-

23 Naturalmente, ciò non costituisce un movimento opposto alla


scienza in quanto tale. Inoltre, la distruzione del macchinario da parte
dei lavoratori e la soppressione delle invenzioni da parte del capitale si
sono già verificate nel passato. Cfr. R.K. Merton, Fluctuation in the
Rate o/ Industria! Invention, in «Quarterly Journal of Economics»,
1935, 49, pp. 464 ss. Ma questo movimento produce l'opinione che la
scienza deve ritenersi strettamente responsabile dei suoi effetti sociali.
Il suggerimento di Sir Josiah Stamp può trovarsi nel suo discorso alla
British Aswciation /or the Advancement o/ Science, Aberdeen, 6 settem­
bre 1934. Tali remare sono state anche proposte da M. Caillaux, cfr. ].
Strachey, The Coming Struggle /or Power, New York, 1935, p. 183 , da
H.W. Sumners nella U.S. House of Representatives e da molti altri.
Nei termini degli attuali criteri umanitari, sociali ed economici, alcuni
prodotti della scienza sono più dannosi che benefici. Questo giudizio
può distruggere la giustificazione razionale dei lavori scientifici. Come
ha detto pateticamente uno scienziato, «Se un uomo di scienza deve
produrre delle giustificazioni per il suo lavoro, io ho sprecato la mia
vita». Cfr. The Frustration o/ Science, a cura di F. Soddy, New York,
Norton, 1935, p. 42 e passim.
24 Gli scienziati inglesi hanno particolarmente reagito contro la
«prostituzione delle ricerche scientifiche a fini bellici». Discorsi presi­
denziali alle riunioni annuali della British Association for the Advance­
ment of Science, frequenti editoriali e lettere in «Nature» attestano
Scienza e ordine sociale 1047

cali che temono la perdita di valore delle capacità profes­


sionali presto superate dall'incalzare di nuove tecnologie,
sia da quei capitalisti che si oppongono all'invecchiamen­
to prematuro dei loro macchinari. Sebbene queste propo­
ste non verranno probabilmente trasformate in azione nel­
l'immediato futuro, esse costituiscono un possibile nucleo
intorno a cui può in generale concretizzarsi una rivolta
contro la scienza. Non ha molta importanza se queste opi­
nioni che fanno della scienza la responsabile di situazioni
indesiderate siano valide o meno. Il teorema sociologico
di W.I. Thomas - «Se gli uomini definiscono come reale
una situazione, essa sarà reale nelle sue conseguenze» - si
è verificato ripetutamente.
In breve, questo fondamento per una nuova valutazio­
ne della scienza deriva da ciò che altrove ho chiamato
!'«imperiosa immediatezza dell'interesse»25 . L'importanza
data alla meta principale, cioè allo sviluppo della cono­
scenza, è unito al disinteresse per quelle conseguenze che
si trovano al di fuori della sfera del fine immediato; questi
risultati sociali tuttavia reagiscono su di esso così da inter­
ferire con le mete principali. Tale comportamento può es­
sere razionale nel senso che può condurre al soddisfaci-

questo movimento per «una nuova consapevolezza della responsabilità


sociale fra la nuova generazione dei lavoratori scientifici». Sir Frede­
rick Gowland Hopkins, Sir John Orr, il Professar Soddy, Sir Daniel
Hall, il Dr. Julian Huxley, J.B.S. Haldane e il Professar L. Hogben
sono fra i leader del movimento. Vedi, per esempio, la lettera firmata
dai ventidue scienziati dell'Università di Cambridge che sollecita un
programma per la separazione della scienza dalla guerra («Nature»,
1 93 6, 137, p. 829) . Questi tentativi per un'azione concentrata da parte
degli scienziati inglesi contrastano acutamente con l'apatia degli scien­
ziati in America verso tali questioni. Si potrebbe indagare con profitto
la base di questo contrasto. In ogni caso, sebbene questo movimento
sia di natura sentimentale, esso può adempiere la funzione di eliminare
una fonte di ostilità verso la scienza nei regimi democratici.
25 Merton, The Unanticipated Consequences of Purposive Social Ac­
tion, cit.
1 048 Studi di sociologia della scienza

mento dell'interesse immediato, ma è irrazionale nel senso


che non tiene conto di altri valori che, se non sono nel
momento dominanti, sono nondimeno una parte integran­
te della scala sociale di valori. Proprio perché la ricerca
scientifica non viene condotta in un vuoto sociale, i suoi
effetti si diramano in altre sfere di valori e di interessi.
Quando questi effetti appaiono socialmente indesiderabili,
la scienza è dichiarata responsabile: i prodotti della scien­
za non si considerano più un bene indiscusso. Esaminato
da questo punto di vista, il precetto della scienza pura ha
contribuito a preparare il suo epitaffio.
La linea di divisione si traccia nei termini della do­
manda seguente: può un albero buono produrre un frutto
cattivo? Coloro che abbatteranno l'albero della conoscen­
za a causa dei suoi frutti maledetti si sentono opporre che
i frutti cattivi sono stati innestati nell'albero buono dagli
agenti dello Stato e dalle forze economiche. Lo scienziato
può mettersi la coscienza in pace sostenendo che una
struttura sociale inadeguata ha portato al pervertimento
delle sue scoperte. Ma ciò difficilmente potrà soddisfare
un'opposizione inasprita. Proprio come i motivi degli
scienziati possono variare da un appassionato desiderio di
progresso del sapere fino ad un profondo interesse per il
raggiungimento della fama personale, e proprio come le
funzioni della ricerca scientifica possono variare dal prov­
vedere razionalizzazioni che hanno prestigio per giustifica­
re l'ordine costituito, fino a quello di aumentare il con­
trollo umano sulla natura, così gli effetti sociali della
scienza possono essere giudicati dannosi per la società o
risultare in modificazioni dello stesso ethos scientifico. Vi
è la tendenza fra gli scienziati ad affermare che gli effetti
sociali della scienza debbono essere benefici a lungo termi­
ne. Questo articolo di fede adempie la funzione di fornire
una giustificazione razionale alla ricerca scientifica, ma
evidentemente non si tratta di un'affermazione di fatto.
Ciò implica la confusione fra verità sociale e utilità che è
Scienza e ordine sociale 1049

caratteristica della zona di penombra non logica della


scienza.

4. La scienza esoterica come misticismo popolare

Vi è un altro aspetto importante della connessione fra


scienza e ordine sociale che raramente è stato riconosciu­
to. Con la crescente complessità della ricerca scientifica, è
necessaria una lunga e rigorosa preparazione per essere in
grado di compiere le verifiche o almeno capire le nuove
scoperte scientifiche. Lo scienziato moderno si trova ne­
cessariamente a far parte di una setta di inintelligibili. Ne
risulta un abisso crescente fra lo scienziato e i profani.
L'uomo comune deve accettare con un atto di fede le di­
chiarazioni pubbliche sulla teoria della relatività o sulla
teoria quantistica o su altri soggetti esoterici. Egli ha fatto
ciò facilmente in quanto gli si è ripetutamente assicurato
che i progressi tecnologici di cui ha potuto usufruire negli
ultimi tempi derivano proprio da queste ricerche. Tutta­
via, egli conserva un certo sospetto per queste strane teo­
rie. Versioni popolarizzate e frequentemente alterate dei
nuovi progressi scientifici sottolineano teorie che sembra­
no opporsi al buon senso. Per la mentalità dei profani. la
scienza e la terminologia esoterica diventano indissolubil­
mente legate. Le dichiarazioni apparentemente scientifiche
sulla razza, sull'economia o sulla storia degli oratori totali­
tari sono, per i profani, dello stesso ordine degli enunciati
sull'universo in espansione o sulla meccanica ondulatoria.
In entrambi i casi, i profani non sono in condizioni di ca­
pire questi concetti o di vagliarne la validità scientifica,
poiché sia l'una sia l'altra sfera possono non essere coe­
renti con il buon senso. Caso mai, i miti dei teorici totali­
tari sembreranno più plausibili e certamente più com­
prensibili ai profani che non le teorie scientifiche autenti­
che, dal momento che essi sono più vicini all'esperienza
1050 Studi di sociologia della scienza

comune e ai pregiudizi culturali. Perciò, in parte come ri­


sultato del progresso scientifico, la popolazione è diventa­
ta matura per un nuovo misticismo rivestito da un gergo
apparentemente scientifico. Questo generalmente si rivela
uno strumento più che efficace per il successo della pro­
paganda: l'autorità presa a prestito dalla scienza diviene
un simbolo potente di prestigio per dottrine non scientifi­
che.

5 . Ostilità pubblica verso il dubbio sistematico

Un'altra caratteristica dell'atteggiamento scientifico è il


dubbio sistematico che diventa, abbastanza spesso, icono­
clastia26 . La scienza sembra sfidare le «comode assunzioni
di potere» di altre istituzioni27 semplicemente sottoponen­
dole ad un esame distaccato. Il dubbio sistematico implica
una discussione latente di certe basi dell'autorità, di routi­
nes stabilite, di procedimenti abituali e della sfera del «sa­
cro» in generale. È vero che, da un punto di vista logico,
stabilire la genesi empirica delle credenze e dei valori non
significa negare la loro validità, ma questo è spesso l' effet­
to psicologico sulla mente ingenua. I simboli e i valori
istituzionali richiedono atteggiamenti di fedeltà, lealtà e ri­
spetto. La scienza che pone questioni di fatto ad ogni
aspetto della natura e della società entra in un conflitto
psicologico, non logico, con altri atteggiamenti verso i me-

26 F.H. Knight, Economie Psychology and the Value Problem, in


«Quarterly Journal of Economics», 1925, 39, pp. 372-409. Lo scienzia­
to inesperto, dimenticando che lo scetticismo è in primo luogo un ca­
none metodologico, permette al suo scetticismo di invadere la zona del
valore. Le funzioni sociali dei simboli sono ignorate e impugnate come
«false». L'utilità sociale e la verità sono ancora una volta confuse.
27 C.E. Merriam, Politica! Power, New York, Wittlesey House,
1934, pp. 82-83 .
Scienza e ordine sociale 105 1

desimi fenomeni che altre istituzioni hanno cristallizzato e


spesso ritualizzato. La maggior parte delle istituzioni ri­
chiede una fede indiscussa, ma l'istituzione della scienza
fa del dubbio una virtù. In questo senso, ogni istituzione
comporta una sfera sacra che resiste all'indagine profana
in termini di osservazione scientifica e di logica; anche
l'istituzione della scienza implica un 'adesione emotiva a
certi valori. Ma, si tratti della sfera sacra alle convinzioni
politiche o alla fede religiosa o ai diritti economici, l'inve­
stigatore scientifico non si comporta nel modo prescritto
acritico e rituale, non mantiene la distinzione fra sacro e
profano, fra ciò che richiede rispetto acritico e ciò che
può essere obiettivamente analizzato28 •
Questo è in parte alla radice della ribellione contro la
cosiddetta intrusione della scienza in altre sfere. Nel pas­
sato questa resistenza proveniva per la maggior p arte dalla
Chiesa che si opponeva all'esame scientifico di dottrine
consacrate. La critica testuale della Bibbia è ancora so­
spetta. Questa resistenza da parte della religione organiz­
zata è diventata meno importante da quando il centro del
potere sociale si è trasferito alle istituzioni economiche e
politiche che, a loro volta, manifestano un aperto antago­
nismo nei confronti di questo dubbio generalizzato che
viene considerato come una minaccia alle basi della stabi­
lità istituzionale. Questa opposizione può sussistere anche
in mancanza di certe scoperte scientifiche che sembrano
rendere invalidi certi dogmi della Chiesa, dell'economia e
dello Stato. Si tratta piuttosto del diffuso riconoscimento,
spesso vago, che il dubbio della scienza minacci lo status
qua. Occorre sottolineare nuovamente che non vi è alcuna
necessità logica di un conflitto fra il dubbio, entro la sfera

2 8 Per una discussione generale del sacro in questi termini, vedi


Durkheim, Les /ormes élémentaires de la vie religieuse, cit., trad. it. Le
/orme elementari della vita religiosa, cit., pp. 39 ss. e passim.
1 052 Studi di sociologia della scienza

scientifica e le adesioni emotive richieste da altre istituzio­


ni. Ma come derivato psicologico questo conflitto sorge
invariabilmente tutte le volte che la scienza estende le sue
ricerche a nuovi campi verso i quali vi sono atteggiamenti
istituzionalizzati o tutte le volte che altre istituzioni esten­
dono la loro sfera di controllo. Nelle società totalitarie, la
fonte maggiore di opposizione alla scienza deriva dalla
centralizzazione del controllo istituzionale; in altre struttu­
re, la fonte più importante è l'estensione della ricerca
scientifica. Il regime dittatoriale organizza, centralizza e
intensifica le fonti di rivolta contro la scienza; in una
struttura liberale esse rimangono inorganizzate, diffuse e
spesso latenti.
In una società liberale, l'integrazione sociale deriva in
primo luogo dall'insieme di norme culturali verso cui è
orientata l' attività umana. In una società dittatoriale, l'in­
tegrazione viene effettuata principalmente dall'organizza­
zione formale e dalla centralizzazione del controllo socia­
le. L'accettazione di questo controllo è introdotta con
l'accelerazione del processo di immissione di nuovi valori
culturali nel corpo politico, sostituendo al lento processo
di diffusione di standard sociali una propaganda ad alta
pressione. Queste differenze dei meccanismi di integrazio­
ne permettono che varie istituzioni, compresa la scienza,
abbiano una maggiore capacità di autodeterminazione e
una maggiore sfera di autonomia nelle strutture liberali
che non in quelle totalitarie. Attraverso tale rigorosa orga­
nizzazione, lo Stato totalitario intensifica a tal punto il suo
controllo sulle istituzioni non politiche da condurre ad
una situazione che è diversa sia per genere sia per grado
da quella delle strutture liberali. Per esempio, le rappresa­
glie contro la scienza possono più facilmente verificarsi
nello Stato nazista che non in America, dove gli interessi
non sono così organizzati da imporre coattivamente limi­
tazioni alla scienza, quando questi interessi le ritengono
necessarie. Sentimenti incompatibili debbono essere o iso-
Scienza e ordine sociale 1 053

lati l'uno dall'altro o integrati l'uno con l'altro se deve es­


serci stabilità sociale. Ma tale isolamento diventa virtual­
mente impossibile quando esiste un controllo che è total­
mente nelle mani di un qualsiasi settore della vita sociale
che impone, o tenta di imporre, l'obbligatoria adesione ai
suoi valori e sentimenti come condizione per continuare
ad esistere. Nelle strutture liberali l' assenza di questo con­
trollo centralizzato permette il grado necessario di isola­
mento, garantendo ad ogni sfera limitati diritti di autono­
mia e permettendo così l'integrazione graduale di elemen­
ti temporaneamente incompatibili.

6. Conclusioni

Le conclusioni di questo capitolo possono essere bre­


vemente riassunte. In molte società vi è un'ostilità latente
e attiva nei confronti della scienza, anche se l'estensione
di questo antagonismo non può essere ancora stabilita. Il
prestigio che la scienza ha acquistato negli ultimi tre seco­
li è così grande che le attività miranti a !imitarne il campo
o a ripudiarla sono generalmente accompagnate da affer­
mazioni dell'integrità della scienza o della «rinascita della
vera scienza». Queste espressioni di rispetto verbale per la
scienza sono frequentemente in contrasto con l'effettivo
comportamento di coloro che le professano. In parte, il
movimento contro la scienza deriva dal conflitto fra
l'ethos scientifico e quello di altre istituzioni sociali. Un
corollario di questa proposizione è che le rivolte contem­
poranee contro la scienza sono formalmente simili alle ri­
volte di epoche precedenti, sebbene le fonti concrete siano
diverse. Il conflitto sorge quando le conseguenze sociali
dell'applicazione della conoscenza scientifica sono giudi­
cate indesiderabili, quando il dubbio dello scienziato si
dirige verso i valori fondamentali di altre istituzioni, quan­
do l'espansione dell'autorità politica, religiosa o economi-
1 054 Studi di sociologia della scienza

ca limita l'autonomia dello scienziato, quando l' antiintel­


lettualismo mette in discussione il valore e l'integrità della
scienza e quando criteri non scientifici di validità sono in­
trodotti nella ricerca scientifica.
Questo capitolo non ha lo scopo di presentare un
programma d'azione allo scopo di resistere alle attuali mi­
nacce contro lo sviluppo e l'autonomia della scienza. Si
può suggerire, tuttavia, che finché il centro del potere so­
ciale starà in altre istituzioni che non siano la scienza e
finché gli stessi scienziati non sapranno con certezza a chi
deve andare in primo luogo la loro lealtà, la loro posizio­
ne rimarrà debole e incerta.
Capitolo diciannovesimo

Scienza e struttura sociale democratica

La scienza, come qualsiasi altra attività che implichi


una collaborazione sociale, è soggetta a mutevoli fortune.
Per quanto questa nozione possa apparire difficile a quan­
ti sono cresciuti in una cultura che garantisce alla scienza
una posizione preminente se non di comando nell'ordine
delle cose, è evidente che la scienza non è immune da at­
tacchi, limitazioni, repressioni. Scrivendo non molto tem­
po fa, Veblen poteva osservare che la fede nella scienza
della cultura occidentale era illimitata, indiscussa, assolu­
ta. L'atteggiamento di rivolta nei confronti della scienza
che allora appariva così improbabile da interessare soltan­
to il timoroso accademico che avesse voluto ponderare
tutte le contingenze, si è ora imposto all'attenzione sia de­
gli scienziati sia dei profani. Forme locali di antiintellet­
tualismo minacciano di diventare epidemiche.

l. Scienza e società

Attacchi ripetuti e concreti all'integrità della scienza


hanno condotto gli scienziati a riconoscere la loro dipen­
denza da particolari tipi di struttura sociale. Proclami e
pronunciamenti da parte di associazioni di scienziati han­
no per oggetto i rapporti fra scienza e società. Un'istitu­
zione che subisce un attacco deve riesaminare i suoi fon-
1 056 Studi di soàologia della scienza

damenti, riformulare i suoi obiettivi e cercare la sua giu­


stificazione razionale: la crisi invita ad un' autocritica. Ora
che si trovano di fronte alle critiche rivolte al loro modo
di vita, gli scienziati hanno raggiunto uno stato di acuta
consapevolezza: la consapevolezza di se stessi come ele­
menti integranti della società, con relativi obblighi e inte­
ressi 1 . Una torre d'avorio non è più inespugnabile quando
le sue mura sono attaccate. Dopo un p rolungato periodo
di sicurezza relativa, durante il quale la ricerca e la diffu­
sione della conoscenza avevano raggiunto una posizione
assai alta, se non la più alta, nella scala dei valori cultura­
li, gli scienziati sono ora costretti a difendere contro l'uo­
mo le vie della scienza. Essi hanno compiuto il circolo
completo fino al punto della rinascita della scienza nel
mondo moderno. Tre secoli fa, quando l'istituzione della
scienza poteva pretendere garanzie assai limitate dalla
struttura sociale, i filosofi della natura erano comprensi­
bilmente indotti a giustificare la scienza come un mezzo
verso fini culturalmente approvati di utilità economica e
come strumento per la gloria di Dio. La ricerca del sapere
non era allora un valore fine a se stesso e in sé evidente.
Il flusso senza fine di realizzazioni e conquiste, tuttavia,
trasformò lo strumentale nel finale, i mezzi nel fine. Il
possesso di questa forza condusse lo scienziato a conside­
rare la scienza come un'attività che aveva in sé la sua vali­
dità, che era nella società ma non della società. Era neces­
sario un attacco diretto all'autonomia della scienza per
trasformare questo ottimistico isolazionismo in una reali­
stica partecipazione al conflitto rivoluzionario fra le forze
culturali. L'inizio del dibattito ha portato alla chiarifica­
zione e ad una riaffermazione dell'ethos della scienza mo­
derna.

l Da quando ciò è stato scritto, nel 1942, l'esplosione di Hiroshi­


ma ha indotto un numero molto maggiore di scienziati ad una certa
consapevolezza delle conseguenze sociali del loro lavoro.
Scienza e struttura sociale democratica 1057

La parola «scienza» è ingannevolmente inclusiva, poi­


ché si riferisce a molti elementi distinti anche se fra loro
collegati. Essa è usata generalmente per indicare: l ) una
serie di metodi caratteristici per mezzo dei quali viene ve­
rificata la conoscenza; 2 ) un insieme di conoscenze accu­
mulate che derivano dall'applicazione di questi metodi; 3 )
una serie di valori culturali e costumi che regolano le atti­
vità definite scientifiche; 4) qualsiasi combinazione dei
punti precedenti. Noi ci interessiamo in primo luogo della
struttura culturale della scienza, cioè di un aspetto limita­
to della scienza, come istituzione. Considereremo così non
i metodi della scienza, ma i principi e i costumi da cui
essi sono circondati. È certamente vero che i canoni me­
todologici sono spesso sia strumenti tecnici sia mandati
morali, ma è soltanto il secondo aspetto quello che ci in­
teressa. Questo è un saggio di sociologia della scienza,
non un trattato di metodologia. Allo stesso modo, non
tratteremo dei risultati sostanziali della scienza (ipotesi,
uniformità, leggi) tranne quando questi si trovano legati a
sentimenti sociali standardizzati nei confronti della scienza.
L'ethos della scienza è quel complesso di valori e nor­
me a cui si ritiene sia impegnato, anche emotivamente,
l'uomo di scienza2• Le norme sono espresse in forma di
prescrizioni, proibizioni, preferenze e permessi e sono le­
gittimate in termini di valori istituzionali. Questi imperati­
vi trasmessi in forma precettistica ed esemplificativa e rin­
forzati da sanzioni sono, in vari gradi, interiorizzati dallo
scienziato che così forma la sua coscienza scientifica o, se
si preferisce il termine più attuale, il suo super-io. Sebbe-

2 Sul concetto di ethos, vedi H. Speier, The Social Determination


o/ ldeas, in «Social Research», 1938, 5 , pp. 19 ss.; M. Scheler, Schri/ten
aus dem Nachlass, Berlin, 1933, vol. I, pp. 225-262. Albert Bayet, nel
suo libro sull'argomento, abbandona presto la descrizione e l'analisi
per assumere un tono da omelia; si veda La morale de la science, Paris,
1 93 1 .
1 058 Studi di sociologia della scienza

ne l'ethos scientifico non sia codificato3 , esso può dedursi


dal consenso morale degli scienziati, come è espresso nel­
l'uso e nelle abitudini, in innumerevoli scritti sullo spirito
scientifico e nella indignazione morale diretta verso le in­
frazioni di questo ethos.
Un esame dell'ethos della scienza moderna è soltanto
una limitata introduzione ad un più ampio problema: lo
studio comparativo della struttura istituzionale della scien­
za. Sebbene le monografie dettagliate che raccolgono i
dati necessari comparativi siano poche e sparse, esse for­
niscono un qualche fondamento all'assunto provvisorio
che «alla scienza è concessa la possibilità di svilupparsi in
un ordine democratico che sia integrato con l' ethos della
scienza». Con questo non si vuole affermare che lo svilup­
po scientifico sia esclusivo delle democrazie4 • Le più di­
verse strutture sociali hanno fornito qualche misura di ap­
poggio alla scienza. Basti ricordare che l'Accademia del
Cimento ebbe per promotori e finanziatori due membri
della famiglia dei Medici; che Carlo II viene ricordato sto­
ricamente soprattutto per la sua concessione di una Carta
alla Royal Society di Londra e per il suo aiuto all'Osserva­
torio di Greenwich; che l' Académie des Sciences fu fon-

3 Come osserva Bayet: «Cette morale (de la science) n'a pas eu ses
théoriciens, mais elle a eu ses artisans. Elle n'a pas exprimé son idéal,
mais elle l'a servi: il est impliqué dans l' existence meme de la science»
(La morale de la science, cit., p. 43 )
.

4 Tocqueville continua: «Il futuro proverà se queste passioni [per


la scienza], così rare e così produttive, tendano a svilupparsi così facil­
mente in mezzo alle comunità democratiche come in mezzo a quelle
aristocratiche. Per me, confesso che stento a crederlo». La democrazia
in America, in Scritti politici, Torino, Utet, 1969, vol. II, p. 86. Per
un'altra interpretazione, si veda: «È impossibile stabilire una semplice
relazione causale fra democrazia e scienza ed affermare che solo la so­
cietà democratica può fornire la base adatta allo sviluppo della scienza.
Non può essere, comunque, una semplice coincidenza che la scienza di
fatto sia fiorita in periodi democratici». H.E. Sigerist, Science and De­
mocracy, in «Science and Society», 1938, 2, p. 291.
Scienza e struttura sociale democratica 1 059

data sotto gli auspici di Luigi XIV per consiglio di Col­


bert; che spinto da Leibniz, Federico I di Prussia fondò
l'Accademia di Berlino e che l'Accademia delle Scienze di
San Pietroburgo fu istituita da Pietro il Grande (per con­
futare l'accusa che i russi fossero barbari). Ma tali fatti
storici non sottintendono un rapporto casuale tra scienza
e struttura sociale. C'è un altro problema che si riferisce
alla proporzione fra conquiste scientifiche e possibilità
concesse alla scienza: dato per scontato che la scienza può
svilupparsi in varie strutture sociali, quale di esse fornisce
il contesto istituzionale più adatto per il suo massimo pro­
gresso?

2 . L'ethos della scienza

Il fine istituzionale della scienza è l'accrescimento del­


la conoscenza verificata. I metodi tecnici impiegati per
raggiungere questo fine forniscono la definizione di cono­
scenza: previsioni empiricamente confermate e logicamen­
te valide. Gli imperativi istituzionali (i principi) derivano
sia dal fine sia dai metodi. Tutta la struttura delle norme
tecniche e morali è in funzione dell'obiettivo finale. La
norma tecnica della dimostrazione empirica, adeguata, va­
lida e attendibile è un requisito fondamentale affinché la
successiva previsione sia vera; la norma tecnica della coe­
renza logica è un requisito fondamentale per la successiva
previsione valida e sistematica. I principi della scienza
possiedono una finalità metodologica, ma essi sono vinco­
lanti non solo perché sono scientificamente efficienti, ma
anche perché sono ritenuti giusti e buoni. Essi sono allo
stesso tempo prescrizioni morali e tecniche.
Quattro serie di imperativi istituzionali costituiscono
l'ethos della scienza moderna: universalismo, comunismo,
disinteresse e dubbio sistematico.
1 060 Studi di sociologia della scienza

3 . Universalismo

L'universalismo5 trova immediatamente espressione


nel canone che ogni verità che pretende di essere tale
deve essere, qualunque sia la sua fonte, soggetta a criteri
impersonali p restabiliti, in accordo con l'osservazione e
con la conoscenza precedentemente confermata. Il rifiuto
o l'ammissione di qualunque proposizione nel corpo della
conoscenza scientifica non deve dipendere dalle caratteri­
stiche personali o sociali di colui che questa proposizione
ha avanzato. La razza, la nazionalità, la religione, la classe
e qualunque qualità personale dell'uomo di scienza sono,
come tali, irrilevanti. L'obiettività esclude il particolari­
smo. La circostanza che le formulazioni scientificamente
valide si riferiscono a successioni e correlazioni obiettive è
l'ostacolo che si pone ad ogni tentativo di introdurre cri­
teri p articolaristici di validità. Il processo di Haber non
può esser reso nullo da un decreto di Norimberga né può
un anglofobo revocare la legge della gravitazione. Lo scio­
vinista potrà eliminare i nomi degli scienziati stranieri dai
libri di testo storici, ma le loro formulazioni continueran­
no ad essere indispensabili alla scienza e alla tecnica. Per
quanto il risultato finale sia echt-deutsch o americano al
cento per cento, alcuni stranieri hanno contribuito al pro­
cesso scientifico che precede ogni nuovo avanzamento
tecnico. L'imperativo dell'universalismo è profondamente
radicato nel carattere impersonale della scienza.
Tuttavia, l'istituzione della scienza è solo una parte di

5 Per una analisi fondamentale dell'universalismo nelle relazioni


sociali, vedi Parsons, Il Jistema sociale, cit. Per un'espressione dell'opi­
nione che «la scienza è completamente indipendente dai confini e dalle
razze e dai credi nazionali», vedi la risoluzione del Council of the
American Association far the Advancement of Science, in «Science»,
1938, 87, p. 10; vedi anche The Advancement of Science and Society:
Proposed World Association, in «Nature», 1938, 1 4 1 , p. 169.
Scienza e struttura sociale democratica 1 061

una più ampia struttura sociale i n cui essa non è sempre


integrata. Quando la più ampia cultura si oppone all'uni­
versalismo, l'ethos della scienza è sottoposto ad una grave
tensione: l'etnocentrismo non è compatibile con l'univer­
salismo. Particolarmente in periodi di conflitto internazio­
nale, quando la prevalente definizione della situazione è
tale da sottolineare la lealtà nazionale, l'uomo di scienza è
soggetto agli imperativi contrastanti dell'universalismo
scientifico e del particolare etnocentrico6 . La struttura

6 Questo capitolo è stato scritto nel 1942. A partire dal 1948, i


capi politici della Russia Sovietica rafforzarono la loro affermazione del
nazionalismo russo e cominciarono ad insistere sul carattere «naziona­
le» della scienza. Così si legge in un editoriale, Against the Burgeois
Ideology o/ Cosmopolitanism, in «Voprosy filosofii», 1948, 2, tradotto
nel Current Digest o/ the Soviet Press, dell'l febbraio 1949, p. 9: «Sol­
tanto un cosmopolita senza patria, profondamente insensibile alle sorti
della scienza, potrebbe negare con sprezzante indifferenza l'esistenza
delle molteplici forme nazionali in cui la scienza vive e si sviluppa. In
luogo di una reale storia della scienza e dei concreti sentieri del suo
sviluppo, il cosmopolita pone dei concetti di un genere di scienza su­
pernazionale, e fuori delle classi, privata, per così dire, di tutta la ric­
chezza del colore nazionale, privata del vivo splendore e del carattere
specifico del lavoro creativo di un popolo e trasformata in una specie
di spirito senza corpo ... Il marxismo-leninismo riduce in pezzi le fin­
zioni cosmopolite relative ad una scienza al di sopra delle classi, non­
nazionale, "universale" , e prova definitivamente che la scienza, come
tutta la cultura nella società moderna, e nazionale nella forma e classi­
sta nel contenuto». Questa visione confonde due distinti argomenti:
primo, il contesto culturale in ogni nazione o società può predisporre
gli scienziati a mettere a fuoco certi problemi, ad essere sensibili ad al­
cuni e non ad altri problemi nel campo della scienza, come è stato os­
servato da tempo. Ma questo argomento è fondamentalmente diverso
dal secondo: i criteri di validità delle affermazioni di una conoscenza
scientifica non sono faccende di gusto e di cultura nazionale. Presto o
tardi, le opposte pretese di validità sono sistemate da fatti universali, di
natura, che saranno coerenti con una sola teoria, non con le diverse
teorie «nazionali». Il passaggio precedente è di estremo interesse per il­
lustrare la tendenza dell'etno-centrismo e di acute fedeltà nazionali a
penetrare proprio nei criteri della validità scientifica.
1062 Studi di sociologia della scienza

della situazione nella quale egli si trova determina qual è


il ruolo sociale che deve svolgere. L'uomo di scienza può
essere trasformato in uomo di guerra e agire di conse­
guenza. Così, nel 1 914 il manifesto dei 93 scienziati e stu­
diosi tedeschi - fra cui Baeyer, Brentano, Ehrlich, Haber,
Edward Meyer, Ostwald, Planck, Schmoller e Wasser­
mann - aprì una polemica in cui uomini francesi, tedeschi
e inglesi esposero le loro idee politiche in veste di scien­
ziati. E scienziati spassionati impugnarono i contributi
«nemici» e si accusarono a vicenda di pregiudizi naziona­
listici, di disonestà intellettuale, di incompetenza e di
mancanza di capacità creativa7 • Pure, proprio questa de­
viazione dalla norma dell'universalismo presuppone in
realtà la legittimità della stessa. I pregiudizi nazionalistici
sono condannabili solo se giudicati sul metro dell'univer­
salismo; in un altro contesto istituzionale tale atteggiamen­
to è considerato una virtù, viene definito patriottismo.
Così, proprio nell'atto di denunciarne la violazione, i
principi vengono riaffermati.
Anche sotto pressioni contrastanti, scienziati di tutte
le nazionalità aderirono al criterio universalistico in termi­
ni più diretti. Il carattere internazionale, impersonale, vir­
tualmente anonimo della scienza fu riaffermato8 (Pasteur:

7 Per una interessante raccolta di tali documenti, vedi G. Pettit e


M. Leudet, Ln Allemands et la science, Paris, 1916. Felix Le Dantec,
per esempio, scopre che sia Ehrlich che Weisman hanno commesso
delle frodi tipicamente tedesche nel mondo della scienza («Le bluff de
la science allemande»). Pierre Duhem conclude che lo «spirito geome­
trico» della scienza tedesca ha soffocato lo «spirito di finezza» (La
science allemande, Paris, 1915). H. Kellermann, Der Krieg der Geister,
Weimar, 1915, è un vivace oppositore. Il conflitto continuò nel perio­
do postbellico; vedi K. Kherkhof, Der Krieg gegen die Deutsche Wis­
senschaft, Halle, 1933.
8 Vedi la professione di fede del professar E. Gley, in Pettit e
Leudet, Les allemands et la science, cit., p. 1 8 1 : « ... il ne peut y avoir
une vérité allemande, anglaise, italienne ou japonaise pas plus qu'une
Scienza e struttura sociale democratica 1 063

«Le savant a une patrie, la science n'en a pas»). La nega­


zione della norma fu concepita come apostasia.
L'universalismo trova un'altra espressione nell'esigen­
za che la carriera scientifica sia aperta a chiunque abbia le
capacità necessarie. La ragione di questo si trova nel fine
istituzionale. Limitare l'accesso alle carriere scientifiche su
basi diverse da quella della mancanza di competenza si­
gnifica pregiudicare l'avanzamento della conoscenza. Il li­
bero accesso alla ricerca scientifica è un imperativo fun­
zionale: convenienza e moralità coincidono. Di qui l'ano­
malia di un Carlo II che invocava i principi della scienza
per rimproverare la Royal Society per il progetto di esclu­
dere dalla stessa John Graunt, il matematico politico, e le
sue istruzioni per cui «se avessero trovato altri commer­
cianti del genere, essi avrebbero dovuto provvedere ad
ammetterli senza alcun indugio».
Anche in questo caso l'ethos della scienza può essere in
contrasto con i valori della società più vasta. Alcuni scien­
ziati possono assimilare valori di casta e impedire l'accesso
alla loro comunità a coloro che sono situati in status infe­
riori, senza riguardo per la capacità o per i risultati che
questi ultimi hanno raggiunto. Ma questo provoca una si­
tuazione instabile. Vengono create elaborate ideologie per
nascondere l'incompatibilità dei principi di casta con la
meta istituzionale della scienza. Bisogna mostrare che gli
appartenenti alla caste inferiori sono intrinsecamente inca­
paci di un lavoro scientifico o, almeno, i loro contributi de­
vono essere sistematicamente svalutati. <<Dalla storia della
scienza si può dedurre che i fondatori delle ricerche fisiche
da Galileo a Newton fino ai pionieri della fisica attuale fu­
rono quasi esclusivamente ariani e, in quantità predominan­
te, di razza nordica». L'espressione attenuante «quasi esclu-

française. Et parler de science allemande, anglaise, ou française, c'est


énoncer une proposition contradictoire à l'idée meme de la science».
Vedi anche le affermazioni di Grasset e Richet, ibid.
1064 Studi di sociologia della scienza

sivamente» viene riconosciuta come base insufficiente per


negare ai fuori-casta ogni diritto di successo scientifico.
Quindi l'ideologia è completata dalla nozione di scienza
«buona» e «cattiva»: la scienza realistica, prammatica del­
l' ariano è opposta alla scienza dogmatica, formale del non
ariano9. Oppure, le ragioni per l'esclusione si trovano in ca­
ratteristiche extrascientifiche degli uomini di scienza, in
quanto nemici dello Stato o della Chiesa10• Così, gli espo­
nenti di una cultura che rifiuta in generale l'universalismo
si sentono costretti a pagare un omaggio verbale a questo
valore del mondo scientifico: l'universalismo è affermato in
teoria e soppresso nella pratica.
Per quanto imperfettamente possa essere praticato,
l'universalismo è compreso nell'ethos della democrazia ed
è uno dei suoi principi direttivi fondamentali. La demo­
cratizzazione è equivalente alla progressiva eliminazione
dei limiti all'esercizio e allo sviluppo delle capacità valuta­
te positivamente dalla società. Sono i criteri impersonali
delle realizzazioni e non la considerazione delle caratteri­
stiche di status attribuite dalla nascita ciò che qualifica la
società democratica. Finché tali limitazioni sussistono,
esse sono considerate ostacoli sul sentiero della completa
democratizzazione. Così, quando la democrazia di tipo

9 J. Stark, in «Nature», 1938, 141, p. 722; Philipp Lenard als deut­


sche Natur/orscher, in «Nationalsozialistische Monatshefte», 1936, 7,
pp. 106- 1 12. Questa posizione è analoga al contrasto fra scienza «tede­
sca» e «francese» di Duhem.
IO «Wir haben sie ("marxistischen Leugner" ) nicht entfernt als

Vertreter der Wissenschaft, sondern als Parteiganger einer politischen


Lehre, die den Umsturz aller Ordnungen auf ihre Fahne geschrieben
hatte. Und wir mussten hier um so entschlossener zugreifen, als ihnen
die herrschende Ideologie einer wertfreien und voraussetzungslosen
Wissenschaft ein willkommener Schutz fiir die Fortfiihrung ihrer Piane
zu sein schien. Nicht wir haben uns an der Wiirde der freien Wissen­
schaft vergangen», B. Rust, Das nationalsozialistische Deutschland und
die Wissenscha/t, Hamburg, 193 6, p. 13.
Scienza e struttura sociale democratica 1065

«laissez faire» permette che vi sia una ineguale distribu­


zione di vantaggi fra i diversi settori della popolazione e
un'accumulazione privilegiata per alcuni di essi e tutto
questo non è giustificato da differenti capacità dimostrate,
il processo democratico conduce ad una sempre maggiore
regolamentazione da p arte dell'autorità politica. Sotto
condizioni che mutano continuamente, è necessario intro­
durre nuove forme tecniche di organizzazione per mante­
nere ed estendere l'eguaglianza delle possibilità. L'appara­
to politico designato per mettere in pratica i valori demo­
cratici può essere diverso, ma i valori universalistici si
mantengono . Nella misura in cui una società è democrati­
ca, essa fornisce un ambito sufficiente per l'esercizio di
criteri universalistici nella scienza.

4 . «Comunismo»

Il «comunismo», nel senso non tecnico ed esteso della


proprietà comune dei beni, è un secondo elemento essen­
ziale dell'ethos scientifico. Le scoperte sostanziali della
scienza sono un prodotto di collaborazione sociale e sono
assegnate alla comunità. Esse costituiscono un'eredità co­
mune in cui il diritto del produttore individuale è severa­
mente limitato. Una legge o una teoria eponima non en­
trano a far parte del patrimonio dello scopritore e dei
suoi eredi né a loro vengono conferiti speciali diritti di
uso e disposizione: i diritti di proprietà nella scienza sono
ridotti al minimo dalle esigenze dell'ethos scientifico. Il
diritto dello scienziato alla «sua proprietà» intellettuale è
limitato a quel riconoscimento e a quel prestigio che, se
l'istituzione funziona con un minimo di efficienza, sono
misurati dalla significatività dell'incremento portato al
fondo comune di conoscenza. L'eponimia - per esempio
il sistema copernicano, la legge di Boyle - è quindi allo
stesso tempo un mezzo mnemonico e commemorativo.
1 066 Studi di sociologia della scienza

A causa dell'importanza istituzionale attribuita al rico­


noscimento e al prestigio quale unico diritto di proprietà
dello scienziato, è comprensibile come la preoccupazione
per la priorità delle scoperte scientifiche divenga la rispo­
sta «normale». Le controversie sulla priorità delle scoper­
te che sono caratteristiche della storia della scienza mo­
derna derivano dall'accento istituzionale sull'originalità11•
Ciò dà origine ad una cooperazione competitiva; i prodot­
ti della competizione sono messi in comune12 e la stima
per il produttore cresce. Le nazioni si assumono la difesa
dei diritti di priorità 13, come è testimoniato dalla contro-

I I Newton parlava sulla base di un'esperienza duramente conqui­


stata quando osservava che «la filosofia (naturale) è una Signora così
impertinente e litigiosa, che un uomo preferirebbe essere impegnato in
una causa legale piuttosto che avere a che fare con lei». Robert Hooke,
un individuo socialmente mobile la cui elevazione sociale poggiò sol­
tanto sui suoi successi scientifici, fu notoriamente «litigioso».
I2 Per quanto possa essere segnata dal «commercialismo» della

più ampia società, una professione come la medicina accetta il caratte­


re di proprietà comune della conoscenza scientifica. Vedi RH.
Shryock, Freedom and Inter/erence in Medicine, in «The Annals», 1938,
200, p. 45: «la professione medica ha generalmente visto di malocchio
i brevetti presi dai medici. La professione regolare ha mantenuto que­
sta posizione contro i monopoli privati fin dall'avvento della legge dei
brevetti nel diciassettesimo secolo». Si ha una situazione ambigua in
cui la socializzazione della pratica medica è rifiutata in circoli in cui la
socializzazione della conoscenza è indiscussa.
1 3 Ora che i russi hanno assunto ufficialmente una profonda rive­
renza per la madrepatria, essi insistono sull'importanza di determinare
le priorità delle scoperte scientifiche. Così: «La minima disattenzione
alle questioni delle priorità nella scienza, la minima trascuratezza di
queste, deve perciò essere condannata, perché gioca a vantaggio dei
nostri nemici, che nascondono la loro aggressione ideologica con un
discorso cosmopolita sulla supposta non esistenza dei problemi delle
priorità nella scienza, cioè, i problemi relativi ai contributi dei vari po­
poli al piano generale della cultura mondiale». E ancora: «Il popolo
russo ha la storia più ricca. Nel corso di questa storia ha creato la più
ricca cultura, e tutti gli altri paesi del mondo hanno attinto e continua­
no ad attingere da esso», in «Voprosy filosofii», cit., pp. 10, 12. Ciò ri-
Scienza e struttura sociale democratica 1067

versia sorta sulle rivendicazioni contrastanti di Newton e


Leibniz per il calcolo differenziale. Ma tutto ciò non mi­
naccia lo status di proprietà comune della conoscenza
scientifica.
Il concetto istituzionale della scienza come parte del
patrimonio comune è legato all'imperativo della comuni­
cazione dei risultati. La segretezza è l'antitesi di questa
norma, la comunicazione completa e senza vincoli è la sua
attuazione pratica 14• La pressione per la diffusione dei ri­
sultati è accresciuta dalla meta istituzionale di allargare i
confini della conoscenza e dall'incentivo del riconosci­
mento che è, naturalmente, subordinato alla pubblicazio­
ne. Uno scienziato che non comunichi le sue importanti
scoperte alla comunità scientifica - come fu il caso di
Henry Cavendish - diventa oggetto di reazioni ambivalen­
ti. Egli è stimato per il suo talento e, forse, per la sua mo­
destia, ma da un punto di vista istituzionale questa mode­
stia è seriamente fuori posto alla luce dell'imperativo mo-

corda le pretese nazionalistiche dell'Europa occidentale durante il XIX


secolo e quelle naziste del XX secolo (cfr. il testo alla fine della nota
9). Il particolarismo nazionalista impedisce una valutazione distaccata
del corso dello sviluppo scientifico.
14 Cfr. ].D. Berna!, il quale osserva: «Lo sviluppo della scienza
moderna coincise con un preciso rifiuto dell'ideale della segretezza».
Berna! cita un notevole passo del Réaumur («L'art de convertir le for­
gé en acier») in cui l'impulso morale a pubblicare le proprie ricerche è
esplicitamente riferito ad altri elementi dell'ethos della scienza. Ad es.,
« ... il y eut gens qui trouvèrent étrange que j'eusse publié des secrets,
qui ne devoient pas etre révélés . . . est-il bien sur que nos découvertes
soient si fort à nous que le Public n'y ait pas droit, qu'elles ne lui ap­
partiennent pas en quelque sorte? . . . resterait il bien des circonstances,
où, nous soyons absolument Maìtres de nos découvertes?... Nous nous
devons premièrement à notre Patrie, mais nous nous devons aussi au
reste du monde; ceux qui travaillent pour perfectionner les Sciences et
les Arts, doivent meme se regarder camme les citoyens du monde en­
tier». ].D. Bernal, The Social Function o/ Science, New York, 193 9, pp.
1950- 195 1 .
1 068 Studi di sociologia della scienza

rale di dividere il bene della scienza. Sebbene si tratti di


un profano, il commento di Aldous Huxley su Cavendish
è illuminante: «La nostra ammirazione per il genio è tem­
perata da una certa disapprovazione; sentiamo che un tale
uomo è egoista ed anti-sociale». Gli aggettivi sono parti­
colarmente istruttivi poiché essi sottintendono la violazio­
ne di un preciso imperativo istituzionale. Anche se non ha
secondi fini, la soppressione di una scoperta scientifica è
condannata.
Il carattere comunitario della scienza si riflette anche
nel riconoscimento degli scienziati della loro dipendenza
da un'eredità culturale su cui non avanzano alcuna prete­
sa di privilegio. L'osservazione di Newton: «Se io ho visto
lontano è perché stavo sulle spalle di giganti», esprime
allo stesso tempo un senso di debito nei confronti del re­
taggia comune e il riconoscimento della qualità essenzial­
mente cooperativa e cumulativa delle realizzazioni scienti­
fiche1 5 . L'umiltà del genio scientifico non solo è cultural­
mente appropriata, ma risulta dalla consapevolezza che il
progresso scientifico implica la collaborazione delle gene­
razioni passate e presenti. Fu Carlyle e non Maxwell a in­
dulgere ad una concezione mitopoietica della storia.
Il comunismo dell'ethos scientifico è incompatibile
con la concezione dell'economia capitalistica che la tecno­
logia sia «proprietà privata». Scritti correnti sulla «frustra­
zione della scienza» riflettono questo conflitto. I brevetti
proclamano diritti esclusivi di uso e, spesso, di non uso.
La soppressione dell'invenzione nega l'imperativo della
produzione e diffusione della scienza, come si può vedere

15 È di un certo interesse il fatto che l'aforisma di Newton sia una


frase standardizzata che è stata ripetutamente espressa fin dal XII se­
colo. Sembrerebbe che la dipendenza della scoperta e dell'invenzione
della base culturale esistente fosse stata notata già prima delle formula­
zioni dei sociologi moderni. Vedi «lsis», 1 935, 24, pp. 107 - 1 09; 1938,
25, pp. 45 1 -452.
Scienza e struttura :wciale democratica 1069

nella sentenza della causa fra il governo degli Stati Uniti e


l'American Bell Telephone Co . : «L'inventore è colui che
ha scoperto qualche cosa che ha valore. Ciò è di sua asso­
luta proprietà. Egli può non far conoscere la sua scoperta
al pubblico» 1 6. Varie sono state le risposte a questa situa­
zione di conflitto. Come misura difensiva alcuni scienziati
sono giunti a far brevettare il loro lavoro per poterlo ren­
dere accessibile al pubblico: fra questi Einstein, Millikan ,
Compton, Langmuir17• Gli scienziati sono stati indotti a
farsi promotori di nuove imprese economiche18 ed altri
cercano di risolvere il conflitto invocando il socialismo 19 .
Queste proposte, sia quelle che chiedono un contraccam­
bio economico per le scoperte scientifiche, sia quelle che
vogliono un mutamento nel sistema sociale che permetta
alla scienza di proseguire il suo lavoro, riflettono delle di­
vergenze sulla concezione delle proprietà intellettuale.

5 . Disinteresse

La scienza, come in generale le professioni, include fra


le sue esigenze istituzionali fondamentali il disinteresse. Il
disinteresse non deve confondersi con l'altruismo né l'a­
zione interessata con l'egoismo. Queste equivalenze con­
fondono fra loro il livello di analisi istituzionale e il livello

1 6 167 U.S. 224 (1897), citato da B.]. Stern, Restraints upon the
Utilization of Inventions, in «The Annals», 1938, 200, p. 2 1 . Per
un'ampia discussione, cfr. gli altri studi di Stern quivi citati; anche W.
Hamilton, Patents and Free Enterprise, Temporary National Economie
Committee Monograph, n. 3 1 , 194 1 .
1 7 Hamilton, Patents and Free Enterprise, cit., p . 154; J . Robin,
L'ceuvre scientifique, sa protection-juridique, Paris, 1928.
1 8 V. Bush, Trends in Engineering Research, in «Sigma XI Quar­
terly», 1934, 22, p. 49.
1 9 Bernal, The Social Function o/ Science, cit., pp. 155 ss.
1070 Studi di sociologia della scienza

di analisi motivazionale2°. Passione per la conoscenza, cu­


riosità oziosa, preoccupazioni altruistiche del bene del­
l'umanità e una serie di altri motivi speciali sono stati at­
tribuiti agli scienziati. La ricerca di motivi particolari ri­
sulta mal diretta. Ciò che caratterizza il comportamento de­
gli scienziati è un modello distinto di controllo istituzionale
di una vasta serie di motivi. Infatti, una volta che l'istitu­
zione beneficia di un'attività disinteressata, è nell'interesse
dello scienziato conformarsi a questo se non vuole incor­
rere in sanzioni e, se la norma è stata interiorizzata, se
vuole evitare conflitti psicologici.
La virtuale assenza di frode negli annuali della scien­
za, che appare eccezionale se paragonata alla situazione di
altre sfere di attività, è stata talvolta attribuita alle qualità
personali degli scienziati. Di conseguenza, gli scienziati
sono considerati fra coloro che rivelano un altissimo gra­
do di integrità morale. In realtà mancano dati soddisfa­
centi che possano confermare che sia proprio così e una
spiegazione più plausibile può trovarsi in certe caratteri­
stiche particolari della scienza stessa. Nella scienza vige il
principio della verificabilità dei risultati: la ricerca di uno
scienziato è sottoposta al rigoroso scrutinio dei colleghi
specialisti. In altre parole - e senza dubbio l'osservazione
potrà suonare come lesa maestà , le attività degli scien­
-

ziati sono sottoposte ad un grado tale di controllo rigoro­


so che forse non ha eguali in nessun altro campo di attivi­
tà. L'esigenza del disinteresse ha un fondamento solido
nel carattere pubblico e controllabile della scienza e pos­
siamo supporre che questa circostanza abbia contribuito
all'integrità degli uomini di scienza. Vi è competizione nel

20 T. Parsons, The Pro/essions and Social Structure, in «Social For­


ces», 1939, 17, pp. 458-459; cfr. G. Sarton, The History o/ Science and
the New Humanism, New York, 193 1 , pp. 130 ss. La distinzione fra gli
impulsi istituzionali e i motivi è naturalmente una concezione chiave
della sociologia marxista.
Scienza e struttura sociale democratica 1 07 1

campo della scienza, competizione che è intensificata dal­


l'importanza attribuita alla priorità come ad un criterio di
successo, e sotto certe condizioni competitive si possono
ben sviluppare incentivi per eclissare i rivali con mezzi il­
leciti. Ma tali impulsi possono trovare scarsa possibilità di
espressione nel campo della ricerca scientifica. Il settari­
smo, le cricche informali, le pubblicazioni b anali ma nu­
merose, questi e altri espedienti possono essere usati per
raggiungere il successo personale21 . Ma generalmente le
pretese di riconoscimento infondate sono trascurabili e
inefficaci. La concreta attuazione della norma del disinte­
resse è effettivamente sostenuta dal rendiconto finale che
gli scienziati debbono ai loro colleghi. I dettami del senti­
mento sociale e della pratica scientifica coincidono, situa­
zione questa che conduce a stabilità istituzionale.
Sotto questo aspetto, il campo scientifico differisce al­
quanto da quello di altre p rofessioni. Lo scienziato non si
trova di fronte ad una clientela come il medico o l' avvoca­
to per esempio. La possibilità di sfruttare la credulità,
l'ignoranza e l'inferiorità del profano è quindi considere­
volmente ridotta. La frode, il raggiro e le affermazioni ir­
responsabili (ciarlatanerie) sono ancora meno probabili
che nelle professioni al «servizio del pubblico». Nella mi­
sura in cui il rapporto scienziato/profano diventa più stret­
to, aumentano gli incentivi per evadere dai principi della
scienza. L'abuso di autorità specialistica e la creazione di
pseudo-scienze si verificano quando la struttura di con­
trollo costituita da colleghi qualificati è resa inefficace22 .
È probabile che la reputazione della scienza e la sua
salda posizione etica nella stima di profani siano dovute

21 Vedi L. Wilson, The Academic Man, New York, 1942, pp. 201 ss.
22 Cfr. R.A. Brady, The Spiri! and Structure o/ German Fascism,
New York, 1937, cap. Il; M. Gardner, In the Name o/ Science. New
York, Putnam's, 1953 .
1 072 Studi di sociologia della scienza

in non piccola misura ai risultati tecnologid3 • Ogni nuova


tecnica testimonia dell'integrità dello scienziato. La scien­
za realizza le sue promesse. Tuttavia, la sua autorità può
essere ed è usata per scopi interessati, precisamente per­
ché la popolazione spesso non è in grado di distinguere
l'autorità scientifica genuina da quella spuria. Le dichiara­
zioni pseudo-scientifiche sulla razza, l'economia o la storia
di oratori totalitari sono, per i profani non istruiti, dello
stesso ordine dei servizi giornalistici sull'universo in
espansione o sulla meccanica ondulatoria. In entrambi i
casi, l'uomo della strada non è in grado di controllarne la
veridicità e in entrambi i casi si tratta di affermazioni che
possono andare oltre il buon senso comune. Se mai, per
la maggioranza della gente, i miti possono sembrare più
plausibili e certamente sono più comprensibili delle teorie
scientifiche accreditate, poiché essi sono più vicini al­
l' esperienza del buon senso e ai pregiudizi culturali. In
parte come risultato del progresso scientifico, quindi, la
popolazione è divenuta suscettibile di un nuovo mistici­
smo espresso in termini apparentemente scientifici. L' au­
torità presa a prestito dalla scienza conferisce prestigio a
dottrine non scientifiche.

6. Dubbio sistematico

Come abbiamo visto nel precedente capitolo, il dub­


bio sistematico è variamente interconnesso con altri ele­
menti dell'ethos scientifico. Esso è un mandato istituzio­
nale oltre che metodologico. La sospensione del giudizio
fino a che i fatti non siano provati e l'esame distaccato di

23 Francesco Bacone espone una delle prime e più sintetiche defi­


nizioni di questo pragmatismo popolare: «Ciò che è più utile nella pra­
tica è più corretto nella teoria», Novum Organum, libro II, p. 4.
Scienza e struttura sociale democratica 1 073

credenze secondo criteri logici ed empirici hanno condot­


to la scienza a conflitti con altre istituzioni. La scienza che
pone interrogativi di fatto, compresi quelli potenziali, ad
ogni aspetto della natura e della società può venire in
conflitto con altri atteggiamenti verso questi stessi feno­
meni, atteggiamenti che sono stati cristallizzati e spesso ri­
tualizzati da altre istituzioni. Il ricercatore scientifico non
rispetta la distinzione fra sacro e profano, fra ciò che ri­
chiede rispetto acritico e ciò che può essere obiettivamen­
te analizzato ( «Ein Professar ist ein Mensch der anderer
Meinung ist»).
Questo atteggiamento è all'origine della rivolta contro
quella che viene definita l'intrusione della scienza in altre
sfere. Da parte della religione organizzata tale resistenza è
divenuta meno importante se paragonata a quella di grup­
pi politici ed economici. L'opposizione può esistere del
tutto indipendentemente dall' effettiva esistenza di scoper­
te scientifiche specifiche che appaiono pericolose per la
validità di particolari dogmi della Chiesa, dell'economia o
dello Stato. Si tratta piuttosto del diffuso e spesso vago ri­
conoscimento della minaccia che il dubbio sistematico
può costituire per la distribuzione di potere esistente. Il
conflitto è accentuato ogniqualvolta la scienza estenda le
sue ricerche in nuove aree verso cui vi siano atteggiamenti
istituzionalizzati o qualora altre istituzioni allarghino la
loro zona di controllo. Nelle moderne società totalitarie,
l' antirazionalità e la centralizzazione del controllo istitu­
zionale servono entrambe a limitare l'ambito concesso al­
l' attività scientifica.
Capitolo ventesimo

La macchina, l 'operaio e il tecnico

Rendersi conto della misura della propria ignoranza è


il primo passo per convertire questa ignoranza in cono­
scenza. Ciò che si sa sulle conseguenze che i cambiamenti
nei metodi di produzione hanno provocato sui problemi,
il comportamento e le prospettive dell'operaio è veramen­
te poco; quello che è necessario sapere è invece molto.
Un breve saggio su questo ampio argomento può appena
definir� approssimativamente i confini della nostra igno­
ranza. E possibile soltanto fare accenno ai risultati empiri­
ci ora disponibili, alle condizioni necessarie per un'ade­
guata estensione di questi risultati e all'organizzazione so­
ciale della ricerca richiesta per raggiungere questo fine.
L'opinione che il progresso tecnologico sia un bene in
sé evidente è così diffusa e così radicata che gli uomini
hanno in generale trascurato di esaminare in quali condi­
zioni della società questo sia in realtà vero. Se la tecnica è
bene, è tale a causa delle sue implicazioni umane, poiché
un gran numero di persone diversamente situate nella so­
cietà ha occasione di valutaria a questo modo alla luce del­
le proprie esperienze. Se questo avviene, non dipende tan­
to dal carattere intrinseco di una tecnica in progresso, che
determina un'accresciuta capacità di produrre beni, quan­
to dalla struttura della società che determina quali gruppi
e individui fruiscano di questa accresciuta disponibilità di
beni e quali gruppi e individui soffrano dello smembra-
1076 Studi di sociologia della scienza

mento sociale e sopportino i costi umani impliciti nella


nuova tecnica. Molti, nella nostra società, trovano che le
diverse conseguenze sociali della progressiva introduzione
di tecniche che permettono di risparmiare mano d'opera,
sono ben lungi dall'essere positive e vantaggiose. Nono­
stante siano così scarsi, i dati sulla disoccupazione tecnolo­
gica, sugli spostamenti di mano d'opera, sulla svalutazione
delle capacità lavorative, sulla discontinuità dell'occupa­
zione e sulla diminuzione di occupazioni per unità di pro­
dotto indicano tutti che i lavoratori pagano il costo della
mancanza di un piano per un 'ordinata introduzione delle
innovazioni tecniche nei processi di produzione.
La ricerca su questi argomenti non è, naturalmente,
una panacea per lo smembramento sociale imputabile ai
presenti metodi di introduzione dei progressi tecnologici,
ma può indicare i fatti pertinenti al caso, può cioè porre
le basi per le decisioni di coloro che sono direttamente
colpiti dagli effetti multiformi del cambiamento tecnologi­
co. La ricerca sociale in questo campo è stata assai limita­
ta e sarà di un certo interesse vederne i motivi.
Esamineremo in primo luogo il genere di risultati che
sono il frutto delle ricerche in questo campo; quindi con­
sidereremo alcuni fattori che influenzano il ruolo sociale
dei tecnici - specialmente quelli direttamente interessati
alla progettazione e alla costruzione delle attrezzature di
produzione - e le ripercussioni sociali del loro lavoro
creativo; in ultimo, suggeriremo alcuni dei problemi e del­
le possibilità più evidenti per le future ricerche sulle con­
seguenze sociali delle tecniche che permettono un nspar­
mio di mano d'opera.

l. Conseguenze sociali dei cambiamenti tecnologici

Le ricerche hanno messo in luce alcune delle ripercus­


sioni sociali dei cambiamenti tecnologici e qui accennere-
La macchina, l'operaio e il tecnico 1 077

mo ad alcune di esse. Queste vanno dagli effetti più diret­


ti sulla natura della vita di lavoro - l'anatomia sociale del
lavoro - a quelle che influenzano i modelli culturali e isti­
tuzionali della più vasta società.

Anatomia sociale del lavoro

È oggi chiaro che i nuovi processi produttivi e le nuo­


ve attrezzature influenzano inevitabilmente la rete dei rap­
porti sociali tra gli operai impegnati nella produzione. Per
gli uomini che lavorano nelle fabbriche, nelle miniere e
anche nelle fattorie, i cambiamenti nei metodi di produ­
zione provocano cambiamenti nelle routines di lavoro che
a loro volta modificano l'ambiente sociale immediato del­
l' operaio. Le modificazioni della grandezza e della compo­
sizione della squadra di lavoro, della portata, del carattere
e della frequenza dei contatti con compagni e sorveglianti,
dello status dell'operaio nell'organizzazione, del grado di
mobilità fisica di cui può disporre - ognuno e tutti questi
aspetti possono essere effetti collaterali del cambiamento
tecnologico. Sebbene queste modificazioni nella struttura
locale dei rapporti sociali influiscano variamente sul livello
di soddisfazione del lavoratore, esse spesso non sono né
previste né considerate.
Si è trovato che le condizioni in cui tale cambiamento
è introdotto hanno anch'esse un'influenza sui lavoratori.
Con l'introduzione di innovazioni tecniche che riducano
l 'impiego di mano d'opera per far fronte a condizioni
economiche di crisi, la classe dirigente può allargare e ap­
profondire focolai locali di disoccupazione proprio nel
momento in cui i lavoratori hanno scarse alternative di
occupazione. I dirigenti possono così alimentare le incer­
tezze del lavoro e le ansietà degli operai. È comprensibile
come circostanze di questo genere motivino le organizza­
zioni sindacali a cercare di ottenere una partecipazione
1 078 Studi di sociologia della scienza

maggiore alla formulazione dei piani per l'introduzione


dei nuovi procedimenti e delle nuove attrezzature.
A questo proposito, il ritmo del cambiamento tecnolo­
gico è di importanza critica, sebbene non esclusiva. I la­
voratori, come i dirigenti, cercano di avere una qualche
misura di controllo sulla loro vita quotidiana. I cambia­
menti imposti su di loro senza la loro previa conoscenza e
senza il loro consenso sono considerati una minaccia al
loro benessere, allo stesso modo in cui lo sono per gli uo­
mini d'affari soggetti alle vicissitudini del mercato e a ciò
che essi definiscono le imprevedibili decisioni di «quei
burocrati di Washington». Non di rado ciò che è in gioco
per il lavoratore nelle decisioni di questo genere è co­
scienziosamente e irrealisticamente trascurato da quei diri­
genti che introducono macchinari che diminuiscono la
mano d'opera al fine di mantenere e migliorare la situa­
zione della ditta sul piano della concorrenza. È stato os­
servato che può essere abilmente creata un'atmosfera di
incertezza, paura e ostilità con l'affrettata introduzione di
impreviste innovazioni tecnologiche.
Attraverso la /orzata svalutazione delle capacità profes­
sionali degli operai, le innovazioni che determinano una ri­
duzione di mano d'opera creano acuti problemi psicologi­
ci e sociali per il lavoratore. La difficoltà non sta esclusi­
vamente nella necessità di imparare nuove routines di la­
voro. La necessità di scartare le capacità acquisite e, spes­
so, la dissoluzione di status che a questo si accompagna
distruggono l'immagine positiva che il lavoratore ha di se
stesso derivante appunto dall'uso sicuro delle sue abilità
professionali. Sebbene questo costo umano dei nuovi me­
todi di produzione possa occasionalmente venire ridotto
per singoli lavoratori attraverso una pianificata riassegna­
zione di occupazioni, questo non esclude cambiamenti
fondamentali nella struttura occupazionale dell'industria.
Col progresso tecnico, la crescente suddivisione dei
compiti lavorativi crea innumerevoli nuove occupazioni
La macchina, l'operaio e il tecnico 1079

per cui, come ha osservato Roethlisberger, «non esistono


denominazioni che abbiano un qualche significato sociale
al di fuori di una industria particolare, di una fabbrica o
persino, in molti casi, di un reparto». L'atomizzazione dei
compiti di lavoro implica la perdita della pubblica identità
del lavoro. Chi, tranne pochi iniziati, può distinguere
l'operaio addetto al montaggio dei cilindri da quelli addet­
ti al montaggio delle bielle in una fabbrica di automobili?
O, per fare un esempio più familiare, che cosa distingue
l'orgoglio di mestiere di un lavorante che spruzza di zuc­
chero le paste da quello di colui che le riempie di crema?
Per il mondo esterno queste strane specializzazioni sono
tutte uguali e, di conseguenza, per il mondo esterno deb­
bono esserci altri segni di status e dell'attività di lavoro
che siano significativi. L'alienazione dei lavoratori dal loro
lavoro e l'importanza del salario come il simbolo principa­
le dello status sociale sono ambedue accresciute dall'assen­
za di un significato sociale attribuibile al compito.
L'aumentata specializzazione della produzione condu­
ce inevitabilmente ad un maggior bisogno di comporta­
mento lavorativo prevedibile e perciò ad una maggiore di­
sciplina sul posto di lavoro. La concatenazione di numerosi
compiti limitati richiede che il margine di variazione del
comportamento individuale sia ridotto al minimo. Questa
tendenza, messa in risalto all'inizio del sistema industriale
dalle ribellioni dei lavoratori contro l'allora sconosciuta
disciplina di fabbrica, è divenuta sempre più marcata. In
pratica, questo viene a significare una quantità crescente
di disciplina che, sotto determinate condizioni, diventa
coercitiva per il lavoratore.

Effetti istituzionali e strutturali

I prodotti derivati di una tecnologia in sviluppo, siano


essi di carattere politico, sociale o economico, influiscono
1 080 Studi di sociologia della scienza

seriamente sulla struttura della società. Questo più vasto


contesto suggerisce che gli atteggiamenti dei lavoratori nei
confronti della nuova tecnica non sono determinati dalla
tecnica in sé, ma dagli usi collaterali cui essa può essere e
talvolta è stata adibita come uno strumento di potere so­
ciale. La tecnica è stata impiegata non solo per la produ­
zione di beni, ma anche per il controllo dei lavoratori. In­
fatti, essa è stata ripetutamente definita come un'arma per
sottomettere i lavoratori alle condizioni di lavoro stabilite
dagli imprenditori.
Al giorno d'oggi, quest'uso tattico della tecnica nella
«guerra dei prezzi» fra imprenditori e forze di lavoro non
ha più necessità di venire chiamata minaccia; esso diventa
semplicemente un'osservazione del meccanismo indipen­
dente del sistema di mercato. In un intervento alla Prince­
ton Bicentennial Conference, ad esempio, è stato afferma­
to che «tra le impellenti pressioni che ora stimolano la
classe imprenditoriale ad aumentare la meccanizzazione e
l'introduzione di nuove tecniche nel processo produttivo,
vi sono i fantastici aumenti dei salari monetari, la ridotta
efficienza o l'abbandono di sistemi di incentivi, l'intransi­
genza di molte organizzazioni sindacali e una grande di­
sponibilità di denaro a buon mercato. Gli ingegneri, gli
ideatori e costruttori di strumenti sono ora, e lo saranno
in futuro come non mai prima, coloro di cui abbiamo bi­
sogno. L'innovazione e l'invenzione avranno un valore
senza precedenti».
Un secolo fa, queste implicazioni politiche della tecnica
(e del ruolo assegnato ai tecnici) erano tratte in un modo
più semplice e diretto dagli imprenditori e dai loro rappre­
sentanti. Andrew Ure, ad esempio, poteva allora descrivere
la mola semovente come una «creazione destinata a ristabi­
lire l'ordine nella classe lavoratrice [ . . . ] . L'invenzione con­
ferma la grande dottrina, di già propugnata, che quando il
capitale assume la scienza al suo servizio, la mano refratta­
ria del lavoratore imparerà per sempre la docilità».
La macchina, l'operaio e il tecnico 108 1

Sarebbe interessante sapere se l'uso dichiarato o tacito


della tecnologia come un'arma nel conflitto industriale
spezzi di fatto «l'intransigenza» dei lavoratori o insegni
loro la virtù della «docilità». È possibile, naturalmente,
che la prevista efficienza di una nuova macchina o di un
nuovo processo qualche volta non si realizzi quando la
sua funzione ,collaterale è quella di «tenere i lavoratori al
loro posto». E più che probabile che si trovi che l'eserci­
zio del puro potere non produca una stabile struttura di
rapporti sociali nell'industria più che in altre sfere del
comportamento umano.
L'avanzamento nei metodi produttivi può allargare la
scissione sociale esistente fra lavoratori e dirigenti, come
hanno osservato tra gli altri anche Elliott Dunlap Smith e
Robert S. Lynd. Esso può produrre una più recisa strati/i­
cazione sociale dell'industria. Poiché la complessità delle
nuove tecniche fa dell'istruzione tecnica specializzata una
esigenza preliminare per i dirigenti, le prospettive di asce­
sa per il lavoratore si fanno sempre più scarse. Inoltre, es­
sendo le possibilità di avere un'istruzione superiore social­
mente stratificate, i dirigenti provengono sempre più da
strati sociali distanti da quelli dei lavoratori; e c'è da ag­
giungere che poiché il personale tecnicamente specializza­
to entra nell'industria ad un livello relativamente alto,
esso ha scarse occasioni di dividere l'esperienza di lavoro
degli operai nel primo stadio della loro carriera e tende,
di conseguenza, ad avere una conoscenza astratta dei punti
di vista dei lavoratori piuttosto che un'esperienza comune
con essi. Infine, con la crescente razionalizzazione dei pro­
cedimenti direttivi, le relazioni fra dirigenti e lavoratori
diventano sempre più formali e spersonalizzate.
Tutti questi fattori - progressiva diminuzione delle pos­
sibilità di promozione, polarizzazione delle origini sociali
dei dirigenti e degli operai, isolamento del personale diret­
tivo dagli operai attraverso i cambiamenti dei loro modelli
tipici di carriera e spersonalizzazione dei contatti umani -
1 082 Studi di sociologia della scienza

possono insieme contribuire ad accrescere le tensioni fra gli


uomini che dirigono e gli uomini che sono diretti.
L'influenza della tecnologia sull'organizzazione sociale
non è, naturalmente, limitata a queste tendenze profonde
nella struttura di classe. L'interdipendenza della struttura
industriale, resa maggiormente tale dalle applicazioni della
scienza all'industria, influisce sulle decisioni dei grandi
complessi industriali nei riguardi dell'interesse pubblico.
Di conseguenza, il governo è sempre maggiormente indot­
to a regolare e sovrintendere queste decisioni almeno nei
punti in cui esse evidentemente influiscono sulla comunità
generale. Questa tendenza verso l'intervento governativo
fa convergere l'attenzione popolare verso ciò che gli os­
servatori specializzati hanno da tempo notato: le sfere del
comportamento economico e di quello politico, lungi dal­
l' avere soltanto relazioni tangenziali, si sovrappongono in
misura notevole. Le forze del lavoro e le forze imprendi­
toriali non trattano soltanto direttamente le une con le al­
tre attraverso la contrattazione collettiva e le decisioni am­
ministrative, ma anche indirettamente esercitando una
pressione sul governo. Seguendo le orme degli imprendi­
tori e della direzione, il sindacato entra in politica.
Le crescenti esigenze della disciplina di lavoro, deri­
vanti dall'integrazione tecnica, spiegano in gran parte il
ruolo strategico della forza sindacale nella nostra società.
La grande industria ha scoperto che è più efficace e con­
veniente trattare con i sindacati piuttosto che con la mas­
sa non organizzata dei lavoratori. L'industria ha infatti im­
parato che la disciplina si raggiunge spesso più efficace­
mente con l'aiuto dei sindacati scelti liberamente dai lavo­
ratori piuttosto che ricorrendo esclusivamente all'apparato
direttivo e di controllo. Inoltre, una condizione di debo­
lezza tecnica per cui l'arresto di un qualsiasi settore della
produzione minaccia di paralizzare tutta l'industria, modi­
fica l'insieme dei rapporti di potere. Tutto ciò conferisce
al sindacato un potere e una responsabilità maggiore.
La macchina, l'operaio e il tecnico 1 083

Questo rapido esame di alcune delle conseguenze dei


cambiamenti nelle tecniche di produzione contribuisce ad
acutizzare il dilemma morale implicito nella scelta di pro­
blemi di ricerca in questo campo. La ricerca che si limiti
a studiare l'influenza delle nuove tecniche sull'immediata
situazione di lavoro in una fabbrica conduce in primo luo­
go, se non esclusivamente, a risultati che possono essere
facilmente adottati per rendere più accettabili al singolo
lavoratore le innovazioni tecnologiche, anche se di fatto
queste possono avere delle conseguenze per lui negative.
Il problema scientifico può essere inavvertitamente posto
nei termini della scoperta di metodi capaci di rendere tol­
lerabile al lavoratore il cambiamento senza quasi tener
conto del mosaico di conseguenze che essa implica per lui
e per i suoi colleghi. Il capitale può prendere al suo servi­
zio anche la scienza sociale per insegnare al lavoratore la
docilità. D'altra parte, soltanto attraverso questo studio
particolare degli effetti immediati sulla vita del lavoratore,
si possono scoprire metodi per introdurre cambiamenti
nei sistemi di produzione che possano apprezzabilmente
mitigare le conseguenze negative per la classe lavoratrice.
L'attenzione diretta unicamente agli effetti sulla strut­
tura sociale più vasta ha anch'essa i suoi limiti. Le ricerche
orientate interamente verso le tendenze a lungo termine -
per esempio, fino a che punto l'aumento della produttivi­
tà superi o mantenga il ritmo dell'aumento nell' occupazio­
ne totale - fanno trascurare i modi e i mezzi per minimiz­
zare l'influenza attuale del cambiamento tecnologico sul
lavoratore. Questo tipo di ricerca, tuttavia, individua il
problema sociologico centrale: la determinazione degli
aspetti della nostra organizzazione sociale che vengono
danneggiati da quel progresso tecnico che risulta in «mag­
giore sicurezza dei mezzi di sussistenza e in un tenore di
vita più soddisfacente».
1 084 Studi di sociologia della scienza

2 . Conseguenze per il tecnico

Le nuove applicazioni della scienza alla produzione ef­


fettuate dal tecnico non influiscono, come abbiamo visto,
solo sui metodi di produzione. Esse sono inevitabilmente
decisioni sociali che hanno delle conseguenze per le routi­
nes e la soddisfazione del lavoratore che sta alla macchina
e, su un piano più generale, modellano la stessa organiz­
zazione dell'economia e della società.
Il ruolo centrale dei tecnici, questo stato maggiore dei
nostri sistemi produttivi, sottolinea la grande importanza
dei loro orientamenti politici e sociali - gli strati sociali
con cui si identificano, le reti delle loro lealtà di gruppo
connesse alla loro posizione economica e alle loro carriere
professionali, i gruppi a cui si rivolgono per trovare un in­
dirizzo per il loro comportamento, i tipi di effetti sociali
del loro lavoro che essi prendono in considerazione -; in
breve, solo esplorando tutta la gamma dei loro legami, le­
altà, prospettive e interessi è possibile che i tecnici rag­
giungano quella chiarificazione del loro ruolo sociale che
conduce ad una completa partecipazione responsabile alla
società.
Ma dire che ciò pone dei problemi sociologici per «il»
tecnico è riferirsi a qualcosa di così vasto e vago da non
significare nulla. La grande e vasta famiglia degli uomini
chiamati tecnici ha un'ampia parentela, ma ha anche dei
segni distintivi che tengono i sottogruppi separati l'uno
dall'altro. Vi sono tecnici militari, civili, meccanici, chimi­
ci, elettrotecnici, metallurgici, e così via, per centinaia di
titoli e specializzazioni. Ma qualunque sia la loro specia­
lizzazione, in quanto essi si occupano della progettazione,
costruzione e messa in opera delle attrezzature e dei pro­
cedimenti produttivi, essi sono messi a confronto con le
conseguenze politiche e sociali della loro posizione nella
nostra società.
La tendenza attuale verso il pieno riconoscimento di
La macchina, l'operaio e il tecnico 1 085

queste conseguenze è limitata da numerosi ostacoli, fra


cui i principali sembrano essere: l) la notevole specializza­
zione e divisione del lavoro scientifico; 2 ) l'applicazione di
codici professionali che regolano i punti di vista sociali
dei tecnici; 3) l'immissione dei tecnici nelle burocrazie in­
dustriali.

Specializzazione

L'aumentata divisione del lavoro è diventata un effi­


cientissimo espediente per sfuggire alle responsabilità so­
ciali. Come le professioni si suddividono, ciascun gruppo
di specialisti trova sempre più facile «Scaricarsi della re­
sponsabilità» delle conseguenze sociali del suo lavoro, nel
presupposto, sembrerebbe, che questo complesso trasferi­
mento di responsabilità impedisca al diavolo di trovare e
portarsi via l'ultimo della catena dei responsabili. Quando
lo specialista è spaventato e sbigottito dallo smembramen­
to sociale che deriva dal suo lavoro, la sicura conoscenza
di aver adempiuto al suo compito nel modo migliore è la
giustificazione efficace per respingere qualunque respon­
sabilità. E, naturalmente, nessun gruppo di specialisti, e il
tecnico meno degli altri, è singolarmente all'origine di
queste conseguenze. Piuttosto, entro la nostra struttura
sociale ed economica, c iascun contributo tecnico è un in­
granaggio del complesso che dà origine ad un modello to­
tale di effetti, alcuni dei quali non desiderati da nessuno,
ma a cui tutti hanno contribuito.

L'etica professionale

In parte a causa della specializzazione delle funzioni, i


tecnici, non meno degli scienziati, hanno assimilato un
senso etico di responsabilità limitate. Lo scienziato, occu-
1086 Studi di sociologia della scienza

pato nel suo compito specifico di derivare nuova cono­


scenza dal regno dell'ignoranza, ha da lungo tempo rifiu­
tato la responsabilità di occuparsi dei modi in cui questa
conoscenza viene applicata. (La storia crea i suoi simboli.
Fu necessaria una bomba atomica affinché molti scienziati
fossero scossi da questa dottrina tenacemente sostenuta.)
Così, da molte parti si è sostenuto che fosse assurdo
ritenere il tecnico responsabile degli effetti psicologici e
sociali del progresso tecnico, dal momento che è perfetta­
mente chiaro che questi effetti non rientrano nel suo cam­
po specifico. Dopo tutto, è «mestiere» del tecnico - si
noti come ciò definisca efficacemente i limiti del ruolo di
una persona e, perciò, i limiti della sua responsabilità -
migliorare i processi produttivi e «non è affar suo» consi­
derare i loro effetti sociali secondari. Il codice professio­
nale sottolinea i primi anelli della catena delle conseguen­
ze del processo tecnico e lascia in ombra e non richiama
l'attenzione dei tecnici, sia come specialisti che come cit­
tadini, sui successivi anelli, come, per esempio, le conse­
guenze sui livelli dei salari e le possibilità di occupazione.
«Ma noi dobbiamo imparzialmente considerare tutte le
conseguenze», dice John Dewey ponendo l'argomento in
una forma più generale. «È follia volontaria attaccarsi ad
un unico fine o conseguenza che è gradita e permettere
che la visione di questo cancelli qualsiasi percezione di al­
tre indesiderate e indesiderabili conseguenze».

Status burocratico

Il fatto che un grande numero di tecnici sia impiegato


nelle burocrazie industriali modella ulteriormente le loro
prospettive sociali. Legati ad un apparato burocratico,
molti tecnici hanno un ruolo subalterno di esperti con
sfere fissate di competenza e autorità e con un orienta­
mento verso il più ampio sistema sociale severamente deli-
La macchina, l'operaio e il tecnico 1087

mitato. In questa condizione, essi sono apprezzati m


quanto si considerano degli ausiliari tecnici. Come tali,
non è loro compito considerare le conseguenze umane e
sociali dell'introduzione di attrezzature e procedimenti
più efficienti e decidere come e quando essi debbano at­
tuarsi. Queste sono funzioni di carattere amministrativo e
direttivo.
Le ragioni per cui questi problemi sono assegnati agli
amministratori delle organizzazioni industriali e commer­
ciali, sono state raramente esposte con tanta lucidità e in
modo così istruttivo come nel seguente passo di Roethlis­
berger: « . . . ingegneri fisici, chimici, meccanici, civili han­
no un modo utile di pensare e un metodo semplice di
trattare con la classe di fenomeni di loro competenza. En­
tro quest'area è probabile che i loro giudizi siano giusti.
Fuori di questa, i loro giudizi sono più discutibili. Alcuni
di loro riconoscono piuttosto chiaramente questa limita­
zione. Essi non vogliono avere niente a che fare col fatto­
re umano; essi vogliono progettare il miglior strumento, la
macchina migliore per raggiungere certi scopi tecnici. Se
l'introduzione di questi strumenti o macchine comporterà
il licenziamento di certi lavoratori, è più che giusto che
questo non li riguardi in quanto tecnici. . . Questi uomini
sono impagabili per l'amministrazione di qualsiasi orga­
nizzazione industriale».
Max Weber e Thorstein Veblen, fra gli altri, hanno
indicato il pericolo che questo punto di vista professiona­
le, che indica l'abdicazione della propria responsabilità
sociale a favore degli amministratori, possa estendersi ol­
tre i limiti dell'immediata impresa economica. Da questa
estensione del punto di vista professionale e dalla risultan­
te incapacità di trattare problemi umani deriva il ruolo
passivo e dipendente dei tecnici nel campo dell'organizza­
zione politica, delle istituzioni economiche e della politica
sociale. La personalità di cittadino minaccia di essere di­
strutta dalla personalità professionale.
1088 Studi di sociologia della scienza

Poiché gli specialisti tecnici si dedicano esclusivamen­


te ai «loro» compiti limitati, l'influenza generale della tec­
nica sulla struttura sociale diventa, con una «dichiarazione
di forfait», affare di nessuno.

3. La necessità di ricerche sociali

I tecnici possono ben continuare a rifiutare di preoc­


cuparsi direttamente degli effetti sociali del progresso tec­
nico fino a quando questi effetti non possono essere previ­
sti e presi in considerazione. Finché gli scienziati sociali
non si occupano di questo problema manca una base suf­
ficientemente documentata a cui possono rivolgersi i tecni­
ci, anche quelli più socialmente orientati, per agire con la
dovuta responsabilità sociale. Soltanto quando coloro che
sono in possesso dei metodi e degli strumenti necessari
alla ricerca sociale renderanno accessibile un corpo ade­
guato di conoscenza scientifica, sarà possibile che i tecnici
possano prendere visione del sistema sociale più vasto e
non limitarsi alla considerazione della singola impresa.
Proprio come gli uomini hanno trascurato per secoli il
problema dell'erosione del suolo, in parte perché essi non
sapevano che l'erosione costituisse un problema, così essi
ora stanno trascurando l'erosione sociale imputabile ai
presenti metodi di introduzione delle innovazioni tecni­
che. Vi è una richiesta molto limitata di ricerca in questo
campo. Non dovremmo sbagliarci se avanziamo l'ipotesi
che vengono dedicate meno ore lavorative allo studio ap­
profondito di questi problemi fondamentali per la nostra
epoca tecnica che non, ad esempio, alla progettazione di
involucri attraenti per profumi e altri beni così necessari o
al progetto di una campagna pubblicitaria per le manifat­
ture di tabacco della nazione.
L'inaugurazione di un vasto programma di ricerche
sociali proporzionato all'importanza del problema non
La macchina, l'operaio e il tecnico 1089

deve aspettare che vengano sviluppate nuove tecniche di


ricerca. I metodi di ricerca sociale stanno progredendo ad
un ritmo continuo e senza dubbio si svilupperanno anche
di più attraverso l'esperienza disciplinata. L'effettiva mes­
sa in opera di questo programma aspetta, tuttavia, che
vengano prese delle decisioni sull'organizzazione delle
équipes di ricerca, sul finanziamento e sugli indirizzi delle
indagini.

Organizzazione delle équipes di ricerca

Le indagini disparate e non coordinate compiute da


gruppi con diverse competenze si sono dimostrate inade­
guate. I problemi in quest'area richiedono gli strumenti e
le conoscenze specializzate di tecnici, economisti, psicolo­
gi e sociologi che si completino a vicenda. Una volta rico­
nosciuta la necessità di una ricerca congiunta, i rappresen­
tanti dei diversi gruppi professionali potrebbero sistemati­
camente indirizzare i loro sforzi al fine di istituire un pro­
gramma di indagine in collaborazione. È probabile che al­
l'inizio mancherebbero le basi per un discorso comune,
ma, come l'esperienza della Tennessee Valley Authority
insegna, potrebbero poi svilupparsi diversi modelli di col­
laborazione fra tecnici e scienziati sociali. I muri che isola­
no le diverse discipline sorti dalla divisione del lavoro
scientifico possono essere sormontati una volta ricono­
sciuto il carattere di convenienza temporanea di questo
fatto.

Finanziamento della ricerca

La maggior parte di quelle poche ricerche che sono


state fatte nell'industria sono state motivate dalle necessità
della classe dirigente. I problemi scelti per la ricerca -
1090 Studi di sociologia della scienza

alta rotazione di personale operaio e limitata produzione,


ad esempio - sono stati così in gran parte definiti dai diri­
genti, il finanziamento è venuto da essi, il limite e il carat­
tere dei cambiamenti introdotti sperimentalmente nella si­
tuazione di lavoro sono stati suggeriti dai dirigenti e ad
essi sono state fatte delle relazioni periodiche sulle ricer­
che. Senza discutere se la ragione sia buona o cattiva o se
sia evidente in sé, bisogna notare che questa è la tipica
prospettiva della ricerca sociale nell'industria e, come tale,
limita il suo ulteriore sviluppo.
Queste osservazioni non vogliono naturalmente mette­
re in dubbio la validità e l'utilità della ricerca condotta
per soddisfare i bisogni della classe dirigente. Che questa
ricerca continui ad essere finanziata dai dirigenti indu­
striali è una sufficiente dimostrazione del fatto che essa è
stata considerata utilissima e valida, entro i limiti della de­
finizione dei problemi. Ma un intelligente sta// che si de­
dichi allo studio dei problemi di uno strato della popola­
zione - dei dirigenti industriali e commerciali in questo
caso - può scoprire ad un certo punto che la propria at­
tenzione si concentra su questioni che non sono le princi­
pali questioni che si presentano ad altri settori della popo­
lazione. Può accadere, ad esempio, che creare dei metodi
per ridurre l'ansietà dei lavoratori attraverso prolungate
interviste o attraverso un comportamento appropriato dei
supervisori non siano fra quelle ricerche che i lavoratori
considerano centrali per i propri interessi. Essi possono
essere maggiormente interessati al fatto che i ricercatori
scoprano le varie conseguenze, per essi stessi e per gli al­
tri, dei diversi piani di introduzione dei cambiamenti tec­
nologici.
Questo fatto ci ricorda che anche la ricerca sociale ha
luogo in un ambiente sociale. Il sociologo che non ricono­
scesse che le sue tecniche - di osservazione partecipante,
intervista, sociogramma e simili - rappresentano per i la­
voratori e per i supervisori un'innovazione forse maggiore
La macchina, l'operaio e il tecnico 1091

degli stessi cambiamenti tecnologici, dimostrerebbe in ve­


rità di essere un incerto credente nei propri risultati. La
resistenza a questa innovazione può essere prevista, se
non altro perché essa è tanto lontana dalla comune espe­
rienza di fabbrica della maggior parte di questa· popola­
zione. Ma non occorre ricordare, proprio a coloro che si
sono dedicati alle ricerche fra gli operai e il personale am­
ministrativo, i confusi sospetti, la diffidenza, il divertito
imbarazzo e, spesso, l'aperta ostilità con cui venivano ac­
colti inizialmente. La mancanza di familiarità con questo
tipo di indagine, unito al carattere evidentemente inquisi­
tivo in aree di tensione e di affari personali, produce un
certo grado di resistenza.
Se la ricerca è finanziata dai dirigenti e se i problemi
trattati sono importanti soprattutto per questi ultimi, la
resistenza dei lavoratori sarà ancora maggiore. Non fa me­
raviglia che in taluni ambienti sindacali i tentativi prelimi­
nari di ricerca sociale nell'industria siano considerati con
un grado di sospetto e sfiducia paragonabile a quello che
accolse gli studi sull'organizzazione scientifica del lavoro
intorno al 1920. Infatti, se i lavoratori sospettano che il
programma di ricerca sia un nuovo espediente, con ma­
scheratura accademica, che serva a contrastare le organiz­
zazioni sindacali o che sostituisca, sotto una veste scienti­
fica, ricompense simboliche a remunerazioni materiali, la
ricerca creerà dei problemi invece che risolverli.
La ricerca sociale nell'industria, quindi, deve essere
condotta sotto gli auspici dei lavoratori e dei dirigenti,
senza tener conto della fonte dei fondi di ricerca. La coo­
perazione di un gran numero di operai non potrà ottener­
si se essi non sapranno delle conseguenze positive che po­
tranno loro derivare dall'applicazione di un metodo scien­
tifico in un campo in cui finora ha prevalso l'approssima­
zione empirica.
1092 Studi di sociologia della scienza

Gli indirizzi della ricerca

Il compito iniziale delle équipes di ricerca di cui ab­


biamo detto sarebbe quello di identificare i problemi spe­
cifici che richiedono uno studio. Proprio il fatto che que­
ste équipes intraprendono la ricerca dovrebbe indicare che
non sono imbevute dalla opaca fede che i progressi tecni­
ci, comunque applicati, debbano necessariamente condur­
re al bene comune. Esse dovrebbero essere considerate
come portatrici di pensieri «pericolosi» e non sostenere
che esistano assiomi culturali e istituzionali al di la dell'in­
dagine. Il fulcro della loro attenzione dovrebbe essere la
sistemazione istituzionale capace di comprendere insieme
e integrare le piene possibilità produttive di una tecnica
irregolarmente ma continuamente in progresso e l'equa
distribuzione dei guadagni e delle perdite contenuti in
questi progressi.
Durante l'ultimo decennio si è avuta fra i ricercatori
sociali una reazione contro l'iniziale tendenza di limitare
lo studio alle conseguenze economiche dei progressi tecni­
ci. Il centro dell'attenzione della ricerca si è così spostato
ai sentimenti dei lavoratori e ai loro rapporti sociali sul la­
voro. Ma questo nuovo interesse ha i difetti delle sue qua­
lità. Non sono solo i sentimenti, i legami sociali e lo status
dei lavoratori ad essere influenzati dalle innovazioni tec­
nologiche, ma anche i loro guadagni, le loro possibilità di
lavoro e i loro interessi economici più generali. Se le nuo­
ve ricerche sulle relazioni umane nell'industria vogliono
avere una significatività e un'importanza decisiva, esse de­
vono essere unite alla continua ricerca sulle implicazioni
economiche dell'introduzione di macchinari e processi
che riducono la mano d'opera.
Né la ricerca può essere confinata agli studi sul­
l' «operaio». Isolare l'operaio come se rappresentasse un
settore autonomo della popolazione industriale significa
far violenza sulla struttura delle relazioni sociali che at-
La macchina, l'operaio e zl tecnico 1093

tualmente predomina nell'industria. Presumibilmente, non


è soltanto l'operaio che è soggetto a preoccupazioni, fan­
tasticherie ossessive, difetti e alterazioni di atteggiamento
e irrazionali antipatie per i compagni di lavoro o per i su­
pervisori. Potrebbe anche risultare che il comportamento
e le decisioni della direzione siano notevolmente influen­
zati da modelli psicologici simili e che questi, unitamente
ad un senso preciso degli interessi economici, possano in
gran parte determinare le decisioni relative all'introduzio­
ne di tecniche che portano ad una riduzione di mano
d'opera.
In mancanza di indagini promosse congiuntamente
dalla direzione e dai sindacati e indirizzate verso problemi
di comune interesse concernenti il ruolo della tecnica nel­
la nostra società, l'alternativa è quella di proseguire nella
direzione attuale di ricerche ristrette che interessino grup­
pi particolari e particolari esigenze. È possibile, natural­
mente, che ad alcuni sembri preferibile questa alternativa.
È anche possibile che i diversi gruppi interessati a che il
nuovo tipo di ricerca si faccia non trovino una base di ac­
cordo né sul finanziamento né sull'indirizzo che dovreb­
bero avere gli studi in questo campo. Ma, allora, anche
questo servirebbe indirettamente allo scopo. Se le ricerche
congiunte di tecnici e scienziati sociali sotto gli auspici
della direzione e dei sindacati dovessero essere rifiutate su
queste basi, si avrebbe un segno diagnosticamente signifi­
cativo dello stato raggiunto dalle relazioni industriali.
Capitolo ventunesimo

Puritanesimo, pietismo e scienza

Nei suoi prolegomeni ad una sociologia culturale, Al­


fred Weber ha distinto fra i processi della società, della
cultura e della civiltà'. Poiché il suo principale interesse
era quello di sottolineare le differenze fra queste categorie
di fenomeni sociologici, Alfred Weber ha in gran parte
ignorato le loro specifiche interrelazioni, un problema
questo che è fondamentale per il sociologo. È precisamen­
te l'interazione fra certi elementi di cultura e di civiltà,
con particolare riferimento all'Inghilterra del XVII secolo,
che costituisce l'argomento di questo saggio.

l. L'ethos puritano

La prima parte di questo saggio delinea il sistema di


valori puritano in quanto connesso con il notevole aumen­
to dell'interesse per la scienza durante l'ultima parte del
XVII secolo; la seconda parte presenta i dati empirici per-

l A. Weber, Prinzipielles zur Kultursoziologie: Gesellscha/tsprozess,


Zivilisationsprozess und Kulturbewegung, in «Archiv fiir Sozialwissen­
schaft und Sozialpolitik», XLVII, 1920, 47, pp. 1-49. Vedi l'analoga
classificazione di R.M. Maclver, Society: Its Structure and Changes, cit.,
cap. XII; e la discussione di questi studi da parte di M. Ginsberg, So·
ciology, London, 1934, pp. 45·52.
1096 Studi di sociologia della scienza

tinenti al diverso modo di coltivare la scienza naturale da


parte dei protestanti e dei membri di altre religioni.
La tesi di questo studio è che l'etica puritana, come
tipo ideale degli atteggiamenti di valore fondamentali nel
protestantesimo ascetico in generale, indirizzò in modo
tale gli interessi degli inglesi del XVII secolo da costituire
un elemento importante nello sviluppo degli studi scienti­
fici. I profondi interessi religiosi dell'epoca avevano delle
potenti implicazioni che richiedevano lo studio sistemati­
co, razionale ed empirico della Natura per la glorificazio­
ne di Dio nelle Sue opere e per il controllo del mondo
corrotto2 •
È possibile determinare fino a che punto i valori del­
l'etica puritana stimolarono l'interesse per la scienza me­
diante un'analisi degli atteggiamenti degli scienziati del
tempo. Naturalmente, vi è una grande probabilità che stu­
diando i motivi confessati degli scienziati ci si trovi di
fronte a razionalizzazioni e a derivazioni piuttosto che ad
accurate affermazioni dei veri motivi. In circostanze del
genere, sebbene esse possano sempre riferirsi a casi speci­
fici isolati, il valore del nostro studio non è affatto viziato:
queste stesse «razionalizzazioni» sono la prova (l' Erkennt­
nismitteln di Weber) dei motivi che erano considerati so­
cialmente accettabili poiché, come dice Kenneth Burke,
«una terminologia dei motivi si forma per adattare il no­
stro orientamento generale agli scopi, ai mezzi, alla vita
che è considerata buona, ecc.».
Robert Boyle fu uno degli scienziati che esplicitamente

2 Come indica giustamente Weber, si riconosce liberamente il fat­


to che la religione è soltanto un elemento nella determinazione dell'eti­
ca religiosa, ma ciò non di meno è oggi un compito insuperabile e, per
i nostri fini, non necessario, determinare tutti gli elementi componenti
di questa etica. M. Weber, Gesammelte Au/siitze zur Religionssoziolo­
gie, Tiibingen, Mohr, 1920 (trad. it. Sociologia della religione, Milano,
Comunità, 1981).
Puritanesimo, pietismo e scienza 1097

cercarono di collegare il posto della scienza nella vita so­


ciale con altri valori culturali; da questo punto di vista è
specialmente importante il suo Use/ulness o/ Experimental
Natura! Philosophy. Tali tentativi furono fatti anche da
John Ray, il cui lavoro nella scienza naturale apriva un
sentiero pieno di promesse e che fu definito da Haller
come il più grande botanico della storia umana, da Francis
Willughby, forse così eminente nella zoologia come Ray
nella botanica, da John Wilkins, uno degli spiriti più alti
del «Collegio invisibile» che divenne poi la Royal Society,
da Oughtred, Wallis e altri. Per una ulteriore conferma
possiamo rivolgere la nostra attenzione alla società scienti­
fica che, sorgendo circa alla metà del secolo, provocò e sti­
molò il progresso scientifico più di qualsiasi altra istituzio­
ne: la Royal Society. In questo caso siamo particolarmente
fortunati perché possediamo un resoconto dell'epoca scrit­
to sotto la supervisione costante dei membri della Società
e che quindi può essere considerato rappresentativo dei
loro punti di vista sui motivi e gli scopi della Società. Si
tratta della ben nota History o/ the Royal Society o/ Lon­
don di Thomas Sprat, pubblicata nel 1667 dopo essere sta­
ta esaminata da Wilkins e da altri membri della Società3 .
Anche un esame superficiale di questi scritti è sufficien­
te per rivelare un fatto importante: certi elementi dell'etica
protestante avevano pervaso il campo dell'indagine scienti­
fica e avevano lasciato la loro indelebile impronta sugli at­
teggiamenti degli scienziati nei confronti del loro lavoro. Le

3 Cfr. C.L. Sonnichsen, The Li/e and Works o/ Thomas Sprat,


Harvard University, Tesi di laurea inedita, 193 1 , pp. 131 ss. , dove è
presentata una prova sostan_ziale del fatto che la Storia è rappresentati­
va delle idee della Società. E anche interessante che le affermazioni del
libro di Sprat relative ai fini della Società abbiano una certa somiglian­
za in ogni tratto con le caratterizzazioni di Boyle dei motivi e dei fini
degli scienziati in generale. Questa somiglianza è la prova della diffu­
sione dell'etica che comprendeva questi atteggiamenti.
1098 Studi di sociologia della scienza

discussioni sui perché della scienza mostrano una puntuale


corrispondenza con gli insegnamenti puritani sul medesimo
soggetto. In quei tempi la religione era una forza così domi­
nante che non era e, probabilmente, non poteva venire de­
limitata o confinata in zone specifiche di competenza. Così,
nella tanto lodata apologia della scienza di Boyle si afferma
che il fine dello studio della Natura è la maggior gloria di
Dio e il Bene dell'Uomo4 . Questo è il motivo che ricorre
costantemente ed è caratteristico di tutti questi scritti l' ac­
costamento dello spirituale e del materiale. Questa cultura
poggiava sicuramente su un substrato di norme utilitaristi­
che che costituivano il metro per misurare la desiderabilità
delle varie attività. La definizione dell'azione destinata a
maggior gloria di Dio era tenue e vaga e vi si potevano con
facilità applicare gli standard utilitaristici.
All'inizio del secolo, su questa nota aveva insistito con
risonante eloquenza quel «sincero apostolo delle dotte so­
cietà» che fu Francesco Bacone. Personalmente iniziatore
di nessuna scoperta scientifica, incapace di apprezzare
l'importanza di Gilbert, Keplero e Galileo, suoi grandi
contemporanei, ingenuamente fiducioso nella possibilità
di un metodo scientifico che «collochi tutte le intelligenze
e le facoltà mentali quasi su uno stesso livello», empirista
radicale convinto che la matematica non avesse alcuna uti­
lità per la scienza, egli ebbe nondimeno un grandissimo
successo come uno dei principali assertori di una positiva
valutazione sociale della scienza e della condanna dello
sterile scolasticismo. Come ci si potrebbe aspettare dal fi­
glio di una «donna colta, eloquente e religiosa, piena di

4 R. Boyle, Some Considerations touching the Use/ulness o/ Experi·


menta! Natura! Philosophy, Oxford, 1664, pp. 22 ss. Vedi anche le let­
tere di W. Oughtred in Corrispondence o/ Scienti/ic Men o/ The Seven­
teenth Century, a cura di S.J. Rigaud, Oxford, 1 84 1 , vol. XXXIV e pas­
sim; e le lettere di J. Ray nella Corrispondence o/ fohn Ray, a cura di E.
Lankester, London, 1848, pp. 389, 395, 402 e passim.
Puritanesimo, pietismo e scienza 1099

fervore puritano», che fu, per sua stessa amm1ss10ne, in­


fluenzato dagli atteggiamenti della madre, egli sostiene,
nell'Advancement o/ Learning, che il vero scopo dell'attivi­
tà scientifica è la «gloria del Creatore e il sollievo della
condizione umana». Poiché, come risulta chiaramente da
molti documenti ufficiali e privati, la Royal Society fu mo­
dellata avendo come principi fondamentali gli insegna­
menti baconiani, non è strano trovare gli stessi sentimenti
nel programma della Società.
Nel suo testamento, Boyle riecheggiava gli stessi atteg­
giamenti rivolgendosi ai membri della Società con queste
parole:

Augurando loro anche un felice successo nei loro lodevoli


tentativi di scoprire la vera Natura delle Opere di Dio; e pre­
gando che essi e tutti gli altri Ricercatori delle Verità Fisiche
possano di cuore indirizzare le loro Realizzazioni alla Gloria del
Grande Autore della Natura e al Conforto dell'Umanità5 .

John Wilkins proclamò che lo studio sperimentale del­


la Natura è lo strumento più efficace per instillare negli
uomini la venerazione per Dio 6 • Francis Willughby si con­
vinse a pubblicare i suoi lavori - che egli giudicava inde­
gni della stampa - solo quando Ray insistette che quello
era un mezzo per glorificare Dio7 . Wisdom o/ God di Ray,
che fu così ben accolto da meritare cinque edizioni in
meno di vent'anni, è un panegirico di coloro che glorifica­
no Dio studiando le Sue operé.
Per un moderno, comparativamente non influenzato
dalle forze religiose e che noti la quasi completa separa-

5 Citato da Gilbert, Lord Bishop of Sarum, A Sermon Preached at


the Funeral o/ the Han. Robert Boy/e, London, 1692, p. 25.
6 Principles and Duties o/ Natura! Religion, London, 17 10, sesta
edizione, p. 236 e passim.
7 Correspondence o/fohn Ray, cit., pp. 14 ss.
8 Wisdom o/ God, London, 1691, pp. 126-129 e passim.
1 100 Studi di sociologia della scienza

zione, se non opposizione, fra la scienza e la religione al


giorno d'oggi, la frequenza di queste pie frasi probabil­
mente significherà solo un costume del tempo che non
dice nulla delle convinzioni che le motivavano. Questi
brani potrebbero apparire come un caso di qui nimium
probat nihil probat. Ma una tale interpretazione è possibi­
le soltanto a patto di non trasferirsi nello schema di valori
del XVII secolo. Sicuramente un uomo come Boyle, il
quale spese somme ingenti per far tradurre la Bibbia in
lingue straniere, non rendeva semplicemente un omaggio
verbale. Come giustamente osserva a questo proposito
G.N. Clark:

Vi è [. . . ] sempre una difficoltà nel valutate in che misura


ciò che chiamiamo religione entra in tutto ciò che nel secolo
XVII è stato detto in linguaggio religioso. Il problema non vie­
ne risolto non tenendo in nessuna considerazione tutti i termini
teologici e considerandoli soltanto come una forma di espressio­
ne consuetudinaria. Al contrario, più spesso è necessario ricor­
dare che queste parole erano allora raramente usate senza riferi­
mento al loro significato e che il loro uso implicava generalmen­
te una grande intensità di sentimento9.

Il secondo principio dominante nell'ethos puritano in­


dicava che la meta che si doveva tenere sempre presente
era il benessere sociale, il bene dei molti. Anche in questo
caso gli scienziati del tempo adottarono un obiettivo pre­
scritto dai valori correnti. La scienza doveva essere favori­
ta e appoggiata perché portava al dominio della Natura
per mezzo delle invenzioni tecniche. La Royal Society, ci
dicono i suoi illustri storici, «non intende fermarsi a qual­
che beneficio particolare, ma va alla radice di tutte le no­
bili invenzioni»10. Ma quegli esperimenti che non portano

9 G.N. Clark, The Seventeenth Century, Oxford, 1929, p. 323.


lO Sprat, History o/ the Royal Society, cit., pp. 78-79.
Puritanesimo, pietismo e scienza 1 10 1

con sé un immediato vantaggio non devono essere con­


dannati poiché, come ebbe a dire il nobile Bacone, gli
esperimenti della Luce alla fine conducono ad una intera
serie di invenzioni utili alla vita e alla condizione umana.
Questo potere della scienza di migliorare le condizioni
materiali dell'uomo, egli continua, è un bene, a parte il
suo valore puramente mondano, alla luce della Dottrina
Evangelica della Salvezza operata da Gesù Cristo.
Passo passo, attraverso i principi del puritanesimo, vi
è la stessa puntuale corrispondenza fra questi e gli attri­
buti, gli scopi e i risultati della scienza. Tali erano le affer­
mazioni di protagonisti della scienza di quel tempo. Il pu­
ritanesimo rese semplicemente eloquenti i valori fonda­
mentali dell'epoca. Se il puritanesimo richiede lavoro me­
todico e sistematico, costante diligenza nella propria voca­
zione, che cosa vi è, chiede Sprat, di più attivo e indu­
strioso e sistematico dell'Arte dell'Esperimento che «non
può esser mai condotta a termine dal lavoro ininterrotto
di un sol uomo, anzi, neppure dalla forza successiva della
più grande Assemblea?»1 1 . Qui vi è lavoro per la più infa­
ticabile industria, ché anche i più lontani e nascosti tesori
della Natura possono essere svelati con fatica e pazienza12 .
Il puritano sfugge l'ozio perché conduce a pensieri
peccaminosi (o interferisce con il perseguimento della pro­
pria vocazione)? «Che posto vi può essere per cose me­
schine e basse in una mente così felicemente e utilmente e
completamente occupata [nella filosofia naturale]?»13 . Le
commedie e i libri di commedie sono perniciosi e soddisfa­
no gli istinti del corpo (e sono contrari ad intenti più
seri)?14 Allora è la «stagione più adatta perché gli esperi-

1 1 Ibid., pp. 3 4 1 -342.


12 Ray, Wisdom o/ God, cit . , p. 125.
13 Sprat, History o/ the Royal Society, cit., pp. 344-345.
14 R. Baxter, Christian Directory, London, 1825 (prima pubblica­
zione nel 1664), vol. I, p. 152 ; II, p. 1 67. Cfr. Robert Barclay, l'apolo-
1 102 Studi di sociologia della scienza

menti sorgano, per insegnarci una Saggezza che scaturisce


dalle profondità della Conoscenza, per dissolvere le ombre
e disperdere le nebbie [delle distrazioni spirituali portate
dal Teatro]»15• E infine, una vita di onesta operosità nel
mondo è da preferirsi all'ascetismo monastico? Allora biso­
gna riconoscere che lo studio della filosofia naturale «non
ci rende molto adatti al segreto del Chiostro: essa ci rende
utili al Mondo»16 . In breve, la scienza comprende due valo­
ri altamente apprezzati: l'utilitarismo e l'empirismo.
In un certo senso, questa esplicita coincidenza fra i
principi puritani e le qualità della scienza come vocazione
è sofistica. È un chiaro tentativo di adattare, nello schema
dei valori sociali prevalenti, lo scienziato quale laico devo­
to. È un'offerta per un'approvazione sociale e religiosa,
dal momento che sia la posizione costituzionale sia l'auto­
rità personale del clero erano molto più importanti allora
di adesso. Ma questa non è la spiegazione completa. Le
giustificazioni di Sprat, di Wilkins, di Boyle o di Ray non
rappresentano soltanto un ossequio opportunistico, ma
piuttosto un sincero tentativo di dimostrare che le vie del­
la scienza portano a Dio. La Riforma aveva trasferito il
peso della salvezza individuale dalla Chiesa all'individuo
ed è questo «opprimente e schiacciante senso della re-

gista quacchero, che particolarmente suggerisce «esperimenti geometri·


ci e matematici» come divertimenti innocenti invece dei giochi perni·
ciosi. An Apology /or the Christian Divinity, Philadelphia, 1805 (scritto
per la prima volta nel 1675), pp. 554-555.
15 Sprat, History o/ the Royal Society, cit., p. 362.
16 Ibid., pp. 365-366. Sprat suggerisce acutamente che l'ascetismo
monastico, indotto da scrupoli religiosi, fu parzialmente responsabile
della mancanza di empirismo degli scolastici. «Ma quale limitato gene­
re di Filosofia dovevano produrre le necessità degli scolastici, quando
era parte della loro Religione separare se stessi, per quanto potevano,
dal resto dell'umanità? Quando essi erano così lontani dal poter sco­
prire i segreti della Natura, quando avevano appena la possibilità di
guardare le sue comuni operazioni?» (lbid. , p. 19).
Puritanesimo, pietismo e scienza 1 103

sponsabilità per la propria anima» che spiega l'acuto inte­


resse religioso. Se la scienza non fosse stata manifestamen­
te una vocazione desiderabile e legittima, non avrebbe po­
tuto attirare l'attenzione di coloro che si sentivano «sem­
pre sotto gli occhi del Grande Padrone». Tali apologie
erano dovute a questa intensità di sentimento.
L'esaltazione della facoltà della ragione nell'ethos pu­
ritano - basata in parte sul concetto della razionalità
come strumento per frenare le passioni - conduce inevita­
bilmente ad un atteggiamento favorevole nei confronti di
quelle attività che richiedono la costante applicazione di
un severo ragionamento. Ma in più, in contrasto con il ra­
zionalismo medievale, la ragione è considerata ausiliaria e
subordinata all'empirismo. Sprat non esita a sottolineare
come la scienza sia più che adeguata sotto questo aspet­
to 17 . È su questo punto, probabilmente, che il puritanesi­
mo e il temperamento scientifico trovano il loro massimo
punto di incontro, poiché la combinazione del razionali­
smo e dell'empirismo, così pronunciata nell'etica puritana,
forma l'essenza dello spirito della scienza moderna. Il pu­
ritanesimo era intriso del razionalismo neoplatonico, deri­
vato in gran parte da un'appropriata modificazione degli
insegnamenti di Agostino. Ma non vi era solo questo. Ac­
compagnandosi alla necessità di avere successo nelle vi­
cende pratiche della vita in questo mondo - necessità che
derivava dalla particolare interpretazione della predestina­
zione della dottrina calvinista e della certitudo salutis che
si acquistava con il successo nelle attività del mondo -, vi

17 Sprat, History o/ the Royal Society, cit., p. 361. Baxter, in modo


tipicamente puritano, condannava l'eccesso di «entusiasmo» nella reli­
gione. La ragione deve «mantenere la sua autorità nel comando e nel
governo dei vostri pensieri», II, 199. In uno spirito analogo, le persone
che in casa di Wilkins posero il fondamento della Royal Society «erano
invincibilmente armate contro tutti gli incantamenti dell'Entusiasmo».
Ibid., p. 53 .
1 104 Studi di sociologia della scienza

era la grande importanza attribuita all'empirismo. Queste


due correnti portate a convergere attraverso la logica ine­
luttabile di un sistema di valori intimamente coerente era­
no così unite agli altri valori del tempo da preparare la
strada per l'accettazione di una fusione dello stesso gene­
re nella scienza naturale.
L'empirismo e il razionalismo furono, per così dire,
canonizzati e beatificati. Può darsi benissimo che l'ethos
puritano non abbia direttamente influenzato il metodo
scientifico e che questo sia semplicement� uno sviluppo
parallelo nella storia interna della scienza. E evidente, tut­
tavia, che questo complesso di valori, attraverso la forza
esercitata in direzione di determinati modi di pensiero e
di condotta, approvò e favorì una scienza che avesse basi
empiriche e non la considerò, come nel periodo medieva­
le, un'attività riprovevole che al massimo poteva venire
accettata dolorosamente. Ciò contribuì certamente a indi­
rizzare in campo scientifico alcuni ingegni che altrimenti
si sarebbero impegnati in professioni più stimate. Il fatto
che la scienza sia oggi in gran parte, se non completamen­
te, separata dalle idee religiose è interessante in sé quale
esempio del processo di secolarizzazione della cultura.
Gli inizi di tale secolarizzazione, appena percettibi!i
nel tardo Medioevo, sono evidenti nell'ethos puritano. E
in questo sistema di valori che, per la prima volta, la ra­
gione e l'esperienza furono considerate come mezzi indi­
pendenti per accertare anche verità religiose. Una fede
che non si discuta e che non sia «razionalmente pondera­
ta», dice Baxter, non è fede ma sogno, fantasia o opinio­
ne. In effetti, questo attribuisce alla scienza un potere che
può alla fine limitare quello della teologia.
Così, una volta che questi processi siano chiaramente
compresi, non è sorprendente o incoerente il fatto che
particolarmente Lutero e, meno vivacemente, Melantone
esecrassero la cosmologia di Copernico e che Calvino di­
sapprovasse l'accettazione di molte scoperte scientifiche
Puritanesimo, pietismo e scienza 1 105

del suo tempo, mentre l'etica religiosa che derivava da


questi fondatori della Riforma invitava allo studio della
scienza naturale18 . Finché gli atteggiamenti dei teologi riu­
scirono a mantenere il dominio sull'etica religiosa in effet­
ti sovversiva - come fece l'autorità di Calvino a Ginevra
fino agli inizi del XVIII secolo -, la scienza poteva essere
efficacemente ostacolata. Ma col venir meno di questa in­
fluenza ostile e con lo sviluppo di un'etica, che pur deri­
vando dagli stessi principi dei teologi era significativamen­
te diversa da essi, la scienza riprese nuova vita, come ap­
punto nel caso di Ginevra.
Forse l'elemento dell'etica protestante più direttamen­
te efficace per l'accettazione della scienza naturale fu l' af­
fermazione che lo studio della natura permettesse il com­
pleto apprezzamento dell'opera di Dio e così portasse ad
ammirare il Potere, la Saggezza e la Bontà di Dio manife­
stati nella Sua creazione. Sebbene questo concetto non
fosse sconosciuto al pensiero medievale, le conseguenze

18 Sulla base di questa analisi, è sorprendente l'affermazione attri­


buita a Max Weber che l'opposizione dei riformatori sia una ragione
sufficiente per non porre in rapporto il protestantesimo con l'interesse
scientifico. Vedi Wirtscha/tsgeschichte, Miinchen, 1924 (trad. it. Storia
economica, Roma, Donzelli, 1993). Questa osservazione è particolar­
mente sorprendente perché non si accorda affatto con la discussione di
Weber del medesimo punto in altri suoi lavori. Wissenschaft als Beru/,
Berlin, Duncker und Humblot, 1919 (trad. it. La scienza come profes­
sione, in Il lavoro intellettuale come professione, Torino, Einaudi, 1948,
pp. 4-43 ). La spiegazione probabile è che la prima non sia un'afferma­
zione di Weber, dato che la Wirtschaftsgeschichte fu compilata sugli
appunti di due, suoi allievi che possono aver trascurato di fare le dovu­
te distinzioni. E improbabile che Weber abbia fatto l'errore elementare
di confondere l'opposizione dei riformatori a certe scoperte scientifi­
che con le impreviste conseguenze dell'etica protestante, anche perché
egli espressamente richiama l'attenzione sull'importanza di tali discri­
minazioni nella sua Religionssoziologie. Per percettibili ma vaghi adom­
bramenti delle ipotesi di Weber, vedi A. Comte, Cours de philosophie
positive, Paris, 1864, vol. IV, pp. 127-130 (trad. it. Corso di filosofia po­
sitiva, Torino, Utet, 1 967).
1 106 Studi di sociologia della scienza

che se ne derivavano erano completamente differenti.


Così, Arnaldo da Villanova, nello studio dei prodotti della
Divina Officina, aderisce rigorosamente all'ideale medie­
vale di determinare la proprietà dei fenomeni da «tavole»
(in cui tutte le combinazioni sono esposte secondo i cano­
ni della logica) . Ma nel XVII secolo l'importanza che si
attribuiva all'empirismo portò a investigare la natura in
primo luogo attraverso l'osservazione19• Questa differenza
nell'interpretazione di una dottrina sostanzialmente simile
può essere compresa solo alla luce dei differenti valori
che permeavano le due culture.
Per un Barrow, un Boyle o un Wilkins , per un Ray o
un Grew, la scienza trovò la sua giustificazione nel fine
ultimo della vita: la glorificazione di Dio. Così, troviamo
in Boyle:

amando Dio, come Egli merita di essere onorato da tutte le no­


stre Facoltà, e in conseguenza di essere glorificato e riconosciu­
to dagli atti di Ragione come da quelli di Fede, vi deve essere
di sicuro una grande Disparità fra quella generale, confusa, e
pigra Idea che noi comunemente abbiamo del Suo Potere e del­
la Sua Saggezza e le Distinte, razionali e precise Nozioni di
quegli Attributi che si possono derivare da un'attenta Indagine
di quelle Creature in cui essi sono più evidenti e che furono
create principalmente per questo fine2°.

Ray porta questa concezione alla sua logica conclusio­


ne: se la Natura è la manifestazione del potere di Dio,

19 W. Pagel, Religious Motives in the Medica! Biology o/ the Seven­


teenth Century, in «Bulletin of the Institute of the History of Medici­
ne», 1935 , 3, pp. 214-2 15.
20 Usefulness o/ Experimental Natura! Philosophy, cit., p. 53 ; cfr.
Ray, Wisdom o/ God, cit., p. 132; Wilkins, Natura! Religion , cit., pp.
236 ss.; I. Barrow, Opuscula, IV, pp. 88 ss.; N. Grew, Cosmologia Sa­
cra, London, 1701, il quale indica che «Dio è il Fine originale» e che
«noi siamo tenuti a studiare le sue opere».
Puritanesimo, pietismo e scienza 1107

niente nella Natura è troppo meschino per lo studio


scientifico2 1 . L'universo e l'insetto, il macrocosmo e il mi­
crocosmo sono egualmente indicazioni della «divina Ra­
gione, scorrente come una Vena d'Oro attraverso tutta la
Miniera plumbea della Informe Natura».
Fino a questo punto ci siamo principalmente occupati
dell'approvazione che la scienza riceveva direttamente dai
valori puritani. Se tale approvazione aveva una grande in­
fluenza, vi era un altro tipo di relazione che, sebbene sot­
tile e difficile da cogliere, era anche essa di enorme im­
portanza. Si tratta di qualche cosa che ha che fare con la
preparazione di un ordine di assunti, in gran parte impli­
citi, che produsse la rapida accettazione dell' atteggiamen­
to scientifico del XVII secolo e dei secoli seguenti. Non è
semplicemente che il protestantesimo comportasse tacita­
mente la libera indagine, il fibre examen, o condannasse
l'ascetismo monastico. Questi sono fattori importanti, ma
non esaurienti.
È divenuto ormai manifesto che in ciascuna epoca vi
è un sistema scientifico che si basa su un ordine di assun­
ti, generalmente impliciti, che raramente vengono discussi
dagli scienziati del tempo22 • L'assunto fondamentale della
scienza moderna «è una diffusa, istintiva convinzione del­
la esistenza di un Ordine delle Cose, e, in particolare, di
un ordine della Natura»23• Questa credenza, questa fede,
perché almeno fino a Hume deve essere riconosciuta tale,

2 1 Ray, Wisdom o/ God, cit., pp. 130 55. Max Weber cita Swam­
merdam: «lo vi do qui la prova della provvidenza di Dio nell'anatomia
d'un pidocchio» (La scienza come professione, cit., p. 23 ).
22 A.E. Heath, in Isaac Newton: A Memoria! Volume, a cura di
W.]. Green5treet, London, 1927, pp. 133 55.; E.A. Burn, The Metaphy­
sical Foundations o/ Modern Physical Science, London, 1925.
23 A.N. Whitehead, Science and the Modern World, New York,
193 1 pp. 5 55. (trad. it. La scienza e il mondo moderno, Milano, Bom­
piani, 1959).
1 108 Studi di sociologia della scienza

è semplicemente <dmpenetrabile alle richieste di una coe­


rente razionalità». Nei sistemi di pensiero scientifico di
Galileo, di Newton e dei loro successori, la prova speri­
mentale è il criterio ultimo di verità; ma la stessa nozione
di esperimento non si reggerebbe senza l'assunto, logica­
mente precedente, che la Natura è un ordine intelligibile
e che quindi, se essa viene interrogata con domande ap­
propriate, essa risponderà. Di conseguenza, questo assun­
to è finale e assoluto24 • Come ha indicato il professar
Whitehead, questa «fede nelle possibilità della scienza,
che ha un'origine anteriore allo sviluppo della teoria
scientifica moderna, è un derivato inconscio della teologia
medioevale». Ma questa convinzione, nonostante sia un'e­
sigenza preliminare della scienza moderna, non sarebbe
stata sufficiente a determinarne l'effettivo sviluppo. Quel
che occorreva era un interesse costante nella ricerca di
questo ordine nella natura in una maniera empirico-razio­
nale, vale a dire un interesse attivo per questo mondo e
per le sue vicende, unito ad uno specifico schema menta­
le. Con il protestantesimo, la religione fornì questo inte­
resse: essa effettivamente impose l'obbligo di un'intensa
concentrazione sulle attività secolari, sottolineando l'im­
portanza dell'esperienza e della ragione quali basi per
l'azione e il pensiero.
Anche la Bibbia, come autorità ultima e completa, era
oggetto di un'interpretazione dell'individuo su queste ba­
si. L'analogia fra l'impostazione intellettuale di questo si­
stema e quella della scienza del tempo è di un interesse
tutt'altro che minore. Quell'atteggiamento favoriva un
modo di vedere il mondo dei fenomeni sensibili che por-

24 Cfr. E.A. Burn, in Isaac Newton: A Memoria! Volume, cit., p .


139. Per l'esposizione classica della fede scientifica, vedi Rules o/ Reas­
oning in Philosophy di Newton, nei suoi Principia, London, edizione
del 1729, vol. Il, pp. 160 ss.
Puritanesimo, pietismo e scienza 1 109

tava all'accettazione e, in effetti, alla preparazione del me­


desimo atteggiamento nella scienza. Che questa similarità
sia profondamente radicata e non superficiale può essere
dedotto dal seguente commento alla teologia di Calvino:

Die Gedanken werden objektiviert und zu einern objekti­


ven Lehrsystem aufgebaut und abgerundet. Es bekommt gera­
dezu ein naturwissenschaftliches Geprage: es ist klar, leicht fass­
bar und formulierbar, wie alles, was der ausseren Welt ange­
hort, klarer zu gestalten ist als das, was im Tiefsten sich ab­
spielt25 .

La convinzione di un ordine immutabile è espressa


nella teoria della predestinazione come nell'investigazione
scientifica: «esiste una legge immutabile e bisogna ricono­
scerla»26 . La somiglianza fra questa concezione e l'assunto
scientifico è chiaramente tratteggiata da Hermann Weber:

die Lehre von der Pradestination in ihrem tiefsten Kerne ge­


troffen zu sein, wenn mann sie als Faktum im Sinne eines natur­
wissenschaftlichen Faktums begreift, nur dass das oberste Prin­
zip, das auch jedem naturwissenschaftlichen, Erscheinungskom­
plex zugrunde liegt, die im tiefsten erlebte gloria dei ist27.

L'ambiente culturale era permeato da questo atteggia­


mento verso i fenomeni naturali, derivato dalla scienza e
dalla religione, e che favorì l'affermarsi continuo di conce­
zioni caratteristiche della nuova scienza.
Resta da completare una parte estremamente impor­
tante di questo studio. Non è sufficiente la verifica della

25 H. Weber, Die Theologie Calvins, Berlin, 1930, p. 23.


26 Ibid., p. 3 1 . L'importanza della dottrina della prescienza di Dio
per il rafforzamento della fede nella legge naturale è sottolineata da
H.T. Buckle, Hirtory o/ Civilization in England, New York, 1925, p.
482.
27 H. Weber, Die Theologie Calvinr, cit., p. 3 1.
1 1 10 Studi di sociologia della scienza

nostra ipotesi che gli atteggiamenti culturali provocati dal­


l'etica protestante fossero favorevoli alla scienza. Né è suf­
ficiente dire che la motivazione consapevole ed espressa
di molti scienziati fosse fornita da questa etica, o che il si­
stema di pensiero caratteristico della scienza moderna -
precisamente, la combinazione di empirismo e razionali­
smo e la fede nella validità di un postulato fondamentale,
il «comprensibile ordine della Natura» è coerente, in
-

modo non casuale, con i valori impliciti nel protestantesi­


mo. Tutto questo può essere la prova di una certa proba­
bilità dell'esistenza della connessione che stiamo esami­
nando. La prova più significativa della nostra ipotesi si
trova nel confronto dei risultati dedotti dalla nostra ipotesi
con dati empirici pertinenti. Se l'etica protestante implicò
una serie di atteggiamenti favorevoli alla scienza e alla tec­
nica in tutti i modi che abbiamo visto, si dovrebbe trova­
re che fra i protestanti vi fu una maggior propensione a
dedicarsi a queste attività di quanto si potrebbe prevedere
in base alla loro proporzione nella popolazione totale.
Inoltre, se, come è stato frequentemente affermato2 8 , l'in­
fluenza di questa etica è durata a lungo anche dopo che la
sua base teologica era stata abbandonata, questa connes­
sione fra protestantesimo e scienza dovrebbe persistere in
una certa misura anche nei periodi successivi al secolo
XVII. Le pagine seguenti saranno quindi dedicate a que­
sta ulteriore verifica dell'ipotesi.

28 Come dice Troeltsch: «Il mondo di oggi non vive secondo la


coerenza logica non più che in qualsiasi altra epoca; le forze spirituali
possono tuttavia esercitare un'influenza dominante anche dove sono
espressamente ripudiate». Die Bedeutung des Protestantismus /ur die
Entsehung der modernen Welt, Mi.inchen, 1 9 1 1 , p. 22; cfr. anche G.
Harkness, fohn Calvin: The Man and His Ethics, New York, 193 1 , pp.
7 ss.
Puritanesimo, pietismo e scienza 1111

2 . L'impulso puritano della scienza

All'inizio della Royal Society si trova un nesso molto


stretto fra scienza e società. La Royal Society sorse da un
precedente interesse per la scienza e le successive attività
dei suoi membri fornirono un notevole impulso all'ulte­
riore progresso scientifico. I dati indicano che il sorgere
di questo gruppo fu dovuto all'occasionale incontro di al­
cuni cultori della scienza nel 1 645 e negli anni seguenti.
Fra gli iniziatori si trovano John Wilkins, John Wallis e,
poco dopo, Robert Boyle e Sir William Petty e sembra
che su tutti costoro le forze religiose avessero un'influenza
singolarmente forte.
Wilkins, più tardi vescovo anglicano, era cresciuto
nella casa del nonno materno, John Do d, un eminente
teologo non conformista, e «la sua prima educazione gli
aveva dato una forte inclinazione verso i principi purita­
ni»2 9. L'influenza di Wilkins come Guardiano del Wad­
ham College fu profonda: sotto questa influenza si forma­
rono Ward, Rooke, Wren, Sprat, Walter Pope (suo fratel­
lastro), i quali furono tutti fra i primi membri della Royal
Society30 . John Wallis, dalla cui Arithmetica In/initorum
Newton, per sua ammissione, derivò molte delle sue prin­
cipali concezioni matematiche, era un ecclesiastico con
forti tendenze verso i principi puritani. La religiosità di
Boyle è già stata notata: l'unica ragione per cui non prese
gli ordini fu, come egli disse, «la mancanza di una voca­
zione interiore»31. Theodore Haak, il virtuoso tedesco che

29 P.A.W. H enderson, The Lzfe and Times o/ fohn Wilkins, Lon­


don, 1910, p. 3 6. Inoltre, dopo che Wilkins prese gli ordini sacri, egli
divenne cappellano di Lord Viscout Say and Scale, un risoluto e deciso
puritano.
3 0 Henderson, The Lzfe and the Times o/ fohn Wilkins, cit., pp.
72-73.
31 Dictionary o/ National Biography, Il, p. 1028. Questa ragione,
1 1 12 Studi di sociologia della scienza

ebbe una parte così importante nella formazione della


Royal Society, era un calvinista convinto. Denis Papin,
che durante il suo prolungato soggiorno in Inghilterra
contribuì notevolmente alla scienza e alla tecnica, era un
calvinista francese costretto a lasciare il suo paese per
sfuggire alle persecuzioni religiose. Thomas Sydenham,
talvolta chiamato «l'Ippocrate inglese», era un ardente pu­
ritano che combatté con Cromwell. Sir William Petty era
un ecclesiastico liberale; egli fu seguace di Cromwell e nei
suoi scritti mostra chiaramente le influenze del puritanesi­
mo. Di Sir Robert Moray, descritto da Huyghens come lo
«Spirito della Royal Society», si potrebbe dire che «la reli­
gione fu la ragione prima della sua vita e che fra i chiostri
e i campi egli spese molte ore al giorno in devozioni»32 •
Difficilmente si può considerare fortuito il fatto che le
figure più eminenti del primo gruppo di membri della
Royal Society fossero teologi o uomini estremamente reli­
giosi, anche se non è del tutto accurato sostenere, come
fece il dottor Richardson, che la Società iniziò fra un pic­
colo gruppo di uomini colti in cui predominavano i teolo­
gi puritanP3 • Ma è certamente vero che i fondatori della
Royal Society erano notevolmente influenzati dalle conce­
zioni puritane.
Dorothy Stimson è arrivata alla stessa conclusione34 •

valida anche per Sir Samuel Morland, che si volse alla matematica inve­
ce che al ministero ecclesiastico, è un esempio dell'azione diretta del­
l'etica protestante che, come è esposta per esempio da Baxter, sostiene
che soltanto coloro che hanno sentito una «vocazione interiore» debba­
no entrare nel clero, mentre gli altri possono meglio servire la società
adottando altre attività secolari degne di stima. Su Morland, vedi la Au­
tobiography o/ Sir Samuel Morland, in J.O. Halliwell-Phillips, Letters Il­
lustrative o/ the Progress o/ Science in England, London, 184 1 , pp. 1 1 ss.
32 Dictionary o/ National Biography, XIII, p. 1299.
33 C.F. Richardson, English Preachers and Preaching, New York,
1928, p. 177.
34 D. Stimson, Puritanism and the New Philosophy in Seventeenth
Puritanesimo, pietismo e scienza 1 1 13

Essa osserva che dei dieci uomini che costituirono l' «in­
visibile Collegio» nel 1645, soltanto uno, Scarbrough, era
chiaramente non puritano. Su due degli altri vi è qualche
incertezza, sebbene Merret ebbe un'educazione puritana.
Tutti gli altri erano certamente puritani. Inoltre, dei 68
membri della prima lista della Società, nel 1663, di cui si
abbiano notizie sui loro orientamenti religiosi, 42 erano
chiaramente puritani. Considerando che i puritani erano
una minoranza notevolmente piccola della popolazione in­
glese, che essi costituissero il 62 % del collegio iniziale
della Società è un fatto ancor più significativo. La Stim­
son conclude: «Che la scienza sperimentale si diffuse così
rapidamente nell'Inghilterra del XVII secolo mi sembra,
almeno in parte, dovuto al fatto che essa ricevette l'inco­
raggiamento dei puritani moderati».

3. L 'influenza puritana sull'educazione scientifica

Questo rapporto fra scienza ed etica puritana non si ma­


nifesta solo fra i membri della Royal Society. L'importanza
che i puritani davano all'utilitarismo e all'empirismo è evi­
dente anche nel tipo di educazione che essi introdussero e
favorirono. Lo studio minuzioso della grammatica formale
nelle scuole era criticato quanto il formalismo nella chiesa.
Preminente fra i puritani che così coerentemente cer­
carono di introdurre in Inghilterra una nuova educazione
realistica, utilitaristica ed empirica, fu Samuel Hartlib.
Egli fu l'anello di connessione fra i vari educatori prote­
stanti in Inghilterra e in Europa che stavano tenacemente
cercando di diffondere lo studio accademico della scienza.
Fu ad Hartlib che Milton indirizzò il suo trattato sull' edu-

Century England, in «Bulletin of the Institute of the History of Medici­


ne� 1935, 3 , pp. 32 1�34.
1 1 14 Studi di sociologia della scienza

cazione e sir William Petty dedicò il suo Consiglio. . . per il


progresso di alcune parti specifiche del Sapere, cioè la scien­
za, la tecnica e l'artigianato. Inoltre, fu lo stesso Hartlib
che diffuse le idee educative di Comenius e fece venire lo
stesso in Inghilterra.
Il riformista boemo J an Amos Comenius fu uno dei
più influenti educatori di questo periodo. Fondamentali
del sistema di educazione che egli proponeva erano le
norme dell'utilitarismo e dell'empirismo, valori che pote­
vano solamente condurre a sottolineare l'importanza dello
studio della scienza e della tecnica, dei Realtà3 5• N el suo
lavoro più importante e più diffuso, Didactica Magna, egli
riassunse così i suoi punti di vista:

Il compito dell'allievo sarà facilitato, se il maestro, qualun­


que cosa insegni, gliene mostri nello stesso tempo l'applicazione
pratica nella vita di ogni giorno. Questa regola deve essere se­
guita attentamente nell'insegnamento delle lingue, della dialetti­
ca, della aritmetica, geometria, fisica, ecc.
[ .. . ] la verità e la certezza della scienza dipendono più dalla
testimonianza dei sensi che da qualsiasi altra cosa. Infatti sui
sensi le cose si imprimono direttamente, sulla comprensione si
imprimono solo attraverso e per mezzo dei sensi [. .. ] . Pertanto,
la scienza aumenta in certezza in rapporto alla sua dipendenza
dalla percezione dei sensi36.

Comenio fu il benvenuto fra gli educatori protestanti


in Inghilterra che professavano i medesimi valori, come
Hartlib, John Dury, Wilkins e Haak37 . Egli venne in In­
ghilterra dietro richiesta di Hartlib allo scopo di fare della
baconiana «Casa di Salomone» una realtà. Come lo stesso

3 5 W. Dilthey, Padagogik. Geschichte und Grundlinien des Systems,


in Gesammelte Schrz/ten, Leipzig-Berlin, 1943 , pp. 163 ss.
36 J.A. Comenius, The Great Didactic, tradotto da M.W. Keatinge,
London, 1896, pp. 292, 337; vedi anche pp. 195, 3 02 , 329, 3 4 1 .
3 7 R.F. Young, Comenius in England, Oxford, 1932, pp. 5 -9.
Puritanesimo, pietismo e scienza 1 1 15

Comenius notò: «Niente pareva più certo del fatto che il


progetto del grande Verulamio, di fondare in qualche par­
te del mondo un collegio universale, il cui obiettivo unico
fosse il progresso delle scienze, sarebbe stato attuato»38 .
Ma questa meta fu frustrata dal disordine sociale che se­
guì alla ribellione in Irlanda. Tuttavia, il progetto puritano
di far progredire la scienza non rimase del tutto senza
conseguenze. Cromwell fondò la sola nuova università in­
glese che fu istituita dal Medioevo al XIX secolo, l'Uni­
versità di Durham «per tutte le scienze»39 • E a Cam­
bridge, durante il massimo dell'influenza puritana, lo stu­
dio della scienza aumentò considerevolmente40.
Il puritano Hezekiah Woodward, un amico di Hartlib,
sottolineò l'importanza del realismo (cose, non parole) e
dell'insegnamento della scienza41 . Per favorire lo studio
della nuova scienza e allargare l'ambito della sua diffusio­
ne, i puritani istituirono un certo numero di «Accademie
Dissenzienti». Queste erano scuole universitarie aperte in
diversi luoghi del regno. Una delle prime fu l'Accademia
di Morton, in cui si studiavano particolarmente le scienze.
Charles Morton andò più tardi nella Nuova Inghilterra
dove fu eletto vicepresidente dell'Harvard College in cui
«introdusse i sistemi di scienza che egli aveva usato in In­
ghilterra»42. Nell'importante Accademia di Northampton,
un altro dei centri di educazione puritana, la meccanica,
l'idrostatica, la fisica, l'anatomia avevano un posto premi­
nente nei programmi. Queste materie erano principalmen-

38 Opera Didactica Omnia, Amsterdam, 1657, Libro II, prefazione.


39 F.H. Hayward, The Unknown Cromwell, London, 1934, pp.
206-3 15.
40 J.B. Mullinger, Cambridge Characteristics in the Seventeenth
Century, London, 1 867, pp. 180- 181 e passim.
41 I. Parker, Dissenting Academies in England, Cambridge, 1914,
p. 24.
42 Ibid., p. 62.
1 1 16 Studi di sociologia della scienza

te studiate con l'aiuto di esperimenti e osservazioni empi­


riche.
Ma l'importanza che i puritani davano alla scienza e
alla tecnica può forse esser meglio valutata con un con­
fronto fra le accademie puritane e le università. Le secon­
de, anche dopo l'introduzione di materie scientifiche, con­
tinuavano ad impartire un'educazione essenzialmente u­
manistica: gli studi veramente culturali erano quelli che,
se non del tutto inutili, erano almeno senza alcuno scopo
utilitaristico. Le accademie, invece, affermavano che
un'educazione liberale era quella «in contatto con la vita»
e che perciò dovevano esservi incluse il maggior numero
possibile di materie utili. Come dice la dott. Parker:

la differenza fra i due sistemi educativi è da vedersi non tanto


nel fatto che le accademie avevano introdotto soggetti e metodi
«moderni» quanto nella diversità dei metodi di lavoro fra le
università e le accademie. Lo spirito che animava i Dissenzienti
era quello che aveva motivato Ramus e Comenius in Francia e
Germania e che in Inghilterra aveva ispirato Bacone e più tardi
Hartlib e la sua cerchia43•

Questo confronto fra le attività delle accademie puri­


tane in Inghilterra e gli sviluppi educativi protestanti nel­
l'Europa continentale è certamente sostenibile. Le accade­
mie protestanti in Francia dedicarono un'attenzione molto
maggiore alle materie scientifiche di quanto non facessero
le istituzioni cattoliche44 . Quando i cattolici si impadroni­
rono di molte accademie protestanti, lo studio delle scien­
ze diminuì notevolmente45• Inoltre, come vedremo, anche

43 Ibid., pp. 133 - 134.


44 P.D. Bourchenin, Étude sur les académies protestantes en France
au XVI et au XVII siècle, Paris, 1 882, pp. 445 ss.
45 M. Nicholas, Les académies protestantes de Montauban et de
Nimes, in «Bulletin de la Société de l'Histoire du Protestantisme
Français>>, 1858, 4, pp. 35-48.
Puritanesimo, pietismo e scienza 1 1 17

nella prevalentemente cattolica Francia molto del lavoro


scientifico veniva fatto dai protestanti. Gli esuli protestan­
ti dalla Francia includevano un gran numero di importan­
ti scienziati e inventori4 6 .

4 . Integrazione di valori fra puritanesimo e scienza

È chiaro che il semplice fatto che un individuo sia for­


malmente un cattolico o un protestante non ha alcuna in­
fluenza sui suoi atteggiamenti nei confronti della scienza.
È soltanto in quanto egli adotta i principi e le implicazio­
ni dei rispettivi insegnamenti che la sua appartenenza reli­
giosa diventa significativa. Ad esempio, fu soltanto quan­
do si convertì completamente agli insegnamenti di Gian­
senio che Pasca! percepì «la vanità della scienza». Gianse­
nio infatti affermava, in modo caratteristico, che gli uomi­
ni debbono guardarsi da quel vano amore per la scienza
che, sebbene apparentemente innocente, è in realtà un
laccio «che distrae gli uomini dalla contemplazione delle
verità eterne per farli riposare nella soddisfazione di
un'intelligenza finita»47• Quando Pasca! si convertì a que­
sto credo, egli decise di «porre un termine a tutte quelle
ricerche scientifiche alle quali si era precedentemente ap­
plicato»4 8 . È la convinta accettazione dei valori fondamen-

46 D.C.A. Agnew, Protestant Exiles /rom France, Edinburgh, 1866,


pp. 2 1 0 ss.
47 E. Boutroux, Pasca!, trad. da E.M. Creak, Manchester, 1902,
p. 1 6.
48 Ibid. Cfr. anche J. Chevalier, Pasca!, New York, 1930, p. 143 ; e
le Pensées di Pasca! (nella trad. di P. Serini, Torino, Einaudi, p. 8 1 , n.
17 4): «Vanità delle scienze: Nei giorni di afflizione, la scienza delle
cose esteriori non varrà a consolarmi dell'ignoranza della morale; ma la
conoscenza di questa mi consolerà sempre dell'ignoranza del mondo
esteriore».
1 1 18 Studi di sociologia della scienza

tali dei due credi che spiega la differenza dei contributi


scientifici rispettivamente dei cattolici e dei protestanti.
La correlazione fra protestantesimo e scienza si trova
in modo marcato anche nel Nuovo Mondo. I corrispon­
denti e i membri della Royal Society che vivevano nella
Nuova Inghilterra erano «tutti educati nel pensiero calvi­
nista»49• I fondatori di Harvard discendevano da questa
cultura calvinista, non dall'era letteraria del Rinascimento
o dal movimento scientifico del XVII secolo, e le loro
menti erano più facilmente portate al secondo che non al
primo di questi due movimenti di pensiero50• Questa pre­
dilezione dei puritani per la scienza è stata notata anche
dal professar Morison il quale afferma: «Il clero puritano,
invece che opporsi alla teoria copernicana, fu il principale
patrono e promotore della nuova astronomia e delle altre
scoperte scientifiche della Nuova Inghilterra»5 1. È signifi­
cativo che il giovane J ohn Winthrop del Massachusetts,
più tardi membro della Royal Society, andasse a Londra
nel 164 1 e probabilmente vi trascorresse qualche tempo
con Hartlib, Dury e Comenius. Sembra pure che egli sug­
gerisse a Comenius di recarsi nella Nuova Inghilterra per
fondarvi un collegio scientifico52• Alcuni anni dopo, In­
crease Mather (Presidente dell'Harvard College dal 1648
al 1701) fondò una «Società Filosofica» a Boston53.
Il contenuto scientifico del programma educativo di
Harvard derivava in gran parte dal protestante Peter Ra-

49 Stimson, Puritanism and the New Philosophy, cit., p. 332.


50 P.G. Perrin, Possibile Sources o/ «Technologia» at Early Har­
vard, in «New England Quarterly», 1943 , 7, p. 724.
5 1 S.E. Morison, Astronomy at Colonia! Harvard, in «New Eng­
land Quarterly», 1 934, 7, pp. 3 -24; anche C.K. Shipton, A Plea /or
Puritanism, in «The American Historical Review», 1935, 40, pp. 463 -
464.
52 Young, Comenius in England, cit., pp. 7-8.
53 Ibid., p. 95.
Puritanesimo, pietismo e scienza 1 1 19

mus54 , il quale aveva formulato un piano che, in contrasto


con quello delle università cattoliche, dava grande impor­
tanza allo studio delle scienze55 • Le sue idee furono accol­
te con grande favore nelle università protestanti del conti­
nente americano, da Cambridge (che aveva un numero
maggiore di elementi puritani rispetto ad Oxford)56 e più
tardi da Harvard, mentre furono decisamente condannate
nelle varie istituzioni cattoliche57 . Lo spirito della Riforma
dell'utilitarismo e del «realismo» probabilmente spiega in
gran parte questa accoglienza favorevole delle idee di Ra­
mus.

5 . Integrazione di valori fra pietismo e scienza

La dott. Parker nota che le accademie puritane in In­


ghilterra «possono paragonarsi alle scuole dei pietisti in
Germania, che con Francke e i suoi seguaci prepararono
la via alle Realschulen; non vi è dubbio infatti che come i

54 Perrin, Possibile Sources o/ «Technologia» at Early Harvard, cit.,


pp. 723 -724.
55 T. Ziegler, Geschichte der Piidagogik, Miinchen, 1895, vol. I, p.
108. Ziegler osserva che, mentre le istituzioni contemporanee della
Francia cattolica dedicavano solo un sesto del corso di studi alla scien­
za, Ramus ne dedicava un'intera metà agli studi scientifici.
56 David Masson giustamente chiama Cambridge l'«Alma Mater»
dei Puritani. Elencando venti chierici puritani nella Nuova Inghilterra,
Masson trovò che diciassette di essi erano alunni di Cambridge, men­
tre soltanto tre venivano da Oxford. Vedi la sua Li/e o/ Milton, Lon­
don, 1 875, vol. II, n. 563; citata da Stimson, Puritanism and the New
Philosophy, cit., p. 332. Vedi anche A History o/ the University o/
Ox/ord, di C.E. Mallet, London, 1924, vol. II, p. 147.
57 H. Schreiber, Geschichte der Albert-Ludwigs-Universitiit zu Frei­
burg, Freiburg, 1857-1868, vol. II, p. 135. Per esempio, all'Università
gesuita di Friburgo, Ramus poteva soltanto essere citato per essere
confutato, e «nessuna copia dei suoi libri si poteva trovare nelle mani
di uno studente».
1 120 Studi di sociologia della scienza

ptetlstl proseguirono l'opera di Comenius in Germania,


così i Dissenzienti misero in pratica le teorie dei seguaci
inglesi di Comenius, Hartlib, Milton e Petty»58• La signifi­
catività di questo confronto è grande poiché, come è stato
frequentemente osservato, i valori e i principi del pietismo
e del puritanesimo sono quasi identici. Cotton Mather
aveva riconosciuto la stretta somiglianza di questi due mo­
vimenti protestanti dicendo: «Il vostro puritanesimo ame­
ricano è così simile al pietismo federiciano» che essi pos­
sono considerarsi virtualmente identici59 . Il pietismo, ec­
cetto che per il suo maggior «entusiasmo», può quasi es­
sere considerato la versione continentale del puritanesimo.
Perciò, se la nostra ipotesi sulla correlazione fra puritane­
simo e interesse per la scienza e per la tecnica è confer­
mata, dovremmo aspettarci di trovarla anche fra i pietisti.
E questo infatti è il caso.
I pietisti in Germania e altrove furono ferventi fautori
della «nuova educazione»: lo studio della scienza e della
tecnica, dei Realié0• I due movimenti religiosi avevano in
comune i punti di vista pratici e realistici, accompagnati
da un'intensa avversione per le speculazioni dei filosofi
aristotelici. A fondamento della visione educativa dei pie­
tisti stavano gli stessi valori profondamente sentiti dell'uti­
litarismo e dell'empirismo che motivavano i puritani6 1 • Fu

58 Parker, Dissenting Academies in England, cit., p. 135.


59 K. Francke, Cotton Mather and August Hermann Francke, in
«Harvard Studies and Notes», 1896, 5 , p. 63 . Vedi anche la discussio­
ne di questo punto fatta da Weber ne L'etica protestante e lo spirito del
capitalismo, in Sociologia della Religione, cit., p. 23 7 .
60 F . Paulsen, German Education: Past and Present, London, 1908,
pp. 104 ss.
61 A. Heubaum, Geschichte des deutschen Bildungswesen seit der
Mitte des siebzehnten Jahrunderts, Berlin, 1905, p. 90. «Ziel der Er­
ziehung (fra i Pietisti) ist praktische Verwendbarkeit cles Zoglings im
Gemeinwohl. Der starke Einfluss cles utilitaristischen Moments [ ... ]
vermindert die Gefahr der Ùbertreibung cles religiosen Moments und
sichert der Bewegung fur die nachste Zukunft ihre Bedeutung».
Puritanesimo, pietismo e scienza 1 12 1

in base a questi valori che i leader p1et1st1, August Her­


mann, Francke e Comenius e i loro seguaci, sottolinearo­
no l'importanza della nuova scienza.
Francke accennò ripetutamente al vantaggio di mette­
re gli studenti a contatto con la conoscenza scientifica
pratica62 . Sia Francke sia il suo collega Christian Thoma­
sius si opposero al forte movimento educativo di Chri­
stian Weise che propugnava soprattutto una preparazione
nell'oratoria e nei classici e cercarono invece «di introdur­
re le trascurate discipline moderne, che servivano più ade­
guatamente ai loro scopi: studi come la biologia, la fisica,
l'astronomia e simili»63 •
Dovunque si diffuse l'influenza del pietismo sui siste­
mi educativi, vi fu la successiva introduzione su larga sca­
la di soggetti tecnici e scientifici nei programmi di stu­
dio64. In questo modo, Francke e Thomasius fondarono
l'Università di Halle, che fu la prima università tedesca ad
introdurre un corso completo di educazione scientifica65. I
professori più importanti, come Friedrich Hoffman, Er­
nest Stahl (professore di chimica e famoso per la sua im­
portante teoria sull'infiammabilità), Samuel Stryk e, natu­
ralmente, Francke, furono tutti molto vicini al movimento

62 Muovendosi in questo campo, dice Francke, l'istruttore dovreb­


be «ni.itzliche und erbauliche Geschichten erzahlen oder etwas aus der
Physik von den Geschi:ipfen und Werken Gottes vorsagen». «lm Natu­
ralienkabinet diente dazu, die Zi:iglinge in ihren Freistudent durch den
Anstaltarzt mit naturwissenschaftlichen Erseheinungen, mit Mineralien,
Bergarten, hier und da mit Experimenten bekannt zu machen». Citato
da Heubaum, Geschichte des deutschen Bildungswesen, cit., vol. I, pp.
89, 94.
63 Ibid., vol. I, p. 136.
64 Ibid., vol. I, pp. 176 ss.
65 K.S. Pinson, Pietism as a Factor in the Rise o/ German Nation­
alism, New York, 1934, p. 18; Heubaum, Geschichte des deutschen Bil­
dungswesen, cit., vol. I, p. 1 18. «Halle war die erste deutsche Universi­
tat von ganz eigenartigem wissenschaftlichen und nationalem Gepra­
ge».
1 122 Studi di sociologia della scienza

pletlstico. Tutti loro cercarono tipicamente di favorire lo


sviluppo dell'insegnamento scientifico e di unire alla scien­
za le applicazioni pratiche.
Non solo Halle, ma anche altre università pietistiche
ebbero la stessa impostazione e affermarono gli stessi punti
di vista. L'Università di Konigsberg, essendo stata influen­
zata da Halle attraverso l'attività di Gehr, discepolo di
Francke, adottò le scienze fisiche e naturali, come sono in­
tese nel senso moderno, nel XVII secolo66 . L'Università di
Gottingen, un «germoglio» di quella di Halle, era famosa
soprattutto per i grandi progressi nello studio delle scien­
zé7 . L'Università calvinista di Heidelberg fu similmente
importante perché promosse un gran numero di studi
scientifici68 . Infine, l'Università di Altdorf, che era a quel
tempo la maggiore interessata agli argomenti scientifici, era
un'università protestante soggetta all'influenza pietistica69 .
Heubaum riassume questi sviluppi affermando che i mag­
giori e fondamentali progressi nell'insegnamento della scien­
za e della tecnica avvennero nelle università protestanti e
più precisamente nelle università pietistiche70 .

66 Heubaum, Geschichte des deutschen Bildungswesen, cit., vol. I,


p. 153 .
67 Paulsen, German Education, cit., pp. 120-121.
68 Heubaum, Geschichte des deutschen Bildungswesen, cit., vol. I, p .
160.
69 S. Gi.inther, Die mathematischen Studies und Naturwissenschaf
tes an der niirnbergischen Universitdt Altdor/, in «Mitteilungen des Ve­
reins fi.ir Geschichte der Stadt Ni.irnberg», quaderno n. 3 , p. 9.
70 Heubaum, Geschichte des deutschen Bildungswesen, cit., vol. I,
p. 24 1 ; vedi anche Paulsen, German Education, cit., p. 122; J.D. Mi­
chaelis, Raisonnement iiber die Protestantischen Universitdten in Deut­
schland, Frankfurt, 1768, vol. I, sezione 36.
Puritanesimo, pietismo e scienza 1 123

6. Appartenenza religiosa di coloro che frequentavano le


scuole scientifiche

Questo rapporto fra p1et1smo e scienza che abbiamo


anticipato nella nostra ipotesi non si limitò alle università.
Lo stesso favore dei pietisti per la scienza e per la tecnica
era evidente anche nell'educazione secondaria. Il Péidago­
gium di Halle adottò nei suoi programmi la matematica e
le scienze naturali dando in tutti i casi una grande impor­
tanza all'uso di lezioni e applicazioni pratiche7 1 . Johann
Georg Lieb, J ohann Bermhard von Rohr e Johann Peter
Ludewig (Cancelliere dell'Università di Halle) , che aveva­
no subito tutti l'influenza di Francke e del pietismo, au­
spicavano scuole di artigianato, fisica, matematica ed eco­
nomia per studiare come «l'artigianato possa migliorare
ed eccellere sempre più»72 . Essi speravano che il risultato
di questi suggerimenti potesse essere il cosiddetto Colle­
gium physicum-mechanicum e le Werkschulen.
Significativo, e tale da aggiungere peso alla nostra ipo­
tesi, è il fatto che la okonomisch-mathematische Realschule
fosse completamente un prodotto pietista. Questa scuola,
che si dedicava allo studio della matematica, delle scienze
naturali e dell'economia, che era dichiaratamente utilitaria
e realistica, era stata ideata da Francke73 . Inoltre, fu un pie-

71 Paulsen, German Education, cit., p. 127.


72 Heubaum, Geschichte des deutschen Bildungswesen, cit., p. 184.
73 A. Heubaum, Christoph Semlers Realschule und seine Beziehung
zu A.H. Francke, in «Neue Jahrbucher fiir Philologie und Padagogik»,
1893 , 2, pp. 65-77; vedi anche Ziegler, Geschichte der Piidagogik, cit.,
vol. I, p. 1 97 , il quale osserva: «einem inneren Zusammenhang
zwischen der auf das Praktische gerichteten Realschule und der auf
das Praktische gerichteten Fréimmigkeit der Pietisten fehlte es ja auch
nicht, nur eine ganz einseitig religiose und theologische Auffassung des
Pietismus kann das verkennen: im Geist der praktischen Niitzlichkeit
und Gemeinniitzigkeit ist dieser dem Rationalismus vorangegangen
und mit ihm eins gewesen, und aus diesem Geist heraus ist zu Franc­
kes Zeiten in Halle die Realschule entstanden».
1 124 Studi di sociologia della scienza

tista e un antico scolaro di Francke, Johann Julius Hecker,


che per primo organizzò una Realschule74• Semler, Silber­
schlag e Hahn, direttori e organizzatori di questa prima
scuola, erano tutti pietisti ed erano stati allievi di Francke75 •
Tutti i dati a disposizione indicano lo stesso indirizzo.
I protestanti, senza eccezione, erano in proporzione sem­
pre maggiore nel corpo studentesco di quelle scuole che
impartivano soprattutto nozioni scientifiche e tecniche76 ,
mentre i cattolici si concentravano in quelle che fornivano
una educazione teologica e umanistica. Per esempio, in
Prussia si trovò la seguente distribuzione77 :
TA !l. l . Frequenza nelle guole secondarie distinta per appartenenza religiosa de­
gli studenti in Prussia nell'anno 1 875-76

Appartenenza religiosa

Protestanti Cattolici Ebrei

Pro-gymnasium 49,1 39,1 1 1 ,2


Gymnasium 69,7 20,2 10,1
Realschule 79,8 1 1 ,4 8,8
Oberrealschulen 75,8 6,9 1 7 ,5
Hoheren Burgerschulen 80,7 1 4 ,2 5,1

Totale 73,1 1 7 ,3 9,6

Popolazione generale 64,9 3 3 ,6 1 ,3

74 Paulsen, German Education, cit., p. 133.


75 Sulla base di questo e di altri fatti, Ziegler procede a tracciare
uno stretto «kausalzusammenhang» fra il pietismo e lo studio della
scienza. Vedi la sua Geschichte der Piidagogik, cit., vol. I, pp. 1 96 ss.
76 L'aspetto caratteristico dei Gymnasien è la base classica dei
loro ordini di studi. Distinte da queste scuole sono le Realschulen, in
cui predominano le scienze e si sostituiscono le lingue moderne alle
classiche. Il Real-Gymnasium è un compromesso fra questi due tipi,
avendo meno istruzione classica del Gymnasium, e maggior cura delle
scienze e della matematica. Le Ober-realschulen e hoheren Biirgerschu­
len sono entrambe Realschulen; la prima con un corso di nove anni, la
seconda con un corso di sei anni. Cfr. Paulsen, German Education, cit.,
p. 46 e passim.
77 A. Petersilie, Zur Statistik, der hoheren Lehranstalten in Preus-
Puritanesimo, pietismo e scienza 1 125

Questa maggior propensione dei protestanti per gli


studi tecnici e scientifici si accorda con le implicazioni
della nostra ipotesi. Che questa distribuzione sia tipica
può desumersi dal fatto che altri investigatori hanno nota­
to la stessa tendenza in altri casF8 . C'è da dire, inoltre,
che queste distribuzioni non rappresentano una correla­
zione spuria risultante da differenze nella distribuzione
urbano-rurale delle due religioni, come può vedersi dai
dati che si riferiscono al cantone svizzero di Basilea.
Come si sa, la popolazione urbana tende più di quella ru­
rale a contribuire allo sviluppo della scienza e della tecni­
ca. Pure, nel 1910 e negli anni seguenti - il periodo a cui
si riferisce lo studio di Edward Bore! che raggiunge risul­
tati simili a quelli ora presentati per la Prussia - i prote­
stanti costituivano il 63 ,4 % della popolazione totale del
cantone, ma solo il 57 , l %o della popolazione di Basilea
(il centro urbano) e 1'84,7% della popolazione rurale79 •

sen, in «Zeitschrift des ki:iniglich Preussischen Statistischen Bureaus»,


1877 , 17, p. 109.
78 E. Bore!, Religion und Beru/, Base!, 1930, pp. 93 ss. , il quale
nota l'insolitamente alta proporzione di protestanti nelle professioni
tecniche a Basilea; J. Wolf, Die deutschen Katholiken in Staat und
Wirtscha/t, in «Zeitschrift fi.ir Sozialwissenschaft», 1 9 1 3 , 4, p. 199, nota
che «die Protestanten ihren "naturgemiissen" Anteil i.iberschreiten gilt
fi.ir die wissenschaftliche und sonstige intellektuelle Betatigung (mit
Ausnahme des geistlichen Berufs)». Nel 1860, A. Frantz aveva già no­
tato lo stesso fatto. Vedi il suo Bedeutung der Religionunterschiede /iir
das physische Leben der Bevalkerungen, in <<Jahrbi.icher fi.ir Natio­
nali:ikonomie und Statistik», 1868, 9, p. 5 1 . Cfr. anche i risultati analo­
ghi per Berlino nello «Statistisches ] ahrbuch der Sta dt Berlin», 1897 ,
17, pp. 468-472. Buckle, History o/ Civilization in England, cit., p. 482,
nota che «il Calvinismo è favorevole alla scienza». Cfr. anche Weber,
L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, cit.; Troeltsch, Die Sozial­
lehren der christlichen Kirchen und Gruppen, in Gesammelte Schri/ten,
Ti.ibingen, Mohr, 1912, vol. I (trad. it. Le dottrine sociali delle chiese e
dei gruppi cristiani, Firenze, La Nuova Italia, 194 1 - 1 960) .
79 Vedi Die Bevalkerung des Kantons Basel-Stadt, in «Mitteilungen
des Statistischen Amtes des Kantons Basel-Stadt», 1 932, pp. 48-49; e la
stessa pubblicazione per gli anni 1910 e 192 1 .
1 12 6 Studi di sociologia della scienza

L'accurato studio di Martin Offenbacher comprende


un'analisi della correlazione fra appartenenza religiosa e
interessi nel campo dell'educazione nel Baden, in Baviera,
nel Wi.irttemberg, in Prussia, in Alsazia-Lorena e in Un­
gheria. I risultati statistici per questi diversi luoghi sono
della stessa natura: i protestanti, proporzionalmente alla
loro rappresentanza nella popolazione, sono più numerosi
dei cattolici nelle scuole secondarie e la differenza diventa
particolarmente notevole nelle scuole ad indirizzo scienti­
fico e tecnico.
Nel Baden80 , ad esempio, la media della frequenza per
gli anni 1 885-95 è la seguente:

TAB. 2. Frequenza nelle scuole secondarie diJtinte per appartenenza religiosa de­
gli studenti nel Baden negli anni 1 885-95

Protestanti Cattolici Ebrei


o/c) % <Yo

Gymnasien 43 46 9,5
Realgymnasien 69 31 9
Aberrea!Jchulen 52 41 7
Rea!Jchulen 49 40 11
Hoheren Burgerschulen 51 37 12

Media per i cinque tipi di scuole 48 42 10

Distribuzione della popolazione generale 1895 37 6 1 ,5 1 ,5

Bisogna tuttavia notare che sebbene le Realschulen ab­


biano soprattutto un indirizzo scientifico e matematico in
contrasto con l'attenzione relativamente scarsa che viene
prestata a questi studi nei Gymnasien, anche quest'ultimo
tipo di scuola prepara per le carriere scientifiche e accade­
miche. Ma, in generale, la frequenza dei protestanti e dei

so M. Offenbacher, Kon/ession und soziale Schichtung, Tiibingen,


Mohr, 1900, p . 16. Gli errori dell'originale sono qui inevitabilmente ri­
prodotti.
Puritanesimo, pietismo e scienza 1 127

cattolici ai Gymnasien ha un significato differente. Il nu­


mero relativamente alto dei cattolici nei Gymnasien è do­
vuto al fatto che queste scuole forniscono anche una pre­
parazione teologica; i protestanti, invece, generalmente
usano i Gymnasien come preparazione ad altre professioni
dotte. Così, nei tre anni accademici 1 89 1 - 1 894, 224 dei 533
diplomati cattolici dei Gymnasien di Baden, più del 42 % ,
studiarono successivamente teologia, mentre dei 375 diplo­
mati protestanti, soltanto 53 (il 1 4 % ) si dedicarono alla
teologia e 1'86% proseguì per altre professioni81 .
Similmente, l'apologista cattolico Hans Rost, benché
desideri stabilire che «la Chiesa Cattolica è stata in tutti i
tempi una calda amica della scienza», è costretto ad am­
mettere, sulla base dei suoi stessi dati, che i cattolici evita­
no le Realschulen, che essi mostrano «eine gewisse
Gleichgiiltigkeit und Abneigung gegen diesen Anstalten».
La ragione di ciò, egli continua, è «das die Oberrealschu­
le und das Realgymnasium nicht zum Studium der Theo­
logie berechtigen: denn diese ist haufig die Triebfeder bei
den Katholiken zum hoheren Studium iiberhaupt»82•
Così, i dati statistici indicano fra i protestanti, in con­
trasto con i cattolici, una marcata tendenza a seguire studi
scientifici e tecnici. Questo può vedersi anche nelle stati­
stiche per il Wiirttemberg, dove una media degli anni
1 872-79 e 1883-98 dà le seguenti cifre83 :

8 ! H. Gemss, Statistzk der Gymnasialabiturzénten in deutschen


Reich, Berlin, 1895 , pp. 14-20.
82 H. Rost, Die wirtscha/tliche und kulturelle Lage der deutschen
Katholiken, Koln, 1 9 1 1 , pp. 1 67 ss.
83 Questi dati sono corroborati dallo studio di Ludwig Cron rela­
tivo alla Germania per gli anni 1869-93 ; Glaubenbekenntnis und hobe­
res Studium, Heidelberg, 1900. Ernst Engel ha pure trovato che in
Prussia, in Poznania, nel Brandeburgo, in Pomerania, in Sassonia, in
Westfalia e nelle Province Renane esiste maggiore frequenza di studen­
ti protestanti nelle scuole che offrono un massimo di scienza naturale e
di materie tecniche. Vedi il suo Beitriige zur Geschicbte und Statistik
1 12 8 Studi di sociologia della scienza

TAB. 3 . Media degli anni 1872-79, 1883-98

Protestanti Cattolici Ebrei


% % %

Gymnasien 68 , 2 28,2 3 ,4
Lateinschulen 7 3 ,2 22,3 3 9 ,

Realschulen 79,7 14,8 4,2

Popolazione totale, 1880 69, 1 30,0 7

L'interesse per la scienza dei protestanti non si limita


solo al campo scolastico. Molti studi hanno trovato che fra
gli scienziati di primo piano vi è una notevole percentuale
di protestanti84 . Se i dati precedenti non fossero sufficienti
a dimostrare che la correlazione della nostra ipotesi ha più
di una probabilità di essere vera, la ben nota Histoire des
sciences et des savants di Candolle aumenta di molto le
probabilità del suo fondamento. Candolle trova che sebbe­
ne in Europa, esclusa la Francia, vi fossero 107 milioni di
cattolici e 68 milioni di protestanti, nella lista degli scien­
ziati stranieri membri dell'Accademia di Parigi, c'erano
solo 1 8 cattolici, contro 80 protestanti85. Ma, come lo stes­
so Candolle osserva, questo confronto non è conclusivo
dato che omette gli scienziati francesi che avrebbero potu­
to essere cattolici. Per correggere questo errore, egli pren-

des Unterrichts, in «Zeitschrift des koniglich Preussischen Statistischen


Bureaus», 1 869, 9, pp. 99- 1 1 6 e 153 -212.
84 Per esempio, H. Ellis, Study o/ British Genius, pp. 66 ss., trova
che la Scozia protestante produsse ventuno degli eminenti scienziati
della sua lista contro uno dell'Irlanda cattolica. Alfred Odin trova che
fra i letterati della sua lista, i protestanti danno importanza agli argo­
menti scientifici e tecnici, piuttosto che propriamente letterari. Vedi la
sua Genèse des grands hommes, Paris, 1 895, vol. I, pp. 477 ss., tavole
XX-XXI.
85 A. de Candolle, Histoire des sciences et des savants, Genève-Ba­
sel, 1885, p. 329.
Puritanesimo, pietismo e scienza 1 129

de la lista dei membri stranieri della Royal Society di Lon­


dra nei due periodi in cui vi erano inclusi più scienziati
francesi che in qualsiasi altra epoca, il 1829 e il 1869. Nel
primo anno, il numero totale degli scienziati cattolici e
protestanti (membri stranieri della Società) è quasi uguale,
mentre nel 1869 il numero dei protestanti è superiore a
quello dei cattolici. Ma, fuori del regno di Gran Bretagna
e Irlanda, vi erano in Europa 13 9 milioni e mezzo di cat­
tolici contro soltanto 44 milioni di protestanti86 . In altre
parole, sebbene nella popolazione generale i cattolici fos­
sero in numero tre volte maggiore dei protestanti, vi erano
più scienziati protestanti che cattolici.
Pure, vi sono dati ancora più significativi di questi, i
quali, basati come sono su popolazioni diverse, potrebbe­
ro essere influenzati da fattori diversi dalla religione, quali
l'economia, il regime politico o ancora altri fattori non re­
ligiosi. Un confronto fra popolazioni molti simili serve in
gran parte ad eliminare l'eventuale influenza di questi fat­
tori «estranei». Anche in questo caso i risultati sono gli
stessi. Così, nella lista dei membri stranieri dell'Accade­
mia di Parigi, non c'è un solo scienziato inglese o irlande­
se cattolico, sebbene un quinto della popolazione dei due
regni sia cattolico. Similmente, l'Austria cattolica non vi è
rappresentata e la Germania cattolica in confronto alla
Germania protestante non ha praticamente nessuna rap­
presentanza di scienziati eminenti. Infine, per quel che ri­
guarda la Svizzera, in cui le due religioni sono in generale
distinte per cantoni o mescolate in alcuni di essi, e dove
vi è una proporzione di protestanti in rapporto ai cattolici
di tre a due, i membri svizzeri dell'Accademia di Parigi

86 Ibid., p. 330. Cfr. Facaoaru, Soziale Auslese, Klausberg, 1 933,


pp. 138-139: «Die Konfession hat einem grossen Einfluss auf die
Entwicklung der Wissenschaft gehabt. Die Protestanten wiesen iiberall
eine grossere Zahl hervorragender Minner auf».
1 130 Studi di sociologia della scienza

sono quattordici: nessuno di essi è cattolico, ma sono in­


vece tutti protestanti. La stessa differenza esiste per gli
svizzeri, gli inglesi e gli irlandesi delle due religioni nella
lista della Royal Society di Londra e dell'Accademia Reale
di Berlino87 •
Con la presentazione di questi dati, terminiamo la do­
cumentazione empirica della nostra ipotesi. In ogni esem­
pio, la correlazione fra protestantesimo e gli interessi e le
realizzazioni scientifiche e tecniche è pronunciata, anche
quando siano eliminate il più possibile le influenze extra­
religiose. Tale correlazione è in gran parte spiegabile rife­
rendosi alle norme comprese nei due sistemi. La valuta­
zione positiva da parte dei protestanti di un utilitarismo
non dissimulato, degli interessi terreni, di un totale empi­
rismo, del diritto e persino del dovere del libre examen e
dell'esplicita investigazione individuale dell'autorità è mol­
to simile a quei valori che sono propri della scienza mo­
derna. Soprattutto, è forse decisivo l'attivo impulso asceti­
co che aveva bisogno dello studio della N atura affinché
essa potesse essere controllata. Concludendo, questi due
sistemi erano ben integrati e, più importante, si sosteneva­
no a vicenda, non solo nell'Inghilterra nel XVII secolo,
ma anche in altri tempi e in altri luoghi.

87 Ibid. , pp. 330 ss.


Capitolo ventiduesimo

Scienza ed economia nell ' Inghilterra


del XVII secolo

L'interazione tra sviluppo socioeconomico e sviluppo


scientifico è scarsamente problematica. Tuttavia, parlare
delle influenze socioeconomiche sulla scienza in termini
generali, non analitici, non serve a formulare il problema.
Il sociologo della scienza è specificamente interessato ai
tipi di influenza che sono compresi in questo fenomeno
(influenza che facilita o che ostacola), alla misura in cui
questi tipi di influenza si dimostrano efficaci in strutture
sociali diverse e ai processi mediante i quali essi operano.
Ma tali problemi non possono essere risolti neppure in
prima approssimazione senza una precedente chiarifica­
zione dei mezzi concettuali impiegati. Accade anche trop­
po spesso che il sociologo della scienza, che respinge l'in­
terpretazione mitica o eroica della storia della scienza,
cada in un comune materialismo, limitandosi a stabilire
paralleli fra lo sviluppo scientifico e quello sociale. Tali
tentativi errati danno invariabilmente luogo ad una di­
scussione seriamente insostenibile e non obiettiva.

l. Formulazione del problema

Incominciamo col prendere nota di tre postulati co­


muni ma infondati. Il primo, che è anche il più illusorio,
identifica le motivazioni personali degli scienziati con le
1 13 2 Studi di sociologia della scienza

determinanti strutturali delle loro ricerche. Il secondo è la


credenza che i fattori socioeconomici siano sufficienti a
spiegare completamente tutto il complesso dell'attività
scientifica. Il terzo è l'attribuzione di «necessità sociali»
dove queste necessità, in qualsiasi senso significativo, non
esistono.
La critica recente di Clark1 al saggio di Hessen può
essere citata per illustrare la confusione che deriva da una
imprecisa concettualizzazione concernente i rapporti fra la
motivazione e le determinanti strutturali del comporta­
mento dello scienziato. Clark tende a limitare il ruolo dei
fattori economici e sociali nella scienza a favore dei motivi
utilitaristici degli scienziati e, correlativamente, a identifi­
care «il disinteressato desiderio di sapere, l'impulso della
mente ad esercitarsi metodicamente senza alcun fine prati­
co» con l'attività scientifica non condizionata da fattori
socioeconomid. Così, per illustrare il disinteresse (in que­
sto significato della parola) di Newton, Clark cita un noto
aneddoto che racconta di un amico a cui «egli aveva pre­
stato una copia degli Elementi di Euclide, il quale chiese
a Newton quale uso o beneficio nella vita poteva derivare
dallo studio del libro. Quella fu l'unica occasione in cui si
ricorda che Newton abbia riso»3 • Concedendo il beneficio
dell'attendibilità a questa favola, la sua rilevanza per l' ar­
gomento in questione è trascurabile, a parte l'assunto che
le persone sono invariabilmente coscienti delle forze socia­
li che condizionano il loro comportamento e che questo
può essere compreso solo nei termini delle loro motiva­
zioni consapevoli.

l G.N. Clark, Science and Social Wel/are in the Age o/ Newton,


Oxford, 1937. Vedi B. Hessen, The Social and Economie Roots o/
Newton's «Principia», in Science at the Cross Roads, London, 1 93 1.
2 Ibid., p. 86 e il cap. 3.
3 Ibid., p. 9 1 . La versione originale, lievemente diversa, è nella
Portsmouth Collection.
Scienza ed economia nell'Inghilterra del XVII secolo 1 133

I motivi possono variare dal desiderio di un prestigio


personale a un «desiderio» completamente «disinteressato
di sapere», senza che questo possa gettare qualche dubbio
sul fatto dimostrabile che la tematica della scienza nell'In­
ghilterra del XVII secolo era in gran parte determinata
dalla struttura sociale del tempo. I motivi personali di
Newton non cambiano il fatto che le osservazioni astrono­
miche, di cui fece un uso considerevole4 , erano un prodot­
to del lavoro di Flamsteed nell'Osservatorio di Greenwich,
che fu costruito per ordine di Carlo II a vantaggio della
Marina Reale5 . Né i motivi personali possono negare la
grande influenza che ebbero sul lavoro di Newton gli
scienziati con un orientamento pratico come Halley, Hoo­
ke, Wren, Huygens e Boyle. Anche sotto l'aspetto delle
motivazioni, la tesi di Clark è discutibile se riferita alla
consapevolezza dichiarata di molti scienziati dell'Inghilter­
ra del XVII secolo a proposito delle implicazioni pratiche
delle loro ricerche nella scienza pura. Non è una generaliz­
zazione oziosa e senza fondamento dire che ogni scienziato

4 Vedi la corrispondenza fra Newton e Flamsteed, citata per este­


so in L.T. More, Isaac Newton, New York, 1934, cap. 1 1 .
5 Fu l'interesse al perfezionamento della navigazione che, secondo
Flamsteed, primo Astronomo Reale, portò direttamente alla costruzio·
ne dell'Osservatorio di Greenwich. (Incidentalmente, Colbert propose
l'Osservatorio di Parigi per lo stesso scopo.) Un francese, Le Sieur de
St. Pierre, visitò l'Inghilterra e propose metodi «perfezionati» per de·
terminare la longitudine in mare. Flamsteed indicò in un rapporto uffi.
ciale che questo progetto non era attuabile, dato che «le tavole lunari
differivano dai cieli». Essendo stato presentato a re Carlo il rapporto,
«egli, trasalendo all'asserzione della falsa posizione delle stelle fisse nel
catalogo, disse con impeto, "bisogna che si osservino, esaminino e cor­
reggano di nuovo per l'uso dei marinai"». Per cui fu deciso di erigere
l'Osservatorio e di nominare Flamsteed Astronomo Reale. Vedi F. Bai­
ly, An Account o/ the Rev'd fohn Flamsteed, Compi/ed From His Own
Manuscripts, London, 1935, p. 37. Probabilmente, lo stipendio di
Flamsteed era di poco meno di 100 sterline all'anno. Egli doveva prov­
vedersi di tutti gli strumenti necessari a sue spese.
1 13 4 Studi di sociologia della scienza

inglese di quel periodo, il cui lavoro fosse abbastanza note­


vole da permettere che egli fosse citato nella storia della
scienza, mettesse in rapporto esplicitamente, in una o in
un'altra occasione, almeno qualcuna delle sue ricerche
scientifiche con problemi immediatamente pratici6. Ma in
ogni caso, l'analisi condotta esclusivamente in termini di
motivi (attribuiti) tende a sviare e confondere il problema
dei modi dell'influenza economico-sociale sulla scienza7 •
È importante distinguere gli atteggiamenti personali
degli uomini di scienza dal ruolo sociale svolto dalle loro
ricerche. Non vi è dubbio che alcuni scienziati fossero
sufficientemente appassionati al loro soggetto da dedicar­
visi per suo esclusivo beneficio, spesso senza considerare
minimamente le sue conseguenze pratiche. Né occorre af­
fermare che tutti i ricercatori fossero direttamente legati a
compiti tecnici. Il rapporto fra scienza e necessità sociali è
duplice: diretto, nel senso che alcune ricerche sono deli­
beratamente fatte per scopi utilitari, e indiretto, poiché al­
cuni problemi e alcuni dati necessari alla soddisfazione di
queste necessità si presentano all'attenzione degli scienzia­
ti senza che questi debbano necessariamente essere consa­
pevoli delle esigenze pratiche da cui essi derivano.
A questo proposito, si è portati a discutere la genera­
lizzazione di Sombart secondo cui la tecnica del XVII se­
colo era quasi completamente superata8 dalla scienza, poi-

6 La documentazione che sostiene questa affermazione si può tro­


vare nel mio Scienza, tecnologia e società nell'Inghilterra del XVII secolo,
cit.
7 Per una trattazione sistematica di questo problema, vedi ].
Needham, Limiting Factors in the Advancement o/ Science as Observed
in the History o/ Embryology, in «Yale Journal of Biology and Medi­
cine», 1935, 8, pp. 1 - 1 8.
8 Vedi W. Sombart, Der moderne Kapitalismus, Miinchen, 192 1 ,
vol. I , pp. 466-467 (trad. it. parziale Il capitalismo moderno, Torino,
Utet, 1967 ) . La metafora è ben appropriata in vista dell'osservazione di
Oldenburg, già segretario della Royal Society, che i filosofi naturalisti
Scienza ed economia nell 'Inghilterra del XVII secolo 1 13 5

ché dal tempo di Leonardo fino al XVIII secolo lo scien­


ziato e l'inventore avevano percorso strade diverse. Certa­
mente, la collaborazione dei due non è egualmente sicura
in tutte le strutture sociali, ma l'affermazione di Sombart
(e di altri) che la tecnica del XVII secolo fosse essenzial­
mente quella dell'empirico appare esagerata dinanzi al
gran numero di scienziati che applicarono la loro cono­
scenza teorica ad uso pratico. Wren, Hooke, Newton,
Boyle, Huyghens, Halley, Flamsteed - per citarne solo al­
cuni fra i più illustri - si dedicarono al progresso sia della
teoria sia della pratica. Ciò che più è importante, gli
scienziati erano uniformemente persuasi che le loro attivi­
tà avrebbero assicurato dei risultati pratici. Era questa
convinzione, senza riguardo alla questione della sua validi­
tà, che condizionò in parte la loro scelta dei problemi. La
verità della tesi di Sombart si riduce al fatto che questi
uomini di scienza erano interessati non allo sviluppo delle
attrezzature per uso industriale - dato che l'industria non
era abbastanza progredita da richiamare il loro interesse -,
ma alle innovazioni che perfezionavano le tecniche com­
merciali, minerarie e militari9 •
In questo contesto, la critica di Clark a Hessen si ri­
duce ad un rifiuto della tesi che i fattori economici siano
le uniche determinanti dello sviluppo della scienza. Se­
guendo immediatamente Hessen, mi affretto ad approvare
questo giudizio. La tesi primitiva di una determinazione

cercano «il Matrimonio della Natura e dell'arte (da cui) può seguire un
felice risultato per uso e beneficio della Vita Umana». Philosophical
Transactions, vol. I, 1665 p. 109).
9 Franz Borkenau ha compreso questa necessaria distinzione: «Die
Naturwissenschaft des 17. J ahrhunderts stand nicht im Dienste der In­
dustriellen Produktion, obwohl sie das seit Bacons Zeiten gewiinscht
hatte». Der Ubergang vom feudalen zum biirgerlichen Weltbild, Paris,
1934 (trad. it. La transizione dall'immagine feudale all'immagine bor­
ghese del mondo, Bologna, Il Mulino, 1984).
1 13 6 Studi di sociologia della scienza

esclusivamente economica non è più intrinseca al lavoro


di Hessen, come egli stesso nota, di quanto non lo sia al­
l'opera di Marx ed Engels.
Rimane il terzo problema - le necessità sociali - che
può essere meglio trattato in termini specificamente empi­
rici. La nozione generalmente accettata che le necessità
accelerino le invenzioni appropriate e canalizzino gli inte­
ressi scientifici richiede di essere riformulata attentamente.
È vero che certi bisogni specifici hanno spesso indirizzato
l'attenzione su certi campi, ma è altrettanto vero che in­
numerevoli necessità umane sono rimaste insoddisfatte
per secoli. Nella sfera tecnica, le necessità, lungi dall'esse­
re casi eccezionali, sono così generali che spiegano poco.
Ciascuna invenzione soddisfa de facto una necessità o è un
tentativo per soddisfarla. Inoltre, è necessario rendersi
conto che certi bisogni possono non esistere nella società
che viene presa in considerazione per studio, precisamen­
te a causa della sua cultura e della sua struttura sociale1 0•
È soltanto quando lo scopo è effettivamente parte della
cultura in questione, solo quando è effettivamente perce­
pito come tale da alcuni membri della società, che si può
propriamente parlare di un bisogno che indirizzi in un
certo modo l'interesse scientifico e tecnico. Inoltre, biso­
gni economici possono essere soddisfatti non solo dalla
tecnica, ma anche da cambiamenti nell'organizzazione so­
ciale. Ma se si considerano come dati la routine della sod­
disfazione di certi tipi di bisogni da parte dell'invenzione
tecnica - un modello che veniva stabilendosi nel XVII se­
colo -, la necessaria accumulazione di conoscenza tecnica
e scientifica che fornisce la base fondamentale per l'inno­
vazione, un'economia (in questo caso) capitalistica in
espansione, si può dire che la necessità è la madre (adotti­
va) dell'invenzione e l'antenata del progresso scientifico.

I O Per una lucida discussione dei bisogni, vedi L. Hogben, nella

sua introduzione al volume Politica! Arithmetic, New York, 1938.


Scienza ed economia nell'Inghilterra del XVII secolo 1 13 7

2 . Trasporti e scienza

Il sorgere dell'impresa capitalistica nell'Inghilterra del


XVII secolo aumentò l'interesse per i mezzi di trasporto e
le comunicazioni più convenienti. Sant'Elena, Giamaica, il
Nord America erano solo gli inizi della grande espansione
coloniale inglese. Questo e il costo relativamente basso di
trasporti marittimi 1 1 condussero ad un notevole sviluppo
della marina mercantile. Più del 40% della produzione in­
glese di carbone era trasportata per mare. Similmente, il
commercio interno creò la necessità di nuove installazioni
nei trasporti terrestri e fluviali. Progetti di canali furono
correnti nel corso del secolo.
Il commercio con l'estero stava assumendo proporzio­
ni mondiali. Le statistiche più attendibili di quel tempo,
anche se difettose, danno testimonianza di questi sviluppi.
Le importazioni e le esportazioni aumentarono, fra il 1613
e il 1700 1 2, del 300 % . Wheeler, scrivendo proprio al prin­
cipio del secolo, osserva che per circa sessant'anni non
avevano navigato sul Tamigi più di quattro navi con una
capacità di carico di 120 tonnellate13 • Alla morte della re­
gina Elisabetta vi erano soltanto quattro navi mercantili di
400 tonnellate ciascuna in lnghilterra 14. Il numero delle
navi, particolarmente di quelle di grosso tonnellaggio, au­
mentò rapidamente con il Commonwealth, in parte in ri­
sposta all'impulso fornito dalla guerra olandese. Novan-

Il La differenza nei costi dei trasporti per mare e per terra è, for­
se con una certa esagerazione, sottolineata da Petty. «Il trasporto per
acqua delle merci intorno al Globo della Terra costa appena il doppio
del trasporto per Terra da Chester a Londra delle medesime merci».
Philomphical Transactions, XIV [1684] , p. 666.
12 Vedi le cifre reali in E. Lipson, The Economie History o/ Eng­
land, London, 193 1, vol. II, p. 189.
13 J. Wheeler, Treatise o/ Commerce, Middelburgh, 1601, p. 23 .
14 Sir William Monson, Naval Tracts, London, 1703 , p. 294.
1 13 8 Studi di sociologia della scienza

totto navi, con un tonnellaggio di oltre 40.000 tonnellate,


furono costruite in un decennio (1649-59) 15 . Adam An­
derson nota che il tonnellaggio delle navi mercantili ingle­
si nel 1688 era il doppio di quello del 16661 6 e secondo
Sprat, nei due decenni precedenti, la costruzione di navi
era stata più che raddoppiata17 • Il resoconto ufficiale della
Marina Reale, fornito da Samuel Pepys nel 1695 , com­
menta la notevole espansione navale durante il secolo. Nel
1607 , la Marina Reale contava 40 navi di 50 tonnellate ed
oltre, il tonnellaggio totale essendo circa 23 .000 tonnellate
con 7.800 uomini di equipaggio. Nel 1695 , le cifre corri­
spondenti erano superiori alle duecento navi, con un ton­
nellaggio superiore a 1 12.400 e con più di 45 .000 uomini.
Un fattore decisivo del rapido ritmo di costruzione e
delle aumentate dimensioni delle navi era, come ha sugge­
rito Sombart, la necessità militare. Le statistiche compara­
tive di Sombart mostrano che, sebbene l'aumento della
marina mercantile fosse considerevole, esso non eguaglia­
va quello della Marina Reale 18 . Le esigenze militari spesso
influivano sul ritmo di costruzione delle navi e così pure
determinavano dei miglioramenti nell'architettura navale.

Gli interessi militari fecero progredire la costruzione di navi


in tre modi: erano necessarie e venivano richieste molte più navi,
venivano richieste più grandi e soprattutto in un più breve perio­
do di tempo. Le esigenze della marina mercantile avrebbero po­
tuto essere soddisfatte, almeno per un altro secolo, da metodi di
costruzione artigiana. Ma questi metodi furono superati per le

1 5 Le cifre del tonnellaggio non comprendono 17 navi i cui dati


non sono accessibili. Tratto da M. Oppenheim, A History o/ the Admin­
istration o/ the Royal Navy and o/ Merchant Shipping, London, 1896,
pp. 330-337.
1 6 A. Anderson, Orzg_in o/ Commerce, Dublin, 1790, vol. III, p.

1 1 1.
17 Sprat, The History o/ the Roya! Society o/ London, cit. , p. 404.
1 8 Sombart, Krieg und Kapitalismus, cit., pp. 179 ss.
Scienza ed economia nell'Inghilterra del XVII secolo 1 13 9

crescenti richieste della marina da guerra; prima nella costruzio­


ne stessa delle navi da guerra e poi di tutte le navi, poiché la
marina mercantile fu tratta nella corrente dello sviluppo19.

Sebbene Sombart tenda ad esagerare la parte svolta


dalle esigenze militari nel promuovere metodi più efficien­
ti di costruzione, è chiaro che questo fattore si combinò
con l'intensificato bisogno di una marina mercantile più
grande, per accelerare tali sviluppi. In ogni caso, i dati
statistici che abbiamo a disposizione indicano una notevo­
le espansione sia della marina mercantile che di quella mi­
litare, iniziata alla fine del XVI secolo20 •
Questi sviluppi erano accompagnati da un'aumentata
importanza attribuita a molti problemi tecnici. In primo
luogo, l'aumentare di viaggi commerciali verso luoghi di­
stanti - India, Nord America, Africa e Russia - accentuò
la necessità di mezzi accurati ed efficienti per determinare
la posizione delle navi in mare, per trovare la latitudine e
la longitudine2 1 • Gli scienziati erano profondamente inte­
ressati alle possibili soluzioni di questi problemi22• Sia i

19 Ibid., p. 1 9 1 .
20 «Nos recherches [fondate sull'esame dei libri di porto] mon­
trent à l'évidence que le commerce et la navigation de l'Angleterre fai­
saient de grands progrès au declin du XVIe et pendant la première
moitié du XVIIIe siècle. On n'exagère guère en disant que la naviga­
tion anglaise a quadruplé, sinon quintuplé de 1580 jusqu'à 1640».
A.O. Johnson, L'Acte de Navigation anglais du 9 octobre 1 651, in «Re­
vue d'histoire moderne», 1934 , 9, p. 1 3 .
2 1 Hessen, The Social and Economie Roots o/ Newton's «Princi­
pia», cit., pp. 157- 158.
22 In un articolo letto davanti alla Royal Society dal Dr. Bain­
bridge, si affermava: «Nullum est in tota fere mathesi problema quod
mathematicorum igenia magis exercet, nullum, quod astronomiae ma­
gis conducit, quam problema inveniendi meridianorum sive longitudi­
num sive longitudinum differentias». (Dalle minute della Royal Society,
trascritte da T. Birch, History o/ the Royal Society o/ London, cit., vol.
IV, p. 3 1 1 .) Tra i fini della Società, definiti da Oldenburg nella prefa­
zione al nono volume ( 1 674) delle Philosophical Transactions, vi sono:
1 1 40 Studi di sociologia della scienza

matematici sia gli astronomi progredirono notevolmente


nella ricerca orientata in questo senso.
L'invenzione dei logaritmi di Napier, ampliata da
Henry Briggs, Adrian Vlacq (in Olanda), Edmund Gunter
e Henry Gellibrand fu di incalcolabile aiuto sia all' astro­
nomo che al marinaio23 • Adam Anderson probabilmente
riflette l'atteggiamento generale nei confronti di questa
conquista quando nota che «i logaritmi sono di grande
utilità specifica ai naviganti nei loro calcoli relativi alla
rotta, alla distanza, alla latitudine, alla longitudine, ecc.»24 •
Sprat, il geniale storico della Royal Society, affermò che
una delle mete principali del gruppo era il progresso della
navigazione25 . Hooke, l'irascibile «curatore di esperimen­
ti» della Società, che fu allo stesso tempo un eminente
scienziato e probabilmente il più fecondo inventore del
suo tempo, scrisse, a questo proposito:

«quello di propagare le matematiche pratiche in tutti i nostri porti e


città commerciali; quello di rendere navigabili i grandi fiumi; di pro·
muovere la Pesca e la Navigazione, di trovare i mezzi per fertilizzare le
terre aride e coltivare le terre incolte; quello di sfruttare le cascate, di
produrre sale e salnitro per conto nostro».
23 Pubblicato nel suo Mirz/ici logarithmorum canonis descriptio,
Edimburgo, 1614. Bisogna notare che Briggs, che per primo apprezzò
il lavoro di Napier e che nel 1616 suggerì la base 10 per il sistema dei
logaritmi, scrisse diversi lavori sulla navigazione. Similmente, ricordia­
mo che Gellibrand fu probabilmente il primo inglese a correggere la
conclusione di Gilbert che la declinazione magnetica è «costante ad un
dato punto», scoprendo la variazione secolare della declinazione. Vedi
il suo Discourse Mathematical on the Variation o/ the Magnetica! Need­
le, London, 1635.
24 Discourse Mathematical, cit., vol. II, p. 346. Anderson nota
pure la «nobile assegnazione» fatta da Sir Henry Savile [nel 1630] «di
due professori di matematica all'Università di Oxford; uno dei quali
era per la geometria e l'altro per l'astronomia [. . . ] . E questi due Rami
della matematica sono ben noti per i grandi benefici che offrono alla
navigazione e al commercio». Ibid., vol. I, p. 177.
25 Sprat, The History o/ the Royal Society o/ London, cit., p. 150.
Scienza ed economia nell'Inghilterra del XVII secolo 1 14 1

Per prima cosa si desidera sinceramente che tutte le osser­


vazioni che sono già state fatte sulla variazione dell'ago magne­
tico in qualsiasi parte del mondo possano essere comunicate,
unitamente a tutte le circostanze notevoli relative; e le osserva­
zioni celesti per conoscere la vera meridiana o con quali altri
mezzi essa può essere trovata [. . . ] . Ma da una considerevole
raccolta di tali osservazioni, l'Astronomia potrebbe conoscere
quell'ammirabile effetto del corpo terrestre toccato da una cala­
mita, che se sarà utile (come è probabile) ai marinai per la dire­
zione e o ad altri per scoprire la longitudine dei luoghi, le os­
servazioni raccolte, assieme ad una buona navigazione che essi
[la Royal Society] si impegnano a fare appena hanno un nume­
ro sufficiente di tali osservazioni26.

Una ballata scritta poco dopo che la Società cominciò


a riunirsi al Gresham College riflette l'apprezzamento po­
polare per questo interesse, come è evidente da questo
estratto:

This College Will the whole world measure


Which most impossible conclude,
And navigation make a pleasure,
By finding out the longitude:
Every Tarpaulian shall then with ease
Saile any ship t o the Antipodes2 7 .

Incontrandosi ufficialmente come membri della Royal


Society o raccogliendosi nei caffè o nelle abitazioni priva­
te, gli scienziati discutevano senza fine i problemi tecnici

26 R. Hooke, Papers, British Museum, Sloan MSS, 1039, f. 1 12.


Vedi anche R. Hooke, A Description o/ Helioscope, and Some Other In·
struments, London, 1676, poscritto.
27 In praise o/ the choice company o/ Philosophers and Witts, Who
meet on Wednesdays, weekly, at Gresham College, di W(illiam ?)
G(lanville). Cfr. D. Stimson, Ballad o/ Gresham College, in «lsis»,
1932, 18, pp. 103 - 1 17, che suggerisce come probabile autore Joseph
Gianville.
1 142 Studi di sociologia della scienza

di interesse immediato per il vantaggio del regno. Il diario


di Hooke, di recente pubblicato, rivela le varie pressioni
esercitate su di lui dalla Royal Society, dal re e dai nobili
interessati affinché dedicasse le sue ricerche a «cose uti­
li»28 . Egli si rifugiava frequentemente da Garaways o da
Jonathans, i caffè in Change Alley, dove con Christopher
Wress ed altri della loro compagnia si «discuteva dei Mo­
vimenti Celesti» bevendo del tè, mentre ai tavoli vicini
conversazioni più mondane attiravano l'attenzione dei
mercanti e commessi. I problemi presi in considerazione
da Garaways diventavano spesso oggetto di indagine spe­
ciale da parte della Società. In breve, il quadro prevalente
non è quello di un gruppo di «uomini economici» che,
insieme o individualmente, miravano a migliorare le loro
condizioni economiche, ma quello di un gruppo di stu­
diosi curiosi che cooperativamente indagavano gli arcani
della natura. Le richieste poste dalle necessità economiche
determinavano nuovi problemi e ne sottolineavano di vec­
chi e aprivano così nuove vie alla ricerca, mentre esercita­
vano una continua pressione affinché si trovasse la loro
soluzione. Ciò risultò molto efficace poiché il senso della
realizzazione scientifica non si misurava esclusivamente in
base a criteri scientifici. Gli scienziati non rifuggivano dal
successo sociale e le scoperte che promettevano un'appli­
cazione vantaggiosa venivano lodate oltre il circolo imme-

28 The Diary o/ Robert Hooke, a cura di H.W. Robinson e W.


Adams, London, 1935. Per esempio, si vedano le seguenti note: «Da
Sir Fr. Chaplains, Lodowick è qui per la Longitudine. Confermate
3 .000 sterline premio e 600 sterline in più dallo Stato», p. 160. «Da
Garaways con Sir Gh. Wren, incontrati Clark e Seignior, discusso de­
gli orologi da tasca per la Longitudine [ ... ] . Nuova nave "Clessidra" ,
Nuova Teoria del suono», p. 22 1 . «Da Sir J . Williamson. Egli molto
gentilmente mi chiamò nella sua camera. Parlato con me a proposito ...
dell'Esperimento, mi ha invitato a studiare con diligenza per quest'an­
no cose di utilità, a fare il Barometro del Re», p. 337.
Scienza ed economia nell'Inghilterra del XVII secolo 1 143

diato degli esperti. La conquista scientifica portava con sé


l'ambito privilegio di mescolarsi con persone d'alto rango;
era, in una certa misura, un mezzo di mobilità sociale. Il
caso di Graunt è noto. Allo stesso modo, Hooke, figlio di
un umile curato di Fresbwater, divenne amico di molti
nobili e poté vantarsi di frequenti chiacchierate col re. Le
reazioni dei profani ai differenti ordini della ricerca scien­
tifica possono essere illustrate da quelle di Carlo II nei
confronti del «peso dell'aria», il lavoro fondamentale sulla
pressione atmosferica che alla sua mente limitata appariva
come nient'altro che un divertimento infantile e ozioso, e
nei confronti delle ricerche immediatamente utilizzabili
sulla longitudine marina di cui egli era «assai graziosa­
mente compiaciuto». Tali atteggiamenti servivano ad indi­
rizzare una considerevole parte del lavoro scientifico verso
campi che avrebbero potuto portare risultati pratici im­
mediati29 .

3 . Un esempio: il problema della longitudine

L'importante problema di trovare la longitudine forse


illustra meglio il modo in cui le considerazioni pratiche
indirizzavano l'interesse scientifico a certi campi. Non
può esservi alcun dubbio che gli astronomi del tempo fos­
sero completamente convinti dell'importanza di scoprire
un modo soddisfacente per determinare la longitudine,
specialmente in mare. Rooke, Wren, Hooke, Huyghens,

29 A questo proposito, vedi le osservazioni di Adam Anderson


sulla Royal Society: «i suoi successi in astronomia e geografia sono da
soli sufficienti ad esaltare la sua fama e a dimostrare la sua grande uti­
lità anche per il mondo mercantile, senza insistere sui suoi grandi mi­
glioramenti nelle altre arti e scienze, alcune delle quali hanno ancora
una relazione col commercio, con la navigazione, le industrie, le minie­
re, l'agricoltura, ecc.». Origin o/ Commerce, cit., vol. II, p. 609.
1 144 Studi di sociologia della scienza

Henry Bond, Hevelius, William Molineux, Nicolaus Mer­


cator, Leibniz, Newton, Flamsteed, Halley, La Hire, G.D.
Cassini, Barelli - praticamente tutti i più grandi astrono­
mi ed esperti del tempo mostrarono il loro interesse per
questo problema.
I vari metodi proposti per trovare la longitudine por­
tarono alle seguenti indagini:

l. Computo della distanza lunare dal sole e da una stella


fissa. Ampiamente usato nella prima metà del XVI secolo e di
nuovo alla fine del XVII secolo.
2. Osservazione delle eclissi dei satelliti di Giove. Proposte
per la prima volta da Galileo nel 1 6 1 0, adottate da Rooke, Hal­
ley, Cassini, Flamsteed ed altri.
3 . Osservazioni del transito della luna sul meridiano. Meto­
do corrente nel XVII secolo.
4. L'uso in mare dell'orologio a pendolo e di altri crono­
metri, sostenuto da Huyghens, Hooke, Halley, Sully ed altri.

In occasione della pretesa di Ditton del premio per un


accurato metodo di determinazione della longitudine in
mare, Newton illustrò chiaramente questi procedimenti e
i problemi scientifici che essi implicavano30 . Il profondo
interesse degli scienziati inglesi per questo argomento è
sottolineato da un articolo del primo volume delle Philo­
sophical Transactions, che descrive l'uso degli orologi a
pendolo in mare3 1. Come dice Sprat, la Royal Society ave­
va preso il problema «sotto le sue cure speciali». Hooke
tentò di perfezionare l'orologio a pendolo e come egli
dice «il successo di questi [tentativi] mi fece ancora pen­
sare di migliorarlo per trovare la Longitudine [. . . ] e mi in-

30 W. Whiston, Longitude Discovered, London, 1738, prefazione


storica.
3 1 M. Holmes, A Narrative Concerning the Success o/ Pendolum
Wathches at Sea /or the Longitude, Philosophical Transactions, vol. I
(1665), pp. 52-58.
Scienza ed economia nell'Inghilterra del XVII secolo 1 145

dusse ad usare delle molle invece della Gravità per far vi­
brare un Corpo in qualsiasi posizione . »32 . Sorse allora
. .

una famosa controversia fra Hooke e Huyghens a propo­


sito della priorità della costruzione di un efficiente orolo­
gio con molla spirale di equilibrio. Comunque venisse ri­
solta la questione della priorità, il solo fatto che fra tutti,
proprio due scienziati così importanti rivolgessero la loro
attenzione a questo campo di indagine è di per sé signifi­
cativo. Queste invenzioni contemporanee erano la risul­
tante di due forze: una, intrinsecamente scientifica, che
forniva le basi teoriche per risolvere il problema in que­
stione, l'altra, un fattore non scientifico ma economico,
che dirigeva l'interesse verso il problema generale. Il cam­
po limitato delle possibilità pratiche conduceva a duplici
invenzioni indipendenti.
Questo problema continuò a stimolare la ricerca
scientifica anche in altre direzioni. Così Barelli, della Rea­
le Accademia delle Scienze di Parigi (fondata dietro sug­
gerimento del perspicace Colbert) pubblicò un'offerta, sia

32 R. Waller, The Posthumous Works o/ Robert Hooke, London,


1705. Introduzione. Galileo aveva descritto un orologio a pendolo nel
164 1 ; l'invenzione di Huyghens nel 1 656 fu concepita indipendente­
mente. Huyghens inventò anche l'orologio con meccanismo a molla.
Vedi la sua descrizione dell'invenzione nelle Philosophical Transactions,
vol. XI ( 1675) , p . 272; ristampa dal «Journal des Sçavans», 25 febbraio
1675 . Ciò condusse alla nota disputa fra Hooke e Oldenburg, che;: di­
fendeva la precedenza di Huyghens nella effettiva costruzione. E di
qualche interesse a proposito della questione della motivazione pecu­
niaria, il fatto che Hooke, nella riunione della Società, che seguì la co­
municazione di Huyghens sul suo «nuovo orologio da tasca», affermò
«che egli aveva una invenzione per trovare la longitudine che avrebbe
spiegato e resa pratica, se gli si passasse per ciò un dovuto compenso».
Per cui Sir James Shean promise «che gli avrebbe procurato mille ster­
line in una volta, o centocinquanta sterline all'anno. Dato che Mr.
Hooke dichiarava di scegliere la seconda offerta, il consiglio lo invitava
ad esporre gli articoli e a mettere in atto la sua invenzione». Cfr. Birch,
introduzione.
1 1 46 Studi di mciologia della scienza

nel <<Journal des Sçavans» che nelle Philosophical Transac­


tions, di spiegare il suo metodo di fabbricare grandi lenti
per telescopi o anche di mandare le lenti a quelle persone
che non potevano farsele da sé, così che potessero «osser­
vare le eclissi dei Satelliti di Giove che avvengono quasi
ogni giorno e offrono un modo così favorevole per stabili­
re la Longitudine su tutta la Terra». Inoltre, «potendo es­
sere con questo mezzo esattamente conosciute le Longitu­
dini di luoghi in Mare, laghi e Promontori e in diverse
Isole allo stesso tempo, senza dubbio sarebbe di grande
aiuto e di considerevole utilità per la Navigazione»33.
Sono precisamente questi esempi, con le loro ricono­
sciute implicazioni pratiche, che illustrano chiaramente il
ruolo svolto dagli elementi utilitaristici nell'incoraggiare il
progresso scientifico. Infatti, si potrebbe dire, con un' am­
pia base di documenti, che le scoperte astronomiche di
Giovanni Domenico Cassini furono in gran parte un risul­
tato di interessi pratici. In quasi tutti i saggi di Cassini
nelle Transactions, egli sottolinea l'importanza di osservare
le lune di Giove per determinare la longitudine, per mez­
zo del metodo suggerito per la prima volta da Galileo34 .

33 Philosophical Transactions, vol. Xl ( 1676), pp. 691-692.


34 Vedi L. Olschki, Galileo und seine Zeit, Balle, 1927, pp. 274,
438, e il capitolo su «Die Briefe i.iber geographische Ortbestimmung».
Questo metodo non aveva una precisione tale da essere di grande utili­
tà pratica. Nell'articolo che discuteva la sua scoperta di una nuova
macchia di Giove e fissava il periodo della rotazione del pianeta, Cassi­
ni osserva che «un Viaggiatore può servirsi della rotazione per trovare
le Longitudini dei più remoti luoghi sulla terra». Philosophical transac­
tions, vol. VII ( 1672 ) , p. 4042. Nella sua discussione della ineguaglian­
za del tempo di rotazione delle macchie nelle differenti latitudini, egli
indica l'importanza di questo fatto per una più precisa determinazione
della longitudine. Ibid., vol. VI (1 676), p. 683 . L'annuncio della sua
scoperta del terzo e quarto satellite di Saturno comincia così: «La Va­
rietà delle meravigliose Scoperte, che sono state fatte in questo Secolo
nei Cieli, da quando l'invenzione del Telescopio e la grande Utilità che
se ne può trarre per perfezionare la Conoscenza naturale e le Arti ne-
Scienza ed economia nell'Inghilterra del XVII secolo 1 1 47

Forse non è audace dire che da questo interesse derivaro­


no le sue scoperte della rotazione di Giove, del doppio
anello di Saturno, del terzo, quarto, quinto, sesto e ottavo
satellite di Saturno35 , poiché, come egli suggerisce, le os­
servazioni astronomiche di questo tipo erano «sollecitate»
dalle loro conseguenze pratiche. Lawrence Rooke, che era
un membro del gruppo originario che costituì la Royal
Society, spesso notò il «valore nautico» di queste osserva-

cessarie al Commercio e alla Società Urbana, ha incitato gli Astronomi


ad Esaminare più da vicino, se non ci fosse qualcosa di notevole che
essi non avessero ancora percepito». Tradotto dal <<Journal cles Sça­
vans», 22 aprile 1685; ristampato in Philosophical Transactions, vol.
XVI (1696), p. 79. Nella presentazione delle tavole di Cassini per le
eclissi dei primi satelliti di Giove, si indica che senza dubbio le osser­
vazioni di queste eclissi facilitano l'uso dei telescopi portatili per trova­
re la Longitudine. «E se questi satelliti potessero osservarsi in Mare,
una Nave in Mare potrebbe determinare la Meridiana in cui si trova,
con l'aiuto delle tavole di Monsieur Cassini dateci in questo volume
[Recueil d'observations /aites en plusieurs Voyages pour per/ectionner
l'Astronomie & la Geographie] , scoprendo le dette Eclissi con esattezza
molto maggiore di quella che noi possiamo ottenere con la Luna, ben­
ché essa sembri offrirei gli unici mezzi Praticabili per il Marinaio. Pri­
ma che i Marinai possano servirsi dell'Arte di trovare la Longitudine,
si richiede che le Coste dell'intero Oceano siano segnate con verità,
per cui questo metodo dei Satelliti è il più adatto: E sarà scoperto, per
il tempo in cui le Carte saranno completate; o altrimenti qualche In­
venzione di più corti Telescopi maneggevoli sulla Nave sarà sufficiente
a mostrare le Eclissi dei Satelliti in Mare». Philosophical Transactions,
vol. XVII ( 1 694), pp. 237-238. L'ultima parte di questa citazione illu­
stra definitivamente e lucidamente i modi in cui la ricerca scientifica e
tecnica era «provocata» dalle necessità pratiche. Degno di nota è il fat­
to che Halley fosse incaricato dall'Ammiragliato «a continuare la Meri­
diana per quanto possibile da parte a parte della Manica, al fine di di­
segnare le coste con esattezza» e ad osservare «il corso delle Maree nel
Canale di Inghilterra». Vedi la sua lettera dell' 1 1 giugno 1701 a Bur­
chett in Correspondence and Papers o/ Edmond Halley, a cura di E.F.
Macpike, Oxford, 1932, pp. 1 17-1 18.
35 Il terzo (Teti) e il quarto (Dione) satellite furono scoperti nel
1684; il quinto (Rea) nel 1 672; il sesto (Titano) e l'ottavo (Giapeto) nel
167 1 .
1 148 Studi di sociologia della scienza

zioni36 . Allo stesso modo, Flamsteed notò come fosse utile


osservare i satelliti di Giove perché le loro eclissi «sono
state stimate, e certamente sono, il miglior mezzo cono­
sciuto per la scoperta della Longitudine»37 .
Newton era egualmente assai interessato allo stesso
problema generale. Al principio della sua carriera egli
scrisse una lettera, divenuta famosa, al suo amico Francis
Aston che progettava un viaggio nel continente e, fra gli
altri particolari, egli suggeriva che Aston «si informasse se
gli orologi a pendolo erano di qualche utilità per trovare
la longitudine». In una corrispondenza che verosimilmen­
te condusse Newton al completamento dei Principia, sia
Halley che Hooke incitavano Newton a proseguire certe
fasi della sua ricerca a causa della loro utilità per la navi­
gazione38 .

36 Vedi Mr. Rook's Discourse concerning the Observations o/ the


Eclipses o/ the Satellites o/ ]upitern, ristampato in Sprat, History o/ the
Royal Society o/ London, cit., pp. 183 - 1 90. Rooke fu professore di
astronomia a Gresham dal 1652 al 1657; e professore di geometria a
Gresham dal 1657 al 1662.
37 Philosophical Transactions, XII ( 1683 ) p. 322. Flamsteed elabo­
rò questa idea più accuratamente in altri articoli sull'argomento. Vedi
Philosophical Transactions, XV ( 1685), p. 1215; XVI (1686), p. 1 99;
XIII ( 1683 ), pp. 405-407. Di passaggio si può notare che Leibniz in­
ventò un orologio portatile «destinato principalmente a determinare la
longitudine». Vedi il suo articolo in Philosophical Transactions, X
(1675), pp. 285-288.
38 Questo è il tipo di prova che G.N. Clark trascura interamente
quando scrive che «la prova che può essere addotta per mostrare che
durante il suo grande periodo creativo egli (Newton) era mosso da un
interesse per la tecnica è la lettera· a Francis Aston», Science and Social
Wel/are in the Age o/ Newton, cit., p. 67 . Vedi la lettera di Hooke a
Newton (6 gennaio 1 680) in cui egli scrive: «lo scoprire le proprietà di
una curva in base a questi due principi [uno dei quali era l'ipotesi del­
l'attrazione che varia inversamente al quadrato della distanza ! ] sarà di
grande interesse per l'umanità perché il ritrovamento della longitudine
dal cielo è una necessaria conseguenza di ciò». Vedi la lettera in W.W.
Rouse Bali, An Essay on Newton's Principia, London, 1893 , p. 147. Si­
milmente, Halley, nella sua lettera del 5 luglio 1687, scrive: «lo spero ...
Scienza ed economia nell'Inghilterra del XVII secolo 1 149

Nel 1694, Newton mandò la sua ben nota lettera a


Nathanael Hawes in cui, descrivendo un nuovo corso di
studi matematici per gli allievi navigatori del Christ's Hos­
pital, criticava il programma esistente, dicendo fra l'altro
che si trascurava il modo di «trovare la differenza della
Longitudine, Latitudine e Azimut e anche la variazione
della bussola, sebbene queste cose siano molto utili nei
lunghi viaggi come quelli alle Indie Orientali, e un Mari­
naio che le conosca non è un ignorante»39 • Nell'agosto del
1699, Newton rese pubblica una forma perfezionata del
suo sestante (inventato indipendentemente da Halley nel
173 1) che assieme alle osservazioni lunari avrebbe reso
possibile trovare la longitudine in mare. Egli aveva già
presentato il primo abbozzo della sua teoria lunare nella
prima edizione dei Principia. Inoltre, fu per raccomanda­
zione di Newton che fu approvato l'Atto del 1 7 14 per
una ricompensa a chiunque ideasse un metodo efficace
per determinare la longitudine in mare40. Nel corso di

che voi cercherete di perfezionare la Teoria Lunare, che sarà di vastis­


simo uso nella navigazione, e così pure fonte di profonda e sottile spe­
culazione». L'intera lettera è citata ibid. , p. 174.
39 Le lettere di Newton ad Hawes sono pubblicate in J. Edleston,
Correspondence o/ Sir Isaac Newton and Pro/essor Cotes, London, 1850,
pp. 279-299. Un esame della preparazione scientifica che Newton rite­
neva necessaria per un marinaio ben addestrato rivela che essa com­
prende la conoscenza di notevole parte delle ricerche fisiche particolar­
mente perseguite in quel periodo. Nella lista Newton indica le materie
e i problemi che lo interessarono particolarmente nel corso della sua
carriera scientifica, insieme ai suoi colleghi. Egli rivela che era ben lon­
tano dal non essere consapevole delle conseguenze pratiche della mag­
gior parte delle sue astruse discussioni nei Principia; per esempio, la
sua teoria delle maree, la determinazione della traiettoria dei proiettili,
la teoria lunare, la sua opera nell'idrodinamica e nell'idrostatica.
40 Edleston, Correspondance, cit., LXXVI. L'importanza attribuita
alla soluzione di questo problema può misurarsi dalle ricompense of­
ferte anche dagli altri governi. Quello olandese aveva cercato di per­
suadere Galileo ad interessarsene; Filippo III di Spagna offrì pure una
1 150 Studi di sociologia della scienza

queste attività, Newton dimostrava di essere conscio delle


implicazioni pratiche non solo di gran parte del suo lavo­
ro scientifico, ma anche di quello dei suoi contemporanei.
La teoria lunare di Newton fu il risultato della con­
centrazione dell'interesse scientifico su questo argomento.
Come Whewell suggerisce:

Il progresso dell'astronomia sarebbe stato forse un motivo


sufficiente per questo lavoro; ma vi erano altre ragioni che gli
davano un maggiore impulso. Una perfetta Teoria Lunare, se la
teoria poteva essere perfetta, prometteva di fornire un metodo
per trovare la Longitudine di qualunque posto della superficie
terrestre; e così la verifica di una teoria che asseriva di essere
completa nei suoi fondamenti venne identificata con un oggetto
di uso pratico immediato per i navigatori e per i geografi e di
valore generalmente riconosciuto41 .

Halley, che aveva deciso che i vari metodi per deter­


minare la longitudine erano tutti difettosi e aveva dichia­
rato che «sarebbe stato difficile trovare la longitudine in
mare, sufficiente per gli usi della navigazione, finché la
Teoria Lunare non fosse pienamente perfezionata», incita­
va costantemente Newton a continuare il suo lavoro42•
Flamsteed e (dal 169 1 al l73 9) Halley tentarono anch'essi
di rettificare le tavole lunari in modo da poter conseguire
«il grande obiettivo di trovare la longitudine col grado ne­
cessario di esattezza». Le osservazioni delle eclissi della
luna erano raccomandate dalla Royal Society per lo stesso
scopo43 .
Un altro campo di indagine che fu oggetto di grande

ricompensa e nel 1716 il Reggente Duca di Orleans stabilì un premio


di 100.000 franchi per la scoperta di un metodo pratico.
4 1 W. Whewell, History o/ the Inductive Sciences, New York,
1858, l , p. 443 .
42 Correspondence and Papers o/ Edmond Halley, cit., p. 2 12.
43 Philosophical Transactions, XVII (1 963 ) , pp. 453 -454.
Scienza ed economia nell'Inghilterra del XVII secolo 1 15 1

attenzione a causa della sua probabile utilità fu lo studio


della bussola e del magnetismo in generale. Così, Sprat at­
tribuisce esplicitamente le investigazioni di Wren in que­
sta materia alle necessità correnti affermando che «in con­
siderazione dei problemi della navigazione egli (Wren) ha
attentamente compiuto molti Esperimenti Magnetici»44.
Lo stesso Wren, nel suo discorso inaugurale quale profes­
sore di astronomia a Gresham, insiste sullo stesso argo­
mento. Lo studio della variazione magnetica deve essere
diligentemente perseguito poiché può risultare di grande
valore per il navigatore, che può così avere la possibilità
di trovare la longitudine e <<l'Industria precedente non ha
lasciato nessun compito più glorioso all'Arte»45 • La Hire,
notando che niente disturba tanto nei lunghi viaggi di
mare quanto la variazione dell'ago, afferma: «Ciò mi indi­
rizzò a cercare qualche mezzo indipendente dalle Osser­
vazioni per scoprire le variazioni in Mare»46 . Henry Bond,
Hevelius, Molineux, Mercator erano similmente interessati
allo studio dei fenomeni magnetici per lo stesso motivo47 •
Halley, nel famoso saggio in cui rese nota la sua teoria di
quattro poli magnetici e del movimento periodico della li­
nea magnetica senza declinazione, sottolinea ripetutamen­
te il vantaggio pratico dello studio della variazione della
bussola, poiché questa ricerca «è di grande preoccupazio­
ne per l'arte della Navigazione: il trascurarla, quindi, non
fa che rendere inutile una delle più nobili Invenzioni a cui
l'umanità sia mai arrivata». Questa grande utilità, egli
continua, sembra un incitamento sufficiente «a tutte le
menti Filosofiche e Matematiche per prendere in seria
considerazione i diversi Fenomeni». Egli presenta la sua

44 Sprat, History o/ the Roya! Society, cit., pp. 3 15-3 16.


45 C. Wren, Parentalia, London, p. 206.
46 Philosophical Transactions, XVI (1687 ), pp. 344-350.
47 Vedi Philosophical Transactions, passim, III (1668), p. 790; V
(1670), p. 2059; VIII (1674), pp. 60-65 .
1 152 Studi di sociologia della scienza

nuova ipotesi per convincere i filosofi naturali dell'epoca


«ad applicarsi più attentamente a quest'utile speculazio­
ne»4 8 . Evidentemente l'assiduo lavoro che veniva svolto in
questo campo non era sufficiente a soddisfare le sue
aspettative. Era allo scopo di arricchire quest'utile specu­
lazione che Halley ricevette il grado di capitano nella ma­
rina e il comando della Paramour Pink, nella quale fece
tre viaggi. Uno dei risultati fu la costruzione da parte di
Halley della prima carta isogonica.
Abbiamo visto così che la ricerca di un metodo per
trovare la longitudine portò allo studio di diversi proble­
mi scientifici. Se lo studio dei vari mezzi possibili per rag­
giungere questo scopo non fu invariabilmente dettato dal­
la utilità pratica, è chiaro che almeno una parte dell'appli­
cazione continuata che questo campo ricevette fu dovuta
ad essa. In ultima analisi è impossibile determinare con
esattezza in quale grado l'interesse pratico puntualizzò
l'attenzione scientifica su certi problemi. Ciò che si può
affermare con un certo fondamento è la corrispondenza
fra i soggetti più intensamente studiati dagli scienziati e i
p roblemi sollevati o sottolineati dallo sviluppo economico.
E una deduzione - generalmente sostenuta dalle esplicite
affermazioni degli stessi scienziati - che queste esigenze
economiche, o più propriamente le necessità tecniche de­
rivate da queste esigenze, indirizzassero la ricerca verso
soggetti particolari. La determinazione della longitudine
fu un problema che, concentrando l'attenzione di molti
scienziati, fece progredire di molto l'astronomia, la geo­
grafia, la matematica, la meccanica e l'invenzione degli
orologi.

48 A Theory o/ the Variation o/ the Magnetica! Compass, in Philo­


sophical Transactions, XIII (1683 ) , pp. 208-221 . Vedi anche la sua ap­
pendice, ibid., XVII ( 1693 ) , pp. 563-578.
Scienza ed economia nell'Inghilterra del XVII secolo 1 153

4. Navigazione e scienza

Un altro problema di navigazione dell'epoca era di de­


terminare il ritmo delle maree. Come indicò Flamsteed in
una nota aggiunta alla sua prima tavola delle maree, l' er­
rore degli almanacchi era di circa due ore; da qui la ne­
cessità di una correzione scientifica indispensabile alla
Marina Reale e ai navigatori in generale49 . Per questo, di
tempo in tempo egli disegnò diverse tavole di maree rela­
tive non solo ai porti dell'Inghilterra, ma anche della
Francia e dell'Olanda. Questo lavoro fu il seguito dell'in­
teresse che fin dal suo inizio la Royal Society ebbe per la
formulazione di una teoria delle maree. Il primo volume
delle Transactions conteneva parecchi saggi che presenta­
vano osservazioni sul ritmo delle maree in vari porti. Boy­
le, Samuel Colepresse, Joseph Childrey, Halley, Henry
Po