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Padre Giovanni Cavalcoli

San Tommaso Dottore Comune

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Può esistere una liturgia amazzonica? ▼

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Può esistere una liturgia amazzonica?

Può esistere una liturgia amazzonica?


Una buona intenzione del Sinodo

Il documento finale del Sinodo sull’Amazzonia, riferendosi ai riti religiosi


indigeni, in vista della elaborazione di un rito cattolico amazzonico, osserva che la
vita delle comunità amazzoniche «si riflette nelle credenze e nei riti sull’azione
degli spiriti della divinità, chiamati in innumerevoli modi, con e nel territorio, con
e in relazione alla natura» (n. 14).

L’intenzione del Sinodo di elaborare una liturgia cattolica «inculturata», una


liturgia «dal volto amazzonico», adatta ai cattolici amazzonici è indubbiamente
lodevole e necessaria; ma a tal fine occorre un prudente lavoro di verifica, vaglio e
discernimento, alla luce del Vangelo e del magistero della Chiesa, di quelle forme
ed espressioni della ritualità e della cultura religiose indigene, che possono essere
utilizzate per la suddetta elaborazione. A tal fine, occorre però dare una precisa
risposta alle seguenti domande.

Quali sono queste credenze e questi riti? Chi sono e che cosa sono questi «spiriti
della divinità»? Dio possiede degli spiriti? Sono spiriti che emanano da Dio? Sono
assimilabili ai sette doni dello Spirito Santo? Sono soggetti personali, sono
creature o sono dèi? Sono angeli? Sono anime dei Santi? Sono assimilabili ai
«sette spiriti», dei quali parla l’Apocalisse? (Ap 1,4). Sono gli spiriti pervasi dalla
sapienza? (Sap 7,23). Sono gli spiriti dei defunti? Sono gli spiriti evocati dai
negromanti? (Dt 18,11; Is 8,19). Sono gli spiriti degli animali, secondo la credenza
degli sciamani? Di quale divinità si parla? Qual è la relazione di questi spiriti con
la natura?

E la natura considerata come? Come creatura, segno e prova dell’esistenza di Dio,


governata da Dio per il bene dell’uomo, come madre, ma anche matrigna,
amorevole ma anche ostile, dolce ma anche terribile, come giardino ma anche
come deserto, tenera ma anche severa, come ambiente naturale dell’uomo, come
mondo messo da Dio a disposizione dell’uomo, da utilizzare con sobrietà per il
soddisfacimento dei i suoi bisogni materiali, come libera dai poteri maligni, come
abitazione degli angeli e dei santi, destinata a rinnovarsi nel mondo futuro della
resurrezione?

Oppure la natura rappresentata dalla statuetta di Pachamama, la Madre Terra, come


insieme unitario ed organico degli dèi, degli spiriti, degli uomini, degli animali,
delle piante, dei fiumi, dei laghi, dei mari e delle montagne? Come Uno-Tutto,
come totalità eterna, vivente, diveniente, infinita, assoluta e divina? Senza un Dio
al di sopra di lei, che l’abbia creata e la governi, ma Dio essa stessa, sufficiente a
se stessa?

È evidente che in questi argomenti delicatissimi ed oscuri non si può restare nel
vago ed occorre assolutamente evitare la faciloneria e l’approssimazione. Occorre
invece capire quanto, nell’affrontare questi argomenti, sia necessario raccogliere
un’adeguata documentazione storica e fattuale, fare un’attenta disamina ed
un’esatta interpretazione di tutti questi elementi, sulla base di una specifica
preparazione teologico-liturgica e di un’approfondita conoscenza degli usi, delle
pratiche, delle norme, delle credenze, delle rappresentazioni, dei simboli, delle
tradizioni, dei canti, delle danze, dei gusti, dei miti, delle formule, dei riti e delle
idee delle popolazioni locali, prima di procedere ad una loro utilizzazione per
l’elaborazione di una liturgia amazzonica.

Chi l’avrebbe mai pensato?

Sononchè è avvenuto qualcosa di sconcertante. La controversia attorno alle


statuette di Pachamama ha portato alla luce un fatto tragico, del quale ancora pochi
anni fa non appariva riscontro o non si aveva sospetto, e che si aggiunge ai già
tanti mali che affliggono la Chiesa: un impressionante riapparire dell’idolatria
all’interno della Chiesa, fenomeno che, dopo aver messo alla prova la Chiesa nei
primi secoli e aver dato occasione alla testimonianza di tanti martiri, che appunto
non hanno voluto piegarsi davanti agli idoli, sembrava ormai morto per sempre.
Tuttavia, dati certi precedenti di decadenza teologica e liturgica in atto da decenni,
si poteva immaginare che prima o poi sarebbe scoppiato anche questo bubbone.

Infatti, ecco riapparire il suddetto fenomeno e proprio là dove meno ce lo saremmo


aspettato, con l’ormai famosa cerimonia nei giardini vaticani, alla quale ha fatto
seguito la presenza di Pachamama in San Pietro e nella chiesa romana di S.Maria
in Traspontina.

La cosa sconvolgente è che il Papa stesso, con somma imprudenza o biasimevole


leggerezza, si é lasciato coinvolgere e sedurre da questo infausto ed abominevole
rigurgito di paganesimo, e dopo l’episodio significativo delle statuette gettate nel
Tevere e ripescate (sempre che siano le stesse), ha avuto parole di commento ai
fatti, con le quali, con incredibile sprovvedutezza, ha mostrato di aver equivocato
completamente su quanto era successo, venendo in pratica a sostenere la causa di
Pachamama contro coloro – e fra costoro c’erano illustri vescovi e cardinali – che
avevano denunciato la profanazione dei luoghi sacri a causa della presenza in essi
dell’idolo e condannando vibratamente il ritorno dell’idolatria.

Ecco dunque il Papa uscire in frasi del tutto fuori luogo, come quando, dopo il
fatto del Tevere, ha chiesto «perdono» agli adoratori di Pachamama, anziché
chiedere perdono ai fedeli scandalizzati per la presenza dell’idolo in una chiesa.
Oppure quando ha detto che la statuetta era presente in chiesa «senza intenzioni
idolatriche», quando si sa che in realtà in Amazzonia è oggetto da secoli di culto
idolatrico. Che cosa ci faceva la statuetta in chiesa, luogo deputato al culto
dell’unico vero Dio?

Ma il segno spaventoso di questo ritorno di idolatria è stato il fatto che pochissime,


benchè molto significative ed autorevoli, sono state le voci di vescovi e cardinali a
levarsi contro il sacrilegio e la profanazione, chiudendosi invece la maggioranza in
un riprovevole silenzio, che non si sa se giudicare connivenza con l’empietà o
meschino opportunismo e misera piaggeria di chi non vuol perdere il favore di un
Papa che dà scandalo alla Chiesa.

Pachamama è un dea. Mons. Kraütler è un impostore

Mons. Kräutler, grande organizzatore del Sinodo sull’Amazzonia, ha recentemente


sostenuto che Pachamama non è una dea, ma il simbolo della fertilità della terra.
Per smentirlo, basterebbe la semplice considerazione che per la religione indigena,
Pachamama non è una creatura di Dio, ma, da come è trattata dai suoi devoti, è
chiaro che per loro è una persona assoluta, esistente da sè o autoesistente.
Comunque possiamo verificare la falsità dell’affermazione di Mons. Kräutler,
attingendo alle seguenti informazioni fornite da Wikipedia.

«1. Il nome
Pachamama (anche Pacha Mama o Mama Pacha) significa in lingua quechua Madre terra.
Si tratta di una divinità venerata dagli Inca e da altri popoli abitanti l'altipiano andino, quali
gli Aymara e i Quechua. È la dea della terra, dell'agricoltura e della fertilità.

2. Nascita del culto


I motivi che spinsero a venerare Pachamama oltre a Inti (Dio Sole) sembra siano i seguenti:
· la mitologia incaica prevede una dualità: Inti divinità maschile e alta doveva avere una
controparte femminile e bassa;
· il culto di Inti era in realtà riservato ad un'elite, mentre il culto di Pachamama era più
legato al mondo rurale e, quindi, al popolo.

3. Il culto
Nel mese di agosto le popolazioni andine, tuttora praticano il culto del ringraziamento alla
Pacha-mama, restituendo alla madre terra il nutrimento che essa fornisce loro. Viene
scavato un fosso, un'enorme buca nella quale, tutti gli offerenti partecipanti al rito
ripongono gli alimenti, il cibo e le pietanze, che vengono appositamente cucinate. Ognuno
dei partecipanti versa una porzione di cibo, ringraziando la madre terra. Al termine la buca
viene completamente ricoperta, e ogni partecipante depone una pietra. Al termine si forma
una vera e propria montagnola di sassi denominata Apachete. Solitamente si sceglie
sempre il luogo più in alto per far sì che sia il più possibile vicino al Sole (Inti).
Alla Pachamama vengono, a tutt'oggi, fatte offerte (ch'alla o challa) perché il terreno possa
essere maggiormente fertile e per propiziare il raccolto.
L'offerta consiste nel sacrificio di un feto di lama spargendo il suo sangue nel terreno. Altre
volte l'offerta alla Pachamama può consistere in alcune foglie di coca.
Il culto era presieduto da un sacerdote, detto Amauta. Ai giorni nostri, nonostante il culto
sia tuttora praticato, non esiste più questa figura e il termine Amauta è caduto in disuso.
Nel culto moderno della Pachamama l'Amauta è sostituito da un Paqo (saggio) colui che
insegna e comunica la spiritualità alle nuove generazioni. L'eredità spirituale del Paqo
avviene in tre modi:
· trasmissione orale da maestro a discepolo,
· trasmissione della conoscenza della medicina tradizionale;
· il futuro Paqo (scelto grazie a fenomeni naturali) entra in contatto con la dea attraverso
una fratellanza spirituale, chiamata Qhapaqkanga.

4. Il mito
Pachacamac, dio del cielo, si unì a Pachamama e da questa unione nacquero due gemelli,
un maschio e una femmina. Come in altri miti andini, il padre morì oppure, secondo altre
leggende, sparì in mare o rimase prigioniero di un incantesimo in un'isola del litorale.
Pachamama rimase vedova e sola con i suoi figli. Sulla Terra regnava l'oscurità. In
lontananza videro una luce che seguirono salendo montagne, attraversando lagune e
combattendo contro mostri.
Infine arrivarono in una grotta conosciuta come Waconpahuin, abitata da un uomo
chiamato Wakon. Questi aveva sul fuoco una patata e una pentola di pietra. Chiese ai due
figli di Pachamama di andare a prendere l'acqua. I due tardarono e Wakon tentò di sedurre
Pachamama. Vistosi rifiutato la uccise, divorò il suo corpo e mise i resti in una pentola.
I due gemelli tornarono e chiesero della madre. Wakon non raccontò nulla e disse loro che
sarebbe tornata a momenti, ma i giorni passavano e la madre non tornava.
Huaychau, uccello che annunciava l'alba, ebbe compassione dei due gemelli e raccontò
cosa successe alla loro madre mettendoli in guardia del pericolo che correvano rimanendo
con Wakon. I bambini legarono i capelli di Wakon, che nel frattempo dormiva, ad una
grossa pietra e scapparono in fretta e furia.
Incontrarono una volpe, Añas, che dopo aver chiesto loro perché scappavano e dove
stessero andando, li nascose nella sua tana. Nel frattempo Wakon si liberò e si mise in
cerca dei gemelli. Incontrò dapprima vari animali a cui chiese se avevano visto due
gemelli, ma nessuno seppe aiutarlo. Incontrò, infine, Añas. Questa gli disse che i bambini
erano in cima ad una montagna e che avrebbe potuto, una volta in cima, imitare la voce
della madre in modo che i bambini uscissero allo scoperto.
Wakon si mise a correre affannosamente verso la cima e non si accorse della trappola che
nel frattempo l'astuta volpe Añas gli aveva teso. Wakon cadde da un burrone e, morendo,
causò un violento terremoto.
I gemelli rimasero con Añas, che li alimentava con il suo sangue. Nauseati, chiesero se
potevano andare a raccogliere qualche patata. Trovarono un'oca (Oxalis Tuberosa, un
tubero simile alla patata) assomigliante ad una bambola. Giocarono con essa, ma si ruppe
un pezzo. I bambini smisero di giocare e si addormentarono.
Nel sonno la femmina sognò di lanciare il suo cappello in aria e che questo rimanesse
sospeso senza ricadere. La stessa cosa accadeva, nel sogno, ai suoi vestiti. Una volta
sveglia raccontò il sogno al fratello. Mentre i bambini si domandavano il significato del
sogno, videro in cielo una corda lunghissima. Incuriositi si arrampicarono e salirono.
Alla cima della corda videro il loro padre, Pachacamac, impietosito per le loro
disavventure. Riuniti al loro padre, vennero trasformati nel Sole (il maschio) e nella Luna
(la femmina).
Per quello che riguarda Pachamama, essa rimase sempre in basso, assumendo la forma di
un imponente nevaio chiamato, anche oggi, La Viuda (la vedova)».

Osservazioni
1. A Pachamama vengono fatte offerte e sacrifici e richiesti favori, atteggiamento
caratteristico di culto divino.

2. Concezione della natura come un Tutto vivente, nel quale il non-vivente si


trasforma in vivente e viceversa. Divinizzazione panteistica della natura.

3. Dio maschio (Pachacamac, Inti, il Sole) e Dio femmina (Pachamama, la Terra).


Qui appare l’equivocità dell’espressione «Dio Padre-Madre», usata
dall’Instrumentum laboris, che nulla ha a che vedere con la famosa metafora del
Dio «Madre», usata da Papa Giovanni Paolo I, che non supponeva affatto un dio
sessuato, ma, salvo l’attributo rivelato essenziale trinitario della Paternità,
intendeva affermare che Dio mostra la tenerezza di una madre, come è già
insinuato nell’Antico Testamento.

La débacle liturgica

Non c’è stato, in questo frangente, il senso del sacro, non c’è stato il senso
religioso, è mancato il senso della liturgia e del culto divino, non c’è stato il
rispetto di Dio, ma un’intollerabile scandalosa generalizzata indifferenza per non
dire appoggio agli idolatri proprio da parte di coloro che sono i ministri e custodi
del culto divino.

Tutto ciò denota un clima generalizzato di grande smarrimento dottrinale e morale


circa l’essenza e la dignità del culto divino, per cui accade che, anche se si usa la
parola «Dio», o si prega «Dio» o si compiono atti liturgici, dietro ad essi, dietro a
quella parola «Dio» non c’è più il vero Dio, non c’è più un concetto giusto e
sufficiente di Dio, creatore, immutabile e trascendente, secondo la sana ragione e
la fede, non c’è più un sincero, sentito e convinto rapporto col vero Dio, ma un
formalismo esterno dietro al quale c’è il Dio del panteismo, il Dio del modernismo,
il Dio della massoneria, il Dio di Cartesio, di Kant e di Hegel, insomma un falso
Dio o quanto meno un concetto insufficiente di Dio, che praticamente è uno idolo.

Oppure c’è la pura e semplice convenienza di svolgere certe pratiche e certi riti che
assicurano soddisfazioni e vantaggi umani, sociali ed economici. La pratica
liturgica, celebrata con sciatteria e senza convinzione, non è più un bisogno
dell’anima, ma una prassi convenzionale, un po’ noiosa ma utile, perché assicura
un certo prestigio sociale, come il pagamento del biglietto per andare a teatro. Il
centro della propria vita non è la liturgia, ma l’attuazione delle proprie doti
personali.
Si confonde il Dio che è nei cieli col dio di questo mondo. Uno che per esempio
prima di farsi sacerdote era insegnante o negoziante o impresario, da sacerdote non
assume una spiritualità sacerdotale, ma conserva la sua mentalità secolaresca di
prima, con l’aggiunta della celebrazione della Messa e delle confessioni, perché
altrimenti non dà segno di essere sacerdote.

Occorre dunque ripristinare con urgenza il concetto del sacerdozio e della liturgia.
Il fatto per esempio che alcuni, con spavalda ostinazione, nonostante la
opposizione assoluta della Chiesa, auspichino il sacerdozio della donna o
intendano il sacerdote come un semplice operatore sociale o capo della comunità,
vuol dire che non sanno che cosa è il sacerdote. Il Concilio Vaticano II ha uno
splendido documento sulla liturgia e più volte i Papi del postconcilio ci hanno dato
saggi insegnamenti e richiami sulla liturgia. Ma che è rimasto di tutto ciò, se oggi
cardinali e vescovi restano indifferenti allo sconcio di idoli pagani adorati nei
giardini vaticani e introdotti nelle chiese accanto al SS.Sacramento e alle sacre
immagini della Madonna e dei Santi?

Siamo giunti al punto da non saper più distinguere il culto divino dal culto degli
idoli. La sceneggiata blasfema dell’ingresso della statua di Pachamama in S.Pietro
portata a spalla da prelati circondati da altri prelati sorridenti, ci fa capire a quale
assenza di senso del sacro e di ignoranza liturgica siamo arrivati, se si confonde
l’introduzione sacrilega di un idolo in chiesa con la simpatica mostra dei prodotti
di un artigianato locale.

Liturgia e idolatria

La questione della distinzione fra liturgia e idolatria non è semplice e suppone una
retta concezione della divinità, di ciò che da essa possiamo attenderci e dei nostri
doveri nei sui confronti. Innanzitutto occorre una concezione giusta di Dio, ossia
monoteistica. Il monoteismo sa infatti che Dio non può che essere uno solo. Dio
infatti, per essere vero Dio come conviene a Dio, dev’essere l’assoluto
perfettissimo. Ma se accanto a lui ci fosse un altro dio, questo dio, per distinguersi
dal primo, dovrebbe avere qualità che il primo non ha, per cui gli mancherebbe
qualcosa e non sarebbe più l’assoluto, non sarebbe più Dio.

Che cosa è la liturgia cattolica? È l’azione sacerdotale di Cristo Capo della Chiesa,
che, alla destra del Padre, intercede presso il Padre, presentando l’offerta di Se
stesso in espiazione dei nostri peccati, rinnovata in modo incruento nel sacrificio
della Messa e nei sacramenti per le mani del sacerdote col concorso del santo
popolo di Dio.

La liturgia è un insieme di azioni sacre salvifiche e santificanti culminanti nella


Messa o derivanti dalla Messa. Ogni azione sacra è esercitata da un ministro,
ordinariamente il sacerdote a vantaggio spirituale dei fedeli. Si compone di tre
elementi: un fattore verbale formale (la formula liturgica); un elemento gestuale
simbolico; un fattore materiale, l’uso di particolari materie od oggetti, che
normalmente costituiscono la materia del sacramento. Si svolge nel tempo e nello
spazio secondo una successione ordinata di parti fisse, detta «cerimonia». Il nucleo
dell’azione liturgica è di istituzione divina e perciò è universale ed immutabile.
Tuttavia attorno al nucleo inviolabile è concesso uno spazio accidentale, variabile e
mutevole, di libera creatività del ministro o del fedele, senza toccare la sostanza
dell’atto, senza commettere sacrilegio o invalidare l’atto liturgico.

La Chiesa può approvare, fissare o determinare d’autorità certi dettagli o modalità


o consentire o convalidare le forme meglio riuscite, che meglio possono esprimere
o interpretare le istanze, la cultura, le preferenze, il sentire o i gusti di un dato
ambiente o di un dato popolo, di un dato ceto, o di una data classe sociale in varie
e mutevoli forme di celebrazione, chiamate «riti», nei vari tempi e luoghi. L’azione
con la quale la Chiesa fa questa operazione si chiama «inculturazione» o
adattamento della liturgia. Il Sinodo ha affrontato il problema dell’inculturazione
della liturgia in Amazzonia. Non è la liturgia che debba ridursi a un fatto di cultura
locale, ma è la cultura locale che deve esprimere la liturgia.

Occorre fare una netta distinzione tra il culto divino e il culto cattolico dei Santi, a
cominciare dalla Madonna. Su questo punto purtroppo Lutero fece una gran
confusione pensando che noi cattolici, rendendo onori liturgici ai Santi, siamo
degli idolatri. Idolatria sarebbe se invece venerassimo i Santi come fossero degli
dèi, offrendo loro sacrifici e richieste come se da loro dipendesse la nostra
salvezza. Se celebriamo una Messa in onore di S.Domenico o S.Francesco, questo
non significa che noi, come credeva Lutero, offriamo un sacrificio a S.Domenico
o a S.Francesco, ma che offriamo al Padre in Cristo nello Spirito Santo il
medesimo sacrificio di Cristo in unione con S.Domenico e S.Francesco e ad
imitazione della devozione con le quali essi vivevano il mistero della Messa e
fruito delle stesse grazie che sgorgano dalla Messa per i meriti di Cristo,
rendendoli pertanto intercessori per noi in paradiso.

Se pertanto noi invochiamo la Madonna, non lo facciamo come se ella fosse una
specie di Pachamama, dalla quale chiediamo la salvezza, ma – questo lo sanno
anche i ragazzi del catechismo – in quanto Le chiediamo di pregare per noi e di
intercedere presso Dio, affinché per suo tramite riceviamo le grazie della salvezza
che provengono da Cristo.

L’idolatria invece suppone il politeismo, mostrando con ciò stesso di avere un


concetto inadeguato e falso di Dio. Infatti gli dèi non sono altro che la
divinizzazione o assolutizzazione di alcuni eroi o personaggi di spicco reali o
leggendari, o di alcuni valori o ideali. La sostanza dell’idolatria sta dunque in fin
dei conti nell’adorazione della creatura al posto del Creatore.

Segno anche di politeismo, almeno quello popolare – prescindiamo da quello dotto


pitagorico, neoplatonico ed ermetico peraltro dualista ed antifemminista - è il
distinguere divinità maschili da divinità femminili, in relazione a ciò che si ritiene
conveniente al maschio o alla femmina. Si tratta della divinizzazione o
personificazione di particolari valori, in modo che ognuno degli dèi appare
specializzato in uno di questi valori e suo sostegno e promotore.

Questo concetto riappare, se vogliamo, purificato dall’aspetto idolatrico, nel culto


cattolico dei Santi, ognuno dei quali, per le sue doti personali, appare il patrono di
una particolare attività umana. Ma è chiaro che mentre nel politeismo il divino si
divide in una molteplicità di forze disperse e sconnesse, nel monoteismo queste
forze sono ordinate ed unificate attorno a Dio, a Lui conducono e da Lui derivano.

Non basta quindi concepire un Dio uno, se poi lo confondiamo con la creatura,
quindi col mondo, con la natura, con noi stessi o con i prodotti del nostro operare.
Abbiamo di nuovo l’idolatria. Per esempio il Dio di Hegel non può esistere senza il
mondo. Per Fichte, Marx e Gentile è l’uomo che produce o crea se stesso: l’uomo
per mezzo della prassi in Fichte, l’uomo per mezzo del lavoro in Marx; l’uomo per
mezzo del pensiero in Gentile. Dunque l’Uomo al posto di Dio. Ma questa è
idolatria. Ancora: il Dio di Spinoza s’identifica con la natura. Lo stesso vale per
Bernardino Telesio, per i maghi e gli alchimisti rinascimentali, per i kabbalisti, per
Giordano Bruno, per Schelling e per Goethe. Il culto di Pachamama rientra in
questo tipo di idolatria. E più precisamente è riconducibile agli antichi culti di
Astarte e di Cerere.

Inoltre c’è da considerare che l’idolatria, quella almeno popolare, è connessa con
la fabbricazione di un idolo, per cui la statuetta di Pachamama, nell’intento di chi
l’ha scolpita, in quanto devoto della dea, non è da ritenere un semplice prodotto
dell’artigianato locale, ma un vero e proprio oggetto di culto. Per questo, la
preghiera dell’idolatra non sale a Dio, ma si ferma all’idolo stesso.

Per questo l’idolo scolpito o dipinto è chiamato anche «feticcio», dal latino
factitium, che significa «artefatto» o «manufatto»; non si tratta quindi di una
semplice opera d’arte da ammirare esteticamente, ma si tratta di un mezzo di
comunicazione con il dio. L’artista idolatrico non confeziona la sua opera
semplicemente per esprimere un suo gusto del bello, ma al fine di ottenere
appoggio dal dio rappresentato dal prodotto della sua arte, un dio che, non essendo
il vero ed unico Dio creatore del cielo e della terra, non può che essere il suo
antagonista, il demonio.

Come si organizza l’idolatria


L’artista compie così un’opera di magia, consistente nel produrre un idolo che sarà
utilizzato dal mago per rendere operante l’idolo. L’artista, in forza di un patto
implicito anche se forse inconsapevole col demonio, usa o modifica oggetti,
prepara strani intrugli simbolici, dà segnali misteriosi, dà forma ad una materia
pronunciando apposite formule rituali propiziatorie al fine di ottenere che il dio sia
presente ed operante nella statua e per mezzo della statua. Per questo l’operazione
magica non trae forza dal potere di Dio, ma da quello del demonio. Facilmente
queste operazioni sono malefici diabolici, colpiscono uomini, animali e raccolti.

È questa infatti l’operazione propria della magia o della stregoneria[1], la quale


peraltro, pur in un’abissale differenza, ha un certa somiglianza con la confezione
del sacramento cattolico ad opera del sacerdote, ed è stata questa somiglianza che
ha ingannato Lutero spingendolo ad accusare il sacerdozio e i sacramenti di essere
riconducibili alla magia ed all’idolatria.

La statua di Pachamama può bensì rappresentare la maternità o la comunione con


la natura; ma resta il fatto che, trattandosi di un idolo – checché ne dica Mons.
Kräutler -, non si presta come tale per un’inculturazione della liturgia cattolica
nella ritualità amazzonica, perché come idolo chiede per sé un culto divino illecito,
mentre Dio non ammette culti ad altri dèi al di fuori di Lui.

Per questo la liturgia cattolica ha potuto inculturarsi nella religione romana


soltanto espellendo tutti gli dèi, ed assumendo solo alcuni concetti validi della
religione romana, i quali, dovutamente adattati, poterono essere utilizzati per
esprimere la liturgia cattolica, come religio, pietas, sacerdos, minister, pontifex,
cultus, sacrum, ritus, ara, hostia, sacrificium, caeremonia, oratio, adoratio,
officium, oblatio, votum, propitiatio, satisfactio, expiatio, lex, prex, vaticinium,
supplicatio, iuramentum, miraculum, phanum, templum. A parte gli attributi della
divinità che potevano essere applicati al vero Dio. Ma il concetto del divinum o del
divus dovette essere ricondotto dal politeismo al monoteismo. E questa
riconduzione costò ai martiri cristiani il proprio sangue. Vogliamo rinnegare questo
sacro sangue per una qualunque Pachamama?

La vera inculturazione

Come ha fatto notare in un bell’articolo Luisella Scrosati su La Nuova Bussola


Quotidiana del 2 novembre scorso, la vera inculturazione della liturgia cattolica in
America Latina l’ha fatta la Madonna di Guadalupe, assumendo addirittura le
fattezze del meticcio e gli abiti del luogo, senza bisogno di immondi riferimenti
idolatrici, assolutamente incompatibili non solo col cristianesimo, ma neppure col
monoteismo e la sana ragione, la quale sa che Dio è uno solo.
E come noi Romani abbiamo saputo rinunciare ai nostri «dèi falsi e bugiardi», così
invitiamo caldamente i nostri fratelli amazzonici a fare lo stesso con i loro dèi,
senza trascurare nulla di quanto in essi può essere recuperato, mentre noi cattolici
esprimiamo tutta la nostra sdegnata disapprovazione e condanna per quelli tra i
nostri fratelli, laici o chierici, che dopo 17 secoli di vittoria sugli idoli, si lasciano
così miseramente ingannare dal demonio, ed avendo cominciato con lo spirito, ora
sembrano voler tornare alla carne (cf Gal 3,3).

In ogni caso si deve riconoscere che la spiritualità amazzonica avverte in modo


speciale il pregio della comunione con la natura, e le risorse che la natura offre
all’uomo; ma anche le forze terribili che la natura oppone all’uomo. Il suo difetto è
quello di non sentirla come mediatrice di un rapporto con Dio, segno della sua
bontà per l’uomo, strumento della sua giustizia per l’uomo peccatore.

Tale spiritualità, però, che nel suo lato oscuro sarebbe meglio chiamare
superstizione, vede nel contempo nella natura e nel suo simbolo Pachamama
l’origine dell’esistenza e il termine delle aspirazioni dell’uomo oppure appare dea
crudele e minacciosa, che occorre rabbonire con sacrifici, fino ai sacrifici umani.
Ecco il culto di Pachamama.

Questa immagine ostile della natura potrebbe essere purificata alla luce del
Cantico delle creature di S.Francesco. Questo famosissimo e bellissimo cantico
insegna all’amazzonico che non deve rivolgersi alla natura, a Pachamama, come
fosse lei la meta e il culmine delle aspirazioni umane, ma deve rivolgersi per questi
scopi a Dio, sia pur mediante la natura:

«Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo
frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante
cum grande splendore,de te, Altissimo, porta significatione. Laudato si’, mi’
Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ài formate clarite et pretiose et
belle. Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno
et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento. Laudato si’,
mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et
casta. Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la
nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et
governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba».

https://youtu.be/aYdepwbwbeY

Quanto alle minacce e alle sventure che ci vengono dalla natura, l’amazzonico
deve imparare a non temere la natura come fosse la prima responsabile dei mali
che affliggono l’uomo. Deve invece vedere in quei guai che ci sono causati dalla
natura le conseguenze del peccato originale, per cui o deve viverli in spirito di
espiazione in unione con Cristo o deve rivolgersi a Dio perché gli vengano
risparmiati, se così Gli piace. Questo è il senso delle cosiddette «Rogazioni».

Diamo un esempio di come esse venivano celebrate fino a un recente passato: «Si
celebra la Messa propria delle Rogazioni, in paramenti violacei (ultimamente la
Messa veniva celebrata dopo la processione nella cappella o chiesa prevista, ndr.).
Quindi si ordina la processione, al canto delle Litanie dei Santi, iniziate appié
dell'altare fino all'invocazione "SANTA MARIA", e continuate per tutta la
campagna, con itinerari diversi nei diversi giorni, in modo che ogni podere, ogni
orticello, ogni zolla riceva la benedizione. Nei luoghi fissati dalla tradizione - e i
contadini li conoscono bene e li tramandano di generazione in generazione - la
Processione fa una sosta. Il Sacerdote interrompe le Litanie: canta un brano del
Vangelo. Il popolo ascolta in piedi; si unisce al celebrante nel sollevare a Dio la
preghiera formulata nell'Oremus. Quindi si prostra in ginocchio sulla strada,
sull'erba, sui sassi. Il sacerdote con la croce benedice la campagna ai quattro punti
cardinali, cantando:"A FULGURE ET TEMPESTATE" e il popolo: "LIBERA
NOS; DOMINE". Indi il sacerdote:"UT FRUCTUS TERRAE DARE ET
CONSERVARE DIGNERIS" e il popolo risponde "TE ROGAMUS, AUDI NOS".
Con l'acqua benedetta si aspergono i campi, le messi tenerelle, i pampini, le semine
delle piante: e i fedeli si fanno il segno della croce: la processione si ricompone, si
ripigliano le Litanie».

https://youtu.be/lGclldhIMwo
https://youtu.be/fiL6LaRnUMI

Per chi ha gli occhi aperti, libero dalle fantasie di Rousseau, la natura non è solo
madre, ma anche matrigna, come ben notò il Leopardi. Essa, sì, ci tiene in vita, ma
è anche madre precaria ed aleatoria, si potrebbe dire balzana, di ciò che in noi è
destinato alla morte. Dunque adagio con l’ingenuità, la retorica e il romanticismo.
Peggio ancora se della natura si fa un idolo. È vero che veniamo dalla terra e
torniamo alla terra, ma per salire al cielo; e di ciò la terra non sa nulla.

Trattiamola bene, dunque, la natura, ed usiamone con saggezza, conoscendone


limiti e difetti e rispettandone le leggi. Fruiamo pure delle sue bellezze, lasciamoci
pure abbracciare dalle sue braccia materne, sentiamoci pur parte della sua totalità,
indaghiamo pure i suoi misteri. Ma non manchiamo di accorgerci che essa non può
bastare a saziare il nostro bisogno di Infinito, non manchiamo di vedere in lei i
segni della divina provvidenza, l’occasione per una vita sobria, penitente ed
ascetica, un tesoro da condividere con i nostri simili, un bene da donare ai poveri,
una voce, come diceva S.Agostino, che ci parla di Dio, la via, per dirla con
S.Tommaso, che ci conduce a Lui.
P.Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 3 novembre 2019

[1] Significativo il fatto che l’Associazione «La Notte delle Streghe», dopo il rito in Vaticano, abbia
espresso al Papa il suo compiacimento per il suo gesto di appoggio al «diritto alla libertà religiosa».

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