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Governo, Conte non cede terreno di

fronte agli attacchi del M5S: bisogna


cambiare il Paese
Il Pd gli fa scudo: si alzino i toni sull’avversario non sugli alleati
di Monica Guerzoni

ROMA — Dietro il paravento della tregua di palazzo Chigi, le tensioni tra i leader e
dentro i partiti di governo continuano a sprigionare scintille. Vertici e faccia a faccia
sono serviti a riscrivere l’intesa politica sulla manovra, ma non hanno spazzato via
sospetti e tentazioni. Prova ne sia l’avviso di Dario Franceschini ai naviganti in
tempesta: «Se il Governo Conte II cadrà, si andrà a votare».

L’avvertimento: «Il capo politico è Di Maio»


A preoccupare il premier è la corsa di Matteo Renzi, che punta a 50 parlamentari entro
Natale e che, per togliersi di dosso l’ombra di un possibile ribaltone, attribuisce
a Nicola Zingaretti la suggestione di staccare la spina. Ma ancor più deve aver
allarmato Conte l’avvertimento che il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, ha
scandito dagli schermi di La7 per conto dei vertici del Movimento: «Il capo politico del
M5S è Di Maio, non c’è discussione». Per carità, è un «ottimo premier», ma a
Spadafora — vittima giorni fa di una severa ramanzina del capo del governo davanti ai
ministri — non sembra che Conte abbia la stoffa del leader politico: «Proprio non ce lo
vedo...». Se poi il premier coltivasse l’ambizione di guidare i 5 Stelle, come molti
temono (o sperano), «metterebbe a rischio il governo». Un altolà brusco, in sintonia con
le richieste che Di Maio ha avanzato a Conte. Non cercare la ribalta, limitarsi alla
mediazione e non gareggiare per la leadership del M5S. Perché altrimenti il governo
rischia.

La reazione di Conte
La risposta a Spadafora è un lapidario «Palazzo Chigi non commenta». Ma parlamentari
e ministri raccontano che nelle stanze del premier l'incursione ha generato sorpresa e
ira. Una botta fuori tempo, arrivata poche ore dopo che Di Maio ha ottenuto
di ritoccare la manovra nei punti per lui simbolici: carcere per i grandi evasori nel
decreto fiscale, rinvio delle multe sui Pos e slittamento del tetto al contante. Eppure,
Conte non cambierà il suo stile per placare le ansie di Di Maio. Non si chiuderà nel suo
studio e «continuerà a fare Conte». Anche ieri ha detto che un bravo «decisore politico»
non sta chiuso nel palazzo con il suo staff tecnico, ma ascolta e si confronta. E se gira
«come una trottola» l’Italia, spiegano i suoi, non è per generare consenso e contendere
a di Maio la leadership del Movimento, ma «per governare e cambiare il Paese». Il
premier tira dritto e pensa che la mediazione raggiunta sia «una buona soluzione», che
gli darà il tempo di trattare con le banche perché scendano le commissioni sui Pos.

Lo scontro di potere
«Non dobbiamo alimentare scontri — ripete l’avvocato e pianifica una raffica di
riunioni per fare il tagliando alla squadra — Invece di parlare di noi, spieghiamo al
Paese le cose buone fatte». Una linea che ha pieno appoggio da parte dei ministri del
Pd, da Franceschini a Guerini, impegnati a far scudo al fuoco amico. «Speriamo si
alzino i toni contro l’avversario e non contro gli alleati», avverte Enzo Amendola.
Roberto Speranza di Leu sprona a smetterla con le «gare di protagonismo». Ma lo
scontro di potere tra Conte e Di Maio è destinato a continuare. Il ministro si sente
confinato alla Farnesina e teme di perdere il controllo dei gruppi M5S. I deputati sono
tornati a riunirsi in un clima di sbandamento. L’elezione del capogruppo è lontana.
Dopo il flop, Francesco Silvestri e Raffaele Trano sono stati invitati a ritirarsi e Giulia
Grillo medita di farsi avanti.

22 ottobre 2019 (modifica il 22 ottobre 2019 | 22:56)

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