Sei sulla pagina 1di 3

9/1/2009 (7:50) - IL DECENNALE DELLA MORTE DI DE ANDRE'

Faber che vieni Faber che vai

Folla di celebrazioni, ma a lui piacerebbero poco


MARINELLA VENEGONI

Felicemente sommersi dal ricordo di De André, nel decimo anniversario della sua scomparsa che ricorre
domenica, scopriamo che è uno dei pochi, Fabrizio, che l’Italia senza memoria non abbia dimenticato. La tv
generalista, così ritrosa sempre quando si tratta di affrontare la musica d’autore, si è in qualche modo buttata
sul decennale con alcuni dei suoi campioni più attenti e sensibili: Giovanni Minoli con La storia siamo noi su
Raidue e ora, domenica, ci sarà una ulteriore celebrazione di Fabio Fazio con uno speciale di Che tempo che
fa alle 21 su Raitre: «Vorrei che questa serata fosse un flusso di musica, interrotto da alcuni momenti in cui si
parlerà di Fabrizio con persone davvero titolate a farlo, partendo da sua moglie Dori Ghezzi», ha spiegato lui
che è di questi tempi l’unico a riuscire a portare musicisti di razza in tv, visto che sa dare loro lo spazio e
l’attenzione che altrove vengono negati con uno sbadiglio.

E mentre Dori Ghezzi sgobba fra una telecamera e l’altra, fra un microfono e una mostra, a portare a galla il
suo amore e a rinnovare il suo dolore, mentre il figlio Cristiano rumorosamente tace, viene in mente che a
Fabrizio piacerebbe pochissimo questo mondo che in dieci anni è così tanto cambiato da non riuscire più a
cogliere il respiro dell’arte nella musica popolare. La musica popolare è stata venduta alle dinamiche
dell’imitazione e del riciclo, destinata a modalità che regalano assonanze di deja vu, basate sull’indagine di
gradimento nel mondo dei consumatori. Prodotti seriali vagano sul web, e nessuno è più capace a raccontare
come lui faceva la storia altra degli uomini, delle loro sofferenze, delle diversità. In questo senso Fabrizio De
André (e con lui alcuni autori di razza viventi ma in difficoltà oggi, rispetto alla logica del consumo di massa)
continua anche ora che da dieci anni non c’è più, a riempire un vuoto che si farà sempre più grande.

Memoria e silenzio
Forse è proprio nell’inconsapevole coscienza di questo vuoto che l’anniversario di De André si è riempito al di
là di ogni logica contemporanea. E’ un’autentica esplosione di celebrazioni non si sa quanto meditate,
anarchicamente lievitate, dischi e libri e mostre, che fanno pure sperare a chi ha lavorato con lui di poter
ritornare nel cono di luce tristemente abbassato. Il logico e l’illogico convivono con disinvoltura, gomito a
gomito: un po’ l’opposto di quanto accade per Lucio Battisti, il cui ricordo viene perennemente ostacolato
dalla vedova per ragioni che restano misteriose.

Ovvio che Genova dedicasse una mostra al suo figlio illustre, in corso a Palazzo Ducale, sviluppata in un
percorso tematico e cronologico, con gli argomenti della sua poetica e le scenografie originali delle sue
tournées. Ci si sono messi, con il ricordo, molti Comuni: dalla musicale Perugia dove in questi giorni nell’aria
echeggiano le sue canzoni, fino a Torino dove al Circolo dei Lettori domenica alle 18 ci sarà una serata fra
musica e poesia. Ricorda Milano, ricorda Palermo con una serata al Metropolitan, ricorda Treviso con una
mostra, e a Roma il vignettista di Liberazione Mauro Biani ha preparato un’altra mostra di tavole a colori
ispirate ai temi di De André: un Miché impiccato al CPT, una Bocca di Rosa che precede la processione, alla
Galleria Colonna. La prima webtv italiana ad alta definizione, Macy.it, diretta dall’onnipresente Massimo
Cotto, avrà anche lei la sua brava commemorazione, con l’affannata Dori, Di Cioccio, Max Manfredi e Bubola.

Purtroppo, celebrare Fabrizio serve anche a lavarsi la coscienza. Vediamo il caso delle radio: il mezzo che più

1
avrebbe potuto contribuire a mantenere viva la sensibilità musicale e a coltivare il gusto popolare, sempre più
sprofonda sotto le logiche del motivetto accattivante e del ritornello chewing-gum, e da anni ignora i nomi di
qualità con le scuse più bieche. Però ora mille testate stanno in fila orgogliose a proclamare il loro affetto per
quest’artista del quale forse - se vivesse - non trasmetterebbero nuovi pezzi se non assai eccezionalmente. E
suona assai curiosa (e poco da De André) l’iniziativa dei locali italiani di Malindi e Watamu popolati di
connazionali vacanzieri in questo periodo, di trasmettere per un’ora le canzoni del Genovese, all’ora di cena.
Precederà, l’esplosione, un silenzio che ricadrà poi sulla nostra memoria più cara e più elegante? (Intanto,
raccomandiamo a Dori Ghezzi di riposarsi, dopo: per poter recuperare l’energia necessaria a respingere le
richieste di sponsorizzazione della Fondazione De André a festival e festivalini anche già esistenti fra la
Penisola e la Sardegna, e chissà quanto degni di potersi fregiare di quel nome).

GLI APPUNTAMENTI
In tv
Oggi su Raidue a Palcoscenico in onda il concerto del Brancaccio di Roma. L’11 su Raitre speciale di Che
tempo che fa di Fabio Fazio.

In radio
Domenica tutte le radio manderanno in onda alla stessa ora una canzone di De Andrè, scelta dalla moglie
Dori Ghezzi.

Mostre
Fino al 3 maggio a Palazzo Ducale di Genova, curata da Vittorio Bo, Guido Harari, Vincenzo Mollica e Pepi
Morgia.

Teatro
Domenica a Castel Frentano (Ch), Ricordo in musica, poesia e teatro di Fabrizio De André, a Vicenza In
viaggio con Fabrizio, Genova-Sardegna andata e ritorno.

Musica
Domenica al Circolo dei Lettori di Torino appuntamenti tra musica e poesia. Lunedì all’Auditorium di Roma
Serata De André con Mauro Pagani e Nicola Piovani.

Forse a Faber sarebbe piaciuto 12/1/2009 - LA SERATA-TRIBUTO


A DE ANDRE' SU RAITRE
E' raro vedere in Italia un livello medio
televisivo come quello di ieri sera a Che
tempo che fa. Merito, anzitutto, della
grandezza del cantautore ligure. E di chi lo
ha ricordato (quasi sempre) bene.Non amo
particolarmente la televisione di Fabio Fazio, per motivi
che presto spiegherò in altri lidi. E resto convinto, da
persona che minimamente lo ha conosciuto e
massimamente visto e ascoltato, al punto da laurearsi
(anche) su di lui, che a Fabrizio De André questa
celebrazione trasversale avrebbe dato ai nervi.
Faber odiava la melassa, il buon senso comune, la
maggioranza. Ci ha lottato contro una vita. E adesso, lui
che stava ferocemente antipatico a tanti, sembra
piacere a tutti. Un altro sintomo di questo paese

2
culturalmente e politicamente al livello minimo di coscienza.
La serata di ieri a Che tempo che fa, per il decennale della scomparsa (e scomparsa è la parola giusta, dà il
senso dell'assenza inesorabile), nasceva quindi rischiosa. Per via del manovratore (certo un deandreiano doc)
e del contesto.
E invece è stata una bella serata.
Era tenera la serenità commossa di Dori Ghezzi, era dolcissimo il sorriso eterno di Fernanda Pivano.
Nulla è perfetto, anzitutto i tributi. Ancor più se dedicati a chi non amava i tributi. Ho avuto una gran voglia
di invadere la Polonia quando ho sentito Lucio Dalla cantare Don Raffaè. Mi sono addormentato -
sventolando bandiera bianca - con Franco Battiato (Inverno). Ho sposato la catatonia mentre il professor
Roberto Vecchioni annacquava Girotondo e l'etica deandreiana con la consueta vagonata di retorica
monocorde. Poco convincente anche Samuele Bersani (mai devastante dal vivo) ne Il Bombarolo. Evito poi di
parlare della lettura di Luciana Littizzetto de Le nuvole, testo - monumentale - che forse avrebbe messo in
difficoltà perfino Vittorio Gassman. Figurarsi lei.
Casi isolati, però. Minoritari. Per una volta, come ha ripetuto il solitamente onnipresente ma ieri più centrato
(perché più emotivamente coinvolto) Fabio Fazio, "la quantità è qui un valore aggiunto positivo".
Artisticamente, emotivamente. Neanche De André, come Battisti e Gaber, si è probabilmente reso conto di
quanto sia stato (e sia) quantitativamente amato.
Ci sono stati momenti bellissimi. La qualità vocale di Eugenio Finardi in Verranno a chiederti del nostro
amore, emozionato al punto - come il coautore Nicola Piovani che lo ha accompagnato - da sentire il tenero
bisogno di scusarsi subito con Dori perché "ho sbagliato due parole, perdonami....".
La consueta nitidezza artistica (e morale) di Ivano Fossati, uno che di solito questi tributi li rifugge come la
lebbra o il tifo, ieri memorabile - come sempre quando la canta e ne parla - nella musicalmente sua
Smisurata preghiera.
L'ormai nota capacità di Vinicio Capossela di immaganizzare pantagruelicamente ogni stimolo artistico, nella
deliziosa La città vecchia. La suite Storia di un impiegato di Piovani, su cui De André credette quando Nicola
aveva appena 22 anni.
Splendido il Jovanotti che cammina a Lewiston tra le lapidi di Spoon River, per poi abbandonarsi a un
educato ricordo de Il suonatore Jones. Semplicemente impagabile la Creuza de mà cantata da Mauro Pagani
e Cristiano De André (bentornato) nel Porto Antico di Genova.
Belli i ricordi di Renzo Piano, di Ermanno Olmi.
Sarebbe stato prezioso avere un pensiero anche di Beppe Grillo, che di Faber era fratello minore da sempre
(De André fu anche suo testimone di matrimonio), ma sarebbe stato chiedere - a Fazio come a Grillo - la
luna.
Di "salvo" e salvabile c'è stato molto. Il saluto del Porto di Genova al marinaio Faber, massimo
riconoscimento per chi ha vissuto di onde. Il monologo mirabilmente stralunato di Antonio Albanese
sull'amore tra l'Uomo Bomba e la Donna Cannone. Il duo blues Bubola-Bennato in Quello che non ho. Amore
che vieni, amore che vai trasmessa nello stesso momento da 300 radio. Le interpretazioni femminili di
Gianna Nannini e Antonella Ruggiero (L'infanzia di Maria).
A un certo punto si è respirata un'aria così magica che perfino Piero Pelù è sembrato bravo ne Il pescatore. E
certo non è sembrato - ma è stato - bravissimo Tiziano Ferro in una versione filologicamente impeccabile (e
non poco virtuosa) di una delle tante perle nascoste di Faber, la traduzione (dal francese) de Le passanti.
Dal Centro Studi De André di Siena, Giovanna Zucconi ha rovistato tra i testi e la biblioteca di Faber.
Appuntava tutto, scriveva ovunque, le idee migliori gli venivano spesso in cucina. A un certo punto è
comparso un libro di Maurizio Maggiani, Faber ci aveva scritto sopra una recensione affettuosa, la Zucconi
l'ha letta e Maggiani - presente in studio per parlare della valenza anarchica della lingua genovese in De
André - si è commosso.
Molti degli artisti, e dei celebranti, hanno smesso da tempo di viaggiare "in direzione ostinata e contraria", e
forse non lo hanno nemmeno mai fatto, ma ieri è stato un bel sentire. E un bellissimo ricordare. Anche se
l'assenza resta, semplicemente, inconsolabile.