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ARZIGOGOLI

PIRANDELLIANI

dalla rivista annuale «Pirandelliana», a.10 (2016), p.13-24

Prendendo le mosse da una ricerca di Wolfgang Sahlfeld del 2001, si esamina in particolare la prima parte del romanzo Suo marito, nella quale è descritta in modo criptico la società letteraria italiana e particolarmente romana all'inizio del ventesimo secolo, scoprendone attraverso percorsi identificativi a volte molto complessi le reali identità. E' uno studio sulla presenza nei romanzi e nelle novelle di Luigi Pirandello di metonimie e di mascheramenti di persone prese della vita reale e a volte molto note, secondo un retaggio che nasce dalla scuola naturalistica di Verga e di Capuana.

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Quante volte Tutto per bene è stato ripreso nei teatri italiani e stranieri con il consueto rinnovato successo, segno della vitalità di un autore sempre presente sulle scene ormai da quasi un secolo? Tuttavia pochissimi hanno memoria di alcuni particolari legati a questa commedia, da lungo tempo caduti nell’oblio. Manca il ricordo di certe consuetudini, che furono oltre che di Pi- randello della maggior parte degli scrittori del suo tempo, Capuana e Verga in testa, di basare cioè l’ideazione artistica sull’aderenza ai fatti di cronaca, con documentazione minuziosa e con notizie raccolte da ogni parte: dalle pagine dei giornali, dalle testimonianze o da qualsivoglia al- tra fonte utile. Da qui l’immediatezza degli effetti sul pubblico, preparato a riconoscere sfumatu- re e allusioni, che col passare del tempo, come si diceva, sono andate via via dimenticate. È il caso del Tutto per bene (1920), da cui è scomparso il riflesso d’attualità che aveva ispirato già nel 1906 la novella omonima. Cominciamo dunque dalla novella e dai nomi usati in essa. Quale episodio di vita reale si

nasconde dietro le figure di Martino Lori e di Marco Verona, ladro quest’ultimo non solo della fedeltà della moglie del Lori ma anche delle scoperte del padre di lei, l'illustre scienziato profes- sor Bernardo Ascensi? Solo tre nomi non cambiano transitando dalla novella al dramma teatrale:

quello di Martino Lori, quello di Silvia, sua defunta moglie, e quello, del resto di poco rilievo, del marchese Flavio Gualdi, il fidanzato e poi marito della figlia. Tutti gli altri sì. Nella versione teatrale l’on. Marco Verona diviene il sen. Salvo Manfroni; il professor Bernardo Ascensi, luminare dell’università di Perugia, diviene Bernardo Agliani; e Ginetta, la fi-

glia adulterina di Martino Lori, diverrà Palma

Nel 1906, ai tempi della novella, l’identificazione poteva essere sufficientemente a porta- ta di mano, e quindi il mascheramento assai più necessario per evitare spiacevoli ripercussioni o eventuali querele. Nel 1920, all’epoca della commedia, Pirandello volle rendere più esplicito un nome in particolare, perché i tempi dello scandalo, o presunto tale, erano ormai lontani, per cui l’allusione non sarebbe stata percepita se non dai più attenti e di più lunga memoria. Ed ecco la ragione del cambiamento di quel nome, quello del “ladro”. Salvo Manfroni è infatti il metonimo di Guglielmo Marconi. Già, perché su Marconi esiste una letteratura di maldicenze quasi completamente oscurata dalla sua fama successiva, e che invece fu abbondante quando giovane autodidatta, senza aver mai condotto a buon fine i suoi studi, frequentava gli ambienti scientifici dimostrando una viva- cissima intelligenza e una spiccata capacità di utilizzare a fini pratici quanto veniva assimilando. Furono fondamentali per lui le lezioni private sull’elettromagnetismo che gli impartì il professor Vincenzo Rosa, del liceo scientifico di Livorno, e, più tardi, all’università di Bologna quelle che svolgeva ai suoi studenti (e lui non era tra questi) l’insigne maestro Augusto Righi, del quale poi frequentò il laboratorio. Bernardo Agliani è dunque la controfigura di Augusto Righi, l'ideatore della teoria scientifica sfruttata (e per le maldicenze “rubata”) nelle geniali applicazioni di Mar- coni sulle onde elettromagnetiche per le comunicazioni senza fili. Gli sviluppi che da allora ne derivarono un po’ dovunque crearono controversie infinite, dispute feroci sui brevetti, contesta- zioni sulla priorità delle scoperte, coinvolgendo oltre Marconi, che aveva creato a Londra la Wi-

Come spiegare tali diversità onomastiche?

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reless Telegraph and Signal Co., il tedesco Adolph Slaby, con l’analoga potente Telefunken, il russo Alexander Popov per l’utilizzo dei brevetti nell’est europeo: conflitti d'interessi tra scien- ziati e gruppi economici cui erano legati, polemiche più o meno strumentali, poi riflesse nella let- teratura marconiana 1 . Anche sul lato privato il brillante scienziato dava adito a molte maldicenze, sia per la sua esuberanza sentimentale, sia quando, per sciogliere il vincolo matrimoniale con la prima moglie, la scozzese Beatrice O’Brien, non esitò a prendere la cittadinanza fiumana. La città libera di Fiume, retta dal 1920 al 1924 in regime provvisorio dagli accordi di Rapallo, aveva infatti mantenuto in quei quattro anni la legislazione divorzistica introdotta da D’Annunzio durante la sua Reggenza del Carnaro. Era la prima volta che si realizzava in Italia l’occasione di ricorrere al divorzio, colta al volo dai due coniugi insieme a quanti altri allora seppero approfittare dell’in- sperata fortuna. Ma ritorniamo a Pirandello e agli interrogativi che le nostre affermazioni potrebbero sol- levare: - al di là della metonimia dei nomi, ci sono ulteriori conferme di tale identificazione? Nella sua biografia Gaspare Giudice 2 non manca di mettere in evidenza queste consuetu- dini narrative presenti in tante pagine dello scrittore, e ne allarga l’esemplificazione affermando:

in «

Manfroni». E noi sappiamo che dietro Giudice c’era un avallo di peso, che proprio in queste stes-

se pagine il biografo ci indica: « ad un capitolo di questa biografia

» 3 , e noi sappiamo altresì che queste note lo stesso Giudice

pubblicherà anni dopo 4 offrendoci un’ulteriore prova e una conferma del valore e dell’attendibili- tà del suo lavoro. E qui ancora una volta ci si pone il quesito sul perché ricercare ostinatamente il fatto di cronaca appigliandosi a queste forme, per l’epoca finanche pruriginose, di captatio del pubblico. In parte, si è già detto, ciò derivava dalla scuola del naturalismo zoliano e capuaniana; ma c’è da aggiungere anche un altro aspetto più speciosamente proprio, questo sì, del nostro scrittore. Un fondo di moralismo in lui mai spento, un tal qual gusto evangelico dello scandalo, un irrefrena- bile bisogno di colpire l'ingiusto il falso e il prevaricante, che ne avrebbero potuto fare il fustiga- tore dei costumi e il giornalista d’assalto che poi non fu. Ne abbiamo la prova sin dalle poesie del Mal giocondo, laddove attacca proprio il conte Gnoli, il maestro incontrastato della scuola roma- na, autore osannato delle Odi tiberine, e che lo sbarbatello ventiduenne apostrofa così a testa bas- sa: «Ma il conte Gnoli ahi quanto m’ha seccato, // e le scimmie, le scimmie, ohimè, d’Orazio? // Figliuolo mio, nessun l’ha bastonato?» 5 . Troveremo poi un'altra esemplificazione puntuale di questa scandalosa temerarietà pirandelliana nella collaborazione a «La critica», la rivista romana (1894-96) del marchese e musicologo Gino Monaldi, in cui il ventottenne e ancora semiscono- sciuto scrittore interpretò con evidente piacere il ruolo del polemista aggressivo e brillante, forse oltre anche i limiti che lo stesso morigerato marchese gli aveva assegnato 6 . Proviamo allora a muoverci su questo non facile terreno, lasciando Tutto per bene e co-

Suo Marito Ruggero Bonghi diventa Romualdo Borghi, in Tutto per bene Marconi diventa

sono

le parole del figlio Stefano in una delle sue note apposte

1 Per tutti cfr. l’ottima biografia di G. Masini, nella collana UTET La vita sociale della nuova Italia, Torino 1975.

2 Anch’essa pubblicata nella medesima collana UTET, Torino 1963, p. 246-48.

3 Ibid. p. 251.

4 In «Rivista di studi pirandelliani», XII (1994), 12/13, p.147-164. E c’è da chiedersi se dopo la scomparsa del bio - grafo e dell'indimenticabile amico (gennaio 2009) sia stato fatto alcunché per salvaguardare le sue carte dall’oblio e peggio dalla dispersione o dalla distruzione. Su Giudice v. il ricordo che gli ho dedicato nella «Nuova Antologia», n. 2251, lugl.-sett. 2009, p.153-166.

5 Con le scimmie d'Orazio Pirandello allude anche al giobertiano abate Luigi Maria Rezzi (1785-1857), riconosciuto fondatore della scuola romana e traduttore delle odi di Orazio.

6 V. ora la raccolta in L. Pirandello, Saggi e interventi, a c. di F. Taviani, con una testimonianza di A. Pirandello, Mondadori, Milano 2006, p. 90-148. Ma altrettanto puntuto sarà quando utilizzando il nome anagrammato Giulian Dorpelli curerà la rubrica Fra libri vecchi e nuovi (1896-1901) nella «Rassegna settimanale universale», ibid., p.

358-442.

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minciando proprio da Suo marito, il romanzo che nel suo primo capitolo ci offre una descrizione della vita mondana e culturale romana all’inizio del XX secolo con un pulviscolo di personaggi assimilabili a certe cronache mondane che avevano reso celebre il voluttuoso Duca Minimo e che oggi potrebbero appartenere – fatte tutte le dovute riserve di qualità e di stile – al genere che fu poi ad esempio della rubrica Api, mosconi e vespe della Serao o nei nostri poveri tempi con- temporanei del sito Dagospia o della trasmissione radiofonica La Zanzara. Protagonista del romanzo è l’emergente scrittrice Silvia Roncella, nativa di Taranto, la quale, dopo i primi successi letterari aveva deciso di trasferirsi nella capitale da quella sperduta

penisola salentina che era allora una delle tante regioni sconosciute dell’Italia unita. Il principale sostenitore delle scelte della scrittrice era il marito Giustino Boggiòlo che curava con grande im- pegno e con frutti e risultati invidiabili soprattutto la gestione economica del lavoro creativo del- la moglie. L’affermarsi di questa prima e inedita agenzia letteraria domestica con il trionfo dello spirito imprenditoriale del marito, produceva quindi sorpresa e gran fermento all’arrivo a Roma della coppia, tra l’altro in attesa del primo figlio. In Silvia Roncella era una trasparente raffigurazione di Grazia Deledda. La scrittrice, nata a Nuoro il 27 settembre 1871, poco più giovane di Pirandello, trasferitasi a Roma agli inizi del 1900 insieme al marito Palmiro Madesani dall’altra isola, la Sardegna ugualmente selvaggia e sconosciuta come la Sicilia o la Puglia salentina, aveva esordito giovanissima su una rivista romana, «L’ultima moda», del popolarissimo editore Perino, e con quei suoi primi scritti e poi con una intensa attività letteraria aveva conquistato l’attenzione e l’amicizia tra l’altro del conte Angelo De Gubernatis, uno dei primi sostenitori della letteratura al femminile, ideatore nel 1881 della «Cordelia, rivista mensile per le giovinette italiane», che l’aveva incoraggiata a pubblicare uno studio sulle Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna (1895), mentre Ruggero Bonghi, del pari interessato alla giovane esordiente, aveva voluto inserire una sua lettera-prefazione al romanzo d’esordio Anime oneste (1895). E per l’appunto nel romanzo Romualdo Borghi, il principale sostenitore della giovane scrittrice, è trasparentemente il Bonghi della realtà, pur con uno spostamento di date, perché Bonghi era morto già il 22 ottobre 1895. E cominciamo dunque dal pranzo mondano in onore della scrittrice emergente, che si svolge sulle pendici del Palatino nell’esclusivo ritrovo Al castello di Costantino, organizzato dal direttore della rivista femminile («non feminista») «Le Muse», Attilio Raceni. Può darsi che in lui Pirandello abbia raffigurato Angelo De Gubernatis? Diamo per valida questa mia ipotesi, perché d’ora in avanti cominceremo a muoverci su un terreno accidentato e con pochi strumenti di sostegno. C'è infatti un giovane e valoroso stu- dioso, Wolfgang Sahlfeld, che ha pubblicato una interessante ricerca, originariamente tesi di dot-

torato all'università di Neuchâtel, dal titolo Già un siciliano complicato

- La sfera pubblica let-

teraria nel romanzo italiano del primo Novecento (Pirandello, Rosso di San Secondo, Brancati, Patti) 7 , in cui, analizzando questa parte del romanzo pirandelliano, dà una diversa identità del Raceni. Secondo Sahlfeld si tratterebbe del poeta e scrittore Giovanni Cena. L'appoggio forte al suo argomentare egli lo trova nel banchetto offerto nel 1905 dalla «Nuova Antologia» in onore di Edouard Rod rimasto in memoria anche per i versi caricaturali che Remigio Zena vi dedicò citandovi esplicitamente il Cena, nonché nella metonimia Ra-ceni=Cena (come Borghi=Bonghi, Manfroni=Marconi) 8 . Ma queste metonimie non sono la sola arma in mano a Pirandello, che ne ha di altre più sottili: Silvia Roncella, ad esempio, non ha nulla nel nome che possa identificarla in Grazia Deledda, e neppure Giustino Boggiòlo ha nulla del reale Palmiro Madesani, né Bernardo Agliani di Augusto Righi, ecc. Dunque io credo che delle metonimie si debba fare un uso discreto, perché, se aprono di sicuro certe porte, non sono il solo grimaldello. E neppure il banchetto organizzato dalla «Nuova Antologia», può servire a questo scopo, perché era certa- mente una consuetudine dell'epoca, e molti altri se ne potrebbero ricordare, come quello in onore

7 Ed. Peter Lang, Berna 2001.

8 Ibid., p. 124-28 e pass.

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di

Fogazzaro in occasione della sua venuta a Roma, ricordato in «Ariel», il settimanale romano

di

Pirandello, nel numero del 3 aprile 1898 9 , e altri tanti ancora. La figurina aggraziata del

Raceni che esce dal mondo infantile di una mammà poetessa e delle sue amiche gentili e adoranti sulle cui ginocchia è cresciuto, fa certamente a pugni con la dura giovinezza del Cena, prove- niente da una povera famiglia contadina del canavese, giovane socialista umanitario, chiamato da Maggiorino Ferraris a fargli da redattore-capo della «Nuova Antologia», e che finì la sua breve vita nel 1917, a quarantasette anni, quando, ammalato di tisi, «fisicamente debolissimo, qual era, morì sfinito durante la guerra per aver prodigato tutte le sue scarse energie nel soccorrere fraternamente i profughi serbi» 10 . Al quasi coetaneo Cena, che tra l'altro aveva pressato energicamente il Ferraris 11 per la pubblicazione sulla «Nuova Antologia» del Fu Mattia Pascal, Pirandello era sinceramente affe- zionato, accompagnandolo nella sua evoluzione artistica con recensioni favorevoli, come fece per la raccolta poetica Homo, e scrivendo per lui una pagina di dolente compianto alla sua pre- matura scomparsa. Com'è possibile dunque raffigurare Giovanni Cena sotto le spoglie di un da- merino come Attilio Raceni, tutto preso dal suo fatuo impegno di organizzatore d'un simposio letterario, colto nelle prime pagine del romanzo mentre esce di casa e finisce per sua disgrazia travolto in un tumulto operaio dove perde l'elenco degli invitati, e si presenta dall'amica poetessa Dora Barmis scandalosamente in disordine e con un diavolo per capello per il terribile contrat- tempo? Sembrerebbe dunque più accettabile l'identificazione col De Gubernatis, che si presta

meglio alla fatuità del personaggio, raffigurato tra gli altri da Benedetto Croce in una sua diverti-

ta pagina, come «una onesta e gentile persona, di buone intenzioni, con certa tendenza a compia-

cersi di sé medesimo e una certa superficialità […]. Avendo studiato il sanscrito a Berlino col Weber […] infiammatosi di politica rivoluzionaria, si disaffezionò degli studi sanscritici, cercò qualcosa di più vivo e ardente […] e si fece fervido seguace del Bakúnin, sognando la rivolta ideale e la morte gloriosa per la causa dell'umanità. Le sue avventure e le sue delusioni in quella compagnia sono state da lui stesso raccontate, e può immaginarsi facilmente quali dovessero es- sere, tra quel poco scrupoloso anarchico russo e l'ingenuo giovinotto italiano. […] Più tardi, non

sapendo a quale altra nobile passione consacrarsi, indisse la celebrazione, pel 1890, del sesto an- niversario della morte di Beatrice, con esposizioni e recite e altre cerimonie, e vi perdette tutto il suo avere, riuscendo all'effetto di rovinarsi, come non pochi altri, per una donna, ma (e questa fu

la sua originalità) per una donna che non si sa se sia mai esistita» 12 . Questo il De Gubernatis che,

credo, sia incarnato perfettamente dal Raceni pirandelliano. Dove Sahlfeld riesce, è invece nell'individuazione del luogo del simposio, che corrispon- de nella realtà Al Castello dei Cesari (non di Costantino), un antico ristorante sull'Aventino, che aveva una vista grandiosa sui palazzi imperiali del Palatino, ora non più esistente, ricordato nelle guide e dal giornalismo mondano dell'epoca. La figura più rilevata e meglio disegnata accanto al Raceni, in questa fase del romanzo, è Dora Barmis. Ma mi pare qui non ci sia possibilità di identificarla date le qualità del personaggio troppo assimilabile a uno stereotipo di femme fatale assai diffuso all'epoca. La sensazione che a prima vista se ne ha, è di una Contessa Lara molto più disincantata, spregiudicata e calcolatrice della reale Evelina Cattermole, conosciuta personalmente da Pirandello, il quale poi, secondo una testimonianza attendibile, si recò con Capuana e altri frequentatori del suo salotto a visitarne

9 Cit. anche dal Sahlfeld, ibid., p. 132.

10 Dalla prefazione di Luigi Federzoni agli Indici per autori e per materie della Nuova Antologia dal 1866 al 1930, a c. di L. Barbieri (ed. anastatica nei Quaderni della Nuova Antologia, XXXI, Le Monnier, Firenze 1988), p. XVIII. V. anche nel Dizionario biografico degli Italiani, Ist. Enciclopedia italiana, vol.23, p. 489-93, Roma 1979, l'ottimo contributo dedicato al Cena da P. Craveri.

11 Pirandello in una lettera ad Angiolo Orvieto dice del Ferraris che era «in letteratura come un turco alla predica». Cfr. Carteggi inediti con Ojetti, Albertini, Orvieto, Novaro, De Gubernatis, De Filippo, a c. di S. Zappulla Muscarà, ed. Bul- zoni, Roma 1980, p. 315.

12 B. Croce, La letteratura della nuova Italia, saggi critici, vol.V, Bari 1950 3 , p. 388-93.

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la salma dopo la tragica morte (1896) 13 . Un'altra donna letterata che potrebbe averlo ispirato è

Sibilla Aleramo, all'epoca legata a Giovanni Cena. Ma la descrizione di Dora Barmis, «divisa da anni da un marito che nessuno aveva mai conosciuto, dagli occhi un po' bistrati, la voce un po' rauca, [che] diceva chiaramente con gli sguardi, coi sorrisi, con tutte le mosse del corpo come e

quanto conoscesse la vita, i fremiti del cuore e dei nervi, l'arte di contentare, di svegliare, d'irrita-

14 , ecc. ecc., è insieme allusiva ma troppo generi-

re i più raffinati e veementi desideri maschili

»

ca

per poterle dare una identificazione incontrovertibile. Una sicura identificazione è invece possibile per gli altri due coprotagonisti del romanzo,

la

coppia Maurizio Gueli e Livia Frezzi. Diciamo subito che si tratta di Domenico Gnoli e di

Vittoria Aganoor le cui vicende amorose erano ben note negli ambienti mondani e letterari. Ma l'identificazione si ferma qui, perché tutta la costruzione romanzesca, che si sviluppa sulla fasci- nazione esercitata dal Gueli sull'anima tormentata della Roncella, sulla fuga romantica dei due tra le rovine di Ostia e sulla vendetta ferina della Frezzi che accoltella quasi a morte il Gueli,

rientra nello sviluppo di una linea narrativa seguita da Pirandello anche nell'altro suo successivo

romanzo, Si gira

Aldo Nuti mentre questi a sua volta distoglie il fucile dalla belva e lo punta su quell'altra belva, la fatale attrice russa Varia Nestoroff e la uccide.

C'è da aggiungere che lo Gnoli rappresentò per Pirandello – per quel che lui stesso ce ne

fa intendere – una permanente suggestione artistica, che trova conferma proprio nelle riflessioni

tanti libri, soltanto quelli del Gueli erano riusciti a interessarla profonda-

mente. Ecco un uomo che doveva aver dentro un demonio simile al suo […], di quel profondo e caratteristico umorismo filosofico, in cui tuttavia la critica agra e spietata, disperatamente scetti-

ca e pur non di meno limpida e fiorita di tutte le grazie dello stile, era riuscita meglio a sposarsi

15 . La fascinazione di Domenico Gnoli con il suo frequente ri-

corso sin dagli anni giovanili alle duplicazioni e all'uso degli pseudonimi, durò per Pirandello fino al Délago di Quando si è qualcuno 16 e al Romeo Daddi della novella Nel gorgo e del succes- sivo lavoro teatrale Non si sa come, nome, questo di Romeo Daddi, ricavato dal romantico e più giovanile travestimento dello Gnoli, Dario Gaddi. E passiamo agli altri invitati al banchetto. La marchesa donna Francesca Lampugnani,

con la bizzarra fantasia creatrice

della Roncella: «

(1915), con l'altrettanto cruenta scena della tigre che sbrana lo sventurato

tra

»

«alta, dall'incesso maestoso, come se recasse sul seno magnifico un cartellino con la scritta: Pre-

17 , può ben essere individuata nella nobildonna

Beatrice Pandolfini dei principi Corsini, presidentessa del Lyceum Circolo femminile italiano co-

stituito a Firenze nel 1908, una delle iniziatrici del risveglio femminile agli inizi del '900 in Ita- lia. E i suoi accompagnatori, Riccardo Betti e Casimiro Luna, «venuti unicamente per far piacere a donna Francesca, […i quali] appartenevano a un altro clima intellettuale, al fior fiore del gior- nalismo, [e che] non avrebbero mai degnato della loro presenza quella riunione di letterati» 18 . Su

sidentessa del circolo di cultura femminile

»

di loro dobbiamo riflettere, perché il nostro Sahlfeld identifica Riccardo Betti con Riccardo

Bacchelli, questa volta secondo un meccanismo estrinseco, quello del nome di battesimo 19 . In realtà l'identificazione dei due personaggi dovrà seguire, a mio modo di vedere, una strada molto più tortuosa e un più difficile percorso.

13 Maria Borgese, La contessa Lara Una vita di passione e di poesia nell'Ottocento italiano, ed. Treves, Milano 1930,

p.240.

14 L. Pirandello, Tutti i romanzi, a c. di G. Macchia e M. Costanzo, Mondadori, Verona 1973, vol.I, p.596.

15 Ibid., p. 646, 619 e pass.

16 V. per tutti il primo che ne ha rivendicato la provenienza e l'origine, S. D'Amico, Bocca della verità, Morcelliana, Brescia 1943, p.132-33.

17 L. Pirandello, Tutti i romanzi, cit., p. 608.

18 Ibid., p. 608.

19 W. Sahlfeld, op. cit., p. 151: «Quanto al personaggio del Betti, l'analogia del nome di battesimo porta sulle tracce di Riccardo Bacchelli, che aveva cominciato a pubblicare in quegli anni». Di fatto Bacchelli, nato Bologna il 19 aprile 1891, aveva, alla data della pubblicazione di Suo marito solo 20 anni ed era appena agli esordi della sua attività letteraria, e perciò sicuramente sconosciuto a Pirandello quando componeva il romanzo.

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Cominciamo da Casimiro Luna, descritto in maniera approssimativa, con pochi tratti, «più gajo» del Betti e più facile agli scherzi. Nient'altro. Un secondo indizio gli dà poi una qualche maggior consistenza come collaboratore del Corriere di Milano 20 (cioè del «Corriere

della sera»). Ma c'è ancora un altro elemento che va messo in evidenza. Lo stesso nome appare in una novella del 1906 (Il sonno del vecchio), in cui Casimiro Luna è sempre il brillante giorna- lista descritto in Suo marito, qui però reduce da Londra, dove ha appena ottenuto una sensaziona- le intervista da Guglielmo Marconi, il giovane scienziato italiano, su una sua nuova scoperta scientifica, che ci rimanda all'altra novella dello stesso anno, da cui abbiamo preso le mosse, Tut- to per bene. La data (1906) coincide d'altra parte con quella dell'inizio della stesura del romanzo

e ci fa comprendere come Casimiro Luna nasca nello stesso momento e in un medesimo concepi-

mento, offrendoci anche la possibilità di azzardare un'altra ipotesi. C'è nella novella Il sonno del vecchio un inciso rivelatore, quando l'esordiente Vittorino Lamanna (alter ego dello stesso Piran- dello), vede nel salotto, dove leggerà la sua prima commedia, entrare per l'appunto Casimiro

Luna. Ecco l'inciso: «Vittorino Lamanna lo conosceva bene, fin da quand'era, come lui, un igno-

to […]. - Miro! Miro! Lo chiamavano tutti per nome, così, di qua e di là, ed egli aveva un sorriso

e una parola graziosa per ciascuno […]. Nel vederlo così vezzeggiato e incensato, Vittorino La-

manna pensava quanto facile dovesse riuscire a colui il far valere quel po' d'ingegno di cui era dotato, quanto facile la vita» 21 . Chi può essere dunque questo giornalista così conteso e ammirato da destare l'invidia del meno fortunato Vittorino? Se ci soffermiamo a esaminare le amicizie giovanili di Luigi Pirandel- lo, chi si cala perfettamente in questo modello è Ugo Ojetti, più giovane di quattro anni, che ave- va raggiunto un successo letterario strepitoso proprio dieci anni prima con un libriccino di inter-

viste (anzi, come Pirandello scriveva ancora nel Sonno del vecchio, di «interviste», così tra vir- golette, a sottolinearne l'anglicismo inaccettabile), Alla scoperta dei letterati (1895), che lo aveva lanciato in un turbinio di polemiche e gli aveva assicurato già a 25 anni una discussa celebrità da lui rinnovata con lo sfruttamento sistematico di sempre nuove polemiche 22 . Ci furono parecchi che, incorsi senza rendersene ben conto nelle spire delle nuove tecniche dell'intervista e nelle astuzie dell'intervistatore, se ne lamentarono aspramente. Verga fu uno di questi, in una lettera a Capuana: «Quello sciocco moscone dell'Ojetti, nella sua smania di demolir tutto e tutti per fare l'altarino a D'Annunzio, il quale in parentesi non ha bisogno di lui, mi fa dire che “per me il Da- niele Cortis del Fogazzaro è un volume immoralissimo”. Ho avuto questa bella sorpresa leggen-

do Alla scoperta dei letterati

23 . E non solo Verga, ma Pascoli, Capuana, Carducci, in tanti en-

trarono nell'agone delle polemiche suscitate dall'ojettanza (così Pascoli) del giovane iconoclasta. Quanto mai perspicua ci sembra dunque la riflessione conclusiva che fa Vittorino Lamanna: «E che vita è mai quella ch'egli vive? Una continua stomachevole finzione! Non uno sguardo, non un gesto, non una parola sinceri. Non è più un uomo: è una caricatura ambulante. E bisogna ridursi a quel modo per aver fortuna oggi?» 24 . Né sorprenda di converso il sodalizio con Pirandello durato tutta la vita, perché l'Ojetti brillante e estroverso, intutivo e amico di tutti, rapresentò, soprattutto negli anni della giovinezza, quel che al temperamento irsuto del siciliano non era mai riuscito di essere. Ma se ci fosse infine chi si chiedesse perché proprio quel romanzo con quel ritrattino ma-

»

20 L. Pirandello, Tutti i romanzi, cit., p. 616.

21 L. Pirandello, Tutte le novelle, a c. di L. Lugnani, Classici BUR, Bergamo 2007, vol. II, p. 284. Cito da questa rac - colta che mi pare la migliore dopo l'edizione canonica curata da Mario Costanzo nelle Opere dirette da Giovanni Macchia.

22 Sul clima letterario di quegli anni mi sia consentito rinviare a Gli anni della formazione premesso a L. Pirandello, Lettere della formazione 1891-1898, con appendice di lettere sparse 1899-1919, Bulzoni ed., Roma 1996, oltre naturalmente all'ottimo L. Mangoni, Una crisi di fine secolo. La cultura italiana e la Francia tra Otto e Novecento , Einaudi, Torino 1985.

23 Carteggio Verga Capuana, a c. di Gino Raya, ed. dell'Ateneo, Roma 1984, p. 362. La lettera di Verga da Catania è del 13 agosto 1896.

24 L. Pirandello, Tutte le novelle, cit. p. 284-85.

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scherato fosse stato dedicato a Ojetti «fraternamente», c'è da osservare che fu in virtù del loro sodalizio se Pirandello riuscì poi a collocare il romanzo presso un'altra casa editrice quando ven- ne respinto dall'editore Treves. E non è da pensare che, seppure Ojetti si fosse riconosciuto in

quella caricatura, ciò possa aver influito più che tanto sui loro rapporti amichevoli. Dunque, assodata l'equivalenza Luna=Ojetti, passiamo ora all'altro pontifex maximus del giornalismo, Riccardo Betti che viceversa, come dicevamo, è presentato in modo più circostan- ziato, così: «nello sguardo un po' languido, nei mezzi sorrisi sotto gli sparsi baffi biondissimi e nei gesti e nell'abito, come nella prosa dei suoi articoli, affettava la dignità, la misura, la corret-

tezza, le maniere tutte insomma del

apparenze, che ha la sua grande dignità da difendere e che sa dare all'occorrenza le sue belle stoccate vigliacche, soprattutto a chi si trova agli esordi. E infatti aveva scritto male della Casa dei nani 26 , il romanzo d'esordio della Roncella, e poi, quando La nuova colonia verrà rappresen- tata in teatro e salutata universalmente come un capolavoro, ecco che «solo il Betti, Riccardo

Betti, quel frigido imbecille tutto leccato, aveva osato dire nientemeno che La nuova colonia era “la Medea tradotta in tarentino”» 27 Chi dunque si nasconde sotto il Riccardo Betti del romanzo? Scorrendo il carteggio con Ojetti salta all'occhio una lettera di Pirandello da Girgenti del 24 settembre 1909, quando Suo marito era ancora in lavorazione, in cui rispondendo a una richiesta dell'amico («Che c'è fra te e l'on. Torre, corrispondente parlamentare – ahimè – del Corriere? […che] ha fatto fuoco e fiamme quando ha saputo che il Corriere stampava una novella tua?»), assicurava di non conoscerlo af- fatto, e aggiungeva: «Gratuito nemico! Forse perché faceva parte una volta del Giornale d'Italia. Qui, mio caro Ugo, sorgono e prosperano parecchi olivi che, quantunque simboli di pace, mi fan-

no segretamente la guerra, chi sa perché!» 28 . Ora va detto che Domenico Oliva, critico teatrale del «Giornale d'Italia», s'era legata al dito una stroncatura ricevuta dal ventottenne Pirandello, e, a distanza di alcuni anni, aveva consumato la sua fredda vendetta in una rassegna sui Recenti versi italiani, ospitata dalla «Nuova Antologia», giudicando Zampogna meritevole di segnalazio- ne sol perché «si elevava al di sopra di una grigia mediocrità» 29 . Nel Riccardo Betti potrebbe dunque essere riconoscibile Domenico Oliva? Certamente, ma a me rimane il dubbio che nella descrizione così accurata del personaggio possa nascondersi qualcun altro, forse Renato Simoni, critico teatrale del «Corriere della sera», in gioventù fornito di capelli e baffi color biondo veronese Un'altra coppia a mio modo di vedere facilmente identificabile è quella di Raimondo Jà- cono e di Flavia Morlacchi, presentata quasi soltanto nel banchetto all'Aventino. È la breve carat- terizzazione di un'altra coppia turbolenta e facile alle violenze: «Sgraffiature? – fece la Barmis –

30 . Ora, erano noti i

Ma si sono bastonati, caro mio! Sputati in faccia; sono corse le guardie

rapporti burrascosi della coppia Serao-Scarfoglio, che poi portarono alla loro separazione nel 1904, ma ancor più era nella memoria di tutti quella terribile vicenda di cui fu protagonista lo Scarfoglio («quell'odiosissimo napoletanaccio» secondo la Barmis 31 ), col suicidio sulla porta di casa sua di una cantante francese che gli aveva dato una bambina, poi generosamente allevata dalla Serao. La mascheratura dei personaggi porta a fare dell'abruzzese Scarfoglio un napole- tanaccio per i suoi noti legami giornalistici con la città partenopea; mentre la Serao assumeva quel curioso cognome per un probabile riferimento al suo luogo di nascita (Patrasso, città greca, divenuta per una traslazione d'ambito balcanico, la Morlacchia della costa orientale adriatica). Sahlfeld invece si fa guidare ancora una volta dal nome di battesimo, e dà a Flavia Mor-

no, du vrai monde» 25 . Un personaggio che bada molto alle

»

25 L. Pirandello, Tutti i romanzi, cit., p. 608.

26 Ibid., p. 602.

27 Ibid., p.685.

28

Carteggi inediti

,

cit. p. 47-48.

29 La ricostruzione dell'episodio è nei miei Colloqui con Pirandello, ed. Polistampa, Firenze 2005, p. 94-96 e 181-82.

30 L. Pirandello, Tutti i romanzi, cit., p. 602.

31 Ibid., p. 602.

8

lacchi l'identità di Flavia Steno 32 , scrittrice prolifica non meno della Serao ma su un piano molto

più d'appendice. A proposito del ritrattino fattone da Pirandello, che così la descrive in attesa del-

l'arrivo degli altri invitati al banchetto: «

palpebre gravi

via Roncella, tanto più giovane di lei, ancor quasi principiante, inculta, digiuna affatto di poe- sia» 33 , dobbiamo osservare che quel tanto più giovane di lei s'adatta alla Serao, nata nel 1856, ma non ad Amelia Osta Cottini, in arte Flavia Steno, nata a Lugano nel 1879 (o nel 1877, la data è incerta), evidentemente più giovane della Deledda, nata nel 1871. Ciò che disvia invece e com-

plica la nostra ipotesi, è che la Morlacchi sembra dilettarsi di poesia, e a noi non risulta né che la Serao e tanto meno la Steno abbiano avuto inclinazioni in tal senso. Aggiungasi il curioso parti- colare del nome: «Mica vero che si chiama Flavia: Gaetana si chiama, Gaetana» 34 . L'unico riferi- mento che mi viene in mente è che Aleardo Aleardi anche lui in realtà aveva per nome di battesi - mo Gaetano. Infine, le opere della Morlacchi (il romanzo La vittima, i «versi meravigliosi» di Fiocchi di neve e un dramma applauditissimo soprattutto in provincia, La discordia 35 ) non hanno nulla che ci possa ricondurre ai lavori della Serao o della Steno, rimangono lì, come titoli usciti dalla fantasia di Pirandello. Potremmo ora dire d'aver esaurito il nostro difficile percorso nel pulviscolare teatro lette- rario della terza Roma pirandelliana. Di personaggi ne rimangono fuori ancora parecchi; ma sono poco più di apparizioni, di contorno alla scena principale, schizzati appena. Tuttavia proviamo ad azzardare ancora altre identificazioni:

occhi torbidi e scialbi, di capra morente, le grosse

che non sa se pentirsi «d'essersi abbassata a fare onore anch'essa a quella Sil-

gli

»,

Faustino Toronti, «il novelliere piacentino lezioso e casto» 36 , potrebbe essere Antonio Fogazzaro, non «piacentino» ma vicentino, non «novelliere» ma romanziere, ma senz'altro «lezioso e casto». Donna Maria Rosa Bornè-Laturzi, «quell'onesta gallina faraona» 37 , incorre nelle maldi- cenze di Casimiro Luna: «come poetessa era un'ottima madre di famiglia, e non ammetteva che la poesia e l'arte in genere dovesse servire di scusa al malcostume» 38 . Il ritratto di Maria Alinda Bonacci Brunamonti mi pare ci sia tutto, anche se le date non corrispondono, essendo la Brunamonti morta già nel 1903; e infatti curiosamente la frase citata è con i verbi al passato. Filiberto Litti, professore di archeologia: di lui Pirandello ci offre un ritratto che potrebbe essere già il personaggio d'una sua novella: «lungo, asciutto, legnoso, con baffoni bianchi e moschetta, un pajo d'enormi orecchie carnose e paonazze, parlava, balbutendo un po', delle

rovine del Palatino, come di cosa sua

39 . Identificarlo nel variegato mondo dei professori e

degli appassionati di archeologia antica, numerosissimi a Roma, mi pare difficile. Le riflessioni del Litti sono peraltro le stesse di Pirandello sulla Roma dei nani: «Pensava che tutti costoro vivessero a Roma come avrebbero potuto vivere in qualunque altra città moderna, e che la nuova popolazione di Roma era composta di gente come quella, bastarda, fatua e vana. Che sapevano di Roma tutti costoro?» 40 . Sahlfeld le accosta a quel che in quel tempo scriveva Diego Angeli sulla «Nuova Antologia» 41 . Ma l'accostamento mi sembra improprio perché nel Litti, come dicevamo, sono riflesse le meditazioni sull'antico e sul moderno dello stesso Pirandello, acutamente indivi- duate e ricostruite da Santo Mazzarino nell'ultimo suo libro postumo 42 .

»

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42

W.

Sahlfeld, op. cit., p. 139.

L.

Pirandello, Tutti i romanzi, cit., p. 605-6.

Ibid., p. 602.

Ibid., p. 834.

Ibid., p. 604.

Ibid., p. 601.

Ibid., p. 610.

Ibid., p. 604.

Ibid., p. 609.

W. Sahlfeld, op. cit., p. 171

Santo Mazzarino, Pirandello Die Neuere und die Alte Geschichte Italiens, aus dem Nachlass herausgegeben von M.

A. Cavallaro, unter Mitarbeit von W. Hirdt, ed. R. Habelt, Bonn 2007.

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Un'altra poetessa, questa inventata di sana pianta, è la Bertolè-Viazzi, con un marito, se- condo le parole della Barmis, «addirittura terribile» che con le ripetute gravidanze impedisce alla poverina di scrivere un poema sui ricordi della sua eroica famiglia, nonno garibaldino, padre morto a Bezzecca 43 . Ora il nome che naturalmente viene subito in mente è quello di Ettore Berto- lè Viale (1829-1892), capo di gabinetto di Manfredo Fanti, il quale, ministro della guerra nell'ul- timo governo Cavour (1860-61), lavorò allo scioglimento o più esattamente allo smantellamento dell'esercito meridionale, come ufficialmente veniva denominato l'esercito dei volontari garibal- dini. Operando in tal modo i due si guadagnarono l'esecrazione e la perenne avversione di Gari- baldi e dei suoi. Successivamente Bertolè Viale fu a sua volta ministro della guerra nei tre mini- steri Menabrea (1867-69), e molto tempo dopo, con lo stesso incarico, fu riesumato da Depretis prima, e confermato poi da Crispi, quando quest'ultimo succedette all’«irto spettral vinattier di Stradella» nei ministeri dal 1887 al 1891. Un personaggio, il Viale, esponente di quella consor- teria legata strettamente alla monarchia e ai gruppi politici più conservatori, che dopo l'unifi- cazione aveva operato a render vani gli ideali del Risorgimento, da Pirandello, discendente di garibaldini, profondamente disprezzata e avversata, condividendo l'invettiva carducciana in mor-

te di Vincenzo Caldesi: «Impronta Italia domandava Roma, // Bisanzio essi le han dato». Tutto

ciò a conferma della sua sensibilità verso questi temi, affioranti soprattutto nella poesia giovanile

e poi rimasti a lungo sottotraccia, e che traboccano poi invece nell'altro romanzo I vecchi e i giovani, pubblicato nella sua prima forma incompleta a puntate nella «Rassegna contemporanea»

nel corso del 1909 44 . E a questo punto mi viene un pensiero impertinente: - che il grembo sempre fecondato della poetessa Bertolè-Viazzi non sia quello stesso di Pirandello, allora fecondissimo

autore di tre romanzi quasi in contemporanea (I vecchi e i giovani, Suo marito, Si gira

) oltre

che di tante novelle covate qua e là, di cui la terribilissima moglie con le sue mene ostacolava la gestazione?

Ed ecco il giornalista Paolo Baldani, «venuto da poco da Bologna, bellissimo giovane e critico eruditissimo, facitor di versi e giornalista» 45 , colui che suggerirà alla Roncella il tema del suo nuovo dramma, Se non così, ricavato da una novella delle sue Procellarie 46 . È, all'impronta,

un ritrattino del bolognese Goffredo Bellonci, dal 1907, a venticinque anni, entrato al «Giornale

d'Italia», il quotidiano romano diretto da Alberto Bergamini, e divenutone in poco tempo l'ascol-

tatissimo critico letterario della terza pagina, la novità giornalistica del momento. Molto sfumate e quasi evanescenti altre figurine di giornalisti, ad eccezione forse del tirocinante Tito Lampini, che entra in scena «saltellando secondo il solito suo, […] Ciceroncino

come lo chiamavano, autore anche lui d'un volumetto di versi; smilzo, dalla testa secca, quasi calva, su un collo da cicogna, riparato da un solino alto per lo meno otto dita» 47 . Sahlfeld sembra incerto se individuarlo in Tito Marrone o in Fausto Maria Martini, entrambi ammiratori e seguaci

di Sergio Corazzini, venerato maestro del crepuscolarismo nella Roma d'inizio secolo. Ma, a

giudicare da qualche fotografia giovanile del Marrone, il ritrattino pirandelliano ne è una perfetta riproduzione, sovrapponibile all'originale.

Mi rimane il rammarico, in chiusura, di non esser riuscito a smascherare «il poeta veneziano Cosimo Zago, rachitico e zoppo d'un piede, […descritto mentre] con un vecchio pa- strano inverdito che gli sgonfiava da collo, aveva posato sulla cimasa [del parapetto del risto- rante] una mano nocchieruta, dalle unghie rose, deformata dallo sforzo continuo di spingere la stampella, e ora, socchiudendo gli occhi dolenti dietro gli occhiali, ripeteva come se non avesse mai goduto in vita sua di tanta festa di luce e di colori: - Che incanto! Come inebria questo sole!

43 L. Pirandello, Tutti i romanzi, cit., p. 651-2.

44 Su ciò mi sia consentito rinviare al mio Sulla datazione del Pianto di Roma e di altre poesie di Luigi Pirandello, in «Nuova Antologia», n. 2253, Genn.-Marzo 2010, p.317-28.

45 L. Pirandello, Tutti i romanzi, cit., p. 759.

46 Ibid., p. 772.

47 Ibid., p. 606.

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Che vista!» 48 . Lo stesso Zago, qui presentato in attesa degli altri convitati al banchetto mentre si gode il sole primaverile di Roma, sarà poi protagonista di un maldestro tentativo di seduzione della Barmis, che lo scaccia 49 , e infine autore della riduzione in versi dell'opera ricavata da La nuova colonia, messa in musica dal giovine maestro Aldo di Marco, veneziano (anche lui), israe- lita e ricchissimo 50 . Sahlfeld lo identifica senza esitare in Emilio Zago, celebre attore dialettale veneziano, descritto da Ojetti in una delle sue Cose viste nel suo aspetto di vecchio ben conserva- to e vitale, tutt'altro che infermo e claudicante 51 . L'identificazione non mi convince, sia per la corrispondenza del nome, contraria agli schemi pirandelliani sempre fantasiosi nella creazione delle metonimie, sia per la differenza dell'uno dall'altro, sebbene Sahlfeld voglia giustificarla a contrariis.

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Termino qui questa ricerca suscitata dalla bella provocazione di Wolfgang Sahlfeld, il quale affronta di seguito un tema del pari stimolante, quello dell'entourage pirandelliano, attraverso la lettura di un'altra opera affascinante e poco nota, Incontri di uomini e di angeli (1946) di Rosso di San Secondo. Ma essendo quel testo del tutto trasparente nell'individuazione delle metonimie e senza le difficoltà disseminate viceversa dal sulfureo nostro Autore, a me non resta che rinnovare la segnalazione del libro del Sahlfeld e rinviare su di esso la curiosità dei lettori.

Elio Providenti

48 Ibid., p. 604-5.

49 Ibid., p. 648-49.

50 Ibid., p. 755. Anche il di Marco mi sembra difficile da identificare, proveniente dalla rinomata scuola musicale veneta che stava allora formando, ad esempio, un Gian Francesco Malipiero (1882-1973), troppo giovane però per essere allora conosciuto da Pirandello, che poi in effetti gli diede a musicare La favola del figlio cambiato.

51 W. Sahlfeld, op. cit., p. 139-40.