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UNIVERSITÀ / 740

LINGUISTICA
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Stefano Arduini Ubaldo Stecconi

Manuale di traduzione
Teorie e figure professionali

Carocci editore
Come per ogni opera scritta a quattro mani, le conversazioni e gli scambi sono
stati tali e tanti che in molti casi risulta difficile ricordare chi di noi due abbia
scritto, riscritto, commentato e alla fine stabilito la versione finale. Tuttavia ab-
biamo cercato di attenerci al seguente schema: Arduini si è fatto carico dell’In-
troduzione, del CAP. 1 e dei PARR. 2.3, 2.4, 2.5 e 2.6. A Stecconi invece si devono
i PARR. 2.1 e 2.2, i CAPP. 4, 5 e le Conclusioni. Il CAP. 3 è stato scritto da entram-
bi. Le traduzioni dei brani in lingua straniera citati nel testo sono degli autori
salvo dove viene indicata l’edizione italiana. Ovviamente, siamo congiuntamente
responsabili per l’opera nel suo complesso.

1a edizione, gennaio 2007


© copyright 2007 by Carocci editore S.p.A., Roma

Finito di stampare nel gennaio 2007


per i tipi delle Arti Grafiche Editoriali Srl, Urbino

ISBN 978-88-430-3968-5

Riproduzione vietata ai sensi di legge


(art. 171 della legge 22 aprile 1941, n. 633)

Senza regolare autorizzazione,


è vietato riprodurre questo volume
anche parzialmente e con qualsiasi mezzo,
compresa la fotocopia, anche per uso interno
o didattico.
Indice

Introduzione 9

1. Breve storia delle idee contemporanee sulla tradu-


zione 13

1.1. Un’esplosione di interesse per la traduzione 13


1.2. Il punto di vista linguistico 15
1.3. Traduciamo i testi 19
1.4. Manipolare e riscrivere 25
1.5. Traduzione e cultura 31
1.6. Filosofia e semiotica 34
1.6.1. Fedone e il dualismo platonico

2. Un decalogo per il traduttore critico e consapevole 45

2.1. Di che cosa parliamo quando parliamo di traduzione? 45


2.1.1. Realtà, verità e comunità / 2.1.2. Da due a tre / 2.1.3. Il segno
di Peirce per la traduzione / 2.1.4. Il fondamento del concetto di tra-
duzione / 2.1.5. Somiglianza / 2.1.6. Differenza / 2.1.7. Mediazione /
2.1.8. Le scatole cinesi / 2.1.9. Conclusione

2.2. Che cosa produce e riproduce il traduttore? 66


2.2.1. Semiosi traduttiva, riscrittura e lo statuto dell’originale / 2.2.2.
Equivalenza / 2.2.3. Originale o copia? Una nuova etica per la tradu-
zione

2.3. Ancora su fedeltà ed equivalenza 74


2.3.1. Le traduzioni della Bibbia / 2.3.2. Il Seicento / 2.3.3. L’epoca
contemporanea

2.4. Il traduttore e l’eterogeneità delle lingue e delle cul-


ture 85

7
2.5. La traduzione nella cultura d’arrivo 89
2.5.1. La traduzione trasforma le culture

2.6. Ideologia 98

3. I mestieri della semiosi traduttiva 111

3.1. Introduzione 111


3.2. Otto storie 114
3.2.1. Maria Canelli / 3.2.2. Annalisa Crea / 3.2.3. Sergio Allioni /
3.2.4. Ottavio Ricci / 3.2.5. Valeria Darò / 3.2.6. Corrado Camera /
3.2.7. Monica Spadazzi / 3.2.8. Giancarlo Marchesini

3.3. Commenti generali 135

4. I trucchi del mestiere 137

4.1. La percezione dei traduttori e degli interpreti nella


società e in accademia 137
4.2. La formazione fra teoria e mestiere 143
4.2.1. Non di sole parole / 4.2.2. Come si paga un traduttore? / 4.2.3.
La strategia del salmone

4.3. La mediazione linguistica come rampa di lancio 154


4.3.1. Lingue e mobilità / 4.3.2. L’atteggiamento ermeneutico e cogni-
tivo / 4.3.3. Sensibilità

4.4. Conclusioni 160

5. Strumenti 163

5.1. Tecnologia e traduzione 163


5.2. Comunicazione 166
5.3. Traduzione automatica 169
5.4. Le memorie di traduzione 173
5.5. Testi senza fine 181
5.6. Termini e strumenti della localizzazione 183
5.7. Vantaggi e svantaggi per i traduttori 189

Conclusioni 193

Bibliografia 197

8
Introduzione

L’interesse per la traduzione nel contesto della cultura italiana ha una


lunga tradizione fatta di studi in ambito linguistico, filologico e lette-
rario. Un interesse che ha portato linguisti, come Benvenuto Terraci-
ni, e filologi, come Gianfranco Folena e Alfonso Traina, a dedicare
uno spazio significativo delle loro ricerche alla teoria e storia della
traduzione senza che tuttavia le stesse diventassero l’area esclusiva di
ricerca. Ci sembra di poter dire che questo, con importanti eccezioni
come Enrico Arcaini e in ambito letterario di Franco Buffoni, è stato
il destino della traduzione fino all’inizio degli anni novanta. In altri
termini la traduzione è stata un’area che ha interessato un po’ tutti
senza mai acquisire però una propria autonomia. Ne è una prova il
fatto che i lavori di teoria e storia della traduzione appaiono attual-
mente in discipline accademiche anche molto diverse. Per cui se gli
studi traduttologici delle singole lingue appartengono ai settori scien-
tifico-disciplinari di quelle lingue, gli studi teorici li ritroviamo tanto
in Didattica delle lingue (per la traduzione tecnica) quanto in Lette-
rature comparate (per la traduzione letteraria), senza escludere la
glottologia e la linguistica e i vari settori delle filologie. In questo
modo, la traduttologia è relegata di fatto in una posizione di invisibi-
lità in quanto deve comunque apparire sotto mentite spoglie. Questa
diaspora è forse anche il motivo per cui non si è mai costituita in
Italia un’associazione sul modello della European Society for Tran-
slation Studies.
Le cose hanno cominciato a cambiare con gli anni novanta quan-
do si è diffuso l’interesse per la traduzione e una serie di iniziative ha
fatto entrare le nuove prospettive offerte dai translation studies anche
in Italia. Ci riferiamo ai diversi convegni organizzati dalle Scuole Su-
periori di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Forlì e di
Trieste nonché ai convegni “Translation and Rewriting” del 1992
(Arduini, 1992) e “Multimedia and Translation” del 1997 (Gambier,
Gottlieb, 1998) tenutisi alla Scuola Superiore per Traduttori e Inter-

9
MANUALE DI TRADUZIONE

preti di Misano. Dal 1997, inoltre, il seminario estivo del Centre for
Translation Communication and Culture (CETRA) dell’Università di
Lovanio si tiene in Italia, sempre a Misano. In qualche modo questi
eventi hanno introdotto l’Italia nell’ambito di una più vasta comunità
scientifica che in Europa si riconosce principalmente nella European
Society for Translation Studies (EST) e nella International Association
for Translation and Intercultural Studies (IATIS), di più recente co-
stituzione.
La politica editoriale in Italia relativa agli studi sulla traduzione
negli ultimi sedici anni è un buon indice di questo cambiamento.
Nell’utile bibliografia essenziale pubblicata da Intralinea (disponibile
su http://www.intralinea.it/biblio/ita_open.php) troviamo circa 150
pubblicazioni dagli anni sessanta a oggi e, di queste, solo 28 sono
precedenti al 1990 (un elenco delle opere più importanti si trova nel-
la prima appendice bibliografica in fondo a questo manuale). Si tratta
di una crescita editoriale che è sintomo di una maggiore attenzione e
comunque di un diverso clima disciplinare. A ciò si debbono aggiun-
gere le trasformazioni introdotte con la riforma universitaria, la na-
scita della classe delle lauree in Scienze della mediazione linguistica e
la crescita delle istituzioni (corsi di laurea nelle università e nelle
scuole superiori per Mediatori linguistici) a cui la legge riconosce il
diritto di rilasciare una laurea di quella classe.
Il presente manuale intende collocarsi nel quadro di questo inte-
resse per la traduzione senza voler essere una semplice ricognizione
dello stato degli studi ma inserendosi nel dibattito internazionale così
come si è andato delineando all’interno della EST e nel corso dei se-
minari di CETRA. Vorremmo offrire uno strumento in cui i problemi
attuali della traduzione e della traduttologia sono trattati di prima
mano, senza escludere i dibattiti che rimangono cantieri aperti e sui
quali le posizioni devono ancora stabilizzarsi. Questo motiva l’atteg-
giamento non ecumenico che abbiamo adottato. Non parleremo di
tutto e di tutti, ma ci concentreremo sui punti del dibattito interna-
zionale che sono imprescindibili per affrontare seriamente il proble-
ma della traduzione. La struttura del testo segue tale intento cercan-
do di offrire uno strumento vivo di confronto e di studio.
Dopo questa introduzione, il CAP. 1 passa in rassegna le principali
teorie della traduzione apparse negli ultimi decenni. Non si tratta di
una vera e propria storia della traduttologia contemporanea ma di
una riflessione sugli assi portanti di quella che si è andata costituendo
come la koiné scientifica sul tema. Abbiamo soprattutto insistito sui
nodi centrali del dibattito teorico che sono tuttora in discussione. In
questa direzione anche l’atteggiamento critico verso alcune linee di

10
INTRODUZIONE

ricerca dei translation studies si pone come punto di partenza per svi-
luppi successivi.
Nel CAP. 2 abbiamo rielaborato i grandi temi della traduttologia
contemporanea esposti nel capitolo precedente in termini di doman-
de concrete cercando di porre le questioni in modo tale da dimo-
strare la loro utilità nell’esercizio della professione e nella riflessione
attorno alla traduzione.
Lo abbiamo chiamato Un decalogo per il traduttore critico e consa-
pevole perché, facendo propri gli sviluppi recenti della traduttologia, i
mediatori linguistici e culturali, così come gli studiosi di traduzione,
possono conquistare una nuova posizione per sé, per la professione e
per la disciplina. Questo è forse l’obiettivo di fondo del nostro lavo-
ro: dare una risposta positiva agli atteggiamenti vittimistici che si in-
contrano spesso fra i traduttori e i traduttologi. I traduttori spesso si
lamentano di non avere il rispetto delle altre professioni intellettuali;
l’unica soluzione è che devono imparare a guadagnarselo. In questo
capitolo abbiamo dunque cercato di rispondere a domande come: di
che cosa parliamo quando parliamo di traduzione; che cosa produce
e riproduce il traduttore; verso chi e verso che cosa si impegna il tra-
duttore. Abbiamo cercato di vedere in che senso un traduttore possa
essere inteso come un mediatore fra lingue e culture e quale possa
essere l’impatto sociale e ideologico della traduzione nell’ambiente
d’arrivo.
Il CAP. 3 passa in rassegna le diverse forme che la professione ha
assunto negli ultimi anni (dalla traduzione per l’editoria alla localizza-
zione, passando per istituzioni come la Banca dei regolamenti inter-
nazionali) e offre indicazioni pratiche per preparare i lettori all’incon-
tro con le figure del mercato professionale. Abbiamo preso in consi-
derazione otto case studies per cercare di vedere dove sta andando la
professione. Crediamo che ne sia venuto fuori un panorama estrema-
mente vario che è importante conoscere. Questa casistica può essere
utile anche per gli attuali studenti delle lauree triennali o specialisti-
che nell’ambito della traduzione e della mediazione linguistica. Essa
permette di comprendere come la loro formazione possa condurre a
professionalità diverse che hanno al centro la comunicazione intercul-
turale. Il nostro assunto di partenza è che in questi studi la cono-
scenza delle lingue è necessaria ma non sufficiente. Essi ruotano in-
fatti attorno a conoscenze e competenze che da una parte costitui-
scono già un “mestiere” e dall’altra preparano il terreno per coltivare
abilità ulteriori che risultano preziose in altri settori professionali an-
che molto diversi dalle professioni linguistiche tradizionali.
Nel CAP. 4 questo panorama viene analizzato in termini di rifles-

11
MANUALE DI TRADUZIONE

sioni e suggerimenti rivolti a chi intende fare della mediazione lingui-


stica il proprio mestiere. L’obiettivo è quello di dare al lettore gli
strumenti per sviluppare un approccio consapevole e propositivo ver-
so i problemi che sarà chiamato a risolvere.
Infine è stato dedicato un capitolo alle tecnologie e agli strumen-
ti per la traduzione. Negli ultimi anni si è registrato un importante
sviluppo tecnologico che sta cambiando profondamente il contesto
del lavoro del traduttore. Si sono prese in considerazione le influen-
ze della tecnologia nella documentazione, redazione e comunicazione
e si è cercato di spiegare come le risorse e gli strumenti elettronici
possano aiutare i traduttori. L’ultima parte della Bibliografia contie-
ne un breve elenco di letture consigliate per approfondire i temi
trattati nel CAP. 5.
Questo volume si occupa di traduzione dall’interno del dibattito
cresciuto negli ultimi trent’anni in Europa e nel mondo. Poiché ci
sembra importante mettere in pratica i nostri suggerimenti, abbiamo
adottato anche noi un approccio “critico e consapevole”. Quindi nel-
le pagine che seguono non si troverà una semplice fotografia dell’esi-
stente, perché non tutto ciò che circola nei translation studies ci sem-
bra di livello tale da promuovere la disciplina nei più vasti ambienti
intellettuali. Il mondo della traduzione è ancora troppo pieno di di-
scussioni attardate, di intuizioni dilettantesche, di sunti discutibili e di
vecchie ideologie spacciate per pratica a fronte di una realtà culturale
e socioeconomica che ha sempre più bisogno di una conoscenza
come quella posseduta da chi si occupa della traduzione. Nel com-
plesso crediamo di aver offerto un libro che, senza rinunciare alle sfi-
de che la teoria ha lanciato nell’ultimo decennio, cerca di essere an-
che uno strumento utile per chi voglia entrare nella professione con
un atteggiamento consapevole e maturo.

12
1
Breve storia delle idee contemporanee
sulla traduzione

1.1
Un’esplosione di interesse per la traduzione

Gli studi sulla traduzione hanno conosciuto nell’ultimo ventennio un


grande sviluppo e hanno assunto un ruolo centrale nelle discipline
del discorso. Ai primi studi in ambito strutturalista (Jakobson, 1972)
o di teoria dell’informazione (Bar Hillel, 1966) e ai volumi pionieri-
stici di Mounin (1963), Nida (1964), Catford (1965) e Kade (1968),
sono succedute a partire dagli anni settanta diverse prospettive di ri-
cerca che hanno prodotto un’indiscutibile accelerazione nella crescita
di quest’area, avviando un dibattito internazionale in molte direzioni.
Fra gli studiosi più noti si possono ricordare James Holmes (1988),
Itamar Even-Zohar (1990), Gideon Toury (1980, 1985, 1995), André
Lefevere (1992a), Josè Lambert (Lambert, van Gorp, 1985), Susan
Bassnett (1991a), Mary Snell-Hornby (1988) e Theo Hermans (1985),
tutti orientati a integrare da varie direzioni teoria della letteratura, se-
miotica e cultural studies nell’analisi dei problemi legati alla tradu-
zione.
Naturalmente accanto a questa prospettiva generale, che prende il
nome di translation studies, le strade percorse sono assai diverse. In
ambito letterario un posto di rilievo spetta in Germania al lavoro di
Friedmar Apel (1983), così come in Francia alla riflessione di Berman
(1984, 1999), Meschonnic (1973, 1995, 1999) e Ladmiral (1979). An-
che il decostruzionismo ha mostrato interesse verso la traduzione
(Derrida, 1985). Autori che provengono da altri ambiti hanno pre-
sentato modelli traduttologici non legati al testo letterario, basti pen-
sare a due padri della linguistica testuale come Wolfgang U. Dressler
(1991) e János S. Petöfi (1991, 1992). Sempre per citare altri itinerari,
in Italia Benvenuto Terracini ha aperto il filone della ricerca tradutto-
logica con il suo importante contributo del 1957 (cfr. Terracini,
1996), Gianfranco Folena (1991) ha ricostruito la storia della tradu-

13
MANUALE DI TRADUZIONE

zione seguendo le vicissitudini dei termini che l’hanno denotata nella


tradizione occidentale, mentre Enrico Arcaini (1991) ha elaborato un
proprio modello traduttologico fin dalla fine degli anni sessanta. Più
di recente Emilio Mattioli e Franco Buffoni (cfr. Mattioli, 1993; Buf-
foni, 1989) hanno avviato una riflessione sulla traduzione del testo
letterario filtrando le varie proposte che vengono sia dall’ambito filo-
sofico-ermeneutico che da quello dei cultural studies. I motivi di que-
sta ricchezza di produzione sono molteplici e non è facile individuar-
ne una gerarchia. È probabile che il denominatore comune sia il fatto
che i rapporti interculturali sono diventati uno dei problemi più ur-
genti del nostro tempo. La traduzione è un terreno di prova ideale
per l’incontro e il confronto fra culture, perché è un esercizio molto
complesso che, però, raramente ha conseguenze pratiche drammati-
che. In questo senso, la traduzione sta ai rapporti fra lingue e culture
come gli scacchi stanno a una battaglia vera e propria combattuta sul
campo. Il tradurre implica tutte le questioni centrali attraverso le
quali una cultura si vede e si rappresenta, nonché vede e rappresenta
le altre. In definitiva la traduzione comporta il rapporto con l’altro e
ha a che fare con il modo in cui una cultura riesce a costruire la
propria identità (cfr. Gambier, 1994), in un processo che vede in gio-
co la differenza, la somiglianza e il gesto, quasi istintivo per gli esseri
umani, di mediare fra il sé e l’altro da sé. Accanto a questo interesse
di matrice culturale, che porta a includere la traduzione entro l’ambi-
to più esteso dei cultural studies, v’è un’accresciuta attenzione anche
da parte di tutti coloro che si occupano di semiotica del discorso 1.
Ciò nasce dal fatto che le domande sulla traduzione sono le stesse
che ci poniamo a proposito della produzione e dell’interpretazione
dei testi. Tuttavia la traduzione è un’azione segnica che si realizza in
condizioni speciali e mette meglio a nudo quanto avviene normal-
mente nella comunicazione non tradotta. Per questo motivo se tra-
durre costringe da un lato a mettere in discussione molte delle cate-
gorie elaborate dalla linguistica e dalla semiotica moderne, dall’altro
permette di verificare come i vari livelli linguistici interagiscano e si
condizionino nella pratica. La traduzione dunque presuppone un mo-
dello integrato in cui nessuno degli aspetti semiotico-testuali resta
escluso.
Come possiamo organizzare questa messe di contributi al proble-

1. Non a caso il Convegno tenuto a Venezia nel 1992 dall’Associazione Studi


Semiotici in occasione del suo ventennale è stato proprio dedicato alla traduzione.
D’altra parte Umberto Eco ha sentito il bisogno di dedicare spazio alla traduzione
nella sua opera recente (cfr. Eco, 1995, 1999, 2000, 2001, 2003a e 2003b).

14
1. BREVE STORIA DELLE IDEE CONTEMPORANEE SULLA TRADUZIONE

ma della traduzione? Volendo semplificare le cose possiamo conside-


rare cinque modi di affrontare il tema, che corrispondono a cinque
nuclei d’interesse succedutisi negli ultimi quarant’anni 2. Il primo è
quello della teoria della traduzione degli anni cinquanta e sessanta ed
è la strada che potremmo chiamare “linguistica”. Il secondo modo è
quello delle teorie testuali e pragmatiche degli anni settanta. La terza
prospettiva è quella descrittivista dei translation studies. La quarta
prospettiva è quella in cui l’aspetto culturale è dominante. La quinta,
infine, è quella più orientata verso la riflessione filosofica e letteraria.
Naturalmente fra tutte queste linee vi sono sovrapposizioni e influen-
ze reciproche. Tale suddivisione ha semplicemente la funzione di pre-
sentare le varie proposte in modo chiaro e ciò comporta la necessità
di operare tutte le semplificazioni del caso.

1.2
Il punto di vista linguistico

Dal punto di vista linguistico la traduzione viene considerata come


un’operazione formale, limitata essenzialmente alle strutture delle lin-
gue, che mira a sfruttarne le corrispondenze e a risolverne le diffe-
renze. Il problema fondamentale diventa quindi comprendere in cosa
consista una buona traduzione analizzando le questioni legate alla fe-
deltà e alla correttezza. Su questi punti in realtà non si sono fatti
grandi progressi dai tempi di Cicerone; come ha scritto George Stei-
ner: «Per circa duemila anni di discussioni e di precetti, le convinzio-
ni e i contrasti manifestati sulla natura della traduzione sono stati
quasi gli stessi. Tesi identiche, mosse e confutazioni familiari ricorro-
no nelle dispute, quasi senza eccezioni, da Cicerone e Quintiliano ai
nostri giorni» (Steiner, 1975, trad. it. p. 132) 3.
Un tipico problema affrontato dalla prospettiva linguistica è quel-
lo dell’equivalenza di significato. L’impostazione di questo tema nel
nostro tempo si deve principalmente a Roman Jakobson e più tardi a
Georges Mounin. Nel 1959 il grande linguista russo Roman Jakobson
pubblica On Linguistic Aspects of Translation (1972), un breve saggio
sulla traduzione che è diventato nel tempo l’articolo indubbiamente

2. Per una diversa suddivisione cfr. Nergaard (1995).


3. «Over some two thousand years of argument and precept, the beliefs and dis-
agreements voiced about the nature of translation have been almost the same. Identical
theses, familiar moves and refutations in debate occur, nearly without exception, from
Cicero and Quintilian to the present-day» (ed. or. p. 239).

15
MANUALE DI TRADUZIONE

più citato in letteratura. Crediamo opportuno dedicare un trattamen-


to particolare a questo testo fondamentale della traduttologia.
Quasi tutti gli autori che si riferiscono a questo saggio si concen-
trano sulla parte che distingue fra tre tipi di traduzione: la traduzione
endolinguistica o riformulazione (intralingual, per esempio “scapo-
lo” → “uomo non sposato”), che riguarda la riformulazione di segni
linguistici tramite altri segni della stessa lingua; la traduzione interlin-
guistica o traduzione vera e propria (interlinguistic, per esempio “sca-
polo” → bachelor in inglese), ovvero l’interpretazione di segni lingui-
stici attraverso una lingua diversa; e infine la traduzione intersemioti-
ca che consiste nell’interpretazione di segni linguistici tramite segni
non linguistici. Jakobson mette in risalto le difficoltà di assicurare l’e-
quivalenza interpretando un codice straniero. L’esempio riguarda il
confronto fra i termini russi syr e tvorog da una parte e il termine
“formaggio” dall’altra. Non è possibile istituire una facile equivalenza
lessicale perché tvorog si usa solamente per il formaggio bianco men-
tre syr è il formaggio ottenuto coagulando il latte con un certo tipo
di fermento.
Questo esempio, ormai famoso, si comprende meglio osservando i
passaggi che aprono il saggio; proviamo a ricostruirli sommariamente.
Jakobson parte con una confutazione della teoria proposta da Ber-
trand Russell per spiegare come fanno le parole a riferirsi ad altre
entità. Un problema tipico del riferimento è che cosa leghi, per esem-
pio, il termine “big bang” a un evento avvenuto quasi 14 miliardi di
anni fa. Russell aveva ipotizzato che la mente umana può avere co-
gnizione solamente dei dati sensoriali oppure degli universali (come i
colori). Jakobson rifiuta questa logica perché lo strutturalismo, di cui
è stato una delle figure principali, pone l’accento piuttosto sui rap-
porti che legano i termini fra loro all’interno del linguaggio. Ecco
spiegato l’esempio del formaggio: non conta tanto il sapore della cosa
quanto i rapporti che i termini hanno nelle rispettive lingue; infatti il
valore di “formaggio” in italiano è diverso da quello di ciascun termi-
ne della coppia syr/tvorog in russo. L’aspetto più interessante è che in
russo i parlanti sono forzati a operare la scelta mentre in italiano la
distinzione non è pertinente. Di conseguenza, secondo Jakobson (1959,
trad. it. p. 61), le lingue differiscono «per ciò che devono esprimere,
non per ciò che possono esprimere» 4.
L’innovazione più significativa di questo saggio è senza dubbio la
doppia estensione del concetto di traduzione: da una parte nei termi-

4. «Languages differ essentially in what they must convey and not in what they
may convey» (ed. or. p. 236).

16
1. BREVE STORIA DELLE IDEE CONTEMPORANEE SULLA TRADUZIONE

ni di una stessa lingua e dall’altra verso i segni non verbali. Ciò si


deve probabilmente all’interesse di Jakobson verso il fondatore della
semiotica dell’interpretazione, il filosofo americano Charles S. Peirce,
che aveva elaborato una teoria generale dei segni senza alcun riguar-
do particolare per quelli delle lingue naturali (cfr. Jakobson, 1959, trad.
it. p. 57). Si tratta di un’innovazione di grande interesse, perché ci
dice che tradurre è un gesto semiotico distinto dal normale uso della
lingua, tuttavia diversi autori hanno criticato Jakobson per aver pro-
posto una tripartizione, per così dire, troppo timida. Toury ha scritto
che la tipologia del linguista russo «risente del pregiudizio tradiziona-
le verso la traduzione linguistica» 5. Per quanto riguarda la traduzione
intersemiotica, ad esempio, perché limitarla alla traduzione di segni
verbali in segni non verbali? Non sarebbe concepibile una traduzione
che non coinvolgesse affatto i segni verbali, come per esempio una
composizione musicale che traduce un dipinto? Noi crediamo che non
si dovrebbe criticare Jakobson per il suo attaccamento alle lingue na-
turali; in fondo l’articolo dichiara in modo abbastanza esplicito di oc-
cuparsi dell’interpretazione dei segni verbali (cfr. Cosculluela, 2003,
pp. 113-5). Piuttosto, lo si potrebbe accusare di utilizzare la traduzio-
ne come un pretesto per svolgere considerazioni su ciò che veramente
lo interessa: il funzionamento della lingua. Il riferimento a Peirce e
l’aggiunta delle dimensioni endolinguistica e intersemiotica al concetto
di traduzione consentono a Jakobson di invertire i termini della que-
stione: il punto non è che siamo in grado di tradurre perché cono-
sciamo due o più lingue naturali, ma che possiamo fare un uso norma-
le della lingua proprio grazie all’intrinseca traducibilità del segno lin-
guistico. In effetti, Jakobson scrive che «L’equivalenza nella differen-
za», che aveva appena caratterizzato utilizzando la traduzione, «è il
problema centrale del linguaggio e l’oggetto fondamentale della lingui-
stica» (Jakobson, 1959, trad. it. p. 58) 6. Crediamo che questa nostra
ipotesi spieghi la presenza della traduzione endolinguistica nella tri-
partizione. Più in generale, se la nostra critica dovesse risultare fonda-
ta, questo breve saggio avrebbe potuto chiamarsi “aspetti traduttologi-
ci del linguaggio” piuttosto che “aspetti linguistici della traduzione”.
L’altra impostazione di fondo del problema della traduzione in
ambito linguistico si deve al linguista francese Georges Mounin
(1955, 1963, 1965), che ha visto la traduzione come il tentativo di

5. «Is affected with the traditional bias for linguistic translating» (Toury, 1986,
p. 1113).
6. «Equivalence in difference is the cardinal problem of language and the pivotal
concern of linguistics» (ed. or. p. 233).

17
MANUALE DI TRADUZIONE

ricreare la funzione di significato fra una lingua e un’altra, così quan-


do il traduttore non trova corrispondenze precise deve operare una
sorta di parafrasi utilizzando unità diverse 7.
Nelle varie proposte sulla traduzione il concetto di equivalenza ha
preso strade ancora più rigidamente linguistiche; ad esempio Catford
(1965) ha parlato di equivalenza esaminando tre diverse possibilità:
equivalenza per estensione, per livello e per grado. Tale gerarchia di
equivalenze è ottenuta partendo dalla considerazione che la traduzio-
ne è un’operazione effettuata sulle lingue, la contestualità dunque
non entra in gioco in quanto non è completamente traducibile. Come
esempio Catford porta la traduzione dell’espressione inglese I’ve arri-
ved nel russo ia prislá. Fra tutti i tratti situazionali quelli che sono
rilevanti linguisticamente per il testo inglese sono i seguenti:
1. il fatto che il parlante ha selezionato il pronome I in opposizione
a you, he, we, they;
2. il fatto di essere arrivato, ricavato dalla selezione del verbo;
3. una situazione precedente selezionata dal verbo al perfetto;
4. la situazione in corso nel presente selezionata dal tempo non
preterito.
Nel testo russo i tratti rilevanti sono invece:
1. un parlante per la selezione di ia;
2. un parlante femminile, per la selezione di prislá in opposizione a
prisel;
3. un arrivo, per la selezione del verbo;
4. un arrivo a piedi per la selezione di quel determinato verbo;
5. un avvenimento anteriore per la selezione del preterito in opposi-
zione al presente;
6. il fatto che l’avvenimento è compiuto, per la selezione della forma
perfettiva.
In altri termini solo alcuni dei tratti situazionali possono essere
considerati simili, come conseguenza i due testi non hanno lo stesso
significato.
Su una linea non dissimile troviamo anche Bolinger (1966) che,
partendo da un paradigma chomskiano, intende la traduzione come
transformulation, ovvero come complesso processo trasformativo, aven-
te basi sintattiche, che coinvolge la struttura profonda dell’enunciato.
All’interno di un paradigma sostanzialmente linguistico sono an-

7. Tale concezione sembra rinnovarsi, questa volta però in ambito semiotico, a


partire da Hagège (1985) e attraverso l’opera di Greimas (1987) prima e di Fabbri
(2000a, 2000b) poi. Secondo Hagège infatti, la traduzione è un’attività di modellamen-
to dei tratti caratteristici delle lingue che contribuisce a creare tratti di altre lingue.

18
1. BREVE STORIA DELLE IDEE CONTEMPORANEE SULLA TRADUZIONE

che i primi contributi della scuola di Lipsia, con particolare riferi-


mento al lavoro di Otto Kade. Kade (1968) è interessato al problema
dell’equivalenza che riguarda corrispondenze a livello di parole. I gra-
di di equivalenza descritti sono quattro:
1. equivalenza totale;
2. equivalenza facoltativa;
3. equivalenza parziale;
4. assenza di equivalenza.
Da questa prospettiva il testo è suddiviso in unità e viene rico-
stituito come un tutto solo in un secondo momento.

1.3
Traduciamo i testi

L’inizio degli anni settanta significa per la linguistica il passaggio dal-


l’enunciato al testo. Con i lavori di Harweg (1968), Gülich (1970),
Dressler (1970), van Dijk (1972), Petöfi (1971, 1973, 1975) e Wein-
rich (1976) si avvia una riflessione sulla natura del testo che porta a
considerare il linguaggio nella sua funzione comunicativa entro i di-
versi contesti culturali.
L’importanza di una prospettiva testuale per chi studia la tradu-
zione è evidente. Già Richards (1953) aveva proposto un approccio
linguistico allargato. Secondo Richards il significato è qualcosa di
piuttosto complesso che comporta aspetti espliciti e impliciti sicché il
traduttore non deve solo sapere che il segno indica qualcosa, ma an-
che che caratterizza, presenta con gradi diversi di evidenza, valuta,
influenza, connette, tenta di persuadere e così via. Quest’ultimo pun-
to venne poi sviluppato in maniera decisiva dal filosofo inglese Her-
bert Paul Grice a partire da un suo articolo del 1957. L’assunto prin-
cipale di Grice è che la caratteristica fondamentale di gran parte della
comunicazione umana sia l’espressione e il riconoscimento delle in-
tenzioni. Di conseguenza, i modelli basati sull’analisi dei codici, so-
prattutto dei codici linguistici, devono lasciare spazio allo studio dei
processi inferenziali che mettiamo in atto nel corso della comunica-
zione, sia essa di natura verbale che non verbale. Su queste nuove
premesse, la traduzione non si può porre solamente su un piano for-
male, come corrispondenza fra elementi strutturali del linguaggio.
La centralità del testo è stata presto rilevata da Albrecht Neubert
(1973), che in un articolo intitolato Invarianz und Pragmatik sottoli-
neava l’importanza del concetto di tipo testuale come base di compa-
razione nella traduzione. Neubert è ritornato sulla centralità del testo
in varie occasioni. Successivamente (Neubert, 1992) lo studioso tede-

19
MANUALE DI TRADUZIONE

sco ha messo in luce come le enunciazioni linguistiche si trovino


sempre all’interno di testi e come i testi siano sempre raggruppabili
in tipi testuali. Ciò comporta, di conseguenza, che quando parliamo
di traduzione non possiamo che parlarne in termini di testi e, soprat-
tutto, che il tipo di testo ha un’influenza determinante nel corso della
traduzione, in quanto traducendo è inevitabile considerare come
sono stati tradotti i testi dello stesso tipo. A proposito di questo in-
sieme di problemi, Neubert (1992) introduce i concetti di traduzione
olistica e di traduzione generica come aspetti mutuamente relazionati
della traduzione testuale. La traduzione olistica riguarda il fatto che
tanto il processo di traduzione quanto l’attività traduttiva sono sotto-
posti a una funzione globale del testo che è legata ai principi costitu-
tivi della testualità (Beaugrande, Dressler, 1984), soprattutto a quelli
di coesione e coerenza. Il concetto di traduzione generica è legato
invece a quello di intertestualità e di tipo testuale. In altri termini
una traduzione avviene all’interno di una tradizione in cui sono de-
terminanti le traduzioni precedenti. L’essere all’interno di una tradi-
zione non è di poca importanza per il traduttore, perché questi deve
confrontarsi con essa e alle volte addirittura lottare per distaccarsene,
o comunque per ripensare quelle aspettative testuali che orientano
l’interpretazione 8.
Il passaggio dai modelli basati sui codici ai modelli basati sull’in-
ferenza costituisce il fondamento del lavoro di un altro traduttologo
tedesco, Ernst-August Gutt (cfr. 1985, 1990, 1992, 1996, 2000a,
2000b). La preoccupazione principale di Gutt è la ricerca di un crite-
rio teoricamente ben fondato che ci consenta di distinguere le tradu-
zioni dagli altri tipi di testo. A questo fine, l’autore fa tre affermazio-
ni di rilievo. In primo luogo la traduzione va considerata un tipo spe-
ciale di discorso indiretto o di citazione. In secondo luogo viene ope-
rata una distinzione fra due grandi classi di traduzione: la traduzione
diretta e la traduzione indiretta. Infine, Gutt afferma che tradurre
non comporta lo sviluppo di una teoria speciale che renda conto del-
la sua specificità, perché la Teoria della pertinenza è sufficiente allo
scopo. L’opera di Gutt si basa infatti su uno sviluppo del pensiero di
Grice noto come Teoria della pertinenza (cfr. Sperber, Wilson, 1993),
che ha dato origine a un’area di ricerca di grande successo. Gli argo-
menti di Gutt si possono riassumere in un punto focale: grazie alla
Teoria della pertinenza è possibile definire, nonostante lo scetticismo
diffuso fra i traduttologi, l’essenza della traduzione: «la traduzione

8. Cfr. Albaladejo (1992).

20
1. BREVE STORIA DELLE IDEE CONTEMPORANEE SULLA TRADUZIONE

consiste in una citazione interlinguistica, ovvero è un tipo di citazione


– diretta o indiretta – nella quale la citazione è in lingua diversa ri-
spetto all’originale» 9. Non possiamo non rilevare l’estrema riduttività
di questa definizione che però trova una sua giustificazione se si pen-
sa al tipo di traduzione che è più familiare al suo autore: la traduzio-
ne dei testi sacri del cristianesimo verso le lingue meno diffuse del
nostro pianeta.
La traduzione biblica è stata anche il punto di partenza della ri-
flessione del maggior traduttologo vivente: Eugene Nida. Pur parten-
do da una riformulazione della grammatica generativa 10, Nida si è
dichiarato per un approccio linguistico in cui avessero importanza gli
elementi testuali e contestuali. In Toward a Science of Translating
(1964) Nida ha presentato un modello lineare in cui il traduttore ri-
sulta essere membro di due comunità linguistiche diverse: egli è rice-
vente nella lingua di partenza e in quanto tale decodifica il messag-
gio; ma nella lingua d’arrivo è emissore, e dunque deve codificare un
nuovo messaggio sulla base di quanto riceve in una fase intermedia di
trasferimento. Un modello di questo tipo si fonda su un assunto fon-
damentale: il messaggio è un’entità simile a un oggetto che viene tra-
sferito da un individuo a un altro. In altri termini il messaggio è un a
priori che il soggetto attualizza in base alle sue intenzioni, aspettative
e conoscenza del mondo, esso ha un’esistenza a sé che viene realizza-
ta nel concreto rapporto comunicativo. Locutori, messaggi e codici
sono entità separate e separabili. In questo modo il parlante è posto
innanzi al linguaggio come innanzi a un prodotto estraneo, un qual-
cosa che esiste al di fuori di lui, che ha vita propria. Ricerche più
recenti ci dicono che è impossibile sostenere l’esistenza di un indivi-
duo con sue intenzioni di produzione assolutamente indipendenti
dalle aspettative di ricezione di un altro individuo, il primo che co-
struisce e il secondo che ricostruisce perfettamente un messaggio.
Ogni agente della comunicazione crea il proprio orizzonte di ricezio-
ne; facendo questo egli si identifica come emissore e cerca di mettersi
nei panni del ricevente. Possiamo dire dunque che messaggio, emisso-
re e ricevente sono legati a filo doppio: il messaggio esiste solo in
quanto messaggio di locutori, e questi esistono solo in quanto pro-
duttori di messaggi. Ciò non significa però negare la possibilità di in-
ferire dai segni che ci vengono inviati le credenze e i desideri degli

9. «Translation consists in interlingual quotation, that is it is an istance of quota-


tion – direct or indirect – where the quote is in a different language from the origi-
nal» (Gutt, 2000b, p. 236).
10. Cfr. Gentzler (1993, trad. it. pp. 52 ss.).

21
MANUALE DI TRADUZIONE

altri. Questa è in effetti l’affascinante tesi griceana che abbiamo ri-


chiamato sopra, la quale prevede agenti individuali con ruoli distinti
che leggono senza sosta l’uno la mente dell’altro realizzando inferen-
ze sempre fallibili.
All’interno del suo modello Nida ha distinto un ambito propria-
mente linguistico e uno extralinguistico, riconoscendo il ruolo del
contesto extralinguistico pur non negando la specificità linguistica del
problema. In particolare Nida ha distinto fra equivalenza formale ed
equivalenza dinamica. Questo sulla base di un concetto di competen-
za linguistica che prende le mosse da Noam Chomsky per includervi
poi un componente contestuale. Mentre l’equivalenza formale è atten-
ta alle corrispondenze di forma e contenuto, l’equivalenza dinamica è
ottenuta quando vengono ricreate nella lingua di arrivo le stesse rela-
zioni esistenti fra messaggio e ricevente nella lingua di partenza. In
tal modo Nida ha tentato di ridefinire i principi secondo cui una tra-
duzione può essere giudicata corretta. Tradizionalmente il termine
“fedele” è stato infatti riservato alle traduzioni letterali, quelle dun-
que che privilegiano la forma, mentre con “libera” si sono indicate
quelle traduzioni che privilegiavano il contenuto. Nida sostiene che il
traduttore formale, attento alle corrispondenze superficiali, produce
interpretazioni non appropriate, mentre il traduttore dinamico finisce
per essere più fedele proprio perché si libera della ricerca delle corri-
spondenze fra gli elementi che appartengono alla superficie dell’e-
spressione linguistica. In altre parole Nida ha rovesciato i termini del
problema anche se, probabilmente, il concetto di traduzione dinami-
ca non è molto diverso, fatte le debite proporzioni, dal principio
avanzato da San Gerolamo di non tradurre parola per parola. Il con-
cetto di equivalenza 11 in Nida deve essere inteso come un concetto
che implica più livelli e in particolare i tre livelli individuati da Char-
les Morris: sintattico, semantico e pragmatico (cfr. Morris, 1955,
1964). Tuttavia esso rimane prigioniero del mito dell’originale: il testo
tradotto dovrebbe produrre sul lettore della lingua d’arrivo gli stessi
effetti che aveva il testo di partenza sul lettore della lingua da cui si
traduce. Come ha scritto Gentzler (1993, trad. it. p. 63):

La teoria di Nida è stata ritenuta progressista perché introduce il contesto


del messaggio, ma dall’analisi risulta evidente che non è meno astratta di
quella di Chomsky. Il “messaggio nel contesto” o “il messaggio e la sua rice-
zione” viene astratto dalla storia, concepito come un elemento unico e un’es-
senza in sé e trasformato in un concetto atemporale. Secondo Nida il testo

11. Sulle difficoltà del concetto di equivalenza dinamica, cfr. Stecconi (1991a).

22
1. BREVE STORIA DELLE IDEE CONTEMPORANEE SULLA TRADUZIONE

tradotto dovrebbe produrre una reazione nel lettore calato nella cultura con-
temporanea che sia “essenzialmente simile” a quella prodotta nei ricettori
“originari”; se ciò non avviene, egli suggerisce di apportare variazioni al testo
per indurre la reazione iniziale 12.

Come abbiamo evidenziato prima, discutendo le posizioni di Gutt,


queste affermazioni si intendono meglio nel quadro del tipo di tradu-
zione che è stato più familiare a Eugene Nida: tradurre le scritture
cristiane in modo che possano essere comprese e accettate da tutti
nella comunità. Infine, sul mito dell’originale e sulle sue origini nella
tradizione ebraica medievale, si veda il contributo di Jay Siskin
(1987).
La teoria di Nida è stata applicata in Europa soprattutto da Wol-
fram Wilss, sia proponendo una sua scienza della traduzione, sia av-
viando studi descrittivi e ricerche applicate. La teoria di Wilss (1977)
rifiuta tanto la linguistica descrittiva quanto la grammatica generativa,
che tuttavia viene utilizzata, proponendo un modello che comprende
la presenza di una forte componente contestuale. Volendo riassumere
rapidamente alcune delle sue coordinate possiamo dare ancora la pa-
rola a Gentzler (ivi, p. 74):

La teoria della traduzione di Wilss si fonda sui seguenti elementi:


1. il concetto di una lingua universale, che consiste di forme universali e un
nucleo di esperienza condivisa;
2. la convinzione che sia possibile il trasferimento dalla superficie alla strut-
tura profonda mediante un processo ermeneutico;
3. una componente generativa, che traduca intralinguisticamente dalla base
alla superficie di una data lingua;
4. una classificazione qualitativa dei testi, da un livello elevato che include i
testi delle arti e delle scienze a un livello basso comprendente i testi com-
merciali e pragmatici.
La metodologia di ricerca di Wilss si basa sulla riduzione del testo origi-
nale al suo contenuto semantico e alla sua tipologia testuale mediante una
retrotrasformazione ‘intralinguistica’. Parafrasando i significati, Wilss elimina
le differenze, i giochi di parola specifici e le implicazioni dei testi che hanno

12. «Nida’s theory has been perceived as being progressive because it factors in
the context of the message, but we see here that it is no less abstract than Chomsky’s.
“The message in context” or the “message and its reception” is pulled out of history,
understood as unified and an essence of itself, and made into a timeless concept. The
translated text, according to Nida, should produce a response in a reader in today’s
culture that is “essentially like” the response of the “original” receptors; if it does not,
he suggests making changes in the text in order to solicit that initial response» (ed.
or. p. 54).

23
MANUALE DI TRADUZIONE

luogo storicamente; i testi vengono piuttosto classificati in modo archetipico


e astorico 13.

Diremmo che nella stessa direzione va il lavoro di Katharina Reiss


(1976), che ha tentato di fornire un quadro tipologico sufficiente per
valutare il lavoro di traduzione. Secondo la Reiss la traduzione è go-
vernata soprattutto da un aspetto funzionale, questo determina il tipo
di testo che si sta traducendo. Con riferimento alla classica distinzio-
ne di Karl Bühler fra funzione rappresentativa, espressiva e appellati-
va (Bühler, 1934), la Reiss nota che, sebbene i diversi testi possano
avere più funzioni contemporaneamente, tuttavia è dato identificarli
in base alla funzione predominante. Possiamo dunque avere testi che
sottolineano il contenuto, la forma o l’appello. Questi principi sono
stati ribaditi in un lavoro successivo scritto in collaborazione con
Hans J. Vermeer (Reiss, Vermeer, 1984), in cui i due autori sottoli-
neano che fra testo di partenza e testo di arrivo occorre individuare
una sorta di coerenza intertestuale che costituisce la vera fedeltà della
traduzione.
Ciò che accomuna le posizioni della linea testuale-pragmatica è
che il concetto di equivalenza, se continua ad avere un senso, deve
essere inteso come un concetto che implica più livelli. Quindi, più
che ricercare un’equivalenza difficile da definire, è importante conce-
pire la traduzione come un tentativo di far dialogare due testi identi-
ficando le funzioni e i tipi testuali.
Il rifiuto dell’ossessione dell’equivalenza e di ogni atteggiamento
prescrittivo che eliminasse le “deviazioni” è il punto fondamentale
della proposta di Anton Popovič (1970, 1976, 2006). Egli, analoga-
mente a Jakobson, riconosce l’impossibilità teorica di stabilire criteri
precisi di equivalenza, sia letterale che funzionale, e di fronte a que-
sto fatto assume un atteggiamento di pragmatica accettazione. Non si
tratta di un fenomeno di fronte al quale occorre cercare a tutti i costi

13. «Wilss’ translation theory is thus rooted in German idealism and based upon
the following: (1) the concept of a universal language, consisting of universal forms
and a core of shared experience; (2) a belief that deep-structure transfer is possible
via hermeneutic process; (3) a generative component, which translates intralingually
from the base to the surface of a given language; and (4) a qualitative ranking of
texts, from a high level incorporating art and science texts to a low level including
business and pragmatic texts. Wilss’ research methodology is based upon reducing
the original text to its thematic content and its text type via an “intralingual” back
transformation. By paraphrasing meanings, Wilss eliminates differences, specific word
plays, and implications of texts and they occur in history; rather, texts are classified
archetypically and ahistorically» (ed. or. pp. 64-5).

24
1. BREVE STORIA DELLE IDEE CONTEMPORANEE SULLA TRADUZIONE

un rimedio, ma del fatto che la traduzione comporta inevitabilmente


una deviazione che è nostro compito tentare di comprendere e spie-
gare. In questo senso i concetti di fedeltà e libertà sono relativi alle
estetiche che i traduttori assumono esplicitamente o implicitamente e
che mutano con il passare del tempo e nelle diverse culture dove la
traduzione si manifesta. Il discorso di Popovič è importante perché
costituisce un presupposto del rifiuto di qualunque atteggiamento
normativo che caratterizza gli attuali studi sulla traduzione.

1.4
Manipolare e riscrivere

Il rifiuto di un atteggiamento normativo ha caratterizzato anche la


tradizione dei translation studies, un campo di ricerca in traduttologia
la cui data di nascita si può convenzionalmente fissare nell’agosto del
1972, quando il traduttore James S. Holmes lesse una relazione inti-
tolata The Name and Nature of Translation Studies, al “Third Interna-
tional Congress of Applied Linguistics” di Copenaghen (Holmes,
1972, 1988, pp. 67-80, ripresa e commentata anche in Toury, 1995,
pp. 9 ss.). James Holmes ha proposto in quella circostanza una nuova
disciplina per lo studio della traduzione che da un lato avrebbe preso
le distanze dalle teorie che riflettono semplicemente l’atteggiamento
dello scrittore e dall’altro da un’astratta scienza della traduzione. Il
nuovo territorio proposto da Holmes aveva chiaramente bisogno di
una mappa che lo delimitasse e lo descrivesse, e una mappa è proprio
quella che compare in forma di diagramma nella versione a stampa
della relazione ripubblicata più di recente da Toury (ivi, p. 10).
Come si vede, i translation studies constano di due parti principa-
li: una parte denominata “pura” (con virgolette di modestia) e una
parte applicata che non prenderemo in considerazione. La parte
“pura” si suddivide a sua volta in un’area descrittiva, che illustra i
fenomeni traduttivi nel loro concreto manifestarsi, e in un’area teori-
ca, che determina i principi esplicativi. Riguardo all’area descrittiva,
che ci appare chiaramente preliminare a quella teorica in quanto le
fornisce il materiale necessario, è importante notare che Holmes la
divide in tre parti: una parte product-oriented, destinata alla descrizio-
ne delle traduzioni e al confronto fra traduzioni dello stesso testo;
una parte function-oriented, che ha il compito di descrivere la funzio-
ne delle traduzioni nel contesto di ricezione, e una parte process-
oriented, che studia quello che avviene nel processo traduttivo. In
questo quadro Holmes tenta anche di circoscrivere i vari tipi di tra-

25
MANUALE DI TRADUZIONE

FIGUR A 1.1
La mappa di Holmes e Toury

Translation Studies

“Pure” Applied

Theoretical Descriptive

General Partial Product Process Function Translator Translator Translator


Oriented Oriented Oriented Training Aids Criticism

Medium Area Rank Text-Type Time Problem


Restricted Restricted Restricted Restricted Restricted Restricted

duzione possibile. Per quanto riguarda la poesia, ad esempio, egli in-


dividua quattro forme di tradurre il verso:
1. mimetica;
2. analogica;
3. derivata dal contenuto o forma organica;
4. forma deviante o estranea, in cui si considera la forma come non
derivata dal testo poetico.
Qualche anno più tardi André Lefevere (1975) ha precisato gli
obiettivi proponendo sette strategie di traduzione poetica:
1. traduzione fonemica, legata al suono ma non al significato;
2. traduzione letterale, attenta al contenuto semantico a scapito del
valore letterario;
3. traduzione metrica, che conserva il metro ma non il significato e
la sintassi;
4. traduzione in prosa, attenta al significato con perdita del suono
poetico;
5. traduzione ritmica;
6. verso libero;
7. interpretazione, che perde il valore della struttura letteraria.
È importante sottolineare che, tanto in questo caso quanto in
quello di Holmes, i vari criteri non hanno valore prescrittivo ma de-
scrittivo. In qualche modo le diverse scelte sono ugualmente legittime
all’interno di una coerenza traduttiva, occorre solo aver coscienza che

26
1. BREVE STORIA DELLE IDEE CONTEMPORANEE SULLA TRADUZIONE

adottando un criterio si perderà inevitabilmente qualcosa guadagnan-


do qualcos’altro. Ciò che interessa questi studiosi non è tanto definire
una teoria della traduzione, quanto studiare i procedimenti traduttivi.
Piuttosto che risolvere il problema riguardante la “giusta” traduzione,
essi si interessano a come il significato viaggia da cultura a cultura.
Per concludere l’esplorazione della mappa di Toury e Holmes, ci
resta da osservare ciò che si trova sotto l’area teorica della disciplina:
due grandi regioni corrispondenti alla teoria generale della traduzione
e alle teorie parziali e, per specificare questa seconda regione, un cer-
to numero di province. Occorre notare che dalla sua fondazione gran
parte del lavoro nei translation studies è stata di natura descrittiva.
Abbiamo già detto che si tratta di una scelta logica, perché la raccol-
ta e la sistemazione dei dati precedono l’elaborazione di una teoria,
tuttavia è vero anche che è illusorio credere di poter raccogliere in-
formazioni dal mondo in modo totalmente innocente: ogni raccolta di
dati presuppone una scelta di campo teorica più o meno consapevole
perché l’osservazione presuppone sempre un punto di vista. Già Karl
Popper (1970, p. 43), per chiamare in causa solo una delle voci più
illustri pronunciatesi in proposito, nella Logica della scoperta scientifi-
ca aveva detto che: «l’osservazione è sempre osservazione alla luce
delle teorie» e che «teorizziamo continuamente, anche quando faccia-
mo la più banale asserzione singolare» (ivi, p. 478); «le osservazioni
[...] sono interpretazioni alla luce delle teorie. È questa una delle ra-
gioni principali per cui è sempre ingannevolmente facile trovare veri-
ficazioni di una teoria» (ivi, p. 103).
E in Congetture e confutazioni: «la credenza che possiamo partire
da delle pure osservazioni senza niente di simile a una teoria, è dav-
vero assurda» (Popper, 1972, p. 83) 14.
Il successo del paradigma descrittivista è quindi un’arma a doppio
taglio perché, a nostro avviso, è in parte responsabile di una situazio-
ne incresciosa: non sembra esserci sufficiente consenso all’interno dei
translation studies su cosa costituisca veramente una traduzione o su
come caratterizzare l’attività del tradurre.
Tuttavia i translation studies descrittivi hanno avuto un grande suc-
cesso grazie soprattutto al contributo della scuola di Tel Aviv, con Ita-
mar Even-Zohar e Gideon Toury, i quali, all’interno della Polysystem
Theory, hanno messo in luce le condizioni storico-culturali in cui avvie-
ne una traduzione. Il concetto di polisistema intende definire l’insieme
delle attività che all’interno di una cultura sono interpretate come lette-

14. Cfr. Arduini (2006).

27
MANUALE DI TRADUZIONE

rarie. In questo senso il polisistema è un sistema di sistemi che assieme


costituiscono la letteratura, intesa come sistema in movimento caratte-
rizzato da trasformazioni e continuità. Da questo punto di vista dun-
que, la letteratura è concepita non in senso astratto, ma come funzione
dei giudizi di valore che appartengono a un periodo. Una letteratura
inoltre non è isolata, ma è sottoposta a relazioni con altre letterature,
creando quelle che Even-Zohar (1990) chiama interferenze. Tali interfe-
renze sono inevitabili nei contatti fra due culture e di solito sono unila-
terali, in quanto la letteratura che è fonte ricopre questo ruolo grazie al
suo prestigio e al fatto che il sistema importatore ha bisogno di trovare
modelli che non trova al suo interno. Nel discorso di Even-Zohar svol-
ge un ruolo importante, da un punto di vista teorico, una serie di op-
posizioni: quella fra testi canonici e non canonici; fra centro e periferia
del sistema; fra innovazione e conservazione. Il concetto di testo cano-
nico è determinante per comprendere come vengono trasmesse certe
categorie culturali all’interno di una società: nel caso dei testi l’apparte-
nenza al canone dipende dalla legittimazione dei gruppi culturali domi-
nanti. Legata al concetto di canonizzazione è la distinzione fra centro e
periferia. Il centro del sistema letterario è inevitabilmente occupato dai
testi canonici, cioè quelli filtrati dalla cultura ufficiale e che sono riusciti
a ottenere la legittimazione dall’istituzione. Anche l’opposizione fra tra-
dizione e innovazione è in relazione con il problema dell’accettazione di
un’opera in un certo momento. La tradizione, cioè il repertorio stabile
che la costituisce, è un sistema secondario: i testi che vi rientrano sa-
ranno in qualche modo predicibili e ogni tentativo di scardinare tale
stabilità verrà considerato un’aggressione. È invece un sistema primario
il sistema innovatore, quello dunque in cui intervengono nuovi elementi
e un repertorio viene ridefinito (Even-Zohar, 1990, trad. it. p. 229). Un
sistema può essere stabile o instabile a seconda della capacità di con-
trollare i cambiamenti e assimilarli. Naturalmente anche la letteratura
tradotta entra in questa dialettica e può diventare primaria o secondaria
a seconda delle specifiche condizioni operanti nel polisistema.

Dire che la letteratura tradotta mantiene una posizione primaria significa dire
che partecipa attivamente alla modellizzazione del centro del polisistema. In
tale situazione essa è di gran lunga parte integrante delle forze innovative, e
quindi da identificare, probabilmente, con gli eventi maggiori della storia let-
teraria mentre stanno avendo luogo. Questo implica che non sia mantenuta
alcuna distinzione netta tra scritti originali e tradotti, e che spesso sono gli
autori dominanti (o i membri dell’avanguardia che stanno per diventare au-
tori dominanti) che producono le traduzioni più importanti. Inoltre, in tali
situazioni, quando nuovi modelli letterari stanno emergendo, la traduzione
diventa probabilmente uno dei mezzi per elaborare questi nuovi modelli. At-

28
1. BREVE STORIA DELLE IDEE CONTEMPORANEE SULLA TRADUZIONE

traverso le opere straniere vengono introdotte nella propria letteratura ele-


menti che prima non esistevano (ivi, p. 230) 15.

Queste affermazioni ci confermano che anche la letteratura tradotta è


un sistema tra gli altri all’interno del polisistema letterario. Il polisi-
stema ricevente seleziona la letteratura straniera secondo le conven-
zioni letterarie accettate da quello stesso polisistema. Questo filtro
opererà in modo diverso a seconda delle condizioni del polisistema
ricevente: un polisistema stabile tenderà a imporre i propri modelli
alle traduzioni; viceversa un polisistema debole o instabile verrà in-
fluenzato dai modelli che importa.
In particolare la traduzione, proprio in quanto è essenzialmente
scambio culturale, assume un ruolo centrale all’interno di una lingua
in tre situazioni sociali: quando una letteratura è giovane o in un pro-
cesso di stabilizzazione, quando una letteratura è periferica o debole
e quando una cultura sta sperimentando una crisi. Nei primi due casi
la letteratura tradotta serve per riempire i vuoti del polisistema e crea
anche una sorta di dipendenza delle letterature deboli o periferiche
rispetto a quelle centrali. Nel terzo caso la letteratura tradotta può
assumere una funzione primaria anche nelle letterature centrali. Si
pensi ai momenti di trasformazione culturale, quando non è più pos-
sibile trovare modelli all’interno di una cultura. Da questi presupposti
risulta abbastanza facile comprendere l’assunto fondamentale di una
teoria descrittiva della traduzione secondo Gideon Toury (1985, trad.
it. pp. 186-7):

L’atto del tradurre, in quanto attività teleologica per eccellenza, è largamente


condizionato dai suoi stessi fini, e questi vengono sempre determinati dalla
prospettiva del sistema o dei sistemi, riceventi. Di conseguenza, i traduttori
operano innanzitutto, e principalmente, nell’interesse della cultura in cui
stanno traducendo, e non certo in ragione del testo di partenza, mettendo

15. «To say that translated literature maintains a central position in the literary
polysystem means that it participates actively in shaping the center of the polysystem.
In such a situation it is by and large an integral part of innovatory forces, and as such
likely to be identified with major events in literary history while these are taking pla-
ce. This implies that in this situation no clear-cut distinction is maintained between
“original” and “translated” writings, and that often it is the leading writers (or mem-
bers of the avant-garde who are about to become leading writers) who produce the
most conspicuous or appreciated translations. Moreover, in such a state when new
literary models are emerging, translation is likely to become one of the means of ela-
borating the new repertoire. Through the foreign works, features (both principles and
elements) are introduced into the home literature which did not exist there before»
(ed. or. pp. 46-7).

29
MANUALE DI TRADUZIONE

così di fatto tra parentesi la cultura da cui il testo ha tratto origine. L’assun-
to fondamentale della TDT è dunque diametralmente opposto a quello che
viene abitualmente accettato dai sostenitori del paradigma di una teoria della
traduzione fondata sul processo, o orientata all’applicazione. La TDT muove
dal concetto che qualsiasi ricerca, sia che sia stata confinata all’analisi del
prodotto stesso, sia che sia intesa a ricostruire il processo che lo ha determi-
nato, dovrebbe partire dall’ipotesi che le traduzioni siano fatti appartenenti a
un solo sistema: il sistema di arrivo 16.

Questo porta Toury (1985) ad affermare che il traduttore decodifica


un messaggio da una lingua A e lo codifica in una lingua B renden-
dolo accessibile alla comunità di parlanti di tale lingua B e rendendo-
lo privo di funzione per la lingua A. Dunque lo studio della traduzio-
ne non potrà mai essere di tipo contrastivo né di tipo normativo. Il
traduttore può commettere errori solo di tipo linguistico, qualunque
altra scelta è una scelta di strategie. Lo studio descrittivo della tradu-
zione deve analizzare proprio queste strategie interessandosi solo al
sistema di arrivo, cioè al sistema in cui le traduzioni hanno un valore
estetico.
La riflessione sulla traduzione sviluppatasi all’interno della Polysystem
Theory è stata molto utile per rompere alcuni capisaldi delle tradizio-
nali teorie traduttive, tuttavia da una parte l’obiezione che viene natu-
rale (Nergaard, 1993, p. 38) è che in questo modo si studia la ricezio-
ne della traduzione piuttosto che il problema della traduzione, dall’al-
tra l’approccio polisistemico può sembrare troppo formalistico a chi è
interessato ai fenomeni traduttivi concreti. Indubbiamente i transla-
tion studies hanno fornito un contributo fondamentale per affrontare
il problema della traduzione da una prospettiva nuova, tuttavia è an-
che vero che in realtà essi hanno accantonato le questioni poste dalla
teoria della traduzione piuttosto che risolverle. Intendiamo dire che
con i translation studies si è tentato di rispondere alla domanda “che
cosa si fa con la traduzione” o “qual è la ricezione di una traduzio-

16. «Translating as a teleological activity par excellence is to a large extent condi-


tioned by the goals it is designed to serve, and these goals are set in, and by, the
prospective receptor system(s). Consequently, translators operate first and foremost in
the interest of the culture into which they are translating, and not in the interest of
the source text, let alone the source culture. The basic assumption of DTS is therefore
diametrically opposed to that which is usually maintained by the practitioners of any
process-based, application-oriented paradigm of translation theory. DTS starts from the
notion that any research into translation, whether it is confined to the product itself
or intends to proceed to the reconstruction of the process which yielded it (and on
from there), should start from the hypothesis that translations are facts of one system
only: the target system» (ed. or. p. 19).

30
1. BREVE STORIA DELLE IDEE CONTEMPORANEE SULLA TRADUZIONE

ne”, mettendo tra parentesi la domanda “che cos’è la traduzione”.


Certo, dalla risposta al primo interrogativo deriva anche una chiarifi-
cazione di alcuni problemi che riguardano il secondo, ma è altrettan-
to vero che molti altri punti restano fuori. In questo senso i tran-
slation studies, più che «arrivare a comprendere i processi coinvolti
nell’atto della traduzione» 17, hanno tentato di comprendere la fun-
zione sociale, storica e ideologica della traduzione stessa, ottenendo
peraltro notevoli risultati, ad esempio nell’ambito della storia della
traduzione.
In tal senso indubbiamente importante è un approccio integrato
che implichi tanto gli aspetti culturali quanto quelli tipologici, così
come ci è stato offerto da Mary Snell-Hornby (1988). In quest’ottica
l’autrice propone un quadro in cui la tipologia è sostituita da una
prototipologia che individua vari livelli. Al livello A troviamo tre aree
generali di testi in traduzione (literary translation, general language
translation, special language translation). Al livello B abbiamo alcuni
tipi testuali di base. Il livello C presenta le discipline non linguistiche
che sono indispensabili per la traduzione. Il livello D riguarda vari
criteri traduttologici che includono le questioni riguardanti la com-
prensione del testo di partenza, la nozione di invarianza e quella di
equivalenza, il grado di differenziazione. Il livello E riguarda le aree
della linguistica importanti per la traduzione. Infine il livello F tocca
il livello fonologico. Il quadro che esce da questa classificazione è
molto particolare (cfr. Stecconi, 1991b) perché non è deterministico e
non prevede caselle con contorni precisi quanto piuttosto varie sfu-
mature a seconda dei diversi tipi di testo.

1.5
Traduzione e cultura

Qui si apre la svolta culturale nello studio della traduzione. Ad esem-


pio André Lefevere (1981) ha cercato di studiare come l’ideologia
orienti i testi letterari e quindi anche i testi tradotti, adottando una
prospettiva che vuole analizzare le traduzioni esistenti per cercare di
descrivere l’attività del tradurre.
Se tradurre significa adottare strategie di volta in volta diverse, si
può allora tentare di riformulare il messaggio alla luce di una rico-
struzione che però è sempre orientata dalla cultura in cui quella rico-

17. «Reach an understanding of the processes undertaken in the act of transla-


tion» (Bassnett, 1991b, p. 37).

31
MANUALE DI TRADUZIONE

struzione viene effettuata. Questo ha spinto Lefevere 18 a parlare


esplicitamente di traduzione come rewriting, come riscrittura. Tradur-
re è un’operazione di riscrittura perché l’azione segnica tipica della
traduzione ha molto in comune con altri tipi di interpretazione e pro-
duzione testuale, come la storiografia, la realizzazione di antologie, la
critica letteraria e l’editing per la pubblicazione. Tutte queste attività,
infatti, mirano a costruire un’immagine di un testo, di un autore o di
una intera cultura letteraria e a proiettarla in un diverso ambiente di
ricezione. La storia della traduzione è appunto quella dell’identità di
una comunità in rapporto agli altri e riscrivere vuol dire ripensare un
testo alla luce delle proprie coordinate.
In quest’ottica è certamente importante ad esempio la storicizza-
zione delle questioni legate al tradurre, come l’idea di proprietà lette-
raria o la stessa nozione di fedeltà nella traduzione. È stato osservato a
tale proposito che questa nozione è molto mutata nel corso della sto-
ria per cui una traduzione fedele in una certa epoca diventa infedele
in un’altra. Di indubbio interesse è stato anche il concetto di patrona-
ge (Lefevere, 1985), ovvero gli individui, i gruppi e le istituzioni che
influenzano, incoraggiano ma anche censurano la riscrittura in ambito
letterario. Aspetti di questo genere sono molto importanti perché ci
consentono di capire come la traduzione non sia mai un’attività inno-
cente e come invece dipenda fortemente dall’ambiente sociale e anche
politico in cui si realizza: «Ogni riscrittura [...] è pertanto una mani-
polazione testuale che si pone al servizio del potere e può avere ri-
svolti positivi o negativi. Nei suoi risvolti positivi, la riscrittura, e in
particolar modo la traduzione, può contribuire all’evoluzione del si-
stema letterario e sociale» (Lefevere, 1992a, trad. it. p. X) 19.
Si tratta, come vediamo, di una strategia discorsiva che allarga di
molto i confini dei translation studies fino a sconfinare nei cultural
studies, nelle scienze politiche, negli studi letterari e quant’altro. Ri-
cordiamo la nostra riserva espressa sopra, ovvero che questa encomia-
bile estensione va effettuata con cautela per non diluire troppo il di-
scorso e perdere di vista lo specifico della traduzione. Vorremmo an-
che aggiungere che posizioni come quelle espresse nell’ultima citazio-
ne sono più comprensibili in un discorso politico militante che in un

18. Cfr. Bassnett e Lefevere (1990); Lefevere (1992a, 1992b).


19. «Translation is [...] rewriting of an original text. All rewritings, whatever
their intention, reflect a certain ideology and poetics and as such manipulate literature
to function in a given way. Rewriting is manipulation, undertaken in the service of
power, and its positive aspect can help in the evolution of a literature and a society»
(ed. or. p. XI).

32
1. BREVE STORIA DELLE IDEE CONTEMPORANEE SULLA TRADUZIONE

discorso scientifico-accademico. Ad esempio, passaggi come «la ri-


scrittura è manipolazione intrapresa al servizio del potere» vanno so-
stanziati con attenzione per non restare mere petizioni di principio;
mentre passaggi come «la riscrittura è manipolazione [...] e il suo
aspetto positivo può contribuire all’evoluzione letteraria e sociale»
sono addirittura impossibili da falsificare.
Un approccio alla traduzione che sia decisamente indirizzato ver-
so gli studi culturali è quello adottato da Lawrence Venuti (1995,
1998).
Secondo Venuti (1998, trad. it. p. 17) un testo non è semplice-
mente uno strumento di comunicazione che viene utilizzato da un in-
dividuo in base a un sistema di regole. Naturalmente la comunicazio-
ne è indubbiamente una delle funzioni che la lingua può svolgere ma
non quella esclusiva. Venuti ricorda Deleuze e Guattari (ibid.), secon-
do i quali la lingua è una forza collettiva, un insieme di forme che si
organizzano in un sistema semiotico. Tali forme circolano fra le di-
verse comunità culturali e istituzioni sociali collocandosi in una gerar-
chia, con la varietà standard che occupa una posizione dominante ma
che viene sottoposta a continui cambiamenti causati da diversità re-
gionali o di particolari gruppi, dai gerghi, dalle idiosincrasie, dalle no-
vità stilistiche, dai termini occasionali e dall’accumulo di usi prece-
denti (ibid.). Venuti considera dunque ogni uso della lingua come un
luogo di rapporti di potere dato che una lingua è una specifica realiz-
zazione di una forma dominante che esercita la propria supremazia
sulle variabili minori (ibid.). Venuti rifacendosi a Lecercle (1990)
chiama questa potenzialità remainder. L’eterogeneità linguistica libe-
rata dal remainder va al di là di ogni atto comunicativo e impedisce
qualsiasi sforzo che voglia formulare regole sistematiche. Il remainder
mette in discussione la forma linguistica dominante in quanto ne mo-
stra la natura socialmente e storicamente determinata e riproponendo
all’interno della lingua le contraddizioni e le lotte che caratterizzano
il sociale (ibid.).
Un testo letterario, quindi, non può mai esprimere soltanto il si-
gnificato voluto dall’autore, in uno stile personale. Piuttosto, mette in
moto forme collettive in cui l’autore può effettivamente avere un
coinvolgimento psicologico, ma che per la loro stessa natura deperso-
nalizzano e destabilizzano il significato. Sebbene la letteratura possa
essere definita come una scrittura creata appositamente per liberare il
remainder, è il testo stilisticamente innovativo che interviene in ma-
niera più evidente su una fase linguistica, svelando le condizioni con-
traddittorie della varietà standard, del canone letterario, della cultura
dominante, della lingua maggiore. Alcuni testi letterari accrescono

33
MANUALE DI TRADUZIONE

questa radicale eterogeneità sottomettendo la lingua maggiore a conti-


nue variazioni, costringendola a diventare minore, delegittimandola,
deterritorializzandola, alienandola. Secondo Deleuze e Guattari tali
testi formano una letteratura minore, i cui autori sono stranieri nella
propria lingua. Nel liberare il remainder, una letteratura minore indi-
ca dove la lingua maggiore è straniera a se stessa (Venuti, 1998, trad.
it. pp. 17-8).
Da qui nasce l’opposizione fra “domesticating translation” e “fo-
reignizing translation” con la quale Venuti (1995) ha voluto descrive-
re due diversi atteggiamenti traduttivi. Con “domesticating” si inten-
de quel tipo di traduzione in cui si cerca di evitare ai lettori la sensa-
zione di stare leggendo un testo straniero, per cui si adotta uno stile
corrente e il più trasparente possibile. Con “foregnizing” Venuti ha
invece denominato quel tipo di traduzione in cui le regole della lin-
gua target vengono deliberatamente violate dal traduttore per marcare
l’appartenenza del testo source a una lingua e cultura diverse e per
mantenere qualcosa di questa diversità. Venuti rielabora con questi
due concetti l’argomentazione di Schleiermacher per il quale ci sono
solo due strade possibili nella traduzione: «O il traduttore lascia il
più possibile in pace lo scrittore e gli muove incontro il lettore, o
lascia il più possibile in pace il lettore e gli muove incontro lo scritto-
re» (Schleiermacher, 1993, p. 153) 20.

1.6
Filosofia e semiotica

Il riferimento a Schleiermacher fa da ponte verso la quinta linea a cui


abbiamo accennato all’inizio, la linea filosofica e letteraria. Mi riferi-
sco in particolare alle riflessioni di Berman, Meschonnic e, in area
tedesca, Apel da un lato, e gli interventi in ambito ermeneutico e de-
costruzionista dall’altro.
Berman (1984, 1985) si ricollega ad Heidegger, che aveva propo-
sto la ricostruzione del rapporto fra tradizione e traduzione 21 in fun-
zione di una traduzione pensante. Secondo Berman nella traduzione
occidentale c’è una Figura della traduzione. «In questa Figura la tra-
duzione è caratterizzata da tre tratti. Culturalmente parlando è etno-
centrica. Letterariamente parlando, essa è ipertestuale. E filosoficamen-
te parlando, essa è platonica. L’essenza etnocentrica, ipertestuale e
platonica della traduzione ricopre e occulta un’essenza più profonda,

20. Cfr. Venuti (1995, trad. it. p. 44).


21. Cfr. Giometti (1995); su Berman cfr. Mattioli (1993).

34
1. BREVE STORIA DELLE IDEE CONTEMPORANEE SULLA TRADUZIONE

che è simultaneamente etica, poetica e pensante» (Berman, 1985, trad.


it. p. 22) 22.
Queste tre facce costituiscono anche tre scopi in grado di definire
l’attività del tradurre. Riguardo allo scopo etico egli scrive:

L’etica della traduzione consiste sul piano teorico nel portare alla luce, affer-
mare e difendere la pura finalità della traduzione in quanto tale. Cioè nel
definire la natura della “fedeltà”. La traduzione non può essere definita uni-
camente in termini di comunicazione, di trasmissione di messaggi o di re-
wording allargato. Non è neanche un’attività puramente estetico/letteraria,
anche se è intimamente legata alla pratica letteraria di uno spazio culturale
dato. Tradurre significa indubbiamente scrivere e trasmettere. Ma questa
scrittura e questa trasmissione prendono il loro vero solo a partire dalla vi-
sione etica che le governa. In questo senso, la traduzione è più vicina alla
scienza che all’arte – almeno se si presuppone l’irresponsabilità etica dell’arte
(Berman, 1984, trad. it. p. 15) 23.

Questo significa inoltre che nella traduzione si presenta un mondo


ridefinito rispetto al nostro mondo, è qui che si manifesta in maniera
esemplare la diversità. Intendere la traduzione come un compito eti-
co, poetico e filosofico significa far entrare nella propria lingua tale
diversità per aprirla e costruire qualcosa di nuovo.
Berman ritiene “etnocentrico” quell’atteggiamento che tende a
leggere il rapporto con le altre culture alla luce della propria e la cul-
tura straniera come qualcosa da rifiutare oppure da adattare e camuf-
fare all’interno della cultura di appartenenza. L’atteggiamento etno-
centrico conduce inevitabilmente a una posizione che in traduzione è
“ipertestuale”. Con il termine “ipertestuale” Berman intende tutti
quei testi che vengono prodotti a partire da un testo già esistente

22. «Dans ladite figure, la traduction est caractérisée par trois traits. Cultuelle-
ment parlant, elle est ethnocentrique. Littérairement parlant, elles est hypertextuelle. Et
philosophiquement parlant, elle est platonicienne. L’essence ethnocentrique, hypertex-
tuelle et platonicienne de la traduction recouvre et occulte une essence plus profonde,
qui est simultanément éthique, poétique et pensante» (ed. or. p. 46).
23. «L’éthique de la traduction consiste sur le plan théorique à dégager, à affir-
mer et a défendre la pure visée de la traduction en tant que telle. Elle consiste à
définir ce qu’est la “fidélité”. La traduction ne peut être définie uniquement en ter-
mes de communication, de transmission de messages ou de rewording élargi. Elle n’est
pas non plus une activité purement littéraire/esthétique, même si elle est intimement
niée à la pratique littéraire d’un espace culturel donné. Traduire, cest bien sûr écrire,
et transmettre. Mais cette écriture et cette transmission ne prennent leur vrai sens
qu’à partir de la visée éthique qui les régit. En ce sens, la traduction est plus proche
de la science que de l’art – si l’on pose du moins l’irresponsabilité éthique de l’art»
(ed. or. p. 17).

35
MANUALE DI TRADUZIONE

come le imitazioni, le parodie, gli adattamenti ecc. Le tracce più anti-


che di etnocentrismo nella traduzione a noi pervenute risalgono alla
latinità di Cicerone prima e di Gerolamo poi. Berman ritiene che per
Gerolamo la traduzione è essenzialmente captazione del senso al di là
della forma. In quanto captazione del senso, la traduzione tiene in
sospetto la lettera e favorisce la cesura platonica fra spirito e corpo.
Tuttavia Berman ha notato che la fedeltà al senso e l’infedeltà
alla lettera straniera è però fedeltà alla lettera propria, quella in cui si
traduce. Il senso è catturato in una lingua e questa è la lingua rice-
vente e quindi viene spogliato di tutto quanto non è trasferibile in
questa. Dice Berman che il primato del senso finisce per essere inevi-
tabilmente annessionista. Il senso non può essere liberato in una lin-
gua pura e così l’ideologia del primato del senso diventa l’ideologia
della lingua in cui il testo viene tradotto. Tale ideologia dà alla pro-
pria lingua lo status di mezzo semiotico privilegiato, intoccabile. In
esso il senso deve entrare senza far danni. «Si tratta di introdurre il
senso straniero in maniera che esso sia acclimatato, che l’opera stra-
niera appaia come “frutto” della lingua propria» (Berman, 1985,
trad. it. p. 29) 24. Da questa posizione derivano due conseguenze: «si
deve tradurre l’opera straniera in modo che non si “senta” la tradu-
zione, la si deve tradurre in modo di dare l’impressione che è ciò che
l’autore avrebbe scritto se avesse scritto nella lingua traducente» (ivi,
p. 30) 25. Berman ha sottolineato come questo desiderio conduca ad
alcune tendenze deformanti che costituiscono l’ideologia della tradu-
zione in Occidente.
Tali tendenze deformanti sono: la razionalizzazione, la chiarifica-
zione, l’allungamento, la nobilitazione e la volgarizzazione, l’impoveri-
mento qualitativo, l’impoverimento quantitativo, l’omogeneizzazione,
la distruzione di ritmi, la distruzione di reticoli significanti soggiacen-
ti, la distruzione dei sistematismi testuali, la distruzione dei reticoli
linguistici vernacolari, la distruzione di locuzioni e idiotismi, la can-
cellazione delle sovrapposizioni di lingue.
Che cosa hanno in comune queste tendenze deformanti? La razio-
nalizzazione riorganizza il testo secondo una certa idea di ciò che è
considerato il corretto ordine del discorso. La chiarificazione ne è
una conseguenza rendendo chiaro ciò che sembra non esserlo o espli-

24. «Il s’agit d’introduire le sens étranger de telle manière qu’il soit acclimaté, que
l’œuvre étrangère apparaisse comme un “fruit” de la langue propre» (ed. or. p. 53).
25. «On doit traduire l’œuvre étrangère de façon que l’on ne “sente” pas la tra-
duction, on doit la traduire de façon à donner l’impression que c’est ce que l’auteur
aurait écrit s’il avait écrit dans la langue traduisante» (ibid.).

36
1. BREVE STORIA DELLE IDEE CONTEMPORANEE SULLA TRADUZIONE

citando ciò che non lo è, l’esempio classico è la trasformazione delle


metafore in similitudini. L’allungamento ha anch’esso a che fare con
la chiarificazione e la razionalizzazione, spiegando il testo. Natural-
mente spiegare un testo significa ritenere che esso sia in origine pie-
gato e dunque poco leggibile, anche qui similitudini al posto di meta-
fore. Berman considera la nobilitazione il punto finale della traduzio-
ne platonica. Il testo tradotto è meglio dell’originale, viene reso più
elegante o più “poetico” là dove l’originale è giudicato più popolare.
Naturalmente esiste anche l’opposto con il ricorso a uno pseudo-ar-
got che appiattisce il testo. L’impoverimento quantitativo e qualitativo
riguarda, nel primo caso, la sostituzione di espressioni dell’originale
con termini di minor valore iconico, nel secondo la dispersione lessi-
cale. Con l’omogeneizzazione tutti i piani dell’originale vengono ten-
denzialmente unificati. La distruzione del ritmo tocca per esempio la
punteggiatura e comunque la ritmica. La distruzione dei reticoli si-
gnificanti elimina i rimandi soggiacenti fra i significanti chiave che
non appaiono in superficie ma sono fondamentali nell’economia del
testo. Così pure con la distruzione dei sistematismi, che aggiunge o
toglie elementi, il testo viene addomesticato e reso leggibile. Infine la
distruzione dei reticoli vernacolari, la distruzione delle locuzioni e la
cancellazione della sovrapposizione di lingue appiattiscono e standar-
dizzano il testo tradotto per renderlo un prodotto fruibile per il letto-
re nella lingua in cui si traduce.
L’identificazione di queste tendenze deformanti non serve a pro-
porre una metodologia alternativa. Piuttosto è importante notare che
esse sono nella prassi comune di qualunque traduttore occidentale e
che corrispondono a precise scelte culturali e ideologiche. Come s’è
detto abbiamo qui a che fare con l’idea secondo la quale il senso è
una invariante che può passare da una lingua all’altra lasciando intat-
to il suo nucleo centrale. Ma passa qui anche l’ideologia che conside-
ra il rapporto con lo straniero nei termini di conquista e appropria-
zione. Berman fa risalire questa ideologia alla latinità. L’ideologia
“imperialista” di Roma si manifesta anche nel rapporto con i testi e
con le arti. Così come la statuaria romana è un’annessione di quella
greca anche il rapporto con i testi è dello stesso tipo. L’idea di tradu-
zione di Cicerone ne è un esempio.
Troviamo il rifiuto dell’atteggiamento annessionista anche in Hen-
ri Meschonnic (1973, 1995) 26, per il quale la traduzione è il miglior
punto di riferimento per uno studio del linguaggio e delle rappre-

26. Su Meschonnic cfr. Mattioli (1993, pp. 10 ss.).

37
MANUALE DI TRADUZIONE

sentazioni linguistiche che possediamo. In quest’ottica Meschonnic


sostiene che la teoria della traduzione deve confluire nella poetica; un
termine che usa però con un significato diverso da quello che gli vie-
ne attribuito normalmente. Per Meschonnic, a “poetica” si associa
l’implicazione reciproca dei problemi della letteratura, del linguaggio
e della società. La poetica del tradurre è quindi una teoria critica che
oltrepassa la traduttologia intesa come semplice riflessione sulla tra-
duzione. In particolare, questa concezione di poetica supera l’aspetto
puramente linguistico della traduzione. Per Meschonnic la traduzione
è inserita sia nella teoria della letteratura che in una teoria del sogget-
to e del sociale.
Uno degli obiettivi di Meschonnic è quello di evitare il dualismo
in cui sono immerse le pratiche traduttive come, per esempio, le op-
posizioni fra il senso e la forma di un testo, oppure fra la lingua di
partenza e quella di arrivo. La poetica risolve queste dicotomie per-
ché parte da uno sguardo generale sul linguaggio che recupera la
continuità fra ciò che le parole dicono, mostrano e fanno. La ricerca
di Meschonnic è incentrata su un sistema di coppie di opposti che
vengono proposte come alternative rispetto ai concetti tradizionali:
discorso/lingua, continuo/discontinuo, alterità/identità, ritmo/segno,
enunciazione/enunciato e decentramento/annessione.
Da queste premesse Meschonnic sviluppa una sua concezione di
buona e cattiva traduzione in cui i criteri di giudizio non sono più
puramente estetici e soggettivi (identificabili nel gusto di un indivi-
duo, di un gruppo o di un momento) ma storici di riuscita e di dura-
ta, conseguibili attraverso un funzionamento testuale. Una buona tra-
duzione è equiparabile in definitiva a un’opera letteraria perché non è
una trasparenza anonima.
Ad esempio, alla coppia senso/forma si sostituisce il concetto di
“ritmo”. Il ritmo, per Meschonnic, corrisponde all’organizzazione del-
la parola nella scrittura e al movimento del soggetto nel linguaggio. Il
primato del ritmo si oppone, quindi, a quello storico del segno e per-
mette di restituire un testo come sistema. A partire dal ritmo, è inol-
tre possibile distinguere il parlato dall’orale. L’oralità è concepita da
Meschonnic come primato del ritmo e della prosodia e, in quanto
tale, una caratteristica propria sia allo scritto che al parlato. Scopo
della traduzione è, dunque, riesumare l’oralità di un testo.
Meschonnic non accetta di considerare la traduzione letteraria
come un puro espediente informativo. Egli vede in quest’ottica il tra-
duttore nelle vesti di chi trasporta un sapere da una riva a un’altra e
da ciò deriva il paragone con Caronte, traghettatore anch’egli, ma di
morti, metafora riferita alla condizione di alcune opere private, du-

38
1. BREVE STORIA DELLE IDEE CONTEMPORANEE SULLA TRADUZIONE

rante il trasporto, della loro memoria e storicità. Come Venuti e Ber-


man, Meschonnic sottolinea che di solito, davanti alla scelta tra il mo-
strare la traduzione per quella che è o nasconderla, si preferisce di
gran lunga la seconda opzione, cercando espedienti per ottenere l’ef-
fetto di naturalezza. Questo processo comporta la soppressione delle
differenze tra le lingue. Meschonnic chiama questo effetto annessio-
ne: l’annullamento del rapporto testuale tra i due testi coinvolti, l’in-
globamento del testo originale nella cultura ricevente, come se un te-
sto nella lingua di partenza fosse stato scritto in quella di arrivo, an-
nullando le differenze di cultura, epoca, struttura linguistica.
All’annessione Meschonnic contrappone il decentramento, che è il
considerare la traduzione non come trasporto del testo di partenza in
quello di arrivo, ma come interazione di due poetiche e rienunciazio-
ne di un soggetto storico. A questi concetti sono strettamente legati
quelli di identità e alterità, e in effetti la traduzione è un’attività in
cui il rapporto fra questi due termini viene messo in gioco costante-
mente. Tradizionalmente, tradurre significa ricondurre l’estraneità alla
propria identità, assimilandola. L’altro non vivrà che nel proprio an-
nullamento. Meschonnic rifiuta questo modo di intendere il processo
traduttivo e apprezza i cambiamenti che si sono verificati negli ultimi
decenni e sono tuttora in atto, i quali conducono a una trasformazio-
ne del concetto di traduzione come manifestazione della propria na-
tura e dell’alterità in quanto tale.
Torneremo tanto su Berman che su Meschonnic, ma per finire,
occorre rilevare con una certa sorpresa che Berman e Meschonnic
non citano nelle loro opere nessun traduttologo che non scriva in lin-
gua francese.

1.6.1. Fedone e il dualismo platonico

Il rigetto delle opposizioni tradizionali nel discorso sulla traduzione e


l’esplicito richiamo a Platone fatto da Berman ci suggeriscono un bre-
ve approfondimento. Come sappiamo, la Grecia classica non aveva
tematizzato la traduzione come oggetto meritevole di riflessione seria;
tuttavia, nel Fedone Platone sviluppa un argomento che avrà un peso
decisivo nei secoli a venire, reinterpretando Parmenide e giungendo
alla svalutazione del sensibile e del kósmos apatelós. Il dialogo, come
è noto, inizia senza la presenza fisica di Socrate che viene ricordato
da Fedone felice nell’attendere la morte. Comincia quindi il racconto
e troviamo gli amici ammessi al carcere nell’ultimo giorno, il filosofo
è liberato dai ferri e nota la sensazione prima di dolore, poi di piace-
re. Egli spiega questa duplicità dicendo che dolore e piacere sono

39
MANUALE DI TRADUZIONE

sempre insieme e la divinità ha attaccato le loro teste in modo che


dove è l’uno è anche l’altro. Solo la filosofia riesce a decapitare que-
sto mostro. La sua felicità è dovuta al fatto che egli sa che la morte
non è un male perché separando l’anima dal corpo non fa altro che
realizzare il fine della filosofia. Per la saggezza infatti il corpo è un
peso perché vista e udito ci danno percezioni inesatte, quindi quando
l’anima vuole indagare qualcosa con i sensi si inganna (exapatatai).
L’anima allora deve allontanarsi dai sensi, deve essere convinta a con-
centrarsi in se stessa e a non considerare vero nulla che essa indaga
per mezzo di altro. Qui Platone riprende il discorso di Parmenide
dell’esperienza come apatelós, ma apatelós è divenuto sinonimo di in-
ganno e dunque l’esperienza non ha valore conoscitivo, non ha realtà.
Per Platone il reale è ottusità, il soggetto della conoscenza è pertanto
privo di contatto con la molteplicità delle esperienze e delle passioni.
Qui Platone si pone nettamente dal lato opposto di Parmenide, ci
riferiamo al frammento B 16, dove si dice che c’è un rapporto molto
stretto fra i mélea, le parti costituenti ogni uomo e il suo noos, ed è
proprio la physis meléon, la configurazione particolare che in ogni
uomo prende la sintesi fra le sue parti, a determinare il pensiero. Il
noema è la totalità dell’uomo, to pléon, la sintesi (krasis) fra corpo e
pensiero. Nel noema ritroviamo dunque la duplicità presente nel ver-
bo noeín, nel suo senso arcaico di percepire e in quello che prenderà
corpo proprio a partire da Parmenide di gignóskein, conoscere. Per
Platone invece il corporeo è pesante e terroso e quindi non può che
portare a una cecità conoscitiva, la vera conoscenza la raggiungeremo
quando si sarà operata la distinzione totale fra corpo e pensiero; per
questo Socrate non teme la morte, quando avremo raggiunto una vit-
toria sulla molteplicità del reale e sul cambiamento. Nessuna narra-
zione può aiutarci in questo. Anzi l’ordine narrativo non fa altro che
riprodurre l’imperfezione dell’esperienza presentandosi come sapere:
è dunque un inganno duplice.
È precisamente questa eredità platonica che passerà all’Occidente
e diventerà canonica nel caso della traduzione. Se lo scopo del tra-
durre è la cattura del senso, dobbiamo allora staccarci dal corpo del
testo, la fedeltà al senso non può essere fedeltà alla lettera, così come
la fedeltà allo spirito non può essere fedeltà al corpo. Socrate accorda
la sua preferenza all’anima e non al corpo, ma questa scelta presup-
pone la possibilità della loro separazione ontologica e metafisica, che
resta da dimostrare. Socrate pregusta la propria felicità perché crede
che dopo l’esecuzione il suo corpo e la sua anima prenderanno due
strade diverse e indipendenti. Crede cioè, anzi lo presuppone, che
l’una possa esistere senza l’altro. Secondo noi è proprio l’eredità di

40
1. BREVE STORIA DELLE IDEE CONTEMPORANEE SULLA TRADUZIONE

questo presupposto, non tanto della scelta alla fine operata, che ha
avuto l’influenza più decisiva nella concezione della traduzione nella
nostra cultura fino ai giorni nostri. Così si esprime Berman (1999,
trad. it. pp. 28 ss.):

Applicata alle opere, la cesura platonica consacra un certo tipo di “traslazio-


ne”, quella del “senso” considerato come un essere in sé, come una pura
idealità, come quell’“invariante” che la traduzione fa passare da una lingua
all’altra lasciando da parte la sua ganga sensibile, il suo “corpo”: al punto
che l’insignificante, qui, è piuttosto il significante. Allo stesso modo, tutte le
lingue sono una/une in quanto vi regna il logos, ed è questo che, al di là
delle loro differenze, fonda la traduzione. Quest’ultima deve stabilirsi nella
sfera dell’idealità e fornire la prova dell’esistenza di quel puro logos costituti-
vo di ogni lingua in quanto tale. In tal modo è negata non solo la confusione
di Babele, il “fantasma spaventoso della moltitudine delle lingue”, ma anche
il fatto che questa molteplicità abbia un senso qualunque. La traduzione è
per così dire la dimostrazione dell’unità delle lingue. Proprio come san Paolo
diceva: “Morte, dov’è la tua vittoria?”, essa dice: “Babele, dov’è la tua vitto-
ria?” Essa è dunque la buona novella della traducibilità universale” 27.

Una traccia di questa influenza si trova nelle metafore che utilizziamo


per parlare della traduzione e della comunicazione in generale. Già
nel 1979 Michael Reddy notava e criticava quello che aveva battezza-
to la “metafora della conduttura” (conduit metaphor, Reddy, 1979).
L’autore aveva capito che la comunicazione verbale viene descritta
come una specie di meccanismo di trasporto o trasferimento. In que-
sta logica, l’emittente deposita l’informazione in un segno grazie a un
codice. Il segno funge da canale di trasmissione e arriva fino al rice-
vente che lo “apre” grazie a una copia identica del codice e ritrova
l’informazione esattamente come l’emittente ce l’aveva collocata. Red-
dy aggiunge che la lingua stessa ritiene di fondarsi sulla “metafora
della conduttura” perché quasi tutte le espressioni che usiamo per

27. «Appliquée aux œuvres, la césure platonicienne consacre un certain type de


“translation”, celle du “sens” considéré comme un être en soi, comme une pure idéa-
lité, comme un certain “invariant” que la traduction fait passer d’une langue à l’autre
en laissant de côté sa gangue sensible, son “corps”: si bien que l’insignifiant, ici, c’est
plutôt le signifiant. De même, toutes les langues sont une(s) en ceci qu’y règne le
logos, et c’est cela qui, par-delà leurs différences, fonde la traduction. Celle-ci doit
s’établir dans la sphère de l’idéalité et fournir la preuve de l’existence de ce pur logos
constitutif de toute langue en tant que telle. Par là est niée non seulement la confu-
sion de Babel, le “fantôme effrayant de la multitude des langues”, mais aussi le fait
que cette multiplicité ait un sens quelconque. Tout comme Saint Paul disait: “Mort,
où est la victoire?”, elle dit “Babel, où est la victoire?” Elle est donc la bonne nou-
velle de la traduisibilité universelle» (ed. or. p. 52).

41
MANUALE DI TRADUZIONE

descrivere la lingua presuppongono tale metafora. Le metafore fossi-


lizzate nella lingua sono i segni più difficili da controllare e, se occor-
re, da cambiare. Tramite le figure fossili è come se i nostri antenati
avessero ancora un potere quasi assoluto sulla nostra mente. È infatti
difficile immaginare la traduzione senza ricorrere a termini come tra-
sferire, traghettare, traslocare (portare da una parte all’altra). Eppure,
come accennato sopra, non è affatto dimostrato che sia possibile tra-
sportare il senso, per così dire, nudo ovvero spogliato della sua
espressione (cfr. 2.1.2 più avanti). Noi crediamo invece che l’uno non
possa esistere senza l’altra e che questa ipotesi, sebbene abbia goduto
di tanta popolarità nel corso dei secoli, non trovi riscontro effettivo
nella realtà. Dal punto di vista metafisico, il senso e l’espressione del
senso si presuppongono a vicenda ed entrambi sono i presupposti
dell’interpretazione dei segni, che è l’unico evento di cui possiamo ve-
rificare l’esistenza.
Questa considerazione punta il dito verso un secondo presuppo-
sto nascosto nella scelta di Socrate. Credere che corpo e spirito ab-
biano esistenza autonoma significa anche credere che non ci sia resi-
duo; ovvero che l’universo abbia due facce e due facce solamente. Il
dualismo platonico ha plasmato anch’esso la cultura occidentale nel
corso dei secoli. Cosculluela ha studiato il riflesso di questa influenza
sul concetto di traduzione (Cosculluela, 1996, 2003). Non mancano
esempi di opposizioni dualistiche nella letteratura sulla traduzione:
lettera/senso, letterale/libera, contenuto/stile, source/target ecc. Co-
sculluela sottolinea che ciò che conta in queste coppie non è tanto il
fatto che in esse compaiano termini in opposizione ma che fra questi
termini valga la regola del gioco a somma zero, ovvero che sia impos-
sibile privilegiarne uno se non a scapito dell’altro. Abbiamo già visto
questa logica in azione in Venuti, il quale ritiene che per dare qualco-
sa all’autore si debba togliere qualcosa al lettore e viceversa. Gli ap-
procci dialettici invece considerano i termini di una coppia più come
termini complementari che come termini in opposizione. Cosculluela
ricorda che nella nostra tradizione traduttologica questo tipo di logica
si comincia a intravedere in Amyot, Lutero e Dolet. Inoltre, come è
noto, John Dryden ha addirittura aggiunto un terzo termine esplicito
nel suo discorso sulla traduzione, la “parafrasi”, che è una strategia
intermedia fra “metafrasi” e “imitazione”. Nell’epoca odierna il tenta-
tivo di superare il dualismo platonico per approdare a una concezio-
ne dialettica più realistica e articolata della traduzione si osserva mol-
to chiaramente in quegli autori che esplorano il nesso fra la tradutto-
logia e la semiotica dell’interpretazione (cfr. Deledalle, 1990; Goet-
hals et al., 1999-2000; Deledalle-Rhodes, 1988-89, 1990a, 1990b,

42
1. BREVE STORIA DELLE IDEE CONTEMPORANEE SULLA TRADUZIONE

1994, 1996; Gorlée, 1994, 2004; Eco, 2003a, 2003b; Nergaard, 2000a,
2000b, 2001; Petrilli, 1999-2000a, 2000a, 2003a, 2003b).
La complessità della relazione fra le culture implicate nel rappor-
to di traduzione è sottolineata anche da Friedmar Apel (1993, 1997)
che ha insistito sul fatto che i vari fattori coinvolti nella traduzione
sono in continuo movimento, una dinamica che può non apparire
solo a causa del fatto che con la traduzione ci troviamo innanzi due
testi separati. Il testo tradotto e il testo di partenza appaiono così in
una successione che fissa la vera dinamica della comprensione. In
realtà la traduzione permette di ampliare la comprensione del testo di
partenza in un movimento circolare in cui il dopo può essere utile
per intendere il prima. Dunque il significato di un testo non è immo-
bile, non può essere cristallizzato, ma viene continuamente sottoposto
a un processo di comprensione che conduce a strade sempre nuove.
Qui il concetto di comprensione non è da intendere in senso univoco
ma pluridirezionale. Nel processo del tradurre infatti si ha a che fare
con almeno tre diversi livelli di comprensione. Il primo livello è quel-
lo che riguarda la ricostruzione dell’effetto sul lettore, al secondo li-
vello troviamo la ricostruzione della comprensione del traduttore e al
terzo livello la comprensione dell’esperto.
Con Apel abbiamo toccato il problema della comprensione e que-
sto ci porta alla riflessione di Gadamer (1983) 28 sulla traduzione. Il
filosofo tedesco è interessato alla traduzione in quanto caso limite in
cui la comprensione è particolarmente difficile; proprio questo fatto
permette di vedere più chiaramente le condizioni necessarie perché
essa sia possibile. Tradurre, secondo Gadamer, implica che il signifi-
cato debba essere ricostruito in un diverso mondo linguistico, tradur-
re dunque è interpretare, è la manifestazione stessa dell’interpretazio-
ne che il traduttore ha dato del testo. La comprensione, quando ci
troviamo innanzi a una traduzione, non si verifica tra gli interlocutori,
ma tra gli interpreti che hanno la possibilità di incontrarsi in un mon-
do di comprensione che è loro comune (ivi, p. 442).
Se per Gadamer tradurre è interpretare, per Derrida (1985) tra-
durre non permette di restituire né una copia né l’originale, perché
l’originale si trasforma continuamente. In qualche modo dunque la
traduzione è un momento della crescita dell’originale e dunque la
conferma della sua assenza. Come ha scritto molto chiaramente Siri
Nergaard (1995, pp. 46-7): «Per Derrida non esiste un testo originale,
ma, come aveva scritto Benjamin, solo un senso originario a cui devo-

28. Cfr. Nergaard (1995, pp. 43-4).

43
MANUALE DI TRADUZIONE

no aspirare tutte le traduzioni. In questa prospettiva, originale e tra-


duzione sono complementari, in quanto entrambi infine si riferiscono
a una pura lingua. Non c’è quindi un rapporto gerarchico e genealo-
gico tra “originale” e traduzione».
Un testo è già in partenza una pluralità differente, è produttivo di
altri testi e di altri “originali”. Tra originale e traduzione dunque,
come anche per Apel, il legame cronologico non è il più importante;
conta piuttosto un rapporto di reciproco debito, in questo senso par-
lare di equivalenza è un nonsenso.
Con Derrida e la definizione di testo come pluralità impossibile
da circoscrivere giungiamo, per tutte altre vie, ad alcune conclusioni
che, nonostante le differenze, sono vicine a quelle di alcuni rappre-
sentanti dei translation studies i quali si sono mostrati, in qualche
caso, sensibili alle argomentazioni decostruzioniste.

44
2
Un decalogo
per il traduttore critico e consapevole

Questo capitolo rielabora i grandi temi della traduttologia contem-


poranea esposti nel capitolo precedente in termini di domande con-
crete. Le questioni sono poste in modo tale da dimostrare la loro
utilità nell’esercizio della professione e nella riflessione attorno alla
traduzione.

2.1
Di che cosa parliamo quando parliamo di traduzione?

Crediamo che la prima questione da affrontare sia come delimitare il


concetto stesso di traduzione e descrivere i percorsi semiotici che le
sono tipici. Il dibattito su questo punto ha assunto una grande impor-
tanza in letteratura e, come abbiamo osservato nel capitolo precedente,
si può concludere che fra i traduttologi non è ancora emerso un con-
senso sufficiente. Le ragioni sono molteplici e dipendono in gran parte
dal fatto che la riflessione e la ricerca accademica attorno alla traduzio-
ne sono fenomeni relativamente recenti e ancora non ben integrati nei
sistemi universitari di molti paesi. Il sospetto che non valga la pena
occuparsi seriamente della traduzione è antico; leggiamo cosa scrive
Miguel de Cervantes nel Don Chisciotte (1981, p. 550):

a me sembra che il tradurre da una lingua in un’altra, se pur non sia dalle
regine delle lingue, la greca e la latina, sia come guardare gli arazzi fiammin-
ghi da rovescio, ché, sebbene le figure si vedano, sono però piene di fila-
menti che le fanno confuse sì che non appaiono nitide e a vivi colori come
da diritto. Eppoi il tradurre da lingue facili non fa presumere né ingegno né
maestria nell’elocuzione, come non ne dimostra colui che trascrive o copia
un foglio da un altro foglio 1.

1. «Me parece que el traducir de una lengua en otra, como no sea de las reinas
de las lenguas, griega y latina, es como quien mira los tapices flamencos por el revés,
que, aunque se veen las figuras, son llenas de hilos que las escurecen, y no se veen

45
MANUALE DI TRADUZIONE

Si direbbe che alla comunità degli studiosi non siano bastati quattro
secoli per affrancarsi da questa autorevole opinione: se non occorro-
no ingegno e maestria per tradurre dalle lingue facili, è logico che
non abbia molto senso introdurre il discorso della traduzione nelle
aule universitarie.
È lecito chiedersi il perché di tanto attaccamento alla tradizione.
Negli ultimi quarant’anni i traduttologi hanno preso a prestito le pro-
spettive teoriche di una vasta gamma di discipline più o meno conti-
gue, fra le quali ricordiamo la linguistica (linguistica generale, analisi
del discorso, corpus linguistics), la teoria dei giochi (cfr. Levý, 1967),
le letterature comparate, i cultural studies, le scienze cognitive e persi-
no la memetica (Chesterman, 1997). Il risultato è una grande opera
di messa in rete delle conoscenze relative ai testi e ai segni, dalla qua-
le la traduttologia esce come un’autentica transdisciplina. Tuttavia,
ciascuno di questi campi di studio esercita una forza centrifuga che
finora i translation studies non sono stati in grado di bilanciare con
una forza centripeta di potenza comparabile. Insomma, la traduttolo-
gia è un campo disequilibrato che mostra una tendenza preoccupante
alla dispersione dei propri assunti teorici.
Osserviamo come agisce questo gioco di forze su ciò che possia-
mo chiamare il baricentro dei translation studies, ovvero il suo stesso
oggetto di ricerca. Come abbiamo visto, i primi studi di Catford e
Nida risolvevano – o forse è più corretto dire “riducevano” – il pro-
blema della traduzione a quello dell’equivalenza fra due espressioni
verbali in lingue naturali diverse: il primo, seguendo i linguisti bri-
tannici Firth e Halliday, parlava di «sostituzione di materiale testua-
le» (Catford, 1965, p. 20), mentre il secondo, sotto l’influenza della
linguistica generativa americana, preferiva parlare di «equivalenza na-
turale» fra i messaggi nelle lingue fonte e di destinazione (Nida, Ta-
ber, 1969, p. 12). Notiamo di passaggio che Catford era inglese men-
tre Eugene Nida è nato negli Stati Uniti. Nonostante queste diffe-
renze, nessuno dei due, così come gran parte degli studiosi degli anni
cinquanta e sessanta, vedeva alternative al concetto di equivalenza per
individuare il nocciolo della traduzione.
Da allora le cose sono cambiate e la complessità della questione è
cresciuta di molto. La vocazione interdisciplinare dei translation stu-
dies ha prodotto, per così dire, un gran numero di noccioli, alcuni
dei quali sono stati trattati nel CAP. 1. Jeremy Munday (2001, pp.

con la lisura y tez de la haz; y el traducir de lenguas fáciles, ni arguye ingenio ni


elocución, como no le arguye el que traslada ni el que copia un papel de otro papel»
(Quijote, libro secondo, capitolo LXII).

46
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

14-5), osservando a volo d’uccello gli sviluppi successivi agli anni set-
tanta, evidenzia i contributi della scuola tedesca, incentrata sulla tipo-
logia testuale e sulla funzione o finalità dei messaggi tradotti (la Sko-
postheorie di Reiss e Vermeer, cfr. Reiss, Vermeer, 1984), quelli di
area anglofona, che continuano a portare avanti l’approccio sociologi-
co di Halliday, e il ramo descrittivo fondato sullo studio delle lettera-
ture comparate e, per essere più precisi, su una corrente della teoria
della letteratura nota come formalismo russo. Negli anni novanta si
sono affacciati alla traduttologia i cultural studies, in particolare il ge-
nere di ricerca accademica da qualche tempo in voga nelle università
nordamericane, mentre – aggiungiamo noi – ha ancora un buon se-
guito la proposta di Gutt di spiegare la traduzione applicando la
Teoria della pertinenza (cfr. PAR. 1.3). L’elenco potrebbe diventare
molto più lungo, ma ci fermeremo qui perché ci sembra di poter già
trarre una conclusione in tutta tranquillità: i traduttologi non sanno
bene di cosa parlano quando parlano di traduzione.
Questa frase, certamente provocatoria, viene da un articolo di una
studiosa brasiliana, Rosemarie Arrojo, apparso nel contesto di un fo-
rum lanciato dalla rivista “Target” con lo scopo di sollecitare i tra-
duttologi a cercare un terreno di incontro nella moltitudine degli ap-
procci teorici (“Forum on Shared Ground in Translation Studies”
sviluppato fra il 2000 e il 2002 dal numero 12:1 al 14:1). In chiusura
del dibattito, Arrojo rileva: «un desiderio di fondo che i translation
studies possano diventare effettivamente una disciplina unificata nella
quale tutti concordino almeno su alcune premesse e finalità essenziali
[...] dovremmo tutti sapere perfettamente almeno ciò che si intende
quando si parla di traduzione, essere d’accordo cioè sull’oggetto stes-
so dell’indagine» 2.
Dobbiamo aggiungere per correttezza che Arrojo avanza questa
prospettiva per scartarla, tuttavia noi coglieremo la sua provocazione
come una sfida che è possibile e anzi urgente affrontare. Si vedano i
contributi in questo senso di uno degli autori del presente manuale
(Stecconi, 1994, 2000, 2001, 2004a, 2004b e in stampa; Proni, Stecco-
ni, 1999).
Prima di farlo, però, vogliamo sottolineare come il dibattito abbia
un forte sapore pragmatico. La ricerca di una nozione unificatrice
della traduzione è alimentata dalle dinamiche sociali e, perché no,

2. «An underlying desire that Translation Studies could in fact become a unified
discipline, where everyone could agree at least on essential premises and goals [...] we
should at least know exactly what all of us are talking about when we talk about
translation, the very object of our inquiry» (Arrojo, 2002, p. 138).

47
MANUALE DI TRADUZIONE

dalle aspirazioni professionali interne a un gruppo di persone sparse


ai quattro angoli del pianeta che possiamo chiamare la comunità dei
cultori della traduzione o “traduttofili”. I traduttofili comprendono,
fra gli altri: docenti universitari, aspiranti tali, i loro allievi e studenti,
esperti e critici, e – insomma – tutti coloro che a vario titolo fanno
dello studio della traduzione il proprio mestiere o per lo meno l’inte-
resse prevalente. I traduttofili non comprendono i traduttori e infatti
fra i due gruppi di solito non corre buon sangue. Facciamo questa
premessa per presentare nei termini il più possibile trasparenti la no-
stra strategia, che possiamo esprimere come segue: la ricerca di un
concetto di traduzione che metta tutti (o quasi tutti) d’accordo può
nascere dall’esigenza di ordine intellettuale di capire e spiegare i fatti
e le idee relativi alla traduzione, ma ha un fine soprattutto sociale e
professionale: affermare la traduttologia come una nuova disciplina
nel mondo accademico e aumentarne il prestigio.
Le due finalità sono ovviamente legate fra loro: i “traduttofili”
riusciranno a trovare un terreno di incontro sufficientemente solido e
a guadagnarsi il rispetto dovuto solamente quando saranno in grado
di riempire il vuoto teorico al centro dei translation studies. Ciò si-
gnifica portare con decisione il discorso attorno alla traduzione verso
la ricerca teorica di base. È questo infatti il vero problema: la tra-
duttologia non ha ancora una cassetta di attrezzi teorici che consenta
di dare risposta ai problemi specifici della traduzione. Le proposte
teoriche avanzate finora sono tutte di estremo interesse ma sono per-
lopiù “di importazione”. Esse hanno un grado di pertinenza variabile
in quanto in origine ciascuna nasce per risolvere problemi diversi dal-
la traduzione come, per esempio, descrivere le lingue naturali (lingui-
stica), rendere conto della nostra capacità di capire le intenzioni al-
trui nella comunicazione (pragmatica), oppure fare un’ipotesi sulla
diffusione ed evoluzione delle idee nella mente e nella cultura (me-
metica). Portare di peso (ci verrebbe da dire “tradurre”) questi di-
scorsi all’interno dei translation studies contribuisce a fare luce sugli
aspetti che, di volta in volta, la traduzione ha in comune con il loro
dominio d’origine, ma non sempre su quelli propri alla traduzione.
Per fare un esempio, è indubitabile che tradurre significhi anche ri-
produrre e diffondere un testo; ci sembra quindi pertinente l’analogia
con la capacità di autoriproduzione e trasmissione tipica dei memi 3.
Tuttavia è più difficile trovare nella memetica uno strumento per ca-

3. L’Oxford English Dictionary definisce così un meme: «elemento di una cultura


che può considerarsi trasmesso da mezzi non genetici, in particolare attraverso l’imi-
tazione».

48
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

pire se e in virtù di cosa la traduzione sia una forma speciale e indivi-


duabile di riproduzione, mutazione e diffusione dei memi.
Vorremmo illustrare questa situazione generale con l’aiuto di
un’immagine geografica. È come se le riflessioni sulla traduzione dal
dopoguerra a oggi ci avessero lasciato una collana di diari di viaggio
nei quali diversi autori registrano sì le loro impressioni su Tradulan-
dia, ma sempre nei termini dei loro luoghi di provenienza. Quindi
sappiamo molto sui territori di confine e sulle strade che li attraversa-
no, sono descritti in grande dettaglio quei costumi tradulandiesi che
assomigliano o differiscono dalle usanze altrui e, soprattutto, molte di
queste impressioni di viaggio si concludono con una pagina che di-
mostra come lo sviluppo futuro di Tradulandia dipenda dall’aiuto of-
ferto dagli altri paesi. Sappiamo invece pochissimo sulle credenze e
sulle pratiche radicalmente diverse e soprattutto abbiamo poche te-
stimonianze autoctone provenienti dall’interno del territorio che va-
dano oltre il mero resoconto di esperienze e fatti di vita quotidiana.
L’analogia con i diari di viaggio apre la strada a un altro parallelo:
Tradulandia soffre di un fenomeno che si riscontra di frequente nelle
culture del terzo mondo e, più in generale, nei rapporti sociali e cul-
turali subalterni: la difficoltà del subalterno di produrre autonoma-
mente un’immagine di sé. Questa difficoltà spiega le osservazioni che
abbiamo già fatto: il prevalere delle forze centrifughe, la mancanza di
consenso sull’oggetto di studio e l’abbondanza di proposte teoriche
d’importazione. Naturalmente, se le cose stanno davvero così, non
possiamo rimanere con le mani in mano; nel resto di questa sezione
cercheremo quindi di circoscrivere in termini teorici l’oggetto di stu-
dio dei translation studies.

2.1.1. Realtà, verità e comunità

La prima mossa è una scelta di campo filosofica ed epistemologica:


che cosa significa definire un oggetto di studio? Per semplificare,
metteremo a confronto le posizioni di Vilen Kommissarov (1996) e
Gideon Toury così come risultano da una loro discussione a di-
stanza sulla nozione di “traduzione presupposta” (assumed transla-
tion) avanzata da quest’ultimo (per esempio in Toury, 1995, pp.
31-9 e passim).
Toury ritiene che delimitare l’oggetto dei translation studies sia
un’impresa difficile perché in quest’area di studio coesistono molti
paradigmi diversi – e questo lo sappiamo già. Toury però aggiunge
un’osservazione interessante: è difficile trovare l’oggetto dei transla-
tion studies anche a causa della tendenza «a considerare paradigmi

49
MANUALE DI TRADUZIONE

diversi come semplici alternative per parlare della “stessa cosa”. Ma


non è affatto così, né potremmo aspettarci diversamente. [...] stabilire
un oggetto di studio è necessariamente funzione della teoria nei ter-
mini della quale esso si costituisce» 4.
Quindi, e a rischio di semplificare molto, possiamo collocare Tou-
ry nel campo degli idealisti. Kommissarov, rispondendo direttamente
a questo passaggio, scrive invece che «l’oggetto di studio è l’entità
oggettiva che una teoria cerca di descrivere e spiegare, da un certo
punto di vista, in tutto o in parte» 5. Kommissarov finisce quindi nel
campo dei realisti.
Abbiamo descritto questa scelta di campo come la prima decisio-
ne da prendere e, dopo questo assaggio della polemica fra Toury e
Kommissarov, si potrebbe pensare che si tratti di un bivio: chi pren-
de a sinistra arriva dagli idealisti, chi invece va a destra trova i reali-
sti. Noi crediamo che le strade siano in realtà tre e, anzi, che quella
fra realismo e idealismo sia una falsa opposizione. Si tratta evidente-
mente di un’affermazione che può suscitare qualche dubbio ma cer-
cheremo di spiegarla facendo riferimento alla metafisica di Charles S.
Peirce, il fondatore della semiotica dell’interpretazione.
La polemica fra Toury e Kommissarov è una goccia in quello che
è forse il fiume più lungo fra i tanti che attraversano il pensiero oc-
cidentale. Si tratta del dibattito ontologico ed epistemologico che si
interroga sulla relazione fra il pensiero e il mondo e si chiede, fra le
altre cose, se il mondo sia reale oppure un costrutto la cui realtà di-
pende da ciò che ne pensiamo. Impostiamo la questione in questo
modo per avvicinarci alla posizione di Peirce, il quale era convinto
che il mondo fosse reale nella misura in cui le sue caratteristiche non
dipendono da ciò che noi possiamo pensarne. Tuttavia, il filosofo
americano era convinto anche che non possiamo avere percezione o
intuizione diretta di alcunché, né del mondo esterno né di quello in-
terno alla mente. Tutto ciò che conosciamo lo conosciamo per mez-
zo di segni, quindi tutto ciò che esiste per noi ha la natura di un
segno. Allora, ci si chiederà, Peirce è un realista oppure un idealista?
Né l’uno né l’altro. Secondo Peirce la verità e la realtà non sono af-
fatto in opposizione; infatti esse si implicano a vicenda e dipendono

4. «To regard different paradigms as mere alternative ways of dealing with ‘the
same thing’. Which they are not, nor can we expect them to be. [...] establishing an
object of study is necessarily a function of the theory in whose terms it is constituted»
(Toury, 1995, p. 23).
5. «The object of study is an objective entity which a theory tries to account for
from a definite point of view, wholly or partially» (Kommissarov, 1996, p. 365).

50
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

l’una dall’altra. La proposta originale di Peirce consiste nel vederle


collegate in un fondamento comune che non è né oggettivo né sog-
gettivo ma intersoggettivo. Per vedere che cosa significhi questa af-
fermazione occorre citare direttamente Peirce (CP 5.311, 1868, trad.
it. di G. Proni in Proni, 1990, p. 115): «Il reale, dunque, è ciò in
cui, presto o tardi, alla fine si risolveranno le informazioni e il ragio-
namento, e che è quindi indipendente dagli erramenti di ogni singo-
lo individuo. Pertanto, l’autentica origine del concetto di realtà mo-
stra che questo concetto implica essenzialmente la nozione di una
COMUNITÀ senza limiti definiti e capace di un incremento indefinito
di conoscenza» 6.
Tiriamo una conseguenza pratica da questa sorprendente metafisi-
ca. Quando un individuo avanza un’ipotesi o trae una conclusione in
relazione a un aspetto del mondo esterno o di quello interno della
mente, la sua rappresentazione non ha alcun valore se non viene pas-
sata al vaglio della comunità. Tale comunità dovrà essere quella perti-
nente; per esempio, nel caso del discorso scientifico sarà la comunità
degli specialisti di una data area. La funzione principale di questo
esame è rilevare l’errore, ovvero correggere le conoscenze che risulta-
no sperimentalmente false.
Giampaolo Proni descrive questa dinamica come un gioco di
aspettative e di risposte nel quale le aspettative si autocorreggono ed
evolvono. In Peirce c’è il convincimento che vi sia «una continua
adeguazione del corpo della conoscenza al reale e che questa adegua-
zione tenda a divenire sempre più efficace» (Proni, 1990, p. 115).
Tuttavia, la conoscenza è per principio fallibile, quindi il processo di
evoluzione della conoscenza non ha limiti. Benché le aspettative e le
credenze umane siano in ogni momento esistenti ed efficaci, la loro
verità è sempre differita di un passo verso il futuro. Anche il reale,
come oggetto ultimo della conoscenza, finisce quindi per essere un
concetto in futuro; esso indica la meta verso la quale tende l’evoluzio-
ne collettiva della conoscenza. È questo il senso nel quale l’intersog-
gettività è un fondamento comune ai concetti di verità e realtà. Il
contenuto della conoscenza, sempre fallibile e perfettibile, risulta dal-

6. «The real, then, is that which, sooner or later, information and reasoning
would finally result in, and which is therefore independent of the vagaries of me and
you. Thus, the very origin of the conception of reality shows that this conception
essentially involves the notion of a COMMUNITY, without definite limits, and capable of
an indefinite increase of knowledge». Tutti i riferimenti ai Collected Papers di Charles
S. Peirce (1931-58) verranno dati in questo modo che è il più diffuso nella letteratura
specializzata. Quindi questo passaggio è tratto dal vol. 5, par. 311.

51
MANUALE DI TRADUZIONE

l’interazione fra ciò che è dato dal mondo e ciò che si produce nel
pensiero. L’evoluzione della conoscenza è quindi spinta da due forze:
da una parte la fiducia nell’esistenza di un oggetto di indagine reale e
indipendente, dall’altra la speranza indefinita che la comunità possa
sapere la verità sul suo conto. I realisti come Kommissarov mostrano
un eccesso di fiducia; gli idealisti come Toury, al contrario, fanno
troppo conto sulla speranza perché non si fidano della realtà del
mondo.

2.1.2. Da due a tre

Da quest’analisi vorremmo trarre soprattutto una conclusione: la de-


terminazione a superare le opposizioni come quelle fra Toury e Kom-
missarov nel discorso sulla traduzione. Proponiamo di accogliere al
loro posto l’epistemologia di Peirce, che ci appare come un fonda-
mento più articolato e moderno per il rapporto che lega la tradutto-
logia al suo oggetto di studio.
Si tratta evidentemente di una proposta con vaste implicazioni per
i translation studies. E qui la cosa diventa interessante perché il di-
scorso sulla traduzione è permeato da sempre da coppie di termini e
concetti in opposizione binaria (cfr. PAR. 1.6.1). Un recente manuale
in lingua inglese, ad esempio, articola la trattazione delle strategie tra-
duttive su due principali opposizioni: a) forma/stile da una parte e
contenuto/significato dall’altra e b) traduzione letterale opposta a tra-
duzione libera (Hatim, Munday 2004, pp. 10-6). A queste coppie di
concetti, vanno aggiunte almeno la coppia originariamente proposta
da Cicerone fra verba e sensum e l’opposizione molto in voga fra i
traduttologi contemporanei fra origine/fonte e destinazione (source e
target, come testo fonte e testo di destinazione). Crediamo che il su-
peramento del dualismo epistemologico di cui abbiamo parlato sopra
debba far riflettere su tutti gli aspetti della traduttologia e che si deb-
ba cercare un’alternativa anche alla struttura diadica che regge molti
strumenti concettuali operativi.
Per fare un esempio, prendiamo in considerazione la prima cop-
pia discussa da Hatim e Munday – forma e contenuto – così come
viene succintamente trattata dagli autori. Prendendo le mosse dal fa-
moso saggio di Roman Jakobson (1972), Hatim e Munday affermano
che si può tradurre il contenuto ma spesso non la forma e che, anzi,
quando la forma contribuisce al senso stesso di un testo, come per
esempio in poesia o nelle canzoni con rima e metro e nella parono-
masia, ci si avvicina all’intraducibilità (Hatim, Munday, 2004, p. 10).
La nostra critica a questo approccio parte dal suo stesso presupposto:

52
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

per poter parlare di forma e contenuto di un testo occorre vedere il


testo stesso come un recipiente e il suo significato o senso, appunto,
come ciò che il recipiente contiene. Tutte le discipline del testo e del
linguaggio hanno ormai da tempo superato questa concezione, pun-
tando l’attenzione sul fatto che i testi e i segni funzionano solamente
grazie al lavoro di interpretazione di chi li riceve. E l’interpretazione
non discrimina fra forma e contenuto. È quindi illusorio sperare che
si possa depositare un significato, poniamo, in un messaggio di posta
elettronica e che la forma, intesa come recipiente, serva per recapi-
tarlo a destinazione. È altrettanto illusorio credere che il destinatario
(oppure un’altra persona che l’emittente non aveva previsto) possa re-
cuperare il senso così com’è limitandosi ad “aprire” la forma così
come si apre un pacco postale. Ciò che avviene in realtà è che il de-
stinatario interpreta l’insieme del messaggio e, solo raramente, il lavo-
ro di interpretazione ha come obiettivo quello di recuperare un con-
tenuto a partire dalla forma, così come una spia che cerca di decritta-
re un messaggio in codice del nemico. Svanisce quindi gran parte dei
motivi per operare la distinzione stessa fra forma e contenuto. Ciò
che avviene di norma, in realtà, segue questo schema generale. Una
persona costruisce un messaggio per modificare l’ambiente cognitivo
del destinatario e quando il destinatario si accorge del messaggio, tut-
to ciò che l’emittente può fare è sperare che l’interpretazione di que-
sti corrisponda, per parlare in modo semplice, a ciò che gli vuole dire
(cfr. PAR. 1.6.1).

2.1.3. Il segno di Peirce per la traduzione

La semiotica peirceana ha adottato questo punto di vista sulla comu-


nicazione (e sul pensiero stesso) quasi un secolo e mezzo fa, infatti
essa è detta “semiotica dell’interpretazione”. La concezione del segno
di Peirce si basa su tre elementi: l’oggetto (cioè il correlativo reale del
segno che può esistere nel mondo esterno dell’esperienza oppure nel
mondo interno della mente), il segno stesso o representamen e l’inter-
pretante, che è un altro segno oppure un abito nel quale si risolve il
processo di interpretazione.
Oggetto, segno e interpretante sono irriducibili; per usare un’im-
magine, sono come le gambe di un tripode: se ne manca anche solo
una, il tavolo cade. Benché i tre elementi siano legati da un solo rap-
porto di continuità, è possibile individuare nell’analisi due movimenti
interni al segno: la relazione fra oggetto e segno da una parte e quella
fra segno e interpretante dall’altra. Queste relazioni non sono fisse
ma godono di un certo grado di libertà: il segno non può guardare

53
MANUALE DI TRADUZIONE

FIGUR A 2.1
Un modello per la semiosi traduttiva
Interpretazione
target

semiosi
traduttiva originale

all’oggetto se non da un certo punto di vista e quindi ne dà inevita-


bilmente una rappresentazione parziale; l’interpretante non può svi-
luppare il segno se non verso una certa direzione o finalità, cioè lo
deve portare per forza da qualche parte. L’azione svolta dai segni si
chiama semiosi; quindi si può dire che la semiosi parte necessaria-
mente da un fondamento determinato ed è necessariamente teleolo-
gica.
Come si vede, la ricerca condotta da Peirce sulla natura dei segni
è essenzialmente di ordine logico, tuttavia essa consente di formulare
un progetto, degli strumenti e dei materiali per una fenomenologia
della comunicazione in generale e quindi anche per una fenomenolo-
gia della traduzione come suo caso particolare 7. Vorremmo conclu-
dere questa sezione illustrando come si possono collegare alla tradu-
zione le tre istanze del segno peirceano. Lo faremo ipotizzando un
caso tipico e non controverso: la traduzione di un romanzo commis-
sionata da una casa editrice. Vi preghiamo di osservare la FIG. 2.1,
che presuppone, senza mostrarla, la sequenza di azioni segniche che
hanno prodotto il romanzo nell’ambiente source. Questo testo non
può sospettare di essere un “originale” fino al momento in cui di-
venta oggetto di un progetto di traduzione. Tutte le operazioni com-
prese nel progetto si possono considerare come un solo processo se-
miotico che chiamiamo semiosi traduttiva, la cui continuità è rappre-
sentata dalla freccia curva che appare nella figura. La semiosi tradut-
tiva, da parte sua, produce un altro testo che media fra l’originale e
ciò che avverrà nell’ambiente di destinazione. È proprio a causa di

7. La voce che in Italia porta avanti questo progetto in modo più deciso è senza
dubbio Susan Petrilli (1999-2000b, 2000b, 2001, 2003c).

54
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

questa funzione di mediazione che la semiosi traduttiva (e il romanzo


nella nuova lingua) occupano la posizione del representamen in figu-
ra. Per finire, il romanzo tradotto avrà delle conseguenze nell’ambien-
te di destinazione: in molti lo leggeranno, nascerà un dibattito fra i
critici, magari ne faranno un film. Questi sono tutti segni che dicono
qualcosa di più sul romanzo; per questo motivo, corrispondono all’in-
terpretante peirceano. In fondo, la figura dice una cosa semplice: nel-
l’ambiente di destinazione si potranno formare rappresentazioni del-
l’originale grazie alla mediazione del testo tradotto. Tuttavia, l’esplici-
ta associazione dei vari momenti di questa dinamica agli elementi del
segno peirceano offre molte informazioni aggiuntive e una nuova
comprensione della semiosi traduttiva.

2.1.4. Il fondamento del concetto di traduzione

Ora che abbiamo cercato di fare un po’ di chiarezza epistemologica,


possiamo circoscrivere l’oggetto di studio dei translation studies. Se-
guendo sempre la logica/semiotica di Charles S. Peirce, partiremo da
un’ipotesi: tradurre è un’azione segnica speciale e individuabile. È
proprio questo che chiamiamo semiosi traduttiva, un termine che ab-
biamo scelto per sottolineare due cose: a) benché tradurre sia una
forma speciale di semiosi, assomiglia per molti versi ad altre azioni
segniche; b) poiché tradurre è una forma di semiosi, allora ha la natu-
ra di un avvenimento o di un’azione, non di un oggetto o di una
relazione fra oggetti. Vorremmo sottolineare questa seconda idea per-
ché ha delle importanti conseguenze sul metodo da adottare in tra-
duttologia. Molta della riflessione sulla traduzione si concentra su en-
tità come i termini verbali (come tradurre governance dall’inglese?),
sul loro confronto fra lingue diverse (in francese bois è una parola il
cui significato è a metà strada fra “legno” e “bosco”), oppure sul te-
sto tradotto in una miriade di relazioni: rispetto all’originale, agli altri
testi dell’ambiente di destinazione, ai suoi ricettori ecc. Queste sono
entità simili a oggetti che vengono studiate in sé oppure in rapporto
ad altri oggetti. Risulta quindi chiara la scelta di campo della nostra
proposta che cerca invece la traduzione in un avvenimento.
Questo evento semiotico speciale postulato per la traduzione av-
viene in un campo proprio. Per definire quest’affermazione dobbiamo
introdurre un concetto nato in una scuola semiotica strutturalista,
quella di Tartu in Estonia, a opera di Jurij Lotman. Al grande semio-
logo russo si deve la nozione di semiosfera (Lotman, 1985), che è
l’insieme o meglio il sistema che comprende tutti i testi e i linguaggi

55
MANUALE DI TRADUZIONE

in interazione reciproca 8. La nozione di semiosfera è derivata da


quella di biosfera, che è la totalità dello spazio nel quale si manifesta
la vita. La semiosfera è quindi la totalità dello spazio in cui vivono i
segni. Questa nozione ci consente di prendere alla lettera la domanda
di come si fa a “circoscrivere” l’oggetto di studio dei translation stu-
dies. Il fine della nostra indagine consisterà nel tracciare nella semio-
sfera un solco tutto attorno alla semiosi traduttiva.
Delimitare lo spazio entro il quale avviene la semiosi traduttiva è
quindi l’obiettivo di quest’analisi e anche il limite della nostra ambi-
zione. Se avremo successo, alla fine non sapremo ancora nulla o quasi
di ciò che succede dentro al cerchio, sapremo solamente dove passa il
suo confine esterno. Tuttavia, quello sarà proprio il confine della se-
miosi traduttiva e di nessuna altra forma di semiosi. Di conseguenza,
non stiamo cercando l’essenza della semiosi traduttiva, bensì, molto
più modestamente, di verificare l’ipotesi che sia effettivamente diversa
dalle altre azioni segniche. Non ci chiediamo cos’è la traduzione ben-
sì cosa non può essere.
Fatte queste premesse, proponiamo che i presupposti logico-se-
miotici della semiosi traduttiva siano tre caratteri: differenza, somi-
glianza e mediazione. Si tratta di tre caratteri deliberatamente inde-
terminati e vaghi che, da soli, non ci lasciano nulla di sostanziale in
mano. Insieme, essi costituiscono una sorta di definizione negativa
che chiamiamo il fondamento della traduzione. Ogni atto o fenomeno
di traduzione che avviene nel mondo reale si distingue dagli altri tipi
di azione segnica a partire da questi tre caratteri, tuttavia per parlare
della traduzione in termini sostanziali occorre guardare più in là del
fondamento. Il fondamento è presupposto alla semiosi traduttiva in
generale, ma si manifesta tramite azioni empiriche e particolari come,
per esempio, decidere di tradurre questo romanzo e non quello, tro-
vare la voce in una lingua nuova per il personaggio principale, deci-
dere cosa fare con le allusioni alla letteratura fonte ecc. Quindi dob-
biamo presupporre una seconda dimensione, quella degli eventi tra-
duttivi. Infine, ciascun evento traduttivo risponde a una serie di nor-
me – anch’esse generali, come il fondamento – che regolano la semio-
si traduttiva in una certa porzione del continuo spaziotemporale. Per
esempio, in ossequio alle norme vigenti, un traduttore italiano con-
temporaneo sa che gli è consentito spiegare in nota le allusioni po-

8. Cfr. Arduini (1992) e il concetto di “campo retorico” derivato da quello lot-


maniano di semiosfera. Per gli sviluppi del pensiero di Lotman in traduttologia, cfr.
Torop (1998, 2000a, 2000b, 2000c, 2001a, 2001b, 2002) e Torop, Kull (2000).

56
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

tenzialmente problematiche per i suoi lettori oppure aggiungere qual-


cosa in corpo al testo per chiarirle; più raramente oserà riscrivere i
passaggi di sana pianta facendo riferimento a opere italiane. Il discor-
so sulla traduzione ha quindi tre dimensioni: quella del fondamento,
quella degli eventi e quella delle norme. Di questa più ampia triade
prenderemo in considerazione soltanto la prima: il fondamento.

2.1.5. Somiglianza

A volte un concetto risulta complicato non tanto perché si dice una


cosa troppo difficile ma perché, al contrario, si dice una cosa che ap-
pare a tutti ovvia. Questo è ciò che succede affermando che la somi-
glianza è una condizione senza la quale non ci sarebbe semiosi tra-
duttiva. Tutti sanno perfettamente che tradurre ha a che fare con la
somiglianza 9. Prendiamo per tutti la posizione di Eco (2003a), il qua-
le confessa che gli piacerebbe definire la traduzione con l’enunciato
“dire la stessa cosa”, ma conclude giustamente che non è proprio
possibile. Al massimo, corregge, tradurre significa “dire quasi la stes-
sa cosa”, ma anche questa formulazione più attenuata non può mette-
re tutti d’accordo. Si osservi per esempio l’espressione alternativa di
Peirce, che caratterizza l’interprete (proprio nel senso di chi fa la tra-
duzione orale) come colui che «dice che uno straniero dice la stessa
cosa che egli stesso dice» 10. La differenza è chiara: Peirce non sa se
l’interprete o il traduttore dica la stessa cosa dello straniero, sa solo
che dice di dire la stessa cosa e dobbiamo fidarci che sia vero. La
versione di Eco comprende due atti linguistici e la loro somiglianza,
per così dire, di fatto; nella versione di Peirce, invece, a) è possibile
la somiglianza; b) fra due atti verbali; c) qualcuno la stipula e garanti-
sce. Questa seconda espressione è triadica e lega in un rapporto di
continuità una qualità potenziale (la somiglianza), una coppia di enti-
tà particolari (i due atti linguistici), e una specie di norma o legge (la
garanzia). Il carattere della somiglianza che fa parte del nostro fonda-
mento della semiosi traduttiva è anch’esso una qualità potenziale: non
è un rapporto ma il presupposto di un rapporto. Tale rapporto si defi-
nisce solo in seguito quando esso entra a far parte di un evento e
deve fare i conti con le circostanze reali nelle quali si svolge la tradu-

9. Cfr. Arduini, Hodgson (2004).


10. «Who says that a foreigner says the same thing which he himself says» (CP
1.553, 1867).

57
MANUALE DI TRADUZIONE

zione e con le norme che la regolano in quel punto del continuo


spaziotemporale.
Dai traduttori ci si aspetta che realizzino un testo che assomigli in
tutto e per tutto a un altro testo, e spesso si tratta di un’aspettativa
esagerata e irrealistica. Tuttavia, esiste in traduzione un tipo di somi-
glianza che sia qualitativamente speciale? Le migliaia di pagine che i
traduttologi hanno dedicato all’equivalenza farebbero pensare di sì e
che anzi sia possibile definire la traduzione semplicemente facendo
riferimento a essa. Noi, invece, crediamo che non sia né possibile né
desiderabile perché l’analogia o la somiglianza sono criteri troppo
ampi che coprono molti altri tipi di semiosi oltre alla traduzione. Per
esempio, una parodia deve assomigliare al suo modello, la definizione
di un dizionario assomiglia alla voce che viene definita, una metafora
deve mostrare l’analogia fra due termini da un certo punto di vista e
così via. Se ci concentriamo troppo sul criterio di somiglianza, come
ribattere a chi sostiene che parodie, definizioni e metafore sono an-
ch’esse forme di traduzione? Seguendo esclusivamente il filo dell’ana-
logia si finirebbe per tracciare un solco attorno alla traduzione che
abbraccia tutta la semiosfera; e questo è il contrario di ciò che ci sia-
mo proposti.

2.1.6. Differenza

Il secondo presupposto logico della semiosi traduttiva è la differenza,


e questo carattere ci aiuterà a evitare il rischio di considerare la tra-
duzione come una sineddoche per ogni tipo di azione segnica. Ri-
prendiamo l’analisi dell’espressione di Peirce citata sopra: a) è possi-
bile la somiglianza; b) fra due atti verbali; c) qualcuno la stipula e
garantisce. In questa sezione ci concentreremo sul secondo punto
per verificare se e in che modo il carattere della differenza sia un
presupposto della semiosi traduttiva. Per parlare in termini assoluta-
mente generali, l’ipotesi è che non si può parlare di traduzione se fra
due azioni segniche non esiste una differenza di un certo tipo. L’e-
sempio più ricorrente e intuitivo è che il primo atto si svolge in una
data lingua naturale e il secondo in una lingua diversa. Tuttavia, an-
che se questa è la differenza saliente non è certamente la sola. Esi-
stono altri tipi di differenza che giustificano la semiosi traduttiva? O
meglio; può la semiosi traduttiva riguardare segni diversi dai segni
verbali? Per cercare di rispondere a queste domande, vedremo due
casi: quello di un interprete di trattativa e quello della localizzazione
di un sito web.

58
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

Si traducono solo le parole?

Immaginiamo un’interprete, Barbara, chiamata a lavorare in una trat-


tativa commerciale fra un’impresa italiana e un fornitore filippino.
Poiché ha esperienza di questi negoziati, Barbara sa che dovrà fare
opera di mediazione su molti livelli oltre a quello linguistico. Per
esempio è meglio che non usi espressioni che mettano i negoziatori
filippini di fronte a un aut aut; né espressioni che diano l’impressione
ai negoziatori italiani che la controparte stia prendendo impegni
irrealistici. Ciò significa che oltre a negoziare le espressioni verbali,
Barbara deve pensare anche ai possibili pregiudizi reciproci, che non
sono di natura linguistica ma più generalmente culturale. Se la diffe-
renza del codice linguistico si manifesta come una barriera di intelli-
gibilità, la differenza culturale e di pregiudizi si manifesta come una
barriera di accettabilità e di fiducia. Un negoziatore filippino che con-
sidera la controparte italiana arrogante e per questo abbandona le
trattative, lo fa proprio perché comprende – grazie all’interprete – ciò

FIGUR A 2.2
Ikea Francia 2000

59
MANUALE DI TRADUZIONE

FIGUR A 2.3
Ikea Arabia Saudita 2000

che gli italiani gli dicono. Magari la percezione è infondata, ma esce


dalla stanza proprio perché per lui la barriera di intelligibilità non è
un problema.
Anche la localizzazione di un sito web mostra bene il fatto che le
differenze che giustificano la traduzione vanno al di là della differen-
za linguistica. Quante differenze si devono scavalcare per portare
l’immagine di un’impresa in giro per il mondo con il web? Il nostro
esempio preferito è quello della grande impresa svedese di arreda-
mento Ikea. Fino a pochi anni fa, le versioni del loro sito commercia-
le per la Francia e l’Arabia Saudita apparivano come si vede nelle
FIGG. 2.2 e 2.3.
Oggi le due pagine, e quelle di tutte le altre versioni localizzate, si
assomigliano molto di più, come si può verificare a partire da www.
ikea.com (cfr. FIGG. 2.4 e 2.5).
Come si vede, in questi anni lo stile di localizzazione è cambiato
investendo quasi tutti i sistemi semiotici di cui si compone il sito. Pri-
ma i siti francese e saudita differivano per colore, design, struttura,
tipo e quantità delle immagini. Oggi rimangono delle differenze, ma

60
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

FIGUR A 2.4
Ikea Francia 2006

le due pagine non sembrano più prodotte da due imprese diverse.


Che cosa è successo? Crediamo che i responsabili della localizzazione
per l’Ikea abbiano applicato ai segni non linguistici del sito una logi-
ca in tutto e per tutto simile alla semiosi traduttiva, operando delle
modifiche mirate per garantire una certa continuità d’immagine.
Ci rendiamo conto che sarebbe azzardato affermare che i localiz-
zatori dell’Ikea abbiano propriamente “tradotto” i segni non verbali
dei loro siti, come il design e le immagini, oppure che Barbara si
ponga in modo consapevole il problema di come “tradurre” le perce-
zioni culturali reciproche degli uomini d’affari seduti assieme a lei at-
torno al tavolo. Non è il caso di affrontare qui questa difficile que-
stione che preferiamo lasciare aperta. Ci sentiamo invece di affermare
che, in tutti questi casi, le differenze che costituiscono il presupposto
logico della traduzione vanno ben oltre quelle esistenti fra le lingue
araba, inglese e francese. Il carattere di differenza che fa parte del
nostro fondamento della semiosi traduttiva si applica potenzialmente

61
MANUALE DI TRADUZIONE

FIGUR A 2.5
Ikea Arabia Saudita 2006

a tutti i sistemi semiotici senza distinzione. Ciò che abbiamo detto


per l’interpretazione di trattativa e per la web vale per tutti i testi
multimediali o sincretici e, in generale, per tutta la comunicazione te-
stuale. Alla fine di questa discussione ci sembra quindi di avere offer-
to una prima convalida della nostra ipotesi di partenza, cioè che la
differenza fra sistemi semiotici costituisce una delle condizioni logico-
semiotiche di tutta la semiosi traduttiva e che questa differenza non si
limita a quella linguistica.

2.1.7. Mediazione

Veniamo ora alla terza condizione della semiosi traduttiva, quella che
abbiamo chiamato “mediazione”. Se il testo fonte non riesce a circola-
re nell’ambiente di destinazione, lo farà al suo posto il testo tradotto:

62
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

in altri termini, una traduzione rappresenta l’originale un po’ come un


legale rappresenta il suo cliente. Quindi la semiosi traduttiva, che ri-
cordiamo è un’azione, corrisponde a un’incessante opera di mediazio-
ne. Molti autori hanno sottolineato questa caratteristica: Brian Mossop
definisce il traduttore come una persona «X che riferisce per iscritto a
C ciò che A ha scritto a B» 11; Vilen Kommissarov scrive the la tradu-
zione è «un rappresentante plenipotenziario del testo fonte» 12; Susan
Petrilli definisce la traduzione come discorso indiretto mascherato da
discorso diretto (cfr. Petrilli, 1999-2000a, p. 12) e Andrew Chester-
man afferma che una traduzione: «è un testo in una lingua (di de-
stinazione) che fa le veci di un altro testo in lingua diversa (fonte) per
un qualche scopo» 13. Come si vede, tutte queste definizioni ruotano
attorno alla “procura speciale” ricevuta dalla traduzione, che può
quindi agire nell’ambiente di destinazione in nome e per conto dell’o-
riginale. “Agire in nome dell’originale” specifica con precisione il ter-
zo carattere della semiosi traduttiva: la mediazione.
Questo rapporto di mediazione e di rappresentanza trova un ri-
flesso nella struttura narratologica della semiosi traduttiva; in essa, in-
fatti, si devono sempre trovare due voci, quella del traduttore e quel-
la dell’autore dell’originale. Queste voci sono compresenti e tuttavia
devono sempre restare distinte l’una dall’altra (cfr. Hermans, 1996,
2002, p. 11; Schiavi, 1996), altrimenti il traduttore non potrebbe logi-
camente parlare per conto di un altro. Proponiamo un esperimento
mentale per verificare se ciò accade davvero nel mondo reale. Imma-
giniamo ancora una trattativa commerciale. Attorno al tavolo si trova-
no Anna, italiana, e David, tedesco. Nessuno dei due parla la lingua
dell’altro, quindi è presente anche la nostra Barbara per fare da inter-
prete. A un certo punto Anna si rivolge direttamente a Barbara e le
dice: «Sì, ho capito, ma cosa vuole veramente: uno sconto oppure
una dilazione di pagamento?». A questo punto Barbara si trova in
imbarazzo. Siccome è una professionista esperta, risponde velocemen-
te alla domanda e prega Anna di non rivolgersi più direttamente a
lei. Questo scambio avviene in italiano e, nonostante esso si protragga
soltanto per pochi secondi, David si insospettisce, perché non capisce
che cosa stia succedendo in un momento tanto delicato del negoziato.

11. «X who reports in writing to C what A has written to B» (Mossop, 1983, p.


246).
12. «A plenipotentiary representative of the source text» (Kommissarov, 1996, p.
370).
13. «Is a text in one language (target language) that counts as another text in
another language (source language) for some purpose» (Chesterman, 2003, s. p.).

63
MANUALE DI TRADUZIONE

La comunicazione tradotta è compromessa, e Barbara impiegherà del


tempo per spiegare a David la situazione e riprendere la trattativa. Il
caso è inventato, ma assolutamente realistico. Il punto fondamentale
è questo: nel momento in cui Anna si rivolge all’interprete, la semiosi
traduttiva entra in corto circuito in quanto Barbara non riesce più a
parlare a nome di un altro. Abbiamo quindi una conferma empirica
che il carattere della mediazione è una condizione logico/semiotica
della traduzione, perché quando cade la semiosi traduttiva si inter-
rompe.

2.1.8. Le scatole cinesi

Vediamo il rapporto che lega i tre caratteri fra di loro. “Agire in


nome di un altro testo” presuppone l’esistenza di due testi distinti. In
altri termini, la mediazione presuppone la differenza, ma non vice-
versa. La differenza, a sua volta, presuppone la somiglianza, perché è
inconcepibile affermare che due entità siano diverse se non rispetto a
un qualche punto di vista. Ma, di nuovo, non è vero l’inverso. La
somiglianza, infine, non presuppone nulla e si trova alla base di tutto.
Quindi, somiglianza, differenza e mediazione sono come le bamboline
russe o le scatole cinesi, e la somiglianza è la scatola più piccola e più
interna che non si può aprire. I tre caratteri sono legati da un rap-
porto di continuità e in nessun caso possono agire separatamente; se
lo facessero non sarebbero più in grado di costituire il fondamento
della semiosi traduttiva. Per esempio, in molte altre forme di semiosi
si agisce per conto di un altro, come i musicisti che eseguono un con-
certo immaginato e magari già diretto dal compositore. Ma questo
non basta per qualificare un concerto come un esempio di semiosi
traduttiva. Nel fondamento della semiosi traduttiva ciascun carattere
si comprende solo in rapporto agli altri due. In definitiva, se si cerca-
no individualmente certe caratteristiche non è difficile dimostrare che
tradurre assomiglia a mille altre forme di semiosi. Tuttavia, questo è
esattamente il punto dal quale eravamo partiti e che intendiamo su-
perare. Per parlare di traduzione in termini potenziali e generali oc-
corre il concorso di tutti e tre i caratteri che costituiscono il fonda-
mento della semiosi traduttiva.

2.1.9. Conclusione

Alla fine di questo paragrafo possiamo trarre le seguenti conclusioni.


Crediamo di aver dimostrato che esiste una forma di semiosi – che
abbiamo chiamato semiosi traduttiva – che è specifica della traduzio-

64
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

ne. La semiosi riguarda tutti i tipi di segni e questo ci consente di


allargare lo sguardo oltre le lingue naturali. Quindi un primo vantag-
gio della scelta semiotica è quello di pensare alla traduzione come a
una cosa che si fa con le parole e anche con altri tipi di segni. In
secondo luogo, la semiosi è un’azione che riguarda i segni. Quindi,
un altro vantaggio della scelta semiotica è che la traduzione deve es-
sere studiata soprattutto come un evento. Certamente, non ci sarebbe
semiosi traduttiva senza parole, immagini o suoni; tuttavia i segni
coinvolti nella traduzione non sono altro che le sue manifestazioni.
Abbiamo anche dimostrato che è possibile individuare le condi-
zioni esistenziali della semiosi traduttiva. Queste sono somiglianza,
differenza e mediazione che, congiuntamente, costituiscono il fonda-
mento della semiosi traduttiva che stavamo cercando all’inizio. Non si
deve pensare al fondamento come a una definizione positiva ed es-
senzialista, perché i suoi caratteri ci dicono solamente ciò che la tra-
duzione non può essere. Per esempio, non si può parlare di traduzio-
ne se non facendo riferimento a un qualche criterio di somiglianza.
Toccherà poi agli agenti storici determinare il contenuto di questo
concetto, che infatti è cambiato in modo considerevole nel tempo. O
ancora, è vero che non c’è semiosi traduttiva senza una differenza
specifica fra sistemi semiotici; tuttavia, in pratica tale differenza può
assumere mille forme diverse. Sarà quindi compito dello studioso de-
finire di volta in volta questo carattere in relazione al suo oggetto di
studio.
Il fondamento descrive la semiosi traduttiva in termini generali e
potenziali. Come si fa allora a parlare di traduzione in termini defini-
ti? Abbiamo visto che per fare questo occorre considerare il fonda-
mento assieme agli effettivi eventi traduttivi e alle norme che regola-
no la traduzione in un dato ambiente culturale. Anche i termini di
questa triade più grande sono legati da un rapporto di continuità in-
terna. Quindi se un osservatore scendesse sulla terra da un pianeta
lontano, potrebbe capire che cos’è la traduzione in quel luogo e in
quel momento solamente facendo congiuntamente riferimento al fon-
damento, agli eventi e alle norme. Possiamo schematizzare questa si-
tuazione nel diagramma di FIG. 2.6.
I sei concetti ripresi in figura si possono usare come strumenti eu-
ristici per tracciare un solco attorno alla traduzione nella semiosfera.
Tuttavia, ripetiamo un’ultima volta, occorre fare molta attenzione. Il
fondamento non è l’essenza della traduzione. La sua funzione nel
contesto generale è simile a quella di un giudice che, nelle fasi preli-
minari della procedura legale, decide se un caso può essere ammesso
in un’aula di giustizia oppure va archiviato. Chi volesse utilizzare la

65
MANUALE DI TRADUZIONE

FIGUR A 2.6
Le due triadi della semiosi traduttiva

Norme

Mediazione

Fondamento Eventi

Somiglianza Differenza

nostra teoria per decidere se un certo evento è compreso o meno nel-


la semiosi traduttiva, dovrà attribuire al fondamento la stessa funzio-
ne. Il processo ha inizio solo grazie al parere favorevole del fonda-
mento, ma il dibattimento e il verdetto toccano ad altri.

2.2
Che cosa produce e riproduce il traduttore?

Nel PAR. 2.1.7 abbiamo stabilito che il testo tradotto riceve una “pro-
cura speciale” dall’originale, che gli consente di “agire in nome” dello
stesso. Questo fatto presuppone che la semiosi traduttiva si svolga fra
due testi o, più in generale, due insiemi di segni definiti, e che il testo
nuovo sia prodotto sulla base di quello vecchio, ovvero che sia una
sua “riscrittura”, per usare il termine dei traduttologi. Nella presente
sezione vogliamo analizzare a fondo queste idee, cominciando dalla
riscrittura. Vedremo poi l’argomento principe della traduttologia, l’e-
quivalenza. Infine tireremo le somme di queste speculazioni teoriche
in termini etici.

2.2.1. Semiosi traduttiva, riscrittura e lo statuto dell’originale

È opinione corrente fra i traduttologi che la traduzione sia una forma


di riscrittura fra tante (cfr. PAR. 1.5), e noi concordiamo pienamente
con questa tesi. Tuttavia non possiamo fermarci qui, perché ancora
una volta finiremmo per tracciare un cerchio troppo ampio nella se-

66
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

miosfera. Per esempio, per prendere il carattere della mediazione, un


testo tradotto parla in nome del suo originale, mentre un saggio criti-
co sul V canto dell’Inferno non parla in nome di Dante. Oppure,
prendendo il carattere della differenza, il saggio di solito non serve a
colmare una distanza semiotica che altrimenti renderebbe incompren-
sibile o inaccettabile ai nuovi lettori la storia di Paolo e Francesca
così com’è. Avanziamo con qualche cautela questa seconda afferma-
zione perché effettivamente i critici letterari a volte scrivono per faci-
litare la comprensione dei classici. Quindi da questo punto di vista,
un’edizione della Divina Commedia corredata di un ricco apparato di
note assomiglia un po’ a una traduzione con testo a fronte. Dunque,
se da una parte è vero che, considerando solamente la riscrittura, la
traduzione assomiglia alla storiografia o alla critica letteraria, è vero
anche che il parallelo risulta molto meno calzante considerando i tre
caratteri esistenziali nel loro insieme.
Questo per quanto riguarda la riscrittura. Passiamo ora all’altro
presupposto: quello secondo il quale una traduzione proviene da un
testo o da un insieme di segni ben definiti. Si tratta evidentemente di
un presupposto più profondo in quanto soggiace sia all’idea di me-
diazione che a quella di riscrittura. Non ci sarebbero né l’una né l’al-
tra se non ci fosse un testo definito che la traduzione riscrive o in
nome del quale parla. In generale, è abbastanza difficile individuare
una fonte precisa per l’azione segnica. Nel corso di una conversazio-
ne fra amici, per esempio, le battute sono concatenate l’una all’altra,
ma ciò che viene detto risponde solitamente a una massa eterogenea
di stimoli e segni. Come risponderemmo se ci chiedessero di specifi-
care con precisione da dove viene una frase che abbiamo appena pro-
nunciato? Per un traduttore, invece, è molto più facile rispondere a
questa domanda; è quasi sempre in grado di indicare un passaggio
sulla pagina, di riascoltare la registrazione di una frase pronunciata
dall’oratore, oppure di mostrare una schermata. Se invece dovessimo
chiedergli da dove viene una traduzione intera, la risposta può di-
ventare molto più complessa. Torniamo al caso di una casa editrice
che commissiona la traduzione di un’opera e poniamo che si tratti di
un romanzo russo. Il nuovo romanzo scritto dal traduttore proviene
chiaramente da quello vecchio. Tuttavia, anche in questo caso ele-
mentare, non si deve credere che nel romanzo originale ci sia già tut-
to ciò che serve per produrre la nuova opera, né che tutto quello che
c’è vi sarà riportato. Nel corso della riscrittura, il traduttore dovrà
necessariamente sacrificare alcune parti o funzioni del romanzo russo
e dovrà fare appello a molte altre conoscenze: della letteratura russa
in generale, di altre opere dello stesso genere o dello stesso autore,

67
MANUALE DI TRADUZIONE

degli oggetti culturali o materiali descritti nel romanzo ecc. Inevita-


bilmente la nuova opera avrà scartato qualche segno vecchio e avrà
aggiunto qualche segno nuovo.
C’è poi un secondo aspetto della questione. Anche se la traduzio-
ne di un’opera letteraria è la situazione alla quale si pensa più spesso
quando ci si chiede cosa facciano i traduttori, non è statisticamente
rappresentativa del loro lavoro. Ormai i traduttori lavorano su una
gamma molto ampia di media, supporti fisici e tipi di testi, e i loro
“originali” sono diventati un bestiario fantastico. I materiali che en-
trano nella semiosi traduttiva possono essere solo una parte di un te-
sto più grande, la raccolta di un certo numero di testi diversi o di
loro parti, oppure un testo ancora in fase di preparazione. Il caso re-
ale più lontano dalla traduzione di un romanzo è quello della parola
elettronica, che non ha più la stabilità di quella a stampa (cfr. CAP.
5). I testi elettronici possono cambiare di continuo, dipendono molto
meno dall’autore (o dagli autori) e possono diffondersi con grande
rapidità per poi magari scomparire velocemente nell’oblio come un
incendio in un bosco secco. Queste considerazioni puntano chiara-
mente a una nuova definizione del concetto di testo, che non è più
un’entità racchiusa entro limiti oggettivi, bensì un nodo in una rete
che si estende senza confini precisi nello spazio e nel tempo. Infatti,
se le cose stanno veramente così, è possibile tradurre (ma avremmo
voglia di dire “comunicare”) solo se prima si pone un limite alle con-
nessioni intertestuali possibili e si stabilisce un contesto pertinente.
Dovremmo quindi concludere che sia sbagliato pensare che le tra-
duzioni provengono da un originale definito? Si tratta di una pro-
spettiva rischiosa, perché togliendo questo mattone cadrebbero sia la
riscrittura che il carattere della mediazione e, con loro, tutto l’edificio
che stiamo pazientemente costruendo. Per fortuna la risposta è no.
Dobbiamo semplicemente concludere che è illusorio pensare al testo
fonte come a un dato di fatto preesistente e necessario. In realtà, è la
semiosi traduttiva stessa che definisce l’insieme di segni che costituirà
la sua base. L’originale è figlio della traduzione. Non è la prima volta
che attribuiamo un ruolo sorprendentemente fecondo alla semiosi tra-
duttiva. Come si ricorderà, nel PAR. 2.1.3 abbiamo sostenuto che un
testo non può sospettare di essere un “originale” fino a quando non
viene coinvolto nella semiosi traduttiva. Queste due idee sono in real-
tà una sola. Per una teoria generale della traduzione non ha alcuna
importanza che i segni che costituiscono l’originale fossero considera-
ti testi interi o frammenti o altro ancora nell’ambiente fonte prima
dell’avvento della semiosi traduttiva. Sarà il traduttore a dare unità al
loro insieme con il suo lavoro semiotico. Abbiamo così chiarito l’idea

68
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

che la semiosi traduttiva è la riscrittura di un originale definito. D’ora


in avanti, quando scriveremo “originale” intenderemo un’entità che
viene definita nel corso della traduzione stessa.

2.2.2. Equivalenza

Finora abbiamo utilizzato con disinvoltura il termine “somiglianza”.


A rigor di termini, ciò di cui parlavano sia Peirce che Eco nel PAR.
2.1.5 è identità (la stessa cosa), che è una relazione molto più rigida.
In generale, nella letteratura dei translation studies si parla piuttosto
di “equivalenza”, e questo è forse il tema su cui più si è scritto. Già
negli anni ottanta il concetto di equivalenza è stato sottoposto a una
critica serrata (cfr. Snell-Hornby, 1988; Pym, 1992 per un resoconto
critico) e da allora si è scomposto come un fascio di luce che attra-
versa un prisma. Intendiamo prendere posizione in questo dibattito
affermando che l’equivalenza non è tanto una caratteristica dei testi
tradotti, né un dato di fatto della semiosi traduttiva, quanto piuttosto
un suo prodotto e, più precisamente, il risultato delle inferenze che i
traduttori fanno mentre sono al lavoro.
Di solito dai traduttori ci si aspetta che producano testi caratte-
rizzati da una relazione di equivalenza con altri testi che circolano in
un sistema semiotico diverso: gli originali. Come abbiamo visto, non
è poi tanto importante se questi originali siano già considerati testi
interi o se il materiale venga da fonti diverse. Crediamo di poter af-
fermare che questa aspettativa sia caratteristica della traduzione: a
nessun altro comunicatore si chiede niente di simile.
Moltissimi traduttologi hanno notato tale caratteristica e ne hanno
fatto la base del loro discorso teorico; tuttavia, gran parte di loro
sposa un’idea statica di equivalenza. Come abbiamo osservato, tradi-
zionalmente l’equivalenza si rappresenta con una formula vicina all’i-
dentità: A = B, dove A è l’originale e B la sua traduzione. Le cose
non cambiano molto nei casi in cui si preferisce la formula A≈B, ov-
vero “B è quasi equivalente ad A”. Abbiamo già visto questo passag-
gio in Eco e l’abbiamo descritto come una mera attenuazione quanti-
tativa del concetto di equivalenza, che ne lascia sostanzialmente inal-
terata la natura. Per capire meglio cosa presuppongono queste for-
mule partiremo da due esempi. Il primo è quello di una traduzione
che punta all’equivalenza.

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità


nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del lin-
guaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatez-

69
MANUALE DI TRADUZIONE

za, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più
generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte
espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con
nuove circostanze (Calvino, 1988a, p. 58).

It sometimes seems to me that a pestilence has struck the human race in its
most distinctive faculty – that is, the use of words. It is a plague afflicting
language, revealing itself as a loss of cognition and immediacy, an automa-
tism that tends to level out all expression into the most generic, anonymous,
and abstract formulas, to dilute meanings, to blunt the edge of expressive-
ness, extinguishing the spark that shoots out from the collision of words and
new circumstances (Calvino, 1988b, p. 56).

Questi passaggi vengono da una pagina di Lezioni americane di Italo


Calvino e di Six Memos for the Next Millennium, la traduzione in in-
glese a opera di Patrick Creagh. A parte qualche trascurabile adatta-
mento, si converrà che la somiglianza è impressionante. Le parole di
Calvino si prestano in modo egregio alla ricerca dell’equivalenza as-
soluta.
Il secondo esempio si colloca all’estremo opposto. Il 14 febbraio
1895 veniva rappresentata per la prima volta a Londra una commedia
di Oscar Wilde dal titolo The Importance of Being Earnest e nasceva un
interessante problema di traduzione per gli italiani. Il titolo, infatti,
contiene un banale gioco di parole, perché earnest vuol dire “onesto,
severo, probo o serio” ed Ernest è il nome che i due personaggi princi-
pali si danno quando sono disonesti. Come sempre avviene con i giochi
di parole, questo titolo non si presta affatto alla ricerca dell’equivalenza
intesa come identità fra espressioni verbali in lingue diverse. Le soluzio-
ni trovate nel corso degli anni comprendono infatti L’importanza di es-
sere onesto e L’importanza di essere probo. In questo modo si tira la
coperta sull’aggettivo e si lascia scoperto il nome, perché – anche se il
nome in teoria esiste – vi voglio vedere a chiamare un personaggio
“Onesto”. Altre volte il testo di Wilde si pubblica o si rappresenta con
il titolo L’importanza di chiamarsi Ernesto. Qui naturalmente resta sco-
perto l’aggettivo che descrive la piega del carattere che fa difetto ai due
personaggi. Le soluzioni più interessanti le hanno trovate senz’altro
Ugo Bottalla che nel 1952 ha intitolato la sua traduzione della comme-
dia L’importanza di essere Franco e Orsola Nemi che nel 1967 ha trova-
to L’importanza di essere Severo (Pablé, 2005, p. 305 e passim).
Come descrivere questi due casi? Il commento più comune sarà
certamente che, a differenza del passaggio di Calvino, il gioco di pa-
role di Wilde è intraducibile. Niente di più lontano dalla realtà. Basta
pensare che Pablé (2005) ha trovato otto diversi titoli pubblicati a

70
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

stampa per la commedia di Wilde, mentre è davvero difficile ritocca-


re in meglio l’esemplare traduzione di Creagh. Si direbbe quindi che
The Importance of Being Earnest sia più traducibile delle parole di
Calvino, non meno. Questo è un paradosso e, come spesso accade, i
paradossi ci aiutano a vedere le cose sotto una luce nuova. Coloro
che pensano che i giochi di parole non siano traducibili seguono uno
schema che possiamo descrivere così: A e B sono due termini di lin-
gue diverse e fra loro c’è equivalenza. Tradurre significa rivelare il
significato di A e trovare l’elemento B nel sistema di destinazione che
gli è già equivalente. Si tratta della relazione che qualcuno può imma-
ginare esista fra “peste” e plague oppure fra “perdita di forza cono-
scitiva” e loss of cognition nei frammenti di Calvino visti sopra: «una
peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conosciti-
va e di immediatezza» e «a plague afflicting language, revealing itself
as a loss of cognition and immediacy».
Di conseguenza, è logico sostenere che ci sia una traduzione otti-
male, ovvero un elemento B rispetto al quale ogni altra soluzione è
sbagliata, inaccettabile o almeno non buona abbastanza. Questo sche-
ma è coerente con una visione diadica della comunicazione come
quella esposta nel PAR. 2.1.2, ma incompatibile con la visione alterna-
tiva che mette al centro il lavoro di interpretazione. Infatti, se si cre-
de che gli esseri umani si scambiano pezzetti di significato dentro
contenitori formali un po’ come regali in un pacco postale, allora è
logico pensare che nell’ambiente semiotico di destinazione deve esi-
stere un pacco di forma e colore diverso ma con dentro lo stesso si-
gnificato. Se c’è, sta al traduttore trovarlo; se non c’è, come avviene
di regola con i giochi di parole, allora si crede che il pacco originale
sia intraducibile.
Secondo noi le cose non stanno così. Le teorie della comunicazio-
ne che hanno compreso il ruolo assolutamente centrale dell’inferenza
e dell’interpretazione raccontano una storia diversa. Tradurre significa
in primo luogo interpretare A da un certo punto di vista e per una
data finalità comunicativa. Poi si fanno delle ipotesi del tipo: chissà se
questo B ha una somiglianza pertinente con l’interpretazione che ho
appena dato di A? Questa ipotesi viene poi passata al vaglio e se non
regge si scarta e se ne fa una nuova. Dopo un certo numero di prove
solitamente si trova una soluzione accettabile che diventa l’equivalen-
te di A. Il secondo caso che abbiamo presentato, quello relativo al
titolo della commedia di Oscar Wilde, può essere preso come esem-
pio di questo schema logico generale. Supponiamo di seguire i pen-
sieri di un traduttore mentre è alle prese con The Importance of Being
Earnest:

71
MANUALE DI TRADUZIONE

– Prima ipotesi: L’importanza di essere onesto. Da scartare perché


non posso chiamare un personaggio Onesto.
– Seconda ipotesi: L’importanza di chiamarsi Ernesto. Meglio, ma
non sono ancora soddisfatto perché voglio che il pubblico colga l’iro-
nia sottesa al fatto che proprio questo è il nome che i personaggi si
danno quando fanno i disonesti. Da scartare anche questa.
– Terza ipotesi: L’importanza di essere Franco. Non c’è male. Franco
è un nome corrente e tutto sono i due personaggi con le loro donne
tranne che franchi e sinceri. Questa sarà la soluzione.
Tale microdramma illustra un punto importante: il compito del
traduttore consiste nello scegliere il miglior B fra quelli che riesce a
immaginare e nel dichiararlo equivalente ad A. Abbiamo scritto in
corsivo il termine che conta, perché la responsabilità del traduttore
non è limitata al reperimento di una soluzione esistente che aspetta
solo di essere scoperta, ma egli deve stabilire attivamente un rapporto
di equivalenza nuovo. Prima di questo lavoro di inferenza, nessuno
aveva pensato che B potesse essere equivalente ad A o, nel nostro
caso, che Franco fosse equivalente a Earnest.
Se lasciassimo le cose a questo punto, avremmo descritto una si-
tuazione irreale. Anche se bastano pochi secondi per fare un’inferen-
za come quella appena descritta, una qualsiasi pagina di originale
presenta un numero astronomico di problemi simili e tradurre diven-
terebbe impraticabile. Ci viene in soccorso una dinamica generale
dell’inferenza: alla fine di un processo di problem-solving, la soluzione
adottata diventa un abito mentale, ovvero un comportamento che si
può tenere in futuro senza pensarci tanto quando si ripresenta un
problema simile. Anche l’inferenza si può rappresentare con una for-
mula: A→B, che si legge “se A, allora B”. Ciò significa che A→B col
tempo tende a diventare A = B. L’inferenza genera equivalenze e le
stabilizza. L’equivalenza che si è fatta abito resterà in vigore come
una legge; ovvero verrà ridiscussa, modificata o abolita quando si pre-
senterà un buon motivo per farlo, il che corrisponde all’inerente falli-
bilità della conoscenza umana (cfr. Stecconi, 1994).
Per concludere, vogliamo insistere sul fatto che, anche se si sedi-
menta in equivalenze date del tipo “peste” = plague, l’inferenza resta
sempre il motore logico del lavoro del traduttore. Illustreremo questo
punto con un’immagine che Frongia (1983, p. 225) prende a prestito
da Wittgenstein. La posizione delle equivalenze stabili rispetto ai pro-
cessi inferenziali è analoga a quella dell’asse geometrico attorno al
quale ruota un solido. L’asse non è fisso in virtù di una sua qualche
caratteristica intrinseca, ma solamente perché in quel dato momento
il solido ruota attorno a esso. L’asse appare immobile solamente in

72
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

relazione al corpo in movimento. Allo stesso modo, le equivalenze


sono centrali alla semiosi traduttiva soltanto in apparenza. In realtà,
esse sono costituite storicamente grazie ai processi inferenziali e pos-
sono venire abolite e sostituite in ogni momento da ulteriori inferenze
non appena se ne avverta il bisogno.

2.2.3. Originale o copia? Una nuova etica per la traduzione

Proviamo a trarre qualche conclusione. Come si ricorderà, nel PAR.


2.1 abbiamo preso le mosse da Cervantes, il quale ci avvertiva che
non occorre più abilità o intelligenza per tradurre (fra le lingue facili,
pensava infatti alla traduzione dall’italiano allo spagnolo) di quella
che ci vuole per copiare un foglio scritto. Questo vecchio pregiudizio
si lega a diversi altri miti che circondano la traduzione: la possibilità
di produrre un messaggio equivalente, che abbiamo discusso, il desi-
derio che il traduttore sia invisibile, la molteplicità delle lingue avver-
tita come una condanna divina, e altro ancora. Eppure i conti non
tornano perché chiunque abbia provato a tradurre, soprattutto senza
una preparazione specifica, si rende subito conto della grande diffi-
coltà e del grande ingegno richiesti. Siamo di nuovo di fronte a un
paradosso, espresso bene dal grande intellettuale spagnolo Ortega y
Gasset che ha scritto: «Lo stesso accade a quella modesta attività che
è il tradurre. In campo intellettuale non vi è compito più umile. Ma,
nonostante ciò, è smisurato» (in Nergaard, 1993, p. 182) 14.
Allora, tradurre è difficile o facile? È un’azione segnica originale
oppure una mera ripetizione di altre semiosi precedenti? La nostra
risposta dovrebbe essere già chiara e va tutta a favore della prima
opzione. Nel corso di questa sezione abbiamo attribuito poteri inso-
spettati alla traduzione: trasforma ignari testi in originali; prende dei
segni che magari sono sparpagliati nell’ambiente fonte e li organizza
nel materiale di base di una traduzione; stabilisce i rapporti di equi-
valenza. Finora il nostro discorso ha avuto soprattutto un’impostazio-
ne teorica, tuttavia queste conclusioni, se prese nel loro insieme, co-
stituiscono la base per una nuova etica della traduzione.
Riteniamo di aver dimostrato che il traduttore abbia un ruolo mol-
to più attivo nella comunicazione di quanto normalmente si pensi. Cre-
diamo che questo ruolo debba essere riconosciuto nelle organizzazioni
e nei sistemi nei quali egli opera. Naturalmente, ciò significa anche che

14. «Así acontece a esta modesta ocupación que es traducir. En el orden inte-
lectual no cabe faena más humilde. Sin embargo, resulta ser exorbitante» (Ortega y
Gasset, 1994, p. 299).

73
MANUALE DI TRADUZIONE

i traduttori devono essere disposti ad assumersi maggiori responsabilità


rispetto al presente e che devono lottare per una posizione che corri-
sponda meglio al contributo che effettivamente essi portano. Siamo
consapevoli che la semiosi traduttiva è necessariamente successiva a
un’altra azione segnica, che le traduzioni agiscono in nome dell’origina-
le e che, se non fosse per la differenza fra sistemi semiotici, molti fa-
rebbero a meno di leggere una traduzione. Tuttavia, ciò non significa
che il traduttore sia solamente uno specchio sul quale l’originale si ri-
flette per arrivare a un nuovo pubblico. Tradurre è un lavoro semioti-
co che si distingue da qualsiasi altro secondo i criteri esposti nel PAR.
2.1.4. Il traduttore sceglie e organizza i propri materiali, ha una sensi-
bilità più acuta dei rischi e delle opportunità insite nella comunicazio-
ne multiculturale e riesce meglio degli altri a prevedere e prevenire i
problemi, immagina soluzioni nuove quando quelle che già conosce
non lo soddisfano, si pone in modo critico di fronte alle norme che
regolano il suo operato. In breve, i traduttori hanno una conoscenza e
delle competenze autonome che sono spesso vitali per assicurare il suc-
cesso della comunicazione. I CAPP. 3-5 si occuperanno in dettaglio di
questi temi, qui vogliamo semplicemente concludere affermando che la
scelta semiotica è una solida base teorica per la traduzione che mira
essenzialmente all’emancipazione dei traduttori, dei traduttologi e della
traduzione dal loro attuale stato di subordinazione.

2.3
Ancora su fedeltà ed equivalenza

La storia della traduzione è fitta di richiami alla fedeltà all’originale.


Ma, a parte le questioni concernenti l’originale di cui si è detto, è
necessario storicizzare il concetto di fedeltà, in quanto esso è cambia-
to nel tempo a seconda del contesto culturale entro cui si è visto col-
locato. Prima di vedere come può variare il concetto di fedeltà, vo-
gliamo sbarazzarci subito delle posizioni di quegli studiosi che non
riconoscono alcuna variabilità o libertà di movimento al concetto di
traduzione. Si tratta di voci in via di estinzione nell’attuale panorama
dei translation studies, alle quali resta ormai solamente un interesse
storico. Un tempo, infatti, era frequente incontrare autori per i quali
esisteva una definizione univoca di traduzione che – e questo non
sorprenderà nessuno – corrispondeva di regola a quella vigente nella
loro cultura e nel loro tempo. Invece siamo ormai consapevoli che il
concetto di fedeltà sia variabile e questo fatto può dare origine a due
opposte reazioni di sorpresa. La prima, sostanzialmente ingenua, cor-
risponde allo stupore di chi non sospettava che ci fossero mai state

74
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

concezioni di fedeltà diverse dalla propria; la seconda, sostanzialmen-


te scettica, è quella di chi si meraviglia che nel corso delle diverse
epoche storiche e nelle diverse regioni del mondo le riflessioni sulla
traduzione tendono sempre per ricadere sulla fedeltà. Noi vorremmo
tenere una posizione equidistante e dare voce a tutti i punti di vista.
Raccomandiamo solamente di non permettere ai propri entusiasmi
teorici di sequestrare la ricerca. Nei translation studies, come in molte
altre scienze umane e del testo, non è difficile plasmare la realtà sullo
stampo dei propri desideri; se si cerca con sufficiente pazienza e tena-
cia una cosa qualsiasi alla fine la si trova sempre.
Molti studiosi hanno legato il loro nome all’esplorazione della va-
riabilità del concetto di traduzione nella storia e nelle diverse tradi-
zioni culturali del mondo. Ad esempio ricordiamo Pym (1992), Her-
mans (1999) e Venuti (1998). Lawrence Venuti ha evidenziato che
certe questioni come quelle legate al concetto di autore o di diritto
d’autore cambiano notevolmente l’idea di fedeltà, il che ci porta a
pensare che spesso esista una sorta di attribuzione di valore legale al
testo che si traduce. Ma è anche il tipo di testo che influenza l’idea di
fedeltà. Ad esempio se si tratta di un testo sacro la fedeltà rimanda al
valore di verità che gli si attribuisce. Nel resto di questo PAR. seguire-
mo alcune tappe del percorso che ha accompagnato la concezione di
fedeltà nelle diverse traduzioni del testo sacro in Occidente. Seguirà
una puntata nel dibattito profano che ha interessato i circoli intellet-
tuali del Seicento, soprattutto in Francia e, per concludere, una ri-
flessione generale sul concetto di fedeltà oggi.

2.3.1. Le traduzioni della Bibbia

La traduzione della Bibbia 15 vede una lunga serie di episodi che Car-
lo Buzzetti (1993, pp. 16-7) riassume per l’antichità in tre lunghe li-
ste. Riguardo al problema della fedeltà è opportuno partire dalla leg-

15. «La denominazione, è risaputo, deriva dal latino cristiano biblia, verso il III
secolo, trascrizione intesa come femminile singolare del greco ta biblia, plurale neutro,
di biblion, derivato da byblos o biblos, che originariamente designava propriamente i
papiri, che si arrotolavano. Dunque, “i libri”... questa parola greca ta biblia traduceva
la denominazione ebraica più antica... e che era ha-sefarim, letteralmente “i libri”»
(Meschonnic, 2004, trad. it. p. 41) [«L’appelation, c’est connu, vient du latin chrétien
biblia, au IIIe siécle, transcription comprise comme un feminine sigulier, du grec ta
biblia, pluriel neutre, de biblion, dérivé de bublos ou biblos, qui désignait sans doute
originellement les papyrus, d’où le rouleau. Donc “les livres”... cest que ce grec ta
biblia traduisait l’appellation hébraïque la plus ancienne... et qui était ha-sefarim, litté-
ralment “les livres”» (ed or. p. 38)].

75
MANUALE DI TRADUZIONE

genda che circonda la prima traduzione greca della Bibbia, la cosid-


detta “Septuaginta” o “Settanta”, cominciata nel III secolo a.C. e con-
clusa due secoli dopo (cfr. Buzzetti, 1984, 1993; Nergaard, 1993, p.
28). È una traduzione nata dalla necessità della diaspora, dalla parti-
colare condizione di quegli ebrei emigrati, che nel giro di alcune ge-
nerazioni hanno perso in parte la lingua d’origine acquisendo invece
l’uso della lingua del paese che li ospita. In particolare nel Mediterra-
neo, dopo il III sec. a.C., abbiamo un ampio uso del greco che non è,
naturalmente, quello della letteratura classica, ma una koiné, una lin-
gua internazionale d’uso. Gli ebrei sono numerosi nelle grandi città
dell’epoca e lo sono in particolare ad Alessandria d’Egitto: è qui che
si sviluppa il progetto di una traduzione greca, che fra l’altro aveva il
vantaggio di mettere a disposizione un testo anche fuori delle comu-
nità ebraiche. Su questa traduzione esiste una leggenda sinteticamente
riassunta da Buzzetti (1993, p. 36).

La leggenda narra che Tolomeo Filadelfo, re d’Egitto nel III secolo a.C., ab-
bia chiesto al suo bibliotecario Demetrio di procurarsi anche i libri degli
ebrei. Saputo che tali libri sono difficili da comprendere perché scritti in una
lingua poco conosciuta, egli rivolge una richiesta ufficiale al sommo sacerdo-
te di Gerusalemme (che allora è Eleazaro): domanda che gli siano messi a
disposizione 72 esperti (sei per ogni tribù di Israele) in grado di tradurre
quei testi. Dopo qualche difficoltà, il lavoro inizia, in un luogo tranquillo
(l’isoletta di Faro). I risultati sono sorprendentemente buoni. La recezione,
da parte degli ebrei e degli altri, è molto positiva. La traduzione essendo
autorevole, diventa ben presto ufficiale e si diffonde rapidamente.

Secondo Filone d’Alessandria, la traduzione dei Settanta viene ispira-


ta direttamente dalla divinità, i traduttori invocano Dio di non farli
cadere in errore e scrivono sotto dettato dell’ispirazione divina. Alla
fine del lavoro, benché ciascun traduttore avesse composto il proprio
testo in isolamento e indipendentemente dagli altri, le 72 traduzioni
finali risultarono perfettamente identiche. Si tratta di un’idea di fe-
deltà che rimanda all’autorità divina che in qualche modo ne sancisce
il valore. In tal senso non è di poca importanza che il testo ebraico e
quello greco vengano considerati come testi fratelli e i traduttori
come profeti. È anche questo il motivo per cui il destino della tradu-
zione dei Settanta fu nettamente diverso da quella dei targumin 16.
Mentre le traduzioni dei targumin non si sostituirono mai al testo
ebraico, ma funzionarono da utile stampella a esso, rimanendovi ac-

16. Dalla radice targem che significa “interpretare” o “tradurre”. Si tratta di una
traduzione o di una parafrasi-commento in aramaico delle Sacre Scritture.

76
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

canto, la “Settanta” diventa la Bibbia per eccellenza convertendosi in


una fonte rispetto alle traduzioni successive. È utile trarre da questa
antica distinzione un principio generale valido ancora oggi. Ci sono
molti motivi per i quali si esegue una traduzione, ed entrambi gli
esempi illustrano l’intento di superare una barriera linguistica: i fedeli
ebrei, allora come oggi, hanno bisogno di leggere con grande preci-
sione il testo sacro, ma gli ebrei della diaspora non comprendevano
più l’ebraico in misura sufficiente. La traduzione dei targumin ha
quindi lo scopo di aiutare il ricettore a superare la barriera e di por-
tarlo verso l’originale; quella dei Settanta saggi invece, ha lo scopo
simmetrico di far superare la barriera al testo e di portarlo verso il
ricettore. Nel secondo caso, il testo nuovo si comporta come se aves-
se un mandato che gli consente di rappresentare l’originale nell’am-
biente di destinazione (cfr. PAR. 2.1.7).
L’altra grande impresa di traduzione della Bibbia, dopo quella
dei Settanta, rimanda a un’idea di fedeltà abbastanza diversa. Si
tratta della traduzione che San Gerolamo redige nel IV secolo e che
prende il nome di Vulgata. La tradizione racconta che nell’anno
382, papa Damaso incaricò Gerolamo di stabilire una traduzione
che potesse diventare il testo canonico, in modo da mettere ordine
fra le diverse versioni latine. La traduzione di Gerolamo è costituita
da una revisione delle traduzioni già esistenti (Itala e Vetus latina),
per quanto riguarda il Nuovo Testamento, e di una versione inte-
gralmente nuova per l’Antico Testamento, condotta sui testi aramai-
ci ed ebraici. L’opera di Gerolamo andò incontro a varie critiche in-
centrate soprattutto sul fatto che la nuova versione violava un’idea
di fedeltà ormai assestata. Alcune critiche riguardavano proprio il
primato della chiarezza sulla fedeltà della nuova versione, contestata
ad esempio da Sant’Agostino in favore dell’importanza dell’oscurità
della Sacra Scrittura (Nergaard, 1993, p. 30). Anche per rispondere
ad alcune critiche (fra cui quella di eresia), Gerolamo scrive la lette-
ra a Pammachio, che costituisce un vero e proprio manifesto pro-
grammatico di teoria della traduzione (San Gerolamo, in Nergaard,
1993, p. 66). Gerolamo si richiama all’autorità di Cicerone e di Ora-
zio a favore di un modo di intendere l’attività del traduttore come
quella di un creatore di idee, e sottolinea il fatto che un traduttore
si occupa di idee e non solo di parole. Concetti su cui ritorna in un
altro testo importante, la lettera a Sunia e Fretela riguardante la tra-
duzione del libro dei Salmi nella versione dei Settanta. L’anima del-
la lingua si perde se si vuole tradurre ad verbum, seguendo cioè la
superficie del testo. Dunque, come hanno fatto Terenzio e Plauto, è
necessario correre il rischio dell’infedeltà e cambiare l’ordine del di-

77
MANUALE DI TRADUZIONE

scorso, una troppo rigida fedeltà finisce per essere la vera infedeltà.
Gerolamo dà l’esempio di questo atteggiamento con la traduzione
del salmo 14: Domine, quis habitabit in tabernaculo tuo? (“Signore,
chi abiterà nel tuo tabernacolo?”). Il testo greco da cui Gerolamo
traduce non ha il termine greco corrispondente alla parola habitatio
(katoikía) ma ha paroikía che corrisponderebbe a incolatus, quindi,
seguendo la lettera, la traduzione del salmo 14 in latino dovrebbe
essere: Domine, quis incolet tabernaculum tuum? Ma Gerolamo ri-
corda che se si scegliesse questa soluzione, verrebbe persa l’eufonia
che gioca un ruolo retorico essenziale. La conseguenza di tutto que-
sto è quella presente nella lettera a Pammachio, che Gerolamo ri-
prende dal prologo che aveva redatto per la versione latina del Cro-
nicon di Eusebio:

È assai difficile quando si segue il pensiero di un autore non allontanarse-


ne mai; è arduo addirittura conservare nella traduzione tutta l’eleganza e la
bellezza dell’originale [...]. Se traduco alla lettera, genero delle assurdità,
se costretto dalla necessità, altero in qualche cosa l’ordine, lo stile, mi si
dirà che manco al mio dovere d’interprete [...]. Ché se alcuno pretende
che una lingua non perda nulla della sua grazia in una versione, traduca
Omero letteralmente in latino, o meglio lo volga in prosa nella sua stessa
lingua greca: si accorgerà subito d’aver dinanzi un mostriciattolo, e che il
più eloquente dei poeti s’è trasformato in un uomo appena capace di par-
lare (ivi, p. 68).

Gerolamo adotta dunque un’idea di fedeltà del tutto diversa rispetto


alla tradizione della “Settanta”, riconoscendo l’inevitabile frattura con
l’originale e richiamandosi a una sorta di riscrittura che è un ripensa-
mento profondo del testo.
A un’idea ancora diversa di fedeltà si ispirano i principi che han-
no dettato la versione tedesca del Nuovo Testamento pubblicata da
Erasmo nel 1516, così come la grande traduzione di Antico e Nuovo
Testamento realizzata da Lutero fra il 1522 e il 1534). In Lutero è
presente la volontà di rendere la Sacra Scrittura comprensibile a tutti,
conformemente alla dottrina della Riforma secondo cui il rapporto
diretto con la Bibbia svolge un ruolo fondamentale nel percorso del
fedele 17. Questo desiderio di chiarezza diventa però in Lutero una
tendenza alla germanizzazione del testo sacro; emblematica è, a que-
sto proposito, la difesa della propria traduzione di un passo dell’Epi-
stola di San Paolo ai Romani. Il brano in questione appartiene a Ro-

17. Cfr. Nergaard (1993, pp. 35-7).

78
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

mani III, 28. Qui il brano fondamentale è quello in cui Lutero tradu-
ce il testo paolino «arbitramur hominem iustificari ex fide sine operi-
bus» con «Wir halten dass der Mensch gerecht werde, ohne des Ge-
setzes Werk, allein durch den Glauben» (“Noi riteniamo che l’uomo
sia giustificato senza le opere della legge, soltanto per fede”). Come è
evidente ciò che nel testo latino manca è “allein” (solamente), una
parola che però innesca gravi problemi teologici. Come risponde Lu-
tero? Innanzitutto egli sostiene che si è sforzato di tradurre in tede-
sco puro e chiaro, inoltre, per quanto riguarda Romani III, 28, ecco le
parole stesse dell’autore:

Dunque, per quel che si riferisce a Romani, III, sapevo molto bene che nel
testo latino e greco non c’è la parola “solum”, e i papisti non avevano biso-
gno d’insegnarmelo. È vero che le quattro lettere “sola” non vi si trovano, e
queste teste d’asino riguardano le quattro lettere come una mucca un nuovo
portone. Ma non vedono che il pensiero le contiene, e che, se si vuole tra-
durre con chiarezza ed efficacia il testo in tedesco bisogna introdurvele. Ho
voluto parlare tedesco e non latino né greco, poiché mi ero proposto di par-
lare tedesco nella mia traduzione. Ma la natura della nostra lingua esige,
quando si parla di due cose, di cui si afferma l’una negando l’altra, che si usi
la parola “solum” (solamente) accanto alla parola “no” o “nessuno” (Lutero,
1993, pp. 105-6).

La risposta di Lutero è stata riportata e commentata innumerevoli


volte nella letteratura della traduttologia e non abbiamo nessuna in-
tenzione di aggiungere la nostra voce al coro. Vorremmo solamente
consigliare la lettura di questo brano a chi ancora sostiene che la tra-
duzione si riduce a un’attività tecnica, neutrale e innocente. Certo, si
tratta di un caso estremo, ma la logica alla quale risponde è assoluta-
mente generale. Chi traduce deve essere sempre consapevole dello
spessore ideologico delle scelte che è chiamato a compiere.
Dunque, secondo Lutero, “soltanto” non è un’aggiunta, ma è il
modo normale della lingua tedesca per completare la parola “no” o
“nessuno”. Non si può chiedere al latino come si parla tedesco, insi-
ste Lutero, ma a chi effettivamente lo parla, solo in questo caso il
popolo comprende. L’obiettivo non è allora un’ottusa fedeltà mecca-
nica, ma una fedeltà che potremmo chiamare ermeneutica. Il concetto
di fedeltà ermeneutica si deve intendere nel senso degli argomenti
che abbiamo esposto nel PAR. 2.1. In particolare, vogliamo ricordare
che, come ogni forma di semiosi autentica, la semiosi traduttiva com-
porta necessariamente un punto di partenza determinato ed è neces-
sariamente teleologica. La nostra idea di fedeltà ermeneutica parte
quindi da una linea di interpretazione testuale dell’originale come

79
MANUALE DI TRADUZIONE

base della semiosi traduttiva, e guarda a un’intenzione comunicativa,


anch’essa determinata, che si potrà cogliere nell’ambiente di destina-
zione quando vi circolerà la traduzione. Così nella traduzione del
brano di Paolo, l’aggiunta di “allein” non è dovuta solo a motivazioni
linguistiche, ma si basa su una precisa interpretazione del pensiero
paolino e mira, in ultima istanza, al grandioso piano teologico e poli-
tico di Lutero: «l’Apostolo tratta, in questo passo, il punto principale
della dottrina cristiana, cioè della nostra giustificazione mediante la
fede in Cristo, senza alcuna opera della legge, ed egli esclude così
nettamente tutte le opere da affermare che neanche l’opera della leg-
ge (che è sempre la legge e la parola di Dio) può aiutare a conseguire
la giustizia» 18.
C’è dunque una precisa finalità teologica nell’idea di fedeltà di
Lutero: soltanto la fede senza le opere giustifica, e questo è da affer-
mare con forza ancora maggiore in un’epoca, come quella a lui con-
temporanea, troppo abituata a mettere in secondo piano la fede a fa-
vore di un sostituto mondano per mezzo del quale tutto sembra giu-
stificabile. La strategia adottata da Lutero nella sua celebre traduzio-
ne si spiega quindi come la convergenza di due fattori: da una parte
un richiamo alla fedeltà alla lingua in cui si traduce e al senso origi-
nale, dall’altra la rivendicazione di una interpretazione innovativa.
Uno strenuo difensore della fedeltà letterale in ambito religioso è
stato un mistico spagnolo del tardo cinquecento, Fray Luis de León
(1527-91) 19, che ha esercitato la sua abilità di traduttore nel Cantico
dei Cantici, con una traduzione che fra l’altro gli costò un processo
inquisitoriale con l’accusa di aver tradotto il testo sacro con un lin-
guaggio vicino alla lirica d’amore di Ovidio. Fray Luis è un sostenito-
re della fedeltà letterale, chi traduce deve addirittura utilizzare lo stes-
so numero di parole riscontrabili nell’originale per offrire tutta la va-
rietà di significato posseduta da questo. Il criterio di non alterare il
numero di parole può sembrare un bizzarro eccesso contabile, ma non
è così. C’è una tradizione mistica nelle religioni rivelate che vede in
ogni più minuto aspetto delle scritture un segno potenzialmente im-
portante. Su presupposti simili si fonda per esempio la gematria, che
fa parte della tradizione cabalistica dell’ebraismo. La gematria, che ri-
sale al I secolo avanti Cristo, assegna un valore numerico a ciascuna
parola della Torah (i primi cinque libri della Bibbia) e applicando cer-
ti metodi utilizza queste cifre per cercare nel testo significati segreti.

18. Cfr. ivi, p. 111.


19. Cfr. Torre (1994, pp. 33-4).

80
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

Naturalmente, nella pratica di lavoro questo criterio di estrema


letteralità diventa una sfida formidabile. Il metodo proposto da Fray
Luis si sviluppa su tre livelli distinti: a un primo livello viene offerta
una traduzione letterale parola per parola del testo, a un secondo li-
vello abbiamo una declaración in prosa del testo così tradotto, infine,
a un terzo livello, Fray Luis propone una traduzione in versi liberi
castigliani. Quest’ultima versione vuole essere un vero testo castiglia-
no, che risulti dunque agli spagnoli, senza tuttavia aggiungere o to-
gliere nulla, come loro vera lingua e non come qualcosa di straniero.

2.3.2. Il Seicento

Il discorso sulla fedeltà si presenta in maniera del tutto diversa nel


Seicento, soprattutto in ambito francese. Come è noto questa è l’epo-
ca della reazione ai modelli italiani (Malherbe) e del Classicismo,
come anche della querelle des anciens et des modernes. I sostenitori
degli antichi intendevano la creazione letteraria come un’imitazione
dei classici; la parte dei moderni invece affermava che gli autori del-
l’antichità non si dovevano considerare come esempi insuperabili e
che il compito principale degli scrittori fosse l’innovazione. È la Fran-
cia cosciente della sua superiorità, che gareggia con gli antichi e vuole
attualizzarli. Gli autori antichi, in nome del purismo, vengono emen-
dati e riscritti. Il tipo di traduzione prevalente è dunque quella che si
adatta ai criteri stilistici dell’epoca. Queste caratteristiche hanno fatto
parlare del Seicento francese come dell’epoca delle belles infidèles,
con un’espressione ripresa più tardi da Benedetto Croce e in epoca
più recente da Mounin (1955), ma che proviene da una critica di Mé-
nage a una traduzione di Perrot d’Ablancourt (1606-64): «Elles me
rappellent une femme que j’ai beaucoup aimé à Tours, et qui était
belle mais infidèle» 20. E proprio d’Ablancourt è il campione di que-
sto genere di traduzione che intende correggere i classici: «Non cerco
sempre di riprodurre le parole dell’autore, nemmeno i suoi pensieri.
Il mio scopo è invece quello di ottenere lo stesso effetto che l’autore
aveva in mente e quindi adattarlo secondo il gusto del nostro tempo»
(Nergaard, 1993, p. 38). Partendo da questi presupposti d’Ablan-
court non si preoccupa troppo di riscrivere l’Ottavio di Minucio Feli-
ce nel 1637, quattro orazioni di Cicerone nel 1638, le opere di Tacito
dal 1640 al 1651, Senofonte nel 1648, i Commentari di Cesare nel

20. Siamo consapevoli che l’espressione “bella infedele” abbia un sostrato sessi-
sta, ma non c’è da fare ammenda. Sarebbe offensivo proporre la frase oggi, ma nel
Seicento era perfettamente normale esprimersi in questo modo.

81
MANUALE DI TRADUZIONE

1650, le opere di Luciano nel 1654, Tucidide nel 1662. I seguaci di


Perrot d’Ablancourt saranno moltissimi anche fra i più grandi autori
del secolo. Molière ci darà con l’École des Maris e Fourberies de Sca-
pin degli adattamenti di Adelphoe e Phormion di Terenzio; La Fontai-
ne adatterà l’Eunuco sempre di Terenzio; inoltre Boileau, nella tradu-
zione di De Sublime, prenderà parte apertamente per Perrot.
All’opposto di d’Ablancourt si colloca Daniel Huet 21 autore del
trattato De Interpretatione libri duo, quorum prior est de optimo genere
interpretandi, alter de claris interpretibus (1661) che è per una fedeltà
letterale fin nel numero delle parole e nello stile. Ma i più strenui av-
versari delle teorie perrotiane saranno André Dacier e sua moglie
M.me Dacier (Anne Lefebvre). Il primo è il traduttore delle opere
complete di Orazio, delle Riflessioni di Marco Aurelio, della Poetica
d’Aristotele, delle Vite di Plutarco, delle opere d’Ippocrate e di Plato-
ne. Sono traduzioni estremamente scrupolose, attente all’ordine delle
parole e orientate a un ideale di parafrasi erudita. M.me Dacier è forse
ancora più determinata del marito nella fedeltà all’originale. Fedeltà
significa anche semplicità, e di ciò sono un esempio le versioni di Ana-
creonte e di Saffo, che ebbero all’epoca un successo senza eguali.
Anche in Inghilterra il Seicento porta uno spirito nuovo e un’idea
di fedeltà più libera. In questa direzione vanno gli adattamenti di Te-
renzio realizzati da Charles Sedley e da Roger l’Estrange, così come le
imitazioni di Orazio a opera di John Wilmot, quelle di Ovidio di
John Oldham e molte altre. Anche John Dryden 22 non sfuggirà a
questa tendenza alla rielaborazione libera. In questo senso andranno
le sue traduzioni di Plutarco, Persio, Giovenale, Eschilo, Stazio, ma
soprattutto di Virgilio di cui tradusse le Georgiche, le Bucoliche e l’E-
neide. La sua concezione della traduzione, che appartiene anche ad
Alexander Pope, traduttore di Omero, è ben espressa nella prefazio-
ne alle Epistole di Ovidio in cui, dopo aver distinto fra metafrasi, ov-
vero la traduzione letterale, parafrasi e imitazione, cioè la traduzione
che è completo rifacimento dell’originale, egli si dichiara per la para-
frasi, in cui si cerca una mediazione fra due estremi entrambi con-
dannabili. I principi delle “belle infedeli” continueranno a essere col-
tivati anche nel Settecento; influenzata ad esempio da questa tradizio-
ne sarà la traduzione delle Mille e una notte di Antoine Galland
(1704-17), che tuttavia diventerà un punto di partenza per tutte le
traduzioni successive dell’opera.

21. Cfr. Nergaard (1993, p. 38).


22. Cfr. Steiner (1975) e Nergaard (1993, p. 39).

82
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

2.3.3. L’epoca contemporanea

È su questo dibattito secolare che si inserisce il già citato lavoro di


Eugene Nida (1964, 1982, 2002, 2003; Nida, Taber, 1969), il quale,
all’idea di fedeltà, ha sostituito quella più raffinata di equivalenza di-
namica, grazie alla quale il testo tradotto dovrebbe produrre nel let-
tore odierno una risposta “simile” alla risposta del ricevente origina-
rio, essendo a tal fine il traduttore autorizzato a effettuare cambia-
menti. Ciò significa che è il traduttore a decidere quale sia l’effetto
che il testo originale produceva sui lettori di partenza. Naturalmente
si tratta di una ricostruzione intellettuale. Solo a un livello semantico
molto semplice è possibile dire quale fosse il valore di un’espressione,
di una metafora o di un simbolo nella cultura di partenza, mentre a
livelli più complessi, quello che abbiamo è uno sguardo su quella cul-
tura che è l’immagine che la nostra cultura ha ricostruito. Nida im-
magina che possa esistere una sorta di posizione neutra, ma si tratta
di un’aspirazione illusoria, poiché essa in realtà corrisponde all’ideo-
logia del traduttore in una determinata cultura e in un certo periodo
storico. Nel caso della Bibbia, inoltre, non si può nascondere che, se
l’obiettivo del traduttore è, per così dire, missionario, la chiarezza a
cui aspirerà la sua traduzione è tutta in funzione di quell’obiettivo, e
quindi intenta a ridurre il più possibile le differenze con la cultura
d’arrivo, per rendere il messaggio più permeabile e accettabile.
Per concludere, vogliamo chiarire meglio la posta in gioco nel di-
battito sulla fedeltà al giorno d’oggi. A parte i circoli della traduzione
biblica, dopo la stagione post-strutturalista è diventato difficile punta-
re su un originale stabile dotato di un messaggio chiaro al quale il
traduttore possa essere fedele. Come abbiamo scritto all’inizio di que-
sta sezione, l’idea di fedeltà presuppone sempre l’idea di un originale,
e se cambia la seconda cambia necessariamente anche la prima. Cre-
diamo che nei translation studies, questa nuova prospettiva sul senso
dei testi che circolano nella nostra cultura abbia contribuito a deter-
minare il profondo rinnovamento che abbiamo cercato di documenta-
re nel CAP. 1. Qui vorremmo trarre una conclusione da quel breve
resoconto, per legarlo meglio alla nostra trattazione della fedeltà. Da
un certo punto di vista, l’innovazione concettuale principale dei tran-
slation studies contemporanei e soprattutto della scuola della manipu-
lation è un totale rovesciamento di prospettiva. Prima dell’avvento
dei translation studies, era normale parlare di traduzione con lo
sguardo fisso sul retrovisore, per così dire. Non si contano le prefa-
zioni di opere tradotte nelle quali il traduttore chiede scusa per non
aver saputo restituire al lettore tutto ciò che c’era nell’originale e

83
MANUALE DI TRADUZIONE

spiega le difficoltà incontrate nel suo lavoro. Il presupposto comune a


tutti questi testi è che il valore di una traduzione dipende esclusiva-
mente dalla sua capacità di riflettere ciò che si trova alle spalle, ap-
punto come uno specchietto retrovisore.
Senza negare completamente questa importante funzione della se-
miosi traduttiva, noi crediamo che chi guida deve anche – e forse so-
prattutto – guardare avanti. E questa è proprio la lezione che ci viene
dai translation studies contemporanei. Come abbiamo visto, autori
come Holmes, Even-Zohar e Toury si propongono di studiare i per-
corsi che seguono i testi tradotti (il loro interesse prevalente è lettera-
rio) una volta che questi approdano nella cultura di destinazione. La
scelta di privilegiare l’approccio descrittivo a quello normativo ri-
sponde anche a questa esigenza di spostare lo sguardo da ciò che av-
viene prima dell’inizio della semiosi traduttiva verso ciò che succede
dopo che il traduttore ha portato a termine l’opera.
Una logica analoga regge le teorie funzionali e comunicative della
traduzione che sono sorte in Germania più o meno nello stesso perio-
do, ovvero fra gli anni settanta e ottanta, grazie ai lavori di Reiss
(2000), Vermeer (1978), Holz-Manttari (1984) e Nord (1997). Indi-
cheremo questo movimento con il termine Skopostheorie. A dire il
vero, il termine è stato proposto in origine da Hans J. Vermeer per
indicare l’obiettivo o la finalità di un testo tradotto e dell’atto di tra-
durre. Tuttavia lo stesso autore ne ha allargato la portata nell’opera
di riferimento della Skopostheorie (Reiss, Vermeer, 1984). L’assunto
fondamentale della Skopostheorie, che comprende anche altri aspetti
relativi all’analisi del discorso, alla pratica e alla didattica della tradu-
zione, è che il testo tradotto e la strategia adottata per realizzarlo
sono determinati in ultima analisi dalla funzione che ha la traduzione
di quel testo. Come scrive acutamente Munday commentando Holz-
Manttari, «questo modello “detronizza” l’originale e il criterio per va-
lutare una traduzione non è più l’equivalenza del significato ma il
grado di adeguatezza che essa mostra in relazione al suo obiettivo
funzionale, ovvero alla situazione comunicativa del testo di destina-
zione specificata all’atto della commissione del lavoro» 23.
È chiara l’analogia fra i classici dei translation studies e la Sko-
postheorie rispetto al cambiamento di prospettiva che abbiamo pre-
sentato sopra. A noi sembra che questi contributi coincidano nell’in-
tento di convincere i traduttori e gli studiosi di traduzione a guardare

23. «In this model the ST is “dethroned” and the translation is judged not by
equivalence of meaning but by its adequacy to the functional goal of the TT situation
as defined by the commission» (Munday, 2001, p. 87).

84
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

dove si va e non solo da dove si viene. In questo modo, si porta avanti


la riflessione sulla fedeltà, non tanto per decretarne la fine, quanto
piuttosto per articolare meglio il concetto e consegnarlo più forte alle
generazioni future. Non si può essere fedeli se non a qualcosa o a
qualcuno. Se tradizionalmente si riteneva che il traduttore avesse un
obbligo di fedeltà solamente all’originale, alle parole che lo compon-
gono o al suo autore, oggi possiamo affermare che la semiosi tradutti-
va presuppone il rispetto di altre istanze. In parole povere, non basta
rispettare chi ha già parlato, ma anche coloro ai quali si parla, consi-
derando le loro esigenze pratiche ed estetiche. Per questa via, l’etica
della traduzione si può allargare ancora fino a comprendere il ruolo
che la traduzione ha nel determinare i rapporti che intercorrono fra
due culture, quella in cui circola già l’originale e quella dove finirà il
testo tradotto. In questo caso la fedeltà non è più dovuta ad altri sog-
getti che si trovano lungo la catena della comunicazione tradotta, ma
alla posizione e alla funzione che in essa ha il traduttore stesso.
Ci piace chiudere queste riflessioni sulla fedeltà con un capoverso
che le ha dedicato di recente Umberto Eco, alla fine del suo Dire
quasi la stessa cosa (2003a, p. 364):

La conclamata “fedeltà” delle traduzioni non è un criterio che porta all’unica


traduzione accettabile [...]. La fedeltà è piuttosto la tendenza a credere che
la traduzione sia sempre possibile se il testo fonte è stato interpretato con
appassionata complicità, è l’impegno a identificare quello che per noi è il
senso profondo del testo, e la capacità di negoziare a ogni istante la soluzio-
ne che ci pare più giusta.
Se consultate qualsiasi dizionario vedrete che tra i sinonimi di fedeltà
non c’è la parola esattezza. Ci sono piuttosto lealtà, onestà, rispetto, pietà.

Abbiamo scelto queste parole perché dicono bene ciò che abbiamo
cercato di dimostrare in queste pagine, ovvero che non esiste alcun
motivo ragionevole, a parte una sclerotica tradizione, perché i tradut-
tori non possano essere insieme fedeli e appassionati, fedeli e inventi-
vi, fedeli e liberi.

2.4
Il traduttore e l’eterogeneità delle lingue e delle culture

Qual è il materiale testuale e culturale con cui il traduttore si trova a


operare? Molti approcci alla traduzione adottano prospettive ingenue
riguardo a concetti come quelli appena trattati, perché presuppongo-
no un’idea molto lineare dei prodotti esistenti prima e dopo il pro-
cesso traduttivo. Ad esempio presuppongono che i testi che abbiamo

85
MANUALE DI TRADUZIONE

prima e dopo la semiosi traduttiva siano oggetti unitari, omogenei.


Abbiamo già visto a proposito del concetto di “originale” come que-
sto sia problematico. Ad esempio per Derrida un testo è il risultato,
la traduzione potremmo dire, di molti altri testi, è il risultato di un
lungo processo intertestuale che costruisce un oggetto per sua natura
eterogeneo. In questo senso potremmo aggiungere alle osservazioni
dei paragrafi precedenti che un testo è originale rispetto alla sua tra-
duzione solo in termini cronologici: è il testo oggetto della semiosi
traduttiva. Ma non è originale nell’altro senso del termine, ovvero
qualcosa di autonomo, di autoprodotto. In questo senso, come è
chiaro nel caso della Bibbia, esso non ha nessun diritto di precedenza
rispetto alle sue traduzioni.
A questo proposito possiamo ricordare con Lawrence Venuti (Ve-
nuti, 1998, trad. it. pp. 17 ss.; cfr. CAP. 1) che un testo non esprime
semplicemente il significato voluto dall’autore con uno stile persona-
le. Piuttosto, mette in moto forme collettive in cui l’autore può effet-
tivamente avere un coinvolgimento psicologico, ma che, per la loro
stessa natura, depersonalizzano e destabilizzano il significato. Poiché
la lingua ordinaria è sempre costituita da una molteplicità di forme
passate e presenti, da una diacronia-dentro-la-sincronia, un testo non
può essere niente di più che un’unità sincronica di elementi struttu-
ralmente contraddittori o eterogenei, di modelli e discorsi generici.
Alcuni testi letterari accrescono questa radicale eterogeneità sottomet-
tendo la variante principale a continue modifiche, costringendola a
diventare secondaria, delegittimandola, deterritorializzandola, alienan-
dola. Ciò che vale per un autore o per un testo vale anche per le
lingue e le culture.
Idee come queste ci portano a concludere che non ci sono essen-
ze, ma processi di produzione e interpretazione che riscrivono conti-
nuamente le identità. Anche esse sono un prodotto necessariamente
eterogeneo. Ma se le identità non hanno un nucleo “originale” e sono
tutte in partenza eterogenee, allora l’identificarsi in un’identità divie-
ne oggetto di scelta. Una scelta che circoscrive dei confini non dati
originariamente 24. La definizione dei confini avviene attraverso l’o-
mogeneizzazione di realtà non omogenee. Un concetto della dialetto-
logia strutturale può venire qui in aiuto ed essere trasferito nell’ambi-
to degli studi culturali, il concetto di diasistema.
Come è noto il concetto è stato introdotto da Uriel Weinreich

24. Cfr. Arduini (2006).

86
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

(1963), intendendolo come una struttura linguistica che è il risultato


di varietà confinanti e utilizzandolo nello studio del contatto e dell’in-
terferenza linguistica. In questo senso il diasistema serve a interpreta-
re quelle zone d’ombra che sono i confini linguistici i quali suddivi-
dono un continuum in varietà discrete.
Il concetto è stato utilizzato fra gli altri da Luigi Heilmann (1965)
per spiegare alcune situazioni linguistiche di confine come quella pa-
vese e quella ladina di Moena. Ma la cosa interessante è che Heil-
mann interpreta il diasistema come la zona in cui più sistemi si op-
pongono reciprocamente e in certi periodi storici tendono a entrare
in frizione. In questa idea dunque risalta particolarmente l’antagoni-
smo che porta un sistema a esercitare una certa pressione su di un
altro sistema, obbligando il secondo a riorganizzarsi tenendo in conto
il primo. Dunque, proprio nelle zone di confine, quando due sistemi
entrano in contatto, uno funziona come egemone e l’altro come do-
minato. Questo significa che i due sistemi non sono equilibrati, né
sullo stesso piano. Tuttavia occorre anche ricordare, come ha notato
Corrado Grassi (1969, p. 280), «che l’azione svolta dal sistema ege-
monico su quello dominato non porta sempre, come risultato, alla
semplice identificazione di questo con quello». Si tratta di un’idea
importante che ci induce a pensare che non v’è un semplice adatta-
mento di un sistema sull’altro, quanto piuttosto una reazione del si-
stema non egemone che tenta di risolvere gli squilibri creati dal con-
tatto con il sistema egemone. Il che comporta naturalmente che non
possiamo intendere i sistemi come un tutto omogeneo e omologato,
ma come un insieme di possibilità piuttosto diverse. Non esiste pu-
rezza linguistica. Tale dinamica costituisce la vitalità dei sistemi lin-
guistici, ma è estendibile ai contatti di qualunque sistema culturale.
Ad esempio al contatto fra le letterature, dove da una parte una lette-
ratura è sempre egemone, ma la dominata non si adatta semplicemen-
te agli schemi della prima e vi reagisce riorganizzando il sistema o il
polisistema.
Di contatto e di confini fra culture ha parlato Homi Bhabha
(1994) a proposito di un terzo spazio dell’enunciazione che obbliga a
ripensare l’identità storica di una cultura come un tutto omogeneo.
Bhabha (ivi, trad. it. p. 57) afferma che il processo di interpretazione
non può essere considerato un semplice processo di comunicazione
fra un Io e un Tu: «La produzione di significato richiede che questi
due posti siano messi in moto nel passaggio attraverso un Terzo Spa-
zio, che rappresenta sia le condizioni generali del linguaggio sia la
specifica implicazione dell’enunciato in una strategia performativa e

87
MANUALE DI TRADUZIONE

istituzionale della quale esso non può “in se stesso” esser con-
scio» 25.
Come conseguenza tale relazione inconscia conduce a un’ambiva-
lenza nell’interpretazione.
«Il pronome Io della proposizione non può essere usato per far
riferimento [...] al soggetto dell’enunciazione, perché questo non è
personalizzato ma è solo una relazione spaziale fra gli schemi e le
strategie di discorso. Il significato dell’enunciato non è, in senso lette-
rale, né l’uno né l’altro» (ivi, trad. it. p. 58) 26.
Bhabha ne trae conseguenze su un piano culturale, in quanto l’i-
dea di Terzo Spazio rompe la possibilità di considerare la conoscenza
culturale come un codice unitario in evoluzione:

Si dà spesso per scontato, nelle problematiche materialiste e idealiste, che il


valore della cultura come oggetto di studio e il valore di qualsiasi attività
d’analisi che sia considerata culturale risiedano nella capacità di creare un’u-
nità ramificata e generalizzabile che significhi un progresso o un’evoluzione
di idee-nel-tempo, e anche un’autoriflessione critica sui loro presupposti e
cause determinanti (ibid.) 27.

Ma l’esistenza di un Terzo Spazio dell’enunciazione che ha fatto en-


trare l’ambivalenza nel processo di interpretazione ci dice che l’iden-
tità di una cultura non è un qualcosa di omogeneo, non esiste pu-
rezza culturale. L’identità culturale dunque è qualcosa di estrema-
mente mobile, Bhabha dice che i simboli di una cultura non hanno
una fissità originaria e sono oggetto di continue riscritture e traduzio-
ni. Uno spazio mobile in continua ristrutturazione e ricerca di equili-
brio dinamico. Un’identità si costruisce attraverso assemblaggi succes-
sivi che rendono difficile mostrare una sola faccia. Ecco allora il con-
cetto di eterogeneità, legato a quello di confini instabili, come identi-

25. «The production of meaning requires that these two places be mobilized in
the passage through a Third Space, which represents both the general conditions of
language and the specific implication of the utterance in a performative and institutio-
nal strategy of which it cannot ‘in itself’ be conscious» (ed. or. p. 36).
26. «The pronominal I of the proposition cannot be made to address [...] the
subject of enunciation, for this is not personable, but remains a spatial relation within
the schemata and strategies of discourse. The meaning of the utterance is quite lite-
rally neither the one nor the other» (ibid.).
27. «It is often taken for granted in materialist and idealist problematics that the
value of culture as an object of study, and the value of any analytic activity that is
considered cultural, lie in a capacity to produce a cross-referential, generalizable unity
that signifies a progression or evolution of ideas-in-time, as well as a critical self-re-
flection on their premisses or determinants» (ivi, pp. 36-7).

88
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

tà risultato di incroci, sovrapposizioni, ristoricizzazioni. L’eteorgeneità


significa anche cultura di confine, collocandosi su di uno spazio che è
contemporaneamente dentro e fuori, un non luogo che è il prodotto
di continui trasferimenti di significato, compresi quelli dovuti alla se-
miosi traduttiva. L’identità è proprio il risultato di questo continuo
processo di osmosi culturale.

2.5
La traduzione nella cultura d’arrivo

2.5.1. La traduzione trasforma le culture

Nei paragrafi e capitoli precedenti si è insistito sul fatto che un testo


tradotto ha un suo proprio valore testuale che non ne fa un semplice
prodotto derivato, ma lo costituisce in qualche modo come un qual-
cosa di autonomo e originale, per lo meno nella cultura in cui la tra-
duzione appare. Abbiamo visto che la teoria polisistemica ha lavorato
molto su questo, insistendo sul fatto che le traduzioni trasformano le
culture in cui appaiono, riempiendo dei vuoti del polisistema lettera-
rio e permettendo alla cultura di arrivo di ristrutturarsi o addirittura
di costituirsi secondo canoni estranei alla propria tradizione.
In effetti la storia della cultura e della letteratura sono segnate da
questa “intrusione” della traduzione e sono solo le istituzioni culturali
che tendono a nasconderlo. Ad esempio, le storie della letteratura di
tipo scolastico cercano di rappresentare la tradizione come un conti-
nuum culturale in cui le fratture e le novità sono tutte interne alla
stessa tradizione, collocando in secondo piano i contatti, le contami-
nazioni, le traduzioni e l’eterogeneità che hanno costituito un mate-
riale fondamentale per la costituzione del canone.

Roma

A Roma 28 la traduzione è un mezzo fondamentale per creare la cultu-


ra latina come la conosciamo; è attraverso la traduzione che viene fat-
ta un’opera importante di assimilazione, soprattutto della cultura gre-
ca. Del resto una delle opere fondanti della letteratura latina è pro-
prio una traduzione. Si tratta, come è noto, della traduzione che lo
schiavo greco Livio Andronico (284-205 a.C.) fece, in verso latino ir-
regolare, dell’Odissea. Ma traduttore è anche Quinto Ennio (239-169

28. Cfr. Traina (1970, 1989).

89
MANUALE DI TRADUZIONE

a.C.), anch’egli greco di nascita, che crea la tragedia latina traducen-


do dai greci. Da Euripide trarrà Andromaca, Ecuba e Medea, ma
tradurrà anche le favole di Esopo, testi di filosofia e anche un tratta-
to di gastronomia. Un nipote di Ennio, Marco Pacuvio, adatterà So-
focle, mentre un altro discepolo di Ennio, Cecilio Stazio, riscriverà
molte opere di Menandro. Traduttori delle commedie di Menandro e
degli altri commediografi greci sono anche Plauto e Terenzio. Ancora
alla fine del II secolo Lucio Accio adatterà Eschilo. Naturalmente si
tratta di riscritture più che di traduzioni come le intenderemmo oggi,
ma il punto fondamentale è che attraverso questi testi si tenta di
creare una tradizione e quindi, se Livio romanizza Omero, negli altri
casi lo scopo è quello di emulare gli autori greci e dar linfa vitale alla
lingua latina (Traina, 1970, p. 12). Questo spiega anche l’atteggia-
mento molto libero nei confronti del testo di partenza che viene tra-
sformato senza pensare minimamente a nessun tipo di fedeltà. Molto
spesso del resto il lettore di queste opere conosce anche la fonte gre-
ca, può leggerla e valutare lo sforzo inventivo fatto nel testo latino; si
tratta dunque in questo caso di traduzioni che molto poco hanno a
che fare con la semplice comunicazione di un significato, ma che
piuttosto svolgono un preciso compito politico-culturale, quello di
creare un mondo letterario per una cultura che ne è priva. Nel pro-
cesso appena descritto la traduzione ha il fine di colmare una diffe-
renza di stile e di riferimenti culturali piuttosto che quello di supera-
re una barriera di incomprensione. Per noi si tratta di un fatto im-
portante perché conferisce un senso speciale al carattere della diffe-
renza che abbiamo illustrato nel discorso sul fondamento della tradu-
zione (cfr. PAR. 2.1.6).

Le origini della letteratura italiana

Di fronte alla cultura lirica provenzale, che è il loro immediato antefatto, i


Siciliani operano su due piani concomitanti: sul piano dei temi compiono
una decisa selezione, tenendosi stretti alla monocorde ispirazione dell’amore
cortese con tutto il suo repertorio; sul piano delle forme assumono come
base della loro troveria il volgare siciliano, modellandolo non solo esterior-
mente, nel lessico e nella sintassi, sulla lingua di maggior prestigio culturale,
e rendendolo capace di accogliere il patrimonio culturale dei trovatori (Fole-
na, 2005, p. 74).

Questa citazione di uno dei nostri maggiori filologi è sufficiente per


ricordare come all’origine della letteratura in Italia stia una grande
opera di “traduzione” di modelli culturali, che solo scissa da un con-
testo più vasto può essere ricondotta a una nazione. In realtà l’espe-

90
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

rienza siciliana è da ricondurre, pur con tutte le differenze che ri-


guardano ad esempio il ruolo sociale del poeta, al contesto europeo,
nel quale la poesia trobadorica ha trovato un fertile sviluppo in un’a-
rea che include, come ricorda ancora Folena, l’Italia settentrionale, la
Catalogna, la Francia del Nord, la lirica gallego-portoghese, la tradi-
zione dei Minnesänger e appunto la scuola siciliana.

Gli umanisti

L’umanesimo porta un cambiamento di prospettiva nei confronti della


traduzione; già per Petrarca l’impossibilità della traduzione della poe-
sia si trasforma grazie alla fiducia nei confronti dell’eloquenza. Ma
con le generazioni successive la traduzione diventerà addirittura essen-
ziale nel definire l’essenza stessa dell’umanesimo. Naturalmente qui il
riferimento necessario diventa Leonardo Bruni: «Per il Bruni la tradu-
zione è fondamentale, ermeneutica. Dalla intensa e dinamica esperien-
za delle traduzioni bruniane dal greco, spesso introdotte da importanti
dediche e prefazioni, e soprattutto dalle discussioni sul nuovo modo
di tradurre e di leggere Aristotele, esce com’è noto il primo specifico
trattato moderno sulla traduzione e certo il più mediato e penetrante
di tutto l’umanesimo europeo» (Folena, 1991, p. 60).
Il testo a cui Folena si riferisce è il De interpretatione recta
(1420c.), un testo in cui si affronta, in polemica con la tradizione sco-
lastica, il problema della traduzione dal greco al latino. L’idea brunia-
na di traduzione è un’idea filologica. Il traduttore deve avere una per-
fetta padronanza sia della lingua di partenza, sia di quella d’arrivo,
deve possedere inoltre il senso di uno stile retorico adeguato e anche
la sensibilità per il ritmo. Il traduttore che abbia tutte queste qualità
può puntare a una imitatio dello stile dell’autore da cui traduce. Si
tratta dunque di tentare un’identificazione nello stile dell’originale: «Il
buon traduttore viene rapito nello stile dell’autore dal quale traduce
dalla forza stessa di quello stile, né può conservare altrimenti il conte-
nuto in maniera adeguata se non insinuandosi nelle frasi e nelle peri-
frasi di quell’autore e piegandosi a esse assieme al contenuto delle pa-
role e all’immagine del discorso» (Bruni in Nergaard, 1993, p. 80).
L’influenza dell’umanesimo italiano si farà sentire nel Cinquecen-
to in tutta Europa; può essere un esempio in questo senso Etienne
Dolet, che scrive nel 1540 La manière de bien traduire d’une langue
en aultre, un trattato che si ispira probabilmente al Bruni stesso o
comunque alla tradizione italiana per differenziarsene, tuttavia, in un
punto importante: la traduzione non è qui intesa solo come traduzio-
ne dal latino, ma da un volgare all’altro.

91
MANUALE DI TRADUZIONE

La cultura italiana e la traduzione

All’origine del dibattito italiano sul romanticismo, e dunque anche


del dibattito sull’identità nazionale, sta proprio una presa di posizio-
ne sulla traduzione. Ci riferiamo naturalmente al testo di Madame de
Staël, De l’esprit des traductions, tradotto nel 1816 da Pietro Giordani
con il titolo di Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni. Il saggio usci-
va per la “Biblioteca Italiana”, la prima rivista postnapoleonica di un
certo rilievo, voluta dal governatore austriaco Enrico de Bellegarde
per “sorvegliare la pubblica opinione in Italia e rettificarne molti er-
rori”. Non si può negare che la finalità fosse politica ed è interessante
osservare che il testo d’avvio riguardasse la traduzione. La de Staël
sembra aver letto Even-Zohar: la cultura italiana è in crisi e può rige-
nerarsi solo attraverso le traduzioni.

Dovrebbero a mio avviso gl’italiani tradurre diligentemente assai delle recen-


ti poesie inglesi e tedesche; onde mostrare qualche novità a’ loro cittadini, i
quali per lo più stanno contenti all’antica mitologia, né pensano che quelle
favole sono da un pezzo anticate, anzi il resto d’Europa le ha già abbandona-
te e dimenticate. Perciò gl’intelletti della bella Italia, se amano di non giacere
oziosi, rivolgano spesso l’attenzione al di là dall’Alpi, non dico per vestire le
fogge straniere, ma per conoscerle; non per diventare imitatori, ma per usci-
re da quelle usanze viete (Staël, 1979).

L’articolo innescò una serie di interventi che, avendo come argomen-


to la letteratura, introducevano implicitamente diverse notazioni su
quella che doveva essere l’identità culturale italiana, da rinnovare
completamente sull’esempio di quanto avveniva al di là delle Alpi, o
da ritrovare in un dialogo con il passato. Nel mese di aprile del 1816
sulla stessa “Biblioteca Italiana”, Giordani (Un italiano risponde al di-
scorso della Staël) rispondeva richiamandosi a una tradizione italiana
che non doveva essere mescolata con quella nordica. Continua, da
posizioni più mediatrici, Ludovico Arborio Gattinara di Breme, con
tre interventi fra cui occorre ricordare, oltre a Intorno all’ingiustizia
di alcuni giudizi letterari italiani del 1816, le Osservazioni su “Il
Giaurr”, relative alla traduzione del testo di Byron di Pellegrino Ros-
si, nel 1818. Segue, ancora nel 1816, Pietro Borsieri, con Avventure
letterarie o Consigli di un Galantuomo a vari scrittori. Sempre del
1816 è la Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo, con la tradu-
zione di due ballate di Burger, di Giovanni Berchet. Infine di Carlo
Giuseppe Landonio, la Risposta di un Italiano ai due discorsi di Mada-
ma de Staël, ancora nel 1816. Il punto è che proprio questo discorso
sulla traduzione andava a disegnare dei margini culturali, quelli che

92
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

marcheranno il romanticismo italiano in opposizione agli altri roman-


ticismi, in un momento in cui il codice tradizionale delle regole lette-
rarie veniva travolto e doveva essere ripensato non solo in Italia, ma
in tutta Europa.
La discussione italiana sul romanticismo è solo uno degli esempi
di come le strategie letterarie e le scelte traduttive siano in stretto
rapporto con le scelte ideologiche di un’epoca e svolgano una funzio-
ne primaria nel determinare identità e confini. Gli scrittori e letterati
italiani erano stati multilingui e ibridi dalle origini. Senza confini, po-
tremmo dire, e questo per ribadire una volta di più come le lingue
non hanno a che fare con le identità “nazionali” appartenenti alla
koiné latina e volgare almeno fino al tardo Cinquecento e poi mi-
stilingui e “internazionali” fino all’Ottocento. Nel Seicento Marino è
alla corte di Luigi XIII, Zeno e Metastasio sono poeti di corte a Vien-
na. Nel Settecento Goldoni lavora alla “Comédie”, Alfieri scrive in
francese, Foscolo vive a Londra e usa l’inglese, per Manzoni la lingua
familiare è il francese. Ma ecco che il dibattito sulle traduzione marca
un confine e una differenza non più solo letterari ma nazionali, che
segneranno la cultura italiana successiva. Se il letterato italiano era
stato fino a quel momento un letterato “in italiano”, senza una marca
nazionale, dopo la polemica sulla traduzione diverrà un letterato “ita-
liano”, identificando un confine che sarà anche politico.

La narrativa contemporanea

La traduzione dunque entra nelle tradizioni letterarie e culturali inne-


stando elementi che non sono loro propri e riorganizzandole. Per
questo è molto difficile legare gli scrittori a una sola tradizione cultu-
rale o nazionale se non facendo una scelta ideologica. La letteratura
occidentale è il frutto di una serie continua di ibridazioni per le quali
è molto difficile individuare tutti i fili. Il ruolo centrale della traduzio-
ne nel polisistema letterario contemporaneo è particolarmente eviden-
te nel caso della narrativa italiana degli scrittori appartenenti alle ge-
nerazioni più giovani. Qual è la tradizione per questi autori? E per
conseguenza, quali sono i riferimenti stilistici, linguistici e culturali?
Facciamo l’esempio del gruppo di scrittori raccolti sotto l’etichet-
ta del noir italiano. La nota introduttiva di un’importante raccolta
che ha fatto di recente il punto su questo movimento letterario si
apre così: «Sia marchio di fabbrica, o felice, e meramente descrittiva,
formula di sintesi, l’espressione “noir italiano” è ormai innegabilmen-
te – qualcuno dice “dannatamente” – familiare a una sempre più va-
sta comunità di lettori» (De Cataldo, 2004, p. V).

93
MANUALE DI TRADUZIONE

In primo luogo, condividiamo la distanza che De Cataldo prende


dall’etichetta “noir italiano”, perché le etichette non si sa mai di preci-
so a cosa si riferiscano. Tuttavia, le etichette sono anche un metodo
pratico ed economico per denotare una realtà sfuggente; per questo
motivo continueremo a utilizzarla anche se con una dose di scettici-
smo. Peraltro, anche il movimento americano a cui questi autori si
rifanno – con capiscuola come Dashiell Hammett, Raymond Chandler
e, più di recente, Mickey Spillane – viene descritto di volta in volta
come horror, hardboiled e altro (mentre noir e splatter nel mondo an-
glofono sono termini riservati perlopiù al cinema).
Sin dagli inizi è risultata chiara l’ispirazione americana del noir
italiano. Il genere si è cominciato a definire in Italia nel 1996 con
l’antologia Gioventù Cannibale (cfr. Brolli, 1996, pp. V-X). Il curatore,
Daniele Brolli (ivi, p. IX), confessava già chiaramente che: «Alcuni de-
gli autori ospitati in questa antologia hanno modalità di racconto e
motivazioni analoghe a questi scrittori americani, ma i risultati non
sono mai imitativi».
Le modalità e le motivazioni di cui parla Brolli si riflettono, fra
l’altro, nei temi polizieschi, nella rappresentazione della violenza e in
alcune figure caratteristiche come l’investigatore duro e cinico che
però osserva il mondo da una posizione etica pura. Questa ispirazio-
ne si riflette anche nell’utilizzo di un linguaggio un po’ speciale. Per-
ché De Cataldo, nella frase incidentale della citazione riportata sopra,
suggerisce di sostituire “innegabilmente” con “dannatamente”? Si
tratta di una piccola autoironia, perché “dannatamente” rimanda ap-
punto alla lingua un po’ speciale che caratterizza il genere. Per noi si
tratta di un’ironia rivelatrice, perché sono le traduzioni (stampate, per
il cinema, la televisione, i fumetti ecc.) dall’inglese che, quando nel-
l’originale si trova damn it, dicono “dannazione” e non “cazzo”, per
esempio. Si potrebbe verificare statisticamente se “dannazione” ricor-
re più di frequente in un campione che rappresenta queste traduzioni
piuttosto che in un campione che rappresenta testi italiani scritti in
un altro modo, e si potrebbe inferire che la causa probabile di questa
diversa incidenza del termine sarebbe l’effetto di interferenza a livello
lessicale tipico della semiosi traduttiva. Non potendo condurre questa
indagine, noi avanziamo semplicemente l’ipotesi che la lingua del noir
italiano riproduce tale effetto di interferenza. Vediamo di illustrare
questo effetto con un brano di Niccolò Ammaniti (1996, pp. 11-2),
uno dei maggiori esponenti del genere:

Cristiano Carucci aveva in testa tre possibilità per sfangare quella maledettis-
sima notte.

94
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

Uno.
Andare dagli altri della comitiva al centro sociale Argonauta. In programma
quella sera c’era la megaspinellata di capodanno e il concerto degli Animal
Death. Ma quel gruppo gli stava profondamente sulle palle. Dei fottuti inte-
gralisti vegetariani. Il loro gioco preferito era tirare braciole crude e bistec-
che grondanti sangue sulla platea. L’ultima volta che era andato a un loro
concerto era tornato a casa tutto inzaccherato di sangue. E poi facevano uno
schifo di rock anconetano...
Due.
Chiamare Ossidipesce, prendere la 126 e andare a vedere che si diceva in
centro. Casomai imbucarsi a una festa. Sicuramente a mezzanotte si sarebbe-
ro fermati da qualche parte, nel panico del traffico, ubriachi lessi e avrebbe-
ro brindato all’anno nuovo in mezzo a un mare di stronzi sovreccitati che
suonavano il clacson.
Oddio che tristezza!
Si rigirò nel letto. Prese dal comodino il pacchetto di Diana blu e ne accese
una.
Non sarebbe stato male se ci fossero state Esmeralda e Paola. Ma quelle due
se ne erano andate a Terracina. Senza dire niente. Roba di uomini sicura-
mente. Avrebbe potuto fare un po’ di sesso se ci fossero state. Quando Pao-
la si prendeva una delle sue famose pezze alcoliche finiva per dargliela.
Scopi a capodanno scopi tutto l’anno.
Tre.
Fottersene. Fottersene di tutto. Di qualsiasi cosa. Tranquillo. Un Budda. Ri-
manersene chiuso in camera. Barricato nel bunker. Piazzare su un disco e
fare come se quella non fosse una notte speciale ma una qualsiasi di un gior-
no qualsiasi.
Non male, si disse.
Unico problema.
Sua madre stava in cucina dalle cinque di mattina a preparare il fottuto ce-
none di San Silvestro.

Cristiano parla come se si trovasse in un telefilm americano prodotto


in fretta per un canale commerciale italiano. Osserviamo due tipi di
interferenza mimata: la prima è di carattere lessicale («maledettissima
notte [...] fottuti integralisti [...] fottuto cenone [...] fare un po’ di
sesso [...] fottersene di tutto»). La seconda invece è sintattica e si ma-
nifesta con l’utilizzo di frasi brevissime e capoversi di una riga che
sono frequenti un po’ in tutta la lingua inglese scritta e ancora di più
nell’hardboiled. Faremo due esempi.

Primo esempio
Fottersene. Fottersene di tutto. Di qualsiasi cosa. Tranquillo. Un
Budda. Rimanersene chiuso in camera. Barricato nel bunker.

95
MANUALE DI TRADUZIONE

Secondo esempio
Non male, si disse.
Unico problema.
Sua madre [...].

Ripetiamo che questa veloce analisi non è altro che un’illustrazione.


Tuttavia, se la nostra ipotesi venisse confermata, si potrebbe dire che
il noir italiano riscatta una forma espressiva tipica della traduzione
per marcare il proprio stile di scrittura. Questo fatto ci farebbe piace-
re, perché trasformerebbe un fenomeno traduttivo generalmente cen-
surato – l’interferenza – in un tratto estetico desiderabile. Notiamo di
passaggio che se il fenomeno, per assurdo, si estendesse ad altri tipi
di scrittura fino a coinvolgere tutta la lingua italiana, non sapremmo
più distinguere l’interferenza dovuta alla semiosi traduttiva, perché si
ridurrebbero a zero le differenze di frequenza lessicale rispetto a cor-
pora non tradotti. Una seconda osservazione mette in luce un piccolo
paradosso: se la vera interferenza, quella dovuta alla semiosi tradutti-
va, aumenta eccessivamente la somiglianza fra i due testi, l’interferen-
za imitata invece la fa diminuire. Il noir italiano assomiglia ai generi
americani di riferimento sotto molti aspetti, ma non sotto quello lin-
guistico, perché in inglese fucking non è un termine marcato come
prodotto dell’interferenza, mentre “fottuto” sì.
In termini generali, e per abbandonare le considerazioni testuali,
gli scrittori del noir italiano portano una poetica nuova nella tradizio-
ne letteraria. Brolli rivendicava già la portata innovatrice della sua
antologia.
«Non c’è in Italia una tradizione del romanzo che abbia descritto
l’evolversi delle lotte confuse e mortali tra le contrapposte polarità
della vita. [...] È come dire insomma che non esistono i presupposti
di un “immaginario del sangue”» (Brolli, 1996, p. VI).
E, parlando delle storie tipiche del genere, “macabre, nere e san-
guinose”, commentava: «Ma la tradizione del racconto italiano non le
ammette nell’ambito della letteratura se non accompagnate da un’in-
terpretazione morale o ideologica» (ivi, p. VII).
Si può ancora parlare propriamente di traduzione quando il pro-
cesso non interessa dei testi definiti ma una poetica intera? Se si uti-
lizzano le categorie tradizionali saremmo costretti a rispondere di no;
se invece si adotta il punto di vista della semiotica traduttiva ci si può
pensare, perché essa non si applica esclusivamente ai segni verbali,
ma è aperta programmaticamente a segni di ogni tipo. Si dirà quindi
che questi scrittori fanno un’operazione analoga alla semiosi tradutti-

96
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

va, le cui conseguenze nella cultura d’arrivo sono per giunta indistin-
guibili da quelle della traduzione.
Direi che quello che risulta abbastanza evidente è che la tradizio-
ne (il canone, in qualche modo) non è solo (o per niente) quello della
narrativa italiana del Novecento. Non c’è Gadda qui, non ci sono
Moravia, Pasolini, Calvino, Sciascia, tanto per citare alcuni autori an-
cora presenti nel canone degli anni ottanta. Si intravede piuttosto una
tradizione diversa con forti legami con la narrativa straniera, soprat-
tutto di matrice nordamericana. Sul perché di questa contaminazione
non c’è troppo da riflettere, tenendo conto che una percentuale vici-
na al 60% della narrativa pubblicata in Italia è traduzione, e che una
buona maggioranza di questa viene dalla letteratura di lingua inglese.
Si pensi inoltre che le strategie editoriali portano a privilegiare un te-
sto da tradurre che comunque abbia avuto un buon esito in un qual-
che mercato straniero, in una situazione in cui i mercati più impor-
tanti sono quelli di lingua inglese. E direi che non c’è troppo da
scandalizzarsi se i riferimenti per i giovani scrittori contemporanei
non sono locali. Del resto uno dei testi in prosa che segna il confine
fra neoclassicismo e romanticismo italiano è Ultime lettere di Jacopo
Ortis di Foscolo, che è una sorta di riscrittura del Werther goethiano.
Cosa cercano i giovani narratori nella letteratura americana tradotta,
dunque? Quello che Foscolo cercava in quella tedesca: una tradizione
diversa che possa innovare quella italiana. Ma è importante sottoli-
neare che il rapporto non è tanto con la letteratura straniera in quan-
to tale, quanto piuttosto con la letteratura straniera selezionata dalle
case editrici e tradotta in italiano. In questo senso è interessante nota-
re come è proprio attraverso il progetto culturale, ma anche indu-
striale, delle case editrici, e attraverso le loro politiche traduttive, che
varie tradizioni vengono innestate nel tessuto letterario italiano, av-
viando un processo di trasformazione.
Si potrebbe dire allora che la prospettiva attraverso cui recepia-
mo, ad esempio in Italia, le culture e letterature straniere è la pro-
spettiva filtrata dal mercato editoriale e dalle strategie editoriali delle
case editrici. Fra i vari esempi di questo si può citare il caso di qual-
che anno fa, riguardante la traduzione per Adelphi del libro di
Cathleen Schine La lettera d’amore (1995). Un libro che nell’origina-
le è inserito nella categoria “romance”, cioè dei romanzi rosa, ma
che, pubblicato da una delle case editrici italiane più sofisticate, ne
ha assunto l’autorevolezza, divenendo una specie di ricercato roman-
zo esistenzialista. Questo significa che spesso conosciamo gli autori
delle letterature straniere solo in quanto autori tradotti fuori del
contesto di ricezione. Questa condizione inevitabile della letteratura

97
MANUALE DI TRADUZIONE

tradotta è assolutamente determinante per la ricezione del romanzo


nordamericano contemporaneo e per il suo costituirsi come modello
per la più recente narrativa italiana. Un modello che è anche lingui-
stico e, come abbiamo visto, impone alla scrittura una sorta di lin-
gua della traduzione.

2.6
Ideologia

Cosa ha a che fare l’ideologia con la traduzione? Nulla o quasi, se si


crede che tradurre equivalga a riprodurre fedelmente il messaggio
originale e tutte le sue funzioni, un po’ come il copista di Cervantes
visto nei PARR. 2.1 e 2.2. Moltissimo, se si tiene conto del fatto che
nella gran parte dei progetti di traduzione si devono prendere deci-
sioni e risolvere problemi complessi utilizzando la fantasia, l’esperien-
za e l’intelligenza. Noi crediamo che sia questo secondo caso a dire la
verità sull’esperienza reale dei traduttori. In altri termini, l’oggetto di
un’ideologia della traduzione dipende dalla prospettiva teorica adot-
tata e da ciò che la ricerca effettivamente intende dimostrare. Per
usare un’immagine, l’ideologia arde come una fiamma dentro tutto il
lavoro intellettuale, quindi anche dentro la traduzione; ma non basta
vedere che il fuoco arde, occorre anche capire se ci riscalda o se in-
vece finirà per bruciarci. E questo dipende da cosa gli sta intorno,
ovvero la teoria che lo delimita, e da che uso se ne vuole fare, ovvero
le finalità della ricerca.
Che l’ideologia abbia un’influenza sul lavoro del traduttore non è
una novità. Secondo Fawcett «nel corso dei secoli, gli individui e le
istituzioni hanno applicato le proprie credenze al fine di produrre
certi effetti in traduzione» 29. L’autore sottolinea anche il fatto che «è
possibile riscontrare un approccio ideologico alla traduzione in alcuni
dei più antichi reperti di traduzione a noi noti» 30. Nella stessa dire-
zione Schäffner ha ricordato che le traduzioni sono inevitabilmente
ideologiche perché «la scelta di un testo fonte e l’utilizzo che si fa in
seguito del testo di destinazione sono determinati dagli interessi, dagli
scopi e dagli obiettivi di un agente sociale» 31.

29. «Throughout the centuries, individuals and institutions applied their particu-
lar beliefs to the production of certain effects in translation» (Fawcett, 1998, p. 107).
30. «An ideological approach to translation can be found in some of the earliest
examples of translation known to us» (ivi, p. 106).
31. «The choice of a source text and the use to which the subsequent target text
is put are determined by the interests, aims, and objectives of social agents» (Schäffner,
2003, p. 23).

98
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

La Schäffner (2003) sottolinea:

Gli aspetti ideologici [...] si possono manifestare internamente al testo stesso


a livello lessicale o grammaticale. Nel primo caso, per esempio, si riflettono
nella deliberata preferenza od omissione di una certa parola [...]; nel secon-
do, nell’utilizzo di strutture impersonali per evitare di esprimere l’agente. Gli
aspetti ideologici possono essere più o meno espliciti a livello testuale a se-
conda dell’argomento, del tipo di testo e degli scopi comunicativi 32.

Anche Christiane Nord (2003) ha notato che le decisioni traduttive


sono condotte, consciamente o inconsciamente, da motivazioni ideo-
logiche. Queste sono determinanti nel definire gli obiettivi, nell’indi-
viduare le strategie traduttive e le norme.
Sappiamo che gli eventi traduttivi sono regolati da un insieme di
norme più o meno esplicite, come, per esempio, “non aggiungere né
togliere nulla rispetto all’originale” o come quelle che Berman ha
chiamato tendenze deformanti e che abbiamo preso in considerazione
nel PAR. 1.6. Queste norme sono costrutti sociali e culturali, e quindi
hanno inevitabilmente un riflesso ideologico. Ad esempio non c’è
nulla che vieti di tagliar via quello che non ci piace da un originale.
Anzi, parlando del periodo detto delle belles infidèles (cfr. PAR. 2.3.2)
abbiamo visto che esistono dei momenti nei quali la norma era pro-
prio questa: i lettori dell’epoca si aspettavano che il traduttore adat-
tasse il testo straniero ai loro gusti e apprezzavano questa opera di
prelavaggio. Un caso citato spesso è quello di Antoine Houdar de la
Motte (1672-1731). Sebbene non conoscesse il greco, nel 1714 la
Motte utilizzò una traduzione dell’Iliade apparsa quindici anni prima
per farne un’altra in versi. Nell’introduzione a questa traduzione,
l’autore francese ebbe a dire del suo modo di lavorare: «Mi sono pre-
so la libertà di cambiare ciò che non considero di gusto» 33. E infatti
sembra che la sua versione escluda tutte le parti sanguinose e cruente
del poema che avrebbero offeso la sensibilità dei lettori che la Motte
aveva in mente.
Non si deve condannare la Motte solo perché “traduceva” da una
lingua che non conosceva, o perché si sentisse in diritto di migliorare

32. «Ideological aspects can [...] be determined within a text itself, both at the
lexical level (reflected, for example, in the deliberate choice or avoidance of a particu-
lar word [...]) and the grammatical level (for example, use of passive structures to
avoid an expression of agency). Ideological aspects can be more or less obvious in
texts, depending on the topic of a text, its genre and communicative purposes»
(ibid.).
33. «J’ai pris la liberté d’y changer ce qui j’y trouvais de désagréable».

99
MANUALE DI TRADUZIONE

l’originale anche se si tratta di un testo sacro della nostra tradizione.


Ricordiamo che l’autore era già membro dell’Académie Française da
cinque anni quando compariva la sua Iliade depurata e quindi era
una personalità importante nel suo ambiente. I suoi atteggiamenti sa-
rebbero criticati oggi, ma erano una strategia possibile nel dibattito
culturale di Parigi a cavallo fra il Seicento e il Settecento. In partico-
lare, il periodo era marcato dalla cosiddetta Querelle des Anciens et
des Modernes, nata proprio in seno all’Académie. Come a questo
punto sarà chiaro a tutti, la Motte era un sostenitore dei moderni e la
sua strategia di traduzione si deve intendere come il rinnovamento
del testo classico per antonomasia.
Questa storia conferma che le norme traduttive sono costrutti cul-
turali e non leggi di natura, di conseguenza è scontato che cambino
con una certa frequenza, in rapporto dialettico con gli altri discorsi
che circolano nella cultura. Prendiamo per esempio l’altra norma mo-
derna che prevede di non attribuire un testo tradotto ad altri se non
all’autore dell’originale. Questa norma riflette e rafforza l’ideologia
oggi prevalente, secondo la quale anche gli oggetti immateriali come
una canzone o una poesia hanno un proprietario così come ce l’han-
no una casa o un’automobile. Ma le cose non stanno così da sempre:
il concetto di proprietà è esso stesso un costrutto culturale e più an-
cora quello di proprietà intellettuale. E infatti Chaucer si sentiva libe-
ro di tradurre i sonetti italiani senza necessariamente informare i suoi
lettori che stavano leggendo una traduzione. E anche chi l’avesse sco-
perto autonomamente non avrebbe reagito male, perché nel Medioe-
vo si riteneva che da un certo punto di vista le parole e le idee fos-
sero di tutti (un’idea che sta riprendendo forza oggi nell’era della co-
noscenza: si veda http://creativecommons.org/; il sito adattato al di-
ritto italiano è http://www.creativecommons.it/). A questo proposito
Lawrence Venuti (1998, trad. it. p. 63) ha dimostrato molto chiara-
mente che «la storia del diritto d’autore mostra come i traduttori di
un tempo non soffrissero delle stesse limitazioni giuridiche dei loro
successori di oggi» 34.
Non pensiamo che occorra aggiungere altro: l’idea stessa di tradu-
zione e le norme che la regolano sono oggetti culturali che entrano
nel più ampio discorso ideologico nel quale vivono. E quindi, da que-
sti punti di vista, l’ideologia ha molto a che fare con la traduzione.
Tuttavia il quadro non è ancora completo, perché – come abbiamo

34. «The history of copyright shows that earlier translators did not suffer the
same legal limitations as their successor today» (ed. or. p. 49).

100
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

cercato di dimostrare nel PAR. 2.1.9 – qualsiasi discorso sulla tradu-


zione si deve articolare su tre grandi dimensioni: i suoi presupposti,
gli eventi traduttivi e le norme vigenti in un certo punto del continuo
spaziotemporale. La ricerca deve osservare quindi anche le altre di-
mensioni, cioè i presupposti, che sono entità generali come le norme,
e gli effetti ideologici degli eventi traduttivi, che invece sono entità
particolari. Si aprono molte linee di indagine interessanti su questo
piano che ha motivato un certo sviluppo della ricerca negli ultimi
dieci anni su temi come quelli legati all’ideologia e al potere. Possia-
mo ricordare fra gli altri il già citato Venuti (1995, 1998); Álvarez e
Vidal (1996); Hermans (2002); Tymoczko e Gentzler (2002); Calzada-
Pérez (2003). L’interesse è tale che ha portato ad esempio Tymoczko
e Gentzler a parlare di un power turn dopo il cultural turn, negli stu-
di sulla traduzione:

L’argomento che ha dato la spinta decisiva verso le nuove direzioni che i


translation studies hanno preso a partire dalla ‘svolta culturale’ [dei primi
anni novanta] è il potere. In ambito post-strutturalista e post-coloniale, il
dibattito si è concentrato sempre di più sull’agency: dato che tutti noi sia-
mo già plasmati dai discorsi dell’epoca nella quale viviamo, come è possibi-
le operare dei cambiamenti nella cultura? Come si fa a ridurre le distanze
culturali e quindi a esperire qualcosa di nuovo o di diverso? [...] Che tipo
di impatto ha la traduzione sul cambiamento culturale? In quali circostanze
le traduzioni hanno l’impatto maggiore? Quali sono le forme di traduzione
che hanno l’effetto maggiore? E come si lega tutto ciò all’egemonia, alla ri-
vendicazione e alla resistenza culturali; in breve al potere? In un certo sen-
so, tali questioni vogliono dire che la ‘svolta culturale’ dei translation stu-
dies è diventata una ‘svolta di potere’; le tematiche legate al potere sono
uscite alla ribalta del dibattito sulla storia della traduzione e sulle strategie
traduttive 35.

35. «The key topic that has provided the impetus for the new directions that
translation studies have taken since the ‘cultural turn’ [of the early nineties] is power.
In poststructuralist and postcolonial fields, discussions have increasingly focused on
agency: given that we are always already formed by the discourses of the age in which
we live, how can anyone effect cultural change? How can we bridge cultural gaps so
as to experience anything new or different? [...] What sort of impact does translation
have on cultural change? Under what circumstances do translations have most im-
pact? What forms of translation are most successful? And how does all this relate to
cultural dominance, cultural assertion, cultural resistance – in short to power? In a
sense, such questions as these have meant that the ‘cultural turn’ in translation studies
has become the ‘power turn’, with questions of power brought to the fore in discus-
sions of both translation history and strategies for translation» (Tymoczko, Gentzler,
2002, p. XVI).

101
MANUALE DI TRADUZIONE

In realtà già a partire dagli anni ottanta André Lefevere aveva propo-
sto il tema dell’ideologia come centro di interesse per i translation
studies in una linea molto vicina a Michel Foucault (1978-85) per il
quale i discorsi costituiscono un sistema complesso e instabile in cui
possono essere strumento ed effetto del potere ma anche punto di
partenza per una strategia opposta. Lefevere sottolineava che la tra-
duzione: «apre la strada a ciò che si può chiamare sia sovversione che
trasformazione, a seconda di dove si collocano i custodi della poetica
e dell’ideologia dominanti» 36. Assieme a Susan Bassnett (1991a,
1991b; Bassnett, Lefevere, 1990), Lefevere ha ricordato che, se ogni
traduzione è un tipo di riscrittura, le motivazioni per riscrivere sono
spesso ideologiche. L’ideologia è intesa in questo senso come l’insie-
me di forme, convenzioni e credenze dalle quali partono le nostre
azioni. In questo senso l’aspetto ideologico indirizza le scelte degli
autori e le forme che adottano. Nel caso della traduzione questo è ad
esempio mostrato da Lefevere (1992a) con il caso della traduzione
del Diario di Anna Frank in tedesco confrontato con la versione ori-
ginale in olandese del 1947. Lefevere nota che molte delle diversità
fra le due versioni e le omissioni della versione tedesca dipendono
essenzialmente da aspetti ideologici.
Lefevere sottolinea che esistono meccanismi interni ed esterni che
controllano il sistema letterario. Quelli interni appartengono a critici,
interpreti, professori e traduttori che determinano la marginalità di
un’opera in quanto non letteratura o non gradita all’ideologia domi-
nante. Quelli esterni sono quelli delle persone e delle istituzioni che
controllano la produzione e ricezione della letteratura, che Lefevere
chiama patronage o “mecenatismo”. Il mecenatismo implica un com-
ponente ideologico che riguarda la forma e il contenuto dell’opera,
uno economico che riguarda le vie con cui si forniscono mezzi di sus-
sistenza all’artista, uno di status con il quale l’artista che accetta il
sistema dominante entra a far parte dell’élite sociale. In questo modo:
«Accettare il mecenatismo presuppone che uno scrittore o un riscrit-
tore operi entro i parametri stabiliti dai mecenati e che abbia la vo-
lontà e la capacità di legittimare lo status e il potere dei mecenati
stessi» 37.

36. «Opens the way to what can be called both subversion and transformation,
depending on where the guardians of the dominant poetics, the dominant ideology
stand» (Lefevere, 1985, p. 225).
37. «Acceptance of patronage implies that writers and rewriters work within the
parameters set by their patrons and that they should be willing and able to legitimize
both the status and the power of those patrons» (Lefevere, 1992a, p. 18).

102
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

Il sistema impone dunque degli obblighi che coinvolgono il lin-


guaggio stesso in cui un’opera è scritta, le convenzioni del testo, i
generi letterari, l’universo del discorso (cioè le conoscenze che riguar-
dano un certo periodo a cui fa riferimento uno scrittore). Da questo
deriva anche l’importanza delle istituzioni fra le quali è centrale il si-
stema educativo che, in perfetto accordo con Althusser per il quale
esso è uno degli apparati ideologici dello Stato, non fanno altro che
legittimare una certa ideologia della traduzione.
Dei primi anni novanta è anche un libro di notevole interesse
di Niranjana (1992) sulle relazioni fra la traduzione e l’ideologia.
Per Niranjana la traduzione è uno dei campi più importanti per
studiare il modo in cui nell’ambito postcoloniale i rapporti fra cul-
ture finiscano per costituirsi secondo una serie di asimmetrie (cfr.
anche Bassnett, Trivedi, 1999) 38. Ogni cultura è portatrice di un
insieme di valori impliciti che ne costituiscono la sua ideologia e
questi valori passano inevitabilmente nel momento in cui un testo
viene tradotto. Si tratta di una forma di dissimulazione che attra-
verso concetti come quello di fedeltà fa passare per oggettiva una
particolare prospettiva. Derrida (2006) ne parlerebbe come un tipo
di menzogna.
«Formano un certo tipo di soggetto, presentando una versione
particolare del colonizzato, la traduzione pone in essere concetti asso-
lutamente generali di realtà e rappresentazione. Tali concetti, e ciò
che ci consentono di presupporre, nascondono totalmente la violenza
che accompagna la costruzione del soggetto coloniale» 39.
La traduzione dunque è un mezzo per costruire una determinata
rappresentazione del soggetto, ad esempio offrendo interpretazioni
già costituite del colonizzato e in questo modo dando forma a una
certa rappresentazione del mondo. Così la traduzione ha svolto un
ruolo determinante nel costituire un’immagine determinata dell’O-
riente che è funzionale ai rapporti che l’Occidente ha stabilito con
quel mondo.
Più recentemente in un volume sull’ideologia nei translation stu-
dies, Maria Tymoczko (2003) ha preso in considerazione la “posizio-

38. Sul rapporto fra traduzione e la realtà postcoloniale delle Filippine cfr. Stec-
coni (1995-96, 1999) e Stecconi e Torres Reyes (1997).
39. «In forming a certain kind of subject, in presenting particular versions of the
colonized, translation brings into being overarching concepts of reality and represen-
tation. These concepts, and what they allow us to assume, completely occlude the
violence that accompanies the construction of the colonial subject» (Niranjana, 1992,
p. 2).

103
MANUALE DI TRADUZIONE

ne” del traduttore. Partendo da una prospettiva di derivazione polisi-


stemica, Tymoczko ha ricordato che un traduttore lavora all’interno di
quel sistema particolare che è il linguaggio, ma andando al di là dei
limiti di uno specifico sistema i traduttori entrano in un sistema più
ampio. La traduzione dunque si colloca in uno spazio speciale che è
quello di ogni esistenza di confine. In questo spazio esiste un intreccio
dei vari atti linguistici del testo di partenza con gli atti linguistici che
la traduzione stessa indirizza al contesto di ricezione. L’ideologia si
mostra proprio nelle discrepanze fra questi due momenti. Tymoczko
aggiunge inoltre che «l’ideologia della traduzione risiede non solamen-
te nel testo tradotto ma anche nella voce e nella posizione assunte dal
traduttore e nella sua pertinenza rispetto ai ricettori» 40.
L’importanza acquisita da temi come quello dell’ideologia e del po-
tere ha condotto alcune linee di ricerca a occuparsi di traduzione e
genere (sullo sviluppo di quest’ambito cfr. Louise Von Flotow, 1997,
2001). In questo senso è emblematico il lavoro di Sherry Simon che ha
proposto una sorta di alleanza fra studi femministi e translation studies:

I translation studies sono stati sospinti da molti dei temi centrali del femmi-
nismo: la sfiducia verso le gerarchie tradizionali e i ruoli di genere, il forte
sospetto delle regole che definiscono la fedeltà e un atteggiamento critico
verso canoni universali di significato e valore. Il femminismo e la traduzione
si occupano entrambi di come viene definita e canonizzata la ‘secondarietà’;
entrambi sono strumenti per comprendere criticamente la differenza così
come viene rappresentata nel linguaggio. Le questioni più pressanti in en-
trambi i campi restano le seguenti: come si esprimono nel linguaggio le diffe-
renze sociali, sessuali e storiche e come si possono trasferire queste diffe-
renze da una lingua all’altra? 41

In opposizione alla tradizione che colloca tanto il traduttore come la


donna al fondo della gerarchia sociale, Simon prende in considerazio-
ne quei progetti di traduzione in cui il richiamo identitario acquista

40. «The ideology of translation resides not simply in the text translated, but in
the voicing and stance of the translator, and in its relevance to the receiving audien-
ce» (Tymoczko, 2003, pp. 182-3).
41. «Translation studies have been impelled by many of the concerns central to
feminism: the distrust of traditional hierarchies and gendered roles, deep suspicion of
rules defining fidelity, and questioning universal standards of meaning and value. Both
feminism and translation are concerned by the way “secondariness” comes to be defi-
ned and canonized; both are tools for critical understanding of difference as it is re-
presented in language. The most compelling questions for both fields remain: how are
social, sexual and historical differences expressed in language and how can these dif-
ferences be transferred across languages?» (Simon, 1996, pp. 8-9).

104
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

un valore politico. È il caso delle traduzioni di Barbara Godard o di


Susanne de Lotbiniere-Hartwood, così come di alcune traduttrici del
passato.
Crediamo che questi contributi siano significativi per collocare la
traduzione nella giusta prospettiva. È anzi uscendo dai limiti disci-
plinari (anche intesi nei termini di una interdisciplina) che la tradu-
zione può offrire un contributo centrale allo studio dei processi cul-
turali (cfr. Arduini, 2004a, 2004b). Così il campo della traduzione
può essere importante per una prospettiva critico-culturale perché
permette di osservare in una situazione limite il modo in cui si com-
pongono i nessi fra ideologia, cultura e linguaggio. In questo quadro
è necessario prestare ancora attenzione al lavoro di Henri Meschon-
nic. Come abbiamo sottolineato, uno degli obiettivi di Meschonnic è
quello di evitare alcuni dualismi tradizionali che caratterizzano la tra-
duzione, dualismi che costituiscono l’ideologia occidentale della tra-
duzione. Ad esempio il dualismo fondato sulla necessità di una scelta
fra il contenuto e la forma di un testo (con tutte le varianti termino-
logiche moderne), o quello fra la lingua di partenza e quella di arrivo.
Tradurre significa compiere un’azione segnica che non è proficuo (né
forse possibile) trattare in termini di una dicotomia. Il segno si svi-
luppa nell’ambiente in cui sorge e, a un certo punto, può passare a
un diverso sistema semiotico grazie alla traduzione. Tuttavia, in que-
sto passaggio la crescita del segno non si interrompe, ma procede nel
continuo e tale continuità si può ravvisare proprio in ciò che il segno
fa a chi lo interpreta, soprattutto a chi ne gode esteticamente.
Gli effetti del segno sono importanti per Meschonnic (1999) in
una prospettiva che pone come necessario un ripensamento di con-
cetti come quelli di identità e alterità. La traduzione è infatti un’atti-
vità in cui il rapporto fra questi due termini viene messo in gioco
costantemente e che obbliga a tener conto del fatto che anche essi
siano costrutti ideologici. Se infatti tradurre significa ricondurre l’e-
straneità alla propria identità, assimilandola, l’altro non vivrà che nel
proprio annullamento: «il testo tradotto dà l’impressione di essere
stato scritto nella lingua di destinazione. Nella misura in cui sparisce
qualsiasi alterità, la trasparenza assoluta fa in modo che la traduzione
come tale diventi invisibile. La cancellazione dell’altro in quanto altro
sarà tale che verrà cancellata anche questa cancellazione» 42.

42. «Le texte traduit donnant l’impression d’avoir été écrit dans la langue d’arri-
vée, cette transparence absolute ferait que la traduction serait invisible comme telle,
dans la mesure où toute altérité aurat disparu, et l’effacement de l’autre comme autre
serait tel que cet effacement lui-même serait effacé» (Meschonnic, 1999, p. 191).

105
MANUALE DI TRADUZIONE

La traduzione dunque obbliga a riconsiderare il ruolo dell’ideolo-


gia della costruzione del rapporto fra alterità e identità. La traduzio-
ne infine rimette in gioco la concezione stessa del linguaggio come
unità, sostituendola con quella di attività in movimento costante, so-
stanzialmente polimorfica ed eterogenea.
Direi che è possibile considerare queste idee un punto di parten-
za per una riflessione sulla traduzione. Abbiamo già sottolineato che
Lawrence Venuti (1995, 1998) ha notato la relazione fra traduzione,
identità ed eterogeneità. Si tratta di una prospettiva che ha delle con-
seguenze sull’idea di testo. Siamo abituati a pensare che un testo sia
un’entità omogenea e che esprima in modo lineare ciò che un indivi-
duo, il suo autore, ha in mente. Se invece si accetta questa visione
della lingua come dialettica di varietà egemoni e subordinate, allora
l’immagine cambia. Qualsiasi testo prodotto in una cultura diventa
anch’esso un terreno di gioco per i materiali linguistici e culturali più
diversi. Anche i testi canonici nascono in questo modo, è solo più
tardi, appunto nel processo di canonizzazione, che gli aspetti eteroge-
nei vengono messi in ombra a favore degli aspetti omogenei. Un testo
letterario mette in moto forme collettive che per la loro stessa natura
destabilizzano il significato. Si tratta delle forme collettive rappresen-
tate dalla tradizione entro cui un testo è collocato, che hanno storie e
origini diverse.
Come abbiamo detto più volte, parlare di linguaggio significa par-
lare anche di culture, e dunque, se le lingue sono eterogenee, ciò vale
anche per le culture. Inevitabilmente, questo fatto costituisce un pro-
blema per il traduttore, perché quando traduciamo tendiamo a cerca-
re un punto di riferimento fisso. Ogni volta che ci chiediamo “Come
si dice in italiano questa cosa?”; presupponiamo un campo omogeneo
e siamo mossi dalla fiducia che quella cosa “si dica” in un modo solo,
o comunque che ci sia un modo per dirla più corretto o più giusto di
altri. In altre parole, tradurre è il tentativo di costruire un profilo alle
nostre identità culturali. Tuttavia, come abbiamo visto, le nostre iden-
tità culturali sono fatte di molti elementi diversi e per di più cambia-
no nel tempo. Ha dunque ragione Hall (2002) quando scrive che le
identità sono il frutto di molti discorsi e di pratiche sociali diverse e
antagoniste. Possiamo allora concludere che non esiste un nucleo sta-
bile delle identità culturali e che pertanto non è nemmeno possibile
recuperare i valori originali o autentici di un’identità. Le identità
sono piuttosto rappresentazioni instabili che mettono in gioco relazio-
ni in continua trasformazione. Non abbiamo a che fare con essenze
definite, ma con prodotti policentrici e in definitiva ibridi.
Ma cosa significa ibrido? Direi che si potrebbe trovare l’origine

106
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

del concetto nell’ambito di alcune scienze naturali, e che da qui esso


si trasferisce negli studi culturali. Ad esempio di culture ibride parla,
in un libro importante intitolato Culturas híbridas, García Canclini
(2001). In quest’ambito però, parlare di ibridazione può far pensare
che il processo di ibridazione sia la conseguenza di un incontro fra
realtà pure che si incrociano, divenendo di conseguenza ibride. Pen-
siamo che si tratti di un punto di vista parziale, perché presuppone
culture pure, mentre, come s’è detto, l’ibridazione è una caratteristica
di ogni cultura e anzi può essere considerata come il motore stesso
della formazione di culture, la dinamica interna che le costituisce at-
traverso continui contatti e riformulazioni. Quando parliamo di ibri-
dazione allora, intendiamo il processo di traduzione e riscrittura che
le culture fanno sulla propria identità, non il contatto fra culture che
erano pure. In altri termini ogni cultura, come ogni lingua, è ibrida;
è, come s’è detto nel primo capitolo, un polisistema in cui i diversi
sistemi hanno origini differenti e si relazionano secondo regole che
cambiano continuamente.
Nell’ambito della letteratura si parla ad esempio di letteratura
ibrida soprattutto riferendosi alle letterature postcoloniali (cfr. Alber-
tazzi, 2004). Ma il concetto si sta progressivamente espandendo an-
che alle letterature della vecchia Europa, penso in particolare alla let-
teratura italiana e alla narrativa contemporanea soprattutto. Si tratta
di un ibridismo che non è semplicemente il prodotto estetico di un
contatto culturale, ma piuttosto di una ridefinizione della tradizione e
dei testi canonici come risultato di un ampliamento dei confini cultu-
rali. Ma non si tratta di un evento solo contemporaneo. Abbiamo vi-
sto che la narrativa italiana è stata attraversata da questo processo di
ibridazione almeno dalle sue origini, in cui la contaminazione e la tra-
duzione hanno giocato un ruolo determinante. La narrativa italiana è
una letteratura ibrida perché è il risultato di un flusso continuo di
scambi in cui la tradizione autoctona ha giocato un ruolo all’interno
del polisistema allo stesso livello di molte altre tradizioni che in certi
momenti storici hanno anzi avuto un ruolo dominante imponendo
modelli e canoni, come sta avvenendo ora per i modelli nordameri-
cani.
Parlare di culture ibride dunque, non vuol dire parlare di un pro-
dotto contaminato che in partenza era puro o originale, allo stesso
modo in cui non possiamo parlare di lingue pure. In questo senso la
nozione di ibridismo è molto utile nel caso della traduzione, perché
ci fa comprendere che le culture e le lingue sono il risultato dell’inte-
razione di valori diversi e a volte, come direbbe Eco (2003a), di una
negoziazione.

107
MANUALE DI TRADUZIONE

Ibridismo è anche un concetto che permette di descrivere quelle


diverse strategie che, come nel caso della traduzione, presiedono alla
riformulazione delle identità. Si pensi alle contaminazioni dei codici e
dei testi che appartengono alle culture tradizionali con il mondo con-
temporaneo. Ad esempio, in area latinoamericana troviamo aspetti
della tradizione che vengono riformulati nell’ambito del contesto di
derivazione europea. Tali aspetti per riuscire a essere decifrabili deb-
bono integrare i gusti occidentali. Ma questi non sono altro che delle
reti interpretative dell’alterità, delle strategie di interpretazione cultu-
rale che riflettono un modo di lettura di quella tradizione. Questo
significa ad esempio che qualunque operazione letteraria o culturale
di tipo “indigenista” può realizzarsi solo entro un contesto di conta-
minazione.
Queste considerazioni ci permettono di pensare la traduzione
come uno dei temi centrali nel dibattito contemporaneo e di affron-
tarla con uno sguardo teorico rinnovato. Una prospettiva che va al di
là di come la teoria è stata molte volte intesa nei decenni precedenti,
e che si richiama alla possibilità di interrogarsi su alcune questioni di
fondo senza rifugiarsi nel puro descrittivismo. Da questo punto di vi-
sta la “teoria” opera ogni volta che le premesse di un discorso “scien-
tifico” non sono più accettate. Fare teoria è in qualche modo una di-
chiarazione di opposizione, fondamentalmente sovversiva, che solo l’i-
stituzione accademica trasforma poi in metodo. La teoria viene dun-
que prima dell’istituzione, anzi, spesso questa tende a marginalizzarla
o a inglobarla per renderla innocua. In questo senso teoria corrispon-
de al senso più vero di critica, con tutto ciò che di militante questo
termine porta con sé. E la critica è il modo in cui è possibile deco-
struire le ideologie. Se la prima enuncia le condizioni di possibilità di
una pratica, le seconde la legittimano dissimulandone le condizioni.
L’ideologia infatti indirizza le nozioni di cultura e di produzione di
segni.
Già Bachtin lo aveva notato quando osservava: «il campo dell’i-
deologia coincide con il campo dei segni: essi si equivalgono. Ovun-
que sia presente un segno, è presente anche l’ideologia. Tutto ciò che
è ideologico possiede un valore semiotico» (Vološinov [Bachtin],
1976, p. 59).
Per Bachtin l’ideologia è «l’espressione dei rapporti materiali de-
gli uomini, dove “espressione” non significa soltanto interpretazione
o ripresentazione, ma anche organizzazione e regolamentazione di
questi rapporti» (Ponzio, 1992, p. 148; sul ruolo dell’ideologia cfr.
anche Ponzio, 2005, cap. 20). In questo senso l’ideologia per Bachtin
non è semplicemente falsa coscienza o mistificazione (nel senso del

108
2. UN DECALOGO PER IL TRADUTTORE CRITICO E CONSAPEVOLE

giovane Marx), quanto piuttosto «l’insieme dei riflessi e delle inter-


pretazioni della realtà sociale e naturale che avvengono nel cervello
dell’uomo e sono esposte per mezzo di parole o altre forme segni-
che» (Ponzio, 1992, p. 150). Per Bachtin dunque possiamo parlare di
un’ideologia della scienza così come di ideologia borghese o proleta-
ria. L’ideologia è allora l’insieme di concezioni determinato dagli inte-
ressi di un gruppo sociale che in base a un sistema di valori costrui-
sce i comportamenti e le credenze sia di quel gruppo sociale che de-
gli altri gruppi sociali quando il sistema di valori diventa l’ideologia
dominante. Per Bachtin l’ideologia è inseparabile dai segni, «fuori di
questo materiale segnico non solo è inconcepibile l’esistenza delle
ideologie come prodotti, ma il medesimo processo di creazione ideo-
logica, di produzione delle ideologie, che avviene esso stesso attra-
verso l’impiego di materiali segnici» (ivi, p. 156). In questo senso i
segni non sono solo un rivestimento dei materiali ideologici, essi sono
il materiale ideologico. In direzione analoga Ferruccio Rossi Landi
(2005, p. 266) ha scritto:

quando si parla di ideologia si sta necessariamente parlando anche di lin-


guaggio, e viceversa [...]. Senza lo sviluppo del linguaggio non ci sarebbe
ideologia [...]. La macchina del linguaggio è dunque interna all’ideologia: un
po’ come la macchina della respirazione è interna all’organismo [...]. Da tut-
to ciò segue che quando si dice qualcosa sull’ideologia, ipso facto, si dice
qualcosa sul linguaggio; e viceversa.

La traduzione entra proprio là dove l’ideologia si costituisce come


modello di una cultura, nel rapporto fra linguaggio e mondo, dichia-
rando questo come costruzione del primo e il linguaggio un costrutto
ideologico. La traduzione, in quanto ha a che fare con il materiale
linguistico, inevitabilmente ha a che fare con il materiale ideologico.
In realtà ciò che è messo in gioco dalla trasformazione segnica pro-
dotta dalla traduzione sono proprio le ideologie delle diverse culture.
Inoltre è indubitabile che esista un’ideologia propria dell’attività del
tradurre, ed è ragionevole affermare che questa sia intermedia rispet-
to alle diverse culture; un’intercultura, appunto (cfr. Pym, 2000).
Dunque la traduzione porta con sé inevitabilmente un confronto
con i concetti condivisi da una determinata cultura, perché questi
sono comunque una costruzione ideologica operata attraverso il lin-
guaggio. La traduzione mostra inoltre i limiti del linguaggio, scopre
che dietro di esso non c’è un mondo già definito e ordinato, ma un
costrutto ideologico. Potremmo allora ripensare la teoria della tradu-
zione intendendola come critica delle ideologie. In campo letterario,

109
MANUALE DI TRADUZIONE

come ha ben messo in evidenza Antoine Compagnon (2000) 43, que-


sta idea è chiara a partire da Baudelaire e Mallarmé. Nel campo delle
scienze umane e sociali questa è stata una parte della storia epistemo-
logica del Novecento. La riflessione teorica è stata la critica delle
ideologie dominanti e in questa direzione i suoi frutti sono stati la
messa in discussione dei presupposti della cultura condivisa, e spesso
della stessa cultura occidentale. E credo che oggi più che mai sia ne-
cessaria una riflessione che proprio prendendo spunto dalla traduzio-
ne guardi al mondo con l’occhio sovversivo della teoria (cfr. Arduini,
2006).

43. Per una prospettiva diversa e importante cfr. Bottiroli (2006).

110
3
I mestieri della semiosi traduttiva

3.1
Introduzione

Nessuno può affermare dalle pagine di un libro o da un insegna-


mento universitario di conoscere con precisione tutte le sfaccettatu-
re del mestiere del traduttore o dell’interprete. Oggi chi impara a
fare ciò che le autorità italiane hanno deciso di chiamare “mediazio-
ne linguistica” non finisce necessariamente a fare il traduttore per
una casa editrice oppure l’interprete con la cuffia in testa dentro
una cabina di una sala congressi. Qui si apre una potenziale con-
traddizione: se nessuno conosce bene tutte le pratiche professionali
che hanno a che fare con ciò che abbiamo chiamato semiosi tradut-
tiva, cosa si insegna nelle scuole e nei corsi di laurea che offrono
indirizzi di mediazione linguistica? Cosa si scrive nelle pubblicazioni
accademiche dei translation studies? Di cosa parlano i traduttologi
nei loro convegni in giro per il mondo? Spero che ciò che stiamo
per dire non appaia a sua volta contraddittorio, ma ci sentiamo di
affermare che i traduttologi hanno molte cose interessanti da dire e
una di queste è il fatto che i translation studies e le professioni col-
legate stanno trasformandosi con tanta velocità che, come abbiamo
visto nel PAR. 2.1, la forza centripeta fra poco non sarà sufficiente a
tenere insieme il discorso.
Nella nostra proposta per prevenire questo rischio di frammenta-
zione è importante il concetto di semiosi traduttiva che abbiamo uti-
lizzato nel corso di questo manuale. Tuttavia siamo consapevoli che
si tratta di una risposta intellettuale, valida soprattutto per gli am-
bienti accademici, mentre la traduzione orale e scritta non dà lavoro
solo ai professori che la studiano e la insegnano ma anche a molta
altra gente. Quanta gente di preciso? Purtroppo, i dati di buona
qualità scarseggiano e le risposte a domande come queste sono de-
stinate a restare piuttosto vaghe, almeno per ora. Non si tratta di un

111
MANUALE DI TRADUZIONE

problema nostro né tantomeno di un problema solamente italiano; la


comunicazione pubblicata dalla Commissione europea alla fine del
2005 e dedicata al multilinguismo nell’Unione europea contiene que-
sta ammissione: «Mentre l’industria delle lingue europea e il suo po-
tenziale occupazionale sembrano registrare una crescita, non esistono
ancora organizzazioni in grado di elaborare norme per il settore spe-
cifico o di fornire dati affidabili sulle sue dimensioni» (Commissione
europea, 2005, Sezione III.4, Professioni e industrie del settore lingui-
stico, p. 11).
A noi qui interessano meno le norme che i dati, per i quali il do-
cumento comprende una stima in nota: «le 20 maggiori imprese a li-
vello mondiale fornitrici di servizi di traduzione impiegano oltre
10.000 persone e hanno un introito annuo di 1.200 milioni di euro; si
calcola che due quinti dell’attività si svolgono nell’Unione europea»
(ibid.).
Occorre fare attenzione al linguaggio usato: questa stima si riferi-
sce esclusivamente agli occupati nelle principali imprese di traduzio-
ne; gli occupati che si servono della semiosi traduttiva come cono-
scenza e abilità principale nel lavoro sono molti, ma molti di più. In-
fatti la semiosi traduttiva riguarda un numero sempre crescente di
mestieri; ma quali di preciso? La stessa comunicazione della Commis-
sione avanza questa opinione: «Per industrie del settore linguistico
s’intendono traduzione, assistenza redazionale, correzione di bozze,
précis-writing, interpretazione, terminologia, tecnologie linguistiche
(trattamento dei segnali vocali, riconoscimento vocale e sintesi), for-
mazione linguistica, insegnamento delle lingue, certificazione, convali-
da e ricerca linguistiche» (ivi, pp. 11-2).
Si direbbe che questo elenco rappresenti il nocciolo delle profes-
sioni linguistiche. Il documento prosegue poi così: «[l]a definizione
delle professioni linguistiche sta inoltre assumendo contorni più sfu-
mati: linguisti, traduttori o interpreti sono chiamati infatti a svolgere
una serie di lavori polivalenti che implicano il possesso di competen-
ze linguistiche [...] anche nei settori vendita, logistica, sottotitolazio-
ne, pubbliche relazioni, marketing, comunicazione, cinema, pubblici-
tà, giornalismo, banche, turismo ed editoria» (ivi, p. 12).
Quindi abbiamo qualcosa come due cerchi concentrici: al centro
le professioni propriamente linguistiche e attorno a esse altri lavo-
ri legati in maniera più indiretta al “possesso di competenze lingui-
stiche”.
Nella realtà italiana, l’Associazione italiana traduttori e interpreti,
la principale organizzazione professionale nazionale, popola ciò che
abbiamo chiamato il cerchio interno come segue:

112
3. I MESTIERI DELLA SEMIOSI TRADUTTIVA

– traduttori tecnico-scientifici;
– traduttori-adattatori;
– servizi di consulenza;
– traduttori per l’editoria;
– interpreti di trattativa;
– interpreti di conferenza e chuchotage 1.
Anche il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca si
è trovato a dover definire i mestieri corrispondenti alla classe delle
lauree in scienze della mediazione linguistica che viene rilasciata da
31 diversi atenei italiani e ai diplomi delle 21 scuole superiori per
mediatori linguistici riconosciute dal ministero stesso (gli elenchi
completi si trovano su http://universo.miur.it; cfr. anche D’Angelo,
2006). Il brano saliente ci sembra il seguente: «I laureati della classe
svolgeranno attività professionali nel campo: dei rapporti internazio-
nali, a livello interpersonale e di impresa; della ricerca documentale;
della redazione, in lingua, di testi quali rapporti, verbali, corrispon-
denza; di ogni altra attività di assistenza linguistica alle imprese e ne-
gli ambiti istituzionali» 2.
Questi principi di classificazione essenzialmente linguistici vanno
un po’ stretti all’impostazione che abbiamo adottato nel presente la-
voro. Dal nostro punto di vista, i profili di formazione e le figure
professionali da considerare non si caratterizzano essenzialmente per
il fatto di conoscere due o più lingue naturali ma per il fatto di saper
mediare fra queste lingue e fra gli abiti culturali e simbolici di cui
sono una parte organica. Spostando lo sguardo dalle lingue alla se-
miosi traduttiva (cfr. 2.1) il discorso si articola meglio e si fa più inte-
ressante, o almeno così ci sembra.
Come si relaziona la semiosi traduttiva rispetto alle “competenze
linguistiche”? In primo luogo, occorre premettere che la semiosi tra-
duttiva è sia una conoscenza che un’abilità. Una seconda premessa è
che la competenza linguistica è spesso associata alla semiosi traduttiva
ma è assolutamente distinta da essa. Ci spiegheremo meglio immagi-
nando un esperimento. Supponiamo due interpreti che stanno impa-
rando una lingua nuova: il primo è riconosciuto da tutti come molto
bravo; il secondo è invece considerato scarso. Supponiamo che alla
fine di un dato periodo di apprendimento entrambi abbiano imparato
la lingua allo stesso grado. A parità di ogni altra condizione, il primo
interprete saprà lavorare benissimo anche con la lingua nuova mentre

1. Cfr. http://www.aiti.org/index.html (1o giugno 2006).


2. Il testo completo è disponibile su http://universo.miur.it/php4/corsi/stampa_
info_classe.php?info_cla = 3 (1o giugno 2006).

113
MANUALE DI TRADUZIONE

il collega scarso finirà per lavorarci altrettanto male. Proponiamo


questo esempio, corroborato dall’esperienza nostra e di molti altri,
per affermare che le abilità specifiche di un traduttore (o di un inter-
prete, qui non importa) non dipendono essenzialmente dalle lingue
che conosce. In altri termini, una cosa è conoscere le lingue, altra
cosa del tutto diversa è saper tradurre, anzi, sapersi muovere all’inter-
no della semiosi traduttiva.
Crediamo che chiunque prenda in mano questo libro si sia posto
una delle seguenti domande: perché studiare la traduzione e l’inter-
pretazione? A cosa mi servirà per il resto della mia vita? Le persone
con un senso pratico più spiccato penseranno al loro futuro nel mon-
do del lavoro: che lavoro potrò fare con queste qualifiche? Le pagine
che seguono cercano di rispondere a queste domande nella maniera
più realistica e più precisa possibile.

3.2
Otto storie

Abbiamo pensato di chiedere ad alcuni professionisti che hanno se-


guito un corso di studio in traduzione o interpretazione di parlarci
del loro percorso e della successiva esperienza professionale. Certo,
le informazioni che si possono raccogliere in questo modo sono
parziali e si riferiscono al passato e non sarà totalmente esente da
rischi estrapolarle per tutti e per gli anni a venire. Tuttavia, non ab-
biamo né la sfera di cristallo né le risorse per un’indagine a cam-
pione (che ci piacerebbe leggere); quindi questo rischio non si può
fare a meno di correrlo. Come abbiamo condotto l’indagine? Il pri-
mo passo è stato individuare le persone alle quali ci saremmo rivol-
ti. Abbiamo preso in considerazione dieci persone che potessero
rappresentare il più ampio spettro di situazioni sia per quanto ri-
guarda la formazione che per quanto riguarda la professione. Il se-
condo passo è stato preparare un testo che abbiamo presentato loro
sotto forma di questionario. Lo riproduciamo integralmente nel ri-
quadro 3.1.
Il questionario chiede ai soggetti di intendere la terza domanda in
senso lato e questa richiesta corrisponde alla nostra decisione di sce-
gliere i soggetti stessi in modo da veder rappresentato il più ampio
spettro di percorsi di formazione e professionali. Insistiamo su questo
punto perché è proprio tale ampiezza che intendevamo verificare e
che presenteremo. La semiosi traduttiva può assumere forme e ca-
ratteri variabili nello spazio e nel tempo, tuttavia è una sua costante il
fatto di essere più estesa delle “competenze linguistiche” nonché del-

114
3. I MESTIERI DELLA SEMIOSI TRADUTTIVA

RIQUADRO 3.1
Questionario sulle esperienze di studio e professione

Le chiediamo di rispondere con spontaneità a queste tre domande sulla sua


esperienza di studio e nella professione. C’è piena libertà rispetto al tono e
alla lunghezza, tuttavia la pregheremmo di contenere le risposte entro le mil-
le parole (due pagine). Saremmo grati di ricevere il suo scritto entro lunedì
15 maggio.
Ci può raccontare il suo curriculum di studi? La prego di partire dalla
fine delle scuole secondarie e di comprendere anche le specializzazioni e le
attività di formazione (formali e informali) successive al diploma di istruzio-
ne superiore. Questa risposta può anche essere brevissima: due righe come
in un curriculum.
Ci può raccontare il suo percorso nel mondo del lavoro? Non occorre
fare la lista dei clienti o dei datori di lavoro; ci interessa piuttosto una breve
storia che abbia lei come protagonista, come per esempio le mansioni che le
hanno affidato, la posizione all’interno della struttura o in relazione ai clienti,
il tipo di servizi che ha prestato ecc. La pregheremmo di dedicare un capo-
verso più dettagliato alle sue occupazioni attuali.
Ci interessa sapere in che modo, a suo giudizio, la sua esperienza di stu-
dio e di formazione abbia contribuito alla sua esperienza professionale. Que-
sta domanda cerca di sollecitare una sua riflessione che metta in relazione le
risposte date sopra. La pregheremmo di interpretarla in senso lato. Nelle no-
stre intenzioni, essa comprende le qualifiche formali che le hanno consentito
di trovare lavoro, le abilità acquisite che le hanno consentito di svolgerlo con
successo, le attitudini che ha sviluppato negli anni formativi e che l’hanno
aiutata nella professione e altro ancora che a noi non viene in mente (ed è
per questo che raccogliamo la sua opinione).

le conoscenze e delle competenze a cui pensano di solito i docenti,


gli studiosi o i professionisti della traduzione e dell’interpretazione. I
casi di studio che abbiamo raccolto servono proprio a questo: a
esplorare alcune regioni centrali e periferiche della semiosi traduttiva
per misurare l’estensione di quest’ultima.
Ci ha guidati nell’esplorazione un’altra ipotesi: nelle scuole per
traduttori e interpreti – e nelle altre situazioni di istruzione e forma-
zione analoghe – c’è una quantità di sapere e di abilità che circola
per così dire in incognito. Crediamo che chi partecipa a queste espe-
rienze di ricerca, insegnamento e formazione insegni e impari più di
quanto si creda. Non ci sorprende quindi che, come rileva la stessa
comunicazione sul multilinguismo della Commissione europea, i con-
fini della professione si stiano sfumando e allargando. Gli sbocchi oc-
cupazionali si moltiplicano per due motivi: in primo luogo perché in-

115
MANUALE DI TRADUZIONE

ternamente alle professioni linguistiche tradizionali è in atto una


frammentazione del processo di lavorazione e nascono nuovi mestieri;
in secondo luogo, perché aumenta il numero di persone che, al di
fuori delle professioni linguistiche tradizionali, si sono accorte che chi
è formato come traduttore o interprete ha delle qualità che gli danno
un vantaggio competitivo sugli altri. Ma ci fermiamo qui per non an-
ticipare gli eventi e proseguiamo con il racconto di come abbiamo
realizzato la nostra indagine.
Fra il 27 e il 30 aprile 2006 abbiamo contattato di persona o tele-
fonicamente le dieci persone prescelte spiegando che cosa avevamo
intenzione di fare e chiedendo il loro contributo. Subito dopo il con-
tatto personale, abbiamo consegnato il questionario brevi manu oppu-
re tramite posta elettronica ed entro un mese avevamo le otto brevi
autobiografie che presentiamo. Rispetto ai testi ricevuti, abbiamo ap-
portato delle piccole modifiche sostanzialmente per uniformare la
presentazione che abbiamo in seguito mostrato agli autori per ottene-
re l’autorizzazione finale alla pubblicazione. Vogliamo ringraziare an-
cora una volta da questa pagina tutti per la simpatia e lo spirito di
collaborazione che, immaginiamo, sono rivolti non tanto agli autori di
questo manuale quanto piuttosto ai suoi lettori.
Prima di presentare le storie che abbiamo scelto, occorre ripetere
una cosa per evitare qualsiasi malinteso. Ciò che segue non è un rile-
vamento statistico: i fatti o le caratteristiche ricorrenti che osservere-
mo non rappresentano in nessun modo la frequenza che gli stessi
hanno fra i traduttori italiani in attività. Le otto storie, nelle nostre
intenzioni, illustrano ciò che si può fare con la preparazione specifica
dei traduttori e degli interpreti.
Hanno firmato le storie che seguono le seguenti persone, già pre-
sentate – per così dire – in ordine di apparizione: Maria Canelli, tra-
duttrice presso la Banca dei Regolamenti Internazionali; Lisa Crea,
traduttrice editoriale e docente; Sergio Allioni, interprete indipenden-
te; Ottavio Ricci, interprete e docente; Valeria Darò, della Direzione
Generale della Traduzione della Commissione europea; Corrado Ca-
mera, della rappresentanza della Val d’Aosta a Bruxelles; Monica
Spadazzi, della Aeffe Fashion Group; e infine Giancarlo Marchesini,
docente e traduttore. Come si vede, abbiamo organizzato le risposte
seguendo uno schema che parte dal nocciolo delle professioni lingui-
stiche e piano piano si allarga verso gli altri mestieri lasciando il com-
pito di chiudere il gruppo all’unica persona che, nel suo percorso di
istruzione iniziale, non ha ricevuto una formazione specifica alla tra-
duzione. La struttura appare quindi come segue:

116
3. I MESTIERI DELLA SEMIOSI TRADUTTIVA

1. professioni linguistiche:
– due traduttrici,
– due interpreti;
2. professioni affini:
– una funzionaria della Commissione europea al servizio di tradu-
zione,
– un rappresentante di un’amministrazione locale,
– una dirigente di un’impresa privata;
3. un docente a tempo pieno.
Presentiamo di seguito le otto storie; dopo ciascuna di esse com-
parirà una brevissima nota per mettere in rilievo gli aspetti secondo
noi più interessanti. Nella sezione finale di questo capitolo introdur-
remo alcuni commenti generali validi per tutti.

3.2.1. Maria Canelli

– Maturità sperimentale linguistica al Liceo scientifico statale Co-


pernico di Bologna.
– École de Traduction et d’Interprétation, Università di Ginevra:
diploma di traduttrice (lingue straniere: inglese e francese; specializ-
zazione in traduzione economica e giuridica); certificati di specializza-
zione post-diploma in terminologia e in traduzione assistita dal com-
puter; corso di perfezionamento nella traduzione dal tedesco.
– Seminario di specializzazione in economia e finanza per traduttori
progettato da Communication Trend Italia, società di traduzione, for-
mazione e organizzazione eventi.
– Attestato di professionalità bancaria e finanziaria, ottenuto al ter-
mine del master biennale “Banking & Financial Diploma”, organizza-
to da ABIFormazione in collaborazione con SDA Bocconi e destinato
al personale delle banche.
Durante gli anni dell’università ho avuto varie (e variegate) espe-
rienze lavorative che mi hanno portato a svolgere le mansioni più di-
sparate, da segretaria factotum a cameriera, da hostess di congressi a
sorvegliante della sala computer della facoltà. Alcune di queste mi
hanno permesso di fare i primi passi nell’universo della traduzione e
delle altre professioni che vi ruotano attorno, come quelle attinenti
alla terminologia o alla correzione di bozze. Non sempre si è trattato
di esperienze qualificanti od “ortodosse” (mi sono anche ritrovata a
tradurre verso una lingua straniera) e anzi talvolta la loro maggiore
utilità è stata proprio quella di farmi capire cosa non intendevo fare
più avanti. Tuttavia da ciascuna ritengo di aver appreso qualcosa.
Le prime occasioni “serie” mi si sono presentate grazie all’univer-

117
MANUALE DI TRADUZIONE

sità. Desidero segnalarne due in particolare che si sono poi rivelate


fondamentali per la mia carriera. In primo luogo, la collaborazione
alla Relazione annuale della Banca dei regolamenti internazionali
(BRI), la più antica organizzazione finanziaria internazionale, presso la
quale uno dei miei docenti era responsabile dei servizi linguistici. In
secondo luogo, lo stage di terminologia previsto dal mio piano di stu-
di ed effettuato presso la Banca centrale europea (BCE), all’epoca ap-
pena nata, dove mi sono occupata di alimentare le banche dati termi-
nologiche e le memorie di traduzione.
Proprio alla BCE sono stata successivamente assunta come termi-
nologa e ho trascorso due anni occupandomi di ricerche terminologi-
che in varie lingue e di gestione delle banche dati, nonché di tutti gli
aspetti più prettamente informatici relativi al software di traduzione
utilizzato. La pronunciata componente tecnica di questa posizione mi
ha spinto a ricercare un impiego maggiormente in linea con i miei
studi di traduzione, portandomi a far ritorno alla BRI, questa volta in
veste di traduttrice. Alla BRI, dove mi trovo tuttora, curo la traduzio-
ne di pubblicazioni economico-finanziarie e la terminologia italiana,
ma ho altresì lavorato alla rassegna stampa multilingue prodotta per
uso interno e all’elaborazione di un sistema di classificazione per l’ar-
chiviazione elettronica dei documenti. Inoltre, essendo stata inizial-
mente assunta con un contratto part-time, nel tempo libero ho lavo-
rato come traduttrice free-lance per la Banca d’Italia.
Da circa un anno dirigo la sezione di traduzione italiana presso la
BRI. Si tratta di un’unità di dimensioni ridottissime, esistente già negli
anni trenta, che oggi ricorre massicciamente all’esternalizzazione delle
traduzioni, garantendo la qualità attraverso la revisione e i controlli
interni. Come accennato, i testi tradotti sono principalmente a carat-
tere economico e finanziario, e destinati a un pubblico di esperti. Ol-
tre alla traduzione e alla revisione, fanno parte dei miei incarichi l’or-
ganizzazione del lavoro della sezione, la gestione del portafoglio di
traduttori esterni e, limitatamente alla traduzione e alla terminologia,
la cura dei rapporti con le istituzioni collegate, in modo particolare la
Banca d’Italia.
Indubbiamente il mio ingresso nel mondo del lavoro è stato age-
volato dalla natura altamente professionalizzante dell’École de Tra-
duction et d’Interprétation dell’Università di Ginevra: il personale
docente è formato da professionisti attivi nei rispettivi ambiti disci-
plinari e l’offerta formativa è improntata alla concretezza e tarata sul-
le esigenze del mercato. Un esempio in tal senso sono gli insegna-
menti di terminologia e di traduzione assistita dal computer, che con-
sentono allo studente di integrare la formazione di traduttore con

118
3. I MESTIERI DELLA SEMIOSI TRADUTTIVA

competenze tecniche sempre più richieste dai datori di lavoro, specie


nei servizi di piccole dimensioni, dove il traduttore è chiamato a lavo-
rare autonomamente, senza l’ausilio di documentalisti, terminologi,
segretarie ecc. Per ragioni analoghe, queste competenze risultano ov-
viamente utili anche per chi decide di lavorare come free-lance.
Un elemento che mi ha sicuramente dato un vantaggio comparato
è inoltre quello di essermi specializzata nel campo economico-finan-
ziario, soprattutto dal momento che le mie lingue di lavoro (inglese,
francese e tedesco) sono tutt’altro che esotiche. Questa scelta è nata
da un interesse personale, suscitato dai corsi universitari di economia
e traduzione economica, ed è progressivamente maturata con la car-
riera professionale e la successiva formazione continua. L’esperienza
che in assoluto mi ha arricchito di più ai fini della specializzazione è
stata quella del Master in banca e finanza, indirizzato a un pubblico
di dipendenti bancari, mentre ho trovato (paradossalmente?) di scar-
sa utilità le formazioni destinate ai traduttori. Il motivo risiede proba-
bilmente nel fatto che il primo mirava alla comprensione dei concet-
ti – requisito essenziale per un buon traduttore tecnico – mentre le
formazioni del secondo tipo si limitano troppo spesso a sciorinare ai
partecipanti interminabili liste di corrispondenze terminologiche, sen-
za approfondire gli argomenti trattati.
Infine, il fatto di aver studiato e vissuto all’estero (principalmente
in Svizzera, ma anche in Francia e in Inghilterra grazie al programma
Erasmus, e in Germania per lavoro), oltre a rappresentare un’espe-
rienza personale di valore inestimabile, ha sicuramente sviluppato la
mia capacità di adattamento e rafforzato il mio spirito di iniziativa,
due caratteristiche essenziali per inserirsi con successo in un ambien-
te lavorativo internazionale. Un paese plurilingue come la Svizzera e
una città cosmopolita come Ginevra, sede di numerose organizzazioni
internazionali, offrono innumerevoli opportunità in questo senso.

Nota

Nel testo di Maria ci hanno colpito due riflessioni. La prima, che le


prime esperienze di lavoro, benché tutte utili, le siano servite a capire
che cosa non avrebbe voluto fare nella vita. La seconda, che studiare
la semiosi traduttiva “rafforza l’adattamento e lo spirito di iniziativa”,
che sono fattori importanti per inserirsi in un ambiente internaziona-
le. Vorremmo sottolineare anche una notizia che riguarda una ten-
denza nel mercato della comunicazione multilingue: la prestigiosa isti-
tuzione internazionale per la quale Maria lavora affida le traduzioni a
operatori esterni e mantiene all’interno solamente il controllo di qua-

119
MANUALE DI TRADUZIONE

lità. Tutte e tre queste considerazioni hanno, crediamo, un valore ge-


nerale.

3.2.2. Annalisa Crea

– Laurea in Traduzione conseguita presso la Scuola Superiore di


Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Forlì.
– Master in Traduzione Medica presso il Communication Trend
Italia (CTI) di Milano.
– Master in Traduzione di Testi Letterari per l’Editoria (“Tradurre
la letteratura”) organizzato dalla Scuola superiore per mediatori lin-
guistici (SSML) di Misano Adriatico (RN).
La mia carriera lavorativa è stata caratterizzata, sin dagli inizi, da
due filoni di attività paralleli e, a mio avviso, complementari: la tradu-
zione di testi editoriali e l’insegnamento. Per quanto riguarda il pri-
mo, collaboro da cinque anni con una casa editrice milanese per la
quale ho tradotto alcuni saggi e diversi romanzi, sia dall’inglese sia
dal francese, sebbene con una netta prevalenza della prima lingua.
Quanto all’insegnamento, invece, la mia esperienza è stata e continua
a essere più variegata: subito dopo la laurea, ho insegnato per un
anno la lingua italiana in alcune scuole pubbliche di Lione. Tornata
in Italia, dal 2001 faccio parte del corpo docente della SSML di Misa-
no Adriatico. A questa attività ho affiancato quella di insegnante di
inglese per conto di diverse scuole di lingua e, da un anno a questa
parte, di una cooperativa della città in cui vivo, che mi ha affidato
corsi di inglese presso l’Università degli adulti e presso varie aziende
della provincia.
La Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Tradut-
tori di Forlì è stata senz’altro determinante nella mia formazione. Il
fatto di trovarmi in un ambiente fortemente selettivo e competitivo
mi ha fornito costanti stimoli ad apprendere il più possibile e a impe-
gnarmi senza riserve. A livello didattico, il contributo di alcuni dei
miei docenti di traduzione è stato fondamentale per lo sviluppo della
mia sensibilità traduttiva e il loro esempio concreto è stato tanto più
prezioso in quanto mi ha fornito un modello didattico che ho in se-
guito riprodotto con i miei studenti. Per quanto riguarda invece la
mia attività di insegnante di inglese, il contributo dei miei anni di
studio, sostenuto da numerosi soggiorni all’estero, è stato quello di
fornirmi una conoscenza approfondita della lingua, ma da un punto
di vista didattico non ho potuto trarre dai docenti di lingua suggeri-
menti utili per la mia attività di formazione, poiché i miei allievi non
hanno una conoscenza delle lingue straniere pari a quella degli stu-

120
3. I MESTIERI DELLA SEMIOSI TRADUTTIVA

denti selezionati alla fonte come nelle scuole per interpreti e tradutto-
ri. Di conseguenza, il mio metodo didattico si è formato e continua a
formarsi sul campo, a seconda della tipologia e delle esigenze degli
allievi che mi trovo di volta in volta di fronte e che sono diversi per
età, estrazione sociale, scolarizzazione e motivazione all’apprendimen-
to. Per quanto riguarda invece la mia formazione post-laurea, il corso
di perfezionamento “Tradurre la letteratura” è stato prezioso in
quanto mi ha consentito non solo di cimentarmi con la traduzione di
diversi tipi di testi letterari, ma anche di formarmi un’idea più precisa
e più realistica del mondo della traduzione, con le sue dinamiche in-
terne e i suoi meccanismi concreti, che, da neolaureata priva di espe-
rienza, avevo idealizzato. Ciò mi ha consentito di affrontare la tradu-
zione dei miei primi testi con maggiore consapevolezza.

Nota

Annalisa è la seconda rappresentante delle professioni linguistiche


tradizionali e la sola a lavorare per le case editrici. L’aspetto che vo-
gliamo sottolineare riguarda il giudizio sulla scuola di Forlí, da lei
frequentata, descritta come un ambiente selettivo e competitivo che
incoraggia a impegnarsi a fondo nell’apprendimento. Questa è una
caratteristica comune a tutte le buone scuole per traduttori e inter-
preti d’Italia e d’Europa.

3.2.3. Sergio Allioni

Il mio percorso formativo, dopo il Baccalauréat C (Mathématiques et


Sciences Physiques) presso il Lycée Chateaubriand di Roma, com-
prende un anno di Lingue e letterature straniere moderne all’Univer-
sità degli studi di Trieste e quattro anni di Scuola Superiore di Lin-
gue Moderne per Interpreti e Traduttori, comprensivi di un trimestre
di “scambio universitario” (pre-Erasmus) con l’Istituto di Lingue del-
l’Università Heriot-Watt di Edimburgo.
Il mio lavoro è sempre stato quello di libero professionista: ini-
zialmente con l’interpretazione e alcune traduzioni scritte, poi l’inter-
pretazione è diventata l’attività principale e quasi esclusiva. Alla fine
degli anni ottanta sono stato tra i fondatori dell’Associazione inter-
preti del Friuli Venezia Giulia. Dal 1991 al 1998 all’attività di free-
lance sul mercato italiano ho associato quella di free-lance per il Servi-
zio comune interpretazione-conferenze della Commissione europea
(che in alcuni anni ha rappresentato quasi il 50% del mio lavoro).

121
MANUALE DI TRADUZIONE

Dalla metà degli anni novanta mi sono associato a InterMED (reper-


torio di interpreti specializzati in medicina) e in seguito ad Assointer-
preti. Dalla fine degli anni ottanta mi sono dedicato a fondo anche
all’attività associativa (FVG, Assointerpreti, InterMED), assumendo in-
carichi istituzionali e occupandomi di vari progetti, tra cui lo sviluppo
di una cultura del marketing e management dei servizi libero-profes-
sionali tra gli interpreti, e il tentativo di far confluire le associazioni
regionali di interpreti nell’Assointerpreti e nel contempo di avvicinare
Assointerpreti e AIIC (l’Associazione internazionale degli interpreti).
Attualmente si può dire che vivo di interpretazione simultanea
come free-lance, essenzialmente in Italia, con rare puntate all’estero,
soprattutto per clienti italiani. L’interpretazione consecutiva rappre-
senta forse un decimo del mio lavoro, che per almeno il 50% riguar-
da convegni di medicina umana e veterinaria. Visto lo scarso interesse
dimostrato dall’Assointerpreti per le tematiche da me promosse, ho
azzerato il mio impegno associativo, tranne che nell’ambito di Inter-
MED, che considero un po’ come un “circolo di qualità” del mondo
dell’interpretazione per la preparazione professionale ma anche per le
tariffe e le condizioni di lavoro, normalmente superiori alla media.
Rimane il mio impegno per sviluppare un’adeguata cultura di marke-
ting e management, che mi porta a propormi sempre più come “con-
sulente globale” per i clienti piuttosto che come mero “fornitore” del
solo servizio di interpretazione. Dai fondatori di InterMED ho appreso
la tecnica di “interpretazione simultanea senza cabina”, da applicarsi
in contesti in cui (per vari motivi) non sono proponibili né la simulta-
nea “classica” né la consecutiva. Ho in seguito acquistato l’apparec-
chiatura tecnica necessaria per fornire questa prestazione, che mi ha
permesso di aprirmi nuove opportunità di lavoro.
Oltre alla forte preparazione linguistica (liceo francese, studio del-
l’inglese sin da piccolo) devo il mio successo professionale sostanzial-
mente al fatto che il mio percorso formativo si è discostato da ciò
che avrebbe dovuto essere: andai in “scambio” universitario a Edim-
burgo da studente di traduzione (II anno), ma decisi di seguire anche
tutti i corsi di interpretazione (del loro IV anno). Siccome a Edimbur-
go non insegnavano l’italiano, seguii corsi di interpretazione e tradu-
zione inglese ↔ francese e inglese ↔ spagnolo, il che mi preparò otti-
mamente per quello che è ora un mio punto di forza: l’interpretazio-
ne “incrociata” senza passare per l’italiano (francese ↔ inglese, spa-
gnolo → inglese e → francese). Per lo stesso motivo, fui autorizzato
ad andare in cabina nei corsi di simultanea e a tradurre verso l’italia-
no, senza essere ascoltato dai docenti, che non lo conoscevano, e

122
3. I MESTIERI DELLA SEMIOSI TRADUTTIVA

quindi iniziai senza dover temere il giudizio altrui, trovandomi co-


stretto a sviluppare una forte capacità di autovalutazione, autocritica
e autocorrezione. Il risultato fu che all’inizio del mio III anno a Trie-
ste (I anno di interpretazione), pur non possedendo pienamente la
tecnica né di simultanea né di consecutiva, non avevo più nessun tipo
di blocco psicologico, il che mi ha dato un vantaggio enorme rispetto
agli altri studenti. Sempre a Trieste, dato che studiavo 3 lingue (ingle-
se, francese e spagnolo), cosa abbastanza eccezionale, convinsi i do-
centi a esonerarmi parzialmente dall’obbligo di frequenza a causa del-
la sovrapposizione delle lezioni fra le 3 lingue: ciò mi consentì di ri-
durre il numero delle mie ore di presenza in classi di interpretazione
(prevalentemente “passive” e per me poco fruttuose) a un livello infe-
riore a quello che sarebbe stato se avessi seguito solo due lingue, e di
dedicare il tempo rimastomi a disposizione allo studio e alle esercita-
zioni individuali in laboratorio, oltre a concentrarmi sui pochi corsi
di interpretazione che per me erano veramente utili. Altro contributo
fondamentale di Edimburgo: l’Istituto organizzava convegni interpre-
tati dai suoi ex-studenti e (poiché non insegnavano l’italiano) mi chia-
mò come interprete per due convegni durante il mio terzo e quarto
anno a Trieste, esperienza che mi liberò definitivamente da qualsiasi
residua paura di lavorare in cabina. Anche gli studi e le letture per la
mia tesi di laurea sull’interpretazione consecutiva (Allioni, 2003), ef-
fettuati in pressoché totale autonomia, mi hanno portato ad appro-
fondire la comprensione dei meccanismi extra-linguistici coinvolti
nell’interpretazione, che sono spesso più determinanti di quelli pura-
mente linguistici, e perciò ad ampliare la mia prospettiva in modo
senz’altro utile per l’esercizio della professione. Se quindi l’elemento
formativo atipico è stato lo sviluppo della mia autonomia (intesa so-
prattutto come autovalutazione, autocritica e autocorrezione, che non
sono normalmente oggetto di insegnamento), sarebbe scorretto non
citare anche alcuni fondamentali contributi tecnici venutimi dai corsi
di Trieste per la tecnica: il principio del décalage in simultanea, quel-
lo del décalage grafico in consecutiva, nonché l’essenziale metodo di
simultanea dall’italiano in inglese, inteso come vera e propria traspo-
sizione interculturale e interlinguistica mirata a chi non è di madre
lingua, che ho poi potuto applicare anche alle altre mie combinazioni
linguistiche. Infine, la fortuna: al di là delle mie capacità, se non fossi
stato chiamato a lavorare, prima a Edimburgo, poi a Trieste dai miei
ex-docenti, e se non mi fossi trovato a Trieste in un momento in cui
per una serie di motivi c’era bisogno di nuovi interpreti, non avrei
probabilmente avuto lo stesso successo professionale.

123
MANUALE DI TRADUZIONE

Nota

La prima nota riguarda ancora l’ambiente che si respira in una scuola


interpreti tradizionale. Sergio scrive che grazie alla sua esperienza
scozzese ha iniziato i corsi di interpretariato «senza dover temere il
giudizio altrui» aggiungendo più oltre: «non avevo più nessun tipo di
blocco psicologico». Queste affermazioni possono sembrare strane
per chi non conosce i metodi didattici tradizionali, che purtroppo
fanno (o facevano) leva appunto sulla paura. Alla stessa idea è legata
un’altra affermazione, secondo la quale il successo di Sergio nella
professione si deve a un «percorso formativo [che] si è discostato da
ciò che avrebbe dovuto essere». Questo è un consiglio che ci sentia-
mo di condividere, perché l’insegnamento universitario deve sì segui-
re una struttura e una regola ma solo finché non soffoca la ricerca
individuale e creativa di uno studente che sa già il fatto suo. Nel rac-
conto che Sergio fa delle sue esperienze di lavoro, ci piace il suo im-
pegno a proporsi «come “consulente globale” per i clienti piuttosto
che come mero “fornitore” del solo servizio di interpretazione». Ve-
dremo nel prossimo capitolo l’importanza di questo passaggio.

3.2.4. Ottavio Ricci

Studi
1989 Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Tradut-
tori – Università di Trieste, laurea in interpretazione.
Luglio 2000 Partecipazione al Seminario organizzato dall’Accademia
Europea di Bolzano: Traduzione e computer: le nuove tecnologie nella
traduzione assistita.
Agosto 2000 Partecipazione al Seminario organizzato presso la Fa-
coltà per Interpreti e Traduttori di Vienna: Terminology Summer
Academy.
Dal 2002 al 2005 Partecipazione al Progetto Comunitario Leonardo
TecDoc-Net sulla Documentazione Tecnica.
Dal 2003 a oggi Partecipazione ai seminari formativo-informativi
COM&TEC sulla Documentazione Tecnica.

Lavoro
Prima fase Questa fase è caratterizzata da un impegno professionale
incentrato sulle specifiche competenze acquisite nel percorso universi-
tario: interpretazione di conferenza, traduzioni, speakeraggio, media-
zione linguistica ecc.
Seconda fase A partire dal 1991 si iniziano a delineare altri due per-

124
3. I MESTIERI DELLA SEMIOSI TRADUTTIVA

corsi paralleli: l’attività di docenza e l’attività di gestione di progetti


di traduzione e interpretazione all’interno di un centro di traduzione
e interpretazione. Con il passare del tempo queste due attività da se-
condarie diventano prioritarie. L’attività professionale di traduzione e
interpretazione assume il carattere di momento di verifica dei modelli
di strategia comunicativa (traduttiva e interpretativa) utilizzati nell’at-
tività formativa e gestionale.
Terza fase Le attività di formazione e gestione si consolidano apren-
dosi ulteriormente a nuove aree di sviluppo: da una parte, l’attività di
studio e di ricerca con la pubblicazione di articoli e approfondimenti
scientifici e dall’altra l’attività di gestione – organizzata e strutturata
su qualità, organizzazione del lavoro, content management e processo
documentale – nell’ambito di processi industriali a livello di editoria
tecnico-scientifica multilingue.
Lavoro attuale in dettaglio
La mia attività professionale riguarda in maniera articolata le seguenti
aree.
Area gestionale Tutte le attività specifiche di gestione di una struttu-
ra societaria: gestione logistica, risorse umane, gestione amministrati-
vo-burocratica, pianificazione contabile-finanziaria e di bilancio.
Area linguistica Attività specifiche dei servizi linguistici: traduzione,
interpretazione di conferenza, gestione di progetti di traduzione e di
interpretazione di conferenza, ottimizzazione di risorse tecnologico-in-
formatiche inserite nel processo traduttivo (CAT tools), gestione di at-
trezzature tecniche legate ai processi interpretativi, quali per esempio
gli impianti di traduzione simultanea con e senza cabina (bidule).
Area formativa Docenza a livello universitario della mediazione in
lingua tedesca e ricerca su tematiche attinenti all’attività di interpreta-
zione (Ricci, 2004, 2005).
Area comunicativo-documentale Attività di sviluppo e ricerca profes-
sionale legate ai processi comunicativo-documentali a livello di azien-
da: gestione di progetti di technical writing, progetti di content ma-
nagement, sviluppo di progetti di terminologia, approfondimenti su
usabilità, sicurezza, norme ecc. Presidenza della COM&TEC, associazio-
ne italiana per la comunicazione tecnica. Amministrazione ordinaria e
straordinaria dell’associazione, rapporti con enti e soci, organizzazio-
ne di seminari ecc.
Commento
La mia risposta all’ultima domanda del questionario è molto semplice e
si può riassumere letteralmente in due parole: eccellenza e curiositas.

125
MANUALE DI TRADUZIONE

L’eccellenza nella formazione universitaria è condizione irrinun-


ciabile, poiché diventa direttamente eccellenza nella professione del
traduttore e dell’interprete. Una formazione d’eccellenza è indubita-
bilmente una carta vincente per avere successo nel mondo del lavoro.
Eccellenza linguistica, dunque, su cui costruire l’eccellenza professio-
nale.
Poi abbiamo la curiositas, che va intesa come flessibilità, apertura
al mondo, interesse per tutto ciò che ci circonda. Questo secondo
aspetto non è legato a fattori esterni che possono guidare, influenzare
e orientare il proprio iter formativo-professionale, ma investe il ca-
rattere della persona. La curiositas riguarda l’individuo come tale, in
grado di mostrare sempre interesse per gli aspetti legati direttamente
o indirettamente alla sua sfera d’attività. Curiositas, dunque, per cre-
scere e ampliare i propri orizzonti professionali, improntata al princi-
pio di formazione permanente.

Nota

Entrambi gli interpreti cercano di dare una struttura alla professione:


Sergio associando i professionisti, Ottavio operando nel campo speci-
fico della comunicazione tecnica. La storia di Ottavio è utile anche
per capire quante cose diverse può fare un interprete oltre alla si-
multanea e alla consecutiva, un fatto che gli istituti di formazione po-
trebbero cogliere come spunto per sviluppare la propria offerta.

3.2.5. Valeria Darò

Studi
1983 Diploma di maturità “Allgemeine Hochschulreife”, Scuola
Germanica di Milano – Deutsche Schule “Istituto Giulia”.
1987 Scambio Erasmus di 6 mesi presso la Dolmetscherschule Zü-
rich (DOZ), CH.
1988 Diploma di Laurea in Interpretazione (1a lingua: tedesco, 2a
lingua: inglese, 3a lingua: neerlandese), Università degli Studi di Trie-
ste, Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori.
2005 Corsi di Management Training Programme (MTP e MTP +) –
10 giornate, organizzati dalla Commissione europea.
Dal 1996 al 2006 ca. 60 giornate di formazione in vari settori ine-
renti alle attività comunitarie, inoltre ca. 100 ore di corsi di perfe-
zionamento linguistico (francese e danese), organizzati dalla commis-
sione.

126
3. I MESTIERI DELLA SEMIOSI TRADUTTIVA

Lavoro
1988-1994 Interprete (simultanea, consecutiva, chuchotage, trattati-
ve) libera professionista, e contemporaneamente traduttrice per varie
agenzie sul mercato italiano; traduzione di due libri per la Casa edi-
trice Astrolabio e la EdiCart-Mursia.
1993-1994 Professore a contratto (consecutiva dall’italiano al tede-
sco), Università di Trieste, SSLM.
1994-luglio 1996 Ricercatore universitario, Università di Trieste,
SSLM (ricerca, insegnamento, tutoring e correlazione di tesi).
Dall’agosto 1996 a oggi Funzionario amministratore, Commissione
europea, Direzione generale della Traduzione (DGT).
1996-2001 Traduzione; revisione di traduzioni effettuate all’interno
e all’esterno del servizio; coordinamento di team interlinguistici su
documenti specifici.
2002 Deputy Training Manager, unità “Formazione”: organizzazio-
ne di seminari e conferenze; organizzazione di gare di appalto; defini-
zione del programma di formazione tematica e settoriale per la DGT
(ca. 1.800 utenti).
2003-2004 Segretariato del Comitato interistituzionale della tradu-
zione e dell’interpretazione (CITI): relazioni dirette ai segretari genera-
li di tutte le istituzioni UE.
Dal 2005 lavoro nell’unità “Relazioni interistituzionali e affari ge-
nerali” della DGT che assiste il direttore generale per i rapporti interi-
stituzionali e internazionali volti a promuovere il multilinguismo e le
attività della DGT. Teniamo anche i rapporti con il gabinetto del com-
missario Figel’ (briefing, note informative, documentazione a sostegno
del processo decisionale ecc.) e rappresentiamo la DGT nei comitati e
nei gruppi di lavoro e di coordinamento interservizi, interistituzionali
e internazionali (ad esempio i servizi linguistici delle istituzioni ONU).
Commento
Aver frequentato una scuola tedesca, seppure in Italia, mi ha dato
una solida base di conoscenze linguistiche e mi ha insegnato a uti-
lizzare le lingue come mezzo di comunicazione in modo naturale e
spontaneo, aumentando la mia capacità di adattamento e la flessibilità
mentale verso le altre culture. Questo ha facilitato il mio inserimento
in un’istituzione internazionale, multiculturale e plurilingue come la
Commissione europea, ma ha anche mantenuto vivo il mio spirito in-
dipendente, per evitare di farmi fagocitare completamente dalla cultu-
ra di servizio dell’istituzione e perdere il senso critico e una certa di-
stanza, spesso molto utili. Senza una laurea e una buona preparazione

127
MANUALE DI TRADUZIONE

accademica in traduzione non avrei mai potuto superare un concorso


pubblico UE e quindi lavorare per l’Europa.
La formazione come interprete mi ha insegnato a esprimermi
oralmente in pubblico o in presenza di personalità ed esperti. Ciò ha
rafforzato il mio carattere, la fiducia in me stessa e un senso di sicu-
rezza, o comunque la capacità di dissimulare la tensione. Di conse-
guenza, sono stata in grado di insegnare a studenti universitari con
successo durante la fase accademica della mia vita. In seguito ho po-
tuto partecipare e intervenire in rappresentanza della DGT durante
riunioni di livello elevato e con un certo peso politico.
Lo spirito “calvinista” appreso alla scuola tedesca sin da tenera
età è stato fondamentale per sviluppare un forte senso del dovere e
di lealtà verso i partner di lavoro (superiori gerarchici, pari e subordi-
nati). Questo è risultato molto utile nel sistema delle istituzioni UE.
Elementi di etica del lavoro e di dinamiche socioculturali non mi
sono mai stati impartiti formalmente durante la formazione universi-
taria: peccato, ho dovuto imparare facendo, talvolta pagandone il
prezzo di persona! Con l’esperienza lavorativa ho quindi acquisito la
capacità di cogliere l’interesse altrui dietro qualsiasi offerta di colla-
borazione e di mirare al compromesso, se la mia posizione non è
condivisibile da tutti gli schieramenti.

Nota

La storia di Valeria fa da ponte fra le professioni linguistiche tradizio-


nali e le altre, perché dopo aver fatto la traduttrice come libera pro-
fessionista e per la Commissione europea, dal 2002 è passata ad altri
incarichi sempre all’interno della DGT. Come Maria (cfr. PAR. 3.2.1),
Valeria afferma che è stato facile per lei inserirsi in un ambiente di
lavoro multiculturale, anche se stavolta il merito sembra andare al fat-
to di aver appreso una lingua straniera fin da bambina. Non sappia-
mo bene come accogliere questa opinione. La maggioranza degli abi-
tanti del pianeta è almeno bilingue ma non ci sembra che la “flessibi-
lità mentale verso le altre culture” sia così diffusa. Forse un’altra af-
fermazione di Valeria ci può aiutare a trovare una risposta, quando
dice di non aver ricevuto formalmente elementi di etica del lavoro e
di dinamiche socioculturali durante gli anni di formazione. Siamo
d’accordo che questi elementi non sono stati impartiti formalmente,
ma è possibile e anzi probabile che siano stati trasmessi in modo in-
formale. Come abbiamo già detto, crediamo che i traduttori e gli in-
terpreti acquisiscano molte più conoscenze e competenze di quanto la
gente creda, a cominciare proprio da loro.

128
3. I MESTIERI DELLA SEMIOSI TRADUTTIVA

3.2.6. Corrado Camera

La mia è una formazione linguistica per così dire “integrale”. Sono


infatti cresciuto in Valle d’Aosta, una regione bilingue dove si pratica
l’insegnamento di due lingue ufficiali (italiano e francese) fin dalla
scuola materna. Ho successivamente frequentato un liceo linguistico
(italiano, francese, inglese e tedesco), inframmezzato da un anno di
frequenza dell’ultima classe di high school negli Stati Uniti. Nel 1991
ho conseguito il diploma di traduttore presso l’École de Traduction
et d’Interprétation dell’Università di Ginevra. La formazione si diver-
sifica a partire dal 2002 quando, per ragioni legate al mio nuovo indi-
rizzo professionale, ho frequentato un Master in European Integra-
tion and Development a indirizzo economico presso la Vrije Universi-
teit Brussel.
Il mio percorso professionale comincia nel 1991 presso la Micro-
soft di Dublino in qualità di Localizer. Come tale, oltre alle normali
mansioni di traduzione del software, ho potuto cominciare ad assu-
mere anche alcune limitate responsabilità di coordinamento dei loca-
lizzatori italiani su progetti specifici. Questi anni si sono rivelati mol-
to formativi dal punto di vista umano e professionale. Ho acquisito
una buona padronanza degli strumenti informatici e ho potuto inco-
minciare a coniugare insegnamenti teorici e pratica professionale in
un ambiente che, sebbene giovane e dinamico, rimaneva comunque
strutturato e orientato verso risultati concreti. Dal 1994 al 2001 ho
lavorato presso la JD Edwards di Denver, dove ho iniziato come tra-
duttore di software. In considerazione delle competenze acquisite in
precedenza, mi fu chiesto in seguito di selezionare uno strumento di
traduzione assistita. L’automatizzazione della traduzione e la conse-
guente necessità di procedure e strumenti per la gestione della termi-
nologia e dei flussi di lavoro produssero nuove opportunità. Mi fu
quindi chiesto di selezionare uno strumento informatico di gestione
della terminologia e di creare una squadra di terminologi, che avrei
dovuto in seguito coordinare, agendo nel contempo da terminologo
italiano. Si concretizzò quindi anche la possibilità di lavorare in pa-
rallelo sulle lingue di arrivo e sull’inglese sorgente, coinvolgendo nel-
l’attività di traduzione (intesa in senso lato) tutte le figure professio-
nali impegnate nella creazione del software e dei manuali di riferi-
mento, rendendo il lavoro di traduzione molto più completo e effi-
cace.
Durante questi anni ho seguito formazioni in terminologia e in
gestione informatica della terminologia presso la Kent State Universi-
ty collaborando con diverse organizzazioni (ad esempio LISA) attive

129
MANUALE DI TRADUZIONE

nel campo della traduzione assistita. Inoltre ho partecipato ad altri


corsi tecnici resi necessari dall’allargamento delle aree di competenza
(Gestione di progetti e Gestione delle risorse presso il Project Mana-
gement Institute). Le esperienze di gestione di progetti e di risorse mi
hanno poi permesso, in un primo tempo, di assumere la direzione del
primo gruppo per la gestione della traduzione esterna e in un secon-
do tempo di coordinare la traduzione per i paesi dell’Europa meri-
dionale dalla sede di Parigi.
La decisione di abbandonare l’industria informatica e di accettare
di occuparmi di affari europei nell’ufficio di rappresentanza a Bruxel-
les della Regione autonoma Valle d’Aosta, il mio attuale impiego, si
deve essenzialmente al desiderio di rimettermi in discussione e alla
curiosità di entrare in un mondo nuovo. Nella mia veste attuale con-
tribuisco alla messa in opera della politica regionale europea, assisto
il presidente della Regione nei suoi compiti istituzionali a Bruxelles,
svolgo opera di lobbying per difendere gli interessi regionali nei con-
fronti delle istituzioni, promuovo l’immagine della regione a Bruxel-
les, ricerco possibilità di finanziamento corrispondenti alle priorità re-
gionali e gestisco funzionalmente e amministrativamente l’ufficio.
Non ho però completamente abbandonato la traduzione, che conti-
nua a essere un po’ come un tarlo del quale non si riesce a sbarazzar-
si. Nel 2003 ho fondato con altri tre soci una società di traduzione,
localizzazione e consulenza in project management. In essa, gestisco
alcuni progetti e mi occupo dello sviluppo delle attività, oltre ovvia-
mente a contribuire alla conduzione della stessa. Questa attività è
motivo di grande soddisfazione, perché rappresenta la possibilità di
mettere in pratica un approccio artigianale alla localizzazione anche
con volumi su scala decisamente industriale.
Da un punto di vista puramente formale, il diploma in traduzione
è stato come un buon grimaldello per aprire le porte della professio-
ne. Le competenze acquisite durante gli anni dell’università sono sta-
te più che sufficienti sotto il punto di vista accademico e sicuramente
buone per quanto riguarda l’impostazione generale, che merita un di-
scorso a parte. Questa impostazione attribuisce un’importanza, talvol-
ta anche eccessiva, alle parole e alla loro analisi che nella pratica della
traduzione serve per capire il testo in ogni dettaglio. In questo modo
si crea una forma mentis particolarmente duttile che ritengo mi abbia
molto aiutato professionalmente anche al di fuori del campo della
traduzione. Si tratta di un’impostazione generalista per definizione,
che magari qualcuno può considerare sinonimo di superficialità. Tut-
tavia essa obbliga a sviluppare un metodo di lavoro che consente di
identificare rapidamente le informazioni essenziali, di sapere dove e

130
3. I MESTIERI DELLA SEMIOSI TRADUTTIVA

come reperirle e che abitua ad assimilare in fretta i concetti. Come si


spiega questo fenomeno? Credo esista una caratteristica che ho ri-
scontrato spesso nei colleghi traduttori e molto meno di frequente in
colleghi provenienti da formazioni di altro tipo. Se si parte dal pre-
supposto che lo strumento alla base dello sviluppo di qualsiasi attività
umana è la parola, più il livello di padronanza dello strumento è ele-
vato, maggiore è la capacità di “addomesticare” le novità ed entrare
in argomenti parzialmente o totalmente sconosciuti. La formazione
del traduttore tende a risvegliare una serie di meccanismi mentali che
possono essere applicati a un elevato numero di settori, proprio per-
ché riposano sull’universalità del linguaggio.

Nota

Di Corrado ricorderemo soprattutto ciò che chiama “l’impostazione”,


che in effetti chiude la sua storia affrontando le nostre domane da un
punto di vista teorico. Crediamo che il ragionamento sia sostanzial-
mente valido e non ci sorprende che venga da una persona che uti-
lizza da anni questa impostazione per fare una cosa molto diversa dal
tradurre. Spesso si deve fare un passo indietro per mettere a fuoco le
cose importanti.

3.2.7. Monica Spadazzi

Ho frequentato la Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori di Bo-


logna dove ho conseguito il diploma in lingua inglese e tedesca nel
dicembre 1987. In seguito mi sono iscritta al corso di laurea in lingue
e letterature straniere presso lo IULM di Milano. Ho sostenuto gran
parte degli esami ma non ho terminato il corso di studi.
Nel corso dell’ultimo anno di scuola interpreti ho partecipato ad
alcune fiere internazionali di vari settori come interprete free-lance.
Dopo il conseguimento del diploma di interprete e traduttore ho col-
laborato per circa 7 mesi con una società di relazioni pubbliche di
Bologna dove mi occupavo principalmente di ricerca e gestione degli
sponsor, e di raccolta e redazione della rassegna stampa.
Fra le iniziative che ho seguito ricordo la settimana di eventi pa-
trocinati dal Comune di Imola in occasione del Gran Premio di For-
mula Uno e una fiera espositiva collegata ai mondiali di calcio Italia
90. Dal 1990 al 1995 ho lavorato in un’azienda specializzata in capi
di abbigliamento in denim per cui seguivo la parte commerciale della
gestione dei clienti e dei fornitori compresi alcuni mercati esteri. Per

131
MANUALE DI TRADUZIONE

conto di questa impresa ho partecipato anche ad alcune grandi fiere


di abbigliamento.
Dal 1995 lavoro nell’ufficio commerciale estero di Aeffe Fashion
Group con la mansione di Brand Manager. Sono la responsabile ven-
dite per i mercati esteri delle linee disegnate da Alberta Ferretti, e
della linea Pollini Ready to Wear. In sintesi le mie mansioni principa-
li sono le seguenti:
– sviluppo della distribuzione all’ingrosso delle linee di abbiglia-
mento e accessori;
– gestione della rete vendita (agenti, distributori e importatori);
– trattative commerciali con grandi gruppi per l’apertura di flagship
stores;
– contratti di importazione, franchising e altro, che seguo in colla-
borazione con l’ufficio legale;
– raccolta dati commerciali sui mercati esteri;
– traduzione di relazioni e altro.
La conoscenza delle lingue è il punto di partenza nella mia cre-
scita professionale che si è poi approfondita esplorando i diversi at-
teggiamenti in ambito commerciale e le diverse caratteristiche cultu-
rali dei paesi sui quali ho lavorato, sia in Oriente che in Occidente.
Questa sensibilità “culturale” si traduce nella capacità di capire velo-
cemente e in profondità i diversi mercati e le dinamiche che li muo-
vono. Si tratta di un fattore essenziale nel mio campo e, credo, in
moltissimi altri settori del commercio e dell’economia. Credo che fra
le qualità più importanti ci sia una maggiore sensibilità verso il pro-
dotto e le sue potenzialità in relazione a clienti che appartengono a
culture diverse. Questa sensibilità di base, però, da sola non basta; è
per questo che mi sono specializzata in seguito in settori nuovi come
il marketing e l’analisi della concorrenza dove ho trovato riscontri po-
sitivi nell’ambito professionale che hanno progressivamente allargato
il raggio delle mie responsabilità.

Nota

Con Monica abbandoniamo decisamente le professioni linguistiche.


Un po’ come Corrado prima di lei, anche Monica ritiene che la for-
mazione specifica della semiosi traduttiva l’abbia fatta crescere come
persona in una direzione precisa. Mentre Corrado metteva l’accento
su un abito cognitivo, Monica guarda piuttosto a una sensibilità. Noi
crediamo che abbiano entrambi ragione e che si tratti di due aspetti
complementari.

132
3. I MESTIERI DELLA SEMIOSI TRADUTTIVA

3.2.8. Giancarlo Marchesini

Parto dal principio che studio ed esperienze personali, letture e lavoro


siano intimamente collegati e interconnessi. Quindi risponderò a tutte
le domande del questionario ma seguendo una struttura diversa.
Mi sono iscritto alla Sapienza di Roma nel 1968 con l’idea ben
precisa di scrivere una tesi di laurea su Schönberg. Finalmente am-
messo alla presenza dell’allora cattedratico di Storia della musica, sco-
prii che, a suo parere, la storia della musica si era conclusa con De-
bussy. Smarrito, mi indirizzai all’Istituto di Storia del Teatro e dello
Spettacolo, cercando di coniugare la passione per musica e teatro. Il
mio percorso di studente universitario si concluse con una tesi su
Adolphe Appia (teorico della regia moderna, con particolare riferi-
mento alla rappresentazione delle opere di Wagner) successivamente
pubblicata per estratti.
Dal 1972 inizia un breve ma fecondo periodo di collaborazione in
seno allo stesso Istituto con la funzione di assistente volontario. Per
ragioni di politica universitaria, questa bella esperienza si guastò pro-
gressivamente. In attesa di decidere del mio futuro, chiesi e ottenni
una borsa di studio del CNR per continuare le mie ricerche su Appia.
Tornato a Roma a fine giugno 1974, me ne andai in Salento dove
l’Odin Teatret di Eugenio Barba si era trasferito per alcuni mesi. Co-
noscevo già Barba e il suo gruppo grazie alle mie ricerche e decisi di
trasferirmi in Danimarca, abbandonando l’università.
Nei successivi tre anni seguii tutte le attività dell’Odin Teatret, dal-
la preparazione degli spettacoli alle tournée, dal lavoro di ricerca alle
pubbliche relazioni. Una malattia mi impose una pausa di sei mesi du-
rante la quale mi resi conto che la mia parabola personale si era sem-
pre più allontanata dall’Odin Teatret. Le alternative erano: a) diventare
un epigono di Eugenio Barba in Italia o altrove; b) cercare un incarico
universitario; o c) cominciare qualcosa di completamente nuovo. La
traduzione mi apparve allora come la soluzione perfetta: un prodotto
artigianale di cui si può seguire il processo di produzione dall’inizio
alla fine, e, contemporaneamente un alibi che ti esenta dal pensare in
proprio obbligandoti a interpretare le parole di altri. Ero alla ricerca di
un materiale primigenio, un po’ come quando Michelangelo (so che il
paragone è estremamente irriverente), stanco della Curia di Roma e di
Giulio II, se ne tornava in Toscana con gli scalpellini delle Apuane per
respirare la polvere del marmo. Per me il materiale primigenio era la
lingua: scoprire i suoi giochi e le sue possibilità infinite, la sua forza di
persuasione. Come molti giovani che girano il mondo, mi ero lette-

133
MANUALE DI TRADUZIONE

ralmente innamorato delle lingue straniere ma grazie alla traduzione


riscoprii un amore mai estinto per l’italiano.
Non ho mai esercitato la professione del traduttore in patria (an-
che se molti dei miei testi vengono pubblicati in Italia); da quando
ho scelto questa professione risiedo in Svizzera. Gli inizi sono stati
più che modesti. Io traducevo in italiano, mia moglie in tedesco e
lavoravamo per le stesse agenzie, spesso aiutandoci reciprocamente
per trovare le soluzioni migliori. Erano tempi eroici, non esisteva
Google e le ricerche si facevano in biblioteca o con i dizionari, ser-
vendosi di enciclopedie, testi specialistici o statutari. Ci specializzam-
mo in traduzione giuridica ed economica (contratti, sentenze), tecnica
(tecnopolimeri, edilizia) e informatica (erano gli albori dei computer).
Giunsi così a un certo grado di notorietà locale. A metà degli anni
ottanta accettai un’occupazione part time per una società svizzera:
professionalmente parlando, è stato il periodo più noioso della mia
vita, ma la famiglia esigeva un reddito fisso. Dal 1983, intanto, inse-
gnavo a contratto all’École de Traduction et d’Interprétation dell’Uni-
versità di Ginevra (una specie di boccata d’aria nel grigiore della tra-
duzione quotidiana). E qui riavvampò la passione per la ricerca: sono
convinto che il fatto di spiegare ai miei studenti il fondamento delle
mie soluzioni traduttive dia molto di più a me che a loro. L’interesse
per la traduttologia fece il resto e, nel 1990, vinsi il concorso per il
posto che ricopro attualmente all’Università di Ginevra. Un mio ami-
co avrebbe voluto servirsi della mia storia per scrivere un saggio sulla
mobilità professionale. Per quanto mi riguarda, trovo che il mio iter
sia più che coerente: a un momento di ricerca rarefatta ed elitaria è
seguito un periodo di convulsa catarsi dopo il quale ho ubbidito al-
l’imperativo economico di sbarcare il lunario; il fato ha voluto infine
che la ricerca di denaro mi portasse a un’occupazione che è anche
oggetto di ricerca scientifica. Ma con una ricaduta importante: non
ho mai smesso di fare traduzioni. Tradurre mi piace. Certo la pre-
senza di uno stipendio a fine mese mi ha permesso di fare a meno
dei clienti più noiosi, ho fatto una cernita e conservo unicamente i
contatti che mi sembrano più gratificanti.
Oltre all’attività accademica di base (insegnamento, pubblicazioni,
relazioni presentate a convegni), sono titolare del progetto “Influsso
dell’italiano tradotto sull’italiano standard”, tengo numerosi workshop
dedicati al perfezionamento professionale e cerco faticosamente di fina-
lizzare un libro sulla traduzione che dovrebbe essere pubblicato alla
fine del 2006. Nel corso della mia carriera di traduttore, ho lavorato
per clienti quali Du Pont de Nemours, Grace Chemicals, DHL, la Can-
celleria federale svizzera, La Posta svizzera, Credit Suisse ecc. Eseguo

134
3. I MESTIERI DELLA SEMIOSI TRADUTTIVA

tuttora traduzioni per Rolex SA (Rolex Awards for Enterprise e Rolex


Mentor and Protegé) e per la filiale italiana di una multinazionale del-
l’imballaggio (Sealed Air Corporation) particolarmente attiva nel setto-
re comunicazioni.

Nota

Come c’era da aspettarsi, Giancarlo presenta un punto di vista diverso


da tutti gli altri. Abbiamo già detto che questa è l’unica storia il cui
protagonista non è in possesso di un diploma di istruzione superiore in
traduzione o interpretazione. Il caso è abbastanza frequente nella sua
generazione perché l’offerta universitaria è rimasta scarsa o nulla in
Italia fino all’inizio degli anni ottanta. Sottolineiamo con Giancarlo uno
degli aspetti più gratificanti della traduzione tradizionale, quello di es-
sere: «una produzione artigianale che si può seguire dall’inizio alla
fine». Vedremo nei prossimi due capitoli che il traduttore artigiano sta
lasciando progressivamente il campo al traduttore operaio, che rischia
di essere colpito da tutte le forme di alienazione già descritte da Marx
a metà dell’Ottocento. Non siamo invece affatto d’accordo con l’altra
idea contenuta nella stessa frase: tradurre «è un alibi che ti esenta dal
pensare in proprio obbligandoti a interpretare le parole di altri». Cre-
diamo che sia una visione riduttiva della traduzione che, infatti, finisce
per renderla noiosa e prima o poi si sente il bisogno di «una boccata
d’aria» nell’insegnamento o in altro. In ogni modo, quella di Giancarlo
è una dichiarazione d’amore per la traduzione: «Non ho mai smesso di
fare traduzioni. Tradurre mi piace».

3.3
Commenti generali

Le otto storie che abbiamo visto presentano diversi caratteri comuni.


In primo luogo, la maggior parte dei protagonisti abbina la traduzione
all’insegnamento, a un’altra occupazione o all’attività associativa. Que-
sto è indice di due fatti: il primo è che purtroppo è difficile mantenersi
con la sola traduzione in Italia; il secondo coinvolge una tendenza più
generale del mercato del lavoro: la progressiva scomparsa dell’occupa-
zione a tempo pieno e garantita fino alla pensione. Questa tendenza si
riflette anche nel fatto che quasi tutti hanno continuato a studiare e a
formarsi dopo il diploma di istruzione superiore. Se occorre cambiare
lavoro spesso nell’arco della vita attiva, non si deve mai smettere di
studiare, approfondire e aggiornarsi. La necessità della formazione per-
manente è stata posta in modo esplicito da Ottavio (cfr. PAR. 3.2.4).

135
MANUALE DI TRADUZIONE

Tuttavia, i traduttori e gli interpreti partono da una posizione di van-


taggio rispetto agli altri lavoratori intellettuali, perché, come abbiamo
visto, c’è consenso attorno al fatto che una buona scuola prepara effet-
tivamente all’esercizio della professione. Inoltre, Maria, Ottavio e Cor-
rado (cfr. PARR. 3.2.1, 3.2.4 e 3.2.6) parlano di gestione terminologica,
di localizzazione e di strumenti informatici anticipando altri temi che
vedremo meglio nei prossimi due capitoli. All’interno della professione
stanno nascendo molte specializzazioni e mestieri nuovi sotto la spinta
dell’innovazione tecnologica e della transizione dal modo di produzio-
ne artigianale a quello industriale. Torneremo su questi argomenti di
grande attualità e urgenza, e non solo per le professioni linguistiche.
In risposta alle nostre domande, tutti offrono riflessioni illuminanti
sugli anni di studio. Accanto alla preparazione specifica che abbiamo
già notato, fra le idee ricorrenti ci sono capacità di adattamento, sensi-
bilità culturale, flessibilità e duttilità mentale. Leggendo queste storie
una di seguito all’altra si delinea così un panorama per la semiosi tra-
duttiva che comprende due territori abbastanza diversi fra loro: da una
parte una serie di competenze molto specifiche che servono a svolgere
la professione, dall’altra lo sviluppo di abiti mentali generici e vaghi,
nel miglior senso del termine. La strada migliore per il futuro del setto-
re crediamo sia proprio quella che riuscirà a percorrere entrambi i ter-
ritori. Non tutti coloro che si preparano a diventare traduttori e inter-
preti finiranno per guadagnarsi da vivere facendolo; la domanda di
queste professioni sul mercato del lavoro ci appare di molto inferiore
all’offerta. Tuttavia, non consigliamo nessuna riforma radicale a livello
di formazione. Ciò che abbiamo letto conferma una nostra ipotesi ini-
ziale, ovvero che nei luoghi dove si insegna, la semiosi traduttiva circo-
la molto più di quanto si crede. Le capacità di adattamento e le sensi-
bilità culturali sviluppate quasi come un effetto collaterale all’interno
del profilo offerto dagli istituti superiori di mediazione linguistica con-
sentono di rispondere con successo alle esigenze anche di altre pro-
fessioni. Quindi la sfida consiste nel trovare il giusto grado di definizio-
ne per il profilo del traduttore o dell’interprete bilanciando, per usare
i nostri termini, le regioni centrali e periferiche della semiosi traduttiva.
Sappiamo che si tratta di un equilibrio difficile, tuttavia occorre partire
dalla consapevolezza che la formazione classica dei traduttori e degli
interpreti sviluppa una serie di abilità e di competenze preziose nel
mondo del lavoro. Nel prossimo capitolo cercheremo di analizzarle e
di suggerire alcuni trucchi del mestiere.

136
4
I trucchi del mestiere

In questo capitolo si parlerà dei trucchi del mestiere. Abbiamo visto


nel capitolo precedente che chi impara a fare semiosi traduttiva ha
una vasta gamma di sbocchi professionali davanti a sé, prime fra tutte
le professioni linguistiche tradizionali. Quindi può nascere il sospetto
che non esista nessun trucco in comune a tutti i mestieri possibili. Da
un certo punto di vista il sospetto è giustificato; la giornata di lavoro
di Annalisa e quella di Monica (cfr. PARR. 3.2.2 e 3.2.7) sono obietti-
vamente molto diverse. Quindi, piuttosto che di trucchi del mestiere
si dovrebbe parlare del “trucco dei mestieri”, nel senso che ormai
alla nostra comune formazione non corrisponde più un comune me-
stiere. Non ci lasceremo scoraggiare dalla difficoltà. La nostra tesi è
che ciascuno dei nostri protagonisti e le classi che rappresentano ha
trovato la propria strada muovendosi più o meno dallo stesso punto
di partenza: la base di conoscenze, abilità e sensibilità acquisite in un
corso di studi per traduttori, interpreti e mediatori linguistici e cultu-
rali. È di questa base comune che parleremo. Nelle prossime pagine
riprenderemo alcuni ragionamenti che abbiamo svolto finora e vedre-
mo di trarne dei suggerimenti utili sia per chi intende fare della se-
miosi traduttiva il proprio mestiere, sia per gli altri che – sempre a
partire da essa – finiranno per fare un altro lavoro. Per tutti, l’obietti-
vo è quello di prendere coscienza di ciò che effettivamente si impara
e si sa fare. Questo consentirà di sviluppare un atteggiamento propo-
sitivo per aprirsi la strada nel mondo del lavoro.

4.1
La percezione dei traduttori e degli interpreti
nella società e in accademia

L’ultima frase è deliberatamente ottimista perché vogliamo superare


un atteggiamento assai frequente nella comunità dei mediatori lingui-
stici e culturali. Moltissimi praticanti e studiosi della traduzione e del-

137
MANUALE DI TRADUZIONE

l’interpretazione si lamentano di non ricevere il rispetto dovuto da


parte della società, del mondo del lavoro e, nel caso degli studiosi,
degli ambienti accademici e intellettuali. Tuttavia a queste lamentele
non seguono di norma azioni positive; perché? Cercheremo delle ri-
sposte osservando la situazione da tre punti di vista: quello dei tra-
duttori, degli interpreti e dei traduttologi.
Cominceremo dalla tipologia di traduttori in assoluto più numero-
sa: i free-lance sul libero mercato legati a una o più agenzie. Chi riceve
traduzioni in appalto da un’agenzia di intermediazione di solito ha tre
motivi per lamentarsi: denaro, tempo e informazioni. In alcuni paesi
europei, fra cui l’Italia, un traduttore riceve mediamente pochissimi
soldi in cambio del suo impegno (75 centesimi di euro a riga è una
cifra massima di riferimento, che corrisponde a circa 8 centesimi a pa-
rola), spesso ha tempi di consegna troppo brevi per curare bene il pro-
dotto finale e di regola non ha informazioni sufficienti per svolgere il
suo lavoro e sul contesto nel quale andrà a circolare. Secondo una
ricerca della Banca mondiale (Pinto, Draheim, 2004), l’87% dei tra-
duttori coinvolti nell’inchiesta identifica nella terminologia e nel mate-
riale di background le condizioni principali per eseguire traduzioni di
qualità. La ricerca denuncia una forte discrepanza fra le esigenze dei
traduttori e il sostegno che ricevono effettivamente dai committenti:
«Solamente il 28% delle organizzazioni fornisce terminologia ai tra-
duttori e solamente il 26% materiale di background» 1. Per quanto
riguarda il contesto di destinazione dei testi tradotti, può capitare che
un’agenzia chieda al traduttore free-lance di fare una pagina di pub-
blicità senza specificare se il testo italiano circolerà internamente all’im-
presa che ha commissionato il lavoro oppure se finirà sui giornali per
una campagna nazionale. È chiaro che il traduttore nei due casi si
comporterebbe come se avesse di fronte due originali completamente
diversi. Perché i traduttori non sempre hanno queste informazioni? Ci
sono diversi motivi, uno dei quali è che le agenzie offrono principal-
mente un servizio di intermediazione raccogliendo la domanda da par-
te della committenza e l’offerta da parte dei traduttori. In questa posi-
zione, esse hanno interesse a minimizzare i contatti diretti fra il tra-
duttore e il cliente finale temendo che le parti decidano di fare a meno
della loro opera una volta stabilito il contatto.
Chi invece un’agenzia la gestisce o chi lavora contattando diretta-
mente i clienti ha soprattutto il problema della scarsa considerazione

1. «Only 28% of the organizations provide terminology to their translators, and


only 26% provide background material» (ivi, p. 11).

138
4. I TRUCCHI DEL MESTIERE

che circonda la professione. Molti clienti (e persino alcuni traduttori)


pensano sinceramente che prima o poi i traduttori verranno sostituiti
da un algoritmo; è solo questione di tempo. Il fatto che diversi si-
stemi di traduzione automatica siano già disponibili gratuitamente a
partire dai principali motori di ricerca non ha certo migliorato le
cose. La traduzione automatica incoraggia nella committenza la chi-
mera di avere un testo perfetto, immediatamente e gratis anche dagli
operatori umani. Per quanto impossibile, l’obiettivo si pone spesso
come punto ideale verso il quale tende impercettibilmente la trattati-
va commerciale. Esiste peraltro la possibilità che i committenti non
siano sinceri quando affermano che tradurre è un banale esercizio
meccanico. Sarebbe interessante verificare l’ipotesi che chi ha bisogno
di un traduttore sminuisce deliberatamente la difficoltà e l’importanza
del suo lavoro per indebolirne la forza contrattuale.
Fra gli interpreti invece la lamentela più ricorrente ha a che fare
con i testi delle relazioni. Sembra che pochi organizzatori di conve-
gni, conferenze e altro si rendano conto che basta dare agli interpreti
una certa quantità di documentazione e il tempo di studiarla per ave-
re un servizio molto migliore e dei collaboratori più sereni. Da qual-
che tempo, inoltre, circola con frequenza un’altra lamentela: quella
dell’interpretazione a distanza. Ciò è dovuto all’impiego sempre più
esteso delle tecniche televisive: una telecamera riprende l’oratore e il
segnale viene trasmesso all’interprete su un monitor grazie a un si-
stema a circuito chiuso eliminando la necessità di avere le cabine di
simultanea in sala. Un primo problema è che in questo modo l’inter-
prete non può più vedere con un solo colpo d’occhio il relatore e il
pubblico e quindi si perde il contesto di ricezione immediata dell’ori-
ginale. Un altro inconveniente è che gli operatori televisivi non rie-
scono sempre a inquadrare tutti i parlanti durante un dibattito. Infi-
ne, se si abbina la ripresa televisiva alle tecniche di comunicazione
diventa possibile far lavorare gli interpreti a grande distanza dal luo-
go in cui avviene il convengo perché il segnale può viaggiare su un
cavo verso un monitor collocato nello stesso centro congressi oppure
può arrivare in un altro paese tramite internet. Ovviamente quest’ulti-
ma possibilità è una tentazione fortissima perché le spese di viaggio e
di soggiorno degli interpreti possono essere molto onerose per gli or-
ganizzatori di questi eventi. Perché è così difficile per i non specialisti
mettersi nei panni di un interprete? Paradossalmente, crediamo che
gli interpreti siano vittime dell’aura magica che circonda la loro spe-
cialità e che molte figure influenti nel mondo dell’interpretazione fan-
no di tutto per alimentare. Chi non è abituato a veder lavorare un

139
MANUALE DI TRADUZIONE

interprete di solito resta stupito di fronte alla capacità di riferire un


discorso in una lingua diversa quasi nello stesso momento in cui vie-
ne pronunciato. Sono gli interpreti e non i traduttori che ci fanno
vagheggiare la possibilità di ricucire lo strappo di Babele.
Un lavoratore intellettuale che viene considerato più o meno
come succedaneo di una macchina o come uno stregone dotato di
poteri sovrumani non si può aspettare di avere la stessa considerazio-
ne che si attribuisce a un qualsiasi altro esperto che, come un medico
o un meccanico, svolge un’utile funzione sociale. Inoltre, a nessuno
piace chiamare un traduttore o un interprete così come a nessuno
piace andare dall’avvocato. Lo facciamo quando vi siamo costretti;
verso il secondo ci spinge una denuncia, verso i primi l’irritante in-
conveniente di non capirsi. In entrambi i casi, ne faremmo volentieri
a meno. Quel che è più grave è che la traduzione ci ricorda la fragili-
tà degli strumenti che utilizziamo per costruire la nostra identità indi-
viduale e collettiva (cfr. CAP. 2). Ci sentiamo italiani (o fiamminghi o
laotiani) perché condividiamo all’interno del nostro gruppo delle con-
venzioni culturali fra le quali spiccano la lingua o le lingue che abbia-
mo appreso da bambini (il bilinguismo è molto più comune di quan-
to si creda sulla Terra). La lingua costituisce e allo stesso tempo rap-
presenta il mondo di valori che sentiamo come la nostra casa. La lin-
gua è quindi lo strumento identitario forse più potente: ci consente di
sapere chi siamo tracciando un confine fra noi e gli altri che parlano,
si comportano e pensano diversamente da noi.
Da questo punto di vista, i traduttori sono un’eccezione: non solo
parlano almeno una delle lingue degli altri, ma trascorrono tutta la
loro vita professionale sul confine e a quanto pare ci si trovano per-
fettamente a loro agio. Si tratta di uno scandalo che non può non
provocare qualche ansia nel corpo sociale. Diego Marani (2004, p.
16), un autore formato come interprete, ha raccontato questa condi-
zione in un romanzo:

Le lingue sono come lo spazzolino da denti: ognuno dovrebbe mettersi in


bocca soltanto il proprio. È una questione di igiene, di buona educazione. È
pericoloso lasciarsi contaminare dai germi d’un’altra lingua. Che ne sappia-
mo di quel che possono scatenare quando si infilano nei delicati vasi del no-
stro cervello, quando si mescolano ai nostri più antichi succhi e generano un
miscuglio che Dio non ha voluto? I germi delle malattie europee sterminaro-
no gli indiani d’America. Allo stesso modo, una lingua estranea iniettata nel-
la nostra mente porta il contagio di suoni sconosciuti, la visione di mondi a
noi incomprensibili, la vertigine di altre verità e il desiderio diabolico di pos-
sederne la conoscenza.

140
4. I TRUCCHI DEL MESTIERE

È comprensibile quindi – anche se dal nostro punto di vista total-


mente inaccettabile – che diverse culture abbiano sviluppato delle di-
fese contro lo scandalo della traduzione. Una di queste passa per il
semplice misconoscimento. Siamo costantemente circondati dalla tra-
duzione ma non ci facciamo caso, anche quando non sarebbe affatto
difficile accorgersene. Quando i telespettatori di Amsterdam o di
Bangkok guardano il telegiornale la sera non si fermano a riflettere
sul fatto che le agenzie di stampa utilizzate per scrivere le notizie che
stanno ascoltando in origine erano quasi tutte in inglese. Evidente-
mente, qualcuno deve averle tradotte e adattate. In un caso come
questo è naturale misconoscere la traduzione perché si risparmiano
energie cognitive che non porterebbero poi un grande vantaggio. In-
fatti, ci accorgiamo dell’esistenza della traduzione principalmente
quando qualcosa va storto, per esempio quando il doppiatore della
telenovela argentina perde la sincronia con le labbra dell’attore sullo
schermo. In questi altri casi è vantaggioso chiedersi se non ci sia per
caso un problema con la traduzione: se le labbra dell’attore articola-
no adiós, perché il doppiatore dice “arrivederci”? Sarebbe stato me-
glio “ciao”.
Un’altra difesa che la società costruisce contro lo scandalo della
traduzione riguarda la cosiddetta “invisibilità del traduttore”. Nella
stragrande maggioranza dei casi, ci si aspetta che il traduttore esista
fra l’originale e la traduzione ma che sparisca fra la traduzione e i
suoi destinatari finali. È una specie di gioco di prestigio, come quello
della donna segata in tre pezzi di cui si vedono la testa e le gambe,
ma che ha l’aria al posto del tronco. A parte la similitudine azzardata,
si tratta di un fenomeno molto studiato nei translation studies, in par-
ticolare grazie all’opera di Lawrence Venuti che gli ha dato il nome
(Venuti, 1995, 1998; cfr. anche PAR. 1.5). Come si manifesta per Ve-
nuti l’invisibilità del traduttore? In diversi modi: la letteratura tradot-
ta ha scarsa legittimità ed è emarginata, le normative sul diritto d’au-
tore istituzionalizzano questa marginalizzazione e l’attività dei tradut-
tori resta nell’ombra. Sul piano intellettuale le cose non cambiano poi
molto: la traduzione è stata trattata tradizionalmente con gli strumen-
ti della linguistica che propongono un’idea meccanica di equivalenza
ignorando ogni contributo attivo e creativo del traduttore come uno
degli agenti che plasma e sviluppa la propria cultura (per questo rias-
sunto e un’acuta critica cfr. Pym, 1999).
Con questo portiamo a termine le considerazioni dedicate ai pro-
fessionisti della traduzione e dell’interpretazione per passare ai tra-
duttologi. Per prima cosa, rimandiamo di nuovo al CAP. 1 dove ab-
biamo seguito le vicissitudini della riflessione accademica attorno alla

141
MANUALE DI TRADUZIONE

traduzione. Quelle pagine documentano il tentativo ormai trentenna-


le di fondare una disciplina autonoma interamente dedicata ai tran-
slation studies. Accanto a molti indubitabili progressi e a un’esplosio-
ne di interesse verso la traduzione, non si può dire che quest’avven-
tura accademica sia stata coronata da successo. Come abbiamo ipo-
tizzato all’inizio del CAP. 2, ci sembra che la traduzione sia ancora
vittima della maledizione di Cervantes e sarà difficile affrancarsi da
questa tradizione di subalternità in mancanza di una base teorica so-
lida capace di unificare il campo di studi. Alle considerazioni già
espresse in precedenza vorremmo aggiungere qui una nota storico-
sociologica. La traduttologia ha scelto il momento sbagliato per lan-
ciarsi in una lotta per l’indipendenza della sua provincia in seno alla
grande confederazione delle scienze umane. La fine del XX secolo è
stata propizia per la nascita di nuovi organismi nazionali, ma non per
il sorgere di nuove discipline. In questo scorcio storico si sta impo-
nendo piuttosto il punto di vista opposto. L’interesse degli studiosi,
sia nelle scienze naturali che in quelle umane, non si organizza più
seguendo i confini delle discipline bensì attorno ai problemi da ri-
solvere. Per esempio, un gruppo alla UCLA in California si è posto il
problema di descrivere la vita in tre dimensioni a livello dell’atomo.
In questa ricerca interdisciplinare convergono la biologia molecolare,
la chimica e la biochimica, l’informatica, la matematica e la fisica
(per ulteriori informazioni sul progetto, cfr. http://www.chem.ucla.e-
du/brochure/research-1.html). A dire il vero, i translation studies eu-
ropei hanno riconosciuto da tempo la loro natura interdisciplinare
(Snell-Hornby, Pöchhacker, Kaindl, 1994) ma ciò non risolve la que-
stione; in particolare, non chiarisce se la traduttologia debba rimane-
re un problema interessante per un certo numero di altre discipline
oppure se debba trasformarsi essa stessa in una disciplina nuova.
Non è chiaro nemmeno verso quale strada possano andare le scienze
umane nel prossimo futuro. Prendendo a prestito un termine dagli
studi culturali latinoamericani e da García Canclini (2001), crediamo
sia necessario fare il salto verso la “transdisciplinarità”. Qual è la dif-
ferenza? L’interdisciplinarità presuppone che le discipline esistano e
che possano dialogare fra di loro; la transdisciplinarità invece parte
dall’idea che le discipline non esistono di per sé ma che sono sola-
mente forme istituzionalizzate dall’accademia che manifesta il proces-
so di ideologizzazione della ricerca 2.

2. Sul concetto di transdisciplinarità cfr. Arduini (2006).

142
4. I TRUCCHI DEL MESTIERE

4.2
La formazione fra teoria e mestiere

La traduzione vive una situazione assai particolare nel mondo dell’i-


struzione superiore: a differenza di ogni altro campo di studio, mol-
tissimi insegnanti nelle scuole per mediazione linguistica nutrono un
tradizionale sospetto verso i traduttologi e i loro discorsi teorici che
accusano di non saper proporre nulla di utile per la didattica e la
pratica del mestiere.
Noi rispettiamo questa percezione e pensiamo che la traduttologia
non sia totalmente innocente. Siamo però convinti che può essere uti-
le parlare di teoria, perché permette ai praticanti e agli insegnanti di
riflettere sulle idee che le istituzioni e la società hanno sulla traduzio-
ne; idee che non sono sempre evidenti ma che condizionano le prati-
che traduttive. Il nostro approccio alla teoria offre dunque la possibi-
lità di interrogarsi su alcune questioni di fondo. Vi è teoria ogni volta
che le premesse di un discorso non sono più accettate da tutti ed è
quindi necessario ripensare e riorganizzare la conoscenza. Alla fine
del CAP. 2 abbiamo scritto che fare teoria è una dichiarazione di op-
posizione; qui vogliamo aggiungere che solo l’istituzione accademica
può permettersi – e anzi ha il dovere sociale – di svilupparla.
Come può entrare tutto questo in un corso di traduzione? Abbia-
mo visto che il mercato della traduzione sta cambiando in modo im-
pressionante grazie all’enorme mole di informazioni disponibili, al-
l’aumento dei contatti interculturali e all’avvento di internet. La do-
manda di traduzione è in costante aumento. Uno studio condotto da
Common Sense Advisory (cfr. http://www.commonsenseadvisory.
com/index.php, 1o giugno 2006) stima che il mercato mondiale dei
servizi linguistici valesse 8,8 miliardi di dollari nel 2005 con tassi di
crescita sostenuti che porterebbero la cifra a oltre 12 miliardi e mez-
zo nel 2010. Inoltre la professione assiste in questi anni a una rivolu-
zione tecnologica. Possiamo dire con Frank Austermühl (2001) che
un traduttore tecnico oggi può fare pochissimo senza estese cono-
scenze di base, soprattutto delle nuove tecnologie per la traduzione
assistita. Però l’insegnamento tecnico non basta; i nuovi strumenti
elettronici hanno messo in moto un grande cambiamento che richiede
anche una solida base teorica per affrontare i continui cambiamenti
in maniera intelligente e produttiva. Il mercato vuole dunque tradut-
tori tecnici che non solo sappiano usare la tecnologia, ma che ne in-
terpretino anche correttamente la funzione. Il discorso vale anche per
gli altri tipi di traduzione. Ad esempio è indispensabile che un tra-
duttore editoriale sia consapevole del mercato dei libri e delle condi-

143
MANUALE DI TRADUZIONE

zioni ideologiche e culturali in cui opera. Crediamo che questo faccia


parte del suo sapere, della sua possibilità di essere un intellettuale e
non un operatore invisibile. Si è invisibili quando non si è consapevo-
li del ruolo sociale che si ricopre, e questo forse è stato il problema
per tanti traduttori nel passato.
Per articolare meglio la sfida con la quale abbiamo chiuso il capi-
tolo precedente, il percorso di formazione dei traduttori deve sposare
il mestiere del traduttore con la coscienza del mestiere. Ma la co-
scienza della professione si acquisisce anche comprendendone il ruolo
sociale e culturale, il suo rapporto con le istituzioni e con l’industria,
i motivi del prestigio o dell’assenza di prestigio che il traduttore rico-
pre nella nostra società. Infine il suo ruolo nel determinare il canone
della letteratura nella sua lingua. E questo è il compito della critica e
della teoria. Parafrasando Hegel, potremmo dire che la teoria senza la
pratica professionale è muta, la pratica senza la teoria è sorda.
Per quanto riguarda l’Italia, il dibattito attorno alla formazione
dei traduttori non si svolge tanto sul piano intellettuale quanto su
quello giuridico e dell’organizzazione dell’istruzione superiore. La
prima legge che regola il settore dell’insegnamento della traduzione e
dell’interpretazione nel nostro paese risale all’11 ottobre 1986, n. 697
(G.U. n. 250 del 27 ottobre 1986). La legge attribuiva al ministro del-
la Pubblica istruzione il potere di abilitare gli istituti superiori «al ri-
lascio dei diplomi aventi valore legale». Da allora, il settore è entrato
in un processo di rivoluzione permanente al quale si è aggiunto più
tardi il vento di riforma che attraversa tutta l’università italiana. Nel
1986 in Italia esistevano un solo corso di laurea in traduzione o inter-
pretazione (dell’università di Trieste) e tre offerte formative private
(quella che oggi è la Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori con
sede a Milano e quattro sedi periferiche sparse per il paese, la scuola
di Perugia e quella comunale sempre a Milano). Nel CAP. 3 abbiamo
già accennato alla situazione attuale (giugno 2006): una laurea di pri-
mo livello in mediazione linguistica si può ricevere presso 31 atenei
italiani e un diploma equipollente presso 21 scuole superiori per me-
diatori linguistici. Questa esplosione risulta vagamente paradossale: i
corsi per mediatori linguistici stanno avendo un successo enorme nel-
la popolazione studentesca, tuttavia questo successo non sembra aver
innalzato il prestigio delle professioni tradizionali nel mondo del lavo-
ro e nella società, che rimane molto basso. Chiaramente, molti diplo-
mati e laureati in mediazione culturale saranno spinti verso professio-
ni diverse da quelle di traduttore o interprete. Ripetiamo però che
questa non è affatto una cattiva notizia, come dimostrano le storie
riportate nel CAP. 3.

144
4. I TRUCCHI DEL MESTIERE

Concludiamo qui questa breve carrellata su ciò che si pensa della


traduzione e dell’interpretazione nella società, nel mondo del lavoro e
negli ambienti accademici. Come si ricorderà, all’inizio di questo PAR.
abbiamo annunciato la nostra intenzione di superare l’atteggiamento
frequente di chiudere il discorso a questo punto. Non si contano in-
fatti le dichiarazioni pubbliche e private che lamentano l’attuale stato
di cose mentre le proposte per migliorare la situazione sono rarissi-
me. Siamo convinti invece che sia giunto il momento di affrontare la
questione partendo dalla domanda: “Che fare?”. Per cominciare, oc-
corre chiarire alcune proposizioni strategiche di carattere generale:
– denunciare una situazione di scarso riconoscimento senza propor-
re alternative e senza avere i mezzi per opporvisi indebolisce la posi-
zione dei mediatori linguistici invece di rafforzarla;
– la subalternità dei mediatori linguistici non è un capriccio della
storia ma è finalizzata a garantire vantaggi e privilegi ad altre classi,
professioni e discipline con interessi contrapposti;
– se i traduttori, gli interpreti e i traduttologi vogliono guadagnare
il rispetto altrui devono imparare prima di tutto ad avere rispetto di
se stessi e ciò significa prendere piena coscienza delle proprie cono-
scenze e competenze;
– il rispetto giustamente rivendicato non verrà regalato da nessuno,
ma va conquistato facendo valere proprio le speciali conoscenze e le
competenze dei mediatori linguistici e culturali.
Crediamo che i veri trucchi del mestiere siano quelli che aiutano
a mettere in pratica orientamenti strategici come quelli appena
esposti. Le rimanenti sezioni del presente capitolo ne esploreranno
alcuni.

4.2.1. Non di sole parole

Sul libero mercato della traduzione si incontrano spesso committenti,


intermediari e persino alcuni traduttori che hanno un’idea estrema-
mente riduttiva della traduzione nel più ampio contesto della comuni-
cazione. Ne abbiamo visto sopra il sintomo quando un free-lance rice-
ve una commissione senza materiali e informazioni sufficienti. Esclu-
dendo il caso in cui questo comportamento è dovuto alla volontà di
proteggere il monopolio di posizione dell’intermediario, si tratta spesso
di un comportamento basato su un’idea fondamentalmente errata della
traduzione come semplice sostituzione di materiale linguistico. Dopo
quanto abbiamo detto, non occorre insistere ancora sul fatto che tra-
durre significa molto di più che sostituire le parole della lingua origina-
le con quelle della lingua di destinazione. Chi ignora questo fatto lo fa

145
MANUALE DI TRADUZIONE

TABELLA 4.1
Traduzione italiana dei comandi del programma SAP

Comando italiano Comando inglese Cosa fa il comando

storico oggetto object history Per esempio, mostra tutte


le azioni passate relative a
un ordine
condizioni conditions Specifica il prezzo
medicina del lavoro occupational health È un modulo per la pre-
venzione degli incidenti, co-
sa fare in caso di emergen-
za ecc.

a suo rischio e pericolo, come per esempio l’impresa SAP, produttrice


del programma di gestione aziendale più diffuso al mondo e la più
grande software house europea. La versione italiana del programma
comprende i comandi riportati nella TAB. 4.1.
È chiaro che prima di commercializzare la prossima versione del
programma, l’impresa avrà bisogno di rivedere la strategia di comuni-
cazione multilingue. A meno che il progetto di traduzione non sia
stato realizzato completamente da un sistema automatico – ipotesi
quasi impossibile – è sorprendente che non sia mai squillato un cam-
panello d’allarme o che non sia stato preso sul serio. Non è questa la
sede per capire cosa possa essere successo né tanto meno per attri-
buire responsabilità. Ipotizziamo però che ai traduttori italiani siano
pervenute delle stringhe di testo immerse nelle righe di codice del
programma utilizzando un sistema di traduzione assistita come quelli
che vedremo nel prossimo capitolo. Immaginiamo anche che assieme
ai file da tradurre abbiano ricevuto scadenze molto ravvicinate e po-
che informazioni di contesto. In particolare, i tre esempi citati sopra
ci fanno sorgere il sospetto che chi li ha scritti e rivisti non abbia
avuto la possibilità o la voglia di utilizzare il programma per vedere i
comandi in azione sullo schermo.
In un caso come questo, e sulla base delle nostre ipotesi, sarebbe
stato sufficiente dare ai traduttori una copia funzionante del pro-
gramma e retribuire il tempo necessario per consultarla durante il la-
voro. E qui arriva il primo trucco del mestiere: se questa pratica ele-
mentare non è ancora affermata in seno alla SAP o ai responsabili del-
la sua comunicazione multilingue, dovranno essere i traduttori a sug-
gerirla. Riteniamo infatti che il traduttore non sia necessariamente co-
stretto ad accettare sempre le condizioni proposte dal committente o
dagli intermediari. Poiché è la figura che conosce meglio di tutti il

146
4. I TRUCCHI DEL MESTIERE

lavoro, ha il diritto e probabilmente il dovere di pretendere le condi-


zioni ottimali per svolgerlo. In termini generali, però, ciò non può
avvenire se i traduttori: a) non conoscono i requisiti necessari per
rendere un servizio di buona qualità; e b) non sono in grado di infor-
marne il committente. Nella nostra esperienza, i committenti accolgo-
no volentieri questo tipo di consulenza quando viene formulata con il
sostegno di buoni argomenti. Con i clienti o gli intermediari più diffi-
cili, che pure esistono, consigliamo di irrigidire la posizione negoziale
fino a fare di questi requisiti una condizione irrinunciabile per pre-
stare l’opera. Ci rendiamo conto che in questo modo si corre il ri-
schio di perdere la commessa, tuttavia un cliente irrazionale che non
concede condizioni di lavoro decenti è meglio perderlo che trovarlo.
Perché abbiamo chiamato “irrazionale” un cliente così? Facciamo un
parallelo: ci accorgiamo che c’è una grossa perdita in cucina e chia-
miamo l’idraulico. Al telefono, questi ci dice che può venire l’indo-
mani e che, sulla base della nostra descrizione, ci vorrà un giorno
intero a fare la riparazione. Come è ragionevole rispondere? Natu-
ralmente che va bene, è già una fortuna avere un servizio così rapido.
Invece qualche volta ciò che sarebbe normale con un idraulico non lo
è con un traduttore. La posizione del committente irrazionale corri-
sponderebbe a una risposta di questo tipo: “Eh no, un giorno intero
è troppo. Deve finire senz’altro entro mezzogiorno”. Come reagireb-
bero probabilmente i due prestatori d’opera? Gli idraulici sono tanto
richiesti che non se ne troverebbe nessuno disposto a lavorare in me-
tà del tempo necessario; il cliente irrazionale, invece, un traduttore
disposto ad accettare condizioni impossibili è probabile che lo trovi.
E quando accade, alla fine perdono tutti: il traduttore che lavora ma-
le e il committente che avrà giocoforza un prodotto scadente: non ci
pare una soluzione razionale.
C’è anche un altro senso in cui tradurre non equivale a sostitui-
re materiale linguistico: quando un processo semiotico analogo alla
semiosi traduttiva si deve applicare a segni non linguistici. Infatti
bisogna avere una certa conoscenza e sensibilità per prevedere l’ef-
fetto che un segno avrà nell’ambiente di destinazione anche quando
non si tratta di parole. È noto l’esempio di un’impresa farmaceutica
che aveva deciso di commercializzare un prodotto negli Emirati
Arabi Uniti. Per evitare problemi linguistici, la confezione riportava
tre immagini: nella prima c’era un malato, nella seconda la stessa
persona che prendeva la medicina e nell’ultima il malato era guari-
to. Il problema sta nel fatto che nel mondo arabo si legge da destra
a sinistra. Una grande banca internazionale ha sfruttato i significati
che i segni non linguistici assumono nelle diverse parti del mondo

147
MANUALE DI TRADUZIONE

FIGUR A 4.1
Due simboli della fortuna

per una famosa campagna pubblicitaria. L’immagine riportata in


FIG. 4.1, per esempio, dice “Scottish Highlands: Lucky. Northern
Vietnam: Lucky” e contrappone i fiori considerati portafortuna nel-
le due regioni.
Questo tipo di sensibilità culturale è molto sviluppata nei buoni
traduttori, i quali non solo sanno come parlano le persone di cui co-
noscono le lingue, ma sanno anche cosa li fa ridere, cosa li offende,
cosa considerano di buono e di cattivo gusto, e così via. Il secondo
trucco del mestiere che vogliamo suggerire è quello di presentare sul
mercato proprio questa conoscenza, che appare scontata solamente
all’interno dei circoli professionali. In questo modo, il contributo po-
tenziale del traduttore eccede la pagina scritta e la sua figura diventa
quella di un vero esperto di mediazione interculturale.

4.2.2. Come si paga un traduttore?

Nella sezione precedente abbiamo auspicato e motivato un cambia-


mento nella figura del traduttore: da sistema semiautomatico per la
sostituzione di parole a consulente per la comunicazione multilingue

148
4. I TRUCCHI DEL MESTIERE

ed esperto in mediazione culturale. La nostra critica apparirà in tutta


la sua portata esaminandone le implicazioni economiche. Abbiamo
già accennato al fatto che in certe parti d’Europa fra cui l’Italia la
traduzione viene pagata pochissimo; qui vogliamo riflettere sulla logi-
ca che presiede alla retribuzione del lavoro dei traduttori. La pratica
corrente in tutti i mercati a noi noti, con alcune eccezioni che ve-
dremo nel paragrafo seguente, è quella di pattuire un corrispettivo
calcolato in base alle unità di testo originale o tradotto: caratteri, pa-
role, righe o cartelle. Questa pratica è in palese contraddizione con
quanto abbiamo appena affermato: se i traduttori prestano effettiva-
mente un servizio di mediazione è assurdo che ciò che viene scambia-
to sul mercato sia una merce. Tale consuetudine riflette una concezio-
ne superata del lavoro e non solo del lavoro dei traduttori. La mente
corre alla celebre fabbrica di spilli di cui parlava Adam Smith per
illustrare i vantaggi della divisione del lavoro. Il dato sconfortante è
che An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations è
del 1776, all’inizio della rivoluzione industriale. Proprio come i lavo-
ratori dell’epoca, ancora oggi molti traduttori vengono pagati secon-
do un rigoroso regime di cottimo, ovvero esclusivamente in base al
prodotto senza considerare, per esempio, il tempo impiegato. Le mo-
dalità di pagamento correnti presuppongono che il traduttore, così
come il fabbricante di spilli, produca una merce, che tale merce si
possa parcellizzare in oggetti definiti e che questi oggetti siano tutti
uguali fra loro; ovvero che costi lo stesso sforzo produrli. Vedremo
nel prossimo capitolo, nel PAR. 5.4 che tratta della proprietà delle me-
morie di traduzione, come la meccanizzazione del processo traduttivo
faccia esplodere questa contraddizione.
Nessuno dei tre paralleli con il fabbricante di spilli regge a uno
scrutinio anche superficiale. Per quanto riguarda il primo, abbiamo
già suggerito ai traduttori di proporsi per ciò che sono, ovvero, con-
sulenti ed esperti. È chiaro che saranno anche in grado di realizzare
un prodotto, come scrivere un romanzo, il manuale di manutenzione
di un’automobile o una pagina web. Tuttavia, questa fase è solo l’esi-
to tangibile che completa un processo nel quale entrano in gioco co-
noscenze, sensibilità e competenze molto più ampie. Il secondo pa-
rallelo, quello della parcellizzazione, benché possibile nella pratica, è
logicamente assurdo. Non esiste nessuna base razionale per affermare
che il valore di un testo, compreso il valore commerciale di scambio,
equivalga alla sua lunghezza. Jorge Luís Borges nei suoi 87 anni di
vita ha pubblicato pochissimo: l’edizione completa italiana delle sue
opere conta due volumi per un totale di appena 2.774 pagine (Bor-
ges, 1984, 1985). Nessuno sconsiderato ha mai opposto questo fatto a

149
MANUALE DI TRADUZIONE

chi reputa Borges uno dei maggiori scrittori del XX secolo. Per finire,
vediamo il criterio dell’uniformità: non è vero che tradurre costi sem-
pre lo stesso sforzo. L’argomento più intuitivo riguarda la traduzione
letteraria e prenderemo il nostro esempio ancora da Borges. L’inizio
del racconto intitolato Las ruinas circulares (uno dei più celebri) reci-
ta così: «Nadie lo vió desembarcar en la unánime noche» (Borges,
1996, vol. I, p. 451). Rendere conto di unánime in un’altra lingua
prevede una profonda sensibilità per individuare il problema, la co-
noscenza del castello metafisico dello scrittore argentino per risolverlo
e un gran numero di cicli di prova ed errore per mettere in pratica la
soluzione preferita. Il presupposto dell’uniformità della traduzione è
indifendibile in assoluto, ovvero anche al di fuori della letteratura,
perché esprime in termini puramente quantitativi un’attività che inve-
ce varia soprattutto su linee qualitative. Alla fine di queste considera-
zioni ci sentiamo di avanzare il terzo trucco del mestiere: fare quanto
possibile per sottrarsi alla pratica di venir pagati in base alla quantità
di testo prodotto. Se i mediatori linguistici e culturali sono prestatori
di un servizio, allora dovranno ricevere un corrispettivo in denaro
come ogni altro prestatore di servizi. Ci sono diversi sistemi consoli-
dati: per esempio a forfait (o in relazione al tempo) sulla base di un
capitolato d’opera e di un preventivo.
Il problema fondamentale risiede nel fatto che nel contratto che
lega il traduttore al committente gli aspetti ai quali si riferiscono i tre
trucchi esposti finora restano impliciti; il nostro vero suggerimento è
semplicemente quello di esplicitarli. Peraltro, non esiste alcun metodo
generale per mettere in pratica i suggerimenti che abbiamo proposto
in queste sezioni dedicate a chi lavora sul libero mercato. La strada si
definisce di volta in volta e dipende quasi totalmente da fattori con-
tingenti. Come abbiamo detto sopra, è proprio quando si tocca l’a-
spetto economico che risulta evidente la portata innovatrice delle no-
stre proposte. Siamo consapevoli che si troveranno enormi resistenze
nel mercato; tuttavia un testo accademico non deve limitarsi a descri-
vere le cose come stanno ma deve anche e soprattutto immaginare
come dovrebbero essere.

4.2.3. La strategia del salmone

I trucchi del mestiere esposti finora definiscono principalmente tre


punti d’arrivo per affrancare i mediatori linguistici da una condizione
professionale da prima rivoluzione industriale. Le cose cambiano
quando si considerano i traduttori e gli interpreti che lavorano in
seno alle organizzazioni pubbliche e private. In questo caso, i media-

150
4. I TRUCCHI DEL MESTIERE

tori linguistici vengono trattati come ogni altro dipendente: ricevono


uno stipendio, hanno un orario da rispettare, hanno diritto alla ma-
ternità, alle ferie, alla malattia e alla pensione. Vorremmo subito
sgomberare il terreno da un potenziale problema di percezione: la
stragrande maggioranza dei traduttori e degli interpreti che opera sul
libero mercato guarda ai colleghi nel servizio pubblico e nelle impre-
se come a una classe privilegiata. Quanto abbiamo detto finora su di
loro giustifica ampiamente tale sentimento. Tuttavia, occorre fare at-
tenzione alle conclusioni politiche da trarre. Noi crediamo che non
sia tanto il caso che la classe rappresentata da Maria nel capitolo pre-
cedente (cfr. PAR. 3.2.1) viva nel privilegio quanto piuttosto che le
condizioni delle classi rappresentate da Sergio o Annalisa (cfr. PARR.
3.2.3 e 3.2.2) siano spesso inaccettabili. Dobbiamo sforzarci di consi-
derare la condizione di Maria “normale” piuttosto che fortunata. Se
qualcuno si volesse organizzare per tutelare gli interessi della profes-
sione nel suo complesso, sarebbe logico chiedere l’impegno di tutti
per portare finalmente la condizione lavorativa dei free-lance nel XXI
secolo, piuttosto che aggravare le divisioni già esistenti con recrimina-
zioni interne alle professioni linguistiche.
Fatta questa premessa, quante sono le organizzazioni che offrono
un’occupazione stabile a interpreti e traduttori? Non siamo in grado
di rispondere a questa domanda con precisione. Intuitivamente, si
potrebbe pensare che ogni organizzazione internazionale abbia biso-
gno di un qualche servizio di traduzione, ma anche in questo caso la
risposta si perde in una galassia sterminata. L’Yearbook of Internatio-
nal Organizations, la principale fonte di riferimento che censisce gli
organismi senza fini di lucro, conta quasi 50.000 organizzazioni go-
vernative e non governative nel mondo. In Europa il più grande ser-
vizio di traduzione e interpretazione è quello dell’Unione europea. A
dire il vero, l’UE è una famiglia di istituzioni indipendenti e quasi tut-
te hanno organizzato il proprio servizio linguistico autonomamente.
Quindi nelle istituzioni comunitarie operano dieci servizi di traduzio-
ne e tre di interpretariato. Il più grande appartiene alla Commissione
europea, il braccio esecutivo dell’Unione. Alla fine del 2005, la Com-
missione aveva 2.188 addetti nella Direzione generale della traduzione
(DGT) e di questi 1.650 traducevano a tempo pieno. Ci sono poi le
amministrazioni nazionali dei paesi con più lingue ufficiali, come il
Canada, la Svizzera o il Belgio, che impiegano traduttori a diversi li-
velli. Anche la pubblica amministrazione italiana dà lavoro ai media-
tori linguistici. Secondo la rilevazione per predisporre proposte utili
al riordino del settore delle scuole superiori per interpreti e traduttori
realizzata dall’Osservatorio per la valutazione del sistema universitario

151
MANUALE DI TRADUZIONE

del MIUR nel 1998, la Presidenza del Consiglio e i ministeri avevano


una dotazione di 83 assistenti linguistici di VI qualifica, di 227 inter-
preti e traduttori, inquadrati nella VII qualifica, di 35 revisori inter-
preti traduttori (VIII qualifica) e di 3 direttori interpreti traduttori, in-
quadrati nella qualifica più alta (IX). Ci sono poi interpreti e tradutto-
ri appartenenti al ministero degli Interni nelle questure, prefetture e
aeroporti, così come nelle varie sedi del ministero della Difesa e mini-
stero degli Esteri. Nel settore privato, e per uscire dalla realtà nazio-
nale, molte grandi imprese si sono dotate in passato di servizi di tra-
duzione per operare sui mercati globali ma, come abbiamo visto nel
caso della BRI nel CAP. 3, nell’ultimo decennio si è imposto il modello
di subappaltare questi servizi nel più ampio contesto dell’outsourcing
che caratterizza lo stile di gestione di questi anni. Si tratta di uno dei
fattori che ha favorito lo sviluppo dell’industria della localizzazione;
una forma di organizzazione totalmente nuova nel mondo della me-
diazione linguistica di cui parleremo nel CAP. 5.
Sebbene questi mediatori linguistici abbiano formalmente le stesse
condizioni di lavoro di tutti gli altri dipendenti e funzionari dell’orga-
nizzazione nella quale sono impiegati, la loro posizione risente di nor-
ma dello scarso prestigio sociale della traduzione. Il nostro esempio
viene dalla Direzione per la traduzione della Commissione europea,
che è per sua stessa natura l’entità di riferimento in questo ambito. I
traduttori della DGT denunciano di essere penalizzati dal sistema di
promozioni all’interno dell’istituzione, hanno l’impressione che non si
riconosca più l’importanza e la qualità del loro lavoro e che vengano
ormai considerati come macchine per tradurre. Naturalmente queste
che riportiamo sono le percezioni dei funzionari della DGT e non
prendiamo nessuna posizione sulla loro validità. Ciò che conta per
noi è infatti la percezione stessa, che corrisponde, mutatis mutandis, a
quella dei colleghi indipendenti.
Percezioni come queste sono comuni in molte organizzazioni e
possono avere mille cause diverse che, insieme, creano una condizio-
ne di subalternità per la traduzione. Fra tutte queste, vorremmo con-
centrarci sulla posizione del traduttore lungo la catena della comuni-
cazione che produce i testi e i documenti attribuibili all’organizzazio-
ne. In genere, alla traduzione spetta l’ultimo anello della catena: il
testo passa ai traduttori quando tutti gli altri lo considerano finito.
Da questo fatto vogliamo inferire un presupposto: ancora una volta,
la concezione della traduzione come operazione che non va oltre la
pura superficie linguistica del testo. Se in un’impresa multinazionale
si deve scrivere un documento che definisce, per esempio, la politica
interna relativa alle molestie sessuali, i dirigenti e i dipendenti coin-

152
4. I TRUCCHI DEL MESTIERE

volti nella sua stesura avranno lunghe discussioni sul contenuto e sul
giusto dosaggio delle espressioni fino a stabilire un testo di compro-
messo che riflette le sensibilità di tutti e magari anche i capricci di
qualcuno. Immaginiamo che questo documento nasca negli Stati Uni-
ti e che, una volta definito, debba essere tradotto in tutte le lingue
dei paesi dove l’impresa è attiva. A quel punto i dirigenti confidano
nella capacità dei traduttori di “dire la stessa cosa” cambiando le pa-
role. E qui cominciano i problemi, perché il testo deve arrivare, po-
niamo, ai colleghi tailandesi e norvegesi che hanno sulle molestie ses-
suali e sui rapporti fra gli uomini e le donne un punto di vista molto
diverso rispetto a chi lo ha concepito. Ancora una volta, come nel
caso del committente irrazionale visto qualche pagina più sopra, ci
rimettono tutti: i traduttori devono risolvere un problema insolubile e
l’impresa non avrà una posizione coerente. Quindi fallirà la strategia
di comunicazione tesa a scoraggiare i soprusi sulle donne che, alla
fine, saranno quelle che ci rimettono più di tutti.
La soluzione che proponiamo per questa classe di problemi e, più
in generale, per la condizione dei traduttori in seno alle organizzazio-
ni è quella di risalire nella catena della produzione testuale e di por-
tare la istanze della traduzione e della comunicazione multilingue lì
dove il testo viene concepito, discusso, scritto e riscritto. Chiamiamo
questo viaggio controcorrente fino alle fonti del testo la “strategia del
salmone”, che è il nostro quarto trucco del mestiere. La strategia del
salmone produce diversi vantaggi:
– dopo qualche anno di lavoro, un traduttore brillante diventa un
esperto dell’argomento dei testi su cui lavora. Il suo contributo con-
cettuale alla documentazione viene sprecato se resta l’ultimo anello
della catena;
– i traduttori possono portare già in fase di redazione le risposte
attese dei ricettori nelle diverse culture. In questo modo si potrebbe-
ro suggerire idee nuove, prevenire i problemi di incomprensione ed
eliminare alcuni cicli di revisione. Nell’industria della localizzazione,
questa strategia è assai diffusa e prende il nome di internazionalizza-
zione (cfr. CAP. 5);
– i traduttori sono generalmente migliori redattori dei loro colle-
ghi, specialmente nella lingua madre. La loro presenza più a monte
migliorerebbe la qualità degli originali anche dal punto di vista sti-
listico;
– migliorerebbe la comunicazione multilingue nel suo complesso
perché, partecipando all’elaborazione dei testi, i traduttori avrebbe-
ro una migliore comprensione del messaggio da comunicare e della

153
MANUALE DI TRADUZIONE

funzione dei testi stessi e potrebbero comunicarla con maggiore ef-


ficacia.
Anche nelle organizzazioni, una strategia come quella che propo-
niamo andrebbe senz’altro incontro a forti resistenze; nessuno accetta
volentieri di condividere potere e responsabilità con gli altri. A que-
sto fine è necessario che i mediatori linguistici presentino in modo
persuasivo i vantaggi della loro partecipazione all’elaborazione dei te-
sti e che guadagnino la fiducia della struttura. Ancora una volta, non
esiste una ricetta generale per arrivare a questi risultati, tuttavia nella
nostra esperienza abbiamo verificato che funziona spesso l’argomento
della neutralità. Prima di iniziare la risalita della corrente, è facile per
i traduttori presentarsi come gli unici agenti nella catena che non
sono parte in causa. Se, per esempio, attorno al documento sulle mo-
lestie sessuali che abbiamo immaginato più sopra si creano due cor-
renti di opinione in seno all’impresa, è facile per il traduttore non
prendere partito e muoversi in uno spazio intermedio. Questo è uno
dei pochi vantaggi della formazione tradizionale e della percezione
corrente che considera i traduttori come operatori invisibili. Risalen-
do la corrente, consigliamo quindi di difendere con ogni mezzo la
propria indipendenza.
La strategia del salmone offre vantaggi analoghi anche ai tradutto-
ri indipendenti ai quali, ricordiamo, abbiamo consigliato di persegui-
re una strategia che ne trasforma la figura in quella di consulente per
la comunicazione multilingue ed esperto in mediazione culturale. In
effetti, crediamo che ci sia grande continuità fra la posizione dei tra-
duttori indipendenti e quella dei traduttori nelle organizzazioni. In
particolare, riteniamo che la strategia del salmone sia un suggerimen-
to valido soprattutto per i clienti più affezionati. Per esempio, abbia-
mo notizia di traduttori che, dopo aver tradotto con successo un cer-
to numero di manuali per un’impresa, sono diventati redattori tecnici
per l’impresa stessa e hanno cominciato a scrivere la documentazione
dei prodotti nuovi organizzandone la produzione in più lingue.

4.3
La mediazione linguistica come rampa di lancio

L’ultimo esempio riportato introduce questa terza e ultima sezione


del capitolo dedicata alle figure che utilizzano la conoscenza e l’abili-
tà maturata nella formazione e nella pratica della semiosi traduttiva
per svolgere lavori diversi rispetto alle professioni linguistiche tradi-
zionali. Nel CAP. 3 abbiamo ascoltato diverse voci da queste regioni
periferiche della mediazione culturale e abbiamo raccolto opinioni in-

154
4. I TRUCCHI DEL MESTIERE

teressanti, per esempio da Monica e Corrado (cfr. PARR. 3.2.7 e


3.2.6), su ciò che lega la loro occupazione attuale agli anni passati in
una scuola per interpreti e traduttori. In questa sezione intendiamo
partire da questi brevi racconti autobiografici per individuare le qua-
lità indotte dalla semiosi traduttiva che sono più apprezzate nel mon-
do del lavoro. Per far questo, dobbiamo abbandonare il piano de-
scrittivo dei casi presentati nel CAP. 3 e prendere una strada più spe-
culativa fondata sui presupposti teorici generali che abbiamo delinea-
to nei CAPP. 1 e 2.

4.3.1. Lingue e mobilità

Abbiamo appena utilizzato l’espressione: “le qualità indotte dalla se-


miosi traduttiva”. Si tratta di una frase deliberatamente generica per-
ché dovrà raccogliere sotto di sé una serie di tratti abbastanza di-
versi. Una caratterizzazione impressionistica ma corrente per i tradut-
tori e gli interpreti vuole i primi riflessivi e metodici mentre i secon-
di sarebbero intuitivi e rapidi a cavarsi d’impaccio anche nelle situa-
zioni più spinose. Lasciamo traccia di questo luogo comune nelle no-
stre pagine per prenderne le distanze. Non crediamo che tali caratte-
rizzazioni abbiano molto senso per il nostro discorso; al massimo ser-
vono come criterio nei corsi di traduzione per indirizzare gli studenti
verso la traduzione oppure verso l’interpretazione. Qui invece ci stia-
mo ponendo una domanda diversa: quali tratti personali, fra quelli
caratteristici degli individui che hanno familiarità con la semiosi tra-
duttiva, vengono ricercati e apprezzati al di fuori delle professioni
tradizionali?
La qualità più intuitiva sulla quale tutti concordano è la cono-
scenza di diverse lingue a livello molto elevato. Benché questa cono-
scenza abbia poco a che fare con la semiosi traduttiva in sé, ne co-
stituisce un presupposto. Nessuno esce da – o, in certi casi, entra in –
un buon corso per mediatori linguistici senza una lingua straniera
quasi a livello di un madrelingua e almeno un’altra a livello avanzato.
Sembra un fatto normale negli ambienti di studio e professionali, ma
basta mettere il naso appena fuori per accorgersi che chi ha frequen-
tato una buona scuola conosce le lingue molto meglio della media di
chi conosce le lingue. Esiste un gran numero di professioni nelle qua-
li questo livello di conoscenza costituisce un vantaggio comparato de-
cisivo, soprattutto in risposta alle dinamiche generali dell’economia
degli ultimi anni e, azzardiamo una previsione, degli anni a venire. Ci
riferiamo ovviamente al processo di integrazione europea, che non è

155
MANUALE DI TRADUZIONE

solo economico ma anche simbolico e culturale, nel quale ci sarà


sempre più bisogno di figure che si trovano a proprio agio con le
lingue e i modi di pensare degli altri. Ci riferiamo anche al processo
più ampio della globalizzazione, con l’affacciarsi sulla scena interna-
zionale di realtà nuove come i grandi paesi dell’Asia e dell’America
Latina.
Un’altra caratteristica che è strettamente legata all’apprendimento
delle lingue è l’abitudine alla mobilità, perché non si diventa così bra-
vi a parlare una lingua senza vivere a lungo in mezzo a chi la parla.
In molte imprese private e nelle organizzazioni internazionali cresce
la domanda di personale che sia disposto a spostarsi in giro per l’Eu-
ropa e per il mondo seguendo le esigenze e le strategie di sviluppo
dell’organizzazione. Di regola questi spostamenti vengono incoraggiati
con incentivi più o meno generosi per bilanciare la naturale inerzia
da parte del personale. Ancora una volta, i mediatori linguistici han-
no un vantaggio sugli altri perché il loro percorso di formazione e,
nel caso degli interpreti, la pratica professionale li ha abituati a sog-
giorni più o meno lunghi lontano dal luogo d’origine o di residenza.
Analogamente a quanto detto per la conoscenza delle lingue, il vero
vantaggio non risiede tanto nel fatto di aver viaggiato molto, che oggi
è abbastanza comune, ma nelle motivazioni, nella durata e, diremmo,
nell’intensità dell’esperienza che di solito si cerca con questi viaggi. I
mediatori linguistici passano lunghi periodi fra la gente che parla la
lingua che vogliono perfezionare per assorbirne i modi di pensare e
di comportarsi. Qui la parola chiave è “assorbire”, perché in questi
soggiorni ci si spinge oltre la curiosità, che è il sentimento del turista,
e anche oltre lo studio e la documentazione, che è il sentimento del-
l’antropologo. Molti mediatori linguistici, almeno per un certo perio-
do della loro vita, hanno rincorso il desiderio di diventare uno di loro.
Lasciamo perdere il fatto che si tratta di una chimera non solo irrag-
giungibile ma sconsigliabile anche come obiettivo; ciò che conta è che
i mediatori linguistici sono più avventurosi e hanno una capacità di
adattamento più spiccata rispetto alla media di chi è disposto a cam-
biare città, paese e continente per lavoro. Una superiore conoscenza
delle lingue e un maggiore spirito di avventura sono, ripetiamo, sola-
mente il materiale che i mediatori linguistici usano per fare la semiosi
traduttiva, così come il tubetto di colore serve al pittore per dare un
supporto materiale alla sua arte. Tuttavia è innegabile che questi trat-
ti siano frequentissimi fra i mediatori linguistici e offrono loro un
vantaggio comparato nel mondo del lavoro al di fuori delle professio-
ni tradizionali.

156
4. I TRUCCHI DEL MESTIERE

4.3.2. L’atteggiamento ermeneutico e cognitivo

Lo studio intelligente e la pratica consapevole della traduzione svi-


luppano degli abiti mentali preziosi per l’esercizio di professioni an-
che molto diverse dalle professioni linguistiche propriamente dette.
In questo paragrafo ne vedremo quattro, organizzati in due strane
coppie.
Il primo è l’abitudine a un’interpretazione del tutto particolare.
Ci spieghiamo con un esempio. A molti sarà capitato di leggere una
pagina per informazione o per diletto e, dopo un certo periodo, di
doverla tradurre. Chi ha fatto questa esperienza ricorderà che la se-
conda volta nella pagina vi ha trovato molto di più. Questo perché
la lettura finalizzata alla traduzione è più sospettosa, attenta e com-
pleta. In sostanza, si pongono più domande all’originale cercando di
cavare tutto il sugo possibile che in seguito servirà a elaborare il te-
sto nuovo. Qui occorre ribadire che quando diciamo “testo” non ci
riferiamo solamente alla pagina scritta, anche se è l’esempio che ab-
biamo portato per comodità di esposizione. Oggi i traduttori lavora-
no sempre più spesso su testi sincretici, come i programmi per i
computer e le pagine web, senza contare che cresce la domanda di
traduzioni per lo schermo anche nei media più vecchi come la televi-
sione e il cinema. Col tempo, questa intensità interpretativa diventa
un abito mentale che può essere attivato in modo deliberato anche
al di fuori della pratica della semiosi traduttiva. Quando questo suc-
cede, ci si trova in una posizione di vantaggio nelle situazioni più
diverse. Nell’economia e nella società della conoscenza si sono molti-
plicate le occupazioni nelle quali questa capacità è un fattore deter-
minante di successo.
La semiosi traduttiva ha un secondo effetto apparentemente op-
posto al precedente: lo chiameremo l’assorbimento istantaneo. È nor-
male per un traduttore, specialmente agli inizi, lavorare sui più vari
argomenti: un giorno una pagina pubblicitaria per un’impresa di co-
smetici, il giorno appresso una relazione per un congresso di teorici
della letteratura. Come abbiamo visto nel capoverso precedente, tra-
ducendo non ci si può permettere di lasciare nessun angolo buio
nell’originale; ma cosa succede se questo tratta di un argomento del
tutto ignoto? In un mondo ideale, un lavoro del genere si passa al
collega specializzato in quell’argomento; nel mondo reale non si può
quasi mai perdere la commessa. Tuttavia, non ci si può iscrivere a
Lettere prima di iniziare a tradurre la relazione, perché il professore
parte per il convegno fra un mese. Quindi si conduce una ricerca
veloce per farsi un’idea dell’originale e dare inizio alla fase di inter-

157
MANUALE DI TRADUZIONE

pretazione descritta sopra. Molti autori hanno commentato il fatto


che, a lungo andare, i traduttori diventano eclettici; magari hanno
qualche campo di specializzazione ma sanno davvero un po’ di tutto.
L’assorbimento istantaneo, che sembra così scontato fra i traduttori,
induce lo sviluppo di un abito mentale che invece è assai prezioso al
di fuori delle professioni linguistiche: i traduttori credono in cuor
loro che sia possibile imparare tutto, e non sappiamo se si tratta di
coraggio o di incoscienza. Nei casi migliori, diventa più facile per
chi ha una certa pratica della semiosi traduttiva rispondere a una
delle esigenze centrali dell’economia della conoscenza: ovvero l’ap-
prendimento e la formazione permanenti. Un traduttore brillante ed
esperto tende a essere una persona di cultura che ha lasciato aperta
la porta verso le conoscenze nuove e questa duttilità è una qualità
molto apprezzata.
Passiamo ora alla seconda coppia di atteggiamenti cognitivi indot-
ti dalla semiosi traduttiva, anch’essi apparentemente contraddittori. Il
primo deriva dal fatto che tradurre è più una pratica che un sapere.
Di fronte a un nuovo progetto di traduzione, come abbiamo appena
illustrato, si inizia con una fase di studio e di riflessione: occorre co-
noscere abbastanza bene l’argomento e studiare con attenzione il te-
sto di partenza, poi si deve capire il contesto di ricezione e decidere
la funzione del messaggio che stiamo per elaborare. Alla fine di que-
sta fase arriva un momento nel quale tutta la conoscenza accumulata
deve diventare un testo nuovo. È il momento della pagina bianca
(non fa differenza se si tratta di uno schermo), immediatamente pre-
cedente all’elaborazione della traduzione. A quel punto, si esce dal
regno del conoscere e si entra in quello del fare. Se prima la mente
aveva bisogno di aprire, considerare tutte le alternative e le possibilità
consentite dall’originale; d’ora in avanti si deve chiudere, scegliere
cioè fra tutte le alternative aperte dall’interpretazione quelle che pre-
feriamo per costruire il testo nuovo. L’abito mentale indotto da que-
sto esercizio è semplicemente il pragmatismo, ovvero la capacità di
valutare le idee rispetto alle concepibili conseguenze pratiche che
possono avere.
Il secondo elemento di questa coppia è un’altra caratteristica co-
mune della semiosi traduttiva: la provvisorietà delle traduzioni, che
deriva da almeno tre motivi. In primo luogo, c’è la pratica della revi-
sione: i traduttori sanno che tutto ciò che scrivono può essere riscrit-
to da loro stessi o da altri. In secondo luogo, se si sottopone lo stes-
so originale, non importa quanto ben definito, a dieci traduttori ne
usciranno certamente dieci traduzioni tutte diverse. Infine, non è
raro il caso in cui alcuni testi fondamentali vengano ritradotti per te-

158
4. I TRUCCHI DEL MESTIERE

nere il passo con lo sviluppo della cultura. Questo è un fatto curioso


che invita alla riflessione: quando la Commedia di Dante invecchia, si
aggiungono altre note e si insegna nelle scuole il linguaggio per po-
terla leggere nella sua forma immutata; quando invece invecchia una
traduzione della Commedia in un’altra lingua, se ne fa una versione
nuova aggiornata. Per questi e altri motivi i traduttori sanno da sem-
pre ciò che certi studiosi hanno scoperto e formalizzato solo alcuni
anni fa: ovvero che un testo non è un’entità fissa e stabile, ma una
«macchina per generare interpretazioni», per usare l’espressione di
Umberto Eco (1983). Pragmatismo e consapevolezza della provviso-
rietà sono una miscela, come detto, solo apparentemente contraddit-
toria. Una persona che ha dedicato alla semiosi traduttiva pratica e
riflessioni intelligenti ha una base di partenza più alta per sviluppare
in modo organico questi abiti mentali rispettivamente di chiusura e
di apertura. Ciò che se ne può trarre offre un vantaggio comparato
che non si limita al trattamento dei testi scritti ma si estende a tutte
le situazioni nelle quali viene messa alla prova la capacità di risolvere
un problema.

4.3.3. Sensibilità

Finora abbiamo visto due classi di vantaggi che la semiosi traduttiva


può dare al di fuori delle professioni linguistiche: la prima, come la
conoscenza delle lingue, è di ordine pratico; la seconda, come l’atteg-
giamento ermeneutico, di ordine cognitivo. Questa terza e ultima se-
zione avrà a che fare invece con una passione vaga e sfuggente legata
al nostro modello della traduzione. Come si ricorderà, nelle prime se-
zioni del CAP. 2 abbiamo proposto un approccio alla traduzione a
partire dalla semiotica di Charles S. Peirce. All’interno del grande
triangolo che comprende le norme e gli eventi traduttivi veri e pro-
pri, abbiamo individuato lo spazio per la possibilità stessa della tra-
duzione e l’abbiamo chiamato il “fondamento” della semiosi tradutti-
va. Analizzando questa concezione generale, abbiamo proposto tre
caratteri senza i quali non è logicamente possibile parlare di traduzio-
ne: somiglianza, differenza e mediazione. La posizione del fondamen-
to è tale che qualsiasi atto traduttivo lo presuppone. Quindi ogni mo-
mento passato a tradurre o, più ancora, a parlare di traduzione fa
crescere, anche in modo inconsapevole, la familiarità verso i tre ca-
ratteri esistenziali. Vediamo allora che cosa significa avere dimesti-
chezza con la somiglianza, la differenza e la mediazione e come tale
dimestichezza costituisca un vantaggio anche nelle attività diverse dal-
le professioni linguistiche.

159
MANUALE DI TRADUZIONE

Poiché i tre caratteri sono inscindibilmente uniti, preferiamo non


trattarli partitamente. Quindi, per esprimere il nostro pensiero nel
modo più immediato possibile, possiamo dire che una persona forma-
ta come traduttore è abituata a trovare analogie fra entità dissimili,
non teme le differenze e vede un compromesso o una via d’uscita
anche lì dove per gli altri non c’è altro che contrasti, contrapposizioni
o semplicemente un vicolo cieco. Naturalmente, tutte queste caratte-
ristiche sono già comparse qua e là nelle pagine precedenti, ma ciò
non deve sorprendere poiché, ripetiamo, il fondamento viene presup-
posto da tutto ciò che riguarda la semiosi traduttiva. La novità è che
questi tratti si trovano molto in profondità fra le credenze, i desideri
e, più in generale, gli stati mentali che motivano le azioni dei media-
tori linguistici e culturali. Si tratta appunto di una sensibilità o, per
essere più precisi, di una posizione metafisica generale che si materia-
lizza di volta in volta, in modi sempre diversi.

4.4
Conclusioni

Con la speciale e inafferrabile sensibilità indotta dalla traduzione si


conclude la nostra veloce carrellata delle qualità che i mediatori lin-
guistici portano con sé quando escono dalle professioni linguistiche
tradizionali. In questa sezione finale, non ci resta che chiarire alcuni
dettagli. Il primo è l’uso che si può fare dei concetti che abbiamo
espresso in questa parte del capitolo. Si sarà osservato che, passando
dal centro alla periferia delle attività legate alla semiosi traduttiva, ab-
biamo smesso di suggerire nuovi trucchi del mestiere. Questo corri-
sponde al ragionamento con il quale abbiamo iniziato: ormai la for-
mazione dei traduttori e degli interpreti apre la porta a una lunga
serie di professioni; se è ragionevole dire qualcosa di specifico su
quelle linguistiche, sarebbe illusorio fare lo stesso per le altre. Ripe-
tiamo ancora una volta che non esiste una ricetta buona per tutte le
situazioni; ciascuno dovrà inventarsi la propria, tuttavia crediamo di
aver dimostrato che esiste una base di partenza comune e che questa
offre già un certo numero di ingredienti utili.
Per quanto riguarda le conseguenze che i nostri argomenti posso-
no avere sui percorsi di formazione degli interpreti e dei traduttori,
vorremmo che fosse chiaro un punto importante con il quale abbia-
mo chiuso il capitolo precedente. Le qualità che abbiamo individuato
vengono già sviluppate negli istituti dove la semiosi traduttiva è og-
getto di ricerca e di insegnamento. I nostri argomenti, quindi, non
intendono rivoluzionare il contenuto e la struttura dei corsi. Propo-

160
4. I TRUCCHI DEL MESTIERE

niamo piuttosto le nostre tesi come una nuova tecnica radiologica,


per così dire, per rendere palese ciò che non si vede a occhio nudo
ma che si trova già lì, appena sotto la superficie sensibile. Per uscire
dalla metafora, l’unica nostra ambizione è quella di contribuire a una
presa di coscienza collettiva per capire fino in fondo ciò che effettiva-
mente si insegna e si impara quando si impara a tradurre. Se c’è
un’innovazione che vorremmo suggerire è un sistema che porti più
spesso alla formazione di mediatori linguistici critici e consapevoli
delle loro forze. Ripetiamo che la traduzione è uno scandalo di fronte
al quale il corpo sociale si difende. Una di queste difese è l’opinione
diffusa che l’attività sia banale, che non richieda intelligenza e che
sarà appannaggio delle macchine non appena la tecnologia lo consen-
tirà. Questa strategia di subordinazione e di controllo ha il massimo
risultato quando viene accettata, in modo più o meno consapevole,
proprio negli ambienti dove si formano i traduttori di domani. Ci
piacerebbe che fra gli obiettivi degli insegnanti e dei formatori ci fos-
se, accanto all’insegnamento dell’arte, quello di stimolare la riflessione
sui presupposti teorici della traduzione, sulla sua posizione nella so-
cietà e nella cultura e sulla necessità di lottare per conquistare una
condizione più equa e rispettosa.
Ci rendiamo conto però che non tutti vorranno seguirci lungo
questa strada. Occupare l’ultimo anello della catena della comunica-
zione in un’organizzazione oppure essere considerati poco più che
degli automi ha, paradossalmente, degli aspetti positivi. In particola-
re, il traduttore che accetta questa logica può trascorrere tutta la vita
lavorativa nell’ombra con un livello di responsabilità insignificante.
Non possiamo nasconderci che questa condizione ha un effetto con-
solatorio e gratificante per un certo tipo di persone. Quindi i media-
tori linguistici che soffrono della loro condizione subalterna non sono
vittime solamente di altri gruppi con interessi contrapposti ai loro; in
certa misura sono vittime anche di altri mediatori linguistici. Conclu-
diamo quindi con una semplice riflessione: il percorso di emancipa-
zione dei mediatori linguistici dalla condizione attuale prevede neces-
sariamente un livello di responsabilità più alto, pari a quello di ogni
altro lavoratore intellettuale che rende un servizio insostituibile all’e-
conomia, alla società e alla cultura. Per vincere la partita, si deve ac-
cettare di giocare con una posta più alta.

161
5
Strumenti

5.1
Tecnologia e traduzione

In questi ultimi capitoli abbiamo cercato di offrire un panorama il


più possibile completo dei mestieri legati alla mediazione linguistica e
più in generale alla conoscenza e alla sensibilità che si sviluppano at-
torno alla semiosi traduttiva. Spesso abbiamo accennato al fatto che
di recente le professioni linguistiche si sono trasformate profonda-
mente. I motivi di questi cambiamenti sono molteplici, ma l’introdu-
zione di nuove tecnologie sviluppate in modo specifico per il settore
è ciò che li ha resi possibili. Ci sembra quindi opportuno osservare in
dettaglio questi sviluppi tecnologici e le conseguenze potenziali che
hanno sulla concezione della traduzione e sulla posizione del tradut-
tore nel mondo del lavoro.
La tecnologia estende le capacità della specie che la utilizza. La
scimmia che si serve di un bastone per arrivare a raccogliere una
banana segna il limite inferiore dell’utilizzo di una tecnologia. È dif-
ficile invece definire il limite superiore, soprattutto per la specie
umana, perché il termine “tecnologia” copre un campo di estensio-
ne sconfinata. Esso comprende tutta la nostra conoscenza dei mate-
riali e degli strumenti nonché l’arte di utilizzarli per risolvere un
problema. Le tecnologie hanno spesso un effetto importante sulle
culture nelle quali si manifestano, si pensi alle trasformazioni sociali
seguite agli sviluppi tecnologici della prima rivoluzione industriale.
La nostra epoca verrà ricordata dagli storici del futuro per la tecno-
logia della comunicazione e dell’informazione. Quest’ultima rivolu-
zione industriale sta provocando trasformazioni culturali radicali in
molti campi compreso il mondo della traduzione che, da un certo
punto di vista, è una forma speciale di generazione, circolazione e
utilizzo dell’informazione.

163
MANUALE DI TRADUZIONE

Non dobbiamo pensare però che la nostra epoca sia la prima che
ha visto trasformazioni tecnologiche radicali legate alla comunicazione
e alla comunicazione tradotta. Come osserva Walter Ong, nessuno
sviluppo tecnologico è stato più decisivo per la specie dell’introduzio-
ne della scrittura e in particolare dell’alfabeto, che ha trasformato la
nostra stessa coscienza (Ong, 1982). L’innovazione tecnologica della
scrittura deve aver rivoluzionato anche la traduzione. È ragionevole
pensare che gli esseri umani praticassero già la semiosi traduttiva pri-
ma dell’invenzione della scrittura 11.000 anni fa, quindi la prima for-
ma di traduzione umana è stata certamente la traduzione orale e la
varietà scritta deve essere sorta in un secondo momento. Si può os-
servare lo stretto rapporto che esiste fra traduzione e scrittura in mol-
ti eventi storici. Uno dei più noti è la messa a punto dell’alfabeto più
antico per le lingue slave a noi noto da parte di Cirillo (con l’aiuto
del fratello Metodio, entrambi santi della chiesa di Roma). Secondo
la tradizione, questo teologo e linguista greco-bizantino, a cui si attri-
buisce la cristianizzazione degli slavi, avrebbe creato l’alfabeto detto
glagolitico nel IX secolo al fine di tradurre la Bibbia e altri testi nelle
lingue slave.
Passando a un periodo molto posteriore, un altro salto tecnolo-
gico di grande rilievo per la traduzione è stato l’introduzione del li-
bro al posto dei rotoli di pergamena o di altro materiale, che ha fa-
cilitato operazioni oggi familiari come la citazione e i riferimenti in-
crociati. Per opere complesse, quali la Bibbia, il libro ha reso più
facile la costruzione di tavole di concordanza e quindi, fra le altre
cose, i traduttori hanno dovuto sviluppare l’abito di considerare
come unità della traduzione il testo nella sua integrità, piuttosto che
frasi o passaggi indipendenti. Analogamente, l’introduzione della
carta, un supporto materiale per la scrittura più pratico ed econo-
mico, ha consentito la produzione di un gran numero di copie dello
stesso testo con la possibilità di una circolazione molto più rapida.
La tecnologia del libro, quindi, ha avuto un grande impatto non
solo sulla scrittura ma, in modo ancor più decisivo, sulla riscrittura.
Ancora una volta, è ragionevole supporre che gli sviluppi legati al
libro e al supporto cartaceo abbiano contribuito in modo determi-
nante all’affermazione della traduzione nella cultura. Pym (2000) ha
sottolineato come l’arrivo della carta dall’Oriente abbia coinciso con
il sorgere delle scuole di traduzione di Bagdad nel IX secolo e di
Toledo nel XIII. Infine, non possiamo dimenticare la rivoluzione tec-
nologica della stampa a caratteri mobili che, dalla fine del XV seco-
lo, è stata un fattore determinante per l’affermazione del concetto

164
5. STRUMENTI

di testo definitivo e quindi anche di traduzione definitiva. A nostro


avviso, la stampa ha avuto una grande influenza su alcune idee di
fondo relative alla traduzione come ad esempio il concetto di equi-
valenza, che si è definito sempre di più in termini di relazione fra
due oggetti testuali stabili e definiti piuttosto che sul flusso dai con-
fini aperti della comunicazione orale.
Vediamo quindi che la rivoluzione dell’informazione è solo l’ulti-
ma di una serie di grandi movimenti tettonici che ci hanno accompa-
gnato nella storia. Quali sono le caratteristiche specifiche dei cambia-
menti introdotti oggi che le nostre tecnologie di base sono diventate
elettroniche? In primo luogo, un’inversione di tendenza: dalla fissità
della pagina a stampa alla fluidità dei testi elettronici che è possibile
aggiornare costantemente con il minimo sforzo. Non vogliamo nean-
che accennare alle conseguenze generali di questo fatto, che sospettia-
mo siano di portata storica, e ci limiteremo alle conseguenze relative
alla traduzione. Ai traduttori viene chiesto sempre più spesso di lavo-
rare sui singoli aggiornamenti piuttosto che sul testo intero, come in-
vece è la norma per le opere a stampa. Seguendo una tendenza gene-
rale che investe tutte le attività di produzione testuale, i traduttori
utilizzano sempre più spesso le basi di dati, i glossari e gli strumenti
elettronici. È quindi ragionevole aspettarsi che nel tempo si indeboli-
sca la regola aurea dell’equivalenza fra testi stabili e, per così dire,
“oggettivi” e che la traduzione venga considerata come un’operazione
di revisione e aggiornamento fra le altre. Tuttavia, queste nuove con-
dizioni semiotiche non alterano le caratteristiche proprie della tradu-
zione, quindi non dovremmo aspettarci tanto l’abbattimento del con-
fine fra il tradurre e le altre attività testuali quanto una serie di adat-
tamenti della pratica professionale e una profonda revisione della
concezione stessa di traduzione.
In questo capitolo passeremo in rassegna i principali strumenti
elettronici che estendono le capacità umane nel campo della traduzio-
ne. Questi strumenti fanno sentire i propri effetti in diversi modi: in
primo luogo, sulla comunicazione (il modo in cui i traduttori comuni-
cano con gli altri agenti coinvolti nel processo, come i clienti, gli au-
tori, gli altri traduttori ecc.). In secondo luogo, i moderni strumenti
elettronici allargano a dismisura la massa di dati disponibili al singolo
individuo (a quante informazioni siamo in grado di accedere e con
quale velocità). Questa classe comprende una serie di strumenti che
sono stati progettati espressamente per il lavoro del traduttore. Infine,
vedremo come i testi elettronici assomiglino sempre di più a orga-
nizzazioni provvisorie di contenuti.

165
MANUALE DI TRADUZIONE

5.2
Comunicazione

Nell’era digitale il paradigma elettronico non riguarda solamente i


testi con i quali lavoriamo ma la rete di interconnessioni che inte-
ressa tutti gli agenti coinvolti nella comunicazione tradotta. Grazie a
internet, per esempio, un traduttore può entrare in contatto con un
collega in qualsiasi altro punto del mondo con la posta elettronica,
una chat o altre forme di comunicazione. Sempre grazie a internet,
un testo tradotto può attraversare i confini nazionali e culturali in
ogni fase del ciclo di produzione: dalla commissione alla consegna
del lavoro finito. Questo fatto porta con sé alcune conseguenze in-
teressanti.
In primo luogo, un traduttore può ricevere una commissione da
qualsiasi punto del mondo, almeno in teoria. Non esiste più alcuna
ragione di ordine pratico che limiti il mercato potenziale di un tra-
duttore alla città o al paese in cui risiede. Un documento può partire
da Roma alle cinque del pomeriggio, arrivare a un traduttore in Nuo-
va Zelanda, e la versione in inglese può essere consegnata entro le
nove della mattina seguente. Questo è un modo creativo ed efficiente
di utilizzare i fusi orari. Per lavorare in questo modo, è sufficiente
iscriversi a uno dei diversi siti web dedicati ai professionisti della tra-
duzione specificando le lingue di lavoro e i campi di specializzazione.
In teoria, l’abbattimento delle barriere geografiche dovrebbe favorire
nel tempo una convergenza delle tariffe per i servizi di traduzione su
scala globale. In pratica, però, sembra che ciò non avvenga. La tradu-
zione è e resta un mercato nel quale la “merce” che passa di mano
(la pagina tradotta, il sito localizzato ecc.) è di gran lunga meno im-
portante del rapporto di fiducia che si instaura fra il committente e il
professionista. È vero che il lavoro di un traduttore crea entità abba-
stanza tangibili e comunque ben definite, un file tradotto si può quasi
sempre stampare ed è una cosa che possiamo indicare con il dito in-
dice e quantificare con buona precisione. Tuttavia ciò che la semiosi
traduttiva pone davvero in essere è un evento: cioè la mediazione che
supera una differenza specifica. Spesso si tratta di azioni e relazioni
difficili da quantificare, anche perché il loro valore è funzione di pas-
sioni vaghe quali l’immagine di un’impresa, l’intenzione di un indivi-
duo, la posizione ideologica o politica in un dibattito e così via. Non
deve sorprendere, quindi, che pochi sono disposti ad affidare un la-
voro di traduzione a degli sconosciuti, né deve sorprendere che le ta-
riffe correnti siano assai diverse nei vari paesi e sui vari mercati anche
per lo stesso servizio. Il miglior rapporto professionale fra un tradut-

166
5. STRUMENTI

tore e il suo cliente è ancora quello nato da un incontro di persona e


lo strumento di marketing più efficace è ancora la buona reputazione
che un professionista si costruisce nel tempo e che passa di bocca in
bocca.
La seconda conseguenza della diffusione delle comunicazioni elet-
troniche riguarda la sicurezza. Tutte le tecnologie dell’informazione e
della comunicazione camminano sul filo teso fra due poli opposti: da
una parte l’apertura dei sistemi che ne assicura la facilità di utilizzo e
la diffusione e dall’altra il rischio che questa apertura possa essere
sfruttata da malintenzionati per sottrarre i dati o manomettere il si-
stema stesso. Questo principio generale non si applica solamente alla
protezione antivirus e ad altre specifiche tecniche. I documenti che
vengono consegnati ai traduttori molto spesso diventeranno di domi-
nio pubblico solo quando il loro lavoro è finito. A volte questi docu-
menti contengono informazioni sensibili o segrete e le organizzazioni
sono disposte a prendere misure di rilievo per proteggerle. Assicurare
la riservatezza è uno dei motivi di fondo della presenza di traduttori
nel personale delle organizzazioni pubbliche nazionali e internaziona-
li. Più in generale, il traduttore è per definizione il primo membro
della sua comunità linguistica a ricevere le informazioni sulle quali
lavora; in altre parole, ci saranno sempre delle cose che sa prima di
tutti gli altri. La riservatezza è quindi una qualità molto apprezzata
nella professione e questa è un’altra ragione per la quale i rapporti di
fiducia sono tanto importanti nel mestiere. La sicurezza delle infor-
mazioni è anche un problema tecnico. Un’agenzia di traduzione deve
essere in grado di garantire ai committenti che lo richiedono la prote-
zione dei dati e della loro trasmissione con protocolli e sistemi di au-
tenticazione, crittografia e incapsulamento.
La terza e ultima conseguenza consiste nel fatto che le comunica-
zioni elettroniche consentono di distribuire con maggiore facilità
grandi commesse attraverso una rete di intermediari. Supponiamo
che un’impresa desideri localizzare il proprio sito web in 10 lingue
europee. Poche società hanno le risorse per gestire progetti di questo
tipo internamente. Normalmente, l’impresa contatta un’agenzia di
marketing, che passa il lavoro a un’impresa di localizzazione, che a
sua volta lo affida a una serie di intermediari – uno per lingua – i
quali scelgono le agenzie di traduzione, che infine contattano i tra-
duttori, molti dei quali sono operatori free-lance o autonomi. In un
sistema di questo tipo, l’impresa che si trova all’inizio della catena
finisce per pagare una cifra fino a quattro volte superiore a quanto
percepito dal traduttore all’estremità opposta. Ciò si deve al fatto

167
MANUALE DI TRADUZIONE

che, almeno in teoria, ciascun anello della catena aggiunge valore al


servizio in termini di controllo di qualità, amministrazione del pro-
getto, preparazione del prodotto finito ecc. Le implicazioni di questo
sistema sono molteplici. Sempre per restare al nostro esempio di un
sito da localizzare in 10 lingue, l’impresa committente deve valutare
se il costo giustifichi o meno il servizio e se, in certi casi, non sarebbe
preferibile portare alcune funzioni al proprio interno o, per lo meno,
assicurarsi che lungo la catena non ci siano anelli superflui, ovvero
operatori che godono di pure rendite di posizione e che poco con-
tribuiscono in termini di valore. Passando di mano in mano, il testo
assume molte forme diverse e finisce per assomigliare piuttosto a una
sostanza fluida. Incidentalmente, questa stessa fluidità complica enor-
memente la questione della proprietà intellettuale dell’opera del tra-
duttore.
Per quanto riguarda il traduttore stesso, infine, occorre osservare
la sua crescente distanza dagli autori del testo fonte, dal committente
e dai contesti di produzione e di ricezione. Chi effettivamente tradu-
ce un progetto di localizzazione spesso non vede altro che un elenco
di frasi e dei glossari da rispettare. Si tratta di una situazione che può
diventare estremamente frustrante e che, in circostanze normali, è as-
sai difficile da modificare. Idealmente, la soluzione consiste nell’adot-
tare la strategia del salmone di cui abbiamo parlato nel capitolo pre-
cedente. Il traduttore deve sforzarsi di risalire la catena di interme-
diari mettendo in campo le sue competenze e la sua sensibilità in
quelle fasi del ciclo di produzione nelle quali il progetto si pianifica e
si definisce. In questo modo si possono prevenire le difficoltà sin dal-
l’inizio e si garantisce la qualità totale del servizio. I traduttori pos-
seggono una conoscenza e un’esperienza uniche e sarebbe nell’inte-
resse di tutti metterli nelle migliori condizioni per dare il loro con-
tributo. Ciò significa aprire i canali di comunicazione interni a un
progetto di traduzione e coinvolgere i traduttori in tutti gli anelli del-
la catena. Come abbiamo visto, però, non è da escludere che alcuni
anelli godano di semplici rendite di posizione; quindi i traduttori che
vogliono adottare la strategia del salmone possono aspettarsi una for-
te resistenza. Crediamo comunque che valga la pena insistere su que-
sta idea perché essa ha il potenziale di emancipare i traduttori da una
condizione professionale e semiotica poco dignitosa e, nello stesso
tempo, può portare un grande vantaggio in termini di efficienza del
processo e di qualità del servizio.
Le tecnologie dell’informazione sono utili anche per migliorare la
comunicazione fra i traduttori, in particolare tramite i forum specia-

168
5. STRUMENTI

lizzati che di solito sono classificati per combinazioni linguistiche o


per aree di specializzazione (due esempi sono http://www.geocities.
com/Athens/7110/lantra.htm e, in italiano, http://www.biblit.it/). Al-
cuni forum sono aperti a tutti, ad altri possono partecipare solamente
gli utenti registrati. Il traffico varia enormemente da qualche e-mail al
mese a centinaia di messaggi al giorno. In questi forum i traduttori si
scambiano consigli, discutono dei loro problemi e generalmente si
danno l’un l’altro una mano. Gli studenti di traduzione e coloro che
sono alle prime armi possono imparare moltissime cose sulla realtà
del mestiere semplicemente scorrendo i messaggi. Consigliamo in par-
ticolare di leggere le regole da seguire per partecipare ad alcune liste
di discussione per professionisti e che stabiliscono lo stile adottato
dagli utenti più esperti per interagire fra di loro. Per esempio, a una
richiesta di aiuto su un problema terminologico si risponde normal-
mente con un messaggio molto breve nel quale compare il termine
richiesto, un rapido contesto e le fonti da consultare. O ancora, scor-
rendo i messaggi su un certo strumento informatico i traduttori in
erba possono scoprire che l’applicazione è in costante evoluzione e
che possiede delle funzioni che altrimenti sarebbero sfuggite. Questi
forum costituiscono un preziosissimo ponte fra il mondo dello studio
e quello della professione e dimostrano l’infondatezza dello stereotipo
secondo il quale il traduttore lavora da solo sepolto sotto una monta-
gna di dizionari.

5.3
Traduzione automatica

La traduzione automatica è certamente la tecnologia linguistica che


più colpisce l’immaginazione della gente comune. L’idea di un siste-
ma che traduca al posto degli esseri umani esercita un fascino irresi-
stibile perché cancellerebbe la confusione delle lingue (o delle labbra,
per essere precisi) che è la maledizione biblica di Babele. La biblio-
grafia sul mito di Babele è sterminata a cominciare dal racconto del
miracolo della Pentecoste fino all’importante libro di George Steiner
dedicato alla traduzione (Steiner, 1975). La pagina più curiosa e cer-
tamente non la più banale si trova in un’opera cara alla cultura popo-
lare britannica. In The Hitch Hiker’s Guide to the Galaxy di Douglas
Adams (1984), compare Babel fish, ora molto noto grazie al sistema
di traduzione automatica disponibile gratuitamente sulla rete (cfr. più
avanti). Il Babel fish originale è un minuscolo pesce che vive all’inter-
no dell’orecchio degli esseri umani. Grazie a una complicata e impro-

169
MANUALE DI TRADUZIONE

babile evoluzione, questo pesciolino si nutre dell’energia mentale ge-


nerata da chi parla al suo ospite, in una lingua qualsiasi, e la tra-
sforma in segnali a lui comprensibili.
Lasciamo ora queste considerazioni metafisiche per vedere un po’
la storia delle macchine che traducono. I primi tentativi concreti di
realizzare un sistema di traduzione automatica risalgono alla fine degli
anni quaranta quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si trovavano
in piena guerra fredda. Molti oggi ritengono che le aspettative iniziali
degli albori della traduzione automatica fossero eccessivamente otti-
mistiche e in ultima analisi irrealistiche, il che spiegherebbe perché i
progetti americani vennero abbandonati dopo il 1966 sull’onda delle
conclusioni negative contenute nella relazione dell’Automatic Langua-
ge Processing Advisory Committee (ALPAC), un gruppo di consulenza
istituito dalle autorità di quel paese per verificare i risultati degli inve-
stimenti nella traduzione automatica. A ben vedere, i primi progetti
non promettevano la luna: cioè una traduzione di qualità che fosse
immediatamente utilizzabile, bensì la possibilità di capire il senso ge-
nerale di un testo scritto in una lingua incomprensibile. Ciò corri-
sponde al contesto di quegli anni: il Pentagono e le altre organizza-
zioni pubbliche e private finanziavano generosamente la ricerca nel
campo della traduzione automatica per cercare di capire gli articoli
scientifici e gli altri documenti relativi allo sviluppo delle tecnologie
nucleari in Unione Sovietica (e presumiamo che a Mosca fosse in atto
un processo simmetrico).
Vogliamo sottolineare un fatto: dalla fine degli anni quaranta fino
alla metà degli anni sessanta, quando la ricerca sulla traduzione auto-
matica godeva di finanziamenti generosi, nessuno credeva seriamente
che un calcolatore elettronico fosse in grado di sostenere una conver-
sazione con un essere umano oppure di leggere un documento scritto
e rispondere in modo pertinente. In altri termini, si pretendeva che
un computer potesse operare fra due lingue ma non si pensava che
potesse operare in una lingua sola. Come si spiega questo strano fat-
to? Una delle personalità che più hanno contribuito alla prima fase di
ricerca sulla “traduzione fatta a macchina” in quegli anni fu Warren
Weaver della Rockefeller Foundation. Weaver era convinto che fosse
possibile applicare alla traduzione fra lingue naturali le stesse tecni-
che di decrittazione messe a punto durante la Seconda guerra mon-
diale. In una famosa lettera del 1947, Weaver scrisse: «Risulta natura-
le chiedersi se non è concepibile trattare il problema della traduzione
come un problema di crittografia. Quando guardo a un articolo in
russo, mi dico: “Questo messaggio in effetti è in inglese ma è stato

170
5. STRUMENTI

riscritto in codice utilizzando simboli strani che adesso mi metto a


decrittare”» 1.
L’opinione di Weaver riassume il pensiero sulla traduzione dell’e-
poca: i linguisti, gli ingegneri e, soprattutto, i responsabili in grado di
controllare i finanziamenti erano convinti che le operazioni richieste
dalla traduzione non presupponessero le operazioni richieste dal nor-
male comportamento linguistico. Quindi, la scelta di applicare alla
traduzione la logica della decrittazione ha fatto partire la ricerca a
gran velocità ma l’ha anche indirizzata verso un vicolo cieco. La con-
clusione non è tanto che le aspettative di quegli anni fossero troppo
ottimistiche rispetto alle potenzialità degli ordinatori o degli algoritmi
di manipolazione dei simboli, quanto che esse erano troppo pessimi-
stiche rispetto alle operazioni cognitive, intellettuali o mentali impli-
cate dalla traduzione. Abbiamo la sensazione che, allora come oggi,
non ci si interroghi seriamente sulla natura della traduzione e se ne
sottovaluti la complessità. Per chiudere questo esame del breve perio-
do di speranze per la traduzione automatica, occorre aggiungere che i
finanziamenti non si esaurirono solamente a fronte dei ripetuti insuc-
cessi e della relazione dell’ALPAC. La ricerca di quel ventennio è stata
soprattutto frutto della guerra fredda e le motivazioni politiche che la
sostenevano si sono esaurite con i primi segni di disgelo fra le due
superpotenze del tempo.
Facciamo un salto di diverse generazioni per arrivare al presente:
qual è lo stato della traduzione automatica oggi? Per semplificare,
possiamo dire che la sua diffusione supera di molto la qualità dei te-
sti che mediamente produce. Il sistema Systran è di gran lunga il si-
stema più popolare costituendo la base del servizio di traduzione gra-
tuita offerto da alcuni siti web, primo fra tutti quello del motore di
ricerca AltaVista (http://babelfish.altavista.com/) che, grazie alle sue
corrispondenze fantasiose e alla totale incapacità di trattare i nomi
propri, ha regalato al mondo una buona dose di innocente diverti-
mento (cfr. Eco, 2003a). Scherzi a parte, il sistema può essere utile
per farsi un’idea di un testo scritto in una lingua completamente in-
comprensibile. È difficile rispondere alla domanda se i sistemi di tra-
duzione automatica disponibili gratuitamente su internet facciano cre-
scere o diminuire la quantità totale di traduzioni richieste sul merca-
to. È vero che Babel fish e gli altri sistemi “traducono” al posto di un

1. «One naturally wonders if the problem of translation could conceivably be


treated as a problem in cryptography. When I look at an article in Russian, I say:
“This is really written in English, but it has been coded in some strange symbols. I
will now proceed to decode”» (Weaver, 1955, p. 18).

171
MANUALE DI TRADUZIONE

essere umano, ma è vero anche che essi generano interesse verso do-
cumenti che potenzialmente potranno finire sulla scrivania di un tra-
duttore e che altrimenti sarebbero rimasti, per così dire, lettera mor-
ta. Allargando un po’ di più lo sguardo, non c’è dubbio che Babel
fish abbia reso il mercato delle traduzioni più efficiente perché il
committente corre meno rischi di far lavorare un’altra persona su in-
formazioni che alla fine si potrebbero rivelare inutili.
Accanto ai sistemi di traduzione automatica per il grande pub-
blico esistono macchine che possono produrre traduzioni di altissima
qualità e che sono di proprietà di imprese commerciali oppure di or-
ganizzazioni di altro tipo. Un metodo per aumentare la qualità di
questi sistemi è quello di inviare testi “predigeriti”, ovvero preparati
da operatori umani per il trattamento da parte di una macchina. Alle
macchine piace infatti ricevere come input strutture lessicali e gram-
maticali coerenti e semplificate (controlled language), sempre lo stesso
tipo di testo oppure sempre lo stesso argomento, meglio se limitato a
un ambito ristretto. L’esempio più noto sono i bollettini meteorologi-
ci canadesi che un sistema automatico produce in francese e inglese
senza interruzione dal 1984. Si tratta a ben vedere di una logica pa-
radossale: per facilitare la vita di una macchina che traduce non c’è
ancora alternativa rispetto a quella di chiedere agli esseri umani di
servirla. E non si tratta affatto di un’ipotesi: diverse organizzazioni
(imprese private o enti pubblici) controllano il comportamento se-
miotico di chi vi lavora per servire le esigenze del sistema di tradu-
zione automatica. Il controlled language consiste in una serie di rego-
le che riguardano sia la forma che il contenuto dei documenti. Lock-
wood (2000) ha descritto questa realtà per l’impresa meccanica Ca-
terpillar i cui redattori, dice, scrivono in “Caterpillar English”. Ne
deriva una comunicazione altamente standardizzata che, assieme a
un’attenta revisione del risultato della traduzione automatica, assicura
un prodotto di alta qualità. I sistemi presentano anche delle diffe-
renze tecniche importanti. Il bollettino meteorologico canadese e il
sistema Systran si basano su corrispondenze fra coppie di lingue
(un’architettura detta a “trasferimento”), mentre l’utilizzo di un lin-
guaggio semplificato come nel caso dell’“inglese Caterpillar” consen-
te al sistema di traduzione automatica di produrre molte versioni in
contemporanea del testo originale in altrettante lingue diverse (grazie
all’architettura “interlingua”).
L’utilizzo del controlled language non è l’unica soluzione per ot-
tenere traduzioni automatiche di qualità. Un’alternativa è il sistema di
traduzione automatica in uso presso la direzione generale per la
traduzione (DGT) della Commissione europea, che si può considerare

172
5. STRUMENTI

come il più avanzato e il più efficiente del mondo. Gran parte della
differenza fra questo sistema, anch’esso basato sulla tecnologia
Systran, e gli altri si deve al fatto che è stato sviluppato e aggiornato
senza sosta a partire dal 1976, anno della sua introduzione alla Com-
missione, e che può contare sul contributo potenziale di tutti i tra-
duttori in forza alle istituzioni comunitarie (cfr. Petrits, 2001) 2. EC-
Systran (come viene comunemente chiamato il sistema) non è il pri-
mo tentativo delle istituzioni europee di chiedere aiuto alla tecnologia
per smaltire la sua enorme massa di traduzioni (1.233.000 pagine tra-
dotte internamente dalla DGT fra inizio luglio 2004 e fine giugno
2005). La prima espressione di interesse in assoluto per la traduzione
automatica è una lettera spedita il 16 novembre 1961 da Jules Gué-
ron, capo della divisione della Commissione che allora si chiamava
“Recherche et Einsegnement”, al rettore della Georgetown University
(Guéron et al., 1961-68). In seguito a questi contatti, nel 1963 l’i-
stituzione per l’energia atomica chiamata Euratom acquistò il sistema
CETIS sviluppato alla Georgetown University di Washington DC e lo
installò nel centro di Ispra, in provincia di Varese.
Vogliamo sottolineare ancora una volta che i sistemi di traduzione
automatica non sono necessariamente una sciagura per i traduttori,
anche se esiste un potenziale effetto di sostituzione nel quale la mac-
china scalza l’operatore umano. È importante capire che questa dina-
mica non ha tanto a che fare con la tecnologia quanto con i rapporti
professionali e interpersonali che intercorrono fra il traduttore e la
committenza. In generale, occorre fare attenzione quando un cliente
richiede una “veloce” revisione di un testo che è stato già tradotto da
un computer. Si tratta sempre di un lavoro impegnativo e in alcuni
casi costa più sforzo rivedere l’output di un computer piuttosto che
tradurre il testo a partire dalla pagina bianca.

5.4
Le memorie di traduzione

Le memorie di traduzione (che abbrevieremo con la sigla TM, ovve-


ro translation memories) sono dei programmi che generano e gesti-
scono una base di dati. La caratteristica è che questi dati sono cop-
pie di segmenti di testo: da una parte l’originale, dall’altra la sua
traduzione in una lingua diversa. Tutti i segmenti tradotti sono il

2. Benché molte istituzioni europee abbiano servizi di traduzione propri, in que-


ste pagine ci riferiremo solamente a quello della Commissione che è di gran lunga il
più grande.

173
MANUALE DI TRADUZIONE

prodotto della traduzione umana. Questi programmi hanno un’e-


norme utilità in quanto sono progettati per riutilizzare con grande
facilità la corrispondenza che un traduttore umano stabilisce fra
due frasi. Idealmente, quindi, non si dovrà mai tradurre due volte
la stessa frase. Occorre fugare sin dall’inizio ogni possibilità di con-
fusione: i sistemi informatici basati sulle memorie di traduzione da
un certo punto di vista sono il contrario della traduzione automati-
ca (che curiosamente in inglese si abbrevia MT: machine translation).
La traduzione automatica genera una “traduzione” sulla base di un
repertorio terminologico, di una sintassi e di algoritmi di conversio-
ne; le memorie di traduzione invece non fanno altro che registrare
e rendere disponibili le soluzioni trovate dai traduttori umani.
Strumenti come questi sono di grandissima utilità quando si devo-
no tradurre testi ripetitivi. Per questo motivo, le TM vengono utilizza-
te ampiamente nella traduzione del software perché ogni nuova ver-
sione di un programma apporta degli aggiornamenti che modificano
solo una parte del contenuto verbale dei programmi stessi e della re-
lativa documentazione. In effetti, l’impresa che oggi domina il merca-
to delle TM ha ricevuto la commessa decisiva della sua storia quando
Microsoft le ha chiesto di risolvere il problema di come impostare la
traduzione periodica dei propri prodotti. Un altro campo ideale di
applicazione delle TM è nelle organizzazioni che ospitano un gran nu-
mero di traduttori, come le istituzioni internazionali, le amministra-
zioni multilingui e le grandi agenzie private. In questi casi, le memo-
rie di traduzione possono raggiungere rapidamente grandi dimensioni
aumentando la probabilità che una frase o un segmento da tradurre
vi si trovi già registrato. Un esempio fra tutti è la Direzione generale
per la traduzione della Commissione europea (DGT), che fa un uso
abbastanza esteso delle memorie di traduzione. La Commissione eu-
ropea si occupa di una gamma vastissima di argomenti, quindi i testi
ricevuti dal servizio di traduzione sono molto meno ripetitivi dei ma-
nuali di un’impresa di informatica. Tuttavia, il servizio presta grande
attenzione alla qualità del prodotto e alla sua uniformità, soprattutto
per certe formulazioni verbali tipiche dei testi con valore di legge.
L’impiego delle TM ha ridotto i tempi e i costi dei progetti di tra-
duzione proprio nei settori della comunicazione elettronica dove si è
registrato un forte aumento della domanda. Come sempre avviene,
l’introduzione di una tecnologia innovativa è stata accompagnata da
timori e tentazioni luddiste più o meno giustificate. La nostra opinio-
ne è che le TM non tolgano lavoro ai traduttori, o almeno questo non
è il loro effetto principale. Idealmente esse sottraggono al traduttore
quella parte del lavoro che una macchina può fare meglio lasciando-

174
5. STRUMENTI

gli quindi più tempo per le decisioni interpretative che solo un orga-
nismo intelligente può prendere. Inoltre, una tecnologia che aumenta
la produttività di un servizio merita sempre di essere presa in consi-
derazione. In altre parole, è vero che i traduttori devono dividere il
lavoro con le TM, tuttavia ciò non significa solamente che si deve fare
una fetta in più della stessa torta, ma anche che la torta diventa più
grande. Queste nostre parole, però, non vanno interpretate come un
incoraggiamento ad accettare le TM supinamente bensì come un invi-
to alla riflessione e alla critica. In effetti, un’altra conseguenza tipica
dell’introduzione di una tecnologia di questo tipo è la tendenza a
chiedere all’operatore umano di adattarsi a ogni nuova condizione
che essa determina. Si tratta evidentemente di una logica perversa e
non priva di ironia in quanto sono le macchine che devono servire
l’uomo, non l’uomo le macchine. Nel caso delle TM, vedremo più
avanti in questo paragrafo i problemi relativi alla proprietà intellet-
tuale e un paio di questioni spinose legate alla concezione della tra-
duzione che esse implicitamente favoriscono.
Come funziona una TM in dettaglio? Per prima cosa il program-
ma suddivide il testo fonte in tanti segmenti che il professionista tra-
duce in modo convenzionale. Questi segmenti, che corrispondono
normalmente a una frase o a frammenti ancora più brevi, vanno a
costituire la base di dati. Si ottengono così tanti record comprendenti
una coppia di campi principali (uno per la frase fonte e un altro per
la frase tradotta) e altri campi che contengono informazioni di con-
torno come il nome del traduttore, la data, le lingue, l’argomento del
testo ecc. Quando si vuole tradurre un secondo documento, il pro-
gramma divide anche questo in segmenti e li confronta uno per uno
con i segmenti fonte già presenti nella base di dati. Se trova un cam-
po uguale o simile, il programma richiama automaticamente la tradu-
zione già presente nella base di dati. A questo punto il traduttore
può accettare la vecchia soluzione così com’è, modificarla, o scartarla
del tutto e scriverne una nuova. Se la nuova unità di traduzione non
è identica a un’altra già presente in memoria, il programma può pro-
porre alcune unità simili. In quel caso, il traduttore sceglie il record
più adatto fra quelli proposti dal programma e il processo si ripete,
segmento dopo segmento, per tutto il file. Naturalmente, i segmenti
del nuovo file per i quali il programma non trova già in memoria una
soluzione accettabile vanno tradotti ex novo. Ogni nuova soluzione
genera automaticamente un record nuovo che il programma aggiunge
alla memoria. Si vede chiaramente che questo tipo di tecnologia fun-
ziona meglio quando si innesca un circolo virtuoso, poiché più la si
usa e più diventa vantaggioso usarla. D’altro canto, introdurre un si-

175
MANUALE DI TRADUZIONE

stema basato sulle TM richiede un certo investimento iniziale per co-


stituire la base di dati e in questo periodo si ha una perdita netta di
risorse. Dal punto di vista informatico, infine, il valore di questi pro-
grammi dipende essenzialmente dalla qualità dell’algoritmo che cerca
le corrispondenze fra il nuovo segmento da tradurre e i segmenti
fonte gia presenti nella TM. Per esempio, il software più diffuso, pro-
dotto dalla società Trados, esegue una ricerca fuzzy che estrae dalla
memoria non solo i campi identici ma anche quelli che differiscono
solamente per la punteggiatura, l’uso di maiuscole e minuscole, alcu-
ni caratteri all’interno di una parola, alcune parole all’interno della
frase ecc.
Nella FIG. 5.1 si trova un esempio di Trados Workbench, il pro-
gramma che abbiamo già menzionato.
Stiamo traducendo il segmento Restart your notebook sulla base
della precedente traduzione di un segmento simile (che già abbiamo
tradotto appena sopra). Tuttavia il vecchio segmento era Turn off
your notebook e la memoria ci propone come traduzione “Spegnere il
portatile”. Il traduttore può scrivere “riavviare” per restart senza do-
ver ribattere il resto della frase. Questa operazione crea un nuovo re-
cord nel database nel quale la frase con restart è abbinata a quella
con “riavviare”. Nella parte superiore della schermata si osserva che
Trados Workbench ha evidenziato le differenze fra i due segmenti.
Come abbiamo ricordato prima, Microsoft ha consentito a Trados di
integrare il programma nei suoi stessi applicativi, quindi si lavora sen-
za mai lasciare l’ambiente di MS Word.
Esistono altri programmi basati sulle TM (per esempio DéjàVu,
SDLX, Star Transit) che utilizzano un sistema diverso. La FIG. 5.2 ri-
porta l’esempio dell’interfaccia utente di DéjàVu X.
Il testo fonte si trova nella colonna di sinistra e la traduzione in
quella di destra. I suggerimenti offerti dal programma sono nella me-
tà inferiore dello schermo. Con questo sistema non è possibile vedere
che aspetto avrà il documento alla fine del lavoro in quanto tutti i
codici di formattazione vengono rappresentati con numeri compresi
fra parentesi graffe. Questa soluzione ha lo svantaggio che il tradutto-
re non può farsi un’idea del prodotto finito mentre lavora, d’altra
parte si protegge meglio la formattazione del testo fonte perché non
la si può alterare per errore.
Le memorie di traduzione stanno rivoluzionando la professione.
Se il committente fornisce la base di dati, al traduttore viene chiesto
solitamente di seguirne il contenuto alla lettera piuttosto che di pren-
dere decisioni intelligenti per quanto riguarda la terminologia o lo sti-
le. Inoltre, le TM consentono a diversi traduttori e revisori di lavorare

176
5. STRUMENTI

FIGUR A 5.1
Trados Workbench

insieme su una stessa traduzione. Questa nuova modalità di produzio-


ne è certamente vantaggiosa in termini di efficienza e consente volumi
di produzione inimmaginabili. Tuttavia essa presenta anche degli in-
convenienti, ne vorremmo ricordare almeno due. In primo luogo la

177
MANUALE DI TRADUZIONE

FIGUR A 5.2
DéjàVu X

qualità del prodotto finito può risentire della mancanza di coerenza


stilistica fra i diversi traduttori e della mancanza di coesione testuale
fra le parti che ciascuno di essi produce. È facile dimostrare che una
serie di frasi disposte una accanto all’altra non è ancora un testo e,
anzi, come ha rilevato Bédard (2000) il rischio è quello di leggere alla
fine “un’insalata di frasi”. In secondo luogo, occorre sottolineare un
problema cognitivo implicito in questo modo di produzione. Il tra-
duttore non ha nessun incentivo a farsi un’idea complessiva del testo
che sta producendo, della situazione comunicativa nella quale esso
andrà a inserirsi, o dei rapporti interpersonali e sociali implicati. In
altre parole, e prendendo a prestito un detto dalla lingua inglese, chi
utilizza una TM è incoraggiato a tradurre gli alberi senza preoccuparsi
di sapere com’è fatta la foresta.
Le TM stanno cambiando in modo radicale anche i termini econo-

178
5. STRUMENTI

mici e giuridici della professione del traduttore. Poiché è possibile


riutilizzare traduzioni già eseguite in precedenza, i committenti posso-
no chiedere – e molti lo stanno già facendo – di ridefinire la base di
calcolo delle tariffe per ridurre sostanzialmente i costi. In altri termi-
ni, si sta affermando il sistema di pagare il traduttore una certa cifra
per i segmenti che dovrà tradurre ex novo, una tariffa ridotta per
quelli che deve adattare e nulla per i segmenti accettati così come
sono. Il costo della traduzione di un testo dato diventa quindi funzio-
ne del numero di corrispondenze (perfette e fuzzy) che il programma
trova già presenti nella base di dati. Questo sistema induce natural-
mente i traduttori ad accettare in fretta e acriticamente le soluzioni
proposte dal programma a detrimento della qualità del lavoro finito.
Per ovviare a questo inconveniente, occorre che il committente si as-
sicuri della qualità delle soluzioni registrate nella memoria stessa, che
ai traduttori vengano offerte condizioni di lavoro accettabili e che sia-
no previste risorse sufficienti per la revisione prima di considerare il
lavoro finito. L’aumento dell’efficienza non è l’unico effetto delle TM;
un altro effetto – forse altrettanto rilevante – è la moltiplicazione del-
le fasi nelle quali si articola il processo complessivo. Se una volta la
bozza licenziata dal traduttore si poteva considerare alla stregua di un
manoscritto quasi pronto per la pubblicazione, oggi il professionista
che accetta, modifica e integra le soluzioni di una TM consegna un
prodotto molto più grezzo. Quindi, o si accettano testi strutturalmen-
te scadenti oppure si deve prevedere l’aggiunta di altre fasi di revisio-
ne e di riscrittura che non erano di norma necessarie nelle modalità
di produzione tradizionali. Meccanizzare l’aspetto verbale della tradu-
zione non costituisce una scorciatoia per la mediazione linguistica, so-
ciale e culturale che è il suo vero obiettivo.
Per quanto riguarda gli aspetti giuridici, i programmi basati sulle
TM hanno introdotto un problema tutto nuovo: di chi sono le parole
e le frasi che si trovano nelle basi di dati? Se un professionista vende
una traduzione, deve vendere anche la memoria che ha creato mentre
la stava scrivendo? Se sì, la deve vendere separatamente e chiedere
quindi un pagamento aggiuntivo? Di converso, se il professionista im-
porta o riceve dal committente una TM, egli utilizza il lavoro già svol-
to da altri: possiamo dire in questo caso che la traduzione che vende-
rà è davvero tutta sua? Si tratta di questioni giuridiche ed etiche che
mettono alla prova i parametri tradizionali del diritto di proprietà in-
tellettuale. Il quadro giuridico varia da paese a paese (cfr. Megale,
2004). Nella pratica, spesso i traduttori ricevono e consegnano le TM
senza ricevere né dovere alcun compenso; quindi, in effetti, accordan-
do implicitamente la proprietà delle memorie ai committenti oppure

179
MANUALE DI TRADUZIONE

agli intermediari dai quali ricevono direttamente la commissione.


D’altro canto, è pratica comune che un professionista inserisca il con-
tenuto delle TM che riceve per un certo lavoro nel proprio database
personale. Non abbiamo notizia di nessuna misura giuridica che proi-
bisca questa pratica.
Non c’è dubbio che la situazione cambierà ancora con il diffon-
dersi delle TM on line, ovvero delle basi di dati che si trovano fisica-
mente in un computer centrale e alle quali si può accedere tramite la
rete. Sembra che i clienti finali abbiano accolto con favore questo svi-
luppo perché possono conservare i testi e le memorie in un solo luo-
go protetto e avere il controllo totale della distribuzione delle infor-
mazioni. Per quanto riguarda la proprietà delle basi di dati, con le TM
on line la questione si semplifica perché esse appartengono senz’altro
a chi le memorizza nel server centrale. Non cambia molto però la
questione di come retribuire chi queste informazioni le produce, le
elabora, le certifica ecc. Tuttavia c’è il rischio che con l’affermarsi di
questa tecnologia i traduttori vengano spinti in una posizione ancora
più subalterna perché possono perdere in ogni momento l’accesso
alle traduzioni che loro stessi producono. Saranno solamente i project
manager a decidere quali informazioni e quale materiale di riferimen-
to un traduttore avrà a disposizione per un dato progetto.
Quali considerazioni ci possono suggerire questi sviluppi della
pratica professionale? L’utilizzo su grande scala degli strumenti infor-
matici basati sulle TM si fonda su una concezione arcaica della tradu-
zione come attività di sostituzione del contenuto verbale di un mes-
saggio. Ciò è in palese contrasto con la direzione presa da quasi tutti
i teorici della traduzione a partire dagli anni ottanta, i quali vedono i
traduttori come agenti di una catena di comunicazione complessa il
cui compito va ben al di là della sostituzione delle parole. Come ab-
biamo già ripetuto molte volte, i traduttori svolgono un’opera intellet-
tuale di mediazione su molti livelli e assicurano un’interazione signifi-
cativa fra due o più soggetti separati da una qualche barriera lingui-
stica, semiotica o culturale. Le memorie di traduzione, se non vengo-
no usate con intelligenza, rischiano di minare alla base questa conce-
zione ricacciando i traduttori nella situazione tipica dei paradigmi
dell’equivalenza linguistica prevalenti nelle teorie della traduzione de-
gli anni sessanta.
Ma non finisce qui. Molti testi che arrivano sul tavolo (o meglio,
sullo schermo) di un traduttore oggi comprendono una gran quantità
di segni non verbali, basti pensare alle immagini fisse e in movimen-
to, ai suoni, ai colori e alla grafica di una qualsiasi pagina web. No-
nostante ciò, l’utilizzo corrente delle TM presuppone che il traduttore

180
5. STRUMENTI

si occupi esclusivamente delle parole scritte e che ignori tutti gli altri
segni presenti nel testo. Il trattamento dei segni non verbali sarà cura
di altre figure professionali che intervengono nel ciclo di produzione:
informatici, esperti di desktop publishing, grafici e altri ancora. A co-
sto di ripeterci, vogliamo sottolineare che la situazione non è inco-
raggiante per almeno due ragioni: in primo luogo, la figura del tra-
duttore viene ancora più marginalizzata rispetto alle modalità di pro-
duzione tradizionali; in secondo luogo, non è detto che un grafico o
un informatico abbiano la sensibilità e la conoscenza necessarie per
tradurre il contenuto non verbale di un testo; sarebbe logico portare
il contributo del traduttore anche nelle fasi di produzione del testo
che sono di loro competenza.

5.5
Testi senza fine

Tutti sanno cosa sono i riferimenti automatici (i link) che consentono


di saltare da un documento all’altro o da un punto all’altro dello stes-
so documento. Ogni pagina web contiene diversi riferimenti automa-
tici, ma è sempre più frequente trovare dei link nei messaggi di posta
elettronica e nei documenti prodotti con un programma di scrittura.
La diffusione dei riferimenti automatici implica un cambiamento rivo-
luzionario nella semiotica dei testi scritti. I testi non hanno più un
inizio e una fine netti e l’esperienza di lettura non è più necessaria-
mente lineare; difatti non si dice più che questi testi sono rivolti a un
“lettore” bensì a un “destinatario” o a un “utente”. Il fenomeno non
è affatto nuovo; esistono tavole di concordanza molto antiche e, in
tempi più recenti, un romanzo come Rayuela di Julio Cortázar era a
tutti gli effetti un ipertesto su supporto cartaceo già nel 1963 (Cortá-
zar, 1969). Tuttavia, la tecnologia digitale ha prodotto un’espansione
vertiginosa di questo tipo di testo e dobbiamo tenerne conto per rive-
dere la teoria della traduzione e la pratica professionale.
Il concetto di riferimento automatico viene sfruttato e generalizza-
to nei sistemi detti di “gestione dei contenuti” (content management).
Si tratta di programmi che servono a gestire delle basi di dati che
contengono informazioni (di solito si utilizza il termine “contenuti”)
non più lunghe di un paio di capoversi. Questi contenuti si possono
combinare e aggiornare per produrre una serie di testi adattati su mi-
sura alle esigenze dell’utente. All’occorrenza, i contenuti vengono ag-
giornati ed etichettati di nuovo, il che rende ancora più remota l’idea
che il testo possa avere una forma definitiva. In effetti, poiché il con-
cetto di testo si definisce essenzialmente per i suoi limiti, occorrerà

181
MANUALE DI TRADUZIONE

forse utilizzare un termine diverso per designare queste entità senza


limiti definiti. Tali raccolte di contenuti sono piuttosto un flusso di
informazioni che viene costantemente aggiornato, modificato, esteso o
compresso a seconda delle esigenze. Ciascun dato compreso al suo
interno esiste non tanto come parte organica di un testo ma come
elemento sempre provvisorio di una base di dati in continua evolu-
zione. Per fare un esempio, si pensi a un’impresa che sforna periodi-
camente versioni nuove di un prodotto (e non importa che si tratti di
autovetture, orologi o software) oppure che deve adattare i propri
prodotti per venderli in una serie di mercati diversi. Tale impresa
non si metterà certo a produrre tutta la documentazione da zero per
ogni nuova versione o per ogni nuovo mercato; logicamente, vorrà
riutilizzare i testi già prodotti adattandoli di volta in volta.
Lo standard tecnologico utilizzato attualmente per trattare e riuti-
lizzare i contenuti si chiama XML (eXtensible Markup Language),
un’evoluzione del linguaggio HTML che da anni viene utilizzato per
realizzare le pagine web. Si tratta essenzialmente di un codice che
marca le informazioni per mezzo di speciali identificatori (tags) in
modo tale da potere recuperare queste informazioni in un secondo
momento. Si prenda per esempio questo frammento in XML:

< item >


< title > Il barone rampante < /title > è stato scritto da < author > Italo Calvi-
no < /author > nel < year > 1957 < /year > .
< /item >
< item >
< title > Il bar sotto il mare < /title > è stato scritto da < author > Stefano
Benni < /author > nel < year > 1987 < /year > .
< /item >

Gli identificatori compresi fra i segni di maggiore e minore consento-


no di riutilizzare le informazioni in modo selettivo. Per esempio, i
nomi degli autori possono servire per realizzare un libro di testo, nel
qual caso verrebbero recuperati entrambi gli articoli (items); oppure
si possono riciclare le informazioni sulla base della data per creare
una cronologia di titoli usciti dopo il 1968, in questo caso compari-
rebbe solamente il secondo articolo. Risulta chiaro che utilizzando la
tecnologia XLM i processi di produzione testuale diventano tutt’altro
che lineari.
Che effetto ha questa strutturazione delle informazioni sulla tra-
duzione? È evidente che non si possono più adottare le strategie tra-
dizionali. Per esempio, sarebbe sciocco tradurre dalla prima all’ultima

182
5. STRUMENTI

parola un testo derivante dall’aggiornamento di un testo precedente.


In circostanze normali, le parti ripetute saranno già contenute in una
TM e il traduttore potrà occuparsi dei segmenti modificati o nuovi. In
qualche caso, questo sistema produce effetti perversi. A volte infatti il
traduttore riceve solamente i frammenti nuovi che gli appariranno
come frasi o capoversi numerati e avulsi da un qualsiasi co-testo. A
parte la richiesta di rispettare scrupolosamente un glossario per la
corrispondenza lessicale, il traduttore non può fare altro che cercare
di riscrivere i frammenti alla cieca senza alcuna idea certa del messag-
gio o del contesto.
Sviluppi di questo tipo stanno cambiando la natura del nostro la-
voro e il linguaggio che adoperiamo per parlarne. Un tempo si crede-
va che un traduttore avesse bisogno solamente del testo fonte e di un
buon dizionario. In seguito ci si è accorti dell’importanza del conte-
sto semiotico e umano e si è iniziato a parlare di “progetti di tradu-
zione”. In questa fase si dava grande risalto alle informazioni di con-
torno, al contesto della comunicazione, alla terminologia specializzata
e così via. Nell’era della gestione dei contenuti, invece, è forse meglio
parlare di “piano di traduzione” sul modello dei “piani di manuten-
zione” senza i quali un macchinario complesso smette di funzionare a
dovere. Nel mondo della gestione dei contenuti, i traduttori non la-
vorano più su un testo racchiuso entro limiti precisi, ma a un pro-
gramma che si sviluppa nel tempo seguendo una serie indefinita di
cicli.

5.6
Termini e strumenti della localizzazione

Quest’ondata di cambiamenti ha rinnovato anche il lessico della tra-


duzione. La novità più chiara è stata l’introduzione negli anni ottanta
del termine “localizzazione” in luogo di “traduzione”. Inizialmente
l’uso del termine era limitato a tutte le operazioni necessarie per
commercializzare un prodotto software in mercati diversi; in seguito
il suo senso si è esteso. La Localization Industry Standards Associa-
tion (LISA) definisce così il termine “localizzazione”: «La localizzazio-
ne è il processo mediante il quale un prodotto ideato e sviluppato in
un determinato Paese viene poi adattato alle esigenze linguistiche,
culturali ed economiche di altri Paesi che ne diventano fruitori, pro-
prio come se tale prodotto fosse stato realizzato in loco» (LISA, 2003,
p. 3).
“Localizzazione” deriva da locale, un termine inglese utilizzato nel
marketing per definire uno specifico mercato di destinazione dei pro-

183
MANUALE DI TRADUZIONE

dotti. Essenzialmente, il concetto di locale tiene conto sia della di-


mensione geografica che di quella linguistica. Ad esempio, i siti com-
merciali rivolti al mercato del Belgio di solito sono disponibili in due
o tre lingue (francese, olandese e tedesco, che è la terza lingua uffi-
ciale del paese anche se largamente minoritaria) per non urtare la
sensibilità delle comunità linguistiche nazionali. Analogamente, se
un’impresa intende rivolgersi a clienti che parlano spagnolo farebbe
bene a considerare le grandi differenze culturali esistenti fra, ponia-
mo, la Spagna e la Bolivia. A questa seconda dimensione si riferisce
la parte della definizione citata sopra che parla di rendere il prodotto
“culturalmente appropriato”. Ovviamente l’espressione nasconde una
problematica di grande complessità. Non è questa la sede per capire
che cosa sia veramente appropriato né, men che meno, per capire che
cosa si intenda per “dimensione culturale”. La localizzazione è un fe-
nomeno nato in ambito commerciale che il mondo accademico cerca
di seguire nei suoi sviluppi. Questo spiega la semplificazione e la su-
perficialità della definizione della LISA. Tuttavia, per rispettare la na-
tura economica della localizzazione, proseguiremo il racconto con un
esempio appropriato.
Immaginiamo che un programma di scrittura prodotto negli Stati
Uniti debba essere venduto sul mercato italiano; che cosa si deve
fare? Innanzitutto occorre tradurre in italiano i menu, le caselle di
dialogo e tutti gli altri messaggi scritti che possono comparire sul vi-
deo e che consentono di pilotare il programma. Poi occorre tradurre
in italiano la Guida in linea, il materiale pubblicitario e tutta la docu-
mentazione adattando i riferimenti culturali ove necessario. Ma tale
lavoro di traduzione non basta, perché il prodotto stesso deve essere
modificato per poter essere utilizzato da italofoni. Per esempio occor-
re sviluppare un correttore ortografico (a le altre funzioni analoghe)
per l’italiano, adattare le date – passando dal formato americano
“mese/giorno/anno” a quello europeo – la punteggiatura delle cifre, i
parametri predefiniti per la stampa (dal formato Letter a quello A4) e
altro ancora. Infine, occorre assegnare ai tasti di scelta rapida lettere
che rimandino intuitivamente alle parole della nuova lingua. Quindi il
grassetto non sarà più attivato dalla combinazione Ctrl + B (Bold) ma
da Ctrl + G; il menu Modifica non sarà attivato da Alt + E (Edit) ma
da Alt + M, e così via. La localizzazione comprende una miriade di
operazioni di questo tipo.
Tali operazioni di adattamento linguistico e di altro tipo possono
essere molto complesse e costose, è quindi opportuno progettare il
prodotto prevedendo sin dall’inizio la sua localizzazione. L’esempio
classico è la dimensione dei campi nei quali compaiono le voci dei

184
5. STRUMENTI

menu e gli altri comandi di un programma. Come abbiamo visto, il


comando che in inglese è Edit diventa comunemente “Modifica” nel-
la versione italiana. È essenziale quindi lasciare spazio per parole più
lunghe dei quattro caratteri dell’inglese e magari più degli otto ca-
ratteri dell’italiano. L’opera di anticipazione dei problemi della loca-
lizzazione, che si può allargare fino a comprendere un gran numero
di aspetti del prodotto e di fasi di progettazione, prende il nome di
“internazionalizzazione”. Sempre la LISA (ivi, p. 16) la definisce così:
«L’internazionalizzazione consiste principalmente nel rendere le fun-
zionalità di un prodotto indipendenti dalla lingua; ciò consente di ag-
giungere successivamente al prodotto il supporto linguistico necessa-
rio, senza temere che le funzionalità specifiche di una lingua creino
problemi al prodotto localizzato».
Gli autori della LISA cercano di descrivere una cosa abbastanza
complessa in termini semplici e lo fanno bene. Tuttavia, dal punto di
vista teorico è illusorio pensare che a un’entità comunicata, in questo
caso un prodotto, si possa “aggiungere” una lingua, così come a una
pizza margherita si può aggiungere il prosciutto crudo. Un prodotto
ha le caratteristiche che ha anche perché è nato in una certa lingua, o
meglio, in un certo ambiente culturale. Ogni momento dell’esperienza
umana è un amalgama di segni verbali e non verbali tanto stretto che
la lingua può avere influenza su molti altri aspetti. E, infatti, alla defi-
nizione qui sopra mancano tutte le convenzioni nonverbali (tecniche,
giuridiche, culturali ecc.) in vigore sul mercato locale che occorre te-
ner presente per internazionalizzare bene un prodotto. Per finire, a
volte al posto di “internazionalizzazione” viene usato il termine “glo-
balizzazione”, in particolare dal grande produttore di software ameri-
cano Microsoft. Ma poiché globalizzazione è una parola ormai abusa-
ta, preferiamo ignorare questo uso.
Ora occorre affrontare una questione che, tutto sommato, possia-
mo definire teorica. Qual è il rapporto fra traduzione e localizzazio-
ne? Un programmatore direbbe che la traduzione è una delle tante
modifiche di cui un programma ha bisogno per essere localizzato. Un
traduttologo, invece, potrebbe rispondere che la localizzazione è sola-
mente un’etichetta nuova appiccicata a una cosa vecchia in quanto
designa una serie di operazioni che i traduttori fanno da sempre. È
chiaro che da un certo punto di vista entrambi potrebbero aver ra-
gione. Per uscire dal dilemma, proponiamo una terza risposta più ar-
ticolata. Partiamo da due osservazioni. La prima è che secondo noi
esiste una sottile corrispondenza fra la localizzazione e le nuove mo-
dalità di traduzione come quella descritta sopra nella sezione dedicata

185
MANUALE DI TRADUZIONE

alla gestione dei contenuti. In entrambi i casi si parla di entità fluide,


mai completamente finite e, in qualche modo, potenziali. Così come
la tecnologia XML consente di scrivere un “testo” che può diventare
molti altri testi con poco sforzo, così l’internazionalizzazione consente
di realizzare un prodotto che può diventare molti altri prodotti senza
spreco di risorse.
La seconda osservazione riguarda l’analogia fra l’internazionalizza-
zione di un prodotto e la logica che soggiace alla traduzione conside-
rata in termini generali. Un prodotto localizzato, rispetto alla fase che
abbiamo chiamato potenziale, cambia in funzione dei mercati nei
quali deve essere venduto e utilizzato così come un libro tradotto in
diverse lingue cambia in funzione del contesto ideologico, culturale
ecc. dei suoi nuovi lettori. Crediamo che questa profonda continuità
fra i processi di traduzione e di localizzazione/internazionalizzazione
sia molto importante. La nostra posizione appare vicina alla risposta
del traduttore immaginario data sopra (“localizzare è solo una parola
alla moda per dire tradurre”) ma in realtà ha un valore opposto. Il
traduttore immaginario crede che la localizzazione sia molto meno
complessa di quanto gli addetti al marketing vogliano farci credere,
infatti è solo un’etichetta nuova. Noi invece intendiamo affermare che
tradurre non è mai stato così semplice come crede il traduttore im-
maginario e tanti altri assieme a lui. Infatti, l’avvento della localizza-
zione svela finalmente la grande complessità delle operazioni implica-
te nel gesto del tradurre. Ci siamo già chiesti in questo manuale per-
ché i traduttori, e molti studiosi con loro, abbiano la tendenza a svili-
re la loro arte e sapienza. Il discorso intellettuale e accademico che si
è sviluppato attorno alla traduzione negli ultimi due decenni ha fra i
suoi obiettivi programmatici quello di emancipare la traduzione sia
nel mondo accademico che in quello della professione. Ci appare evi-
dente che i translation studies possano contribuire a rendere meno
superficiale il più recente discorso della localizzazione. Crediamo an-
che che le nuove operazioni industriali, commerciali e di comunica-
zione d’impresa dell’economia globalizzata possano trarre grandi van-
taggi di ordine pratico dall’applicazione avveduta dei suoi concetti e
delle sue modalità di analisi.
Alla domanda di quale sia il rapporto fra traduzione e localizza-
zione non esistono solamente risposte intellettuali. Altre risposte pos-
sono venire dagli strumenti elettronici che sono stati sviluppati pro-
prio sotto la spinta della localizzazione. A parte i programmi di scrit-
tura, i correttori ortografici, grammaticali e di stile, le memorie di tra-
duzione e i sistemi di gestione terminologica che sono ormai comu-

186
5. STRUMENTI

FIGUR A 5.3
Un file fonte in NotePad

nissimi nei programmi per la traduzione, gli strumenti professionali


per la localizzazione hanno funzioni speciali che consentono per
esempio di cambiare la dimensione delle finestre di dialogo, attribuire
e controllare il funzionamento dei tasti di scelta rapida per i comandi
dei menu, modificare e controllare il codice di programmazione, con-
trollare i segni non testuali (come i segni grafici e i suoni), calcolare
la complessità di un progetto e convertire un codice software per far
eseguire un programma su una piattaforma diversa. È ancora ammis-
sibile affermare che si tratta essenzialmente di “tradurre”, ma le ope-
razioni implicate vanno ben oltre quelle richieste dalla traduzione tra-
dizionale. Si potrebbe quindi concludere che tradurre sia un sottoin-
sieme proprio di localizzare.
Il caso è ancora più chiaro per il settore specifico della localizza-
zione del software. Questo tipo di attività richiede una serie di stru-
menti specializzati senza i quali il traduttore si troverebbe a lavorare
su una cosa come quella che vediamo in FIG. 5.3, che mostra il codi-
ce di programmazione per una finestra di dialogo. Tradurre un testo
in questa forma è estremamente difficile e rischioso perché è facile
cancellare o alterare inavvertitamente una riga di codice danneggian-
do così il programma. Per poter lavorare in questo modo, occorre

187
MANUALE DI TRADUZIONE

FIGUR A 5.4
Traduzione di un file fonte in Transit

imparare a distinguere il linguaggio naturale dal codice di program-


mazione.
Di quanto migliora la situazione utilizzando un programma basato
sulle memorie di traduzione? In FIG. 5.4 riportiamo una schermata
del programma chiamato Transit nel quale compare lo stesso file con
il testo fonte e di destinazione, e la base di dati per il dizionario e la
TM. I traduttori che lavorano in questo ambiente non vedono il codi-
ce e quindi non possono danneggiarlo.
Vediamo ora un terzo strumento. La FIG. 5.5 riporta lo stesso
file tradotto utilizzando Catalyst, che è stato sviluppato in modo
specifico per la localizzazione del software. Rispetto al programma
basato sulla TM c’è una differenza decisiva: Catalyst ci consente di
vedere il risultato finale di ciò che facciamo, ovvero la finestra di
dialogo vera e propria. Si tratta di un passo avanti importante per-
ché fornisce un contesto semiotico pertinente ai segni verbali. Pro-
prio sotto la finestra di dialogo appare la porzione di testo da tra-
durre (“Authentication Mode”) e, dopo aver trovato una traduzione,
possiamo controllare immediatamente l’aspetto della finestra di dia-

188
5. STRUMENTI

FIGUR A 5.5
Traduzione di un file fonte in Catalyst

logo. Per esempio, si può subito verificare se la traduzione è troppo


lunga, nel qual caso il programma consente anche di modificare la
dimensione della finestra. Dal punto di vista pratico la conclusione è
semplice: il lavoro diventa enormemente più facile se si dispone de-
gli strumenti adatti.

5.7
Vantaggi e svantaggi per i traduttori

Un traduttore professionista non può permettersi di ignorare le tec-


nologie che sono state sviluppate negli ultimi anni. Fino a pochi anni
fa si parlava di “traduzione assistita per mezzo di ordinatore”, oggi
un’espressione del genere sarebbe ridondante perché tutti usano un
computer almeno come strumento di scrittura. In effetti, gli strumenti
più utili sono forse quelli che non sono stati sviluppati pensando alla
traduzione: i motori di ricerca, la posta elettronica e le funzioni dei
moderni programmi di scrittura (correttori ortografici, ricerca e so-

189
MANUALE DI TRADUZIONE

stituzione, revisione ecc.). Fra i sistemi informatici sviluppati in modo


specifico per i traduttori, probabilmente la palma dell’innovazione va
alle memorie di traduzione. Per le TM vale lo stesso discorso della
traduzione automatica: si tratta di una tecnologia che in teoria può
eliminare dal lavoro del traduttore le parti più ripetitive consentendo-
gli di concentrarsi su operazioni più stimolanti. Naturalmente, questa
è la situazione ideale; come abbiamo visto, la realtà è molto meno
rosea. Comunque, la risposta non può essere in nessun caso il rifiuto.
Occorre conoscere bene le tecnologie: imparare ciò che possono fare
e soprattutto capire ciò che non riusciranno mai a fare. I traduttori di
oggi devono puntare a capire le tecnologie per pretendere che se ne
faccia un utilizzo intelligente e rispettoso.
L’introduzione di una nuova tecnologia comporta sempre una
fase di investimento sia in termini di acquisizione delle attrezzature
che in termini di sviluppo e diffusione della conoscenza necessaria
per il loro utilizzo. Logicamente, il costo dell’investimento deve esse-
re inferiore rispetto ai vantaggi attesi. Quindi occorre sempre fare
un’analisi costi-benefici. Per esempio, ha poco senso applicare alla
traduzione professionale i corpora che i linguisti utilizzano per stu-
diare il linguaggio. I problemi che una base di dati di questo tipo
può risolvere vengono già risolti in modo molto più efficiente da un
semplice motore di ricerca su internet. Oppure, per fare un altro
esempio, non c’è bisogno di frequentare un corso per imparare a usa-
re un certo programma basato sulle memorie di traduzione quando se
ne sa già usare un altro. In fondo, i programmi di questo tipo si asso-
migliano un po’ tutti e non sarà difficile passare a un programma
nuovo una volta compresi alcuni concetti di fondo. Come regola ge-
nerale, consigliamo di informarsi bene prima di operare un acquisto
o di iscriversi a un corso. Quasi tutte le imprese produttrici di soft-
ware offrono una versione di prova dei loro programmi che si può
scaricare gratuitamente da internet spesso con un tutorial in linea;
inoltre i forum di traduttori offrono informazioni e consigli sui van-
taggi e gli svantaggi delle diverse alternative. Le cose cambiano quan-
do il passaggio a una nuova tecnologia viene imposto da un cliente o
da un intermediario come condizione per ottenere una commessa im-
portante. In questi casi, ci si deve rimboccare le maniche e imparare
in fretta, ma almeno si è sicuri di avere già una commissione che giu-
stifica l’impegno.
La tecnologia alza una serie di barriere anche all’interno di un
singolo progetto. Facciamo l’esempio di un grande progetto di loca-
lizzazione: normalmente il project manager che è responsabile dell’or-
ganizzazione complessiva del progetto ha a disposizione strumenti

190
5. STRUMENTI

potenti e costosi. I gestori per le singole lingue posseggono strumenti


per effettuare operazioni testuali avanzate, come il controllo automa-
tico della corrispondenza terminologica e la preparazione dei pac-
chetti da inviare ai traduttori. L’ultimo anello della catena, il tradut-
tore, ha la versione più economica e con meno funzionalità del pro-
gramma e la può utilizzare solamente per tradurre le stringhe di ca-
ratteri ed eseguire le operazioni più elementari di modifica e revisione
del testo. Poiché, come si ricorderà, il codice di un programma o di
una pagina web è protetto, solamente chi ha accesso al file fonte può
modificare l’aspetto e il contenuto non linguistico del testo originale.
In questo modo, i diversi gradi di funzionalità istituiscono una gerar-
chia precisa fra le diverse fasi del ciclo di produzione e la tecnologia
diventa uno strumento di controllo sulle operazioni e sugli agenti
coinvolti.
È sempre possibile abbattere queste barriere. Come abbiamo già
detto parlando del ciclo di produzione dei progetti di traduzione
complessi, il nostro consiglio è quello di seguire la strategia del sal-
mone (cfr. PAR. 4.2.3). Un traduttore esperto ha conoscenze ed espe-
rienza uniche che deve far valere anche al di fuori dei compiti che
generalmente gli vengono assegnati. Tuttavia, questa strategia presup-
pone una grande familiarità con la tecnologia in tutti i suoi aspetti.
Le pratiche e le modalità di produzione correnti di solito costitui-
scono un ostacolo per questo processo di emancipazione, un po’ per-
ché ogni forma di organizzazione ha un’inerzia propria, un po’ in di-
fesa di quelle posizioni di vantaggio che vengono mantenute proprio
grazie alla posizione subalterna dei traduttori. Il traduttore deve
quindi prendere conoscenza degli strumenti disponibili e sviluppare
una conoscenza critica delle loro possibilità, dei loro limiti e del loro
impatto professionale e sociale. Crediamo che questo sia un passaggio
obbligato se i traduttori vogliono davvero riprendersi il controllo del
proprio lavoro.

191
Conclusioni

Negli ultimi vent’anni due fattori hanno determinato una vera e pro-
pria esplosione di interesse verso la traduzione. Negli ambienti intel-
lettuali il tema si propone, seppure con incerte fortune, per la prima
volta all’attenzione degli accademici come un serio oggetto di studio
e di ricerca; mentre il settore dei servizi linguistici ha visto una pro-
fonda rivoluzione con l’avvento dell’industria della localizzazione e il
passaggio da un modo di produzione artigianale a un altro fondato
sulla divisione del lavoro e la meccanizzazione. Non sappiamo spie-
garci con certezza il perché di questi fatti, probabilmente il mondo
sta davvero diventando più piccolo e siamo tutti più consapevoli di
avere tanti vicini che parlano, pensano e si comportano diversamente
da noi. Ma ciò significa solamente che siamo diventati più consapevo-
li delle differenze senza spiegare perché sia nato il desiderio di supe-
rarle o di capire meglio come si può mediare tra di loro.
Quali che siano le ragioni storiche, nella traduttologia ferve l’atti-
vità. Le teorie della traduzione che da due decenni a questa parte si
sono succedute nel favore della comunità degli studiosi si possono
raggruppare in cinque classi:
– la linguistica degli anni cinquanta e sessanta;
– le teorie testuali e pragmatiche degli anni settanta;
– i translation studies;
– i cultural studies;
– le riflessioni filosofiche e letterarie.
È vero che questi approcci guardano all’oggetto di studio da pun-
ti di vista diversi, ma la cosa più importante è che lo sguardo abbrac-
cia un orizzonte sempre più largo. Con il passare degli anni l’habitat
naturale nel quale vive la traduzione è stato osservato da un’altezza
sempre maggiore, come un osservatore che trovandosi dentro a un
razzo guardasse il punto da cui è partito. Salendo verso le stelle, egli
vedrebbe prima il centro spaziale, poi – di volta in volta – la linea
della costa, la Florida, tutto il continente americano e infine la terra

193
MANUALE DI TRADUZIONE

intera. Fuor di metafora, nella fase linguistica si riteneva che le unità


di riferimento della traduzione fossero le parole, le frasi e i messaggi.
Da allora si è passati via via al testo, al sistema letterario, alla cultura,
fino al fitto intreccio di sistemi e culture che intessono la semiosfera.
L’allargamento dell’orizzonte significa che in questi anni si sono ag-
giunti sempre nuovi elementi al contesto che si considera pertinente
allo studio della traduzione. Questo fa sicuramente piacere ai tradut-
tologi, ma c’è il rischio di perdere di vista la traduzione stessa. Il pro-
blema è che, man mano che si estende l’ambito della riflessione, si
trovano sempre nuovi motivi rispetto ai quali la traduzione è simile a
qualcos’altro: la scrittura, la lettura (specialmente di testi che proven-
gono da luoghi e tempi lontani), la comunicazione e lo stesso pro-
cesso di comprensione.
Si tratta di una deriva pericolosa. Come ha scritto un filosofo
americano:

Tuttavia, fatto salvo il rapporto fra pensiero e discorso, si direbbe che circo-
scrivere il pensiero entro la traduzione può essere solo la conseguenza di
un’eccessiva deriva del senso di “traduzione”. Una volta estesa la traduzione
fino a coprire l’operazione stessa della significazione in sé, essa finisce per
contaminare – per così dire – tutto ciò che è legato al discorso 1.

Siamo d’accordo con Sallis che si deve trovare un sistema logico e


proficuo per arrestare questa deriva, altrimenti se la traduzione di-
venta una sineddoche di tutto non si riesce più a parlarne. Questo
rischio si è manifestato con maggior precisione alla fine degli anni no-
vanta, in coincidenza con la crisi dei translation studies descrittivi.
Andrew Chesterman aveva già espresso con la frase «tutta la scrittura
è traduzione» una delle idee più ricorrenti in traduzione, quelle che
chiama “supermemi” (Chesterman, 1997, 2000). Insomma, dalla fine
dello scorso decennio non è più chiaro ai traduttologi se sanno di
cosa parlano quando parlano di traduzione, per usare un’espressione
di Arrojo già citata nel CAP. 2.
La situazione non è confortante e se ne può uscire recuperando il
preoccupante ritardo teorico della traduttologia rispetto alle altre di-
scipline che ruotano attorno al linguaggio, al testo e alla comunicazio-
ne. Una riflessione accademica seria e strutturata sulla traduzione ha

1. «But, granted the bond of thinking to discourse, the confinement of thinking


to translation would seem to have followed only because of the excessive drift of the
sense of translation; once translation is extended to cover the very operation of si-
gnification as such, it will contaminate, as it were, whatever is bound to discourse»
(Sallis, 2002, p. 2).

194
CONCLUSIONI

cominciato a organizzarsi solo in tempi recentissimi; tuttavia, gran


parte delle idee messe in campo in questa nuova avventura intellet-
tuale affonda le radici nel passato, addirittura alle origini del pensiero
occidentale. In particolare, discende direttamente da Platone la dico-
tomia fra la lettera e il senso, che attraversa come una crepa tutto
l’edificio teorico che la traduttologia moderna è riuscita a costruire.
La nostra proposta per evitare il crollo è una rifondazione della tra-
duzione su basi semiotiche. Crediamo che esista una forma di azione
segnica specifica della traduzione – l’abbiamo chiamata semiosi tra-
duttiva – di cui è possibile definire le condizioni logico-semiotiche
che, insieme, costituiscono il fondamento della traduzione. Il fonda-
mento descrive la traduzione in termini potenziali, ma poiché la tra-
duzione avviene nel mondo reale, si dovranno postulare altri due li-
velli descrittivi: gli eventi e le norme traduttivi. Questo nuovo quadro
teorico coinvolge tutti i grandi temi di fondo della traduzione: equi-
valenza e fedeltà, il rapporto fra originale e traduzione, la posizione
del traduttore come lavoratore intellettuale (compresa la sua posizio-
ne ideologica) e la sua funzione nei rapporti fra culture.
Perché è importante discutere di questi temi astratti per imparare
a tradurre? Prendiamo a prestito la risposta da un famoso passaggio
di John Maynard Keynes, uno dei padri dell’economia contempora-
nea: «Le idee degli economisti e dei filosofi politici, così quelle giuste
come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si
ritenga. In realtà il mondo è governato da poche cose all’infuori di
quelle. Gli uomini della pratica, i quali si credono affatto liberi da
ogni influenza intellettuale, sono spesso gli schiavi di qualche econo-
mista defunto» (Keynes, 1935, trad. it. p. 554) 2.
In altri termini, chi pratica o insegna la traduzione restando all’o-
scuro del gioco intellettuale e ideologico di cui fa necessariamente
parte non avrà gli strumenti per affrancarsi dalla sua secolare condi-
zione di subalternità. Resterà, come dice Keynes, schiavo di qualche
pensatore del passato a lui ignoto. Chi non riflette con attenzione cri-
tica su questi temi avrà grande difficoltà a prendere coscienza della
propria posizione nell’economia e nella società e a rivendicare una
posizione più degna e rispettosa. La riflessione speculativa sulla tra-
duzione è uno strumento di equità e libertà.

2. «The ideas of economists and political philosophers, both when they are right
and when they are wrong, are more powerful than is commonly understood. Indeed
the world is ruled by little else. Practical men, who believe themselves to be quite
exempt from any intellectual influence, are usually the slaves of some defunct econo-
mist» (Ch. 24 “Concluding Notes”).

195
MANUALE DI TRADUZIONE

Abbiamo trovato un elemento a sostegno di questa tesi nelle otto


storie che abbiamo raccolto per far toccare con mano che cosa si può
fare con una preparazione specifica nella semiosi traduttiva. Come si
ricorderà, le storie venivano dai campi più diversi: le professioni lin-
guistiche, la pubblica amministrazione, il settore privato e l’università.
Tuttavia, c’è un grande elemento di continuità fra di esse: quasi tutti
gli autori sono riusciti ad adattare quanto avevano appreso negli anni
formativi alle loro diversissime situazioni. Ciascuno a suo modo aveva
preso sul serio la riflessione fine a se stessa che solo l’istruzione supe-
riore può dare e ciascuno ha sviluppato negli anni una capacità criti-
ca autonoma. Il quadro complessivo che esce dalle loro storie non
nasconde le difficoltà e i problemi ma è anche pieno di speranza. La
semiosi traduttiva è un trampolino ideale per chi ha voglia di muo-
versi e di cogliere con coraggio le occasioni presentate dalle nuove
forme di produzione e di organizzazione del lavoro, anche al di fuori
delle professioni linguistiche tradizionali. Chi invece ha la passione
della mediazione linguistica può trovare qualche spunto di riflessione
nei “trucchi del mestiere” che abbiamo proposto per dare concretez-
za sia alle nostre posizioni teoriche che alla nostra agenda politica e
ideologica. Questi suggerimenti si possono riassumere in una frase
sola: la strategia del salmone (cfr. PAR. 4.2.3). Un mediatore lingui-
stico consapevole di ciò che può dare sul lavoro e, più in generale,
nella società deve porsi il problema di risalire la corrente. Non è lo-
gico che resti nella posizione che di solito gli viene riservata nelle
organizzazioni pubbliche e private o nella catena della comunicazio-
ne tradotta. Abbiamo già detto che è una questione di giustizia, qui
aggiungiamo che si tratta anche di un grosso spreco di risorse e di
intelligenza. Che cosa ci fa a fondovalle un lavoratore intellettuale
che ha le potenzialità per presentarsi come esperto di mediazione
culturale? Perché gli si chiede solamente di “dire la stessa cosa”
quando ha tutto ciò che serve per immaginare soluzioni originali ai
complessi problemi della comunicazione multilingue? Abbiamo visto
che gli ultimi sviluppi tecnologici rischiano di rafforzare un’idea del
traduttore come manovale della comunicazione a cui sono affidate
operazioni meccaniche e senza responsabilità. Speriamo che questo
libro serva a chi, semplicemente, non ci sta e lotta nei luoghi di stu-
dio e di lavoro per formare e affermare la figura del traduttore criti-
co e consapevole.

196
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Letture consigliate per il capitolo 5: strumenti

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Intralinea: http://www.intralinea.it/
“Localisaton Focus – International Journal of Localisation”
“Multilingual Computing”
“The Lisa Newsletter”

Libri

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