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Lo spirito della liturgia

Agire liturgicamente significa diventare, col sostegno della grazia,


sotto la guida della Chiesa, vivente opera d’arte dinanzi a Dio
(R. Guardini)

La liturgia prevede formule, riti, segni, canti, letture, gesti…: è un mondo


articolato e complesso, che non è facile – soprattutto per l’uomo
contemporaneo – penetrare immediatamente in tutti i suoi significati. È
possibile, però, individuare uno stile globale, uno spirito della liturgia, che ci
faccia comprendere il suo significato complessivo e la sua collocazione
all’interno della vita di fede? È in questa direzione che siamo portati da un
libro sottile ma assai denso, scritto novanta anni fa eppure ancora
estremamente attuale nella sua intuizione di fondo: Lo spirito della liturgia,
opera del grande teologo italo-tedesco Romano Guardini. Per introdurre
questo piccolo gioiello della letteratura sulla liturgia, vorremmo seguire alcuni
interrogativi fondamentali: Chi è il soggetto della liturgia? Qual è il rapporto
tra il singolo e la comunità? Qual è il rapporto tra lo spirituale e il corporeo?
La liturgia ha uno scopo?
Innanzi tutto, allora, chi è il soggetto della liturgia? Spesso siamo tentati
di pensare il soggetto della preghiera, e quindi anche della preghiera
liturgica, al singolare: sono io che prego – e magari lo faccio a misura dei miei
gusti spirituali; oppure di pensarlo come una congerie di soggettività
giustapposte: c’è il prete, ci sono i lettori, c’è chi canta, c’è chi porta le
offerte, ci sono le persone che compongono semplicemente l’assemblea… In
questo modo, però, questi vari soggetti sono semplicemente insieme, ma non
costituiscono ancora una cosa sola, un tutto organico. Il risultato del rito
potrebbe essere semplicemente – come purtroppo talvolta accade – un
compromesso tra le idiosincrasie personali delle singole componenti. Ora,
Guardini ci invita a vedere la questione diversamente. «Il soggetto, l’io, della
liturgia è piuttosto l’unione della comunità credente come tale, è qualcosa che
trascende la semplice somma dei singoli credenti, è insomma, la Chiesa.» Il
soggetto che celebra la liturgia è la Chiesa stessa: e questo introduce un
elemento di ordine, di oggettività. «La natura e la grazia hanno le loro
regole»: non si può fare tutto a proprio uso e consumo. Anche la vita spirituale
ha bisogno di una forma, di un ordine: e la liturgia rappresenta proprio questa
disciplina che la Chiesa stessa suggerisce alla nostra vita spirituale. La
preghiera, certo, deve essere vissuta, deve in qualche modo aderire anche al
nostro sentire; ma non può essere un semplice effluvio di sentimenti devoti:
quanto sarebbe grande, altrimenti, il rischio del narcisismo! Per questo la
liturgia «mostra innanzi tutto che la vita di preghiera della comunità
dev’essere sostenuta dal pensiero.» L’animo che prega deve essere diretto,
sostenuto e rischiarato dal pensiero, dalla verità della fede, che «ci scioglie
dalla schiavitù del sentimento, dalla sua vaporosità e inerzia», e che «rende la
preghiera chiara ed efficace sulla vita». «La lex orandi, la liturgia, secondo
l’antico detto, è pure la lex credendi, la legge della fede; è quindi tutta
sostanziata del tesoro di verità della Rivelazione.»
Il soggetto della liturgia, quindi, è il noi della Chiesa. Ma qual è nella
dimensione liturgica il rapporto tra il singolo e la comunità? Da un lato, la
liturgia chiede al singolo – a quest’uomo che, specialmente nel nostro tempo,
tende a pensarsi come un’individualità isolata, come una monade – un atto di
umiltà, che consiste nella rinuncia alla propria pretesa di assoluta
indipendenza ed autonomia; essa «esige da lui che accolga come proprio un
più ampio contenuto di vita e precisamente quello della comunità; che vi
dispieghi le sue energie che lo porti nella coscienza, vi consenta e lo
valorizzi.» In questo senso si può parlare di una «esigenza sociale» della
liturgia. Ma tra singolo e comunità, nella vita della Chiesa, sussiste al tempo
stesso una polarità che non può essere appiattita su uno dei due termini.
L’individuo non è tutto, ma nemmeno la comunità è tutto. «La socievolezza
della liturgia, per quanto piena e sincera essa sia, è ben lontana dall’esigere
l’illimitato sacrificio della propria personalità.» La persona è inserita in una
comunità, ma rimane se stessa; la comunione non significa una fusione
indistinta, ma un essere insieme nella preghiera. Pertanto, «l’unione dei
membri non ha luogo immediatamente tra uomo e uomo, bensì si compie
nell’orientamento degli spiriti verso la stessa meta, nel loro riposare nella
stessa finalità ultima ch’è Dio, nella medesima professione di fede, nel
medesimo sacrificio, nello stesso sacramento.» Questo distingue la Chiesa
dall’esperienza delle sette: «nonostante ogni comunanza, l’uno non può mai
violare l’intimità dell’altro». Tra uomo e uomo viene ad instaurarsi una giusta
e fraterna vicinanza, o – che in fondo è lo stesso – una giusta e rispettosa
distanza.
Qual è, poi, il rapporto tra lo spirituale e il corporeo? La liturgia anche su
questo punto ha molto da insegnarci, nella lettura che di essa ci propone
Guardini. Innanzi tutto, la liturgia esprime una valorizzazione del corporeo:
tutto l’essere dell’uomo, tutti i suoi sensi sono valorizzati nel rito. In esso
vengono ad intrecciarsi la bellezza delle forme, la concretezza dei gesti, il
risplendere della luce, la solennità dell’incedere, il profumo dell’incenso, la
musica dell’organo, e così via. Il linguaggio della liturgia è eminentemente
simbolico: e un simbolo «sorge quando qualcosa d’interiore, di spirituale,
trova la sua espressione nell’esteriore, nel corporeo». In questo senso, sbaglia
l’uomo spiritualista che vorrebbe ridurre il corporeo a «una tara,
un’imperfezione che fatalmente trova in sé e cerca di eliminare». Ma
nemmeno si può cadere nell’errore opposto, incentrando tutta l’attenzione
sull’aspetto materiale. «Invece, relazione e distinzione sono ambedue
necessarie a creare un simbolo»: ed il simbolo vive proprio di questa reciproca
compenetrazione di corporeo e spirituale, la quale è in grado di ottenere una
ricchezza altrimenti sconosciuta. Il compiere fisicamente un gesto, infatti,
possiede una vera e propria «efficacia liberatrice, in quanto permette alla vita
interiore un’espressione più adeguata di quel che lo possa la mera parola.»
Infine, ci attende un quesito cruciale, di non facile soluzione: la liturgia
ha uno scopo? Quante volte si sente formulare l’obiezione contro quella che
sembra ad alcuni una perdita di tempo, una sterile ripetizione di gesti che
nulla giova alla vita effettiva delle persone… Guardini ci offre delle categorie
interessanti per affrontare questa obiezione: ogni tipo di realtà, sostiene,
possiede uno scopo e un senso. «Scopo e senso sono i due modi di presentarsi
del fatto che una cosa esistente ha motivo e diritto al proprio essere. Dal
punto di vista dello scopo, una cosa si inserisce in un ordine che va oltre di
essa; nei riguardi del senso, essa riposa in se stessa. […] Lo scopo è il fine
dello sforzo, del lavoro, dell’ordine; il senso è il contenuto dell’esistenza, della
vita che fiorisce e matura.» Ebbene, anche la vita della Chiesa si articola nel
solco di questa polarità: da un lato abbiamo, ad esempio, il diritto canonico:
«qui tutto è mezzo ordinato a un unico scopo, quello di mantenere in efficienza
la grande macchina della amministrazione ecclesiastica.» Qui la conformità al
fine preposto è un criterio essenziale. Ma la liturgia è altro: essa non ha uno
scopo, ha però un senso; essa «non è una tappa sulla via che conduce a una
meta che sta fuori di essa, bensì un mondo di realtà viventi che riposa in se
stesso.» La liturgia è bellezza, libera da scopo; in questo senso essa è affine al
gioco e all’arte, a forme di vita senza scopo, ma quanto mai ricche di
significato. «Fare un gioco dinanzi a Dio, non creare, ma essere un’opera
d’arte, questo costituisce il nucleo più intimo della liturgia. Di qui la sublime
combinazione di profonda serietà e di letizia divina che in essa percepiamo.»
Per questo la liturgia è lontana dal didatticismo morale: non ci fornisce
delle istruzioni sulle cose da fare, non ci impone un giogo moralistico. «In essa
l’uomo non deve tanto educarsi, quanto contemplare la gloria di Dio. Il senso
della liturgia è pertanto questo: che l’anima stia dinanzi a Dio, si effonda
dinanzi a Lui, si inserisca nella Sua vita, nel mondo santo delle realtà, verità,
misteri, segni divini, e così si assicuri la vera e reale vita sua propria.» Questo
– si noti bene – non equivale a promuovere l’atteggiamento opposto a quello
moralistico, ma altrettanto difettoso, ovvero l’estetismo. La liturgia non ha
valore per la mera armonia estetica delle sue forme, ma per la verità salvifica
e per la vita di fede che essa esprime. «Chi aspira a una “vita in bellezza”,
innanzi tutto non può voler null’altro che essere vero e buono.» La bellezza,
nella liturgia, è splendor veritatis. In virtù di questa convinzione, e non in
ragione di un vago estetismo religioso, si può dire che la gratuità della
celebrazione liturgica detiene la priorità rispetto all’agire finalizzato, che al
Logos spetta il primato sull’Ethos, che il primo posto nell’ambito complessivo
della vita va assegnato non all’agire, bensì all’essere. «Non voler far sempre
qualche cosa, raggiungere qualche cosa, qualcosa produrre od ottenere di
utile, bensì apprendere a fare in libertà, bellezza, santa letizia dinanzi a Dio il
gioco da Lui regolato della liturgia.»

Emanuele Bordello