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sui libri e sull'insieme delle attività della
Società editrice il Mulino
possono consultare il sito Internet:
http://www.mulino.it
Robert K. Merton

Teoria e struttura sociale


I. Teoria sociologica

Società editrice il Mulino


ISBN 88-15-07654-9

Copyright © 2000 by Società editrice il Mulino, Bologna. È vietata la ri­


produzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la
fotocopia, anche ad uso interno o didattico, non autorizzata. Traduzione
di Carlo Marletti e Anna Oppo.
Indice

Premessa p. IX

Introduzione 5

I. Sulla storia e la sistematica della teoria so­


ciologica 9
Confusione fra storia e sistematica 10
La documentazione pubblica della teoria sociolo-
gica 12
Continuità e discontinuità nella teoria sociologica 19
Spengler e Danilevsky: da prescoperta ad anticipa-
zione 47
Marx-Engels e i loro predecessori: da adombramen-
tismo ad anticipazione 48
Aspetti umanistici e scientifici della sociologia 49
Erudizione contro originalità 54
La funzione della teoria classica 62

II. Sulle teorie sociologiche di medio raggio 67


I sistemi totali della teoria sociologica 77
Pressioni utilitaristiche per sistemi sociologici to-
� �
Sistemi totali di teoria e teorie di medio raggio 86
Reazioni polarizzate alle teorie di medio raggio 89
VI Indice

Il processo di polarizzazione p. 90
Accettazione della teoria di medio raggio 94
Rifiuto della teoria di medio raggio 104
Sommario e sguardo retrospettivo 112
Paradigmi: la codificazione della teoria sociologica 114

III. Funzioni manifeste e funzioni latenti 121


Verso la codificazione dell'analisi funzionale m

sociologia 121
La terminologia dell'analisi funzionale 122
Un termine unico per diversi concetti 123
Un concetto unico per diversi termini 128
Postulati principali dell'analisi funzionale 131
Il postulato dell'unità funzionale della società 131
Il postulato del funzionalismo universale 139
Il postulato dell'indispensabilità 143
L'analisi funzionale come ideologia 149
L'analisi funzionale è conservatrice 149
L'analisi funzionale è progressista 152
L'ideologia e l'analisi funzionale della religione 159
La logica del procedimento 165
Il prevalere dell'indirizzo funzionale 165
Un paradigma per l'analisi funzionale in sociologia 171
Scopi del paradigma 178
Elementi soggetti all'analisi funzionale 179
Funzioni manifeste e funzioni latenti 188
Gli scopi euristici della distinzione 192
Note conclusive 222
Poscritto bibliografico 222

IV L'influenza della teoria sociologica sulla n­

cerca empirica 225


Indice VII

Metodologia p. 227
Orientamenti sociologici generali 229
Analisi dei concetti sociologici 232
Interpretazioni sociologiche post factum 238
Le generalizzazioni empiriche nella sociologia 241
Teoria sociologica 242
Derivazioni formali e codificazione 248

V. L'influenza della ricerca empirica sulla teoria


sociologica 253
Le funzioni teoriche della ricerca 254
Il modello della «Serendipity>> 255
La riformulazione della teoria 262
Il riorientamento dell'interesse teorico 268
La chiarificazione dei concetti 272

Indice dell'opera XIII


Premessa

Teoria e struttura sociale è l'opera fondamentale di Ro­


bert K. Merton e una delle più significative della sociologia
contemporanea. Essa testimonia pienamente della vastità,
della profondità e della varietà di interessi del grande socio­
lago americano. Vi è racchiuso il nucleo - analisi funzionale
e teorie di medio raggio - di una prospettiva che ha segnato
l'abbandono della «grande teoria» come sistema concettuale
onnicomprensivo e universale. Essa rappresenta dunque una
decisiva svolta verso una sociologia più critica e pluralista,
maggiormente attenta alle contraddizioni e alle incongruenze
della realtà empirica, meno univoca, meno rigida e dogmati­
camente ambiziosa. Negli oltre cinquant'anni trascorsi dalla
prima edizione del testo l'analisi sociologica ha conosciuto
molti sviluppi, ma queste pagine di Merton restano un pun­
to di riferimento da cui è impossibile prescindere.

La prima edizione di Social Theory and Social Structure


è del 1949. Mentre era in preparazione l'edizione italiana,
per i tipi del Mulino, nel 1957 uscì negli Stati Uniti una
seconda edizione, notevolmente aumentata, di cui si poté
tener conto nella messa a punto della prima edizione italia­
na, pubblicata nell'ottobre del 1959.
Esauritasi questa prima edizione, ne usciva una seconda
nel 1966, in una nuova traduzione che usufruiva di un più
consolidato linguaggio sociologico italiano, ma ancora uguale
nella struttura alla seconda edizione americana.
x Premessa

La terza edizione, uscita negli Stati Uniti nel 1968, ul­


teriormente ampliata, veniva esattamente ripresa nella terza
edizione italiana del 197 1, in tre volumi, rimasta sostanzial­
mente invariata anche nelle successive riedizioni italiane
(sino alla settima del 1983).
Nel 1992 veniva proposta, con l'accordo dell'autore,
una nuova edizione italiana che riuniva in volume unico le
parti prima (Teoria sociologica) e seconda (Studi sulla strut­
tura sociale e culturale) dell'opera.
Doppiato il capo del mezzo secolo dalla pubblicazione
della prima edizione americana, Teoria e struttura sociale è
ora ripresentato dal Mulino nella collana «Biblioteca» nella
suddivisione in tre volumi adottata nell'edizione del 1971.
Il terzo volume, ora intitolato Sociologia della conoscenza e
sociologia della scienza, accoglie due saggi aggiuntivi (La
trasmissione orale della conoscenza e L' «effetto S. Matteo»
nella scienza. II) e una nuova introduzione dello stesso
Merton.

L'opera viene così riproposta al lettore nella sua forma


più ampia, articolata e completa, secondo i desideri dall' au­
tore.
Robert K. Merton

Teoria sociologica
Alla memoria di Charles H. Hopkins,
parente, amico, maestro
Introduzione

Nella loro prima stesura, i saggi che compongono que­


sto volume non furono pensati come capitoli consecutivi.
Sarebbe perciò capzioso affermare che nell'ordine attuale
essi mostrino una naturale progressione dall'uno all'altro.
Tuttavia non credo che il risultato, così com'è ora, manchi
di coerenza logica e di rigore, ma soltanto, forse, di unità
letteraria.
Per dare al volume un carattere unitario, i saggi sono
stati ordinati tenendo conto dello svolgimento e dello svi­
luppo graduale di due problemi sociologici che pervadono
tutta l'opera, problemi che trovano risalto più nella pro­
spettiva generale in cui il volume è concepito che nella di­
scussione dei singoli argomenti. Questi sono: il problema
dell'integrazione fra teoria e ricerca; il problema della pro­
gressiva codificazione tanto della teoria quanto dei procedi­
menti di analisi, e più particolarmente dei procedimenti di
analisi qualitativa.
Questi due problemi sono di enorme portata e se affer­
massi che i presenti saggi fanno più che sfiorare i confini
di questi ampi e non ancora esplorati territori, questa mia
affermazione accentuerebbe soltanto l'esiguità dei risultati.
Il capitolo I tratta delle funzioni distinte, anche se inte­
ragenti, svolte da un lato dalla storia della teoria sociologi­
ca e, dall'altro, dalle formulazioni della teoria correntemen­
te utilizzata. È quasi superfluo ricordare che la teoria so­
ciologica attuale si fonda sull'eredità del passato. Ma vi è
6 Introduzione

una certa convenienza, io credo, a esaminare i reqmsrtl m­


tellettuali che sono necessari per scrivere una storia auten­
tica del pensiero sociologico che sia qualche cosa di più di
una serie di sommari di dottrine sociologiche, ordinate cro­
nologicamente, così come credo che valga la pena vedere
in che modo la teoria sociologica utilizzata al giorno d'oggi
derivi dalle teorie precedenti.
E poiché nei decenni trascorsi la teoria sociologica di
medio raggio è stata oggetto di molta attenzione, ho rite­
nuto utile riesaminarne le caratteristiche e il funzionamento
alla luce dell'utilizzazione e delle critiche che in questo pe­
riodo la teoria ha ricevuto. È questo l'argomento del capi­
tolo II.
Il capitolo III vuole illustrare i fondamenti e il quadro
di quel tipo di teoria sociologica che viene chiamata analisi
funzionale. Tale quadro si basa su un paradigma che codi­
fica le premesse, i concetti e i procedimenti impliciti (e, in
qualche punto, espliciti) nelle interpretazioni funzionali
proprie della sociologia, della psicologia e dell'antropologia
sociale. Togliendo ogni senso pretenzioso alla parola sco­
perta, si può dire che, in gran parte, gli elementi del para­
digma sono stati scoperti e non inventati. In parte questi
elementi sono stati trovati mediante l'esame critico delle ri­
cerche e delle discussioni teoriche di quanti si interessano
alla prospettiva funzionale del comportamento degli uomini
nella società. Per il resto, essi sono il risultato dei miei stu­
di sulla struttura sociale.
I due capitoli successivi, l'uno relativo alle funzioni del­
la teoria in rapporto alla ricerca e l'altro relativo alle fun­
zioni della ricerca in rapporto alla teoria, intendono riassu­
mere i tipi delle relazioni reciproche fra teoria e ricerca,
come attualmente risultano dalle indagini sociologiche.
In particolare, il capitolo IV distingue i tipi d'indagine
affini ma distinti che sono compresi nel termine generico
di teoria sociologica: metodologia o logica del procedimen­
to, orientamento generale, analisi dei concetti, interpreta­
zioni ex post facto, generalizzazioni empiriche, e teoria pro-
Introduzione 7

priamente detta. Nel descrivere le relazioni fra queste parti


- e il fatto che siano interrelate implica che siano anche
distinte - ho tentato di sottolineare tanto i limiti quanto
le funzioni dell'orientamento teorico generale, di cui la so­
ciologia ha maggiore abbondanza che non di proposizioni
specifiche teoricamente derivate ed empiricamente confer­
mate. Così pure, l'importanza e il carattere intermedio del­
la generalizzazione empirica in sociologia sono messi in
luce dovunque. Si propone che mediante la codificazione
teorica, le varie generalizzazioni empiriche vengano ad esse­
re convalidate, confrontate e confermate. Esse allora diven­
tano casi particolari di una regola generale.
Il capitolo V esamina l'altro aspetto di questa reciproca
relazione fra teoria e ricerca: le conseguenze di vario gene­
re che i dati risultanti dalla ricerca hanno sullo sviluppo
della teoria sociale. Soltanto che si limita a leggere sulle,
ma non è impegnato nelle attività di ricerca empirica, può
continuare a credere che l'esclusiva, o almeno primaria,
funzione della ricerca stia nel confermare ipotesi preceden­
ti. Questo rappresenta una funzione ovvia ed essenziale,
ma limitata, della ricerca empirica. La ricerca ha un compi­
to molto più attivo di quello implicito in questa funzione
essenzialmente passiva. Come mostra questo capitolo, la ri­
cerca empirica suscita, rifonda, riorienta e chiarifica le teo­
rie e le concezioni sociologiche. E nella misura in cui l'os­
servazione dirige e rende fecondo lo sviluppo della teoria,
è evidente che qualsiasi teorico che si distacchi dalla ricer­
ca - di cui abbia notizia solo per sentito dire - corre il
rischio di essere isolato dalle esperienze vive che possono
servire a rivolgere la sua attenzione in direzioni fruttuose.
Il suo pensiero non è stato fecondato dall'esperienza diret­
ta. Soprattutto, egli manca di quella disciplina dell'osserva­
zione empirica che porta talvolta alla serendipity, cioè alla
scoperta, compiuta per caso da una mente teoricamente
preparata, di elementi validi che non .si stavano cercando.
Weber può avere avuto ragione nel sostenere che non si ha
bisogno di essere Cesare per capire Cesare. Ma talvolta, il
8 Introduzione

sociologo teorico è tentato di agire come se, per capire Ce­


sare, non fosse nemmeno necessario studiare Cesare. Eppu­
re noi sappiamo che l'interazione fra teoria e ricerca prece­
de sia la comprensione dei casi specifici, sia l'ampliamento
della regola generale.
Capitolo primo

Sulla storia e la sistematica


della teoria sociologica

« Una scienza che esiti a dimenticare i


suoi fondatori è perduta ».
« È caratteristico di una scienza ai suoi
inizi ... essere tanto ambiziosamente profon··
da nei suoi fini, quanto superficiale nel trat­
tare i particolari ».
« Ma raggiungere una vera teoria e affer"
rarne la precisa applicazione, sono, come ci
insegna la storia della scienza, due cose mol-·
to diverse. Ogni cosa importante è stata det­
ta prima da qualcuno che non l'ha scoperta » .
Alfred North Whitehead, Tbe Organisa·
tion of Tbought.

Questi capitoli, nonostante i numerosi riferimenti agli


scritti di sociologia del passato, non trattano della storia
della teoria, ma del nucleo sistematico di certe teorie che
vengono attualmente utilizzate dai sociologi. La distinzio­
ne fra i due campi è piu che casuale anche se nei program­
mi e nelle pubblicazioni accademiche si fa spesso confu­
sione fra i due. Si può anzi dire che nelle scienze sociali,
con l'eccezione sempre piu marcata dell'economia e della
sociologia, si tende a confondere la teoria attuale con la
sua storia molto piu di quanto non accada in scienze quali
la biologia, la chimica o la fisica 1•

1 La discussione si basa su un saggio precedente che discute « la po­

sizione della teoria sociologica ». Gfr. « Arnerican Sociological Review »,


1949, 13, pp. 164-168. Per osservazioni pertinenti sul ruolo della storia
del pensiero sociale, in quanto distinto da quello della teoria sociologica
lO Teoria socio/ogica

CONFUSIONE FRA STORIA E SISTEMATlCA

È simbolicamente appropriato che i sociologi tendano


a confondere la storia con la sistematica di una teoria:
forse che Comte, spesso chiamato il padre della sociologia,
non è stato anche considerato padre della storia della scien­
za ? 2 Tuttavia la confusione affascinante ma pericolosa

çorrente, si veda Howard Becker, Vitali::t.ing Sociological Theory, in


« American Sociological Review », 1954, 19, pp. 377-388, e in partico­

lare le pagine 379-381; e la recente presa di posizione abbondantemente


esemplificata in Joseph Berger, Morris Zelditch Jr. e Bo Anderson,
Sociological Theory in Progress, Boston, Houghton Mifflin Cornpany,
1966, pp. IX-XII e William R. Cotton, From Animistic to Naturalistic
Sociology, New York, McGraw Hill, 1966. Un'opinione parzialmente
·

diversa, della natura e delle funzioni della teoria sociale, si può trovare
in Theodore Abel, The Present Status of Social Theory, in « American
Sociological Review », 1952, 17, pp. ·156-164, come anche nella discus­
sione di questo saggio di Kenneth E. Bock e Stephen W. Reed pp.
164-167, oltre che in Herbert Blumer, What is Wrong with Social
Theory, in « American Sociological Review », 1954, 19, pp. 3-10.
2 Per esempio, da George Sarton, The Study of the History of
Science, Cambridge, Harvard University Press, 1936, pp. 3-4. La nomina
di Comte o Marx ·o Saint Simon o di molti altri, allo status di padre
della sociologia è in parte una faccenda di opinioni e in parte il risul­
tato di un assunto non verificato su come emergono e si cristallizzano
nuove discipline. Rimane un'opinione, in quanto non vi sono criteri
generalmente accettati per decidere la paternità di una scienza; è un
assunto non verificato il fatto che vi debba essere un padre per ogni
scienza. In realtà, la storia della scienza suggerisce che la poligenesi è
la regola. Tuttavia non vi è nessun dubbio che Comte nel 1839 coniò
il termine « sociologia >>, il brutto ibrido che da allora è servito a desi­
gnare la scienza della società. Gli studiosi di allora e di oggi hanno pro­
testato per il barbarismo ormai addomesticato. Uno degli esempi innu­
merevoli di questa protesta è l'osservazione fatta nel 1852 da uno scien··
ziato sociale di talento, oggi troppo trascurato, George Cornewale Lewis:
« ... la principale obiezione ad un vocabolo scientifico formato in parte

da una parola inglese ed in parte da una parola greca è che è incom­


prensibile ad uno straniero che non sappia la nostra lingua. Il signor
Comte ha proposto sociologia; ma che dovremmo dire di uno scrittore
tedesco che usasse il vocabolo gesellogia o gesellschalftologia? ». La pro­
testa è registrata in A Treatise on the Methods of Observation and
Reasoning in Politics, Londra, 1882, II vol., p. 337 in nota; per la
storia della parola si veda Victor Branford, On the Origin and Use of
the Word Sociology, Sociological Papers, Londra, 1905, l, pp. 3-24 e
L. L. Bernard- e Jessie Bernard, Origins of American Sociology, New
York, T. Y. Crowell, 1943, p. 249.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 11

frà la' teoria sociologica attualmente utilizzata e la storia


delle idee sociologiche ignora quali funzioni profondamen­
te diverse esse svolgano.
Un adeguato riconoscimento della differenza fra storia
e sistematica della storia potrebbe avere come risultato la
produzione di autentiche storie del pensiero sociologico,
con gli ingredienti e le caratteristiche formali delle migliori
storie di altre scienze. Esse tratterebbero materie quali la
complessa origine delle idee sociologiche, i modi del loro
sviluppo, le connessioni esistenti fra teoria e origine so­
ciale e successivi status dei sociologi, in diversi periodi
storici, l'interazione fra teoria e organizzazione sociale del­
la sociologia in epoche e luoghi differenti, la diffusione
della teoria dai centri del pensiero sociologico con i cam­
biamenti da essa subiti nel corso della diffusione, le in­
fluenze a cui è stata sottoposta a causa di mutamenti nella
cultura e nella struttura sociale circostante. In breve, una
effettiva distinzione porterebbe ad una storia sociologica
della teoria sociologica.
Ciononostante i sociologi hanno della storia della teo­
ria sociologica una concezione quanto mai ristretta, quasi
pickwickiana: una collezione di sommari critici delle teorie
passate conditi da brevi cenni biografici sui principali pen­
satori del passato. Questo, tra l'altro, aiuta a spiegare per­
ché quasi tutti i sociologi si sentano autorizzati ad inse­
gnare e scrivere la « storia » della teoria sociologica : in
fondo tutti hanno una certa conoscenza delle opere clas­
siche della disciplina. Ma questo modo di vedere la storia
di una storia non è né storia né sistematica, bens1 un in­
sieme di superficialità.
C'è da aggiungere inoltre che questa concezione è una
anomalia nella scena intellettuale contemporanea e indica
un progressivo rovesciamento di ruoli fra sociologi e sto­
rici. I sociologi conservano la loro ristretta e superficiale
concezione della storia delle idee proprio quando una nuo­
va generazione di storici della scienza attinge con larghezza
e in profondità dalla sociologia, dalla psicologia e dalla
12 Teoria sociologica

politica della scienza, alla ricerca di guide teoriche per


l'interpretazione dello sviluppo scientifico 3• La storia spe�
cializzata della scienza considera proprio oggetto di studio
le concezioni intelligenti, ma errate, che sembravano plau�
sibili al tempo della loro formulazione, ma che crollarono
quando vennero sottoposte a verifica empirica o vennero
sostituite da concezioni piu adeguate ai dati successiva­
mente accumulati ; studia anche le false partenze, le dot··
trine antiquate, gli errori sterili e quelli fruttuosi del pas­
sato. Il compito specifico della storia della scienza è quello
di capire come e perché una data scienza o un complesso
di scienze abbiano avuto un determinato sviluppo, e non
quello banale di ordinare cronologicamente varie sinossi di
teorie scientifiche. Soprattutto, questo tipo di storia non
intende informare lo scienziato di oggi del modo di fun­
zionare della teoria attuale, della metodologia o delle tecni­
che della sua scienza. La storia e la sistematica della teoria
scientifica possono essere messe in relazione l'una con l'al­
tra proprio perché all'inizio è stata riconosciuta la loro
diversità.

LA DOCUMENTAZIONE PUBBLICA
DELLA TEORIA SOCIOLOGICA

Vi è fra i sociologi e gli storici della scienza un altro


rovesciamento di ruoli, simile a quello di cui abbiamo già
parlato. Gli storici vanno decisamente compilando la « sto­
ria orale » 4 del recente passato delle scienze con l'ausilio

:i Fra gli esponenti piu conseguenti della nuova storia della scienza
vi sono Charles Gillispie, Henry Guerlac, Rupert Hall, Marie Boas Hall,
Thomas Kuhn, Everett Mendelsohn, Derek Price, Robert Schofield,
L. Pearce Williams e A. C. Crombie.
• Inventata dallo storico Allan Nevins, come mezzo per catturare dati
fuggitivi sul presente storico, la storia orale si serve di tecniche di inter­
vista che sono tipiche dei sociologi piuttosto che degli storici tradizio­
nalmente maestri nel raccogliere e ordinare materiale documentario. Per
un rapporto sulla storia orale, un modo di indagine che si è diffuso ben
oltre la sua sede originaria a Columbia University, si veda The Ora[
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 13

delle tecniche dell'intervista focalizzata, con l'impiego di


registratori magnetici per raccogliere le testimonianze dei
principali protagonisti di questa storia; i sociologi invece
limitano ancora la propria attenzione ai documenti pub­
blici. È questo un altro esempio di come gli storici colo­
nizzati si lascino indietro i sociologi colonizzatori, a cui
notoriamente devono le tecniche dell'intervista. In breve,
gli storici delle scienze fisiche e naturali si apprestano a
scrivere storie analitiche che in parte si basano sulla so­
ciologia della scienza 5, mentre i sociologi continuano a
concepire la storia della teoria sociologica come una serie
di sommari critici di sistemi teorici successivi. ·

Data questa concezione ristretta, è naturale che le fonti


decisive per i sociologi che si occupano della storia delle
teorie sociologiche siano le pubblicazioni che descrivono
questi sistemi teorici, ad esempio gli scritti di Marx,
Weber, Durkheim, Simmel, Pareto, Summer, Cooley e di
altre figure meno centrali. Ma questa scelta apparente­
mente obbligata dalle fonti urta contro lo scoglio costi­
tuito dalla differenza che esiste fra la versione finita del
lavoro scientifico cosi come si presenta nelle pubblicazioni
e il corso dell'indagine seguito realmente dal ricercatore.
La differenza non è insignificante e si può paragonare a
quella esistente fra i libri di testo sul « metodo scientifi­
co » e i modi in cui gli scienziati concertamente pensano,
sentono e agiscono nel loro lavoro. I libri di metodologia
presentano schemi ideali: descrivono cioè come gli scien-

History Collection o/ Columbia University, New York, Ora! History


Research Office, 1964, vol. I e supplementi annuali.
Come esempio, si può citare il caso dell'American Institute of Physics
che sta compilando, sotto la direzione di Charles Weiner, la storia orale
e documentaria della fisica nucleare. Le tecniche adoperate da questa

équipe di studiosi potrebbero ben essere adottate dai sociologi che si


occupano della storia recente della loro disciplina.
5 Per esempi di storia della scienza con orientamento sociologico si
\·eda la pubblicazione annuale History of Science, pubblicata per la
prima volta nel 1962 sotto la direzione di A. C. Crombie e M. A.
Hoskins; si veda anche Critica! Problems in tbe History of Science a
cura di Marshall Claggett, Madison, University of Wisconsin Press, 1959.
14 Teoria sociologica

ziati devono pensare, sentire e agire. Ma chiunque abbia


fatto della ricerca sa che. questi lindi modelli normativi
non riproducono l'andamento effettivo della ricerca, non
comprendono quegli adattamenti opportunistici e poco si­
stematici che lo scienziato compie nel corso del suo lavoro.
È tipico che il saggio o la monografica scientifica si pre­
sentino con un aspetto immacolato che lascia intravvedere
poco o nulla delle intuizioni, delle false partenze, degli er­
rori, delle conclusioni approssimative e dei felici accidenti
che ingombrano il lavoro di ricerca. La documentazione
pubblica della scienza, quindi, non è in grado di fornire
gran parte del materiale necessario alla ricostruzione del
corso effettivo dello sviluppo scientifico.
La concezione che vede la storia delle idee sociologiche
come una serie di sommari critici delle idee pubblicate è
straordinariamente indietro rispetto ad una realtà da lun­
go tempo riconosciuta. Persino prima che venisse svilup­
pato il modello del saggio scientifico, tre secoli fa, si sa­
peva che l'idioma tipicamente impersonale, piatto e con­
venzionale della scienza poteva comunicare solo l'essenza
scarna delle nuove scoperte scientifiche, ma non poteva
riprodurre il corso effettivo della ricerca. In altre parole,
anche allora si riconosceva che la storia e la sistematica
delle teorie scientifiche richiedevano tipi diversi di mate­
riale di base. All'inizio del diciottesimo secolo Bacone os-
servo' e lamento':

Che mai qualche conoscenza fosse comunicata nello stesso ordi­


ne nel quale era stata acquisita, neppure nella matematica per quan­
to sembrerebbe il contrario visto che le proposizioni finali utiliz­
zano le proposizioni e i postulati iniziali come prova e dimostra­
zione 6•

Da allora, intelletti attenti e sensibili hanno fatto ri­


petutamente, e a quanto sembra indipendentemente, lo

6 Francis Bacon, The Works of Francis Bacon raccolte e curate da

James Spedding, Robert Leslie Ellis e Douglas Denon Heath, Cambridge,


Riverside Press, 1863, VI, p, 70.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 15

stesso genere di osservazioni. Cos1 un secolo piu tardi


Leibniz scriveva piu o meno le stesse cose in una lettera
privata che poi è diventata parte integrante della docu­
mentazione pubblica:
Descartes vorrebbe farci credere di non aver letto pressoché
nulla. Questo è un po' troppo. Eppure è bene che si studino le
scoperte degli altri in modo tale che ne vengano rivelate le fonti
e cosi farle un poco nostre. E sarebbe desiderabile che gli autori
ci raccontassero la storia delle loro scoperte e i passi per mezzo
dei quali ci sono arrivati. Quando essi trascurano di farlo dobbia­
mo tentare di indovinare questi passi per approfittare il piu pos­
sibile del loro lavoro. Se nel recensire i libri i critici facessero que­
sto lavoro per noi [qui si dovrebbe sicuramente chiedere al grande
matematico e filosofo: come?] essi renderebbero Wl grande servi­
zio al pubblico 7•

In effetti ciò che Bacone e Leibniz stanno dicendo è


che il materiale grezzo necessario alla storia e alla sistema­
tica della scienza è significativamente diverso. Ma poiché
gli scienziati normalmente pubblicano le loro idee e le loro
scoperte non per aiutare gli storici a ricostruire i metodi
da loro usati ma per far conoscere ai contemporanei, e
possibilmente ai posteri, il contenuto delle loro scoperte,
continuano a pubblicare i loro lavori in forma logicamente
persuasiva piuttosto che storicamente descrittiva. E que­
sta pratica continua a suscitare lo stesso tipo di osserva­
zioni fatte da Bacone e Leibniz. Quasi due secoli dopo
Leibniz, Mach osservò che, a suo parere, le cose non
erano migliorate nel millennio seguito alla comparsa della
geometria euclidea; le esposizioni scientifiche e matema­
tiche continuavano ad essere caratterizzate dalla sofistica­
zione logica piuttosto che dalla minuziosa descrizione del
corso effettivo dell'indagine :
Il sistema di Euclide ha affascinato i pensatori per la sua
perfezione logica e gli svantaggi che esso presentava si son persi

7 Gottfried Wilhelm Leibniz, Philosophischen Schriften a cura di


C. I. Gerhardt, Berlino 1887, III, p. 568, nella sua lettera a Louis
Bourquet da Vienna, 22 marzo 1714.
16 Teoria sociologica

in questa ammirazione. Grandi ricercatori, anche nei tempi recenti,


si son lasciati sviare dall'esempio euclideo nella presentazione dei
risultati del loro lavoro e ciò facendo hanno in realtà nascosto i
loro metodi di investigazione, con gran danno per la scienza s.

Eppure, in certo modo, l'osservazione di Mach è re­


gressiva. Egli è incapace di vedere ciò che invece vide chia­
ramente Bacone secoli addietro, e cioè che i documenti
della scienza sono inevitabilmente diversi a seconda che
abbiano lo scopo di contribuire alla conoscenza sistema·
tica esistente o di migliorare la comprensione storica dello
sviluppo del lavoro scientifico. Anche Mach, tuttavia, co­
me Bacone e Leibniz, dice implicitamente che non si può
sperare di ricostruire la storia reale della ricerca scienti··
fica servendosi solamente dei rapporti convenzionali che
normalmente si pubblicano.
Lo stesso argomento è stato di recente avanzato dal
fisico A. A. Moles, il quale ha affermato che gli scienziati
sono « professionalmente addestrati a nascondere a se stes"
si i loro pensieri piu profondi » e a « esagerare inconscia­
mente l'aspetto razionale » del lavoro svolto in passato�.
Qui è necessario sottolineare che queste pratiche di razio­
nalizzare il corso effettivo della ricerca derivano in gran
parte dai costumi che regolano la pubblicazione scientifica,
i quali impongono un idioma passivo e una forma di rap·
porto che piu o meno suggerisce che le idee si sviluppano
senza il concorso del cervello umano e che le ricerche sono
condotte senza che vi intervenga la mano dell'uomo.
Quest'insieme di osservazioni sono state generalizzate
dal botanico Agnes Arber il quale ha notato che « il modo
di presentazione del lavoro scientifico ... è modellato se­
condo i pregiudizi mentali prevalenti in una data epoca ì>.

1 Ernest Mach, Space and Geometry, tradotto in inglese da T. J.

McCormack, Chicago, Open Court Publishing Co., 1906, p. 113. Il


corsivo è nostro.
9 A. A. Moles, La création scientifique, Ginevra, 1957, citato da
Jacques Barzun, Science: The Glorious Entertainment, New York,
Harper & Row, 1964, p. 93.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 17

Ma per quanto ,lo stile del rapport9 scientifico si adegui


al clima intellettuale che domina in un'epoca, il risultato
è sempre una ricostruzione stilizzata dell'inchiesta piutto­
sto che una fedele descrizione del suo sviluppo reale. Cosi
Arber osserva che quando il metodo deduttivo era il piu
apprezzato, come nel periodo euclideo, il corso reale della
ricerca veniva coperto « dal metodo artificiale di infilare
le · proposizioni in un filo deduttivo arbitrariamente scel­
to » che oscurava gli aspetti empirici del lavoro. E poiché
oggi lo scienziato è « sotto il dominio del metodo indut­
tivo » accade che « anche quando egli arriva alle sue ipo­
tesi per analogia è portato istintivamente a nasconderne
le tracce e a presentare tutto il suo lavoro, e non sempli­
cemente la sua riprova, in forma induttiva come se effet­
tivamente fosse arrivato alle sue conclusioni seguendo que­
sto metodo » 10•
Agnes Arber aggiunge che solo la letteratura non scien­
tifica ha tentato di registrare il carattere reticolare del
pensiero :
Lawrence Sterne e certi scrittori moderni da lui influenzati per
quel che riguarda le tecniche narrative [un'allusione sufficiente­
mente chiara ad impressionisti quali James Joyce e Virginia Woolf]
hanno visualizzato e cercato di tradurre linguisticamente il compor­
tamento complicato, non lineare, della mente umana, il suo slan­
ciarsi in avanti e indietro trascurando le catene della sequenza
tempol'ale; ma pochi [ scienziati] oserebbero affrontare questi espe­
rimenti 11•

E tuttavia vi sono segni che indicano come l'incapa­


cità dei sociologi di distinguere fra storia e sistematica
10
Agnes Arber, Analogy in the History of Science, in Studies and
Essays in tbe History of Science and Learning offered in Homage to
George Sarton a cura di M. F. Ashley Montagu, New York, Henry
Schuman, 1944, pp. 222-223 e precisamente a p. 229.
11
Agnes Arber, Tbe Mind and the Eye: A Study of the Biologist's
Standpoint, London, Cambridge University Press, 1954, p. 46. Il capi­
tolo quinto, Tbe Biologist and the Written Word, e in realtà tutto que­
sto libro sottile, sensibile e profon dam en te informato, dovrebbe essere
studiato dagli storici di qualunque disciplina scientifica, non esclusa la
sociologia.
18 Teoria sociologica

della teoria verrà finalmente superata. Innanzitutto diversi


sociologi si san resi conto dell'insufficienza della normale
documentazione pubblica per le ricerche sulla storia effet�
tiva della teoria e dell'indagine sociologica, e hanno fatto
fronte a questa insufficienza servendosi di altri tipi di
materiale : taccuini e diari scientifici (es. Cooley ), corri�
spondenze (ad esempio il carteggio Marx-Engels, Ross�
Ward), autobiografie ( es. Marx, Spencer, Weber e molti
altri). Sociologi recenti, inoltre, hanno qualche volta scritto
cronache sincere dell'andamento delle loro ricerche, ricche
di particolari riguardanti le influenze intellettuali e sociali
da loro subite, gli incontri casuali con dati ed idee, gli er­
rori, le sviste, gli allontanamenti dal disegno originale del�
la ricerca e tutti gli altri diversi episodi che costellano la
ricerca e, che solo raramente, vengono riportati nel . rap­
porto destinato alla pubblicazione 12• Benché sia solo un
inizio, cronache di questo tipo arricchiscono di molto la
pratica che nei sei volumi di Glimpses of the Cosmos 13
Lester Ward iniziò : introdurre ciascun saggio con uno
�( schizzo storico che dica quando, dove, come e perché esso

:sia stato scritto » 14•


12
Come esempi si possono citare: la dettagliata appendice metodo­
togica dell'edizione allargata di Street Corner Society: The Socio! Struc­
,:ure of an Italian Slum di William Foote Whyte, Chicago, University
of Chicago Press, 1 955, tr. it., Bari, Laterza, 1968; il resoconto di E. H.
Sutherland sullo sviluppo della sua teoria dell'associazione differenziale
In Tbe Sutberland Papers curati da Albert Cohen, Alfred Lindsmith e
Karl Schuessler, Bloomington, Indiana University Press, 1956; il saggio
di Edward A. Shils, Primordial, Personal, Sacred and Civil Ties, in
,, British Journal of Sociology », 1957, pop. 130-145 e quello di Marie
Jahoda, Paul F. Lazarsfeld e Hans Zeisel, Die Arbeitslosen t•on Marien­
.!hal, Il edizione riveduta, Bonn, Verlag fiir Demoskopie, 1%0, con una
nuova introduzione di Lazarsfeld sulle origini intellettuali, il clima so­
dologiro e psicologico generale e lo sviluppo della ricerca. Nel 1%4
questo interesse storico per il lavoro concreto di ricerca si è espresso
In due collezioni contenenti resoconti di questo tipo: Sociologists at
Work: The Craft of Social Research a cura di Phillip E. Hammond, New
York, Basic Books e Reflections on Community Studies a cura di Artur
J. Vidich, Joseph Bensman e Maurice R. Stein, New York, John Wiley
& Sons.
13 Pubblicato a New York e Londra da G. P. Putnam, 1913-1918.

•• Per un altro esempio delle influenze reciproche fra il lavoro del


Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 19

Un altro segno promettente è stata la comparsa nel


1 9 65 del « Journal of the History of the Behavioral Sci­
ences », la prima rivista interamente dedicata alla storia.
di queste scienze (in confronto alla ventina o piu di rivi­
ste importanti e al centinaio di riviste minori che si occu·
pano delle scienze fisiche e naturali). Vi è poi il crescente
interesse per lo studio della storia della ricerca sociale ..
Nathan Glazer, per esempio, ha indicato in che modo que­
sto studio debba essere affrontato, nel suo saggio autenti·
camente storico sulla nascita della ricerca sociale in Euro­
pa, mentre Paul L. Lazarsfeld ha inaugurato un programma
di monografie speciali dedicate agli inizi della ricerca so­
ciale empirica in Germania, Francia, Inghilterra, Italia,
Paesi Bassi e Scandinavia 15• Alvin Gouldner, col suo re­
cente lavoro sulla teoria sociale di Platone, ha stabilito
un precedente promettente per monografie che colleghino
la cultura e la struttura sociale allo sviluppo della teoria
sociale 16• Questi sono alcuni dei molti indizi che mostrano
come i sociologi si stiano rivolgendo ad analisi specifica·
mente storiche e sociologiche dello sviluppo della teoria.

CONTINUITÀ E DISCONTINUITÀ
NELLA TEORIA SOCIOLOGICA

Come altri artigiani, gli storici delle idee sono esposti


a vari rischi professionali. Uno dei rischi piu esasperanti
e affascinanti sorge ogni volta che gli storici tentano di

sociologo, la sua storia personale e l'organizzazione sociale della ricerca.


si veda il saggio biografico di William J. Goode, Larry Mitchell e
Frank Furstemberg in Selected Works of Willard W. Waller (in corso
di stampa).
" Nathan Glazer, The Rise of Social Research in Europe in the·
Human Meaning of the Social Sciences a cura di Daniel Lerner, Ne\\
York, Meridian Books, 1959, pp. 43-72. Si veda del programma di
Lazarsfeld la prima monografia pubblicata: Antony Oberschell, Empi­
rica! Social Research in Germany 1848-1914, Parigi e L'Aia, Mouton, 1965.
" Alvin W. Gouldner, Enter Plato: Classica! Greece and the Origim
of Social Theory, New York, Basic Books, 1965.
20 Teoria sociologica

individuare le continuità e le discontinuità storiche delle


idee. L'esercizio somiglia a quello dell'equilibrista che
cammina sul filo e che rischia di perdere l'equilibrio al
minimo abbandono della posizione eretta. Lo storico delle
idee rischia l'equilibrio, sia quando afferma di trovare una
continuità di pensiero dove in effetti non ve n'è, sia
quando è incapace di identificarla dove invece esiste 17•
Osservando il comportamento degli storici delle idee si ha
la netta impressione che, quando cadono in errore, ten­
dano a cadere nel primo tipo di errore. Essi son pronti
a presentare una corrente costante di precursori, anticipa­
zioni, adombramenti, anche in casi in cui un'indagine piu
approfondita rivela che si è trattato di niente altro che
d'immaginazione.
È comprensibile che i sociologi condividano questa
tendenza con gli storici della scienza: entrambi adottano
in genere un modello di sviluppo storico della scienza il
quale consiste in progressivi incrementi di conoscenza; da
questo punto di vista ogni soluzione di continuità accade
solo perché gli scienziati san stati incapaci di trovare in­
formazioni complete negli scritti del passato. Gli scienziati,
non conoscendo i lavori precedenti, hanno fatto delle sco-

17 Un esempio appropriato di questo punto è il fatto che io sono

arrivato a questa stessa distinzione, alcuni anni dopo averci lavorato


con cura in un corso di lezioni. Si veda la discussione sulla « precur­
sorite » di Joseph T. Clark, S. ]., Tbe Philosophy of Science and the
History of Science, in Clagett, op. cit., pp. 103-140, e il commento
a questa discussione di I. E. Drabkin, particolarmente a p. 1 52. Que­
sta coincidenza di idee è doppiamente significativa dato che ormai da
un po' di tempo ho espresso l'opinione che le storie e le sociologie
delle idee esemplificano alcuni dei processi storici e intellettuali che
esse descrivono e analizzano. Ad esempio, si può osservare che la teoria
delle scoperte scientifiche multiple, fra loro indipendenti, riceve una
conferma dalla propria storia, dato che nel breve spazio di una gene­
razione è stata periodicamente riscoperta: R. K. Merton, Singletons
and Multiples in Scientific Discovery: a Chapter in the Sociology of
Science, in « Proceedings of American Philosophical Society », ottobre
1%1, 105, pp. 470-486 e 475-477. Si vedano altri casi, di ipotesi e
teorie che fanno da esempio a se stesse, raccolti in R. K. Merton,
On the Shoulders of Giants, New York, The Free Press, 1965, Har­
court, Brace & World, 1967.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 21

perte che si san poi rivelate riscoperte (vale a dire conce­


zioni o risultati che erano stati presentati in precedenza in
ogni aspetto funzionalmente rilevante). Agli occhi dello
storico, che ha accesso ad entrambe le versioni della sco­
perta, quest'evenienza non può che presentarsi come in­
dice di una continuità, se non storica, almeno intellettuale,
di cui il ricercatore venuto dopo non era consapevole. A
sostegno di questa presunzione di continuità vi è il fatto
che nella scienza, come è dimostrato da molti dati, accade
effettivamente che vi siano idee e scoperte multiple, fra
di loro indipendenti 18•
Che però alcune idee scientifiche siano state piena­
mente anticipate, non significa che ciò succeda sempre. La
continuità storica della conoscenza comporta effettivamen­
te nuovi incrementi, non anticipati, della conoscenza pre­
cedente; e vi è anche un certo grado di autentica discon­
tinuità data da salti successivi nella formulazione di idee
e nella scoperta di uniformità empiriche. In realtà, per
un progresso della sociologia della scienza è necessario ri­
solvere proprio il problema di identificare le condizioni e
i processi che fanno sf che nella scienza ci sia continuità o
discontinuità.
Il problema di vedere se vi sia continuità o discon­
tinuità è decisivo per tutta la storia della scienza, ma è
particolarmente importante per quelle storie, come è il
caso della storia sociologica, che si limitano in genere a
presentare sommari di idee ordinati cronologicamente : in
scritti che escludono uno studio serio del gioco di influen­
ze reciproche fra idee e struttura sociale, il presunto lega­
me fra idee formulate in tempi diversi è di importanza
cruciale. Lo storico delle idee, che lo riconosca o meno,

18 Per resoconti recenti, che raccolgono dimostrazioni su questo


fatto, almeno dall'epoca di Francis Bacon a quella di William Ogburn
e Doroty Thomas si veda Merton, Singletons and Multiples in Scientific
Discoveries, cit., e Resistence to the Systematic Study of Multiple
Discoveries in Science, in << European Journal of Sociology », 1963, 4,
pp. 237·282.
22 Teoria sociologica

è quindi obbligato a far luce sul grado di sim.ilarità esi­


stente fra queste idee, il cui ambito di differenza viene
definito da termini quali riscoperta, anticipazione e adom­
bramenti.

l. Riscoperta e prescoperta. A rigar di termini, quan­


do si parla di scoperte scientifiche multiple e indipendenti.
ci si riferisce a idee e risultati empirici sostanzialmente
identici o funzionalmente equivalenti, presentati da due o
piu scienziati ciascuno ignaro del lavoro degli altri. Quan­
do queste scoperte avvengono all'incirca allo stesso tempo
si parla di scoperte indipendenti « simultanee » . Gli sto­
rici non hanno elaborato criteri universalmente accettati
di « simultaneità », ma in pratica si descrivono come si­
multanee le scoperte multiple che avvengono nel giro di
pochi anni. Quando lunghi intervalli di tempo separano
scoperte funzionalmente intercambiabili, l 'ultima vien chia­
mata riscoperta. Gli storici non adoperano una designa··
zione specifica per la scoperta precedente, per cui la chia­
meremo prescoperta.
Non è facile stabilire quale grado di similarità esista
fra idee che si sono sviluppate in modo indipendente. An­
che nelle discipline piu esatte, come la matematica, le as­
serzioni riguardanti invenzioni multiple indipendenti su·
scitano accesi dibattiti. Il problema è quello di decidere
quanta sovrapposizione costituisca « identità » . Un accu­
rato confronto delle geometrie non euclidee scoperte da
Bolyai e Lobachevsky, ad esempio, sostiene che Loba­
chevsky ha sviluppato in modo piu sistematico, piu frut­
tuoso e piu analitico cinque delle nove componenti essen­
ziali delle loro concezioni sovrapposte 19• È stato osservato

19 B. Petrovievics, N. Lobatscbewsky et ]. Bolyai: étude comparative

d'un cas spécial d'inventeurs simultanés, << Revue Philosophique », 1929,


cviii, pp. 190-214; e un saggio precedente dello stesso autore che tratta
di un caso simile: Charles Darwin and Alfred Russel Wallace: Beitrag
zur hOheren Psychologie und zur Wissenschaftsgeschichte, « Isis »,
1926, vii, pp. 25-57.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 23

anche, che non due, fra dodici scienziati « che hanno ela­
borato per i propri scopi parti essenziali del concetto di
energia e della sua conservazione», sono arrivati alla stessa
identica concezione 20• Adottando, tuttavia, criteri meno
rigidi, quando si verificano casi del genere si parla di
scoperte multiple indipendenti. Nelle scienze sociali è an­
cor piu difficile stabilire l'identità sostantiva o l'equiva­
lenza funzionale di concetti sviluppati in modo indipen­
dente, a causa del linguaggio meno preciso che caratterizza
queste discipline.
Al posto di un confronto completo fra le versioni pre­
cedenti e successive di una « stessa» scoperta vi è, tutta­
via, un altro tipo di documentazione che indica, anche se
non prova, un caso di identità o equivalenza: si tratta
delle affermazioni di un ricercatore successivo circa il fatto
che la scoperta era stata fatta da qualche altro prima di
lui. È probabile che queste affermazioni siano vere poi­
ché, nell'età moderna della scienza, l'originalità è un va­
lore molto apprezzato e non è frequente che un ricercatore
voglia minimizzare questa caratteristica del suo lavoro ( al
contrario del passato, in cui l'autorità della tradizione ve­
niva deliberatamente invocata a sostegno delle nuove idee).
In tutti i campi della scienza vi sono scienziati che riferi­
scono dell'esistenza di prescoperte, Il fisico Thomas Young,
ad esempio, riferisce che « numerose circostanze, scono­
sciute ai matematici inglesi, che avevo creduto di aver
scoperto per primo, erano state invece scoperte e dimo­
strate da matematici stranieri ». A sua volta Young rice­
vette le scuse di Fresnel quando questi apprese di aver
inconsapevolmente duplicato il lavoro di Young sulla teo­
ria delle onde luminose 21• Cosi Bertrand Russell osservò,

20
Thomas S. Kuhn, Energy Conservation as an Example of Simul­
taneous Discovery, in Clagett, op. cit., rpp. 321-356.
" Alexander Wood, Thomas Young: Natural Philosopher, 1773-
1829, London, Cambridge University Press, 1954, p. 65, 188-89, Fresnel
scrive a Young: « Quando l'ho sottoposto [il suo resoconto sulla teo­
ria della luce] all'Isti�uto, non sapevo dei vostri esperimenti e delle
24 Teoria sociologica

a proposito dei suoi contributi al lavoro di Whitehead e


dei suoi Principia Mathematica, che « gran parte del lavo­
ro era già stato fatto da Frege benché all'inizio noi non
ne sapessimo nulla» 22•
Ogni settore delle scienze sociali e umane ha un pro­
prio campionario di casi simili che testimoniano dell'esi­
stenza di scoperte multiple anche in queste discipline. Si
considerino solo questi vari esempi : Pavlov riconobbe che
« l'onore di aver percorso i primi passi di questo cammino
[ del nuovo metodo di indagine di Pavlov ] va a E . L.
Thorndike» 23• Freud, che dimostrò il suo interesse per il
problema della priorità delle scoperte scientifiche menzio­
nandolo nei suoi lavori piu di 1 50 volte, dice a un certo
punto : « Ho in seguito trovato che la caratteristica es­
senziale e la parte piu importante della mia teoria dei
sogni - la riduzione della distorsione onirica a un con­
flitto interno, una specie di disonestà interiore - era stata
esposta da uno scrittore di tendenze filosofiche, e molto
lontano dalla medicina, l'ingegnere J. Popper che pub­
blicò il suo Phantasien Eines Realisten sotto lo pseudo­
nimo di Lynkeus» 24• R. G. D. Allen e J. R. Hicks, che
nel 1 9 34 arrivarono in modo indipendente alla formula­
zione completa della moderna teoria economica del valore,
si preoccuparono attivamente di segnalare all'attenzione
del pubblico il fatto che un economista russo, Eugen
Slutsky, aveva m precedenza formulato la stessa teoria,

deduzioni che. ne avevate tratto, cosi che ho .presentato come spiega..


zioni nuove, quelle che voi già molto tempo fa avevate dato ».
22
Bertrand Russell, My Menta! Development, in James R. Newman
(eà.), The World of Mathematics, New York, Simon and Schuster,
1956, I, p. 388.
23 I. P. Pavlov, Lectures on Conditioned Reflexes, tradotto in in..
glese da W. H. Gantt, New York, International Publishers, 1928, pp.
39-40.
24
Sigmund Freud, Collected Papers, London, Hogarth Press, 1949,
I, p. 302. Per un resoconto dettagliato dell'interesse di Freud nelle an ..

ticipazioni, riscoperte, prescoperte e priorità si veda Merton, Resistence


to the Systematic Study of Multiple Discoveries in Science, cit., pp.
252-258.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 25

pubblicandola in una rivista italiana del 1 9 1 5, in un pe­


riodo, cioè, in cui le preoccupazioni e le notizie di guerra
avevano avuto il sopravvento sulla rapida circolazione del­
le idee. Allen dedicò un articolo alla precedente teoria di
Slutsky e Hicks denominò l'equazione fondamentale della
teoria del valore : « Equazione di Slutsky » 25•
Lo stesso schema lo si ritrova fra i filosofi. I Prin­
cipia Ethica di Moore, probabilmente il libro piu impor­
tante nel campo della teoria etica del ventesimo secolo,
contiene la precisazione che ci è ormai familiare : « Quan­
do questo libro era ormai terminato, ho trovato che il la­
voro di Brentano " Origine della Conoscenza del Giusto e
dell'Ingiusto " contiene alcune opinioni che somigliano al­
le mie, molto piu di quelle di qualunque altro studioso di
etica che io conosca ». Egli seguita poi con un sommario
di quattro concezioni principali, a proposito delle quali
scrive, in modo piuttosto brusco : « Su queste, Brentano
è completamente d'accordo con me » 26•
Indicazioni di formulazioni antecedenti si hanno an­
che a proposito di dettagli minori, quali figure retoriche
di nuovo conio. Cosf, David Reisman introducendo l'im­
magine del « giroscopio psicologico » specifica che : « Do­
po aver scritto quanto precede, ho scoperto che Gardner
Murphy usa la stessa metafora nel suo volume Perso­
nality » n.

25 R. G . D. Allen, Professar Slutsky Theory of Consumer Choice


'
<<Review of Economie Studies », 1936, III, 2, p. 120; ]. R. Hicks '
Values and Capital, Oxford , Clerendon Press, 1946.
26 G
. E. Moore, Principia Ethica, Cambridge University Press 1903

x-xi. Da studioso accurato, Moore riferisce anche una differen a fon:
damentale fra le sue idee e quelle di Brentano. Egli cosi esemplifica
una componente principale dell'argomento che andiamo lentamente svi­
luppando: che anche l'identità di certe idee in due o piu teorie, svi­
lupate in modo indipendente, non significano una identità totale fra le
teorie considerate nella loro interezza. Le teorie sociali e umane e
qualche volta anche le teorie fisiche e naturali, non hanno una aie f
coerenza che l'identità delle parti sia equivalente alla identità del tutto.
n David Riesman, in collaborazione con Revel Denney e Nathan

Glazer, The Lonely Crowd, New Haven, Yale University Press, 1950;
trad. it. La folla solitaria, Bologna, II Mulino, 19703, p. 23.
26 Teoria socio!ogica

Imbattersi nella prescoperta di una propria idea può,


evidentemente, essere altrettanto sconcertante che imbat­
tersi casualmente nel proprio sosia in mezzo a una folla.
L'economista Edith Penrose esprime senza dubbio l 'espe­
rienza di innumerevoli altri scienziati e studiosi quando
dice: « Dopo aver faticosamente lavorato ad una mia idea,
che pensavo fosse importante e " originale ", mi è spesso
capitato il fatto sconcertante di trovare in seguito che ,
quella stessa idea, -era stata espressa meglio da qualche
altro scrittore » 28•
Il fatto poi che molti scienziati e studiosi abbando··
nino un filone di ricerca, quando scoprono di esser stati
prevenuti da altri, è un'ulteriore testimonianza della esi­
stenza di prescoperte autentiche. È presumibile che questi
studiosi siano piu che motivati a percepire anche le piu.
sottili differenze fra il proprio e i precedenti lavori : il
fatto che abbandonino il filone di ricerca a cui si stavano
dedicando indica chiaramente che, a loro giudizio, si era
già in precedenza arrivati a conclusioni significative. Carl
Spearman, ad esempio, racconta di come avesse sviluppato
una complicata teoria di « coefficienti di correlazione » per
misurare gradi diversi di correlazione., solo per scoprire
poi che « la maggior parte della mia teoria era già stata
formulata, e molto meglio, da altri scrittori, specialmente
da Galton e Udney Yule. Anche in questo caso, dunque,
è stata sprecata una gran quantità di lavoro e la tanto
creduta scoperta originale ha dovuto, come tale, esser
messa in un canto » 29• Casi simili si verificano anche per
elementi secondari della ricerca scientifica. Lo storico J.
I:I. Hexter, ad esempio, riferisce di come avesse quasi
completato un'appendice di un suo lavoro, in cui metteva
in discussione « la tesi secondo cui nell'Utopia More si
dissociava dalle opinioni di Hythloday sulla proprietà pri-

211 Edith Penrose, The Theory of the Growth of the Firm, New

York, John Wiley, 1959, p. 2.


29 Cari Spearman,
A Historyy of Psychology, in Autobiography, a cura
di Carl Murchlson, New York, Russell and Russell, 1961, p. 322.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 27

vata, quando il mio collega Professar George Parks mi


segnalò un eccellente articolo di Edward L. Surtz che af­
fermava la stessa cosa . . . L'articolo ha reso superflua l'ap­
pendice » 30• Questi esempi, pubblicamente documentati,
di scoperte antecedenti sono probabilmente solo una pic­
cola parte dei casi del genere: molti scienziati e molti stu­
diosi non si sentono di riferire di essere stati prevenuti
nelle loro scoperte, cosi che solo una ristretta cerchia di
studiosi è a conoscenza di tutte queste altre prescoperte 31•

2. Anticipazioni e adombramenti. Nel suo libro, The


Structure of Scientific Revolutions 32, lo storico della scien­
za Thomas S. Kuhn ha individuato fasi diverse dell'evo­
luzione della scienza, distinguendo fra « scienza normale »
e « rivoluzioni scientifiche ». La maggior parte dei com­
menti che si son letti a proposito di questo lavoro, hanno
trattato esclusivamente, come del resto il libro, di quegli
occasionali balzi in avanti che sono il tipico contrassegno
della rivoluzione scientifica. Ciò non toglie però che se
anche queste rivoluzioni costituiscono i momenti piu dram­
matici dello sviluppo della scienza, per la maggior parte
del tempo, la maggior parte degli scienziati, lavora alla
« scienza normale », sviluppando per incrementi cumula­
tivi la conoscenza basata su paradigmi condivisi (una serie
piu o meno coerente di assunti e di concetti). Cosicché il
lavoro di Kuhn non invalida la concezione ormai salda che

w ]. H. Hexter, More's Utopia: The Biography of an Idea, Prince­


ton, Princeton University Press, 1952, p. 34 nota. Hexter sostiene
d'essere stato anticipato anche in un altro aspetto del suo lavoro: « Il
mio completo disaccordo con l'interpretazione di Onken sulle inten­
.zioni dell'Utopia di More, e il mio considerevole disaccordo con la
sua analisi della composizione dell'opera, raddoppia il mio disappunto
per esser stato da lui anticipato in un punto. L'illusione di essere stato
il primo a notare una frattura nel I libro di Utopia . . è stata spazzata
.

via dalla successiva lettera dell'introduzione di Onken alla traduzione


tedesca di Ritter ». Ibid. , ·pp. 13-14 nota.
31 Per dati piu dettagliati si veda Merton, Singletons and Multiples

in Scientific Discovery, cit., pp. 479 e ss.


32 Thomas S. Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions, Chicago,

University of Chicago Press, 1962; trad. it., Torino, Einaudi, 1969.


28 Teoria sociologica

la scienza si sviluppi principalmente per incrementi suc­


cessivi, anche se il compito che egli si prefisse era quello
di dimostrare che una tale concezione era ben lungi da
esaurire tutto il problema; ed ogni interpretazione del la­
varo di Kuhn che inferisse che la tesi della accumulazione
della conoscenza, testimoniata dalla comunità scientifica,
è semplicemente un mito, sarebbe in contrasto evidente
con tutta la documentazione storica.
Che la scienza si sviluppi per accumulazione di cono­
scenza, nonostante che vi siano occasionalmente scorrerie
sbagliate, temporanee regressioni e sentieri tortuosi, im­
plica che la maggior parte delle nuove idee e dei nuovi
risultati siano stati anticipati o adombrati.
In ogni periodo vi sono approssimazioni di ciò che
poco piu tardi si svilupperà in modo piu completo. Sareb­
be necessaria una terminologia ad hoc per designare gradi
diversi di somiglianza fra formulazioni precedenti e suc­
cessive di idee e risultati scientifici. Abbiamo esaminato
un estremo: prescoperte e riscoperte che comportano iden­
tità sostantiva o equivalenza funzionale. Il termine anti­
cipazione si riferisce a qualcosa che è meno di una somi­
glianza, e cioè a formulazioni precedenti che, pur sovrap­
ponendosi a quelle successive, non hanno lo stesso centro
di interesse e non sviluppano la stessa serie di conseguen­
ze. Gli adombramenti si riferiscono ad una somiglianza
ancora minore: a casi in cui le formulazioni precedenti
hanno, letteralmente, adombrato quelle successive, dove
vi è, cioè, solo una debole e vaga approssimazione delle
idee successive senza nessuna delle implicazioni specifiche
contenute in queste ultime.
La distinzione fondamentale fra riscoperta e anti­
cipazioni o adombramenti è stata esattamente colta da
Withehead nella massima che si trova in apertura di que­
sto capitolo : « Ma raggiungere una vera teoria e affer­
rarne la precisa applicazione sono, come ci insegna la storia
della scienza, due cose molto diverse. Ogni cosa impor­
tante è stata detta prima da qualcuno che non l'ha sco-
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 29

perta » . Withehead sarebbe stato il primo ad apprezzare


l'ironia storica contenuta nel fatto che anche questa sua
osservazione ha avuto le sue anticipazioni. Per citare un
esempio, il matematico, logico e storico delle idee, Augu­
stus de Morgan, notava, una generazione prima di Whi­
tehead : « Non vi è stata praticamente nessuna grande
scoperta nella scienza, senza che il suo embrione non si
trovasse negli scritti di numerosi contemporanei e prede­
cessori di colui che poi effettivamente la fece » 33• Ci vo­
leva un altro grande teorico capace di usare metafore quasi
freudiane, per fissare con acume una differenza decisiva
fra prescoperta e anticipazione: l'una, e non l'altra, com­
porta quello studio paziente e continuato di un'idea o di
un dato che fa si che vengano individuate . e specificate le
conseguenze e le implicazioni degli stessi 34•
Ma gli storici delle idee trascurano spesso queste fon­
damentali distinzioni. Il gran numero di riscoperte auten­
tiche li porta qualche volta a render meno rigidi i criteri
di identità sostantiva o equivalenza funzionale, arrivando
a chiamare « riscoperte » anche le piu vaghe formulazioni
del passato ; nei casi estremi, gli storici fanno poi del tutto

33 Augustus de Morgan, Essays on the Life and Work of Newton,


Chicago and Londra, The Open Court Publishing Co., 1914, p. 18;
per un esempio piu recente si veda l'osservazione dell'attuale decano
degli psicologi americani, Edwin G. Boring: « Quasi tutte le grandi
scoperte hanno avuto le loro anticipazioni che dopo vengono cercate
e rivelate dagli storici ». A History of Experimental Psychology, New
York, Appleton-Century-Brogts, Inc., 1950, 2" ed., p. 4.
"' È singolarmente appropriato che Freud abbia usato questo lin­
guaggio per esporre il problema: « Son ben consapevole che una cosa
è esprimere una o due volte, o anche piu spesso, un 'idea che viene
alla mente in {orma di ispirazione, e che è tutt'altra faccenda com­
prendere seriamente quest 'idea, prenderla alla lettera, seguirla fin nei
minimi dettagli, nonostante tutte le difficoltà, e infine conquistarle
un posto tra le verità accettate. È la stessa differenza che passa tra un
flirt casuale e un matrimonio solenne con tutti i doveri e le difficoltà
che comporta. uEsser sposato ad un'idea" è un 'immagine linguistica
non insolita ». Sigmund Freud, On the History of tbe Psycoanalytic
Movement, pubblicato per la prima volta nel 1914 e ristampato in
Collected Papers, cit., I, pp. 287-359, alla p. 296. Questo saggio, pro­
fondamente sentito, dedicato alla storia di un 'idea è pieno di osserva­
zioni pertinenti all'argomento in cui trattiamo.
.30 Teoria sociologica

a meno di questi criteri e finiscono per giocare allegra­


mente alle « anticipazioni » e alle « prescoperte » .
I nuovi storici della scienza, profondamente scettici
di fronte alla inclinazione dei loro predecessori per il gioco
delle anticipazioni e degli adombramenti nelle scienze piu
esatte, possono violentemente negare che la diagnosi si
applichi anche a loro, ma è un fatto che il malanno sembra
anche piu diffuso e piu acuto fra gli storici delle scienze
:sociali. Non è difficile scoprirne le ragioni. Prendiamo la
storia della sociologia, un esempio che è ben comprensi­
bile che ci interessi qui. Nel corso delle generazioni, la
maggior parte degli scritti di sociologia ( compresa questa
introduzione) hanno seguito lo stile saggistico. Contraria­
mente a quel che succede nelle scienze fisiche e natural i,
dove lo schema di esposizione dei risultati scientifici è
ormai da tempo fissato e accettato, in sociologia è pratica
solo recente quella di enunciare in modo conciso il pro­
blema, i procedimenti e gli strumenti di indagine, i risul­
tati empirici, la discussione di questi e le conseguenze teo­
riche delle scoperte 35• Gli scritti sociologici del passato,
in particolare i libri, seguivano lo stile della vecchia tra­
dizione umanistica, per cui avveniva che solo di rado i
concetti fondamentali erano esattamente definiti, mentre
la logica del procedimento, le relazioni fra variabili e la
specifica teoria in esame restavano in gran parte impliciti.
Questa pratica ha avuto due conseguenze: primo, i con­
cetti e le idee fondamentali sottostanti vengono con faci­
lità persi di vista in quanto non sono espressamente defi­
niti e segnalati ( tanto che alcuni di essi sono periodica-
3' Per non essere fraintesi speci.fichiamo che non stiamo affermando,

o suggerendo, che l'uso di questo schema assicurerebbe ai saggi socio­


logici la loro significatività. Alcuni saggi che adottano questo schema
ottengono solo il risultato di dimostrare chiaramente di essere banali,
rosi come altri articoli che conservano lo stile saggistico spesso riescono
a trasmetterei informazioni piu che significative per la nostra compren­

sione dell'uomo in società. Il problema qui non è quello di un mag­


giore o minore merito scientifico di diversi stili sociologici, ma degli
attributi del saggio sociologico che incoraggiano gli storici della socio­
logia a leggervi anticipazioni e adombramenti.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 31

mente riscoperti); in secondo luogo, la vaghezza delle


formulazioni induce lo storico delle idee a identificare con
troppa facilità prescoperte che, ad un'analisi piu attenta,
si rivelano essere solo somiglianze deboli ed irrilevanti.
Queste ambiguità fanno sf che lo storico delle idee
abbia il grave . compito di distinguere fra anticipazioni
autentiche e pseudo-anticipazioni: è tipico di queste uln
time che la somiglianza si limiti all'uso incidentale di qual··
che termine, contenuto anche nella formulazione succes"
siva, termine a cui lo storico delle idee assegna significati
che non comparivano nella supposta anticipazione. La di­
stinzione fra anticipazioni genuine e pseudo-anticipazioni
è tutt'altro che netta, ma se lo storico non adotta criteri
sufficientemente rigorosi e permette che qualunque somi-·
glianza, anche minima, fra formulazioni vecchie e nuove
passi per anticipazione gli capiterà di scrivere la mitologia.
e non la storia delle idee.
Come per le prescoperte, anche per le anticipazioni,
il fatto che uno scienziato affermi che qualcuno prima di
lui ha elaborato certi aspetti di una sua idea è un'indica·
zione abbastanza probante dell'autenticità dell'anticipazio­
ne stessa. Si può citare il caso di Gordon Allport che
diede la formulazione decisiva del principio dell'autono·
mia funzionale : certe forme di comportamento diventano,
in condizioni specifiche, fini o mete in se stesse, nono­
stante che inizialmente si fossero sviluppate per qualche
altra ragione. Il punto essenziale di questo principio è
che il comportamento può mantenersi anche quando gli
viene a mancare la spinta o il motivo originario. Quando
Allport formulò per la prima volta questa importante, e
in certi ambienti, controversa concezione 36, si affrettò ad
indicarne gli antecedenti: l'osservazione di Woodworth

36 Gordon W. Allport, The Fu1tctional Autonomy of Motives, « Ame­

rican Journal of Psychology », 1937, 50, pp. 141-156. I riferimenti di


Allport alle anticipazioni sono state notate da Calvin S. Hall e Gardner
Lindzey, Theories of Personality, Ncw York, John Wiley & Sons,
1957, pp. 270-271.
32 Teoria sociologica

che i meccanismi psicologici possono trasformarsi in spin­


te; l'osservazione di Stern che « le motivazioni occasio­
nali» possono trasformarsi in « motivazioni genetiche»;
la proposizione di Tolman che gli « oggetti-fini» possono
« acquisire un valore proprio». Queste osservazioni
vengono definite anticipazioni, piuttosto che prescoperte,
in quanto si sovrappongono solo in parte alla formulazio­
ne di Allport e, quel che è piu importante, in nessuna di
esse si trovano le implicazioni logiche e le manifestazioni
empiriche esplicitamente enunciate da Allport. Questo ge­
nere di differenze si perdono in quelle storie · delle idee
che si preoccupano quasi esclusivamente di attribuire a
qualcuno il merito dei contributi, e che perciò tendono a
mischiare le prescoperte e le anticipazioni in un crogiolo
senza senso. Al contrario, le storie delle idee che si pro­
pongono come obbiettivo quello di ricostruire il corso
reale dello sviluppo scientifico sottolineano la differenza
decisiva fra le approssimazioni di un'idea , che appaiono in
un determinato momento, e le formulazioni successive che
lasciano il loro segno nello sviluppo dell'idea e che indu­
cono i loro autori e altri a seguirla sistematicamente.
Quando uno scienziato si imbatte in una formulazione
precedente e dimenticata, ci si sofferma e la trova istrut­
tiva, e quindi egli stesso la sviluppa ulteriormente, abbia­
mo un autentico caso di continuità storica delle idee, an­
che se è trascorso un intervallo di diversi anni. Ma con­
trariamente a quel che raccontano le versioni romanzate
della ricerca scientifica, questo modello non sembra mol­
to frequente. È molto piu comune che un'idea venga for­
mulata in modo tanto definitivo e deciso, da non poter
sfuggire all'attenzione dei contemporanei e che quindi si
trovino con facilità anticipazioni e adombramenti della
stessa. Ma quel che è decisivo, per una teoria della storia
delle idee, è che questi primi abbozzi rimangono dimen­
ticati e non vengono seguiti da nessuno, fino a che la
nuova formulazione, almeno provvisoriamente definitiva,
non li riporti alla luce.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 33

L'identi(icazione di prescoperte, anticipazioni e adom­


bramenti può essere sollecita o ritardata. Le scoperte solle­
cite sono una semplice conseguenza del numero di senti­
nelle esistenti nel sistema sociale degli scienziati e degli
studiosi. È probabile che quando vien pubblicata la nuova
formulazione di un'idea, vi sia un certo numero di scienziati
che, pur non avendola utilizzata per il loro lavoro, la
conoscono già, essendosi casualmente imbattuti nella sua
precedente �çrsione. La nuova formulazione riattiva il ri­
cordo di quella precedente, cosicché gli scienziati in que­
stione si affrettano a riferire il caso della prescoperta, del­
l'anticipazione o dell'adombramento agli altri membri del
sistema. ( Le pagine della rivista Science son molto vivaci
per le lettere alla comunità scientifica che esemplificano
questo modello ).
L'identificazione ritardata avviene quando la prima ver­
sione vien presto dimenticata. In certi casi, può esser
stata pubblicata in qualche oscura rivista, forse è confusa
in un saggio che tratta di un altro argomento, forse è con­
finata in un taccuino o in un diario di laboratorio non
pubblicato, forse è contenuta in una lettera. Cosi una sco­
perta è considerata dai contemporanei del tutto nuova.
Ma una volta impadronitisi completamente della nuova
idea, certi scienziati o studiosi a cui capiti di rileggere
a posteriori i lavori precedenti, riconosceranno che in essi
san contenute formulazioni che somigliano alla nuova idea.
È in questo senso che si può dire che la storia passata della
scienza vien continuamente riallestita nella sua storia suc­
cessiva.
La formulazione di Allport dell'autonomia funzionale,
come principio psicologico, illustra il secondo modello di
scoperta. Ora che è stato scoperto da Allport, quando leg­
giamo scritti del passato, siamo attenti a qualunque ver­
sione del principio. Cosi, grazie ad Allport, posso riferire
che rileggendo J. S. Mill ho trovato che già nel 1 865 egli
aveva abbozzato lo stesso principio: « Solo quando i no­
stri propositi saranno indipendenti dalle sensazioni di pe-
34 Teoria sociologica

na o di piacere che diedero loro origine, potremo dire di


avere un carattere saldo » 37• Il punto importante è, tut­
tavia, il fatto che non mi sono fermato a considerare l'os­
servazione di Mill quando la lessi per la prima volta, ap­
punto perché ancora non conoscevo la formulazione di
Allport. Oppure, posso scrivere che, nel 1908, Simmel
anticipò in termini sociologici il principio di Allport:

È un fatto della massima importanza sociologica che innume­


revoli relazioni conservino immutata la loro struttura sociologica
anche dopo che il sentimento o l'occasione pratica che le aveva
prodotte non esistono piu. Certamente il sorgere di una relazione
richiede un certo numero di condizioni positive e negative e l'as­
senza di anche una sola di esse può bloccarne immediatamente lo
sviluppo. Eppure se una di queste condizioni, necessarie al suo
sorgere, scompare quando la relazione è già iniziata, non ne pro­
voca la distruzione. Quel che è stato detto degli stati [politici ]
- e cioè che si conservano solo con i mezzi che hanno fatto sf.
che essi sorgessero - è solo una verità molto incompleta, e tutto
fuorché un principio dell'associazione, universalmente valido. I
legami sociologici, qualunque sia stata la loro origine, sviluppano
un'auto-preservazione e un'esistenza autonoma, che sono indipen­
denti dai motivi che li hanno provocati 31l.

Le formulazioni di Mill e Simmel rappresentano auten­


tiche anticipazioni del principio di Allport. Essi formu­
lano esplicitamente parte della stessa idea, non l'appli­
cano in modo sufficiente a far si che venga recepita dai
loro contemporanei ( e questo, nonostante che Simmel la
qualifichi come « un fatto della massima importanza socio­
logica » ) e, soprattutto, le loro formulazioni non furono
riprese e sviluppate nell'intervallo di tempo trascorso fra
le loro enunciazioni e l'affermazione del principio dell'au­
tonomia funzionale di Allport. E infatti, se in questo
tempo le affermazioni di Mill e Simmel avessero avuto un

37 J. S. Mill, A System of Logic, Londra, Longmans, Green, 1865, p. 423,


(trad. it. Sistema di logica raziocinativa e induttiva, Roma, Ubaldini, 1968).
38 Georg Simmel, Soziologie, Lipsia, Duncker & Humblot, 1908,
pp. 582-583, fedelmente tradotto da Kurt H. Wolff in The Sociology
of Georg Simmel, New York, The Free Press, 1950, pp. 380-38L
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 35

seguito, Allport non avrebbe avuto modo di formulare il


suo principio : al massimo si sarebbe limitato ad allargarne
l'ambito di applicabilità.
Questo caso fornisce una parabola del trattamento che
sarebbe appropriato per le anticipazioni nella storia delle
idee. Imbattendosi nelle anticipazioni di Mill e Simmel,
una volta conosciuto il principio di · Allport, il vero storico
delle idee sarebbe immediatamente in grado di identificare
il problema storico decisivo : perché questi primi abbozzi
furono trascurati dagli autori, dai loro contemporanei e
dai loro immediati successori ? Egli noterebbe come non
vi sia stato uno sviluppo immediato e inevitabile di questa
idea, cosi come noterebbe una sua eventuale ricomparsa
quale argomento specifico di ricerca empirica. Questo sto­
rico tenterebbe di delineare e individuare i contesti sociali
e culturali in cui apparve la prima versione di quest'idea, e
i mutamenti di quei contesti che fecero si che essa, nella
sua forma successiva e piu sviluppata, acquistasse impor­
tanza. In breve egli presterebbe attenzione sia alle somi­
glianze sia alle differenze esistenti : l ) tra le diverse for­
mulazioni dell'idea; 2 ) tra i contesti che influenzarono il
suo destino storico; 3 ) tra i gradi di compatibilità e ade­
renza ad altre costruzioni teoriche del tempo.
Ma come ben sappiamo, nèll'analizzare le anticipazio­
ni e gli adombramenti, gli storici della sociologia sono in
genere piuttosto restii ad adottare questi austeri requisiti.
Sembra spesso che provino piacere - ed essendo umani,
qualche volta un perverso piacere - a tirar fuori anticipa­
zioni reali o presunte di concezioni recentemente formu­
late. Questo compito, come mostrano gli esempi che ·se­
guono, non è molto difficile:

Il gruppo primario. Come ben si sa, la formulazione del gruppo


primario che Cooley pubblicò nel 1909 ha lasciato un'impronta im­
mediata e durevole nell'analisi sociologica della vita del gruppo.
Alcuni anni piu tardi, uno storico della sociologia ha fatto notare
che, nello stesso anno, usd un libro di Helen Bosanquet, che trat­
tava dell'interazione fra i membri della famiglia, come di un pro-
36 Teoria sociologica

cesso sociale che influenza la personalità di ciascun membro. Lo


storico fa notare anche come, nel 1894, Small e Vincent avevano
intitolato una capitolo della loro Introduction to the Study of
Society, « La famiglia: gruppo sociale primario ». Piu tardi, tut­
tavia, il biografo di Cooley rivide l'intero argomento e concluse,
in modo significativo, che « le etichette sono una cosa e i conte­
nuti, generalmente accettati, un'altra. Cooley ha dato al concetto
un contenuto significativo e questo è l'importante » Ancor piu a
proposito, egli aggiunse che fu la formulazione di Cooley, e non
le altre, a provocare i molti studi e le molte ricerche sul gruppo
primario. Sensibilizzati dall'influente formulazione di Cooley noi
possiamo aggiungere che l'espressione « gruppo primario » (Primiire
Masse) fu introdotto brevemente e indipendentemente da Freud
nel 1921, il quale, a quel che si sa, non conosceva l'esistenza di
Cooley 39• Ma la concezione di Cooley è stata una fonte di ricerche
e indagini sociologiche ben piu significativa del termine freudiano
« gruppo primario >> .
The Looking-glass Self. La dassica formulazione di questo con­
cetto da parte di Cooley designa il processo sociale per cui le
immagini che noi abbiamo di noi stessi sono modellate dalle per­
cezioni dell'immagine che gli altri hanno di noi. Come è ben noto,

39 Come ora ben si sa, dalla stessa testimonianza di Cooley, la discus­

sione del gruppo primario nel suo Social Organization (New York,
Charles Schribner's Sons, 1909, trad. it., Milano, Comunità, 1963), è
stata introdotta solo come ripensamento, e non appare nella stesura
originale. Lo storico che ha notato le discussioni simultanee e indipen·
denti dell'idea, e un'anticipazione del termine, è Floyd N. House, The
Range of Social Theory, New York, Holt, 1929, pp. 140-141. Il biografo
di Cooley che, nel corso della sua difesa, ha sottolineato aspetti im­
portantissimi dell'anticipazione, per la storia del pensiero è Edward
C. Jandy, Charles Horton Cooley: His Life and His Social Theory, New
York, The Dryden Press, 1942, pp. 171-18 1 . L'uso del termine da parte
di Freud e la sovrapposizione parziale della sua concezione con quella
di Cooley si trova nella sua Massenpsychologie und Ich-Analyse (Lipsia,
Vienna, Zurigo, lnternationaler Psychoanalytischer Verlag, 1921, p. 76):
« Eine solche primare Masse ist eine Anzahal von Individuen, die ein
und dasselbe Obiekt an die Stelle ihre lchideals gesetzt und sich infol­
gedessen in ihrem lch miteinander identifizurt haben » (tutto questo
sottolineato con una spaziatura particolare). E poiché la traduzione in­
glese di James Strachey sostituisce la parola << gruppo » alla espressione
tedesca << Masse », molto piu ampia, il passaggio risulta, senza la mini­
ma intenzione di imitare Cooley, cosi: « Un gruppo primario di questo
genere è un numero di individui i quali hanno sostituito al loro ego
lo stesso oggetto e di conseguenza si sono identificati l'uno con l'al­
tro ». Il termine << gruppo primario » è di Cooley, ma la precisa for­
mulazione teorica è senza ombra di dubbio di Freud.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 37

dato che ce lo dice lo stesso Cooley, questa formulazione estende le


concezioni precedenti degli psicologi William James e James Mark
Baldwin. Abbiamo qui un esempio di accumulazione di una teoria
che è proseguita fino ad oggi. È meno noto che alcune recenti
ricerche sovietiche, sul sé e la socializzazione, hanno preso l'avvio
da un'osservazione di Marx che sottolineava come ogni persona,
per capire se stessa, si osservi in un'altra come in uno specchio.
Era evidentemente ignoto sia a Kiev che ad Ann Arbor che anche
Adam Smith aveva adottato la metafora dello specchio, specchio
formato dalle opinioni che gli altri hanno di noi e che ci permette
di diventare spettatori del nostro comportamento. Nelle parole di
Smith : « Questo è il solo specchio che in una certa misura ci
permette, attraverso gli occhi degli altri, di esaminare la qualità
della nostra condotta ». Estendendo la metafora quasi nel linguag­
gio di William James, Leslie Stephen scriveva alla fine del secolo
scorso che « abbiamo preso in considerazione non solo le immagini
riflesse primarie, ma anche quelle secondarie, e in realtà dobbiamo
immaginare due specchi opposti che riflettano immagini in una
successione indefinita ». Qui ci troviamo di fronte a formulazioni
indipendenti e multiple di una stessa idea, in tradizioni teoriche
completamente diverse. Ma questi episodi sono semplicemente il
materiale grezzo per l'analisi dell'evoluzione di un'idea e non il
traguardo in cui accade che si incontrino versioni multiple e par­
zialmente sovrapposte di un'idea 40•

Ho messo rapidamente e casualmente assieme un certo


numero di esempi di prescoperte, anticipazioni, adombra­
menti e pseudo-anticipazioni in sociologia e psicologia per
affermare due punti: primo che si tratta di un lavoro tut­
t'altro che difficile; secondo che questo procedimento de­
genera con facilità in un antiquariato che non fa progre­
dire la storia della teoria sociologica, ma che rischia di

40 La sempre valida formulazione d i Cooley si trova in Human Na­


ture and the Social Order, New York, Schribner, 1902, pp. 183-184.
Jandy, op. cit., pp. 108-126, ricostruisce l'ampliamento dell'idea da par­
te di Cooley e la riformulazione successiva di Mead. La fonte indi­
pendente dell'idea di Marx è testimoniata dagli psicologi sociali del­
l'Istituto di Psicologia di Kiev i quali conoscevano Marx molto bene,
ma non avevano mai sentito parlare di Cooley e Mead (intervista fatta
da me e da Henry Riecken nel 1%1 ). Leslie Stephen ha riportato la
metafora di Adam Smith nella sua History of English Thought in the
Eighteenth Century, New York, G. P. Putnam 's Sons, 1902, 3• ed.,
l, pp . 74-75.
38 Teoria sociologica

trasformarsi in quella rissa fra paladini degli Antichi e


dei Moderni che nel diciassettesimo e nel diciottesimo se­
colo ha consumato tante energie intellettuali:

Shakespeare ha chiaramente anticipato Freud per quel che ri­


guarda il « pio desiderio » e la razionalizzazione, in Enrico IV:
'< Il tuo desiderio, o Enrico, è stato padre del tuo pensiero ».
Epitteto, per non dire di Schopenhauer e molti altri, ha presu­
mibilmente anticipato quel che ho chiamato :il teorema di Thomas,
secondo cui la definizione che gli uomini danno di una situazione
influenza le conseguenze della stessa. « Ciò che disturba e mette
in allarme l'uomo non sono le cose, ma le sue opinioni e le sue
passioni sulle cose » 41.
Sumner ha evidentemente anticipato il concetto di stereotipo
di Lippmann quando scrive che i costumi sono « stereotipati ».
Spencer, scrivendo che « l'attrazione della città è direttamente
proporzionale alla massa e universalmente proporzionale alla di­
stanza » avrebbe chiaramente anticipato la teoria di Stouffer sulla
opportunità intervenienti - un'altra somiglianza completamente
verbale piuttosto che sostantiva.
La nozione di Veblen dell'« incapacità addestrata » (ripresa
sviluppata e applicata da sociologi successivi) è stata evidentemente
:mticipata da Philip Hamerton quando scrive, nel suo libro del
1873, ormai da lungo tempo dimenticato, dei « rifiuti mentali »
[ inibizioni] che indicavano << non incapacità intrinseca, ma [solo]
che la mente è stata resa incapace dalle sue abitudini acquisite e
dalle sue occupazioni ordinarie », che producono cosi un « disadat­
tamento acquisito » (The Intellectual Life ).
John Stuart Mill avrebbe enunciato in una regola generale il
caso specifico dell'effetto di Hawthorne, individuato un secolo
piu tardi. Negli esperimenti, « l'effetto può essere stato prodotto,
.non dal mutamento introdotto ma dai mezzi impiegati per pro-

•• Nati nello stesso anno e trovando infine la loro strada nella.


vivace atmosfera sociologica che contrassegnò la scuola di Chicago nei
primi trent'anni di questo secolo, W. I. Thomas e George H. Mead
usano quasi lo stesso linguaggio nel formulare il problema: Thomas
in termini generali, Mead in senso piu specifico. Cosi Thomas: « Se
gli uomini definiscono una situazione come reale, essa sarà reale nelle
sue conseguenze ». E Mead a sua volta: « Se una cosa non viene
riconosciuta vera, essa non funzionerà come vera nella comunità >> .
Movements of Thought in the Nineteenth Century, Chicago, University
of Chicago Press, 1936, p. 29.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 39

durre il mutamento. La possibilità tuttavia, che quest'ultima sup­


posizione sia vera può in generale essere verificata definitivamente
da altri esperimenti.
Aristotele avrebbe adombrato il concetto di Mead degli << altri
significativi » quando scrive nella Retorica che << le persone di
fronte a cui proviamo vergogna, sono quelle di cui ci importa
l'opinione ... ecc. » .
Un esempio specifico della profezia che si auto-adempie è stato
dato dal filosofo e scienziato francese Pierre Gassendi, il quale ha
sostenuto che, le predizioni astrologiche sul destino degli uomini,
contribuiscono alla sua realizzazione, a causa del loro effetto sti­
molante o deprimente sugli individui stessi.
Quale esempio dell'ampia serie di casi che fanno affermare
che nei proverbi popolari si trovano riprodotte idee sociologiche
ampiamente utilizzate, ecco il caso dell'autoimmagine riflessa, adot­
tata da un deviante, che perciò segue un comportamento deviante:
{< chiama qualcuno ladro e quello ruberà » .

Questa rapida collezione di esempi, che qualunque so­


dologo erudito potrebbe moltiplicare a piacere, dimostra
solo la facilità con cui si possono identificare anticipazioni
e adombramenti apparenti, non appena venga esposta una
nuova idea o un nuovo risultato empirico. Queste attri­
buzioni non hanno niente a che fare con la comprensione
dello sviluppo storico del pensiero. Come nel caso dell'in­
vestigazione delle scoperte multiple nelle scienze fisiche e
biologiche, anche per un'indagine storica produttiva si ri­
chiede un'analisi dettagliata sia del contenuto storico delle
versioni precedenti e successive di un'idea, sia delle con­
dizioni in cui si verificano continuità o discontinuità di
pensiero. Un eccelknte esempio di un'indagine del genere
è l'esame che J. J. Spengler ha fatto dell'affermazione di
Lovejoy secondo cui Mandeville avrebbe completamente
anticipato in Fables of the Bees ( 1 7 14) tutte le idee prin­
cipali formulate da Veblen in The Theory of the Leasure
Class 42• Piuttosto che ritenere che somiglianze superficiali

41 J. J. Spengler, Veblen and Mandeville Contrasted, « Weltwirt·


schaftliches Archiv: Zeitschrift cles Instituts fiir Weltwirtschaft an
der Universitat Kiel », 1959, 82, pp. 3-67.
40 Teoria sociologica

costituissero prova sufficiente di anticipazione, Spengler


sottopose le due serie di idee ad un'analisi completa, mo­
strandone tanto le similarità accidentali quanto le diffe­
renze profonde. Nel far ciò egli mostra come differenze di
formulazione inizialmente piccole, ma funzionalmente im­
portanti, si risolvono in implicazioni teoriche differenti
che poi vengono seguite e sviluppate dai successori.

3 . Adombramenti. L'individuazione delle prescoper­


te, anticipazioni e adombramenti, discussi nel paragrafo
precedente, è il risultato intrinseco del fatto che nel si­
stema sociale della scienza e dell'erudizione esistono ca­
nali di informazione : non c'è nessuno sforzo concentrato
in vista di questi risultati. L'adombramentismo si riferisce,
tuttavia, alla ricerca deliberata e coscienziosa di tutte le
possibili versioni precedenti di una idea scientifica. Al
limite, l'adombramentista descrive come identità poten­
ziale anche la piu pallida somiglianza fra idee precedenti
e successive.
Le motivazioni di questa ricerca deliberata sono fra
le piu varie. In certi casi, la spinta sembra derivare da
un impegno inteso a dimostrare che non vi è niente di
realmente nuovo sotto il sole. E, allora, quest'intrapresa
offre lo spettacolo profondamente umano, di studiosi e
scienziati che mentre affermano che ogni cosa veramente
importante è stata necessariamente già detta, si affannano
nel tentativo di fare nuove scoperte, ciascuno mirante a
far avanzare la propria disciplina 43• In altri casi, la ricerca
è motivata da fedeltà sciovinistiche. Quando una nuova
idea è formulata da uno scienziato straniero, o da una
scuola di pensiero straniera o, piu in generale, da un

•.r Gli studiosi e gli' scienziati, come gli altri uomini, spesso si im­

pegnano in comportamenti che negano proprio gli assunti che stanno


tentando di dimostrare. Whitehead riferisce di un behaviorista che negli
anni '20 annunciò che il suo proposito era quello di dimostrare che i
propositi non giocavano nessun ruolo significativo nel comportamento
umano.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 41

membro di un qualsiasi gruppo esterno, l'adombramentista


è motivato a trovare qualche apparente anticipazione o un
qualunque presentimento, in un antenato intellettualmen­
te congeniale, in modo da restaurare la « giusta » distri­
buzione degli oneri nel sistema . In altri casi ancora, la
ricerca sembra nascere da ostilità nei confronti dello sco­
pritore contemporaneo, che presumibilmente abbasserà di
un bel po' la cresta di fronte �d adombramenti del suo
contributo, considerato da sé e dagli altri una novità. Ma
l'adombramentismo diventa piu pronunciato quando si
istituzionalizza nel credo e nella pratica della retrocessione
dei « Moderni » a favore degli « Antichi », nel prendere
dai vivi per dare ai morti 44•
Qualunque siano i motivi dell'adombramentista, che
al massimo possono solo essere immaginati leggendo i suoi
scritti, il modello osservabile è in pratica sempre uguale.
Anzi, l'adombramentismo può essere espresso nella forma
di un credo :
La scoperta non è vera
Se è vera non è nuova
Se è vera e nuova non è significativa

Sia le vittime dell'adombramentista che gli osservatori


distaccati del suo comportamento, hanno individuato al­
cune variazioni in questa serie di canoni. Spesso graffiato
dalle bordate degli adombramentisti, William James fu
portato a descrivere « le fasi classiche della carriera di una
teoria » : prima la « si attacca perché è assurda; poi si
ammette che è vera, ma ovvia e insignificante; infine vie­
ne considerata tanto importante che i suoi avversari sosten­
gono di averla scoperta loro » 45• E ancora, provocato dal-

« La battaglia degli An tichi e dei Moderni è stata notoriamente


di lunga durata. Lo studio-'che naturalmente c9nosco meglio su questa
insensata battaglia, divenuta guerra interminabile, è Merton, 01z Tbe
Shoulder of Giants, ci t.
" William James, Pragmatism: A New Name for Some Old Ways
of Thinking, New York, Longmans Green, 1907, p. 198.
42 Teoria sociologica

le « incomprensioni » che incontrò la sua versione pragma­


tista della verità, James lamentò l'insincerità dei suoi op­
positori « che hanno già iniziato ad esprimersi con la
solita frase " quello che è nuovo non è vero, e quello che
è vero non è nuovo " .. . Se non abbiamo detto nulla di
sostanzialmente nuovo perché è stato cosf disperatamente
difficile capire quel che volevamo dire? [ E quindi, con
un magistrale understatement ] la colpa non può essere
. . .

attribuita interamente all'oscurità del nostro linguaggio,


perché in altre occasioni siamo ben riusciti a farci ca­
pire » 46•
Mentre le vittime protestano vivacemente contro lo
adombramentismo, gli storici della scienza lo osservano
con freddezza. Cosi George Sarton, il decano degli storici
della scienza nel mondo, osservò che:
L'opposizione violenta ad una scoperta, specialmente ad una
che è tanto grande quanto suscettibile di turbar le acque, passa
in genere attraverso due stadi. Il primo stadio è quello del rifiuto,
esemplificato perfettamente dagli studiosi parigini che si oppone­
vano alla teoria della circolazione del sangue: << la teoria di Harvey
è sbagliata », « È chiaramente un nonsenso >> ecc. Quando questa
posizione diventa insostenibile incomincia il secondo stadio: « la
scoperta va bene ma non è stata fatta da Harvey »; « È stata
fatta da molti prima di lui » ... « È stata l'ingegnosità di Von der
Linder, quale principale esponente della scuola ippocratica del suo
tempo, ad affermare che ... » << Non vi è ombra di dubbio che Ip­
pocrate conoscesse l a circolazione del sangue ». Questa è una buo­
na descrizione della mente f.ilologica al lavoro, prendere le parole
per realtà 47•

46 William James, The Meaning of Truth: A Sequel to Pragmatism,

New York, Longmans Green, 1909, p. 181.


47 George Sarton, ]ohannes Antonides Varder Linden (1609-1664)

Medica! Writer and Bibliograpber, !in Science, Medicine and History:


Essays on the Evolution of Scientific Thought and Medica! Practice,
Written in Honour of Charles Sùtger, saggi raccolti e curati da E.
Ashwort Underwood, London, o�ford University Press, 1953, I, p . 15.
Per un altro esempio di questo modello, descritto da uno storico, si
veda A. R. Hall, The Scientific Revolution, 1500-1800, Londra, Long­
mans Green, 1954, p. 255, in cui si descrive come l'accettazione della
teoria della luce di Newton seguisse la stessa serie di stadi.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 43

L'adombramentista è al lavoro anche nelle scienze uma­


nistiche, dove gli è stato dato il vivace titolo di Quellen­
forscher ( o cacciatore di fonti). Saintsbury ha identificato
un tipico rappresentante della specie: Gerard Langbaine,
« l'autore alquanto famoso » di Account of the Englisb
Dramatic Poets. Il critico inglese non tenta neppure un'ap­
parenza di distacco nella sua caricatura dell'adombramen­
tista francese:

Avendo fatto qualche lettura ed essendo in possesso di una.


buona memoria, costui ha scoperto che i poeti, in genere, non inven­
tano gli argomenti di cui si occupano e gli sembra una specie di
rivincita nei loro confronti indicare dove li hanno trovati. In quanto
precisazione storica, non vi è niente da obiettare a questa pratica :
qualche volta è interessante e non deve necessariamente essere of·
fensiva. Ma resta il fatto che spesso lo è, e nel caso di Langbaine
lo è sempre . « Se il signor W. si fosse messo gli occhiali avrebbe
. .

scoperto che era stato già pubblicato .. ». Ho paura che se Dante


.

avesse conosciuto Langbaine avrebbe fabbricato una bolgia spe·


ciale tutta per lui; e in seguito, a questo signore non sarebbe man­
cata la compagnia 48•

L'adombramentismo nelle scienze fisiche e umanisti­


che ha la sua squillante controparte nelle scienze socialio
In sociologia, per esempio, l'adombramentismo è radicato.
Per quanto manchino studi monografici comparati, sembra
plausibile sostenere che il primo sviluppo della moderna
sociologia non è stato contrassegnato dalla stessa accumu­
lazione che si trova nelle scienze fisiche e biologiche 49,
L'inclinazione dei sociologi del diciannovesimo secolo, e
anche di certi sociologi di oggi, a sviluppare il proprio

48 George Saintsbury, A History of Criticism and Literary Taste ìn

Europe /rom the Eearliest Texts to the Present Day, Edimburgo e


Londra, William Blackwood & Sons, 1909, . II, pp. 400-401.
•• Non stiamo suggerendo che il modello di sviluppo delle scienze

fisiche e naturali sia un modello di continuità e di accumulazione con·


tinuo e inesorabile. La storia di queste scienze è, naturalmente, segnata
da molte riscoperte, avvenute dopo anni, o persino generazioni, che la
prescoperta era stata persa di vista. Ma queste ·soluzioni di continuità,
in seguito rimediate dalle riscoperte indipendenti, che resero coscienti
gli osservatori dell'esistenza di queste antiche e dimenticate versioni,
sono meno frequenti e meno casuali che nelle scienze sociali �
44 Teoria socio!ogica

« sistema sociologico » , fa sf che questi si pongano come


sistemi di pensiero fra loro in competizione, piuttosto che
come contributi a un prodotto cumulativo. Questa tenden­
za distoglie l'attenzione dall'analisi storica dello sviluppo
di una teoria, a favore della dimostrazione che i cosiddetti
sistemi nuovi non lo sono affatto. La storia delle idee di­
venta cosi un'arena dove si scontrano pretese e contro-pre­
tese di un tipo di originalità che non è la caratteristica
della crescita della scienza. Meno accentuato è il grado
di accumulazione, maggiore è la tendenza a cercare simi­
larità fra pensieri presenti e passati; e da ciò si finisce con
facilità nell'adombramentismo.
Le storie della sociologia si muovono avanti e indietro
in questo oscuro regno. In gradi diversi 50, esse oscillano
tra i due assunti fondamentali, circa il modo di svilup­
parsi della sociologia, che abbiamo descritto: da un lato,
l'adombramentismo; dall'altro, la posizione che vede lo
sviluppo della sociologia come il risultato di nuovi e occa­
sionali orientamenti, e di incrementi di conoscenza otte­
nuti attraverso ricerche guidate da questi orientamenti
- che qualche volta comportano documentate prescoper­
te, anticipazioni e adombramenti.
Forse non vi è nessun altro storico della sociologia
che si sia tanto preoccupato delle prescoperte, delle anti­
cipazioni e degli adombramenti, quanto Pitirim A. Sorokin
nel suo voluminoso studio Contemporary Sociological

50 Un'analisi metodica delle seguenti storie contemporanee di teoria

sociologica rivela, che a questo riguardo, esistono molte differenze:


N. S. Timasheff, Sociological Theory: Its Nature and Growth, New
York Doubleday & Co., 1955; Dan Martindale, The Nature and Types
of S�ciological Theory, Boston, Houghton Miffiin Co., 1960, tr. it.
Bologna, Il Mulino, 1968; Harry E. Barnes e Howard Becker Social
{
Thought from Lore to Science, Washington, Harran Press, 1952 ; Char­
les P. Loomis e Zona K. Loomis, Modern Social Theorists, New York,
D. Van Nostrand, 1961; Harry Elmer Barnes (a cura di), An Introduc­
tion to the History of Sociology, Chicago, University of Chicago Press,
1948; Lewis A. Coser e Bernard Rosemberg, Sociological Theory, New
York, Macmillan, 1964'.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 45

Theories 5 1 , ancora attivamente adoperato quarant'anni


dopo la sua pubblicazione. Organizzato per scuole di pen­
siero sociologico e progettato per collegare la sociologia
attuale con il suo passato, il libro premette al resoconto di
ciascuna scuola una lista di precursori . Forse perché trat­
ta, in modo piu o meno analitico, di piu di mille autori,
il volume impiega i piu diversi criteri per stabilire l'iden­
tità fra vecchie e nuove idee.
Ad un estremo, ci sono le affermazioni che gli scrit­
ti antichi - I Sacri testi dell'Oriente, Confucio, il Taoi­
smo, ecc. - contengono « tutti gli aspetti essenziali »
delle idee delle scuole sociologiche e psicologiche attuali.
Queste ultime sono definite « mete ripetizioni » o « nien­
te altro che » ripetizioni ( op. cit . , pp. 5 nota, 26 nota,
339, 436-437). In parte, le somiglianze consistono di
accenni fatti dai classici a certi « fattori » della vita so­
ciale che vengono discussi anche in scritti successivi: ad
esempio, i Sacri testi « sottolineano il ruolo » svolto « dai
fattori razziali, ereditari e dalla selezione » (p. 2 1 9 ) ; « il
fatto che da tempo immemorabile i pensatori abbiano
percepito l'importanza del ruolo svolto dai " fattori eco­
nomici " nel comportamento umano, nell'organizzazione
sociale, nei processi sociali . . . » ecc. (p. 514 ) . Qualche
volta l'osservazione che una scuola di pensiero è molto
antica diventa impenitente. Cosi la scuola formale, che af­
ferma di essere nuova (Simmel, Tonnies, von Wiese ), vie­
ne descritta « come una scuola molto antica, anzi forse
la piu antica delle scuole di scienza sociale » (p. 495); la
scuola economica, e principalmente le ripudiate idee di
Marx e Engels, è definita « vecchia come il pensiero uma­
no » (p. 523 ); mentre la teoria psico-sociologica, secondo
cui « le credenze, specialmente le credenze magiche o re­
ligiose, sono il fattore piu efficiente del destino umano,
è forse la forma piu antica di teoria sociale » (p. 622).
All'altro estremo, nel libro di Sorokin vi è compresa

31 New York, Harper & Brothers, 1928.


46 Teoria sociologica

anche la concezione che queste antiche idee sono state


sviluppate in modo sostanziale in lavori successivi, per
cui non ci si troverebbe di fronte a « mere ripetizioni )> .
Ciò viene espresso in affermazioni ambivalenti di questo
tipo: « ... nessuno dei sociologi della fine del dicianno­
vesimo secolo, non Comte, non Winiarsky, può aspirare
al privilegio di essere l'ideatore della teoria precedente,
o se è per questo di nessuna teoria. Essi hanno solo svì,
luppato ciò che era noto da secoli, se non da millenni il>
(p. 368 nota, il corsivo è nostro). O ancora : la scuola
sociologistica, « come quasi tutti i sistemi sociologici con­
temporanei, ha origine nel passato remoto. Da allora, i
principi della scuola possono ritrovarsi con variazioni di­
verse nel corso di tutta la storia del pensiero sociale >J>
(p. 437; il corsivo è nostro).
Questo tipo di formulazione permette che nella sto­
ria del pensiero sociologico si possano ritrovare deviazioni
significativamente nuove. Cosi E. De Roberty viene de­
scritto come « uno dei primi pionieri della sociologia ��
(p. 4 3 8 ) ; Kovalevsky << elaborò la sua teoria [ demografi·
ca ] indipendentemente da Loria, tre anni prima di lui ''
(p. 390, nota); il brillante Tarde « ha lasciato molti piani ,
idee e teorie originali » (p. 63 7 ); recenti studi di opinio­
ne pubblica « hanno considerevolmente chiarito le nostre
idee su questi fenomeni » (p. 706 ) ; Giddings è un « pio­
niere della sociologia americana e mondiale » (p. 727 ,
nota); ed infine un esempio di sviluppo per incrementi
successivi : « la psicologia sociale ... a questo modo, passo
dopo passo . .. è venuta estendendosi, ed ora ci troviamo
di fronte ai · primi tentativi di costruzione di una teoria
generale, eppure empirica, della mobilità sociale » (p. 748 ).
Questa tendenza a distinguere i diversi gradi di so­
miglianza fra idee vecchie e nuove è diventata piu marcata
nell'altro volume di Sorokin, Sociological Theories of
Today 52, pubblicato una generazione piu tardi. Alcune di

52 New York, Harper and Row, 1966.


Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 47

quelle che, nel volume precedente, erano state considerate


prescoperte sono ora trattate come anticipazioni e le an�
ticipazioni individuate in precedenza vengono qui defini�
te adombramenti. Il nuovo lavoro rimane incorruttibil�
mente critico come quello precedente, ma nonostante tutto
riesce a trasmettere, con occasionati arretramenti, un senso
di crescita e di sviluppo nella teoria. Due esempi, sottoli�
neati dal corsivo, illustrano questo mutamento di prospet�
tiva.

Spengler e Danilevsky: da prescoperta ad anticipazione.

Cosi le teorie di Spengler sono state anticipate di mezzo secolo.


Infatti il lavoro di Spengler, in tutte le sue caratteristiche essen­
ziali è una mera ripetizione delle speculazioni sociali di Leontieff
e Danilevsky [e dato che Danilevsky precede Leontieff di quattro
anni, presumibilmente anche il lavoro di Leontieff è una « mera
ripetizione »] (Contemporary Sociological Theories, p. 26, nota; il
corsivo è nostro).

Come « mera ripetizione », il lavoro di Spengler do�


vrebbe essere superfluo non avendo niente che lo distin�
gua dal lavoro dei predecessori. Ma il successivo giudizio
di Sorokin, piu analitico, indica altrimenti:

Der Untergang das Abendlandes di Spengler, pubblicato nel


191 8, si è rivelato come uno dei capolavori piu influenti, contro­
versi e durevoli della prima metà del ventesimo secolo nel campo
della sociologia culturale, della filosofia della storia e della filo­
sofia tedesca. Benché il carattere complessivo di Il Declino del­
l'Occidente sia notevolmente diverso dal lavoro di Danilevsky,
l'intelaiatura concettuale di base rassomiglia a quella di Danilevsky
in tutti i punti piu importanti ... Le molte pagine che Spengler
dedica ad un'analisi dettagliata di queste trasformazioni [ nel ciclo
delle forme o sistemi sociali] sono fresche, penetranti e classiche .
..

Nonostante i suoi difetti, è probabile che Il Destino dell'Occidente


sopravvivrà come uno dei lavori piu importanti della prima metà
del ventesimo secolo. (Sociological Theories of Today, pp. 187,
196-197).
48 Teoria sociologica

Marx-Engels e i loro predecessori:


da adombramentismo ad anticipazione.

Per quel che riguarda l'originalità e il contenuto della conce­


zione materialistica della storia di Marx (ma non per ciò che si
riferisce all'influenza pratica di Marx) è evidente ... che non vi è
alcuna possibilità di sostenere che Marx abbia aggiunto una sola
idea nuova in questo campo o che abbia fornito una sintesi nuova
o scientificamente migliore delle idee che esistevano prima di lui
(Contemporary Sociological Theory, p. 520, nota; il corsivo è ag­
giunto).

In questo primo lavoro Sorokin continua a ripetere


che, nessuna delle idee specifiche, né la sintesi di Marx
ed Engels, avevano un'ombra di originalità, e conclude
quindi la sua disamina col classico credo dell'adombra­
mentista :
Primo, da un punto di vista strettamente scientifico, quel che
c'è di valido nella loro teoria non è niente di diverso da quello
che è stato già detto da autori precedenti; in secondo luogo, quel
che vi è di originale è ben lungi dall'essere scientifico; terzo, il
solo merito della teoria è quello di generalizzare, in forma alquanto
piu forte ed esagerata, idee che già esistevano prima di Marx ...
Non vi è nessuna ragione al mondo per considerare il loro contri­
buto scientifico come qualcosa di al di sopra della media (Contem­
porary Sociological Theory, p. 545).

Nel suo successivo lavoro, benché fosse sempre molto


critico nei confronti della teoria marxiana e ancora insi­
stesse che non si era sviluppata ex nihilo 53 Sorokin è

" Naturalmente la teoria di Marx dello sviluppo storico della scienza


e del pensiero assume che ex nihilo nihil fit. Come ha detto lo stesso
Marx, nel suo ben noto tentativo di distinguere fra il corpus del pen­
siero precedente e le sue aggiunte successive: « . . . non mi spetta nes­
sun merito per aver scoperto l'esistenza delle classi nella società moder­
na, né per aver scoperto la lotta fra di loro. Ben prima di me, gli sto­
rici borghesi hanno descritto lo sviluppo storico di questa lotta di clas­
se, e gli economisti borghesi l'anatomia economica delle classi. Ciò che
io ho fatto di nuovo è stato di dimostrare che: l ) l'esistenza delle classi
è legata solo a fasi storiche, particolari, dello sviluppo della produ:do­
ne; 2) che la lotta di classe conduce necessariamente alla dittatura del
proletariato; 3 ) che questa stessa dittatura costituisce solo la transi­
zione verso l'abolizione di tutte le classi e verso una società senza
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 49

pronto a concederle un ruolo intellettuale distinto (e non


semplicemente politico):

Karl Marx e Friedrich Engels, con la loro divisione dei rapporti


culturali in due classi principali, i « rapporti di produzione (che)
costituiscono la struttura economica della società » e la « sovra,
struttura ideologica » hanno dato nuova vita e pieno sviluppo
...

alla variante economica delle teorie dicotomiche. Quasi tutte le re,


centi teorie di questo genere rappresentano variazioni ed elabora­
zioni della divisione di Marx ed Engels ... La teoria di Marx è
infatti il prototipo di tutte le altre, successive teorie, che abbiamo
esaminato. (Sociological Theories of Today, pp. 289, 296; corsivo
aggiunto).

Se l'ultimo libro di Sorokin è un archetipo, siamo


forse di fronte ad una transizione verso concezioni piu
analitiche dello sviluppo delle idee sociologiche. Tutto ciò
sarebbe piu che positivo. Se gettano via l'adombramenti·
smo, i sociologi saranno liberi di concentrarsi_ sulla indi·
viduazione di quelle parti specifiche di nuovi sviluppi di
idee che sono state costituite sulle teorie del passato, e
saranno cosi in grado di analizzare il carattere e le condi­
zioni della continuità nella conoscenza sociologica.

ASPETTI UMANISTICI E SCIENTIFICI


DELLA SOCIOLOGIA

Il contrasto tra l'orientamento delle scienze fisiche


e naturali e quello delle scienze umanistiche, nei con­
fronti delle grandi opere classiche, è stato spesso notato.
Tale contrasto proviene dalla differenza profonda nel tipo

classi
... >> . Nella sua lettera a Joseph Wedemeyer, 5 marzo 1852, pub­

blicata in Marx, Selected Works, Mosca, Co--operative Publishing Society,


1935, I, p. 377. Non dobbiamo accettare il giudizio di Marx nel suo
valore apparente: due di questi tre contributi sono dubbie proiezioni
nel futuro; inoltre, come testimonia Sorokin, il contributo di Marx
non si limita alla teoria delle classi sociali. Il punto, tuttavia, è che la
lettera di Marx e l'argomentazione di Sorokin, tentano entrambe di
distinguere fra semplice riscoperta e contributi analitici o sintetici che
fanno avanzare la conoscenza.
50 Teoria sociologica

di accumulazione selettiva che ha luogo nella civiltà (che


include la scienza e la tecnologia) e nella cultura (che in­
clude le arti e i sistemi di valore) 54• Nelle scienze piu
esatte, l'accumulazione selettiva di conoscenze significa
che i contributi classici degli uomini di genio o dei grandi
talenti del passato vengono ampiamente sviluppati nel
lavoro successivo, spesso da uomini di molto minor ta­
lento. La verifica piu rigorosa di una conoscenza real­
mente cumulativa è data dal fatto che intelligenze ordi­
narie possano oggi risolvere problemi che in passato sa­
rebbero stati impossibili anche per grandi intelletti. Uno
studente universitario di matematica sa identificare e ri­
solvere problemi che avrebbero sconfitto le migliori ca­
pacità di un Leibnitz, di un Newton o di un Cauchy 55•
Poiché nelle scienze esatte le teorie e i risultati del
passato sono in gran parte incorporati nell'attuale cono­
scenza cumulativa, la commemorazione dei classici è pra­
ticamente lasciata alla storia della disciplina: nei loro

54 La distinzione fra processi della società, della cultura e della civiltà


è stata fatta da Alfred Weber, Prinzipielles zur Kultursoziologie: Gesell­
schaftsprozess, Zivilisationprozess und Kulturbewegung, « Archiv fiir
·

Sozialwissenschaft und Sozialpolitik », 1920, 47, pp. 1-49. Si veda l'ana­


lisi simile di R. M. Maclver, Society: Its Structure and Changes, New
York, Long & Smith, 1931, e la successiva discussione di R. K. Merton,
Civilization and Culture, << Sociology and Social Research >> , 1936, 21,
pp. 103-113. E per un esempio della tendenza a mischiare la storia e
la sistematica della teoria, si vedano brevi rassegne dei concetti di
«< cultura » e « civiltà », cosi come sono sta·ti usati da Herder, Humboldt,

Guizot, E. Du Bois-Reymond, Wundt, Ferguson, Morgan, Tylor, Buckle,


Gothein ecc., nei seguenti lavori: Paul Barth, Die Philosophie der
Geschichte als Soziologie, Lipsia, Reisland, 1922, pp. 597-613 ; H. S.
Stoltemberg, Seele Geist und Gruppe, « Schmollers Jahrbuch >> , 1929,
LV, p. 105 e ss.; R. Eucken, Geschichte und Kritik der Grundbegrifle
der Gegenwart, Lipsia, 1878, pp. 187 e ss.; Sorokin fornisce una ras­
segna critica di questo schema di analisi nel suo Sociological Theories
of Today, cap. 10.
55 Charles C. Gillispie, The Edge of Objectitvity: An Essay in the
History of Scientitfic Ideas, Princeton, Princeton University Press, 1960,
p. 8. « . ogni matricola conosce piu fisica di quanta ne conoscesse
..

Galileo, che pure è colui che, piu di ogni altro, può vantare l'onore
di aver fondato la scienza moderna, e anche piu di Newton, la cui
mente è la piu straordinaria fra quante si siano dedicate allo studio
della natura ».
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 51

laboratori e nei loro scritti gli scienziati adoperano so­


prattutto i contributi piu recenti che hanno allargato e
completato le scoperte antiche. Il risultato di questa pra­
tica è che contributi scientifici anteriori, spesso di gran­
de portata, tendono ad essere cancellati (per quanto non
manchino eccezioni occasionali e qualche volta significa­
tive) dall'incorporamento nei lavori successivi.
Nelle discipline umanistiche, per contro, ogni lavoro
classico - ogni poema, dramma, romanzo, saggio o la··
voro storico - tende a restare una parte dell'esperienza.
diretta di generazioni successive di umanisti. Cosi si è
espresso Derek Price in un'immagine istruttiva: « La
struttura cumulativa della scienza ha una trama fatta di.
brevi connessioni simili a punti di un lavoro a maglia,
mentre quella del lavoro umanistico è molto piu simile ad
una . rete a larghe maglie lavorata a caso, i cui punti pos­
sono indifferentemente connettersi con qualunque al­
tro » 56• In breve, la conoscenza diretta dei classici gioca
un ruolo secondario nel lavoro degli scienziati fisici e na­
turali, e un ruolo di primo piano in quello degli umanistL
Kessler, un altro studioso dei sistemi di informazio­
ne della scienza, ha descritto il fatto con un linguaggio
deliberatamente provocatorio, se non esasperante:
Persino i capolavori della letteratura scientifica diventeranno
col tempo senza valore, eccetto che per ragioni storiche. Questm
è la differenza fondamentale fra la letteratura scientifica e quella
umanistica. È inconcepibile che uno studioso serio della lettera,
tura inglese non abbia letto, per esempio, Shakespeare, Milton e
Scott. Un serio studioso di fisica, d'altra parte, può tranquillamente
ignorare gli scritti originali di Newton, Faraday e Maxwell 57•

Il linguaggio di Kessler è quanto ci vuole per provo­


care l'irritazione del lettore. Ed in realtà da un punto di
vista umanistico e di storia della scienza questa afferma-

56 Derek J. de Solla Price, The Scienti/ic Foundation of Science Polic)',

« Nature », 1965, 206, n. 4981, pp. 233-238.


57 M. M. Kessler, Technical lnformation Flow Patterns, « Proceed­

ings » , Western Joint Computer Conference, 9 maggio 1961, pp. 247-257.


52 Teoria sociologica

zione suona come un'espressione di tarda barbarie. È dif­


ficile per molti di noi separare i nostri interessi storici e
commemorativi per i primi e fondamentali lavori scienti­
fici , dall'interesse per l'avanzamento di una scienza con­
temporanea che non richieda la diretta conoscenza dei
Principia di Newton o del Traité di Lavoiser. Eppure la
stessa osservazione di Kessler è stata fatta in modo elo­
quente da uno dei padri fondatori della sociologia moder­
na. In un linguaggio che personalizza il processo fatale
dell'incorporamento e dell'estensione della scienza, Max
Weber osserva :

Ognuno di noi sa che, nella scienza, il proprio lavoro dopo


dieci, venti, cinquant'anni è invecchiato. f: questo il destino, o
meglio, è questo il significato del lavoro scientifico, il quale, ri­
spetto a tutti gli altri elementi della cultura di cui si può dire la
stessa cosa, è ad esso assoggettato e affidato in un senso assoluta­
mente specifico: ogni lavoro scientifico << compiuto » comporta
nuovi « problemi » e vuoi invecchiare ed essere << superato ». A
ciò deve rassegnarsi chiunque voglia servire la scienza. Senza dub­
bio vi sono opere scientifiche che possono conservare durevolmente
la loro importanza, come « mezzi di godimento » a causa delle loro
qualità artistiche, oppure come mezzi per educare al lavoro. Ma
essere superati sul piano scientifico è - giova ripeterlo - non
solo il nostro destino, di tutti noi, ma anche il nostro scopo. Non
possiamo lavorare senza sperare che altri si spingeranno piu avanti
di noi. In linea di principio, questo progresso tende all'infinito 58•

I sociologi, sospesi tra gli scienziati fisici e naturali


e gli umanisti, sono soggetti a pressioni contrastanti e
non accettano facilmente l'impegno descritto da Weber.
Solo pochi sociologi riescono ad adattarsi a queste pres­
sioni, e in tal caso o agiscono completamente secondo i
dettami del ruolo scientifico indicato da Weber o si com­
portano da umanisti. La maggioranza, però, sembra oscil-

" Max Weber, Essays in Sociology, a cura di H. H. Gerth e C.


Whight Milis, New York, Oxford University Press, 1946, trad. it., in
Il lavoro intellettuale come professione, Torino, Einaudi, 1966, p. 18;
il brano appartiene alla sua eloquente affermazione « della scienza come
vocazione ».
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 53

lare fra i due, con il tentativo d a parte di qualcuno di uni­


ficare i due ruoli. Questi sforzi intesi ad abbracciare
contemporaneamente gli orientamenti scientifici ed uma­
nistici conducono, tipicamente, alla confusione fra la si­
stematica della teoria sociologica e la sua storia.
Che la posizione delle scienze sociali, per quel che
riguarda l'accumul·azione di conoscenza, si trovi a mezza
strada fra le scienze fisiche e le discipline umanistiche è
eloquentemente confermata dai cosiddetti studi delle ci­
tazioni, quegli studi cioè che confrontano la distribuzione
delle date delle pubblicazioni citate in ogni settore scien­
tifico. I risultati sono notevolmente in accordo con quanto
andiamo affermando. Nelle scienze fisiche - rappresen­
tate da riviste quali « The Physical Review » e « Astro­
Physical Journal » - il 60 %-70% circa delle citazioni si
riferisce a pubblicazioni apparse nei cinque anni prece­
denti, mentre nelle discipline umanistiche - rappresen­
tate da riviste quali American Historical Review, Art
Bulletin e il Journal of Aestheties and Art Criticism -

le cifre medie corrispondenti vanno dal 1 0 % al 20 % .


Nel mezzo vi sono le scienze sociali, con l'American
Sociological Review, l'American Journal of Sociology e il
British Journal of Psychology, che hanno una media che
va dal 30% al 50 % di citazioni che si riferiscono ai
cinque anni precedenti 59• Altri studi di modelli di cita-

59 Devo a Derek ]. de Solla Price, l'accesso a dati, non ancora pub­

blicati, ricavati da 154 serie di riviste di vario genere. Il gran numero


di studi sulle citazioni include: P. E. Burton e R. W. Keebler, << Hall­
li/e l> of Some Scientific and Tecbnical Literatures, « American Docu­
mentations )) 1960, Il, pp. 18-22; R. N. Broadus, An Analysis of Lite­
rature Cited' in the American Sociological Review, « American Sociolo­
gical Review )), 1952, 17, pp. 355-356, e A Citation Study for Sociology,
« The American Sociologists ))' 1%7, 2, pp. 19-20; Charles E. Osgood

e Louis V. Xhignesse, Cbaracteristics of Bibliograpbical Coverag,e in


Psycbological Journals in 1950 and 1960, Institute of Communications
Research, University of Illinois, 1963. Studi analitici delle citazioni
devono, naturalmente, distinguere tra citazioni di ricerche e citazioni
di « dati grezzi )) - vale a dire - documenti storici, poemi e altri tipi
di letteratura del lontano passato, che gli umanisti riesarninano criti­
camente.
54 Teoria sociologica

zioni provano che, nella loro sostanza, questi risultati


sono tipici.
In qualche caso la sociologia adotta l'orientamento e
il modo di procedere delle scienze fisiche: la ricerca parte
dalla frontiera aperta dal lavoro cumulativo delle gene­
razioni passate e in questo caso specifico la sociologia è
storicamente miope, provinciale ed efficace. Ma in altri
casi, il sociologo conserva i suoi legami con il campo
umanistico : egli è riluttante a pensare che una cono­
scenza diretta dei lavori classici della sociologia e della
pre-sociologia non sia parte integrante dell'esperienza del
sociologo in quanto sociologo. Ogni sociologo contempo­
raneo che reputi di avere una cultura sociologica si è in­
contrato direttamente, e ripetutamente, con i lavori dei
padri fondatori, con i lavori cioè di Comte, Marx, Spen­
cer, Durkheim, Weber, Simmel, Pareto, Sumner, Cooley,
Veblen e gli altri che compongono la breve lista di quegli
uomini di talento che hanno lasciato la loro impronta in­
delebile sulla sociologia attuale. E poiché anch'io ho a
lungo condiviso la riluttanza a perder di vista i classici ,
prima ancora di trovare una ragione per non farlo, e poi­
ché anche oggi continuo in una certa misura a sentirla,
ritengo che sia giustificato esaminarne il carattere e le
origini.

ERUDIZIONE CONTRO ORIGINALITÀ

La simpatia dei sociologi per i loro predecessori non


è avvolta in un manto di mistero. In molte teorie socio­
logiche degli studiosi del passato vi sono elementi di gran­
de attualità e la teoria contemporanea dibatte molti dei
problemi ancora insoluti, identificati dai precursori della
disciplina.
L'interesse per le opere classiche ha, però, provocato,
nella storia del pensiero, anche tendenze degenerative. La
prima è il rispetto acritico per quasi tutte le affermazioni di
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 55

antenati illustri. Questo rispetto si è spesso espresso nelle


esegesi dei commentatori, tanto scrupolose quanto abbon­
dantemente sterili per la scienza. È a questa pratica che
:si riferisce Whitehead n171l'epigrafe di questo capitolo :
« Una scienza che esiti a· dimenticare i suoi fondatori è
perduta ». La seconda forma degenerativa è la banalizza­
zione. Un modo di far sf che una verità diventi un luogo
comune, frusto e progressivamente dubbio, è quello di
esser frequentemente ripet.uta, preferibilmente in modo
inconsapevolmente caricaturale, da coloro che non la ca­
piscono. (Un esempio è la frequente asserzione secondo
cui Durkheim assegnò una grande importanza alla coerci­
zione nella vita soci ale. per il fatto che egli considerava
la « costrizione » come uno degli attributi dei fatti so­
dali ). La banalizzazione è un ottimo sistema per inaridire
la verità, attingendovi sconsideratamente.
In breve, lo studio dei classici può essere deplorevol­
mente inutile o splendidamente utile : tutto dipende dal
modo di studiarli. Vi è una grande differenza fra l'eser­
cizio anemico del commento o della banalizzazione, e la
pratica attiv a, di seguire fino a fondo, e sviluppare, le
guide teoriche dei predecessori importanti. È questa dif­
ferenza che sta alla base dell'ambivalenza degli scienziati
nei confronti di un'attenta lettura dei classici.
Questa ambivalenza degli scienziati ha radici storiche
e psicologiche. Fin dall'inizio della scienza moderna si
è sostenuto che gli scienziati devono conoscere il lavoro
dei loro predecessori affinché continuino l'opera già ini­
ziata nel passato e affinché i meriti vadano a chi spetta­
no. Persino il piu eloquente profeta dell'anti-scolastici­
smo, Bacone, considerò questo procedimento come qual­
cosa di scontato : « Quando un uomo si propone di sco­
prire qualcosa, la prima cosa che si fa è quella di cercare
e vedere tutto ciò che in proposito è stato fatto dagli
altri; quindi incomincia a meditare da sé . » 60• Da allora
. .

60 Francis Bacon, Novum Organum, Londra, Routledge & Sons, n.d.;

Morisma LXXXII, p. 105.


56 Teoria sociologica

questa pratica si è istituzionalizzata nello schema del sag­


gio scientifico che richiede un sommario della teoria e
delle indagini che hanno rilevanza per il problema in
yuestione. La ragione di ciò è tanto chiara quanto cono­
sciuta : l'ignoranza del lavoro passato condanna spesso lo
scienziato a scoprire ciò che già si conosceva. Ecco come
Sorokin descrive il problema per la sociologia:

Non sapendo che una certa teoria è stata sviluppata molto


tempo fa, o che un certo problema è stato attentamente studiato
da molti predecessori, un sociologo può con facilità dedicare il suo
tempo e la sua energia alla scoperta di una nuova America socio­
logica che è stata già scoperta da un pezzo. Invece di un comodo
viaggio nell'Atlantico scientifico, nel breve periodo di tempo ne­
cessario allo studio di quanto è stato già fatto in passato, tale
sociologo deve affrontare tutte le difficoltà di Colombo per trovare,
solo dopo aver sprecato il suo tempo e le sue energie, che la sua
scoperta era già stata fatta e che tutto il suo duro lavoro è stato
inutile. Questo risultato è una tragedia per lo studioso e uno
spreco di preziose capacità per la società e la sociologia 61•

In altri campi scientifici si è affermato lo stesso. Quel


genio della fisica che fu Clerk Maxwell (il quale ebbe un
profondo interesse non specialistico per le scienze sociali
del suo tempo), agli inizi della sua carriera scientifica di­
chiarò: <{ Sto leggendo vecchi libri di ottica e trovo in
essi molte cose che son di gran lunga migliori di quelle
nuove. I matematici stranieri stanno riscoprendo metodi,
oggi dimenticati, che erano ben conosciuti a Cambridge
nel 1 720 » 62•
Poiché nella scienza il principio, e in parte la pra­
tica, di esaminare la letteratura passata, sono ormai da
lungo tempo istituzionalizzati, non è necessario trattarne
oltre. Ma l'opposto - poco istituzionalizzato e tuttavia
piuttosto praticato - richiede una documentazione esau­
riente se vogliamo capire l'ambivalenza degli scienziati di
fronte all'erudizione.
Sorokin Contemporary Sociological Theory, cit., xviii-xix.
�· ,

62
Lewis Campbell e William Garnett, The Life of ]ames C/erk
Maxwell, Londra, Macmillan and Co., 1884, p. 162.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 57

Da almeno quattro secoli, eminenti uomini di scienza


hanno richiamato l'attenzione sui presunti danni dell'eru­
dizione. Le radici storiche di questo atteggiamento si ri­
trovano nella rivolta contro lo scolasticismo dei com­
mentatori e degli esegeti. Cosi Galileo annuncia solen­
nemente:
... un uomo, che si preoccupa continuamente degli scritti di
altri uomini e non solleva mai gli occhi sul lavoro della natura,
nel tentativo di riconoscervi le verità già conosciute e di investi­
game qualcuna delle infinite che devono ancora essere scoperte,
non diventerà mai un filosofo. Questo, dico, non produrrà mai un
filosofo, ma solo uno studioso di altri filosofi e un esperto del
loro lavoro 63.

William Harvey riecheggia questo pensiero (con un


linguaggio che impressionò profondamente Clerk Maxwell,
anche egli imprigionato nell'ambivalenza riguardo all'eru­
dizione):
Poiché tutti coloro che leggono autori e non estraggono con
l'aiuto dei loro sensi, rappresentazioni vere delle cose stesse
(comprese nelle espressioni dell'autore), non rappresenteranno idee
vere m a idoli e fantasmi ingannevoli, e ciò vuoi dire che essi si
costruiranno ombre e chimere e tutta la loro teoria e la loro con­
templazione (che chiamano scienza) non rappresenterà niente altro
che sogni di sonnambuli e vaneggiamenti di malati 64•

Nel corso del tempo, l'ambivalenza nei confronti del­


l'erudizione fu trasformata da qualcuno nella scelta fra
lavoro erudito e lavoro scientifico originale. Alla fine del
diciassettesimo secolo, Tempie , il difensore degli Antichi,
che conosceva la scienza solo per sentito dire, era pronto
a satirizzare sui Moderni a questo modo :
Se queste speculazioni dovessero essere vere, non so quali van­
taggi potrebbe ricavare la moderna conoscenza da quella che ab­
biamo ricevuto dagli Antichi. Anzi, è possibile che gli uomini

63 Le Opere di Galileo Galilei, Edizione La Nazione, Tipografia di

G. Barbera, 1892, III, i, p. 395.


64 Campbell e Garnett, op. cit., p. 277.
58 Teoria sociologica

possano perderei piuttosto che guadagnarci, possano indebolire la


Forza e la Crescita del loro Genio, costringendolo a modellarlo
su quello degli altri, possano avere meno conoscenza propria ne1
contentarsi di quella di coloro che sono venuti prima. Inoltre
chi può dire se l'imparare non possa persino indebolire l'Inven­
zione di un uomo che ha avuto tanti doni dalla Natura e dalla
Nascita, se il peso e il numero di pensieri e nozioni di tanti altri
uomini non possa sopprimere i propri e ostacolare il moto e l'agi­
tazione di quelli da cui sorgono tutte le invenzioni 65•

Ciò di cui Tempie, nella sua vasta ignoranza della


scienza, pensava si dovesse ridere, è stato considerato con
molta serietà da grandi scienziati piu recenti. La loro am­
bivalenza nei confronti dell'erudizione si esprime in mal·
tissime parole. Ad esempio, un Claude Bernard ritiene
che uno scienziato deve conoscere il lavoro dei suoi pre·­
decessori, ma aggiunge che con la lettura della pur « utile
letteratura scientifica ... non si deve esagerare, per non
correre il rischio di inaridire la mente e soffocare l'inven­
zione e l'originalità scientifica. Che utilità ci può essere
nell'esumare teorie decrepite o osservazioni fatte senza
gli strumenti di osservazione appropriati? ». In una pa..
rola, « l'erudizione male intesa è stata, ed è ancora, uno
dei maggiori ostacoli al processo della scienza sperimen­
tale » 66•
Intelletti della statura di quella di Bernard possono
evidentemente destreggiarsi, con relativa facilità, in que­
sta ambivalenza, scegliendo gli scritti che sono diretta­
mente rilevanti per il loro lavoro sperimentale e teorico.
Il matematico Littlewood, come del resto anche Bernard,
ha superato il problema dedicandosi prima alle proprie
idee e, quindi, controllando la letteratura precedente al
momento della pubblicazione dei risultati 67• Con Bernard

"" Sir William Tempie, Essays on Ancient and Modern Learning, a


cura di ]. E. Spingarn, Oxford, Clarendon Press, 1909, p. 18.
o;o Claude Bernard, An Introduction to the Study of Experimental

Medicine, New York, Henry Schuman, 1 949, pubblicato per la prima


volta nel 1865, pp. 145-141.
" ]. E. Littlewood, A Mathematician's Miscellany, Londra, Methuen
Publishing Co., 1953, pp. 82-83. « :B naturalmente buona politica, ed
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 59

e Littlewood si è compiuto il ciclo completo della pratica


raccomandata dai sapienti e dagli scienziati del passato 68•
Altri hanno risolto le loro ambivalenze abbandonando
lo sforzo di diventare esperti nella letteratura precedente
per dedicarsi esclusivamente al loro lavoro. Anche nelle
scienze sociali non mancano tali adattamenti. Molto tem­
po fa Vico si compiaceva di citare l'osservazione di
Hobbes che, se avesse letto tanto quanto gli altri, avrebbe
conosciuto altrettanto poco 69• I:Ierbert Spencer - di cui
si può dire che mai nessuno aveva scritto tanto, con cosi
poca conoscenza di ciò che prima di lui altri avevano detto
sulla stessa vasta gamma di argomenti - elevò la sua

io l'ho spesso praticata, iniziare senza addentrarsi troppo nella lettera­


tura esistente » (il corsivo è nostro). Charles Richet formula tale prin­
cipio con queste parole: « Il lavoratore ben informato ... può conoscere
troppo di quel che è stato pubblicato dagli altri, per essere egli stesso
veramente originale. Forse sarebbe meglio non pubblicare nulla prima
di aver studiato profondamente tutta la bibliografia, e allo stesso tempo
non appesantirsi di troppo sapere prima dell'esperimento ». Charles
Richet, The Natural History of a Savant, tradotto in inglese da Sir
Oliver George, New York, George H. Doran, 1927, pp. 43-44.
68 E . Bernard in una lettera a John Collins, 3 aprile 167 1 : « I libri
e gli esper>imenti vanno bene assieme, ma separatamente rivelano una

imperfezione, perché l'ignorante è inconsapevolmente anticipato dalle


fatiche degli antichi, e l'uomo di lettere viene ingannato dalle storie
invece che dalla scienza ». Correspondence of Scientific Men o! the
17th Century, a cura di Stephen Peter Rigaud, Oxford, Oxford Uni­
versity Press, 1841, I, p. 158.
Per l'interscambio fra erudizione e osservazione personale si veda
ll fisico del diciassettesimo secolo, John Friend: << Ogni fisico fa e do­
vrebbe fare osservazioni derivate dalla sua esperienza; ma sarà in grado
di esprimere giudizi migliori e fare osservazioni piu giuste, se confron­
terà ciò che legge con ciò che vede ». Non si offende la scienza né si
ostacola l'intelligenza di alcuno, se si dice che l'una e l'altra potreb­
bero essere utilmente impiegate, e felicemente migliorate, dalla ricerca
e dall'esame delle opinioni e dei metodi di coloro che ci hanno prece­

duto, specialmente in considerazione del fatto che non si impedisce a


nessuno di giudicare da sé, né si obbliga qualcuno ad abbracciare le
nozioni di qualche autore, non piu di quel che egli farebbe se le tro­
vasse convincenti intellettualmente e praticamente applicabili. Nessuno,
di conseguenza, dovrebbe aver timore che la propria sagacia naturale
venga confusa o male indirizzata dalla lettura. History of Physic, Lon-
dra, 1725-1726, I, p. 292. .
•• Giambattista Vico, L'autobiografia, il Carteggio e le Poesie Varie,

a cura di B. Croce, Bari, Laterza, 1929.


60 Teoria sociologica

malattia (leggere lo stordiva) e la sua ostilità per l'auto­


rità, ad una filosofia dell'indagine che faceva pochissimo
posto alla conoscenza dei · predecessori 70• E Freud affer­
mò, ripetutamente e con orgoglio, di aver lavorato ai
suoi dati clinici e alla sua teoria, senza far ricorso a la­
vori precedenti. Come disse in un'occasione: « Sono dav­
vero molto ignorante sui miei predecessori. Se lassu ci
dovessimo incontrare certamente verrei trattato molto ma­
le da loro che mi considererebbero un plagiato. Ma è un
tale piacere analizzare la cosa stessa piuttosto che leg­
gerne la letteratura ». E ancora : « Negli ultimi anni mi
s on negato il grandissimo piacere di leggere i lavori di
Nietzsche, nell'intento deliberato di non esser pstacolato,
nell'elaborazione delle impressioni ricevute in càmpo psi­
coanalitico, da qualunque aspettativa che provenga dal di
fuori. Devo quindi essere preparato, e lo sono felicemen­
te, ad affrontare tutte le pretese di priorità nei molti casi
in cui la paziente investigazione psicoanalitica può sem­
plicemente confermare le verità che i filosofi hanno in­
tuitivamente riconosciuto » 71•
È stato un padre fondatore della sociologia che fece
in modo di portare questa sorta di adattamento alla ten­
sione tra erudizione e originalità al suo estremo assurdo .
Durante i dodici anni dedicati alla stesura del Corso di
filosofia positiva Comte segui il « principio dell'igiene
mentale » - egli sgombrò la sua mente di tutto fuorché
delle sue idee, con la semplice tattica di non leggere nulla
che fosse anche lontanamente imparentato con i soggetti
di cui si occupava. Come dice, con orgoglio, in una lettera

70 Autobiography of Herbert Spencer, New Yotk, D. Appleton &

Co., 1904.
71 La prima osservazione è tratta da una lettera di Freud a Pfister,

12 luglio 1909; la seconda è contenuta nella sua History of the Psy­


choanalytic Movement, Collected Papers, I, p. 297. Freud vedeva lon­
tano nel supporre che sarebbero state tirate fuori tutte le possibili an­
ticipazioni del suo lavoro; per un elenco di queste, si veda Lancelot
Law Whyte, The Unconscious Before Freud, New York, Basic Books,
1960.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 61

a A . B . Johnson: « Da parte mia, non leggo nulla fuorché


i grandi poeti antichi e moderni. L'igiene cerebrale mi è
straordinariamente salutare, in particolare per conservare
l'originalità delle mie personali meditazioni » 72• Qui tro­
viamo Comte che compie la distinzione definitiva - e a
questo punto, assurda - tra la storia e la sistematica
della sociologia: come storico egli tentò di ricostruire lo
sviluppo della scienza, con una lettura, relativamente va­
sta, dei classici; come fondatore del sistema positivista
della teoria sociologica, ignorò bigottamente le concezioni
elaborate prima di lui, non escluse quelle del suo maestro
di un tempo, Saint-Simon, per raggiungere un genere
pickwickiano di originalità.
Come abbiamo visto, la tensione, storicamente ricor­
rente, fra erudizione e originalità è un problema non an­
cora risolto. È dal diciassettesimo secolo che gli scienziati
ammoniscono che l'erudizione spesso incoraggia il com­
mento scolastico delle opere precedenti, e impedisce nuove
investigazioni empiriche, e che un coinvolgimento profon­
do nelle idee del passato imbriglia l'originalità, produ­
cendo rigidi schemi mentali. Ma nonostante questi peri­
coli, i grandi scienziati san riusciti a combinare l'erudi­
zione con le ricerche originali che hanno fatto avanzare la
scienza, sia leggendo solo le ricerche piu recenti dedicate
al loro problema, che presumibilmente incorporano tutta
la piu importante conoscenza passata, sia esplorando fonti
piu remote solo dopo aver concluso la loro ricerca. Tut­
tavia, lo sforzo estremo, come quello di Comte, di eman­
ciparsi dalla tradizione può corrompersi nel deliberato
abbandono di tutta la teoria significativa del passato e in
una distinzione artificiosa fra la storia e la sistematica
della teoria.

n La lettera era indirizzata a Alexander Bryan Johnson ed è ora

pubblicata nella nuova edizione del suo notevole Treatise on Language,


curato da David Rynin, Berkeley, University of California Press, pp. 5-6.
62 Teoria sociologica

LA FUNZIONE DELLA TEORIA CLASSICA

Neppure ad un padre fondatore dovrebbe esser per­


messo di render ridicola la differenza fondamentale fra
storia autentica e sistematica della teoria sociologica, di
cui ci stiamo occupando in queste pagine: la distinzione
che abbiamo sottolineato qui, somiglia poco o nulla a
quella di Comte. Una storia autentica della teoria sociolo­
gica comporta molto di piu di una serie, ordinata crono­
logicamente, di sommari critici di dottrine diverse; essa
deve trattare dell'interazione fra la teoria e problemi quali
l'origine sociale e gli status dei suoi esponenti, l'organiz­
zazione sociale della sociologia e le sue eventuali trasfor­
mazioni, i mutamenti che subiscono le idee a causa della
loro diffusione, il loro rapporto con la struttura sociale
e culturale circostante. Vogliamo ora brevemente parlare
di alcune funzioni specifiche che un esame approfondito
delle formulazioni classiche della teoria sociologica può
svolgere per la sistematica.
La situazione delle scienze fisiche e naturali è ben
diversa da quella delle scienze sociali, in particolare della
sociologia. Se anche il fisico qua fisico, non ha bisogno di
inoltrarsi in Principia di Newton, o il biologo qua biolo­
go, di leggere e rileggere Origin of Species di Darwin, il
sociologo qua sociologo, e non quale storico della socio­
logia, ha mille e una ragione di studiare le opere di
Weber, Durkheim e Simmel, e se è per questo, di tornare
di tanto in tanto ai lavori di Hobbes, Rousseau, Condorcet
o Saint-Simon.
La ragione di questa differenza è stata qui già esami­
nata abbastanza. I documenti dimostrano che le scienze
fisiche e naturali hanno in generale avuto molto piu suc­
cesso delle scienze sociali, nel ricuperare la conoscenza
cumulativa rilevante e nell'incorporarla nelle formulazioni
successive. Questo processo di distruzione per incorpora­
zione è ancora raro in sociologia, per cui informazioni
non ancora conosciute sono ancora là, pronte per essere
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 63

utilmente impiegate come nuovi punti d i partenza. L'uti·


lizzazione attuale della teoria sociologica del passato è an·
cara piu complessa, come è dimostrato dal numero di
funzioni svolte dalle citazioni della teoria classica.
Vi è un primo tipo di citazione che non costituisce
né un semplice commento dei classici, né una presenta·
zione di autorevoli credenziali per idee contemporanee.
Piuttosto, questa forma di citazione rappresenta momenti
di affinità fra le nostre idee e quelle dei nostri predeces·
sori. Piu di un sociologo ha avuto la deprimente esperienza.
di trovare che la sua scoperta indipendente è una risco­
perta involontaria e, quel che è peggio, di constatare che
il linguaggio della prescoperta classica, da lungo tempo
dimenticata, è cosi acuto, cosi eloquente o cosi ricco di
implicazioni da rendere la propria versione, una versione
secondaria. In questo stato ambivalente, di frustrazione
per esser stato anticipato, e di gioia di fronte alla bellezza
della formulazione precedente, egli cita l'idea classica.
Differiscono solo di poco quelle citazioni delle opere
classiche che sorgono quando lo studioso trova nel libro
precedente precisamente quel che egli aveva in mente.
L'idea, ancora sconosciuta agli altri lettori, viene notata
proprio per la sua affinità con quanto lo studioso aveva
già pensato. Spesso si presume che citare una fonte pre­
cedente significhi necessariamente che l'idea o la scoperta
contenuta nella citazione sia stata notata solo nel mo­
mento in cui la si è letta nel testo. Eppure l'esperienza
dice che, spesso, tale passaggio ha fermato l'attenzione
del lettore solo perché si accordava con quanto egli aveva
già elaborato per proprio conto. Quel che troviamo qui
è un evento che suona strano: un dialogo fra morti e
vivi. Questi dialoghi non sono molto diversi da quelli
che si svolgono fra scienziati contemporançi, in cui cia­
scuno si compiace di trovare che l'altro è d'accordo su
un'idea che egli coltivava in solitudine e che in solitudine
appariva quasi sospetta. Se le idee vengono espresse in
modo indipendente da un'altra persona, sia in una con-
64 Teoria sociologica

versazione sia in uno scritto, esse acquistano una nuova


validità. Il solo vantaggio di trovarle già stampate è che,
a questo modo, uno è sicuro che non vi è stato nessun
inconsapevole contagio fra la sua idea originaria e quella
formulata nell'articolo o nel libro.
I sociologi « dialogano » con i classici anche in un
altro senso. Un sociologo contemporaneo può imbattersi
in una pagina in cui un classico mette in discussione una
idea sulla cui validità sarebbe stato pronto a giurare e su
cui ora deve ulteriormente riflettere. Costretto a pensare
di essersi sbagliato egli deve riesaminare l'idea, e se trova
che, in effetti, era difettosa, sarà portato a riformularla,
avvantaggiandosi cosi di questo silenzioso dialogo.
Una quarta funzione dei classici è quella di fornire
un modello di lavoro intellettuale. Le pagine di intelletti
cosi penetranti come quelli di Durkheim e Weber ci
aiutano a stabilire criteri di gusto e di giudizio per indi­
viduare un buon problema sociologico - che abbia cioè
conseguenze teoriche significative - e per apprendere
qual è una soluzione appropriata del problema. I classici
sono quelli che Salvemini amava chiamare libri feconda­
tori 73, libri che affinano le capacità di quegli attenti let­
tori che vi si dedicano con passione. È questo il processo
che presumibilmente condusse il grande matematico nor­
vegese Niels Abel ad annotare. nel suo taccuino : « Credo
che se uno vuole far dei progressi nella matematica, deve
studiare i maestri e non gli allievi » 74•
I,nfine, se un libro · o un saggio classico è degno di
esser. letto, è anche degno di esser riletto molte volte. I
messaggi che provengono dalla pagina scritta cambiano
quasi ad ogni incontro fra l'autore scomparso e il lettore
vivente. Proprio come il Cantico dei Cantici è diverso a
diciassette o a settant'anni, cosi Wirtschaft und Gesell-

73In italiano nel testo.


74
L'estratto dal taccuino di Abel è riportato in Oystein Ore, Niels
Henrik Abel: Mathematician Extraordinary, Minneapolis, University of
Minnesota Press, 1957, p. 138.
Sulla storia e la sistematica della teoria sociologica 65

schaft di Weber, il Suicide di Durkheim e la Sociologie


di Simmel appaiono differenti a letture successive. Come
ogni nuova conoscenza ha un effetto retroattivo, aiutan­
doci a scoprire, nelle opere precedenti, anticipazioni e
adombramenti, cosi i mutamenti nella conoscenza socio­
logica attuale, nei suoi problemi e nei suoi interessi, ci
permettono di scoprire nuove idee in un lavoro che ave­
vamo già letto. Gli sviluppi recenti della nostra vita in­
tellettuale, o quelli della disciplina stessa, portano in
primo piano idee, o abbozzi di idee, che erano sfuggite
nel corso della precedente lettura. Naturalmente, questo
processo comporta una lettura intensa dei classici, quel
genere di concentrazione dimostrata da quell'autentico
studioso, descritto da Edmund Wilson che, udendo un
picchio alla porta, interruppe il suo lavoro, andò ad
aprire, strangolò l'estraneo che attendeva, e tornò quindi
al suo tavolo.
Una verifica semplice delle possibilità creative della
rilettura di un classico è quella di andare a riguardare le
note e gli appunti che erano stati presi durante una let­
tura precedente. Se il libro ci dice esattamente le stesse
cose le possibilità sono due: o siamo precipitati in una
condizione di grave ristagno intellettuale o l'opera clas­
sica, è intellettualmente meno profonda di quanto crede­
vamo. Naturalmente può capitare che si verifichino con­
temporaneamente tutti e due gli infortuni.
Quella che è un'esperienza usuale nella vita intellet­
tuale di un singolo sociologo, può diventare un'esperienza
condivisa da un'intera generazione di sociologi. Ogni nuo­
va generazione accumula il suo proprio repertorio di co­
noscenza, reagisce a nuovi problemi teorici e, di conse­
guenza, trova che molto di ciò che è « nuovo » era già
nei lavori precedenti che pure erano stati già esaminati.
Vi è molto da dire a favore di una rilettura dei classici,
specialmente , per una disciplina, come la sociologia, cosi
imperfettamente unificata: l'essenziale è che questo stu­
dio sia qualcosa di piu, e di diverso, dal mimetismo scon-
66 Teoria sociologica

siderato con cui la mediocrità paga il suo tributo alla


grandezza. Rileggere un'opera antica con occhi nuovi per­
mette ai sociologi contemporanei di percepire, in modo
immediato, ciò che la ricerca di prima mano presenta in
modo confuso e, quindi, di chiarire nelle nuove indagini
la parziale intuizione antica.
In conclusione, la lettura e la rilettura dei classici,
presenta numerosi vantaggi, a parte quello di scrivere
una storia della teoria sociologica. Tali vantaggi vanno
dal semplice piacere di imbattersi in una versione piu
convincente, ed esteticamente piu gradevole, delle proprie
idee, dalla soddisfazione di veder confermate queste idee
da un intelletto di prim'ordine, fino al vantaggio educa­
tivo di sviluppare rigorosi criteri di giudizio del lavoro
sociologico e della scoperta di nuove idee. Ognuno di
questi vantaggi deriva dall'imperfetto ricupero della teo­
ria sociologica passata. Per questo motivo i sociologi del
nostro tempo devono continuare a comportarsi diversa­
mente dagli scienziati fisici e naturali loro contempora"
nei, e coltivare la conoscenza dei loro non tanto antichi
predecessori. Ma se vogliono essere efficaci piuttosto che
devoti, se vogliono utilizzare piuttosto che commemorare
le precedenti formulazioni della teoria, devono distin··
guere fra l'esercizio scolastico dell'esegesi e del commento
e la pratica scientifica di estendere l'ambito di applicabi­
lità della teoria precedente. E, ancor piu importante, i
sociologi devon9 distinguere tra il compito specifico d.i
sviluppare la storia della teoria sociologica e quello di
elaborare la sua sistematica contemporanea.
Capitolo secondo

Sulle teorie sociologiche


di medio raggio

Come molte parole troppo usate, la parola teoria mi­


naccia di diventare priva di significato. La profonda di­
versità dei soggetti a cui viene applicata questa parola
- dalle ipotesi di lavoro minori alle speculazioni di vasta
portata, ma vaghe e sconnesse, fino ai sistemi assiomatici
di pensiero - porta al risultato che spesso essa crea oscu­
rità piuttosto che chiarezza. Nel corso di quest'opera, il
termine teoria sociologica si riferisce a concezioni logica­
mente articolate da cui possono derivarsi uniformità empi­
riche. In tutto il lavoro mi occupo di quelle teorie
che ho chiamato di medio raggio : teorie intermedie fra le
ipotesi di lavoro che si formulano abbondantemente du­
rante la routine quotidiana della ricerca 1 e le speculazioni
onnicomprensive basate su uno schema concettuale unifi­
cato che mirano a spiegare tutte le uniformità, empmca­
mente osservabili, del comportamento sociale, dell'orga­
nizzazione sociale e del mutamento sociale 2•

• « Una " ipotesi di lavoro" è poco piu del procedimento del buon senso

che tutti noi adoperiamo nella vita di ogni giorno. Nell'imbatterci in


certi fatti, ci vengono alla mente certe spiegazioni alternative che cer­
chiamo di verificare >>. James B. Conant, On Understanding Science,
New Haven, Yale University Press, 1947, p. 134, nota 4.
2 La discussione prende l'avvio ed estende una critica al saggio di

Parsons sulla posizione della teoria sociologica, fatta al meetings àel­


l'American Sociological Society del 1947, e pubblicata in quella breve
:fonna nell Am erican Sociological Review, 1949, 13, pp. 164-168; attin­
'

ge anche da discussioni successive: R. K. Merton, The Role-set: Prob­


lems in Sociological Theory, « The British Journal of Sociology », 1957,
8, pp. 106-120, precisamente alle pp. 108-110; R. K. Merton, Introdu-
68 Teoria sociologica

In sociologia le teorie di medio raggio vengono utiliz­


zate, soprattutto, per guidare la ricerca empirica. Esse
occupano una posizione intermedia fra le teorie generali
dei sistemi sociali, troppo remote da particolari categorie
di comportamento, organizzazione e mutamento sociale,
per poter fornire una spiegazione a quanto viene osserva­
to, e quelle dettagliate descrizioni di particolari che non
vengono minimamente generalizzate. Le teorie di medio
raggio comportano naturalmente un lavoro di astrazione:
si tratta, tuttavia, di astrazioni abbastanza vicine ai dati
da permetterne l'inclusione in proposizioni empiricamente
verificabili. Come dice il loro nome, le teorie di medio
raggio trattano di aspetti circoscritti di fenomeni sociali.
Si parla di una teoria dei gruppi di riferimento, della mo­
bilità sociale, del conflitto di ruolo e della formazione di
norme sociali, cosi come ci parla di una teoria dei prezzi,
di una teoria della malattia infettiva o di una teoria cine­
tica dei gas.
La caratteristica fondamentale delle idee che danno
luogo a questo tipo di teorie è di essere semplici. Si con­
sideri l'esperienza di Gilbert col magnetismo, o quella di
Boyle con la pressione atmosferica o di Darwin con la
formazione degli atolli corallini. Gilbert inizia con l'idea
relativamente semplice, che la terra può esser vista come
un magnete, Boyle con la semplice idea che l 'atmosfera
può esser paragonata ad un « mare d'aria », e Darwin con
l'idea che si possano concepire gli atolli come escrescenze
di coralli, nate su isole sommerse dal mare da lungo tem­
po. Ciascuna di queste teorie fornisce un'immagine che
provoca una serie di deduzioni . Si consideri solo un caso :
se si pensa all'atmosfera come ad un mare d'aria, allora,
come dedusse Pascal, in cima ad una montagna dovrebbe
esservi minor pressione di aria che ai suoi piedi. Cosi,

:r:ione al libro di Allen Barton, Social Organi:r:ation under Stress; A


Sociological Review of Disaster Studies, Washington, D.C., National
Academy of Scienecs-National Research Council, 1963, xvii-xxxvi, pre­
cisamente a xxix-xxxvi.
Sulle teorie sociologicbe di medio raggio 69

l'idea iniziale suggerisce ipotesi scientifiche che possono


esser verificate andando a vedere se inferenze di questo
tipo siano dimostrate empiricamente.
In modo molto simile, la teoria dei gruppi di riferi­
mento e della privazione relativa ha inizio dalla semplice
idea, proposta originariamente da James, Baldwin e Mead,
e in seguito sviluppata da Hyman e Stouffer, che gli indi­
vidui prendono come base di valutazione e giudizio di se
stessi, gli standars adottati dagli altri secondo il loro signi­
ficato. Alcune delle inferenze derivate da questa idea sono
palesemente in contrasto con le previsioni del buon senso,
che si basano su un insieme non verificato di assunti « scon­
tati » . Il buon senso, ad esempio, suggerirebbe che mag­
giori sono le perdite subite in un disastro generale da una
famiglia, piu acuto sarà il suo senso di privazione. Que­
st'opinione si basa sull'assunto, non verificato, che l'am­
piezza della perdita effettiva sia correlata, in modo lineare,
con la valutazione soggettiva della perdita stessa, e che
questa valutazione derivi direttamente dalla immediata
esperienza individuale. Ma la teoria della privazione rela­
tiva conduce ad un'ipotesi ben diversa: l'autovalutazione
dipende dal confronto che gli individui fanno fra la pro­
pria situazione e quella di altre persone, che si giudica
siano confrontabili con se stessi. Questa teoria può, dun­
que, ipotizzare che, in condizioni da specificarsi, le fa­
miglie che hanno accusato gravi perdite sperimenteranno
un senso di privazione minore di quelle che hanno avuto
perdite meno gravi, se si trovano in una situazione che
le porta a confrontarsi con persone che hanno sofferto di
perdite anche maggiori. Ad esempio, le persone che si
trovano nella zona maggiormente colpita dalla calamità,
per quanto gravi siano le loro perdite, saranno portate ad
osservare, fra quanti li circondano, proprio coloro che
hanno subito le perdite maggiori. Le ricerche empiriche
dimostrano la validità della teoria della privazione rela­
tiva piuttosto che le supposizioni del buon senso : « il
sentimento di stare relativamente meglio degli altri aumen-
70 Teoria sociologica

ta con l'aumentare della perdita oggettiva, fino alla cate­


goria che ha registrato il massimo delle perdite », e solo
allora declina. Questo modello è rinforzato dalla tendenza,
rintracciabile nelle comunicazioni pubbliche, di concen­
trarsi su « le vittime piu colpite del disastro, che tendono
a diventare gruppi di riferimento con cui possono favore­
volmente confrontarsi anche altre vittime �> . Lo sviluppo
successivo dell'indagine mostra che questi modelli di auto­
valutazione influenzano, a loro volta, la distribuzione del
morale nella comunità dei sopravvissuti e le loro moti­
vazioni ad aiutare gli altri 3• In una classe particolare di
comportamento, quindi, la teoria della privazione relativa
ci indirizza verso un insieme di ipotesi che possono essere
empiricamente verificate.
La conclusione dell'esempio precedente può essere bre­
vemente espressa a questo modo : quando pochi sono col­
piti nella stessa misura, il dolore e la perdita di ciascuno
sembra grande; quando una disgrazia colpisce molti, e in
misura diversa, anche perdite piuttosto grandi sembrano
piccole, se confrontate con quelle ancora piu gravi. La
probabilità che si facciano questi paragoni è influenzata
dal grado diverso di visibilità delle perdite grandi e
piccole.
La specificità di questo esempio non dovrebbe offu­
scare il carattere piu generale della teoria di medio raggio.
È ovvio che il comportamento della gente di fronte ad un
disastro è solo una della vasta schiera di situazioni parti­
colari, a cui può essere utilmente applicata la teoria dei
gruppi di riferimento. E lo stesso si deve dire per la teo­
ria del mutamento nella stratificazione sociale, per la teoria
dell'autorità, per quella dell'interdipendenza funzionale o
per la teoria dell'anomia. Ma è altrettanto chiaro che que­
ste teorie di medio raggio non son state derivate logica­
mente da una teoria onnicomprensiva dei sistemi sociali,
anche se è probabile che non sarebbero incompatibili con

3 Barton, op. cit., pp. 62-63, 70-72, 140 e l'introduzione, xxiv-xxv.


Sulle teorie sociologiche di medio raggio 71

una teoria del genere. · In piu, ciascuna teoria è qualcosa


di piu di una semplice generalizzazione empirica, una pro­
posizione isolata che somma le uniformità che si osservano
nelle relazioni fra due o piu variabili. Una teoria include
una serie di assunti, da cui sono state derivate le stesse
generalizzazioni empiriche.
Un altro esempio di teoria sociologica di medio rag­
gio può aiutarci a identificarne le caratteristiche e le uti­
lizzazioni. La teoria del complesso di ruoli ( role-set) 4
inizia con un'immagine che si riferisce al modo di orga­
nizzazione degli status sociali nella struttura sociale. Que­
sta immagine è altrettanto semplice di quella di Boyle
sull'atmosfera come un mare di aria, o dell'immagine di
Gilbert sulla terra come magnete. Come per tutte le teorie
di medio raggio, tuttavia, la verifica consiste nell'usare
l'immagine e non nel giudizio di ovvietà o di stranezza
dato a freddo sull'idea guida, considerandola derivata da
una teoria piu generale o ritenendola in rapporto con una
classe particolare di problemi.
Nonostante la gran varietà di significati attribuiti al
concetto di status sociale, è possibile rintracciare una tra­
dizione sociologica che usa uniformemente il termine per
indicare una posizione nel sistema sociale e tutto l'insieme
specifico di diritti e obblighi stabiliti, legati a questa po­
sizione. In questa tradizione, di cui Ralph Linton è un
esempio, il concetto, logicamente connesso, di ruolo so­
ciale, indica il comportamento degli occupanti degli sta­
tus, orientato verso le aspettative codificate degli altri
(che accordano i diritti ed esigono il rispetto degli obbli­
ghi). Linton, come altri appartenenti a questa tradizione,
prosegue osservando ciò che è stato spesso e da lungo
tempo notato, e cioè che nella società ciascuna persona
occupa inevitabilmente molti status e che ciascuno di
questi status ha il suo relativo ruolo.
È a questo punto che la teoria del complesso di ruoli

' Le pagine seguenti si basano su Merton, The Role-set, cit.


72 Teoria sociologica

si allontana da questa solida tradizione. La differenza è


inizialmente piccola (qualcuno potrebbe dire che è tanto
piccola da essere insignificante), ma lo spostamento del
punto di osservazione conduce ad ulteriori differenze teo­
riche di piu ampio significato. La teoria del complesso
di ruoli inizia col concetto che ogni status sociale non com­
porta un unico ruolo ma un insieme di ruoli. Questo
aspetto della struttura sociale dà origine al concetto di
complesso di ruoli : tutti quei rapporti sociali in cui sono
coinvolte le persone, per il semplice fatto di occupare
uno status sociale particolare. Cosi, una persona che ha
lo status di studente di medicina non svolgerà solo il suo
ruolo di studente di fronte allo status correlativo dei suoi
insegnanti, ma anche tutta una serie di altri ruoli che lo
legano in modi diversi agli altri membri del sistema. Pos­
siamo citare il caso dell'insegnante: anche questo status
ha il suo specifico complesso di ruoli, che mette in rela­
zione l'insegnante, non solo con l'allievo, lo status corre­
lativo, ma anche con i colleghi, col preside e col direttore,
con )'ispettore . scolastico, con le associazioni professio­
nali e, negli Stati Uniti, con la commissione per l 'istru­
zione e le associazioni patriottiche locali. Si noti che il
complesso di ruoli è diverso da quel che, da tempo, i
sociologi hanno chiamato « ruoli multipli ». Quest 'ultimo
termine ha tradizionalmente indicato, non l'insieme di
ruoli legati ad un unico status sociale, ma i diversi status
sociali occupati dalle persone ( spesso in sfere istituzio­
nali differenti }: ad esempio, una persona può avere lo
status di medico, di padre, di professore, di anziano della
Chiesa, di membro del partito conservatore e di capitano
dell'esercito. ( Quest'insieme di status distinti che inerisce
ad una stessa persona, ciascuno dei quali possiede il suo
specifico complesso di ruoli, è un complesso di status.
Questo concetto provoca tutta quella serie di problemi
analitici che sono esaminati nel capitolo Xl).
Fino a questo punto il concetto di complesso di ruoli
è semplicemente un'immagine per pensare ad una campo-
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 73

nente della struttura sociale. Ma quest'immagine è solo


un inizio e non una conclusione, poiché conduce diretta­
mente a certi problemi analitici. La nozione del complesso
di ruoli fa immediatamente pensare che le strutture so­
ciali pongono gli uomini di fronte al compito di artico­
lare le componenti di un numero infinito di complessi di
ruoli : al compito funzionale, cioè, di tentare di organiz­
zare in qualche modo questi complessi, affinché si rag­
giunga un grado apprezzabile di regolarità sociale, suffi­
ciente a far si che la maggior parte della gente, per la
maggior parte del tempo, possa pensare ai propri affari
senza rischiare di esser paralizzata dai conflitti insolubili
dei propri complessi di ruoli. Se questa idea, relativa­
mente semplice, del complesso di ruoli ha un qualche
valore teorico, dovrebbe sollevare problemi specifici per
la ricerca sociologica. È proprio quello che succede a tale
concetto 5• Innanzitutto, solleva il problema generale, ma
definito, di identificare i meccanismi sociali - e cioè i
processi sociali che hanno conseguenze specifiche per parti
definite della struttura sociale - capaci di articolare le
aspettative di coloro che fanno parte del complesso di
ruoli, in modo adeguato a ridurre i conflitti di colui che
occupa uno status. Solleva, poi, l'ulteriore problema di
scoprire come entrino in funzione questi meccanismi, co­
sicché sia anche possibile spiegare perché in certi sistemi
sociali tali meccanismi non operino in modo adeguato, o
non entrino affatto in funzione. Infine, come la teoria del­
la pressione atmosferica, anche la teoria del complesso di
ruoli conduce direttamente a ricerche empiriche rilevanti.
Alcune monografie sul funzionamento di tipi diversi di

5 Per una versione precedente di questa idea si veda Merton, The

Social-cultural Environment and « Anomie », in Helen L. Witmer, Ruth


Kotinsky (a cura di), Perspective for Research on ]uvenile Delinquency :
rapporto di una conferenza sulla rilevanza e le interrelazioni di certi
concetti della sociologia e della psichiatria per lo studio della delin­
quenza, tenuta il 6 e 7 maggio 1955; Washington, D.C., U.S. Depart­
ment of Health, Education and Welfare, 1956, pp. 24-50, precisamente
pp. 47-48 .
74 Teoria sociologica

organizzazione formale hanno sviluppato ampliamenti teo­


rici, empiricamente fondati, del modo in cui i complessi
di ruoli operano nella realtà 6•
La teoria del complesso di ruoli mette in luce un altro
aspetto delle teorie sociologiche di medio raggio. Di fre­
quente, queste teorie sono coerenti con un gran numero
di cosiddetti sistemi di teoria sociologica. Per quel che si
sa, la teoria del complesso di ruoli non è incompatibile
con vasti orientamenti teorici, quali la teoria marxista,
l'analisi funzionale, il behaviorismo sociale, la sociologia
integrale di Sorokin o la teoria dell'azione di Parsons.
Questa può essere un'osservazione sacrilega per tutti co­
loro che son stati educati a pensare che i sistemi di pen­
siero sociologico sono costituiti da una serie di proposi­
:lioni logicamente articolate e che tra loro si escludano a
vicenda. Ma in effetti, come diremo piu avanti, le teorie
sociologiche onnicomprensive sono sufficientemente sle­
gate, internamente contrastanti, e reciprocamente sovrap­
poste, da permettere che una data teoria di medio raggio,
con un ragionevole grado di verifica empirica, possa spes­
so essere ricondotta entro teorie gener�li che, per certi
versi, sono esse stesse piuttosto contraddittorie. Questa
opinione; abbastanza eterodossa, può essere illustrata da
un riesame della teoria del complesso di ruoli come teoria
di mèdio raggio. In primo luogo, ci allontaniamo dal con-

� Se dovessimo giudicare dalla dinamica dello sviluppo della scien­

za, cosi come è stata abbozzata nella parte precedente di questa intro­
duzione, le teorie di medio raggio, essendo vicine al fronte di ricerca,
sono particolarmente adatte ad essere il prodotto di scoperte multiple
e approssimativamente simultanee. L'idea base del complesso di ruoli

è stata indipendentemente sviluppata nella importante monografia di


Neal Gross, Ward S. Mason e A. W. McEachern, Explorations in Role
Analysis: Studies on the School Superintendency Role, New York,
John Wiley & Sons, 1958. Importanti estensioni della teoria, accompa­
gnate da investigazioni empiriche, si possono trovare nelle seguenti
monografie : Robert L. Kahn e ali., Organisational Stress: Studies in
Role Conflict and Ambiguity, si vedano le pp. 17 ss., New York, John
Wiley & Sons, 1964; Daniel Katz e Robert L. Kahn, The Social
Psychology of Organization, New York, John Wiley & Sons, 1966, pp.
172 ss. e passim.
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 75

cetto originale, assumendo che, nel sistema sociale, un uni­


co status comporti, non uno, ma un insieme di ruoli che
legano l'occupante dello status a diversi altri individui.
Secondo, notiamo che questo concetto del complesso di
ruoli produce problemi teorici, ipotesi e ricerche empiriche
specifiche. Uno dei problemi fondamentali è quello di
scoprire i meccanismi sociali che permettono l'articola­
zione del complesso di ruoli e la riduzione del conflitto
fra ruoli. Terzo, il concetto del complesso dl. ruoli ci con­
duce al problema strutturale dell'identificazione degli ar­
rangiamenti sociali che integrano, oppure contrappongono ,
le aspettative dei diversi membri del complesso di ruoli.
Il concetto dei ruoli multipli, invece, si limita ad indi­
card un problema diverso, anche se altrettanto importan­
te: come riescono gli individui, che occupano diversi sta­
tus, a far fronte alle numerose, e spesso contrastanti
richieste che vengono loro fatte? Quarto, il concetto del
complesso di ruoli solleva il problema ulteriore di vedere
come questi meccanismi sorgano; la risposta a questo in­
terrogativo ci permette di capire perché, in molti casi
concreti, il complesso di ruoli operi in modo inefficiente.
( In questa concezione non si assume che tutti i meccani­
smi sociali siano funzionali, piu di quanto nella teoria
dell'evoluzione biologica sia compreso l'assunto che non
vi siano sviluppi disfunzionali). E infine, la logica anali­
tica che guida questa teoria · sociologica di medio raggio
si sviluppa completamente nei termini degli elementi della
struttura sociale, e non attraverso la raccolta di descri­
zioni storiche concrete di sistemi sociali particolari. Per­
ciò, la teoria di medio raggio ci permette di superare il
falso problema di un conflitto teorico fra le prospettive
nomotetiche e idiotetiche, tra il generale e il particolare,
fra la teoria sociologica generalizzante e lo storicismo.
Da quanto si è detto, è evidente che, secondo la teo­
ria del complesso di ruoli, vi è sempre la possibilità che
esistano aspettative contrastanti, fra coloro che parteci­
pano al complesso di ruoli, circa il comportamento ap-
76 Teoria sociologica

propriato di colui che occupa lo status. La causa fonda­


mentale di questo conflitto potenziale - ed è importante
sottolineare ancora una volta che su questo punto siamo
in accordo con le piu disparate teorie generali, quali quel­
le di Marx, Spencer, Simmel, Sorokin e Parsons -.- si
trova nel fatto strutturale che gli altri membri del com­
plesso di ruoli probabilmente occupano differenti posi­
zioni sociali, che naturalmente sono diverse anche da
quella dell'occupante dello status in questione. Se i mem­
bri del complesso di ruoli occupano posizioni diverse
nella struttura sociale, è probabile che abbiano anche in­
teressi, sentimenti, valori e aspettative morali diverse da
quelli di colui che occupa lo status. Questa affermazione
è, dopotutto, uno dei principali assunti della teoria mar­
xiana, come pure di molte altre teorie sociologiche : la
differenziazione sociale causa l'insorgere di interessi di­
versi tra coloro che occupano posizioni diverse nella strut­
tura sociale. Ad esempio, i membri della commissione per
l'istruzione appartengono, molto spesso, a strati econo­
mici e sociali molto diversi dallo strato degli insegnanti.
Di conseguenza, gli interessi, i valori e le aspettative dei
membri della commissione possono differenziarsi di molto
da quelli dell'insegnante, che può cosi trovarsi al centro
di un conflitto fra queste aspettative e quelle degli altri
membri del suo complesso di ruoli : colleghi, membri in­
fluenti della commissione, probabilmente anche l'Ameri­
canism Committee of the American Legion. Quel che per
uno è un fattore educativo fondamentale, può esser giu­
dicato una sciocchezza dall'altro, mentre il terzo può pen­
sare che si tratti di un vero e proprio elemento sovver­
sivo. Quel che vale, in modo manifesto, per questo status,
vale anche per gli occupanti di altri status, i quali si tro­
vino strutturalmente legati, attraverso il loro complesso
di ruoli, ad altri che occupano posizioni diverse nella so­
cietà.
Ecco come la teoria del complesso di ruoli, analizzata
come teoria di medio raggio, inizia con un concetto, e con
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 77

le immagini che esso suggerisce, e finisce per suscitare


una vasta gamma di problemi teorici. Cosi, l'asserita base
strutturale dei disturbi potenziali di un complesso di ruoli
provoca un doppio interrogativo (che, come i documenti
dimostrano, non era stato sollevato in assenza della teo­
ria) : quali meccanismi sociali, se ve ne sono, agiscono per
contrastare l'instabilità, teoricamente supposta, del com­
plesso di ruoli ? E correlativamente: in quali circostanze
questi meccanismi sono impossibilitati ad agire, provo­
cando, di conseguenza, inefficienza, confusione e conflit­
to ? Come altri problemi che sono storicamente derivati
dall'orientamento generale dell'analisi funzionale , anche
questi interrogativi non presumono che il complesso di
ruoli operi invariabilmente con un grado sostanziale di
efficacia: questa teoria di medio raggio non si occupa
della generalizzazione storica, secondo cui nella società
prevarrebbe un certo grado di ordine sociale o di con­
flitto, bens1 si pone il problema analitico di identificare i
meccanismi sociali che producono quella misura maggiore
di ordine e quel grado minore di conflitto che non si rag­
giungerebbero se questi meccanismi non ci fossero.

I SISTEMI TOTALI DELLA TEORIA SOCIOLOGICA

La ricerca di teorie di medio raggio esige dal socio­


lago un impegno profondamente differente da quello ri­
chiesto per l'elaborazione di una teoria unificata e anni­
comprensiva. Nelle pagine che seguono si assume che
questa ricerca di un sistema teorico totale per la sociolo­
gia, in cui osservazioni di ogni tipo, sul comportamento,
sull'organizzazione e sul mutamento sociale, trovino pron­
tamente il loro posto preordinato, abbia le stesse pretese
eccessive e la stessa possibilità di riuscita di quei sistemi
filosofici generali che son giustamente caduti in disuso.
Alcuni sociologi scrivono ancora come se si aspettassero,
immediatamente, la formulazione della teoria sociologica,
78 Teoria sociologica

capace di abbracciare la vasta gamma di particolari, pre­


cisamente osservati, di comportamento sociale, organiz­
zazione e mutamento sociale, e feconda al punto da richia­
mare l'attenzione dei ricercatori empirici su migliaia di
problemi di ricerca. Ciò è una credenza apocalittica e
prematura insieme. Non siamo ancora pronti e il lavoro
preparatorio non è ancora stato fatto.
Il senso dei cambiamenti nei contesti intellettuali del­
la sociologia dovrebbe rendere umili a sufficienza e di­
stogliere tali ottimisti da questa speranza bizzarra. In
primo luogo, certi aspetti del nostro passato storico sono
ancora ben presenti fra noi. Dobbiamo ricordare che gli
inizi della sociologia avvennero in un'atmosfera intellet­
tuale 7 contrassegnata dalla proliferazione di sistemi filo­
sofici vasti ed onnicomprensivi. Ogni filosofo del diciot­
tesimo e degli inizi del diciannovesimo secolo, che valesse
qualcosa, doveva sviluppare il proprio sistema filosofico :
Kant, Fichte, Schelling, Hegel, sono solo quelli maggior­
mente conosciuti. Ciascun sistema era un invito personale
per una definitiva visione d'assieme dell'universo della
materia, della natura e dell'uomo.
Questi tentativi dei filosofi di creare sistemi totali di­
vennero un modello per i primi sociologi, e cosi il dician­
novesimo secolo fu il secolo dei sistemi sociologici. Al­
cuni dei padri fondatori, come Comte e Spencer, erano
imbevuti dell 'esprit de système e questo si espresse nelle
loro sociologie, come anche nelle loro filosofie. Altri, co­
me Gumplowicz, Ward e Ginnings, tentarono piu tardi
di dare legittimità intellettuale a questa ancor « nuova
scienza di un soggetto molto antico » : ciò richiedeva la
costruzione di una intelaiatura generale e definitiva di
pensiero sociologico, piuttosto che l'elaborazione di teo­
rie speciali, all'interno di un'intelaiatura provvisoria e
soggetta a sviluppi, capace di guidare l 'investigazione di

7 Si veda il classico lavoro di John Theodore Merz, A History of

European Thought in the Nineteenth Century, Edimburgo e Londra,


William Blackwood, 1904, 4 voli.
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 79

problemi sociologici speciali. In questo contesto, quasi


tutti i pionieri della sociologia tentarono di elaborare i
propri, personali sistemi. Questa proliferazione di sistemi,
ciascuno dei quali pretendeva di essere la sociologia auten­
tica, portò abbastanza naturalmente alla formazione di
scuole, ognuna con il suo gruppo di maestri, discepoli ed
epigoni. Non solo la sociologia si differenziò dalle altre
discipline, ma si divise anche al suo interno. La divisione,
tuttavia, non avvenne, come nella scienza, secondo specia­
lizzazioni, ma, come nella filosofia, secondo sistemi totali
che erano naturalmente ritenuti mutualmente esdusivi e
notevolmente in contrasto. Come Bertrand Russell ha no­
tato per la filosofia, questa sociologia totale non si è im­
padronita « del vantaggio dei costruttori di sistemi [ so­
dologici ] , di esser capace di affrontare i suoi problemi
uno alla volta, invece di dover inventare di colpo, un
blocco di teoria dell'intero universo [ sociologico ] » 8•
Nella loro ricerca di una legittimità intellettuale per
la loro disciplina, i sociologi hanno seguito anche un'altra
strada: hanno preso come loro prototipo i sistemi della
teoria scientifica, invece che quelli della filosofia. Anche
questo sentiero ha, qualche volta, condotto al tentativo
di creare sistemi sociologici totali, un fine che spesso ha
avuto origine da uno o piu, dei tre principali fraintendi­
menti a cui va soggetta la scienza. Il primo fraintendi­
mento assume che sia effettivamente possibile sviluppare
sistemi di pensiero, prima che si siano raccolte masse
enormi di osservazioni fondamentali. Secondo questo mo­
do di pensare Einstein avrebbe potuto seguire le orme di
Keplero, senza che secoli di ricerca e di pensiero sistema­
tico attorno ai risultati, gli preparassero il terreno. I si­
stemi di sociologia che derivano da questo tacito presup­
posto somigliano molto a quelli che, nel giro di 150 anni,
furono introdotti in campo medico da numerosi inven­
tori di sistemi: i sistemi di Stahl, di Boissier de Sauvagc;,
8 Bertrand Russell, A History of Western Philosophy, New York, Si­

mon and Schuster, 1945, trad. it., Milano, Longanesi, 1 948.


80 Teoria sociologica

di Broussais, di John Brown e di Benjamin Rush. Fino ai


primi decenni del diciannovesimo secolo vi furono illustri
personaggi della medicina che pensarono fosse possibile
sviluppare un sistema teorico della malattia molto prima
che la necessaria ricerca empirica raggiungesse un ade­
guato sviluppo 9• Questa tendenza ha condotto il biochimi­
co e sociologo dilettante Z. ]. Henderson ad osservare :
Una differenza fra la maggior parte delle costruzioni sistemati­
che delle scienze sociali e i sistemi di pensiero e classificazione
delle scienze naturali è rintracciabile nella loro evoluzione. Nelle
scienze naturali sia le teorie, che i sistemi descrittivi, sono cre­
sciuti attraverso un processo di adattamento alla conoscenza ed
all'esperienza crescente degli scienziati. Nelle scienze sociali è fre­
quente che i sistemi nascano completamente formati, dalla mente
di un uomo. Se attraggono l'attenzione, potranno allora essere mol­
to discussi, ma è raro che si verifichino modificazioni e adatta­
menti progressivi come risultato dello sforzo concertato di un gran
numero di uomini 10.

Il secondo fraintendimento che riguarda le scienze fi­


siche riposa su un assunto erroneo sulla contemporaneità
storica : tutti i prodotti culturali che esistono nello stesso
momento storico hanno lo stesso grado di maturità. In
effetti, se si facesse lo sforzo di percepire le differenze
che esistono in questo campo si acquisterebbe anche il
senso delle proporzioni. Il fatto che la fisica e la sociolo­
gia · si trovino entrambe ad esistere nella seconda metà del
ventesimo secolo, non significa che le realizzazioni del­
l'una debbano esser la misura dei risultati dell'altra. È
vero che agli scienziati sociali di oggi tocca vivere in un

9 Wilfred Trotter, çollected Papers, Oxford University Press, 1941,

p. 150. La storia dei costruttori di sistemi è raccontata in ogni storia


della medicina; si veda, per esempio, Fielding H. Garrison, An In­
troduction to the History of Medicine, Filadelfia, Saunders, 1929, e
Ralph H. Major, A History of Medicine, Oxford, Blackwell Scientific
Publications, 1954, 2 voli.
10 Lawrence J. Henderson, The Study of Man, Filadelfia, University

of Pennsylvania Press, 1941, pp. 18-20. II corsivo è nostro. Per la pre­


cisione, l'intero libro potrebbe esser letto con profitto dalla maggior
parte di noi sociologi.
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 81

tempo i n cui la fisica h a acquistato una preclSlone rela­


tivamente grande in campo teorico e nell'esperienza em­
pirica, un gran numero di strumenti di indagine e abbon­
danti ritrovati tecnologici. Guardando alla scienza fisica,
molti sociologi prendono le sue realizzazioni come criterio
di giudizio per valutare se stessi. Vogliono confrontare i
loro bicipiti con quelli dei fratelli piu grandi: anche loro
voglio contare. E quando diventa chiaro che essi non han­
no, né il fisico vigoroso, né il pugno micidiale, dei loro
fratelli maggiori, alcuni sociologi si disperano. Comincia­
no a chiedersi : è realmente possibile una scienza della
società, senza un sistema totale di sociologia? Ma questo
significa ignorare che fra la fisica e la sociologia del ven­
tesimo secolo stanno miliardi di ore di lavoro dedicate alla
ricerca paziente, disciplinata e cumulativa. Forse la socio­
logia non è ancora pronta per il suo Einstein, perché non
ha ancora trovato il suo Keplero - per non dir nulla del
suo Newton, Laplace, Gibbs, Maxwell o Plank.
In terzo luogo, i sociologi, qualche volta, interpretano
male la situazione attuale della teoria nelle scienze fisiche.
È un'ironia che i fisici si trovino d'accordo nell'ammettere
di non aver raggiunto un sistema teorico onnicompren­
sivo, e che molti di loro non pensino che ci si possa arri­
vare nell'immediato futuro. Ciò che caratterizza la situa­
zione della fisica è l'esistenza di un insieme di teorie spe­
cifiche di ampiezza variabile, e della speranza, storicamen­
te fondata, che queste continuino ad unirsi in famiglie
teoriche. Come si è espresso un osservatore : « È vero che
la maggior parte di noi spera in una futura teoria com­
prensiva, che unifichi i vari postulati della scienza, ma
non abbiamo intenzione di sospendere l'importante lavoro
della scienza per sederci ad aspettarla » 11• Piu di recente,
il fisico teorico, Richard Feynman, osservava con sgo­
mento che « oggi le nostre teorie, le nostre leggi di fisica

11
Henry Margenau, The Basis of Theory i1t Physics, manoscritto non
pubblicato, 1949, pp. 5-6.
82 Teoria sociologica

sono una moltitudine di pezzi e parti diverse che stanno


assieme piuttosto male » 12• Ma forse l 'osservazione piu
eloquente è quella del piu unificatore dei teorici, che de­
dicò gli ultimi anni della sua vita alla ricerca inesorabile
e vana « di una base teorica unificata per tutte queste
singole discipline, di un minimo di concetti e relazioni
fondamentali, da cui possano logicamente derivare tutti
i concetti e le relazioni delle singole discipline » . Nono­
stante la sua profonda e solitaria dedizione a questa ricer­
ca, Einstein osservò :
La maggior parte della ricerca fisica si dedica allo sviluppo di
varie branche della disciplina, ciascuna delle quali ha per oggetto
la comprensione teorica di campi di esperienza piu o meno ri­
stretti, e in ognuna di esse le leggi e i concetti rimangono, per
quanto possibile, vicini all'esperienza IJ_

Queste osservazioni dovrebbero essere meditate da


quei sociologi che aspettano che oggi - o domani - com­
paia un solido sistema di teoria. Se la fisica, con i suoi
secoli di generalizzazioni teoriche a largo raggio, non è
riuscita a sviluppare un sistema teorico onnicomprensivo,
allora, a fortiori, la scienza sociologica, che ha appena ini­
ziato ad accumulare generalizzazioni teoriche, empirica­
mente fondate, di modesta portata, dovrebbe saggiamente
moderare le sue aspirazioni per un sistema del genere.

PRESSIONI UTILITARISTICHE
PER SISTEMI SOCIOLOGICI TOTALI

La convinzione di alcuni sociologi che si debba imme­


diatamente arrivare a sistemi teorici di vasta portata non
deriva soltanto da un malinteso confronto con le scienze

u Richard Feynman, The Character of Physical Laws, Londra, Cox

&. Wyman, 1965, p . 30.


" Albert Einstein, The Fundamentals of Theoretical Physics, in Great
Bssays by Nobel Prize Winners, a · cura di L. Hamalian e E. L. Volpe,
New York, Noonday Press, 1960, pp. 219-230, a 220,
·
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 83

fisiche, ma è anche una reazione alla situazione ambigua


della sociologia nella società contemporanea. Proprio il
dubbio se si sia accumulata una conoscenza sociologica
adeguata a venir incontro alle numerose richieste che oggi
vengono fatte alla sociologia - da parte di uomini poli­
tici, riformatori, reazionari, uomini d'affari e uomini di
Stato, rettori e studenti universitari - provoca in alcuni
sociologi la zelante e difensiva convinzione che essi deb­
bano in qualche modo essere all'altezza di queste richieste,
per quanto premature e stravaganti esse possano essere.
Questa convinzione implica l'errore di supporre che
una scienza debba essere in grado di rispondere ad ogni
domanda che le venga fatta, intelligente o stupida che
sia. È una convinzione che si basa implicitamente sulla
presunzione, sacrilega e masochista, che uno debba essere
onnisciente o onnicompetente, e che ammettere una cono­
scenza meno che universale sia come ammettere un'igno­
ranza completa. Cosi, accade spesso che gli esponenti di
una disciplina in erba avanzino la bizzarra pretesa di di­
sporre di sistemi generali di teoria, adeguati all'intera
gamma dei problemi compresi nella disciplina. È a questa
sorta di atteggiamento che si riferiva Whitehead nella
massima che fa da epigrafe a questo libro: « È caratteri­
stico di una scienza ai suoi inizi ... essere tanto ambizio­
samente profonda nei suoi fini, quanto superficiale ne!
trattare i particolari ».
Come sbagliano i sociologi a paragonarsi, senza ri­
flettere, agli scienziati fisici contemporanei, solo per la
circostanza fortuita che entrambi vivono nello stesso mo­
mento storico, cosi spesso sbaglia il pubblico e, fra il
pubblico, coloro che sono in posizione di prender deci­
sioni, nel valutare, in modo definitivo, la scienza sociale,
sulla base della sua attuale capacità di risolvere i problemi
urgenti della società di oggi. Il masochismo fuori posto
del sociologo, e l'involontario sadismo del pubblico, na­
scono dalla stessa incapacità di vedere che la scienza so­
ciale, come tutta la scienza, è un continuo processo di
84 Teoria sociologica

sviluppo, e che non c'è nessuna Provvidenza capace di far


sf che, in qualunque momento, la scienza sia in grado di
affrontare la totalità dei problemi che affliggono l'uma­
nità. Da un punt o di vista storico un'aspettativa del ge­
nere verrebbe ad essere equivalente ad un giudizio defini­
tivo sulla posizione e l'avvenire della medicina del XVII
secolo , in base alla sua capacità di produrre istantanea­
mente una cura, o anche un semplice profilattico, alle ma­
lattie cardiache. Anche supponendo che tutti fossero stati
d'accordo sull'urgenza del problema - si pensi al numero
crescente di morti per trombosi delle coronarie ! -, pro­
prio questo fatto avrebbe potuto far perdere di vista la
questione completamente indipendente di quanta cono­
scenza medica vi fosse nel 1 650 (o nel 1 850 o nel 1 950)
per risolvere questo e un'altra serie molto vasta di pro­
blemi sanitari. Pure, è questa illogicità che caratterizza
tante richieste pratiche poste attualmente alle scienze so­
ciali. Dal momento che la guerra, lo sfruttamento, la po­
vertà, la discriminazione razziale e l'insicurezza psicolo­
gica sono i tipici flagelli delle società moderne, la scienza
sociale deve giustificarsi fornendo soluzioni per tutti que­
sti problemi. Eppure è possibile che gli scienziati sociali
non siano meglio equipaggiati, per risolvere questi pro­
blemi attuali, di quanto lo fossero I:Iarvey e Sydenham
per identificare, studiare e curare le trombosi coronariche
nel 1655. Tuttavia, come è testimoniato dalla storia, la
incapacità della medicina del XVII secolo di affrontare
questo particolare problema, non significava che essa non
avesse possibilità di sviluppo. Se ognuno dovesse appog­
giarsi solo a ciò che è certo, chi sosterrebbe il principiante
che deve ancora formarsi?
L'aver sottolineato la distanza esistente fra i problemi
pratici, di cui si chiede al sociologo di occuparsi, e lo
stato delle sue conoscenze e delle sue capacità, non signi­
fica naturalmente che il sociologo non dovrebbe cercare
di sviluppare teorie sempre piu comprensive, o che non
dovrebbe far ricerche su problemi pratici, urgenti ed im-
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 85

portanti ; soprattutto non si voleva con ciò affermare che


egli dovrebbe deliberatamente limitarsi a banali problemi
concreti. Diversi settori della ricerca e della teoria di
base hanno probabilità diverse di essere imparentati con
problemi pratici particolari, cosi come hanno gradi poten­
zialmente diversi di rilevanza 14• Ma è importante rista­
bilire il senso storico delle proporzioni. L'urgenza e la
vastità di un problema sociale pratico non garantisce del­
la sua immediata soluzione 15• In ogni momento dato, gli
uomini di scienza sono vicini alla soluzione di certi pro­
blemi e lontanissimi dalla soluzione di altri. Bisogna ri­
cordare che la necessità è solo la madre delle scoperte; e
che il padre è il sapere socialmente accumulato. Se i due
non si accoppiano, la necessità rimane sterile. Essa natu­
ralmente potrà concepire piu tardi, il giorno in cui sarà
convenientemente accoppiata. Ma il partner ha bisogno di
tempo (e nutrimento) se vuoi raggiungere la statura e il
vigore necessario a soddisfare le richieste che gli verran­
no fatte.
L'orientamento di questo libro nei confronti del rap­
porto fra la teoria sociologica contemporanea e problemi
pratici della società è molto simile al suo orientamento nei
confronti del rapporto fra sociologia e teoria sociologica
generale. Si tratta di un orientamento di sviluppo e non
di una concezione che crede alle creazioni improvvise di
un sociologo che porteranno immediatamente alla solu-

14 Questa concezione è sviluppata da R. K. Merton in Basic Research


and Potential of Relevance, « American Behavioral Scientist », 1963,
VI, pp. 86-90, sulla base della mia precedente discussione, The role
of Applied Social Science in the Formation of Policy, « Philosophy of
Science », 1%9, 16, pp. 161-181.
1 5 Come può esser visto in dettaglio in lavori del tipo di quelli

che qui citiamo : Pau! F. Lazarsfeld, William Sewell e Harold Wilensky,


The Uses of Sociology, New York, Basic Sooks, in stampa; Alvin W.
Gouldner e S. M. Miller, Applied Sociology: Opportunities and Prob­
lems, New York, The Free Press, 1965; Bernard Rosenberg, Israel Ger­
ver e William Howton, Mass Society in Crisis: Social Problems and
Social Pathology, New York, The Macmillan Company, 1964; Barbara
Wootton, Social Science and Social Pathology, New York, The Macmil­
lan Company, 1959.
86 Teoria sociologica

zione dei principali problemi sociali o ad un'unica teoria


onnicomprendente. Per quanto questo orientamento non
pretenda risultati drammatici e straordinari, offre un con­
suntivo ragionevolmente realistico della condizione attuale
della sociologia e dei modi in cui va sviluppandosi.

SISTEMI TOTALI DI TEORIA


E TEORIE DI MEDIO RAGGIO

Da quanto si è detto sin qui, sembra ragionevole pen­


sare che la sociologia avanzerà nella misura in cui la sua
preoccupazione principale ( ma non esclusiva) sarà quella
di elaborare teorie di medio raggio, e che invece il suo
sviluppo sarà ritardato ove ci si orienti prevalentemente
verso sistemi sociologici totali. È per questo che nella
sua prolusione inaugurale alla London School of Eco­
nomics, T. H. Marshall ha auspicato « massi, posti a mez­
za distanza attraverso il guado » sociologico 16• Il nostro
compito principale è, oggi, quello di sviluppare teorie ap­
plicabili ad ambiti concettualmente limitati - ad esem­
pio, teorie del comportamento deviante, delle conseguenze
non volute di azioni volute, della percezione sociale, dei
gruppi di riferimento, del controllo sociale, dell'interdi­
pendenza delle istituzioni sociali - piutto.sto che quello
di ricercare una struttura concettuale totale da cui pos­
sano derivarsi sia queste che altre teorie di medio raggio.
La teoria sociologica, se vuole efficacemente svilup­
parsi, deve procedere su questi due piani interdipendenti:
l . sviluppare teorie speciali da cui derivare ipotesi
che possono essere verificate empiricamente;
2. sviluppare progressivamen�e, e non rivelare improv­
visamente, uno schema concettuale piu generale che sia
capace di articolare gruppi di teorie speciali.

16
La prolusione inaugurale risale al 21 febbraio 1946. È stampata
in T. H. Marshall, Sociology at the Crossroads, Londra, Heinemann,
1963, pp. 2-24.
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 87

Concentrarsi esclusivamente su teorie speciali signi­


fica correre il rischio di tirar fuori ipotesi specifiche, che
spiegano limitati aspetti di comportamento, organizza­
zione e mutamento sociale ma che non sono fra loro con­
nesse. Concentrarsi interamente su uno schema concet­
tuale centrale, per derivarne tutte le teorie sussidiarie,
significa correre il rischio di produrre l'equivalente socio­
logico del ventesimo secolo dei vasti sistemi filosofici del
passato, con tutta la loro suggestione, il loro splendore
architettonico e la loro sterilità scientifica. Il teorico
che si dedichi esclusivamente all'esplorazione di un siste­
ma totale, con tutte le sue elevate astrazioni, corre il
rischio, come avviene per il decor moderno, che l'arreda­
mento della sua mente sia spoglio e poco confortevole.
La strada per efficaci schemi sociologici generali sarà
bloccata solo se, come agli inizi della sociologia, ogni so­
ciologo carismatico tenterà di elaborare il suo proprio
sistema generale di teoria. La persistenza di questa pra­
tica avrà come unico risultato la balcanizzazione della so­
ciologia, con ogni municipio governato dal proprio siste­
ma teorico. Benché questo processo sia, di tanto in tanto,
comparso nello sviluppo di altre scienze - in particolare
nella chimica, nella geologia, e nella medicina - non è
necessario che si ripeta in sociologia. S e siamo capaci di
imparare qualcosa dalla storia della scienza, noi sociologi
potremmo sperare in una teoria sociologica progressiva­
mente comprensiva che, invece di sorgere dalla mente di
un uomo, connetta gradualmente teorie di medio raggio,
che a questo modo diventerebbero casi speciali di formu­
lazioni piu generali.
Che ciò vada sottolineato con vigore lo si può con­
statare se si esamina lo sviluppo della teoria sociologica.
Si noti quanto siano poche, frammentarie e insignificanti
le ipotesi sociologiche specifiche che son state derivate
da uno schema concettuale centrale. Le proposizioni di
una teoria onnicomprensiva si spingono tanto innanzi,
rispetto alle teorie specifiche che san state confermate,
88 Teoria sociologica

da essere pm un programma non realizzato che unifica­


:doni di teorie a prima vista sconnesse. Naturalmente co­
me hanno indicato Talcott Parsons e Pitirim Sorokin (nel
suo Sociological Theories of Today), recentemente san
stati compiuti progressi significativi. La graduale conver­
genza di correnti teoriche sociologiche, socio-psicologiche
e antropologiche segna un progresso teorico notevole e
ne fa sperare altri e maggiori 17• Ma nonostante questo,
una gran parte di ciò che ora si chiama teoria sociologica
consiste di generici orientamenti verso i dati, che sugge�
11 Do molta importanza all'osservazione che Talcott Parsons fece
nel suo messaggio inaugurale all A merican Sociological Society, suc­
'

cessiva alla mia formulazione di questa posizione. Ad esempio: « Alla


fine di questo cammino punteggiato da un numero sempre piu alto
di isole di conoscenza teorica sempre piu specifica, si trova il paese
che, scientificamente parlando, è quello ideale: in esso, la maggior
parte delle attuali ipotesi operative della ricerca empirica sono diretta.,
mente derivate da un sistema generale di teoria. Guardandoci intor­
no .. solo la fisica, fra tutte le scienze, ha raggiunto questo stato. Noi
.

non possiamo ritenere di essere in qualche luogo da cui possiamo veder­


Io. Ma da ciò non segue, che per quanto una grande distanza ce ne
separi, siano futili tutti i passi in quella direzione. AI contrario, ogni
passo reale in quella direzione è un progresso. Solo a questo punto
finale le isole emergeranno del tutto e si riveleranno un continente.
Proprio alla fine, quindi, la teoria generale potrà fornire uno schema
orientativo di vasto respiro (n.b.) ... Essa servirà anche a codificare,
collegare e rendere utilizzabile una vasta massa di conoscenza empirica
attualmente esistente. Ci aiuterà a vedere le manchevolezze della no­
stra conoscenza e ci darà criteri di giudizio per valutare teorie e gene­
ralizzazioni empiriche. Infine, è indispensabile per la classificazione
sistematica dei problemi e per la formulazione di ipotesi fruttuose,
anche nel caso che queste non possano esser sistematicamente derivate
(n.b.) dalla teoria ». Talcott Parsons, The prospects of sociological
theory, « American Sociological Review >>, 1950, 15, pp. 3-16. ( l corsivi
sono nostri).
È significativo che un teorico generale, come Parsons, riconosca:
l ) che in effetti, le teorie generali sono tali da non permettere che da
esse vengano derivate ipotesi specifiche; 2) che in sociologia, al con­
trario che in fisica, la possibilità di tali derivazioni è, per la maggior
parte delle ipotesi, un obbiettivo remoto; 3) che la teoria generale
fornisce solo un orientamento generale; 4) e che serve come base per
codificare generalizzazioni empiriche e teorie speciali. Una volta che
si riconosca tutto questo, il sociologo che si dedica all'elaborazione di
teorie generali, non si differenzia di molto, in linea di principio, da
quello che vede le maggiori speranze della sociologia attuale nello svi­
luppo di teorie di medio raggio e nella loro periodica unificazione.
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 89

riscono i tipi di variabili che le teorie devono in qualche


modo prendere in considerazione, piuttosto che di . chiare
e verificabili enunciazioni di relazioni fra variabili speci­
fiche. Abbiamo molti concetti ma poche teorie conferma­
te, molti punti di vista ma pochi teoremi, molte « pro­
spettive » ma pochi punti di arrivo.
Consapevolmente o inconsapevolmente gli uomini di­
stribuiscono le loro scarse risorse, sia nella produzione
della teoria sociologica, sia nella produzione di rubinetti
e tubature, e queste distribuzioni riflettono le loro pre­
ferenze. Questa discussione della teoria di medio raggio
in sociologia ha avuto lo scopo di rendere esplicite le scel­
te di fronte a cui si trovano i sociologi che si occupano di
teoria. Che cosa assorbirà la maggior parte delle nostre
energie e risorse collettive? La ricerca di teorie a medio
raggio, che siano verificate, o la ricerca di uno schema
concettuale onnicomprensivo? È mia opinione - e come
si sa le opinioni vanno naturalmente soggette ad errore -
che siano le teorie di medio raggio ad offrire le piu larghe
promesse, purché la loro ricerca sia accompagnata dal
proposito fermo di unificare le teorie specifiche in un in­
sieme piu generale di concetti e proposiziani reciproca­
mente collegati. Anche cosi, dobbiamo adottare la pro­
spettiva dei nostri fratelli maggiori e di Tennyson:

Fanno il loro tempo i nostri piccoli sistemi;


Fanno il loro tempo e poi cessano di esistere.

REAZIONI POLARIZZATE ALLE TEORIE


DI MEDIO RAGGIO

Poiché la mia proposta di concentrare l'attenzione


sulle teorie sociologiche di medio raggio è apparsa in for­
ma di pubblicazione, si capisce come le reazioni dei socio­
logi siano state polarizzate. Complessivamente, si può dire
che queste reazioni son state in gran parte dettate dallo
specifico stile di lavoro dei sociologi. La , maggior parte
90 Teoria sociologica

dei sociologi impegnati in ricerche empiriche teoricamen­


te orientate, hanno approvato una proposta che non era
altro che una formulazione di quel che già costituiva una
loro implicita convinzione. Al contrario, la maggior parte
di coloro che si dedicano allo studio umanistico della sto­
ria del pensiero sociale, o che tentano di sviluppare una
teoria sociologica totale, hanno immediatamente giudicato
la proposta come una ritirata da aspirazioni giustamente
elevate. La terza risposta è di tipo intermedio : riconosce
che un'attenzione particolare alle teorie di medio raggio
non significa un'attenzione esclusiva, e vede lo sviluppo
di una teoria piu comprensiva, come un processo di uni­
ficazione di teorie a medio raggio, piuttosto che come
illuminazioni improvvise di studiosi individuali.

IL PROCESSO · DI POLARIZZAZIONE

Come la maggior: parte delle controversie scientifiche,


anche questa disputa sulla distribuzione delle risorse in­
tellettuali tra tipi diversi di lavoro sociologico implica un
conflitto sociale e non semplicemente una discussione in­
tellettuale 18• Le ragioni della disputa non si ritrovano
tanto nelle contraddizioni fra idee sociologiche sostantive,
quanto nelle definizioni COf\trastanti di quale sia il ruolo
piu efficace del sodologo contemporaneo.
Questa controversia segue il corso, sociologicamente
identificato, del conflitto sociale. Un attacco è seguito da
un contrattacco e il tutto è accompagnato dalla crescente
inimicizia fra le parti in conflitto. Trattandosi di un con­
flitto pubblico, diventerà, a tempo debito, una battaglia
di prestigio, piu che una ricerca della verità. Gli atteg­
giamenti si polarizzano e ciascun gruppo di sociologi co­
mincerà a reagire, in gran parte, a versioni stereotipate di

18
Le pagine seguenti si basano su R. K. Merton, Social Con/lict
in Styles of Sociological Work, Transactions, Fourth World Con·
gress of Sociology, 1961, 3, pp. 2146.
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 91

ciò che l'altro sta dicendo. I teorici di medio raggio di­


venteranno, cosi, niente altro che misuratori di nasi, cac­
ciatori di dati o sociografi meramente descrittivi, mentre
i teorici che aspirano alla teoria generale, saranno descritti
come incorreggibilmente speculativi, totalmente insensi­
bili alle dimostrazioni empiriche piu lampanti, o definiti­
vamente dediti a dottrine formulate in modo tale da non
poter essere verificabili. Questi stereotipi non sono com­
pletamente campati in aria : come la maggior p,arte degli
stereotipi, essi sono inflessibili esagerazioni di tendenze
e caratteristiche reali. Ma nel corso del conflitto sociale
diventano stereotipi che si autoconfermano, dato che i so­
ciologi evitano accuratamente tutte le esperienze che po­
trebbero costringerli a modificarli. I sociologi di ciascun
campo sviluppano una percezione altamente selettiva di
ciò che succede nell'altro campo. Ogni gruppo vede nel
lavoro dell'altro quasi esclusivamente ciò che lo stereotipo
ha suggerito di vedere, e cosi si è pronti a prendere una
osservazione occasionale per una convinzione assoluta o
una preferenza momentanea per un impegno totale. In
questo processo, ciascun gruppo di sociologi diventa sem­
pre meno motivato a studiare il lavoro degli altri, giudi­
cato falso a priori. Essi scorrono gli scritti del gruppo
esterno quel tanto che è sufficiente a trovare munizioni
per nuove fucilate.
Questo processo di reciproca alienazione e stereoti­
pizzazione è probabilmente rinforzato dal grande aumento
delle pubblicazioni sociologiche. Come molti altri scien­
ziati e studiosi, anche i sociologi non possono piu « stare
al passo » con quanto viene pubblicato nella disciplina:
devono diventare sempre piu selettivi nelle loro letture.
E questa accresciuta selettività fa si che coloro, i quali
erano inizialmente ostili a un tipo particolare di lavoro
sociologico, abbandonino completamente proprio lo stu­
dio di quelle pubblicazioni che avrebbe potuto portarli
ad abbandonare i loro stereotipi.
Queste condizioni tendono ad incoraggiare la polariz-
92 Teoria sociologica

zazione di prospettive. Anche quegli orientamenti socio­


logici che non sono sostanzialmente contradittori, vengo­
no considerati tali. Secondo queste posizioni radicali , l'in­
chiesta sociologica deve essere o statistica o storica ; le
grandi controversie e i grandi problemi del tempo debbo­
no essere l'unico oggetto di studio oppure questi spinosi
argomenti devono essere del tutto abbandonati perché non
si prestano ad essere studiati scientificamente, e cosi via.
Il processo del conflitto sociale potrebbe essere inter­
rotto nel bel mezzo, ed essere convertito in critica intel­
lettuale, se si potesse metter fine al disprezzo reciproco
che spesso contraddistingue queste polemiche. Ma le bat­
taglie fra i sociologi non avvengono nel contesto sociale
appositamente designato a neutralizzare, con regolarità,
i sentimenti reciproci. Un contesto del genere implica una
differenziazione di status fra le parti, almeno per quel che
riguarda l'oggetto specifico del rapporto, riconosciuta da
entrambi, · Quando vi · è questa differenziazione di status
-· comé nel rapporto fra avvocato e cliente o psichiatra
e paziente - la norma tecnica, legata allo status piu auto­
revole del rapporto, previene l'espressione dei sentimenti
reciproci. Ma è tipico che le controversie scientifiche av­
vengano in una compagnia di eguali (nonostante che lo
status delle parti possa differire in altri aspetti) e, in ag­
giunta, . che avvengano in pubblico , soggette all'osserva­
zione dei colleghi. Cosi la retorica si incontra con la reto­
rica, il disprezzo col disprezzo, e la controversia intellet­
tuale diventa un elemento subordinato della battaglia per
lo status.
Inoltre, in queste controversie polarizzate, non vi è
molto spazio per un terzo partito . non allineato che vor­
rebbe, magari, trasformare il conflitto sociale in unà cri­
tica · intellettuale. È esatto che alcuni sociologi non adot­
tano la posizione radicale prevista nei conflitti sociali ;
ma spesso succede che questi aspiranti non-combattenti
vengano raggiunti dal fuoco incrociato .dei due campi osti­
li. Essi vengono tacciati o di « mero eccletismo » - · e
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 9.3

questo rende superfluo esaminare ciò che essi sostengono


o la validità di tale posizione - oppure li si considera
« rinnegati » che hanno abbandonato la verità dottrinale;
o forse, peggio ancora, essi sono solamente dei « neu­
trali » che, per timidezza o calcolo, son fuggiti dal con­
flitto fondamentale fra il puro bene sociologico e il puro
male sociologico.
Ma le polemiche scientifiche come hanno le loro di­
sfunzioni, hanno anche le loro funzioni. Nel "corso del
conflitto, molti problemi conoscitivi, quando vengono uti·
lizzati per aver la meglio su un collega, vengono distortL
E tuttavia, quando il conflitto è regolato da una comunità
di pari, anche le polemiche, con le loro distorsioni, che
esauriscono le energie di coloro che sono impegnati in
queste parodistiche battaglie intellettuali, possono servire
a rimediare agli squilibri esistenti fra campi scientifici di­
versi. Non è facile determinare l'utilizzazione ottimale
delle risorse nella scienza, in parte proprio per gli estremi
disaccordi sui criteri di questo « ottimo » 19• In sociologia,
il conflitto sociale tende a diventare acuto ogni volta che
un particolare indirizzo analitico - ad esempio, i piccoli
gruppi o le società mondiali .- o un particolare insieme
di idee - diciamo, l'analisi funzionale o il marxismo -
o un modo particolare di indagine - inchieste o analisi
storiche - assorbono l'attenzione e l'energia di un nu­
mero sempre maggiore di sociologi. Queste linee di ricer­
ca possono diventare popolari, perché si san dimostrate
utili nel trattare certi problemi sociali o intellettuali op­
pure a causa di una loro attrazione di tipo ideologico.
I campi o i tipi di lavoro che sono impopolari vengono
progressivamente abbandonati dagli intelletti migliori, rag­
giungono sempre minori risultati e, come conseguenza,
diventano ancor meno attraenti. Se non vi fossero i con-

10 Il fisico e lo studioso della politica della scienza, Alvin M. Wein­

berg, si è dedicato a questo problema. Si veda il terzo capitolo, The


Choices of Big Science del suo libro Reflections on Big Science, Cam­
bridge, Mass., The M.I.T. Press, 1%7.
94 Teoria sociologica

flitti di cui abbiamo parlato, il regno delle ortodossie


teoriche e gli squilibri nella distribuzione del lavoro socio­
logico sarebbero ancor piu marcati. Le numerose richieste
a che i problemi, i metodi e gli orientamenti teorici tra­
scurati, ricevano una maggiore attenzione - anche quan­
do queste richieste sono accompagnate da attacchi gratuiti
alle prevalenti linee di sviluppo - possono contribuire
a diversificare il lavoro sociologico, ostacolando la ten­
denza alla concentrazione su un raggio ristretto di pro­
blemi. Una grande eterodossia può accrescere la possibi­
lità di avventure scientificamente produttive, fino a che
anche queste non si istituzionalizzino in nuove ortodossie.

ACCETTAZIONE DELLA TEORIA DI MEDIO RAGGIO

Come abbiamo notato prima, l'accettazione della pro­


posta di lavorare allo sviluppo di teorie di medio raggio
è piu marcata fra i sociologi che sono essi stessi impe­
gnati in ricerche empiriche orientate teoricamente. Que­
sta è la ragione che ha fatto si che un programma a favore
di teorie di medio raggio fosse accolta oggi e non in pas­
sato. Nel senso preciso della frase familiare, « il tempo
non era maturo ». Fino agli ultimi due o tre decenni, in­
fatti, i sociologi - con notevoli eccezioni - tendevano a
dedicarsi principalmente alla ricerca di teorie unificate e
onnicomprensive, o al lavoro empirico descrittivo, quasi
completamente privo di orientamento teorico. Di conse­
guenza, ogni istanza per un programma di teorie a medio
raggio cadeva in genere nell'indifferenza.
Eppure, come ho notato altrove 20, questo programma
non è né nuovo né strano, anzi ha delle radici storiche mol­
to profonde. Molto piu di quanto non abbiano fatto altri
prima di lui, Bacone sottolineò l'importanza primaria che
per la scienza avevano gli « assiomi medi » :

"' Merton, The Role-set, cit., p. 108.


St1lle teorie sociologiche Ji medio raggio 95

Non dovrebbe essere permesso al procedimento di indagine di


saltare e volare dai particolari agli assiomi piu remoti e piu elevati
(quali i primi principi, come son chiamati, delle arti e delle cose )
ed, appoggiandovisi come se fossero verità incrollabili, procedere
a provare e delineare gli assiomi intermedi riferendosi a quelli;
questa è stata la pratica seguita finora ; e questo è avvenuto non
solo per un impulso naturale ma a causa dell'addestramento e del­
l'abitudine all'uso della dimostrazione sillogistica . Ma allora, pos­
siamo ben sperare per la scienza, solo quando, in una giusta scala
ascendente, gradino dopo gradino, saliremo dai particolari agli as·
siomi minori, e quindi ai medi assiomi, uno dopo l'altro, e in
ultimo a quelli piu generali. Poiché gli assiomi piu bassi si diffe­
renziano pochissimo dalla nuda esperienza, mentre i piu elevati e
i piu generali (che ora abbiamo ) sono astratti, immaginari e senza
solidità, i medi sono gli assiomi veri, solidi e vivi, da essi dipen­
dono gli affari e le fortune degli uomini. E sopra di essi, in ul­
timo, quelli che sono in effetti i piu generali, di quel tipo, cioè,
composto dall'unificazione di questi assiomi intermedi 21•

Bacone a sua volta, cita una versione piu antica:


E Platone nel suo Theaetetus nota bene: « Che i particolari
sono infiniti e le piu alte generalizzazioni non danno sufficiente
orientamento » ; e che il vigore di tutte le scienze, che rende l'esper­
to diverso dall'inesperto, sono le proposizioni medie, che in ogni
particolare conoscenza son prese dalla tradizione e dall'esperienza 22•

Come Bacone cita Platone quale suo predecessore, co­


si John Stuart Mill e George Cornewall Lewis citano Ba­
cone come loro. Per quanto differisca da Bacone, circa
il modo logico di connettere « le leggi piu generali » con
« i principi intermedi » , Mill tuttavia riecheggia i suoi

argomenti in queste parole:


Bacone ha giudiziosamente osservato che gli axiomata media
di ogni scienza costituiscono il suo principale valore. Le generaliz­
zazioni piu basse, fino a che non sono spiegate e risolte dai prin-

'' Francis Bacon, Novum Organum, Libro I, Aforisma CIV. H. But­


terfield ha notato che Bacone sembra, in « modo strano ma significati­
vo ... aver previsto la struttura che la scienza avrebbe assunto in futuro » .
Tbe Origins o/ Modern Science, 1300-1800, Londra, G. Bells, 1949 trad.
it. Le origi�i della scienza moderna, Bologna, Il Mulino, 1971', p. 125.
" Franc1s Bacon, Tbe Advancement of Learning, in W orks a cura
di Basil Montague, Londra, William Pickering, 1825, II, rpp. '177c18L
96 Teoria sociologica

dpi medi, di cui sono conseguenza, hanno solo l'imperfetta accu­


ratezza di leggi empiriche, mentre le leggi piu generali sono troppo
generali e includono un numero troppo piccolo di circostanze per
dare indicazioni sufficienti di quel che accade in casi individuali,
dove le circostanze sono quasi sempre immensamente numerose.
È impossibile, quindi, non esser d'accordo con Bacone nella im- ·
portanza che egli assegna ai principi medi in ogni scienza. Ma ciò
dove penso egli sia completamente in errore è nella sua dottrina
circa il modo di arrivare a questi axiomata media . .. [Il vizio inve­
terato di Bacone dell'induzione completa, che non lasciava spazio
alcuno alla deduzione] 23•

Scrivendo quasi contemporaneamente a Mill, ma senza


la sua stessa influenza sui contemporanei, come si vede
dai documenti storici, anche Lewis cita l'autorità di Ba­
cone, per auspicare « teorie limitate » nella scienza poli­
tica. Egli sostiene, inoltre, che è possibile sviluppare un
certo numero di teoremi validi limitandosi ad osservare
una classe determinata di comunità:
... siamo in grado di costruire teorie limitate, predire tendenze
generali e leggi prevalenti di causalità, che possono non essere
vere, nella maggior parte dei casi, se si applicano a tutta l'uma­
nità ma che hanno una presunzione di verità se vengono applicate
solo a certe nazioni . è possibile estendere la sfera di una cono­
. .

scenza politica, che sia coerente con la vera espressione dei fatti,
:se si restringe l'ambito di osservazione e se ci si limita ad una
ristretta classe di comunità. Con l'adozione di questo metodo sia­
mo in grado di aumentare il numero di teoremi politici veri che
possono ricavarsi dai fatti e, allo stesso tempo, dar loro maggior
completezza, vita e sostanza. Piuttosto che essere semplici gene­
ralizzazioni sterili e vuote, essi somigliano ai Media Axiomata di
Bacone; che ·sono espressioni generalizzate dei fatti, ma che tutta­
via sono sufficientemente vicine alla pratica da poter essere uti­
lizzate nelle faccende pratiche 24•

Anche se differiscono nei particolari - il contrasto


fra Bacone e Mill è particolarmente vistoso - tutte que-

ZJ John Stuart Mill, A System of Logic, cit., pp. 454-455. Mill espli­

citamente considera le leggi del mutamento sociale come principi inter­


medi; ibid., p. 520.
24 George Cornewall Lewis, A Treatise on the Methods of Observa­

tion and Reasoning in Politics, cit., II, pp. 112, 127; si veda anche
pp. 200, 204-205 .
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 97

ste antiche formulazioni sottolineano l'importanza strate­


gica di una serie graduata di teorie intermedie, verificate
empiricamente.
Dopo la formulazione di questo primo periodo, ve
ne sono state altre, simili, anche se non identiche : Karl
Mannheim propose il suo concetto dei principia media,
Adolf LOwe parlò di « principi sociologici intermedi » che
connettono il processo economico con quello sociale, e
Morris Ginsberg esaminò la validità della proposizione
di Mill, sui principi intermedi, per la scienza sociale 25•
Per il momento, quindi, vi sono testimonianze sufficienti
a indicare come le teorie di medio raggio, in sociologia ,
siano state patrocinate da molti dei nostri antenati intel­
lettuali. Modificando il credo dell'adombramentista si
può dire che, se anche la filosofia implicita in questo
orientamento è tutt'altro che nuova, è almeno vera.
Il fatto che le conosciutissime argomentazioni di Ba­
cone non fossero adottate dai sociologi non è un proble­
ma, dato che a quel tempo non vi erano in circolazione
sociologi che ne potessero esaminare la validità. È ap­
pena poco piu problematico che le formulazioni di Mill
e Lewin, piu vecchie di circa 240 anni, non producessero

25 Queste formulazioni sono state di recente riecheggiate da Sey­


mour Martin Lipset nella sua Introduzione all'edizione americana di
T. H. Marshall, Class, Citi:t.enship and Social Development, New York,
Doubleday. 1964, pp. xvi. Le citazioni sono da Karl Mannheim, Mensch
und Gesellschaft im Zeitalter des Umbaus, Leida, 1935, trad. it., L'uo­
mo e la società in un'età di ricostruzione, Milano, Comunità, 1959;
Adolf LOwe, Economics and Sociology, Londra, Unwin, 1935, e Mor­
ris Ginsberg, Sociology, Londra, Thornton Butterworth, 1934. Proprio
quando questo libro andava alle stampe, mi è capitato di vedere un
rapporto minuzioso, accompagnato da una critica precisa, di questi
stessi antecedenti storici: C. A. O. van Niuwenhuijze, Intelligible Fields
in the Social Sciences, L'Aia, Mouton, 1%7, capitolo l, The Quest
for the Manageable Social Units. Is There a Middle Range?. Questo
lavoro solleva una serie di interrogativi seri sulle teorie di medio rag­
gio; tutti sono, secondo la mia opinione, chiarificatori, e nessuno di
essi è suscettibile di una risposta non seria. Ma poiché questo libro
è ora in produz�one, questa opinione deve rimanere tale, senza la
verifica di un'analisi dettagliata che la discussione di Niuwenhuijze
ampiamente meriterebbe.
98 Teoria sociologica

molto rumore tra gli scienziati sociali : si era, in fondo,


solo all'inizio della disciplina. Ma perché quelle di Man­
nheim, LOwe e Ginsberg, che risalgono solo al 1 9 30-
1 940, non provocarono quasi nessuna reazione nella let­
teratura del periodo immediatamente successivo ? Solo ver­
so la fine degli anni '40 , dopo che sia io che Marshall
proponemmo argomenti simili, si incominciarono a trova­
re numerose discussioni, e applicazioni di questo orienta­
mento alla teoria sociologica. Per quanto non abbia fatto
tutte le ricerche necessarie a risolvere la questione, il mio
sospetto è che la vasta risonanza avuta dalla teoria di
medio raggio, negli ultimi decenni, derivi in parte dalla
comparsa di un gran numero di investigatori sociologici
che fanno ricerche empiricamente fondate e teoricamente
rilevanti.
Un piccolo campione di consensi ricevuti dalla teoria
di medio raggio esemplificherà le ragioni di questa riso­
nanza. A conclusione del suo studio dello sviluppo della
sociologia negli ultimi quarant'anni, Frank Hankins dice :
sembra che sianG: le teorie di medio raggio ad avere il maggior
significato esplicativo [ piuttosto che le teorie sociologiche totali ) .
Qui è stato fatto molto, nel campo delle comunicazioni di massa,
della stratificazione sociale, della burocrazia, di piccoli gruppi di
vario genere e in altre importanti sfere della totalità sociale [ E
quindi, secondo l a tipica polarizzazione del tutto o nulla, Hankins
conclude] . Potrebbe alla fine trovarsi che solo queste teorie han­
no un valore pratico e reale 26•

Questi consensi alle teorie di medio raggio provengono


dai sociologi delle piu diverse tendenze intellettuali, sem­
pre che siano sensibili alla rilevanza empirica della teoria.
Cosi, Artur K. Davis, orientato verso la teoria marxista,
suggerisce che la proposta per
« teorie di medio raggio », in contrasto con la prospettiva piu ge­

neralizzante di Parsons, è ben fondata ... Una posizione di medio

26 Frank H. Hankins, A Forth-year Perspective, in << Sociology and


Social Research », 1956, 40, pp. 391-398.
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 99

raggio - l'analisi empirica in un settore concettuale limitato -


assicura piu efficacemente il necessario, continuo contatto con le
variabili empiriche n .

Un decennio fa, Peter H. Rossi, un uomo profonda­


mente impegnato nella ricerca empirica e attento osserva­
tore della storia recente della sociologia, notava le com­
plesse conseguenze di una formulazione esplicita della tesi
delle teorie di medio raggio :
La concezione delle teorie di medio raggio ha avuto una vasta
eco, sia tra i sociologi principalmente indirizzati alla ricerca sia fra
quelli che si occupano di teoria. È ancora troppo presto per va­
lutare come e quanto quest'idea influenzerà il rapporto fra teoria
e ricerca nella sociologia americana. Finora, la sua accettazione ha
portato con sé conseguenze miste. Sul versante negativo, vi sono
quei ricercatori, che essendo vulnerabili all'accusa di essere « meri
empiristi » hanno trovato in questa concezione un modo conve·
niente di migliorare lo status del loro lavoro senza cambiarne la
forma. Sul versante positivo, questa teoria ha innalzato lo status
di quelle ricerche guidate da considerazioni teoriche di natura limi­
tata, come ad esempio, lo studio dei piccoli gruppi. Nell'opinione
di chi scrive, il riorientamento dell'attività teorica, da schemi teo­
rici generali a livelli che son maggiormente legati alle attuali ca­
pacità della nostra tecnologia di ricerca, produrrà col tempo molti
risultati 28•

Il maggiore interesse di questa serie di osservazioni è


dato dal fatto che Rossi rifiuta di prendere una posizione
polare. Il concetto di teorie di medio raggio è stato
qualche volta utilizzato strumentalmente per giustificare
·

ricerche descrittive, prive di un qualunque orientamento


teorico. Ma il cattivo uso di un concetto non può esser
preso come misura della sua validità. In conclusione,
Rossi, come sociologo che si dedica a ricerche empiriche
sistematiche per le loro implicazioni teoriche, appoggia

27 Arthur K. Davis, Social Theory attd Social Problems, in « Phi­

losophy and Phenomenological Research », 1957, 18, pp. 190-208.


28
Peter H. Rossi, Methods of Social Research, 1945-55, in Sociology
in the United States of America: A Trend Report, a cura di Han s L.
Zetterberg, Parigi, Unesco, 1956, pp. 21-34, a 23-24.
100 Teoria sociologica

questo programma di teorie di medio raggio in quanto in


esse sono compresi, e inestricabilmente legati, gli inte­
ressi per la ricerca empirica e per la rilevanza teorica.
La monografia di Durkheim, Suicide, è forse l'esem­
pio classico dell'utilizzazione e dello sviluppo di teorie di
medio raggio. Non è perciò sorprendente che sociologi di
tradizione durkheimiana, come Armand Cuvillier 29, sot­
toscrivano questo riorientamento teorico. La discussione
di Cuvillier ci ricorda che la teoria di medio raggio si
appl'ca tanto alla ricerca micro-sociologica quanto al­
la macro-sociologica: è valida, cioè, sia per gli studi
sperimentali sui piccoli gruppi sia per l'analisi comparata
di aspetti specifici della struttura sociale. Che le indagini
macrosociologiche non presuppongano un sistema totale
di teoria sociologica è una posizione sostenuta anche da
David Riesman che afferma come sia meglio << lavorare a
medio raggio, parlare meno di ricerca " fondamentale " o
di ricerca " di rottura " e avanzare meno pretese in giro » 30•
Si potrebbe pensare che la lunga e durevole tradizione
europea di sistemi totali di sociologia, avrebbe condotto
al ripudio dell'orientamento verso le teorie di medio rag­
gio. Ma non è proprio cosf. Esaminando la storia recente
del pensiero sociologico e congetturando sui suoi possibili
sviluppi, un osservatore ha espresso la speranza che « las
teorìas del rango medio » possano ridurre le polemiche
fra « scuole di pensiero sociologico » e ne favoriscano la
convergenza 31• Altri hanno analizzato dettagliatamente la

2' Armand Cuvillier, Où va la sociologie {rançaise?, Parigi, Libraire

Marcel Rivière, 1953 e Sociologie et problèmes actuels, Parigi, Libraire


Philosophique J. Vrin, 1958.
30 David Riesman, Some Observations on !t. ? « Older » and the
« Newer » Social Sciences, in The State of the Social Sciences, a cura

di L. D. White, Chicago, University of Chicago Press, pp. 319-339.


L'orientamento di Riesman deve esser visto alla luce dell'osservazione
di Maurice R. Stein, che verrà fra poco discussa, secondo cui le teorie
di medio raggio << svaluterebbero >> « gli sforzi acuti di interpretare la
società moderna, di uomini come C Wright Milis e David Riesman .. ». .

31 Salustiano del Campo in « Revista de Estudios Politicos », genn.­

febbr. 1957, pp. 208-213.


Sulle teorie sociologiche di medio raggio 101

struttura logica d i questo tipo di teoria, come fa in par­


ticolare Filippo Barbano, in una lunga serie di saggi e
monografie, dedicate alle « teorie di media portata » 32•
Forse le analisi piu complete e minuziose della strut­
tura logica della teoria di medio raggio sono quelle di
Hans L. Zetterberg nella sua monografia On Theory and
Verification in Sociology 33 e di Andrzej Malewski nel suo
Verhalten und Interaktion 34• E quel che è piu importan­
te, sia Zetterberg che Malewski, superano la tendenza
polarizzante di considerare la teoria di medio raggio come
un insieme sconnesso di teorie speciali. Essi dimostrano,
con. esempi dettagliati e precise argomentazioni, come di­
verse teorie speciali siano state in seguito unificate in una
serie di teorie di piu vasta portata. Lo stesso orienta­
mento lo si trova in Berger, Zelditch, Anderson e nei loro
collaboratori, i quali non solo sostengono che le teorie di
medio raggio siano applicabili a tutte le situazioni che
presentano aspetti specificati di fenomeni sociali, ma di­
mostrano anche l'utilizzazione specifica di un certo nu-

" La lunga lista di questi lavori di Barbano comprende: Teoria e


ricerca nella sociologia contemporanea, Milano, Giuffré, 1955, spec.
pp. 100-108; La metodologia della ricerca nella sua impostazione teo··
rica, « Sociologia », luglio-settembre, 1958, 3, pp. 282-295; Attività e
programmi di gruppi di ricerca sociologica, « Il Politico », 1957, 2, pp.
371-392; Strutture e funzioni sociali: l'emancipazione strutturale in
sociologia, « Quaderni di Scienze Sociali », 1966, 5, pp. 1-38. Nella
stessa linea, si veda Gianfranco Poggi, Momento tecnico e momento
metodologico nella ricerca, « Bollettino della Ricerca Sociale », 1961,
l, pp. 363-369.
n Totowa, N. ]. The Bedminister Press, 1965, terza edizione am­

pliata; si veda anche Zetterberg, Theorie, Forschung und Praxis in det


Soziologie, in ·Handbuch der empirischen Sozialforschung, Stoccarda,
Ferdinand Enke Verlag, 1%1, I parte, pp. 64-104.
34 Tradotto dal polacco in inglese da Wolfgang Wehrstedt. Tubinga,
]. C. B. Mohr, . 1%7. Il suo libro riporta la bibliografia completa dei
saggi, singolarmente intuitivi e rigorosi di Malewski, uno dei piu bravi
sociologi polacchi, che si uccise a 34 anni. Pochi altri ai nostri giorni
son riusciti a sviluppare con la stessa chiarezza e lo stesso rigore, i
legami fra la teoria marxista e alcune teorie di medio raggio. Si veda
il suo articolo piu importante: Der empirische Gehalt der Theorie des
historischen Materialismus, « Kolner Zeitschrift fur Soziologie und So­
zialpsychologie », 1959, II, pp. 281-305.
102 Teoria sociologica

mero di tali teorie 35•


Un inventario sistematico delle teorie di medio raggio
sviluppate negli ultimi decenni andrebbe al di là dei limiti
di queste pagine. Ma forse un piccolo, e arbitrario, cam­
pione sarà sufficiente a mostrare la diversità di problemi
e di argomenti di cui queste teorie si occupano. Il punto
essenziale è che queste sono teorie empiricamente fondate
- che comportano serie di ipotesi confermate - e non
dati descrittivi organizzati, o generalizzazioni empiriche o
ipotesi logicamente disparate e sconnesse. Una serie cu­
mulativa di teorie del genere è emersa dallo studio della
burocrazia, in particolare quelle sviluppate da Selznick,
Gouldner, Blau, Lipset-Trow, Coleman, Crozier, Kahn e
Katz, e da moltissimi altri 36• Raymond Mack ha elaborato
una teoria di medio raggio del sotto-sistema occupaziona­
le; Pellegrin una teoria della mobilità verso le massime
posizioni nei gruppi ; Junkichi Abe una teoria intermedia,
basata su dati micro e macro-sociologici, che collega modelli
di comportamento deviante alla struttura delle comunità;
Hyman ha unificato una serie di uniformità empiriche di
opinione pubblica in una teoria composita e Hillery ha
unificato uniformità demografiche 37•

35 Berger, Zelditch e Anderson, Sociological Theories in Progress,

op. cit., p. 29 e passim.


36 Philip Selznick, TVA and the Grass Roots, Berkeley, University

of California Press, 1949; A. W. Gouldner, Patterns of Industria! Bu··


reaucracy, Glencoe, The Free Press, 1954, trad. it., Milano, Etas-Kom­
pass, 1970; Peter Blau, The Dynamics of Bureaucracy, Chicago, Uni­
versity of Chicago Press, 1963'; S. M . Lipset, Martin Trow e James Cole­
man, Union Democracy, New York, The Free Press, 1956. Un'unifi­
cazione delle conclusioni teoriche di queste monografie è stata tentata
da James G. March e Herbert A. Simon in Organizations, New York,
John Wiley, 1958, trad. it., Milano, Comunità, 1%6. Per altri esempi
principali di teorie a medio raggio in questo campo, si veda Miche!
Crozier, Le phénomène bureaucratique, Parigi, Editions du Seui!, 1963,
trad. it., Milano, Etas-Kompass, 1969 e Kahn e Katz, op. cit.
37 Raymond Mack, Occupational Determinatedness: a Problem and

Hypotbeses in the Role Theory, « Social Forces », 1956, 35, pp. 25-35;
R. ]. Pellegrin, The Achievement of High Statutes, « Social Forces )),
1953, 32, pp . 10-16; Junkichi Ahe, Some Problems of Life Space and
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 103

Vi è, tuttavia, una base ben piu significativa di que­


sta lista insufficiente di esempi, che dimostra l'attuale
orientamento dei sociologi verso le teorie di medio raggio.
È simbolico che Sorokin, per quanto personalmente de­
dito allo sviluppo di una teoria sociologica di vasta por­
tata, assegni ripetutamente un posto significativo alle teo­
rie di medio raggio. Nel suo libro piu recente, egli valuta
spesso gli sviluppi teorici attuali nei termini della loro
capacità di spiegare « uniformità di medio raggio » . Ad
esempio, analizzando un insieme di inchieste statistiche in
sociologia afferma che esse sono carenti perché « non ci
danno uniformità generali o " di medio raggio ", leggi cau­
sali, o formule valide per tutti i tempi e per società di­
verse ». Altrove Sorokin usa questo criterio per valutare
la ricerca contemporanea che sarebbe giustificata, egli
afferma, se « avesse scoperto una serie di principi gene­
rali o, almeno . . . uniformità " di medio raggio " applicabili
a molte persone, gruppi e culture » . E ancora altrove egli
giudica accettabili le tipologie selezionate di sistemi cultura­
li se « come . . . le " generalizzazioni di medio raggio " . . . non
sono portate all'esagerazione o all'ultra-generalizzazione » .
Nella recensione di una recente ricerca sociologica So­
rokin distingue, con enfasi, tra « la ricerca del dato » e
« le uniformità che hanno una generalità di medio rag­
gio ». La prima produce solo « materiali ristretti, tempo­
ranei e � informativi " , privi di un qualsiasi valore conosci­
tivo », le seconde rendono

comprensibile la giungla di eventi storici caotici che altrimenti sa­


rebbe inintelligibile. Senza queste generalizzazioni, ci perderemmo
in questa giungla e non . riusciremmo a trovare un senso del per­
ché e del per come della sua serie infinita di fatti. Con poche
regole essenziali che ci guidino, possiamo orientarci nell'oscurità

Historicity Through the Analysis of Delinquency, « Japanase Sociolo­


gical Review », 1957, 7, pp. 3-3; Herbert H. Hyman, Toward a Theory
of Public Opinion, « Public Opinion Quarterly », 1957,. 21, pp. 54 ..

60; George Hillery, Toward a Conceptualization of Demography, « Soda!


Forces », 1958, 37, pp. 45-50.
104 Teoria sociologica

della giungla. Questo è il ruolo conoscrtlvo di queste limitate e


approssimate regole ed uniformità 38•

Cosi, Sorokin ripudia la minacciosa passione per i


fatti che oscurano, anziché illuminare, le idee sociologiche
che questi fatti esemplificano, raccomanda teorie di por­
tata intermedia come guide di indagine, e per sé continua
a preferire la ricerca di un sistema di teoria generale.

RIFIUTO DELLA TEORIA DI MEDIO RAGGIO

Poiché è stato versato tanto inchiostro sociologico nel


dibattito sulle teorie di medio raggio, sembra opportuno
esaminare anche le critiche che son state rivolte a queste
teorie. È stato detto che, al contrario dei sistemi unici di
teoria sociologica, le teorie di medio raggio esigano ambi­
zioni intellettuali inferiori. Pochi hanno espresso questa
opinione con piu eloquenza di Robert Bierstedt quando
scrive:

Siamo stati mvitati a rinunciare a quei grandi problemi della


società umana che son stati la preoccupazione dei nostri antenati
nella storia del pensiero sociologico e a cercare, invece, ciò che
T. H. Marshall, nella sua prolusione inaugurale all'Università di
Londra, ha chiamato « massi messi a mezza distanza nel guado
sociologico >> e altri sociologi, in seguito, « teorie di medio rag­
gio ». Quale anemica ambizione ! Dovremmo combattere per una
mezza vittoria? Dove sono piu le visioni che ci sedussero, legan­
doci al mondo del sapere? Avevo sempre pensato che anche i so-

30 Sorokin, Soci�logical Theories of Today, ci t . , pp. 106, 127, 645,

375. Nella sua tipica maniera vigorosa e diretta, Sorokin mi taccia di


ambivalenza nei confronti dei « grandi sistemi di sociologia » è delle
« teorie a medio raggio », come anche di tutta una serie di altre am­
bivalenze. Ma un tentativo di difesa, a questo punto, per quanto possa
gratificare l'ego, sarebbe irrilevante per il problema che stiamo trat­
tando. Quel che è piu importante è che Sorokin pur continuando ad
essere personalmente impegnato nella ricerca di un sistema completo
di teoria sociologica, si muove verso la posizione assunta in questa
discussione.
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 1 05

ciologi sapessero sognare e che anch'essi credessero, con Browning,


che le aspirazioni dell'uomo dovrebbero superare la sua portata 3�.

Uno può pensare, da questa citazione, che Bierstedt


preferisca tenersi stretta l'ambizione ottimistica di svilup­
pare una teoria generale anni-comprensiva piuttosto che
accettare l'« ambizione anemica » della teoria di medio
raggio; o che egli consideri la soluzione sociologica dei
« problemi della società umana » la pietra di paragone
teoricamente significativa della sociologia. Ma entrambe
le impressioni sarebbero sbagliate poiché la teoria di me­
dio raggio viene spesso accettata da coloro che la rifiutano
con piu energia. Cosi, Bierstedt prosegue il suo discorso
affermando che « uno dei piu grandi lavori di ricerca so­
ciologica che siano stati mai compiuti è, secondo me,
l'Ober die protestantische Ethik und den Geist des Kapi­
talismus di Max Weber ». Non discuto questa valutazione
dell'opera di Weber - anche se io nominerei il Suicide
di Durkheim per quest'alta posiziqne - dato che, come
molti altri sociologi che conoscono la montagna di cri­
tiche che si è accumulata attorno al lavoro di Weber, con­
tinuo a considerarlo uno dei principali contributi teorici
della sociologia 40• Ma trovo difficile conciliare la valuta-

39 Robert Bierstedt, Sociology and Human Learning, « American


Sociological Review >>, 1%0, 25, pp. 3-9.
40 Io ho persino seguito alcune delle implicazioni della speciale
teoria weberiana dell'interdipendenza delle istituzioni sociali, in una
monografia che, trattando dello stesso periodo storico preso in censi-·

=
derazione da Weber, esamina l'interdipendenza funzionale tra la scien­
za, concepita · me istituzione sociale, e le istituzioni religiose ed eco­
nomiche del t po. Si veda: Science, Technology and Society in Se­
venteenth Centu . England, in Osiris: Studies on the History and
Pbilosophy of Science, and on the History of Learning, a cura di
George Sarton, Bruges, St. Catherine Press, 1938; ristampato con una
nuova introduzione, New York, Howard Fertig, 1968, Harper & Row,
1968. Nonostante che Weber dedicasse solo poche righe all'interdipen­
denza fra puritanesimo e scienza, una volta iniziata la mia. indagine,
queste righe assunsero un particolare valore. Questo è precisamente il
lavoro cumulativo delle teorie di medio raggio: attingere dalla teoria
e dalle ricerche antecedenti e tentare di applicare la teoria a nuove
aree.
106 Teoria sociologica

zione di Bierstedt della monografia di Weber, con la reto­


rica che mette al bando le teorie di medio raggio per il
loro pallore malato e per la loro mancanza di ambizioni .
Perché, certamente, questa monografia è un esempio di
prim'ordine di teorizzazioni di medio raggio: si occupa di
un problema rigorosamente delineato ( un problema che
compare in una determinata epoca storica, con conseguen­
ze per altre società ed altre epoche) ; impiega una teoria
limitata del modo in cui l'impegno religioso � il compor­
tamento economico sono collegati; e contribuisce ad una
teoria, un poco piu generale, dei modi di interdipendenza
delle istituzioni sociali. Si deve accusare Weber di ambi­
zione anemica oppure si deve imitare il suo sforzo di svi­
luppare una teoria di raggio delimitato ed empiricamente
fondata?
Sospetto che Bierstedt respinga la teoria per due ra­
gioni : primo, la sua osservazione che le teorie di medio
raggio siano ben lontane dalle aspirazioni dei nostri an­
tenati, insinua il sospetto che questo orientamento sia
nuovo e che quindi sia per noi estraneo. Tuttavia, come
ho già notato in precedenza in questo capitolo, e anche
altrove 41, una scelta a favore di teorie di medio raggio
è stata ripetutamente anticipata. In secondo luogo, Bier­
stedt sembra presumere che la teorizzazione a medio rag­
gio escluda totalmente le ricerche rnacrosociologiche, in
cui una teoria particolare generi ipotesi specifiche che sa­
ranno esaminate alla luce di dati raccolti sistematicamen­
te. Come abbiamo visto, un assunto del genere è infon­
dato. In effetti, le ricerche piu importanti che vengono
attualmente condotte nel campo della rnacro-sociologia
comparata si basano in gran parte su teorie, specifiche e
delimitate, delle interconnessioni fra componenti diverse
della struttura sociale, che possono venir sottoposte ad
una verifica empirica sistematica, usando la stessa logica
e quasi gli stessi indicatori di quelli impiegati nelle ricer-

41 Merton, The Role-set, cit., p. 108.


Sulle teorie sociologiche di medio raggio 107

che microsociologiche 42•


La tendenza a polarizzare i problemi teor1c1 1fl ter­
mini radicali la si ritrova anche in un altro critico, che
vede nella posizione del teorico di medio raggio la pre­
tesa di aver trovato la panacea della teoria sociologica
contemporanea. Dopo aver concesso che « la maggior parte
delle opere di Marshall e Merton rivelano effettivamente
il modo di trattare i problemi che io ho qui sostenuto » ,
Dahrendorf prosegue:
La mia obiezione contro la loro formulazione non riguarda,
quindi, queste opere, ma il loro esplicito presupposto che nella
teor-ia piu recente sarebbe falsa soltanto la sua generalizzazione,
e che quindi possiamo risolvere tutti i problemi riducendo il li­
vello di generalizzazione 45,

Eppure dovrebbe essere ormai chiaro, da quanto ab­


biamo detto, che i teorici di medio raggio non sostengono
che l'unica causa delle deficienze della teoria sociologica
sia il suo carattere eccessivamente astratto. Siamo ben lon­
tano da una simile affermazione. Le teorie di medio rag­
gio oggi utilizzate - la teoria della dissonanza, la teoria
della differenziazione sociale o la teoria dei gruppi di rife­
rimento - hanno una capacità di generalizzazione molto
grande, e la loro applicabilità si estende ben oltre una
cultura particolare o un'epoca storica definita 44• Ma que­
ste teorie non sono derivate da un sistema di teoria unico
e totale. In misura maggiore o minore, esse sono compa­
tibili con gli orientamenti teorici piu diversi. Esse son
confermate da dati empirici numerosissim.i, e se una qual-

41 Per un ampio riesame di questi sviluppi si veda Robert M.


Ma rsh, Comparative Sociology: Toward a Codification of Cross-Societal
Analysis, New York, Harcourt & Brace & World, 1%7.
" Ralf Dahrendorf, Out of Utopia: Toward a Re-Orentation of
Sociological Analysis, « American Journal of Sociology », LXIV ( 1958),
trad. it. in R. Dahrendorf, Uscire dall'utopia, Bologna, Il Mulino, p. 214.
44 William L. Kolb ha visto questo con grande chiarezza, e mostra
in modo succinto come le teorie di medio raggio non siano confinate
a particolari società « American Journal of Sociology », 1958 , 63, pp.
.

544-545.
108 Teoria sociologica

s1as1 teoria generale affermasse che non è possibile che


questi dati esistano, allora diciamo, peggio per quel�a
teoria.
Un'altra critica sostiene che le teorie di medio raggio
frantumano il campo della sociologia in teorie speciali fra
loro slegate 45• Alcune tendenze ali� frammentazione si
sono, in effetti, sviluppate nella sociologia. Ma questo
fatto non è il risultato del tentativo di elaborare teorie di
portata intermedia. Al contrario, le teorie di medio raggio
unificano, e non frantumano, i risultati empirici. I:Io ten­
tato di illustrare questo fatto con la teoria dei gruppi di
riferimento, che, ad esempio, riunisce dati e risultati che
si riferiscono ai campi piu disparati del comportamento
umano : vita militare, rapporti razziali, mobilità sociale,
delinquenza, politica, istruzione e attività rivoluzionaria 46•
Queste critiche rappresentano chiaramente degli sforzi
per situare la teoria di medio raggio nello schema con­
temporaneo della sociologia. Ma il processo di polarizza­
zione spinge la critica ben oltre questo punto, fino alla
distorsione di informazioni facilmente disponibili. Se cosf
non fosse, non si capirebbe come mai possa prendere atto
della posizione di Riesman a favore delle teorie di medio
raggio e, contemporaneamente, sostenere che « le strate­
gie di Medio Raggio dell'esclusione » includono un
attacco sistematico diretto contro quei sociologi contemporanei che
lavorano ai problemi della tradizione classica. Quest'attacco si pa­
lesa nell'etichetta che viene attaccata a questo tipo di lavori: « spe­
culativo )) , « impressionistico )) o « giornalistico )), Cosi, gli acuti
sforzi di interpretare la società moderna di uomini quali C. Wright
Milis e David Riesman, che si trovano in rapporto organico con
la tradizione classica, proprio perché osano affrontare i problemi
centrali della tradizione sociologica, vengono sistematicamente sva­
lutati all'interno della comunità dei sociologi 47.

45 E. K. Francis, Wissenscbaftliche Grundlagen Soziologischen Den­


kens, Berna, Francke Verlag, 1957, p. 13.
46 Teoria e struttura sociale, pp. 162 e passim.

47 Maurice R. Stein, Psychoanalytic Thought and Sociological In­


quiry, « Psychoanalysis and Psychoanalytic Review ))1 1962, 49, pp. 21-
29. Benjarnin Nelson, il curatore di qu es to numero della rivista aggiun-
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 109

Secondo questa opinione, Riesman viene « sistemati­


camente svalutato » dai propugnatori di quel tipo di teo­
ria che anch'egli propugna. E similmente, benché quest'af­
fermazione suggerisca che è una « strategia di esclusione »
di medio raggio quella che « svaluta » il lavoro di C.
Wright Milis, è stato un teorico di medio raggio - come
è ben documentato pubblicamente - ad approvare con
energia quella parte del lavoro di Milis che fornisce ana­
lisi sistematiche della struttura sociale e della psicologia
sociale 48•
Recenti sociologi sovietici sono arrivati ad interpre­
tare « la nota teoria di medio raggio » come una conce­
zione positivistica. Secondo A. M . Andreeva, questa teoria
è concepita ad
un livello di astrazione relativamente basso, che per principio non
va al di là dei dati empirici . A questo livello, la << conoscenza teo­
rica » appartiene ancora alla categoria della conoscenza empirica,
dato che la teoria, nella sua essenza, è ridotta al livello delle gene­
ralizzazioni empiriche ... 49.

ge: « Ogni soggetto di studio che speri di diventare scienza genera la


sua prospettiva di "medio raggio». L'ostilità dimostrata a questo svi­
luppo mi sembra in gran parte maldiretta ». Sociology and Psychoanalysis
on Trial: An Epilogue, ibid., pp. 144-160.
48 Mi riferisco all'importante lavoro teorico che Milis sviluppò, in
collaborazione con l'autore che Io iniziò, Hans Gerth, Character and
Social Structure, New York, Harcourt, Brace, 1953, tra-d. it. Carattere
e struttura sociale, Torino, Utet, 1969. Nella presentazione (p. 3) a quel

volume, descrivo cosi quell'importante lavoro: « Gli autori non preten­


dono di aver realizzato una sintesi completa che includa tutte le princi­
pali concezioni di psicologia e di sociologia concernenti la formazione del
carattere e della personalità nel contesto della struttura sociale; tale mè­
ta, essi precisano con chiarezza, è ancora un obiettivo lontano piu che
una realizzazione oggi possibile. Nondimeno essi hanno dato sistematicità
ad una parte sostanziale della materia ed hanno fornito le giuste ango­
lazioni da cui esaminare molta parte di quanto rimane ». Questo ti­
po di lavoro scientifico, in collaborazione con Gerth, presenta carat­
teri molto diversi dagli altri libri di Milis, come Listen Yankee: The
Revolution in Cuba e The Causes of World War Three. Questi non
sono « sminuiti » rispetto agli altri come « meramente giornalistici »;
sono giornalistici. Ma questo giudizio ha poco a che vedere con l'orien­
tamento della teoria a medio raggio.
•• Queste opinioni sono espresse da A. G. Zdravomyslov e V. A.

Yadov, On the Programming of Concrete Social Investigations, in


1 10 Teoria sociologica

Questo tipo di fraintendimento della teoria di medio


raggio non richiede molte discussioni : dopo tutto, il ca­
pitolo su « l'influenza della teoria sociologica della ricer­
ca empirica », ripubblicato in questo volume, è in circola·
zione da quasi un quarto di secolo. Già allora io distin­
guevo fra una teoria, una serie di assunti logicamente
articolati da cui possano essere derivate ipotesi empirica­
mente verificabili, una generalizzazione empirica, e una
proposizione isolata che riassume uniformità, osservate,
di rapporti fra due o piu variabili. Eppure gli studiosi
marxisti costruiscono teorie di medio raggio secondo cri­
teri che in queste formulazioni vengono espressamente
esclusi.
Questo fraintendimento può essere provocato dall'im­
pegno nei confronti di una teoria sociologica totale e dalla
paura che questa teoria sia minacciata dal ruolo svolto
dalle teorie di medio raggio. Si deve, tuttavia, notare che
se si vuole che l'orientamento teorico generale fornito dal
pensiero marxista diventi una guida per ricerche empiri­
che sistematiche, è necessario sviluppare speciali teorie
intermedie; se non si fa questo, l'orientamento generale
condurrà, al massimo - come sembra esser stato il caso
della ricerca di Sverdlov sul comportamento e gli atteggia­
menti degli operai -, ad una serie di generalizzazioni
empiriche ( come il rapporto fra il livello di .istruzione
degli operai e il numero delle organizzazioni a cui appar­
tenevano, il numero di libri letti, ecc.).
Il capitolo precedente suggerisce che i sociologi che
credono che vi sia una teoria totale, capace di abbracciare
la totalità della conoscenza sociologica, sono anche portati
a credere che la sociologia debba essere in grado, imme­
diatamente, di far fronte a tutte le richieste pratiche che

<<Voprosy Filosofi », 1963, 17, p. 81 e da G. M. Andreeva, Bourgeoi.r


Empirica! Sociology Seeks a Way Out of Its Crisis, in « Fi!osofskie
Nauki >> , 1962, 5, p. 39. Parti di entrambi i saggi sono stati tradotti
da George Fischer in Science and Politics: The New Sociology in the
Soviet Union, lthaca, Cornell University Press, 1964.
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 111

le vengono rivolte. Questo modo di pensare provoca auto­


maticamente il rifiuto delle teorie di medio raggio, come
si può vedere nella osservazione che segue di Osipov e
Yovchuk :

L'opinione d i Merton secondo cui l a sociologia non è ancora


matura per una teoria generale e comprensiva, e che vi sono solo
poche teorie, ad un livello di astrazione intermedio, la cui signi­
ficatività è relativa e temporanea, è ben conosciuta. Ci sentiamo
giustificati se crediamo che questa definizione non possa appli­
carsi alla sociologia scientifica marxista. L'interpretazione materia­
listica della storia, descritta per la prima volta da Marx circa 125
anni fa, è stata verificata dal tempo ed è stata dimostrata dall'in­
tero processo dello sviluppo storico. L'interpretazione materiali­
stica della storia si basa sullo studio concreto della vita sociale. La
nascita del marxismo nel 1840-50, e il suo successivo sviluppo, è
stato organicamente legato alla ricerca e all'analisi di specifici pro­
blemi sociali e da queste ricerche è stato sorretto 50•

Queste ricerche su problemi sociali specifici - ciò


che gli scienziati sovietici chiamano « investigazione so­
ciologica concreta » - non sono logicamente derivate
dall'orientamento teorico generale del materialismo stori­
co; in mancanza di teorie intermedie queste investigazioni
hanno mostrato la tendenza ad essere « empirismo pra­
tico » : la collezione metodica di quel tanto di informa­
zioni sufficienti a prendere decisioni pratiche. Per esem­
pio, vi sono state diverse ricerche sull'organizzazione nel
tempo del comportamento dei lavoratori, non dissimili
dagli studi fatti da Sorokin agli inizi degli anni trenta .
Ai lavoratori veniva chiesto di riferire come distribuivano
il loro tempo tra attività diverse quali il lavoro, i doveri
familiari, i bisogni fisiologici, il riposo, il tempo passato
con i figli, « il lavoro socialmente utile » (inclusa la parte­
cipazione nelle commissioni civiche, nei tribunali dei la-

50 G. Osipov e M. Yovchuk, Some Principles of Theory, Problems


and Methods of Research in Sociology in the USSR: A Soviet View,
ristampato in Alex Simirenko (ed.), Soviet Sociology: Historical Ante­
cedents and Current Appraisals, Chicago, Quadrangle Books, 1966,
p. 299.
1 12 Teoria sociologica

voratori, la frequenza alle conferenze o la partecipazione


« al lavoro culturale di massa » ). Questo tipo di studi ha
due scopi principali. Il primo è quello di individuare, e
quindi eliminare, i problemi che si oppongono ad una
efficiente organizzazione delle attività nel tempo : ad esem­
pio, è stato trovato che un ostacolo alla frequenza delle
scuole serali era il fatto che la data degli esami fissata in
queste scuole provocava un'assenza dal lavoro maggiore
di quella che ci si poteva permettere. Il secondo scopo è
quello di contribuire alla formulazione di piani per cam­
biare le attività dei lavoratori : ad esempio, quando i dati
sull'organizzazione temporale delle attività furono corre­
lati con quelli delle motivazioni dei lavoratori, si concluse
che si poteva contare maggiormente sui giovani operai
« per aumentare l'efficienza del lavoro » e che questi era­
no i piu disposti ad accrescere il loro livello di istruzione.
Questi esempi dimostrano che ciò che pervade queste ri­
cerche è empirismo pratico piuttosto che teorizzazione, e
che questi risultati hanno lo stesso basso livello di astra­
zione di quelli delle ricerche, di mercato condotte in altre
società. È necessario che risultati di tal genere siano in­
corporati in teorie di medio raggio, con un grado piu
elevato di astrazione, se si vuole colmare il distacco fra
l'orientamento generale del pensiero marxista e la gene­
ralizzazione empiriche 51•

SOMMARIO E SGUARDO RETROSPETTIVO

La rassegna precedente dei pro e dei contro delle teo­


rie di medio raggio ci permette di concludere con sicurezza

51 Questo brano deriva dal saggio di R. K. Merton e Henry W.


Riecken, Notes on Sociology in the USSR, in « Current Problems in
Social-Behavioral Research », Washington, National lnstitute of Social
and Behavioral Science, 1962, pp. 7-14. Per un riassunto di una di que­
ste indagini concrete si veda A. G. Zdravomyslov e V. A. Yadov, So­
vie! Worker's Attitude Toward Work: An Empirica! Study, in Simi­
renko, op. cit., pp. 347-366.
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 113

che ciascuno di noi è perennemente soggetto al fariseismo :


rendiamo grazie ad ogni possibile santo che noi non sia­
mo come gli altri sociologi, che parlano invece di osser­
vare, o che osservano invece di pensare, o che pensano
invece di sottoporre i loro pensieri alla prova di una
investigazione empirica sistematica.
Date queste interpretazioni polarizzate della teorizza­
zione sociologica di medio raggio, può esser utile reite­
rare gli attributi di questa teoria:
l. Le teorie di medio raggio consistono di serie limi­
tate di assunti da cui possono essere derivate logicamen­
te e confermate empiricamente, ipotesi specifiche.
2. Queste teorie non rimangono separate, ma sono
unificate in reti piu vaste di teorie, come è dimostrato
dalle teorie del livello di aspirazioni, dei gruppi di rife­
rimento e della struttura delle opportunità.
3 . Queste teorie sono abbastanza astratte da poter
trattare di sfere diverse di comportamento sociale e di
struttura sociale, cosi da superare la semplice descrizione
o la generalizzazione empirica. La teoria del conflitto so·
ciale, ad esempio, è stata applicata al conflitto razziale ed
etnico, al conflitto di classe e al conflitto istituzionale.
4. Questo tipo di teoria interseca la distinzione fra
problemi :microsociologici, come è dimostrato dalle ricer­
che sui piccoli gruppi, e problemi macrosociologici, come
è esemplificato dagli studi comparati sulla mobilità so­
ciale, sulle organizzazioni formali e sulla interdipendenza
delle istituzioni sociali.
5. Sistemi totali di teoria sociologica - come il ma­
terialismo storico di Marx, la teoria dei sistemi sociali di
Parsons o la sociologia integrale di Sorokin - rappresen­
tano 'orientamenti teorici generali piuttosto che sistetni ri­
gorosi e interconnessi, come quelli elaborati in fisica per
la ricerca di una « teoria unificata ».
6. Come risultato, molte teorie di medio raggio sono
compatibili con diversi sistemi di pensiero sociologico.
7. È caratteristica delle teorie di medio raggio di mo-
1 14 Teoria sociologica

strare una precisa linea di continuità con le formulazioni


teoriche classiche. Siamo tutti legatari universali di Dur­
kheim e Weber, nelle cui opere troviamo idee da seguire,
esempi di modi di teorizzare, modelli per l'esercizio del
gusto nella scelta di problemi e insegnamenti teorici.
8. L'orientamento di medio raggio comporta che la
ignoranza venga dichiarata e specificata. Invece della pre­
tesa di conoscere quel che non si sa, c'è l'esplicito rico­
noscimento che molto rimane ancora da conoscere per
gettare le fondamenta di un sapere ulteriore. Non pre­
sume di essere all'altezza del compito di fornire soluzioni
teoriche per tutti i problemi urgenti del tempo, ma si
limita a quei problemi che possono essere chiariti alla luce
della conoscenza disponibile.

PARADIGMI : LA CODIFICAZIONE
DELLA TEORIA SOCIOLOGICA

Come si è accennato in precedenza, uno degli inte­


ressi principali di questo libro è la codificazione della
teoria sostantiva e dei procedimenti di analisi qualitative
della sociologia. Come qui la si intende, la codificazione
è una ordinata e coerente articolazione di procedimenti
di indagine fecondi e dei risultati sostantivi che risultano
dall'uso di questi procedimenti.
Il capitolo seguente, dedicato all'analisi funzionale,
presenta un paradigma che serve come strumento per co­
dificare i lavori precedenti in questo campo 52• Io ritengo

52 Altrove ho proposto altri paraàigmi : sul comportamento sociale


deviante nel capitolo VI di questo volume; sulla sociologia della cono­
scenza, nel capitolo XIV; sul matrimonio misto in Intermarriage and
the Social Structure, in « Psychiatry )), 1941, 4, pp. 361-374; sul pre­
giudizio e sulla discriminazione razziale in Discrimination and the
American Creed, in Discrimination and National Welfare, a cura di
R. M. Maclver, New York, Harper and Brothers, 1948. Si noti che l'uso
del termine paradigma fatto da T. S. Kuhn nel suo recente lavoro sulla
storia e sulla filosofia della scienza è molto piu vasto poiché si riferisce
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 1 15

che questi paradigmi abbiano un grande valore prope­


deutico. In primo luogo, essi mettono in luce la serie com·
pleta dei presupposti, dei concetti e delle proposizioni
fondamentali impiegati nell'analisi sociologica : perciò i
paradigmi rendono minima l'inclinazione a na�condere in­
volontariamente il nocciolo essenziale dell'anali.sì sotto un
velo di commenti e pensieri casuali, anche se qualche
volta illuminanti. Nonostante che qualche volta possa ap·
parire il contrario, la sociologia possiede poche formule,
nel senso di espressioni simboliche abbreviate di rapporti.
fra variabili sociologiche, e, di conseguenza, le interpre­
tazioni sociologiche hanno spesso un carattere discorsivo.
La logica del procedimento, i concetti chiave e i rapporti
fra le variabili si perdono spesso in una valanga di parole ,
In questi casi, il lettore dotato di senso critico deve fati­
cosamente tirare fuori da sé i presupposti che, nell'autore,
sono impliciti. Il paradigma riduce al minimo l'inclinazio­
ne del teorico ad impiegare concetti e presupposti non
dichiarati.
All'inclinazione dei sociologi alla prolissità piuttosto
che alla chiarezza, ha contribuito la tradizione - ereditata
in parte dalla filosofia, in misura maggiore dalla storia e
in massimo grado dalla letteratura - secondo la quale i
resoconti sociologici dovrebbero essere scritti in un lin­
guaggio vivo e intenso, capace di conservare e di comu­
nicare tutta la ricchezza della vita. Il sociologo che non
ripudia questo retaggio affascinante, ma estraneo alla sua
scienza, finirà per preoccuparsi maggiormente della ricerca
di quella costellazione eccezionale di parole che farà risal­
tare la particolarità del caso sociologico in questione, piut·
tosto che della ricerca di concetti e rapporti generalizza­
bili e obbiettivi, esemplificati da questo caso - ciò che è
l'essenza della scienza, in quanto distinta dalle arti. Trop-

all'insieme fondamentale di ipotesi adottato da una disciplina scientifica


in Wl momento storico particolare. Si veda The Structure of Scientific
Revolution, trad. it. cit.
116 Teoria sociologica

po sovente, questa utilizzazione malintesa di doti artisti­


che, che sono genuine, viene incoraggiata dal plauso di
un pubblico profano, il quale, con riconoscenza, assicura
il sociologo che egli scrive come un romanziere e non
come un troppo addomesticato professore, succube degli
ambienti accademici. Non di rado accade che il sociologo
paghi uno scotto per questo plauso popolare, perché piu
si avvicina all'eloquenza, piu si allontana dal significato
sistematico. D'altra parte, dobbiamo anche riconoscere
che, come suggerisce Sant'Agostino nella sua mite opposi­
zione di tanto tempo fa, « ... una cosa non è necessaria­
mente vera perché male esposta, né falsa perché detta in
modo splendido » .
Ciononostante, resoconti cosiddetti scientifici sono resi
poco comprensibili dall'intrusione di cose irrilevanti . Nei
casi estremi, il rigido scheletro dei fatti, delle inferenze,
delle conclusioni teoriche viene soffocato dalla molle car­
ne degli ornamenti stilistici. Eppure altre discipline scien­
tifiche - la fisica e la statistica - hanno evitato questa
malintesa adesione ai florilegi letterari. Saldamente ancorate
alle esigenze della scienza, queste discipline preferiscono
brevità, precisione e obbiettività alle squisite forme ritmi­
che di linguaggio, alla ricchezza di attributi e alle meta­
fore colorite. Anche se non si è d'accordo con l'opinione
che la sociologia dovrebbe seguire la linea tracciata dalla
chimica, dalla fisica o dalla biologia, non vi è alcun biso­
gno di sostenere che dovrebbe invece emulare la storia, la
filosofia digressiva o la letteratura. Ciascuno ha il suo
fine, il fine del sociologo è quello di pretendere, lucida­
mente, proposizioni logicamente interconnesse e empiri­
camente verificate sulla struttura della società e sui suoi
cambiamenti, sul comportamento dell'uomo in quella strut­
tura e sulle conseguenze di quel comportamento. I para­
digmi per l'analisi sociologica vogliono appunto aiutare il
sociologo a fare il suo mestiere.
Senza pretendere di esaurire l'argomento, ritengo che
i paradigmi per l'analisi qualitativa in sociologia abbiano
Sulle teorie sociologiche di medio raggio 1 17

almeno cinque funzioni strettamente connesse 53•


In primo luogo, i paradigmi hanno una funzione de­
notativa. Essi forniscono una messa a punto, densa e sin­
tetica, dei concetti fondamentali e delle loro relazioni reci­
proche cosi come vengono utilizzati nella descrizione e
nell'analisi. L'avere i propri concetti disposti in uno spa­
zio ristretto a sufficienza da permetterne una considera­
zione simultanea, aiuta, in modo notevole, a correggere
da sé le proprie, successive interpretazioni, un risultato
che è difficile da raggiungere quando i propri concetti si
trovano disseminati in pagine e pagine di discorsi. ( Come
si può vedere dall'opera di Cajori sulla storia dei simboli
matematici, una delle ragioni della loro importanza è ap­
punto questa : che essi consentono un'analisi simultanea
di tutti i termini dell'analisi ) .
I n secondo luogo, con l'esplicita esposizione dei pa­
radigmi, si rende minore la probabilità di introdurre
inavvertitamente presupposti e concetti nascosti, in quan­
to ogni presupposto nuovo e ogni concetto nuovo deve, o
essere derivabile logicamente dalle precedenti componenti
del paradigma, o deve esservi introdotto in modo espli­
cito. Il paradigma cosi fornisce una guida per evitare ipo­
tesi ad hoc ( vale a dire, quelle ipotesi non motivate logi­
camente).
In terzo luogo i paradigmi favoriscono la cumulazione
teorica delle interpretazioni. In effetti, il paradigma è il
fondamento sopra cui è costituito l'edificio delle inter­
pretazioni. Se un nuovo piano non può essere costruito
direttamente su queste fondamenta, allora esso va consi­
derato come una nuova ala della struttura totale, e le fon­
damenta dei concetti e dei presupposti devono essere
estese per sostenere la nuova ala. In piu, ogni nuovo pia­
no che può esser costruito sulle fondamenta originarie,

53 Per una valutazione critica di questa discussione, si veda Don

Martindale, Sociological Theory and the Idea! Type, in Llewellyn Gross


(ed.), Symposium on Sociological Theory, Evanston, Row Peterson,
1959, pp. 57-91 e in particolare 77-80.
118 Teoria sociologica

rafforza la nostra fiducia nella loro buona qualità, cosi


come ogni nuova aggiunta, precisamente perché richiede
un ulteriore fondamento, rende sospetta la solidità della
sottostruttura primitiva. Un paradigma nel quale si possa
riporre una giustificata fiducia sopporterà, a tempo debi­
to, una struttura intérpretativa delle dimensioni di un
grattacielo, in cui ogni piano successivo testimonierà della
solidità delle fondamenta originarie, allo stesso modo che
un paradigma difettoso sopporterà unicamente una strut­
tura rabberciata ad un solo piano, in cui ogni nuova serie
di uniformità richiede che siano gettate nuove fondamen­
ta, dal momento che le prime non possono sopportare i)
peso di piani aggiuntivi.
In quarto luogo, i paradigmi, proprio per la loro strut­
tura, suggeriscono la sistematica tabulazione di concetti
significativi, e possono cosi rendere sensibile lo studioso
a problemi teorici ed empirici che altrimenti avrebbe po­
tuto trascurare 54• I paradigmi promuovono l'analisi piut­
tosto che la descrizione di dettagli specifici. Essi indiriz-·
zano la nostra attenzione, ad esempio, verso le componen­
ti del comportamento sociale, le tensioni e i contrasti pos­
sibili fra queste componenti e perciò verso i fattori di de­
viazione dal comportamento sociale normativamente pre­
scritto.
In quinto luogo i paradigmi permettono un tipo di
codificazione dell'analisi qualitativa che approssima il ri­
gore logico, se non quello empirico, dell'analisi quantita­
tiva. I procedimenti per calcolare gli indici statistici e le
loro basi matematiche sono usualmente e naturalmente
codificati; i loro presupposti e i loro procedimenti posso­
no essere criticamente vagliati da chiunque. In contrasto
con questo carattere pubblico dell'analisi quantitativa.

54 Per quanto esprimano dubbi sugli usi della teoria sistematica,


Joseph Bensman e Arthur Vidich hanno mostrato, in modo ammire­
vole, la funzione euristica dei paradigmi nel loro istruttivo saggio
Social Theory in Field Research, in « American Journal of Sociology »,
Maggio 1960, 65, pp. 577-584.
Sulle teorie sociologiche di medio raggìo 1 19

l'analisi sociologica dei dati qualitativi sembra spesso abi­


tare in un mondo privato, popolato di intuizioni pene­
tranti ma insondabili e da conoscenze ineffabili. In verità,
le esposizioni discorsive, non basate su paradigm.i, spesso
comportano interpretazioni intuitive. Come suona il det­
to, esse son ricche di « intuizioni illuminanti ». Ma non
è sempre chiaro quali operazioni e quali concetti sono al­
la base di tali intuizioni. Presso taluni, anche solo sugge­
rire che codeste intense esperienze private devono essere
riformulate in procedimenti, pubblicamente accertabili, se
vogliono essere incorporate nella scienza della società, è
ritenuto un segno di blasfema cecità. E tuttavia, i con­
cetti e i procedimenti adoperati anche dal piu intuitivo
dei sociologi, devono essere standardizzati, e i risultati
delle loro intuizioni debbono poter essere verificati anche
da altri. La scienza, inclusa la scienza sociologica, ha un
carattere pubblico e non privato. Non è che noi sociologi
ordinari vogliamo ridurre ogni talento alla nostra piccola
statura; è solo che i contributi dei sociologi, sia dei grandi
che dei piccoli, debbono egualmente essere codificati se
servono per far progredire lo sviluppo della sociologia.
Tutte le virtu, se portate all'eccesso, possono con fa­
cilità diventare vizi, e questo si applica anche al paradigma
socìologico. Può essere una tentazione alla pigrizia men­
tale. Corredato dal suo paradigma, il sociologo può chiu­
dere gli occhi a dati strategici che non sono espressamente
menzionati dal paradigma. Cosi, il paradigma, da cannoc­
chiale sociologico diventa paraocchi sociologico. L'abuso
consiste nel ritenere il paradigma come qualcosa di valido
in assoluto anziché considerarlo uno strumento problema­
tico e un punto di partenza. Ma se li si considera provvi­
sori e destinati ad essere modificati nell'immediato futuro,
come lo sono stati nel recente passato, questi paradigmi
sono preferibili a serie di presupposti taciti.
Capitolo terzo

Funzioni manifeste e funzioni latenti

VERSO LA CODIFICAZIONE DELL'ANALISI FUNZIONALE


IN SOCIOLOGIA

Tra gli indirizzi contemporanei relativi ai problemi della


interpretazione sociologica, l'analisi funzionale si presenta
insieme come il piu promettente e, forse, come il meno
codificato di essi. Essendosi sviluppata in campi intellettuali
diversi nel medesimo tempo, l'analisi funzionale è cresciuta
in maniera frammentaria anziché per via di approfondi­
menti successivi. I suoi meriti presenti sono sufficienti a
farci pensare che le larghe aspettative da essa suscitate
verranno man mano soddisfatte, allo stesso modo che i suoi
difetti attuali comprovano l'esigenza di un periodico rie­
same del passato per meglio preparare il futuro. Quanto
meno, in occasione di ogni risistemazione, si arriverà ad
una aperta discussione su molte difficoltà che altrimenti
resterebbero celate ed inespresse.
Come tutti gli schemi interpretativi, l'analisi funzionale
è basata su una triplice combinazione di teoria, metodo e
dati . Dei tre elementi il metodo è senza dubbio il piu de­
bole. Molti fra coloro che praticano l'analisi funzionale si
sono dedicati a formulazioni teoriche è alla chiarificazione
dei concetti; alcuni si sono imbevuti di dati direttamente
pertinenti ad un quadro di riferimento funzionale, ma pochi
hanno rotto il silenzio dominante circa il modo in cui si
lavora con l'analisi funzionale . Pure l'abbondanza e la va­
rietà di analisi funzionali spingono a ·. pensare che siano.
1 22 Te oria sociologica

stati impiegati almeno alcuni metodi, il che fa ben sperare


che si possano apprendere molte cose da una loro consi­
derazione.
Per quanto i metodi possano essere esaminati con pro­
fitto senza riferimento alla teoria o ai dati che ne sono il
fondamento -la metodologia, o logica del procedimento,
ha precisamente questo scopo-- le discipline che si vo­
gliono empiriche traggono maggior vantaggio da un esame
dei metodi che prenda in opportuna considerazione i pro­
blemi teorici connessi a questi metodi e i risultati sostan­
tivi dovuti ad essi. E ciò in quanto l'uso di un « metodo »
non implica solo problemi logici, ma, sfortunatamente per
quelli che debbono fronteggiare le difficoltà della ricerca,
anche quei problemi pratici relativi alla concordanza tra
dati e requisiti teorici. Almeno, questo è quanto noi assu­
miamo. E, conformemente, il nostro resoconto sarà intes­
suto da una rassegna sistematica di alcune tra le principali
concezioni della teoria funzionale.

LA TERMINOLOGIA DELL'ANALISI FUNZIONALE

Fin dagli inizi, l'indirizzo funzionale nella sociologia


è incorso in una confusione di termini. Troppo spesso un
termine unico è stato usato per esprimere concetti diversi,
cosi come lo stesso concetto è stato espresso con termini
diversi. Chiarezza nell'analisi e adeguatezza d'espressione
sono ambedue vittime di questo uso superficiale delle pa­
role. L'analisi viene talora danneggiata dall'involontaria
modificazione del contenuto concettuale di un dato termi­
ne, e la comunicazione con altri diviene impossibile quando
un concetto, che sostanzialmente è sempre lo stesso, viene
offuscato con una serie di termini diversi. Basterà solo tener
dietro, per un breve tratto, alle peregrinazioni del concetto
di « funzione », per capire come la chiarezza concettuale
sia effettivamente danneggiata e la comunicazione resa nul­
la a causa della competizione terminologica nell'analisi fun­
zionale.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 123

Un termine unico per diversi concetti.


La parola « funzione » è stata accaparrata da diverse
discipline e dal linguaggio comune, con il risultato non
imprevedibile che il suo significato spesso diventa oscuro,
particolarmente nella sociologia. Noi ci limitiamo a consi­
derare soltanto cinque connotazioni comunemente attribui­
te a questa parola, e tuttavia ne trascuriamo molte altre.
C'è un primo significato, corrispondente all'uso popolare,
secondo cui « funzione » si riferisce ad un qualche pub­
blico raduno o ad una celebrazione, usualmente accompa­
gnati da cerimoniali . È questo il senso che dobbiamo dare
al titolo di giornale che asserisce: « Il sindaco Tobin non
promuove la funzione », in quanto il notiziario prosegue
spiegando che « il sindaco Tobin ha comunicato oggi che
egli non ha parte alcuna in qualsivoglia funzione, e che
non ha autorizzato nessuno a vendere biglietti o a fare
propaganda per cose del genere ». Essendo cosi comune
quest'uso della parola funzione è ripreso troppo di rado
nella letteratura accademica perché esso contribuisca in mi­
sura in qualche modo rilevante al disordine terminologico.
Sicuramente questo significato della parola non ha nulla a
che fare con l'analisi funzionale nella sociologia.
Un secondo uso fa del termine « funzione » praticamen­
te un equivalente del termine « occupazione ». Max We­
ber, per esempio, definisce l'occupazione come « i modi
di specializzazione, specificazione e combinazione delle fun­
zioni di un individuo in quanto essi gli forniscono le basi
per una occasione continuativa di reddito o di profitto in
quanto essa costituisce per lui la base di una continua occa­
sione di rendita e profitto » 1 • Questo è un uso frequente,
veramente assai tipico, del termine da parte di taluni eco-

1 Max Weber, Theory of Social and Economie Organization, a cura di


Talcott Parsons, Londra, William Hodge & Co., 1947, p. 230 [Cfr. Max:
Weber, Economia e Società, Milano, Comunità, 1961, vol. I, p. 137. La
traduzione italiana, condotta sul testo originale tedesco, suona alquanto
diversamente. Riportandola, si sarebbe reso incomprensibile l'esempio­
addotto da Merton N.d.T.].
-
124 Teoria socio!ogica

nomisti che si riferiscono all'« analisi funzionale di un grup­


po », quando trattano della distribuzione delle occupazioni
in quel gruppo . In questo caso, può essere utile seguire la
proposta di Sargent Florence 2, che venga adottata, nelle
ricerche di questo tipo, l'espressione « analisi occupazio­
nale » che si avvicina maggiormente al fenomeno.
Un terzo uso, che rappresenta un caso particolare del
precedente, si trova tanto nel parlare corrente, quanto nella
scienza politica. « Funzione » è spesso usato in riferimento
all'attività assegnata a chi occupa uno status sociale e,
in particolare, a chi detiene una carica od una ilosizione
politica. Risale a quest'uso l'origine del termine « funzio­
nario » o, in inglese, « official ». Benché il termine « fun­
zione », inteso in questo senso, venga parzialmente a coin­
cidere col piu ampio significato che ad esso è assegnato
nella sociologia e nell'antropologia, la cosa migliore è di
non tenerne conto, dal momento che esso distoglie l'atten­
zione dal fatto che non sono soltanto coloro che occupano
determinate posizioni a svolgere funzioni, bensi anche un
gran numero di attività standardizzate, processi sociali, mo­
delli culturali e sistemi di credenze che esistono in una
data società.
Dal momento in cui il termine funzione fu per la prima
volta introdotto da Leibniz, il significato piu preciso di esso
è rinvenibile nella matematica, in cui esso fa riferimento
ad una variabile considerata in relazione ad una o piu altre
variabili in termini delle quali può essere espressa o i cui
valori sono derivabili dai valori di queste altre variabili.
Codesta accezione è rinvenibile, in un senso piu esteso (e
spesso piu impreciso), in espressioni quali « interdipenden­
za funzionale » o « relazioni funzionali », che cosi spesso
vengono adottate dagli scienziati sociali 3• Quando Mann-

2 P. Sargent Florence, Statistica/ Metbods in Economics, New York,

Harcourt, Brace and Co., 1929, p. 357, nota.


3 Alexander Lesser osserva: « Quali sono gli elementi logici essen­

ziali di una relazione funzionale? Ci sono differenze di genere rispetto


alle relazioni funzionali studiate da altre scienze? Direi di no. Una vera
Funzioni manifeste e funzioni latenti 1 25

heim osserva che « ogni fatto sociale è una funzione del


tempo e del luogo in cui si verifica » o quando un demo­
grafo stabilisce che i « tassi di natalità sono funzione dello
status economico », è evidente che si fa uso dell'accezione
matematica del termine funzione, per quanto nel primo
caso non sia espresso sotto forma di equazione e nel se­
condo si. Benché il contesto generalmente renda chiaro che
il termine funzione è usato in questo senso matematico, i
sociologi non di rado ondeggiano fra questo significato e
un altro significato, che è affi.ne, pur restando distinto, e
che implica esso pure la nozione di « interdipendenza », di
« relazione reciproca » o di <� variazioni reciprocamente di­
pendenti » .
È questo quinto significato che riveste maggior impor­
tanza per l'analisi funzionale, quale è stata praticata nella
sociologia e nella antropologia sociale. In parte derivato
dall'originaria accezione matematica del termine, questo uso
è piu spesso ricavato direttamente dalle scienze biologiche,
nelle quali il termine funzione è inteso come riferentesi ai
« processi vitali od organici considerati negli aspetti in cui

essi contribuiscono al mantenimento dell'organismo » 4 •


Quest'uso, con le modificazioni appropriate allo studio del­
la società umana, corrisponde in modo assai stretto al con-

e propria relazione funzionale è quella che viene a stabilirsi tra due o più
termini, o variabili, talché si possa affermare che in certe condizioni defi.
nite (che costituiscono l'un termine della relazione) si riscontrano certe
determinate espressioni di quelle condizioni (che sono l'aitro termine del
rapporto). Le relazioni, o la relazione funzionale, che si asseriscono a
riguardo di un delimitato aspetto della cultura, debbono essere tali da
spiegare la natura e il carattere di quell'aspetto limitato sotto defini te
condizioni » (Functionalism in Social Anthropology, « American Anthro­
pologist », 1935, 37, pp. 386-93, spec. p. 392).
4 Vedi, per esempio, Ludwig von Bertalanffy, Modern Theories of

Development, New York, Oxford University Press, 1933, pp. 9 ss.,


184 ss.; W. M. Bayliss, Principles of Generai Physiology, Londra, 1915,
p. 700, dove egli riferisce · le sue ricerche sulle funzioni dell'ormone sco­
perto da Starling e da lui stesso; W. B. Cannon, Bodily Changes in Pain,
Hunger, Fear and Rage, New York, Appleton & Co., 1929, p. 2221- il
quale descrive le << funzioni di emergenza del sistema simpatico surre­
nale ».
126 Teoria socio!ogica

cetto-chiave di funzione quale viene adottato dagli antro­


pologi funzionalisti, siano essi funzionalisti puri o funzio­
nalisti moderati 5•
Tra i funzionalisti, è Radcliffe-Brown che piu spesso,
nel delineare la sua concezione di funzione sociale, si richia­
ma in modo esplicito al modello analogico delle scienze
biologiche. Seguendo Durkheim, egli asserisce che « la fun·
zione di un processo fisiologico ricorrente è perciò una
corrispondenza tra questo e i bisogni (le condizioni neces­
sarie di esistenza) dell'organismo ». E nell'ambito sociale
dove gli esseri umani, « le unità costitutive », sono collegati
da un complesso di rapporti sociali in un tutto integrato,
<( la funzione di ogni attività ricorrente, quale può essere
la punizione di un crimine, o una cerimonia funebre, è il
ruolo che essa svolge nella vita sociale intesa come totalità
e perciò il contributo che dà al mantenimento della con­
tinuità strutturale » 6,
Sebbene Malinowski si allontani per parecchi aspetti
dalle formulazioni di Radcliffe-Brown, è tuttavia d'accordo
con lui nel ritenere che il nocciolo dell'analisi funzionale
:stia nello studio della <( parte che gli elementi sociali e cul­
turali svolgono nella società ». « Questo tipo di teoria -

' R. H. Lowie distingue fra il << funzionalismo puro » di un Mali­


nowski e il « funzionalismo temperato » di un Thurnwald. Per quanto lm
distinzione sia acuta, apparirà bentosto che essa non è adattabile alla
prospettiva del nostro studio (R. H. Lowie, The History of Ethnological
Theory, New York, Farrar & Rinehart, 1937, cap. 13).
• A. R. Radcliffe-Brown, On the Concept of Function in Social Scien­

ce, « American Anthropologist », XXXVII ( 1 935), trad. it. in Struttura e


funzione nella società primitiva, Milano, Jaca Book , 1968, pp. 14-15. Vedi
anche la sua ultima prolusione come presidente del Royal Anthropological
Institute, in oui egli afferma: « . vorrei definire la funzione sociale di
. .

un modo di agire o di un modo di pensare standardizzato socialmente,


corrie il suo rapporto con la struttura sociale alla cui esistenza e con­
tinuità esso in qualche modo contribuisce. Analogamente, in un orga­
nismo vivente, la funzione fisiologica del battito del cuore, o la se­
crezione dei succhi gastrici, è il rapporto di questi processi con la
struttura organica . . . » (On Social Structure, « The Jc•urnal of the Royal
Anthropological Institute of Great Britain and Ireland », 1940, 70,
parte l, pp. 9-10).
Funzioni manifeste e funzioni latenti 127

spiega Malinowski in una delle prime enunciazwni della


sua prospettiva di studio - mira alla spiegazione di fatti
antropologici, a tutti i livelli di sviluppo, per mezzo del­
la loro funzione, cioè per mezzo della parte che svolgo­
no nel sistema integrale della cultura, per mezzo della ma­
niera in cui essi sono collegati l'uno all'altro all'interno del
7
sistema » .

. . .

Siamo costretti ad accennare soltanto sommariamente,


per ora, che frasi ricorrenti quali « la parte svolta nel si­
stema sociale o culturale », fanno perdere di vista l'impor­
tanza di distinguere fra funzione come « interdipendenza '�
e funzione come « processo ». E non possiamo nemmeno di­
lungarci nell'osservare che il postulato secondo cui ogni
elemento della cultura ha una certa qual stabile relazione
con altri elementi e una certa qual posizione distinta nella
cultura totale, serve solo relativamente a guidare in modo
specifico l'osservatore e l'analista nei loro procedimenti.
Per una discussione di questi punti sarà meglio rimandare.
Per il momento sarà sufficiente rilevare che codesto con­
cetto di funzione è stato precisato ed allargato nelle for­
mulazioni piu recenti, per mezzo di specificazioni progres­
sive. Per cui, osserva Kluckhohn: « ...una data porzione di
cultura è " funzionale " nella misura in cui delimita un modo
di reagire adaptive per la società e adjustive per l'indivi­
duo » 8•
Da questi significati del termine « funzione » - e noi
ne abbiamo considerati solo alcuni tra molti e svariati al­
tri - appar chiaro che molti concetti sono condensati in
una medesima parola. Questo fa nascere confusione. Quan­
do poi molte parole differenti vengono usate per esprimere
uno stesso concetto, ne deriva una confusione ancor piu
confusa.

7 B. Malinowski, Anthropology, << Encyclopaedia Britannica », primo

volume supplementare, Londra e New York, 1926, pp. 132-133 (il cor­
sivo è nostro).
1 Clyde Kluckhohn, Navaho Witchcra/t, « Papers of the Peabody

Museum of American Archaeology and Ethnology », Harvard University,


Cambridge, Peabody Museum, 1944, XXII , n. 2, p. 47.
128 Teoria sociolo gica

Un concetto unico per diversi termini.


Fra i vari termini che vengono usati indifferentemente
e quasi come sinonimi del termine « funzione » vi sono
quelli di uso; utilità, scopo, motivo, intenzione, fine, con­
seguenze. Se questi ed altri simili termini fossero usati in
riferimento ad uno stesso concetto definito rigorosamente,
sarebbe naturalmente di poca importanza rilevarne la nu­
merosi varietà. Ma il fatto è che l'uso disordinato di que­
sti termini, con il loro riferimento concettuale manifesta­
mente simile, porta ad un allontanamento sempre maggiore
dall'analisi funzionale coerente e rigorosa. Oltre alla conno­
tazione comune ciascun termine presenta anche altre con­
notazioni che lo differenziano dagli altri ; queste ultime
sono (involontariamente) materia di inferenze che diven­
tano sempre piu discutibili man mano che il concetto fon­
damentale di funzione è perso di vista. Uno o due esempi
metteranno in chiaro quanto una terminologia variabile
possa contribuire al moltiplicarsi delle interpretazioni er­
rate.
Nel passo seguente, estratto da una delle piu intelli­
genti trattazioni di sociologia criminale, è possibile osser­
vare sia una variabilità di · significato in termini nominai­
mente sinonimi sia le inferenze discutibili che tale varia­
bilità fa nascere. (Per aiutare il lettore ad aprirsi la strada
attraverso le argomentazioni, i termini piu importanti sono
stati indicati in corsivo).
Scopo della pena. Sono stati fatti dei tentativi per determinare
lo scopo o la funzione della pena in gruppi ed in epoche differenti.
Molti studiosi hanno ripetuto che un qualche motivo costituisce il
motivo d'una pena. D'altro canto è stata fatta rilevare la funzione
che la pena ha, di rafforzare la solidarietà del gruppo indebolita dal
crimine. Thomas e Znaniecki hanno mostrato che fra i contadini
polacchi la pena di un delitto è designata in primo luogo a rista·
bilire la situazione che esisteva prima del crimine e rinnovare la
solidarietà del gruppo, e che il vendicarsi rappresenta una consi­
derazione secondaria. Da questo punto di vista la pena è connessa
primariamente al gruppo e soltanto secondariamente al colpevole.
D'altro cantn, come funzione della pena si sono indicate l'espia·
Funzioni manifeste e funzioni latenti 129

zione, la prevenzione, l'ammenda, la rieducazione, il profitto per lo


Stato ed altro. Ieri come oggi non si vuol riconoscere che il motitJO
è ognuno di questi; la pena sembra dovuta a molti motivi e sem·
bra avere molte funzioni. Ciò è vero sia per l'individuo che è vit·
tima del crimine, sia per lo Stato. Oggi, certamente, le leggi non
hanno fini, né motivi; e il medesimo stato di cose esisteva proba­
bilmente nelle società precedenti 9•

Noi dovremmo in primo luogo rivolgere la nostra at­


tenzione alla serie di termini che si riferiscono manifèSta­
mente al medesimo concetto : scopo, funzione, motivo de­
signato, considerazione secondaria, connessione primaria,
fine. Con una attenta considerazione, appare chiaro che que­
sti termini si raggruppano in due distinti quadri di riferi­
mento concettuale. Alcuni di questi termini - motivo,
proposito, fine e scopo - si riferiscono chiaramente ai
fini espliciti che si propongono coloro che rappresentano
lo Stato. Altri - motivo, considerazione secondaria - si
riferiscono ai fini che si propone la vittima del crimine.
Ed entrambe queste serie di termini si riferiscono allo
stesso modo alle anticipazioni soggettive dei risultati della
punizione. Ma il concetto di funzione implica il punto di
vista dell'osservatore e non necessariamente quello del par­
tecipante. La funzione sociale si riferisce a conseguenze
oggettive osservabili e non a disposizioni soggettive (come
fini, motivi, scopi ). E il non distinguere le conseguenze
sociologiche oggettive dalle disposizioni soggettive porta
inevitabilmente a confusioni nell'ambito dell'analisi funzio­
nale, come si può osservare nel seguente brano (nel quale
i termini-chiave sono di nuovo scritti in corsivo) :
L'estremo nella mancanza d i realismo è toccato dall'esame delle
cosi dette « funzioni » della famiglia. La famiglia, sentiamo dire,
svolge jmportanti funzioni nella società: provvede al perpetuarsi
della specie, all'educazione dei giovani; compie funzioni economi­
che e religiose, e cosi via. Quasi quasi siamo incoraggiati a credere
che le persone si sposano ed · hanno dei bambini perché sono impa­
zienti di adempiere a queste necessarie funzioni sociali. Di fatto,

� Edwin H. Sutherland, Principles of Criminology, 3" edizione, Fila­

delfia, J . B. Lippincott, 1939, pp. 349-350.


1 30 Teoria sociologica

le persone si sposano perché sono innamorate, o per altre ragioni


meno romantiche, ma non meno personali. La funzione della fami­
glia, dal punto di vista degli individui, è quella di soddisfare i loro
desideri. La funzione della famiglia o di qualsiasi altra istituzione
è ciò che serve alle persone. Le « funzioni » sociali sono soprattutto
razionalizzazioni di consuetudini. Noi agiamo prima, spieghiamo
dopo; noi agiamo per ragioni personali e giustifichiamo il nostro
comportamento in base a principi sociali ed etici. Sino a che punto
codeste funzioni delle istituzioni abbiano una qualche realtà, va
stabilito in termini dei processi sociali in cui gli uomini sono im­
plicati nel tentativo di soddisfare i loro desideri. Le funzioni sor­
gono dalla interazione tra esseri umani concreti e scopi concreti 10,

Questo passo è un interessante miscuglìo di brevi squar­


ci di chiarezza nella nebbia di una grande confusione. Ogni­
qualvolta in esso i motivi ( che sono soggettivi) vengono er­
roneamente identificati con le funzioni (che sono oggettive),
ci si allontana dalla lucidità dell'approccio funzionale. In­
fatti, non è per nulla necessario che i motivi che portano
al matrimonio ( « amore » e « ragioni personali ») siano
identici alle funzioni svolte dalla famiglia ( socializzazio­
ne del bambino ). Ancora una volta: non dobbiamo rite­
nere che le ragioni addotte dagli uomini per giustificare il
loro comportamento ( « noi agiamo per ragioni personali >> )
facciano tutt'uno con le conseguenze osservate di tali mo­
delli di comportamento. La disposizione soggettiva può co­
incidere con la conseguenza oggettiva, ma può anche non
coincidere. I due elementi variano indipendentemente l'uno
dall'altro. Comunque, dicendo che una persona è motivata
ad assumere un comportamento, il quale può dar luogo a
funzioni (non necessariamente intenzionali), offriamo scam­
po dal mare agitato della confusione 11 •

10 Willard Waller, The Family, New York, Cordon Company, 1938,


p. 26.
11 Questi due esempi di confusione fra motivo e funzione sono tratti
da un cumulo di altri della stessa specie, facilmente rinvenibili. Persino
a Radcliffe-Brown, che generalmente non cade in quest'errore, capita
talora di non tener presente la distinzione. Per esempio: << ••• lo scam­
bio di doni non aveva lo stesso scopo del commercio e del baratto in
comunità più sviluppate. Lo scopo dello scambio di dcni era morale.
L'obiettivo dello scambio era di produrre un sentimento di amicizia fra
Funzioni manifeste e funzioni latenti 131

Codesta breve rassegna di contrasti terminologici e delle


loro sfortunate conseguenze potrà in qualche modo servire
da guida ad ulteriori sforzi per una codificazione dei con­
cetti dell'analisi funzionale . Sicuramente, sarà opportuno
delimitare l'uso del concetto sociologico di funzione, e sarà
necessario distinguere chiaramente fra categorie soggettive
pertinenti alla disposizione e categorie oggettive pertinenti
alle conseguenze osservate. Altrimenti la sostanza dell'in­
dagine funzionale potrebbe andar persa tra le nuvole di
nebbiose definizioni.

POSTULATI PRINCIPALI DELL'ANALISI FUNZIONALE

Soprattutto in antropologia, ma non solo in essa, gli


studiosi funzionalisti hanno in generale accettato tre postu­
lati che sono connessi reciprocamente, e che, come ora mo­
streremo, si sono dimostrati discutibili e non indispensa­
bili per seguire l'orientamento funzionale.
)n sostanza, questi postulati affermano : primo, che le
attività sociali standardizzate o gli elementi culturali sono
funzionali per l'intero sistema sociale o culturale; secondo,
che siffatti elementi sociali e culturali svolgono tutti fun­
zioni sociologiche; e terzo, che codesti elementi sono di
conseguenza indispensabili. Sebbene questi tre articoli di
fede si ritrovino ordinariamente insieme l'un con l'altro,
tuttavia sarà meglio esaminarli separatamente, poiché ognu­
no dà origine a difficoltà particolari e distinte.

Il postulato dell'unità funzionale della società.


È Radcliffe-Brown che, in modo caratteristico, enuncia
in termini espliciti questo postulato:
La funzione di un particolare costume sociale è il contribùto

le due persone interessate e se lo scambio non produceva questo, man·


cava il suo scopo ». L'obiettivo della tran�azione è q�i conside�ato da!
punto di vista dell'osservatore, del partecipante, o di entra�bi � Vedi
A. R. Radcliffe-Brown, Tbe Andaman Islanders, Glencoe, Ilhnots, The
Free Press, 1948, p. 84 {il corsivo è nostro).
1 32 Teoria socialogica

che esso dà alla vita sociale in quanto funzionamento dell'intero


sistema sociale.
Questa concezione implica che un sistema sociale (l'intera strut­
tura sociale di una società, insieme alla totalità dei costumi so­
ciali in cui si manifesta la struttura e su cui la struttura si basa
per la propria esistenza continuata) ha una certa unità, che pos­
siamo definire unità funzionale. Possiamo definirla una condizione
in cui tutte le parti del sistema operano insieme con un sufficiente
grado di armonia o di coerenza interna, cioè senza dar luogo a con­
1
flitti che non possono essere risolti o regolati 2•

È importante rilevare, tuttavia, che Radcliffe-Brown,


proseguendo, ci parla di codesta nozione di unità funzio­
nale come di un'ipotesi che richiederebbe ulteriori accer­
tamenti.
A prima vista, potrà forse sembrare che Malinowski
metta in dubbio l'inaccettabilità sul piano empirico di co­
desto postulato, allorquando egli osserva che « la scuola
sociologica » (nella quale egli comprende Radcliffe-Brown)
« ha sopravalutato la solidarietà sociale dell'uomo primi­
tivo », « trascurando l'individuo » 13• Ma tosto appar chiaro
che Malinowski non si è poi distaccato tanto da codesto
discutibile presupposto, visto che riesce ad aggiungerne un
altro. Malinowski parla continuamente di pratiche e di cre­
denze standardizzate che sarebbero funzionali « per la cul­
tura intesa come un tutto », e arriva a dire che esse sono
funzionali anche per ogni membro della società. Cosi, ri­
fer�ndosi alle primitive credenze nel soprannaturale, egli
scnve:
Qui la visione funzionale è messa di fronte alla sua prova piu ar­
dua . . . Essa deve dimostrare in che modo la credenza e il rituale con­
tribuiscano all'integrazione sociale, all'efficienza tecnica ed econo­
mica, alla cultura intesa come un tutto, e dunque, indirettamente,
al benessere biologico e mentale di ciascun individuo che ne sia
14
membro •

" Radcliffe-Brown, On the Concept of Function, trad. it . cit . , pp.


16-17 (il corsivo è nostro).
" Vedi Malinowski, Anthropology, cit., p. 132 e The Group and
Individuai in Functional Analysis, « American Journal of Sociology »,
1939, 44, pp. 938-64, spec. p. 939.
1' Malinowski, Anthropology, cit ., p. 135; Malinowski mantiene que-
Funzioni manifeste e funzioni latenti 133

Se era discutibile il presupposto precedente, quest'altro,


suo parente stretto, lo è doppiamente. Che gli elementi di
una cultura svolgano in egual modo funzioni per la società,
considerata come un sistema, e per tutti i membri della
società, ciò è verosimilmente una questione empirica, an­
ziché un assioma.
Il problema è stato avvertito da Kluckhohn, evidente­
mente, inquantoché egli ne allarga le alternative fino ad
includervi la possibilità che le forme culturali « siano adap­
tive o adjustive . . per i membri della società oppure per
.

la società considerata come un'unità avente persistenza » 15•


È questo un primo passo, necessario perché si prendano in
considerazione le variazioni relative alla unità verso cui è
diretta la funzione in questione. Costretti dalla forza del­
l'osservazione empirica, noi avremo modo di allargare an­
cor piu il raggio di variazioni relative a codesta unità.
Mi sembra chiaro a sufficienza che la nozione di unità
funzionale non rappresenta un postulato che sia fuori por­
tata rispetto ad accertamenti empirici, anzi, è vero il con­
trario. Il grado di integrazione di una società è una va­
riabile empirica 16, che cambia da periodo a periodo nella
stessa società, ed è diverso da una società ad un'altra. Che
tutte le società umane debbano avere un certo qual grado
di integrazione, è una questione di definizione, che diamo
per dimostrata. Ma non tutte le società hanno quell'alto
grado di integrazione nel quale ogni attività od ogni cre­
denza, che sia culturalmente standardizzata, è funzionale

sto punto di vista, senza modificazioni essenziali, nei suoi ultimi scritti.
Fra questi si veda, per esempio, The Group and the Individua! in Fun·
ctional Analysis, cit., a pp. 962-63: « ... noi vediamo che ogni istituzione
contribuisce, da una parte, al funzionamento integrato della comunità
intesa cqme un tutto; essa però viene anche a soddisfare i bisogni deri­
vati e i bisogni basilari degli individui... di ciascun beneficio desiderato,
fornisce ogni individuo che sia membro » (il corsivo è nostro).
15 Kluckhohn, Navaho Witchcraft, p. 46 b (il corsivo è nostro).

" È merito di Sorokin non aver perso di vista questo fatto cosl
importante in una rassegna delle teorie dell'integrazione sociale da lui
svolta anni addietro. Cfr. P. A. Sorokin, Forms and Problems o/ Culture­
Integration, « Rural Sociology », 1936, l, pp. 12141; pp. 344-74.
134 Te oria socio!ogica

per la società intesa come una unità ed è allo stesso modo


funzionale per le persone che vivono in essa. A Radcliffe­
Brown, in effetti, sarebbe bastato guardare appena un po'
oltre il dominio della analogicità, a lui cosi caro, per arri­
vare a mettere in dubbio la adeguatezza del suo presuppo­
sto concernente l'unità funzionale. Noi troviamo infatti va­
riazioni significative nel grado di integrazione anche in or­
ganismi biologici individuali, anche se qui il buon senso
comune ci porterebbe a pensare che, sicuramente, tutte le
parti dell'organismo cooperano per un fine « unitario » .
Si consideri anche solo quanto segue :
È certo che vi sono organismi profondamente integrati i quali
si trovano sotto stretto controllo del sistema nervoso o degli or­
moni, per cui la perdita di una qualsiasi parte importante di essi
danneggerà fortemente l'intero sistema e spesso causerà la morte;
ma, d'altra parte, vi sono pure organismi inferiori molto meno
strettamente coordinati, nei quali la perdita di una parte anche
considerevole del corpo causa soltanto un danno temporaneo du­
rante la rigenerazione dei tessuti di ricambio. Molti di questi ani­
mali meno organizzati sono cosi poco integrati che parti differenti
di essi possono trovarsi ad agire in opposizione l'una all'altra. Cosi,
quando una comune asteria giace sulla schiena, parte dei suoi ten­
tacoli possono cercare di voltare l'animale in una direzione, men­
tre altri cercano di voltarlo dall'altra . A causa della sua scarsa
. .

integrazione, l'anemone marino può andare via e lasciare una por­


zione dei suoi piedi strettamente attaccati ad una roccia, cosf che
l'animale soffre di una seria amputazione 17•

E se ciò è vero per quanto concerne gli organismi indi­


viduali, dovrebbe esserlo a fortiori per quanto concerne i
sistemi sociali complessi.
Non è necessaria una lunga discussione per dimostrare
che il presupposto di una completa unitg. funzionale della
società umana è stato piu volte contraddetto dai fatti . Le
consuetudini ed i sentimenti sociali possono essere funzio­
nali per alcuni gruppi, e non funzionali per altri gruppi,
nella stessa società. Gli antropologi citano talvolta « la

17 G. H. Parker, The Elementary Nervous System, citato da W. C. Al­


lee, Animal Aggregation, University of Chicago Press, 1931, pp. 81-82.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 135

solidarietà crescente della comunità » e « il crescente orgo­


glio di famiglia », come esempi di sentimenti che si pos­
sono adattare funzionalmente. E tuttavia, come ha dimo­
strato, tra altri, Bateson 18, un accrescimento di orgoglio
nelle singole famiglie, può talora contribuire a disgregare
la solidarietà di una piccola comunità locale. Non solo il
postulato della unità funzionale è spesso contraddetto dai
fatti, ma ha pure un valore euristico limitato, dal momento
che distoglie l'attenzione dello studioso dalle conseguenze
possibili e disparate che un dato elemento sociale o cul­
turale (consuetudini, credenze, modelli di comportamento,
istituzioni) può avere, sia per i diversi gruppi sociali, sia
per gli individui che ne sono membri.
Se davvero la quantità di fatti e di osservazioni che
smentiscono il presupposto dell'unità funzionale, è cosi
grande ed alla portata di chiunque, come noi abbiamo
detto, allora può essere interessante chiedersi perché mai
Radcliffe-Brown ed altri che seguono il suo indirizzo, ab­
biano continuato a mantenere fermo questo presupposto .
Una ragione possibile può esser data dal fatto che questa
concezione, nelle sue piu recenti formulazioni, è stata svi­
luppata da antropologi sociali, cioè da persone interessate
in modo primario allo studio delle società non letterate .
Alla luce di quanto Radin ha definito « la forte integra­
zione che hanno, per loro natura, le civiltà aborigene nella
piu parte », il presupposto suddetto può convenire, se non
a tutte, almeno ad alcune società non letterate. Ma il tra­
sporre questo presupposto, la cui utilità è ben possibile,
. dall'ambito delle piccole società non letterate all'ambito
delle società letterate, vaste, complesse e fortemente dif­
ferenziate, ci costringe a pagare uno scotto intellettuale
assai pesante. Forse, in nessun altro campo come nella ana­
lisi funzionale della religione, i pericoli relativi ad una
simile trasposizione sono tanto evidenti. A questo propo-

" Gregory Bateson, Naven, Cambridge, Cambridge University Press,


1936, pp. 31-32.
1 36 Te oria socio!ogica

sito, vale la pena di soffermarsi per un breve esame, non


foss'altro, perché ne risulteranno in chiare lettere gli errori
in cui si può incorrere accettando il presupposto dell'unità
funzionale della società in base ad un apprezzamento emo­
tivo e senza vagliarlo a fondo.
L'interpretazione funzionale della religione. Nell'esa­
minare quale sia lo scotto che si deve pagare per trasporre
il presupposto non dichiarato dell'unità funzionale dal
campo di gruppi non letterati relativamente piccoli e re­
lativamente dotati di stretta connessione, al campo di so­
cietà che sono piu fortemente differenziate e, forse, meno
strettamente integrate, sarà opportuno prendere in consi­
derazione l'opera di taluni sociologi, e particolarmente, di
quei sociologi che di solito stanno molto attenti ai pre­
supposti sulla base dei quali essi operano. Per noi, la
cosa ha interesse solo di passata, in quanto concerne, piu
in generale, il tentativo di applicare allo studio delle so­
cietà letterate, quelle concezioni che si sono sviluppate
e sono maturate nello studio di società non letterate, senza
che a queste concezioni siano state apportate le modifì­
cazioni opportune. ( In buona parte, il problema relativo
alla trasposizione di un presupposto, resta lo stesso per
quanto concerne la trasposizione di procedimenti e tec­
niche di ricerca, ma quest'ultimo punto non verrà qui preso
in considerazione ).
Le vaste generalizzazioni che non tengono conto del
temp.o e dello spazio, riguardanti « le funzioni integrative
della religione » sono in gran parte, anche se non del tutto,
com'è ovvio, derivate dalle osservazioni fatte nelle società
non letterate. Non di rado, il sociologo adotta, in modo
non esplicito, risultati concernenti tali società per poi venire
a discorrere, in generale, delle funzioni integrative della
religione. Da questo ad affermazioni come la seguente, il
passo è breve:
La ragione per cui la religione è necessaria sembra doversi
r.icercare nel fatto che la società umana raggiunge la sua unità
principalmente mediante il possesso in comune, da parte dei suoi
Funzioni manifeste e funzioni latenti 137

membri, di certi valori ultimi e di certi fini. Sebbene questi valori


e questi fini siano soggettivi, essi influiscono sul comportamento, e
la loro integrazione fa si che questa società operi come un si­
stema 19•
In una società estremamente progredita, che disponga di una
tecnologia scientifica, il clero tende a perdere la sua posizione per­
ché la tradizione sacra e il soprannaturale si ritirano nello sfondo...
[ ma ] Nessuna società si è cosl completamente secolarizzata da di­
sfarsi completamente della credenza nei fini trascendenti e nelle
entità soprannaturali. Persino in una società secolarizzata deve es­
servi un qualche sistema per l'integrazione dei valori ultimi, per
la loro espressione ritualistica, e per le compensazioni emotive
richieste dall'insuccesso, dalla morte, dalle calamità 20•

Rifacendosi alla concezione di Durkheim, la quale si


basava principalmente sullo studio delle società non lette­
rate, questi autori tendono a segnalare soltanto quelle con­
seguenze della religione che appaiono essere integrative ,
trascurando le possibili conseguenze disintegrative che la
religione può avere per taluni tipi di struttura sociale . Ora,
si considerino questi fatti e quesiti ben noti : l ) Quando
religioni differenti coesistono nella medesima società, spes­
so si verificano conflitti acuti tra i diversi gruppi religiosi
(basti ricordare l'enorme letteratura relativa ai conflitti reli­
giosi nelle società europee). In che senso, allora, si può
dire che la religione contribuisca alla integrazione « del­
la » società, nelle non poche società multi-religiose ? 2 ) È
evidente che la « società umana raggiunge la sua unità [ nel­
la misura in cui essa mostra realmente una tale unità ] prin­
cipalmente mediante il possesso in comune, da parte dei
suoi membri, di certi valori ultimi e di certi fini ». Ma quali
prove abbiamo che, ad esempio, nella nostra società, le
persone a-religiose aderiscano a certi « valori e fini » in
misura minore rispetto ai credenti nella dottrina religiosa?
3 ) In che senso si può dire che la religione contribuisce
all'integrazione della società, se il contenuto dei suoi valori

19 Kingsley Davis e Wilbert E. Moore, Some Principles of Stratifica­


tion,« American Sociological Review », 1945, 10, pp. 242-249, special­

mente p. 224 (il corsivo è nostro).


20 Ibid., p. 246 (il corsivo è nostro).
138 Teoria sociologica

e della sua dottrina è in contrasto con il contenuto di altri


valori, di valori a-religiosi, che sono sostenuti, nella stessa
società, da un gran numero di persone ? (E, qui, basti pen­
sare al conflitto tra la Chiesa cattolica che si oppose · alla
legislazione del lavoro infantile e il valore laico di impedi­
re « lo sfruttamento dei giovani che lavorano ». Oppure,
si pensi alle contrastanti opinioni circa il controllo delle
nascite che hanno, nella nostra società, i diversi gruppi
religiosi).
Questo elenco di fatti comuni riguardante il ruolo svol­
to dalla religione nelle società letterate contemporanee,
potrebbe essere notevolmnte allargato. Questi fatti natu­
ralmente sono ben noti a quegli antropologi e a quei socio­
logi funzionalisti che qualificano la religione come integra­
tiva, senza circoscrivere le strutture sociali in cui tale inte­
grazione veramente si manifesta. Che una concezione teo­
rica la quale si richiama a ricerche relative a società non
letterate abbia potuto far dimenticare dati che avrebbero
dovuto essere evidenti, circa il ruolo della religione in so­
cietà multi-religiose, è cosa appena concepibile. Sarà forse
la trasposizione del postulato dell'unità funzionale della
società che ha cancellato via tutta quanta la storia delle
guerre di religione, dell'Inquisizione (che ha conficcato il
suo cuneo in una societa dopo l'altra), delle carneficine
occorse tra gruppi religiosi. Resta il fatto che tutte queste
cose, pur largamente conosciute, vengono ignorate in favo­
re di spiegazioni tratte dallo studio della religione in società
non letterate. Ed è poi anche sorprendente il fatto che nel
saggio piu sopra citato, nel quale si vien discorrendo
della « religione, che produce integrazione in termini di
sentimenti, credenze e rituali », non si faccia alcun riferi­
mento alla possibilità che la religione abbia un ruolo nel
creare divisioni.
Siffatte analisi funzionali potrebbero , naturalmente, vo­
ler significare che la religione produce l'integrazione di
coloro che credono negli stessi valori religiosi, ma è impro­
babile che si voglia dire questo, poiché ciò vorrebbe sem-
Funzioni manifeste e funzioni latenti 139

plicemente dire che l'integrazione è prodotta da qualsiasi


consenso su qualsiasi genere di valori.
Una volta ancora ciò mostra il pericolo che vi è nel­
l'assumere il postulato dell'unità funzionale - il quale
potrebbe rappresentare una approssimazione ragionevole
alle condizioni di talune società non letterate - come parte
implicita di un modello generalizzato di analisi funzionale .
È tipico delle società non letterate l'avere un sistema reli­
gioso unico e predominante, cosi che, a parte gli individui
devianti, l'appartenenza alla società totale e l'appartenenza
alla comunità religiosa virtualmente sono tutt'uno. È ovvio
che in un tipo di struttura sociale come questo, un insieme
di valori religiosi comuni potrà avere, tra le altre conse­
guenze, anche quella di rafforzare i sentimenti comuni e
l'integrazione sociale. Ma ciò non si presta facilmente a ge­
neralizzazioni sostenibili per società di altro tipo.
Avremo ancora occasione di ritornare su alcune altre
implicazioni teoriche connesse alla analisi funzionale della
religione come è correntemente praticata. Per il momento,
quanto s 'è detto può bastare ad illustrare i pericoli in cui
si incorre nell'adottare, senza le necessarie riserve, il postu­
lato dell'unità funzionale . Prima dell'osservazione, non si
può stabilire convenientemente se vi sia questa unità del­
la società totale. È una questione di fatto, e non ma­
teria di opinione. Lo schema teorico dell'analisi funzionale
richiede espressamente che vi sia una specificazione delle
unità rispetto alle quali un dato elemento sociale o cultu­
rale è funzionale. Detto schema deve espressamente pren­
dere in considerazione il fatto che un dato elemento sociale
o culturale può avere conseguenze diverse, funzionali e di­
sfunzionali, e ciò sia per gli individui che per i sottogruppi
o per la struttura sociale e per la cultura che li includono.

Il postulato del funzionalismo universale.


In breve, questo postulato afferma che ogni forma so­
ciale o culturale che sia standardizzata, ha una funzione
positiva . È anche qui Malinowski che, come già per altri
140 Teoria socio!ogica

punti della concezione funzionale, propone questo postu­


lato nella forma piu estrema :
La concezione funzionale della cultura, perciò, ribadisce il
principio che in qualsiasi tipo di civiltà, ogni costume, oggetto
21•
materiale, idea o credenza, svolgono una qualche funzione vitale . . .

Sebbene, come abbiamo visto, Kluckhohn abbia preso


in considerazione variazioni relative alle unità cui una for­
ma culturale si riferisce, egli conviene con Malinowski nel
postulare che tutte le forme culturali che sopravvivono
hanno un valore funzionale. ( « Il mio postulato fondamen­
tale .. . è che nessuna forma culturale sopravvive a meno che
non rappresenti, in un qualche senso, una reazione di adat­
22
tamento o di aggiustamento ... » ) • Questo funzionalismo
universale può o non può essere un postulato euristico;
ciò resta da vedersi. Ma ci si può aspettare che anch'esso
distolga da un'attenta considerazione critica della gamma
di conseguenze non-funzionali che possono avere le forme
culturali esistenti.
In effetti, quando Kluckhohn cerca di spiegare questo
punto, attribuendo « una funzione » ad elementi che ap­
paiono essere a-funzionali, egli finisce per ricorrere ad un
tipo di funzione che si troverà, non come risultato di inda­
gine, ma per definizione, ad essere svolto da ogni elemento
di una cultura che riesca a sopravvivere. Egli, dunque, so­
stiene che :
l bottoni sulla manica dell'abito di un europeo, che oggi sono
inutili, svolgono la « funzione » di perpetuare ciò che è familiare,
di mantenere la tradizione. Generalmente, le persone si trovano me­
glio, quando avvertono una continuità nel comportamento, quando
ritengono di star seguendo forme di comportamento ortodosso e
socialmente approvate 23•

Questo sembrerebbe essere il caso limite in cui l'attri­


buzione di una funzione aggiunge poco o nulla alla descri-

· 21 Malinowski, Anthropology, cit., p. 132 (il corsivo è nostro, ben­


ché
'
in questo caso sia forse superfluo, data l'efficacia del testo).
22 K. Kluckhohn, Navaho Witchcraft, cit., p. 46 (il corsivo è nostro).

2l lbid. , p. 47.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 141

zione diretta di un modello di cultura o di una forma di


comportamento. Possiamo tranquillamente assumere che
tutti gli elementi di una cultura che sono persistenti ( i qua­
li, in senso lato, possono esser detti « tradizion.e » ) , hanno
come minimo la funzione, che non è loro esclusiva, di « per­
petuare ciò che è familiare, di mantenere la tradizione » .
Ciò equivale a dire che l a « funzione >> svolta dalla confor­
mità a una qualunque prassi prestabilita, sia quella di met­
tere in grado chi si conforma di evitare le sanzioni in cui
altrimenti incorrerebbe qualora deviasse da questa prassi.
Non v'è dubbio che ciò sia vero, ma è un dato scarsamente
chiarificatore . Esso, tuttavia, serve a ricordarci che dovremo
andare ad esplorare quaii siano i tipi di funzioni che il
sociologo attribuisce . Per il momento, quanto s 'è detto ci
porta provvisoriamente ad assumere che, sebbene ogni ele­
mento di una cultura o di una struttura sociale possa avere
delle funzioni, è prematuro sostenere in tutte lettere, che
ogni siffatto elemento debba essere funzionale.
Naturalmente, il postulato del funzionalismo universale
rappresenta il prodotto storico dell'aspra, sterile e lunga
controversia relativa alla « sopravvivenza » , che si svolse
fra gli antropologi nei primi anni del secolo. La nozione di
sopravvivenza sociale o, seguendo le parole di Rivers, di
« un costume . . . [ il quale ] non può essere spiegato in base
alla sua utilità attuale, ma diventa comprensibile soltanto
in rapporto alla sua storia passata » 2\ risale almeno a Tu­
cidide . Ma quando le teorie evoluzionistiche della cultura
vennero affermandosi, il concetto di sopravvivenza sembrò
avere una importanza strategica allo scopo di ricostruire
« le fasi di sviluppo » delle varie culture, particolarmente
per le società non letterate, di cui non si possedevano docu-

" W. H. R. Rivers, Survival in Sociology, « The Sociological Re­


view », 1913, 6, pp. 293-305. Vedi anche E. B. Tylor, Primitive Culture,
New York, 1874, vol. I, pp. 70-159 e per un più recente esame della
materia, Lowie, The History of Ethnological Theory, cit., pp. 44 ss.;
pp. 81 e ss. Per un attento e stringato quadro del problema, vedi Emile
Durkheim, Les règles de la méthode sociologique, Paris, Alcan, 1895,
trad. ital., Milano, Comunità, 1965, cap. V.
1 42 Teoria socio!o gicu

menti scritti. Per i funzionalisti, che desideravano staccarsi


da ciò che essi consideravano come la « storia », perlopiu
frammentaria e spesso congetturale delle società non lette­
rate , l'attacco al concetto di sopravvivenza assunse tutto il
valore simbolico di un attacco all'intero pensiero evoluzio­
nista, che ripugnava loro da un punto di vista intellettuale .
In conseguenza, forse, essi reagirono eccessivamente con­
tro questo concetto centrale della teoria evoluzionistica e
avanzarono un « postulato » ugualmente eccessivo, secondo
il quale « ogni costume [ dovunque ] . .. svolge una qualche
funzione vitale » .
Sarebbe un peccato lasciare che le polemiche dei primi
cultori dell'antropologia dessero oggi origine a esagerazioni.
Una volta scoperte, elencate e studiate, le sopravvivenze
sociali non possono essere esorcizzate da un postulato. E
se non si potrà esibire alcun esemplare di tali soprav­
vivenze, allora la discussione cadrà da sé. Si può affer­
mare, inoltre, che anche qualora si rintracciassero dette
sopravvivenze nelle società letterate contemporanee, esse
aggiungerebbero ben poco alla nostra comprensione del
comportamento umano o della dinamica dei cambiamenti
sociali. Non avendo bisogno di ricorrere al discutibile ausi­
lio di questo misero sostituto della storia scritta, il socio­
lago delle società letterate può trascurare ogni sopravvi­
venza senza alcuna perdita rilevante. Ma occorre che egli
non si lasci indurre da una controversia arcaica ed irrile­
vante, ad adottare il postulato non ben qualificato secondo
cui ogni elemento culturale svolge una funzione vitale. Per­
ché anche questo è un problema da porsi come indagine,
non una conclusione da trarre prima dell'indagine. Sembre­
rebbe molto piu utile, come direttiva di ricerca, assumere
provvisoriamente che le forme culturali sopravviventi han­
no una risultante di conseguenze funzionali sia per la
società considerata come una unità, sia per quei sotto­
gruppi che hanno potere sufficiente a conservare intatte
codeste forme, servendosi tanto della coercizione diretta
quanto della persuasione indiretta. Tale formulazione serve
Funzioni manifeste e funzioni latenti 143

nello stesso tempo a sfuggire alla tendenza dell'analisi fun­


zionale a concentrarsi su funzioni positive e a richiamare
l'attenzione del ricercatore su altri tipi di conseguenze.

Il postulato dell'indispensabilità.
L'ultimo, in questa terna di postulati accettati dai socio­
logi funzionali è, sotto certi aspetti, il piu ambiguo. L'am­
biguità appare evidente nel già citato « manifesto » mali­
nowskiano :
In qualsiasi tipo di civiltà, ogni costume, oggerto materiale,
idea o credenza, s-;olge una funzione vitale, ha qualche compito
da realizzare, rappresenta una parte indispensabile in un tutto
operante 25•
In questo passo non è del tutto chiaro se l 'autore parli
dell'indispensabilità della funzione o dell'elemento ( costu­
me, oggetto, idea, opinione ) che svolge la funzione, oppure
della necessità di entrambi.
Questa ambiguità è abbastanza comune nella letteratura
sull'argomento. Cosi lo studio già citato di Davis e Moore,
sembra dapprima sostenere che ciò che è indispensabile è
l'istituzione : « La ragione per cui la religione è necessa­
ria . . »; « . . . la religione . . . svolge un ruolo unico ed indi­
.

spensabile nella società »26• Ma bentosto appare che non è


tanto la religione come istituzione che è considerata indi­
spensabile, quanto le funzioni che si ritengono tipiche della
religione. Davis e Moore infatti considerano indispensabile
la religione solo in quanto essa fa si. che i membri di una
società adottino « in comune, certi valori ultimi e certi
fini ». Questi valori e questi fini, si afferma,
devono... in qualche modo apparire reali ai membri della so­
cietà ed il ruolo delle credenze e del rituale religioso è quello di
rafforzare codesta apparenza di realtà. Per mezzo del rituale e delle

25 B. Malinowski, Anthropology, cit., p. 132 (il corsivo è nostro).


26 Kingsley Davis e Wilbert E. Moore, op. cit. , pp. 244 e 246. Su
quest'argomento, vedi un recente esame compiuto da Davis nella sua in­
troduzione a W. J. Goode, Religion Among the Primitive, Glencoe, Illi­
nois, The Free Press, 1951, e le istruttive interpretazioni funzionali della
religione nella stessa opera.
1 44 Teoria sociologica

credenze, gli scopi e i valori comuni vengono collegati ad un


mondo immaginario simbolizzato da oggetti concreti aventi carat­
tere sacro, il quale mondo, a sua volta, si riferisce in maniera signi­
ficativa ai fatti e alle sofferenze della vita dell'individuo. Mediante
il culto degli oggetti sacri e degli esseri che essi simbolizzano e at­
traverso l'accettazione di prescrizioni soprannaturali, che sono nello
stesso tempo codici di comportamento, viene esercitato un po­
tente controllo sulla condotta umana, guidandola secondo certe
direttive che servono al sostegno della struttura istituzionale e
conformano ai fini ed ai valori ultimi 27•

La pretesa indispensabilità della religione, quindi, si


basa sul presupposto che soltanto mediante il « culto » e
le « prescrizioni soprannaturali » si possa raggiungere quel
minimo di « controllo sulla condotta umana » e « di inte­
grazione in base a sentimenti e a credenze » che è neces­
sano.
In breve, il postulato dell'indispensabilità, come è
espresso ordinariamente, contiene due affermazioni con­
nesse, ma distinte. In primo luogo, si assume che vi sono
talune funzioni le quali sono indispensabili, nel senso che,
se esse non sono svolte, la società (o il gruppo, o un indi­
viduo) non potrà sussistere . Ciò dà luogo, pertanto, al con­
cetto di pre-requisiti funzionali o pre-condizioni funzional­
mente necessarie per una società, concetto che noi avremo
occasione di esaminare minutamente. Secondo, e questa è
tutta un'altra questione, si assume che certe forme culturali
e sociali sono indispensabili per lo svolgimento di ciascuna
delle funzioni suddette. Ciò implica un concetto di strut­
ture che siano specializzate e insostituibili, e dà origine a
difficoltà teoriche di ogni genere . Infatti non solo si può
dimostrare che questo concetto è manifestamente contrario
alla realtà, ma esso genera poi svariati presupposti sussi­
diari, i quali hanno danneggiato l'analisi funzionale fin dalla
sua origine. Ciò distoglie l'attenzione dal fatto che strut­
ture sociali ( e forme culturali) alternative hanno, in con­
dizioni che andranno esaminate, ottemperato alle funzioni

rr Ibid., pp. 244-245 (il corsivo è nostro).


Funzioni manifeste e funzioni latenti 1 45
necessarie per la sopravvivenza dei gruppi. Procedendo ol­
tre, noi dobbiamo enunciare un teorema fondamentale del·
l'analisi funzionale : proprio come lo stesso elemento può
avere molteplici funzioni, cosi la stessa funzione può essere
svolta, in vario modo, da elementi alternativi. I bisogni
funzionali vengono qui considerati come permissivi, piut­
testo che come determinanti di talune strutture sociali spe­
cifiche. In altre parole, v'è un certo grado di variazione nel­
le strutture che svolgono la funzione in questione (il limite
che questo grado di variazione può avere implica il concetto
di tensione strutturale, di cui tratteremo fra poco).
Al concetto suddetto di forme culturali ( istituzioni, atti­
vità standardizzate, sistemi di credenza, ecc . ), si contrap­
pone il concetto di alternative funzionali, o equivalenti
funzionali, o sostituti funzionali. Tale concetto è ben noto
ed è largamente impiegato, ma va osservato che esso non
può stare convenientemente nel medesimo sistema teorico
in cui è inserito anche il postulato della indispensabilità
di forme culturali particolari. Cosi, dopo aver esaminato la
teoria di Malinowski a proposito della « necessità funzio­
nale di meccanismi come la magia », Parsons ha cura di
fare la seguente affermazione :
... dovunque siffatti elementi d'incertezza abbiano un peso rispetto
al perseguimento di mete importanti dal punto di vista emotivo,
ci si potrebbe aspettare che apparissero, se non fenomeni magici,
almeno fenomeni che siano equivalenti funzionalmente 28•

È questa una affermazione assai lontana dalla tesi su


cui ha insistito Malinowski:
La magia svolge una "funzione indispensabile in una cultura.
Essa soddisfa un bisogno definito, che non può essere soddisfatto
da un qualsiasi altro fattore di una civiltà primitiva 29•

Questo duplice concetto di una funzione indispensabile


e di uno schema insostituibile di credenza-azione, esclude
palesemente il concetto di alternative funzionali .

" Talcott Parsons, Essay in Sociological Theory: · Pure and Applied,


Glencoe, Illinois, The Free Press, 1949, p. 58.
" Malinowski, Linthropology, cit., p. 136 (il corsivo è nostro).
146 Teoria socio!ogica

Di fatto, il concetto di alternative funzionali o di equi­


valenti funzionali, è emerso ripetutamente in ogni discipli­
na che ha adottato uno schema funzionale di analisi. Un
tale concetto è, ad esempio, largamente impiegato nella
scienza psicologica, come mostra assai bene un articolo di
English 30• In neurologia, Lashley ha sottolineato, sulla
base di prove sperimentali e cliniche, l'inadeguatezza del­
l'affermazione, secondo cui i singoli neuroni sarebbero spe­
cializzati rispetto a particolari funzioni, affermando invece
che una funzione particolare può essere svolta da una gam­
ma di strutture alternative 31• La sociologia e l'antropologia
sociale hanno opportunità maggiore di evitare il postulato
dell'indispensabilità di date strutture, e di servirsi siste­
maticamente del concetto di alternative funzionali e di
sostituti funzionali. Infatti, come per lungo tempo i non
competenti hanno erroneamente ritenuto che i costumi
e le credenze strane di altre società fossero null'altro che
�i superstizioni », gli scienziati sociali funzionalisti corrono

il rischio di cadere nell'errore contrario, in primo luogo,


coll'individuare affrettatamente un valore funzionale e adat­
tivo in queste pratiche e credenze, e, in secondo luogo, col
mancare di prendere in considerazione quali modi di azione
alternativi vengono omessi per mantenersi attaccati a que­
ste pratiche manifestamente « funzionali » . Non di rado si
riscontra in taluni funzionalisti una certa fretta nel con­
cludere che la magia o certi riti e credenze religiose sono
funzionali a causa degli effetti che essi hanno sulla menta­
lità del credente e sulla fiducia che egli ripone in se stesso.
In alcuni casi, tuttavia, può anche verificarsi che queste
pratiche magiche sminuiscano e vengano a sostituirsi a pra­
tiche laiche, accessibili e maggiormente adattive. Come
F. L. Wells ha osservato:

" Horace B. English, Symbolic versus Functional Equivalents in th�


Neuroses of Deprivation, << Journal of Abncrmal and Social Psychology >> ,
1937, 32, pp. 392-94_
31 K. S. Lashley, Basic Neutra! Mechanisms in Behavior, « Psycologi­
çal Review », 1930, 37, PP- 1-24.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 147

Attaccare un ferro da cavallo sopra l a porta durante una epi­


demia di vaiuolo può sostenere il morale degli abitanti della casa,
ma non terrà lontano il vaiuolo; tali credenze e pratiche non resi­
steranno alle prove di carattere profano alle quali sono suscettibili
di essere sottoposte e il senso di sicurezza che tali pratiche confe­
riscono si manterrà solo fintanto che non si introducono prove
sperimentali vere e proprie 32.

I funzionalisti che a causa della loro teoria sono spinti


a prendere in considerazione solamente gli effetti che pra­
tiche simboliche come quelle suddette hanno sulla menta­
lità dell'individuo e che perciò concludono che la pratica
della magia è funzionale, trascurano il fatto che proprio
queste pratiche possono, in certi casi, essersi sostituite ad
alternative piu efficaci 33 • I teorici che si richiamano alla
indispensabilità che pratiche standardizzate e istituzioni
predominanti dovrebbero avere a causa della loro consta­
tata funzione nel rafforzare sentimenti comuni, prima di
trarre conclusioni che risultano piu spesso premature che
confermate, dovrebbero considerare quali sostituti funzio­
nali possono esservi.

31 F. L. Wells, Social Maladjustements: Adaptive Regression, in


« Handbook of Social Psychology », a cura di Cari A. Murchison, Clark
University Press, 1935, p. 880. Le osservazioni di Wells sono !ungi dal·
l'essere superate. In un'epoca cosi recente come nel 1930, v'erano Stati
quali l'Idaho, il Wyoming e il Montana da cui il vaiolo non era ancor�
stato « allontanato » e, mancando leggi sulla vaccinazione obbligatoria, si
contavano qualcosa come 4.300 casi di vaiolo in un periodo di cinque an­
ni, mentre nello stesso tempo in Stati più popolosi, come nel Massachu..
setts, Pennsylvania e Rhode Island, nei quali esistevano leggi per la vac­
cinazione obbligatoria, non si verificava alcun caso di vaiolo. Sui limiti del
<< senso comune », relativamente a problemi come questi, vedi Hugh Ca­

bot, The Patient's Dilemma, New York, Reynal & Hitchcock, 1940,
pp. 166-167.
" Sarà forse opportuno rilevare che codesta affermazione è fatt�
tenendo presenti le osservazioni di Malinowski, e cioè che i Trobrian·
desi non sostituivano le loro credenze e pratiche magiche con l'applica..
zione di una tecnologia razionale. Resta il problema di stabilire in quale
misura l'affidarsi più o meno alla magia, quando si agisce nel « dominio
dell'incerto », ostacoli lo sviluppo tecnologico. Presumibilmente, codesta
sfera di incertezza non è invariabile, ma dipende dalle tecniche di cui si
dispone. I riti designati a regolare i fenomeni atmosferici, per esempio,
potrebbero facilmente assorbire energie di uomini che avrebbero altri­
menti potuto dedicarsi a ridurre quella « sfera di incertezza », facendo
148 Te oria sociologica

Dall'esame di questa terna di postulati funzionali emer­


gono parecchie considerazioni fondamentali che debbono
essere fatte rientrare nel nostro tentativo di codificazione
dell'analisi funzionale. In primo luogo, esaminando il po­
stulato dell'unità funzionale, abbiamo trovato che non si
può dare per scontata una piena integrazione in ogni so­
cietà, ma che questa è una questione di fatto ed empirica,
per cui dobbiamo aspettarci di rinvenire una serie di gradi
d'integrazione. E nell'esaminare il caso particolare dell'in­
terpretazione funzionale della religione, siamo stati messi
in guardia circa il fatto che sebbene la natura umana resti
sempre la stessa, da ciò non consegue che la struttura delle
società non letterate sia uguale uniformemente a quella del­
le società « letterate » che sono fortemente differenziate.
Una differenza di grado fra le due - per esempio, l'esisten­
za di piu religioni diverse nell'una e non nell'altra - può
rendere rischiose le trasposizioni dall'una all'altra. Dalla
considerazione critica di questo postulato discende che per
l'enunciazione di una teoria di analisi funzionale si richiede
la specificazione di quali unità sociali sono investite di de­
terminate funzioni, e discende inoltre la necessità di rico­
noscere che gli elementi di una cultura hanno molteplici
conseguenze, alcune di esse funzionali e altre, forse, non­
funzionali.
L'esame del secondo postulato del funzionalismo univer­
sale, il quale afferma che tutte le forme culturali che sus­
sistono sono inevitabilmente funzionali, dà luogo ad altre
considerazioni che debbono essere tenute presenti nella

progredire la conoscenza meteorologica. Ogni caso va giudicato in base


a criteri pertinenti. Qui, noi ci riferiamo soltanto alla crescente inclina­
zione degli antropologi sociali e dei sociologi a limitarsi a considerare que­
gli effetti « morali » che si osservano a proposito di pratiche che non
hanno una base razionale ed empirica e a trascurare l'analisi delle alter­
native che sarebbero possibili in una data situazione, se l'orientamento
verso « il trascend.!nte >> e « il simbolico » non rivolgesse l'attenzione
verso gli altri soggetti. Infine, c'è da sperare che quanto s'è detto non
sarà erroneamente interpretato come una nuova affermazione di quel
razionalismo, alle volte ingenuo, che fu caratteristico dell'epoca illumi­
nista.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 149

codificazione dei princìpi dell'interpretazione funzionale.


Da esso risulta che non solo ci si può aspettare di rinve­
nire conseguenze non-funzionali, oltre a conseguenze fun­
zionali delle forme culturali, ma anche che alla fine il teo­
rico dovrà fare i conti col difficile problema di approntare
uno strumento per stabilire la risultante delle conseguenze
suddette, se vuole che le sue ricerche abbiano una portata
di tecnologia sociale. È chiaro che il parere d'un esperto,
che sia basato soltanto sullo studio di una serie limitata
di conseguenze, e forse anche scelta arbitrariamente, una
serie di conseguenze che ci si aspetta quale risultato di una
azione che si è osservata, sarà soggetto a frequenti errori
e sarà giustamente accusato di servire a poco.
Si è trovato che il postulato dell'indispensabilità com­
porta due proposizioni distinte: la prima, asserente l'indi­
spensabilità di certe funzioni; il che dà luogo al concetto
di necessità funzionale o di pre-requisiti funzionali; e la se­
conda asserente l'indispensabilità delle istituzioni sociali r
delle forme culturali esistenti, o altro simile; e questa as­
serzione, una volta posta in questione, fa nascere il con­
cetto di alternative funzionali, o equivalenti o sostituti fun­
:donali.
L'accettazione d5. questi tre postulati, presi singolarmen­
te od insieme, è all'origine dell'accusa che l'analisi funzio­
nale inevitabilmente implichi certi legami ideologici . Dal
momento che codesta è una questione che si ripresenterà
ripetutamente, quando passeremo ad esaminare ulteriori
concezioni dell'analisi funzionale, sarà meglio trattarla su­
bito, per evitare che la nostra attenzione venga di continuo
distolta dai problemi di analisi che saranno in questione,
dallo spettro di una scienza sociale corrotta dall'ideologia.

L'ANALISI FUNZIONALE COME IDEOLOGIA

L'analisi funzionale è conservatrice.


Da molte parti, e con crescente insistenza, si è formu­
lata l'accusa per cui, qualunque sia la validità intellet-
1 50 Teoria socio!ogica

tuale dell'analisi funzionale, inevitabilmente essa è lega­


ta ad una prospettiva « conservatrice » ( e persino, « rea­
zionaria » ) . Per alcuni critici, l'analisi funzionale è poco
piu di una versione aggiornata della dottrina ottocentesca
che proclama esservi una identità di fondo, invariabile, tra
gli interessi pubblici e gli interessi privati . Essa è conside­
rata come una versione laicizzata della dottrina enunciata
da Adamo Smith, quando, ad esempio, scriveva nella sua
Theory of Mora! Sentiments dell'« ordine armonioso della
natura, sottoposto alla guida divina, che promuove il be­
nessere dell'uomo mediante l'operare delle sue tendenze
individuali » 34• Perciò, osservano questi critici, la teoria
funzionale rappresenta semplicemente l'orientamento dello
scienziato sociale conservatore, il quale vorrebbe mante­
nere lo stato di cose attuale, tal quale esso è, impugnando
l 'opportunità di cambiamenti, quantunque moderati . In
base a questo punto di vista, lo studioso funzionalista igno­
rerebbe totalmente l'avvertimento di Tocqueville di non
confondere l'abituale col necessario : « ...quelle istituzioni
che noi chiamiamo necessarie, il piu delle volte non sono
se non istituzioni a cui siamo venuti abituandoci ». Ma che
inevitabilmente l'analisi funzionale sia preda di codesta cat­
tivante erroneità, resta ancora da dimostrare, anche se,
considerando il postulato dell'indispensabilità che abbiamo
prima esaminato, possiamo ben comprendere come l 'ado"
zione di tale postulato, potrebbe con facilità dare luogo
a questa accusa di carattere ideologico. Myrdal è uno tra i
piu recenti e certo non dei meno rappresentativi critici che
arguiscono la inevitabilità di una tendenza conservatrice
nell'analisi funzionale:

. . . se una cosa ha una « funzione », essa è positiva o almeno essen­


ziale *. Il termine « funzione » può avere significato soltanto in

" Jacob Viner, Adam Smith and Laissez Faire, in « Journal of P0o
litical Economy », 1937, 35, p. 206.
* Qui, si noti, Myrdal accetta gratuitamente il postulato dell'indi­

spensabilità come intrinseco all'analisi funzionale .comunque intesa.


Funzioni manifeste e funzioni latenti 151

termini di uno scopo che viene assunto * * ; se tale scopo rimane


indefinito, o viene inteso come l'« interesse della società », non me­
glio specificato ***, si lascia un margine considerevole di arbitra- ·
rietà nelle implicazioni pratiche, anche se la direzione principale è
data: una descrizione delle istituzioni sociali fatta in termini delle
loro funzioni porta necessariamente ad una teleologia conserva­
trice 35•

Le osservazioni di Myrdal sono istruttive, piu per le


premesse che per la conclusione . Egli infatti, come s'è fatto
notare, parte da due dei postulati piu frequentemente ac­
cettati dagli studiosi funzionalisti, per arrivare all'accusa,
non ben precisata, secondo cui chi descrive le istituzioni
in termini di funzioni è inevitabilmente legato ad « una te­
leologia conservatrice ». Ma in nessun luogo Myrdal mette
in discussione la imprescindibilità dei postulati stessi. Sarà
interessante chiedersi fìno a che punto sia ineluttabile la
conclusione, quando si riescano ad evitare le premesse.
In effetti, qualora in sociologia l'analisi funzionale fosse
connessa ad una teleologia, conservatrice o no, sarebbe ben
presto soggetta, e giustamente, ad accuse anche piu acerbe.
Come è accaduto cosi sovente nella storia del pensiero uma­
no, essa verrebbe assoggettata ad una reductio ad absur­
dum. Lo studioso funzionalista potrebbe cosi incorrere
nel destino di Socrate ( anche se non per la stessa ragio­
ne), il quale affermava che Dio ha posto la nostra bocca
sotto il nostro naso perché noi potessimo gustare il profu­
mo del cibo 36• Oppure egli, allo stesso modo dei teologi
cristiani assorti nell'argomento dei rapporti tra mezzi e fìni,
potrebbe farsi imbrogliare da un Beniamino Franklin, il
quale dimostrava che, evidentemente, Dio (< vuole che noi

** Questo, come abbiamo visto, non solo è gratuito, ma falso.


*** Qui Myrdal si riferisce giustamente al dubbio ed ambiguo postu­
lato dell'unità funzionale.
" Gunnar Myrdal, An American Dilemma, New York, Harper and
Brothers, 1944, vol. II, p. 1056 (il corsivo e le osservazioni aggiunte in
nota sono nostre).
36 Farrington ci offre altre interessanti osservazioni relative alla pseu­

do-teleologia, nella sua Science in Antiquity, Londra, T. Butterworth,


1936, p. 160.
1 52 Teoria sociologica

ci ubriachiamo, perché ha fatto l'articolazione del braccio


proprio della lunghezza giusta per portare un bicchiere alla
bocca, senza sbagliare per eccesso o per difetto : " Adoria­
mo allora, bicchiere alla mano, questa benefica saggezza.
Adoriamo e beviamo " » 37• Oppure il nostro sociologo po­
trebbe ritrovarsi a posto in espressioni piu serie, quali quel­
le del Michelet, il quale osservava : « Quanto è ben ordi­
nata dalla natura, ogni cosa. Non appena un bimbo viene
al mondo, ecco trova una madre pronta ad avere cura di
lui » 38• Come ogni altro sistema di pensiero che confini
con la teleologia, per quanto l'analisi funzionale cerchi di
evitare ogni sconfinamento in codesto territorio per lei alie­
no ed improduttivo, sarà minacciata di riduzione all'assur­
do ogniqualvolta essa accetti il postulato che tutte le strut­
ture sociali esistenti sono indispensabili per il soddisfaci­
mento dei principali bisogni funzionali.

L'analisi funzionale è progressista.


È piuttosto interessante rilevare che altri critici hanno
raggiunto una conclusione precisamente opposta all'accusa
secondo cui l 'analisi funzionale sarebbe intrinsecamente le­
gata alla concezione per cui tutto ciò che è, è bene; oppure
che questo veramente è il migliore dei mondi possibili .
Questi altri critici, come ad esempio La Piere, sostengono
che l'analisi funzionale è un approccio che è essenzialmente
critico, come prospettiva, ed è pragmatico nei giudizi :
Vi è un significato piu profondo di quello che potrebbe appa­
. . .

rire a prima vista nel passaggio dalla descrizione strutturale all'ana­


lisi funzionale nelle scienze sociali. Questo passaggio rappresenta
una frattura rispetto all'assolutismo sociale ed al moralismo della
teologia cristiana. Se l'aspetto importante di qualsiasi struttura
sociale sta nelle sue funzioni, ne consegue che nessuna struttura
può essere giudicata in termini della struttura soltanto. In pratica,

37 Da una lettera di Franklin all'Abbé Morellet, tratta dai mémoires

di quest'ultimo, e citata da Dixon Vecter, The Hero in America, New


York, Scribner, 1941, pp. 53-54.
38 È Sigmund Freud che coglie questa osservazione in The Woman,
di Michelet.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 153

ciò significa, per esempio, che i l sistema patriarcale della famiglia


è valutabile collettivamente solo se, e nella misura in cui esso fun­
ziona per la soddisfazione dei fini collettivi. Come struttura sociale,
esso non ha alcun valore intrinseco, dato che il suo valore funzio­
nale varierà nel tempo e nello spazio.
L'approccio funzionale al comportamento collettivo, indubbia­
mente urterà tutti coloro i quali credono che ogni particolare strut­
tura socio-psicologica abbia un valore intrinseco. Cosi per coloro i
quali ritengono che un servizio religioso sia un bene, appunto per­
ché è un servizio religioso, l'affermazione che alcuni servizi reli­
giosi sono atti formali, privi di significato religioso, mentre altri
sono funzionalmente comparabili a rappresentazioni teatrali, ed
altri, poi, sono una forma di gozzoviglia e perciò sono paragonabili
ad un'ebbra baldoria, sarà un affronto al senso comune, un attacco
ai principi morali delle persone per bene, o tutt'al più il frutto dei
vaneggiamenti di un povero stolto 39•

Il fatto che l'analisi funzionale possa essere vista da al­


cuni come intimamente conservatrice e da altri come inti­
mamente progressista, fa supporre che, intimamente, essa
possa non essere né l'una né l'altra cosa. Fa supporre che
l'analisi funzionale possa non implicare alcun legame ideo­
logico intrinseco, sebbene anch'essa, come altre forme di
analisi sociologica, possa essere improntata ad uno qual­
siasi tra i molti valori ideologici. Ora, non è questa la prima
volta che ad un indirizzo teorico di scienza sociale o di
filosofia sociale vengono attribuite implicazioni ideologiche
diametralmente opposte tra di loro. Può essere utile perciò
esaminare uno degli esempi piu notevoli di concezione so­
ciologica e metodologica che fu oggetto delle piu varie im­
putazioni ideologiche, e comparare, per quanto è possibile,
tale esempio con il caso dell'analisi funzionale. Il preceden­
te paragonabile è quello del materialismo dialettico : gli
esponenti del materialismo dialettico sono Karl Marx, sto­
rico dell'economia, filosofo sociale, rivoluzionario di pro­
fessione del secolo XIX, ed il suo aiuto e collaboratore piu
stretto, Friedrich Engels .

" Richard La Piere, Collective Behavior, New York, McGraw-Hill,


1938, pp. 55-56 (il corsivo è nostro).
1 54 Teoria socio!ogica

L'ORIENTAMENTO I DE O L O G I C O L'ORIENTAMENTO - I D E O L O G I C O
DEL MATERIALISMO DIALETTICO DELL' ANALIS I FUNZIONALE AD
ESSO COMPARABILE
l . << La mistificazione alla quale l . Taluni studiosi funzionalisti
soggiace la dialettica nelle mani hanno presupposto, gratuitamen­
di Hegel non toglie in nessun te, che ogni struttura sociale esi­
modo che egli sia stato il primo stente svolga una funzione so­
ad esporre ampiamente e consa­ ciale indispensabile. Questo è
pevolmente le forme generali del fede pura, misticismo, se si vu0o
movimento della dialettica stes­ le, anziché il risultato finale di
sa. In lui essa è capovolta. Bi-. una indagine continuata e siste-·
sogna rovesciarla per scoprire il matica. Ove si voglia ottenere
nocciolo razionale entro il guscio l'approvazione degli uomini di
mistico » . scienza, un postulato dev'essere
conseguito, non ereditato.
2. « Nella sua forma mistificata, 2. I tre postulati dell' unità
la dialettica divenne una moda funzionale, dell'universalità fun­
tedesca, perché sembrava trasfi­ zionale e dell' indispensabilità
gurare e glorificare lo stato di funzionale, comprendono un si­
cose esistente » . stema di premesse le quali con­
ducono inevitabilmente ad una
trasfigurazione dello stato di co­
se esisten te.
3 . « Nella sua forma razionale, 3 . Nelle sue forme piu decisa­
la dialettica è scandalo e orrore mente orientate in senso empi­
per la borghesia e per i suoi co­ rico e piu precise analiticamen­
rifei dottrinari, perché nella te, l'analisi funzionale è talora
comprensione positiva dello sta­ considerata con sospetto da co­
to di cose esistente include si­ loro che ritengono che ogni
multaneamente anche la com­ struttura sociale sia irrigidita
prensione della negaziotze di es­ per l'eternità, al di là di ogni
so, la comprensione del suo ine­ cambiamento. In questa sua for.
vitabile tramonto ». ma piu esigente, l'analisi fun.
zionale include non soltanto lo
studio delle funzioni delle strut­
ture sociali esistenti, ma anche
lo studio delle disfunzioni che
esse hanno per individui, sot:
togruppi o strati sociali che si·
trovano in situazioni diverse, e·
per la società che Ii include.
Essa, come s'è visto, presuppone
in via provvisoria che quando la
risultante di un insieme di con-
Funzioni manifeste e funzioni latenti 155

L'ORIENTAMENTO IDEOLOGICO L 'ORIENTAMENTO IDEOLOGI C O


'
DEL MATERIALISMO DIALETTICO DELL ANALIS I FUNZIONALE AD
E S SO COMPARABILE

seguenze di una struttura sociale


esistente appare chiaramente es­
sere disfunzionale, viene a svi­
lupparsi una forte ed insistente
pressione per un cambiamento.
È possibile, sebbene non sia an­
cora dimostrato, che oltre ad un
certo punto, la pressione porti
inevitabilmente ad una maggiore
o minore predeterminazione del
cambiamento sociale.
4. « Perché concepisce ogni for­ 4. Benché l'analisi funzionale si
ma divenuta, nel fluire del movi­ sia incentrata piu spesso sulla
mento, quindi anche dal suo lato statica della struttura sociale,
transeunte, perché nulla la può anziché sulla dinamica del cam­
intimidire ed essa è critica e ri­ biamento sociale, ciò non costi­
voluzionaria per essenza » 40• tuisce un carattere intrinseco di
tale sistema di analisi. Incentra­
ta sulle disfunzioni, oltre che
sulle funzioni, l'analisi funziona­
le potrà individuare non solo le
basi della stabilità sociale, ma
anche le fonti potenziali di cam­
biamento sociale. L'espressione
« ogni forma divenuta >> può tor­

nare utile a ricordarci che le


strutture sociali sono in genere
sottoposte a cambiamenti avver­
tibili. Resta da scoprire . quali
pressioni siano per produrre tipi
diversi di cambiamento. Nella
misura in cui l'analisi funzionale
si incentra esclusivamente · sullo
studio delle conseguenze funzio­
nali, essa inclina ad una ideolo-

40 Questo passo è stato tratto, senza elisioni od aggiunte, ma unica­

mente impiegando il corsivo per le sottolineature opportune, dalla se­


guente fonte del materialismo dialettico: Karl Marx, Capital, Chicago,
C. H. Kerr, 1906, vol. l, pp. 25-26. [ La traduzione italiana del passo è
stata ricavata da K. Marx, Il Capitale, Roma, Edizioni Rinascita, 1954,
vol. I, p. 28 - N. d. T. ].
1 56 Teoria sociologica

L 'ORIENTAMENTO IDEOLOG I C O L'ORIENTAMENTO I D E O L O G I C O


DEL MATERIALISMO DIALETTICO DELL' ANALIS"! FUNZIONALE AD
ESSO COMPARABILE
gia ultraconservatrice; nella mi­
sura in cui si incentra esclusiva­
mente sullo studio delle conse­
guenze disfunzionali, essa incli­
na ad una utopia ultra-progressi­
sta; << per essenza », essa non è
né una cosa né l'altra.
5. « . . . tutte le situazioni stori­ 5. Gli studiosi funzionalisti
che che si sono succedute non mentre sono obbligati a ricono­
sono altro che tappe transitorie scere che le stru tture sociali so­
nel corso infinito dello sviluppo no in cambiamento continuo,
della sçx:ietà umana da un grado debbono anche esaminare a fon­
piu basso ad un grado piu ele­ do quegli elementi della struttu­
vato. Ogni tappa è necessaria e ra sociale che sono interdipen­
quindi giustificata per il tempo e denti, e che, spesso, si sostengo­
le circostanze a cui deve la sua no reciprocamente. In generale,
origine. . . >> . sembra che la maggior parte
delle società siano integrate al
punto che molti elementi della
loro struttura, se non tutti, sono
adeguati reciprocamente. Le
strutture sociali non si presenta­
no come un aggregato di compo­
nenti a caso; piuttosto, tali com­
ponenti sono connesse tra loro
in modo vario e perlopiu si so­
stengono reciprocamente. Rico­
noscendo ciò, non si assume a­
criticamente l'accettazione di un
qualsiasi status quo; non ricono­
scendolo, si cederebbe alla ten­
tazione di fare del progressismo
utopistico.
6. « ma diventa caduca e in­
. . . 6. Le tensioni ed i contrasti
giustificata rispetto alle nuove che vengono ad accumularsi in
condizioni, piu elevate, che si una struttura sociale quali con­
sviluppano poco a poco nel pro­ seguenze disfunzionali degli ele­
prio seno; essa deve far posto a menti strutturali esistenti, ove
una tappa piu elevata, che a sua non siano ricompresi, regolati e
volta entra nel ciclo della deca­ limitati da un piano sociale ap­
denza e della morte ». propriato, porteranno, dopo un
Funzioni manifeste e funzioni latenti 1 57

L'ORIENTAMENTO IDEOLOG I C O L'ORIENTAMENTO I DE O L O G I C O


DEL MATERIALISMO DIALETTICO DELL' ANALISI FUNZIONALE AD
ESSO COMPARABILE
certo tempo, ad uno sfaldamen­
to istituzionale e ad un cambia­
mento sociale dalle fondamenta.
Quando codesto cambiamento
abbia oltrepassato un punto, che
è dato ma non è facilmente in­
dividuabile, si suole dire che è
emerso un sistema sociale nuo­
vo.

7. <<••• di tutte le cose e in 7. Ancora una volta occorre ri­


tutte le cose esso [ il materiali­ petere che: né il cambiamento
smo dialettico] mostra la cadu­ né la cristallizzazione da soli
cità, e null'altro esiste per esso possono rappresentare l'oggetto
all'infuori del processo ininter­ di studio proprio dello studioso
rotto del divenire e del perire .. .
funzionalista. Passando in rasse­
Essa [ la dialettica] ha però an­ gna il corso della storia si ricava
che un lato conservatore: essa la ragionevole certezza che le
giustifica determinate tappe del­ principali strutture sociali, nel
la conoscenza e della società per corso del tempo, si sono progres­
il loro tempo e per le loro circo­ sivamente modificate o sono
stanze, ma non va piu in là. Il scomparse improvvisamente. Sia
carattere conservatore di questa nell'uno che nell'altro caso esse
concezione è relativo, il suo ca­ non sono state né cristallizzate
rattere rivoluzionario è assoluto, per sempre né impermeabili al
- il solo assoluto ch'essa am­ cambiamento. Piuttosto, rispetto
metta » 41 •
al momento della osservazione,
strutture sociali come quelle
suddette potranno essere ade­
guate a sufficienza sia ai valori,
�oggettivi, di parte o della mag­
gioranza della popolazione, sia
alle condizioni, oggettive, da af­
frontarsi. Prendere atto di ciò
vuol dire attenersi alla realtà dei

" Allo stesso modo, il passo di cui sopra è stato t:atto, con sop­
pressione delle s::>le parti non pertinenti e con l'aggiunta del corsivo, da
Friedrich Engels, in Karl Marx, Selected Works, Mosca, Coopemtive Pu­
blishing Sockty, vol. l, p. 422. [ La traduzione italiana del passo è stata
ricavata da F. Engels, Ludovico Feuerbach e il punto di approdo della
filosofia classica tedesca, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1947, p. 10.
N. d. T. ].
158 Teoria sociolo gica

L 'ORIENTAMENTOIDEOLOGICO L'ORIENTAMENTO I DE O L O G I C O
DEL MATERIALISMO DIALETTICO DELL ' ANALISI FUNZIONALE AD
ESSO COMPARABILE
fatti e non essere fidenti in una
ideologia prestabilita. Allo stes­
so modo occorre pure prendere
atto di quando una struttura si
mostri non corrispondente alle
aspirazioni delle persone ed al­
le condizioni, altrettanto impor­
tanti, dell'azione. Chi osa far
questo potrà divenire un funzio­
nalista, chi ha un po' meno co­
raggio non potrà esserlo 42•

Questa sistematica comparazione sarà forse bastevole a


mostrare come l'analisi funzionale, e allo stesso modo la
dialettica, non comporta necessariamente un impegno ideo­
logico specifico. Ciò non vuoi dire che un tale impegno non
si ritrovi, anche di frequente, implicito nell'opera degli stu­
diosi funzionalisti. Ma ciò risulta estrinseco e non intrin­
seco rispetto alla teoria funzionale. Qui, come in altri cam­
pi dell'attività intellettuale, l 'abuso non sta a dimostrare
l'impossibilità dell'uso. Considerata criticamente, l'analisi
funzionale risulta neutrale rispetto ai maggiori sistemi ideo­
logici. Limitatamente a questo, e soltanto nel senso sud­
detto 43, l'analisi funzionale è simile alle teorie od agli stru­
menti delle scienze fisiche, che si lasciano usare indifferen­
temente da gruppi antagonisti per scopi che spesso non
hanno nulla che vedere con le intenzioni degli scienziati .

" Mi rendo conto che codesta parafrasi forza alquanto la originaria


intenzione del « bardo », ma spero che l'occasione valga a giustificare
l'offesa.
" Ciò non può essere assunto per negare l'importanza del fatto che
l valori dello scienziato sociale, sia quelli che rimangono impliciti sia
quelli che sono emersi apertamente, possono contribuire a fissare la
scelta che egli fa, circa i problemi da indagarsi; circa la formulazione di
codesti problemi e, conseguentemente, circa l'utilità delle sue scoperte
relativamente a taluni scopi e non ad altri. La portata della proposizione
si limita a questo, che l'analisi funzionale non è intrinsecamente connessa
ad alcuna posizione ideologica, proprio come risulta dalla discussione pre­
cedente.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 1 59

L'ideologia e l'analisi funzionale della religione.

Può essere istruttivo ritornare ancora, per quanto bre·


vemente, alla controversia circa le funzioni della religione,
per illustrare come la logica dell'analisi funzionale venga
adottata da studiosi che, altrimenti, partono da istanze
ideologiche opposte.
Il ruolo sociale della religione, naturalmente, è stato ri­
petutamente osservato e spiegato, nel corso dei secoli. Es­
senzialmente, questi studi trovano un punto comune nel
sottolineare la natura della religione come mezzo istituzio­
nale di controllo sociale. Ciò appare sia dal concetto di
« nobili ingànni » di Platone, o dall'opinione di Aristotele
che la religione operi « in vista di una persuasione della
moltitudine », oppure nel giudizio di Polibio, comparabile
ai due precedenti, che « le masse . . . possono essere control­
late soltanto per mezzo del terrore del mistero o del senso
tragico della paura » . Mentre Montesquieu nota che i legi­
slatori romani cercarono « di ispirare il timore degli dei
ad un popolo che non temeva nulla e di servirsi di quel
timore per dirigerlo a loro piacere », cosi Jawaharlal Nehru
osserva, in base alla sua personale esperienza, che « le sole
opere che i funzionari inglesi raccomandavano [ ai prigio­
nieri politici in India ] erano libri o romanzi religiosi. È,
straordinario quanto il governo britannico abbia a cuore la
religione e come ne incoraggi imparzialmente ogni spe··
cie » 44• Pertanto, appare esservi una tradizione, ben stabi­
lita e di lunga data, che sostiene, in una forma o in un'al­
tra, che la religione è servita a controllare le masse. Il lin­
guaggio con cui questa proposizione è enunciata, ci fornisce
la chiave per comprendere l'impegno ideologico dell'autore.
In che rapporto sta tutto questo rispetto ad alcune delle
attuali analisi funzionali della religione ? Parsons, nella sua
unificazione, effettuata da un punto di vista critico, di al­
cune delle principali teorie di sociologia della religione, rias-

44 Jawaharlal Nehru, Toward Freedom, New York, John Day, 1941,


p. 7.
160 Te oria socio!ogica

sume le conclusioni fondamentali che sono emerse relati­


vamente al « significato funzionale della religione » :
. . . se le norme morali e i sentimenti che le sostengono sono di cosi
primaria importanza, quali sono i meccanismi per mezzo dei quali
esse vengono mantenute, non considerando i processi di costrizione
dall'esterno? La concezione di Durkheim era che il significato pri­
mario del rituale religioso fosse quello di essere ·un meccanismo per
esprimere e rafforzare i sentimenti piu essenziali rispetto alla inte­
grazione istituzionale della società. È facile constatare come ciò si
ricolleghi alla concezione di Malinowski circa il significato delle
cerimonie funebri in quanto meccanismo per riaffermare la solida­
rietà del gruppo in occasione di una forte tensione emotiva. Ma
Durkheim ha definito, più nettamente di quanto abbia fatto Mali­
nowski, taluni aspetti delle relazioni specifiche tra religione e strut­
tura sociale, e in piu, si è posto il problema in una prospettiva fun­
zionale diversa, in quanto lo ha imputato alla società nel suo insie­
me, facendo astrazione da situazioni particolari di tensione e di
pressione sull'individuo 45•

E ancora, sintetizzando una scoperta essenziale del piu


importante studio comparativo di sociologia della religione,
Parsons osserva che « forse, il punto piu sorprendente nel­
l'analisi di Weber sta nell'individuazione dell'esatta mi­
sura in cui una variazione nei valori e negli scopi del vivere
profano, che sono stati sanciti socialmente, corrisponde ad
una variazione della filosofia religiosa predominante nelle
grandi civiltà » 46•
Similmente, indagando quale ruolo abbia la religione
nei sottogruppi etnici e razziali degli Stati Uniti, Donald
Young nota la stretta corrispondenza fra i « valori e gli
scopi del vivere profano che sono stati sanciti socialmen­
te » in codesti sottogruppi, e la loro « fìlosofia religiosa
predominante » :
Una funzione che l a religione può avere per una minoranza è
quella di far sopportare uno status inferiore e la discriminazione che
consegue ad esso. La prova che la religione svolge questa funzione
può essere rinvenuta in tutte le minoranze americane. D'altro canto,

45 Talcott Parsons, Essays in Sociological Theory, cit., p. 61 (il cor­

sivo è nostro).
46 Ibid., p. 63.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 161

le istituzioni religiose possono anche svilupparsi in modo da rap­


presentare uno stimolo ed un supporto alla rivolta contro uno sta­
tus inferiore. A questo modo, l'indiano cristianizzato tende, fatte le
debite eccezioni, ad essere più sottomesso di un indiano che sia
rimasto pagano. Culti speciali, come quelli associati all'uso del pe­
yote, alla lndian Shaker Church e alla Ghost Dance, tutti e tre
contenenti sia elementi cristiani sia elementi autoctoni, rappresen­
tarono tentativi destinati a sviluppare modi di espressione reli­
giosa che fossero adatti sia all'individuo sia alle circostanze in cui si
veniva a trovare il gruppo. L'ultimo di essi, dando rilievo all'assicu­
razione di un millennio di libertà dall'uomo bianco, incoraggiò la
rivolta violenta. Il cristianesimo negro, nonostante abbia spesso
incoraggiato le critiche verbali all'ordine esistente, ha esaltato l'ac­
cettazione dei mali presenti, nella certezza di tempi migliori nella
vita dell'al di là. Le numerose varietà di cristianesimo e di giu­
daismo, introdotte da immigrati provenienti dall'Europa e dal Mes­
sico, a parte elementi di nazionalismo che tutte avevano, hanno
tutte posto l'accento sulle ricompense future, anziché sull'azione
diretta ed immediata 47•

Queste osservazioni, diverse e frammentarie, pur deri­


vando da posizioni ideologiche diverse, presentano una so­
miglianza in taluni elementi fondamentali. In primo luogo,
esse vertono tutte sulle conseguenze che sistemi religiosi
specifici hanno rispetto ai sentimenti predominanti, alla
definizione delle situazioni e delle azioni. Si osserva che
queste conseguenze sono perlopiu quelle di un rafforza­
mento delle norme morali predominanti, dell'accettazione
docile di queste norme, della posposizione (nei casi in cui
ciò è richiesto dalla dottrina religiosa) di ambizioni e di
gratificazioni, e cosi via. Cionondimeno, come osserva
Young, la religione, in determinate condizioni , ha servito
anche a provocare ribellioni, o, come ha mostrato Weber,
le religioni hanno servito a motivare od a canalizzare il
comportamento di un gran numero di uomini e di donne,
verso la modificazione delle strutture sociali. Perciò appare

" Donald Young, American Minority Peoples, New York, Harper,


1937, p. 204 (il corsivo è nostro). Per un'analisi funzionale della Chiesa
negra negli Stati Uniti, vedi George Eaton Simpson- e J. Milton Yinger,
Racial and Cultura! Minorities, New York, Harper & Brothers, 1953,
pp. 522-530.
162 Teoria socio/ogica

prematuro concludere che la religione abbia avuto unica­


mente la conseguenza di contribuire alla apatia di massa.
In secondo luogo, sia, implicitamente, la concezione
marxista, sia, esplicitamente, la concezione funzionalista,
sostengono , come punto d'importanza centrale, che i siste­
mi di religione influenzano il comportamento, che essi sono
non meramente epifenomeni, ma determinanti, parzial­
mente indipendenti, del comportamento. Poiché, presumi­
bilmente, non è la stessa cosa se « le masse » accettano o
meno una particolare religione, cosi come non è la stessa
cosa se una persona prende o no l'oppio.
Sia le teorie piu antiche che le teorie marxiste prendono
in considerazione conseguenze differenziate delle credenze
e dei riti religiosi per svariati sottogruppi e strati della
società - ad esempio, per le « masse ». Lo stesso fa, a
questo proposito, anche il non-marxista Donald Young.
Come abbiamo visto, lo studioso funzionalista non si limita
ad indagare quali siano le conseguenze della religione per
la « società considerata come un tutto ».
In quarto luogo comincia ad emergere il sospetto che
i funzionalisti, per l 'importanza che attribuiscono alla reli­
gione intesa come meccanismo sociale per il « rafforza­
mento dei sentimenti essenziali rispetto alla integrazione
istituzionale della società », quanto alla sostanza non dif­
feriscano nello schema di analisi dai marxisti, i quali pure,
ove la loro metafora relativa all'« oppio dei popoli » venga
tradotta in una enunciazione neutra di un fatto sociale,
affermano che la religione funge da meccanismo sociale per
il rafforzamento di certi sentimenti, sia profani sia sacri,
tra i suoi credenti.
Il punto che li differenzia appare solo qwmdo si viene
a discutere quale valutazione dare di questo fatto, da en­
trambi accettato . Nella misura in cui i funzionalisti fanno
riferimento soltanto alla « integrazione istituzionale », sen­
za considerare le conseguenze diverse che l'integrazione ha
rispetto a valori e ad interessi di tipo assai diverso, essi
si limitano ad una interpretazione meramente formale, es-
Funzioni manifeste e funzioni latenti 163

sendo appunto l'integrazione u n concetto del tutto formale.


Una società può risultare integrata sulla base di norme rigi­
damente castuali, di irreggimentazione, e di docilità degli
. strati sociali subalterni, allo stesso modo in cui può essere
integrata sulla base di norme che consentono una mobilità
aperta, un'ampia possibilità di espressione individuale e di
indipendenza di giudizio agli strati che sono temporanea­
mente inferiori. E i marxisti, nella misura in cui affermano,
senza riserve, che tutte le religioni, comunque e dovunque,
quale che sia il loro contenuto dottrinario e la loro forma
di organizzazione, implicano « oppio » per le masse, essi
pure scadono ad interpretazioni puramente formali, senza
prendere in considerazione il caso, illustrato dal passo di
Young, di religioni particolari che in strutture sociali parti­
colari contribuiscano ad attivizzare l'azione di massa, anzi­
ché ad assopirla . Piu che nella logica dell'analisi, funzio­
nalisti e marxisti si differenziano nella valutazione di que·
ste funzioni della religione. E sono le valutazioni che con­
sentono un travaso di contenuto ideologico nelle bottiglie
del funzionalismo 48• Di per sé le bottiglie sono neutre ri-

" Questa specie di rifarsi-il-verso-l'un-con-l'altro è più comune dr


quanto si sia inclini a sospettare. Sovente un accordo di fondo circa
l'analisi di una situazione resta nell'ombra a causa del disaccordo di fon··
do circa la valutazione della situazione stessa. Il risultato è che si ritiene
erroneamente che gli avversari differiscano da noi quanto al procedimento
conoscitivo e alle scoperte, mentre essi hanno solamente un differente
sistema di valori. Ad esempio, si consideri il caso clamoroso delle recenti
discussioni e polemiche pubbliche tra Winston Churchill e Harold LaskL
In genere si riteneva, anche da parte dello stesso Churchill, che tra
loro il disaccordo fosse relativo alla premessa sostanziale che il cambia­
mento sociale viene accettato più facilmente in tempo di guerra che in
tempo di pace. Pure, si confrontino i seguenti brani tratti dagli scritti di
queste due personalità.
« La precedente struttura che la « Il clima bellico consente, anzi co­

società aveva in tempo di pace, è stringe ad innovazioni e ad esperi­


stata soppiantata per piu di quat­ menti che non sono piu possibili
tro anni, e la vita è stata portata quando la pace è tornata. L'intru­
ad una intensità inconsueta a causa sione nella nostra abitudinaria rou­
dello sforzo bellico. Soggiogati da tine di vita ci assuefà a ·quella che
un misterioso influsso, uomini e William James chiamava l'abitudi­
donne erano stati entusiasmati in ne di importanza vitale di rompere
1 64 Teoria socio!ogica

spetto al loro contenuto, e possono fungere da contenitori


sia di veleno ideologico sia di nettare ideologico.

grado superiore alla morte, al do­ le abitudini... Ci ritroviamo spro­


lore, alla fatica. L'unione e la fra­ nati a sforzi, finanche a sacrifici di
tellanza erano divenute possibili tra cui non ci saremmo creduti capaci.
uomini, classi e nazioni, e si raffor­ Il pericolo comune getta le basi di
zarono fintantoché durò la pressio­ una nuova fratellanza, il cui avve­
ne nemica e la causa comune. Ma nire dipende interamente dal fatto
ora lo sforzo s'era interrotto trop­ se le sue basi siano temporanee o
po tardi per alcuni aspetti, troppo permanenti. Qualora esse siano tem­
presto per altri, e troppo improv­ poranee, la fine della guerra vedrà
visamente per tutti! Ogni paese la riesumazione di tutte le diffi­
vittorioso ritornava al vecchio li­ coltà precedenti, esacerbate e decu­
vello ed alla situazione precedente; plicate dai gravi problemi che la
ma questi ultimi apparivano essere guerra avrà lasciato ».
in ben cattivo stato; le loro fonda­ « Perciò, ritengo. che quei cambia­

menta erano indebolite e disgrega­ menti che richiediamo, possiamo a­


te; essi sembravano limitati e fuori vere il consenso per effettuarli, ora,
moda »- in un periodo in cui le condizioni
ricordano agli uomini ciò che li
unisce, non ciò che li separa ».
« Finito lo sforzo, proprio quando « Noi possiamo iniziare ora questi

nuove difficoltà erano al massimo cambiamenti, perché vi è un clima


grado, terminarono anche molti dei disposto ad accettarli. È assai dub­
poteri eccezionali di controllo e di bio che quando tale clima venga a
guida... Per le masse, fiduciose e mancare noi potremo avere il con­
sovraffaticate, la vittoria era cosi senso ad effettuarli. È davvero as­
completa da sembrare che nessuno sai dubbio, perché gli sforzi bellici
sforzo ulteriore fosse richiesto . .. indurranno molti, e soprattutto co­
L'azione collettiva era dominata da loro che hanno acconsentito alla so­
una grande stanchezza. Sebbene gli spensione dei privilegi, ad una
elementi sovversivi lavorassero per stanchezza, ad un vivo desiderio
affermarsi, la passione rivoluziona­ per il vecchio modo di vivere, cui
ria, come ogni altra specie di ener­ sarà difficile resistere ».
gia psichica ardeva con poca fiam­
ma ».
« L'intensità degli sforzi richiesti « In ogni rivoluzione si verifica un

dal pericolo nazionale sopravanzava periodo di inerzia, quando la stan­


di molto le capacità ordinarie de­ chezza dello sforzo costringe ad
gli esseri umani. Ognuno era sot­ una pausa nel processo di innova­
toposto ad una tensione anormale. zione. Questo periodo arriva per
Una volta scomparso l'incentivo su­ forza con la cessazione delle ostili­
premo, ciascuno divenne consape­ tà. Dopo un lungo periodo di esal­
vole della durezza dello sforzo. Un tazione, la costituzione umana sem­
grande e generale rilassamento, un bra richiedere tranquillità e rilas­
ritorno allo standard ordinario di samento. Nel periodo di pausa, l'in­
vita era imminente. Nessuna comu- sistere perché ci si cinga i fianchi
Funzioni manifeste e funzioni latenti 1 65

LA LOGICA DEL PROCEDIMENTO

Il prevalere dell'indirizzo funzionale.

Ovviamente, l'indirizzo funzionale non è una novità, né


esso si restringe alle scienze sociali . In effetti, esso si pre-

nità avrebbe potuto andare avanti per un viaggio nuovo e difficile, e,


a dispensare i suoi tesori e la sua soprattutto, per u n viaggio verso
energia vitale con tale ritmo. Mag­ l'ignoto, è chiedere l'impossibile ...
giore di tutti appariva lo sforzo Quando cessino le ostilità contro il
provato dai ranghi piu alti dei la­ Nazismo, gli uomini desidereranno
voratori della mente. Essi erano piu di ogni altra cosa una routine
stati sorretti da uno stimolo psico­ di pensiero e di abitudini che non
logico che stava per essere rimosso. costringa le loro menti ad adattarsi
" Posso lavorare sino al crollo " : penosamente ad eccitazioni pertur­
questo motto era sufficiente quan­ batrici » .
do i cannoni tuonavano e le armate
marciavano. Ma adesso avevamo la
pace: e da ogni canto l'esaurimen­
to, nervoso e fisico, che prima era
inavvertito o trascurato, diventava
evidente ».

I passi alla Gibbon della prima colonna sono, naturalmente, di Chur­


chill, del Winston Churchill che, tra le due guerre, scriveva, in retro­
spettiva, circa i postumi della prima; cfr. The World Crisis, vol. IV, The
Aftermath, London, Thornton Butterworth, 1929, pp. 30, 3 1 , 33. Le
osservazioni della seconda colonna sono di Harold Laski, che scriveva
durante la seconda guerra mondiale attribuendo alla politica di Churchill
« la posposizione consapevole di qualsiasi questione " controversa" fino

al conseguimento della vittoria [e] questo significa ... che i rapporti di pro­
duzione debbono rimanere immutati fintantoché si arrivi alla pace, e che,
per conseguenza, la nazione non disporrà di alcuno strumento per effet­
tuare cambiamenti sociali su larga scala ». Cfr. Revolution of Our Time,
New York, Viking Press, 1943, pp. 185, 187, 193, 227, 228, 309. A meno
che Churchill avesse dimenticato la sua analisi dei postumi della prima
guerra mondiale, è chiaro che tanto lui quanto Laski si trovavano d'ac­
cordo circa le diagnosi che nell'immediato dopoguerra erano improbabili
cambiamenti sociali significativi, attuati deliberatamente. È chiaro che la
differenza sta nella valutazione della desiderabilità di attuare precisi cam­
biamenti (in entrambe le colonne il corsivo non è degli autori ).
Si può notare, di passaggio, che la previsione su cui Churchill e
Laski si trovavano d'accordo - cioè che il dopoguerra in Inghilterra
sarebbe stato un periodo di letargo e di indifferenza della massa riguardo
alla programmazione di cambiamenti nelle istituzioni - non è stata per
nulla confermata dall'attuale corso degli avvenimenti. L'Inghilterra dopo
la seconda guerra mondiale non ha precisamente ripudiato la nozione di
programmazione dei cambiamenti sociali.
166 Teoria sociologica

senta alla ribalta sociologica relativamente tardi, per quanto


è possibile giudicare dall'esteso impiego del funzionalismo
fatto in precedenza da discipline assai svariate 49 • La ten­
denza fondamentale del funzionalismo - che si esprime
nella pratica di interpretare i dati in base alla considera­
zione delle conseguenze che essi comportano rispetto alle
strutture, piu estese, in cui i dati sono collocati è rin­-

tracciabile virtualmente in tutte le scienze umane - biolo­


gia e fisiologia, psicologia, economia e diritto, antropolo­
gia e sociologia 50• Il prevalere della prospettiva funzionale
non rappresenta di per sé una garanzia della sua validità
scientifica, ma mostra che l'esperienza accumulatasi ha im­
posto questo indirizzo ad ogni corretto studio dell'uomo,
inteso sia come organismo biologico sia come attore psi­
cologico, membro di una società o portatore di una cultura.

•• La diffusione della prospettiva funzionalista è già stata più volte

rilevata. Ad esempio: << Il fatto che in tutti i campi del pensiero sia
avvertibile una medesima tendenza, comprova che oggi vi è una incli­
nazione generale ad interpretare il mondo in termini di connessioni reci­
proche tra operazioni, anziché in termini di unità sostanziali separate.
Albert Einstein nella fisica, Claude Bernard nella fisiologia, Alexis Car­
re! nella biologia, Frank Lloyd Wright nell'architettura, A. N. White­
head nella filosofia, W. Koehler nella psicologia, Theodor Litt nella socio­
logia, Hermann Heller nella scienza politica, B. Cardozo nel diritto: que­
s ti uomini rappresentano culture diverse, paesi diversi, aspetti diversi
dell'umana esistenza e dello spirito umano, eppure tutti quanti avvici­
nano i loro problemi partendo da un senso della " realtà" che si orienta
non ad una sostanza materiale ma all'integrazione funzionale, per la
comprensione dei fenomeni ». G. Niemeyer, Law without Force, Prin­
ceton University Press, 1941, p. 300. Questo elenco di studiosi così
diversi suggerisce, in forma ancora diversa, che l'accettazione concorde
della prospettiva funzionale non implica necessariamente una identità di
posizioni filosofiche su questioni politiche o sociali.
"' La letteratura che discute l'interesse per il funzionalismo è quasi
ampia quanto la letteratura che, nelle diverse discipline scientifiche
rappresenta quest'interesse; ed è considerevolmente più aggrovigliata.
Sia per la scarsità di spazio, sia perché presi da questioni di interesse
più immediato, ci limitiamo qui ad alcuni riferimenti in luogo di una
estesa rassegna e discussione di codesti sviluppi collaterali del pensiero
scientifico.
Per la biologia, una fonte generale, ora quasi classica, è ]. H. Wood­
ger, Biologica! Principles: A Critica! Study, New York, Harcourt Brace
Funzioni manifeste e funzioni latenti 167

Di interesse piu rilevante è poi la possibilità che l a pre­


cedente esperienza di altre discipline possa fornirci mo­
delli metodologici che siano fruttuosi per l'analisi funzio­
nale neila sociologia . Tuttavia, l'imparare dai canoni del
procedimento di analisi di codeste discipline, non è la stessa
cosa che l'adottare in blocco le concezioni e le tecniche ad
esse peculiari. Ad esempio, il trarre profitto dalla logica del
procedimento impiegata con successo neila scienza biolo­
gica, non è la stessa cosa che ricadere neil'accettazione delle

and. Co., 1929, spec. pp. 327 ss. Quanto alle opere di argomento affine,
indichiamo almeno le seguenti: Ludwig Von Bertalanffy, Modern Theo ·
ries of Development: An Introduction to Theoretical Biology, New York,
Oxford University Press, 1933, spec. pp. 1-46, pp. 64 ss., pp. 170 ss. ;
E . S . Russe!, Tb e Interpretation of Development and Heredity: A Study
in Biologica[ M'ethod, Oxford, Clarendon Press, 1930, spec. pp. 166-280.
Negli scritti, meno istruttivi, di W. E. Ritter, E. B. Wilson, E. Ungerer,
J. Schaxel, J. Von Uexkiill, ecc., si troveranno discussioni meno chiare.
Gli articoli di J. Needham, per esempio, Thoughts an the Problems of
Biologica[ Organization, « Scientia », agosto 1932, pp. 84-92, possono es­
sere consultati con profitto.
Per la fisiologia, si considerino gli scritti di C. S. Sherrington, W. B.
Cannon, G. E. Coghill, Joseph Barcroft, e specialmente i seguenti: C. S.
Sherrington, The Integrative Action of the Nervous System, New York,
Yale University Press, 1923; W. B. Cannon, Bodily Changes in Pain,
Hunger, Fear and Rage, New York, D. Appleton and Co., 1929, cap. 12;
e The Wisdom of the Body, New York, W. W. Norton, 1932, tutto
meno l'infelice epilogo sulla « omeostasi sociale »; G. E. Coghill, Ana..
tomy and the Problem of Behavior, Cambridge, Cambridge University
Press, 1929; Joseph Barcroft, Features in the Architecture of Physiolo­
gical Function, Cambridge, Cambridge University Press, 1934.
Per la psicologia, praticamente qualsiasi contributo fondamentale alla
psicologia dinamica fa al caso nostro. Potrà essere scarsamente originale,
ma è anche del tutto vero l'affermare che la concezione freudiana è in·
tinta di funzionalismo, dal momento che i concetti principali vengono
riferiti invariabilmente ad uno schema funzionale (o disfunzionale). Per
un diverso tipo di concezione, vedasi Functionalism, di Harvey Carr, io
« Psychologies of 19.30 », a cura di Cari Murchison, Ciark University

Press, 1930; e tra i molti saggi che, in sostanza, si rifanno a questa con­
cezione, vedi J. M. Fletcher, Homeostasis as an Explanatory Principle in
Psychology, « Psychological Review », 1942, pp. 49, 80-87. Per una
recente applicazione dell'approccio funzionale allo studio della persona­
lità, vedasi il primo capitolo dell'opera Personality in Nature, Society
and Culture, a cura di Clyde Kluckhohn e Henry A. Murray, New York,
A. A. Knopf, 1948, pp. 3-32, Sono ben note le ragioni assai importanti
per cui il gruppo che fa capo a Lewin è orientato verso ii funzionalismo.
Per il diritto, si veda il saggio critico di Felix S. Cohen, Trascenden-
1 68 Teoria scoiologica

analogie e delle omologie cosf insignificanti che tanto a


h;ngo hanno affascinato i cultori della sociologia organi­
cista. Esaminare Io schema metodologico delle ricerche bio­
logiche non è già l 'adottarne i concetti sostantivi.
La struttura logica dell'esperimento, per esempio, non è
diversa nella fisica da quel che essa sia nella chimica o nella
psicologia, anche se le ipotesi sostantive, i mezzi tecnici,
i concetti fondamentali e le difficoltà pratiche possono es­
sere enormemente diversi. E nemmeno i procedimenti che
fanno funzione di sostitutivi dell'esperimento - osserva­
zione controllata, studio comparato e metodo del « discer­
ning » - hanno una struttura logica diversa nell'antropo­
logia, rispetto alla sociologia o alla biologia.
Pertanto, ritornando brevemente alla logica del proce­
dimento, quale Cannon l'ha delineata in fisiologia, consi­
deriamo la possibilità di derivare un modello metodologico
per la sociologia, senza per altro adottare le infelici omo­
logie che Cannon afferma esservi tra gli organismi biolo­
gici e la società 51 • All'incirca, il suo procedimento è il
seguente. Dopo aver accettato l'orientamento seguito da

tal Nonsense and the Functional Approach, « Columbia Law Review ))'
1953, XXXV, pp. 809-849, e i numerosi riferimenti bibliografici in esso
contenuti.
Per la sociologia e l'antropologia, un piccolo campione della biblio­
grafia può esser visto nei riferimenti annotati in questo capitolo. L'opera
Levels of Integration in Biological and Social Systems, Biologica! Sym­
posia, 1943, VIII, a cura di Robert Redfield, è utile perché getta un
ponte attraverso il vuoto che spesso divide le scienze biologiche dalle
scienze sociali. Un importante tentativo di definire lo schema concettua­
le dell'analisi funzionale, è stato fatto da T. Parsons in The Social Sy­
stems, Glencoe, Illinois, Free Press, 1951, trad. it., Milano, Comunità,
1965.
51 Come si è visto, l'epilogo di Cannon alla sua Wisdom of the Body

resta insuperato, come esempio dei limiti cui può arrivare, senza trarne
alcun frutto, anche una persona di talento, quando si metta a tracciare
omologie ed analogie sostantive tra organismi biologici e sistemi sociali.
Quale esempio, si consideri il suo paragone fra la matrice fluida del
corpo e i canali, i fiumi e le strade ferrate su cui « i prodotti dell'azienda
agricola e delle industrie, della miniera e delle foreste, sono trasportati
avanti e indietro )). Questo tipo di analogie, che prima ancora erano state
sviluppate in opere ponderose, fra gli altri da René Worms, Schaeffie,
Vincent Small e Spencer, non è un aspetto rappresentativo della validità
degli scritti di Cannon per il sociologo.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 1 69

Claude Bernard, Cannon osserva dapprima che un organi­


smo richiede uno stato relativamente stabile e costante.
Pertanto, uno dei compiti del fisiologo sarà quello di for­
nire « referti precisi e concreti dei modi di assicurare uno
stato stabile ». Passando in rassegna i numerosi referti
« precisi e concreti » che Cannon ci fornisce, osserviamo
che, indipendentemente dallo specifico problema che viene
tratt �to, il modo generale di formulazione risulta inva­
riato. Una formulazione tipica è la seguente : « Perché il
sangue possa ... fungere da mezzo di circolazione, svolgendo
le varie funzioni di conduttore unico del nutrimento e delle
scorie . occorre vi sia un mezzo per trattenerlo ogniqual­
. .

v:olta vi è pericolo che esso si disperda ». Oppure, pren­


dendo un'altra affermazione: « Se la vita della cellula deve
continuare . . . , il sangue deve scorrere con una velocità
...

sufficiente a rifornire le cellule viventi della ( necessaria)


occorrenza di ossigeno ».
Dopo aver fissato i requisiti del sistema organico, Can­
non passa a descrivere in modo particolareggiato i vari
meccanismi che lavorano a soddisfare codesti requisiti (ad
esempio, i cambiamenti complessi che portano alla coagu­
lazione, la contrazione locale dei vasi sanguigni lesi, che
diminuisce il pericolo di perdite di sangue, la formazione
accelerata di coaguli per mezzo della secrezione di adre­
nalina e l 'azione dell'adrenalina sul fegato, ecc . . . ). Oppure,
egli torna a descrivere i vari procedimenti biochimici che
assicurano la necessaria occorrenza di ossigeno all'organi­
smo normale e le modificazioni compensative che avven­
gono qualora taluno di questi procedimenti non funzioni
adeguatamente.
Fissando in termini piu generali la logica che presiede
a questo approccio, ne risalta con evidenza la seguente
sequenza di passaggi legati l'uno all'altro. Innanzi tutto,
si fissano certi requisiti funzionali dell'organismo, requisiti
che debbono essere soddisfatti se si vuole che l'organismo
sopravviva, oppure che operi con un certo grado di effi­
cienza. In secondo luogo, v 'è una descrizione concreta e
170 Teoria socialogica

particolareggiata dei mezzi (strutture e processi) per mezzo


dei quali codesti requisiti vengono soddisfatti in genere,
nei casi « normali ». In terzo luogo, qualora taluno dei
meccanismi usuali che soddisfano ai requisiti sia distrutto,
o si mostri inadeguatamente funzionale, si sensibilizza l'os­
servatore a scoprire meccanismi compensativi ( qualora ve
ne siano) per svolgere le funzioni necessarie. In quarto
luogo, come già risulta implicitamente dai passaggi prece­
denti, vi è un referto particolareggiato della struttura alla
quale il requisito funzionale è imputato, ed inoltre un
referto particolareggiato dei meccanismi per mezzo dei
quali la funzione è svolta.
Nella scienza biologica la logica dell'analisi funzionale
si è cosi affermata che i requisiti di adeguatezza dell'ana­
lisi vengono rispettati in modo affatto naturale. Non cosi
nella sociologia, nella quale troviamo concezioni straordina­
riamente svariate circa il disegno appropriato degli studi
di analisi funzionale. Per taluni, l'analisi funzionale con­
siste in gran parte (od anche esclusivamente) nello stabilire
interrelazioni empiriche fra « parti » di un sistema sociale;
per altri, consiste nel mostrare il « valore per la società »
di una pratica standardizzata socialmente o di una organiz­
zazione sociale; per altri ancora consiste in resoconti ela­
borati dei fini delle organizzazioni sociali formali.
Esaminando le specie differenti di analisi funzionale uti­
lizzate in sociologia, risalta con evidenza il fatto che i socio­
logi, a differenza, ad esempio, dei fisiologi, non hanno l'abi­
tudine di servirsi di procedimenti operativamente intelligi­
bili, non raccolgono sistematicamente i dati necessari, non
impiegano un corpo di concetti comuni, non utilizzano gli
stessi criteri di validità. In altre parole, in fisiologia si rin­
viene un corpo di concetti, di procedimenti e di disegni di
analisi standardizzati, mentre in sociologia si rinviene una
scelta di concetti, procedimenti e disegni, assai svariati,
che dipendono, a quanto sembra, dagli interessi e dai gusti
dei singoli sociologi . Certamente, questa differenza tra le
due discipline ha qualcosa - forse molto - a che vedere
Funzioni manifeste e funzioni latenti 171

con il diverso carattere dei dati che fisiologi e sociologi deb­


bono studiare. Le possibilità relativamente ampie di lavoro
sperimentale in fisiologia, è persino banale il dirlo, sono
piuttosto rare in sociologia. Ma ciò non spiega a sufficienza
il fatto che in fisiologia procedimenti e concetti siano ordi­
nati sistematicamente, mentre nella sociologia funzionale
non è infrequente il fatto che concetti e procedimenti ab­
biano un carattere difettoso e non siano coordinati.

UN PARADIGMA
PER L'ANALISI FUNZIONALE IN SOCIOLOGIA
Quale primo passo in direzione della codificazione del-·
l 'analisi funzionale in sociologia, passo a carattere dichiara­
tamente provvisorio, esponiamo un paradigma dei concetti
e problemi che rivestono una importanza centrale rispetto
a questo approccio. Sarà presto evidente che le componenti
principali di questo paradigma sono venute a poco a poco
emergendo nelle precedenti pagine, quando abbiamo esami­
nato criticamente la terminologia, i postulati e le acccuse
di ideologismo che sono oggi rivolte all'analisi funzionale.
Il paradigma li condensa, consentendo quindi una conside­
razione simultanea dei principali requisiti dell'analisi fun­
zionale, e fornendo cosi un ausilio a correggere da sé le
proprie interpretazioni provvisorie, risultato difficile a con,
seguirsi qualora i concetti si disperdano e si celino in
pagine e pagine di esposizione discorsiva 52• Il paradigma
mostra il nocciolo essenziale di concetti, procedimenti ed
inferenze pertinenti all'analisi funzionale .
Occorre notare, soprattutto, che il paradigma non si
compone di una serie di categorie introdotte de novo, ma
è piuttosto una codificazione di quei concetti e di quei pro­
blemi che si sono imposti alla nostra attenzione nel corso
dell'esame critico precedentemente svolto dell'odierna teo­
ria e ricerca relative all'analisi funzionale. (Rivedendo le

" Per una definizione sommaria dello scopo che un paradigma ana­
litico di questo tipo può avere, si veda la nota sui paradigmi in altra
parte di questo volume.
172 Teoria socialogica

precedenti sezioni di questo capitolo, si osserverà come per


ciascuna delle categorie incorporate nel paradigma si è for­
nita una base).
l. Gli elementi (o l'elemento) cui le funzioni vengono imputate.
Nell'insieme, tutti i dati sociologici possono essere soggetti, e in
gran parte lo sono stati, all'analisi funzionale. Perché ciò avvenga,
un requisito fondamentale è che l 'oggetto dell'analisi sia standar­
dizzato (vale a dire, tipico e ricorrente), come i ruoli sociali, i mo­
delli istituzionali, i processi sociali, i modelli culturali, le emozioni
che seguono uno schema entrato a far parte della cultura, le norme
sociali, l'organizzazione di un gruppo, la struttura sociale, gli accor�
gimenti impiegati per il controllo sociale, ecc.
QuESITO FONDAMENTALE: Che cosa occorre inserire nel proto­
collo di osservazione perché un dato elemento sia riconducibile ad
una sistematica analisi funzionale?
2. Concetti di disposizioni soggettive (motivi, scopi).
Invariabilmente, a un dato punto, l'analisi funzionale assume
od opera esplicitamente in base ad una qualche concezione delle
motivazioni dell'individuo singolo, che si trova in un sistema so­
ciale. Come la discussione precedente ha mostrato, questi concetti
di disposizione soggettiva sono spesso ed erroneamente confusi con
i concetti analoghi, ma diversi, delle conseguenze oggettive di un
atteggiamento, di una credenza, di un comportamento.
QUESITO FONDAMENTALE: In quali tipi di analisi è sufficiente
considerare le motivazioni osservate come date e quindi immediate,
e in quali tipi invece esse vanno propriamente considerate come
problematiche, e quindi derivabili da altri dati?
3. Concetti di conseguenze oggettive (funzioni, disfunzioni).
Abbiamo osservato che vi sono due principali tipi di confu­
sioni, che circondano alcune odierne concezioni di « funzione >> :
l ) la tendenza a limitare le osservazioni sociologiche ai con·
tributi positivi che un elemento sociologico ha per il sistema sociale
e culturale in cui è inserito;
2) la tendenza a confondere la categoria soggettiva del motivo
con la categoria oggettiva della funzione.
Per eliminare queste confusioni si richiedono appropriate distin·
zioni concettuali.
Il primo problema richiama il concetto di conseguenze mul­
tiple e di risultante di un insieme di conseguenze.
Sono funzioni quelle conseguenze osservate che producono un
adattamento o un adeguamento di un sistema dato; e disfunzioni,
quelle conseguenze osservate, che diminuiscono l'adattamento o
Funzioni manifeste e funzioni latenti 173

l'adeguamento del sistema. Esiste anche la possibilità empmca di


conseguenze non-funzionali, che sono irrilevanti per il sistema preso
in considerazione .
In qualsiasi caso dato, un elemento può avere sia conseguenze
funzionali, sia disfunzionali, dando origine al difficile ed importante
problema di fissare un canone per stabilire la risultante dell'insie­
me delle conseguenze (il che, naturalmente, è della massima impor­
tanza volendo usare l'analisi funzionale per elaborare e formu­
lare una poli ti ca).
Il secondo problema ( quello della confusione tra motivi e fun­
zioni) ci porta ad introdurre una distinzione concettuale fra i casi
in cui l'intenzione soggettiva coincide con la conseguenza oggettiva
e i casi in cui ne diverge.
Sono funzioni manifeste quelle conseguenze oggettive che con­
tribuiscono all'adattamento e all'adeguamento del sistema, le quali
sono volute ed ammesse dai membri che fanno parte del sistema.
Correlativamente, sono funzioni latenti quelle conseguenze og­
gettive che non sono né volute né ammesse * .
QUESITO FONDAMENTALE: Quali sono gli effetti della trasfor­
mazione di una funzione prima latente in funzione manifesta ( tenen­
do conto del problema del ruolo della conoscenza nel comporta­
mento umano e dei problemi di << manipolazione >> del comporta­
mento umano)?

4. Concetti di unità cui la funzione è diretta. '

Abbiamo osservato quali difficoltà si incontrino ove l'analisi sia


limitata alle funzioni svolte per « la società », visto che gli elementi
possono essere funzionali per certi individui e sottogruppi e disfun­
zionali per altri. :B perciò necessario prendere in considerazione
tutta una gamma di unità, rispetto alle quali l'elemento ha conse-

* Le relazioni che vi possono essere tra « conseguenze inaspettate >)

di una azione e « funzioni latenti », possono essere definite chiaramente,


perché sono implicite nella sezione precedente del paradigma. Le conse­
guenze inaspettate dell'azione sono di tre tipi:
l) quelle che sono funzionali per un dato sistema e comprendono
le funzioni latenti;
2) quelle che sono disfunzionali per un dato sistema e compren­
dono le disfunzioni latenti;
3) quelle che sono irrilevanti per il sistema, su cui non influiscono
né funzionalmente né disfunzionalmente, cioè la classe praticamente non
importante delle conseguenze non-funzionali.
Per una enunciazione preliminare, vedi R. K. Merton, The Unantici­
pated Consequences of Purposive Social Action, « American Sociological
Review », 1936, l , pp. 894-904; per una tabulazione di codesti tipi di
conseguenze vedasi Goode, Religion Among the Primitives, cit., pa­
gine 32-33.
174 Teoria socialogica

guenze precise: individui che occupano status diversi, sottogruppi,


sistemi sociali e sistemi culturali più ampi. (Terminologicamente,
ciò implica i concetti di funzione psicologica, funzione di gruppo,
funzione sociale, funzione culturale, ecc.) .
5. Concetti d i requisiti (esigenze, prerequisiti) funzionali.
In ogni analisi funzionale vi è, espressa o non espressa, una
qualche concezione dei requisiti funzionali relativi al sistema che
si sottopone ad osservazione. Come abbiamo altrove rilevato 53, co­
desto concetto resta uno tra i piu nebulosi e discutibili empirica­
mente·, della teoria funzionale. Cosi come viene usato dai sociologi,
il concetto di requisito funzionale tende ad essere tautologico, o
ex post facto; tende ad applicarsi unicamente a condizioni di << so­
pravvivenza » di un sistema dato; tende, come nell'opera di Ma­
linowski, ad includere « esigenze » biologiche oltreché esigenze so-·
ciali.
Ciò comporta il difficile problema di fissare i tipi dei requisiti
funzionali (quelli universali e quelli specifici ); le procedure atte
a convalidare ogni assunzione di simili requisiti, ecc.

QuES ITO FONDAMENTALE : Che cosa si richiede per fissare la


validità della variabile « requisito funzionale » in una situazione in
cui sia impossibile condurre esperimenti rigorosi?
6. Concetti di meccanismi mediante i quali le funzioni vengono
adempiute.
L'analisi funzionale in sociologia, come in altre discipline quali
la fisiologia e la psicologia, richiede spiegazioni « concrete e par­
ticolareggiate » circa i meccanismi che operano a svolgere una de­
terminata funzione. Con questo, mi riferisco non già a meccanismi
psicologici, ma sociali (vale a dire, la suddivisione dei ruoli, l'iso­
lamento di richieste istituzionali, la gerarchizzazione di valori, la
divisione sociale del lavoro, i regolamenti di cerimonie e riti, ecc.),
QUES ITO FONDAMENTALE: Attualmente, possediamo una lista
attendibile di meccanismi sociali che corrisponda, tanto per fare un
esempio, all'ampia lista di meccanismi psicologici? Quali problemi
metodologici comporta l'individuazione delle operazioni di codesti
meccanismi sociali?
7. Concetti di alternative (equivalenti, sostituti) funzionali.
Come s'è visto, non appena noi abbandoniamo il presupposto,
del tutto gratuito, della indispensabilità funzionale di certe parti­
colari strutture sociali, immediatamente si rende necessario un
qualche concetto di alternative funzionali, o equivalenti funzionali,
o sostituti funzionali. Un tale concetto concentra l'attenzione sulla

n R. K. Merton, Discussion of Parsons <( Position of Sociological


Theory », <( American Sociological Review », 1949, 13, pp. 164-168.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 1 75

gamma di .variazioni possibili dell'elemento che, in un dato caso


preso in esame, può soddisfare un requisito funzionale. Esso rende
nulla ogni identificazione di ciò che esiste e di ciò che è inevitabile.
QuES ITO FONDAMENTALE: Poiché la prova scientifica della equi­
valenza di una alternativa funzionale che sia stata addotta, richiede
esperimenti rigorosi, e poiché essi spesso non sono attuabili in si­
tuazioni sociologiche di larga scala, quali procedimenti attuabili di
indagine si approssimano maggiormente alla logica dell'esperimento?
8. Concetto di contesto strutturale (o di tensione strutturale) .
L a gamma degli elementi che possono svolgere una determinata
funzione in una struttura sociale, non è illimitata (e ciò è stato
osservato ripetutameilte nel corso della nostra precedente discus­
sione). La interdipendenza degli elementi di una struttura sociale
limita le effettive possibilità di cambiamento o di alternative fun­
zionali. Il concetto di tensione strutturale corrisponde, per quanto
concerne la struttura sociale, al « principio delle possibilità limi­
tate » del Goldenweiser, in una sfera piu ampia. L'incapacità di
scorgere l'importanza dell'interdipendenza, con le limitazioni strut­
turali che ad essa conseguono, conduce al pensiero utopistico, il
quale presuppone tacitamente che si possano eliminare taluni ele­
menti di un sistema sociale senza toccare il resto del sistema. È
questa una considerazione accolta sia da scienziati sociali marxisti
(come Karl Marx), sia da scienziati sociali non marxisti (come Ma­
linowski) 54•
QuES ITO FONDAMENTALE: Quanto strettamente il contesto strut­
turale limita la variabilità degli elementi che possono effettivamen-

" I passi di Marx precedentemente citati confermano questa defini­


zione, ma questi sono, naturalmente, soltanto alcuni dei numerosi punti
in cui Marx in realtà sottolinea l'importanza del contesto strutturale. Nel
Contributo alla critica dell'economia politica (apparso nel 1859 e ripub­
blicato in Karl Marx, Selected Wòrks, cit., I, pp. 354-371), egli per esem­
pio osserva: « Una formazione sociale non perisce finché non si siano
sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e supe­
riori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano ma­
turate in seno alla vecchia sodetà le condizioni materiali della loro esi­
stenza. Ecco perché l'umanità non si propone se non quei problemi che
può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre
che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua solu­
zione esistono già o almeno sono in formazione )), [La traduzione italiana
del passo è stata ricavata da K. Marx, Per la critica dell'economia poli­
tica, Roma, Editori Riuniti, 1957, p. 1 1 - N.d.T.] . Forse il piu famoso
dei suoi riferimenti alla stretta influenza di una data struttura sociale si
trova nel secondo paragrafo del 18 Brumaio di Luigi Napoleone: . « Gli
uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in
circostanze scelte da loro stessi, bensi nelle circostanze che essi trovano
1 76 Teoria socio!ogica

te soddisfare a requisiti funzionali? Troveremo forse che, in condi­


zioni ancora da determinarsi, vi è un'area d'indiffèrenza, in cui una
qualsiasi fra una vasta gamma di alternative potrebbe svolgere la
funzione in questione?
9 . Concetti di dinamica e d i cambiamento.
Abbiamo già osservato come i sociologi funzionalisti siano in­
clini a concentrare l'attenzione sulla statica della struttura sociale,
ed a trascurare lo studio del cambiamento strutturale.
Tuttavia, quest'accentuazione della statica non è intrinseca alla
teoria dell'analisi funzionale. Piuttosto, essa è un'accentuazione for­
tuita, derivante dall'intenzione dei primi antropologi funzionalisti
di reagire all'inclinazione degli studiosi che li avevano preceduti, a
scrivere la storia di società non letterate in base a congetture. Què­
sta prassi, che all'epoca in cui fu introdotta era feconda, è soprav­
vissuta, svantaggiosamente, nell'opera di taluni sociologi funzio­
nalisti.
Il concetto di disfunzione, che implica il concetto di forzatura,
contrasto, tensione, a livello di struttura, consente un approccio
analitico allo studio della dinamica e del cambiamento. In che
modo una certa struttura racchiude in sé le disfunzioni osserva­
bili, in maniera che esse non ne provochino l'instabilità? L'accumu­
larsi dei contrasti e delle forzature, provoca una pressione ad un
cambiamento in direzione di una probabile riduzione di essi?
QuESITO FONDAMENTALE: È possibile che l'interesse degli sru­
diosi funzionalisti per il concetto di equilibrio sociale distolga l'at­
tenzione dal fenomeno degli squilibri sociali? Quali procedimenti
attendibili consentiranno al sociologo di misurare nel modo piu
adeguato possibile l'accumularsi dei contrasti e delle forzarure in
un sistema sociale? Fino a che punto la conoscenza del contesto
strutturale consente al sociologo di anticipare le direzioni maggior­
mente probabili di cambiamento sociale?

immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione »


(dall'originale pubblicato in Marx, Selected Works, Il, p. 315). [La tra­
duzione italiana del passo è stata ricavata da 18 Brumaio di Luigi Na­
poleone, Editori Runiti, Roma, 1964, p. 44 - N.d.T.]. Per quel che mi
risulta, A. D. Linsday è il più acuto fra i commentatori che hanno notato
le imnlicazioni teoriche di affermazioni di questo tipo. Vedi il suo pic­
colo libro, Karl Marx's Capital: An Introductory Essay, Oxford, Ox­
ford University Press, 1931, spec. pp. 27-52.
E per un altro linguaggio di impostazione ideologica ben differente e
con implicazioni teoriche essenzialmente simili, vedi B. Malinowski,
« Dato un bisogno culturale ben definito, i mezzi per soddisfare ad esso

sono scarsi, e perciò l'accomodamento culturale che viene a prodursi in


risposta al bisogno suddetto è circoscritto entro limiti ristretti >>, Culture,
« Encyclopaedia of the Social Sciences », ci t., p. 626.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 177

10. Problemi di validità dell'analisi funzionale.


Lungo tutto il paradigma, si è richiamata l'attenzione ripetuta­
mente sui punti specifici rispetto ai quali presupposti, imputazioni,
osservazioni, andrebbero convalidati 55• Innanzi tutto, ciò richiede
che siano fissati in modo rigoroso i procedimenti di analisi sociolo­
gica che maggiormente si avvicinano alla logica dell'esperimento.
Ciò rende necessaria una rassegna sistematica delle possibilità e dei
limiti dell'analisi comparativa di gruppi e di culture.
QuES ITO FONDAMENTALE: In che misura l'analisi funzionale ri­
sulta essere limitata dalla difficoltà di individuare esemplari adegua­
tamente rappresentativi di sistemi sociali che siano sottoponibili ad
uno studio comparativo (quasi sperimentale) 56?
1 1 . Problemi concernenti le implicazioni ideologiche dell'analisi
funzionale.
In una delle sezioni precedenti abbiamo sottolineato il fatto
che l'analisi funzionale non è per sua natura connessa ad una posi­
zione ideologica. Con questo, non si esclude il fatto che talune ana­
lisi funzionali di tipo particolare e talune ipotesi di tipo particolare
che sono state avanzate da funzionalisti, possano avere un ricono-·
scibile ruolo ideqlogico. Ciò rappresenta allora un problema speci­
fico di sociologia della conoscenza: fino a che punto la posizione
sociale del sociologo funzionale (ad esempio, rispetto ad un << com­
mittente » di tipo particolare, che ha autorizzato una data ricerca)
conduce ad una piuttosto che ad un'altra impostazione del pro-

" Con ciò, è evidente che noi guardiamo all'analisi funzionale come
ad un metodo per l'interpretazione dei dati sociologici. Questo non signi­
fica che neghiamo l'importanza del ruolo che l'indirizzo funzionale ha nel
sensibilizzare il sociologo alla raccolta di dati di tipo particolare, che po­
trebbero altrimenti venir trascurati. È forse inutile ribadire ancora l'assio­
ma che i nostri concetti sono determinanti rispetto all'inclusione od alla
esclusione di dati, perché, nonostante l'etimologia del termine, il dato
non è « dato », ma è « elaborato », con l'ausilio, inevitabile, dei concetti.
Sviluppando un'interpretazione di carattere funzionale, il sociologo ana,
lista invariabilmente scopre che è necessario disporre di altri Jati oltre
a quelli previsti dapprima. Interpretazione e raccolta dei dati sono per­
tanto connessi in modo inestricabile alla serie di concetti e di proposi­
zioni che sono relative a questi ultimi. Per un ampliamento di queste
note, vedi il cap. II.
" G. Murdock, Social Structure, New York, Macmiiian, 1949, trad.
it. La struttura sociale, Milano, Etas-Kompass, 1971, mostra a sufficienza
che procedimenti quali quelli che vengono impiegati nelle indagini di
comparazione culturale fanno ben sperare che si possano risolvere certuni
problemi metodologici dell'analisi funzionale. Vedi anche i procedimenti
di analisi funzionale in George C. Homans e David M. Schneider, Mar­
riage, Authority and Fina! Causes, Glencoe, Free Press, 1955.
178 Te oria sociolo gica

blema, influenza presupposti e concetti, limita la portata delle in­


ferenze deducibili dai dati?
QuESITO FONDAMENTALE : Come si possono scoprire le sfuma­
ture ideologiche di una analisi funzionale, ed in che grado una
particolare ideologia discende dai presupposti basilari che il socio­
lago ha adottato? L'incidenza di codesti presupposti, è in relazione
allo status ed al ruolo che il sociologo ha nella ricerca?

Prima di procedere ad uno studio piu approfondito di


alcune parti di questo paradigma, cerchiamo di essere chiari
circa i possibili usi del paradigma stesso . Tutto sommato,
noi potremmo anche moltiplicare all'infinito le tassonomie
concettuali, senza per altro che i compiti dell'analisi socio­
logica vengano concretamente portati avanti. Che cosa si
propone, dunque, il paradigma, e come può essere usato ?

Scopi del paradigma.


Il primo e piu importante scopo del paradigma è quello
di fornire una guida provvisoria codificata per analisi fun­
zionali adeguate e fruttuose. Per questo è necessario che
il paradigma contenga il minimo dei concetti con cui il
sociologo deve operare per portare a termine un'analisi
funzionale adeguata e, come corollario, che il paradigma
possa venir usato, hic et nunc, come guida allo studio cri­
tico delle analisi che già sono state fatte. Esso è perciò
inteso come una guida condensata e st�ingata all'imposta­
zione di ricerche basate sulla analisi funzionale, e come
ausilio all'individuazione delle rispettive deficienze e con­
tributi forniti dalle precedenti ricerche. La mancanza di
spazio ci obbligherà a servirei soltanto di alcune sezioni
del paradigma per una discussione critica di un certo nu­
mero di casi ben scelti .
In secondo luogo, il paradigma intende condurre diret­
tamente ai postulati ed ai presupposti spesso impliciti che
sottostanno all'analisi funzionale. Come abbiamo visto
nei primi paragrafi di questo capitolo, tra questi presup­
posti taluni hanno importanza fondamentale, altri sono in­
significanti e trascurabili, altri ancora dubbi e possono
anche indurre ad errori.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 179

In terzo luogo, il paradigma cerca di rendere attento il


sociologo non soltanto alle implicazioni strettamente scien­
tifiche dei vari tipi di analisi funzionale, ma anche alle loro
implicazioni politiche ed anche ideologiche. Gli aspetti
per cui una data analisi funzionale presuppone un'impli­
cita visione politica e gli aspetti per cui essa ha una portata
rispetto alla « social engineering » rappresentano parti inte­
grali del paradigma.
Ovviamente, un esame particolareggiato dei problemi,
vasti ed inclusivi, che sono impliciti nel paradigma, è al di
là dei limiti di questo capitolo. Per questo, sarebbe neces­
saria una esposizione allargata ed un'opera scritta apposi··
tamente per questo scopo. Perciò, nel corso della restante
discussione, noi ci limiteremo unicamente a servirei delle
prime parti del paradigma per un esame di alcuni casi limi­
tati di analisi funzionale in sociologia. E, di volta in volta,
questi pochi casi ci serviranno come una piattaforma per
la discussione di problemi particolari che vengono esempli­
ficati solo imperfettamente dai casi in questione .

ELEMENTI SOGGETTI ALL'ANALISI FUNZIONALE

A prima vista, può sembrare che una semplice descri­


zione dell'elemento che deve essere sottoposto all'analisi
funzionale non comporti nessuno, o ben pochi problemi.
Si presume di dover descrivere codesto elemento nel modo
« piu completo ed accurato » che sia possibile . Ma, ripen­
sandoci, ci si accorge che questa indicazione di massima
non fornisce pressoché alcuna guida all'osservatore. Si con­
sideri in quale situazione viene a trovarsi un neo:fita del­
l'analisi funzionale, armato solo di questa massima, quando
deve rispondere alla domanda : che cosa devo osservare,
che cosa devo includere tra i risultati rilevanti, e che cosa
posso tranquillamente trascurare ? .
Pur senza pensare che sia qui possibile fornire un'indi­
cazione precisa e circostanziata per la ricerca sul campo,
osserviamo ciononostante che la domanda è legittima e che
1 80 Te oria socio!ogica

ad essa si è già risposto, almeno in parte, ma in modo im­


plicito. Per far si che codeste risposte acquistino carattere
non implicito, e per codificarle, è necessario accostarsi ad
ogni caso soggetto all'analisi funzionale ponendo questo
quesito : quale genere di dati, in prevalenza, sono stati
inclusi, e, indipendentemente dall'elemento che viene sotto­
posto ad analisi, perché si sono inclusi proprio questi dati
anziché altri?
Il fatto che l'indirizzo funzionalista determini in gran
parte quanto viene incluso nella descrizione dell'elemento
da studiarsi, è di evidenza immediata. Perciò, la descrizione
di una operazione magica o di una cerimonia non si limita
ad un resoconto dell'incantesimo o della formula, del rito
e degli esecutori, ma comprende una descrizione sistema­
tica delle persone che ad essi partecipano e degli spettatori,
dei tipi e gradi di interazione fra affidanti e pubblico, e
dei cambiamenti che, nel corso della cerimonia, codesti
modelli di interazione subiscono. Cosf, la descrizione dei
riti per la pioggia degli Hopi, per esempio, non si deve
fermare alle azioni che apparentemente sono rivolte ad
ottenere un intervento degli dei nei fenomeni meteorolo­
gici. Essa implica un resoconto delle persone le quali sono,
in vario modo, compartecipi al modello di comportamento.
E la descrizione degli affidanti e degli spettatori deve
essere fatta in termini strutturali, cioè ricollocandoli nei
loro status sociali reciprocamente connessi.
Alcune brevi citazioni illustreranno come le analisi fun­
zionali comincino con l'inclusione sistematica (preferibil­
mente, un diagramma) degli status e delle interrelazioni
sociali delle persone che risultano interessate al comporta­
mento in esame.
Cerimonia Chiricahua per la pubertà delle ragazze: la famiglia
in senso largo (genitori e consanguinei in grado di fornire un aiuto
pecuniario) sostiene la spesa dei quattro giorni della cerimonia.
I genitori scelgono il tempo e il luogo della cerimonia. « Tutti
i membri dell'accampamento della ragazza sono presenti e qua­
si tutti i membri del gruppo locale. Dev'esserci un pizzico di vi­
sitatori venuti da altri gruppi locali e alcuni viandanti, venuti da
Funzioni manifeste e funzioni latenti 181

gruppi lontani, il numero dei quali va crescendo quando il gior­


no scompare ». Il capo del gruppo locale, al quale la famiglia della
ragazza appartiene, parla, dando il benvenuto a tutti i visitatori.
In breve, questo resoconto richiama esplicitamente l'attenzione ai
seguenti status e gruppi variamente implicati nella cerimonia: la
ragazza, i suoi genitori e i parenti prossimi, il gruppo locale, spe­
cialmente il suo capo, il raggruppamento che è rappresentato dai
membri di altri gruppi locali e la « tribù, che è rappresentata dai
membri di gruppi lontani >> 57•
Come vedremo piu avanti, sebbene convenga chiarirlo
a questo punto, la semplice descrizione della cerimonia in
termini di status e di appartenenza a gruppi, di coloro che
sono implicati in essa in vario modo, ci fornisce una vera
e propria chiave per l'individuazione delle funzioni di code­
sta cerimonia . In una parola , è pensabile che la descrizione
in termini strutturali di coloro che partecipano ad una atti­
vità che viene sottoposta ad analisi, fornisca ipotesi per
ulteriori interpretazioni funzionali.
Illustriamo ancora, con un altro esempio, quale sia la
natura di una descrizione in termini di ruolo, status, appar­
tenenza a gruppi ed interrelazioni tra di essi.
Reazione-tipo al mirriri (sentir dire oscenità contro la propria
sorella) tra i Murngin australiani: il modello tipico si può riassu­
mere assai brevemente: quando un marito ingiuria sua moglie alla
presenza del di lei fratello, il fratello si comporta in modo apparen­
temente anormale gettando una lancia alla moglie (non al marito)
e alle sorelle di lei. La descrizione di questo modello di comporta­
mento deve includere la descrizione dello status di coloro che vi
prendono parte. Le sorelle sono membri del clan del fratello; il
marito viene da un altro clan.
Da notarsi che i partecipanti sono collocati entro strutture so­
ciali, e codesta collocazione è fondamentale per una successiva ana­
lisi funzionale di tale comportamento 58•
Ma, poiché questi casi sono stati tratti da società non
letterate, si potrebbe affermare che codesti requisiti della
57 Morris E. Opler, An Outline of Chiricahua Apache Social Organi­

sation, in « Social Anthropology of North American Tribes », a cura di


Fred Eggan, Chicago, University of Chicago Press, 1937, pp. 173-239,
spec. pp. 226-230 (il corsivo è nostro).
58 W. L. Warner, A Black Civilisation: A Social Study of an Austra­

lian Tribe, New York, Harper & Brot., 1937, pp. 112-113.
1 82 Teoria socio/ogica

descrizione sono peculiari ad aspetti di società non lette­


rate. Volgendoci ad altri esempi di analisi funzionale di
modelli di comportamento rinvenibili nella moderna società
occidentale, noi individueremo questi stessi requisiti e indi­
cazioni aggiuntive circa i « dati descrittivi che si richie­
dono » .
Il « complesso dell'amore romantico » nella società americana:
per quanto tutte le società conoscano « attaccamenti emotivi vio­
lenti, di carattere occasionale » , la società americana contemporanea
è fra le poche che diano un'importanza capitale ai legami di natura
romantica e che facciano di essi, almeno secondo la convinzione
popolare, una base per effettuare la scelta del coniuge. Questo mo­
dello caratteristico di scelta rende minima la possibilità, o la eli­
mina, che il fidanzato venga scelto da parte dei genitori o da parte
del gruppo parentale, in senso lato 59•

Si osservi che l'importanza attribuita a questo singolo


modello di scelta esclude ogni modello alternativo di scelta
del fidanzato, che si sappia essere accettato in altri luoghi.
Questo esempio suggerisce un secondo requisito per i
dati che debbono essere inclusi nella descrizione del feno­
meno soggetto all'analisi funzionale . Nel descrivere il mo­
dello caratteristico ( modale) di risoluzione di un problema­
standard ( scelta del partner nel matrimonio), l'osservatore,
ogni volta che sia possibile, indichi le alternative principali
che vengono cosi escluse. Ciò, come avremo modo di ve­
dere, ci dà un'indicazione chiave che ci accosta diretta-

59 Approcci diversi di analisi funzionale del « complesso dell'amore

romantico » si troveranno in Ralph Linton, Study of Man, New York,


D. Appleton-Century Co., 1936, pp. 174-175; T. Parsons, Age and Sex
in the Social Structure of the United States, « American Sociologica! Re­
view », ott. 1942, 7, pp. 604-616, spec. pp. 614-615; T. Parsons, The
Kinship System of the Contemporary United States, « American Anthro­
pologist », 1943, 45, pp. 22-38, spec. pp. 31-32, 36-37, entrambi ristam­
pati nei suoi Essays in Sociological Theory, cit.; T. Parsons, The
Social Structure of the Family, in The Family: Its Function and Destiny,
a cura di Ruth N. Anshen, New York, Harper, 1949, pp. 173-201; R. K.
Merton, Intermarriage and the Social Structure, « Psychiatry », 1941,
4, pp. 361-374, spec. pp. 367-368; e Isidor Thorner, Sociological Aspects
of Affectional Frustrations, « Psychiatry », 1943, 6, pp. 157-173, special­
mente pp. 169-172.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 183

mente al contesto strutturale del modello di comporta­


mento, e proponendoci elementi appropriati di compara­
zione, ci indirizza ai problemi di convalida dell'analisi fun­
zionale.
Una terza componente integrante della descrizione di un
elemento che è problematico, descrizione preparatoria alla
analisi funzionale vera e propria - e per cosi dire, un
requisito ulteriore per la preparazione dell'esemplare al­
l'analisi - è la inclusione dei « significati » (ovvero del
senso affettivo e conoscitivo) che una attività o modello di
comportamento ha per i membri di un gruppo. Come si
vedrà ben presto, infatti, un resoconto particolareggiato
dei significati attribuiti ad uri elemento ci fa avanzare di
molto verso un'appropriata impostazione di analisi funzio­
nale . Per illustrare questa tesi generale ci serviremo di un
esempio, ripreso da una delle molte analisi funzionali di
Veblen:
Il modello culturale del consumo vistoso: il consumo vistoso
di beni relativamente costosi « significa » ( simbolizza) il possesso
di ricchezza ·sufficiente a « permettersi » spese siffatte. A sua volta,
la ricchezza è onorifica. Coloro che si danno al consumo vistoso,
non solo ricavano gratificazione direttamente dal consumo, ma anche
dallo status piu elevato, che viene a riflettersi nell'atteggiamento e
nelle opinioni di coloro che assistono al consumo stesso. Questo
modello di comportamento è maggiormente osservabile nella classe
agiata, vale a dire, in coloro che possono astenersi ed effettivamen­
te si astengono dal lavoro produttivo [ciò rappresenta la compo­
nente status-ruolo nella descrizione ] . Tuttavia, si diffonde in altri
strati, che cercano di emulare questo modello di comportamento,
e che allo stesso modo vengono a sperimentare il vanto della « pro­
digalità >>. In ultimo, il consumo di tipo vistoso mette in ombra
criteri di consumo diversi (ad esempio, impiego « efficace >> dei
fondi). [Abbiamo qui un esplicito riferimento a modi di consumo
alternativi posti in ombra dall'importanza che il modello in esame
viene ad avere nella cultura] 60•
Com'è noto, Veblen perviene ad attribuire diverse fun­
zioni al modello del consumo vistoso - funzioni di miglio-

60 Thorstein Veblen, The Theory of the Leisurè Class, New York,

Vanguard Press, 1928, trad. ital., Torino, Einaudi, 1951, spec. capp. 2 e 4.
1 84 Teoria sociologica

ramento e di conferma dello status, di « buona repu­


tazione », di ostentazione di possibilità pecuniarie (p. 84 ).

Codeste conseguenze, per coloro che agiscono in termini


del modello , comportano gratificazioni, e contribuiscono di
molto a spiegarci la persistenza del modello. I punti chiave
per la scoperta delle funzioni ad esse attribuite ci vengono
forniti pressoché interamente dalla descrizione del modello
stesso, descrizione la quale include espliciti riferimenti a
l ) status di coloro che, in vario modo, mostrano di seguire
il modello di comportamento; 2 ) alternative conosciute
rispetto al modello di consumo in termini di ostentazione
e di « spreco » anziché in termini di fruizione personale ed
« intrinseca » dell'oggetto di consumo; e 3 ) il diverso
significato in termini culturali che viene attribuito al com­
portamento di consumo vistoso da parte di coloro che adot­
tano tale modello di comportamento e da parte di coloro
che lo osservano.
Codeste tre componenti della descrizione di un esem­
plare da analizzarsi non sono completamente esaurienti.
Un protocollo descrittivo completo si allargherà inevitabil­
mente a tutta una gamma di conseguenze immediate psico­
logiche e sociali del comportamento. Esse possono però
venir esaminate piu fruttuosamente se poste in connessione
al concetto di funzione. Basti qui ripetere che la descri­
zione del fenomeno non deve procedere secondo il capric­
cio o secondo l'intuizione, ma deve includere perlomeno
queste tre caratteristiche, se si vuole che il protocollo
descrittivo risulti ottimale per una analisi funzionale .
Sebbene ci resti molto da imparare rispetto agli elementi
che si dovrebbero raccogliere nella fase descrittiva del­
l'analisi totale, questa breve presentazione di un modello
di descrizione potrà servire a mostrare che i procedimenti
dell'analisi funzionale possono venir codificati - al limite,
fino al punto in cui chi lavori nel campo della sociologia
venga a disporre di una mappa che lo orienti nell'asser­
zione.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 1 85

Illustriamo con un altro esempio un requisito ulteriore


per la descrizione dell'elemento da analizzarsi :
Il tabu del matrimonio con forestieri : piu è forte il grado di
solidarietà di gruppo, piu è accentuato il sentimento contrario al
matrimonio con persone estranee al gruppo. « La causa per cui la
solidarietà di gruppo è desiderata non ha importanza . . . ». Il matri­
monio con forestieri significa tanto perdere un membro del proprio
gruppo a favore di un altro gruppo, quanto incorporare nel proprio
gruppo individui non completamente socializzati rispetto ai valori,
ai sentimenti ed alle attività di coloro che sono membri del gruppo
stesso 61•
Ciò suggerisce un quarto tipo di dato da includersi nella
descrizione , preliminare all'analisi funzionale, di un esem­
plare sociale o culturale. Coloro che prendono parte alla
attività esaminata hanno inevitabilmente un qualche ordine
di motivi che li inducono alla conformità od alla devia­
zione . Sin dove è possibile, il resoconto descrittivo dovreb­
be contenere un resoconto di queste motivazioni, ma que­
sti motivi non debbono essere confusi, come abbiamo vi­
sto, con (a) il modello di comportamento oggettivo o (b)
con le funzioni sociali di quel modello. Con l'inclusione dei
motivi nel resoconto descrittivo, si facilita la spiegazione
delle funzioni psicologiche cui il modello di comportamento
adempie, e, assai spesso, si ottengono suggerimenti per
quanto riguarda le funzioni sociali di esso.
Sino ad ora, siamo venuti considerando elementi quali
attività o credenze che sono sicuramente modelli di compor­
tamento riconosciuti come tali, in una società, da coloro
che vi prendono parte . Perciò, i membri di una data società
sono in grado, in misura variabile, di descrivere i linea­
menti della cerimonia Chiricahua della pubertà, del mo­
dello del mirriri presso i Murngin , della scelta del compa­
gno nel matrimonio sulla base di legami sentimentali, della
preoccupazione di consumare in maniera vistosa e dei tabu

•• Romanzo Adams, Interracial Marriage in Hawaii, spec. pp. 197·

204; Merton, Intermarriage.. , cit., spec. pp. 368-369; K. Davis, Intermar­


.

riage in Caste Societies, « American Anthropologist », 1941, 43, pp. 376-


395.
1 86 Teoria socio!ogica

al riguardo del matrimonio con forestieri. Codeste sono


tutte parti della cultura palese, e, come tali, sono piu o
meno pienamente conosciute da coloro che condividono
questa cultura. Lo scienziato sociale, tuttavia, non si limita
a questi modelli palesi. Di tanto in tanto, egli scopre un
modello culturale che non appare alla superficie, un insie­
me di attività e di credenze che si configurano al pari dei
modelli palesi, il quale però non è considerato come un
modello normativamente regolato da coloro che vi pren­
dono parte. Gli esempi di questo genere sono assai abbon­
danti. Cosi, le statistiche mostrano che in una situazione di
semi-casta come quella che regola le relazioni fra bianchi
e negri negli Stati Uniti, il modello predominante di ma­
trimonio interrazziale (quand'esso si verifica) è fra donne
bianche e uomini negri (piuttosto che tra donne negre e
uomini bianchi ). Benché questo modello, che possiamo
chiamare ipogamia di casta, non sia istituzionalizzato, esso
è persistente e notevolmente stabile 62•
Oppure prendiamo un altro esempio di un modello fisso
ma che appa·re essere non riconosciuto. Malinowski riferisce
che i Trobriandesi che si impegnano cooperativamente nel
compito tecnologico di costruire una canoa, sono impegnati
non solo in quel compito tecnico esplicito, ma anche nello
stabilire e rafforzare relazioni interpersonali fra di loro nel
corso del procedimento. Gran parte dei dati recenti su quei
gruppi primari che vengono chiamati « organizzazioni infor­
mati » riguardano questi modelli di relazioni, che vengono
osservati dallo scienziato sociale, ma non vengono ricono­
sciuti, almeno in tutte le loro implicazioni, da coloro che
vi prendono parte 63•

a Cfr. Merton, Interma"iage , cit.; Cbaracteristics of the American


...

Negro, a cura di Otto Klineberg, New York, Harper, 1943 .


., La riscoperta del gruppo primario da parte di coloro che sono
impegnati in studi sociologici sull'industria è stata uno degli stimoli più
importanti all'approccio funzionale nella recente ricerca sociologica. Si
ricorda qui l'opera, fra i molti, di Elton Mayo, Roethlisberger e Dickson,
William Whyte e Burleigh Gardner. Rimangono, naturalmente, le inte­
ressanti differenze nell'interpretazione cui questi dati si prestano.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 1 87

Tutti questi punti conducono ad un quinto requisito del


protocollo descrittivo: le regolarità di comportamento che
sono associate all'attività nominalmente piu importante
( anche se non fanno parte del modello culturale esplicito )
dovrebbero essere incluse nei protocolli del ricercatore sul
campo, dal momento che codeste regolarità inconsapevoli
spesso ci offrono la chiave per la comprensione delle prin­
cipali funzioni del modello totale . Come vedremo, l'inclu­
sione nel protocollo descrittivo di queste regolarità « incon­
sapevoli », indirizza quasi subito l 'investigatore ad un'ana­
lisi del modello in termini di ciò che abbiamo chiamato
funzioni latenti.
In conclusione, quindi, nel protocollo descrittivo do­
vrebbero essere inclusi, per quanto è possibile :

l ) la collocazione nella struttura sociale di coloro che prendono


parte al modello di comportamento (partecipazione differenziata);
2) la considerazione di modi di comportamento alternativi i
quali risultino esclusi per via dell'accentuazione del modello osser­
vato (cioè, attenzione non soltanto a ciò che accade, ma anche a ciò
che è trascurato in virtu del modello esistente);
3) i significati emotivi e conoscitivi attribuiti al modello da
coloro che vi prendono parte;
4 ) la distinzione tra motivazioni della partecipazione al modello
e comportamento oggettivo che il modello implica;
5) le regolarità di comportamento non riconosciute dai parte­
cipanti ma che non di meno si trovano associate al modello di
comportamento centrale.

È piu che probabile che codesti requisiti che il proto­


collo dell'osservatore richiede , siano lontani dalla comple­
tezza. Essi però rappresentano un tentativo verso la speci­
ficazione di punti d'osservazione che facilitano l 'analisi fun­
zionale successiva . Essi intendono essere qualcosa di piu
specifico dei suggerimenti che si trovano generalmente in
definizioni generali del procedimento quali quelle che con­
sigliano all'osservatore di stare attento al « contesto della
situazione ».
188 Teoria socio!ogica

FUNZIONI MANIFESTE E FUNZIONI LATENTI

Come abbiamo già affermato, implicitamente, nelle


parti precedenti, la distinzione fra funzioni manifeste e
funzioni latenti è stata escogitata allo scopo di impedire
quella confusione involontaria che è frequentemente rin­
venibile nella letteratura sociologica, tra motivazioni co­
scienti del comportamento sociale e conseguenze oggettive
di esso. Il nostro esame della terminologia attuale dell'ana­
lisi funzionale ha mostrato quanto facilmente e quanto infe­
licemente il sociologo possa identificare i motivi con le fun­
zioni. Si è anche indicato che motivo e funzione variano
indipendentemente, e che la mancata registrazione di que­
sto fatto in una terminologia prestabilita ha contribuito a
far nascere nei sociologi l'inclinazione involontaria a con­
fondere le categorie soggettive della motivazione con le
categorie oggettive della funzione. Questa è dunque la ra­
gione principale per cui cediamo alla non sempre racco­
mandabile pratica èi introdurre nuovi termini nel vocabo­
lario tecnico rapidamente crescente della sociologia, pra­
tica che viene considerata da molti profani come un af­
fronto alla loro intelligenza ed un'offesa contro la comune
capacità di comprensione.
Come si riconoscerà facilmente, ho adattato i termini
« manifesto » e « latente » dall'uso fattone da Freud in un
altro contesto (benché già Francesco Bacone, molto tempo
fa , avesse parlato di « processo latente » e di « configura­
zione latente » a proposito di processi che sono sotto il
livello dell'osservazione superficiale).
La distinzione stessa è stata ripetutamente enunciata da
osservatori del comportamento umano, ad intervalli irrego­
lari nello spazio · di molti secoli 64•
Invero, sarebbe sconcertante trovare che una distinzio­
ne, che noi siamo giunti a considerare come centrale per

'4 Riferimenti ad alcune fra le più significative di queste prime appa­

rizioni della distinzione si troveranno in Merton, Unanticipated Conse­


quences , cit.
...
Funzioni manifeste e funzioni latenti 1 89

l'analisi funzionale, non sia stata fatta da nessuno dei molti


che hanno in effetti adottato un indirizzo funzionale. È il
caso di menzionare soltanto alcuni di coloro che, negli ul­
timi decenni, hanno ritenuto necessario distinguere, nelle
loro interpretazioni specifiche del comportamento, tra il
fine esplicito e le conseguenze funzionali dell'azione.
George H. Mead 65: « codesto atteggiamento di ostilità nei
...

confronti del violatore della legge ha il solo vantaggio [ leggi: fun­


zione latente] di unire tutti i membri della comunità nella soli­
darietà emotiva dell'aggressione. Mentre i piu ammirevoli sforzi
umanitari sicuramente vengono a contrastare con gli interessi di
moltissimi membri della comunità, o non riescono a toccare l'inte­
resse e l'immaginazione della moltitudine, e lasciano la comunità
divisa o indifferente, il grido al ladro o all'assassino è in accordo
con profondi complessi, che sono al di sotto della superficie degli
sforzi di competizione individuale, e cittadini che sono [ stati]
separati da interessi divergenti si uniscono contro il comune ne­
mico ».
Anche l'analisi, simile, che Emile Durkheim66 fa delle funzioni
sociali della punizione, è centrata sulle funzioni latenti di essa (con­
seguenze per la comunità) anziché limitarsi alle funzioni manifeste
(conseguenze per il criminale).
W. G. Sumner 67: « .. .dai primi atti con i quali gli uomini cer­
cano di soddisfare i propri bisogni, ogni atto sta a sé e non tende
se non alla propria soddisfazione immediata. Dai bisogni ricorrenti
derivano abitudini nell'individuo e costumi nel gruppo, ma questi
risultati costituiscono delle conseguenze che non furono mai .con­
sapevoli, né previste o ricercate di proposito. Essi passano inosser­
vati per molto tempo dopo la loro comparsa, e vengono valutati

" George H. Mead, The Psychology of Punitive ]ustice, <( Ameri­


can Journal of Sociology », 1918, 23, pp. 577-602, spec. p. 591.
66 Come prima si è detto in questo capitolo, Durkheim adottò un

indirizzo funzionale in tutto il suo lavoro, ed operò, benché spesso senza


notarlo esplicitamente, con concetti equivalenti a quello di funzione
latente in tutte le sue ricerche. Il riferimento nel testo a questo punto
è al suo Deux lois de l'évolution pénale, <( L'année sociologique », 1899-
1900, 4, pp. 55-95.
67 Quest'osservazione, una fra le sue molte, è tratta naturalmente da

W. G. Sumner, Folkways, Boston, Ginn & Co., 1906, trad. ital., Milano,
Comunità, 1962, p. 7. Il suo collaboratore, Albert G. Keller, mantenne
la distinzione nei suoi scritti; vedi, per esempio, il suo Social Evolution,
New York, Macmillan, 1927, pp. 93-95.
1 90 Teoria sociologica

ancora piu tardi )>. Sebbene in questo passo non si parli delle fun­
zioni latenti che le azioni sociali standardizzate possono avere ri­
spetto ad una data struttura sociale, in esso tuttavia viene fatta
chiaramente la distinzione fondamentale tra fini voluti e conse­
guenze oggettive.
R . M. Maclver 68: oltre agli effetti diretti delle istituzioni, << vi
sono effetti ulteriori, di controllo, esterni rispetto agli scopi diretti
degli uomini ... tale forma di controllo di tipo reattivo ... può,
sebbene sia inconsapevole, costituire un servizio reso alla società ».
. W. I. Thomas e F. Znaniecki 69 : << Per quanto tutte le nuove
istituzioni [ cooperative dei contadini polacchi] si siano formate
appunto in vista dello scopo definito di soddisfare certi bisogni
specifici, la loro funzione sociale non è affatto limitata allo scopo
esplicito e consapevole di esse ... ognuna di queste istituzioni -
comune o circolo agricolo, cassa di risparmio o di prestito, o tea­
tro - non è semplicemente un meccanismo per amministrare deter­
minati valori, ma anche una associazione di persone, ogni membro
della quale si suppone partecipi alle attività comuni come un indi­
viduo vivo e concreto. Qualunque sia l'interesse comune predomi­
nante, ufficiale, su cui è fondata l'istituzione, l'associazione come
gruppo concreto di personalità umane implica molti altri interessi
non ufficiali; i contatti sociali tra i suoi membri non sono limitati
al fine che essi hanno in comune, sebbene quest'ultimo natural­
mente rappreser..ti nello stesso tempo la ragione principale per cui
l'associazione è formata, ed il legame piu duraturo che la tiene
insieme. Grazie a questa combinazione di un astratto meccanismo
politico, economico, o piuttosto razionale, per la soddisfazione di
specifici bisogni, con la concreta unità di un gruppo sociale, le
nuove istituzioni sono anche il miglior anello di congiunzione fra
il gruppo primario contadino e il sistema secondario nazionale )) .

., Questo passo è tratto deliberatamente da uno dei primi lavori di


Maclver, Community, Londra, Macmillan, 1915. La distinzione assume
maggiore importanza nei suoi ultimi scritti, diventando un elemento fon­
damentale nel suo Social Causation, Boston, Ginn & Co., 1942, special­
mente pp. 314-32 1 , ed informa la maggior parte del suo The More Per­
fect Union, New York, Macmillan, 1948.
•• Il passo citato nel testo è uno dei punti che hanno portato giusta­

mente a considerare The Polish Peasant in Europe and America come un


« classico della sociologia )) (trad. it. Il contadino polacco in Europa e

in America, MHano, Comunità, 1968, vol. Il, p. 236). Come si noterà


più avanti in questo cap1tolo, le intuizioni e distinzioni concettuali con­
tenute in questo solo passo, e ve ne sono molti altri simili a questo
per ricchezza di contenuto, furono dimenticate o non rilevate affatto
da quei sociologi industriali che sono pervenuti recentemente a sviluppare
la nozione di « organizzazione inforrnale )> nell'industria.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 191

Questi e numerosi altri osservatori sociologici hanno


dunque, di volta in volta, distinto fra le categorie della
disposizione soggettiva { « bisogni, interessi, scopi ») e le
categorie delle conseguenze generalmente non riconosciute
ma oggettivamente funzionali ( « solo vantaggio », conse­
guenze « mai consapevoli », « inconsapevole ... servizio reso
alla società », « funzione non limitata allo scopo esplicito
e consapevole » ) .

Dal momento che vi sono frequenti occasioni di operare


la distinzione e dato che lo scopo di uno schema concet­
tuale è quello di indirizzare l'osservazione agli elementi sa­
lienti di una situazione e di prevenire la possibilità che
detti elementi vengano involontariamente trascurati, sem­
bra giustificato caratterizzare questa distinzione con una
serie appropriata di termini. Il fondamento logico della
distinzione tra funzioni manifeste e funzioni latenti sta in
ciò, che le prime si riferiscono a quelle conseguenze ogget­
tive per una unità specifica (persona, sottogruppo, sistema
sociale o culturale), che contribuiscono all'adattamento o
all'aggiustamento di essa ed a tal fine sono state volute; le
seconde a conseguenze dello stesso genere che non sono
né volute né riconosciute.
Alcune indicazioni mostreranno che una caratterizzazio­
ne terminologica della distinzione può servire a scopo euri­
stico, incorporando la ·distinzione in un apparato concet­
tuale esplicito ed aiutando cosi tanto l'osservazione siste­
matica quanto la successiva analisi. Ad esempio, negli ulti­
mi anni, la distinzione fra funzioni manifeste e funzioni
latenti, è stata utilizzata in analisi : del matrimonio inter­
razziale 70, della stratificazione sociale 7 1 , della frustrazione
affettiva 72, delle teorie sociologiche di Veblen 73, degli

70 Merton, Intermarriage and the Social Structure, cit.


71 Kingsley Davis, A Conceptual Analysis of Stratification, « Ameri­
can Sociological Review )), 1942, 7, pp. 309-321.
" Thorner, op. cit., spec. p. 165.
., A. K. Davis, Thorstein Veblen's Social Theory, Harvard Ph. D.
dissertation, 1941, e, Veblen on the Decline of the Protestant Ethic,
« Social Forces )), 1944, 22, pp. 282-286; Louis Schneider, The Freudian
1 92 Teoria sociologica

orientamenti prevalenti americani verso la Russia 74, della


propaganda come mezzo di controllo sociale 75, della teoria
antropologica di Malinowski 76, della stregoneria Navajo 77,
dei problemi della sociologia della conoscenza 78, della mo­
da 79, della dinamica della personalità 80, delle misure di
sicurezza nazionale 6\ della dinamica sociale interna alla
burocrazia 82, e di una grande varietà di altri problemi
sociologici.
La grande varietà di questi argomenti indica che la di­
stinzione teorica tra funzioni manifeste e funzioni latenti
non è legata ad un tipo limitato e particolare di comporta­
mento umano. Resta però ancora il compito enorme di sco­
prire gli usi specifici ai quali questa distinzione può servire,
ed è a codesto compito che dedichiamo le restanti pagine
del capitolo .

Gli scopi euristici della distinzione.


Essa chiarisce l'analisi di modelli sociali apparentemente
irrazionali. In primo luogo, questa distinzione facilita l'in-

Psychology and Veblen's Social Theory, New York, King's Crown Press,
1948, spec. cap. 2 .
,. A . K . Davis, Some Sources o f American Hostility t o Russia, « Ame­
rican Journal of Sociology », 1947, 53, pp. 174-183.
75 Talcott Parsons, Propaganda and Social Contro!, nei suoi Essays

in Sociological Theory, cit.


76 Clyde Kluckhohn, Bronislaw Malinowski, 1884-1942, « Journal of

American Folklore », 1943, 56, pp. 208-219.


77 Clyde Kluckhohn, Navaho Witchcraft, cit., spec. pp. 46-47 ss.

78 Merton, cap. XIV di questo volume.

79 Bernard Barber e L. S. Lobel, « Fashion » in Women's Clothes and

the American Social System, « Social Forces », 1952, 3 1 , pp. 124-131.


80 O. H. Mowrer e C. Kluckhohn, Dynamic Theory of Personality,

in « Personality and the Behavior Disorders », a cura di J. M. Hunt,


New York, Ronald Press, 1944, l, pp. 69-135, spec. p. 72.
" Marie Jahoda e S. W. Cook, Security Measures and Freedom of
Thought: An Exploratory Study of the Impact of Loyalty and Security
Programs, « Yale Law Journal >> , 1952, 61, pp. 296-333.
" Philip Selznick, Twa and the Grass Roots, University of California
Press, 1949; A. W. Gouldner, Patterns of Industria! Bureaucracy, Glen­
coe, Illinois, The Free Press, 1954; P. M. Blau, The Dynamics of Bureau­
cracy, University of Chicago Press, 1955; A. K. Davis, Buteaucratzc Pat­
terns in Navy Officer Corps, « Social Forces >>, 1948, 27, pp. 142-153.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 193

terpretazione sociologica di molte attività sociali che sus­


sistono sebbene sia chiaro che il loro scopo manifesto non
viene raggiunto . Il procedimento comune che viene seguito
in tali casi da vari osservatori, e specialmente da profani,
è quello di definire codeste attività come « superstizioni » ,
« irrazionalità », « pura e semplice inerzia dovuta alla tra­
dizione », ecc. In altre parole, quando un comportamento
di gruppo non raggiunge - e spesso, invero, non lo può ­
i suoi scopi dichiarati, si è inclini ad attribuire questo fatto
a mancanza d'intelligenza, ad assoluta ignoranza, a soprav­
vivenze o alla cosiddetta inerzia. Cosi, il cerimoniale Hopi
che dovrebbe provocare piogge abbondanti, può essere eti­
chettato come pratica superstiziosa di un popolo primitivo,
e cor;t, ciò si ritiene chiuso l'argomento . Ma si tratta sem­
plicemente di un'etichetta; l'epiteto « superstizione » viene
a sostituire una analisi del ruolo effettivo che tale compor­
tamento ha nella vita del gruppo. Una volta dato il con­
cetto di funzione latente, ci viene rammentato che detto
comportamento può esplicare una funzione per il gruppo
anche se tale funzione può essere assai lontana dallo scopo
dichiarato del comportamento .
Con il concetto di funzione latente, l'attenzione del­
l 'osservatore viene ad estendersi oltre alla questione se il
comportamento raggiunga o no il suo scopo dichiarato.
Ignorando temporaneamente gli scopi espliciti, l'osserva­
tore rivolge la sua attenzione verso un'altra gamma di con­
seguenze : ad esempio, le conseguenze che hanno incidenza
rispetto alla personalità individuale degli Hopi che parteci­
pano alla cerimonia, e, piu oltre, alla persistenza e conti­
nuità del gruppo. Ove ci si lim.i,tasse alla questione del­
l'adempimento di una funzione manifesta, si tratterebbe di
un problema per il meteorologo, non per il sociologo. E
certamente, i nostri meteorologi sono d'accordo sul fatto
che le cerimonie della pioggia non producono la pioggia,
ma non è questo il punto. Ciò vuoi dire semplicemente che
la cerimonia non ha quest'uso tecnologico ; che lo scopo
della cerimonia e le sue conseguenze effettive non coinci-
194 Teoria sociologica

dono. Ma col concetto di funzione latente noi proseguiamo


nella nostra indagine, esaminando non le conseguenze della
cerimonia sugli dei della pioggia o sui fenomeni meteorolo­
gici, ma sui gruppi che svolgono la cerimonia. Si può
cosi trovare che, come sostengono molti osservatori, il
cerimoniale ha bensi delle funzioni - ma funzioni che
sono non-intenzionali o latenti.
Il cerimoniale può adempiere la funzione latente di raf­
forzare l'identità del gruppo, fornendo un'occasione perio­
dica in cui i membri sparsi di un gruppo si radunano per
intraprendere un'attività comune . Come indicò tra gli al­
tri Durkheim, parecchio tempo addietro, tali cerimoniali
sono un mezzo attraverso il quale l'espressione collettiva
è arricchita dei sentimenti che, in una analisi ulteriore, si
trovano essere una fonte basilare dell'unità del gruppo.
Mediante l'applicazione sistematica del concetto di fun­
zione latente, perciò, un comportamento apparentemente
irrazionale può talvolta risultare positivamente funzionale
per il gruppo. Operando con il concetto di funzione latente,
noi non ci affretteremo troppo a concludere che quando
una attività di gruppo non raggiunge il suo scopo dichia­
rato, la persistenza di essa può descriversi solamente come
esempio di « inerzia », « sopravvivenza », o « manipola­
zione da parte di potenti sottogruppi nella società » .
Di fatto, una qualche concezione simile a quella di fun­
zione latente è stata impiegata molto spesso e quasi inva­
riabilmente da scienziati sociali che stavano osservando una
attività standardizzata volta a raggiungere obiettivi che in
base alla scienza fisica accreditata si sanno essere irrealiz­
zabili. Questo, ad esempio, è chiaramente il caso dei rituali
Pueblo riguardanti la pioggia o la fertilità. Ma nei casi
di comportamenti non diretti ad obiettivi chiaramente ir­
raggiungibili, gli osservatori sociologici sono meno portati
ad esaminare le funzioni collaterali o latenti del comporta­
mento.
Essa dirige l'attenzione a campi d'indagine fruttuosi teo­
ricumente. La distinzione fra funzioni manifeste e funzioni
Funzioni manifeste e funzioni latenti 195

latenti serve inoltre a dirigere l'attenzione del sociologo


proprio a quei settori del comportamento, degli atteggia­
menti e delle credenze, in cui egli può applicare le sue capa­
cità specifiche con maggior frutto. A che cosa serve il
lavoro del sociologo, se egli si limita a studiare le fun­
zioni manifeste ? In tal caso, egli è ampiamente preoccu­
pato di stabilire se una attività istituita per uno scopo par­
ticolare, di fatto raggiunga tale scopo. E pertanto, egli
indagherà ad esempio se un nuovo sistema di pagamento
dei salari raggiunga lo scopo dichiarato di ridurre il tur­
nover della manodopera o di aumentare la produzione .
Egli si chiederà se una campagna di propaganda abbia rag­
giunto davvero l'obiettivo di far aumentare « la volontà di
combattere » o « la volontà di comprare buoni di guerra » ,
o « la tolleranza verso altri gruppi etnici ». Ora, questi
sono tipi di indagine importanti e complessi. Ma sinché i
sociologi si limitano allo studio delle funzioni manifeste, la
loro indagine risulta preordinata per loro da uomini pra­
tici (non importa, per il momento, se si tratti di un capi­
tano d'industria, di un leader sindacale, o, eventualmente,
di un capo Navajo) invece di esserlo in base ai problemi
teorici che sono al centro della disciplina. Mantenendosi
principalmente sul piano delle funzioni manifeste, in cui il
problema fondamentale è di sapere se certe attività od or­
ganizzazioni istituite deliberatamente riescano o no a rag­
giungere i loro obiettivi, il sociologo si trasforma in un
industrioso ed abile registratore di modellj di comporta­
mento del tutto notori . I termini di valutazione vengono
prefissati e limitati dalla questione che gli viene posta da
uomini interessati a questioni estranee ad interessi teorici,
per esempio : il nuovo piano di pagamento dei salari ha rag­
giunto il tale-e-talaltro fine ?
Viceversa, munito del concetto di funzione latente, il
sociologo estende la sua indagine in quelle varie direzioni
che promettono di piu per lo sviluppo teorico della disci­
plina . Egli esamina una attività sociale notoria (o proget­
tata) per accertarne le funzioni latenti e perciò generai-
196 Te oria socio/ogica

mente non conosciute {e naturalmente, anche per accertar­


ne le funzioni manifeste). Egli, ad esempio, prende in consi­
derazione le · conseguenze che il nuovo piano salariale ha
per, diciamo, il sindacato in cui i lavoratori sono organiz­
zati, o le conseguenze che un programma propagandistico
ha non soltanto rispetto al raggiungimento dello scopo di­
chiarato di suscitare lo zelo patriottico, ma anche rispetto al
rendere un gran numero di persone esitanti ad esprimere
la loro opinione quando non sono d'accordo con la politica
ufficiale, ecc. In breve, ciò che si suggerisce è che il con­
tributo intellettuale peculiare del sociologo è da vedersi
innanzitutto nello studio delle conseguenze non-intenzio­
nali ( fra le quali vi sono le funzioni latenti) delle attività
sociali, al pari che nello studio delle conseguenze previste
( fra le quali vi sono le funzioni manifeste) 83•
È sufficientemente provato che le ricerche dei sociologi
hanno dato il loro specifico e maggior contributo proprio
quando san passate dall'analisi delle funzioni manifeste a
quella delle funzioni latenti . Potremmo documentare am­
piamente questo fatto, ma in questa sede ci limiteremo ad
alcuni esempi.

LE RICERCHE « HAWTHORNE » ALLA WESTERN ELEC­


TRIC 84• Come è risaputo, le prime fasi di questa inchiesta
riguardavano il problema della relazione tra « l'illuminazio­
ne e l'efficienza » dei lavoratori dell'industria. Per circa due
anni e mezzo, l'attenzione venne centrata su problemi di

83 Per una breve illustrazione di questa proposizione generale, vedi

R. K. Merton, Marjorie Fiske e Alberta Curtis, Mass Persuasion, New


York, Harper, 1946, pp. 185-189; Jahoda e Cook, op. cit.
" Citiamo questo esempio come case study di come una elaborata ri­
cerca fu completamente cambiata nell'indirizzo teorico e nel carattere del­
le sue scoperte dall'introduzione di un concetto prossimo a quello di fun­
zione latente. La scelta del caso per questo scopo, non implica, com'è na­
turale, una piena accettazione delle interpretazioni che gli autori danno
delle loro scoperte. Fra i diversi volumi che riferiscono della ricerca alla
Western Electric, vedasi in particolare: F. Roethlisberger e W. J Dickson,
Management and the Worker, Cambridge, Mass., Harvard University
Press, 1939.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 197

questo tipo: le variazioni nell'intensità dell'illuminazione


influiscono sulla produzione? I risultati iniziali mostrarono
che, entro larghi margini, non c'era un rapporto univoco
tra illuminazione e produzione. La produzione cresceva sia
nel gruppo sperimentale, in cui l'illuminazione veniva ac­
cresciuta (oppure diminuita) sia nel gruppo di controllo, in
cui non veniva introdotto alcun cambiamento nell'illumina­
zione. In breve, i ricercatori avevano limitato la loro inda­
gine unicamente alle funzioni manifeste. Mancando un con­
cetto di funzione sociale latente, dapprima non si prestò
alcuna attenzione alle conseguenze sociali che l'esperimento
aveva sui rapporti tra i membri del gruppo di prova e del
gruppo di controllo, o sui rapporti fra i lavoratori ed i
dirigenti della camera di prova. In altre parole, i ricerca­
tori mancavano di uno schema sociologico di riferimento ed
operavano semplicemente come « ingegneri » (allo stesso
modo in cui un gruppo di meteorologi avrebbe potuto inda­
gare circa gli « effetti » sulla pioggia del cerimoniale Hopi).
Solo dopo prolungate indagini capitò al gruppo di ri­
cerca di studiare le conseguenze che la nuova « situazione
sperimentale » aveva per le immagini di sé e per le con­
cezioni di sé dei lavoratori che prendevano parte all'espe­
rimento, per le relazioni interpersonali tra i membri del
gruppo, per la coesione ed unità del gruppo stesso. Come
riferisce Elton Mayo, « il fiasco dell'illuminazione li aveva
resi attenti alla necessità di tenere registrazioni molto accu­
rate di tutto ciò che accadeva nella stanza, in aggiunta agli
ovvi accorgimenti tecnici ed industriali . Le loro osserva­
zioni, perciò , non inclusero soltanto la registrazione dei mu­
tamenti industriali e tecnici, ma anche di quelli fisiologici o
medici, e, in un certo senso, di quelli sociali ed antropolo­
gici. Questa registrazione prese la forma di un " libro di
bordo " che dava un resoconto, il piu completo possibile,
dei fatti concreti di ogni giorno . » 85• In breve, fu soltanto
. .

dopo una lunga serie di esperimenti che avevano trascurato

" E. Mayo, The Social Problems of an Industrial Civilization, Cam­


.
bndge, Mass., Harvard University Press , 1945, trad . it. I problemi umani
e socio-politici della civiltà industriale, Torino, UTET, 1_969, p. 229.
1 98 Teoria sociolo gica

completamente le funzioni sociali latenti dell'esperimento


(in quanto situazione sociale artificiale), che venne intro­
dotto questo schema schiettamente sociologico. « Con la
comprensione di questo fatto )> , scrivono gli autori, « il ca­
rattere dell'inchiesta cambiò. I ricercatori non si interessa­
vano piu alla verifica degli effetti di singole variabili. Ad
un esperimento controllato, essi sostituirono la nozione di
una situazione sociale che doveva essere descritta e capita
come un sistema di elementi interdipendenti ». Dopo di
che, come ora è ben noto, l'inchiesta fu ampiamente finaliz­
zata a scoprire le funzioni latenti delle pratiche correnti tra
i lavoratori, dell'organizzazione infcirmale che si sviluppava
fra i lavoratori , degli svaghi per i lavoratori istituiti da
« saggi amministratori )> , degli ampi programmi counselling

ed interviste per i lavoratori, ecc . Il nuovo schema concet­


tuale alterò completamente la portata ed il tipo dei dati
raccolti nella ricerca che ne segui.
Basta solo tornare al brano precedentemente citato di
Thomas e Znaniecki nella loro classica opera di circa tren­
t'anni fa, per riconoscere la correttezza dell'osservazione di
Shils :
.. .invero la storia dello studio dei gruppi primari nella sociologia
americana è un esempio perfetto delle discontinuità nello sviluppo
di questa disciplina: un problema è messo in evidenza da qualcuno
che è riconosciuto come fondatore della disciplina, il problema
viene trascurato, poi, alcuni anni piu tardi, viene ripreso con entu­
siasmo quasi come se nessuno ci avesse mai pensato prima 86•
Thomas e Znaniecki, infatti, avevano ripetutamente sot­
tolineato il principio sociologico secondo cui, qualunque
sia lo scopo primario di essa, « l'associazione in quanto
gruppo concreto di personalità umane implica numerosi
altri interessi non ufficiali; i contatti sociali tra i suoi mem­
bri non si limitano allo scopo comune di essi . . . )> . In effetti,
poi, ci sono voluti anni di sperimentazione per rivolgere
l'attenzione dell'équipe di ricerca della Western Elec tric
alle funzioni sociali latenti dei gruppi primari che emer-

" Edward Shils, The Present State of American Sociology, Glencoe,


Illinois, The Free Press, 1948, p. 42 (il corsivo è nostro).
Funzioni manifeste e funzioni latenti 1 99

gono nelle organizzazioni industriali. Dovrebbe esser chiaro


che questo caso non è citato qui come esempio di un piano
sperimentale inadeguato; non è ciò che ci interessa adesso.
Tale esempio viene preso in considerazione unicamente per
illustrare la pertinenza del concetto di funzione latente per
l'indagine sociologica, e cosi dei concetti connessi dell'ana­
lisi funzionale. L'esempio illustra come l'inclusione di que­
sto concetto (poco conta se il termine venga usato o no )
possa rendere sensibili i sociologi che svolgono ricerche ad
una serie di variabili sociali significative che vengono altri­
menti facilm.ente trascurate. Il fatto di denominare espli­
citamente questo concetto può forse rendere minore la fre­
quenza di tali occasioni di discontinuità, nelle ricerche so­
ciologiche future.
La scoperta di funzioni latenti rappresenta un incre­
mento significativo della conoscenza sociologica. Vi è un
altro aspetto per cui l'indagine circa le funzioni latenti rap­
presenta un contributo distintivo dello scienziato sociale.
Sono per l 'appunto le funzioni latenti di una attività o di
una credenza che non costituiscono conoscenza comune,
perché esse sono conseguenze sociali e psicologiche non
intenzionali e generalmente non ravvisate. Ne consegue che
le scoperte concernenti funzioni latenti rappresentano per
la conoscenza un incremento maggiore che non le scoperte
concernenti funzioni manifeste. Esse rappresentano anche
un maggior distacco dalla conoscenza del « buon senso »
intorno alla vita sociale. In quanto le funzioni latenti si di··
staccano, piu o meno, dalle funzioni manifeste dichiarate,
la ricerca che scopre funzioni latenti produce molto spesso
risultati « paradossali » . Questi paradossi apparenti deri­
vano dalla modificazione radicale del procedimento volgare
ed abituale di considerare una attività od una credenza
standardizzata soltanto in termini delle sue funzioni mani­
feste, modificazione ottenuta attraverso l'indicazione di al­
cune delle sue funzioni sussidiarie o collaterali, che sono
latenti. L'introduzione del concetto di funzione latente
nella ricerca sociale conduce a conclusioni che mostrano
200 Teoria sociolo gica

come « la vita sociale non è cosf semplice come sembra a


prima vista ». Infatti, finché ci si limita a certune conse­
guenze (cioè, alle conseguenze manifeste), è relativamente
semplice fornire giudizi morali sulla attività o credenza in
questione. Le valutazioni morali, basate generalmente su
queste conseguenze manifeste, tendono a polarizzarsi in
termini di bianco o nero . Ma la percezione di conseguenze
ulteriori (latenti) rende sovente il quadro piu complesso;
sia i problemi di valutazione morale (che non ci riguardano
da vicino), che i problemi del social engineering (che ci
riguardano 87 ) si caricano cosi di nuove complicazioni ag­
giuntive, quali le decisioni sociali responsabili generalmen­
te comportano.
Un esempio di indagine nella quale la nozione di fun­
zione latente viene implicitamente usata, illustrerà in che
senso il « paradosso » - divergenza fra la funzione appa­
rente, puramente manifesta, e quella effettiva, che inc1ude
anche le funzioni latenti - consegua all'adozione di que­
sto concetto. Per tornare alla ben nota analisi di Veblen del
consumo vistoso, non è un caso che egli sia stato ricono­
sciuto come un analista sociale dotato di una sensibilità
particolare per il paradossale, l'ironico, il satirico. Tali sono
infatti i risultati che si ottengono, frequentemente, se non
inevitabilmente, in seguito all'applicazione del concetto di
funzione latente ( o di un suo equivalente).

I L MODELLO D E L CONS UMO V I S TOSO. Lo scopo mani­


festo dell'acquisto di beni di consumo è, naturalmente, la
soddisfazione dei bisogni cui questi beni sono destinati
esplicitamente. A questo modo, le automobili sono ovvia­
mente destinate a provvedere ad un certo genere di tra­
sporto; le candele all'illuminazione, i generi alimentari al

" Con ciò non si intende negare che la social engineering abbia di­
rettamente implicazioni morali, e neppure che tecnica e morale siano ine­
vitabilmente interconnesse. Non è però mia intenzione trattare questa
serie di problemi nel presente capitolo. Per una discussione dei suddetti
problemi, vedansi i capitoli VIII, XVII, XIX; si veda anche Merton,
Fiske e Curtis, Mass Persuasion, dt., cap. 7.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 201

sostentamento ; i raffinati prodotti artistici alla fruizione


estetica. Dal momento che di questi prodotti si fanno tali
usi, sembrava piu che dimostrato che in questi usi si esau­
risse ogni funzione socialmente importante svolta dall'ac­
quisto di questi beni. Veblen, invero, sostiene che, di
regola, questa era la concezione predominante (nell'era
pre-vebleniana, naturalmente ) : « Si ritiene convenzional­
mente che il fine dell'appropriazione e dell'accumulazione
sia il consumo delle merci accumulate . . . Almeno si sente
che questo è il fine economicamente legittimo dell'appro­
priazione e che di questo soltanto la teoria deve tener
conto » 88•
Tuttavia, dice Veblen, noi come sociologi dobbiamo
procedere a considerare le funzioni latenti dell'acquisto,
dell'accumulazione e del consumo, e queste funzioni latenti
sono invero molto diverse dalle funzioni manifeste. « Ma
soltanto quando sia preso in un senso molto lontano dal
suo significato originario [ cioè funzione manifesta ] il con­
sumo di merci può dirsi che offra l'incentivo da cui pro­
cede invariabilmente l 'accumulazione ». E fra queste fun­
zioni latenti, che contribuiscono a spiegare la persistenza
ed il posto nella struttura sociale del modello del consu­
mo vistoso, vi è quella di simbolizzare « la forza pecunia­
ria, per mezzo della quale si può raggiungere o mantenere
una buona reputazione ». L'esercizio di una « meticolosa
discriminazione » nella qualità « del cibo, delle bevande,
dell'abitazione, dei servizi, degli ornamenti, del vestiario,
dei divertimenti » non porta semplicemente a gratificazioni
dirette derivanti dal consumo di articoli « scelti » anziché
di articoli « comuni » , ma, e secondo Veblen questo è il
fatto piu importante, porta anche ad un innalzamento o
riaffermazione dello status sociale.
Il paradosso di Veblen è che la gente compra merci
costose non tanto perché sono migliori quanto perché sono
costose. Egli, infatti, nella sua analisi funzionale segnala

88 Veblen, Theory of Leisure Class, trad. ital. cit., p. 36.


202 Teoria sociologica

l'equazione latente ( « prezzo alto :..__ segno di status sociale


piu elevato » ) piuttosto che l'equazione manifesta ( « prezzo
alto = qualità superiore della merce » ). Non che egli neghi
alle funzioni manifeste un qualche peso nel sostenere il
modello del consumo vistoso : anche esse hanno la loro im­
portanza. « Ciò che si è detto or ora non va inteso nel
senso che non ci siano altri incentivi ad acquistare e ad
accumulare tranne questo desiderio di eccellere nella posi­
zione finanziaria e procurarsi cosi la stima e l'invidia dei
propri simili . Il desiderio d 'accrescere la comodità e la
sicurezza dal bisogno, è presente come motivo in ogni sta­
dio . . . ». O ancora: « Sarebbe azzardato affermare che uno
scopo utile manchi all'utilità di un oggetto o di un servizio,
benché il suo primo scopo e il suo elemento principale sia
chiaramente lo sciupio vistoso » e la stima sociale che ne
deriva 89• Il fatto è che queste funzioni manifeste, dirette,
non spiegano pienamente i modelli di consumo prevalenti.
In altri termini se le funzioni latenti del miglioramento
dello status o della conferma di esso, venissero eliminate
dal modello di consumo vistoso, detto modello subirebbe
notevoli cambiamenti, di un genere che l'economista « con­
venzionale » non potrebbe prevedere.
Per questi aspetti, l 'analisi fatta da Veblen delle fun­
zioni latenti si distacca dalla nozione, propria del buon
senso, secondo cui il risultato finale del consumo è « natu-

" Ibid., p. 41 e p. 89. Si noterà che Veblen usa una terminologia


molto libera. Nei passi segnati (ed ·anche altrove ripetutamente) egli usa
in maniera intercambiabile « incentivo », « desiderio », « scopo 1> e << fun­
zione ». Dal momento che di solito il contesto rende chiaro il significato
di questi termini, non ne viene un gran danno. Ma è chiaro che gli
scopi manifesti della conformità ad un modello di cultura non sono in
alcun modo identici alle funzioni latenti della conformità. Veblen occa­
sionalmente lo riconosce. Per esempio: « Rigorosamente parlando, niente
dovrebbe essere compreso nella categoria dello sciupio vistoso all'infuori
del dispendio cui si va incontro per motivi di confronto finanziario anta­
gonistico. Ma per portare in questa categoria un dato elemento o voce,
non è necessario che debba essere riconosciuto come spreco in questo
senso della persona che incorre nella spesa » (I bid., p. 87. II corsivo è
nostro). Cfr. A. K. Davis, Veblen o n the Decline of Protestant Ethic, cit.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 203

ralmente, la diretta soddisfazione che esso procura: la


gente mangia caviale perché ha fame; compra Cadillacs
perché vuole la miglior automobile che può avere; cena a
lume di candela perché ama l'atmosfera distesa ». L'inter­
pretazione in termini di certi motivi manifesti, che è pro­
pria del buon senso, viene sostituita, nell'analisi di Veblen,
dall'interpretazione basata sulle funzioni latenti collaterali,
che vengono adempiute, ed in modo forse piu significativo,
da queste medesime attività. In verità, negli ultimi decenni
l'analisi vebleniana è entrata cosi profondamente nel pen­
siero popolare che tali funzioni latenti vengono adesso lar­
gamente riconosciute . [ Ciò fa nascere l'interessante pro­
blema dei mutamenti che avvengono in un modello di com­
portamento prevalente quando le sue funzioni latenti ven­
gono riconosciute generalmente (e non sono quindi piu
latenti) . Non avremo occasione di discutere quest'impor­
tante problema nel presente volume ] .
La scoperta di funzioni latenti non si limita semplice­
mente a rendere piu precisa la concezione delle funzioni
che sono adempiute da certi modelli sociali (come è il caso
degli studi sulle funzioni manifeste), ma conduce ad un
incremento qualitativamente differente rispetto al prece­
dente stato delle conoscenze.
Essa impedisce che l'analisi sociologica sia sostituita da
giudizi morali ingenui. Dal momento che in una società le
valutazioni morali tendono ad esser fatte soprattutto in
termini delle conseguenze manifeste di una attività o di un
insieme di norme, dobbiamo aspettarci di scoprire che
l'analisi in termini di funzioni latenti qualche volta con­
trasta alle valutazioni morali che vanno per la maggiore.
Non è detto, infatti, che le funzioni latenti debbano ope­
rare allo stesso modo delle conseguenze manifeste che,
ordinariamente, stanno alla base di questi giudizi. Cosf, in
larghi settori della popolazione americana, la « macchina »*
politica o il « racket » politico sono giudicati inequivoca-

* Con l'espressione « macchina » politica, si intende un'istituzione

tipicamente americana, cioè l'apparato che un uomo politico costituisce a


204 Teoria socio/o gica

bilmente « cattivi » ed « indesiderabili ». Le basi di un tale


giudizio morale variano alquanto, ma sostanzialmente con­
sistono in questo : che le « macchine » politiche violano il
codice morale : il clientelismo politico viola il codice che
prescrive di scegliere il personale sulla base di qualifica­
zioni impersonali anziché sul fondamento della lealtà al
partito e dei contributi alla cassa del partito ; il sistema dei
<< bosses » viola il codice secondo cui i voti dovrebbero

essere basati sull'apprezzamento personale delle qualifiche


dei candidati e dei programmi politici, e non sulla costante
lealtà ad un capo feudale; corruzione ed « onesti dona­
tivi » trasgrediscono apertamente ai principi della pro­
prietà ; la « protezione » dal crimine chiaramente viola la
legge ed il costume; e cosi via.
A proposito dei molti modi in cui le « macchine » poli­
tiche vanno, in grado maggiore o minore, contro il costu­
me e, talora, contro la legge, è pertinente il chiedersi come
mai esse riescano a funzionare. Le « spiegazioni » abituali
della persistenza delle « macchine » politiche non fanno qui
al caso nostro. Certamente, potrebbe ben essere che, se i
« cittadini rispettabili » adempissero ai loro obblighi poli­

tici, se l'elettorato potesse stare in guardia ed essere illu­


minato, se il numero degli eletti venisse ridotto sostanzial­
mente, rispetto alle dozzine ed anche centinaia che l 'elet­
tore medio è tenuto a valutare nel corso delle elezioni co­
munali, di contea, di Stato e nazionali; se l 'elettorato ve­
nisse reso piu attivo da quelle « classi ricche ed educate,
senza la cui partecipazione », come asserisce Bryce, l'orien­
tamento del quale non sempre è democratico, « anche il
governo meglio impostato dovrà in breve degenerare » ;
se codesti cambiamenti e u n mucchio di cambiamenti simili
fossero introdotti nella struttura politica, forse il « male »
che la « macchina » politica rappresenta potrebbe davvero

fini strettamente personali durante una campagna elettorale per assicu·


rarsi un efficiente servizio di propaganda, e, se eletto, per mantenere la
rete delle relazioni necessarie, attraverso sistemi più o meno legali
(N.d.T.).
Funzioni manifeste e funzioni latenti 205

essere esorcizzato 90 • Va notato, però, che detti cambia­


menti perlopiu non vengono introdotti, che le « macchi­
ne » politiche hanno mostrato di avere proprietà simili alla
fenice, di risorgere forti ed intatte dalle loro ceneri; e, in
breve, che questa struttura ha mostrato una notevole vita­
lità in numerosi settori della vita politica americana.
Tuttavia, parte�do dal punto di vista funzionale secon­
do cui noi dobbiamo abitualmente ( non invariabilmente)
aspettarci che strutture e modelli sociali dotati di persi­
stenza svolgano funzioni positive le quali} al momento} non
vengono adeguatamente svolte da altri modelli e strutture
esistenti, si può finire per pensare che forse quest'organiz­
zazione malfamata, nelle condizioni attuali, soddisfa a fun­
zioni latenti che sono fondamentali 91 • Un breve esame delle
analisi attuali di una struttura di questo tipo servirà pure
ad illustrare problemi aggiuntivi di analisi funzionale .

A LCUNE FUNZIONI DELLA « MACCHINA » POLITICA.


Senza pretendere di addentrarci minutamente nei parti­
colari che differenziano una macchina politica da un'altra
- Tweed, Vare, Crump, Flynn , Hague, non sono per nulla

90 Queste « spiegazioni » sono << causali » intenzionalmente. Esse in­


dicano le condizioni sociali in cui le « macchine » politiche si affermano.
In quanto tali spiegazioni sono empiricamente confermate, esse, com'è
naturale, si aggiungono alla nostra conoscenza relativa al problema: come
mai le « macchine » politiche operano in certi settori e non in altri?
Come riescono a sopravvivere? Ma resoconti causali come qt:esti non
sono sufficienti. Come vedremo, le conseguenze funzionali della mac­
china vanno molto al di là di ogni interpretazione causale.
91 Penso sia superfluo aggiungere che questa ipotesi non è « a difesa

della macchina politica ». La questione se le disfunzioni della macchina


superano per importanza le sue funzioni, la questione se siano o meno
disponibili strutture alternative che possano svolgere le sue funzioni senza
implicare necessariamente le sue disfunzioni sociali, resta da considerare
in occasione opportuna. Noi siamo qui interessati a documentare l'affer­
mazione che i giudizi morali basati interamente su una valutazione delle
funzioni manifeste di una strGttura sociale, sono « non realistici » in
senso stretto, cioè non tengono conto di altre reali conseguenze di quella
struttura, conseguenze che possono fornire alla struttura stessa un fonda­
mento sociale essenziale. Come si mostrerà in seguito, la « riforma so­
ciale » o il socia! engineering, che trascurano le funzioni lo� tenti, corrono
il rischio di subire acute disillusioni ed effetti boomerang.
206 Teoria socio!ogica

tipi identici di boss * - possiamo esaminare brevemente


quelle funzioni che, piu o meno, sono comuni . ad una
« macchina » politica in quanto tipo generale di organizza­
zione sociale. Non cercheremo né di individuare tutte le
diverse funzioni della « macchina » politica, né di soste­
nere che tutte codeste funzioni vengano svolte allo stesso
modo da ogni e qualsiasi macchina.
La principale funzione strutturale del boss è di organiz­
zare, centralizzare e mantenere in buone condizioni di fun­
zionamento « gli sparsi frammenti del potere » che si tro­
vano oggi dispersi nella nostra organizzazione politica.
Grazie a questa organizzazione centralizzata del potere po­
litico, il boss ed il suo apparato possono soddisfare i biso­
gni di diversi sottogruppi all'interno della comunità, i quali
bisogni non vengono soddisfatti adeguatamente da quelle
strutture sociali che sono conformate secondo la legge e
sono culturalmente accettate.
Per comprendere il ruolo del « bossismo » e della « mac­
china », noi dobbiamo pertanto considerare due tipi di va­
riabili sociologiche : l ) il contesto strutturale, che rende
difficile, se non impossibile a struttute moralmente appro­
vabili di svolgere funzioni sociali essenziali, lasciando cosi
la porta aperta a « macchine » politiche (od a loro equi­
valenti strutturali) per lo svolgimento di codeste funzioni ;
e 2 ) i sottogruppi i cui bisogni peculiari rimangono insod­
disfatti, tranne che per le funzioni latenti svolte, di fatto,
dalla « macchina » 91•
Il contesto strutturale : lo schema costituzionale ameri­
cano di organizzazione politica esclude in modo preciso la
possibilità legale di forti concentrazioni di potere, e per­
ciò, come è stato notato, « scoraggia lo svilupparsi di una
leadership effettiva e responsabile ». Gli artefici della Costi­
tuzione, come osservava Woodrow Wilson, istituirono un

* Boss: il « capo », l'uomo politico che padroneggia e manovra la


« macchina >> (N.d.T. ).
·

" Di nuovo, come nei casi precedenti, non considereremo le possibili


disfunzioni della << macchina » politica.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 207

sistema di pesi e contrappesi « per mantenere il governo in


una specie di equilibrio meccanico per mezzo di una perma­
nente contestazione amichevole fra le diverse parti organi­
che di esso. Essi diffidavano del potere come pericoloso
per la libertà: e pertanto, lo sparsero minutamente, ed eres­
sero barriere per impedirne la concentrazione ». Codesta
dispersione del potere è rinvenibile non solo a livello na­
zionale, ma anche ed altrettanto a livello locale. « Di con­
seguenza - viene a dirci Sait - quando la popolazione o
gruppi particolari di essa richiedevano un'azione positiva,
nessuno aveva autorità sufficiente ad agire. La " macchina "
ha offerto un antidoto » 93•
La dispersione costituzionale del potere non solo contri­
buisce alla difficoltà di una decisione o di una azione effet­
tive , ma, quando l'azione ha luogo, essa è limitata e circo­
scritta da considerazioni di carattere legale . Per conseguen­
za, si venne a sviluppare « un sistema molto piu umano di
governo di parte, il cui principale obiettivo divenne ben
presto la circonvenzione del governo per mezzo della leg­
ge . . . La mancanza di legalità di questa democrazia extra­
ufficiale era semplicemente il contrappeso del !egalitari­
smo della democrazia ufficiale . Avendo il legislatore per­
messo di subordinare la democrazia alla legge, . il boss
doveva venir chiamato in causa a districare le vittime, ciò
che egli fece in una certa maniera e mercenariamente » 94•
Ufficialmente, il potere politico è disperso. Molti ben
noti accorgimenti vennero studiati per raggiungere questo
obiettivo manifesto. Non v'è stata soltanto la nota divi­
sione dei poteri dei diversi rami del governo, ma, in una
certa misura, si limitò la durata di ogni carica, e fu sanzio­
nata la rotazione dei posti . Inoltre, l 'ambit� di potere ine­
rente ad ogni carica fu circoscritto con severità . Pure, os­
serva Sait in termini rigorosamente funzionali, « la leader-

9' Edward M. Sait, Machine, Political, in <( Encyclopaedia of the So­


dal Sciences », vol. IX, p. 658 b (il corsivo è nostro) ; cfr. A. F. Bentley,

The Process of Government, Chicago, 1908, cap. 2.


"' Herbert Croly, Progressive Democracy, New York, 1914, p. 254,
citato da Sait, op. cit., p. 658 b.
208 Teoria socio!o gica

ship è necessaria; e dal momento che essa non può svilup­


parsi facilmente all'interno dello schema costituzionale, il
boss l'ha offerta in forma rozza ed irresponsabile al di fuori
di esso ">> 95•
Mettendo la cosa in termini piu generali, le deficienze
funzionali della struttura ufficiale generano una struttura
alternativa (non ufficiale) per soddisfare un po' piu effica­
cemente i bisogni esistenti. Quali che siano le specifiche
origini storiche di essa, la « macchina » politica sopravvive
come apparato per la soddisfazione dei bisogni di gruppi
diversi della popolazione che, altrimenti, resterebbero in­
soddisfatti. Volgendoci a considerare alcuni pochi tra que­
sti gruppi ed i bisogni che li caratterizzano , ci troveremo di
fronte ad una gamma di funzioni latenti della « macchina »
politica .
Le funzioni che la « macchina » politica ha per vari sot­
togruppi. È ben noto il fatto che una delle ragioni della
forza della « macchina >> politica sta nelle sue radici nella
comunità locale e nei ·quartieri . La « macchina » politica
non considera l'elettorato come una massa amorfa ed indif­
ferenziata di votanti. Con acuta intuizione sociologica, la
« macchina >> si rende conto che l 'elettore è una persona
che vive in un determinato quartiere, con determinati pro­
blemi personali, e con desideri personali. Le questioni di
interesse pubblico sono astratte e remote ; i problemi pri­
vati sono estremamente immediati e concreti. La « macchi­
na » non opera facendo appello in generale alle grandi que­
stioni di pubblico interesse, ma attraverso relazioni di­
rette, di carattere quasi feudale, tra i rappresentanti locali
della « macchina » e g!i elettori nel loro quartiere. Le ele­
zioni vengono vinte nelle circoscrizioni elettorali.
La « macchina » rinsalda i suoi legami con l'uomo o la
donna comuni costruendo una rete di relazioni personali .
La politica è trasformata in vincolo personale. Il capo di
una circoscrizione elettorale « dev'essere un amico per

•; Sait, op. cit., p. 659 a (il corsivo è nostro).


Funzioni manifeste e funzioni latenti 209

ognuno, fingendo, se non la sente, simpatia per gli sfortu­


nati, facendo un buon lavoro coll'utilizzazione delle risorse
che il boss gli mette a disposizione » %. Il capo di una cir­
coscrizione elettorale è pur sempre un amico, nel bisogno.
Nella nostra società, preponderantemente impersonale, la
« macchina », grazie ai suoi agenti locali, svolge l'impor­
tante funzione sociale di umanizzare e personalizzare ogni
forma di assistenza a persone bisognose. Refezioni ed im­
pieghi, consigli legali ed extra-legali, risoluzione di piccole
difficoltà con la legge, aiuto al ragazzo povero per una
borsa di studio nel college locale, soccorso al derelitto ­
tutta l'intera gamma delle crisi in cui un individuo ha bi­
sogno di un amico, e soprattutto, di un amico che capisca
la situazione e possa fare qualcosa - tutti costoro trovano
il sempre sollecito capo della circoscrizione elettorale dispo­
nibile nei momenti di difficoltà.
Per valutare adeguatamente codesta funzione della
« macchina » politica, è importante considerare non sol..
tanto l'aiuto che è fornito, ma il modo in cui viene fornito .

. Dopo tutto, vi sarebbero bene altre agenzie che potreb­


bero dispensare assistenza. Enti assistenziali, di beneficen­
za, assistenza clinica legale, ospedali gratuiti, enti di carità,
enti per gli immigrati - queste e una moltitudine di altre
organizzazioni sono disponibili per fornire assistenza nelle
forme piu svariate. Ma alle tecniche professionali dell'ope­
ratore assistenziale, che agli occhi dell'assistito costituisco·
no un tipico esemplare di elargizione fredda e burocratica,,
di aiuti concessi solo in seguito a minute indagini circa il
diritto legale all'aiuto da parte del « cliente », si contrap­
pongono le tecniche non professionali del capo della circo·
scrizione elettorale, il quale non fa domande, non esige
alcuna ossequienza alle formalità legali relative alla richie­
dibilità dell'aiuto, e non « ficca il naso » negli affari pri­
vati 97•

" Ibid., p. 659 a.


97Lo stesso contrasto con l'attività ufficiale di assistenza è in buona
parte rinvenibile nella distribuzione di aiuti ai disoccupati, generosa e
210 Teoria socio!ogica

Per molti, perdere ogni « rispetto di se stessi » rappre­


senta un prezzo troppo alto per una legale assistenza. Gli
operatori assistenziali assai spesso provengono da una
classe sociale differente, hanno una formazione educativa
diversa, appartengono ad un altro gruppo etnico ; v'è dun­
que un abisso, mentre l'uomo della circoscrizione elettorale
è « uno dei nostri » , che capisce bene di che cosa si tratta.
La gentile e benefica signora può difficilmente competere
con l 'amico comprensivo, nel bisogno . In questo conflitto
tra strutture alternative, circa lo svolgimento della funzio­
ne nomina/mente identica di provvedere aiuto è sostegno ai
bisognosi, è chiaro che è il politicante che appartiene alla
« macchina » ad essere meglio integrato con i gruppi di cui
si occupa, anziché l'operatore assistenziale , impersonale,
professionalizzato, socialmente distante e vincolato legal­
mente. E poiché il politicante riesce, di volta in volta, ad
influenzare ed a manovrare le organizzazioni che elargi­
scono assistenza, mentre l'operatore assistenziale in pratica
non ha alcuna influenza sulla « macchina » politica, il
primo ha senza dubbio . una maggiore efficienza. Con
parole piu piane, ma fors'anche con maggiore incisività,
Martin Lomasny, capo di quartiere a Boston, ha descritto
codesta funzione sociale essenziale al curioso Lincoln
Steffens. « Io penso, diceva Lomasny, che ci dovrebbe
essere in ogni quartiere qualcuno da cui un tizio qualunque
possa andare - qualunque cosa abbia fatto, non fa niente
- ed essere aiutato. Aiuto, è chiaro? niente che abbia a
vedere colla vostra legge o colla vostra giustizia, aiuto » 98•

non politica, fatta da Harry Hopkins, nello Stato di Ncw York, nel
periodo in cui era governatore Franklin Delano Roosevelt. Come rife­
risce Sherwood: « Hopkins fu aspramente criticato per quest'attività
irregolare, dagli enti ufficiali di assistenza, i quali protestavano che " era
una condotta non professionale" quella di distribuire biglietti di lavoro
senza una meticolosa indagine su ogni postulante, sulle risorse finan­
ziarie sue e della famiglia, e probabilmente sulla sua affiliazione reli­
giosa. "Harry disse all'Ente di andare al diavolo�, riferiva [il collega di
Hopkins, Dr. Jacob A.] Goldberg ». Robert E. Sherwood, Roosevelt and
Hopkins, An Intimate History, New York, Harper, 1948, p. 30.
" The Autobiography of Lincoln Steffens, Chautaqua, New York,
Funzioni manifeste e funzioni latenti 211

Perciò, le « classi diseredate » costituiscono un sotto­


gruppo per il quale la « macchina » politica soddisfa desi·
deri che non vengono soddisfatti allo stesso modo dalla
struttura sociale legalizzata.
Per un secondo sottogruppo, quello degli imprenditori
(soprattutto dei grossi ma anche dei piccoli imprenditori ),
il boss politico adempie la funzione di fornire quei privi­
legi politici che comportano vantaggi economici immediati .
Le imprese finanziarie, tra cui quelle dei servizi pubblici
(ferrovie, società di trasporti comunali, compagnie elettri­
che, aziende nel campo delle comunicazioni) sono a questo
proposito soltanto le piu importanti, ricercano favori poli··
tici particolari, che permettano loro di consolidare la loro
posizione e di avvicinarsi al loro obiettivo di massimizza­
zione dei profitti. È piuttosto interessante il fatto che le
imprese desiderino di frequente evitare il caos della con­
correnza incontrollata. Esse vogliono una sicurezza mag·
giare ed uno czar economico che controlli, regoli ed orga­
nizzi la concorrenza, purché codesto czar non sia un funzio­
nario pubblico, le cui decisioni siano soggette alla disamina
pubblica ed al pubblico controllo ( quest'ultimo sarebbe un
(< controllo governativo », ed è quindi tabu) . Il boss poli­
tico risponde mirabilmente a questi requisiti.
Esaminandolo per un momento a parte da ogni conside·
razione morale, l'apparato politico che il boss manovra, è
in effetti fatto apposta per adempiere a queste funzioni con
il minimo di inefficienza. Tenendo nelle sue mani compe­
tenti le redini di svariate divisioni governative, uffici ed
agenzie, il boss razionalizza · la relazione tra impresa puh··
blica e impresa privata. Egli funge da ambasciatore della
comunità degli affari nel mondo governativo, altrimenti
alieno (e qualche volta persino nemico). Del resto, in stretti
termini finanziari, egli è ben pagato per i servizi economici

Chautaqua Press, 1931, p. 618. Riprendendo in gran parte Steffens, come


egli stesso dice, F. Stuart Chapin descrive queste funzioni della << mac­
china >> politica con grande chiarezza. Si veda il suo Contemporary Ame·
rican Institutions, New York, Harper, 1934, pp. 40-54.
212 Teoria sociologica

resi ai suoi rispettabili clienti d'affari. In un articolo inti­


tolato Apologia delle mance, Lincoln Steffens osserva che
<< Il nostro sistema economico, il quale mette avanti ric­
chezze, potere, fama, come premi per gli uomini abbastanza
energici ed abbastanza abili da comprare colla corruzione
legname, miniere, pozzi di petrolio e concessioni governa­
tive, in modo da " farla franca " , è riprovevole » 99• In
una conferenza con circa un centinaio di imprenditori di
Las Angeles, quest'autore descrisse un fatto ben noto a
tutti loro : il boss e la « macchina » facevano parte inte­
grale dell'organizzazione dell'economia. « Voi non potete
costruire o far funzionare una ferrovia, una linea di auto­
trasporti, una compagnia del gas, dell'acqua o dell'elettri­
cità, sfruttare e far funzionare una miniera o acquistare
foreste e tagliare legname su larga scala, o trattare qual­
siasi affare di concessioni, senza corrompere, od associarvi
alla corruzione del governo. In privato, voi mi dite che
siete costretti a farlo, ed io vi dico quasi pubblicamente che
dovete farlo per forza. E cosi è in tutto il paese. E ciò
significa che noi abbiamo un'organizzazione della società
in cui, per una qualche ragione, voi e quelli come voi, i
piu abili, piu intelligenti, piu ricchi di immaginazione, piu
pieni di risorse e piu audaci dirigenti della società, siete e
dovete essere contro alla società, alle sue leggi ed al suo
sviluppo nell'insieme » 100 ,
Dal momento che la richiesta di privilegi particolari è
incorporata nella struttura della società, il boss svolge va­
rie funzioni per codesto secondo sottogruppo di cercatori­
di-privilegi-finanziari. Codesti « bisogni » del mondo im­
prenditoriale, come oggi si presentano, non sono adeguata-

99 Autobiography of Lincoln Steffens, cit., p. 570.


100
Ibid. , pp. 572-573 (il corsivo è nostro). Ciò aiuta a spiegare il fatto
notato da Steffens sulla scia di Theodore Roosevelt presidente dell'Ufficio
di Polizia, . e cioè, « l 'importanza e la rispettabilità che contraddistin­
guono gli uomini e le donne che intercedono per i furfanti », quando
questi sono stati acciuffati in uno degli sforzi periodici che veng�no
fatti « per ripulire la macchina politica ». Cfr. Steffens, p. 371 e passtm.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 213

mente serviti dalle strutture sociali convenzionali e cultu­


ralmente sancite ; per conseguenza l'organizzazione della
<( macchina » politica, extra legale ma piu o meno efficiente,
sopraggiunge a fornire questo servizio. Adottare un atteg­
giamento esclusivamente morale nei confronti della « cor­
rotta macchina politica » significa perdere di vista le reali
condizioni strutturali che generano il <( male » che viene at­
taccato cosi aspramente. Adottare un punto di vista funzio­
nale non vuoi dire fare una apologia della « macchina » po­
litica, ma fornire una base piu solida per modificare od
eliminare la <( macchina » , pu rché vengano introdotte parti­
colari modifiche strutturali sia per eliminare le richieste
che, di fatto, la comunità degli affari avanza, o, se questo è
il fine, per soddisfare queste richieste con mezzi alternativi.
Una terza categoria di funzioni particolari che la <( mac­
china » politica svolge per sottogruppi particolari, è quella
di fornire canali alternativi di mobilità sociale per quelle
persone che altrimenti resterebbero escluse dalle vie solite
di <( avanzamento » personale . Sia le fonti di questo « biso­
gno particolare » (di mobilità sociale), sia il modo in cui la
<( macchina » politica sopraggiunge a soddisfare questo bi­

sogno, possono essere compresi attraverso l'esame della


struttura della cultura e della società in generale. Com'è
ben noto, la cultura americana attribuisce un'enorme im­
portanza al denaro ed al potere cop1e meta del <( successo >�
legittimo per tutti i membri della società . Pur non essendo
l'unica delle mete culturali americane, continua ad essere
tra le piu cariche di valore affettivo. Tuttavia, determinati
sottogruppi e determinate aree ecologiche si distinguono per
la relativa assenza d'opportunità di raggiungere codesti tipi
di successo ( denaro e potere). In breve, questi sottogruppi
e aree costituiscono un sottogruppo tra il quale <( l'impor­
tanza culturale attribuita al successo pecuniario viene rece­
pita, ma che ha scarsa accessibilità a mezzi legittimi e con­
venzionali per ottenere tale successo. Le normali opportu­
nità di lavoro per persone (in codeste aree) sono quasi
completamente limitate al lavoro manuale. Dato che la no-
214 Teoria sociologica

stra cultura stigmatizza il lavoro manuale 101, e dato il corre­


lativo prestigio del lavoro dell'impiegato, è chiaro che ne
risulta una tendenza a raggiungere questo obiettivo cultu­
ralmente accettato, in grazia di qualunque mezzo possibile.
Codeste persone, da un lato, sono « chiamate ad orientare la
loro condotta verso la prospettiva di una accumulazione di
ricchezza [ e di potere ] ; e, dall'altro, viene ad essi negata in
gran parte l'opportunità di farlo con mezzi istituzionali ».
È in questo contesto della struttura sociale che la « mac­
china » politica svolge la funzione fondamentale di offrire
una via di mobilità sociale per coloro che sarebbero altri­
menti svantaggiati. In questo contesto, anche la corrotta
« macchina » politica ed il racket rappresentano il trionfo
dell'intelligenza amorale sul « fallimento » moralmente pre­
scritto, laddove i canali di mobilità verticale sono chiusi o
ristretti in una società che dà grande importanza alla pro­
sperità economica, [ al potere ] ed all'ascesa sociale per tutti
i suoi membri 102• Come è stato osservato da un sociologo,
in base a parecchi anni di attenta osservazione in una zona
di slums :

101
Si veda lo studio del National Opinion Research Center, sulla
valutazione delle occupazioni, che documenta stabilmente l'impressione
generale secondo cui le occupazioni manuali vengono classificate invero
molto in basso nella scala sociale dei valori, anche fra quelle stesse per­
sone che si dedicano al lavoro manuale. Si consideri quest'ultimo punto
in tutte le sue implicazioni. In effetti, la struttura culturale e sociale im­
pone i valori di successo pecuniario e di potere anche a coloro che si
trovano ridotti alle stigmatizzate occupazioni manuali. Su questo sfondo,
si consideri la potente motivazione a raggiungere il suddetto tipo di
<< successo » con qualunque mezzo. Un raccoglitore di rifiuti, d'accordo

con gli altri americani che quello di raccogliere rifiuti è « il più basso
dei mestieri bassi », difficilmente può avere di se stesso un'immagine
soddisfacente; egli ha un'occupazione da << paria » proprio nella società
in cui gli si assicura che << tutti coloro che hanno un merito possono
arrivare ai primi posti ». Si aggiunga questo, che egli si rende conto, ogni
tanto, di << non aver avuto le stesse possibilità degli altri, checché ne
dicano », e si comprenderà l'enorme pressione psicologica che egli subisce
per << pareggiare la partita », trovando qualche mezzo, più o meno legale,
per farsi strada. Tutto ciò fornisce un fondamento strutturale e di con·
seguenza psicologico, in alcuni gruppi, per il « bisogno socialmente in­
dotto >> di trovare una qualche via accessibile di mobilità sociale.
1" Merton, Struttura sociale ed anomia, cap. VI di questo volume.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 215

Il sociologo che tratta sbrigativamente del racket e delle orga­


nizzazioni politiche come di deviazioni rispetto a standards deside­
rabili, per ciò stesso trascura alcuni tra gli elementi principali della
vita nello slum ... Egli non scopre le funzioni che essi svolgono per
i membri [di raggruppamenti interni allo slum ]. Gli irlandesi e
la gente immigrata dopo di loro, hanno avuto la piu grande diffi­
coltà nel trovarsi un posto nella nostra struttura urbana, sociale
ed economica. Può qualcuno pensare che gli immigrati ed i loro
figli avrebbero potuto arrivare al livello attuale di mobilità sociale,
senza raggiungere il controllo dell'organizzazione politica di alcune
delle nostre piu grandi città? Lo stesso vale per l'organizzazione
del racket. Politica e rackets hanno fornito un importante mezzo
di mobilità sociale per individui che, a causa dell'origine etnica e
della bassa posizione di classe sono bloccati nell'avanzamento lungo
canali << rispettabili » 103•
Codesto, dunque, rappresenta un terzo tipo di funzione
svolta per un particolare sottogruppo. Notiamo di passata
che questa funzione viene svolta meramente a causa del­
l'esistenza e del funzionamento della « macchina » politica,
poiché è nella « macchina » stessa che questi individui e
questi sottogruppi trovano maggiore o minor soddisfazione
ai bisogni che sono stati loro culturalmente indotti. Ciò si
riferisce ai servigi che l'apparato politico fornisce al pro-

103 William F. Whyte, Social Organisation in the Slums, « American

Sociological Review », 1943, 8, pp. 34·39 (il corsivo è nostro). A questo


modo, la « macchina >> politica ed il racket, rappresentano un caso spe­
ciale del tipo di adattamento organizzativo alle condizioni descritte nel
cap. IV. Un adattamento organizzativo, si noti bene; certe strutture sor­
gono ed operano allo scopo di ridurre in qualche modo le acute tensioni
ed i problemi di individui presi nel suddetto conflitto fra << l'impor­
tanza culturale attribuita al successo-per-tutti », e il « fatto socialmente
strutturato di ineguali opportunità di successo ». Come il cap. VI mostra,
sono possibili altri tipi di << adattamento » individuale; il cosiddetto de­
litto da « lupo solitario », stati psicopatologici, ribellione, rinuncia, con
l'abbandono, delle mete culturalmente approvate, ecc. Similmente, si
manifestano a volte altri tipi di adattamento organizzativo; il racket o
la « macchina » politica non sono i soli mezzi organizzativi disponibili per
venire incontro a codesto problema indotto socialmente. La partecipa­
zione ad organizzazioni rivoluzionarie, per esempio, può essere vista, in
questo contesto, come un modo alternativo di adattamento organizzativo.
Di tutto ciò, era opportuno fornire qui una segnalazione teorica, ché
altrimenti avremmo potuto trascurare i concetti fondamentali di sosti­
tuto e di equivalente funzionale, che dovranno essere discussi a lungo
in u na pubblicazione successiva.
216 Teoria sociologica

prio personale. Ma, dal punto di vista del contesto sociale


piu ampio che abbiamo descritto, la « macchina » appare
non piu semplicemente un mezzo di autoingrandimento per
individui affamati di profitto o affamati di potere, ma come
una provvidenza organizzata per sottogruppi che restereb­
bero altrimenti esclusi o svantaggiati nella gara per « ar­
rivare » .
Nello stesso modo in cui rende servigi al mondo degli
affari « legali », la « macchina » politica opera rendendo
servigi non dissimili al mondo degli affari « illegali »: vi­
zio, crimine, e racket. Una volta ancora, il ruolo sociolo­
gico fondamentale svolto dalla « macchina » potrà esse­
re valutato in modo piu pieno solamente se si abbando­
nano momentaneamente gli atteggiamenti di indignazione
morale, 'per esaminare , con innocenza morale, il funziona­
mento effettivo dell'organizzazione. In questa prospettiva
appare immediatamente che il sottogruppo dei criminali
professionisti, dei racketeers, e dei giocatori di professione,
ha una rassomiglianza fondamentale col sottogruppo degli
industriali, uomini d'affari o speculatori, per quel che
riguarda l'organizzazione, le esigenze e il modo d'opera­
re . Come c'è un re del legname, v'è pure un re del vi­
zio o un re del racket. Cosi come l'espansione degli af­
fari legali porta ad organizzare confederazioni di ammini­
stratori e di finanzieri, per « razionalizzare » ed « inte­
grare » settori diversi di produzione e di imprese commer­
ciali, cosi l'espansione del racket e del crimine portano ad
organizzare confederazioni per mettere ordine nei settori
altrimenti caotici della produzione di beni e servizi illeciti .
S e il mondo degli affari legali considera l a proliferazione di
piccole imprese dispendiosa ed inefficiente, e sostituisce, ad
esempio, con la gigantesca · catena di magazzini centinaia
di drogherie d'angolo, cosi il mondo degli affari illegittimi
adotta lo stesso atteggiamento pratico ed organizza sinda­
calmente il crimine ed il vizio.
Ultima, ma per molti aspetti maggiormente importante,
è la somiglianza fondamentale, se non la quasi-identità, del
Funzioni manifeste e funzioni latenti 217

ruolo economico e del mondo degli affari « legali » e di


quello degli affari « illegittimi » . Entrambi, in una certa
misura, sono interessati alla fornitura di merci e di servizi
per i quali esiste una domanda economica. Moralità a par­
te, si tratta in ambedue i casi di imprese commerciali, in­
dustriali e professionali, che distribuiscono merci e servizi
richiesti da talune persone, per i quali v'è un mercato in
cui merci e servizi si trasformano in beni di consumo. E,
in una società prevalentemente di mercato, dobbiamo aspet­
tarci che sorgano imprese apposite ogniqualvolta vi sia una
domanda di mercato per certe merci o servizi.
Com'è noto, il vizio, il crimine ed il racket sono « gros­
si affari ». Basti considerare che si è calcolato che negli Stati
Uniti vi fossero, nel 1950, circa 500.000 prostitute pro­
fessioniste, e comparare questo dato con i 200 .000 medici
circa e le quasi 350 .000 infermiere professioniste registra­
te. È difficile stabilire chi abbia maggior clientela : se i
medici professionisti, uomini e donne, o i professionisti
del vizio, uomini e donne. Ovviamente, è difficile valutare
i vantaggi economici, il reddito, profitti e dividendi del
gioco d'azzardo illegale in questo paese, e paragonarli ai
vantaggi economici, il reddito, profitti e dividendi dell'in­
dustria, diciamo, delle calzature, ma è ben possibile che
le due industrie siano pressapoco alla pari. Non esistono
stime precise delle spese annuali in narcotici proibiti, ed
è probabile che esse siano minori che non le spese per i
dolciumi, ma è anche probabile che esse siano maggiori
delle spese per i libri .
Basta che vi si pensi appena per un momento per rico­
noscere che, in termini strettamente economici non v 'è
differenza di rilievo tra la fornitura di merci e servizi le­
citi e la fornitura di merci e servizi illeciti . Il commercio
dei liquori illustra perfettamente questo fatto. Sarebbe sin­
golare il sostenere che prima del 1 920 (quando il 1 8° emen­
damento entrò in vigore ) la fornitura di liquori costituisse
un servizio economico, che tra il 1920 e il 1933 la produ­
zione e la vendita di essi non fosse piu un servizio econo-
218 Teoria sociologica

mico distribuito sul mercato, e che dal 1 934 ad oggi ha


di nuovo assunto l'aspetto di un servizio. Oppure, sarebbe
assurdo economicamente (non moralmente) l'affermare che
nello Stato « secco » del Kansas la vendita di liquori di­
stillati clandestinamente non rappresenti una risposta alla
domanda di mercato, mentre lo sia la vendita di liquori
fabbricati alla luce del sole nel vicino Stato « umido » del
Missouri. Esempi di questa sorta possono, com'è ovvio,
venir moltiplicati all'infinito. Possiamo sostenere che nei
paesi dell'Europa dove la prostituzione è registrata e lega­
lizzata, la prostituta fornisce un servizio economico mentre
in questo paese, mancando ogni sanzione legale, la prosti­
tuta non fornisce tale servizio ? Oppure, possiamo dire che
il procuratore di aborti ha il suo posto nel mercato econo­
mico laddove la sua posizione legale è statuita, mentre egli
è fuori dal mercato economico laddove, legalmente, egli è
un tabu ? Oppure, che il gioco d'azzardo soddisfa ad una
domanda specifica di divertimento nel Nevada, dove esso
costituisce la piu grande impresa commerciale della piu
grande città di quello Stato, ma che esso, quanto a questo,
è essenzialmente diverso dagli spettacoli cinematografici del
vicino Stato della California 104?
Il non aver riconosciuto che i suddetti affari sono di­
stinguibili dagli affari « legittimi » solo moralmente e non
economicamente ha portato a svolgere analisi assai confuse.
Una volta che si sia riconosciuto che tra le due cose v'è
identità economica, potremo aspettarci che se la « macchi­
na » politica ha una funzione per i « grossi affari legali »
sarà piu che probabile che essa abbia una funzione non dis-

104 Forse, la più acuta definizione di questo modo di vedere, è stata

data da Hawkins e Waller. « La prostituta, il mezzano, il commerciante


di droga, il biscazziere, il venditore di fotografie oscene, il contrabban­
diere d'alcool, il medico specializzato in aborti, sono tutti produttivi, pro­
ducono tutti servizi o merci che la gente desidera e per cui è disposta
a pagare. Accade che la società abbia messo al bando queste merci e
questi servizi, ma - la gente continua a produrli ed a consumarli, ed un
atto legislativo non può impedire che essi facciano parte del sistema eco­
nomico ». Critical Notes on the Cost of Crime, « Journal of Criminal
Law and Criminology », 26, 1936, pp. 679-694, part. p. 684.
Funzioni manifeste e funzioni latenti 219

simile per i « grossi affari illegali » . E, com'è naturale, que­


sto caso si verifica sovente.
La funzione specifica che la « macchina » politica ha per
la sua clientela del vizio, del crimine e del racket è quella di
mettere in grado costoro di operare alla soddisfazione della
domanda economica di un vasto mercato senza la debita
interferenza da parte del governo . Allo stesso modo che
!'alta finanza può contribuire con fondi alla cassa del par­
tito, per garantirsi il minimo di interferenza governativa,
lo stesso faranno il racket ed il crimine in grande stile. In
entrambi i casi, la « macchina » politica può fornire « pro­
tezione » a vari livelli. In entrambi i casi, molte caratteri­
stiche del contesto strutturale sono identiche : l ) domanda
di mercato per beni e servizi; 2 ) interessamento degli ope­
ratori a massimizzare il profitto delle loro imprese; 3 ) il bi­
sogno di un controllo parziale sopra il governo, il quale al­
trimenti potrebbe interferire in codeste attività commercia­
li; 4) il bisogno di una agenzia efficiente, potente e centra­
lizzata, che fornisca un tramite effettivo tra il mondo de­
gli affari ed il governo.
Senza: pretendere che le pagine precedenti esauriscano
il numero di funzioni o il numero dei sottogruppi che la
« macchina » politica serve, possiamo per lo meno consta­
tare che al presente essa svolge talune funzioni per sva­
riati sottogruppi, funzioni che non vengono svolte adegua­
tamente da strutture culturalmente accettate o piu conven­
.zionali.
Possiamo qui menzionare solo di passata parecchie al­
tre implicazioni dell'analisi funzionale della « macchina >>
politica, anche se tali implicazioni richiederebbero di es­
sere sviluppate con una certa ampiezza. In primo luogo,
l'analisi precedente ha implicazioni dirette rispetto al so ­
eia! engineering. Essa ci aiuta a spiegare perché gli sforzi
periodici per una « riforma politica », per « buttare fuori
le canaglie » e per « far pulizia in casa », abbiano normal­
mente ( sebbene non necessariamente ) vita breve e siano
inefficaci. Essa esemplifica un teorema fondament:ale : ogni
220 Teoria sociologica

tentativo di eliminare una struttura sociale esistente, senza


che si provvedano strutture alternative adeguate a svol­
gere le funzioni che l'organizzazione abolita svolgeva pre­
cedentemente, è destinato al fallimento. (Non occorre dire
che questo teorema ha una portata assai più ampia che non
il caso della « macchina » politica). Quando la « riforma po­
litica » si limita al compito manifesto di « buttar fuori le
canaglie », il suo impegno è appena poco più di una magia
sociologica. Per un certo tempo, la riforma può portare alla
ribalta nuove figure; può avere la funzione accidentale di
rassicurare l'elettorato che le virtu morali restano intatte
e che da ultimo trionferanno, può persino, per un certo

tempo, frenare a tal punto le attività della « macchina »


politica da lasciare insoddisfatti i molti bisogni cui essa in
precedenza soddisfaceva. Ma , inevitabilmente, a meno che
la riforma non implichi anche una « ri-forma » della strut­
tura sociale e politica tale che i bisogni esistenti vengano
soddisfatti da strutture alternative, oppure a meno che essa
implichi un cambiamento che elimini completamente co­
desti bisogni, la <( macchina » politica ritornerà ad avere
un suo posto integrale nello schema sociale delle cose. Vo­
lere un cambiamento sociale senza fare una debita ricogni­
zione delle funzioni manifeste e delle funzioni latenti che
l'organizzazione sociale da modificarsi svolge, significa in­
dulgere al ritualismo sociale, piuttosto che al (( social engi­
neering ». I concetti di funzione manifesta e di funzione
latente (od i loro equivalenti) rappresentano elementi indi­
spensabili del repertorio teorico di un social engineer. In­
tesi in questo senso decisivo, questi concetti non sono <( me­
ramente » teorici (nel senso peggiore del termine) ma sono
principalmente pratici. Nella attuazione progettata di un
cambiamento sociale, essi possono venire ignorati solo a
prezzo di elevare considerevolmente il rischio di un falli­
mento.
Una seconda implicazione di questa analisi della <( mac­
china » politica ha importanza in settori anche piu ampi di
quello che abbiamo considerato. Si è spesso notato il pa-
Funzioni manifeste e funzioni latenti 22 1

radosso per cui i sostenitori della « macchina » politica


comprendono sia elementi « rispettabili » della classe de­
gli affari, i quali, naturalmente, sono l'opposto dei crimi­
nali o dei racketeers, sia elementi della malavita che sono
sicuramente « poco rispettabili ». Di primo acchito, questo
appare un caso assai strano di connubio. Non di rado, il
colto magistrato è chiamato a giudicare quel medesimo
racketeer a fianco del quale era seduto la sera prima, ad
una cena amichevole con dei pezzi grossi politici. Il procu­
ratore distrettuale, mentre si avvia alla sala appartata in cui
il boss ha indetto una riunione, dà di gomito al condan­
nato scarcerato. Il grande finanziere può lamentarsi quasi
tanto amaramente quanto il grosso racketeer dei contributi
<< esorbitanti » richiesti dal boss per i fondi . del partito ,
Gli estremi sociali si toccano - nella stanza piena di fumo
dell'uomo politico di successo.
Alla luce dell'analisi funzionale, ovviamente, tutto ciò
non sembra piu tanto paradossale . Dal momento che la
« macchina » serve sia all'uomo d'affari, sia al criminale,
i due gruppi, apparentemente agli antipodi, si intersecanoo
Ciò porta ad un teorema più generale : le funzioni sociali
di una organizzazione condizionano la struttura (ivi com­
preso il reclutamento delle persone che hanno a che fare,
con la struttura stessa) allo stesso modo in cui la struttura
condiziona l'efficacia con cui le funzioni vengono svolte.
In termini di status sociale, il gruppo degli uomini d'affari
ed il gruppo dei criminali stanno veramente ai poli oppo­
sti, Ma lo status non determina completamente il compor­
tamento, né le interrelazioni tra i gruppi. Le funzioni mo­
dificano queste relazioni . Dati i bisogni specifici di essi, i
numerosi sottogruppi della società generale sono « integra­
ti », qualunque siano i loro desideri personali o le loro in­
tenzioni, dalla struttura centralizzata che provvede a que­
sti numerosi bisogni. Per dirla con una frase che contiene
molte implicazioni e che richiede ulteriori studi, la strut­
tura influisce sulla funzione e la funzione influisce sulla
struttura.
222 Teoria sociologica

NOTE CONCLUSIVE
Questa rassegna di alcune considerazioni salienti circa
l'analisi strutturale-funzionale, contiene poco piu che la
indicazione di alcuni tra i problemi e le possibilità princi­
pali di questo metodo di interpretazione sociologica. Cia­
scuno degli elementi codificati nel paradigma richiede una
chiarificazione approfondita dal punto di vista teorico ed
una accumulazione di ricerche empiriche. È chiaro però che
nella teoria funzionale, spogliata di quei postulati tradizio­
nali che l'hanno inceppata e spesso l'hanno ridotta a poco
piu di una razionalizzazione dell'ultimo giorno di pratiche
esistenti, la sociologia ha un nucleo iniziale per un metodo
di analisi sistematico ed avente risalto empirico . Si spera
che la direzione qui indicata arrivi a suggerire la fattibilità
e l'opportunità di una codificazione ulteriore dell'analisi

funzionale. A suo tempo, ogni sezione del paradigma sarà


elaborata in un capitolo documentato, analizzato e codifi­
cato di storia dell'analisi funzionale.

PO S CRITTO BIBLIOGRAFICO
Quando fu scritto per la prima volta, nel 1948, il saggio pre­
cedente costituiva uno sforzo per sistematizzare i presupposti prin­
cipali e le principali concezioni della teoria dell'analisi funzionale
in sociologia, che allora si evolveva lentamente. In seguito, lo svi­
(,lppo di questa teoria sociologica ha ricevuto notevole impulso.
Nel curare questa edizione, ho incorporato talune estensioni ed
emendamenti della teoria che sono sopravvenuti, ma ho rimandato
una formulazione particolareggiata ed allargata ad un volume ora
in preparazione. In questa congiuntura, pertanto, può essere utile
fare un elenco, anche se esso è lungi dall'essere completo, di alcuni
.recenti contributi teorici relativi all'analisi funzionale in sociologia.
Negli ultimi anni, il maggior contributo, naturalmente, è quello
di Talcott Parsons con The Social System, Glencoe, Illinois, The
Free Press, 1951 (trad. it., Milano, Comunità, 1965), che ha per
complementi le successive opere di Parsons e collaboratori: T.
Parsons, R. F. Bales ed E. A. Shils, Working Papers in the Theory
of Action, Glencoe, Illinois, The Free Press, 1953 ; Toward a
General Theory of Action, a cura di T. Parsons ed E. A. Shils,
Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1951. I contributi
principali di un'opera cosi ampia e logicamente complessa come
Funzioni manifeste e funzioni latenti 223

Tbe Social System, non si possono facilmente distinguere da que­


gli sviluppi concettuali di essa che appaiono maggiormente prov·
visori ed a volte discutibili ; solo ora i sociologi si impegnano a
trarne le dovute valutazioni selettive. Però, stando sia alle ricer·
che che conseguono alle formulazioni di Parsons, sia alle conclu­
sioni teoriche di un esame critico, è chiaro che quest'opera rap·
presenta un passo decisivo verso una esposizione metodica della
teoria sociologica attualè. M. J. Levy Jr., Tbe Structure of Society,
Princeton University Press, 1953 ( trad. it., Milano, Comunità,
1970), è opera derivata in gran parte dallo schema concettuale di
Parsons, e presenta una moltiplicazione logica di numerose categorie
e concetti. Resta da vedere se codeste tassonomie concettuali si mo­
streranno utili ed appropriate nell'analisi dei problemi sociologici.
Analisi meno ampie ma piu incisive, di problemi teorici ben
discriminati dell'analisi funzionale, ci vengono fornite da un insie•
me di saggi derivanti da « aree culturali » diverse della teoria so­
ciologica, come si può vedere dalla seguente bibliografia sommaria.
Forse, i piu penetranti e maggiormente produttivi tra essi sono i
due saggi, complementari, di Ralf Dahrendorf, Struktur und Funk­
tion, in « Kolner Zeitschrift fiir Soziologie und Sozialpsychologie )),
1955, 7, trad. it. in R. Dahrendorf, Uscire dall'utopia, cit., pp.
157-196, e di David Lockwood, Some Remarks on « Tbe So­
eia/ System », in <( British Journal of Sociology », 1956, 7, pp.
134-146. Entrambi i saggi sono casi esemplari di teorizzazione si·
stematica, designati ad individuare precise lacune della teoria fun­
zionale, nello stato attuale di essa. Una esposizione ponderata e non
polemica dello stato della teoria funzionale e di alcuni dei suoi
problemi chiave, si può trovare in Bernard Barber, Structural-func­
tional Analysis: Some Problems and Misunderstandings, in <( Ame­
rican Sociological Review », 1956, 2 1 , pp. 129-135. Uno sforzo di
chiarire la logica di analisi, implicita in quella parte della sociologia
funzionale che è designata a interpretare i modelli strutturali osser­
vabili in una società, è stato compiuto da Harry C. Bredemeier,
The Methodology of Functionalism, in <( American Sociological Re­
view », 1955, 20, pp. 173-180. Sebbene questo saggio, discutibil­
mente, attribuisca alle numerose analisi funzionali prese in esame
certi presupposti, esso si distingue per il merito di sollevare questio·
ni importanti circa la logica più appropriata all'analisi funzionale.
Sulla sistemazione dell'analisi funzionale nella sociologia (e non
meramente nell'antropologia) da parte di antropologi, si veda l'istrut­
tivo saggio di Melford E. Spiro, A Typology of Functional Analysis,
in « Explorations », 1953, l , pp. 84-95, e il completo esame critico
di Raymond Firth, Function, in (( Current Anthropology », a cura
di William L. Thomas Jr., University of Chicago Press, 1956,
pp. 237-258.
224 Teo ria socio/ogica

La diffusione della teoria funzionale quale si è recentemente


sviluppata negli Stati Uniti, è testimoniata da una serie di esami
critici di codesta teoria, in Belgio, Francia, Italia e Brasile. Tra i
piu significativi di questi esami vi sono: Henri Janne, Fonction et
finalité en sociologie, in « Cahiers Interna tionaux de Sociologie >> ,
1954, 16, pp. 50-67, che tenta di collegare la teoria funzionale at··
tuale con la teoria antecedente e contemporanea di sociologi fran­
cesi e belgi. Una completa critica dell'analisi funzionale in sociolo­
gia è stata svolta da Georges Gurvitch, Le concept de structure so­
ciale, in « Cahiers lnternationaux de Sociologie », 19, 1955, pp. 3-
44. Un ampio esame della teoria sociologica e della sua influenza su
problemi specifici di ricerca sociologica si può trovare in Filippo
Barbano, Teoria e ricerca nella sociologia contemporanea, Milano,
Dott. A. Giuffré, 1955. Florestan Fernandes, Ensaio s6bre o Mé­
todo de Interpretaçao Funcionalista na Sociologia, Sao Paulo, Uni­
versitade de Sao Paulo, Buletim No. 1 80, 1953, è una monografia
informativa e sistematica che ricompensa anche una lettura labo­
riosa e soggetta ad errori come la mia.
Il paradigma sviluppato nelle pagine precedenti è stato forma­
lizzato in termini di una serie astratta di notazioni intese a rendere
esplicito come le varie parti di esso siano correlate ad elementi del­
l'approccio funzionale in biologia. Vedasi: A Formalisation of Fun­
ctionalism, With Special Reference to its Application in the Social
Sciences, nell'imminente raccolta di saggi di Ernest Nagel, Logic
Without Methaphysics, Glencoe, The Free Press, 1957. Per una
applicazione particolareggiata del paradigma, vedasi Warren Breed,
Social Contro! in the Newsroom: A Functional Analysis, in « So­
eia! Forces », 1955, 33, pp. 326-335; A. H. Leighton e C. C. Hu­
ghes, Notes on Eskimo Patterns of Suicide, in « Southwestern Jour­
nal of Anthropology >) , 1 955, 1 1 , pp. 327-338; Joan Chapman e
Michael Eckstein, A Socialpsychological Study of the Alleged Visi­
tation of the Virgin Mary in Puerto Rico, in <( Year Book of the
.American Philosophical Society » , 1 954, pp. 203-206; Dennis Chap­
man, The Home and Social Status, London, Routledge & Kegan
Pau!, 1955; Christian Bày, The Freedom of Expression: A Study
in Politica! Ideals and Socio-Psychological Realities (di prossima
pubblicazione); Michael Eckstein, Diverse Action and Response to
Crime (di prossima pubblicazione); Y. B. Damle, Communication of
.Modern Ideas and Knowledge in Indian Villages, Cambridge, Mas­
sachusetts lnstitute of Tèchnology, Center for lnternational Stu­
dies, 1955.
Per una . interessante discussione delle conseguenze manifeste e
delle conseguenze latenti dell'azione, in relazione a immagini auto­
giustificative ed auto-denigratorie, cfr. il cap. VIII di Kenneth Boul­
ding, The Image, Ann Arbor, University of Michigan Press, 1956.
Capitolo quarto

L'influenza della teoria sociologica


sulla ricerca empirica

La storia recente· ·della teoria sociologica, in gran parte


può essere descritta in termini dell'alternarsi di due posi­
zioni contrastanti. Da un lato, vi sono sociologi che cer­
cano soprattutto di generalizzare, di trovare il piu rapida­
mente possibile un loro modo di formulare leggi sociolo­
giche. Tendendo a vedere il significato del lavoro sociolo­
gico piu in termini di ampiezza della prospettiva che non
in termini della dimostrabilità delle generalizzazioni, essi
schivano la « banalità » dell'osservazione particolareggia­
ta, su piccola scala, e ricercano la grandezza di sintesi glo­
bali. All'altro estremo sta un gruppo caparbio, che non in­
segue troppo da vicino le implicazioni delle sue ricerche, ma
si mantiene fiducioso e sicuro che le cose stanno proprio
nel modo in cui sono state riportate. Certamente, i loro
resoconti dei fatti sono verificabili ed anche verificati, ma
qualche volta essi si trovano in imbarazzo se devono col­
legare tali fatti gli uni agli altri, o anche se devono spie­
gare perché hanno fatto proprio quelle osservazioni e non
altre. Il motto che contraddistingue il primo gruppo sem­
bra a volte essere : « Non sappiamo se quel che stiamo di­
cendo sia vero ; però esso è almeno importante » . Per gli
empiristi radicali, invece, il motto potrebbe suonare : « È
dimostrabile che le cose stanno cosf, ma non siamo in gra­
do di stabilirne l'importanza » .
Quali che siano le ragioni che inducono ad aderire al­
l'una o all'altra di queste schiere - psicologi, sociologi
della conoscenza e storici della scienza potrebbero fornirci
226 Teoria sociologica

diverse, ma non necessariamente contraddittorie spiegazio­


ni - è fin troppo chiaro che non v'è alcuna ragione logica
perché essi si schierino l'un contro l'altro. Le generalizza­
zioni possono venir moderate, se non per atto di cavalle­
ria, quanto meno con l'osservazione rigorosa; e non è ne­
cessario che le osservazioni particolareggiate siano rese ba­
nali scartandone ogni pertinenza ed implicazione teorica.
Queste conclusioni incontreranno senza dubbio un con­
senso assai vasto se non unanime. Ma proprio questa una­
nimità ci può far pensare che esse siano un luogo comune.
D'altronde, se è funzione della teoria il ricercare le impli­
cazioni di ciò che apparentemente è di per sé evidente, può
non essere fuori luogo guardare che cosa comportino le
suddette affermazioni programmatiche circa i rapporti tra
teoria sociologica e ricerca empirica . Ciò facendo, bisognerà
fare ogni sforzo per evitare di attardarsi su illustrazioni
tratte da scienze « piu mature » - quali la :fisica e la bio­
logia - non perché esse non abbiano quei problemi logici
di cui trattasi, ma perché proprio la loro maturità consente
a queste discipline di occuparsi in modo fruttuoso di astra­
zioni ad alto livello, in misura tale che, ovviamente, non è
ancora il caso di pensare in sociologia. Un numero quasi
senza fine di discussioni sul metodo scientifico hanno sta­
bilito i prerequisiti logici della teoria scientifica, ma, come
sembra, ciò è stato fatto ad un livello talmente alto di astra­
zione che la prospettiva di tradurre codesti precetti nella
ricerca sociologica attuale diventa utopica. La ricerca so­
ciologica dovrà, in ultimo, adeguarsi ai canoni del metodo
scientifico ; nell'immediato, abbiamo il compito di enunciare
codesti requisiti in modo che essi abbiano una influenza piu
diretta sul lavoro analitico che è possibile svolgere oggi.
Il termine « teoria sociologica » è stato usato ampia­
mente, in riferimento ai risultati di attività connesse e in­
sieme distinte svolte dai membri di un gruppo professiona­
le chiamati sociologi. E poiché questi svariati tipi di at­
tività hanno gradi significativamente diversi di influenza
sulla ricerca sociale empirica - in quanto essi differisco-
L'influenza della teoria sociologica 227

no nelle loro funzioni scientifiche - dovranno essere di­


stinti allo scopo di discuterli. Una distinzione di questo
tipo, per di piu, ci fornirà una base per valutare contri­
buti e limiti caratteristici a ciascuno dei seguenti sei tipi di
lavoro che spesso vengono confusi insieme come compren­
sivi della teoria sociologica: l ) metodologia; 2 ) orienta­
menti sociologici generali; 3 ) analisi di concetti sociologici;
4) interpretazioni sociologiche post factum ; 5) generalizza­
zioni empiriche di sociologia ; e 6) teoria sociologica.

METODOLOGIA

Per cominciare, dobbiamo distinguere chiaramente tra


teoria sociologica, che ha come oggetto taluni aspetti e pro­
dotti dell'interazione tra gli uomini ed ha pertanto carat­
tere sostantivo, e metodologia, o logica del procedimento
scientifico. La metodologia trascende i problemi di una sin­
gola disciplina, avendo a che fare con problemi che sono
comuni a gruppi di discipline 1, o, piu in generale, con
J:>roblemi che sono comuni ad ogni indagine scientifica. La
metodologia non è peculiare ai problemi sociologici; e seb­
bene vi sia un gran numero di libri e di riviste di sociolo­
gia che contengono discussioni metodologiche, non è sol­
tanto per questo fatto che essi acquistano il loro caratte­
re sociologico. I sociologi, unitamente a tutti coloro che in­
traprendono un lavoro scientifico, in fatto di metodologia
debbono essere accorti; essi devono esser consapevoli del
disegno dell'indagine, della natura dell'inferenza, dei re­
quisiti di un sistema teorico. Ma una conoscenza di questo

1 Ecco alcuni t!i!sti in cui i problemi metodologici vengono distinti

da quelli del procedimento della sociologia : Florian Znaniecki, The Me­


thod of Sociology, New York, Farrar & Rinehart, 1934; R. M. Maclver,
Social Causation Boston, Ginn & Co., 1942; G. A. Lundberg, Founda­
g
tions of Sociolo y, New York, Macmillan Co., 1939; Felix Kaufmann,
Methodology o/ the Social Sciences, New York, Oxford University Press,
:1944· The Language of Social Research, a cura di P. F. Lazarsfeld e M.

Rose berg, Glencoe, The Free Press, 1955, specialmente le introduzioni
alle varie sezioni.
228 Teoria socio!o gica

tipo non contiene o non implica il contenuto particolare


della teoria sociologica. V 'è, in breve, una differenza chia­
ra e netta tra il saper verificare un insieme di ipotesi e il
conoscere la teoria da cui derivare le ipotesi che debbono
essere verificate 2• La mia impressione è che il curriculum
sociologico attuale sia stato concepito in modo da mettere
in grado gli studenti di comprendere bene piu il primo che
non il secondo punto.
Come ha osservato mezzo secolo fa Poincaré, i sociolo­
gi sono stati per lungo tempo degli ierofanti della meto­
dologia, e in tal modo si sono forse distolti talenti ed ener­
gie dal compito di costruire una teoria sostantiva . Il con­
centrare l'attenzione sulla logica del procedimento ha una
funzione scientifica palese, nel senso che con studi di que­
sto genere si favorisce l'assunzione di una prospettiva cri­
tica nello svolgimento e nella valutazione di indagini sia
teoriche che empiriche. Esso inoltre è un sintomo di cre­
scenza di una disciplina immatura. Proprio come l'appren­
dista che acquista nuove capacità le esamina coscienziosa­
mente in ogni elemento mentre il maestro al contrario le
pratica abitualmente con una apparente indifferenza verso
la loro esplicita formulazione, cosf gli esponenti di una di­
sciplina che si muove con esitazione verso uno stadio scien­
tifico , computano laboriosamente i fondamenti logici dei
loro procedimenti . Le sottigliezze delle opere metodologi­
che, che proliferano nel campo della sociologia, psicologia
ed economia, non hanno riscontro nei lavori tecnici di
scienze che da tempo sono diventate maggiorenni. Qua­
lunque sia la loro funzione intellettuale, scritti metodo­
logici come questi implicano una prospettiva da disciplina

' Si dovrebbe tener presente, tuttavia, che non soltanto strumenti e


procedimenti che vengono usati nell'indagine sociologica (od in altre inda­
gini scientifiche ) debbono accordarsi con i criteri metodologici, ma che
essi presuppongono anche, logicamente, delle teorie sostantive. Come ha
osservato a questo proposito Pierre Duhem, tanto lo strumento quanto
i risultati sperimentali ottenuti nella scien2<l! sono permeati dagli assunti
specifici e dalle teorie di ordine sostantivo (La théorie physique, Paris,
Chevalier et Rivière, 1906, p. 278).
L'influenza della teoria sociologica 229

« matricola » , ansiosa di presentare le proprie credenziali


per ottenere un posto a pieno diritto nella comunità delle
scienze. È però as�ai significativo il fatto che quegli esempi
di metodo scientifico adeguato, utilizzati dai sociologi a
scopo esemplificativo od espositivo, sono in genere tratti da
altre discipline che non la sociologia. La fisica e la chimica
del ventesimo secolo, e non quelle del sedicesimo secolo,
sono prese come prototipi o esemplari per la sociologia del
ventesimo secolo, senza che ci si renda conto nemmeno un
poco che tra la sociologia e queste altre scienze vi è una dif­
ferenza di secoli di ricerca scientifica accumulata. Inevita­
bilmente, confronti come questi sono programmatici, non
realistici. Richieste metodologiche piu adeguate rendereb­
bero il divario tra aspirazioni metodologiche e risultati so­
ciologici oggi ottenibili a un tempo meno vistoso e meno
irritante.

ORIENTAMENTI SOCIOLOGICI GENERALI

Una gran parte di quanto viene esposto nei libri di


testo come teoria sociologica è rappresentato da orienta­
menti generali su questioni sostantive. Orientamenti di
questo genere si basano su postulati assai ampi, che indi­
cano tipi di variabili delle quali si deve in qualche modo
tener conto, senza però specificare determinate relazioni tra
variabili particolari. Per indispensabili che siano, questi
orientamenti ci forniscono solamente l'inquadramento piu
generale dell'indagine empirica. Tale è il caso della gene­
rica ipotesi di Durkheim in base alla quale « la causa de­
terminante di un fatto sociale dovrà essere cercata nei fatti
sociali che ad esso precedono », mentre il fattore « so­
ciale » è identificato con le norme istituzionali a cui è orien­
tato il comportamento 3• Oppure ancora, ci vien detto che
« con una certa approssimazione, è utile considerare la so­
cietà come un sistema di parti reciprocamente intercon-

3 Durkheim, Les règles de la méthode sociologique, trad. it., Milano,

Comunità, 1964, p. 106. L'éducation morale, Paris, Félix Alcan, 1925,


pp. 9-45, passim.
230 Te oria sociologica

nesse e funzionalmente interdipendenti » 4• Allo stesso mo­


do, appartiene pure a questa categoria l'importanza attri­
buita, fra gli altri, da Znaniecki e da Sorokin al « coeffi­
ciente umanistico » rispetto ai dati culturali . Orientamenti
generali come questi possono venire ridotti parafrastica­
mente come se dicessero in effetti che il ricercatore ignora
a suo r1schio l'ordine di fatto suddetto. Essi però non pro­
pongono ipotesi specifiche.
L'importanza principale di questi orientamenti sta nel
fatto che essi ci forniscono un inquadramento generale del­
l'indagine; essi facilitano il processo che conduce a deter­
minate ipotesi. Facciamo un esempio a questo proposito :
Malinowski venne condotto a riesaminare la nozione freu­
diana del complesso di Edipo sulla base di un orientamento
sociologico generale, secondo il quale la formazione dei
sentimenti è plasmata dalla struttura sociale. Codesta con­
cezione generica appare chiaramente essere alla base della
sua indagine di un complesso « psicologico » specifico nelle
sue connessioni con un sistema di relazioni di status, in
una società avente struttura diversa dalle società dell'Eu­
ropa occidentale. Le ipotesi specifiche da lui utilizzate in
questa indagine, erano tutte coerenti rispetto all'orienta­
mento generale, ma non erano prescritte da esso. In altre
parole, l'orientamento generale indicava l'importanza di al­
cune variabili strutturali, ma rimaneva ancora il compito di
scovare le variabili particolari che dovevano venire incluse.
Sebbene orientamenti teorici generali come i suddetti
abbiano sullo sviluppo della ricerca scientifica un effetto
piu largo e profondo che non lo abbiano le ipotesi speci­
fiche - essi rappresentano la matrice da cui, per dirla con
le parole di Maurice Arthus, « nuove ipotesi si susseguono
continuamente ed una messe di fatti segue da vicino la
fioritura di queste ipotesi » - sebbene abbiano questi ef­
fetti, per il teorico essi rappresentano solamente un punto
di partenza. È compito del teorico sviluppare ipotesi speci-

• Conrad M. Arensberg e Solon Kimball, Family and Community in

Ireland, Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1940, p. 26.


L'influenza della teoria sociologica 23 1

fiche e collegarle, riformulando le generalizzazioni empiri­


che alla luce degli orientamenti generali suddetti.
Va poi anche notato che i crescenti contributi della teo­
ria sociologica alle discipline sorelle sono piu sul piano de­
gli orientamenti sociologici generali che su quello delle ipo­
tesi convalidate e specifiche. Lo sviluppo della storia so­
ciale, dell'economia istituzionale, e l'introduzione di pro­
spettive sociologiche nella teoria psicoanalitica implicano il
riconoscimento della dimensione sociologica del dato piu
che non l'incorporazione di teorie convalidate e specifiche.
Gli scienziati sociali, applicando le loro teorie a comporta­
menti sociali concreti sono pervenuti a scoprire lacune so­
ciologiche. Essi non fanno piu cosi spesso mostra di inge­
nuità sociologica nelle loro interpretazioni. L'economista, lo
scienziato politico e lo psicologo sono venuti sempre piu ri­
conoscendo che ciò che essi hanno assunto sistematicamente
come dato, come certo, sociologicamente può essere proble­
matico. Ma questa ricettività della visuale sociologica so­
vente si spreca a causa della scarsità di teorie specifiche
adeguatamente verificate, ad esempio circa gli elementi de­
terminanti dei bisogni umani o circa i processi sociali con­
nessi alla distribuzione ed all'esercizio del potere sociale.
Col tempo, le rispettive lacune delle diverse scienze sociali
spingeranno ad accrescere la formulazione di teorie sociolo­
giche specifiche e sistematiche, adeguate ai problemi che
codeste lacune comportano. Gli orientamenti generali non
bastano. Presumibilmente, è in questo contesto che un eco­
nomista ha lamentato:
[ L'economista si sforza sempre di riferite la sua analisi di un
problema] a un qualche « dato » precedente, cioè a qualcosa di
extraeconomico. Apparentemente questo qualcosa può essere molto
remoto dal problema quale è stato impostato in un primo tempo,
perché talvolta le catene della causalità economica sono molto lun­
ghe. Alla fine, però, egli ha sempre bisogno di trasmettere il pro­
blema a un qualche sociologo o ad altri - se c'è un sociologo che
l'aspetta. Molto spesso non c'è 5•

5 J. R. Hicks, Economie Tbeory and the Social Sciences, in « The


232 Teoria sociologica

ANALISI DEI CONCETTI SOCIOLOGICI

Si sostiene a volte che la teoria comprende dei concetti,


un'asserzione che , essendo incompleta, non è né vera né
falsa, ma vaga. Di certo l'analisi concettuale, la quale è
limitata alla precisazione ed alla chiarificazione di concetti
chiave, è una fase indispensabile del lavoro teorico. Ma una
serie di concetti - status, ruolo, Gemeinschaft, interazio­
ne sociale, distanza sociale, anomia - non costituisce teo­
ria, benché possa entrare in un sistema teorico. Si può
supporre che nella misura in cui tra i sociologi esiste una
prevenzione contro la teoria, essa rappresenta una reazione
a coloro che identificano la teoria con la chiarificazione
delle definizioni , prendendo erroneamente una parte del­
l'analisi teorica per il tutto. È soltanto quando tali concetti
vengono connessi nella forma di uno schema che una teo­
ria comincia ad emergere. I concetti, perciò, rappresentano
definizioni (o prescrizioni) di ciò che si deve osservare; essi
sono variabili tra le quali occorre ricercare un rapporto em­
pirico . Quando le proposizioni sono connesse logicamente,
allora si è stabilita una teoria . .
La scelta di concetti che guidino la raccolta e l'analisi
dei dati è, naturalmente, decisiva per l 'indagine empirica.
Perché, per enunciare un importante assioma, se i concetti
vengono scelti in modo tale che tra di essi non sia possi­
bile alcuna relazione, la ricerca sarà sterile, per quanto me­
ticolose siano le osservazioni e le deduzioni successive. La
importanza di questo assioma sta nell'implicazione che i
procedimenti per tentativi ed errori, nell'indagine empi­
rica, rischiano per la verità di essere relativamente infrut­
tuosi, dato che il numero di variabili che non hanno alcuna
connessione significativa è indefinitamente grande.
Pertanto, una delle funzioni della chiarificazione concet­
cettuale è quella di rendere esplicito il carattere dei dati

Social Sciences: Their Relations in Theory and in Teaching », London,


Le Play Press, 1936, p. 135 (il corsivo è nostro).
L'influenza della teoria sociologica 233

sussunti sotto un concetto 6• Essa serve perciò a ridur�


re la probabilità che dati empirici spurii vengano espres­
si in termini di quel concetto. Cosi, il riesame fatto da
Sutherland del concetto comunemente accettato di « de­
litto » fornisce un esempio istruttivo di come una tale chia­
rificazione porti ad una revisione delle ipotesi concernenti
i dati che vengono organizzati in termini del concetto 7"
Egli rileva che v'è un implicito equivoco nelle teorie cri­
minologiche che tentano di fornire una spiegazione del
fatto che c'è una percentuale di delitti molto piu alta, se­
condo « le stime ufficiali », nelle classi sociali inferiori che
non in quelle superiori . Questi « dati » sul delitto ( orga­
nizzati in term�ni di un concetto operativo particolare o
di una concezione particolare del delitto) hanno condotto
ad una serie di ipotesi che considerano la povertà, le con­
dizioni degli slums, la debolezza mentale ed altre caratte­
ristiche che si ritiene siano strettamente associate ad uno
status di classe inferiore, come « cause » del comporta­
mento criminale. Una volta chiarito che il concetto di de­
litto si riferisce alla violazione della legge penale ed è cosi:
esteso da comprendere anche la « criminalità degli impie­
gati » nel mondo degli affari e nell'esercizio delle profes­
sioni - violazioni che sono riflesse nelle statistiche uffi­
ciali dei delitti meno spesso di quanto non lo siano le vio-

• Circa il ruolo dell'« apparato analitico », Schumpeter osserva : « Se

dobbiamo parlare di livelli dei prezzi e stabilire metodi per misurarli,


dobbiamo sapere che cos'è un livello del prezzo. Se dobbiamo osservare
]a domanda, dobbiamo avere un preciso concetto della sua elasticità. Se
parliamo della produttività del lavoro, dobbiamo sapere quali proposi­
zioni sono vere circa il prodotto totale per ora-uomo, e quali altre propo­
sizioni sono vere circa il parziale coefficiente differenziale del prodotto
totale in rapporto alle ore-uomo. Nessuna ipotesi entra in tali concetti, i
quali semplicemente incorporano metodi di descrizione e di misura, e
neppure nelle proposizioni che definiscono la loro relazione (i cosid­
detti teoremi ); eppure la loro formulazione è il compito principale della
teoria in economia come altrove. Questo è ciò che noi intendiamo per
strum�nti di analisi ». Joseph A. Schumpeter, Business Cycles, New
York, Mc Graw-Hill Book Co., 1939, vol. I, p. 31.
7 Edwin H. Sutherland, White-collar Criminality, « American Socio­

logica! Review », 5, 1940, pp. 1-12.


234 Teoria socialogica

!azioni proprie alle classi inferiori - Ia presunta associazio­


ne stretta tra basso status sociale e delitto non si può piu
mantenere. Non abbiamo bisogno di seguire oltre l'analisi
di Sutherland per scoprire la funzione della chiarificazione
concettuale in questo caso. Essa ci fornisce una ricostru­
zione dei dati, indicando in modo piu preciso appunto ciò
che essi includono e ciò che essi escludono. Cosi facendo
essa conduce a liquidare le ipotesi che vengono proposte
per spiegare dati non congruenti, mettendo in questione i
presupposti a partire dai quali i dati statistici sono stati
basati. Mettendo in questione l'implicito presupposto su
cui si basava la ricerca di una definizione del delitto - il
presupposto che le violazioni del codice penale da parte dei
membri delle diverse classi sociali venga registrata in modo
rappresentativo nelle statistiche ufficiali - questa chiari­
ficazione concettuale ha avuto implicazioni dirette per un
insieme di teorie.
In modo analogo, l'analisi concettuale spesso può risol­
vere apparenti antinomie relative ai risultati empirici, mo­
strando che tali contraddizioni sono piu apparenti che reali.
Questa nota frase si riferisce in parte al fatto che concetti
definiti dapprima grossolanamente hanno poi incluso sur­
rettiziamente elementi del tutto differenti, cosi che i dati
organizzati in termini di questi concetti differiscono sensi­
bilmente e mostrano tendenze apparentemente contraddit­
torie 8• In questo caso, la funzione dell'analisi concettuale
è quella di massimizzare la possibilità di comparazione, per
quanto concerne aspetti significativi, dei dati che sono da
includersi in una ricerca.
L'esempio tratto da Sutherland illustra puramente e
semplicemente il fatto, piu generale, che nella ricerca, come
in attività meno disciplinate, il nostro linguaggio concet-

8 Elaborate formulazioni di questo tipo di analisi si possono trovare

in Corrado Gini, Prime linee di patologia economica, Milano, Giuffrè,


1935; per una breve discussione, vedi C. Gini, Un tentativo di armoniz­
zare teorie disparate e osservazioni contrastanti nel campo dei fenomeni
sociali, « Rivista di Politica Economica », 12, 1935, pp. 1-24.
L'influenza della teoria sociologica 235

tuale tende a fissare le nostre percezioni, e, d i conseguenza,


il nostro pensiero ed il nostro comportamento. Il concetto
definisce la situazione, ed il ricercatore risponde di conse­
guenza. Una analisi concettuale esplicita lo aiuta a rendersi
conto di ciò cui sta reagendo, e quali elementi (che pos­
sono anche essere significativi) egli sta ignorando. Su que­
sto argomento, le scoperte di Whorf, con le modificazioni
opportune, sono applicabili alla ricerca empirica 9• Egli
scopri che il comportamento si orienta in base ai significati
linguistici o concettuali attribuiti ai termini che vengono
applicati in una situazione. Per cui, in presenza di oggetti
descritti concettualmente come « fusti di benzina », il com­
portamento mostrerà una tendenza modale verso un tipo
particolare: si farà molta attenzione. Ma quando la gente
ha a che fare con ciò che viene chiamato « fusti di benzina
vuoti » il comportamento è diverso, noncurante; si fa poca
attenzione al fumo e a dove sono buttati i mozziconi di
sigaretta. Pure, i fusti « vuoti » sono i piu pericolosi, dal
momento che contengono vapori esplosivi. La reazione non
è relativa alla situazione fisica ma alla situazione concettua­
lizzata. Il concetto di « vuoto » è qui usato in maniera
equivoca, come sinonimo di « niente, privo, negativo, iner­
te »; ed è applicato alla situazione fisica come termine,
senza tener conto di cose « irrilevanti » quali il vapore ed
i residui di liquido nel recipiente. La situazione viene con­
cettualizzata in base al secondo senso; e si reagisce poi al
concetto in base al primo senso, con il risultato che i fusti
di benzina « vuoti » diventano occasione di incendi. Una
chiarificazione di quel che precisamente s'intende con
« vuoto » nell'insieme del discorso, avrebbe un profondo
effetto sul comportamento. Codesto caso può servirei come
un paradigma dell'effetto funzionale che la chiarificazione
concettuale può avere sul comportamento di ricerca; essa

' B. L. Whorf, Relation of Abitua! Thought and Behavior to Lan­


guage, in <� Language, Culture and Personality », a cura di L. Spier,

A. I. Hallowell e S. S . Newman, Menasha, Sapir Memoria! Fund Publi­


cation, 1941, pp. 75-93.
236 Teoria socio/o gica

rende chiaro precisamente quel che accade al ricercatore


quando egli è alle prese con dati concettualizzati. Nella
misura in cui il suo apparato concettuale cambia, egli trae
conseguenze differenti dalla ricerca empirica.
Con ciò, non si vuoi dire che il repertorio dei concetti
fissi una volta per tutte percezioni, pensiero, e comporta­
mento ad essi associato . Ancor meno si vuoi dire che casi
di terminologia ingannevole come questo siano connaturati
ad un linguaggio od a un altro ( come Whorf inclinava a
pensare con la sua teoria del comportamentismo linguisti­
co) . Gli uomini non sono imprigionati permanentemente
nello schema dei concetti ( spesso ereditati) che usano; essi
possono non solo rompere questo schema, ma anche crearne
uno nuovo, piu rispondente alle necessità del caso. Tutta­
via, in ogni particolare circostanza, si dovrebbe essere pre­
parati a constatare che i concetti che ci guidano possono
essere, e talvolta effettivamente sono, in ritardo rispetto
alle esigenze che il comportamento richiede in certe occa­
sioni. Nel corso del periodo, talvolta assai lungo, in cui
sono in ritardo, i concetti male applicati causano guai. Cio­
nonostante, proprio questa inadeguatezza del concetto ri­
spetto alla situazione, una volta che sia stata riconosciuta
grazie ad una esperienza penosa, richiamerà a formulazioni
piu pertinenti, che si correggano da sé. Il lavoro da farsi è
quello di identificare il ritardo concettuale e di liberare se
stessi dai modelli di comportamento conoscitivo errati che
esso tende a produrre 10•

10
Per un'ampia discussione, vedi il volume postumo di scritti scelti
di B. L. Whorf, Language, Thought and Reality, Cambridge, Technology
Press of M.I.T., 1956. La posizione estrema di Whorf è attaccata da
Joshua Whatmough, nel suo Language: a Modern Synthesis, New York,
St. Martin's Press, pp. 85, 186-187, 227-234. Tuttavia le salve ben piaz­
:late di Whatmough non distruggono interamente la posizione di Whorf,
ma lo costringono soltanto a ritirarsi su una posizione più limitata e

difendibile. La percezione; il pensiero ed il comportamento sono influen­


zati da concetti fortificatisi socialmente, ma la struttura del linguaggio
lascia sufficiente margine per rimpiazzare i concetti inappropriati con
concetti più pertinenti. Una valutazione positiva delle idee di Whorf, si
troverà in Franklin Fearing, An Exainination of the ConceptioltS of Be-
L'influenza della teoria sociologica 237

Un ulteriore compito dell'analisi concettuale è quello di


fissare indici osservabili relativamente ai dati sociali cui la
ricerca empirica è interessata. I primi sforzi in questa dire­
zione si manifestano nell'opera di Durkheim (e rappresen­
tano uno dei suoi piu importanti contributi alla sociolo­
gia ). Sebbene le sue concezioni in merito non raggiungano
la raffinatezza di formulazioni piu recenti, è evidente che
egli stava utilizzando « variabili intervenienti », quali ci
sono state descritte, piu tardi, da Tolman e Hull; e stava
cercando di stabilire indici per queste variabili 1 1 • Il pro­
blema, per quel che ci concerne adesso, consiste nell'esco­
gitare indici di costrutti inosservabili o simbolici (ad esem·
pio, la coesione sociale) i quali siano fondabili teorica�
mente . L'analisi concettuale, quindi, viene chiamata in cau­
sa come base per una valutazione critica, di partenza e poi
periodica, della misura in cui simboli e segni che sono stati
assunti, rappresentano un indice adeguato del substrato
sociale. Codesta analisi propone indicazioni per determi­
nare se di fatto l'indice (o lo strumento di misura) si di­
mostra adeguato al caso 12•

njamin \Vhorf in the Light ò/ Theories of Perception and Cognition, in


" Language in Culture », a cura di Harry Hoijer, Chicago, University of
Chicago Press, 1954, pp. 47-8 1.
11
La formulazione fondamentale di Durkheim , ripetuta in varie ma­
niere in ogni sua monografia, suona cosi: « Occorre ... sostituire al fatto
interno, che ci sfugge, un fatto esterno che lo simbolizzi, e studiare il
primo per mezzo del secondo ». Si veda, in particolare, Les règles
de la méthode sociologique, ed. it. cit., cap. II. L'esame piu par·
ticolareggiato del punto di vista di Durkheim circa gli indici socia­
li è stato fatto da Harry Alpert, Emile Durkheim and His Sociology,
Columbia University Press, 1939, pp. 120 ss. Sul problema in gene­
rale, si veda: C. L. Hull, The Problem of Intervening Variables in
Moral Behavior Theory, « Psychological Review », 50, 1943, pp. 273-29L
" Fra le molte funzioni dell'anaEsi concettuale a questo proposito v'è
quella di approfondire la questione se un indice sia « neutrale » o no ri­
spetto all'ambiente. Individuando i presupposti sui quali è basata la sele­
zione (e la verifica rispetto ad una data popolazione) di quegli elementi
osservabili da assumersi come indici (per esempio, l'affiliazione religiosa,
una scala di atteggiamenti), l'analisi concettuale rappresenta una prima
adeguata verifica della possibilità che l'indice si sia venuto dissociando
dal substral<l sociale. Per una definizione chiara di questo punto, vedasi
238 Teoria sociologica

INTERPRETAZIONI SOCIOLOGICHE POST FACTUM

Nella ricerca sociale empirica si dà spesso il caso che i


dati vengano prima raccolti e solo dopo siano sottoposti ad
un commento interpretativo. Questo procedimento, per cui
si dispone delle osservazioni e solo successivamente ai dati
si applicano le interpretazioni, ha la struttura logica di una
indagine clinica. Le osservazioni possono riguardare la sto­
ria di un caso oppure avere carattere statistico . Questo pro­
cedimento si distingue per il fatto che l'interpretazione è
introdotta dopo che le osservazioni sono state fatte, anziché
essere ur..-a verifica empirica di una ipotesi prestabilita. L'as­
sunto implicito in questo procedimento è che esiste già un
corpo di proposizioni generalizzate cosi solido da potere
approssimativamente essere applicato ai dati di cui si di­
spone.
Tali spiegazioni post factum, destinate a « spiegare » le
osservazioni, hanno una funzione logica diversa rispetto a
procedimenti apparentemente simili nei quali il materiale
d'osservazione viene utilizzato allo scopo di derivare altre
ipotesi da confermarsi con nuove osservazioni.
Una caratteristica disarmante del procedimento è che le
spiegazioni sono davvero congruenti rispetto al complesso
delle osservazioni date. Ciò non sorprende molto, dal mo­
mento che vengono scelte soltanto quelle ipotesi post fac­
tum che si accordano con codeste osservazioni . Se l'assun­
to fondamentale regge - vale a dire, se l'interpretazione
post factum utilizza abbondantemente teorie confermate ­
allora veramente questo tipo di spiegazione « getta luce sul
caos dei materiali » . Ma se, come si dà spesso il caso nelle
interpretazioni sociologiche, le ipotesi post factum sono
anche ipotesi ad hoc, o perlomeno hanno poco piu di un
grado minimo di convalidazione precedente, allora tali
« spiegazioni precoci », come le ha chiamate H. S . Sullivan,

Louis Guttman, A Basis /or Scaling Qualitative Data, « American So­


ciological Review », 9, 1944, pp. 139·150, spec. pp. 149-150.
L'influenza della teoria sociologica 239

producono un falso senso d i adeguatezza invece di spin­


gere ad un'ulteriore indagine.
Le interpretazioni post factum non arrivano alla « evi­
denza lampante » ( ad avere un alto grado di convalidazio­
ne ), ma si fermano al livello della plausibilità ( scarso valore
convalidativo). La plausibilità, in quanto distinta dall'evi­
denza lampante, si ha quando una interpretazione si mostra
congruente rispetto ad una serie di dati (i quali, invero,
di solito hanno determinato la decisione di usare una inter­
pretazione piuttosto che un'altra ). Ciò implica altresi che
non si sono cercate in modo sistematico interpretazioni al­
ternative, altrettanto congruenti con questi dati, e che le
inferenze che si sono tratte dalla interpretazione non sono
state messe alla prova con nuove osservazioni.
L'errore logico che sta alla base della spiegazione post
/actum poggia sul fatto che noi possiamo disporre di una
varietà di ipotesi non rifinite le quali hanno ciascuna un
certo grado di convalidazione, ma che sono state studiate
per spiegare insiemi di questioni tra loro contraddittori .
Non foss'altro che per la sua assoluta flessibilità, il metodo
della spiegazione post factum non ci porta da sé a falsifi­
care le ipotesi. Ad esempio, risulta come dato che « i disoc­
cupati tendono a leggere meno libri di quanto non facessero
prima ». Ciò viene « spiegato » con l'ipotesi che in conse­
guenza della disoccupazione si accresce l'ansietà, e che per­
ciò ogni attività che richiede concentrazione, come la let­
tura, diventa difficile. Questo tipo di spiegazione è plausi­
bile, dal momento che è abbastanza evidente che in tali
situazioni può manifestarsi maggiore ansietà, e dal mo­
mento che uno stato di morbosa preoccupazione interferi­
sce con un'attività organizzata. Se poi però risultasse che il
dato originale era errato e che è un fatto che « i disoccupati
leggof!_o pili di prima », possiamo subito invocare una nuo­
va spiegazione post factum. La spiegazione sarà adesso che
i disoccupati hanno pili tempo libero, o che essi si dedicano
ad attività con le quali vogliono aumentare la loro quali­
ficazione. Per conseguenza, essi leggono pili di prima . Per-
240 Teoria socio/ogica

c10, quali che siano le osservazioni, potrà sempre trovarsi


una nuova interpretazione che « aderisca ai fatti » 13• Code­
sto esempio può bastare a mostrarci come simili ricostru­
zioni servano unicamente per illustrare, non per mettere
alla prova. È questa inadeguatezza logica della costruzione
post factum che induceva Peirce ad osservare:
È tipico dell'induzione il fatto che le conseguenze di una teo­
ria debbano esser tratte, in primo luogo, con riferimento a risultati
non noti, o virtualmente non noti, di un esperimento; e che si
dovrebbe accertare virtualmente codesti risultati soltanto dopo,
Perché, se guardiamo ai fenomeni per trovare concordanze rispetto
alla teoria, sarà solo questione di ingegnosità e di laboriosità il
trovarne una quantità 14•

Solitamente, codeste ricostruzioni tralasciano di enun­


ciare esplicitamente quali siano le condizioni in base alle
quali l'ipotesi è da ritenersi vera. Per rispondere a questo
requisito logico, interpretazioni siffatte dovrebbero essere
preditive, non a posteriori.
Un esempio calzante può essere ricordato nell'insistenza
con cui Blumer sostiene che le analisi di documenti fatte
da Thomas-Znaniecki « sembrano soltanto essere plausi­
bili » 15• La plausibilità si fonda sulla congruenza tra l'inter­
pretazione ed i dati; la mancanza di una evidenza lampante
deriva dal non aver messo alla prova separatamente le in,
terpretazioni, indipendentemente dalla loro congruenza con
le osservazioni fatte dapprima. L'analisi è resa aderente ai
fatti, ma non v'è indicazione quanto ai dati che si dovreb­
bero ritenere contraddittori rispetto alle interpretazioni.

u I dati pertinenti non sono stati raccolti. Ma, sulla plausibilità dellli!
seconda interpretazione, vedasi Douglas Waples, People and Print: So·
eia! Aspects of Reading in the Depression, Chicago, University of Chi­
cago Press, 1937, p. 198.
14 Charles Sanders Peirce, Collected Papers, a cura di Charles Hart­

sborne e Pau! Weiss, Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1932,


II, p. 496.
15 Herbert Blumer, An Appraisal of Thomas and Znaniecki's <( The

Polish Peasant in Europe and America », New York, Soda! Science Re­
search Council, 1939, p. 38; vedi anche, pp. 39, 44, 46, 49, 50, 75.
L'influenza della teoria sociologica 241

Per conseguenza l'evidenza documentata può solamente il·


lustrare, ma non mettere alla prova la teoria 16•

LE GENERALIZZAZIONI EMPIRICHE NELLA SOCIOLOGIA

Non di rado si dice che l'oggetto della teoria sociologica


è di pervenire ad enunciare uniformità ·sociali. Questa è
un'asserzione ellittica, e richiede perciò un chiarimento. Vi
sono infatti due tipi di enunciazione di uniformità sociolo­
giche che differiscono significativamente quanto all'influen­
za che hanno rispetto alla teoria. Il primo di questi tipi è la
generalizzazione empirica, una proposizione isolata che rias­
sume uniformità relazionali osservate tra due o piu variabi­
li 17• La letteratura sociologica abbonda di generalizzazioni
di questa sorta, le quali noh sono state assorbite dalla teo­
ria. Cosi, si possono citare quale esempio le « leggi » di
Engels sul consumo. Cosi pure, la scoperta di Halbwachs,
secondo cui gli operai, per ogni adulto, spendono piu in ci­
bo che non gli impiegati aventi il medesimo livello di reddi­
to 18• Generalizzazioni siffatte possono avere maggiore o mi­
nor precisione, il che, però, da un punto di vista logico, non
cambia nulla quanto al posto che esse hanno nella struttura
dell'indagine. La scoperta fatta da Groves-Ogburn su un
campione di città americane, secondo cui « le città con una

16 È
difficile comprendere su quali basO: Blumer possa affermare che
codeste interpretazioni non sono soltanto esempi illustrativi di una teoria.
La sua argomentazione che i materiali « acquistano un significato ed
un'importanza che prima non avevano », potrebbe applicarsi alle spiega·
zioni post factum in generale.
" Quest'uso del termine « empirico )) è comune, come osserva De­
wey. In questo contesto, « empirico significa che l'oggetto di una data
proposizione la quale ha una inferenza esistenziale, rappresenta soltanto
un insieme di congiunzioni uniformi di tratti, dei quali si è più volte
constatato che esistono, senza alcuna comprensione del perché la congiun­
zione si verifichi, senza una teoria che ne enunci il fondamento raziona­
le )). John Dewey, Logic: The Theory of lnquiry, New York, Holt, 1938,
trad. it. Logica, teoria dell'indagine, Torino, Einaudi, 19652•
18
Un numero considerevole di tali uniformità sono state raccolte ed
esposte sinteticamente da C. C. Zimmerman, Consumption and StandardJ
o/ Living, New York, D. Van Nostrand Co., 1936, pp. 51 ss.
242 Teoria socio/ogica

percentuale piu alta di addetti all'industria hanno anche , in


media, percentuali leggermente piu elevate di giovani spo­
si », è stata espressa in una equazione indicante il grado di
questo rapporto. Benché proposizioni di questo genere sia­
no essenziali per la ricerca empirica, una miscellanea di
dette proposizioni fornirà unicamente la materia grezza per
la sociologia in quanto disciplina. Il lavoro teorico e l'orien­
tamento della ricerca empirica alla teori a hanno . principio
soltanto quando si stabilisce, in linea di ipotesi, che le uni­
formità suddette hanno una portata rispetto ad un insieme
di proposizioni tra di loro connesse. La nozione di ricerca
orientata implica che, almeno in parte 19, l'indagine empi­
rica venga organizzata in modo che se vengono scoperte, e
quando vengono scoperte, uniformità empiriche, esse han­
no conseguenze dirette sul sistema teorico. Nella misura in
cui la ricerca è orientata, l 'argomentazione relativa ai ri­
sultati precede il raccoglimento dei risultati stessi.

TEORIA SOCIOLOGICA

Il secondo tipo di generalizzazione sociologica, la cosid­


detta legge scientifica, differisce dalla precedente in quanto

19 « In parte, se non altro perché il confinare totalmente la ricerca

;�lla verifica di ipotesi predeterminate, rende nulla la possibilità di otte­


nere nuove feconde scoperte. Intuizioni nate nel corso dell'indagine pos­
sono non avere immediatamente implicazioni evidenti per un sistema
teorico più vasto, però possono portare alla scoperta di uniformità em­
piriche le quali potranno poi essere incorporate in una teoria. Per esem­
pio, nella sociologia del comportamento politico, è stato recentemente
constatato che quanto maggiore è il numero delle pressioni sociali contra.
stanti [ social cross-pressures ] cui i votanti sono soggetti, tanto minore
i: l'interesse che essi manifestano in un'elezione presidenziale ». P. F. La·
:zarsfeld, B. Berelson e Hazel Gaudet, The People's Choice, New York,
Duell, Sloan & Pearce, 1944, pp. 56-64. Questo risultato, del tutto ina­
spettato rispetto all'impostazione iniziale della ricerca, potrà essere un
inizio per indagare sistematicamente il comportamento politico su nuove
linee, anche se esso non è stato ancora incorporato in una teoria gene­
ralizzata. La ricerca empirica, se feconda, non soltanto verifica ipotesi
derivate teoricamente, ma dà anche origine a nuove ipotesi. Ciò potrebbe
essere definito la componente di serendipity della ricerca, cioè la sco­
perta, dovuta alla fortuna od alla sagacia, di risultati ai quali non si
<era pensato.
L'influenza della teoria sociologica 243

è l'enunciazione di una invariabilità derivabile da una teo­


ria. La scarsità di leggi siffatte nel campo sociologico riflette
forse la scissione che è predominante tra la teoria e la ri­
cerca empirica. Nonostante i numerosi volumi che trattano
della storia della teoria sociologica, e nonostante la pletora
di indagini empiriche, i sociologi (compreso lo scrivente)
possono discutere i criteri logici delle leggi sociologiche
senza poter citare un solo esempio che soddisfi pienamente
tali criteri 20•
Approssimazioni a questi criteri non mancano completa­
mente . Per esporre i rapporti tra generalizzazioni empiriche
e teoria e per mostrare le funzioni della teoria, può essere
utile prendere in esame un caso noto, in cui tali genera­
lizzazioni sono state integrate in un corpo di teoria sostan­
tiva. Si è stabilito da tempo come uniformità statistica che
in una popolazione mista i cattolici hanno una percentuale
di suicidi piu bassa dei protestanti 21 • Messa in questa for­
ma, l'uniformità poneva un problema teorico. Essa rappre­
sentava semplicemente una regolarità empirica che sarebbe
diventata significativa per la teoria solo se si fosse potuta
derivare da una serie di altre proposizioni, compito questo
che si pose Durkheim . Se riesponiamo i suoi assunti teo­
rici in maniera formale, il paradigma della sua analisi teo­
rica diventa chiaro :

l. La coesione sociale fornisce un sostegno psichico ai membri


di un gruppo che sono soggetti a tensioni ed ansietà acute.

2<1Si veda ad esempio la discussione di George A. Lundberg, Tbe


Concept of Law in the Social Sciences, « Philosophy of Science », 5,

1938, pp. 189-203, nella quale la possibilità di leggi sociali viene affer.,
mata senza che ne venga presentato alcun esempio. Il libro di K. D. Har,
Social Laws, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1930, non
mantiene la promessa implicita nel titolo. Un panel di scienziati sociali
che discuteva la possibilità di ottenere leggi sociali, trovò difficoltà ad
esemplificatne dei casi. Blumer, op. cit., pp. 142-150.
21
Non è neppure il caso di dire che tale enunciazione presuppone
che si siano mantenuti costanti fattori quali l'istruzione, il reddito, la
nazionalità, la residenza urbana o rurale, ed altri, che avrebbero potuto
distorcere il dato suddetto.
244 Teoria socio!ogica

2. Le percentuali dei suicidi sono in funzione delle tensioni .e


delle ansietà non alleviate cui le persone vanno soggette.
3. I cattolici hanno una coesione sociale maggiore dei prote­
s ta nti .

4. Perciò, si dovrebbero prevedere percentuali di suicidi piu


basse tra i cattolici che non tra i protestanti 22•

Questo esempio serve a fissare la posizione delle gene­


ralizzazioni empiriche nei confronti della teoria, e ad illu­
strare le diverse funzioni della teoria.
l. Esso mostra che l a pertinenza teorica non è assente
o presente in modo intrinseco alle generalizzazioni empiri­
che, ma che essa appare quando la generalizzazione viene
concettualizzata in astrazioni di piu alto livello (cattolice­
simo - coesione sociale - ansietà alleviate - percentuale di
suicidi ) che vengono incorporate in enunciazioni relazionali
pili generali 23• Ciò che dapprima era stato preso come una
uniformità isolata, viene ri-enunciato come una relazione,
non una relazione tra l'affiliazione religiosa e il comporta­
mento, ma una relazione tra gruppi aventi certi attributi
concettualizzati (la coesione sociale ) ed il comportamento.
La portata della scoperta empirica originaria viene consi­
derevolmente estesa, e diverse uniformità apparentemente

22 Non è qui necessario prendere in esame aspetti collaterali all'esem­

pio suddetto; per es., l) fino a che punto siamo riusciti a fissare in
maniera adeguata le premesse che sono implicite nell'interpretazione di
Durkheim; 2) un supplemento d'analisi teorica in cui le premesse siano
assunte non come date ma come problematiche; 3 ) in base a quale fon­
damento l'interpretazione teorica, che potenzialmente può risalire all'in­
finito, si arresti a un certo punto piuttosto che ad un altro; 4) quali
problemi comporta l'introduzione di variabili intervenienti come la coe­
sione sociale, che non sono state misurate direttamente; 5 ) in quale
misura le premesse hanno ricevuto convalidazione empirica; 6 ) il grado
relativamente piuttosto basso di astrazione che quest'esempio presenta;
e 7) il fatto che Durkheim, dal medesimo corpo di ipotesi, abbia tratto

piu di una generalizzazione empirica.


23 Ciò è stato espresso in modo particolarmente convincente da Thor­

stein Veblen: « Tutto questo può far pensare che ci stiamo preoccupando
per delle banalità. Ma ogni indagine scientifica ha a che fare con dati
che sono banali, in un senso diverso, in qualche modo, da quello in
cui vengono di solito spiegati >>. (The Place of Science in Modern Civi­
lisation, New York, Viking Press, 1932, p. 42).
L'influenza della teoria sociologica 24 5

disparate si rivelano correlate (cosf la differenza nelle pere


centuali dei suicidi fra persone sposate e celibi può essere
derivata dalla stessa teoria).
2. Una volta stabilita la pertinenza teorica di una unie
formità derivandola da una serie di proposizioni correlate,
noi contribuiamo a cumulare sia la teoria sia le scoperte
della ricerca . Le uniformità nelle differenze delle percene
tuali dei suicidi aggiungono conferma alla serie di proposie
zioni da cui esse - od altre uniformità - sono state derie
vate. Questa è una funzione importantissima della teoria
sistematica.
3 . Laddove l'uniformità empirica non ci porta da sola
a trarre conseguenze diverse, la riformulazione di essa fa
nascere conseguenze svariate in settori di comportamento
del tutto remoti da quello del comportamento suicida. Per
esempio, indagini sul comportamento ossessivo, sulle preoce
cupazioni morbose, e su altri comportamenti non adattati,
hanno scoperto che anch'essi sono connessi ad una insuffie
cienza di coesione di gruppo 24• La conversione di unifore
mità empiriche in enunciazioni teoriche accresce cosi la
fecondità della ricerca grazie alla successiva esplorazione
delle implicazioni.
4. Fornendo un fondamento logico, la teoria introduce
una base per la previsione, che è piu sicura della mera
estrapolazione empirica, delle tendenze osservate in prece­
denza. Per cui, se misurazioni indipendenti mostrassero una
diminuzione della coesione sociale tra i cattolici, il teorico
prevederebbe una tendenza all'aumento della percentuale
dei suicidi in questo gruppo. Viceversa, l'empirista a-teo­
rico non avrebbe altra alternativa che quella di avanzare
previsioni in base all'estrapolazione.
5. La precedente lista di funzioni presuppone un attri-
" Si veda E!ton Mayo, Human Problems of an Industria! Civili­
sation, trad . it. cit. Lo schema teorico utilizzato negli studi circa il
morale nell'industria da Whitehead, Roethlisberger e Dickson, discende
in buona parte dalle formulazioni di Enule Durkheim, come dichiarano
gli autori stessi.
246 Teoria socio! ogica

buto ulteriore della teoria, attributo che non è del tutto


rinvenibile nella formulazione di Durkheim e che dà ori­
gine ad un problema generale che ha particolarmente assil­
lato la teoria sociologica, almeno fino ad oggi . Per essere
produttiva, la teoria deve essere precisa abbastanza da po­
ter essere determinata. La precisione è uno degli elementi
integrali del criterio della verificabilità. L'insistenza nel
raccomandare l'utilizzazione di dati statistici in sociologia
ogni volta che ciò sia possibile, per controllare e verificare
le deduzioni teoriche, ha un fondamento giustificabile, ove
si consideri l'importanza che, da un punto di vista logico ,
la precisione ha per ogni indagine disciplinata.
Piu sono precise le inferenze (previsioni) che si possono
trarre da una teoria, e minore è la probabilità che vi siano
ipotesi alternative che si possono mostrare adeguate a que­
ste previsioni. In altre parole, la precisione nelle previsioni
e nei dati serve a ridurre l 'incidenza empirica dell'errore
logico della consequenzialità sulla ricerca 25• È ben noto che
le previsioni verificate. che si derivano da una teoria, non
provano o dimostrano quella teoria; esse si limitano a for­
nire una misura della sua conferma, in quanto è sempre
possibile che ipotesi alternative, tratte da sistemi teorici
differenti possano esse pure spiegare i fenomeni previ­
sti 26• Ma quelle teorie che consentono previsioni precise,

25
Naturalmente, il paradigma della << prova basata sulla previsione ..,
è sbagliato logicamente:
- Dato A (ipotesi), segue B (previsione);
- B è osservato;
- A è perciò vero.
Esso non è ultradannoso per la ricerca scientifica, nella misura però
che i criteri adottati non siano soltanto formali.
26
Per un esempio calzante, si ricordi che teorici di diverso orienta··
mento avevano previsto guerre e conflitti sanguinosi su vasta scala per
la seconda metà del secolo. Sorokin ed alcuni marxisti, ad esempio, ave­
vano enunciato questa previsione sulla base di sistemi teorici del tutto
differenti. Il fatto che, effettivamente, il conflitto su vasta scala sia scop­
piato, non ci autorizza di per sé a scegliere tra questi schemi di analisi,
non fosse altro perché i fatti osservati si accordano con entrambi. Sol­
tanto se le previsioni fossero state specificate e precisate in modo tale che
gli avvenimenti effettivamente svoltisi avessero concordato con una e non
L'influenza della teoria sociologica 247

confermabili con l'osservazione, assumono un'importanza


strategica, perché ci forniscono un fondamento da cui par­
tire per una scelta fra opposte ipotesi. In altre parole, con
la precisione aumenta la probabilità di approssimarsi ad
una osserJazione o ad un esperimento « cruciale ».
La coerenza interna di una teoria ha in gran parte la
stessa funzione, perché se da un sistema teorico si traggono
un certo numero di conseguenze empiricamente convali­
date, ciò riduce la probabilità che teorie opposte possano
spiegare gli stess� dati in modo adeguato. Una teoria inte­
grata può avere conferme in misura maggiore che non sia
possibile per ipotesi distinte e non correlate, ed accumula
perciò un maggior peso di evidenza.
Particolarmente nelle scienze sociali, entrambe le racco­
mandazioni, di prc;cisione e di coerenza logica, possono por­
tare ad una attività improduttiva. Di ogni procedimento si
può usare o abusare. Un'insistenza prematura sulla preci­
sione a tutti i costi, può rendere sterili ipotesi ricche di
immaginazione. Può • condurre ad una riformulazione de]
problema che, per consentirne una misurazione, · ottiene
talvolta il risultato che i materiali nuovi non hanno piu
rapporto con il problema quale si era posto all'inizio 27•
Nella ricerca della precisione, occorre fare attenzione a che
i problemi importanti non siano, cosi facendo, persi di vi­
sta. Similmente, l'insistenza sulla coerenza logica ha tal­
volta stimolato alla logomachia ed alla teorizzazione sterile,
nella misura in cui gli assunti contenuti nel sistema di ana­
lisi sono cosi lontani da riferimenti empirici o comportano
astrazioni talmente elevate da non permettere l'indagine
empirica 28• Questi abusi, però, non rendono minore la de­
siderabilità dei suddetti criteri.

con l'altra previsione, allora si sarebbe istituito un criterio di verifica vero


e proprio.
27 Stuart A. Rice ha discusso questa tendenza nelle ricerche sull'opi­

nione pubblica. Si veda: Eleven Twer.ty-Six: A Decade of Social Science


Research, a cura di Louis Wirth, Chicago, University of Chicago Press,
1940, p. 167.
:zs È a questo fatto che si riferisce E. Ronald Walker, nel campo del-
2 48 Teoria sociologica

DERIVAZIONI FORMALI E CODIFICAZIONE

Questo limitato resoconto ha, quanto meno, sottolineato


il bisogno di una connessione piu stretta fra teoria e ricerca
empirica. La separazione che continua a prevalere fra le
due cose, si manifesta da un lato, nelle marcate disconti­
nuità nella ricerca empirica, e dall'altro, nelle teorizzazioni
sistematiche che non hanno a sostegno alcuna prova empi­
rica 29• Vi sono assai pochi esempi di ricerche consecutive
che abbiano indagato, in modo cumulativo, una successione
di ipotesi derivate da una data teoria. V'è piuttosto la ten­
denza ad una marcata dispersione di ricerche empiriche,
orientate ad aspetti concreti del comportamento umano, ma
prive di un centro di orientamento teorico. La pletora delle
generalizzazioni empiriche e delle interpretazioni post fac­
tum, che sono discrete, riflette questo modello della ricerca.
La gran massa di orientamenti generali e di analisi concet­
tuali, distaccati da serie di ipotesi interconnesse, riflette a
sua volta la tendenza a separare l'attività teorica dalla ri­
cerca empirica. Che si possa sfuggire alla dispersione e rag­
giungere la continuità solo se gli studi empirici sono orien­
tati dalla teoria e se la teoria è confermabile empiricamente,
è un luogo comune. È tuttavia possibile andar oltre a for­
mulazioni come queste, e suggerire talune convenzioni per
la ricerca sociologica che possano favorire questo processo.
Tali convenzioni si possono definire « derivazione formaliz­
zata » e « codificazione » 30•
Sia per la progettazione che per il rapporto finale di

l'economia, come ad una « malattia teorica » (From Economie Theory to


Policy, Chicago, University of Chicago Press, 1943, cap. IV).
" Si veda, a questo proposito, il caso drammatico di tale disconti­
nuità che abbiamo ricordato nel capitolo I (cioè la riscoperta recente
del gruppo primario nelle associazioni formali, alcuni decenni dopo che
esso era stato già trattato elaboratamente da Thomas e Znaniecki).
30 In fin dei conti, queste convenzioni sono, rispettivamente, la dedu­

zione e l'induzione. Qui, noi siamo unicamente interessati a tradurre


codesti procedimenti logici in termini appropriati alla ricerca ed alla
teoria sociologica.
L'influenza della teoria sociologica 249

una ricerca empirica, s i dovrebbe stabilire la convenzione


che le ipotesi e, dovunque possibile, il quadro teorico ( as­
sunti e postulati ) di queste ipotesi, vengano esplicitamente
enunciati. Il rapporto circa i dati dovrebbe essere fatto in
termini della loro immediata pertinenza rispetto alle ipo­
tesi, e, mediatamente, rispetto alla teoria su cui poggiano .
Si dovrebbe richiamare l'attenzione in modo preciso sulla
introduzione di variabili interpretative diverse da quelle
incorporate nella formulazione originaria delie ipotesi, e
dovrebbe essere indicata la incidenza di queste variabili
rispetto alla teoria. Le interpretazioni post factum che ine­
vitabilmente sorgeranno con la scoperta di relazioni nuove
ed inaspettate, dovrebbero venire enunciate in modo tale
che risulti evidente la direzione che dovranno avere ulte­
riori ricerche che intendano metterle alla prova. Le con­
clusioni della ricerca dovrebbero comprendere non soltanto
l'enunciazione dei risultati relativi alle ipotesi di partenza,
ma, quando sia il caso, un'indicazione circa il genere di os­
servazioni necessarie per mettere nuovamente alla prova le
implicazioni ulteriori dell'indagine. Derivazioni formali di
questo tipo hanno avuto un effetto salutare in psicologia
ed in economia, portando nel primo caso, ad esperimenti a
catena 31, e nel secondo, a una serie articolata di indagini.
Una conseguenza di formalizzazioni come queste è che esse
fungono da controllo quanto all'introduzione di interpre­
tazioni slegate, arbitrarie e prolisse. Esse non scaricano sul
lettore il compito di scovare da solo le relazioni tra le inter­
pretazioni che sono incorporate nel testo 32 • Esse prepa-

31 L'opera di Clark Hull e collaboratori è, a questo proposito, della

massima importanza. Si veda, p. es., Hull, Principles of Behavior, New


York, D. Appleton-Century Co., 1943; analoghi sforzi verso la formaliz­
zazione si trovano negli scritti di Kurt Lewin. Per esempio, Kurt Lewin,
Ronald Lippit e S. K. Escalona, Studies in Topological and Vector Psy­
chology, in « University of lowa Studies in Child Welfare ))' vol. XVI,
Jowa City, 1940, pp. 9-42.
" Un'opera come quella di John Dollard, Caste and Class in a Sou­
thern Town, è piena di suggestioni, ma è per il lettore un compito enor-
250 Teoria sociologica

rana la strada a susseguenti ricerche cumulative, ed evitano


una serie informe di indagini disperse.
Rispetto ad esse, il processo che sembra essere correla­
tivo è quello che Lazarsfeld denomina « codificazione ».
Mentre la derivazione formale richiama la nostra attenzio­
ne alle implicazioni di una teoria, la codificazione cerca di
sistematizzare le generalizzazioni empiriche che sono dispo­
nibili in relazione a settori del comportamento apparente­
mente diversi. Invece di lasciare che tali risultati empirici
siano distaccati e restino improduttivi, o siano riferiti a
settori differenti di comportamento, un tentativo delibera­
tamente volto a fissare ipotesi provvisorie che abbiano
rilievo, promette di allargare quella parte di teoria che è
attualmente assoggettabile ad ulteriori indagini empiriche.
Per cui, un gran numero di risultati empirici relativi a set­
tori quali la propaganda, l'opinione pubblica, le reazioni
provocate dalla disoccupazione, 1e reazioni della famiglia
alle crisi, suggerisce che, quando le persone si trovano di
fronte ad uno stimolo oggettivo tipo, che dovrebbe produr­
re reazioni contrastanti rispetto alle loro « predisposizioni
originarie », l'effettivo comportamento di queste persone
può venire previsto con maggior successo in base alle pre­
disposizioni che non in base allo stimolo-tipo. Ciò è impli­
cito sia nell'« effetto boomerang » provocato dalla propa­
ganda 33, sia nei risultati relativi a reazioni di adattamento o
di non adattamento alla disoccupazione 34, sia nelle ricerche
circa la stabilità delle famiglie nei casi di forte riduzione del

me quello di esplicitare i problemi teorici che vengono affrontati, le va­


riabili interpretative ed i presupposti che le interpretazioni implicano.
Pure, è necessario fare tutto ciò, se si vuole che l'opera di Dollard fac­
cia nascere ricerche a catena.
» Pau! F. Lazarsfeld e Robert K. Merton, Studies in Radio and Film

Propaganda, << Transactions of the New York Academy of Sciences ))' se­
rie Il, 6, 1943, pp. 58-79.
31 O. M. Hall, Attitudes and Unemployment, << Archives of Psycho­
logy ))1 n. 165, marzo 1934; E. W. Bakke, The Unemployed Worker, New
Haven, Yale University Press, 1940.
L'influenza della teoria sociologica 25 1

reddito 35• Una formulazione codificata, anche se grossolana,


come questa, dà origine a problemi teorici che verrebbero
facilmente trascurati, se i singoli risultati empirici non ve­
nissero riesaminati all'interno di un unico contesto. Si sup­
pone quindi che la codificazione, in quanto procedura com­
plementare rispetto alla derivazione formale delle ipotesi
che debbono essere provate, possa favorire lo sviluppo si­
multaneo di una teoria sociologica che abbia vigore e di
una ricerca empirica che sia adeguata.

!! Mirra Komarowski, The Unemployed Man and Hi.r Pamily, New

York, Dryden Press, 1940; R. C. Angell, Tbe Pamily Encounter.r the De­
pression, Charles Scribner's Sons, 1936; E. W. Burgess, R. K. Merton ed
altri, Restudy o/ the Documents Analyzed by Angeli in « The Fami­
ly Encounters the Depression ))• New York, Social Science Research
Council, 1942.
Capitolo quinto

L'influenza della ncerca emp1nca


sulla teoria sociologica

La storia ha il potere di far passare di moda gli stereo­


tipi. Ciò, ad esempio, può essere constatato nello sviluppo
storico della sociologia. Lo stereotipo del teorico sociale
che vive nell'alto empireo delle idee pure, non contami­
nate dai fatti del mondo, sta rapidamente passando di mo­
da, non meno dello stereotipo del ricercatore sociale mu­
nito di questionario e di matita e appassionatamente a cac­
cia di statistiche isolate e prive di significato. Durante gli
ultimi decenni, nel costruire il grande edificio della sociolo­
gia, teorici ed empiristi hanno imparato a lavorare insieme.
Quel che è piu importante, hanno imparato, durante il pro­
cedimento, a parlarsi l'un con l'altro. Talvolta ciò significa
solo che il sociologo ha imparato a parlare a se stesso, in
quanto sempre piu spesso è la medesima persona che si
dedica e alla teoria e alla ricerca. Specializzazione ed in­
tegrazione si sono sviluppate di pari passo. Tutto ciò ha
portato non solo alla consapevolezza che teoria e ricerca
empirica dovrebbero essere interdipendenti, ma anche al
risultato che esse di fatto lo sono.
Per conseguenza, vi è sempre meno bisogno che il rap­
porto tra teoria e ricerca venga impostato in modo total­
mente programmatico. Un numero crescente di ricerche
orientate teoricamente, rende sempre piu possibile il discu­
tere con profitto dei rapporti che effettivamente si danno
tra le due cose. E come tutti sappiamo, discussioni di que­
sto genere non sono certo mancate. Le riviste ne abbon­
dano. In generale, codeste discussioni si appuntano sul ruo-
254 Teoria socio!ogica

lo della teoria rispetto alla ricerca, enunciando, spesso con


una lucidità notevole, le funzioni che la teoria ha rispetto
agli inizi, al progetto, all'esecuzione dell'indagine empiri­
ca. Però, siccome il rapporto fra teoria e ricerca non è a
senso unico, e siccome le due cose sona interdipendenti,
può essere utile prendere in esame l'altro corno del rappor­
to : il ruolo che la ricerca empirica ha rispetto allo sviluppo
della teoria sociale. È questo l'obiettivo del presente ca­
pitolo .

LE FUNZIONI TEORICHE DELLA RICERCA

Tranne poche, importanti eccezioni, le recenti discus­


sioni sociologiche hanno attribuito alla ricerca empirica
soltanto una fondamentale funzione : il controllo e la veri­
fica delle ipotesi. Lo schema in base al quale tale funzione
può venire svolta nel modo piu appropriato, è tanto noto
quanto chiaro. Il ricercatore parte da una supposizione o
da una ipotesi; indi trae da essa svariate inferenze, e co­
deste, a loro volta, vengono sottoposte ad una verifica em­
pirica che confermerà o invaliderà le ipotesi 1 • Codesto, pe­
rò, è uno schema logico, e in quanto tale non può, ovvia­
mente, tener conto di una buona parte di ciò che occorre
effettivamente per un'indagine fruttuosa . Esso si presenta
come una serie di norme logiche, non come la descrizione
dell'esperienza di ricerca. E come i logici ben sanno, uno
schema logico, mentre depura l'esperienza, può anche di­
storcerla . Come altri schemi, anche questo astrae dalla se­
quenza temporale degli eventi. Esso accentua il ruolo crea­
tivo della teoria già nota quasi quanto minimizza il ruolo
creativo dell'osservazione. Perché la ricerca non è sempli­
cemente logica temperata con l'osservazione. Essa ha una
dimensione psicologica, oltre che una dimensione logica,

1 Si veda, ad esempio, l'esame del procedimento della Theory o/ In­

tervening Opportunities, di Stouffer, fatto da G. A. Lundberg, What


Are Sociòlogical Problems?, « American Sociological Review », 6, 1941,
pp. 357-369.
L'influenza della ricerca empirica 255

sebbene ciò si possa appena sospettare, stando alla sequen­


za rigorosamente logica in cui una ricerca viene di solito
riportata 2• È appunto l'incidenza duplice, sia logica, sia
psicologica che la ricerca ha sulla teoria sociale, che cer­
cheremo di delineare.
La mia tesi centrale è che la ricerca empirica va ben ol­
tre al ruolo passivo di verificare e di mettere alla prova la
teoria; essa fa di piu che confermare o invalidare le ipotesi.
La ricerca svolge un ruolo attivo : essa cpmpie almeno quat·
tro funzioni fondamentali che contribuiscono a plasmare
lo sviluppo della teoria. Essa stimola, riformula, riorienta
e chiarifica la teoria 3•

l. IL MODELLO DELLA « SERENDIPITY »


(Il dato imprevisto, anomalo e strategico, stimola la nascita
di una teoria)

In certe condizioni, un risultato di ricerca può far na­


scere una teoria sociale. Nel saggio precedente, questo fe­
nomeno era stato trattato troppo brevemente, come segue:
« La ricerca empirica, se feconda, non soltanto verifica ipo­
tesi derivate teoricamente, ma dà anche . origine a nuove
ipotesi. Ciò potr�bbe essere definito la componente di se­
rendipity della ricerca, cioè la scoperta, dovuta alla fortuna
od alla sagacia, di risultati ai quali non si era pensato >> 4•

2 Si veda R. K. Merton, Science, Population and Society, « The Scien­


tific Monthly », 44, 1937, pp. 170-17 1; l'apposita discussione di Jean
Piaget, Judgement and Reasoning in the Child, London, 1929, capp. V,
IX, ed il commento di William H. George, Tbe Scientist in Action, Lon­
don, 1936, p. 153. « Una ricerca non progredisce per il modo in cui è
"accomodata la stesura scritta" per la pubblicazione ».
'

3 La quarta funzione, la chiarificazione, è stata elaborata in pubbli-


cazioni di Paul F. Lazarsfeld.
·

• R. K. Merton, Sociological Tbeory, « American Journal of Soci0o

logy », 50, 1945, p. 469 n. [Si confronti la nota 19, in fine, nel capitolo
IV del presente volume, da cui il passo di Merton è riportato N.d.T. ],
-

In modo abbastanza interessante, lo stesso bizzarro termine serendipity


che ha avuto poca fortuna da quandò fu coniato da Hòrace Walpole nel
1754, è stato anche usato, in riferimento a questa componente della ri­
cerca, dal fisiologo Walter B. Cannon. Vedi il suo The Way of an Inve-
256 Teoria socio!ogica

Il modello della serendipity 5 si riferisce all'esperienza,


abbastanza comune, che consiste nell'osservare un dato
imprevisto, anomalo e strategico, che fornisce occasione allo
sviluppo di una nuova teoria, o all'ampliamento di una
teoria già esistente. Ciascuno di tali elementi del modello
può venir descritto facilmente. Prima di tutto, il dato è im­
previsto. Una ricerca diretta alla verifica di una ipotesi,
dà luogo ad un sottoprodotto fortuito, ad una osservazio­
ne inattesa che ha incidenza rispetto a teorie che, all'inizio
della ricerca, non erano in questione.
Secondariamente, l'osservazione è anomala, sorpren-

stigator, New York, W. W. Norton, 1945, cap. VI, in cui egli espone
numerosi esempi di serendipity in diversi campi della scienza.
' Da quando la nota precedente fu scritta per la prima volta nel
1946 la parola serendipity, per la sua stranezza etimologica, si è diffusa
molto oltre i limiti della comunità ac�ademica. La notevole rapidità della
sua diffusione può essere illustrata dalla sua recentissima comparsa sulle
pagine del « New York Times ». Il 22 maggio 1949, Waldemar Kaem­
pflert, redattore scientifico del (< Times », ebbe occasione di riferirsi alla
serendipity riassumendo un articolo del ricercatore scientifico Ellice Mc­
Donald - e ciò in una pagina interna dedicata al recend sviluppi della
scienza. Circa tre settimane dopo, il 14 giugno, Orville Prescott, critico
letterario del (( Times » quotidiano, è stato evidentemente conquistato
dalla parola ; perché nella recensione di un libro in cui il protagonista ha
una passione per le parole strane, Prescott si domanda se egli cono­
sceva la parola serendipity. Il Giorno dell'Indipendenza del 1949, la
serendipity ottiene piena accettazione sociale. Spogliata delle virgolette
qualificanti, e senza piu bisogno di un'apposita frase di definizione, la
serendipity appare, senza scuse od ornamenti, sulla prima pagina del
« Times ». Essa acquista questo risalto in un servizio giornalistico da

Oklahoma City, che riporta un discorso di Sir Alexander Fleming, lo


scopritore della penicillina, all'inaugurazione della Fondazione di ricerca
medica di Oklahoma. ( « L'esperienza di Sir Alexander, che ha portato
allo sviluppo di rimedi moderni contro le malattie », dice il servizio fir­
mato da Robert K. Plumb, << è frequentemente citata come un esempio
evidente dell'importanza della serendipity nella scienza. Egli trovò la
penicillina per caso, ma era stato preparato a cercare un significato negli
incidenti scientifici >> ) . In questa peregrinazione dalla pagina esoterica,
dedicata alla scienza alle colonne più accessibili della critica letteraria,
alla popolare prima pagina, la serendipity era stata naturalizzata. Forse
troverà presto la strada per i dizionari tascabili.
Questo quindi, è ancora un altro esempio in cui un termine, che per
lungo tempo non è stato di uso comune, è stato recuperato ed è diventato
di uso abbastanza frequente. (Cfr. nota 6 nel cap. VI, che si riferisce
L'influem:a della ricerca empirica 257

dente 6, perché sembra incongruente rispetto alla teoria pre­


valente, o rispetto a fatti già stabiliti. In ambedue i casi,
l'apparente incongruenza provoca curiosità; essa stimola il
ricercatore a « trovare un senso al dato », a inquadrarlo
in un piu ampio orizzonte di conoscenze. Egli indaga piu
oltre. Egli effettua nuove e piu fresche osservazioni . Egli
trae inferenze dalle osservazioni, inferenze che, natural­
mente, dipendono in gran parte dal suo orientamento teo­
rico generale. Piu si immerge nei dati, piu aumenta la pro­
babilità che egli si imbatta in una linea fruttuosa d'inda­
gine. Nella fortunata circostanza che la sua nuova suppo­
sizione si dimostri giustificata, il dato anomalo finisce per
portarlo ad un ampliamento della teoria o ad una teoria
nuova . La curiosità stimolata dal dato anomalo viene tem­
poraneamente appagata.
In terzo luogo, affermando che il fatto imprevisto deve
essere strategico, cioè deve avere implicazioni che incidono
sulla teoria generalizzata, ci riferiamo, naturalmente, piu
che al dato stesso, a ciò che l'osservatore aggiunge al dato.
Com'è ovvio, il dato richiede un osservatore che sia sensi­
bilizzato teoricamente, capace di scoprire l'universale nel
particolare. Dopo tutto, gli uomini hanno osservato per
secoli fatti « banali » come lapsus linguae o lapsus calami,

alla storia analoga del termine anomia). E qui inoltre ci si potrebbe chie­
dere: che cosa spiega la risonanza culturale di questo vocabolo inventato,
negli ultimi anni, dal suono strano eppur utile?
Questioni di questo ordine vengono esaminate in uno studio mono­
grafico, di Elinor G. Barber e mio, sulla semantica sociologica implicata
dalla diffusione culturale della parola serendipity. Lo studio esamina il
contesto sociale e culturale in cui la parola venne coniata nel diciot­
tesimo secolo; il clima di opinione nel diciannovesimo secolo, quando
venne stampata per la prima volta; i vari circoli sociali di letterati, scien­
ziati, fisici e sociali, ingegneri, lessicografi e storici, in cui si è diffusa;
i cambiamenti di significato cui è stata soggetta nel corso della diffusione,
e gli usi ideologici cui è stata in vario modo adibita.
6 Charles Sanders Peirce, già molto tempo prima aveva notato il

ruolo strategico del « fatto sorprendente » nella sua spiegazione di ciò


che egli chiamava « adduzione », cioè la formulazione ed il consolida­
mento di un'ipotesi, come passo verso l'inferenza. Vedi i suoi Collected
Papers, VI, pp. 522-528.
258 Teoria socio/ogica

sviste tipografiche e amnesie, ma era necessaria la sensi­


bilità · teorica di un Freud per considerare questi fatti come
dati strategici, grazie ai quali egli poteva ampliare la sua
teoria della repressione e degli atti sintomatici.
Pertanto, il modello della serendipity implica il dato im­
previsto, anomalo e strategico, che orienta il ricercatore
ad una nuova direzione dell'indagine, la quale amplia la
teoria . Casi di serendipity si sono avuti in numerose di­
scipline, ma vorrei trarne uno da una recente ricerca socio­
logica, a scopo illustrativo. Nel corso di una nostra ricerca
sull'organizzazione sociale di Craftown, una comunità resi­
denziale suburbana di circa 700 persone, appartenenti in
prevalenza alle classi lavoratrici, osservammo che una gran
parte dei residenti erano affiliati a piu organizzazioni poli­
tiche, civiche o volontarie, di quel che non lo fossero stati
nel luogo di residenza precedente. Del tutto incidentalmen­
te, notammo che quest'incremento di partecipazione eli
gruppo si riscontrava anche per genitori aventi figli in te­
nera età e ancora piccoli . Questa scoperta era alquanto in­
congruente rispetto al senso comune. È risaputo, infatti,
che, particolarmente ai livelli economici piU. bassi, i bam­
bini molto piccoli tengono legati i genitori e impediscono
loro di prendere partè attiva alla vita di gruppo organizzata
fuori di casa. Ma i genitori di Craftown ci spiegarono essi
stessi con facilità il loro comportamento. « Oh, non è dav­
vero un problema uscire di sera », disse una madre che ap­
parteneva a diverse organizzazioni. « È facile, qui intorno,
trovare dei giovani che badino ai bambini. Ci sono molti
piu giovani qui intorno che non dove vivevo prima » 7•
La spiegazione sembra abbastanza adeguata, ed avrebbe
potuto acquietare la curiosità del ricercatore, se non fosse
stato per un dato che non quadrava : come molte comunità
residenziali recenti, Craftown ha in effetti una percentuale
molto piccola di giovani - ad esempio, i gruppi eli età com-

7 Tratto dallo studio ancora in corso sulla sociologia e sulla psico­

logia sociale dell'abitazione, per concessione della Lavanbourg Founda­


tion.
L'influenza della ricerca empirica 259

presi tra i 15 e i 1 9 anni, rappresentano soltanto il 3 ,7 %


della popolazione. E per di piu, l a maggioranza degli adulti,
il 63 % , erano al di sotto dei 34 anni, cosi che tra i loro
figli si ha una percentuale eccezionalmente alta di bambini
in tenera età e ancora piccoli. Cosi, anziché esservi molti
giovani che potevano badare ai bambini di Craftown, era
vero proprio il contrario; il rapporto tra giovani e bambini
al di sotto dei dieci anni era di l a 10, mentre nelle comu­
nità di origine tale rapporto era di circa l a l ,5 8•
Ci trovammo dunque d'un tratto di fronte ad un fatto
anomalo, che non rientrava affatto nel nostro programma
iniziale di osservazione. È chiaro che non avevamo, e in
verità non avremmo potuto inserire nella ricerca su Craf­
town una ipotesi circa la credenza illusoria nel fatto che vi
fosse abbondanza di giovani per sorvegliare i bambini. Ec­
co dunque un'osservazione allo stesso tempo imprevista
ed anomala. Era anche strategica ? Non volevamo pregiu­
dicare la sua importanza « intrinseca ». Essa sembrava ba­
nale né piu né meno dell'osservazione di Freud, il quale
durante l 'ultima guerra (in cui aveva due figli al fronte),
aveva letto male il titolo di un giornale: Der Friede von
Gorz (La pace di Gorz) invece che Die Feinde vor Gorz ( Il
nemico davanti a Gorz). Freud prese un incidente banale e
lo trasformò in un fatto strategico . Se la discrepanza tra le
impressioni soggettive dei residenti di Craftown non po­
teva venir trasformata in modo analogo, sarebbe stato me­
glio ignorarla, in quanto essa aveva chiaramente poca « im­
portanza sociale ».
In primo luogo, ciò che faceva di quest'illusione un
caso particolarmente intricato di un problema teorico ge­
nerale, fu la difficoltà a spiegarlo semplicemente come risul­
tato di una manipolazione deliberata da parte di interessi

8 Essenzialmente, le medesime differenze nella distribuzione dell'età


di Craftown, rispetto alle comunità di origirte, si ritrovano se confron­
tiamo la percentuale di bambini sotto i dieci anni con quella dei ragazzi
fra i 10 e i 19. Se prendiamo come termine di confronto i bambini
sotto i cinque anni, la sproporzione è ancora piu marcata.
260 Te oria sociologica

precostituiti, che avessero vantaggio a diffondere un'opi­


nione contraria ai fatti. In genere, un sociologo armato di
uno schema concettuale di derivazione utilitaristica quando
vede una credenza sociale che è palesemente non vera, si
mette a cercare gruppi particolari che abbiano interesse ad
inventare e a diffondere tale credenza. Il grido di « pro­
paganda ! » viene spesso preso, a torto, come una analisi
fondata teoricamente 9• Ciò però era chiaramente fuori que­
stione nel nostro esempio : non v'era assolutamente alcun
particolare gruppo d'interesse che cercasse di fornire una
visione distorta della distribuzione dell'età a Craftown.
Qual era, allora, l'origine di questa illusione sociale ?
Punti di partenza erano suggeriti da varie altre teorie.
C'era il postulato di Marx, secondo cui è « l'esistenza so­
ciale » degli uomini che « determina la loro coscienza ».
C'era il teorema di Durkheim, secondo cui le immagini so­
ciali ( « rappresentazioni collettive ») riflettono in qualche
modo una realtà sociale, sebbene « non ne consegua che la
realtà che ne è il fondamento sia oggettivamente conforme
all'idea che i credenti si fanno di essa ». C'era la tesi di
Sherif, secondo cui i « fattori sociali » forniscono uno sche­
ma per selezionare percezioni e per giudicare, in situazioni
che siano relativamente poco strutturate. Vi era la conce­
zione che è predominante nella sociologia della conoscenza,
secondo cui la posizione sociale determina le prospettive
che influiscono sulle percezioni, sulle credenze e sulle idee.
Ma per suggestivi che fossero questi orientamenti gene­
rali 10, essi non suggerivano direttamente quali aspetti del­
l'esistenza sociale, quali elementi della realtà sociale, quali

' Certamente, gli interessi costituiti diffondono spesso propaganda


falsa, e questo può rafforzare le illusioni di massa. Ma le teorie che attri­
buiscono le credenze popolari erronee agli interessi costituiti o alle men­
zogne dei preti, non sempre rappresentano il punto di partenza piu pro­
ficuo, e neppure aiutano molto a spiegare il fondamento dell'accettazione
o del rifiuto delle credenze. Il presente esempio, per banale che sia da
un punto di vista pratico, è importante teoricamente perché mostra an­
cora una volta i limiti di uno schema di derivazione utilitaristica.
10
Cosi come le differenze fra teoria ed orientamenti generali sono
stati trattati nel cap. III.
L'influenza della ricerca empirica 261

fattori sociali, quale posizione sociale potessero aver deter­


minato questa credenza apparentemente erronea.
La chiave ci fu fornita, inavvertitamente, da ulteriori
interviste ai residenti. Dicendola colle parole di una donna
che prendeva parte attiva ai problemi di Craftown, ed era
lei stessa madre di due bambini al di sotto dei sei anni :
Mio marito ed io usciamo insieme molto di piu. Sa, da queste
parti c'è molta gente che può guardare i bambini. Una qui si sente
molto piu tranquilla, con qualche tredicenne o quattordicenne, vi­
sto che si conosce la maggior parte delle persone. Se una è in una
grande città, non trova mica tanto semplice far venire qualcuno che
è quasi un estraneo.

Ciò mostra chiaramente che le radici sociologiche della


« illusione » sono rinvenibili nella struttura delle relazio­
ni comunitarie, nella quale i residenti di Craftown sono
posti. La credenza è un riflesso involontario derivante non
dalla realtà statistica, ma dalla coesione comunitaria. Non
è che, oggettivamente, vi siano a Craftown piu giovani, ma
solo piu giovani conosciuti intimamente, i quali, perciò,
esistono socialmente per i genitori in cerca di un aiuto nella
sorveglianza dei bambini. La maggioranza degli abitanti di
Craftown, essendo giunta di recente da un ambiente ur­
bano, si trova ora in una comunità in cui la vicinanza si è
sviluppata in intimità reciproca . L'illusione manifesta il
punto di vista di persone per cui i giovani, come poten­
ziali aiuto-sorveglianti dei bambini, « esistono » soltanto se
sono ben conosciuti e meritano perciò fiducia. In breve, la
percezione era in funzione della fiducia, e a sua volta la fi­
ducia era in funzione della coesione sociale 11•

11
I dati registrati, che desumiamo dallo studio, forniscono una ptova
supplementare. In considerazione della percentuale eccezionalmente ele­
vata di bambini piccoli, è sorprendente che il 54 % dei loro genitori
affermino che « è piu facile trovar gente per badare ai bambini quando
si vuole uscire a Craftown » che in altri luoghi in cui hanno vissuto;
solo il 21 % dice che è piu difficile, ed il rimanente 25 % trova che non
c'è nessuna differenza. Coloro che vengono da comunità urbane piu
grandi, sono maggiormente portati a ritenere che vi . si� maggior facilità
nell'ottenere assistenza a Craftown. Inoltre, come ct st potrebbe aspet-
262 Teoria sociologica

Dal punto di vista sociologico, quindi, questa scoperta


inaspettata si ricollega alla teoria secondo cui la percezione
sociale è il prodotto di uno schema sociale, e la estende.
Inoltre, essa sviluppa la « psicologia delle norme sociali » 12,
perché essa non costituisce soltanto un caso di individui
che abbiano assimilato norme, giudizi o standards partico­
lari, grazie ad altri membri della comunità. La percezione
sociale è piuttosto un sottoprodotto, un derivato, della
struttura delle relazioni umane.
Ciò forse basterà ad illustrare il modo di operare della
serendipity : un risultato inaspettato ed anomalo sollecita la
curiosità del ricercatore e lo spinge lungo una non preme­
ditata deviazione dal cammino, che lo condurrà ad una nuo­
va ipotesi.

2. LA RIFORMULAZIONE DELLA TEORIA


(Dati nuovi spingono all'elaborazione di uno schema
concettu ale )

Ma non è soltanto con il fatto anomalo che la ricerca


empirica stimola l'ampliamento della teoria. La ricerca può
farlo anche per mezzo dell'osservazione ripetuta di fatti
sino allora trascurati. Quando un determinato schema con­
cettuale, che viene regolarmente applicato ad un certo ar­
gomento, non può contenere tali fatti, la ricerca esercita
una continua pressione per la riformulazione di esso. Essa
conduce all'introduzione di variabili che non erano state in­
cluse in modo sistematico nello schema di analisi. In que-

tare dall'ipotesi, quegli abitanti che hanno ingranato meglio a Craftown,


che si identificano più pienamente con essa, sono maggiormente portati
a credere che sia piu facile ottenere un tale aiuto; il 61 % di questi si

comporta cosi, contro il 50 % di coloro che si identificano con altre


comunità, mentre solo il 12 % lo trova piu difficile in confronto col
26 °/o dell'ultimo gruppo.
12
Il libro di Muzafer Sherif che porta questa titolo, è fondamentale
in questo campo, sebbene esso tenda ad avere una concezione alquanto
limitata dei << fattori sociali », Tbe Psycbology of Sociat Norms, New
York, 1936.
L'influenza della ricerca empirica 263

sto caso, si noti bene, non è che i dati siano anomali o ina­
spettati o incompatibili con la teoria esistente; essi, sem­
plicemente, non erano stati considerati pertinenti. Mentre
il modello della serendipity centra un'apparente contraddi­
zione che sollecita una risoluzione, il modello della rifor­
mulazione centra un fatto sinora trascurato ma rilevante,
il quale spinge ad un ampliamento dello schema concet­
tuale.
Esempi di questo genere, nella storia della scienza so­
ciale, sono ben lungi dall'essere pochi. Cosi, fu una serie
di fatti empirici nuovi che condusse Malinowski ad incor­
porare nuovi elementi in una teoria della magia. Furono,
naturalmente, i suoi Trobriandesi che gli fornirono la
chiave per gli elementi piu importanti e caratteristici della
sua teoria. Quando questi isolani pescavano nella laguna
interna, con il metodo sicuro del veleno, era certo che vi
sarebbe stata una pesca abbondante e nessun pericolo . Ciò
non comportava né incertezza, né rischi incontrollabili. E
in questo caso, notò Malinowski, la magia non veniva pra­
ticata. Ma durante la pesca in alto mare, che ha risultati
incerti e presenta pericoli spesso gravi, i riti magici pro­
speravano. In base a queste osservazioni pregnanti, la sua
teoria fu che la credenza magica nasce per superare l 'in­
certezza nelle attività pratiche dell'uomo, per rafforzare la
fiducia, per ridurre le ansietà, per aprire vie che consentano
di sfuggire all'imbarazzo apparente. La magia venne con­
gegnata come una tecnica supplementare per il raggiungi­
mento di obiettivi pratici. Furono codesti fatti empirici che
suggerirono l'incorporazione di dimensioni nuove nelle pre­
cedenti teorie della magia - e in particolare, la relazione
del magico con il fortuito, il pericoloso, l 'incontrollabile.
Non è che questi fatti fossero incongruenti rispetto alle
teorie precedenti; semplicemente, tali schemi concettuali
non li prendevano in adeguata considerazione. Né Malinow­
ski stava verificando un'ipotesi prestabilita, ma stava svi­
luppando un allargamento ed un miglioramento della teoria
in base a dati empirici . stimolanti.
264 Teoria sociologica

Per fare un altro esempio della pressione che i dati em­


pirici esercitano sulla riformulazione di una teoria specifica,
prendiamo un caso piu vicino a noi. Consideriamo un'inda­
gine riguardante un unico drammatico episodio di persua­
sione di massa : trasmettendo ad intervalli ripetuti, nell'ar­
co di diciotto ore, Kate Smith, una stella della radio, ven­
dette grandi quantità di buoni del prestito di guerra in un
giorno. Non intendo fare un resoconto completo circa la
dinamica di questo caso di persuasione di massa 13; per lo
scopo che ci proponiamo ora , ci interessano soltanto le im­
plicazioni di due fatti che emersero dallo studio.
Innanzitutto, nel corso di interviste intensive, i nostri
informatori - newyorkesi che si erano impegnati per un
buono dalla Smith - si mostrarono del tutto disincantati
a riguardo della pubblicità, annunci commerciali e propa­
ganda. Si ritenevano oggetto di manipolazioni, e se ne ri­
sentivano . Protestavano che erano presi di mira da una
pubblicità lusingatrice, insistente e terroristica. Protesta­
vano che erano immersi in un mare di propaganda, la qua­
le suggeriva azioni ed opinioni non rispondenti ai loro in­
teressi. Esprimevano sgomento per quel che in effetti era
un modello di pseudo-Gemeinschaft sottili metodi di
-

vendita per cui si finge l'esistenza di un interessamento per­


sonale verso il cliente, allo scopo di meglio manipolarlo .
Come ci disse un piccolo commerciante: « Nel mio com­
mercio posso vedere come molta gente tratta gli affari fa­
cendo gran gesti di amicizia, di sincerità e cosi via, la mag­
gior parte dei quali è falsa ». Tratti da una società metro­
politana molto frazionata ed altamente competitiva, i
nostri informatori vennero a descriverei un clima di reci­
proca sfiducia, di anomia, in cui i valori comuni sono stati
sommersi nel marasma degli interessi privati . La società ve­
niva sperimentata come un'arena per imbroglioni in gara.
Si credeva ben poco al comportamento disinteressato.
In contrasto a tutto ciò, v'era il secondo fatto: sco-

u Merton, Fiske e Curtis, Mass Persuasion, cit.


L'influenza della ricerca empirica 265

primmo che la forza di persuasione sui nostri stessi infor­


matori, che la campagna per i buoni della Smith aveva
avuto, era in gran parte basata sulla convinzione ferma che
essi avevano dell'integrità e sincerità della Smiih. E all'in­
circa la stessa cosa risultò da un sondaggio d'opinione su
un campione stratificato piu ampio comprendente circa
mille newyorkesi. Un buon 80% asseri che la Smith, nella
sua maratona quotidiana, era esclusivamente preoccupata di
promuovere la vendita dei buoni di guerra, mentre solo il
1 7 % pensava che fosse anche preoccupata di farsi pubbli­
cità, e un trascurabile 3 % riteneva che essa fosse in primo
luogo preoccupata della pubblicità che gliene derivava .
Quest'importanza attribuita alla sua sincerità è quanto
mai sorprendente, come problema di ricerca relativamente
alla formazione della reputazione, perché la stessa Smith
compariva ogni settimana in almeno sei programmi offerti
a scopo commerciale. Ma nonostante che lei fosse impe­
gnata in un'attività di promozione del consumo apparente­
mente uguale a quella di altri, essa era vista dai nostri in­
formatori come l'antitesi diretta di tutto ciò che rappresen­
tavano gli altri presentatori e le altre stelle. Per dirla con
le parole di un ammiratore: « È sincera, lei . Pensa vera­
mente tutto ciò che dice. Non se ne sta soltanto li a parlare
e a prendere dei soldi. Lei è diversa dagli altri » .
Perché quest'irresistibile fiducia nella sincerità della
Smith? È certo che la società stessa, la quale produce in
molti un senso di alienazione e di estraneamento, genera in
molti un desiderio intenso di essere rassicurati, un 'acuta
volontà di credere, una fuga verso la fede. Ma perché la
Smith diviene l'oggetto della fede di tante persone che sono
altrimenti cosi diffidenti? Perché viene considerata sincera
da coloro che si vogliono purificare dalla insincerità ? Per­
ché si ritiene che abbia motivi che stanno al di sopra del­
l'avidità, dell'ambizione e della superbia della sua catego­
ria? Quali sono le origini socio-psicologiche di questa im­
magine della Smith come sincerità incarnata ?
Tra le varie origini, intendiamo qui esaminare quella
266 Teoria socio/ogica

che ha una portata piu diretta rispetto alla teoria della per­
suasione di massa. La chiave ci viene fornita dal fatto che
tra coloro che hanno ascoltato la campagna-maratona della
Smith per i buoni di guerra, vi era una percentuale piu alta
di convinti del patriottismo disinteressato di lei, di quel
che non fosse tra coloro che non l'avevano ascoltata. Que­
sto sembra dimostrare che la campagna-maratona per i
buoni ha rafforzato la credenza pubblica nella di lei since­
rità. Dobbiamo però ammettere la possibilità che ad ascol­
tarla fossero, con maggior probabilità, i fans a lei devoti,
per i quali la sua sincerità era fuori di questione. Perciò,
per stabilire se in effetti la maratona abbia diffuso questa
credenza, dobbiamo mettere a confronto quelli che l'ascol­
tavano regolarmente e quelli che non erano suoi fans. In
ciascuno dei gruppi, tra coloro che avevano ascoltato la ma­
ratona, la percentuale di persone che erano convinte del­
l'intento esclusivamente patriottico della Smith, era signi­
ficativamente piu alta.14 Ciò valeva tanto per i suoi fans de­
voti quanto per coloro che non ascoltavano affatto i suoi
programmi normali. In altre parole, noi avevamo colto,
colla neutralità della macchina fotografica, un'istantanea
della reputazione di sincerità della Smith nel corso del pro­
cesso in cui stava ulteriormente aumentando. Abbiamo con­
gelato il processo di costruzione di una reputazione nel bel
mezzo del suo sviluppo.
Ma come si verificò questo fatto dell'aumento di convin­
zione nella sincerità della Smith ? È a questo punto che le
nostre interviste intensive, con le loro risposte ingenue e
sovente rivelatrici, ci permettono di interpretare i risultati
statistici del sondaggio . La maratona aveva tutta l'atmo­
sfera di uno sforzo determinato e risoluto, in condizioni di
tremenda difficoltà. Alcuni ascoltatori credettero scoprire
segni di fatica e di coraggiosa resistenza. « Alla fine la sua
voce non era piu cosi forte, ma lei tirava avanti come un
buon soldato », dice una perspicace casalinga. Altri si pro-

H I dati statistici si trovano ibid., pp. 87-88.


L'influenza della ricerca empirica 267

iettavano al vivo la situazione di fatica e di sforzo corag­


gioso. I solleciti rapporti del suo collaboratore, Ted Col­
lins, rafforzavano la preoccupazione per gli sforzi a cui la
Smith si stava sottoponendo. « Sentivo di non poter piu
resistere », ricorda un informatore. « Quanto diceva il si­
gnor Collins circa il suo stato di esaurimento mi colpi cosi
tanto che non potevo proprio sopportarlo ». La maratona
assumeva gli attributi di un sacrificio rituale.
In breve, non fu tanto ciò che la Smith diceva quanto
ciò che ella faceva che servi a convalidare la sua sincerità.
Erano lo sforzo e la tensione che si presumevano conse­
guire a diciotto ore di trasmissione, erano le azioni e non le
parole che fornivano una prova indubitabile. Gli ascolta­
tori avrebbero potuto chiedersi se lei non stesse dramma­
tizzando indebitamente, ma non potevano negare l'evidenza
incontestabile del fatto che lei stava dedicando al suo com­
pito l'intera giornata. Valutando la testimonianza diretta
del comportamento della Smith, un altro informatore spie­
ga che « lei stava sulla breccia tutto il giorno, e gli altri no.
Cosi sembrava che lei si sacrificasse di piu e fosse piu sin­
cera ». Vista come un processo di persuasione, la maratona
trasformò i sentimenti iniziali di scetticismo e di diffidenza
degli ascoltatori, in una accettazione dell'integrità della
Smith, dapprima riluttante poi piena. Le trasmissioni suc­
cessive servirono a dimostrare coi fatti quanto era stato
promesso a parole. Le parole erano rafforzate dalle cose che
lei effettivamente faceva. La carta moneta delle sue parole
veniva accettata perché garantita dall'oro della sua con­
dotta. La riserva aurea, del resto, non deve coprire, nep·
pure approssimativamente la quantità di moneta in circola­
zione.
Codesto studio empirico indica che la « propaganda dei
fatti » può essere efficace proprio per le persone che diffi­
dano della « propaganda delle parole ». Dove vi è disorga­
nizzazione sociale, anomia, conflitto di valori, si riscontrerà
che la propagandite raggiunge le proporzioni di una vera
epidemia. Ogni giudizio di valore corre il rischio di venire
268 Teoria sociologica

scredit�to come « mera propaganda » . Le incitazioni sono


sospette. Ma la propaganda dei fatti attira maggiore fidu­
cia. I componenti del pubblico possono con piu libertà trar­
re le conclusioni dall'azione - ed è meno probabile che si
sentano manipolati . Quando le azioni del propagandista e
le sue parole vengono a coincidere, in modo simbolico, ciò
stimola a credere alla sua sincerità. Ulteriori ricerche do­
vranno stabilire se codesto modello di propaganda sia signi­
ficativamente piu efficace nelle società che soffrono di ano­
mia che non in quelle che sono integrate in modo piu pie­
no . Ma, non diversamente dall'esempio di Malinowski, ciò
potrà illustrare il ruolo che la ricerca ha nell'indicare nuove
variabili da incorporarsi in una teoria specifica .

3. IL RIORIENTAMENTO DELL'INTERESSE TEORICO


( Nuovi metodi di ricerca empirica spingono ad un riorien�
tamento dell'interesse teorico)

Fino a questo punto abbiamo considerato l'incidenza


della ricerca relativamente allo sviluppo di teorie partico­
lari. Ma la ricerca empirica influisce anche su tendenze piu
generali nello sviluppo della teoria. Ciò avviene principal­
mente grazie all'elaborazione di procedimenti di ricerca
che tendono a spostare il centro dell'interesse teorico verso
nuovi argomenti di ricerca.
Le ragioni di ciò sono del tutto evidenti . Dopo tutto, la
teoria bene impiantata prospera solo con una ricca dieta di
fatti pertinenti, e i procedimenti escogitati di recente con­
tribuiscono a fornire ingredienti per questa dieta . Dati
nuovi, di cui spesso non era possibile disporre in prece­
denza, stimolano a nuove ipotesi. Inoltre, i teorici trovano
che le loro ipotesi possono venire immediatamente messe
alla prova nei campi in cui si sono concepite tecniche appro­
priate di ricerca. Non è piu necessario che essi aspettino
dati che arrivano quando capita; si possono subito istituire
ricerche dirette. A questo modo, il flusso dei dati rilevanti
accelera i tempi di avanzamento della teoria in certi campi,
mentre in altri campi, mancando osservazioni adeguate. la
L'influenza della ricerca empirica 269

teoria ris tagna . L'attenzione viene di conseguenza a spo­


starsi.
Osservando che la nascita di nuovi centri di interesse
teorico consegue alla creazione di procedimenti di ricer­
ca, non intendiamo dire che solo questi abbiano avuto un
ruolo decisivo .15 Per esempio, il crescente interesse per una
teoria della propaganda come strumento di controllo so­
ciale, è in larga parte una risposta al modificarsi della situa­
zione storica, con il conflitto tra i principali sistemi ideolo­
gici, le nuove tecniche di comunicazione di massa che han­
no aperto nuove vie alla propaganda, ed i fondi doviziosa­
mente messi a disposizione dal governo e dal mondo della
finanza, interessati a questa nuova arma di guerra, dichia­
rata e non dichiarata . Questo mutamento d'interessi è però
anche un derivato dell'accumulazione di fatti, messi a di­
sposizione grazie a procedimenti sviluppatisi di recente, e
apertamente presentati come ancora rozzi, quali l'analisi del
contenuto, la tecnica del pane! e l'intervista focalizzata.
Nella storia recente della teoria sociale, gli esempi di
questa incidenza sono numerosi : in questa sede, tuttavia,
potremo menzionarne solo alcuni. Cosi, l'interesse crescente
per la teoria della formazione del carattere e della perso­
nalità in rapporto alla struttura sociale, è diventato note­
vole dopo l'introduzione di nuovi metodi proiettivi ; il test
di Rorschach, il TAT (tematic apperception test), le tec­
niche del gioco, gli aneddoti da completa�e. sono tra i piu
noti. Cosi pure, le tecniche sociometriche di Moreno e di
altri, i recenti progressi nella tecnica della passive inter­
view, hanno ravvivato l'interesse per la teoria delle rela­
zioni interpersonali . Anche da queste tecniche discende la
tendenza a quella che potrebbe essere chiamata la « risco­
perta del gruppo primario », particolarmente sotto forma di
interesse teorico per le strutture sociali informali, in quanto
mediatrici fra l'individuo e le grandi organizzazioni formali.

1 5· È forse inutile aggiungere che questi procedimenti, strumenti ed


apparati, a loro volta dipendono da una teoria precedente. Ma ciò non
altera il loro effetto stimolante rispetto agli ulteriori sviluppi della teoria.
270 Teoria socio!ogica

Quest'interesse ha trovato espressione in un'intera lettera­


tura sul ruolo e la struttura del gruppo informale, ad esem­
pio in sistemi sociali come la fabbrica, la burocrazia, le or­
ganizzazioni politiche. Similmente, si può prevedere che la
recente introduzione della tecnica del panel - l'intervista
ripetuta allo stesso gruppo di informatori - a suo tempo
polarizzerà piu nettamente l'attenzione degli psicologi so­
ciali sulla teoria della formazione degli atteggiamenti, della
decisione fra scelte alternative, dei fattori della partecipa­
zione politica, delle determinanti del comportamento in
caso di richieste di ruolo che siano in conflitto, per non
menzionare che alcuni pochi tipi di problemi ai quali code­
sta tecnica è particolarmente adatta.
Forse, l'incidenza piu diretta dei procedimenti di ricerca
sulla teoria è risultata dalla creazione di statistiche sociolo­
giche organizzate in termini di categorie aventi attinenza
teorica. Talcott Parsons ha osservato che i dati numerici
sono scientificamente importanti solo quando possono ve·
nir raggruppati in categorie analitiche, e che « una gran
parte delle ricerche attuali viene producendo fatti in una
forma la quale non può essere utilizzata per nessuno degli
schemi analitici generalizzati attuali » 16• Queste critiche,
ben giustificate sino a poco tempo addietro, si stanno mo­
strando sempre meno imputabili. In passato, il sociologo
aveva in gran parte a che fare con serie di statistiche già
raccolte, usualmente compilate per scopi non sociologici, e
perciò non ordinate secondo categorie che avessero una di­
retta attinenza a un qualche sistema teorico. Il risultato era
che il sociologo, perlomeno quanto ai fatti quantitativi, si
trovava costretto a lavorare su dati di fortuna, che rispetto
ai suoi problemi avevano un'importanza solo tangenziale.

16 T .
Parsons, The Role of Theory in Social Research, « American So­
ciological Review », III, 1938, p. 19; cfr. il suo The Structure of Social
Action, New York, 1937, trad. it. La struttura dell'azione sociale, Bolo­
gna, Il Mulino, 1970', pp. 410-411 n.: « ••• nel campo sociale gran parte
delle informazioni statistiche disponibili sono a un livello da cui non si
può passare direttamente alle categorie della teoria analitica ».
L'influenza della ricerca empirica 271

Ciò lasciava non solo un largo margine di errore - si pensi


ai grossolani indici di coesione sociale coi doveva riferirsi
Durkheim - ma anche significava che la teoria doveva
aspettare che incidentalmente, e talvolta quasi accidental­
mente, si rendessero disponibili dati rilevanti. Non si po­
teva andare avanti rapidamente. Questo quadro ha ora co­
minciato a cambiare .
Per i dati quantitativi che gli occorrono, il teorico non
deve piu dipendere pressoché esclusivamente dal consenso
di enti amministrativi ed assistenziali . L'abbozzo program­
matico di Tarde 17, vecchio di mezzo secolo, sulla necessità
di statistiche per la psicologia sociale, specialmente in rap­
porto agli atteggiamenti, alle opinioni ed ai sentimenti, è
divenuto una promessa già per metà adempiuta. Cosi pure,
i ricercatori che studiano l'organizzazione di una comunità
stanno creando statistiche sulla struttura di classe, sul com­
portamento associativo e sulla formazione di compagnie di
persone, il che ha lasciato un segno sugli interessi teorici .
Studi di etnologia cominciano a fornire dati quantitativi
che ti-orientano il teorico. È lecito supporre che l'enorme
accumulazione di materiali sociologici avvenuta durante la
guerra - specialmente a cura del Research Branch o/ the
lnformation and Education Division of War Depart­
ment - materiali che in parte rappresentano il risultato
di nuove tecniche di ricerca, intensificherà l'interesse per
lo spirito di gruppo, la propaganda e la leadership 18 • Ma
forse non è necessario moltiplicare gli esempi.
Ciò che abbiamo detto non significa che di per sé l'am­
mucchiarsi delle statistiche faccia avanzare la teoria, ma
:significa che l'interesse teorico tende a spostarsi verso quei
settori nei quali v'è abbondanza di dati statistici perti­
nenti 19• Del resto, noi stiamo semplicemente richiamando

17 Gabriel Tarde, Essais et mélanges sociologiques, Paris, 1895, pa­

gine 230-270.
" Come risulta ora che sono stati pubblicati: S. A. Stouffer e altri,
The American Soldier.
19 I dati statistici facilitano anche una precisione nella ricerca suf-
272 Teoria sociologica

l'a ttenzione sul fatto che gli interessi si vengono spostando,


non ne diamo una valutazione. Può ben darsi che ciò spo­
sti talora l'attenzione su problemi che, da un punto di vista
teorico od umanistico, sono « non importanti »; ciò può
distogliere l'attenzione da problemi che hanno maggiori
implicazioni a problemi che fanno sperare soluzioni imme­
diate. Mancando ogni studio preciso, è difficile pervenire
ad una valutazione globale di questo punto. Ma in sé il
modello, tanto in sociologia quanto nelle altre discipline.
sembra abbastanza chiaro; quando divengono disponibili
nuovi dati che in precedenza non si potevano avere, grazie
all'impiego di tecniche nuove, i teorici rivolgono analitica­
mente il loro sguardo alle implicazioni di questi dati e van­
no verso nuove direzioni di indagine.

4. LA CHIARIFICAZIONE DEI CONCETTI


(La ricerca empirica spinge a chiarire i concetti)

Una buona parte del lavoro che viene chiamato « far


della teoria » viene connesso - e giustamente, del resto ­
alla chiarificazione dei concetti. È in questo settore del
definire chiaramente i concetti che la ricerca sociale è non
di rado carente. Ricerche mosse da un prevalente interesse
metodologico possono venire progettate essenzialmente allo
scopo di stabilire relazioni causali, senza una dovuta consi­
derazione analitica delle variabili che rientrano nell'inda­
gine. Codesto empirismo metodologico, come potrebbe es­
sere chiamato un progetto di indagine mancante della cor­
rispettiva preoccupazione di chiarificazione delle variabili
sostantive, caratterizza gran parte delle ricerche attuali. A
questo modo, in una serie di esperimenti efficacemente pro­
gettati, Chapin scopre che « il trasferimento di famiglie
residenti in slums in base ad un piano pubblico delle abita­
zioni, provoca un miglioramento nelle condizioni di esi-

fidente a sottoporre la teoria a determinate verifiche; vedi la discus­


sione sulle funzioni della precisione nel cap. IV.
L'influenza della ricerca empirica 273

stenza e nella vita sociale di queste famiglie » 20 • Oppure,


gli psicologi cercano di determinare, in base ad esperimenti
controllati, quali effetti abbia avuto il vivere in asilo sui
bambini, rispetto ai risultati che essi ottengono nei tests
21
d'intelligenza • E, sempre in base a indagini sperimentali,
altri ricercatori tentano di stabilire se un film di propa­
ganda abbia raggiunto lo scopo che si proponeva, ad esem­
pio, quello di migliorare l'atteggiamento verso gli inglesi.
Questi vari casi - ed essi sono rappresentativi di una
gran parte delle ricerche sociali che hanno fatto progredire
il metodo della scienza sociale - hanno in comune il fatto
che le variabili empiriche non sono analizzate nei termini
2
dei loro elementi concettuali 2 • Con la sua caratteristica lu­
cidità, Rebecca West ha cosi posto questo problema gene­
rale dell'empirismo metodologico : si può arrivare « a sa­
pere che A e B e C sono uniti da certe connessioni causali,
ma non si potrà mai afferrare con esattezza la natura di A,
di B o di C » . Per conseguenza, codeste ricerche fanno pro­
gredire i procedimenti d'indagine, ma i loro risultati non
entrano nel repertorio della teoria sociale cumulativa.
Ma in generale, la chiarificazione dei concetti, �he è con­
siderata come un settore di competenza del teorico, è di
frequente un risultato della ricerca empirica. Una ricerca
che sia sensibile alle sue proprie esigenze, difficilmente sfug­
girà alla spinta verso una chiarificazione concettuale. Per­
ché un requisito fondamentale della ricerca è che i concetti,
le variabili, siano definiti con chiarezza sufficiente a permet-

2° F. S. Chapin, Tbe Effects of Slum Clearance and Rehousing on

Family and Community Relationships in Minneapolis, « American Jour­


nal of Sociology », 43, 1938, pp. 744-763.
21
R. R. Sears, Chi/d Psychology, in « Current Trends in Psychology »,
a cura di Wayne Dennis, University of Pittsburgh Press, 1947, pp. 55-56.
I commenti di Sears su questo tipo di ricerca formulano il problema
generale in modo ammirevole.
12 Per quanto grossolani possano essere, procedimenti come l'intervi­

sta focalizzata sono stati ideati espressamente come ausilio per scoprire
variabili che possono essere pertinenti in una situilzione inizialmente
indifferenziata. Vedi R. K. Merton, M. Fiske e P. L. Kendall, Tbe Focu­
sed Interview, Glencoe, Illinois, The Free Press, 1956.
274 Teoria sociologica

tere la prosecuzione della ricerca, un reqUisito questo che


facilmente e inavvertitamente è trascurato in quella specie
di esposizione discorsiva che talora viene, in modo impro­
prio, chiamato teoria sociologica.
In genere, la chiarificazione dei concetti rientra nella
ricerca empirica sotto la forma di costruzione degli indici
delle variabili da considerarsi. Nelle speculazioni che non
hanno rapporto con la ricerca, si può parlare tranquillamen­
te di « spirito di corpo » o di « coesione sociale » senza
avere un'idea chiara di ciò che si intende con questi ter­
mini, ma essi debbono venir chiariti, se il sociologo vuole
procedere nel suo lavoro, e osservare sistematicamente casi
di alto e basso spirito di corpo, di coesione o di frattura so­
ciale. Se non vuole rimanere bloccato agli inizi, egli deve
escogitare indici che siano osservabili, ben precisi e meti­
colosamente chiari . L'intero movimento di pensiero che
venne battezzato « operazionismo », è soltanto un esempio
vistoso della richiesta fatta dal ricercatore, che i concetti
siano definiti in modo sufficientemente chiaro da permet­
tergli di mettersi al lavoro.
Ciò è stato riconosciuto in modo particolare da quei
sociologi che sposano l'orientamento teorico alla ricerca
empirica sistematica. Durkheim, ad esempio, nonostante
che la sua terminologia ed i suoi indici appaiano oggi gros­
solani e discutibili, capi chiaramente la necessità di escogi­
tare indici per i suoi concetti. Piu volte egli ebbe ad affer­
mare che « Occorre ... sostituire al fatto interno, che ci sfug­
ge, un fatto esterno che lo simbolizzi, e studiare il primo
per mezzo del secondo » 23• L'indice, o segno di un ele­
mento concettualizzato, sta idealmente in rapporto biuni-

23 Emile Durkheim, Les règles de la méthode sociologique, trad. it. cit.•

pp. 50-51. Vedi anche La division du travail social, Paris, Alcan, 1893.
irad. it., Milano, Comunità, 1962, p. 86; Le suicide, Paris, Alcan, 1930,
trad. it., Torino, U'TI:T, 1%9, passim. Cfr. R. K. Merton, Durkheim's Di­
vision of Labor in Society, « American Journal of Sociology », 40, 1934,
spec. pp. 326-327, che tocca il problema degli indici; per una analisi piu
sviluppata, si veda The Language of Social Research, a cura di Lazarsfeld
e Rosenberg, cit., introduzione alla prima sezione.
L'influenza della ricerca empirica 27 5

voco con ciò che significa (e la difficoltà a stabilire questa


relazione è ovviamente uno tra i piu critici problemi di
ricerca). Dal momento che l'indice e l'oggetto di esso ven­
gono posti in relazione, ci si può chiedere quale sia il fon­
damento per cui l'uno è preso come l'indice e l'altro come
la variabile indicizzata. Come Durkheim faceva supporre
e .come Suzanne Langer ha nuovamente mostrato, l'indice,
tra le due cose che vengono correlate, è quella che è per­
cettibile, e l'altra, difficile o impossibile a percepirsi, è
l'elemento che ha importanza per la teoria 24• A questo
modo, le scale di atteggiamenti mettono a disposizione in­
dici di atteggiamenti che altrimenti non sarebbero discri­
minabili; proprio come le statistiche ecologiche rappresen­
tano indici di strutture sociali diverse collocate in zone
differenti .
Per cui, ciò che appare spesso come una tendenza della
ricerca alla quantificazione (attraverso l'elaborazione di sca­
le) può essere visto come un caso particolare del tentativo
volto a chiarire concetti in modo sufficiente a permettere
di condurre una ricerca empirica. La elaborazione di indici
validi ed osservabili viene ad avere la massima importanza
rispetto all'impiego dei concetti per la prosecuzione della
ricerca . Un ultimo esempio mostrerà in che modo la ricerca
spinga alla chiarificazione di vecchi concetti sociologici che,
sul piano dell'esposizione discorsiva, sono rimasti mal defi­
niti e non chiariti.
Una tra le idee fondamentali della sociologia è che gli
individui hanno ruoli sociali molteplici, e tendono ad orga­
nizzare il loro• comportamento in termini di aspettative defi­
nite strutturalmente ed attribuite a ciascun ruolo. Si pensa
inoltre che quanto meno la società è integrata, tanto piu
frequentemente gli individui saranno soggetti a tensioni
derivanti da ruoli sociali incompatibili . I casi-tipo sono
numerosi e familiari: il comunista cattolico, soggetto alle

24 Suzanne K. Langer, Philosophy in a New Key, New York, Pen­

guin Books, 1948, pp. 4647.


276 Teoria sociologica

pressioni contrastanti del partito e della Chiesa, l'uomo


marginale che soffre per le tensioni di una società in con­
flitto, la donna che lavora, combattuta tra le esigenze della
famiglia e quelle della carriera. Ogni libro di testo di socio­
logia abbonda di esempi di esigenze incompatibili per per­
sonalità plurime.
Forse perché ci si è limitati ad interpretazioni discor­
sive, e raramente è stato posto al centro di una ricerca siste­
matica, quest'importante problema dei ruoli in conflitto
deve ancora essere chiarito materialmente e fatto avanzare
oltre il punto cui si era arrivati decine d'anni fa . Da
tempo Thomas e Znaniecki hanno indicato che i conflitti
tra ruoli sociali possono essere ridotti conformando e seg­
mentando i ruoli ( attribuendo ciascun insieme di aspetta­
tive di ruolo a situazioni diverse) 25• Altri hanno anche os­
servato che la frequenza del conflitto tra ruoli è disfunzio­
nale cosi per la società come per l'individuo. Tutto ciò,
però, lascia in sospeso molti problemi : su quali basi è pos­
sibile . prevedere il comportamento di persone soggette a
ruoli contrastanti ? E quando viene presa una decisione,
quale ruolo (o quale s6lidarietà di gruppo) si mostrerà pre­
minente? In quali condizioni l'una o l'altra alternativa mo­
strerà di avere un effettivo potere di controllo ? Sul piano
del pensiero discorsivo si è pensato che dovrebbe essere
predominante il ruolo con cui l'individuo si identifica in
modo piu pieno, banalizzando (?'.osi il problema con una
pseudo-soluzione tautologica. O anche, il problema consi­
stente nel cercar di prevedere il comportamento che do­
vrebbe conseguire all'incompatibilità dei ruoli, problema di
ricerca richiedente una chiarificazione operativa dei con­
cetti di solidarietà, conflitto, aspettative di ruolo e situa­
zione, è stato sfuggito sulla base dell'osservazione che, nor­
malmente, ai conflitti di ruolo consegue frustrazione.
Piu di recente, la ricerca empirica ha spinto alla chia-

"' W. l. Thomas e F. Znaniecki, The Polish Peasant, trad. it. cit., vol.
II, passim.
L'influenza della ricerca empirica 277

rificazione dei concetti-chiave compresi nel problema. Sono


stati formulati indici delle pressioni di gruppo che si tro­
vano in contrasto, ed il comportamento conseguente ad esse
è stato osservato in situazioni specifiche . Per cui, come ini­
zio in questa direzione, è stato dimostrato che in una situa­
zione concreta in cui si prendono decisioni, come il voto,
gli individui soggetti a pressioni contrastanti reagiscono ri­
mandando la loro decisione di voto. E in condizioni an­
cora da precisarsi, cercano di ridurre il conflitto evadendo
dall'area del conflitto stesso: perdono interesse per la cam­
pagna politica. Infine, questi dati lasciano supporre che nei
casi di pressioni contrastanti sull'elettore, è la posizione so­
cio-economica che normalmente ha potere determinante 26•
Comunque sia, il punto essenziale è che, in questo caso
come in altri, proprio le esigenze della ricerca empirica han­
no contribuito alla chiarificazione di concetti tradizionali.
Il processo dell'indagine empirica produce risultati concet­
tuali che potrebbero per lungo tempo passare inosservati
nell'indagine teorica.
Restano ora poche osservazioni conclusive . La mia di­
scussione è stata dedicata esclusivamente a quattro casi di
incidenza della ricerca sullo sviluppo della teoria sociale :
inizio, riformulazione, riorientamento e chiarificazione del­
la teoria. Senza dubbio ce ne sono delle altre. Senza dub­
bio, anche, l'enfasi di questo capitolo potrebbe portare ad
incomprensioni. Si potrebbe indurre che è stata fatta qual­
che ingiusta distinzione a spese della teoria e dei teorici.
Non era qut;sta la mia intenzione. Ho voluto soltanto sug­
gerire che l'indagine empirica non è sempre preceduta da
utia teoria pienamente formulata, e che, stando ai fatti, non
sempre e non necessariamente il teorico è la lampada che
illumina la strada verso nuove osservazioni. Il processo è
spesso inverso. Né basta dire che ricerca e teoria debbono

2' Lazarsfeld, Berelson e Gaudet, The People's Choice, cit., cap. VI

e lo studio successivo di B. Berelson, P. F. Lazarsfeld e W. N. McPhee,


Voting, Chicago, University of Chicago Press, 1954.
278 Teoria sociologica

sposarsi affinché la sociologia dia frutti legittimi. Non solo


esse debbono scambiarsi voti legittimi, ma debbono sapere
in che modo tirare avanti. I loro ruoli reciproci debbono
essere definiti chiaramente. Codesto capitolo è un piccolo
tentativo verso una tale definizione.
Indice dell'opera
Indice dell'opera

VOLUME PRIMO: TEORIA SOCIOLOGICA

Premessa p. IX

Introduzione 5

I. Sulla storia e la sistematica della teoria


sociologica 9
Confusione fra storia e sistematica 10
L a documentazione pubblica della teoria so-
ciologica 12
Continuità e discontinuità nella teoria socio-
logica 19
Spengler e Danilevsky: da prescoperta ad antici-
pazione 47
Marx-Engels e i loro predecessori: da adombra-
mentismo ad anticipazione 48
Aspetti umanistici e scientifici della sociologia 49
Erudizione contro originalità 54
La funzione della teoria classica 62

II. Sulle teorie sociologiche di medio raggio 67


I sistemi totali della teoria sociologica 77
Pressioni utilitaristiche per sistemi sociologici
totali 82
XIV Indice dell'opera

Sistemi totali di teoria e teorie di medio rag-


gio p. 86
Reazioni polarizzate alle teorie di medio rag-
� �
Il processo di polarizzazione 90
Accettazione della teoria di medio raggio . 94
Rifiuto della teoria di medio raggio 104
Sommario e sguardo retrospettivo 112
Paradigmi: l a codificazione della teoria socio-
logica 1 14

III. Funzioni manifeste e funzioni latenti 121


Verso la codificazione dell'analisi funzionale
in sociologia 121
La terminologia dell'analisi funzionale 122
Un termine unico per diversi concetti 123
Un concetto unico per diversi termini 128
Postulati principali dell'analisi funzionale 13 1
Il postulato dell'unità funzionale della società 13 1
Il postulato del funzionalismo universale 139
Il postulato dell'indispensabilità 143
L'analisi funzionale come ideologia 149
L'analisi funzionale è conservatrice 14 9
L'analisi funzionale è progressista 152
L'ideologia e l'analisi funzionale della religione 159
La logica del procedimento 165
Il prevalere dell'indirizzo funzionale 165
Un paradigma per l'analisi funzionale m so-
ciologia 171
Scopi del paradigma 178
Elementi soggetti all'analisi funzionale 179
Funzioni manifeste e funzioni latenti 188
Gli scopi euristici della distinzione 192
Note conclusive 222
Poscritto bibliografico 222
Indice dell'opera xv

IV. L'influenza della teoria sociologica sulla


ncerca empmca p. 225
Metodologia 227
Orientamenti sociologici generali 229
Analisi dei concetti sociologici 232
Interpretazioni sociologiche post /actum 238
Le generalizzazioni empiriche nella sociologia 24 1
Teoria sociologica 242
Derivazioni formali e codificazione 248

v. L'influenza della ricerca empirica sulla teo­


ria sociologica 253
Le funzioni teoriche della ricerca 254
Il modello della «Serendipity» 255
La riformulazione della teoria 262
Il riorientamento dell'interesse teorico 268
La chiarificazione dei concetti 272

VOLUME SECONDO: STUDI SULLA STRUTTURA SOCIA­


LE E CULTURALE

Premessa IX

Introduzione 281

VI. Struttura sociale ed anomia 297


Modelli di mete culturali e norme istituzionali 299
Tipi di adattamento individuale 311
I. Conformità 3 13
II. Innovazione 3 14
III. Ritualismo 328
IV. Rinuncia 333
V. Ribellione 33 7
La tendenza all'anomia 340
Il ruolo della famiglia 341
XVI Indice dell'opera

Note conclusive p . 344

VII. Ulteriori sviluppi della teoria della strut­


tura sociale e dell'anomia 347
Ampliamento del concetto di anomia 347
Indici di anomia 352
Il tema del successo nella cultura americana 356
Diversi gradi di assimilazione dei valori del
successo 363
Anomia e tipi di comportamento deviante 373
Innovazione 3 73
Sviluppi ulteriori della teoria 3 80
Ritualismo 386
Rinuncia 391
Ribellione 395
Struttura sociale in via di trasformazione e
comportamento deviante 398

VIII. Struttura burocratica e personalità 403


La struttura della burocrazia 404
Le disfunzioni della burocrazia 407
Fonti strutturali dell'ultraconformismo 4 12
Rapporti primari e secondari 415
Problemi per la ricerca 420

IX. Il ruolo dell'intellettuale nella burocrazia


pubblica 423
L'attività intellettuale come tipo di occupazio-
ne 424
Lo status dell'intellettuale e la politica sociale 426
Intellettuali burocrati e intellettuali indipen-
denti 430
L'assunzione degli intellettuali nelle burocra-
ziepubbliche 43 1
La posizione burocratica e le sue prospettive 434
Indice dell'opera XVII

Policy-makers ed intellettuali p. 442


Frustrazioni dell'intellettuale nella burocrazia 446

x. Contributi alla teoria del comportamento


secondo gruppi di riferimento 45 1
Il concetto di privazione relativa 454
Privazione relativa o relatività della privazione 466
Gruppo d'appartenenza come gruppo di rife-
rimento 468
Gruppi di riferimento molteplici 476
Uniformità di comportamento che derivano
dalla teoria dei gruppi di riferimento 491
Indici statistici della struttura sociale 507
Teoria dei gruppi di riferimento e mobilità
sociale 5 10
Funzioni psicologiche e sociali 525
Concetti affini alla teoria dei gruppi di riferi-
mento 532

XI. Nuovi sviluppi della teoria dei gruppi di


riferimento e della struttura sociale 541
Problematica della teoria dei gruppi di riferi-
mento 542
Concetti fondamentali 542
Determinanti della selezione dei gruppi di riferi-
mento 574
Comportamento secondo gruppi di riferimento:
elementi strutturali 630
Conseguenze del comportamento secondo
gruppi di riferimento 707

XII. Modelli di influenza sociale: elementi in­


fluenti locali e cosmopoliti 7 13
Trasformazione di una ricerca applicata in
una ricerca teorica 7 14
XVIII Indice dell'opera

Due fasi dell'analisi qualitativa degli individui


influenti p. 717
Tipi di individui influenti: il locale e il co-
smopolita 722
Strutture delle relazioni sociali 726
Radici comunitarie 726
Socievolezza: reti di relazioni personali 728
Partecipazione nelle organizzazioni volontarie 730
Vie che conducono all'influenza interpersonale 733
Lo status sociale in azione: l'influenza inter-
personale 736
Il comportamento degli influenti nell'ambito
delle comunicazioni 743
Modelli e funzioni della lettura di periodici 744
Modelli e funzioni della lettura di quotidiani 7 46
Modelli e funzioni dell'ascolto degli annunciato-
ri delle notizie radiofoniche 7 47
Tipi di valutazioni reciproche 748
L'influente e l'influenzato 749
Sfere di influenza: influenza di tipo mono-
morfo e di tipo polimorfo 755
Appendice: Il concetto provvisorio dell'in-
fluenza interpersonale 757

XIII. La profezia che si autoadempie 765


Il teorema di T homas 765
Una parabola sociologica 766
Opinioni sociali e realtà sociale 769
Virtù del proprio gruppo e vizi del gruppo
esterno 773
Funzioni e disfunzioni sociali 780
L'attuazione di mutamenti istituzionali 786
Indice dell'opera XIX

VOLUME TERZO: SOCIOLOGIA DELLA CONOSCENZA


E SOCIOLOGIA DELLA SCIENZA

Premessa p. IX

Introduzione 793

LA SOCIOLOGIA DELLA CONOSCENZA E LE COMUNICAZIONI DI

MASSA 807

XIV. La sociologia della conoscenza 837


Il contesto sociale 83 8
Paradigma per la sociologia della conoscenza 845
La base esistenziale 847
Tipi di conoscenza 856
Relazioni della conoscenza con la base esi-
stenziale 87 1
Funzioni della conoscenza condizionata esi-
stenzialmente 883
Ulteriori problemi e studi recenti 885

XV. Karl Mannheim e la sociologia della co­


noscenza 893
Precedenti teorici 895
La teoria dell'ideologia 899
Teoremi sostanziali 902
Tipi di conoscenza 906
Connessioni fra conoscenza e società 908
Relativismo 916

XVI. Studi sulla propaganda radiofonica e ci-


nematografica 927
Modi di analisi della propaganda 929
Analisi del contenuto 933
xx Indice dell'opera

Analisi delle reazioni p . 939


L'effetto boomerang 942
Propaganda tecnica o propaganda di fatti 952

XVII. La trasmissione orale della conoscenza 961


Il concetto di pubblicazione orale 961
La lezione come atto sociale 969
La lezione universitaria come quasi-pubblica-
ZIOne 983
La lezione: veicolo di perfezionismo cognitivo 988
Alcune funzioni del discorso orale 998

STUDI DI SOCIOLOGIA DELLA SCIENZA 1023

XVIII. Scienza e ordine sociale 1033


Fonti di ostilità nei confronti della scienza 1034
Pressioni sociali sull'autonomia della scienza 1039
Funzioni delle norme della scienza pura 1043
La scienza esoterica come misticismo popolare 1049
Ostilità pubblica verso il dubbio sistematico 1050
Conclusioni 1053

XIX. Scienza e struttura sociale democratica 1 055


Scienza e società 1055
L'ethos della scienza 1059
Universalismo 1060
«Comunismo» 1 065
Disinteresse 1069
Dubbio sistematico 1072

XX. La macchina, l'operaio e il tecnico 1075


Conseguenze sociali dei cambiamenti tecnolo-
gici 1076
Indice dell'opera XXI

Anatomia sociale del lavoro p. 1077


Effetti istituzionali e strutturali 1079
Conseguenze per il tecnico 1084
Specializzazione 1085
L'etica professionale 1085
Status burocratico 1086
La necessità di ricerche sociali 1088
Organizzazione delle équipes di ricerca 1089
Finanziamento della ricerca 1089
Gli indirizzi della ricerca 1092

XXI. Puritanesimo, pietismo e scienza 1 095


L'ethos puritano 1 095
L'impulso puritano della scienza 1111
L'influenza puritana sull'educazione scientifica 1 1 13
Integrazione di valori fra puritanesimo e
sctenza 1 1 17
Integrazione di valori fra pietismo e scienza 1119
Appartenenza religiosa di coloro che fre-
quentavano le scuole scientifiche 1 123

XXII. Scienza ed economia nell'Inghilterra del


XVII secolo 1 13 1
Formulazione del problema 1 13 1
Trasporti e scienza 1 137
Un esempio: il problema della longitudine 1 143
Navigazione e scienza 1 153
Il grado di influenza economica 1 160

XXIII. L' «effetto S. Matteo» nella scienza, II.


Vantaggio cumulativo e simbolismo della
proprietà intellettuale 1 165
L'effetto S. Matteo 1 167
L'accumulazione del vantaggio e dello svan-
taggio per gli scienziati 1 172
XXII Indice dell'opera

Accumulazione di svantaggi e vantaggi tra i


giovani p. 1 180
L'accumulazione del vantaggio e dello svan-
taggio nelle istituzioni scientifiche 1 187
Processi compensativi 1 1 89
Il simbolismo della proprietà intellettuale nel-
la scienza 1 1 92
Finito di stampare nel maggio 2000
dalla litosei via bellini, 22/4, rastignano, bologna
Biblioteca

Marzio Barbagli, Sotto lo stesso tetto


Zygmunt Bauman, Modernità e Olocausto
Peter L. Berger - Th. Luckmann, La realtà come costruzione
sociale
Marshall Berman, L'esperienza della modernità
Raymond Boudon, Il posto del disordin e
Noam Chomsky, Linguaggio e problemi della conoscenza
Elizabeth L. Eisenstein, Le rivoluzioni del libro
Norbert Elias, La civiltà delle buone maniere
Norbert Elias, La società di corte
Jerry A. Fodor, La mente modulare
Clifford Geertz, Interpretazione di culture
Erving Goffman, La vita quotidiana come rappresentazione
Jurgen Habermas, Teoria dell'agire comunicativo
Charles H. Haskins, La rinascita del dodicesimo secolo
Lynn Hunt, La Rivoluzione francese
Samuel P. Huntington, La terza ondata
Philip N. Johnson-Laird, La mente e il computer
Gaetano Kanizsa, Grammatica del vedere
Hans Kelsen, La democrazia
Stephen Kern, Il tempo e lo spazio. La percezione del mondo tra
Otto e Novecento
Herbert Marcuse, Ragione e rivoluzione
Henri-Irénée Marrou, La conoscenza storica
José Antonio Maravali, La cultura del Barocco. Analisi di una
struttura storica
Nicola Matteucci, Lo stato moderno
Robert K. Merton, Teoria e struttura sociale
I. Teoria sociologica
II. Studi sulla struttura sociale e culturale
III. Sociologia della conoscenza e sociologia della scienza
Ulric Neisser, Conoscenza e realtà
Douglass C. North, Istituzioni, cambiamento istituzionale, evo-
luzione dell'economia
David Riesman, La folla solitaria
Gerhard Ritter, Federico il Grande
Gerhard Ritter, Il volto demoniaco del potere
Nathan Rosenberg - Luther E. Birdzell, Come l'Occidente è
diventato ricco
Carl Schmitt, Le categorie del 'politico '
Pietro Scoppola, La repubblica dei partiti
Amartya K. Sen, La diseguaglianza
Otto von Simson, La cattedrale gotica
Anthony D. Smith, Le origin i etniche delle nazioni
Jacob L. Talmon, Le origini della democrazia totalitaria
René Wellek - Austin Warren, Teoria della letteratura