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Fratelli, di quale reggimento fate parte?

La parola pronunciata, fratelli, trema durante la


notte, come una foglia appena nata. Nell’atmosfera della notte, lacerata da esplosioni e
lamenti, c’è un’involontaria protesta dell’uomo, consapevole della propria fragilità.

Commento Fratelli
In Fratelli di Ungaretti Due gruppi di soldati si incontrano nella notte e si chiedono: “Di che
reggimento siete fratelli?” Alla domanda non c’è risposta. Il poeta sposta la sua attenzione
dai commilitoni alla parola che quell’incontro gli ha suggerito. In ciascuna delle strofe
seguenti Ungaretti offre una definizione del dato iniziale.
La parola “Fratelli” finale è contemporaneamente una strofa e un verso e, a differenza del
primo “fratelli” che era solo un saluto, ora la parola racchiude in sé i concetti di cui si è via
via caricata nel corso del componimento.
Il verso “Parola tremante nella notte” si collega all’immagine della “foglia appena nata”
che è debole, indifesa come la parola fratelli.
L’uomo si ribella alla guerra e consapevole della propria debolezza si sforza di affrontarla
con la ricerca di una difficile fratellanza.
Fratelli, come altre poesie scritte in trincea da Ungaretti, viene ispirata dalla guerra del
Carso.

Figure retoriche in Fratelli di Ungaretti


Nella poesia Fratelli di Ungaretti ci sono assonanze tra le parole:
Fratelli (iniziale), foglia, fragilità, fratelli (finale), ma soprattutto fra:
Fratelli / Fragilità
Vuol dire che la fratellanza tra gli uomini è difficile e precaria ma è l’unica speranza per
creare un mondo migliore. Questa speranza la troviamo nella foglia appena nata che, anche
se fragile, ha la possibilità di crescere e di opporsi alle avversità.

Ai vv. 1-2 c’è un iperbato: “Di che regimentosiete/fratelli?


Al v. 6 “aria spasimante” è una metafora.

PRIMA PROVA MATURITÀ 2018: AUTORE,


TRACCE E SVOLGIMENTI
Se devi affrontare l’Esame di Maturità 2018 non perderti tutt
rietà della sua esistenza).

Tema: La poesia Fratelli in origine si intitolava Soldati (sia nella raccolta


Porto sepolto del 1916, sia in Allegria del 1919), nel corso degli anni fu
rimaneggiata più volte fino alla stesura definitiva nell’edizione del 1942
dell’Allegria.
Verte su uno dei temi fondamentali del primo Ungaretti: la “fraternità
degli uomini nella sofferenza”, nel caso specifico è la fraterna solidarietà
che lega i soldati nella condizione di fragilità imposta dalla guerra. Gli
uomini legati dal comune destino di morte si uniscono nel comune
sentimento di precarietà non solo legato alla situazione contingente ma
riferito anche alla condizione umana nel suo complesso. La solidarietà
rappresenta l’istintiva reazione (involontaria rivolta) alla constatazione
della precarietà umana.
Forma metrica: Cinque strofe di versi liberi. Non essendovi che un solo
verbo (siete al v.1) la centralità viene assunta da sostantivi e aggettivi che
si affiancano l’uno all’altro.
Dal punto di vista stilistico, Ungaretti rende il linguaggio estremamente
suggestivo attraverso l’uso di termini essenziali ed immediati. Poche
parole scarne e crude e un termine che scandisce tutta la lirica : fratelli,
ripetuta all’inizio e alla fine della lirica.
Spazi bianchi, scomposizione dei versi e pause servono a dare rilievo al
valore delle poche e scarne parole utilizzate.
n queste immagini è da notare l'uso del participio presente: "tremante",
"spasimante" e "presente" con funzione modale. Importanti perché
rendono indefinite e incerte le qualità dei sostantivi, a cui si riferiscono.
Tutto il componimento sottolinea il senso di precarietà esistenziale
dell'uomo e la sua fragilità, evidente nell'immagine della foglia appena
nata e nel forte enjambement creato tra "alla sua" e "fragilità". Il poeta è
consapevole dell'incertezza della vita, soprattutto nella situazione in cui si
trova, e lo mostra nel verso "[...] uomo presente alla sua fragilità".SAN
MARTINO DEL CARSO Parafrasi
Sono rimasti soltanto alcuni pezzi di muro di queste case; non è rimasto neppure questo dei tanti che
contraccambiavano il mio affetto. Ma nel mio cuore non manca nessun ricordo: è proprio il mio cuore il
posto più lacerato e addolorato.

Figure retoriche
Metafore: “qualche brandello di muro” (v. 4); “nessuna croce manca” (v. 10);
Analogia: “è il mio cuore il paese più straziato” (v. 12);
Parallelismi: “Di queste case / non è rimasto” (vv. 1-2) – “Di tanti / … / non è rimasto” (vv. 5 e 7); “Di
tanti” – “neppure tanto” (v. 8); “Ma nel cuore” (v. 9) – “É il mio cuore” (v. 11);
Iterazioni: “non è rimasto…non è rimasto” (v. 2 e 7); “tanti…tanto” (v. 5 e 8);
Anafora: “di…di” (v. 1 e 5);
Epifora: “cuore…cuore” (v. 9 e 11);
Allitterazioni: della “a”: “case-rimasto-qualche-tanti-tanto-manca-... della “r”: “rimasto-brandello-muro-
corrispondevano-... della “c”: “nel cuore nessuna croce manca”;
Chiasmo: “nessuna croce manca / è il mio cuore il paese più straziato”. (vv. 10-11-12)

Commento
Le liriche de Il porto sepolto, la prima delle raccolte poi confluite nel 1931 ne L’Allegria, sono
caratterizzate in particolare dal procedimento dell’analogia, che consente di abbandonare ogni residuo
descrittivo o realistico. Il verso tradizionale viene distrutto e la parola assume il significato metafisico di
una illuminazione improvvisa e illuminante, grazie agli arditi accostamenti analogici e all’autonomia
particolare che assume all’interno di versi brevissimi o costituiti da una sola parola. Il tema principale è
il ricordo della guerra, che permette di raggiungere una rinnovata identità. Tutti i componimenti de
L’Allegria di Ungaretti recano in calce l’indicazione del luogo e della data di composizione, conferendo
alla raccolta il carattere di un vero e proprio diario di guerra. Infatti, al centro sta l’esperienza del poeta
nella Grande Guerra, combattuta come volontario in trincea. In questa raccolta di poesie, appare molto
forte la volontà di rinascere dopo la tremenda esperienza della guerra, attraverso la poesia che è la sola
forza in grado di riportare un po’ di dignità ed umanità in un mondo devastato. In particolare, San
Martino del Carso tratta degli effetti devastanti della guerra, che non risparmia nulla, dello strazio che la
morte porta nel mondo e nel cuore del poeta. All’inizio prevale l’immagine della distruzione del paese,
ormai fatto solo di macerie di rovine; poi, il poeta si focalizza maggiormente sul proprio stato d’animo:
Ungaretti, come gli è tipico, trova una forte analogia tra le immagini del mondo esterno e il sentimento
interiore del suo cuore. La condizione del paese devastato è, infatti, del tutto analoga a quella del cuore
del poeta, come confermano i due versi finali. La struttura del componimento è circolare: l’immagine
finale del cuore straziato richiama quella iniziale del “brandello di muro”, così come si richiamano a
vicenda le “case” del primo verso e il “paese” dell’ultimo. Il ricordo degli amici scomparsi è presente e
vivo nel cuore del poeta e vi rimarrà per sempre: le croci non evocano solo l’immagine di un cimitero,
ma anche quella della passione di Cristo. È questa la cosa importante: ciò che rimane in mezzo a tanta
distruzione senza speranza è proprio il cuore del poeta e il suo dolore, che ha il potere di redimere e di
riportare quell’umanità che sembrava perduta, di ricostruire nel cuore addirittura un “paese”, quel paese
che sembrava irrimediabilmente distrutto. Il fatto che degli amici deceduti non sia rimasto nulla,
neanche un “brandello”, è indice di una devastazione ancor più totale e profonda di quella del paese.
La caratteristica formalmente più appariscente in questa lirica di Ungaretti è l’insistito, quasi ossessivo,
ricorso all’iterazione sia a livello lessicale che sintattico e fonico. Il linguaggio è semplice e piano.
Risulta straniante l’impiego del sostantivo “brandello”, solitamente da collegare alla carne umana o a
pezzi di stoffa, riferito, in questo caso, alla parola “muro”. Il “ma” con cui si apre la terza strofa è una
congiunzione avversativa molto forte e serve a sottolineare l’importanza particolare del ricordo. La
lirica è essenziale e priva di punteggiatura, per isolare ed esaltare le singole parole; si basa tutta su una
serie di contrapposizioni: di San Martino resta qualche brandello di muro, dei morti cari allo scrittore
non resta nulla; San Martino è un paese straziato, più straziato è il cuore del poeta.

MetricaTESTO
1. Di queste case
2. Non è rimasto
3. Che qualche
4. Brandello di muro

5. Di tanti
6. Che mi corrispondevano
7. Non è rimasto
8. Neppure tanto

9. Ma nel cuore
10. Nessuna croce manca
11. E’ il mio cuore
12. Il paese più straziato
PARAFRASI
Delle case di San Martino (queste: quelle del paesino di San Martino del Carso) non rimane che qualche pezzo
di muro (brandello di muro: metafora che riconduce all’immagine di corpi mutilati, straziati, ridotti a brandelli).
Delle tante persone (di tanti – tanti compagni di trincea) che mi erano amiche (mi corrispondevano: con i
quali vi era affinità di sentimenti perché uniti e solidali nell’esperienza della vita di tricea) non è rimasto di più
(dei brandelli).
Ma nel cuore non manca nessun ricordo doloroso (croce – il cuore del poeta è un cimitero nel quale c’è il ricordo
di ognuno dei compagni morti).
Il paese più straziato (l’immagine finale del cuore straziato richiama quella iniziale del brandello di muro,
racchiudendo il componimento in un cerchio di dolore) rimane il mio cuore (cuore = paese – analogia. Il senso
è che le case possono essere ricostruite mentre i compagni morti non possono tornare in vita).
Soldati" è una poesia basata interamente sulla similitudine e solo con poche parole Ungaretti
riesce ad esprimere perfettamente la condizione dei soldati che devono affrontare la guerra. Il
titolo in questo caso è essenziale per la comprensione della poesia poichè altrimenti il lettore
non comprenderebbe il significato, mancando il soggetto. Il significato della poesia non è
celato ma è diretto, il lettore viene immediatamente colpito dalle parole e per questo riesce ad
immedesimarsi facilmente nella condizione di "soldato". Se la poesia fosse più complessa il
significato non sarebbe così diretto, invece Ungaretti ha ricercato l'immediatezza e un impatto
forte delle parole sul lettore. La similitudine è chiarissima: come un solo soffio di vento
d'autunno stacca le foglie dall'albero così un colpo d'arma da fuoco è sufficiente ad uccidere
gli uomini in battaglia. L'assenza della punteggiatura contribuisce a dare un senso di vuoto, di
nulla lche ricorda la futilità della guerra e lo stato d'animo dei soldati. La brevità della poesia
può anche ricordare la caducità della vita. Ad ogni verso corrisponde una parola così ognuna
si carica di significato. "Si sta" include una molteplicità di persone, non il singolo e di
conseguenza la condizione e i sentimenti del poeta vengono allargati a quelli della massa.
L'identità del singolo diviene nulla davanti alla guerra ed ogni uomo è ridotto a semplice
"foglia", una come tante altre. Come in molti altri testi de Il porto sepolto
prima e de L’Allegria, anche in Soldati ritroviamo alcune
caratteristiche fondamentali della poetica e della poesia
ungarettiana. Innanzitutto, c’è il senso della tragedia esistenziale del
primo conflitto mondiale: i versi sono scritti in trincea presso il bosco
di Courton, vicino a Reims. A questo sentimento si associa l’estrema
brevità del testo, che sembra quasi una fulminante scoperta della
condizione assurda in cui versano i “soldati”, a cui si può facilmente
sostituire il termine “uomini”. Soldati infatti può essere letta anche
come una riflessione, breve ma assai incisiva, sull'assurdità dell'intera
condizione umana e sulla sua intrinseca finitudine, che non può in
alcun modo sfuggire al dolore e alla morte. I soldati, paragonati a rade
foglie autunnali appese a fatica agli alberi, cadranno inevitabilmente,
vittime di una legge universale spietata ed implacabile.
Questa folgorazione lirica, che ha un tono di “massima”
filosofica, è il risultato mediante tecniche tipiche della poesia di
Ungaretti, tra le quali possiamo citare la spezzettatura del verso in
unità minime (la poesia è infatti composta di due settenari divisi in
quattro versi) e il rifiuto della punteggiatura, che isolano sulla
pagina le parole topiche del testo (“autunno”, “alberi”, “foglie”)
raggiungendo un effetto di notevole concentrazione semantica.
La similitudine di Soldati isola nei due versi centrali le essenziali
coordinate spazio-temporali (“d’autunno | sugli alberi”), mentre
colloca nell’ultimo verso il termine di paragone (“le foglie”), con un
uso strategico dell’enjambement per scandire il discorso.
Il paragone tra esseri umani e foglie ha del resto una ricca
tradizione letteraria, che arrichisce i quattro versi di Soldati di
echi e rimandi intertestuali che vanno dalla Bibbia all’Iliade omerica,
dal sesto libro dell’Eneide 1 di Virgilio fino ad un passo dell’Inferno
dantesco, quando, nel terzo canto, Dante descrive come le anime
dannate salgano sulla barca del nocchiero Caronte 2.

Riflessione

La poesia è stata dedicata ai soldati che andavano in guerra e di cui il


destino è già scritto.
Ma forse non si riferisce solo a loro, bensì a tutti. Siamo tutti come
delle foglie, non conosciamo il nostro futuro. Abbiamo una solo
certezza...la morte.
Il non senso, il buio, il terrore, è dovuto a questa profonda e reale
incertezza che l'uomo ha da sempre. Solo un grande come Ungaretti
poteva racchiudere il pensiero di molti in poco meno di un verso.

Parafrasi “Veglia” di Giuseppe Ungaretti


“Veglia”: analisi del testo
La poesia è composta di due strofe, la prima di 13 versi e la seconda di 3 versi. Si
tratta di versi liberi e nel testo ci sono delle rime; dominano suoni duri grazie alla
presenza di lettere come l t e anche la scelta delle parole trasmette tutta la violenza
e l’angoscia della situazione vissuta dal poeta. La pausa che divide la prima dalla
seconda strofa serve ad enfatizzare il sentimento potente di attaccamento alla vita
provato dal poeta.
In questa poesia l’atmosfera è creata dalla presenza della luna, in un richiamo
leopardiano, che è probabilmente l’ultima cosa contemplata dal soldato, compagno
di Ungaretti, che ormai ha perso la vita brutalmente. La sofferenza è data dai denti
digrignati e dalle mani rosse e gonfie, gli occhi rivolti alla luna quasi a domandare:
perché? Perché la morte, perché la sofferenza.
Intanto Ungaretti è lì, accanto al corpo, che veglia il compagno e vede da vicino la
morte: violenta, mostruosa, brutale, permanente. Proprio in quel momento
emergono sentimenti positivi nel poeta, in contrasto con la morte che vede lì, palese;
la bellezza della vita spinge Ungaretti a cantarne le gioie scrivendole.
Il silenzio è la sola cosa che accomuna i due opposti, vita e morte. Le parole hanno
un ritmo spezzato, quasi a voler concretizzare lo strazio provato dal soldato, la
contrazione della sua bocca, le mani rovinate e deformi. La morte del soldato viene
ascoltata e accolta dal poeta, che con le sue parole prova a dare voce a ciò che voce
non ha, la fine di tutto.
Sul finale lo slancio positivo di Ungaretti che, proprio perché davanti ai suoi occhi
vede chiaramente la morte e lo strazio che ne deriva, ama la vita più che mai.
Ho passato una notte intera
sdraiato vicino a un compagno ucciso,
la bocca contratta dalla morte
rivolta verso la luna piena
il rossore e il gonfiore delle sue mani
che penetrano nel mio intimo
proprio in quel momento ho scritto
lettere piene d’amore.
Non mi sono mai sentito
così tanto attaccato alla vita.

Suono
Vv. 1,2 allitterazione suono "t"
Vv. 2,3,4,5 assonanza suoni "a,o"

Parola
Vv. 14,15,16 climax discendente
Vv. 10-11 metafora
COMMENTO PERSONALE

Nella poesia la punteggiatura è completamente assente per dare il senso dell'urgenza e dell'immediatezza delle emozioni,
in quanto le immagini sono collegate senza interruzioni. In "Veglia" il poeta fa uso di molti participi passati come
massacrato, buttato, digrignato(.): alcuni compaiono all'inizio del verso, altri invece compongono essi stessi un verso, dove
si concentra l'orrore e l'atrocità della guerra. L'insistenza presente in tutta la lirica sulla dentale "t" rende l'asprezza collegata
al tema, accentuando la dura e drammatica scansione sillabica. L'immagine della bocca digrignata rivolta al plenilunio
richiama il dolore ma la luna,e in questo c'è un forte contrasto, la bellezza della vita. La metafora "penetrata nel silenzio"
viene usata per far capire al lettore la sofferenza che il poeta trova nell'osservare quel povero corpo straziato.

Penso che la reazione del poeta sia una ribellione disperata al destino di morte, un prorompente sentimento di
attaccamento alla vita: non solo alla propria, ma a quella che è un bene comune, un diritto fondamentale di tutti gli uomini.
Mi ha impressionata molto la descrizione di quelle mani tumide, gonfie, perdute, che sembrano voler strappare il cuore
straziato dell' scrittore. La drammaticità della situazione, la percezione della sola propria volontà di vivere, e la consuetudine
di questa tragedia mi hanno indotto ad una riflessione sull'umanità/disumanità della scena offertaci da Ungaretti.

Ungaretti compone poesie per un lungo arco di tempo, circa sessant’anni, durante i quali,
anche se mutano temi e tematiche espressive, la sua concezione della poesia rimane fedele
ad alcuni principi fondamentali.
Egli è poi sempre molto attento a ripensare al significato che la poesia ha, sia per lui sia per
il pubblico cui è rivolta, fermo restando che egli non intende mai diventare un “vate” o un
“maestro” per nessuno.
La sua formazione letteraria si compie in un primo tempo in Egitto, poi in Francia.
In tal modo egli non ha alcun senso di sudditanza verso i modelli poetici allora imperanti in
Italia, quindi Pascoli e D’Annunzio; non ha rapporti neppure con i crepuscolari, altra
corrente di inizio secolo.
E’ invece profondamente influenzato dalla poesia francese contemporanea, quella delle
“avanguardie” di Mallarmé, Apollinaire e dalle idee futuriste conosciute a Parigi.
Ungaretti è però sempre cosciente di appartenere a una comunità ideale: l’Italia, e vuole
comunicare con essa.
La sua poesia nasce sempre da un dato psicologico, legato alla sua esperienza biografica, ma
non si propone di descrivere realisticamente alcuna realtà, neppure quelle interiori.
E’ una poesia che somiglia a una “illuminazione” improvvisa, alla evocazione di una verità
che emerge dal profondo e da molto lontano.
Equivale a una discesa nell’abisso di sé, per riportare alla luce frammenti di verità.
La lirica che dà il nome alla sua prima raccolta, “Il porto sepolto”, e che significativamente
allude a un antico porto sepolto nel fondo del mare davanti ad Alessandria d’Egitto, dice
infatti : “ Vi arriva il poeta /e poi torna alla luce con i suoi canti /e li disperde // Di questa
poesia / mi resta / quel nulla / d’inesauribile segreto”.
La poesia equivale a una rivelazione al poeta stesso di una intuizione che era sepolta nella
sua coscienza o nella sua memoria e che illumina un aspetto della realtà assoluta delle cose,
un loro segreto.
Tramite queste illuminazioni, sempre parziali, il poeta riscopre la realtà, ed entra per un
attimo in sintonia con l’Universo e l’Eternità.
La poesia di Ungaretti si compone quindi di intuizioni, che sono altrettante scoperte (sempre
vissute perciò con atteggiamento di meraviglia) di un frammento dell’immensità che
circonda l’uomo.

Lo stile: tra tradizione e novità


Le scelte stilistiche di Ungaretti sono rivoluzionarie, ma pienamente coerenti con la sua
concezione della poesia.
Nel primo nucleo di liriche “L’Allegria” egli rifiuta il verso e la sintassi tradizionale per
valorizzare al massimo la parola poetica, “isolandola” nella pagina o inserendola in versi
brevissimi.
Nel suo verso libero, privo di rime e perfino di punteggiatura, ogni parola sembra nascere
come evocata da un lontano silenzio, ed essendo sottratta ai consueti nessi sintattici, essa si
carica di una fortissima tensione emotiva e assume valore simbolico, spesso anche
fonosimbolico, vibrando di una sua propria risonanza interiore.
Sono fortemente scandite le pause, gli “a capo” e soprattutto gli spazi bianchi, che
equivalgono ai silenzi da cui la parola nasce.
Come i simbolisti e i futuristi, Ungaretti attribuisce grandissima importanza non al discorso
logico ma all’analogia, che stabilisce un nesso solo psicologico fra oggetti diversi.
Le sue liriche, coerentemente con le sensazioni vissute durante la Grande guerra, sono
espresse in forme concentrate e ridotte all’essenziale, perché rappresentano le cose che
veramente contano nell’esistenza umana.
Nelle raccolte successive Ungaretti, coerentemente con l’ampliarsi dei temi, sembra
ritornare alle forme metriche della nostra tradizione lirica, da Petrarca a Leopardi
(endecasillabo e settenario), alle strofe, alla punteggiatura, a una sintassi più elaborata.
La sua intenzione non è però, quella di “ritornare all’ordine”, come voleva la rivista “La
Ronda”: prima di tutto perché egli vuole riscoprire “dal di dentro” la metrica classica,
facendola coincidere con le sue necessità espressive; poi perché non rinnega assolutamente i
suoi primi ritrovati stilistici, che divengono anzi più maturi.
L’analogia, per esempio, che nelle sue prime opere era di semplice e immediata
comprensione, è mantenuta, anche se ora si trasforma e diventa più sottile, rarefatta, a volte
ardua interpretazione perché carica di simboli complessi.
Le immagini sono spesso fortemente contrapposte con valore simbolico; la sintassi è sempre
lineare, il ritmo è fortemente scandito e ricco di silenzi e pause cariche di tensione emotiva.
Egli esercita così una fondamentale influenza sulla nascente poesia ermetica.

La vita
Giuseppe Ungaretti nasce nel 1888 ad Alessandria d’Egitto, da genitori di origine lucchese.
Studia fino al 1905 presso la Scuola Svizzera di Alessandria; ha modo di conoscere la
poesia francese contemporanea che, unitamente a quella di Leopardi, gli suscita le prime
emozioni letterarie.

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Terminati gli studi frequenta i circoli culturali della città e, anche tramite i giornali francesi,
approfondisce la conoscenza del Decadentismo.
Frequenta Enrico Pea, emigrato ad Alessandria nel 1906, e viene così a conoscenza degli
ideali politici socialisti e anarchici, che Pea coltiva.
In questi anni intrattiene anche uno scambio epistolare con Giuseppe Prezzolini, direttore
della “Voce”.
Nel 1912 parte per Parigi per frequentare l’università; sosta in Italia, che ancora non
conosce, e prende contatto con Prezzolini.
A Parigi entra a far parte di un mondo culturale ricco di fermenti e di personalità
d’eccezione. Segue le lezioni di filosofi come Bergson e Bédier, conosce i poeti Apollinaire
e Breton, i pittori Braque, Picasso, de Chirico, Modigliani.
Frequenta anche Marinetti e altri intellettuali italiani di chiara ispirazione futurista.

Allo scoppio della prima guerra mondiale si trasferisce a Milano, dove conosce il pittore
Carlo Carrà e inizia a collaborare, pubblicandovi le prime poesie, con la rivista “Lacerba”.
Prende parte attivamente alla campagna “interventista”; quando l’Italia entra in guerra nel
maggio 1915, si arruola subito ed è inviato al fronte.
Combatte come fante sul Carso (l’esperienza gli ispira le poesie di IL PORTO SEPOLTO,
edito nel 1916) e, verso la fine della guerra, in Francia.
Nel dopoguerra torna a Parigi, lavora presso l’ambasciata italiana ed è corrispondente del
“Popolo d’Italia”, fondato da Mussolini.
Pubblica una raccolta di versi in francese, La Guerre, e collabora a riviste letterarie.
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Nel 1919 esce, in Italia, la raccolta ALLEGRIA DI NAUFRAGI, comprendente anche le


poesie del 1916.
Nel 1921 si trasferisce a Roma, impiegato presso il Ministero degli Esteri; pubblica articoli
di viaggio e tiene conferenze, anche all’estero, sulla poesia.
Nel 1931 è inviato speciale della “Gazzetta del Popolo” (collabora anche con periodici di
prestigio come saggista, oltre che con due riviste letterarie francesi) e inizia una fase della
sua vita ricca di viaggi e di conferenze.
Nel 1933 la pubblicazione di “Sentimento del tempo” lo consacra come poeta maturo.
Nel 1936 pubblica il primo volume delle “Traduzioni” (le ultime usciranno nel 1965, nelle
quali traduce soprattutto dall’inglese, dal francese e dallo spagnolo).
Nel medesimo anno accetta l’offerta di insegnare italiano all’Università di San Paolo del
Brasile. L’esperienza è interessante, ma questi anni sono funestati prima dalla morte del
fratello, poi del figlio Antonietto.
Costretto a tornare in Italia nel 1942 (il Brasile è in procinto di dichiarare guerra all’Italia ),
ottiene l’incarico di docente di letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università
di Roma; viene anche nominato Accademico d’Italia.
Sempre nel 1942 pubblica tutte le poesie nella raccolta mondadoriana “ Vita d’un uomo”.
Nel 1934 e 1944 vive la tragedia di Roma occupata dai nazisti; anche questa esperienza,
come quella di fante della prima guerra mondiale, lascia un segno profondo nella sua poesia.
Nel clima di “ epurazione” del secondo dopoguerra Ungaretti, che aveva aderito al fascismo
e che era stato nominato docente universitario “per chiara fama” cioè per chiamata diretta
del Ministero, senza concorso; rischia di perdere la cattedra: la sua posizione di poeta non
disposto ad allinearsi alle nuove tendenze politiche gli causa un certo isolamento negli
ambienti culturali, che non scalfisce però la sua fama.
Ormai considerato un “classico”, Ungaretti vive un periodo ricco di riconoscimenti e di
lavoro: pubblica nel 1947 “Il dolore” , nel 1950 “ La terra promessa”, nel 1952 “Un grido” e
“Paesaggi”, nel 1960 “Il taccuino del vecchio”.
L’edizione definitiva dei suoi versi è del 1969 “Vita d’un uomo. Tutte le sue poesie”.
Muore nel 1970 a Milano .

Le opere e i temi
Il dolore
L’atteggiamento poetico di Ungaretti è in sintonia con la sua concezione della vita e con una
religiosità che, piuttosto implicita ma già presente nella prima raccolta “L’allegria”, diventa
man mano sempre più dichiarata nelle successive opere, anche se non è legata a una precisa
confessione religiosa.
Il punto di partenza di Ungaretti uomo è, per sua affermazione il dolore, “uomo di pena” di
definisce.
Egli si veste di vari aspetti: nella prima raccolta si identifica soprattutto con l’esperienza
della guerra e, quindi della morte e della sofferenza; successivamente in “Sentimento del
tempo” egli scopre il vuoto interiore, la mancanza di Dio, la propria fragilità umana. Poi in
“Il dolore” vi è ancora l’esperienza del dolore, sia personale (la morte del fratello e
soprattutto del figlio ) sia universale (la guerra).
Dal dolore nasce però sempre una condizione positiva.
“L’Allegria”, (in un primo tempo il titolo era “Allegria di naufragi”) è testimonianza di una
ferma volontà di vivere e di un sentimento di autentica fratellanza con gli uomini.
“Sentimento del tempo” segna la conquista di un senso religioso della vita, in quanto il
poeta si sente spinto a trovare valori eterni, quindi religiosi, e a riscoprire in sé una sepolta
innocenza.
Anche le ultime raccolte sono caratterizzate non solo dal dolore ma dalla speranza e, in
senso molto personale, dalla preghiera.
La formazione di Ungaretti avviene dapprima in Egitto, in un ambiente vitale e suggestivo. Poi il
poeta entra a contatto con il fervido clima culturale e artistico della Parigi delle avanguardie, in cui
convergono le innovative esperienze di molti dei più grandi intellettuali dell’epoca, destinate a
diventare punto di riferimento dell’intera cultura europea.La sua maturazione umana e poetica è
profondamente segnata dalla Prima Guerra mondiale, a contatto diretto con la violenza, con il
dolore e con la morte. Da questa esperienza scaturisce il nucleo essenziale della sua poesia: il dolore
o la morte non annullano la gioia di vivere, la speranza e la capacità di ricominciare. La poesia di
Ungaretti ha come cardini la dialettica fra la vita e la morte, fra il dolore e l’allegria. Le esperienze
vissute dal poeta in prima persona assumono carattere universale, riguardano cioè tutti gli uomini.
La poesia di Ungaretti è dono e ricerca: essa è il manifestarsi di un “momento di grazia” che
illumina un frammento di verità, quella verità di cui il poeta si fa cercatore.
Ungaretti non crede nelle filosofie razionali e cerca di cogliere la realtà attraverso una poetica che
s’incentri sull’analogia, cioè sul rapido congiungimento di ordini fenomenici diversi, di immagini
fra loro molto lontane che la coscienza comune non metterebbe insieme

“La poesia riafferma sempre, è la sua missione, l’integrità, l’autonomia, la dignità della persona umana.”

“Non conosco sognare poetico che non sia fondato sulla mia esperienza diretta.”

Partendo da queste affermazioni di Giuseppe Ungaretti presenta questo poeta facendo riferimento a quanto letto e
visto in classe, soffermandoti sugli aspetti che ti hanno maggiormente provocato.

La poesia, come dice Ungaretti, riafferma sempre l’integrità, l’autonomia, la dignità della
persona umana. Essa rappresenta il poeta che la scrive e la elabora, pur facendola rimanere
essenziale nella sua completezza. Tanti componimenti lirici si basano sulle esperienze di
chi le crea. Ungaretti ha scritto varie poesie, molte delle quali al fronte.
In un clima drammatico e cupo, dove regna sovrana e incontrastata la morte, un uomo
appunta i suoi pensieri sulle carte delle pallottole.
Ha la necessità di esprimere ciò che ha intorno, le sue emozioni, la speranza di una fine a
tutto il dolore che la guerra ha portato… Il suo nome è Giuseppe Ungaretti.
Egli parte per il fronte con ideali patriottici, pensando di liberare l’Italia dalla guerra. In
quel periodo il giovane soldato sprofonda in una crisi interiore, avendo realizzato cosa
voglia dire combattere. Inizia così a scrivere poesie, cercando di spiegare il senso degli
avvenimenti che accadono intorno a lui.
Descrive “la notte violentata”, “il compagno massacrato”, “la mattina”…
Brevemente.
Pochissimi verbi, solo parole.
Ungaretti colpisce per la profondità e semplicità che ha nel comporre frammenti lirici.
Per me lui è “l’uomo della speranza”. Egli è un esempio per ognuno di noi.
Oltre alle sofferenze patite in guerra, il celebre poeta nella sua vita privata ha perso un
figlio. A quest’ultimo è stata dedicata una poesia dal padre.
Nei componimenti lirici di Ungaretti quello che mi ha sempre affascinato è stato
l’equilibrio.
Il poeta riesce ad amalgamare felicità e sofferenza armoniosamente, creando una pace tra
due sentimenti in netto contrasto tra loro, che vorrebbero annullarsi a vicenda.
È questa contraddizione che ci induce a porci domande.
Nella poesia Soldati, la parola “soldati” compare solo nel titolo. L’immagine delle
foglie d’autunno sui rami è qualcosa di piacevole e malinconico che rispecchia, secondo
il poeta, la situazione al fronte.
I soldati vivono nell’incertezza.
Non sanno chi di loro cadrà prima e chi dopo, ma sperano nella fine del conflitto.
Per me è stato meraviglioso affrontare il tema della guerra in poesia perché mi ha permesso
di riflettere sull’istinto peggiore dell’uomo in maniera del tutto diversa.
I componimenti lirici di Ungaretti mi hanno fatto comprendere ancor di più che quando
l’uomo tende, anche inconsciamente, al male, a ciò che non lo fa vivere bene e che non lo
rende felice, cerca di evadere dalla realtà che ha creato intorno a sé.
L’uomo, se tende al male, non è perché vuole così, ma perché usa la sua libertà come
un’arma, senza però accorgersene.
Un mondo dove ognuno vuole dominare sull’altro, credendo di agire per il bene di tutti,
non è un mondo.
Il nostro, se è un mondo, lo dobbiamo a coloro che non usano la loro libertà per imporsi
sugli altri e che la usano, invece, per insegnare ad altri a farne buon uso.
Proprio come quel soldato che scriveva parole d’amore sulle carte delle pallottole.
Illuminato d’Immenso.