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Agenzia Formativa Dante Alighieri

Manuale di impianti elettrici


NORMATIVA E LEGISLAZIONE
NORMALIZZAZIONE, UNIFICAZIONE E ARMONIZZAZIONE
Il settore degli impianti elettrici è soggetto alle prescrizioni di numerose norme tecniche emanate da enti
normativi sia nazionali che internazionali. In funzione dello scopo che si prefiggon o, si possono avere
documenti di normalizzazione, unificazione e armonizzazione.
Per normalizzazione si intende l’insieme dei criteri generali in base ai quali devono essere progettati, costruiti
e collaudati gli impianti, le macchine, le apparecchiature e i materiali elettrici, in modo che ne sia garantita
l’efficienza e la sicurezza di funzionamento.
La compilazione di norme tecniche atte a normalizzare i prodotti costituisce l’attività di normazione.
L’unificazione elettrica serve a stabilire le caratteristiche dei materiali, delle macchine e degli apparecchi
elettrici, per individuare una ristretta gamma di tipi costruttivi e di dimensioni, in modo da uniformare la
produzione, diminuire i costi, favorire l’approvvigionamento del materiale, permettere una più ampia
commercializzazione dei prodotti.
L’intensificarsi degli scambi commerciali internazionali con prodotti destinati a mercati sempre più ampi,
oltre a favorire l’unificazione dei prodotti, ha fatto nascere l’esigenza di uniformare le norme nazionali dei
diversi stati, in modo da renderle compatibili con quelle di altre nazioni e di arrivare a norme valide in ambiti
più vasti. L’attività connessa all’unificazione delle norme nazionali è detta armonizzazione.

COMITATO ELETTROTECNICO ITALIANO


In Italia il compito di emanare norme tecniche di normalizzazione e di unificazione nel settore elettrico ed
elettronico è svolto dal CEI (Comitato Elettrotecnico Italiano), con sede a Milano, costituito in forma
autonoma nel 1909 dall’AEI (Associazione Elettrotecnica Italiana) e rifondato, dopo il periodo bellico, nel
1946 su iniziativa di alcuni soci, tra cui figuravano la stessa AEI, il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e
l’ANIE (Associazione Nazionale delle Industrie Elettrotecniche ed elettroniche). È un ente con personalità
giuridica dal 1967 in virtù del DPR n. 822 dell’11/7/1967 (e successive modifiche).
Finalità istituzionale del CEI è la promozione e la diffusione della cultura tecnica e della sicurezza elettrica
mediante una serie di attività normative e pre-normative a livello nazionale e internazionale che includono,
oltre alla redazione dei documenti normativi e al recepimento delle direttive comunitarie e dei documenti
armonizzati, azioni di coordinamento, ricerca, sviluppo, comunicazione e formazione.
Particolare importanza ha assunto l’attività del CEI dopo il 1968, in virtù della Legge n. 186/1968 (e successive
modifiche) che ritiene a regola d’arte le macchine, le apparecchiature e gli impianti realizzati secondo le
norme CEI.
La missione del CEI si concretizza nei seguenti compiti:
• elaborare, pubblicare e diffondere le norme tecniche nel settore elettrotecnico, elettronico e delle
telecomunicazioni per materiali, apparecchi, macchine, impianti, processi e programmi, stabilendone
i relativi requisiti di qualità e sicurezza affinché possano essere considerati rispondenti alla regola
dell’arte;
• provvedere alla simbologia, alla terminologia, all’unificazione e alla normativa nel settore
elettrotecnico;
• studiare i problemi di carattere scientifico e tecnologico connessi alle esigenze di impiego,
funzionamento, sicurezza o altro nel settore elettrico;
• stabilire criteri, metodi di prova e limiti finalizzati al raggiungimento di adeguati livelli di sicurezza,
affidabilità e qualità dei prodotti o dei processi;
• elaborare regole e procedure per prove e controlli di rispondenza alle norme tecniche;
• fissare criteri di valutazione di laboratori, costruttori, singoli operatori per il loro accreditamento da
parte degli organismi competenti;
• promuovere e sviluppare la cultura tecnica con attività formative e informative di vario genere, con
iniziative documentali ed editoriali complementari, anche attraverso corsi, convegni, seminari e con il
supporto di manuali, guide, software applicativi e commentari tecnici;

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• promuovere e favorire l’attività di certificazione;
• promuovere a livello internazionale l’armonizzazione delle norme tecniche o deliberare sui progetti
internazionali per assolvere i mandati ricevuti nell’ambito delle politiche comunitarie;
• partecipare alle attività degli enti europei e internazionali di normazione, al fine di rendere operative
e di diffondere in Italia le Direttive Comunitarie.

Il CEI opera anche nel campo dell’unificazione dei materiali elettrici, avendo assorbito l’UNEL (Unificazione
Elettrotecnica); le norme CEI-UNEL sono destinate all’unificazione dimensionale delle costruzioni elettriche
ed elettroniche.
Oltre alle norme, il CEI pubblica anche delle guide all’applicazione delle norme, che sono dei documenti utili
per la progettazione, la realizzazione e la verifica di particolari impianti elettrici (per esempio, nei centri
commerciali o negli edifici scolastici), ma che non sono vere e proprie norme alle quali attenersi
tassativamente. Ogni guida va considerata come un codice di pratica in cui sono riportate tutte quelle
informazioni applicative che la norma non contiene e che suggerisce, ma non i mpone, modi di progettazione,
realizzazione e verifica di impianti e installazioni elettriche conformi alla normativa.
Le norme emanate dal CEI sono classificate in base al Comitato Tecnico compilatore (CT) e contrassegnate
dal numero distintivo, dall’anno di edizione e dal numero di fascicolo. Per esempio, la norma CEI 14-4/1 (e
successive modifiche) (2012-06), dal titolo Trasformatori di potenza.

IEC E CENELEC
In ambito mondiale opera l’IEC (International Electrotechnical Commission), con sede a Ginevra, a cui
aderiscono i comitati elettrotecnici nazionali di circa settanta paesi che rappresentano la maggioranza della
popolazione mondiale e producono la quasi totalità dell’energia elettrica consumata. Compito dell’IEC è
quello di emettere sia raccomandazioni, alle quali i paesi membri adeguano la propria normativa, sia norme
tecniche da cui vengono derivate le varie norme nazionali.
L’iter per la redazione di una nuova norma internazionale è il seguente:
• un comitato tecnico nazionale propone, in sede internazionale, la redazione di una nuova norma o la
modifica di una esistente;
• nel caso di nuova norma la proposta sarà votata dai vari comitati nazionali e, se accettata, sarà redatta
una prima bozza della norma, denominata “bozza di comitato” CD ( Committee Draft);
• dopo essere circolata tra i vari comitati per raccogliere eventuali proposte di emendamento, la bozza
diventa un documento definitivo che, se approvato a votazione dalla maggioranza dei commissari,
assume il nome di “bozza di norma internazionale” DIS (Draft International Standard);
• quest’ultima bozza, a sua volta, dovrà essere votata entro sei mesi e, in caso di esito favorevole, sarà
emanata come “norma internazionale” IS (International Standard);
• durante il periodo della votazione i vari comitati possono ancora proporre degli emenda- menti, da
mettere ai voti per un periodo di due mesi, che, se accettati, verranno inseriti nella “norma
internazionale definitiva” DIS (Definitive International Standard).

A livello europeo opera il CENELEC (Comité Européen de Normalisation Electrotechnique), con sede a
Bruxelles, a cui aderiscono i comitati elettrotecnici di vari paesi europei (attualmente trenta) e che opera su
incarico della Commissione CEE.
Nato nel 1973 dall’unione del CENELCOM (organismo fondato nel 1959 dagli stati della CEE appena costituita)
e del CENEL, che raggruppava i comitati elettrotecnici di altri sette stati europei, opera in stretto
collegamento con l’IEC nell’ambito dell’armonizzazione e della normalizzazione.
L’attività del CENELEC ha lo scopo di preparare norme armonizzate a livello europeo, che devono essere
accettate da tutti i paesi membri, in base al principio di mutuo riconoscimento stabilito nell’ambito della CE,
secondo il quale se un prodotto è ammesso in un paese de ve es- sere ammesso anche negli altri e occorre
eliminare tutto quello che ostacola tale riconoscimento. Per attuare questa finalità il CENELEC emette i
documenti di armonizzazione (siglati HD), ai cui contenuti tecnici si devono uniformare le norme dei paesi
membri, delle norme europee, indicate con la sigla EN, che devono essere tradotte e adottate integralmente

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quali norme nazionali (norme CEI EN in Italia). Tutte le norme nazionali in contrasto con i documenti HD e
con le norme EN devono essere eliminate.
Il CENELEC emette anche le norme europee sperimentali, indicate con la sigla ENV, i documenti di specifiche
europee (ES), i rapporti (R) e le guide (G).
Un altro organismo europeo promosso dal CENELEC è il CECC (Comitato per i componenti elettronici del
CENELEC), istituito per promuovere un sistema armonizzato per i componenti elettronici di qualità certificata.
In Italia i documenti di armonizzazione del CECC (pubblicazioni CEI-CECC) vengono adottati mediante una
dichiarazione di riconoscimento.

CERTIFICAZIONE E CONTROLLO
La verifica di conformità alle norme di quanto viene prodotto, installato e utilizzato può riguardare i singoli
componenti, cioè il materiale elettrico, oppure tutto l’impianto.
Per quanto concerne la rispondenza alle norme del materiale elettrico, la strada seguita in Italia è quella della
certificazione di conformità, mediante marchi apposti sulle apparecchiature o attestati rilasciati da enti.
Il contrassegno CEI, mostrato nella figura accanto, è una certificazione che il costruttore applica
ai prodotti che, secondo il suo parere, hanno caratteristiche conformi alla norma CEI specifica
dell’apparecchiatura. Si tratta pertanto di un’autocertificazione, di cui il produttore si assume la
responsabilità, ferma restando la facoltà del CEI di effettuare in qualsiasi momento la verifica
della rispondenza alla normativa.
Il contrassegno dell’Istituto italiano del Marchio di Qualità (IMQ) mostrato nella figura, utilizzato
per molti prodotti elettrici di grande diffusione, è soggetto invece a maggiori controlli, in quanto
è subordinato alle garanzie di qualità offerte dal costruttore, all’approva- zione del prototipo e
al controllo della produzione da parte dell’IMQ.
Un altro organismo di certificazione è il CESI (Centro Elettrotecnico Sperimentale Italiano), che
opera nel campo delle elevate potenze e delle alte tensioni e rilascia attestati di prova e collaudo su richiesta
del committente, ossia di chi è interessato alla prova delle caratteristiche dell’apparecchiatura.
La conformità alle norme europee è attestata da marchi e certificati di conformità; per esempio
i componenti adatti a essere installati nei luoghi con pericolo di esplosione riportano il marchio
Ex. In Italia gli organismi competenti a rilasciare certificati di conformità europei sono l’IMQ, il
CESI e l’IENGF (Istituto Elettrotecnico Nazionale Galileo Ferraris); per i marchi è ancora l’IMQ.
Un discorso a parte merita l’apposizione del marchio della Comunità Europea (marcatura CE) per i
componenti elettrici di bassa tensione, obbligatorio in Italia dal 1997.
Il marchio CE riguarda i componenti elettrici compresi nell’ambito di applicazione della
Legge n. 791/1977 (e successive modifiche), relativa all’attuazione in Italia della Direttiva
CEE 73/23, detta anche “Direttiva Bassa Tensione”. Salvo alcune eccezioni, questa
direttiva si applica al materiale elettrico destinato a essere utilizzato a una tensione
nominale compresa tra 50 V e 1000 V in corrente al- ternata e tra 75 V e 1500 V in corrente continua e
prescrive che il materiale deve essere conforme alle norme armonizzate rilevanti ai fini della sicurezza.
L’utilizzazione, in un impianto elettrico, di componenti certificati e conformi alle rispettive norme di prodotto
non assicura però che l’impianto, nel suo complesso, sia rispondente alla normativa, specialmente per gli
aspetti relativi alla sicurezza. Per esempio, non basta installare interruttori rispondenti alle norme se poi
vengono scelti o collegati in maniera errata. Nasce pertanto il problema del controllo de ll’intero impianto
che dovrebbe includere tutte le fasi della realizzazione, ossia: il progetto dell’impianto, la sua installazione, il
collaudo a fine lavori e le verifiche periodiche.
In Italia non esiste un unico organismo pubblico che riconosca la conf ormità di un impianto elettrico né viene
espressamente richiesto, per tutti i tipi di installazione, un certificato di collaudo, anche se l’entrata in vigore
della Legge n. 46/1990 (sostituita poi dal DM n. 37/2008) (e successive modifiche) ha introdotto precise
responsabilità legali per il committente dell’impianto, per il tecnico incaricato del progetto e per l’installatore.
Per gli impianti nei luoghi di lavoro con l’impiego di personale dipendente, l’onere dei controlli spettava
all’ENPI (Ente Nazionale Prevenzione Infortuni), che è stato sciolto con l’introduzione della Legge n. 833/1978
di istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Attualmente i controlli agli impianti elettrici nei luoghi di

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lavoro vengono effettuati principalmente dagli ispettori delle ASL (Azienda Sanitaria Locale) che redigono
verbali in cui vengono annotate le irregolarità riscontrate, che dovranno essere sanate entro un determinato
periodo di tempo; possono anche comminare sanzioni pecuniarie e denunciare il titolare dell ’impianto
all’autorità giudiziaria. In questi impianti sono anche obbligatorie le verifiche periodiche all’impianto di terra,
ai sistemi di protezione contro le scariche atmosferiche e alle installazioni elettriche nei luoghi con pericolo
di esplosione, da effettuarsi a cura del titolare dell’impianto.
Esistono altri organi di controllo, relativi a particolari categorie di installazioni elettriche. Per esempio, gli
impianti elettrici nei locali di pubblico spettacolo devono essere controllati, per poter ave re il rilascio o il
rinnovo della licenza d’esercizio, da una apposita Commissione provinciale di vigilanza. È da rilevare, infine,
che anche i vigili del fuoco hanno compiti di controllo per gli impianti installati nelle attività soggette alla loro
sorveglianza.

LEGGI PRINCIPALI DEL SETTORE ELETTRICO


Vi sono molte leggi che riguardano il settore elettrico, in particolare per quanto concerne l’aspetto della
sicurezza nelle installazioni elettriche. Diverse disposizioni legislative nazionali recepiscono le direttive
dell’Unione Europea, nel quadro di un progetto di armonizzazione con gli altri paesi europei. Tipicamente il
percorso legislativo vede l’emanazione, da parte dell’Unione Europea, di direttive comunitarie che hanno lo
scopo di armonizzare le singole legislazioni nazionali, promuovendo la libera circolazione dei prodotti e
salvaguardando l’incolumità e la salute dei cittadini nei luoghi dove risiedono e lavorano.
In passato ci si occupava prevalentemente della sicurezza sul lavoro, anche se già l’art. 32 della Costituzione
dice che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività
[...], per cui non fa distinzione tra la salute (e quindi anche la sicurezza nelle varie attività) del l avoratore e
del cittadino. La Legge n. 833/1978 (e successive modifiche), che ha istituito il SSN, ha comunque posto sullo
stesso piano la sicurezza negli ambienti di lavoro e di vita.
La sicurezza sul lavoro è tutelata anche da vari articoli del codice ci vile e del codice penale; quest’ultimo, per
esempio, punisce chiunque ometta di adottare misure antinfortunistiche per la prevenzione degli infortuni.
Anche i dipendenti, secondo lo Statuto dei lavoratori, hanno il diritto di controllare l’applicazione delle norme
per la prevenzione degli infortuni.

Legge n. 186/1968 (e successive modifiche). Disposizioni concernenti la produzione di materiali,


apparecchiature, macchinari, installazioni e impianti elettrici ed elettronici.
Si compone di due soli articoli: il primo impone che i materiali, le apparecchiature, i macchinari, le installazioni
e gli impianti elettrici ed elettronici vengano realizzati e costruiti a regola d’arte, mentre il secondo riconosce
che la realizzazione secondo le norme CEI è da ritenersi a regola d’arte. In questo modo è stata stabilita una
connessione tra legislazione e normativa e alle norme CEI è stato riconosciuto un valore molto maggiore che
in passato.
È importante notare che la Legge n. 186/1968 non esclude che impianti eseguiti se condo una normativa
diversa da quella CEI possano considerarsi a regola d’arte. La differenza sta nel fatto che un impianto in cui
sono state rispettate tutte le norme CEI applicabili al caso è, di fatto, costruito a regola d’arte, senza bisogno
di ulteriori accertamenti.

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DEFINIZIONI E CLASSIFICAZIONI
DEFINIZIONI RELATIVE AGLI IMPIANTI E AI CIRCUITI
Per poter chiarire il significato di alcuni termini che verranno frequentemente usati, vengono ora richiamate
alcune definizioni contenute nella norma CEI 64-8/2 (e successive modifiche).

Impianto elettrico
È l’insieme di componenti elettrici, aventi caratteristiche coordinate e fra di loro elettricamente associati per
soddisfare scopi specifici. Fanno parte dell’impianto elettrico tutti i componenti elettrici non alimentati
mediante prese a spina e anche gli apparecchi utilizzatori fissi alimentati tramite prese a spina destinate
soltanto alla loro alimentazione.
Rientrano nella definizione precedente, per esempio, l’impianto per l’illuminazione e l’alimentazione delle
prese di un’abitazione, compresi gli apparecchi illuminanti fissi ed esclusi gli utilizzatori collegati alle prese a
spina, e l’impianto per l’alimentazione degli utilizzatori fissi (ascensori, pompe, apparecchi illumi nanti ecc.) e
delle prese a spina dei servizi comuni di uno stabile condominiale.

Impianto utilizzatore
È l’impianto elettrico costituito unicamente dai circuiti di alimentazione degli apparecchi utilizzatori e delle
prese a spina, comprese le relative apparecchiature di manovra, protezione ecc.
I due esempi precedenti si riferiscono a impianti utilizzatori.

Origine di un impianto utilizzatore


Corrisponde al punto di consegna dell’energia elettrica all’impianto. Quando la consegna viene effettuata da
una rete di distribuzione pubblica, il punto di consegna è quello in cui vengono installati i misuratori
dell’energia elettrica. Nel caso degli autoproduttori di energia elettrica, l’origine dell’impianto utilizzatore
corrisponde ai morsetti di uscita del generatore elettrico o del trasformatore.

Circuito elettrico
È la parte di un impianto elettrico alimentata da uno stesso punto e protetta contro le sovra- correnti da uno
stesso dispositivo di protezione.
La corrente che può fluire in un circuito durante il servizio ordinario è detta corrente d’impiego del circuito
stesso.
Esistono due tipi di circuito elettrico:
• circuito terminale, direttamente collegato agli apparecchi
utilizzatori o alle prese a spina;
• circuito di distribuzione, che alimenta un quadro di
distribuzione; tutti i circuiti di potenza che non siano terminali
sono di distribuzione.

Nella figura sono illustrati i significati di impianto e di circuito


elettrico. Nell’esempio della figura l’impianto elettrico è tutto
l’insieme e ha origine a valle del contatore. Esso comprende tre
circuiti, di cui uno di distribuzione in quanto alimenta un quadro
elettrico e due terminali, collegati rispettivamente ad apparecchi
illuminanti e a prese a spina.

CLASSIFICAZIONE DEGLI IMPIANTI SECONDO LA FUNZIONE


Per classificare gli impianti elettrici in base alla funzione a cui sono destinati, è opportuno definire
innanzitutto che cosa si intende per officina elettrica.

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Una officina elettrica è il complesso delle installazioni destinate ad almeno una del le seguenti funzioni:
produzione, conversione, trasformazione, regolazione, smistamento dell’energia elettrica. L’insieme delle
apparecchiature deve essere contenuto in uno o più locali op- pure in aree all’aperto racchiuse in un’unica
recinzione.
In base alla loro funzione le officine elettriche si suddividono in:
• centrali elettriche, destinate alla produzione dell’energia elettrica;
• stazioni elettriche, connesse a sistemi di cui almeno uno di III categoria e destinate ad al - meno una
delle funzioni seguenti: trasformazione, conversione, regolazione, smistamento dell’energia elettrica;
• cabine elettriche, connesse a sistemi di I o II categoria e destinate ad almeno una delle seguenti
funzioni: trasformazione, conversione, regolazione, smistamento dell’energia elettrica; rientrano nella
definizione di cabine anche i posti di trasformazione realizzati con apparecchiature prefabbricate,
anche se non sono contenuti in un apposito locale o in un’area recintata.

Nella definizione precedente compaiono le funzioni seguenti, attribuibili agli impianti elettrici:
• produzione dell’energia elettrica mediante la trasformazione in elettrica di forme di energia di altro
tipo, attuata nelle centrali di produzione (idroelettriche, termoelettriche ecc.);
• trasformazione dell’energia elettrica, intesa non come conversione dell’energia elettrica in un’altra
forma di energia, ma come variazione del livello di tensione ottenuta con l’impiego di trasformatori, al
fine di avere in ogni punto della rete elettrica il valore di tensione p iù adatto allo scopo; la
trasformazione avviene nelle stazioni e nelle cabine di trasformazione e non interessa la forma d’onda
delle grandezze elettriche, che rimangono alternate sinusoidali, e la loro frequenza; la variazione del
valore della tensione comporta sempre la variazione inversa di quello della corrente;
• conversione dell’energia elettrica, con variazione della forma d’onda della stessa; le con - versioni più
comuni sono quelle da corrente alternata in continua (a.c.- d.c.) mediante raddrizzatori e quella
opposta (d.c.-a.c.) tramite invertitori;
• regolazione delle grandezze elettriche o di altro tipo (tensione, potenza, frequenza, numero di giri
ecc.), per farle assumere dei valori prefissati oppure un determinato andamento;
• smistamento dell’energia elettrica da una o più linee in arrivo a una o più linee in par- tenza, senza
operare alcuna trasformazione sul livello di tensione; spesso le due funzioni, di smistamento e di
trasformazione, vengono svolte nella stessa stazione o cabina elettrica.

Vi sono poi altre funzioni tipiche degli impianti elettrici, non comprese nell’elenco prece- dente:
• utilizzazione dell’energia elettrica, con la trasformazione di tale energia in altra forma adatta a essere
utilizzata nelle varie applicazioni (illuminazione di ambienti, movimentazione di organi meccanici ecc.);
• trasmissione dell’energia elettrica, consistente nel trasferimento di notevoli quantità di energia a
grandi distanze e con elevati valori di tensione (220 kV, 380 kV per la trasmissione primaria e 66 kV,
110 kV, 132 kV per la subtrasmissione), mediante linee aeree o in cavo;
• distribuzione dell’energia elettrica alle utenze, dalle stazioni o dalle cabine; può avvenire in media o in
bassa tensione ed è realizzata con linee, prevalentemente in cavo, di lunghezza, potenza e tensione
inferiori rispetto a quelle adibite alla trasmissione.

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PROGETTO DEGLI IMPIANTI ELETTRICI
OBBLIGATORIETÀ DEL PROGETTO
Con l’entrata in vigore del DM n. 37/2008 (e successive modifiche) e la conseguente abrogazione della
maggior parte degli articoli della Legge n. 46/90, il progetto è obbligatorio per l’installazione, la
trasformazione e l’ampliamento di tutti gli impianti tecnici che ricadono nel campo di applicazione del
decreto, posti all’interno degli edifici o nelle loro pertinenze e al servizio degli edifici stessi.
Il progetto può essere redatto da un professionista competente in materia iscritto al proprio albo
professionale o, in alternativa ed entro determinati limiti dimensionali, dal responsabile tecnico dell’impresa
installatrice.
Nel campo degli impianti elettrici ed elettronici, a norma dell’articolo 5, comma 2, del DM 37/2008, il
progetto deve essere redatto da un professionista iscritto all’albo nei seguenti casi:
• per gli impianti di tutte le utenze condominiali e di quelle domestiche di singole unità abitative aventi
potenza impegnata superiore a 6 kW;
• per gli impianti delle utenze domestiche di singole unità abitative di superficie superiore a 400 m 2, a
prescindere dalla potenza installata;
• per gli impianti realizzati con lampade fluorescenti a catodo freddo collegati a impianti elettrici per i
quali è obbligatorio il progetto da parte di un professionista e, in ogni caso, per gli impianti di potenza
complessiva resa agli alimentatori maggiore di 1200 VA;
• per gli impianti relativi agli immobili adibiti ad attività produttive, al commercio, al terziario e ad altri
usi, quando le utenze sono alimentate a tensione superiore a 1000 V (in questo caso il progetto deve
comprendere anche la parte in bassa tensione) e quando, pur alimentate in bassa tensione, hanno
potenza impegnata superiore a 6 kW o superficie superiore a 200 m 2;
• per gli impianti dei locali adibiti a uso medico, per i luoghi a maggior rischio in caso d’incendio, per i
luoghi con pericolo di esplosione e per le tutte le unità immobiliari provviste, anche solo parzialmente,
di ambienti non ordinari soggetti a normativa CEI specifica, a prescindere dalla potenza installata e
dalla superficie;
• per gli impianti di protezione contro le scariche atmosferiche in edifici di volume superiore a 200 m 3;
• per gli impianti radiotelevisivi, le antenne e gli impianti elettronici in genere quando coesistono con
impianti elettrici per i quali è obbligatorio il progetto da parte di un professionista.

Negli altri casi di installazione, trasformazione e ampliamento il progetto può essere redatto dal responsabile
tecnico dell’impresa installatrice.
Per gli interventi di manutenzione, sia ordinaria che straordinaria, non è richiesta la redazione del progetto.
Per esempio, in uno stabile di nuova costruzione adibito ad abitazioni, il progetto non deve essere
obbligatoriamente redatto da un professionista per i singoli appartamenti se la loro superficie non supera
400 m2 o la potenza installata in ognuno non supera 6 kW, mentre deve esserlo per l’impianto dei servizi
comuni (ascensore, luce scala ecc.) se la potenza installata è superiore a 6 kW oppure quando vi sono
ambienti particolari soggetti a normativa CEI specifica (per esempio, una centrale termica alimentata a
metano e classificata come luogo con pericolo di esplosione).
In merito alle modalità di redazione del progetto, l’articolo 5, comma 3, del DM n. 37/2008 (e successive
modifiche) precisa che: “I progetti degli impianti sono elaborati secondo la regola dell’arte. I progetti
elaborati in conformità alla vigente normativa e alle indicazioni delle guide e alle norme dell’UNI, del CEI o di
altri Enti di normalizzazione appartenenti agli Stati membri dell’Unione Europea o che sono contra enti
dell’accordo sullo spazio economico europeo, si considerano redatti second o la regola dell’arte”.
In sostanza questo comma rimanda alla normativa: nel caso degli impianti elettrici si può fare riferimento
alla guida CEI 0-2 (Guida per la definizione della documentazione di progetto degli impianti elettrici), di cui è
attualmente in vigore la seconda edizione del 2002 (fascicolo 6578).
Il DM 37/2008 (e successive modifiche) indica anche una consistenza minima della documentazione di
progetto; l’articolo 5, comma 4, precisa infatti che i progetti devono contenere almeno i seguenti documenti:
• schemi dell’impianto;

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• disegni planimetrici;
• relazione tecnica sulla consistenza e sulla tipologia dell’installazione, della trasformazione o
dell’ampliamento dell’impianto stesso, con particolare riguardo alla tipologia e alle caratteristiche dei
materiali e dei componenti da utilizzare e alle misure di sicurezza da adottare.

Nei luoghi a maggior rischio in caso d’incendio e in quelli con pericolo di esplosione si deve porre particolare
attenzione nella scelta dei materiali e dei componenti da utilizzare, nel rispetto della normativa tecnica
vigente.
Quando il progetto è redatto dal responsabile tecnico dell’impresa installatrice, l’articolo 7, comma 2, del
DM 37/2008 prescrive che l’elaborato tecnico debba essere costituito almeno dallo schema dell’impianto da
realizzare, inteso come descrizione funzionale ed effettiva dell’opera da eseguire, eventualmente integrato
con la documentazione tecnica delle varianti esecutive introdotte in corso d’opera.
Nel caso in cui l’impianto abbia subito delle variazioni in corso d’opera rispetto al progetto, l’articolo 5,
comma 5, del DM 37/2008 prescrive che il progetto stesso deve essere integrato con la documentazione
tecnica attestante le varianti effettuate, alle quali l’installatore è tenuto a fare riferimento nella dichiarazione
di conformità.

DOCUMENTAZIONE DI PROGETTO E DOCUMENTAZIONE D’IMPIANTO


Secondo la guida CEI 0-2, la documentazione di progetto è l’insieme dei documenti che costituiscono il
progetto dell’impianto ed è riferita al livello di progetto considerato. Se nel corso dell’opera vengono
effettuate delle varianti esecutive, i documenti del progetto esecutivo, aggiornati con quelli delle varianti,
costituiscono la documentazione finale di progetto. Per documentazione finale d’impianto si intende, invece,
l’insieme della documentazione finale di progetto, della dichiarazione di conformità rilasciata
dall’installatore, con i relativi allegati obbligatori, e della documentazione fornita dai costruttori dei
componenti elettrici, riguardante le istruzioni per l’installazione, la messa in servizio, l’esercizio, la verifica e
la manutenzione.
I documenti previsti dalla guida CEI 0-2 sono suddivisi in base al livello di progetto e alla destinazione d’uso
dell’opera, come indicato nella tabella, nella quale sono distinti i documenti previsti nella generalità dei casi
(simbolo SÌ) da quelli non necessari (simbolo NO) e facoltativi (simbolo F). Questi ultimi vanno redatti quando
necessario, in funzione delle caratteristiche e della complessità del progetto. I numeri della prima colonna
della tabella indicano gli articoli della guida che descrivono il documento corrispondente.
Si può notare che per le opere pubbliche sono obbligatori, oltre ai tre livelli di progetto, tutti i documenti
della tabella tranne quello indicato all’articolo 3.5.3 della guida, mentre per gli impianti senza obbligo di
progetto delle altre due categorie è sufficiente compilare solo alcuni documenti del progetto esecutivo.
Va notato, infine, che la guida CEI 0-2 consente, nella pratica professionale, di raggruppare i contenuti
progettuali di un singolo documento con quelli di altri documenti o, al contrario, di suddividerli tra più
documenti.

Consistenza della documentazione di progetto elettrico in relazione alla destinazione d’uso dell’opera
(guida CEI 0-2, seconda edizione).

Destinazione d’uso delle opere


Opere
Edifici civili Altre opere
pubbliche
Documentazione di progetto Impianti Impianti Impianti Impianti Impianti
senza con obbligo senza senza con
obbligo di di progetto obbligo di obbligo di obbligo di
progetto progetto progetto progetto
3.3 Documentazione del progetto preliminare
3.3.1 Relazione illustrativa N0 SI NO SI SI
3.3.2 Relazione tecnica NO NO NO NO SI

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3.3.3 Planimetria generale e NO F NO F SI
schema elettrico generale
3.3.4 Piano di sicurezza NO NO NO NO SI
3.3.5 Calcolo sommario delle NO NO NO NO SI
spese
3.4 Documentazione del progetto definitivo
3.4.1 Relazione descrittiva NO F NO SI SI
3.4.2 Relazione tecnica NO SI NO SI SI
3.4.3 Elaborati grafici NO SI NO SI SI
3.4.4 Calcoli preliminari NO SI NO SI SI
3.4.5 Disciplinare descrittivo e NO F NO F SI
prestazionale degli elementi
tecnici
3.4.6 Computo metrico NO SI NO SI SI
3.4.7 Computo metrico estimativo NO F NO F SI
3.4.8 Quadro economico NO NO NO NO SI
3.5 Documentazione del progetto esecutivo
3.5.1 Relazione generale NO F NO SI SI
3.5.2 Relazione specialistica NO SI NO SI SI
3.5.3 Schema (descrizione) SI NO SI NO NO
dell’impianto elettrico
3.5.4 Elaborati grafici F SI F SI SI
3.5.5 Calcoli esecutivi (relazione NO SI NO SI SI
illustrativa), tabelle e
diagrammi di
coordinamento delle
protezioni
3.5.6 Piano di manutenzione NO F NO F SI
3.5.7 Elementi per il piano di NO F NO F SI
sicurezza e di
coordinamento
3.5.8 Computo metrico NO SI NO SI SI
3.5.9 Computo metrico estimativo NO SI NO SI SI
3.5.10 Quadro economico NO NO NO F SI
3.5.11 Cronoprogramma NO F NO F SI
3.5.12 Quadro dell’incidenza della NO NO NO NO SI
manodopera
3.5.13 Capitolato speciale NO SI NO SI SI
d’appalto
3.5.14 Schema di contratto NO F NO F SI

DOCUMENTI DEL PROGETTO PRELIMINARE


La relazione illustrativa contiene, generalmente, la descrizione del progetto, i criteri di scelta delle soluzioni
previste, le indicazioni per la redazione del progetto definitivo, per il crono-programma attuativo e quelle
necessarie per garantire l’accessibilità, l’utilizzo e la manutenzione degli impianti esistenti.
La relazione tecnica deve riportare i dati di progetto e i criteri di scelta delle soluzioni impiantistich e.
La planimetria generale deve riportare gli elementi indispensabili del sistema elettrico, da coordinare con
quelli del progetto dell’opera nel suo insieme, come, per esempio, il posizionamento dell’eventuale cabina
elettrica, dei locali tecnici a uso elettrico, i percorsi delle condutture elettriche. Lo schema elettrico generale
deve mostrare le principali relazioni o connessioni tra i componenti dell’impianto elettrico; può essere uno
schema di sistema, uno schema a blocchi o di principio.
Il piano di sicurezza deve riportare le prime indicazioni e disposizioni per la stesura del piano di sicurezza
previsto dal Decreto Legislativo n. 494/96 (e successive modifiche) per l’esecuzione delle sole opere

9
elettriche. Attualmente, con l’abrogazione del D. Lgs. n. 494, si deve fare riferimento al piano di sicurezza e
coordinamento di cui al D. Lgs. n. 81/2008 (e successive modifiche).
Il calcolo sommario delle spese deve contenere la stima parametrica dei costi per blocchi d’impianto (per
esempio, per le cabine, per le linee principali, per i quadri ecc.).

DOCUMENTI DEL PROGETTO DEFINITIVO


La relazione descrittiva deve fornire i chiarimenti atti a dimostrare la rispondenza del progetto alle finalità
dell’intervento, comprese le motivazioni per eventuali variazioni rispetto al progetto preliminare e, ove
previsto per le opere pubbliche, anche indicazioni circa il tempo necessario per la redazione del progetto
esecutivo.
La relazione tecnica indica le soluzioni che dovranno essere adottate nel progetto esecutivo e svolge la
funzione di documento di raccordo tra i diversi elaborati. Deve riportare, per esempio, l’identificazione
dell’opera, i dati di progetto, i criteri di scelta delle protezioni e quelli di dimensionamento dei componenti,
la documentazione relativa alla protezione contro i fulmini, le caratteristiche dei sistemi di sicurezza per gli
ambienti e le applicazioni particolari.
Gli elaborati grafici descrivono le principali caratteristiche dell’intervento da realizzare mediante schemi
elettrici, planimetrie ed eventuali sezioni in scala.
I calcoli preliminari devono consentire un primo dimensionamento degli impianti elettrici; i criteri, le modalità
di esecuzione e i risultati dei calcoli vanno raccolti in una relazione illustrativa che non deve necessariamente
contenere i calcoli stessi.
Il disciplinare descrittivo e prestazionale degli elementi tecnici contiene la descrizione delle caratteristiche
dei materiali, dei componenti e delle opere previste nel progetto, precisando in particolare le prestazioni che
i vari elementi tecnici devono assicurare.
Il computo metrico deve definire le quantità dei materiali da installare e delle attività previste per la
realizzazione dell’impianto. Partendo da queste quantità e dai prezzi unitari ricavati dai listini correnti si
ricava il computo metrico estimativo, che fornisce la stima sommaria dei costi delle opere.
Il quadro economico è il documento che riassume i costi per i lavori appaltati a misura, a corpo o in economia
e le somme a disposizione del committente per imprevisti, spese tecniche, IVA e imposte.

DOCUMENTI DEL PROGETTO ESECUTIVO


La documentazione del progetto esecutivo è quella formata dal maggior numero di elaborati, alcuni dei quali
sono l’evoluzione degli omonimi documenti previsti per i precedenti livelli di progetto.
La relazione generale deve descrivere in dettaglio i criteri seguiti nelle scelte progettuali e il trasferimento
delle soluzioni tecnologiche sul piano contrattuale e su quello costruttivo.
La relazione specialistica è l’evoluzione della relazione tecnica del progetto definitivo. Dovrà contenere tutte
le informazioni relative all’impianto, come per esempio l’elenco delle utenze e la descrizione dei carichi
elettrici, i dati del sistema di distribuzione e di utilizzazione dell’energia elettrica, quelli relativi al sistema
d’illuminazione, la descrizione delle misure di protezione ecc.
Lo schema (descrizione) dell’impianto elettrico è un documento previsto per gli impianti senza obbligo di
progetto, in sostituzione della relazione generale e di quella specialistica; deve riportare le principali
caratteristiche dell’impianto e le modalità di realizzazione dello stesso. Gli elaborati grafici costituiscono una
evoluzione di quelli previsti per il progetto definitivo e comprendono gli schemi di sistema, gli schemi elettrici
e d’installazione, i disegni planimetrici, i particolari costruttivi e altri dettagli d’installazione ed eventuali altri
elaborati, se necessario.
I calcoli esecutivi sono quelli di dimensionamento degli impianti e si riferiscono a tutte le apparecchiature,
alle condutture elettriche, alle canalizzazioni e a qualsiasi altro elemento necessario per la funzionalità
dell’impianto stesso. Vanno raccolti, come per il progetto definitivo, in una relazione illustrativa.
Le tabelle e i diagrammi di coordinamento delle protezioni sono documenti alternativi o complementari tra
loro e riportano i dati relativi al coordinamento dei dispositivi d’interruzione e di protezione dei circuiti (curve
d’intervento, campi di taratura, poteri d’interruzione ecc.) e i criteri per la verifica dell’idoneità e de lla

10
selettività delle protezioni per i vari circuiti. Il piano di manutenzione è un documento, obbligatorio solo per
le opere pubbliche, che prevede, pianifica e programma l’attività di manutenzione, per poter mantenere nel
tempo la funzionalità, le caratteristiche di qualità e di sicurezza, l’efficienza e il valore economico dell’opera.
Gli elementi per il piano di sicurezza e di coordinamento devono essere contenuti in un documento che
definisce gli elementi necessari per la redazione del piano di sicurezza e di coordinamento da attuare in
cantiere durante i lavori.
Il computo metrico e il computo metrico estimativo costituiscono l’integrazione e l’aggiornamento degli
omonimi documenti redatti in sede di progetto definitivo; se tale progetto non era previs to, questi elaborati
dovranno essere preparati ex novo, tenendo conto del progetto esecutivo.
Il quadro economico è analogo all’omonimo documento previsto per il progetto definitivo. Il
cronoprogramma definisce la sequenza temporale delle lavorazioni, in f unzione di particolari esigenze di
programmazione e di finanziamento dell’opera.
Il quadro dell’incidenza della manodopera riporta l’incidenza percentuale della quantità di manodopera
rispetto al totale dei lavori.
Il capitolato speciale d’appalto deve riportare gli elementi necessari per una compiuta definizione
dell’appalto, i requisiti di accettazione dei materiali e dei componenti, le specifiche di prestazione e le
modalità di prova, la sequenza a cui attenersi nello svolgimento di determinate lavorazio ni e ogni altra
informazione e prescrizione ritenuta necessaria dal progettista.
Lo schema di contratto contiene le clausole dirette a regolare il rapporto tra il committente e l’impresa
appaltatrice. Esso viene redatto dal progettista elettrico solo se ri chiesto, salvo che per le opere pubbliche,
per le quali è obbligatorio.

11
SICUREZZA ELETTRICA E CONDIZIONI AMBIENTALI
SICUREZZA, DANNO E RISCHIO
Per parlare di sicurezza occorre precisare innanzitutto qual è l’oggetto che si vuole rendere sicuro e nei
confronti di quale evento. Nel campo dei dispositivi e degli impianti elettrici gli oggetti possono essere i
componenti degli stessi impianti oppure le persone, gli edifici ecc. e gli eventi possono essere divers i. Un
importante aspetto è costituito dalla sicurezza delle persone nei riguardi del pericolo di fulminazione elettrica
a causa di un contatto con parti in tensione. È da considerare però che questo non è l’unico aspetto della
sicurezza delle persone nei riguardi dell’utilizzazione di energia elettrica: è evidente che un incendio
innescato da cause elettriche può comportare pericolo per le persone, in modo altrettanto grave del contatto
elettrico.
Si consideri il caso semplice in cui l’evento pericoloso sia determinato dal guasto di un solo componente,
intendendo con questo termine sia un singolo apparecchio che un impianto nel suo complesso. Si può
pensare, per esempio, alla perdita d’isolamento dell’avvolgimento di un motore elettrico, nel caso limite in
cui il motore sia collegato a un impianto privo di sistemi di protezione contro le tensioni di contatto e, di
conseguenza, il guasto può causare il contatto di una persona con la massa (evento pericoloso).
Si indichi con N il numero dei componenti dello stesso tipo e caratteristiche per i quali è possibile che si
verifichi un determinato guasto che, a sua volta, produca un incidente; dopo un certo tempo t di
funzionamento vi sarà un numero n di componenti per i quali tale guasto non si sarà verificato.
Si definisce sicurezza di uno qualunque dei componenti, nei riguardi dell’evento sfavorevole provocato da
quel guasto, il rapporto:

Per come è stata definita, la sicurezza rappresenta la probabilità che non si verifichi un evento sfavorevole
entro un determinato tempo e assume valori compresi entro i limiti 0 e 1. Essa è nulla (S = 0) quando n = 0,
ossia quando nessuno dei componenti considerati è stato esente dal guasto, mentre è massima (S = 1)
quando per tutti i componenti il guasto non si è verifi cato (n = N). Il fattore 1 - S può, invece, essere
considerato come il valore dell’insicurezza, ossia la probabilità che l’evento sfavorevole si verifichi.
La sicurezza dipende dal tempo t di funzionamento del componente in esame, detto tempo di esposizione al
rischio: all’aumentare di t diminuisce il numero dei componenti che non hanno avuto il guasto e diminuisce
la sicurezza, tendendo a zero per t → ∞. Essa inoltre va riferita a ben determinate condizioni d’impiego,
d’installazione e di manutenzione, che devono essere specificate dal costruttore e conformi alle norme
relative all’apparecchio in questione.
Nella figura sono riportate tre curve della sicurezza in funzione del tempo, aventi andamento esponenziale
decrescente. La linea più bassa è quella relativa ai componenti con maggiore frequenza di guasto, per i quali
la sicurezza si riduce più velocemente.

S
S1
1

0,5

0 t

12
Per valutare la pericolosità della situazione derivante dal guasto il concetto di sicurezza, da solo, non basta:
occorre introdurre la probabilità di danno k, ossia la probabilità che il guasto possa causare effettivamente il
danno, e l’entità del danno d. Il prodotto di questi due fattori costituisce il danno probabile kd. La probabilità
di danno è zero se il guasto non può in alcun modo causare un danno (per esempio, una parte in tensione
non accessibile non può dar luogo a un contatto diretto), mentre vale 1 se il guasto del componente causa
sicuramente un danno. Il concorso dei tre fattori 1 – S, k e d costituisce il rischio R, definito dal prodotto tra
l’insicurezza e il danno probabile:

Si può notare che, essendo (1 – S) e k delle grandezze adimensionate, il rischio ha la stessa unità di misura
dell’entità del danno; qualora d venisse valutato solo in termini economici, an- che il rischio assumerebbe un
valore monetario.
Dall’espressione del rischio si possono trarre alcune importanti conclusioni:
• fissato un valore massimo di R (rischio accettabile), la sicurezza deve essere tanto maggiore (1 – S tanto
minore) quanto più è elevato il danno probabile; ciò spiega perché le installazioni elettriche in ambienti
in cui la probabilità o l’entità del danno (o entrambi i fattori) sono elevate devono avere maggiori
requisiti di sicurezza rispetto a quelle per il luoghi ordinari;
• a parità di danno probabile il rischio diminuisce all’aumentare della sicurezza e viceversa;
• a parità di sicurezza il rischio aumenta col danno probabile e viceversa;
• non è possibile, in pratica, azzerare il rischio; bisognerebbe avere S = 1 (sicurezza assoluta) o kd = 0
(nessuna probabilità che il guasto causi un danno oppure entità del danno nulla).

Il discorso si complica quando l’eventualità che si verifichi un evento sfavorevole dipende dalla sicurezza non
di un solo elemento, ma da quella di un certo numero di componenti di un sistema. La sicurezza è minore nei
sistemi serie, quelli in cui basta che si verifichi il guasto su un componente per determinare la situazione di
pericolo; in questo caso la sicurezza complessiva è minore di quella del componente meno sicuro. Invece nei
sistemi parallelo perché l’evento sfavorevole si determini devono cedere contemporaneamente tutti i
componenti; la sicurezza complessiva è maggiore di quella del componente più sicuro.
È opportuno rilevare che i termini “serie” e “parallelo” non corrispondono agli omonimi collegamenti: per
esempio, se l’evento sfavorevole è determinato dall’apertura di un circuito, la sicurezza è maggiore con due
contatti chiusi in parallelo, in quanto devono aprirsi entrambi, mentre se il pericolo è causato dalla chiusura
di un circuito, si ha maggiore sicurezza con due contatti aperti in serie; l’evento sfavorev ole si avrebbe infatti
solo chiudendoli ambedue. Nei riguardi della sicurezza entrambi i sistemi sono di tipo parallelo, mentre non
lo sono per il collegamento.

FATTORI DI RISCHIO NELLE INSTALLAZIONI ELETTRICHE


Poiché le misure di sicurezza devono essere maggiori nei casi in cui è elevato il danno probabile, gli impianti
elettrici possono essere classificati proprio in funzione dei fattori k e d, in modo da distinguere gli impianti
per gli ambienti ordinari e quelli per gli ambienti e le applicazioni particolari, in cui i fattori di rischio assumono
valori più elevati rispetto ai luoghi ordinari.
Esistono diversi ambienti a maggior rischio elettrico; se ne esamineranno ora alcuni.

Locali contenenti bagni o docce e piscine


In entrambi i casi, le situazioni di pericolo sono dovute ai contatti tra persone e parti in tensione, per i quali,
a causa della presenza di un elemento conduttore come l’acqua e della maggiore difficoltà che una persona
incontra a sottrarsi al contatto rispetto agli ambienti ordinari, la probabilità k che il guasto causi un danno è
maggiore. Inoltre, può essere elevata anche l’entità del danno d, in quanto uno stesso valore della tensione
di contatto, essendo minore la resistenza complessiva del percorso, produce la circolazione di una m aggiore
intensità di corrente nel corpo, con effetti fisiopatologici più gravi rispetto al contatto in un ambiente
ordinario.

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Luoghi conduttori ristretti
Questi ambienti sono definiti come luoghi, delimitati essenzialmente da superfici metalliche o comunque
conduttrici, nei quali è probabile che una persona possa venire a contatto con tali superfici attraverso una
parte estesa del corpo e, inoltre, è limitata la possibilità di interrompere tale contatto. Esempi tipici sono i
serbatoi e le tubazioni metalliche, all’interno dei quali possono essere svolte attività, come la saldatura, con
l’impiego di utensili elettrici.
Il fattore di rischio che incide maggiormente in questo caso è k, in modo particolare per i guasti d’isolamento,
essendo più probabile rispetto a un luogo ordinario che il guasto possa originare un danno, data la maggiore
difficoltà incontrata dal soggetto a staccarsi dal contatto con la parte in tensione.

Cantieri di costruzione e di demolizione


Il maggior rischio elettrico in questi ambienti deriva da vari fattori concorrenti. In primo luogo i componenti
sono soggetti a condizioni d’impiego più severe rispetto agli ambienti ordinari, con sollecitazioni meccaniche
e termiche maggiori. Questo aumenta la frequenza di guasto e riduce la sicurezza degli apparecchi,
specialmente se non sono del tipo adatto all’impiego nei cantieri. Anche il tempo di esposizione al rischio è
maggiore, a causa del prolungato uso degli attrezzi.
Per mantenere il rischio a livelli accettabili bisogna contrastare la tende nziale riduzione di sicurezza dei
componenti e dell’impianto, scegliendo apparecchi più robusti, meno soggetti a guasti.

Ambienti a maggior rischio in caso d’incendio


In questo caso occorre valutare la probabilità che un guasto elettrico possa provocare un incendio e l’entità
del danno provocato dall’incendio stesso.
La rilevanza dei diversi fattori di rischio dipende dal tipo di ambiente, secondo la classificazione seguente:
• ambienti a maggior rischio in caso d’incendio per l’elevata densità di affollamento o per l’elevato
tempo di sfollamento o per l’elevato danno ad animali (incluse le persone) e cose;
• ambienti con strutture portanti combustibili;
• ambienti a maggior rischio in caso d’incendio per la presenza di materiale infiammabile o combustibile
in lavorazione, convogliamento, manipolazione o deposito.

Nel primo caso il fattore di rischio più rilevante è l’entità del danno d; è evidente, per esempio, che l’incendio
in un museo affollato può comportare un danno ingente, in termini di perdita di vite umane e di opere d’arte.
Negli ambienti del secondo tipo (per esempio, un edificio con strutture in legno) è maggiore la probabilità k
che il guasto elettrico possa innescare l’incendio: l’entità del danno dipenderà dal valore intrinseco
dell’edificio e dal suo contenuto.
Per gli ambienti del terzo tipo (per esempio, un deposito di materiale cartaceo) il fattore di rischio più
rilevante è ancora k, dato che la probabilità d’incendio per cause elettriche è favorita dalla presenza del
materiale infiammabile in quantità rilevante; anche in questo caso l’entità del danno dipenderà dalla
destinazione d’uso del luogo.

Luoghi con pericolo di esplosione


In questi luoghi la probabilità che un guasto elettrico possa innescare l’esplosione è legata alla possibilità che
si formi un’atmosfera pericolosa, determinata dalla presenza di una miscela di aria e di sostanze infiammabili,
sotto forma di gas, vapori, nebbie o polveri, in proporzioni tali che un fenomeno termico (temperatura
eccessiva, arco elettrico o scintilla) possa provocarne l’esplosione. È evidente, quindi, che un guasto, come il
surriscaldamento di una parte di un apparecchio elettrico che in circostanze normali potrebbe non avere
alcuna conseguenza, in questi ambienti possa produrre dei danni anche di notevole entità. Rispetto agli
ambienti ordinari risultano maggiori sia la probabilità sia l’entità del danno, ossia risulta rilevante il danno
probabile kd. Per contenere il rischio occorre aumentare la sicurezza dell’installazione.

Locali a uso medico


Questi locali sono classificati, in base alla crescente pericolosità delle attività che vi si svolgono, in locali di
gruppo 0, di gruppo 1 e di gruppo 2. Questi ultimi sono i locali in cui vengono utilizzati apparecchi
elettromedicali per interventi intracardiaci, operazioni chirurgiche o trattamenti vitali per i quali la mancanza

14
dell’alimentazione elettrica può comportare pericolo di vita, e, quindi, sono luoghi in cui i fattori di rischio
assumono i valori più rilevanti.
Per esempio, il maggior danno probabile kd rispetto ai luoghi ordinari può essere determinato dalla
possibilità che bassissimi valori della corrente di guasto o di dispersione (dell’or- dine di 10 ÷ 20 μA),
normalmente neppure avvertiti da una persona, se iniettati direttamente nella regione cardiaca inneschino
fenomeni anche letali, come la fibrillazione ventricolare, facendo elevare sia la probabilità sia l’entità del
danno.
Lo stesso discorso vale per la mancanza dell’alimentazione elettrica: un guasto che ne de - termini
l’interruzione, sia dovuto all’impianto locale sia alla rete esterna di alimentazione, può determinare
facilmente una situazione pericolosa (elevato valore di k) e comportare danni di notevole entità (elevato
valore del fattore d).

ASPETTI NORMATIVI
Per gli aspetti normativi della sicurezza delle installazioni elettriche occorre riferirsi alle norme e alle guide
CEI che possono essere applicate all’impianto in esame. Per gli impianti elettrici utilizzatori in bassa tensione,
la norma più importante per il progetto, l’installazione e la verifica è la norma CEI 64-8.
Essa si compone di cinque parti di prescrizioni generali, applicabili a tutti gli ambienti, sia ordinari sia
particolari, di una parte sesta dedicata alle verifiche e di una parte settima che tratta gli ambienti e le
applicazioni particolari, contenente le prescrizioni particolari da applicare per questi impianti, unitamente a
quelle generali. L’applicazione di prescrizioni aggiuntive per questi ambienti è giustificata dal fatto che essi
sono tendenzialmente luoghi a maggior rischio, per contenere il quale bisogna aumentare le misure di
sicurezza.
Gli ambienti e le applicazioni particolari che vengono trattati nella parte 7 della norma CEI 64/8:2012 sono i
seguenti:
• sezione 701: locali contenenti bagni o docce;
• sezione 702: piscine e fontane;
• sezione 703: locali e cabine contenenti riscaldatori per saune;
• sezione 704: cantieri di costruzione e di demolizione;
• sezione 705: strutture adibite a uso agricolo o zootecnico;
• sezione 706: luoghi conduttori ristretti;
• sezione 707: prescrizioni per la messa a terra di apparecchiature di elaborazione dati (abrogazione);
• sezione 708: aree di campeggio per caravan e camper;
• sezione 709: darsene e ambienti simili;
• sezione 710: locali a uso medico;
• sezione 711: fiere, mostre e stand;
• sezione 712: sistemi fotovoltaici (PV) di alimentazione;
• sezione 714: impianti di illuminazione situati all’esterno;
• sezione 715: impianti di illuminazione a bassissima tensione;
• sezione 717: unità mobili o trasportabili;
• sezione 721: impianti elettrici in caravan e camper;
• sezione 722: alimentazione dei veicoli elettrici (inserita nella variante V1 del 2013);
• sezione 729: passaggio di servizio o di manutenzione;
• sezione 751: ambienti a maggior rischio in caso d’incendio;
• sezione 752: impianti elettrici nei luoghi di pubblico spettacolo e di intrattenimento;
• sezione 753: sistemi di riscaldamento per pavimento e soffitto.

Non rientrano nell’ambito di applicazione della norma CEI 64-8 gli impianti nei luoghi con pericolo di
esplosione, di cui si occupa il CT 31 del CEI. Le principali norme che riguardano questi ambienti sono:

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• norma CEI 64-2, quarta edizione 2001: di questa norma rimangono in vigore solo i capi - toli relativi ai
luoghi pericolosi per la presenza di sostanze esplosive; tratta sia la classificazione degli ambienti sia la
realizzazione degli impianti;
• norma CEI EN 60079-10-1 (CEI 31-87): si occupa della classificazione dei luoghi pericolosi per la
presenza di gas o vapori infiammabili;
• norma CEI EN 60079-10-2 (CEI 31-88): si occupa della classificazione dei luoghi pericolosi per la
presenza di polveri combustibili;
• norma CEI EN 60079-14 (CEI 31-33): tratta la progettazione, la scelta e l’installazione de- gli impianti
elettrici nei luoghi pericolosi per la presenza di gas o vapori infiammabili e in quelli pericolosi per la
presenza di polveri combustibili;
• norma CEI EN 60079-17 (CEI 31-34): tratta la verifica e la manutenzione degli impianti elettrici nei
luoghi pericolosi per la presenza di gas o vapori infiammabil i e in quelli pericolosi per la presenza di
polveri combustibili.

Anche queste norme contengono prescrizioni particolari, da applicare unitamente a quelle generali della
norma CEI 64-8, relative agli impianti utilizzatori.
Per i luoghi con pericolo di esplosione il CEI ha emanato anche delle guide di applicazione delle norme: in
particolare le guide CEI 31-35 e 31-35/A si riferiscono alla classificazione dei luoghi pericolosi per la presenza
di gas, mentre la guida CEI 31-56 (integrata dalla variante V1) è relativa ai luoghi pericolosi per la presenza di
polveri combustibili.

16
DETERMINAZIONE DEL CARICO CONVENZIONALE
DIAGRAMMA DI CARICO, POTENZA CONVENZIONALE E CORRENTE D’IMPIEGO
In generale la potenza elettrica assorbita da un apparecchio utilizzatore può essere costante oppure variabile
nel tempo. Tipici utilizzatori che funzionano con potenza costante sono gli apparecchi illuminanti, mentre i
motori elettrici assorbono una potenza dipendente da quella resa e dal valore che assume il rendimento in
quella particolare condizione di carico.
Se si rappresentano, su un piano cartesiano, i valori che assume la potenza attiva in funzione del tempo per
le varie condizioni di funzionamento, si ottiene il grafico del diagramma di carico dell’apparecchiatura
considerata. Il diagramma di carico può essere anche riferito a un circuito o a un intero impianto: in questi
casi rappresenta l’andamento della potenza assorbita dal circuito o dall’impianto.
La determinazione del diagramma di carico è un problema di non sempre facile soluzione, specialmente nel
caso di apparecchiature funzionanti a regimi molto variabili nel tempo, e fornisce in generale delle curve con
andamento irregolare, come indicato nella figura.

P diagramma
di carico
curva
integrale

0
Δt t1 t

Per semplificare il problema si può approssimare la curva di carico mediante tratti rettilinei, ottenendo un
diagramma di carico a gradini, indicato nella figura con la linea tratteggiata detta curva integrale, che
rappresenta un andamento fittizio equivalente a quello reale in quanto ha in comune con il diagramma di
carico reale l’area sottesa, pari all’energia elettrica assorbita nell’intervallo di tempo 0 – t1.
Quando, a causa della variabilità del carico, non si fa riferimento alle reali condizioni di funzionamento ma a
ipotesi semplificative e a coefficienti empirici fissati con criteri statistici, si parla di carico convenzionale, che
può essere inteso sia come valore della potenza sia della corrente, a seconda dei casi.
La potenza convenzionale di un circuito elettrico è la potenza attiva per la quale deve essere dimensionato il
circuito, determinata non in base al suo effettivo funzionamento, ma tenendo conto della potenza di targa
degli utilizzatori fissi alimentati, della potenza massima dei gruppi di prese a spina collegati al circuito e di
opportuni coefficienti, valutati statisticamente oppure in base al funzionamento degli utilizzatori, mediante
i quali si tiene conto della potenza mediamente richiesta dai singoli carichi elettrici collegati al circuito in
esame e della contemporaneità di funzionamento ipotizzabile nel caso dell’alimentazione di più carichi.
Estendendo questo discorso al complesso dei circuiti che costituiscono un impianto elettrico utilizzatore, si
arriva a definire la potenza convenzionale dell’intero impianto.
Dato che un circuito funziona generalmente con tensione costante, a un certo valore della potenza attiva
corrisponde un determinato valore della corrente elettrica circolante. Si definisce corrente d’impiego I b la
corrente che può fluire in un circuito nel servizio ordinario, escludendo quindi il funzionamento con
sovracorrenti dovute a sovraccarichi e cortocircuiti.
Per la sua determinazione si fa riferimento alla potenza attiva P (effettiva o convenzionale) transitante nel
circuito, alla tensione V di alimentazione e al fattore di potenza cos φ, secondo le relazioni seguenti:

• corrente continua

17
• corrente alternata monofase

• corrente alternata trifase

FATTORE DI UTILIZZAZIONE
Si consideri un apparecchio elettrico utilizzatore e si indichi con P an la potenza attiva assorbita nominale che
l’apparecchio richiede alla rete di alimentazione quando funziona secondo i dati di targa e con P la potenza
attiva assorbita durante il regime di funzionamento considerato.
Si definisce come fattore (o coefficiente) di utilizzazione il rapporto tra le due potenze:

Trattandosi del rapporto fra due grandezze omogenee, il valore di Ku è espresso da un numero decimale
adimensionato. Può anche essere dato in valore percentuale, usando la relazione:

La conoscenza del fattore di utilizzazione relativo a un determinato modo di funzionamento consente di


calcolare la potenza mediamente assorbita dall’utilizzatore in funzione di quella nominale:

A seconda del valore assunto da Ku si possono avere le tre condizioni di carico seguenti:
• Ku < 1 (P < Pan) quando il funzionamento avviene con carico ridotto;
• Ku = 1 (P = Pan) quando il funzionamento avviene con carico nominale;
• Ku > 1 (P > Pan) quando il funzionamento avviene con carico superiore a quello nominale (sovraccarico).
I valori del fattore di utilizzazione da assumere nei calcoli possono essere determinati analiticamente oppure
mediante apposite tabelle.
Nel primo caso deve essere noto il diagramma di carico dell’utilizzatore. Nell’esempio di figura si suppone
che la potenza vari a gradini, rimanendo costante in determinati intervalli di tempo. In questo modo sono già
note le potenze da assumere durante i vari periodi di funziona- mento e, a rigore, non è neanche necessario
calcolare i valori di Ku relativi ai diversi modi di funzionamento.
P1 P3
P Ku1 = ––––
Pan Ku3 =
Pan
P2
Pan P2
P3 Ku2 = ––––
Pan
P1

0 t1 t2 t3 t

In assenza di indicazioni precise sul regime di funzionamento del carico alimentato si ricorre a valori empirici
dettati dall’esperienza, come quelli riportati nella tabella.

18
FATTORE DI CONTEMPORANEITÀ
Quando un circuito elettrico alimenta più utilizzatori occorre considerare che non sempre funzioneranno tutti
contemporaneamente. La valutazione esatta della potenza totale assorbita richiede la conoscenza di tutte le
combinazioni di carico possibili ed è alquanto difficoltosa, specialmente nel caso di molti utilizzatori con
caratteristiche diverse.
La potenza media totale assorbita sarà in ogni caso minore (al limite uguale) della somma delle potenze dei
singoli utilizzatori:

Si tiene conto della riduzione della potenza introducendo un apposito coefficiente che lega la somma delle
varie potenze a quella totale convenzionale.
Si definisce fattore (o coefficiente) di contemporaneità il rapporto adimensionato:

In valore percentuale si ha: Kc% = 100 Kc. Il caso limite Kc = 1 si ha quando tutti i carichi funzionano sempre
contemporaneamente.
Stabilito il valore di Kc adatto al caso, si determina la potenza totale convenzionale con la re - lazione:

I valori del fattore di contemporaneità da assumere nei calcoli possono essere dedotti nei due modi seguenti:
• se è noto il regime di funzionamento dell’impianto e le combinazioni possibili dei vari carichi si possono
attribuire a Kc i valori effettivi per i diversi gruppi di utilizzatori;
• in mancanza di indicazioni precise si fa ricorso a valori empirici dettati dall’esperien za, come quelli
riportati nella tabella sopra.

Tipo di utilizzatore Numero Kc


Forni fi no a 2 1
Motori da 0,5 a 2 kW fi no a 10 0,6
fi no a 20 0,5
fi no a 50 0,4
Motori da 2,5 a 10 kW fi no a 10 0,7
fi no a 50 0,45
Motori da 10 a 30 kW fi no a 5 0,8
fi no a 10 0,65
fi no a 50 0,5
Motori ol tre 30 kW fi no a 2 0,9
fi no a 5 0,7
fi no a 10 0,6
Ra ddrizzatori fi no a 10 0,8
Sa l datrici elettriche fi no a 10 0,4
As censori e montacarichi in uffici e industrie fi no a 4 0,75
fi no a 10 0,6
Il l uminazione 0,8

19
PARAMETRI ELETTRICI E CIRCUITI EQUIVALENTI
DELLE LINEE ELETTRICHE
DEFINIZIONI E CLASSIFICAZIONE
Per linea elettrica si intende un sistema elettrico avente lo scopo di collegare tra loro due sezioni di una rete
elettrica, trasferendo la potenza dal punto di origine a quello di arrivo.
In teoria la linea può funzionare nei due sensi e quindi il punto di alimentazione può essere posto a una
qualsiasi delle estremità. Questo succede, per esempio, con le linee che collegano due nazioni confinanti tra
le quali vi siano scambi di energia elettrica: il senso del flusso di energia dipende, di volta in volta, da quale
paese esporta e da quale importa.
Una linea elettrica è formata principalmente da un certo numero di conduttori, da un sistema d’isolamento
tra i conduttori e verso massa, da un sistema di sostegno e fissaggio dei conduttori stessi. In questo senso la
norma CEI 64-8/2, applicabile agli impianti elettrici utilizzatori in bassa tensione, definisce conduttura
elettrica l’insieme costituito da uno o più conduttori elettrici e dagli elementi che assicurano il loro
isolamento, il loro supporto, il loro fissaggio e la loro eventuale protezione meccanica.
Nel caso, per esempio, di una conduttura realizzata con cavi posati all’interno di canali metallici fi ssati a
parete, della conduttura fanno parte i cavi, composti a loro volta dai conduttori, dagli isolanti e dalla
eventuale guaina protettiva, e il canale con i propri accessori, che assicura il supporto, il fissaggio e la
protezione meccanica dei cavi stessi.
Le modalità di realizzazione di una conduttura elettrica sono varie. Tra le più importanti vi sono le linee aeree,
formate da conduttori nudi fissati a sostegni di vario genere (tralicci metallici, pali in cemento ecc.) in cui
l’isolamento tra i conduttori e verso massa è assicurato dall’aria e da apposite catene di isolatori, le linee in
cavo formate da conduttori isolati e i condotti sbarre, costituiti da barre conduttrici nude isolate tra loro e
verso l’esterno e racchiuse in un involucro metallico.
Le principali grandezze caratteristiche delle linee sono:
• numero e tipo di conduttori;
• forma d’onda della corrente trasmessa;
• tensione nominale;
• corrente d’impiego;
• potenza trasmessa;
• lunghezza della linea.

In funzione della forma d’onda della corrente trasmessa le linee si dividono in linee a corrente continua e
linee a corrente alternata, distinguibili, queste ultime, in monofase e trifase.
Le linee a corrente continua impiegano per la trasmissione due conduttori, quelle monofase ancora due,
mentre quelle trifase possono avere tre o quattro conduttori, a seconda della presenza o meno del
conduttore neutro.
In base al valore della tensione nominale si distinguono linee in bassa, media e alta tensione.
Un’ulteriore classificazione può essere fatta considerando la funzione della linea, con la seguente distinzione:
• linee di trasmissione e di subtrasmissione, destinate al trasferimento di elevate potenze a notevoli
distanze, per il collegamento delle stazioni elettriche e per l’alimentazione di importanti utenze,
funzionanti ad alta tensione;
• linee di distribuzione in media tensione, operanti con tensioni di 6 ÷ 30 kV, destinate all’alimentazione
di cabine elettriche o di utenze con cabina propria; sono caratterizzate da maggiore diffusione e minore
potenza e lunghezza rispetto alle precedenti;
• linee di distribuzione in bassa tensione, destinate all’alimentazione delle utenze diffuse e funzionanti
normalmente con tensioni di 230 V e 400 V.

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PARAMETRI ELETTRICI DI UNA LINEA
La rappresentazione di una linea elettrica mediante un circuito equivalente impone la conoscenza dei
parametri di linea, ossia delle grandezze tipiche del circuito che vengono introdotte per tener conto dei
diversi fenomeni, di tipo sia conservativo sia dissipativo, che avvengono nella linea stessa.
In particolare si introducono i seguenti parametri:
• resistenza elettrica di linea, dovuta alla resistenza che i conduttori oppongono al passaggio della
corrente e che provoca sia una variazione di tensione lungo la linea che una perdita di potenza attiva
per effetto Joule;
• reattanza induttiva di linea, mediante la quale si tiene conto delle tensioni indotte nei vari conduttori
di linea per effetto dell’auto e della mutua induzione, nel caso di linee funzionanti con correnti variabili
nel tempo; la reattanza produce una variazione di tensione lungo la linea, ma non una perdita di
potenza attiva, dato il carattere conservativo del campo magnetico;
• conduttanza di linea, dovuta alle correnti di dispersione che circolano trasversalmente tra un
conduttore e l’altro e tra i conduttori e la massa, per cause varie (dispersione lungo gli isolatori, effetto
corona); essa produce una variazione di corrente lungo la linea e una dissipazione di potenza attiva;
• suscettanza capacitiva di linea, dovuta alle capacità parassite tra i conduttori e tra questi e massa;
produce una variazione di corrente lungo la linea, ma non una dissipazione di potenza attiva, dato il
carattere conservativo del campo elettrico.

I parametri di linea vengono distinti in longitudinali e trasversali. Si definiscono parametri longitudinali quelli
i cui effetti dipendono dalla corrente e che vengono collegati in serie ai conduttori di linea nel circuito
equivalente. Si definiscono, invece, parametri trasversali quelli che danno effetti dipendenti dalla tensione e
che vengono collegati in derivazione tra i conduttori di linea.

Effetto dei parametri longitudinali.

( )
Vr Vl
V = Vr + Vl = Rl I + jX l I = Rl + jX l I

Rl I Xl

Effetto dei parametri trasversali


I1 I1
I2

Id

V G Bc (
Id = Ig + Ic = GV + jBcV = G + jBc V )
Ig Ic

Fig. 6.2 Effetto dei parametri trasversali.


RESISTENZA ELETTRICA DI LINEA
La resistenza elettrica di un conduttore di lunghezza l, sezione S e resistività ρ si calcola con la formula:

Il fattore Kr è un coefficiente maggiorativo (K r > 1) che, per le linee aeree, tiene conto della maggiore
lunghezza effettiva del conduttore rispetto a quella teorica, a causa della forma assunta dal conduttore teso

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tra i sostegni e, nel caso delle corde formate da fili elementari, del fatto che i fili sono avvolti a spirale. In
questo caso si può ritenete K r = 1,01 per i conduttori a filo unico e K r = 1,02 ÷ 1,05 per le corde.
Nel caso dei cavi l’aumento di resistenza rispetto al valore teorico è dovuto all’effetto di cordatura e alle
perdite per correnti parassite indotte dal campo magnetico prodotto dal cavo nelle eventuali guaine
metalliche di protezione; il valore di Kr è difficilmente valutabile e può arrivare a 1,2.
Nella formula sopra riportata la resistività va riportata alla temperatura di funzi onamento θ del conduttore,
con la relazione:

dove i valori della resistività e del coefficiente di temperatura a 20 °C valgono:

• per il rame crudo:

• per l’alluminio crudo:

La resistenza elettrica riferita all’unità di lunghezza (resistenza unitaria) è data da:

e la sua unità di misura (Ω/m o Ω/km) dipende da quella usata per la resistività.

LINEE CON PARAMETRI TRASVERSALI TRASCURABILI (CIRCUITO R-L)


La corrente totale derivata da una fase per effetto della conduttanza G e della suscettanza capacitiva Bc che,
in parallelo fra loro, formano l’ammettenza trasversale Y = yl sottoposta alla tensione di fase E, è data da:

La relazione mostra che la corrente derivata è trascurabile quando la lunghezza e la tensione di esercizio della
linea non sono molto elevate; questo avviene per le cosiddette linee corte, ossia linee aeree di lunghezza non
superiore a 100 km e tensione fino a 66 kV. Per queste linee l’effetto dei parametri trasversali può essere
trascurato.
Nel caso delle linee in cavo è senz’altro trascurabile la conduttanza g, mentre bisogna valutare l’effetto della
suscettanza capacitiva bc, di valore superiore a quella delle linee aeree, a parità di altre caratteristiche. Per
queste linee i parametri trasversali sono senz’altro trascurabili per tutte le linee in bassa tensione (con V n non
superiore a 1000 V) e anche per quelle in media tensione (V n fino a 35 kV) di lunghezza non eccessiva,
dell’ordine dei chilometri.
Tutte le linee a parametri trasversali trascurabili possono essere rappresentate con un circuito di tipo R-L
come quello in figura relativo a una linea monofase oppure a una fase di una linea trifase. I parametri R l e Xl
sono quelli totali, riferiti all’intera lunghezza l della linea, compre so il neutro nel caso di linea monofase.

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Una linea di questo tipo è caratterizzata dalla costanza della corrente in tutta la sua lunghezza, mentre la
tensione varia dal punto di alimentazione fino al carico. Le relazioni elettriche simboliche della rete sono:

Nel caso più frequente di alimentazione di un carico ohmico-induttivo con angolo di fase φ, il diagramma
vettoriale indicativo della linea è rappresentato nella figura sotto. L’angolo φ + ε è quello d’ingresso della
linea, ossia lo sfasamento tra la tensione e la corrente nel punto di partenza.

RENDIMENTO E VARIAZIONE DI TENSIONE PER LE LINEE R-L


Rendimento di linea
La potenza persa Δp in una linea con parametri trasversali trascurabili è dovuta solo alla resistenza di linea,
interessata dalla corrente I circolante nei conduttori; il suo valore è dato da:

per una linea monofase, in cui Rl è la resistenza totale di entrambi i conduttori (fase e neutro, di lunghezza
totale 2l), mentre per una linea trifase si ha:

in cui Rl è la resistenza di una fase, di lunghezza l.


Indicando con P la potenza erogata al carico, la somma P + Δp rappresenta la potenza assorbita dalla linea e
quindi il rendimento di linea è dato da:

La potenza persa in funzione del rendimento si calcola con la relazione:

La potenza persa percentuale, riferita alla potenza erogata, è data da:

In funzione del rendimento di linea tale potenza è pari a:

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CONDUTTURE ELETTRICHE
CONDUTTORI PER LINEE AEREE
I conduttori hanno il compito di consentire il passaggio della corrente elettrica lungo la linea, contenendo
entro opportuni limiti i valori della perdita di potenza e della caduta di tensione; per tale ragione devono
avere un basso valore della resistività elettrica. Poiché la resistenza elettrica per unità di lunghezza è
proporzionale al rapporto ρ/S, quanto minore è la resistività tanto più si riduce la sezione, a parità di
resistenza elettrica.
Anche il peso specifico è importante: conduttori come quelli di alluminio e di lega di alluminio, aventi basso
valore del peso specifico, consentono di ridurre il peso totale della conduttura, con conseguenti vantaggi
economici sul costo dei conduttori e dei sostegni.
I conduttori per linee aeree sono soggetti a sforzi meccanici, dovuti alla forza di tesatura fra i sostegni, al peso
proprio e ai sovraccarichi per vento e ghiaccio. Per questa ragione devono avere un adeguato valore del
carico di rottura a trazione. La forza che provoca la rottura del filo di sezione unitaria (1 mm2) è detta carico
di rottura unitario (espresso in N/mm2), men- tre quella che provoca la rottura del filo o della corda aventi
una determinata sezione è il carico di rottura totale, misurato in newton (N).
I conduttori per linee aeree sono soggetti alle norme CEI 7-1 e 7-2 che si riferiscono, rispettivamente, ai
conduttori di rame e di leghe di rame e a quelli di alluminio, alluminio-acciaio, lega di alluminio e lega di
alluminio-acciaio. I materiali considerati nelle norme sud- dette sono:
• rame crudo normale, con carico di rottura alla trazione dei fili non inferiore a 372 N/mm2;
• rame ricotto normale, con carico di rottura alla trazione dei fili non inferiore a 216 N/mm2;
• lega di rame e cadmio, con percentuale di cadmio compresa tra 0,3 e 1,3% (rame al cadmio), del tipo
50 e 60, dove i numeri precedenti indicano il carico di rottura in kilogrammi forza al millimetro
quadrato, secondo l’unità di misura utilizzata in passato nel Sistema tecnico;
• alluminio di prima fusione per conduttori elettrici, di purezza non inferiore al 99,50%, di tipo crudo o
ricotto;
• lega ternaria Al-Si-Mg, con lo 0,5% di silicio e lo 0,5% di magnesio, indicata anche come aldrey;
• acciaio legato con tenore di carbonio da 0,40 a 0,85% e aggiunta di piccole percentuali di manganese
e silicio, con impurità di zolfo e fosforo non oltre lo 0,035%.

Sia il rame che l’alluminio devono essere ottenuti per raffinazione elettrolitica, in modo da avere elevata
purezza, con percentuale di rame non inferiore a 99,90% e di alluminio non inferiore a 99,50%, dato che la
presenza di impurità, anche in piccolissime percentuali, fa di - minuire notevolmente la conducibilità elettrica
del conduttore.
L’uso delle leghe di rame e di alluminio serve per potenziare alcune particolari caratteristiche dei conduttori.
I fili in rame-cadmio hanno, rispetto a quelli in rame, una maggiore resistenza a trazione e una notevole
resistenza all’usura per abrasione e per effetto di scariche elettriche, per cui sono indicati nella costruzione
dei conduttori per le linee di contatto tranviarie e ferroviarie. Anche i conduttori in lega di alluminio hanno
maggiore resistenza meccanica di quelli in alluminio e sono usati per costruire corde, sia da soli che rinforzati
da fili d’acciaio. L’aggiunta di elementi leganti fa diminuire, sia per il rame che per l’alluminio, la conducibilità
elettrica.
I fili di acciaio vengono utilizzati per la costruzione delle corde bimetalliche in alluminio- acciaio (conduttori
ACSR: Alluminium Conductor Steel Reinforced) usati per le linee aeree in alta tensione e costituiti da un’anima
di fili di acciaio zincato, avente il compito di resistere alle sollecitazioni meccaniche, attorno alla quale
vengono avvolti più strati di fili di alluminio (mantello) che servono per la conduzione della corrente. In questo
modo si ottiene il duplice vantaggio di avere corde con elevata resistenza meccanica e basso peso per unità
di lunghezza, minore di quello di una corda in fili di rame avente la stessa resistenza elettrica.

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Conduttori a corda
I conduttori delle linee aeree sono costituiti prevalentemente da corde formate da più fili elementari avvolti
a elica, con un determinato passo. Rispetto ai conduttori a filo unico hanno maggiore flessibilità e facilità di
posa in opera.
Le corde sono caratterizzate da vari elementi caratteristici, di cui i principali sono:
• composizione della corda (detta anche formazione), definita dal numero e dal diametro dei fili che
costituiscono la corda;
• sezione teorica e sezione nominale della corda, quest’ultima ottenuta approssimando ai valori
normalizzati quelli della sezione teorica;
• carico di rottura a trazione che rappresenta il carico di rottura totale, calcolato eseguendo la somma
dei carichi minimi dei fili componenti e moltiplicando il risultato per un fattore di riduzione compreso
tra 0,90 e 0,96, secondo le modalità specificate dalle relative norme CEI;
• resistenza elettrica riferita alla lunghezza unitaria (1 km o 1 m), valutata in base alla resistività ammessa
per i fili componenti, alla sezione teorica e maggiorando la lunghezza di una piccola percentuale
stabilita dalle norme CEI 7-1 e 7-2, per tener conto del suo aumento dovuto alla spiralatura; per le
corde con l’anima in acciaio non si considera il contributo alla conduzione elettrica dei fili di acciaio

Per le linee aeree in bassa e media tensione vengono anche usati conduttori a corda di al -luminio crudo e,
più frequentemente, di lega di alluminio (tabella 7.3). Rispetto alle corde di rame presentano, a parità di
resistenza elettrica, una sezione maggiore ma un peso minore, a causa del minor valore del peso specifico.
Le corde formate con fili di lega di alluminio hanno un carico di rottura maggiore di quelle di alluminio.
Per le linee aeree di alta tensione vengono usate solo corde bimetalliche con l’anima formata da fili di acciaio
zincato e il mantello in fili di alluminio o di lega di alluminio, aventi un’elevata resistenza a trazione e un
valore contenuto del peso unitario.

Funi di guardia
Nelle linee aeree sono presenti anche dei conduttori o corde di guardia, montati in cima ai sostegni in numero
di uno o due a seconda del tipo di sostegno, che servono per proteggere le linee dalle sovratensioni di origine
atmosferica. In pratica le funi di guardia fungono da parafulmini e convogliano a terra, mediante i sostegni a
cui sono collegati e i relativi impianti di terra, le correnti impulsive originate dai fulmini. Altro loro compito è
quello di mettere in parallelo tutti i sostegni, in modo da ridurre la resistenza totale di terra de lla linea.
Sono costituite da corde di fili di acciaio zincato o di alumoweld, materiale formato da acciaio ricoperto da
uno strato di alluminio.
Alle funi di guardia non si richiede una resistenza elettrica molto bassa (vale da 0,7 a 2 Ω/km), ma un buon
carico di rottura perché anch’esse sono sollecitate dal tiro di posa, dal peso proprio e dai sovraccarichi per
vento e ghiaccio.

CONFRONTO TRA CONDUTTORI DIVERSI


Si considerino due fili conduttori aventi la stessa lunghezza l, sezioni S 1 e S2 e resistività ρ1 e ρ2; essi presentano
la stessa resistenza elettrica quando è soddisfatta l’equazione:

e quindi:

La formula stabilisce una proporzionalità diretta tra sezioni e resistività; la sezione occorrente aumenta,
quindi, al crescere della resistività.
Confrontando tra loro alluminio e rame si ha:

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La formula evidenzia che, a parità di resistenza elettrica, il conduttore in alluminio deve avere una sezione
del 60% maggiore rispetto a quello di rame.
Per conduttori di sezione circolare, dalla prima formula è possibile ricavare il rapporto fra i diametri:

da cui si ottiene:

Confrontando la coppia rame-alluminio si ha:

Confrontando i pesi di conduttore si ha:

e sostituendo i valori dei pesi specifici:

Dalla formula sopra riportata si deduce che, nonostante l’aumento della sezione, il peso del conduttore
d’alluminio è circa la metà di quello di rame.
Confrontando i carichi di rottura totali (sono indicati con σ quelli unitari) si ha:

Dalla formula sopra indicata si vede che l’aumento di sezione dell’alluminio non compensa completamente
il piccolo valore del suo carico di rottura unitario.
Eseguendo lo stesso confronto tra aldrey e rame si ottiene in modo analogo:

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dove l’indice ad indica l’aldrey. L’ultima delle formule (sopra indicata) evidenzia in particolare la maggiore
resistenza meccanica dei conduttori in aldrey, che compensano, con l’aumento di sezione, il valore del carico
unitario leggermente minore rispetto al rame.
Confrontando i conduttori in alluminio-acciaio con quelli in rame si rileva che, a parità di resistenza elettrica,
i primi hanno ancora minor peso e maggior carico di rottura.
Altro fattore di valutazione è il costo, che è senz’altro maggiore per il rame e il cui prezzo è soggetto a sbalzi
sui mercati internazionali. È da considerare che l’aumento del costo totale è determinato sia dal più elevato
costo al kilogrammo che dal maggior peso. In compenso il rame presenta alcuni vantaggi, tra cui:
• minor diametro dei conduttori, con conseguente minor sovraccarico per vento e ghiaccio;
• facilità nei collegamenti elettrici e meccanici;
• maggiore durezza e resistenza alle abrasioni, il che facilita le operazioni di tesatura;
• possibilità di recupero economico del rottame in caso di smantellamento.

In base alle considerazioni precedenti si può concludere che, per le linee in alta tensione, l’uso esclusivo di
conduttori in alluminio-acciaio è giustificato dal minor peso e dal minor costo; per le altre linee occorre
valutare la convenienza tecnico-economica dell’aldrey, che sta sempre più soppiantando il rame.

CLASSIFICAZIONE E STRUTTURA DEI CAVI ELETTRICI


Per cavo elettrico si intende un insieme di conduttori riuniti tra loro (può anche essere uno solo), ciascuno
isolato rispetto agli altri e verso l’esterno. Ogni conduttore con il proprio isolante costituisce un’anima del
cavo.
I cavi elettrici per energia sono normalizzati dal CT 20 del CEI; le prescrizioni per le linee in cavo sono
contenute nella norma CEI 11-17 del CT 99.
I cavi vengono distinti in funzione della tensione di esercizio del sistema in cui possono essere impiegati (cavi
per bassa, media e alta tensione), in base al numero delle anime (unipolari e multipolari), a seconda del tipo
di isolante impiegato e se sono conformi o meno ai documenti di armonizzazione del CENELEC (cavi
armonizzati e non armonizzati).
La struttura di un cavo varia essenzialmente in funzione del numero delle anime e della tensione; la sezione
di un cavo tripolare è rappresentata nella figura, con evidenziate le parti che lo costituiscono. È da
sottolineare che non tutte le parti sono presenti in tutti i tipi di cavo: in particolare, il materiale di
riempimento, la cintura e l’armatura metallica non vengono utilizzati nei cavi di sezione non elevata, in bassa
tensione e non soggetti a particolari stress meccanici.

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I conduttori sono di rame (più raramente di alluminio), a filo unico oppure a corda, di forma rotonda o
settoriale (per i cavi di elevata sezione). Vengono distinti a seconda della loro flessibilità e in base al tipo
d’installazione, fissa o mobile, alla quale sono adatti.
L’isolante ha la funzione di isolare i conduttori tra loro e verso massa e dalla sua qualità dipendono in larga
parte le prestazioni del cavo. I principali materiali utilizzati sono:
• resine termoplastiche, quali polivinilcloruro (PVC) e polietilene reticolato (XLPE), usate per cavi di bassa
e media tensione (solo XLPE);
• elastomeri sintetici, come la gomma etilenpropilenica (EPR), usata per cavi di bassa e media tensione,
e quella siliconica avente ottime caratteristiche di resistenza al calore; non viene più usata la gomma
naturale;
• isolanti minerali a base di ossido di magnesio, usati per cavi di bassa tensione quando occorrono buone
caratteristiche di resistenza al fuoco;
• carta impregnata, usata per i cavi di media e alta tensione, distinti a loro volta in base al tipo di
impregnante usato (normali, a olio fluido, a pressione di gas).

Il materiale di riempimento è presente solo nei cavi multipolari di elevata sezione e serve per riempire gli
interstizi tra le anime, in modo da conferire al cavo la forma rotonda.
Lo schermo serve a modificare il campo elettrico che si forma nello strato di isolante, in modo da avere linee
di forza radiali uscenti dal conduttore (cavi a campo radiale). In questo modo si limitano le sollecitazioni
dielettriche sull’isolante. La schermatura viene realizzata mediante un sottile nastro di rame che può essere
avvolto sull’insieme delle anime o singolarmente su ogni anima; questa soluzione è più efficace. Lo schermo
non viene utilizzato per i cavi di bassa tensione.
L’isolante esterno (cintura) serve per aumentare l’isolamento verso massa e per proteggere lo schermo.
L’armatura metallica serve per la protezione dei cavi soggetti a elevate sollecitazioni meccaniche; può essere
realizzata da un tubo metallico in piombo o in alluminio oppure da fili o nastri d’acciaio. La guaina esterna ha
il compito di proteggere il cavo dagli agenti ambientali (luce, agenti chimici, umi dità ecc.); può essere
metallica o, più comunemente, in resine o elastomeri sintetici.

CARATTERISTICHE FUNZIONALI DEI CAVI ELETTRICI


Le caratteristiche principali dei cavi elettrici riguardano le tensioni d’isolamento, le temperature
caratteristiche, la portata e il comportamento in caso d’incendio.

Tensioni nominali d’isolamento


Ogni cavo è caratterizzato dalle seguenti tensioni:
• U0 è la tensione nominale di riferimento per l’isolamento a frequenza di esercizio tra ogni conduttore
isolato e la terra, espressa in kilovolt efficaci;
• U è la tensione nominale di riferimento per l’isolamento a frequenza di esercizio tra due conduttori
isolati qualsiasi del cavo, espressa in kilovolt efficaci;
• Um è la tensione massima concatenata che può verificarsi tra due conduttori di fasi diverse, a frequenza
di esercizio;
• Up è la tensione di tenuta a impulso atmosferico, espressa in kilovolt di cresta; essa deve essere
superiore al massimo valore delle sovratensioni a impulso atmosferico che possono presumibilmente
verificarsi in esercizio nel cavo stesso.

Le tensioni U0 e U sono convenzionalmente denominate tensioni di isolamento e i loro valori sono


normalizzati. Esse sostituiscono il grado di isolamento del cavo, utilizzato nella precedente designazione. I
valori delle tensioni di isolamento del cavo adatto a una determinata installazione devono essere scelti in
funzione della tensione nominale del sistema (e della corrispondente tensione massima di riferimento per
l’isolamento per i sistemi con tensione nominale da 3 kV in poi) e tenendo presente la possibilità che nel
sistema si verifichi il funzionamento, a causa di guasti, con una fase a terra, ne l qual caso aumenta la tensione
verso terra delle altre due fasi.

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A questo proposito la norma CEI 11-17 divide i sistemi elettrici in tre categorie.
• Categoria A: comprende i sistemi in cui è permesso il funzionamento con una fase a terra per una
durata non superiore a 1 h.
• Categoria B: comprende i sistemi in cui è permesso il funzionamento con una fase a terra per una
durata non superiore a 8 h continuative e per una durata complessiva non superiore a 125 ore annue.
• Categoria C: comprende tutti quei sistemi che non ricadono sotto le categorie A o B. La norma
raccomanda di includere in questa categoria i sistemi per i quali si presume che possano operare
piuttosto frequentemente con una fase a terra permanente.

Temperature caratteristiche
In funzione del tipo di isolante usato si definiscono due temperature caratteristiche dei cavi elettrici, intese
come valori massimi ammissibili della temperatura che possono assumere i conduttori, precisamente:
• temperatura massima ammissibile in regime permanente (o temperatura di servizio), riferita al
funzionamento in condizioni ordinarie con corrente pressoché costante, escludendo il funzionamento
durante il transitorio termico o in regime ciclico;
• temperatura massima di cortocircuito, riferita al funzionamento in condizioni di cortocircuito, prima
che intervengano le protezioni e durante il quale si ha un riscaldamento intenso ma di breve durata
del cavo.

Portata in regime permanente


La portata Iz di un cavo in regime permanente è la massima intensità di corrente che può circolare in ogni
conduttore, in determinate condizioni di posa, senza che la temperatura superi quella massima ammissibile
dall’isolante.
In generale la portata è espressa dalla relazione:

dove a e b sono dei coefficienti dipendenti dalle caratteristiche del cavo e da quelle dell’ambiente in cui il
cavo è posato. In particolare, il fattore a rappresenta il valore della portata riferita alla sezione unitaria (per
S = 1 mm2 si ha Iz = a).
Sul valore della portata influiscono i seguenti fattori:
• sezione del conduttore: al suo aumentare la portata aumenta, anche se in misura meno che
proporzionale; di conseguenza la densità di corrente diminuisce con la sezione;
• tipo di isolante: influisce sul valore della temperatura di servizio, aumentando la qual e diventa
maggiore la portata in quanto è possibile aumentare la potenza persa per effetto Joule;
• temperatura ambiente: al suo aumentare la portata diminuisce in quanto si riduce il salto termico
sfruttabile, cioè la differenza fra la temperatura di servizio e quella ambiente;
• resistività termica del mezzo: la portata diminuisce al suo aumentare, dato che diventa più difficoltoso
lo smaltimento del calore prodotto nel cavo;
• resistività elettrica del conduttore: una maggiore resistività corrisponde a una min ore portata in
quanto tende a far aumentare la quantità di calore prodotto; indicando con Iz 1 e Iz2 le portate relative
a due cavi con conduttori di resistività ρ 1 e ρ2 , a parità di altre condizioni vale la relazione:

• numero di conduttori del cavo o di cavi raggruppati: all’aumentare del numero dei conduttori facenti
parte dello stesso cavo o del numero dei cavi posti vicini tra loro occorre diminuire la portata, per tener
conto dell’effetto di prossimità, dovuto al fatto che ogni conduttore o cavo si scalda sia per effetto
della propria corrente sia per il calore ricevuto dai conduttori o dai cavi vicini;

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• profondità di posa: per i cavi interrati l’aumento della profondità di posa fa diminuire la portata in
quanto rende più difficoltoso lo smaltimento del calore.

Comportamento in caso d’incendio


Nei riguardi del comportamento in caso d’incendio, i cavi elettrici vengono sottoposti a numerose prove, le
cui modalità operative sono stabilite dalle relative norme CEI. In particolare si distinguono:
• cavi non propaganti la fiamma, per i quali le modalità di prova riguardano il singolo cavo o conduttore
isolato e sono stabilite dalla norma CEI 20-35;
• cavi non propaganti l’incendio, per i quali le prove vengono effettuate su un fascio di spezzoni dello
stesso cavo, di specificata lunghezza e quantità di materiale non metallico, secondo quanto specificato
dalla norma CEI 20-22;
• cavi resistenti al fuoco, provati secondo le modalità stabilite dalla norma CEI 20-45 per i cavi isolati con
mescola elastomerica e dalla norma CEI 20-39 per quelli con isolamento minerale; devono conservare
inalterate le loro caratteristiche d’isolamento per un tempo specificato;
• cavi a basso sviluppo di fumi e gas tossici e corrosivi, le cui modalità di prova sono stabilite dalla norma
CEI 20-37; rientrano in questa categoria i cavi senza alogeni, isolati in gomma speciale, conformi alla
norma CEI 20-38 (cavi LS0H: Low Smoke Zero Halogen).

TIPI COSTRUTTIVI
La grande varietà di cavi esistenti in commercio è determinata principalmente dai materiali che costituiscono
l’isolante e la guaina di protezione.
Cavi per impianti in bassa tensione
Nel campo degli isolanti elastomerici i principali sono i seguenti:
• qualità EI1: mescola vulcanizzata a base di gomma naturale o sintetica, con temperatura di servizio di
60 °C e massima in cortocircuito di 200 °C (poco usata);
• qualità EI2: mescola sintetica a base di elastomero sintetico siliconico, con elevata resistenza al calore,
temperatura di servizio di 180 °C e massima in cortocircuito di 350 °C;
• qualità G7: mescola elastomerica reticolata a base di gomma sintetica HEPR, con temperature
caratteristiche di 90 e 250 °C;
• qualità G9 e qualità G10: mescola a base di materiale elastomerico reticolato XLPE per cavi a basso
sviluppo di fumi e gas tossici e corrosivi, con temperature caratteristiche di 90 e 250 °C; la differenza è
nella diversa tensione nominale, fino a 750 V per la gomma G9 e 1000 V per la G10.

Per quanto riguarda gli isolanti termoplastici, che hanno minori prestazioni in cortocircuito dei precedenti, la
normativa prevede ancora varie qualità, tra cui le seguenti:
• qualità R2: mescola termoplastica a base di polivinilcloruro (PVC), con temperatura di servizio di 70 °C
e massima in cortocircuito di 160 °C;
• qualità R3: mescola termoplastica a base di PVC, con temperature caratteristiche di 105 °C e 160 °C;
• qualità TI3: mescola termoplastica a base di PVC, con temperature caratteristiche di 90 °C e 160 °C.

Nei cavi per bassa tensione è solitamente presente una sola guaina esterna non metallica di protezione. I
materiali più frequentemente usati sono di tipo elastomerico e termoplastico.
Le guaine elastomeriche sono costituite da mescole sintetiche (la gomma naturale non è esclusa ma è poco
usata) per le qualità EM1 e Gy, da policloroprene (PCP) per le qualità Ky, EM2 e Kn, e da elastomero reticolato
a basso sviluppo di fumi e gas tossici per le qualità M2, M3, M4.
Le guaine termoplastiche sono costituite da mescole a base di PVC (qualità TM2, TM1, Rz), di polietilene
(qualità Ex, Ey), polietilene reticolato XLPE per la qualità E4, resina a basso sviluppo di fumi e gas tossici e
corrosivi per la qualità M1.

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Cavi per impianti in media e alta tensione
I cavi utilizzati per queste applicazioni hanno i conduttori isolati con gomma o mediante strati di carta, con
vari tipi di impregnazione.
I cavi isolati in gomma sintetica per media tensione, di tipo EPR o XLPE, hanno temperatura massima
ammissibile di 90 °C e tensione nominale fino a 30 kV, anche se si sta diffondendo l’uso d i cavi isolati con
elastomeri fino a 150 kV.
I cavi isolati in carta impregnata hanno temperatura massima ammissibile di 65 ÷ 70 °C e tensione nominale
fino a 66 kV.
L’isolamento dei conduttori avviene mediante nastratura a più strati di carta di pura cellulosa, impregnata
con una miscela densa di oli minerali e resine, che ha il compito di occludere i pori della carta.
L’impregnazione avviene sotto-vuoto e a circa 100 °C per essiccare la carta. Attorno all’isolante vi è un
rivestimento in piombo, che può essere unico o uno per anima (cavo a tre piom bi), e all’occorrenza un
ulteriore rivestimento protettivo contro gli agenti chimici e meccanici (nastro tessile, armatura metallica,
guaina in PVC ecc.). Quando il rivestimento protettivo è formato da un’armatura metallica, tra questa e il
piombo viene posta un’imbottitura e viene fatta una fasciatura tessile esterna.
Questo tipo di cavo presenta l’inconveniente della migrazione del materiale impregnante, specialmente per
posa verticale o sub-verticale, con formazione di punti dielettricamente deboli nell’isolamento. Altro
inconveniente è dovuto agli spazi vuoti che si formano in esercizio tra isolante e tubo di piombo, a causa della
diversa variazione di volume dei vari componenti del cavo per riscaldamento. La conseguenza è l’infiltrazione
di umidità e la diminuzione della rigidità dielettrica dell’isolante.
I cavi a olio fluido (cavi Emanuelli) sono il risultato dell’evoluzione dei cavi precedenti e vengono usati su
sistemi fino a 380 kV (unipolari) e fino a 132 kV (tripolari).
In questi cavi l’impregnazione della carta avviene mediante olio minerale o sintetico molto fluido e
mantenuto a una pressione da 1 a 3 atmosfere. L’olio scorre in uno o più canali longitudinali costituiti da una
piattina d’acciaio avvolta a spirale, nei quali il fluido può muoversi anche lateralmente, tra gli interstizi delle
pareti; la pressione dell’olio assicura sempre una perfetta impregnazione, evitando gli inconvenienti descritti
precedentemente. Lungo il percorso del cavo occorre prevedere dei serbatoi di alimentazione dell’olio, dei
giunti e dei polmoni di espansione.
Rispetto ai cavi in carta impregnata quelli a olio fluido hanno una rigidità dielettrica e una temperatura
massima ammissibile (85 ÷ 90 °C) maggiori. A parità di tensione e di sezione del conduttore consentono
quindi la trasmissione di una maggiore potenza. Gli inconvenienti sono dovuti al maggiore costo e alla
complessità dell’installazione.
I cavi a pressione di gas sono cavi con isolamento in carta impregnata, in cui l’inconveniente degli spazi vuoti
viene eliminato con l’immissione di gas. Viene usato azoto a 14 ÷ 15 atmosfere di pressione. I sistemi di
adduzione del gas sono vari: per esempio, si può usare un tubetto in gomma speciale, forato lateralmente e
inserito lungo il cavo.
Vengono usati per alta tensione, ma sono meno diffusi di quelli a olio fluido.
Come gas si può anche usare l’esafluoruro di zolfo (SF6), che ha buone caratteristiche dielettriche.

PARAMETRI ELETTRICI DEI CAVI


Per le linee con parametri trasversali trascurabili le costanti elettriche che interessano sono la resistenza e la
reattanza.
La resistenza elettrica unitaria si ricava da apposite tabelle oppure si determina con l’espressione:

dove S (mm2) è la sezione dei conduttori, ρ (Ω mm2/m) è la loro resistività alla temperatura di servizio del
cavo, Kr è un coefficiente che tiene conto del maggior valore della resistenza effettiva rispetto a quella teorica
e che può arrivare, per alcuni tipi di cavo, a 1,2.

31
I valori di resistività a 20 °C da considerare sono pari a:
• 0,0178 Ω mm2/m per il rame;
• 0,0284 Ω mm2/m per l’alluminio.

Nota la resistenza rl20° a 20 °C, il calcolo della resistenza r l alla temperatura di servizio θ s del cavo si effettua
con le relazioni:

• rame

• alluminio

Nel caso di cavi unipolari distanziati, l’influenza delle tensioni di isolamento, che determinano lo spessore
dell’isolante, sul valore dell’induttanza di servizio è minima.
Per quanto concerne gli accoppiamenti capacitivi, è bene verificare l’entità della corrente derivata nel caso
di linee in cavo con lunghezze almeno dell’ordine dei kilometri o decine di kilometri (sistemi di categoria
prima e seconda). Per lunghezze minori è trascurabile. Nelle linee di trasmissione in alta tensione occorre
tenerne sempre conto.

PORTATA DEI CAVI PER BASSA TENSIONE POSATI IN ARIA


La portata di corrente dei cavi elettrici isolati con materiale elastomerico o termoplastico per tensioni
nominali non superiori a 1000 V in c.a. e a 1500 V in c.c., funzionanti in regime permanente e posati in aria,
viene stabilita dalla norma CEI-UNEL 35024/1.
La portata Iz (A) di un cavo, per una determinata condizione di installazione, si ricava con la formula seguente:

dove:
• l 0 è la portata alla temperatura ambiente convenzionale di 30 °C, relativa al singolo cavo multipolare o
all’insieme dei cavi unipolari che costituiscono il singolo circuito, per le diverse condizioni di posa;
• K1 è il fattore di correzione da applicare se la temperatura ambiente effettiva è diversa da 30 °C; il suo
valore è > 1 se la temperatura è inferiore a 30 °C (la portata aumenta), < 1 se superiore a 30 °C (la
portata diminuisce);
• K2 è il fattore di correzione da applicare per più circuiti installati in fascio o in strato; i va- lori inferiori
all’unità indicano che la portata deve essere ridotta per tener conto dell’effetto di prossimità dovuto
a più circuiti o cavi vicini tra loro.

Si tenga presente che per strato si intende l’insieme di più circuiti realizzati con cavi installati affiancati,
distanziati o no, disposti in orizzontale o in verticale, mentre per fascio si intende l’insieme di più circuiti
realizzati con cavi non distanziati e non installati in strato. Più strati sovrapposti su un unico supporto (per
esempio, su una passerella) sono da considerare un fascio.

PORTATA DEI CAVI PER BASSA TENSIONE CON POSA INTERRATA


In questo caso il cavo viene posto nel terreno a una certa profondità. Le modalità di posa più frequenti sono
quelle indicate nella tabella 52C della norma CEI 64-8/5, e precisamente:
• posa all’interno di tubi protettivi o in cunicoli interrati (posa 61);
• cavi direttamente interrati senza protezione meccanica addizionale (posa 62), adatta per cavi con
idonea armatura di protezione;
• cavi direttamente interrati con protezione meccanica addizionale costituita, per esempio, da coppi,
tegole e lastre in cemento (posa 63).

32
La posa interrata è, in genere, più scomoda e costosa di quella in aria e conviene adottarla solo quando è
necessario e per pochi cavi di elevata sezione o per cavi di media tensione.
La portata di un cavo interrato è di valutazione più incerta rispetto alla posa in aria e di - pende da vari fattori:
• temperatura del terreno, aumentando la quale si riduce il salto termico disponibile e diminuisce la
portata; la temperatura di riferimento per le norme è 20 °C;
• numero di cavi interrati su un piano e loro distanza: a causa dell’effetto di prossimità la portata si
riduce all’aumentare del numero e al diminuire della distanza;
• profondità d’interramento: a parità di altre condizioni la portata si riduce all’aumentare della
profondità, in quanto aumenta la massa di terreno che il calore prodotto dal cavo deve attraversare
per arrivare in superficie; un’elevata profondità d’interramento, superiore a 50 ÷ 60 cm, è giustificata
solo se si vuole interrare il cavo dove il terreno ha minore resistività termica; il valore di riferimento
della normativa è pari a 0,8 m rispetto al centro del cavo;
• resistività termica del terreno: la portata di un cavo diminuisce all’aumentare della resistività termica
del mezzo ρ t; nel caso della posa interrata questo è uno dei principali fattori che influiscono sulla
portata, in quanto un terreno con elevata resistività termica consente un minor passaggio del calore
e, quindi, limita la portata ottenibile da un cavo; il valore di riferimento della normativa è di 1,5 K m/W.
Nel caso di cavi interrati entro tubi, l’effetto della resistività sulla portata è molto più limitato, a causa
dell’aria stagnante nel tubo che, opponendosi alla circolazione del calore, riduce notevolmente i
vantaggi di una buona resistività termica del terreno.

Gli isolanti considerati sono quelli costituiti da mescola termoplastica a base di PVC o resine similari, aventi
comunque temperatura massima ammissibile di 70 °C, e da mescola elastomerica reticolata a base di gomma
etilenpropilenica (EPR, XLPE), con temperatura mas- sima ammissibile di 90 °C.
Le tabelle si riferiscono a cavi interrati entro tubi protettivi; per cavi direttamente interrati, per i quali lo
scambio termico è più efficace, la stessa norma consente di maggiorare la portata moltiplicandola per un
fattore superiore a uno, indicativamente pari a 1,15.

La portata Iz di un cavo, in una determinata condizione di installazione, si ricava con l’espressione:

dove:
• l 0 è la portata relativa a una determinata sezione, a un certo tipo di isolante e a un determinato modo
di installazione; essa è pari a I z quando tutti i fattori di correzione sono unitari, ossia quando la
temperatura del terreno è 20 °C, è installato un solo circuito formato da cavi unipolari o un solo cavo
multipolare, la profondità di posa è 0,8 m e la resistività termica del terreno è 1,5 K m/W.
• K1 è il fattore di correzione per temperature del terreno diverse da 20 °C. È evidente che alla
temperatura di 20 °C si avrà K1 = 1, mentre per temperature inferiori sarà K1 > 1 (maggiore portata) e
viceversa;
• K2 è il fattore di correzione che tiene conto del numero di circuiti elementari nel caso di cavi unipolari
e del numero di cavi tripolari posati sullo stesso strato di terreno e della loro distanza; quando questo
numero è maggiore di 1 si avrà K2 < 1, in modo da ridurre la portata per tener conto dell’effetto di
prossimità.
• K3 è il fattore di correzione da applicare nel caso di profondità di posa diversa dal valore di riferimento
(0,8 m). Il suo valore sarà > 1 per profondità minori (maggiore dispersione di calore, portata più elevata)
e < 1 per profondità maggiori;
• K4 è il fattore di correzione che tiene conto della resistività termica del terreno. Il suo valore è < 1
quando la resistività è superiore a quella di riferimento (1,5 K m/W) e viceversa, dato che una maggiore
resistività del mezzo comporta una dissipazione termica meno efficace, con conseguente riduzione
della portata.

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PORTATA DEI CAVI CON CONDUTTORI IN ALLUMINIO
I cavi con conduttori in alluminio hanno minore portata di quelli con conduttori in rame, a causa della
maggiore resistività elettrica del materiale.
Il coefficiente di riduzione indicato dalla norma CEI-UNEL 35026 è pari a 0,78 ed è circa uguale al rapporto:

Per esempio, se un cavo in rame ha portata 100 A, lo stesso cavo con conduttori in alluminio ha, nelle
medesime condizioni di posa, una portata pari a 78 A.

PORTATA DEI CAVI DI MEDIA TENSIONE


In media tensione non vengono utilizzati cavi isolati con materiale termoplastico, ma unicamente cavi isolati
in EPR o XLPE. In teoria, confrontando un cavo di media e uno di bassa tensione della stessa sezione, con lo
stesso tipo di isolante e nelle medesime condizioni di posa, lo smaltimento del calore prodotto è più
difficoltoso per il primo, a causa del maggior spessore di isolante e dell’eventuale presenza dell’armatura
metallica.
In realtà questa differenza è minima, e generalmente non è determinante, tenuto anche conto delle
approssimazioni con le quali si valutano i coefficienti correttivi, specialmente per quanto riguarda la
resistività termica del terreno. Per questa ragione le portate ricavate dalle tabelle dei cavi in EPR per bassa
tensione, sia per la posa in aria che per quella interrata, si possono usare anche per i cavi di media tensione,
per sezioni e pose corrispondenti. Volendo tener conto della lieve riduzione di portata, si può introdurre un
coefficiente di correzione pari a 0,97 ÷ 0,98.

CRITERI DI SCELTA DEI CAVI


La scelta del cavo più opportuno per una determinata installazione elettrica è un’operazione importante,
determinante ai fini della sicurezza e funzionalità dell’installazione stessa, tanto che esistono numerose
disposizioni normative al riguardo (norme CEI e CEI-UNEL).
I fattori più importanti da tenere presenti sono:
• tensione nominale del sistema;
• sezione dei conduttori di fase e dell’eventuale neutro;
• presenza o meno del conduttore di protezione;
• luogo in cui deve avvenire l’installazione;
• modalità di posa del cavo.

La scelta della sezione dei conduttori discende dal calcolo elettrico della linea e dall’esistenza di eventuali
sezioni minime previste dalla normativa in relazione alle condizioni d’installazione.
È da tener presente che la scelta della sezione non è solo funzione della corrente da trasmettere, ma anche
della caduta di tensione ammissibile e del coordinamento con i dispositivi di protezione dalle sovracorrenti.
La presenza o meno del conduttore di protezione all’interno di un cavo multipolare discende dall’esistenza
dell’impianto di terra, di cui tale conduttore farà parte e a cui andrà collegato; il collegamento a terra può
comunque essere fatto anche con un cavo unipolare giallo-verde separato da quello di alimentazione.
Come molte altre caratteristiche dell’impianto, anche la scelta del cavo dipenderà dal luogo d’installazione e
sarà soggetta alla normativa specifica (luoghi con pericolo di esplosione, luoghi a maggior rischio in caso
d’incendio ecc.).
Per esempio, i cavi resistenti al fuoco, proprio per la loro caratteristica di conservare la funzionalità per un
certo tempo pur se sottoposti alla fiamma, verranno usati per l’alimentazione dei servizi che devono
continuare a funzionare durante l’incendio, come le luci di emergenza, i dispositivi di spegnimento e quelli
per l’apertura delle porte automatiche, i sistemi di aerazione e condizionamento, il sistema telef onico di
emergenza. Altro esempio riguarda i cavi a basso sviluppo di fumo e gas tossici e corrosivi, adatti ai luoghi a

34
maggior rischio in caso d’incendio con presenza di pubblico, come grandi magazzini e locali di pubblico
spettacolo.
La scelta in base alle condizioni di posa riguarda principalmente la presenza della guaina e degli altri sistemi
di protezione del cavo. È evidente, per esempio, che un cavo unipolare senza guaina, con l’isolante
direttamente esposto, non è adatto alla posa direttamente graffettata a parete, mentre può essere posato
all’interno di un tubo, come pure la posa direttamente interrata richiede un cavo adeguatamente protetto
anche contro eventuali sollecitazioni meccaniche e quella in ambienti umidi l’uso di una guaina di materiale
resistente all’umidità.
Nel campo della distribuzione in bassa tensione sono molto utilizzati i cavi unipolari senza guaina N07V -K e
H07V-K e quelli con guaina, in genere multipolari, FG7OR-0,6/1 kV.

35
METODI PER IL DIMENSIONAMENTO E LA VERIFICA
DELLE CONDUTTURE ELETTRICHE
CALCOLO DI PROGETTO E DI VERIFICA
Per calcolo di progetto di una conduttura elettrica si intende la determinazione delle caratteristiche fisiche
(sezione dei conduttori, tipo di cavo, modalità di posa ecc.) in funzione dei dati di ingresso e nel rispetto di
determinati vincoli progettuali che andranno poi verificati a calcolo concluso. Esso si riferisce a linee di nuova
installazione, ossia non esistenti in precedenza o che sostituiscono integralmente condutture esistenti.
Nel caso più comune di linee in cavo il calcolo comprende le seguenti, principali, fasi:
• scelta del tipo di cavo e delle sue tensioni di isolamento in funzione della tensione nominale del sistema
e della modalità di posa;
• determinazione della sezione teorica dei conduttori e scelta della sezione commerciale;
• verifica della portata del cavo scelto in relazione alla corrente d’impiego del circuito.

Il calcolo di verifica consiste nel controllare che una conduttura elettrica esistente, in seguito a modifiche
intervenute nel suo regime di funzionamento, continui a possedere determinati requisiti e a soddisfare i
vincoli prefissati. Un caso frequente si ha quando si deve verificare che la sezione di una conduttura sia
adeguata a sopportare un determinato aumento della sua corrente d’impiego.

METODO DELLA PERDITA DI POTENZA AMMISSIBILE


Indicando con ρ la resistività elettrica del conduttore alla temperatura di servizio, con l la lunghezza della
linea, con P la potenza attiva trasmessa, con V la tensione nominale (valore con- catenato per i sistemi
trifase), con cos φ il fattore di potenza, con S la sezione dei conduttori e con Δp% la perdita di potenza
percentuale, le relazioni da usare per il calcolo di progetto per i diversi sistemi di distribuzione sono le
seguenti:

• corrente continua:

• c.a. monofase:

• c.a. trifase:

Se si vuole invece effettuare la verifica della perdita di potenza corrispondente all’adozione di una
determinata sezione, occorre usare le espressioni:

• corrente continua:

• c.a. monofase:

• c. a. trifase:

La perdita di potenza percentuale è legata a quella assoluta dalle relazioni:

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Per l’applicazione di questo metodo come calcolo di progetto occorre fissare preventivamente il valore di
Δp%, variabile dal 2 all’8%, tenendo conto che al suo aumentare diminuisce la sezione (minor costo
d’installazione dell’impianto) ma aumentano le perdite di potenza (maggior costo di gestione).

METODO DELLA TEMPERATURA AMMISSIBILE


È un metodo che si applica prevalentemente ai conduttori nudi e si basa sull’equazione che si ottiene
uguagliando la potenza prodotta per effetto Joule dalla corrente circol ante nel conduttore (RI 2) e quella
dissipata verso l’esterno dal conduttore stesso (λ θ Δ A): a regime, in condizioni di equilibrio termico,
rimanendo costante la temperatura le due potenze sono uguali.
Sviluppando l’uguaglianza si ottiene:

dove ρ è la resistività del materiale riportata alla temperatura θ di funzionamento, data dalla somma θa + θΔ
tra la temperatura ambiente e la sovratemperatura θΔ, l è la lunghezza del con- duttore, A è l’area della
superficie disperdente del conduttore, S è la sezione retta del conduttore e λ è il coefficiente globale di
trasmissione del calore, i cui valori, per θΔ = (30 ÷ 90) °C, si possono scegliere con il seguente criterio:
• λ = 12 ÷16 W/ (m2 K) per conduttori in aria stagnante;
• λ = 15 ÷ 20 W/ (m2 K) per conduttori in aria a circolazione naturale.

Caso del conduttore di sezione circolare


Per un conduttore cilindrico di diametro d la sezione è data da S= π d 2/4, mentre l’area laterale di
dissipazione del calore è A = πd l; sostituendo nella (8.8) e sviluppando si ottiene:

La relazione può essere utilizzata in vari modi.

• Progetto. Fissato il valore massimo ammissibile di θΔ si calcola il diametro d con l’espressione:

In genere si fissa θΔ ≤ (25 ÷ 30) °C, con θa pari a 40 °C nelle condizioni più sfavorevoli.
• Verifica della sovratemperatura. Si effettua con la relazione:

• Verifica della massima corrente ammissibile. Noto d e fissata θΔ si determina la massima corrente che
può circolare nel conduttore:

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Caso del conduttore di sezione rettangolare
Per un conduttore a barra di sezione rettangolare con dimensioni b (base) e h (a1tezza), la sezione è data da
S = bh mentre l’area laterale di dissipazione del calore è uguale ad A = 2 (b + h) l; sostituendo e sviluppando
si ottiene:

• Progetto. Si devono determinare due incognite, b e h, per cui occorre fissare preventiva- mente una
delle due dimensioni o il loro rapporto k d = h/b. Il dimensionamento della barra viene effettuato con
le relazioni:

• Verifica della sovratemperatura. Si effettua con la relazione:

• Verifica della massima corrente ammissibile. Note le dimensioni b e h e fissata θΔ si determina la


massima corrente che può circolare nel conduttore:

METODO DELLA CADUTA DI TENSIONE AMMISSIBILE


Per una linea di lunghezza l, tensione nominale V n (valore concatenato nel caso di linea tri- fase, valore della
tensione fase-neutro per una linea monofase), angolo di carico φ e parametri unitari r l e x l, la c.d.t. industriale
percentuale, riferita alla tensione nominale, è data da:

• c.a. trifase:

• c.a. monofase:

• corrente continua:

Per la determinazione della sezione dei conduttori (calcolo di progetto) la procedura di cal colo è la seguente:
• si assegna un opportuno valore alla c.d.t. percentuale ΔV%;
• si stabilisce un valore orientativo della reattanza unitaria x l, uguale a 0,4 Ω/km per le linee aeree e 0,1
Ω/km per quelle in cavo;
• si calcola la resistenza unitaria di linea rl dalla corrispondente espressione della ΔV%;

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• si determina la sezione teorica dei conduttori con la formula S = ρ/r l, assumendo per la resistività il
valore alla temperatura di esercizio;
• si sceglie la sezione commerciale dei conduttori e si verifica che la portata sia non inferiore alla corrente
d’impiego, altrimenti si passa alle sezioni superiori;
• nei casi dubbi si verifica che la c.d.t. effettiva, determinata con i parametri r l e x l corrispondenti alla
conduttura scelta, rientri nei limiti imposti.

Per la scelta della c.d.t. percentuale occorre tener presente che per gli impianti utilizzatori con tensione
nominale fino a 1000 V in c.a. e 1500 V in c.c. la norma CEI 64-8/5 raccomanda che la c.d.t. tra l’origine
dell’impianto e qualunque apparecchio utilizzatore non sia superiore al 4% della tensione nominale
dell’impianto.

METODO DELLA CADUTA DI TENSIONE UNITARIA


Questo metodo, basato sempre sul criterio della massima caduta di tensione ammissibile, consente di
semplificare il calcolo usando un’apposita tabella che dà, per i vari tipi di cavo (unipolare, bipolare, tripolare),
per i vari tipi di corrente (continua, monofase, trifase) e per tre valori convenzionali del cos φ (0,8; 0,9; 1), i
valori della caduta di tensione unitaria in funzione della sezione dei conduttori, definita come:

espressa in millivolt/ampere metro (mV/A m), essendo ΔV la caduta di tensione totale espressa in volt. Il
valore di u rappresenta la caduta di tensione per ogni metro di cavo e per ogni ampère di corrente.
Considerando, per esempio, l’espressione della caduta di tensione industriale trifase, si ha:

e quindi

da cui:

Per applicare questo metodo occorre:


• fissare il valore di ΔV%;
• calcolare ;

• calcolare u;
• scegliere la sezione del cavo avente una u minore di quella calcolata;
• verificare che la portata sia sufficiente.

Rappresentano la c.d.t. unitaria tra i due conduttori nel caso della corrente continua, tra fase e neutro per la
corrente alternata monofase e tra fase e fase (c.d.t. concatenata) nel caso della corrente alternata trifase.
Scelto il valore effettivo della c.d.t. unitaria (u eff), si determina la c.d.t. totale con la relazione:

METODO DEI MOMENTI AMPEROMETRICI: LINEA CON CARICO DI ESTREMITÀ


Si abbia una linea di lunghezza l avente origine nel punto A e con il carico elettrico concentrato nell’estremità
B, carico che assorbe una corrente di intensità I sfasata dell’angolo φ rispetto alla tensione.

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Linea con carico di estremità.

Diagramma vettoriale di un carico R-L.

La corrente può essere scomposta nelle due componenti I r e Il, rispettivamente in fase (componente attiva)
e in quadratura con la tensione (componente reattiva induttiva in questo caso), date da:

La sezione della linea può essere calcolata, in funzione della c.d.t. ammessa, con la relazione:

dove:
• ρ è la resistività del conduttore alla temperatura di servizio;
• x l è la reattanza unitaria di linea che, in via preliminare, si assume pari a 0,1 × 10–3 o 0,4 × 10–3 Ω/m,
rispettivamente per linee in cavo o aeree;
• ΔVf è la caduta di tensione di fase, pari a ΔV/2 per linee in c.a. monofase e ΔV/√ 3 per linee in c.a.
trifase;
• Mr e Ml sono i momenti amperometrici delle due componenti della corrente rispetto al punto A,
espressi in ampère * metro e dati da:

Per applicare questo metodo, che si basa ancora sul criterio del contenimento della c.d.t.,
occorre pertanto:
• fissare il valore ammissibile della c.d.t. percentuale e calcolare ΔV e ΔVf;
• assegnare il valore convenzionale della reattanza di linea unitaria;
• calcolare i momenti amperometrici;
• determinare la sezione teorica con la relazione, scegliere la sezione commerciale effettiva e verificare
che la portata sia non inferiore alla corrente d’impiego I, altrimenti si deve aumentare la sezione;
• nei casi dubbi, quando il valore effettivo di x l è molto diverso da quello convenzionale assunto,
potrebbe essere necessario verificare la c.d.t. effettiva.

METODO DEI MOMENTI AMPEROMETRICI: LINEA CON CARICHI DISTRIBUITI


In questo caso i carichi elettrici sono distribuiti lungo la linea, con collegamenti di lunghezza trascurabile.

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Linea con carichi distribuiti

Considerando il caso di figura con tre carichi posti nei punti B, C, D (l’estensione al caso generale di n carichi
non comporta difficoltà), per l’applicazione del metodo si determinano, in primo luogo, le componenti delle
correnti:

Si calcolano poi le correnti nei vari tratti di linea:

Nel caso di presenza di carichi capacitivi, le relative componenti reattive vanno considerate negative.
Si determinano i momenti delle componenti ohmiche e reattive delle correnti rispetto al punto A:

Dopo aver fissato il valore di xl e trovato ΔVf in base alla ΔV% ammessa, la sezione della linea A -D si calcola
con la stessa relazione usata per la linea con carico di estremità:

La particolarità di questo metodo è che la linea viene calcolata con sezione costante, anche se in realtà è
interessata da correnti diverse. La verifica della portata va eseguita rispetto alla corrente J maggiore; nel caso
di carichi tutti di tipo R-L il tratto più caricato è il primo, avente corrente J1.

METODO DEI MOMENTI AMPEROMETRICI: LINEA CON CARICHI DIRAMATI


In questo caso la linea presenta un tratto principale A-B e delle diramazioni partenti dal nodo B, alle estremità
delle quali sono collegati i carichi elettrici.

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Linea con carichi diramati

Schema equivalente

Dopo aver determinato le componenti delle correnti I 2 e I3 con le relazioni I r = I cos φ e Il = I sen φ si riduce il
circuito allo schema equivalente di figura, nel quale il complesso delle diramazioni è sostituito da un unico
tratto di lunghezza d, il cui valore si calcola imponendo l’uguaglianza dei momenti amperometrici resistivi
rispetto al punto B, con la relazione:

In questo modo si ritorna al caso della linea con carico di estremità, per la quale i momenti amperom etrici
rispetto al punto A valgono:

La sezione S del tratto A-B si calcola con formula generale:

La portata del cavo scelto andrà confrontata con la corrente d’impiego del tratto A -B, data da:

Le sezioni dei tratti diramati si possono determinare solo in base alle portate dei cavi, scegliendole di valore
tale da avere delle portate non inferiori alle correnti I 2 e I3, nel caso di derivazioni corte, di lunghezza non
superiore a 20 ÷ 30 m.
Per lunghezze superiori si deve tener conto anche dell e cadute di tensione, procedendo nel seguente modo:
• si determina la c.d.t. resistiva effettiva nel tratto A-B, usando la sezione S 1 realmente scelta, con la
relazione:

• si calcola la c.d.t. resistiva disponibile per le derivazioni in parallelo:

• si determinano le sezioni delle derivazioni con le relazioni:

• si verificano le portate delle derivazioni.

42
METODO DEI MOMENTI AMPEROMETRICI: LINEA ALIMENTATA ALLE DUE ESTREMITÀ CON CARICO
CONCENTRATO
In questo caso la linea è alimentata a entrambe le estremità A e B con la stessa tensione, mentre il carico
elettrico è concentrato nel punto C.

Linea alimentata alle due estremità con carico intermedio

Dopo aver determinato il valore della resistività ρ alla temperatura di servizio, aver fissato il valore
convenzionale della reattanza unitaria xl e calcolato la c.d.t. di fase ΔVf in base alla ΔV% ammessa, il metodo
di calcolo prevede i seguenti passi:
• si calcolano le componenti della corrente di carico I r = I cos φ e Il = I sen φ;
• si determinano le componenti resistive e reattive delle correnti I a e Ib con le relazioni seguenti, ricavate
imponendo l’uguaglianza dei momenti amperometrici delle due correnti rispetto al punto C:

• si calcolano le correnti nei due tratti di linea:

• si considerano separatamente i due tratti A-C e B-C, per i quali devono essere uguali le cadute di
tensione e i momenti amperometrici e, quindi, anche le sezioni S ac = Sbc = S; poi- ché Mr = l a Ira = l b Irb e
Ml = l a Ila = l b Ilb la sezione della linea può essere ricavata con una delle seguenti espressioni, derivate
dalla relazione generale:

• si sceglie la sezione commerciale effettiva e se ne valuta la portata I z: essa dovrà essere non inferiore
alla corrente maggiore tra I a e Ib.

SEZIONI MINIME DELLE CONDUTTURE ELETTRICHE


Con i metodi riportati nei paragrafi precedenti si ricava il valore della sezione dei conduttori di linea; dal
valore teorico calcolato si deve poi passare a quello commerciale.
Nel caso di linee brevi e alimentanti carichi di piccola potenza può accadere che la sezione calcolata sia
estremamente ridotta, per esempio inferiore a 1 mm 2. Linee di questo tipo, pur se sufficienti a condurre la
corrente d’impiego del circuito, possono risultare poco adatte a sopportare le sollecitazioni meccaniche
derivanti dalla posa in opera e pertanto la normativa tecnica ha stabilito delle sezioni minime da rispettare.

Nel caso degli impianti utilizzatori con tensione nominale fino 1000 V in corrente alternata e 1500 V in
corrente continua, la norma CEI 64-8/5 prescrive che la sezione dei conduttori di fase nei circuiti a corrente
alternata e dei conduttori attivi nei circuiti a corrente continua non deve essere inferiore ai valori riportati in
tabella.

43
Dall’esame della tabella si vede che, utilizzando cavi con conduttori in rame, la sezione non deve essere
inferiore a 1,5 mm2 per installazioni fisse dei circuiti di potenza (per esempio, cavi posati entro tubi incassati
in un appartamento) e a 0,5 mm2 per i circuiti di comando e segnalazione, come quelli per il collegamento di
suonerie e lampade spia, escluso quelli di apparecchi elettronici.

SEZIONI MINIME DEI CONDUTTORI


Sezione del neutro
La sezione del neutro dipende
dal valore di corrente che
percorre questo conduttore. In
un circuito monofase la
corrente nel neutro è uguale a
quella della fase, mentre nei
circuiti trifase essa dipende dal
grado di squilibrio delle tre
correnti di fase e dalla
presenza di eventuali
componenti armoniche. Nel
caso di una terna equilibrata
sinusoidale di correnti di fase,
la corrente nel neutro è nulla.
In sede di progetto di una linea
può risultare difficoltoso
effettuare sempre la
valutazione della corrente nel
neutro e pertanto la norma CEI 64-8/5 fornisce indicazioni sulla scelta della sezione SN del neutro in funzione
della sezione SF dei conduttori di fase, riportate sinteticamente nella tabella accanto.

Scelta della sezione del conduttore neutro.

44
SOVRACORRENTI
SOVRACCARICO E CORTOCIRCUITO
Le apparecchiature elettriche sono caratterizzate dal valore nominale della corrente, riferito al
funzionamento nelle condizioni specificate dai dati di targa.
Il funzionamento in condizioni di sovracorrente si ha tutte le volte che l’apparecchiatura, per cause varie, è
interessata da un valore di corrente maggiore di quello nominale. Nel caso delle condutture elettriche la
sovracorrente va riferita al valore della portata dei conduttori.
Solitamente le sovracorrenti vengono divise in due categorie: sovracorrenti dovute a sovraccarichi e
sovracorrenti dovute a cortocircuiti.
Il sovraccarico è tipico di un circuito elettricamente sano, interessato da una corrente non troppo maggiore
di quella nominale (generalmente fino a un massimo di 6÷8 volte), che può essere sopportata per un
determinato tempo e produce essenzialmente sollecitazioni termiche. Esempi tipici sono la corrente di
spunto di un motore elettrico e il funzionamento di un cavo con corrente superiore alla propria portata.
Nel caso del cortocircuito la sovracorrente è dovuta a un guasto, ossia al contatto tra due parti a diversa
tensione che, facendo diminuire l’impedenza totale del circuito, fa aumentare in modo significativo l’intensità
di corrente, producendo sollecitazioni termiche, di caratteristiche diverse da quelle del sovraccarico,
sollecitazioni meccaniche per sforzi elettrodinamici e archi elettrici che possono innescare incendi ed
esplosioni.

SOLLECITAZIONE TERMICA PER SOVRACCARICO


Il persistere di un regime di sovraccarico in un componente elettrico (linea, utilizzatore ecc.) comporta il
funzionamento con una corrente superiore a quella nominale, per un tempo pari alla durata del sovraccarico
o al tempo d’intervento delle apparecchiature di protezione. Aumentano di conseguenza le perdite per
effetto Joule e la temperatura del componente, partendo dal valore che aveva durante il normale esercizio,
sale, tendendo a un valore di regime proporzionale alla nuova potenza termica.
Supponendo che il fenomeno avvenga in modo ideale, ossia rispettando le seguenti ipotesi semplificative:
• corpo omogeneo e termicamente isotropo;
• temperatura del corpo costante in ogni punto;
• temperatura dell’ambiente costante nel tempo,

l’equazione differenziale che lo descrive è:

che può essere scritta nella forma:

con il seguente significato dei simboli:


• Δ
θ = θθ sovratemperatura rispetto all’ambiente
• λ coefficiente globale di trasmissione termica
• A superficie di scambio termico
• Ct capacità termica
• Pc potenza termica.

La soluzione della è un’equazione esponenziale, definita a meno di una costante C dipendente dalle
condizioni iniziali:

45
essendo la costante di tempo termica del sistema.

Nel caso di funzionamento normale, all’istante t = 0 si hanno i seguenti valori: θ = θ a, θ^= 0, e –0 = 1 e, quindi,
diventa:

dove è la temperatura di regime, relativa al funzionamento normale.

Nel caso di funzionamento in sovraccarico il dispositivo, all’inizio del nuovo regime di funzionamento (t = 0),
si trova alla temperatura di servizio θ, la sovratemperatura iniziale è θΔ = θs - θa e diventa:

da cui:

Il termine rappresenta ancora la sovratemperatura di regime, ma inerente al funzionamento in

sovraccarico; la potenza Pc ha un valore diverso rispetto al normale funzionamento. Indicando con θ r la


temperatura finale a cui l’apparecchiatura tende in regime di sovraccarico, si ha:

e diventa:

Sostituendo si ottiene:

da cui, cambiando segno al termine con l’esponenziale, si ha infine:

L’espressione analitica della curva ideale di riscaldamento in condizioni di sovraccarico, dove θ s e θr sono
rispettivamente i valori iniziali e finali della temperatura. Si ha infatti:

La figura rappresenta graficamente, a partire da O′, l’andamento della formula sopra indicata. La curva di
riscaldamento indica che la temperatura aumenta in modo esponenziale, a partire da quella iniziale θ, e tende
alla temperatura di regime θ che viene raggiunta solo se il sovraccarico dura per un tempo almeno pari a 5τ.

46
Curva ideale di riscaldamento:

1. regi me normale;
2. s ovra ccarico.

Confronto tra sovraccarichi di diversa entità:

1. s ovra ccarico con potenza persa Pc1


2. s ovra ccarico con potenza persa Pc2 > Pc1

Indicando con θM la massima temperatura ammissibile del componente, è evidente che il funzionamento a
destra del punto P non è tollerabile e pertanto il segmento O′P′= t M rappresenta la massima durata
ammissibile del sovraccarico, dopo la quale è opportuno che intervengano le protezioni.
Supponendo che aumenti l’entità del sovraccarico, si avrà un valore maggiore di P c: a parità di altre condizioni
la temperatura di regime, data da:

aumenta e la curva si sposta verso l’alto, come viene rappresentato nella figura.
A parità di temperatura massima la durata ammissibile del sovraccarico diminuisce, confermando la
conclusione intuitiva che la protezione dal sovraccarico dev’essere tanto più rapida quanto maggiore è
l’entità dello stesso e quanto minore è il margine tra temperatura ammissibile e di servizio.

FATTORE DI CRESTA
Il fattore di cresta della corrente di cortocircuito è dato dal rapporto tra la corrente di cresta (valore massimo
più elevato della corrente totale) e la corrente simmetrica (valore efficace della componente permanente):

47
Poiché la corrente di cresta, nei casi in cui l’angolo di fase γ della tensione determina le situa- zioni più
sfavorevoli, può assumere valori compresi tra √ 2 I s (φcc = 0) e 2√ 2 Is (φcc = π—/2), a seconda dell’angolo di
cortocircuito φcc, il valore del fattore di cresta è compreso tra √ 2 (1,414) 2√ 2 (2,828) e varia secondo il
grafico della figura sulle cui ordinate è stato considerato il rapporto K cr /√ 2, variabile tra 1 e 2. Sulle ascisse
è riportato anche il valore del rapporto
Rcc/Xcc legato al fattore di potenza dalla relazione:

Grafico del fattore di cresta

SFORZI ELETTRODINAMICI
Tra due conduttori rettilinei e paralleli posti in aria a distanza d e percorsi dalle correnti I 1 e I2 nascono, a
causa delle azioni elettromagnetiche, delle forze elettrodinamiche di repulsione (correnti discordi) o di
attrazione (correnti concordi), la cui intensità è data da:

dove l è la lunghezza dei conduttori e μ ≅ μ0 = 4 π 10–7 H/m è la permeabilità magnetica dell’aria, che si può
ritenere circa uguale a quella assoluta del vuoto.
L’effetto elettrodinamico è particolarmente significativo nel caso del cortocircuito, a causa del notevole
incremento della corrente e di esso si deve tener conto per dimensionare gli ancoraggi delle condutture
elettriche.
Di seguito si riportano le formule di calcolo per i vari casi.

Sforzi elettrodinamici:

a) correnti di verso opposto;


b) correnti nello stesso verso.

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Corrente continua
La forza provocata da una corrente di intensità I è costante nel tempo; il suo valore, riferito alla lunghezza
unitaria (l = 1 m), è dato da:

Corrente alternata monofase


La forza prodotta da una corrente alternata sinusoidale di valore efficace I e valore massimo IM è variabile
nel tempo da zero al valore massimo FM; tale valore massimo, riferito alla lunghezza unitaria (l = 1 m), è dato
da una delle due seguenti espressioni, a seconda che si usi il valore efficace o quello massimo della corrente:

Corrente alternata trifase, con conduttori disposti in piano


Anche in questo caso la forza prodotta su ogni conduttore è variabile da zero a FM, anche se non ha
contemporaneamente lo stesso valore su tutti i conduttori. Le formule di calcolo sono le s eguenti:

Linea trifase con conduttori disposti su un piano

Corrente alternata trifase, con conduttori disposti ai vertici di un triangolo equilatero


La forza prodotta su ogni conduttore è ancora variabile da zero a FM e non ha contemporaneamente lo stesso
valore su tutti i conduttori. Le formule di calcolo sono le seguenti:

Linea trifase con conduttori disposti ai vertici di un triangolo equilatero

49
CALCOLO DELLA CORRENTE DI CORTOCIRCUITO
POTENZA DI CORTOCIRCUITO
La potenza di cortocircuito in un determinato punto di un impianto elettrico è la potenza apparente che le
fonti di alimentazione forniscono all’impianto quando si verifica un cortocircuito nel punto considerato.
Nel caso di un impianto trifase alimentato con tensione concatenata V, la potenza di cortocircuito S cc è legata
al valore efficace I cc della corrente permanente di cortocircuito dalla relazione:

Se si indicano con Rcc, Xcc, Zcc rispettivamente la resistenza, la reattanza e l’impedenza del circuito a monte
del punto di guasto, la corrente di cortocircuito è data dalla relazione:

che, sostituita, porta alla formula:

Nelle reti di alta e media tensione la resistenza è generalmente trascurabile rispetto alla reattanza per cui si
può porre Zcc ≅ Xcc e la formula diventa:

Nel caso di più elementi posti in cascata le reattanze risultano in serie e si sommano tra loro; la potenza di
cortocircuito nel punto terminale è data da:

L’espressione mostra che la potenza di cortocircuito diminuisce in un sistema elettrico da monte a valle, in
quanto aumenta la reattanza equivalente della rete; nel caso di elementi funzionanti tutti alla stessa tensione
diminuisce pure la corrente di cortocircuito.
Introducendo le potenze di cortocircuito dei vari elementi di un sistema funzionante con un unico valore di
tensione, la reattanza X cci dell’elemento i-esimo è legata alla potenza di cortocircuito S cci dell’elemento dalla
relazione:

Sostituendo nella formula si ottiene la potenza di cortocircuito in funzione di quelle dei singoli elementi del
sistema:

Le formule valgono anche per sistemi con elementi in serie non funzionanti tutti alla tessa tensione (per
esempio, una linea MT che alimenta dei carichi BT mediante un trasformatore MT/BT), a patto che la tensione
V sia quella di riferimento a cui sono riportate tutte le reattanze.

50
Se nel sistema c’è un trasformatore di potenza nominale Sn e tensione di cortocircuito percentuale V cc%, la
potenza di cortocircuito del trasformatore è data da:

CORRENTE DI CORTOCIRCUITO PER UNA LINEA MONOFASE


In questo caso si può avere solo il cortocircuito tra i due conduttori (guasto monofase), schematizzato nella
figura.
Si indichi con:
• RR e XR la resistenza e la reattanza della rete a monte, considerata come un generatore di tensione
equivalente di forza elettromotrice E;
• RF e XF la resistenza e la reattanza del conduttore di fase fino al punto di cortocircuito;
• RN e XN la resistenza e la reattanza del conduttore di neutro fino al punto di cortocircuito.

Cortocircuito monofase

Circuito equivalente allo schema della figura precedente

Trascurando l’impedenza del guasto (cortocircuito franco) si ottiene il circuito equivalente della figura sopra.
Si ottiene:

dove E0 è la tensione di fase a vuoto.

CORRENTE DI CORTOCIRCUITO PER UNA LINEA TRIFASE


In questo caso si può avere il guasto trifase quando vanno in cortocircuito i tre conduttori di fase e il guasto
monofase, che può interessare le due fasi o una fase e il neutro

Cortocircuito: a) trifase; b) fase-fase; c) fase-neutro.

I tre circuiti equivalenti sono rappresentati nella figura sotto. Per il caso a è stato considerato il circuito
equivalente monofase, mentre per il caso b bisogna considerare la resistenza e la reattanza di due fasi della
rete di alimentazione e la tensione concatenata √ 3 E0.

51
Le relative correnti di cortocircuito sono date dalle espressioni:

per il cortocircuito trifase;

Circuiti equivalenti per cortocircuito:


a) tri fa se;
b) fa s e-fase;
c) fa s e-neutro.

per quello fase-fase, con corrente pari a √—3 /2 = 0,866 volte la I cc trifase;

per quello fase-neutro.

La corrente maggiore è quella che si ha nel cortocircuito trifase; seguono il fase -fase e il fase-neutro, e
pertanto nella valutazione della corrente di cortocircuito massima occorrerà considerare il guasto trifase a
inizio linea, mentre per la corrente di cortocircuito minima si considererà il guasto monofase a fine linea.

52
APPARECCHI DI MANOVRA E DI PROTEZIONE
CONTRO LE SOVRACORRENTI
CLASSIFICAZIONE DEGLI APPARECCHI DI MANOVRA
Un apparecchio di manovra è un dispositivo in grado di eseguire manovre di apertura e chiusura di un circuito.
In genere queste manovre possono avvenire:
• a carico, ossia in presenza di corrente nel circuito; in questo caso la manovra di apertura interrompe
una corrente preesistente, quella di chiusura stabilisce una corrente nel circuito;
• a vuoto, ossia in assenza di corrente, essendo il circuito interrotto in un altro punto.

Inoltre, le manovre possono avvenire:


• in condizioni di normale esercizio, per connettere o sconnettere il circuito dal resto del - l’impianto;
• in condizioni di funzionamento anormale a causa di guasti sull’impianto; in questo caso è più frequente
la manovra di apertura, anche se non è da escludere quella di chiusura del dispositivo senza che la
condizione del circuito sia stata normalizzata.

In relazione al tipo di comando si può distinguere:


• comando manuale, effettuato dall’operatore, sia direttamente sull’organo di manovra che agendo su
appositi dispositivi di comando (per esempio, il comando di un teleruttore mediante un pulsante);
• comando automatico, determinato generalmente dall’intervento di un dispositivo di protezione o da
un sistema di controllo.

In funzione delle operazioni che sono in grado di compiere si distinguono vari tipi di apparecchi di manovra.
• L’interruttore è un apparecchio in grado di condurre ininterrottamente corrente fino a un determinato
valore in condizioni di funzionamento normale, di aprire e chiudere il circuito sia in condizioni normali
che di guasto; in quest’ultimo caso fino a determinati va- lori della corrente di guasto. La conduzione,
in condizioni anormali, è limitata al tempo di interruzione, dell’ordine dei millisecondi (superiore se
l’intervento è ritardato). L’interruttore possiede due posizioni stabili di funzionamento, aperto e
chiuso, nelle quali può permanere in assenza di azione esterna. L’interruzione del circuito avviene
all’interno dell’apparecchio, non è normalmente visibile e può solo essere dedotta da indicazioni
esterne. I contatti sono separati dal mezzo isolante proprio dell’interruttore.
• L’interruttore di manovra è un apparecchio in grado di stabilire, condurre in modo continuativo e
interrompere correnti in condizioni di normale esercizio fino a un determinato valore, comprese
eventuali condizioni di sovraccarico specificate. Può anche condurre, per un determinato tempo,
correnti in condizioni anormali ed essere previsto per chiudere, ma non per interrompere, tali correnti
anormali. Ha anch’esso due condizioni stabili di funzionamento.
• Il sezionatore è un apparecchio di manovra in grado di condurre in modo continuativo un determinato
valore della corrente di normale funzionamento e, per un tempo specificato, un definito valore della
corrente in funzionamento anormale. È inoltre in grado di aprire e chiudere il circuito in presenza di
correnti di intensità trascurabile e, nella posizione di aperto, deve interrompere la continuità metallica
del circuito, assicurando una distanza di sezionamento tra i contatti che soddisfi specificate condizioni.
Quest’ultima è la funzione peculiare del sezionatore. In genere l’interruzione avviene in aria, in modo
visibile dall’esterno e le manovre vengono effettuate a vuoto. Anche il sezionatore è un apparecchio
bistabile. Negli impianti di bassa tensione il sezionamento può essere fatto con un interruttore auto-
matico, che abbia la posizione dei contatti indicata in modo chiaro e affidabile.
• L’interruttore di manovra-sezionatore (o sezionatore sotto carico) è un interruttore di manovra che
possiede i requisiti di sicurezza d’interruzione propri del sezionatore.
• L’interruttore estraibile è un interruttore per il quale è prevista, oltre alle posizioni di aperto e chiuso,
anche quella di estratto con requisiti conformi alla funzione di sezionatore.

53
• Il contattore, detto anche teleruttore, è destinato ad aprire e chiudere un circuito in condizioni normali
fino a un determinato valore di corrente ed eventualmente in condizioni di sovraccarico. È
caratterizzato da una elevata frequenza di manovra e ha come unica posizione stabile di
funzionamento dei contatti principali quella di aperto. Nella posizione di chiuso può permanere solo
in presenza di un’azione di comando, generalmente di tipo elettromagnetico.

Nel campo degli apparecchi destinati alle manovre sui circuiti in bassa tensione, altre definizioni possono
essere tratte dalle relative norme tecniche.
• L’interruttore automatico è un apparecchio di manovra in grado di stabilire, condurre e interrompere
correnti in condizioni normali e, inoltre, di stabilire, condurre per una durata specificata e interro mpere
automaticamente correnti in condizioni anormali specificate, per esempio in cortocircuito.
• L’interruttore automatico di sovracorrente per usi domestici e similari è un apparecchio d’interruzione
destinato a collegare e scollegare un circuito all’alimentazione mediante operazione manuale e ad
aprire il circuito automaticamente quando la corrente supera un determinato valore. L’aggettivo
similari include l’applicazione per uffici, laboratori, alberghi, ospedali, scuole ecc., ossia l’impiantistica
civile. L’uso di fusibili per integrare prestazioni e funzioni degli apparecchi di manovra, in parti - colare
per assicurare anche la protezione contro le sovracorrenti, porta a diverse combinazioni, definite dalla
norma CEI EN 60947-3 (CEI 17-11).
• Interruttore di manovra con fusibile: è un interruttore di manovra nel quale uno o più poli hanno un
fusibile in serie, in una unità combinata.
• Interruttore di manovra-fusibile: è un interruttore di manovra nel quale un fusibile o un porta fusibile
con fusibile forma il contatto mobile.
• Sezionatore con fusibile: è un sezionatore nel quale uno o più poli hanno un fusibile in se - rie, in una
unità combinata.
• Sezionatore-fusibile: è un sezionatore nel quale un fusibile o un porta fusibile con fusibile forma il
contatto mobile.
• Interruttore di manovra-sezionatore con fusibile: è un interruttore di manovra-sezionatore nel quale
uno o più poli hanno un fusibile in serie, in una unità combinata.
• Interruttore di manovra-sezionatore-fusibile: è un interruttore di manovra-sezionatore nel quale un
fusibile o un porta fusibile con fusibile forma il contatto mobile.

Una classificazione particolare riguarda l’insieme dei dispositivi per l’inserzione, la disinserzione e la
protezione dai sovraccarichi dei motori, reperibili in commercio in un unico contenitore:
• l’avviatore è l’insieme di tutti i dispositivi di manovra necessari per avviare e arrestare il motore, in
combinazione con quelli di protezione dal sovraccarico;
• l’avviatore diretto è un avviatore che, in un’unica operazione, inserisce direttamente il mo- tore sulla
linea e applica la tensione di linea ai morsetti del motore;
• l’avviatore invertitore è un insieme di apparecchi che, oltre alle funzioni proprie di avvia- tore, effettua
anche l’inversione del senso di rotazione durante la marcia del motore;
• l’avviatore stella-triangolo, oltre che per le funzioni di avviatore, è previsto per consentire l’avviamento
con connessione a stella e commutazione a triangolo delle fasi statoriche dei motori a induzione.

CARATTERISTICHE FUNZIONALI DEGLI INTERRUTTORI


Gli interruttori sono caratterizzati da un certo numero di grandezze elettriche a cui bisogna fare riferimento
per la scelta e l’ordinazione e che sono indicate dalle normative tecniche specifiche, di cui le principali sono:
• norma CEI EN 62271-100 (CEI 17-1) per gli interruttori per c.a. a tensione superiore a 1000 V;
• norma CEI EN 60947-2 (CEI 17-5) per gli interruttori automatici dei sistemi con tensione nominale non
superiore a 1000 V c.a. e 1500 V c.c. (impianti BT industriali o per il terziario, di elevata potenza);
• norma CEI EN 60898-1 (CEI 23-3/1) relativa agli interruttori automatici per la protezione dalle
sovracorrenti degli impianti domestici e similari, ossia interruttori per sistemi BT del - l’impiantistica

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civile, in c.a. 50/60 Hz, tensione nominale tra le fasi non superiore a 440 V, corrente nominale non
superiore a 125 A e potere d’interruzione nominale non superiore a 25 000 A;
• norma CEI EN 60934 (CEI 23-33) che si applica agli interruttori automatici destinati alla protezione
contro le sovracorrenti dei circuiti interni delle apparecchiature, per tensioni non superiori a 440 V c.a.
e 250 V c.c. e corrente nominale non superiore a 125 A.

Tensione nominale
La tensione nominale è il valore di tensione a cui sono riferite le prestazioni dell’interruttore in fase di
chiusura e di interruzione su cortocircuito. Per i circuiti polifase ci si riferisce alla tensione tra le fasi.
Per gli interruttori impiegati in sistemi BT, vengono definite le due tensioni seguenti:
• la tensione nominale d’impiego Ue è il valore di tensione che il costruttore specifica per l’apparecchio,
unitamente alla corrente nominale d’impiego, e per il quale garantisce le prestazioni dichiarate; a uno
stesso interruttore possono essere assegnati più valori di tale tensione, facendo corrispondere a
ognuno diverse prestazioni su cortocircuito. I valori normali della tensione nominale d’impiego stabiliti
dalla norma CEI 23-3/1 sono i seguenti:
 230 V per interruttori unipolari e bipolari;
 230/400 V per interruttori unipolari;
 400 V per interruttori bipolari, tripolari e tetrapolari;
• la tensione nominale d’isolamento Ui è il valore di tensione per il quale è dimensionato l’isolamento
elettrico dell’interruttore, verificato da apposite prove dielettriche. Il suo valore deve essere non
inferiore alla più elevata delle tensioni d’impiego dell’apparecchio; quando non viene specificata si
considera come tensione nominale di isolamento la maggiore tensione nominale d’impiego.

Per gli interruttori a norma CEI 17-1 (c.a. con V n > 1 kV), vengono usati i simboli Ur per la tensione nominale
e Us per quella nominale d’isolamento.

Tensioni per il coordinamento dell’isolamento


Come per le altre apparecchiature, anche gli interruttori (o gli apparecchi di manovra, in genere) devono
avere l’isolamento previsto per resistere alle sovratensioni che possono crearsi nell’impianto in cui sono
installati e che vengono distinte in sovratensioni di manovra e sovratensioni di origine atmosferica. Le prime
sono originate da manovre effettuate nell’esercizio dell’impianto (per esempio, apertura di circuiti induttivi)
e possono avere forma d’onda sinusoidale, oscillatoria o impulsiva. Le seconde sono dovute a fulminazione,
diretta o indiretta dell’impianto, e hanno forma d’onda impulsiva.
Per definire i livelli d’isolamento normalizzati delle apparecchiature, specificando altresì i valori delle tensioni
da usare nelle prove dielettriche e ai quali l’isolamento del componente deve resistere, vengono introdotte
le seguenti grandezze (norma CEI EN 60071-1, classifica- zione CEI 28-5):
• la tensione massima per l’apparecchiatura Um è il valore efficace più elevato della tensione tra le fasi
per cui l’apparecchiatura è progettata nei riguardi del suo isolamento e da cui di - pendono i valori
normalizzati delle tensioni di prova; per gli apparecchi a norma CEI 17-1 essa corrisponde alla tensione
nominale d’isolamento;
• la tensione di tenuta normalizzata di breve durata a frequenza industriale indica il valore efficace della
tensione sinusoidale con frequenza compresa tra 48 Hz e 62 Hz e durata 60 s (1 min) da applicare nella
prova d’isolamento a frequenza industriale;
• la tensione di tenuta normalizzata agli impulsi atmosferici indica il valore di picco (di cresta) della
tensione impulsiva da applicare nella relativa prova d’isolamento; la forma d’onda è del tipo (1,2/50)
μs, con una durata del fronte di salita di 1,2 μs e una durata all’emivalore (50% dell’ampiezza sul fronte
di discesa) di 50 μs.

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Onda impulsiva 1,2/50

Le grandezze precedentemente definite, per apparecchi aventi 1 kV < Um ≤ 245 kV (serie I della norma CEI
28-5).

Corrente nominale
La corrente nominale rappresenta il valore di corrente che l’interruttore può condurre in assegnate
condizioni di tensione, di impiego e ambientali e a cui sono riferite le caratteristiche dell’apparecchio.
È legata concettualmente al comportamento termico dell’interruttore che, analogamente agli altri
componenti sottoposti a sollecitazione termica, durante il funzionamento si riscalda e tende a una
temperatura di regime, legata al valore della corrente condotta e alle condizioni di installazione (per esempio,
montaggio a vista o in quadri chiusi).
Dato che sul comportamento termico influiscono la durata del funzionamento, che po trebbe essere non
sufficientemente lungo da condurre al regime termico, e la temperatura ambiente, la normativa tiene conto
di questi due fattori e considera varie definizioni di corrente nominale.
• La corrente termica nominale è il valore di corrente che l ’interruttore può condurre senza che le
sovratemperature delle sue varie parti superino i valori stabiliti dalla norma. È riferita a una durata
sufficiente a raggiungere l’equilibrio termico, ma non superiore a otto ore senza manovre di
interruzione (servizio di otto ore), con temperatura ambiente specificata, generalmente 40 º C, in aria
libera e senza involucro, se non quello fornito dal costruttore e costituente parte integrante
dell’interruttore. Se, invece, l’interruttore è installato in un quadro elettrico, le sue prestazioni
diminuisco- no a causa del ridotto scambio termico e della presenza di altre apparecchiature e occorre
considerare la corrente termica nominale in involucro che deve essere valutata e specificata dal
costruttore in definite condizioni di involucro, di ventilazione e di servizio.
• La corrente ininterrotta nominale è relativa al servizio ininterrotto di durata superiore a otto ore, senza
manovre intermedie, in aria libera e temperatura ambiente specificata, generalmente 40° C.

Nel caso degli interruttori automatici per impianti domestici e similari, rispondenti alla norma CEI 23-3/1, è
definita soltanto la corrente nominale, concettualmente simile alla corrente ininterrotta nominale, indicata
con il simbolo In; è detta anche corrente nominale d’impiego. Per gli interruttori a tensione superiore a 1000
V in corrente alternata (CEI 17-1) è definita solo la corrente termica nominale I r (rated current).

Potere d’interruzione
L’apertura di un interruttore può avvenire con vari valori del la corrente circolante, che viene interrotta dalla
manovra. L’intervento più gravoso è, evidentemente, la manovra durante il cortocircuito, circostanza in cui
la corrente, non più limitata dall’impedenza a valle del punto di guasto, assume valori molto più elevati
rispetto al funzionamento normale.
La corrente di cortocircuito è composta da una componente simmetrica o alternata avente un certo valore
efficace e da una componente unidirezionale che si estingue dopo un tempo dipendente dalle caratteristiche
del circuito, in particolare dal suo fattore di potenza.
L’intervento dell’interruttore modifica però sia l’andamento sia il valore della corrente di cortocircuito a valle
del dispositivo, principalmente a causa dell’arco elettrico che si manifesta all’apertura dei contatti e che
introduce nel circuito un’impedenza di valore ignoto e variabil e. Al fine di riferire le caratteristiche degli
interruttori a una definita corrente, svincolandosi da tale variabilità, si considera la corrente presunta di

56
cortocircuito, ossia quella che si avrebbe se al posto dell’interruttore vi fosse un conduttore di impedenza
nulla.
L’attitudine di un interruttore a interrompere la corrente di cortocircuito è testimoniata, in generale, dal
potere d’interruzione nominale, che indica il valore della massima corrente di cortocircuito che l’interruttore
è in grado di interrompere, normalmente espressa in kA.
A seconda del tipo di interruttore e delle condizioni di prova, cambiano i simboli e i significati relativi al potere
d’interruzione. In particolare, nelle definizioni si fa riferimento a sequenze nominali di operazioni, indicate
con le lettere: O (open): apre; C (closed): chiude; CO: chiude e apre senza intervallo. Per esempio, il ciclo OCO
indica una manovra di apertura, un intervallo di durata t specificato (per esempio, 3 minuti) e una manovra
di chiusura seguita subito dall’apertura dei contatti.
Per gli interruttori BT i simboli e le definizioni relative al potere d’interruzione sono riportati sinteticamente
nella tabella 11.2.

Potere d’interruzione nominale per interruttori con tensione nominale fino a 1 kV c.a.

Da quanto riportato nella tabella, si deduce che il potere d’interruzione di servizio non può mai superare
quello estremo che, pertanto, rappresenta il valore più elevato del potere d’interruzione dell’apparecchio.
La differenza dipende dalle diverse condizioni di prova, in parti - colare dall’attitudine o meno a poter
condurre la corrente nominale. Se questa attitudine è richiesta, si riduce (o, al limite, rimane uguale) il valore
della corrente di cortocircuito da inter- rompere.
Per gli interruttori in c.a. con tensione superiore a 1 kV (norma CEI 17-1) viene specificato il solo potere
d’interruzione nominale, indicato con il simbolo Isc.
Il potere di interruzione degli interruttori di media e alta tensione può anche essere indicato in
megavoltampere, facendo corrispondere il suo valore alla potenza apparente relativa alla tensione nominale
di isolamento. Per esempio, il valore 18 kA per un sistema a 20 kV (24 kV di isolamento) è equivalente a:

57
Potere di chiusura nominale su cortocircuito
In caso di guasto preesistente alla chiusura di un interruttore, accade che la manovra avvenga in condizioni
di cortocircuito e l’apparecchio debba essere in grado di stabilire la relativa sovracorrente.
Si definisce potere di chiusura nominale su cortocircuito o di stabilimento il massimo valore di cresta della
corrente di cortocircuito presunta che l’interruttore è in grado di chiudere all a frequenza nominale, in
specificate condizioni di tensione e fattore di potenza.
Viene indicato con i simboli I p (CEI 17-1) e Icm (CEI 17-5).

Corrente nominale ammissibile di breve durata


Gli interruttori installati negli impianti elettrici non sempre intervengono appena si manifesta un guasto,
tipicamente un cortocircuito, nell’impianto; spesso, infatti, gli sganciatori di sovracorrente di cui sono dotati
e che ne comandano l’apertura vengono ritardati per ragioni di funzionalità dell’impianto. In queste
circostanze gli interruttori, in posizione di chiuso, sono interessati da elevate correnti per un determinato
tempo; dopo il periodo transitorio del corto- circuito, la corrente è pari al valore efficace della componente
simmetrica. Gli interruttori specificamente previsti per questa funzione sono classificati di categoria B,
mentre quelli che intervengono senza ritardo intenzionale sono detti di categoria A.
La corrente nominale ammissibile di breve durata è il valore di corrente che un interruttore è in grado di
condurre, senza danneggiarsi, per una durata specificata e nelle condizioni
di utilizzazione prescritte. Si fa riferimento al valore efficace della Icc presunta, considerata costante per tutto
il tempo di ritardo previsto.
Per gli interruttori di media e alta tensione rispondenti alla norma CEI 17-1 un frequente valore della durata
di riferimento è 3 s e il valore della corrente di breve durata ammissibile, indicata con il simbolo I k, è pari a
quello della corrente di interruzione nominale in cortocircuito.
Per gli interruttori di bassa tensione a norma CEI 17-5, la durata è di 1 s se il valore della
corrente ammissibile di breve durata, indicata con I cw, è uguale a quello del potere nominale d’interruzione
su cortocircuito; se invece è inferiore, il tempo deve essere specificato.
Per gli interruttori di categoria A non è prevista la corrente ammissibile di breve durata.

ARCO ELETTRICO NELLE MANOVRE DI APERTURA E CHIUSURA


Si considerino (figura 11.2) due elettrodi sferici, posti a distanza d, separati da un mezzo isolante (per esempio
aria) e sottoposti a una tensione continua V, di valore variabile.

Arco elettrico

Supponendo di far aumentare la tensione, si arriverà a un valore Vi di innesco che determinerà la scarica tr a
i due elettrodi. Il valore della tensione di innesco è legato alla rigidità dielettrica dell’isolante e alla distanza
tra gli elettrodi.
La formazione dell’arco elettrico determina la ionizzazione dello strato d’aria interessato, cioè la scissione
degli atomi in ioni positivi e negativi; il mezzo diventa pertanto conduttore, la sua resistenza elettrica
diminuisce all’aumentare della temperatura e la tensione necessaria per il mantenimento della scarica
diventa sempre minore, anche all’aumentare della corrente. Il comportamento è, quindi, alquanto diverso
da quello di un normale resistore metallico, per il quale la tensione necessaria a far circolare una determinata
corrente cresce linearmente con essa.

58
Caratteristica voltamperometrica di un arco elettrico in aria

Interruzione di un circuito ohmico-induttivo

Nella prima figura è rappresentata la caratteristica voltamperometrica di un arco elettrico in aria; il tratto AB
indica proprio il comportamento descritto.
Nel tratto BC (fase di estinzione dell’arco) la corrente diminuisce fino ad annullarsi, men - tre la tensione
aumenta. Il mezzo isolante infatti, deionizzandosi e raffreddandosi, offre una resistenza elettrica sempre
maggiore; ad arco estinto (punto C) la tensione di estinzione Ve risulta notevolmente minore di quella di
innesco.
Considerevole influenza sulla caratteristica ha la lunghezza dell’arco, pari in questo caso alla distanza d tra gli
elettrodi; è evidente che all’aumentare della lunghezza la tensione necessaria all’innesco e al mantenimento
dell’arco, a parità di corrente, cresce e la caratteristica voltamperometrica si sposta verso l’alto.
Durante le manovre di apertura e chiusura degli interruttori avvengono fenomeni analoghi: si creano archi
elettrici tra i contatti dell’interruttore e si sviluppa un’elevata quantità di calore nella zona circostante i
contatti (camera di interruzione).
Si consideri, nella seconda figura, la manovra di apertura di un circuito alimentato in corrente continua, di
tipo ohmico-induttivo.
All’inizio della manovra la corrente avrà un certo valore I; a interruzione conclusa si avrà i = 0. L’annullamento
della corrente è accompagnato da fenomeni transitori piuttosto complessi, dei quali si cercherà di dare una
spiegazione semplificata.
Occorre innanzitutto osservare che la variabilità della corrente circolante durante il processo di interruzione
produce una forza elettromotrice indotta ai capi dell’induttanza, data da:

tanto più elevata quanto maggiore è la velocità di variazione della corrente (di/dt ). Nel circuito nasce
pertanto una sovratensione induttiva che, per la legge di Lenz, si oppone alla variazione di corrente, causa
che l’ha prodotta, e tende quindi a mantenere costante la corrente. Inoltre, l’induttanza possiede
inizialmente un’energia magnetica pari a (1/2) L I 2 che, annullandosi durante il processo d’interruzione,
produce calore. Ulteriore calore viene prodotto per effetto Joule dall’arco stesso.
Da quanto esposto risulta evidente che la corrente non può annullarsi istantaneamente, cosa che
comporterebbe una sovratensione induttiva infinitamente grande; in realtà la conduzione continua per
mezzo dell’arco elettrico che si manifesta tra i contatti in allontanamento. Si consideri infatti l’istante in cui i
contatti iniziano a separarsi: tra di loro nasce una differenza di potenziale che, essendo applicata a un
sottilissimo strato dielettrico, lo perfora e innesca la scarica; l’isolante tra i contatti si ionizza, diventa
conduttore e l’arco permane anche se nel frattempo la distanza è aumentata.

59
L’estinzione dell’arco si ha quando la tensione va tra i contatti diventa permanentemente più piccola della
tensione necessaria al mantenimento dell’arco stesso, dipendente dalla caratteristica voltamperometrica
dell’arco elettrico; ciò avviene solo quando l’arco è stato sufficientemente allungato e raffreddato, in modo
da aumentarne la tensione di mantenimento. È evidente che sull’andamento del fenomeno gioca un ruolo
importante la tensione di esercizio dell’impianto, aumentando la quale diventa maggiore la tensione tra i
contatti e di conseguenza più difficile l’ottenimento della condizione precedente.
Nella manovra di chiusura si ha un fenomeno analogo, anche se meno gravoso; la variazione della corrente
dal valore zero al valore finale I comporta ancora una sovratensione induttiva proporzionale a d i/dt, che si
oppone alla variazione stessa e richiede un certo tempo per effettuare la manovra. L’arco si manifesta
quando la distanza tra i contatti che si avvicinano arriva a un valore per il quale la tensione tra di essi supera
quella di innesco e si estingue a manovra conclusa.
Nel caso di circuiti in corrente alternata, l’interruzione della corrente è senz’altro più semplice di quelli in
corrente continua, dato che la forma d’onda della corrente passa naturalmente per lo zero a ogni
semiperiodo. In questo caso ha notevole influenza il valore dello sfasamento tra tensione e corrente e le
condizioni più gravose si hanno per φ = 90º. Supponendo, infatti, che la manovra di apertura inizi in
corrispondenza di uno zero della corrente, si avrà in quell’istante il massimo della tensione che, agendo su
uno strato dielettrico molto sottile, innesca il fenomeno dell’arco elettrico.
Nello sviluppo e nell’estinzione dell’arco elettrico gioca un ruolo importante una grandezza detta tensione di
ristabilimento, definita come la tensione che si manifesta tra i contatti dell’interruttore in seguito
all’interruzione di un circuito.
Nel periodo transitorio tale tensione è la somma di una componente sinusoidale a frequen za industriale e
una o più componenti smorzate, di tipo aperiodico o oscillatorio a varie frequenze, che si annullano con legge
esponenziale.
A transitorio estinto rimane la sola componente sinusoidale a frequenza di esercizio, detta
tensione di ritorno.
L’estinzione definitiva dell’arco elettrico si ha quando la tensione di ristabilimento risulta permanentemente
minore di quella di tenuta tra i contatti. Negli istanti in cui la condizione precedente non è verificata si ha il
riadescamento dell’arco.
È da rilevare che la tensione di tenuta tra i contatti, cioè il valore di tensione che lo strato dielettrico sopporta
senza far avvenire la scarica, è funzione di vari fattori, come per esempio:
• tipo di mezzo interposto e sua rigidità dielettrica;
• grado di ionizzazione residua, dipendente dalla presenza di particelle ionizzate che favoriscono
l’innesco della scarica;
• temperatura nella camera di estinzione, che favorisce la ionizzazione del mezzo;
• pressione del mezzo isolante, aumentando la quale aumenta la rigidi tà dielettrica degli isolanti gassosi;
• materiale costituente i poli; se i poli dell’interruttore sono fatti di materiale avente bassa conducibilità
termica, risulta difficoltoso lo smaltimento di calore e si può verificare il riadescamento dell’arco per
emissione di elettroni dal catodo (emissione termoelettronica).

Gli interruttori sono costruiti in modo tale da non impedire la formazione dell’arco, la cui presenza limita le
sovratensioni induttive, ma nel contempo provvedere alla sua estinzione in tempi brevi (dell’ordine dei
millisecondi) e impedirne il riadescamento a manovra conclusa. Affinché questo avvenga si devono adottare
determinati accorgimenti, consistenti in:
• deionizzazione dell’ambiente, sostituendo il dielettrico ionizzato con altro non ioni zzato, in modo da
ripristinare la rigidità dielettrica tra i contatti;
• allungamento dell’arco e suo eventuale frazionamento in archi elementari, allo scopo di aumentare il
valore di tensione necessario al mantenimento dell’arco stesso;
• raffreddamento dell’arco per asportare il calore prodotto e per raffreddare il gas ionizza- to, facendone
aumentare la resistenza elettrica;
• raffreddamento dei contatti per evitare l’emissione termoionica e limitare la sollecitazione termica;
• limitazione della tensione di ristabilimento e riduzione della sua velocità di accrescimento, mediante
l’inserzione temporanea di resistenze di smorzamento.

60
RELÈ DI PROTEZIONE
Gli sganciatori di sovracorrente di cui sono muniti gli interruttori automatici appartengono alla famiglia dei
relè, i quali vengono classificati, in generale, in base a vari criteri. Il primo prende a riferimento la grandezza
agente, definita come la grandezza fisica, di tipo elettrico o no, alla quale il dispositivo è sensibile. In base al
tipo di grandezza agente si avranno relè amperometrici, voltmetrici, wattmetrici ecc.
In base al principio di funzionamento un’altra classificazione distingue relè:
• elettromagnetici, a ferro mobile o a bobina mobile, che sfruttano le azioni meccaniche tra nuclei
magnetizzati e conduttori percorsi da corrente;
• elettrodinamici, il cui funzionamento è determinato dalle forze elettrodinamiche tra due bobine, una
fissa e l’altra mobile;
• a induzione, il cui funzionamento si basa sulla creazione di forze elettromotrici e correnti indotte in un
conduttore (per esempio, un disco d’alluminio) in movimento in un campo magnetico;
• statici, senza parti in movimento, realizzati con dispositivi elettronici;
• termici, il cui funzionamento sfrutta fenomeni legati al riscaldamento, come per esempio la dilatazione
dei solidi.

La classificazione in base al valore della grandezza agente distingue relè:


• di massima, se intervengono quando il valore della grandezza agente supera un determinato valore di
taratura (per esempio, relè di massima corrente);
• di minima, se intervengono quando il valore della grandezza agente diventa minore di un determinato
valore di taratura (per esempio, relè di minima tensione);
• differenziali, che agiscono sulla base del valore assunto dalla differenza tra due grandezze omogenee;
generalmente sono di massima, ossia intervengono se tale differenza supera un determinato valore di
taratura (per esempio, relè amperometrici differenziali);
• direzionali, sensibili al verso della grandezza agente.

La classificazione in base al tipo di azione distingue relè:


• ad azione diretta quando l’organo mobile agisce direttamente sul dispositivo comandato (per
esempio, determinando l’apertura di un interruttore);
• ad azione indiretta quando l’organo mobile interviene sul dispositivo comandato mediante un altro
meccanismo (per esempio, un relè termico che determina l’apertura di un contatto normalmente
chiuso che apre il circuito della bobina di un teleruttore);
• con blocco (a riarmo manuale) quando, dopo l’intervento, occorre un’azione esterna per ripristinare
la posizione; serve a evitare il ripristino quando il guasto è ancora in atto;
• senza blocco nel caso opposto in cui lo sganciatore riassume automaticamente la posizione di riposo.

La classificazione in base all’azione espletata, a seconda della conseguenza determinata dall’intervento,


distingue relè:
• di blocco, il cui intervento determina l’esclusione dell’impianto protetto;
• di segnalazione, il cui intervento segnala un’anomalia di funzionamento; generalmente è prevista, nel
caso di anomalia pericolosa, una successiva fase di esclusione.
Esiste, infine, la classificazione in base al tempo d’intervento, che parte dalla definizione di caratteristica
d’intervento di un relè, sensibile a una generica grandezza agente x: tale caratteristica è la relazione che lega
il tempo d’intervento al valore della grandezza agente, data da t = f(x). Si definisce tempo d’intervento il
tempo intercorrente tra l’istante in cui si verifica l’anomalia in grado di produrre l’intervento del relè e quello
in cui esso effettivamente avviene.
La caratteristica d’intervento è generalmente espressa in forma grafica, su scala logaritmica.
In base al tipo di caratteristica si distinguono relè:
• a tempo indipendente (figure 1 e 3) quando il tempo d’intervento non dipende dal valore assunto dalla
grandezza agente (purché tale da determinare l’intervento);
• a tempo dipendente (figura 2) quando il tempo d’intervento varia in funzione del valore assunto dalla
grandezza agente (generalmente la legge è di proporzionalità inversa);

61
• a scatto istantaneo (figura 1) quando il tempo d’intervento è determinato solo dall’inerzia delle varie
parti che compongono il relè (i dispositivi statici, non avendo parti in movimento, sono i pi ù veloci);
• a scatto ritardato (figura 2) quando il tempo d’intervento può essere variato mediante un dispositivo
ritardatore.

Relè di massima corrente, a tempo indipendente, scatto istantaneo

ZNI Zona di non intervento


In → Corrente nominale (di taratura)
Ti → Tempo d’intervento
Per I > In i l relè intervi ene con tempo costante.

Relè di minima tensione, a tempo indipendente, scatto ritardato

Vn → Tens ione nominale (di ta ratura)


Per V < Vn i l relè i nterviene con tempo costante

Relè di massima corrente a tempo dipendente (a tempo inverso)

Per I > In il relè interviene con tempo decrescente all’aumentare del rapporto I/I.

SGANCIATORE MAGNETOTERMICO DI SOVRACORRENTE


Corredando un interruttore di uno sganciatore termico e di uno magnetico si ottiene un interruttore
automatico magnetotermico, che è un dispositivo molto diffuso per la protezione da sovraccarichi e
cortocircuiti. La regolazione delle correnti d’intervento viene fatta in modo che per sovracorrenti non molto
intense (indicativamente da 3 a 15 volte la corrente nominale, a seconda dei tipi) intervenga il termico, per
valori superiori il magnetico.
La caratteristica d’intervento può assumere varie forme, a seconda di come vengono scelte le correnti
d’intervento. La figura mostra l’andamento della caratteristica d’intervento di una protezione
magnetotermica con sganciatore magnetico fisso, regolato per una corrente Im pari a 15 volte il valore
nominale.

62
Caratteristica d’intervento di un interruttore magnetotermico non
regolabile

a. Sga nciatore termico a freddo


b. Sga nciatore termico a ca ldo
a. Sga nciatore magnetico fisso

Nella caratteristica d’intervento si distinguono tre zone:


• zona A (I < In): corrisponde alla zona di non intervento, in quanto la corrente è inferiore alle soglie
d’intervento di ambedue gli sganciatori;
• zona B (In < I ≤ 15 In): in questa zona si ha la protezione dai sovraccarichi; essendo la corrente inferiore
alla soglia d’intervento dello sganciatore magnetico interverrà quello te rmico, con un tempo tanto
minore quanto maggiore è l’intensità della sovracorrente e, quindi, con modalità idonee al controllo e
all’interruzione del sovraccarico;
• zona C (I > 15 In): in questa zona, tipica delle sovracorrenti di cortocircuito, l’intensità della corrente è
maggiore dei valori di soglia di ambedue gli sganciatori, però interviene solo quello magnetico che ha,
a parità di corrente, un tempo d’intervento minore; lo scatto è istantaneo, senza ritardo intenzionale.

Nel caso di interruttori con soglia d’intervento magnetico regolabile, la caratteristica d’intervento assume la
forma presentata nella figura.
Per la scelta dello sganciatore si deve fare
riferimento alla corrente d’impiego e alla
portata della conduttura. Per esempio, se la
corrente d’impiego è pari a 85 A e la portata
95 A si può utilizzare un interruttore con
corrente nominale 100 A, associato a uno
sganciatore TM100D con In = 100 A, con
regolazione termica I r = 90 A (0,9 × In), valore
che consente la circolazione della corrente
d’impiego senza superare il limite della
portata. In caso di cortocircuito si avrà un
intervento istantaneo se la sovracorrente
supera la soglia di taratura Im = 800 A.

Caratteristica d’intervento di un interruttore


magnetotermico con sganciatore magnetico
regolabile da 5 a 10 volte In
a. Sga nciatore termico a freddo
b. Sga nciatore termico a ca ldo
c. Sga nciatore magnetico regolabile

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Caratteristica d’intervento degli sganciatori magnetotermici

1. Sogl ia protezione s ovra ccarico


2. Sogl ia protezione cortocircuiti

SGANCIATORE ELETTRONICO DI SOVRACORRENTE


Gli sganciatori elettronici di sovracorrente applicati agli interruttori di bassa tensione hanno attualmente una
notevole diffusione, dovuta allo sviluppo dell’elettronica integrata digitale programmabile (microprocessori)
e alla sensibile riduzione del costo di tali componenti.
Le caratteristiche d’intervento di questi sganciatori sono piuttosto varie e corrispondono a diverse funzioni
protettive, per esempio:
• intervento ritardato a tempo lungo inverso per il sovraccarico;
• intervento ritardato a tempo breve inverso per il cortocircuito, adatto a realizzare protezioni selettive
ritardando l’intervento degli interruttori a monte;
• intervento ritardato a tempo breve indipendente per il cortocircuito, con tempo d’intervento costante,
regolabile nell’ordine dei decimi di secondo;
• intervento istantaneo con corrente regolabile, per il cortocircuito.

Caratteristica d’intervento degli sganciatori elettronici.

1. Sogl ie Lungo ri tardo (protezione sovraccarico)


2. Temporizzazione Lungo ritardo LR
3. Sogl ie Corto ri tardo (protezione cortocircuiti)
4. Temporizzazione Corto ri tardo CR
5. Sogl ie protezione istantanea (protezione cortocircuiti)

CARATTERISTICHE TECNICHE DEGLI INTERRUTTORI AUTOMATICI PER BASSA TENSIONE


Per la scelta degli interruttori automatici BT occorre tener conto di altre caratteristiche, di seguito riportate.

Caratteristica d’intervento
La normativa CEI non fissa tutta la forma della caratteristica tempo-corrente degli interruttori automatici di
bassa tensione, ma indica dei valori limite della stessa. Le caratteristiche fornite dai costruttori devono
pertanto rispettare questi limiti.
Per gli interruttori per usi domestici e similari l’attuale norma CEI EN 60898/1 (CEI 23-3/1) prevede tre tipi di
caratteristica, indicandone le condizioni di prova e un certo numero di coppie di valori tempo -corrente che
gli apparecchi devono soddisfare. In particolare, le correnti che determinano l’intervento istantaneo, senza
ritardo intenzionale, devono essere comprese nei campi seguenti:
• caratteristica B: maggiore di 3 e fino a 5 volte la corrente nominale;
• caratteristica C: maggiore di 5 e fino a 10 volte la corrente nominale;
• caratteristica D: maggiore di 10 e fino a 20 volte la corrente nominale.

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Nelle figure sotto sono riportate le varie caratteristiche d’intervento. La caratteristica B è adatta per
utilizzatori che possono dar luogo a limitato sovraccarico, come i carichi luce; la C è di serie; la D è adatta a
carichi che presentano elevate correnti di avviamento, essendo l’intervento magnetico opportunamente
elevato.
In commercio esistono anche interruttori magnetotermici con caratteristiche d’intervento diverse da quelle
normalizzate in campo europeo. Nella figura 11.36 sono riportate le caratteristiche K e Z, previste dalle norme
DIN-VDE 0660; si può notare che la caratteristica K è simile alla D, mentre la Z, che presenta un intervento
dello sganciatore magnetico da 2 a 3 volte la corrente nominale, ha una soglia d’intervento magnetica
inferiore alla curva B ed è adatta per la protezione di alimentatori per circuiti elettronici, che ammettono
sovracorrenti di limitato valore.

Caratteristica d’intervento tipo B secondo la norma CEI EN 60898/1 (produzione


Schneider Electric)

Caratteristica d’intervento tipo C secondo la norma CEI EN 60898/1


(produzione Schneider Electric)

Caratteristica d’intervento tipo D (produzione Schneider Electric). Secondo la norma


CEI EN 60898/1 l’intervento magnetico può arrivare fino a 20 In

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Per gli interruttori automatici per uso industriale (CEI 17-5), i limiti di variazione della corrente di intervento
istantaneo senza ritardo intenzionale (corrente Im dello sganciatore magnetico) per le varie caratteristiche
sono i seguenti:
• caratteristica B: da 3,2 a 4,8 volte In (4 In ± 20%), adatta per circuiti con basse correnti di spunto;
• caratteristica C: da 6,4 a 9,6 volte In (8 In ± 20%), adatta per circuiti R-L con medie correnti di spunto;
• caratteristica D: da 9,6 a 14,4 volte In (12 In ± 20%), adatta per circuiti con elevate correnti d’inserzione
(alimentazione di trasformatori, di motori, di batterie di condensatori ecc.);
• caratteristica K: come la curva D ma con corrente convenzionale d’intervento If = 1,2 In;
• caratteristica Z: da 2,4 a 3,6 volte In (3 In ± 20%), adatta per la protezione di circuiti elettronici.

Corrente convenzionale di intervento e di non intervento


Gli interruttori automatici corredati di sganciatori di sovracorrente sono caratterizzati da due valori tipici di
corrente, così definiti:
• corrente convenzionale di intervento I f: è il valore di corrente che determina l’intervento entro un
tempo limite specificato tc (tempo convenzionale);
• corrente convenzionale di non intervento I nf : è il valore di corrente che l’apparecchio può condurre
per il tempo convenzionale senza che avvenga l’intervento.

Il loro significato è rappresentato nella figura. Per esempio un interruttore con I n = 25 A per il quale si ha I nf =
28,25 A; If = 36,25 A; tc = 1 h, certamente interviene entro 1 h se la corrente è almeno pari a 36,25 A, mentre
non deve sicuramente intervenire per 1 h se la corrente non su- pera il valore di 28,25 A.

Illustrazione grafica del significato di I f e di Inf

CONTATTORI
I contattori (o teleruttori) sono apparecchi di manovra di comune impiego nei sistemi di categoria I per il
comando di motori, batterie di condensatori, reostati ecc. Le loro caratteristiche sono stabilite da varie norme
CEI del CT 17; per esempio, la norma CEI EN 61095 (CEI 17-41) si occupa dei contattori elettromeccanici per
usi domestici e similari, mentre la norma CEI EN 60947-4-1 (CEI 17-50) tratta dei contattori e avviatori
elettromeccanici in bassa tensione. Esistono anche contattori per sistemi di media tensione.
3 2 1

Conta ttore a barra


1. Pol o
2. Conta tti ausiliari
3. Gruppo motore

Contattore compatto (produzione ABB): aspetto esterno

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A seconda che le manovre di apertura e di chiusura avvengano mediante il movimento di contatti elettrici o
per commutazione di dispositivi elettronici, si avranno contattori elettromeccanici oppure statici.
Costruttivamente i contattori elettromeccanici si dividono in due categorie:
• su barra in cui le varie parti sono montate su una barra di supporto e il movimento dei contatti mobili
è di tipo rotativo; sono stati i primi a essere sviluppati e vengono attualmente usati per elevati valori
delle correnti e delle tensioni di impiego (orientativamente superiori a 1000 A e 1000 V), in campi
specifici come trazione, sollevamento, circuiti in corrente continua;
• compatti in cui le varie parti sono ravvicinate e contenute in una scatola isolante, con i contatti dotati
di movimento rettilineo traslatorio e gruppo motore di tipo elettromagnetico; attualmente sono i più
usati.

Nei contattori elettromagnetici è presente un nucleo magnetico, diviso in una parte fissa e una mobile, sul
quale è montata una bobina che, attraversata da corrente, produce la forza elettromagnetica che determina
lo spostamento del nucleo mobile e la commutazione dei contatti. A questa forza si oppone quella esercitata
da una o più molle. Vi sono poi i contatti principali per i circuiti di potenza (di solito normalmente aperti) e i
contatti ausiliari per i circuiti di comando e segnalazione, sia normalmente aperti che normalmente chiusi.
I contattori sono classificati in categorie di impiego, per tener conto, nella loro costruzione e nella definizione
delle prestazioni, delle diverse e più o meno gravose condizioni di lavoro.
Considerando carichi in corrente alternata, si può dire che la condizione meno pesante è la manovra di carichi
ohmici in quanto, in caso contrario, la presenza dell’induttanza rende più gravosa l’interruzione della
corrente. Nel caso del comando di motori in corrente alternata si tiene conto della sovracorrente d’inserzione
del motore, che è maggiore per i motori asincroni con rotore a gabbia rispetto a quelli con rotore avvolto
(motori ad anelli). Condizioni di lavoro ancora più pesanti sono relative all’inversione del senso di rotazione
del motore mediante lo scambio di due fasi e al funzionamento a impulsi. L’inversione delle fasi serve per
l’arresto (frenatura in controcorrente) o per l’inversione di marcia del motore.

CARATTERISTICHE E CRITERI DI SCELTA DEI CONTATTORI


Oltre alla categoria di impiego, per i contattori sono definite numerose altre grandezze caratteristiche, di cui
le principali sono elencate di seguito.
• Tensione nominale d’isolamento (Ui), alla quale sono riferite le prove d’isolamento del- l’apparecchio.
• Tensione nominale d’impiego (Ue) e corrente nominale d’impiego (Ie): sono i valori di tensione e
corrente che definiscono le prestazioni del contattore e ai quali sono riferiti i poteri di chiusura e di
interruzione. Un contattore può avere diverse combinazioni di tensioni e correnti nominali di impiego;
concettualmente questo si spiega considerando che il prodotto UeIe è una potenza, a parità della quale
la corrente può aumentare al diminuire della tensione e viceversa; infatti, nel caso dei contattori per il
comando di motori, la normativa consente di indicare, invece della corrente di impiego, il valore della
potenza corrispondente alla tensione nominale d’impiego considerata.
• Corrente nominale termica convenzionale (I th) e corrente nominale termica in involucro (I the), analoghe
alle omonime grandezze già definite per gli interruttori e relative alla conduzione per il servizio di otto
ore con una temperatura ambiente specificata.
• Corrente ammissibile di breve durata, che l’apparecchio può condurre, in condizioni di guasto, per una
durata specificata (1 s, 30 s).
• Tipo di servizio, oltre al servizio di otto ore e a quello ininterrotto, tipici degli interruttori, si considerano
anche il servizio intermittente periodico, con valori normali d’intermittenza pari al 15, 25, 40 e 60% e
quello di durata limitata, con durate normali a contatti chiusi di 10, 30, 60, 90 min.
• Potere d’interruzione nominale, dichiarato dal costruttore, pari al valore della corrente che
l’apparecchio è in grado di interrompere senza eccessivo deterioramento, per un prestabilito numero
di volte e in condizioni specificate dalle prescrizioni normative di prova. Dato che il contattore è un
apparecchio in grado di interrompere automaticamente (comandato dallo sganciatore termico) solo i
sovraccarichi e non le correnti di cortocircuito, il suo potere d’interruzione è ridotto e pertanto deve
essere impiegato insieme a fusibili o interruttore automatico.

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• Potere di chiusura nominale, dichiarato dal costruttore, pari al valore della corrente che l’apparecchio
è in grado di stabilire durante la chiusura, senza saldatura dei contatti o altri deterioramenti, per un
prestabilito numero di volte e in condizioni specificate dalle prescrizioni normative di prova.
• Frequenza nominale, di immediato significato.
• Campo della temperatura ambiente per il quale è previsto il funzionamento, per esempio da – 25 a +
55º C.
• Temperatura ambiente di riferimento (nelle immediate vicinanze dell’apparecchio), influente sulla
corrente d’impiego; valori comuni sono 40, 55 e 70 º C.
• Grado di protezione dell’involucro, per esempio IP43.

Per quanto riguarda la scelta del contattore idoneo a una determinata applicazione, si deve tener conto
essenzialmente della categoria d’impiego (e quindi del tipo di carico), della potenza e della corrente del
carico. Occorre inoltre tener presente che nel comando dei motori (o di altri carichi fortemente induttivi) vi
è il fenomeno della sovracorrente di spunto all’atto della chiusura del circuito, per cui la corrente iniziale è
maggiore del valore condotto a regime. Per la categoria AC4 la sovracorrente si ha anche all’apertura e
durante le manovre a impulsi che non consentono al motore di arrivare al regime meccanico. Indicando
quindi con I la corrente all’atto della chiusura o
dell’apertura, il rapporto I/I e diventa > 1 a causa della sovracorrente che il contattore deve aprire o chiudere.
Il valore I/Ie = 1 è relativo a carichi ohmici o debolmente induttivi; al diminuire del fattore di potenza il
suddetto rapporto aumenta, in quanto il carico diventa più induttivo e la sovracorrente di maggiore entità.
La normativa CEI stabilisce dei valori normalizzati del rapporto I/I e.
I valori del rapporto I/I e e del cos φ sono desunti dalle caratteristiche dei motori azionabili dai contattori per
le varie categorie d’impiego, ritenendo per esempio che un motore a gabbia abbia una sovracorrente di
spunto pari a 6 volte quella nominale, mentre un motore ad anelli (categoria AC2), essendo dotato di reostato
di avviamento, abbia una sovracorrente minore, ritenuta uguale a 2,5 volte quella nominale. Dalla tabella si
desume, per esempio, che un tele- ruttore con corrente d’impiego I e = 10 A in AC3 è in grado di stabilire, nei
limiti di durata di- chiarati dal costruttore, 60 A con cos φ = 0,65 e in AC4 è anche in grado di interrompere
60 A.

FUSIBILI E LORO CARATTERISTICHE


I fusibili sono dispositivi per la protezione dalle sovracorrenti, adatti sia per il sovraccarico che per il
cortocircuito, anche se sono più usati per quest’ultimo guasto. Le loro caratteristiche sono stabilite dalle
norme CEI emanate dal CT 32.
I fusibili vengono collegati in serie al conduttore che devono proteggere e il l oro intervento si ha quando la
corrente, superando il valore nominale, provoca la fusione dell’elemento fusibile, interrompendo il circuito.

Caratteristica d’intervento
I fusibili hanno una caratteristica d’intervento tipicamente a tempo inverso, con il tempo di intervento che
diminuisce all’aumentare della corrente in quanto si riduce il tempo che impiega l’elemento conduttore ad
arrivare alla temperatura di fusione.

Categoria d’uso e campo d’interruzione


In base alla categoria d’uso e al campo d’interruzione i fusibili vengono classificati come indicato nella tabella.
La differenza tra un fusibile a pieno campo e uno a campo ridotto è mostrata nella figura. Il fusibile di tipo g
è costruito per interrompere correnti di cortocircuito presunte I p a partire dal valore nominale In, mentre i
fusibili a campo ridotto sono costruiti in modo da intervenire solo per correnti superiori a In, ossia per I p/In =
k2 > 1. Sono adatti alla protezione dei motori elettrici in quanto, non intervenendo per un campo di corren ti
da In a k2In, non interrompono la corrente di spunto che si ha durante l’avviamento del motore.

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Confronto fra le caratteristiche dei fusibili tipo g e a

Energia specifica passante


Per i fusibili l’energia termica specifica che fluisce prima della interruzione della sovracorrente (integrale di
Joule) parte da un valore massimo (detto impulso termico massimo) e diminuisce all’aumentare della
corrente di cortocircuito, tendendo a un valore pressoché costante .

Energia specifica passante in funzione

Caratteristica di limitazione
I fusibili hanno la particolarità di limitare la corrente di cortocircuito in quanto durante il loro intervento la
corrente varia secondo il grafico indicativo di figura, dove la linea a tratto intero indica l’andamento della
corrente di cortocircuito presunta.

Andamento qualitativo della corrente durante l’intervento di un fusibile

tp → tempo di prearco
ta → tempo d’arco
ti → tempo d’intervento

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Dopo il tempo di prearco tp durante il quale vi è la fase di riscaldamento fino alla temperatura di fusione, si
sviluppa l’arco elettrico che si estingue dopo il tempo d’arco t a; in questo intervallo, a causa del notevole
aumento della resistenza elettrica del mezzo in cui si sviluppa l’arco, la corrente diminuisce dal valore I 1
(corrente limitata) a zero, secondo l’andamento della curva tratteggiata, e non raggiunge mai il valore di
cresta Icr della corrente di cortocircuito presunta.
Si definisce fattore di limitazione il rapporto K l = Il/Icr; il suo valore è compreso tra 0,15 e 0,30. Per effetto
della limitazione, il valore di picco non è più legato a quello efficace della componente simmetrica dalla
relazione Ip = KcrIs , ma assume valori inferiori. Si definisce caratteristica di limitazione il grafico che lega il
valore di picco I p della corrente limitata al valore efficace I s della componente simmetrica della corrente
presunta di cortocircuito.
Dal grafico si vede, per esempio, che un fusibile con I n = 20 A per Is = 2 kA ha una Ip = 1,5 kA circa e non 5 kA
di cresta, valore che avrebbe se la corrente non fosse limitata.
L’effetto di limitazione della corrente di cortocircuito può essere ottenuto anche, con particolari accorgimenti
costruttivi, negli interruttori automatici, con fattore di limitazione 0,3 ÷ 0,4; si ottiene anche una riduzione
dell’energia specifica passante (interruttori automatici limitatori).

Caratteristiche di limitazione di fusibili a coltello classe gG


per cos φcc= 0,1 corrente di cortocircuito presunta in kA
eff (Kcr = 2,5)

Potere d’interruzione nominale


Analogamente agli interruttori, anche i fusibili sono caratterizzati dal potere d’interruzione nominale in
cortocircuito (o potere di apertura), pari al massimo valore efficace della corrente di cortocircuito simmetrica
che sono in grado di interrompere in specificate condizioni. Esso è generalmente piuttosto elevato .

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PROTEZIONE DALLE SOVRACORRENTI
PROTEZIONE DELLE CONDUTTURE ELETTRICHE CONTRO IL SOVRACCARICO
La protezione contro il sovraccarico delle condutture elettriche può essere effettuata con interruttori
automatici, fusibili e relè termici accoppiati a teleruttori.
Lo scopo generale della protezione è quello di interrompere le correnti di sovraccarico dei conduttori del
circuito prima che tali correnti possano provocare un riscaldamento nocivo all’isolante, ai collegamenti, ai
terminali o all’ambiente esterno, permettendo però la conduzione dei sovraccarichi di breve durata che si
producono nel normale esercizio.
Per gli impianti utilizzatori con tensione nominale fino a 1000 V c.a. e 1500 V c.c. la scelta del dispositivo va
fatta rispettando le due condizioni seguenti, stabilite dalla norma CEI 64-8/4:

dove:
• Ib è la corrente d’impiego del circuito in condizioni ordinarie;
• Iz è la portata della conduttura in regime permanente;
• In è la corrente nominale del dispositivo di protezione oppure, nel caso di apparecchi regolabili, la
corrente di regolazione;
• If è la corrente convenzionale d’intervento del dispositivo di protezione.

Le relazioni sono rappresentate in forma grafica nella figura. Poiché l’intervento del dispositivo entro il tempo
convenzionale avviene certamente per correnti non inferiori a I f, l’intervallo tra I z e If corrisponde ai valori di
sovraccarico per i quali il dispositivo potrebbe non intervenire. Nella condizione limite If = 1,45 Iz , il massimo
sovraccarico ammesso dalla normativa è del 45%, con durata convenzionale t c.

Schematizzazione grafica delle condizioni stabilite dalla norma CEI 64-8/4

Introducendo il rapporto k f = If /In le relazioni di coordinamento diventano:

A seconda del tipo di apparecchio usato per la protezione varia il valore del rapporto k f. In particolare si hanno
due casi:
• per i dispositivi aventi k f ≤ 1,45 la relazione 12.4 è certamente soddisfatta se è rispettata la 12.3;
quest’ultima diventa l’unica condizione da considerare per la scelta della protezione;
• per i dispositivi aventi k f > 1,45 le relazioni 12.3 e 12.4 si possono sintetizzare nella seguente:

71
INSTALLAZIONE DEI DISPOSITIVI DI PROTEZIONE DAL SOVRACCARICO
Punto di installazione del dispositivo di protezione
In generale il dispositivo di protezione contro il sovraccarico deve essere installato all’inizio del circuito da
proteggere. Tale disposizione è obbligatoria per la protezione dei circuiti che entrano o attraversano alcuni
luoghi particolari, come gli ambienti a maggior rischio in caso di incendio. Negli ambienti ordinari il dispositivo
di protezione può essere posto anche lungo il percorso della conduttura, a patto che nel t ratto a monte non
vi siano derivazioni né prese a spina; escludendo questi casi, infatti, lungo tutto il percorso della conduttura
la corrente rimane costante e, quindi, un’eventuale corrente di sovraccarico viene in ogni caso avvertita dalla
protezione.

Obbligatorietà e omissione della protezione dal sovraccarico


La protezione dal sovraccarico è obbligatoria per tutti i circuiti nei casi seguenti:
• luoghi a maggior rischio in caso di incendio e con pericolo di esplosione;
• ambienti e applicazioni particolari (locali da bagno, piscine ecc.);
• condutture che alimentano derivazioni o carichi per i quali, in sede di progetto, sia stato assunto un
coefficiente di utilizzazione o di contemporaneità inferiore a 1;
• condutture che alimentano prese a spina.

Escludendo i casi precedenti, la protezione contro il sovraccarico può essere omessa nei casi indicati di
seguito:
• condutture poste a valle di punti in cui vi sono variazioni di sezione, di natura, di modo di posa o di
costituzione, a patto che siano protetti da dispositivi posti a monte;
• condutture alimentanti apparecchi utilizzatori che non possono dar luogo a sovraccarico, a patto che
vi sia un’efficace protezione dal cortocircuito e che non abbiano né derivazioni né prese a spina;
• impianti di telecomunicazioni, comando, segnalazione e simili, per i quali le condizioni di protezione
sono allo studio.

Conduttura derivata da una linea principale protetta contro il sovraccarico. La


protezione della linea AB può essere omessa se il dispositivo P protegge anche
il tratto di sezione S2

Linea che si divide in più derivazioni. La protezione contro il sovraccarico può


essere omessa per le linee efficacemente protette dal dispositivo P

Rientrano nel primo caso, per esempio, le condutture derivate da una linea pri ncipale già protetta dal
sovraccarico e per le quali, in seguito alla variazione della sezione, del tipo di isolante o della modalità di posa,
vi sia una diminuzione della portata rispetto alla linea principale . La protezione può essere omessa se le
condizioni e, applicate considerando la portata della derivazione e le caratteristiche del dispositivo a monte,
sono verificate; in questo caso, infatti, la protezione a monte è efficace anche per la derivazione.
Lo stesso discorso vale per una linea che si dirama in più linee secondarie: le derivazioni per le quali sono
soddisfatte le condizioni e possono essere non protette contro i sovraccarichi.
Nel secondo caso indicato dalla normativa rientrano molte situazioni pratiche, tra cui:
• condutture alimentanti apparecchi d’illuminazione, non in grado, per loro natura, di produrre
sovraccarichi;
• condutture alimentanti utilizzatori termici (stufe, forni a resistenza ecc.), per il motivo precedente;

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• condutture che alimentano motori con corrente a rotore bloccato inferiore alla portata della linea,
dato che la corrente a rotore bloccato è il massimo valore di corrente che il motore può assorbire in
assenza di guasto;
• condutture che alimentano apparecchi utilizzatori già dotati del proprio dispositivo di protezione, a
condizione che esso sia idoneo anche alla protezione della linea contro il sovraccarico; è questo il caso
di una linea alimentante un motore dotato di un quadro di comando e protezione comprendente un
relè termico che soddisfi le condizioni e per la linea di alimentazione;
• conduttura che alimenta più derivazioni, ognuna protetta da un proprio dispositivo; se la somma delle
correnti nominali delle protezioni è inferiore o uguale alla portata della conduttura a monte, la
protezione dal sovraccarico di quest’ultima può essere omessa.

Li nea con derivazioni protette contro il sovraccarico. La protezione del tratto


AB può essere omessa se è verificata la condizione I n1 + I n2 + I n3 ≤ I z

Vi sono anche dei casi in cui la norma CEI 64-8 raccomanda di omettere la protezione per ragioni di sicurezza.
È il caso di circuiti che alimentano apparecchi utilizzatori per i quali l’apertura intempestiva del circuito
potrebbe essere causa di pericolo.
Esempi significativi sono:
• i circuiti di eccitazione delle macchine rotanti;
• i circuiti di alimentazione degli elettromagneti di sollevamento;
• i circuiti secondari dei trasformatori di corrente (TA);
• i circuiti che alimentano dispositivi di estinzione dell’incendio.

In questi casi è raccomandabile l’installazione di un dispositivo di allarme che segnali eventuali sovraccarichi.

PROTEZIONE IN SERIE (BACK-UP)


La norma CEI 64-8/4 consente l’utilizzazione di un dispositivo di protezione dal cortocircuito avente potere
d’interruzione inferiore alla corrente presunta di cortocircuito nel punto d’installazione, a condizione che a
monte di esso vi sia un altro dispositivo con il necessario potere d’interruzione.
In questo caso la protezione a monte deve avere un I 2t non superiore al valore tollerabile da quello a valle e
dalla conduttura protetta, in modo da non lasciar fluire un’energia termica eccessiva. È questo il caso
mostrato nella figura, in cui la linea derivata è protetta da un fusibile avente un potere d’interruzione non
inferiore alla corrente di cortocircuito presunta nel punto d’installazione e da un interruttore automatico con
potere d’interruzione minore.

Protezi one di back-up

Le due caratteristiche d’intervento devono essere coordinate come indicato nella figura. Per correnti fino a
Ip (valore di scambio, non superiore al potere d’interruzione dell’interruttore) interviene il magnetotermico,
proteggendo anche il fusibile; per cortocircuiti intensi, maggiori di I p, interviene il fusibile che ha un tempo
d’intervento minore e l’adatto potere d’interruzione. Questa soluzione è particolarmente utile quando si

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usano fusibili di tipo aM, poco efficaci per la protezione da sovracorrenti di piccola intensità a causa del
ridotto campo d’intervento.

Coordinamento delle caratteristiche d’intervento in


una protezione di back-up

a . Ca ra tteristica dell’interruttore magnetotermico


b. Ca ra tteristica del fusibile

Spesso la protezione di back-up, detta anche di sostegno, viene realizzata con interruttori automatici aventi
diverso potere d’interruzione. Le case costruttrici forniscono le indicazioni per il coordinamento tra gli
interruttori a valle e quelli a monte, sia sotto forma di tabelle sia come programmi per PC, fornendo inoltre
il valore del potere di interruzione I cnc della combinazione.

PROTEZIONE UNICA E DISTINTA PER SOVRACCARICO E CORTOCIRCUITO


La protezione dalle sovracorrenti può essere effettuata con un unico dispositivo (protezione combinata
contro il sovraccarico e il cortocircuito) oppure con due apparecchi distinti.
La norma CEI 64-8/4 consente l’adozione di un unico dispositivo, a patto che esso soddisfi
contemporaneamente le prescrizioni per il sovraccarico e per il cortocircuito. In particolare, scegliendo il
dispositivo secondo le relazioni:

valide per il sovraccarico, esso si ritiene adeguato alla protezione dal cortocircuito a patto che:
• abbia il sufficiente potere d’interruzione;
• venga installato come prescritto per il cortocircuito.

L’utilizzazione di apparecchi distinti per la protezione dal sovraccarico e dal cortocircuito è ammessa dalla
norma ed è comunemente praticata, per esempio per la protezione di motori mediante relè termico
accoppiato a contattore e fusibili. In questo caso i dispositivi devono soddisfare separatamente le pres crizioni
relative al sovraccarico e al cortocircuito.
Il dispositivo di protezione dal cortocircuito va installato all’inizio della linea, a monte di quello per il
sovraccarico e, trattandosi in pratica di una protezione come quella di back-up, l’apparecchio a monte deve
lasciar fluire un’energia specifica I 2t minore o uguale a quella tollerabile da quello a valle e dalla linea protetta.

74
SOVRATENSIONI E RELATIVE PROTEZIONI
CLASSIFICAZIONE DELLE SOVRATENSIONI
Per sovratensione si intende qualsiasi tensione avente valore di picco superiore a quello della tensione più
elevata del sistema. Se la sovratensione interessa un conduttore di fase e la terra, si fa riferimento al valore
di picco diviso √ 3.
Una prima suddivisione delle sovratensioni viene fatta tenendo conto della loro origine; si hanno pertanto le
due categorie seguenti:
• sovratensioni di origine interna, dipendenti cioè dallo stesso impianto elettrico e, in particolare, dalla
sua configurazione, da guasti o da false manovre;
• sovratensioni di origine esterna, derivanti da fenomeni elettrici che si sviluppano nell’atmosfera e
vanno a ripercuotersi sugli impianti, come nel caso delle fulminazioni, aventi forma d’onda di tipo
impulsivo.

Le sovratensioni di origine interna possono essere, a loro volta, classificate a seconda della loro forma d’onda.
Vi sono sovratensioni che conservano la frequenza impressa dai generatori che alimentano la rete elettrica e
la cui forma d’onda rimane pertanto alternata sinusoidale alla frequenza di esercizio (in pratica 50 Hz).
In altri casi, invece, alla componente sinusoidale con frequenza di esercizio se ne sovrappone un’altra di tipo
oscillatorio, con frequenza generalmente assai più alta e dipendente dai parametri del sistema.
Le sovratensioni di origine interna possono anche essere di tipo impulsivo, a fronte ripido, però con velocità
di accrescimento del fronte d’onda molto minore di quelle atmosferiche.

SOVRATENSIONI DI ORIGINE INTERNA A FREQUENZA DI ESERCIZIO


Sono quelle, come si è detto, aventi forma d’onda sinusoidale con frequenza pari a quella impressa dai
generatori di alimentazione e sono causate da vari fenomeni, come di seguito riportato.

Sovratensioni per messa a terra permanente di una fase


In un sistema trifase a tre fili con il centro stella isolato, se l’isolamento delle tre fasi è simmetrico (tre
ammettenze verso terra uguali), la tensione verso terra di ogni fase è pari a quella di fase E.
Nel caso di un guasto franco a terra di una fase accade però che la tensione verso terra della fase interessata
diventa nulla e le altre due fasi assumono, dopo il periodo transitorio, una tensione verso terra pari alla
tensione concatenata V = √ 3 E. L’aumento di tensione (sovratensione) conseguente è pari al 73% e viene
normalmente sopportato senza danni dall’isolamento dei conduttori, in quanto quest’ultimo è dimensionato
con un notevole margine di sicurezza.
Lo stato di regime dei carichi non viene influenzato da questo guasto, dato che le tensioni tra i conduttori
non variano; in questo caso è sufficiente pertanto la sola segnalazione del guasto.

Sovratensioni per distacco improvviso del carico


Il brusco distacco del carico ai morsetti di un alternatore provoca un aumento della tensione, a causa
dell’annullamento della caduta di tensione interna alla macchina; la tensione passa, infatti, dal valore a carico
a quello a vuoto. Per macchine di elevata potenza tale aumento può raggiungere valori dell’ordine del 30%.
L’aumento è ancora più rilevante se il distacco avviene al termine di una lunga linea di trasmissione che
costituisce, per l’alternatore, un carico di tipo capacitivo. In questo caso la reazione di indotto produce un
effetto magnetizzante, equivalente a un aumento di eccitazione che provoca un corrispondente aumento
della forza elettromotrice generata dalla macchina.
La sovratensione può arrivare al 50% del valore della tensione nominale e può essere dannosa per le
macchine e gli apparecchi rimasti collegati al generatore. La protezione si attua mediante il regolatore di
tensione della macchina, avente il compito di regolare l’eccitazione adattandola alle varie condizioni di carico.
È da tenere presente, inoltre, che il distacco del carico è una delle cause che possono produrre l’aumento di
velocità degli alternatori, in quanto viene a mancare la coppia resistente. Il limite massimo, detto velocità di

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fuga, varia da 1,8 a 3,5 volte il valore della velocità nominale della macchina, a seconda del tipo di turbina.
Questo fenomeno, se non controllato, determina l’aumento della tensione prodotta, proporzionale alla
velocità di rotazione. Anche in questo caso la protezione è affidata ai sistemi di controllo del gruppo
turbinalternatore.

SOVRATENSIONI DI ORIGINE INTERNA A CARATTERE OSCILLATORIO


In questo tipo di sovratensioni la forma d’onda è determinata dalla sovrapposizione della sinusoide a
frequenza di esercizio e di una o più componenti oscillatorie smorzate a frequenza notevolmente superiore,
come mostrato indicativamente nella figura.

Forma d’onda indicativa di una sovratensione con componente oscillatoria smorzata

Le principali cause sono i guasti a terra sulle linee elettriche e le manovre di apertura de - gli interruttori.

Sovratensioni per archi a terra


Lungo le linee ad alta tensione può accadere che, per il cedimento di un isolatore o semplice - mente per il
contatto accidentale di un filo con i rami di un albero a causa dell’oscillazione dei conduttori dovuta al vento,
si verifichi l’innesco di un arco verso terra. Si origina in questo caso una corrente d’arco che si richiude
attraverso le capacità verso terra dei conduttori, supponendo che il neutro sia isolato.

Guasto a terra in un sistema con neutro isolato

Essendo molto piccola l’impedenza del guasto, la tensione verso terra della fase interessata tende
rapidamente ad annullarsi mentre aumentano quelle delle fasi sane, in modo analogo alla messa a terra
permanente di una fase.
Vi è però un periodo transitorio in cui il condensatore della fase guasta si carica, gli altri si scaricano e le
relative correnti di carica e scarica, richiudendosi attraverso le impedenze dei fili di linea, determinano un
andamento oscillatorio della sovratensione a causa degli scambi energetici tra condensatori e induttori. Le
oscillazioni sono smorzate dalle resistenze di linea presenti lungo il percorso e quindi il fenomeno assume la
forma d’onda della figura.
Senza entrare in ulteriori dettagli, si può dire che alla prima oscillazione la sovratensione sulle altre due fasi
raggiunge il valore di picco di 2,5 volte il valore massimo della tensione di esercizio. La situazione peggiora
nel caso di archi a terra intermittenti, caratterizzati cioè da una rapidissima successione di inneschi e
spegnimenti in corrispondenza dell’annullamento della corrente oscillatoria, in quanto ogni nuova
oscillazione si sovrappone al livello di tensione già raggiunto in precedenza e si raggiungono valori anche
superiori a quattro volte la tensione nominale.

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Il fenomeno descritto si può evitare collegando il neutro a terra; in questo caso la corrente di guasto si
richiude sul collegamento, assumendo valori elevati, tanto da configurarsi come un cortocircuito verso terra,
in grado di far intervenire le protezioni di massima corrente della linea. Lo svantaggio consiste nella
conseguente riduzione della continuità di esercizio.

Sovratensioni per apertura di interruttori


L’apertura di un interruttore sotto carico e il conseguente annullamento della corrente determinano un arco
elettrico, la cui insorgenza è accompagnata da complessi fenomeni transitori, dovuti agli scambi energetici
tra i vari componenti dell’impianto.
Nel caso di linee ad alta tensione, in cui non sono trascurabili gli effetti capacitivi, i fenomeni di carica e scarica
dei condensatori e degli induttori determinano sovratensioni con componenti oscillatorie, smorzate dalla
presenza dei parametri resistivi.
L’ampiezza massima della sovratensione può arrivare anche, in condizioni particolari e con interruttori poco
efficaci, a 3 ÷ 4 volte il valore massimo della tensione di esercizio; normalmente si hanno valori da 1,2 a 1,3
volte maggiori.
Tale ampiezza dipende da vari fattori, tra cui:
• il tipo di interruttore;
• la velocità di allontanamento dei contatti;
• l’intensità della corrente interrotta;
• l’istante in cui si ha l’interruzione (il caso più gravoso si ha quando la corrente non è interrotta al
passaggio naturale per lo zero);
• la natura induttiva o capacitiva del carico.

SOVRATENSIONI DI ORIGINE INTERNA A CARATTERE IMPULSIVO


Sono sovratensioni aventi forma d’onda unidirezionale a fronte ripido, del tipo indicato nella figura. La
sovratensione assume rapidamente il valore di cresta e ritorna a zero assai più lentamente.
La forma d’onda impulsiva è caratterizzata da tre valori, indicanti rispettivamente:
• il valore di cresta in kilovolt (o in kiloampere se l’impulso è di corrente);
• il tempo di raggiungimento di tale valore, in microsecondi;
• il tempo di dimezzamento del valore di cresta (tempo all’emivalore), ancora espresso in microsecondi.

Per esempio la dicitura 100 kA (8/20) designa un impulso di corrente che tocca il valore di cresta di 100 kA in
8 ms e si dimezza in 20 ms .

Onda impulsiva

Vcr va l ore di cresta 0,5 V cr emivalore


ta tempo di picco
tb tempo all’emivalore

Sovratensioni di manovra di tipo impulsivo si verificano nel caso della chiusura di un interruttore per la messa
in tensione di linee a vuoto, ossia aperte al loro terminale di arrivo. Si creano in questo caso delle onde di
tensione e di corrente che si propagano e si riflettono tra il termine della linea e il trasformatore a inizio linea,
a causa degli scambi energetici tra i parametri della conduttura, induttanze e capacità, con smorzamento
dovuto alle resistenze presenti nel sistema.
Le sovratensioni di questo tipo, in genere, non sono preoccupanti, dato che raggiungono valori di poco più
del doppio della tensione nominale.

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SOVRATENSIONI DI ORIGINE ESTERNA
Le sovratensioni esterne sono dovute a fenomeni elettrici che si sviluppano nell’atmos fera e che interessano
gli impianti; vengono normalmente distinte in due categorie:
• sovratensioni a formazione lenta, originate da fenomeni di induzione elettrostatica;
• sovratensioni a impulso, originate da fenomeni transitori molto rapidi e di breve durat a, tipici dei
fulmini.

Le sovratensioni di origine elettrostatica si formano quando nubi cariche di elettricità transitano in


corrispondenza di linee elettriche; gli strati inferiori delle nuvole, caricate negativamente, richiamano cariche
positive sulla linea, per il fenomeno dell’induzione elettrostatica, simile a quello che si ha nei condensatori.
In condizioni normali le due cariche sono in equilibrio; quando invece la nube si scarica verso terra o verso
un’altra nuvola, la carica sulla linea, rimasta libera, origina una sovratensione che si propaga, con forma
d’onda impulsiva, nelle due direzioni, lungo i conduttori di linea.
Queste sovratensioni non si manifestano se qualche punto dell’impianto è connesso a terra (per esempio, il
neutro), in quanto attraverso la connessione le cariche possono fluire a terra; sono comunque generalmente
innocue per le linee ad alta tensione; possono risultare pericolose solo per impianti con piccola tensione di
esercizio.
Assai più pericolose sono le sovratensioni dovute alle fulminazioni atmosferiche che possono interessare le
linee e i componenti elettrici sia per fulminazione diretta che indiretta, a seconda che il fulmine colpisca
direttamente la parte o cada sul terreno, in prossimità di essa.
La corrente di fulmine provoca sovratensioni sui circuiti e sulle apparecchiature, soprattutto a causa
dell’accoppiamento resistivo e di quello induttivo.
L’accoppiamento resistivo si ha nel caso di fulminazione diretta, quando la corrente viene scaricata a terra
mediante l’impianto disperdente di un edificio o di una linea. Le masse delle apparecchiature e le parti
metalliche collegate all’impianto di terra assumono la tensione to- tale di terra UE = Z I, dipendente dalla
corrente scaricata e dall’impedenza del percorso, tensione che può raggiungere valori di centinaia di kilovolt
e che può danneggiare l’isolamento verso massa delle apparecchiature. Le sovratensioni per accoppiamento
resistivo hanno la stessa forma d’onda della corrente di fulmine che le ha causate e, nelle prove
convenzionali, si considera una corrente di scarica impulsiva con forma d’onda normalizzata 10/350 μs e
valore di cresta di 10 ÷ 50 kA.

Esempi di sovratensioni di origine esterna:

a) per ful minazione diretta della l inea e i ndiretta della s truttura;


b) per ful minazione i ndiretta della l inea e della struttura.

L’accoppiamento induttivo si verifica, invece, sia nella fulminazione diretta sia in quella indiretta: la corrente
di fulmine genera un campo magnetico rapidamente variabile che induce sovratensioni nelle spire chiuse
formate dai circuiti interni all’edificio e nelle spire che si creano tra le linee elettriche e massa, ossia in ogni
percorso chiuso formato da elementi conduttori. L’entità della sovratensione dipende dal prodotto L (di/dt)
tra l’induttanza del circuito in cui si sviluppa e la velocità di accrescimento della corrente, che può arrivare a
200 kA/μs. Si considera come forma d’onda convenzionale della corrente di scarica quella impulsiva con
tempi 8/20 μs e valore di cresta 1 ÷ 5 kA.

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Data l’entità delle sovratensioni di origine esterna, è poco conveniente effettuare la protezione solo
mediante l’innalzamento del livello d’isolamento delle apparecchiature, senza ricorrere all’uso di scaricatori
di sovratensione.
È da rilevare, infine, che oltre ai danni provocati dalle sovratensioni vi sono quelli connessi ad altri effetti
della corrente di fulmine, in particolare sforzi elettrodinamici ed effetti termici e questi possono essere di
due tipi, a seconda della durata del fulmine. I fulmini con potenze rilevanti ma di brevissima durata provocano
danni per sollecitazioni elettrodinamiche, con lacerazioni e frantumazioni, ma senza apprezzabile
riscaldamento; vengono per questo detti fulmini freddi. Quelli di potenza minore ma durata più lunga
provocano prevalentemente fusioni e bruciature, a causa dell’effetto Joule che si sviluppa per la maggiore
durata (fulmini caldi).

COORDINAMENTO DELL’ISOLAMENTO
La protezione dalle sovratensioni esterne delle strutture, come pe r esempio gli edifici molto alti o
particolarmente esposti ai fulmini, viene effettuata mediante sistemi di parafulmini, indicati tecnicamente
con l’acronimo LPS (Lightning Protection System).
Per gli impianti e gli apparecchi elettrici la protezione viene attuata mediante l’isolamento dei componenti,
che deve resistere fino a determinati valori di tensione, e con l’uso di scaricatori di sovratensione per
assicurare la protezione nel caso di sovratensioni di valore maggiore rispetto ai livelli d’isolamento.
Per i sistemi elettrici funzionanti in c.a. trifase con tensione superiore a 1 kV, i livelli di isolamento delle
apparecchiature elettriche sono stabiliti dalla normativa, in funzione della tensione del sistema. In
particolare, bisogna tener conto delle prescrizioni della norma CEI EN 60071-1 (CEI 28-5) e della sua variante
CEI EN 60071-1/A1, oltre alle indicazioni della norma CEI EN 60071-2 (CEI 28-4), che è la guida di applicazione
per il coordinamento dell’isolamento.
Ai fini di tale coordinamento viene introdotta la tensione massima per l’apparecchiatura Um, definita come il
valore efficace più elevato della tensione tra le fasi per cui l’apparecchia- tura è progettata per quanto
riguarda il suo isolamento e per eventuali altre caratteristiche legate a questa tensione nelle relative norme
di prodotto.
La tensione Um è analoga alla tensione massima dell’impianto introdotta dalla norma CEI 99-2 (tabella 2.3),
ma, a differenza di quella, che riguarda il sistema elettrico, è riferita al singolo componente.
Per i diversi valori della tensione massima vengono stabilite dalla normativa le modalità e i valori normalizzati
di tensione che devono essere verificati nelle varie prove dielettriche, in modo che il componente sia adatto
a funzionare nel sistema elettrico al quale è destinato. Dato che le sovratensioni alle quali l’apparecchio potrà
essere sottoposto in esercizio hanno forma d’onda diversa, anche le prove vengono distinte in funzione del
tipo di sovratensione al quale l’isolamento deve resistere, distinguendo tra prove di tenuta a frequenza di
esercizio, con forma d’onda sinusoidale, prove a impulso di manovra e prove a impulso atmosferico.
La norma CEI 28-5 definisce le seguenti tensioni di tenuta normalizzate, i cui valori vanno applicati nelle
relative prove:
• tensione di tenuta normalizzata di breve durata a frequenza industriale, corrispondente al valore
efficace della tensione sinusoidale di frequenza compresa tra 48 Hz e 62 Hz e durata 60 s;
• tensione di tenuta normalizzata agli impulsi di manovra, pari al valore di cresta della tensione impulsiva
di durata 250 μs fino al picco e 2500 μs all’emivalore;
• tensione di tenuta normalizzata agli impulsi di origine atmosferica, pari al valore di cresta della
tensione impulsiva avente una durata del fronte di salita di 1,2 μs e una durata all’emivalore di 50 μs.

Le tensioni di tenuta normalizzate sono divise in due serie, in funzione del valore di U m, precisamente:

• serie I per 1 kV < Um ≤ 245 kV, per la quale vengono specificati i valori delle tensioni di tenuta per la
prova di breve durata a frequenza industriale e per quella agli impulsi di origine atmosferica;
• serie II per Um > 245 kV, per la quale vengono specificati i valori delle tensioni di tenuta per le prove
agli impulsi di manovra e di origine atmosferica.

79
IMPIANTI UTILIZZATORI DI BASSA TENSIONE
Per il coordinamento dell’isolamento e la limitazione delle sovratensioni transitorie di origine atmosferica o
dovute a manovre valgono le prescrizioni della norma CEI 64-8, in particolare delle parti 4 e 5.
In merito al loro isolamento, i componenti elettrici vengono classificati in categorie in base alla loro tensione
di tenuta all’impulso Uw. Tale tensione è stabilita dal costruttore per il componente o per una sua parte e
caratterizza la capacità dell’isolamento di sopportare le sovratensioni. Le categorie vanno da I a IV, con valori
crescenti di tenuta all’impulso.
Esempi di componenti appartenenti alle varie categorie sono i seguenti:
• categoria I: apparecchiature con circuiti elettronici (computer, apparecchi audio/video ecc.);
• categoria II: componenti adatti a essere collegati direttamente all’impianto elettrico fisso di un edificio,
come elettrodomestici, climatizzatori, utensili mobili o trasporta- bili ecc.;
• categoria III: componenti che fanno parte degli impianti elettrici fissi di edifici, come i quadri di
distribuzione, gli interruttori automatici e non, le condutture elettriche, compresi cavi, condotti sbarre
e scatole di giunzione, le prese a spina ecc.;
• categoria IV: componenti destinati a essere installati nel punto di origine di un impianto utilizzatore o
nelle sue prossimità, a monte del quadro di distribuzione principale, come i contatori dell’energia
elettrica.

La norma CEI 64-8/4 stabilisce che i componenti elettrici devono essere scelti in modo che il valore nominale
della loro tensione di tenuta all’impulso sia non inferiore al valore richiesto dalla norma stessa per la categoria
di appartenenza del componente.
La figura riporta un esempio di scelta dei valori nominali della tensione di tenuta a impulso da assegnare ai
vari componenti di un impianto elettrico utilizzatore in bassa tensione, con tensioni nominali 230 V di fase e
400 V concatenata.

Esempio di scelta delle categorie di


tenuta all’impulso (da norma CEI
64-8/4)

Wh Conta tore elettrico


Q Qua dro elettrico principale
U Appa recchio utilizzatore
P Pres a a s pina
A Appa recchiatura elettronica

SCARICATORI DI SOVRATENSIONE
Gli scaricatori per la protezione dalle sovratensioni vengono chiamati anche limitatori di sovratensione e sono
indicati con l’acronimo SPD (Surge Protective Device). Il simbolo e il principio di funzionamento di un generico
scaricatore spinterometrico sono riportati nella figura.

Simbolo grafico dello scaricatore e principio di funzionamento

Quando la tensione verso terra nel punto in cui lo scaricatore è installato si mantiene ai livelli normali di
esercizio o quando si verifica una sovratensione compatibile con i livelli di isolamento del sistema, lo

80
scaricatore mantiene la linea isolata da terra. Se, invece, la differenza di potenziale tra il punto A e la terra
supera la tensione d’innesco del dispositivo, tra gli elettrodi si manifesta una scarica che convoglia a terra
l’onda di sovratensione, proteggendo le apparecchiature a valle. Quando la tensione torna ai valori normali
lo scaricatore dev’essere in grado di ripristinare l’isolamento verso terra.
Durante il passaggio della corrente di scarica I s la tensione verso terra del punto A è data dalla somma VA =
V s + V t tra la tensione propria dello scaricatore corrispondente alla corrente I s e la tensione della presa di
terra. Poiché la tensione VA è applicata alle apparecchiature a valle, l’isolamento di queste ultime dev’essere
dimensionato in modo da sopportarla.
Costruttivamente ci sono vari tipi di scaricatori.
• Scaricatori spinterometrici, a corna o ad aste, costituiti da un isolatore su cui sono monta- te due aste
metalliche poste a una distanza dipendente dalla tensione d’innesco (figura a e b). Questo tipo viene
in prevalenza montato direttamente sulle apparecchiature da proteggere (interruttori, sezionatori,
trasformatori).
• Scaricatori a espulsione, molto usati per la protezione di sistemi MT: in linea di massima sono costituiti
dalla connessione in serie di uno spinterometro esterno e uno interno posto entro un tubo isolante
rivestito da una speciale sostanza organica. Il calore sviluppato dall’arco, agendo su questo
rivestimento, genera una notevole quantità di gas che, scaricandosi all’esterno, allunga l’arco, lo
raffredda e lo estingue.

Scaricatori spinterometrici:

a) a corna ;
b) a d a ste.

• Scaricatori a resistenza non lineare, costituiti dalla serie di uno spinterometro S e di una resistenza R
di caratteristica voltamperometrica non lineare (a, b). Durante la scarica la corrente aumenta, ma la
tensione rimane a un valore praticamente costante (curva 1); per effetto Joule il resistore, composto
di materiale ceramico con coefficiente di temperatura negativo, si riscalda, ma la sua resistenza
diminuisce, cosicché durante la fase di annullamento della corrente (curva 2) la tensione risulta minore
dei corrispondenti valori della curva 1. Il vantaggio che si ottiene è quello di svincolare la tensione sullo
scaricatore dalla corrente che lo attraversa, per poter dimensionare l’isolamento in base a una
tensione nota.

L’installazione degli scaricatori deve avvenire il più vicino possibile alle apparecchiature da proteggere; la
figura mostra come avviene l’inserzione degli scaricatori di sovratensione all’ingresso di una linea aerea.
Nel campo della protezione di impianti e apparecchiature a bassa tensione sono molto usati gli scaricatori a
resistenza non lineare basati sull’impiego dei varistori a ossidi metallici MOV ( Metal Oxide Varistor), aventi
la caratteristica tensione-corrente riportata nella figura.

a) Ra ppresentazione schematica di uno scaricatore a resistenza


non l ineare;
b) ca ra tteristica voltamperometrica del resistore.

S → Spi nterometro
R → Res istenza non l ineare

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Presentando un tratto in cui la tensione è quasi costante al variare della corrente, tali componenti riescono
a fare in modo che durante la scarica la tensione sul componente da proteggere non superi un determinato
valore, dipendente dallo scaricatore scelto; tale valore viene detto tensione residua.

Esempi di inserzione di scaricatori all’ingresso di una linea aerea:

a) s ca ricatore montato all’interno;


b) s ca ricatore montato all’esterno.

S → Sca ri catore di s ovratensione

Caratteristica tensione-corrente di un MOV

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PROTEZIONE CONTRO LE TENSIONI DI CONTATTO
GENERALITÀ E DEFINIZIONI
Una persona è sottoposta a una tensione elettrica quando è contemporaneamente in contatto con parti a
diverso potenziale. Nel caso ideale in cui tutte le parti siano allo stesso potenziale si raggiunge la condizione
di equipotenzialità, che impedisce l’insorgenza di differenze di potenziale tra i vari punti.
In pratica il contatto può avvenire in due modi diversi:
• contatto diretto, quando si toccano parti che sono normalmente in tensione, come il contatto con un
conduttore o con un morsetto non isolati ecc.;
• contatto indiretto, quando si toccano parti conduttrici di componenti elettrici che, pur non essendo
normalmente in tensione, possono assumere un potenziale diverso da zero in seguito a un guasto
d’isolamento, come il contatto con la carcassa di un motore, di un elettrodomestico ecc., in occasione
di una dispersione di corrente verso massa.

Al fine di precisare esattamente il significato dei vari termini usati è opportuno illustrare alcune definizioni
contenute nella normativa.
• L’isolamento funzionale è, in un apparecchio elettrico, ciò che rende possibile il funzionamento,
isolando tra loro le parti a diversa tensione.
• L’isolamento principale è quello che isola le parti normalmente in tensione e ha lo scopo di proteggere
dalle tensioni di contatto.

L’isolamento principale e quello funzionale non sempre coincidono: per esempio, in una linea aerea con
conduttori nudi vi è l’isolamento funzionale (l’aria tra i conduttori), ma non quello principale.
• L’isolamento supplementare è un isolamento indipendente, che viene aggiunto a quello principale per
assicurare la protezione dalle tensioni di contatto in caso di cedimento di quest’ultimo. L’insieme dei
due costituisce il doppio isolamento. Quando vi è un isolmento unico, in grado di assicurare lo stesso
grado di protezione contro i contatti elettrici, si parla di isolamento rinforzato.

Illustrazione dei vari tipi di isolamento


• I componenti di classe 0 sono apparecchiature elettriche provviste del solo isolamento principale e
non aventi alcun dispositivo per il collegamento delle masse a un conduttore di protezione. Queste
apparecchiature non possono essere collegate a terra; nel caso di guasto all’isolamento, la protezione
è affidata soltanto alle caratteristiche dell’ambiente in cui si trovano.
• I componenti di classe I sono apparecchiature provviste del solo isolamento principale e aventi un
dispositivo per il collegamento delle masse a un conduttore di protezione.
• I componenti di classe II sono apparecchiature provviste di isolamento doppio o rinforzato e non aventi
alcun dispositivo di collegamento a un conduttore di protezione. Queste apparecchiature non devono
essere collegate all’impianto di terra; sono però ammessi morsetti per conduttori di protezione
passanti.
• I componenti di classe III sono apparecchiature aventi isolamento ridotto in quanto destinate a essere
alimentate soltanto da un sistema a bassissima tensione di sicurezza e in cui non si possono generare
tensioni di valore superiore a quello del sistema di alimentazione.

Sono parti attive tutti i conduttori o le parti conduttrici che sono in tensione durante il funzionamento
normale, compreso il conduttore neutro. Si esclude, per convenzione, il conduttore PEN avente la funzione
combinata di conduttore di protezione e neutro.

83
Il contatto di persone con le parti attive costituisce il contatto diretto prima definito. Per esempio, in un
motore, sono parti attive gli avvolgimenti e i morsetti, mentre non lo è la struttura metallica esterna.
Si definiscono masse tutte le parti conduttrici, facenti parte di componenti elettrici e che possono essere
toccate, che non sono in tensione in condizioni normali d’isolamento, ma possono andare in tensione in caso
di guasto, con il cedimento dell’isolamento principale.
Esempi tipici di masse sono gli involucri metallici degli apparecchi di classe 0 e I, mentre quelli dei componenti
di classe II non sono masse perché non vanno in tensione se cede il solo isolamento principale, essendoci
anche quello supplementare.
È bene precisare che la possibilità di toccare una massa va intesa in senso lato: per esempio l’involucro
esterno di una lampada per l’illuminazione stradale posta su un sostegno è una massa perché può essere
toccata mediante una scala.
La norma precisa che non è da intendere come massa una parte conduttrice che può andare in tensione solo
perché è in contatto con una massa. È questo, per esempio, il caso dei cavi contenuti entro tubi, poggiati su
una passerella metallica. La passerella non è una massa perché se il tubo è metallico è esso stesso una massa,
e quindi le parti a contatto con esso non lo sono; se invece il tubo è isolante costituisce un doppio isolamento
e, nel caso di cedimento dell’isolamento principale, la passerella non va in tensione.
Nel caso in cui l’involucro metallico sia ricoperto di vernici e simili è ancora da considerare massa se va in
tensione per il cedimento dell’isolamento principale; infatti lo strato protettivo non è, in generale, idoneo a
garantire la sicurezza delle persone.
Il contatto indiretto è quello di una persona con una massa, oppure con una parte conduttrice in contatto
con una massa, durante un guasto che interessi l’isolamento principale.

Per massa estranea si intende una parte conduttrice, che non fa parte dell’impianto elettrico, in grado di
introdurre nell’impianto un potenziale, generalmente quello di terra.
Un caso tipico di massa estranea sono le condutture interrate che, a causa dell’intimo contatto con il terreno,
costituiscono dei dispersori con bassa resistenza di terra; esse conferiscono, nel caso vengano toccate, un
potenziale prossimo a quello del punto del terreno in cui avviene il contatto. In ambienti particola rmente
pericolosi quali locali da bagno, piscine ecc., le masse estranee possono anche introdurre potenziali diversi
da quello di terra. È tale il caso delle tubazioni idriche che, anche se isolate da terra, possono portare in altri
luoghi il potenziale conseguente, per esempio, a guasti in uno scaldabagno elettrico.
Per decidere se si è in presenza di una massa estranea bisogna misurarne la resistenza verso terra, dato che
un corpo conduttore a stretto contatto con il terreno ha una resistenza verso terra molto piccola, al limite
nulla. La normativa considera masse estranee le parti metalliche aventi resistenza verso terra inferiore a 1000
Ω per gli ambienti ordinari e 200 Ω per quelli a maggior rischio (cantieri, locali a uso zootecnico, locali a uso
medico).

COSTITUZIONE DELL’IMPIANTO DI TERRA


Un generico impianto di terra al servizio di un impianto elettrico utilizzatore è composto da varie parti, come
schematicamente indicato nella figura.

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Parti costituenti un impianto di terra

PE Conduttore di protezione
M Ma s sa
ME Ma s sa estranea
EQP Col l egamento equipotenziale principale
EQS Col l egamento equipotenziale supplementare
COL Col l ettore (nodo di terra)
CT Conduttore di terra
P Pozzetto
D Di s persore

Dispersori
I dispersori sono corpi metallici che hanno il compito, essendo posti in contatto con il terreno, di realizzare il
collegamento elettrico con la terra per disperdervi correnti elettriche.
Possono essere distinti in dispersori propri o intenzionali e dispersori naturali o di fatto: i primi sono quelli
che vengono infissi al solo scopo di disperdere corrente in occasione di un guasto a terra, mentre i secondi
sono costituiti da corpi metallici immessi nel terreno per altri scopi, ma che collaborano, se opportunamente
collegati, alla dispersione a terra della corrente, a volte anche in maniera preponderante. Tipici dispersori di
fatto sono i ferri di armatura degli edifici, i basamenti delle macchine, i serbatoi interrati, i binari degli
stabilimenti, i montanti dei tralicci ecc.

Negli edifici di nuova costruzione si può realizzare un ottimo ed economico impianto di terra all’atto dei lavori
di sbancamento per la costruzione delle fondazioni (terra di fondazione).
Sia la norma CEI 64-8/5 per gli impianti utilizzatori in bassa tensione che la norma CEI 99-3 per gli impianti a
tensione superiore a 1 kV in c.a., prescrivono le dimensioni minime che devono avere i dispersori per
garantire la resistenza meccanica e alla corrosione.
Per esempio un picchetto cilindrico pieno in acciaio zincato (barra tonda) deve avere un diametro non
inferiore a 16 mm2 e il rivestimento in zinco uno spessore medio di 70 μm. Se come dispersore si usa una
corda nuda in rame, la sezione deve essere di almeno 25 mm2 e i l diametro dei fili elementari che
compongono la corda non inferiore a 1,8 mm.
Le modalità d’installazione dei dispersori devono evitare l’aumento della resistenza di terra per effetto del
congelamento o dell’essiccamento del terreno. In pratica si attua l’interramento a 0,5 ÷ 1 m di profondità;
l’uso di pozzetti non è richiesto dalla norma, ma solo da motivi pratici e per la possibilità di effettuare ispezioni
alle giunzioni, che comunque devono essere protette dalla corrosione. La posa del dispersore dire ttamente
in acqua è in genere sconsigliabile; può essere effettuata installando il dispersore a profondità non inferiore
a 5 m dal livello del- l’acqua, per evitare tensioni di contatto pericolose negli strati superiori. Quando ciò non
è possibile si deve vietare l’accesso alla zona pericolosa.

Conduttori di terra e di protezione


Il conduttore di terra è quello che collega i dispersori tra loro e al collettore (o nodo) principale di terra ed è
isolato dal terreno. Se il collegamento tra i dispersori viene fatto con un con- duttore interrato, quest’ultimo
è da considerare come dispersore. I conduttori di terra devono essere di materiale metallico di sufficiente
resistenza meccanica e possono essere realizzati con fili, corde, piattine, tubi e simili.

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I conduttori di protezione (PE) servono per il collegamento a terra delle masse degli utilizzatori fissi e dei poli
di terra delle prese. Alcuni PE principali vengono collegati direttamente al collettore di terra, altri effettuano
la connessione tra le masse (o i poli di terra delle prese) e i PE principali. Normalmente i PE vengono realizzati
con cavi unipolari con isolamento giallo-verde, con l’anima giallo-verde dei cavi multipolari e con conduttori
nudi; è anche possibile usare involucri metallici, tubi protettivi e canali metallici, masse estranee di adeguate
caratteristiche.
La sezione minima S dei conduttori di terra e di protezione può essere calcolata con la relazione:

• I è il valore efficace della corrente di guasto che può percorrere il conduttore ( A);
• t è il tempo di intervento del dispositivo di protezione che interrompe il circuito di guasto (s);
• K è un fattore dipendente dal tipo di conduttore e di isolante e dalle temperature iniziale (θ 0 ) e finale
(θ f ) ammesse;

Collettore (o nodo) principale di terra


È l’elemento dell’impianto di terra a cui vengono collegati i conduttori di terra, di protezione, di
equipotenzialità principali e, nel sistema TN, il neutro o il PEN. Viene di solito realizzato mediante una sbarra
o un morsetto. Il collegamento del conduttore di terra deve essere smontabile con attrezzo, in modo da poter
separare la parte disperdente dal resto dell’impianto di terra, in occasione di verifiche o misure. Si utilizza un
morsetto imbullonato o un apposito sezionatore di terra.

Conduttori equipotenziali
Sono destinati ad assicurare, mediante collegamento elettrico, l’equipotenzialità fra le masse e/o le masse
estranee. Si dividono in conduttori equipotenziali principali (EQP) e supplementari (EQS). I primi collegano le
masse estranee al collettore di terra, mentre i secondi collegano masse estranee al PE, masse tra loro, masse
con masse estranee, masse estranee tra loro.

Conduttore PEN
Nei sistemi TN-C il conduttore PEN è quello combinato di protezione e di neutro. La norma C EI 64-8/5
prescrive i requisiti che esso deve avere, tra cui:
• sezione non inferiore a 10 mm2 se in rame o 16 mm2 se in alluminio;
• posa fissa;
• divieto di installazione di dispositivi di sezionamento e comando, non potendo essere interrotto in
quanto svolge anche la funzione di PE;
• isolamento previsto per la tensione più elevata alla quale può essere sottoposto.

PRESCRIZIONI RELATIVE ALL’IMPIANTO DI TERRA


Le prescrizioni normative sugli impianti di terra sono contenute principalmente nella norma CEI 99-3 e nella
norma CEI 64-8. La prima riguarda la messa a terra degli impianti elettrici in corrente alternata con tensione
superiore a 1 kV, mentre la 64-8 si applica agli impianti elettrici utilizzatori in bassa tensione.
Per quanto concerne gli obblighi legislativi, con l’abrogazione del DPR 547/1955 che, in diversi articoli,
prescriveva misure specifiche per gli impianti di terra, l’orientamento attuale è quello di rimandare alla
normativa tecnica. Per esempio, l’articolo 6, comma 1, del DM 37/2008 prescrive che “Le imprese realizzano
gli impianti secondo la regola dell’arte, in conformità alla normativa vigente…”, per cui è implicito che quando
in un impianto elettrico è presente anche l’impianto di terra, la sua realizzazione è soggetta alle prescrizioni
normative applicabili al caso. Lo stesso orientamento è presente nel D. Lgs. n. 81/2008 (Testo unico sulla
sicurezza, e successive modifiche) che all’articolo 81 e nell’allegato IX prescrive la realizzazione degli impianti
elettrici a regola d’arte, riconoscendo come norme di buona tecnica in campo elettrico quelle emanate dal

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CEI, dal CENELEC e dall’IEC. Gli impianti di terra rientrano in questa prescrizione in quanto fanno parte
dell’impianto elettrico di cui sono al servizio.
Una legge che si occupa esclusivamente degli impianti di terra è il DPR 462/2001, che disciplina le verifiche
periodiche a questi impianti.

Obbligatorietà della messa a terra


Il collegamento a terra delle masse degli utilizzatori fissi, dei poli di terra delle prese e delle masse estranee
che interessano l’installazione elettrica rientra tra le misure di protezione contro i contatti indiretti e pertanto
diventa obbligatoria l’installazione dell’impianto di terra solo quando si usa la protezione mediante
l’interruzione automatica dell’alimentazione che prevede, appunto, l’esistenza dell’impianto di terra
coordinato con i dispositivi di interruzione. Utilizzando altri sistemi di protezione equivalenti (per esempio,
la separazione elettrica) non è più necessario effettuare il collegamento a terra. In sostanza, l’obbligatorietà
riguarda la protezione e non i mezzi con i quali si realizza.
Altra funzione dell’impianto di terra è quella di collegare a terra un punto del sistema elettrico, solitamente
il centro stella dei sistemi di distribuzione TT e TN (messa a terra di funzionamento); in questo caso
l’obbligatorietà della messa a terra discende da una necessità funzionale, non protettiva.

Unicità dell’impianto di terra


Normalmente il collegamento a terra di protezione di tutte le parti di un i mpianto e tutte le messe a terra di
funzionamento dei circuiti e degli apparecchi utilizzatori devono essere effettuati collegando le parti
interessate a un impianto di terra unico.
L’unicità dell’impianto di terra al servizio di un impianto elettrico non è comunque un obbligo normativo:
essa è raccomandata dalla norma CEI 64-8/5, mentre la norma CEI 99-3 prescrive che l’impianto di terra deve
essere normalmente unico.
Nel caso della coesistenza di impianti di terra diversi occorre, però, che le relative masse siano ben separate,
in quanto potrebbero trovarsi a tensioni diverse ed essere fonte di pericolo nel caso fossero simultaneamente
accessibili. In quest’ultimo caso le masse devono essere collegate allo stesso impianto di terra.

Valore della resistenza di terra


Con l’abrogazione del DPR n. 547/1955 è venuta meno anche la prescrizione del limite di 20 Ω prevista
dall’articolo 326 come valore da non superare della resistenza di terra degli impianti utilizzatori con tensione
nominale non superiore a 1000 V.
Tale limite non aveva ormai alcun significato tecnico, dato che vi sono casi in cui non è sufficiente a garantire
valori della tensione di contatto non superiori a quello della curva di sicurezza e altri in cui tale limite è
sovrabbondante.
Per tale ragione la norma CEI 64-8 indica i valori ammissibili della tensione di contatto, ma non prescrive un
valore limite della resistenza di terra, specificando solo che esso deve es- sere in accordo con le esigenze di
protezione e di funzionamento dell’impianto.

Verifiche degli impianti di terra


Gli impianti di terra installati nei luoghi di lavoro, in cui vi è la presenza di lavoratori subordinati o a essi
equiparati, devono essere verificati all’atto dell’installazione ed essere poi sottoposti a verifi che periodiche,
da eseguire a intervalli di tempo regolari.
Per gli impianti utilizzatori, esclusi cioè gli impianti di terra delle cabine e delle centrali elettriche di aziende
produttrici o distributrici di energia elettrica, la materia è attualmente regolata dal DPR 462/2001 in vigore
dal 23 gennaio 2002 a cui fa riferimento anche il testo unico sulla sicurezza; esso prevede, in sintesi:
• la verifica iniziale da parte dell’installatore che ha eseguito l’impianto di terra e che deve rilasciare la
relativa dichiarazione di conformità, dopo il ricevimento della quale il datore di lavoro può mettere in
esercizio l’impianto;
• l’invio, entro trenta giorni dalla messa in esercizio, di una copia della dichiarazione di conformità
all’ISPESL (Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro) e di una all’ASL/ARPA (Azienda
sanitaria locale/Agenzia regionale protezione ambientale);

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• le verifiche periodiche a cui il datore di lavoro è tenuto a far sottoporre gli impianti; la richiesta di
verifica va indirizzata, mediante un apposito modulo, all’ASL/ARPA competente per territorio oppure
ad appositi organismi abilitati per queste verifiche, riconosciuti dal Ministero delle attività produttive;
• la richiesta di verifica deve essere biennale per gli impianti installati nei cantieri, nei locali a uso medico,
negli ambienti a maggior rischio in caso d’incendio e nei luoghi con peri - colo di esplosione,
quinquennale per tutti gli altri ambienti;
• vi possono essere anche verifiche straordinarie nei casi di esito negati vo della verifica periodica, di
modifica sostanziale dell’impianto o su richiesta del datore di lavoro.

Utilizzazione delle tubazioni come dispersori


La norma CEI 64-8/5 non ammette l’utilizzo come dispersori delle tubazioni metalliche per il convogliamento
di liquidi o gas infiammabili, consentendo solo il collegamento equipotenziale. La stessa norma precisa che è
possibile utilizzare le tubazioni dell’acquedotto come dispersori soltanto se esistono, oltre al consenso
dell’esercente dell’acquedotto, precisi accordi in base ai quali il responsabile degli impianti elettrici deve
essere informato di eventuali modifiche delle tubazioni (per esempio sostituzione di parti metalliche con altre
in plastica) che ne varino le caratteristiche di dispersione della corrente. I contatori idrici dovranno inoltre
essere cortocircuitati da un collegamento equipotenziale di sezione adeguata. In pratica tali condizioni si
verificano molto raramente e, anzi, gli esercenti di acquedotti molte volte comunicano agli utenti il divieto di
utilizzare le tubazioni come dispersori.

FORMULE E TABELLE PER IL CALCOLO DELLA RESISTENZA DI TERRA


Resistività del mezzo disperdente
La resistività ρE del mezzo disperdente (generalmente il terreno) ha notevole influenza sul valore della
resistenza di terra: valori elevati della resistività, propri dei terreni rocciosi, fanno aumentare notevolmente
la resistenza.
Oltre al tipo di mezzo disperdente, sul valore di ρE influiscono il contenuto di umidità, che fa diminuire la
resistività, e la temperatura: sopra 0 ºC la resistività può essere considerata ab- bastanza costante, mentre
sotto tale valore, per effetto del congelamento, aumenta di 4 ÷ 5 volte. Per evitare questo effetto è buona
norma interrare i dispersori ad almeno 0,5 m sotto il piano di campagna.
Nella tabella sono riportati i valori medi della resistività per alcuni tipi di suolo, in condizioni normali di
umidità e temperatura. Valori più precisi possono essere assunti, in sede di progetto, misurando la resistività
del terreno nel punto in cui si deve installare l’impianto di terra.

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TRASMISSIONE E DISTRIBUZIONE
DELL’ENERGIA ELETTRICA
GENERALITÀ E CLASSIFICAZIONI
Sia la trasmissione che la distribuzione sono trasferimenti di energia elettrica da un punto all’altro della rete
elettrica. La distinzione avviene sulla base dei diversi valori di distanza, potenza e tensione.
Aumentando la tensione diminuisce, a parità di altre condizioni, la sezione dei conduttori; questo vantaggio
è tanto più sensibile quanto maggiori sono la potenza trasportata e la lunghezza della linea. Per tale ragione
le tensioni più alte vengono usate per il trasferimento di elevate potenze a grandi distanze (trasmissione e
subtrasmissione), mentre quelle minori per la distribuzione in media e bassa tensione. I valori normalizzati di
uso più frequente in Italia sono:
• trasmissione 220 kV; 380 kV;
• subtrasmissione 66 kV; 110 kV; 132 kV;
• distribuzione MT 3 kV; 6 kV; 10 kV; 20 kV; 30 kV;
• distribuzione BT 230 V; 400 V.
Un’altra considerazione da fare riguarda la densità delle linee, che è ovviamente maggiore per quelle di
distribuzione rispetto a quelle di trasmissione dato che le prime devono arrivare alle innumerevoli utenze,
mentre le seconde collegano tra loro le sole stazioni di trasformazione. Nell’ambito dei sistemi di
trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica assumono notevole importanza le cabine e le stazioni
elettriche.
Si definisce cabina elettrica un’officina elettrica connessa a sistemi di I e II categoria e destinata a svolgere
almeno una delle seguenti funzioni: trasformazione, conversione, regolazione e smistamento dell’energia
elettrica.
Per esempio, le cabine elettriche vengono utilizzate per le utenze che assorbono elevate potenze (superiori
ad almeno 100 kW) alimentate in media tensione: nella cabina viene effettuata la riduzione della tensione a
230/400 V e lo smistamento dell’alimentazione elettrica alle diverse parti dell’impianto. Le cabine elettriche
saranno trattate diffusamente nel prossimo capitolo.
Le stazioni elettriche sono definite come officine elettriche connesse a sistemi di cui almeno uno di categoria
III, ossia a tensione superiore a 35 kV, e destinate a una o più delle seguenti funzioni: trasformazione,
smistamento, conversione, regolazione dell’energia elettrica.
Le stazioni, a seconda del compito svolto, possono essere classificate in:
• stazioni di trasformazione, quando eseguono variazioni di tensione tra i sistemi elettrici a esse
collegate; un esempio tipico è quello delle stazioni annesse alle centrali di produzione, in cui avviene
la trasformazione della tensione dal valore della produzione (per esempio, 20 kV) a quello di
trasmissione (220 kV, 380 kV);
• stazioni di smistamento, quando ripartiscono l’energia elettrica tra i vari sistemi, tutti alla stessa
tensione; in effetti le stazioni sono quasi sempre di trasformazione e smistamento
contemporaneamente;
• stazioni di conversione, quando trasformano la forma d’onda della tensione, per esempio da alternata
a continua;
• stazioni di regolazione, in cui si effettua, mediante macchine sincrone o condensatori statici, il
rifasamento degli impianti per regolare la tensione e limitare le cadute di tensione in rete; la
regolazione della tensione si ottiene anche adottando trasformatori a rapporto variabile; in pratica
anche tale funzione viene svolta contemporaneamente a quella di trasformazione.
In base alle caratteristiche dei sistemi elettrici a cui sono connesse, le stazioni si distinguono anche in:
• stazioni annesse alle centrali di produzione;
• stazioni ricevitrici primarie, collegate solo a sistemi di categoria III, come quelle di trasformazione 380
kV/132 kV;
• stazioni ricevitrici secondarie, collegate anche a sistemi di categoria II, come quelle di trasformazione
132 kV/20 kV.

89
CRITERI DI SCELTA DEL SISTEMA DI TRASMISSIONE
In generale il trasferimento di energia elettrica tra due punti di un sistema elettrico di potenza può avvenire
nei modi seguenti:
• corrente continua;
• corrente alternata monofase a frequenza industriale;
• corrente alternata trifase a frequenza industriale.

La corrente alternata monofase è riservata esclusivamente alla distribuzione in bassa tensione per
l’alimentazione di utenze domestiche o, comunque, che richiedono piccoli valori di potenza, dell’ordine di
qualche kilowatt, mentre per potenze più elevate si ricorre alla corrente alternata trifase.
La ragione principale di questa scelta risiede nella maggior potenza trasmessa in c.a. trifase, pari a Pt = √ 3 VI
cos φ, mentre in c.a. monofase la potenza è data da Pm = Vf I cos φ. Essendo V = √ 3 Vf , risulta Pt = 3 Pm e,
quindi, la potenza trasmessa in c.a. trifase risulta, a parità di corrente e di f.d.p., pari al triplo di quella
trasmessa in c.a. monofase.
Il confronto può anche essere inteso in un altro modo: a parità di potenza trasmessa e di f.d.p., la corrente
necessaria nella distribuzione trifase è pari a un terzo di quella richiesta da una linea monofase.
Nell’ambito dei sistemi di trasmissione di elevate potenze a notevoli distanze, gli unici metodi utilizzati sono
quelli in corrente continua in alta tensione (sistemi HVDC, High Voltage Direct Current) e in corrente alternata
trifase in alta tensione (sistemi HVAC, High Voltage Alternative Current), tra i quali il secondo è molto più
diffuso del primo, anche se i sistemi HVDC sono in rapida espansione.

Riguardo al numero dei conduttori impiegati, la trasmissione HVAC necessita di tre conduttori, trattandosi di
un sistema trifase senza neutro, mentre quella HVDC normalmente impiega due soli conduttori (sistemi
bipolari) oppure, ma più raramente, un solo conduttore (sistemi monopolari) in quanto il ritorno della
corrente può avvenire via terra e/o mare o mediante un conduttore metallico non isolato e collegato a terra
in uno solo dei terminali. In ogni caso il costo della linea di trasmissione in corrente continua è sensibilmente
minore dell’equivalente linea in corrente alternata e tale vantaggio aumenta con la lunghezza della linea
stessa.
Altro vantaggio della trasmissione HVDC rispetto a quella in c.a. è l’assenza delle cadute di tensione induttive
e delle correnti di dispersione capacitive, fenomeni che limitano la lunghezza delle linee in c.a. e impediscono,
di fatto, la trasmissione per distanze di molte centinaia di chilometri, a meno di installare costose stazioni
intermedie per la compensazione della potenza reattiva e il controllo della tensione. Nel caso, poi, di
collegamenti in cavo, obbligatori negli attraversamenti marini, la distanza limite per i sistemi HVAC è limitata
a soli 50 ÷ 100 km. Per questa ragione è stata scelta la trasmissione HVDC per il collegamento tra Puglia e
Grecia (500 MW a 400 kV con 160 km sottomarini a profondità fino a 1000 m) e per quello tra Francia e
Inghilterra attraverso il canale della Manica (2000 MW a 270 kV con 70 km sottomarini).
Per realizzare la trasmissione HVDC occorre però dotare il sistema di stazioni di conversione, in quanto
occorre aumentare la tensione dell’energia elettrica prodotta nella centrale sotto forma di corrente alternata
(non è possibile utilizzare generatori in corrente continua nel caso di elevate potenze e tensioni) e diminuire
la tensione all’arrivo per consentire l’allacciamento con le reti di distribuzione in c.a. Nello schema di massima
di figura il trasformatore TR1 serve a elevare la tensione a livelli adatti alla trasmissione, il raddrizzatore C1
tra- sforma la tensione da alternata in continua, l’inverter C2 la ritrasforma in alternata e il trasformatore TR2
la abbassa a livelli adatti alla distribuzione. I convertitori vengono realizzati con componenti elettronici di
potenza, di cui i più recenti sono i transistor a gate isolato IGBT.

La presenza delle stazioni di conversione aumenta il costo del sistema HVDC ma, nel caso della trasmissione
a lunga distanza, tale aumento è compensato dal minor costo della linea.
Altra caratteristica favorevole all’impiego di collegamenti HVDC è la loro capacità di regolare rapidamente e
accuratamente, mediante il sistema di controllo dei convertitori, l’entità e il verso della potenza trasme ssa,
in modo da migliorare l’efficienza delle reti in c.a. a valle, come nel caso del collegamento in c.c. tra Piombino

90
e la Sardegna che consente alla rete a.c. dell’isola di sopportare senza gravi inconvenienti variazioni
improvvise della produzione locale di energia elettrica. Inoltre, l’uso di sistemi HVDC consente di collegare
tra loro reti in c.a. a frequenze diverse (per esempio, 50 e 60 Hz). L’adeguamento della frequenza della c.a.
in uscita dall’inverter avviene mediante il sistema di regolazione dell’inverter stesso.

Per quanto riguarda le linee, la trasmissione HVDC impiega linee aeree su tralicci e linee in cavo per
attraversamenti sottomarini o terrestri dove si vuole ridurre l’impatto ambientale della linea. Le linee aeree
bipolari impiegano due conduttori, posti simmetricamente rispetto al tronco del traliccio, mentre in quelle
monopolari viene installato un solo conduttore, generalmente composto da due corde in parallelo poste
ancora ai due lati del tronco per meglio equilibrare il sostegno. Nel caso di trasmissione con linee aeree, il
costo del sistema rispetto a quello in c.a. trifase diventa conveniente per distanze di almeno 600 ÷ 800 km e
potenze elevate, superiori a 500 MW.
La trasmissione via cavo è più costosa di quella aerea, sia in c.c. che in c.a., con un fattore che può variare da
5 a 10 volte; ne consegue che l’uso di sistemi HVDC può consentire un risparmio per kilometro rispetto alla
c.a. maggiore di quello delle linee aeree. Con un sistema HVDC impiegante un cavo sottomarino sarà
realizzato, per esempio, il nuovo collegamento tra Sardegna e penisola italiana (progetto SA.PE.I) e sono allo
studio collegamenti HVDC tra i paesi dell’Africa del nord verso l’Italia e verso la Spagna.
In conclusione, si può affermare che la trasmissione HVAC è ancora molto più diffusa di quella con sistemi
HVDC principalmente per le reti esistenti; nei nuovi impianti, invece, la trasmissione in c.c. si sta espandendo
rapidamente, specialmente per i collegamenti sottomarini e per le lunghissime distanze, in virtù dello
sviluppo tecnologico dei convertitori statici e per gli indubbi vantaggi che tale sistema offre.

CONDIZIONE DEL NEUTRO NEI SISTEMI TRIFASE


Il neutro dei sistemi di trasmissione e di distribuzione nelle reti trifase in c.a. può trovarsi in una delle seguenti
condizioni (figure a, b, c):

Stato del neutro:


a) fra nca mente a terra;
b) i s olato da terra;
c) mes so a terra tramite impendenza

• collegato a terra in modo franco, quando è trascurabile l’impedenza di tale collegamento;


• isolato da terra;
• collegato a terra mediante un’impedenza apposita, di valore determinato e non trascurabile;
appartengono a questa categoria anche i sistemi con neutro compensato, per i quali il neutro è
connesso a terra mediante un’induttanza di resistenza trascurabile (bobina di Petersen).

La differenza tra i diversi sistemi riguarda essenzialmente la distribuzione delle tensioni e il comportamento
in caso di guasto a terra di una fase.

91
Nel caso del sistema con neutro francamente a terra c’è il vantaggio che il potenziale del centro stella del
sistema è vincolato a quello di terra e le tensioni verso terra delle fasi sono uguali alla tensione di fase Vn / √
3 nel funzionamento normale, mentre nel caso di guasto di una fase le tensioni verso terra delle fasi sane
possono arrivare, al massimo, al valore della tensione concatenata e questo costituisce un indubbio vantaggio
per il dimensionamento dell’isolamento delle apparecchiature. Per gli impianti di bassa tensione questa
soluzione è anche vantaggiosa per la sicurezza delle persone, in relazione al pericolo di contatti diretti e
indiretti. La corrente di guasto a terra (figura sottostante) assume però valori molto elevati, essendo limitata
soltanto dall’impedenza del trasformatore di alimentazione e da quella di linea fino al punto di guasto, e
provoca l’intervento delle protezioni, interrompendo la continuità di servizio.

Sistema trifase con neutro francamente a terra

Un sistema trifase con neutro isolato collegato al secondario di un trasformatore a stella presenta delle
capacità parassite tra ogni conduttore e terra (o verso massa nel caso di linee in cavo). Supponendo che vi
sia un guasto franco a terra della fase 1, il centro stella del sistema delle tensioni si sposta nel vertice 1 del
triangolo delle tensioni concatenate, si annulla la tensione di fase V1O, mentre le altre due tensioni di fase
diventano uguali a quelle concatenate.
La corrente di guasto a terra I F è di natura capacitiva, dovuta alle correnti di dispersione delle fasi, ed è data
da:

Sistema trifase con neutro isolato e diagramma vettoriale


delle tensioni e delle correnti di guasto a terra

92
dove IC2 e IC3 sono sfasate di 90º in anticipo rispetto alle tensioni che le generano, rispettivamente V2O e
V3O.

A causa dell’elevata impedenza del collegamento a terra delle fasi, la corrente di guasto a terra è meno
elevata rispetto al caso di neutro francamente a terra, ma aumenta con la tensione della linea e con
l’estensione della stessa, dato che aumenta il valore della capacità verso terra dei conduttori.
Per esempio, in un sistema a 20 kV si può ritenere la corrente di guasto a terra pari a 4 A per kilometro di
linea nel caso di condutture in cavo e solo di 0,06 A/km per le linee aeree, che presentano una capacità verso
terra molto più ridotta.
Per contenere il valore della corrente di guasto a terra nel caso di reti molto estese si può usare il sistema
con neutro compensato, collegato a terra mediante la bobina di Petersen

Sistema trifase con neutro compensato e diagramma vettoriale


delle tensioni e delle correnti di guasto a terra

In questo caso nella bobina circola una corrente induttiva I L sfasata di 90º in ritardo rispetto alla tensione VNO
che la genera e quindi in opposizione di fase rispetto a I C ; la corrente di guasto a terra, data da

risulta molto minore rispetto al caso precedente e questo consente di dimensionare in modo meno severo
l’impianto di terra.
La scelta della soluzione da adottare dipende prevalentemente dal valore della tensione di esercizio del
sistema e dalle diverse esigenze relative all’isolamento delle apparecchiature, alla sicurezza degli utenti e al
contenimento del valore della corrente di guasto a terra.
Nelle reti di bassa tensione risulta preminente l’esigenza di sicurezza delle persone, che è meglio tutelata
collegando il neutro a terra senza impedenza. Per tale ragione la norma CEI 64-8 relativa agli impianti
utilizzatori fino a 1000 V in alternata e 1500 V in continua, stabilisce che venga usata la distribuzione TT o TN
con il neutro direttamente a terra, limitando l’uso del neutro isolato (sistema IT) a pochi casi aventi particolari
esigenze di continuità di esercizio.
Nelle reti di alta tensione e, in particolare, per tensioni nominali superiori a 100 kV, si adotta ancora la
soluzione del neutro francamente a terra, in modo da ridurre il livello di isolamento delle macchine e delle

93
apparecchiature, che in questo caso risulta l’esigenza fondamentale. L’elevato valore della corrente di guasto
a terra impone di proporzionare in modo opportuno l’impianto di terra delle stazioni, al fine di limitare
convenientemente le tensioni di passo e di contatto.
Nelle reti di media tensione la soluzione non è così ben individuabile come nei casi precedenti, essendo vari
i fattori da considerare; in particolare si deve tener conto che:
• il vantaggio economico dato dalla riduzione del livello d’isolamento nelle reti con neutro a terra diventa
assai meno rilevante rispetto all’alta tensione;
• le cabine MT/BT hanno valori della resistenza di terra maggiori rispetto alle stazioni AT, molto più
estese e complesse, per cui l’elevata corrente di guasto che si ha col neutro francamente a terra può
dar luogo a tensioni di passo e di contatto intollerabili, cosa che fa propendere per la soluzione con
neutro isolato oppure compensato nei casi di reti molto estese;
• la rete MT è più ramificata e sono quindi più frequenti le occasioni di guasto a terra che , nel caso di
utilizzazione della soluzione col neutro a terra, determinerebbero l’intervento degli interruttori di
massima corrente, interrompendo il servizio.

Per queste ragioni i sistemi più adatti risultano quelli col neutro isolato da terra oppure co l neutro
compensato quando occorre ridurre le correnti di guasto a terra che, pur con il neutro isolato, possono
diventare troppo elevate a causa della crescente estensione e ramificazione della rete MT in cavo interrato.

94
CABINE ELETTRICHE MT/BT
DEFINIZIONI E CLASSIFICAZIONI
Si definisce cabina elettrica un’officina elettrica connessa a sistemi di I e/o II categoria e destinata a svolgere
almeno una delle seguenti funzioni: trasformazione, conversione, regolazione e smistamento dell’energia
elettrica.
Nell’ambito delle cabine elettriche rivestono notevole importanza le cabine di trasformazione e
smistamento, intese come il complesso di conduttori, apparecchiature e macchine atte a trasformare la
tensione fornita dalle linee di distribuzione a media tensione ai valori di alimentazione delle linee di bassa
tensione, attuando anche lo smistamento dell’energia fra più linee BT uscenti.
Nella figura è riportato lo schema unifilare semplificato di una cabina el ettrica in cui vengono attuati lo
smistamento dell’energia elettrica tra due linee MT (LA in ingresso e LB in uscita) e tre linee BT in uscita (LC
trifase, LD trifase con neutro, LE monofase) e la trasforma- zione della tensione da 20 kV a 230/400 V.
Le cabine elettriche vengono distinte in:
• cabine pubbliche;
• cabine private (o cabine di utente).

Schema semplificato di una cabina di smistamento e trasformazione (sono state omesse, per
semplicità, le indicazioni delle apparecchiature)

Vista in pianta dei locali costituenti una cabina


utente

A Loca l e del distributore presso l ’utenza


B Loca l e misure
C Loca l e utente
TR Tra s formatore
MT Appa recchiature di media tensione
BT Qua dro bassa tensione

Le prime sono di proprietà dell’ente distributore dell’energia elettrica e servono per l’alimentazione delle
utenze private BT con tensioni nominali 230 V monofase e 400 V trifase; le seconde sono di proprietà
dell’utente e servono per l’alimentazione di impianti privati con elevata potenza i nstallata (orientativamente
oltre 200 kW), con fornitura dell’energia elettrica in media tensione.

95
Nel caso delle cabine private, l’utente deve mettere a disposizione degli appositi locali per l’installazione del
gruppo di misura e delle apparecchiature di competenza del fornitore, che si riserva anche la possibilità di
installarvi dei trasformatori di potenza per l’alimentazione di altri utenti a bassa tensione.
Nella figura 16.2 è riportato un esempio di vista in pianta dei locali di una cabina di trasformazione privata.
Si noti che il locale A è accessibile solo dall’esterno dagli addetti della società elettrofornitrice, il locale B
anche dall’interno dello stabilimento dal personale dell’utente e il locale C solo dall’interno.

CONNESSIONE DELLE CABINE MT/BT ALLA RETE DI DISTRIBUZIONE


Il collegamento di una utenza dotata di cabina elettrica MT/BT alla rete di distribuzione deve essere
effettuato rispettando determinate regole tecniche di connessione, in modo da non compromettere il
corretto funzionamento del sistema elettrico a monte.
Le modalità di connessione degli utenti alimentati in alta e in media tensione sono stabilite dalla norma CEI
0-16 “Regola tecnica di riferimento per la connessione di Utenti attivi e passivi alle reti AT ed MT delle imprese
distributrici di energia elettrica”, di cui è attualmente in vigore la terza edizione del dicembre 2012 (fasc.
12673).
Per utenti attivi si intendono quelli che possono anche fornire energia elettrica alla rete in quanto provvisti
di un proprio sistema di generazione e/o di accumulo di energia elettrica; sono invece utenti passivi tutti gli
altri, ossia quelli che possono solo prelevare energia elettrica dalla rete. L’eventuale presenza di gruppi di
continuità UPS o CPS (UPS centralizzato) non è di per sé sufficiente a connotare un utente come attivo.
Tale norma è stata elaborata dal CEI a seguito di quanto indicato nella delibera dell’Autorità per l’Energia
Elettrica e il Gas (AEEG) in merito all’obbligatorietà delle indicazioni del co- dice di rete del GRTN (Gestore
della Rete di Trasmissione Nazionale) e ha lo scopo di definire i criteri tecnici per la connessione degli utenti
delle reti elettriche di distribuzione con tensione nominale in c.a. superiore a 1 kV e fino a 150 kV. La sua
applicazione integrale riguarda le nuove connessioni, realizzate dopo l’entrata in vigore della norma; per gli
impianti degli utenti già connessi alla rete, le modalità di applicazione della norma sono definite dall’AEEG.
La norma CEI 0-16, integrata con gli adattamenti eventualmente concessi dall’AEEG per le utenze preesistenti
alla data di entrata in vigore della norma, costituisce la Regola Tecnica di Connessione (RTC) per
l’allacciamento alle reti AT e MT.

Schema per la connessione di utenti passivi di media tensione


Lo schema generale di collegamento tra la rete di distribuzione MT e l’impianto dell’utente è indicato nella
figura.
Schema di collegamento tra la rete di distribuzione
e la cabina utente

D Loca l e del Distributore presso l ’utenza


1 Gruppo di misura
M Loca l e misure
2 Di s positivo generale dell’utente
U Loca l e utente
3 Scompa rto (presente o da prevedere) per il
col l egamento in entra-esce
SL Scompa rto (cella) per l inea
SC Scompa rto (cella) per consegna
TA Tra s formatore di corrente di fase
C Punto di connessione
TV Tra s formatore di tensione

Nel caso di una cabina utente avente un solo montante di alimentazione MT e, quindi, un solo trasformatore,
lo schema elettrico di massima è riportato nella figura.
Nel locale MT del distributore vi sono almeno due scomparti, ognuno provvisto di un interruttore di manovra-
sezionatore con coltelli di terra interbloccati per la messa a terra della linea in caso di lavori sulla stessa: lo
scomparto SL riceve la linea MT dalla rete, mentre lo scomparto SC serve per la consegna dell’energia

96
elettrica all’utente ed è dotato di trasformatori di misura TA e TV per l’alimentazione del gruppo di misura,
posto nell’adiacente locale misura.
Un terzo scomparto di linea (3) serve quando la cabina è collegata a una linea ad anello e bisogna prevedere
il collegamento in entra-esce della linea MT, di cui si dirà diffusamente nel prossimo paragrafo.
Il gruppo di misura riportato nella figura comprende:
• il contatore dell’energia attiva (Wh), con l’indicatore del senso di direzione della stessa; per gli utenti
passivi l’energia attiva va sempre dalla rete di distribuzione all’impianto utente;
• l’indicatore della potenza massima prelevata (Pmax);
• il contatore dell’energia reattiva (varh).

Nel punto di connessione C deve essere attestato il cavo di collegamento allestito dall’utente, da portare nel
locale utente fino al punto di risalita sbarre. Al fine di ridurre la probabilità di un guasto sul cavo di
collegamento che si ripercuoterebbe sulla cabina primaria del distributore, tale cavo deve essere il più corto
possibile e avere sezione adeguata: la norma CEI 0-16 prescrive una lunghezza massima di 20 m e una sezione
di 95 mm2. È ammessa una lunghezza maggiore nei casi particolari in cui i locali del distributore e dell’utente
non sono adiacenti, a patto di avere il consenso del distributore e di impiegare un cavo in tratta unica, senza
giunzioni, e con protezione meccanica addizionale.

Schema del lato MT di una cabina utente con un solo montante

TA Tra s formatore di corrente di fase


PG Protezi one generale
TO Tra s formatore di corrente omopolare
DG Di s positivo generale TV Trasformatore di tensione

Nella figura all’ingresso del locale utente è stato indicato un sezionatore di terra bloccabile con chiave per la
messa a terra e in cortocircuito del cavo di collegamento. Questa manovra è necessaria per eseguire lavori
elettrici a monte del dispositivo di sezionamento generale dell’utente. La messa fuori tensione e in sicurezza
del cavo di collegamento va richiesta al distributore e per evitare manovre intempestive il sezionatore di
terra utente deve essere chiudibile solo con una chiave consegnata dall’utente al distributore, la quale viene
liberata e data all’utente solo dopo la chiusura del sezionatore di terra del distributore, in modo che la
chiusura del sezionatore di terra lato utente sia possibile solo dopo che il distributore ha messo fuori tensione
e in sicurezza il cavo di collegamento nel punto a monte.
Il sezionatore di terra dell’utente può essere omesso se la messa a terra e in sicurezza del cavo di
collegamento avviene con mezzi mobili, pur rispettando sempre la procedura indicata; l’applicazione di
questa soluzione può risultare problematica se la testa del cavo di collegamento è difficilmente accessibile.
Nel locale utente viene installato il dispositivo generale (DG) dell’impianto, avente il compito di separare
l’impianto utilizzatore dalla rete e consentire il coordinamento selettivo tra le protezioni del distributore e
quelle dell’utente.
Nello schema della figura esso consiste in un sezionatore di linea con coltelli di terra interbloccati e in un
interruttore automatico. È consentita anche una soluzione più economica, consistente nel realizzare il
dispositivo generale mediante un interruttore di manovra-sezionatore (IMS) di nuova generazione con fusibili
associati, per utenti passivi con un solo trasformatore di potenza fino a 400 kVA e corrente nominale dei
fusibili fino a 25 A, rispettando una serie di condizioni previste dalla norma CEI 0-16.
L’interruttore automatico del DG interviene, in caso di guasto nell’impianto utilizzatore, su comando dei relè
di protezione che, nel loro insieme, costituiscono la protezione generale (PG) della cabina, mentre con la sigla

97
SPG viene indicato il sistema di protezione generale, comprendente l’insieme della PG, dei TA e dei TV per
l’alimentazione indiretta dei relè e dei relativi circuiti di protezione e di sgancio. Per consentire ai costruttori
di usare dispositivi in- novativi costruiti con componenti elettronici, la norma CEI 0-16 consente di realizzare
in maniera integrata l’intero SPG, oppure alcune sue parti.
Nel caso di cabine con più trasformatori veniva in passato sempre installato un interruttore generale a monte
di tutti i montanti MT di alimentazione dei trasformatori. La norma CEI 0-16 consente invece la sostituzione
dell’interruttore generale con un sezionatore interbloccato con i DG dei singoli montanti, nel caso di due soli
montanti e nel rispetto di alcune con- dizioni indicate dalla norma stessa. È possibile quindi adottare lo
schema di figura.

Schema del lato MT di una cabina utente con due


montanti

TA Tra s formatore di corrente di fase


PG Protezi one generale
TV Tra s formatore di tensione
DG Di s positivo generale
TO Tra s formatore di corrente omopolare
1-2 Monta nti MT ca bina utente

98
RIFASAMENTO DEGLI IMPIANTI ELETTRICI
RICHIAMI TEORICI
Si consideri un circuito elettrico, monofase o trifase, funzionante in regime alternato sinusoidale; in generale
fra tensione e corrente vi è un angolo di sfasamento φ. Nella maggioranza dei casi pratici, essendo gli
utilizzatori di tipo R-L, la corrente è sfasata in ritardo rispetto alla tensione.

Diagramma vettoriale di un circuito R-L Triangolo delle potenze

Scomponendo la corrente I nelle componenti I r e Il , rispettivamente in fase e in quadratura con la tensione,


si ottiene:

Le potenze, attiva, reattiva e apparente, nel caso di carico monofase, sono date da:

e rappresentano i lati di un triangolo rettangolo.


Risulta evidente che, per fornire una data potenza P con una certa tensione V, occorre una corrente pari a:

In ambedue i casi la corrente è inversamente proporzionale al fattore di potenza cos φ; per ridurre tale
corrente al valore minimo possibile dovrebbe essere cos φ = 1 e in tal caso si avrebbe:

Si consideri un carico monofase R-L con fattore di potenza cos φ. Ponendo in parallelo a esso un condensatore
che assorbe una corrente IÐ in anticipo di 90° sulla tensione, si ottiene una corrente totale IÐ t data dalla
somma vettoriale:

99
Facendo in modo che la corrente IÐ sia esattamente uguale e opposta alla componente induttiva della
corrente IÐ, si ottiene una corrente totale in fase con la tensione e il fattore di potenza complessivo
(utilizzatore + condensatore) risulta pari a uno. Si parla in questo caso di rifasamento totale, mentre se I c < I
sen φ la corrente It è ancora sfasata di un angolo φ ′ rispetto alla tensione, ottenendo un rifasamento parziale.

a) Rifasamento di un carico monofase;


b) diagramma vettoriale del rifasamento totale (I c = I sen φ);
c) diagramma vettoriale del rifasamento parziale (Ic < I sen φ).

Rifasare significa ridurre (al limite annullare) l’angolo di sfasamento tra tensione e corrente in una sezione di
una rete elettrica, assorbendo dalla rete una componente di corrente capacitiva in grado di compensare,
parzialmente o totalmente, la componente induttiva.
In teoria è possibile anche il caso contrario, ossia rifasare un carico capacitivo assorbendo dalla rete,
mediante un induttore, una corrente induttiva che compensi la componente capacitiva.
Per rifasare impianti di prima categoria vengono usati condensatori statici; nei sistemi di seconda e terza
categoria venivano usati i compensatori sincroni, ossia motori sincroni che, in particolari condizioni di
funzionamento, assorbono dalla rete potenza reattiva capacitiva. Attualmente anche per queste reti vengono
usati condensatori statici, di più semplice installazione, funzionamento e manutenzione e di minor costo.

CAUSE E CONSEGUENZE DI UN BASSO FATTORE DI POTENZA


La maggior parte dei carichi funzionanti in corrente alternata assorbe dalla rete di alimentazione, oltre alla
potenza attiva, anche della potenza reattiva induttiva che determina lo sfasa- mento in ritardo della corrente
rispetto alla tensione. Gli utilizzatori che maggiormente contribuiscono a questo effetto sono i seguenti:
• motori a induzione, di cui i più comuni sono quelli asincroni; assorbono la potenza reattiva induttiva
necessaria per la creazione del campo magnetico e costituiscono, pertanto, dei carichi R-L con fattore
di potenza variabile a seconda della potenza erogata; sfasano maggiormente quando funzionano a
basso carico;
• trasformatori che assorbono anch’essi la potenza reattiva induttiva legata alla corrente magnetizzante,
con una curva del cos φ simile a quella dei motori, ma con valori più ele vati a parità di potenza;
• impianti di saldatura elettrica, aventi cos φ molto basso (0,3 ÷ 0,4) sia per l’elevata reatanza del circuito
di saldatura sia per la presenza di particolari trasformatori a forte dispersione di flusso;
• forni a induzione, in cui il metallo fuso forma una spira chiusa concatenata con il flusso magnetico, con
elevata caduta di tensione induttiva; nel caso di forni a bassa frequenza (50 Hz) il fattore di potenza è
ancora accettabile (0,7 ÷ 0,75), mentre in quelli ad alta frequenza (1000 ÷ 20 000 Hz) è molto basso,
pari a 0,1 o meno;
• lampade a scarica nei gas (al neon, al mercurio, al sodio ecc.) che costituiscono carichi R-L per la
presenza del reattore, con cos φ pari a 0,45 ÷ 0,55; in genere vengono poste in commercio già rifasate.

100
Variazione del f.d.p. di un motore asincrono in funzione della frazione di carico

Il funzionamento di un impianto con un fattore di potenza particolarmente basso comporta varie


conseguenze. Si consideri, per esempio, un carico trifase (le stesse considerazioni valgono per il monofase)
che assorba la potenza attiva P, con tensione di alimentazione V e fattore di potenza cos φ. Poiché la corrente
è data da:

si deduce immediatamente che al diminuire del fattore di potenza aumenta la corrente assorbita dal carico.
Se si considera come carico l’intero impianto di un utente, questo significa che la società distributrice deve
erogare una maggiore corrente a parità di potenza attiva.
La potenza persa in linea, data da:

risulta inversamente proporzionale al quadrato del cos φ e quindi al diminuire del fattore di potenza aumenta
notevolmente la perdita di potenza nella linea; per esempio, una riduzione di cos φ da 1 a 0,5 comporta un
aumento di quattro volte della potenza persa. Per contenere il valore di Δp% entro limiti accettabili occorre
aumentare la sezione dei conduttori (oppure, se possibile, la tensione di alimentazione), con un aggravio dei
costi d’installazione dell’impianto.
La caduta di tensione industriale, data da:

dipende dall’angolo di sfasamento del carico e dalla corrente: al diminuire di cos φ aumenta sen φ e il termine
(rl cos φ + xl sen φ) rimane quasi costante, mentre la corrente aumenta. Questo significa che al diminuire del
fattore di potenza aumenta la caduta di tensione in linea; per mantenere il valore di ΔV% entro limiti
accettabili occorre aumentare la sezione dei conduttori di linea (in modo da far diminuire il valore di r l), con
un conseguente aumento del costo dell’impianto.
Le macchine elettriche (alternatori e trasformatori) impiegati nelle centrali di produzione, nelle stazioni e
nelle cabine di trasformazione vengono dimensionate per la potenza apparente S = P/cos φ; di conseguenza
al diminuire del fattore di potenza dell’impianto complessivo a vall e di tali macchine aumenta la potenza
apparente per la quale devono essere costruite, ossia aumentano le loro dimensioni e il loro costo.
Le considerazioni svolte evidenziano tutte il maggior costo che si deve sostenere per l’alimentazione di
utenze funzionanti con carichi fortemente sfasati. Per compensare i maggiori oneri sostenuti le società di
distribuzione applicano delle tariffe che tengono conto del fattore di potenza medio mensile rilevato.
Normalmente, nel caso di utenze con potenza installata superiore a 15 kW per le quali il gruppo di misura
comprende anche il contatore dell’energia reattiva, viene fatturato anche il consumo di energia reattiva
quando il cos φ medio mensile è inferiore a 0,9. In questo caso la convenienza economica del rifasamento,
per quanto riguarda l’utente, dipende dal confronto tra la spesa annua sostenuta per l’energia reattiva e il
costo dell’impianto di rifasamento, considerando anche il suo ammortamento nel tempo.

101
MODALITÀ DI RIFASAMENTO
La scelta del tipo di impianto di rifasamento va fatta in base a una serie di considerazioni di carattere tecnico-
economico. In primo luogo, nel caso di impianti con fattore di potenza medio mensile inferiore a 0,9 e di
potenza tale che viene fatturata anche l’energia reattiva, si deve valutare la convenienza economica del
rifasamento, tenendo conto sia del costo dell’energia reattiva sia del costo e del periodo di ammortamento
dell’impianto rifasante. Successivamente occorre scegliere la soluzione da adottare, tenendo presente i
seguenti fattori:
• apparecchi utilizzatori alimentati;
• potenze dei singoli utilizzatori e loro distribuzione;
• curve di carico dei vari utilizzatori;
• confronto economico tra le diverse soluzioni.

Rifasamento distribuito
Si realizza installando una batteria di condensatori di adeguata potenza in parallelo a ogni utilizzatore,
comandata in genere dallo stesso apparecchio di manovra.

Schema del rifasamento distribuito

Questa soluzione è conveniente quando si devono rifasare pochi utilizzatori di notevole potenza, altrimenti
diventa antieconomica perché fraziona la potenza rifasante totale fra troppe batterie di piccola potenza. A
tal proposito occorre tenere presente che il costo per unità di potenza reattiva dei condensatori a umenta al
diminuire della potenza. È, per esempio, il metodo adottato dai costruttori per rifasare le lampade
fluorescenti.
Tecnicamente è la soluzione migliore perché comporta i seguenti vantaggi:
• si adegua automaticamente la potenza rifasante al numero di utilizzatori in funzione;
• la riduzione della corrente, conseguente al rifasamento, interessa tutta la conduttura, fino alla
derivazione del condensatore (che conviene sia installato direttamente ai morsetti dell’utilizzatore);
questo consente un risparmio sulla sezione dei cavi.
L’unico svantaggio, come detto prima, è l’elevato costo, che non viene compensato se gli utilizzatori lavorano
per poche ore al giorno.

Rifasamento per gruppi


Quando è possibile suddividere l’intero impianto in gruppi di utilizzatori aventi caratteristiche omogenee di
funzionamento, può essere conveniente rifasare un intero gruppo di utilizzatori con un’unica batteria di
condensatori, dotata di propri apparecchi di manovra e protezione.

Schema del rifasamento per gruppi

102
Per il calcolo della potenza reattiva della batteria occorre valutare la potenza attiva mediamente assorbita e
il fattore di potenza medio del gruppo, da inserire nella formula.
Per quanto riguarda i cavi, è da tener presente che non c’è alcuna riduzione di sezione per tutta la rete di
distribuzione a valle del punto di collegamento del condensatore, dato che la riduzione della corrente
interessa solo la linea a monte della batteria.

Rifasamento centralizzato a potenza costante


Consiste nell’installare un’unica batteria di condensatori a monte di tutto l’impianto, ossia subito a valle degli
apparecchi di misura dell’energia, come illustrato nella figura.

Schema del rifasamento centralizzato

La batteria deve essere calcolata in base alla potenza media e al fattore di potenza medio mensile dell’intero
impianto; essa va disinserita quando l’impianto non funziona, per evitare di avere un carico globalmente
capacitivo. È una soluzione molto semplice e poco costosa che però non comporta vantaggi sul
dimensionamento dell’impianto a valle del punto in cui viene effettuato il rifasamento. È possibile adottarla
solo nei casi in cui l’impianto funziona con potenza e con φ pressoché costanti, altrimenti non si riesce a
calcolare un valore di Qc che possa andar bene per i vari modi di funzionamento.

Schema elettrico di un impianto di rifasamento centralizzato


automatico

Rifasamento centralizzato a potenza modulabile


È la naturale evoluzione della soluzione precedente. Consiste nel suddividere la potenza reattiva capacitiva,
calcolata nelle condizioni più gravose, in un certo numero di batterie, in modo da poter variare la potenza
reattiva inserita in funzione delle esigenze del carico e ottenere un cos φ pressoché costante in tutte le
situazioni.
In genere il comando delle batterie avviene automaticamente, mediante un regolatore del fattore di potenza;
si ottiene in questo modo il rifasamento centralizzato automatico.
Suddividendo la batteria in moduli della stessa potenza si ottiene un numero di livelli pari a quello dei moduli:
per esempio con tre moduli da 5 kvar si hanno le potenze 5, 10 e 15 kvar. Maggiori combinazioni si ottengono
con moduli aventi potenze tra loro diverse. Per esempio con tre moduli da 2,5, 5 e 10 kvar si otteng ono sette
combinazioni (2,5; 5; 7,5; 10; 12,5; 15;
17,5 kvar).
Lo schema elettrico di massima di un regolatore di potenza reattiva è mostrato nella figura.
Ogni batteria è inserita o disinserita da un teleruttore, comandato a sua volta dal regolato - re che riceve
informazioni dalla rete, prelevando un segnale di tensione e uno di corrente. Essendo queste delle grandezze
vettoriali, al reglatore è noto anche lo sfasamento tra di esse e
pertanto, conoscendo istante per istante P = √ 3 V I cos φ e Q = √ 3 V I sen φ, è in grado di

103
inserire più o meno potenza reattiva capacitiva, a seconda del cos φ impostato.
Inizialmente venivano usati regolatori elettromeccanici con relè passo-passo; attualmente vengono realizzati
regolatori elettronici a microprocessore.
Per il calcolo della potenza reattiva totale da installare si deve fare riferimento alla massima potenza attiva
assorbita dall’impianto e al minimo valore del fattore di potenza che esso presenta.

Schema del rifasamento misto

Rifasamento misto
In molti casi pratici si può ricorrere a uno schema di rifasamento misto, intendendo con questo termine una
soluzione che utilizzi tutti o parte degli schemi precedentemente descritti.
Nell’esempio della figura il carico 1 è rifasato singolarmente mentre C2 rifasa un gruppo di utilizzatori; infine
C3 è una batteria di rifasamento centralizzato che verrà calcolata dopo aver valutato il cos φ ottenuto
mediante l’inserzione di C1 e C2.

Criteri di scelta del collegamento


Nel caso delle batterie trifase il tipo di collegamento fra i condensatori viene scelto tenendo presente che:
• il collegamento a triangolo consente di utilizzare condensatori di capacità pari a un terzo rispetto a
quello a stella, ma che devono essere isolati per la tensione concatenata, mentre quelli a stella sono
isolati per la tensione di fase, pari a V/√ 3;
• nel caso del rifasamento di sistemi di categoria I, essendo bassa la tensione, si sceglie il collegamento
a triangolo per la riduzione di capacità che offre; nel caso di sistemi a 400 V, tra un isolamento previsto
per 400 V o per 400 /√ 3 = 230 V non vi è praticamente alcuna differenza;
• nel caso di rifasamento di sistemi di categoria II e III, la differenza di isolamento diventa importante e
si preferisce il collegamento a stella.

CARATTERISTICHE FUNZIONALI DEI CONDENSATORI


Le caratteristiche generali dei condensatori statici di rifasamento per impianti con tensione nominale non
superiore a 1000 V sono stabilite dalle norme CEI EN 60931-1 (CEI 33-8) e CEI EN 60831-1 (CEI 33-9).
Normalmente si utilizzano condensatori con il dielettrico costituito da una pellicola di polipropilene
metallizzato, con capacità autorigeneranti, e armature in alluminio. Di seguito vengono riportate le loro
principali caratteristiche.
• Tensione nominale: deve essere non inferiore a quella di esercizio dell’impianto in cui si deve installare
il condensatore. Per sistemi di categoria I i valori normali di uso più frequente sono 230 V e 400 V.
• Frequenza nominale: è sempre pari a quella di rete.
• Potenza reattiva nominale: è il valore della potenza reattiva capacitiva, espressa in kilovar, relativa alla
tensione e alla frequenza nominale.
• Capacità: non sempre è specificata, essendo legata a potenza, tensione e frequenza; il suo valore
dipende inoltre dalla temperatura, diminuendo all’aumentare di essa: per esempio con una variazione
da -25 a 70 °C si può avere un’oscillazione di circa ± 1%.
• Tolleranza sulla capacità: è lo scostamento rispetto al valore nominale; è ammessa una tolleranza da
−5% a + 10%.
• Classe di temperatura ambiente: rappresenta l’intervallo di temperatura entro cui sono garantite le
caratteristiche del prodotto; sono previste le classi A, B, C, D, con temperature massime 40, 45, 50 e
55 ° C rispettivamente.

104
• Fattore di perdita: i condensatori in realtà non sono delle capacità pure in quanto presentano delle
perdite di potenza attiva, dette perdite dielettriche; per questa ragione l’angolo di sfasamento tra
tensione e corrente è leggermente minore di 90°, come mostrato nella figura, e il circuito equivalente
è rappresentabile mediante una resistenza e una capacità in parallelo.

a) Diagramma vettoriale b) circuito equivalente

La potenza attiva assorbita è data da:

Quella reattiva è pari a:

Il rapporto:

è detto fattore di perdita e rappresenta la potenza attiva persa per unità di potenza reattiva. In genere il
fattore di perdita ha valore intorno a 0,1 ÷ 0,5 W/kvar, dipendente però dalla temperatura, aumentando sia
per le temperature alte sia per quelle basse; il valore minimo lo si ha tra 25 e 50 ° C.
• Tensione massima di riferimento per l’isolamento: deve essere indicata per le unità con tensione
nominale maggiore di 1000 V.
• Collegamento interno: per le batterie trifase si può avere il collegamento a stella e a triangolo.
• Tipo d’installazione: deve essere indicato se per interno o per esterno, e se la posa deve essere
verticale o può assumere altre posizioni.
• Contrassegno di riferimento alle norme: indica a quali norme tecniche è conforme il prodotto.
• Massima corrente ammessa in servizio: è espressa come multiplo della corrente nominale ed è
generalmente pari a 1,3 I n.

SCELTA DELLE APPARECCHIATURE DI PROTEZIONE E MANOVRA


Le batterie di condensatori per rifasamento devono essere opportunamente protette e le apparecchiature
di manovra adeguatamente scelte, in modo da realizzare impianti tecnicamente validi e conformi alla
normativa.

Resistenze di scarica
Quando un condensatore viene scollegato dall’impianto tende a conservare il valore di tensione a cui si trova
nel momento del distacco. Questo fenomeno può creare una situazione di pericolo per le persone e pertanto
i condensatori devono essere dotati di un circuito di scarica, che provveda a ridurre la tensione a un certo
valore in un tempo prefissato, salvo il caso in cui i condensatori siano già direttamen te e permanentemente
collegati ad altre apparecchiature costituenti di per sé degli adeguati circuiti di scarica.

105
Il valore della resistenza dei resistori di scarica, nel caso di impianti con tensione non superiore a 1000 V,
deve essere tale che, durante il processo di scarica, la tensione sul condensatore si riduca dal valore di cresta
a un valore residuo non superiore a 50 V nel tempo massimo di un minuto.
Il circuito di scarica è costituito da uno o più resistori che possono essere permanentemente colleg ati ai
condensatori oppure inseriti solo all’atto del distacco della batteria.
Per condensatori di piccola potenza i resistori di scarica sono già incorporati nella batteria.
Nel caso di resistori esterni, si può calcolare il valore della resistenza da inserire in funzione della costante di
tempo del circuito R-C di scarica, data da:

La formula consente di calcolare la costante di tempo del circuito di scarica dopo aver stabilito il tempo di
scarica t, la tensione residua v e la tensione nominale V n.
Noto il valore di τ, si calcola la resistenza di scarica tenendo conto del tipo di sistema (monofase o trifase) e
del modo di collegamento (a stella o a triangolo). Le formule di calcolo sono le seguenti:

• batteria monofase

• batteria trifase con condensatori a stella e resistori a stella

• batteria trifase con condensatori a stella e resistori a triangolo

• batteria trifase con condensatori a triangolo e resistori a stella

• batteria trifase con condensatori a triangolo e resistori a triangolo

Dispositivi d’inserzione
I condensatori, all’atto dell’inserzione, assorbono una corrente superiore a quella nominale; per batterie
alimentate a tensione superiore a 500 V è indispensabile l’impiego di resistenze o di reattanze induttive di
smorzamento, che restano inserite solo per brevi intervalli di tempo. In molti casi tali disposi tivi sono già
incorporati nella batteria.

Dispositivi antiscoppio
Sono generalmente incorporati nella custodia dei condensatori e servono a prevenire lo scoppio per
sovrappressione, dovuto al gas che può svilupparsi nella batteria.

Apparecchi di manovra e protezione


Per inserire e disinserire le batterie di condensatori vengono utilizzati vari tipi di apparecchi di manovra, come
interruttori, interruttori di manovra, sezionatori sotto carico e contattori. Devono poi essere previsti dei
dispositivi di protezione contro i cortocircuiti e contro le tensioni di contatto, mentre non è necessaria la
protezione contro il sovraccarico, dato che questo regime di funzionamento non può verificarsi per i
condensatori.
La protezione contro i contatti diretti avviene con le resistenze di scarica e mediante involucri con un
determinato grado di protezione IP, mentre per quella dai contatti indiretti si usa di solito la protezione
mediante interruzione automatica dell’alimentazione, rea- lizzata con il collegamento a terra delle masse
delle batterie e con l’uso di interruttori differenziali.
Per il cortocircuito vengono usati fusibili (uno per fase) o sganciatori di massima corrente agenti
sull’interruttore automatico di protezione del circuito della batteria che serve, generalmente, a proteggere

106
anche la linea. In alcuni casi i fusibili sono interni alle unità, già predi - sposti dal costruttore, per cui occorre
proteggere solo la linea di alimentazione.
Per la scelta dei dispositivi di protezione e di manovra esterni e per il dimensionamento della linea di
alimentazione, bisogna calcolare, se non è nota, la corrente nominale I cn assorbita dalla batteria, in funzione
della sua potenza nominale Qcn e della tensione nominale V n,
con le relazioni:

a seconda che si tratti di batteria monofase o trifase.

Il valore della corrente calcolato con le relazioni e va convenientemente aumentato per tener conto dei due
fenomeni seguenti:
• presenza in rete di armoniche di tensione con frequenza superiore a quella fondamentale, dovute, per
esempio, alla saturazione dei circuiti magnetici delle macchine e alla presenza di impianti di
conversione statica; dato che a parità di capacità la potenza reattiva assorbita da un condensatore
aumenta con la frequenza, aumenterà in misura direttamente proporzionale con f anche la corrente
assorbita; la normativa tecnica prevede che i condensatori possano funzionare, a regime, con una
corrente pari a 1,3 I cn;
• tolleranza sul valore della capacità nominale, che può arrivare anche al 10% del valore di targa; dato
che la potenza reattiva aumenta con C, aumenterà in modo direttamente proporzionale anche la
corrente assorbita.

Considerando i due fattori indicati, la sovracorrente permanente può arrivare al valore:

La scelta delle apparecchiature di protezione e manovra deve tener conto della sovracorrente indicata e va
fatta rispettando le seguenti regole:
• per gli apparecchi di manovra la corrente nominale dovrà essere scelta nell’intervallo di valori In = (1,5
÷ 2) Icn;
• per i fusibili, nel caso di sistemi di categoria I e di categoria II e III senza dispositivi limitatori della
corrente d’inserzione, la corrente nominale va scelta con la relazione In ≥ 2,5 Icn;
• per gli sganciatori magnetici di protezione contro il cortocircuito la corrente di taratura di solito è scelta
nell’intervallo di valori In = (5 ÷ 10) I cn.

107
ALIMENTAZIONE E ILLUMINAZIONE DI EMERGENZA
CONSIDERAZIONI GENERALI E DEFINIZIONI
In generale si parla di alimentazione di emergenza quando si vuole indicare un sistema elettrico che ha il
compito di alimentare un determinato gruppo di utenze in caso di mancanza dell’alimentazione principale,
assicurata dalla rete di distribuzione. Poiché con questa denominazione vengono indicati due tipi di
alimentazione, dal punto di vista normativo (CEI 64-8/2) occorre distinguere la funzione dell’alimentazione,
a seconda che riguardi o meno la sicurezza delle persone.
Si definisce alimentazione dei servizi di sicurezza (o, semplicemente, alimentazione di sicurezza) il sistema
elettrico installato per garantire l’alimentazione di apparecchi utilizzatori o di parti dell’impianto necessari
per la sicurezza delle persone. Esso comprende la sorgente di alimentazione, i circuiti e gli altri componenti
elettrici.
Un esempio di alimentazione di sicurezza è quello degli apparecchi che servono per illuminare i percorsi di
uscita (vie di esodo) da un locale di pubblico spettacolo.
Si definisce alimentazione di riserva il sistema elettrico installato per garantire l’alimentazione di apparecchi
utilizzatori o di parti dell’impianto per motivi diversi dalla sicurezza delle persone.
Per esempio, l’illuminazione di un ambiente allo scopo di poter continuare una determinata attività fa parte
dell’alimentazione di riserva.
In sede di progetto e di realizzazione di un impianto elettrico è importante distinguere i due sistemi, in quanto
il primo deve avere particolari requisiti di sicurezza stabiliti dalle norme, mentre per il secondo questi requisiti
vanno commisurati all’importanza del caso.
Quando gli utilizzatori sono solo apparecchi illuminanti, si parla di illuminazione di sicurezza o di illuminazione
di riserva, in base alla funzione svolta.

Classificazione dell’alimentazione di sicurezza


A seconda che sia richiesto o meno l’intervento di un operatore per la sua attivazione, l’alimentazione di
sicurezza viene classificata nel modo seguente:
• non automatica quando è richiesto l’intervento di un operatore per la messa in servizio;
• automatica quando tale intervento non è necessario.

L’alimentazione automatica è classificata, in funzione del tempo entro cui diventa disponibile, in:
• di continuità se assicura la continuità dell’alimentazione entro condizioni specificate durante il periodo
transitorio, condizioni relative, per esempio, alle variazioni di tensione e di frequenza;
• a interruzione brevissima se l’alimentazione è disponibile in un tempo non superiore a 0,15 s;
• a interruzione breve se il tempo è superiore a 0,15 s ma non al valore limite di 0,5 s;
• a interruzione media se il tempo è superiore a 0,5 s ma non al valore limite di 15 s;
• a interruzione lunga se il tempo è superiore a 15 s.

Nel caso dei locali a uso medico la classificazione precedente, fermo restando i valori del tempo, è indicata
in funzione del tempo massimo; si avranno pertanto le seguenti classi: 0; 0,15; 0,5; 15; > 15.

PRINCIPALI PRESCRIZIONI NORMATIVE PER L’ALIMENTAZIONE DI SICUREZZA


I sistemi per l’alimentazione dei servizi di sicurezza sono soggetti a varie prescrizioni normative, per la
massima parte contenute, per quanto concerne gli impianti elettrici utilizzatori, nelle norme CEI 64-8/3 e 64-
8/5.

Sorgenti per l’alimentazione dei servizi di sicurezza


Per fornire energia elettrica ai servizi di sicurezza è ammesso l’uso di:

108
• batterie di accumulatori che rimangono sotto carica nel funzionamento normale e forniscono energia
elettrica al carico privilegiato in mancanza della tensione di rete, con schemi circuitali diversi a seconda
dei casi;
• pile, da utilizzare quando non è richiesta un’elevata affidabilità del sistema, come nei casi più semplici
d’illuminazione di sicurezza;
• generatore indipendente dall’alimentazione ordinaria, costituito in genere da un gruppo ele ttrogeno
mosso da un motore a combustione interna, solitamente di tipo diesel;
• linea di alimentazione indipendente da quella ordinaria; quest’ultimo metodo è di difficile realizzazione
perché deve essere garantita l’effettiva indipendenza delle due linee, cosa di incerta valutazione nei
casi pratici.

Altre prescrizioni da tener presente riguardano l’ubicazione delle sorgenti di sicurezza, che devono essere
poste in un locale apposito, avente determinati requisiti, accessibile solo a persone addestrate e
opportunamente ventilato, in modo che eventuali fumi e gas (si pensi, per esempio, alle possibili emissioni
di acidi dagli accumulatori) non possano propagarsi in luoghi occupati da persone.
Le sorgenti di sicurezza, come i gruppi elettrogeni, possono essere usati anche per alimentare altri utilizzatori,
a patto che non venga compromessa la disponibilità di potenza per i servizi di sicurezza e che un guasto su
un circuito non di sicurezza non comporti l’interruzione di un qualsiasi circuito dei servizi di sicurezza.

Circuiti di alimentazione dei servizi di sicurezza


L’interruzione dell’alimentazione elettrica di un utilizzatore può essere originata sia dalla mancanza della
tensione di rete sia dall’interruzione del circuito di alimentazione interno all’impianto, a causa di un guasto
o per l’intervento di un dispositivo di protezione. Per questa ragione non è sufficiente prevedere solo una
sorgente di riserva, ma occorre anche predisporre un ulteriore circuito di alimentazione, detto circuito di
sicurezza, indipendente da quello ordinario e avente il compito di collegare la sorgente di sicurezza e
l’apparecchio, o la parte d’impianto, da alimentare.
I principali requisiti che devono possedere i circuiti di sicurezza, stabiliti dalla norma CEI 64-8/5, sono:
• indipendenza dagli altri circuiti, realizzandoli, per esempio, con tubazioni e cassette separate;
• non devono attraversare luoghi con pericolo d’incendio, salvo il caso in cui siano realizzati con cavi
resistenti al fuoco;
• non devono attraversare luoghi con pericolo di esplosione;
• per evitare l’interruzione del circuito di sicurezza a causa dell’intervento del dispositivo di protezione,
è consigliabile omettere la protezione contro il sovraccarico; in pratica si considera meno rilevante il
rischio di una maggiore sollecitazione termica dovuta al sovraccarico rispetto a quello associato
all’interruzione del circuito di sicurezza;
• per la stessa ragione sono da preferire misure di protezione contro i contatti indiretti che non
comportino l’interruzione automatica del circuito al primo guasto a terra;
• si deve evitare che una sovracorrente in un circuito di sicurezza comprometta il corretto
funzionamento degli altri circuiti; questo significa, per esempio, che i dispositivi di protezione contro i
cortocircuiti devono essere distinti per i vari circuiti, in modo che l’intervento di una protezione
interrompa solo il circuito interessato;
• per evitare manovre sbagliate, i dispositivi di protezione, di comando e di sezionamento dei circuiti di
sicurezza devono essere chiaramente identificati e raggruppati in luoghi accessibili solo a persone
addestrate.

Alimentazione degli apparecchi utilizzatori


Si consideri un impianto per l’illuminazione di sicurezza, alimentabile sia dalla rete di distribuzione ordinaria
sia dalla sorgente di sicurezza. In teoria sono possibili tre modi di funzionamento:
• alimentazione solo dalla rete ordinaria;
• alimentazione solo dalla sorgente di sicurezza;
• alimentazione tramite le due sorgenti funzionanti in parallelo.

109
In genere, per quest’ultimo funzionamento è richiesta l’autorizzazione del gestore della rete ordinaria e si
deve comunque evitare che il flusso di energia possa avvenire dalla sorgente di sicurezza alla rete, per cui il
funzionamento in parallelo è, in pratica, poco proba- bile.
Nel caso di funzionamento indipendente, la norma CEI 64-8/5 prescrive che si devono prendere delle
precauzioni per evitare la messa in parallelo delle sorgenti, per esempio mediante blocchi meccanici.
Quando si verifica un guasto, la protezione contro i cortocircuiti e contro i contatti indiretti deve essere
assicurata per ciascuna sorgente.

GRUPPI DI CONTINUITÀ
I gruppi di continuità sono i sistemi più utilizzati per realizzare l’alimentazione di emergenza e, di
conseguenza, quella di sicurezza. Oltre ad assicurare la costante presenza dell’alimentazione elettrica,
vengono usati per tutte quelle utenze, come per esempio i centri di elaborazione dati, che necessitano di
un’alimentazione il più possibile priva di disturbi e particolarmente stabil e, sia come continuità sia come
valore della tensione e della frequenza, tutte caratteristiche che possono essere compromesse da varie
perturbazioni elettriche che possono verificarsi sulla rete ordinaria.
Oltre al classico blackout elettrico, le anomalie più frequenti dovute sia a fattori esterni che interni alla rete
sono:
• variazioni di tensione, con riduzione repentina della tensione anche fino al 10% del valore nominale,
con durate da 10 ms a qualche secondo; possono causare l’arresto di macchine, il funzionamento
difettoso di alcune apparecchiature e la perdita di dati informatici;
• interruzioni dell’alimentazione per breve tempo, distinte in microinterruzioni (di durata non superiore
a 10 ms ), interruzioni brevi (da 10 m s a 300 ms ) e interruzioni (di durata superiore a 300 m s ); sono
causate da fenomeni atmosferici, manovre errate e incidenti e hanno effetti dipendenti dalla durata,
potendo provocare pericoli per le persone, arresti di processi produttivi e perdita di dati informati ci;
• sovratensioni sia di origine interna che atmosferica; possono provocare la distruzione di componenti
e il precoce invecchiamento degli isolanti;
• variazioni di frequenza più elevate rispetto alla tolleranza garantita (± 5% del valore nominale di 50 H z);
sono dovute ad anomalie dei sistemi di regolazione degli alternatori e possono produrre
malfunzionamenti della strumentazione di processo e delle utenze informatiche;
• armoniche di frequenza multipla di quella fondamentale generate, per esempio, da sistemi elettronici
di potenza; deformano la forma d’onda sinusoidale e introducono disturbi in rete.

I gruppi di continuità sono anche indicati con la sigla UPS (Uninterruptible Power System) e vengono distinti
in statici e rotanti. I primi sono costituiti da componenti elettrici ed elettronici di tipo statico, senza parti in
movimento, mentre i secondi impiegano anche macchine elettriche rotanti.
Lo schema di massima dell’alimentazione tramite UPS è indicato nella figura. A valle dell’UPS sono collegate
solo le utenze prioritarie da alimentare con continuità e con tensione e frequenza costanti (a meno delle
tolleranze proprie dell’UPS), in modo da soddisfare le esigenze delle apparecchiature più sensibili. Le utenze
normali, invece, sono collegate diretta- mente alle sbarre BT del sistema di alimentazione ordinario.

Schema dell’alimentazione tramite UPS

GRUPPI DI CONTINUITÀ STATICI


Gli UPS statici sono il sistema più diffuso per garantire la qualità e la continuità dell’alimentazione elettrica.
Le parti principali di un UPS sono:
• il raddrizzatore (convertitore alternata-continua) che converte la tensione alternata della rete in
continua, a un valore adatto per caricare la batteria;

110
• la batteria di accumulatori al piombo o al nichel-cadmio che è mantenuta costantemente in carica dal
raddrizzatore (carica in tampone) e che eroga energia elettrica quando richiesto per un tempo
determinato, dipendente dalla sua autonomia;
• l’inverter (convertitore continua-alternata) che converte la tensione continua fornita dalla batteria in
alternata per l’alimentazione del carico, stabilizzando la tensione e la frequenza e filtrando i disturbi.

Gli schemi tipici di funzionamento degli UPS sono due: con inverter off line e con inverter on line. Entrambe
le soluzioni sono a doppia conversione, alternata-continua-alternata.
Nella configurazione off line l’UPS è normalmente inattivo e funziona in soccorso alla rete ordinaria, in quanto
nel funzionamento normale il carico è alimentato dalla rete e il gruppo di continuità è in co ndizioni di stand
by. Se è richiesta una certa qualità dell’alimentazione si può mettere un filtro che elimina alcune
perturbazioni.

UPS con inverter off line

R Ra ddrizzatore
B Ba tteria
I Inverter
Fl usso dell’energia i n condizioni ordinarie
Al i mentazione dalla batteria

Quando le caratteristiche della rete sono fuori tolleranza, o in caso di mancanza della tensione, il gruppo
batteria-inverter si sostituisce alla rete e ripristina l’alimentazione dopo un tempo di commutazione molto
breve. Al ritorno delle condizioni normali, le utenze vengono di nuovo alimentate dalla rete.
Tutto il processo è gestito dalla logica di controllo dell’UPS, realizzata con microprocessore.
Questa soluzione è un buon compromesso economico tra le esigenze tecniche e il costo ed è utilizzabile per
potenze non molto elevate.
Presenta però l’inconveniente del tempo di commutazione non nullo che, pur essendo adatto alle esigenze
di alcune utenze come, per esempio, gli apparecchi illuminanti, è assolutamente incompatibile con quelle
delle applicazioni più sensibili (grandi centri informatici, centrali telefoniche ecc.).
A rigore questo sistema non potrebbe essere definito un UPS, ma semplicemente un soccorritore che
interviene in mancanza della rete.
Per ovviare a questo inconveniente si utilizza la configurazione on line, in cui il gruppo raddrizzatore-inverter
è sempre inserito in condizioni ordinarie e tutta la potenza richiesta dal carico passa attraverso l’ inverter che
fornisce permanentemente energia elettrica regolata in tensione e frequenza, qualunque sia la condizione
della rete. Il raddrizzatore, inoltre, assicura il mantenimento della carica della batteria.
Si tenga presente che le denominazioni linea 1 e linea 2 sullo schema indicano semplicemente due arrivi dalla
stessa rete, non due linee da sorgenti indipendenti.
Se viene a mancare l’alimentazione sulla rete ordinaria o se i valori di tensione e frequenza sono fuori
tolleranza, l’energia viene fornita dal complesso batteria-inverter, senza che sia necessaria alcuna
commutazione e, quindi, in un tempo nullo. In questo modo si ottiene un vero e proprio sistema di continuità
UPS, del tipo senza interruzione (no break).

UPS con i nverter on line.

R Ra ddrizzatore
B Ba tteria
I Inverter
CS Commuta tore statico
Fl usso dell’energia i n condizioni ordinarie
Al i mentazione dalla batteria

111
Nello schema è presente anche un commutatore statico, realizzato con diodi o transistor controllati, che
trasferisce l’alimentazione dall’inverter alla rete (linea 2) nel caso di sovraccarichi, in un tempo praticamente
nullo (figura 20.4). Questo succede quando la corrente richiesta dal carico supera la capacità di sovraccarico
dell’inverter (per esempio, 1,5 I n per 1 min) e avviene automaticamente, per evitare danni all’inverter e
mantenere lo stesso la continuità dell’alimentazione. In questa condizione l’inverter è inattivo, mentre il
raddrizzatore tiene in carica la batteria.

UPS on line nel funzionamento


in sovraccarico

R Ra ddrizzatore
B Ba tteria
I Inverter
CS Commuta tore statico
Fl usso dell’energia in condizioni di sovraccarico
del l’inverter

UPS on line: configurazione durante la manutenzione

R Ra ddrizzatore
B Ba tteria
I Inverter
CS Commuta tore statico BP By-pass manuale
Fl usso dell’energia i n condizioni di manutenzione

È evidente la necessità di dotare l’UPS di una logica di controllo e di gestione con micro -processore.
Gli UPS sono dotati anche di un by-pass manuale (interruttore o sezionatore sotto carico), che consente di
effettuare la manutenzione del sistema senza arrestare l’impianto.
Il carico viene alimentato dalla rete (linea 2) attraverso il by-pass manuale (da considerare chiuso). Il
raddrizzatore e l’inverter sono spenti e isolati dalle sorgenti di tensione; anche la batteria viene isolata
aprendo il suo interruttore di protezione.

Caratteristiche tecniche degli UPS statici


Le principali caratteristiche tecniche da considerare per la scelta degli UPS sono:
• potenza apparente nominale Sn (kVA), corrispondente alla potenza apparente che l’apparecchio è in
grado di fornire al carico nel funzionamento con tensione nominale V n, corrente nominale In e fattore
di potenza nominale cos φ n; per le utenze monofase vale la relazione S = V I , mentre per quelle trifase
si ha S = √ V I ;
• potenza attiva nominale P n (kW), che l’UPS fornisce al carico nel funzionamento nominale, data da Pn
= Sn cos φ n. Il f.d.p. nominale per il quale viene dimensionato il gruppo è, di solito, uguale a 0,7 o 0,8;
• tensione d’ingresso, indicata come valore e numero di fasi (monofase o trifase);
• autonomia, espressa in ore o in minuti e dipendente dalla capacità delle batterie di accumulatori di cui
l’UPS è dotato e dalla corrente erogata; si tenga presenta che per capacità si intende, in questo caso,
la carica immagazzinata nelle batterie, data da Q = It ed espressa in amperora;
• tensione d’uscita, espressa come forma d’onda, numero delle fasi (mono o trifase), valore nominale e
tolleranza rispetto al valore nominale;
• distorsione armonica della forma d’onda in uscita, riferita a quella sinusoidale i deale;
• sovraccaricabilità delle uscite, espressa in percentuale rispetto al valore nominale e come durata
sopportabile del sovraccarico stesso.

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In commercio esistono gruppi di continuità statici aventi varie prestazioni. Nelle tabelle 20.1 e 20.2 sono
riportate le caratteristiche tecniche di alcuni UPS con potenza fino a 800 kVA.

GRUPPI DI CONTINUITÀ ROTANTI


I gruppi di continuità rotanti possono rappresentare una più economica alternativa a quelli statici nel caso di
potenze rilevanti, in particolar modo quando sono prevedibili interruzioni superiori a 15 ÷ 30 min. Vengono
classificati in:
• gruppi rotanti a riserva limitata quando la loro autonomia è condizionata, come quelli statici, dalla
capacità della batteria di accumulatori;
• gruppi rotanti a riserva illimitata quando utilizzano un motore primo (a scoppio, diesel o turbina) che
può essere continuamente alimentato con l’uso di combustibili.

Gruppo di continuità rotante a riserva limitata, con


motore in corrente continua

R Ra ddrizzatore
B Ba tteria
C Converti tore continua-continua (chopper)

Gruppi rotanti a riserva limitata


Nella figura è rappresentato lo schema di massima di un gruppo di continuità che impiega un motore a
corrente continua e un generatore sincrono. In alternativa il motore può anche essere a corrente alternata,
sincrono o asincrono.
La configurazione è ibrida, nel senso che vengono impiegati sia convertitori statici che rotanti. Il raddrizzatore
R ha il compito di mantenere sotto carica la batteria B, mentre il convertitore C, del tipo continua-continua
(chopper), serve a convertire la forma d’onda continua fornita dalla batteria, avente tensione costante,
ancora in una forma d’onda continua, ma con tensione di valore regolabile e con caratteristiche adatte per
l’alimentazione del motore. Quando invece si impiegano motori in corrente alternata, il convertitore C va
sostituito con un inverter.
Durante il funzionamento in emergenza il motore elettrico viene alimentato dalla batteria di accumulatori e
fornisce potenza meccanica al generatore sincrono, che la trasforma in elettrica. Un sistema di controllo
provvede a stabilizzare la frequenza e la tensione in uscita, in modo indipendente dal numero di carichi
collegati e dalle possibili variazioni della coppia motrice fornita dal motore. Adottando il funzionamento on
line questi vantaggi si hanno anche durante l’alimentazione ordinaria.
È evidente che l’autonomia del gruppo in emergenza è condizionata dalla capacità della batteria, non
essendoci altre fonti di energia.

Gruppo di continuità rotante a riserva illimitata

R Ra ddrizzatore
B Ba tteria
I Inverter
G Gi unto d’accoppiamento

Gruppi rotanti a riserva illimitata


Nella figura è rappresentato lo schema di massima di un gruppo di continuità che impiega una macchina
sincrona reversibile, che può funzionare sia da motore sia da generatore, e un motore primo di tipo diesel,
accoppiabile all’albero della macchina elettrica mediante il giunto
G. Completano lo schema il raddrizzatore carica-batteria e l’inverter per l’alimentazione del generatore.
Nel funzionamento in emergenza, l’energia elettrica della batteria, trasformata in alternata dall’inverter, fa
funzionare la macchina elettrica come motore. Chiudendo il giunto di accoppiamento si avvia il motore diesel

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e, quando l’energia degli accumulatori sta per esaurirsi, subentra quella meccanica fornita dal motore diesel
alla macchina elettrica che, in questa fase, funzionerà da generatore. Anche in questo caso sarà presente un
sistema di controllo per stabilizzare la tensione e la frequenza in uscita.

Gruppo di continuità rotante a riserva illimitata

R Ra ddrizzatore
B Ba tteria
I Inverter
G Gi unto d’accoppiamento

È possibile realizzare gruppi di continuità rotanti anche senza batteria e convertitori statici. Nella figura è
rappresentata una soluzione che impiega un volano montato sull’albero di accoppiamento tra il motore e il
generatore.
In presenza della rete il motore sincrono mantiene in rotazione il volano e l’ alternatore, che fornisce energia
elettrica controllata e stabilizzata all’utenza. Il volano, essendo un organo meccanico rotante caratterizzato
da un elevato momento d’inerzia, accumula energia meccanica cinetica.

Gruppo di continuità rotante a riserva illimitata, senza


componenti statici

V Vol a no
G Gi unto d’accoppiamento

Il giunto di collegamento col motore diesel viene tenuto aperto.


In mancanza dell’alimentazione ordinaria, il volano continuerà a trascinare in rotazione per inerzia il motore
e il generatore; chiudendo il giunto viene avviato il motore diesel che fungerà da motore primo rispetto
all’alternatore, fornendogli l’energia meccanica da trasformare in elettrica.

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IMPIANTI ELETTRICI NEGLI AMBIENTI RESIDENZIALI
AMBITO DI APPLICAZIONE
La norma CEI 64-8/3:2012 ha introdotto una serie di prescrizioni aggiuntive per gli impianti elettrici di unità
immobiliari a uso residenziale, situate all’interno dei condomini, e per le unità abitative mono o plurifamiliari,
come per esempio ville, ville a schiera, abitazioni non inserite in complessi condominiali.
Le prescrizioni normative si applicano per gli impianti elettrici di nuova installazione e per i rifacimenti
completi di impianti esistenti, eseguiti in occasione di ristrutturazioni edili dell’unità immobiliare.
Sono esclusi dall’ambito di applicazione della norma gli impianti elettrici delle parti comuni degli edifici
residenziali (per esempio, gli impianti al servizio degli ascensori condominiali) e quelli delle unità abitative di
edifici pregevoli per arte e storia, soggetti al D. Lgs. n. 42/2004.
La norma in oggetto considera anche gli impianti elettronici dell’unità immobiliare (ricezione TV, telefonia e
trasmissione dati, impianti di allarme e antintrusione), limitatamente però alla loro predisposizione.
Viene precisato, infatti, che l’installatore elettrico deve predisporre tubi, cassette e scatole per consentire la
successiva realizzazione di tali impianti.

LIVELLI DI PRESTAZIONE DELL’IMPIANTO ELETTRICO


Partendo dal presupposto che il dimensionamento dell’impianto elettrico deve essere oggetto di accordi tra
il progettista, l’installatore e il committente, in funzione delle esigenze impiantistiche di quest’ultimo e del
livello qualitativo dell’unità immobiliare, la norma CEI 64-8/3 fornisce i criteri minimi di dimensionamento e
le dotazioni minime che deve possedere l’impianto, facendo riferimento a tre diversi livelli di prestazioni e di
fruibilità, in ordine crescente di complessità:
• livello 1: è il livello minimo previsto dalla norma, da considerarsi obbligatorio per avere un impianto
conforme alle prescrizioni della norma stessa; garantisce all’utente un impianto con un livello
funzionale sufficiente;
• livello 2: è il livello intermedio, che conferisce all’impianto una maggiore fruibilità (per esempio, un
maggior numero di punti prese), tenuto anche conto delle altre dotazioni impiantistiche presenti;
• livello 3: è il livello più elevato, per unità immobiliari con ampie e innovative dotazioni impiantistiche,
che integra anche un certo numero di funzioni domotiche.

In merito a impianti di livello 3, la norma CEI 64-8/3 precisa che tale livello, per essere considerato domotico,
deve gestire almeno quattro delle seguenti funzioni:
➢ antintrusione;
➢ controllo carichi;
➢ gestione comando luci;
➢ gestione temperatura (se non è prevista una gestione separata);
➢ gestione scenari (tapparelle ecc.);
➢ controllo remoto;
➢ sistema di diffusione sonora;
➢ rilevazione incendi (se non è prevista una gestione separata);
➢ sistema antiallagamento e/o rilevazione gas.
Anche per i livelli 1 e 2 si può prevedere l’integrazione di singole funzioni domotiche.

POTENZA E DOTAZIONI MINIME


Potenza di dimensionamento
Il valore della potenza contrattuale impegnata (ovvero la potenza per la quale viene stipulato il contratto di
fornitura dell’energia elettrica) per il quale l’impianto va dimensionato (in particolare per il montante e il
centralino) è funzione della superficie abitativa S, intesa come superficie calpestabile dell’unità immobiliare,

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escludendo le aree esterne di terrazzi, portici ecc. e le eventuali pertinenze dell’abitazione (come
autorimesse e giardino). I valori indicati dalla norma CEI 64-8/3 sono:
• P = 3 kW per S ≤ 75 m2;
• P = 6 kW per S > 75 m2.

Per esempio, per un appartamento di superficie 50 m2 l’impianto va dimensionato in modo che l’utente
possa stipulare un contratto fino a 3 kW. Se la superficie è, invece, 80 m2 l’impianto deve essere già previsto
per una potenza di almeno 6 kW, anche se l’utente ha stipulato un contratto di 3 kW.

Dotazioni minime per ogni unità abitativa


Vengono stabilite in funzione della superficie S dell’unità e del livello di prestazione dell’impianto

Dotazioni minime per ambiente


Il numero minimo dei punti prese di energia, dei punti luce e delle prese per radio/TV viene stabilito in
funzione della dimensione del locale (superficie A o lunghezza L) e del livello di prestazione dell’impianto .

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AMBIENTI E APPLICAZIONI PARTICOLARI
LOCALI CONTENENTI BAGNI O DOCCE
Nei locali contenenti vasche da bagno o docce il maggior rischio elettrico è essenzialmente dovuto alla minore
resistenza presentata dal corpo e alla minore resistenza verso terra della persona. L’orientamento normativo
è quello di limitare le installazioni elettriche e di richiedere requisiti di sicurezza sempre più severi quanto più
si è vicini al punto di maggior rischio, che è la vasca da bagno o la doccia.
La sezione 701 della norma CEI 64-8/7 definisce quattro zone convenzionali di pericolosità, classificate con i
numeri da 0 a 3 e illustrate nella figura 22.1a, b. Se al posto della vasca c’è un piatto doccia, la determinazione
delle zone avviene in modo analogo a come illustrato nelle figure. La presenza di geometrie diverse e di pareti
divisorie modifica le linee che delimitano le varie zone di rispetto, ferme restando le distanze riportate.

Zone convenzionali di pericolosità per locali da bagno:

a) vi s ta in pianta;
b) vi s ta di prospetto.

Protezione combinata contro i contatti diretti e indiretti


Quando si utilizzano circuiti SELV per la protezione combinata contro i contatti diretti e indiretti, qualunque
sia la tensione del circuito è necessario prevedere nelle zone 0, 1, 2 e 3, in aggiunta alla protezione SELV,
quella contro i contatti diretti mediante barriere e involucri con grado di protezione non inferiore a IPXXB
oppure mediante l’isolamento delle parti attive in grado di sopportare una tensione di prova di 500 V per 1
min.

Protezione contro i contatti diretti


Data la maggiore pericolosità ambientale, non sono ammesse le misure di protezione contro i contatti diretti
mediante ostacoli e per distanziamento.
È obbligatorio l’impiego di uno o più interruttori differenziali con I dn ≤ 30 mA per la protezione addizionale
contro i contatti diretti di tutti i circuiti posti nelle zone 0, 1, 2, 3, eccetto che per i circuiti alimentati mediante
sistemi SELV o protetti tramite separazione elettrica nel caso che ciascun circuito alimenti un solo
apparecchio utilizzatore.

Protezione contro i contatti indiretti


Oltre alle misure di protezione previste per i luoghi ordinari, è obbligatorio effettuare un collegamento
equipotenziale supplementare che deve collegare tutte le masse estranee accessibili delle zone 0, 1, 2, 3 con
i conduttori di protezione di tutte le masse situate in queste zone. Non è necessario collegare le tubazioni
metalliche con guaina in materiale plastico, a patto che non siano accessibili e che non siano collegate a parti
conduttrici accessibili non connesse al collegamento equipotenziale supplementare.
Data la maggiore pericolosità ambientale, non sono ammesse le misure di protezione contro i contatti
indiretti mediante locali non conduttori e per mezzo di collegamenti equipotenziali non connessi a terra.
È permessa la protezione mediante separazione elettrica (trasformatore d’isolamento), a patto di usarla per
circuiti che alimentino un solo apparecchio utilizzatore o una sola presa a spi na.

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Gradi di protezione dei componenti
I componenti elettrici devono rispettare i seguenti gradi minimi di protezione contro la penetrazione dei
liquidi, per impedire il verificarsi di guasti dovuti alla presenza di liquido all’interno dei componenti:
• IPX7 nella zona 0;
• IPX4 nelle zone 1 e 2;
• IPX5 nel caso di bagni pubblici o destinati a comunità per la cui pulizia sia previsto l’uso di getti d’acqua.

Installazione delle condutture elettriche


Per le condutture incassate con profondità superiore a 5 cm non sono previste limitazioni; per le altre occorre
osservare varie prescrizioni, e più precisamente:
• le condutture non devono avere alcun rivestimento metallico e devono essere di classe II, realizzate,
per esempio, con cavi unipolari entro tubi protettivi isolanti o con cavi multipolari con guaina isolante;
• le condutture che non soddisfano la condizione precedente e non sono incassate con profondità
superiore a 5 cm possono essere installate a condizione che i circuiti siano protetti singolarmente
mediante sistemi SELV o trasformatori d’isolamento (separazione elettrica);
• nelle zone 0, 1 e 2 le condutture devono essere limitate a quelle necessarie per l’alimentazione degli
apparecchi utilizzatori situati in tali zone e non è ammessa l’installazione di cassette di derivazione e
di giunzione.

Installazione di dispositivi di protezione, sezionamento e comando, prese a spina


Relativamente all’installazione di questi dispositivi (interruttori automatici di protezione, sezionatori,
interruttori di comando, prese a spina ecc.), la normativa prevede le seguenti limitazioni:
• nella zona 0 non è permessa l’installazione di nessun dispositivo del genere;
• nella zona 1 possono essere installati soltanto interruttori di circuiti SELV con tensione non superiore
a 12 V c.a. e 30 V c.c., con la sorgente di sicurezza posta fuori dalle zone 0, 1 e 2;
• nella zona 2 si possono installare gli interruttori SELV di cui sopra e le prese a spina alimentate da
trasformatori d’isolamento di classe II di bassa potenza, incorporati nelle prese stesse e previste per
alimentare rasoi elettrici;
• nella zona 3 possono essere installati interruttori e altri apparecchi di comando e prese a spina, a patto
che venga utilizzato uno dei seguenti sistemi di protezione: circuiti SELV, separazione elettrica
individuale, interruzione automatica dell’alimentazione ottenuta coordinando l’impianto di terra con
un interruttore differenziale avente I dn ≤ 30 mA.

Installazione degli altri componenti elettrici


Anche l’installazione di apparecchi illuminanti, scaldacqua ecc. è soggetta a varie limitazioni, e più
precisamente:
• nella zona 0 possono essere installati solo apparecchi utilizzatori adatti all’uso in quella zona secondo
le norme di prodotto, che siano montati secondo le indicazioni del costruttore, fissate e collegate in
modo permanente e protetti mediante circuiti SELV alimentati con tensione non superiore a 12 V c.a.
e 30 V c.c.;
• nella zona 1 si possono installare solo scaldacqua elettrici; sono ammessi anche apparecchi illuminanti
purché protetti con un sistema SELV con tensione non superiore a 25 V c.a. e 60 V c.c.;
• nella zona 2 si possono installare apparecchi utilizzatori alimentati col sistema SELV, scaldacqua
elettrici, apparecchi d’illuminazione di classe I e II, apparecchi di riscaldamento di classe I e II e unità di
classe I e II per vasche da bagno con idromassaggio.

Le unità per idromassaggio si possono installare anche nella parte della zona 1 posta sotto la vasca da bagno,
purché tale zona sia accessibile solo con un attrezzo e che venga eseguito il collegamento equipotenziale
supplementare.
Nelle zone 1, 2 e 3 possono essere installati elementi riscaldanti elettrici annegati nel pavimento e destinati
a riscaldare il locale, a patto di ricoprirli con una griglia o uno schermo collegati a terra e al collegamento
equipotenziale supplementare.

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PISCINE
Il maggior rischio elettrico è dovuto, in questo caso, alla conducibilità dell’acqua che fa da dispersore per le
correnti di guasto che possono verificarsi nelle varie apparecchiature elettriche (elettropompe, apparecchi
illuminanti sommersi ecc.), alla ridotta resistenza del corpo e verso terra di una persona immersa in acqua,
al maggior tempo necessario per staccarsi dal contatto.
Il criterio seguito dalla norma CEI 64-8/7 (la cui sezione 702 si applica anche alle fontane) è analogo a quello
dei locali per bagni e docce: vengono stabilite tre zone convenzionali a pericolosità decrescente partendo
dalla vasca (denominate con i numeri 0, 1 e 2) e, per ognuna, vengono prescritte delle limitazioni
all’installazione dei componenti dell’impianto elettrico e l’uso di determinate misure protettive. Le distanze
di 2 e 1,5 m si devono intendere per tutti i lati della vasca; i limiti delle varie zone possono essere modificati
dalla presenza di ripari o di diaframmi isolanti fissi.

Sezione verticale e indicazione delle zone per una


piscina con trampolino e pediluvio d’accesso

Sezione verticale e indicazione delle zone per


una vasca non incassata

Protezione combinata contro i contatti diretti e indiretti


Quando si utilizzano circuiti SELV per la protezione combinata contro i contatti diretti e in - diretti, qualunque
sia la tensione del circuito è necessario prevedere nelle zone 0, 1 e 2, in aggiunta alla protezione SELV, quella
contro i contatti diretti mediante barriere e involucri con grado di protezione non inferiore a IPXXB oppure
mediante l’isolamento delle parti attive in grado di sopportare una tensione di prova di 500 V per 1 min.

Protezione contro i contatti diretti


Data la maggiore pericolosità ambientale, non sono ammesse le misure di protezione contro i contatti diretti
mediante ostacoli e per distanziamento.

Protezione contro i contatti indiretti


Oltre alle misure di protezione previste per i luoghi ordinari, è obbligatorio effettuare un collegamento
equipotenziale supplementare che deve collegare tutte le masse estranee accessibili (compresi i pavimenti
non isolanti) delle zone 0, 1 e 2 con i conduttori di protezione di tutte le masse situate in queste zone.
Data la maggiore pericolosità ambientale, non sono ammesse le misure di protezione contro i contatti
indiretti mediante locali non conduttori e per mezzo di collegamenti equipotenziali non connessi a terra.
Per la protezione contro i contatti indiretti con masse poste nelle zone 0 e 1 delle piscine è permessa, per i
componenti che possono esservi installati, solo la protezione per mezzo di circuiti SELV funzionanti con
tensione nominale non superiore a 12 V c.a. e 30 V c.c., con la sorgente di sicurezza posta al di fuori delle

119
zone 0 e 1; la sorgente può essere installata nella zona 2 se il suo circuito di alimentazione è protetto da un
differenziale con I dn ≤ 30 mA.
Per le masse poste nella zona 2 delle piscine, la protezione contro i contatti indiretti deve essere effettuata
applicando una o più delle seguenti misure:
• sistema a bassissima tensione SELV, con la sorgente di sicurezza posta al di fuori delle zone 0 e 1; è
consentito installare la sorgente nella zona 2 se il suo circuito di alimentazione è protetto da un
differenziale con I dn ≤ 30 mA;
• protezione mediante interruzione automatica dell’alimentazione, ottenuta coordinando l’impianto di
terra con un differenziale avente I dn ≤ 30 mA;
• separazione elettrica (trasformatore d’isolamento), con l’alimentazione di un solo apparecchio
utilizzatore per trasformatore e con la sorgente di alimentazione posta fuori delle zone 0 e 1; è
consentito installare la sorgente nella zona 2 se il suo circuito di alimentazione è protetto da un
differenziale con Idn ≤ 30 mA.

Gradi di protezione dei componenti


I componenti elettrici da installare nelle piscine devono rispettare i seguenti gradi minimi di protezione
contro la penetrazione dei liquidi, per evidenti ragioni:
• IPX8 nella zona 0, trattandosi di componenti soggetti a immersione continua; se è prevista la pulizia
della vasca con getti d’acqua, i componenti devono anche resistere a tali getti (protezione IPX8/IPX5);
• IPX5 nella zona 1; il grado di protezione può essere ridotto a IPX4 per le piccole piscine poste all’interno
degli edifici che, in genere, non vengono pulite per mezzo di getti d’acqua;
• IPX2 nella zona 2 di piscine al coperto, IPX4 nella zona 2 di piscine all’aperto e IPX5 nella zona 2 di
piscine nelle quali si usano getti d’acqua per le pulizie.

Installazione delle condutture elettriche


Per le condutture incassate nelle pareti con profondità superiore a 5 cm non sono previste limitazioni; per le
altre occorre osservare varie prescrizioni, e più precisamente:
• nelle zone 0 e 1 le condutture devono essere limitate a quelle necessarie per l’alimentazione degli
apparecchi utilizzatori posti in tali zone; è vietato, pertanto, l’attraversamento di condutture al servizio
di altre parti d’impianto;
• nelle zone 0 e 1 non possono essere installate cassette di giunzione e di derivazione, tranne quelle dei
circuiti SELV che possono essere poste nella zona 1;
• nelle zone 0, 1 e 2 tutte le guaine e i rivestimenti metallici devono essere connessi al collegamento
equipotenziale supplementare; la norma raccomanda come preferibile la posa dei cavi entro tubi
protettivi isolanti.

Installazione di dispositivi di protezione, sezionamento e comando, prese a spina


Nella zona 0 non devono essere installate apparecchiature di protezione, sezionamento e comando,
compreso le prese a spina.
Nella zona 1 l’installazione è permessa solo con alimentazione mediante sistema SELV, con la sorgente di
alimentazione posta fuori dalle zone 0 e 1; se la sorgente è installata nella zona 2 il suo circuito di
alimentazione deve essere protetto con un differenziale avente I dn ≤ 30 mA.
Nella zona 2 la loro installazione è consentita se è soddisfatta almeno una delle condizioni seguenti:
• alimentazione mediante circuiti SELV, con la sorgente di sicurezza posta fuori dalle zone 0, 1 e 2; è
consentita l’installazione nella zona 2 se vi è una protezione differenziale con corrente differenziale
nominale Idn ≤ 30 mA;
• protezione mediante interruzione automatica dell’alimentazione, con interruttore differenziale avente
Idn ≤ 30 mA;
• protezione individuale di ogni apparecchio mediante separazione elettrica (trasformatore
d’isolamento), con la sorgente di alimentazione posta fuori dalle zone 0, 1 e 2; è consentita
l’installazione nella zona 2 se vi è una protezione differenziale con Idn ≤ 30 mA.

120
Nelle piccole piscine dove, per problemi di spazio, non è possibile sistemare le prese a spina, gli interruttori
e gli altri dispositivi di comando al di fuori della zona 1, la loro installazione è permessa nella zona 1 a patto
che non siano a portata di mano (devono essere posti alla distanza di almeno 1,25 m dal limite della zona 0
e 0,3 m sopra il pavimento), che abbiano coperchi e placche preferibilmente non di materiale conduttore e
che siano protetti adottando una delle misure seguenti:
• alimentazione mediante circuiti SELV con tensione nominale non superiore a 25 V c.a. e 60 V c.c. e con
la sorgente di sicurezza installata fuori dalle zone 0 e 1;
• protezione mediante interruzione automatica dell’alimentazione, con interruttore differenziale avente
Idn ≤ 30 mA;
• protezione individuale di ogni apparecchio mediante separazione elettrica (trasformatore
d’isolamento), con la sorgente di alimentazione posta fuori dalle zone 0 e 1.

Installazione degli altri componenti elettrici


Nelle zone 0 e 1 gli apparecchi utilizzatori in genere (per esempio, i corpi illuminanti), specificamente previsti
dalle relative norme di prodotto per l’impiego all’interno delle vasche e che vengono fatti funzionare solo in
assenza di persone all’interno della zona 0, devono essere alimentati tramite circuiti protetti con uno dei
seguenti sistemi:
• sistema SELV con la sorgente di sicurezza posta al di fuori delle zone 0, 1 e 2; è consentito installare la
sorgente nella zona 2 se il suo circuito di alimentazione è prote tto da un differenziale con I dn ≤ 30 mA;
• protezione mediante interruzione automatica dell’alimentazione, ottenuta coordinando l’impianto di
terra con un differenziale avente I dn ≤ 30 mA;
• separazione elettrica, con l’alimentazione di un solo apparecchio uti lizzatore per trasformatore e con
la sorgente di alimentazione posta al di fuori delle zone 0, 1 e 2; è consentito installare la sorgente
nella zona 2 se il suo circuito di alimentazione è protetto da un differenziale con I dn ≤ 30 mA.

Le prese a spina dei circuiti che alimentano tali apparecchi utilizzatori e i relativi apparecchi di comando
devono essere provvisti di una adeguata segnalazione, per avvisare l’utente che tali apparecchi devono
essere usati solo quando la vasca non è occupata da persone.
In particolare, per gli apparecchi di illuminazione destinati a essere utilizzati nell’acqua o in contatto con
l’acqua, devono anche essere osservate le prescrizioni seguenti:
• devono essere a posa fissa e conformi alla norma CEI EN 60598-2-18 (CEI 34-36);
• quando sono situati dietro oblò stagni e alimentati dal di dietro dello stesso oblò, devono essere
installati in modo tale che non si possano avere connessioni intenzionali o fortuite tra qualsiasi massa
degli apparecchi illuminanti e dei relativi accessori e qualsiasi parte conduttrice degli oblò.

Prescrizioni speciali per l’installazione di componenti elettrici nella zona 1


A prescindere dalla presenza o meno di persone nella zona 0, è possibile installare nella zona 1 componenti
elettrici fissi previsti per essere usati nelle piscine, senza ricorrere all’alimentazione mediante sistemi SELV a
12 V c.a. o 30 V c.c., a patto che siano soddisfatte le seguenti prescrizioni:
• i componenti siano posti entro involucri con isolamento almeno di classe II e in grado di fornire una
protezione contro gli urti meccanici di media severità;
• siano accessibili solo attraverso un portello apribile con chiave o attrezzo, la cui apertura provochi
l’interruzione di tutti i conduttori attivi;
• il cavo di alimentazione e i dispositivi d’interruzione principali vengano installati in modo da ottenere
un isolamento di classe II o equivalente;
• il circuito di alimentazione di questi componenti elettrici venga protetto mediante interruzione
automatica dell’alimentazione, con interruttore differenziale avente I dn ≤ 30 mA, oppure mediante
separazione elettrica, con l’alimentazione di un solo apparecchio utilizzatore per trasformatore e con
la sorgente di alimentazione posta al di fuori delle zone 0, 1; è consentito i nstallare la sorgente nella
zona 2 se il suo circuito di alimentazione è protetto da un differenziale con I dn ≤ 30 mA.

121
Per le piccole piscine, dove per ragioni di spazio non è possibile installare apparecchi d’illuminazione fuori
dalla zona 1, tali apparecchi sono permessi nella zona 1 solo se installati fuori dalla portata di mano (1,25 m
dal limite della zona 0), posti entro involucri almeno di classe II o equivalente e resistenti a urti meccanici di
media severità, e protetti mediante una delle seguenti modalità:
• sistema SELV con la sorgente di sicurezza installata fuori dalle zone 0 e 1;
• interruttore differenziale con I dn ≤ 30 mA;
• separazione elettrica con la sorgente di alimentazione posta al di fuori delle zone 0, 1.

Altre prescrizioni riguardano l’installazione di altri utilizzatori elettrici, come le pompe di alimentazione della
piscina, all’interno di un locale adiacente alla piscina, accessibile mediante una ribalta o una porta situata su
un piano che circonda la piscina stessa, locale che viene considerato esterno alle zone 1 e 2.
Tali apparecchi devono essere protetti mediante una delle seguenti misure di protezione:
• sistema SELV con tensione nominale non superiore a 12 V c.a. o 30 V c.c., con la sorgente installata al
di fuori delle zone 0 e 1; quando la sorgente è posta nella zona 2 il suo circuito di alimentazione deve
essere protetto da un differenziale con I dn ≤ 30 mA;
• separazione elettrica (trasformatore d’isolamento), a patto che il tubo di collegamento tra la pompa
(o altri apparecchi elettrici) e il bacino della piscina sia isolante, la porta o la ribalta siano apribili solo
con una chiave o un attrezzo, gli apparecchi abbiano grado di protezione almeno IP5X;
• interruzione automatica dell’alimentazione ottenuta coordinando l’i mpianto di terra con un
differenziale avente I dn ≤ 30 mA, a patto che il tubo di collegamento tra la pompa (o altri apparecchi
elettrici) e il bacino della piscina sia isolante oppure connesso al collegamento equipotenziale se
conduttore, la porta o la ribalta siano apribili solo con una chiave o un attrezzo, gli apparecchi abbiano
grado di protezione almeno IP5X.

Nelle piscine possono essere installati elementi riscaldanti annegati nel pavimento, a condizione di utilizzare
una delle seguenti misure di protezione:
• alimentazione mediante circuiti SELV, con la sorgente di sicurezza posta fuori dalle zone 0, 1 e 2; è
consentita l’installazione nella zona 2 se vi è una protezione differenziale con corrente differenziale
nominale Idn ≤ 30 mA;
• alimentazione con un circuito ordinario protetto con un interruttore differenziale avente Idn ≤ 30 mA,
se gli elementi sono coperti mediante una griglia metallica o uno schermo metallico, annegati nel
pavimento, messi a terra e connessi al conduttore equipotenziale supplementare.

CANTIERI DI COSTRUZIONE E DI DEMOLIZIONE


Gli impianti elettrici in questi luoghi sono soggetti alle prescrizioni particolari della sezione 704 della norma
CEI 64-8/7, che si applicano agli impianti temporanei destinati ai lavori di costruzione di nuovi edifici, ai lavori
di riparazione, trasformazione, ampliamento o demolizione di edifici esistenti, alla costruzione di opere
pubbliche, ai lavori di movimentazione terra e simili. Della materia si occupa anche la guida CEI 64-17.
I fattori di maggior rischio in questi ambienti sono dovuti al fatto che l’impianto elettrico è soggetto a
sollecitazioni meccaniche, termiche e d’uso molto severe, è provvisorio e può es- sere continuamente variato
per adeguarlo alle diverse esigenze; esso, inoltre, è utilizzato da molte persone con competenze diverse e
appartenenti a varie ditte, per cui risulta difficile il coordinamento per la sicurezza.
Le principali regole d’installazione da rispettare sono di seguito elencate:
• la distribuzione deve avvenire preferibilmente mediante il sistema TT (alimentazione dalla rete
pubblica) o TN-S (alimentazione da un trasformatore appartenente al cantiere stesso); il sistema TN-C
non è adatto per i cantieri, dato che le sollecitazioni meccaniche aumentano il pericolo d’interruzione
del conduttore PEN;
• la norma raccomanda di usare il sistema IT solo in casi particolari e per alimentare parti dell’impianto
elettrico, quando è necessario evitare l’interruzione dell’alimentazione al primo guasto a terra;
• quando la protezione contro i contatti indiretti è effettuata mediante l’interruzione automatica
dell’alimentazione, si deve considerare come tensione di contatto limite convenzionale il valore UL =

122
25 V c.a. o 60 V c.c. (sistema TT) e adottare tempi d’interruzione ridotti rispetto agli ambienti ordinari
(sistemi TN e IT);
• le prese a spina e gli apparecchi utilizzatori mobili permanentemente collegati, entrambi con I n ≤ 32 A,
devono essere protetti da dispositivi differenziali con Idn ≤ 30 mA o mediante separazione elettrica
individuale oppure devono essere alimentati da circuiti SELV;
• indipendentemente dalla tensione nominale del sistema, quando si effettua la protezione combinata
contro i contatti diretti e indiretti mediante circuiti SELV con tensione superiore a 25 V c.a. o 60 V c.c.
si deve comunque prevedere la protezione contro i contatti diretti mediante involucri o barriere con
grado di protezione non inferiore a IPXXB oppure tramite l’isolamento delle parti attive in grado di
resistere a una tensione di prova di 500 V per 1 min; se la tensione non supera i valori indicati, la
protezione contro i contatti diretti è generalmente assicurata;
• data la maggiore severità ambientale rispetto ai luoghi ordinari, non sono ammesse le misure di
protezione contro i contatti diretti mediante ostacoli o distanziamento delle parti attive;
• i componenti degli impianti devono avere caratteristiche di robustezza adatte all’impiego nei cantieri
e i quadri elettrici devono essere di tipo ASC, conformi alla norma CEI EN 60439-4 (CEI 17-3/4);
• ogni quadro deve avere un dispositivo di interruzione e sezionamento generale facilmente accessibile
e deve comprendere i dispositivi di protezione contro le sovracorrenti e contro i contatti indiretti e le
prese a spina, se richieste;
• per evitare richiusure intempestive dei dispositivi di sezionamento, gli stessi vanno posti entro un
quadro chiuso a chiave oppure devono essere dotati di un sistema di fissaggio nella posizione di aperto
(per esempio, un lucchetto);
• le prese a spina con In > 16 A devono essere di tipo industriale, conformi alla norma CEI 23-12; le prese
a spina per usi domestici e similari, con I n ≤ 16 A, possono essere utilizzate se sono opportunamente
protette contro gli urti e la penetrazione di liquidi e di corpi solidi;
• i cavi elettrici, per evitare danneggiamenti, non devono passare attraverso i luoghi di transito dei veicoli
e dei pedoni; quando non è possibile evitarlo, deve essere assicurata una protezione speciale contro i
danni meccanici e contro il contatto con il macchinario di cantiere;
• i cavi flessibili devono essere di tipo H07RN-F (o equivalenti), resistenti all’abrasione e all’acqua;
• la norma raccomanda di prevedere l’illuminazione di sicurezza nelle zone particolarmente buie dei
cantieri, allo scopo di indicare le vie di uscita qualora venga a mancare l’illuminazione ordinaria.

STRUTTURE ADIBITE A USO AGRICOLO O ZOOTECNICO


Gli impianti elettrici in questi luoghi sono soggetti alle prescrizioni particolari della sezione 705 della norma
CEI 64-8/7, che si applicano a tutte le parti degli impianti elettrici fissi delle strutture agricole e zootecniche,
sia all’interno che all’esterno degli edifici, esclusi gli impianti dei locali destinati a uso residenziale e a quelli
di eventuali locali comuni, come mense, spogliatoi, cucine e servizi igienici.
Le principali regole d’installazione da rispettare sono di seguito elencate, suddivise nelle varie categorie.

Protezione contro i contatti diretti e indiretti


Quando si effettua la protezione combinata contro i contatti diretti e indiretti mediante circuiti SELV, si deve
comunque prevedere la protezione contro i contatti diretti mediante involucri o barriere con grado di
protezione non inferiore a IPXXB oppure tramite l’isolamento delle parti attive in grado di resistere a una
tensione di prova di 500 V c.a. per 1 min.
Data la maggiore pericolosità del luogo rispetto agli ambienti ordinari, non sono permesse le seguenti misure
di protezione:
• protezione dai contatti diretti mediante ostacoli o distanziamento;
• protezione dai contatti indiretti mediante locali non conduttori o collegamento equipotenziale locale
non connesso a terra.

Quando la protezione contro i contatti indiretti è effettuata mediante l’interruzione automatica


dell’alimentazione, si deve considerare come tensione di contatto limite convenzionale il valore UL = 25 V

123
c.a. o 60 V c.c. (sistema TT) e adottare tempi d’interruzione ridotti rispetto agli ambienti ordinari (sistemi TN-
S e IT).
Per tutti i luoghi, compreso le residenze e i locali comuni, è vietata la distribuzione mediante il sistema TN-C
(e, di conseguenza, anche l’uso del sistema TN-C-S).
Per la protezione dei vari circuiti, indipendentemente dal modo di collegamento a terra, si devono utilizzare
interruttori differenziali con i seguenti valori di Idn:
• Idn ≤ 30 mA per i circuiti che alimentano prese a spina con I n ≤ 32 A;
• Idn ≤ 100 mA per i circuiti che alimentano prese a spina con I n > 32 A;
• Idn ≤ 300 mA per gli altri circuiti terminali con grado di protezione inferiore a IP4X.

Quando non è possibile soddisfare le condizioni precedenti per necessità di continuità di servizio, per i circuiti
di distribuzione si può ricorrere all’uso di un differenziale con intervento ritardato avente I dn ≤ 1 A.
Nei luoghi destinati alla custodia degli animali si deve assicurare l’equipotenzialità dell’ambiente. La norma
raccomanda di installare una griglia metallica nel suolo, collegata al col - lettore di terra. Inoltre sono
obbligatori i collegamenti equipotenziali supplementari, che devono connettere tra loro il condu ttore di
protezione dell’impianto e tutte le masse e le masse estranee che possono essere toccate dagli animali.

Protezione contro gli effetti termici


Al fine di ridurre il rischio d’innesco di un incendio a causa dei componenti elettrici, gli elementi scaldanti del
tipo radiante (per esempio, stufe elettriche) devono essere posti ad almeno 0,5 m di distanza dagli animali o
da materiali combustibili. Distanze maggiori si devono adottare se indicate dal costruttore dell’apparecchio.
Fermo restando che, se nella struttura esistono ambienti classificati a maggior rischio in caso d’incendio,
vanno applicate anche le prescrizioni della sezione 751 della norma CEI 64- 8/7, nei luoghi con pericolo di
incendio i conduttori dei circuiti alimentati con sistemi a bassissima tensione devono essere posti entro
involucri di materiale isolante con grado di protezione almeno IP4X, in aggiunta all’isolamento principale.

Scelta e installazione dei componenti elettrici


Le apparecchiature elettriche utilizzate in condizioni ordinarie devono avere un grado di protezione non
inferiore a IP44. Nei luoghi in cui sono presenti sostanze corrosive (per esempio, caseifici e stalle), i
componenti elettrici devono essere protetti in modo adeguato.
In genere i componenti elettrici non devono essere accessibili al bestiame. Le apparecchiature che devono
comunque essere accessibili, come quelle per la distribuzione del mangime e per l’abbeveraggio, devono
essere costruite in modo adeguato e installate in modo che non vengano danneggiate da parte del bestiame
e che sia minimo il rischio di ferite al bestiame stesso.
In particolare, si deve fare attenzione all’ubicazione dei dispositivi per il sezionamento, l’interruzione e
l’arresto di emergenza dell’impianto o di parte di esso: non devono essere installati in posizioni accessibili
agli animali o tali che non possano essere raggiunti dagli operatori per la presenza di animali.
Le prese a spina devono essere per uso industriale, conformi alla norma CEI 23-12/2; possono essere
utilizzate prese per usi domestici e similari, a norma CEI 23-50, solo per attività di breve durata con l’uso di
attrezzi portatili e quando l’ambiente di lavoro e l’attività in es- sere non comportano particolari rischi nei
confronti della presenza di acqua, polveri e urti.

Condutture elettriche
Le prescrizioni normative riguardano principalmente i seguenti requisiti:
• accessibilità delle condutture: le condutture devono essere installate in modo da essere inaccessibili
al bestiame o protette in modo adeguato contro i danneggiamenti meccanici;
• possibilità di danneggiamento da parte di veicoli e di macchine agricole: sono prescritte varie misure
protettive, come l’interramento dei cavi ad almeno 50 cm di profondità (1 m nei terreni arabili o
coltivati) con protezione meccanica aggiuntiva, la posa dei cavi aerei ad almeno 6 m di altezza, la
protezione contro la compressione di classe 4 (pesante) o superiore, resistenza agli urti non inferiore
a IK08 per i sistemi di canali e di condotti;

124
• protezione contro la corrosione a norma CEI 23-81 nei luoghi di custodia del bestiame, in cui è continua
la presenza di sostanze corrosive (per esempio liquami).

Sorgente elettrica di riserva


Negli allevamenti intensivi di bestiame, intesi come luoghi di riproduzione e di allevamento per i quali è
necessario l’uso di sistemi automatici di sostentamento (nutrizione, ventilazione, condizionamento), come
avviene, per esempio, nei pollai e negli allevamenti ittici, la mancanza dell’alimentazione elettrica ordinaria
può creare pericolo di vita per gli animali.
La norma prescrive, in questi casi, l’installazione di una sorgente elettrica di riserva, dotata di circuiti
indipendenti da quelli ordinari, circuiti che devono alimentare solo i componenti elettrici destinati alle
funzioni di sostentamento.
Per la sola ventilazione, in alternativa alla sorgente di riserva, è ammessa l’installazione di sistemi di controllo
della temperatura ambiente e della presenza della tensione di alimentazione. I dispositivi di controllo devono
funzionare indipendentemente dall’alimentazione ordinaria ed emettere un segnale, visivo o sonoro,
facilmente percepibile dal personale addetto.

AREE DI CAMPEGGIO PER CARAVAN E CAMPER


La sezione 708 della norma CEI 64-8/7 riporta le prescrizioni particolari per gli impianti elettrici nelle aree di
campeggio per caravan (roulotte), camper e tende, mentre la sezione 721 tratta gli impianti elettrici a bordo
dei veicoli.
L’impianto elettrico per un’area di campeggio comprende in genere, oltre all’alimentazione dei vari se rvizi
(uffici, bagni, strutture ricreative ecc.), le seguenti parti fondamentali:
• condutture elettriche partenti dal quadro generale, per la realizzazione dei circuiti di distribuzione che
alimentano i quadri di alimentazione delle piazzole;
• quadri di alimentazione delle piazzole, provvisti di prese per il collegamento all’impianto interno dei
veicoli in sosta e dei relativi apparecchi di protezione;
• dispositivi di collegamento tra quadro e veicoli.

La tensione nominale di alimentazione non deve superare 230 V monofase o 400 V trifase.
Per la realizzazione delle condutture elettriche, il metodo da preferire è quello di utilizzare cavi posti entro
tubazioni interrate.
Per evitare danneggiamenti, le condutture devono essere interrate fuori dalle piazzole di parcheggio e dai
luoghi dove possono essere piantati picchetti di ancoraggio per tende o altro, a una profondità di almeno 0,6
m. In caso contrario, le condutture devono avere una protezione meccanica addizionale.
È consentito anche utilizzare conduttori aerei, purché isolati, posti a un’altezza non inferiore a 6 m nei luoghi
di transito dei veicoli e 3,5 m negli altri e con i sostegni disposti o protetti in modo da non poter essere
danneggiati dai movimenti dei veicoli.
I componenti elettrici installati all’interno delle piazzole devono avere i seguenti gradi minimi di protezione:
• IPX4 contro gli spruzzi d’acqua (IPX5 se possono essere sottoposti a getti d’acqua per il lavaggio);
• IP4X contro la penetrazione di corpi solidi;
• IK07 contro gli urti.

I quadri di alimentazione devono essere installati vicino alle rispettive piazzole, in modo che la distanza dal
punto di connessione all’impianto elettrico interno al veicolo non superi 20m. Nei quadri vanno installate
prese a spina per uso industriale (a norma CEI 23-12/2) con grado di protezione almeno IP44 e dispositivi di
protezione, rispettando le prescrizioni seguenti:
• l’altezza dal suolo del bordo inferiore delle prese deve essere compresa tra 0,5 e 1,5 m, salvo casi
particolari;
• la corrente nominale delle prese non deve essere inferiore a 16 A;
• per ogni piazzola deve essere prevista almeno una presa;

125
• ogni presa deve avere un proprio dispositivo di protezione contro sovraccarichi e cortocircuiti (fusibili
o interruttore automatico);
• per la protezione contro i contatti indiretti mediante l’interruzione automatica dell’alimentazione e
per la protezione addizionale contro i contatti diretti, devono essere installati interruttori differenziali
con Idn ≤ 30 mA e ogni interruttore deve proteggere una sola presa;
• non si devono raggruppare più di 4 prese per quadro se le prese sono montate sullo stesso lato e non
più di 8 se sono disposte su più lati.

Dispositivo di connessione bipolare più terra

Il dispositivo di collegamento tra le prese del quadro e il veicolo deve comprendere (figura):
• una spina e un connettore con contatti di terra, di tipo industriale (a norma CEI 23-12/2);
• un cavo flessibile tipo H07RN-F (o equivalente), con conduttore di protezione (PE), di lunghezza
massima 25 m, sezione dei conduttori non inferiore a 2,5 mm2 per correnti nominali di 16 A, con anima
di colore blu chiaro per il neutro e giallo-verde per il PE.

Altre prescrizioni indicate dalla normativa sono le seguenti:


• non può essere utilizzato il sistema TN-C, a causa della possibilità di rottura del conduttore PEN;
• non è permessa la protezione contro i contatti diretti mediante ostacoli e distanziamento;
• non è permessa la protezione contro i contatti indiretti mediante locali non conduttori e per m ezzo di
un collegamento equipotenziale locale non connesso a terra.

LOCALI A USO MEDICO


Gli impianti elettrici utilizzatori nei locali a uso medico sono soggetti alle prescrizioni particolari della sezione
710 della norma CEI 64-8/7. Queste prescrizioni si riferiscono principalmente agli ospedali, alle cliniche
private, agli studi medici e dentistici, ai locali a uso estetico e a quelli a uso medico nei luoghi di lavoro.

Definizioni e classificazioni
Viene definito locale a uso medico ogni locale destinato a scopi diagnostici, terapeutici, chirurgici, di
sorveglianza o di riabilitazione dei pazienti, inclusi i trattamenti estetici. Per paziente si intende la persona (o
l’animale) sottoposta a esame o trattamento medico, incluso quello dentistico.
La classificazione dei locali viene effettuata in base all’utilizzazione o meno di apparecchi elettromedicali
destinati alla diagnosi, al trattamento e alla sorveglianza del paziente sotto la supervisione di un medico e
che entrano in contatto fisico o elettrico col paziente tramite una parte applicata, definita come una parte
dell’apparecchio che nell’uso normale viene necessariamente in contatto fisico con il paziente oppure può
essere portata a contatto oppure necessita di essere toccata dal paziente.
I locali vengono suddivisi in tre gruppi, con livello di pericolosità crescente:

126
• gruppo 0: locale medico nel quale non si utilizzano apparecchi elettromedicali con parti applicate e al
quale non si applicano le prescrizioni della sezione 710 (ambiente ordinario);
• gruppo 1: locale a uso medico nel quale le parti applicate sono destinate a essere utilizzate
esternamente oppure invasivamente in una qualsiasi parte del corpo, a eccezione della zona cardiaca;
• gruppo 2: locale a uso medico nel quale le parti applicate sono destinate a essere utilizzate in
applicazioni quali interventi intracardiaci e operazioni chirurgiche oppure per trattamenti vitali in cui
la mancanza dell’alimentazione può comportare pericolo per la vita.

Poiché un paziente con parti applicate può venire a contatto, in modo intenzionale o meno, con altri
apparecchi o sistemi elettromedicali, con masse estranee o con altre persone in contatto con tali elementi,
si definisce come zona paziente il volume nel quale tale contatto può avvenire.
Nel caso che la posizione del paziente sia predeterminata, il volume viene individuato come indicato nella
figura; in caso contrario bisogna prendere in considerazione tutte le possibili posizioni del paziente.

Esempio di estensione della zona paziente

Sistemi di alimentazione
Nei locali a uso medico possono essere usati i sistemi TT e IT, mentre il sistema TN è soggetto a limitazioni,
dato che non è ammesso l’uso del sistema TN-C nei locali dei gruppi 1 e 2 e negli edifici a uso medico (case
di cura, ospedali ecc.) a valle del quadro di distribuzione principale.
È stato inoltre introdotto il sistema IT-M (IT medicale, richiesto per i locali di gruppo 2) che deve essere
alimentato con un trasformatore di isolamento a uso medicale e deve essere dotato di un dispositivo di
controllo permanente dell’isolamento, non disinseribile, conforme alla norma CEI EN 61557-8 (CEI 85-28) e
dotato dei requisiti seguenti:
• impedenza interna non inferiore a 100 kΩ;
• tensione di prova non superiore a 25 V c.c.;
• corrente di prova non superiore a 1 mA c.c., anche in condizioni di guasto;
• attivazione dell’indicazione di ridotto isolamento quando la resistenza d’isolamento scende a 50 kΩ
con la presenza di un dispositivo di prova per questa verifica.

Il dispositivo di controllo dell’isolamento non è obbligatorio quando un apparecchio utilizzatore viene


alimentato da un singolo trasformatore d’isolamento a esso dedicato. Inoltre, per ogni sistema con
trasformatore d’isolamento a uso medicale, è prevista l’installazione di un sistema di allarme ottico e
acustico.

Protezione combinata contro i contatti diretti e indiretti mediante sistemi SELV e PELV
Nei locali dei gruppi 1 e 2 i sistemi SELV e PELV devono avere tensione nominale agli apparecchi utilizzatori
non superiore a 25 V efficaci in c.a. e 60 V in c.c. non ondulata. Deve essere prevista la protezione dai contatti
diretti mediante isolamento delle parti attive oppure barriere o involucri con grado minimo IPXXB. Per i locali
del gruppo 2 devono essere collegate al conduttore di protezione le masse dei componenti elettrici ubicati
nella zona paziente.

Protezione contro i contatti diretti


Nei locali a uso medico non sono ammesse altre misure di protezione oltre all’isolamento delle parti attive e
all’uso di involucri o barriere.

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Protezione contro i contatti indiretti
Le misure di protezione previste dalla norma.

AMBIENTI A MAGGIOR RISCHIO IN CASO D’INCENDIO


Sono quegli ambienti che presentano, in caso d’incendio, un rischio maggiore rispetto agli ambienti ordinari,
sia per la maggiore probabilità che l’incendio si verifichi sia per la rilevante entità del danno che ne può
conseguire.
Le prescrizioni particolari per gli impianti elettrici utilizzatori in bassa tensione da installare in questi luoghi
sono contenute nella sezione 751 della norma CEI 64-8/7.

Classificazione degli ambienti


Per decidere sulle misure protettive da adottare per le installazioni elettriche, occorre innanzitutto valutare
se il luogo in esame è a maggior rischio in caso d’incendio oppure no e, nel primo caso, classificarlo in base a
una serie di parametri, quali per esempio:
• la densità di affollamento e il massimo affollamento ipotizzabile;
• la capacità di sfollamento in relazione alle vie di esodo presenti;
• l’entità del danno da incendio ad animali, comprese le persone, e/o cose;
• il comportamento al fuoco delle strutture e dei materiali impiegati nella costruzione dell’edificio;
• la presenza di materiali combustibili;
• il tipo di utilizzazione dell’ambiente;
• la situazione organizzativa per quanto riguarda la protezione antincendio.

Questi parametri devono essere opportunamente esaminati nel più vasto ambito della valutazione dei rischi
e della prevenzione incendi, ancor prima di redigere il progetto elettrico, in modo che il proget tista
dell’impianto elettrico abbia tutti gli elementi per decidere sulle misure di sicurezza adatte ai vari luoghi
d’installazione dell’impianto. Alcune di queste misure sono comuni per tutti gli ambienti a maggior rischio in
caso d’incendio, mentre altre vanno distinte in funzione dei luoghi, secondo la classificazione seguente:
• ambienti a maggior rischio in caso d’incendio per l’elevata densità di affollamento o per l’elevato
tempo di sfollamento in caso d’incendio o per l’elevato danno ad animali o cose , come, per esempio,
gli ospedali, le carceri, i locali sotterranei frequentati dal pubblico (metropolitane, stazioni ecc.);
• ambienti a maggior rischio in caso d’incendio in quanto aventi strutture portanti combustibili, in cui
rientrano gli edifici costruiti interamente in legno (ma non quelli in muratura o calcestruzzo, con le sole
travi portanti in legno);
• ambienti a maggior rischio in caso d’incendio per la presenza di materiale infiammabile o combustibile
in lavorazione, convogliamento, manipolazione o deposito, quando il carico di incendio specifico di
progetto è superiore a 450 MJ/m2.

In assenza di valutazioni specifiche si può far riferimento alle attività elencate nel DPR 151/2011.

Prescrizioni comuni a tutti gli ambienti a maggior rischio in caso d’incendio


Per tutti i componenti elettrici, escluse le condutture, si devono osservare varie misure protettive stabilite
dalla norma, di cui le principali sono le seguenti:
• devono essere installati solo i componenti elettrici necessari per l’uso in quell’ambiente, eccetto le
condutture elettriche che possono anche transitare;
• nel sistema delle vie di uscita non devono essere installati componenti che contengano fluidi
infiammabili;
• nei luoghi accessibili al pubblico (per esempio, in un centro commerciale) i dispositivi di controllo,
manovra e protezione devono essere posti in un locale a disposizione del personale addetto o
all’interno di involucri apribili solo con chiave o attrezzo; è questo il caso, per esempio, degli
interruttori nei quadri di distribuzione;
• fanno eccezione alla regola precedente i dispositivi destinati a facilitare l’evacuazione dal luogo;

128
• i componenti elettrici devono rispettare le prescrizioni della sezione 422 della norma CEI 64-8/4, in
modo da non costituire essi stessi pericolo di innesco o di propagazione dell’incendio per i materiali
adiacenti;
• per evitare che l’innesco dell’incendio sia provocato dal calore o dalla rottura di apparecchi illuminanti,
questi ultimi devono essere posti a un’adeguata distanza dagli oggetti illuminati (se tali oggetti sono
combustibili) e devono essere protetti contro le sollecitazioni meccaniche.

Per quanto riguarda le condutture elettriche, le principali prescrizioni comuni a tutti gli ambienti a maggior
rischio in caso d’incendio sono:
• non è ammesso l’uso del conduttore PEN (e, quindi, del sistema TN-C in cui tale conduttore svolge le
funzioni combinate di neutro e di protezione), salvo che per le condutture che transitano soltanto;
• le condutture che attraversano le vie d’uscita di sicurezza non devono ostacolare il deflusso delle
persone;
• le condutture che transitano non devono avere connessioni lungo il percorso all’interno degli ambienti
a maggior rischio in caso d’incendio (connessioni che potrebbero essere causa d’innesco di un
incendio), se non dentro involucri che soddisfino la prova contro il fuoco;
• i dispositivi di protezione contro le sovracorrenti devono essere posti all’origine dei relativi circuiti (se
questi iniziano in un luogo a maggior rischio in caso d’incendio) o prima dell’in gresso nel luogo a
maggior rischio;
• in tutti i punti in cui le condutture elettriche attraversano solai o pareti che delimitano il
compartimento antincendio devono essere installate delle barriere tagliafiamma.

Tipi di condutture elettriche ammessi


Le condutture elettriche negli ambienti a maggior rischio in caso d’incendio, comprese quelle che transitano
soltanto, devono essere realizzate in uno dei modi indicati nella sezione 751 della norma CEI 64-8/7. Nella
figura sono stati riportati alcuni esempi di condutture, scelti tra quelli indicati dalla norma. Le sigle riportate
sul disegno (a1, a2 ecc.) sono quelle usate nella norma.
Le condutture a1) e a2) appartengono al gruppo a) e hanno le caratteristiche seguenti:
• a1) sono le condutture di qualsiasi tipo incassate in strutture non combustibili, come, per esempio,
quelle sottotraccia nei muri;
• a2) sono le condutture realizzate con cavi posti in tubi protettivi o in involucri (per esempio, le
canaline), metallici e con grado di protezione almeno IP4X.

L’esempio b1) rappresenta una conduttura del gruppo b), realizzata con cavi multipolari muniti di conduttore
di protezione (PE) concentrico e guaina isolante oppure di una guaina metallica o di un’armatura metallica
aventi caratteristiche tali da poter svolgere la funzione di conduttore di protezione per il collegamento a
terra.
Le condutture c1), c2), c3) e c4) appartengono al gruppo c) e hanno le caratteristiche seguenti:
• c1) sono le condutture, diverse da quelle dei gruppi a) e b), realizzate con cavi multipolari provvisti di
conduttore di protezione;
• c2) sono le condutture realizzate con cavi unipolari o multipolari sprovvisti di conduttore di protezione,
posti in tubi protettivi o in involucri (per esempio, le canal ine), metallici e senza particolare grado di
protezione IP, incluse le passerelle forate o a filo; in questo caso la funzione di PE può essere svolta dal
tubo, dall’involucro o da un conduttore (nudo o isolato) posato insieme ai cavi;
• c3) sono le condutture realizzate con cavi unipolari o multipolari sprovvisti di conduttore di protezione,
posti in tubi protettivi o in involucri (per esempio, le canaline), in materiale isolante, posati a vista e
aventi grado di protezione almeno IP4X; in questo caso il PE deve essere posato a parte;
• c4) sono le condutture realizzate con binari elettrificati e condotti sbarre (blindosbarre), con grado
di protezione almeno IP4X.

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Esempi di condutture elettriche ammesse per gli ambienti a maggior rischio in caso d’incendio

Gli altri tipi di condutture contemplate dalla norma sono le seguenti:


• condutture realizzate con cavi a isolamento minerale, aventi la guaina tubolare metallica continua
senza saldatura con funzione di conduttore di protezione; sono di gruppo a3) se sprovviste di una
guaina non metallica esterna, altrimenti sono di gruppo b2);
• condutture realizzate con cavi aventi schermi sulle singole anime o sull’insieme delle anime, con
caratteristiche tali da poter svolgere la funzione di conduttore di protezione; sono classificate come
condutture di gruppo b3).

Protezione delle condutture elettriche


Tutti i circuiti devono essere protetti contro le sovracorrenti rispettando le prescrizioni della norma CEI 64-
8/4, valide per tutti gli ambienti, con i dispositivi di protezione installati all’origine dei circuiti stessi.

Altre misure di protezione sono previste per le condutture di tipo b) e c), intrinsecamente meno sicure di
quelle di tipo a), precisamente:
• per le condutture di tipo c) dei sistemi TT e TN occorre installare per ogni circuito un interruttore
differenziale con I dn ≤ 300 mA di tipo ritardato (limite che può essere portato a 1 A nei circuiti di
distribuzione per motivi di continuità di servizio); quando vi è pericolo che il guasto possa innescare un
incendio (per esempio quando si alimentano elementi riscaldanti a soffitto a pellicola scaldante) deve
essere Idn ≤ 30 mA;
• per le condutture di tipo c) dei sistemi IT occorre installare un dispositivo che rilevi con contin uità le
correnti di dispersione verso terra e che provochi l’apertura automatica del circuito quando si verifica
un decadimento dell’isolamento, con conseguente aumento delle correnti di dispersione; in
alternativa all’interruzione, quando richiesto da particolari esigenze di continuità di servizio, il
dispositivo può azionare un allarme ottico e acustico.

Le prescrizioni di cui sopra non si applicano alle condutture facenti parte di circuiti di sicurezza e a quelle
racchiuse in involucri con grado di protezione almeno IP4X.
Per le condutture dei gruppi b) e c) si devono adottare misure atte a evitare la propagazione dell’incendio,
scegliendo una delle seguenti alternative:

130
• uso di cavi non propaganti la fiamma (a norma CEI 20-35) quando gli stessi sono installati
individualmente o distanziati tra loro di non meno di 250 mm nei tratti in cui seguono lo stesso
percorso, oppure quando sono installati individualmente in tubi protettivi o involucri con grado di
protezione almeno IP4X;
• uso di cavi non propaganti l’incendio installati in fascio, conformi alle norme CEI 20-22 cat. II e/o cat.
III;
• adozione di sbarramenti, barriere e/o altri provvedimenti indicati nella norma CEI 11-17; inoltre
devono essere previste barriere tagliafiamma in tutti gli attraversamenti di solai e pareti che
delimitano il compartimento antincendio.

Prescrizioni aggiuntive in funzione del tipo di ambiente


La norma CEI 64-8/7, sezione 751, prevede una serie di misure protettive differenziate a seconda del tipo di
ambiente a maggior rischio in caso d’incendio.
Per esempio, nel caso degli ambienti a maggior rischio in caso d’incendio per l’elevata densità di affollamento,
si deve evitare la possibilità che dalle condutture elettriche di tipo b) e c) si sprigionino elevate quantità di
fumi e gas tossici e corrosivi; un rimedio è quello di utilizzare cavi senza alogeni (LS0H), conformi alle norme
CEI 20-22 e 20-37.
Per gli ambienti a maggior rischio in caso d’incendio in quanto aventi strutture combusti- bili, si deve evitare
l’emissione di particelle incandescenti provocate da archi e scintille, particelle che potrebbero innescare
l’incendio; a questo scopo i componenti che nel loro funzionamento possono produrre archi e scintille (per
esempio, gli interruttori) devono essere racchiusi entro custodie aventi grado di protezione almeno IP4X
verso le strutture combustibili.
Più numerose sono le prescrizioni per gli ambienti a maggior rischio in caso d’incendio per la presenza di
materiale infiammabile. In questo caso si devono adottare tutte quelle misure protettive atte a impedire
l’innesco di un incendio a causa di temperature eccessive dei componenti o per l’emissione di archi e scintille.

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VERIFICHE DEGLI IMPIANTI ELETTRICI UTILIZZATORI
GENERALITÀ E DEFINIZIONI
Per gli impianti elettrici utilizzatori a tensione nominale non superiore a 1000 V c.a. e a 1500 V c.c. alle
verifiche è dedicata tutta la parte 6a della norma CEI 64-8; inoltre la materia è trattata anche dalla guida CEI
64-14 (Guida alle verifiche degli impianti elettrici utilizzatori).
In primo luogo occorre distinguere due termini, spesso usati come sinonimi: verifica e collaudo.
Per verifica si intende, in generale, il complesso di operazioni materiali aventi lo scopo di accertare se l’opera
è stata eseguita in conformità a determinati requisiti tecnici e contrattuali.
Il collaudo ha, invece, lo scopo di dichiarare formalmente la conformità dell’opera e di giudicare l’esito
tecnico finale, positivo o negativo che sia. Spesso, ma non necessariamente, il collaudo segue la verifica, ma
è pur sempre possibile scindere i due atti.
Si consideri, per esempio, l’installazione di un impianto di terra. Viene redatto un progetto in base al quale si
effettua il lavoro; l’installatore, a fine lavori, rilascia la dichiarazione di conformità relativa all’intervento
effettuato, nella quale deve dichiarare anche di aver eseguito le verifiche richieste dalle norme e dalle
disposizioni di legge. Si tratta, in questo caso, di una verifica e non di un collaudo. Se, invece, interviene anche
un tecnico esterno alla ditta installatrice, abilitato per l’esecuzione di verifiche sugli impianti elettrici, ed
esegue il controllo di tutto l’impianto installato, della documentazione finale di proge tto (compresa la
dichiarazione di conformità e i relativi allegati) e rilascia una dichiarazione finale attestante la conformità
dell’impianto alla normativa tecnica applicabile al caso, la sua rispondenza al progetto e agli scopi per il quale
l’impianto è stato costruito, la regolarità della documentazione e di tutti gli altri aspetti dell’installazione, si
può parlare di collaudo dell’opera susseguente a una verifica della stessa.
Restringendo il discorso agli impianti utilizzatori in bassa tensione soggetti alla norma CEI 64-8, la verifica va
intesa come l’accertamento dei requisiti previsti dalla stessa norma e valgono le definizioni di seguito
riportate.
Si definisce come verifica l’insieme delle operazioni mediante le quali si accerta la rispondenza alle
prescrizioni della norma dell’intero impianto elettrico. La verifica comprende un esame a vista e delle prove,
i cui risultati saranno registrati in un rapporto compilato dal tecnico verificatore (rapporto di verifica).
L’esame a vista non comporta l’effettuazione di prove, ossia di misure strumentali sull’impianto, e può essere
di due tipi, come indicato sulla guida CEI 64-14:
• esame a vista ordinario che va sempre eseguito e serve a identificare, senza l’uso di utensili o di mezzi
di accesso, i difetti dei componenti e quelli d’installazione evidenti allo sguardo (per esempio,
connessioni interrotte, involucri danneggiati ecc.);
• esame a vista approfondito che non è sempre richiesto e va eseguito in aggiunta a quello ordinario;
serve a identificare tutti quei difetti riscontrabili solo con l’uso di attrezzi, in modo da poter aprire
quadri elettrici, cassette di derivazione e involucri vari.

La guida CEI 64-14 distingue tre tipi di verifica: iniziale, periodica e straordinaria.
• Si definisce verifica iniziale l’insieme delle procedure con le quali si accerta la rispondenza dell’impianto
alle norme CEI e alla documentazione di progetto prima della messa in servizio dell’impianto. Poiché
la guida è precedente all’entrata in vigore del DM 22/1/08 n. 37, in essa si fa riferimento alla
precedente legge 46/90, per cui il verificatore dovrà avere a disposizione la documentazione finale di
progetto per gli impianti soggetti alla legge 46/90 e aventi l’obbligo del progetto oppure i soli allegati
obbligatori alla dichiarazione di conformità per gli impianti soggetti alla Legge 46/90 ma senza obbligo
di progetto. Per gli impianti preesistenti alla Legge 46/90 la documentazione non viene precisata, ma
si richiama l’opportunità che essa contenga dati e informazioni utili per una corretta identificazione e
valutazione dell’impianto stesso.
• Per verifica periodica si intende l’insieme delle procedure con le quali si accerta il permanere dei
requisiti tecnici riscontrati all’atto della verifica iniziale. Si tratta, in pratica, di controllare che, nel
tempo, l’impianto rimanga efficiente e rispondente alla normativa, con intervalli di periodicità soggetti
a diverse prescrizioni normative e legislative. La conduzione delle verifiche periodiche non è

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sostanzialmente diversa da quella della verifica iniziale; è tuttavia consentito non ripetere determinate
prove quando certe condizioni dell’impianto non siano cambiate oppure le variazioni siano tali da
soddisfare, nel complesso, le condizioni imposte dalla normativa.
• Per verifica straordinaria si intende l’insieme delle procedure con le quali si accerta la rispondenza
dell’impianto alle norme CEI e alla documentazione di progetto aggiornato, in presenza di sostanziali
modifiche o ampliamento dell’impianto esistente. Per esempio, per un impianto di terra può essere
richiesta una verifica straordinaria nel caso di esito negativo della verifica periodica, dopo un tempo
sufficiente per intervenire sull’installazione in modo da ripristinare le condizioni di sicurezza richieste
all’impianto stesso. Nel caso di interventi per modifiche o ampliamenti occorre tener presente che la
verifica straordinaria riguarderà l’impianto elettrico nel suo insieme, non solo le parti interessate agli
interventi, in quanto potrebbero essere variate le condizioni di sicurezza complessive.

Quando vengono eseguite le verifiche si effettuano dei controlli sui componenti e sulle varie parti
dell’impianto. La guida CEI 64-14 distingue tra il controllo totale, che riguarda tutte le costruzioni elettriche
installate, e il controllo a campione, effettuato solo su alcuni componenti dello stesso tipo. Quest’ultimo è
consigliato quando sono installate costruzioni elettriche simili tra loro in grande quantità (per esempio,
apparecchi illuminanti, prese a spina ecc.) oppure quando si è notata una corretta conduzione dell’impianto,
caratterizzata da documentazione aggiornata, componenti nuovi o in buono stato di conservazione,
manutenzione appropriata.

OBBLIGATORIETÀ E PERIODICITÀ DELLE VERIFICHE


L’obbligatorietà e la periodicità delle verifiche discendono da prescrizioni di legge e da norme tecniche.

Prescrizioni previste dal DM 22/1/2008 n. 37


Questo decreto, che ha sostituito la legge 46/90, si applica agli impianti elettrici al servizio degli edifici,
indipendentemente dalla loro destinazione d’uso, posti all’interno degli stessi o delle relative pertinenze.
Esso tratta solo indirettamente il tema delle verifiche e dei collaudi degli impianti, richiamandolo all’interno
di alcuni articoli.
In particolare l’articolo 7, comma 1, prescrive che l’installatore debba rilasciare al committente, a fine lavori,
la dichiarazione di conformità degli impianti realizzati, “previa effettuazione delle verifiche previste dalla
normativa vigente, comprese quelle di funzionalità del- l’impianto”. Questo significa che l’impianto va
verificato a fine lavori a cura dell’impresa installatrice e si rimanda alle norme tecniche per quanto riguarda
l’esecuzione delle verifiche da effettuare.
Del certificato di collaudo si parla invece negli articoli 9 e 11, in relazione al rilascio del certificato di agibilità
e del deposito della documentazione presso lo sportello unico per l’edilizia. Il certificato di agibilità viene
rilasciato da parte delle autorità competenti previa acquisizione della dichiarazione di conformità e del
certificato di collaudo, richiesto però solo quando previsto dalle norme vigenti, rimandando alla legislazione
specifica per l’edificio in esame. Lo stesso vale per il deposito della documentazione: mentre il progetto e la
dichiarazione di conformità sono richiesti nella generalità dei casi, il certificato di collaudo va depositato solo
nei casi previsti dalle norme vigenti.

Prescrizioni previste dal D. Lgs. 9/4/2008 n. 81 e dal DPR 462/2001


Entrambi questi decreti (di cui il primo è il Testo unico sulla sicurezza) si riferiscono esclusivamente agli
impianti realizzati nei luoghi di lavoro in cui sono presenti lavoratori subordinati.
Per le verifiche degli impianti di terra, dei dispositivi di protezione contro le scariche atmosferiche e degli
impianti elettrici nei luoghi con pericolo di esplosione, il Testo unico ha confermato le verifiche previste dal
DPR 462/2001. Inoltre, l’articolo 86 del decreto n. 81 ha esplicitato l’obbligo per il dato re di lavoro di
verificare gli impianti elettrici e i dispositivi di protezione contro le scariche atmosferiche secondo le modalità
e la periodicità che saranno stabilite con successivo decreto del Ministero del lavoro.
Per gli impianti di terra, a norma del DPR 462/2001, è prevista una verifica iniziale da parte dell’installatore
con il rilascio della dichiarazione di conformità, le verifiche periodiche che il datore di lavoro è tenuto a far

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eseguire da parte di appositi organismi abilitati ed eventuali ve rifiche straordinarie nei casi di esito negativo
della verifica periodica, di modifica sostanziale dell’impianto o su richiesta del datore di lavoro.
La cadenza delle verifiche periodiche è biennale per gli impianti installati nei cantieri, nei locali a us o medico,
negli ambienti a maggior rischio in caso d’incendio e nei luoghi con pericolo di esplosione e quinquennale per
gli altri ambienti.
Nel caso degli impianti di terra delle cabine e delle centrali elettriche di aziende produttrici o distributrici di
energia elettrica (sono esclusi, quindi, gli impianti utilizzatori degli utenti), le verifiche periodiche vanno
effettuate a intervalli non superiori a cinque anni, affidate ai datori di lavoro.

Prescrizioni particolari per i locali a uso medico


Per gli impianti installati nei locali a uso medico di gruppo 1 e 2 la sezione 710 della norma CEI 64-8/7 ha
aggiunto prescrizioni particolari sulle verifiche da effettuare rispetto agli impianti ordinari.
La verifica iniziale deve comprendere infatti, oltre a tutti quelli indicati nel capitolo 61 della norma CEI 64-
8/6, anche i seguenti punti:
• prova funzionale dei dispositivi di controllo dell’isolamento dei sistemi IT-M e di quelli di allarme ottico
e acustico;
• misure per la verifica del collegamento equipotenziale supplementare;
• misura delle correnti di dispersione dei trasformatori per uso medicale (non necessaria se è già stata
eseguita dal costruttore del trasformatore);
• esame a vista per il controllo del rispetto delle prescrizioni previste dalla sezione 710 della norma CEI
64-8/7.

Per le verifiche periodiche, che devono essere effettuate da un tecnico qualificato e riportate su un apposito
registro, è prevista la seguente frequenza di esecuzione:
• ogni mese per la prova funzionale a vuoto dell’alimentazione dei servizi di sicurezza con motori a
combustione (gruppi elettrogeni);
• ogni quattro mesi per la prova funzionale a carico per 30 min dell’alimentazione dei servizi di sicurezza
con motori a combustione;
• ogni sei mesi per la prova funzionale dei dispositivi di controllo dell’isolamento e per quella
dell’alimentazione dei servizi di sicurezza a batteria;
• ogni anno per il controllo della taratura dei dispositivi di protezione regolabili e per la prova
d’intervento degli interruttori differenziali;
• ogni tre anni per le misure di verifica del collegamento equipotenziale supplementare.

Prescrizioni particolari per i luoghi di pubblico spettacolo e d’intrattenimento


Per gli impianti elettrici in questi luoghi la sezione 752 della norma CEI 64-8/7 non aggiunge altre prescrizioni
sulle verifiche rispetto a quelle previste per i luoghi ordinari, ma introduce delle ispezioni e dei controlli
periodici da annotare in un apposito registro da parte del personale autorizzato, precisamente:
• almeno ogni sei mesi devono essere controllate l’efficienza e l’autonomia degli impianti di sicurezza;
• prima dell’inizio giornaliero degli spettacoli il personale autorizzato deve controllare il regolare
funzionamento delle apparecchiature elettriche;
• il funzionamento degli apparecchi utilizzatori deve essere controllato quando gli stessi vengono rimessi
in funzione dopo un lungo periodo di inattività;
• prima dell’inizio della stagione degli spettacoli, e in ogni caso almeno una volta all’anno, tutto
l’impianto elettrico deve essere attentamente ispezionato.

PROVE
Per gli impianti elettrici utilizzatori in bassa tensione soggetti alla norma CEI 64-8 vanno eseguite le prove
della verifica iniziale indicate nella sezione 61.3 della norma CEI 64-8/6, da effettuare in funzione della loro
applicabilità all’impianto oggetto della verifica e, preferibilmente, nell’ordine indicato dalla norma e di
seguito riportato:

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• prova di continuità;
• misura della resistenza d’isolamento dell’impianto elettrico;
• prova di separazione dei circuiti (SELV, PELV, separazione elettrica);
• misura della resistenza d’isolamento di pavimenti e pareti, prevista solo quando viene usata la
protezione contro i contatti indiretti mediante luoghi non conduttori;
• prove per la verifica dell’interruzione automatica dell’alimentazione;
• prova di protezione addizionale mediante differenziale;
• prova di polarità;
• prova dell’ordine delle fasi;
• prove di funzionamento;
• prova della caduta di tensione.

La prova di continuità serve per valutare la continuità dei conduttori di protezione ed equipotenziali,
principali e supplementari. Viene effettuata secondo lo schema generale della figura e si esegue alimentando
il circuito in corrente alternata o continua con tensione compresa tra 4 V e 24 V a vuoto e corrente non
inferiore a 0,2 A. Poiché non va misurata la resistenza del conduttore, l’esito della prova si considera positivo
semplicemente se l’amperometro rileva la corrente, segno che il conduttore non è interrotto.
La misura della resistenza d’isolamento dell’impianto elettrico va eseguita tra ogni conduttore attivo e quello
di protezione connesso a terra, in corrente continua e con gli utilizzatori disinseriti. Serve a verificare che
l’isolamento tra le varie parti sia non inferiore ai valori mini - mi riportati nella tabella 23.1, nella quale sono
indicati anche i valori della tensione di prova.
La prova di separazione dei circuiti, da eseguire quando sono presenti circuiti alimentati con sistemi a
bassissima tensione SELV e PELV e quando viene adottata la protezione contro i contatti indiretti mediante
la separazione elettrica, viene effettuata misurando la resistenza d’isolamento tra le parti separate.

Schema generale per la prova di continuità di un conduttore di protezione e/o


equipotenziale

Per verificare l’efficacia della protezione contro i contatti indiretti mediante il metodo dell’interruzione
automatica dell’alimentazione occorre eseguire delle misure dipendenti dal tipo di distribuzione.
Per i sistemi TN (impianti dotati di cabina propria) sono previste le prove seguenti:
• misura dell’impedenza dell’anello di guasto; se il dispositivo d’interruzione è del tipo a corrente
differenziale questa misura non è, in genere, necessaria, dato che il coordinamento è assicurato anche
con valori molto elevati dell’impedenza;
• verifica delle caratteristiche e/o dell’efficienza del dispositivo di protezione associato.

Nel caso di dispositivi di protezione contro le sovracorrenti (interruttori automatici, fusibili) questa v erifica
va eseguita mediante un esame a vista, valutando la corrente d’intervento in base alla caratteristica tempo-
corrente dell’interruttore e alla corrente nominale e al tipo di fusibile.
Per i dispositivi differenziali sono previsti sia l’esame a vista della caratteristica d’intervento sia una prova di
funzionamento con corrente differenziale non superiore a I dn. In quest’ultimo caso la prova può essere
eseguita subito a valle dell’interruttore e si può verificare l’efficienza della protezione per i punti lungo la
linea mediante una prova di continuità dei conduttori di protezione.

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Per i sistemi TT (impianti alimentati dalla rete pubblica di distribuzione) e per i quali il dispositivo associato
può essere solo di tipo differenziale, si devono eseguire l e prove seguenti:
• misura della resistenza di terra RE del dispersore al quale sono collegate le masse dell’impianto oppure
misura della resistenza dell’anello di guasto;
• verifica dell’efficienza del differenziale associato, da eseguire con le stesse modali tà indicate per i
sistemi TN.

Per i sistemi IT (con neutro isolato) l’efficienza della protezione va verificata mediante il calcolo o la misura
della corrente Id che si verifica nel caso di primo guasto a terra sul conduttore di fase, mentre per il secondo
guasto in un altro circuito la verifica va fatta come per il sistema TT o per il sistema TN, a seconda delle
condizioni che si presentano per l’impianto in esame in occasione di un secondo guasto a terra.

L’efficienza della protezione addizionale mediante interruttore differenziale va verificata mediante l’esame
a vista della caratteristica d’intervento e tramite una prova di funzionamento del dispositivo, da effettuare
con uno strumento di misura adatto, conforme alla norma CEI EN 61557-6 (CEI 85-29).
La prova di polarità consiste nel verificare la giusta polarità dei conduttori attivi (fasi e neutro). Serve, nei casi
in cui è vietato installare dispositivi di protezione sul neutro, a con- trollare che tali dispositivi siano installati
solo sulle fasi.
Nel caso di circuiti multipolari può essere richiesta la prova dell’ordine delle fasi, per verificare la giusta
sequenza della terna delle tensioni.
La prova di funzionamento si effettua sulle unità costituite da diversi componenti (per esempio, un motore
elettrico con il relativo avviatore), per verificarne il funzionamento, il corretto montaggio e installazione e la
regolazione dei dispositivi di protezione.
La verifica della caduta di tensione, se richiesta, può essere effettuata sia mediante il calcolo analitico sia
tramite la misura dell’impedenza del circuito. Nel primo caso si può eventualmente ricorrere a diagrammi
reperibili sulla letteratura tecnica, di cui un esempio, tratto dall’allegato 6D della norma CEI 64-8/6, è
riportato nella figura.
Il diagramma fornisce la lunghezza massima di una linea trifase con tensione nominale 400 V per la quale la
c.d.t. massima ammessa è il 4% della tensione nominale, in funzione della sezione del cavo (conduttori in
rame) e della corrente di carico. Nel caso di un circuito monofase funzionante a 230 V c.a., la lunghezza
massima ottenuta dal diagramma va divisa per 2, per tener conto della c.d.t. di ogni conduttore. Nel caso di
conduttori in alluminio, per i quali la resistività è 1,6 volte quella del rame e quindi la c.d.t. è maggiore a parità
di altre condizioni, la lunghezza va ulteriormente divisa per 1,6.
Per esempio, una linea con corrente di carico 10 A, con conduttori di sezione 2,5 mm2, ha una lunghezza
massima corrispondente alla c.d.t. 4% pari a 110 m se trifase con conduttori in rame, 55 m se monofase con
conduttori in rame, 68 m e 34 m rispettivamente se i conduttori sono in alluminio.

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LAVORI SUGLI IMPIANTI ELETTRICI E MANUTENZIONE
CLASSIFICAZIONE DEI LAVORI
Dei lavori sugli impianti elettrici si occupano, in particolare, due norme.
La norma CEI EN 50110-1 (CEI 11-48:2014) Esercizio degli impianti elettrici. Parte 1: prescrizioni generali è la
norma quadro di riferimento per tutti gli aspetti di indirizzo generali inerenti alle modalità operative delle
attività di lavoro sugli impianti elettrici, di quelle connesse agli impianti elettrici e di quelle svolte vicino a
impianti elettrici. Si applica a impianti con qualsiasi valore della tensione nominale, dalla bassissima all’alta
tensione.
La norma CEI 11-27:2014 Lavori su impianti elettrici si applica alle operazioni e alle attività di lavoro sugli
impianti elettrici, alle attività connesse agli impianti elettrici e a quelle svolte vicino a impianti elettrici.
Si riferisce a impianti funzionanti a qualunque livello di tensione e destinati alla produzione, alla trasmissione,
alla trasformazione, alla distribuzione e all’utilizzazione dell’energia elettrica, siano essi di tipo fisso, mobile,
permanente o provvisorio, e fornisce le prescrizioni di sicurezza da applicare alle procedure di esercizio, di
lavoro e di manutenzione.
Si applica a tutti i lavori elettrici e anche a quelli non elettrici come, per esempio, i lavori edili eseguiti in
prossimità di linee elettriche aeree o in vicinanza di cavi sotterranei. Non si applica ai lavori sotto tensione su
impianti a tensione superiore a 1000 V c.a. e 1500 V c.c., trattati nella norma CEI 11-15.
L’esecuzione di lavori su un impianto elettrico può causare un infortunio all’operatore: a tal e proposito la
norma CEI 11-27 precisa il significato dei seguenti termini:
• rischio: è la combinazione della probabilità e della gravità del possibile infortunio o danno per la salute
di una persona esposta a uno o più pericoli; quando è dovuto a un impianto elettrico si parla di rischio
elettrico;
• pericolo elettrico: è la fonte di un possibile infortunio in presenza di energia elettrica in un impianto
elettrico;
• infortunio elettrico: consiste nella morte o nella lesione a persone, causate da shock elettrico, da
ustione elettrica, da arco elettrico oppure da incendio o esplosione originati da energia elettrica, a
seguito di qualsiasi operazione di esercizio o di lavoro su un impianto elettrico.

La classificazione dei lavori parte dal concetto di zona di lavoro, così definita dalla norma CEI 11-27: “Zona
all’interno della quale devono essere compresi tutti i lavori elettrici di tipo operativo. All’interno della zona
di lavoro devono essere garantite le misure di prevenzione.

Zone di lavoro e relative distanze

Nessun estraneo deve entrarvi senza autorizzazione e nessun operatore deve compiere attività lavorative
fuori da essa”.
A seconda della distanza dalle parti attive (parti di impianto in tensione nel normale esercizio), le zone di
lavoro vengono classificate in modo diverso.
La norma prevede le seguenti tre zone:
• zona di lavoro sotto tensione: è lo spazio intorno alle parti attive, delimitato dalla distanza DL, nel
quale non è assicurato il livello di isolamento atto a prevenire il pericolo elettrico;
• zona prossima: è lo spazio esterno alla zona di lavoro sotto tensione delimitato dalla distanza DV;
• zona di lavoro non elettrico: è lo spazio esterno alla zona prossima delimitato dalla distanza DA9.

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A seconda della zona in cui si svolge, il lavoro si divide in non elettrico ed elettrico.
Il lavoro non elettrico è quello che viene svolto nella corrispondente zona della figura, ossia a distanza d dalle
parti attive accessibili di linee o di impianti elettrici minore di DA9 e maggiore di DV. Nel caso fosse d ≥ DA9,
si tratterebbe di lavoro senza rischio elettrico a cui non si applica la norma CEI 11-27.
Per lavoro elettrico si intende il lavoro svolto a distanza d ≤ DV da parti attive accessibili di linee o di impianti
elettrici. Esso comprende quindi i lavori nella zona prossima e nella zona di lavoro sotto tensione.
Si distinguono quindi due tipologie di lavoro elettrico.
• Lavoro sotto tensione: per gli impianti in bassa tensione (Vn ≤ 1 kV) è quello in cui il la- voratore deve
entrare in contatto con le parti attive in tensione per lo svolgimento dell’attività. Per gli impianti in
media e in alta tensione il lavoro sotto tensione si ha quando il lavoratore deve raggiungere l’interno
della zona di lavoro sotto tensione con parti del suo corpo o con attrezzi, con equipaggiamenti o con
dispositivi da lui maneggiati, sia in presenza che in assenza di contatto con le parti attive. La differenza
è dovuta al fatto che il maggior valore di tensione potrebbe produrre una scarica elettrica per arco
voltaico anche senza il contatto con la parte in tensione.
• Lavoro in prossimità di parti attive: è una qualsiasi attività lavorativa in cui un lavoratore entra nella
zona prossima con parti del proprio corpo, con un attrezzo o con qualunque altro oggetto, se nza
invadere la zona di lavoro sotto tensione. In molti casi questi lavori sono di natura non elettrica, come
la verniciatura, i lavori edili, il taglio dei rami ecc.

Si deve tener presente che la costruzione di un nuovo impianto elettrico, non ancora col legato ad alcuna
fonte di alimentazione, non presenta, da sola, alcun rischio elettrico, per cui a questa attività non si applicano
le prescrizioni della norma CEI 11-27. Occorre soltanto verificare l’assenza di possibili tensioni indotte e/o la
possibile prossimità di altri impianti già in esercizio.
La norma specifica anche che non costituiscono lavori sotto tensione, per qualsiasi valore della tensione
nominale dell’impianto, le operazioni seguenti:
• manovra degli apparecchi di sezionamento, di interruzione e di regolazione e dei dispositivi fissi di
messa a terra e in cortocircuito, nelle normali condizioni di esercizio, compresa la manovra mediante
fioretti isolanti;
• uso di rilevatori e comparatori di tensione, costruiti e impiegati nelle condi zioni specificate dal
costruttore o dalle norme di prodotto;
• uso di rilevatori di distanze isolanti, nelle previste condizioni di impiego;
• lavaggio di isolatori effettuato da impianti fissi automatici o telecomandati;
• utilizzo di dispositivi mobili di messa a terra e in cortocircuito;
• lavori nei quali si opera su componenti che fanno parte di macchine o apparecchi alimentati a tensione
non superiore a 1000 V c.a., anche se funzionanti a tensione superiore.

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