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«coraggio della verità»


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Quali delle mie comode certezze
sono pronto a mettere in
discussione dopo aver letto
Leopardi?
Autoconoscenza
Upheavals of Thought
e nto (Martha C. Nussbaum, 2001)
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fronte alla negatività del presente e della


punto di vista superiore.

5. La poesia come ultimo baluardo di

del presente e il desiderio …


2. Il rifiuto della mediocrità

3. La volontà mai paga di


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dell'esistenza umana.
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1819 segna però anche l’inizio di un periodo di intensa creatività poetica, che si protrarrà fino al
Giacomo Leopardi 1823. Il dolore, affrontato con lucida determinazione nel reciso rifiuto di qualsiasi consolatorio
fideismo, apre la strada a una presa di coscienza della propria infelicità e della noia destinata a
La vita e le opere diventare uno straordinario strumento di conoscenza della realtà, un filtro attraverso cui osservare
Un’adolescenza appartata. Giacomo Leopardi nasce il 29 giugno 1798 a la vita non nelle sue transitorie attività quotidiane, ma nella sua più profonda essenza. Nascono
Recanati, borgo marchigiano dello Stato Pontificio, dal conte Monaldo e da così i primi idilli, tra cui L’infinito, e alcune importanti canzoni, come Bruto minore, Ultimo canto di
Adelaide Antici. Primo di cinque figli, trascorre un’infanzia serena (varie Saffo, Alla sua donna; si infittisce inoltre la stesura di un diario privato, lo Zibaldone, in cui si
testimonianze ci rivelano l’allegra monelleria del piccolo Giacomo), ma depositeranno appunti, note e pensieri di vario genere.
l’assottigliarsi del patrimonio di quella che era stata una delle più illustri La delusione del soggiorno a Roma. Nel novembre del 1822 giunge finalmente la tanto sospirata
famiglie della nobiltà marchigiana impone una rigida amministrazione occasione di uscire da “quella tomba de’ vivi” che è Recanati: ospitato dallo zio materno, Carlo
economica, di cui con severa oculatezza si occupa la madre, intenta a Antici, il poeta si reca a Roma e vi si trattiene fino al maggio del 1823. Tuttavia il viaggio così a
conservare almeno una decorosa facciata dell’antico splendore. Il rigido lungo atteso si rivela una delusione: durante il suo soggiorno Leopardi conosce la mondanità dei
formalismo della madre finisce dunque col condizionare l’adolescenza del salotti romani, ma la trova insulsa e mediocre dal punto di vista sia umano sia intellettuale. L’unica
figlio, costretto a un’esistenza appartata proprio in una età normalmente emozione autentica Leopardi la prova durante una visita al sepolcro di Torquato Tasso, che gli
dedita alla scoperta del mondo esterno: pressoché inesistente il rapporto suscita la stessa magnanima commozione provata da Alfieri o da Foscolo davanti alle tombe dei
con i coetanei, deludente la vita sentimentale, fatta anche in seguito di grandi del passato. Fallisce anche il suo tentativo di ottenere un incarico presso il governo
affetti e rapporti essenzialmente immaginari o sublimati, a partire pontificio, che gli avrebbe assicurato una certa autonomia economica; il suo laicismo aveva infatti
dall’innamoramento per la cugina Gertrude Cassi, alla quale sarà dedicata suscitato diffidenze negli ambienti clericali romani. Non gli rimane che tornarsene a Recanati,
l’elegia Il primo amore. ormai convinto che quel senso di malessere e di noia non dipende solo dal “natio borgo selvaggio”,
Gli studi eruditi. Segregato tra le mura della biblioteca paterna, ma investe l’intero mondo dei vivi.
fornita di ben 16.000 volumi, Leopardi vi trascorre “sette anni La crisi della vena poetica. Frustrate le più fervide aspettative, cadute le illusioni della prima gioventù,
di studio matto e disperatissimo”, che minano drasticamente mutata la visione della vita, la vena poetica si va inaridendo. Tutto ciò impone una
irrimediabilmente la sua salute fisica. Inutile qui citare nuova e più organica riflessione sul significato dell’esistenza; prende così forma il progetto delle
l’interminabile lista di scritti — saggi, traduzioni, poesie, Operette morali (accarezzato fin dal 1820), a cui Leopardi lavora con alacrità a partire dal gennaio del
tragedie — che dimostrano la precocissima quanto 1824. Il viaggio romano, pur nei suoi esiti deludenti, sul piano pratico aveva insegnato a Leopardi
enciclopedica erudizione del giovane Leopardi, capace di un’intraprendenza prima sconosciuta; e così nel 1825 egli parte per Milano, dove l’editore Stella gli
spaziare dai testi classici fino alle opere degli illuministi del ha promesso alcuni incarichi editoriali. Non tutti andranno a buon fine, ma ne nascerà un mirabile
Settecento, di cui la biblioteca paterna era ben fornita. Basti commento alle Rime di Petrarca e una esemplare antologia di poeti e prosatori della nostra
ricordare due sorprendenti opere di natura antiquaria, la letteratura, la Crestomazia italiana.
Storia dell’astronomia (1813) e il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815), dove è raccolta e ordinata
una enorme quantità di miti e leggende, frutto di primitive superstizioni. I contatti con l’«Antologia» di Vieusseux. Alla fine del 1825 Leopardi si trasferisce a Bologna e dà alle
stampe le prime raccolte delle sue poesie. Nel 1827 è a Firenze, dove trova sinceri e generosi
L’amicizia con Giordani. Sempre al 1815 risale l’orazione Agli Italiani per la liberazione del Piceno: terminata estimatori nel circolo dell’«Antologia», uno dei periodici più importanti della cultura italiana, che
l’era napoleonica e apertasi quella della Restaurazione, il giovane Giacomo sembra ancora riunisce intellettuali — come Vieusseux e Capponi — di fede liberale. Nell’inverno fra il 1827 e il
condividere l’orientamento reazionario, pur sottile e raffinato, del padre Monaldo. Ma proprio in 1828 soggiorna a Pisa: la mitezza del clima (che giova molto alla sua salute) e una certa tranquillità
questo periodo le letture di Leopardi mutano radicalmente: alla letteratura classica, ai poeti di economica favoriscono un “risorgimento” della vena poetica, che non si interrompe neppure
tradizione petrarchista o neoclassici (fra cui spicca Monti) e ai filosofi illuministi si aggiungono durante un ultimo, forzato ritorno a Recanati per la morte del fratello Luigi e altri problemi
gradualmente Dante, il Werther goethiano, i Canti di Ossian, le opere di Alfieri e di Foscolo. familiari. È questo il periodo dei cosiddetti “grandi idilli”, canti fra i più noti di tutta la produzione
Parallelamente si evolve il suo pensiero: nonostante il suo isolamento fisico, confortato solo leopardiana: A Silvia, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Canto notturno di un
dall’amicizia — più che altro epistolare — con il letterato classicista Pietro Giordani, Leopardi cerca pastore errante dell’Asia.
di partecipare attivamente al dibattito culturale allora in atto tra classicisti e romantici. Si
segnalano a tal proposito due scritti (lasciati inediti dall’autore) in cui vengono prese le parti della Il periodo fiorentino. Dopo i “sedici mesi di orribile notte” dell’ultimo soggiorno recanatese, nel 1830
poesia classica contro le nuove proposte romantiche: la Lettera ai Sigg. compilatori della “Biblioteca Leopardi si risolve ad accettare l’invito degli amici fiorentini, che gli offrono un assegno mensile in
italiana” in risposta a Madame de Staël, del luglio 1816, e il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, cambio di collaborazioni critico-letterarie; lascia così il paese natale, che non rivedrà mai più. A
del marzo 1818. Si fa strada intanto anche un infiammato patriottismo che, non potendosi Firenze si apre una nuova fase della sua vita: conosce Manzoni e Stendhal, partecipa attivamente ai
esprimere nei fatti, ispirerà almeno le prime canzoni: All’Italia, Sopra il monumento di Dante, Ad Angelo dibattiti politici, intreccia nuovi rapporti sociali; ormai la sua voce è una presenza viva e ben nota
Mai. della cultura italiana, anche se spesso non amata. Sul piano personale stringe una fraterna amicizia
con un giovane esule napoletano, Antonio Ranieri, da cui non si staccherà fino alla morte; prova
Il desiderio di lasciare Recanati. L’infelicità derivante dalla soffocante reclusione e da un doloroso infine l’unica reale passione amorosa della sua vita, per Fanny Targioni Tozzetti, a cui sono ispirate
deperimento psicofisico è esasperata dalla pressione dei parenti che, visto il suo precario stato di le poesie del cosiddetto “ciclo di Aspasia”: Il pensiero dominante, Consalvo, Amore e morte, A se stesso e
salute e la sua deformità, gli consigliano con mortificante insistenza di intraprendere la carriera appunto Aspasia. Qui si riflette dapprima l’infiammato entusiasmo amoroso e, in seguito, l’amara
ecclesiastica. Sempre più oppresso dall’angusto ambiente familiare, nel 1819 Leopardi tenta per la disillusione per la superficialità sentimentale e i frivoli costumi della Targioni (Aspasia fu una
prima volta di lasciare Recanati, ma il suo patetico tentativo di fuga viene bloccato sul nascere. Il donna ateniese famosa per le sue frequentazioni intellettuali, ma anche per i suoi facili costumi).
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Contiguo a questo ciclo è probabilmente anche un altro celebre canto, Il passero solitario, una più coscienze, a un vero e proprio trapasso epocale. Ignorare questa realtà significa restare privi dei
pacata riflessione del poeta su se stesso e sul suo passato recanatese. presupposti necessari a comprendere la complessa evoluzione del pensiero e dell’arte leopardiana.
Il periodo napoletano. Nel 1833 Leopardi si trasferisce con Ranieri a Napoli, nella speranza che un L’ampiezza delle letture. Come s’è visto, la formazione del giovane Leopardi sul piano letterario si
clima più dolce possa giovare al suo sempre più precario stato di salute. Qui concorda con l’editore fonda su una vastissima conoscenza del mondo classico, ma anche di tutta la tradizione accademica
Starita la pubblicazione di tutte le sue opere, ma usciranno solo le nuove edizioni dei Canti e delle italiana; sul piano filosofico, invece, determinante risulta la lettura dei massimi rappresentanti del
Operette morali. Il poeta intraprende anche una compilazione di Pensieri, che usciranno postumi. Il razionalismo illuminista francese. Si aggiunge in un secondo tempo anche la conoscenza dei più
periodo napoletano è contrassegnato da una sempre più accesa polemica di natura ideologica con la significativi autori preromantici e contemporanei (ricordiamo il Werther di Goethe e soprattutto
corrente cattolico-liberale, da cui nasceranno alcune taglienti opere satiriche: i Paralipomeni alla l’Ortis foscoliano), da cui Leopardi deriva la conoscenza appassionata di quelle eroiche speranze
Batracomiomachia e la Palinodia al marchese Gino Capponi. libertarie definitivamente naufragate con la fine dell’era napoleonica.
La morte a Torre del Greco. Trasferitosi infine nel 1836 in una villa a Torre del Greco per sfuggire a Il “pessimismo storico”. Proprio nell’isolamento della sua prima gioventù, in quel suo triste stato di
un’epidemia di colera che si stava diffondendo a Napoli, vi compone quello che può essere emarginazione, Leopardi incomincia a trasformare la propria sofferenza fisica e la crescente noia e
considerato il suo testamento spirituale, La ginestra. La morte lo coglie a soli 39 anni il 14 giugno angoscia verso la vita in un formidabile strumento di conoscenza. Incomincia infatti a interrogarsi
1837. sulla natura e sull’origine della umana infelicità e dei problemi di ordine esistenziale:
indipendentemente da ogni riassetto politico, o dal sistema economico-sociale messo in atto,
Illuminismo e pessimismo l’umanità non può evitare di fare i conti con la propria evoluzione storica (in senso vichiano), con i
limiti biologici della propria natura, con i propri disagi interiori.
Le basi filosofiche e letterarie del pessimismo. Per comprendere pienamente il senso dell’opera e del
In un primo tempo, partendo dalle proprie esperienze di vita e di studio, Leopardi perviene alla
pensiero leopardiano è necessario sgomberare il campo da alcuni fuorvianti luoghi comuni. Il
convinzione che l’umanità ai suoi albori fosse in qualche modo felice: i popoli antichi vivevano a
primo è quello che lega il pessimismo di Leopardi alle precarie condizioni fisiche derivanti da
stretto contatto con la natura, una natura vista come una madre benigna che li aveva dotati di
un’adolescenza sacrificata: simile avvilente teoria fu dal poeta stesso respinta in modo sdegnato. Si
quella capacità di sognare e di immaginare che è propria dell’innocenza dell’età infantile; e
comprende come i suoi avversari, soprattutto di fede cattolica, avessero un preciso interesse nel
magnanime illusioni li spingevano a gesti eroici, a generose azioni, che conferivano una grande
voler ridurre la sua solida costruzione filosofico-letteraria di natura materialista a banale
forza sia fisica sia morale e rendevano la loro vita più attiva della nostra e perciò ignara della noia e
conseguenza d’una mente prostrata da delusioni personali e dal dolore fisico; e lo fecero — Niccolò
dell’infelicità. Nel corso dell’evoluzione della civiltà, tuttavia, la ragione, sovrapponendosi alla
Tommaseo primo fra tutti — anche con attacchi che andavano a toccare, spesso con pesante
natura, andò via via cancellando quelle dolci illusioni, fonte di vitalità fisica e morale, e svelò una
indiscrezione, le più intime sfere del privato. Rimane comunque sorprendente che, a distanza di
grigia, prosaica realtà.
oltre un secolo, si sia potuto insistere sulla semplicistica equazione malattia-pessimismo, negando
Questa è la fase del cosiddetto “pessimismo storico”: la dolorosa tristezza della vita dell’uomo viene
la reale profondità di un pensiero di così vasta portata e così straordinariamente preveggente nel
fatta dipendere dalla sua evoluzione storico-culturale, dal suo progressivo distacco da uno stato
panorama della cultura europea: basti pensare al tema della noia, che diverrà cruciale nella
naturale. La natura viene vista ancora come entità benevola e premurosa, portatrice di vitali
letteratura ottocentesca (da Baudelaire a Flaubert).
illusioni; per questo la cognizione del dolore non coinvolge l’umanità nel suo complesso, ma è
Il rifiuto dei sistemi filosofici astratti. Certo, le riflessioni leopardiane non sono mai state riservata a pochi grandi animi sventurati, oppure riguarda particolari periodi storici — come quello
contraddistinte da quel rigore sistematico che spesso — soprattutto in passato — si è voluto in cui vive Leopardi — che, con il loro razionalismo, hanno distrutto quello stato di incantamento
considerare come la caratteristica fondamentale del vero filosofo; tuttavia è bene sottolineare che in cui gli uomini vivevano come all’interno di una placenta protettiva.
questa supposta carenza di metodo non deriva affatto da un limite soggettivo, ma piuttosto da una
La teoria delle illusioni. In questa prima fase il pensiero leopardiano si muove sostanzialmente ancora
precisa scelta teorica: quella di rifiutare qualsiasi astrazione. Secondo Leopardi, i pensieri nascono
entro i limiti della tradizionale disputa fra la tesi secondo cui la civiltà corrompe il “buon
infatti sempre dal confronto con circostanze concrete e ogni tentativo di inquadrarli all’interno di
selvaggio” e quella secondo cui la civiltà educa un’umanità primordiale rozza e violenta. Leopardi
un organismo logico-filosofico perfetto ma astratto non può che condurre a un impoverimento
si orienta verso una teoria di compromesso: lo stato primitivo è sì favorevole all’umanità, ma solo
della nostra capacità di comprendere la realtà, soprattutto quella delle vicende e dei sentimenti
in virtù del fatto che in esso agiscono meccanismi irrazionali — o meglio a-razionali — messi in
umani, che solo raramente si lascia ricondurre a griglie interpretative precostituite.
atto da una natura benevola per celare, tramite le illusioni, l’infelicità a cui l’uomo è condannato.
Il clima di dibattito tra ideologie opposte. Un’altra questione che va riconsiderata criticamente è l’idea Questa teoria è destinata però a entrare ben presto in crisi per la presenza di una serie di elementi
della nociva oppressione esercitata su Leopardi da un ambiente oscurantista e intellettualmente che risultano inaccettabili a una mentalità razionalista come quella di Leopardi. Prima di tutto, essa
angusto. Per mettere in discussione questa semplicistica tesi basterebbe prendere in considerazione comporterebbe l’implicita condanna della ragione, che, facendo dissolvere le illusioni, ha messo
la biblioteca del padre Monaldo (tra l’altro aperta a tutta la cittadinanza), che raccoglie le opere dei l’uomo di fronte alla nuda realtà della sua esistenza; in secondo luogo, ricorre a concetti di ordine
maggiori esponenti della cultura laica e razionalista del Settecento, da Fontenelle a Voltaire. Vero è metafisico (come il “destino maligno” a cui è opposta provvidenzialisticamente una “natura
che il poeta si sente soffocato nella stagnante atmosfera recanatese, ma non meno stagnante è benevola”); infine risente di una visione antropocentrica dell’universo: se si ammette che la natura
l’ambiente intellettuale romano che trova nella sua prima sortita del 1822. ha voluto riparare l’uomo dal dolore della sua esistenza, ciò deve per forza implicare che l’uomo sia
Leopardi vive in un periodo storico che esce dai radicali sconvolgimenti della Rivoluzione francese in qualche misura al centro dei disegni della natura, il che a sua volta non può che presupporre la
e del cataclisma napoleonico. Il successivo ordine imposto dalla Restaurazione è come una grande regia di una “mente superiore”; ma ciò cozza con i più elementari — e per Leopardi irrinunciabili
incubatrice di nuove prospettive storiche, economiche e culturali, che stanno prendendo — princìpi del meccanicismo, che vede la realtà come un enorme meccanismo che funziona
lentamente forma da un confronto a tutto campo tra ideologie opposte. Il periodo in cui vive attraverso leggi fisiche del tutto estranee alle esigenze umane.
Leopardi è percorso da un acerrimo, tormentato, ma anche fertile dibattito, destinato ad approdare
Il “pessimismo cosmico”. A questo punto Leopardi avverte l’esigenza di dare alla sua indagine un
non solo a nuovi assetti politico-sociali, ma anche e soprattutto a un radicale rinnovamento delle
indirizzo più coerente: che cosa esiste veramente al di là delle “illusioni”? Qual è la reale
3 4
collocazione dell’umanità all’interno dei meccanismi della natura? Quali strategie di sopravvivenza
e di vita ha sviluppato l’uomo nel corso della sua storia, o quali dovrebbe sviluppare? Nelle Operette
Pagine critiche
morali si snoda una coerente ricerca intorno a questi argomenti e il risultato è il passaggio dal
“pessimismo storico” a quello definito “cosmico”, in cui il dolore che caratterizza l’esistenza umana Il pessimismo materialistico di Leopardi
non è più visto come un fatto accidentale, ma come necessaria conseguenza del fatto che una di Sebastiano Timpanaro
natura “matrigna” partorisce gli esseri umani in un contesto a loro ostile, che non è inteso a da Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano, 1965
procurare loro la felicità, ma risponde semplicemente a una spietata logica di funzionamento
dell’universo e di trasformazione della materia attraverso energie incontrollabili. Il cattolicesimo liberale rappresentava qualcosa di particolarmente avverso a tutto il pensiero del
Leopardi. Era il mito del progresso, privato della carica di lucido razionalismo che aveva avuto nel
L’eredità del razionalismo materialista. Leopardi porta così alle estreme conseguenze l’eredità del Settecento francese e riconciliato coi vecchi miti cattolici. Era l’esaltazione delle conquiste
razionalismo materialista settecentesco, che aveva dato all’uomo la cognizione di essere un tecnicoscientifiche (il vapore, la diffusione rapida delle notizie: si pensi alla satira della Palinodia)
insignificante ingranaggio nella immensa macchina dell’universo. Raggiunta questa accompagnata però dalla rinuncia ad una visione veramente scientifica, cioè laica, della realtà. Era il
consapevolezza, si apre una nuova stagione della poesia leopardiana, quella dei grandi canti pisano- cattolicesimo ottimista mentre il Leopardi, finché aveva creduto di poter conciliare in qualche modo il
recanatesi (i cosiddetti “grandi idilli”), nei quali si esprime l’angoscia esistenziale dell’uomo, la proprio pessimismo col cristianesimo, aveva puntato proprio sulla rappresentazione pessimistica che il
dolorosa consapevolezza del misero stato a cui è condannato il genere umano, e insieme il rancore cristianesimo fa di questo mondo. A un tale ambiente gli scritti del Leopardi, e in particolar modo le
contro i subdoli trucchi di una natura che ha gioco facile nell’ingannare poveri esseri indifesi Operette morali, erano apparsi come l’espressione di un ateismo che negava insieme la religione e il
mediante le illusioni. Nei grandi idilli si esprime però anche la profonda pietà verso gli uomini e le progresso; che si opponeva, quindi, totalmente allo «spirito del secolo».
loro illusorie speranze, legate soprattutto alla aspettativa del futuro; tali illusioni sostanziano il Né questi nuovi detrattori erano puri e semplici reazionari che il Leopardi poteva trascurare.
sentimento della “rimembranza”, cioè il ricordo idealizzato del passato, ma nella realtà sono Stavolta le critiche venivano da un’opinione pubblica, a suo modo, illuminata e progressista; e l’accusa
destinate a soccombere di fronte alla semplice verità del dolore che la vita porta con sé. di irreligione era (ben diversamente dalle critiche che il Leopardi aveva ricevuto in occasione delle
prime canzoni patriottiche) congiunta strettamente a quella di scarso patriottismo e di sfiducia
L’esigenza etica. Leopardi, a questo punto, pare essersi arroccato su una solitaria posizione di
nell’umanità. Che, del resto, una parte di quelle accuse trovasse risonanza anche fuori dell’ambiente
assoluto pessimismo, da cui non sembra poter scaturire alcun insegnamento etico, ossia alcuna
liberale-cattolico, anche tra l’opinione pubblica risorgimentale in senso largo, lo dimostra il saggio di
positiva indicazione in merito al comportamento umano. Eppure l’esigenza etica è evidente sia
Pietro Giordani sulle Operette morali, destinato all’«Antologia» del Vieusseux ma poi non pubblicato: il
nelle Operette morali, sia nel progetto editoriale di traduzione degli antichi moralisti greci (che però
Giordani dichiarava di condividere il pessimismo leopardiano e lo difendeva dalle critiche dei
sfuma dopo la sola pubblicazione del Manuale di Epitteto, filosofo che predicava appunto una stoica
moderati toscani, ma esprimeva anch’egli il desiderio di un maggiore impegno politico da parte del
sopportazione del dolore). Attraverso alcuni personaggi delle Operette morali Leopardi sembra in
Leopardi.
effetti proporre dei possibili antidoti alla disperazione che contraddistingue la condizione umana:
Il bisogno di rispondere a queste accuse di apoliticità e di egocentrismo («il proprio petto /
Filippo Ottonieri (protagonista di pagine biografiche per molti versi assai simili alla foscoliana
esplorar che ti val? Materia al canto / non cercar dentro te», sono le parole che il Leopardi mette in
Notizia intorno a Didimo Chierico) prende le distanze dai tormenti della vita tramite un’autoironica
bocca ad uno dei suoi oppositori nella Palinodia) costituì certamente la spinta decisiva per la ripresa
accettazione dei propri limiti e un sottile distacco dalle cose del mondo; Cristoforo Colombo, nel
polemica e combattiva, per il nuovo titanismo dell’ultimo Leopardi. Questo movente in qualche misura
suo dialogo con Pietro Gutierrez, spiega come alla base dei perigliosi viaggi alla scoperta di terre
«esterno» dell’ultima fase del pensiero leopardiano non toglie nulla (diversamente da come è parso a
inesplorate stia non tanto un desiderio di nuove conoscenze quanto la spinta vitalistica verso
qualche critico) alla sua profonda sincerità e coerenza: dimostra piuttosto la capacità del Leopardi di
l’avventura, necessaria a sfuggire la noia; Amelio (il filosofo dell’Elogio degli uccelli) si astrae dai mali
reagire al nuovo clima politico-culturale, allargando il respiro umano e sociale del proprio pessimismo,
dell’esistenza estasiato dal canto e dal volo di questi esseri che la natura ha dotato di sublime grazia
fondando una morale integralmente laica e smitizzata.
e leggiadria per la gioia degli spiriti contemplativi. Queste diverse prospettive rivelavano
Al compromesso ideologico attuato dai cattolici liberali il Leopardi contrappone, in quest’ultima
comunque un chiaro limite, che le rende difficilmente applicabili alla comune quotidianità: un
fase, una grande ripresa di temi illuministici e materialistici. Non c’è libertà politica, egli afferma,
intellettualismo che, se si attaglia alla tempra del grande sapiente, certo non appare adatto
senza libertà dal dogma e dal mito, («Libertà vai sognando, e servo a un tempo / vuoi di nuovo il
all’umanità nel suo complesso.
pensiero»). È proprio questa esigenza di smascheramento degli «errori barbari» del cattolicismo che fa
L’estremo insegnamento de La ginestra. Un alto insegnamento morale e civile rivolto all’umanità nella superare al Leopardi ogni residuo di dubbio sull’opportunità o meno di rivelare agli uomini il male
sua interezza si trova invece ne La ginestra, estrema meta dell’itinerario leopardiano in cui è forse della condizione umana in tutta la sua crudezza: alla convinzione del «valore sociale del vero» (per
possibile individuare l’eco del vivace dibattito ideologico-politico in cui il poeta si immerse con usare una felice espressione del Berardi) il Leopardi giunge perché l’esperienza gli ha dimostrato che
sempre maggior passione negli ultimi anni della sua vita. L’ultimo componimento poetico di nell’epoca attuale il vuoto dell’ignoranza non è riempito dalle gagliarde e magnanime illusioni dei
Leopardi contiene un messaggio di umiltà e di solidarietà fra gli uomini: una volta presa coscienza primitivi, ma da un ibrido connubio delle deprimenti superstizioni medievali con un progressismo
della propria fragilità di fronte a immani energie distruttrici, della insignificante piccolezza del superficiale e falso, incapace di dare la felicità all’uomo: meglio, allora, quella «fiera compiacenza» che
proprio essere di fronte a un universo sterminato, e quindi della propria infelice condizione, è prodotta da una lucida disperazione, e che costituisce, in un mondo in cui l’azione eroica è ormai
anziché aggravarla combattendosi a vicenda, gli esseri umani dovrebbero unirsi di fronte al vero preclusa, l’ultima e paradossale forma di «virtù» classicheggiante. I Paralipomeni, con la negazione di
nemico, rappresentato dalla natura matrigna. Potrebbe sembrare ingenuo astrattismo politico o, ogni differenza qualitativa insuperabile tra uomo e animali, con la rivendicazione del Settecento
peggio, retriva presa di posizione contro ogni progresso tecnologico; si tratta invece di un lucido empirista e antimetafisico contro l’Ottocento cristianeggiante, sono la punta estrema del progressismo
richiamo a una condizione esistenziale con la quale l’uomo moderno sempre più sarà costretto a ideologico leopardiano.
misurarsi. Sul piano politico, assistiamo (accanto a un rinvigorimento dell’avversione ad ogni posizione
Tratto da Moduli di letteratura italiana ed europea, reazionaria e assolutista, testimoniato dai Paralipomeni e dall’epistolario) a due successivi momenti
di A. Dendi, E. Severina, A. Aretini
Carlo Signorelli Editore, Milano della polemica contro i moderati cattolici. Dapprima, nei primi canti dei Paralipomeni, un recupero di
5 6
motivi patriottici di stampo classicheggiante con punte di xenofobia settaria e di esaltazione retorica ogni indicazione biografica, rettorica, sicuri di vederla scendere al punto essenziale in cui tutto si
della romanità. [...] Un secondo momento è rappresentato dal ben noto passo della Ginestra in cui il trasforma da esperienza vitale o letteraria in elemento di disegno artistico, di costruzione poetica.
Leopardi fa appello alla solidarietà di tutti gli uomini nella lotta contro la natura. Si reagisce così all’istintivo bisogno di unità che vive nel tono fondamentale della personalità, ma
Nessun dubbio sulla grande potenzialità democratica di questo appello. Soltanto, bisogna parlare che può realizzarsi in diversi momenti, in diversi atteggiamenti di poetica: si pensi allo Hölderlin
appunto di potenzialità, per sottolineare, accanto all’estrema apertura e spregiudicatezza del discorso dell’Hyperion, delle grandi Odi ultime, dell’Empedokles, si pensi al Foscolo delle Odi, dei Sepolcri,
leopardiano, anche la sua indeterminatezza. Non vi è traccia in esso di preclusioni: di classe, di cautele delle Grazie, si pensi soprattutto al Leopardi degli idilli e al Leopardi degli ultimi canti.
da «liberale», anzi vi è l’esplicita esigenza di far partecipe della nuova morale laica tutto il popolo; ma Dolce e chiara è la notte e senza vento
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
non c’è nemmeno alcun accenno a una lotta contro l’oppressione po1itico-sociale, come condizione posa la luna e di lontan rivela
preliminare per raggiungere la «confederazione» dell’intera umanità. Il Leopardi pensa che i contrasti serena ogni montagna...
tra gruppi umani siano secondari, e perciò da mettersi a tacere, di fronte all’esigenza di far blocco Dolcissimo, possente
contro il nemico numero uno, l’empia Natura. Quando il Pascoli trovava preannunciato nella Ginestra dominator di mia profonda mente;
terribile, ma caro
il proprio solidarismo, trascurava certamente l’ispirazione illuministica e l’afflato eroico che sono dono del ciel, consorte
essenziali alla posizione leopardiana, e che mancano all’ideologia pascoliana; rimane pero il fatto che ai lugubri miei giorni,
anche il Leopardi propugna un solidarismo, cioè un appello alla cessazione della lotta «fratricida», per pensier ch’innanzi a me sì spesso torni...
dirigere tutti i colpi non contro un avversario umano, ma contro la Natura. Rifacendoci ancora una Basta avvicinare questi due inizi famosi (l’uno rielaborato fino al ‘35 sempre nel gusto idillico, il
volta alla distinzione tra progressismo politico-sociale e progressismo «scientifico», possiamo dire che secondo del ‘31 proprio all’inizio dell’epoca poetica che vogliamo studiare) per sentire la grandissima
il Leopardi assorbe il primo nel secondo. Soltanto, in quest’ultima fase del suo pensiero, egli toglie al diversità fra due espressioni intensamente leopardiane, ma ispirate nella linea divergente di due
proprio materialismo pessimistico quel carattere alquanto solitario e umbratile che aveva assunto negli diverse poetiche.
anni di Bologna, così come, riprendendo il titanismo del Bruto minore, ne elimina quella coloritura Il primo inizio presuppone una poetica idillica, tesa ad armonizzare, a pausare in distensioni, in
aristocratica che il titanismo aveva sempre avuto fin allora. Non c’è piú alcuna contrapposizione di serenità conclusiva e quindi in ritmi larghi e senza scosse, fluenti, orizzontali. L’altro è sostenuto da
principio tra l’eroe e il volgo, anzi, il pessimismo agonistico è destinato a divenire un atteggiamento una poetica “eroica” in cui la personalità del poeta batte con energia aggressiva e tende a presentarsi
comune a tutta l’umanità, una filosofia popolare. In questo senso si può dire che il progressismo integralmente nella sua affermazione di passione in forme risolute e impetuose, staccate in potenti
politico non si dissolve semplicemente nel progressismo scientifico, ma gli infonde la propria esigenza blocchi di cui sono simbolo i due aggettivi che guidano questo tema musicale senza riposo di verbo, di
democratica. descrizione, di colore, e in cui le parole sembrano legate per una comune energia esplosiva e l’ultimo
Inoltre, non bisogna dimenticare che la lotta contro la natura a cui il Leopardi chiama l’umanità è verso accentua l’impèto e la solennità assorta con la sua scandita impostazione.
e rimarrà sempre una lotta disperata, per ciò che riguarda gli obiettivi di fondo. Certo il Leopardi non Due poetiche lontanissime anche se nutrite da una comune personalità: la prima di passione
nega la possibilità di raggiungere successi parziali di notevole rilievo (di qui la sua rivendicazione placata in dolcezza di paesaggio, in nostalgia di ricordo, la seconda di passione presente come prova
della «civiltà, che sola in meglio / guida i pubblici fati»: Ginestra, v. 76 sg.). Ma che la vittoria di pienezza ed unità personale, come validità poetica. Due poetiche lungamente applicate e che noi
dobbiamo tanto più distaccare per reagire alla confusione che ingenera il loro mancato
definitiva spetti alla natura, tutta la Ginestra lo riafferma, come lo riafferma il Tramonto della luna,
riconoscimento, a quell’atteggiamento critico che eleva un motivo ad unico motivo veramente
che appartiene allo stesso periodo finale della vita e del pensiero leopardiano.
leopardiano e degrada a momenti di insufficienza tutte quelle poesie che a quel motivo non
aderiscono.
L’ultimo periodo della poesia leopardiana” (1947) Questo infatti è il punto dolente del problema leopardiano: chi giunge ai nuovi canti dopo la
di Walter Binni lettura dei grandi idilli si trova disorientato di fronte a così grande diversità e questa impressione si
da La nuova poetica leopardiana cambia facilmente in giudizio comparativo ed in svalutazione delle nuove poesie considerate come
deviazione dal motivo trionfante della poesia idillica. E poiché non si approfondisce di solito se non
È il primo capitolo del volume, che segna una vera e propria svolta nell’interpretazione della poetica leopardiana, episodicamente e psicologicamente la situazione del nuovo Leopardi e non la si vede in funzione di
sia perché infrange definitivamente l’immagine tutta idillica della poesia e della personalità leopardiana che poetica, è facile assumere la posizione idillica come l’unica posizione veramente leopardiana ed ogni
dominava nell’epoca del metodo crociano e della poesia ‘pura’, sia perché recupera, con saldo uso della nozione di divergenza di tono come infiacchimento e turbamento d’ispirazione.
poetica e con una inerente operazione critica analitica, la grande poesia ‘eroica’ dell’ultimo periodo leopardiano Impressioni che non derivano tanto da una lettura ingenua, quanto proprio dallo sviluppo stesso
culminante nel formidabile messaggio etico-poetico della Ginestra. del problema critico leopardiano quale è venuto a svolgersi in atmosfera crociana.
Se ripercorriamo rapidamente la storia della critica leopardiana mirando a cogliere il nucleo
L’esperienza di un lettore ha spesso dovuto costatare di fronte alla storia di un poeta che certi centrale del nostro problema, vediamo subito che la critica precrociana aveva posseduto, nella sua
momenti e motivi diversi sono difficilmente riconducibili ad unità e che spesso l’esigenza di incertezza conclusiva, un senso vivo, ma generico della complessità leopardiana e la sensazione di una
riconoscimento della personalità porta a sforzarli in un segno di dubbia autenticità. La tradizione profondità spirituale e personale non legata alla destinazione idillica e capace persino di un pensiero
grammaticale formalistica ci invita ad insistere sulle variazioni di temi fondamentali, la eredità filosofico organico e sistematico.
romantica ci spinge ad una storia della personalità poetica in senso drammatico. E la critica crociana Già il De Sanctis per la sua formazione e per il suo sincero amore del concreto si dimostrò nel
di stretta osservanza ci chiarisce il bisogno di una formulazione e di una descrizione, di un saggio sul Leopardi particolarmente disposto ad affermare, sia pure attraverso condizioni sentimentali,
accertamento del valore totalmente realizzato. la forza integra della personalità leopardiana non solo contemplativa (il Leopardi spettatore), e anche
È lo studio di “poetica” nella sua migliore accezione storicistica che può dare alla doppia esigenza se manca un suo giudizio sugli ultimi canti per l’interruzione del saggio, non vi è dubbio che egli
di unità e di molteplicità dei motivi poetici entro i limiti di una personalità, la più completa risposta, in avrebbe sentito il valore della forma romantica degli ultimi canti. Egli aveva già mostrato di sentire nel
quanto è proprio nella poetica che si storicizzano i diversi momenti ispirativi al di là della suggestione dialogo su Leopardi e Schopenhauer e in alcune frasi della Storia, il carattere positivo, eroico di certo
psicologica che finirebbe per frantumare una storia in cronaca di sensibilismo descrittivo. Non la pessimismo leopardiano e quando diceva “Questa vita tenace di un mondo interiore, malgrado la
romantica eredità della “storia di un’anima”, ma storia di poetica che permette di utilizzare ogni dato, caduta di ogni mondo teologico e metafisico, è l’originalità del Leopardi e dà al suo scetticismo
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un’impronta religiosa”, aveva certo soprattutto d’occhio il periodo della maggiore certezza, della nuova poetica che ha operato con continuità attraverso diversi stati d’animo e sforzando persino certe
maggiore persuasione leopardiana. situazioni sentimentali ben al di là dunque di un adeguamento mimetico ad ogni sfumatura
E così, in direzione della Ginestra, sentiva che “questa morale eroica, fondata sull’affratellamento psicologica, mi apparve caratterizzata dalla energia con cui il Leopardi vuole affermare e negare,
di tutti gli uomini contro il destino... è la parte più originale e altamente poetica del pensiero dall’effetto perentorio che vuole raggiungere non oratoriamente, ma per intensità poetica sia
leopardiano”. E se questa valutazione non implica una accettazione delle espressioni di quella nell’affermarsi identificato con il pensiero d’amore sia nel negare ogni palpito alla realtà, sia
personalità come poesia, pure è chiaro indizio che un critico unitario come il De Sanctis avrebbe nell’affermarsi evangelicamente rivelatore di una verità e di un messaggio vitale.
sentito l’ispirazione dei nuovi canti in una specie di integrale unità pensiero-poesia secondo Poetica della “personalità” nel senso più romantico di tale espressione, nel senso che il più
un’aspirazione che tutto il romanticismo ebbe e che il De Sanctis nutrì persino come propria sobriamente possibile avvicina quest’ultimo Leopardi più di qualunque altro romantico italiano ai
espressione poetica. Era il romanticismo più maturo che prendeva coscienza della poesia più grandi romantici europei nella loro esigenza di assoluto colto nell’atto poetico, non come armonia
romantica del Leopardi, mentre, anche a causa della mancanza di un esplicito giudizio desanctisiano, idillica a cui pure aspirava un altro atteggiamento romantico.
nell’epoca positivistica, il valore dato ai nuovi canti, specie alla Ginestra, prese troppo il carattere di Solo così mi parve possibile comprendere una parte così cospicua della produzione leopardiana
crudo contenutismo, di omaggio di liberi pensatori ad una espressione che veniva magnificata e che rimane di solito nel limbo di un giudizio esitante fra svalutazione prosastica ed accettazioni
considerata poetica per il suo significato anticattolico e materialistico. parziali, in base ad un paragone continuo con una poetica che non è più valida per un Leopardi così
Fu il Carducci ad occuparsi, nel suo saggio generale sul Leopardi, del periodo posteriore al diversamente impegnato.
Pensiero dominante distinguendolo in lirica appassionata e lirica filosofica secondo un apprezzamento E mi parve, come mi sembra ancor più chiaramente in questa ripresa di una intuizione giovanile,
sentimentale e frettoloso, particolareggiato in giudizi sui singoli canti altrettanto affrettati e sbiaditi. che questa precisazione di “poetica” non assicuri solamente la comprensione storica dei canti
Pure la svalutazione del Consalvo per la sua deficienza di energia indica un certo senso della posteriori al 1830, ma arricchisca tutta la vita della poesia leopardiana allargando il disegno fragile di
ispirazione fondamentale di questi canti, ispirazione ritrovata con parole sia pur poco adatte e con la un ultimo, per quanto altissimo, dominio di Arcadia.
tendenza più a retorica che a critica, mostrando anche nell’ammirazione per la Ginestra una confusa La stessa poesia idillica trova posizione in una offerta di personalità più larga e potente, come la
coscienza di quell’arte non decorativa, non didascalica, ma tesa ad espressione unitaria e personale. Sesta di Beethoven sarebbe più facilmente limitata dalla mancanza della Settima o della Nona.
Solo con il Croce le posizioni ingenue di lode degli ultimi canti cadono sotto una critica tanto abile
ma tanto unilaterale, che andando alla ricerca di poesia e non poesia finì per identificare la prima con Fu un grande “moralista” (1947)
gli idilli e la seconda con ogni forma non idillica. Era lo stesso gusto crociano chiuso in un cerchio ben di Cesare Luporini
chiaro (Ariosto-Carducci), scarsamente aperto alla poesia romantica (“molto abbracciante, poco da Leopardi progressivo, in Filosofi vecchi e nuovi, Firenze, Sansoni, 1947, pp. 186-187
stringente” come egli dice di Hölderlin) anche nel suo costruirsi potente e drammatico. Posizione
diffidente verso la poesia romantica, che nel caso del Leopardi si complicò con una ripugnanza di La “filosofia” del Leopardi si risolve tutta, o pressoché tutta su questo terreno: egli fu un grande
temperamento per l’atteggiamento leopardiano se non quando si rasserena in contemplazione e “moralista”, apparizione molto rara nella tradizione italiana e proprio per questo non facilmente
ricordo. Chiarificazione circa le confusioni sulla “filosofia” del Leopardi, ma incomprensione di tutto comprensibile presso di noi. Il suo pensiero nasce da una esperienza tragica, acutamente
ciò che non diveniva armonica serenità. rappresentata e analizzata, e sia pure, com’è stato detto, esperienza di una “vita strozzata”: ma una
La tesi crociana che nella esclusiva caratterizzazione dell’idillio implicava un’assurda svalutazione vita strozzata è tuttavia una vita e può divenire, anche storicamente, altamente indicativa.
di tanta poesia leopardiana, ha trovato recentemente una più decisiva precisazione nel saggio del L’importanza di questa esperienza e della sua espressione non è quindi nella pretesa dell’universalità
Figurelli che già nel titolo porta l’estrema conseguenza di questa posizione. Ricercando la radice della scientifica, ma nell’intensità e precisione che essa acquista e riesce a mantenere entro il limite che le è
poesia idillica nell’unica poeticità di un atteggiamento idillico coerente alla natura psicologica del proprio, per cui diventa in qualche modo esemplare e tipica. L’esperienza leopardiana ha le sue radici
Leopardi, il libro del Figurelli riduce la complessità leopardiana ad un atteggiamento contemplativo essenzialmente nell’epoca romantica, ma tuttavia la oltrepassa per la direzione in cui si svolge, per la
(lo spettatore alla finestra, sia pure del proprio mondo interiore) in cui le affermazioni degli ultimi schiettezza e virile compostezza con cui è vissuta e fatta oggetto di riflessione, priva com’è di
canti o svaniscono o sono prosa o vengono con sforzo inutile mimetizzate idillicamente sullo spunto di estetizzante compiacimento e, quasi sempre, del gusto della sofferenza e dilacerazione da cui e
ogni minimo indizio di ritmo più dolce, più colorito. Scarsi ostacoli han contrastato alla tesi crociana il materiata: “coscienza infelice” che non si culla in se medesima. I termini in cui si precisa
predominio nel campo critico se si esclude un tentativo del Malagoli, qualche accenno nella critica del quest’esperienza sono, nel loro scomporsi e ricomporsi, legati strettamente, e i certo modo
Fubini e spunti notevoli, ma sfasati esteticamente nel Vossler. fisiologicamente, alla vicenda individuale di Leopardi; tuttavia proprio per quella particolare
Un tentativo determinato in questo senso fu da me compiuto in un lavoro uscito nel 1935: Linea e esemplarità e intensità, hanno un ben delineato valore storico, rappresentano in una sua sfumatura la
momenti della poesia leopardiana, ricavato da un precedente lavoro scolastico del 1933-’34. Quel crisi di una società e di un’epoca (onde la risonanza europea di Leopardi), talché si può dire che
saggio lontano partiva da un’impressione generica della grandezza degli ultimi canti e della loro nell’anima moderna vi è una nota inconfondibile che è il “monumento leopardiano”. È il momento,
sostanziale unità di tono, della differenza dal tono idillico e tendeva ad accertare anche drammaticamente sofferto, dell’isolamento del mondo interiore, nella usa incongruenza con la realtà
biograficamente uno stacco, un ingrandimento spirituale, un atteggiamento nuovo, più virile, come di storica e con la quotidianeità della vita.
chi avesse acquistato meglio il senso della propria personalità e volesse portarlo nella vita, affrontare il
presente, non allontanarlo nel ricordo o nell’armonia del paesaggio e del quadro idillico. Un Leopardi Dall’ultima lezione leopardiana, sulla Ginestra (1993)
fatto più cosciente del proprio mondo interiore fino a sentire il bisogno di presentarlo non in forma di di Walter Binni
mesta elegia ma come valore e perfino come guida di fronte a un mondo sciocco, a un destino
malvagio negati con energia suprema. In occasione dell’ottantesimo compleanno di Binni, numerosi allievi e colleghi dell’Università di Roma, ma anche delle
Quel Leopardi più energico e combattivo (togliendo a queste qualifiche ogni equivoco di altre Università dove Binni ha insegnato - Genova, Pisa, Firenze - chiedono al “maestro” un’ultima lezione, in un’aula
romanticismo facile, byroniano) viene a far urgere nella poesia la sua personalità più profonda piena di giovani studentesse e studenti. Una lezione “a braccio”, nella migliore tradizione di una lunga e appassionata
attraverso un’adeguata poetica. Donde la costatazione di una funzione nuova del pensiero leopardiano attività di critico-insegnante. Il testo sarà poi raccolto nel volume Lezioni leopardiane (1994) .
che più direttamente confluisce in sintesi poetica, in elemento di poetica con il tono non analitico, ma
unitario e affermativo, di una protesta e di un messaggio radicali al senso della vita e della poesia. La

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Ultima fase appunto in cui Leopardi viene a svolgere (sono gli ultimi anni napoletani) una specie provvidenzialistico e ottimistico viene scartata. E certamente questo è per Leopardi l’uomo che vive
di forte polemica, una sorta di battaglia in versi, ma sempre veramente di grande realizzazione una condizione assolutamente infelice, “nato a perir, nutrito in pene” (v. 100), destinato alla morte e
poetica, checché se ne dica o se ne sia detto. Cioè tra la Palinodia, I nuovi credenti e soprattutto i vivente in mezzo alle pene.
Paralipomeni della Batracomiomachia, che sono una delle opere più grandi che Leopardi ha scritto e A questo punto però scatta, a mio avviso, del resto secondo tutta la mia interpretazione (sempre
una delle opere più fermentanti, veramente ribollenti di pensiero anche persino prepolitico e fin ho battuto su questo punto essenziale per le sue conseguenze in sede poetica), scatta, dicevo, l’abbrivo
politico, in cui si affermano principi di tipo rivoluzionario come lo “stato franco”, cioè le repubbliche di una parte che potremmo dire “propositiva”, anche se questi termini vanno usati con estrema cautela
popolari democratiche, che sviluppano modernamente i caratteri precipui delle repubbliche popolari perché certi limiti restano invalicabili, invincibili: il dolore, la morte, la caducità sono invincibili, la
antiche. Tutti i principi del pensiero della Restaurazione vengono aggrediti violentemente. Ed è natura è sempre distruttrice e lo sarà sempre, continuerà sempre a esserlo. Ma certo, ripeto ancora,
soprattutto una battaglia che colpisce al fondo la “natura” diventata ormai chiaramente, come si qui scatta un motivo che si può ritrovare anche attraverso certi filoni precedenti specie estraibili dallo
veniva in lui delineando da tempo, ostile, nemica dell’uomo, ma insieme soprattutto gli ideologi che Zibaldone (che adesso qui sarebbe troppo lungo individuare), ma certo soprattutto il motivo di quello
sostenevano le posizioni antropocentriche, geocentriche, ottimistiche, del progresso puramente che Leopardi individua come il “vero amore”, cioè quella forza solidaristica, che così è certamente
tecnologico, che è aggredito violentemente nella Palinodia: appunto l’ambiente fiorentino forza civile e che nasce proprio dal vincolo fra gli uomini nella loro lotta contro la natura.
dell’Antologia con il suo ottimismo e falso progressismo illusorio, aggredito in forza di un pessimismo La difesa contro la natura diventa un vincolo fra gli uomini e da questo vincolo sorge in loro
acre che giunge proprio quasi a un punto di non ritorno nella Palinodia con un’aggressione violenta quest’esigenza e questo bisogno che egli chiama il “vero amore”.
anche al potere divino o della natura e a quello dell’uomo sull’uomo. Tutto questo porta a capire Sicché su queste basi leggeremo subito un brano della Ginestra, molto indicativo già per certi suoi
come e in quale ambito nasca La ginestra, questo capolavoro che, ormai non solo per me, è senz’altro aspetti poetici: su queste basi dico, su queste verità che sono da una parte tutte negative, tutte
il capolavoro conclusivo del lungo cammino leopardiano e in particolare di questa fase di poesia che pessimistiche, ma certo per Leopardi profondamente “vere” e a lor modo promotrici di “vita”, non di
veicola posizioni di estrema aggressività. E a proposito di questo capolavoro bisogna mettere bene in rinuncia e di resa. Perché su questa acquisita coscienza che la condizione umana è assolutamente
chiaro due cose: primo, che naturalmente questo altissimo riconoscimento non comporta di per sé misera e d’altra parte su questa forte molla del “vero amore” si potrà creare un’alternativa di civiltà.
l’adesione di chi legge questa grande poesia alle posizioni che essa veicola, come per Dante, che noi E di civiltà si parla nella Ginestra in termini espliciti quando si dice anche in un altro passo che “solo”
ammiriamo e sentiamo come il più grande poeta italiano (per me insieme a Leopardi): ne sentiamo per questo pensiero illuministico-materialistico, per questo pensiero che per Leopardi è il cammino del
l’enorme spessore, la forza interiore e il vigore del pensiero, quella forza che ci ricarica potentemente vero progresso (anche se è un progresso che porta alla costatazione di una condizione di miseria) “per
pur non condividendo naturalmente le posizioni ideologiche che ne alimentano la poetica. E d’altra cui solo / Si cresce in civiltà, che sola in meglio / Guida i pubblici fati” (vv. 75-77). Badate bene sono
parte bisogna capire che per “leggere” La ginestra è necessario porsi in una posizione corretta di parole da meditare, sono parole che già di per sé rivelano la forza poetica di Leopardi, con questa
comprensione degli elementi personali, ideologici, delle posizioni di pensiero che la poetica ripetizione del “solo” “sola”, questo ribattere, questo asseverare che, dirò così, asseconda lo snodo
leopardiana dell’ultimo periodo viene vigorosamente potenziando, commutandoli in direzione del pensiero e gli dà il suo vero spessore; spessore che non avrebbe senza la forza di queste forme da
artistica con adeguate, geniali, nuove ardite forme, di cui il grande Leopardi nella Ginestra è fornitore. lui adoperate così energicamente. Ma, ripeto, Leopardi pensa a una possibilità di maggiore “civiltà”
Per capire poi questa poesia basti una delineazione breve, ma pur necessaria, della posizione a cui entro i limiti ferrei della condizione umana. Sicché vogliamo leggere (anche come esempio di un tipo
Leopardi è arrivato proprio al termine del suo percorso e al termine anche della sua vita. Vi è arrivato di poesia che suscitava proprio dentro La ginestra le più forti obbiezioni da parte della critica
attraverso un lungo e tormentoso itinerario in cui alcune posizioni sembrano addirittura a un certo distinzionistica, fondata cioè sulla distinzione fra poesia e non poesia), il passo della terza strofa con il
punto (se non se ne considerino tutte le mediazioni, cosa che qui non possiamo fare) capovolte: la contrasto con l’intellettuale del primo Ottocento, seguace del pensiero della Restaurazione, che viene
“natura” era stata per lungo tempo il centro del sistema appunto “della natura e delle illusioni”, la
aggredito con sarcasmo e forza di disprezzo supremo, forza che è quella del pensiero, ma che si
natura che aveva fornito le generose illusioni, che dava la vita schietta, i sentimenti autentici e la
traduce in forza aggressiva della poesia e dei mezzi propri della poesia. E a un certo punto emerge, in
poesia stessa e che era nemica della ragione calcolatrice, sterilizzante così che uccideva le passioni in
netto contrasto, il profilo dell’uomo “leopardiano”, l’uomo “persuaso” che ha acquisito queste
poesia. Ma poi tale concetto nello svolgimento e logoramento attraverso le Operette morali e nel forte
amare verità, che è portatore di queste verità; in un certo modo l’intellettuale come Leopardi lo
pensiero dello Zibaldone, è prospettato in una posizione antitetica assoluta: l’inimicizia della natura
avrebbe voluto e quale egli stesso si sentiva in prima persona, perché contribuisse così a una vera
con il suo carattere meccanico, indifferente, ostile, in base a una posizione, a un pensiero che è quello
civiltà (cfr. vv. 111-144)
che il Leopardi chiama qui con precise parole: “il calle insino allora / Dal risorto pensier segnato
Sentite la forza dello snodo del pensiero così denso e tenete conto che non è solo “Nobil natura”
innanti’, (vv. 54-55), cioè il pensiero che va soprattutto dalla filosofia rinascimentale-sperimentale
l’uomo che osa guardare lucidamente il “comun fato”, il fato e la natura, ma anche l’uomo, la persona
fino al materialismo settecentesco a cui Leopardi, badate bene, porta arricchimenti e potenziamenti
che “grande e forte / Mostra se nel soffrir”. C’è una suprema forza di dignità in questo ultimo
che non possono essere sottovalutati. Non si tratta di un’immediata ripresa di ciò che può venire dai
Leopardi e La ginestra è una grande lezione di dignità nel soffrire, nel sopportare “il mal che ci fu dato
testi dei materialisti come D’Holbach, Helvétius o Lamettrie, ma è qualcosa di più, a cui io ho sempre
in sorte”. E l’uomo leopardiano “con franca lingua” rivela la realtà delle cose senza toglier nulla a
pensato che contribuiscano anche elementi preromantici, romantici e “controromantici”, non più
questa “acerba” verità, e non ne accresce stoltamente la miseria con le lotte fra gli uomini: “né gli odii
solamente illuministici. E questo pensiero materialistico ha come sua arma la “ragione”, che ha
e l’ire / Fraterne [...] accresce / Alle miserie sue’’, come egli afferma in un crescendo impetuoso e
cambiato segno, che è diventata la forza impugnando la quale si scopre la verità, si demistificano tutte
appassionato. E voi sentite certo la forza di un ritmo incalzante, come in un certo senso incalzante è lo
le “superbe fole”, (come sono chiamate nella Ginestra), cioè ogni credenza di tipo o religioso o
snodo del pensiero, e questo impeto raggiunge persino toni entusiastici che non sono certamente
idealistico-ottimistico. Così si arriva a quella verità che veramente è diventata ormai la mèta più
convenzionali e il cui significato parafrasato potrebbe apparire anche prosastico e convenzionale,
profonda del “progresso” per Leopardi, la verità che permette di conoscere ciò che per l’uomo,
mentre tutta la sua forza viene data radicalmente proprio dallo spessore linguistico inerente, dalle
secondo Leopardi, è fondamentale conoscere (“Nulla al ver detraendo”, che è un verso della Ginestra):
forme che assume la poesia in questo brano e che, ripeto, trova d’altra parte equivalenti nella forza, in
conoscere cioè qual è la reale situazione, la reale condizione dell’uomo e dell’universo e dell’uomo
questo caso addirittura entusiastica, anche nella violenza, di aggressione alle stolte credenze e alle
nell’universo: una condizione certamente di miseria, una condizione di caducità, una condizione di
illusioni ingenue, o, peggio, interessate delle religioni (e dei detentori del potere).
destinati alla morte e alla distruzione. Non sono solo le catastrofi naturali (come appunto quella che
qui viene rappresentata), ma anche le ragioni biologiche della natura umana, la consunzione che le
malattie e il degrado naturale dell’età operano su di noi e per cui ogni posizione di tipo

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LA STAMPA
. MARTEDÌ 4 GENNAIO 2011 33

Che fai tu luna, up in the sky?


Grazie a una nuova traduzione dei Canti, l’America scopre Leopardi
“Può diventare importante per noi quanto Baudelaire o Rilke”
MARIO BAUDINO
Visse 39 anni

R
endere plausibile in ingle- Giacomo
se il suono di Leopardi è Leopardi nacque
stato molto, molto laborio- a Recanati
so - ed eccitante». Jona- nel 1798 e morì a
than Galassi sa che si trat- Napoli nel 1837.
tava di un lavorio infinito, perché, spie- La prima versione
ga, «una traduzione, come del resto americana
una poesia originale, non è mai finita, dei Canti
viene solo abbandonata». Intanto ha fu pubblicata nel
messo on line, con le correzioni e i ri- 1853 dal critico
pensamenti dell’ultima ora, alcune Matthew Arnold
bozze della sua edizione dei Canti, pub-
blicata con testo a fronte per la casa
editrice da lui diretta, Farrar, Straus
& Giroux. Il libro cartaceo è imponen-
te: quasi 500 pagine con rimandi, note
e spiegazioni anche biografiche, dove
il nostro poeta rivive in un inglese mo-
derno che cerca di mantenere pur sen-
za arcaismi la patina ottocentesca.
Non è la prima versione americana:
una scelta dei Canti fu pubblicata già
nel 1853 dal critico Matthew Arnold. È
un’edizione abbastanza a ridosso, per
i tempi, alla morte del poeta, avvenuta
nel 1837, sei anni dopo l’edizione dei
Canti da lui curata a Firenze.
Col tempo ce ne sono state altre,
per esempio quella di L. C. Trevelyan L’infinito Infinity
(1941), ma in sostanza, come ha scrit-
to sul New York Times un altro poeta, Sempre caro mi fu quest’ermo colle, This lonely hill was always dear to me,
Peter Campion, «per molte genera-
zioni la poesia italiana è esistita per e questa siepe, che da tanta parte and this hedgerow, which cuts off the view
scrittori e lettori anglofoni più come dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
qualcosa di cui si era sentito dire che of so much of the last horizon.
Ma sedendo e mirando, interminati
come fonte di ispirazione». Ora, inve- But sitting here and gazing I can see,
ce, «Leopardi può diventare impor- spazi di là da quella, e sovrumani
tante per la nostra letteratura quan- silenzi, e profondissima quiete in my mind’s eye, unending spaces,
to, ad esempio, Baudelaire o Rilke». Il and superhuman silences, and depthless calm,
ritorno in America, grazie al lavoro io nel pensier mi fingo; ove per poco
di Galassi e anche certamente all’au- il cor non si spaura. E come il vento till what I feel is almost fear. And when I hear
torevolezza di questo editore-scritto- odo stormir tra queste piante, io quello the wind storm in these branches, I compare
re dalle lontane origine italiane, che
guida una grande editrice di cultura infinito silenzio a questa voce the dead seasons and the present, living one
e ha in passato pubblicato un’ottima vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
traduzione di Montale, è stato un and how it sounds.
e le morte stagioni, e la presente
evento letterario. Tutte le più impor- So my mind sinks in this immensity,
tanti pagine culturali, dal New York e viva, e il suon di lei. Così tra questa
Times al Washington Post al Wall Stre- immensità s’annega il pensier mio: and foundering is sweet in such a sea.
et Journal, per non parlare del New
Yorker e della New Republic, gli hanno e il naufragar m’è dolce in questo mare.
(da Canti by Giacomo Leopardi,
dedicato critiche entusiastiche. Giacomo Leopardi traduzione di Jonathan Galassi, Farrar, Straus & Giroux)
È una strana coincidenza che l’inte-
resse si sia riacceso nel mondo di lin-
gua inglese proprio mentre in Italia derneath whose tranquil light / hares
Pietro Citati pubblicava uno dei suoi li- dance in the woods» («O cara luna, al
bri più impegnativi (Leopardi, appun- cui tranquillo raggio / Danzan le lepri
to, da Mondadori), che comincia nel se- nelle selve»). Sosteneva Robert Frost
gno di Gioachino Rossini, e cioè con che quel che si perde in traduzione è
«un’opera buffa», e termina con il Tra- proprio la poesia, ma ciò non ha mai
monto della luna, letto nel segno del impedito le traduzioni. Il Leopardi di
dubbio più lancinante, perché «sul Galassi non è «letterale», è ricreato
punto di morire, mentre il sole - scrive come accade ogni volta nel passaggio
Citati - stava per da una lingua all’al-
scomparire per UN VOLUME DI 500 PAGINE tra, e soprattutto da
sempre, Leopardi Con note e rimandi biografici un tempo all’altro.
provò un immenso Affrontando trappo-
desiderio di quella L’autore è Jonathan Galassi, le infinite.
fiamma che fino a editore e italianista Come tradurre,
allora aveva taciu- poniamo, quell’ini-
to o nascosto». Il UN’IMPRESA LABORIOSA mitabile «Che fai tu
poeta filosofo, che «Ma eccitante. Una versione luna in ciel? Dimmi,
ha visto la luna co- che fai, / silenziosa
me mai nessuno non è mai finita, luna?» del Canto
prima di lui, al ter- viene solo abbandonata» notturno di un pasto-
mine della vita sem- re errante? Helen
bra chiedersi, nella lettura che ne dà Vendler sulla New Republic confron-
Citati, se non abbia sbagliato tutto. ta la versione di Trevelyan con quel-
Ma «vedere» la luna come Leopar- la di Galassi. La prima dice, puntan-
di per il lettore può essere uno sforzo do decisamente sugli arcaismi:
impegnativo ed esaltante; per il tra- «What dost thou, Moon? / What dost
duttore è impresa terribile. Prendia- thou in the sky?». La seconda:
mo quella della Vita solitaria, dove Ga- «What are you doing, moon, up in
lassi sembra quasi addolcire il ritmo the sky / What are you doing, tell me,
verbale di Leopardi: «Dear moon, un- silent moon». Non c’è gara.
GIACOMO LEOPARDI Vivi felice, se felice in terra Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Visse nato mortal. Me non asperse Steso nell’aria aprica
Canti scelti Del soave licor del doglio avaro Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Giove, poi che perir gl’inganni e il sogno Dopo il giorno sereno,
XII • L’infinito (1819)
Della mia fanciullezza. Ogni più lieto Cadendo si dilegua, e par che dica
Sempre caro mi fu quest’ermo colle, Giorno di nostra età primo s’invola. Che la beata gioventù vien meno.
e questa siepe, che da tanta parte Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra Tu, solingo augellin, venuto a sera
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Della gelida morte. Ecco di tante Del viver che daranno a te le stelle,
Ma sedendo e mirando, interminati Sperate palme e dilettosi errori, Certo del tuo costume
spazi di là da quella, e sovrumani 5
Il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno Non ti dorrai; che di natura è frutto
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco Han la tenaria Diva, Ogni vostra vaghezza.
il cor non si spaura. E come il vento E l’atra notte, e la silente riva. A me, se di vecchiezza
odo stormir tra queste piante, io quello La detestata soglia
infinito silenzio a questa voce 10 XI • Il passero solitario (1835) Evitar non impetro,
vo comparando: e mi sovvien l’eterno, Quando muti questi occhi all’altrui core,
e le morte stagioni, e la presente D’in su la vetta della torre antica, E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
e viva, e il suon di lei. Così tra questa Passero solitario, alla campagna Del dì presente più noioso e tetro,
immensità s’annega il pensier mio: Cantando vai finché non more il giorno; Che parrà di tal voglia?
e il naufragar m’è dolce in questo mare. 15 Ed erra l’armonia per questa valle. Che di quest’anni miei? che di me stesso?
Metro: endecasillabi sciolti. 1. ermo: solitario; colle: il monte Tabor a Recanati. 3. il guardo esclude: impedisce la vista. 4. Primavera dintorno Ahi pentirommi, e spesso,
interminati: sconfinati. 5. di là da quella: oltre la siepe. 7. nel pensier mi fingo: m’immagino. 8. come: quando. 12. le morte stagioni: Brilla nell’aria, e per li campi esulta, Ma sconsolato, volgerommi indietro.
le età trascorse. Sì ch’a mirarla intenerisce il core.
IX • Ultimo canto di Saffo (1822) Odi greggi belar, muggire armenti; XIII • La sera del dì di festa (1820)
De’ colorati augelli, e non de’ faggi
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Il murmure saluta: e dove all’ombra
Placida notte, e verecondo raggio Per lo libero ciel fan mille giri, Dolce e chiara è la notte e senza vento,
Degl’inchinati salici dispiega
Della cadente luna; e tu che spunti Pur festeggiando il lor tempo migliore: E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Candido rivo il puro seno, al mio
Fra la tacita selva in su la rupe, Tu pensoso in disparte il tutto miri; Posa la luna, e di lontan rivela
Lubrico piè le flessuose linfe
Nunzio del giorno; oh dilettose e care Non compagni, non voli, Serena ogni montagna. O donna mia,
Disdegnando sottragge,
Mentre ignote mi fur l’erinni e il fato, Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi; Già tace ogni sentiero, e pei balconi
E preme in fuga l’odorate spiagge.
Sembianze agli occhi miei; già non arride Canti, e così trapassi Rara traluce la notturna lampa:
Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Spettacol molle ai disperati affetti. Dell’anno e di tua vita il più bel fiore. Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Noi l’insueto allor gaudio ravviva Oimè, quanto somiglia Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
Quando per l’etra liquido si volve Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso, Cura nessuna; e già non sai né pensi
In che peccai bambina, allor che ignara
E per li campi trepidanti il flutto Della novella età dolce famiglia, Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Di misfatto è la vita, onde poi scemo
Polveroso de’ Noti, e quando il carro, E te german di giovinezza, amore, Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
Grave carro di Giove a noi sul capo, Sospiro acerbo de’ provetti giorni, Appare in vista, a salutar m’affaccio,
Dell’indomita Parca si volvesse
Tonando, il tenebroso aere divide. Non curo, io non so come; anzi da loro E l’antica natura onnipossente,
Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Noi per le balze e le profonde valli Quasi fuggo lontano; Che mi fece all’affanno. A te la speme
Spande il tuo labbro: i destinati eventi
Natar giova tra’ nembi, e noi la vasta Quasi romito, e strano Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto Al mio loco natio, Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Fiume alla dubbia sponda Passo del viver mio la primavera. Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
Il suono e la vittrice ira dell’onda. Questo giorno ch’omai cede alla sera, Prendi riposo; e forse ti rimembra
De’ celesti si posa. Oh cure, oh speme
Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella Festeggiar si costuma al nostro borgo. In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
De’ più verd’anni! Alle sembianze il Padre,
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta Odi per lo sereno un suon di squilla, Piacquero a te: non io, non già ch’io speri,
Alle amene sembianze eterno regno
Infinita beltà parte nessuna Odi spesso un tonar di ferree canne, Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Alla misera Saffo i numi e l’empia Che rimbomba lontan di villa in villa. Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Per dotta lira o canto,
Sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni Tutta vestita a festa Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
Virtù non luce in disadorno ammanto.
Vile, o natura, e grave ospite addetta, La gioventù del loco In così verde etate! Ahi, per la via
Morremo. Il velo indegno a terra sparto
E dispregiata amante, alle vezzose Lascia le case, e per le vie si spande; Odo non lunge il solitario canto
Rifuggirà l’ignudo animo a Dite,
Tue forme il core e le pupille invano E mira ed è mirata, e in cor s’allegra. Dell’artigian, che riede a tarda notte,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Supplichevole intendo. A me non ride Io solitario in questa Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
Dispensator de’ casi. E tu cui lungo
L’aprico margo, e dall’eterea porta Rimota parte alla campagna uscendo, E fieramente mi si stringe il core,
Amore indarno, e lunga fede, e vano
Il mattutino albor; me non il canto Ogni diletto e gioco A pensar come tutto al mondo passa,
D’implacato desio furor mi strinse,
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E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito Acerbo e sconsolato, Di quel lontano mar, quei monti azzurri, Il garzoncel, come inesperto amante,
Il dì festivo, ed al festivo il giorno E tornami a doler di mia sventura. Che di qua scopro, e che varcare un giorno La sua vita ingannevole vagheggia,
Volgar succede, e se ne porta il tempo O natura, o natura, Io mi pensava, arcani mondi, arcana E celeste beltà fingendo ammira.
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono Perché non rendi poi Felicità fingendo al viver mio! O speranze, speranze; ameni inganni
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido Quel che prometti allor? perché di tanto Ignaro del mio fato, e quante volte Della mia prima età! sempre, parlando,
De’ nostri avi famosi, e il grande impero Inganni i figli tuoi? Questa mia vita dolorosa e nuda Ritorno a voi; che per andar di tempo,
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio Tu pria che l’erbe inaridisse il verno, Volentier con la morte avrei cangiato. Per variar d’affetti e di pensieri,
Che n’andò per la terra e l’oceano? Da chiuso morbo combattuta e vinta, Né mi diceva il cor che l’età verde Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa Perivi, o tenerella. E non vedevi Sarei dannato a consumare in questo Son la gloria e l’onor; diletti e beni
Il mondo, e più di lor non si ragiona. Il fior degli anni tuoi; Natio borgo selvaggio, intra una gente Mero desio; non ha la vita un frutto,
Nella mia prima età, quando s’aspetta Non ti molceva il core Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso Inutile miseria. E sebben vòti
Bramosamente il dì festivo, or poscia La dolce lode or delle negre chiome, Argomento di riso e di trastullo, Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia, Or degli sguardi innamorati e schivi; Son dottrina e saper; che m’odia e fugge, Il mio stato mortal, poco mi toglie
Premea le piume; ed alla tarda notte Né teco le compagne ai dì festivi Per invidia non già, che non mi tiene La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
Un canto che s’udia per li sentieri Ragionavan d’amore. Maggior di sé, ma perché tale estima A voi ripenso, o mie speranze antiche,
Lontanando morire a poco a poco, Anche peria fra poco Ch’io mi tenga in cor mio, sebben di fuori Ed a quel caro immaginar mio primo;
Già similmente mi stringeva il core. La speranza mia dolce: agli anni miei A persona giammai non ne fo segno. Indi riguardo il viver mio sì vile
Anche negaro i fati Qui passo gli anni, abbandonato, occulto, E sì dolente, e che la morte è quello
XXI • A Silvia (1828) La giovanezza. Ahi come, Senz’amor, senza vita; ed aspro a forza Che di cotanta speme oggi m’avanza;
Come passata sei, Tra lo stuol de’ malevoli divengo: Sento serrarmi il cor, sento ch’al tutto
Silvia, rimembri ancora Cara compagna dell’età mia nova, Qui di pietà mi spoglio e di virtudi, Consolarmi non so del mio destino.
Quel tempo della tua vita mortale, Mia lacrimata speme! E sprezzator degli uomini mi rendo, E quando pur questa invocata morte
Quando beltà splendea Questo è quel mondo? questi Per la greggia ch’ho appresso: e intanto vola Sarammi allato, e sarà giunto il fine
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi Il caro tempo giovanil; più caro Della sventura mia; quando la terra
E tu, lieta e pensosa, il limitare Onde cotanto ragionammo insieme? Che la fama e l’allor, più che la pura Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
Di gioventù salivi? Questa la sorte dell’umane genti? Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo Fuggirà l’avvenir; di voi per certo
Sonavan le quiete All’apparir del vero Senza un diletto, inutilmente, in questo Risovverrammi; e quell’imago ancora
Stanze, e le vie dintorno, Tu, misera, cadesti: e con la mano Soggiorno disumano, intra gli affanni, Sospirar mi farà, farammi acerbo
Al tuo perpetuo canto, La fredda morte ed una tomba ignuda O dell’arida vita unico fiore. L’esser vissuto indarno, e la dolcezza
Allor che all’opre femminili intenta Mostravi di lontano. Viene il vento recando il suon dell’ora Del dì fatal tempererà d’affanno.
Sedevi, assai contenta Dalla torre del borgo. Era conforto E già nel primo giovanil tumulto
Di quel vago avvenir che in mente avevi. XXII • Le ricordanze (1829) Questo suon, mi rimembra, alle mie notti, Di contenti, d’angosce e di desio,
Era il maggio odoroso: e tu solevi Quando fanciullo, nella buia stanza, Morte chiamai più volte, e lungamente
Così menare il giorno. Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea Per assidui terrori io vigilava, Mi sedetti colà su la fontana
Io gli studi leggiadri Tornare ancor per uso a contemplarvi Sospirando il mattin. Qui non è cosa Pensoso di cessar dentro quell’acque
Talor lasciando e le sudate carte, Sul paterno giardino scintillanti, Ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
Ove il tempo mio primo E ragionar con voi dalle finestre Non torni, e un dolce rimembrar non sorga. Malor, condotto della vita in forse,
E di me si spendea la miglior parte, Di questo albergo ove abitai fanciullo, Dolce per sé; ma con dolor sottentra Piansi la bella giovanezza, e il fiore
D’in su i veroni del paterno ostello E delle gioie mie vidi la fine. Il pensier del presente, un van desio De’ miei poveri dì, che sì per tempo
Porgea gli orecchi al suon della tua voce, Quante immagini un tempo, e quante fole Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui. Cadeva: e spesso all’ore tarde, assiso
Ed alla man veloce Creommi nel pensier l’aspetto vostro Quella loggia colà, volta agli estremi Sul conscio letto, dolorosamente
Che percorrea la faticosa tela. E delle luci a voi compagne! allora Raggi del dì; queste dipinte mura, Alla fioca lucerna poetando,
Mirava il ciel sereno, Che, tacito, seduto in verde zolla, Quei figurati armenti, e il Sol che nasce Lamentai co’ silenzi e con la notte
Le vie dorate e gli orti, Delle sere io solea passar gran parte Su romita campagna, agli ozi miei Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte. Mirando il cielo, ed ascoltando il canto Porser mille diletti allor che al fianco In sul languir cantai funereo canto.
Lingua mortal non dice Della rana rimota alla campagna! M’era, parlando, il mio possente errore Chi rimembrar vi può senza sospiri,
Quel ch’io sentiva in seno. E la lucciola errava appo le siepi Sempre, ov’io fossi. In queste sale antiche, O primo entrar di giovinezza, o giorni
Che pensieri soavi, E in su l’aiuole, susurrando al vento Al chiaror delle nevi, intorno a queste Vezzosi, inenarrabili, allor quando
Che speranze, che cori, o Silvia mia! I viali odorati, ed i cipressi Ampie finestre sibilando il vento, Al rapito mortal primieramente
Quale allor ci apparia Là nella selva; e sotto al patrio tetto Rimbombaro i sollazzi e le festose Sorridon le donzelle; a gara intorno
La vita umana e il fato! Sonavan voci alterne, e le tranquille Mie voci al tempo che l’acerbo, indegno Ogni cosa sorride; invidia tace,
Quando sovviemmi di cotanta speme, Opre de’ servi. E che pensieri immensi, Mistero delle cose a noi si mostra Non desta ancora ovver benigna; e quasi
Un affetto mi preme Che dolci sogni mi spirò la vista Pien di dolcezza; indelibata, intera (Inusitata maraviglia!) il mondo
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La destra soccorrevole gli porge, Sorgi la sera, e vai, che sì pensosa sei, tu forse intendi, qualche bene o contento
Scusa gli errori suoi, festeggia il novo contemplando i deserti; indi ti posi. questo viver terreno, avrà fors’altri: a me la vita è male.
Suo venir nella vita, ed inchinando Ancor non sei tu paga 5 il patir nostro, il sospirar, che sia; O greggia mia che posi, oh te beata, 105
Mostra che per signor l’accolga e chiami? di riandare i sempiterni calli? che sia questo morir, questo supremo 65 che la miseria tua, credo, non sai!
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga scolorar del sembiante, Quanta invidia ti porto!
Fugaci giorni! a somigliar d’un lampo
di mirar queste valli? e perir dalla terra, e venir meno Non sol perché d’affanno
Son dileguati. E qual mortale ignaro Somiglia alla tua vita ad ogni usata, amante compagnia. quasi libera vai;
Di sventura esser può, se a lui già scorsa la vita del pastore. 10 E tu certo comprendi ch’ogni stento, ogni danno, 110
Quella vaga stagion, se il suo buon tempo, Sorge in sul primo albore; il perché delle cose, e vedi il frutto 70 ogni estremo timor subito scordi;
Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta? move la greggia oltre pel campo, e vede del mattin, della sera, ma più perché giammai tedio non provi.
O Nerina! e di te forse non odo greggi, fontane ed erbe; del tacito, infinito andar del tempo. Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Questi luoghi parlar? caduta forse poi stanco si riposa in su la sera: Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore tu se’ queta e contenta;
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita, altro mai non ispera. 15 rida la primavera, e gran parte dell’anno 115
Che qui sola di te la ricordanza Dimmi, o luna: a che vale a chi giovi l’ardore, e che procacci 75 senza noia consumi in quello stato.
Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede al pastor la sua vita, il verno co’ suoi ghiacci. Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende Mille cose sai tu, mille discopri, e un fastidio m’ingombra
Questa Terra natal: quella finestra, questo vagar mio breve, che son celate al semplice pastore. la mente, ed uno spron quasi mi punge
Ond’eri usata favellarmi, ed onde il tuo corso immortale? 20 Spesso quand’io ti miro sì che, sedendo, più che mai son lunge 120
Mesto riluce delle stelle il raggio, Vecchierel bianco, infermo, star così muta in sul deserto piano, 80 da trovar pace o loco.
È deserta. Ove sei, che più non odo mezzo vestito e scalzo, che, in suo giro lontano, al ciel confina; E pur nulla non bramo,
La tua voce sonar, siccome un giorno, con gravissimo fascio in su le spalle, ovver con la mia greggia e non ho fin a qui cagion di pianto.
Quando soleva ogni lontano accento per montagna e per valle, seguirmi viaggiando a mano a mano; Quel che tu goda o quanto,
Del labbro tuo, ch’a me giungesse, il volto per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, 25 e quando miro in ciel arder le stelle; non so già dir; ma fortunata sei. 125
Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi al vento, alla tempesta, e quando avvampa dico fra me pensando: 85 Ed io godo ancor poco,
Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri l’ora, e quando poi gela, a che tante facelle? o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
corre via, corre, anela, Che fa l’aria infinita, e quel profondo Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Il passar per la terra oggi è sortito,
varca torrenti e stagni, infinito seren? che vuol dir questa dimmi:perché giacendo
E l’abitar questi odorati colli. cade, risorge, e più e più s’affretta, 30 solitudine immensa? ed io che sono? a bell’agio, ozioso, 130
Ma rapida passasti; e come un sogno senza posa o ristoro, Così meco ragiono: e della stanza 90 s’appaga ogni animale;
Fu la tua vita. Iva danzando; in fronte lacero, sanguinoso; infin ch’arriva smisurata e superba, Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?
La gioia ti splendea, splendea negli occhi colà dove la via e dell’innumerabile famiglia; Forse s’avess’io l’ale
Quel confidente immaginar, quel lume e dove il tanto affaticar fu volto: poi di tanto adoprar, di tanti moti da volar su le nubi,
Di gioventù, quando spegneali il fato, abisso orrido, immenso, 35 d’ogni celeste, ogni terrena cosa, e noverar le stelle ad una ad una, 135
E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna ov’ei precipitando, il tutto obblia. girando senza posa, 95 o come il tuono errar di giogo in giogo,
L’antico amor. Se a feste anco talvolta, Vergine luna, tale per tornar sempre là donde son mosse: più felice sarei, dolce mia greggia,
è la vita mortale. uso alcuno, alcun frutto più felice sarei, candida luna.
Se a radunanze io movo, infra me stesso
Nasce l’uomo a fatica, indovinar non so. Ma tu per certo, O forse erra dal vero,
Dico: o Nerina, a radunanze, a feste ed è rischio di morte il nascimento. 40 giovinetta immortal, conosci il tutto. mirando all’altrui sorte, il mio pensiero: 140
Tu non ti acconci più, tu più non movi. Prova pena e tormento Questo io conosco e sento, 100 forse in qual forma, in quale
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni per prima cosa; e in sul principio stesso che degli eterni giri, stato che sia, dentro covile o cuna,
Van gli amanti recando alle fanciulle, la madre e il genitore che dell’esser mio frale, è funesto a chi nasce il di natale.
Dico: Nerina mia, per te non torna il prende a consolar dell’esser nato.
Primavera giammai, non torna amore. Poi che crescendo viene, 45 Metro: endecasillabi e settenari saltuariamente rimati. 6. riandare... calli: rifare in eterno lo stesso cammino. 7. a
Ogni giorno sereno, ogni fiorita l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre schivo: a noia; vaga: desiderosa. 11. Sorge: si alza. 12. move: spinge. 16. vale: serve. 18. ove tende: qual è il fine di. 25.
Piaggia ch’io miro, ogni goder ch’io sento, con atti e con parole fratte: burroni. 28. anela: ansima. 30. risorge: si rialza. 34. volto: indirizzato. 39. a fatica: con pena. 42. in sul principio
Dico: Nerina or più non gode; i campi, studiasi fargli core, stesso: della vita. 44. il prende a consolar: si dà a consolarlo (a calmarne i vagiti). 45-46. Poi che... sostiene: mano a
e consolarlo dell’umano stato: mano che cresce i genitori lo sostengono. 48. studiasi fargli core: cerca di fargli coraggio. 50-51. Altro... parenti: i
L’aria non mira. Ahi tu passasti, eterno Altro ufficio più grato 50 genitori non possono assolvere a dovere più gradito. 52. al sole: alla luce. 53. reggere: mantenere. 54. convenga: si
Sospiro mio: passasti: e fia compagna non si fa da parenti alla lor prole. debba. 55. si dura: si sopporta. 57. Intatta: come al v. 37 vergine. 58. lo stato mortale: la condizione umana. 60. ti cale:
D’ogni mio vago immaginar, di tutti Ma perché dare al sole, t’importa. 61. Pur: eppure. 66. scolorar del sembiante: impallidire del volto. 67. perir: sparire. 68. usata: abituale;
I miei teneri sensi, i tristi e cari perché reggere in vita amante: cara. 75. che procacci: a che serva. 76. verno: inverno. 81. in suo giro lontano: all’orizzonte. 86. A che: a che
Moti del cor, la rimembranza acerba. chi poi di quella consolar convenga? scopo; facelle: fiammelle. 90. della stanza: dello spazio che abitiamo; dipende, come i successivi complementi, da uso
Se la vita è sventura, perché da noi si dura? 55 alcuno ecc. del v. 97. 92. famiglia: degli esseri viventi. 93. adoprar: affaticarsi. 96. donde son mosse: da dove han preso
XXIII • Canto notturno di un pastore Intatta luna, tale avvio. 97. uso: scopo; frutto: vantaggio. 101. eterni giri: degli astri. 102. frale: fragile. 103. contento: contentezza. 105.
errante dell’Asia (1830) è lo stato mortale. posi: riposi. 112. tedio: noia. 113. siedi: giaci. 116. consumi: trascorri. 117. io pur: anch’io. 119. spron: assillo. 121. loco: lo
Ma tu mortal non sei, stesso che pace. 126. Ed io... poco: ed anch’io (come credo tu) godo poco. 132. Me... il tedio assale: mi opprime la noia.
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, e forse del mio dir poco ti cale. 60 135. noverar: contare. 140. mirando... sorte: badando alla condizione degli altri esseri. 141. qual... quale: qualunque.
silenziosa luna? Pur tu, solinga, eterna peregrina, 142. covile o cuna: animalesco covo od umana culla.
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XXIV • La quiete dopo la tempesta (1829) Se respirar ti lice Godi, fanciullo mio; stato soave,
D’alcun dolor: beata Stagion lieta è cotesta.
Passata è la tempesta: Se te d’ogni dolor morte risana. Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Odo augelli far festa, e la gallina, Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.
Tornata in su la via, XXV • Il sabato del villaggio (1829)
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna; La donzelletta vien dalla campagna,
Sgombrasi la campagna, In sul calar del sole,
E chiaro nella valle il fiume appare. Col suo fascio dell’erba; e reca in mano
Ogni cor si rallegra, in ogni lato Un mazzolin di rose e di viole, Domande
Risorge il romorio Onde, siccome suole,
Torna il lavoro usato. Ornare ella si appresta 1. L’infelicità è la peggiore delle condanne?
L’artigiano a mirar l’umido cielo, Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
Con l’opra in man, cantando, Siede con le vicine 2. Su cosa possiamo fare sicuro affidamento nella vita?
Fassi in su l’uscio; a prova Su la scala a filar la vecchierella,
Vien fuor la femminetta a còr dell’acqua Incontro là dove si perde il giorno; 3. Illudersi è una condanna a cui l’uomo non può scampare?
Della novella piova; E novellando vien del suo buon tempo,
E l’erbaiuol rinnova Quando ai dì della festa ella si ornava, 4. Che differenza c’è tra l’illusione e la speranza?
Di sentiero in sentiero Ed ancor sana e snella
Il grido giornaliero. Solea danzar la sera intra di quei 5. A che cosa deve essere improntato il nostro rapporto con la natura?
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride Ch’ebbe compagni dell’età più bella.
Per li poggi e le ville. Apre i balconi, Già tutta l’aria imbruna,
Apre terrazzi e logge la famiglia: Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre
E, dalla via corrente, odi lontano Giù da’ colli e da’ tetti,
Tintinnio di sonagli; il carro stride Al biancheggiar della recente luna.
Del passeggier che il suo cammin ripiglia. Or la squilla dà segno
Si rallegra ogni core. Della festa che viene;
Sì dolce, sì gradita Ed a quel suon diresti
Quand’è, com’or, la vita? Che il cor si riconforta.
Quando con tanto amore I fanciulli gridando
L’uomo a’ suoi studi intende? Su la piazzuola in frotta,
O torna all’opre? o cosa nova imprende? E qua e là saltando,
Quando de’ mali suoi men si ricorda? Fanno un lieto romore:
Piacer figlio d’affanno; E intanto riede alla sua parca mensa,
Gioia vana, ch’è frutto Fischiando, il zappatore,
Del passato timore, onde si scosse E seco pensa al dì del suo riposo.
E paventò la morte Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
Chi la vita abborria; E tutto l’altro tace,
Onde in lungo tormento, Odi il martel picchiare, odi la sega
Fredde, tacite, smorte, Del legnaiuol, che veglia
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo Nella chiusa bottega alla lucerna,
Mossi alle nostre offese E s’affretta, e s’adopra
Folgori, nembi e vento. Di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.
O natura cortese, Questo di sette è il più gradito giorno,
Son questi i doni tuoi, Pien di speme e di gioia:
Questi i diletti sono Diman tristezza e noia
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena Recheran l’ore, ed al travaglio usato
È diletto fra noi. Ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo Garzoncello scherzoso,
Spontaneo sorge e di piacer, quel tanto Cotesta età fiorita
Che per mostro e miracolo talvolta È come un giorno d’allegrezza pieno,
Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana Giorno chiaro, sereno,
Prole cara agli eterni! assai felice Che precorre alla festa di tua vita.
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Dialogo di Tristano e di un amico Progresso: nella storia per Leopardi ci sono quattro tappe:
a) l’età perfetta dei primitivi e della concordia tra gli uomini;
b) età classica, momento di perfetta unione tra natura e ragione;
L’operetta fu composta nel 1832, periodo in cui Leopardi sviluppa il c) epoca medievale vista come periodo di regresso e di barbarie;
pessimismo eroico, ovvero l’ultima fase del suo pensiero in cui ritiene che d) modernità, età negativa perché priva delle virtù e dei valori incorrotti dell’epoca antica.
l’uomo non si debba arrendere di fronte alla natura matrigna, ma, unirsi in una Leopardi si oppone alla fiducia nel progresso, tipica dell’800, individuando nel progresso dell’uomo un motivo di
social catena e non sottomettersi all’infelicità tipica dei viventi. decadenza. Anche il progresso, e quindi la ragione, è causa dell’ infelicità dell’uomo perché ha fatto sì che si
Il dialogo, che vuole essere una lettera di protesta a Luigi De Sinner e una allontanasse dall’età dell’oro.
difesa della propria filosofia negativa, ha una forza polemica e un’ironia tipica
del pessimismo eroico. Occupa l’ultima posizione dell’opera e questo non è un Infelicità: è una condizione propria di tutti gli esseri viventi fin dalla nascita. Coloro che cercano di nascondere a sé
caso, infatti in questa abbiamo la più esplicita incarnazione del punto di vista stessi questa condizione sono stolti perché preferiscono vivere tranquilli piuttosto che conoscere la verità. Bisogna
dell’autore.I personaggi sono due: Tristano, (nome che allude alla parola triste) ridere del genere umano innamorato della vita perché non è consapevole che i piaceri della vita sono finiti, mentre il
che ovviamente rappresenta l’autore, e un amico che ha la semplice funzione desiderio è infinito (teoria del piacere). Leopardi ci fornisce come insegnamento morale il precetto di non arrendersi
di provocare le battute. Questa struttura è molto simile a quella del Dialogo di all’infelicità; pur partendo dalla certezza negativa della propria condizione, l’uomo deve cercare in sé le forze per
Timandro e di Eleandro e al Dialogo della Terra e della Luna, infatti in tutte affrontare la negatività, e per farlo deve allearsi in una “social catena” per combattere la comune nemica: la natura. La
abbiamo un personaggio che non ha una controparte attiva ma permette al morte, nella visione materialistica leopardiana, è concepita come una liberazione dalle sofferenze della vita. Riprende
personaggio principale di esporre le sue teorie. con questa concezione le teorie della sapienza silenica antica, teoria che credeva che per l’uomo fosse meglio non
La discussione ha origine dall’ultimo libro scritto da Tristano (e qui c’è una nascere o comunque fosse meglio morire il prima possibile. I primi espositori di tale teoria furono alcuni poeti lirici
sicura allusione alle Operette morali di Leopardi), il quale era malinconico, greci, poeti attivi tra il VII-VI secolo a.C. Anche Sofocle era portatore di tali idee e riteneva che: «è meglio per l’uomo
sconsolato e disperato. Nel suo discorso, Tristano dice, con una marcata non aver visto la luce». Questa teoria passò attraverso le tragedie greche, fu tramandata da quelle latine e trova
Tomba di Leopardi a Napoli ironia,che le sue idee riguardo la condizione infelice dell’uomo e del secolo un’ultima espressione in Leopardi.
sono cambiate radicalmente. Tuttavia conclude dicendo che, pur essendo
convinto che tutti gli uomini sono felici, lui, è infelicissimo e preferirebbe la morte a qualsiasi altra cosa. Leopardi Antropocentrismo: Leopardi si oppone a questa teoria che poneva l’uomo, con la sua ragione, al centro di tutto il
utilizza la tecnica della palinodia che gli consente di rafforzare la sua posizione fingendo un punto di vista obbiettivo. creato. Critica il genere umano perché non è capace di affermare la propria ignoranza, di affermare la propria nullità, di
L’operetta può essere divisa in quattro parti: ammettere di non avere speranza e di riconoscere la propria ipocrisia. L’uomo è sommamente imperfetto e lo è più
1) «Ho letto il vostro libro…ch’io credeva»: in questa prima parte Tristano ammette di aver cambiato completamente degli animali. Possiede inoltre la ragione che lo rende ancora più infelice in quanto distrugge le illusioni.
la sua opinione rispetto a ciò che aveva sostenuto nel suo libro. Segue quindi la descrizione della teoria La concezione antropocentrica dell’Ottocento è quindi rovesciata: Leopardi nega filosoficamente la superiorità del
precedentemente sostenuta (che è la filosofia di Leopardi): l’uomo è infelice ma cerca di nascondere a se stesso mondo e dell’uomo.
questa condizione di infelicità, infatti è meglio credere che la vita sia bella pregevole piuttosto che conoscere la
realtà. È necessario accettare la condizione dell’infelicità umana anche se è una filosofia dolorosa. Questo tema Amico. Ho letto il vostro libro. Malinconico al vostro solito.
dell’ infelicità dell’uomo è un tema costante in tutta la produzione leopardiana a partire dalla produzione poetica Tristano. Sì, al mio solito.
(Ginestra, Cantico notturno di un pastore errante dell’Asia) fino ad arrivare allo Zibaldone (4128, 4175-77). Amico. Malinconico, sconsolato, disperato; si vede che questa vita vi pare una gran brutta cosa.
2) «E avete cambiata…voi siete diventato de’ nostri»: con la tecnica dell’antifrasi Tristano si schiera con l’ottimismo Tristano. Che v’ho a dire? io aveva fitta in capo questa pazzia, che la vita umana fosse infelice.
delle ideologie dominanti nel suo secolo per quanto riguarda il progresso e la superiorità dei moderni rispetto agli 5 Amico. Infelice sì forse. Ma pure alla fine . . .
antichi. Egli sostiene che la specie umana vada ogni giorno migliorando e, pur ammettendo che gli antichi fossero Tristano. No no, anzi felicissima. Ora ho cambiata opinione. Ma quando scrissi cotesto libro, io aveva quella
migliori nei sistemi morali e di metafisica, e che il numero di sapienti fosse maggiore nell’antichità rispetto al pazzia in capo, come vi dico. E n’era tanto persuaso, che tutt’altro mi sarei aspettato, fuorché sentirmi
presente, tuttavia afferma ironicamente che l’uomo sia in continuo miglioramento e che il sapere e i lumi crescano volgere in dubbio le osservazioni ch’io faceva in quel proposito, parendomi che la coscienza d’ogni lettore
di continuo. A questo punto l’amico di Tristano è felice perché anche Tristano ha abbracciato la filosofia dei dovesse rendere prontissima testimonianza a ciascuna di esse. Solo immaginai che nascesse disputa
giornali, cioè quella del presente, e gli dice che, se non scherza, è diventato dei “loro”, quelli che preferiscono 10 dell’utilità o del danno di tali osservazioni, ma non mai della verità: anzi mi credetti che le mie voci
illudersi che la vita sia bella e che l’uomo sia felice. lamentevoli, per essere i mali comuni, sarebbero ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo
Il tema centrale in questa parte è quello del ritorno all’età dell’oro considerata come età della perfezione, in poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire che la vita non è infelice, e che se a me
contrasto con la corruzione dell’età contemporanea. Questo tema tipico della produzione leopardiana si incontrato pareva tale, doveva essere effetto d’infermità, o d’altra miseria mia particolare, da prima rimasi attonito,
anche nella Scommessa di Prometeo. Un’altra cosa da sottolineare è la distanza che separa Tristano, e quindi sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni credetti di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in
Leopardi, dalla cultura contemporanea, troppo ottimistica per la sua visione catastrofica, tema già anticipato nel 15 me stesso, mi sdegnai un poco; poi risi, e dissi: gli uomini sono in generale come i mariti. I mariti, se
Dialogo di Timandro e di Eleandro. vogliono viver tranquilli, è necessario che credano le mogli fedeli, ciascuno la sua; e così fanno; anche
3) «Sì certamente… e dica le sue ragioni»: in questa parte Tristano parla di come il secolo XIX sarà giudicato dai quando la metà del mondo sa che il vero e tutt’altro. Chi vuole o dee vivere in un paese, conviene che lo
posteri e anche del destino del malinconico libro. Tristano ride all’idea di lasciare il libro in eredità ai posteri perché creda uno dei migliori della terra abitabile; e lo crede tale. Gli uomini universalmente, volendo vivere,
risulta inutile preoccuparsi dei posteri visto che i processi di massificazione stanno indebolendo il peso delle conviene che credano la vita bella e pregevole; e tale la credono; e si adirano contro chi pensa altrimenti.
intelligenze individuali. Il problema del destino delle Operette morali è centrale in questa parte e, come vedremo, 20 Perché in sostanza il genere umano crede sempre, non il vero, ma quello che è, o pare che sia, più a
anche in quella seguente. Ma un altro tema importante è quello della critica al proprio secolo che viene giudicato un proposito suo. Il genere umano, che ha creduto e crederà tante scempiataggini, non crederà mai né di non
secolo povero di cose ma ricchissimo di parole. Leopardi aggiunge che nel secolo non si è attenti ai veri sapienti che saper nulla, né di non essere nulla, né di non aver nulla a sperare. Nessun filosofo che insegnasse l’una di
si perdono tra il rumore e la confusione degli infimi che si credono illustri( probabilmente Leopardi allude a se queste tre cose, avrebbe fortuna né farebbe setta, specialmente nel popolo: perché, oltre che tutte tre sono
stesso).
poco a proposito di chi vuol vivere, le due prime offendono la superbia degli uomini, la terza, anzi ancora le
4) «Voi parlate...vorrei tempo a risolvermi»: l’operetta si conclude con l’affermazione dell’infelicità dell’autore e on il
25 altre due, vogliono coraggio e fortezza d’animo a essere credute. E gli uomini sono codardi, deboli, d’animo
tema della morte. Tutto ciò vuole essere una sfida all’ottimismo del secolo. Si nota nell’ultima parte
ignobile e angusto; docili sempre a sperar bene, perché sempre dediti a variare le opinioni del bene secondo
l’atteggiamento eroico di Tristano che non si sottomette al destino infelice, ma piuttosto desidera la morte. Inoltre
si intravedono il tipico tema della natura matrigna e della fanciullezza intesa come età del sogno.
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che la necessità governa la loro vita; prontissimi a render l’arme, come dice il Petrarca 1, alla loro fortuna, Tristano. Certissimo. Sebbene vedo che quanto cresce la volontà d’imparare, tanto scema quella di studiare.
prontissimi e risolutissimi a consolarsi di qualunque sventura, ad accettare qualunque compenso in cambio Ed è cosa che fa maraviglia a contare il numero dei dotti, ma veri dotti, che vivevano contemporaneamente
di ciò che loro è negato o di ciò che hanno perduto, ad accomodarsi con qualunque condizione a qualunque 80 cencinquant’anni addietro, e anche più tardi, e vedere quanto fosse smisuratamente maggiore di quello
30 sorte più iniqua e più barbara, e quando sieno privati d’ogni cosa desiderabile, vivere di credenze false, così dell’età presente. Né mi dicano che i dotti sono pochi perché in generale le cognizioni non sono più
gagliarde e ferme, come se fossero le più vere o le più fondate del mondo. Io per me, come l’Europa accumulate in alcuni individui ma divise fra molti; e che la copia di questi compensa la rarità di quelli. Le
meridionale ride dei mariti innamorati delle mogli infedeli, così rido del genere umano innamorato della cognizioni non sono come le ricchezze, che si dividono e si adunano, e sempre fanno la stessa somma. Dove
vita; e giudico assai poco virile il voler lasciarsi ingannare e deludere come sciocchi, ed oltre ai mali che si tutti sanno poco, e’ si sa poco; perché la scienza va dietro alla scienza, e non si sparpaglia. L’istruzione
soffrono, essere quasi lo scherno della natura e del destino. Parlo sempre degl’inganni non 85 superficiale può essere, non propriamente divisa fra molti, ma comune a molti non dotti. Il resto del sapere
35 dell’immaginazione, ma dell’intelletto. Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato non appartiene se non a chi sia dotto, e gran parte di quello a chi sia dottissimo. E, levati i casi fortuiti, solo
o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn’inganno puerile, ed ho il chi sia dottissimo, e fornito esso individualmente di un immenso capitale di cognizioni, è atto ad accrescere
coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non solidamente e condurre innanzi il sapere umano. Ora, eccetto forse in Germania, donde la dottrina non è
dissimularmi nessuna parte dell’infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, stata ancora potuta snidare, non vi par egli che il veder sorgere di questi uomini dottissimi divenga ogni
ma vera. La quale se non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera compiacenza di vedere strappato 90 giorno meno possibile? Io fo queste riflessioni così per discorrere, e per filosofare un poco, o forse
40 ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano. Io diceva queste cose fra me, quasi come se sofisticare; non ch’io non sia persuaso di ciò che voi dite. Anzi quando anche vedessi il mondo tutto pieno
quella filosofia dolorosa fosse d’invenzione mia; vedendola così rifiutata da tutti, come si rifiutano le cose d’ignoranti impostori da un lato, e d’ignoranti presuntuosi dall’altro, nondimeno crederei, come credo, che il
nuove e non più sentite. Ma poi, ripensando, mi ricordai ch’ella era tanto nuova, quanto Salomone e quanto sapere e i lumi crescano di continuo.
Omero, e i poeti e i filosofi più antichi che si conoscano; i quali tutti sono pieni pienissimi di figure, di favole, Amico. In conseguenza, credete che questo secolo sia superiore a tutti i passati.
di sentenze significanti l’estrema infelicità umana; e chi di loro dice che l’uomo è il più miserabile degli 95 Tristano. Sicuro. Così hanno creduto di sé tutti i secoli, anche i più barbari; e così crede il mio secolo, ed io
45 animali; chi dice che il meglio è non nascere, e per chi è nato, morire in cuna; altri, che uno che sia caro agli con lui. Se poi mi dimandaste in che sia egli superiore agli altri secoli, se in ciò che appartiene al corpo o in
Dei, muore in giovanezza, ed altri altre cose infinite su questo andare2. E anche mi ricordai che da quei ciò che appartiene allo spirito, mi rimetterei alle cose dette dianzi.
tempi insino a ieri o all’altr’ieri, tutti i poeti e tutti i filosofi e gli scrittori grandi e piccoli, in un modo o in un Amico. In somma, per ridurre il tutto in due parole, pensate voi circa la natura e i destini degli uomini e
altro, avevano ripetute o confermate le stesse dottrine. Sicché tornai di nuovo a maravigliarmi: e così tra la delle cose (poiché ora non parliamo di letteratura né di politica) quello che ne pensano i giornali?
maraviglia e lo sdegno e il riso passai molto tempo: finché studiando più profondamente questa materia, 100 Tristano. Appunto. Credo ed abbraccio la profonda filosofia de’ giornali, i quali uccidendo ogni altra
50 conobbi che l’infelicità dell’uomo era uno degli errori inveterati dell’intelletto, e che la falsità di questa letteratura e ogni altro studio, massimamente grave e spiacevole, sono maestri e luce dell’età presente. Non è
opinione, e la felicità della vita, era una delle grandi scoperte del secolo decimonono. Allora m’acquetai, e vero?
confesso ch’io aveva il torto a credere quello ch’io credeva. Amico. Verissimo. Se cotesto che dite, è detto da vero e non da burla, voi siete diventato de’ nostri.
Amico. E avete cambiata opinione? Tristano. Sì certamente, de’ vostri.
Tristano. Sicuro. Volete voi ch’io contrasti alle verità scoperte dal secolo decimonono? 105 Amico. Oh dunque, che farete del vostro libro? Volete che vada ai posteri con quei sentimenti così contrari
55 Amico. E credete voi tutto quello che crede il secolo? alle opinioni che ora avete?
Tristano. Certamente. Oh che maraviglia? Tristano. Ai posteri? Io rido, perché voi scherzate; e se fosse possibile che non ischerzaste, più riderei. Non
Amico. Credete dunque alla perfettibilità indefinita dell’uomo? dirò a riguardo mio, ma a riguardo d’individui o di cose individuali del secolo decimonono, intendete bene
Tristano. Senza dubbio. che non v’è timore di posteri, i quali ne sapranno tanto, quanto ne seppero gli antenati. Gl’individui sono
Amico. Credete che in fatti la specie umana vada ogni giorno migliorando? 110 spariti dinanzi alle masse, dicono elegantemente i pensatori moderni. Il che vuol dire ch’è inutile che
60 Tristano. Sì certo. È ben vero che alcune volte penso che gli antichi valevano, delle forze del corpo, ciascuno l’individuo si prenda nessun incomodo, poiché, per qualunque suo merito, né anche quel misero premio
per quattro di noi. E il corpo e l’uomo; perché (lasciando tutto il resto) la magnanimità, il coraggio, le della gloria gli resta più da sperare né in vigilia né in sogno. Lasci fare alle masse; le quali che cosa sieno per
passioni, la potenza di fare, la potenza di godere, tutto ciò che fa nobile e viva la vita, dipende dal vigore del fare senza individui, essendo composte d’individui, desidero e spero che me lo spieghino gl’intendenti
corpo, e senza quello non ha luogo. Uno che sia debole di corpo, non è uomo, ma bambino; anzi peggio; d’individui e di masse, che oggi illuminano il mondo. Ma per tornare al proposito del libro e de’ posteri, i
perché la sua sorte è di stare a vedere gli altri che vivono, ed esso al più chiacchierare, ma la vita non è per 115 libri specialmente, che ora per lo più si scrivono in minor tempo che non ne bisogna a leggerli, vedete bene
65 lui. E però anticamente la debolezza del corpo fu ignominiosa, anche nei secoli più civili. Ma tra noi già da che, siccome costano quel che vagliono, così durano a proporzione di quel che costano. Io per me credo che
lunghissimo tempo l’educazione non si degna di pensare al corpo, cosa troppo bassa e abbietta: pensa allo il secolo venturo farà un bellissimo frego sopra l’immensa bibliografia del secolo decimonono; ovvero dirà:
spirito: e appunto volendo coltivare lo spirito, rovina il corpo: senza avvedersi che rovinando questo, rovina a io ho biblioteche intere di libri che sono costati quali venti, quali trenta anni di fatiche, e quali meno, ma tutti
vicenda anche lo spirito. E dato che si potesse rimediare in ciò all’educazione, non si potrebbe mai senza grandissimo lavoro. Leggiamo questi prima, perché la verisimiglianza è che da loro si cavi maggior costrutto;
mutare radicalmente lo stato moderno della società, trovare rimedio che valesse in ordine alle altre parti 120 e quando di questa sorta non avrò più che leggere, allora metterò mano ai libri improvvisati. Amico mio,
70 della vita privata e pubblica, che tutte, di proprietà loro, cospirarono anticamente a perfezionare o a questo secolo è un secolo di ragazzi, e i pochissimi uomini che rimangono, si debbono andare a nascondere
conservare il corpo, e oggi cospirano a depravarlo. L’effetto è che a paragone degli antichi noi siamo poco per vergogna, come quello che camminava diritto in paese di zoppi. E questi buoni ragazzi vogliono fare in
più che bambini, e che gli antichi a confronto nostro si può dire più che mai che furono uomini. Parlo così ogni cosa quello che negli altri tempi hanno fatto gli uomini, e farlo appunto da ragazzi, così a un tratto senza
degl’individui paragonati agl’individui, come delle masse (per usare questa leggiadrissima parola moderna) altre fatiche preparatorie. Anzi vogliono che il grado al quale è pervenuta la civiltà, e che l’indole del tempo
paragonate alle masse. Ed aggiungo che gli antichi furono incomparabilmente più virili di noi anche ne’ 125 presente e futuro, assolvano essi e loro successori in perpetuo da ogni necessità di sudori e fatiche lunghe per
75 sistemi di morale e di metafisica. A ogni modo io non mi lascio muovere da tali piccole obbiezioni, credo divenire atti alle cose. Mi diceva, pochi giorni sono, un mio amico, uomo di maneggi e di faccende, che
costantemente che la specie umana vada sempre acquistando. anche la mediocrità è divenuta rarissima; quasi tutti sono inetti, quasi tutti insufficienti a quegli uffici o a
Amico. Credete ancora, già s’intende, che il sapere, o, come si dice, i lumi, crescano continuamente. quegli esercizi a cui necessità o fortuna o elezione gli ha destinati. In ciò mi pare che consista in parte la
differenza ch’è da questo agli altri secoli. In tutti gli altri, come in questo, il grande è stato rarissimo; ma negli
130 altri la mediocrità ha tenuto il campo, in questo la nullità. Onde è tale il romore e la confusione, volendo
1 Parte 2, Canzone 5, Solea dalla fontana di mia vita. tutti esser tutto, che non si fa nessuna attenzione ai pochi grandi che pure credo che vi sieno; ai quali,
nell’immensa moltitudine de’ concorrenti, non è più possibile di aprirsi una via. E così, mentre tutti gl’infimi
2 Vedi, Stobeo, Serm. 96, p. 527 et seqq. Serm. 119, p. 601 et seqq. si credono illustri, l’oscurità e la nullità dell’esito diviene il fato comune e degl’infimi e de’ sommi. Ma viva la
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statistica! vivano le scienze economiche, morali e politiche, le enciclopedie portatili, i manuali, e le tante belle
135 creazioni del nostro secolo! e viva sempre il secolo decimonono! forse povero di cose, ma ricchissimo e
larghissimo di parole: che sempre fu segno ottimo, come sapete. E consoliamoci, che per altri sessantasei
anni, questo secolo sarà il solo che parli, e dica le sue ragioni.
Amico. Voi parlate, a quanto pare, un poco ironico. Ma dovreste almeno all’ultimo ricordarvi che questo è
Domande
un secolo di transizione.
1. In che senso possiamo parlare di Leopardi come d’un maître a penser scomodo, inattuale, ma
140 Tristano. Oh che conchiudete voi da cotesto? Tutti i secoli, più o meno, sono stati e saranno di transizione,
sempre utile e importante?
perché la società umana non istà mai ferma, né mai verrà secolo nel quale ella abbia stato che sia per durare.
Sicché cotesta bellissima parola o non iscusa punto il secolo decimonono, o tale scusa gli è comune con tutti
2. Nel criticare la modernità dove Leopardi ha colto nel segno?
i secoli. Resta a cercare, andando la società per la via che oggi si tiene, a che si debba riuscire, cioè se la
transizione che ora si fa, sia dal bene al meglio o dal male al peggio. Forse volete dirmi che la presente è 3. Se la ragione è causa di infelicità, allora è meglio non farne uso? Ovvero siamo condannati a
145 transizione per eccellenza, cioè un passaggio rapido da uno stato della civiltà ad un altro diversissimo dal
farlo?
precedente. In tal caso chiedo licenza di ridere di cotesto passaggio rapido, e rispondo che tutte le transizioni
conviene che sieno fatte adagio; perché se si fanno a un tratto, di là a brevissimo tempo si torna indietro, per
4. Prendere le distanze dal presente in cui viviamo è necessario? In che misura?
poi rifarle a grado a grado. Così è accaduto sempre. La ragione è, che la natura non va a salti, e che forzando
la natura, non si fanno effetti che durino, Ovvero, per dir meglio, quelle tali transizioni precipitose sono 5. Il pessimismo è per forza distruttivo e negativo?
150 transizioni apparenti, ma non reali.
Amico. Vi prego, non fate di cotesti discorsi con troppe persone, perché vi acquisterete molti nemici.
Tristano. Poco importa. Oramai né nimici né amici mi faranno gran male.
Amico. O più probabilmente sarete disprezzato, come poco intendente della filosofia moderna, e poco
curante del progresso della civiltà e dei lumi.
155 Tristano. Mi dispiace molto, ma che s’ha a fare? se mi disprezzeranno, cercherò di consolarmene.
Amico. Ma in fine avete voi mutato opinioni o no? e che s’ha egli a fare di questo libro?
Tristano. Bruciarlo è il meglio. Non lo volendo bruciare, serbarlo come un libro di sogni poetici,
d’invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un’espressione dell’infelicità dell’autore: perché in
confidenza, mio caro amico, io credo felice voi e felici tutti gli altri; ma io quanto a me, con licenza vostra e
160 del secolo, sono infelicissimo; e tale mi credo; e tutti i giornali de’ due mondi non mi persuaderanno il
contrario.
Amico. Io non conosco le cagioni di cotesta infelicità che dite. Ma se uno sia felice o infelice
individualmente, nessuno è giudice se non la persona stessa, e il giudizio di questa non può fallare.
Tristano. Verissimo. E di più vi dico francamente, ch’io non mi sottometto alla mia infelicità, né piego il
165 capo al destino, o vengo seco a patti, come fanno gli altri uomini; e ardisco desiderare la morte, e desiderarla
sopra ogni cosa, con tanto ardore e con tanta sincerità, con quanta credo fermamente che non sia desiderata
al mondo se non da pochissimi. Né vi parlerei così se non fossi ben certo che, giunta l’ora, il fatto non
ismentirà le mie parole; perché quantunque io non vegga ancora alcun esito alla mia vita, pure ho un
sentimento dentro, che quasi mi fa sicuro che l’ora ch’io dico non sia lontana. Troppo sono maturo alla
170 morte, troppo mi pare assurdo e incredibile di dovere, così morto come sono spiritualmente, così conchiusa
in me da ogni parte la favola della vita, durare ancora quaranta o cinquant’anni, quanti mi sono minacciati
dalla natura. Al solo pensiero di questa cosa io rabbrividisco. Ma come ci avviene di tutti quei mali che
vincono, per così dire, la forza immaginativa, così questo mi pare un sogno e un’illusione, impossibile a
verificarsi. Anzi se qualcuno mi parla di un avvenire lontano come di cosa che mi appartenga, non posso
175 tenermi dal sorridere fra me stesso: tanta confidenza ho che la via che mi resta a compiere non sia lunga. E
questo, posso dire, è il solo pensiero che mi sostiene. Libri e studi, che spesso mi maraviglio d’aver tanto
amato, disegni di cose grandi, e speranze di gloria e d’immortalità, sono cose delle quali è anche passato il
tempo di ridere. Dei disegni e delle speranze di questo secolo non rido: desidero loro con tutta l’anima ogni
miglior successo possibile, e lodo, ammiro ed onoro altamente e sincerissimamente il buon volere: ma non
180 invidio però i posteri, né quelli che hanno ancora a vivere lungamente. In altri tempi ho invidiato gli sciocchi
e gli stolti, e quelli che hanno un gran concetto di se medesimi; e volentieri mi sarei cambiato con qualcuno
di loro. Oggi non invidio più né stolti né savi, né grandi né piccoli, né deboli né potenti. Invidio i morti, e
solamente con loro mi cambierei. Ogni immaginazione piacevole, ogni pensiero dell’avvenire, ch’io fo, come
accade, nella mia solitudine, e con cui vo passando il tempo, consiste nella morte, e di là non sa uscire. Né in
185 questo desiderio la ricordanza dei sogni della prima età, e il pensiero d’esser vissuto invano, mi turbano più,
come solevano. Se ottengo la morte morrò così tranquillo e così contento, come se mai null’altro avessi
sperato né desiderato al mondo. Questo e il solo benefizio che può riconciliarmi al destino. Se mi fosse
proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare o di Alessandro netta da ogni macchia, dall’altro di morir
oggi, e che dovessi scegliere, io direi, morir oggi, e non vorrei tempo a risolvermi.
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Giacom o Leopardi Struttura
Dividiamo il canto in tre grandi movimenti, secondo lo schema seguente, tenendo presente che A e
B contengono la presenza della ginestra:
La ginestra
A I II III B
Creazione 1-16 17-86 87-201 202-296 297-317
La ginestra fu composta nella Villa Ferrigni, su un colle “a
la ginestra invettive contro la - piccolezza cecità, potenza e - la ginestra
cavaliere di Torre del Greco e di Torre dell’Annunziata”, di natura e la cultura dell’uomo nel insensibilità della - umiltà e saggezza
proprietà del cognato di Antonio Ranieri, “una villetta sulle dominante; stoltezza presente natura dell’uomo illuminato
falde proprio del Vesuvio, non lungi da quel delizioso colle della cultura del - precarietà della
che insino a Napoli si vede, quasi un bernoccolo, secolo e delle vacue condi-zione umana
sull’estrema coda meridionale del monte”. Qui Ranieri nella ideologie cui si
primavera del 1836 insieme “col bravo Pasquale, e, per contrappone la
giunta, con la compagnia di un’antica, savia e fidatissima propria eroica anche
familiare di casa Ferrigni, a nome Costanza” portò il se tragica certezza
Leopardi e qui il poeta ascoltava “con piacevole attenzione, i racconti e le leggende vulcaniche del del doloroso vivere
fattore Giuseppe, della moglie, Angiola Rosa, dei figliuoli e delle figliuole, gente patriarcale ed quotidiano
antica di quei luoghi e di quel podere”; nel pieno dell’estate si spostarono verso l’aria più fresca di
Queste le caratteristiche fondamentali delle otto strofe:
Capodimonte, ma, anche su consiglio dei medici, verso l’autunno tornarono a villa Ferrigni. In
questo soggiorno si verificò un discreto miglioramento delle condizioni generali fisiche del poeta; e
in questo miglioramento, secondo la testimonianza sempre di Antonio Ranieri, scrisse questo strofa versi tema
canto, insieme a Il tramonto della luna e i Paralipomeni e quella raccolta di frammenti o pensieri che non 1 1-16 La ginestra
hanno avuto da parte del Leopardi una sistemazione definitiva.
La ginestra viene quindi composta nel 1836, sicuramente dopo l’edizione Starita di Napoli del 2 17-51 invettiva contro la natura - ginestra simbolo della poesia
1835; di essa si conservano tre copie manoscritte, tutte di mano di Antonio Ranieri, perché ormai 3 52-86 invettiva contro a cultura dominante
negli ultimi due anni della sua vita Leopardi non riusciva più a leggere e scrivere; le copie non
4 86-157 stoltezza e nobiltà dell’uomo - 111-135: la più alta affermazione della propria dignità morale che
sono identiche, perché verosimilmente rispecchiano tre diversi momenti del corso della scrittura
Leopardi abbia lasciato, espressione definitiva dell’ideale di eroica lotta contro il destino; la
della canzone. Fu pubblicata postuma per la prima volta nell’edizione fiorentina della Lemonnier magnanima grandezza, unico possibile riscatto dalla miseria della condizione umana, è unita a
del 1845 curata dal Ranieri e posta a conclusione dei Canti, conformemente alla volontà del poeta. un ideale di fraternità con gli altri uomini
Metro: Sette strofe di versi endecasillabi e versi settenari, di varia lunghezza; varie le rime (quattro 5 158-201 piccolezza dell’uomo, precarietà della condizione umana - visione di spazi cosmici sterminati,
volte “baciate” in fine di strofa); presenti anche le rimalmezzo, ora insistenti e ripetute, ora distanti immensità gelida incomprensibile e arcana - lo spazio smisurato coincide col nulla
decine di versi. Endecasillabi 183, settenari 134.
6 202-236 cecità della natura cieche e inesorabili sono le forze naturali che casualmente distruggono i
viventi nella morte: in ogni caso la Natura segue impassibile il suo eterno corso
Tema centrale
Leopardi in questo canto mette in contrapposizione la 7 237-296 potenza e insensibilità della natura: non solo sul nuovo, ma anche sulle rovine incombe
minacciosa la Natura
smisurata potenza della Natura con la debolezza e fragilità, e
direi quasi impotenza, del genere umano: da un lato la 8 297-317 umiltà e saggezza dell’uomo illuminato
Natura che tutto può e dall’altro l’uomo che deve subire ciò
che la divinità superiore con i suoi “decreti” ha stabilito per Il canto si apre e si chiude con la figura simbolica della ginestra. La pianta, che muore e rinasce
lui; l’insesorabile inimicizia della Natura nei confronti degli sulla devastazione, ha un duplice significato metaforico: da un lato simboleggia la nullità degli
uomini in contrasto con la ridicola superbia degli uomini che, esseri umani nel ciclo perenne della natura di distruzione e ricostruzione in quanto ogni cosa
pur non essendo nulla, si credono padroni e signori della avviene al di fuori della loro volontà, e dall’altro il valore positivo della rinascita che non è
terra e dell’universo. sopravvivenza a una catastrofe per cui alla fine non resta che curare le ferite (la sopravvivenza
Il canto, nella sua forma apparentemente calma, presenta una forza terribilmente tragica, come testimonierebbe tra l’altro una profonda e autonoma capacità di resistenza negli esseri umani, una
tragica è stata per gli uomini la potenza distruttrice del Vesuvio; ma la tragedia immane e mortale resistenza che in effetti, come abbiamo detto all’inizio, non c’è. La ginestra consola col suo profumo
è in qualche modo mitigata dalla presenza della ginestra che apre e chiude il canto. Il tema di il deserto creato dalla distruzione, un profumo non forte e pungente come non appariscente è la
fondo è questa titanica lotta. sua figura che presenta dei fiori dalla forma umile e semplice; proprio per questo diventa
l’immagine dell’anima nobile e grande, capace di rinascere e rifiorire dopo la catastrofe.
Più che il valore della sopravvivenza, quindi, mi sembra che questo fiore metta in evidenza la
grande capacità di rinascita che è insita in ogni essere umano; ma anche questa capacità non è un
merito che appartiene a noi uomini; anzi, è una capacità che ci viene proprio dalla Natura.
L’immagine del fiore è caratterizzata da tre elementi, “che sono di umiltà, di resistenza, di
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consolazione”, ed è un’immagne che porta il poeta a “un’ampia riflessione incentrata sul confronto tra XXXIV. La ginestra o il fiore del deserto
i tempi lunghissimi dell’evoluzione naturale e i tempi brevi della storia; tra la vastità dell’universo
fisico e la marginalità della terra; tra la grandiosità delle energie naturali e la precarietà delle kaˆ ºg£phsan oƒ ¥nqrwpoi E amarono gli uomini
costruzioni umane. m©llon tÕ skÒtoj À tÕ fîj piuttosto la tenebra che la luce
La ginestra, infine, può essere assunta come simbolo della poesia come più alta espressione Giovanni, III, 19
dell’uomo e unico conforto del vivere. Complessivamente nel canto diventa il simbolo della poesia Qui su l’arida schiena Le magnifiche sorti e progressive .
dell’ultimo Leopardi e della sua consapevolezza virile e pietosa e del’accettazione eroica della Del formidabil monte
dolorosità in cui il destino ha immerso la vita quotidiana. Sterminator Vesevo, Qui mira e qui ti specchia,
La qual null’altro allegra arbor né fiore, Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Commento 5 Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra, 55 Dal risorto pensier segnato innanti
Connessa ai temi trattati sopra è l’aspra polemica col “secol superbo e sciocco”, cioè le tendenze Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
ottimistiche del Romanticismo cattolico e liberale che si fonda sulla fede nell’inevitabile progresso Del ritornar ti vanti,
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
della civiltà umana fondata sulla concezione di un Dio imperscrutabile che è ordine e Provvidenza E procedere il chiami.
Che cingon la cittade
in contrapposizione con la Natura che persegue fini inconoscibili in contrasto con la fiducia Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
10 La qual fu donna de’ mortali un tempo,
illuministica nella Ragione. E del perduto impero 60 Di cui lor sorte rea padre ti fece,
Nella Ginestra abbiamo il ripudio di ogni mito in nome del vero, di una filosofia dolorosa ma Par che col grave e taciturno aspetto Vanno adulando, ancora
vera e reale, che «procura agli uomini forti la fiera compiacenza di veder strappato ogni manto alla Faccian fede e ricordo al passeggero. Ch’a ludibrio talora
coperta e misteriosa crudeltà del destino umano» (Pazzaglia, Ottocento, 370): Or ti riveggo in questo suol, di tristi T’abbian fra sé. Non io
Il tema è la lotta dell’uomo contro la «natura». Ed è la lotta del poeta, in primo luogo, dato che 15 Lochi e dal mondo abbandonati amante, Con tal vergogna scenderò sotterra;
la sua persona e la sua vicenda sono fondamentalmente al centro della poesia; ma qui più che E d’afflitte fortune ognor compagna. 65 Ma il disprezzo piuttosto che si serra
altrove la sua esperienza tende ad assumere un significato universale ed esemplare. Allo stesso Questi campi cosparsi Di te nel petto mio,
modo, il paesaggio vesuviano, che parla di squallore e di morte, il cielo che si stende infinito e Di ceneri infeconde, e ricoperti Mostrato avrò quanto si possa aperto:
lontano, inaccessibile e indifferente divengono un paesaggio reale e insieme metafisico: il simbolo Dell’impietrata lava, Ben ch’io sappia che obblio
della condizione umana nel mondo. 20 Che sotto i passi al peregrin risona; Preme chi troppo all’età propria increbbe.
Su questa prima intuizione si snoda il tessuto meditativo del canto. La natura “matrigna” è Dove s’annida e si contorce al sole 70 Di questo mal, che teco
intesa soltanto alla distruzione dell’uomo, alla perenne metamorfosi di una vita meccanica e La serpe, e dove al noto Mi fia comune, assai finor mi rido.
assurda del cosmo, nessuna voce risponde al grido di dolore che si perde negli spazi sterminati di Cavernoso covil torna il coniglio; Libertà vai sognando, e servo a un tempo
un tutto incomprensibile che assume, per questo, l’aspetto d’un solido nulla. E tuttavia nel rendersi Fur liete ville e colti, Vuoi di novo il pensiero,
pienamente conto di questa amarissima verità, nella virile, impavida accettazione della morte e 25 E biondeggiàr di spiche, e risonaro Sol per cui risorgemmo
della sofferenza fatale, nella denuncia del mal che ci fu dato in sorte, l’uomo rivela la sua nobiltà. Di muggito d’armenti; 75 Della barbarie in parte, e per cui solo
Fur giardini e palagi, Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Questa tensione eroica non si esaurisce in un ambito soggettivo: il Leopardi esce dalla sua
Agli ozi de’ potenti Guida i pubblici fati.
solitudine, afferma le proprie concezioni nel mondo, ritrova una presenza fraterna nel desolato
Gradito ospizio; e fur città famose Così ti spiacque il vero
universo. Nasce di qui il messaggio della Ginestra: gli uomini devono guardare in faccia il destino,
30 Che coi torrenti suoi l’altero monte Dell’aspra sorte e del depresso loco
con magnanima consapevolezza, opporsi ad esso costruendo un mondo veramente umano, fondato Che natura ci diè. Per questo il tergo
Dall’ignea bocca fulminando oppresse 80
sulla solidarietà nel dolore, la compassione, la fraternità, e combattere uniti contro la natura Vigliaccamente rivolgesti al lume
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
matrigna. Che il fe’ palese: e, fuggitivo, appelli
Una ruina involve,
I versi 111-135 rappresentano forse il fulcro dell’intero canto, al di là delle invettive contro la Vil chi lui segue, e solo
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
natura e contro la cultura dominante del secolo “superbo e sciocco”: sono la più alta affermazione 35 I danni altrui commiserando, al cielo Magnanimo colui
della propria dignità morale che Leopardi abbia lasciato e l’espressione definitiva dell’ideale di Di dolcissimo odor mandi un profumo, 85 Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
eroica lotta contro il destino; la magnanima grandezza, unico possibile riscatto dalla miseria della Che il deserto consola. A queste piagge Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
condizione umana, è unita a un ideale di fraternità con gli altri uomini e all’esigenza di costruire Venga colui che d’esaltar con lode
un mondo fondato sull’amore e sulla solidarietà da contrapporre a quello cieco e meccanico della Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto Uom di povero stato e membra inferme
natura. L’accettazione coraggiosa ed eroica del vero e del destino umano sono la sfida suprema 40 È il gener nostro in cura Che sia dell’alma generoso ed alto,
dell’uomo che proprio nella ritrovata fraternità e nella pietà dolorosa riscatta la propria dignità dal All’amante natura. E la possanza Non chiama sé né stima
nulla in cui la Natura quotidianamente lo spinge. Qui con giusta misura 90 Ricco d’or né gagliardo,
Anco estimar potrà dell’uman seme, E di splendida vita o di valente
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme, Persona infra la gente
45 Con lieve moto in un momento annulla Non fa risibil mostra;
In parte, e può con moti Ma sé di forza e di tesor mendico
Poco men lievi ancor subitamente 95 Lascia parer senza vergogna, e noma
Annichilare in tutto. Parlando, apertamente, e di sue cose
Dipinte in queste rive Fa stima al vero uguale.
50 Son dell’umana gente Magnanimo animale
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Non credo io già, ma stolto, Avranno allor che non superbe fole, Con gran lavoro, e l’opre Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
100 Quel che nato a perir, nutrito in pene, 155 Ove fondata probità del volgo E le ricchezze che adunate a prova Di lor cose rapir posson, fuggendo,
Dice, a goder son fatto, Così star suole in piede Con lungo affaticar l’assidua gente Vede lontan l’usato
E di fetido orgoglio Quale star può quel ch’ha in error la sede. 210 Avea provvidamente al tempo estivo, Suo nido, e il picciol campo,
Empie le carte, eccelsi fati e nove Schiaccia, diserta e copre 265 Che gli fu dalla fame unico schermo,
Felicità, quali il ciel tutto ignora, Sovente in queste rive, In un punto; così d’alto piombando, Preda al flutto rovente,
105 Non pur quest’orbe, promettendo in terra Che, desolate, a bruno Dall’utero tonante Che crepitando giunge, e inesorato
A popoli che un’onda 160 Veste il flutto indurato, e par che ondeggi, Scagliata al ciel profondo, Durabilmente sovra quei si spiega.
Di mar commosso, un fiato Seggo la notte; e su la mesta landa 215 Di ceneri e di pomici e di sassi Torna al celeste raggio
D’aura maligna, un sotterraneo crollo In purissimo azzurro Notte e ruina, infusa 270 Dopo l’antica obblivion l’estinta
Distrugge sì, che avanza Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle, Di bollenti ruscelli Pompei, come sepolto
110 A gran pena di lor la rimembranza. Cui di lontan fa specchio O pel montano fianco Scheletro, cui di terra
Nobil natura è quella 165 Il mare, e tutto di scintille in giro Furiosa tra l’erba Avarizia o pietà rende all’aperto;
Che a sollevar s’ardisce Per lo vòto seren brillare il mondo. 220 Di liquefatti massi E dal deserto foro
Gli occhi mortali incontra E poi che gli occhi a quelle luci appunto, E di metalli e d’infocata arena 275 Diritto infra le file
Al comun fato, e che con franca lingua, Ch’a lor sembrano un punto, Scendendo immensa piena, Dei mozzi colonnati il peregrino
115 Nulla al ver detraendo, E sono immense, in guisa Le cittadi che il mar là su l’estremo Lunge contempla il bipartito giogo
Confessa il mal che ci fu dato in sorte, 170 Che un punto a petto a lor son terra e mare Lido aspergea, confuse E la cresta fumante,
E il basso stato e frale; Veracemente; a cui 225 E infranse e ricoperse Che alla sparsa ruina ancor minaccia.
Quella che grande e forte L’uomo non pur, ma questo In pochi istanti: onde su quelle or pasce 280 E nell’orror della secreta notte
Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire Globo ove l’uomo è nulla, La capra, e città nove Per li vacui teatri,
120 Fraterne, ancor più gravi Sconosciuto è del tutto; e quando miro Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello Per li templi deformi e per le rotte
D’ogni altro danno, accresce 175 Quegli ancor più senz’alcun fin remoti Son le sepolte, e le prostrate mura Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Alle miserie sue, l’uomo incolpando Nodi quasi di stelle, 230 L’arduo monte al suo piè quasi calpesta. Come sinistra face
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo Non ha natura al seme 285 Che per vòti palagi atra s’aggiri,
Che veramente è rea, che de’ mortali E non la terra sol, ma tutte in uno, Dell’uom più stima o cura Corre il baglior della funerea lava,
125 Madre è di parto e di voler matrigna. Del numero infinite e della mole, Che alla formica: e se più rara in quello Che di lontan per l’ombre
Costei chiama inimica; e incontro a questa 180 Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle Che nell’altra è la strage, Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Congiunta esser pensando, O sono ignote, o così paion come 235 Non avvien ciò d’altronde Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
Siccome è il vero, ed ordinata in pria Essi alla terra, un punto Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde. 290 Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
L’umana compagnia, Di luce nebulosa; al pensier mio Dopo gli avi i nepoti,
130 Tutti fra sé confederati estima Che sembri allora, o prole Ben mille ed ottocento Sta natura ognor verde, anzi procede
Gli uomini, e tutti abbraccia 185 Dell’uomo? E rimembrando Anni varcàr poi che spariro, oppressi Per sì lungo cammino
Con vero amor, porgendo Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno Dall’ignea forza, i popolati seggi, Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Valida e pronta ed aspettando aita Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte, 240 E il villanello intento 295 Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
Negli alterni perigli e nelle angosce Che te signora e fine Ai vigneti, che a stento in questi campi E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.
135 Della guerra comune. Ed alle offese Credi tu data al Tutto, e quante volte Nutre la morta zolla e incenerita,
Dell’uomo armar la destra, e laccio porre 190 Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro Ancor leva lo sguardo E tu, lenta ginestra,
Al vicino ed inciampo, Granel di sabbia, il qual di terra ha nome, Sospettoso alla vetta Che di selve odorate
Stolto crede così qual fora in campo Per tua cagion, dell’universe cose 245 Fatal, che nulla mai fatta più mite Queste campagne dispogliate adorni,
Cinto d’oste contraria, in sul più vivo Scender gli autori, e conversar sovente Ancor siede tremenda, ancor minaccia 300 Anche tu presto alla crudel possanza
140 Incalzar degli assalti, Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi A lui strage ed ai figli ed agli averi Soccomberai del sotterraneo foco,
Gl’inimici obbliando, acerbe gare 195 Sogni rinnovellando, ai saggi insulta Lor poverelli. E spesso Che ritornando al loco
Imprender con gli amici, Fin la presente età, che in conoscenza Il meschino in sul tetto Già noto, stenderà l’avaro lembo
E sparger fuga e fulminar col brando Ed in civil costume 250 Dell’ostel villereccio, alla vagante Su tue molli foreste. E piegherai
Infra i propri guerrieri. Sembra tutte avanzar; qual moto allora, Aura giacendo tutta notte insonne, 305 Sotto il fascio mortal non renitente
145 Così fatti pensieri Mortal prole infelice, o qual pensiero E balzando più volte, esplora il corso Il tuo capo innocente:
Quando fien, come fur, palesi al volgo, 200 Verso te finalmente il cor m’assale? Del temuto bollor, che si riversa Ma non piegato insino allora indarno
E quell’orror che primo Non so se il riso o la pietà prevale. Dall’inesausto grembo Codardamente supplicando innanzi
Contra l’empia natura 255 Su l’arenoso dorso, a cui riluce Al futuro oppressor; ma non eretto
Strinse i mortali in social catena, Come d’arbor cadendo un picciol pomo, Di Capri la marina 310 Con forsennato orgoglio inver le stelle,
150 Fia ricondotto in parte Cui là nel tardo autunno E di Napoli il porto e Mergellina. Né sul deserto, dove
Da verace saper, l’onesto e il retto Maturità senz’altra forza atterra, E se appressar lo vede, o se nel cupo E la sede e i natali
Conversar cittadino, 205 D’un popol di formiche i dolci alberghi, Del domestico pozzo ode mai l’acqua Non per voler ma per fortuna avesti;
E giustizia e pietade, altra radice Cavati in molle gleba 260 Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli, Ma più saggia, ma tanto
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315 Meno inferma dell’uom, quanto le frali O dal fato o da te fatte immortali. antiteismo ribelle e alla fine un deciso ateismo, in opposizione ad ogni pretesa teocentrica,
Tue stirpi non credesti geocentrica, antropocentrica, ad ogni visione provvidenzialistica sia religiosa che “prometeica”.
La ragione sempre più è persuasa delle sue fondamentali verità e insieme sempre più è capace di
Walter Binni autocriticarsi e di porsi nuovi problemi (si pensi alla dolorosa, sublime problematica delle due
canzoni sepolcrali con il susseguirsi di interrogazioni, di affermazioni e ancora interrogazioni sul
Il messaggio della Ginestra ai giovani del ventesimo secolo (1988) tema bruciante della morte senza al di là e della separazione per sempre fra le persone strette da un
Articolo pubblicato nel numero di maggio-giugno 1988 della rivista «Cinema Nuovo» diretta da Guido Aristarco. Una forte profondo vincolo di amore, supremo scelus della natura matrigna) di moltiplicarli con le stesse
attualizzazione etico-politica dell’estremo messaggio leopardiano. Il testo sarà poi raccolto nel volume Poetica, critica e storia proprie forze e con quelle inerenti della immaginazione e del sentimento (forze tutte di origine
letteraria, e altri saggi di metodologia (1993). materiale, diremmo adesso, di origine biochimica).
Così quella che Leopardi chiamava “la sua filosofia disperata ma vera” combatte a tutto campo
N. B. Saggio di importanza cruciale, da leggere e meditare con particolare attenzione.
la credenza in una vita ultraterrena come quella di una natura dell’uomo creato per la felicità e per
La ginestra, scritta nel 1836 quasi alle soglie della morte, desiderata e la sua perfettibilità. Filosofia, quella leopardiana, fondata sul coraggio della verità (il “nulla al ver
presentita è, nell’economia interna della vicenda vitale e intellettuale-poetica detraendo” della Ginestra è il vero blasone araldico di Leopardi) e affermante la fondamentale
del Leopardi, il suo supremo messaggio etico-filosofico espresso interamente infelicità, caducità, limitatezza della sorte dell’uomo e della terra (“l’oscuro granel di sabbia - il qual
in una suprema forma poetica, mentre nella storia letteraria - su piano non di terra ha nome”) di cui proprio nella Ginestra gli uomini del suo “secol superbo e sciocco” sono, in
solo italiano - è insieme, non solo il più vigoroso ed alto dei “messaggi” dei maniera impellente, invitati a prendere chiara coscienza. E tale consapevolezza è necessaria e
grandi poeti dell’epoca romantica (Friedensfeier di Hölderlin, il Prometheus preliminare a quella via ardua e stretta che il Leopardi (vero intellettuale ed eroe del “vero”,
unbound di Shelley, la Bouteille à la mer di Vigny), ma addirittura, a mio avviso, opposto all’orgoglioso intellettuale spiritualista ed ottimista, rappresentante della sua epoca e, si
la poesia più grande degli ultimi due secoli, la più significativa per la badi bene, “astuto o folle” e dunque spesso anche collaboratore consapevole delle forze e classi
problematica nascente del mondo moderno, la più aperta su di un lungo dominanti) propone come unica possibilità di attiva unione fra gli uomini, come unica alternativa
futuro che tuttora ci coinvolge e ci supera. alla falsa società fondata sulla forza del potere arbitrario e sul sostegno a questo delle credenze
Questa altissima valutazione della Ginestra (al culmine di una spiritualistiche e religiose.
interpretazione dell’ultimo periodo della poesia leopardiana, da me impostata ventenne sin dal E tale unica alternativa è la risposta “eroica” di non rassegnazione, di non
1934-’35 con una tesina universitaria alla Normale di Pisa e con un articolo ricavatone, strutturata autocompianto, ma viceversa di resistenza, di difesa contro la natura nemica,
più saldamente nel mio libro del 1947 La nuova poetica leopardiana, poi sviluppata in una che coinvolge necessariamente tutti gli uomini: eroismo è amor proprio
ricostruzione dinamica di tutto Leopardi nell’introduzione alla mia edizione di Tutte le opere di rivolto agli altri, al “bene comune”, ai “pubblici fati”, e così si spiega il nesso
Leopardi del 1969 e nel mio volume La protesta di Leopardi del ‘73 e su su fino ad oggi) venne a fra il protagonista della Ginestra, Leopardi, e il simbolo della “odorata ginestra”
rompere decisamente una lunga tradizione di grave fraintendimento e di mistificazione in chiave (“i danni altrui commiserando”). E in tal senso non si tratta davvero di un
“idillica” di tutto Leopardi (pensatore e poeta troppo scomodo ed inquietante nella sua vera realtà simbolo di “femminilità”, di passività e di rassegnazione come alcuni studiosi
per una società bisognosa di “melodie” rassicuranti), e quindi di svalutazione della Ginestra perché vorrebbero, e il “vero amore” leopardiano è amore con rigore, e non esclude,
giudicata non “idillica”, ritenuta un ragionamento in versi o un frammentario assortimento di anzi richiede severità energica nella lotta per la verità contro gli stolti o
brani oratorii, discorsivi e di qualche raro squarcio poetico definito appunto di ritorno di “idillio” o interessati intellettuali che fanno regredire il pensiero e celano la verità
di “idillio cosmico”. Mentre la Ginestra trovò accoglienza sin entusiastica da parte cattolica (il caso di materialistica ed atea, pessimistica-eroica al popolo cui essa è interamente
Ungaretti) ma perché erroneamente, quando non tendenziosamente, letta come un puro e semplice dovuta. Vero amore fra tutti gli uomini della terra, verità pessimistica, coraggiosamente impugnata
messaggio di “amore cristiano”. Proprio in risposta a quest’ultimo grave fraintendimento, per contro ogni ritorno e riflusso di spiritualismo e di sciocco ottimismo e che si realizzano in lotta
comprendere la vera natura e grandezza della Ginestra occorre anzitutto intendere la direzione delle contro la natura ostile e contro quella parte di natura che è radice della malvagità degli stessi
posizioni ideologiche e morali leopardiane (veicolate dalla sua grande e nuova forza creativa) che uomini (“dico che il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini dabbene, di vili contro i
sono qui condotte alla loro conclusione estrema, al culmine di una battaglia polemica, in forme generosi” afferma Leopardi nel 1° dei Pensieri). Questa lotta, fondata sulla diffusione della verità che
originalmente poetiche, contro tutte le ideologie reazionarie o liberalmoderate eticopolitiche e può e deve educare il popolo, vale per una prassi sociale interamente alternativa rispetto a quella
filosofiche dell’età della Restaurazione, fra la Palinodia, I nuovi credenti e l’autentico capolavoro tradizionale basata sull’”egoismo” (che particolarmente si esaltava già allora nella emergente società
aspramente satirico e polemico dei Paralipomeni della Batracomiomachia, capolavoro e non opera borghese) mentre sarà invece democratica, giusta e fraterna la nuova polis comunitaria sorta
minore come fu valutata fino a quello che in tempi recenti Liana Cellerino ha chiamato “il colpo di dall’alleanza di tutti gli uomini contro il “nemico comune”.
scena della folgorante rivalutazione di Binni nel ‘47”. E questa lotta è tanto più doverosa quanto più ardua e difficile, senza nessuna garanzia divina o
La direzione per me (e per altri miei compagni di lavoro) indiscutibile del pensiero leopardiano umana di successo, esposta continuamente alla distruzione anche totale della vita sulla terra, per
specie nella sua fase matura ed ultima, è quella di un materialismo razionalistico, complesso ed opera della natura o dello stesso stolto pensare ed agire degli uomini. La massa ingente di pensieri
articolato: dopo la giovanile lunga fase del “sistema” della natura benefica e delle generose, vitali e di proposte etico-civili che gremisce questo testo fondamentale per la civiltà umana (proprio noi
illusioni contrapposte alla raison sterile e sterilizzatrice di ogni spontaneità e grandezza, la ragione è ne sentiamo la profonda attualità nel nostro tempo per tante ragioni minaccioso ed oscuro, sotto
divenuta sempre più per Leopardi una ragione concreta che demistifica la realtà, la libera dalle l’incombere del pericolo nucleare e dei disastri ecologici, fra tanto riflusso di evasione nel privato e
“superbe fole” cristiane e spiritualistiche rivelando la vera natura dell’universo e della stessa specie del risorgere in nuove forme sofisticate di uno sfrenato irrazionalismo e misticismo e nuovi
umana. Tutta materia che, nel caso dell’uomo, è “materia che sente e pensa”, quella materia pensante travestimenti ideologici di sfruttamento dell’uomo sull’uomo) non è un nobile altissimo appello
che comporta la vacuità dello “spirito” che per Leopardi non è più che flatus vocis. Donde un privo di adeguata e coerente forza poetica. Anzi ciò che gli conferisce l’intero suo spessore ideale è
proprio la coerente, integrale collaborazione e sin fusione costante fra pensiero e poesia, la sua
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formidabile, necessaria espressione poetica, originalissima ed eversiva, pessimistica ed “eroica” come scimmie, specialmente di alcune specie di esse; e che insomma la civilizzazione tende naturalmente
la tematica e problematica del suo nerbo etico-filosofico, promossa com’è dalla spinta di una a propagarsi, e a far sempre nuove conquiste, e non può star ferma, né contenersi dentro alcun
esperienza poetica precedente così complessa, e soprattutto dalla nuova “poetica” energica, eroica termine, massime in quanto all’estensione, e finché vi siano creature civilizzabili e associabili al gran
dell’ultimo periodo leopardiano dopo il ‘30 e così strutturata in una estrema novità di forme lirico- corpo della civilizzazione, alla grande alleanza degli esseri intelligenti contro alla natura e contro alle cose non
sinfoniche, di cui qui è impossibile render conto adeguato, ma di cui almeno indicheremo la intelligenti. Può servire per la Lettera a un giovane del ventesimo secolo” . La Ginestra può leggersi anche
inaudita pressione del ritmo incalzante come in questa perentoria affermazione della sua personale come la realizzazione suprema di questa Lettera a un giovane del ventesimo secolo, mai stesa, ma
distinzione da quegli intellettuali in mala fede che adulano il “secol superbo e sciocco” (“non io - con vivamente pensata: messaggio, quello della Ginestra, che è, sulla asserita, amarissima realtà della
tal vergogna - scenderò sotterra; - ma il disprezzo piuttosto che si serra - di te nel petto mio - sorte degli uomini tutta e solo su questa terra, tanto più l’invito urgente ad una lotta per una attiva
mostrato avrò quanto si possa aperto”), della costruzione a strofe lunghissime, tentacolari, e concorde prassi sociale, per una società comunitaria di tutti gli uomini, veramente libera, “eguale”
avvolgenti, con l’uso spregiudicato e nuovissimo di rime, rime interne, assonanze, ossessive giusta ed aperta, veramente e interamente fraterna: lotta il cui successo non ha nessuna garanzia e
ripetizioni di parole, spesso ignote al linguaggio aulico e tradizionale della lirica (“fetido orgoglio”, che è tanto più doverosa proprio nella sua ardua difficoltà.
“vigliaccamente rivolgesti il dosso” significativamente riprese dal linguaggio aspramente creativo Ed ogni lettore che abbia storicamente e correttamente compresa la direzione delle posizioni
dell’Alfieri delle Satire), sprezzante di ogni décor classicistico. E soprattutto la adozione non casuale - leopardiane (anche se personalmente non le condivida interamente) non può comunque uscire
ma promossa dai temi e problemi del pensiero e del comportamento morale - di un dalla lettura di questo capolavoro filosofico ed etico, inscindibilmente poetico, senza esserne
linguaggio”materialistico”, estremamente fisicizzato, sì che anche i paesaggi desertici e lividi coinvolto in tutto il proprio essere, senza (per usare parole leopardiane) “un impeto, una tempesta,
appaiono come un’arida, nuda, scabra, scagliosa crosta terrestre violentemente lacerata dalla stessa un quasi gorgogliamento di passioni” (e non con l’animo “in calma e in riposo”) che è appunto per
forza aggressiva che promuove la direzione aggressiva del pensiero. Mentre le rare immagini di Leopardi il vero effetto della grande poesia.
esseri viventi, animali selvatici e repellenti (ad eccezione dell’unica figura umana del “villanello”
laborioso che segnala la forza autentica dell’attrazione di Leopardi per le “persone” delle classi
subalterne “la cui vita - come scrive in una grande lettera da Roma del 1823 - si fonda sul vero e
non sul falso”, cioè che vivono “di travaglio e non d’intrigo, d’impostura e d’inganno” come la
maggior parte della parassitaria popolazione romana del tempo) sono investite da una violenta Domande
deformazione e colte nello spasimo vitalmente degradato del loro movimento sotto la luce
ossessiva e funerea del deserto vesuviano o delle rovine scheletrite e allucinanti di Pompei: “dove 1. Quale lezione di coraggio possiamo (dobbiamo) ricavare da Leopardi?
s’annida e si contorce al sole - la serpe e dove al noto - cavernoso covil torna il coniglio”, “e
nell’orror della secreta notte - per li vacui teatri, - per li templi deformi e per le rotte - case, ove i 2. Leopardi, un esempio luminoso di integrità morale e intellettuale.
parti il pipistrello asconde”.
Contro ogni vecchia e nuova operazione distinzionistica esercitata sulla Ginestra, si oppone 3. In che senso La ginestra si può considerare un «testo fondamentale per la civiltà
l’enorme forza vitale, l’eccezionale ampiezza di respiro ideale, morale e poetico, la forza del ritmo umana », come sostiene il Binni? Quali aspetti del messaggio della Ginestra pensi
incessante (che è della poesia e del pensiero inseparabilmente) che non permette se non a “tecnici” non debbano assolutamente essere lasciati cadere?
senza senso di pensiero e di poesia, di operare distinzioni entro quell’unitaria e dinamica specie di
colata lavica che di per sé comanda uno spregiudicato e adeguato modo di lettura critica certo
agevolato, per uomini del nostro secolo, da alti esempi di poesia e arte disarmonica ed aspra (si
pensi al Montale di Ossi di seppia, alla musica del Wozzek di Alban Berg, alla Guernica di Picasso,
all’Alexander Nevskji, Ottobre di Ejzenstejn, per stare ad esempi fin troppo ovvii). Basti portare almeno
un esempio di tale forza trascinante unitaria: la citazione della strofe quinta, in cui la sequenza
formidabile della colata della lava del Vesuvio e dei suoi effetti distruttivi è appoggiata al paragone
con il formicaio distrutto dalla caduta di “un picciol pomo” (si ripensa alla finale meditazione di
Julien Sorel in attesa della ghigliottina, con il paragone della casualità della sorte umana e quella
del formicaio investito e distrutto dallo scarpone ferrato del cacciatore in corsa dietro la sua preda
nel quasi contemporaneo Le rouge et le noir di Stendhal) ed è tanto altamente e intensamente poetica
quanto valida a certificare la verità della miseria e debolezza degli uomini assimilati alle formiche
nell’eguale esposizione alle casuali catastrofi naturali.

Di questo supremo messaggio del Leopardi si poteva già trovare, fra le altre, una notevole
traccia di parziale anticipazione in un pensiero dello Zibaldone del 13 aprile 1827, i cui stessi
contenuti sono ben significativi per la tensione di Leopardi verso una nuova civilizzazione e una
nuova umanità comunitaria: tensione che è come un filo rosso che si intreccia a tanti altri fili della
folta matassa leopardiana fino al suo predominio nell’ultima fase del suo pensiero e della sua
poesia: “Congetture sopra una futura civilizzazione dei bruti, e massime di qualche specie, come
delle scimmie, da operarsi dagli uomini a lungo andare, come si vede che gli uomini civili hanno
incivilito molte nazioni o barbare o selvagge, certo non meno feroci, e forse meno ingegnose delle
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più oscuramente di altri. Cosa quest’ultima che noi sentiamo di dover fare non per una vago
Leopardi filosofo sentimento di patriottismo, ma perché riteniamo che entrare in Europa significhi anche portare
ciascuno quel patrimonio culturale di cui ogni paese è ricco, verificando preventivamente la
(sezione facoltativa)
consistenza, il peso, il valore che nel rapporto con gli autori e artisti stranieri, ha l’opera di coloro che
Il ruolo di Giacomo Leopardi nella filosofia italiana si propongono quali campioni di un’arte, di una letteratura, di una filosofia.
di Ludovico Fulci 1. Che ne è di tanto studio?
Premessa Occupandoci oggi del Leopardi filosofo, cominciamo col dichiarare che la sistematicità di cui
ragiona Gentile è carattere così poco certificante la filosoficità di un pensiero, che non solo Leopardi,
Sul fatto che Leopardi si debba considerare filosofo, ovvero poeta, è in corso in Italia un dibattito
ma anche Montaigne, Diderot, Voltaire, Schopenhauer, Kierkegaard, Sartre, Marcel e Lèvi-Strauss
piuttosto acceso. A rivalutare la filosoficità intrinseca dell’ispirazione leopardiana è stato Antonio
dovrebbero essere estromessi dalla repubblica filosofica, ricacciati, con l’etichetta generica di letterati,
Prete, al quale si deve l’espressione di “pensiero poetante” per connotare l’opera leopardiana nel suo
vale a dire storiografi, moralisti, teologi, politici ciascuno nell’angoletto di sua esclusiva competenza.
complesso1. Per Emanuele Severino Leopardi sarebbe addirittura il più grande filosofo dell’Ottocento
Per tacere di Weber, di Dostojevski, di Freud, di Einstein, di Barthes che a questo punto abuserebbero
europeo.
manifestamente di un titolo che, sulla base dei pregiudizi di una cultura idealistica, verrebbe loro dato
Al dibattito tuttora in corso partecipano secondo le più varie posizioni anche Renato Minore,
per puro capriccio. Cosa che invece avviene ormai da decenni senza che nessuno se ne scandalizzi.
Cesare Galimberti, Giulio Ferroni, Alberto Folin, Luigi Baldacci, Pier Vincenzo Mengaldo, Mario
Ciò che più colpisce è il fatto che, mentre non esitiamo a riconoscere la filosoficità di opere dovute
Andrea Rigoni che rinnovano temi discussi già da Cesare Luporini e Sebastiano Timpanaro, ai quali si
alla penna di scrittori che hanno semplicemente qualcosa come un naturale talento alla speculazione
devono i primi studi dell’opera di Leopardi riguardata come un impegno culturale sostenuto da astratta, il titolo di filosofo si continua a contendere a Giacomo Leopardi che a quel talento unisce
tensioni oltre che esistenziali anche speculative. anche una competenza specifica tanto solida da essere invidiabile. È vero che non gli piacquero né
Quanto detto giustifica allora che al tema, così ampiamente dibattuto. si prenda interesse,
Kant né Hegel, vale a dire i padri della filosofia idealistica, ma è vero che solo sfogliando l’indice dei
cercando di mettere a fuoco i caratteri della filosofia leopardiana.
nomi citati nelle sue opere, i nomi di Aristotele, Platone, Plotino, Porfirio, Luciano, Epitteto, Diogene
Personalmente ritengo non ci sia nulla di scandaloso nel riconoscere che Leopardi fosse al tempo
Laerzio, Cleante, Cicerone contornati da una folla di autori minori si ripetono con notevole frequenza.
stesso e filosofo e poeta.
Alla conoscenza puntuale e diretta dei luoghi degli antichi, sostenuta da una rara competenza
Autore dei Canti, che costituiscono un monumento di indubbia importanza dell’Ottocento
filologica accertata per il greco e il latino, fa riscontro un’invidiabile conoscenza del panorama degli
letterario italiano, Leopardi è autore anche di opere filosofiche. Tali sono I Pensieri, che Leopardi
studi filosofico-scientifici del Sette-Ottocento. Qui la ricognizione è più difficile perché a Leopardi,
scrisse con l’intento di proporli quale manuale di filosofia per gli studenti delle scuole. Uno studio che figlio del conte Monaldo Leopardi del Leopardo e della marchesa Adelaide Antici era stato insegnato
fin dal suo impianto ha un approccio, che nel quadro culturale dell’Ottocento europeo si qualifica che uno scrittore autorevole e di buona famiglia cita i classici, ma sorvola circa i moderni. In realtà i
come filosofico è inoltre il celebre Saggio sopra gli errori degli antichi. Un’ispirazione filosofica hanno moderni erano stati letti fin dalla prima giovinezza. L’elenco è nutrito ed è da sempre stranoto:
indiscutibilmente le Operette morali. Si aggiungano, sempre restando alle opere maggiori, cioè più Rousseau, Voltaire, Diderot, D’Alembert, D’Holbach, Condillac, a cui vanno aggiunti gli inglesi Pope,
largamente note e lette, Il manuale di Epitteto, il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, Collins e gli italiani Soave, Gioia, Verri, Genovesi. E citiamo solo gli autori più noti. Il giovanissimo
che non può secondo noi considerarsi un semplice spunto di letterato, non foss’altro che per i autore delle Dissertazioni Filosofiche, scritte all’età di solo tredici anni, ha letto anche l’abate Chiari,
riferimenti che contiene alla filosofia tedesca. Dello Zibaldone infine è rimasto famoso e quasi punto
conosce Melchior de Polignac, Alonso Tostato, il Regiomontano, il Paulian, il Moivre3.
d’ancoraggio il giudizio di Giovanni Gentile, per cui esisterebbe l’errore comprensibile, ma pur sempre Che ne è di tutto questo studio? Veramente dobbiamo ritenere che la mole delle letture filosofiche
errore, di credere “che nello Zibaldone stesse pezzo per pezzo, tutto un sistema”2. compiute fin dai primi anni di vita non dovesse sollecitare in quella mente così profonda stimoli a una
Non è qui il caso di vedere quanto il giudizio di Gentile abbia condizionato certe interpretazioni riflessione filosoficamente intesa? Per noi è assurdo semplicemente pensarlo. Ci pare anzi che questa
storiografiche della filosofia italiana dell’Ottocento e del Novecento. Certo chiunque può costatare che sia la ragione per cui perfino nelle poesie Leopardi è filosofo. E lo diciamo con la convinzione di chi si
di Gentile si è ridimensionata la figura politica molto più in fretta che non quella professorale del rende conto che alla coscienza dell’italiano mediamente acculturato il nome di Leopardi si associa
caposcuola di un pensiero a cui si è infine garantita una sopravvivenza secondo noi eccessiva, passata all’Infinito, al Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, al Passero solitario, al bellissimo canto A
anche attraverso l’autorità di Gramsci, di Spirito, di Calogero, di Della Volpe. In realtà, circa Leopardi, Silvia. Si aggiunga il Dialogo della Natura e di un Islandese, il Cantico del gallo silvestre, che a turno
sarebbe stato lecito porsi una domanda: che cosa infine c’è di scandaloso nel fatto che un uomo di restano nella memoria dei nostri studenti e si ha l’idea di un poeta che si diletta si e no di filosofia. Ne
ingegno pratichi al tempo stesso la poesia e la filosofia, se non che l’idealismo italiano, eretto a vien fuori il profilo di un uomo dotato di rara sensibilità affinata dalle disgrazie di un fisico minato che
sistema filosofico, riposava sulla convinzione che poesia e filosofia dovessero per definizione essere filosofeggia sul dolore, facendo della propria infelicità un paradigma dell’esistenza.
diverse, al punto da ritenere impossibile che la stessa persona potesse coltivare e l’una e l’altra? È quanto fa proprio Gentile, il quale scrive:
Accade così oggi che letterati e filosofi si scontrino circa il pari diritto che ciascuno di essi ha di «Una delle differenze più notabili tra la filosofia dei poeti e quella dei filosofi è che il poeta può
occuparsi dell’opera di Giacomo Leopardi. I primi insorgono quasi gli si volesse togliere la competenza averne una, se è capace di averla, in ogni singola poesia; laddove il filosofo che dice e disdice, e muta
a discutere di un tema di loro esclusivo appannaggio. I secondi, non senza fatica, dismettono talvolta sempre la sua dottrina, non ha nessuna dottrina».4
con zelo eccessivo, un abito che comincia ad andare stretto, specie considerando che il nichilismo, La considerazione è vera, ma nasce da una lettura superficiale tanto dello Zibaldone quanto degli
leopardiano e non, ha ormai rivendicato una patente ufficiale di filosofia che richiede una revisione di stessi Canti, letti come una rapsodia di stati d’animo e non come un’opera coerente al resto della
pareri critici su cui una volta tutti avrebbero convenuto, anche per amore di pace. Schopenhauer e
vastissima produzione dello scrittore, al pari di quella che, nella “letteratura” italiana aveva prodotto
Nietzsche, che consapevolmente ripresero certe tesi di Leopardi impediscono che si taccia ancora della
qualche secolo prima Petrarca con il Canzoniere, che di filosofia è ricchissimo.
filosofia leopardiana. Infine la giusta ambizione di collocare la nostra cultura filosofico-letteraria in
Ugualmente ha ragione Gentile a dire che «la filosofia vera e propria non deve aver niente
quella dimensione europea a cui appartiene di diritto obbliga ad accettare un confronto con
atteggiamenti speculativi che presentano affinità evidenti con quanto Leopardi sostenne prima e non dell’anima individuale di chi la costruisce»5. Ma ha torto ad attribuire al Leopardi una miopia
vorremmo dire morale che a Leopardi non appartenne.
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Povera cosa sarebbe la stessa poesia di Leopardi qualora la si intendesse come vaga “A Carlo Leopardi - Recanati
contemplazione di personali sciagure. L’io di Leopardi non è meno universale né, vorremmo dire, Roma, 16 dicembre 1822
meno trascendentale di quello kantiano. Che vaghi per gli interminati spazi o per la profondissima ...pratico tuttogiorno con quel coglione di Peppe, che invita mezzo mondo a mettergli tre braccia
quiete dell’Infinito, esso si contrappone come sguardo al sole e copre un orizzonte che è quello della di corna”8.
sapienza, dove il canto del poeta-passero si contrappone alla povertà di un’esperienza circoscritta E anche quando si esprime ufficialmente da letterato nella Novella: Senofonte e Niccolò
all’uso della festa locale, di una vita spesa in vanità e inconsapevole del ruolo a cui il poeta si vota fino Machiavello aggiunta alle Operette Morali, si legge testualmente “Domando io: è vero o non è vero
a conoscere quell’ “immenso sistema del bello”, ignorando il quale non è possibile per Leopardi essere che la virtù è patrimonio dei coglioni?”9
“un grande, vero e perfetto filosofo”6, secondo una dichiarazione che sembra fare da contraltare alle Precisiamo questo cose non per amore di turpiloquio, ma per sfatare un’immagine tutta
osservazioni di Gentile. convenzionale di un Leopardi scrittore per fanciulli, animo delicato, sognatore languido ai limiti di
Gentile ignora il Leopardi che dedica al piacere alcune delle sue pagine più belle, il Leopardi che un’effeminatezza che poco si combina con la filosofia. La filosofia richiede infatti una virtù
dalla polemica tra Rousseau e Voltaire deriva i fondamenti del suo pessimismo, e non dalla gobba tipicamente maschile: il coraggio e Leopardi ne è pienamente consapevole.
posta tra le spalle. Sottovaluta le spinte che provengono allo scrittore dal razionalismo illuministico e Per noi il problema non riguarda tanto i contenuti di un pensiero quanto i modi espressivi, la forza
non. di coinvolgimento, la sincerità, la profondità di una forma di comunicazione che per Leopardi
Queste cose sono assai meglio messe a fuoco da un’indagine scrupolosa di Franco Martina, che in dev’essere piena, sconvolgente nelle verità che spesso scandalosamente presenta. La verità è
un suo intervento apparso su Belfagor ha scritto: scandalosa, guai se non lo fosse; se non lo è, vuol dire soltanto che non è verità intera. È la ragione
«Attraverso lo stretto passaggio che l’originaria adesione alla cultura reazionaria gli offriva, egli per cui Dante e Petrarca sono ricchi di filosofia quanto più sono poveri di filosofemi. E anche per
poté entrare in contatto, prima polemicamente poi con crescente ansia di conoscenza e di simpatia, Dante e Petrarca, come per Leopardi, il progetto culturale non si ferma certamente all’ambizione di
con un universo di problemi e un complesso di soluzioni che, visti da vicino mostravano un interesse scrivere versi che piacciano alle persone di buon gusto, che tanto Croce che Gentile sembrano voler
ben maggiore di quanto la lente deformante d’un Muzzarelli non lasciasse trasparire. Si andava riferire ai poeti.
delineando in questo modo “il legame forte, non di consuetudine ma teoretico, con il pensiero E a questo proposito, rivolgendoci per un momento agli amici letterati, che rivendicano
“libertino”. Di questo Leopardi andò estrapolando singoli elementi, per poi ricomporli su un piano di giustamente il loro diritto a parlare del poeta, domandiamo: non è forse questo il pregiudizio per il
autonoma riflessione. Paradossalmente ma significativamente, nell’indagine leopardiana il carattere di quale Leopardi è rimasto modello con cui la maggior parte dei nostri scrittori si sono goffamente
risposta ai problemi del presente veniva non dal confronto con le coeve posizioni di pensiero, quasi del misurati, pensando a volte di rinnovarne i modi altre volte credendo di superarlo senza mai riuscirvi?
tutto ignorate, ma attraverso un complesso rapporto mobile con la cultura “libertina”. Leibniz fu il Ci si provò Pascoli, e non vi riuscì pienamente.
tramite che permise questo decisivo passaggio»7. Ci si scontrò con serena umiltà Guido Gozzano e non ebbe risultati migliori.
Questo giudizio ci pare assai ponderato anche perché rende ragione di una costante del pensiero Si illuse d’esserci arrivato Vincenzo Cardarelli, per ingenuità.
leopardiano che oscilla tra gli estremi del piacere e del dolore, secondo una combinazione che ci La verità è che c’era troppa letteratura in questi poeti e troppo poco spessore filosofico, perché il
sembra estremamente congeniale alla tradizione del libertinismo. Furono i libertini a interrogarsi confronto potesse reggersi. E la convinzione che Leopardi fosse soltanto un poeta, come i pensatori di
sull’origine e la ragione del male nel mondo e a porre questioni “imbarazzanti” circa la presenza di un professione si ostinavano a dire, ha contribuito nell’alimentare l’equivoco.
oggetto misterioso, il male appunto, che mina dall’interno qualsiasi visione di un cosmo preordinato e, La verità è che è proprio Leopardi a scrivere:
nelle sue logiche interne, rispondente al volere e al disegno di un’intelligenza, oltre che creatrice, «Chi non ha o non ha mai avuto immaginazione, sentimento, capacità d’entusiasmo, di eroismo,
anche benefica. d’illusioni vive e grandi, di forti e varie passioni, chi non conosce l’immenso sistema del bello, chi non
legge o non sente, o non ha mai letto o sentito i poeti, non può assolutamente essere un grande, vero e
2. Lo spessore culturale dell’impegno leopardiano perfetto filosofo, anzi non sarà mai se non un filosofo dimezzato, di corta vista, di colpo d’occhio assai
debole, di penetrazione scarsa, per diligente, paziente e sottile, e dialettico e matematico ch’ei possa
Se dunque un problema si pone allo studioso è semmai quello di capire come da un percorso di
studi dominato da interessi che oggi non esiteremmo a definire scientifici, il giovanissimo Leopardi essere» 10.
approdasse a una ricerca filosofica per poi coltivare un’esperienza di scrittura “creativa”, senza che ciò
3. Pessimismo filosofico, non malinconie di scrittore romantico
comportasse in alcun modo una rinuncia alla filosofia, essendo oltretutto questo suo poetare un
filosofico sentenziare. Dall’astronomia alle scienze naturali sui cui sviluppi è informatissimo (conosce Si pensi a questo riguardo alla Ginestra che tra le poesie di Leopardi è tra le meno
l’opera di Zanotti, e ha perfino letto gli articoli apparsi su le Notizie letterarie di Cesena nel 1792-93; convenzionalmente eleganti, nonostante il linguaggio altissimo (anzi, forse proprio per questo), ma è
conosce Bayle e Collins) Leopardi passa a problemi filosofici, appropriandosi di un linguaggio il cui comunque tra le più forti proprio perché realizza l’intento dello scrittore, il quale getta il suo sguardo
copernicanesimo avrà influssi notevoli sulla sua lingua poetica. dappertutto, con una rara capacità di penetrazione. Illusioni, paure, irragionevolezze di vario tipo,
Ecco perché noi non vogliamo in alcun modo riferirci a una pretesa filosofia della disperazione o al eppure del tutto naturali, affiorano senza resistere alla critica corrosiva del poeta. Questa non consiste
cosiddetto pessimismo leopardiano, presunta estensione di un malinconico se non malaticcio sentire. in una fredda e geometrica rilevazione di un intelletto raziocinante. Si rileggano i versi in cui il
Si rileggano i Canti di Leopardi, rinunciando una volta per tutte al tono melenso da salotto romantico granello di sabbia sul quale vive l’uomo è confrontato con i milioni e milioni di stelle che raccolte in
e si sentiranno i toni polemici, combattivi che in essi ci sono. La Palinodia, la Ginestra ne sono una nebulose si muovono negli spazi celesti. Bisogna insieme col poeta farsi ginestra, sentirsi insignificante
testimonianza. Si potranno cogliere allora ironia e solarità che tanto poco si accordano con l’infelicità fibra vitale, rinunciare a una presunta umanità fatta di superbe fole e cominciare a chiedersi se per
languida di uno scrittore per adolescenti. Si legga l’epistolario e si troveranno espressioni caso la materia pensa e vive, ricca di una memoria fisica, fatta di segni visibili rispetto ai quali il fetido
insolitamente violente e sarcastiche, come quando riferendosi a un noto scrittore, che aveva proposto orgoglio dell’uomo che in questa materia non si riconosce più è patetica, fastidiosa presunzione, in cui
di eliminare un certo termine dal dizionario d’italiano, Leopardi a lui alludendo sbottò dicendo che gli si contiene tutta la perfidia dell’uomo.
dolevano i Nicolò Tommaseo. “Coglione” è termine che ricorre nella prosa leopardiana. Partiamo Un tale filosofico concetto espresso fuori del linguaggio poetico appare duro e si connota di una
dall’epistolario: forza eccessiva. Ma solo un poeta può denunciare l’inganno della dolce ineffabilità, intesa come
impossibilità di tenere un concetto qualsivoglia di Dio, nel che paradossalmente un concetto di Dio
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risulta esserci pure. Tale gioco di parole dove evocare e negare sono sinonimi si svela nell’evocazione questa volontà, in questo desiderio di conoscere noi siamo soli con la nostra coscienza, davanti alla
di quel nulla che è l’unica divinità possibile. È insomma al risveglio che si scopre la dolcezza del quale non abbiamo diritto d’essere umili, dovendo con essa avere un dialogo franco, aperto e
sogno. Cullarvisi nella veglia vuol dire soltanto mentire a sé stessi. A questo punto può secondo noi coraggioso, procedendo senza paura del buio che ci sta di fronte. L’onesto e il retto conversar
scoprirsi una vera e propria poesia di un ateismo erroneamente visto, per puro pregiudizio fideistico, cittadino, di cui ragiona Leopardi nella Ginestra, non serve ad altro se non a questo, perciò ci sembra
come grido di disperazione. È invece un parricidio quasi festoso, che nella irrinunciabilità della sua irrinunciabile.
evidenza, chiede di essere collocato nella serie infinita dei parricidi parziali che hanno costellato la
tradizione culturale dell’occidente. Della morte di queste illusioni non c’è da piangere, come Pinocchio Note
non piange della sua morte. 1. A. Prete, Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi, Feltrinelli, Milano 1994.
Ovviamente è un punto di vista e noi non pretendiamo che sia condiviso. Quello che ci pare giusto 2. G. Gentile, La filosofia del Leopardi, in G. Gentile, Manzoni e Leopardi, Treves, Milano, 1928, p. 34.
e doveroso nei confronti di Giacomo Leopardi filosofo è fare uno sforzo di comprensione per capire la 3. G. Leopardi, Dissertazioni filosofiche, Editrice Antenore, Padova 1995. Si veda particolarmente la
positività di una tale posizione che va intesa quale punto d’arrivo di un percorso culturale, non Dissertazione sopra l’anima delle bestie, dove sono richiamati esplicitamente vari passi degli autori da noi citati.
doloroso e angoscioso punto di partenza di un’anima che soffre perché non sa arrivare dove gli altri 4. G. Gentile, op. cit., p. 38.
5. G. Gentile, ibidem, p. 39.
arrivano per fede. Leopardi non è un accattone della morale a cui manchi qualcosa. Per noi anzi ha
6. G. Leopardi, Zibaldone, 1833. Per lo Zibaldone diamo indicazione della pagina del manoscritto, come è
una fede, che è la filosofia e, in nome di questa fede, rinuncia alla fede religiosa, dove per secoli è ormai in uso per consentire al lettore di individuarla in una qualunque delle molteplici edizioni che circolano di
stato chiesto alla filosofia di giustificare non le sue verità, ma quelle della religione, cristiana o quell’opera. Noi ci siamo avvalsi dell’edizione in due volumi curata da Walter Binni per la Sansoni di Firenze
“naturale” che fosse. Tali verità sono però tuttavia estranee alla filosofia. E, se ci si consente esprimere secondo la ristampa del 1989.
in questo contesto un’opinione personale, noi crediamo che la filosofia, che in Italia pareva nel secolo 7. F. Martina, Leopardi e l’adolescenza filosofica, in “Belfagor”, 1983.
scorso a Leopardi del tutto imperfetta e “ancora non nata”, nasce al momento in cui trova il vero 8. G. Leopardi, Epistolario, in Tutte le opere, vol. I, Sansoni, Firenze 1983, p.1135.
oggetto del suo studio. Quest’ultimo non è la verità, nozione che all’uomo giunge dalla religione, ma 9. G. Leopardi, Notizia sulle Operette e Appendice, in Tutte le opere cit. p. 191
la menzogna, secondo un’intuizione che ebbero gli Stoici che sono non a caso i padri della logica. 10. G. Leopardi, Zibaldone, 1833
Umanamente interessa, negli spazi del vivere civile, nel desiderio di regolare la vita consociata degli 11. G. Leopardi, ibidem 101-102.
uomini tra di loro, come mai normalmente si dica, si pensi, si creda il falso. La verità non è un
problema e non ha mai fatto male a nessuno. Il falso, custodito, tenuto in serbo, idolatrato è un male

C
he Leopardi sia poeta nessuno l’ha messo in discussione. Che sia anche filosofo, invece, è stato
sociale che non ha dimensioni. L’uomo filosofo si interroga sulle ragioni del falso, non del vero. Non è oggetto di acceso dibattito. Alla base c’è il fatto che egli ha scritto di filosofia e, per così dire, da
un poliziotto e non insegue né persegue la menzogna. Cerca di capire che cosa di necessario, filosofo: sullo Zibaldone troviamo tanti e tali pensieri sull’anima, la metafisica, la religione, la
ineluttabile, inevitabile, ci sia, se c’è, nella menzogna, in modo da aggirare gli ostacoli che essa gli società, la natura, la morale, e via dicendo, che l’opera, ancorché disorganica e non sistematica, ben
crea. E per esempio, tra le prime cose che trova, con soddisfazione di chi non ama la logica a due potrebbe configurarsi come trattato filosofico. Né si può dire che manchi a Leopardi lo stile filosofico,
valori, è che il falso non è l’opposto del vero, ché in questo caso si individuerebbe immediatamente. Il perché alcune sue pagine, specie quelle relative alla teoria del piacere, sono di tale rigore e oggettività
falso è una mescolanza di cose e leopardianamente può dirsi che i soavi inganni costituiscono la nostra che sembrano stilate dalla penna di un Locke o di un suo seguace.
vita11. Ma non tutti i critici sono d’accordo su questo punto. Il vecchio filone della cultura laicista
A noi insomma Leopardi appare il primo filosofo che abbia fatto un gran salto in questa direzione, italiana, da De Sanctis a Croce, nega la filosofia di L., ritenendola scarsamente significativa, non
rivendicando alla filosofia principi suoi propri con maggiore energia di quanto per esempio non originale né profonda.
facesse Kant, il quale síera limitato a dire che la metafisica non è scienza. Col che, si badi, la metafisica Per Francesco De Sanctis (cfr. Schopenhauer e Leopardi), interessato all’uomo e all’artista,
può kantianamente essere lasciata alle religioni come materia di meditazione. Per Kant infatti la essa esprime un superficiale pessimismo, contraddetto dalla poesia, l’unica sua produzione genuina e
religione non è scienza. Leopardi ci dice al contrario che la metafisica è filosofia e che lasciarla ai profonda; il L. filosofo, che odia la vita, con la sua poesia ce la fa amare: “La vita rimane intatta
sacerdoti delle varie religioni è un errore filosofico, con cui il filosofo retrocede da un campo che è di quando ci sia la forza d’immaginare, di sentire e di amare: che è appunto il vivere. Dice l’intelletto:
l’amore è illusione, sola verità è la morte. E io amo e vivo e voglio vivere. Il cuore rifà la vita che
sua specifica competenza. Il niente, il tutto, il falso, la morte, la vita, il silenzio, le tenebre, l’amore, il
l’intelletto distrugge”. Vera poesia è l’idillio, che è mera espressione del sentimento; l’elemento
simbolo sono cose che non possono essere intese soltanto alla luce di un credo religioso. Infatti nello
raziocinante è un ostacolo, un pericolo, dal quale il poeta non riesce sempre a guardarsi nei “piccoli
spazio solenne nel quale si celebrano i riti e si assiste ai sacrifici della religione nel cui culto si è stati
idilli”, quasi più nei Canti scritti dopo il ‘30.
educati, l’animo del credente ascende libero ai cieli della meditazione religiosa. Ma al di fuori di Benedetto Croce riprende la contrapposizione, ma restringe ancor più il campo poetico: la
quello spazio c’è la vita di tutti i giorni, gli affetti, i crucci, i desideri che non possiamo stipare poesia del recanatese gli sembra oscillare tra filosofia e letteratura, quasi mai riuscendo a tenere la
ipocritamente nel nostro spirito, col rischio di presentarci fra l’altro impuri alle funzioni sacre, non rotta mediana (di qui la sua sostanziale e netta stroncatura).
preparati a ricevere l’alto messaggio spirituale di profondo coinvolgimento di cui dovremmo essere Una nuova linea, che rivaluta L. filosofo, è aperta nei decenni tra le due guerre. Giovanni
testimoni. La filosofia serve anche a superare certi equivoci. Una società di uomini liberi, consapevoli e Gentile, che legge L. con interessi filosofici, nell’intento di rivalutare le Operette morali, arriva ad
desiderosi di una vita interiore ricca, nella quale porsi domande non è meno utile che l’ascoltare affermare che L. è autentico e grande filosofo. Nel 1940 Adriano Tilgher sostiene che esiste una
risposte, deve demandare alla filosofia la discussione dei temi che sono di sua competenza. La parola filosofia di L., che non è sistematica né procede per astrazioni (L. non indaga i problemi gnoseologici
ispirata del profeta, quando ci si trova nella piazza del mercato, va aperta, discussa, verificata, per poi o metafisici); essa ora si serve di un’espressione lirica o letteraria (Canti, Operette morali), ora è
magari nella cerimonia religiosa consentirle di ritrovare vigore e spessore. NÉ questo va preso per comunicata in modo immediato, solitamente non elaborato, attraverso lo Zibaldone.
dissacrazione, perché significa semplicemente restituire alla sacralità quella circolarità che le è Nel dopoguerra si assiste ad un sostanziale rinnovamento degli studi leopardiani, grazie
connaturata e che fu violata da Remo. Ma se Remo fosse rimasto al di qua del recinto, e Romolo lo prevalentemente agli apporti della critica storicistico-marxiana, la quale mette in risalto l’ultimo L. (la
avesse ucciso per gelosia, Romolo avrebbe dovuto purificarsi prima di varcare il solco che con la sua produzione posteriore al ‘30), sostenendo l’eccellenza del poeta impegnato e progressivo contro
stessa spada aveva tracciato. Voler capire, indagare, farsi domande non è superbia, non è mancanza di quello isolato e solitario dell’idillio. Saggi fondamentali sono i seguenti: L. progressivo di Cesare
umiltà di fronte a chi sa più di noi, perché noi rispondiamo di quel che di noi stessi sappiamo. In Luperini (Firenze, 1947), La nuova poetica leopardiana di Walter Binni (Firenze, 1947), Alcune
osservazioni sul pensiero di L. di Sebastiano Timpanaro (Pisa, 1965), La protesta di L. di W.
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Binni (Firenze, 1973), La posizione storica di G.L. di Bruno Biral (Torino, 1974), L. - Schizzi, studi e (ibid.). Nel “pensiero” di pagina 56 ritroviamo quindi un diretto riferimento a Rousseau: la
letture di Carlo Muscetta (Roma, 1976). Questi contributi, tutti contrassegnati da una decisa condizione di ignoranza che si può avere nell’ordine naturale porta alla felicità. Allo stesso modo
matrice ideologica, individuano una linea “eroica” del pensiero leopardiano (L. consapevolmente l’affermazione che l’istinto si vien perdendo a proporzione che la natura è alterata dall’arte può
eroico di fronte al proprio destino), pensiero che, non elevato al rango di filosofia, non è più un richiamare quella di Rousseau che sostiene che le nostre anime si sono corrotte a misura che le
ostacolo alla poesia, ma piuttosto il suo vitale nutrimento. Notevole il saggio di Umberto Bosco nostre scienze e le nostre arti sono progredite verso la perfezione. Ma l’infelicità non deriva
Titanismo e pietà in G.L. (Firenze, 1957) per il tentativo di spiegare tutto il percorso intellettuale del semplicemente dalla conoscenza ma dal pensiero che tutte le cose sono niente: la visione del niente è
poeta alla luce del motivo eroico-titanico. la radice del terrore. È quindi la filosofia che facendoci conoscere la nullità e vanità delle cose produce
Infine, entro l’ambito di una critica prevalentemente stilistica si sono mosse le ricerche di quella infelicità che in natura non avremmo mai dovuto conoscere. Per Leopardi allora la natura,
Bigongiari, Getto, Ramat, Solmi e Bigi. l’ordine naturale è la situazione in cui è ancora assente il “conoscere”.
In conclusione, mentre per alcuni studiosi L. è un filosofo esistenziale, che si pone problemi di Leopardi analizza quindi l’uomo come essere contraddittorio, infatti è costantissimo e indivisibile
ordine pratico-morale (la vita ha un senso? può l’uomo essere felice? dopo la morte c’è qualcosa o con istinto di tutti gli esseri la cura di conservare la propria esistenza, mentre nell’essere umano è tanta
la morte finisce tutto?), la maggior parte dei critici concorda oggi nel ritenere che L. non possa essere la scontentezza dell’esistenza (prodotta dal pensiero), che non solo si oppone all’istinto della
considerato filosofo per il fatto che, pur avendone l’attitudine e i mezzi “culturali”, era viziata in conservazione di lei, ma giunge a troncarla volontariamente, cosa diametralmente contraria al
partenza la sua volontà di speculazione. Egli infatti, sollecitato da motivi biografici e storico-culturali costume di tutti gli altri esseri e che non può stare in natura se non corrotta totalmente (ibid.).
(vedi sotto il punto 2), assunse sin dall’inizio un atteggiamento critico negativo nei confronti della vita Questa infelicità dell’esistenza, che è creata dal pensiero, è quindi un principio contraddittorio che
e dei valori che essa esprime, considerati alla stregua di miti e illusioni. Tali convincimenti, penetrati non può trovarsi in natura. L’uomo che pensa non può stare in natura. Le soluzioni proposte da
profondamente e per tempo nel suo pensiero, ne condizionarono di fatto l’attività e gli intendimenti, Leopardi a questa contraddittorietà sono due: l’uomo è l’esistenza dell’impossibile, è il luogo reale in
cosicché, quando L. disporrà degli strumenti filosofici, se ne servirà non per sottoporre a critica cui il principio di non contraddizione resta negato ed è insufficiente e falso; ma prima di questa critica
razionale il suo atteggiamento di base, bensì per rafforzarlo, per aumentarne la consistenza logica e la del principio di non contraddizione Leopardi aveva tentato, seppure per un tempo brevissimo,
naturale persuasione. Così facendo, però, si precludeva la via alla vera filosofia: il giudizio, se segue e un’altra via: lo spazio temporale è inscritto in uno spazio più ampio dove l’uomo riesce ad essere felice
scaturisce dall’analisi, è oggettivo e logicamente valido, ma se la precede diventa pregiudizio e e dove la sua esistenza ottiene il suo compimento, l’infelicità dell’uomo paragonato alle bestie che
strumentalizza e vizia gli esiti di quella. sono felici è una delle grandi prove dell’immortalità dell’anima. In seguito però affiorerà il tema della
Emanuele Severino si schiera tra coloro che sostengono che Leopardi debba essere considerato nullità di tutte le cose, compresa la stessa anima, che farà quindi crollare questo tentativo di salvare il
non solo dal punto di vista della sua poesia, ma anche della sua filosofia; egli afferma infatti che principio di non contraddizione.
quando Nietzsche, che ha un’influenza decisiva nella cultura contemporanea, scrive che Leopardi è Viene quindi affermato che l’uomo per non essere contraddittorio non avrebbe dovuto sapere;
il maggior prosatore del secolo, contribuisce in modo determinante a nasconderne la grandezza l’illusione è allora la soluzione che evita la contraddizione perché, restando nell’illusione, l’uomo non
filosofica – della quale Nietzsche è profondamente debitore; e anche De Sanctis, paragonando il si sarebbe accorto della sua infelicità. Per l’intera tradizione filosofica dell’Occidente la conoscenza
pensiero di Leopardi a quello di Schopenhauer, non fa altro che cancellare la filosofia del primo. Ciò vera dell’esistenza dell’Essere immutabile ed eterno salva dall’angoscia che nasce dalla visione della
che Severino sostiene è invece che Leopardi apre la strada percorsa poi dalla cultura contemporanea. nullità delle cose. Leopardi afferma che ciò che salva dall’angoscia non è la verità, ma l’illusione, dal
Leopardi, e più tardi Nietzsche, interpreta il divenire a partire dalla concezione greca momento che la verità non vede l’eterno, ma il nulla.
caratterizzata da una visione ciclica del tempo; ma tra le due filosofie c’è una differenza Per sopravvivere all’orrore è dunque necessaria l’illusione: in questo Leopardi anticipa
fondamentale: mentre quella degli antichi fa partire il circolo di produzione e corruzione da un punto integralmente il grande tema di Nietzsche che gli errori e le illusioni sono condizioni indispensabili
privilegiato (l’archè, il principio di tutte le cose del mondo, la physis) che contiene originariamente in della vita. Nietzsche scrive: c’è un mondo, ed è crudele, contraddittorio, corruttore, senza senso […].
sé e in cui ritornano tutti gli altri punti del circolo, quella di Leopardi sostiene che il primo ed Un mondo così fatto così e il vero mondo[…]. Noi abbiamo bisogno della menzogna per vincere
universale principio delle cose è il nulla anche se esso esiste: se non lo possiamo in niun modo questa “verità”, cioè per vivere…l’uomo deve essere per natura un mentitore, deve essere prima di
conoscere, se è chiuso eternamente al mortale, esso è come nulla. Il suo nulla per noi equivale al suo ogni altra cosa un artista. La verità è brutta: abbiamo l’arte per non perire a causa della verità.
esser nulla in sé. Una cosa è tale solo quando è finita, incomincia e perisce. Leopardi sostiene che
niente nella natura annunzia l’infinito, l’infinito, cioè una cosa senza limiti non può esistere, non Leopardi, questo sconosciuto
sarebbe cosa. Pare che solamente quello che non esiste, la negazione dell’essere, il niente, possa
essere senza limiti, e che l’infinito venga in sostanza ad esser lo stesso che il nulla. Poiché le cose Schopenhauer è considerato il filosofo che inaugura il pensiero contemporaneo, cioè la
provengono dalle cose, non è possibile giudicarle prima di averne fatto l’esperienza (questo è un tema consapevolezza che l’epistéme (ogni verità che intende svelare il senso del divenire) non può essere il
fondamentale che sarà sviluppato da tutta la filosofia contemporanea e che Leopardi porta per primo rimedio contro il dolore del divenire. Appare strano come, filosoficamente parlando, solo raramente
alla luce). Viene quindi rifiutata ogni verità assoluta, immutabile, eterna e definitiva: la produzione e si menzioni Leopardi, che non solo esprime idee analoghe e con la stessa forza, ma anzi a tratti ne
distruzione delle cose è il gioco arbitrario della natura. anticipa lo stesso percorso. Nonostante il ricorrente interesse per il pensiero di Leopardi, la cui
Ma Leopardi ritiene che non sia necessario abbandonare la concezione cristiana di Dio (io non importanza era stata colta dagli stessi Schopenhauer e Nietzsche, sembra che la sua fama non vada
credo che le mie osservazioni circa la falsità d’ogni assoluto debbano distruggere l’idea di Dio): oltre la conoscenza scolastica delle sue poesie e che nessuno sappia dare giusto risalto alla sua
sebbene nulla è assoluto né quindi necessario, Egli è un Essere onnipotente che può sussistere da sé capacità filosofica di indicare in modo esplicito la negazione di ogni epistéme.
ab eterno, bench’egli, assolutamente parlando, non sia necessario. È singolare infatti che il pensiero di Leopardi, come quello di Eschilo, che sostanzialmente e
La natura crudele colpisce anche gli animali ma essi possono essere ugualmente felici perché generalmente sono considerati come poeti, abbia un peso così determinante nella storia della
vivono in quello stato che precede la conoscenza e nel quale anche l’uomo può trovarsi quando vive filosofia. Eschilo per la prima volta pensa che la verità dell’epistéme sia il rimedio contro il dolore del
nell’ordine naturale, come gli animali (io credo che nell’ordine naturale, l’uomo possa anche in divenire e così facendo apre il sentiero lungo il quale la civiltà occidentale, ma direi piuttosto il mondo
questo mondo essere felice, vivendo naturalmente e come le bestie, cioè senza grandi né singolari e intero, ancora cammina. Leopardi apre e anticipa l’ultimo tratto di questa strada portandosi
viv piaceri, ma con una felicità e contentezza sempre, più o meno, uguale e temperata dallo lontanissimo da Eschilo, ma realizzando il significato moderno del senso del divenire mostrando che
Zibaldone P 56) Ma noi non siamo più capaci di questa felicità da che abbiamo conosciuto il vòto non solo l’epistéme, ma anche la scienza e la tecnica sono rimedi illusori contro la nullità delle cose e
delle cose e le illusioni e il niente di questi stessi piaceri naturali, del che non dovremmo neppur l’angoscia che ne deriva.
sospettare: “Tout homme qui pense est un être ‘cor-rompu’” dice il Rousseau, e noi siamo già tali
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Su questo atteggiamento ha di certo influito da un lato il perdurare di una cultura classica che Ma, distrutte le forme platoniche preesistenti alle cose, è distrutto dio.
impone il pensiero letterario alle masse piuttosto che la filosofia o la scienza, più pericolose per molti Vale a dire che un primo ed universale principio delle cose, o non esiste, nè mai fu, o se esiste o
versi, dall’altro un’altra spiegazione sta nella struttura dello Zibaldone, immensa opera dove viene esistè, non lo possiamo in niun modo conoscere, non avendo noi nè potendo avere il menomo
mescolato di tutto un po’, con un linguaggio spesso poco moderno e dove risulta poco agevole [1342]dato per giudicare delle cose avanti le cose, e conoscerle al di là del puro fatto reale. Noi,
estrapolare i contenuti filosoficamente significativi. secondo il naturale errore di credere assoluto il vero, crediamo di conoscere questo principio,
Tutto è nulla: attribuendogli in sommo grado tutto ciò che noi giudichiamo perfezione, e la necessità non
Zibaldone [72]… Tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della quale ogni uomo solamente di essere ma di essere in quel tal modo, che noi giudichiamo assolutamente perfettissimo.
anche savio, ma più tranquillo, ed io stesso certamente in un’ora più quieta conoscerò, la vanità e Ma queste perfezioni, son tali solamente nel sistema delle cose che noi conosciamo, vale a dire in un
l’irragionevolezza e l’immaginario. Misero me, è vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un solo dei sistemi possibili; anzi solamente in alcune parti di esso, in altre no, come ho provato in tanti
certo tempo passerà e s’annullerà, lasciandomi in un vôto universale, e in un’indolenza terribile che altri luoghi: e quindi non sono perfezioni assolutamente, ma relativamente: nè sono perfezioni in se
mi farà incapace anche di dolermi. stesse, e separatamente considerate, ma negli esseri a’ quali appartengono, e relativamente alla
Tutto è nulla, perché dal nulla scaturiscono tutte le cose e “l’essere delle cose ha per suo proprio loro natura, fine ec. nè sono perfezioni maggiori o minori di qualunque altra ec. e quindi non
ed unico obiettivo il morire” (Cantico del gallo silvestre), cioè l’annullamento: costituiscono l’idea di un ente assolutamente perfetto, e superiore in perfezione a tutti gli enti
Ci sono tre maniere di vedere le cose. L’una e la più beata, di quelli per li quali esse hanno anche possibili; ma possono anche essere imperfezioni, e talora lo sono, pure relativamente ec. Anche la
più spirito che corpo, e voglio dire degli [103]uomini di genio e sensibili, ai quali non c’è cosa che necessità di essere, o di essere in un tal modo, e di essere indipendentemente da ogni cagione, è
non parli all’immaginazione o al cuore, e che trovano da per tutto materia di sublimarsi e di sentire perfezione relativa alle nostre opinioni ec. Certo è che distrutte le forme Platoniche preesistenti alle
e di vivere, e un rapporto continuo delle cose coll’infinito e coll’uomo, e una vita indefinibile e vaga, cose, è distrutto Iddio. (18. Luglio 1821.)
in somma di quelli che considerano il tutto sotto un aspetto infinito e in relazione cogli slanci La distruzione di dio, ossia ciò che Nietzsche chiamerà “morte di dio”, è la conseguenza inevitabile
dell’animo loro. L’altra e la più comune di quelli per cui le cose hanno corpo senza aver molto dell’esistenza del divenire.
spirito, e voglio dire degli uomini volgari (volgari sotto il rapporto dell’immaginazione e del L’esistenza del divenire è dunque l’unica realtà possibile e poiché la ragione è la facoltà con cui
sentimento, e non riguardo a tutto il resto, p.e. alla scienza, alla politica ec. ec.) che senza essere viene conosciuta la realtà, l’uso della ragione non può più essere inteso come il mezzo che conduce
sublimati da nessuna cosa, trovano però in tutte una realtà, e le considerano quali elle appariscono, alla sapienza e alla felicità (come aveva detto Eschilo nelle Eumeneidi). Al contrario, proprio perché è
e sono stimate comunemente e in natura, e secondo questo si regolano. Questa è la maniera conoscenza della realtà, ossia della nullità di tutte le cose, che la ragione è fonte di dolore. Per rendere
naturale, e la più durevolmente felice, che senza condurre a nessuna grandezza, e senza dar gran sopportabile il dolore e l’angoscia del divenire, e quindi per sopravvivere, è necessario distogliere il
risalto al sentimento dell’esistenza, riempie però la vita, di una pienezza non sentita, ma sempre più possibile lo sguardo dalla verità della ragione: è necessaria l’illusione.
uguale e uniforme, e conduce per una strada piana e in relazione colle circostanze dalla nascita al La teoria del piacere
sepolcro. La terza e la sola funesta e miserabile, e tuttavia la sola vera, di quelli per cui le cose non Zibaldone [165]Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piaceri a
hanno nè spirito nè corpo, ma son tutte vane e senza sostanza, e voglio dire dei filosofi e degli riempierci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo, forse proviene da
uomini per lo più di sentimento che dopo l’esperienza e la lugubre cognizione delle cose, dalla prima una cagione semplicissima, e più materiale che spirituale. L’anima umana (e così tutti gli esseri
maniera passano di salto a quest’ultima senza toccare la seconda, e trovano e sentono da per tutto il viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benchè sotto mille aspetti, al piacere,
nulla e il vuoto, e la vanità delle cure umane e dei desideri e delle speranze e di tutte le illusioni ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt’uno col piacere. Questo desiderio e questa
inerenti alla vita per modo che senza esse non è vita. E qui voglio notare come la ragione umana di tendenza non ha limiti, perch’è ingenita o congenita coll’esistenza, e perciò non può aver fine in
cui facciamo tanta pompa sopra gli altri animali, e nel di cui perfezionamento facciamo consistere questo o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita. E non ha limiti 1.
quello dell’uomo, sia miserabile e incapace di farci non dico felici ma meno infelici, anzi di condurci nè per durata, 2. nè per estensione. Quindi non ci può essere nessun piacere che uguagli 1. nè la sua
alla stessa saviezza, che par tutta consistere nell’uso intero della ragione. Perchè chi si fissasse nella durata, perchè nessun piacere è eterno, 2. nè la sua estensione, perchè nessun piacere è immenso,
considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose, in maniera ma la natura delle cose porta che tutto esista limitatamente e tutto abbia confini, e sia circoscritto.
[104]che la successone e varietà degli oggetti e dei casi non avesse forza di distorlo da questo Il detto desiderio del piacere non ha limiti per durata, perchè, come ho detto non finisce se non
pensiero, sarebbe pazzo assolutamente e per ciò solo, giacchè volendosi governare secondo questo coll’esistenza, e quindi l’uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio. Non ha limiti per
incontrastabile principio ognuno vede quali sarebbero le sue operazioni. E pure è certissimo che estensione perch’è sostanziale in noi, non come desiderio di uno o più piaceri, ma come desiderio del
tutto quello che noi facciamo lo facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale piacere. Ora una tal natura porta con se materialmente l’infinità, perchè ogni piacere è circoscritto,
è contraria direttamente alla ragione. E tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia, ma la pazzia ma non il piacere la cui estensione è indeterminata, e l’anima amando sostanzialmente il piacere,
la più ragionevole della terra, anzi la sola cosa ragionevole, e la sola intera e continua saviezza, abbraccia tutta l’estensione immaginabile di questo sentimento, senza poterla neppur concepire,
dove le altre non sono se non per intervalli. Da ciò si vede come la saviezza comunemente intesa, e perchè non si può formare idea chiara di una cosa ch’ella desidera illimitata. Veniamo alle
che possa giovare in questa vita, sia più vicina alla natura che alla ragione, stando fra ambedue e conseguenze. Se tu desideri un cavallo, ti pare di desiderarlo come cavallo, e come un tal piacere,
non mai come si dice volgarmente con questa sola, e come essa ragione pura e senza mescolanza, ma in fatti lo desideri come piacere astratto e illimitato. Quando giungi a possedere il cavallo,
sia fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia. [166]trovi un piacere necessariamente circoscritto, e senti un vuoto nell’anima, perchè quel
Il nulla verissimo e certissimo delle cose (Zibaldone 103) è l’evidenza del loro provvisorio uscire desiderio che tu avevi effettivamente, non resta pago. Se anche fosse possibile che restasse pago per
dal nulla per ritornarvi. L’evidenza del divenire delle cose, cioè l’evidenza del loro provenire dal nulla, estensione, non potrebbe per durata, perchè la natura delle cose porta ancora che niente sia eterno.
implica necessariamente che non esista alcuna dimensione originaria ed eterna in cui le cose E posto che quella material cagione che ti ha dato un tal piacere una volta, ti resti sempre (p.e. tu
eternamente preesistano secondo il modello costituito dalle idee platoniche. Poiché le cose che si hai desiderato la ricchezza, l’hai ottenuta, e per sempre), resterebbe materialmente, ma non più
manifestano provengono dal nulla, l’uomo non può conoscere le cose “avanti le cose” cioè nel loro come cagione neppure di un tal piacere, perchè questa è un’altra proprietà delle cose, che tutto si
contraddittorio essere preesistenti a sé stesse. Se questa conoscenza fosse possibile si dovrebbe logori, e tutte le impressioni appoco a poco svaniscano, e che l’assuefazione, come toglie il dolore,
negare l’esistenza del divenire. così spenga il piacere. Aggiungete che quando anche un piacere provato una volta ti durasse tutta
Attenzione al senso che si dà al termine nulla. Sappiamo dalle teorie della fisica che nulla si crea e la vita, non perciò l’animo sarebbe pago, perchè il suo desiderio è anche infinito per estensione, così
nulla si distrugge, ma tutto si trasforma e il nulla leopardiano va collocato in questo significato, che quel tal piacere quando uguagliasse la durata di questo desiderio, non potendo uguagliarne
implicante l’assenza dell’origine divina delle cose. l’estensione, il desiderio resterebbe sempre, o di piaceri sempre nuovi, come accade in fatti, o di un
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piacere che riempiesse tutta l’anima. Quindi potrete facilmente concepire come il piacere sia cosa speranza propria dell’uomo, degli antichi, fanciulli, ignoranti, è quasi annullata per il moderno
vanissima sempre, del che ci facciamo tanta maraviglia, come se ciò venisse da una sua natura sapiente. V. il pensiero che incomincia Racconta, p.162.
particolare, quando il dolore la noia ec. non hanno questa qualità. Il fatto è che quando l’anima Del resto il desiderio del piacere essendo materialmente infinito in estensione (non solamente
desidera una cosa piacevole, desidera la soddisfazione di un suo desiderio infinito, desidera nell’uomo ma in ogni vivente), la pena dell’uomo nel provare un piacere è di veder subito i limiti
veramente il piacere, e non un tal piacere; ora nel fatto trovando un piacere particolare, e non della sua estensione, i quali l’uomo non molto profondo gli scorge solamente da presso. Quindi è
astratto, e che comprenda tutta l’estensione del piacere, ne segue che il suo desiderio non essendo manifesto 1. perchè tutti [170]i beni paiano bellissimi e sommi da lontano, e l’ignoto sia più bello del
soddisfatto di gran lunga, il piacere appena è piacere, perchè non si tratta di una piccola ma di una noto; effetto della immaginazione determinato dalla inclinazione della natura al piacere, effetto
somma [167]inferiorità al desiderio e oltracciò alla speranza. E perciò tutti i piaceri debbono esser delle illusioni voluto dalla natura. 2. perchè l’anima preferisca in poesia e da per tutto, il bello aereo,
misti di dispiacere, come proviamo, perchè l’anima nell’ottenerli cerca avidamente quello che non le idee infinite. Stante la considerazione qui sopra detta, l’anima deve naturalmente preferire agli
può trovare, cioè una infinità di piacere, ossia la soddisfazione di un desiderio illimitato. altri quel piacere ch’ella non può abbracciare. Di questo bello aereo, di queste idee abbondavano gli
Veniamo alla inclinazione dell’uomo all’infinito. Indipendentemente dal desiderio del piacere, antichi, abbondano i loro poeti, massime il più antico cioè Omero, abbondano i fanciulli veramente
esiste nell’uomo una facoltà immaginativa, la quale può concepire le cose che non sono, e in un Omerici in questo, (v. il pensiero Circa l’immaginazione, p.57. e l’altro p.100.) gl’ignoranti ec. in
modo in cui le cose reali non sono. Considerando la tendenza innata dell’uomo al piacere, è naturale somma la natura. La cognizione e il sapere ne fa strage, e a noi riesce difficilissimo il provarne. La
che la facoltà immaginativa faccia una delle sue principali occupazioni della immaginazione del malinconia, il sentimentale moderno ec. perciò appunto sono così dolci, perchè immergono l’anima
piacere. E stante la detta proprietà di questa forza immaginativa, ella può figurarsi dei piaceri che in un abbisso di pensieri indeterminati de’ quali non sa vedere il fondo nè i contorni. E questa pure è
non esistano, e figurarseli infiniti 1. in numero, 2. in durata, 3. e in estensione. Il piacere infinito che la cagione perchè nell’amore ec. come ho detto p.142. Perchè in quel tempo l’anima si spazia in un
non si può trovare nella realtà, si trova così nella immaginazione, dalla quale derivano la speranza, vago e indefinito. Il tipo di questo bello e di queste idee non esiste nel reale, ma solo nella
le illusioni ec. Perciò non è maraviglia 1. che la speranza sia sempre maggior del bene, 2. che la immaginazione, e le illusioni sole ce le possono rappresentare, nè la ragione ha verun potere di
felicità umana non possa consistere se non se nella immaginazione e nelle illusioni. Quindi bisogna farlo. Ma la natura nostra n’era fecondissima, e voleva che componessero la nostra vita. 3. perchè
considerare la gran misericordia e il gran magistero della natura, che da una parte non potendo l’anima nostra odi tutto quello che confina le sue sensazioni. L’anima cercando il piacere in tutto,
spogliar l’uomo e nessun essere vivente, dell’amor del piacere che è una conseguenza immediata e dove non lo trova, già non può esser soddisfatta. Dove lo trova, abborre i confini per le sopraddette
quasi tutt’uno coll’amor proprio e della propria conservazione necessario alla sussistenza delle cose, ragioni. Quindi vedendo la bella natura, ama che l’occhio si spazi quanto è possibile. La qual cosa il
dall’altra parte non potendo fornirli di piaceri reali infiniti, ha voluto supplire 1. colle illusioni, e di Montesquieu (Essai sur le goût, De la curiosité. p.374.375.) attribuisce alla curiosità. Male. La
queste è stata loro liberalissima, e bisogna considerarle come cose arbitrarie in natura, la quale curiosità non è altro che una determinazione [171]dell’anima a desiderare quel tal piacere, secondo
poteva ben farcene senza, 2. coll’immensa varietà [168]acciocchè l’uomo stanco o disingannato di quello che dirò poi. Perciò ella potrà esser la cagione immediata di questo effetto, (vale a dire che se
un piacere ricorresse all’altro, o anche disingannato di tutti i piaceri fosse distratto e confuso dalla l’anima non provasse piacere nella vista della campagna ec. non desidererebbe l’estensione di
gran varietà delle cose, ed anche non potesse così facilmente stancarsi di un piacere, non avendo questa vista), ma non la primaria, nè questo effetto è speciale e proprio solamente delle cose che
troppo tempo di fermarcisi, e di lasciarlo logorare, e dall’altro canto non avesse troppo campo di appartengono alla curiosità, ma di tutte le cose piacevoli, e perciò si può ben dire che la curiosità è
riflettere sulla incapacità di tutti i piaceri a soddisfarlo. Quindi deducete le solite conseguenze della cagione immediata del piacere che si prova vedendo una campagna, ma non di quel desiderio che
superiorità degli antichi sopra i moderni in ordine alla felicità. 1. L’immaginazione come ho detto è questo piacere sia senza limiti. Eccetto in quanto ciascun desiderio di ciascun piacere può essere
il primo fonte della felicità umana. Quanto più questa regnerà nell’uomo, tanto più l’uomo sarà illimitato e perpetuo nell’anima, come il desiderio generale del piacere. Del rimanente alle volte
felice. Lo vediamo nei fanciulli. Ma questa non può regnare senza l’ignoranza, almeno una certa l’anima desidererà ed effettivamente desidera una veduta ristretta e confinata in certi modi, come
ignoranza come quella degli antichi. La cognizione del vero cioè dei limiti e definizioni delle cose, nelle situazioni romantiche. La cagione è la stessa, cioè il desiderio dell’infinito, perchè allora in
circoscrive l’immaginazione. E osservate che la facoltà immaginativa essendo spesse volte più luogo della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima s’immagina
grande negl’istruiti che negl’ignoranti, non lo è in atto come in potenza, e perciò operando molto più quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno
negl’ignoranti, li fa più felici di quelli che da natura avrebbero sortito una fonte più copiosa di spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe se la sua vista si estendesse da per tutto,
piaceri. E notate in secondo luogo che la natura ha voluto che l’immaginazione non fosse perchè il reale escluderebbe l’immaginario. Quindi il piacere ch’io provava sempre da fanciullo, e
considerata dall’uomo come tale, cioè non ha voluto che l’uomo la considerasse come facoltà anche ora nel vedere il cielo ec. attraverso una finestra, una porta, una casa passatoia, come
ingannatrice, ma la confondesse colla facoltà conoscitrice, e perciò avesse i sogni chiamano. Al contrario la vastità e moltiplicità delle sensazioni diletta moltissimo l’anima. Ne
dell’immaginazione per cose reali e quindi fosse animato dall’immaginario come dal vero (anzi più, deducono ch’ella è nata per il grande ec. Non è questa la ragione. Ma proviene da ciò, che la
perchè l’immaginario ha forze più naturali, e la natura è sempre superiore alla ragione). Ma ora le moltiplicità delle sensazioni, confonde l’anima, [172]gl’impedisce di vedere i confini di ciascheduna,
persone istruite, quando anche sieno fecondissime d’illusioni le hanno per tali, e le seguono più per toglie l’esaurimento subitaneo del piacere, la fa errare d’un piacere in un altro senza poterne
volontà che per persuasione, al contrario degli antichi [169]degl’ignoranti de’ fanciulli e dell’ordine approfondare nessuno, e quindi si rassomiglia in certo modo a un piacere infinito. Parimente la
della natura. 2. Tutti i piaceri, come tutti i dolori ec. essendo tanto grandi quanto si reputano, ne vastità quando anche non sia moltiplice, occupa nell’anima un più grande spazio, ed è più
segue che in proporzione della grandezza e copia delle illusioni va la grandezza e copia de’ piaceri, i difficilmente esauribile. La maraviglia similmente, rende l’anima attonita, l’occupa tutta e la rende
quali sebbene neanche gli antichi li trovassero infiniti, tuttavia li trovavano grandissimi, e capaci se incapace in quel momento di desiderare. Oltre che la novità (inerente alla maraviglia) è sempre
non di riempierli, almeno di trattenerli a bada. La natura non volea che sapessimo, e l’uomo grata all’anima, la cui maggior pena è la stanchezza dei piaceri particolari.
primitivo non sa che nessun piacere lo può soddisfare. Quindi e trovando ciascun piacere molto più Da questa teoria del piacere deducete che la grandezza anche delle cose non piacevoli per se
grande che noi non facciamo, e dandogli coll’immaginazione un’estensione quasi illimitata, e stesse, diviene un piacere per questo solo ch’è grandezza. E non attribuite questa cosa alla
passando di desiderio in desiderio, colla speranza di piaceri maggiori e di un’intera soddisfazione, grandezza immaginaria della nostra natura. Posta la detta teoria, si viene a conoscere (quello ch’è
conseguivano il fine voluto dalla natura, che è di vivere se non paghi intieramente di quella tal vita, veramente) che il desiderio del piacere diviene una pena, e una specie di travaglio abituale
almeno contenti della vita in genere. Oltre la detta varietà che li distraeva infinitamente, e li faceva dell’anima. Quindi 1. un assopimento dell’anima è piacevole. I turchi se lo proccurano coll’oppio, ed
passare rapidamente da una cosa all’altra senz’aver tempo di conoscerla a fondo, nè di logorare il è grato all’anima perchè in quei momenti non è affannata dal desiderio, perchè è come un riposo dal
piacere coll’assuefazione. 3. La speranza è infinita come il desiderio del piacere, ed ha di più la forza desiderio tormentoso, e impossibile a soddisfar pienamente; un intervallo come il sonno nel quale se
se non di soddisfar l’uomo, almeno di riempierlo di consolazione, e di mantenerlo in piena vita. La ben l’anima forse non lascia di pensare, tuttavia non se n’avvede. 2. la vita continuamente occupata
è la più felice, quando anche non sieno occupazioni e sensazioni vive, e varie. L’animo occupato è
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distratto da quel desiderio innato che non lo lascerebbe in pace, o lo rivolge a quei piccoli fini della al gran sistema universale. In somma il sistema della natura rispetto all’uomo è sempre diretto ad
giornata (il terminare un lavoro il provvedere ai suoi bisogni ordinari ec. ec. ec.) giacchè li allontanar da lui questo male formidabile della noia, che a detta di tutti i filosofi essendo così
considera allora come piaceri (essendo piacere tutto quello che l’anima desidera), e conseguitone frequente all’uomo moderno, è quasi sconosciuto al primitivo (e così agli animali). E osservate come
uno, passa a un altro, così che è distratto da desideri maggiori, e non ha campo di affliggersi della i fanciulli anche in una quasi perfetta inazione, pur di rado o non mai sentano [176]il vero tormento
vanità e del vuoto delle cose, e la speranza di quei [173]piccoli fini, e i piccoli disegni sulle della noia, perchè ogni minima bagattella basta ad occuparli tutti interi, e la forza della loro
occupazioni avvenire o sulle speranze di un esito generale lontano e desiderato, bastano a immaginazione dà corpo e vita e azione ad ogni fantasia che si affacci loro alla mente ec. e trovano
riempierlo, e a trattenerlo nel tempo del suo riposo, il quale non è troppo lungo perchè sottentri la in somma in se stessi una sorgente inesauribile di occupazioni e sempre varie. Questo senza
noia; oltre che il riposo dalla fatica è un piacere per se. Questa dovea esser la vita dell’uomo, ed era cognizioni, senza esperienze, senza viaggi, senz’aver veduto udito ec. in un mondo ristrettissimo e
quella dei primitivi, ed è quella dei selvaggi, degli agricoltori ec. e gli animali non per altra cagione uniforme. E laddove parrebbe che quanto più questo mondo e questo campo si accresce e
se non per questa principalmente, vivono felici. Ed osservate come lo spettacolo della vita occupata diversifica, tanto più ampio e vario per l’uomo dovesse essere il fondo delle occupazioni interne
laboriosa e domestica, sembri anche oggidì, a chi vive nel mondo, lo spettacolo della felicità, anche come son quelle dei fanciulli, e la noia tanto più rara, nondimeno vediamo accadere tutto il
per la mancanza dei dolori, e delle cure e afflizioni reali. 3. il maraviglioso, lo straordinario è contrario. Gran lezione per chi non vuol riconoscere la natura come sorgente quasi unica di felicità,
piacevole, quantunque la sua qualità particolare non appartenga a nessuna classe delle cose e l’alterazione di lei, come certa cagione d’infelicità. Del resto che la forza e fecondità
piacevoli. L’anima prova sempre piacere quando è piena (purchè non sia di dolore), e la distrazione dell’immaginazione 1. come rende facilissima l’azione, così spessissimo renda facile l’inazione, 2. sia
viva ed intera è un piacere rispetto a lei assolutamente, come il riposo dalla fatica è piacere, perchè cosa ben diversa dalla profondità della mente, la quale per lo contrario conduce all’infelicità, è
una tal distrazione è riposo dal desiderio. E come è piacevole lo stupore cagionato dall’oppio (anche manifesto per l’esempio de’ popoli meridionali, segnatamente degl’italiani, rispetto ai settentrionali.
relativamente alla dimenticanza dei mali positivi), così quello cagionato dalla maraviglia, dalla Giacchè gl’italiani 1. come una volta per il loro entusiasmo figlio di un’immaginazione viva e più
novità, e dalla singolarità. Quando anche la maraviglia non sia tanta che riempia l’anima, se non ricca che profonda, erano attivissimi, così ora una delle cagioni per cui non si accorgono o almeno
altro l’occupa sempre fortemente, ed è piacevole per questa parte. Notate che la natura aveva voluto non si disperano affatto di una vita sempre uniforme, e di una perfetta inazione, è la stessa
che la maraviglia 1. fosse cosa ordinarissima all’uomo, 2. fosse spessissimo intera, cioè capace di immaginazione ugualmente ricca e varia, e la soprabbondanza delle sensazioni che ne deriva, la
riempier tutta l’anima. Così accade ne’ fanciulli, e accadeva ne’ primitivi, e ora negl’ignoranti, ma quale gl’immerge senza che se n’avvedano in una specie di rêve, come i fanciulli quando son soli ec.
non può accadere senza l’ignoranza, e l’ignoranza d’oggi non può mai esser come quella dell’uomo cosa continuamente inculcata dalla Staël, laddove i settentrionali non avendo tal sorgente di
che non vive in società, perchè vivendo in società, [174]l’esperienza de’ passati e de’ presenti occupazione interna atta a consolarli, per necessità ricorrono all’esterna, e divengono attivissimi. 2.
l’istruisce, più o meno, ma sempre l’istruisce, e la novità diventa rara. 4. anche l’immagine del la profondità della mente, [177]e la facoltà di penetrare nei più intimi recessi del vero dell’astratto
dolore e delle cose terribili ec. è piacevole, come ne’ drammi e poesie d’ogni sorta, spettacoli ec. ec. quantunque non sia loro ignota a cagione della loro sottigliezza, prontezza e penetrazione, (che
Purchè l’uomo non tema o non si dolga per se, la forza della distrazione gli è sempre piacevole. Non rende loro più facile il concepimento e la scoperta del vero, laddove agli altri bisogna più fatica, e
è bisogno che quelle immagini siano di cose straordinarie: in questo caso cadrebbero sotto la perciò spesso sbagliano con tutta la profondità) contuttociò non è il loro forte, e per lo contrario
categoria precedente. Ma la semplice immagine del dolore ec. è sufficiente a riempier l’animo e forma tutta l’occupazione e quindi l’infelicità dei settentrionali colti (osservate perciò la frequenza
distrarlo. 5. la grandezza di ogni qualsivoglia genere (eccetto del proprio male) è piacevole. de’ suicidi in Inghilterra) i quali non hanno cosa che li distragga dalla considerazione del vero. E
Naturalmente il grande occupa più spazio del piccolo, salvo se la piccolezza è straordinaria, nel quantunque paia che l’immaginazione anche appresso loro sia caldissima originalissima ec.
qual caso occupa più della grandezza ordinaria. Questo ch’io dico della grandezza è un effetto tuttavia quella è piuttosto filosofia e profondità, che immaginazione, e la loro poesia piuttosto
materiale derivante dalla inclinazione dell’uomo al piacere, e non dalla inclinazione alla grandezza. metafisica che poesia, venendo più dal pensiero che dalle illusioni. E il loro sentimentale è piuttosto
Si potrebbe forse dir lo stesso del sublime, il quale è cosa diversa dal bello ch’è piacevole all’uomo disperazione che consolazione. E la poesia antica perciò appunto non è stata mai fatta per loro;
per se stesso. In somma la noia non è altro che una mancanza del piacere che è l’elemento della perciò appunto hanno gusti tutti differenti, e si compiacciono degli enti allegorici, delle astrazioni
nostra esistenza, e di cosa che ci distragga dal desiderarlo. Se non fosse la tendenza imperiosa ec. (v. p.154.) perciò appunto sarà sempre vero che la nostra è propriamente la patria della poesia,
dell’uomo al piacere sotto qualunque forma, la noia, quest’affezione tanto comune, tanto frequente, e la loro quella del pensiero. (V. p.143-144.)
e tanto abborrita non esisterebbe. E infatti per che motivo l’uomo dovrebbe sentirsi male, quando Dopo che la natura ha posto nell’uomo una inclinazione illimitata al piacere, è rimasta libera di
non ha male nessuno? Poniamo un uomo isolato senza nessuna occupazione spirituale o corporale, fare che questa o quella cosa fosse considerata come piacere. Perciò le cagioni per cui una cosa è
e senza nessuna cura o afflizione o dolor positivo, o annoiato [175]dalla uniformità di una cosa non piacevole, sono indipendenti dalla sovresposta teoria, dipendendo dall’arbitrio della natura il
penosa nè dispiacevole per sua natura, e ditemi per che motivo quest’uomo deve soffrire. E pur determinare in qual cosa dovessero consistere i piaceri, e conseguentemente quali particolari
vediamo che soffre, e si dispera, e preferirebbe qualunque travaglio a quello stato. (Anzi è famosa la dovessero esser l’oggetto della sopraddetta inclinazione dell’uomo. Esclusi quei piaceri che ho
risposta affermativa data dai medici consultati dal duca di Brancas, se la noia potesse uccidere. annoverati poco sopra (p.172. segg.), i quali sono piaceri, non perch’è piaciuto alla natura di volerli
Lady Morgan France l.8. notes). Non per altro se non per un desiderio ingenito e compagno tali indipendentemente dalla inclinazione dell’uomo al piacere, ma solamente o principalmente per
inseparabile dell’esistenza, che in quel tempo non è soddisfatto, non ingannato, non mitigato, non questo, che l’uomo desidera [178]illimitatamente il piacere. Del resto la virtù, i piaceri corporali,
addormentato. E la natura è certo che ha provveduto in tutti i modi contro questo male, all’orrore e quelli della curiosità (v. se vuoi Montesquieu nel luogo citato p.170. qui sopra) (giacchè, come ho
ripugnanza del quale nell’uomo, si può paragonare quell’orrore del vuoto che gli antichi fisici detto, per piacere intendo e vanno intese tutte le cose che l’uomo desidera) ec. ec. sono piaceri perchè
supponevano nella natura, per ispiegare alcuni effetti naturali. Ha provveduto col dare all’uomo la natura ha voluto, e potevano non essere con tutta la inclinazione dell’uomo al piacere, come l’idea
molti bisogni, e nella soddisfazione del bisogno (come della fame e della sete, freddo, caldo ec.) assoluta che l’uomo ha della convenienza non è ragione perchè queste o quelle cose gli paiano
porre il piacere, quindi col volerlo occupato; colla gran varietà, colla immaginazione che l’occupa convenienti, e belle. E dei piaceri altri sono comuni, altri particolari di questa o quella nazione, altri
anche del nulla, ed anche col timore (il quale sebbene è un effetto naturale e spontaneo anch’esso di questa o quella classe d’uomini, come i piaceri appartenenti all’avarizia all’ambizione ec., altri
dell’amor proprio, tuttavia bisogna considerare il sistema della natura in genere, e la mirabile anche individuali, secondo le assuefazioni, le opinioni, le costituzioni corporali, i climi ec. come
armonia e corrispondenza di diversi effetti a questo o quello scopo), coi pericoli i quali affezionano l’idea rispettiva della bellezza dipende dalle assuefazioni costumi opinioni ec. (V. Montesquieu l.c.
maggiormente alla vita, e sciolgono la noia, colle turbazioni degli elementi, coi dolori e coi mali De la sensibilité. p.392.) E la natura ha posto nell’uomo diverse qualità delle quali altre si
istessi, perchè è più dolce il guarir dai mali, che il vivere senza mali; e con tali altri disastri, che si sviluppano necessariamente, altre o si sviluppano o restano chiuse e inattive secondo le circostanze.
considerano come mali, e quasi difetti della natura, scusandola col definirli per accidenti fuori E di queste seconde altre la natura voleva, o non proibiva che si sviluppassero, altre non voleva, e
dell’ordine; ma che forse essendo tali ciascuno, non lo sono tutti insieme; ed appartengono anch’essi sviluppandosi, rendono l’uomo infelice. E la cagione per cui le ha poste nell’uomo non volendo che
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sviluppassero, starà nel sistema profondo della natura, e probabilmente si potrebbe scoprire, se non sempre e solamente relativa, e quindi tutto non è buono, bello, vero, cattivo, brutto, falso, se non
ci fermassimo adesso sul generale. Secondo queste diverse qualità, l’uomo trova piacevoli diverse relativamente; e quindi la convenienza delle cose fra loro è relativa, se così posso dire,
cose, e l’uomo incivilito prova diversi piaceri dal primitivo, e sentirà dei piaceri che il primitivo non assolutamente. (17. Luglio 1821.)
provava, e non proverà molti di quelli che il primitivo provava. E perciò dall’esserci ora piacevole In somma il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla. Giacchè nessuna cosa è assolutamente
una cosa il cui piacere dipenda dal nostro eccessivo incivilimento, non deduciamo che questo era necessaria, cioè non v’è ragione assoluta perch’ella non possa non essere, o non essere in quel tal
voluto dalla natura. E se ora [179]p.e. l’eccessiva curiosità del vero ci proccura molti piaceri quando modo ec. E tutte le cose sono possibili, cioè non v’è ragione assoluta perchè una cosa qualunque, non
arriviamo a conoscerlo, non perciò dobbiamo stimare che la natura ci volesse così curiosi, nè che possa essere, o essere in questo o quel modo ec. E non v’è divario alcuno assoluto fra tutte le
questi piaceri sieno naturali, nè che l’uomo naturale ne avesse gran vaghezza, o non sapesse possibilità, nè differenza assoluta fra tutte le bontà e perfezioni possibili.
benissimo contenersi in questo desiderio, nè per conseguenza che l’infelicità dell’uomo fosse … e poiché la natura delle cose implica che niente sia eterno…
necessaria, e provenga dalla natura assoluta dell’uomo, quando proviene dalla nostra rispettiva e
corrotta. Perchè molte circostanze che hanno sviluppato in noi questa o quella qualità non erano Zibaldone [166]trovi un piacere necessariamente circoscritto, e senti un vuoto nell’anima,
volute dalla natura, e provengono dall’uomo e non da lei. Del resto atteso la detta teoria de’ piaceri perchè quel desiderio che tu avevi effettivamente, non resta pago. Se anche fosse possibile che
particolari, potrebbe anche essere che l’idea dell’infinito, la maraviglia e qualcuna delle cose restasse pago per estensione, non potrebbe per durata, perchè la natura delle cose porta ancora che
piacevoli che ho annoverate come tali a cagione solamente dell’inclinazione nostra al piacere, niente sia eterno. E posto che quella material cagione che ti ha dato un tal piacere una volta, ti resti
fossero piacevoli anche indipendentemente da questa; e la ragione fosse l’arbitrio della natura, sempre (p.e. tu hai desiderato la ricchezza, l’hai ottenuta, e per sempre), resterebbe materialmente,
come negli altri piaceri. Mi sembra però che la ragione della loro piacevolezza sia bastantemente ma non più come cagione neppure di un tal piacere, perchè questa è un’altra proprietà delle cose,
spiegata nel modo che ho fatto, e che tutti i loro accidenti possano cadere sotto quelle che tutto si logori, e tutte le impressioni appoco a poco svaniscano, e che l’assuefazione, come toglie
considerazioni. il dolore, così spenga il piacere. Aggiungete che quando anche un piacere provato una volta ti
L’infinità della inclinazione dell’uomo al piacere è un’infinità materiale, e non se ne può dedur durasse tutta la vita, non perciò l’animo sarebbe pago, perchè il suo desiderio è anche infinito per
nulla di grande o d’infinito in favore dell’anima umana, più di quello che si possa in favore dei bruti estensione, così che quel tal piacere quando uguagliasse la durata di questo desiderio, non potendo
nei quali è naturale ch’esista lo stesso amore e nello stesso grado, essendo conseguenza immediata e uguagliarne l’estensione, il desiderio resterebbe sempre, o di piaceri sempre nuovi, come accade in
necessaria dell’amor proprio, come spiegherò poco sotto. Quindi nulla si può dedurre in questo fatti, o di un piacere che riempiesse tutta l’anima. Quindi potrete facilmente concepire come il
particolare dalla inclinazione dell’uomo all’infinito, e dal sentimento della nullità delle cose piacere sia cosa vanissima sempre, del che ci facciamo tanta maraviglia, come se ciò venisse da una
(sentimento non naturale nell’uomo, e che perciò non si trova nelle bestie, come neanche nell’uomo sua natura particolare, quando il dolore la noia ec. non hanno questa qualità. Il fatto è che quando
[180]primitivo, ed è nato da circostanze accidentali che la natura non voleva). E il desiderio del l’anima desidera una cosa piacevole, desidera la soddisfazione di un suo desiderio infinito, desidera
piacere essendo una conseguenza della nostra esistenza per se, e per ciò solo infinito, e compagno veramente il piacere, e non un tal piacere; ora nel fatto trovando un piacere particolare, e non
inseparabile dell’esistenza come il pensiero, tanto può servire a dimostrare la spiritualità dell’anima astratto, e che comprenda tutta l’estensione del piacere, ne segue che il suo desiderio non essendo
umana, quanto la facoltà di pensare. Anzi è notabile come quel sentimento che pare a prima giunta soddisfatto di gran lunga, il piacere appena è piacere, perchè non si tratta di una piccola ma di una
la cosa più spirituale dell’animo nostro (v. p.106-107.), sia una conseguenza immediata e necessaria somma [167]inferiorità al desiderio e oltracciò alla speranza. E perciò tutti i piaceri debbono esser
(nella nostra condizione presente) della cosa più materiale che sia negli esseri viventi cioè dell’amor misti di dispiacere, come proviamo, perchè l’anima nell’ottenerli cerca avidamente quello che non
proprio e della propria conservazione, di quella cosa che abbiamo affatto comune coi bruti, e che può trovare, cioè una infinità di piacere, ossia la soddisfazione di un desiderio illimitato.
per quanto possiamo comprendere può parer propria in certo modo di tutte le cose esistenti. … tutto ciò che esiste è senza un perché e senza fondamento. Tutto ciò che esiste è amore del
Certamente non c’è vita senza amor di se stesso, e amor della vita. Quanto poi alla facoltà che ha piacere, che a sua volta è volontà che vuole l’infinito permanere del piacere.
l’immaginazione nostra di concepire un certo infinito, un piacere che l’anima non possa E questo amor del piacere è [182]una conseguenza spontanea dell’amor di se e della propria
abbracciare, cagione vera per cui l’infinito le piace, quanto dico a questa facoltà, la quale è conservazione. Questo è un principio anche più noto e universale, e quasi finale. Tuttavia
indipendente dalla inclinazione al piacere, e stava in arbitrio della natura di darcela o non darcela, quantunque la natura potesse separar queste due cose, esistenza e amor di lei, e perciò l’amor
giudichi ciascuno quanto possa provare in favore della nostra grandezza. Io per me credo 1. che la proprio sia una qualità posta da lei arbitrariamente nell’essere vivente, a ogni modo la nostra
natura l’abbia posta in noi solamente per la nostra felicità temporale, che non poteva stare senza maniera di concepir le cose appena ci permette d’intendere come una cosa che è, non ami di essere,
queste illusioni. 2. osservo che questa facoltà è grandissima nei fanciulli, primitivi, ignoranti, parendo che il contrario di questo amore, sarebbe come una contraddizione coll’esistenza - Perciò
barbari ec. Quindi congetturo e mi par ben verisimile che esista anche nelle bestie in un certo grado, l’amor proprio si può considerare ancor esso (nella natura quale la vediamo) come una
e relativamente a certe idee, come son quelle dei fanciulli ec. 3. considero che la ragione, la quale si conseguenza dell’esistere, e questo in certo modo anche negli esseri inanimati. Ora discendiamo.
vuole avere per fonte della nostra grandezza, e cagione della nostra superiorità sopra gli altri Esistenza. amore dell’esistenza (quindi della conservazione di lei, e di se stesso) - amor del piacere (è
animali, qui non ha che far niente, se non per [181]distruggere; per distruggere quello che v’ha di una conseguenza immediata dell’amor proprio, perchè chi si ama, naturalmente è determinato a
più spirituale nell’uomo, perchè non c’è cosa più spirituale del sentimento nè più materiale della desiderarsi il bene che è tutt’uno col piacere, a volersi piuttosto in uno stato di godimento che in uno
ragione, giacchè il raziocinio è un’operazione matematica dell’intelletto, e materializza e stato indifferente o penoso, a volere il meglio dell’esistenza ch’è l’esistenza piacevole, invece del
geometrizza anche le nozioni più astratte. 4. che le illusioni sono anzi affatto naturali, animali, atti peggio, o del mediocre ec.) - amore dell’infinito ec. colle altre qualità considerate di sopra. Così
dell’uomo e non umani secondo il linguaggio scolastico, ed appartenenti all’istinto, il quale abbiamo queste qualità che paiono disparatissime e particolarissime vengono dirittamente dal principio
comune cogli altri animali, se non fosse affogato dalla ragione. Applicate queste considerazioni a generale dell’amor proprio, e tanto necessariamente e materialmente, che si può dire che la natura,
quello che soglion dire gli scrittori religiosi, che il non poter noi trovarci mai soddisfatti in questo dato che ebbe all’uomo l’amor proprio, e secondo la nostra maniera di concepire, data che gli ebbe
mondo, i nostri slanci verso un infinito che non comprendiamo, i sentimenti del nostro cuore, e cose l’esistenza, non ebbe da far altro, e le dette qualità (delle quali ci facciamo tanta maraviglia), senza
tali che appartengono veramente alle illusioni, formino una delle principali prove di una vita opera sua, vennero da loro.
futura. [183]Conseguito un piacere, l’anima non cessa di desiderare il piacere, come non cessa mai di
Poiché il principio delle cose è il nulla… pensare, perchè il pensiero e il desiderio del piacere sono due operazioni egualmente continue e
Zibaldone [1341]ragione per cui le cose debbano assolutamente e astrattamente e inseparabili dalla sua esistenza. (12-23. Luglio 1820.)
necessariamente essere così o così, buone queste e cattive quelle, indipendentemente da ogni
volontà, da ogni accidente, da ogni cosa di fatto, che in realtà è la sola ragione del tutto, e quindi
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Sino a che Leopardi considera e vive la poesia come separata dalla filosofia, l’infinito e l’eterno, Organizzata in tre stadi o periodi, la riflessione parte da caratteri decisamente illuministici (in
cioè l’illusione, costituiscono il contenuto della poesia. Quando invece Leopardi abbandona questa coerenza con la formazione culturale della giovinezza) intorno al 1817-1818. Il primo punto, quello
separazione (La ginestra), l’infinito e l’eterno non possono più essere il contenuto della poesia, ma che poi sarà uno dei temi di fondo del suo pensiero, è costituito dalle cause dell’infelicità umana. Nel
diventano la forma della poesia, cioè il modo in cui il contenuto viene cantato. L’infinito e l’eterno primo stadio, definito anche Pessimismo Storico, la natura è ancora un’entità benevola, una buona
diventano la forza con cui la poesia del genio canta la nullità delle cose. Questo può salvare, seppure madre per l’uomo, poiché, per non fargli rendere conto dell’infelicità della sua condizione, lo aveva
provvisoriamente, dall’angoscia del divenire. dotato di forti illusioni che lo rendevano capace di virtù e di grandezza. Col tempo però l’uomo stesso,
Nel pensiero di Leopardi tramonta per la prima volta il principio fondamentale della tradizione con l’avvento della civiltà, ha distrutto queste illusioni e di conseguenza è piombato in uno stato di
filosofica, per la quale la conoscenza vera dell’essere immutabile ed eterno è il rimedio supremo ed infelicità. Il Pessimismo Storico è quindi la rappresentazione dell’infelicità come frutto di una
autentico contro l’angoscia dell’annientamento. Per Leopardi la noia, intesa come disinteresse per ciò condizione storica. Il modo per recuperare queste perdute illusioni antiche è possibile solo attraverso
che esiste provocato dalla consapevolezza della nullità dell’esistente, è la forma più radicale di tale l’azione e l’eroismo, attraverso il rischio e il disprezzo della vita in nome di una sfida al destino che
angoscia. L’unico rimedio è l’illusione che allontana dalla verità e che, quando è vanificata dallo serve a misurare il valore delle cose. Testimonianza di questa convinzione di ricuperabilità degli
sviluppo della ragione (l’uomo colto sa che la illusione è inconsistente) può sopravvivere solo nella antichi valori è la produzione di alcune canzoni d’ispirazione civile. Tra il 1819 e il 1823 cambia questa
forza con cui l’opera del genio, tenendo unite poesia e filosofia, esprime la nullità del tutto. visione con il venir meno dell’adesione al cattolicesimo e con l’adesione al sensismo illuministico: le
Anche Nietzsche dirà, seguendo Leopardi, che le illusioni dell’arte sono la condizione unica ed idee dipendono dalle sensazioni e il comportamento umano è diretto al procacciamento dell’utile. A
essenziale della sopravvivenza e che noi abbiamo bisogno della menzogna per vivere. Insomma per ciò si aggiunge un punto di vista apertamente materialistico, con conseguente esclusione a priori
vivere l’uomo deve essere un mentitore ed un artista. Nietzsche ipotizza l’esistenza di un oltreuomo dell’anima e considerazione del corpo come materia pensante. Ora la causa dell’infelicità umana è
capace di oltrepassare il proprio essere uomo, capace di liberarsi della paura del divenire e capace di indicata nel rapporto tra il bisogno dell’individuo di essere felice e le possibilità di soddisfacimento
godere la totalità della vita comprendendo anche il piacere dell’annientamento. Ma il piacere per il oggettivo. Nasce ora la “Teoria del Piacere”: l’uomo aspira naturalmente al piacere. Purtroppo per lui
proprio annientamento presuppone che la volontà di vivere sia eterna, al di là dell’annientamento però il piacere desiderato è sempre maggiore di quello che si può conseguire, perciò non sarà mai
delle forme individuali. È la teoria dell’eterno ritorno, in cui il concetto di eternità del divenire esige pienamente soddisfatto e l’uomo, infelice, sarà costretto a cercare appagamenti illusori oppure ad
che la vita non abbia alcun scopo. accontentarsi di raggiungere la felicità solo nell’immaginazione. La Natura passa ora da Natura-
Per Leopardi la negazione di ogni eterno ed immutabile esclude anche, e coerentemente, che la madre-buona ad essere la sola responsabile dell’infelicità umana perché infonde negli uomini l’amor
volontà di vivere sia qualcosa di eterno e capace di sollevarsi al di sopra dell’esistenza individuale. proprio e il bisogno di felicità che non potrà mai essere appagato, e rendendo così la vita umana
Esclude quindi anche che ci possa essere un piacere dell’annientamento in chi conosce la propria un’insieme di delusioni e di sofferenze che hanno il compito di prepararci alla morte. Questa seconda
finitezza e la propria destinazione al nulla. Nel genio non ci può essere piacere di annientamento, ma fase viene definita Pessimismo Cosmico. Infatti la vita stessa è orientata solamente alla
piacere per la potenza con cui egli vede ed esprime nella propria opera la nullità delle cose. perpetuazione dell’esistenza, senza che il desiderio di piacere degli individui venga tenuto in alcuna
Per Leopardi l’uomo sopravvive nella misura in cui coltiva illusioni, allontanando così da sé l’idea considerazione. Il procedere della civiltà p ancora considerato quale un movimento opposto alla
della nullità del tutto e, considerando che tutto il reale è il nulla, alla fin fine l’unica cosa reale sono le natura. Ma la civiltà, pur condannata, ha due considerazioni opposte nel complesso: positiva da una
illusioni. È questo lo stesso tema che troviamo in Nietzsche e in Schopenhauer, dove rappresenta il parte e negativa dall’altra. Positiva perché grazie ad essa l’uomo ha smascherato la verità della propria
principio che non esistono fatti ma solo interpretazioni. condizione ottenendo l’autocoscienza (da qui deriva l’esaltazione del Risorgimento, del razionalismo,
Sarebbe tuttavia gravemente fuorviante considerare la filosofia di Leopardi come una a condanna del Medio Evo e di ogni forma di religione e l’atteggiamento contrario nei confronti della
riformulazione di quella di Schopenhauer, come è stato ipotizzato da De Sanctis. La filosofia di Restaurazione con la sua fiducia nel progresso e la ripresa religiosa spiritualistica). Negativa perché ,
Schopenhauer è ancora una teologia, seppur negativa, dove il nulla a cui si rivolge l’uomo per liberarsi sottraendolo al dominio delle forze naturali e delle illusioni, lo ha reso più egoista e più fragile, per cui
dalla volontà di vivere non è il nihil negativum del Leopardi, ma una forma che lascia trasparire le società moderna vedono una lotta disperata per l’affermazione individuale. L’ultima fase del suo
l’esistenza di un dio nascosto. I due pensieri sono diametralmente opposti: per Schopenhauer la pensiero è costituita dalla scoperta del Pessimismo Antico. Tra il 1823 e il 1827 vi è un volgere a
positività dell’arte consiste nella sua capacità di allontanare l’uomo dalla volontà di vita e di posizioni di saggezza distaccata e scettica ed un avvicinamento al pensiero greco ellenistico. Rimane
avvicinarlo al nulla, per Leopardi invece tutto è nulla e la vita è il tentativo di non esserlo evitando la ancora il “nodo” sul giudizio sulla civiltà che lo porta ad osservare continuamente i comportamenti
conoscenza della propria nullità attraverso le illusioni e in questo contesto l’arte è la forma più alta e degli uomini. È in questo periodo che ritorna il pensiero dell’impegno civile e che Leopardi definisce
potente della volontà di vivere. chiaramente il suicidio come un atto di viltà e un errore perché provoca dolore nei superstiti
complicandogli la vita. Di conseguenza nasce l’esigenza di ricostruire una morale fondata sul
Il sistema filosofico leopardiano sentimento della fraternità sociale. “Bene è ciò che giova; male ciò che nuoce” (Zibaldone). La
contraddizione tra natura e civiltà è ora insita nella sola civiltà: a questa compete la coscienza del
Per quanto riguarda l’analisi del pensiero Leopardiano vi sono stati vari dibattiti. Inizialmente, vero; e il vero coincide con il conoscere il male della condizione umana che va denunciato secondo un
Leopardi non veniva mai considerato un filosofo a causa della carenza di sistematicità, di coerenza e dovere sociale. In questo caso la civiltà deve essere connotata positivamente, altrimenti no. Infine
originalità nel suo pensiero. Poi invece, dopo la guerra si è avuta una netta rivalutazione di Leopardi Leopardi elabora la Teoria della Civiltà secondi cui gli uomini, consapevoli del male comune,
come filosofo proprio a causa dei “difetti” riscontrati in precedenza. Certo è comunque che Leopardi imputabile alla Natura, devono allearsi tra di loro per combatterla e ridurre il più possibile il dolore di
possa essere considerato un filosofo pessimista, non idealista, contrario allo spiritualismo e un non- tutti gli uomini e accrescere la felicità consentita dal loro stato. Questo può essere interpretato
positivista, essendo apertamente contrario al progresso. Egli si poneva a sua volta come persona addirittura come una sorta di Titanismo, una lotta aperta tra la comunità degli uomini e la Natura.
pensante piuttosto che come filosofo, si riteneva un essere umano e sociale che avverte il bisogno di
porsi degli interrogativi riguardo il vero, precisamente il vero esistenziale dell’Io e il vero sociale dei Gaspare Polizzi, a cura di, Leopardi e la filosofia, Firenze, Polistampa 2001
molti. Perciò la sua filosofia è costituita da una serie di interrogativi e di ipotesi che vanno verificate al
cospetto della propria esperienza e al cospetto della molteplicità delle esperienze umane. Il recensione di Carmelo Castelli
pessimismo Leopardiano è quindi un sistema filosofico che nasce dalla sua vita e viene esteso a tutto,
dal particolare all’universale. Le “leggi” del sistema finiscono così per avere un valore si soggettivo che Non si può dire che in questi ultimi anni siano mancati i tentativi di conferire dignità filosofica al
oggettivo. pensiero leopardiano, anzi sin dal pionieristico lavoro del 1947 di Cesare Luporini, le pubblicazioni
mirate a rintracciare un sistema teoretico, o addirittura ontologico in Leopardi abbondano. Ciò è
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sicuramente un bene, se si pensa a tutta una precedente tradizione critica di stampo crociano tesa, in Leopardi scopre la genesi “materiale” del pensiero come prodotto del desiderio radicato nella
nome di una filosofia dello Spirito incentrata su artificiose distinzioni, a negare il carattere corporeità, coincidente con la durata stessa della vita umana, individuando nelle forme plastiche,
speculativo della scrittura leopardiana, confinata spesso in un “limbo” dal quale non sarebbe riuscita simboliche della lingua, il suo momento elettivo.
a raggiungere né la dimensione della teoresi né, salvo alcune eccezioni, il livello della vera poesia. Il terzo saggio, quasi da contrappunto al precedente, ci mostra invece un Leopardi più in linea con
Chiave di lettura che non rende affatto giustizia a un personaggio complesso, ad un’opera tra le più la cultura romantica, o per meglio dire pre-romantica. L’autore, Giuseppe Panella, propone quella che
dense dal punto di vista concettuale di tutto l’Ottocento non solo italiano ma anche europeo; chiave di si potrebbe definire una lettura “allegorica” (nell’accezione data a questo termine da P. De Man) del
lettura ormai datata dunque, e su cui non vale certo la pena di ritornare, tanto più dopo questa messe sublime leopardiano, per cui anche tramite l’esempio dell’incipit della Ginestra - “l’arida schiena del
recente di studi, che alla profondità del pensiero leopardiano hanno reso pieno omaggio. Tuttavia, formidabil monte vendicator Vesevo” -, inserisce Leopardi entro una filiera concettuale che, movendo
proprio perché Leopardi, per dirla con uno di questi lavori a lui dedicati - quello di Luigi Baldacci - è da Burke e dal Werther goethiano, con la mediazione italiana rappresentata dall’Ortis di Foscolo, ci fa
colui che mette in luce «il male nell’ordine», formula che quasi solennemente allude al scoprire anche nel poeta di Recanati quell’orrore fonte di diletto ovvero quel piacere orrorifico, che
contraddittorio, incoerente, “schizofrenico” statuto del reale, è forse un bene prendere le distanze da già la cultura tardo-settecentesca aveva posto a base del sublime; un sublime che diventa poi il fine e
letture sistematiche, ontologizzanti, “a tesi”, e orientarsi verso lavori che prescindono da sintesi in qualche modo la cifra dell’intera concezione leopardiana, in quanto tutta imperniata sulla capacità
unitarie, per restituirci un Leopardi sondato nei suoi vari aspetti, nelle molteplici pieghe del suo di muovere gli affetti del lettore, la cui mente adesso, più che la realtà evocata dal discorso poetico,
discorso, senza dover necessariamente approdare all’hortus conclusus del sistema e del senso. Il libro diviene il luogo per eccellenza del rivelarsi del sentimento della sublimità della natura.
miscellaneo curato da Polizzi Leopardi e la filosofia va proprio, crediamo, in questa direzione, Si arriva così a quello che è il vero e proprio clou del libro, l’intervento più ampio e articolato,
proponendo una serie di articoli che costituiscono sia importanti conferme, sia l’occasione per sfatare particolarmente notevole sia per la prospettiva insolita con la quale aggredisce l’oggetto “Leopardi”,
luoghi comuni, sia la scoperta di punti di vista inusitati e fino a qualche tempo fa impensabili sullo sia per la robustezza della sua trama concettuale; si tratta del saggio del curatore Gaspare Polizzi. Già
scrittore di Recanati. il titolo rivela tutta la pregnanza inusitata dell’oggetto in questione: Filosofia delle circostanze e
Il primo saggio, di Sergio Givone, fa peraltro il punto sulle più recenti interpretazioni ontologiche immagini della scienza nello Zibaldone. Ci sono com’è evidente due momenti distinti, anche se, come
di Leopardi, che in qualche modo si possono considerare alternative alla complessa linea vedremo, intrecciati da una continuità di fondo. L’indagine di Polizzi non si limita a una puntigliosa
interpretativa Luporini-Timpanaro, impegnata piuttosto a far emergere la torsione materialistica del documentazione della formazione giovanile di Leopardi, nella quale vengono messe in luce accanto
pensiero leopardiano. Si tratta di due interpretazioni, quella di Severino e quella di Baldacci, tra di alle competenze filologiche gli interessi illuministico-scientifici, ma, facendo proprio un assunto
loro molto diverse, forse persino in opposizione. Infatti, per Severino Leopardi è il culmine del concettuale di Leopardi stesso, ovvero il carattere determinante delle circostanze nella formazione del
nichilismo occidentale, di quella struttura mentale fondata sulla persuasione, dovuta anche al carattere e dell’attività intellettuale di un individuo, l’autore del saggio dà un contributo importante
Cristianesimo, della nullità delle cose, e contrapposta all’arcaica saggezza parmenidea fondata alla ricostruzione della gnoseologia leopardiana. Particolarmente azzeccato, anche se insolito da
sull’immutabilità dell’essere; nichilismo come il vero e proprio leit-motiv del discorso metafisico, di questo punto di vista, l’accostamento a Hume; infatti, proprio come ha mostrato Gilles Deleuze a
cui il pensiero leopardiano è una delle versioni più lucide e coerenti. In questo senso allora il grande proposito del grande pensatore scozzese, si può dire che anche in Leopardi c’è una sorta di “psicologia
recanatese, palesando lo stupore di fronte al nullificarsi delle cose e al contempo rinunciando alla delle affezioni del soggetto”, lontana sia dalla staticità del sensismo settecentesco, sia dal
ricerca di un “immutabile” che possa esorcizzarlo, fa sfociare l’intera tradizione occidentale trascendentale kantiano, con la sua metafisica del soggetto. L’attività mitopoietica di cui parla
nell’”arcano”, nel mistero, portandola alle estreme conseguenze. In altri termini, la grandezza della Leopardi a proposito delle “illusioni”, si può quindi mettere in parallelo con quanto detto da Hume
filosofia di Leopardi consisterebbe proprio nel mettere a nudo le premesse nichilistiche - riguardo alla passione e alla credenza (belief) come modalità “naturali” di reattività di fronte al dato
quell’assimilarsi dell’essere al nulla che lo stesso Cristianesimo consacra - della metafisica empirico. Tuttavia c’è nel recanatese, e qui si fa sentire tutta la curvatura materialistica del suo
occidentale, la cui essenza si rivela qui allo stato puro, senza le superfetazioni cui nel corso dei secoli pensiero, un’insistenza nei confronti del carattere oggettivo, ma anche vario e imprevedibile delle
ha dato luogo. Invece per Baldacci quella di Leopardi è una forma di “eresia” teoretica, di circostanze, che gli evita quella stilizzazione del concetto di natura umana che si può riscontrare in
antipensiero, considerato che per secoli il cosiddetto pensiero è stato alimentato dalla pretesa di Hume. Se le circostanze, con tutto quello che di casuale portano con sé, risultano decisive, allora in
“addomesticare” l’umana rappresentazione delle cose, di fornirne un’immagine coerente e pertanto Leopardi emerge una vera e propria gnoseologia materialistica. Si badi: non relativismo o semplice
rassicurante. Il pensiero di Leopardi è “mostruoso” perché rispecchia una realtà essa stessa prospettivismo, proprio perché la posta in gioco non è la negazione della possibilità di approdare al
mostruosa, in cui l’”essere dei viventi è in contraddizione con se medesimo”, e in cui, se il male è vero; al contrario si tratta di non far dipendere la direzione della conoscenza da un a priori
radicale e irredimibile, non c’è altra possibilità che il prenderne atto, denunciando come mistificatoria soggettivo, di legare il conoscere, la cui tensione alla verità non viene affatto sminuita, a fattori che
l’equazione metafisica di pensiero ed essere. sfuggono a un pieno controllo del soggetto stesso, non del tutto padroneggiabili. Ciò del resto non è
Segue l’intervento di Folin, obiettivamente di grande interesse in quanto sottolinea il nesso per nulla in contraddizione con l’assodata concezione leopardiana della dipendenza del soggetto
inestricabile fra etica ed estetica che collega tutta la produzione leopardiana, dallo Zibaldone ai Canti, umano dalla natura. Nel materialismo leopardiano si saldano, infatti, sia pur implicitamente, natura e
contribuendo a dissolvere ogni forzata contrapposizione tra momento speculativo e attività poetica storia, in quanto la plasmabilità umana in rapporto alla dimensione ambientale, il milieu contingente
nel nostro; ed ecco infatti che la teoria dell’infinità e indeterminatezza del piacere, per cui e storico, si aggiunge al più volte ribadito primato dell’elemento naturale. Ma la filosofia leopardiana
quest’ultimo non è mai reale, ma sempre proiettato nel futuro o affabulato della dimensione mitica delle circostanze, sorta sul terreno antropologico, finisce per scuotere quella stessa immagine di
del passato, trova il suo pendant nell’allusività e metaforicità poetica, incentrata per l’appunto sui scienza che il nostro autore ha ereditato dalla tradizione illuministica. Leopardi, che in alcuni luoghi
momenti della “ricordanza” e dell’espressione del desiderio coniugata al futuro. Prendendo le mosse dello Zibaldone sembra contrastare il paradigma newtoniano in nome della bellezza dell’espressione
da un’analisi ancora settecentesca sulla sensibilità, sostanzialmente statica, il genio di Leopardi vi poetica e artistica, in quanto il primo è una rappresentazione veridica ma arida della realtà, mentre la
introduce il dinamismo del desiderio, forgiatore di “illusioni”, rappresentazioni “vitali” come risposte seconda è intesa quasi niccianamente come forma suprema di consolazione estetica, di velatura
non meccaniche alle sollecitazioni del reale, e capaci inoltre di confluire nel simbolismo, di perdersi “apollinea”, a poco a poco comincia a rendersi conto dell’insufficienza dell’epistemologia
nella linguisticità come elemento entro cui si gioca l’espressione poetica. Se c’è un’unità teorica di meccanicistica, anche ai fini del “vero”. Ciò comincia a delinearsi a partire da quei luoghi dello
fondo nell’opera di Leopardi, essa è proprio qui, nel registro espressivo e lirico esplorato in contiguità Zibaldone, efficacemente rintracciati da Polizzi, in cui affiora la consapevolezza della casualità delle
con una analisi della sensibilità corporea, della quale è forse la forma più alta di evoluzione, in modo invenzioni tecnologiche, e financo delle stesse scoperte scientifiche, come ad esempio viene mostrato
nettamente antiplatonico e sicuramente in polemica con un certo spiritualismo romantico dell’epoca. a proposito della chimica moderna. Nel nostro autore insomma, forse senza una prospettiva
La teoria dell’inanità del piacere e della sua ricerca infinita non rappresenta allora semplicemente lo sistematica, ma inequivocabilmente, viene meno l’idea della scienza come progresso lineare, come
“scacco” dell’uomo, secondo una lettura banalmente “esistenzialista” del nostro autore. C’è di più: accumulo ininterrotto e dalla scansione regolare; si deve parlare secondo Leopardi di sostituzione di
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una presunta conoscenza con un’altra che le subentra, ma in modo non definitivo, sempre a sua volta sintomo, e non un concetto antropologico. E comunque se “tutto è male”, la virtù intesa in senso
emendabile o annullabile, sicché la scienza è tutt’altro che adatta a fornire una visione rassicurante antico, anzi classico, come in Bruto, ritorna come esito non contraddittorio ma pienamente possibile
delle cose, sollecitata com’è da fattori imprevedibili che ne determinano il mutamento incessante. del nichilismo stesso, come virtù individuale che, pur nascendo dal rifiuto dell’utopia infine può
Anche qui si fa sentire dunque tutta la forza delle circostanze, per cui se all’astronomia viene ancora aprirsi, nell’ultimo Leopardi, a una dimensione sociale. Ma il nichilismo leopardiano, ci ricorda
assegnato il ruolo di scienza princeps, secondo la tradizione galileiano-newtoniana assorbita dal Luporini, ha poco a che vedere con quello mitteleuropeo ed heideggeriano in particolare, in cui il
poeta nell’adolescenza, quando si passa sul terreno dell’organico, poi del biologico, e infine nesso tra metafisica e tecnica è ripensato attraverso l’ontologia, ma è un nichilismo assiologico oltre
dell’umano, si scopre la radicale imprevedibilità dei fenomeni, la loro irriducibilità a leggi che ontologico, che vive sulla contrapposizione tra finito e infinito e sulla dialettica tra nulla e valore.
deterministiche. Certo, nota Polizzi, Leopardi non arriva a ipotizzare una dottrina della “complessità”, Esso, come è evidente anche dalla celeberrima poesia dedicata a tale tema, rappresenta dunque la
frutto degli ultimi decenni della ricerca epistemologica del Novecento, in cui il determinismo si cifra dell’umano. Un infinito che rimane quasi aporeticamente sospeso tra l’annullarsi in esso di ogni
concilia con la contingenza, e la ferrea prevedibilità e il probabilismo sono coniugati entro un unico cosa, e quindi anche dell’io esistenziale, e il valore estremo che comunque continua ad avere come
orizzonte teorico; nondimeno, crediamo, le osservazioni del Leopardi “scientifico” s’inquadrano in oggetto e orizzonte supremo del desiderio.
quella tendenza, messa ben in luce altrove da Antonio Prete, di spingere l’illuminismo verso il punto
del suo superamento, intuendo problemi che successivamente, con altre attrezzature concettuali e
strumenti operativi verranno affrontati, ma rimanendo comunque fedele a quella critica allo “spirito Interventi degli studenti e risposte dell’Autore
di sistema” che è sicuramente il netto contrassegno di una mentalità materialistica e antimetafisica.
Tutto questo non è cosa non da poco se pensiamo che in quegli stessi anni si affermava in Germania Salve Professore, intanto le faccio i miei complimenti per il suo libro. Poi vorrei fare un appunto
una Naturphilosophie di tipo romantico, movimento di contestazione dell’epistemologia dicendo che io ed i miei compagni abbiamo potuto apprezzare il suo libro anche e soprattutto grazie
meccanicistica in nome di una spiritualizzazione integrale della realtà, del rilancio di un ordine all’ottimo lavoro svolto dai nostri insegnanti : da una parte potevamo contare sull’amore verso il
metafisico di piena corrispondenza tra soggetto e natura, del tutto in linea con il “vento” della poeta di Recanati che la nostra professoressa di lettere, la Professoressa Loschiavo, ha saputo
Restaurazione. trasmetterci; dall’altra sull’indiscussa cultura e competenza, come mi suggeriscono i miei
E proprio dalla cultura della Restaurazione muove il penultimo intervento, curato da Marina compagni, quasi infinita, del Professore Distilo. Vorrei chiederle, assodata la sua volontà a vedere
Mangiameli, sul periodo napoletano di Leopardi, incentrato sull’epistola in versi rivolta all’amico proposto l’argomento “Leopardi filosofo” non più soltanto nelle università ma anche nelle scuole
Ranieri e pubblicata solo nel 1906, intitolata significativamente I nuovi credenti. Si tratta di un’opera superiori, se considera concretamente realizzabile questo progetto nei prossimi anni, o se,
che Ranieri prudentemente non volle pubblicare mentre erano ancora in vita i personaggi oggetto nonostante gli interessanti dibattiti ,ormai frequenti, sul tema, si manterrà lo schema didattico
degli strali leopardiani. Qui, a nostro avviso, emerge un’importante conferma: al di là di tutte i tradizionale che avvicina Leopardi a Schopenhauer.
possibili commenti sul progressismo leopardiano, non c’è dubbio che il suo contributo politico più Angelo Papasidero VA
forte, più continuo, anche se si pensa all’evoluzione del suo pensiero, è rappresentato dalla sua
profonda ostilità nei confronti del clima spiritualistico della Restaurazione. La filosofia “virile” di La domanda coglie un elemento importante del libro: l’aspetto didattico. Questo lavoro nasce
Leopardi non poteva non stigmatizzare, benché nel registro dell’ironia, la svolta in corso nei nuovi infatti con l’intenzione di superare il vecchio tema del rapporto tra “il pessimismo di Schopenhauer”
intellettuali napoletani, che per motivi di integrazione sociale e di carriera, avevano rinnegato il loro e di Leopardi” e l’obiettivo di portare nei nostri licei un argomento (“il rapporto Nietzsche-Leopardi”)
radicalismo materialistico giovanile di stampo illuministico e ateo - quando a Napoli si faceva ancora che fino ad oggi è rimasto nei libri specialistici per addetti ai lavori, o, come tu ben dici, nelle aule
sentire la lezione di maestri del calibro di Genovesi o Filangieri - a favore di un liberalismo tiepido, universitarie. Io ritengo insomma che anche nei licei si debba discutere della filosofia di Leopardi e
perfettamente innocuo nei confronti dei troni restaurati, e di un’insipida dottrina del progresso, priva dell’influenza che il nostro poeta-filosofo ha avuto sul pensiero di Nietzsche. Non dobbiamo
della carica liberatoria propria del Settecento, quando suonava eversiva nei confronti dei poteri dimenticare che su alcuni temi (le illusioni come rimedio, la giustificazione estetica dell’esistenza, la
tradizionali. Tutto l’impegno dei riformisti moderati della rivista Il progresso si concentrava invece poesia come “ultimo quasi rifuggio”) il nostro poeta, come dice Emanuele Severino, anticipa di 50
nella celebrazione di alcuni avanzamenti scientifici e tecnologici, senza peraltro approdare, come già anni la filosofia di Nietzsche. Sono fiducioso sulla possibilità di portare, gradualmente e nel corso
notava Timpanaro, a una visione veramente scientifica e quindi laica e realmente progressista della degli anni, questi temi dalle aule universitarie a quelle delle nostre scuole superiori. Il mio libro nasce
realtà. In questo contesto anche la stessa ripresa di Vico, di per sé culturalmente stimolante, veniva da questo ottimismo che d’altronde trova conferma nell’attenzione che molti studenti hanno
piegata dal cattolicesimo liberale a una lettura provvidenzialistica della storia, a cui Leopardi manifestato nei confronti del rapporto Nietzsche-Leopardi.
contrapponeva il lucido pessimismo del suo ultimo periodo, autentica palestra di onestà intellettuale
da secolo di Lumi, piuttosto che disperato titanismo romantico, come troppe volte si è detto in Nietzsche è un profondo ammiratore della cultura del Leopardi e lo ha definito “filologo-poeta-
passato. Nel Leopardi del periodo napoletano c’è ancora tutta l’intransigenza di uno scrittore alieno filosofo”. Come può questa profonda ammirazione del filosofo trasformarsi in distacco e addirittura
da compromessi ideologici, nemico giurato di quei dogmi che perpetuano, ben al di là delle in ripulso nella fase più avanzata della sua filosofia?
apparenze, l’asservimento politico: in colui che in precedenza aveva guardato con ammirazione alle Marco Papasidero VA
“illusioni” virili e vitali degli antichi, altra cosa rispetto alla riproposizione romantica del valore della
fede tradizionale, si fa sentire con estrema coerenza l’impegno morale e politico teso a demistificare, Hai perfettamente ragione. Nietzsche è stato un attento lettore delle poesie di Leopardi e delle
ad affermare il “valore sociale del vero”. “Operette morali”. Lo ammirava come “poeta-filologo-filosofo”. Aveva in comune con Leopardi
L’ultimo saggio, firmato da Amedeo Marinotti, vuole essere certamente un omaggio a Cesare l’amore per la Grecia, per la cultura antica, la passione per la filologia (non dobbiamo dimenticare che
Luporini, cui va il merito di aver rilanciato l’interesse filosofico su Leopardi, in un momento in cui Nietzsche , prima di dedicarsi interamente alla filosofia, insegnava filologia all’università di Basilea).
non veniva riconosciuto, come si è detto all’inizio, lo spessore teorico della sua scrittura. Di Luporini Questa passione-ammirazione per il poeta-filosofo di Recanati lo portò addirittura a parafrasare
viene ricordato l’incontro giovanile con Heidegger e l’assimilazione da quest’ultimo del motivo alcuni testi leopardiani (penso al Sabato del villaggio, al Canto notturno di un pastore errante
ermeneutico della “ripetizione”, che ha probabilmente influito sul continuo ritornare di Luporini su dell’Asia, ecc.). Poi, certo, c’è stata la svolta, il distacco, il momento della rottura e della critica molto
Leopardi, tramite un itinerario complesso, foriero di formule discutibili ma anche suggestive, come dura, aspra. Tu, giustamente, ti chiedi:come mai? A cosa è dovuta questa svolta? Il motivo della
quella sul “materialismo esistenziale”, individuato come originale contributo del recanatese al rottura è da cercare, a mio avviso, in una causa ideologica. Non condivido, e ne parlo nel libro,
pensiero europeo. In Leopardi infatti, accanto alla fedeltà a una cultura democratica, si fa sentire - l’interpretazione di Cesare Galimberti (che pure è un attento ed apprezzato studioso di Leopardi).
quasi alla Nietzsche - la forza dello smascheramento, che fa sì che il pessimismo sia più che altro un Secondo Galimberti l’attacco di Nietzsche è rivolto al carattere decadente di Leopardi, a quegli
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aspetti della sua personalità che Nietzsche a un certo punto comincia a non sopportare più. Io Denise Mammone VC
sostengo invece che dopo gli anni della comune passione per la Grecia, la filologia e il mondo antico ,
non abbiano più nulla in comune il poeta della Ginestra, che teorizza la solidarietà tra gli uomini 4) La tua domanda è ben articolata e contiene molti spunti interessanti. Proverò a rispondere alle
(“la social catena”), e il filosofo tedesco che approda alla volontà di potenza e teorizza che “la società questioni più significative toccate nel tuo ragionamento. Innanzitutto, il tema dell’ateismo. È vero:
deve castrare i decadenti”. La volontà di potenza di Nietzsche (al di là dell’aspetto polisemantico del Nietzsche e Leopardi hanno in comune anche questo tema. Tu ricordi il racconto nietzscheano
termine: significa anche “volontà di potenza come arte, ecc.), contiene in sé anche una componente dell’uomo folle, contenuto nella Gaia scienza, dove il filosofo tedesco afferma che l’importanza della
ideologica forte che rende inconciliabile, a un certo punto, la filosofia di Nietzsche con quella di morte di Dio resta ancora incompresa anche per gli atei (“Vengo troppo presto- dice l’uomo folle –
Leopardi. Da qui la svolta e la rottura. non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo
cammino…”). Hai anche ragione quando osservi che Nietzsche resta ancora impigliato nella
Abbiamo visto come è ancora aperto il dibattito riguardo al Leopardi Filosofo. Croce e De Sanctis metafisica, nonostante pretenda di esserne fuori (ricordo soltanto, sia pur velocemente, che questa è
negano un apporto filosofico proveniente dalla sua poesia contrariamente al Luporini che introduce la tesi interpretativa elaborata da Heidegger e sostenuta in Italia da Gianni Vattimo), e che Leopardi
il vero e proprio dibattito su Leopardi filosofo. Come bisogna inquadrare Leopardi nel contesto è più radicale di Nietzsche perché vede come illusorio ogni rimedio metafisico che salvi dal nulla.
filosofico? Bisogna solo aggiungere, ed è l’unica osservazione che faccio alla tua interessante argomentazione,
Marco Papasidero VA che Leopardi, pur non cercando rimedi e ancoraggi metafisici, nella Ginestra indica una via di
salvezza (dalla natura matrigna) nella solidarietà tra gli uomini (nello Zibaldone e nelle Lettere
Francesco De Sanctis e Benedetto Croce hanno svalutato la filosofia di Leopardi. Ritenevano il suo scrive, più volte, “la mia filosofia non conduce alla misantropia”). È l’approdo politico verso il quale
pessimismo una conseguenza della sua malattia. Come sappiamo, in una famosa lettera al de Sinner, Leopardi si stava indirizzando – è questa la tesi di Cesare Luporini - approdo che è stato bloccato
Leopardi rifiuta questo accostamento tra malattia e pensiero filosofico (anzi: lo considera un insulto). dalla precoce morte del poeta. Il pensiero- poetante come veicolo di una filosofia che guarda alla
D’altronde, sostenere, come scrive Croce, che “Leopardi non ha prodotto vera filosofia” , significa “social catena”, alla solidarietà tra gli uomini contro le avversità della natura è poesia-filosofica che si
restare fermi a un’idea superata, a un’idea di filosofia come “costruzione di un sistema” (alla Hegel, fa politica ; messaggio sociale che acquista, (proprio in virtù della grande forma poetica), una
per intenderci). Ricordo che Eugenio Garin, nel suo L’umanesimo italiano, confuta la tesi dei notevole capacità di penetrare nell’anima degli uomini. È uno dei compiti che, a mio avviso, dovrebbe
detrattori del valore filosofico del nostro umanesimo, osservando che quei letterati-umanisti furono avere la poesia e la letteratura. La capacità di incidere nel sociale. In letteratura, sono fondamentali la
anche grandi filosofi perché (anche se non costruirono “sistemi filosofici”, “ grandi cattedrali di idee”) forma e lo stile, d’accordo.. Ma occorre trattare anche (contro ogni forma di minimalismo) contenuti
trattarono temi etici, estetici, politici, ecc. cioè temi di grande rilevanza culturale. Ebbero insomma capaci di indicare valori etici e messaggi esistenziali, politici ai lettori. È l’indicazione teorica che ha
un’altra idea della filosofia, ma furono, di fatto, importanti filosofi. Lo stesso discorso vale per trovato, nel Novecento, in Jean-Paul Sartre uno dei protagonisti più attivi e interessanti. Ed è anche
Leopardi, il quale, anche se non costruì un sistema, produsse, nei “Canti”, nelle “Operette morali” e l’approccio politico che ha guidato il mio cammino verso la letteratura e la filosofia.
nello “Zibaldone”, grande filosofia. Quali sono le linee di fondo della filosofia di Leopardi? Semplice:
Leopardi è illuminista, ateo, materialista. Per fare un solo esempio, nel Dialogo della Natura e di un
Islandese emerge il suo antifinalismo e il suo materialismo ateo quando scrive: “… la vita di a cura di Antonino Contiliano
quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, …” ecc. Leopardi e la filosofia (a cura di Gaspare Polizzi, Polistampa, pp. 232, euro 14,46) è un’opera che
raccoglie le ricerche e le riflessioni di alcuni studiosi – Alberto Folin, Sergio Givone, Amedeo
Professore Cannatà, ho letto il suo libro e lo ritengo uno strumento ben spendibile all’interno di un Marinotti, Marina Mangiameli, Giuseppe Panella, Gaspare Polizzi – sul pensiero filosofico
campo di indagine atto alla ricostruzione del panorama interpretativo intorno a Nietzsche e asistematico che anima la poesia di Giacomo Leopardi, il “pensiero” che Antonio Prete ebbe a definire
Leopardi. già “pensiero poetante”.
Secondo il suo punto di vista ci sarebbe un giovane Nietzsche infatuato di Schopenhauer che Il professor Saverio Orlando – che Polizzi ringrazia per aver seguito l’iniziativa e incoraggiato la
attraverso la lezione di questo verrebbe a conoscenza di Leopardi e del suo pensiero poetante, e un realizzazione dell’opera –, in una breve nota di apertura al volume stesso, focalizza nel
secondo Nietzsche, quello del superuomo e della volontà di potenza, che prende le distanze dal “contraddittorio mondo della vita” il nucleo portante del pensiero del recanatese; il nucleo intorno al
recanatese pessimista. quale, per vie diverse, i saggisti di cui sopra sviluppano e argomentano coerentemente le loro tesi.
Partendo dall’assunto che motivi comuni sono rintracciabili in tutto il pensiero nietzschano e che la Del resto lo stesso Leopardi aveva detto che nessuno filosofo, a meno che non voglia rimanere
svolta non sarebbe altro che una loro radicalizzazione, Nietzsche e Leopardi sono accomunati dalla “filosofastro”, può pretendere di voler fare filosofare la contraddizione del “contraddittorio mondo
proclamazione della morte di Dio, intendendo qui non il prevalere dell’ateismo sul Cristianesimo (lei della vita”. Nessun filosofo potrà mai chiudere la contraddizione in un sistema finito e astratto: se la
a proposito nel suo libro cita l’episodio che vede Zarathustra e la sua dottrina assolutamente contraddizione abita la vita al tempo stesso è motore vitale dell’esistenza e del pensiero; è alimento
incompresi dagli atei) che se mai è il risultato ultimo del nichilismo, ma la fine della metafisica, fluido e contingente – contraddizione non-contraddittoria – della conoscenza e della poesia che il
dell’ancoraggio ai valori che esorcizzano l’angoscia del divenire e la consapevolezza che l’ente è il linguaggio articola rischiando la reificazione ideologica quando la memoria del pensiero perde la
nulla e l’essere è il nulla. Se però Nietzsche evocando la distruzione dei valori rimane, secondo me e differenza che attraversa la contraddizione stessa o astraendo la differenza stessa dalle regioni della
molti altri, impigliato nella metafisica perché pone l’arte come valore supremo, Leopardi, e ciò è sua materialità storica ingabbiandola nell’universalità disincarnata di un sistema razionalizzato e
rintracciabile nella “Ginestra”, vede come illusorio ogni tentativo di creare un episteme, un rimedio senza tempus. “Questo non significa che per Leopardi la contraddizione è cosa del pensiero, ma non
che salva dal nulla : la ginestra può infatti ammaliare col suo profumo ma cresce nel deserto ed della realtà. Al contrario, significa che contraddizione è l’esistenza, contraddizione è la verità, poiché
essa stessa è il nulla. la verità non è se non l’esistenza stessa della contraddizione. Infatti la verità secondo Leopardi non è
A tal proposito lei parla di pensiero poetante, di quel pensiero che rifulgendo la logica del discorso altro che la nullità dell’essere. Sapere, questo, perfettamente contraddittorio. Sapere per cui ‘la vita
apofantico si esprime con le suggestioni della poesia o meglio della filosofia che è poesia. ripugna alla vita, l’esistenza all’esistenza’” (S. Givone).
Vivendo oggi al culmine del nichilismo, nell’epoca della tecnica, in cui nonostante tutto si continua a Il sapere della contraddizione non fa però languire il piacere e il desiderio nella malinconia di un
ragionare per contrapposizioni (oggi infatti non c’è sentiero di continuità, o ci si schiera con nostòs impossibile, visto che non c’è nessuna patria dell’unità e dell’identità infranta dell’essere
Zapatero o con Ratzinger, per citare l’attualità a noi più vicina, con l’auto-inganno di una stabile e permanente che bisogna ricomporre, né nessun “meccanicismo statico degli ideologues” cui
contrapposizione insanabile fra sacro e laico) e in cui l’uomo più che mai sfugge al proprio destino bisogna uniformarsi per necessità metafisica. Desiderio e piacere affondano nelle radici della vita e
proprio perché intende questo come casualità, che compito lei attribuisce alla poesia? della speranza – futuro sempre aperto – e nell’immaginazione del divenire che miscela natura e
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storia. La radicale storicizzazione del piacere – “…analizzato nelle sue trasformazioni epocali, così che E con quest’ultimo passaggio della “non linearità” della storia segnalato dal Luporini, appare
il meccanicismo statico degli ideologues viene superato nell’ambito di una ‘archeologia del sapere’ quanto mai ancora conducente l’ipotesi di Polizzi di una filosofia delle circostanze e della
entro cui sembra del tutto assente la mitizzazione del ‘primitivo’ tanto cara all’Arcadia settecentesca e contraddizione in Leopardi, un pensiero che richiama le “tendenze dell’epistemologia e delle scienze
all’impostazione dello ‘stato di natura’ data da Rousseau e dai suoi seguaci” (A. Folin) – è infatti la del complesso”(G. Polizzi). Il passaggio è ancora più legittimato, se, come fa il Polizzi, analizzando
novità di Leopardi sulla teoria e sulla pratica del piacere e della felicità. In Leopardi, il piacere del nelle riflessioni leopardiane la funzione dell’analogia, la sgancia dal metodo deduttivistico e
sublime è così anche lontano così dal consolatorio e dall’inquietudine malinconica. Ancorato ai copernicamente dimostra “come la potenza critica della ragione scientifica comporta una prospettiva
risultati del sublime dinamico e matematico – elaborati dalla speculazione settecentesca e kantiana – intrinsecamente antimetafisica e relativistica”.
e ai limiti dello “snodo poetico… tra natura e immaginazione produttiva” (G. Panella), Leopardi gioca
infatti il sublime sui/tra i “limiti” che la permanenza della contraddizione vivente s-limita. La Leopardi e la filosofia
contraddizione, che non è chiusa da nessuna sintesi dialettica o da nessun ciclico ritorno preordinato
all’ac-cadere temporale degli eventi, infatti lascia vivere le antinomie della ragione come un’apertura Rassegna critica
di senso incomposta e sublime perché irriducibile alla teoria ed es-posta allo stupore della
fenomenologia dell’apparire. “Le domande in cui si condensa la confusa e indiscriminata velleità riflessiva degli adolescenti, la
È il piacere del sublime che sperimentandosi quale contraddizione dell’esistenza “che ripugna loro primitiva e sommaria filosofia (che cosa è la vita? a chi giova? quale il fine dell’universo? e perché
all’esistenza” si realizza nella ininterrotta ni-enti-ficazione dell’esser-ci, la singolarità di un ente che il dolore?), quelle domande che il filosofo vero ed adulto allontana da sé come assurde e prive di un
nella contingenza della circo-stanza dell’avvolgimento dell’immenso si vive e si esistenzia come “E il autentico valore speculativo e tali che non comportano alcuna risposta né possibilità di svolgimento,
naufragar m’è dolce in questo mare”. Anzi è quella con-tingenza che si fa circo-stanza e evento che ac- proprio quelle diventano l’ossessione di Leopardi, il contenuto esclusivo della sua filosofia”.
cade come caso favorevole o “occasione”, e l’occasione di pensare a una “filosofia delle delle Questo giudizio di Natalino Sapegno è davvero esemplare per il modo in cui una certa tradizione
circostanze” o “ultrafilosfia della complessità” che, debordando dalle maglie del determinismo nella critica letteraria italiana si è sentita in dovere e in potere di stroncare la filosofia di Leopardi.
classico, attualizza il pensiero di Leopardi “al punto di poter convergere con le più recenti tendenze Francesco De Sanctis, Benedetto Croce, Giovanni Gentile, mentre ne apprezzarono la grandezza
dell’epistemologia e delle scienze del complesso” (G.Polizzi, Filosofia delle circostanze e immagini poetica, ne minimizzarono il pensiero. Illuminismo sensistico? Romanticismo sui generis?
della scienza nello Zibaldone di Leopardi). Pessimismo storico e/o pessimismo cosmico? Con Leopardi questi schemi interpretativi reggono fino
E così che in Leopardi la contraddizione materialista, secondo la lettura documentata e a un certo punto.
argomentata del Polizzi che “rivisita” lo Zibaldone e le altre cose del poeta recanatese, lascia il D’altra parte Schopenhauer e Nietzsche, filosofi “puri”, avendone conosciuta l’opera, gli hanno
determinismo classico di tipo newtoniano e si apre ad una possibile posizione anti litteram di tributato espliciti riconoscimenti sul piano speculativo. Adriano Tilgher, Karl Vossler, Divo Barsotti,
filosofia della complessità e della “circostanza”. La contingenza degli eventi che ac-cadono come un Giulio Augusto Levi e, last but not least, Giuseppe Ungaretti hanno da tempo ampiamente
“caso” nelle circo-stanze risonanti d’instabilità e che poi linguisticamente ed esteticamente si documentato la natura propriamente filosofica di tutta l’opera leopardiana.
riversano nella peculiare forma del “pensiero poetante” della poesia di Leopardi. Quella poesia che Il recupero “da sinistra” di un Leopardi “progressivo”, “protestatario”, “ ateo, materialista,
della ragione sottolinea il limite ma anche la condizione (nello stesso limite) del suo immergerversi anarchico”, operato da Walter Binni, Sebastiano Timpanaro, Cesare Luporini e infine da Toni Negri,
per oltrepassarlo nel sapere fuori-sistema di un “viandante” che solidarizza, mentre le smentisce, con non fa che confermare tutto questo, sebbene ne risultino talvolta gravi fraintendimenti a livello
l’azione delle illusioni e dei desideri degli uomini pur sapendo che il tempo delle “occasioni” nulla di ideologico e politico.
eterno fa soppravvivere, e garantisce. Un viandante che, vedendo per compagni d’epoca uomini che – Emanuele Severino ha più di recente ripreso la questione, collocando Leopardi fra i grandi
certi intellettuali napoletani – per opportunismo carrieristico avevano abiurato al loro illuminismo pensatori del nichilismo occidentale.
militante, non esita a dar prova di se stesso anche in componimenti poetici ironici (I nuovi credenti) È anche vero che l’esistenzialismo e la psicanalisi si trovano “a casa loro” soprattutto nelle pagine
per sottolineare che il “progresso” è tutt’altro che una cosa garantita e garantista. “Egli infatti non dello Zibaldone e dell’Epistolario, tanto che si è fatto di Leopardi il banco di prova più arduo e
crede che l’uomo possa progredire altro che nella consapevolezza e nel dolore serenamente accettati e avvincente della tenuta teorica di questi metodi di indagine in letteratura.
intimamente sentiti. Mentre per i suoi interlocutori il ‘progresso’ è, volta a volta, fede, nella ragione Che non si tratti di un pensatore sistematico è fin troppo evidente, ma questa non sembra affatto
illuministicamente intesa come inesauribile fonte di felicità nuova per tutti gli uomini, o in una buona ragione per sottovalutarlo come filosofo. Altrimenti si dovrebbero escludere dalla storia
alternativa, e secondo la moda del tempo, progresso e sviluppo liberale e cattolico insieme, per del pensiero occidentale anche Eraclito, Pico della Mirandola, Pascal, Novalis, Wittgenstein e tanti
Leopardi il progresso è solo dolorosa consapevolezza della finitezza umana e del destino che incombe altri. Il fatto è che lo Zibaldone e i Pensieri, basi indispensabili per una seria indagine sulla filosofia di
sulla materia e non mai moda culturale passeggera quanto superficiale e vana” (M. Mangiameli). È Leopardi, non si prestano facilmente né ad una lettura di tipo “strutturale”, né ad una interpretazione
quella “finitezza” – che emerge dalla contrapposizione eterna tra natura e ragione, permanentemente di tipo “dialettico”, mentre ogni loro frammento sconcerta per la lucidità della osservazione e il rigore
riproponentesi nella sua ineludibile e necessaria relazione con l’infinito – su cui poi Cesare Luporini logico del ragionamento. Le Operette morali documentano una visione del mondo più organica e
innesta L’aspra delusione storica di Leopardi. “Per Cesare Luporini, infatti, il pensiero etico-politico unitaria, presentata attraverso la più tipica soluzione filosofica al problema dello stile: quella
di Leopardi come la sua poetica nascevano dalla delusione storica del fallimento della presunta dialogica. Senza troppi preamboli, Leopardi ha qui la terribile abitudine di “andare alle cose stesse”,
armonia di natura e ragione (fallimento posizionato nell’impossibilità di eliminare una per tutte la secondo il noto slogan husserliano. Così anche nei Canti troviamo un approccio ai problemi umani
contraddizione). “Luporini chiariva così la contraddizione in Leopardi fra il suo attaccamento ai che si può senz’altro definire strorico-fenomenologico.
princìpi del ‘700, materialismo, ragione, ateismo, e il suo approdo ad una poesia del sentimento, Ma la filosofia di Leopardi non è solo questione di stile o di metodo. È questione di contenuti: il
romantica… Luporini, abbandonando la caratterizzazione soltanto morale del pensiero di Leopardi… desiderio e il piacere, il dolore e la morte, la natura e l’infinito, la storia e il progresso, la bellezza e
affrontava criticamente il problema del materialismo leopardiano, chiarendolo non come base del l’amore, la noia, l’illusione, la speranza, la felicità e il nulla.
pessimismo, ma come esperienza fenomelogica del valore di verità. Il pessimismo dunque veniva a Tornano così al centro della nostra riflessione le domande del “pastore errante” – quasi
perdere la sua originarietà e metafisicità, appariva anzi a Luporini, in termini nietzschiani, uno immaginato come l’uomo “pastore dell’essere” di Martin Heidegger: “Ma perché dare al sole, perché
‘smascheramento’. Dunque nessuno regresso opposto al progresso segnato dall’approdo de La reggere in vita chi poi di quella consolar convenga? Se la vita è sventura perché da noi si dura?…E
ginestra, ma accanto a quel progresso politico, certo non lineare, Luporini chiariva nel materialismo quando miro in cielo arder le stelle; dico fra me pensando: a che tante facelle? che fa l’aria infinita, e
un altro progresso, quello dell’esperienza ‘fenomenologica’ del valore di verità”. A. Marinotti). quel profondo infinito seren? che vuol dir questa solitudine immensa? ed io che sono? Così meco
ragiono”.
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Negare a queste domande una dignità speculativa – come fa Natalino Sapegno – significherebbe F. FORTINI Leopardi, in: Le rose dell’abisso. Dialoghi sui classici italiani, Torino 2000
negarla anche alle celebri pagine conclusive della Critica della Ragion Pratica, dove Kant afferma che G. GENTILE Poesia e filosofia in Giacomo Leopardi, in: Manzoni e Leopardi, Opere, vol. 24,
“due cose riempiono l’animo di una ammirazione e di un rispetto sempre nuovi e crescenti, quanto Firenze 1958
più spesso e più a lungo il pensiero vi si soffermi: il cielo stellato sopra si me e la legge morale dentro P. GIROLAMI L’antiteodicea. Dio, dei, religioni nello “Zibaldone” di Giacomo Leopardi, Firenze
di me”. Non è infatti possibile né al genio né all’uomo di buon senso evitare l’esperienza di questo 1997
stupore di fronte al reale. Da tale inevitabile stupore sorgono domande altrettanto inevitabili. Ancora L. GIUSSANI La coscienza religiosa di fronte alla poesia di Leopardi, in: G. LEOPARDI, Cara
Kant, nella Prefazione del 1781 alla Critica della Ragion Pura, afferma: “La ragione umana ha questo beltà, Milano 1996
particolare destino in una specie delle sue conoscenze: che essa viene oppressa da questioni che non L. GIUSSANI Giacomo Leopardi al culmine del suo genio profetico, in: Le mie letture, Milano 1996
può respingere, perché esse le sono imposte dalla natura della ragione stessa; mentre essa non è in S. GIVONE Uno sguardo dal nulla, in: Storia del nulla, Bari 1995
grado di rispondervi, perché oltrepassano ogni potenza della ragione umana”. G.A. LEVI Storia del pensiero di Giacomo Leopardi, Torino 1911
Il pensiero di Leopardi è così un tentativo autenticamente filosofico: “La filosofia nasce dallo G.A. LEVI Giacomo Leopardi, Messina 1931
stupore”, dicono Platone, Aristotele e tutta la tradizione del pensiero occidentale. E la ragionevolezza C. LUPORINI Leopardi progressivo, Roma 1996
di una domanda non dipende dalla conoscenza anticipata della risposta, ma dalla ragionevolezza del A. NEGRI Lenta ginestra, Milano 1987
suo movente. Per questo le domande di Leopardi non sono assurde: esse nascono da uno stupore F. NIETZSCHE Intorno a Leopardi, Genova 1992
filosofico, da una “esperienza della ragione”. A. PRETE Il pensiero poetante. Saggio su Leopardi, Milano 1980
Nell’ultimo foglio dello Zibaldone, Leopardi dichiara: “Esistono due verità che gli uomini M.A. RIGONI Il pensiero di Leopardi, Milano 1997
generalmente non crederanno mai: l’una di non sapere nulla, l’altra di non essere nulla”. La linea E. SEVERINO La poesia e il nulla, Milano 1992
nichilista del pensiero leopardiano, rintracciata da Emanuele Severino e confermata dagli studi più E. SEVERINO Cosa arcana e stupenda, Milano 1997
recenti, non cancella tuttavia la inevitabilità delle domande. Il realismo, lo stupore di Leopardi sono A. TILGHER La filosofia di Leopardi, Roma 1940
più forti del suo nichilismo. Nella canzone Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel S. TIMPANARO Classicismo e illuminismo nell’Ottocento Italiano, Pisa 1988
monumento sepolcrale della medesima, Leopardi esclama: “Misterio eterno dell’essere K. VOSSLER Leopardi, Napoli 1925
nostro…Natura umana, or come, se frale in tutto e vile, se polve ed ombra sei, tant’alto senti?” A
questa domanda egli non aggiunge nulla: è questa stessa domanda la conclusione della canzone, è
questa stessa domanda l’oggetto della sua sorpresa e del suo stupore.
Per questo la lettura di Emanuele Severino e della prevalente critica leopardiana degli ultimi anni
ci appare ancora pesantemente riduttiva. La genialità di Leopardi non sta tanto nella scoperta,
abbastanza scontata, del binomio verità - nulla, ma nella scoperta di una paradossale tensione: la
percezione del nulla come ultima verità dell’uomo e del mondo e contemporaneamente la persistenza
in noi di questo “alto sentire”. In una delle primissime pagine dello Zibaldone troviamo la seguente
osservazione: “Tutto è o può essere contento di se stesso, eccetto l’uomo, il che mostra che la sua
esistenza non si limita a questo mondo come quella delle altre cose”. E altrove: “Come potrà essere
che la materia senta e si dolga e si disperi della sua propria nullità? E questo certo e profondo
sentimento (massime nelle anime grandi) come non dovrà essere una prova materiale che quella
sostanza che lo concepisce e lo sperimenta è di un’altra natura?”
Così la filosofia di Leopardi consiste tutta in una indagine che ha per oggetto la forza di questa
tensione, l’inevitabilità di queste domande – che sono anche all’origine della sua speciale e universale
genialità umana, e della sua originale ispirazione poetica.
Il solo modo per non fraintendere Leopardi è quello di immedesimarsi in quella tensione, di
lasciarsi interrogare dalle stesse domande: “Proprio degli spiriti deboli è il ridursi a desiderare
solamente poco; anzi il perdere quasi del tutto la facoltà, come di sperare, così di desiderare. È
proprio degli spiriti grandi e forti l’ostinarsi nientedimeno nel cercare e nel desiderare ansiosamente
fini assoluti; il contrastare, almeno dentro se medesimi, alla necessità” (Prefazione alla traduzione
del Manuale di Epitteto).

BIBLIOGRAFIA

AA.VV. Leopardi e il pensiero moderno, Milano 1989


D. BARSOTTI La religione di Giacomo Leopardi, Brescia 1984
S. BATTAGLIA L’ideologia letteraria di Giacomo Leopardi, Napoli 1968
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B. CROCE Leopardi, in: Poesia e non poesia, Bari 1922
R. DAMIANI “All’apparir del vero”. Vita di Giacomo Leopardi, Milano 1998
F. DE SANCTIS Schopenhauer e Leopardi, in: Leopardi, Torino 1983
C. FERRUCCI Leopardi filosofo e le ragioni della poesia, Padova 1987

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CAPITINI, LUPORINI, BINNI: raramente lo è. Proprio questo accade nelle democrazie, che l’interesse privato tende ad invadere lo
TRE INTERPRETI DEL PENSIEROLEOPARDIANO spazio del pubblico, e l’individualismo si fa strada come “sistema dell’egoismo”. Ed anzi, quando
l’egoismo entra negli animi virtuosi, lo fa sotto forma di amaro disinganno di fronte ad una realtà che
di Lorella Giuliani non permette l’esercizio di azioni morali, trasformandosi così in odio e vendetta.
Quanto più esiste e trova spazio l’egoismo5, tanto meno, secondo Leopardi, vi può essere una
Perugia 2002
Testo tratto dal sito del Fondo Walter Binni società, poiché dove c’è egoismo non vi è interesse per il bene comune, ed il regime dispotico è quello
in cui il fine individuale viene maggiormente perseguito. La società attuale sarebbe, dunque, una
l saggio di Cesare Luporini dal titolo Leopardi progressivo apparve perla prima volta nel 1947 specie di ritorno a quello stato primitivo, pre-sociale, in cui l’uomo si trovava prima di riuscire a

I unitamente ad altri scritti aventi per oggetto Scheler, Hegel, Kant, Fichte. Tale studio conobbe
una immediata fortuna poiché offriva una originale chiave di lettura all’interpretazione del
pensiero e della poetica del Recanatese, contribuendo, contemporaneamente agli apporti critici di
realizzare una forma di consorzio in cui le diverse forze trovassero un equilibrio positivo. Ma cos’è,
dunque, che tiene unita la società moderna? Ciò su cui essa si basa è soltanto l’odio reciproco, il
tentativo di soverchiarsi l’un l’altro, un’azione negativa di forze che, respingendosi a vicenda, si
Walter Binni, a creare un vero e proprio “caso Leopardi”, intorno al quale fiorì una rinnovata stagione compensano conservando al sistema un determinato assetto. È una società in cui regna la barbarie,
di interessi e approfondimenti. In realtà, come risulterà nel seguito del presente articolo, Luporini era concetto profondamente diverso da quello di “primitivo”, che corrisponde invece aduno stadio nel
già intervenuto con un lavoro del 1938 sul pensiero di Leopardi, a ridosso del suo Situazione e libertà quale l’uomo ha un rapporto con la natura non ancora falsato e corrotto dalla ragione, e dunque
nell’esistenza umana, del 1936. Se teniamo presente che nello stesso anno Capitini scriveva i suoi capace di produrre illusioni, intese in questo caso come “felici errori”, errori che conducono alla
Elementi di un’esperienza religiosa possiamo dedurre, come fa il Pareyson, un suo influsso sullo stesso felicità. La ragione può invece, al massimo, fingere ignoranza, ed il frutto di tale finzione è la
Luporini, anche senza tener conto dei lavori giovanili su Leopardi di Capitini studente della Normale1. superstizione, illuministicamente condannata dal Leopardi. Barbarie, dunque, come “eccesso di
Del resto lo stesso Luporini, nell’Avvertenza all’edizione del saggio sopra citato in volume ragione”, che indicando a ciascuno il proprio utile spinge all’egoismo e all’antagonismo, e apre la
separato, del 1980, ricorda come sia proprio delle grandi figure della storia, tanto filosofica che strada all’affermazione di una società dispotica dove non hanno luogo libertà e uguaglianza. Né la
letteraria, di quelli che chiamiamo “classici”, l’essere in qualche modo sempre dei tirannia, così affermatasi, corre alcun rischio, poiché il dominio della ragione impedisce al popolo
contemporanei,capaci di offrire spunti nuovi ben al di là della loro parabola esistenziale. Il critico (ridotto ad un insieme disorganico di individui) di produrre grandi azioni, azioni eroiche in grado di
comincia con l’accennare all’interrogativo spesso ripresentato si intorno alla legittimità di definire sovvertire il presente.
Leopardi “filosofo”, e giunge ad affermare che, se egli non costruì una visione del mondo rigidamente Luporini ci mostra così in che cosa consista il vero ideale leopardiano di”civiltà”: non in un a
scientifica né una compiuta metafisica, tuttavia, nell’oscillazione tra vocazione lirica e storico stato di natura, bensì in un regime medio nel quale natura e ragione confluiscano - ma con
approfondimenti teorici, si può parlare, con il De Sanctis, di un Leopardi”moralista”, in grado di prevalenza del primo termine- a formare un sistema capace di mantenersi al di qua della
oggettivare la propria esperienza particolare rendendola esemplare e tipica2. degenerazione rappresentata dalla barbarie. Tale sistema non è una costruzione puramente mentale,
Il presente nel quale Leopardi vive non può in alcun modo permettere la realizzazione del suo intellettuale, essendosi esso realizzato, per Leopardi, nella democrazia greca e romana. In questa si
essere, costituito com’è, ai suoi occhi, da un negativo tanto personale quanto storico, epocale, un era conservato quel tanto di capacità di illusione, e quindi di movimento, di azione sottoposta al
mondo fatto oggetto di aspra polemica e rifiuto, una contemporaneità dalla quale egli prende le giudizio di tutti, e perciò mirante alla pubblica utilità, tale da rendere possibile, appunto, uno stato
distanze già a partire dai suoi interventi sul dibattito tra classici e romantici. È noto come in tale democratico6.
disputa3 egli prendesse le difese delle posizioni classicistiche, non certo in nome di una cultura Dunque l’antitesi ragione-natura non riguarda in Leopardi esclusivamente la determinazione
formale e basata sull’imitazione, bensì rivendicando agli antichi, ai classici, appunto, la capacità di una della possibilità per l’uomo contemporaneo (almeno per il persuaso, per colui che ha il coraggio di
poesia veramente sentimentale, perché ispirata ad una vicinanza, ad una adesione reale, non mediata guardare in volto la realtà di dolore nella quale è immerso) di essere felice su di un piano intra-
e isterilita da filosofia e scienza, alla natura. In realtà, definire Leopardi “classico” o personale, o di superare i limiti del reale attraverso l’immaginazione e la poesia. Tale antitesi si trova
“romantico”appare questione del tutto oziosa, non solo perché la sua stessa originalità, la sua unicità anche alla base della sua riflessione sulla società come forma strutturata di convivenza civile,
lo impediscano, ma anche in considerazione del fatto che i termini di natura, ragione, immaginazione, rivelando con ciò un interesse politico in lui indissolubilmente legato –sottolinea il Luporini – a quello
illusione subiscono durante tutto l’arco di svolgimento del suo pensiero costanti ridefinizioni e per la morale.
spostamenti di polarità. Anzi a questo proposito viene detto chiaramente nello Zibaldone7 come ogni uomo le cui capacità
Ciò che Luporini sottolinea è la «pervicace volontà che ebbe il Leopardi di tenersi stretto… alle di pensare e di agire non siano state annichilite debba necessariamente riconoscere come prioritaria
proprie convinzioni razionali, e di non evadere nel vago e nell’indefinito dell’ethos romantico, egli che per la propria vital’attenzione alle questioni politiche. Ed il merito di una tale apertura va senz’altro
del vago e dell’indefinito sentì (e teorizzò) tutta la suggestione poetica. Non bisogna dimenticare che ascritto alla diffusione dei lumi, dissolutori della passività e della schiavitù del pregiudizio.
questo romantico fu un ateo e un materialista…»4.Rifacendosi alla tradizione del pensiero politico Sembrerebbe esservi qui una contraddizione nel giudizio che Leopardi dà della propria epoca,
settecentesco Leopardi si pone il problema del governo delle nazioni, chiedendosi quale sia il modo poiché si passerebbe da una condanna senza appello aduna valutazione positiva dovuta alla presa
migliore di giovare al pubblico interesse, alla pubblica utilità, e riconosce nel binomio libertà- d’atto dei progressi in essa compiuti dall’intelligenza. In realtà è egli stesso ad avvertirci che altro è
uguaglianza il massimo bene da perseguire. Egli osserva nello Zibaldone come la virtù, sia civile che questo progresso dell’intelligenza e altro quello verso la felicità. La via che Luporini indica per
“domestica”, possa essere esercitata solo in un regime repubblicano, anche se nota che, sciogliere tale nodo passa ancora una volta attraverso la complessa definizione di natura e ragione. In
storicamente,le democrazie non si conservano, e le diverse forme di governo tendono a susseguirsi Leopardi il termine “natura”comprende in sé tanto l’aspetto rousseauviano, legato alla spontaneità e
secondo un andamento ciclico, seppure non rigidamente deterministico. dalla passionalità, quanto quello più propriamente “classico”, e tuttavia”questi complessi significati ed
Dunque in democrazia utile e virtù coesistono, tanto a livello privato che pubblico, mentre nella aspetti costituiscono il fondo, piuttosto indeterminato, del concetto leopardiano di natura, ma non lo
sua degenerazione i due termini si scindono. E la democrazia si corrompe perché porta con sé esauriscono,neppure inizialmente, perché esso […] ha un valore nuovo (ed è proprio ciò che gli dà
l’individualismo, che è la ricerca dell’utile da parte del singolo, e utile e virtuoso non possono l’impronta unitaria), un valore del tutto ottocentesco, anzi precorritore di particolari atteggiamenti
coesistere, nel singolo, se non eccezionalmente. Invece la moltitudine(intesa come popolo, nazione) del pensiero e dell’ethos del pieno e tardo ‘800; valore che emerge appunto dal contrasto e dalla
non può che volere la virtù, che corrisponde all’utile collettivo; una azione che ha come fine il bene dialettica di natura e ragione. Questo valore nuovo […] è il valore della vitalità”8. Lo stato di natura
pubblico risulta così virtuosa, mentre una azione che il singolo compie per soddisfare se stesso sarebbe dunque positivo, in Leopardi, non in quanto rappresenta, come nel Rousseau, un buono di
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tipo morale (in una condizione di pre-socialità non può esservi virtù, essendo questa legata, abbiamo trasformato in un preciso valore civile. Esso è visto da Leopardi, molto nettamente, in rapporto al
visto,all’organizzazione politica) ma perché è portatore di questo valore della vitalità. problema dell’Europa moderna…”12.
L’uomo prima di costituirsi in società non è dunque né buono né cattivo,mentre tale carattere di Il critico si chiede, giunti a questo punto, quale fosse la concezione storica del Leopardi, che
vitalità è di per sé stesso portatore di valore in quanto inerente al versante della natura. In Leopardi, starebbe alla base di questa sua volontà di superamento. Il primo passo è quello di sgombrare il
avverte Luporini, la civiltà non è affatto considerata, necessariamente, come corruzione, almeno fino a campo dall’equivoco interpretativo per cui egli negherebbe l’idea di progresso; idea,
quando essa sappia mantenere al proprio interno questo elemento”naturale”. Una posizione che invece,ampiamente accettata e legata all’altra, di modernità. Leopardi non ha affatto una visione
emergerebbe chiaramente qualora venga datala giusta interpretazione alle tesi espresse nelle statica dell’uomo e della storia, anche se alla sua teoria dello sviluppo storico manca, secondo
Operette Morali, dove la condanna del proprio tempo sarebbe, secondo il critico, un atteggiamento Luporini, quell’intuizione fondamentale che è il concetto dialettico di svolgimento e di interna
incerto senso di maniera, che tenga conto più che altro dell’impatto con il pubblico, senza offrire i articolazione tra ragione e realtà. Per questo è il Leopardi moralista ad avere il sopravvento sul
risultati più profondi e maturi della sua riflessione. Venendo ora all’altro termine della coppia, Leopardi filosofo, con l’esaltazione dell’attività, della prassi come mezzo per giungere alla felicità. Una
rappresentato dalla ragione, si nota come esso risulti a sua volta scisso in due momenti, l’uno adesione alla vita, al desiderio, che attraversa tutto l’arco della sua esistenza e tutta la sua esperienza
costituito da una ragione come concetto assoluto, non condannato in quanto tale, l’altro dalla ragione poetica, producendo un pessimismo che non è, così, sistema astratto, ma come la contropartita
storica, di cui l’uomo corrotto fa un uso eccessivo. Vi è dunque una “disposizione” razionale naturale, negativa di questa spinta vitale. Luporini denuncia, appunto, l’avere ignorato da parte dei critici
perché costitutiva dell’uomo,la quale diviene facoltà nel suo sviluppo storico, e può in quanto tale questo elemento essenziale, questo valore nuovo che inerisce alla concezione leopardiana di natura, e
integrare la natura secondo quell’equilibrio che abbiamo visto essere auspicabile e possibile, o, al che avvicina il suo pensiero alle nuove correnti della cultura europea (con implicazioni che giungono
contrario, travalicarla, portando alla barbarie e al dispotismo. fino al ‘900). Vitalismo, dunque, come unica via data all’uomo per conquistare la piena felicità, ma,allo
Ma allora, viene da chiedersi, se il Leopardi riconosce alla ragione questa possibilità di sviluppo stesso tempo, elemento che porta con sé, sempre, una acuta contraddizione: quella ricchezza di
positivo, qual è il motivo del profondo pessimismo tante volte espresso nei suoi riguardi? Risponde sensibilità che accompagna chi possiede tale “eccellenza vitale” è la stessa che rende particolarmente
Luporini che ciò che egli condanna “È la raison, la ragione dei ‘philosophes’ del ‘700, la ragione come vulnerabili nello scontro con la negatività del presente.
facoltà umana sviluppatasi e conquistata col progresso e genitrice di progresso, la ragione che è, nel A questo punto il concetto di natura smette di identificarsi con quello di vita e si sdoppia nei due
senso illuministico della parola, filosofia. Questa ragione è facoltà di analisi, calcolo e riflessione. Ora, momenti di “vita” ed “esistenza”, rappresentando,quest’ultimo, il termine negativo dove hanno luogo
secondo Leopardi, come riflessione essa arresta l’immediatezza dell’azione e le toglie il carattere le esperienze del nulla e della noia. Infine, ribaltando la posizione iniziale, la natura viene a coincidere
“eroico”; come calcolo essa produce l’egoismo caratteristico del moderno uomo civile, in opposizione del tutto con l’esistenza: “Il nulla è in questo senso, cioè in questo legame, per il Leopardi, il poter non
allo slancio, agli impulsi “naturali”, alle generose “illusioni” che guidavano i liberi cittadini antichi; essere e il poter essere altrimenti di ogni cosa, e quindi l’aspetto di fato che assume di fronte all’uomo
come analisi essa scompone le cose (e i sentimenti) e per lei ciò che è “grande” diventa piccolo e le la “natura”, ormai identificata con l’esistenza contro la vita”13. La conseguenza di una tale visione, in
illusioni si rivelano per tali”9. Dunque la ragione settecentesca, che sta alla base del razionalismo e del cui il vitalismo si infrange contro un radicale pessimismo storico, è la posizione coerentemente
materialismo,valori tutti positivi per Leopardi, è al contempo amata e odiata, perché è la stessa nichilista assunta da Leopardi, nella quale la ragione settecentesca rimane l’unico elemento positivo.
ragione che egli ha visto fallire negli esiti della rivoluzione,trasformatasi in dispotismo e In seguito a questo rovesciamento, la natura viene ora vista come ostile all’uomo, indifferente, nemica
restaurazione. Essa ha fallito lo scopo principale, che è quello di condurre gli uomini verso la felicità. della stessa vita. Vi è dunque una contraddizione di cui il Leopardi è senz’altro cosciente,e che egli
Una felicità storica, del tutto assente nella contemporanea situazione politica, il cui prodotto migliore attribuisce all’essenza stessa della natura, che è fonte di vita e portatrice di male, di dolore allo stesso
è l’ibrido monarchico-costituzionale, del tutto instabile e innaturale. Né, sottolinea il Luporini, tale tempo. Luporini nota come una tale interna opposizione, per cui una medesima cosa è e non è, non
delusione per la propria epoca nasce all’improvviso, essendo invece profondamente meditata e frutto venga risolta dal Leopardi cadendo nelle “trappole” metafisiche e teologiche di chi spiega– e accetta –
anche di una lunga disamina delle diverse posizioni assunte in proposito da autori contemporanei. il male come inerente al finito e al creato, di contro alla perfezione di un essere eterno. Egli si ferma di
Anzi egli si sforza in più punti di trovare elementi positivi nel presente, spingendosi fino ad fronte alla contraddizione prima di essere trascinato nell’irrazionalismo; una posizione, questa, che
apprezzare “opinioni” e “pregiudizi sociali”, che pure erano stati fatti oggetto della più feroce critica, dà,appunto, al suo nichilismo un senso diverso da quello che possiamo rinvenire nell’esistenzialismo.
in quanto tentativi di avvicinamento alla natura in un’epoca di totale barbarie10. Dunque la ragione Tale diversità è costituita, secondo il critico,dal solido materialismo che subisce via via, nel suo
genera i lumi, che stanno alla base della rivoluzione;ma essa è solo un momento positivo, a cui segue pensiero, sempre maggiori approfondimenti e articolazioni. E la ragione diventa la facoltà che
la delusione di una rinnovata barbarie, il dispotismo. Per superare questo dissidio Leopardi introduce smaschera l’inganno della natura (le illusioni), producendo l’unico bene possibile per l’uomo, la
il concetto di “mezza filosofia”, la quale “è madre di errori, ed errore essa stessa; non è pura verità né conoscenza del vero. Perciò “Se è vero che il Leopardi anticipa, nello svolgimento drammatico e rotto
ragione, la quale non potrebbe cagionar movimento. E questi errori semi-filosofici, possono esser del suo pensiero, il passaggio dal vitalismo all’esistenzialismo di quella parte del pensiero europeo a
vitali,massime sostituiti ad altri errori per loro particolar natura mortificanti, come quelli derivati da cui rimane estranea, che anzi rifiuta, la dialettica, non è meno vero che egli ne anticipa così anche la
un’ignoranza barbarica e diversa dalla naturale […]. Così gli errori della mezza filosofia, possono catastrofe critica e la oltrepassa,almeno in esigenza, con l’affermazione del suo materialismo e della
servire di medicina ad errori più anti-vitali, sebbene derivati anche questi in ultima analisi dalla sua estrema istanza razionalistica”14.
filosofia, cioè dalla corruzione prodotta dall’eccesso dell’incivilimento, il quale non è mai separato Nell’ultima fase del pensiero leopardiano ritorna il tema politico legato a quei valori della prassi
dall’eccesso relativo dei lumi, dal quale anzi in gran parte deriva”11. che potevano immaginarsi definitivamente caduti una volta “scoperto” come il vitalismo fosse
La mezza filosofia porta alla rivoluzione poiché possiede al suo interno quel tanto di vitale che gli destinato a infrangersi contro l’esistenza. In realtà Leopardi, con uno spostamento di visuale,
viene dalla natura, da cui non è ancora del tutto scissa, e contiene, al contempo, in sé i germi della attribuisce ora il valore vitale all’uomo civile, sviluppato, di contro all’immobilità e all’inazione dei
corruzione, data la sua tendenza a farsi “perfetta” filosofia, e quindi inazione. Un inevitabile epilogo selvaggi. Certo lo stato di natura continua ad apparire ai suoi occhi come quello in cui sarebbe
che starebbe dunque alla base del cosiddetto “pessimismo storico”del Leopardi. Ma c’è, ancora, maggiormente possibile per l’uomo essere felice, stato di minore sensibilità, e perciò meno esposto
quell’elemento nuovo, volontaristico, al quale egli non intende rinunciare, e in nome del quale alla sofferenza; e tuttavia esso appartiene ad una condizione in alcun modo recuperabile. In questo
continua ad esaltare l’azione di contro alla contemplazione, stato assolutamente non-naturale quadro l’azione, le opere per l’uomo moderno hanno la funzione di “distrazione” dal suo destino di
dell’uomo. infelicità, e l’azione eroica deve essere volta a contrastare il male maggiore della società, cioè
Anche in scritti risalenti ad una fase ulteriore del suo pensiero, in cui il concetto di natura si colora l’egoismo, l’individualismo.
di tinte via via meno positive, rimane un ideale di attività eroica che – osserva sempre Luporini – “si è
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Nella natura come nell’egoismo si incarna per Leopardi lo spettro dell’indifferenza, di un fato Si è già ricordato come l’interpretazione che aveva dominato fino a quel momento fosse quella di
impassibile, ostile. Contro di esso l’eroe si ribella, e, via via che gli uomini riconoscono la loro comune una poesia leopardiana “idillica”, sulla linea delle posizioni di De Sanctis, radicalizzate poi dalla critica
sorte, tale ideale di lotta si allarga all’intera umanità. Viene qui respinto con forza il giudizio di quei idealistica del Croce. In esse Leopardi veniva sostanzialmente visto come un poeta e pensatore
critici – De Sanctis in testa – che hanno considerato tale morale eroica come una sorta di solitario, in totale attrito con il proprio tempo, capace di giungere alle più alte vette della poesia
atteggiamento che il Leopardi ostentò in pubblico, per esercitare e difendere invece, in privato, la sua “pura” dall’interno della sua personale esperienza, e divenendo retorico e freddo nell’affrontare temi
autentica morale di tipo stoico. In realtà, sostiene Luporini, quest’ultima non sarebbe altro che una civili20. Gli fu attribuita una morale di tipo stoico, nonostante lui stesso precisi come l’astensione
“morale ausiliaria dell’uomo Leopardi, nella sua debolezza fisica e nel suo isolamento sociale, che lo dall’azione sia solo una necessità a cui debbono a malincuore piegarsi gli”spiriti deboli per natura”,
costringevano ad atteggiamenti di pura resistenza, ed infine, ma non ultimo motivo, nel suo infinito mentre gli spiriti grandi e forti debbono avere, ed hanno, davanti a sé ben altro ideale di lotta. Una
pudore della propria persona”15. prospettiva etica, secondo il Binni, mai separata dal momento poetico, con cui è in costante rapporto
In questo apparire dell’essere umano come un eroe che combatte contro il proprio destino di comunicazione e scambio. Del resto egli nota come la stessa componente”idillica” non abbia mai, in
Luporini scorge un rovesciamento del Cristianesimo, perché l’infelicità non è qui vista quale Leopardi, un puro valore rasserenante, che possa risolversi interamente nell’elemento paesaggistico,
conseguenza di una colpa, di una presunta malvagità dell’uomo, ma al contrario quale condizione essendo ad esso sempre strettamente legata una “interna pressione di fondamentali problemi
primigenia da cui detta malvagità scaturisce. Leopardi respinge le accuse di misantropia e di odio nei esistenziali e storici”21. La poesia non ha per Leopardi come scopo quello di placare e acquietare gli
confronti del genere umano, che a lui rivolgono i rappresentanti del nuovo spiritualismo e della nuova animi, ma al contrario quello di muoverli e agitarli. Scrive Binni: “La ‘radice’ dunque della personalità
religiosità del secolo. Egli nell’ultima fase del suo pensiero condanna con forza coloro che vedevano e della poesia leopardiana non è idillica, ma tensiva, energica ed “eroica” (nel vario senso che tale
nel tempo presente soltanto un positivo e inarrestabile progresso, ignorando le parola prende negli atteggiamenti intellettuali, morali e poetici del Leopardi: coraggio della verità,
contraddizioni(economiche e sociali) che tale sviluppo portava con sé. La sua polemica tocca anche le opposizione e protesta personale e storica,lotta contro la scomparsa degli ideali e contro la
sette liberali, ed in questo si è voluto riconoscere da parte di certa critica un atteggiamento mediocrità e stoltezza,contro gli inganni della ragione sterile o, poi, della natura matrigna”22. La
reazionario (che Croce aveva assimilato a quello del padre Monaldo). In realtà Leopardi si scaglia Ginestra è il componimento poetico che maggiormente, a suo avviso,mostra questo intrinseco legame
contro le teorie dei politici progressisti, che anelano alla libertà e, al medesimo tempo,rinnegano le tra riflessione, tensione intellettuale ed espressione poetica, laddove essa era stata vista, per lo più,
conquiste del pensiero settecentesco in nome di uno storicismo del quale egli scorge invece gli aspetti come discorso oratorio qua e là interrotto da frammenti “idillici”.
passivi e reazionari16. Nell’ideologia liberale dell’alta borghesia egli vede un tratto di compromesso Al centro dell’interesse leopardiano vi è sempre e comunque l’uomo, di cui egli condanna le
del tutto estraneo alle sue convinzioni decisamente democratiche; più volte infatti esprime ostilità per cadute nel provvidenzialismo, per esaltarne invece la forza di lottare contro i tradimenti della natura
il mondo degli affari e dell’industrialismo, dimostrando invece attenzione e partecipazione per quello e di una falsa ragione. Anche i temi del nulla, della noia e dell’angoscia sono da lui svolti in quest’ottica
dei contadini e degli artigiani. E, se un tale atteggiamento può sembrare non del tutto alieno da un di stimolo, di incitamento affinché la natura umana esprima le sue doti di vitalità e resistenza. In
certo aristocraticismo, tuttavia esso è un tratto la cui particolare forza deriva dalla vis polemica che lo definitiva i peggiori nemici dell’uomo appaiono al Leopardi il misticismo, la religione, il rifugio
esprime. Limpida è comunque secondo Luporini l’idea che Leopardi ha dell’uguaglianza: “La divisione consolatorio offerto dalla fede in una realtà ultraterrena. Né il suo materialismo, come accadde ad
fra ricchi e poveri, fra servi e signori, è per Leopardi un dato senz’alcuna necessità. La proprietà dei altri,viene a sua volta esaltato o mitizzato.
ricchi non è in Leopardi, come per Foscolo, ciò che dà il diritto di asservire coloro cui esso procaccia La solidarietà umana di cui Leopardi parla nella Ginestra è possibile solo dopo che gli uomini
lavoro e quindi nutre. La proprietà dei signori è piuttosto soltanto ciò che garantisce l’ozio ai signori hanno sgomberato il campo da ogni prospettiva ultraterrena: la sua è una visione radicalmente laica,
stessi”17.All’ozio e alla noia egli contrappone l’operare umano, l’energia e la solidarietà contro la un’esperienza che,attraversando punte estreme di nichilismo ed individualismo, approda aduna
natura ostile, da combattere su di un piano concreto,rifuggendo da soluzioni teologiche e finalistiche. coscienza attiva dei propri limiti. Questa “forza dirompente ed eversiva”è, secondo il Binni, anche ciò
È quanto espresso chiaramente nella Ginestra, in cui è chiamata “nobil natura” quella di chi anziché che distingue Leopardi dalle altre personalità che espressero e rappresentarono la crisi romantica,
aggiungere dolore a dolore con odii e lotte fratricide scopre e denuncia il male dato in sorte agli mentre la sua più importante peculiarità risiede nel rigore con cui egli denuncia le contraddizioni del
uomini e porge loro reciproco aiuto. La verità sulla condizione dell’uomo è svelata dalla ragione, reale oltre che nel totale rifiuto di qualunque ricorso al trascendente per superarle.
intesa razionalisticamente come ciò che libera dalle superstizioni, dalle false credenze date in pasto al Binni sottolinea l’importanza che ha, nel pensiero di Leopardi, la ferma condanna dell’educazione,
“volgo”, e come spinta a lottare contro la natura. Si vede dunque come al pessimismo nei confronti del della propaganda a favore del progresso, portata avanti con l’unico fine di instillare negli animi un
presente si accompagni questo elemento di slancio verso il futuro, con una componente di lotta (che falso ottimismo, che massifichi gli uomini e li renda ciechi di fronte alla loro reale condizione di
ne fa qualcosa di nuovo rispetto, ad esempio, alle posizioni di un Voltaire),che ha in sé un “nuovo infelicità. Egli non può dunque che auspicare una liberazione da questa falsa coscienza, come
germe rivoluzionario”. passaggio obbligato verso la costruzione di un ideale comune di lotta. Un tale ideale eroico, un simile
Luporini interpreta una tale posizione non come approdo finale, ma piuttosto come l’inizio di una atteggiamento virile e combattivo basato sulla conoscenza del vero, porta, sostiene il
nuova fase del pensiero leopardiano, troncato dalla morte immatura. Abbiamo visto come il valore Binni,all’elaborazione di una “nuova poetica, la cui coerenza, fino ai più minuti particolari stilistici,
della vitalità fosse inizialmente legato, in Leopardi, a quelli della democrazia e dello spirito nazionale, avrebbe dovuto pur dar molto da pensare a quei critici che videro questo periodo come decadenza o
in cui l’amor patrio era congiunto al disprezzo per lo straniero. Con la crisi del vitalismo viene meno frammentario balenar di poesia malgrado e dentro una sconsolante prosasticità”23. Ed allora
anche questo elemento nazionalistico,mentre si assiste ad una apertura che va al di là delle posizioni abbiamo,accanto all’elegia del ricordo, il bisogno di un possesso attuale espresso in strofe energiche e
cosmopolite settecentesche, assomigliando di più ad un “moderno internazionalismo”18. In questa compatte, in interrogazioni incalzanti, e insieme la polemica metafisica e la protesta contro la spinta
apertura consiste appunto l’essere “progressivo” del Leopardi, il quale “mirava al nostro secolo” – il irriflessa ad esistere tradotte nell’invocazione alla morte (come in Amore e morte e in Dialogo di
‘900 – “come a un secolo di uomini interamente umani. Così si allargava la sua speranza, questo era il Tristano e di un amico), una volta avvenuto lo “sfollamento definitivo di vecchie illusioni già logorate”,
suggello del suo pessimismo. […] il quale, dopo tanta angoscia di vita e di pensieri, partoriva siffatte l’amore, la bellezza, le speranze giovanili, la gloria, che non verranno più a turbare l’animo del poeta
speranze”19. giunto alla consapevolezza della propria fine. Liberatosi dalla nostalgia, il senso del proprio fallimento
Nel 1947, nello stesso anno, cioè, in cui vide la luce il saggio di Luporini Leopardi progressivo, si allarga per diventare coscienza dello scacco sofferto dall’intera umanità, da cui trarre forza di
apparve presso Sansoni il volume di Walter Binni dal titolo La nuova poetica leopardiana, che persuasione e protesta. La poesia che scaturisce da questo stato d’animo è secondo il Binni una poesia
rappresentava a sua volta uno sviluppo delle tesi di un altro suo breve scritto del ‘35: Linea e momenti nuova e potente, dal ritmo denso e organico, di cui il componimento A se stesso costituisce uno dei
della lirica leopardiana. massimi esempi, laddove il Croce lo aveva definito antimusicale e antilirico, non cogliendo con ciò il
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valore e la natura della prospettiva poetica ad esso sottesa. Al contrario Binni sottolinea come il da ogni principio divino o metafisico, e anzi contro di esso”30. Un punto di vista particolarmente
risoluto materialismo e il disinganno non impediscano al Leopardi di cercare, e trovare, una forma importante, se si considera con quanta forza sia Luporini che Binni insisteranno sul materialismo e
poetica di espressione al dramma e al dolore dell’esistenza, tendendo in ciò all’ironia e al sarcasmo sull’antispiritualismo di Leopardi. Walter Binni in particolare prenderà le massime distanze da quanti,
piuttosto che alla misantropia o al pietismo. come, ad esempio, il Getto, considerarono il Nostro il rappresentante di una sorta di “religiosità
Né la comprensione e la compassione per la comune sorte gli impedisce di condannare gli sciocchi negativa”, e che videro in lui presente, fin nelle ultime prove, un non sopito senso di nostalgia per il
e i malvagi, coloro che non accettando la verità rendono impossibile qualunque progetto solidaristico divino e il trascendente31. Nel saggio introduttivo all’edizione di Tutte le opere del Leopardi, da lui
di lotta contro la natura e la sua indifferenza, così come quelli – intellettuali spiritualisti e ceti curata per Sansoni, Binni cita esplicitamente Capitini, osservando come egli avesse appieno recepito
reazionari e liberalmoderati – che lavorano affinché il volgo resti nell’ignoranza, pascendosi di falsi questo aspetto del sistema leopardiano: “Si pensi almeno, in Italia, a posizioni come quella di Aldo
miti e speranze (le “superbe fole”). Alla Ginestra, manifesto della nuova prospettiva che si apre dopo il Capitini (da Vita religiosa a la Compresenza dei morti e dei viventi)che tanto deve alla lezione
definitivo abbandono di Recanati, nel 1830, componimento in cui si raggiunge la perfetta fusione tra leopardiana di denuncia di insensibilità della natura (“l’acqua di una piena copre ugualmente un sasso
pensiero e poesia (definito dal Binni”capolavoro filosofico ed etico, interamente e inscindibilmente e il volto di un bimbo” in Vita religiosa, Bologna 1942, p. 11) e del rifiuto dell’idea di Dio come
poetico”24), Leopardi affida dunque il suo estremo e più alto messaggio. L’uomo ha il dovere di usare compartecipe di una realtà chiusa e crudele”32.
la propria ragione in funzione demistificante,per creare l’unica base su cui sarà possibile poggiare per È pur vero che Capitini parlò di Leopardi come di uno “spirito religioso”, il che potrebbe creare
la costruzione di una realtà diversa. Leopardi ci dice – e questa è la sua modernità, la sua grandezza – l’impressione di una certa distanza rispetto alle posizioni dei due critici fin qui riportate, tuttavia
che è maggiormente auspicabile per l’uomo il possesso di una vita basata sulla verità, per quanto bisogna in questo caso considerare l’accezione che i termini “religioso” e “mistico” hanno nel
amara e disillusa essa possa essere, piuttosto che la superbia e la menzogna di chi odia e inganna linguaggio capitiniano. Essi vengono usati in particolare, rispetto al Leopardi, per sottolineare la
l’altro, o la vana consolazione di chi demanda la realizzazione dei propri desideri, e di se stesso, ad un tensione prodotta da quell’impossibilità di accordo tra umano e divino, impossibilità affermata e
incerto futuro. denunciata, e che ha come esito un deciso spostamento verso il primo dei due elementi, l’umano. Un
La “saggezza” della ginestra “superiore alla stoltezza degli uomini,consiste invece nel suo “eroico” punto di vista, questo, molto vicino a ciò che afferma Binni nel ‘47:”Religione è anche la parola adatta al
rifiuto dell’orgoglio spiritualistico e della sciocca credenza in un destino privilegiato proprio e tono cui il Leopardi giunge nella Ginestra e a cui tendeva con realizzazioni parziali e diverse nei Canti
dell’uomo, come individui e come specie, e nel rifiuto insieme della rassegnazione e di questo periodo. […] e persino la protesta di A se stesso ha la risoluta nudità di una persuasione, di
dell’autocompianto…”25. una affermazione senza compenso di intelletto o di sensi, integralmente spirituale e che si può dire
Abbiamo visto fin qui i principali punti nei quali consiste la posizione di due tra i più autorevoli religiosa come è l’anima che regge la parabola altissima della Ginestra. Non tanto perché, come scrive
lettori di Leopardi. In particolare si è cercato di esporre, per quanto riguarda Luporini, il processo intermini fra pascaliani e kierkegaardiani C. Luporini “se nella disperazione troviamo Dio e quindi ne
secondo cui si sarebbe svolto il pensiero leopardiano dalle prime esperienze poetiche fino siamo redenti, il pessimismo leopardiano,l’ateismo leopardiano, è una delle più alte testimonianze di
all’elaborazione di un complesso sistema speculativo che si concretizza nella cosiddetta morale Dio che siano uscite dallo spirito umano” (C. Luporini, Il pensiero di Leopardi, Livorno 1938), quanto
eroica, mentre nel caso di Binni, che ha dedicato una grandissima parte della sua attività di critico al perché […] seppe fondare su principi illuministici senza ritorni al trascendente, una esperienza di
Recanatese26, sono state più in dettaglio presentate le tesi da lui asserite riguardo all’ultima fase della affermazione umana che nella Ginestra si fa strada ad una desolata, ma sicura costruzione di valori:
poesia leopardiana. Vorremmo ora ricercare la presenza di possibili punti di contatto, di possibili fede scabra come il paesaggio… come l’esistere nudo dei morti”33.
convergenze tra il Leopardi capitiniano e le interpretazioni dei due critici, stabilendo se e in che Ne La compresenza dei morti e dei viventi34, del 1966, l’autore fa riferimento alla protesta di
misura il primo abbia avuto influenza sulle seconde. Ricordiamo a tale proposito che Walter Binni fu Leopardi contro il perire del tutto, e dei singoli individui: “Il Leopardi… cerca gl’individui, e li vede
concittadino di Capitini, che essi furono contemporaneamente presenti alla Normale di Pisa, l’uno morire, non li trova più, sono i morti. È aperto, dunque, al tu… Come si può arrivare a capire la
come studente e l’altro allora come Segretario, e,in seguito, la comune frequentazione perugina compresenza se non ci si apre al tu-tutti, e non si protesta contro i colpi chela realtà dà loro?”. Capitini
insieme ad altri giovani e intellettuali antifascisti. Queste stesse circostanze storiche, insieme ai pone qui la polemica leopardiana contro l’esistenza attuale quale momento irrinunciabile verso la
ricordi che il critico rivolse in più occasioni alla figura di Capitini, maestro e punto di riferimento in costruzione di una realtà liberata, cogliendo con ciò quella centralità dell’idea di protesta presente
quegli anni27, ci autorizzano dunque ad asserire che egli apprezzò e meditò a fondo la sua opera. nella lettura di Luporini e Binni. Su questo così si esprime di recente un critico: “[nell’etica del Croce]
Nei due lavori giovanili in cui Capitini si occupa del poeta recanatese28sembra rintracciabile manca la protesta per il passo della morte, quella protesta religiosa che, per Capitini, va invece
l’influenza di posizioni critiche consolidate, che possiamo definire desanctisiano-crociane. Ci riconosciuta essere propria del Leopardi, evidentemente riecheggiando una celebre interpretazione
riferiamo alla sua attenzione dichiarata all’elemento della “serenità” come superamento del leopardiana di un suo conterraneo e amico, Walter Binni”35.
“realismo”: “Il mio studio tende appunto a trovare i segni, che sono innumerevoli, nel pensiero, nella Tanto nei lavori critici giovanili, quanto nelle opere della maturità,vediamo dunque che il poeta-
lingua, nella metrica, nel tono, di questo svolgimento della poesia leopardiana, di questa liberazione filosofo recanatese non viene mai da Capitini considerato nei suoi possibili approdi nichilistici36, come
progressiva dalla letteratura, dal realismo, e della conquista sempre maggiore, anche attraverso le possiamo cogliere,ad esempio, da quanto egli scrive ne La compresenza a proposito della concezione
successive correzioni, della forma personale”29. Anche se Capitini non attribuisce al momento del leopardiana, la quale “non vorrà essere scambiata con un nichilismo inerte, ignavo e insensibile”37.
realismo una valenza estetica negativa in sé, tuttavia un’espressione come “liberazione dalla Una posizione che si accorda perfettamente sia con la teoria del Leopardi “progressivo” sia con
letteratura” non può non richiamare certe categorie critiche idealistiche di stampo crociano. In questa l’interpretazione in chiave di “protesta” sostenuta da Binni, per cui questi può affermare nel 1997 che
fase egli sembra, dei Canti, cogliere e apprezzare in particolare l’aspetto paesaggistico, elegiaco, e la “neppure il grande Leopardi è stato risparmiato da una revisione in chiave nichilista e persino
capacità, che va via via maturandosi nel poeta,di trasformare la disillusione e il rimpianto personali in reazionaria adopera di Cioran e dei suoi seguaci italiani, in opposizione alla interpretazione che è mia
uno sguardo universalizzante sull’uomo e il suo destino attraverso la poesia e l’immaginazione. da gran tempo di un Leopardi profondamente pessimista e perciò violentemente protestatario e
Tuttavia è agevole constatare come la predilezione mostrata da Capitini fin dai suoi primi scritti ansiosamente proteso verso una nuova società”38.
per il Recanatese fosse destinata ad approfondirsi arricchendosi dei temi e toni della sua successiva In accordo a tale concezione possiamo considerare un ulteriore aspetto del pensiero leopardiano
riflessione. Venendo dunque a quei punti in cui il Leopardi capitiniano può essere avvicinato alle cui Capitini si rivolge, rappresentato dal valore della solidarietà. La morale costruttiva, espressa nella
interpretazioni dei due critici, potremmo ancora ricordare il passo de La realtà di tutti, del 1944, nel Ginestra con la massima densità, ha certamente costituito un modello per la visione capitiniana, che
quale Capitini sottolinea quale tratto essenziale del sistema leopardiano la sua totale rinuncia a rifarsi ha colto appieno il valore di quell’alleanza propugnata contro un comune avverso destino.
a qualunque elemento sovrumano, essendo in lui “essenziale questo porre la realtà dell’uomo scissa
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Oggetto della presente memoria sono state le possibili reciproche influenze di tre lettori di 15 Ivi, p. 82.
Leopardi tra di loro più che l’affinità dello stesso Capitini con Leopardi. Un tema, questo, mai indagato 16 Luporini si richiama, per questo aspetto del pensiero politico leopardiano, all’interpretazione del
in profondità dalla critica, forse perché è arduo mettere a confronto un minore della filosofia con un Salvatorelli (di cui si cita Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino 1942 II ed.), p.179.
autore così grande come il Recanatese. La cosa appare tuttavia plausibile solo che si intenda vedere 17 C. LUPORINI, op. cit., p. 89.
l’influsso che Leopardi ha esercitato sul pensatore perugino, un influsso la cui importanza è stata 18 A conclusione del saggio è riportato un passo dello studio del Salvatorelli, in cui viene pienamente
rilevata da autori quali Norberto Bobbio, Claudio Cesa, Gianni Carchia, fino ai più recenti interpreti colto questo ideale politico di una “associazione universale” tra gli uomini che superi lo stadio della
capitiniani. Vorremmo qui limitarci a sottolineare il dato di una comune sensibilità verso la natura, e nazione.
la grande vicinanza all’uomo in una concezione insieme materialistica e spirituale: “Se guardo il mio 19 C. LUPORINI, op. cit., p. 98.
passato di fanciullo e di ragazzo vedo alcuni oggetti, proprio cose, in cui ho posto tanto della mia 20 Binni ricorda come massimo esempio di queste posizioni l’avvicinamento fatto da B. Croce e U.
anima: l’orto della mia maestra a cinque anni, il davanzale di una mia finestra di casa, un mobile, un Bosco tra Leopardi e il padre Monaldo, nei quali essi riconoscono un simile spirito reazionario.
abito sono nel mio animo così presenti ed elevati che dov’è la differenza tra l’anima e la materia?”. È la 21 Cfr.W. BINNI, La protesta di Leopardi, Sansoni, Firenze 1982 (IV ed.), p.12.
stessa sensibilità rivelata dalla considerazione del mondo degli animali, da cui scaturisce pietà e
22 Ivi, p.7.
solidarietà: “Mi sento all’altezza di chi non ha, sento qualcosa di comune tra me e il verme squarciato
23 Ivi, p.142.
in mezzo alla via, negando con l’anima tutto ciò che è fortuna, sospendendo l’omaggio di assolutezza
24 W. BINNI, La Ginestra e l’ultimo Leopardi, in AA.VV., Ricordare Walter Binni, Volumnia, Perugia 1998,
ai risultati felici”39. Così Capitini. Per il Leopardi, si veda lo scritto giovanile sull’anima delle bestie e
innumerevoli passi dello Zibaldone, dai quali emerge una profonda vicinanza all’universo animale: p. 30.
“La facoltà di compatire non è propria del solo uomo. In casa mia v’era un cane che da un balcone 25 Ivi, p. 21.
gittava del pane a un altro cane sulla strada”.40 26 Binni definì Leopardi “il poeta da me più amato… addirittura il poeta della mia vita, il maestro
Tenendo nella dovuta considerazione la differenza delle argomentazioni e le varie articolazioni supremo della mia stessa prospettiva umana, morale, intellettuale, civile”. Cit. in R. ROSSI, Per una
che caratterizzano le posizioni di Luporini e Binni,possiamo dunque concludere che il punto focale società libera e fraterna, in AA.VV., op. cit., p. 8.
intorno al quale sono state costruite queste nuove letture di Leopardi presenta importanti affinità con 27 Vedi, ad esempio, le pagine su Capitini in W. BINNI, La tramontana a Porta Sole, Quaderni della
l’interpretazione capitiniana, qualunque sia il rapporto esistente tra quelle e questa, sia esso di Regione dell’Umbria, IV, Perugia 1984; la testimonianza di Binni in appendice alla seconda edizione dei
suggestione, di filiazione o di semplice consonanza. Vorremmo infine notare, al di là delle maggiori o capitiniani Elementi di un’esperienza religiosa, Laterza, Bari 1947, nonché il ricco
minori convergenze degli approdi critici, come non sia, probabilmente, un caso che un comune amore carteggio esistente tra i due.
per Leopardi legasse uomini quali Capitini, Binni e Luporini. Figure di intellettuali impegnati, che 28 Si tratta della tesi di laurea in Letteratura Italiana presentata all’Università di Pisa il 10 novembre del
fecero del lavoro letterario qualcosa di profondamente diverso da una asettica analisi del testo, per 1928 dal titolo Realismo e serenità in alcuni poeti italiani e della tesi di perfezionamento discussa con
ricercare invece in esso un “senso” che investisse, in concreto, la stessa posizione dell’uomo nel Attilio Momigliano presso la stessa Università dal titolo La formazione dei Canti del Leopardi. Ambedue i
mondo. L’avere scavato nel pensiero di Leopardi alla ricerca del rapporto tra il suo essere, la sua lavori si trovano presso l’Archivio di Stato di Perugia, nella sezione Inediti del fascicolo “Capitini”.
poesia e il proprio tempo sembra corrispondere appieno alla loro tensione verso la realtà e la storia. 29 A. CAPITINI, La formazione dei Canti del Leopardi, cit., p. 6.
30 Cfr. A. CAPITINI, La realtà di tutti, in ID., Scritti filosofici e religiosi, cit., p. 176.
Note 31 Cfr. W. BINNI, Leopardi poeta delle generose illusioni e dell’eroica persuasione, in
Introduzione a G. LEOPARDI, Tutte le opere, Sansoni, Firenze 1989 (II ed.), Vol. I, p. XLIX, nota 3.
1 Su questo, cfr. M.MARTINI, Introduzione a A.CAPITINI, Scritti filosofici e religiosi, a cura dello stesso, 32 Ibidem.
Fondazione Centro Studi A.Capitini, Perugia 1998 (II ed.), pp.XIV-XV. 33 W. BINNI, La nuova poetica leopardiana, Sansoni, Firenze 1947, p. 131.
2 Cfr. C. LUPORINI, Leopardi progressivo, Editori Riuniti, Roma 1980. 34 Cfr. A. CAPITINI, La compresenza dei morti e dei viventi, Il Saggiatore, Milano 1966, ora in ID., Scritti
3 Vedi la Lettera ai sigg. compilatori della «Biblioteca italiana» e il Discorso di un italiano intorno alla poesia filosofici e religiosi, cit., pp. 255 sgg.
romantica, rispettivamente del luglio 1816 e del marzo 1818. 35 G. ROTA, Gli scritti filosofici e religiosi di Aldo Capitini, in “Rivista di storia della filosofia”, n.4 (1999),
4 C. LUPORINI, op. cit., pp. 6-7. p.657.
5 L’egoismo viene definito da Leopardi come una degenerazione dell’amor proprio. Anche la filantropia 36 Ricordiamo a questo proposito come Carlo Michelstaedter ritenga Leopardi un persuaso, lontano
e il cosmopolitismo assumono nel suo pensiero una valenza negativa, il primo in quanto si risolve in una quindi da coloro che eressero il proprio nichilismo a sistema o finirono con il negare, attraverso di esso,
forma generica di amore per l’umanità senza tradursi in bene per alcuno, il secondo in quanto essere tutta la realtà. Il concetto michelstaedteriano di persuasione avrà un peso rilevante sia in Capitini che in
“cittadini del mondo” produce uno stato di inappartenenza e distrugge l’amor patrio, ispiratore di atti Luporini e Binni interpreti di Leopardi.
virtuosi. 37 A. CAPITINI, La compresenza…, cit., pp. 67-68.
6 Lo stato democratico è quindi per Leopardi quello più vicino ad uno stato di natura, essendo egli 38 Intervista a Walter Binni di E. Manca, in AA. VV., Ricordare Walter Binni, cit., p.12.
convinto, rousseauvianamente, che gli uomini nascano liberi ed uguali. 39 Cit. in M. CAVICCHI, Aldo Capitini, Quaderni degli Amici dell’Umbria in Emilia Romagna, Bologna 1991,
7 Cfr. C. LUPORINI, op .cit., p. 36. pp. 14-15.
8 Ivi, p. 38. 40 Cfr. al riguardo la recente edizione: G. LEOPARDI, Dissertazione sopra l’anima delle bestie, a cura di G.
9 Ivi, p. 46. Ditadi, Isonomia, Este (Padova) 1999.
10 Cfr. ivi, p. 52.
11 Zibaldone, I, 725; cit. in C. LUPORINI, op. cit., p. 54.
12 C. LUPORINI, op. cit., p. 59.
13 Ivi, p. 69.
14 Ivi, pp. 76-77.
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