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Edgar Morin, ​Insegnare a vivere.

Manifesto per cambiare l’educazione,​ 2014

Secondo Edgar Morin, che riprende un pensiero di Jean Jacques Rousseau, insegnare è
essenzialmente insegnare a vivere. Inizia quindi il saggio con una riflessione su che cosa
vivere significhi.
Vivere è un'avventura in cui ogni persona affronta i problemi della propria vita personale in
quanto individuo, quelli della propria nazione in quanto cittadino e quelli del pianeta in
quanto essere umano. In questa avventura si devono affrontare incertezze e rischi ed è
sempre facile commettere errori. Per evitarli o comunque riconoscerli e trarne insegnamento
abbiamo bisogno di metodi che ci consentano di avere una percezione del mondo il più
possibile affidabile. Dobbiamo continuamente compiere delle scelte e questo è possibile solo
attraverso una conoscenza della conoscenza ossia dei meccanismi con cui questa avviene.
La scuola e l'università insegnano alcune conoscenze, ma non la conoscenza della
conoscenza. L'errore si commette essenzialmente quando si ignora la problematica della
complessità perché deriva da un pensiero parziale, da un pensiero binario che vede solo
bianco o nero, da un pensiero riduttore o da un pensiero disgiuntivo che tende a
considerare i vari campi del sapere separati. Per affrontare questo continuo rischio di errore
nelle nostre scelte è quindi indispensabile avere conoscenze pertinenti. Vivere inoltre ci
mette costantemente a confronto con gli altri quindi diventa essenziale il bisogno di
comprendersi, ma anche la comprensione umana non è insegnata a scuola. L'educazione
scolastica insegna quindi solo in parte a vivere e la tendenza tecno-economica spinge per
ridurre l'insegnamento alla mera acquisizione di competenze professionali a scapito delle
competenze esistenziali.
Si deve inoltre fare una distinzione tra vivere e sopravvivere. Vivere infatti significa poter
sviluppare le proprie qualità e le proprie attitudini ossia “ben vivere”. Morin critica la filosofia
di oggi che si è sempre più rinchiusa su se stessa dividendosi in branche pedagogiche
mentre una filosofia viva dovrebbe interrogarsi sulla condizione umana e dedicarsi quindi
alla riflessione su cosa sia il vivere bene.
La scienza d’altro canto necessita di una riflessione epistemologica. Mentre la scienza
classica era basata sui principi di disgiunzione, riduzione e determinismo, ossia sulla
eliminazione totale del caso, la scienza del ventesimo secolo con l'affermazione del secondo
principio della termodinamica, della meccanica quantistica e delle teorie del caso ci ha
messo faccia a faccia con l'incertezza. Hanno fatto la loro comparsa il disordine, il caso e
l'imprevedibilità. Occorre quindi cambiare il modo di concepire la conoscenza scientifica ed
essere pienamente coscienti della trappola degli errori e delle illusioni. Bisogna esercitare il
dubbio, essendo però consapevoli che anche il dubbio incontrollato può trasformarsi nella
convinzione paranoica che tutto sia falso, e avere ben presente la differenza tra una teoria,
sempre confutabile da nuove conoscenze, e una dottrina che non ammette invece
contraddizioni.
La coscienza dell'incertezza è fondamentale, ma non dovrebbe limitare le nostre azioni.
Morin afferma che “bisogna apprendere a navigare in un oceano di incertezze attraverso
arcipelaghi di certezze” e definisce così l'​ecologia dell'azione:​ “ogni azione una volta
intrapresa tende a sfuggire alle intenzioni e alla volontà del suo attore per entrare in un gioco
di interazione e retroazione con l'ambiente che può modificarne il corso talvolta anche fino a
invertirlo”. Si dovrebbero quindi insegnare dei principi di strategia che aiutino ad affrontare il
caso e l'imprevedibilità del futuro. L'educazione a vivere dovrebbe favorire l'autonomia e la
libertà della mente ossia di scelta fra le diverse opinioni, teorie e filosofie non occultando
comunque i rischi che ogni decisione comporta.
La scuola, oggi in crisi, non fornisce gli strumenti per affrontare queste incertezze, non
insegna a imparare a conoscersi e comprendere gli altri e non favorisce la riflessione su
cosa sia il ben vivere. Si tratta di una crisi complessa, inseparabile dalle altre crisi della
cultura, della società, della civiltà e della democrazia che sono a loro volta aggravate da
quella economica, e di una crisi “multidimensionale” in cui interagiscono diverse componenti
come l'incomprensione tra gli insegnanti e gli allievi, la disgiunzione tra cultura scientifica e
umanistica, la separazione delle conoscenze in discipline parcellizzate, la pressione per
adattare l'insegnamento alle necessità tecno-economiche, la crisi della laicità, la
concorrenza dei media come la televisione e soprattutto di Internet. La crisi dell’educazione
va inserita quindi in un contesto più ampio e una sua riforma non potrebbe da sola cambiare
la società, ma potrebbe contribuire notevolmente a formare uomini e donne in grado di
affrontare l’avventura della vita.
I punti cardine per la rigenerazione dell’educazione sono quindi: la comprensione
intellettuale e umana, la conoscenza della conoscenza che necessita di una riforma di
pensiero, la riflessione sulla condizione umana e la rigenerazione dell’amore per il sapere.
La comprensione intellettuale è quella che ci consente di capire il senso della parola
dell’altro. La comprensione umana invece comporta una identificazione e proiezione da
soggetto a soggetto e richiede apertura ed empatia verso l'altro. L'incomprensione è molto
diffusa nelle relazioni umane e l'educazione alla comprensione è assente dai nostri
insegnamenti. Gli ostacoli alla comprensione umana sono l'indifferenza, l'egocentrismo,
l'auto-giustificazione, la ​self-deception​ (ossia il voler avere sempre ragione riportando
sempre il torto sugli altri), ma anche strutture radicate storicamente nella mente umana
come la vendetta avallata dalla legge del taglione. Per comprendere si devono capire le
cause dell'incomprensione, si devono capire le motivazioni dell’altro inserendole nel
contesto. Comprendere non è spiegare tutto, ma è anche riconoscere che c'è
dell'incomprensibile. La comprensione consente il perdono ed è appunto la profonda paura
di perdonare che ostacola la comprensione. Tra gli insegnanti e gli allievi, come in generale
tra chi detiene l'autorità e chi la subisce, c'è sempre una virtualità conflittuale che dovrebbe
risolversi con il dialogo per questo nella scuola è necessario educare alla comprensione.
Sia gli insegnanti che gli allievi devono essere compresi. L'autore porta come esempio
l'insegnamento della storia in Francia, evidenziando come l'attuale programma non consenta
ai giovani figli di immigrati di identificarvisi e sia pertanto un fattore di incomprensione e
disintegrazione. Dall’altra parte anche gli insegnanti sono sempre più incompresi e
demoralizzati in quanto non viene riconosciuto il loro ruolo da studenti, famiglie, politici e
imprenditori che vorrebbero imporre i criteri di efficienza, di redditività e di competitività al
sistema scolastico. A queste incomprensioni si aggiunge quella tra allievi e allievi che sfocia
spesso nel fenomeno del bullismo. Tutte queste incomprensioni causano umiliazione
reciproca che costituisce il peggior male nel relazioni umane e si potrebbe soltanto evitare
mettendo in moto il circolo virtuoso dei riconoscimenti reciproci.
Conoscere i meccanismi con cui avviene la conoscenza è necessario per raggiungere una
conoscenza pertinente, ossia che ci consenta di collocare le informazioni in un contesto per
cogliere i problemi globali, e per riconoscere gli errori che se analizzati e superati sono
positivi. Morin afferma che è necessaria una riforma di pensiero per superare
l’iper-specializzazione dei saperi e imparare a collegare le informazioni. Questo perché i
problemi essenziali non sono mai parcellari e i problemi globali sono sempre più rilevanti.
Per sviluppare un modo di conoscenza che colleghi le informazioni si devono conoscere
alcuni concetti che l'autore definisce operatori di relianza e sono: sistema, causalità
circolare, dialogica e principio ologrammatico.
U​n sistema è un’organizzazione attraverso cui il tutto è qualche cosa di più che la somma
delle singole parti e presenta nuove qualità assenti nelle parti separate che vengono definite
emergenze. La nozione di sistema permette di collegare le parti in un tutto e quindi di
superare le conoscenze frammentarie.
La causalità circolare si ha quando gli effetti e i prodotti diventano necessari alla produzione
e quindi causa di ciò che li ha prodotti. Ad esempio noi esseri umani siamo dei prodotti
produttori in quanto gli individui producono la società che a loro volta produce gli individui e
dipendiamo da un ambiente che nello stesso tempo ci procura la nostra autonomia.
La dialogica è la possibilità di collegare nozioni senza negare la loro opposizione ossia
l'associazione di idee antagoniste come ad esempio l'idea di vita e quella di morte che sono
connesse nel ciclo ecologico.
Il principio ologrammatico afferma che in un sistema non solo una parte si trova nel tutto ma
il tutto si trova nella parte. Ad esempio gli individui si trovano nella società e la società è
all'interno di ogni individuo perché è da essa che deriviamo linguaggio, le norme, la
cultura,...
La riforma di pensiero consente di integrare questi operatori di relianza e di sviluppare il
cosiddetto pensiero complesso che permette di superare la riduzione e la disgiunzione.
La conoscenza della condizione umana è un altro elemento fondamentale non presente nei
programmi di insegnamento. L'essere umano ha una natura complessa, allo stesso tempo
fisica, biologica, psichica, culturale, sociale e storica. Nella nostra era planetaria è
necessario insegnare l'identità terrestre in quanto è ormai chiaro che tutti gli uomini vivono
un destino comune. Sarebbe pertanto opportuno inserire la storia umana nella storia
dell’ominizzazione che a sua volta andrebbe inserita nella storia della vita e in quella
dell'universo. Si dovrebbe sviluppare la coscienza del carattere ternario dell'essere umano
che è nello stesso tempo individuo, parte di una società e parte di una specie perché solo
questa consapevolezza può sviluppare solidarietà e responsabilità.
Infine è fondamentale la rigenerazione dell'amore per il sapere che può rianimare la curiosità
assopita degli allievi, sia grazie alle qualità degli insegnanti che all'inserimento di materie
maggiormente appassionanti per gli allievi. Al giorno d'oggi il web da una parte offre una
grande possibilità di democratizzazione culturale, ma dall'altra viene a mancare la presenza
fisica dell'educatore. In questo contesto il suo ruolo va ripensato e dovrebbe essere più
simile a quello di un direttore d’orchestra che guida aiutando a criticare e organizzare le
informazioni acquisite in Internet.
Il saggio si conclude con una riflessione su come tutti gli aspetti analizzati siano
interdipendenti tra di loro e su come si dovrebbe attivare di un circolo virtuoso che conduca
a una metamorfosi per raggiungere il “saper-vivere-pensare-agire” nel ventunesimo secolo.