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 Il volgare come lingua letteraria e il policentrismo linguistico

La letteratura volgare in Italia nasce nel Duecento in corrispondenza di fenomeni economici, politici, sociali
e culturali quali, ad esempio, l’affermazione dell’economia mercantile; la formazione di regni, corti signorili,
Comuni cittadini; la creazione di importanti università, come quelle di Bologna e di Napoli; la
trasformazione del ruolo e della funzione dell’intellettuale e del letterato in particolare.

Poiché tale processo coinvolge anche i più vasti strati di coloro che non sono letterati e non conoscono il
latino, è necessario impiegare il volgare, cioè la lingua d’uso comune, che sino ad allora era stata relegata
alla comunicazione orale oppure, nello scritto, ad usi eminentemente pratici e occasionali.

Non esistendo, però, ancora un volgare per così dire “nazionale”, dal momento che ogni centro geografico
usa una propria lingua, i vari letterati del tempo, a seconda del luogo dove si trovano ad operare, si
esprimono nella lingua locale, dando origine ad un vero e proprio fenomeno di policentrismo linguistico,
che si accompagna al policentrismo politico tipicamente italiano. Dal "volgare" parlato nei diversi paesi si
sono evolute le attuali lingue romanze, alcune delle quali diventate di stato (italiano, francese, spagnolo
etc.).

Dante nel “De vulgari eloquentia” riconosce quattordici volgari. I diversi volgari non solo si sviluppano in
aree geografi che diverse, ma danno anche origine a generi letterari diversi. Ad esempio la poesia lirica
nasce in Sicilia e si sviluppa in Toscana, la poesia religiosa in Umbria e ancora in Toscana la poesia comico-
parodica.

Per quanto riguarda la presenza consapevole di una lingua letteraria con l'ambizione di essere "italiana", ed
in grado di produrre testi maturi dobbiamo attendere il XIII secolo:

- con la figura di Francesco d'Assisi (1181-1226) e il suo Cantico delle creature


- con la scuola poetica siciliana (1230-1250) i cui maggiori esponenti furono Giacomo da Lentini,
Cielo d'Alcamo il messinese Stefano Protonotaro
- con la scuola toscana (1251) e il conseguente “dolce stil novo”

La tradizione lirica italiana prende le mosse dalla poesia cortese provenzale. Sono gli stessi trovatori,
abbandonando la Provenza dopo la crociata di Innocenzo III contro gli albigesi, a diffondere il gusto di una
produzione lirica in cui il soggetto esprime direttamente se stesso, tratta delle proprie esperienze e dei
propri sentimenti. Ben presto nascono così importanti poeti, nelle regioni settentrionali, che riprendono i
temi e le forme metriche. Non poteva poi restare escluso dall’influenza della lirica provenzale, così ricca di
prestigio e di fascino, il centro di cultura più vivo ed aperto in Italia nei primi decenni del secolo, la corte
siciliana di Federico II.
La scuola siciliana

Nella corte siciliana di Federico II, tra il 1230 e il 1250,


sorgono imitatori della poesia trobadorica che non usano più
la lingua d’oc (quella della Francia del sud, della Provenza),
bensì il loro volgare locale, per quanto depurato e nobilitato.
L’importanza di questa scelta è enorme: i poeti siciliani
creano la prima poesia d’arte in volgare italiano (i loro testi
tuttavia, salvo pochissime eccezioni, non ci sono pervenuti
nella forma originale, bensì nella trascrizione di copisti
toscani, che hanno sovrapposto le caratteristiche del loro
volgare a quelle del siciliano).

La poesia siciliana riprende fedelmente i temi amorosi, i


procedimenti stilistici, le forme metriche dei modelli provenzali (rinunciando solo all’accompagnamento
musicale ed introducendo una forma originale, il sonetto). I poeti siciliani sono tutti funzionari dello Stato,
notai come Iacopo da Lentini, esperti di arti cancelleresche come Pier della Vigna, giudici come Guido delle
Colonne, e nei loro versi trattano esclusivamente il tema dell’amore.

Per questi funzionari di corte la poesia è solo evasione dalla realtà; l’amore è unico tema dei loro versi, è un
puro gioco, aristocratico e raffinato.

Nella poesia siciliana ricorrono quindi i temi tipici dell’amor cortese: l’omaggio feudale alla dama, cantata
come depositaria di ogni virtù e di ogni pregio, di fronte alla quale l’amante si professa umile servitore,
come un vassallo dinanzi al suo signore; le lodi dell’eccellenza della donna, delle sue doti fisiche e spirituali,
della sua superiorità su tutte le altre donne, della sua bellezza, paragonata agli astri, alle pietre preziose, ai
fiori, in un gioco di immagini e di paragoni che insistono su una natura luminosa, profumata, preziosa; la
speranza di ottenere una ricompensa alla “servitù” d’amore, la rassegnazione se la donna per orgoglio non
si piega all’omaggio. Tutti questi motivi, già codificati in un’elegante convenzione dai trovatori, sono dai
siciliani ulteriormente stilizzati, privati di ogni legame con situazioni psicologiche comuni e concrete, astratti
da ogni preciso riferimento di luogo e di tempo, immersi in un’atmosfera estremamente rarefatta, che
ignora sfondi e paesaggi.

Tra i maggiori esponenti, circa 25, ricordiamo:

- Iacopo da Lentini (circa 1210 - circa 1260), riconosciuto da Dante (Purgatorio, canto XXIV)
come fondatore della scuola siciliana e al quale è probabilmente attribuita l'invenzione del
sonetto. Scrisse uno dei più cospicui canzonieri dell'epoca, composto da circa 30 poesie, in
cui una consumata perizia retorica è al servizio di una fervida originalità inventiva. A lui si
deve la prima definizione dell'amore nella letteratura italiana: "Amor è uno desio che ven
da core / per abondanza di gran piacimento". I temi più frequenti della sua lirica sono la
contemplazione della bellezza, la creazione nel cuore di un'immagine della donna, verso la
quale si indirizza il suo amore, il dono di sé fatto dall'innamorato all'amata.
- Guido delle Colonne
- Pier della Vigna
Il sonetto

Nella sua forma tipica, è composto da quattordici versi endecasillabi raggruppati in due quartine
(fronte) a rima alternata o incrociata e in due terzine a rima varia.

Il sonetto è stato inventato da Jacopo da Lentini verso la prima metà del Duecento, nell'ambito
della Scuola Poetica Siciliana.

Molto vario è lo schema ritmico del sonetto. Quello originario era composto da rime alterne ABAB
ABAB sia nelle quartine che terzine CDC DCD. Quello in vigore nel Dolce stil novo introduceva nelle
quartine la rima incrociata: ABBA/ABBA, forma che in seguito ebbe la prevalenza. Il sonetto è
pertanto un genere poetico che risponde a funzioni diverse.

Il sonetto sarà impiegato per tutto il corso della tradizione italiana, da Dante, Petrarca. sino alla
rivoluzione metrica del Novecento, che abbandonerà gli schemi.

 Scuola Toscana (di transizione)

Il modello della poesia siciliana acquistò subito grande prestigio e trovò diffusione in altre zone
della penisola, soprattutto in Toscana. Ne è testimonianza il fatto che noi possediamo i testi dei
poeti siciliani attraverso la trascrizione di copisti toscani, che ne toscanizzano la lingua.

Alla morte di Manfredi nel 1266 la scuola siciliana cessa di esistere. Essa viene ripresa da Guittone d’Arezzo,
il quale fondò la scuola toscana. Questa scuola è detta scuola di transizione perché fa da tramite dalla scuola
siciliana e il dolce stilnovo. Qui i poeti cominciano a scrivere non più per hobby riprendendo nel loro volgare
il tema dell’amore ma anche quello politico, civile e morale. Però qui a differenza della scuola siciliana la
donna era quasi spiritualizzata.

La lirica volgare viene trapiantata in un contesto di lotte tra Guelfi (filopapali) e Ghibellini, in una
società in rapida evoluzione, in cui le convenzioni della lirica cortese vengono sottoposte ad una
profonda revisione: la selezione tematica operata dai Siciliani viene ampliata e il suo panorama
allargato verso argomenti civili e morali. La lingua dei Toscani è spesso artificiosa, legata ad un
idioma toscano che reinterpreta (in senso anche ironico), le formule tipiche della tradizione
provenzale. Di questo gruppo di rimatori, che si collocano tra i Siciliani e gli Stilnovisti (e che con
questi ultimi condividono, solo cronologicamente, un po' del percorso), va in primo luogo
ricordato Guittone d'Arezzo.

- Guittone d’Arezzo nacque ad Arezzo intorno al 1235 e morì a Bologna nel 1294.
appartenente ad una famiglia dell’agiata borghesia ed esponente di spicco del guelfismo
conservatore, si recò in esilio, intorno al 1263, per l’acuirsi dei contrasti cittadini. Nel 1265
entrò nell’Ordine dei Cavalieri di Santa Maria, i cosiddetti Frati Godenti, che si
richiamavano a un francescanesimo piuttosto moderato e permissivo (Guittone era
sposato con figli). In tale ambito svolse comunque un’efficace opera di pacificazione fra le
parti, come risulta anche dalle 50 Lettere che gli appartengono, in cui sviluppa di
preferenza, con una ricerca retorica particolarmente complessa ed elaborata, argomenti di
tipo edificante e morale. Le sue Rime (50 canzoni e più di 250 sonetti) percorrono tre
distinti filoni tematici: i componimenti politici, le liriche d’amore, che rielaborano
originalmente modi e motivi della tradizione provenzale e siciliana e le poesie religiose,
scritte dopo la conversione. Caratteristica della sua poesia è la scelta di uno stile arduo e
complesso, che spinge fi no all’oscurità il gioco delle allusioni e degli effetti verbali.
Accantonata da Dante, in quanto lontana dall’ideale di armonica musicalità proprio dello
«stil novo», l’attività di Guittone è stata anche in seguito accusata di astrusità e di
intellettualismo. È considerato il più alto rappresentante del trobar clus nella poesia
italiana delle origini.
 dolce stil novo

Negli ultimi decenni del secolo, a Firenze, che è all’avanguardia nello sviluppo delle nuove forme di
vita economica, sociale e politica e si avvia a divenire il centro guida della cultura italiana, si forma
il nucleo più importante di una tendenza poetica, il «dolce stil novo», con cui la lirica amorosa di
ispirazione cortese tocca la sua fase culminante in Italia. I poeti che ne sono esponenti si staccano
nettamente dagli orientamenti dei rimatori toscani della generazione di Guittone e dalla
precedente tradizione siciliana e provenzale. Si tratta di poeti dalla forte e spiccata personalità,
per cui è difficile fissare i tratti distintivi di una vera e propria scuola.

Si possono però individuare alcune tendenze comuni. Innanzitutto ciò che li distingue con più
evidenza, sul piano formale, è il rifiuto degli astrusi artifici stilistici cari a Guittone e ai suoi seguaci
e la scelta di uno stile più limpido e piano, che viene appunto definito col termine tecnico «dolce».

Per quanto riguarda i contenuti, all’omaggio feudale rivolto alla dama, che era tipico dell’amor
cortese, si sostituisce una visione più spiritualizzata della donna, che viene esaltata come angelo in
terra e dispensatrice di salvezza (anche se per questi temi la novità non è assoluta, in quanto
spunti affini si potevano già rinvenire sporadicamente nella tradizione precedente).

Inoltre si coglie l’aspirazione a sostituire la corte reale, che era lo sfondo della poesia provenzale e
siciliana, con una corte tutta ideale, composta da una cerchia ristretta di spiriti eletti, dotati di alta
cultura e disdegnosi del volgo “villano” e per questo uniti fra loro da un vincolo geloso ed
esclusivo. Lo «stil novo» si rivela l’espressione dello strato più elevato delle nuove classi dirigenti
comunali che aspirano a presentarsi come una nuova aristocrazia, fondata non più sulla nobiltà di
sangue ma sull’«altezza d’ingegno» e sulla raffinatezza del sentire, per distinguersi dai ceti
inferiori.

Gli aspetti più importanti di questo stile sono:

- La nobiltà dell’animo, il “cor gentile”, è il presupposto fondamentale per poter vivere la


vicenda amorosa in maniera autentica. Deve accompagnarsi con una cultura profonda e
raffinata. Uno dei temi centrali è appunto l’identificazione di «amore» e gentilezza» (che
ha il senso di “nobiltà”): proprio il saper amare «finemente» (che vuol poi dire saper
scrivere poesia d’amore, cioè essere di raffinata cultura) è indizio di una superiore nobiltà
d’animo. E la «gentilezza» è un dato di natura, legato alle qualità personali, non alla nascita
e al titolo ereditario.
- Il processo di assolutizzazione arriva a creare un’equazione tra Amore, poesia ed
elevazione spirituale.
- La donna-angelo, di cui il poeta si innamora grazie alla vista, diventa un’effettiva possibilità
di mediazione tra l’uomo e Dio. La donna viene esaltata come angelo in terra e
dispensatrice di salvezza
- La “lode” e il “saluto” della donna, che sono espressioni della possibile salvezza-elevazione
dell’amante, sostituiscono il rituale del corteggiamento.

DA DOVE NASCE IL DOLCE STIL NOVO

La novità dell'esperienza poetica dello "stil novo" risiede nella contestazione della poesia,
nell'affermazione di una nuova concezione dell'amore e della donna e, soprattutto, in una nuova
concezione stilistica. Rispetto ai canoni guittoniani di un raffinatissimo e difficile trobar clus,
caratterizzato da oscurità e da ardue sperimentazioni stilistiche, lo Stilnovo rinnova il concetto di
trobar leu, fondando uno stile poetico caratterizzato da rime dolci e piane, segnate da una
profonda cantabilità del verso.

- Guido Guinizzelli è il precursore del gruppo degli stilnovisti e appartiene alla generazione
precedente a quella di Dante e Cavalcanti. Dante stesso lo definisce suo maestro
La sua figura è stata identificata con quella di un giudice, nato a Bologna intorno al 1235
e attivamente impegnato nelle vicende politiche della sua città. Di famiglia ghibellina morì
presso Padova nel 1276.
La produzione che gli si può attribuire con certezza comprende 5 canzoni e 15 sonetti.
Inizialmente legato alla maniera guittoniana e al suo stile artificioso, se ne staccò in
seguito, facendosi iniziatore della nuova poesia e fornendo ad essa, con la canzone Al
cor gentil rempaira sempre amore, un “manifesto” programmatico ed esemplare.
Nel Canzoniere guinizzelliano vi sono testi ancora legati al gusto di Guittone, ma la
maggior parte dei componimenti offre un campionario dei più tipici temi stilnovistici
ed è impostata su nuove tonalità stilistiche: l’identificazione tra amore e «gentilezza»,
l’equiparazione della donna ad un angelo proveniente dal regno di Dio, la lode
dell’eccellenza della donna, paragonata alle bellezze più elette della natura, il valore
miracoloso del suo saluto che dona salvezza, gli effetti della passione d’amore sull’amante,
che si consuma e strugge. Sono tutti motivi che saranno poi ripresi da Cavalcanti, da
Dante e dagli altri poeti.
La poesia di Guinizzelli costituisce infine un esempio perfetto di stile «dolce e leggiadro»,
cioè di uno stile limpido e piano in contrapposizione alla contorta e artificiosa oscurità
guittoniana.
- Guido Cavalcanti nacque a Firenze intorno al 1250 da una famiglia tra le più potenti di
Firenze, di orientamento guelfo; si schierò dalla parte dei Bianchi e partecipò intensamente
alle vicende politiche della città. Nel 1280 fu uno dei garanti della pace tra Guelfi e
Ghibellini. Morì nel 1300 ammalato probabilmente di malaria.
Nascono da queste concezioni i temi più caratteristici che ricorrono nella poesia
cavalcantiana: lo sbigottimento, il tremore, le lacrime, i sospiri, che conducono l’amante
alla distruzione fisica e spirituale. L’immagine della donna, avvolta come da un
alone mistico, resta lontana, irraggiungibile, inconoscibile. Il dramma si svolge tutto
nell’interno dell’animo dell’amante. Ed è un dramma che si oggettiva in una serie
di personificazioni, che agiscono come autentici personaggi: l’immagine ideale della
donna, adorata nel suo «valore», che è una pura realtà mentale, gli «spiriti» che
presiedono alle varie facoltà dell’anima, la «figura» esteriore del poeta, che ha solo
l’apparenza della vita, dopo che gli spiriti sono stati dispersi, la «voce sbigottita e
deboletta», che «parla dolore». Su queste personificazioni piomba la violenza devastante
dell’amore, che le aggredisce, le disperde: ne deriva una dolorosa scissione
interiore, che conduce alla morte.
Molto sapiente è la costruzione tecnica della poesia cavalcantiana. In essa tocca le
punte più alte e significative, prima di Dante, lo stile «dolce» che connota tutto il
gruppo di poeti, secondo la definizione dantesca. I versi di Cavalcanti possiedono,
ben più di quelli di Guinizzelli, una squisita fluidità melodica, che nasce dal ritmo
degli accenti, dai tratti fonici del lessico impiegato, dall’assenza di spezzature o pause.