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N° 3 / ESTATE 2019 JACOBINITALIA.

IT
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

DA JACOBIN MAGAZINE
La casa. Il sogno
middle class
si è fatto incubo

Il nemico
capitale
della
democrazia
N° 3 / ESTATE 2019

12 euro

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INTERNAZIONALE_Stampa2
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«Al Smith osservò una volta
che “l’unica cura per i mali della
democrazia è una maggiore
democrazia”. Dalla nostra analisi
traspare che l’applicazione
di questa cura oggi equivarrebbe
ad aggiungere esca al fuoco.
Invece, taluni dei problemi
di governo degli Stati uniti
scaturiscono oggi da un eccesso
di democrazia. […] IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

Ciò che occorre alla democrazia


è, invece, un maggior grado
di moderazione»
Samuel Huntington
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Separati

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Editoriale

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SOMMARIO

Goodbye alla nascita


Democracy Nel Diciassettesimo secolo il

Nel lungo
capitalismo e le pretese dei
possidenti erano già entrati in
periodo Keynes conflitto con la democrazia.
Lo dimostra la storia del
è morto? movimento dei Levellers

Marco Bertorello Luca Addante


Danilo Corradi

Il bivio Democrazia
30 22

38 26
dell’Europa è contro
un vicolo cieco capitalismo
Giuseppe Montalbano Marta Fana

Ti sfrutto senza Democrazia


distinzioni sovranista
Il movimento contraddittorio del e sciovinismo
del benessere
capitale ci rende tutti uguali, per
via della sua faccia progressiva e
universalistica. Piccolo particolare:
ci rende uguali nello sfruttamento Donatella Di Cesare

Marta Fana intervista


Emiliano Brancaccio

L’élite è peggio Esercizi


56 44

60 50

del popolo di una politica


Giacomo Gabbuti del(la) comune
Salvatore Cannavò

Non c’è La democrazia


democrazia economica
senza tra crisi e
partecipazione ristrutturazioni
David Broder Simone Fana

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I sette peccati Il Mondo
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del capitale Nuovo
Il presidente è uno showman L’elettore sceglierà
Girolamo De Michele Il nuovo Presidente.
Se le masse si rassegnano Tutti i particolari
Silvia Costantino in cronaca distopica
Le città migranti
Elisa Albanesi
Il potere meritocratico Storia politica
Davide Villani
Regimi di verità
dell’invidia
Giuliano Santoro
Giuliano Santoro
Le atrocità psicopolitiche
Luca Pisapia
L’apocalisse climatica
Valerio Renzi La via cinese
al capitalismo
Governare
94 86

Simone Pieranni
col razzismo
Miguel Mellino Il collante
del genere
Se lo Myra Marx Ferree
sfruttamento
diventa La democrazia
familiare delle utopie reali
Sara Garbagnoli
Autogestione produttiva
Confederalismo democratico
Algoritmo
98

Giulio Calella

e mezzi
Neomunicipalismo
Gaia Benzi
di predizione Democrazia e beni comuni
Rocco Alessio Albanese
Giuliano Santoro intervista Pianificazione democratica
Marco Deseriis Lorenzo Zamponi

La casa. Il sogno middle class si è fatto incubo


La trappola I padroni Kreuzberg La stampa Un tetto
128
112

118

132
125

della a casa nostra Against ci specula per diritto


proprietà Laurie the Machine Redazione
David Dayen Macfarlane Loren Balhorn Dawn Foster Jacobin Magazine

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Citoyens

Desk Giacomo Gabbuti Sara Garbagnoli


David Broder Piero Maestri Myra Marx Ferree
Giulio Calella Sabrina Marchetti Miguel Mellino
Salvatore Cannavò Francesco Massimo Luca Pisapia
Marta Fana Marie Moïse Davide Villani
Giuliano Santoro Assia Petricelli Simone Pieranni
Lorenzo Zamponi Alberto Prunetti Valerio Renzi
Bruno Settis
Redazione Wu Ming 1 Illustratori
Elisa Albanesi Frita
Gaia Benzi Art director Pronostico
Marco Bertorello Alessio Melandri Daniela Tieni
La Tram
Wolf Bukowski
Francesca Coin Hanno collaborato
COPERTINA
Danilo Corradi Luca Addante Martoz
Girolamo De Michele Rocco Alessio Albanese
Sara Farris Silvia Costantino Web Master
Simone Fana Donatelle Di Cesare Matteo Micalella

Jacobin Italia Direttore responsabile


Rivista trimestrale Salvatore Cannavò
n. 3 - estate 2019
Chiuso in tipografia il 20 maggio 2019
Autorizzazione del Tribunale di Roma
n. 173/2018 rilasciata il 25/10/2018 Stampa
Arti Grafiche La Moderna S.r.l.
Testata e articoli tradotti via Enrico Fermi, 13/17
da Jacobin Usa su licenza di 00012 Guidonia Montecelio (Roma)
Jacobin Foundation Ltd
388 Atlantic Avenue Distribuzione in libreria
Brooklyn NY 11217 Messaggerie Spa
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Abbonamenti (4 numeri)
Editore Digitale: 24 euro
Digitale + cartaceo: 36 euro
Spedizioni in paesi Ue: 20 euro
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Edizioni Alegre società cooperativa
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www.edizionialegre.it info@jacobinitalia.it

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Goodbye
Democracy

D
opo una campagna elettorale piuttosto noiosa, digerita l’abbuffata
di analisi, interpretazioni e scenari che hanno seguito il voto per il
parlamento europeo vogliamo sfidare la vostra pazienza. Pensiamo
sia il momento giusto di interrogarci sul senso della democrazia, su
cosa è diventata dopo quarant’anni di controrivoluzione neoliberale
e su come potrebbe funzionare un sistema in cui tutti e tutte concre-
tamente prendono parte alle decisioni collettive. Lo facciamo dopo
un momento paradossale, teatro dell’assurdo, durante il quale chi si
è recato alle urne ha contribuito a eleggere dei rappresentanti che non hanno concreta
possibilità di influire sul processo legislativo europeo. Al tempo stesso, e qui la storia si
fa ancora più ingarbugliata, i rappresentanti eletti su scala nazionale, quelli che in teoria
avrebbero la possibilità di esercitare il potere legislativo, sbattono contro il muro di gom-
ma dei trattati che hanno edificato l’Unione europea.
Questo vicolo cieco costituito dall’incastro tra gli organismi che tradizionalmente rap-
presentano la sovranità nazionale con quelli disegnati dalla governance europea viene
descritto da Giuseppe Montalbano. Prima di lui, lo storico Luca Addante rievoca uno dei
momenti in cui la contraddizione tra democrazia e capitalismo si manifestò: fu un secolo
prima della Rivoluzione francese, in occasione della rivendicazione della generalizzazio-
ne del diritto di voto avanzata dai Levellers inglesi, nella seconda metà del Diciassette-
simo secolo. Da una prospettiva diversa, legata agli assetti del capitalismo contempo-
raneo, anche la filosofa Donatella Di Cesare indaga il nesso tra sovranità e capitalismo,
riflettendo sulle analogie tra nazionalismo e ossessione proprietaria. Marco Bertorello e
Danilo Corradi mettono a verifica alcune delle ricette keynesiane che hanno funzionato
negli anni del compromesso tra capitale e lavoro nel cuore del Novecento. Fino a che
punto potrebbero funzionare nello scenario attuale? Marta Fana ed Emiliano Brancac-
cio ragionano del rapporto tra dimensione nazionale e sovranazionale nel contesto dello
sfruttamento universale del capitalismo. E Simone Fana focalizza la sua analisi sulla rap-
presentanza e le relazioni industriali.
N. 3 ESTATE 2019

Lo svuotamento della democrazia, scrive Giacomo Gabbuti, passa anche per la circola-
zione di teorie neo-elitarie, che proprio in nome del politicamente corretto vorrebbero met-
tere da parte la massa di cosiddetti «analfabeti funzionali». David Broder sottolinea come
la retorica della democrazia diretta sottovaluti l’importanza dell’organizzazione collettiva e
dell’auto-formazione. Per Salvatore Cannavò, invece, la sfida di costruire nuovi istituti de-
mocratici che vadano oltre la rappresentanza è l’unico antidoto alle forme neo-plebiscitarie,
e in fondo profondamente liberali, che prosperano approfittando della crisi della politica.
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A questo punto ci siamo accorti che alcune delle caratteristiche antidemocratiche dei
nostri tempi sono state descritte in forma iperbolica dalla letteratura distopica. Così ab-
biamo chiesto a Girolamo De Michele, Elisa Albanesi, Silvia Costantino, Davide Villani,
Giuliano Santoro, Valerio Renzi e Luca Pisapia di ragionare attorno ad alcuni romanzi e al
modo in cui ci aiutano a riconoscere come il potere agisce nelle nostre vite. Nell’inserto,
trovate la prima pagina di un quotidiano, uno spaccato delle notizie che arrivano diretta-
mente da un mondo distopico.
La controrivoluzione neoliberista ha rotto definitivamente ogni argine in senso an-
tidemocratico quando ha messo davanti a tutto l’esaltazione della libera iniziativa pri-
vata, nelle ricette macroeconomiche come nella riproduzione delle forme di vita. Di
questo si occupa Giuliano Santoro prendendo le mosse dal pensiero di Friedrich Von
Hayek. Simone Pieranni affronta il tema della Cina e di come dalla Rivoluzione cultu-
rale di Mao sia arrivata a sperimentare una via antidemocratica al capitalismo. Miguel
Mellino riflette sul razzismo e spiega come, nelle democratiche società occidentali, sia
sempre stato non un’eccezione disdicevole ma elemento strutturale della produzione
capitalistica. Ci sono poi forme di sopraffazione che non riconosciamo e che avvengono
tutti i giorni sotto i nostri occhi: sono quelle di genere. I testi di Myra Marx Ferree e Sara
Garbagnoli dimostrano come le tendenze sovraniste, xenofobe e reazionarie coincida-
no con l’ossessione di ripristinare l’autorità della «famiglia naturale». Marco Deseriis in-
vece ricostruisce il rapporto tra piattaforme digitali e nuove forme autoritarie (spoiler:
c’entra il controllo pervasivo e permanente). Infine, passiamo in rassegna alcuni casi
in cui nuove forme di democrazia vengono sperimentati: l’autogestione produttiva, il
confederalismo democratico, la democrazia dei beni comuni, il neomunicipalismo e la
pianificazione democratica.
La sezione ripresa dal numero di Jacobin Magazine che esce contemporaneamente a
noi negli Usa si occupa del diritto alla casa e delle lotte per l’abitare, temi centrali nella
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

vita di tutti e tutte e decisivi nel deflagrare della crisi del 2008, legata ai mutui subpri-
me. David Dayen affronta proprio questo aspetto, analizzando numeri e composizione
sociale della tempesta finanziaria che ha spazzato l’abitazione di quasi 30 milioni di
statunitensi. Laurie MacFarlane ripercorre il modo in cui Margaret Thatcher, con la scu-
sa di garantire il diritto alla proprietà, ha dato il via anche in questo campo a un ciclo
reazionario. Tutto ciò non ha mai trovato spazio nelle narrazioni mainstream, spiega
Dawn Foster. Un’altra storia sotterranea e rimossa è quella delle occupazioni nel quar-
tiere berlinese di Kreuzberg che racconta Loren Balhorn. Infine, una tavola rotonda tra
attivisti nordamericani affronta il nodo di come lottare per il diritto alla casa.
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DEMOCRAZIA
ESTATE 2019
N. 3
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Nel Diciassettesimo secolo, prima ancora della rivoluzione industriale,
il capitalismo e le pretese dei possidenti erano già entrati in conflitto
con la democrazia. Lo dimostra la storia del movimento dei Levellers

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IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA


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T
ensioni fra democrazia e capitalismo si manifestarono prima che
entrambi dispiegassero le ali, in un’assemblea tenuta nel 1647 in
un sobborgo londinese: Putney. Divampava da tempo la Rivolu-
zione inglese, con la guerra fra re Carlo I e il Parlamento. Il con-
flitto politico e sociale s’aggrovigliava a quello religioso; e la guer-
ra proseguì finché la Camera dei Comuni diede vita a un nuovo
Luca Addante esercito, il New Model Army, che sbaragliò le forze regie. Non era
esercito di mercenari, come usava al tempo, ma di volontari, de-
voti alla causa per la «comune libertà». Guidato da sir Thomas Fairfax, il leader carisma-
tico si chiamava Oliver Cromwell.
Sconfitto il re, i Comuni ci si volevano accordare e sciogliere l’esercito; ma la spinta
dal basso delle truppe lo impedì. Nel ’47 i soldati imposero agli ufficiali un comando
democratico, con la creazione del Consiglio generale, formato su base paritaria dai
generali e da rappresentanti dei soldati eletti da ogni reggimento: gli Agitators. Così,
l’esercito prese in ostaggio il re, s’impegnò a non sciogliersi fin quando non fossero
state garantite le libertà del popolo, occupò Londra.
La svolta radicale del New Model Army doveva molto alle idee di un movimento
londinese: li chiamavano Levellers, i livellatori. Guidati da una leadership plurale,
animati da artigiani, garzoni di bottega, mercanti, tessitori, stampatori e da un nu-
mero notevole di donne, i Levellers avevano le sedi in taverne come la Windmill e la
Whalebone Tavern. Dotati di una cassa comune, di torchi per la stampa, di un pe-
riodico e d’un simbolo ufficiale (il nastro verde-mare), erano capaci di raccogliere
migliaia di firme per le proprie petizioni, di mobilitare la popolazione in occasione
di cortei e di altre manifestazioni di protesta.
Occupata Londra dall’esercito, i Levellers lanciarono una campagna a sostegno di un
abbozzo di costituzione, l’Agreement of the People, discusso dal Consiglio del New Mo-
del Army proprio in quell’assemblea tenuta a Putney evocata in apertura. Fondato sulla
sovranità del popolo, l’Agreement assegnava il potere supremo a una Camera eletta a
suffragio universale maschile, da rinnovare ogni due anni. Era la prima volta che una
simile proposta veniva avanzata in Occidente e, ovviamente, a Putney suscitò scalpore.
Ad alcuni parve inconcepibile «che ogni uomo che abiti nel Paese debba essere con-
siderato egualmente, e debba avere un eguale voto nell’elezione». A sollevare dubbi fu
soprattutto il genero di Cromwell, Henri Ireton che, incredulo,
chiese conferma d’aver capito bene. Il leveller Maximilian Pet-
ty confermò e, di rinforzo, il colonnello Thomas Rainsborough Luca Addante
dichiarò: «Io penso che l’essere più povero che vi sia in Inghil- è professore di Storia
terra abbia una vita da vivere quanto il più grande; e perciò moderna all’Università
credo sia chiaro che ogni uomo che ha da vivere sotto un go- di Torino. Si è occupato
verno, debba prima col suo consenso accettare quel governo». in prevalenza di
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Ireton eccepì che il diritto di voto spettasse alle «persone movimenti e personalità
nelle cui mani è tutta la terra e ai membri delle corporazio- del radicalismo politico
ni, che hanno nelle loro mani tutto il commercio», adom- e religioso. Tra i suoi
libri Eretici e libertini
N. 3

nel Cinquecento
italiano e Tommaso
Campanella. Il
filosofo immaginato,
interpretato, falsato,
editi da Laterza.
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brando che, di questo passo, tutti gli stranieri «che vengono tra noi, mossi dalla
necessità o dal desiderio di stabilirsi qui», avrebbero potuto «rivendicare lo stesso
diritto». Egli concedeva che a qualunque inglese, perfino agli stranieri, spettasse
«il giusto diritto» «di non vedersi negata l’aria, o la residenza e il libero uso delle
strade». Un povero, però, non poteva pretendere di metter becco sul potere di fare
le leggi, riservato a «uomini d’una certa qualità». Rainsborough, allora, ribatté sti-
mando necessario che «l’essere più umile nel paese goda di questo beneficio non
meno del più potente», dato che «il fondamento di ogni legge risiede nel popolo».
Così, di fronte all’insistenza, Ireton scoprì le carte insinuando che si volesse dare il
voto al popolo «per abolire ogni proprietà».
Rainsborough obiettò che la proprietà non c’entrava nulla: ognuno doveva votare
per diritto di nascita e, di fronte a Ireton che ribadiva, «se vi mettete su questo terreno,
credo che dobbiate negare ogni proprietà», osservò con amarezza:
«Siccome sono povero devo essere oppresso, se non posseggo pro-
prietà nel Paese devo subire tutte le sue leggi, siano giuste o ingiu- CIRCOLAVA IL TIMORE
ste». E aggiunse: «So di un’invasione compiuta per espellere i po- CHE SE IL DIRITTO DI VOTO
veri dalle loro case, vorrei sapere se non è la potenza dei ricchi a far FOSSE STATO CONCESSO
questo e a tenere i poveri sotto la più grande tirannia che il mondo AI POVERI SI SAREBBE
abbia mai potuto immaginare». Ireton, però, ripeteva come un di- «DECISO PER LEGGE
sco rotto: «Questo finirà per distruggere la proprietà». DI ABOLIRE
Spazientito, Rainsborough chiese: «Come accade che il diritto LA PROPRIETÀ PRIVATA»
di voto sia proprietà di alcuni e non di altri?» ma il colonnello Na-
thaniel Rich, di fronte al voto dato ai poveri, manifestò il timore
«che la maggioranza decida per legge, non con la violenza, di abolire la proprietà
privata; potrà essere promulgata una legge che prescriva l’uguaglianza dei beni e dei
possessi». Intervenne quindi il leveller John Wildman, notando come invece di discu-
tere nel merito ci si esercitasse in «profezie». Richiamando all’ordine gli astanti, ricor-
dò che «noi siamo ora impegnati per la nostra libertà», e affermò che «ogni persona
in Inghilterra ha un diritto di eleggere i propri rappresentanti altrettanto evidente
quanto quello dei più potenti. Il principio incontestabile del governo, a me pare, è
che ogni governo dipende dal libero consenso del popolo». «Perciò – concluse – non
v’è persona in Inghilterra che non abbia il diritto di voto alle elezioni».

Libertà o Proprietà

Coscienti del rischio di finire in minoranza, Ireton e Cromwell tentarono di de-


mandare la questione a un ristretto comitato, al che Rainsborough avvertì: «Se ri-
usciamo ad accordarci sul terreno della libertà del popolo ogni cosa sarà fatta».
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

Allora Ireton tornò a ripetere che si mirasse a «distruggere ogni proprietà»; e prese
la parola l’agitatore Edward Sexby, lamentando che «sebbene il nostro fine sia stato
la libertà si è deviati da esso». Sexby protestò: «Siamo molte migliaia di soldati ad
avere rischiato la vita», eppure «ora sembra che, se un uomo non ha una proprietà
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I LEVELLERS SI DIEDERO fissa nel Paese, non ha alcun diritto in esso. Mi meraviglio che
UN PROGRAMMA ci siamo tanto ingannati. Se non avevamo alcun diritto, non sia-
POLITICO AVANZATISSIMO, mo stati che dei mercenari». Ma avvertì: «Son deciso a non ri-
RECLAMAVANO DIRITTI nunciare di fronte a nessuno al mio diritto innato» e «se questo
CHE ANTICIPAVANO viene negato ai poveri, che vi hanno tanto contato, sarà il più
DI UN SECOLO LE IDEE grande degli scandali».
DEI GIACOBINI FRANCESI Tuttavia, Ireton reiterò, ossessivo, il suo concetto e Rainsborough
sbottò: «Signore, mi accorgo che è impossibile avere la libertà senza
necessariamente abolire la proprietà». Poi domandò: «Per cosa ha
combattuto il soldato tutto questo tempo? Ha combattuto per asservirsi, per dare il pote-
re ai ricchi, ai proprietari, per diventare uno schiavo a vita»...
Intervenne quindi Cromwell, minacciando di dimettersi e lamentandosi di Sexby
che, pur mostrandosi più conciliante, confermò: «Credo vi siano molte persone, prive
di proprietà, che hanno tuttavia onestamente altrettanto diritto di esser liberi di votare
quanto qualsiasi grosso proprietario». Nessuna mediazione, insomma, era possibile
fra proprietà e democrazia e la discussione continuò, animata, a lungo. A un certo pun-
to Cromwell tentò la via d’un compromesso chiedendo: «Voi siete d’accordo che chi
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riceve elemosina va escluso?» ma se Petty lo seguì, restò isolato; mentre Rainsborough


propose di far pronunciare l’esercito al completo, e altri agitatori fecero presente di
parlare a nome della truppa, non potendo travalicare il mandato ricevuto.
I verbali non dicono come andò a finire: a quanto pare si votò e solo in tre si di-
N. 3

chiararono contrari. Partì allora la campagna dei Levellers a sostegno dell’Agreement;


ma gli eventi della rivoluzione imposero una sosta. Il re fuggì e ricominciò la guerra.
L’esercito ritrovò l’unità, sconfiggendolo di nuovo, e purgò dal parlamento i membri
ancora favorevoli a un accordo.
A quel punto, i Levellers erano pronti a rilanciare un nuovo Agreement; Cromwell,
però, era ormai arbitro della situazione: fece condannare a morte il re e poi arre-
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stare i leader dei livellatori (1649). Ammutinamenti dell’esercito furono repressi e
Cromwell divenne un re di fatto, mentre il movimento si dissolse. Vari livellatori si
disseminarono fra gruppetti eretici estremisti, come i Diggers, che si presentavano
come True Levellers e predicavano l’abolizione della proprietà; o i Ranters, «anar-
chici» contrari al lavoro e fautori del libero amore, del fumo, dell’ebbrezza. Altri
continuarono la lotta politica, sia complottando contro Cromwell sia portando ol-
tre Manica le idee livellatrici. Altri ancora uscirono di scena.
Negli anni di massima espansione, il movimento aveva elaborato un programma
avanzatissimo. John Lilburne – il grande Freeborn John che mai le sbarre riuscirono
a domare – scrisse che i Levellers erano «risoluti a togliere di mezzo tutte le pesanti
ingiustizie» e a «provvedere lavoro e mantenimento sufficienti per tutti i poveri, i
vecchi e gli inabili». Accanto all’estensione dei diritti politici, che difficilmente le
tostissime livellatrici non avrebbero poi rivendicato anche per sé, essi miravano
all’autogoverno locale e al controllo dal basso delle istituzioni. A una piena liber-
tà di stampa e religione. A uno stato laico, che impartisse l’istruzione elementare
e favorisse la democratizzazione della conoscenza e dell’università. Che mettesse
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

fine a un sistema giudiziario iniquo, garantendo l’uguaglianza di fronte alla legge.


Che abolisse i monopoli, le forme feudali di possesso, le tasse per la chiesa e le im-
poste indirette, da sostituire con un’unica imposta diretta proporzionale al reddito.
I Levellers reclamavano il ripristino delle terre comuni illegalmente trasformate in
proprietà privata; l’abolizione del lavoro non retribuito dovuto a feudatari e gran-
di possidenti; una redistribuzione della terra che rendesse i contadini proprietari.
Ancora: un piano di creazione di Ospedali «per il mantenimento o l’assistenza degli
orfani, delle vedove, dei vecchi, dei malati e degli invalidi, a spese pubbliche»; la
riforma delle carceri...
Un programma rivoluzionario; che tornerà d’attualità con l’apertura del club dei
Giacobini.
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CAPITALE

Nel lungo
periodo
Keynes
è morto?
Di fronte al divario tra spazi politici
nazionali e catena del valore
globale, la democrazia formale
e le soluzioni riformiste tradizionali
fatte di maggiore spesa pubblica
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e incrementi dei salari forse non


sono strumenti sufficienti
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IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA
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D
i fronte alla crisi di egemonia delle politiche neoliberiste, la de-
mocrazia è divenuta un orizzonte dalle forti ambivalenze: da una
parte, nel suo volto partecipativo, sembrerebbe il possibile antido-
to alla logica perversa dell’accumulazione e delle politiche di au-
sterity, dall’altra, nella sua versione rappresentativa, vive una crisi
Marco Bertorello profonda.
Danilo Corradi Anche quando il protagonismo e la conflittualità sociale ri-
vendicano un’altra politica economica e riescono a imporre un
qualche rapporto di forza, non trovano sbocchi creando disillusione. È una dinamica
alimentata dalla capacità del capitale di generare meccanismi economico-finanziari che
impongono dei limiti all’azione degli stati, anche quando tali limiti si vorrebbero forzare.
La conformazione del mercato imposta dal capitale odierno è sempre meno compatibile
con cambiamenti che ne circoscrivano il dispiegamento.
Di conseguenza la crisi della democrazia investe lo spazio dell’opzione riformista tra-
dizionale, e con essa il keynesismo concretamente realizzatosi. D’altra parte il pensiero
keynesiano costituisce, per molti critici del neoliberismo, la dimensione teorica più sem-
plice e immediatamente spendibile per dare una prospettiva di uscita dall’attuale fase po-
litico-economica. Le richieste di maggiore spesa pubblica e di maggiori salari, combinate
con spinte dal basso e nuovi protagonismi sociali, costituiscono parte del contro-discorso
da contrapporre alla logica del neoliberismo. Il keynesismo offre quindi un’ipotesi ma-
croeconomica capace di dare coerenza a una serie di rivendicazioni. Ma una tale ricetta è
oggi veramente sufficiente?
Non neghiamo la necessità delle rivendicazioni di welfare, salari e diritti. Ciò che non
ci convince è che tali rivendicazioni possano facilmente tradursi in un progetto credibile
di cambiamento. A fronte delle difficoltà imposte dal quadro neoliberista globale, ove il
lavoro è sotto ricatto per un regime fondato sulla concorrenza costante, viene meno la
presa politica del keynesismo. Il rischio è scivolare in una nostalgia astratta del trentennio
glorioso affermatosi nell’immediato secondo dopoguerra, senza avere la percezione della
distanza siderale tra quel contesto e il presente.
Ovviamente nessuna rivendicazione economica e sociale, come neanche una più
generale prospettiva politica di cambiamento, necessita di una coerenza sistemica per
iniziare ad affermarsi. Anzi, il conflitto sociale in passato ha
imposto un cambio delle regole e del campo da gioco senza
possedere una sua coerenza intrinseca, ma si è nutrito di un Marco Bertorello
discorso politico capace di dargli forza e credibilità. Le difficili collabora con il
condizioni in cui ci troviamo e l’ancora recente fallimento del manifesto ed è autore
socialismo reale impongono la necessità di un progetto capa- di volumi e saggi su
ce di fare i conti con la realtà, di porsi il problema di una pro- economia, moneta e
spettiva egemonica. debito.
ESTATE 2019

Il tema su cui riflettiamo non è facile, solleviamo più proble- Danilo Corradi, dottore
mi di quante soluzioni individuiamo, ma è utile porsi delle do- di ricerca in storia,
mande corrette anche se non vi sono ancora risposte adeguate. insegna filosofia
e storia ed è docente
N. 3

a contratto presso
l’Università di Tor
Vergata.
Insieme hanno scritto
tra l’altro Capitalismo
tossico (Alegre).
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La forza del capitale sta nel determinare una evidente contraddizione tra democrazia
nazionale e catena del valore globale. La democrazia formale e il keynesismo risultano
armi spuntate, poiché si affermano su una base troppo ristretta, finendo per essere inca-
paci di governare, ammesso che lo vogliano, l’ipercompetizione globale.
Facciamo un esempio: incrementare la spesa pubblica in Italia genererebbe effetti-
vamente quel moltiplicatore capace di determinare una crescita degli investimenti e un
effetto domino sull’economia reale? Oppure gli effetti di tale spesa aggiuntiva si disperde-
rebbero lungo le vie altamente internazionalizzate della produzione globale, finendo per
far ricadere i benefici altrove rispetto a dove sperato? Sul piano finanziario si genererebbe
un aumento dell’attività economica tale da alimentare nuova spesa pubblica o i limiti di
finanziamento bloccherebbero rapidamente un suo ulteriore incremento? Quali gli effetti
finanziari di una tale politica nel complesso dell’economia?
Al di là delle articolazioni interne del keynesismo e dei suoi eterogenei sviluppi
teorici, riteniamo ci siano dei limiti di tale prospettiva a fronte di un rafforzamento
dell’internazionalizzazione dei processi di valorizzazione del capitale. Esiste ormai una
catena del valore gerarchicamente ordinata ove al centro stanno alcuni paesi e i loro
satelliti: Cina, Usa, Germania, Giappone. Tra questi centri esistono relazioni e inter-
dipendenze sempre più complesse. La prima periferia riesce a essere parte di questi
centri in una determinata catena di subfornitura, solo per stare all’economia produt-
tiva. È questo che non comprendono
i vari sovranismi. Un’Italia «sovrana»
potrebbe democraticamente governa- le. La tanto discussa «Nuova Via della Seta» non sembra
re e incidere su questi assetti? O come costituire un’occasione di recupero di sovranità per mol-
potrebbe uscirne? I processi di de-glo- ti paesi, quanto un potenziale cambiamento di orbita di
balizzazione in corso non stanno ripor- appartenenza, che non incrina il loro ruolo subalterno,
tando il pianeta al periodo ante-globa- trasformando parte dell’Europa in terreno di scontro ge-
lizzazione, non si torna alla casella del opolitico piuttosto che in spazio indipendente.
via come in un gioco di società, ma si va Non solo. Conosciamo la centralità del sistema finan-
verso un assetto multipolare in cui ogni ziario per la stessa attività produttiva. In considerazione
centro tenta di rafforzare il proprio ruo- di un ciclo economico tendenzialmente stagnante che ne-
lo su una scala di ordine sovranaziona- cessita di dosi sempre più importanti di droga monetaria,
il ruolo degli assetti finanziari è cresciuto ulteriormente di
scala, con una conformazione quasi apolide, di cui è per-
sino difficile rintracciare tutte le trame. Basti pensare agli
intrecci sui detentori dei titoli di Stato (Usa, Cina, Giappo-
ne) oppure al recente ruolo dei vari quantitative easing,
cioè l’acquisto di titoli di Stato e di aziende sia finanziarie
sia tradizionali, che hanno consentito una sorta di turi-
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

smo finanziario in giro per il pianeta a tante imprese glo-


bali in cerca di denaro a buon prezzo.
Gli studiosi Riccardo Bellofiore, Francesco Garibaldo
e Mariana Mortágua nel loro Euro al capolinea? (Ro-
senberg & Sellier, 2019) hanno criticato magistralmente
la lettura che imputa agli squilibri delle partite corren-
ti, cioè delle transazioni che un paese effettua per la
vendita e l’acquisto di beni e servizi, la causa della crisi
mondiale in generale ed europea in particolare, in quan-
to si finirebbe per trascurare «l’evoluzione spettacolare
e l’integrazione dei mercati finanziari internazionali».
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Gli squilibri globali «sono finanziati da complesse vie
multilaterali di flussi finanziari lordi, che sono in genere
molto più grandi dei divari stessi delle partite correnti».
Queste non ci informano adeguatamente sul ruolo che
un paese gioca nei prestiti internazionali, il grado in cui
i suoi finanziamenti provengono dall’estero, gli impatti
che i flussi di capitale internazionale hanno al proprio
interno. In un’economia chiusa il risparmio coincide con
il reddito non consumato, che si può trasformare in in-
vestimento, ma attualmente per produrre e investire c’è
bisogno di finanziamento, il quale non è necessariamen-
te correlato né ai livelli di risparmio né alla dimensione prendere un po’ di tempo continuando
delle partite correnti. Nel nuovo modello affermatosi il sostanzialmente a subire il comando
finanziamento è centrale tanto per i paesi importatori delle dinamiche imposte dal capitale
quanto per quelli esportatori. È la cifra del momento. finanziario internazionale. La contro-
L’economia attuale è innanzitutto monetaria e finanzia- prova empirica sta nelle dinamiche eco-
ria. Persino in un paese che viene considerato la fabbrica nomiche di quei paesi a cui non è stata
del mondo come la Cina, la funzione e le dimensioni del certamente sufficiente la sovranità mo-
debito hanno raggiunto in un brevissimo lasso di tempo netaria per affrancarsi dal comando ne-
livelli del tutto paragonabili a quelli occidentali, a riprova oliberista.
dell’intreccio/dipendenza tra sfera finanziaria e dell’eco- Ecco i dilemmi. Stretti tra i limiti del
nomia reale. keynesismo, la crisi della democrazia
In questo quadro il ritorno a una sovranità monetaria rappresentativa e la necessità di una
nazionale aumenterebbe gli spazi di manovra e quindi democrazia partecipativa dispiegata,
di «sovranità democratica»? Anche astraendo dagli effet- occorre provare a individuare luoghi e
ti immediati per nulla banalizzabili di una rottura della logiche economiche nuove. Un proces-
moneta unica, crediamo che nella migliore delle ipotesi so di trasformazione efficace, per quan-
con la svalutazione competitiva della moneta si potrebbe to oggi inimmaginabile, non può che
essere transnazionale. Ogni trama con
uno sguardo internazionale è un passo
in avanti rispetto ai muri in cui ci fa sbattere il sovranismo, costituisce l’apertura di una
porta verso il cambiamento. Il movimento femminista e il movimento giovanile ecologi-
sta di questi mesi ne sono un esempio. Pongono l’accento su grandi problemi dalla radi-
ce non nazionale e costruiscono alleanze senza confini per risolverli. Non a caso queste
soggettività in formazione incontrano spesso lo sguardo di sufficienza di tanti sovranisti.
Come già in parte fatto dal movimento delle donne, perché non rilanciare anche sul-
la giustizia sociale mettendo al centro le nuove generazioni e la denuncia della loro
precarietà lavorativa e di vita? D’altronde esse hanno la loro radice proprio nel regime
iper-concorrenziale internazionale. La minaccia della delocalizzazione, accoppiata a
ESTATE 2019

un’economia stagnante, svolge una funzione soporifera nel rilancio della conflittualità
nei luoghi produttivi, mentre una nuova efficacia potrebbero avere vertenze sindacali
sul piano internazionale lungo le filiere produttive riconducibili alle medesime pro-
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prietà o a settori omogenei. Porre al centro proprio la dimensione sovranazionale del
lavoro costituisce una premessa a un’inversione di rotta nella giusta direzione, al con-
trario del ripiegamento su una presunta autonomia locale del lavoro.
Sia chiaro, tornare alla moneta nazionale potrebbe anche essere l’esito della crisi po-
litica ed economica dell’eurozona, o di uno scontro al suo interno. Ciò che contestiamo
è che questo terreno renda di per sé più semplice la costruzione di un’alternativa poli-
tica ed economica al neoliberismo perché presupposto di un ritorno al keynesismo su
base nazionale. Tale prospettiva ci appare, in definitiva, il prodotto di una sottovaluta-
zione del modello dominante. La cornice di un’ipotesi di trasformazione non acquisterà
credibilità rimpiangendo un tempo che fu. Le attuali debolezze del
capitalismo lo lasceranno saldamente in sella fino a quando non si
affermerà un combinato di nuove idee e nuovi attori sociali. STRETTI TRA I LIMITI DEL
L’alternativa non può essere definita in astratto, non può pre- KEYNESISMO E CRISI
scindere dal protagonismo sociale e, ovviamente, da un’elevata DELLA DEMOCRAZIA
dose di sperimentazione. Ripartire dai corpi sociali non è vezzo RAPPRESENTATIVA
utopistico, è una necessità. Essa deriva dalla consapevolezza che un OCCORRONO SPAZI
nuovo modello economico primariamente si afferma nella società, POLITICI E LOGICHE
nelle rivendicazioni dei soggetti sociali, ma anche nella sperimen- ECONOMICHE NUOVE
tazione molecolare di nuovi paradigmi e comportamenti capaci di
scontrarsi e indicare una strada alternativa rispetto al modello ege-
mone, prima dal basso verso l’alto, e poi in campo aperto. Alternativa teorica, conflitti
sociali e sperimentazioni di un’altra economia hanno bisogno l’uno dell’altro per po-
ter essere efficaci nell’elaborare e nell’affermare nuovi automatismi economico-sociali.
Una trasformazione dell’economia può avvenire se rompe con la logica di un mercato
strutturato sulle esigenze del capitale, sostituendo all’ipercompetizione massicce dosi
di collaborazione, mutualismo e cooperazione. Allo stesso tempo, il problema ecologi-
co, la crisi economica mondiale, la diseguaglianza sociale crescente e senza precedenti,
ripropongono con forza la necessità di una pianificazione democratica su larga scala,
come alternativa alla governance e alla centralità della finanza.
Si tratterà di ricercare strade inedite, capaci di coniugare pianificazione economica
globale e meccanismi di mercato non capitalistici, capaci di dare spazio all’iniziativa
delle persone senza finalizzarla all’accumulazione. L’innovazione tecnica di questi anni
se da un lato non è riuscita, perlomeno finora, a scatenare un inedito potenziale di cre-
scita economica, potrebbe però svolgere un’utile funzione di supporto a tale progetto,
contribuendo a rendere operativi sia la pianificazione sia il suo controllo democratico e
dal basso. Un punto di equilibrio, inoltre, andrà ricercato tra sfera pubblica e comune,
tra organismi statuali e sociali, secondo principi di partecipazione e libertà. Per fare tut-
to questo lo spazio sovranazionale è indispensabile. E per quel che ci riguarda l’Europa
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

non può che restare il terreno di contesa da cui ripartire, consapevoli della necessità di
rovesciare l’attuale Unione Europea e gli attuali assetti economico-finanziari interna-
zionali, senza l’illusione di farli diventare più piccoli per contenerli meglio. Questo è il
campo di battaglia.
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Il bivio dell’Europa
DEMOCRAZIA

è un vicolo cieco
Non c’è né uno stato da rivendicare contro l’integrazione
europea, né un super-stato da costruire per portare a
compimento l’Unione. Bisogna aprire spazi di conflitto,
che pongano in termini nuovi la questione democratica

S
e e in che modo sia possibile rendere democratico il processo di
integrazione europeo rappresenta una questione cruciale per le
sinistre sociali e politiche di alternativa nel vecchio continente.
Non esistono risposte semplici a una domanda del genere, ma
un contributo utile alla discussione potrebbe almeno consistere
nel problematizzare le principali soluzioni su cui si è polarizzato
Giuseppe Montalbano il dibattito a sinistra, in Italia e non solo. Da una parte chi sogna
una piena democrazia in un’Unione politica europea; dall’altra chi
vede nella dissoluzione della stessa Unione la strada maestra per una piena sovranità de-
mocratica entro i patri confini. Entrambi gli approcci a loro modo colgono diversi nodi
critici dell’integrazione europea: entrambi prospettano vie d’uscita che portano a vicoli
ciechi.
Il problema della democrazia nel e del processo di integrazio-
ne europea è espressione di una questione più generale: quella Giuseppe Montalbano
della democratizzazione delle istituzioni di governo del sistema è ricercatore
capitalistico internazionale. La contraddizione di fondo può precario in teoria
sintetizzarsi così: le dinamiche competitive e integrative del e scienza politica e
capitalismo spingono alla costruzione di interdipendenze eco- segretario nazionale
ESTATE 2019

nomiche fra singoli paesi che richiedono sempre di più struttu- di Adi, l’Associazione
re di governo sovranazionali, cui però non può corrispondere dottorandi e dottori
un’autorità politica centrale sostenuta da più elevati standard di ricerca.
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di legittimazione democratica. Allo stesso tempo, i margini di manovra dei singoli governi
dipendono in maniera crescente dalla loro capacità di governare sui e attraverso i mercati,
vincolandosi a istituzioni, processi e attori posti al di fuori del sistema politico nazionale.
In tale processo storico, il conflitto fondamentale fra le due forze sociali determinanti –
capitale e lavoro – tende a risolversi a scapito del secondo termine, trascinando con esso i
contenuti propri di ogni concetto sostanziale di democrazia, intesa come capacità diffusa
di controllo delle leve della produzione e riproduzione sociale, finalizzata alla realizzazio-
ne dei valori dell’eguaglianza e della libertà.

Due opzioni, agli antipodi

L’integrazione europea rappresenta un caso unico, in tale quadro. La liberalizzazione del


mercato dei capitali e il progetto dell’unione economica e monetaria (Uem) a partire dalla
seconda metà degli anni Ottanta hanno rappresentato insieme la risposta e la premessa a
una profonda ristrutturazione delle economie nazionali promossa dalle élite politiche e in-
dustriali delle principali potenze del continente, nel quadro dei conflitti nazionali fra inte-
ressi del capitale e del lavoro, alle pressioni competitive internazionali dopo la rottura del si-
stema di Bretton Woods e alla riconfigurazione «neo-liberista» dell’egemonia statunitense.
Essa è stata quindi espressione regionale della più generale ristrutturazione del conflitto fra
capitale e lavoro a livello internazionale,
e a sua volta catalizzatrice di tale proces-
so. La contraddizione fra democrazia e gore – essa implicherebbe il superamento stesso di quegli
integrazione nell’Uem, rivelatasi appieno stati e la fine dei rapporti di forza asimmetrici fra nazioni
dopo la crisi dei debiti sovrani, ma iscrit- che costituiscono la premessa dell’intero processo.
ta nei suoi trattati istitutivi, è in tal senso La risposta delle élite europee alla crisi non ha fatto che
duplice. Da una parte i singoli stati non approfondire tale scissione, spingendo in avanti l’integra-
possono dar vita a un’unione economica zione macro-economica, fiscale e bancaria sul piano delle
e monetaria compiuta senza una corri- regole e della disciplina di mercato, senza i sistemi redistri-
spondente unione politica che incorpori butivi, di protezione reciproca e di solidarietà comuni ne-
la prima in un sistema di legittimazione cessari. Le proposte dell’establishment europeo, dal report
democratica; tale unione politica è però dei cinque presidenti del 2015, fino al piano franco-tedesco
di fatto impossibile proprio perché – a ri- di Meseberg del giugno 2018 (con la creazione di un budget
per l’eurozona e il completamento dell’Unione bancaria),
proseguono tutti sulla stessa strada verso il precipizio, alla
parola d’ordine di «completare l’Unione economica e mo-
netaria» a qualsiasi costo.
Come cavarsi fuori da questo pantano, a sinistra? Pren-
diamo qui in esame due opzioni agli antipodi: la prima,
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

che potremmo chiamare democratica-federalista; la se-


conda quella euro-scettica.
Nella più compiuta teorizzazione del primo model-
lo, fornita da Habermas, il trasferimento di sovranità in
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un’Unione politica a livello europeo rappresenta l’unica autentica soluzione, nella teoria
e nella pratica, a una «race to the bottom» determinata dalla logica intergovernativa. L’o-
biettivo ultimo viene così identificato nella costituzionalizzazione di un sistema di gover-
no federale, retto da un’assemblea legislativa sovrana, attorno a cui possa co-evolvere un
demos europeo. Tale approccio a sinistra è espresso oggi in particolare a dal movimento
DiEM25, guidato dall’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, il cui manifesto
pone come obiettivo la convocazione di una «assemblea costituente» europea per la for-
mulazione di una «costituzione democratica» tale da rimpiazzare tutti i trattati esistenti
e un «parlamento sovrano». Anche in questo caso il requisito di una democrazia europea
viene identificato nel superamento della dimensione intergovernativa e quindi del pri-
mato dei governi nazionali. La principale obiezione all’ipotesi democratico-federalista la
formula implicitamente lo stesso Habermas, quando ammette che premessa necessaria
alla realizzazione di tale Unione politica sarebbe la disponibilità delle élite e dei governi
nazionali a impegnarsi contro i loro stessi interessi per trasferire
sovranità al livello di governo europeo. I sostenitori del federa-
I SOSTENITORI DEL lismo europeo non spiegano (e non possono spiegare) però in
FEDERALISMO EUROPEO base a quali ragioni, incentivi o logica gli stati che hanno dato
NON SPIEGANO PERCHÉ vita a un mercato comune per tutelare e promuovere i loro in-
MAI GLI STATI DEBBANO teressi possano rinunciarvi volontariamente e cedere ogni loro
CEDERE OGNI RESTANTE restante sovranità sostanziale a un’autorità politica sovraordi-
FORMA DI SOVRANITÀ nata. Gli stati e i governi che li rappresentano non possono ope-
rare deliberatamente contro i loro interessi, tanto più quando
si tratta dell’interesse minimo a conservarsi nel caso di forma-
zioni statali differenti per lingua e modelli di sviluppo: ragione per cui l’estinzione e for-
mazione di nuove entità statali nella storia non è mai stato un processo indolore. Inoltre,
l’Uem, in particolare dopo la crisi, ha scavato asimmetrie e solchi ancora più profondi fra
i sistemi economici dei suoi Stati membri, sottraendo terreno a una convergenza negli
standard sociali e del lavoro che soli possono costituire l’effettiva condizione di formazio-
ne di un demos europeo. La parola d’ordine del federalismo democratico, ieri come oggi,
continua insomma a restare una rassicurante e impotente utopia.
Al contrario l’approccio euroscettico pone come prospettiva la fine dell’Uem come
premessa necessaria all’affermazione di una piena sovranità democratica, pensabile solo
a livello nazionale: seppur con accenti molto diversi (particolarmente sul tema delle mi-
grazioni), questa è la prospettiva radicale di realtà come France Insoumise in Francia, Au-
fstehen in Germania, e rappresentata in Italia – fra gli altri – dai promotori dal Manifesto
per la sovranità costituzionale, capitanati dal nuovo soggetto politico di Stefano Fassina,
Patria e Costituzione. Il «punto cieco» di tali posizioni si riassume nella convinzione indi-
mostrata che l’uscita dall’Uem possa di per sé cancellare il sistema di interdipendenze e le
vulnerabilità strutturatesi da Maastricht in poi, rendendo possibile un ritorno alla sovra-
ESTATE 2019

nità monetaria i cui costi non ricadano principalmente sui lavoratori e le fasce più deboli
della popolazione. Le posizioni «euroscettiche» non analizzano la questione dell’euro nel
quadro di un processo di ristrutturazione più ampio dei capitalismi nazionali, europei e
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internazionali, avviati ben prima dell’introduzione della moneta unica (di cui essa è sta-
ta insieme effetto e concausa, non causa prima originaria) e i cui effetti sono strutturali,
richiedendo livelli di intervento e di governo che non possono essere più soltanto nazio-
nali, come spiegano bene Riccardo Bellofiore, Francesco Garibaldo e Mariana Mortágua
nel loro recente libro Euro al capolinea? La vera natura della crisi europea (Rosenberg e
Sellier, 2019).
Se da una parte a ragione si denuncia la visione ideologica di chi afferma l’irrilevanza
degli stati nel mondo contemporaneo, essi stessi ricadono in una lettura ideologica, assu-
mendo implicitamente che tutti gli stati siano uguali e ugualmente in grado di ripristinare
un’effettiva sovranità, ignorando così alla base il sistema dei rapporti di forza impari fra po-
tenze e regioni su cui poggia la competizione inter-capitalistica. In tal modo viene rimossa
ogni considerazione degli effetti a lungo termine sulle divergenze nella competitività e ca-
pacità produttiva dei singoli stati: determinanti cruciali perché il recupero della sovranità
monetaria abbia successo. Il problema stesso del capitalismo internazionale, del sistema
di interdipendenze dei mercati e della dimensione geopolitica spariscono dall’orizzonte
dell’analisi, rendendo simili posizioni non meno ideologiche di quelle democratico-fede-
raliste. Le difficoltà dell’approccio euroscettico sono ben sintetizzate nel citato Manifesto
per la sovranità costituzionale. Insieme all’obiettivo di un pieno ritorno alla sovranità eco-
nomica nazionale, vengono individuate delle sfide per il Socialismo del XXI secolo che – a
ben vedere – sono possibili solo attraverso la costruzione di istituzioni di cooperazione e
integrazione internazionale, come nel
caso dei diritti del lavoro, di standard
contro il dumping sociale, nella gestione laddove la questione reale deve porsi necessariamente nei
regionale delle politiche di accoglienza e termini di una pluralità di stati che attraverso il capitalismo
nella difesa dell’ambiente, riconoscendo sono divenuti sempre più gerarchizzati, interdipendenti e,
così implicitamente come i singoli stati in molti casi, più vulnerabili. Questi ultimi, in particolare,
sovrani non possano risolvere da soli tut- non possono salvarsi da soli.
ti i loro problemi fondamentali. L’errore è Non c’è né uno stato da rivendicare contro l’integra-
fissare in astratto il problema dello stato, zione europea, né un super-stato federale da costruire per
portare a compimento l’Unione europea, ma degli spazi di
conflitto da aprire su più fronti contro la logica del capitale
e per la democrazia. Fare spietatamente i conti con i limiti
e le contraddizioni del processo di integrazione europeo,
come momento delle dinamiche più generali del capitali-
smo internazionale, è la prima condizione per individuare
in esso le brecce del conflitto possibile per un’alternativa
di sistema. Comprendere quali siano le risposte semplici
che non producono un concreto avanzamento nella teoria
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

e nella pratica – come l’opzione federalista e quella euro-


scettica – sarebbe già un passo in avanti. D’altronde, «per
ogni problema complesso esiste una soluzione semplice.
Ed è quella sbagliata».
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Democrazia
CAPITALE

contro
capitalismo Ragionare sulle contraddizioni del sistema vuol
dire rimettere in discussione l’intero paradigma,
cogliendo nel nesso politico, di potere e controllo,
il fulcro dello scontro della lotta di classe

S
i è abituati a pensare che democrazia e capitalismo siano due co-
struzioni che non possono fare a meno l’una dell’altro. Milton
Friedman, guru degli gli economisti neoliberisti, sosteneva ad-
dirittura che «una società che ponga l’uguaglianza prima della
libertà non otterrà nessuna delle due. Invece, una società che
antepone la libertà all’uguaglianza è in grado di raggiungere un
Marta Fana livello superiore di entrambe». Sarebbe questo il più grande pre-
gio del capitalismo. Eppure a guardarlo da vicino, è un sistema
di rapporti sociali fondato sul potere dei pochi contro i diritti di una maggioranza a
cui non son più concessi spazi di autodeterminazione e voce in capitolo sulle scelte
che riguardano la propria esistenza. Non soltanto come individui ma soprattutto come
collettività. Per ribaltare questo sistema serve la capacità di leggere l’intrinseca antide-
mocraticità del capitalismo e dei meccanismi attraverso cui si sviluppa, proponendo
un’alternativa che coniughi riforme e rivoluzione, facendo dell’azione collettiva un’u-
topia realizzabile.
Le prime pagine di Democracy Against Capitalism: renewing historical materialism
(Verso, 2016) di Ellen Meiksins Wood sono illuminanti per
ESTATE 2019

comprendere i meccanismi alla base dell’antagonismo tra


democrazia e capitalismo. Con le parole dell’autrice «Gli
economisti politici borghesi trattano la produzione come Marta Fana
racchiusa in eterne leggi naturali indipendenti dalla storia». PhD in Economics,
N. 3

Le relazioni di potere nella produzione e nell’accumulazione si occupa di mercato


di reddito e ricchezza non devono essere intese come rela- del lavoro. Autrice
zioni politiche che si svolgono dentro un campo di battaglia, di Non è lavoro
tra sfruttati e sfruttatori, ma come meccanismi automatici. è sfruttamento
Questo artificio ideologico ha bisogno di controllare le fon- (Laterza).
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damenta della politica moderna, non a caso le democrazie liberali si fondano su un
unico vero principio inviolabile: la proprietà privata. Ragionare sull’incompatibilità
tra democrazia e capitalismo vuol dire allora, in termini marxiani, rimettere in di-
scussione l’intero paradigma, cogliendo nel nesso politico, di potere e controllo, il
fulcro dello scontro della lotta di classe.
Anche oggi, più di un decennio dopo lo scoppio della Grande Crisi del 2008,
si sente ripetere che l’aumento delle diseguaglianze, il riscaldamento globale, lo
stesso crollo del sistema finanziario siano solo incidenti di percorso, sbavature
che possono essere riassorbite con qualche aggiustamento interno al sistema. Ci
sarebbe bisogno di più capitalismo non meno, acconsentendo alla sua penetra-
zione sempre più invasiva in tutte le sfere sociali, mercificando anche i più basilari
diritti, come la sanità e l’istruzione; un espediente che sottrae spazi sempre più
vasti al controllo collettivo, cioè alla democrazia. La stessa sanità pubblica diventa
uno spreco a cui si può rimediare solo privatizzandola: il nostro diritto alla salute
non è più un obiettivo sociale, di giustizia e benessere collettivo, ma un oggetto
subordinato alla possibilità di fare profitti. E sempre con la retorica dell’efficienza
la democrazia è stata deliberatamente espulsa dai luoghi di lavoro: la possibilità
per i lavoratori e le loro organizzazioni di avere voce in capitolo su cosa produrre
e con quali ritmi è stata rimossa, così il capitale può comandare unilateralmente,
sempre e soltanto a favore dei propri
interessi.
Riconoscere queste contraddizioni za, di trasformazione sociale, che restituisca il potere
del modo di operare capitalistico è il del controllo alla maggioranza. Allo stesso tempo, per
primo antidoto per non cadere ancora far vivere concretamente l’idea di un’alternativa nei
una volta nella trappola della possibi- processi storici bisogna ragionare su come arrivarci,
lità di un capitalismo dal volto umano, processo che non può eludere o rifiutare «la conquista
secondo cui basta un po’ di redistribu- delle casematte dentro gli apparati dello stato. È infat-
zione per mantenere la pace sociale ti nella capacità o meno di permeare quegli apparati,
mentre i capitalisti rimangono liberi di di muoverne le leve e al limite di stravolgerli, che si
accumulare sulla nostra pelle. Purtrop- concretizza la battaglia tra repressione e rafforzamen-
po o per fortuna sappiamo che non è to del capitale finanziario, che si definiscono i caratte-
così: il capitale cede solo se sotto attac- ri cruciali del regime di sviluppo, che si quantificano
co, non regala nulla e non è disposto a le possibilità concrete di pianificare la liberazione del
mediare. Ciò non significa negare l’u- lavoro dal dominio di una potenza estranea», come
tilità e l’importanza di un processo di hanno osservato Emiliano Brancaccio e Luigi Cavalla-
riforme sociali che restituiscano spazi ro nell’introduzione alla nuova edizione del Capitale
di emancipazione alla maggioranza finanziario di Rudolf Hilferding (scritto nel 1910).
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

della società, ma per essere efficaci le Se l’incompatibilità tra democrazia e capitalismo è


riforme vanno agganciate a una strate- sempre ancorata all’antagonismo tra lavoratori e ca-
gia di ribaltamento dei rapporti di for- pitalisti, bisogna riconoscere che questo antagonismo
è oggi affiancato da una lotta tra capitalisti. Secondo
l’ideologia neoliberale, democrazia è anche libertà di
concorrenza, possibilità di fare tutti un po’ di profitto
in un contesto che tende automaticamente all’equi-
librio. Proprio per questo la democrazia deve essere
subordinata alla libertà che deriva dalla concorrenza.
Tuttavia, la perfetta concorrenza esiste solo sui libri di
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testo: la realtà è caratterizzata dalla tendenza alla centralizzazione del capitale. I
grandi capitali – nazionali e non – tendono ad accentrare sotto lo stesso controllo
(non necessariamente proprietà) i capitali più piccoli. Una tendenza che in questi
ultimi decenni si è intensificata e che nei fatti contrappone gli interessi dei grandi
capitalisti a quelli dei piccoli. I primi usano tutto il proprio potere, economico e po-
litico, per accrescere il capitale che controllano e comandano attraverso maggiore
libertà di movimento e penetrazione internazionale, ma anche possibilità di assog-
gettare i più piccoli con esternalizzazioni o delocalizzazioni dei processi produttivi.
Un nuovo modello di governance che non ha necessariamente bisogno dell’acquisi-
zione diretta, ma in cui è sufficiente rendere economicamente dipendenti le unità
più piccole. Di fronte a questa inevitabile pressione, i capitalisti di piccola e media
dimensione reagiscono chiedendo alla politica protezione per i propri margini di
profitto o semplicemente per la loro stessa sopravvivenza, richieste che prendono
la forma di incentivi fiscali, abbattimento del costo del lavoro e dei diritti dei lavo-
ratori. Sul piano politico europeo, questa lotta inter-capitalistica si manifesta nel
contrasto tra le forze che difendono le prerogative del grande capitale internazio-
nale e finanziario e quelle che pretendono di rappresentare i piccoli capitali nazio-
nali, schiacciati dalle pressioni dei primi e che rivendicano politiche funzionali a
garantirgli ancora fette di mercato nel grande assetto del mercantilismo europeo,
trainato dalle esportazioni. Dentro questo assetto antagonista si ritrova l’essenza
del rinnovato «interesse nazionale» dei partiti di destra come la Lega, storicamente
legati al consenso della piccola borghesia industriale. Un interesse
nazionale tutto in favore del capitale, lo stesso rivendicato dalle
LO SCONTRO TRA GRANDE associazioni padronali e su cui poggiano i richiami alla responsa-
CAPITALE INTERNAZIONE bilità verso i sindacati chiamati ad abbandonare ogni prerogativa
E PICCOLI CAPITALI di miglioramento delle condizioni dei lavoratori per il bene del
NAZIONALI DEVE ESSERE paese, della sua competitività internazionale.
RISOLTO DALLO STATO Questo scontro in atto non può essere risolto da e nel mercato.
E DALLE ISTITUZIONI Il vero interlocutore rimane lo Stato o le istituzioni sovranazionali
SOVRANAZIONALI (formate dai rappresentanti dei governi nazionali) a cui si chiede
di intervenire attraverso la politica monetaria e fiscale non soltanto
in forma di incentivi e regolamentazione, ma anche come consu-
matore. È dentro questo ragionamento che vanno lette le richieste di maggiori inve-
stimenti pubblici e liberalizzazioni, strumenti che nel primo caso garantiscono com-
messe alle imprese sotto forma di lavori pubblici e appalti, nel secondo prendono
la forma della penetrazione dei meccanismi di mercato. Una strategia che è entrata
nelle coscienze grazie all’incessante apparato narrativo che opera per dividere la so-
cietà tra chi è meritevole e chi non lo è, ma anche sostenendo divisioni identitarie –
ESTATE 2019

etnia, genere, religione – per mascherare la natura classista del suo operare. Dall’altro
lato della barricata, si chiede maggiore apertura dei mercati nazionali e la possibilità
di penetrarvi attraverso acquisizioni e fusioni, rafforzando così nuove forme di colo-
nizzazione produttiva. Nient’altro che il volto moderno dell’imperialismo come fine
N. 3

ultimo del capitalismo.


Che la si guardi in termini di lotta di classe tra capitalisti o nella sua veste più ge-
nerale di tendenza alla centralizzazione, l’attuale fase dello sviluppo capitalistico la-
scia ben poco spazio alla democrazia in termini sostanziali. Tuttavia, se il comando
del capitale monopolistico riduce la capacità di organizzazione dei lavoratori anche
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a causa del controllo che ha sulla sfera politica, la centralizzazione produce un im-
poverimento di fasce sempre più ampie della società che coinvolge proprio quegli
strati medi – piccoli imprenditori, lavoratori autonomi, impiegati – precedentemen-
te funzionali al capitale. Nella società la massa di lavoratori sfruttati aumenta piut-
tosto che diminuire, condizione che dovrebbe rendere più evidente la necessità di
ribaltare il sistema di oppressione in cui viviamo. Riconoscere queste condizioni og-
gettive richiede un passaggio di soggettivazione politica oltre ogni identità sociale. È
una condizione che travalica le identità ma anche i confini nazionali, anche se una
lotta di classe internazionalista ha ancora bisogno di confrontarsi con le istituzioni
nazionali perché è a quel livello di governo che – almeno sul piano della produzione
– si appoggia il capitale monopolistico. Insomma la lotta di classe nella sua versione
internazionalista ha bisogno di esser giocata fin dal piano nazionale, pena un asset-
to politico caratterizzato da sempre maggiore polarizzazione di classe – che vira ra-
dicalmente a destra nelle sue forme reazionarie e identitarie. Riforma e rivoluzione,
così come internazionalismo e rivendicazioni nazionali devono andare di pari pas-
so. Bisogna ad esempio portare le rivendicazioni del movimento Fridays for Future
nella vita concreta di ogni quartiere di fronte alle continue speculazioni edilizie, e
poi al cospetto della politica nazionale che annualmente decide come incentivare
tali speculazioni. È difficile altresì immaginare di incidere sui progetti neoliberisti
come gli accordi sul commercio transatlantico (il Ttip) senza una profonda battaglia
che sottragga pezzi di produzione e riproduzione sociale alla rincorsa verso le ester-
nalizzazioni in ogni città, in ogni legge di
bilancio. Ancora, si tratta di unire la ri-
vendicazione contro le piattaforme digi- possibilità di restituire senso al concetto di democra-
tali e i loro sistemi di controllo sul lavoro zia, intesa come emancipazione collettiva, non può
attraverso i cosiddetti algoritmi al rifiuto fare a meno di un processo di riforme che restitui-
di assoggettamento dei lavoratori e delle scano ossigeno alla maggioranza della società eman-
lavoratrici e dei loro salari agli indicatori cipandola dal ricatto materiale dentro e fuori i luoghi
di produttività, decisi unilateralmente di lavoro. Un percorso che rimetta al centro le gran-
dalle aziende. L’algoritmo non è che una di e mai tramontate questioni del diritto alla casa,
modalità di imposizione di indicatori di all’ambiente, alla sanità, alla democrazia nei luoghi
produttività, decisi dai padroni non dal- di lavoro, all’istruzione. Una battaglia quotidiana da
le macchine. È dentro e contro ciascuno accompagnare a due ingredienti fondamentali: con-
di questi rapporti di comando che biso- trollo dei movimenti dei capitali sul piano nazionale
gna condurre la lotta per la democrazia ed europeo e una forte pianificazione economica. Se
dei rapporti di lavoro ed emancipazione sul primo punto in molti a sinistra non possono non
contro ogni forma di sfruttamento. dirsi d’accordo, sul secondo esiste un vero e proprio
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

Oggi c’è bisogno di una strategia uti- tabù, quando non una diffidenza viscerale. Ma come
le al contingente e una tattica di ampio contrapporre il diritto all’abitare alla prerogativa del-
respiro. Sul piano della sfida politica, la la speculazione e della rendita, se non imponendo in
maniera trasversale e sistematica limiti alla proprietà
immobiliare, alla speculazione sui prezzi degli affitti
e una radicale imposta sulle successioni del patrimo-
nio posseduto? Di questo tratta la pianificazione de-
mocratica e di questo dovremmo iniziare a ragionare
per contrastare ulteriori penetrazioni del capitale
nelle nostre vite.
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CAPITALE

Ti sfrutto
senza
distinzioni
Il movimento contraddittorio del capitale ci rende tutti
uguali, per via della sua faccia progressiva e universalistica.
Piccolo particolare: ci rende uguali nello sfruttamento.
Un’intervista a Emiliano Brancaccio, economista critico
ESTATE 2019
N. 3
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Illustrazioni di La Tram

IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA


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L’
idea di una incompatibilità di fondo tra democrazia e capitalismo
è tornata a essere oggetto di discussione nel dibattito pubblico in-
ternazionale. Esponenti politici che godono di grande consenso nei
loro paesi, come Bernie Sanders o Jeremy Corbyn, non hanno paura
di sostenerla apertamente. Vari movimenti sociali hanno ricomin-
Marta Fana
intervista ciato a rintracciare nel modo di produzione capitalistico il nemico
Emiliano Brancaccio da combattere. Tuttavia allo stato attuale non esiste una visione
d’insieme capace di ribaltare il paradigma dominante e indicare
una realistica alternativa di sistema. È una questione allo stesso tempo politica e scientifica,
che per forza di cose investe la teoria della politica economica. In altre parole: è possibile
dare basi scientifiche alla tesi dell’incompatibilità tra democrazia e capitalismo? E in caso
affermativo, quali sono le condizioni di reale attuazione di una prospettiva anticapitalista?
Ne discutiamo con l’economista Emiliano Brancaccio, interprete moderno del marxismo
che su questi temi ha dibattuto di recente anche con Olivier Blanchard, esponente di spicco
della teoria oggi dominante nonché capo economista del Fondo monetario internazionale
durante la crisi iniziata nel 2008.
Qual è a tuo avviso il rapporto tra democrazia e capitalismo oggi? È sempre stato così
travagliato oppure ci troviamo di fronte a un nuovo e diverso tipo di antagonismo rispet-
to ad altre fasi storiche?
L’ideologia dominante ci induce a guardare il capitalismo con uno sguardo cristallizzato
sulle sue origini gloriose, in cui una classe borghese in ascesa si incaricava di abbattere l’an-
cien régime dei privilegi aristocratici. In quel breve attimo della storia, la sconfitta del rentier
feudale ad opera dell’imprenditore capitalista segna realmente un progresso generale, non
solo economico ma anche civile e politico. La conquista del potere da parte dei capitalisti è
oggettivamente un momento di sviluppo in senso democratico, per ragioni materiali piut-
tosto ovvie: il modo di produzione che i borghesi incarnano non solo accresce la ricchezza
sociale più rapidamente ma la ripartisce anche maggiormente
all’interno della società, per il semplice motivo che essi sono più
numerosi dei proprietari terrieri. È per questo che il capitalismo Emiliano Brancaccio
delle origini risulta associato a una fase di maggiore partecipa- è professore di
zione politica e di primordiale espansione dei diritti. Quella fase, politica economica
però, è terminata da un pezzo. Il regime contemporaneo, per cer- all’Università del
ti versi, somiglia più al vecchio feudalesimo che allo scintillante Sannio. Ha promosso
capitalismo rivoluzionario delle origini. il «monito degli
Per quale ragione? economisti» contro
Per motivi ancora una volta materiali, che attengono a quella le politiche europee
ESTATE 2019

che Marx chiamava la «legge di tendenza verso la centralizzazio- di austerity apparso


ne dei capitali». La centralizzazione è l’esito di un’incessante lot- sul Financial Times.
ta tra capitali per la conquista dei mercati, che porta al fallimento Il suo ultimo libro è Il
dei più deboli o alla loro acquisizione da parte dei più forti, sfo- discorso del potere (Il
N. 3

cia nella «espropriazione del capitalista da parte del capitalista» e Saggiatore)


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alla fine determina una concentrazione del capitale in sempre meno mani. Per lungo tem-
po questa «legge di tendenza» è rimasta nel novero delle teorie marxiane non provate. Ma
oggi abbiamo strumenti che consentono di verificarla empiricamente. In uno studio recen-
te, con alcuni colleghi, abbiamo calcolato che dopo la crisi del 2007 si è verificata un’acce-
lerazione straordinaria della centralizzazione capitalistica, con un restringimento del venti
percento del già ridottissimo manipolo di grandi detentori di quote di controllo del capitale
azionario mondiale. Questo significa che oggi il potere economico risulta persino più con-
centrato rispetto all’epoca feudale.
Quali sono le implicazioni politiche di questa tendenza?
Quando il potere economico si coagula in così poche mani, è inevitabile che prima o
poi anche il potere politico effettivo diventi appannaggio di cerchie sempre più ristrette,
che presto o tardi finiranno per considerare le istituzioni democratiche come un orpello da
eludere se non addirittura da distruggere. La tendenza è questa: i tentativi di restringere gli
spazi di democrazia sono destinati a intensificarsi man mano che la centralizzazione dei
capitali andrà avanti.
Nel tuo ultimo libro, Il discorso del potere (Il Saggiatore, 2019), scritto in collabora-
zione con Giacomo Bracci, sostieni che la teoria economica dominante non è grado di
descrivere la realtà che ci circonda, anzi tende a mistificarla e per questo diventa funzio-
nale alla costruzione del linguaggio politico falsificante che caratterizza il nostro tempo.
In che modo la teoria dominante affronta il problema della centralizzazione dei capitali
e del suo inevitabile antagonismo con la democrazia?
Tra gli esponenti dell’approccio teorico prevalente quasi nessuno affronta questo enor-
me problema. Paul Krugman è tra i pochi che hanno timidamente accennato ai pericoli che
derivano dalla tendenza del capitale a concentrarsi. Anche Olivier Blanchard, negli ultimi
tempi, ha sfiorato la questione. Ma questi studiosi sono vincolati dai loro stessi modelli teo-
rici, ancora una volta costruiti intorno all’ideale mitico di un capitalismo originario fatto di
una miriade di piccoli proprietari indipendenti, privi di qualsiasi potere di mercato e quindi
pressoché innocui nei confronti delle istituzioni democratiche. Una pura mistificazione,
come hai correttamente osservato, che ci distrae dalle micidiali tendenze in atto.
Qualcuno però potrebbe sostenere che la tua previsione, di un conflitto sempre più
acceso tra capitale centralizzato e democrazia, è condita di eccessivo pessimismo. C’è
una tendenza liberal che ritiene che la globalizzazione capitalistica stia alimentando
varie istanze di emancipazione, dalle nuove lotte femministe contro le discriminazioni
sessuali alle rivendicazioni degli immigrati contro la divisione razziale e per i diritti di
cittadinanza. Come risponderesti a queste obiezioni?
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

Il punto da comprendere è che la centralizzazione capitalistica, inesorabilmente, tan-


to tende a concentrare il potere di sfruttamento in poche mani quanto tende a livellare le
differenze tra gli sfruttati. Che si tratti di donne o di uomini, di nativi o di immigrati, man
mano che si sviluppa il capitale tratterà questi soggetti in modo sempre più indifferenziato,
come pura forza lavoro universale. Questo processo di universalizzazione del lavoro mette
in crisi le vecchie istituzioni, disintegra gli antichi legami di famiglia basati sulla soggezione
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della donna all’uomo e allenta sempre di più i confini nazionali che dividevano la forza
lavoro interna da quella esterna. È un movimento che per forza di cose abbatte gli antichi
equilibri sociali basati sulle discriminazioni di genere e di razza ma che al tempo stesso
risulta guidato da una pura logica di acquisizione di forza lavoro indifferenziata ai fini della
intensificazione dello sfruttamento. Che si tratti di donne o di uomini, di nativi o di im-
migrati, col tempo il capitale ci rende tutti uguali, e questo è il suo aspetto progressivo e
universalistico, ma ci rende uguali nello sfruttamento, e questo è il suo aspetto retrivo e di-
visivo. Si tratta dunque di un movimento contraddittorio, come ogni altra cosa del capitale.
Un movimento contraddittorio che è anche al centro della lotta politica tra globalisti
e sovranisti, in un certo senso.
È vero. Dinanzi a questa incessante, gigantesca distruzione creatrice ad opera del capi-
tale, le forze politiche globaliste la accettano con ipocrita passività, rallegrandosi delle sue
virtù universalistiche ma tacendo sull’intensificazione dello sfruttamento che la muove. Al
contrario, i partiti sovranisti e reazionari pretendono di bloccare questo processo, invocando
un ripugnante quanto impossibile ritorno alle antiche certezze che si reggevano sulle di-
scriminazioni interne alla classe lavoratrice. La disperazione di questo tempo fa sì che molti
vengano attirati da queste due orride sintesi politiche, che invece
andrebbero rigettate entrambe e senza indugio. Il fatto che il ca-
pitale ci renda a lungo andare tutti uguali nella soggezione non
è negativo in sé come ci dicono i sovranisti reazionari,
ma non è nemmeno positivo in sé come ci dicono
i globalisti liberali: è positivo solo se quella ten-
denza progressiva a rendere tutti i lavoratori
egualmente sfruttati si trasforma in un rin-
novato antagonismo di classe. Siamo sem-
pre lì: le lotte femministe contro i rigurgiti di
patriarcato, così come le rivendicazioni degli
immigrati per la cittadinanza, generano forza
realmente sovversiva e trasformatrice solo
se declinate dal punto di vista della lotta di
classe. Cosa che talvolta si verifica ma trop-
po di rado, perché “classe” è ancora la paro-
la-tabù del linguaggio politico odierno.
Assumendo il punto di vista della
lotta di classe, quale interpretazione
possiamo dare dell’attuale contesa
ESTATE 2019

politica tra globalisti e sovranisti?


Quale posizione dovremmo assu-
mere, per esempio, nella disputa
tra difensori e nemici dell’Unione
N. 3

europea?
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Allo stato attuale, globalisti e sovranisti rappresentano solo due lati del capitale. Il revan-
scismo piccolo-borghese di questo tempo non è altro, in fondo, che la reazione di quei ca-
pitali nazionali in affanno contro una devastante centralizzazione trainata dai capitali più
forti e ramificati a livello globale. È pura lotta di classe in senso marxiano ma è tutta interna
alla classe capitalista, con il lavoro e le classi subalterne che in questa fase storica risultano
privi di qualsiasi rappresentanza, sono totalmente zittiti. In questo scenario, assumere una
posizione indiscriminata a favore dell’una o dell’altra fazione di capitalisti in lotta sarebbe
un errore. Occorre al contrario distanziarsi, marcare le differenze.
In che modo?
Ad esempio insistendo sul fatto che il problema principale non sono certo i movimenti
di persone. Piuttosto, i disastri di quest’epoca sono causati soprattutto dalla libertà di circo-
lazione dei capitali, che oggi possono indiscriminatamente scorazzare nel mondo alla con-
tinua ricerca di bassi salari, infime tasse sui profitti e risibili tutele del lavoro. Le evidenze
empiriche ci dicono che la libertà di movimento dei capitali da un lato favorisce i profitti a
danno dei salari, e dall’altro alimenta l’instabilità macroeconomica e il caos delle relazioni
internazionali. L’argomento, per ovvie ragioni, mette
in grande imbarazzo tutte le fazioni del capitale, glo-
baliste o sovraniste che siano. La lotta per il ripristino IL PROBLEMA NON SONO
dei controlli sui movimenti di capitale, fuori e dentro I MOVIMENTI DI PERSONE.
l’Europa, è dunque una proposta illuminata, ben più I DISASTRI DI QUEST’EPOCA
rilevante della mera scelta tra una moneta unica e più SONO CAUSATI
monete nazionali, ed è anche un modo intelligente per DALLA INDISCRIMINATA
segnare una differenza politica rispetto alle forze pre- LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE
valenti in campo. DEI CAPITALI
La centralizzazione del capitale e la sua universa-
lizzazione, su cui stai insistendo, sembrano due capi-
saldi di una nuova forma di “pianificazione capitalistica”, per dirla à la Raniero Panzieri,
ovviamente sostenuta dalla politica economica. Sei d’accordo?
Non molto, perché il discorso degli anni Sessanta sulla “pianificazione capitalistica”, cioè l’i-
dea di una estensione dell’autorità del capitalista dalla fabbrica all’intera società, si sviluppò in
un’epoca di sostanziale “repressione” della finanza, nella quale cioè i poteri pubblici partecipa-
vano più attivamente al processo produttivo e il mercato finanziario non aveva il ruolo centrale
che ha assunto negli anni seguenti. Oggi, con la produzione pubblica smantellata e il mercato
finanziario al centro del sistema, si verifica un fenomeno diverso. Ciò che accade realmente
è che la centralizzazione dei capitali accentua la contraddizione tra la struttura decentrata e
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

intrinsecamente caotica del mercato finanziario e il progressivo accentramento dei poteri che
operano in esso. In altre parole, un ristretto manipolo di padroni continua a governare i proces-
si produttivi attraverso il mercato e i suoi meccanismi di formazione dei prezzi, benché questi
siano paurosamente irrazionali e scatenino disastri decine di volte più gravi dei cosiddetti spre-
chi del settore pubblico, sui quali ancora insistono gli apparati ideologici della comunicazione.
È uno scenario antitetico alla logica di pianificazione, capitalista o meno che sia.
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Non sarà pianificazione, però in alcuni dei tuoi contributi scientifici più rilevanti tu
stesso hai rimarcato il fatto che il ritmo della centralizzazione del capitale è regolato
dall’azione dei poteri pubblici, e in particolare delle banche centrali.
Questo è vero. Io sostengo che i banchieri centrali non sono affatto in grado di governare
l’inflazione, mentre di fatto regolano le condizioni di solvibilità dei capitali, e quindi il ritmo
al quale questi tendono a esser liquidati, assorbiti e centralizzati. È un filone di ricerca nuo-
vo, che innova rispetto alla tradizione marxista e che sta avendo sorprendenti riscontri dal
punto di vista empirico. Però, intendiamoci, questa regolazione politica delle insolvenze è
essa stessa conflittuale, disordinata, caotica. Le rappresentanze dei capitali più forti voglio-
no che il banchiere centrale imponga condizioni di solvibilità molto restrittive, in modo che
i capitali deboli entrino in crisi e possano essere facilmente eliminati o assorbiti. Viceversa,
le rappresentanze dei capitali più fragili invocano una politica monetaria che eviti in ogni
modo le insolvenze, al limite anche scaricando il peso dei loro fallimenti sulla collettività.
Nei consigli direttivi delle banche centrali questi antagonismi interni alla classe capitalista
si manifestano in modo palese, violento. Si cerca di fare sintesi, ma le procedure sono conti-
nuamente stravolte dai boom e dalle crisi del mercato e
alla fine l’anarchia del capitale finisce per prevalere sui
IL CAPITALISMO tentativi di regolazione politica.
È UN SISTEMA TOTALE. Per sottrarsi a questo dominio dell’irrazionalità
PER QUESTO MOTIVO capitalistica ci sono diverse idee a sinistra: autogo-
PER INTERCETTARE verno e democrazia diretta, abiura dello stato e fuga
I PUNTI DI ROTTURA dalle istituzioni, oppure la riscoperta di un ragiona-
BISOGNA GUARDARE mento attuale sulla necessità della pianificazione.
AL SUO INTERNO Qual è, dal tuo punto di vista, l’idea che più effica-
cemente può alzare il livello dello scontro di classe e
allo stesso tempo porsi su una realistica traiettoria di
superamento del capitalismo?
Lasciamo stare le fughe e gli esodi: il capitalismo è un sistema totale e i suoi punti di
rottura si intercettano solo all’interno di esso. Quel che possiamo realisticamente affermare
è che la centralizzazione contribuisce ad accrescere le contraddizioni tra forze produttive e
rapporti di produzione, a restringere le condizioni di riproducibilità del capitale e a molti-
plicare gli inneschi della crisi. Dove poi questa tendenza possa condurci, magari verso una
nuova forma di socialismo o piuttosto verso la barbarie, è una questione che resta dram-
maticamente aperta. Che si vada in una direzione o nell’altra, io credo, dipenderà anche
dalla capacità dei movimenti di concepire la pianificazione come un modo di produzione
sociale non necessariamente oppressivo ma al contrario potenzialmente complementare
ESTATE 2019

alla democrazia e alla libertà.


L’ideologia dominante però insiste con lo slogan secondo cui i diritti civili e politici
possono prosperare solo in regime capitalistico.
Certo, ma questa sciocchezza è smentita dagli innumerevoli attacchi ai diritti che pro-
N. 3

vengono proprio dagli interessi prevalenti del capitale, e che già in passato sono sfociati
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nell’instaurazione di dittature fasciste a tutela del mercato e della proprietà privata. Il
problema è che anche i movimenti anticapitalisti sono stati condizionati da questa falsa
narrazione. Dentro di essi, oggi sono in molti a considerare la pianificazione come sinoni-
mo di stalinismo. Questa banalizzazione è il frutto di una grave pigrizia intellettuale, che
identifica la logica di piano solo con i momenti più bui dell’esperienza sovietica e quindi
impedisce di cogliere la complessità teorica e storica della pianificazione. Quasi nessuno
ricorda, per esempio, che proposte di pianificazione furono avanzate persino nell’ambito
del congresso degli Stati Uniti, durante la crisi degli anni Settanta.
Tuttavia gli eventi poi andarono in un’altra direzione: venne la controrivoluzione libe-
rista di Reagan, che rimise il mercato finanziario al centro del sistema…
Esatto, e fu un vero disastro. Reagan e i suoi epigoni hanno ripristinato il primato di una
forma specifica di libertà: quella dei proprietari del capitale di muovere le ricchezze e di spe-
culare sui mercati senza più alcun ostacolo di legge. L’efficienza del libero mercato finanzia-
rio, essi dicevano, avrebbe portato pace e prosperità. Ma oggi sappiamo come sono andate
realmente le cose. Quando le forze che operano sul mercato finanziario vengono lasciate li-
bere di espandersi, il sistema risulta continuamente soggetto all’alter-
narsi di fasi speculative di euforia e di crisi, è lacerato da crescenti
disuguaglianze ed è dominato da una tendenza soverchiante
alla centralizzazione del potere, economico e politico.
Potremmo dire, in sostanza, che la libertà finanziaria
dei proprietari del capitale soffoca tutte le al-
tre libertà, tutti gli altri diritti. Ma allora, se
questo è vero, si pone inesorabilmente l’e-
sigenza politica di «reprimere» le libertà
del capitale sul mercato finanziario. La
«repressione» delle libertà del capitale
può essere cioè intesa come il primo
tassello di una moderna politica di
piano finalizzata allo sviluppo di tutti
gli altri diritti: civili, politici e sociali.
In ciò risiedono, a mio avviso, le po-
tenziali «interattività» tra pianifica-
zione, libertà e democrazia. Solo da
una rinnovata indagine collettiva su
questi temi cruciali potrà un gior-
no scaturire una robusta scien-
za delle crisi del capitalismo e
delle sue effettive possibilità
di superamento, nel segno
del progresso e dell’eman-
cipazione umana.

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DEMOCRAZIA

Democrazia
sovranista
e sciovinismo
del benessere
ESTATE 2019
N. 3

Il ritorno del nazionalismo ha a che fare con le basi concettuali del capitalismo:
per i nostalgici delle frontiere sovranità fa rima con proprietà. Lo straniero è visto
come l’invasore di un territorio esclusivo, considerato riservato agli autoctoni.
Ma il proletariato non ha mai potuto riconoscersi negli interessi nazionali
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Illustrazioni di

39 IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

20/05/19 09:07
ww

L
a cosiddetta «fine delle utopie» ha sancito l’affermazione incondi-
zionata del capitalismo, un sistema economico che non avrebbe po-
tuto imporsi senza l’ordine politico di quella democrazia consensua-
le affidata al potere sovrano dello stato. Nel liberalismo dominante
la democrazia è diventata sempre più formale, sempre meno politi-
ca: da un canto esercizio del dispositivo statale, dall’altro resoconto
Donatella Di Cesare ininterrotto volto a monopolizzare l’opinione pubblica. Il che è in
linea con una politica intesa come governance amministrativa o ri-
dotta a gestione poliziesca. La globalizzazione ha inaugurato un nuovo capitolo lasciando
emergere l’inadeguatezza delle democrazie nazionali, incapaci di affrontare le questioni che
trascendono i singoli stati. È infatti chiaro ormai che le comunità politiche non costituiscono
più mondi discreti, perché sono attraversate da dinamiche diverse e da istanze sovranazio-
nali. Si pone perciò il problema di ripensare, insieme alla democrazia, la forma politica dello
Stato e di ridiscuterne la sovranità.
Se da quasi un secolo si parla di tramonto dello Stato-nazione, quel che è avvenuto di
recente è un fenomeno del tutto nuovo. La sovranità in declino, per farsi valere, reagisce alla
mobilità della globalizzazione innalzando muri e ostentando teatralmente barriere di ogni
genere. Una geopolitica dei muri, però, rinvia alla tragicità di una segregazione che, mal-
grado ogni apparente senso di sicurezza, è sempre anche autosegregazione. Chi sceglie di
costruire un muro, per la paura dell’altro, finisce per subirne le conseguenze.
Il sovranismo è anzitutto il potere sovrano dello Stato esibito in modo plateale. Le fron-
tiere assumono un valore quasi mitico, perché è grazie a questo definire e discriminare che
la compagine statale può costituirsi, può anzi «stare», essere Stato. Nell’intento di vigilare le
proprie frontiere lo Stato-nazione segna la barriera fra cittadini e stranieri.
Le democrazie occidentali, che sono sorte proclamando contemporaneamente i diritti
dell’uomo e quelli del cittadino, hanno ereditato dalla Rivoluzione francese un grande di-
lemma. Valgono i diritti umani oppure quelli del cittadino? Quando li formularono per la
prima volta i rivoluzionari pensavano a se stessi come cittadini. Perciò i diritti accordati
all’uomo non erano che i privilegi del cittadino. Ma in seguito venne affiorando sempre più
questa contraddizione. Quando, nel corso del Novecento, irruppero sulla scena della storia
le masse degli «stranieri», privi di cittadinanza e di protezione giuridica, il paradosso venne
alla luce in tutta la sua gravità. Tuttavia la questione è esplosa soprattutto nel nuovo millen-
nio. Perché chi non è cittadino, non essendo protetto da una bandiera, non ha altro che la
propria nuda umanità. Quei diritti inalienabili, non derivanti da alcuna autorità, possono
essere paradossalmente riconosciuti solo dallo Stato sovrano che detta legge, riconoscendo
i diritti civili unicamente ai membri della nazione, ai cittadini.
Il dilemma incrina al fondo la democrazia radicata nei confini
dello Stato-nazione e sfocia in una tensione politica aperta tra la
sovranità statale e l’adesione ai diritti umani. L’inconciliabilità tra Donatella Di Cesare
ESTATE 2019

diritti umani e sovranità statale affiora anche nelle convenzioni insegna filosofia
universali. Di qui, purtroppo, la loro impotenza. Il problema inve- teoretica. Tra i suoi
ste tutto il diritto internazionale che si muove ancora in un’ottica ultimi libri: Stranieri
statocentrica. Lo iato, la scissione, è tra interno ed esterno, ciò che residenti (Bollati
N. 3

avviene dentro lo Stato e ciò che accade invece fuori. Tutti i diritti Boringhieri) Marrani.
civili garantiti da una democrazia non valgono per gli esseri uma- L’altro dell’altro
ni che sono là fuori. La democrazia si ferma ai confini dello Stato. (Einaudi), Sulla
A questo paradosso se ne aggiunge un altro che lo acuisce e lo vocazione politica
raddoppia. La frontiera delimita il territorio su cui si esercita la so- della filosofia (Bollati
vranità democratica, separando i cittadini, tutelando il démos e il Boringhieri).
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suo potere. In questo modo, però, la frontiera, violando ogni principio di uguaglianza, diven-
ta la condizione non-democratica della democrazia. Questo inquietante gesto discrimina-
torio della sovranità democratica non è giustificabile. Il paradosso appare un vero e proprio
circolo vizioso, perché ogni decisione sulla frontiera presuppone già sempre una comunità
circoscritta. In termini più concreti: la situazione di fatto precede la situazione di diritto.
Anziché eliminare il paradosso, la democrazia liberale lo rende più acuto. Il discorso sui
diritti umani finisce per apparire un controsenso. La libertà è tutelata dentro, non fuori. Si
pensi alla libertà di movimento. Per non parlare poi dell’uguaglianza. Non c’è idea univer-
sale che varchi i confini, senza che ciò possa essere democraticamente motivato. In nessun
modo si riesce infatti a giustificare perché mai dovrebbero prevalere i diritti di coloro che
appartengono a una comunità statale rispetto a quei diritti universali riconosciuti dalla po-
litica dei giacobini.
La democrazia s’infrange contro la frontiera e si ritorce su se stessa. L’inclusione democra-
tica si rivela al contempo un’esclusione non-democratica. Sembra difficile allora legittimare
democraticamente una prassi politica che assoggetta quegli stessi individui discriminati ed
esclusi. Soprattutto negli ultimi anni si è affermato il primato dei cittadini che si traduce nel
potere di controllare i confini e governare la residenza. Questo primato si articola in una gram-
matica del «noi» e del «nostro», del proprio e della proprietà, dell’appartenenza e dell’identità.
Quello che conta è il «nostro paese», di cui i cittadini si ritengono legittimi proprietari, sovrani
assoluti. Qui si nascondono gravi confu-
sioni, subdoli equivoci. Perché si immagi-
na che si possa decidere con chi coabitare. ritorio. Sono argomenti strettamente connessi, che rinviano
È l’ideologia del sovranismo. l’uno all’altro. Intanto si richiede l’autodeterminazione, in
Malgrado gli accenti diversi e le di- quanto si esibisce un’identità da custodire e si vanta il pos-
stinte sfumature, si possono individuare sesso di un territorio.
nelle posizioni di coloro che sostengono Questo liberalismo dell’esclusione, che pretende di auto-
il «no» sovrano al respingimento tre argo- determinarsi democraticamente decidendo per gli altri, pog-
menti principali: l’autodeterminazione, gia sulla convinzione che sia lecito scegliere con chi coabita-
l’integrità identitaria, la proprietà del ter- re. Questa ecologia della nazione si richiama a una supposta
identità di démos e éthnos che vengono pericolosamente
confusi. Ma lo Stato non è una comunità etno-nazionale
omogenea. Né si può intendere la cultura come proprietà
identitaria. A chi giunge da fuori non si impone di integrarsi
abbracciando la cultura nazionale, ma si chiede piuttosto la
condivisione della cultura politica democratica. Dove invece
si chiede di difendere una presunta omogeneità etnica rie-
mergono i vecchi fantasmi dello ius sanguinis e dello ius soli.
Più deleterio dei primi due, cioè l’autodeterminazio-
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

ne e l’integrità nazionale, è il terzo argomento: il territorio


dello Stato apparterrebbe ai cittadini che vi risiedono. Il
nesso stretto, che non deve sfuggire, è quello tra sovranità
statuale e proprietà privata. Quest’ultima è, per eccellenza,
proprietà della terra. Tale nesso percorre tutta la tradizione
liberale nella modernità. L’equivoco è che essere cittadini
significhi essere proprietari del luogo in cui si abita. Come
se a ciascuno spettasse una parte del territorio nazionale.
Considerate insieme, le parti costituirebbero quel fondo
territoriale, quel fondamento, che giustifica il diritto dello
Stato a escludere chi viene dall’esterno. Sennonché questo
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diritto non sta scritto da nessuna parte. Anzi è un mito. Il
mito dell’autoctonia che nasce nell’antica Atene e ha uno
straordinario successo politico. Autoctonia vuol dire che è
possibile rivendicare un luogo, per nascita e per discenden-
za, escludendo gli altri.
Quando i cittadini sono chiamati a essere arbitri indi-
scussi, sovrani assoluti, ha la meglio il campanilismo della
proprietà. È quello che accade oggi. Con il pretesto del re-
alismo pragmatico e dell’impotenza politica, la xenofobia
di Stato, forte di un campanilismo della proprietà e di uno
sciovinismo del benessere, può gettare ombra sull’acco-
glienza, letta sempre nell’orizzonte di un’incombente mi- l’occhio al nazionalismo aggressivo, si è
naccia, dove si spaccia lo straniero per un intruso, la sua aggiunta la sinistra sovranista di nuovo co-
venuta per una invasione. Questa deriva patriottica si de- nio, a ben guardare un misero controcanto
clina così in un sovranismo a sfondo razzista. della destra reazionaria. Si dovrebbe parla-
A rendere ancora più inquietante la questione è che alcu- re più correttamente di «sovranismo» per
ni di questi temi abbiano potuto indicare quel fronte politico che difende a
essere rilanciati persino a sinistra. oltranza la sovranità della nazione.
Il ragionamento è questo: se è il CONSIDERARE La giustizia avrebbe confini – e sono
Mercato, questa potenza occulta, IL «MERCATO», quelli della nazione. Ciò che avviene
di cui la politica non è che la lunga COME ENTITÀ fuori non sarebbe affare né dei cittadi-
mano, a volere la mobilità globale, OMOGENEA, ni né dello Stato. Più che l’occupazione,
se è il Capitale a imporre la libera È FUORVIANTE: le cui cifre possono variare rendendo
circolazione, allora non si può che LA NAZIONE sdrucciolevole l’argomento, il punto
essere contro la migrazione, con- È FUNZIONALE cardine è costituito dal welfare. L’im-
tro i migranti, per i confini, per la ALL’«ECONOMIA migrazione economica dovrebbe esse-
nazione, ecc. A una vecchia so- MONDO» re drasticamente ridotta, anzi del tutto
cialdemocrazia, che già prima dei PER RISOLVERE fermata, perché toglierebbe il lavoro ai
grandi conflitti mondiali strizzava I CONFLITTI locali, peggiorerebbe i salari, ridurrebbe
gli incentivi alla produttività, aggrave-
rebbe il bilancio statale offrendo sussidi
sociali e assistenza sanitaria a stranieri che ne approfitterebbero, senza aver fornito alcun
contributo. Si tratterebbe insomma di elemosina elargita a spese dei poveri, costretti, loro
malgrado, a pagare. A rischio sarebbe la tenuta dello Stato sociale.
L’argomento del welfare ha molti paladini, anche se schierati su posizioni politiche diver-
se, che vanno dalla socialdemocrazia al liberalismo moderato, fino all’estrema destra. Non
è difficile capire perché: si coagula qui tutta la logica immunitaria della nazione, quell’eco-
nomia del «prima noi!», che può apparire non solo pragmatica, ma persino responsabile
e solidale. Ciò che conta è «il benessere economico degli autoctoni». Attenzione, dunque,
ESTATE 2019

a non contaminare il sistema economico e sociale dei paesi democratici, a non guastarlo,
inquinarlo, deturparlo con gli immigrati! Musica per le orecchie dei cittadini, futuri elettori,
in grado con il loro voto di punire quei politici che si azzardino a sostenere tesi diverse. E
infatti, sebbene i dati dimostrino in molti casi l’opposto – cioè che gli immigrati non solo
N. 3

non sottraggono il lavoro ai locali, perché svolgono altre mansioni, ma che aumentano anzi
il Pil mentre favoriscono le entrate del proprio paese contribuendo a lenire la povertà – tutti
i motivi «utilitaristici» sono destinati a cadere nel vuoto.
Quando si parla di globalizzazione non si può aggirare il tema della «responsabilità globa-
le». Comunque si intenda affrontarlo, per rivedere il concetto di responsabilità, oppure per
ripensare nel suo complesso il processo della globalizzazione, non è più immaginabile una
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giustizia confinata alla nazione. La frantumazione della responsabilità, fenomeno diffuso e
sconcertante, non può essere un alibi. Non vedere gli effetti delle proprie azioni non rende
innocenti. Così non è più lecito usufruire a cuor leggero di beni a basso prezzo che sono co-
stati lo sfruttamento disumano, se non la vita altrui. Né è lecito chiudere gli occhi sulla ven-
dita d’armi e su tutti i traffici compiuti, più o meno sottobanco, dalla propria nazione. Anche
per ciò si avrebbero responsabilità ulteriori che si aggiungono a quell’obbligo di prestare
aiuto che nasce dalle sempre più strette interdipendenze della società planetaria.
C’è un dispositivo dell’immigrazione. Le barriere si sollevano ogni volta per far passare
coloro che dispongono di precise qualità tenute in gran conto dal capitalismo. Occorre leg-
gere questo dispositivo entro la logica del mercato neoliberista che ha incorporato la società
e ha visto nell’essere umano null’altro che un homo oeconomicus. Il che non giustifica una
lettura economicistica dell’immigrazione che mira a trasformare i cittadini-lavoratori in utili
risorse umane. Certo che la mobilità fa gioco al capitale. Su questo si regge il dispositivo
dell’immigrazione che, se da un canto attrae, dall’altro respinge – due versanti di una stessa
strategia politica volta a neutralizzare e sfruttare i flussi migratori. Gli accordi che favorisco-
no la «domanda di manodopera straniera» possono così coniugarsi con le misure repres-
sive dirette alla «lotta contro l’immigrazione clandestina». L’inclusione è allo stesso tempo
esclusione. E il migrante è sempre voluto ma non benvenuto – richiesto come lavoratore, ma
indesiderato come straniero.
Senza assumersi alcuna responsabilità
per le vite delle persone, la politica mi-
gratoria filtra, sceglie, seleziona. Si spie- vo di immigrazione appare allora una forma del più ampio
gano così le forme di neoschiavismo, la dispositivo di flessibilità imposto dal mercato. Per un verso,
segmentazione etnica del mercato del la- evocando un ideale economico, contrabbandato per libertà,
voro, la precarizzazione materiale ed esi- nessun ostacolo è opposto alla «libera circolazione», di for-
stenziale dei migranti, costretti a seguire za-lavoro non meno che di merci; per altro verso la libertà
traiettorie e ritmi loro assegnati. Il potere di chi emigra viene espropriata, addomesticata, tradotta in
si esercita su corpi docili, ammessi tem- mobilità, resa semplice adattabilità. Ecco perché il dispositi-
poraneamente, e poi espulsi. Il dispositi- vo di immigrazione, contribuendo a una spietata concorren-
za, si rivela funzionale alla flessibilità.
Parlare inoltre di «mercato», intendendolo come enti-
tà omogenea, è in tale contesto fuorviante. L’annunciata
unificazione del mercato non si è compiuta. Nell’«econo-
mia-mondo» resta protagonista la democrazia nazionale
dove i conflitti sono più facilmente risolvibili. Ecco perché
si è sviluppato lo Stato provvidenziale o Stato-Provvidenza,
al cui interno quelle classi, che dovrebbero essere in lotta, si
considerano parti diverse, ma di un equipaggio imbarcato
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

sulla stessa galera. Alla convergenza di due discriminazioni,


che si saldano in modo inedito, quella di «razza» e quella di
«classe», si trova il corpo del migrante.
Così le frontiere, epifania di un’erosa e pericolante so-
vranità, che ha bisogno di muri sorvegliati, sono tornate
a essere attuali, insieme a molti altri tipi di barriere. Con-
tro questo revanscismo si va infrangendo l’antico sogno di
quella classe inter-nazionale, il proletariato che, a differen-
za della borghesia, non ha mai potuto riconoscersi negli
interessi nazionali, né mai potrebbe abdicare agli ideali di
una giustizia mondiale.
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DEMOCRAZIA

L’élite
è peggio
del
popolo
L’Italia è un paese limitato da ceti dirigenti troppo spesso
incapaci e miopi, e da una borghesia che ha usato lo stato
ESTATE 2019

per proteggersi e poi lo ha spolpato. Il problema non sono


le «masse» né il cosiddetto «analfabetismo funzionale»
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Q
ualche anno fa, forse in anticipo sui tempi, una petizione per l’a-
bolizione del suffragio universale, lanciata su Change.org e rivolta
niente meno che alla Corte costituzionale, raccolse nemmeno 500
firme. Oggi, probabilmente, avrebbe maggior fortuna, sollevando
un argomento sempre meno tabù, soprattutto in ambienti «pro-
gressisti» o «liberali». Nel mondo anglosassone, il cielo si è aperto
Giacomo Gabbuti nel 2016, con l’accoppiata Brexit-Trump. Già a maggio, il Washin-
gton Post (che dal 2017 significativamente ha adottato il nuovo
motto «La democrazia muore nelle tenebre»), ospitava un editoriale del giornalista David
Harsanyi che invitava a «liberarsi» degli elettori «ignoranti». In un paese in cui in nome
del sacro dogma della «libertà», anche in tempi di drammatica consapevolezza della crisi
ambientale, si fa fatica a discutere qualsiasi limitazione di «diritti» come ghiacciare ogni
stanza con l’aria condizionata e andare in bagno guidando un pick-up, Harsanyi ritiene
possibile impedire il voto ai disinformati. A differenza di uragani, siccità e innalzamento
degli oceani, l’ignoranza nell’urna ha gravi conseguenze, e «la società dovrebbe avere cer-
te aspettative minime» nei riguardi di chi partecipa alle elezioni; un test, come quello per
ottenere la cittadinanza Usa, «will do just fine».
Come ha riassunto su The Vision Luigi Mastrodonato, il tema è oggetto di dibattito ac-
cademico: Jason Brennan (Georgetown University) propugna la epistocrazia, «un sistema
politico dove il diritto di voto è emanazione della conoscenza» e può essere limitato (o
pesato) in virtù delle «competenze». Del resto, oltreoceano non si sono mai fatti proble-
mi a scoraggiare la partecipazione al voto di poveri ed emarginati, o a limitarla in paesi
considerati non ancora maturi. Certo, oggi suscita sconcerto leggere sullo Spectator l’ex
consigliere di Trump, Steve Bannon, dichiararsi «affascinato» da Mussolini; ma altrettanta
simpatia era espressa già nel 1923 da G. M. Trevelyan. Invitato, da esperto di cose italia-
ne, a Oxford nel primo anniversario della Marcia su Roma, il più noto storico britannico
dell’epoca considerava come quel «grande uomo» stesse portando «ordine e disciplina» in
quell’amato, ma tutto sommato orientale, paese mediterraneo, abituato ai «diverbi in piaz-
za» e non ancora pronto per la democrazia liberale. Chissà, forse non solo la democrazia è
un buon prodotto da esportazione: di certo, qualcuno si è sco-
perto all’improvviso vulnerabile a fenomeni populisti da sempre
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

ascritti al sottosviluppo altrui – e non la sta prendendo bene. Giacomo Gabbuti


Nel nostro paese, dopo decenni di Berlusconi e antiberlusco- è dottorando
nismo, non servono grandi riferimenti accademici per esprime- di storia economica
re disprezzo verso le quotidiane manifestazioni di ignoranza di all’Università di Oxford.
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«analfabeti funzionali», il cui voto «vale quanto il tuo». Sui social c’è l’imbarazzo della scel-
ta: si va dalla nuova moda del fact-checking, in risposta al dilagare delle temibili fake news
alimentate da hacker battenti bandiera liberiana, alla variante de noantri, una nuova figu-
ra sociale, l’impavido blastatore, figura il cui archetipo rimane indubitabilmente il dottor
Burioni, quello de «la scienza non è democratica», capace di trattare con medesimo tatto e
postura tutto l’insieme di argomenti compreso tra l’importanza della vaccinazione e i risul-
tati della Lazio (inclusa l’umiliazione di precari della ricerca colpevoli di notare che esistono
scienze e discipline di cui Burioni non ha cognizione).
Non è il primo contributo italiano a una così nobile causa: nel nostro paese il cosiddetto
«elitismo» trovò i suoi primi sviluppi. Tra Ottocento e Novecento, quando la scienza politica
europea muoveva i suoi primi passi empirici, ci si scontrava, per dirla con Gaetano Mosca,
col fatto che «in tutte le società, a cominciare da quelle più mediocremente sviluppate […]
fino alle più colte e più forti, esistono due classi di persone, quella dei
governanti e l’altra dei governati». In ogni società storicamente docu-
IL DISCORSO ELITISTA mentata, una minoranza aveva gestito il potere, vivendo del lavoro di
ELABORATO IN ITALIA maggioranze di sottoposti, governati «in modo più o meno legale, ov-
DA MOSCA E PARETO vero più o meno arbitrario e violento». Vilfredo Pareto, mentre riteneva
FINÌ PER FAVORIRE che le abilità fossero distribuite in maniera diseguale tra gli uomini (e
IL CLIMA POLITICO si riflettessero in una distribuzione disuguale e costante del reddito),
CHE ALIMENTÒ non riteneva che queste si trasmettessero per via ereditaria (concetto
IL PRIMO FASCISMO che invece sembra tornare sempre più di moda nelle liberali demo-
crazie anglosassoni). Secondo Pareto, in diverse epoche e società, la
selezione dell’élite avveniva sulla base di diverse abilità (l’imprendi-
torialità in quelle commerciali, la bellicosità in quelle guerriere, lo studio nel mandarinato
cinese, e così via), ma in ogni caso, si assisteva a fenomeni di «circolazione» tra i diversi strati
sociali. Qualora questo processo fosse stato impedito, trattenendo gli «elementi eletti» lon-
tano dal potere, e lasciando gli «elementi inferiori» al vertice, l’«equilibrio sociale» sarebbe
diventato «sommamente instabile», rendendo una «rivoluzione violenta» inevitabile.
Pareto, come è noto, non vide di cattivo occhio la violenta soluzione fascista allo stallo
della democrazia italiana; e più in generale, il discorso elitista finì per portare acqua all’an-
tiparlamentarismo che alimentò il primo fascismo. Ma ciò che rende davvero problematica
la moderna rivalutazione dell’elitismo dei blastatori contro le orde di analfabeti funzionali
grillo-fascio-pluto-leghiste, è che il tipo di democrazia di cui Mosca e Pareto denunciavano
la crisi era tutt’altro che popolare e di massa. Anzi, per molti versi, era concettualmente
più simile a quella invocata da Harsanyi. Certo, l’estensione del suffragio (sempre per soli
uomini) nel 1912 e soprattutto nel 1918, e ancor di più le lotte operaie del biennio rosso, di
cui quest’anno ricorre il centenario, avevano reso evidente alle élite italiane l’impossibilità
di difendere i propri privilegi, in un mondo in cui le masse lavoratrici si organizzavano e
prendevano parola. Ma non fu certo lì che nacque il «classico» malcostume politico italiano
ESTATE 2019

che alimentò l’antiparlamentarismo. Episodi di corruzione, incompetenza, trasformismo,


spesa pubblica allegra e improduttiva, abusi di potere, sono ben documentati già nei primi
decenni post-unitari, quando ad avere il diritto di voto erano appena il 7,9% dei maschi
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adulti (1,9% della popolazione, percentuale tra le più basse persino tra le «democrazie» li-
berali ottocentesche), selezionati proprio sulla base di istruzione e censo.
Come sintetizzato da Alberto Mario Banti nella sua Storia della borghesia italiana (Don-
zelli, 1996), la disillusione per la politica «dei virtuosi e dei sapienti» che sognavano i pen-
satori risorgimentali fu cocente e precoce. Lo stesso Pareto non aveva una grande opinione
della borghesia «ignorante e vile», di cui, ricordava Schumpeter, mai mancò di lamentarsi.
Come lui, i liberisti, incluso Maffeo Pantaleoni, in seguito ministro delle finanze di D’An-
nunzio a Fiume e ispiratore delle prime politiche economiche fasciste, dovettero riconosce-
re il ruolo positivo delle prime pattuglie di socialisti che portavano, in un parlamento preda
degli interessi di élite prive di una visione modernizzatrice, le ragioni del libero scambio (in
un paese ricco di bocche da sfamare e povero di terra), contro i dazi, imposti a difesa degli
interessi degli agrari. Ancora nel primo dopoguerra, nelle pagine della Rivoluzione liberale
dedicate ai nazionalisti italiani, Piero Gobetti avanzerà il paradosso secondo cui, tirando le
teorie di Mosca e Pareto fuori dall’«intellettualismo sociologico e scientifico da cui nasce», e
collocandole nel loro «ambiente naturale, ossia nella lotta di classe», si dovesse riconoscere
nel movimento operaio l’élite combattiva e modernizzatrice (per certi versi, portatrice di
uno spirito «borghese»). Al contrario i nazionalisti, dietro la retorica guerrafondaia, altro
non erano che «il partito dei ceti medi», di mentalità burocratica e piccolo-borghese. An-
cora il fascista Nello Quilici, vicino a Italo Balbo, avrebbe lamentato l’«insufficienza» della
borghesia italiana, negazione stessa dei
valori tradizionalmente attribuiti a que-
sta classe sociale nella storia europea. sarono di addomesticarlo, e ovviamente, l’élite dell’élite:
Lo stesso fascismo, che sulla scia di quel dottissimo Re che, forse per non essere disturbato nei
Umberto Eco è oramai considerato da suoi studi numismatici, anziché firmare lo stato d’assedio
molti auto-nominati progressisti una durante la marcia su Roma, preferì convocare il capo del
categoria dello spirito italiano, una «ma- Pnf per conferirgli l’incarico. Al contrario della più sofisti-
lattia congenitaı» che affliggerebbe senza cata repubblica di Weimar, gli ignoranti lavoratori italiani,
scampo il popolino (e che in fondo, se dopo essersi opposti alla Grande Guerra, non votarono
non limitazioni al diritto di voto, giustifi- per i fascisti in libere elezioni. Come ricordava il 25 Aprile
cherebbe la necessità di élite illuminate, sul sito di Jacobin Italia Luca Casarotti, tra i processati per
autonominate, possibilmente dotate di antifascismo troviamo in stragrande maggioranza membri
triplo cognome), non fu peraltro colpa della classe operaia. Più che dal popolino, l’Italia è un paese
delle «masse», né tantomeno della «de- limitato da élite economiche, politiche e culturali troppo
mocrazia». Certo, è argomento di dibatti- spesso incapaci e miopi, da una borghesia che ha usato lo
to quanto «consenso» (e cosa significhi in stato per proteggersi e poi lo ha spolpato, salvo poi scoprirsi
una dittatura) Mussolini ebbe una volta impotente contro la competizione dei paesi emergenti; da
al potere. A portarlo sul balcone di Palaz- ideologie poracciste alla Briatore, della cultura con cui non
zo Venezia non fu tuttavia il popolo bue, si mangia e dell’importanza di fare i camerieri piuttosto che
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

ma i latifondisti padani che ne armarono l’università; ma anche dallo speculare paternalismo deami-
le squadracce nelle campagne, la borghe- cisiano di certi intellettuali, di cui la recente polemica scate-
sia industriale che lo finanziò contro i so- nata da Elena Stancanelli sulla correttezza dell’italiano del
cialisti, le classi dirigenti liberali che pen- giovane e coraggioso Simone di Torre Maura è solo l’ultima,
grottesca manifestazione. Mentre aldilà delle Alpi, Macron
in crollo di consenso promette di abolire l’Ena – la scuola,
istituita nel 1945, per la selezione e formazione della classe
dirigente repubblicana, oramai considerata uno strumen-
to con cui le élite transalpine mantengono il dominio sulla
politica nazionale – in Italia, dopo la felice, breve parentesi
del dopoguerra, in cui nuove leve di giovani vennero forma-
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te in enti come l’Iri o lo Svimez, la selezione della classe dirigente si svolge sottotraccia, in
modo opaco. Non solo nell’economia, dove più che visionari creatori di imprese à la Steve
Jobs, si trovano ereditieri, al massimo in grado di reinventarsi in altri campi, più spesso
incapaci di mantenere ciò che hanno avuto in sorte. Persino in politica, in quei partiti che
sarebbero eredi del movimento operaio, la selezione dei meritevoli avviene per cooptazione
tra i pargoli delle famiglie bene: ne è rappresentazione Calenda. Fulvio Abbate, raccontan-
done su Linkiesta la resistibile ascesa, lo definisce reduce da una «Ena tutta personale».
Se il popolo preferisce affidarsi a mani diverse da quelle sapienti che le élite hanno scelto
per lui, la colpa è del suo essere ignorante, ur-fascista direbbe Umberto Eco: ma in fondo
non basta dire italiano? La risposta a tale stato di cose non è più di moda cercarla nel trittico
gramsciano – agitarsi, organizzarsi, studiare – ma diviene piuttosto rodersi il fegato, bla-
stare gli analfabeti funzionali, abolire il suffragio universale. I social diventano pulpiti d’a-
vorio dai quali impartire lezioni di vita. Chiunque non la pensi come
noi – sia un fascista, un complottista, un antimacchinista, ma perché
I SOCIAL MEDIA no, anche un vegano, una “nazi-femminista”, un buonista – diventa un
DIVENTANO PULPITI analfabeta funzionale. Se non è possibile, come suggeriva Harsanyi,
D’AVORIO DAI QUALI liberarsene, almeno va messo alla gogna sulla pubblica piazza social.
IMPARTIRE LEZIONI DI VITA. Che non lo redimerà, ma vuoi mettere la soddisfazione?
CHIUNQUE NON LA PENSI Dentro tali vortici e bolle di rancore, non c’è livello di istruzione che
COME NOI DIVENTA UN renda sufficientemente «democratici» e degni di voto. Del resto, se ba-
ANALFABETA FUNZIONALE stasse leggere i libri a sconfiggere il fascismo, non avremmo avuto fi-
gure come Gentile o lo stesso Heidegger. Ma non è in fondo analfabeti-
smo funzionale pensare che si possa chiedere alla corte costituzionale
di una repubblica democratica fondata sul lavoro di abolire il suffragio universale? Di certo,
chi scherzando ma non troppo, invoca l’abolizione del suffragio universale dimentica che
la democrazia è prima di tutto un processo. Nel suo classico La democrazia degli antichi e
dei moderni, Moses Finley ricordava il «non simulato sogghigno» di Tucidide nell’ipotizza-
re che, quando l’assemblea ateniese deliberò l’invasione della Sicilia, la maggior parte dei
votanti ignorasse «le dimensioni dell’isola e dei suoi abitanti». Ammesso che avesse ragio-
ne, per Finley l’errore di Tucidide era «confondere le conoscenze tecniche con l’intelligenza
politica». Era compito degli esperti mettere l’assemblea in grado di prendere una decisione
ponderata (e lo stesso Tucidide ammetteva che la decisione ateniese era corretta) – e molto
ci sarebbe da dire oggi sul ruolo degli «esperti», in primis gli economisti, nel limitare le alter-
native considerate disponibili dalla politica. Ma soprattutto, a conferire «intelligenza politi-
ca» ai cittadini ateniesi era l’esser parte di un meccanismo in cui la partecipazione politica
non era una possibilità teorica, ma pratica quotidiana. Rispetto al passato, quando lo stesso
Harsanyi ammetteva che gli elettori fossero almeno altrettanto ignoranti, a essere cambia-
ta non è soltanto la disponibilità delle informazioni (che renderebbe oggi ingiustificabile
l’ignoranza), ma il contesto in cui i cittadini si informano e formano le proprie opinioni.
ESTATE 2019

Per salvare la democrazia dalle tenebre, più che correggere la grammatica agli analfabeti
funzionali o disegnare il miglior test per escluderli dal voto, chissà che non torni più utile
ricominciare a porsi l’obiettivo di coinvolgerli in processi di partecipazione politica.
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Quando, nei primi mesi del 2011, sono scoppiate in

SAGGIO SUL CAPITALE DI MARX


Nord Africa imponenti proteste antigovernative, il
concetto di società civile è tornato in auge, e si è raf-
forzato nell’immaginario collettivo il nesso causale
tra società civile e processi di democratizzazione,
un topos della letteratura politologica degli ultimi
decenni.
Per “società civile” si intendono qui tutte le forme
associative spontanee, esterne all’apparato statale,
con strutture decisionali indipendenti: sindacati, as-
sociazioni professionali e di mutuo soccorso, grup- LEV TROCKIJ
pi di pressione, ONG, organizzazioni religiose e di

Saggio
villaggio. Ma è proprio vero che la società civile può
contribuire alla risoluzione della conflittualità tra gli
Stati e all’interno degli Stati?

sul Capitale di Marx


Julia Kristeva quando, nei primi mesi del
2011, sono scoppiate in Nord Africa impo-
nenti proteste antigovernative, il concetto di
società civile è tornato in auge, e si è raf-
forzato nell’immaginario collettivo il nesso
causale tra società civile e processi.

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LEV TROCKIJ

In copertina:
Paolo Ferrari, Raddoppio su-figura, 2011

Ibis
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Esercizi
DEMOCRAZIA

di una
politica
del(la)
comune
La democrazia diretta è ormai entrata nell’agenda
della politica. Ma senza il contrappeso di corpi
collettivi si riduce a plebiscitarismo o a semplice
maquillage del comando capitalistico.
Ciò impone di costruire dal basso nuove istituzioni

I
l tema della democrazia diretta in
contrapposizione o a integrazione
della democrazia rappresentativa ap-
partiene storicamente alla tradizio-
ne socialista. Come spiega Norberto
Bobbio, «chi conosce un po’ la sto-
Salvatore Cannavò ria della disputa ormai secolare pro
e contro il sistema rappresentativo
ESTATE 2019

sa benissimo che gira e rigira i temi in discussione sono so-


prattutto questi due. Sono entrambi temi che appartengono
alla tradizione del pensiero socialista, o per meglio dire alla
concezione della democrazia che è venuta elaborando il pen-
N. 3

siero socialista in opposizione alla democrazia rappresenta-


tiva considerata come l’ideologia propria della borghesia piú
avanzata, come l’ideologia ‘borghese’ della democrazia. Dei
due temi, il primo, cioè la richiesta della revoca del mandato
da parte degli elettori sulla base della critica al divieto di man-
dato imperativo, è proprio del pensiero politico marxistico:
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IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

Illustrazione di Daniela Tieni


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come tutti sanno fu lo stesso Marx che volle dare particolare
rilievo al fatto che, nella Comune di Parigi, questa ‘fu com-
posta dei consiglieri municipali eletti a suffragio universale
nei diversi mandamenti di Parigi, responsabili e revocabili in
qualsiasi momento’ (La guerra civile in Francia)».
«Il principio fu ripreso e ribadito piú volte da Lenin
– scrive ancora Bobbio – a cominciare da Stato e Rivolu- Il Movimento 5 Stelle in Italia costitu-
zione, ed è trapassato come principio normativo nelle isce il cuore di questa impostazione che,
varie costituzioni sovietiche. Il secondo principio è quello in altre forme e con altri obiettivi, racco-
che punta alla ‘rappresentanza degli interessi’ e quindi si glie consensi o produce analogie in altri
propone la ‘disarticolazione corporativa dello Stato oltre contesti. Si pensi al movimento dei cosid-
quella territoriale’ con la costituzione di una ‘rappresen- detti Gilets gialli in Francia, alla richiesta
tanza funzionale, cioè degli interessi costituiti e ricono- di una nuova forma di democrazia diretta
sciuti, accanto a quella territoriale propria dello stato par- tramite l’istituzione del Referendum d’i-
lamentare classico’». niziative citoyenne (Ric) e tramite una
La lunga citazione aiuta a comprendere come il rappor- contestazione radicale, cioè in radice, del
to tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta ha sistema rappresentativo generato dalla V
caratterizzato il dibattito politico e filosofico, ma anche Repubblica francese (come racconta l’ar-
giuridico, nel corso del Novecento. Il tema è di stringen- ticolo di Gérard Noiriel, Gilets jaunes, ja-
te attualità sul piano squisitamente politico e parlamen- cqueries e democrazia del pubblico, pub-
tare, grazie alla presenza e all’iniziativa di forze politiche blicato sul sito di Jacobin Italia).
e sociali che non recuperano l’impostazione socialista né, La crisi della democrazia rappresenta-
tanto meno, quella corporativista che nella storia del seco- tiva ha fatto emergere formazioni che pur
lo scorso ha trovato attuazione «sia pur maldestra» sotto il non contestando il sistema capitalistico
fascismo con la camera dei fasci e delle corporazioni. Oggi e, anzi, incaricandosi di organizzarlo con
l’istanza democratica diretta è avanzata da formazioni la maggiore efficacia utilizzano la chiave
cui definizione è ancora oggetto di dibattito politologico e della partecipazione popolare e l’allusio-
che per approssimazione potremmo far afferire alla cate- ne a una più perfetta democrazia, come
goria del populismo democratico, nel senso che insistono strumento per veicolare consenso in
sulla contrapposizione storica tra il popolo e le élites, tra funzione di un cambiamento promesso
la cittadinanza e loro – intesi come poteri costituiti, poteri dell’amministrazione pubblica.
economici e finanziari. Con una strategia che non mette in Si prenda la citazione di Bobbio e la
discussione il sistema liberaldemocratico, basato su libere si affianchi a questo brano del libro Sia-
elezioni, contendibilità degli incarichi pubblici e rappre- mo in guerra di Gianroberto Casaleggio
sentanza nelle istituzioni. e Beppe Grillo che del M5S sono i fonda-
tori. Scrive Bobbio: «Perché vi sia demo-
crazia diretta nel senso proprio della pa-
Salvatore Cannavò, rola, cioè nel senso in cui diretto vuol dire che l’individuo partecipa esso stesso
vicedirettore de Il alla deliberazione che lo riguarda, occorre che fra gli individui deliberanti e la
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Fatto quotidiano e deliberazione che li riguarda non vi sia alcun intermediario». Da questo punto
direttore editoriale di vista, aggiunge, le forme fondamentali di questo tipo di democrazia sono
di Edizioni Alegre, è sostanzialmente due: il referendum e l’eliminazione della rappresentanza.
autore tra l’altro di Scrivono Casaleggio e Grillo: «Ognuno vale uno. La Rete può essere spiegata
N. 3

Mutualismo. Ritorno con queste tre parole che stanno alla base della democrazia diretta» nella qua-
al futuro per la le «i cittadini non solo eleggono i propri rappresentanti, ma possono anche
sinistra (Alegre). proporre e votare leggi attraverso diverse forme di partecipazione, quali la pe-
tizione popolare o il referendum». E ancora: «La democrazia diretta non tollera
l’intermediazione dei partiti, non delega il proprio futuro a dei leader televisivi
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di cartapesta. A cialtroni che si autoeleggono rappresentanti per lucro o per visibilità. Nel
nuovo mondo ognuno conta uno».
I riferimenti alla tradizione socialista e alla lettura che Karl Marx ha dato dell’espe-
rienza della Comune di Parigi del 1871 sono del tutto assenti (e come potrebbe essere
altrimenti?). Qui si recupera una impostazione radicale della democrazia, quella senza
intermediari, affidandosi alla forza della Rete, cioè delle nuove tecnologie di comunica-
zione e interconnessione che renderebbero possibile ciò che finora poteva essere solo
esemplare o embrionale. «L’assemblea dei cittadini, la democrazia che aveva in mente
Rousseau – scrive ancora Bobbio – è un istituto, come del resto Rousseau sapeva benis-
simo, che può aver vita soltanto in una piccola comunità, com’era quella del modello
classico per eccellenza, Atene del V e VI secolo quando i cittadini erano poche migliaia e
stavano tutti insieme nel luogo convenuto». La Rete, invece, permetterebbe un’effettiva
partecipazione dei molti, tendenzial-
mente di tutti, a un processo di delibe-
razione che eviti la rappresentanza e IL PCI HA QUASI e astratti di una consultazione
salti quindi l’intermediazione del rap- SEMPRE SUBÌTO generalizzata svoltasi su un
presentante. Si tratta di un’aspirazione IL REFERENDUM diritto sociale specifico – il
a un processo di effettiva disinterme- COME FORMA DI salario operaio – hanno avuto
diazione politica, ma anche sociale, che PARTECIPAZIONE la meglio causando una scon-
costituisce una delle nervature delle LASCIANDOLO fitta dalle conseguenze du-
moderne forze populiste democratiche. IN MANO A FORZE rature. Solo con due referen-
La democrazia diretta dei 5 Stelle vede LIBERALI, COME dum a carattere sociale come
gli attori come individui atomizzati, IL PARTITO RADICALE quello sul nucleare del 1987 e
impedendo loro di divenire corpo col- quello sull’acqua pubblica del
lettivo. Sulla piattaforma Rousseau non 2011, l’iniziativa è stata presa
sono previsti spazi di confronto tra pari, da forze di sinistra, a volte legate ad una visione di classe,
solo interlocuzione con gli eletti. comunque orientate a una concezione di democrazia della
Se la democrazia diretta di cui parla- partecipazione.
no i 5 Stelle è uno strumento formale e
astratto, la discussione mette a prova la Una soggettività dotata di sostanza
tenuta dell’intelaiatura della democra-
zia costituzionale e repubblicana in cui La giusta critica al carattere formale dell’elaborazione
il riferimento alla democrazia diretta è pentastellata, dunque, non è motivo per non cogliere nel
radicato nell’articolo 75 che tratta del re- valore della democrazia diretta uno strumento essenziale
ferendum e che è stato assai poco valoriz- per affrontare, puntando a un esito progressivo, l’attuale
zato dalle forze di sinistra. Il Pci ha quasi crisi della democrazia rappresentativa nel suo rapporto con
sempre subìto il referendum lasciandolo il moderno sviluppo del capitalismo e per prospettare una
nelle mani, non a caso, di forze demo- soluzione avanzata della partecipazione e della gestione,
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

cratico-liberali come il Partito radicale. meglio dell’autogestione, della res pubblica.


Quando lo ha voluto praticare, nel 1985 Gli articoli precedenti hanno già sviluppato il tema
con il tema della scala mobile, su un ter- della crisi della democrazia rappresentativa. L’acutezza di
reno direttamente sociale, i limiti formali questa contraddizione, del resto, è stata rappresentata dal
sociologo liberal-democratico Colin Crouch quando, nel
suo Post-democrazia, ha messo in evidenza la preponde-
ranza delle élites economiche. La soluzione, semplicistica
di Crouch è quella di definire «nuove regole per prevenire,
o almeno per regolare da vicino, i flussi di denaro e di per-
sonale tra i partiti, gruppi di consulenti e lobby industria-
li», codificare i «rapporti tra sponsor privati da una parte
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e funzionari statali, criteri della spesa pubblica e decisionali dall’altra; va ripristinato il
concetto di servizio pubblico come campo con un’etica e scopi sui generis». Sembra il
programma del M5S scritto con anni di anticipo: nessuna contestazione del modello pro-
duttivo e un’attenzione meticolosa alle forme della politica democratica per ripristinare
un circuito virtuoso tra istituzioni e aziende, multinazionali o meno che siano. Eguaglian-
za «formale» contro eguaglianza «astratta» come notava Gaetano Della Volpe a proposito
della differenza tra Rousseau e Marx. Un approccio che porta all’impasse anche perché
non riconosce, come pure sarebbe possibile leggendo Stefano Rodotà, che la «lex merca-
toria» è il principale ostacolo al «diritto di avere diritti».
Per dispiegare una democrazia integrale non ci si può fermare al compromesso con il ca-
pitalismo finanziario o affidarsi alla capacità di persuasione delle lobbies. Occorre un di più
di consapevolezza e di sostanza, una capacità effettiva di un soggetto politico che si dota di
un programma e di un’ambizione di tale
natura, che produca uno scarto rispetto
al sistema vigente e rivendichi un’effettiva È POSSIBILE tare recentemente, la promessa
capacità di decidere, un potere effettivo. COSTRUIRE di democrazia nasconde solo il
La democrazia diretta, così, deve porsi in STRUMENTI tentativo plebiscitario.
relazione esplicita con il tema dell’autogo- DI CONTROPOTERE Le potenzialità dell’articolo
verno, di una democrazia sostanzialmente E SPERIMENTARE 75 della Costituzione stanno per
diversa da quella esistente. Per questo il ALTRE FORME essere ampliate dal progetto di
tema dell’autogestione può rappresentare DI DEMOCRAZIA: riforma del M5S in cui, anche
una risorsa. Perché «lentamente, ma deci- L’AUTOGESTIONE costituzionalisti democratici e
samente, l’eclissi dell’autogestione lascia È UNA RISORSA progressisti (quelli auditi dalla
il posto se non alla luce a un chiaro-scuro commissione affari costituzio-
che proietta dei lampi su ciò che è possibi- nali) rintracciano modifiche
le» scrivono gli autori della monumentale positive e migliorative dell’utilizzo del referendum. Ci si rife-
Enciclopedia dell’Autogestione, un volume risce all’abolizione del quorum relativo alla partecipazione o
di 2.368 pagine finora disponibile solo in all’introduzione del «secondo referendum» legato alla legge
francese. Come scriveva Karl Marx a Lu- di iniziativa popolare che scatterebbe qualora quest’ultima
dwig Kugelmann nel 1861, «nelle utopie di – per la quale si prevedono meccanismi più vincolanti da
un Fourier o di un Owen si leggono i pre- parte del parlamento ai fini della sua esamina e approvazio-
sentimenti e l’espressione fantastica di un ne – venisse modificata nelle aule di camera e senato: a quel
mondo nuovo». punto i promotori della legge di iniziativa popolare avrebbe-
Bisogna liberarsi dal capitalismo ma ro il diritto di chiamare a un referendum per decidere quali
intanto strumenti di «contropotere» e spe- delle due leggi – quella popolare o quella del parlamento –
rimentazioni di altre forme di democrazia debba essere approvata. Ma il referendum non corrisponde
sono possibili. La democrazia diretta può all’idea che comunemente si ha, a partire da Rousseau, della
servirsi del referendum, a condizione che democrazia diretta come «compresenza fisica del popolo».
sia uno strumento nelle mani di una sog- Servirebbe quindi un di più anche per inverare l’articolo 1
ESTATE 2019

gettività dotata di sostanza e interessi at- della Costituzione che stabilisce che la sovranità «appartie-
torno ai quali organizzare partecipazione, ne» al popolo e non semplicemente «emana» (come nota
altrimenti, come abbiamo potuto consta- uno dei più prestigiosi costituzionalisti italiani, Vezio Cri-
safulli) e quindi deve garantire che la democrazia sia espres-
N. 3

sione della decisione popolare.

L’autogoverno dei produttori

Per non divenire una petizione di principio o figurare


come espressione di una figura «astratta», come immagina
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il pensiero roussoiano, non si può evitare di tornare a Marx.
Attorno all’esperienza carica di drammaticità e di prefigura-
zione del futuro, la Comune, Marx reimposta la sua conce-
zione dello stato passando dalla centralizzazione autoritaria
del potere nel Manifesto del Partito comunista all’«autogo-
verno dei produttori» di cui scrive ne La guerra civile in Fran-
cia: «In un abbozzo sommario di organizzazione nazionale,
che la Comune non ebbe il tempo di sviluppare, è stabilito Christian Laval, come «costruzione poli-
con chiarezza che la Comune doveva essere la forma politica tica» che «obbliga a concepire una nuova
anche del più piccolo villaggio di campagna […]. Le comuni istituzione dei poteri nella società» – non
rurali di ogni distretto dovevano amministrare i loro affa- si ossifica ma resta in relazione con il mo-
ri comuni mediante un’assemblea di delegati con sede nel vimento reale in un rapporto dialettico
capoluogo e queste assemblee distrettuali dovevano a loro tanto proficuo quanto tumultuoso. Revo-
volta inviare i propri deputati alla delegazione nazionale a care il deputato eletto rimane un cardi-
Parigi; ogni deputato doveva essere revocabile in ogni mo- ne per un’ossatura statuale autogestita e
mento e legato a un mandat imperatif dei propri elettori». basata sulla partecipazione effettiva alla
Lo storico francese Serge Aberdam ha ben ricostruito come vita pubblica. «Una esplicita politica del
l’esperienza della Comune trovi il proprio materiale fondati- comune – scrivono Dardot e Laval – mira
vo – assemblee di villaggio, delegati al Terzo Stato, intreccio dunque a creare le istituzioni dell’auto-go-
tra referendum e democrazia diretta – proprio nella Rivolu- verno che consentono la distribuzione più
zione francese su quella «Comune di Parigi che era già esistita libera possibile di questo agire comune». Il
tra il 1792 e il 1794». I rivoltosi del 1871 invece di riferirsi alle concetto è contestato in radice da Antonio
esperienze rivoluzionarie del 1830 o del 1848 preferirono re- Negri che intende il comune come espres-
cuperare quel modello che incarnava delle «pratiche politiche sione del «lavoro vivo» non riducibile a
radicate nella vita dei quartieri e del lavoro, una concezione sola «attività»: è invece attività produttiva
della democrazia differente da quella del nemico». di ricchezza e di vita e trasformatrice del
La fine del mandato imperativo e la revocabilità, princi- lavoro. Ma sarà lo stesso Negri, insieme a
pio chiave della nuova idea di democrazia del(la) comune, Michael Hardt, a proporre, in Assembly,
affermano l’aderenza tra delegati e la loro origine «sociale», che si costruiscano delle «istituzioni» non
ma sono i fini della democrazia diretta così organizzata a re- tali «che ci comandino ma che possano
stituire sostanza a un’organizzazione sociale differente. La favorire continuità e organizzazione, isti-
democrazia del(la) comune mira all’eguaglianza sociale, ad tuzioni che ci aiutino a organizzare le no-
affermare i diritti dei proletari, a permettere loro di esercitare stre pratiche, gestire le nostre relazioni e
il potere e di autogovernarsi in quanto produttori. Una volta prendere decisioni insieme». Cambiando
istituito, il comune – nel senso elaborato da Pierre Dardot e i termini si rintracciano quelle «istituzioni
del comune» di cui parlano Dardot e Laval.
In ogni caso resta un principio di
base: si tratta di organizzare istituzioni nel sociale, organizzare contropotere, sperimenta-
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

re democrazia dell’avvenire avendo come orizzonte la fine delle diseguaglianze, la rimessa


in discussione del modello sociale e produttivo, un effettivo passaggio di potere alla mag-
gioranza della società, ai proletari o al 99% come si voglia definire la massa degli esclusi.
Per fare questo, in tempi di crisi democratica, non basta difendere la Costituzione, per
quanto sia corretto e utile di fronte a tentativi di stravolgerla in chiave autoritaria. Occorre
proporsi il suo ampliamento in chiave partecipativa e l’introduzione di solidi meccanismi
di democrazia diretta: il referendum, certamente, la valorizzazione della cooperazione e
dell’autogestione, la revocabilità degli eletti da parte della base sociale sono solo alcune
ipotesi transitorie sapendo che non si tratterà di una operazione di ingegneria costitu-
zionale, ma di una trasformazione che potranno attuare solo soggetti sociali desiderosi di
riprendere in mano le leve della storia.
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Non c’è
democrazia
DEMOCRAZIA

senza
partecipazione
Anche se un’organizzazione
politica adatta ai nostri tempi
non potrebbe mai mantenere il
monopolio sulla dieta informativa,
non bisogna dimenticare il ruolo
formativo dei corpi collettivi nella
storia del movimento operaio

D
uecento anni fa, il 16 agosto 1819 l’esercito britannico schiacciò
in modo cruento una manifestazione per il suffragio (maschile)
universale al St. Peter’s Field di Manchester. Il cosiddetto massa-
cro di Peterloo (un’evocazione della battaglia di Waterloo contro
Napoleone del 1815) provocò diciotto morti, dimostrando la vo-
lontà ferrea dei possidenti inglesi di frustrare anche le rivendi-
David Broder cazioni democratiche più basilari.
Infatti, nel paese della prima Rivoluzione industriale, aspira-
zioni del genere non erano viste come moderate o solo «formali». Sebbene la manife-
stazione di St. Peter’s Field fosse stata pacifica e festosa, la parola stessa «democrazia»
ESTATE 2019

era una bestemmia per la nuova classe imprenditoriale. Tranne


alcuni casi isolati, la borghesia era concorde con l’aristocrazia nel
ripudiare anche il principio astratto di democrazia. David Broder
Se i nuovi potenti del primo Ottocento inneggiavano alla «li- è uno storico
N. 3

bertà» risalente all’Atene antica, e alla difesa inglese di quell’i- e traduttore


dea contro la «tirannia» napoleonica, non accettavano l’idea inglese, redattore
democratica, che associavano a nozioni come l’oclocrazia (il europeo
potere della plebe) e il livellamento sociale. Anche gli aspetti di Jacobin
democratici del mondo antico venivano visti come un lusso di- Magazine.
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pendente dal lavoro fornito degli schiavi – e si prolungava nel presente una nozione
di «libertà» basata sullo sfruttamento altrui, sia nelle colonie che nei nuovi centri di
produzione industriale.
Per i primi movimenti operai in Europa, l’idea democratica era quindi molto vici-
na a quella del socialismo o del Commonwealth. Se nei primi decenni dell’Ottocen-
to il proletariato inglese o tedesco rimanevano frammentati e senza organizzazione
(c’erano solo casi isolati di concentrazione industriale e i protagonisti dell’associa-
zionismo operaio erano per lo più artigiani, se non filantropi borghesi), l’orizzonte
dell’emancipazione si radicò su un livello prettamente politico: per una riforma co-
stituzionale che consentiva l’eguaglianza giuridica generale.
Fu la repressione del movimento cartista inglese degli anni 1830-40, ma soprat-
tutto il fallimento della rivoluzione tedesca nel 1848, a spezzare questo legame au-
tomatico tra il suffragio e la riorganizzazione della società. Se in quell’epoca anche
Karl Marx ipotizzava la possibilità di una via pacifica al socialismo – l’articolazione
del suffragio universale, elezioni annuali e la debolezza della società civile borghe-
se avrebbero consentito una trasformazione democratica dei rapporti sociali – tali
speranze non sopravvissero alle sconfitte di tali movimenti.
Nel caso tedesco, alcuni elementi della giovane borghesia sostennero la rivolu-
zione del 1848, cercando di creare una repubblica tedesca unita. Ma erano già evi-
denti le contraddizioni tra la nozione di Costituzione liberale (basata sulla difesa
della proprietà privata, la discriminazione per censo e l’organizzazione gerarchica
dei mandati democratici, così come già era la Costituzione degli Stati uniti) e la ri-
vendicazione di una piena democratizzazione della società, basata sull’eguaglianza.
Questi limiti espliciti alla partecipazione democratica evidenziavano l’ipocrisia
dei progetti liberali. Ma allo stesso tempo, il movimento operaio e socialista trova-
va un nemico accanito nella visione puramente plebiscitaria della democrazia, an-
ch’essa sempre più potente in quell’epoca. Marx criticava aspramente la finta demo-
crazia dei referendum, grazie a cui un dispota come Napoleone III in Francia poteva
mobilitare il voto dei contadini («Una massa amorfa come le patate in un sacco»)
per dotarsi dei pieni poteri, frustrando le spinte più progressiste dei centri urbani.
Questa critica del referendum evidenziava una tensione implicita tra il «progres-
so sociale» e la democrazia. Sin dalla Rivoluzione francese il pensiero socialista in
Europa e altrove (soprattutto quello ispirato a Gracchus Babeuf, militante e scrittore
alla sinistra del giacobinismo negli anni 1790) aveva cercato di realizzare i principi
dell’età dei Lumi, restituendoli a tutti e rendendoli davvero universali. In questa vi-
sione, il progetto per la democratizzazione del sapere esprimeva, allo stesso tempo,
la volontà di aumentare il livello culturale delle masse, rendendole in grado di assu-
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

mere una posizione di comando nella società.


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Per questo motivo i primi movimenti operai si radicavano in progetti di (auto)-e-
ducazione, organizzati soprattutto da minoranze di artigiani e operai che cercava-
no di liberarsi dalla loro condizione subordinata nella società industriale attraverso
lo strumento della «scienza». Sia il partito socialdemocratico tedesco – la forza più
grande nel socialismo tardo ottocentesco – che le prime Società operaie italiane
mettevano le loro radici non nell’organizzazione prettamente sindacale ma nell’e-
ducazione popolare di questo tipo, anche attraverso lo scontro con iniziative simili
dirette da riformatori liberali.
La contraddizione si trovava nel fatto che questa esaltazione della «democratiz-
zazione» della scienza e della cultura – dando anche ai più umili la possibilità di co-
noscere le idee non solo di pensatori politici quali Karl Marx o Mikhail Bakunin, ma
anche quelle di Charles Darwin o Herbert Spencer – aveva anche
degli aspetti profondamente elitari. Abbinava il progetto sociali-
SERVONO SPAZI sta alla nozione, più diffusa nel clima culturale ottocentesco, di un
DI CONFRONTO, progresso teleologico basato sulla modernizzazione industriale e
DISCUSSIONE lo sviluppo della scienza. E rimaneva appannaggio di una mino-
E RIFLESSIONE CHE ranza.
CONSENTANO DI VEDERE Ma soprattutto, quando i partiti operai cominciarono a staccar-
AL DI LÀ DELL’ULTIMO si dai riformatori liberali-borghesi – creando delle organizzazioni
TWEET DI SALVINI per «rappresentare» le masse nelle elezioni ma anche per fornire
spazi di socializzazione – è emersa una contraddizione tra l’idea
di democratizzare la società e la formazione di un’avanguardia in
grado di incarnare la società dell’avvenire, o almeno indicare la strategia necessa-
ria per raggiungerla. Non si poteva semplicemente dare voce alle masse, bisognava
renderle capaci di assumere il loro ruolo storico.
La socialdemocrazia tedesca è nata distinguendosi dai riformatori liberali: lungo
gli anni 1860 le società di educazione popolare create dopo il 1848 si sono staccate
dai loro leader borghesi per gettare le basi di un nuovo partito politico. Ma se, per
il marxista Wilhelm Liebknecht, i liberali offrivano solo la «menzogna borghese» di
un progresso individuale conquistato attraverso l’istruzione, adesso sarebbe stato il
partito – e il suo programma, concorde con le ragioni della storia stessa – a indicare
la via verso l’emancipazione collettiva, attraverso la formazione.
Idee del genere possono sembrare antidemocratiche o dogmatiche, volte a creare
una sottocultura che riuniva una massa non più amorfa, nel momento di staccarsi
dalla società borghese. Ma questo tipo di formazione politica (e anche pratica) ha
liberato migliaia di persone, che provenenivano anche dai contesti più umili, dalla
loro condizione subordinata nella società capitalistica e dalla povera educazione
ricevuta dalla scuola.
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Pensiamo solo ad esempi come l’ex segretario della Cgil Giuseppe di Vittorio, che
ha abbandonato i suoi studi all’età di dieci anni per fare il bracciante, e poi è diven-
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tato deputato e leader sindacale, o Pietro Secchia, costretto ad abbandonare il liceo
classico per lavorare in fabbrica, per poi diventare, trent’anni dopo, direttore del
quotidiano del Partito comunista italiano.
Ovviamente non si può slegare un giudizio sui risultati di questa istruzione dal
suo contenuto concreto. Se anche Antonio Gramsci aveva ripudiato il principio del-
la democrazia plebiscitaria – condannando l’idea di mettere sullo stesso piano il
voto degli operai più preparati e formati e quello della massa atomizzata – il rischio
sta sempre nel fatto di consacrare un’idea-guida, sancita anche dalle necessità sto-
riche, allo standard «scientifico» da raggiungere. Ma non bisogna gettar via il bambi-
no della formazione politica con l’acqua sporcata dalla storia del Novecento. Nell’e-
poca della democrazia plebiscitaria del Movimento 5 Stelle, ma anche degli e-vote
«diretti» ma poco trasparenti proposti da organizzazioni quali Podemos, Momen-
tum e France Insoumise, vediamo i rischi dell’utilizzo del «mandato democratico»
per schiacciare ogni discussione dialettica o dibattito più esteso.
I partiti socialisti e comunisti dell’Ottocento e Novecento hanno avuto un ruolo
così importante nell’acculturazione di massa anche perché questo tipo di forma-
zione non era fornita dallo stato. Allo stesso tempo, non c’è dubbio che la diffu-
sione di Internet e degli smartphone ha cambiato il senso comune nei confronti
dell’informazione: è diventata sempre più disponibile, ma allo stesso tempo (e per
gli stessi motivi) risulta più difficile tro-
vare o mantenere spazi che consentano
la lettura e la riflessione approfondita. rale, per creare spazi di confronto, di discussione e di
Non si può «tornare alle origini»; an- riflessione che consentano di vedere al di là dell’ulti-
che se si volesse farlo, un’organizzazione mo tweet di Salvini o dell’ultimo caso di corruzione.
politica oggi non potrebbe mai stabilire Non bisogna sempre rimanere immersi nell’imme-
un proprio monopolio di informazione diato: dobbiamo far sì che tutti abbiano la possibilità
così come i precursori di cento anni fa. di guardare oltre.
Ma allo stesso tempo, la debolezza dei È una critica lecita della odierna democrazia par-
nuovi progetti «populisti» di sinistra si lamentare far notare che possiamo liberarci di un
vede anche nel rifiuto di prendere sul deputato della Camera ma mai del datore di lavoro.
serio l’importanza della formazione po- Anche criticare il datore di lavoro rischia di provoca-
litica e degli standard qualitativi del di- re conseguenze gravi. Ma la democrazia non è solo
battito, utili anche per preparare le nuo- il voto o la possibilità di scegliere i rappresentanti.
ve generazioni di quadri politici. È anche voglia di estendere le basi della partecipa-
L’idea di creare una democrazia di- zione, sia quelle materiali che informative per poter
retta non è nuova: al contrario è roba prender parte alle decisioni a pieno titolo.
del passato, risalente alle origini del Se non ci sentiamo ben «rappresentati», la solu-
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

movimento operaio. L’organizzazione zione non si limita alla ricerca di una democrazia più
esprime il bisogno di liberarsi dall’ato- diretta o all’organizzazione di più referendum. Ser-
mizzazione creata dalla società neolibe- vono anche gli strumenti, gli spazi, che consentono
la partecipazione, dove facilitare la formazione poli-
tica anche di chi è distante dalla sinistra organizzata,
e dare voce anche a chi non ha l’abitudine a pronun-
ciarsi su ciò che succede nel mondo. È questo il vero
patrimonio da recuperare.
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La democrazia
CAPITALE

economica tra crisi


e ristrutturazioni
L’affermazione di un modello in cui la cooperazione
prendeva il posto del conflitto: questo è stato
l’obiettivo degli imprenditori dopo il ciclo di lotte
che è arrivato alla fine degli anni Settanta

A
metà degli anni Settanta il movimento Simone Fana si occupa
operaio guadagnò il centro della scena di servizi per il lavoro
politica europea. Il raggiungimento di un e per la formazione
regime di piena occupazione e il ritmo professionale. Autore
di crescita dei livelli salariali ne avevano di Tempo Rubato
rafforzato il peso nella vita democratica (Imprimatur). Scrive
Simone Fana dei paesi occidentali. Il consenso delle di mercato del lavoro
socialdemocrazie nell’Europa del nord e relazioni industriali.
cresceva, fino a rappresentare agli occhi dei più un’alternativa di
governo al socialismo reale e alle democrazie liberali. Leader po-
litici come Tony Benn in Inghilterra, Olof Palme in Svezia, Willy
Brandt nella Germania Ovest godevano di un consenso vasto che
si estendeva ben oltre il perimetro della
classe operaia tradizionale fino a com-
prendere vasti strati di ceto medio. Seppur riveranno a contendere al capitale il potere
nelle differenze di modello, una situazio- di comando sul processo lavorativo. In Italia
ne analoga si presentava nell’Europa del sulla scorta delle lotte dell’autunno caldo si
Sud e in particolare in Italia, sotto l’onda affermano i Consigli di Fabbrica. In Svezia,
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lunga delle conquiste ottenute tra la fine il piano Meidner elabora forme avanzate di
degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. democrazia operaia, alludendo alla socia-
La storia sembrava alludere a un’avanzata lizzazione dei mezzi di produzione e al con-
progressiva della democrazia ben oltre i trollo dei profitti. Processi analoghi coinvol-
N. 3

limiti angusti delle istituzioni liberali per gono Belgio, Germania, Austria, Francia.
espandersi nella sfera economica e nelle In quel il tempo l’espressione «riforme di
relazioni industriali. struttura» affermava il passaggio dalla demo-
Il rapporto tra lotte e organizzazione crazia formale alla democrazia sostanziale,
porterà con sé la nascita di istituzioni guidata dal consenso ampio delle organiz-
operaie dentro i luoghi di lavoro che ar- zazioni del movimento operaio. I sindacati
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rivendicavano un protagonismo effettivo in fondo la portata dialettica, conflittuale, di
nella contrattazione delle condizioni lavora- questo scontro serve guardare quello che è
tive, nel controllo delle decisioni sugli inve- accaduto dopo. La reazione della classe ca-
stimenti, nell’organizzazione dei turni e delle pitalistica, la violenza politica che si è abbat-
qualifiche. La democrazia non si esauriva nel tuta sui diritti dei lavoratori nei decenni Ot-
voto elettorale, ma trovava alimento nelle tanta e Novanta ne è la prova. «Non esiste la
fabbriche, nel rapporto propulsivo tra lavo- società, esistono solo individui» era il ghigno
ro e società, le libertà politiche assumevano sferzante di Margaret Thatcher che graffia-
senso solo in una battaglia di liberazione dal va sotto la superficie della storia. I sindacati
bisogno economico, dal ricatto materiale. dovevano tornare a fare il loro mestiere, oc-
Non si trattò mai di un’avanzata armoni- cuparsi solo di difendere, tornare a giocare
ca, equilibrata, come tentarono di raccontar- nella loro metà campo, contrattare le con-
ci dopo. L’onda alta delle conquiste operaie dizioni che il ciclo economico e il mercato
fu l’esito di un conflitto aspro che si giocò nel consentiva. Il salario doveva tornare a quello
cuore della fabbrica fordista. Classe operaia e che era stato prima dell’avanzata operaia, va-
capitale, uno contro l’altro, con la loro tattica riabile dipendente, funzione di uno sviluppo
e la loro strategia, in un rapporto che si gio- che aveva nel profitto dell’impresa il suo mo-
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

cava sul livello politico-istituzionale e nella tore. La democrazia economica era un peso
società. Alto e basso, quindi. Movimento e insopportabile per chi doveva riprendere in
istituzioni, il potere come posta in gioco e mano il timone della storia. Era un intralcio
la politica come strumento. Per cogliere fino da cui liberarsi in fretta.
Dalla difesa, la classe capitalistica, pas-
sò all’attacco. Un’offensiva con un proprio
meccanismo di movimento e terreno di
gioco. La dinamica è quella che si articola
nel rapporto tra crisi e ristrutturazione in-
dustriale, nella capacità di utilizzare le crisi
economiche come strumento di riorganiz-
61

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zazione del campo di forze. Lo spazio è quel-
lo delle relazioni industriali, ovvero delle
regole e delle procedure che organizzano i
rapporti tra le classi sociali. Dentro questo
schema si collocano passaggi che hanno
cambiato in profondità il corso della storia.
Gli anni Ottanta sono il cuore di queste tra-
sformazioni. Il caso italiano diventa un la-
boratorio. Gli ultimi anni Settanta avevano
già mostrato il tramonto della forza operaia,
il cambio di fase era avvenuto nel 1976 con
il governo di solidarietà nazionale, l’esecu-
tivo monocolore democristiano che stava
in piedi grazie alla «non sfiducia» del Parti- della classe operaia all’urlo: «Novelli, Novel-
to comunista italiano, e con l’assunzione di li, fai aprire i cancelli!» e la rottura nel 1984
responsabilità del sindacato verso il paese. del meccanismo di adeguamento dei salari
Responsabilità che si traduceva nelle paro- all’inflazione attraverso l’istituto della scala
le dell’allora segretario della Cgil Luciano mobile, sono gli eventi che hanno colpito
Lama nei sacrifici salariali della classe lavo- l’immaginario collettivo. Sarà lungo questa
ratrice per rimettere in sesto i conti pubblici. strada che rivedremo all’opera negli anni
La parte che aveva lottato per trasformare in Novanta l’utilizzo delle crisi per imporre
senso socialista la democrazia italiana dove- le ristrutturazioni nella struttura produtti-
va tornare sui suoi passi. La crisi economica va del paese. La crisi finanziaria del 1992, il
venne utilizzata dalla frazione più avveduta dissesto dei conti pubblici, verrà utilizzata
del capitalismo italiano per integrare il sin- come arma di ricatto contro la classe lavora-
dacato nelle istituzioni, per introiettare nel- trice. L’allora governo presieduto da Giulia-
la cultura conflittuale della classe operaia il no Amato, con la compiacenza delle ali mo-
veleno della responsabilità. L’obiettivo era derate del sindacato, porta l’allora segretario
spegnere il conflitto nelle fabbriche, sman- della Cgil, Bruno Trentin, a una nuova assun-
tellare la democrazia dai luoghi di lavoro, zione di responsabilità. La posta in gioco si
offrendo al sindacato un piccolo spazio di fa ancora più drammatica. Il sindacato deve
manovra nelle istituzioni. rinunciare definitivamente all’istituto della
Il punto di arrivo era l’affermazione di un scala mobile, al ruolo del salario come leva
modello di relazioni industriali in cui la co- di pressione politica. Lo schema delle rela-
operazione prendeva il posto del conflitto. zioni industriali cambia forma, la centralità
Due parole che segnano i passaggi successi- del contratto collettivo nazionale come spa-
vi. Questo sarà lo schema che sull’onda delle zio solidaristico e di ricomposizione nazio-
vittorie sul campo del decennio Ottanta si nale della classe lavoratrice perde forza a
estenderà agli anni Novanta. La marcia dei scapito della contrattazione decentrata. Gli
ESTATE 2019

quarantamila alla Fiat del 1980, la manife- aumenti salariali non passano più dal ruolo
stazione dei quadri e impiegati sotto lo slo- propulsivo del contratto nazionale, ma ven-
gan dei colletti bianchi contro gli scioperi gono associati agli incrementi di produttivi-
tà ottenuti dalle singole aziende o territori.
N. 3

Viene istituzionalizzato un sistema a doppia


velocità, in cui solo le aziende e i contesti re-
gionali in grado di inserirsi nelle catene glo-
bali del valore potranno redistribuire salario
e potere alla classe lavoratrice. Si riaffaccia
nel dibattito pubblico lo spauracchio delle
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gabbie salariali, perché – si dice – non è ac- LA FRAMMENTAZIONE
cettabile che lavoratori con costi della vita DELLA PRODUZIONE
differenti ottengano lo stesso salario. NELLE FILIERE DEGLI
Il colpo durissimo viene inferto all’unità APPALTI E DEI SUB-APPALTI
del mondo del lavoro. La frammentazione ABBATTE GLI SPAZI
della produzione nelle filiere degli appalti e DELLA RAPPRESENTANZA
dei sub-appalti abbatte gli spazi tradiziona- DEMOCRATICA
li della rappresentanza democratica, inde-
bolisce i legami di solidarietà tra lavoratori.
Le imprese disegnano a proprio piacimento
le regole della contrattazione, decentrando
e scaricando le responsabilità sugli anelli
deboli della catena. Il controllo della disoc-
cupazione e della sotto-occupazione torna a oggi. Ancora una volta la crisi economica
a essere uno strumento potentissimo per giocata contro la classe lavoratrice. Ancora
dividere e frammentare la controparte. La una volta la politica dei sacrifici è rivolta a
classe lavoratrice che si fa corpo sociale e una sola parte, a chi vive di salario e a chi di
poi forza politica è un ricordo sbiadito. La salario non riesce più a vivere. Il rigore finan-
crisi del sociale è invece l’obiettivo politico ziario si traduce in blocco dei salari e vinco-
principale. Solo dopo aver destrutturato i li alla spesa pubblica. In fondo, è tutto qui,
legami che fondavano l’azione collettiva non serve cercare altro. Ai sindacati viene
delle classi subalterne, la politica del capi- chiesto di collaborare, di prendersi la loro re-
tale può giocare liberamente dall’alto, di- sponsabilità, di sostenere le misure «lacrime
sgregando e ricomponendo frammenti iso- e sangue» contro la società. Quando lo fanno
lati. Uno contro uno, non più classe contro perdono terreno, vedono dileguarsi in pic-
classe, ma una sfida individuale, vinta pri- cole ramificazioni senza orizzonte una base
ma di cominciare. Perché quando la parte sociale impaurita, restano senza società da
debole in uno scontro viene ridotta in pic- soli nelle istituzioni nemiche. Quando ac-
coli rivoli, la partita è già finita. cettano che le parole «flessibilità del lavoro»,
Chiameranno, dopo, «populismo» la ri- «contrattazione di secondo livello», «salari
volta di questa società senza organizzazione che seguono la produttività» diventino pro-
per stigmatizzare un dissenso sempre più gramma di governo, controllo della contin-
ampio alla compressione dei salari e dei di- genza, avranno cedono definitivamente agli
ritti sociali. Populismo sarà la parola che tor- avversari. Quando invece rinunciano a far-
na dopo l’ultima fase del movimento di crisi lo e si occupano di entrare nella rivolta per
e ristrutturazione che dal 2008 arriva fino organizzarla, per riportare la battaglia tra il
basso contro l’alto, allora la partita si riapre.
Questo vale anche per i partiti: quando sono
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

capaci di leggere nel rapporto tra democra-


zia economica e democrazia politica la «par-
te» da difendere e il campo da attaccare, tor-
nano a contare, oltre che a esistere.
63

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Dai romanzi distopici emergono
indizi sui tanti modi in cui si modula
DISTOPIE

l’esercizio del comando: l’intreccio


tra finanza e intrattenimento,
l’adattamento rassegnato alle
regole arbitrarie, città che migrano
in un mondo sottomesso al capitale,
l’incubo del merito come elogio
della disuguaglianza, un potere
assoluto che oltre a reprimere
inventa desideri, i sobborghi
piccolo-borghesi e la religione del
consumo, l’apocalisse climatica

Illustrazioni di

I sette
peccati
capitale
ESTATE 2019

del
N. 3
64

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Il presidente
è uno showman
I nfinite Jest, di David Foster Wallace
in un futuro prossimo venturo risp
pubblicazione (1996), in un’Amer
, è ambientato
etto all’anno di
ica nella quale il computo
degli anni è stato sostituito dalla cron
ologia del Tempo
Sponsorizzato: quindi ambientato
in prevalenza nell’Anno
del Pannolone per Adulti Depend
(Apad) e nell’Anno di
Glad. Gli Stati uniti, ora denominati
Organizzazione delle
Nazioni Americane del Nord (Onan),
si sono annessi
Messico e Canada, trasformando

Girolamo De Michele
il Quebec, unito al Maine
e alla baia di Hudson, nella «Grande
Concavità»: una
gigantesca discarica, separata dall
’Onan da un enorme
muro, oltre il quale vengono cata
pultati i rifiuti. Al governo
dell’Onan c’è il presidente Gentle,
un famoso crooner
asceso al governo col suo Partito
Pulito degli Usa grazie
«allo spasmo reazionario di un elet
torato in uno spettacolo privato fatto
incattivito», sedotto dalla
di schermi personalizzati; nella
promessa di «tagliare da James Incadenza strutturata quale dominano la ricerca della
l’adipe budgetaria con come una caserma; un centro di convergenza nella stessa curva
un coltello bello grosso» Recupero da Droghe e Alcol nel di domanda di piacere personale
e dal proclama che «ci quale viene applicato il metodo e fatturato lordo, e una specie
deve essere qualcuno, di cura degli Alcolisti Anonimi di idolatria dell’unicità: una
a parte noi, a cui dare fondato sulla cessione della volontà generalizzata pan-agorafobia che
la colpa». Al tempo individuale e l’ammissione della genera enormi mercati di home-
stesso turboconsumatori propria incapacità di uscire dalla shopping con consegna a domicilio
e nevrotici ansiosi, .
dipendenza. Questo metodo Infinite Jest è, fra le molte cose, una
gli abitanti di questa implica che la dipe nde nza, cioè
narrazione distopica dell’intrecci
o
«nazione murata» sono l’impossibilità di farcela da soli, fra capitale finanziario e
a
imprigionati da una sia la condizione esistenziale nell intrattenimento come processo di
proliferazione di istituzioni quale siamo gettati tutti quanti: assoggettamento, dove gli individu
i
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

disciplinari che affiancano da qui la necessità di istituzioni sono mosche nella bottiglia, e
il padre-padrone Gentle: disciplinari terapeutiche che la vera utopia è che esista un
l’istituzione familiare estendano il loro controllo linguaggio capace di afferrare e
(alcuni dei protagonisti, sull’intera popolazione, incapace raccontare la totalità del reale.
membri della famiglia di governo delle prop rie ansie
ofascista
Incadenza, sono schiacciati e passioni tristi. Questo mondo prot
dall’immagine del padre Stato-pr otettore perv ade persino
(l’idea di uno
ratisti
James, cui si riferiscono un’organizzazione terroristica di sepa
enzi ali),
chiamandolo «Lui in québechiani artefice di attentati dem
è rego lato
persona»); la Enfield fondato sulla cessione della volontà,
a qua le la
Tennis Academy, una da una società del controllo nell
istruzione e
scuola di tennis fondata disseminazione digitale di lavoro,
ato le rela zioni sociali
divertimento ha trasform
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Se le masse
si rassegnano
I n un momento non precisato del
luogo non precisato dell’Africa nord
seguito di alcuni movimenti di prot
tempo, in un
orientale, a
esta repressi
con la violenza noti come gli Scia
gurati Eventi, al
centro di un Paese sorge una Port
a, che in breve
tempo diventa l’unico ufficio cui
rivolgersi per tut-
to. La Porta, ente monolitico e oscu
ro, ha orari di
apertura non definiti. Per cui dap
prima lentamente
e poi sempre più velocemente si va
formando da-
vanti all’ingresso una gigantesca

2
fila di persone.
La Fila, romanzo della scrittrice e
giornalista
egiziana Basma Abdel Aziz, nato
poco dopo focolaio di ribellione, per sedare
le sommosse note come Primaver gli
e Arabe e animi regala Sim card con minuti
pubblicato nel 2018, con la traduzio
Silvia Costantino

ne di Fernanda illimitati. Forse le Sim sono controll


Fischione, da Nero, racconta un futu ate,
ro solo ma che importa, basta non dire nien
leggermente diverso dal presente te di
che conosciamo. sedizioso. Non dire, non fare, se poss
Davanti alla Porta fa la fila chi vuo ibile
le i permessi non vedere e non sentire: il vicino
necessari per adattarsi alla nuova più
situazione, amico potrebbe essere un delatore
vuole essere compiacente, così com .
e le persone Non c’è più bisogno di attivare forz
che abitano la e di
fila si adattano a controllo, ormai ognuno controll
a l’altro,
essa e iniziano a semplicemente la capacità e fanno tutto per il bene della Port
a.
di adattarsi e sopravvi vere , Ci sono anche quelli che resistono
sviluppare modelli ,
di vita e civiltà al suo di non criticare i comunicati che cercano di non farsi cogliere
interno. Piano piano palesemente fittizi. La fase dall’ottundimento comune. Quelli
che
si creano delle vere e della repressione è già passata vengono presi, e quasi tutti vengon
o
nel romanzo di Abdel Aziz , presi, non subiscono torture fisic
proprie comunità, con he,
regole non scritte che ed è stata derubricata a ma tornano distrutti, desiderosi solo
di
determinano non solo «sciagurati eventi». Quello che tornare a uno stato almeno apparen
te di
le capacità di resistenza c’è adesso si avvicina più a tranquillità.
una ricostruzione tota litar ia Il potere lavora fianco a fianco al
dei singoli, ma anche silen-
quella che si potrebbe in cui non c’è più paura, ma zio, nella tensione stanca davanti
a una
chiamare resilienza delle rassegnazione. Attorno alla porta mai aperta, là dove basta una
ESTATE 2019

sola
masse, senza però alcun fila il mondo continua a parola per firmare la fine di una pers
ona
esistere, le città, le attiv ità o modificare la realtà di un evento.
ideale di resistenza non
lavorative, le guerre. Ogn i
violenta. Non dunque
una forma di attivismo tanto magari cambia la rotta di
gono spiegate, ma
un autobus per ragioni che non ven
N. 3

e resistenza passivi, ma iona. Ogni tanto


il trasporto pubblico si sa come funz
ttono di esistere,
magari un bar o un prodotto sme
ed esplicitamente
sostituiti da qualcos’altro di migliore
, e più econ omico, allora
filogovernativo, ma è migliore
perché non approfit tarn e.
è un possibile
Quando la Porta capisce che la fila
66

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Le città
migranti
A
questo è intenziona-
scoltatemi – disse – Niente di tutto
le da parte nostra.
di Imboscata alla
A parlare è Bat Hardin protagonista
statu nite nse Mack Reynolds, in
città (1969) dell’autore
anzo quando
uno dei momenti cruciali del rom
no Don
viene rapito dalla banda del messica
i si sono riversate
Caesar. Migliaia di città migrant
dop o l’isti tuzi one della Tassa
fuori dagli Stati uniti acy.
negativa – il «red dito min imo » di Milt on Frie dman – preferisce lo Star Destroyer Suprem
e della pop olaz ione La mobilità delle capi tali (e del
introdotta a supporto di quella part te
Le metropoli si capitale) ha surclassato il preceden

3
prima concentrata nelle periferie. oli il potere
peso dei sobb orgh i indu cend mod ello con cui si imm agin ava
sono così liberate del nella
i. Invece, la parte e che andava spesso a identificarsi
a trasformarsi in comunità migrant ituire e nel caso
stan ziale, a cost eno poli , com
attiva della popolazione è rimasta mic o
forma dell’ecum
sion e
siste ma soci o-ec ono di Asim ov. Un’e span
la Tecnostruttura di un nuovo ocra zia,
del Trantor
città
azia , in cui «le etich ette dem oriz zont ale e tota lizza nte della
denominato Meritocr
, sono superate». in cui il capitale viene a coincidere
capitalismo, libera iniziativa eccetera elica
Tra i paesi su cui si sono riversate
le mas se, que lli più perfettamente con il pianeta. La fam
iti gene rati dalla tass a di Mac chin e mor tali – a met à tra
poveri, dipendenti dagli intro Londra di
iato a plas mar si sulle esig enze delle il cast ello erra nte di How l e la Crim son
transito, hanno iniz on –
città migranti. Il conseguente Permanent Assurance dei Monty Pyth
un’E urop a in cui i diva ri
senso di smarrimento erranza esclude qualsiasi incarna non solo
ropo li terz iariz zate e il vecc hio
delle popolazioni locali, si possibilità di incidere tra le met
li
acuisce al punto da indurre coscientemente sul mondo industriale raggiungono livel
mai visti (contrasto reso emb lem atico
la formazione di gruppi reale, generando un
sa
terro risti ci volt i a sabo tare sent ime nto di impotenza proprio dalla Brexit), ma l’idea stes
. facil e imm agin are la fine del
il superamento del confine ulteriormente alimentato che sia più
sar do che la fine del capi talis mo. È
Sarà proprio Don Cae dai criteri sottostanti mon
alla
a far capire a Bat come la Meritocrazia. Solo i quest’ultimo l’unico sopravvissuto
anta Min uti, l’un ico in
quell’omologazione dei soggetti con un Quoziente Guerra dei Sess
grado di mod ellar e anco ra la stru ttura
luoghi da lui notata, intellettivo superiore ai
e
centrotrenta e con un’ottima della città, ponendo come soluzion
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

dipenda dallo stato di stes so


alle catastrofi climatich e da lui
eterni turisti a cui li aveva (e costosa) istruzione,
indo tti la Mer itoc razi a, con poss ono acce dere ai pochi provocate, la teoria del Darwinismo
nne
effetti che in Messico si posti di lavoro rimasti e Urbano, legittimando così un pere
manifestavano pers ino a con quistare la stabilità stato di cacc ia.
livello linguistico: i ricchi fisica, prima ancora che
parlano tutti l’inglese. economica, riservata ai componenti
della Tecnostruttura.
Questa condizione di Questo delle città mobili è un tòpo
s distopico apparso anche in
altri racconti fantascientifici e disto
pici: nella saga di Macchine
mortali di Philip Reeve (2001) o in
Mondo9 (2012) di Dario Tonani le
protagoniste sono macchine mastodo
Elisa Albanesi

ntiche praticamente senzienti.


Ritroviamo questo elemento persino
nella nuova trilogia di Star Wars:
a Coruscant, capitale planetaria del
vecchio Impero, il Primo Ordine
67

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Il Mondo Nuovo
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c hie se

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GIORNO 84, ANNO DEL PANNOLONE PER ADULTI COMUNITÀ, IDENTITÀ, STABILITÀ

DEMOCRAZIA
ELETTRONICA
ALLA PROVA
na confortevole, levigata,
ABBIAMO L’ELETTORE
U ragionevole, democratica
libertà prevale nella civiltà in-
dustriale avanzata, segno del
progresso tecnico. Solo il fa-
natismo dei gruppi estremisti
poteva mettere in dubbio la
legittimità del voto col quale
STASERA IL RESPONSO
Norman Muller, l’Elettore Uni-
co, sceglierà il Presidente. SI CHIAMA
Mentre leggete queste righe,
probabilmente il sesto elettore NORMAN
unico della storia della nostra
Democrazia Elettronica è già MULLER
stato prelevato dalla sua abi-
tazione per essere sottoposto ultivac ha deciso. Il cer-
alla procedura elettorale. Ciò M vellone elettronico che
che dovrebbe indignare ogni sta al cuore della Democrazia
cittadino è il fatto che davanti ha selezionato la persona che
alla villetta a schiera di Bloo- quest’oggi scelgierà il nuovo
mington, Indiana, nella quale Presidente della Repubblica.
risiede questo semplice ma Quello che si sa di lui, attorno
onesto commesso, si presenterà a cui sono scattati da giorni i
un mezzo blindato. Le misure controlli anti-corruzione, è che
di sicurezza derivano dai disor- è un uomo, ha 46 anni, si chia-
dini di quattro anni fa, quando ma Norman Muller e lavora nel
i terroristi cercarono di seque- settore del commercio. Sarà
strare il contadino Humphrey prelevato da agenti del gover-
Mac Comber. no, che dovranno rompere l’as-
I facinorosi fingono di non sedio di giornalisti e curiosi che
sapere che l’Elettore Unico è cinge la sua casa, e portato in
soltanto l’ultimo attore di uno luogo segreto affinché esprima
scenario più complesso. Mul- la sua preferenza.
tivac ha già la maggior parte
delle informazioni necessarie
per decidere le elezioni. Ora ha
bisogno di controllare alcuni IL GOVERNO
imponderabili atteggiamenti
della mente umana. Muller è ANNUNCIA
stato scelto per questo. Sarà
una festa della democrazia. I PRE-ARRESTI
on bisogna abbassare
la guardia, ma siamo
Piove ancora. «N soddisfatiti del lavoro di questi
anni», dice il ministro dell’in-
terno Henry Foster nell’incon-
Tutte le news in sei caratteri Poi 137 giorni tro di saluti alla stampa, all’ul-
di sole e afa timo giorno del suo mandato.
Foster spera che la consulta-
Da oggi siete nel futuro
e ricerche di mercato ci di- cazione intitolata «Essenza», e liofilizzare l’informazione. er il quarantatreesimo gior- zione elettronica di oggi crei le
L cono chiaramente che non capace di riassumere un lungo Solo in questo modo avrete P no la pioggia copre il paese. condizioni per una rinnovata
avete tempo per stare dietro articolo sul problema dei bam- la garanzia di non perdere Durerà altre quarantott’ore, nomina ma rivendica: «Le ope-
alle cose che succedono. Anche bini indisciplinati alle parole alcunché. Dai focus group è poi spunterà il sole, che è de- razioni di pre-crimine hanno
se uno di voi non facesse altro «Due schiaffi». emerso che evitare di saltellare stinato a durare fino al termine garantito sicurezza e stabilità
che leggere riassunti di materi- Abbiamo fatto di meglio. nervosamente da una pagi- della stagione. Dal ministero al paese». «Dopo quattro anni
ali selezionati non ce la farebbe Grazie all’elaborazione che i na all’altra, magari dopo aver dell’emergenza climatica han- – dicono i tecnici del ministero
a seguire tutto. nostri esperti hanno fatto di consumato un pasto pesante no avvisato gli sfollati: non po- illustrando tabulati e statistiche
Soltanto nel nostro paese centinaia di discussioni, ind- o mentre si sta viaggiando in tranno tornare alle loro case sul – I software di schedatura e
esistono 173 compendi, che agini statistiche e osservazioni metropolitana riduce il rischio litorale o in riva ai fiumi eson- prevenzione ci hanno consen-
provano inutilmente a fare la biometriche del vostro modo di ulcere duodenali. dati fino a quando la squadra tito di impedire che i crimina-
sintesi di quello che c’è da sa- di sfogliare il giornale, nasce A pagina 3, dunque, trover- cementificatori non avrà mes- li si mettessero all’opera». Poi
pere. Qualcuno ha avuto l’idea «Distillato», un sistema brevet- erete il codice alfanumerico so in sicurezza arenili e porti. liquidano le polemiche sugli
di compendiare i compendi, e tato per condensare qualunque che riassume tutte le notizie di Questa notizia è offerta da oc- errori: «Solo alcuni casi isolati,
ha creato una piccola pubbli- cosa in una parola di sei lettere oggi in soli sei caratteri. chiali da sole SunSpex. statisticamente poco influenti».

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ASSEDIO Controllori GUERRA AL DEGRADO:


AL METRO di vicinato
CENTER a raduno ARRIVANO I NOSTRI
e forze di sicurezza circon- droni hanno preso quota di abbandonare gli sforzi di Quanto ai territori d’Ol-
L dano il Metro Center, cen- I all’alba. Il doppio attac- ristrutturazione e vendita dei tremare, il ministro della si-
tro commerciale di Brooklands: co, nelle terre d’Oltremare e vecchi uffici del centro. Trop- curezza ha varato la nuova
ormai due mesi fa avrebbe do- nei quartierei periferici della po rischioso e poco sicuro. legge speciale che autorizza il
vuto chiudere i battenti ma per Grande Metropoli ha lo scopo Verrà invece edificato un nuo- sequestro delle proprietà in-
protesta è stato occupato da di riportare l’ordine nelle per- vo centro finanziario protetto vase dalla droga. Ieri pomer-
un centinaio di consumatori. iferie, quella interna e quella da telecamere, un bastione di iggio, il capo di una squadra
David Cruise, portavoce dei esterna, dopo le rivolte sin- palizzate, pilastri di cemento e per il decoro di nome David
contestatori, assicura: «Siamo cronizzate che anche questo muri di autostrade. Il traffico Royball ha scelto un talent
organizzati per resistere a lun- mese hanno messo in pericolo pedonale nel nuovo quartiere show culinario per presentarsi
go. La crisi è solo una scusa per la regolare convinvenza civile. verrà alzato sopra il livello della ai cittadini. Dall’alto dei suoi
chiudere il luogo simbolo della Intanto, il Comitato dei 25, strada e controllato dai sistemi due metri di altezza per cen-
nostra comunità. Noi non lo che riunisce i principali op- di sicurezza di ogni singolo toventi chilogrammi, mentre
permetteremo». eratori immobliari, ha deciso grattacielo. era impegnato a guarnire un
delizioso piatto di Otrotoc,
Royball ha promesso: «Sospet-
i è aperta la convention che ti spacciatori e i loro clienti, ma
Giro di vite S riunisce gli affiliati al pro- Androidi anche semplici balordi e altra
gramma dell’Osservatorio di gente che non piace ai pro-
sui falsi vicinato, che comprende più fannulloni: prietari, verrano fisicamente
di 5.500 associazioni locali di buttati fuori dalle case con una
“mi piace” controllo del crimine, è la più sabotaggio? pistola alla tempia». In un raid
importante innovazione della a Panorama City qualche anno
gominata un’associazione polizia nel campo della sicu- on escludiamo possa fa, Royball e il suo gruppo ra-
S che taroccava gli apprezza- rezza urbana. L’obiettivo del «N essersi trattato di un sa- strellarono così tanti residenti
menti sui social network per raduno è quello di estendere botaggio», recita il comunicato e occupanti da trasformare
consentire a insospettabili cit- l’amplissima rete di abitan- di Prometheus sugli androidi una stanza per ricreazione in
tadini di ottenere avanzamenti ti-controllori, un’infrastruttura rivelatisi difettosi. L’intelligenza una cella di sicurezza. La poli-
di carriera, abitazioni presti- sociale che disegna ogni giorno artificiale dei robot entrerebbe zia era a conoscenza di questa
giose e accesso alle zone riser- un cordone di sicurezza. «Il in conflitto con gli arti meccani- galera privata, ma respinse le
vate della città. «Mentire sulla segreto del nostro successo? – ci, impedendo loro di lavorare. lamentele dei residenti «per-
propria reputazione significa dicono – Unire tutela del bene «Provvederemo a sistemare la ché serviva a nobili scopi:
prendere in giro sè stessi prima comune e partecipazione civi- scheda madre – dicono – Nel bosognava combattere il de-
che altri onesti cittadini», dice ca alla sicurezza, per dare pro- frattempo invieremo a casa di grado». Così Royball ricorda
il prete social Julio Contreras tezione e tutela a chi non può tutti gli acquirenti che ne faran- quell’operazione: «Qualcuno
commentando l’accaduto al permettersi le forze private di no domanda dei lavoratori ben- doveva comandare, e quando
nostro giornale. polizia dei quartieri recintati». galesi. Funzionano bene». siamo in giro, noi lo facciamo».

a Ottawa a Boston, per


D più di 400 miglia a piedi,
senza soste. Comincia alle 21
Il Mondo Nuovo, NE RESTERÀ
su Civic Tv «La grande marcia
per la libertà», la sfida estrema
da oggi ancora SOLO UNO.
che coinvolge cento condanna-
ti a morte. Hanno commesso
più nuovo DA STASERA
crimini orrendi ma hanno de-
uovo ciso di sottoporsi alla gara che
potrebbe salvare la vita a qual-
Il MondonNi giorno
lo trovi o g IMMOBILIARE
macie, cuno di loro. Il regolamento è SECURHOME
center implacabile come il passaggio
in tutte leufar
nei bea ty ig liori sulla sedia elettrica: basta un CASE IN
QUARTIERI
e nelle mse
c h ie passo falso, inciampare, un
INESPUGNABILI
malore e si verrà abbattuti dai PER LA
giovani cecchini che abbiamo SICUREZZA
conosciuto nel talent show DELLA TUA
dell’Accademia di polizia, che FAMIGLIA
è partner del programma.
06/06/19 08:26
Il potere
meritocratico
I
nte
mmaginare un mondo completame
itocratic o. È que llo che ha fatto il sociologo
mer
del partito laburista
inglese Michael Young (membro
n Uni vers ity, istituzione creata
e fondatore della Ope
favorire l’accesso
cinquant’anni fa con lo scopo di
universitaria)
della classe lavoratrice all’istruzione
itoc racy , pub blicato
nel suo libro The rise of mer
are per la prim a volt a il
nel 1958. È qui che app
razi a». Da allo ra, il voca bolo è stato
termine «me ritoc
e dell a poli tica e
appropriato e storpiato da gran part
rare a

4
bbe ro di vole r aspi
oggigiorno in pochi neghere di
una società meritocratic a. scuole d’élite, prove e abilitazioni
do dov e ma in cui solo i
Il libro è un viaggio nel futuro, in
un mon vario tipo. Un siste
e
l’app arat o aris tocratic o è stat o sost ituito da uno pochi possono permettersi di star
mer ito in cui i card ini del o. In altre paro le, il maz zo è
basato sull’istruzione e sul al pass
potere vengono occupati da individu
i che hanno regolare, ma il tavolo è truccato.
intrapreso i migliori percorsi di stud
io. Non solo. Il messaggio dell’autore
Diversamente da quanto ci potremm
o aspe ttare , inglese è ancora più radicale.
l’opera di Young non costituis ce la cele braz ione La società meritocratica non va
dell’utopia borghese che con nota l’uso rifiutata per via del suo fallimento
contemporaneo della nel promuovere una mobilità
è
parola meritocrazia. Una volta accettate le sociale genuina. Quello di Young
un avve rtim ento con tro qua lsias i
Al contrario, si tratta fondamenta del sistema
le
di un monito che si meritocratico l’arroganza e meccanismo che istituzionalizza
esso il siste ma di
scaglia contro la società i privilegi di chi sta ai piani disuguaglianze, sia
caste o la mer itoc razi a libe rale .
neoliberista che stava alti vengono legittimati
emergendo in quegli anni. sulla base delle capacità Eppure, non tutto è perduto. Il libro
me
Il modello di meritoc razia individuali, mentre si avalla immagina una rivolta contro il regi
meritocratico nel 2033 che riba lta
oggi dipinto come l’idea che chi si trova alla
di
un pun to d’ap prod o base dell a pira mide sociale è l’ordine meritocratico e il sistema
disu gua glian ze che l’acc omp agn a.
ideale da molti nostri artefice dei propri fallimenti,
contemporanei, da colui magari anche per via di una Mancano solo 14 anni.
che coniò il term ine era buo na dose di svogliatezza.
ESTATE 2019

considerato piuttosto In questo modo si crea l’impianto


ideologico che permette di
una minaccia da giustificare le disuguaglianze più
estreme: non più sulla base
scongiurare. della discendenza e sul binomio
popolo vs. aristocrazia, ma in
base al merito.
N. 3

Young era riuscito a intravedere,


già sessant’anni fa, le derive di
una società basata su una presunta
meritocrazia. Ora, i risultati
di questo processo sono più che
mai evidenti. I meccanismi di
Davide Villani

immobilità sociale si sono cristalliz


zati in un modello formativo
che non scalfisce lo status quo. Com
e lo stesso autore ripeté più
volte negli anni, l’apparato educati
vo, per quanto formalmente
egualitario, non fa che fossilizzare
strutture sociali preesistenti.
Disuguaglianze che si consolidano
a colpi di test, numeri chiusi,
74

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Regimi
di verità
1 984 di George Orwell, uscito nel 1949
Nuovo di Aldous Huxley, pubblic
sono forse i due romanzi distopic
del Novecento. Ci hanno lasciato
per capire come funziona il potere.
si conobbero e intrattennero una
scambiandosi pareri ed esplicitando
punti di vista. Il primo, da socialist
descrisse un meccanismo autoritar
quale il controllo del Grande Frat
cominciare dalle parole che si utili
punto Winston Smith, protagonista
viene a scoprire che i neurologi al
potere stanno lavorando al progetto
l’orgasmo, nel tentativo di sopprime
di desiderio. Al contrario, nel Mon
Huxley il dominio viene perpetua
l’individuo invece che negandolo:
della smania di possesso, consum
dell’essere umano. Così, ad esempio,
sessuale viene incoraggiato sin dall
invitano i sudditi a
comprare nuova merce
invece che riparare
gli oggetti in caso di
, e Il Mondo
ato nel 1932,
i per eccellenza
tracce importanti
I due scrittori
corrispondenza,
i diversi
a antistalinista,
io classico, nel
ello è totale, a
zzano. A un certo
del racconto,
servizio del
di eliminare
re ogni forma
do Nuovo di
to esaltando
approfittando
o e piacere
Giuliano Santoro

il libertinaggio
’infanzia e si

che questi modi somiglieranno


a quelli che ho descritto nel
5
Una non esclude l’altra: un regime
scegliere di intercettare le email dei
e al tempo stesso imbonirli di pess
spettacoli, stuzzicando la loro vogl
apparire. Ciò fa capire come il com
si eserciti anche con azioni positive,
produzione di forme di vita e nel

ma esercita quella che Foucault ha


produzione di verità. Per questo non
che la proliferazione di libera info
sia di per sè sufficiente a indeboli
dittatura: le tre azioni privilegiate
Grande Fratello di Orwell – Propagan
Censura e Sorveglianza – si alimenta
comunicazione e informazioni. «Int
non ha modificato la composizion
questa trinità dell’autoritarismo –
l’analista digitale Evgeny Morozov
cambiato significativamente il mod
cui queste tre attività vengono prat
Forse la natura decentralizzata dell
reso più difficile la censura vera e
quella che Huxley giudicava dispend
e impossibile da praticare in eterno,
ha reso più efficace, oltre che insid
ficcante, la propaganda di regime
di disinformazione.
può

imi

re una
dal

e di
cittadini

ia di
ando
nella
controllo
dei saperi. Il potere ha un ruolo attiv
si limita a impedire che nasca il diss
o, non
enso
definito
è detto
rmazione

da,
no di
ernet

ragiona
– ma ha
o in
icate».
a Rete ha
propria,
iosa
ma
iosa e
e l’opera

malfunzionamento. Mondo Nuovo». In Ritorno al


Dopo aver letto 1984, Mondo Nuovo, un saggio nel
Huxley disse a Orwell quale approfondì i temi del
che dubitava che un romanzo dimostrando grande
regime oppressivo consapevolezza della natura
potesse durare analitica della sua narrazione,
Huxley precisò anche che
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

all’infinito. Per questo


motivo «l’oligarchia secondo lui Orwell e i liberali
dominante troverà sottovalutavano il fatto che
modi meno difficili nell’essere umano risiede «un
e dispendiosi per desiderio quasi infinito di
governare e soddisfare la distrazioni».
propria sete di potere, e Dietro ogni forma di potere
c’è una specifica antropologia,
forse le atmosfere cupe di
1984 e quelle artificialmente
sovraeccitate da Huxley (nel
Mondo Nuovo è obbligatorio
drogarsi per non pensare ai
problemi) non sono alternative.
75

064-077_SCHEDE-DISTOPICHE (1) (1) (1).indd 75 06/06/19 08:19


Le atrocità
psicopolitiche
È nel 1960, quando si trasferisce a Shep
James G. Ballard comincia a guardare
il prato. In quel minuscolo sobborgo
perton, che
tutti i giorni
piccoloborghese
a sudovest di Londra, da cui non se
andrà mai,
percepisce come l’umanità sia dista
nziata da sé
stessa, imprigionata nell’eterna atte
sa di un’apocalisse
imminente. I protagonisti dei suoi
romanzi non hanno
ricordi del passato o aspettative per
il futuro, non
storicizzano. Vivono in un eterno pres
ente, sempre
sul punto di esplodere, di deflagra cieca, che non libera ma imprigiona.

6
re in qualcosa che «Il
non è più umano. Ballard diventa MetroCentre è una cattedrale, un
il profeta degli effetti luogo di
nefasti del tardo-capitalismo negl culto. Il consumismo può sembrar
i anni in cui le teorie e una
di Hayek e Friedman cominciano cosa pagana, in realtà è l’ultimo rifug
a diffondersi. Prima io
che Ronald Reagan – cui dedica alcu dell’istinto religioso. Nel giro di poc
ne delle pagine più hi
sfolgoranti in La Mostra delle Atro giorni vedrà una congregazione che
Luca Pisapia

cità (1970), un finto si


esperimento sociale sul rapporto tra radunerà ad adorare le lavatrici», scriv
comunicazione e
politica ed eccitazione sessuale, anti Ballard ne Il Regno a Venire, ambient
cipandone di tre ato in
lustri l’elezione – e Margaret Thatche un centro commerciale, individuand
r le traducano in o nei
politica. Quando a Chicago stabilisc wahabiti dello shopping i terroristi
ono che l’uomo della
deve liberarsi di ogni contemporaneità. Questa nuova ragi
one del
vincolo sociale, a mondo trova le sue radici nella prim
iata (196 4), Fore sta di a fase
Shepperton lui sta bruc del capitalismo trasformato nel cam
po di
già raccontando cristallo (1966) – l’uomo non concentramento dove passa la sua
natu ra, ma con tro infa nzia
un’umanità di lotta contro la – L’impero del sole (1984) – e si tras
nsci o politico este rno forma in
individui isolati, priva un inco quelle che Saskia Sassen chiama rivo
luzioni
di coesione, in preda che lo domina e annichilisce. con la r minuscola: i riots della clas
più se media
a paranoie securitarie Un sistema che non è impoverita, il cui innesco è la fratt
psic opol itico : ura
e deliri antropofagi. I disciplinare ma psicologica che nasce dalle continu
e
suoi protagonisti sono invade affettività, emozioni e sollecitazioni individualiste di un
siste ma
architetti o psichiatri. I desideri, le costruisce a sua che non ti dà poi modo di persegui
nza. In rle. È già
primi hanno costruito immagine e somiglia nell’Isola di Cemento (1974) che il
eme rge com e il Rob inso n
la città come gabbia, Crash (1970) Crouse contemporaneo è un’isola
tra tecn ica al serv izio non più
prigione da cui è conflitto umana, razionale, ma in preda a una
ESTATE 2019

psicosi
impossibile evadere. della velocità e vita incapace senza alcuna possibilità di cura, in
o solo con tinua
I secondi agiscono di adattarvisi trovi sfog lotta contro sé stesso.
nell’incidente com e pun to
la sopravvivenza
dell’animale braccato, di rottura e liberazione degli
inium (1975) la lotta di
N. 3

fatta di fuga, violenza, istinti (sessuali) repressi.In Condom


etar iato e borg hesia e nemmeno tra alto e
sopraffazione, pornografia. classe non è più tra prol
imprenditore di sé stesso contro il
Nella Tetralogia della basso, ma dell’uomo che si è fatto
è interiorizzata, pronta a esplodere
Catastrofe – Il vento dal sé sfruttato. La dialettica negativa
ine Nights (1996), Super-Cannes
nulla (1961), Deserto nella Tetralogia dell’Apocalisse – Coca
Regno a venire (2006). Come tante
d’acqua (1962), Terra (2000), Millennium People (2003),
mente, nelle gated communities
piccole Shepperton, sobborghi della
iega sulle macerie della fabbrica:
ballardiane il sistema sociale si disp
i crogioli della violenza
noia, alienazione e inquietudine sono
76

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L’apocalisse
climatica
figlia, fatto che
ha contribuito a
I cosiddetti sovranisti – quelli italiani
in particolare – fanno del cibo e dei
prodotti tipici elementi di prop agan da
tras
gior
formare qualche
no di vacanza
ben e Wol f Buk ows ki prim averile in
nazionalista: lo spiega angosciosi.
o. mom enti
nel suo La Santa Crociata del Porc scono
cui Perc hé non fiori
Uno sciovinismo pantagruelico in mo giorno
e beva nde chie se dell ’ulti
prosciutti e formaggi, pietanze enn aristi
o grandi e movimenti mill
costituiscono le geografie di piccole la fine ?
imitator i che ann unc iano
patrie, di identità da difendere da eri degl i
orig ine Perc hé i num
e concorrenti. Denominazioni di

7
nza scienziati, quegli stessi
controllata e Indicazioni di provenie
da opp orre all’e straneo . allar manti rapporti che
diventano ricchezze
Sangue e terra rappresentano l’ess
enza del presentati in appendice
nuovo razzismo culturale che, sma
rcan dosi da al romanzo lo rendono
sific azio ni in base al asso lutamente verosimile e
misurazioni craniche e clas
cia nuo ve divi sion i sacralizz and o fors e prof etico, non destano un
colore della pelle, trac rotta?
paesaggi urbani e umani, vagheggi
ando in un folk lore impegno unanime per cambiare
’oro mai davv ero past oia in cui i neg azio nisti
modernissimo una perduta età dell Perché nella
si trov ano para doss alm ente climatic i e le lobb y dell e indu strie
esistita. Tra le file di costoro ovvio
i negazionisti climatici. Eppure, chi
cerca nella fissità trascinano ricercatori e attivisti, un
propria iden tità si vaticinio suffragato dai fatti dive nta
del paesaggio, del gusto, del rito la
dovrebb e preo ccup are della prot agonista e dei suoi nebulosa possibilità. Arpaia, fa del
ia
scomparsa dell’ambiente così compagni di viaggio si suo libro uno strumento di pedagog
come lo conosciamo. intreccia con il percorso ambientale.
po
Come saranno colline, del mondo verso il I big della Silicon Valley, senza trop
tre oste ntan o ottim ism o
boschi, città d’arte, riviere precipizio. Da quando i clamore e men
ono lette ralm ente futu ro, si
dell’Italia se non fermiamo sintomi si manifestano in e vend
o
il riscaldamento globale? Il maniera palese a quando attrezzano a sopravvivere. Al post
dei bunker antiatom ici dell a psic osi
visitatore di domani di un ogni cura è inefficace. Il o
ipotetico Gran d Tou r cosa viag gio di chi ha perso nucleare da Guerra Fredda acquistan
ni con piste di atte rrag gio in Nuova
vedrà? Lo scorgiamo in tutto è crudele, eppure il terre
ta
Zelanda. Scarsamente popolata, isola
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

Qualcosa, là fuori (Guanda, professor Livio Delmastro


le seco ndo
terra idea
2016), il romanzo di Bruno non rinuncia alla solidarietà. e florida, sarebbe la età
Arpaia che racc onta la E racconta come è arrivato molti dove rifugiarsi mentre la soci
ta colla ssa. A tutti noi, che non ci
storia di una carovana di fin là: «Ricordava benissimo capitalis
h con gua rdie
migranti climatici dalla quando, da bambino, aveva possiamo permettere ranc
viste , rima ne il
Penisola alle sponde della visto la famosa immagine armate e pieni di prov
Dan ima rca. L’esodo del dell’ orso polare intrappolato viaggio di Livio e dei suoi amici.
su un pezzo di banchina, alla deri
va tra i ghiacci dell’Artico
Valerio Renzi

che combaciavano a sciogliersi: il


mondo ricco aveva avuto
un brivido. Di fronte a quella foto,
milioni di persone con
la pancia piena avevano provato,
paura, indignazione,
terrore dell’apocalisse che si avvicina
va... E poi subito
dopo, avevano pensato ad altro. Ecco
forse era lì che era
cominciata tutta quella storia».
Chi scrive ha letto il libro di Arpaia
77

mentre aspettava una

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Storia politica
CAPITALE

dell’invidia
Con la controrivoluzione ispirata dal pensiero
di Friedrich Von Hayek l’idelogia liberista rompe
una volta per tutte con ogni tradizione democratica.
Evocando passioni tristi e forme di vita individualiste

C
i troviamo a un’importante riunione del Giuliano Santoro,
Partito conservatore, siamo alla fine degli giornalista, scrive sul
anni Settanta. Margaret Thatcher è già di- Manifesto. È autore,
ventata leader del partito e si appresta a en- tra le altre cose, di Un
trare da primo ministro a Downing Street, Grillo qualunque
inaugurando l’era della controrivoluzione e Cervelli Sconnessi
Giuliano Santoro neoliberista. Sta parlando un dirigente. (entrambi editi
Presenta un documento in cui auspica che da Castelvecchi),
i Tories scelgano un «percorso pragmatico». Una via mediana tra Guida alla Roma
stato e mercato. L’invito alla moderazione non è ancora giunto al ribelle (Voland),
termine quando la Thatcher allunga la mano, afferra la sua valiget- Al palo della morte
ta portadocumenti e ne estrae un libro. Si intitola La società libera, (Alegre Quinto Tipo).
l’autore è Friedrich von Hayek, economista
austriaco che nel 1974 ha vinto il Premio Thatcher ha più volte ribadito la natura
Nobel per l’economia. Thatcher solleva fondativa del testo di Hayek, sottolinean-
platealmente il volume per consentire a do come i suoi scritti aiutassero a demolire
tutti di riconoscerne la copertina. Poi lo in maniera semplice «le follie socialiste di
sbatte rumorosamente sul tavolo della pre- ogni parte politica», sottendendo che l’e-
ESTATE 2019

sidenza, costringendo il suo collega di par- gemonia della sinistra era andata ben oltre
tito a interrompersi. Ed esclama: «Questo è i confini tradizionali. La nefasta profezia
ciò in cui crediamo!». della Lady di Ferro che salutava le teorie di
Hayek come in grado di «cancellare le scon-
N. 3

fitte passate e costruire le vittorie future»


avrebbe portato quell’egemonia a ribaltarsi
nel suo opposto: il fondamentalismo libe-
rista avrebbe fatto proseliti nel campo dei
partiti della sinistra.
78

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IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA
79

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Hayek riparte dal cuore dell’utopia libe- PER I LIBERISTI NON SOLO
rale, dal postulato contradditorio e ideolo- IL SOCIALISMO MA L’IDEA
gico che la muove: l’egoismo produce benes- STESSA DI DEMOCRAZIA
sere. Di più: l’affermazione dell’individuo è PROVENGONO DA CHI
la garanzia del progresso dell’intera società. NON È IN GRADO
L’individualismo diventa modello antropo- DI FARE I CONTI
logico, unica forma di vita possibile, la sola CON LA PROPRIA INVIDIA
chiave attraverso cui leggere gli eventi. La
nota sentenza della Thatcher, «la società
non esiste», deriva da questa costruzione
ideologica. Al punto che qualsiasi fenome-
no sociale deve essere spostato su passioni
individuali. La lotta di classe, ad esempio,
ben lungi dall’essere il motore della storia si
giustifica solo con il sentimento tutto perso-
nale e disdicevole dell’invidia. «Analizzan-
do i motivi di queste richieste – scrive von
Hayek a proposito della spinta verso una so-
cietà di eguali – troviamo che esse sono ba-
sate sul malcontento che suscita il successo
di alcuni o, per dirla in parole crude, sono
basate sull’invidia. La tendenza attuale, che di von Hayek) scatenarono. Poi, il tutti li-
mira ad assecondare questa questione e a beri della fine della prima repubblica die-
mascherarla sotto la rispettabile apparenza de il via alla pantomima liberale di Silvio
della giustizia sociale, sta diventando una Berlusconi. Anche quest’ultimo si mise
grave minaccia per la libertà». E ancora: attorno economisti e filosofi ultraliberali.
«Probabilmente una delle condizioni essen- Da loro arrivò l’idea di tirare fuori la que-
ziali per la conservazione della società libe- stione dell’invidia sociale: la lotta di classe
ra è quella di non incoraggiare l’invidia, né dei poveri contro i ricchi venne ancora tra-
di avvalorare le sue pretese camuffandole da sformata in sentimento individuale e fru-
giustizia sociale, ma di trattarla (citiamo le strazione da loser. L’idea ha poi contagiato
parole di John Stuart Mill) come ‘la passione il Pd di Matteo Renzi, del quale ricordiamo
peggiore e più antisociale’». le invettive contro «gufi e rosiconi», e si è
Se si esclude qualche esaltazione edo- in qualche modo tradotta nelle argomenta-
nista proveniente dal peggior Psi in pieno zioni di alcuni esponenti del Movimento 5
craxismo, il sistema politico bloccato ita- Stelle: «In questo paese c’è un mucchio di
liano ha impedito fino al crollo del muro invidia» ha detto di recente l’homo grillinus
di Berlino che si potesse immaginare una per eccellenza Alessandro Di Battista, che
qualche forma di controrivoluzione libe- del tema dell’invidia ha fatto un piccolo
ESTATE 2019

rale paragonabile a quella che Thatcher tormentone, di fronte ai dubbi sull’operato


prima e Ronald Reagan poi (che scelse tra i del governo gialloverde.
suoi consiglieri economici numerosi allievi Antonio Martino, economista ultraliberi-
sta e ministro nei primi governi Berlusconi,
N. 3

è solito consigliare la lettura della pondero-


sa e documentata storia culturale e sociale
dell’invidia scritta dal sociologo austriaco
Helmut Shoeck. Il quale denuncia l’egua-
litarismo con queste parole: «La tendenza
manifestatasi a partire dalla Seconda guerra
80

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le non è l’utopia libertaria, non condanna lo
stato all’inesistenza: lo assolda dentro la lo-
gica della concorrenza, che è tutt’altra cosa.
Non si farà a pezzi questo immaginario pre-
conizzando il ‘grande ritorno’ dello stato o la
restaurazione della Legge», osservano Pierre
Dardot e Christian Laval in Guerra alla de-
mocrazia (Derive Approdi, 2016).
David Harvey ha definito il neoliberismo
come un modello di «accumulazione trami-
te spoliazione», di sottrazione di ricchezza
ai poveri e ai beni pubblici. «La conquista
più importante della neoliberalizzazione
– sostiene Harvey nella sua Breve storia del
neoliberismo (Il Saggiatore, 2007) – è stata
quella di distribuire più che di generare la
ricchezza». Lo stato diventa un Robin Hood
al contrario che dismette ogni velleità di
mediazione tra capitale e lavoro e si rifugia
nella gestione dell’ordine e nella garanzia
della proprietà privata. Ciò implica un com-
mondiale circa la clamorosa legittimazione pito tutt’altro che naturale e semplice. Si
e assolutizzazione dell’invidioso e della sua tratta di un onere gravoso, come dimostra il
invidia, per cui l’individuo che può poten- fatto che anche i governi più liberali hanno
zialmente suscitare invidia è considerato, e bisogno di spendere per governare. Il potere
va quindi trattato, come il criminale, come deve comunque sporcarsi le mani per rego-
l’elemento asociale». Per Shoeck non solo il lare la produzione e la riproduzione sociale.
socialismo ma l’idea stessa di democrazia L’esaltazione dell’individuo, della concor-
sono sostenuti dai membri della società che renza, del libero dispiegarsi del mercato ha
non sono in grado di «affrontare la propria bisogno di uno stato che sorvegli, controlli,
invidia». disciplini. Lo dimostra il fatto che il debi-
Prendere un sentimento sociale e indivi- to sovrano sia esploso proprio nel periodo
dualizzarlo, relegarlo a passione triste, serve dell’egemonia neoliberista. Servono soldi
a mimetizzare una gigantesca contraddi- pubblici per controllare le strade in osse-
zione: sostenere che combattendo l’osses- quio alla dottrina della tolleranza zero, oc-
sione per l’uguaglianza si sta difendendo la corrono risorse che finanzino una distorta
libertà e al tempo stesso ponendo dei vincoli forma di welfare morale piuttosto che wel-
alla democrazia. L’utopia dello stato legge- fare economico che trova applicazione in
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

ro ma funzionale, arbitro e guardiano neu- forme diverse, nella sussidiarietà del model-
trale dell’ordine, si incrocia con il pensiero lo lombardo della sanità privata fino al co-
ordoliberale, che come ha notato Michel siddetto reddito di cittadinanza del governo
Foucault in Nascita della Biopolitica, ha gialloverde.
accompagnato, in maniera non lineare ma
dimostrata dall’evoluzione delle biografie
di alcuni dei suoi pensatori, l’ascesa del na-
zismo. Il pensiero ordoliberale invoca uno
stato forte a tutela della potenza concorren-
ziale dal «nemico interno» del conflitto tra
capitale e lavoro. «L’immaginario neolibera-
81

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w w w. e d i z i o n i a l e g r e . i t

049_Alegre.indd 2 20/05/19 09:39


La via cinese

CAPITALE
al capitalismo
«Consolidare la forza» è il mantra che arriva dritto
dalla tradizione e che ancora oggi descrive quanto
avviene nell’era Xi Jinping, con il potere politico
ed economico centralizzato nel partito e nel suo leader

S
econdo Wang Hui, intellettuale cinese appartenente alla co-
siddetta «nuova sinistra», il 1989 e la repressione delle proteste
– non solo a Pechino – contribuirono a sancire una transizione
definitiva nella storia recente della Cina. Ovvero, come scrive la
sinologa Edoarda Masi nella prefazione a Nuovo ordine cinese
(manifestolibri, 2006) – il passaggio a un concetto di stato «espli-
Simone Pieranni citamente e pienamente promotore-gestore del liberismo capi-
talistico». In questa trasformazione gioca un ruolo fondamenta-
le, naturalmente, l’evoluzione del Partito comunista nel periodo che va dalla fine della
Rivoluzione culturale (1976) all’arrivo alla segreteria dell’ex sindaco di Shanghai Jiang
Zemin, nominato al vertice del partito attraverso passaggi incostituzionali nei concitati
giorni del giugno 1989 e ufficialmente numero uno dal 24 giugno dello stesso anno.
Non è un caso che dopo la repressione delle proteste del 1989
la Cina abbia intrapreso una nuova svolta all’interno del proprio
processo di riforme. È la fase che Naomi Klein inserisce tra le te- Simone Pieranni
rapie neoliberiste nel suo Shock Economy (Rizzoli, 2008). Le pro- lavora al Manifesto.
teste del 1989 – precedute dalle prime manifestazioni tra il 1986 Ha pubblicato
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

e il 1987 – arrivarono al termine di dieci anni di riforme che ave- Cina Globale
vano trasformato in modo prepotente lo stato cinese. Significava (manifestolibri) ed è
anche dieci anni trascorsi dalla devastazione sociale comportata coautore con Giada
dalla Rivoluzione Culturale, o meglio dai suoi strascichi, conside- Messetti di Risciò,
rando che per il Partito comunista, ufficialmente, la Grande Rivo- podcast sulla Cina
luzione Culturale Proletaria era terminata già nel 1969. contemporanea.
C’era da ricostruire tutto. Dopo la morte di Mao, Deng Xiao- È autore anche
ping aveva riconquistato il potere all’interno del partito e via via di Settantadue
sancito nuove regole. Nel 1982 venne cambiata la Costituzione (Alegre Quinto Tipo)
che imponeva un limite di due mandati alla presidenza della Re- e Genova Macaia
pubblica popolare proprio con l’obiettivo di porre fine a eccessi (Laterza).
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come quelli avvenuti in epoca maoista. Del resto il giudizio del partito era arrivato forte e
chiaro con la «Risoluzione su alcune questioni della storia del nostro partito, dalla fondazio-
ne della Repubblica popolare cinese», approvata dal comitato centrale del Pcc il 27 giugno
1981 e nella quale si definì «decennio perduto» il periodo che va dal 1966 al 1976.
Il partito aveva bisogno di una condanna inappellabile, considerando il fatto che la sua
dirigenza era stata falcidiata da quel periodo: così Deng salvò «il pensiero di Mao Zedong»
(ancora oggi tra i principi del Partito comunista) annullando allo stesso tempo gli effetti
economici e gli eccessi (Deng in una celebre intervista con Oriana Fallaci definì l’operato
di Mao positivo al 70 per cento, negativo per il restante 30 per cento), attraverso le Riforme
e l’apertura del paese al mercato globale: si trattava di alleviare il paese dalla fame, dalle
difficoltà economiche e distrarlo da un periodo devastante da un punto di vista sociale.
Quelli della Rivoluzione Culturale erano stati anni di luan, caos, disordine, confusione;
un sentimento che è rimasto insito in ogni cinese e che ogni cinese – ancora oggi – vuole
evitare. Il Partito comunista conosce bene questo sentimento popolare.
Dopo la Rivoluzione culturale, l’obiettivo era tenere ben saldo il partito al centro del
processo economico che stava trasformando la Cina. Naturalmente questo cambiamento
ebbe un impatto non da poco sui funzionari cinesi che fino a poco tempo prima basavano
la propria sopravvivenza politica e non solo sulle posizioni totalmente prone a quanto
veniva detto da Mao Zedong e che improvvisamente si ritrovarono a dover gestire monta-
gne di soldi e a essere valutati sulla base
della crescita economica delle proprie
aree di competenza. Si aprì così un var- di piazza Tiananmen, era in realtà guidato dai cosiddetti
co enorme per la corruzione, la crescita Otto Immortali anziani funzionari sopravvissuti alla Rivo-
economica portò a nuove richieste da luzione culturale e tendenzialmente conservatori, ovvero
parte degli studenti e lo spettro della scettici verso le aperture che il paese andava sancendo di
Rivoluzione culturale si riaffacciò nelle giorno in giorno. Con l’editoriale del Renmin Ribao del 26
stanze segrete del partito comunista. aprile nel quale si definivano «disordini» le manifestazioni
Il Pcc arrivò al 1989 completamente in studentesche, il partito ruppe ogni indugio: da lì in avan-
difficoltà: benché fornito di un comitato ti arrivarono la destituzione di Zhao Ziyang – la cui visita
permanente guidato dal riformista Zhao agli studenti in piazza, con la famosa frase «siamo arrivati
Ziyang, che aveva sostituito un altro ri- tardi» costituì un’altra miccia per le proteste – la procla-
formista, Hu Yaobang, «purgato» non mazione della legge marziale e infine la repressione.
senza problemi da Deng e la cui morte A questo proposito è bene ricordare un elemento: a es-
nel maggio 1989 darà l’avvio alle prote- sere massacrati dai militari cinesi furono per lo più operai
ste che culmineranno nell’occupazione e semplici cittadini, uccisi nelle vie limitrofe alla Tianan-
men che fu invece sgomberata nella mattina del 4 giugno
senza che nessuno dei giovani studenti venisse ammazza-
to. Secondo le cifre fornite dal partito morirono circa 300
persone. Erano ben di più secondo familiari di vittime e
ESTATE 2019

scomparsi e organizzazioni umanitarie. Gli arrestati furo-


no migliaia. Quei fatti sancirono il nuovo patto sociale tra
Partito e popolazione: potete arricchirvi, le riforme non si
fermeranno, ma da ora in avanti non dovrete più occupar-
N. 3

vi di politica, era il messaggio implicito lanciato da Deng


Xiaoping. Poco prima del massacro venne nominato se-
gretario Jiang Zemin, il cui periodo di controllo del partito
sancì il vero passaggio della Cina a un modello sempre più
spinto verso liberalizzazioni e privatizzazioni. Con la teo-
ria delle «tre rappresentanze» (o «rappresentività») Jiang
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proclamò inoltre la trasformazione del partito che comin- A ESSERE MASSACRATI
ciò ad accettare miliardari e imprenditori al proprio inter- DAI MILITARI CINESI
no (si trattava di un processo in atto già da tempo, ma san- FURONO PER LO PIÙ
cito dal nuovo leader comunista). Il partito era al centro, OPERAI E SEMPLICI
di nuovo, della scena politica. Deng lo aveva riportato in CITTADINI, UCCISI
pieno controllo dell’economia e della politica cinese, pur NELLE VIE LIMITROFE
rendendolo un organo meno «personalistico» che in pre- A PIAZZA TIANANMEN
cedenza. Se infatti il partito stringeva le sue maglie sulla
società cinese, al proprio interno sarebbe iniziata l’epoca
della «guida collegiale» portata avanti soprattutto nel de-
cennio di Hu Jintao-Wen Jiabao (2002-2012).
Questo enorme processo termina con l’arrivo alla pre-
sidenza di Xi Jinping, segretario del Pcc da novembre 2012
e presidente della Repubblica popolare dal marzo 2013.
Xi Jinping ha proceduto a trasformare ancora una volta il La guida del paese è nelle mani del
partito: abolendo il limite dei due mandati alla guida della partito: più è accentrato il potere, me-
Repubblica Xi ha trasformato il partito denghiano e la sua glio la Cina sembra poter gestire il suo
guida collegiale, riportandolo sotto lo stretto controllo di «modello». Xi Jinping è parso il presi-
un solo gruppo (quello di Xi); con la campagna anti corru- dente in grado di operare questa cesu-
zione Xi ha proceduto a eliminare i suoi avversari politici e ra. Si dice che Xi abbia recuperato in
ha consentito al Pcc di tornare ad avere una sua presenta- pieno il confucianesimo come collante
bilità di fronte alla popolazione. Infine, attraverso il blocco identitario, ma come osserva l’analista
delle riforme delle aziende di stato, ha rimesso lo stato al esperto di Cina, Sam Crane, sarebbe più
centro dei processi economici, portando il partito a diven- giusto definire Xi un «legista» anziché
tare esso stesso lo stato. Un salto all’indietro che pare però un confuciano. In un articolo apparso
funzionare: la Cina oggi è inserita perfettamente nelle lo- su Los Angeles Review Of Books nel giu-
giche economiche mondiali, tanto da diventarne ormai la gno 2018, Crane scrive: «Nella cosiddet-
principale potenza, pronta a superare l’ordine americano. ta nuova era di Xi Jinping, al Partito co-
munista è stato dato un ruolo molto più
forte. È finita la nozione ispirata a Deng
Xiaoping di «separare partito e governo». Il compito chiave ora è una leadership del Par-
tito onnicomprensiva. Tale concentrazione di potere non è inerente al pensiero confucia-
no». Il riferimento scelto da Crane è dunque direttamente alla dinastia Qin, il regno retto
proprio dalla dottrina legista e spesso paragonato al Pcc dai suoi detrattori: i legisti «si
concentrano sulla necessità di concentrare il potere nelle mani del sovrano». Shang Yang
(vissuto tra il 390 eil 338 avanti Cristo), l’infame e brutale statista dei Qin, ci dice: «Quando
il saggio governa lo stato, è in grado di consolidare la forza e di spendere la forza... Quindi,
chi governa lo stato si consolida bene la forza per raggiungere un paese ricco e un forte
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

esercito». «Consolidare la forza» è una buona descrizione di ciò che sta accadendo nell’era
Xi Jinping, con il potere politico centralizzato nel partito e nel suo leader. L’obiettivo finale
di Shang Yang di un «paese ricco e un forte esercito» è anche accennato nel primo dei
dodici «valori fondamentali socialisti» che guidano il controllo ideologico in Cina oggi.
Non solo, perché se il Partito comunista oggi controlla in modo totale l’economia del
paese, di fatto fondendolo con lo stato, tale forma di controllo sta sfociando sempre più
in quella che viene definita o controllocrazia – se si pone l’accento sul modello securitario
garantito al partito dall’evoluzione tecnologica – o stato reputazionale se si pone l’accento
sui meccanismi di premi e punizioni previsti per i comportamenti virtuosi in relazione
all’esistenza di uno stato che si pone come «involucro» e unico organo predisposto a sta-
bilire cosa sia giusto e sbagliato.
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Governare
INTERSEZIONI

col razzismo
La xenofobia non rappresenta un’eccezione rispetto
a una imprecisata normalità, sta nell’essenza
produttiva delle società capitalistiche
Illustrazione di
86ESTATE 2019
N. 3

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L
a vicenda di Torre Maura a Roma, dove gli abitanti del quartiere
insieme a militanti di estrema destra hanno violentemente assali-
to dei rom, non è stato che l’ultimo episodio di una lunga serie di
aggressioni, violenze e omicidi razzisti che attraversano la società
italiana in modo ciclico e trasversale ormai da alcuni anni – a sud
come a nord, e riguardante una molteplicità davvero composita
Miguel Mellino di classi e contesti sociali. Questa ondata di violenza razzista ha
sicuramente subìto uno spettrale punto di inflessione con fatti più
recenti, come la brutale aggressione avvenuta a Macerata nel febbraio 2018, in cui un ne-
ofascista simpatizzante di Lega e CasaPound ha sparato all’impazzata contro sei migranti
neri ferendoli gravemente, o in quanto successo pochi giorni dopo a Firenze, quando un
pensionato italiano ha ucciso senza motivo Idy Diene, ambulante senegalese.
Queste stragi hanno rappresentato un perverso salto di qualità del razzismo in Italia,
anticipando il suo violento rilancio come strumento di consenso e di sutura nazional-po-
polare, ma forse ci dicono molto anche degli spettri che si aggirano nell’Europa della crisi
e delle sue pulsioni sovraniste. Collocare l’episodio di Torre Maura all’interno di una con-
giuntura storico-sociale-geografica più ampia ci sembra un necessario primo passo per
cominciare a decostruire una narrazione politico-mediatica dominante attraverso cui è
stata codificata la vicenda: l’associazione della violenza razzista a determinati contesti so-
ciali, soggetti e gruppi, ovvero alla barbarie delle periferie (in una costruzione altrettanto
classista-razzista dei poveri), alla presenza di migranti e rom, alle curve degli stadi e ai soli
partiti apertamente xenofobi. Si tratta di una narrazione non soltanto autoassolutoria,
nel senso che è difficile non pensarla come un’altra forma di sublimazione della propria
presunta rispettabilità-moralità-superiorità delle classi medie-bianche-liberali-progres-
siste locali, ma soprattutto fuorviante, poiché non fa che rigettare il razzismo in soggetti
e situazioni «eccezionali» rispetto a non si sa bene quale norma di società «civile» e «de-
mocratica». Non vogliamo sostenere che
le classi e le culture popolari non siano
attraversate da pratiche e rappresen- semplicemente per descrivere il razzismo come un feno-
tazioni razziste, o che siano in qualche meno sociale meramente privato, soggettivo e soprattutto
modo innocenti, ma che narrazioni di allocabile in certe dimensioni sociali anziché in altre. Tali
questo tipo – assai radicate in un certo narrazioni non fanno che riconsegnarci una concezione
immaginario politico antirazzista ben tanto semplificatoria quanto mistificante non solo del
più ampio di quello dell’ordine politi- ruolo del razzismo all’interno degli attuali dispositivi di
co-mediatico-istituzionale – finiscano estrazione di valore dalla società, ma anche della sua rile-
vanza storica come tecnologia coloniale e post-coloniale
di governo, sia in Italia che nel più ampio contesto delle
formazioni capitalistiche moderne.
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

Miguel Mellino insegna


studi postcoloniali La struttura assente
all’Università di
Napoli L’Orientale. Se appare innegabile che l’attuale congiuntura so-
Tra i suoi libri, Post- vranista ci sta mostrando in modo chiaro una crescen-
Orientalismo. Said e te politicizzazione del razzismo, con una conseguente
gli studi postcoloniali razzializzazione della politica e delle questioni sociali, è
(Meltemi) altrettanto evidente che le pratiche teoriche e politiche
e il recente Governare antirazziste, anche quelle più radicali, non si stanno rive-
la crisi dei rifugiati lando all’altezza della sfida. Anche se concetti come raz-
(Derive Approdi). za, razzializzazione e intersezionalità sono più o meno
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entrati nel discorso antirazzista, la riflessione sul razzismo in Italia continua a mostrare
i suoi storici limiti. A differenza di altri paesi, per esempio Francia, Gran Bretagna e Ger-
mania, nella storia del pensiero critico italiano non esiste alcun dibattito o riflessione
specifica e sistematica sul razzismo come fenomeno strutturale della realtà nazionale, e
quindi non vi sono prospettive in grado di poter generare una sua efficace contro-nar-
razione antirazzista. Nemmeno il lungo dibattito storico sulla questione meridionale
sembra aver lasciato tracce che vadano in questo senso: per non parlare poi delle man-
canze della pur articolata riflessione nazionale sul passato coloniale e fascista e sui loro
legami con l’esperienza globale del razzismo moderno.
Il razzismo non viene quasi mai assunto come oggetto di analisi di per sé, e quando
lo si affronta viene semplicemente incorporato in modo accessorio e secondario a pro-
spettive teoriche più generali e orientate alla comprensione di altri fenomeni. Quasi che
la verità o la causa del razzismo risiedesse sempre fuori da sè stes-
so. Anche all’interno di molti approcci marxisti e/o più radicali, la
NELLA STORIA discussione sullo sfruttamento, sulla la lotta di classe, sul fascismo
DEL PENSIERO CRITICO e sull’antifascismo, sul neoliberalismo e sulla gentrifricazione ur-
ITALIANO NON ESISTE bana resta spesso del tutto color-blind, ovvero riesce a prescindere
ALCUN DIBATTITO in modo assai problematico da una seria presa in considerazione
O RIFESSIONE SISTEMATICA di razza e razzismo come storici dispositivi capitalistici di gover-
SUL RAZZISMO COME no e di produzione delle identità. Del resto non è un mistero che il
FENOMENO STRUTTURALE «marxismo tradizionale», alla sua nascita prevalentemente bianco
ed europeo, al di là di qualche sporadico passaggio di Marx, Lenin
e pochi altri o altre ha avuto pochissimo da dire su razza, razzismo,
schiavitù e colonialità come componenti strutturali (e non secondarie e residuali) delle
formazioni capitalistiche moderne. Più gravi ancora le omissioni in questo senso del
cosiddetto «marxismo occidentale» ed europeo del Secondo dopoguerra. Si pensi, per
esempio, al marxismo francofortese o a quello althusseriano, alla loro agghiacciante
indifferenza teorico-politica verso l’esperienza criminale dell’imperialismo occidenta-
le, ma anche verso i movimenti di decolonizzazione e le lotte del Black Power come
istanze centrali di democratizzazione della stessa modernità. Dobbiamo sicuramente
a ciò che Cedric Robinson ha denominato «marxismo nero» (Eric Williams, Oliver Cox,
C.L.R James, Aimé Césaire, Frantz Fanon, Malcolm X, Angela Davis, ecc.) una prima
seria visibilizzazione di razza, razzismo e schiavitù come dispositivi primari (e non so-
vrastrutturali) del modo di produzione capitalistico. Sono stati i lavori di questi autori,
venuti alla luce come supplemento teorico delle lotte antischiavistiche, anticoloniali
e antirazziste, a produrre una nuova visione politica in cui ordinamento democratico,
razza, colonialismo, piantagione e imperialismo coloniale vengono considerati come
componenti centrali e inscindibili di un’unica matrice storica.
Come sottolineato da Achille Mbembe in Politiques de l’Inimitié (2016), razza e raz-
ESTATE 2019

zismo andrebbero concepiti, non tanto come delle eccezioni rispetto a una impreci-
sata norma capitalistica di sfruttamento, bensì come dei «corpi notturni delle stesse
democrazie moderne occidentali». Da qui la storica centralità delle lotte antischiaviste
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e antirazziste, e di una ricomposizione politica delle lotte incentrata sul rovesciamento
di razza e razzismo, nei processi di riconfigurazione della democrazia all’interno delle
società capitalistiche.

Ripensare il razzismo, ripoliticizzare l’antirazzismo

E tuttavia in Italia, nelle sue espressioni dominanti, l’antirazzismo continua a presen-


tarsi più sotto una veste «etico-morale» o «pedagogica» che non «politica». L’antirazzismo
dominante non sembra in grado di riformulare sè stesso in funzione di una congiuntura
politica del tutto inedita, non riesce ad andare oltre un tipo di critica antirazzista «ideolo-
gico-culturale», per dirla con il sociologo francese Eric Fassin. Mentre l’esperienza vissuta
dalle seconde e terze generazioni di migranti, così come le condizioni di vita della maggior
parte dei più di 5 milioni di migranti residenti in Italia con regolare permesso di soggiorno,
stanno rivelando l’esistenza di una crescente «razzializzazione» della società, l’antirazzismo
italiano continua a combattere le sue lotte come se il razzismo dipendesse unicamente da
un mero «pregiudizio», da un deficit di «cultura e conoscenza» o da un semplice «identita-
rismo culturale», ovvero da una banale manipolazione ideologica incentrata su un insieme
di rappresentazioni «sbagliate» poiché apertamente discriminatorie. Spesso l’antirazzismo
viene posto al centro della lotta politica soltanto nel momento di contrastare i discorsi e
le pratiche razziste di movimenti aperta-
mente xenofobi, come nel caso di Torre
Maura o Macerata. Si tratta di un modo di «governo della crisi», l’antirazzismo finisce spesso per appa-
concepire il razzismo che ci prepara (non rire come un elemento accessorio delle lotte politiche.
certo in modo innocente) a percepirlo su- Per uscire da un dibattito sul razzismo rimasto spes-
bito nelle curve, magari in bocca a Orbán, so intrappolato entro i confini dell’ordine dominante del
a Trump e a Salvini, ma che lo rende mol- discorso, vale a dire quasi esclusivamente concentrato o
to meno visibile come dispositivo che re- sull’emergenza (sugli arrivi e le morti dei migranti in mare,
gola la gentrificazione delle nostre città, o sulla violenza delle frontiere e sulle insufficienze del co-
il lavoro migrante nelle metropoli, quello siddetto sistema dell’accoglienza) o sull’eccezione (su fatti
rurale nelle campagne del Sud, quello do- come Macerata e Torre Maura costruiti sotto l’aura dell’ir-
mestico nelle case, quello cognitivo nelle razionalità sociale), occorre innovare i nostri approcci al
scuole e nei licei. fenomeno. Combinando alcune suggestioni del Foucau-
Non è un caso se in Italia, espressioni lt di Bisogna difendere la società (1978) con la tradizione
come «razzismo strutturale», «razzismo del «marxismo nero», ci sembra importante ridefinire il
istituzionale» e «segregazione sociale» razzismo come una tecnologia istituzionale di gestione
vengono regolarmente omesse dal dibat- di territori e popolazioni finalizzata all’estrazione di va-
tito pubblico antirazzista. Si tratta di una lore dalla società nel suo complesso. Dobbiamo ripartire
mancanza assai paradossale: mentre il dal presupposto secondo cui il razzismo sta dentro (e non
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

razzismo si mostra sempre di più come fuori) la stessa essenza produttiva delle società capitali-
un dispositivo al centro dei processi di stiche. Il razzismo, la violenza razzista poliziesca e istitu-
gerarchizzazione della cittadinanza co- zionale, il securitarismo, la militarizzazione dei territori
stitutivi del neoliberalismo, così come del e dei confini, la logica di riproduzione dei campi, lo svi-
luppo del cosiddetto «stato penale o punitivo neoliberale»
così come la segregazione urbana (sociale/culturale), non
sono effetti meramente contingenti all’interno dell’attua-
le democrazia neoliberale, ma dispositivi al centro stesso
di tale forma di governo. È ora di ripoliticizzare il nostro
antirazzismo: il tempo dell’innocenza (bianca) italiana è
chiaramente finito.
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Il collante
INTERSEZIONI

del genere
Il sessismo nega la libertà delle donne per la stabilità
sociale. Combatterlo significa suscitare la reazione
di chi vorrebbe più sovranità nazionale per controllare
meglio i propri confini e le proprie famiglie

S
ia gli Stati uniti che le nazioni europee temono che il proprio ordi-
ne democratico possa essere minacciato dal ritorno delle destre,
reso sempre più visibile da marce e mobilitazioni inneggianti alla
violenza come quelle di Charlottesville e Chemnitz, da gruppi della
società civile come Pegida in Germania e i nazionalisti bianchi ne-
gli Usa. La minaccia non proviene soltanto dalle piccole associazio-
Myra Marx Ferree ni radicali, ma in proporzioni crescenti dall’intera popolazione na-
zionale che vota per partiti politici di destra che minano la tenuta
della democrazia e trattano le opposizioni alla stregua di nemici da sopprimere. Anche se
la forma della democrazia elettiva viene preservata, la sostanza
dei dibattiti legislativi, delle norme giuridiche e dei diritti civili,
come la libertà di parola e di associazione, è presa d’assalto da Myra Marx Ferree
leader che invocano le esigenze della sopravvivenza nazionale, è sociologa e direttrice
dandosi l’autorità di reprimere le minacce percepite. del Center for German
Di fronte a questo assalto, la politica femminista può essere and European Studies
una difesa in senso ampio delle relazioni democratiche e dei all’Università del
diritti umani, o è soltanto una lista di problemi etichettati come Wisconsin-Madison, dove
femminili, collegati alla sessualità e al binarismo di genere? Io è anche componente
ESTATE 2019

sospetto che la crisi della democrazia a cui stiamo assistendo del Women’s Studies
in questo periodo rifletta una destabilizzazione del potere ma- Program. La traduzione
schile. Il femminismo offre una prospettiva politica potenzial- è di Gaia Benzi.
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mente intersezionale, in grado di confrontarsi con l’austerità, l’immigrazione, le disegua-
glianze nazionali, il binarismo di genere e la sopravvivenza della famiglia attraverso una
visione unica e coerente che riconosce l’intreccio tra la riproduzione sociale e sessuale e
le relazioni di genere.
Le mobilitazioni di destra che stanno scuotendo le fondamenta dell’ordine liberale non
sono sicuramente soltanto maschili nella composizione, tuttavia di certo attingono a un
discorso che parla di mascolinità minacciata, anche quando fa prendere parola alle donne.
Le donne che parlano dal punto di vista di mogli o madri invocano la logica di un sistema
in cui il maschio è il capofamiglia e loro sono incaricate di custodire famiglia e focolare. Sia
uomini che donne osservano il cambiamento delle relazioni familiari così come le cono-
scevamo, e si sentono spinti a proteggere i confini di un gruppo familiare più ampio, cioè
la nazione. Nel mondo contemporaneo l’autorità maschile nel governo della casa è stata
estesa al governo degli stati e lo ha legittimato, e tuttavia le democrazie liberali si sono fon-
date su una visione di partecipazione – ancora non pienamente realizzata – che include sia
uomini che donne in qualità di pari cittadini. Oggi, mentre il rinnovamento della famiglia
e la ricostruzione delle relazioni politiche sono terreno di contesa, diventa cruciale notare
come questi due aspetti siano connessi sin dalle radici. Il collante che unisce la famiglia
e la nazione storicamente intesa, infatti, è il genere. Come ha sostenuto Carol Pateman,
struttura familiare ed economia politica si rispecchiano l’una nell’altra, e le figure dei re
padri di un tempo sono state sostituite da una nuova fratellanza maschile. La politica gen-
derizzata della democrazia è stata costruita attorno a queste nuove e geograficamente mo-
bili famiglie nucleari, e a uomini associati in legislature, sindacati, burocrazie ed eserciti.
Lo smantellamento di quelle esclusioni e diseguaglianze che la destra anti-democratica
difende così appassionatamente sarebbe sicuramente più facile se riuscissimo a metter-
ne in risalto e frantumarne il collante, perché portare avanti l’illusione del genere come
struttura stabilizzante della nostra società non fa altro che incoraggiare la xenofobia e le
mobilitazioni «pro-famiglia». La difesa delle relazioni di potere esistenti guarderà sempre
alle femministe come a pericolose sovversive. E però, nella storica lotta sulle forme da dare
alle nostre società, le femministe possono scegliere di essere davvero sovversive, oppure
permettere che la battaglia per la riproduzione della nazione e la difesa dei suoi immagi-
nari confini si svolga sui corpi delle donne senza opporre alcuna resistenza.
Dato che il genere funziona come collante simbolico che lega i problemi riproduttivi,
il nazionalismo e l’autonomia delle donne alla stabilità sociale, la partecipazione femmi-
nista al potere è vista come destabilizzante per la riproduzione ed è accolta con sdegno e
repressione politica. È per questo che anche i piccoli cambiamenti, come le recenti mosse
dell’Ue verso l’uguaglianza di genere, appaiono minacciosi. Sono parte del magma indi-
stinto che le destre europee stanno prendendo di mira quando dichiarano di volere «meno
Europa» e più sovranità nazionale, per poter controllare meglio i propri confini, le proprie
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

famiglie, e le proprie relazioni di genere.


I demografi ci parlano della prima grande transizione demografica come di un cam-
biamento nelle tipologie e nelle dimensioni della famiglia in grado anche di modificare la
struttura degli stati. Rivoluzioni e riforme hanno accompagnato l’ascesa della democrazia
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alle lusinghe della gerarchia maschile. Il tasso di natalità è calato, l’immigrazione è salita,
le donne hanno guadagnato i diritti di proprietà e di voto, e sono sorte le democrazie libe-
rali con confini burocraticamente controllati. I passaporti e il voto segreto sono diventati
istituzionalizzati; la nazione ha assunto un significato non come gruppo di persone che
appartiene a un re, ma in qualità di grande famiglia nazionale costruita da una comunità
di pari legati dal sangue, una comunità in cui la subordinazione femminile si faceva via via
più scandalosa. Nella famiglia democratica ed eteronormata, il potere politico era detenuto
dagli uomini, non più padri padroni ma capifamiglia fratelli e solidali fra loro, che costrui-
scono la nazione sui loro successi personali valorosamente ottenuti col sudore della fronte.
Oggi assistiamo alla seconda grande transizione. Sia le norme liberali del diritto basa-
te sugli stati-nazione sia la struttura eteronormativa delle famiglie stanno scricchiolando.
La fratellanza dell’ordine liberale al cuore dello stato nazionale è sempre più priva di una
connotazione di genere, e l’autorità nella leadership familiare, poli-
tica ed economica sempre più de-mascolinizzata. L’idea di famiglia
IL NAZIONALISMO come di un rapporto non connotato dal genere (certo non ancora re-
VISIBILE, VIOLENTO E alizzata) coinvolge la politica così come i cambiamenti demografici.
MISOGINO È COLLEGATO Se si diffonde questo tipo di visione di famiglia e svaniscono le norme
ALLE POLITICHE CHE che determinano l’esclusività di genere nei ruoli familiari, mentre i
MAPPANO LA STABILITÀ movimenti lottano per riformare il pubblico esercizio del potere, la
E L’INSTABILITÀ DI GENERE legittimità delle donne come autorità sarà sempre maggiore.
Questo può apparire profondamente disturbante per coloro che
sono votati all’ethos della fratellanza maschile nelle istituzioni po-
litiche, sia a sinistra che a destra. Dato che la combinazione di movimenti femministi e
cambiamenti nell’economia politica stanno destabilizzando la presunta mascolinità del
potere, la famiglia e lo stato sono sempre meno saldamente in mano al potere maschile,
e il controllo delle nascite diventa un argomento politico centrale. La prima grande tran-
sizione ha creato gli stati-nazione definiti etnicamente e religiosamente, e ha collegato le
nuove istituzioni della democrazia al demos, un popolo specifico. Sposando l’idea che ogni
nazione dovesse avere il suo proprio stato, l’omogeneità etnico-religiosa è diventata il cuo-
re della statalità del Ventesimo secolo.
Nella seconda grande transizione, la riproduzione del demos si sente minacciata
dall’immigrazione del Ventunesimo secolo, dalla caduta del tasso di natalità, dalla perdita
dei salari da capofamiglia, dalle relazioni non-eterosessuali, e dalla capacità delle donne
di avere controllo sui propri corpi. Invocare la naturalità dei ruoli di genere sottende l’i-
dea che la famiglia eteronormata e lo stato governato da una fratellanza maschile siano
le uniche autorità legittime. Da quando queste istituzioni connotate dal genere stanno
cambiando, come nella seconda grande transizione, non sorprende che si siano scatenate
ansie e paure. Appellarsi alle differenze naturali come base dell’organizzazione familiare e
delle comunità nazionali fa il gioco dei partiti di destra etno-nazionalisti, dei movimenti
ESTATE 2019

che in Polonia vogliono limitare i diritti riproduttivi, della resistenza della Francia alla ge-
nitorialità omosessuale, e delle mobilitazioni contro l’Ue che presentano le politiche di
uguaglianza di genere come simbolo dell’ingerenza europea.
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In Francia e in Olanda lo spettro delle famiglie patriarcali musulmane e le fantasie di
donne silenti e velate servono come un potente meccanismo di difesa di una modernità
basata su una famiglia governata dagli uomini per gli uomini. Negli Stati uniti, il problema
dell’immigrazione è razzializzato all’interno della paura di un venturo stato della «maggio-
ranza delle minoranze», e cioè della perdita del potere politico bianco a favore di cittadini
neri o marroni che si riproducono per poterci «rimpiazzare». In Europa, le ansie sulla ri-
produzione sono diventate ancora più forti quando è scoppiata la crisi dei rifugiati.
I dati sull’invecchiamento della popolazione sono sempre più collegati a una presunta
minaccia culturale da quei partiti che sfruttano proiezioni ingannevoli di declino culturale
e perdita di potere politico. Per esempio, entrambe queste figure presentano il 2050 come
la fine della corsa. Sia per l’Europa che per gli Stati uniti, le proiezioni demografiche sono
inquadrate nella visione della «sostituzione» di una popolazione con un’altra in un quadro
massimamente allarmistico. L’alterità dell’immigrazione europea si concentra sulle popo-
lazioni musulmane, che non sempre però sono immigrate. È un tipo di demografia fatta
apposta per suscitare paura.
Anche le proiezioni statunitensi sono proposte in modo da sottolineare la minaccia. Gli
autori di questo panel statistico separano gli ispanici dai bianchi in un modo che sembra
dare per scontato che tutte le persone di origini ispaniche siano non bianche, ora e per sem-
pre. Categorie etniche così razzializzate non sono nuove negli Stati uniti. Denotano un’al-
terità inassimilabile, e la loro crescita è
invariabilmente letta come una minaccia
alla supremazia bianca. La presenza di nomico dei maschi in quanto capifamiglia, e dalle deci-
cattolici ed ebrei negli anni Cinquanta sioni politiche che limitano il controllo delle donne sulle
era presentata come una minaccia per gli loro gravidanze. La spiegazione delle misure repressive
Stati uniti, che si auto-percepivano come degli autocrati di destra che si concentrano solo sulla clas-
una nazione protestante bianca, mentre se, sulla sessualità o sull’immigrazione come tipologie di
è l’Islam oggi a essere dipinto come mi- cambiamenti spaventosi sono sbagliate. Questi problemi
naccia all’Europa cristiana. non sono separabili tra loro, ma lavorano insieme interse-
Le femministe dovrebbero preoc- zionalmente per costruire il potere mascolinizzato come
cuparsi della percezione delle minacce fattore essenziale a garantire la riproduzione nazionale.
demografiche e degli usi di un’ansietà Prendere nota del collante di genere che lega questi pro-
politica così razzializzata. Le politiche di blemi dovrebbe rendere il femminismo particolarmente
controllo riproduttivo non sono davve- capace di articolare una politica più intersezionalmente
ro separabili dagli appelli alla sovranità inclusiva. La riproduzione nazionale in qualsiasi forma è
nazionale, dalla perdita del potere eco- politica di genere, e l’instabilità del genere e della politica
si rinforzano l’un l’altra.
In sintesi, non sto sostenendo che il genere sia l’unica
cosa che preoccupa i movimenti anti-democratici e na-
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

zionalisti etnici, ma che le pressioni che sono esplose in


forme di nazionalismo altamente visibile, violento ed
esplicitamente misogino sono collegate alle politiche che
mappano la stabilità e l’instabilità di genere attraverso idee
culturalmente determinate sulla famiglia, la sessualità e la
riproduzione sociale. La natura di questi cambiamenti e le
linee di conflitto che ne derivano offrono l’opportunità alle
femministe di sviluppare una prospettiva intersezionale
con un’agenda più ampia, non per abbracciare «i problemi
degli altri», ma per fare un’analisi chiara delle relazioni di
genere includendo tutti questi aspetti.
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Se lo
INTERSEZIONI

sfruttamento
diventa L’oppressione di genere
è tanto comune da non

familiare
essere notata dagli
sguardi assuefatti di
molti osservatori. Eppure
contiene tutti gli elementi
che da sempre mettono
in tensione il rapporto tra
democrazia e capitalismo

C
he democrazia e capitalismo si arrestino in grande misura alla so-
glia della dimora familiare alcune teoriche femministe lo hanno
scritto sin dall’inizio degli anni Settanta. Da allora, si sono battute
per sostenere l’idea che esiste un sistema di oppressione che di-
scrimina le donne non riducibile allo sfruttamento capitalistico e
che la famiglia è uno dei luoghi in cui esso si dispiega.
Sara Garbagnoli Nella sua recente prefazione alla traduzione francese di Familiar
Exploitation (Lo sfruttamento familiare), la teorica femminista
Christine Delphy ricorda che le donne subiscono in seno alla famiglia un tipo di sfrutta-
mento e di asservimento specifici, legati all’appropriazione del loro lavoro, del loro tempo,
della loro autonomia mentale e fisica da parte degli uomini. Per tali femministe, lo «sfrutta-
mento familiare» delle donne si iscrive, poi, in un continuum di discriminazioni che esor-
bita dall’ambito familiare ed è sostenuto da
un sistema percettivo essenzialista che cela femminista che fa della famiglia non solo
tali discriminazioni dietro alle idee di «natu- un’istituzione non «naturale», ma una co-
ra» e di «differenza sessuale» e, celandole, le struzione sociale in cui si espletano rapporti
legittima e le riproduce. La costruzione della di dominazione (indipendenti dal sistema
maternità come una «vocazione femminile» capitalistico), cozza, contro le evidenze del
ESTATE 2019

che discenderebbe da presunte disposizio- senso comune che ognuno di noi ingurgi-
ni «naturali» delle donne è l’esempio più ta e incorpora nel corso di tutta la sua vita
sintomatico di questo processo. La visione e contro le tradizionali analisi marxiste del
capitalismo. Tale credenza fa de «la fami-
N. 3

glia» (sottinteso: coniugale eterosessuale) la


Sara Garbagnoli è ricercatrice presso «cellula di base» di qualunque forma imma-
l’Université Sorbonne Nouvelle. ginabile di società, il «fondamento dell’u-
Ha co-curato Non si nasce donna mano», come sostiene il Vaticano.
(Alegre) ed è co-autrice di La Eppure, basta semplicemente riferirsi a
crociata anti-gender (Kaplan). quello che la storia e la sociologia hanno
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dico della «famiglia omosessuale» – ovvero
di ciò che l’ordine sociale ha istituito come
impensabile – ha messo in luce, per opposi-
zione, la storicità e la contingenza de «la fa-
miglia» (sottinteso: eterosessuale) – ovvero
di ciò che l’ordine sociale ha istituito come
«naturale», legittimo, eterno. Perciò, tale ri-
vendicazione non può che suscitare la pre-
occupazione delle istanze di potere.
In particolar modo in Italia, dove, come
dimostrano i lavori della sociologa Chiara
Saraceno, la gerarchia della Chiesa cattolica
ha sistematicamente interferito nel cam-
po politico rispetto a tutte le questioni che
toccano la famiglia, i rapporti tra i sessi, la
sessualità, la scuola. Ottenuta a fatica, con
l’adozione di una legge sulle unioni civili nel
2016, una forma di riconoscimento giuridico
delle coppie formate da persone dello stesso
sesso, la mobilitazione in favore del matri-
monio egualitario sembra oggi essere uscita
dimostrato per far emergere il fatto che «la dall’agenda politica, senza esserci veramen-
famiglia» opera come un vettore di accumu- te mai entrata, nonostante l’impegno speso
lazione e di trasmissione intergenerazionale in tal senso da associazioni quali Rete Len-
delle diverse forme di capitale (economico, ford o Certi Diritti. Da questo punto di vista,
culturale, simbolico). Dovrebbe, dunque, la situazione italiana è caratterizzata da un
essere ormai risaputo che sono esistiti ed consenso che, dai movimenti anti-abortisti
esistono molti e diversi tipi di famiglie e che ad alcuni gruppi militanti queer, attraversa
la famiglia coniugale eterosessuale è «la cel- lo spettro politico: il matrimonio omoses-
lula di base della società» solo nella misura suale «non s’ha da fare». Eppure, l’analisi
in cui le istanze di potere la producono e la del filosofo Didier Eribon sulla potenzialità
riproducono come tale, fornendole mezzi sovversiva del diritto o quella del giurista
materiali e simbolici di esistenza. Tuttavia, Daniel Borrillo sulla necessità di desacra-
per molti è difficile da accettare (e, sociolo- lizzazione della famiglia attraverso una sua
gicamente, si capisce il perché) il fatto che totale contrattualizzazione, mostrano come
«la famiglia» incorpori una forma di relazio- ci si debba mobilitare in favore del matrimo-
ne asimmetrica tra i sessi e tra le sessualità e nio egualitario. E si deve farlo, oltre che per
che, lungi da essere l’eden della privacy e del ragioni di uguaglianza – rifiutarlo perpetua
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

privato, essa ha a che fare con la riproduzio- l’ordine sociale omofobo – per il fatto che ci
ne dell’ordine sociale e delle sue gerarchie. E si situa in un orizzonte politico che va al di
né l’una, né le altre hanno niente di naturale. là del matrimonio egualitario. Quest’ultimo
permette, infatti, di esplicitare e di interro-
Per e al di là del matrimonio egualitario

Attorno alla nozione di famiglia coniuga-


le eterosessuale si è storicamente costruita
la credenza della riproduzione dell’ordine
sociale come ordine «biologico», «naturale».
In questo contesto, il riconoscimento giuri-
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gare l’impensato del legame coniugale (ses- LA FAMIGLIA NATURALE
sualità obbligatoria e esclusiva, obbligo di È ORMAI DIVENTATA
coabitazione), i presupposti della filiazione UNO DEI MOTORI
(coniugalità eterosessuale, visione biolo- DELLA RIDEFINIZIONE
gizzante) e, più latamente, l’implicito della IDENTITARIA DELLA
concezione del diritto di cittadinanza (ius NAZIONE E DELL’EUROPA
sanguinis). Il matrimonio egualitario mina,
cioè, i fondamenti dell’intera cosmologia
naturalista basata sul presupposto che i sessi
siano gruppi naturali e per natura comple-
mentari. La teorica lesbica Monique Wittig
ha definito tale sistema percettivo «il pen-
siero straight», dove straight significa, a un
tempo, dritto, retto, eterosessuale, normale,
normato. Spostare, alterare, torcere – la pa- ne nel World Congress of Families, il cui ul-
rola queer deriverebbe proprio da torquere timo congresso si è recentemente svolto a
– le frontiere che ci sembrano «naturali» pur Verona. Tra gli interventi più acclamati c’è
non essendolo (tra il maschile e il femminile, stato quello del nostro vicepresidente del
tra l’uomo e la donna, tra il privato e il pub- consiglio e ministro dell’interno. Fondato
blico) è sommo gesto di insubordinazione a metà degli anni Novanta da conservatori
e di emancipazione perché prende di mira cristiani statunitensi e da conservatori an-
l’atto peculiare e fondante del potere. Come ti-comunisti russi, l’organizzazione riuni-
mostrano gli studi sull’origine delle istituzio- sce ormai i principali attori mondiali di una
ni indoeuropee, in primis le analisi di Émile crociata politica il cui obiettivo rivendicato
Benveniste, il rex è colui che detiene il potere è quello di «restaurare un ordine naturale»
di tracciare la linea retta (straight) che separa fondato appunto sulla «famiglia naturale» e
ciò che è legittimo da ciò che è illegittimo, di il cui peggior nemico è ciò che questi attori
attribuire sistemi di capacità e di legittimità chiamano «ideologia gender». L’etichetta,
agli «Uni» e di incapacità e di illegittimità agli inventata dal Vaticano alla fine degli anni
«Altri», e di farlo, in particolare, attraverso lo Novanta e da allora riutilizzata da un ampio
strumento del diritto (anche in quest’ultimo, fronte di molossi dell’ordine patriarcale, si
risuona la nozione di «diritto», di straight). riferisce a un confuso guazzabuglio ottenu-
to mixando, deformando, demonizzando
La «famiglia naturale» e le frontiere diverse teorie femministe e queer. Il movi-
precarie della democrazia mento anti-gender e pro-famiglia naturale
mira a bloccare qualunque impresa politi-
Mantenere la sacra frontiera tra la fa- ca, giuridica o intellettuale che denatura-
miglia naturale e ciò che, non essendolo, lizzi l’ordine sessuale. Dal riconoscimento
non deve aspirare a diventarlo, è l’obiettivo giuridico di coppie same-sex all’adozione
ESTATE 2019

primario di una nuova forma di militanza della Convenzione di Istanbul sulla preven-
che ha trovato il suo principale vettore di zione e la lotta alle violenze contro le don-
elaborazione, di azione e di globalizzazio- ne, dall’autonomizzazione del campo degli
studi di genere e sessualità alla lotta contro
N. 3

l’omolesbotransfobia o alla promozione di


corsi di educazione anti-sessista, tutto è eti-
chettato come «ideologia gender». Grazie a
un febbrile attivismo iniziato nel 2013, il
movimento anti-gender e pro-famiglia na-
turale italiano, rappresentato ormai dall’as-
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sociazione «Pro Vita & Famiglia» costituitasi
proprio al congresso di Verona, è diventato
un attore ineludibile del nostro campo po-
litico. Delle sue rivendicazioni e della carica
sessista e omolesbotransfoba di cui è vetto-
re si fa cassa di risonanza la Lega di Matteo
Salvini e principale corifeo in parlamento il
senatore Simone Pillon. Storicamente, è il
Family Day organizzato dal Forum delle As-
sociazioni Familiari nel 2007 a rappresen-
tare l’antesignano di questa nuova forma
di protesta. All’epoca, la storica e neocate-
cumenale Angela Pellicciari aveva espres-
so l’auspicio, citando Gramsci e Marx, che
il Family Day costituisse la scintilla di una come coestensivo della nozione di bian-
nuova forma di «contro-egemonia cultura- chezza e di eterosessualità.
le» e diventasse il nuovo «spettro che si sa- Questo momento politico di gestazione
rebbe aggirato per l’Europa». di germi che restringono lo spettro demo-
Dodici anni dopo, la realtà ha di gran cratico si combina da un lato, con una ra-
lunga superato le sue ottimistiche previsio- dicalizzazione neoliberista di cui la scom-
ni. Infatti, la «rivoluzione di buon senso» parsa politica della sinistra è stata causa
di questi attori (come emblematicamente e conseguenza e, dall’altro, con una crisi
loro stessi definiscono il loro progetto po- profonda del capitalismo. Quest’ultima è
litico) non smette di mietere successi in un caratterizzata dal fatto che la messa in atto
numero crescente di paesi, grazie anche delle soluzioni più programmaticamente
alle alleanze che stanno tessendo con i par- neoliberiste – la finanziarizzazione dell’e-
titi populisti e di estrema destra attualmen- conomia, la precarizzazione del mercato
te al potere. del lavoro a spese dei più deboli, in primis
La difesa della famiglia naturale è di- le donne e i giovani, la distruzione dei ser-
ventata, dunque, uno dei motori ideologici vizi pubblici – non sta bastando a rilanciare
di un progetto di ridefinizione identitaria il sistema economico. In una tale congiun-
della nazione (e dell’Europa) basato sul- tura, la contro-rivoluzione degli inventori
la promozione di un’opposizione noi/loro della famiglia naturale prospera e prende
declinata secondo gli assi della sessualità di mira insieme donne, persone omoses-
e della razza, nella quale il noi è costruito suali, trans, queer, intersex, persone razzia-
lizate, e i nostri movimenti di liberazione.
Sta, dunque, a noi partire da questa conver-
genza di oppressioni e, come ha mostrato
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

la straordinaria manifestazione organizza-


ta dal movimento Non Una di Meno a Vero-
na, far vivere una politica d’emancipazione
che si opponga congiuntamente a ciò che
nutre queste forze: la distruzione neolibe-
rista delle conquiste sociali e democratiche
e la banalizzazione di un sessismo, di un’o-
molesbotransfobia e di un razzismo ancora
tanto profondamente radicati nelle cate-
gorie mentali e nelle strutture sociali del
mondo in cui viviamo.
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Algoritmo
CAPITALE

e mezzi
di predizione Controllo pervasivo, estrazione di valore e previsione
dei comportamenti con l’analisi dei dati: così funziona
la produzione nell’era del digitale. Che investe il rapporto
tra capitalismo contemporaneo e democrazia

È
difficile immaginare un campo attraversato da contraddizioni e
aspirazioni tanto divergenti come quello digitale: si va dalla fine
dell’intermediazione alla creazione verticistica di oligopoli, dal
controllo pervasivo all’illusione della libertà assoluta. Ne abbia-
Giuliano Santoro mo parlato con Marco Deseriis che ha insegnato Media and scre-
intervista en studies alla Northeastern University e che da un paio di anni è
Marco Deseriis tornato in Europa, alla Scuola Normale Superiore, per studiare il
funzionamento delle piattaforme di partecipazione digitali di al-
cuni soggetti politici. Il suo sguardo attraversa l’analisi sociologica e quella informatica,
ci consente di cogliere i nessi tra capitalismo digitale e controllo sociale e di afferrare il
modo in cui tutto ciò ha che fare con la questione democratica. La nostra discussione
comincia necessariamente da cenni di genealogia della rete. «Partirei dagli anni Novanta
– dice Deseriis – la rete come tecnologia nasce prima ma è in quel decennio che diventa
di massa, che cominciano ad accedervi milioni di persone. Nel
1993 il provider America Online offre l’accesso a Internet a mi-
lioni di nuovi consumatori, inaugurando un boom degli utenti Marco De Seriis,
che passerà alla storia come Eternal September. Fin da allora ricercatore, si occupa
questa tecnologia si muoveva su un doppio binario». della relazione
ESTATE 2019

tra infrastrutture
Da una parte c’era la dimensione utopica, una specie di tec- digitali e processi
noentusiasmo... politici e sociali.
Sì. Nel luglio del 1993 il New Yorker pubblicò una vignetta Ha scritto Improper
N. 3

destinata a entrare nella storia della cultura popolare. C’è un Names: Collective
cane che sta alla tastiera davanti al computer e dice a un suo Pseudonyms
simile: «On the Internet, nobody knows you’re a dog». Identità, from the Luddites
razza e genere non contavano più, potevi essere quello che vo- to Anonymous
levi. Dall’altro lato, ecco il secondo binario, c’era il controllo. Fin (University of
dal principio molti sottolineavano come la rete fosse legata alla Minnesota Press).
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IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

Illustrazione di
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ricerca militare. Si riteneva che Arpanet, la rete telematica antesignana di Internet, fosse
stata inventata per resistere a un attacco nel caso in cui ci fosse stata la guerra atomica.
Il fraintendimento nasce in realtà da un famoso paper del 1964 di Paul Baran, On Distri-
buted Communication, nel quale si teorizza la più alta resilienza delle reti distribuite in
caso di attacco nucleare. Baran in effetti lavorava per la Rand Corporation, il primo think
tank finanziato dal dipartimento della difesa statunitense. Arpanet tuttavia nasce grazie
a fondi militari ma è gestita dalle università. Alle quali interessava una rete autonoma per
collaborare soprattutto nella ricerca scientifica.

La profonda ambivalenza tra mito della frontiera digitale e comparto militare-in-


dustriale si trascina fino al collasso del Nasdaq, quando cambia il rapporto tra modo
di produzione e rete. A democrazia e controllo subentra la terza variabile: il profitto.
La visione utopica e quella paranoica camminano in parallelo. Per
tutti gli anni Novanta, in fondo, il capitalismo non aveva trovato il
DOPO IL COLLASSO modo di estrarre profitto dalla rete e i sistemi di sorveglianza non
FINANZIARIO erano ancora stati sviluppati. La ricerca scientifica e l’innovazione
DELLA NEW ECONOMY sociale (penso alle prime reti amatoriali come Fidonet, cui erano
LA RETE VIENE connesse anche le Bbs italiane) procedevano indipendentemente da
CENTRALIZZATA Internet. Con questo intendo dire che il campo immaginario nasce
E CONTROLLATA prima, per confluire poi nell’infrastruttura tecnica. Il desiderio so-
PER TRARNE PROFITTI ciale di comunicare in rete precede l’accumulazione capitalistica e il
controllo dello stato. Per usare categorie marxiane, si passa dalla sus-
sunzione formale alla sussunzione reale. Siamo in un contesto ovvia-
mente capitalistico, ma prima della grande crisi della cosiddetta new economy e del crollo
del Nasdaq nel 2000 non si sapeva come estrarre valore. Poi, a partire dal 2003-2004, arriva
un’innovazione che si rivelerà decisiva: l’interoperabilità delle piattaforme permette in-
fatti di integrare e centralizzare diversi pezzi della rete. Certo, il protocollo Tcp/Ip defini-
sce ancora lo standard della rete, che rimane decentralizzata come alle origini. Solo che
adesso, banalmente, un video di YouTube può essere incorporato in un blog, i contenuti
si spostano rapidamente in modo orizzontale attraverso un meccanismo che consente
ad esempio la centralizzazione delle inserzioni pubblicitarie. Google e Facebook arrivano
così a gestire una grossa fetta del mercato pubblicitario. Mark Zuckerberg recentemente
ha detto al parlamento europeo di controllare «solo» il 5 per cento della pubblicità a livel-
lo mondiale: una massa enorme di dati in mano a una sola azienda! Siamo a un regime di
oligopolio, dominato da Google, Amazon, Facebook, Netflix e Apple.

Il divario tra capitalismo e democrazia ha a che fare anche con questo passaggio alla
sussunzione reale, al fatto che il capitale ha trovato il modo di estrarre profitti dall’in-
terazione sociale?
ESTATE 2019

Ci sono tre distinti piani di questo processo. Il primo livello riguarda il fatto che la rete
controlla le interazioni sociali, monitora i comportamenti dei consumatori in un modo
prima impensabile. Il secondo piano ha a che fare con l’estrazione di valore tramite il con-
trollo. Ad esempio FourSquare, la piattaforma di dati di posizionamento, consente di trac-
N. 3

ciare come le persone si muovono nel mondo reale. Vende informazioni relative al modo
in cui i consumatori si spostano davanti ai diversi negozi. È il data mining. C’è poi un
terzo processo, che ci interroga ancora di più rispetto alla questione democratica. Finora
abbiamo parlato della mercificazione dei dati. Quest’altro livello riguarda la previsione: i
dati servono ad anticipare i comportamenti. La televisione generalista seguiva e continua
a seguire l’aforisma di Alexandre Dumas: «Niente funziona meglio del successo». Il che
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implica che se ho prodotto uno show tv che funziona, ne devo fare altri con gli stessi in-
gredienti per compensare i costi degli show in perdita. Insomma: se dovevo raggiungere
200 milioni di telespettatori mi basavo su quello che sapevo. Oggi anche chi ha già una
posizione di mercato dominante deve cercare nuove strade, anticipare, come ha fatto di
recente la Nike con la campagna pubblicitaria «anti-razzista» di Colin Kapernick.

Lo scenario che descrivi intreccia la dimensione sociale con quella produttiva, e in-
quadra questa relazione in una dimensione profondamente politica. Vuol dire che si
configurano anche nuove forme di potere?
L’accento si sposta sul lato della potenzialità. Il filosofo Brian Massumi, parla di onto-
power a proposito del capitalismo neoliberale per intendere il potere di portare a essere. La
connessione tra sorveglianza e predizione cattura ciò che sta emergendo. La televisione si
guardava alle spalle, la rete e il data mining consentono di guardare in avanti, di predire e
costruire ciò che può emergere. Attorno a questa prospettiva si gioca la partita: sul divario
tra chi controlla i mezzi di predizione e chi non ce li ha. Lo scenario descritto da Philip K.
Dick in racconti come Minority Report è diventato realtà con Predpol e #Beware, software
di predictive policing. Il primo si basa su un modello importato dalla sismologia, se c’è un
terremoto ci sono una serie di scosse aftershock, di assestamento. Allo stesso modo, Pre-
dPol dà per scontato che un crimine non è mai un evento isolato, produce eventi collegati.
La ricerca criminologica ha dimostrato
che i criminali seguono pattern, hanno
abitudini come tutti gli esseri umani. scopi predittivi di mercato esondano nel controllo sociale,
Tutto ciò non riguarda solo i criminali possono essere riconfigurati per altri obiettivi. Ovviamen-
presi individualmente, investe anche le te non sono sistemi infallibili, il che ovviamente ha conse-
persone con le quali chi commette un guenze ben più gravi di una campagna di marketing che
reato si collega. La polizia di Chicago, non riesce a profilare esattamente qualche consumatore.
ad esempio, ha stilato una lista di cin- Ciò alimenta il divorzio tra democrazia e capitalismo,
quecento nomi basandosi sulle persone anche perché niente di tutto ciò è stato discusso coi cit-
con le quali sono state arrestate. A ogni tadini, l’adozione di strumenti e metodi del genere non
soggetto viene assegnato un punteggio, è stata mai oggetto di un vero e proprio dibattito parla-
e viene letto loro una specie di avviso di mentare, né negli Stati uniti né nel Regno unito, per fare
sorveglianza. Altri programmi utilizzano l’esempio di due paesi dove queste forme di sorveglianza
i social media, incrociano vari dati su chi sono più avanzate.
ha vissuto una certa abitazione negli ul-
timi dieci anni o prendono le targhe del- Il fatto che questo nuovo tipo di schedatura di massa
le auto. Il software #Beware utilizza in- avvenga grazie ai nostri comportamenti è un’ulteriore
formazioni finanziarie (prestiti, carte di conferma dell’intreccio quasi indistinguibile tra corpo-
credito, mutui) e le incrocia anche con ration digitali e apparati di sicurezza, tra consumo e re-
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

informazioni provenienti dai database pressione.


dei social media. La polizia sta acqui- La tecnologia si basa sull’efficienza. La società digitale
sendo enormi data set dalle compagnie o dell’informazione è automaticamente una società della
private, allo scopo di monitorare. Gli sorveglianza. Ogni individuo produce ormai decine o cen-
tinaia di data points soltanto in un’ora. Ogni dispositivo
che produce informazioni produce sorveglianza. Il fatto
è che questi dispositivi sono comodi, ci consentono di
fare cose che prima non potevamo fare: ordinare cibo a
domicilio con un clic, prendere il bus in orario, avere in-
formazioni meteo. Seguiamo la logica dell’efficienza. Ma
l’efficienza ha implicazioni sociali che ci vengono nasco-
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ste. Ovviamente i governi e i giganti della comunicazione
queste implicazioni le conoscono benissimo, solo che si
guardano bene dal renderle pubbliche. Il divario tra de-
mocrazia e capitalismo sta in questa omissione: il nostro
corpo digitale corrisponde sempre di più al nostro corpo
reale, ma produce informazioni di cui siamo inconsape-
voli o delle cui conseguenze non ci curiamo.
legata all’etica hacker, in questo quello
Questa mutazione è avvenuta tanto velocemente an- che dici è vero. Oggi quella parte è in cri-
che per una tragica sottovalutazione, o peggio per una si, anche perché è ormai evidente come
sciagurata volontà soggettiva di sottoporsi a un sistema l’open source software abbia contribuito
del genere. In un certo senso questo è il fallimento del- all’accumulazione capitalistica. Google
le controculture digitali e di quelle hacker, che fino agli nasce quando due ingegneri di Stanford
anni Novanta erano convinte di tenere il coltello dell’in- che non hanno capitali propri fanno
novazione dalla parte del manico. girare il motore di ricerca su server Li-
Molte controculture digitali erano legate alla Califor- nux. Da qui si capisce come anche un
nia, una parte importante della ricerca accademica sotto- software gratuito e aperto possa servire
linea come i valori degli hippies coincidano con le nuove all’accumulazione capitalistica. Oggi,
tecnologie. Il Whole Earth Catalog, una pubblicazione come sottolineano Carlo Vercellone,
che circolava nelle comuni hippies, univa informazioni su Francesco Brancaccio e Pierluigi Vatti-
come utilizzare certi attrezzi per costruirsi la propria casa mo nel bel libro, Il Comune come modo
o fattoria ad articoli sulla cibernetica, perché si pensava di produzione (Ombre Corte), sono le
che quella cultura nascente andasse democratizzata. Va grandi aziende del software che contri-
anche detto che questa fazione della controcultura non è buiscono primariamente a Linux, gran
mai stata anticapitalista, non ha mai rifiutato in toto l’i- parte del codice viene dai dipendenti
dea della proprietà privata, sostiene magari che il piccolo Ibm e Oracle, che lavorano per la pro-
è bello. È un pensiero che appare molto ingenuo, utopico. pria infrastruttura. È un public domain
Ma forse la parte della controcultura più interessante è che viene catturato a livello più alto. È
come una ferrovia, è gratuita, ma quello
che ci passa sopra è privato. Forse una
parte del mondo hacker deve fare i conti con il fatto che la rivoluzione tecnologica non
è sufficiente se non attacchi e non intacchi la proprietà privata, non basta progettare un
sistema decentralizzato. L’accumulazione di ricchezza illimitata nelle mani di pochi indi-
vidui mette necessariamente la decentralizzazione al servizio della centralizzazione.

Tutto questo che effetti produce nell’organizzazione di partiti e nuovi soggetti politici?
Dobbiamo distinguere tra decision making software e piattaforme digitali. Queste ul-
time lavorano su scala molto più grande, il che significa avere una base dati per estrarre
informazioni. Nello staff dei social di Salvini testano i temi su cui battere in campagna
ESTATE 2019

elettorale in termini di interazioni, like, risposte. Su un sito come la Piattaforma Rousseau


del Movimento 5 Stelle, che dichiara meno di 150 mila iscritti e molti meno utenti attivi,
questa cosa non si può fare. Soprattutto se si implementano quegli standard minimi di
protezione della privacy, che il M5S almeno fino a poco tempo fa non rispettava.
N. 3

Un partito è più democratico di altri solo per il fatto di consultare la sua base?
Penso di no, se il quando e il come consultare gli iscritti viene deciso dai vertici.
Questo ci porta alla relazione tra deliberazione e decision making. La prima riguarda la
possibilità di discutere l’agenda politica, stabilire le priorità, cose che una volta avveni-
vano nelle sezioni e negli organi collegiali di partito. Quanto di tutto questo arrivasse
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ai gruppi dirigenti era variabile ovviamente. Ma in un mondo ideale la relazione tra i
due momenti dovrebbe essere organica. Ad esempio il Partito Pirata tedesco ha provato
a utilizzare il software LiquidFeedback come una specie di congresso permanente. In
Rousseau c’è solo decisione ma non deliberazione, che anzi è ostracizzata nel senso
etimologico: tenuta fuori. Si potrebbe dire che è un modello plebiscitario, nel senso
che è basato sul voto permanente. Basta questo a definirlo più democratico di partiti
che non consultano mai i propri iscritti? La risposta negativa sta nei dati sul calo della
partecipazione. Sia nella piattaforma del M5S che in Consul, quella usata da Podemos,
la percentuale dei votanti è in diminuzione costante. Ma l’affluenza annuale media alle
consultazioni del M5S è ormai poco superiore al 15%, all’inizio era intorno al 60%. In
Podemos è poco più alta ma in quel caso hanno inserito la modalità «iscritti attivi» che
riduce la platea e quindi fa aumentare il dato percentuale. Quello che viene definito
partito digitale, o partito piattaforma, fa scendere il costo della par-
tecipazione politica (iscriversi è facile e gratuito) ma siccome non
mi costa niente mi dimentico, non gli riconosco valore. L’iscrizione IL COINVOLGIMENTO
a un partito tradizionale, il costo della tessera, implicava il chieder- LEGGERO DEI PARTITI
si se ne valeva pena. Il coinvolgimento leggero dei partiti digitali DIGITALI FA DIMINUIRE
produce paradossalmente un calo molto forte della partecipazione. LA PARTECIPAZIONE:
L’ISCRITTO SOMIGLIA
Questo che definisci coinvolgimento leggero non assomiglia alla PIÙ A UN FAN
relazione tra un personaggio famoso e i suoi fan? CHE A UN ATTIVISTA
Quando Pablo Iglesias e Irene Montero furono attaccati dalla
grande stampa per avere acquistato una villa, per mettere fine a que-
sta polemica, strumentale quanto vuoi ma che era entrata anche nel dibattito interno di
Podemos, decisero di indire una consultazione su Participa Podemos. Era un vero e pro-
prio referendum sulla coppia. Vennero assolti con il 66%. Il fatto è che l’iscritto generico
non è mai informato come un attivista della base, per non parlare del quadro intermedio
e il dirigente. In casi come questi l’iscritto atomizzato, che in effetti spesso è un semplice
fan che vota da casa, viene mobilitato per mettere a tacere l’attivista. Ma la questione
della rappresentatività e della democrazia non può essere basata sull’autoselezione nella
partecipazione come accade per l’attivismo. Altrimenti si producono deficit democratici.
La partecipazione se non contiene anche un meccanismo di redistribuzione delle com-
petenze e delle capacità ha il solo esito di rafforzare i gruppi dirigenti. Siamo di nuovo
alla questione della ricentralizzazione, questi meccanismi plebiscitari se non hanno un
contrappeso deliberativo sono anch’essi fattore di ricentralizzazione. In Spagna e Italia le
piattaforme sono state utilizzate per stabilizzare la leadership. Poi ci sono i partiti pirati,
che curano meglio la costruzione dal basso, spesso anche a scapito dei risultati elettorali.
Però questi fenomeni non sono legati alla tecnologia di per sé, sono intrecciati alle dina-
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

miche reali, alle culture politiche e ai processi sociali. La tecnologia che magari funziona
per i pirati islandesi, in Italia produce altri risultati. La relazione tra tecnologia digitale e
democrazia risente del contesto politico. Per questo non esiste una piattaforma di demo-
crazia digitale che vale come standard a livello mondiale.
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La
DIZIONARIO

demo
crazia
utopie
delle

reali
In diversi contesti, da quello economico
ESTATE 2019

e produttivo ai beni comuni fino alla sfera


locale, esistono esperienze concrete
e sperimentazioni che forniscono altri
modelli di processi decisionali
N. 3

e partecipazione collettiva

Illustrazioni di
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Autogestione
produttiva
I n questa società si dà per scontato che la produzione non possa es-
Giulio Calella

sere un processo democratico. Serve un padrone che mette i soldi,


un manager con le competenze e il potere per far funzionare l’orga-
nizzazione del lavoro, e qualcuno che lo esegua in modo obbediente.
Poi sarà il libero mercato, attraverso la «democrazia» della domanda
e dell’offerta, a decidere cosa funziona o cosa no. Qualsiasi altra idea
di produzione basata sui valori dell’uguaglianza viene descritta come
uno svantaggio competitivo.
Eppure la storia è piena di esempi di autoge-
stione produttiva dei lavoratori e delle lavoratri-
ci. Dall’Inghilterra della rivoluzione industriale
del Diciannovesimo secolo fino alla Catalogna cetto stesso di autogestione una connotazione
anti-franchista del 1936, passando per la Co- concreta. I lavoratori si interrogano collettiva-
mune di Parigi e i Soviet russi. Ma è soprattutto mente su cosa e perché producono, su come
nel nuovo millennio che queste esperienze non producono e distribuiscono. Decidono dell’or-
nascono solo dentro processi rivoluzionari, ma ganizzazione del lavoro e delle relazioni con il
come risposta concreta a un bisogno di fronte resto dell’economia e della società. I rapporti
alla crisi economica capitalista. annuali del sociologo Andrés Ruggeri sulle im-
L’esperienza delle fabbriche recuperate prese recuperate argentine rendono evidente
argentine – occupate e rimesse in funzione come nell’88% dei casi ci siano assemblee a ca-
in forma autogestita dai lavoratori e dalle la- denza almeno mensile che prendono decisioni
voratrici dopo l’abbandono delle stesse da senza delegarle ai Consigli di amministrazione,
parte dei padroni durante la crisi del 2001 – a che pure a loro volta sono composti per l’85%
vent’anni dal suo inizio riguarda ancora 384 da membri che nella precedente gestione erano
imprese del paese che forniscono complessi- semplici lavoratori di base.
vamente 15.525 posti di lavoro. E con la crisi Una modalità organizzativa in cui ogni la-
economica del 2008 il fenomeno si è diffuso voratore può diventare uguale all’altro permet-
anche in Europa tanto da vedere ogni due tendo un’attenzione sociale e ambientale che
anni degli «Incontri europei dell’economia dei non può avere una normale impresa orientata
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

lavoratori», l’ultimo dei quali svoltosi in Italia, unicamente al profitto. E che mostra potenzia-
alla RiMaflow di Trezzano sul Naviglio. lità produttive che non a caso piacciono, entro
Questa intrusione dei lavoratori nel cam- precisi limiti, anche ai capitalisti: la cosiddetta
po della proprietà privata mostra possibilità organizzazione del lavoro toyotista, applicata
impensate, rivelando un segreto: la crescita soprattutto nelle grandi aziende multinaziona-
dell’impresa senza l’accumulazione di profitti, li negli ultimi trent’anni, lascia alcune parti del
che è condizione di fallimento per ogni capita- processo produttivo all’iniziativa autorganiz-
lista, è un vantaggio economico per i lavorato- zata dei lavoratori con lo scopo di raggiungere
ri e le lavoratrici dell’impresa autogestita, che l’efficienza aziendale.
proprio per questo possono continuare a lavo- Ciò che li spaventa non è l’efficienza della
rare mentre il padrone abbandona la baracca. democrazia produttiva, ma che possa funzio-
L’autogestione produttiva dà inoltre al con- nare senza bisogno di padroni.
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Confederalismo
democratico
«O h, io non dico che qua è il paradiso o che non ci stanno le
Giulio Calella

contraddizioni, eh. Solo che non sono quelle che ci aspettiamo


coi nostri parametri e stereotipi occidentali». Con queste parole nel suo
Kobane calling (Bao Publishing, 2015) il fumettista Zerocalcare inizia a
raccontare le caratteristiche dell’esperimento curdo. Non si tratta del
paradiso appunto, anzi di un’esperienza nata e cresciuta dal 2012 in un
teatro di guerra circondato da forze reazionarie: le milizie dell’Isis, il re-
gime siriano di Assad e quello turco di Erdoğan.
L’esperimento discende dal pensiero di Ab-
dullah Öcalan, il leader del Pkk, il Partito cur-
do dei lavoratori. Da ormai vent’anni in cella nendosi in alternativa e conflitto con essi.
di isolamento nell’isola di Imrali, in Turchia, La teoria è diventata pratica in Rojava, la par-
Öcalan ha elaborato e proposto una sostanziale te occidentale della zona curda che si trova in Si-
revisione della strategia politica del suo parti- ria ed è composta di tre cantoni Cizîrê, Kobanê
to, tradizionalmente marxista-leninista, acco- e Afrin. Nonostante conviva con alcune evidenti
gliendo molte delle idee tracciate dal filosofo li- contraddizioni, in particolare il culto della per-
bertario dell’ecologia sociale Murray Bookchin. sonalità del leader e la struttura gerarchica del
La svolta di fondo di Öcalan consiste nella presa partito influenzati dalle necessità della guerra
d’atto circa l’indisponibilità a «fondare uno sta- oltre che dalle precedenti impostazioni ideolo-
to-nazione curdo». «Non ha senso sostituire le giche del partito stesso, la Carta del contratto so-
vecchie catene con le nuove», scrive Öcalan nel ciale del Rojava adottata in questa zona delinea
pamphlet che ha come titolo proprio Confede- un’amministrazione fondata su commissioni
ralismo democratico, nel quale sostiene che lo sui più svariati temi che si creano dal più picco-
stato-nazione e il nazionalismo sono il cuore lo villaggio o quartiere fino all’amministrazio-
del problema delle società capitaliste – inqua- ne dei tre cantoni. In ogni realtà locale ci sono
drando di fatto la divisione di classe dei rappor- assemblee in cui i cittadini prendono decisioni
ti di produzione come questione da risolvere per la propria realtà ed eleggono dei rappresen-
successivamente – perché sono proprio gli stati tanti, di pari numero per genere, provenienza e
gli organi di potere essenziali a garantire e in- credo, per i livelli amministrativi superiori. Ogni
coraggiare lo sfruttamento. «L’alternativa allo municipalità ha due co-sindaci, una donna e un
ESTATE 2019

stato – spiega Öcalan – è la democrazia». uomo, spesso di religioni differenti.


La tesi insomma è che i rovesciamenti rivo- Un’amministrazione politica non statale in-
luzionari dei rapporti di produzione se punta- somma, o una «democrazia senza stato» fondata
no alla fondazione di un nuovo stato non cre- sul pluralismo, la parità di genere, l’ecologismo
N. 3

ano cambiamenti duraturi. Serve un processo e l’autodifesa. Che ambisce alla partecipazione
democratico di fondo nella società che produ- volontaria e non alla coercizione, è flessibile e
ca una sua politicizzazione e trasformazione. multi-culturale. Un autogoverno in cui, grazie
Immagina per questo una forma di auto-am- proprio alla pratica radicale della democrazia,
ministrazione immediatamente realizzabile può più facilmente prevalere un’economia al-
anche all’interno degli stati capitalisti, pur po- ternativa, aumentando le risorse della società
invece che sfruttarle.
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Neomunicipalismo
nascendo si basa dunque non su un principio di
profitto particolare e autarchico, come nell’età
dei comuni italiani, ma sul concetto filosofico di

M ille anni fa le città italiane presero co- abitare: un vivere che non è semplice risiedere,
Gaia Benzi

scienza delle loro specificità economiche ma abbraccia con lo sguardo tutti quegli aspetti
e sociali. Un potere distante e centralizzatore, il che compongono la qualità della vita. Quando la
Sacro Romano Impero, imponeva loro dei vin- crisi abitativa si va a sommare alle politiche di
coli per favorire le smanie di accaparramento austerity imposte dai diktat europei, generando
dei ricchi feudatari. Fu allora che le città della una più ampia crisi dei servizi, diventa necessa-
penisola si ribellarono e si scoprirono comuni, rio fare il passo successivo, e immaginare forme
iniziando a sperimentare l’autogoverno. di welfare comunitario che ristrutturino gli stru-
Oggi come un tempo c’è un potere centra- menti di lotta e sussistenza.
le – lo Stato, l’Europa, l’Fmi – che con prepo- Il neomunicipalismo ha conosciuto una no-
tenza detta ordini irricevibili a città distanti. E tevole crescita negli ultimi anni, con esiti ambi-
oggi come un tempo si scoprono città ribelli e valenti. Alcune esperienze di resistenza, come
disertrici, che rivendicano il diritto a decidere quella portata avanti a Riace dal sindaco Mimmo
in autonomia. A guidare la rivolta non è più il Lucano, sono particolarmente avanzate e prezio-
nord, tronfio e fiorente, ma il sud, impoverito e se. Tanti sono però i nodi da sciogliere e le pro-
composito. Un sud (verrebbe da dire) che non messe non mantenute. I risultati più importanti
è semplicemente una connotazione geografi- sono stati ottenuti nella difesa degli spazi, fisici
ca, ma uno stato dell’anima, cosmopolita, me- e mentali, di agibilità politica e democratica, ma
ticcio e gentrificato, che si vorrebbe parco gio- resta da capire come generalizzare e radicaliz-
co per turisti. Ed è forse per questa sua natura zare le lotte. Ad oggi il neomunicipalismo è un
mediterranea e creola che, a differenza dei se- tentativo, audace nei suoi limiti, di contrastare la
coli passati, il neomunicipalismo odierno, barbarie e, per dirla con le parole di Italo Calvino,
cioè la spinta all’autonomia e all’autogoverno «riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non
dei territori e dei comuni, non è più un movi- è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».
mento volto a difendere soltanto gli interessi
economici delle autonomie locali, ma è una
spinta di apertura, un moto di accoglienza, un
processo di costruzione collettiva e organizzativa di nuove forme
di democrazia e di governo.
L’apertura è quella dei porti, ad esempio, come nella Napoli di
Luigi De Magistris o nella Palermo di Leoluca Orlando di fronte
alle sparate del Ministro dell’Interno. O forse in senso più lato è
un’apertura delle istituzioni, viste come strumenti imperfetti ma
necessari a ripensare il presente. Si opera su un doppio binario:
quello simbolico dei gesti, e quello pratico delle normative.
La tendenza generale, visibile a Barcellona come a Napoli, è
quella di contaminare elementi della vecchia democrazia rap-
presentativa con le spinte dal basso, della cittadinanza attiva e
dei movimenti, nel tentativo di disarticolare dall’interno il mec-
canismo della delega e inventare nuove forme di partecipazione
democratica e gestione collettiva. Il diritto alla città che ne sta
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Democrazia
e beni comuni
C osa significa la massima «si scrive acqua, si legge democra-
Rocco Alessio Albanese

zia»? Che il servizio idrico può e deve funzionare con ero-


gazione gratuita a chiunque del minimo vitale giornaliero (50
litri a persona); sistema tariffario tale da disincentivare sprechi;
gestioni aziendali partecipate.
E come può concretizzarsi un’espressione come «di-
ritto alla città»? Consentendo alla cittadinan-
za – anche tramite i sempre più diffusi regola-
menti comunali – di gestire porzioni di città
con logiche alternative alla rendita fondiaria e co/privato; competizione/solidarietà. Prendersi
al profitto. Abilitando le persone a discutere o cura dei beni comuni è occasione per liberarsi
contestare (ad esempio con azioni giudiziarie dall’individualismo proprietario, per costruire –
popolari) la privatizzazione dei tessuti urbani, con i beni e nelle comunità che si definiscono a
di cui amministrazioni pubbliche e grandi ca- partire dal loro uso – forme inclusive di relazione
pitali privati sono spesso corresponsabili. e di appartenenza.
Com’è facile capire, i beni comuni sono un Attorno all’uso dei beni comuni si formano pre-
aggeggio piuttosto strano: difficilmente riduci- rogative trans-soggettive, poiché allo stesso tempo
bili a una classificazione fissata una volta per individuali e collettive (tutti e ciascuno possono ac-
tutte, hanno un sicuro potenziale di emancipa- cedere alla fruizione). Insomma, i beni comuni non
zione e innovazione democratica. sono oggetti inerti alla mercé della volontà di un
Secondo la celebre definizione data nel proprietario, pubblico o privato non importa: essi
2008 dalla commissione guidata da Stefano sono veicoli di emersione di equi rapporti sociali, di
Rodotà, i beni comuni sono le «cose che espri- solidarietà e di giustizia ecologica.
mono utilità funzionali all’esercizio dei diritti Inquadrati in questi termini appaiono inestima-
fondamentali nonché al libero sviluppo della bili: non sono riducibili alla forma di merce e alla
persona [da tutelare] anche a beneficio delle razionalità mercantile. Peraltro, quando si parla di
generazioni future». A dispetto di questa for- ri-pubblicizzazione si chiarisce l’insufficienza delle
mulazione, negli ultimi dieci anni i beni comu- tradizionali forme di amministrazione pubblica,
ni sono diventati un significante vuoto: tanto spesso viziate da burocratizzazioni e corruzione.
da essere usati per connotare, nel 2013, «Italia I beni comuni, allora, fanno tutt’uno con le ipo-
ESTATE 2019

bene comune», fallimentare proposta di cen- tesi e i tentativi di sperimentare forme di democra-
trosinistra alle elezioni politiche. zia radicale. Si pongono accanto e oltre il suffragio
Per evitare che usi inflazionati si risolvano universale, la democrazia rappresentativa e il prin-
in una sua neutralizzazione riprendiamo la cipio di maggioranza. In altri termini, la locuzione
N. 3

fortunata definizione dei beni comuni come «beni comuni» allude non tanto a certi beni, quan-
«opposto della proprietà». Fondati sulla cen- to (soprattutto) a un intero assetto istituzionale
tralità del valore d’uso, mettono in discussio- che, affermandosi tra il pubblico e il privato, aspi-
ne alcune delle principali coordinate con cui ra a costruire un rinnovato circuito democratico:
pensiamo e organizziamo la nostra vita: sog- un pubblico non statalistico e un privato liberato
getto/oggetto; individuale/collettivo; pubbli- dall’individualismo possessivo.
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Pianificazione
democratica
Q uando i Cccp iniziarono a cantare «Voglio rifugiarmi sot-
Lorenzo Zamponi

to il Patto di Varsavia/ voglio un piano quinquennale/ la


stabilità» era il 1984. Margaret Thatcher stava schiacciando lo
sciopero dei minatori e con esso un secolo di movimento operaio,
e il piano quinquennale che si stava per concludere in Unione so-
vietica, sarebbe stato il penultimo di sempre. In Italia, il ministro della
programmazione economica era il segretario del Partito socialdemocratico
Pietro Longo, in quei mesi costretto alle dimis-
sioni dopo che il suo nome comparve nell’elen-
co degli aderenti alla loggia massonica segreta
P2. Non poteva che sembrare una caricaturale libero mercato? Il piano torna, nella logica più
provocazione romantica, quella di Giovanni moderata di chi immagina lo stato come venture
Lindo Ferretti e soci. Negli anni Ottanta, par- capitalist che guida lo sviluppo (Lo Stato innova-
lare di pianificazione economica significava tore di Marianna Mazzucato, Laterza, 2011) o in
evocare o un’Urss sull’orlo del collasso o l’Ita- quella più radicale di chi vede in centralizzazio-
lia delle partecipazioni statali in dismissione, ne e tecnologia i presupposti della transizione al
ormai assimilate, nel dibattito pubblico, più a socialismo (The People’s Republic of Walmart di
carrozzoni burocratico-clientelari che a stru- Phillips e Rozworski, Verso, 2019). Nel recente
menti di trasformazione della società. The Socialist Manifesto (Verso, 2019), il diretto-
Eppure, pochi decenni prima, i costituen- re di Jacobin Bhaskar Sunkara passa in rassegna
ti avevano parlato, in fondo all’articolo 41, varie esperienze storiche, dai piani quinquennali
di «programmi e controlli opportuni perché sovietici al piano Meidner svedese, non nascon-
l’attività economica pubblica e privata possa dendo inefficienze, autoritarismo e corruzione,
essere indirizzata e coordinata a fini sociali». ma ribadendo che per porre fine allo sfruttamen-
A forzare questo impianto di economia mista, to occorre «estendere radicalmente la democra-
negli anni Cinquanta e Sessanta, venne il di- zia nelle nostre comunità e luoghi di lavoro».
battito sulle riforme di struttura, con l’idea che Come si estende la democrazia al campo eco-
il capitalismo non andasse semplicemente ge- nomico senza incorrere in inefficienze, autori-
stito, bensì trasformato talmente in profondità tarismo e corruzione? In un recente saggio sulla
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

da superarlo di fatto. L’idea del piano diventava rivista statunitense Catalyst, Sam Gindin sottoli-
una rappresentazione concreta del mito della nea la necessità di tenere insieme pianificazione
transizione al socialismo, il tentativo di fare da e decentralizzazione, una «pianificazione a strati»
ponte tra riforma e rivoluzione. con una forte componente di democrazia diret-
Un orizzonte spazzato dal crollo del socia- ta e autogoverno. Il tema di fondo resta quello:
lismo reale e dall’egemonia neoliberista, ma estendere oltre i sacri confini della proprietà pri-
anche dall’incapacità degli stati nazionali di vata il dominio della democrazia, nelle sue forme
esercitare un controllo sull’economia globa- più diverse, dallo stato ai consigli. In tempi in cui
lizzata. La crisi del neoliberismo ha riaperto il si chiacchiera fin troppo di sovranità, si dimenti-
dibattito. È pensabile che la conversione ecolo- ca spesso quella dell’essere umano sulla propria
gica dell’economia o la gestione umanamente vita e quindi della democratica vita in comune
sostenibile dell’automazione avvengano nel sulla competizione individuale dell’economia.
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DA JACOBIN MAGAZINE

Il sogno
middle class
si è fatto
incubo Il fattore scatenante della
grande crisi del 2008
furono i mutui subprime.
Venticinque milioni
di statunitensi persero
la propria abitazione.
È la storia di un diritto
delegato alle speculazioni
di mercato, che ha radici
in Gran Bretagna nell’inizio
dell’era thatcheriana

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La trappola
HOME SWEET HOME

della
proprietà Dal 2007 a oggi circa 25 milioni di statunitensi hanno
provato sulla loro pelle il lato oscuro del sogno americano:
perdere all’improvviso la casa che avevano acquistato

Q
uando negli Stati uniti scoppia una crisi, normalmente abbiamo la
decenza di tenere la contabilità. Sappiamo quanta gente è morta nel
naufragio del Titanic o nel crollo delle Torri Gemelle. Sappiamo quan-
te proprietà sono andate distrutte nei recenti incendi della Califor-
nia. Ma, incredibilmente, non abbiamo un’idea precisa del numero
di americani che hanno perso la propria casa nella crisi dei pignora-
David Dayen menti, seguita all’implosione del sistema finanziario e alla successiva
Grande Recessione. Semplicemente, il governo non ha fatto il conto
dei danni, il che dice tutto su quanto contino le vittime agli occhi di chi comanda.
Le migliori stime, tutte da fonti private, ci dicono parecchie
cose. L’analista di settore CoreLogic, in un report datato marzo
2017, ha stimato 7,78 milioni di pignoramenti tra il 2007 e il 2016, David Dayen è
un numero che non include le vendite allo scoperto [operazio- ricercatore del Leonard
ne finanziaria tramite cui agenzie vendono pacchetti azionari di C. Goodman Institute
proprietà immobiliari che hanno in prestito e non in proprietà, for Investigative
ndr] o gli atti di pignoramento, transazioni che hanno come ri- Reporting, creato
ESTATE 2019

sultato la perdita familiare del bene. La National Association of da In These Times,


Realtors include anche le vendite allo scoperto, e inizia il conto mensile della sinistra
dal picco effettivo della bolla abitativa nel 2006, scoprendo che Usa. Ha scritto Chain
of Title: How Three
N. 3

Ordinary Americans
Uncovered Wall
Street’s Great.
Foreclosure Fraud.
La traduzione
è di Gaia Benzi.
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da allora al 2014 hanno perso la casa 9,3 milioni di persone. Se queste aggiungiamo le insol-
venze continuate – che arrivano sino a tempi recenti, come il primo trimestre del 2018, in
cui il 45% di tutti i prestiti in pignoramento avevano origine negli anni del picco della bolla
abitativa – è ragionevole arrivare ai 10 milioni.
Si parla di un numero che oscilla tra 20 e 25 milioni di persone sfrattate dalle case
che avevano comprato, la più grande e importante transazione finanziaria della loro vita
ridotta in macerie. Era stato venduto loro un sogno, una fantasia tramandata di genera-
zione in generazione, fatta di staccionate e di Chevrolet sul vialetto. Non sapevano chi
stava lucrando dall’altra parte del loro mutuo: un’orgia di finanziatori rapaci, desiderosi di
soddisfare le richieste delle grandi banche di più mutui da convertire in titoli. Man mano
che i mutuatari hanno vacillato sotto il peso di mutui troppo ingenti che non potevano
permettersi, e sono stati spinti verso il pignoramento anziché verso una ricontrattazione
del mutuo, hanno sperimentato il lato oscuro del sogno americano.
Oggi continuiamo a convivere con queste laceranti conseguenze sociali, che ci inter-
rogano se non sia il caso di estinguere questo sogno una volta per tutte. Forse dovremmo
smettere di pensare che comprare una casa sia l’obiettivo della vita? O forse le politiche
federali dovrebbero rendere la compravendita della casa accessibile ai giovani che sof-
frono per i prezzi alle stelle delle case e per i debiti studenteschi? I rischi derivanti dalla
proprietà della casa non eccedono forse i benefici che ne derivano? E c’è un modo di
democratizzare questi benefici così che tutti possano goderne?

La trappola dei pagamenti supplementari

I prestiti predatori non sono apparsi spontaneamente. Prima della Grande Depressio-
ne, il governo non aveva nessun ruolo nel mercato immobiliare, e i mutui assomigliavano
davvero poco a quelli venduti oggi. Il prodotto più comune durava tra i due e i cinque
anni, in cui i mutuatari avrebbero pagato mensilmente solo gli interessi, mentre il grosso
del pagamento sarebbe avvenuto alla fine. Se il mutuatario non poteva permettersi di pa-
gare la quota finale, il mutuante poteva trasformare il credito in un nuovo mutuo.
I prestiti rateali, come i moderni mutui, con un pagamento ingente all’inizio e pa-
gamenti mensili più piccoli, erano visti come prodotti squallidi spacciati da venditori
porta-a-porta senza scrupoli, che davano un falso senso di sicurezza ai lavoratori che
sarebbero inevitabilmente finiti col contrarre debiti eccessivi. Jurgis Rudkis, il personag-
gio principale di The Jungle di Upton Sinclair, compra un mutuo rateale senza leggere le
scritte in piccolo sui pagamenti supplementari per gli interessi, l’assicurazione e le tasse
di proprietà. La bella casa poco fuori Chicago che gli era stata promessa è in realtà una
catapecchia con i muri troppo sottili per proteggere la sua famiglia dal freddo. I Rudkuses
perdono la loro casa dopo il mancato pagamento di una rata, oltre a perdere il pagamento
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

iniziale di 300 dollari – una somma gigantesca a quei tempi. Pochi giorni dopo la compa-
gnia di prestiti fa trasferire lì una nuova famiglia, ricominciando il ciclo da capo. «Jurgis
ora sa la verità – scrive Sinclair – sulla trappola dei pagamenti supplementari, e di tutte le
altre spese insostenibili, e che non avrebbero mai nemmeno tentato di pagare!».
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Il mutuo con un ingente pagamento iniziale non è riuscito ad avere successo nem-
meno durante la Depressione. Quando crollò il mercato azionario e la disoccupazione
iniziò a crescere, i debitori ipotecari si rifiutarono di rinegoziare i mutui. Senza i soldi
per pagare i prestiti o la capacità di rivendere la casa mentre i prezzi colavano a picco,
i mutuatari fallirono in percentuali record. Nel 1933, ogni giorno centinaia di famiglie
perdevano la propria casa.
Le misure portate avanti dall’amministrazione di Franklin Roosevelt, come la crea-
zione di corporation per comprare i mutui – la Home Owner’s Loan Corporation (Holc)
– e per assicurarli – la Federal Housing Administration (Fha) – stabilizzarono il mercato
ma avevano anche i loro lati negativi. La Holc e dopo la Fha produssero delle mappe
che individuavano in quali zone esattamente avrebbero assistito i mutuatari e avreb-
bero fornito assicurazioni sul mutuo, delimitando queste aree con delle linee rosse – il
redlining. Nei quartieri neri, la pratica di redlining si combinò con
convenzioni restrittive e vendite solo per bianchi nelle aree che la
GLI AFROAMERICANI Fha era disposta ad assicurare. Il manuale assicurativo della Fha
AVEVANO DA 5 A 8 VOLTE indicava: «a gruppi razziali incompatibili non dovrebbe essere per-
PIÙ PROBABILITÀ messo di vivere nella stessa comunità».
DEI BIANCHI DI AVERE Impossibilitati ad acquistare una casa, i neri furono forzati a
UN MUTUO SUBPRIME. comprare direttamente i contratti di vendita; ma i venditori tene-
CON LA CRISI È SPARITA vano gli atti in ostaggio finché non avessero ultimato i pagamenti, e
LA CLASSE MEDIA NERA bastava saltare una sola rata per vederli riprendersi la casa. La com-
pravendita di contratti, come prima ancora i prestiti a rate fatti agli
immigrati, sfruttava la popolazione più vulnerabile senza conside-
rare il loro bisogno di dare un tetto alle proprie famiglie e avere un minimo di benessere.
Il risultato fu un divario di ricchezza enorme e razzializzato. Quando venne approvato
il Fair Housing Act nel 1968, gli afroamericani non avevano semplicemente le risorse
per integrarsi nei quartieri e capitalizzare sulla rivalutazione dei prezzi delle case. E a
quel punto è arrivato il colpo di grazia, durante la bolla immobiliare: in maniera inversa
rispetto al redlining, anche i creditori rapaci di oggigiorno avevano puntato la popola-
zione nera, indirizzandola verso i mutui subprime.
Nel lontano 1993, gli afroamericani avevano da cinque a otto volte più probabilità
di avere un mutuo subprime dei bianchi. Durante la bolla, i brokers andavano porta
a porta nelle comunità nere a offrire rifinanziamenti in contanti, che consistevano in
prestiti maggiori del valore delle case, con il resto già erogato. Si è trattato di una stra-
tegia deliberata per vendere alle famiglie che facevano fatica ad affrontare il costo della
vita l’idea di usare il valore della propria casa come bancomat, estraendone la misera
ricchezza guadagnata in decenni.
E non sono stati squallidi venditori di contratti a inventare uno schema simile, ma
le istituzioni finanziarie più importanti del paese. Hanno però usat tattiche analoghe:
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valutare in maniera fraudolenta i mutui gonfiando i prezzi, imporre assicurazioni spaz-


zatura ai mutuatari a loro insaputa e far loro firmare mutui che un individuo con un sa-
lario basso non sarebbe mai stato in grado di pagare. Se il problema negli anni Sessanta
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era che i neri non potevano ottenere mutui dalle banche, il problema durante la bolla
speculativa era che potevano.
Ai mutuatari subprime era stato promesso che le loro case sarebbero aumentate co-
stantemente di valore, e che potevano sempre ottenere un rifinanziamento per evitare
problemi. Questo ha funzionato fino a che la musica non si è fermata, la bolla non è
scoppiata, e i mutuatari hanno fallito in massa. Il risultato è stata l’estinzione della clas-
se media nera e latina, per dirla con le parole dell’ex-deputato Brad Miller. Le minoran-
ze avevano investito di più nella casa e dunque hanno perso di più.
In questo modo a le milioni di famiglie danneggiate dalla crisi hanno sofferto di
profondi sconvolgimenti economici e sociali. Così come la perdita del lavoro conduce
al pignoramento, i pignoramenti conducono alla perdita del lavoro, specialmente nel
settore immobiliare. I debiti erano sempre maggiori dei guadagni derivanti da una ri-
presa stentata, mentre le perdite si concentravano sui mutuatari relativamente poveri,
che di conseguenza smettevano di consumare. I tassi di disoccupazione più alti nelle
aree con più pignoramenti hanno avuto effetti a lungo termine sull’aspettativa di gua-
dagno delle persone nel corso della vita. I quartieri con più case disabitate hanno visto
il valore delle proprietà diminuire e crescere il tasso di criminalità. Diversi studi hanno
dimostrato che i picchi nei pignoramenti sono stati collegati a problemi di salute fisici
e mentali, con i mutuatari che spesso saltavano medicine e visite all’ospedale, o addi-
rittura arrivavano al suicidio.
La bolla prodotta da oltre un secolo di ruberie nelle tasche della gente che comprava
casa è improvvisamente esplosa, il che ci porta a pensare che forse il problema è pro-
prio il comprare casa in sè. Come ha scritto Ryan Cooper, l’America ha sovvenzionato
in maniera massiccia la compravendita delle case insieme ai giganti del meccanismo
di garanzia governativa dei mutui, Fannie Mae e Freddie Mac, che hanno supportato il
mercato attraverso la cartolarizzazione. Prima dei tagli alle tasse di Trump, le tasse sulla
proprietà potevano anche essere dedotte in toto, mentre ora le detrazioni hanno dei
limiti. Nondimeno, i sussidi sulla casa vanno prevalentemente alle famiglie più ricche,
inaspriscono le disuguaglianze economiche e allo stesso tempo erodono implicitamen-
te i diritti di chi sta in affitto.
La politica statunitense vede l’acquisto della casa come uno strumento di risparmio
obbligato. Se il valore della casa cresce nel tempo e supera l’inflazione, i mutuatari ci
guadagnano. Ma, per citare Cooper, «se siamo convinti che risparmiare soldi sia una
cosa buona, allora perché il comprare una casa, fra tutte le cose al mondo, sarebbe il
principale strumento di risparmio della classe media?». Le case decadono nel corso de-
gli anni. Il loro valore è perlopiù soggettivo, dettato dalla reputazione del quartiere o
del distretto scolastico. La combinazione del mito della prima casa con la convinzione
che comprarne una sia il primo gradino della scala del benessere ha spinto persone dai
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

mezzi limitati a costringersi all’acquisto, con conseguenze potenzialmente disastrose.


Per di più, fondere insieme case e risorse tende a restringere l’offerta edilizia, perché
troppa offerta diluisce il valore delle proprietà esistenti. Ciò aumenta i prezzi per chiun-
que non sia abbastanza fortunato da avere già una casa, e inasprisce la crisi abitativa.
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In più, come abbiamo visto, un singolo evento drammatico può distruggere i proprietari
– pertanto è ragionevole pensare che guardare alle case come generatrici di ricchezza
alimenti una mentalità da bolla.
D’altro canto, la proprietà della casa elimina la necessità di pagare un affitto, un ritor-
no economico enorme per qualsiasi famiglia. Al di là degli interessi (che possono essere
dedotti dalle tasse), il pagamento del mutuo ritorna direttamente nelle tasche dei pro-
prietari sotto forma di valore della casa. In realtà paghi un affitto a te stesso, senza dover
pagare le tasse sul flusso di reddito. In questo, più che in ogni altra cosa, sta la capacità
della proprietà di una casa di generare ricchezza.
Ci sono altri presunti effetti positivi nel possedere una casa, come una comunità sta-
bile, una maggiore partecipazione al voto, e risultati scolastici migliori. Ma la crisi dei
pignoramenti ha probabilmente ricacciato questa illusione di sicurezza nel passato.

Verso un futuro cooperativo

Gli Stati uniti devono ancora inventarsi un sistema migliore di questo per permette-
re alle persone senza riserve di capitale da investire di guadagnare ricchezza. Persino
un fondo di ricchezza sociale non potrebbe garantire il tipo di guadagno derivante da
una proprietà abitativa. E tuttavia l’incoraggiamento governativo a un simile sistema di
costruzione della ricchezza esclude un’intera classe di affittuari dalla condivisione dei
ricavi. Come possiamo allargare quest’orizzonte, in modo che alcuni proprietari di casa
non si arricchiscano ingiustamente mentre altri siano resi vulnerabili dalle oscillazioni
del mercato immobiliare?
Una possibilità è stabilire che i sussidi per la casa sono una risorsa universale, con
un voucher a ogni famiglia, che sia proprietaria o che paghi un affitto. Ugualmente, si
potrebbero creare conti personali di risparmio sulla casa per mettere da parte i soldi per
pagare tutte le soluzioni abitative, compreso l’affitto. Si potrebbe guardare al controllo
degli affitti come a un modo per ridistribuire il supporto abitativo a una fetta di popola-
zione più ampia. E costruire un numero infinitamente superiore di case popolari con i
soldi statali e federali aumenterebbe l’offerta senza cedere ulteriore campo allo sviluppo
delle abitazioni di lusso. Sarebbe il miglior modo per essere sicuri che i benefici di una
soluzione che incide sull’offerta arrivino a coloro che ne hanno effettivamente bisogno.
Ma per salvare qualcosa dal meccanismo di compravendita di case, potremmo
aprirlo a una fetta più ampia della popolazione in modi che non siano esplicitamente
predatori. Per esempio, il piano della senatrice Elizabeth Warren di assistenza ai pa-
gamenti per gli acquirenti di prima casa in quartieri precedentemente sottoposti al
redlining potrebbe iniziare a livellare il campo di gioco per i cittadini storicamente
svantaggiati nell’accesso alla casa. Ma potremmo anche uscire dalle tradizionali strut-
ture di compravendita.
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Istituzioni no-profit per lo sviluppo finanziario di comunità con una quota nel quar-
tiere in cui operano, spesso con membri della comunità come rappresentanti, potreb-
bero avere diritto di prelazione sui mutui in difficoltà o sui terreni in vendita, rimuo-
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vendo la motivazione del profitto agli erogatori di mutui. Queste entità possono anche
finanziare sviluppi abitativi accessibili.
Allo stesso modo, i fondi fiduciari comunitari per l’acquisto di terreni puntano so-
prattutto allo sviluppo dei territori. Questi fondi acquistano e mantengono la proprietà
di lotti di terreno, affittando le proprietà ai proprietari di case. Dato che è il terreno a
essere l’elemento di maggior valore, questo tiene a bada i prezzi. Se per caso il proprie-
tario di casa dovesse vendere, il fondo terrebbe parte del guadagno, facendo scendere
la pressione sui prezzi. Sono problemi con cui oggi bisogna confrontarsi, per via degli
alti prezzi dei terreni nelle aree urbane sviluppate. Oggi esistono già più di 225 fondi
comunitari, e altri ne possono nascere nelle aree in cui i prezzi dei terreni sono ancora
accessibili.
Creare una cooperativa di residenti che compra quote nella corporation che possiede
la proprietà sottostante, dando loro il diritto di occupare uno degli
edifici, può in alcuni casi essere più economico dei mutui tradizio-
nali. Cooperative dal capitale limitato garantiscono ai singoli un af- LA NAZIONALIZZAZIONE
fitto a lungo termine insieme a un diritto di voto nella corporation. DEL SETTORE FINANZIARIO
Questa soluzione avrebbe alcuni dei vantaggi della proprietà, con DEI MUTUI SUBPRIME
la quota di capitale che aumenta nel corso del tempo, senza i danni HA AVUTOL’EFFETTO
speculativi o le barriere all’ingresso che derivano dagli alti costi dei DI PORRE QUALCHE LIIMITE
mutui. AGLI ECCESSI PREDATORI
Già oggi ci sono elementi che tendono a rendere il mercato immo- DEI DECENNI PRECEDENTI
biliare più democratico. Dopo il collasso della bolla speculativa, Fan-
nie Mae e Freddie Mac sono state nazionalizzate dal governo. Senza
la pressione a dover competere per quote di mercato con i creditori subprime, i prestiti
base che Fannie e Freddie hanno comprato per convertirli in titoli si sono comportati
estremamente bene. Come unico attore sul mercato secondario, Fannie e Freddie pos-
sono dettare standard per la stima, la creazione e l’assistenza dei prestiti tali da tenere in
riga il mercato.
È così che apparsa la nazionalizzazione del settore finanziario dei mutui, e ha fatto
un lavoro decente almeno nel prevenire gli eccessi predatori dei decenni precedenti. Se
possiamo eliminare gli effetti negativi più catastrofici del possesso della casa, forse per
i primi acquirenti i vantaggi potrebbero superare i rischi. Una cosa è chiara: c’è bisogno
di molta prudenza nel privatizzare questi organismi, come invece caldeggiano l’ammi-
nistrazione Trump e i Repubblicani al Congresso, cosa che metterebbe le banche di Wall
Street di nuovo al comando della macchina dei mutui.
La crisi dei pignoramenti è stato un evento traumatico della nostra storia, e non solo
non dovremmo dimenticare i danni che ha fatto, ma dovremmo utilizzare questa crisi per
pensare a come abitare negli Stati uniti in maniera sicura ed equa. Il credo dell’acquisto
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

della casa come strada obbligata per la prosperità dev’essere messo in discussione. Ma
mentre è poco probabile che la proprietà della casa sia abolita domani, ci sono alcuni
modi per sostenerla, o al limite imitarla, senza spingere i proprietari sull’orlo del disastro
finanziario, e senza costringere gli affittuari a una cittadinanza di seconda classe.
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HOME SWEET HOME
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I padroni
a casa nostra Margaret Thatcher sapeva che le relazioni di classe sono
importanti. Per questo descrisse l’ideologia proprietaria
del Right to Buy come «la rivoluzione più importante
del secolo». Ne stiamo ancora pagando il prezzo

C
ome molte delle economie sviluppate, la Gran Bretagna è stretta
nella morsa della crisi abitativa. I prezzi medi delle case sono oggi
otto volte superiori a quelli di un reddito medio, più del doppio ri-
spetto a vent’anni fa. Per i proprietari, ciò comporta vantaggi enor-
mi. Soltanto dal 1995, il valore del patrimonio immobiliare inglese
è aumentato di oltre cinquemila miliardi, e rappresenta i tre quarti
Laurie Macfarlane della ricchezza delle nuove famiglie. Nei primi anni Duemila, l’in-
flazione del prezzo delle case è stata così alta che il 17% degli adulti
in età da lavoro ha guadagnato più dalla rendita della propria casa che dal proprio stipen-
dio. Ma visto che i prezzi delle case hanno continuato a crescere e lo scarto fra prezzi delle
abitazioni e i guadagni è diventato sempre più grande, il costo abitativo per chi è tagliato
fuori dal circuito della proprietà è diventato proibitivo. Nell’as-
senza di un’adeguata politica di case popolari, molti si sono tro-
vati senz’altra scelta se non quella di rivolgersi agli affitti privati. Laurie Macfarlane è uno
Per quelli che sono bloccati nel mercato immobiliare privato, la dei redattori economici
percentuale di stipendio speso in affitto è passata dal 10% del di openDemocracy
1980 al 36% di oggi – tra le più alte in Europa. e ricercatore associato
Le conseguenze sono gravi. Il numero di senzatetto in Inghil- all’Ucl Institute
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

terra ha toccato il suo record, ed è più che duplicato dal 2010. In for Innovation
tutto il paese le comunità sono divise lungo linee socioeconomi- and Public Purpose.
che. Il risultato è un divario crescente fra coloro che possiedono La traduzione
una casa (o possono rivendicarla), e quelli che non ce l’hanno. è di Gaia Benzi.
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La crisi immobiliare in Gran Bretagna non è naturale o inevitabile, e non è nemmeno un
accidente della storia. È l’effetto di un progetto politico pianificato, sviluppato dal Partito
conservatore negli anni Cinquanta, accelerato da Margaret Thatcher, proseguito dal New
Labour negli anni Novanta e Zero e rafforzato dai governi guidati dai conservatori dal 2010.

La democrazia della proprietà privata

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il problema abitativo era visto come prio-
ritario a livello nazionale. Mezzo milione di case erano state distrutte dalla guerra, e altre
250mila erano state gravemente danneggiate. Le rimanenti proprietà erano spesso affol-
late e poco igieniche. La risposta del governo laburista di Clement Attlee nel 1945 fu lo
sviluppo di un ampio piano di lavori pubblici per costruire case popolari.
Insieme con altre riforme complementari, l’obiettivo era garantire l’accesso universale a
case di qualità che venissero incontro alle necessità della working class. Nel 1947, il Town
and Country Planning Act laburista mantenne la proprietà privata delle terre, ma nazio-
nalizzò il diritto a costruirci sopra. Ciò voleva dire che i proprietari terrieri e i costruttori
dovevano chiedere il permesso alle autorità locali per costruire nuovi edifici. Il potere di
esproprio assicurò che la terra potesse essere acquistata a poco prezzo per la costruzione di
case, mentre i controlli sugli affitti limitarono gli eccessi del latifondismo privato.
Per i conservatori inglesi, il programma radicale del Labour era fonte di profonda
preoccupazione. Nel 1946 il parlamentare e futuro primo ministro Anthony Eden avver-
tì il congresso del Partito conservatore che i laburisti stavano creando una società dove
«chiunque poteva rivolgersi allo stato per avere un lavoro, un tetto, un sostentamento».
Per invertire la rotta e contrastare l’avanzata dei laburisti, Eden disse che i conservatori
dovevano abbracciare la visione di una «democrazia nazionale della proprietà privata».
Eden aveva preso in prestito l’espressione «democrazia della proprietà privata» dal suo
collega conservatore Noel Skelton, un avvocato scozzese che la coniò
nel 1923 in una serie di articoli per lo Spectator. Scrivendo all’indo-
DOPO LA RIVOLUZIONE mani della Rivoluzione Russa, Skelton credeva che un’espansione del
RUSSA, I CONSERVATORI numero di proprietari fosse il modo migliore per neutralizzare il fa-
RITENNERO CHE scino del socialismo tra i lavoratori.
INCENTIVARE LA Eden non dovette aspettare molto per vedere gli effetti della sua
PROPRIETÀ DELLA CASA proposta. Nel 1951 il Partito conservatore vinse le elezioni con la
SERVISSE A SOTTRARRE promessa di costruire trecentomila case l’anno. La responsabilità
FASCINO AL SOCIALISMO di mantenere quella promessa gravò sulle spalle del nuovo ministro
della casa, Harold Macmillan. Malgrado fosse un pubblico sostenito-
re della superiorità del settore privato, Macmillan capì velocemente
che l’unico modo di rendere possibile l’ambizioso obiettivo del partito era aumentare l’e-
dilizia pubblica. Nonostante avesse aumentato il numero di case popolari, ispirato dalla
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chiamata alle armi di Anthony Eden, Macmillan introdusse anche una serie di politiche
che incoraggiavano la proprietà privata. Tra queste c’erano misure per aumentare la di-
sponibilità di mutui a basso costo e rendere più facile costruire case private, due cose che
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messe insieme diedero il via a un vertiginoso incremento della proprietà privata di case
che sarebbe continuato per oltre mezzo secolo.
In questi anni, nei circoli conservatori iniziò a guadagnare terreno l’idea di permettere
agli affittuari delle case popolari di acquistare la propria casa. Macmillian era scettico,
ma rimosse lo stesso le restrizioni che non permettevano di vendere le case popolari. Nei
vent’anni successivi, un numero sempre maggiore di autorità locali di stampo conservato-
re iniziò a vendere le case popolari agli affittuari, e la popolarità di queste transazioni su-
scitò interesse a livello nazionale. A metà degli anni Settanta la vendita delle case popolari
aveva ormai un largo supporto tra i leader del Partito conservatore. Tutto ciò di cui avevano
bisogno era un primo ministro intenzionato a implementare la pratica a livello di massa.

«Il fine è cambiare l’anima»

Margaret Thatcher conquistò il potere nel 1979, con un programma che prometteva di
rendere concreta la visione di Eden di una Gran Bretagna trasformata in una «democrazia
della proprietà privata». Il primo passo verso quest’obiettivo venne compiuto nell’ottobre
del 1980, quando il governo approvò il primo Housing Act, issando le vele del Right to Buy.
Il Right to Buy (il «Diritto all’acquisto») diede agli affittuari delle case popolari il diritto
legale di comprare le proprie abitazioni dalle autorità locali, con uno sconto fino al 50%.
L’Housing Act del 1980 includeva inoltre una serie di incentivi che incoraggiavano l’opzio-
ne Right to Buy. Malgrado alcune resistenze iniziali nei consigli a guida laburista, la poli-
tica divenne popolare in tutto il paese. Siccome le autorità locali non potevano utilizzare
i ricavi delle vendite per costruire nuove case popolari, l’effetto della politica fu quello di
ridurne drammaticamente il numero, e con loro il numero di persone che ci viveva dentro.
Durante il periodo del governo Thatcher, un milione e cinquecentomila proprietà pub-
bliche furono trasferite in mani private, e molte altre ne seguirono negli anni successivi.
Oggi restano soltanto due milioni di case popolari in Gran Bretagna dei sei milioni e mezzo
esistenti prima che venisse introdotto il Right to Buy.
Siccome gli affittuari facoltosi erano favoriti nell’accedere al Riht to buy, l’effetto di que-
sta politica fu di concentrare nelle case popolari le fasce più povere e svantaggiate della
popolazione. Se nel 1979 il 20% degli abitanti con lo stipendio più alto viveva in case po-
polari, alla metà degli anni Zero del 2000 il numero è arrivato a toccare quasi lo 0%. Senza
grosse sorprese, la manovra ha prodotto anche un evidente peggioramento della qualità
delle case popolari disponibili.
Quando venne introdotto, il Right to Buy fu giustificato dall’obiettivo di ridurre la spesa
pubblica. Tuttavia la manovra è stata particolarmente avara di guadagni: i contribuenti
hanno finanziato la costruzione iniziale delle case e gli sconti considerevoli sull’acquisto
degli affittuari, e una volta che le case sono state vendute hanno perso gli introiti degli
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

affitti che avrebbero altrimenti ricevuto. In più, la mancanza di case popolari ha signifi-
cato per il governo un investimento ancora maggiore in sgravi fiscali per permettere agli
individui di pagare gli affitti sul mercato privato. Oggi circa un inquilino su cinque in Gran
Bretagna dipende dai sussidi abitativi, che costano al governo 25 miliardi l’anno – più
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di quanto non spenda per le forze dell’ordine, la manutenzione stradale e l’equipaggia-
mento militare messi insieme. La maggior parte finisce nelle mani dei locatori privati. Un
recente studio ha scoperto che quattro case su dieci vendute grazie allo schema del Right
to Buy sono ora proprietà di locatori che chiedono per l’affitto più del doppio di quanto
sarebbe richiesto per una casa popolare.
Già da solo, il Right to Buy è stato una manovra potente. Ma la sua vera forza è venuta
dall’interazione con una serie di altre riforme introdotte dalla Thatcher. La più importante
è stata la deregolamentazione del settore finanziario. Fino agli anni Settanta, i prestiti sui
mutui erano per lo più concessi da organismi di credito di proprietà collettiva che avevano
dei limiti alla loro capacità di estendere il credito. Ma grazie alla Thatcher, le restrizioni
sui prestiti sono state rimosse e le banche commerciali sono state incentivate a diventare
parte attiva nel mercato dei mutui immobiliari.
Una simile deregolamentazione ha innescato un cambiamento profondo nel ruolo gio-
cato dalle banche commerciali nell’economia britannica, facendole passare da soggetti
che facevano credito principalmente a imprese per investimenti sulla produzione, a sog-
getti che prestano soprattutto ai privati per acquistare la casa di famiglia, prendendo a
garanzia le stesse proprietà. Tutto ciò ha immesso un grosso flusso di denaro nel settore
immobiliare provocando un’impennata dei prezzi. Di conseguenza, i proprietari sono stati
incentivati a contrarre mutui sempre più ingenti per superare una soglia di ingresso sem-
pre più alta e garantire guadagni all’altezza dei capitali investiti. È nato così un circolo vi-
zioso tra i mutui per le case, i prezzi delle stesse e i debiti sempre crescenti dei proprietari.
La normalizzazione della crescita a due cifre dei prezzi delle case, combinata con l’a-
spettativa di una continua crescita dei prezzi, hanno stimolato la richiesta di case come
asset finanziari. Oggi i mutui sulle case garantiti dalle proprietà sono la principale fon-
te di liquidità in Gran Bretagna, e i conti bancari sono perlopiù assicurati dai valori delle
proprietà immobiliari. L’inflazione dei prezzi delle case, gonfiata dal debito, è diventata la
risorsa centrale della domanda in un’economia altrimenti stagnante e improduttiva. La
volatilità dei prezzi delle case ha rapidamente contagiato l’economia generale, legando le
prestazioni dell’economia inglese al mercato immobiliare.
Per dirla in maniera semplice, la spinta della Thatcher alla privatizzazione del mercato
immobiliare e alla deregolamentazione della finanza ha rimodellato il capitalismo ingle-
se. Ma soprattutto ha colpito la tradizione di solidarietà collettiva delle comunità working
class. Dando a sempre più persone un ruolo attivo nel sistema della proprietà privata e
della ricchezza legata alla rendita, le riforme della Thatcher hanno contribuito all’erosio-
ne del sentimento socialista. E non è un caso: come abbiamo visto, il Partito conservatore
aveva capito da tempo che la proprietà immobiliare ha un’influenza significativa sulla
visione ideologica e le intenzioni di voto delle persone. Questa è una lezione che i politici
conservatori hanno ben presente ancora oggi, come è stato evidente nel 2016 quando l’ex
leader liberal-democratico Nick Clegg ha rivelato ciò che gli disse una volta il cancelliere
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governativo George Osborne: «Non capisco perché continui a insistere sulla necessità di
costruire case popolari – non sono altro che voti per i laburisti». In questo senso il Right
to Buy è stato un grande successo. Man mano che aumentava il numero di proprietari, in
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Gran Bretagna cresceva anche il numero di elettori che avevano personalmente investito
nella crescita del mercato immobiliare, mentre diminuiva la fetta di elettorato interessata
alla costruzione di case popolari di qualità. Per la maggior parte dei proprietari, la casa di
famiglia è oggi la principale fonte di ricchezza. Tutto ciò ha messo nei guai anche la sini-
stra. Qualunque politica che ambisca a risolvere la crisi di accessibilità per la minoranza
di non proprietari rischia di generare il contraccolpo elettorale della
maggioranza, oltre che un periodo di instabilità finanziaria e di pos-
sibile recessione. Il risultato è che il Partito laburista ha decisamente CORBYN HA UN AMBIZIOSO
perso interesse per il settore dell’edilizia popolare e ha invece iniziato PIANO DI COSTRUZIONE
a porre l’accento sulle aspirazioni dei proprietari di case. DI CASE POPOLARI.
Ora, grazie alla leadership di Jeremy Corbyn le cose stanno cam- MA IL LABOUR ANCORA
biando. Nel 2018 il partito ha pubblicato Housing for the Many («Una PUNTA A INCENTIVARE
casa per molti»), un ambizioso piano di costruzione di case popolari L’ACCESSO DELLA GENTE
nei prossimi trent’anni. Malgrado ciò, il partito è ancora legato alle AL MERCATO IMMOBILIARE
politiche che puntano ad aiutare le persone a entrare nel mercato im-
mobiliare e ad ampliare gli incentivi pubblici a questo scopo. Resta da
verificare se questo doppio binario sia percorribile.
Nel 1981 la Thatcher diceva che «l’economia è solo il mezzo; il fine è cambiare l’anima».
Il Right to Buy è forse il miglior esempio di cosa significhi quest’impostazione in termini
pratici. Oggi viviamo all’ombra di quest’amaro successo.

Democratizzare la proprietà

Per i socialisti, l’obiettivo è una società dove le case siano un luogo dove vivere, non
un mezzo per accumulare ricchezza. Raggiungere quest’obiettivo richiede un supporto di
massa per de-commercializzare il settore immobiliare. Cosa difficile da raggiungere fin-
ché la maggior parte dell’elettorato avrà un interesse materiale in un mercato immobiliare
altamente finanziarizzato. Ma l’esperienza del Right to Buy ci ha insegnato diverse cose.
La prima lezione è che la cornice narrativa conta molto. La rivoluzione abitativa della
Thatcher non è nata dal nulla: era parte di un progetto più ampio che affondava le radici in
una visione specifica di come la ricchezza dovesse essere creata e distribuita. Era la visione
di un mondo dove, finché c’erano competizione sufficiente e libero mercato, ciascun indi-
viduo avrebbe ricevuto la giusta ricompensa in relazione al suo effettivo contributo alla so-
cietà. E cioè, per dirla con le famose parole di Milton Friedman, «non esistono pasti gratis».
In Gran Bretagna, questa narrazione ha contribuito a normalizzare l’idea che la ric-
chezza accumulata dalla crescita dei prezzi delle case sia normale e giusta. Ma fra tutti
i settori dell’economia, l’abitativo è forse l’area dove tale assunto è più sbagliato. La
forza alla base della crescita dei prezzi delle case è generalmente l’aumento del prezzo
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

dei terreni, e sappiamo sin dall’epoca di Adam Smith che la terra non è una fonte di
ricchezza, ma di rendita – un mezzo per estrarre ricchezza dagli altri. La verità è che la
maggior parte della ricchezza prodotta dal mercato immobiliare è costruita sulla pelle
di chi vede sempre più i propri stipendi erosi dall’aumento degli affitti e da rate di mutui
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insostenibili. La battaglia per la de-commercializzazio-
ne dev’essere dunque accompagnata da una narrazione
altrettanto convincente su come la ricchezza viene gene-
rata e distribuita nella società – una narrazione che deve
legarsi a un’analisi del potere e dello sfruttamento.
La seconda lezione è che la sperimentazione di po-
litiche al livello locale può produrre casi di studio che
fanno da base alle politiche nazionali. Il Right to Buy è
stato adottato come politica di partito solo dopo che al-
cuni consigli comunali locali controllati dai conservatori
hanno dimostrato che la vendita di case popolari era fat-
tibile e di successo. Esistono già molte soluzioni abitative
alternative in fase di incubazione in giro per l’Europa e
negli Stati Uniti, dai trust fondiari comunitari ai proget-
ti di edilizia cooperativa. Queste esperienze dovrebbero
essere sostenute e, ove possibile, ampliate.
La terza lezione è che la retorica di essere padroni di sè
stessi può essere incredibilmente potente. Una delle ragio-
ni della popolarità del Right to Buy è stata di averlo ven-
duto alle famiglie come mezzo per aumentare il controllo
sulle proprie vite. Spesso questo controllo è di natura indi-
vidualistica, come la capacità di ristrutturare o ammobilia- Anche la spinta materiale è importan-
re una casa. Ma in un mondo dove molte persone vivono te. Difficilmente il Right to Buy avrebbe
una crescente alienazione rispetto ai luoghi in cui vivono, avuto lo stesso successo senza i sostan-
per la sinistra c’è un’importante opportunità di intercetta- ziosi sconti agli affittuari sul valore delle
re il desiderio latente di un maggior controllo democratico loro proprietà. Per guadagnarsi il sup-
sulle decisioni che colpiscono le comunità. porto popolare, qualunque strategia di
de-commercializzazione dell’abitazione
deve includere incentivi materiali suffi-
cienti per renderla attrattiva, specialmente per i proprietari di case della working class.
La lezione finale è che la trasformazione del settore abitativo non può essere ottenu-
ta in modo isolat, ma dev’essere accompagnata da una serie di riforme complementari
– specialmente da politiche che prendano di mira il settore finanziario. Dal momento in
cui la terra è diventata proprietà privata si è legata all’evoluzione della finanza, agendo
come elemento collaterale su cui è possibile garantire credito e ottenere una plusvalen-
za. Oggi il settore immobiliare è il principale strumento di classe del settore finanzia-
rio globale, quindi non è possibile de-commercializzare l’abitazione senza simultane-
amente introdurre misure che riconducano la finanza sotto il controllo democratico.
Queste lezioni forniscono un canovaccio per una strategia vincente per de-comer-
ESTATE 2019

cializzare il mercato immobiliare. A questo si potrebbe aggiungere la necessità di dare


più potere alle comunità con diritti, risorse e incentivi per dare alla terra e alla proprietà
una gestione collettiva e prendere il controllo degli asset locali lì dove è fattibile: gesten-
doli democraticamente negli interessi di coloro che ci vivono, oggi e nel futuro. Sarebbe
N. 3

uno scarto radicale dalla nozione fallimentare di «democrazia della proprietà privata»,
per rimodellare la società attorno all’idea di una «proprietà democratizzata».
La stessa Thatcher ha descritto il Right to Buy come «una delle rivoluzioni più importan-
ti del secolo». Aveva ragione. I diritti di proprietà non sono naturali o immutabili; riflettono
immancabilmente il potere e le relazioni di classe nella società. Margaret Thatcher l’aveva
capito, ed è fondamentale che lo capisca anche la sinistra.
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Kreuzberg
Against
the Machine
Si chiamavano Ton Steine Scherben e sono stati definiti
«l’unica espressione tedesca dell’idea di musica rock».
Ogni loro concerto tracimava nell’occupazione di una casa

S
e vi è mai capitato di studiare in un’università tedesca avrete proba-
bilmente assistito a qualche sorta di «occupazione». Nella maggior
parte di questi curiosi spettacoli diverse centinaia di studenti indi-
gnati si rifiutano di abbandonare un’aula finché le loro richieste non
vengono soddisfatte, mentre alcuni amministratori rugosi li prendo-
no in giro per diverse ore prima che tutti scemino pian piano verso
Loren Balhorn casa e la situazione torni alla normalità.
Entrambi i fronti sanno come funziona. Un gruppo di lavoro butta
giù un comunicato, un altro cucina (probabilmente vegano), e la polizia aspetta fuori, an-
noiata. E in ogni occupazione c’è qualcuno che mette inevitabilmente su la musica dei Ton
Steine Scherben, la rock band berlinese il cui doppio LP del ‘72, Keine Macht für Niemand
(«Nessun potere per nessuno»), è sia un gioiello della musica pop sia un’offensiva rabbio-
sa contro lo status quo, espressa con un entusiasmo e un’onestà che farebbero rabbrividire
chiunque oggi.
L’album è stato una pietra miliare della musica rock in lingua tedesca ed è a tutt’oggi molto
popolare. Ma ciò che lo rende particolare e unico (e ne spiega lo slogan esuberante) è l’am-
biente in cui è nato: il movimento militante di occupazioni abita-
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

tive della Germania occidentale dei primi anni Settanta.


Occupare abusivamente lo spazio pubblico (in tedesco Beset- Loren Balhorn
zung) è un’attività che oggi vive di rendita, forte di un repertorio collabora con Jacobin
militante nazionale risalente a quando questa pratica era molto magazine e ha
più diffusa e organizzata. Un movimento eccentrico ma pieno di curato, assieme a
risorse, che iniziò dopo lo shock del Sessantotto, quando migliaia Bhaskar Sunkara,
di giovani occuparono edifici pubblici e appartamenti vuoti per il volume Jacobin:
costruire comuni, asili nido e istituzioni culturali. Die Anthologie
La nascita di una controcultura diffusa in molte delle città della (Suhrkamp).
Germania ovest era stata resa necessaria dal semplice fatto che, La traduzione
mentre i giovani dei tardi anni Sessanta erano stati travolti da una è di Gaia Benzi.
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rivoluzione culturale, i lavoratori se la passavano piuttosto bene e non erano molto inclini a
socializzare i mezzi di produzione. Delusi dall’indolenza dei proletari militanti, molti sedi-
centi rivoluzionari scelsero di trasferirsi in città, vivere nelle comuni e organizzare i giovani
lavoratori sotto l’influenza delle idee che provenivano dall’università. Anche se tagliate fuori
dalla società mainstream, queste nuove comunità erano talmente diffuse chechi le animava
era comprensibilmente convinto di costruire un nuovo mondo, strada dopo strada.

«La nostra estetica è l’efficacia politica»

Una delle scene più dinamiche da questo punto di vista è stata Kreuzberg, quartiere della
Berlino ovest. La Berlino ovest degli anni Settanta era un posto speciale. La vita costava poco.
I grandi capitali avevano più o meno abbandonato l’avamposto nato al di là della Cortina di
Ferro, e i sussidi governativi, uniti al regime di deroga (tecnicamente Berlino ovest non faceva
parte della Repubblica Federale), la rendevano un paradiso per tutti i ribelli e gli esclusi. Kreu-
zberg, un quartiere working class in rovina a ridosso del Muro, divenne presto una calamita
per gli immigrati turchi, i proletari e un numero crescente di studenti che scappavano dalla
provincia attratti dall’eccitazione e dal fascino della città divisa.
Il movimento giovanile di Kreuzberg era caotico. Uno dei protagonisti, Lothar Binger, ri-
conosce nella sua biografia che la maggior parte degli attivisti era guidata dalla «semplice
volontà di essere coinvolto in una qualche forma di attività politica»
e non aveva alcun tipo di formazione teorica. Organizzazioni serie si
IL CONSIGLIO CENTRALE sovrapponevano a iniziative più discutibili come il Central Council of
DEI FUMATI RIBELLI Vagabond Hash Rebels («Consiglio Centrale dei Fumati Ribelli Vagabon-
VAGABONDI ERA UNA di»), una banda di fattoni fuorilegge che rapinava banche a mano arma-
BANDA DI FATTONI ta e rigirava i contanti ai gruppi di sinistra, mentre propagandava nel
CHE RAPINAVA BANCHE movimento la capacità delle droghe di «espandere la coscienza». Uno
PER FINANZIARE dei capi degli Hash Rebel era il figlio del professor Georg von Rauch, dal
GRUPPI DI SINISTRA quale prende il nome una delle occupazioni più famose di Berlino e una
delle canzoni più popolari dei Ton Steine Scherben, scritta nel 1971, la
Rauch-Haus-Song.
L’opposizione dei giovani ribelli allo status quo era totale, la loro lotta era tanto contro i
padroni e l’imperialismo statunitense quanto contro le norme ridicole della generazione dei
loro genitori. La protesta politica si sovrapponeva a forme di abbigliamento innovative, all’u-
so di droghe, e a nuovi ed eccitanti generi musicali provenienti dall’estero: un mix che favorì
l’esplodere della creatività. Questa esplosione fu il materiale grezzo su cui la Ton Steine Scher-
ben modellò il suo sound unico. La band vedeva la propria musica, che definiva agitrock,
come uno strumento di lotta politica. In un manifesto pubblicato poco dopo la loro nascita,
sostenevano che la musica rock dovesse essere diretta e godibile, con testi che i giovani lavo-
ratori potevano riconoscere e cantare insieme. «Non abbiamo bisogno di un’estetica – scrive-
ESTATE 2019

vano – La nostra estetica è l’efficacia politica».

Dare fuoco alla casa


N. 3

Allora come oggi, uno dei problemi più gravi che affliggeva le persone di Berlino era la man-
canza di case. La maggior parte dei giovani lavoratori alla soglia dei trent’anni viveva ancora
insieme ai genitori in appartamenti angusti e fatiscenti. Il riscaldamento a carbone e i bagni
in comune erano la norma. Tra il 1962 e il 1972 il costo degli affitti di Kreuzberg era quadrupli-
cato, e dopo l’evoluzione massiccia delle periferie gli urbanisti puntarono a costruire in centro
per risparmiare sui costi di costruzione. Demolire i vecchi edifici e rimpiazzarli con palazzi
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moderni era visto dai più come la soluzione. I proprietari di casa risposero abbandonando
le loro proprietà, contando sul fatto che in ogni caso la città le avrebbe presto comprate per
costruire qualcosa di nuovo. Anche se i costruttori promettevano condizioni di vita moderne
e migliorate, erano spesso molto più costose e inaccessibili. Per la maggior parte delle persone
a Kreuzberg, la modernizzazione somigliava a una gentrificazione imposta dal welfare state.
Fu in questa atmosfera tesa che l’ospedale Bethanien, un’impressionante costruzione
Rundbogenstil del diciannovesimo secolo, chiuse e fu venduto nel 1970 all’amministrazione
comunale. Il movimento giovanile di Kreuzberg voleva l’edificio per i suoi propri scopi, men-
tre la municipalità sperava di metterci dentro pezzi di istituzione o costruirci case popolari. Il
governo era disposto ad ascoltare le richieste degli occupanti, ma nel tempo molti si stanca-
rono delle negoziazioni e invitarono a gesti più radicali.
Questo episodio illustra bene una delle caratteristiche tipiche delle occupazioni della Ger-
mania dell’ovest: spesso, i conflitti erano tanto contro i costruttori privati quanto contro le
amministrazioni socialdemocratiche. Allo stesso tempo, l’atteggiamento relativamente tolle-
rante delle istituzioni verso gli occupanti aiutò il movimento a fiorire, e permise a istituzioni
come il Bethanien di sopravvivere fino a oggi.
Dopo una prima occupazione riuscita nel luglio del 1971, gli occupanti di Kreuzberg pun-
tarono gli occhi sull’ospedale. L’atmosfera in città si era surriscaldata dopo l’uccisione di
Georg von Rauch (figlio) del 4 dicembre nel corso di uno scontro a fuoco con la polizia. L’8
dicembre, durante un concerto alla Tech-
nical University, cogliendo l’opportunità
di utilizzare la propria musica come arma commissionata come un inno per i terroristi underground
politica, i Ton Steine Scherben proposero della Rote Armee Fraktion. Fomentati dal successo di Kreu-
l’occupazione di Bethanien. Il frontman zberg, gli Scherben decisero di convertire ogni concerto in
Rio Reister ha successivamente racconta- un’occupazione spontanea e passarono gli anni successivi a
to che il custode, un vecchio comunista, fare tour in tutto il paese e ispirare nuove occupazioni. Nel
aveva acceso la luce di nascosto nel dor- 1973 in Germania c’erano 69 centri giovanili autogestiti; tre
mitorio adiacente all’edificio principale anni dopo ce n’erano 272. A metà anni Settanta la band era
poco prima, in quella stessa serata. esausta e al verde (la maggior parte delle occupazioni chie-
Quando il concerto finì centinaia di deva loro di suonare gratis) e si trasferì in una comune in
fan attraversarono la città, occuparono campagna. La loro musica divenne più esoterica e si allon-
il dormitorio dell’ospedale e lo sopran- tanò dalla politica militante dei loro giorni a Kreuzberg. Al-
nominarono «Georg-von-Rauch-Haus» cuni membri successivamente fecero campagna per i Verdi e
in onore del loro Hash Rebel caduto. Ne i Socialdemocratici, ma la morte prematura di Rio Reiser per
seguirono diverse tensioni con la polizia alcolismo nel 1996 gli risparmiò lo spettacolo dei suoi vecchi
carico di tensione, ma i militanti resistet- compagni che prendevano il timone dello stato tedesco.
tero: l’occupazione dura ancora oggi. Rio L’esito non gli ha però fatto perdere fan. Un’icona del-
Reiser scrisse il testo della Rauch-Haus- la controcultura della Germania dell’ovest a tutti gli effetti,
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

Song quella stessa notte, dieci mesi dopo Blixa Bargeld degli Einstürzende Neubauten, una volta ha
la band rilasciò Keine Macht für Niemand. definito i Ton Steine Scherben come «l’unica espressione
La title track, immancabile in ogni riunio- tedesca dell’idea di musica rock». Probabilmente è vero, e
ne di sinistra, era stata originariamente la band fu certamente unica nel suo genere, ma la creatività
non scaturisce mai da un vuoto. Non erano tanto gli Scher-
ben a incarnare l’idea di musica rock, quanto l’esplosione
caotica e frenetica del movimento di occupazioni abitative.
La loro utopia non durò a lungo, ma per un breve, brillante
momento dimostrarono che, date le giuste condizioni politi-
che (e magari le giuste droghe), persino la Germania poteva
fare della buona musica.
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La stampa
HOME SWEET HOME

ci specula
I media inglesi ignorano la vita e le
sofferenze della working class, dei
senzatetto, dei licenziati, degli sfrattati,
di quelli che non ce la fanno. Storie
quotidiane cancellate perché poco glamour
ESTATE 2019
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P
er anni nel circuito mediatico inglese è circolata una battuta sui
giornalisti che si occupano di questioni abitative: sanno scrivere
solo due storie, una intitolata «Il prezzo delle case scende», e l’altra
«Il prezzo delle case sale». Più che fare tristezza, fa riflettere: da
sempre la casa è molto più che una semplice merce, anche se per
decenni la stampa si è rifiutata di riconoscerlo. Dalle vette tocca-
Dawn Foster te negli anni di Thatcher e fino quando la crisi abitativa non ha
raggiunto anche i liberi professionisti, la proprietà immobiliare è
stata raccontata dai media come mero strumento per far soldi.
Il concetto di abitazione inteso filosoficamente, la casa come
diritto umano, gli sfratti e la gentrificazione non meritavano Dawn Foster è staff
che un semplice cenno. writer di Jacobin
Il Right to Buy, lo schema thatcheriano per il quale gli affit- magazine ed
tuari delle case popolari potevano comprare la loro abitazione editorialista per il
con un grosso sconto, ha spianato la strada alla decimazione Guardian. Ha scritto
Lean Out.
La traduzione
è di Gaia Benzi.

IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA


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delle case popolari in tutto il Regno unito. Mentre i giornali spiegavano ai lettori come
investire nelle zone «promettenti», e la televisione giornalmente era piena di programmi
su come ristrutturare le abitazioni (e aumentarne il valore), la crisi abitativa inglese pren-
deva lentamente forma.
Mentre il Right to Buy divorava case su case, svendendo l’edilizia popolare al mercato
privato, in pochi riportavano che, sempre più spesso, le famiglie che le avevano comprate
le rivendevano rapidamente, per ricavarne un guadagno immediato o perché avevano
sovrastimato il mutuo. Le autorità locali tendevano a essere più tolleranti con gli abitanti
di quanto non lo fossero le banche, permettendo alle persone di mettersi in pari con gli
arretrati anziché cacciarle immediatamente dalla proprietà. Si tratta di case che spesso
sono diventate appartamenti da affittare. Io stessa scrivo da uno di questi appartamenti, e
anche la maggior parte dei miei amici – giovani professionisti londinesi – vive in proprietà
un tempo pubbliche, pagando somme esorbitanti a locatori privati.
Un altro aspetto largamente ignorato della crisi imminente riguar-
INSIEME A UN dava l’incapacità del New Labour di affrontare il problema. Una delle
MUTAMENTO RADICALE ragioni per cui i politici hanno fatto così poco per risolvere la que-
DELLE POLITICHE stione abitativa nel Regno unito è che il possesso della prima casa è
ABITATIVE ABBIAMO visto come un’aspirazione, e l’idea che comprare una casa sia un in-
BISOGNO DI UN CAMBIO vestimento vantaggioso è radicata nella psicologia inglese. Quando
DI ATTEGGIAMENTO i nostri salari aumentavano altrettanto rapidamente dei prezzi delle
DEI MEDIA case, effettivamente era così. Ma siamo in stagnazione sin dalla cri-
si finanziaria, mentre i prezzi delle case continuano a crescere nelle
aree dove si concentra l’offerta di lavoro.
Uno schema pensato per appellarsi a quella «aspirazione» è stato l’insidioso programma
laburista Housing Market Renewal Pathfinders, che lo scrittore Owen Hatherley ha descritto
come «il via libera agli slum senza il socialismo». Quando le aree attorno a Londra sono
entrate in boom economico e i prezzi delle case sono saliti, i laburisti hanno provato a sti-
molare una simile crescita del mercato immobiliare in altre zone. Per far ciò, il governo ha
demolito i complessi abitativi popolari, promettendo di ricostruirli: in molti casi non l’ha
fatto, o ha sfrattato le persone e poi ha lasciato le loro case a marcire. Quando ha effettiva-
mente ricostruito le case, l’ha fatto per i giovani professionisti, non per le assai più ampie
comunità working class che aveva sradicato.
Tutto ciò è servito semplicemente a rendere aree depresse ancor più depresse, e ha mo-
strato agli elettori tradizionali del Labour che non c’era alcun rispetto per loro nel partito
«modernizzato» di Tony Blair.
Due anni fa, l’incendio della Grenfell Tower ha mostrato il divario tra il modo in cui le
persone vivono e la rappresentazione che ne fanno i media. Avendo preso fuoco un con-
dominio di case popolari, la maggior parte dei media ha dovuto prendere atto molto velo-
cemente del fatto che decenni di politiche di destra avessero distrutto l’edilizia popolare.
ESTATE 2019

Hanno scoperto che l’edificio non era più proprietà delle autorità locali, ma di un corpo
esternalizzato quasi-autonomo (la Housing Management Organisation). Gli affittuari non
sapevano quasi niente di come fosse stato ristrutturato l’edificio.
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Avendo scritto per anni sulla questione abitativa, senza parlare esclu-
sivamente dei prezzi delle proprietà, sono stata sommersa di domande
da giornalisti che mi chiedevano un rapido aggiornamento su trent’anni
di politiche abitative. La maggior parte di loro viveva in case di proprietà,
poteva permettersi il mutuo e non conosceva nessuno che vivesse in case
popolari. Un fatto reso evidente dalla copertura mediatica innaturale e
balbettante sulla Grenfell, che aggiustava ripetutamente il tiro man mano
che la storia diventava più chiara.
Per fare giusto un paio di esempi: «Gli uomini nell’appartamento che ha
dato il via all’incendio di Grenfell hanno fatto i bagagli prima di dare l’al-
larme», recitava un titolo del Sun. «Coloro che hanno prodotto l’incendio
del Grenfell stanno negli alberghi con i soldi dei contribuenti malgrado
usino ancora gli appartamenti», si lamentava il Sunday Times, mentre il
Telegraph dava coraggiosamente questa notizia: «I sopravvissuti dell’in-
cendio di Grenfell sorpresi a gestire una fabbrica di cannabis nel palazzo».
Insieme a un mutamento radicale nelle politiche abitative, abbiamo bi-
sogno di un cambiamento anche nell’atteggiamento dei media sulla que-
stione. Un cambiamento che avverrà lentamente, insieme a quello interno
ai media stessi. Sono sempre di più i giovani giornalisti che vivono in affitto
e sono arrabbiati come i loro lettori per
le ingiustizie del mercato abitativo pri-
vato. Sempre più giornalisti non fanno ogni volta era stata respinta perché non era considerata
più parte di una privilegiata classe me- «abbastanza vulnerabile». La settimana precedente i suoi
dia, ma sono testimoni in prima perso- amici le avevano comunicato che non poteva più dormire
na delle lotte della working class. sul loro divano. Era andata a dormire in un parco di zona:
Nella mia vecchia casa, un altro ap- l’addetto comunale le aveva detto che se fosse tornata
partamento precedentemente pubblico dopo il parto avrebbe potuto avere un alloggio di breve
ora proprietà di un privato, vivevo ac- termine in un ostello.
canto al dipartimento alla casa dell’au- Ancora, una domenica notte il mio telefono ha inizia-
torità locale. Ogni giorno dopo le sei di to a squillare ossessivamente quando le persone hanno
mattina le persone si mettevano in fila sentito di una casa rifugio per donne di Londra ovest dove
per consigli abitativi, cercando dispe- il soffitto aveva ceduto per i danni causati da infiltrazio-
ratamente aiuto, paventando di vivere ni d’acqua, e i bambini e le donne che vivevano lì erano
o avendo già vissuto senza un tetto so- state ignorate o si erano viste proporre un alloggio non si-
pra la testa. Una mattina ho trovato una curo vicino a quegli stessi uomini da cui erano fuggite. In
donna incinta in lacrime sul pianerot- entrambi i casi, le donne coinvolte hanno ricevuto delle
tolo, e l’ho fatta entrare per una tazza soluzioni alloggiative a breve termine adeguate alle circo-
di tè. Mi ha spiegato che aveva lasciato stanze soltanto dopo enormi pressioni. E i costi sono stati
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

il marito perché da quando era rimasta giganteschi. Un sistema abitativo decente prevederebbe
incinta la picchiava ogni giorno. Aveva che le autorità locali costruiscano e abbiano accesso a un
fatto richiesta alle autorità locali per una numero sufficiente di proprietà tali da tenere al sicuro le
soluzione alloggiativa di emergenza e persone evitando contemporaneamente di sborsare som-
me ingenti a compagnie esterne che poi sistemano uomi-
ni e donne in soluzioni non adeguate.
Queste sono storie di vita quotidiana nella Gran Breta-
gna capitalista. Sono le storie che un futuro governo labu-
rista a guida Corbyn dovrà raccontare. E sono le storie che
i media dovrebbero saper trattare, così come fanno con i
grafici dei boom immobiliari.
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Un tetto
HOME SWEET HOME

per diritto Quattro attivisti nordamericani discutono delle lotte


per il diritto all’abitare, delle loro connessioni
con i processi politici più generali e con le elezioni,
della composizione di classe che le anima

A
bbiamo organizzato questa tavola rotonda con quattro attiviste e
attivisti che costruiscono il movimento per la giustizia abitativa. Per
iniziare vi chiediamo di presentarvi parlandoci del lavoro che fate.

Ray Valentine, Washington, D.C. (Metro DC Dsa): Il progetto Stomp Out


Redazione Slumlords dei Democratic Socialists of America (Dsa) del Distret-
Jacobin Magazine to di Columbia è cominciato con l’intervento contro uno sfratto.
Partivamo dall’idea che se fossimo riusciti a portare più persone a
presentarsi in tribunale, fornendo loro alcune dritte di base su come comportarsi in aula,
queste sarebbero state capaci di difendersi in maniera concreta e avremmo potuto mettere
alla prova la volontà delle corti di giustizia. Così abbiamo preparato questo programma di
perlustrazione. Raccoglievamo la documentazione sugli sfratti e ci presentavamo nei posti
in cui c’era grossa concentrazione di richieste di sfratti. Bussavamo alla porta, parlavamo
con le persone, ci facevamo dare i loro contatti in modo da poter seguire il loro caso e li
spingevamo a ricorrere al tribunale. Ci sono due cose che ci hanno spinto a cambiare ap-
proccio in questo progetto. La prima è che se a livello individuale sembrava avere riscontri,
col nostro modo di operare non potevamo raggiungere tutti. L’altro elemento che abbiamo
osservato è che i nostri attivisti continuavano a perlustrare i so-
ESTATE 2019

liti posti. Cercavamo luoghi in cui c’erano molti sfratti, ci con-


centravamo in quelle proprietà in cui avevamo molti amici e in La traduzione
cui i proprietari degli immobili avevano un approccio aggressi- è di Alberto Prunetti.
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vo rispetto alle citazioni in tribunale. In questi posti tendevamo a scoprire un mucchio di
altre vertenze. Abbiamo cominciato a vedere spesso le persone e imbatterci in problemi
ricorrenti. Così ci siamo spostati verso una forma più tradizionale di mobilitazione della
comunità di vicinato.

Cea Weaver, New York City (Upstate/Downstate Housing Alliance): Negli ultimi otto anni sono
stata un’attivista di affittuari e un’organizzatrice di inquilini a New York. Adesso sto coordi-
nando una campagna per rafforzare le leggi di stabilizzazione degli affitti nello stato di New
York. La nostra campagna è diretta da Upstate/Downstate Housing Alliance, una coalizione
che a New York rappresenta affittuari e proprietari di case prefabbricate (che pagano l’affit-
to per i lotti di terreno che non possiedono, sui quali si appoggia il prefabbricato).
Degli 8 milioni di locatari di New York, solo 2,5 (poco meno di un milione di nuclei fa-
miliari) beneficiano di affitti a equo canone. Questi affittuari stabilizzati continuano co-
munque a subire continui o improvvisi aumenti del canone di affitto e patiscono continue
intimidazioni da parte dei padroni di casa che cercano di deregolamentare le unità immo-
biliari. Gli altri 5,5 milioni di inquilini non hanno alcuna protezione di base. Al momento a
New York 89mila persone sono homeless.
La crisi abitativa a New York è una crisi morale ed economica provocata da attori poli-
tici che antepongono le necessità delle società immobiliari che li finanziano a quelle delle
persone comuni. Come tutte le crisi che si sviluppano attorno alle diseguaglianze, questa
crisi colpisce in maniera più dolorosa le persone a basso reddito, in particolare le donne e
le minoranze etniche.

Andrea Chiriboga-Flor, Denver (9to5): Sono impegnata in 9to5, un’organizzazione che racco-
glie adesioni a Denver e opera per sostenere le donne e le famiglie dentro e fuori il posto di
lavoro. Gran parte del nostro attivismo fino al 2013 si concentrava su questioni lavorative,
includendo le retribuzioni nei periodi malattia, il congedo parentale e il salario minimo.
Abbiamo allargato il nostro raggio d’azione fino a includere il trasporto pubblico e le
questioni abitative, dal momento che i nostri iscritti ci dicevano che erano questioni che
avevano un peso rilevante nelle loro vite. La nostra campagna sulle tematiche abitative in-
clude la rimozione del divieto sul controllo degli affitti in Colorado, il potenziamento del
certificato di abitabilità, la limitazione dei costi per la richiesta di alloggio, nuove protezioni
per i proprietari di abitazioni mobili e nuove opportunità sui terreni posseduti in maniera
comunitaria. Ci sono pertanto molte simmetrie con quel che sta accadendo a New York.

Derrick O’Keefe, Vancouver (Vancouver Tenants Union): Sono un socialista di lungo corso e
un attivista politico che fa base a Vancouver. Nel 2017, assieme a un gruppo di attivisti del
movimento degli inquilini del quartiere Downtown Eastside di Vancouver (noto come «il
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

codice postale più povero del Canada») abbiamo fondato il Vancouver Tenants Union (Vtu).
Il Vtu ha rapidamente guadagnato una base di adesioni, ottenendo un impatto politico
di rilievo nei suoi primi venti mesi di esistenza. Abbiamo avuto una buona copertura me-
diatica e grazie a questo molti affittuari hanno cominciato a cercarci e a chiederci aiuto.
Adesso il Vtu ha una base di circa 1.400 membri paganti, tra affittuari e sostenitori.
Nell’estate 2017 ho lavorato per la campagna elettorale della candidata indipendente
Jean Swanson, un’attivista di lungo corso nelle lotte contro la povertà, cofondatrice di Vtu.
La campagna di Swanson ha dato forza e allargato la base di inquilini che il Vtu aveva co-
minciato a organizzare. In alcune settimane Swanson ha galvanizzato centinaia di volontari
che hanno raccolto migliaia di firme per chiedere il blocco del costo degli affitti e ha sorpre-
so tutti arrivando seconda, nonostante partecipasse da indipendente in un campo affollato.
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La campagna del 2017 ha dato la spinta per una lista di candidati spostata a sinistra per
le elezioni municipali del 2018, sotto la sigla della Coalition of Progressive Electors (Cope),
un partito municipale di sinistra che esiste da una quindicina d’anni. Mi sono candidato per
il Consiglio comunale assieme a Swanson e Anne Roberts. Solo Swanson è riuscita a essere
eletta nel consiglio comunale, formato da dieci persone. Ma dal momento che nessun partito
aveva una chiara maggioranza, è riuscita a esercitare una grossa influenza.
La campagna del Cope si fondava su richieste chiare, agganciate a questioni di classe,
sulla base della popolarità dell’appello al blocco del prezzo degli affitti. Sia la fondazione
della Vancouver Tenants Union che il lancio di una campagna elettorale a vantaggio della
classe lavoratrice e degli inquilini hanno cambiato in maniera sostanziale il paesaggio poli-
tico di Vancouver e la discussione sulle politiche abitative.

Quali sono i successi più importanti nel vostro lavoro di attivisti?

ACF: Probabilmente la campagna per il parcheggio delle case-mobili. Siamo riusciti


a bloccare il trasferimento di un’unità di case-mobili a Aurora, che doveva cambiare
destinazione d’uso per un «progetto di sviluppo orientato al transito». Negli ultimi anni
sono stati realizzati progetti con investimenti di 7,6 milioni di dollari nell’area metro-
politana di Denver per la costruzione di linee ferroviarie leggere e l’area circostante ha
subito un processo di gentrificazione. Molte aree di parcheggio di case-mobili, inclu-
sa una in particolare, Denver Meadows, erano collocate in aree «orientate al transito».
Fermare il cambio di destinazione d’uso è stato un grande successo. Da allora abbiamo
sviluppato diversi strumenti per mobilitare chi vive nei parcheggi di case-mobili e una
piattaforma politica che fornisse ai residenti gli strumenti per difendersi da soli.
Abbiamo anche lanciato un coalizione di attivisti di base su scala statale per la giustizia
abitativa assieme al progetto nazionale del movimento Homes for All, inaugurato dalla Ri-
ght to the City Alliance. Da qui sono nate diverse campagne, inclusa
una che ha l’obiettivo di rendere più solido l’attuale certificato di abi-
CON LE BATTAGLIE tabilità e un regolamento per limitare i costi per le richieste di alloggi
PER IL DIRITTO ALLA popolari. Queste lotte hanno portato alla luce il problema della que-
CASA, LA CAMPAGNA stione dei costi e della manutenzione degli edifici, assieme al trasferi-
ELETTORALE È DIVENTATA mento delle case mobili, agli occhi sia dell’opinione pubblica che degli
UNO STRUMENTO amministratori eletti.
PER COSTRUIRE
I MOVIMENTI SOCIALI DOK: Le campagne del Cope e quella di Swanson sono riuscite a
rompere il consenso istituzionale e a rianimare la politica di sinistra
a Vancouver. Hanno anche avallato l’idea di un approccio alla politica
«interno/esterno», in cui si usa la campagna elettorale per costruire i movimenti sociali.
Concretamente, durante il periodo delle elezioni del 2018 la Tenants Union e la campagna
ESTATE 2019

del Cope sono riuscite a bloccare un rialzo del 4,5% dei canoni di affitto annunciato per il
2019. Di fronte a questa proposta, la nostra campagna per il Cope e il Vtu ha risposto con pe-
tizioni, articoli, conferenze stampa. Le persone si sentivano sinceramente offese. Ed è stato
importante che alcune realtà del movimento sindacale, come la B. C. Government Employe-
N. 3

es Union, si siano unite a noi per opporsi a questo aumento degli affitti.

CW: Dopo quarant’anni di battaglie difensive, in cui si combatteva per rimanere attaccati
alle posizioni del sistema, adesso il movimento degli inquilini ha una rara possibilità di ot-
tenere conquiste significative. A gennaio scorso la senatrice socialista Julia Salazar ha pro-
posto una legge per realizzare una protezione dallo sfratto «per giusta causa». Salazar è stata
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eletta rifiutando di accettare donazioni dalle società immobiliari disposte a finanziare la
sua campagna. Il rifiuto di accettare donazioni da parte delle immobiliari è stato introdotto
dalla deputata Diana Richardson e dalla Crown Heights Tenant Union nel 2015: si tratta di
una prova del nove per i candidati progressisti dello stato.

Quali sono le sfide più importanti?

RV: La sfida più importante è convincere le persone a credere nell’organizzazione. Nella


gran parte dei casi, la gente ha aspettative estremamente basse e poca speranza di poter
migliorare le condizioni della propria esistenza. Sostenere la determinazione delle persone
a vincere è la cosa più importante.

DOK: La sfida più importante con il Vtu era rappresentata dalla mole del lavoro. In un cer-
to senso eravamo vittime del nostro primo successo e dell’impatto pubblico. Avevamo così
tante richieste di aiuto da non riuscire a stargli dietro in maniera efficace. Vogliamo formare
nuovi organizzatori di inquilini. Gran parte del lavoro è un’opera lenta e paziente volta a
identificare e formare nuovi potenziali attivisti. Anche le sfide esterne sono state ardue. La
sinistra istituzionale (ossia, per farla breve, gli ambienti sindacali e quelli di area socialde-
mocratica) ci ha in gran parte ignorato. In alcuni casi avevano un atteggiamento sprezzante
nei confronti del Vtu. Ovviamente in città
l’opposizione più strenua era quella dei
padroni di casa e delle lobby del cemento. statale che hanno più risorse, più membri o più forza poli-
tica spesso non sono sensibili alle necessità delle comunità
CW: La sfida più rilevante è rappresen- locali. Rendere prioritarie le necessità delle mobilitazioni
tata dal potere dell’industria immobilia- locali può essere anche un errore, soprattutto se l’organiz-
re di plasmare il racconto di quel che si zazione locale è in certo modo non inclusiva. Penso che il
può fare politicamente negli Stati uniti. movimento di lotta per la casa abbia talvolta esagerato a
Troppe persone pensano che affittare mettere il livello locale sopra tutto il resto.
sia una condizione temporanea, che gli
inquilini non sono cittadini impegnati e ACF: Come in molti stati, anche da noi l’associazione dei
che il sistema degli alloggi popolari sia proprietari esercita una grossa forza e influenza il parla-
inevitabilmente destinato al fallimento. mento. Per fortuna dalle elezioni del 2018 siamo uno stato
Oltre a questo, c’è la tensione tra il lavoro blu, ossia a maggioranza democratica, ma ci sono ancora
locale e quello a livello di stato o federale. molti democratici che stanno dalla parte dei padroni di casa
I gruppi con una dimensione nazionale o e degli interessi delle aziende. Cosa che avviene anche nello
stato di New York. La generale mancanza di protezione per
gli inquilini, in particolare contro le ritorsioni dei proprieta-
ri e in merito al diritto di reagire allo sfratto, è altrettanto ri-
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

levante. Al momento sulle ritorsioni i padroni di casa godo-


no di una specie di presunzione di innocenza. Significa che
se un inquilino presenta ricorso a un ente pubblico su una
questione abitativa, si dà per scontato che il padrone abbia
causato il problema «in buona fede». In circa una ventina di
altri stati, la presunzione va in direzione opposta. Ciò rap-
presenta un grosso svantaggio per gli inquilini del Colorado
quando si rivolgono a una corte di giustizia.

Quali strutture o relazioni di potere bisogna cambiare


perché ognuno abbia una casa?
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ACF: Innanzitutto dobbiamo rendere evidente a tutti
che la casa deve essere considerata un diritto umano e
che il denaro pubblico non dovrebbe essere usato per fi-
nanziare i costruttori immobiliari. Dobbiamo essere più
creativi nell’affrontare la crisi abitativa, in modo che opera
sempre una qualche forma di controllo della comunità.
Al posto dei crediti d’imposta che finiscono per sostenere
poche unità immobiliari a buon mercato, il denaro pub-
blico dovrebbe finanziare cooperative a capitale limita-
to e piccole fiduciarie gestite dalle comunità di vicinato.
Dobbiamo anche limitare il numero di appartamenti sfit-
ti, di modo che i padroni di casa non possano tenere in
giacenza le proprietà al fine di creare artificialmente una
domanda più alta per il mercato immobiliare. I sindacati
degli inquilini devono essere rafforzati con la formazione case negli Stati uniti ha creato una mag-
degli inquilini, come strategie di mobilitazione che com- gioranza elettorale che ha un considere-
binino azione legale, lavoro politico e organizzazione, in vole interesse materiale ad aumentare il
maniera simultanea ma con un accento più forte sul tema costo degli affitti.
dell’organizzazione.
CW: Sì, spostare le aspettative cultu-
RV: Non possiamo dare per scontato che la sofferenza rali dei proprietari delle case è davvero
delle persone povere che spendono troppo denaro negli importante. Le persone si percepisco-
affitti sarà riconosciuta come un problema da risolvere. Le no intente ad accumulare ricchezza nel
forze favorevoli allo status quo stanno sulla difensiva, più corso delle loro vite. Vanno in pensione
di quanto si possa credere. Le industrie immobiliari e i co- sulla base del valore delle loro proprietà;
struttori rappresentano industrie importanti che dispon- mandano i figli all’università sulla base
gono di molti soldi con cui controllano i processi politici. di questo stesso valore. E in molti posti
Anche la diffusione di massa della proprietà privata delle il movimento degli inquilini è troppo
dominato da organizzazioni simili alle
Ong. La stretta relazione tra l’establish-
ment politico e organizzazioni per lo sviluppo dei quartieri che finanziano certe associa-
zioni di inquilini spingono in avanti il movimento fornendogli risorse, ma al tempo stesso
limitando la sua estensione.

Molti politici, anche quelli che su altre questioni hanno un approccio progressista,
sembrano non potere o non volere sfidare l’autorità del mercato immobiliare. Che
ruolo hanno i problemi degli inquilini nell’arena elettorale in cui vivete e operate?
Come pensate che sia possibile rendere i politici più attenti riguardo ai bisogni degli
affittuari?
ESTATE 2019

CW: Bisogna tenere fuori dalla politica i soldi dei padroni delle case! Sia i democratici
che i repubblicani hanno posizioni simili su questo tipo di tematiche: i problemi degli
inquilini e quelli degli homeless non figurano tra le loro priorità politiche. A New York
N. 3

l’establishment neoliberista ha lavorato per anni a separare la città di New York dal resto
dello stato sul tema dei diritti abitativi. E non è infrequente che il controllo del prezzo
degli affitti sia legato, in un grande scambio legislativo, a uno sgravio in favore dell’indu-
stria immobiliare: dicono che non possiamo ottenere diritti più forti per gli inquilini se
non accettiamo parallelamente l’approvazione di costosi sgravi fiscali per i costruttori di
immobili di lusso.
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DOK: Abbiamo affrontato la questione di petto e questo ha fatto sì che i politici a Van-
couver non possano fare a meno di confrontarsi con i problemi degli inquilini.

Che ruolo riveste l’organizzazione degli inquilini nel più vasto progetto di costruire
una sinistra socialista?

DOK: L’organizzazione degli inquilini è essenziale per rovesciare le diseguaglianze di


ricchezza e potere, e la sinistra è stata lenta a realizzarne l’importanza. L’organizzazione
degli inquilini contribuisce a mobilitare i numeri e i voti necessari a promuovere migliori
politiche e dà forma alla coscienza di classe. Come l’organizzazione sindacale contribu-
isce a sviluppare la formazione della classe, così l’organizzazione degli inquilini contri-
buisce a dar forma alle idee sulla politica abitativa e sullo spazio urbano. Questo è im-
portante specialmente per i millennial, considerato il declino dei sindacati nell’America
del Nord, perché molti di loro non hanno l’opportunità di far parte di un luogo di lavoro
sindacalizzato. Pertanto aderire a un sindacato di inquilini per molte persone può essere
la prima esperienza di politicizzazione e di appartenenza di classe.

RV: Se pensiamo che il movimento sindacale sia l’espressione politica della classe
lavoratrice, dobbiamo riconoscere allora che non esiste un vero movimento indipen-
dente di inquilini. Se guardate alla storia delle lotte degli inquilini,
quelle che hanno ottenuto delle vittorie lo hanno fatto in periodi in
cui c’era una generale articolazione di militanza della classe ope- LE LOTTE DEGLI INQUILINI
raia sul luogo di lavoro o in altri contesti di lotta, come è accaduto HANNO VINTO QUANDO
negli anni Trenta o nelle ribellioni urbane degli anni Sessanta o Set- LA CLASSE OPERAIA
tanta. Vale anche sul piano internazionale: ad esempio, gli scioperi SI È MOBILITATA ANCHE SU
nel pagamento degli affitti giocarono un ruolo importante nel mo- ALTRI FRONTI, COME
vimento anti-apartheid in Sud Africa. Le lotte degli inquilini non NELLE RIBELLIONI URBANE
camminano mai da sole. Dobbiamo pensare di dover collocare il DEGLI ANNI SESSANTA
movimento degli inquilini in una più vasta analisi sul ruolo e sul-
la posizione della classe lavoratrice. Engels è stato il primo marxi-
sta a esprimersi al riguardo in La questione delle abitazioni. La sua opera è stata mal
interpretata da chi ha sostenuto che quella abitativa è una questione secondaria del
capitalismo: si tratta invece di una critica tagliente di chi pensa di avere il «segreto na-
scosto» per ottenere la giustizia abitativa. La scarsità di abitazioni non è un problema
amministrativo, non ha bisogno di espedienti per essere risolta: è espressione della di-
seguaglianza, ossia un prodotto inevitabile di una società divisa in classi. Engels mette
in evidenza che la stessa «soluzione» al problema abitativo funziona ovunque: i poveri
vivono nei tuguri, i governi li abbattono per costruire bei quartieri residenziali e i poveri
IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA

finiscono in altri tuguri. La diseguaglianza e il fatto di spingere le persone a vivere lon-


tane dai luoghi accoglienti è il male essenziale del sistema capitalista. è quello che bi-
sogna superare, mandando in frantumi la causa scatenante la diseguaglianza. Bisogna
affrontare il problema con la pianificazione sociale, non c’è altro modo.
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Iscriversi al Club dei Giacobini che si costituì nella Francia
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DC S Duco tem pro tatque orevivi ribuntemus es et; num dit, ut L.


Bereoru menihilin iu co ad pribus con Etra ma, nonfex nium
niustidees sis, det quo consu erteatus conte intrum estala eo,
fatus? P. Idicave, ublin perceniUt audernit. Decultorum es
audemuntiu viribus o mus ventes anum res At verissi senatus
viliciteatia confectur quo etoricavere aves vit? Bitante, ad
confent. Git, caelientiam in su me clum diescierit demus;
in terum nostra egitio int, mus, que publin horit, nortemni
propos facrum. Forternici imus ter lostrium isse factuspim
dum hos, quis. Grae, dic o Ximperis iam iae atam dum

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nonfex nium niustidees sis, det quo consu erteatus conte
intrum estala eo, fatus? P. Idicave, ublin percdet quo
consu erteatus conte intrum estala eo, fatus? P. Idicave,
ublin perceniUt audernit. Decultorum es audemuntiu
viribus o mus ventes anum res At verissi senatus
viliciteatia confectur quo etoricavere aves vit? Bitante,
ad confent. Git, caelientiam in su me clum diescierit
demus; in terum nostra egitio int, meniUt audernit.
Decultorum es audemuntiu viribus o mus ventes anum
res At verissi senatus viliciteatia confectur quo etoricavere

Duco tem pro tatque


orevivi ribuntemus es et; num dit, ut
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mus, que publin horit, nortemni propos facrum.
Forternici imus ter lostrium isse factuspim dum hos,
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vasdam tatrae numOditrum arior in henis re omacto
iaedet intervium maioctuam intisque clem inte tat.
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effrestica ressilii suliniu vivatracitus prortam nos
horem diondactum st L. As me tesse nontilicae
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WU MING 1

IL NEMICO CAPITALE DELLA DEMOCRAZIA


LA MACCHINA
DEL VENTO
ROMANZO

N° 3 / ESTATE 2019

Il romanzo di Ventotene.
L’isola che provò
a immaginare il futuro.

EINAUDI
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