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Specializzazione: Operatore Informatico

Corso di Elettrotecnica/Elettronica

Struttura della materia e legge di Ohm

Docente
Ivano Giannini

Anno Scolastico 2010/2011


Indice 1

Sommario
Questo primo ciclo di lezioni ha come scopo quello di introdurre alle materie professio-
nalizzanti del settore elettrico–elettronico. Le ipotesi sull’intima struttura della materia e
su come si sia giunti a provare l’esistenza delle particelle che la compongono, non sono solo
argomento confinato nelle asettiche e tecnologiche stanze dei superlaboratori o nelle aule
universitarie, possono essere anche raccontate come una storia che segue le tracce lasciate
da chi quelle ipotesi le ha effettivamente formulate e magari provate, sperimentate e poi
tradotte in leggi.
Si tratta delle leggi della natura, di quelle regole scientifiche attraverso le quali l’uomo
tenta di spiegare la sua esistenza e, inconsciamente, svelare un metodo per esercitare un
controllo non solo sul suo mondo, ma anche sulle cose che fanno parte dell’universo più
vicino, meno distante, tecnologicamente più accessibile.
Si tratta quindi di una storia introduttiva che tenta di spiegare come i fenomeni elettrici
non siano altro che la parte più evidente di un sistema infinitamente più complesso e
piccolo. Con la legge di Ohm si tenterà poi di spiegare qual è la relazione, il nesso che lega il
microcosmo che struttura la materia con il macrocosmo dei dispositivi elettrici–elettronici.

Indice
1 La struttura della materia 2
1.1 Sintesi del sistema atomico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10
1.2 La ionizzazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11
1.3 Elettrizzazione superficiale dei corpi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12

2 Conduttori, semiconduttori e isolanti 13


2.1 Le bande di energia dei materiali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14
2.2 Materiali isolanti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 15
2.3 Materiali semiconduttori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16
2.3.1 Drogaggio di un semiconduttore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16
2.4 Materiali conduttori: i metalli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
2.4.1 Il legame metallico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18
2.4.2 Conduttività elettrica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18

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2 La struttura della materia

1 La struttura della materia


Circa 2500 anni fa, i filosofi greci si domandavano sull’esistenza della natura e delle cose. Uno in
particolare, osservando forse una spiaggia da lontano, ebbe l’intuizione che l’idea di compattez-
za, solidità e uniformità che i minuscoli granelli di sabbia fornivano all’occhio dell’osservatore
poteva, almeno in parte, spiegare la composizione della materia. Materia che non appariva
più come un unico, denso, continuo e indissolubile blocco ma, piuttosto, come un insieme di
particelle alle quali fu dato il nome di àtomos, parola greca che significa indivisibile.
Quel filosofo era Democrito e visse tra il 470 e il 380 a.C.; era un razionalista e considerava
la ragione quale fonte suprema di conoscenza. Democrito credeva che gli atomi presenti in
ogni sostanza possedessero caratteristiche strutturali e geometriche uniche. Quelli dell’acqua
erano quindi sferici e perfettamente levigati in modo da poter scorrere facilmente uno sull’altro;
erano invece uncinati e appuntiti quelli del fuoco in modo da spiegare il dolore provocato da
un’ustione; erano poi ruvidi e dentellati quelli della terra in modo da potersi compattare gli uni
con gli altri.
La filosofia di Democrito venne poi estesa da Platone (427–347 a.C.) che modificò quelle idee
originali attribuendo agli atomi nuove caratteristiche. La struttura delle minuscole particelle
diveniva quindi cubica per la terra, tetaedrica per il fuoco, a ottaedro per l’aria, a icosaedro
per l’acqua1 ecc.
La filosofia dell’àtomos venne ancora trattata da Epicuro (341–270 a.C.) a cui si deve una
visione del mondo alquanto meccanicistica. Molto più tardi nel suo “De rerum natura” Lucrezio
affermerà che non solo la materia, ma anche l’anima, il pensiero e più in generale tutte le cose
incorporee sono composte da atomi però più piccoli.
Anche se la visione del microcosmo di quegli antichi filosofi appare oggi semplicistica e piut-
tosto ingenua, non si può negare che quell’intuizione concorda, anche se in modo approssimato,
con ciò che i moderni scienziati hanno poi dimostrato sia teoricamente sia sperimentalmente.
L’atomo è quindi da sempre l’oggetto di continue discussione filosofiche e scientifiche con le
quali si è cercato di interpretare non solo il mondo, ma anche le emozioni, le passioni, le volontà,
le idee o le speranze degli uomini. La scienza si è spesso scontrata con i preconcetti, con i dogmi
inviolabili, con le superstizioni o con le gelosie di chi, per i motivi più vari, non accettava le
prospettive del cambiamento. Le trasformazioni sono sempre state percepite da tutte le società
(anche la nostra) come un pericolo contro quelle forme di potere date per acquisite, scontate e
certe.
Ma anche la stessa scienza s’è dimostrata spesso chiusa in se stessa e quasi sorda a quelle
innovazioni che, trasgredendo i principi fisici o morali sino ad allora conosciuti, rischiavano di
scardinare le conoscenze comunemente accettate e grazie alle quali la stessa società sembrava
aver raggiunto un suo punto di equilibrio. Una sorta di medioevo scientifico ha quindi osta-
colato il diffondersi e l’accettazione delle nuove scoperte ritardando, forse, il cammino della
conoscienza.
Le prime ricerche sull’intima struttura della materia che utilizzarono il rigore del cosiddetto
metodo scientifico ebbero inizio a cavallo tra il diciottesimo e diciannovesimo secolo. Diversi
scienziati si spesero per comprendere i meccanismi della sua composizione e delle leggi che la
regolavano. Tra i tanti protagonisti della scienza moderna è possibile ricordare i contributi
1
Sono tutte figure geometriche solide: il cubo è un parallelipipedo con 6 facce quadrate, 8 vertici e 12 spigoli; il
tetraedro è un poliedro con 4 facce triangolari, 4 vertici e 6 spigoli; l’ottaedro è un pliedro con 8 facce triangolari,
6 spigoli e 12 spigoli; l’icosaedro è invece un poliedro con 20 facce, 12 vertici e 30 spigoli.

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La struttura della materia 3

Figura 1: Schema semplificato del tubo


catodico di Crookes. Figura 2: Il tubo di Crookes in funzione.

dei francesi Antoine–Laurent de Lavoisier, Joseph Louis Proust e Joseph Louis Gay-Lussac,
dell’inglese John Dalton e dell’italiano Amedeo Avogadro2
Un concreto aiuto sulla comprensione della struttura della materia si deve allo studio dei
fenomeni di origine elettrica. Benjamin Franklin nel 1770 (l’inventore del parafulmine) e Micheal
Faraday un secolo dopo (a lui si deve la gabbia che porta il suo nome) sostenevano entrambi
che la corrente elettrica non fosse altro che il movimento di piccole particelle.
Ma le ipotesi postulate dai due scienziati erano sostenute solo dalle osservazioni ed esperienze
fatte in laboratorio. Quello che mancava era la prova matematica con la quale spiegare i
risultati degli esperimenti, una legge che mettesse in relazione il movimento di quelle particelle
infinitesimali e quindi invisibili all’occhio, con gli effetti prodotti dalla corrente elettrica (calore,
luminosità, ecc. . . ).
La stessa comunità scientifica si dimostrava piuttosto scettica sulla consistenza di quelle
ipotesi. Lo stesso Lord Kelvin3 credeva ancora nel 1897 che la corrente elettrica non fosse
altro che una sorta di fluido continuo ed omogeneo assimilabile a quello che, ancora una volta
erroneamente, spiegava la trasmissione del calore fra i corpi.
La prima vera prova sperimentale sull’esistenza di piccole particelle è dovuta all’inglese Wil-
liam Crookes che nel 1879 costruiva il primo e rudimentale tubo a raggi catodici. Dopo averne
estratto l’aria, applicava al contatto elettrico relativo all’anodo (il punto positivo dell’appa-
recchio) e a quello del catodo (il punto negativo), una tensione di circa un migliaio di Volt
ottenendo così un passaggio di corrente elettrica da un elettrodo all’altro accompagnato da una
emissione luminosa.
Notò inoltre che interponendo tra i due elettrodi un piccolo oggetto, la sua ombra veniva
proiettata sulla parete del tubo, provando quindi che la componente luminosa era determinata
2
Al primo si deve la legge sulla conservazione della massa che afferma che “in una reazione chimica nulla
si crea e nulla si distrugge”, il secondo dimostrò che due o più elementi che si combinano per formare un
determinato composto mantengono sempre le stesse proporzioni, al terzo si devono le due leggi che portano il
suo nome, al quarto la legge sui gas che afferma che “la pressione esercitata da due o più gas contenuti in un
recipiente e che non reagiscono tra loro è pari alla somma delle singole pressioni che ciascun gas eserciterebbe
se occupasse da solo tutto il recipeinte”. All’italiano Avogadro si deve invece il numero che porta il suo nome
(quindi numero di Avogadro) che vale 6, 02252 · 1023 e che definisce il numero di particelle (atomi, molecole,
ioni) presenti in una grammomolecola. Per completezza la grammomolecola di una sostanza non è altro che la
quantità in grammi equivalenti allo stesso numero che ne esprime il peso molecolare. Per esempio, una molecola
di ossigeno O2 ha un peso molecolare pari a 32, la grammomolecola equivalente è quindi pari a 32gr.
3
William Thomson, Lord Kelvin è soprattutto noto per la scala di temperatura che porta il suo nome e che
pone il cosiddetto zero assoluto (in simboli 0◦ K) pari a −273, 15◦ C, temperatura alla quale cessa ogni movimento
molecolare e ogni moto vibrazionale atomico.

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4 La struttura della materia

da particolari raggi che si propagavano in linea retta e che indicò con il nome di raggi catodici.
Avvicinando poi una calamita alle pareti del tubo, notò ancora che i raggi venivano deflessi
piegando, per così dire, il loro percorso naturale. L’ipotesi che egli fece è che quei raggi erano
composti da particelle cariche elettricamente; ipotesi che venne confermata poco più tardi
quando altri scoprirono che quelle particelle erano in effetti gli elettroni di cui si postulava
l’esistenza.
Crookes, che non aveva i mezzi necessari per ottenere un vuoto perfetto, non riuscì né a
quantificare la carica delle particelle delle quali ipotizzava l’esistenza, né la loro natura.
Il fisico olandese Wilhelm Konrad Röntgen continuò le ricerche e osservò che coprendo il
tubo a raggi catodici con dei fogli di carta nera e ponendo a una certa distanza da esso un
foglio trattato con del platinocianuro di bario, questo si illuminava non appena il tubo veniva
percorso da corrente elettrica. Non solo, notò ancora che interponendo tra foglio e tubo un
ostacolo, la fluorescenza persisteva e non cessava anche se tubo e foglio erano posti in stanza
diverse. Era il cinque novembre del 1895.
Data l’origine misteriosa dei raggi, che riuscivano ad oltrepassare come se nulla fosse ostacoli
solidi, ma che venivano bloccati o assorbiti da ostacoli più densi (come per esempio piombo o
ossa), Röntgen decise di indicarli con la lettera maiuscola “X ” (da cui il nome raggi X ). La
scoperta gli valse il premio Nobel per la fisica nel 1901.
Solo più tardi fu possibile accertare che l’origine misteriosa di quei raggi era di natura
elettromagnetica, ovvero interpretabile al pari delle onde elettromagnetiche (quelle radio per
esempio) diffuse nello spazio.
La fisica, con tutte le implicazioni che comportava (nella medicina, nella tecnologia, ma
anche nelle ricerche per la costruzioni di nuove e più potenti armi ecc. . . ), era diventata la
nuova cattedrale del sapere scientifico, e l’atomo sembrava rappresentare il punto d’unione o
divisione tra due mondi: il macrocosmo e il microcosmo. Il primo, oramai in parte teorizzato
e sperimentato, inglobava il secondo, più complesso e ancora pressoché ignoto. Le successive
ricerche dimostreranno poi che l’infinitamente piccolo può spiegare il macromondo e che, anzi,
questo non è altro che la sua approssimazione.
Ulteriori indagini sulla struttura dei raggi X vennero svolte dal fisico inglese Joseph John
Thomson (premio Nobel nel 1906 per le sue ricerche sulla conduzione elettrica nei gas) a partire
dal 1884. Utilizzando un tubo catodico in cui era stato fatto un vuoto molto spinto, accertò
che i raggi catodici avevano una carica negativa che faceva supporre che si trattasse di quegli
stessi elementi che un altro fisico, l’irlandese George Johnstone Stoney, aveva indicato con il
nome di elettroni.
Grazie agli esperimenti di Thomson e dell’americano Robert Millikan fu possibile stabilire
la carica di un elettrone che, misurata con i più moderni e attuali strumenti vale:

e = −1, 60217653 · 10−19 Coulomb


Una volta stabilito il valore della carica elettrica, si potè anche dimostrare il valore della
massa di un elettrone:

m = 9, 109534 · 10−31 Kg
massa che, come si vedrà è circa 1837 volte più leggera di quella di un protone
Grazie alle prove sperimentali e alle deduzioni, alle ipotesi e alle idee, alle teorie e alle leggi
ancora da provare, fu possibile azzardare un primo modello della struttura della materia in cui

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La struttura della materia 5

l’atomo era l’elemento principale, una sorta di piccolo universo elettricamente neutro in cui
cariche elettricamente opposte si neutralizzavano a vicenda.
Ma quelle ricerche permisero di scoprire anche l’esistenza di un insieme di processi fisici
tramite i quali i nuclei atomici più instabili decadono (più impropriamente si potrebbe dire che
si trasformano) in una specie atomica a contenuto energetico inferiore. Tale fenomeno, che è
sempre accompagnato da una grande emissione di particelle, prende il nome di radioattività o
decadimento radioattivo.
Le indagini e gli esperimenti dimostrarono anche l’esistenza di due tipi di radioattività:
quella naturale e quella artificiale. La scoperta della prima la si deve al fisico francese Henri
Becquerel, lo studio della seconda ai coniugi Marie e Pierre Curie4 .
Ma fu all’inizio del ’900 che la fisica della materia ricevette il maggiore impulso. Il fisico
neozelandese Ernest Rutheford in quei primi anni del nuovo secolo studiò la radiazione naturale
emessa dall’uranio. Provò che quando la radiazione attraversa un intenso campo magnetico la
sua traiettoria devia in maniera evidente, dimostrando quindi l’esistenza di particelle che egli
distinse in:

radiazione α : costituita da particelle cariche positivamente;

radiazione β : costituita da elettroni (che hanno carica negativa).

Il francese Paul Villard individua più tardi un terzo tipo di radiazione: la radiazione γ.
Successivamente lo stesso Rutheford dimostrerà che tale radiazione non è formata da particelle
materiali ma è di natura elettromagnetica a elevata energia (quindi molto più penetrante dei
raggi X. Può infatti attraversare spessori di piombo di parecchi centimetri di spessore).
Rutheford, aiutato dal fisico Hans Geiger (inventore del contatore di particelle che porta
ancora oggi il suo nome), sperimentò che il bombardamento di una sottilissima lamina d’oro con
particelle α forniva risultati che attendevano solo di essere interpretati. I due fisici appurarono
che mentre molte delle particelle attraversavano indenni la lamina da parte a parte e altre
ancora subivano invece piccole devizioni della traiettoria, un numero comunque significativo di
esse veniva invece letteralmente respinto indietro. Commentando i risultati degli esperimenti i
due fisici suggerirono, in tono naturalmente scherzoso, che era “. . . come se un proiettile sparato
da una rivoltella venisse deviato da un sottile foglio di carta . . . ”
Era il 1911, e la domanda non poteva quindi che esprimere il dubbio su cosa impedisse
ad alcune delle particelle di penetrare e oltrepassare il bersaglio. L’ipotesi che meglio di altre
riusciva a spiegare i risultati era che le particelle α deviate o respinte dovevano per forza di cose
scontrarsi con altre particelle simili appartenenti alla lamina e aventi carica positiva. Quelle che
invece attraversavano la lamina passavano molto probabilmente per l’interspazio atomo–atomo
riuscendo così a sfuggire alla forza attrattiva esercitata dagli elettroni.
Il modello sino ad allora accettato in cui elettroni e particelle positive condividevano il
medesimo nucleo atomico (artificio tramite il quale era possibile rendere elettricamente neutro
il sistema composto dal nucleo e dalle cariche elettriche positive e negative) andava quindi
rivisto e migliorato. Quello proposto da Rutheford ipotizzava che le particelle con carica positiva
fossero concentrate tutte nel nucleo atomico, mentre quelle negative, gli elettroni, gli orbitavano
attorno.
La struttura dell’atomo di Rutheford assunse quindi la forma di fig.3 che, in qualche ma-
niera, richiamava quella del sistema planetario copernicano in cui i pianeti orbitano attorno
4
I tre scienziati videro premiate le loro ricerche con il Nobel del 1903.

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6 La struttura della materia

Figura 3: L’atomo di Rutheford: a sinistra un atomo di idrogeno (H); a destra uno di elio (He).

al sole secondo orbite centriche. Seppur elementare, il modello sembrava in effetti funzionare.
Studiando gli angoli delle deviazioni subite dalle particelle α Rutheford dedusse che il diametro
del nucleo atomico doveva essere dell’ordine di 10−12 ÷ 10−13 cm.
Nel 1914 lo scienziato neozelandese dedusse ancora che gran parte della massa atomica
era attribuibile alle cariche positive concentrate appunto nel nucleo atomico. Ad esse diede il
nome di protoni (dal greco pròtos che significa “primo”) ad indicarne la primaria importanza.
Gli esperimenti consentirono ancora di stabilire che la ragione per la quale l’intero sistema
atomico era elettricamente neutro, risiedeva nel fatto che un singolo protone possedeva una
carica elettrica uguale e opposta a quella di un elettrone e che il numero di questi coincideva
esattamente con quello dei protoni.
Il modello di Rutheford, che sostanzialmente proponeva il paradigma meccanicistico new-
toniano, mostrava però discrepanze con le leggi delle teorie elettromagnetica e elettrodinamica.
L’elettrone, infatti, ruotando attorno al nucleo atomico avrebbe perso continuamente energia
sino a farlo letteralmente precipitare in breve tempo (circa 10−11 s) direttamente sul nucleo. A
confutare il modello atomico dello scienziato non era quindi una teoria rivale, ma il pragmatismo
dell’universo che, evidentemente, continuava a funzionare in modo diverso.
Fu il fisico danese Niels Bohr nel 1913 a reinterpretare il modello atomico di Rutheford. Egli
ipotizzò infatti che l’elettrone ruotasse attorno al proprio nucleo senza che venisse irradiata
energia che quindi non veniva persa. Le orbite percorse dall’elettrone non potevano inoltre
avere raggi qualunque che, al contrario, erano quantizzati 5 .
Bohr affermò ancora che ad ogni orbita, che identificò anche con il termine livello,
corrispondesse un determinato e ben preciso valore o livello energetico che vale:
2π 2 k 2 m e4
E= [Joule] (1)
n2 h2
dove k è la costante di Coulumb che vale 8, 99·109 N · m2 /C2 , n, che è il termine che si riferisce alle
possibile orbite percorse dall’elettrone (quantizzazione delle orbite), si chiama numero quantico
principale e può assumere solo e unicamente i valori interi positivi 1, 2, 3, . . ., m è la massa
dell’elettrone espressa in Kg, e la sua carica elettrica, e h la costante di Plank che vale 6, 63 ·
10−34 Joule · sec.
L’elettrone, come mostrato in figura 4, può passare, saltare da una orbita (livello) inferiore
a una superiore solo se riceve la quantità di energia necessaria per eseguire il salto. Tale energia
5
Quando una grandezza assume valori discontinui si dice che è quantizzata. Se per esempio una radio non
può ricevere in modo continuo tutte le frequenze comprese tra gli 88MHz e i 108MHz ma solo le frequenze che
vanno a passi di 5MHz in 5MHz (rendendo quindi possibile la ricezione delle stazioni alle frequenze di 88MHz,
88, 5MHz, 89MHz, 89, 5MHz . . . 107, 5MHz, 108MHz) si dice che la frequenza è appunto quantizzata.

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La struttura della materia 7

Figura 4: L’atomo di Bour: le orbite, a differenza del modello di Rutheford sono quantizzate.

è pari alla differenza di energia corrispondente ai due livelli – quello iniziale e quello finale –
e può essere fornita dalla collisione con un altro elettrone libero di muoversi, da una fonte di
calore, da un potenziale elettrico ecc. . . Una volta eseguito il salto l’elettrone ritorna al livello
di partenza emettendo energia sotto forma di onda (radiazione) elettromagnetica.

Esempio 1.1. In figura 4 l’elettrone esegue un salto dall’orbita corrispondente al numero quan-
tico n = 1 a quello in cui n = 2 per poi ritornare al suo stato di riposo (ovvero n = 1). Calcolare
l’energia corrispondente ai due livelli e quella fornita all’elettrone per eseguire il salto.

Dall’equazione (1) si ricavano le energia corrispondenti ai due livelli di energia n = 1 e


n = 2. Ricordando quindi che la carica di un elettrone vale 1, 602 · 10−19 Coulumb, la sua
massa 9, 109 · 10−31 Kg e che la costante di Plank vale 6, 63 · 10−34 Joule · sec, le energie algono
rispettivamente:

2π 2 k 2 m e4 2 π 2 (8, 99 · 109 )2 9, 109 · 10−31 (1, 602 · 10−19 )4


E1 = = = 2, 18 · 10−18 [Joule]
n2 h2 12 (6, 63 · 10−34 )2
2π 2 k 2 m e4 2 π 2 (8, 99 · 109 )2 9, 109 · 10−31 (1, 602 · 10−19 )4
E2 = 2 2
= 2 −34 2
= 5, 44 · 10−19 [Joule]
n h 2 (6, 63 · 10 )

Affinché l’elettrone possa passare dal livello n = 1 a quello n = 2 occorre fornire all’elettrone
un’energia pari a:

E = E1 − E2 = 2, 18 · 10−18 − 5, 44 · 10−19 = 1, 63 · 10−18 [Joule]

energia che verrà restituita sotto forma di radiazione elettromagnetica quando l’elettrone
passerà dall’orbita con n = 2 a quella di riposo n = 1.

Bohr riuscì anche a ricavare il raggio orbitale dell’elettrone corrispondente a uno dei livelli
con n = 1, n = 2, . . . :
n2 h2
r= [m] (2)
4π 2 m k e2
dove il significato dei termini è quello già visto nell’equazione (1).

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8 La struttura della materia

Ritornando all’esempio precedente è ora possibile calcolare il raggio orbitale dell’elettrone


ai livelli n = 1 e n = 2:
n2 h2 12 · (6, 63 · 10−34 )2
r1 = = = 5, 3 · 10−11 [m]
4π 2 m k e2 4π 2 · 9, 109 · 10−31 · 8, 99 · 109 · (1, 602 · 10−19 )2
n2 h2 22 · (6, 63 · 10−34 )2
r2 = = = 21, 2 · 10−11 [m]
4π 2 m k e2 4π 2 · 9, 109 · 10−31 · 8, 99 · 109 · (1, 602 · 10−19 )2

Considerando che lo spessore di un foglio di carta può essere anche di 0, 03mm, si può intuire
quale possa essere l’ordine di grandezza dell’orbita di un elettrone6 .

Figura 5: A sinistra l’atomo di idrogeno (H); al centro quello di elio (He); a destra quello di sodio
(Na).

Pur innovando il modello di Rutheford, quello di Bohr mostrò ben presto i propri limiti.
Valido per l’atomo di idrogeno (un elettrone e un protone), mostrava non poche difficoltà quando
veniva applicato ad atomi ben più complessi. Una interpretazione diversa sul funzionamento
della struttura atomica venne data dal tedesco Arnold Sommerfeld, che nel 1915 ipotizzò che
l’elettrone percorresse non orbite circolari ma ellittiche e che il nucleo occupasse uno dei fuochi
di quella ellisse (vedi figura 5).
La fisica aveva ora un altro modello su cui sperimentare. La studio della materia, su
come è organizzata e la sua relazione con l’energia fu l’oggetto di tutti gli studi che videro
quali eccelsi protagonisti quegli scienziati che, con tenacia, tolleranza e a volte anche quasi
inconsapevolmente7 , contribuirono alla teorizzazione di un modello atomico che tanto più si
6
Lo spessore di una capello è pari a 8.000.000·10−11 m, quello di un globulo rosso di 600.000÷800.000·10−11 m.
7
Max Planck quando propose la sua teoria dei quanti non immaginava che, in realtà, rappresentasse qualcosa
di rivoluzionario. Lo stesso scienziato pensava infatti che quella teoria non fosse null’altro che un’astrazione
matematica e che non avesse riscontri nel mondo materiale. Il fisico italiano Emilio Segrè affermò più tardi:
“. . . nel progresso della fisica sembra spesso che ci sia un destino preassegnato e che i grandi scienziati abbiano
solamente anticipato qualcosa, ma che, in mancanza di uno, un altro ci sarebbe arrivato ben presto. Ci sono
pochissime eccezioni, una di queste è la scoperta del quanto d’azione . . . ”.

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La struttura della materia 9

approssimava alla realtà, tanto maggiore era la complessità non solo concettuale, ma anche
matematica.
Un altro fisico tedesco, Max Planck, nel 1900 propose la sua teoria dei quanti con la quale
si asseriva che l’energia non viene assorbita o emessa in modo continuo, ma rispettando una
serie di valori corrispondenti a dei pacchetti di energia che egli indicò, appunto, con il nome di
quanti.
Nel 1905 il fisico tedesco Albert Einstein utilizzo quella stessa teoria per lo studio sull’effetto
fotoelettrico che nel 1921 gli valse il premio Nobel.
Dopo Rutheford e Bohr, il giovane fisico Louis–Victor–Pierre–Raymond de Broglie giunse
a una teoria rivoluzionaria8 : le onde elettromagnetiche possono essere assimilate a delle vere
e proprie particelle e, viceversa, le particelle a delle onde elettromagnetiche. Si trattava del
dualismo onda–particella.
Prende forma un nuovo modello atomico. E quello in cui gli elettroni orbitano attorno al
nucleo si trasforma in un modello equivalente dove particelle e traiettorie si trasformano iin
onde di vibrazione. Per il suo contributo de Broglie riceverà nel 1922 il premio Nobel per la
fisica.
Nel 1927 l’ennesimo fisico tedesco Werner Heisemberg, uno dei padri fondatori della mec-
canica quantistica che lo celebrerà nel 1932 con il premio Nobel, dimostrò l’impossibilità di
conoscere esattamente e contemporaneamente la posizione e la velocità di una stessa particella.
Tanto è più esatta la conoscenza di una, tanto più imprecisa è quella dell’altra. Si tratta del
principio di indeterminazione 9 che porta ancora oggi il suo nome.
Il cammino della fisica prosegue con Erwin Schrödinger che con a Paul Adrien Maurice
Dirac formula una nuova teoria che, come conseguenza, postula l’esistenza di una particella
gemella all’elettrone ma dotata di carica positiva (si tratta di uno dei primi approcci all’esistenza
dell’antimateria). Entrambi i fisici riceveranno nel 1933 il Nobel per la fisica.
Il 2 agosto del 1932 lo statunitense Carl David Anderson conferma la teoria Dirac–
Schrödinger catturando nella camera a nebbia 10 l’antielettrone che chiamò positrone. La
scoperta gli valse il premio Nobel nel 1936.
Nel 1930 le particelle atomiche note erano solo due: l’elettrone ruotante attorno al nucleo
e il protone inserito all’interno del nucleo stesso. Se tale modello sembrava soddisfare il fun-
zionamento degli atomi più leggeri, presentava alcune perplessità con quelli più pensanti. In
tal caso la massa del nucleo poteva essere giustificata solo con la presenza di molti protoni
al suo interno, presenza che, però, avrebbe sconvolto l’equilibrio elettrico con gli elettroni (il
“sistema atomo”, ovvero quello composto dal nucleo, dagli elettroni e dai protoni deve infatti
essere elettricamente neutro).
Venne pertanto formulata l’ipotesi dell’esistenza di una terza particella elettricamente neutra
che, con la sua massa, potesse contribuire a quella del nucleo atomico. La prova della sua

8
Teoria in parte anticipata da Einstein che nel corso dei suoi studi sulla luce la pensò come composta da
particolari particelle che indicò con il nome di fotoni.
9
In realtà il principio di indeterminazione non fa esclusivo riferimento alla posizione e alla velocità di una
particella quanto, piuttosto, a tutte quelle grandezze che vengono comunemente indicate con il termine di
variabili coniugate. Sono per esempio variabili coniugate la posizione e la quantità di moto, l’energia e il tempo
o, naturalmente, la posizione e la velocità.
10
La camera a nebbia è un contenitore a tenuta ermetica in cui scorre un pistone e contenente aria satura di
vapore acqueo. Quando una particella elettricamente carica entra nella scatola lascia una traccia che può essere
fotografata. Successive analisi consentono poi di risalire alla natura della particella.

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10 La struttura della materia

esistenza venne fornita dal fisico inglese James Chadwick nel 1932. Il nome della nuova particella
non poteva quindi che essere neutrone.
La ricerca sull’intima struttura dell’atomo prosegue naturalmente ancora oggi e utilizza
mezzi, strumenti, tecnologie, finanziamenti e reti di conoscenza un tempo impensabili o im-
probabili. Le particelle percorrono lunghi sentieri iperteconologici a velocità prossime a quelle
della luce, l’atomo viene scisso e i suoi frammenti vengono osservati per cercare di capire quali
altre particelle si nascondono al suo interno. Violando l’inaccessibilità del nucleo, l’uomo si im-
provvisa semidio, suppone i segreti della vita, crea particelle, le trasforma, consuma ed emette
energie di tanti piccoli soli. Ma Dio, come disse Einstein, continua a “non giocare a dadi con
l’universo”, mentre l’uomo continua invece a scommetterre sulle probabilità di un complesso
sistema matematico che prende il nome di “meccanica quantistica”.
Tra i tanti contributi dati alla scienza da uomini che proprio nella scienza hanno speso la
propria esistenza, non si possono non citare quelli di un eminente scienziato italiano: Enrico
Fermi. Nato a Roma il 29 settembre del 1901, si laureò a soli ventuno anni in Fisica alla Normale
di Pisa. Dopo alcuni viaggi verso le cattedrali della fisica europea (in Germania a Göttingen da
Max Born, in Olanda a Leida da Paul Ehrenfest) diventa docente incaricato all’Università di
Firenza per poi essere chiamato a Roma dal fisico Orso Mario Corbino per dirigere la nascente
scuola di Fisica romana.
L’Istituto di Fisica di cui fu responsabile aveva sede in una via il cui nome è legato agli
scienziati che vi si formarono. Le giovani leve della fisica moderna erano Edoardo Amaldi,
Franco Rasetti, Emilio Segrè, Ettore Majorana e Bruno Pontecorno. Passeranno tutti alla storia
con l’appellativo che proprio a quella via li unisce ancora oggi: “i ragazzi di via Panisperna”.
Le vicende dell’Italia fascista, il secondo conflitto mondiale e la guerra fredda allontaneranno
alcuni di quei fisici da quell’istituto, da quella via, da Roma e anche dall’Italia.
Fermi morì a Chicago il 28 novembre del 1954, Rasetti si trasferì e morì in Belgio a Waremme
il 5 dicembre del 2001, Segrè si trasferì negli Stati Uniti e morì Lafayette il 22 aprile del 1989,
Pontecorvo andò nell’Unione Sovietica di Stalin e morì a Dubna il 25 settembre 1993. Su
Majorana aleggia tuttora il mistero sulla sua scomparsa e sulla sua morte datata in luogo
sconosciuto il 27 marzo del 1938.

1.1 Sintesi del sistema atomico


I risultati di quegli studi iniziati 2500 anni fa e che ancora oggi proseguono, possono essere final-
mente riassunti mettendo in evidenza che l’atomo, nella sua forma più semplice, è caratterizzato
da tre elementi principali:

elettrone : è caratterizzata da una carica elementare negativa pari a:

e = −1, 602 · 10−19 [Coulomb]

e da una massa di:


me = 9, 11 · 10−31 [Kg]
L’elettrone percorre orbite ellittiche che possono avere unicamente raggi quantizzati at-
torno al nucleo che, invece, occupa uno dei fuochi dell’ellisse (figura 5). L’elettrone può
saltare da una orbita inferiore a una superiore (ovvero da una con numero quantico infe-
riore a una con numero quantico superiore) solo se l’energia fornita alla particella è pari
alla differenza tra le energie relative alle due orbite (equazione 1). L’elettrone restituirà

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La struttura della materia 11

l’energia sotto forma di onda elettromagnetica non appena ritorna all’orbita di partenza.
Dall’esempio 1.1 a pag. 7 è facile constatare che le energie di legame sono così esigue (se-
condo uno dei valori calcolati nell’esempio addirittura 2, 18 · 10−18 [Joule]) che un debole
campo elettrico come anche lo strofinio di un panno di lana su una sfera di vetro o di
metallo consente di strappare quantità innumerevoli di elettroni dalle porprie orbite;

protone : si distingue dall’elettrone per avere una carica elettrica di uguale valore ma di segno
opposto (ossia positiva, quindi e = +1, 602 · 10−19 [Coulomb]) e una massa pari a:

mp = 1, 67 · 10−27 [Kg]

neutrone : è elettricamente neutro e possiede una massa a riposo leggermente maggiore di


quella del protone:
mn = 1, 68 · 10−27 [Kg]

Neutroni e protoni sono detti nucleoni e, insieme, occupano il nucleo atomico al quale
conferiscono la maggior parte della massa. Il raggio del nucleo atomico è pari a circa 10−14 ÷
10−15 [m] e l’intero sistema atomo (ovvero quello composto da elettroni, nucleo, neutroni e
protoni) è elettricamente neutro. L’energia che tiene uniti i nucleoni è così grande, che la loro
scissione diventa possibile solo utilizzando energie dell’ordine di milioni di KJoule.
La cosidetta reaziona nucleare o atomica può essere realizzata in due differenti modi:

• tramite la fissione nucleare in cui i nuclei più pesanti si spezzano per formare nuclei più
leggeri. È la reazione utilizzata nei reattori nucleari per uso civile e nelle bombe atomiche
che utilizzano uranio o plutonio;

• tramite la fusione nucleare dove i nuclei più leggeri si uniscono (ovvero si fondono) per
formare nuclei più pesanti. Si tratta del processo che alimenta il sole e le altre stelle
presenti nell’universo. Il tentivo dell’uomo di riprodurre la fusione si è tradotto e ha
trovato forma nella bomba H.

1.2 La ionizzazione
In opportune condizioni può accadere che un atomo perda temporaneamente uno o più elettroni
posti sulle orbite più esterne le cui energie di legame sono minori di quelle delle orbite più
prossime al nucleo. Per converso può accadere che un atomo acquisti, accetti nelle orbite più
esterne, uno o più elettroni.
Nella sezione precedente si è visto che in assenza di fattori esterni in grado di alterarne la
struttura atomica, un atomo è elettricamente neutro (il numero dei protoni è infatti uguale a
quello degli elettroni). Un atomo che presenti allora uno squilibrio tra il numero dei protoni e
quello degli elettroni, possiederà quindi un eccesso di carica elettrica positiva se il numero dei
protoni è maggiore di quello degli elettroni (per esempio quando gli elettroni delle orbite più
esterne abbandonano il nucleo di cui facevano parte), mentre presenterà un eccesso di carica
negativa se il numero degli elettroni è maggiore di quello dei protoni (per esempio se elettroni
provenienti da altri atomi si inseriscono nelle orbite più esterne di un atomo).
È bene precisare che l’eccesso di carica elettrica (positiva o negativa) è unicamente dovuto
e determinato dall’unico elemento in grado di muoversi: l’elettrone. Il numero dei protoni, che

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12 La struttura della materia

insieme ai neutroni risiedono ben saldamente all’interno del nucleo atomico, è infatti fisso e può
essere modificato solo utilizzando le energie tipiche di una reazione nucleare.
Un atomo che presenti quindi un eccesso di carica elettrica positiva o negativa si dice:

ione positivo se perde elettroni. L’atomo ha infatti un eccesso di cariche positive (protoni)
che rende il sistema atomico elettricamente positivo;

ione positivo se acquista elettroni. In tal caso l’atomo ha un eccesso di cariche negative
(elettroni) che rende il sistema atomico elettricamente negativo.

La carica di uno ione (sia esso positivo o negativo) può essere calcolata tenendo conto della
carica elettrica elementare posseduta da un elettrone e da un protone (±1, 602 · 10−19 Coulomb)
e del numero di elettroni ne acquistati o persi dall’atomo:

carica ione = ±ne · 1, 602 · 10−19 Coulomb (3)

dove il segno positivo vale naturalmente per gli ioni positivi e quello negativo per gli ioni
negativi.
Se per esempio una atomo cede due elettroni (quindi ne = 2) diventa uno ione positivo con
carica pari a:

carica ione = +ne · 1, 602 · 10−19 = +2 · 1, 602 · 10−19 = +3, 204 · 10−19 Coulomb

Se al contrario acquista per esempio tre elettroni (ne = 3) diventa uno ione negativo con
carica pari a:

carica ione = −ne · 1, 602 · 10−19 = −3 · 1, 602 · 10−19 = −4, 806 · 10−19 Coulomb

Se due ioni di segno opposto si trovano nelle immediate vicinanze si attraggono l’un l’altro
sino a formare un legame chimico stabile detto molecola.
Se per esempio due atomi di sodio (Na) e di cloro (Cl) perdono e acquistano rispettivamente
un elettrone (diventando quindi uno ione positivo uno e uno ione negativo l’altro) e sono
abbastanza vicini da esercitare una reciproca forza di attrazione, si legheranno l’uno con l’altro
a formare quel particolare legame chimico noto con il nome di cloruro di sodio (il comune sale
da cucina) e formula chimica NaCl.

1.3 Elettrizzazione superficiale dei corpi


Si visto come ogni corpo esistente in natura non sia altro che un aggregato di atomi le cui
orbite sono occupate da uno o più elettroni. Non è quindi difficile immaginare un corpo la cui
struttura atomica si estenda atomo dopo atomo dalle sue parti più interne sino a quelle più
esterne (e quindi più superficiali )come mostrato in figura 6.
Gli atomi che lambiscono la superficie sono anche quelli più a contatto con lo spazio esterno.
La superficie stessa del corpo può quindi essere pensata come composta da un sottile velo di
elettroni appartenenti proprio a quegli atomi più epidermici per così dire e la cui configurazione
o numero può essere facilmente alterato.

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Conduttori, semiconduttori e isolanti 13

Figura 6: Semplificazione della struttura più superficiale di un corpo.

Se sulla superficie del corpo vengono in qualche modo aggiunti o sottratti elettroni, il corpo
stesso presenterà una elettrizzazione superficiale che, proprio come gli ioni, può essere positiva
oppure negativa. Un corpo si dirà quindi elettrizzato positivamente se la sua superficie presenta
un difetto di elettroni; si dirà elettrizzato negativamente se al contrario presenta un eccesso di
elettroni. La capacità di cedere o accettare elettroni dipende dall’intima struttura del corpo,
ovvero dalla sua natura chimica.
Il mezzo più elementare e noto in grado di provocare fenomeni di elettrizzazione superficiale
è lo strofinio. La reciproca abrasione di due corpi (per esempio un panno di lana su di una sfera
metallica) consentirà agli elettroni di uno di migrare sulla superficie dell’altro sino a depositarsi
sulle orbite degli atomi più superficiali. Il corpo che cede elettroni si elettrizzerà positivamente,
mentre quello che li acquista si elettrizzerà negativamente.

2 Conduttori, semiconduttori e isolanti


I materiali si distinguono gli uni dagli altri non solo per la composizione chimica, ovvero per i
differenti atomi in essi presenti (sodio piuttosto che ferro, alluminio piuttosto che silicio ecc. . . ),
ma anche per la configurazione geometrica assunta dall’intero aggregato atomico.
Tale diversità diventa evidente quando il materiale viene sottoposto a sollecitazioni che
possono essere di ordine meccanico (per esempio flessioni o vibrazioni), chimico (reazione con
un altro materiale), termico (fusione) o elettrico (conduzione oppure interdizione).
Il comportamento dei materiali nei confronti della conducibilità della corrente elettrica
consente di dividerli sostanzialmente in due grandi categorie:

• i conduttori;

• gli isolanti.

Nella prima categoria è possibile far rientrare un particolare tipo di materiale usato
soprattutto nell’industria elettronica: il semiconduttore.
Notoriamente appartengono alla prima categoria tutti i metalli e i semimetalli11 ; alla se-
conda appartengono invece materiali come la plastica, il vetro, la porcellana, la carta, gli olii,
l’ebanite, l’aria ecc. . .
11
Una volta definiti con il termine metalloidi, appartengono a tale classe di elementi sostanze come il germanio,
il silicio, il polonio, l’arsenico, l’antimonio e il boro, sostanze, queste, usate nella fabbricazione dei dispositivi a
semiconduttore.

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14 Conduttori, semiconduttori e isolanti

Quello che sostanzialmente rende differente un conduttore (un semimetallo o semicondutto-


re) da un isolante, è il grado di mobilità degli elettroni contenuti nel materiale. Nei conduttori
gli atomi che costituiscono la sua struttura sono posti a distanze talmente piccole, che le orbite
più esterne di ciascun atomo (orbite che possono cedere o acquistare elettroni) sono praticamen-
te tangenti con quelle degli atomi immediatamente vicini. Grazie all’apporto esterno di fonti
energetiche anche molto esigue (per esempio quella fornita da una piccolissima e comunissima
batteria a stilo o a bottone), gli elettroni possono passare dall’orbita di un atomo a quella di
un altro atomo confinante, dando così luogo a quel particolare fenomeno noto come corrente
elettrica.
Per converso, le distanze atomiche negli isolanti sono così notevoli (atomicamente parlando),
che il movimento degli elettroni, ovvero la possibilità di salto da un’orbita di un atomo a quella
dell’atomo più prossimo, è praticamente nullo o difficilmente realizzabile. Tale ostacolo può
essere, per così dire rimosso, applicando all’isolante un campo elettrico di intensità tale da
fornire agli elettroni l’energia necessaria per eseguire il salto atomo–atomo. In tali condizioni,
pur manifestando un flusso di elettroni simile a quello dei conduttori, le caratteristiche fisico–
chimiche come anche quelle meccaniche dell’isolante vengono alterate in modo tale da renderlo
rapidamente inutilizzabile.
Casi tipici in cui un isolante si comporta brevemente come un conduttore, sono quelli in
cui il materiale che appunto isola le armature di un condensatore viene per così dire perforato
rendendo il componente inservibile. Un altro caso più visibile e scenograficamente eccezionale
è quello del fulmine. La saetta o folgore non è altro che una scarica elettrica ad altissimo
voltaggio12 che si instaura nell’atmosfera che diventa quindi improvvisamente conduttrice di
corrente elettrica. Altro fenomeno tipico degli isolanti che momentaneamente si trasformano
in conduttori è quello della candela dei motori a scoppio o quello dell’arco elettrico che scocca
durante l’apertura dei contatti di un interruttore.

2.1 Le bande di energia dei materiali


Un materiale, come già detto, può essere classificato in base all’attitudine di condurre più o
meno facilmente corrente elettrica, ovvero in base alla capacità di movimento delle cariche
elettriche libere. Tale caratteristica può essere valutata grazie al concetto di bande di energia.
Nel caso di un atomo isolato i livelli di energia delle orbite percorse dagli elettroni dipendono
(vedi equazione 1 a pag. 6) dal numero quantico principale “n” 13 .
Nel caso invece di un complesso aggregato di atomi, come per esempio quello che dà corpo
e struttura a un materiale (per esempio il rame), i livelli di energia delle orbite sono anche
influenzati dalla presenza degli atomi adiacenti. Si ha sostanzialmente una variazione dei livelli
di energia che in tal caso vengono detti banda di livelli energetici.
Come mostrato dall’equazione 1, i livelli energetici di un singolo atomo non possono assumere
valori qualsiasi a causa delle orbite quantizzate proprio dal numero quantico principale. Non
essendovi quindi continuità energetica, tra un valore e un altro sarà presente una sorta di buco
energetico che copre proprio la differenza energetica esistente tra un’orbita e un’altra.
12
Parametri tipici tipici di un fulmine sono una corrente elettrica che oscilla tra i 2 ÷ 200KA, una differenza
di potenziale di circa 1 ÷ 10 · 109 V, una temperatura prossima ai 50.000◦ C e un diametro di circa 10 ÷ 50cm.
13
In realtà l’energia dipende anche da un secondo numero detto numero quantico angolare indicato con la
lettera “l”. Con tale numero si identifica sostanzialmente la forma dell’orbitale, ovvero la sua eccentricità.

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Conduttori, semiconduttori e isolanti 15

Applicando lo stesso ragionamento a un aggregato di atomi, si ha che la banda di livelli


energetici è anch’essa caratterizzata da vuoti di valori energetici tra una banda e un’altra.
Tale gap o vuoto di valori prende il nome di banda di energia proibita e definisce quel’insieme
di valori che gli elettroni non possono assumere. Detta in altro modo, la banda di energia
proibita (comunemente e più brevemente detta banda proibita) può essere pensata come quella
particolare zona in cui non è presente nessun elettrone.
La presenza di elettroni è invece ammessa in due particolari bande:

banda di conduzione : ovvero il luogo in cui gli elettroni possono muoversi sotto l’influenza
di un campo elettrico;
banda di valenza : che comprende tutte le energie degli elettroni attivamente impegnati nel
legame chimico che definisce il materiale.

Figura 7: Bande di energia: a sinistra quella di un isolante, al centro quella di un semiconduttore,


a destra quella di un conduttore.

Come mostrato in figura 7 le bande di energia differiscono a seconda che si tratti di un


isolante, di un semiconduttore o di un conduttore. In particolare tanto minore è la distanza
interatomica (ovvero quella tra due nuclei confinanti) tanto minore è la banda proibita. Si
può quindi affermare che la differenza sostanziale tra un conduttore e un isolante è determinata
dalla distanza tra gli atomi che compongono la struttura del materiale; sarà quindi grande negli
isolanti, piccola nei conduttori.

2.2 Materiali isolanti


Negli isolanti l’estensione della banda proibita raggiunge un valore di EG ∼
== 6eV14 . Un campo
elettrico esterno anche di notevole intensità, non è in grado di fornire agli elettroni l’energia
sufficiente per eseguire il salto che dalla banda di valenza porta a quella di conduzione. La
struttura atomica del materiale impedisce quindi il fenomeno della conduzione di corrente
che diventa al limite possibile – solitamente per brevi tempi e a scapito dell’integrità dello
stesso materiale – solo ricorrendo e campi elettrici di notevole intensità (per esempio quello
determinato da una scarica).
14
L’elettronvolt è l’energia acquistata da un elettrone che si muove sotto l’azione di una differenza di potenziale
di 1volt. L’elettronvolt è equivalente a:

1eV = 4, 45 · 10−26 KWh = 1, 602 · 10−19 Joule

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16 Conduttori, semiconduttori e isolanti

2.3 Materiali semiconduttori


La caratteristica principale dei semiconduttori è quella di possedere una banda proibita relativa-
mente piccola (EG ∼ == 1eV). I materiali semiconduttori (storicamente) più noti sono elementi
cristallini come il silicio (Si) e il germanio (Ge) che, a 0K, presentano rispettivamente valori di
EG pari a 1, 21eV e 0, 78eV. Tali energie, pur essendo minori di quelle degli isolanti, rimangono
comunque ancora troppo elevate per provocare fenomeni di conduzione elettrica paragonabili a
quelli dei conduttori.
I materiali semiconduttori come il silicio o il germanio a basse temperature si comportano
come degli isolanti; aumentano invece la propria conduttività con il crescere della temperatura.
Tali sostanze sono anche note con il nome di semiconduttori intrinseci o semiconduttori puri.
Quando la temperatura aumenta alcuni degli elettroni di valenza 15 acquisiscono una energia
(termica in questo caso) superiore a quella EG che caratterizza la banda proibita che gli consente
di saltare nella banda di conduzione. Si formano allora degli elettroni che, sotto l’azione di
un campo elettrico esterno anche debole, sono finalmente liberi di muoversi. Quello stesso
elemento che quindi si comportava come un isolante, si trasforma ora in un mediocre conduttore.
L’assenza (o mancanza) di quegli elettroni che dalla banda di valenza si sono spostati in quella
di consuzione viene indicata con il termine lacuna o anche buco (in inglese hole).
Il concetto di lacuna, grazie al quale è possibile descrivere il funzionamento di un semicon-
duttore, esprime e rappresenta di fatto un portatore positivo di elettricità confrontabile a un
elettrone libero di muoversi.
Introducendo nel cristallino semiconduttore delle sostanze estranee, dette anche d’impurità,
il materiale acquista nuove e importanti caratteristiche elettriche. Gli atomi d’impurità vengono
inseriti nel cristallino in ragione di 1 atomo d’impurita ogni 106 atomi di sostanza che alterano
non solo la struttura del materiale, ma introducono anche nuovi livelli energetici che aumentano
la possibilità di movimento degli elettroni.
Un semiconduttore in cui la mobilità degli elettroni viene così alterata prende il nome di
semiconduttore estrinseco o semiconduttore impuro; l’operazione di manipolazione viene invece
indicata con il termine drogaggio.

2.3.1 Drogaggio di un semiconduttore

I cristallini semiconduttori di silicio o germanio (due delle sostanze più note usate nella fabbri-
cazione dei semiconduttori) sono formati da celle che hanno la forma di un tetaedro i cui vertici
sono occupati dagli atomi come mostrato in figura 8 a).
Ciascun atomo, come messo in evidenza dalla struttura cristallina di figura 8 b), mette
a disposizione i propri quattro elettroni di valenza in modo che ogni elettrone venga anche
condiviso con uno degli atomi vicini. Tale legame, detto covalente, prevede che gli elettroni
di valenza vengano unicamente utilizzati per unire gli atomi a cui sono strettamente legati,
determinando così nel cristallo una scarsa conduttività.
Introducendo atomi d’impurità pentavalenti16 (caratterizzate quindi dalla presenza nelle
orbite più esterne di cinque elettroni) nel cristallino semiconduttore, si ottiene una struttura
15
Gli elettroni di valenza sono gli elettroni posti sull’ultima orbitale dell’atomo. Partecipano alla formazione
dei legami con altri atomi e conferiscono a ciascun elemento specifiche caratteristiche chimiche
16
Sono sostanze pentavalenti l’arsenico, i fosforo e l’antimonio; sono sostanze trivalenti il boro, il gallio e
l’indio.

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Conduttori, semiconduttori e isolanti 17

Figura 8: Cristallino di un semiconduttore: a) la cella base; b) struttura cristallina del germanio


in due dimensioni.

atomica come mostrato in figura 9 a) in cui le impurità sostituiscono altrettanti atomi naturali
del cristallino.

Figura 9: Atomi di impurità: a) atomo di impurità pentavalente; b) atomo di impurità trivalente.

Quattro dei cinque elettroni di valenza vengono legati ad altrettanti atomi confinanti tramite
il legame covalente; il quinto, libero da ogni legame, si rende quindi disponibile quale portatore
di corrente. Proprio per la caratteristica delle impurità pentavalenti a mettere a disposizione
– ovvero donare – tutti i quinti elettroni in eccesso, il termine tecnico con le quali vengono
comunemente indicate è impurità di tipo n o donatrici.
Inserendo atomi di impurità trivalenti nel cristallino semiconduttore si ottiene invece la
struttura atomica di figura 9 b) in cui solo tre degli elettroni vengono vincolati tramite il legame
covalente agli atomi vicini. L’assenza del quarto elettrone forma quella che viene detta lacuna
considerata, a tutti gli effetti, portatrice di carica elettrica positiva. Le lacune contribuiscono
alla conducibilità perché definiscono luoghi o zone in grado di accettare elettroni liberi. Per
la caratteristica di tali impurità ad accettare elettroni, vengono indicate con il termine tecnico
impurità di tipo p o accettatrici.

2.4 Materiali conduttori: i metalli


Quando un cristallo non possiede bande proibite viene detto metallo. Le due bande di valenza
e conduzione sono parzialmente sovrapposte, caratteristica che, sotto la spinta di un campo
elettrico anche debole, consente agli elettroni di passare a livelli energetici più elevati. Il loro
movimento costituisce il flusso di corrente e conferisce al metallo le caratteristiche tipiche di un
conduttore di corrente.

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18 Conduttori, semiconduttori e isolanti

La conducibilità dei metalli, al contrario di quella dei semiconduttori, aumenta con il


diminuire della temperatura. Un cristallo può definirsi conduttore se:

• la distanza interatomica del cristallo è talmente ridotta che le due bande di valenza e
conduzione sono parzialmente sovrapposte;

• la sua struttura atomica obbedisce a quella particolare configurazione detta legame


metallico;

• è dotato di buona conducibilità elettrica e termica.

2.4.1 Il legame metallico


I metalli sono formati da strutture cristalline nelle quali ciascun atomo è legato a 8 oppure 12
atomi. Ciascuno di essi mantiene inalterati i livelli (ovvero gli orbitali) più interni e mette in
comune quelli più esterni relativi agli strati di valenza. Gli elettroni di valenza appartenenti a
tali strati, possono quindi essere liberati perché non appartenenti a un atomo specifico ma a
tutti gli atomi che costituiscono il cristallino metallico.
Gli elettroni di valenza in sostanza non orbitano attorno a un singolo atomo, ma passano
dall’orbitale più esterno di uno a quello esterno di un altro. La moltitudine di elettroni che
attraversano quindi il metallo saltando continuamente di orbitale in orbitale, fornisce l’effetto
indicato con il nome di corrente elettrica.

2.4.2 Conduttività elettrica


Nel legame metallico ogni elettrone di valenza percorre di fatto un orbitale che si estende a
tutto il cristallo e che prende il nome di orbitale molecolare o orbitale metallico. Il numero degli
orbitali molecolari è talmente grande (uguale a quello del numero degli atomi che costituiscono
il cristallino metallico) che, data la piccola distanza interatomica, gli elettroni possono passare
facilmente da un orbitale a un altro grazie all’azione di un campo elettrico esterno anche di
piccola entità.
Un metallo può

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