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ITINERARI

Linguistica
I lettori che desiderano informarsi sui libri e sull'insieme
delle attività della Società editrice il Mulino possono con-
sultare il sito Internet:
www.mulino.it
PIETRO MATURI

I suoni delle lingue,


i suoni dell'italiano
Nuova introduzione alla fonetica

il Mulino
ISBN 978-88-15-25114-5

Copyright © 2006 by Società editrice il Mulino, Bologna. Terza edizione 2014. Tutti i diritti sono
riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere fotocopiata, riprodotta, archiviata,
memorizzata o trasmessa in qualsiasi forma o mezzo - elettronico, meccanico, reprografico,
digitale - se non nei termini previsti dalla legge che tutela il Diritto d'Autore. Per altre infor-
mazioni si veda il sito www.mulino.it/edizioni/fotocopie
Indice

Prefazione 7

Introduzione 9
1. Lo studio del significante 9
2. La fonetica tra le scienze foniche 11
3. La trascrizione fonetica 15

I. Fonetica generale: i suoni delle lingue 29


1. Lettere e foni 29
2. Meccanismi della fonazione 30
3. Classificazione dei foni 45
4. Oltre il segmento 61

Il. Fonetica italiana: standard, pronunce regionali e neostandard,


dialetti 77
1. L'italiano standard 77
2. Le varietà regionali dell'italiano 101
3. Verso una pronuncia neostandard 120
4. Brevi cenni di fonetica dei dialetti d'Italia 121

lii. Altri sistemi fonetici: spagnolo, francese, inglese, tedesco 125


1. Lo spagnolo 125
2. Il francese 130
6 IN DICE

3. L'inglese 134
4. Il tedesco 140
5. Altri suoni, altre lingue 145

IV. L'apprendimento del livello fonico: gli italiani e le lingue straniere,


gli stranieri e l'italiano 149
1. Gli italiani e le lingue straniere 149
2. L'italiano degli stranieri 155

Appendice 161
1. L'Alfabeto fonetico internazionale (IPA) 162
2. Caratteri SAMPA 164
3. L'alfabeto dei romanisti 165

Riferimenti bibliografici 169

Indice analitico 175


Prefazione

A circa otto anni dalla pubblicazione del volume I suoni delle lingue,
i suoni dell'italiano, e a cinque anni dalla sua seconda edizione, è venuto il
momento di proporne una terza, che rinnovi i contenuti delle precedenti
ampliandoli e arricchendoli, e che fornisca anche ulteriori elementi di de-
scrizione e di riflessione su specifici aspetti dell'apprendimento della fo-
netica delle lingue straniere da parte di discenti italofoni e della fonetica
dell'italiano da parte di discenti non italofoni, nonché sull'evoluzione del-
la pronuncia dell'italiano contemporaneo verso quello che illustri studiosi
hanno definito il neostandard.
Il libro è rivolto alle studentesse e agli studenti universitari di Linguisti-
ca italiana, di Lingue straniere moderne e di ogni altro ambito della lingui-
stica e delle scienze umane, ma anche a coloro che, per ragioni culturali e/o
professionali, desiderino acquisire strumenti concettuali per la compren-
sione dei meccanismi di produzione dei suoni delle lingue o dei sistemi di
descrizione e classificazione dei suoni, e per la conoscenza dei principi e
delle pratiche della trascrizione fonetica. Quest'ultima, infatti, costituisce
uno strumento di rappresentazione diretta dei suoni delle lingue sempre
più diffuso e praticato, a volte anche al di fuori delle stesse discipline lingui-
stiche (come ad esempio nelle enciclopedie online ma anche, a volte, nella
commercializzazione di marchi di prodotti di vario tipo).
Oltre alla descrizione generale dei meccanismi articolatori, il volume
contiene un'introduzione allo studio della fonetica italiana, con particolare
riguardo alla varietà standard, con ampi cenni alle principali varietà regio-
8 PREFAZIONE

nali e con alcune brevi note sui dialetti. Inoltre si propone uno sguardo di
tipo sociofonetico sui fenomeni di evoluzione in atto e di diffusione di tratti
substandard in livelli e registri formali .
Verranno inoltre sinteticamente descritti i sistemi fonetici delle lingue
straniere più studiate in Italia, e si analizzeranno in particolare le varietà
standard europee dello spagnolo, dell'inglese, del francese e del tedesco
(con brevi cenni, nel caso delle prime due, alle varietà americane). Si for-
niranno anche, isolatamente, riferimenti ad aspetti fonetici di altre lingue
europee e dell'area mediterranea.
Ampio spazio verrà infine riservato ai problemi specificamente fonetici
nell'apprendimento dell'italiano come lingua straniera e delle lingue stra-
niere europee da parte di discenti italofoni.
Introduzione

1. LO STUDIO DEL SIGNIFICANTE

Le lingue umane sono complessi sistemi di segni, cioè di elementi dotati


di un significante e di un significato (fig. 1).
Il significato è l'insieme degli oggetti designati , p. es. le piante che
chiamiamo alberi, ossia il concetto mentale, l'idea di albero che racchiude
tutti gli alberi reali o immaginabili, mentre il significante è la forma che
usiamo per designarli, la parola albero, tree, arbre, Baum, arbor ecc. (fig. 2).
La parola che costituisce il significante, nella forma scritta delle lingue, è
composto da lettere, forme grafiche che percepiamo con il senso della vista,
come le lettere A-L-B-E-R-0 che compongono la parola italiana albero.
Nella forma orale delle lingue, invece, il significante è formato da foni,
cioè da suoni prodotti dalla voce umana e percepibili con il senso dell'udito 1.

Significante

Forma scritta lettere (elementi visibili)


Forma orale foni (elementi udibili)

' Nelle lingue gestuali, invece, come le lingue segnate usate dalle comunità dei sordi
(p. es. la Lingua Italiana dei Segni, l'American Sign Language e così via), il significante è
formato da movimenti e da posizioni delle mani, del capo, del corpo.
10 INTRODUZIONE

SEGNO

fig. 1. Struttura del segno.

fig. 2. «Albero»: significato e significante.

Quando scomponiamo il significante, troviamo che gli elementi più piccoli


che ricaviamo dalla scomposizione sono in se stessi privi di significato: in altri
termini, la parola albero è un segno e ha un significato, mentre le sei unità
(lettere o foni) a-l-b-e-r-o in cui possiamo suddividere questa parola, se prese
una alla volta, non hanno più alcun significato e dunque non sono più dei segni.
È infatti una caratteristica specifica delle lingue storico-naturali quella
di avere un significante dotato di due livelli di articolazione: una prima
articolazione, i cui elementi sono dotati di significato, e una seconda
articolazione, i cui elementi sono privi di significato.
Lo studio di questa seconda articolazione, che si trova al di sotto
della soglia della significazione, costituisce l'oggetto di un vasto ambito di
discipline, che nel loro insieme si possono definire scienze foniche 2 .

2 Lo studio della forma grafica delle parole è oggetto invece di discipline quali

l'ortografia (che descrive le regole che fissano, lingua per lingua, la forma scritta delle
INTRODUZIONE 11

Più esattamente possiamo dire che le scienze foniche (che derivano il


loro nome dalla parola greca <1>rov~ o phoné 'voce') si occupano delle unità
minime di seconda articolazione in cui possono essere scomposte le parole,
considerate nella loro forma orale.
Queste unità minime a loro volta vengono studiate sia per quanto ri-
guarda le loro caratteristiche individuali, sia nelle loro reciproche interazio-
ni quando si trovano all'interno della catena parlata.
Le scienze foniche sono evidentemente in stretto collegamento con la
linguistica del parlato, che si occupa di tutte le manifestazioni orali della
lingua, non solo di livello fonico, ma anche di livello morfosintattico,
testuale, pragmatico ecc.

2. LA FONETICA TRA LE SCIENZE FONICHE

2.1. Fonetica e fonologia

L'operazione di scomposizione delle parole in unità più piccole porta


ad identificare, per ciascuna lingua umana, una serie di elementi costitutivi
che tendono a ripresentarsi in combinazioni sempre diverse per formare
tutte le parole di quella lingua. Nella forma scritta, tutte le parole italiane
sono formate dalle sole ventuno lettere del nostro alfabeto (o tutt'al più
da ventisei, se si includono le cosiddette lettere «esotiche» .i, k, w, x,
y presenti nei prestiti da altre lingue) . Nella forma orale, ugualmente,
possiamo senz'altro affermare che i suoni di cui sono formate le parole
italiane sono in un numero molto piccolo - non superiore, come vedremo,
a poche decine3 •

parole e le corrispondenze tra suoni e lettere), la grafologia (che studia invece lo specifico
aspetto che assumono le lettere in diverse modalità di scrittura, come quella manuale,
dattiloscritta, videoscritta ecc.) e la grafematica (che si occupa dell'individuazione degli
elementi non variabili nella forma degli elementi scritti).
3 Un numero così piccolo di unità può produrre centinaia di migliaia di parole reali
o virtuali: se si prendono ad esempio i suoni p, a, n, e, è facile calcolare che essi possono
formare 24 sequenze teoriche (come aenp, aepn, anep, anpe, apen, apne, eanp ecc.) delle
quali però soltanto alcune (ap en, apne, pane, pena, nape, nepa, paen, pean, epan) sono
effettivamente possibili in italiano e solo tre (pane, pena , nepa) sono parole reali.
12 INTRODUZIONE

Tuttavia, mentre il conteggio degli elementi della forma scritta della


lingua è un 'operazione banale, poiché essi si identificano appunto con le
lettere dell'alfabeto, il conteggio preciso degli elementi del livello orale
presenta una maggiore complessità concettuale. Questa complessità ha
portato nell'ambito delle scienze foniche alla nascita di due discipline
separate, con principi, modelli e risultati molto diversi, dette rispettivamente
fonetica e fonologia.
Per capire la differenza tra il punto di vista della fonetica e quello della
fonologia, prendiamo un esempio molto elementare dall'italiano: nelle
parole mando e mango - considerate nella loro forma fonica - possiamo
individuare alcuni elementi identici e alcuni diversi:

m-a-n-d-o

m-a-n-g-o

Tutti saranno d 'accordo nel definire identiche le m iniziali, e così


anche le due vocali a e o presenti in ciascun membro della coppia. Tutti
concorderanno ugualmente nel riconoscere come diverse l'una dall'altra le
consonanti de g che precedono la vocale o finale .
Il problema però sorge quando si passa ad esaminare la consonante
che in ambedue le parole è rappresentata nella forma scritta dalla lettera
n: si tratta effettivamente anche qui dello stesso suono? Apparentemente
sì, e tuttavia, da un punto di vista articolatorio, cioè considerando il modo
effettivo in cui i nostri organi si muovono e si posizionano per produrre
queste due n, non si può veramente dire che si tratti della stessa «cosa».
Infatti, come vedremo meglio più avanti (p . 87), in italiano una
consonante nasale come n, se è seguita da consonante, si modifica in maniera
netta a seconda della consonante che la segue: nel caso che qui abbiamo
scelto come esempio, la presenza dopo la nasale di una consonante come la
d in mando (cioè una consonante dentale) o di una consonante come la g in
mango (cioè una consonante velare) fa sì che anche le due n siano articolate
in modo significativamente diverso.
Le lettrici e i lettori poco convinti di tale affermazione potranno
facilmente verificare questa diversa articolazione ripetendo le due parole in
INTRODUZIONE 13

modo molto lento e in particolare prolungando e trattenendo la consonante


nasale e facendo attenzione alla posizione della propria lingua: dovrebbero
ora accorgersi che nel caso di mando la punta della lingua è innalzata e
posta a contatto dei denti incisivi superiori, mentre nel caso di mango la
punta della lingua resta molto più in basso mentre il dorso della lingua si
solleva verso il velo del palato. Evidentemente davanti alla dentale d anche la
consonante nasale è articolata nella posizione dentale, e davanti alla velare g
anche la nasale è articolata nella posizione velare.
Dunque il problema davanti al quale ci troviamo può essere definito
in questo modo: queste due diverse consonanti nasali, l'una dentale e
l'altra velare (e ambedue rappresentate dalla lettera n nell'ortografia
italiana), andranno contate come due diversi suoni o come uno stesso suono
nell'inventario dei suoni dell'italiano?
La risposta non è univoca, ma dipende dal punto di vista che si sceglie
di adottare e le due discipline foniche dette fonetica e fonologia darebbero
senz'altro risposte diverse a questa domanda.
La fonetica parte dal seguente presupposto: se due suoni sono
oggettivamente diversi, allora sono e vanno contati come due suoni.
La fonologia, al contrario, obbedisce al seguente principio: se in
una determinata lingua due suoni, pur essendo oggettivamente diversi,
non possono essere usati per distinguere due diverse parole, allora vanno
considerati varianti di un solo elemento dell'inventario. Per esempio, se
pronunciassimo la parola mando con una n velare al posto della n dentale,
otterremo una pronuncia insolita, certo, ma pur sempre della stessa parola.
Per la fonologia quindi la nasale dentale e quella velare sono semplicemente
due varianti di uno stesso elemento.
La fonetica chiama foni le unità foniche ricavate in base al principio del-
la diversità, mentre la fonologia chiama fonemi le unità individuate in base
alla distintività. Le due consonanti nasali dentale e velare saranno dunque,
in italiano, due diversi foni (in fonetica) ma costituiranno un unico fonema
(in fonologia).
14 INTRODUZIONE

Disciplina principio fondamentale unità di analisi

• Fonetica principio della diversità foni


(i due suoni sono oggettivamente diversi?)
• Fonologia principio della distintività fonemi
(scambiare i due suoni cambia il significato delle parole?)

In questo libro, che ha un'impostazione fonetica e non fonologica,


adotteremo generalmente il primo punto di vista, cioè quello della oggettiva
e concreta caratterizzazione dei suoni delle lingue, che rappresenta anche il
fondamento della trascrizione fonetica.

2.2. Articolazione interna della fonetica

La fonetica si occupa dunque della descrizione dei suoni delle lingue, che
definisce /ani, nella loro oggettività, e dunque anche nella loro consistenza
materiale.
I foni sono fenomeni acustici 1) prodotti dall'apparato fonatorio di un
parlante, 2) trasmessi per mezzo di onde sonore attraverso l'aria e infine
3) ricevuti dall'apparato uditivo di un ascoltatore e da questo trasmessi al
cervello.
La fonetica si occupa di tutte e tre queste fasi e si distingue quindi in:
1) fonetica articolatoria, che studia la fase della produzione dei foni,
descrivendo i movimenti compiuti dai vari organi dell'apparato fonatorio e
le posizioni da essi assunte per ottenere il relativo suono: la fonetica articola-
toria assume dunque il punto di vista del parlante;
2) fonetica acustica, che studia la fase della trasmissione dei foni, e
descrive le caratteristiche fisiche e la composizione spettrale delle onde so-
nore con l'ausilio di sistemi elettronici che scompongono il suono nelle sue
componenti e lo «traducono» in tracciati spettrografici: la fonetica acustica
adotta il punto di vista del mezzo di propagazione del suono;
3) fonetica uditiva e percettiva, che studiano la fase della ricezione del
suono, analizzando la reazione delle strutture anatomiche dell'orecchio ai
INTRODUZIONE 15

Parlante Mezzo Ascoltatore

o
Fonetica articolatoria Fonetica acustica
o
Fonetica uditiva e percettiva

fig. 3. La comunicazione e l'articolazione della fonetica.

diversi foni, la trasmissione dall'orecchio al cervello dell'informazione così


ricevuta e la decodifica di tale informazione all'interno di specifiche aree
cerebrali che riconoscono i foni e la loro successione e interpretano il mes-
saggio, ricollegando il significante al significato: la fonetica uditiva e quella
percettiva si pongono dal punto di vista dell'ascoltatore.
In questo testo adotteremo il punto di vista della fonetica articolatoria,
su cui si basa anche la classificazione dei foni secondo la terminologia più
diffusa, mentre rinviamo il lettore per lo studio della fonetica acustica e
di quella uditiva e percettiva a strumenti bibliografici più specifici e
avanzati.

3. LA TRASCRIZIONE FONETICA

3.1. Oralità e scrittura

Le lingue sono sistemi primariamente orali, anche se molte di esse


conoscono anche la forma scritta e se in una società alfabetizzata e
informatizzata il nostro contatto con la lingua avviene molto frequentemente
attraverso la scrittura e la lettura.
La «primarietà» della forma orale rispetto a quella scritta è tuttavia
un dato indiscusso sia a causa del rapporto quantitativo tra l'uso orale e
quello scritto, comunque e sempre favorevole al primo, sia per alcune altre
considerazioni di ordine ancor più generale:
16 INTRODUZIONE

1) nella vita dell'individuo, la lingua materna o nativa (detta anche Li)


viene sempre appresa prima nella forma orale e più tardi, e solo se e quando
l'individuo raggiunge il livello culturale necessario all'alfabetizzazione, an-
che nella forma scritta;
2) nell'età adulta, anche nell'individuo alfabetizzato prevale l'uso orale
rispetto a quello scritto (con rare eccezioni);
3) nella vita delle lingue, la forma orale è sempre quella che si manifesta
per prima, mentre la forma scritta si realizza solo se e quando la società che
usa quella lingua raggiunge il livello culturale necessario all'alfabetizzazione;
peraltro alcune varietà linguistiche, come quelle che comunemente sono de-
finiti dialetti, di solito non raggiungono la forma scritta nemmeno nell'ambi-
to di una cultura alfabetizzata, poiché l'uso scritto è generalmente riservato
alle sole lingue standard 4 .

La lingua orale è primaria rispetto alla lingua scritta

• nell'acquisizione spontanea della lingua materna nell'infanzia


• nella frequenza di uso della stragrande maggioranza delle persone adulte
• nell'evoluzione storica delle lingue

3.2. La trascrizione fonetica

Lo studio della fonetica e più in generale quello del parlato hanno


come oggetto - per la loro stessa definizione - la lingua orale ma, per un
paradossale gioco di rimandi tra oralità e scrittura, la trasmissione delle
conoscenze scientifiche raggiunte dalla fonetica e dalla linguistica del
parlato avviene attraverso pubblicazioni scritte. In questi testi lo studioso
è obbligato a descrivere - esattamente come accade all'autore di queste
righe - fenomeni dell'oralità usando come veicolo la scrittura.

4 L'uso scritto letterario di tanti dialetti italiani, come per esempio il napoletano,

il siciliano, il romanesco, il veneziano, il milanese ecc. rappresenta certamente un'im-


portante eccezione rispetto a questo dato generale. Questo uso scritto del dialetto
è però limitato ali' ambito letterario e paraletterario, mentre il dialetto è quasi del
tutto escluso dagli altri ambiti di comunicazione in forma scritta e resta abitualmente
confinato ali' oralità.
INTRODUZIONE 17

Tutto ciò comporta evidentemente la necessità di un sistema coerente


e scientifico per rappresentare in forma scritta e nel modo più oggettivo
possibile le caratteristiche di entità sonore come i foni. Il problema della
rappresentazione grafica dei foni trova la sua soluzione nella trascrizione
fonetica.
Trascrivere in fonetica significa per l'appunto rappresentare in una
forma grafica il suono di un singolo fono, di una sillaba, di una parola, di
un sintagma, di una frase, di un testo, in modo che il lettore possa sapere
esattamente di quale o quali suoni si stia parlando.
Questa operazione è resa necessaria anche per il fatto che la 'normale'
forma grafica usata nello scrivere le varie lingue - come nel caso esaminato
sopra (p. 12) delle parole italiane mando e mango-non indica coerentemente
la loro effettiva forma fonica. L'italiano in questo esempio usa la stessa
lettera n per indicare due foni oggettivamente differenti (nasale dentale e
nasale velare, rispettivamente) e quindi non rende visibile nello scritto tale
differenza.
La trascrizione fonetica, invece, si avvale di particolari sistemi di
simboli - gli alfabeti fonetici (v. oltre, pp. 25 ss.) - che sono in grado di
rendere graficamente ogni differenza di suono che si ritenga necessario
segnalare.
La forma fonetica trascritta va abitualmente inserita tra parentesi
quadre ( [ ] ) , che segnalano che si tratta di una forma non ortografica e che si
adotta il punto di vista oggettivo o descrittivo tipico della fonetica . Nel caso
in cui invece si usi un criterio fonologico (dunque di tipo funzionale, basato
sulla distintività) si usano le barre oblique(//).
È interessante, a margine, osservare come negli ultimi anni la
trascrizione fonetica sia diventata uno stile cui ricorrono alcune forme di
commercializzazione pubblicitaria per diffondere il nome di un prodotto:
nella figura 4 troviamo un esempio tratto dalla pubblicità di una birra tedesca.

3.3. Trascrizioni descrittive e prescrittive

L'operazione di trasposizione dalla forma fonica a quella grafica, detta


appunto trascrizione fonetica, può avvenire partendo da:
18 INTRODUZIONE

fig. 4. Trascriziane fonetica negli slogan


pubblicitari.

a) una forma fonica reale, cioè una specifica, concreta sequenza di suo-
ni pronunciata da un determinato individuo in una determinata occasione:
tale sequenza rappresenterà una replica o 'token', che significa una singola
realizzazione osservata nella sua specificità. Ne è un esempio la parola italia-
na ciao nel modo in cui chi sta leggendo l'ha pronunciata l'ultima volta che
si è congedato da un amico o da un familiare;
b) una forma fonica ideale, cioè una sequenza di suoni tipica di una va-
rietà linguistica, considerata astrattamente e indipendentemente dalle rea-
lizzazioni concrete, e che rientra nella definizione di tipo o 'type'. Ne è un
esempio la parola italiana ciao descritta secondo le norme della pronuncia
dell'italiano standard.
Nel primo caso si tratterà di una trascrizione puramente descrittiva ,
operazione che richiede un accurato ascolto della effettiva sequenza fonica
(pronunciata in presenza di chi trascrive oppure - come accade molto più
spesso - registrata su un supporto magnetico o digitale). Questa operazione
ha per obiettivo una rappresentazione fedele della forma fonica reale,
INTRODUZIONE 19

indipendentemente dalle attese o dal giudizio del trascrittore, con lo scopo


precipuo di documentare i comportamenti e gli usi fonici di un individuo
considerato in quanto tale o assunto come rappresentante di una comunità
di parlanti.
Nel secondo caso, invece, la trascrizione può avere un senso prescrittivo
o normativo se servirà a precisare la norma fonetica, ossia quella che è
considerata la pronuncia corretta della sequenza in questione nell'ambito
della varietà linguistica cui appartiene; oppure può avere un senso comunque
generalizzante o astratto, nel caso di una sequenza appartenente a una
varietà non standard o non normativizzata, se riporterà graficamente non
una realizzazione fonica particolare di un individuo, ma quella che è ritenuta
astrattamente la pronuncia media o corrente di una classe di individui o di
una comunità.

Replica o token forma fonica concreta • trascrizione descrittiva

Tipo o type forma fonica astratta, ideale • trascrizione prescrittiva

Il ricorso alla trascrizione fonetica può rendersi necessario in situazioni


molto diverse in funzione dello «stato» della lingua trascritta, cioè delle
specifiche condizioni di esistenza delle varietà linguistiche osservate:
• da un lato si dà il caso di lingue o di varietà linguistiche (dialetti,
gerghi, pidgin ecc.) del tutto privi di una tradizione scritta, per la cui resa
grafica non esiste alcun riferimento storico già fissato: in questa situazio-
ne il ricorso alla trascrizione fonetica rappresenterà l'unica possibilità di
trasposizione delle forme parlate in forme scritte; in questo caso la trascri-
zione sarà evidentemente di tipo descrittivo, in assenza di rigide norme di
pronuncia;
• dall'altro lato vi è il caso di lingue o varietà di lingua dotate di una
tradizione scritta consolidata e di un'ortografia ufficialmente riconosciuta
o ampiamente diffusa; in questo caso la trascrizione fonetica consente - ri-
spetto alla forma ortografica - la possibilità di una resa grafica non ambigua
e del tutto indipendente dalle specifiche norme ortografiche della varietà in
questione e sarà di tipo prevalentemente prescrittivo, soprattutto se riferito
allo standard.
20 INTRODUZIONE

Esempi di trascrizione descrittiva sono le trascrizioni fonetiche di brani


di parlato a scopo di documentazione di una varietà linguistica standard,
regionale o locale (quadro 1); esempi del secondo tipo sono le trascrizioni
prescrittive che si trovano nei dizionari accanto ai lemmi (quadro 2a) oppure
nella parte fonetica delle grammatiche d idattiche di una lingu a straniera
(quadro 26) oppure le trascrizioni generalizzanti che si trovano in molti
studi sociolinguistici e dialettologici (quadro 2c) .

• Quadro 1. Trascrizione fonetica di un brano di parlato reale

" 'tjen UllJ 'fi,(fo 'solo kon la 'nwova 'moUe / pe'r:,/ n:in 'e 'dd3ust;:i 'p;:ikke
'kell;:i so 'ppur;:i 'fi,(fa 's:,j;:i / se ttJi 'serv um 'paj di 'Jkarpe / ke 'io n:in tJe li
'p:isso kom'prare / 'luj a 'ttutt i di'ritt ill)'veJ;:i 'n:, / non lo 'fa/ tJ:i'e io 'solo per
'kwesto l ':idj;:i / non lo 'p:iss;:i v;:i'de 'pnpj;:i p;:i 'kkest;:i kka

Fonte: Maturi [1997, 66] .

• Quadro 2. Esempi di trascrizione fonetica prescrittiva

a) un dizionario della lingua italiana


frontman l'fnntmen, ingl. 'frAnt,ma:n/ [ve. ingl., propr. 'uomo (man)
davanti (front)'; 1987 ] s. m. inv. (f. ingl. /rontwoman, pi. m. /rontmen,
pi. f. /rontwomen) 1' Portavoce di un gruppo, spec. musicale: Bono è il f
degli U2.

b) una grammatica della lingua catalana


baf horrible [bav urribbfa], vols venir [65tz ~;:ini], les altres [faz iittr;:is],
dolç o salat [d6tz o s;:iliit] , capaç d'això [bpiiz ò;:iJ:5], dibuix antic [di~u3
;:intik], despatx obert [d;:ispiid3 u~ért] , mig any [mid3 iip], passeig
meravellos [p;:iséd3 m;:ir;:i~;:i,(6s]

e) un testo dialettologico
maschile vs. femminile
kjet: 'kjat:;:i 'grosso/a'
tJ;:i'ket;:i tJ;:i'kat;:i 'cieco/a'
m;:i so ra't:et;:i m;:i so ra't:at;:i 'mi sono grattato/a'
INTROOUZIONE 21

E ka'rut;:i ma'let e ka'rut;:i ma'lat;:i 'si è ammalato/ a'


pet:s pat:s 'pazzo/ a'
bu'Jerd;:i bu'Jard;:i 'bugiardo/a'

Fonti : a) presentazione online dello Zingarelli [2006] sul sito www.zanichelli.it.


b) Yates [1975, 20].
c) Radtke [1997 , 57].

3.4. Ortografia e fonetica

Le ortografie tradizionali - cioè i sistemi con i quali le diverse lingue


rappresentano le parole in forma scritta alfabetica - nascono ovviamente
con lo scopo di trasferire sulla carta i suoni del parlato5 (e quindi in un certo
senso con le stesse finalità di una trascrizione fonetica).
Esse si basano almeno teoricamente su un principio di corrispondenza
biunivoca tra i suoni e le lettere dell'alfabeto utilizzato, cioè di un rapporto
tale per cui lo stesso carattere grafico corrisponda sempre allo stesso suono
e lo stesso suono sempre allo stesso carattere grafico.
Tuttavia è evidente che - se consideriamo le lingue moderne, delle
quali conosciamo l'ortografia e la fonetica - tale corrispondenza, anche
ammesso che sia stata ottimale nelle fasi iniziali, risulta spesso gravemente
compromessa.
Un esempio di mancanza di biunivocità tra suoni e lettere nell'italiano
standard è quello del rapporto tra la lettera E del nostro alfabeto e i due
diversi suoni che per il momento possiamo definire genericamente «e aperta»
ed «e chiusa»6, come nelle parole ècco e védo (quindi abbiamo una relazione
del tipo: una lettera= due suoni); oppure, viceversa, il rapporto tra il suono
della cosiddetta «e dura»7 e le lettere C, K e Q, come nelle parole cane, koala,
quaglia (e dunque con una relazione del tipo: un suono= tre lettere) .

5 Naturalmente ci riferiamo qui alle lingue che usano un sistema di scrittura di tipo
alfabetico. I sistemi di scrittura ideografici o logografici (come quelli moderni di molte
lingue orientali o quelli antichi di molte lingue mediterranee e mesopotamiche) non
rappresentano il suono delle parole, ma il loro significato.
6 Come vedremo, si tratta rispettivamente delle vocali anteriore mediobassa [e] e

anteriore medioalta [e].


7 L'occlusiva velare sorda, il cui simbolo fonetico IPA è [k].
22 INTRODUZIONE

Lettera Suono

E ~ è (e aperta) f_CCO

una lettera = due suoni


é (e chiusa) vr:_do

e ç_ane
K ~ k(c dura) koala tre lettere = un suono
Q (J_uaglia

È legittimo chiedersi come sia possibile che un sistema ortografico


preveda questo genere di ambiguità, come nei casi italiani sopra citati e
ancora più spesso in lingue come l'inglese o il francese, molto più ricche di
esempi di questo tipo: si pensi per l'inglese alla lettera A che ha due suoni
molto diversi in m(ln 'uomo' e in n(lme 'nome' 8, o al caso delle parole three
'tre ' e bean 'fagiolo ' che hanno uno stesso suono vocalico 9 scritto in due
modi diversi; per il francese alla lettera U che corrisponde a due diverse
pronunce in t!d 'tu' e {dn 'uno' 10 , o alle parole dans 'in' e dent 'dente' che
hanno lo stesso suono vocalico scritto in due modi del tutto diversi 11.
Le ragioni storiche di queste intricate relazioni tra livello fonico e livello
ortografico sono molto complesse e varie, ma fondamentalmente possono
essere attribuite a due principali ordini di motivi.
1) In primo luogo, il rapporto tra i suoni della lingua e l'alfabeto uti-
lizzato: le lingue europee moderne, ad esempio, utilizzano per la grande
maggioranza l'alfabeto latino, nato nel VIINI secolo a.C. per rendere grafi-
camente i suoni della lingua di Roma. Tale alfabeto naturalmente possedeva
solo «lettere» corrispondenti ai suoni del latino ed era sprovvisto di caratteri
adatti a rendere graficamente quei suoni che sono presenti nelle lingue mo-
derne ma assenti in latino. Ciò ha reso necessari - a partire dal momento in
cui le lingue moderne sono state scritte e durante tutto il corso della loro
evoluzione - profondi adattamenti, che sono stati realizzati ricorrendo a vari
stratagemmi tra i quali:
8 Il suono [re] in man e il suono [e1] in name.
9 La vocale anteriore alta lunga [i:].
10 La U corrisponde in tu al suono [y] e in un al suono [re].
11 La vocale bassa posteriore nasalizzata [à].
INTRODUZIONE 23

- nuovi segni appositamente creati: si pensi ad esempio alle lettere te-


desche o, u12 oppure alla lettera spagnola ii 13 ;
- uso di gruppi di due o più lettere per indicare un unico suono, come
nel caso dell'inglese sh, del francese e portoghese eh, dell'italiano se, del
tedesco sch, dell'olandese e svedese sj, tutti usati per rappresentare sempre
lo stesso suono, diffusissimo nelle lingue europee moderne ma assente nel
latino classico 14;
- l'assegnazione di un diverso valore alle lettere latine, come nel caso
della lettera latina E che rappresenta in francese un suono che in latino non
esisteva, quello della vocale centrale 15 •
Tutto questo ha portato a soluzioni non sempre coerenti nell'ambito
dell'ortografia delle singole lingue e quasi sempre molto diverse tra una lin-
gua e l'altra.
Analoghi ragionamenti possono naturalmente essere condotti anche per
lingue che utilizzino alfabeti diversi dal latino ma comunque a loro volta «ere-
ditati» da altre lingue più antiche, come il greco moderno che utilizza l' alfabe-
to greco antico pur avendo un sistema fonetico completamente trasformato.

2) In secondo luogo, mentre il livello fonico delle lingue subisce nel


corso dei secoli profondissime evoluzioni , quello ortografico tende ali'op-
posto alla massima conservazione. Ciò comporta che, anche quando nelle
prime fasi si sia venuto a stabilire un rapporto sufficientemente regolare
di corrispondenza biunivoca tra suoni e lettere, nel tempo possono esse-
re venuti a determinarsi scostamenti anche molto profondi tra i due livel-
li. Si pensi per esempio a una grafia come il fr. oiseau 'uccello' (che oggi
suona pressappoco uasò 16 ), grafia basata sulla pronuncia della lingua nella
fase tardo-medievale in cui è nata e si è consolidata l'ortografia francese: la
pronuncia del tempo - che ovviamente possiamo solo ricostruire indiretta-
mente - non doveva essere molto lontana da come la parola è tuttora scritta,

12 Che nell'ortografia tedesca rendono le vocali anteriori lab ializzate [re], [0] (am-

bedue rese dalla lettera o) e [y] (a cui corrisponde la lettera ii).


13 Che serve a rendere ortograficamente il suono della nasale palatale [p].
14 La fricativa prepalatale sorda [Jl.
15 Il cui simbolo fonetico è [;i], come per esempio inje 'io' .
16 Proseguendo la lettura vedremo che, in base all'alfabeto IPA, la trascrizione foneti-

ca corretta di questa parola secondo la pronuncia standard del francesè moderno è [wa'zo].
24 INTRODUZIONE

mentre l'attuale forma fonica della parola se ne è enormemente allontanata.


Ciononostante la forma grafica non è stata corrispondentemente modifica-
ta, a causa della forte conservatività dei sistemi ortografici. In altri termini
la grafia moderna corrisponde in casi come questo non più alla pronuncia
contemporanea, ma alla pronuncia di un periodo molto, molto lontano nel
tempo.

3.5. Trascrizioni larghe e strette

Indipendentemente dalla diversa funzione che può svolgere una


trascrizione dal punto di vista della distinzione tra trascrizione descrittiva
e trascrizione prescrittiva, le trascrizioni fonetiche possono variare
notevolmente riguardo al loro grado di accuratezza.
Le possibilità articolatorie di un essere umano, infatti, sono teoricamente
e praticamente infinite e dunque sarebbe necessario un insieme infinito
di simboli per rappresentare in maniera idealmente perfetta e totalmente
oggettiva il suono di una parola.
Com'è ovvio, invece, i sistemi di trascrizione fonetica utilizzano un
numero ampio ma comunque limitato di simboli fonetici, per ragioni
pratiche di economia e di funzionalità sia nella fase dell'operazione di
codifica (affidata a chi trascrive trasponendo i suoni in simboli) sia in quella
di decodifica (affidata a chi legge e interpreta la trascrizione, riportando i
simboli a suoni) . Evidentemente un numero eccessivo di simboli renderebbe
troppo faticose e lente ambedue le fasi.
Del resto, anche se il numero di simboli disponibili in un alfabeto fonetico è
di gran lunga inferiore a quello delle innumerevoli possibili pronunce, esso resta
comunque abbastanza alto, soprattutto se vi si aggiungono i cosiddetti diacritici
(piccoli segni quali apostrofi, accenti, trattini, lunette, circoletti ecc., aggiunti
sopra, sotto o accanto ai simboli veri e propri per precisarne più in dettaglio le
modalità di articolazione; v. oltre, pp. 55 e 61). Anche questo limitato insieme
di simboli e diacritici in alcune circostanze può risultare troppo complesso e
ingombrante per l'utente e per le necessità pratiche della trascrizione.
Per tutte queste ragioni di ordine essenzialmente pratico la trascrizione
può essere definita una procedura di semplificazione e di approssimazione,
INTRODUZIONE 25

e, come in ogni procedura di approssimazione, può prevalere di volta in


volta l'esigenza della massima precisione possibile o quella del massimo
risparmio di tempo e di fatica 17 .
Nel primo caso (trascrizione più accurata e completa) si parla di
trascrizione stretta, nel secondo (trascrizione più rapida e approssimativa)
si parla di trascrizione larga.
È molto importante però rendersi ben conto del fatto che i termini
stretta e larga sono qui relativi e correlativi, nel senso che tra i due estremi
definiti in questa maniera astratta è sempre possibile immaginare una scala
continua di livelli intermedi di accuratezza, per cui una trascrizione concreta
può collocarsi in un qualunque punto intermedio di tale continuum.
Le trascrizioni che proporremo in questo volume saranno sempre
orientate verso il «polo» largo del continuum.

3.6. L'alfabeto fonetico internazionale IPA

Gli studiosi delle più diverse discipline linguistiche, ma in particolare


i dialettologi, i linguisti storici, gli etnolinguisti, hanno percepito molto
presto l'esigenza di un sistema di trascrizione fonetica che permettesse
di rappresentare graficamente le forme linguistiche raccolte, postulate o
ricostruite (operazione ancor più essenziale in epoche in cui mancava ogni
possibilità di riproduzione sonora). Per molto tempo ciascun settore ha
utilizzato uno o più sistemi di trascrizione ricorrendo a lettere di vari alfabeti
eventualmente modificate e a segni diacritici.
Tra tutti questi sistemi ha avuto per diverso tempo ampia diffusione in
Europa quello ideato dai romanisti, cioè dagli studiosi di linguistica romanza
(v. in appendice l'elenco completo dei simboli). Molte opere classiche di
tale settore, inclusi tra l'altro i grandi atlanti linguistici delle aree di lingua
romanza, riportano trascrizioni in tale alfabeto (fig. 5).

17 Un analogo esempio di approssimazione si può trovare nell'indicazione dell'ora:

si confronti «sono le ore tredici, due minuti, otto secondi e sei decimi» con «è l'una». Le
specifiche esigenze nelle quali ci troviamo possono spingerci in direzione della massima
precisione o della massima semplificazione, o in qualche punto intermedio tra i due
estremi («sono le tredici e due»).
·-...? 0-,0 • ~~
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Juv~.--fu"ftt11, gu}Jdrm, ·706 ::1gu.,.,nn11
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olare della carta «Giovanni» (84) dell'AIS, l'atlante linguistico ed etnografico d'Italia e della Svizzera italiana di Jaberg e Jud (foto digitale di Edo
INTRODUZIONE 27

Nel 1886 un'associazione francese di insegnanti, l' Association


Phonétique des Pro/esseurs d'Anglais, poi divenuta l'Association Phonétique
Internationale (API) o International Phonetic Association (IPA), propose
un nuovo sistema di trascrizione che, attraverso continue modifiche e
ampliamenti che tuttora vengono periodicamente apportati, si è pian
piano imposto come alfabeto fonetico universale, e si è ormai diffuso in
tutti gli ambiti delle scienze linguistiche. I simboli IPA sono in parte ripresi
dall'alfabeto latino, da quello greco e da quello antico-inglese (assumendo
però in molti casi un valore diverso da quello che possedevano in questi
alfabeti) , in parte sono stati creati ad hoc per le esigenze della trascrizione.
Nonostante le resistenze di alcuni settori scientifici, si può dire che oggi
gli obiettivi dell'IPA siano stati raggiunti e che la stragrande maggioranza
dei linguisti di ogni formazione utilizzi questo alfabeto. In questo testo
faremo costante riferimento all'alfabeto IPA, i cui caratteri saranno illustrati
dettagliatamente nei capitoli seguenti.
I caratteri dell'IPA sono oggi disponibili come font per i programmi di
videoscrittura. Vi sono numerose pagine in rete che consentono di scaricare
gratuitamente i font. Segnaliamo, tra le altre, la pagina web http:// scripts.
sil.org/ cms/ scripts/ page.php?cat_id=FontDownloadsIPA, dalla quale sono
scaricabili diverse versioni dei caratteri IPA.
In epoca più recente si è diffusa anche una variante molto semplificata
dell'alfabeto IPA, detta SAMPA (Sp eech Assessment Methods Phonetic
Alphabet, Alfabeto fonetico dei metodi di valutazione del parlato), che
include unicamente caratteri presenti nella tastiera delle vecchie macchine da
scrivere e oggi nella tastiera dei PC, rendendo l'operazione della trascrizione
più veloce e praticabile anche senza disporre dei font. L'uso dei caratteri
SAMPA, però, a differenza dell'alfabeto IPA che è ideato per trascrivere
qualsiasi lingua o varietà di lingua, è diverso a seconda della lingua che si
trascrive, e non riveste dunque carattere universale.
Per un elenco completo dei caratteri SAMPA per l'italiano si veda in
appendice a p. 164. Per i sistemi SAMPA dell'italiano e di numerose altre
lingue si consulti la pagina web www.phon.ucl.ac.uk/home/ sampa.
Fonetica generale:
i s~oQi delle 1.ingue,, 1
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1. LETTERE E FONI

Quasi tutti noi abbiamo iniziato il nostro percorso di educazione


linguistica e di riflessione sulla lingua nel momento in cui abbiamo
affrontato nella scuola primaria l'arduo compito dell'alfabetizzazione, cioè
quando abbiamo imparato a leggere e a scrivere. Una delle conseguenze di
questa modalità di apprendimento metalinguistico è che siamo abituati a
pensare alle parole soprattutto come forme scritte, e a pensarle quindi come
costituite da «lettere», cioè dai caratteri dell'alfabeto della nostra lingua.
Come abbiamo già osservato in precedenza (pp. 15-16), la forma
fonica di una parola - nonostante la scarsa attenzione che siamo soliti
dedicarle - precede la forma scritta sia sul piano storico (tutte le lingue sono
state prima parlate e poi eventualmente scritte) sia sul piano individuale (tutti
gli esseri umani imparano a parlare ben prima di imparare eventualmente
a scrivere), ed è costituita evidentemente non da caratteri grafici come le
lettere ma da elementi sonori che si definiscono «foni» e che preesistono
alle lettere.
Ogni confusione tra fono e lettera va perciò assolutamente evitata
sia sul piano terminologico sia su quello concettuale, anche perché, come
già abbiamo segnalato (pp. 21 ss.) , l'ortografia italiana e delle altre lingue
non è basata su di un'esatta corrispondenza tra foni e lettere: si pensi
per esempio alla parola chi, scritta con tre lettere ma pronunciata con due
foni [kiJ .
30 CAPITOLO 1

2. MECCANISMI DELLA FONAZIONE

Per comprendere i meccanismi che consentono all'essere umano di


articolare i foni delle diverse lingue conosciute è necessario avere un'idea, sia
pure sommaria, della configurazione anatomica degli organi coinvolti (par.
2.1). Successivamente vedremo come tali organi agiscono e interagiscono
nell'articolazione dei foni o fonazione (par. 2 .2).

2.1. Anatomia dell'apparato fonatorio

Quello che dal punto di vista che qui stiamo adottando è l'apparato
fonatorio - cioè l'insieme degli organi del corpo umano che partecipano
alla produzione dei suoni delle lingue - è in realtà costituito da organi che
appartengono primariamente agli apparati respiratorio e digerente, nel senso
che svolgono in rapporto a quegli apparati le loro funzioni vitali, indispensabili
per la sopravvivenza dell'individuo. Il loro adattamento come organi della
fonazione rappresenta evidentemente un'evoluzione successiva e secondaria.

Apparato respiratorio
L'apparato respiratorio è interamente coinvolto nella fonazione. I suoi
organi principali, come evidenziato nella figura 1.1 , sono, procedendo dal
basso verso l'alto:
• il diaframma, un muscolo posto trasversalmente a delimitare la
cavità toracica da quella addominale: le contrazioni del diaframma sono
responsabili dell'inspirazione, mentre l'espirazione, durante la quale
avviene di norma la fonazione 1, è un fenomeno per lo più passivo, dovuto al
rilassamento del diaframma e di altri muscoli toracici;
• i polmoni, la cui funzione nella fonazione è quella di fornire l'aria
espiratoria che viene sospinta verso l'esterno;
• i bronchi e la trachea, che incanalano l'aria espiratoria proveniente
dai polmoni e la dirigono verso la laringe;

1 Esistono modalità di fonazione attivate dall'inspirazione o altre che si svolgono in

assenza di ogni movimento respiratorio, ma la fonazione espiratoria o egressiva rappre-


senta la modalità di gran lunga più diffusa e in moltissime lingue è l'unica regolarmente
utilizzata.
FONETICA GENERALE 31

Cavità nasale
Cavità orale
Faringe
Laringe
Trachea

Polmone sinistro
Polmone destro
Diaframma

fig. 1.1. L'apparato respiratorio.

• la laringe, organo di struttura molto complessa, all'interno del quale


si svolge uno dei processi più importanti della fonazione (v. par. seguente) e
si genera quella che viene comunemente definita voce; la porzione centrale
della laringe, direttamente coinvolta in questo processo, è chiamata glottide
e contiene le pliche vocali2 ;
• la faringe , organo comune all'apparato respiratorio e a quello
digerente (giacché rappresenta una sorta di punto di incrocio tra il percorso
dell'aria e quello del cibo): da qui l'aria espiratoria proveniente da polmoni,
bronchi, trachea e laringe può proseguire verso l'esterno seguendo due
diversi percorsi, e cioè o attraverso le cavità nasali o attraverso la bocca;
• le cavità nasali, che rappresentano il tratto superiore dell'apparato
respiratorio, attraverso il quale l'aria espiratoria esce dal corpo.

Apparato digerente
L'apparato digerente - al contrario di quello respiratorio - è interessato
alla produzione dei foni solo nella sua porzione superiore, inclusa nella figura
1.2 e comprendente, procedendo dal basso verso l'alto e da dietro in avanti:
2 Come vedremo più avanti, il diffusissimo termine corde vocali è del tutto improprio,
in quanto la struttura della glottide non contiene elementi a forma di corda.
32 CAPITOLO 1

Cavità nasali
Alveoli

Denti incisi vi

Laringe

fig . 1.2. // tratto fonatorio.

• la faringe, che come detto appartiene contemporaneamente anche


all'apparato respiratorio;
• il velo del palato o palato molle, che rappresenta la parte posteriore
del palato, priva di struttura ossea, visibile anche dall'esterno in fondo al
cavo orale; esso può restare inerte oppure spostarsi all'indietro: nel primo
caso l'aria può raggiungere liberamente le cavità nasali, come evidenziato
nella figura 1.2; nel secondo invece l'accesso a queste cavità risulta occluso,
come accade ad esempio ogni qual volta si ingeriscono cibi o liquidi, per
evitare che essi possano penetrare nelle cavità nasali;
• l'ugola, che rappresenta una propaggine del palato molle sospesa al
centro nella parte posteriore del cavo orale;
• la lingua, collocata al centro della cavità orale e dotata di una radice
fissata in basso alla muscolatura del collo, di un dorso mobile e di un apice
o punta estremamente mobile che le consentono di assumere diverse forme
e posizioni3;
• il palato duro, che sovrasta il cavo orale ed è fornito di una struttura
ossea a forma di cupola rivestita di mucosa;

3 Il ruolo che svolge nella fonazione la lingua intesa come organo anatomico è tanto
fortemente percepito da aver dato nome - in italiano e in molte altre lingue - alla lingua
intesa come idioma.
FONETICA GENERALE 33

• gli alveoli dei denti, ossia le parti interne delle gengive superiori,
elemento di transizione tra palato e denti;
• i denti, tra i quali soltanto quelli incisivi superiori (e più raramente gli
inferiori) svolgono un ruolo nell'articolazione dei foni;
• le labbra, che rappresentano la parte più esterna dell'apparato digerente
e che a loro volta, grazie a numerosi muscoli che le attraversano, possono
assumere diversi atteggiamenti e posizioni utilizzate nell'articolazione dei foni.
Anche sulla semplice base della descrizione estremamente sintetica
che ne abbiamo fornito risulterà evidente che alcuni tra gli organi sopra
elencati - tra cui in particolare la laringe (o meglio la glottide), il velo del
palato, la lingua e le labbra - hanno la possibilità di compiere movimenti e
di assumere diverse posizioni o atteggiamenti, e svolgono quindi un ruolo
attivo nell'articolazione. Essi sono detti per questo articolatori mobili.
Tutti gli altri organi - come la faringe, il palato duro, i denti - non
possono modificare la propria forma e posizione e sono detti quindi
articolatori fissi .

2.2. La voce

La laringe è, insieme alla lingua, il più importante tra gli organi articolatori,
e sicuramente è il più complesso4 . Tuttavia, come abbiamo accennato sopra,
soltanto una parte della laringe - detta glottide - svolge un ruolo attivo nella
fonazione. Possiamo immaginare la laringe come una struttura a forma
di tubo che porta l'aria dalla trachea verso la faringe (e viceversa nel caso
dell'inspirazione), mentre la glottide rappresenta la parte mediana di questo
tubo intorno alla quale si trovano alcune cartilagini (il cosiddetto «pomo
d'Adamo») unite da fascetti muscolari e ricoperte internamente da mucosa.
In particolare, sui due lati della parte mediana della laringe si trovano
due pieghe della mucosa dette per l'appunto pliche vocali . Grazie all'azione
dei muscoli che uniscono i vari elementi cartilaginei della glottide e che
attraversano le pliche stesse, queste possono avvicinarsi l'una all'altra fino

4 Secondo le teorie più diffuse, sono proprio la conformazione della laringe umana

e la sua posizione, più in basso nel collo rispetto ad altre specie simili, ad aver consentito
solo nella nostra specie lo sviluppo del linguaggio.
34 CAPITOLO 1

fig. 1.3. La rima vocale aperta (a sinistra) e chiusa (a destra).

ad ostruire del tutto il canale, oppure restare a riposo e ben separate l'una
dall'altra lasciando libero il passaggio (o infine avvicinarsi restringendo il
tubo ma senza impedire completamente il passaggio dell'aria, come accade
durante il cosiddetto mormorìo) .
Lo spazio tra le due pliche vocali è detto rima vocale. La rima vocale
può dunque essere aperta o chiusa. Nella figura 1.3 la rima vocale e le pliche
vocali sono viste dall'alto verso il basso, in una sezione trasversale del collo.
Se durante l'espirazione la rima vocale viene chiusa dall'azione dei
muscoli che portano le due pliche vocali a combaciare l'una con l'altra, ciò
produce evidentemente una momentanea interruzione del flusso dell'aria. Si
stabilisce quindi un contrasto tra due forze : quella che tiene unite le pliche e
quella che spinge l'aria dal basso verso l'alto.
Tuttavia l'aria espiratoria, spinta fuori grazie all'elasticità della parete
toracica e dei polmoni, riesce presto a forzare la resistenza opposta dalle
pliche e a separarle riaprendosi la strada verso l'esterno. I piccoli muscoli
della glottide però restano in tensione e questa tensione immediatamente
riprende a sua volta il sopravvento sulla forza dell'aria, tornando a chiudere
la rima e così via5 .
5 Si immagini una porta a molle (come quella di alcuni locali pubblici) che, spinta
dal vento, si apre, per poi subito richiudersi per l'azione delle molle, e così via, alternati-
vamente, producendo un classico effetto di aperture e chiusure.
FONETICA GENERALE 35

Questa successione di aperture e chiusure della rima vocale dovuto al


contrasto tra la forza dei muscoli glottidali e la spinta dal basso dell'aria si
ripete in maniera rapidissima (un singolo ciclo di apertura e chiusura può
durare da 0,5 a 2 centesimi di secondo circa, il che equivale a circa 50-200
cicli di apertura-chiusura per secondo)6.
Il meccanismo si ripete finché restano attive le due forze che si
contrappongono, cioè la pressione dell'aria espiratoria e la tensione
muscolare glottidale, e dà luogo a quella che viene definita vibrazione della
glottide e che corrisponde a ciò che chiamiamo sonorità o voce7 .
È possibile percepire con il tatto tale vibrazione appoggiando la punta
delle proprie dita sul collo all'altezza del pomo d'Adamo mentre si pronuncia
in modo prolungato una vocale o una consonante sonora come ad esempio
aaaaaaa oppure vvvvvvv. Si può anche verificare come invece pronunciando
consonanti sorde come fffffff o sssssss la vibrazione sia assente.
Quest'ultimo esempio dimostra come evidentemente non tutti i suoni
delle lingue prevedano l'attivazione della vibrazione glottidale. Vedremo
in seguito che le vocali prevedono sempre la vibrazione, quindi sono tutte
sonore, mentre è proprio in base alla presenza o all'assenza della vibrazione
glottidale che si possono classificare le consonanti in sonore e sorde,
rispettivamente.

2.3. Modi e luoghi di articolazione

Nel descrivere il meccanismo che produce la voce attraverso


l'attivazione della vibrazione glottidale abbiamo visto come ostacolando
momentaneamente e ripetutamente il libero passaggio dell'aria espiratoria si
produca quella vibrazione glottidale detta voce o sonorità.

6 Il numero di cicli per secondo corrisponde all'unità di misura della frequenza o


Hertz (HZ). Le voci maschili sono più 'basse' perché hanno una frequenza minore (80-150
cicli per secondo o Hertz), a causa del maggiore spessore delle pliche, che ne rallenta la
vibrazione; quelle femminili sono più 'alte' e cioè hanno frequenza maggiore (120-200
Hertz); i bambini e le bambine hanno voci ancora più alte (fino a 250 o 300 Hertz).
7 Questo uso della parola voce, come sinonimo di sonorità, diverge dall'uso comune,
nel quale voce è il risultato complessivo dell'attività fonatoria, indipendentemente dalla
sonorità o meno dei singoli foni.
36 CAPITOLO 1

In assenza di tale ostacolo - e cioè quando le pliche vocali restano


nella propria posizione di riposo senza interrompere il libero deflusso
dell'aria - non si genera invece alcun suono.
Ora, se continuiamo a seguire idealmente il percorso dell'aria dopo che
questa abbia superato la glottide, vediamo che anche nel tratto superiore
dell'apparato fonatorio possono verificarsi varie configurazioni articolatorie
che a loro volta possono rappresentare o meno un ostacolo al passaggio
dell'aria.
Possiamo brevemente sintetizzare le principali possibilità come segue
(ma vi torneremo più in dettaglio alle pp. 45 ss.):

• solo vibrazione laringea: l'aria, già messa in vibrazione dalla


presenza di tensione muscolare nelle pliche vocali, non incontra alcun
altro ostacolo al di sopra della glottide;
• vibrazione laringea + ostacolo superiore: l'aria, già messa in
vibrazione dalla presenza di tensione muscolare nelle pliche vocali,
incontra nel tratto superiore anche altre ostruzioni e restringimenti 1
che ne ostacolano il cammino;
• solo ostacolo superiore: l'aria espiratoria attraversa la glot-
tide aperta senza incontrarvi alcun ostacolo (assenza di vibrazione
laringea), ma trova poi nel tratto superiore una configurazione ar-
ticolatoria tale da produrre ostacoli all'aria espiratoria e a generare
quindi suono.

È evidente che, se l'aria non incontra alcun ostacolo né nella glottide


né nel tratto superiore, essa potrà liberamente fuoriuscire dal corpo senza
produrre alcun suono (espirazione silenziosa).
Si tratta dunque adesso di comprendere in quali maniere e in quali pun-
ti del tratto fonatorio superiore possano prodursi tali ostacoli. Si parla a
tale riguardo rispettivamente di modo di articolazione (che risponde alla
domanda: «come si produce l'ostacolo?») e di luogo di articolazione (che
risponde alla domanda: «dove si produce l'ostacolo?»).
Questi due fattori, insieme alla presenza o meno di sonorità, rappresen-
tano, come vedremo nel paragrafo 3, gli elementi fondamentali in base ai
quali si distinguono e si classificano i suoni consonantici delle lingue.
FONETICA GENERALE 37

Modi di articolazione
Quando gli organi mobili che costituiscono il tratto superiore dell' appa-
rato fonatorio (distinti dagli organi fissi, come visto sopra) restano nella loro
abituale posizione - detta posizione neutra o di riposo - essi non interferi-
scono con il flusso dell'aria espiratoria.
Affinché vi sia tale interferenza è necessario che uno degli organi mobili
lasci la posizione di riposo e si sposti in direzione di un altro organo, mobile
o fisso . A seconda di come tale avvicinamento si realizza, si possono distin-
guere i seguenti modi di articolazione (negli schizzi che abbiamo inserito
accanto ai diversi modi di articolazione la freccia piccola nera indica il flusso
dell'aria, mentre le due frecce più grandi indicano il rapporto tra gli organi
mobili e fissi coinvolti nell'articolazione).

• Occlusivo: se l'avvicinamento tra gli organi produce un


contatto tra di essi tale da creare un'ostruzione completa al
passaggio dell'aria, si produce una momentanea occlusione
del tratto fonatorio; questa chiusura - che generalmente è di
brevissima durata - è poi seguita da una brusca riapertura del
canale dovuta alla spinta dell'aria espiratoria che forza l'osta-
colo ed erompe verso l'esterno. L'insieme di queste due fasi
di occlusione e di esplosione caratterizza il modo di articola-
zione detto occlusivo. Per percepire la successione delle due
fasi si provi a pronunciare con forza una t: ci si accorgerà di
come nella prima fase, quella di contatto tra gli articolatori
ossia di occlusione, non si produca alcun suono e come questo
si generi solo successivamente, nel momento del distacco tra
gli articolatori e dell'esplosione.

• Fricativo: se l' articolatore mobile si avvicina ad un altro


organo senza creare un'occlusione completa, ma lascia libero
un breve spazio attraverso il quale l'aria espiratoria possa con-
tinuare - sia pure con difficoltà - a fluire verso l'esterno, allora
si produce un'articolazione fricativa. Il suono in questo caso
è generato proprio dal passaggio dell'aria attraverso la stretta
fessura rimasta libera ed è dovuto all'effetto di turbolenza che
38 CAPITOLO 1

questo passaggio esercita sull'aria (come quando l'aria pene-


tra per una porta o finestra socchiusa generando un soffio udi-
bile). Per verificare tale meccanismo si provi a pronunciare la
parola osso prolungando indefinitamente la se si udirà chiara-
mente il rumore causato dalla frizione dell'aria che si insinua
tra lingua e alveoli.

• Affricato: in questo modo di articolazione i due organi


coinvolti vengono posti a diretto contatto chiudendo del tut-
to il canale fonatorio proprio come accade nell'articolazione
occlusiva, con una fase di occlusione, ma poi si separano in
modo meno brusco di come accade nelle occlusive (quindi
senza esplosione) e restando comunque tanto vicini da pro-
durre un rumore di frizione come nelle fricative. Il modo di
articolazione detto affricato prevede perciò una successione
tra una fase di occlusione e una di frizione. Per questa ragio-
ne i suoni affricati sono suoni complessi e sono stati talvolta
considerati come la successione di un suono occlusivo (ben-
ché senza esplosione) e di uno fricativo. Come vedremo, tale
natura composita dei suoni affricati corrisponde nella tra-
scrizione fonetica a un simbolo doppio, ossia formato da due
elementi, uno per la fase occlusiva e uno per quella fricativa.
Ci si può rendere conto di questa complessa articolazione
pronunciando con forza e prolungando l'articolazione della
z di pozzo.

• Nasale: questo modo di articolazione si produce con

d un'occlusione orale - analoga a quella descritta per le occlusive


e per le affricate - accompagnata però in questo caso da una
particolare posizione del velo del palato. Quest'organo infatti,
che in tutti gli altri modi di articolazione è spostato all'indie-
tro chiudendo il passaggio verso il naso e indirizzando il flusso
dell'aria verso la cavità orale, resta invece in questo caso abbas-
sato lasciando così l'aria espiratoria libera di proseguire verso
l'alto e di fuoriuscire poi attraverso le cavità nasali. Si produ-
FONETICA GENERALE 39

ce così un effetto acustico di nasalità. Il ridotto afflusso di aria


verso la cavità orale, dove si era intanto prodotta l'occlusione,
rende la susseguente esplosione molto debole e non udibile
proprio perché l'aria, deviata in gran parte verso il naso, non
esercita una forte pressione dietro l'ostacolo prodottosi nella
bocca. Si provi a pronunciare e a prolungare la n di Anna per
verificare l'occlusione tra lingua e alveoli. Ci si renderà conto
che anche durante l'occlusione il suono della consonante con-
tinua a essere emesso e che avvicinando il dorso della mano
alle narici si può percepire il flusso dell'aria espiratoria che ne
fuoriesce.

• Laterale: anche in questo caso - come per i suoni na-


sali - si produce un'occlusione completa, e anche in questo
caso resta libero un passaggio secondario che consente ali' aria
espiratoria di aggirare l'ostacolo. Nel modo di articolazione
laterale però il passaggio secondario si produce non attraverso
il naso ma nella stessa cavità orale, in una posizione laterale
(anzi bilaterale) rispetto ali' occlusione. Se si pronuncia, pro-
lungandola, la l di palla si potrà verificare la presenza del con-
tatto tra lingua e alveoli nella parte centrale mentre ai due lati
della lingua l'aria resta libera di proseguire verso l'esterno. Si
può anche verificare la presenza dei varchi laterali provando a
fermare l'articolazione durante la pronuncia di le a inspirare
con la bocca: si sentirà l'aria passare tra lingua e palato sui due
lati del cavo orale.

• Vibrante: il modo di articolazione vibrante consiste


in una brevissima occlusione - completa come nelle occlusi-
ve - seguita da una breve e debole esplosione e poi ancora da
vari altri cicli di occlusione ed esplosione in rapidissima suc-
cessione. È questo veloce alternarsi di brevi fasi di occlusione
e di esplosione (da due-tre fino a sei-sette) a produrre l'effetto
di vibrazione. Se si articola la r dell'italiano standard si potrà
percepire la punta della lingua che colpisce più volte gli al-
40 CAPITOLO 1

veoli dei denti 8. Si può senz'altro affermare che una vibrante


consiste di una serie di brevissime occlusive (nello schizzo qui
accanto abbiamo infatti riprodotto due volte la stessa figura
già utilizzata per le occlusive, rimpicciolendola per indicare la
minore energia delle singole esplosioni). Il meccanismo di ar-
ticolazione delle vibranti spiega anche la diffusione del termi-
ne polivibranti, che si contrappone a quello di monovibranti,
riferito invece afoni realizzati con un unico, brevissimo, colpo
della lingua, in modo molto simile ma molto più veloce e de-
bole di quello dei foni occlusivi.

• Approssimante: si tratta di un modo di articolazione

il che prevede un movimento degli organi simile a quello pre-


visto dalle fricative , ma nel quale lo spazio rimasto libero per

T il passaggio dell'aria è un po ' più ampio e non si produce


alcun rumore di frizione. Come vedremo più avanti, questi
foni presentano problemi di classificazione rispetto all' oppo-
sizione vocali vs. consonanti, e infatti sono stati chiamati in
passato anche semivocali o semiconsonanti. Per sperimen-
tarne l'articolazione, il lettore provi a pronunciare lentamen-
te e accuratamente il suono iniziale della parola italiana ieri o
della parola inglese yes. Con un po' di pazienza e di esercizio,
ci si accorgerà che se da questa posizione si avvicina la lin-
gua ancora di più al palato inizierà a prodursi un rumore di
frizione.

Luoghi di articolazione
Ciascuno dei diversi modi di articolazione che abbiamo sopra esami-
nato può essere attivato in diversi punti o luoghi dell'apparato fonatorio.
Gli esempi che abbiamo di volta in volta fornito riguardavano tutti - per

8 Come si vedrà poi più in dettaglio, non tutti in Italia sono effettivamente capaci

di pronunciare le vibranti. Alcune persone - soprattutto nelle regioni nord-occidentali


ma non solo - le sostituiscono con altri tipi di articolazione (le cosiddette «erre mosce»).
Dunque la lettrice o il lettore che sa di possedere questa caratteristica fonatoria non potrà
sperimentare su di sé il modo di articolazione vibrante.
FONETICA GENERALE 41

semplicità e per coerenza - sempre uno stesso luogo di articolazione, quello


alveolare, descritto più in dettaglio qui di seguito assieme a tutti gli altri
luoghi di articolazione. Partiremo dai luoghi più esterni verso i più interni
(negli schizzi posti accanto ai luoghi di articolazione la freccia indica il pun-
to di contatto o di costrizione) .

• Labiale o bilabiale. I foni labiali sono articolati con


l'awicinamento o il contatto tra le due labbra, come mo-
stra la figura, e per questa ragione la denominazione più
precisa di questo luogo di articolazione è bilabiale, poiché
fa riferimento ad ambedue gli articolatori coinvolti, cioè
appunto il labbro superiore e quello inferiore. Come vedremo, tra le conso-
nanti bilabiali più diffuse nelle lingue del mondo ci sono quelle occlusive e
nasali, ma in diverse lingue sono presenti anche foni bilabiali fricativi. Un
esempio di bilabiale (occlusiva sorda) è nella parola ape, come si potrà facil-
mente verificare pronunciando ad alta voce questa parola.

• Labiodentale. Questo luogo di articolazione pre-


vede un movimento del labbro inferiore in direzione dei
denti superiori. La conformazione anatomica degli organi
coinvolti rende impossibile un'articolazione labiodentale
A occlusiva, poiché l'aria riesce comunque a filtrare attra-
verso gli spazi tra i denti. Sono particolarmente diffuse le fricative labioden-
tali e la nasale labiodentale. Un esempio di labiodentale (fricativa sorda) è
nella parola afa.

• Dentale o alveolare. La punta o apice della lingua


può muoversi in direzione della faccia interna dei denti
incisivi superiori oppure, leggermente più in alto, verso
gli alveoli degli stessi denti, cioè quella parte di mucosa
gengivale che unisce i denti alla parte anteriore del palato.
A seconda che il contatto o l'accostamento tra l'apice della lingua e gli orga-
ni fissi awenga più verso i denti o più verso gli alveoli si definisce questo
luogo di articolazione apico-dentale oppure apico-alveolare. La distinzione
tra queste due posizioni però risulta rilevante solo nel caso delle fricative ,
42 CAPITOLO 1

per le quali si parla appunto di fricative (apico-)dentali e fricative (apico-)


alveolari. Negli altri casi (occlusive, affricate, nasali, laterali, vibranti) , inve-
ce, l'articolazione è abitualmente alveolare, anche se non è raro che questi
foni vengano chiamati più semplicemente dentali. Un esempio di alveolare
(occlusiva sonora) è la consonante della parola Ida; un esempio di dentale
(fricativa sonora) è la consonante iniziale dell'articolo inglese the.

• Postalveolare o prepalatale. Questo luogo di arti-


colazione, di poco più arretrato di quello apico-alveolare,
prevede l'accostamento della lingua alla parte del palato
che si trova immediatamente dietro gli alveoli dei denti. In
questa posizione si ritrovano frequentemente foni fricativi
e affricati. Un esempio di postalveolare (affricata sonora) è nella parola oggi.

• Retroflesso. La punta della lingua può essere innal-


zata e portata leggermente all'indietro, in modo che la par-
te della lingua posta immediatamente al di sotto della pun-
ta venga a contatto con gli alveoli o con la parte anteriore
del palato. Per la tipica posizione della lingua volta all'in-
dietro, questo luogo di articolazione è detto retroflesso. I foni retroflessi (detti
anche cacuminali) non sono molto diffusi, ma sono presenti in alcuni dialetti
italiani e nei corrispondenti italiani regionali. Esempi di retroflesse sono - nel-
la pronuncia regionale siciliana dell'italiano -le consonanti della parola tre.

• Palatale. La parte dorsale della lingua può innalzar-


si, arcuandosi, in direzione del palato duro, e quindi que-
sto luogo di articolazione è definito più esattamente dorso-
palatale. Tra i foni palatali più diffusi sono quelli nasali e
laterali. Un esempio di palatale (nasale) è nella parola ogni.

• Velare. Il luogo di articolazione velare presuppone


un movimento del dorso della lingua verso il palato molle,
o velo del palato. Per questa ragione viene definito più
esattamente dorso-velare. Si tratta di uno dei luoghi di
articolazione più utilizzati, in particolare per la produzio-
FONETICA GENERALE 43

ne di foni occlusivi, fricativi e nasali. Un esempio di velare (occlusiva sorda)


è nella parola eco.

• Uvulare. In posizione immediatamente più arretra-


ta rispetto al luogo di articolazione velare si trova quello
uvulare. Anche in questo caso è il dorso della lingua che
raggiunge l'ugola {lat. uvula), da cui la denominazione di
dorso-uvulare. Nelle lingue europee questo luogo di arti-
colazione è poco sfruttato, tranne che per la presenza di vibranti e fricative
uvulari. Un esempio di uvulare (fricativa sonora) è nella r della parola fran-
cese Paris.

• Faringale. I foni faringali sono articolati con un


avvicinamento della parte posteriore del dorso della lin-
. gua alla parete posteriore della faringe. In questa posizio-
ne è possibile solo un'ostruzione parziale del canale fona-
torio e si realizzano soltanto suoni fricativi, comunque
poco diffusi. Un esempio di faringale (fricativa sonora) è rappresentato dal
suono della lettera araba 'ain.

• Laringale. Questo luogo di articolazione rappre-


senta un caso particolare rispetto a tutti quelli elencati
fino a questo momento, in quanto esso non si colloca
nel tratto fonatorio superiore ma proprio al livello della
laringe. Qui infatti le due pliche della glottide possono
disporsi l'una rispetto all'altra in una posizione tale da
non bloccare il passaggio dell'aria (come avviene quando si attiva la vi-
brazione laringea che determina la sonorità) ma restringendo lo spazio
intermedio tanto da creare uno stretto passaggio attraverso il quale l'aria
passa a fatica e produce un rumore di frizione (fricativa laringale). Inoltre
è possibile ottenere, nel luogo laringale, anche un fono occlusivo, con-
sistente in una chiusura della rima glottidale seguita da un'unica brusca
esplosione, senza che si attivi poi il ciclo di aperture e chiusure tipico della
sonorità (occlusiva laringale). Un esempio di laringale (fricativa sorda) è
nella parola inglese home.
44 CAPITOLO 1

2.4. Durata dei foni

Qualunque fono, essendo prodotto con una successione di movimenti e


di fasi articolatorie e inserito in una successione di altri foni all'interno della
catena parlata, è un fenomeno fisico dotato di un inizio e una fine, cioè di
una sua durata. Per durata di un fono si intende il tempo che trascorre tra il
momento in cui gli organi iniziano a spostarsi verso la configurazione artico-
latoria tipica di quel fono e il momento in cui l'abbandonano per articolare
il fono successivo. La durata di un fono può variare molto in funzione della
velocità d'eloquio (maggiore la velocità, minore la durata dei foni), delle
caratteristiche del fono (le vocali hanno in genere durata maggiore delle
consonanti), della sua posizione nella parola e nella frase, delle specifiche
norme di pronuncia delle varie lingue, delle abitudini individuali ecc.
Nella trascrizione fonetica non è ovviamente possibile dare conto della
precisa durata di un fono , calcolata in centesimi o in millesimi di secondo. Si
segnala unicamente l'eventuale allungamento di un fono molto oltre quella
che è la durata media dei foni nelle stesse condizioni.
L'allungamento di un fono può essere segnalato in due modi assoluta-
mente equivalenti, che consistono rispettivamente nella ripetizione del sim-
bolo (p. es. [ss] o [aa]) o nell'aggiunta, dopo il simbolo, del segno[:] (p. es.
[s:] o [a:]) . Per le consonanti si praticano con una certa frequenza ambedue
le modalità, mentre per le vocali si preferisce la seconda: si tende quindi a
scrivere [ss] o [s:], ma sempre [a:]. Nelle pagine che seguono opteremo per
le consonanti per il tipo [ss] , che ci pare più immediatamente leggibile e
intuitivo, attenendoci per le vocali al tipo [a:].
Dal punto di vista articolatorio va ancora precisato che in tutti i foni
che consistono di una sola fase articolatoria (vocali, consonanti fricative,
nasali, laterali, approssimanti) la durata può essere prolungata attraverso il
semplice protrarsi dell'articolazione, mentre in quei tipi consonantici che
prevedono più fasi articolatorie (come le consonanti occlusive e affricate) è
sempre la prima fase - quella di occlusione - a protrarsi, e non la seconda
fase (rispettivamente di esplosione o di frizione).
È per questo motivo che nelle consonanti affricate, uniche tra le conso-
nanti a prevedere un doppio simbolo, l'allungamento viene segnato dopo il
FONETICA GENERALE 45

primo elemento, cioè quello che fa riferimento appunto alla fase occlusiva:
per esempio [ttJ] o [~:J], come in italiano faccia [fattJa] o [fat:Ja].
La durata delle vibranti, come la [r] dell'italiano, dipende infine dal
numero delle vibrazioni, cioè dei cicli di occlusione ed esplosione di cui
esse consistono: in italiano la [r] prevede in genere due o tre cicli, mentre la
variante lunga [r:] ne prevede quattro o cinque.
In tutti i casi, la definizione di 'consonante doppia', basata sull'orto-
grafia italiana di parole come carro, pollo, tarr.a ecc., è sviante, in quanto
l'allungamento non corrisponde a una durata esattamente raddoppiata, ma a
un aumento minore, di circa 1,5 volte rispetto alla consonante non allungata.
Mentre in alcune lingue la durata dei foni può essere determinata auto-
. maticamente dal contesto, in altre la durata delle vocali o delle consonanti
può assumere valore distintivo, acquisendo la capacità di opporre parole
altrimenti identiche: vedi p. es. italiano casa vs. cassa, in cui la distinzione tra
le due parole è affidata alla durata della consonante fricativa alveolare sorda;
tedesco Mal 'volta' vs. Mah! 'pasto', dove l'elemento distintivo è la durata
della vocale bassa, rispettivamente breve e lunga.
Bisogna d'altro canto osservare che l'ortografia può ingannare sulla
durata dei foni: in molte lingue infatti la grafia prevede spesso consonanti
«doppie» che però nella pronuncia hanno la stessa durata delle consonanti
«semplici» (come in francese comment 'come' , ing. written 'scritto' , ted.
Nummer 'numero', tutte parole pronunciate con consonante breve nono-
stante la doppia dell'ortografia).

3. CLASSIFICAZIONE DEI PONI

3.1. Vocali e consonanti

Abbiamo visto che la produzione di un fono può prevedere - durante


l'espirazione dell'aria - la presenza oppure l'assenza di una vibrazione
laringea e la presenza oppure l'assenza di un ostacolo nel tratto fonatorio
superiore. Come già osservato, se i meccanismi citati sono ambedue
assenti, l'espirazione avverrà in modo del tutto silenzioso e non si avrà
fonazione.
46 CAPITOLO 1

Se è attivo solo il primo, la vibrazione laringea, cioè se ci troviamo in


presenza di quella che sopra abbiamo definito voce o sonorità e in assenza
di ogni tipo di ostacolo superiore, si avrà un fono di tipo vocalico, cioè una
vocale. In altri termini

• una vocale è un fono che risulta dall'attivazione della vibrazione la-


ringea senza che nel tratto fonatorio superiore si produca alcun' altra fonte
di rumore.

Se c'è invece un ostacolo superiore, qualunque siano il modo e il luogo


di articolazione, saremo comunque in presenza di un fono di tipo consonan-
tico, cioè di una consonante 9. Quindi

• definiamo consonante qualunque fono che preveda l'attivazione di


una fonte di rumore nel tratto fonatorio al di sopra della laringe.

Si parlerà poi a seconda dei casi di

• consonante sorda se insieme ali' ostacolo superiore - sempre pre-


sente - non si sarà attivato contemporaneamente il meccanismo di vibra-
zione laringeo

oppure di

• consonante sonora se viene invece contemporaneamente attivata


anche la vibrazione della glottide.

La classificazione dei foni in vocali e consonanti, e di queste ultime in


sorde e sonore può essere schematizzata come illustrato nel quadro 1.1.

9 Sono inoltre consonanti anche le laringali, che prevedono nella laringe un mec-

canismo articolatorio di tipo occlusivo o fricativo, diverso da quello della vibrazione e


analogo a quelli che si producono negli altri luoghi di articolazione.
FONETICA GENERALE 47

• Quadro 1.1. Classificazione dei foni

Assenza di vibrazione Presenza di vibrazione


laringea laringea

Assenza di ostacolo superiore si lenzio vocale

Presenza di ostacolo superiore consonante sorda consonante sonora

3.2. Foni vocalici

Poiché, come abbiamo appena stabilito, ogni vocale è caratterizzata dal-


la presenza di vibrazione laringea e dall'assenza di ulteriori ostacoli, eviden-
temente dovranno esserci altri elementi che consentano di distinguere l'uno
dall'altro quei foni che chiamiamo vocali e che rappresentino la base di una
loro classificazione.
In effetti, benché gli organi superiori non si atteggino in modo tale da
costituire un ostacolo al passaggio dell'aria (come accade invece per le con-
sonanti), ciò non vuol dire che questi organi restino immobili durante l' ar-
ticolazione di una vocale. Esiste infatti una serie di configurazioni articola-
torie prodotte da movimenti della lingua, delle labbra e del velo del palato
che assegnano al tratto fonatorio una conformazione di volta in volta diversa
producendo differenti suoni vocalici.
Esamineremo quindi nell'ordine il ruolo della lingua, delle labbra, del
velo nell'articolazione delle vocali.

La lingua
La punta e il dorso della lingua possono spostarsi con grande libertà
di movimenti nel cavo orale. Tali movimenti danno alla cavità attraverso la
quale passa l'aria espiratoria forme e configurazioni diverse che producono
suoni vocalici diversi. Per comprendere il meccanismo si può pensare a stru-
menti musicali a cassa variabile come il trombone, che producono suoni di
diverso timbro a seconda della forma e della dimensione che assumono le
loro cavità.
I movimenti della lingua possono avvenire - a partire dalla posizione di
riposo - in senso verticale, cioè verso l'alto, e in senso orizzontale, cioè in
48 CAPITOLO 1

avanti o all'indietro. Una vocale può essere dunque definita sulla base dello
spostamento della lingua in queste due direzioni.
In base agli spostamenti in direzione verticale, le vocali si distinguono
in basse, mediobasse, medioalte, alte 1°, via via che la lingua, spostandosi dal
basso verso l'alto, si avvicina al palato o al velo. Si deve sempre ricordare,
però, che anche in una vocale alta lo spazio residuo tra la lingua e il palato o
il velo resta sempre sufficientemente ampio affinché l'aria possa liberamente
fluire senza che si crei alcun ostacolo al suo passaggio 11 .
In base agli spostamenti della lingua in direzione orizzontale le vocali si
distinguono in anteriori, centrali e posteriori 12 . Combinando i due movimen-
ti (poiché naturalmente la lingua può andare contemporaneamente in avanti
e in alto, oppure indietro e in alto ecc.) si ottiene uno schema ideale di base
formato da dodici posizioni (le quattro posizioni indicate per l'asse verticale
moltiplicate per le tre posizioni indicate per l'asse orizzontale: 4 x 3 = 12).
Gli schemi vocalici, basati proprio su questa classificazione in dodici po-
sizioni, hanno comunemente una forma non rettangolare bensì trapezoidale.
Questa forma (v. fig. 1.4) tiene conto del fatto che, per ragioni anatomiche, la
possibilità di movimento orizzontale della lingua è minore quando la lingua è
abbassata e maggiore quando invece la lingua è spostata verso l' alto 13 .
Lungo i due lati, anteriore e posteriore, del trapezio vocalico vengono
collocate le otto vocali cardinali.

• Le vocali cardinali (o cardinali primarie) sono articolazioni vocali-


che che corrispondono ai quattro angoli del trapezio e alle due posizioni
intermedie lungo i lati anteriore e posteriore.

°1 Facendo riferimento alla maggiore o minore apertura dello spazio orale tra lingua e

palato, si possono definire le vocali anche con i termini di aperte, semiaperte, semichiuse
e chiuse. Questa seconda terminologia, basata sull'apertura, è diffusa quanto l'altra, basata
sull'altezza. Si può quindi considerare in questo senso aperto sinonimo di basso, semiaperto
sinonimo di mediobasso, semichiuso di medioalto e chiuso di alto.
11 Si ricordi anche la definizione di approssimante. Eviden temente in una posizione

più alta rispetto alla vocale alta troveremo una consonante approssimante, ancora più in
alto di una consonante approssimante troveremo una consonante fricativa.
12 Le vocali anteriori sono - come luogo di articolazione - foni palatali, le posteriori

sono velari . Le centrali si collocano in un luogo di articolazione intermedio tra palato e


velo e sono perciò dette prevelari.
13 Per consuetudine si dispone il trapezio con la parte anteriore a sinistra e la parte
posteriore a destra, come se si osservasse una persona dal lato della guancia sinistra.
FONETICA GENERALE 49

Anteriore Centrale Posteriore

Alta

Medioalta

Mediobassa

Bassa

fig. 1.4. Il trapezio vocalico.

Anteriore Posteriore

Alta u

Medioalta e o

Mediobassa e

Bassa a a

fig. 1.5. Le vocali cardinali e i loro simboli IPA.

Nella figura 1.5 si riportano i simboli delle otto vocali cardinali secondo
il sistema di simboli dell'IPA.
Il trapezio ci dice dunque che [i] è il simbolo fonetico IPA per la vocale
anteriore alta, [e] per l'anteriore medioalta, [e] per l'anteriore mediobassa,
[a] per l'anteriore bassa; proseguendo in senso antiorario, troviamo che [a]
rappresenta la vocale posteriore bassa, [::,] la posteriore mediobassa, [o] la
posteriore medioalta, [u] la posteriore alta. Gli otto simboli presenti corri-
spondono peraltro ad articolazioni vocaliche che sono tra le più diffuse nelle
lingue europee e di tutto il mondo.
50 CAPITOLO 1

È possibile udire il suono delle vocali cardinali dalla voce registrata


dei fonetisti Daniel Jones (1881-1967, ideatore del concetto di «vocale
cardinale») e Peter Ladefoged (1925-2006) alla pagina web http://www.
phonetics.ucla.edu/ course/ chapter9/ cardinal/ cardinal.html.

Le labbra
Le otto vocali cardinali primarie presentate nella figura 1.5 sono state
finora descritte unicamente in base alla posizione della lingua.
Se si prende in considerazione anche la posizione assunta dalle labbra
durante la loro articolazione, si vedrà che mentre le quattro vocali anteriori
[i e e a] e la vocale posteriore bassa [o] vengono pronunciate con le labbra
distese, le altre tre posteriori [:) o u] prevedono invece un certo grado di
arrotondamento delle labbra , che va aumentando via via che si passa dalla
mediobassa alla medioalta alla alta.

•Le vocali pronunciate senza arrotondamento delle labbra sono dette


aprocheile (dal greco a- 'non ', -pro- 'avanti', -cheilos 'labbro') o non labializ-
zate o non arrotondate; quelle in cui invece le labbra si spingono all'infuori
con l' awicinamento tra i due angoli della bocca sono dette procheile o labia-
lizzate o arrotondate.

Quindi tra le vocali cardinali primarie [i e e a o] sono non arrotondate,


mentre [::, o u] sono arrotondate.
Ogni posizione della lingua nel cavo orale può essere combinata con
ciascuna delle due posizioni delle labbra. Dunque, oltre alle vocali che ab-
biamo già visto, è possibile pronunciarne altrettante con identica posizione
della lingua ma con opposto atteggiamento delle labbra. Accanto alla serie
delle anteriori non arrotondate esiste dunque una serie parallela di anteriori
arrotondate, e analogamente accanto alle posteriori arrotondate si possono
produrre delle posteriori non arrotondate.
Per esempio, se [i] è la vocale anteriore alta non arrotondata, esiste an-
che una corrispondente vocale anteriore alta arrotondata, il cui simbolo è
[y] 14; se [::,] è la vocale posteriore mediobassa arrotondata, esiste anche una

14 Per riprodurre questo fono vocalico basta arrotondare le labbra come per [u]

ma cercare di pronunciare una [i]: il risultato sarà necessariamente una vocale anteriore
FONETICA GENERALE 51

Anteriore Posteriore

Alta y w

Medioalta </J y

Mediobassa ce A

Bassa CE o

fig. 1.6. Le vocali cardinali secondarie e i foro simboli IPA.

corrispondente vocale posteriore mediobassa non arrotondata, il cui simbo-


lo è [A] 15 e così via.
Nella figura 1.6 sono riportate le otto vocali cardinali «secondarie»,
ossia per l'appunto le vocali corrispondenti alle vocali cardinali primarie,
ma con arrotondamento delle labbra opposto rispetto alle primarie. Quindi
sono arrotondate le vocali anteriori [y </J ce CE] e la bassa posteriore [o], men-
tre non sono arrotondate le posteriori [A y ru].
Le vocali cardinali secondarie - come si indovina già solo osservandone
i simboli - sono molto meno diffuse delle cardinali primarie.
Tra esse, come vedremo, solo le anteriori arrotondate [y </J ce] e le po-
steriori bassa e mediobassa non arrotondate [o A] hanno una significativa
diffusione tra le principali lingue europee.

Il velo del palato


Il terzo parametro di classificazione delle vocali (dopo l'articolazione
linguale e l'arrotondamento labiale) riguarda l'atteggiamento articolatorio
del velo del palato. Quest'organo - durante la fonazione - è prevalente-

alta come [i] ma arrotondata come [u] e cioè appunto una [y]. Lo stesso esercizio si può
ripetere anche per le altre anteriori labializzate: pronunciando [e] mentre si arrotondano
le labbra come per [o] si ottiene [0] e così via.
15 Per ottenere questa articolazione basta pronunciare [::,] tenendo però le labbra
distese. Lo stesso per le altre posteriori non labializzate.
52 CAPITOLO 1

mente collocato in posizione arretrata, cioè con il suo margine inferiore po-
sto a contatto con la parete posteriore della faringe, a bloccare il passaggio
dell'aria espiratoria verso le cavità nasali. In tal modo il flusso dell'aria è
diretto interamente verso la bocca, dove, come abbiamo visto, si producono
la maggior parte dei movimenti articolatori utilizzati per la produzione di
foni. Tutti i foni articolati con questo meccanismo sono detti orali . Le vocali
descritte in questo paragrafo fino a questo punto sono tutte vocali orali.

• È possibile però, qualunque sia la posizione della lingua e delle lab-


bra, mantenere abbassato il velo del palato, consentendo quindi ali' aria di
fuoriuscire contemporaneamente sia attraverso il naso sia attraverso la boc-
ca. In questo caso si parlerà di vocali nasali o nasalizzate.

Esistono vocali di questo tipo in molte importanti lingue europee, ma in


generale le vocali nasali sono molto meno diffuse di quelle orali.
L'IPA non ha previsto simboli speciali per le vocali nasali, ma si limita
a porre il segno diacritico e-] 16 al di sopra del simbolo della vocale corri-
spondente. Per esempio se la vocale orale anteriore mediobassa [e] viene
pronunciata con il velo del palato abbassato e il libero passaggio dell'aria
verso il naso, essa andrà trascritta con il simbolo [e], e andrà descritta come
«anteriore mediobassa nasalizzata».

Altre vocali
Il repertorio completo delle vocali incluse nel sistema IPA comprende
parecchie altre vocali oltre alle vocali cardinali primarie e alle vocali cardi-
nali secondarie. Vi è infatti una serie di vocali centrali disposte anch'esse
lungo un asse verticale, tra le quali 1a segnalata in particolare quella che è
definita spesso «la vocale centrale», il cui simbolo è [g]. Si tratta di una vo-
cale articolata in una posizione grosso modo intermedia sia rispetto all'asse
orizzontale sia a quello verticale e che occupa quindi un punto centrale del
trapezio vocalico. Questa vocale è molto diffusa e nell'uso comune riceve
numerose denominazioni tra le quali quella di «vocale muta» (definizione

16 Questo simbolo è detto tilde, dalla parola spagnola che indica appunto il segno
posto sulla lettera ii dell'alfabeto spagnolo.
FONETICA GENERALE 53

e
VOCALI NON ARROTONDATE

e
re B

a a

y li u
y
u
0 0 o
VOCALI ARROTONDATE

re

CE o

fig. 1.7. Repertorio semplificato dei simboli vocalici IPA. In alto le vocali non arrotondate, in basso le arrotondate.

non corretta, poiché per definizione nessuna vocale è muta) o «vocale indi-
stinta» (ma naturalmente è ben distinta dalle altre vocali!). Una definizione
molto comune - e generalmente accettata - di questa vocale è schwa, con
il nome dato a un segno diacritico dell'alfabeto ebraico che corrisponde a
questo suono.
Va inoltre segnalata, nella serie delle vocali anteriori, la vocale interme-
dia tra [a] ed [e], il cui simbolo è [re], pure presente in diverse lingue.
Nella figura 1.7 riportiamo il repertorio - leggermente semplifica-
to - dei simboli vocalici IPA, sperando di non scoraggiare lettrici e lettori
con la complessità del sistema e con l'astrusità di alcuni simboli. Ci impe-
gniamo - per il resto di questo manuale - ad usare soltanto quelli veramente
essenziali, che sono sostanzialmente quelli già menzionati e descritti negli
54 CAPITOLO 1

ultimi tre paragrafi. Nell'appendice del volume (pp. 162-163) è riprodotto


invece l'intero sistema IPA, che include anche i simboli vocalici qui omessi.
Si osservi che nella figura 1.7 le vocali sono riorganizzate in due trapezi
separati in funzione dell'arrotondamento labiale: in alto le vocali non arroton-
date, in basso quelle arrotondate. Di conseguenza le vocali cardinali primarie
possono essere localizzate in parte nel primo trapezio e in parte nel secondo.

I dittonghi
Nella catena parlata awiene spesso che due foni vocalici si trovino l'uno
immediatamente dopo l'altro.

• Si considera dittongo però soltanto la successione di due vocali che si


trovino all'interno della stessa sillaba (per la definizione di sillaba v. pp. 66 ss.).

Di conseguenza sono ad esempio dittonghi le sequenze [au] e [ai] nelle


parole italiane causa (bisillabo: cau-sa) e mai (monosillabo), ma non nei tri-
sillabi pa-u-ra e Ja-i-na dove le vocali a-u e a-i appartengono a sillabe diverse.
Inoltre non va confusa con il dittongo una sequenza costituita da un fono
approssimante come [j] o [w] e da una vocale, dal momento che le appros-
simanti vanno considerate a tutti gli effetti come delle consonanti. Quindi
non sono dittonghi sequenze come [jd e [w:-,] in parole come pieno e buono.
Dal punto di vista articolatorio, la produzione di un dittongo prevede
naturalmente una prima fase corrispondente alla prima vocale, una fase di
transizione in cui la lingua si sposta gradualmente da una posizione all'altra
attraversando il trapezio vocalico e una seconda fase corrispondente alla
seconda vocale. Un dittongo può essere quindi descritto articolatoriamente
come un «percorso» attraverso lo spazio vocalico oppure, con un termine
più suggestivo, una «vocale dinamica».
Nella figura 1.8 sono riportati i «percorsi» dei dittonghi [au] e [oi]
come in Mauro e voi.

Segni diacritici per le vocali


Abbiamo già visto che la nasalità di una vocale si indica aggiungendo un
tilde e-] al di sopra del simbolo della corrispondente vocale orale. Questo
tipo di indicazione supplementare che si accompagna ai simboli fonetici va
sotto il nome di segno diacritico.
FONETICA GENERALE 55

Anteriore Posteriore

Alta u

Medioalta o

Mediobassa

Bassa a a

fig. 1.8. Esempi di dittonghi: [au] e [oi].

Esistono diversi altri segni diacritici nel sistema IPA, tra i quali qui si
accennerà solo ai più diffusi (v. tavola IPA in appendice per il repertorio
completo). In particolare ci riferiamo a quei diacritici che servono a indicare
con maggior precisione - nel caso si scelga di adottare un criterio di trascri-
zione stretta - il preciso luogo di articolazione di una vocale.
Ad esempio, se si vuole specificare che un fono vocalico simile alla vo-
cale centrale media [;:i] è stato prodotto in una posizione leggermente più
avanzata rispetto al punto centrale del trapezio, si aggiungerà sotto al sim-
bolo [;:i] il diacritico [.], quindi [9]; analogamente, se si tratta di una [;:i] un
po' arretrata, si aggiunge il diacritico [J : [ ~]. Per articolazioni rispettiva-
mente innalzate o abbassate rispetto al valore del simbolo vocalico si usano
i diacritici [J e [J: avremo quindi [y] e [vl

3.3. Foni consonantici

La classificazione delle consonanti è basata su tre parametri articolatori


fondamentali già descritti sul piano generale nei paragrafi precedenti:

• modo di articolazione
(risponde alla domanda: che tipo di rapporto reciproco assumono gli ar-
ticolatori?);
56 CAPITOLO 1

• luogo di articolazione
(risponde alla domanda: quali articolatori sono coinvolti nella produzione
della consonante?);
• presenza/assenza di sonorità
(risponde alla domanda: è prevista o meno l'attivazione della vibrazione
laringea?).

Qui vedremo in concreto quali combinazioni fra questi tre parametri


dànno luogo a foni consonantici effettivamente utilizzati e diffusi e qua-
li simboli dell'alfabeto fonetico internazionale IPA corrispondono a tali
consonanti.
Riportiamo di seguito una tabella completa (tab. 1.1) delle consonanti
che qui prenderemo in considerazione. Se si confronta la tabella semplifi-
cata e leggermente modificata che qui proponiamo con la tabella completa
dell'International Phonetic Association riportata in appendice al volume, si
verificherà che qui sono stati omessi alcuni tra i simboli consonantici meno
frequentemente utilizzati.

TAB. 1.1. Tabella delle consonanti

BILA- lABIO· DENTALI ALVEO- PREPA· RETRO· PALA· VELARI Uvu- fARIN· GLOTTI·
BIALI OENTALI LARI LATALI FLESSE TALI LARI GALI DALI

OCCLUSIVE p t [ c k q 7

b d <l j g G

FRICATIVE <I> f 8 s I ~ ç X X h h

p V (j z 3 ~ j y H ~ fi

AFFRICATE pf ts tJ
dz d3

NASALI m Il) n 'l J1 D N

LATERALI i

I ;;. t

VIBRANTI rr [ R

APPROSSIMANTI V J j4 w
FONETICA GENERALE 57

Per alcuni modi di articolazione sono presenti nella tabella due righe di-
verse, la prima delle quali indica le consonanti sorde e la seconda le equiva-
lenti sonore per quella particolare combinazione di modo e luogo di artico-
lazione. In assenza di questa doppia riga, si intende che tutte le consonanti
prodotte con quel modo di articolazione sono sonore.
Ogni ulteriore dettaglio relativo ai diversi simboli sarà spiegato qui di
seguito, nell'esame analitico della tabella, che procederà a partire dalle con-
sonanti occlusive proseguendo via via a descrivere le fricative, le affricate e
così via.

Consonanti occlusive

OCCLUSIVE BILABIALI LABIODENTALI! A LVEOLARI RETROFLESSI PALATALI VELARI UVULARI fARINGALI G LOTTIDALI

SORDE p - t I e k q - 'ì
SONORE b - d et j g G - -

Come si vede dalla tabella, il sistema IPA prevede consonanti occlusive


sorde e sonore per quasi tutti i luoghi di articolazione, con l'eccezione del
luogo labiodentale e di quello faringale, nei quali è anatomicamente impos-
sibile realizzare un'occlusione completa.
In particolare, le occlusive bilabiali sorda e sonora [p b], alveolari sorda
e sonora [t d] e velari sorda e sonora [kg] sono consonanti diffuse in quasi
tutte le lingue del mondo (vedi per esempio più avanti, le descrizioni del
consonantismo italiano, spagnolo, francese, inglese, tedesco), mentre le oc-
clusive retroflesse [t qJ, le palatali [c J] e le uvulari [q G] si incontrano molto
più sporadicamente.
L'occlusiva laringale sorda [?] , infine, detta anche colpo di glottide per
il suo particolare meccanismo articolatorio, rappresenta un suono abbastan-
za diffuso ma spesso non evidenziato dall'ortografia delle diverse lingue. In
alcune lingue, come l'italiano, appare facoltativamente davanti a una vocale
iniziale o tra due vocali, soprattutto nel parlato lento e scandito; in altre
invece, come il tedesco, ricorre obbligatoriamente in alcune posizioni della
parola. Non è previsto il simbolo della corrispondente sonora per l'ovvia
impossibilità di realizzare contemporaneamente occlusione glottidale e vi-
brazione laringea.
58 CAPITOLO 1

Consonanti fricative

FRICATIVE BILA- LABIO- DENTALI ALVEO- PREPA- RETRO- PALA- VELARI UVULARI fARIN- GLOTTI-
BIALI DENTALI LARI LATALI FLESSE TALI GALI DALI

SORDE 4> f 8 s I ~ ç X X h h
SONORE ~ V ò z 3 le j y ~ 'ì fi

Le fricative sono il tipo consonantico più ricco di simboli. Ciò dipende


evidentemente dal fatto che in ogni luogo di articolazione è possibile realiz-
zare un accostamento parziale tra gli articolatori e di conseguenza produrre
un rumore di frizione. Naturalmente solo alcuni tra i simboli riportati corri-
spondono afoni realmente molto diffusi. Sono presenti in moltissime lingue
le fricative labiodentali [f v], alveolari [s z] e prepalatali [J 3], ma non sono
rare anche le bilabiali, le dentali, le palatali e le velari. Grande diffusione ha
anche la fricativa glottidale sorda [h] .

Consonanti affricate

AFFRICATE BILA· LABIO- DENTALI ALVEO- PREPA- RETRO- PALA- VELARI UVULARI fARIN· GLOTTI-
BIALI DENTALI LARI LATALI FLESSE TALI GALI DALI

SORDE pf ts tJ

SONORE dz d3

Le consonanti affricate sono, come si evince dalla tabella, molto meno


numerose delle occlusive e delle fricative. Le più diffuse tra le affricate sono
le alveolari [ts dz] e le prepalatali [tJ d3]. Si osservi ancora una volta che la
rappresentazione delle affricate (articolate con una successione di una fase
di occlusione più una fase di frizione) si realizza con un simbolo doppio.
Talvolta i due caratteri del simbolo sono accostati o legati, come in [ts],
a indicare la differenza tra una successione, ad esempio, di un'occlusiva [t]
e di una fricativa [s], e una vera affricata 17 . Questi simboli legati però non
sono presenti negli attuali font IPAKiel o IPAK2006, quindi nella pratica si

17 Si confronti ad esempio alla parola inglese pets [p' ets] 'cuccioli' in cuila sequenza
[ts] rappresenta due foni, rispettivamente occlusivo e fricativo, con la parola italiana zio
[tsio] in cui [ts] rappresenta invece l'affricata.
FONETICA GENERALE 59

ricorre di solito ai due simboli, come in [ts], [dz] ecc. Un'altra possibilità per
differenziare l'affricata dalla successione di occlusiva e fricativa è quella di
collegare i due simboli con un semicerchio o legatura, come in [ts], [cfz] ecc.

Consonanti nasali

NASALI BILABIALI LABIO- ALVEOLARI RETRO- PALATALI VELARI UVULARI FARINGALI GLOTTI-
DENTALI FLESSE DALI

SONORE m Il) n 11. Jl D - N -

L'alfabeto IPA prevede simboli unicamente per le consonanti nasali so-


nore. Teoricamente è possibile anche articolarle senza vibrazione laringea,
ma la debolezza del suono che se ne ottiene rende quasi inudibili le nasali
sorde 18 , che quindi sono utilizzate molto raramente. Le nasali sonore sono
invece diffusissime, in particolare la bilabiale, l'alveolare e la velare.

Consonanti laterali

LATERALI BILABIALI LABIODEN- ALVEOLARI RETRO- PALATALI VELARI UVULARI FARINGALI GLOTTI-
TALI FLESSE DALI

SORDE I

SONORE I f. t

Anche per le laterali vale il discorso fatto sopra per le nasali riguardo
ali' assenza di simboli per le laterali sorde, ad eccezione della laterale alveo-
lare sorda [i], udibile poiché le aperture laterali producono un rumore si-
mile a quello delle fricative. Tuttavia le laterali più diffuse sono l'alveolare
sonora [l] , la palatale sonora[,,(] e la velare sonora [t].

Consonanti vibranti

OCCLUSIVE BILABIALI LABIODEN- ALVEOLARI RETRO- PALATALI VELARI UVULARI FARINGALI GLOTTI-
TALI FLESSE DALI

SONORE rr r R

18 Il passaggio del!' aria attraverso il naso, infatti, riduce moltissimo la pressione


dell'aria contro l'ostacolo orale, per cui l'esplosione risulta molto debole.
60 CAPITOLO 1

La (poli-)vibrante alveolare [r] e la uvulare [R] sono senz'altro le più


diffuse tra le consonanti di questa serie. È interessante notare, però, come
la loro distribuzione sia in linea di massima complementare, nel senso che
nella generalità delle lingue europee esse non sono contemporaneamente
presenti. Va anche segnalato che spesso singoli parlanti o gruppi sociali e
regionali sostituiscono, nell'ambito del sistema consonantico di una deter-
minata lingua, la vibrante standard con un altro tipo consonantico (è il caso
della «erre moscia» di molti italiani).
Il simbolo [r] sta per una monovibrante alveolare, che costituisce un'ul-
teriore alternativa adottata da alcune lingue al posto delle polivibranti.
Anche le vibranti sono generalmente sonore, e il sistema IPA non inclu-
de alcun simbolo per vibranti sorde.

Consonanti approssimanti

APPROSSI- BILABIALI LABIO- ALVEOLARI RETRO- PALATALI VELARI UVULARI fARINGALI GLOTTI-
MANTI DENTALI FLESSE DALI

SONORE V 1 j4 w

Tra le approssimanti - anch'esse generalmente sonore - le più diffuse


sono la palatale [j] e la velare [w]. Quest'ultima prevede anche un arro-
tondamento labiale simile a quello di vocali come [u o J] ecc., e per questa
ragione viene definita più propriamente approssimante labiovelare.
Anche l'approssimante palatale [q], realizzata nello stesso luogo di arti-
colazione di [j], si differenzia da quest'ultima per la labializzazione, esatta-
mente come accade tra le corrispondenti vocali anteriori [y] e [i], la prima
labializzata e la seconda non labializzata. Per questo motivo [q] è definita
approssimante labiopalatale.
Le approssimanti labiodentale [u] e alveolare [1] sono invece molto più
rare, e occorrono a volta in luogo delle vibranti, come ulteriori alternative
prescritte dal sistema fonetico standard di alcune lingue oppure utilizzate da
singoli parlanti in luogo delle varianti di tipo vibrante (rientrando in questo
caso anch'esse - pur non essendo vibranti - nella tipologia comunemente
definita delle «erre mosce»).
FONETICA GENERALE 61

Segni diacritici per le consonanti


Tra i principali segni diacritici che possono indicare una modifica
dell'articolazione di una consonante rispetto al valore principale del simbo-
lo ad essa corrispondente, ne segnaliamo qui soltanto tre:
• il diacritico [ J che, posto al di sotto di un simbolo consonantico,
indica la perdita - parziale o totale - della sonorità di una consonante: per
esempio [9] è un'occlusiva bilabiale sonora desonorizzata;
• il diacritico [J che, viceversa, indica che un fono consonantico sordo
si trova ad essere - in misura parziale o completa - sonorizzato: per esempio
[k] rappresenta un'occlusiva velare sorda sonorizzata;
• il diacritico ['] che segnala infine la presenza di una leggera aspirazio-
ne dopo un fono, come in [p']; in alternativa e con il medesimo significato si
usa a volte il simbolo [h], come in [ph].

4. OLTRE IL SEGMENTO

Nei paragrafi precedenti sono state analizzate le caratteristiche artico-


latorie dei segmenti minimi della catena parlata, cioè dei foni vocalici e di
quelli consonantici presi isolatamente. In questo paragrafo ci occuperemo
invece, sinteticamente, di fenomeni che riguardano il contatto tra i foni (fe-
nomeni intersegmentali) e di aspetti fonetici che coinvolgono unità più am-
pie del fono stesso (fenomeni soprasegmentali).

4.1. Aspetti di fonetica intersegmentale

La coarticolazione
Quando sono inseriti nella catena parlata, i foni tendono a subire un
significativo condizionamento da parte dei foni precedenti e/o di quelli
success1v1.
Questo fenomeno di condizionamento, che va sotto il nome di coarti-
colazione, è dovuto al fatto che i movimenti che gli organi fonatori devono
eseguire per raggiungere una determinata configurazione articolatoria non
sono sempre gli stessi, ma variano in funzione della posizione che gli stessi
62 CAPITOLO 1

organi avevano assunto nel produrre il fono precedente e della posizione


che dovranno assumere nel produrre il fono successivo.
Ad esempio, per raggiungere la posizione di [t] partendo da [a] sono
necessari movimenti diversi da quelli che devono essere compiuti per rag-
giungere [t] partendo da [u] o da [i] o da [s]. Simmetricamente, la stessa [t]
sarà condizionata dal suono seguente, che sia [a], [u], [i], [r] ecc.
Di conseguenza, il fono [t] , se inserito nella sequenza [utu], avrà carat-
teristiche leggermente differenti dallo stesso fono [t] inserito nella sequen-
za [ata]. Nel primo caso, infatti, la labializzazione prevista per produrre
le due vocali posteriori alte si estende anche alla fase in cui produciamo
la consonante, come il lettore potrà facilmente verificare pronunciando
questa sequenza facendo attenzione all'atteggiamento articolatorio assunto
dalle sue labbra anche durante la fase consonantica. In [ata], invece, le lab-
bra restano distese durante l'intera sequenza. In qualche modo potremmo
dire quindi che la consonante [t] è «labializzata» in [utu] e «non labializ-
zata» in [ata] .
Generalizzando, possiamo affermare che alcune caratteristiche artico-
latorie dei foni possono estendersi anche ai foni circostanti, almeno fino a
quando tale estensione non produca effetti tali da modificare il senso della
sequenza o da renderla incomprensibile. Nell'esempio sviluppato sopra, la
labializzazione di [t] non comporta alcuna conseguenza sulla sua riconosci-
bilità e non crea confusioni con altri foni.
A volte il processo di coarticolazione produce effetti più significativi di
quello ora descritto, e comporta una modifica più sostanziale del fono coin-
volto, che finisce per trasformarsi tout court in un altro fono, simile ad esso
ma diverso per almeno un aspetto. In questo caso si parla di assimilazione,
il più noto e diffuso effetto della coarticolazione, rappresentato da fenomeni
sistematici che avvengono regolarmente in molte lingue.

• Per assimilazione si intende un processo che rende un fono simile o a


volte del tutto identico ad un altro fono adiacente, precedente o successivo.

L'assimilazione può infatti procedere dal fono precedente che «assimila


a sé» il seguente, e in tal caso è detta progressiva, mentre se procede nel sen-
so opposto, dal fono successivo a quello che lo precede, è detta regressiva.
FONETICA GENERALE 63

Un esempio di assimilazione progressiva è quello per cui in inglese la -s


del plurale si realizza come sorda [s] se la consonante finale del sostantivo è
sorda, come sonora [z] nel caso opposto: p. es. cats 'gatti' pronunciato con
[-s], ma dogs 'cani' pronunciato con [-zJ. Il tratto di sonorità si estende in
avanti dalla consonante finale del sostantivo fino alla desinenza -s del plura-
le. La stessa cosa accade, con identico meccanismo, quando la -s rappresenta
la terza persona singolare del verbo: put[s] 'mette', ma need[z] 'ha biso-
gno'. Si tratta quindi di assimilazione progressiva di sonorità. L'ortografia
dell'inglese evidentemente 'nasconde' questo meccanismo, poiché le forme
grafiche standard di queste parole sono tutte con -s: cats, dogs, puts, needs 19 .
Assimilazione progressiva di sonorità in inglese
Se la consonante precedente è sorda • [s] (fricativa alveolare sorda) catl
cat[s], putlput[s]
Se la consonante precedente è sonora • [z] (fricativa alveolare sonora)
dog/dog[z], needlneed[z]
Un esempio di assimilazione regressiva è invece quello per il quale in
alcune lingue - tra cui, come vedremo meglio più avanti, l'italiano - una
consonante nasale assume lo stesso luogo di articolazione della consonante
seguente (p. es. con te [kon te] ma con papà [kom papa]). Qui è il tratto di
luogo di articolazione che si estende all'indietro, assimilando la consonante
nasale, che negli esempi è l'alveolare [n] davanti ali' alveolare [t] e la bilabia-
le [m] davanti alla bilabiale [p]. Dunque si tratta qui di un caso di assimi-
lazione regressiva di luogo di articolazione. Anche l'ortografia dell'italiano
non tiene conto di questo fenomeno in casi come quello osservato, ma ne
tiene invece conto quando l'incontro tra consonante nasale e un'altra con-
sonante avviene all'interno della parola: contatto, CO!!!:Pare. Come vedremo
più avanti (pp. 87-88) il fenomeno in italiano si estende anche ad altri casi e
assume una complessità maggiore di quella descritta qui.

Assimilazione regressiva di luogo di articolazione in italiano


Se la consonante seguente è alveolare • [n] (nasale alveolare) con te [kon te]
Se la consonante seguente è bilabiale • [m] (nasale bilabiale) con papà
[kompapa]

19 Tuttavia le scritture giovanili e informali (per esempio in SMS ecc.) tengono spesso
conto di questa assimilazione e presentano forme come hugz 'abbracci' ecc.
64 CAPITOLO 1

Un altro fenomeno di fonetica intersegmentale che si estende, come


quello ora descritto, oltre i confini della parola è il cosiddetto raddoppia-
mento sintattico, che è caratteristico dell'italiano standard, delle varietà
regionali di italiano delle aree centro-meridionali e insulari e dei dialetti
italiani delle stesse regioni, ma è estraneo alle varietà regionali e ai dialetti
settentrionali (v. oltre, pp. 97 ss.).
Si tratta di quel particolare meccanismo in base al quale sequenze come
a casa, ho /atto, come me, sarà così devono essere realizzate come [a 'kkasa],
b 'ffatto], ['kome mme], [sa'ra kko'si] con l'allungamento della consonante
iniziale delle parole ['kasa], ['fatto], [me], [ko'si]. Analizzeremo più in detta-
glio questo fenomeno nel capitolo dedicato ai suoni dell'italiano.

Il tempo
Com'è intuitivo, la stessa sequenza di parlato può essere pronunciata
con varie velocità, cioè in un modo più rapido o in un modo via via più lento.

• La velocità della realizzazione fonica è detta velocità d'eloquio , e


può essere misurata in foni per secondo.

Per descrivere in termini più generali il ritmo del parlato la fonetica


adotta a volte una terminologia presa in prestito dalla musica e definisce
rispettivamente allegro e lento un parlato dal ritmo più veloce e uno dal
ritmo meno veloce.
Il parlato allegro presenta in genere fenomeni di coarticolazione molto
più netti, poiché la velocità dei movimenti fonatori può portare il parlante
a una minore precisione articolatoria. Quando si verifica questo effetto, si
dice che il parlato è ipoarticolato . Dobbiamo però notare che vi sono par-
lanti in grado di produrre parlato molto veloce mantenendo ugualmente
una grande precisione articolatoria (allegro iperarticolato).
Un parlato ipoarticolato comporta significative conseguenze sulla ca-
tena parlata, non solo per la presenza di maggiori effetti di coarticolazione,
ma anche per la tendenza a semplificare i nessi vocalici e consonantici, e a
indebolire o addirittura a omettere alcuni foni e alcune sillabe. Si pensi ad
esempio alla parola italiana cioè [tJ:,'e] che occorre molto di frequente nel
parlato spontaneo veloce e che spesso in tali condizioni si riduce a [tJd
o a [Jd
FONETICA GENERALE 65

Un parlato lento, al contrario, può essere iperarticolato, come accade nella


lettura ad alta voce, nella dettatura, nel pronunciare il proprio nome e cogno-
me a uno sconosciuto e così via. Qui i fenomeni di indebolimento sono in ge-
nere minimi e la coarticolazione si riduce ai soli casi previsti obbligatoriamente
dalla varietà in questione. Anche qui dobbiamo però ricordare che vi sono par-
lanti che, pur adottando una bassa velocità di eloquio, articolano le sequenze in
maniera poco accurata e dunque ipoarticolata. Si tratta di quelle pronunce che
correntemente si è soliti definire «strascicate» (lento ipoarticolato).

La fonotassi
I foni di una lingua si presentano inseriti in sequenze di varia lunghezza
a formare unità più complesse e dotate di significato. Tuttavia essi non pos-
sono succedersi in qualunque ordine, ma sono soggetti a regole ben precise
che ne limitano fortemente le possibilità di combinazione.

• L'insieme dei princìpi che regolano e limitano le possibilità di suc-


cessione dei foni nella catena parlata va sotto il nome di fonotassi.

È in base alla nostra spesso inconsapevole ma solida sensibilità fono-


tattica che siamo immediatamente in grado di dire, ad esempio, che nurpio,
ostre, pecogni, indogia potrebbero essere parole italiane, anche se non le ab-
biamo mai incontrate prima (si tratta in effetti di parole inventate), mentre al
contrario le parole ornst, bdu, prt, aeaea (anch'esse inventate) non potrebbe-
ro mai esserlo in quanto la fonotassi dell'italiano non consente queste parti-
colari sequenze di foni , anche se esse sono perfettamente pronunciabili con i
nostri organi fonatori e sono ammissibili in base alla fonotassi di altre lingue.
Ogni lingua ha infatti delle regole di restrizione che fissano - tra l'altro - il
numero massimo di consonanti con le quali può iniziare o finire una parola (o
una sillaba ecc.), o il numero massimo di foni vocalici consecutivi ammessi.
Inoltre possono esservi regole che impediscono a una determinata categoria
di foni di essere seguita o preceduta da una determinata altra categoria di foni.
Così per esempio in italiano una parola può iniziare con una sequenza di mas-
simo tre consonanti, come in strada, sprone, screanzato, sfruttare, sdrucito, sbro-
gliare, sgravare ecc., ma non può iniziare con la sequenza szr-, poiché non sono
consentite né una successione «fricativa alveolare + affricata alveolare» come
in sz né una successione «affricata alveolare + vibrante alveolare» come in zr.
66 CAPITOLO 1

Nel capitolo 2 analizzeremo con maggiore sistematicità le principali re-


gole fonotattiche dell'italiano standard.

4.2. Aspetti di fonetica soprasegmentale

La sillaba
La successione dei segmenti consonantici e vocalici nella catena parlata
produce un alternarsi tra movimenti di apertura e movimenti di chiusura del
canale fonatorio. Infatti, nella classificazione dei foni, abbiamo visto come
uno tra i principali tratti che distinguono una vocale dall'altra sia proprio
il grado di apertura, che è tanto maggiore quanto più bassa è la vocale; ab-
biamo visto inoltre che le consonanti sono per definizione più chiuse delle
vocali, in quanto prevedono un avvicinamento tra gli organi articolatori che
produce un ostacolo al passaggio dell'aria espiratoria; e abbiamo visto infine
come tra le stesse consonanti i diversi modi di articolazione corrispondano
a diversi gradi di chiusura del canale fonatorio, per cui le occlusive sono le
consonanti più chiuse, mentre le approssimanti sono le più aperte.
Si è stabilita in base a queste osservazioni una scala che va dal massimo
di apertura delle vocali basse, come [a], al massimo di chiusura delle con-
sonanti occlusive. Questa scala di apertura (definita spesso anche scala di
sonorità intrinseca 20 ) può essere così schematizzata:

Vocali basse
Vocali mediobasse
Vocali medioalte
Vocali alte
Approssimanti
Vibranti
Laterali
Nasali
Fricative
Affricate
Occlusive
20 Il termine «sonorità intrinseca» non va confuso con quello di «sonorità», poiché

non si riferisce alla presenza di vibrazione laringea, ma all'intensità media del suono, cioè
alla sua forza acustica.
FONETICA GENERALE 67

Ogni parola, quindi, è costituita da un 'alternanza tra foni più aperti e


foni più chiusi. Esaminiamo, a titolo di esempio, la parola italiana coperto
[ko'perto]. Essa è formata da sette foni, che producono il seguente anda-
mento rispetto alla scala di apertura:

k o p e r t o
vocale vocale vocale
--------..
/ ~ / vibrante ------..
I
occlusiva occlusiva occlusiva

Nella parola coperto, dall'occlusiva velare sorda [k] iniziale, fono mas-
simamente chiuso, si passa alla vocale [o], molto più aperta, con un forte
aumento quindi di apertura (segnalato nella figura dalla freccia ascendente);
da [o] si passa poi alla consonante occlusiva bilabiale sorda [p] , che si situa
di nuovo al polo inferiore della scala; poi di nuovo il canale si riapre per
produrre la vocale [e], si chiude per la vibrante alveolare [r], poi si chiu-
de ancora di più per l'occlusiva alveolare sorda [t] , e infine si riapre per la
vocale [o].

• Questo andamento alternante di aperture e chiusure produce quella


che la fonetica definisce struttura sillabica della parola.
La fonetica infatti riconosce l'esistenza di unità intermedie tra la parola
e il fono dette sillabe, definite proprio come porzioni di parola comprese tra
un minimo di apertura e il minimo successivo.

Come sappiamo, infatti, la parola coperto è composta da tre sillabe: co-


per-to [ko-per-to]. La sillaba inizia da un minimo di apertura, raggiunge un
massimo e termina prima del minimo successivo. Di conseguenza ogni silla-
ba include un picco di apertura, costituito in italiano e in molte altre lingue
sempre da una vocale.
La figura evidenzia infatti come la parola [ko-per-to] abbia tre picchi
nelle tre vocali. La prima sillaba inizia con il minimo [k] e termina con il
picco [o]; la seconda sillaba inizia con il minimo [p], include il picco [e] e
termina con la vibrante [r]; la terza e ultima sillaba inizia con il minimo [t] e
termina con il picco [o].
68 CAPITOLO 1

• Il picco viene definito anche nucleo sillabico, ciò che lo precede è la


testa della sillaba, mentre ciò che lo segue ne costituisce la coda.

L'unico elemento sempre presente è il nucleo: p. es. la prima sillaba del-


la parola italiana ape [a-pe] è costituita dalla sola vocale [a] che è il nucleo e
insieme l'intera sillaba. La seconda sillaba [pe] ha testa e nucleo, ma non ha
coda. Nella parola arte [ar-te] la prima sillaba ha nucleo e coda, la seconda
testa e nucleo. Infine nella parola bar, formata da una sola sillaba, questa
possiede testa, nucleo e coda.
La testa e la coda possono essere formate da più di un elemento: la paro-
la tre ha una testa formata da due consonanti e un nucleo vocalico; la parola
seri-va ha una prima sillaba [skri] con una testa triconsonantica; la parola
inglese sprint, usata anche in italiano come prestito, ha una testa triconso-
nantica, un nucleo e una coda formata da due consonanti. Anche il nucleo
può contenere più di un elemento, come nel caso dei dittonghi: p. es. la
parola mais è un monosillabo con una testa (m-), un nucleo formato da due
vocali (-ai) e una coda (-s).
Esempi di sillaba in italiano:

ape:
a- solo nucleo
-pe testa e nucleo

arte:
ar- nucleo e coda
-te testa e nucleo

bar:
bar testa, nucleo e coda

tre:
tre testa biconsonantica e nucleo

scrivo:
seri- testa triconsonantica e nucleo
-vo testa e nucleo
FONETICA GENERALE 69

sprint:
sprint testa triconsonantica, nucleo e coda biconsonantica

mazs:
mais testa, nucleo bivocalico e coda

Sillabe aperte e chiuse. Una tra le più frequenti classificazioni dei tipi
sillabici distingue tra sillabe aperte e sillabe chiuse:

• Sono aperte le sillabe prive di coda, come a-, -pe, -te, tre, seri-, -va,
mentre sono chiuse le sillabe dotate di coda, come ar-, bar, sprint, mais.

In una lingua in cui, come in italiano, occorrono frequenti esempi di


consonanti lunghe, come per esempio nella parola passo, si considera la con-
sonante lunga come equivalente a due consonanti brevi (e la si definisce
per questa ragione geminata). La prima parte della consonante lunga viene
assegnata alla sillaba precedente e la seconda alla seguente (pas-so). Di con-
seguenza la sillaba che termina con il primo elemento di una consonante
lunga è una sillaba chiusa.
Consonanti sillabiche. Se, come dicevamo sopra, in italiano e nella mag-
gioranza delle lingue del mondo il nucleo sillabico è sempre occupato da
una o più vocali, vi sono però anche lingue in cui la stessa posizione può
essere occupata anche da una consonante. Si pensi ad esempio alla parola
inglese table [t' e1bt]. Proviamo qui di seguito a rappresentarne la struttura
in termini di apertura, come abbiamo fatto per la parola italiana coperto:

t' e I b t

I vocale _,.. vocale


~ /laterale
occlusiva occlusiva

Applicando il criterio sopra descritto, questa parola risulta essere un


bisillabo, composto dalle sillabe [t' e1-] e [-bt]. Mentre la prima sillaba ha un
nucleo vocalico, composto da due elementi che formano un dittongo, nella
seconda sillaba il picco è occupato da una consonante, che evidentemente
70 CAPITOLO 1

ne rappresenta il nucleo sillabico. Questo ruolo di nucleo sillabico può es-


sere occupato - in alcune lingue - non solo da consonanti laterali, ma anche
da vibranti o nasali, grazie alla posizione intermedia di questi vari tipi con-
sonantici nella scala di apertura. La sillabicità di una consonante è indicata
con il diacritico U posto al di sotto della consonante in questione: p. es. in
inglese people [p'ipt] 'gente', bottom [b::,trr;i] 'fondo', heaven [hevr:i] 'para-
diso', in inglese americano under [An~] 'sotto', in tedesco werden [vrndr;i]
'diventare', in ceco srdce [srtse] 'cuore', in serbo trg [trk] 'piazza' e così via.

L'accento di parola
Prendiamo ora in esame le parole italiane papa e papà. Sono formate da
identiche sequenze di foni [p-a-p-a] e conseguentemente anche da identiche
strutture sillabiche [pa-pa].
In che cosa consiste allora la differenza che ce le fa sentire diverse, che
corrisponde in italiano a un diverso significato e che ortograficamente com-
porta l'indicazione dell'accento sull'ultima vocale della parola papà? Co-
munemente diciamo che le due parole hanno un diverso accento. Che cosa
significa questo concretamente in termini fonetici?

• La definizione più generale ci dice che l'accento è la prominenza


di una sillaba sulle altre. Significa che in ogni parola formata da due o più
sillabe ce n'è una, detta sillaba tonica, che sotto qualche aspetto assume una
posizione di maggior rilievo rispetto alle altre sillabe, dette sillabe atone.

Naturalmente in parole formate da una sola sillaba- come per esempio le


parole italiane re, tre, di, a, blu ecc. - non si può parlare di prominenza di una
sillaba sulle altre e dunque non ha senso parlare della posizione dell'accento.
In parole di due o più sillabe invece si può sempre individuare la sillaba
prominente, e ciò indipendentemente dal fatto che le regole ortografiche
dei vari sistemi linguistici la segnalino o meno: nel caso delle parole italiane
papa e papà, ad esempio, l'ortografia riporta l'accento solo per papà, in quan-
to parola tronca, ma naturalmente anche papa ha un accento che, pur non
indicato nella forma scritta della lingua, si trova sulla prima sillaba (pàpa).
Nel sistema di trascrizione IPA l'accento di parola è segnalato dal
simbolo [' ], collocato prima della sillaba prominente (come si è potuto
FONETICA GENERALE 71

vedere in molti degli esempi già riportati nei precedenti paragrafi): quin-
di la parola papa va trascritta ['papa], mentre la parola papà va trascritta
[pa'pa] .
Dunque, su una stessa struttura segmentale e sillabica vengono, in que-
ste due parole, a sovrapporsi due diverse strutture accentuali, producendo il
risultato che proviamo a schematizzare qui sotto:

papa papà
['papa] [pa'pa]
llli llli
~ ~
J;IB J;IB

Che cosa, sul piano dell'articolazione, ha dato quello che abbiamo chia-
mato «maggior rilievo» alla sillaba tonica, producendo queste due diverse
strutture accentuali? Dal punto di vista generale la prominenza di una delle
sillabe della parola rispetto alle altre può essere affidata, nelle diverse lingue,
ai tre seguenti parametri:

• Intensità, cioè la /orza articolatoria con la quale ogni sillaba è prodotta.


L'accento di intensità cade sulla sillaba prodotta con la maggiore forza.
Questo produce una sensazione di maggior volume sonoro.
• Altezza, cioè il grado di acutezza della voce. L'accento di altezza (o ac-
cento musicale) sta sulla sillaba prodotta col tono più alto. Esso corrispon-
de in qualche modo alle note della terminologia musicale.
• Durata, cioè la lunghezza della vocale che costituisce il nucleo sillabico.
L'accento di durata si trova sulla sillaba la cui vocale viene maggiormente
prolungata.

Le diverse lingue utilizzano in modo molto diverso i tre parametri. Tut-


tavia nella maggior parte dei casi si è dimostrato che due dei parametri o,
ancor più spesso, tutti e tre i parametri possono contribuire insieme a segna-
lare la posizione dell'accento. In quest'ultimo caso (attivazione simultanea
dei tre parametri) la sillaba prominente o tonica sarà pronunciata contem-
poraneamente con più forza articolatoria (intensità), su di un tono più acuto
(altezza) e in modo più prolungato (durata) rispetto alle altre sillabe, non
prominenti o atone.
72 CAPITOLO 1

Lingue ad accento mobile e lingue ad accento fisso. Un'altra importan-


te differenza tra le lingue riguarda le possibili posizioni dell'accento nella
parola. Vi sono infatti lingue ad accento mobile, come ad esempio l'italiano,
dove praticamente ogni sillaba della parola può portare l'accento: l'ultima
sillaba come in canterò (parole tronche), la penultima sillaba come in can-
tàvo (parole piane) , la terzultima come in càntano (parole sdrùcciole), la
quartultima come in càntamelo (parole bisdrùcciole), la quintultima come
in càricamelo (parole trisdrùcciole). E vi sono lingue ad accento fisso, come
il francese che ha l'accento sull'ultima sillaba della parola, l'ungherese, il
finlandese, il ceco, che lo hanno sempre sulla prima sillaba, o il polacco,
sempre sulla penultima.
L'accento secondario. Va segnalato, infine, che nelle parole composte
o anche in parole non composte ma comunque formate da quattro o più
sillabe può essere presente un accento secondario, cioè un nucleo sillabico
meno prominente rispetto a quello che porta l'accento tonico, ma promi-
nente rispetto alle rimanenti sillabe della parola.
Per esempio, nelle parole italiane cavatappi o funzionario l'accento
principale o primario sta sulla penultima sillaba (rispettivamente [-tap-] e
[-na-]), ma anche le sillabe iniziali [ka-] e [fun-] risultano prominenti rispet-
to alle altre atone. La struttura sillabica e accentuale di queste due parole
può essere schematizzata nel modo seguente:

tap na

k~
va pi tsjo rjo

La sillaba che porta l'accento secondario è detta semitonica. L'accento


secondario si segnala, nel sistema IPA, con il simbolo [ ,] posto a sinistra del-
la sillaba semitonica. Dunque la trascrizione delle due parole rappresentate
nello schema sarà rispettivamente [.kava'tappi] e [.funtsjo'narjo].

L'isocronia
La durata delle vocali e delle sillabe delle parole di una lingua è rego-
lata dalla distribuzione degli accenti primari e secondari e, come vedremo,
dall'intonazione. Ma vi è un altro importante principio regolativo dei rap-
FONETICA GENERALE 73

porti di durata che funziona in modo molto diverso da lingua a lingua, defi-
nito isocronia (dal greco 'uguale durata').
Le due modalità contrapposte del principio di isocronia sono dette ri-
spettivamente isocronia sillabica e isocronia accentuale.
Per isocronia sillabica si intende la tendenza di una lingua ad assegnare
un' «uguale durata» alle sillabe che in una parola hanno lo stesso ruolo: per
esempio nella parola nazionale la sillaba tonica -na- dura più delle atone na-,
-zio- e -le, ma le tre atone hanno pressappoco identica durata. Se aggiungia-
mo alla parola nazionale prefissi e suffissi come in internazionale, internazio-
nalizzare, internazionalizzazione ciascuna delle ulteriori sillabe riceverà una
durata approssimativamente uguale e dunque la parola avrà complessiva-
mente una durata molto maggiore.
Per isocronia accentuale si intende invece il principio opposto, e dun-
que in una lingua «isoaccentuale» come l'inglese, se alla parola national ag-
giungiamo via via prefissi e suffissi come in international, internationalise,
internationalisation ecc. le sillabe tenderanno a «comprimersi» sempre di
più e l'allungamento complessivo della durata della parola sarà molto infe-
riore a quello dell'italiano, lingua invece «isosillabica».
Isocronia sillabica e isocronia accentuale non vanno però viste come
due possibilità in opposizione binaria, bensì come i due poli estremi di un
continuum, lungo il quale le diverse lingue (e le loro varietà regionali e loca-
li, nonché i dialetti) possono collocarsi in qualunque posizione.

L'intonazione
Nei paragrafi precedenti abbiamo esaminato il primo livello della fo-
netica soprasegmentale, che descrive la struttura sillabica della parola, e il
secondo livello, che ne descrive la struttura accentuale, sovrapposta a quella
sillabica.
Passeremo ora ad esaminare il terzo livello della fonetica s__oprasegmen-
tale, che va a sua volta a sovrapporsi ai primi due, ed è quello che riguarda la
cosiddetta intonazione di frase.
La differenza tra la frase Fuori piove. (intonazione dichiarativa) e la frase
Fuori piove? (intonazione interrogativa) - segnalata nell'ortografia dalla pun-
teggiatura - è dal punto di vista fonetico veicolata dagli stessi tre parametri
prosodici elencati nel paragrafo precedente, cioè intensità, altezza e durata,
74 CAPITOLO 1

anche se in generale si considera prevalente, nel caso dell'intonazione di frase,


il parametro altezza (detto anche frequenza fondamentale o F0), strettamente
correlato alla velocità di vibrazione delle pliche vocali: più è veloce la vibra-
zione delle pliche vocali nell'articolazione dei foni sonori e più alta è la voce.
In italiano la differenza tra le frasi Fuori piove. e Fuori piove? è unicamen-
te intonazionale, mentre in molte altre lingue vi sono anche differenze nelle
strutture sintattiche che segnalano il diverso tipo di frase, come ad esempio
nel caso dell'inglese (It's raining outside. vs. Is it raining outside?), del france-
se (Il pleut dehors. vs. Est-ce qu'il pleut dehors? o Pleut-il dehors ?), del tedesco
(Es regnet draussen. vs. Regnet es draussen?). Tuttavia anche in queste lingue
l'intonazione delle interrogative è diversa da quella delle dichiarative.
In che modo interagiscono la struttura accentuale della parola e quella
intonazionale della frase , dal momento che possono essere veicolate dagli
stessi tre parametri?
Prendiamo in esame la sequenza italiana fuori piove. Si tratta di una bre-
ve frase formata da due parole, ciascuna delle quali a sua volta è costituita da
due sillabe e ha l'accento sulla prima delle due sillabe:

n ve

Ora, su questo semplice andamento accentuale viene a sovrappor-


si anche quello intonazionale. Ciò vuol dire che l'intera sequenza, sempre
conservando i suoi accenti, viene ulteriormente modificata, sulla base del
contorno intonazionale tipico della frase in questione. Per esempio in molte
varietà italiane il contorno intonazionale della frase affermativa è discenden-
te. Ciò significa che l'andamento sopra disegnato può diventare qualcosa
del tipo seguente:

Come si vede, ogni parola conserva il proprio accento, ma la sequenza


nel suo insieme si è modificata e ha un contorno discendente. Le sequenze
FONETICA GENERALE 75

interrogative, al contrario, sono spesso ascendenti, e in questo caso potran-


no schematicamente essere rappresentate nel modo seguente:

'pj:,
'fu::, ~
~ ~ve
n

Naturalmente questo è solo un esempio che ha lo scopo di mostrare


in che modo la struttura accentuale e il contorno intonazionale possono
interagire. Nelle diverse varietà di italiano e nelle diverse lingue d'Europa e
del mondo esistono contorni intonazionali molto differenti gli uni dagli altri
anche per il medesimo tipo di frase.
Inoltre abbiamo sviluppato questo discorso, per semplicità, senza sepa-
rare l'uno dall'altro i tre parametri coinvolti (intensità, altezza, durata) che
invece, nei casi concreti, possono presentare andamenti anche significati-
vamente distinti. Resta però il dato di fatto, dimostrato anche sperimental-
mente, che in molti casi due parametri, o anche tutti e tre, co-variano, e dun-
que partecipano insieme alla determinazione dell'intonazione della frase.
Interrogative sì/no e interrogative eh-. L'esempio scelto con la frase in-
terrogativa/uori piove? rappresenta un particolare tipo di frase interrogativa
detto sz'/no, poiché la risposta a questo tipo di domanda presuppone una
scelta binaria tra un'opzione affermativa e una negativa.
Esiste però un altro tipo altrettanto importante di frase interrogativa,
detto eh- poiché è introdotto da pronomi, avverbi o aggettivi interrogativi
come chi, che, che cosa (che iniziano appunto con le lettere eh-), e inoltre
da quando, quale, dove, come, perché ecc. Nella terminologia anglosasso-
ne si parla in questo caso di interrogative wh- (dalle lettere iniziali di who
'chi', what 'che, che cosa', which 'quale', when 'quando', where 'dove', why
'perché' e così via). La risposta a questo tipo di domanda non è binaria ma
aperta: alla frase interrogativa Che cosa vuoi? non si può rispondere con un
sì o con un no ma con un numero indefinito di opzioni diverse.
Sul piano intonazionale la differenza principale tra questi due tipi di
interrogativa sta nel fatto che in una lingua come l'italiano, che non ha spe-
cifiche strutture sintattiche che caratterizzano l'interrogativa rispetto alla
dichiarativa, l'intonazione è l'unico strumento per riconoscere un'interroga-
76 CAPITOLO 1

tiva di tipo st'/no, mentre nel caso delle interrogative eh- già la sola presenza
del pronome/avverbio/aggettivo interrogativo segnala il tipo di frase. Dun-
que in questo secondo caso l'intonazione svolge un ruolo secondario.
Intonazione di contrasto. Oltre all'intonazione di frase, che serve a di-
stinguere una proposizione dichiarativa da una interrogativa ma anche da
una sospensiva (fuori piove... ) o da una esclamativa (fuori piove') e così via,
l'intonazione può svolgere anche altri ruoli nel parlato. Si pensi alla differen-
za tra la frase Ho sentito Maria e la frase Ho sentito Maria: nel primo caso si
intende Ho sentito Maria (ma non l'ho vista), nel secondo Ho sentito Maria
(ma non Margherita).
Anche in questo caso (intonazione di contrasto) è l'andamento dei tre
parametri prosodici a segnalare l'elemento contrastivo, sempre sovrappo-
nendosi ali' andamento accentuale e combinandosi con quello dell'intona-
zione della frase .
Intonazione enfatica. Infine, si pensi alla differenza prosodica tra la
frase mi è molto piaciuto, prodotta senza alcun particolare segnale di enfasi,
e la frase mi è MOLTO piaciuto (intonazione enfatica), in cui pronunciando
in modo più intenso e/o più alto e/o più lungo la parola molto intendiamo
sottolineare in modo particolare il concetto che essa esprime. Si tratta di
un'ulteriore possibilità di utilizzazione dei tre parametri prosodici che va ad
aggiungersi e a volte a combinarsi con le altre già segnalate.
Fonetica italiana: standard,
CAPITOLO 2
pronunce regionali
e neosta nda rd, dia letti

Nel capitolo 1 abbiamo esaminato in termini generali le caratteristi-


che articolatorie e la classificazione dei suoni delle lingue sulla base
del sistema IPA. In questo secondo capitolo affronteremo invece la de-
scrizione sistematica del sistema fonetico dell'italiano, a cominciare
dall'italiano standard. Proseguiremo poi con l'esame di alcune caratte-
ristiche fonetiche delle principali varietà regionali dell'italiano e delle
nuove tendenze della pronuncia dell'italiano che possono andare sot-
to il nome di «neostandard». Il capitolo si concluderà con brevissimi
cenni sulla fonetica dei dialetti italiani.

1. L'ITALIANO STANDARD

In questo paragrafo passeremo in rassegna i suoni vocalici e consonanti-


ci dell'italiano standard, e procederemo poi ad esaminare alcuni aspetti del-
la fonetica intersegmentale e soprasegmentale di questa varietà di lingua. È
importante, preliminarmente, osservare che per italiano standard intendia-
mo un livello di lingua fissato in termini normativi e astratti che, in quanto
tale, non corrisponde all'uso effettivo dell'una o dell'altra regione italiana,
né all'uso individuale di persone reali.
Il lettore si accorgerà - quale che sia la sua biografia linguistica - che al-
cuni degli esempi riportati per lo standard coincidono con il «suo» italiano,
mentre altri ne divergono più o meno significativamente.
78 CAPITOLO 2

Si può dire infatti che, allo stato attuale, solo alcune categorie profes-
sionali, come quella degli attori o dei doppiatori, seguano integralmente (o
quasi) le indicazioni della norma standard, e ciò naturalmente solo nel pro-
prio contesto professionale - per esempio in alcuni tipi di rappresentazione
teatrale di stampo classico e non realistico, o nel doppiaggio in italiano di
film stranieri, o nella lettura di testi di accompagnamento per documentari
ecc. - e comunque non nella loro vita quotidiana. Fino a qualche tempo fa si
usava come riferimento per lo standard il cosiddetto «italiano della RAI», in
quanto i lettori dei telegiornali e dei giornali radio erano addestrati ad appli-
care nella lettura le norme della «ortoepia», cioè della pronuncia secondo la
norma standard. Oggi, però, la lettura delle informazioni è affidata agli stessi
giornalisti, che utilizzano ciascuno una propria pronuncia dell'italiano, senza
seguire e forse senza conoscere la norma standard, ma anzi contribuendo,
insieme ad altre figure del mondo mediatico, alla diffusione di pronunce non
standard che - come vedremo nel paragrafo 2 di questo capitolo - costitui-
scono il nucleo di una nuova pronuncia tendenziale o «neostandard».
Lo standard rappresenta inoltre il principale (ma non sempre l'unico)
riferimento nell'insegnamento della pronuncia dell'italiano come L 1 nella
scuola italiana - dove però l'attenzione al livello fonetico della lingua è per
tradizione scarsa se non assente, essendosi da sempre dedicata la maggior
attenzione ai livelli scritti della lingua - e, soprattutto, come L2 nei corsi di
italiano per stranieri in Italia e all'Estero.

1. 1. Le vocali

Vocalismo tonico
• Per sistema vocalico tonico o vocalismo tonico si intende l'insieme
delle vocali che si possono trovare in sillaba tonica, cioè in sillaba portatrice
di prominenza accentuale.

Il vocalismo tonico dell'italiano standard include sette delle otto vocali


cardinali primarie [i e e a ::, o u] (ne resta cioè esclusa la vocale posteriore
bassa [a]). Non include nessuna delle vocali cardinali secondarie, né altri
foni vocalici orali, e non utilizza vocali nasalizzate.
FONETICA ITALIANA 79

Rappresentiamo qui sotto il vocalismo tonico italiano nella forma trape-


zoidale tipica della tradizione IPA:

e o

a
fig. 2.1. Il vocalismo tonico dell'italiano inserito nel trapezio vocalico.

La tradizione linguistica romanza e italiana, però, ha spesso preferito


una più semplice e simmetrica rappresentazione di tipo triangolare. In que-
sto ambito infatti si parla in genere per l'appunto di triangolo vocalico:

e o

fig. 2.2. // vocalismo tonico dell'italiano in una forma semplificata triangolare.

Quantità vocalica. Dal punto di vista quantitativo le vocali toniche


nell'italiano standard possono essere lunghe o brevi: la loro quantità è deter-
minata automaticamente da una regola detta di compensazione quantitativa.

• La regola di compensazione quantitativa stabilisce che:


- una sillaba tonica aperta, cioè priva di coda consonantica, ha una
vocale lunga;
- una sillaba tonica chiusa, cioè con coda consonantica, ha una vocale
breve.
80 CAPITOLO 2

Per esempio è lunga la vocale tonica di casa ['ka:sa], poiché la sillaba


[ka-] è aperta, ma è breve quella di cassa ['kassa], poiché la sillaba [kas-] è
chiusa 1• Si parla di compensazione nel senso che l'allungamento della vocale
in qualche modo «compensa» l'assenza di coda consonantica.

Esempi: vocali lunghe vocali brevi


(in sillaba tonica aperta) (in sillaba tonica chiusa)
[i] /ilo ['fi:lo] circo ['tJirko]
[e] vedo ['ve:do] entro ['entro]
[e] ero ['e:ro] sento ['sento]
[a] palo ['pa:lo] gatto ['gatto]
[J] topo ['tJ:po] notte ['nJtte]
[o] come ['ko:me] torre ['torre]
[u] uno ['u:no] /ungo ['fuI]go]

La regola non si applica invece alle sillabe atone: per esempio le [a] di
casetta [ka'setta] e di cassetta [kas'setta], non più toniche a causa dello spo-
stamento dell'accento sul suffisso [-ett-], sono ambedue brevi.
Inoltre sono escluse dall'applicazione della regola anche le sillabe to-
niche finali di parola, nelle quali le vocali sono sempre brevi, come in papà
[pa'pa].
Dunque, in sintesi:

Sillaba atona vocale breve


Sillaba tonica finale vocale breve
Sillaba tonica non finale chiusa vocale breve
Sillaba tonica non finale aperta vocale lunga

Vocalismo atono
In italiano standard il sistema del vocalismo atono è più semplice di
quello tonico e include solo cinque diversi foni vocalici. Anche in questo
caso ne forniamo una rappresentazione semplificata di tipo triangolare
(fig. 2.3 ).

1 Segnaliamo che negli esempi riportati nel capitolo precedente si è scelto, per

semplicità, di omettere l'indicazione della lunghezza.


FONETICA ITALIANA 81

e o

fig. 2.3. Il vocalismo atono de/l'italiano standard in una schematizzazione di tipo triangolare.

Le vocali medie di questo sistema, dal punto di vista dell'altezza dell' ar-
ticolazione, sono realizzate all'incirca a metà strada tra le medioalte [e o] e
le mediobasse [e :)]. Tuttavia i simboli più comunemente usati per queste
vocali sono quelli delle medioalte [e o].
Nelle trascrizioni fonetiche normative dell'italiano standard troviamo
perciò sempre i simboli [e o] per le vocali medie in sillaba atona, ma que-
sto non significa che la norma imponga una pronuncia medioalta di queste
vocali. In realtà la norma non fornisce nessuna precisa indicazione riguardo
alla loro articolazione, che di fatto può oscillare dal grado medioalto a quel-
lo mediobasso.
Vediamo qui di seguito alcuni esempi per le cinque vocali atone, in po-
sizione protonica (cioè nella sillaba che precede la tonica) e postonica (cioè
nella sillaba successiva alla tonica):

[i] città [tJit'ta] gatti ['gatti]


[e] però [pe'r;)] case ['ka:se]
[a] caffè [kaffr] cima ['tJi:ma]
[o] tornò [tor'n;)] torno ['torno]
[u] curò [ku'r;)] Quartu ['kwartu]

Le vocali medioalte e mediobasse che appaiono nelle sillabe toniche di


parole come ['venti] e ['vrnti] o ['botte] e ['b:)tte], di conseguenza, saranno
sempre trascritte come [e] e [o] quando, in forme derivate da queste stesse
parole, l'accento si sposti su di un'altra sillaba, rendendole atone:
82 CAPITOLO 2

vénti ['venti] • ventìna [ven'ti:na]


vènti ['venti] • ventàta [ven'ta:ta]
botte ['botte] • bottàio [bot'ta:jo]
bòtte ['b:Jtte] • bottarèlla [botta'rella]

Si osservi infine che le vocali atone non sono mai colpite - come ab-
biamo già accennato - dalla regola di compensazione quantitativa e sono
pertanto sempre brevi , in qualunque posizione siano collocate e quale che
sia il tipo sillabico in cui sono inserite.

Dittonghi
Come abbiamo già precisato (pp. 49-50), si intende per dittongo una
sequenza di due vocali all'interno della stessa sillaba. Dunque le sequenze
formate da consonante approssimante + vocale, frequenti in italiano (p. es.
piede ['pje:de], Giulietta [d3u'ljetta], piove ['pj:J:ve],/uoco ['fw:J:ko], guanto
['gwanto] ecc.), non rientrano in questa categoria, anche se spesso nelle de-
scrizioni più tradizionali della fonetica italiana venivano definite dittonghi
ascendenti, con riferimento al crescente grado di apertura.
All'opposto, i dittonghi discendenti della terminologia tradizionale,
formati da due elementi vocalici di apertura decrescente, rappresentano
veri e propri dittonghi, e sono anch'essi molto frequenti in italiano. Il picco
sillabico è rappresentato naturalmente dall'elemento vocalico più aperto,
che è il primo membro del dittongo.
Ecco qui di seguito una serie di esempi:

[ai] in daino ['daino]


[au] in auto ['auto]
[ei] in sei [sei]
[eu] in euro ['euro]
[ei] in potei [po'tei]
bi] in poi [p:Ji]
[oi] in noi [noi]
[ui] in lui [lui]

Infine i cosiddetti trittonghi , come quelli delle parole miei [mjei], tuoi
[tw:Ji], quei [kwei], odiai [o'djai] ecc., sono in realtà formati da una sequen-
za di approssimante + dittongo discendente.
FONETICA ITALIANA 83

Gli incontri di vocali appartenenti a sillabe diverse, definiti iati, non ap-
partengono alla tipologia del dittongo. Esempi di iato in italiano sono nelle
parole paura [pa'u:ra] , rione [ri'o:ne] , boato [bo'a:to] ecc.

1.2. Le consonanti

Il sistema consonantico dell'italiano standard include tre coppie di oc-


clusive sorde e sonore [p b t d k g], due coppie di fricative sorde e sonore
più la prepalatale sorda [f v s z J], due coppie di affricate sorde e sonore [ts
dz tJ d3], una serie di nasali [m TI) nJl !)] , le due laterali [l A:J, la vibrante [r] e
le due approssimanti [j w].
Presentiamo, qui di seguito, la tabella 2.1 con il repertorio dei foni con-
sonantici dell'italiano standard, seguita da una lista di esempi per ciascuna
consonante. Tra gli esempi sono riportati, dove è possibile, casi di conso-
nante breve (o scempia) e casi di consonante lunga (o doppia) . Passeremo
poi ad esaminare più in dettaglio le specificità dei vari tipi consonantici,
e vedremo anche per quale motivo alcune consonanti appaiono nella lista
degli esempi solo nella variante breve.

TAB. 2.1. I foni consonantici dell'italiano standard

BILABIALI LABIODENTALI ALVEOLARI PREPALATALI PALATALI VELARI

OCCLUSIVE p t k
b d g
FRICATIVE f s I
V z

AFFRICATE ts tJ
dz d3

NASALI m 11) n J1 ~

LATERALI I f.

VIBRANTI r

APPROSSIMANTI j w
84 CAPITOLO 2

Esempi:

cons. breve cons. lunga

occlusive
[p] ['a:pe] ape ['mappe] mappe
[b] ['tu:bo] tubo ['g::,bba] gobba
[t] ['n::,:te] note ['n::,tte] notte
[d] ['ka:de] cade ['kadde] cadde
[k] ['::,:ka] oca ['bokka] bocca
[g] ['a:go] ago ['fuggo] fuggo

fricative
[f] ['a:fa] afa ['uffa] uffa
[v] ['be:ve] beve ['bevve] bevve
[s] ['ka:sa] casa ['kassa] cassa
[z] ['u:zo] uso
[J] [Ji] sci ['uJJo] uscio

affricate
[ts] ['tsappa] zappa ['pattso] pazzo
[dz] ['dze:ro] zero ['meddzo] me=o
[t.f] ['ka:tJ o] cacio ['kattJ o] caccio
[d3] [lu'i:d3i] Luigi ['fridd3i] friggi

nasali
[m] ['a:mo] amo ['gomma] gomma
[Il)] ['tall)fo] tanfo
[n] ['u:no] uno ['unno] unno
(p] ['1pkki] gnocchi ['sO.Jl.JlO] sogno
[I]] ['fal)go] fango

laterali
[I] ['vo:lo] vo/,o ['pollo] pol/,o
[,.(] [,.(i]gli ['aUo] aglio

vibrante
[r] ['o:ra] ora ['korre] corre

approssimanti
[j] ['je:ri] ieri
[w] ['w::,:mo] uomo
FONETICA ITALIANA 85

Occlusive
Le sei consonanti occlusive dell'italiano -le bilabiali, le alveolari e le ve-
lari, sorde e sonore - sono presenti sia come consonanti brevi sia come conso-
nanti lunghe nell'italiano standard (vedi gli esempi nell'elenco precedente).

OCCLUSIVE BILABIALI ALVEOLARI VELARI

SORDE
p t k
SONORE
b d g

Le occlusive velari [k g] sono interessate da un fenomeno di coartico-


lazione che, davanti alle vocali anteriori [e e i] e ali' approssimante palatale
[j], ne anteriorizza il luogo di articolazione assimilandolo a quello palatale
di queste vocali. Il fenomeno di coarticolazione è particolarmente evidente
davanti a [i] e a [j]. Il risultato è che vengono a realizzarsi, in luogo delle
occlusive velari, le occlusive palatali sorda e sonora [c JJ. In una trascrizio-
ne «larga» questo effetto viene generalmente trascurato, per cui si troverà
chiaro ['kja:ro], aghi ['a:gi], ma l'effettiva pronuncia è invece, in trascrizione
stretta, ['cja:ro], ['a:Ji].

Fricative
L'italiano presenta le due coppie di fricative labiodentali [f v] e alveolari
[s z] e la fricativa prepalatale sorda [JJ:

FRICATIVE LABIODENTALI ALVEOLARI PREPALATALI

SORDE
f s I
SONORE
V z

Rispetto al tratto della lunghezza, le fricative [f v s] si comportano come


le occlusive, presentandosi sia nella variante sorda sia in quella sonora. La
fricativa alveolare sonora [z] invece appare sempre solo nella variante breve,
come in quasi ['kwa:zi]. La fricativa prepalatale sonora [JJ, infine, è sempre
lunga in italiano standard sia all'interno di parola, p. es. in strisciare [striJ'Ja:
re], sia all'inizio di parola preceduta da vocale, p. es. lo scialle [lo 'Jf alle].
È breve solo in posizione iniziale assoluta, come in scialle ['Jalle].
86 CAPITOLO 2

Per ritornare alle fricative alveolari [s z], in posizione intervocalica l'ita-


liano standard ha in alcuni casi la sorda e in altri la sonora, in un modo che
non è prevedibile in base al contesto dei foni circostanti, ma è determinato
unicamente a livello lessicale: p. es. in casa, cosa, Pisa c'è la sorda ['ka:sa], ['b:
sa], ['pi:sa], mentre in caso, quasi, viso c'è la sonora ['ka:zo], ['kwa:zi], ['vi:zo].
In altre posizioni, invece, specifiche regole combinatorie consentono
solo o l'una o l'altra delle due fricative alveolari:
• in posizione iniziale di parola c'è sempre la sorda: sale ['sa:le] , sordo
['sordo], sentire [sen'ti:re] ecc.;
• c'è sempre la sorda anche all'inizio del secondo elemento di una pa-
rola composta, p. es. semisordo [semi'sordo] , risentire [risen'ti:re];
• quando una fricativa alveolare è seguita da una consonante entra in
azione una regola di assimilazione regressiva di sonorità che consente solo
la fricativa alveolare sorda [s] davanti a consonante sorda e solo la sonora [z]
davanti a consonante sonora:
sparo asta scala sfiorire
['spa:ro] ['asta] ['ska:la] [sfjo'ri:re]
sballo sdegno sgarro svista asma snodo Oslo Israele
['zballo] ['zdej1J10] ['zgarro] ['zvista] ['azma] ['zn:,:do] [':nlo] [izra'de]

la regola di assimilazione non funziona però con le approssimanti che, ben-


ché sonore, sono precedute dalla fricativa sorda [s]: siamo ['sja:mo], suola
['sw::i:la];
• una fricativa alveolare preceduta da una consonante è sempre sorda:
ex- [às], psiche ['psi:ke], abside ['abside], transito ['transito] , Elsa ['dsa],
orso ['orso].

Affricate
Le affricate dell'italiano sono quattro: le due alveolari [ts dz] e le due
prepalatali [tJ d3].

AFFRICATE ALVEOLARI PREPALATALI

SORDE
ts tJ
SONORE
dz d3
FONETICA ITALIANA 87

Le affricate alveolari [ts dz] sono - come la fricativa prepalatale [J]


- sempre lunghe in posizione intervocalica , sia all'interno della parola
sia in posizione iniziale di parola preceduta da vocale: p. es. ozio, azione,
gazza, azoto, uno zio, lo zero (['::>ttsjo], [at'tsjo:ne] , ['gaddza], [ad'dz::i:to],
['u:no 'ttsi:o], [lo 'ddze:ro]). Sono brevi solo in posizione iniziale assolu-
ta e dopo consonante: zio, zero, calza, ronzio (['tsi:o], ['dze:ro] , ['kaltsa],
[ron'dzi:o].
Le affricate prepalatali [tJ d3] , invece, possono - come le occlusive- oc-
correre sia come consonanti brevi sia come consonanti lunghe all'interno
della parola in posizione intervocalica: p. es. cacio, caccio (['ka:tJo], ['kattJo]),
Magi, maggio (['ma:d3i], ['madd30]). Negli altri casi naturalmente si ha sem-
pre la breve: cencio ['tJentJo] , giunge ['d3und3e].

Nasali
L'italiano presenta una serie di ben cinque consonanti nasali [m Il) n
p IJ] . Questa serie include da un lato foni che possono occorrere pratica-
mente in qualunque posizione [m n p] , dall'altro foni realizzati solo in uno
specifico contesto in seguito all'applicazione di una regola di assimilazione
regressiva [Il) IJ] .

NASALI BILABIALI LABIODENTALI ALVEOLARI PALATALI VELARI

SONORE
m O) n J1 I]

La nasale bilabiale [m], l'alveolare [n] e la palatale [p] possono in-


fatti occorrere a inizio di parola (mela ['me:la], nave ['na:ve], gnomo [Jl:,:
mo]) e in posizione intervocalica (amo ['a:mo], uno ['u:no], ogni ['oppi]) .
L'alveolare appare anche in posizione finale in non pochi casi: un [un] ,
non [non], con [kon] ecc.; più raramente lo stesso può dirsi per la bila-
biale: tram [tram] ecc.
Le nasali [m] e [n] possono essere brevi (vedi gli esempi qui sopra) o
lunghe (p. es. Emma ['emma] , anno ['anno]). La nasale palatale [p], per
quanto riguarda la lunghezza, si comporta invece come la fricativa pre-
palatale [J] e come le affricate alveolari [ts] e [dz] (e, come vedremo tra
poco, la laterale palatale [,<]) , poiché è sempre lunga tra vocali e a inizio
di parola dopo vocale: p. es. lo gnomo [lo Jip:,:mo].
88 CAPITOLO 2

La nasale labiodentale [ITJ] e la nasale velare [I)], d'altro canto, possono


occorrere solo davanti a una consonante prodotta nello stesso luogo di arti-
colazione. Quindi possiamo trovare una [Il)] solo prima di [f v], una [I)] solo
prima di [k g].
Infatti, prima di una consonante può trovarsi in italiano standard sol-
tanto la nasale omorganica, cioè la consonante nasale prodotta con gli stessi
organi della consonante seguente.

• Ciò dipende dall'applicazione di una regola di assimilazione regres-


siva che estende alla nasale il luogo di articolazione del fono consonantico
successivo: quando una nasale è seguita da una consonante, il luogo di arti-
colazione della nasale è lo stesso di quello della consonante successiva.

Quindi, davanti a una consonante bilabiale avremo sempre la nasale


bilabiale [m], davanti a una alveolare avremo l'alveolare [n] e così via.
La regola agisce sia all'interno della parola, sia attraverso il confine di
parola coinvolgendo la nasale finale della parola precedente. Nella tabel-
la 2.2 mostriamo esempi delle diverse consonanti nasali nelle due posizioni
in cui si verifica l'assimilazione.
TAB.2.2.

LUOGO DI ARTICOLAZIONE INTERNO DI PAROLA ATTRAVERSO Il CONFINE


DI PAROLA

BILABIALE campo con Paola


['kampo) [kom 'pa:olo)
LABIODENTALE inverno un vaso
[irrj'verno) [ullJ 'va:so)
ALVEOLARE canto in tre
['kanto] [in tre)
PREPALATALE con gli
[cop ,(ij
VELARE fango un gatto
['faDgO) [uD 'gatto)

Laterali
L'italiano ha una laterale alveolare [l] e una laterale palatale [,(].

LATERALI ALVEOLARI PALATALI

SONORE
1 f..
FONETICA ITALIANA 89

La laterale alveolare [I] può occorrere in ogni contesto e può essere bre-
ve o lunga: pala ['pa:la], palla ['palla], lana ['la:na], caldo ['kaldo] ecc.
La laterale palatale [A:], al contrario, appare solo tra vocali o a inizio
di parola. Inoltre è sempre lunga tra vocali: paglia, digli, chiama gli uomini
(['paUa], ['di,,C(i], ['kja:ma ,(,( 'w:,:mini] o ['kja:ma ,(,(i 'w::>:mini]). Può occor-
rere in posizione postconsonantica unicamente in forme di infinito seguite
dal pronome clitico gli: p. es.fargli ['far,(i].

Vibranti
In italiano c'è una sola consonante vibrante, l'alveolare [r].

VIBRANTI ALVEOLARI

SONORE

La [r] dell'italiano standard può occorrere in ogni contesto e può essere


breve (nel qual caso corrisponde a 2-4 cicli di occlusione e rilascio dell' ar-
ticolazione vibrante) o lunga (5-7 cicli): caro ['ka:ro], carro ['karro], rana
['ra:na], parco ['parko] ecc.
Molti parlanti tuttavia, per ragioni non sempre connesse ad origini re-
gionali ma più spesso legate ad abitudini fonatorie individuali e familiari,
sostituiscono la [r] con altri foni (detti comunemente «erre mosce»)2.
Queste varianti si possono considerare equivalenti al fono standard,
sono generalmente accettate quando non addirittura dotate di prestigio so-
ciale e in qualche caso sono perfino consapevolmente ostentate. Si tratta in
particolare della vibrante uvulare [R], della fricativa uvulare [.K] , dell' ap-
prossimante labiodentale [o] e di altri foni meno frequenti.

Approssimanti
Le approssimanti dell'italiano standard sono la palatale [j] e la labiove-
lare [w].
APPROSSIMANTI PALATALI VELARI

SONORE
j w

2 Questa sostituzione, contrariamente a quanto a volte si pensa, non dipende da

caratteristiche anatomiche ma unicamente da fattori ambientali.


90 CAPITOLO 2

Queste consonanti possono essere seguite solo da vocale; inoltre sono


sempre brevi: per esempio ieri ['je:ri], paio ['pa:jo], guaio ['gwa:jo], uovo
['w;):vo], lingua ['lil)gwa].

1.3. La struttura della sillaba italiana

La sillaba dell'italiano standard subisce, come in qualunque lingua, al-


cune restrizioni fonotattiche che limitano i tipi sillabici possibili e, all'inter-
no di essi, escludono alcune particolari sequenze di foni.
Il nucleo della sillaba italiana contiene sempre un elemento vocalico.
L'italiano infatti non ammette consonanti sillabiche (v. sopra, p. 64). L'ele-
mento vocalico è per lo più rappresentato da una singola vocale (o monot-
tongo), come nelle sillabe [a-], [tu-], [pen-], [skwi-], delle parole amo, tubo,
penna, squisito, ma sono consentiti anche dittonghi. Parliamo naturalmente
dei cosiddetti dittonghi discendenti, come nelle sillabe [ai], [voi], [pau-], in
hai, voi, pausa.
La testa sillabica può essere vuota - cioè mancare del tutto - come in [a-]
di amo (struttura formata solo da una vocale, V), può contenere un elemento
consonantico, p . es. [pa-] di palo (consonante-vocale, CV), due elementi con-
sonantici, p. es. [ska-] in scala (CCV), o tre consonanti, p. es. [stre-] in strega
(CCCV). Non sono ammesse teste sillabiche di quattro o più consonanti3 .
Una testa monoconsonantica può includere qualunque consonante. Ri-
cordiamo che anche le approssimanti [j] e [w] sono consonanti a tutti gli
effetti. Quindi un cosiddetto dittongo ascendente come quello della sillaba
[je-] di ieri è in realtà un nucleo vocalico con una testa monoconsonantica
(CV), esattamente come la sillaba [dze-] di zero.
Una testa biconsonantica può includere invece solo tre tipi di sequenza:
(a) una occlusiva o una fricativa labiodentale [p b t d kg f v] seguita da
una laterale, da una vibrante o da un'approssimante [l r j w] o più raramente

3 In parole come industriale [indus'trja:le], mostriamo [mos'trja:mo], istriano

[is'trja:no] ecc. la sillabificazione fonetica è in-dus-tria-le, mos-tria-mo, is-tria-no e dunque


la penultima sillaba di queste parole è [-trja:-] e non già [-strja:-Y con una testa quadri-
consonantica (come la tradizionale sillabificazione ortografica in-du-stria-le, mo-stria-mo,
i-stria-no farebbe supporre).
FONETICA ITALIANA 91

da una fricativa alveolare [s]: p. es. [pri-] in primo, [kre-] in credere, [flu-] in
fluido, [pja-] in piano, [kwi] in qui, [psi-] in psicologo;
(b) una fricativa alveolare [s z] seguita da una qualunque altra con-
sonante a eccezione di [s z J tJ d3 ts dz I),{]: p. es. [sja-] in siamo, [zde-] in
sdebitato, [zva-] in svanire, [zro-] in srotolare e così via;
(c) una laterale alveolare [lJ o una vibrante [r] o una nasale [m n] se-
guita da approssimante [j w]: p. es. [lje-] in lieto, [rw:,-] in ruota, [mje-] in
miele, [nw:,-] in nuovo.
Una testa triconsonantica, infine, ha obbligatoriamente al primo posto
una fricativa alveolare, mentre al secondo e terzo posto ha una struttura
identica al tipo (a) della testa biconsonantica. Quindi [s z] - [p b t d kg f
v] - [l r j w], come p. es. [zbja-] in sbiadito, [skw:,-] in scuotere, [zgra-] in
sgradito ecc.
La coda sillabica può essere in italiano vuota come in [pa-] di pane, mo-
noconsonantica come in [pan-] di panna, o più raramente biconsonantica
come in alcune parole di origine straniera, p. es. [film], [sp:,rt] ecc.
Una coda monoconsonantica può nascere da tre diversi tipi di struttura
sillabica della parola:
• la consonante della coda può essere finale di parola come in [dal] dal,
[per] per, [gas] gas, [in] in;
• la consonante della coda può essere una consonante fricativa alveo-
lare, o una nasale, laterale, vibrante seguita da un'altra consonante apparte-
nente alla sillaba seguente: p. es. in vispo ['vis-po], panca ['pal)-ka], alta ['al-
ta],/urto ['fur-to]; si osservi che nel caso di s + consonante, come in vispo,
la suddivisione in sillabe fonetiche è ['vis-po] e non coincide con quella pre-
scritta dall'ortografia (vi-spo), poiché il minimo di apertura viene raggiunto
solo in corrispondenza dell'occlusiva e dunque la [s] appartiene alla sillaba
precedente;
• la consonante della coda può essere il primo elemento di una conso-
nante lunga. Infatti una consonante lunga viene considerata in italiano una
geminata, equivalente cioè alla sequenza di due consonanti identiche, p. es.
in batto ['batto], ascia ['aJJa]. Di queste due consonanti identiche, si assegna
la prima alla sillaba precedente, la seconda alla sillaba seguente: bat-to, aJ-J a.
In tal modo il primo elemento di una consonante lunga funge da coda della
sillaba precedente, il secondo da testa della sillaba seguente.
92 CAPITOLO 2

Infine, le code biconsonantiche, come detto, sono rare e originariamen-


te estranee alla fonotassi italiana. Gli esempi di prestiti come film, sprint,
drink riflettono la fonotassi della lingua d'origine e rappresentano un'inno-
vazione per la fonotassi italiana.

1.4. L'accento di parola

Accento primario
La posizione dell'accento nella parola italiana non è determinata in
modo meccanico da alcuna regola automatica e resta fondamentalmente
libera, nel senso cioè che viene stabilita lessicalmente senza poter essere
ricavata dalla struttura segmentale della parola.

• L'italiano ha dunque un accento libero, che può cadere sull'ultima


sillaba, sulla penultima, sulla terzultima, sulla quartultima e - se si considera-
no anche forme verbali con particelle enclitiche - perfino sulla quintultima.

Le parole con l'accento sull'ultima sillaba sono dette


- tronche o ossitone, come per esempio città, perché, andrò, impreve-
dibilità ecc.;
se l'accento è sulla penultima, le parole si definiscono
- piane o parossitone, ad es. quésti, cavàllo, importànte, internazio-
nàle ecc.;
hanno l'accento sulla terzultima le parole
- sdrucciole o proparossitone, come àngolo, patètici, pàrlano, classz'/ica,
enigmàtica;
sono più rare le parole con l'accento sulla quartultima sillaba, dette
- bisdrucciole: si tratta in sostanza soltanto di forme di terza persona plu-
rale del presente di verbi, come àgitano, càpitano, telè/onano, gratz'/icano e così
via. Si ottiene una bisdrucciola anche legando un pronome clitico a una forma
verbale sdrucciola, come p. es. in z'ndica-mi, giùdica-lo, oppure due clitici a una
forma verbale piana, come pàrla-me-ne, stùdia-te-li, vedéte-ve-la, pèrder-ci-si4;

4 In quest'ultimo esempio pèrdere è sdrucciolo, mal' enclisi delle due particelle clitiche

porta obbligatoriamente alla caduta, o apocope, della vocale finale -e con conseguente
perdita di una sillaba e con il risultato di una nuova struttura bisillabica piana come pèrder.
FONETICA ITALIANA 93

infine, legando due clitici a una parola sdrucciola (in genere un imperativo)
si ottiene una struttura ancora più rara in italiano, con l'accento sulla quin-
tultima sillaba, detta
- trisdrucciola: òccupa-te-ne, z'ndica-me-lo, amplifica-glie-le ecc.

Posizione dell'accento Definizione Esempi


Ultima sillaba Tronca o ossitona città, perché
Penultima sillaba Piana o parossitona quésti, cavàllo
Terzultima sillaba Sdrucciola o proparossitona àngolo, pàrlano
Quartultima sillaba Bisdrucciola àgitano, pàrlamene
Quintultima sillaba Trisdrucciola òccupatene, ìndicamelo

Naturalmente la definizione stessa dell'accento come prominenza (v.


sopra, p. 70) esclude dal ragionamento i monosillabi, che non hanno eviden-
temente una sillaba prominente e possono essere considerati sempre privi di
accento, almeno quando sono presi isolatamente: p. es. tu [tu], non [non],
chi [ki], ma [ma] ecc.

Distintività dell'accento
In una lingua ad accento libero, come l'italiano, si possono trovare
esempi di parole identiche sul piano segmentale (cioè formate da identi-
che sequenze di vocali e consonanti) ma rese diverse dalla collocazione
dell'accento in posizioni differenti. In questi casi l'accento assume funzio-
ne distintiva, poiché diventa l'unico elemento per distinguere le parole in
questione.

• Si dice che in una lingua l'accento ha funzione distintiva quando,


per conseguenza della libertà di posizione dell'accento, si possono avere due
o più parole identiche sul piano segmentale e differenziate solo dalla collo-
cazione dell'accento su una o sull'altra sillaba.

Ne sono esempi coppie come przncipilprindpi ['printJipi]/[prin'tJi:


pi], sùbito/subz'to ['su:bito]/[su'bi:to], o triplette come càpito/capzìo/capitò
['ka:pito]/[ka'pi:to]/[kapib] ecc.
In queste serie il lettore noterà anche la diversa lunghezza delle vocali
toniche rispetto alle atone, ma questa caratteristica è appunto una conse-
94 CAPITOLO 2

guenza secondaria della collocazione dell'accento dovuta alla legge di com-


pensazione quantitativa (v. sopra, pp. 79-80).
Sul piano della produzione, abbiamo visto nel capitolo 1 (p. 71) che nel-
le varie lingue l'accento può essere veicolato da uno o più dei tre parametri
prosodici (intensità, altezza e durata). Si ritiene generalmente che in italiano
tutti e tre questi parametri cooperino a segnalare la prominenza della sillaba
tonica, anche se sembra che la durata svolga un ruolo prevalente rispetto alle
altre due dimensioni citate.

Accento secondario
La parola italiana, oltre all'accento tonico primario, può anche portare
un accento secondario. Ciò si osserva abbastanza regolarmente nei composti
che siano formati da almeno quattro sillabe, come portaborse [,p::,rta'borse],
settantasette [set,tanta'sette], rompiscatole [,rompis'ka:tole].
La posizione dell'accento secondario in genere coincide con la posizio-
ne originaria dell'accento nell'elemento che entra nel composto, come si ve-
rifica nei tre casi sopra citati, ma non è sempre così: p. es. sessanta [ses'santa]
ha l'accento sulla seconda sillaba [san], ma in sessantuno [,sessan'tu:no]
l'accento secondario sta invece sulla prima sillaba [ses]. Ciò dipende dalla
tendenza dell'italiano a porre l'accento secondario a una distanza di almeno
due sillabe rispetto all'accento primario, alternando sillabe forti (con accen-
to primario o secondario) a sillabe deboli (prive di qualunque accento).
Anche in polisillabi, cioè parole di quattro o più sillabe, che non siano
dei composti viene collocato un accento secondario secondo lo stesso prin-
cipio ritmico, cioè quello di alternare sillabe più forti a sillabe più deboli,
come ad esempio in istantaneo [,istan'ta:neo], recuperare [,rekupe'ra:re] ecc.
Questo meccanismo di alternanza può portare anche alla presenza di
due o più accenti secondari, oltre a quello principale, quando il numero di
sillabe della parola è uguale o superiore a sei. Si pensi a parole polisillabi-
che come inconsapevolmente [,il)konsa,pevol'mente], internazionalizzazione
[,internat,tsjona,liddzat'tsjo:ne].
Dagli ultimi esempi risulta evidente come la collocazione degli accenti
secondari possa rispondere in diversi modi ali' esigenza dell'alternanza delle
sillabe forti e deboli, rendendo possibili differenti schemi di distribuzione
degli accenti secondari: p. es. oltre a [,internat,tsjona,liddzat'tsjo:ne], si può
FONETICA ITALIANA 95

trovare anche [in,ternat,tsjona,liddzat'tsjo:ne] o [,inter,nattsjona,liddzat'tsjo:


ne], e così via.

Forme clitiche e parole fonetiche


Come abbiamo osservato, un monosillabo isolato è privo, per defini-
zione, di accento, poiché non vi si può individuare una sillaba prominente.
Tuttavia, una volta inseriti nella catena parlata, i monosillabi dell'italiano
possono comportarsi in due modi differenti riguardo alla struttura accen-
tuale del sintagma o della frase di cui fanno parte.

• Esistono infatti monosillabi deboli, detti anche clitici, che si legano


alle parole adiacenti e tendono a comportarsi come se fossero sillabe atone
di queste parole, e monosillabi forti che invece conservano una propria au-
tonomia accentuale.

Monosillabi deboli. Per quanto riguarda i primi, a volte il loro parti-


colare comportamento prosodico è segnalato anche ortograficamente, per
cui abbiamo la chiara percezione che, ad esempio, guardami ['gwardami]
sia un'unica parola formata dall'elemento verbale guarda e dal pronome cli-
tico mi; altre volte invece la nostra percezione, che è sempre condizionata
dall'ortografia, è diversa, p. es. in mi guardi [mi'gwardi].
Dal punto di vista fonetico, tuttavia, la particella mi si comporta nei due
casi allo stesso modo, cioè come un clitico, ovvero un elemento della catena
parlata che si «appoggia» sempre ad un'altra parola, precedente o seguente,
alla quale sia fortemente legata anche dal punto di vista sintattico.
Sul piano fonetico e prosodico, dunque, ciascuna delle due sequenze
guardami e mi guardi costituisce un'unica parola fonetica.

• Una parola fonetica è una sequenza di sillabe, appartenenti a una


o più parole lessicali, che presenta una sola prominenza accentuale. Sia
['gwardami] sia [mi'gwardi] sono dunque parole fonetiche .

Nella trascrizione fonetica IPA di questo tipo di sequenze si tiene spesso


conto di questo aspetto, e si evita di inserire spazi di separazione. In que-
sto caso non inseriremo alcuno spazio né tra ['gwarda] e [mi] in guardami
96 CAPITOLO 2

['gwardami], né tra [mi] e ['gwardi] in mi guardi [mi'gwardi]. Tuttavia non


sempre questa opzione è di fatto praticata per ragioni di «leggibilità» delle
trascrizioni stesse e si incontrano anche trascrizioni come [mi 'gwardi], con
uno spazio di separazione tra le due parole.
Si comportano da clitici in italiano, oltre alle cosiddette forme atone dei
pronomi (come mi, ti, gli, le ecc.), anche articoli, preposizioni e congiun-
zioni monosillabici: la mamma [la'mamma], di Parma [di'parma], e Olga
[e':,lga].
A volte due o più clitici possono appartenere a una stessa parola foneti-
ca, come in vattene ['vattene], se ne va [sene'va], non dirmelo [non'dirmelo],
di dirvelo [di'dirvelo], se me lo dà [semmelo'da].
Monosillabi forti. Non tutti i monosillabi si comportano però come
i clitici. Ad esempio me, monosillabo forte, nella catena non si appoggia
alla parola precedente: si confronti guardami ['gwardami] con guarda me
['gwarda 'me] . Nel primo caso si ha un'unica parola fonetica , nel secondo
due. Per segnalare ancora più chiaramente questa specifica autonomia dei
monosillabi forti, può essere utile riportare il simbolo dell'accento tonico
anche davanti al monosillabo stesso.
In sintesi, una parola fonetica è una sequenza di sillabe che, indipenden-
temente da ogni analisi morfologica o semantica, si comporta come se fosse
un 'unica parola, e cioè ha una sola prominenza accentuale, come accade
appunto in guardami ['gwardami] , mentre in una sequenza come guarda me
['gwarda 'me] il monosillabo forte me produce un secondo picco accentuale
dopo la sillaba atona [-da] della parola precedente:

guardami ['gwardami] guarda me ['gwarda 'me]


gwar gwar me

~ da--mi ------- ~da

Altri fenomeni accentuali


Retrocessione. Ancora a causa della già ricordata tendenza a evitare la
giustapposizione di due sillabe toniche consecutive, se nella frase una parola
con l'accento sull'ultima sillaba come ad esempio lunedì è seguita da una
parola con l'accento sulla prima sillaba come scorso, questo «conflitto» tra
FONETICA ITALIANA 97

due accenti consecutivi provoca - facoltativamente ma frequentemente - lo


spostamento all'indietro o retrocessione del primo dei due accenti: quin-
di lunedz' scorso [lune'di 'skorso] può diventare ['lu:nedi 'skorso], papà tuo
[pa'pa t'tu:o] può diventare ['pa:pa t'tu:o] ecc.
Deaccentazione parziale o totale. Un altro frequente fenomeno che può
colpire bisillabi inseriti nella catena parlata è quello della parziale o totale
deaccentazione. Nel caso, per esempio, di dopo tutto ['do:po 'tutto], il primo
elemento può perdere parte della propria tonicità e la sequenza di due paro-
le può comportarsi come una parola composta, con trasformazione dell' ac-
cento primario di ['do:po] in accento secondario (deaccentazione parziale):
[dopo 'tutto]. La perdita dell'accento può essere completa (deaccentazione
totale) se la sequenza viene pronunciata come un semplice quadrisillabo
piano: [dopo'tutto].

1.5. Fenomeni fonosintattici

L'inserimento delle parole nella catena parlata comporta a volte delle mo-
difiche, che vanno al di là dei soli fenomeni legati all'accento appena visti e
che possono modificare anche le caratteristiche segmentali della parola stessa.
Elisione. Uno dei più frequenti e regolari di questi fenomeni è, in ita-
liano, quello dell'elisione, cioè della caduta della vocale finale di una parola
quando anche la parola successiva inizia per vocale.
Questo fenomeno è obbligatorio in alcuni casi, come ad esempio in
bell'uomo [bdl 'w:,:mo], nessun 'altra [nessun 'altra], facoltativo in altri casi,
p. es. in un altr'anno/u n altro anno [un altr 'anno]/[un 'altro 'anno], non
accettato (benché frequentissimo) in altri ancora, come in ottimo amico
[':,ttimo a'mi:ko] / [':,ttim a'mi:ko].
Raddoppiamento sintattico. Il più significativo e caratteristico tra i fe-
nomeni fonosintattici dell'italiano standard è costituito dal cosiddetto rad-
doppiamento (o rafforzamento) sintattico (o fonosintattico).
Il raddoppiamento sintattico (RS) è un fenomeno dell'italiano standard
per il quale alcune parole hanno la proprietà di raddoppiare la consonante
iniziale della parola seguente, che deve quindi essere pronunciata come una
doppia, p. es. a Pasquale [a ppas'kwa:le].
98 CAPITOLO 2

È molto importante tener presente che la proprietà di produrre il rad-


doppiamento sintattico «dipende» dalla parola precedente ma «colpisce» la
parola seguente.
Il raddoppiamento sintattico non agisce, owiamente, quando la parola
seguente inizia per vocale, ma nemmeno quando questa inizia per fricativa
dentale [s z] seguita da altre consonanti non approssimanti: quindi ha par-
lato [a ppar'la:to], ha suonato [a sswo'na:to], ha trovato [a ttro'va:to], ma ha
sbagliato [a zbai<',(a:to].

• Il raddoppiamento sintattico non scatta quando la parola successiva


si trova separata da una pausa o appartiene a un'unità (sintagma, clausola,
proposizione, periodo) diversa da quella a cui appartiene la parola «cataliz-
zatrice» del fenomeno: p. es. te lo dirò domani [te lo di'r:) ddo'ma:ni], vs. te lo
dirò: domani parto [te lo di'r:) / do'ma:ni 'parto].

Per descrivere adeguatamente il fenomeno del raddoppiamento sintat-


tico sarà dunque necessario specificare quali sono le parole che possiedono
tale proprietà.
Queste parole - come si vede nella tabella 2.3 - sono per lo più monosil-
labi (forti ma anche alcuni deboli), e alcuni bisillabi.
Inoltre il RS agisce sempre, nello standard, dopo tutte le parole tronche
(p. es. dopo verbi come sarà, capì, sostantivi come caffè, papà, congiunzioni
come perché, però ecc.).
Nella tabella 2.3 sono elencate le varie categorie di forme che provo-
cano il raddoppiamento sintattico in italiano standard (per semplicità, gli
esempi riportati nella terza colonna non vengono trascritti nell'alfabeto
IPA, ma si riporta unicamente il raddoppiamento della consonante iniziale
ortografica).
Non producono raddoppiamento sintattico, invece, tutti gli altri mo-
nosillabi deboli, come di, ne, ci, gli articoli determinativi e indeterminativi,
i pronomi mi, ti, si, gli, le, ci, vi, e tutti i monosillabi che terminano in con-
sonante.
Saranno quindi prive di raddoppiamento sintattico sequenze come di
Catania, ne prendo, ci vado, la luna, le ragazze, una donna, mipiace, ti dico, si
racconta, le parliamo, per me, con te, in campo, non posso, bar Ciro ecc.
FONETICA ITALIANA 99

TAB. 2.3. Il raddoppiamento sintattico

MONOSILLABI FORTI - sostantivi, aggettivi, numerali come reCCarlo


re, blu, tre, tè b/unnotte
tre vvolte
tèffreddo

- forme verbali come è, fu, ho, ha, do, è /lui, fu ddetto, ho ffatto, ha ccapito, do
dà, sto, sta, so, sa, fa, va, può mmolto,
dà nnoia, sto mmale, sta qqua, so ffare ,
sa ttutto,
fa eco/do, va vvia, può pparlare
- pronomi come tu, me, te, sé, che, chi tu ddici , me mmedesimo, con te
ppersonalmente,
per sé sso/o, che ddici?, chi vviene?
- avverbi come qua, qui, là, li, più, già qua ssotto, qui pproprio, là ffuori, li pper li,
più ccaro, già pparti
- i nomi delle lettere dell'alfabeto a, bi, pi ggreco, i /lunga, ti qquadro, o cchiusa,
ci, di, e, gi, i, o, pi, qu, ti, u, vi, vu vu ddoppia ecc.
MONOSILLABI DEBOLI - le preposizioni a, da, tra, fra, su a NNapoli, da MMilano, tra nnoi, fra ddue
anni,
succento
- le congiunzioni e, o, né, ma, se, che e ccosì, o nno, né Ilei né /lui, ma ssenti, se
ccredi, penso che vvenga
- il pronome relativo che colui che vviene, quello che vvogliono
BISILLABI come, qualche, dove, sopra come mme, qualche vvolta, dove ssei,
sopra ddi lui
PAROLE TRONCHE tutte le parole tronche che terminano verrò ddomani, città vvuota, Gesù CCristo,
per vocale Perù mmeridiona/e, babà ccon panna,
camminò mmolto, caffè ffreddo

Raddoppiamento spontaneo. Bisogna fare molta attenzione a non at-


tribuire a raddoppiamento sintattico l'allungamento spontaneo delle con-
sonanti [J ts dz f. J1] in sequenze come si scendeva [si JJen'de:va], la zietta [la
ttsi'etta], una zanzara ['u:na ddzan'dza:ra], ora gli dico ['o:ra Ui 'di:ko], lo gnu
[lo J1Jlu]: si tratta infatti di consonanti che - come abbiamo visto nei para-
grafi precedenti - sono automaticamente lunghe ogni volta che si trovano in
posizione intervocalica, sia all'interno della parola, sia in posizione iniziale
preceduta da vocale, come appunto negli esempi citati.


Il raddoppiamento, in questi casi, non è provocato dalla parola pre-
cedente, ma si produce spontaneamente, per proprietà intrinseche delle
consonanti in questione.
100 CAPITOLO 2

Si può notare infatti che questo tipo di raddoppiamento si osserva an-


che dopo forme come si, la, di ecc., che non hanno la proprietà del raddop-
piamento sintattico e che non abbiamo inserito nella tabella 2.3.

1.6. L'intonazione

Se consideriamo la natura fondamentalmente astratta dell'italiano


standard, inteso come norma codificata storicamente e definita indipen-
dentemente dagli usi concreti, dobbiamo constatare che questa norma non
include regole esplicite e condivise che prescrivano determinati contorni
intonazionali.

•Non è possibile per questo motivo parlare di un'intonazione stan-


dard, ma solo di intonazione media, non marcata, e di intonazioni regional-
mente marcate.

Dunque non possiamo fare altro che svolgere qui alcune osservazio-
ni del tutto generali in riferimento ai tre principali contorni intonazionali:
quello dichiarativo, quello interrogativo del tipo si/no e quello interrogativo
del tipo eh- (v. sopra, pp. 73 ss.).
In linea del tutto generale, il contorno intonazionale dichiarativo italia-
no può essere descritto come «discendente», quello interrogativo sz'lno come
«ascendente», quello interrogativo eh- come «moderatamente ascendente». Si
tratta di un'ascesa o discesa dell'altezza (cioè del parametro corrispondente
alla frequenza della vibrazione laringea), ma anche dell'intensità e della durata.
Più esattamente, a presentare un andamento tipicamente discendente
oppure più o meno ascendente non è l'intera frase, ma soprattutto la sua
porzione finale o contorno terminale, a partire di solito dall'ultima sillaba
tonica. Il resto della frase, prima del contorno terminale, tende invece a
presentare in tutti i casi un andamento discendente, definito declinazio-
ne e attribuito a tendenze fisiologiche generali dell'apparato fonatorio, che
va perdendo spontaneamente energia via via che l'espirazione prosegue.
Il punto in cui la declinazione spontanea si interrompe e inizia il contorno
terminale è detto turning point.
FONETICA ITALIANA 101

Nelle sequenze qui di seguito elencate

(1) Si parte oggi (frase dichiarativa)


(2) Si parte oggi? (frase interrogativa st'/no)
(3) Chi parte oggi? (frase interrogativa eh-)

il contorno terminale coincide con la parola oggi ['::,dd3i], che presenterà nei
tre casi un diverso andamento dei tre parametri prosodici coinvolti secondo
lo schema di massima che qui riportiamo:

2. LE VARIETÀ REGIONALI DELL'ITALIANO

Nel paragrafo precedente abbiamo esaminato il quadro dei suoni


dell'italiano standard. La situazione linguistica e sociolinguistica dell'Italia
contemporanea, tuttavia, è tale che praticamente nessun parlante adotta
esattamente il modello standard, ricorrendo piuttosto ad un'ampia gam-
ma di varietà regionali di italiano dotate ciascuna di proprie caratteristiche
specifiche.
È infatti esperienza comune che dopo aver ascoltato anche solo poche
frasi prodotte da qualsiasi parlante italiano - di qualunque grado di istru-
zione o collocazione sociale - siamo in grado di identificarne con buona
approssimazione l'origine geografica.
Si pensi ad esempio a personalità pubbliche come gli uomini politici
anche di altissimo rango istituzionale, dei quali è in genere inconfondibile la
pronuncia regionale, anche in contesti estremamente formali: per esempio
la pronuncia regionale campana di Giorgio Napolitano, quella toscana di
Matteo Renzi, quella lombarda di Silvio Berlusconi e così via.
102 CAPITOLO 2

In tutti questi casi la nostra capacità di individuare la regione di


provenienza si basa sulla presenza - nell'italiano parlato dalla perso-
na in questione - di tratti fonetici non standard, come per esempio la
presenza della consonante doppia [dd3] in luogo dello standard [d3] in
posizione intervocalica nel Presidente della Repubblica Napolitano in
termini come regione [red'd30:ne] (vs. italiano standard [re'd30:ne]), op-
pure l'assenza di raddoppiamento fonosintattico e la generalizzazione di
[z] intervocalica in Berlusconi in sequenze come a casa [a "ka:za] (italiano
standard [a k'ka:sa], con raddoppiamento sintattico e fricativa alveolare
sorda).

• Naturalmente qui si sta facendo riferimento alla presenza di tratti


regionali nella pronuncia dell'italiano e non all'uso dei dialetti, dei quali
parleremo nel paragrafo 4. Tuttavia è storicamente vero che le caratteristi-
che locali riscontrabili nella pronuncia dell'italiano delle varie regioni sono
generalmente da attribuire a un influsso delle caratteristiche fonetiche dei
dialetti delle stesse regioni.

Questo «trasferimento» all'italiano di alcuni specifici elementi di pro-


nuncia dialettale si è determinato nel momento in cui l'italiano per la prima
volta, tra i secoli XIX e XX, è stato appreso e poi parlato da grandi masse di
persone precedentemente dialettofone. I tratti locali così introdotti negli ita-
liani regionali si sono poi trasmessi alle generazioni seguenti, conservandosi
e stabilizzandosi anche nei casi in cui queste popolazioni siano diventate
ormai prevalentemente o esclusivamente italofone e abbiano perso la com-
petenza attiva dei dialetti originari.
Tale influsso può esercitarsi in modo diretto , attraverso una quasi au-
tomatica emersione di elementi fonetici dialettali nell'italiano regionale:
si pensi alla pronuncia «doppia» di alcune consonanti tipica di gran parte
dell'Italia centrale e meridionale in parole come sabato ['sabbato] o magico
['madd3iko] (vs. it. standard ['sa:bato] e ['ma:d3iko]), dovuta all'assenza in
molti dialetti di quelle regioni dei suoni [b] e [d3] scempi, per lo meno in
posizione intervocalica.
L'influsso dialettale può però agire - con meccanismo del tutto inver-
so - anche attraverso l'automatica eliminazione di caratteristiche ritenute
FONETICA ITALIANA 103

dialettali persino laddove esse siano invece previste anche dall'italiano stan-
dard. Questo è un fenomeno molto diffuso e va sotto il nome di ipercorretti-
smo. La sua azione si può osservare nel caso di pronunce regionali scempie
come in abbiamo [a'bja:mo] o maggio ['ma:d30] in luogo di [ab'bja:mo] o
['madd30] .
La consapevolezza della regionalità della consonante lunga in forme
come ['sabbato] e ['madd3iko] può infatti indurre un parlante a ritene-
re erroneamente regionale anche la consonante lunga di [ab'bja:mo] o di
['madd30], che viene pertanto impropriamente scempiata.
Nelle pagine seguenti illustreremo alcune tra le principali caratteristi-
che fonetiche degli italiani regionali, senza nutrire l'ambizione - come è
owio in questa sede - di fornire una descrizione completa di ciascuna di
queste varietà.
Non è forse superfluo precisare che termini come «italiano regionale»
o «pronuncia regionale», ormai entrati nell'uso corrente tra i linguisti, non
si riferiscono alla regione intesa in senso amministrativo e/o geografico, poi-
ché all'interno della stessa regione amministrativa o geografica possiamo
talvolta trovare diversità anche molto profonde, come ad esempio nel caso
della regione Puglia, divisa linguisticamente tra un'area pugliese propria-
mente detta e un'area salentina, con varietà dialettali molto diverse e conse-
guentemente con italiani regionali nettamente differenziati. Analogamente
la regione Marche risulta suddivisa dal punto di vista linguistico in tre aree
- settentrionale, centrale e meridionale - con varietà di dialetto e di italiano
regionale profondamente diverse le une dalle altre. E questo elenco potreb-
be continuare con altre regioni linguisticamente composite come il Friuli-
Venezia Giulia, il Trentino-Alto Adige, il Lazio e così via. Ma anche regioni
con caratteristiche linguistiche più unitarie presentano comunque - come
anche il parlante comune percepisce - minori variazioni interne che ci impe-
discono di parlare tout court di un unico italiano regionale lombardo, o sici-
liano, o toscano. Dunque il termine italiano regionale - che continueremo a
usare - rappresenta solo una prima, necessaria approssimazione, rispetto a
una realtà estremamente più frastagliata e, più che l'italiano di una regione,
indica l'italiano di una porzione di territorio di dimensioni non sempre ben
definibili.
104 CAPITOLO 2

2.1. Le vocali

Vocalismo tonico
Il vocalismo tonico dell'italiano standard, come abbiamo visto, consiste
di sette vocali orali (sistema eptavocalico) disposte su quattro gradi di aper-
tura. Questo modello è condiviso dalla maggior parte delle varietà regionali
dell'italiano, come quelle settentrionali, centrali e alto-meridionali.

• La condivisione dello stesso sistema eptavocalico dello standard non


impedisce però a queste varietà regionali di italiano di presentare una diver-
sa distribuzione dei foni vocalici nei singoli elementi del lessico.

In particolare la divergenza più rilevante riguarda il frequente ricorso


a timbri medioalti [e o] laddove l'italiano standard presenta quelli me-
diobassi [e ;)] e, viceversa, a timbri mediobassi in luogo dei medioalti
dello standard. È inoltre importante sottolineare come, rispetto a questa
diversa distribuzione delle vocali medie, i singoli italiani regionali diverga-
no non solo dallo standard, ma spesso ancor più significativamente l'uno
dall'altro.
Vediamo nella tabella 2.4, a titolo di esempio, alcune forme dello stan-
dard a confronto con quelle di due varietà regionali molto distanti l'una
dall'altra, una lombarda, rappresentata qui dalla pronuncia milanese
dell'italiano, e una campana, rappresentata dalla pronuncia napoletana (le

e o

fig. 2.4. Schema eptavocalica delle varietà italiane regionali alto-meridionali, centrali e settentrionali.
FONETICA ITALIANA 105

TAB. 2.4. Varietà regiona li del vocal ismo


IT. STANDARD MILANO NAPOLI

tre [tre] [tre) [tre]


verde ['verde] ['verde] ['verde]
vieni ['vje:ni] ['vje:ni] ['vje:ni)
penso ['penso] ['penso] ['penso)
medico ['me:diko] ['me:diko) ['me:diko)
ancora [ap'ko:ra] [ap'ko:ra) [ap k:J:ra )
uomo ['w:J:mo] ['w:J:mo) ['Wo:mo)

realizzazioni regionali milanesi e napoletane divergenti dallo standard sono


riportate in grassetto).
Confronti di questo tipo, che potrebbero essere ripetuti per ogni altro
italiano regionale delle aree a vocalismo eptavocalico, mostrano tra l'altro
quanto siano infondati i diffusi luoghi comuni che attribuiscono a deter-
minate varietà la tendenza a 'chiudere' tutte le vocali, e ad altre quella ad
'aprirle' tutte. Ogni varietà di queste aree, al contrario, possiede ambedue
i gradi di apertura vocalici, il medioalto e il mediobasso, e differisce dalle
altre varietà unicamente per la loro distribuzione lessicale. Peraltro, può
sorprendere il dato di fatto, che pure emerge dalla tabella (è il caso di vieni),
che in alcuni casi varietà meridionali e settentrionali concordino tra loro pur
allontanandosi dallo standard.
In alcuni casi è comunque possibile individuare delle regolarità che
spiegano almeno una parte delle specificità di distribuzione delle vocali
medie.
Per esempio, in una gran parte dell'Italia meridionale (Campania, Moli-
se, parti di Puglia, Basilicata, Abruzzo) le parole che nello standard presen-
tano le sequenze [je, w::,] come vieni, uomo ['vje:ni], ['w::,:mo] hanno invece
sistematicamente vocali di timbro medioalto [je, wo], come negli esempi
napoletani ['vje:ni] , ['wo:mo] riportati nella tabella 2.4. Per la sola sequenza
[je] lo stesso si osserva nella maggioranza delle varietà settentrionali (p. es. a
Milano) , dove si ha dunque ['vje:ni] come a Napoli, ma ['w::,:mo] come nello
standard.
D 'altro canto una gran parte dell'Italia nordoccidentale applica una re-
gola per la quale è ammessa solo [e] e non [e] in sillaba tonica nelle parole
sdrucciole - p. es. in medico, Genova, Elena, epoca , genere ecc. - o anche nel-
le parole piane davanti a consonante nasale, come in penso, senti, tempo, Vin-
106 CAPITOLO 2

cenzo, dicembre ecc. Quindi avremo sistematicamente ['me:diko], ['e:lena],


['senti] ecc. vs. italiano standard ['me:diko], ['e:lena], ['senti] e così via.

• Un'altra modalità di scostamento dallo standard, che si affianca a


quella della differente distribuzione dei foni vocalici medi, consiste in al-
cune particolari realizzazioni di foni vocalici appartenenti al modello ep-
tavocalico. Anche questi scostamenti non modificano di solito la struttura
complessiva del vocalismo, che resta comunque costituito da sette elementi.

Ne sono esempi alcune pronunce emiliane, romagnole e pugliesi di pa-


role che in italiano standard hanno [a] tonica come vado, parlo e che nel
parlato locale popolare di queste regioni presentano invece [:e] (o foni di
timbro intermedio tra [a] e [:e]): ['v:e:do] , ['p:erlo].
All'opposto, le pronunce piemontesi, liguri e campane tendono a
presentare nella stessa posizione la vocale posteriore bassa [a]: ['va:do],
['parlo].
In altre aree invece è la vocale anteriore mediobassa [e] del sistema ep-
tavocalico standard a essere sostituita nelle pronunce regionali da [:e]. È
il caso di realizzazioni diffuse in Lombardia e Veneto come tre ca//è [tr:e
kaf'f:e]. Nella pronuncia romana - che a sua volta esercita un importante e
crescente influsso su quella di altre regioni - si va diffondendo, soprattutto
nei giovani, un fenomeno analogo: vieni; bello ['vj:e:ni, 'b:ello].

Il sistema pentavocalico
• Troviamo invece un vocalismo tonico strutturalmente diverso
da quello dello standard nell'italiano regionale della Sardegna e in quelli
dell'area linguistica detta 'meridionale estrema', che include la Sicilia, quasi
tutta la Calabria nonché la penisola del Salento.

Le varietà regionali di queste aree (esattamente come i loro dialet-


ti5) hanno infatti un sistema vocalico a cinque elementi, disposti su tre

5 Nel caso della Sardegna le varietà dialettali locali non sono considerate - come

quelle delle altre regioni - varietà dialettali italiane, ma appartengono a una diversa area
geolinguistica, quella appunto sarda. Al sardo, definito come l'insieme dei dialetti della
Sardegna tipologicamente non italiani, si assegna infatti il rango di «lingua». Solo alcuni
dialetti della Sardegna nord-orientale appartengono invece ali'area linguistica italiana.
FONETICA ITALIANA 107

fig. 2.5. Sistema pentavocalica delle varietà regionali siciliane, calabresi, salentine e sarde.

gradi di apertura, con una sola vocale media anteriore e una posteriore
(sistema pentavocalico).
Il grado intermedio di apertura - come abbiamo già osservato a propo-
sito del vocalismo atono dello standard, che presenta un'analoga struttura
pentavocalica a tre gradi di apertura - viene spesso indicato con gli stessi
simboli delle vocali medioalte [e o].
Nel caso degli italiani regionali, tuttavia, l'effettiva realizzazione di pa-
role come vedo, corto tende prevalentemente al grado mediobasso, soprat-
tutto in Sicilia e in Sardegna: ['ve:do], ['brtol
Abbiamo preferito quindi, nella figura 2.5, utilizzare per il grado vocali-
co intermedio i simboli delle medio basse anteriore e posteriore [e :) ] , anche
se in alcuni contesti di parola e in alcune sottovarietà locali delle regioni in
questione possono apparire anche foni medi o medioalti.

Vocalismo atono
•Il vocalismo atono è dappertutto pentavocalico a tre gradi di apertu-
ra, come nell'italiano standard.

La diffusione di [a]. Il fenomeno più rilevante nel campo del voca-


lismo atono è quello della vastissima diffusione della vocale centrale [a].
Alcune varietà regionali dell'area alto-meridionale, in particolare varietà
campane e pugliesi, estendono infatti all'italiano regionale una caratte-

Tuttavia, sia i dialetti sardi sia quelli italiani della Sardegna hanno l'italiano come «lingua-
tetto» ed è in questa che trasferiscono i propri tratti locali.
108 CAPITOLO 2

ristica vocalica dei dialetti di quelle regioni, per la quale le vocali atone
finali - e in modo particolare le vocali atone finali di enunciato - tendono a
centralizzarsi e a essere realizzate come «schwa», cioè con il fono [g] in so-
stituzione della vocale [i e a o] dello standard. Per esempio felice [fe'li:Jg],
non penso [nom 'pentsg], i bambini [i bbam'bi:ng], accendi la luce [at'tJ endi
la 'lu:Jg].
La vocale centrale media [g] emerge inoltre, nelle varietà meridionali e
centrali ma a volte anche in quelle settentrionali, in posizione finale di quelle
parole per lo più di origine straniera che terminano con una consonante:
film, sport, meeting ['filmg], ['sp::,m], ['mi:til)gg]. Attraverso questa aggiunta
(tecnicamente definita una paragoge o epitesi) viene peraltro a crearsi in
queste parole una sillaba in più: [film] vs. ['fil-mg]. Quando la consonante
finale è unica, come in bar, top, amen, essa viene sistematicamente allungata
davanti alla vocale paragogica: ['barrg], [bppg], ['a:menng], sempre con un
aumento del numero delle sillabe.
In alcuni casi la vocale paragogica che viene inserita in questi casi può
essere diversa dalla vocale centrale media [g]: è quello che accade nei registri
più bassi delle varietà regionali toscane e laziali, che preferiscono [e], dun-
que ['filme], ['barre] ecc., e di quelle meridionali estreme, che invece spesso
inseriscono in fine di parola una vocale «eco», cioè uguale o simile alla toni-
ca, per cui si ha ['filmi], ma ['sp::,rto].
Molto simile a quello della paragoge è il caso dell' anaptissi, cioè dell'in-
serimento di una vocale all'interno della parola. Esso si verifica quando all'in-
terno della parola vi sia una sequenza di consonanti rare o estranee alla fono-
tassi italiana, come in atmosfera, tecnico, afta ecc. Anche qui viene inserita una
vocale tra le due consonanti, con allungamento della consonante che precede
la vocale anaptittica: [.attgmos'fe:ra], ['tekbniko], ['affata] e così via.
In questi stessi casi, per effetto della stessa reazione di estraneità dei
parlanti nei confronti delle finali consonantiche e dei gruppi consonantici
interni di origine straniera, tecnica o colta, le varietà settentrionali adotta-
no a volte strategie molto diverse, poiché in taluni casi optano per l' aboli-
zione totale di alcune consonanti: p. es. meeting, atmosfera possono essere
realizzati come ['mi:tin] o [,ammos'fe:ra]. Il nome della squadra tedesca del
Bayern di Monaco, ad esempio, diventa generalmente ['bajer] nelle varietà
settentrionali e ['bajemg] nel Centro-Sud.
FONETICA ITALIANA 109

Dittonghi
Nel caso dei dittonghi, più che di differenti pronunce regionali, si può
parlare di una generale tendenza, diffusa in modo sostanzialmente uniforme
in quasi tutte le regioni, a una riduzione dei dittonghi, che a volte si osserva
anche in sillaba tonica ma che avviene molto più frequentemente e marcata-
mente in sillaba atona, e in modo ancora più significativo nel parlato veloce
o «allegro» (v. sopra, pp. 64-65).
La riduzione può consistere in una drastica semplificazione o monot-
tongazione del dittongo, come in Maurizio, laicità che possono diventare
in questo caso [mo'rittsjo], [letJi'ta], oppure in una ipoarticolazione che
avvicina il timbro della vocale più aperta a quello della vocale più chiusa,
riducendo il percorso articolatorio previsto per il dittongo: [mau'rittsjo]/
[m:Ju'rittsjo], [lreitJi'ta]/[leitJi'ta].
Particolarmente rilevante, come numero di occorrenze nel parlato so-
prattutto radiofonico e televisivo di questi anni, è il caso del dittongo atono
[eu] in parole oggi ad altissima frequenza come Europa, europeo e derivati,
con realizzazioni che variano da [;mro'pe:o] a [re0ro'pe:o] a [0ro'pe:o] a
[uro'pe:o] e che è possibile ascoltare quotidianamente nei notiziari informa-
tivi e nei dibattiti politici ed economici.

2.2. Le consonanti

Occlusive
- Occlusiva sorda intervocalica > occlusiva sorda aspirata oppure fri-
cativa sorda: una tra le più note e significative modificazioni che le occlusive
dello standard subiscono è quella tipica di gran parte della Toscana, nota
storicamente come «gorgia toscana», e che consiste nell'aspirazione o nella
fricativizzazione delle occlusive sorde [p t k] dell'italiano standard che, in
posizione intervocalica, diventano appunto aspirate [p' t' k'J o, più spesso,
fricative [<j> 8 h]: lupa ['lu:p'a] o ['lu:<j>a], Rita ['ri:t'a] o ['ri:8a], Luca ['lu:ha],
le cose [le 'h:J:se]. La velare [k] può addirittura dileguare completamente: le
cose [le ':J:se].
- Occlusiva sonora intervocalica > fricativa sonora: un analogo feno-
meno - benché con minore regolarità - si osserva, sempre in Toscana, anche
110 CAPITOLO 2

per le occlusive sonore [b dg] dello standard. In questo caso l'esito è sem-
pre fricativo [~ ò y]: i bambini [i ~am'bi:ni], ridere ['ri:òere], lago ['la:yo].
- Occlusiva sorda > occlusiva sorda aspirata: in Calabria le occlusi-
ve sorde sono interessate da un fenomeno di aspirazione: di Catanzaro [di
k' at' an'ts' a:ro] (come si vede dall'esempio, l'aspirazione colpisce in Calabria
anche l'affricata sorda [ts]) .
- Occlusiva sorda dopo nasale > occlusiva parzialmente sonorizzata:
in molte regioni centrali e meridionali, dalle Marche centrali fino alla Basi-
licata, le occlusive sorde dello standard precedute da una nasale vengono
invece parzialmente sonorizzate, sia all'interno della parola sia attraverso
il confine di parola: p. es. guanto ['gwanJo], non posso [nom 'p::,sso]. Non è
vero invece che la sorda venga sostituita senz'altro dalla sonora ['gwando] 1'
come vorrebbe uno stereotipo linguistico molto diffuso.
- Occlusiva sorda intervocalica > occlusiva parzialmente sonorizzata:
analogo - ma con diversa diffusione geografica poiché riguarda soprattutto
l'Italia centrale dalle Marche al Lazio al Molise - è il fenomeno della parziale
sonorizzazione delle occlusive sorde in posizione intervocalica. Anche qui il
processo non conduce a realizzazioni con la sonora in luogo della sorda, ma
piuttosto a gradi intermedi di sonorità: p. es. hai capito [ai ~a'pi:Jo], e non
già [ai ga'bi:dor".
- Occlusiva alveolare davanti a vibrante > cacuminale: nelle varietà
dell'Italia meridionale estrema, infine, alle occlusive alveolari [t d] dello
standard vengono a sostituirsi i foni cacuminali o retroflessi [t qJ all'inter-
no di gruppi consonantici come [tr], [dr], [str] dove la cacuminalizzazio-
ne riguarda in genere l'intero gruppo: p. es. treno, Andrea, nostro ['tre:no]
[an'<t.re:a] ['n::,~troJ.
- Occlusiva bilabiale sonora breve > occlusiva bilabiale sonora lun-
ga: per quanto riguarda ancora le occlusive sonore, è diffusissima, in area
centro-meridionale, la realizzazione lunga o intensa della bilabiale sonora,
anche quando nello standard si avrebbe la breve: problema [prob'ble:ma],
Fabio ['fabbjo] ecc.

Fricative
- Fricativa alveolare intervocalica sempre sorda o sempre sonora:
mentre la norma dello standard, come abbiamo visto (pp. 85-86), prescrive
FONETICA ITALIANA 111

in posizione intervocalica in alcuni casi la fricativa alveolare sorda e in altri


la sonora, come p. es. rispettivamente in casa ['ka:sa] e in viso ['vi:zo], tutte le
varietà regionali non toscane si discostano da questo schema: infatti le pro-
nunce regionali centrali e meridionali prevedono in posizione intervocalica
sempre la sorda [s], mentre ali' opposto quelle delle regioni settentrionali
ammettono in questa posizione solo la sonora [z]. Dunque avremo al Centro
e al Sud casa ['ka:sa] e viso ['vi:so], al Nord casa ['ka:za] e viso ['vi:zo], con
deviazioni opposte e simmetriche rispetto allo standard.
- Fricativa alveolare sorda > affricata alveolare sorda o sonora: dopo
le consonanti [n r 1J vaste aree dell'Italia centrale e meridionale sostituisco-
no la fricativa alveolare [s] dello standard con un'affricata alveolare sorda
o sonora: insomma [in'tsomma] o [in'dzomma], borsa ['bortsa] o ['bordza],
polso ['poltso] o ['poldzo].
- Fricativa alveolare in posizione preconsonantica > fricativa prepa-
latale: davanti a determinate consonanti alcuni italiani regionali del Centro
e del Sud (specialmente in Abruzzo, Lazio meridionale, Molise, Campania)
palatalizzano l'alveolare sorda [s] e quella sonora [z] dello standard che di-
ventano in tali casi rispettivamente [J] e [3]. Tuttavia questo fenomeno non
riguarda sempre tutti i contesti preconsonantici. In particolare la maggior
parte della Campania palatalizza solo davanti a consonanti bilabiali [p b
m], labiodentali [f v] e velari [k g], ma non davanti alle alveolari [t d 1 r n]
(ciò che dimostra quanto sia infondato lo stereotipo linguistico che attri-
buisce a quest'area pronunce tipo questa ['kweJtal''), mentre all'opposto
nelle restanti aree dell'Italia mediana prevale la palatalizzazione proprio
davanti ad alveolare mentre è più rara o assente quella davanti ad altre
consonanti.
Nella tabella 2.5 mettiamo a confronto i due tipi di palatalizzazione,
quello che definiremo per brevità «campano» e che esclude il fenomeno
davanti ad alveolare, e quello che possiamo chiamare «mediano» e che al
contrario palatalizza esclusivamente o preferenzialmente proprio in questo
contesto.
- Fricativa alveolare > fricativa prepalatale in tutte le posizioni: nel-
le varietà emiliane, invece, la palatalizzazione colpisce [s z] indipendente-
mente dalla posizione, dunque non solo davanti a consonante ma anche o
soprattutto davanti a vocale. L'esito della palatalizzazione per la sorda e per
112 CAPITOLO 2

TAB. 2.5. Varietà regionali di palatalizzazione


IT. STANDARD PALATALIUAZIONE «CAMPANA» PALATALIZZAZIONE «MEDIANA»

spalla ['spalla] ['Jpalla] ['spa lla]


sballo ['zba llo] ['3ballo] ['zballo]
asma ['azma] ['a3ma] ['azma]
sfollare [sfol'la:re] [Jfol'la:re] [sfol'la:re]
svelare [zve'la:re] [:ive'la:re] [zve'la:re]
stalla ['stalla] ['stalla] ['ftalla]
sdentato [zden'ta:to] [zden'ta:to] [:iden'ta:to]
scala ['ska:la] ['Jka:la] ['ska:la]
sgolarsi [zgo'larsi] [:igo'larsi] [zgo'larsi]

la sonora è anche qui rispettivamente [J 3]. Dunque casa viene realizzato


['ka:3a] (con la tipica sonorizzazione settentrionale in posizione intervocali-
ca), Sassuolo [JaJ'Jw::i:lo] ecc.
- Scempiamento della fricativa prepalatale sorda: la fricativa prepala-
tale sorda [J], come abbiamo visto, è sempre lunga nello standard tra vocali.
Nelle varietà regionali settentrionali, invece, questo fono è realizzato sem-
pre come breve: p. es. uscire [u'Ji:re], la scia [la 'Ji:a] vs. italiano standard
[uJ'Ji:re], la scia [la J'Ji:a] .
- Parziale sonorizzazione della fricativa labiodentale sorda: la fricati-
va labiodentale sorda [f], infine, si comporta come le occlusive dopo nasale
nelle aree centro-meridionali in cui in questa posizione si osserva parziale
sonorizzazione: in Francia [in 'frantJ a].

Affricate
- Affricata alveolare sorda > sonora: le affricate alveolari sorda e sono-
ra [ts dz] presentano molto spesso, nelle varietà regionali, una distribuzione
diversa da quella dello standard, pur rimanendo ambedue presenti nella
generalità degli italiani regionali. La differenza più marcata è la maggior
diffusione di [dz] rispetto allo standard in posizione iniziale sia nelle regioni
settentrionali sia in quelle meridionali: p. es. zucchero ['dzukkero], negozio
[ne'g::iddzjo]. In una parte del Centro-Sud è frequente anche la sostituzio-
ne di [dz] a [ts] dello standard in posizione postconsonantica: p. es. Enzo
['rndzo], alzare [al'dza:re].
- Affricata alveolare > affricata dentale: gli italiani regionali emiliano
e romagnolo (e alcune varietà venete) presentano, in corrispondenza delle
FONETICA ITALIANA 113

affricate alveolari standard [ts dz], dei foni affricati dentali [t8 do], come in
zio ['t8i:o] , zanzara [dòan'dòa:ra].
- Scempiamento di affricate alveolari: per quanto riguarda la lunghez-
za di [ts dz], che nello standard sono sempre lunghe tra vocali, alcune va-
rietà settentrionali tendono ad adeguarsi alla grafia, realizzando affricate
alveolari lunghe soltanto quando tale lunghezza è indicata graficamente:
dunque pazzo ['pattso], ma vizio ['vi:tsjo] vs. standard ['vittsjo].
- Affricate prepalatali > fricative prepalatali: nelle varietà regionali to-
scane le affricate prepalatali [tJ] e [d3] dello standard in posizione intervo-
calica vengono realizzate come fricative, cioè rispettivamente [J] e [3]: luce
['lu:Je], grigi ['gri:3i]. Se sono lunghe oppure in posizione postconsonantica,
invece, le affricate restano tali anche in Toscana: cuccia ['kuttJ a], ho cenato
b ttJe'na:toJ, pancia ['pantJa], oggi [':,dd3i], a Giulio [a d'd3u:ljo], frangia
['frand3a]. Si osservino le diverse realizzazioni toscane in la città [la Jit'ta],
in città [in tfit'ta] e che città [ke ttJit'ta]. Nelle varietà mediane (Marche cen-
tro-meridionali, Umbria, Lazio) e in alcune varietà meridionali (Abruzzo,
Molise, Campania, Puglia non salentina) la sola affricata prepalatale sorda
[tJ] si comporta esattamente come in Toscana, fricativizzandosi in posizione
intervocalica: luce ['lu:Je] ecc.
Si tenga presente che la fricativizzazione di [tJ] in [J] non produce nelle
varietà interessate da questo fenomeno nessun rischio di ambiguità: infatti
se pece è realizzato come ['pe:Je], pesce ha invece sistematicamente una fri-
cativa lunga, conformemente allo standard, ed è realizzato dunque sempre
come ['peJJe]. La distintività resta dunque garantita dalla lunghezza della
fricativa.
Una singolare ambiguità può invece prodursi in diatopia, cioè nel con-
fronto tra le diverse aree linguistiche, in quanto ['pe:Je] è la realizzazione re-
gionale di pece nel Centro-Sud, ma è contemporaneamente la realizzazione
regionale di pesce nelle aree settentrionali. Nella tabella 2.6, in cui viene evi-
denziata questa complessa situazione, sono segnalate in carattere grassetto
le pronunce difformi dall'italiano standard.
- Allungamento dell'affricata prepalatale sonora intervocalica: la so-
nora [d3], al contrario della sorda, nelle varietà regionali mediane e meri-
dionali si sottrae alla fricativizzazione in quanto è sempre lunga in posizione
intervocalica: grigi ['grid:d3i], la gente [la d'd3ente] .
114 CAPITOLO 2

TAB. 2.6. Ambiguità della fricativizzazione in diatopia

IT. STANDARD IT. REG. NORD IT. REG. (ENTRO-SUD

pece ['pe:tJe] ['pe:tJe] ['pe;fe)


pesce ['peJJe] ['pe;fe) ['peJJe]

Nasali
- Nasale alveolare finale> nasale velare: in molte varietà settentrionali
in posizione finale di parola appare sistematicamente la nasale velare [I)],
come in in arrivo [il) ar'ri:vo], con Anna [kol) 'anna], non ho [noi):)], abbian
detto [,abbjal) 'detto] vs. italiano standard [in ar'ri:vo], [kon 'anna], [non:)],
[,abbjan 'detto].
- Scempiamento della nasale palatale: nelle varietà settentrionali, inol-
tre, la nasale palatale [p], che nello standard è sempre lunga tra vocali, è
invece realizzata come scempia, esattamente come abbiamo già osservato
anche per la fricativa palatale [J] e come vedremo tra poco per la laterale
palatale [i(]: dunque pegno ['pe:Jlo] vs. standard ['peJlJlO].
- Nasale alveolare + approssimante palatale > nasale palatale: nelle
varietà dell'Italia mediana (Lazio, Abruzzo, Umbria, Marche centro-meri-
dionali) il nesso nasale + [j] di parole come Aniene si palatalizza in (pJl],
dunque [aJlpE:ne] vs. it. standard [a'nje:ne].

Laterali
- Laterale alveolare davanti a consonante > laterale palatale: tra i
principali fenomeni che riguardano le palatali nelle varietà regionali di
italiano, segnaliamo qui la palatalizzazione di [l] nel Veneto e in Friu-
li-Venezia Giulia, soprattutto in posizione preconsonantica: p. es. alto
['aiCto].
- Scempiamento della laterale palatale: in tutto il Nord, inoltre, la rea-
lizzazione della laterale palatale [iC] è sempre breve, anche in posizione in-
tervocalica dove lo standard invece prevede la doppia: paglia ['pa:iCa] vs.
standard ['paUa].
- Laterale palatale > approssimante palatale: in alcune regioni centro-
meridionali, invece, la laterale palatale è sostituita dall'approssimante pala-
tale [j], p. es. paglia ['pajja].
FONETICA ITALIANA 115

Vibranti
- Sostituzione della vibrante alveolare (erre moscia): abbiamo già par-
lato del fenomeno «endemico» delle erre mosce, diffuse un po' in tutte le
regioni a macchia di leopardo. Tuttavia le zone a maggior densità di rea-
lizzazioni uvulari - vibrante [R] e fricativa [K] - sono quelle del Nord, e in
particolare il Piemonte, l'Emilia, il Trentino.
- Scempiamento della vibrante alveolare intensa: quanto alla lunghez-
za, alcune zone dell'Italia centrale, tra cui soprattutto il Lazio, escludono
la [r] lunga, e realizzano come brevi tutte le vibranti lunghe dell'italiano
standard, come in burro ['bu:ro], è rotto [e 'rotto], a Roma [a 'ro:ma] vs. it.
standard ['burro], [e r'rotto], [a r'ro:ma].
- Allungamento spontaneo della vibrante alveolare iniziale: nell'Italia
meridionale estrema, infine, la vibrante in posizione iniziale di parola è sem-
pre lunga: p. es. rosa ['rr::i:sa] ecc.

Approssimanti
- Allungamento dell'approssimante palatale: il più significativo caso
di difformità tra usi regionali e uso standard, per quanto riguarda le appros-
simanti, concerne la varietà laziale e altre varietà dell'Italia centrale, dove
l'approssimante palatale [j] è sempre lunga tra vocali, come per esempio in
paio ['pajjo] , la iena [la j'je:na].
- Allungamento dell'approssimante labiovelare: nelle stesse varietà
anche [w], che nello standard è sempre breve, può allungarsi, ma solo in
contesto di raddoppiamento sintattico, come ad esempio in che uomo! [ke
w'w::i:mo] vs. standard [ke 'w::,:mo].

Lunghezza consonantica
Abbiamo già segnalato, nell'analizzare i foni consonantici per modo di
articolazione, diversi casi di difformità tra la lunghezza consonantica nelle
varietà regionali e nello standard, in particolare riguardo alla realizzazione
scempia di [ts dz J J1 ,(] nel Nord o all'allungamento di [b d3] nel Centro e
nel Sud. Resta dunque solo da aggiungere qualche osservazione che non ha
trovato finora spazio poiché non riguarda specificamente l'uno o l'altro fono
ma piuttosto meccanismi di tipo più generale.
116 CAPITOLO 2


In primo luogo è necessario ricordare l'assenza del meccanismo del
raddoppiamento sintattico in tutte le varietà settentrionali.

Dunque se lo standard allunga le consonanti iniziali in sequenze come a


Torino, è Paola, tre figli, andrò via, qualche mese ecc., le varietà settentrionali
avranno sistematicamente [a to'ri:no], [e 'pa:ola], [tre 'fi,(i], [,andr;) 'vi:a],
[,kwalke 'me:ze], senza eccezione6.

•Le varietà centro-meridionali, d'altro canto, possiedono tutte il


meccanismo del raddoppiamento sintattico (RS) come l'italiano standard,
ma spesso differiscono da quest'ultimo quanto alle modalità della sua
applicazione.

Da un lato, infatti, nelle regioni meridionali non agisce la regola del-


lo standard che vuole il RS dopo parola tronca: dunque si ha caffè freddo
[,kaffe 'freddo], città nuova [,tJitta 'nwo:va] vs. standard [,kaffe f'freddo],
[,tJitta n'nw;):va].
Dall'altro lato, risulta diversa da regione a regione la 'lista' dei mono-
sillabi e dei bisillabi che provocano il RS. Per esempio in molte regioni me-
ridionali non hanno RS la preposizione da e la forma verbale ha: da Taran-
to [da 'ta:ranto], ha piovuto [a pjo'vu:to], vs. [da t'ta:ranto], [a ppjo'vu:to]
dell'italiano standard. Tra le voci che provocano RS ci sono invece in molte
regioni meridionali anche le parole padre e madre (nel senso religioso), p. es.
padre Pio ['pa:dre p'pi:o], madre superiora ['ma:dre ssupe'rjo:ra].
Inoltre, mentre nello standard non sono ammesse consonanti iniziali
lunghe se non come esito di raddoppiamento sintattico (a casa, ho visto,
ecc.) oppure - per certi foni - in posizione iniziale non assoluta (la scena, la
zia, e gli gnocchi ecc.), alcune varietà regionali centrali e meridionali ammet-
tono consonanti lunghe indipendentemente da ogni considerazione di tipo
fonosintattico e anche in posizione iniziale assoluta.

6 Sembra però che negli ultimi decenni la diffusione dell'italiano televisivo a base

centro-italiana e soprattutto romana stia lentamente intaccando la storica resistenza delle


varietà settentrionali al raddoppiamento sintattico.
FONETICA ITALIANA 117

• Esiste infatti una serie di elementi lessicali caratterizzati - in diverse


varietà del Centro e del Sud - da una consonante iniziale intrinsecamente
lunga.

Tra questi ci sono qua, là, due, dieci, più, Dio, chiesa, sedia, minestra ecc.:
di qua [di kkwa], la chiesa [la k'kje:sa], una sedia [,una s'se:dja], di più [di
ppju], di Dio [di d'di:o] ecc. 7 • Lo stesso avviene in posizione iniziale assoluta:
per esempio là [ila] vs. la [la].
Ognuna di queste forme ha una sua diversa distribuzione geografica:
per esempio sedia ha una consonante iniziale lunga a Roma, ma non nel
Meridione, mentre gli avverbi qua, qui ecc. la presentano in tutta l'Italia
mediana e meridionale e così via.
Infine vanno segnalati i particolari meccanismi che determinano l' allun-
gamento di alcune consonanti nell'italiano regionale di Sardegna e in alcune
varietà settentrionali.
In Sardegna le consonanti che precedono e seguono la vocale tonica
tendono sempre ad essere realizzate come lunghe: capace [kap'pattJe], mer-
cato [mer'katto], lavello [lavvello].
In molte aree del Nord, invece, sono solo le sorde ad allungarsi, come in
Napoli ['nappoli], capelli [kap'pelli], Luca ['lukka] ecc.

2.3. L'accento di parola

Occasionalmente si possono osservare nelle varietà regionali casi di spo-


stamento dell'accento rispetto allo standard.
In particolare si ha in alcune regioni del Nord, tra cui la Lombardia, una
certa tendenza all'anticipazione dell'accento in parole piane dell'italiano
standard che diventano qui sdrucciole. Costituiscono esempi di questo fe-
nomeno mollica ['m:,llika], rubrica ['ru:brika], amaca ['a:maka] ecc.
Al Sud, invece, si osserva una preferenza per la collocazione dell' accen-
to sull'ultima vocale piena nelle parole che terminano in consonante. Tut-

7 Si tratta evidentemente di contesti non di RS, in quanto le parole di, la, una non

producono raddoppiamento sintattico in sequenze come di Sandro, la luna, una vita.


118 CAPITOLO 2

tavia, la paragoge di «schwa» in questi casi crea un'ulteriore sillaba, per cui
alla fine dei conti queste parole si ripresentano come piane. In Campania,
per esempio, si ha autobus [autob'buss;:,] , pullman [pul'mann;:i], Juventus
[juven'tuss;:,], computer [kompju'terr;:i].

2.4. L'intonazione della frase

Come abbiamo già osservato (p. 100), non si può parlare per l'italiano di
un'intonazione standardizzata, per l'assenza di qualunque norma esplicita in
tal senso, ma solo di un uso medio con valore puramente indicativo, che ab-
biamo schematizzato nelle pagine sopra indicate, e di varianti regionali e locali.
Proprio per questa ragione l'intonazione costituisce per i parlanti uno
degli strumenti più diretti in base ai quali individuare la provenienza geogra-
fica del proprio interlocutore.

Infatti quando si parla comunemente di «accento» (p. es. Luisa ha


uno spiccato accento settentrionale), si fa riferimento a tutto un insieme
di caratteristiche regionali anche segmentali (come quelle che abbiamo
esaminato nei paragrafi precedenti), ma ci si riferisce anche molto
spesso al contorno intonazionale della frase . È evidente che quest'uso
comune della parola «accento» non si riferisce ali' accento tonico bensì
appunto a una dimensione percettiva globale che riguarda un po'
tutti i livelli della pronuncia, dalla realizzazione delle singole vocali e
consonanti fino all'intonazione della frase .

L'intonazione della frase è del resto un fenomeno così complesso che


qui dobbiamo limitarci necessariamente a poche scarne indicazioni, rinvian-
do alle opere segnalate in bibliografia per eventuali approfondimenti.
Disegneremo qui soltanto un breve quadro della tendenza delle varietà
settentrionali, centrali e meridionali a proposito dei contorni terminali delle
frasi dichiarative, delle interrogative si/no e delle interrogative eh-:
• dichiarative: nella maggior parte delle pronunce regionali settentrio-
nali il contorno terminale è costante (o addirittura ascendente in alcune va-
rietà venete), mentre nel Centro-Sud è più o meno nettamente discendente;
FONETICA ITALIANA 119

• interrogative sì/no: l'andamento del contorno terminale è marcata-


mente ascendente nelle varietà settentrionali, ascendente ma in modo meno
marcato in quelle centrali, e infine costante o addirittura leggermente di-
scendente nelle varietà delle regioni meridionali;
• interrogative eh-: tendono a presentare dappertutto un contorno in-
termedio tra quello delle dichiarative e quello delle interrogative si/no.
Schematicamente, possiamo rappresentare le tendenze generali del
Nord, del Centro e del Sud (sempre ricordando che all'interno di queste
macro-aree geolinguistiche vi possono essere differenziazioni anche molto
significative) riportando i tre contorni intonazionali che abbiamo preso qui
in considerazione.
Per ogni area si riporta la declinazione spontanea dell'intonazione nella
prima parte della frase seguita dal turning point (TP) e dai diversi contorni
terminali (CT) caratteristici dei tre tipi di frase considerati (per questi con-
cetti v. sopra, p. 100):

int. sì/no si parte oggi?


Nord:~ int. ch- chi parte oggi?
dich. si parte oggi.
Declinazione TP CT

Centro:~ int. sì/no si parte oggi?


int. ch- chi parte oggi?
dich. si parte oggi.
Declinazione TP CT

Sud~ int. sì/no si parte oggi?


int. ch- chi parte oggi?
dich. si parte oggi.
Declinazione TP CT

Il confronto tra i contorni intonazionali riportati negli schemi permette,


tra l'altro, di spiegare l'origine di alcuni equivoci che possono occorrere nel-
la conversazione tra parlanti di diversa area geografica portando a scambiare
una dichiarativa per un'interrogativa o viceversa.
120 CAPITOLO 2

3. VERSO UNA PRONUNCIA NEOSTANDARD

Come tutti gli altri livelli della lingua, anche il livello fonico tende a evol-
vere con il trascorrere del tempo. E come per gli altri livelli, i cambiamenti
richiedono un certo tempo per imporsi, per stabilizzarsi e infine per esse-
re accettati nella norma standard. Osservare gli sviluppi nell'oggi significa
quindi in qualche modo tentare una «prognosi» di quella che potrà essere la
norma di domani, o neostandard.
In particolare, gli usi orali dell'italiano diffusi dai media (TV, radio ecc.)
rappresentano un importante riflesso degli usi correnti dei parlanti di livello
culturale medio e sono ricchi di elementi non standard di pronuncia. Que-
sto riflesso, emanando da una fonte mediatica dotata di prestigio culturale
e sociale, costituisce a sua volta una fonte di «legittimazione» dei tratti non
standard che via via per questo mezzo acquistano prestigio, fino a potersi
candidare a pieno titolo come tratti neostandard .

La televisione e gli altri media evidentemente riflettono come


uno specchio le tendenze presenti nelle comunità di parlanti che essi
rappresentano, ma svolgono a loro volta un ruolo di amplificazione
di queste tendenze e di legittimazione di comportamenti linguistici
devianti dallo standard.

A causa della concentrazione delle emittenti nella Capitale, fra i tratti


non standard del parlato dei media si presentano - con molto maggior fre-
quenza di altri - elementi fonetici regionali di tipo romano (o più generica-
mente mediano/ centro-italiano), non solo perché una parte delle persone
che parlano attraverso i media (giornalisti, politici, artisti ecc.) proviene da
quella parte d'Italia, ma anche perché chi proviene da altre regioni molto
spesso risiede e lavora a Roma in un ambito socioculturale e linguistico for-
temente caratterizzato da un parlato colto di tipo romano e centro-italiano.
Qui di seguito sono elencati e brevemente analizzati quelli che, a un
ascolto attento di trasmissioni radiotelevisive di informazione e di intratteni-
mento, risultano ricorrere più spesso. Si noti che, naturalmente, questi tratti
sono tra quelli che sono stati presentati nei paragrafi relativi alla fonetica
delle varietà regionali dell'italiano.
FONETICA ITALIANA 121

1. Tratti fonetici
• Resa intensa dell'occlusiva sonora bilabiale breve nello standard:
p. es. Fabbio, Libbia, ottobbre, Obbama ecc. ;
• resa intensa dell'affricata sonora breve nello standard: p. es. Eggitto,
reggiana/e, maggico ecc.;
• resa fricativa dell'affricata sorda: p. es. paJ e, rzJ evimento, capaJ ità
ecc.;
• resa affricata sorda della fricativa sorda alveolare dopo consonante
nasale, laterale o vibrante: p. es. pentsare, poltso, per tsempre ecc.;
• resa intensa della consonante in posizione finale, in particolare nei
forestierismi, con frequente paragoge di schwa: p. es. Boblr.), Hollywoodtb,
de/icitl:d ecc.;
• paragoge di schwa in posizione finale dopo gruppo di consonanti:
p. es. Budapest'd, Kant'd, alt'd ecc.

2. Tratti fonosintattici
• Elisione di vocale finale davanti a vocale iniziale (p. es. un car-amico
mio, la prossim-occasione ecc.);
• allungamento spontaneo (cioè non determinato da raddoppiamento
sintattico) di consonante iniziale su base lessicale (p. es. di qqua, ero /là,
sempre ppiù ecc.).
Un aspetto rilevante dal punto di vista sociolinguistico e socio-fonetico
è la forza espansiva che i tratti dotati di «nuovo prestigio» sembrano poter
esercitare anche al di fuori dell'area regionale mediana e centro-meridio-
nale da cui provengono, e in particolare la loro presenza occasionale anche
nell'uso di parlanti settentrionali (i più lontani dall'italiano di tipo romano)
appartenenti alla classe politica, imprenditoriale, giornalistica, mediatica, e
quindi più esposti di altri, per ragioni logistiche e relazionali, alla pressione
neostandardizzante romana e centro-meridionale.

4. BREVI CENNI DI FONETICA DEI DIALETTI D'ITALIA

Una descrizione completa della fonetica della complessa e multiforme


realtà dialettale italiana richiederebbe ben altro che le poche pagine che
possiamo qui dedicare a questa importante tematica.
122 CAPITOLO 2

L'Italia infatti - a differenza di alcuni altri grandi Paesi europei - ha


conservato fino a oggi l'uso vivo della grande maggioranza dei suoi innu-
merevoli dialetti primari, cioè di quei dialetti che sono nati direttamente
dall'evoluzione della lingua originaria, che per l'area linguistica italiana è
ovviamente il latino. I dialetti primari italiani sono infatti a tutti gli effetti
dialetti del latino.
Per dialetti secondari in questo tipo di terminologia si intendono inve-
ce le varietà nate successivamente, a partire dalla moderna lingua naziona-
le, cioè dall'italiano. Queste varietà possono anche essere definite dialetti
dell'italiano.
In Italia sono dunque dialetti secondari quegli «italiani regionali» di cui
ci siamo già ampiamente occupati, mentre sono dialetti primari gli idiomi
locali come il dialetto padovano, il dialetto leccese, i dialetti abruzzesi, quelli
trentini e così via.
Proprio perché si tratta di varietà linguistiche nate indipendentemen-
te l'una rispetto all'altra da uno stesso ceppo originario latino attraverso
un 'evoluzione continua e ormai bimillenaria, le distanze strutturali - e dun-
que anche quelle relative agli aspetti fonetici e fonologici - tra i diversi dia-
letti d 'Italia sono molto più grandi di quelle che si possono invece osservare
tra gli italiani regionali, nati invece in epoca relativamente recente, tra l'Ot-
tocento e il Novecento, in seguito alla diffusione nelle varie parti del Paese
dell'uso anche orale dell'italiano (a sua volta costituitosi sulla base del dia-
letto di Firenze fra il Trecento e il Cinquecento e diffusosi per secoli quasi
esclusivamente in forma scritta) .
Nelle prossime righe segnaleremo a puro titolo esemplificativo alcuni
aspetti macroscopici del vocalismo e del consonantismo che toccano vasti
gruppi di dialetti e che mostrano la presenza nei dialetti di foni e di fenome-
ni estranei all'italiano.

4.1. Vocalismo

Vocali anteriori labializzate


Una vasta area dialettale del Nord (Piemonte, Lombardia, Liguria, Emi-
lia settentrionale, Trentino) include nel proprio vocalismo i foni vocalici
FONETICA ITALIANA 123

anteriori labializzati [y 0 ~]: lombardo ['lyna] 'luna', lombardo [fok], ligure


['f~gu] 'fuoco' ecc.
Sebbene molto più isolatamente, anche alcuni dialetti dell'Italia cen-
trale e alto-meridionale (in alcune zone interne di Marche, Abruzzo, Cam-
pania, Basilicata) presentano esempi di vocali anteriori labializzate: p. es. a
Cerreto Sannita (BN) [frig'ty:N] 'frittura', [am'm0:N] 'amore'.

Vocale centrale o «schwa»


Molti dialetti italiani - soprattutto dell'area alto-meridionale, dall' Abruz-
zo alla Puglia alla Campania alla Basilicata - hanno nel proprio sistema voca-
lico la vocale centrale media [g], prevalentemente in posizione atona finale
e non finale, come in abruzzese ['femmgng] 'donna', campano [tg'le:fang]
'telefono'.
Molto più raro l'utilizzo di [g] in sillaba tonica, che si riscontra per
esempio in una piccola area tra la Puglia settentrionale e la Campania nord-
orientale: p. es. ['b:sg] 'casa'.

Dittonghi
Rispetto al limitato repertorio dei dittonghi dell'italiano, alcuni dialetti
settentrionali e meridionali hanno sviluppato una tipologia estremamente
più ricca e varia.
In particolare, in molti dialetti settentrionali e in dialetti della fascia
adriatica dalla Romagna alla Puglia, ma anche in Lunigiana e nell'area fle-
grea e vesuviana della Campania, sono diffusi i dittonghi [ei] e [ou]: p. es. in
bolognese [kan'teina] 'cantina', [dut'tour] 'dottore' ecc.
In gran parte della Puglia e nelle aree campane sopra menzionate ac-
canto a [ei] e [ou] si trovano anche dittonghi ancora più insoliti per l'area
italiana come [gi], [0i], [gu], [0u] e simili: p. es. Pozzuoli [fai,(fa] / ['foi,Ug]
'figlio', Trani ['10utJg] 'luce' ecc.

4.2. Consonanti

Alcuni tipi consonantici non presenti in italiano standard sono già stati
segnalati per gli italiani regionali, come la fricativa prepalatale sonora [3]
124 CAPITOLO 2

del toscano, le fricative sorde toscane [<j> 8 h] , le retroflesse o cacuminali


dell'Italia meridionale estrema, le aspirate calabresi. Gli stessi foni, menzio-
nati riguardo alle varietà regionali, sono presenti anche nei rispettivi dialetti
(da cui poi per così dire sono «emersi» negli italiani regionali), per cui non
vi ritorneremo qui.
In alcuni dialetti calabresi, lucani, siciliani e campani è presente la frica-
tiva palatale sorda [ç]: p. es. calabrese ['çu:mi] 'fiume'. Sempre in Calabria
(ma anche in alcuni dialetti settentrionali) è attestato il fono fricativo larin-
gale [h]: [ha'ri:na] 'farina'.

4.3. Fonotassi

Una caratteristica della fonotassi consonantica di molti dialetti dell'Ita-


lia settentrionale è quella di consentire sequenze di consonanti che invece
sono impossibili in italiano standard: ad es. bolognese ['stma:na] 'settimana',
piemontese [dne] 'danaro'.
Nei dialetti meridionali si incontra a inizio di parola la sequenza nasale+
consonante, come in campano, pugliese, lucano, calabrese [ntJ;-:,] 'ci, ce, gli',
caratteristica che crea peraltro un tipo sillabico sconosciuto allo standard
con testa formata da nasale+ consonante (occlusiva o fricativa o affricata).
Altri sistemi fonetici: spagnolo,
francese, inglese, tedesco

1. LO SPAGNOLO

1. 1. Le vocali

Il sistema vocalico dello spagnolo 1 è ancora più semplice di quello epta-


vocalico dell'italiano, poiché include soltanto cinque vocali. Infatti, mentre
l'italiano distingue - sia tra le vocali anteriori che tra quelle posteriori - una
vocale mediobassa [e::,] da una medioalta [e o], lo spagnolo possiede soltan-
to un'unica vocale media anteriore e un'unica vocale media posteriore, sia
nel vocalismo tonico sia in quello atono.
Queste due vocali vengono per lo più trascritte utilizzando i simboli
[e o] corrispondenti alle medioalte, anche se la loro effettiva realizzazione
fonetica può, in funzione del contesto, essere media (cioè intermedia tra

1 Per «spagnolo» intendiamo qui ciò che più propriamente andrebbe chiamato «ca-

stigliano». La Costituzione spagnola, infatti, definisce «lingue spagnole» tutte le varietà


riconosciute come ufficiali nelle diverse regioni del Regno di Spagna. A rigore quindi è
«spagnolo» non solo il castigliano (cioè la varietà storica originatasi nella Vecchia Castiglia
e impostasi come lingua ufficiale nel Regno e nelle sue ex Colonie americane, asiatiche
e africane), ma anche il catalano, il valenciano, il galiziano, l'aragonese e così via, varietà
che oggi hanno acquisito nelle rispettive regioni il rango di lingue ufficiali.
Inoltre, anche nel!' ambito del castigliano, si possono distinguere diverse varietà
nazionali, tra cui le principali sono quella della Spagna e quelle dell'America Latina (p.
es. Messico, Argentina, Cile, Perù, Cuba ecc.).
In queste pagine faremo riferimento unicamente alla varietà europea del castigliano,
secondo la pronuncia standard di Madrid e della sua regione, la Nuova Castiglia.
126 CAPITOLO 3

e o

fig. 3.1. Schema triangolare del vocalismo spagnolo.

medioalta e mediobassa) o anche mediobassa. Nelle trascrizioni fonetiche


larghe, tuttavia, queste variazioni vengono generalmente trascurate.
I cinque simboli corrispondenti alle vocali dello spagnolo sono pertanto
quelli riportati nella figura 3.1 (anche qui, come per l'italiano, è più comoda
la rappresentazione di tipo triangolare).

Esempi:

[i] in cinco 'cinque'


[e] in vengo 'vengo'
[a] in cama 'letto'
[o] in ocho 'otto'
[u] in hube 'ebbi'

1.2. Le consonanti

Occlusive, fricative e affricate


Il consonantismo dello spagnolo iberico presenta le tre coppie di occlu-
sive bilabiali, alveolari e velari sorde e sonore [p b; t d; k g], un ricco reper-
torio di fricative [~; f; 0 ò; s z; x y], ben più ampio di quello dell'italiano, ma
una sola consonante affricata [tJ].
ALTRI SISTEMI FONETICI 127

TAB. 3.1. Le consonanti dello spagnolo

BILABIALI LABIODENTALI DENTALI ALVEOLARI PREPALATALI PALATALI VELARI

OCCLUSIVE p t k
b d g
FRICATIVE f 0 s X
~ ò z y

AFFRICATE tJ
NASALI m 11) n Jl D
LATERALI I !.

VIBRANTI r

APPROSSIMANTI j w

Tuttavia, mentre alcuni tra questi foni possono presentarsi in ogni po-
sizione, altri sono soggetti a regole combinatorie che consentono loro di
apparire solo in determinati contesti:
• le consonanti occlusive sorde [p t k] possono occorrere in qualsiasi
contesto, cioè sia in posizione iniziale (pan [pan] 'pane', tal [tal] 'tale', casa
['kasa] 'casa'), sia in posizione intervocalica (supe ['supe] 'seppi', nata ['nata]
'panna', pico ['piko] 'picco'), sia dopo nasale o altra consonante (tiempo
['tjempo] 'tempo', canto ['kanto] 'canto', barco ['barko] 'barca');
• le consonanti occlusive sonore [b dg] possono invece apparire uni-
camente in posizione iniziale assoluta (vino ['bino] 'vino', dia ['dia] 'giorno',
gato ['gato] 'gatto'), oppure dopo nasale (hombre ['ombre] 'uomo', munda
['mundo] 'mondo', pongo ['pol)go] 'metto'). Invece, in posizione intervocali-
ca sia all'interno di parola sia a inizio di parola quando questa sia preceduta
da vocale, le occlusive sonore sono sostituite dalle corrispondenti fricative
sonore (v. sotto);
• le fricative sorde [f 8 s x] possono apparire in qualunque posizio-
ne, cioè a inizio di parola (fuerte ['fwerte] 'forte', cielo ['8jelo] 'cielo', siete
['sjete] 'sette', gente ['xente] 'gente'), tra due vocali (je/e ['xefe] 'capo', hace
['a8e] 'fa', casa ['kasa] 'casa', ojo ['oxo] 'occhio') e dopo nasale o altra con-
sonante (in/ierno [ifl)'fjerno] 'inferno', once ['on8e] 'undici', pienso ['pjenso]
'penso', angel ['al)xelJ 'angelo'). La fricativa alveolare sorda seguita da con-
sonante sonora è però sostituita dalla corrispondente sonora [z] (v. sotto),
128 CAPITOLO 3

mentre resta sempre sorda in posizione intervocalica (come nelle varietà re-
gionali centro-meridionali dell'italiano): casa ['kasa] 'casa'. Si osservi infine
che, nonostante l'ampia varietà di fricative presenti in spagnolo, vi mancano
del tutto le fricative sorde [J] e [h];
• le fricative sonore [~ ò y] si trovano in posizione intervocalica sia
all'interno di parola (nueve ['nwe~e] 'nove', lado ['laòo] 'lato', hago ['ayo]
'faccio'), sia a inizio di parola preceduta da vocale (aver [a ~er] 'a vedere',
le damos [le 'òamos] 'gli diamo', la guerra [la 'yerra] 'la guerra'); si trovano
inoltre prima e dopo altra consonante non nasale (abro ['a~ro] 'apro', gordo
['goròo] 'grasso', alga ['alyo] 'qualcosa'). La fricativa alveolare sonora [z]
appare invece soltanto quando è seguita da consonante sonora della stessa
parola o della parola seguente (isla ['izla] 'isola', las madres [laz 'maòres] 'le
madri'): in altri termini si può dire che la fricativa alveolare seguita da con-
sonante ne assume il grado di sonorità ed è sorda se la consonante seguente
è sorda, sonora se questa è sonora. Si tratta di un fenomeno di assimilazione
di sonorità analogo a quello dell'italiano (vedi sopra, p. 86). Mancano del
tutto nello spagnolo standard le fricative sonore [v] e [3];
• l'unica affricata dello spagnolo, la prepalatale sorda [tJ], può trovarsi
in qualunque posizione (ocho ['otJ o] 'otto', chico ['tJiko] 'ragazzo', concha
['kontJa] 'conchiglia'). Mancano, rispetto all'italiano, le affricate [ts], [dz]
e [d3J.

Nasali, laterali, vibranti e approssimanti


• Le nasali [m tl) n J1 I)] sono distribuite in modo differente nei diversi
contesti: a inizio di parola o tra due vocali si incontrano unicamente la labia-
le [m] (mano ['mano] 'mano', humo ['umo] 'fumo'), l'alveolare [n] (nuevo
['nwe~o] 'nuovo', uno ['uno] 'uno'), la palatale [J1] (itoito [J10J1o] 'goffo,
bigotto'); davanti a consonante invece vige (come in italiano, v. sopra, p. 88)
una regola di assimilazione di luogo di articolazione che seleziona di volta
in volta la nasale con lo stesso luogo di articolazione della consonante se-
guente, per cui se la consonante seguente è una bilabiale, la nasale sarà sem-
pre una bilabiale e così via (lampara ['lampara] 'lampada', in/lujo [irl)'fluxo]
'influsso', entero [en'tero] 'intero', tengo ['tel)go] 'ho, tengo'). Si osservi che
la nasale palatale [J1] è sempre breve (a differenza dell'italiano, v. sopra,
p. 114): sueito ['swej10] 'sogno' vs. it. sogno ['soj1J10J.
ALTRI SISTEMI FONETICI 129

• Le laterali dello spagnolo sono l'alveolare [l] e la palatale [,(] (luna


['luna] 'luna', !lama [',(ama] 'fiamma', hilo ['ilo] 'filo', pollo ['pofo] 'pol-
lo'). Anche la laterale palatale [,(], come la nasale palatale [p], è sempre
breve.
• La vibrante [r] è l'unica consonante che in spagnolo presenta sia una
realizzazione breve [r] sia una realizzazione lunga [rr]. Tra due vocali può
essere breve o lunga, con funzione distintiva (pero ['pero] 'però', perro ['per-
ro] 'cane'); davanti o dopo consonante è sempre breve (carne ['karne] 'car-
ne', padre ['paòre] 'padre'); in posizione iniziale è sempre lunga (rosa ['rrosa]
'rosa').
• Le approssimanti [j w] si possono trovare in qualunque posizione
nella parola seguite da vocale (hierro ['jerro] 'ferro', ayer [a'jer] 'ieri', huevo
['wej3o] 'uovo', agua ['aywa] 'acqua'). L'approssimante palatale [j] si trova
anche a fine di parola dopo vocale (hoy [oj] 'oggi').

Lunghezza consonantica
In generale, va ancora rimarcato che in spagnolo le consonanti sono
sistematicamente brevi, a eccezione, come segnalato, della [r], e che sono
dunque brevi - come segnalato - anche [p] e [,(] e tutte le consonanti iniziali
e finali (p. es. a Sevilla [a se'j3ifa] non [a sse'j3i,(,(a]1' 'a Siviglia', los amigos
[los a'miyos] non [loss a'miyossY 'gli amici').

1.3. L'accento

La parola in spagnolo può avere l'accento sull'ultima sillaba, come in


tomar [to'mar] 'prendere', Espanol [espaJ1olJ 'Spagnolo', o sulla penultima,
come in tomo ['tomo] 'prendo', Espafìa [es'papa] 'Spagna', o sulla terzultima,
come in t6mame ['tornarne] 'prendimi', Malaga ['malaya], o infine sulla quar-
tultima (solo nel caso di forme verbali con doppio clitico), come in t6mamelos
['tomamelos] 'prendimeli'.
L'accento spagnolo è contrastivo, dal momento che può essere l'unico
elemento distintivo tra due o più parole: teléfono [te'lefono] '(il) telefono'
(sostantivo), telefono [telefono] '(io) telefono' (verbo), telefono [telefo'no]
'telefonò'.
130 CAPITOLO 3

2. IL FRANCESE

2.1 . Le vocali

A differenza dell'italiano e dello spagnolo, il francese possiede un siste-


ma vocalico particolarmente complesso, con ben sedici foni vocalici. Esso
include infatti dodici vocali orali: tutte le otto vocali cardinali primarie [i e E:
a o::, o u], tre delle vocali cardinali secondarie, ossia le anteriori labializzate
[y </> re], e infine la vocale centrale media [.i]. Inoltre, il francese possiede
quattro diverse vocali nasali [è ce ò 5].
Nel trapezio delle vocali orali del francese sono riportate fianco a fianco
le vocali cardinali primarie e secondarie pronunciate nello stesso luogo di
articolazione (come ad esempio [i y], entrambe anteriori alte, ma, rispettiva-
mente, labializzata e non labializzata). Esso ha dunque la struttura rappre-
sentata qui di seguito:

y u

e f/J o

r ce J

a a

fig. 3.2. Le vocali orali del francese.

Esempi:

[i] in Paris 'Parigi'


[e] in été 'estate'
[e] in mère 'madre'
[a] in papa 'papà'
[o] in pàte 'pasta'
[:i] in/ort 'forte'
[o] in beau 'bello'
ALTRI SISTEMI FONETICI 131

[u] in nous 'noi'


[y] in nu 'nudo'
[0] injeu 'gioco'
[ce] in coeur 'cuore'
[?] inje 'io'

Per quello che riguarda quest'ultima vocale, la [?], si osservi che nel
francese standard contemporaneo essa appare in posizione finale solo nei
monosillabi, come je. Al contrario, nelle parole come belle 'bella', lune
'luna', verre 'bicchiere' ecc., la pronuncia oggi prescritta è rispettivamen-
te [bel], [lyn], [veH], senza alcuna vocale finale. Pronunce come ['bel?],
['lyn?], ['vrn?] sono ormai percepite come regionali o arcaiche o teatrali.
Le quattro vocali nasali del francese sono l'anteriore medio bassa nasa-
lizzata [e], l'anteriore medio bassa labializzata nasalizzata [ce], la posteriore
mediobassa nasalizzata [5] e la posteriore bassa nasalizzata [à].
Queste vocali, tutte mediobasse o basse, si dispongono dunque nel tra-
pezio vocalico nel modo seguente:

e ce 5

fi g. 3.3. Le vocali nasali del francese.

Esempi:

[è] in vin 'vino'


[ce] in un 'uno'
[5] in bon 'buono'
[a] in blanc 'bianco'
132 CAPITOLO 3

2.2. Le consonanti

TAB. 3.2. Le consonanti del francese

BILABIALI LABIODENTALI ALVEOLARI PREPALATALI PALATALI VELARI UVULARI

OCCLUS IVE p t k

b d g

FRICATIVE f s J
V z 3 ~

NASALI 111 n Jl D

LATERALI I

APPROSSIMANTI j4 w

Occlusive e fricative
Il consonantismo del francese include tre coppie di occlusive sorde e so-
nore [p b; t d; kg] e tre coppie di fricative sorde e sonore [f v; s z; J3], oltre
alla fricativa uvulare sonora (15]. Non possiede alcuna affricata.
• Occlusive sorde e sonore: p. es. père [prn] 'padre', bière [bje15] 'bir-
ra', terre [tel5] 'terra', dur [dy15] 'duro', coeur [kce15] 'cuore', guerre [grn]
'guerra'. Queste consonanti, quando sono in posizione finale di parola, han-
no la tendenza, nella catena parlata, ad 'assimilare' il proprio coefficiente di
sonorità a quello della consonante iniziale della parola seguente. In altri ter-
mini, se una sonora è seguita da una sorda, la sonora si desonorizza; se una
sorda è seguita da una sonora, la sorda si sonorizza. Per esempio, se la parola
langue [log] 'lingua' è seguita da parola che inizia con una consonante sorda,
come la parola /rançaise [fao'sez] 'francese', la consonante finale [g] si deso-
norizza, diventando [g]: [log fao'sez].
• Fricative sorde e sonore: p. es. /aire [fr15] 'fare', verre [vn~] 'bic-
chiere', serre [seK] 'serra', zéro [ze'Ko] 'zero', Charles [Ja15l] 'Carlo',
Georges [3;:,153] 'Giorgio'; si osservi che la fricativa palatale sorda [J] è
sempre scempia, anche tra vocali, a differenza di quanto abbiamo visto per
l'italiano standard: p. es. in lacher [la'Je] 'mollare, lasciare' vs. it. lasciare
[laJ'J are] .
ALTRI SISTEMI FONETICI 133

Anche per le fricative vige la stessa regola di assimilazione descritta per


le occlusive. Per esempio la [f] di neuf [ncefJ 'nove', se seguita da garçons
[gaK's5] 'ragazzi', diventa lfJ: [ncef gaK's5]. La fricativa uvulare sonora [K] 2
non ha un equivalente sordo, ma si desonorizza in fine di parola se è prece-
duta da consonante sorda, come in quatre [katl,}'] 'quattro'. Manca del tutto
in francese la fricativa laringale [h] nonostante la frequenza della lettera h
nell'ortografia: heure [ceK] 'ora', haine [en] 'odio' 3 .

Nasali, laterali e approssimanti


• Nasali: [m n Jl] possono occorrere in qualunque posizione, ad esem-
pio a inizio di parola4 (moi [mwa] 'io'; nous [nu] 'noi'), tra vocali (ami [a'mi]
'amico', année [a'ne] 'anno', agneau [a'.Jlo] 'agnello'), in fine di parola (hom-
me [:)m] 'uomo', reine [Ken] 'regina', règne [KE:Jl] 'regno, regna'); in par-
ticolare, la palatale [p] resta sempre scempia, a differenza dell'italiano: si
confronti p. es. agneau [apo] con agnello [aJ1pello]. La nasale velare [I)] si
trova solo in fine di parola in prestiti stranieri come ring [Kil)] 'ring (nel pu-
gilato)'. Si osservi che dopo vocale nasale le lettere ne m presenti nell'orto-
grafia francese non vengono mai pronunciate nello standard: France [faas]
'Francia', champ [Ja] 'campo', cinq [sek] 'cinque'.
• Laterali: il francese ha una sola laterale, la alveolare [l], come in lune
[lyn] 'luna', belle [bd] 'bella'.
• Approssimanti: le tre approssimanti del francese sono la palatale
[jJ, la labiopalatale [4] e la labiovelare [w]. Tutte e tre possono occorrere
in posizione prevocalica: pied [pje] 'piede', lui [14i] 'lui', voix [vwa] 'voce'.
La sola palatale [j] si trova anche dopo vocale, in posizione finale di silla-
ba o di parola: paille [paj] 'paglia', Jeuille [fcej] 'foglia', Jeuilleter [fcej'te]
'sfogliare'.

2 In alcune pronunce ricercate o antiquate del francese la fricativa uvulare sonora è

sostituita dalla vibrante uvulare [R].


3 La cosiddetta 'h aspirata' del francese - cioè la lettera h che si ritrova in posizione

iniziale nella forma grafica di alcune parole- non viene in realtà affatto articolata. L'unico
effetto fonetico della sua esistenza è quello di impedire la pronuncia della consonante
finale della parola precedente: per es. les héros [le e'1w] 'gli eroi'. In questi casi viene
spesso introdotto un colpo di glottide [?]: [le ?e'1w].
4 Di fatto [Jl] appare a inizio di parola solo in termini espressivi popolari come

gnon, gnole ecc.


134 CAPITOLO 3

Lunghezza consonantica
In francese le consonanti sono sempre brevi, indipendentemente
dall'ortografia: p. es. assez [a'se] 'abbastanza', alter [a'le] 'andare',/rapper
[faa'pe] 'colpire'. Anche le consonanti iniziali e finali sono sempre brevi: p.
es. à Parzs [a pa'Ki] non [a ppa'Ki]''' 'a Parigi', alouette [a'lwet] non [a'lwettY
'allodola'. L'allungamento occasionale di una consonante si osserva unica-
mente a fini enfatici: c'est merveilteux! [se mmeKve'j0] 'è meraviglioso!'.

2.3. L'accento

La parola francese ha un accento tonico che cade regolarmente sull'ulti-


ma sillaba: p. es. année [a'ne] 'anno', alter [a'le] 'andare', Sarkozy [saKko'zi].
Per questa ragione il francese è una lingua ad accento fisso e non contrastivo.
Sempre per la stessa ragione, in molte trascrizioni la posizione dell'accento
non viene indicata, essendo automaticamente assegnata all'ultima sillaba5 •
Per il francese si parla inoltre di «accento di gruppo», con riferimento a
quelle lunghe sequenze (o gruppi) di monosillabi, molto frequenti in france-
se, che vengono pronunciate come un'unica parola fonetica e in cui l'ultimo
monosillabo finisce per rappresentare la sillaba prominente, confermando
quindi anche in questo caso la regola dell'accento sull'ultima: p. es. au coin de
la rue [okwtdla'Ky] 'ali' angolo della strada', il me l'a dit [imla'di] 'lui me lo ha
detto', rien ne va plus [Kjtnva'ply] 'il gioco è fatto' (lett. 'niente va più').

3. L'INGLESE

3.1. Le vocali

Il vocalismo dell'inglese è estremamente complesso. Tale complessità è


dovuta in primo luogo al numero molto alto dei foni vocalici, in secondo luogo
al ruolo fondamentale che in inglese assume la durata o lunghezza vocalica, in

5 Come segnalato sopra, pronunce come ['bel;:,], ['lyn;i], ['ve!S';i], che di fatto avevano

un accento tonico sulla penultima sillaba e introducevano una maggiore complessità nella
descrizione dell'accento di parola in francese, sono oggi non più standard.
ALTRI SISTEMI FONETICI 135

terzo luogo alla presenza di numerosi dittonghi e infine, in quarto luogo, ali' esi-
stenza di più varietà standard con sistemi vocalici parzialmente diversi (qui ci
limiteremo comunque a descrivere la varietà europea, cioè britannica, dell'in-
glese, con qualche occasionale elemento di confronto con l'inglese americano).
Sono presenti in inglese cinque vocali cardinali primarie [i e a:, u], la
vocale cardinale secondaria posteriore mediobassa non arrotondata [A] , e le
vocali non cardinali [1 re u g].
È inoltre necessario osservare che alcuni dei foni vocalici dell'inglese
sono sempre lunghi [i:, u:, a:], mentre altri ali' opposto sono sempre brevi [e
re I u A] e altri ancora possono essere brevi o lunghi [gh:, :,/:,:].
Ecco l'intero repertorio delle vocali brevi e lunghe dell'inglese inserite
nel seguente schema trapezoidale:

i: u:
u

e A

a:

fig. 3.4. Le vocali brevi e lunghe dell'inglese.

Esempi:

Vocali brevi
[1] in bit 'morso'
[e] in bet 'scommessa'
[~] in bat 'pipistrello'
[A] in but 'ma' 6
6 Una tra le principali differenze nel vocalismo tra la varietà britannica qui descritta

e quella americana dell'inglese è la sostituzione della vocale posteriore mediobassa non


arrotondata [A] con la vocale centrale [:i], con conseguente perdita di un elemento vo-
calico nell'inglese standard degli Stati Uniti. Quindi but in inglese britannico è [bAt], in
inglese americano [b:it].
136 CAPITOLO 3

[;)] in gone 'andato'


[u] in book 'libro'
[a] in again 'di nuovo' 7

Vocali lunghe
[i:] in beat 'battere'
[a:] in bird ' uccello'
[a:] in half 'metà'
[:,:] in horse 'cavallo'
[u:] in boot 'stivale'

Oltre ai dodici foni vocalici brevi e lunghi sopra menzionati, l'inglese


possiede una serie di ben otto dittonghi. Si tratta dei dittonghi [a1], [e1],
[:,1], [au] , [;m] , [1a] , [ea], [ua]. Come si può osservare, nei dittonghi appaio-
no i foni [a] e [e], che non fanno parte della serie dei foni vocalici visti sopra
e non sono inseriti nello schema trapezoidale di figura 3 .4 in quanto non
ricorrono mai in inglese se non all'interno di questi dittonghi.
Nella figura 3 .5 sono rappresentati sotto forma di frecce i «percorsi»
articolatori degli otto dittonghi dell'inglese, secondo la descrizione che ab-
biamo dato della struttura del dittongo (v. sopra, p. 55):

fig. 3.5. Ipercorsi articolatori dei dittonghi dell'inglese.

7 Nella varietà britannica la vocale [~] appare solo in sillaba atona, mentre [~:]

appare solo in sillaba tonica.


ALTRI SISTEMI FONETICI 137

Esempi di dittonghi:

[a1] in side 'lato'


[e1] in day 'giorno'
[:H] in boy 'ragazzo'
[au] in out 'fuori'
[;m] 8 in no 'no'
[1;:i] in beer 'birra'
[e;:i] in there 'là'
[u;:i] in poor 'povero'

3.2. Le consonanti

TAB. 3.3. Le consonanti dell'inglese

BILABIALI LABIO- DENTALI ALVEOLARI PREPALATALI PALATALI VELARI GLOTTIDALI


DENTALI

OCCLUSIVE p t k

b d g

FRICATIVE f e s I h

V il z 3

AFFRICATE tJ

d3

NASALI m n D

LATERALI I t
APPROSSIMANTI l j w

Occlusive, fricative e affricate


L'inglese possiede tre coppie di occlusive sorde e sonore [p b; t d; k g] e
quattro coppie di fricative sorde e sonore [f v; 8 ò; s z; J3], alle quali vanno ag-
giunte la fricativa laringale sorda [h] e la coppia di affricate prepalatali [tJd3].

8 Nell'inglese americano il dittongo [;m) è sostituito da [ou]. Quindi la pronuncia

americana di no sarà [nou] , mentre quella britannica è [n;iu).


138 CAPITOLO 3

• Occlusive: le occlusive sorde dell'inglese sono generalmente aspirate,


a meno che non siano precedute da una [s], mentre le sonore non presenta-
no mai questa caratteristica. P. es. pen [p' rn] 'penna', ten [t' rn] 'dieci', can
[k'ren] 'potere', ma spend [spend] 'spendere', stand [strend] 'stare in piedi',
sky [skai] 'cielo'; boy [6;)1] 'ragazzo', doll [d;)l] 'bambola', goal [g;:iul] 'meta'.
• Fricative: p. es.fan [fren] 'ventaglio', van [vren] 'furgone', seal [si:l]
'foca', zeal [zi:l] 'zelo', thin [8111] 'sottile', this [ò,s] 'questo', show [J;:iu] 'mo-
strare', usual ['ju:3udl] 'abituale', home [hdum] 'casa'.
• Affricate: p. es. Charles [tJa:lz] 'Carlo', George [d3;):d3] 'Giorgio'.
Non sono considerate invece affricate le sequenze [ts] e [dz] di cats [krets]
'gatti' e beds [bedz] 'letti' che in inglese - per ragioni essenzialmente morfo-
logiche e morfonologiche - vengono analizzate come sequenze biconsonan-
tiche formate da occlusiva + fricativa.

Nasali, laterali e approssimanti


• Nasali: le tre nasali dell'inglese [m n IJ] hanno una diversa distribu-
zione, in quanto la bilabiale e l'alveolare possono occorrere in ogni posizio-
ne, mentre per la velare è esclusa la posizione iniziale di parola. P. es. map
[mrep] 'mappa', nap [nrep] 'sonnellino'; hammer ['hremd] 'martello', ho-
nour [';)nd] 'onore', singer ['sIIJd] 'cantante'; come [k'Am] 'venire', son [sAn]
'figlio', song [s;)l)] 'canzone'. Si noti l'assenza in inglese della nasale palatale
(r]: p. es. design [d1'za111] 'disegno'.
• Laterali: la laterale alveolare [I] ricorre unicamente davanti a una
vocale, mentre davanti a consonante o in fine di parola si trova sempre la
laterale velarizzata [t], detta anche 'dark l', cioè 'l oscura'. P. es. low [ldu]
'basso', old [dutd] 'vecchio', owl [aut] 'gufo', kilt [kit] 'uccidere', Bill [b,t].
• Approssimanti: le approssimanti inglesi [j] e [w] occorrono solo da-
vanti a vocale, come in yes [jes] 'sì', year [jd:] 'anno', warm [w;):m] 'cal-
do', white [wa1t] 'bianco' 9 • Anche l'approssimante alveolare [1] nella varie-
tà standard britannica si trova solo davanti a vocale: ring [111)] 'anello', try
[t1a1] 'tentare'. In questa varietà, infatti, parole come car [k'a:] 'automobile'
o card [k'a:d] 'cartolina' non contengono questo fono. Nella maggior parte

9 In alcune varietà di inglese nelle parole che iniziano ortograficamente con wh-,

come when 'quando', which 'quale', whale 'balena', white 'bianco' ecc., l'approssimante
viene desonorizzata e sostituita dalla fricativa labiovelare sorda [M].
ALTRI SISTEMI FONETICI 139

delle varietà americane e in alcune varietà substandard britanniche, invece,


[1] appare anche in posizione finale o preconsonantica, per esempio in car
[k' a:1], card [k' a:1d]. Solo in poche varietà regionali di inglese, come quella
scozzese, questo fono è sostituito dalla vibrante alveolare [r].

Lunghezza consonantica
Indipendentemente dalla quantità ortografica, le consonanti inglesi sono
sistematicamente brevi, come in ]ohnny ['d3::,m], happy ['hrep'1]. Una con-
sonante lunga può prodursi solo quando vengano a contatto due parole la
prima delle quali termina con un determinato fono consonantico e la seconda
inizia con lo stesso fono consonantico, in particolare all'interno di un com-
posto: pen knz/e o penknzfe ['p'enna1f] 'temperino', in Naples [m 'ne1ptzJ 'a
Napoli'.

Consonanti sillabiche
Alcune consonanti, e cioè le nasali, la laterale velarizzata e, in inglese
americano, l'approssimante alveolare, possono svolgere in inglese il ruolo
di nucleo sillabico, soprattutto nel parlato veloce, come in rhythm ['11òrp]
'ritmo', little ['ln't] 'piccolo' ecc.

3.3. L'accento

L'accento inglese è libero e può cadere, nei polisillabi, sull'ultima sil-


laba, come in again [;:i'gem] 'di nuovo', away [;:i'we1] 'via',/oresee [fo:'si:]
'prevedere'; sulla penultima, come in happy ['hrep'1] 'felice', computer
[bm'p'ju:t';:i] 'computer, calcolatore'; sulla terzultima, come in management
['mremd3m;:int] 'management, direzione', Italy ['1t';:ili] 'Italia'; sulla quartulti-
ma, come in de/initely ['defm;:itli] 'assolutamente'.
Di conseguenza l'accento inglese può essere contrastivo, e spesso assu-
me anche un valore morfologico, dal momento che oppone sostantivi e verbi
di significato affine. In molte coppie di verbo e sostantivo identici sul piano
segmentale, infatti, il verbo presenta l'accento di parola sull'ultima sillaba,
come in import [1m'p::,:t] 'importare', mentre nel corrispondente sostantivo
esso è collocato sulla penultima: import ['1mp::,:t] 'importazione'.
140 CAPITOLO 3

4. IL TEDESCO

4.1. Le vocali

Il sistema vocalico tedesco include ben quindici foni vocalici suddivisi


in una serie di sette vocali sempre lunghe e in una di otto vocali sempre
brevi, che formano, nonostante la complessità, uno schema più regolare e
sistematico di quanto abbiamo visto per l'inglese.
Le vocali lunghe del tedesco sono cinque cardinali primarie [i: e: a: o:
u:] e due secondarie, cioè le anteriori arrotondate alta e medioalta [y: 0:];
le vocali brevi sono invece [1 e a::, u] e [Y ce], oltre alla vocale centrale [g].
Come si vede anche dalla figura 3 .6, le vocali lunghe e le brevi si di-
stribuiscono nel trapezio vocalico formando una serie regolare di coppie,
composte in modo tale che la vocale lunga sia sempre più alta della breve
corrispondente: [i: 1], [y: Y], [e: e], [0: ce], [o:::,], [u: u]. Fanno eccezione
a questa regola soltanto la coppia di vocali basse [a: a], in cui la lunga
non è più alta, bensì più avanzata della breve, e la centrale breve [g], che
resta isolata, senza una corrispondente vocale lunga, e che, a differenza
di tutte le altre vocali lunghe o brevi, può occorrere solamente in sillaba
atona 1°:

i: y: u:
I y u
e: 0: o:
g

E ce J

a: a

fig. 3.6. Le vocali del tedesco.

10 Non inseriamo in questo schema la vocale [cl che, come vedremo più avanti,

può occorrere in tedesco come variante vocalica della consonante fricativa uvulare [H]
in alcune posizioni.
ALTRI SISTEMI FONETICI 141

Esempi:

Vocali lunghe Vocali brevi


[i:] in Liebe 'amore' [1] in innen 'dentro'
[y:] in Buhne 'scena' [v] in dunn 'sottile'
[e:] in nehmen 'prendere' [e] in essen 'mangiare'
[a:] in Staat 'stato' [a] in Stadt 'città'
[0:] in Liiwe 'leone' [re] in Dor/er 'villaggi'
[o:] in ohne 'senza' [:,] in Dor/'villaggio'
[u:] in Ruhm 'gloria' [u] in und' e'
[g] in getan 'fatto'

In tedesco sono inoltre presenti tre dittonghi, la cui trascrizione fonetica


esatta è rispettivamente [a1], [au], [:w], anche se spesso vengono trascritti in
modo semplificato come [ai], [au], [::ii] (fig. 3.7).

Esempi:

[a1] in Bein 'gamba'


[au] in Baum 'albero'
[:w] in Biiume 'alberi'

I y u

~ a

fig. 3.7. I percorsi articolatori dei dittonghi del tedesco.


142 CAPITOLO 3

4.2. Le consonanti

TAB.3.4.

BILABIALI lABIOOENTALI ALVEOLARI PREPALATALI PALATALI VELARI UVULARI GLOTTIDALI

OCCLUSIVE p t k 7

b d g

FRICATIVE f s J ç X h

V z K

AFFRICATE pf ts tJ

NASALI m n D

LATERALI I

APPROSSIMANTI j

Occlusive, fricative, affricate


Il tedesco possiede le tre coppie di occlusive sorde e sonore [p b; t d; k
g] oltre all'occlusiva glottidale [7]; esso possiede inoltre un ricco repertorio
di fricative, che include due coppie di sorda e sonora [f v; s z], le fricative
sorde [J ç x h] e la fricativa sonora [K]; vi sono infine in tedesco tre affricate,
tutte sorde [pf ts tJ].
• Occlusive: in modo simile a quanto sopra descritto per l'inglese, an-
che in tedesco le occlusive sorde sono aspirate davanti a vocale se non sono
precedute da [s] o da [J], come in Pelz [p'dts] 'pelliccia', Top/[t'::,pf] 'pen-
tola', Kuh [k'u:] 'vacca', vs. Spie! [Jpi:l] 'gioco', Stein [Jtam] 'pietra', Maske
['masb] 'maschera'.
Le occlusive sonore al contrario non presentano mai tale aspirazione;
esse inoltre non appaiono mai in posizione finale di parola o di sillaba, dove
sono sempre sostituite dalle sorde corrispondenti: Bein [bam] 'gamba', dein
[dam] 'tuo', gut [gut] 'buono', vs. gab [gap] 'diedi, diede', und [unt] 'e',
Pflug [pfluk] 'aratro', Miidchen ['me:tçm] 'ragazza'.
L'occlusiva laringale o glottidale [7] precede obbligatoriamente la voca-
le a inizio di parola e, all'interno di parole composte, a inizio di morfema: p.
es. ein [7am] 'uno', aus [7aos] 'fuori', zuerst [zu'7eKst] 'dapprima'.
ALTRI SISTEMI FONETICI 143

• Fricative: la labiodentale [f] sorda può apparire in ogni posizione,


come in voli [fol] 'pieno', Affe ['?afa] 'scimmia', Ru/[1rnfJ 'chiamata', mentre
la sonora [v] - come le occlusive sonore - è esclusa in posizione finale, p . es.
wohl [vo:l] 'bene', Lowe ['10:vg] 'leone', ma aktiv [ak'tif] 'attivo'; le alveolari
sorda e sonora [s z] pure rispondono a una complessa regola di distribuzio-
ne: a inizio di parola, davanti a vocale, si ha sempre la sonora [z], p. es. Sonne
['z;:mg] 'sole', Salz [zalts] 'sale', in posizione intervocalica possono apparire
ambedue, p. es. heiflen ['ha1sgn] 'chiamarsi, significare', lesen ['le:zgn] 'leg-
gere', in finale di parola solo la sorda [s], p. es. lies [li:s] 'leggi (imperativo)';
la fricativa prepalatale sorda [J] appare in tutti i contesti: Schuh [J u:] 'scar-
pa', Stein [Jtam] 'pietra', loschen ['10:Jgn] 'risolvere'Jrisch [fa1J] 'fresco'; le
fricative palatale sorda [ç] e velare sorda [x] hanno una distribuzione com-
plementare, nel senso che è sempre il contesto a selezionare di volta in volta
o l'una o l'altra: dopo vocali posteriori e/o basse appare la velare [x] come
in Bach [bax] 'ruscello', hoch [ho:x] 'alto', Buch [box] 'libro', auch [?aux]
'anche', mentre in tutti gli altri casi - cioè dopo vocali anteriori e dopo con-
sonante - appare [ç], come in ich [?1ç] 'io', Milch [milç] 'latte', Miidchen
['me:tçgn] 'ragazza'; la fricativa uvulare sonora [K] appare in tutti i contesti,
come p. es. in reden ['Ke:dgn] 'parlare', lehren ['le:Kgn] 'insegnare', drei [dKa1]
'tre', Herr [heK] 'signore', ma in posizione finale può essere facoltativamente
vocalizzata e sostituita dalla vocale centrale mediobassa [B]: Herr [heB], bes-
ser ['besB]; la fricativa glottidale [h], infine, si trova solo davanti a una vocale
a inizio di parola o di morfema, come in Haus [haus] 'casa'.
• Affricate: come le occlusive sorde, anche le tre affricate sorde del
tedesco - la labiodentale [pf] , l'alveolare [ts] e la prepalatale [tf] - sono
aspirate davanti a vocale, p. es. Pferd [pf'rnt] 'cavallo', Zucker ['ts'ukB] 'zuc-
chero', Tschech [tf ex] 'ceco', ma non negli altri contesti, p. es. Top/ [t'::ipf]
'pentola', Herz [heKts] 'cuore', deutsch [d::ivtf] 'tedesco'.

Nasali, laterali, approssimanti


• Nasali: delle tre nasali del tedesco [m n I)], solo le prime due possono
apparire a inizio di parola, come in Mond [m::int] 'luna', Nase [na:zg] 'naso',
mentre nelle altre posizioni possono occorrere tutte e tre, come in Dame
['da:mg] 'signora', Baum [baum] 'albero', ohne ['?o:ng] 'senza', ein [7am]
'uno', Finger ['fil)B] 'dito', Klang [klal)] 'suono'.
144 CAPITOLO 3

• Laterali: esempi per la laterale alveolare [l] sono Leine ['lam;}] 'cor-
da', alle ['?afa] 'tutti', Ball [bal] 'palla'.
• Approssimanti: l'approssimante palatale [jJ si presenta solo davanti a
vocale, come p. es. in;a [ja] 'sì'.

Lunghezza consonantica
Indipendentemente dalla quantità ortografica, le consonanti tedesche
sono sistematicamente brevi, come in Halle ['hafa] 'sala', Essig ['?es1ç] 'ace-
to'. In parole composte possono però trovarsi in immediata successione
consonanti identiche, con il risultato di un fono consonantico lungo: an-
nehmen ['?anne:m;}n] 'accettare', composto dalla preposizione an 'a' e dal
verbo nehmen 'prendere'.

Consonanti sillabiche
Le consonanti nasali e la laterale possono svolgere in tedesco il ruolo di
nucleo sillabico (v. sopra, pp. 68 ss.), soprattutto nel parlato veloce o «alle-
gro», come in Jungen ['jUI]IJ] 'ragazzi', geben ['ge:bll).] 'dare', Gabel ['ga:bn
'forchetta'.

4.3. L'accento

L'accento in tedesco cade tendenzialmente sulla prima sillaba del tema


della parola, anche se questa regola - che è di tipo lessicale e non foneti-
co - non ha comunque applicazione automatica e assoluta.
Dal punto di vista fonetico, invece, si può affermare che il tedesco è
una lingua ad accento libero, giacché esso può cadere sull'ultima sillaba,
come in wozu [vo:'tsu] 'a quale scopo'; sulla penultima, come in Deutschland
['d:wtJlant] 'Germania'; sulla terzultima, come in antworten ['antv:Wt;}n]
'rispondere'; sulla quartultima, come in ubermenschlich ['vb-emenJhç]
' sovrumano ' ecc.
L'accento tedesco può avere inoltre valore contrastivo. Esistono infatti
coppie di verbi composti che si distinguono per forma e significato solo in
base alla collocazione dell'accento sul prefisso o sul tema del verbo: umfahren
['umfa:B";}n] 'investire, travolgere' vs. umfahren [um'fa:B";}n] 'aggirare'.
ALTRI SISTEMI FONETICI 145

5. ALTRI SUONI, ALTRE LINGUE

In questo breve paragrafo illustreremo alcuni tipi fonici vocalici e con-


sonantici non presenti o poco presenti nelle cinque lingue finora esaminate
(includendo naturalmente anche l'italiano), allo scopo di ampliare l' esem-
plificazione. Analogamente si presenteranno alcuni meccanismi accentuali.
Si tratterà naturalmente di brevissimi cenni che coinvolgono diverse lingue,
che però non saranno descritte analiticamente come abbiamo fatto per lo
spagnolo, il francese, l'inglese e il tedesco.

5.1. Altre vocali

Vocali nasali
Oltre al francese, che, come abbiamo visto (pp. 130 ss.), ha quattro
foni vocalici nasali medio bassi o bassi [t ci! a 5], anche il portoghese e
il polacco - tra le lingue europee - presentano sistematicamente vocali di
questo tipo.
Il sistema vocalico del portoghese è caratterizzato infatti dalla presenza
di ben cinque vocali nasali, in corrispondenza di cinque delle vocali orali. A
differenza del francese, il portoghese ha anche vocali nasali alte e medioalte:

Vocali orali Vocali nasali


u i ù
e o è ò
E ll :)

Esempi per le vocali nasali del portoghese:

[1] in/im 'fine'


[e] in bem 'bene'
[ù] in lii 'lana'
[ò] in bom 'buono'
[ù] in um 'uno'
146 CAPITOLO 3

Il polacco, accanto a un sistema molto semplice di vocali orali, possiede


invece le due vocali nasali mediobasse anteriore e posteriore [e , 5]:

Vocali orali Vocali nasali


u
e 5
a

Esempi per le vocali nasali del polacco:

[5] in dqb 'guercia '


[e] in drby 'guerce'

Vocali orali centrali


La vocale orale centrale alta [i] presente in polacco rappresenta a
sua volta un tipo vocalico non molto diffuso. Ne è un esempio mysz [mi~]
' topo'.
Anche il sistema vocalico del rumeno, accanto a cinque vocali cardinali
primarie e alla vocale centrale media [;}] , presenta una vocale centrale alta
[i] , ma non ha vocali nasali:

u
e o
;}

Esempi per le vocali centrali del rumeno:

[i] in cand 'quando'


[;}] in apa 'acqua'

5.2. Altre consonanti

Come abbiamo fatto per il vocalismo, anche qui ci limiteremo a pre-


sentare molto frammentariamente alcuni tipi consonantici non presenti o
scarsamente rappresentati nelle principali lingue fin qui analizzate.
ALTRI SISTEMI FONETICI 147

Occlusive palatali
L'albanese presenta un consonantismo molto ricco, nel quale sono pre-
senti tra l'altro le due consonanti occlusive palatali sorda e sonora [c j], p.
es. in shqip [J cip] 'albanese', gjol [JolJ 'lago'.
Le occlusive palatali [c j] sono presenti anche in ungherese (lingua
non indoeuropea), p. es. in bdty [ba:c] 'fratello maggiore', Magyar ['maJar]
' ungherese'.

Consonanti palatalizzate
Alcune lingue slave, tra cui il russo e il bulgaro, possiedono consonanti
palatalizzate, cioè prodotte con un innalzamento del dorso della lingua verso
il palato, innalzamento che va ad aggiungersi ali' abituale articolazione della
consonante stessa. Per esempio una [t] palatalizzata, oltre all' articolazio-
ne apico-alveolare, prevede appunto questo contemporaneo accostamento
nel luogo dorso-palatale. La palatalizzazione è generalmente indicata nel
sistema IPA con il simbolo diacritico [j] , e può colpire in russo e in bulgaro
quasi tutte le consonanti, come p. es. in russo mat' [mari] 'madre', mal'cik
['maVtJik] 'ragazzo', bulgaro akt'or [ak'tior] 'attore', g'ul [giul] 'rosa'.

Occlusiva uvulare
L'arabo include nel proprio consonantismo l'occlusiva uvulare sorda
[q], che occorre per esempio nella parola Iraq ['i'r'ra:q].

Occlusiva glottidale
Il colpo di glottide, cioè l'occlusiva glottidale o laringale sorda [7], oltre
che in tedesco (v. sopra, p. 142) è presente in olandese (più esattamente
detto neerlandese): p. es. beamen [b.i'?am.i] 'confermare'.
In ebraico e arabo questa consonante è particolarmente frequente e - a
differenza di quanto abbiamo potuto notare per il tedesco e l'olandese - ha
anche un suo corrispettivo ortografico nella lettera ebraica aleph (p. es. in
':iK:i 'El [?el] 'Dio') e nel carattere arabo detto hamza (p. es. in ..,.,i 'ab [?ab]
'padre') .
L'apprendimento del livello
CAPITOLO 4
fonico: gli italiani e le lingue
straniere, gli stranieri e l'italiano

1. GLI ITALIANI E LE LINGUE STRANIERE

Nell'apprendimento della pronuncia delle lingue straniere l'italofono


incontra diversi aspetti problematici e rivela alcune tendenze abbastanza
regolari. Problemi e tendenze analoghe, peraltro, coinvolgono anche l'ita-
lofono che, pur non affrontando l'apprendimento di una lingua straniera, si
deve cimentare costantemente con le numerosissime parole straniere - in-
glesi ma non solo - usate come prestiti in italiano (computer, paella, toilette,
Hinterland), oltre che con nomi stranieri di persona (Pablo, ]ean, Ludwig,
Barack), di luogo (Versailles, Cambridge, Heidelberg, Ibiza), con titoli di film,
canzoni, opere letterarie, artistiche e culturali straniere (Guernica, Faust,
Hey ]ude, Beaubourg) ecc.
Nella pronuncia delle parole straniere agiscono due importanti fattori
che quasi sempre allontanano la pronuncia degli italofoni dalla pronuncia
standard del termine nella lingua di appartenenza:
- lo spontaneo adattamento alla fonetica italiana di tutti quei suoni
«esotici» che questa non prevede, e che vengono sostituiti da foni italiani
più o meno vicini (p. es. Pablo ['pablo] invece di ['pa!3lo]).
- il condizionamento dell'ortografia delle parole straniere, lette secon-
do norme italiane (p. es. Barthes ['bartes] invece di [baRt]).
Purtroppo anche nei vari gradi di insegnamento delle lingue straniere
una parte non piccola dei docenti non richiede agli studenti una pronuncia
accurata, concentrando l'impegno didattico su altri livelli della lingua, come
150 CAPITOLO 4

la sintassi e il lessico, ed esibendo essi stessi una pronuncia molto spesso


italianizzata della lingua oggetto di studio.
A questi si aggiunga un ulteriore fattore, di ordine culturale e non solo
linguistico, che porta anche il parlante esperto della pronuncia straniera e
capace di pronunciare in modo sufficientemente corretto le parole e i nomi
esotici a preferire una pronuncia parzialmente o totalmente italianizzata
nel timore di non essere compreso dagli altri italofoni o di subire accuse
di snobismo o esibizionismo, per cui, ad esempio, anche chi conosce ed è
in grado di produrre la corretta pronuncia di Barack Obama [b~l'Ja:k ou'ba:
mg] nella maggior parte dei casi opterà per [ba'rak(k) o'b (b)ama] o forme
intermedie.
Naturalmente anche nella pronuncia delle lingue straniere entrano
spesso in gioco i tratti regionali e locali che fanno parte delle abitudini arti-
colatorie del parlante italofono: p . es. un italiano del Nord realizzerà come
sonora qualunque fricativa alveolare intervocalica anche parlando una lin-
gua straniera, e pronuncerà per esempio ['kezo] la parola spagnola queso
'formaggio', la cui pronuncia standard è invece ['keso].
Un'altra tendenza che si osserva sempre più spesso è quella che porta
ad anglicizzare, ossia a pronunciare come se fossero inglesi parole e nomi
appartenenti invece ad altre lingue e culture: p. es. il nome di Pau! K!ee,
il famoso pittore tedesco nato in Svizzera, viene brutalmente «angliciz-
zato» in [pool kli 1] , mentre la corretta pronuncia tedesca è naturalm ente
[p'aul k'le:] 1; analogamente in alcuni aeroporti italiani gli ann unci registrati
dei voli per l'aeroporto di Parigi Char!es de Gau!!e trasformano il france-
se [Jaid] nel corrispondente inglese [tJa:lz] o in una forma italianizzata di
quest'ultimo, [tJ arls].
Vediamo ora, brevemente, alcune tra le principali tendenze e criticità
della pronuncia italiana delle quattro principali lingue europee occidentali.

1 Curiosamente, se l'italofono si limitasse a leggere questo o altri nomi secondo le

regole della pronuncia italiana, otterrebbe un risultato molto più vicino alla pronuncia
tedesca, e cioè qualcosa come [paul klee].
L'APPRENDIMENTO DEL LIVELLO FONICO 151

1.1. La pronuncia italiana dello spagnolo

• Realizzazione occlusiva [b d g] delle fricative sonore intervocaliche


[~ ò y] dello spagnolo: per esempio haber [a'ber] invece del corretto [a'~er],
Maradona [mara'dona] per [mara'òona] ecc.;
• la consonante fricativa velare [x] dello spagnolo viene resa preva-
lentemente come [k] o [h] o viene del tutto abrogata, come in Juan [kuan],
[huan], [uan] invece dello spagnolo standard [xuan];
• la fricativa dentale sorda [0] è pronunciata [s] dagli italofoni, che
seguono così inconsapevolmente l'uso della Spagna meridionale e dell' Ame-
rica Latina, per esempio in Garda Lorca [gar'sia 'lorka] per [gar'0ia 'lorka];
a volte però la grafia spagnola z «spinge» verso una realizzazione affricata
[dz]: Gonzdlez [gon'dzaledz] per [gon'0ale0];
• sono frequenti i casi di spostamento dell'accento rispetto alla nor-
ma standard dello spagnolo: per esempio Almod6var [almodo'var] o
[al'modovar] invece del corretto [almo'òo~ar], San Sebastidn [san se'bastjan]
invece di [san se~as'tjan].

TAB. 4.1. Le più frequenti sostituzioni fonetiche nella pronuncia italiana dello spagnolo

~ > b,v hab_er


ò>d lago
y>g agua
X> k, h gente
6>s ha~er

1.2. La pronuncia italiana del francese

• Gli italofoni tendono a non pronunciare le vocali nasalizzate del fran-


cese, sostituendole con una sequenza di vocale orale + consonante nasale:
p. es. France [frans] invece del francese [faos];
• la vocale anteriore alta labializzata [y] del francese viene spesso sosti-
tuita dalla sequenza [ju] , come in Hugo [ju'go] invece di [y'go] ;
• spesso le parole che in francese terminano foneticamente per con-
sonante ma graficamente con una -E vengono pronunciate dagli italiani
152 CAPITOLO 4

con una [;:,] paragogica preceduta da una consonante lunga: p. es. /emme
['famm;:i] invece del fr. standard [fam];
• in alcuni contesti le[;:,] del francese sono realizzate come [e]: Tour de
France [tur de frans] invece di [tuK d;:i fKas];
• alcune consonanti presenti nell'ortografia ma non nella forma foneti-
ca della parola vengono pronunciate dagli italiani, p. es. in Champs Elysées
[Jamps eli'ze] in luogo del fr. standard [Jaz eli'ze];
• consonanti che nell'ortografia francese sono doppie, ma che nella
pronuncia standard del francese sono brevi, vengono pronunciate doppie
dagli italofoni: Pennac [pen'nak] invece di [pe'nak].

TAB. 4.2. Le più frequenti sostituzion i fonetiche nella pronuncia italiana del francese

y > ju /y_ne
1/J >e peu
re> E peur
;i> e rg_voir
E> en fin_
re> an, en un
::>>:m bon
a> an France
4>w /y_i

1.3. La pronuncia italiana dell'inglese

• L'inglese possiede numerose vocali non presenti in italiano. La ten-


denza generale della pronuncia italiana dell'inglese è quella di sostituirle con
uno dei sette foni vocalici dell'italiano:
- in particolare la [re] viene sostituita da [e] (p. es. man [men] invece
di [mren]); la [A] e la [a] diventano per gli italofoni [a] (p. es. love [lav] , car
[kar] invece dell'inglese standard [lA v], [k' a:]) ;
- le vocali brevi [1 u] e le lunghe [i: u:] sono pronunciate [i u] (p. es.
ship e sheep diventano ambedue [Jip] anziché rispettivamente [J1p] e [Ji:p] );
- la vocale centrale [;:,] diventa [e] come in about, pronunciato [e'baut]
anziché [;:i'baut];
- anche alcuni dittonghi vengono adattati alla fonetica italiana: p. es.
[;:iu] di boat diventa [o], dunque si ha [bot] invece di [bgut] o dell'equiva-
lente americano [bout];
l..'.APPRENDIMENTO DEL LIVELLO FONICO 153

- in alcuni casi vocali che graficamente corrispondono a due simboli


vengono rese con un dittongo: p. es. country ['k'AntJi] è pronunciato come
se avesse un dittongo [au]: ['kauntri];
• le occlusive sorde dell'inglese, che sono aspirate in molti contesti ([p'
t' k']), perdono l'aspirazione nella pronuncia italiana ([p t k]);
• le fricative dentali [8 ò] sono sostituite nella pronuncia italiana
dell'inglese dalle occlusive alveolari [t d]: both [b;m8] diventa quindi per gli
italofoni [bot], the [òg] diventa [dg] o [de];
• la nasale velare [IJ] in posizione finale di parola o di sillaba è resa con
[l)g]: singing ['sil)II)] diventa ['sil)gil)g] ;
• la laterale velarizzata [i] viene realizzata come alveolare [l];
• l'approssimante [w] a volte è resa con la fricativa labiodentale sonora
[v], p. es. in Hollywood ['h:,liwud] che è pronunciato in Italia [':,llivud];
• l'approssimante [1] è resa dall'italiana [r], che appare anche quando
l'ortografia inglese ha una R che non appare nella pronuncia dell'inglese
standard britannico: car [k'a:] diventa quindi [kar];
• la fricativa glottidale [h] è generalmente omessa: he [hi:] diventa [i];
• le consonanti graficamente doppie sono erroneamente pronunciate
come lunghe: p. es. funny [fani] diventa [fanni] ;
• alcuni accenti sono sistematicamente spostati: ad esempio manage-
ment ['m-emd3mgnt] viene pronunciato [ma'nad3gment].

TAB. 4.3. Le più frequenti sostituzioni fonetiche nella pronuncia italiana dell'inglese

I>i shfp
u>u book
;i>e gif_f
a>a CQ_f
A>a IQve
:E> E mg_n
8>t bai/J.
ò>d me
J >r red
h >0 b.ome
I] > I]g SÌ!J!I_
154 CAPITOLO 4

1.4. La pronuncia italiana del tedesco

• Come abbiamo osservato per l'inglese, anche per il tedesco viene ge-
neralmente trascurata dagli italofoni la quantità vocalica, con l'automatica
applicazione delle abitudini italiane;
• la vocale anteriore alta labializzata [y] viene resa con la sequenza [ju]
oppure con la posteriore alta labializzata [u]: Fiihrer ['fy1rn] diventa ['fjurer]
o ['furer];
• la vocale anteriore medioalta labializzata [0] è sostituita da [e]: Goe-
the ['g0t;:i] diventa in genere ['gete];
• le -E finali dell'ortografia tedesca, che nella pronuncia vanno realiz-
zate come [-;:i], diventano [-e], come già mostrato nell'esempio precedente;
• viene omessa l'aspirazione di [p' t' k'];
• le -B -D -G -w finali dell'ortografia tedesca, che corrispondono foneti-
camente alle sorde [p t k f], sono pronunciate come sonore dagli italofoni: p.
es. Konrad ['k':,rnrnt] viene pronunciato ['bnrad];
• il fono fricativo velare sordo [x] è per lo più sostituito da [k]: Bach
[box] è realizzato dagli italofoni come [bak];
• il fono fricativo palatale sordo [ç] viene sostituito, secondo l' ortogra-
fia, da [g] in casi come Ludwig ['lutv1ç], che diventa [ludvig], da [k] o da
[tJ] in casi come Reich [1rn1ç], che è pronunciato [raik] o addirittura [raitJ];
• la nasale velare [I]] in posizione finale di parola o di sillaba è resa con
[I]g]: Ring [ml)] diventa [riI]g].

TAB. 4.4. Le più frequenti sostituzioni fonetiche nella pronuncia italiana del tedesco

y> ju Ofj_sseldorf
</>>e Goethe
ce> E: k{;j_nnen
I> i K/nd
u> u By_ch
;i>e Goethg_
ç>f ich
x>k BadJ.
h>0 fj_aus
I]> 1)9 Ri@
LAPPRENDIMENTO DEL LIVELLO FONICO 155

2. L'ITALIANO DEGLI STRANIERI

L'acquisizione della fonetica dell'italiano sia come lingua straniera attra-


verso lo studio, sia come seconda lingua attraverso l'apprendimento sponta-
neo, comporta, come per qualsiasi altra lingua, alcune difficoltà comuni che
incontrano più o meno nella stessa misura tutti i parlanti non nativi e altre
difficoltà specifiche in funzione della lingua nativa, dovute alla maggiore o
minore distanza tra la fonetica di quest'ultima e quella dell'italiano.

2.1. Problemi comuni alla grande maggioranza degli stranieri

Tra le difficoltà più diffuse rientra, ad esempio, la generale difficoltà


degli stranieri ad apprendere la pronuncia delle consonanti lunghe dell'ita-
liano, sia all'interno di parola - dove in genere l'allungamento è segnala-
to dall'ortografia, con le eccezioni discusse nel paragrafo dedicato a questi
aspetti (v. pp. 83 ss.)- sia a inizio di parola, per la generale inconsapevolezza
del fenomeno del raddoppiamento sintattico: dunque uno straniero non
solo tenderà a pronunciare a casa con una [k] breve [a 'ka:sa] (come fanno
del resto anche gli stessi italiani provenienti dalle regioni del Nord) , ma an-
che a pronunciare cassa con una [s] breve ['kasa].
Anche questioni come la distribuzione delle vocali mediobasse e me-
dioalte anteriori [e e] e posteriori [:, o] e quella delle fricative e affricate
alveolari sorde e sonore [s z] e [ts dz] creano difficoltà a tutti gli stranieri,
ma anche in questo caso - come abbiamo osservato per il raddoppiamento
sintattico - si tratta di aspetti sui quali anche i diversi italiani regionali si
discostano significativamente dallo standard e sui quali si possono quindi
ritenere del tutto trascurabili le oscillazioni della pronuncia straniera.
La pronuncia delle consonanti palatali [,<] [p] costituisce un problema
per moltissimi non italofoni, sia per l'assenza di questi foni in molte lingue,
sia per la loro natura intrinsecamente lunga in italiano standard. Un'ulterio-
re difficoltà è posta dalla distanza tra l'ortografia italiana e l'effettivo livello
fonetico, in particolare per le 'strane' sequenze GL(I) e GN.
Problemi analoghi riguardano anche le affricate prepalatali [tf d3] a
causa dell'ambiguità delle lettere e e G che hanno valore di occlusiva velare
156 CAPITOLO 4

in certi casi e di affricata prepalatale in altri e dell'assenza di questi suoni in


alcune lingue.
Infine, va menzionato il problema generale posto dall'accentazione ita-
liana: la posizione dell'accento, come abbiamo detto sopra (p. 92), non è
prevedibile in base alla sola struttura della parola, né è generalmente in-
dicata dall'ortografia, se non nel caso delle parole tronche. In particolare,
nella pronuncia dell'italiano da parte di parlanti non nativi, si osserva una
frequente incertezza - per quanto riguarda la collocazione dell'accento - tra
la penultima e la terzultima sillaba, per cui si possono ascoltare spesso rea-
lizzazioni come [sil'la:ba] per ['sillaba] o, viceversa, ['vo:kale] per [vo'ka:le].
Naturalmente le difficoltà poste dall'ortografia non coinvolgono coloro
che apprendono l'italiano per full immersion, come i lavoratori immigrati,
che hanno un contatto con l'italiano generalmente non mediato dalla scrit-
tura, ma anche questi mostrano di avere difficoltà a percepire l'accento nel
parlato continuo, a causa dei fenomeni di de-accentazione o di occasionali
spostamenti degli accenti frequenti in questa modalità di uso della lingua,
che è quella alla quale essi sono prevalentemente esposti.
Per chi acquisisce spontaneamente l'italiano come L2 in un contesto
italofono un altro aspetto rilevante è costituito dal contatto prevalente con
le varietà regionali e/o dialettali del luogo di immigrazione, per cui l' ac-
quisizione dell'italiano (su tutti i livelli, incluso quello fonetico) significa in
realtà l'acquisizione di un dialetto o di una varietà regionale con tutte le loro
caratteristiche, e mai quella dell'italiano standard.
Soffermiamoci ora in particolare su alcuni aspetti tipici dell'italiano de-
gli stranieri parlanti nativi delle quattro lingue europee (spagnolo, francese ,
inglese, tedesco) di cui ci siamo occupati in questo volume.

2.2. L'italiano degli ispanofoni

Tra le specifiche difficoltà incontrate dai parlanti nativi di lingua spa-


gnola (iberici, latino-americani ecc.) le più frequenti riguardano aspetti del
consonantismo e sono:
- la realizzazione delle occlusive sonore intervocaliche [b d g], come
in Fabio, Ada, Ugo, che gli ispanofoni tendono a sostituire con le corrispon-
LAPPRENDIMENTO DEL LIVELLO FONICO 157

denti fricative [~ 5 y]: ['fa:~jo] ['a:5a] ['u:yo], in base alle regole contestuali
della loro lingua nativa;
- la produzione della fricativa labiodentale sonora [v], assente in spa-
gnolo, che viene sostituita, a seconda del contesto, da [b] o da [~]: vino
['bi:no] / ['~i:no];
- la produzione dell'affricata prepalatale sonora [d3] e della fricativa
prepalatale sorda [J], pure assenti nella loro lingua, frequentemente rese
con l'affricata sorda [tJ];
- una particolare difficoltà è rappresentata infine per gli ispanofoni
dalla sequenza s + consonante a inizio di parola, come in scarpa, stare, sparo:
questa sequenza, assente nello spagnolo, viene per lo più risolta con la prò-
stesi (aggiunta iniziale) di una e-, producendo realizzazioni come [es'karpa],
[es'tare], [es'paro] .

2.3. L'italiano dei francofoni

I francesi e i francofoni in genere (belgi, svizzeri, canadesi, africani e an-


tillani francofoni ecc.) hanno anch'essi, nell'apprendimento della pronuncia
italiana, difficoltà che riguardano prevalentemente il consonantismo, ma
non solo.
Uno dei punti più sensibili riguarda infatti la pronuncia delle sequenze
formate da vocale + consonante nasale, che sono spesso rese dai francofoni
con una vocale nasale: per esempio venti ['vati] o ['veti]. Inoltre, la [e] atona
finale dell'italiano viene spesso realizzata come [~] oppure omessa del tutto:
mille ['milb] / [mil].
Anche la collocazione dell'accento primario crea specifiche difficoltà al
francofono , abituato all'accento fisso sull'ultima sillaba e perciò spesso pri-
vo di qualunque attitudine alla percezione dell'accento e al controllo della
sua produzione.
Tra i principali problemi relativi al consonantismo sono:
• la pronuncia delle affricate, totalmente estranee alla fonetica france-
se, che vengono sostituite per lo più con le corrispondenti fricative, quindi
in luogo di [tJ] e di [d3] si ha in genere [J] e [3], e analogamente [ts] e [dz]
sono realizzate come [s] e [z] ;
158 CAPITOLO 4

• la realizzazione della laterale palatale [,<], resa generalmente come


approssimante palatale [j];
• naturalmente la vibrante [r] dell'italiano standard è pronunciata dai
francofoni [K], come nella lingua nativa.

2.4. L'italiano degli anglofoni

Gli anglofoni (britannici, irlandesi, statunitensi, canadesi, sudafricani,


nigeriani, indiani, australiani, neozelandesi ecc.) hanno, a differenza dei
francofoni e degli ispanofoni, alcune difficoltà molto significative proprio
nella pronuncia delle vocali italiane. Infatti tra i foni vocalici dell'italiano ve
ne sono alcuni del tutto assenti in inglese (oppure presenti in quella lingua
solo all'interno di dittonghi).
Le vocali toniche italiane [o] e [e] vengono spesso realizzate rispettiva-
mente con i dittonghi [;}o] e [e1].
Inoltre la vocale tonica [a] è generalmente sostituita dalla posteriore
bassa [o] o talvolta anche da [re], come in mani ['mo:ni]/['mre:ni].
Le vocali atone invece tendono a essere frequentemente centralizzate e
sostituite da [;}].
Quanto alle consonanti, ecco alcuni tra gli aspetti più interessanti:
• le occlusive sorde [p t k], che in inglese in molti contesti sono aspira-
te, vengono realizzate anche in italiano in questo modo;
• le affricate alveolari [ts] e [dz] vengono pronunciate per lo più rispet-
tivamente [s] e [z];
• la vibrante [r] è sostituita dall'approssimante [J] , tipica della maggior
parte delle varietà di inglese.

2.5. L'italiano dei germanofoni

I parlanti nativi di lingua tedesca (svizzeri, austriaci, tedeschi, italiani


del Siidtirol/Alto Adige ecc.) hanno in genere pochi problemi specifici con
il vocalismo dell'italiano, e tra questi il principale consiste nella tendenza
i..'.APPRENDIMENTO DEL LIVELLO FONICO 159

a pronunciare come [;:,] la [e] atona dell'italiano, soprattutto in posizione


finale (p. es. nome ['no:m;:,]).
Quanto al consonantismo, le principali problematiche riguardano i se-
guenti aspetti:
• come gli anglofoni, anche i germanofoni realizzano come aspirate le
occlusive sorde dell'italiano [p t k] in molti contesti;
• la fricativa alveolare sorda [s] viene realizzata come sonora [z] in po-
sizione iniziale e dopo consonante nasale;
• l'affricata prepalatale sonora [d3], assente in tedesco, è sostituita dal-
la corrispondente sorda [tJ]: Giulio ['tJu:ljo];
• la vibrante [r] è realizzata con il fono fricativo uvulare sonoro [H];
• l'approssimante labiovelare [w] dell'italiano è realizzata come fri-
cativa labiodentale [v] , soprattutto quando è preceduta da [k g]: quando
['kvando].
APPENDICE

L'Alfabeto fonetico
internazionale,
i caratteri SAMPA,
l'alfabeto dei romanisti
162 APPENDICE

1. L'ALFABETO FONETICO INTERNAZIONALE (IPA)

Consona nti (po lmonari)

BILABIALI lABIO-
DENTALI
D ENTALI !ALVEOLARI I
P OST·
ALVEOLARI
RETROFLESSE P ALATALI V ELARI U VULARI FARINGALJ GLOTTIDALI

PLOSIVE p b t d t et e j k g q G
? I
I
NASALI m 11) n Il J1 I) N

VIBRANTI B r R
'"
MONOVI-
r [
,, "
BRANTI

FRICATIVE
<I> f3 f V e ò Is z Is 3 ~ z,_ ç j X y X Il' h ) h fì

LATERALI
FRICATIVE
t ~ '.< '11
..
APPROSSI-
MANTI
V J -l j l4

I f.
LATERALI
L L

Quando appare una coppia di simboli, quello a destra rappresenta una consonante sonora. Le aree in
grig io indicano articolazioni considerate impossibi li.

Voca li

Chiuse
Anteriori

Semic hiu se
y--

e
I Y

--
\-w
Centrali

;:i
U

< / ) - - 1(
Posteriori
u

Sem iaperte e ce - 3\G-A ::,

re B

Aperte a (E _La o

Quando appare una coppia di simboli, quello a destra rappresenta una vocale arrotondata.
APPENDICE 163

Consonanti (non-polmonari) Soprasegmentali Toni e accenti di parola

Clicks Implosive sonore Eiettive


Accento primario Livello Andamento
, ,foun;}'t1 f ;m
O Bilabia le fi Bilabiale Come in : Accento secondario e o 7 Altissimo e o /1 Ascendente
Dentale cf Dentale/ p' Bi labiale : Lu nga e: é 7 Alto e \J Discendente
alveolare
, Sem i-lunga e·
(Post) alveolare f Pa latale t' Dentale/
alveolare
,,_, Brevissima e -i Medio é 1 :i~~endente
e
=f Palatoalveolare g Velare k' Velare Confine di sillaba 11.rekt è --1 Basso è A C!~:~dente
Il Alveolare
latera le
G Uvulare s Fricativa
alveolare
Gruppo minore (piede) è J Bassissimo e1 Ascendente
discende nte
Gruppo m aggiore (intonazione) J. Abbassato ? Ascesa globale
...., Legamento (assenza di pau sa) t Innalzato \. Discesa g lobale

Altri simboli Diacritici I diacritici si possono collocare al di sopra del


simbolo se questo scende sotto il rigo, per es. I)
M Fricativa labio-velare ci Fricative alveolo-
sorda palatali Oesonoriz- Sonoro
w Approssi m ante labio- Monovibrante alveolare
zato 1,,1 <;I .. mormorato R ~ Dentale
J ç!
velare sonora J laterale Sonorizza- § ! Sonoro !) g
Approssimante labio- Sim ultan eamente Je X " IO laringalizzato "
Apicale
J e;!
4 pa lat ale sonora
h Aspirato th dh Linguolabiale J çj Laminale
H Fricativa epig lottida le
Le affricate e le articolazioni
doppie si possono ra ppresenta re
J cJ
sorda
con due simbo li uniti da un Più arrotondato
~ w Labia lizzato tw dW Nasalizzato e
legament o, se è necessario.
'+ Fricativa epig lottida le
so nora
kp ts
Meno
arrotondato 9 j Palatalizzato ti di Rilascio nasa le d"
+ Plosiva epiglottidal e
Avan zato I.I Y Velarizzato tY dY Rilascio laterale d1
Rilascio non
Arretrato
.i. \. Faringalizzato ti" d1 ud ibile d"

Cent ralizza to e - Velarizzato o faringalizzato t


Semi-centralizzato e Innalzato (, (~ e:: fricativa alveolare sonora)

Sillabico ! Abbassato y (~ : o~tir~ossimante bilabiale)

,.. Non si llabico ~ Radice della lingua


~ avanzata

Radice della li ng ua
Rotacizzato ..3'- ~ arretrata

Fonte: Adattata da lnternational Phonetic Association [1999], pp. centrali.


164 APPENDICE

2. CARATIERISAMPA

Caratteri IPA Caratteri SAMPA Esempio Trascrizione SAMPA


a a rata rata
e E meta mEta
e e rete rete
mite mite
;) o moto mOto
o o dove dove
u u muto muto
p p pane pane
pp pp coppa kOppa
6 6 baco bako
66 66 gobba gObba
tana tana
tt tt tutto tutto
d d danno danno
dd dd cadde kadde
k k cane kane
kk kk nocca nOkka
g g ago ago
gg gg fugga fugga
f f fame fame
V V vano vano
s s sano sano
z z sbaglio zbaLLo
I s scendo Sendo
tf tS cena tSena
d3 dZ gita dZita
ts ts zitto tsitto
dz dz zona dzOna
m m molla mOlla
n n nocca nOkka
Jl J gnocco JOkko
I] N ancora aNkora
APPENDICE 165

lama lama
r r rete rete
J:. L gli Li
ieri jEri
w w · uomo wOmo

3. L'ALFABETO DEI ROMANISTI

Benché sia ancora oggi diffuso, l'uso di questo tipo di trascrizione non
è strettamente regolato, e conosce profonde oscillazioni tra gli autori. Fac-
ciamo comunque riferimento a uno tra i romanisti più autorevoli, Tekavcié,
e nello stesso tempo a una sua opera relativamente recente [1972 , I, 10-11],
per offrire al lettore un modello che può avere facilmente l'occasione di
incontrare nel corso dei suoi studi. Si riportano unicamente i simboli non
coincidenti con quelli IPA.

a= [re] n= [pJ
~= [e] s= [J]
9 = [::,] z= [3]
ç!= [e] ! = [qJ
9 = [o] t = [tJ
e= intermedia tra [e] e [e] r = [rJ
dell'IPA X= [x]
o = intermedia tra[::,] e [o] x' = [çJ
dell'IPA
O= [0]
ii= [y]
5 = [re]
y = [jJ
e = [tJJ
g= [d3J
e= [c]
g= [j]
l' = [J:..]
Riferimenti
bibliografici
' f1
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Indice analitico
Indice analitico

Accentazione, 156 91, 114, 115, 129, 138, 139, 144, 158,
Accento, 70, 74, 80, 81, 94-96, 117, 118, 163
129, 134,139, 144, 156 Arabo, 147
distintività, 93 Articolatori, 7, 37, 41 , 52 , 55, 56, 58 , 66,
fisso , 72 136
libero, 92 fissi, 33
mobile, 72 mobili, 33
primario, 72, 92, 157, 163 Articolazione, 10-12, 14, 24, 30, 33, 38-44,
secondario, 72, 94, 97, 163 47 , 48n, 50,5 1, 55 , 61, 71 , 74 , 81,115,
Affricata, 38, 58 147
Albanese, 147 luogo,35,36, 40, 46,56, 58,63,85,88,
Alfabeto, 11 , 12, 21 , 22, 29, 52n, 53 , 99 128,13 0
fonetico, 24 modo, 35-37, 46, 57, 66
Ascoltatore, 14, 15
fonetico internazionale IPA , 23n, 25,
Assimilazione, 62, 63n , 128, 133
27 , 56 ,59,98, 162
progressiva, 62, 63
Allegro, 64 , 109
regressiva, 62, 63 , 86-88
Altezza, 48n, 71, 73-75, 81, 94 , 100
Astratto, 19
Alveoli, 32, 33, 38, 39, 41, 42
Anaptissi, 108 Barre oblique, 17
Anatomia, 30 Bilabiale, 41 , 59 , 61 , 63, 67, 87, 88, 110,
Anglicizzare, 150 128, 138, 163
Apice, 32, 41 Bilaterale, 39
Apico-alveolare, 41 , 42, 147 Bronchi, 30, 31
Apico-dentale, 41 , 42 Bulgaro, 147
Apparato
digerente, 31, 33 Cacuminale, 110
fonatorio, 14, 30, 36, 40, 100 Cavità nasali, 31 , 32, 38, 52
respiratorio, 30-32 Classificazione, 7, 15, 40, 46-48, 51 , 55 ,
Apprendimento, 7, 8, 29, 149, 155, 157 66, 77
Approssimante, 40, 48n, 54 , 60, 82 , 85 , 90, Clitici, 89, 92 , 93, 95, 96, 129
176 INDICE ANALITICO

Coarticolazione, 61, 62, 64, 65, 85 Esplosione, 37-39, 43 -45 , 59n


Coda, 68 Evoluzione, 7, 8, 22, 23, 30, 122
Configurazioni articolatorie, 36, 47
Consonante, 12, 39, 40, 42, 44, 45, 48n, 54, Faringale, 43, 57
56,60-66,68,83,87,88,90,91,93,97- Faringe, 31-33, 43, 52
99, 102, 103, 108, 109, 111 , 116-118, Fonazione, 30, 31, 32n, 33, 45, 51
121,123,124, 126-128, 132,134,137, Fonemi, 13, 14
138,142,144, 146,147,152, 155,157, Fonetica, 11, 13, 19, 20, 67, 90n, 95,121,
158, 163; vedi anche affricata, approssi- 125, 134, 155, 157
mante, bilabiale, cacuminale, dentale, acustica, 15
faringale, fricativa, geminata, labiale, apprendimento, 7
labiodentale, labiopalatale, laringale, articolatoria, 15
laterale, monovibrante, nasale, occlusi- articolazione interna, 14
va, palatale, postalveolare, retroflessa, generale, 29
uvulare, velare, vibrante intersegmentale, 61, 64, 77
sillabica, 69, 139 italiana, 7, 82, 149, 152
sonora,35 , 46,47 ,86 neostandard , 77, 78
sorda,35,46,47,57 , 86, 133 percettiva, 14
Contorno intonazionale, 74, 75, 100, 118 soprasegmentale, 66, 73, 77
Contorno terminale, 101, 118, 119 standard, 77 -79, 102
Corrispondenza biunivoca, 21 , 23 substandard, 8
trascrizione, 7, 16, 17 , 21, 24, 25 , 38,
Deaccentazione 44, 141
parziale, 97 uditiva, 14, 15
totale, 97 Foni, 9, 10, 14, 15, 29-31, 33 , 35n, 40-46,
Declinazione, 100, 119 48n,52,58, 62, 64, 66, 67 , 70, 74, 78,
Dentale, 12, 13, 17 , 42 , 98,163 86, 87, 89, 90,107,110,113,116,122,
Denti , 32, 33 , 40-42 124,127,149,155,158
Diaframma, 30, 31 consonantici, 55, 56, 83, 115
Dialetti, 8, 16, 42 , 64 , 73, 77, 102, 106n, orali, 52
107n, 108,121,123 , 124 rappresentazione grafica, 17
primari, 122 vocalici, 47, 54 , 61, 65, 80, 104, 106,
secondari, 122 130, 134-136, 140, 145, 152
Dichiarative, 74, 118, 119 Fonologia, 11 -14
Distintività, 13, 14, 17,113 Fonosintattici, fenomeni, 57, 121
Dittongo, 54, 69, 82, 83, 109, 136, 137n, 153 Fonotassi, 65, 92, 124
ascendente, 90 Forma fonica, 12, 17, 19, 24, 29
discendente, 90 ideale, 18, 19
Diversità, 13 , 14 reale, 18
Dorso, 13,32,43,47, 147 Francese, 8, 22, 23, 27, 45, 57, 72, 125,
Dorso-palatale, 42, 147 130-134, 145, 151, 152, 156
Dorso-uvulare, 43 , 147 Frequenza,35n, 100
Dorso-velare, 42 fondam entale, 74
Durata, 44, 45 , 71 -73 , 75, 94, 100, 134 Fricativa, 37, 38, 46, 58, 85, 124, 140n
Frizione, 38, 40, 43 , 44 , 58
Ebraico, 33, 147
Elisione, 97 Geminata, 69
Epitesi, 108 Glottide,31,33 -36,43,46,57, 133,147
INDICE ANALITICO 177

Incisivi, 13, 32, 33, 41 Monosillabi, 54 , 98, 131 , 134


Inglese, 8, 22, 23, 27, 40, 42 , 43, 57, 58, 63, deboli, 95, 99
68-70, 73 , 74 , 125, 134-140, 142, 145, forti, 95, 96, 99
150,152,153,156, 158 Monottongazione, 109
Intensità, 71 , 73, 75, 94, 100 Monottongo, 90
Interrogative, 74-76, 118, 119 Monovibranti, 40
Intersegmentale, 61, 64, 77 Mormorìo, 34
Intonazione, 72-75, 100, 118, 119, 163
di contrasto, 76 Nasal~ 12, 13, 17, 23n,3 1, 38, 41 , 42,59,
enfatica, 76 63, 87, 88, 91,105,110,112,114,121,
media, 100 124, 127-129, 133,138,151 , 157,159,
Iperarticolato, 64, 65 163
Ipercorrettismo, 103 Nasalità, 39, 54
lpoarticolato, 64, 65 Normativo, 19
Isocronia, 72 Nucleo, 68-72, 78, 90, 139, 144
accentuale, 73
sillabica, 73 Occlusione, 37-39, 44, 45, 57, 58, 89
Italiano, 7, lln, 12, 13, 17,23,27,32n,42, Occlusivo, 37, 38, 43, 46, 58, 67, 85
45 , 47 , 63,65,67-70, 72 -75, 78,82,85 - Olandese, 23, 147
87, 91, 94-96, 101 -103, 105, 117, 118, Omorganica, 88
120-123 , 125, 126, 128, 130, 133, 145, Oralità, 15, 16
149, 150, 152,155, 159 Ortografia, 13, 19, 21, 23, 29, 45, 57, 63 ,
lingua straniera, 8, 156, 157 70, 71 ,95, 133 , 134, 149, 153-156
neostandard, 7
regionale, 64, 73, 77, 101, 103 -108, Palatale, 23n, 42, 59, 60, 85, 87-89, 114 ,
111 -118, 120, 124, 139,156 115, 124, 128, 129, 132 , 133 , 138, 143 ,
standard, 18, 21 , 39, 64, 66, 77-81, 83, 144, 158, 163
88-90, 97, 98, 100, 104, 106, 107, Palato, 13 , 33, 38-42, 47, 48, 51, 52 , 147
109, 112-116, 124,132,158 duro, 32
molle, 32
Labbra,33 , 41 , 47,50, 51 , 62 velo, 32
Labiale, 41 , 52 , 54, 60 Paragoge, 108,118,121
Labiodentale, 41, 57, 60, 88-90, 112, 143 , Parentesi quadre, 17
157, 159 Parlante, 14, 15, 64, 101, 103, 150
Labiopalatale, 60, 133 Parole, 10n, 11-14, 17, 21, 22, 29, 45, 54,
Labiovelare, 60, 115, 133 , 138 63-65 , 70-72, 74 , 81 -83 , 90, 91, 93 -98,
Laringale, 43,57, 133,137,142,147 102, 105, 108, 109, 114, 116-118, 129,
Laringe, 30-33, 36, 43, 45, 46 131 , 133 , 138,139,142, 144,149, 150,
Laterale, 39, 59, 69, 70, 87 -91, 114, 121, 156
129,133,139,144,158, 163 bisdrucciole, 92
Lento, 57, 64, 65 fonetiche, 95
Lettere, 9-12, 21 -23, 25, 29, 75, 99, 133 , piane (parossitone), 92
155 sdrucciole (proparossitone), 92
Lingue straniere, 7, 8, 149, 150 trisdrucciole, 93
Linguistica, 11 , 16, 18-20, 25, 29, 77 , 79, tronche (ossitone) , 92, 99
101,103,106, 122, 169, 170 Pliche vocali, 31, 33 - 36, 43 , 74
Lunghezza consonantica, 115, 129, 134, Polacco, 72, 145, 146
139, 144 Polisillabi, 94, 139
178 IN DICE ANALITICO

Polivibranti, 40, 60 Tedesco, 8, 23, 45 , 57 , 70, 74, 125 , 140,


Polmoni, 30, 31 , 34 145, 147,150,154,156,159
Postalveolare, 42 Tempo, 64
Prepalatale, 42 Testa, 68, 69, 90, 91, 124
Tipo (typ e), 18, 19
Quantità vocalica, 76, 154 Token , vedi replica
Trachea, 30, 31, 33
Raddoppiamento sintattico, 97 -100, 102, Tra pezio vocalico, 48, 49, 52, 54, 55, 79,
115-117, 155 , 170 130,131,140
Raddoppiamento spontaneo, 99 Trascrizione, 7, 14-23n, 27, 44 , 70, 72, 85 ,
Radice, 32, 163 95 , 141 , 164, 165
Replica (token), 18, 19 descrittiva, 7
Restrizione, 65 larga, 24, 25
Retrocessione, 96, 97 prescrittiva, 19
Retroflessa, 42 stretta, 24, 25
Ricezione, 14 Trasmissione, 14-16
Rima vocale, 34, 35 Triangolo vocalico, 79
Romanisti, 25, 161, 165 Trittongh i, 82
Rumeno, 146 Turning point, 100, 110
Russo, 147
Ugola, 32, 43
SAMPA,27, 164 Uvu lare, 43 , 60, 89, 132, 133, 140n, 143,
Scala di apertura, 66, 67, 70 147,163
Scienze foniche, 10-12
Scrittura, lln, 15 , 16,2 1 Valore distintivo, 45
Segmento, 61 Velare, 12, 13 , 17,21,42,43,59-61 , 67 , 88,
Segni, 9, 10, 23, 24 109,1 14, 133 , 138,143 , 155,163
diacritici, 25, 54, 55, 61 Vibrante, 39, 40, 59, 60, 65, 67, 83, 84,
Semiconsonanti , 40 89-91, 110, 115 , 121, 129, 133, 139,
Semivocali, 40 158
Significante, 9, 10, 15 Vibrazione, 35, 36, 39, 45-47, 56, 59, 66,
Significato, 9, 10, 14, 15, 21, 61, 65, 70, 74,100
139, 144 Vocale, 12, 35, 46, 47, 52 -55, 57, 66-71,
Sillaba, 17 , 54, 65-73, 78-82, 90-96, 100, 82, 85, 87, 90, 92n, 97-99, 109, 111,
105,108,109, 118,123,129,134,136, 117, 123 , 127 -13 1, 136n, 138, 140,
139, 140,142 , 144, 153 ,154,156,157 , 142-144
163, 169 alta,48
Sillabicità, 70 anaptittica, 108
Sistema eptavocalico, 104-106, 125 anteriore, 22n, 48, 49, 106
Sistema pentavocalico, 106, 107 aprocheila (non labializzata/ non arro-
Sociofonetico, 8 tondata), 50
Sonorità, 35, 36, 43, 46, 56, 61, 63, 66, 86, bassa, 22n, 45 , 48
110, 128,132 breve, 76, 80
Soprasegmentale, 66, 73, 77 cardinale, 48-50, 135
Spagnolo, 8, 52n, 57, 125-130, 145, 151, centrale, 23, 48, 107, 130, 146
156, 157 lunga, 76,79,80
Stranieri, 78, 133, 149, 155, 156 medioa!ta, 48
Struttura sillabica, 67, 71 -73, 90 mediobassa, 48, 125
INDICE ANALITICO 179

nasale (nasalizzata) , 52 , 133 Vocalismo, 105, 106, 122, 126, 135n, 146,
paragogica, 108 158
posteriore, 48-51 , 78, 106 atono, 80, 107, 125
procheila (lab iali zzata, arrotondata), tonico, 78, 79, 104, 125
50 Voce,9, 11,31,33 ,35,41 , 46, 50,65,71,74
Finito di stampare nel mese di ottobre 2014
presso le Arti Grafiche Editoriali Sri, Urbino
DTP: Centro Immagine - Lucca

Stampato su carta Arcoprint Milk di Fedrigoni S.p.A.,


prodotta nel pieno rispetto del patrimonio boschivo