Sei sulla pagina 1di 48

Note critiche, recensioni,

trascritti dalle dissertazioni e commenti


su

Psicofantaossessioni

ISBN: 978-88-7848-251-7

Prezzo: € 10,00

CASA EDITRICE: LIETOCOLLE

Anno: 2007

 dalla Prefazione di Claudio Comandini
Bisognerà ammettere che le poesie di Stefano Amorese – Faraòn
Meteosès meritano il massimo della pena, se misurate con il me-
tro della stitichezza espressiva più diffusa, che spesso scambia per
poesia sfoghi incolori. Meritano il massimo della pena, e forse an-
che di più, perché sono colorate e piene, sonore ed espressive. Il
registro lessicale sulle quali si compongono offre una vasta varietà
di termini del linguaggio quotidiano, miscelati in un frappé lingui-
stico più analogico che logico, ed articolati in una metrica perso-
nalissima, irregolare ma precisa, estremamente corporea, che rive-
la con chiarezza quanto fortemente qui il suono sia la matrice del
verso. Infatti, sono poesie scritte, per così dire, a voce alta:
l‟approdo performativo o teatrale non è episodico a questi com-
ponimenti, ma ne rappresenta proprio uno degli elementi più
specifici.
*
 dalla Postfazione di Walter Mauro
[…] un paesaggio linguistico fortemente variegato, in cui la parola
poetica assume ruolo e funzione di viatico verso un viaggio surre-
ale che, pur non dimenticando la consistenza della prassi contin-
gente, opera e agisce lungo disegni e strategie dominate da una
rilevante armonia espressiva. Poesia forte, nella sua modernità,
che non consente equivoci né trasmigrazioni in un altrove/rifugio
che depriverebbe la parola stessa del suo insistito carattere di am-
biguità. In questa direzione, anche i momenti più cruciali della vi-
ta, i risvolti di frangenti rivoluzionari, diventano strumenti di una
parola pietrificata ma non arida, proprio perché arricchita da resi-
stenti strutture ideali. Una voce nuova e diversa insomma, che ri-
flette su nodi tematici che spesso vengono elusi dalla poesia di
oggi: un merito e un pregio di non scarsa rilevanza, poiché si cala
entro una realtà non più astratta, bensì viva e da affrontare con il
coraggio esplicito della parola.
*
 dalla Nota di Aldo Nove
(presente nel libro)
Per la capacità di dare voce al linguaggio rompendogli schemi e
travolgendo gli argini delle convenzioni. Per la sapiente,dialettica,
giustapposizione di voci e forme. Un viaggio onirico nella sintassi
e nel lessico.

 Benito Ciarlo
su Incipit
Finalmente approda la sana ironia. Che sia la benvenuta. Forse
che non è dato, al poeta, di ridere delle sue angosce e delle altrui?
Non vi sembra, leggendola d‟ascoltar le sue risate? E non è con-
tagioso quel ridere? E‟ una fisioterapia per le vostre mascelle pa-
ralizzate, disabituate a vedere il lato comico dei grandi temi. E,
allora, dài Faraòn Meteosès, non smettere, che d‟allegria c‟è biso-
gno. Questa presa per i fondelli è un‟opera d‟arte: a cominciare
dal titolo. Incipit. Tutto studiato per bene, nulla lasciato al caso. L‟
“Incipit” sembra di quelli consueti, maiuscole comprese: Apro le
porte della mente, scavalco le fortezze del Nulla. E‟ una spinta! Precipiti
sulla maestrina, le unghiette e la manina e, dopo il primo sbalor-
dimento, t‟accorgi che sei contento di precipitare, fin nel fondo
del baratro, per scoprire che quest‟autore la vuol spacciare per
una pièce d‟avanspettacolo. Quando il fiato, ch‟hai perso per il
troppo ridere, torna, ti ricomponi e la studi e la postilli, e
t‟accorgi, accidenti, della miriade d‟immagini e di messaggi evocati
dai versi. T‟accorgi che c‟è un fondo di riflessione molto più mas-
siccio di quel che appare. Altro che Cabaret! (Non fosse per altro
che per la maiuscola, che mi induce a credere che Meteosès in-
tenda dissacrare anche quella!). Una poesia da leggere e da rilegge-
re, per scoprire, ad ogni lettura, nuove ironie sottili, nascoste tra
le pieghe di quelle più evidenti. Ed è bello che dopo averla letta
tante volte giungi alla conclusione che le domande che tutti noi ci
poniamo, lui se l‟è poste in blocco. E tra il provare angoscia per le
risposte possibili o fregarsene, smitizzando la personale vicenda
che intuisci dolorosa, lui ha scelto la seconda. E gliene sono grato.
*
su Bluff
Per la miseria! Bergonzoni ha fatto scuola, non c‟è che dire. Fa-
raòn Meteosès tratta le parole con tanta noncuranza da rendere
occulto il ragionamento che pure deve averle generate, in quel
contesto, solo apparentemente pazzoide, ma, sempre graffiante.
C‟è di che restare sbalorditi, e affascinati, al tempo stesso, dal rit-
mo incalzante, come una “tammurriata napoletana” che alterna la
sordina all‟enfasi, il sorriso al cachinno. Come già in altre occa-
sioni, la sensazione principale che ho provato leggendo ciò che
scrive quest‟incursore pirotecnico nella normalità imperante è: -
attento al bluff! Spaccia per cabaret pensieri così profondi da pre-
cipitarci dentro senza mai riuscire a vedere il fondo del burrone
che ti scava sotto occhi - . E, rileggendo il titolo di questa poesia,
lo confondo con un‟ammissione di colpevolezza. A conferma, la-
pidari questi versi: Mi riconduco ricontorto allo Sforzo, che smorzo alla
maniera di Plauto, Pluto e Plotino al SINE QUA NON del Servocoman-
do del Segno, v’insegno la finta, la frottola e la frittella per l’ironia della Sorte
in disarmo al sarcasmo, metto la larva contro la Piovra la tarma contro il
verme la pulce contro il tarlo e non parlo a vanvera, a quattro ganasce rido, a
denti stretti vi sorrido in un entusiasmo da vendere, vivendo da Dada e a sba-
fo mi abbuffo di Bubble-gum: Ego sum-qui-sum!. Posso paragonarlo sol-
tanto ad un altro poeta, romano pure lui, che in epoca diversa (i-
nizio secolo), in dialetto e con diverso stile, riuscì a creare un ana-
logo terremoto. Parlo di quel Giuseppe Mastellotti (alias Guido
Vieni) e dei suoi “Foji staccati dar vocabbolario”. Sei cosciente
della strafottenza, della presa per i fondelli, così evidente da non
poterla ignorare e finisci per considerarla liberatoria. Sì, perché
avresti voluto dissacrare anche tu, e non hai saputo farlo, impa-
stoiato come sei dalla tua normalità, tutto ciò che lui dissacra con
tanta grazia, dall‟amore di gruppo al viagra, dalla liposuzione al
Potere con la P maiuscola, ai geyser nei condom e via continuan-
do fino a toccare tutti i riti di quest‟epoca che non sa partorire al-
tro che spot. Provate a raccapezzarvi e a scindere tutto il lavorio
che, verso per verso, ha dovuto fare Meteosès, richiamandosi alla
cultura ufficiale per poi dissacrarla. Ne volete un esempio? … bal-
zando dalle mille molle della Consolle per la protesi di un erastene vi sputo
indemoniato, i sassolini di Demostene e tutt’al più nelle recite, steccando di
acredine evacuo del muco dei Moloch, degli Enoch in baffo ai Bafomet e ai
roast-beef dei Beefeaters non ho più la pazienza che mi crebbe di Giobbe! In
sostanza, è un sorridere, un ridere, uno sganasciarsi, che masche-
rano un grido di dolore. Ti resta l‟amaro in bocca per aver scoper-
to il bluff, per avuto modo di vedere la realtà (miserabile in cui
siamo immersi) dal punto di vista d‟un giullare che s‟arroga il di-
ritto di urlare agli ipocriti cortigiani che “il re è nudo”!
*
 Valeria del Monte
su Bluff
Immagino l‟autore dietro la scrivania, ma vedo solo le sue dita
che stringono con forza la penna e che la spingono sul foglio
quasi a volerlo strappare. Non riesco però a figurarmi
l‟espressione del suo viso. Divertita? Rabbiosa? Fatto sta che que-
sta poesia è stracolma di invenzioni verbali, di dissipazioni lingui-
stiche divertentissime, mai narcisistiche, sempre ironiche. Interes-
santissimo, ad esempio, costringere il lettore a storpiare (italianiz-
zare) la pronuncia dei vocaboli stranieri, forzando la rima con i
vocaboli italiani: Bubble gum… ego sum qui sum/mille molle della
consolle e nella precedente lo Yabadaba-duzzie delle mie balbuzie. Qua-
lunque sia la sua espressione, scrivendo queste cose, la mia, leg-
gendole, è sicuramente divertita. Ok Stefano, abbasso i “poeti
maudit” e viva lei.
*
 Gianmario Lucini
dalla Rivista telematica Pseudolo
Nessun critico con il lume della ragione e che tenga alla sua repu-
tazione, oserebbe affermare che ciò che Faraòn Meteosès scrive è
“poesia”. Ma io non sono un critico e, in quanto al lume della ra-
gione, forse pazzi sono coloro che sanno di non esserlo, piuttosto
che coloro che dicono di esserlo. E poi, nessun critico né lingui-
sta né filosofo, ha mai definito in modo inequivocabilmente cosa
sia, questa “poesia”. Il problema che i testi di questo autore ci
pongono, non possono però ignorare questo scoglio: i suoi lavori
infatti sono troppo diversi dalla “poesia” che l‟industria culturale
ci propone. E‟ una poesia clandestina che, per giunta, non trova
nel libro, nella parola stampata, la migliore veste di presentazione.
Leggendo i suoi testi (ormai da alcuni anni, su alcuni siti Internet)
mi sono sempre chiesto: chi può scrivere in questo modo? Un
giullare, un pazzo scatenato, un bambino, un burlone, un saggio
che si serve della burla o un burlone che dice cose sagge… la po-
esia di Faraòn Meteosès è qualcosa di tutto questo. Lascia intra-
vedere uno sguardo lucido, uno spirito acuto e attento, uno spiri-
to infiammato dall‟ira ma anche dall‟amarezza. O l‟anima del poe-
ta popolare che, come nella celebre canzone di Jannacci, canta e
ride a crepapelle nonostante le ingiustizie, le sventure, i patimenti,
la precarietà di una vita minacciata dall‟instabilità, dal capriccio
degli eventi. O anche l‟atteggiamento che riesce a dar voce a
un‟inquietudine diffusa fra le persone semplici, quelle che vedo-
no, senza poter reagire, tutti i giochi più sporchi perpetrati alle lo-
ro spalle, che si sentono strumentalizzati dai politici, abbandonati
dalla classe intellettuale, lasciati in pasto alla logica di mercato. Ed
è dunque questa l‟idea che mi sono fatto della poesia di Meteosès:
una poesia civile, connotata da forti componenti etiche, e insieme
una poesia giocosa, costruita con un verso che infrange tutti i ca-
noni del verso tradizionale, che si beffa dei “buoni sentimenti” e
di tutta la prosopopea costruita intorno ad essi, che fa del para-
dosso la più importante figura letteraria, della satira e della provo-
cazione la sua intenzione primaria. Ecco perché una poesia così
concepita non può essere letta, ma deve essere ascoltata. E non v‟è
dubbio che chi ascolta questi testi non può semplicemente alzare
le spalle e tirare avanti. Meteosès non concede ambiguità: o la po-
esia diverte e ci fa ridere (pur di quel riso amaro di chi vede rap-
presentata sulla scena la vicenda dei torti e delle frustrazioni che
ogni giorno deve patire) o la sua poesia ci provoca un senso di ri-
bellione, perché ci sentiamo toccati dalla sua provocazione. Si
tratta dunque di una poesia dalle forti caratteristiche “civili”, an-
che se non ha nulla a che spartire con la “classica” poesia civile
dei nostri giorni. Meteosès infatti tocca tutti i temi della poesia
più “impegnata” in ambito civile e sociale, ma lo distanziandosi
dal tono alto e un po‟ retorico che spesso caratterizza questo filo-
ne. Si distacca anche da quelli che egli chiama, in un suo lavoro
(Bluff), i “maudit” Cari miei poeti Maudit è proprio così / Non sono mi-
gliore di Voi, chiedo venia per la litania / E faccio Cip e postcip / Arf Arf
in un buffo soffio di… BLUFF. Vale a dire coloro che “se la tirano”,
i seriosi, gli eternamente infelici e tetri poeti degli epigoni del de-
cadentismo o di un certo malinteso simbolismo, i poeti malati di
noia e chinati sulla loro piccola sofferenza fino a diventare gobbi,
ignorando il mondo e la sua vicenda di sofferenza (ma anche di
gioia e di allegria). Possiamo immaginare una poesia con queste
caratteristiche, scritta nello stesso stile post-montaliano della poe-
sia contemporanea? Ecco che allora il bambino-poeta scatena
l‟irrefrenabile sua inventiva in costruzioni ecolallaliche, in vezzi,
motti, sberleffi, usando gli stessi artifici classici delle classiche
forme prosodiche (specie l‟allitterazione e l‟omofonia), proprio in
funzione anti-estetica (di una estetica per la maggiora) creando
una estetica rabberciata e paradossale, istintuale ma non goliardica
e incoerente, come verrebbe a pensare a una lettura superficiale. Il
verso di Meteosès non è infatti un verso allo stato brado, anche
se l‟improvvisazione è la caratteristica principale anche della fo-
noprosodia. Meteosès è uno che la sa lunga, che lascia intuire, qua
e là, un lavoro di costruzione e di lima. Anch‟egli, come quegli
scultori che vanno raccattando le cose più strane per riunirle in
una composizione, sceglie con cura i rottami del linguaggio che
deve mettere insieme per creare la lingua che dice le cose che egli
vuol dire, nel modo esatto che l‟autore vuole usare. Il suo stile
non è quindi frutto di un linguaggio lasciato a se stesso, ma di una
attenta scelta delle espressioni e delle parole. Anche quando sem-
bra lasciarsi trascinare dal suono delle parole piuttosto che dal lo-
ro significato, la scelta del termine è sempre molto curata e fina-
lizzata alla creazione di un ipersegno che ha ragione di essere
proprio lì dov‟è collocato. Poeta popolare dunque? Non direi, an-
zi, esattamente il contrario. Fatto sta che la gente ama le sue per-
formançes per le vie di Roma, quando egli recita, come un antico
menestrello, le sue composizioni per chi lo vuol ascoltare, per i
bambini che non capiscono il senso di ciò che egli dice ma sono
affascinati e incantati dal suono di quelle strane parole, per gli a-
dulti che ridono a crepapelle con il riso amaro di chi vede rappre-
sentati i loro vizi, le loro ipocrisie, o le loro pene.
*
dalla Rivista telematica Poiein su Water closet
La tendenza dissacratoria di questa composizione raggiunge qui i
toni dell'esasperazione e rasenta il turpiloquio, con un atteggia-
mento di velenoso disprezzo e totale rottura di ponti nei confron-
ti del perbenismo, con la consapevolezza di chi sa che la sua rab-
bia non scalfisce il nulla e la baudelariana "ennui" che divora la
società con un solo sbadiglio. La poesia di Faraòn Meteosès non è
crassa o regressiva, ma disperata, inviluppata in una specie di ne-
vrosi nella quale sempre più si avvita, senza la percezione di una
via d'uscita. Il suo linguaggio si muove nell'impoetico cercando
vie di scampo, come un pesce senza più acqua si muove in un
fondale melmoso destinato ad essiccare. E anche quando spunta,
qua e là, la risata del giullare, è sempre una risata etica quella che
imperversa, mai una risata catartica. Insomma, si ride per non
piangere e si usa il simbolo del brutto contro l'impoetico stesso, il
simbolo della decadenza e della materialità della vita, ridotta a
processo bio-chimico, contro il vuoto che ha la pretesa di riempi-
re gli spazi resi disponibili dalla morte dei significati, morte che
costringe l'Io psicologico all'isolamento e alla desolazione.
*
dalla Rivista telematica Poiein su Psicofantaossessioni
Psicofantaossessioni rappresenta il compendio editoriale di un reper-
torio di composizioni per la strada. C‟è chi dice che la poesia è
una cosa fragile, che non deve scendere nel baccano delle piazze
perché se no si sciupa e si snatura. Stefano Amorese, un autore
romano di 42 anni, la pensa invece diversamente e le sue compo-
sizioni le porta in strada, in rappresentazioni o “performançes”
come si dice (male) oggi, dove il testo viene accompagnato da una
coreografia, una regia. Il testo viene quindi “inscenato”, diventa
protagonista di un “dramma” e si accompagna a tutte le regole
della rappresentazione drammatica, come nella poesia degli anti-
chi giullari o dei comici greci. Si tratta infatti di testi satirici che
prendono di mira non tanto dei personaggi, quanto i vizi di un
solo personaggio che potremmo indicare nell‟uomo occidentale,
colui che tiene alta la fiaccola di una cultura e di uno “stile di vita”
nel quale sempre più va morendo la sua essenza e probabilmente,
se non si ravvede, il mondo stesso e lui compreso nel mondo. Al-
cune composizioni o poemetti che si trovano nel libro, sono già
apparsi su riviste ed anche su Poiein (Bluff, Sidol, Incipit, Water
closet), le altresì sono aggiunte nel frattempo e probabilmente sono
state raccolte in questo volumetto proprio perché rappresentano
una sintesi unitaria dello spirito di questa poesia recitata (ad alta
voce, come dovrebbe essere tutta la poesia). Viene da pensare che
l‟aver affidato a un volumetto queste composizioni corrisponda al
desiderio dell‟autore di essere presente in qualche modo, almeno
con un titolo, nel panorama dell‟editoria, perché queste poesie
non si adattano al libro che risulta essere uno strumento troppo
limitato per la loro intenzione comunicativa. Per tornare infatti
alla provocazione iniziale, la poesia non può essere un‟arte da sa-
lotto, recitato nell‟intimità e quasi di nascosto, oppure semplice-
mente letta in privato come una sorta di debolezza imperdonabile
in un uomo ragionevole e sano di mente. La poesia da salotti è
una malintesa lirica del cuore, quel piagnisteo su se stessi che as-
somiglia spesso al pianto dei bimbi nei primi anni di vita, quel fri-
gnottare senza motivo per il solo gusto di frignottare. La poesia
invece, come tutta l‟arte, è chiamata a rappresentare la forza dello
spirito, il punto più alto della sua manifestazione e del suo deside-
rio di comunicazione – sia detto, ed è meglio precisarlo, senza ri-
ferimento allo “spirito” idealista, gentiliano o crociano. Così mi
pare la intenda Stefano Amorese. Riguardo i contenuti ne abbia-
mo già scritto altrove e non vogliamo ripeterci né tanto meno pa-
rafrasare i testi, che sono scritti in un linguaggio semplice (appun-
to perché destinati a una recita di strada) e quindi di impatto di-
retto sul lettore o ascoltatore. Su Poiein abbiamo già dei testi, ai
quali rimandiamo, corredati anche da registrazioni in formato
MP3 (recite dello stesso Amorese) che si possono scaricare o a-
scoltare dalla rete.
*
 Claudio Comandini
«Dissertazione di una strofa di poesia da Water Closet»
Prendiamo le mosse da quanto dice Walter Mauro nella sua nota
alle poesie di Psicofantaossessioni, scritte da Faraòn Meteosès, "pae-
saggio linguistico fortemente variegato” ci porta verso un “viag-
gio surreale” animato da una rilevante “armonia espressiva”, che
riflette su “nodi tematici che spesso vengono elusi dalla poesia di
oggi.” In questa sorta di emancipazione del marginale rientra sen-
za dubbio la poesia “Water Closet”, dove forse può esemplificarsi
quanto dice in un'altra nota Gianmario Lucini, cioè che l‟autore si
muova “come quegli scultori che vanno raccattando le cose più
strane per riunirle in una composizione, sceglie con cura i rottami
del linguaggio”. E come segnalavo nell‟introduzione, alcune delle
implicazioni di questo componimento possiamo anche cercarle,
oltre che nella pop art (celebre la Cacca d’artista di Piero Manzoni),
anche nella metafisica materialistica. Fra i suoi esponenti, Jacob
Moleschott, filosofo tedesco nominato nel 1879 professore a
Roma, in una città da poco promossa capitale del Regno, ricca di
fermenti laici e creativi che oggi sembrano francamente un po‟
lontani. Egli sostanzialmente affermava (anche se la tesi è enun-
ciata in questa forma dalla zoologo Karl Vogt nel 1856) che il
pensiero sta al cervello come l‟urina sta ai reni. Ne consegue che,
non solo,come ho già citato da Antimo Negri, l„uomo è ciò che
caca, ma anche che la cacca ha certamente la sua dignità. Verifi-
chiamo quindi l‟argomento e le caratteristiche di questo compo-
nimento, ed entriamoci dentro passando dalla porta della metrica:
infatti, le parole hanno sempre un loro ritmo, ed anche il suono
ha un senso. Ma andiamo per gradi, e limitiamoci all‟analisi della
penultima strofa della poesia. Nella mia Massima Privacy fertilizzo il
Territorio circostante Con una Foglia di Vergogna compio un Peccato non
troppo Originale In un Tempo e Luogo debito dubito che mi usciranno frasi
convenienti Spiaccicate come crostacei di calcare Pulsano come i Mille Occhi
Di una Donna sulla specchiera: sedotta e abbandonata Simile ad una Galli-
na Nera che cova un Uovo sgretolato dalla Ruggine Sul Nervo Ottico ce n'è
un Terzo Metafisico Arancione somigliante... al Dalai Lama. Essa pre-
senta versi di sillabe: 9 – 12 – 15 – 7 – 9 – 14 – 13 – 9 – 16 – 10–
14 – 17 – 9. La versificazione si muove quindi alternando versi
più brevi, riconducibili a settenari, a versi più lunghi, anche di di-
ciassette sillabe, mentre le strofe più ricorrenti sono di nove silla-
be. Ogni verso tende a concludersi in sé, e la punteggiatura è mol-
to parca: questa semplicità strutturale è però cadenzata da tessitu-
re ritmiche di tempi dispari, nascoste sincopi ed improvvisi mu-
tamenti. Ciò è molto simile a quanto accade a livello fisiologico
nei movimenti peristaltici che accompagnano la defecazione. E
questo credo che sia da tutti comprensibile. Occorre però ora
comprendere quale possa essere propriamente una sua metrica.
Ora, per ricollegarci alla tradizione poetica della nostra lingua, il
processo di revisione metrica è stato inaugurato con Carducci,
che sperimentava ritmi 'barbari' all'interno delle forme tradiziona-
li, adattandovi le parole attraverso elisioni e troncature. Con Mon-
tale, un apice forse insuperato, il discorso cambia: prevale, rispet-
to al vincolo dell'accento metrico-sillabico del verso, la concen-
trazione sull'accento ritmico della parola corrente e tutta intera, e
quindi perlopiù aliena agli aulicismi letterari. Come notò in un suo
bello studio Ottaviano Giannangeli, con Montale l'endecasillabo,
che rappresenta il respiro più proprio della nostra poesia, eccede
il suo ritmo, ricostituendosi all'interno del verso e in rapporto di-
retto con la lingua parlata del suo tempo, conducendo alla preva-
lenza di una forma dodecasillabica, irriducibile alle forme tradi-
zionali sia dell'endecasillabo regolare, che del doppio senario.
Nella penultima strofa di “Water Closet”, questo estremo “rotta-
me”, sembrerebbe che il processo di dissoluzione interna avanzi
al punto da annullare ogni pretesa di regolarità metrica. Ma pro-
viamo a cercare un ritmo interno di base, un respiro, una pulsa-
zione, un battito profondo, e per farlo consideriamo la strofa
complessivamente. Quindi, risultano esserci 154 sillabe: dividia-
mo questa misura per i 13 versi in cui sono distribuiti, e cerchia-
mone una metrica media, riscontrando che essa corrisponde
quindi a 154: 13=11,846 (...). Curiosamente, risulta che la media
del periodo oscilla proprio fra l‟endecasillabo e il dodecasillabo.
Probabilmente significa qualcosa. La poesia di Montale attraver-
sava una legge data, la regola metrica, per trovare una libertà pro-
pria, suscettibile di tradurre in versi il mondo. Ciò esprime
un‟esigenza diversa da quella di Amorese-Meteòses, che traduce
in versi il mondo seguendo leggi sue proprie, esprimendo
l‟assoluta libertà della poesia. D‟altra parte, l‟autore si fa chiamare
con uno pseudonimo che corrisponde all‟anagramma del suo
nome, e questo la dice lunga sulla sua attitudine poetica, che gli
permette di rielaborare se stesso trattando la realtà con partecipa-
zione e distacco. La sua poesia ci accosta quindi ad un‟interiorità
incontenibile, che deve necessariamente emanarsi in un‟esteriorità
totale: anche a questo riguardo, l‟immagine della cacca sembra e-
semplare. Ora cerchiamo di approfondire ulteriormente l‟analisi
delle strutture musicali di questa poesia avvalendoci di un sistema
misconosciuto e suggestivo, messo a punto dal critico americano
Edward D. R. Neil, che approfondisce il concetto di sinestesia e
prende le mosse dal colore fonetico delle vocali come elemento por-
tante della musicalità della parola, mutuato dalla distinzione alchemi-
ca delle vocali di Rimbaud : A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu:
voyelles!. Questo sistema che Neil elabora a partire dalla poesia di
Rimbaud ci fornisce dei criteri innovativi e calzanti per compren-
dere il ruolo dello specifico elemento sonoro nel linguaggio poe-
tico, e di quali relazioni intrattenga con il significato. Il colore del-
le vocali, ossia una frequenza, misurabile anche attraverso un oscil-
loscopio, sarebbe la vera matrice del ritmo; ne consegue che il
movimento ritmico è indipendente dallo schema metrico, ed è mu-
sicale nella misura in cui il valore fonico della parola ne incremen-
tala carica espressiva. In questa penultima strofa di “Water Clo-
set” sarebbe la vocale “a” della parola “mia” a definire l‟area tona-
le, e nella tessitura del testo inoltre la “A nera” (44) prevale: il ne-
ro è peraltro il colore dell‟opera alchemica al suo inizio. Essa è
seguita dalla “I rossa (42)”: si dimostra un deciso quanto sponta-
neo ancoramento alla natura sonora della parola, dove nella paro-
la “mia”, una “i” precede la “a” come una nota dominante può
precedere la tonica: inoltre, è suggestivo considerare che, dove
“rosso e nero”sono i colori solitamente associati al diavolo e al
mondo delle basse pulsioni, guarda caso proprio “il male” è il
concetto su cui si conclude la poesia. “E verde (38)”, la vocale più
frequente dell‟italiano, è terza, in posizione intermedia. Per trova-
re conferma del solido nesso che in poesia esiste frastuono e si-
gnificato, mescoliamo quindi il rosso e il verde, questi due colori
che stanno nella tessitura prevalente della poesia: come sanno an-
che tutti coloro che da bambini hanno giocato con il pongo, si ot-
tiene proprio il marrone, il colore della cacca; il nero che vi si ag-
giunge, scurisce: poeticamente, potremmo anche dire che “scu-
reggia”. La “O blu” (37) e la “U verde” (2) seguono: se l‟ultima è
la meno frequente nella lingua italiana, il colore della penultima
rappresentava in Rimbaud il compimento dell‟opera alchemica
(evento certamente ancora più raro delle ricorrenze della “u”, raro
forse quanto una poesia compiuta), ma comunque anche esse so-
no “democraticamente” e polifonicamente rappresentate. In que-
sti attraversamenti di vibrazioni poliritmiche, si esprime un candi-
do stupore per la bislacca armonia del mondo, fatta di attrazioni
foniche imprevedibili e fitta di nascoste ricorrenze: ricorrenze il
cui periodo è pulsante, con un andamento ciclico. Infatti, il più
significativo finale della strofa cade sulla parola “Dalai,' che segna
una speculare simmetria invertita con l‟inizio su “mia”. Tutto ciò
significa semplicemente che quando scrive Amorese-Meteosès è
dentro al suo componimento, e lo svolge con coerenza espressi-
va. Soprattutto, nonostante il tono giocoso e il linguaggio franco,
ed il momento indubbiamente delicato (da tutti sempre ricono-
sciuto come “sacro”), non ritroviamo né volgarità né trastullo.
Può stupire che proprio Manzoni, Alessandro e non Piero, affer-
mò esplicitamente in uno scritto del 1854 (dodici anni dopo la se-
conda stesura de I promessi sposi), che la letteratura in Italia spesso
si riduce esattamente ad un “volgare trastullo”. Ma egli non si ri-
feriva ad un atto che trovava disgustoso in sé e di cui reputava i-
nutile l‟esibizione: la questione è più drastica, e certamente più
perversa. Se Jacques Derrida suggerisce, in un suo scritto
sull‟istruzione abbastanza recente, di indagare le letterature so-
prattutto nel loro aspetto istituzionale di “pratica di potere”, ci
fornisce un aiuto Manzoni, autore come tanti banalizzato dalla
scuola, quando afferma che il 'mestiere guastato' delle lettere si
riduce, e proprio nei migliori dei casi offerti dalla letteratura na-
zionale, ad un “tesser lodi appena dissimulato”, ed esattamente di
chi 'parla con disprezzo d'ogni cosa, salvo sempre i potenti vivi',
portando con sé, “idolatrie stilistiche” e “inerzia morale”. Effetti-
vamente, le convenzionalità espressive vanno spesso a braccetto
con una stucchevole cortigianeria, soprattutto nei periodi di rista-
gno culturale e di giochi perversi di potere. Ma non staremo a la-
mentarci dell‟oggi: un altro famoso maestro della nostra cultura
come Giacomo Leopardi nel Discorso sullo stato presente dei costumi
degli italiani (1824) si trovò a trattare della peculiare disposizione
italiana, che non sembra essere cambiata, ad un modo d'essere al-
lo stesso tempo vivace e insensibile, in cui prevale il cinismo, do-
ve attitudini da faccendiere e dissipazione mondana annullano del
tutto ogni civile conversazione e rompono ogni autentico legame
sociale. Questo è effettivamente il contesto da cui antropologica-
mente nasce la nostra cultura. E non sorprende quindi più tanto
che questa cultura soffra, nella sua generalità, di una sindrome
simile a quella recentemente imputata da Marco Travaglio alle de-
generazioni del giornalismo: non cane da guardia, ma comunque
cane, se non da riporto, da salotto. Va a finire che spesso la co-
siddetta cultura diventa un pretesto per non parlare di niente e
per non dare fastidio a nessuno: la poesia poi, sta buona buona, è
anche decorativa, in fondo fornisce un tono all‟ambiente. Alme-
no, con Amorese c‟è qualcuno che la poesia la porta a cacare. So-
pratutto, non ci fa soltanto quello.
 Valerio Magrelli
Roma, 05/06/2007 Caro Amorese, La ringrazio per la raccolta,
anche se, da quando ho smesso di dirigere la collana di poesia da
Guanda, non ho più tempo per rispondere alle poesie che mi ar-
rivano – rispondere con l‟attenzione che credo esse sempre esiga-
no. Ci tengo comunque a dirle che ho letto il suo volume con ve-
ro interesse, colpito dalla intensità e dalla violenza di alcuni testi.
Penso ad esempio a Incipit, a L’alternativa (dove ho ritrovato un
tema a me molto caro come quello di Dolly) e soprattutto a KM
1999, con il finale insieme rabbioso e sconsolato. Le auguro buon
lavoro, e ne approfitto per inviarle i miei migliori saluti.

 Giorgio Linguaglossa

«L’anti-carnevalizzazione della poesia all’incontrario»
sulla rivista cartacea Polimnia n° 17/18: gennaio-giugno 2009

e sul Saggio LA NUOVISSIMA POESIA MODERNISTA ITA-
LIANA (Edilet, 2010) di G. L.

Il principio estetico centrale di Hegel, il bello come apparire sen-
sibile dell‟idea, presuppone il concetto di idea come spirito asso-
luto. Il principio estetico di Faraòn Meteosès è il bello come ap-
parire sensibile della fogna, presuppone la fogna come abito dello
spirito assoluto della moderna società delle merci. La società delle
merci è una gigantomachia che rappresenta se stessa, una rappre-
sentazione dove c‟è tutto e il contrario di tutto. Una rappresenta-
zione che è anche una carnevalizzazione del reale, che a sua volta
è una carnevalizzazione di se stessa. Faraòn Meteosès è un poeta
della generazione dei quarantenni, è nato a Roma nel 1965, e Psi-
cofantaossessioni è il suo libro di esordio. La latitudine è impor-
tante perché soltanto in una metropoli sporcacciona e mediocre
come la capitale, immersa nei suoi riti politici bizantini e sede del-
la finta cattolicità della controriforma, di una piccola borghesia
ministerialborghese infingarda, poteva nascere un fungo letterario
come Faraòn Meteosès, il cui nome già altisonante, ha qualcosa di
arcaico-egizio e di onirico-derisorio, che già preannuncia nel no-
me l‟imminente prolasso della fogna delle merci, con le parole di
chiusura della raccolta: “Qui… nel supermarket”. Sappiamo che
Bachtin nel suo libro su Dostoevskij accenna alla categoria
dell‟«eccentrico» che pronuncia la «parola inopportuna». Sta di
fatto, che la «parola inopportuna» di Faraòn Meteosès si trova da-
vanti alla problematica di dover operare una «carnevalizzazione»
di un reale che è già carnevalizzazione di se stesso, di un reale che
ha già abolito la Tradizione, di un «reale» per cui non c‟è più luo-
go né modo di operare alcuna violazione della norma tradizionale
per il semplice fatto che il tardo Moderno ha abolito il concetto di
norma e la società delle merci linguistiche non è distinguibile in
alcuna guisa dalla società delle merci di quel supermarket perma-
nente che caratterizza il Moderno. Il poeta romano, con una ful-
minea sintesi poetico-estetica, ha compreso immediatamente tut-
to ciò, e la sua «carnevalizzazione» è al contempo una anti carne-
valizzazione, e la «discesa culturale» di cui parla Bachtin è resa qui
impossibile dall‟oggettivo stato delle cose in sede filosofica ed e-
stetica: la «carnevalizzazione» di Faraòn Meteosès non può opera-
re alcuna «discesa culturale» né lessicale, né sintattica, né metrica,
né sul piano dell‟organizzazione del testo. Come il carnevale se-
gna la sospensione delle norme che regolano il consorzio civile e
inaugura, per usare le parole di Bachtin, una «vita all‟incontrario»,
così la anti-carnevalizzazione di Faraòn Meteosès si riduce ad es-
sere nient‟altro che la lotta per la autoconservazione dell‟io pura e
semplice, autoconservazione che si esprime nella hilarotragoedia
dell‟io sballottato nel ribobolo, nei rigagnoli dei rottami e del ler-
ciume lucidato che galleggia in quel supermarket permanente che
è la situazione-base del tardo Moderno. Psicofantaossessioni co-
stituisce, a mio avviso, il più drastico e spregiudicato attacco di un
poeta alla modernità del conformismo carnevalizzato che costi-
tuisce la base, la trama e la filigrana della tarda modernità lettera-
ria, dove la «parola inopportuna» di bachtiniana memoria si rivela
essere una altezzosa attività di fiancheggiamento del conformi-
smo delle classi intellettuali dirigenti. La parola di Faraòn Meteo-
sès è invece quanto mai opportuna in un contesto letterario come
quello italiano dove la quantità di conformismo e di arroganza
delle élites intellettuali ha raggiunto livelli di inquinamento davve-
ro inquietanti e intollerabili. Il poeta romano imbastisce così una
batteria di armi leggere, di mitragliamenti e di fuochi di sbarra-
mento da lasciare impressionati e interdetti: la più alta dose di mi-
cro-armi di distruzione in mano ad un incendiario della tempra di
Faraòn Meteosès, a metà tra “Arconte e Rodomonte/ priapeo e
clitorideo”, è cosa che fa ben sperare per poter rompere quel gu-
scio di conformismo letterario solidificatosi nel nostro paese e
che detta da sempre le gerarchie e le primazie letterarie: “Adesso
depotenziare il POTERE/sfiancarne i fianchi in liposuzione dei
lacché/ago-aspirarne i sottomenti in lifting dei Visir/nei double-
face dei Conformisti-Trasformisti; non dico mai la Verità, in det-
tatura, se non sotto tortura,/perché il mio congiuntivo è congiun-
tivite, il mio indicativo è un indizio auditivo,/è un congegno lin-
guistico in uno… Yabadaba-duzzie delle mie balbuzie”. Se il No-
vecento si era aperto con la carnevalizzazione de i Cavalli bianchi
(1905) di Palazzeschi, si può affermare che si chiude con la meta-
carnevalizzazione di Psicofantaossessioni di Faraòn Meteosès.

 Enrico Pietrangeli

«Un frappé linguistico»



pubblicata sul quotidiano L’Opinione del 13/11/’07

e sulla rivista cartacea
Osservatorio Letterario Ferrara e l'Altrove n.61/62

Nell‟ormai vasto catalogo della LietoColle, nonostante
l‟inevitabile incorrere in qualche cronicizzata velleità artistica, sus-
sistono ancora validi spunti. E‟ il caso di Faraòn Meteosès, che non
è una delle tante mummie redivive del sottobosco della valle dei
templi bensì novello giullare nell‟anagramma di Stefano Amorese.
Saltimbanco e cantore dei tempi a noi più prossimi e schizoidi,
quelli di un post sperimentalismo privo di canoni e riferimenti.
Radici e dotte asserzioni non mancano e mai languiscono, scaturi-
scono, tutt‟al più, nelle caotiche simmetrie semantiche: un magma
fluido, decomposto e mai putrido, dove la poesia interpreta la di-
sperata ilarità del guitto e la forma non viene mai meno, anzi fun-
ge da contenitore per disinibite pulsioni. Un poeta che andrebbe
ascoltato (oltre che letto) per cogliere quell‟ “armonia espressiva”
che domina “disegni e strategie”, come rilevato da Walter Mauro.
Forte è il messaggio pubblicitario evocato e profanato nella su-
blimazione surrealista, penetrante cadenza il suo ritmo percorren-
do l‟asfittico adrenalinico e agnostico vivere contemporaneo. Tea-
tralizzante il suo istrionico incedere in salse variopinte, persino
iperrealistiche, traboccante del carico e delle caricature
dell‟odierna farsa cui si è sottoposti esistendo. Analogie ed allitte-
razioni, provocatori retaggi di avanguardie, persino il turpiloquio
tra i possibili ingredienti di questo “frappé linguistico più analogi-
co che logico”, come giocosamente lo chiosa Claudio Comandini.
Un uso della lingua a tutto campo, infarcito di citazioni latine ma
anche di francese, di spagnolo e di gergo autoctono. Saltellando e
sillabando non si rinuncia neppure ai cartoon tra qualche Mum-
ble-mumble e le invettive di Bambini & sciacalli. Visionario allu-
cinato, prossimo alle tematiche dell‟assurdo e ben cementato nel
Novecento. Lunga è la sfilza dei personaggi citati, un gossip senza
precedenti e distinzioni, da Shiva ai fratelli Marx passando per
Giulio Andreotti che, senza esitazioni, davvero lo apprezzerebbe.
Contiene persino un versetto satanico, quello “in cui Maometto
finisce di digerire l‟arista di maiale” e, a seguire, in meno di tre ri-
ghe c‟è spazio per Buscetta, il Canaro, Rauti, Cossutta, Stalin e
Hitler. Più nitido, divenendo a tratti persino lineare ed uniforme,
emerge il rammarico struggente per quegli anni autenticamente
impegnati e perduti in KM 1999. Scontato il confronto col Palaz-
zeschi più “giocoso e divertito” per Comandini che, nella sua “pi-
rotecnica invettiva”, intravede come meno approssimativo un ac-
costamento a Zanzotto e la sua “sfrenatezza plurilinguistica”.
Preciserei ascendenze nel dadaismo più sincretico e performativo
ma poi, vedendolo operare dal vivo, il poeta inevitabilmente si
personifica nel personaggio, piuttosto che indagarlo e dissacrarlo.
Resta la provocazione, onnipresente, tra trombette, tamburelli e
campanellini, ma a prevalere, in questo caso, è lo stereotipo del
menestrello. “Strisci a ridosso del fosso/come cobra zebrato con gli occhiali
da sole” è l‟incipit di “Serpentario” dove “la catarsi del muco” ci
conduce alla “Fattoria globale”, “eroina filosofica” prodotta dai
“maiali di Orwell”: un‟altra guerra di Troia”, la “lotta fra i Titani e
gli dèi del mio Tartaro”, il “cancro del tropico”. “Incipit” è anche
titolo nonché testo d‟apertura della plaquette, implosivo nelle sue
“erezioni sottocute”, “svilito virilmente” in un “congiuntivo che è
congiuntivite”. “Bluff” (forse non è un caso) è apparso anche in
televisione oltre ad esser già presente su diverse antologiche, co-
me nel caso di gran parte del materiale qui riprodotto. “Psicofan-
taossessioni” denota inventiva e ricerca in un lungo e opportuno
percorso d‟incubazione. E‟ un libro che racchiude lavoro, sintesi
di una feconda evoluzione forgiata tra grovigli di eredità eteroge-
nee, per questo “senza calchi di modelli immediati”, come ribadi-
sce Comandini constatando una buona ragione per consigliarne la
lettura.
*
 Giovanni Nuscis
 dal blog: la poesia e lo spirito
Libertà e rottura, rivela la scrittura di queste poesie di Stefano
Amorese (alias Faraòn Meteosès) che prende chiaramente distanza
da accademismi e da poetiche prevalenti attuali e passate, ma non
dalla storia e dalla vita reale, attraverso le infinite voci che le rac-
contano e l‟hanno raccontata. Una volontà, parrebbe, di raccordo
diretto delle proprie esperienze e percezioni ad una propria for-
manda lingua, che batte libera con empito teatrale, attraversando
e metabolizzando paesaggi su paesaggi, rompendo gli argini di un
dire “stitico”, per dirla col prefatore,che “spesso scambia per po-
esia sfoghi incolori”. Qui, invece, i versi pulsano ed esondano –
con un affollarsi di nomi, oggetti, sigle, richiami, espressioni di
gergo comune o tecnico-settoriale, o in latino e in inglese - senza
che nulla venga omesso, offrendo così quadri di vita finanche
sporchi ed enfi di tutte le scorie. Ed è proprio questa deliberata
ipertrofia che rivela l‟intento dissacratorio di queste poesie, i fian-
chi adiposi d‟una civiltà incastrata, ormai, nel tunnel sempre più
stritolante e soffocante di modernità o post modernità sconsola-
tamente nefasta. I testi si compongono di versi lunghi carichi di
una forza che radica su un ritmo e una musicalità giocata su asso-
nanze, scelte lessicali e accostamenti, il tutto preordinato, appun-
to, al di là della sostanza del discorso, all‟efficacia dicitoria. Tal-
volta, come per la poesia KM 1999, l‟affollamento polimorfico di
elementi dirada per assumere l‟ordine di un discorso articolato e
logico.
 Luca Benassi
Psicofantaossessioni di Faraòn Meteosès ci propone una poesia che
va avanti per battiti cardiaci aritmici, pulsazioni, spezzature, incri-
nazioni sintattiche, deflagrazioni, giochi, assonanze e rime che si
dipanano nei testi, rompendo i consueti centri tonali del lirismo
più comune e straniando anche il lettore più smaliziato. Si tratta
di una poesia questa che ama il bluff, i pugni sul tavolo, gli schiaf-
fi morali e sonori di una lingua impastata coraggiosamente con il
quotidiano, con il sonoro del rumore di fondo della televisione e
della pubblicità, senza nessuna paura di sbattere la realtà incon-
trollabile e prevaricante sulla carta. Si tratta di un verseggiare che
ama il divertimento delle parole di Palazzeschi e il plurilinguismo
di Zanzotto, nella quale risuonano echi di Pessoa, Apollinaire e
Majakowsky (come peraltro mette correttamente in rilievo Clau-
dio Comandini nella prefazione), ma con una levità del dettato (e
si veda in questo senso il testo KM 1999, forse il migliore della
raccolta, di una nidida sensualità e tensione quasi classica, con un
incipit 'Esserci stati, quando ci dovevamo essere' che ricorda certo Luzi,)
e una disperata necessità della scrittura, nella quale traspare la fe-
rocia e il disagio espressi con l'ardore della migliore poesia civile.
Ma se di poesia civile si tratta, lo è nel segno apolitico e apocalitti-
co di una constatazione lucida del dissesto antropologico - quasi
di segno pasoliniano - provocato del consumismo sfrenato, dalla
perenne condizione bellica, da un liberismo di dimensioni plane-
tarie nella quale l'essere umano è ormai mutato da homo sapiens a
homo consumens. Anche se siamo sempre indietro sul reale traci-
mante, sulla nostra capacità di comprenderlo ed affrontarlo, il
dircelo (e il farcelo dire da un poeta abile come Meteosès) attra-
verso il mezzo sonoro e misterioso del verso poetico ci fa bene.
E' questa una poesia - lo so per esperienza personale - che è bella
soprattutto nel sentirsela addosso, facendosela quasi urlare, ritma-
ta e tamburata dalla voce del poeta, sputata in faccia dal microfo-
no di Faraòn Meteosès. Insomma un poeta tutto da ascoltare e,
speriamo, di leggere nelle prossime prove.
*
 Stefano Guglielmin
 dal blog: blanc de ta nuque
Anagramma di Stefano Amorese, Faraòn Meteosès esce con que-
sto Psicofantaossessioni (LietoColle 2007), che mima la fiera delle
vanità italiane (e non solo), toccandone i luoghi deputati: la TV, i
gerghi, i vezzi salottieri e i tic pseudoculturali che infestano il
bianco candore dell'umano, sino a snaturarlo, a cantarne la morte
(quasi) definitiva. Erede di Palazzeschi e della 'sfrenatezza pluri-
linguistica di Zanzotto' scrive Claudio Comandini nella prefazio-
ne. Probabilmente sì, anche se Amorese mi pare declini l'infantili-
smo programmatico del primo in risentimento adolescenziale,
mentre, diversamente dal poeta veneto, tende a soffocare il dietro
il paesaggio, sovraffollando la superficie delle psicofantaossessio-
ni che lo tormentano. Ne esce una poesia ricchissima di sugge-
stioni, quasi tutte però emblema di un tormento personale che so-
lo in seconda istanza, mi pare, rinviano alla nevrosi della Storia.
*
 Nunzio Festa
Faraòn Meteosès, fa anagramma del suo vero nome: Stefano Amo-
rese; come esattamente fa anagramma della lingua italiana, anzi
dei versi, o del verso che versificar si voglia. La miscela incante-
vole contenuta in 'Psicofantaossessioni' permette d'aprire gli occhietti
sulla poesia. Amorese raccoglie le sfide lanciate dal mondo, grazie
alla sua capacità di mettere in moto un meccanismo - una mecca-
nica poetica - tutt'altro che rispondente a canoni modaioli. E se il
termine meccanica può apparire antipoetico, da un pezzo esem-
plare di KM 1999 è possibile prendere risposta immediata dalla
poetica superba di F. M. 'Esserci stati, quando ci dovevamo essere,/dietro
le barricate, entro le scuole a studiare il Maoismo/contro i conservatori, a
fianco dei progressisti,/lungo i corsi centrali, nelle piazze,/durante le marce
autogestite,/alle manifestazioni non violente', fino a toccare il cambio di
passo che conduce all'estremo. 'E noi che abbiamo più di trent'anni
suonati,/abbiamo piantato un fiore sopra il cavalcavia/dell'autostrada del
Sole al Km 1999,/mentre lassù sfreccia un concorde,/là transita il treno per
Lourdes/tu mi consigli di contrarre una pensione integrativa,/d'istallare un
impianto a GPL /... di comprarmi la casa a riscatto.' Aldo Nove, per la
queste poesie ha parlato di 'sapiente dialettica, giustapposizione di
voci e forme', e persino di 'un viaggio onirico nella sintassi e nel
lessico'. Cogliendo a pieno nel segno. Tanti altri pareri critici, più
che favorevoli, ha raccolto per quest'opera prima il poeta romano
classe '65. Dunque occorre entrare in territori che non sembrano
ascoltati come si dovrebbe. Amorese non è un nuovo futurista,
non è il neonato cannibale che sa fare versi Contro o dentro. No-
nostante una lirica per il fratello Bovè. Stefano Amorese ha com-
posto una volume che strumentalizza la lingua italiota per per-
metterle di rovinare certezze acquisite nel corso degli anni, per ri-
volgere un saluto fatto di invenzioni musicali e Sensazionali
all'umanità che vive in forma di gregge. E l'umanità tutta dovreb-
be sospirare a contatto con cadenze e una dimestichezza nel la-
sciare a bocca semiaperta, farsi sconvolgere come difficilmente sa
ormai fare. Psicofantaossessioni è la maniera giusta per ricordare che
esiste ancora una forma di libertà che è possibile inseguire, ricer-
care, oltre che con cura rispettare. Dove c'è l'attuale e il quotidia-
no, dove il passato si fa condire dal presente arriverà il pensiero di
questi versi sublimi scabroso.
*
 Luciano Pagano
 dalla Rivista telematica: Musicaos
Nella sua introduzione scritta per questo libro di versi edito da
Lietocolle, Claudio Comandini ci mette subito in guardia sull'ipo-
crisia e sulla falsa promessa di veridicità insite in tutte le introdu-
zioni. Elucubrazioni autoevisceranti per mettersi in mostra o via-
tici che sollevano dalla lettura delle stesse poesie? Un discorso che
in modo analogo si potrebbe fare con le poesie, i romanzi, in
un'infinita rincorsa che come meta finale avrebbe un unico termi-
ne, l'onestà intellettuale. Il libro di Stefano Amorese (che in arte
utilizza il proprio anagramma eufonico Faraòn Meteosès) è un libro
che raccoglie la produzione di un autore che come testimoniano i
diversi video rintracciabili su Youtube, scrive pensando con at-
tenzione all'oralità della propria produzione. Una caratteristica
che potrebbe costituire allo stesso tempo una forza o un limite.
Una forza perché la poesia, legata alla performatività del proprio
autore, dona un'espressività del risultato che utilizzato con assidu-
ità appaga degli sforzi, anche in termini di espressione. Un limite
perché una volta viste, ascoltate e eseguite dal vivo, le poesie per
conservare la stessa tenuta devono essere eccezionali. Come ad
esempio lo sono quelle di Mariangela Gualtieri. Le assonanze e i
rimandi vocali all'interno dei testi sono molti. I componimenti
sottendono una vulcanica protervia compositiva, i più riusciti so-
no ottimi spartiti. Basta leggere poesie come 'Verso il Bo',
'L'alternativa' o ancora 'KM 1999″ per accorgersi che dietro alle
intenzioni di coinvolgere la poesia in tutti i sensi ci sia dell'altro.
Anzitutto un forte sentimento di critica nei confronti della società
delle convenzioni, non solo ritmiche, con le quali siamo abituati a
confrontarci. Queste poesie aiutano a risvegliare i sensi del lettore
dall'intorbidimento. Può la poesia una rivoluzione? Una materia
così ostica eppure sempre capace di rinnovarsi nella sfrontatezza
del sapersi proporre, può rivelarsi ancora in qualcosa di interes-
sante, nuovo? Mi vengono in mente certi versi del pasoliniano
'Trasumanar e organizzar', così forti e prepotenti da cercare il bi-
sogno dell'essere detti, malgrado così privi di musicalità, tutti sen-
so e sensazione che non c'è mai abbastanza tempo per raccontar-
lo, il tempo. Stefano Amorese, poeta e performer riesce nell'in-
tento di dare materia di canto a un tempo sfuggente, e lo fa senza
sbavature 'sulla spalla e la cervice del bombardiere/precipitato sulla puleg-
gia/del tuo condilo occipitale, femminile cerniera/che chiude il solco del den-
te/del crotalo canilicolato, secreto digerente/di un veleno esfoliante/che pic-
chietta la ghiandola,/sul pelo incarnato nel tuo segreto/placcato da squame
nella tua formula incognita/di grado secondo'. Un dettato che è in cerca
di una soluzione e che resta in armonia con il suono e con il sen-
so dell'invettiva. Ha suoni e talento da vendere, Stefano Amorese,
che malgrado la dichiarata latitanza di Virgilio, come dice in una
poesia, possiede gli anticorpi per affrontare il mare magnum della
poesia di un tempo post-avanguardista. Per lettori curiosi.

 Fabrizio Patriarca

sulla rivista cartacea Gradiva n° 33/Spring/2008

Le poesie di Faraòn Meteosès (alias Stefano Amorese) hanno ri-


suonato per anni nel circuito underground della Capitale, con di-
verse avventure tra piazze, locali e autoproduzioni, prima di riu-
nirsi in questa belle veste cartacea per i tipi di LietoColle. E final-
mente, aggiungo, perché quella di Amorese è una delle voci più o-
riginali e dirompenti della scena romana: pezzi funambolici e pro-
vocatori - come le indimenticabili Mumble-mumble e Water closet-
ardimentosi tableaux in cui il linguaggio giostra in continuazione e
le parole s'addensano senza mai frullare, sempre vigorosissime,
sempre piccanti, esplicite come esplicito è quel 'coraggio della pa-
rola' in cui Walter Mauro ha voluto riassumere il verso di Amore-
se. Un surrealismo sorvegliato, blindato da un feroce talento
combinatorio, chiuso in una fiammata linguistica saporosa e folle,
in un quanto mai severo Ludum Dicere, con tutta la retorica del ca-
so agghindata a nozze, e a più taglienti-ghignanti separazioni: 'Cari
miei poeti Maudit... è proprio così /non sono migliore di Voi, chiedo venia
per la litania/e faccio Cip e postcip/Arf Arf... in un buffo soffio di
BLUFF'.

 Luana Bombardi
Gentile Stefano, finalmente sono riuscita a trovare un po' di tem-
po per leggere le sue poesie, che mi hanno colpito per la vigoria e
la vivacità dello stile, per la versificazione impetuosa, magmatica e
fiammante. Più che lettrice, mi sono sentita spettatrice della sua
opera. Mi sembra, infatti, che la sua parole poetica rechi un'im-
pronta (e un impianto, anche grafico) fortemente teatrale. Non mi
ha sorpreso che anche l'autore della prefazione al suo libro abbia
tenuto a rilevare quanto per lei sia importante l'aspetto performa-
tivo. E', forse, il carattere più evidente della sua poesia. Lo si e-
vince immediatamente. Da anni mi occupo di danza e mi sono
domandata spesso che cosa catturi l'attenzione del pubblico, che
cosa, di un allestimento, narrativo o concepito nel segno della più
pura astrazione, susciti il nostro interesse di spettatori, sino, talo-
ra, a trasportarci idealmente dentro la messa in scena. Sono per-
venuta alla convinzione che a rendere efficace uno spettacolo, in-
dipendentemente dall'ispirazione, dalla struttura, dal codice e-
spressivo - che si tratti di un balletto tardo-ottocentesco, o di una
produzione d'oggi non importa - sia sempre e solo la qualità lirica
del messaggio, quell'alcunché di ineffabile e sfuggente, potente e
indefinibile, impalpabile e surreale - tanto più pregnante, in quan-
to percepito (e compreso) irrazionalmente - insito in un gesto o
un movimento allusivo; quella drammaturgia delle emozioni, fatta
di flash, rimandi, piccoli dettagli densi di significato, che si edifica
su valori e contenuti universalmente condivisi, che non necessita
di commenti o spiegazioni, che rapisce e non si lascia descrivere
facilmente. La bellezza esige il silenzio della razionalità ed alberga
in un insieme di frammenti fra loro abilmente collegati e intessuti.
E' questo che, nell'azione coreografica, ci attrae. Che cosa mai
può esservi di più vicino alla poesia? Ma nel creare le proprie sug-
gestioni, nell'affascinare e coinvolgere, la poesia del teatro di dan-
za, così come quella espressa dalla parola scritta, suscita talvolta
un vago senso di malessere e sgomento. Come mi è accaduto -
venendo alla sua opera - leggendo Bambini & sciacalli (già il titolo
inquieta), in cui il sarcasmo pervasivo, la beffarda amarezza, l'in-
clemenza, talora lacerante, delle immagini poetiche stringono
d'assedio il lettore, raggiungendo, a tratti, un'intensità quasi intol-
lerabile. Altre sue composizioni mi hanno colpito per esuberanza,
vitalità e dinamismo. Dirompente, nella sua abbagliante e alluci-
nogena fantasmagoria, è Serpentario. Guizzante, nel suo istrionico
humour, è la teatralissima Kermesse. Ammantata di tristezza, venata
di rimpianto, KM 1999 è di forte impatto emozionale, nel suo of-
frirsi, in forma di rêverie nostalgica, quale riflesso di una profonda
crisi generazionale, nel suo assumere un tono impietosamente au-
tocritico e accorato, nel suo tradursi in un toccante, e quasi grida-
to, inno alla memoria e al disincanto, alla presa di coscienza, a una
(salvifica?) consapevolezza del presente. Lucente, con e senza al-
lusione al titolo, è la deliziosa Sidol, nella sua semplice e inedita
ispirazione, nella sua ellittica incisività, nella sua luminosa conci-
sione, resa preziosa dal lirismo e dalla (romantica) delicatezza di
alcune immagini: 'Le mie mani risplendono come piatti di ottone/insieme
fanno un vassoio di gioielli:/darò a te la carezza più aurea.'. Ecco, in bre-
ve, le impressioni che ho ricavato dalle sue composizioni; impres-
sioni che ho voluto scrivere di getto, affidandomi - come faccio
sempre col teatro - all'irrazionale immediatezza delle sensazioni
che l'opera mi ha suscitato.
*
 Andrea Di Consoli
«La Repubblica del Fuorilegge»

Il critico letterario passa molte delle sue ore a celebrare funerali.


Quasi ogni giorno è costretto ad assistere al collasso della “consi-
derazione” o “utilità” della poesia. Ma è ovvio: un funerale
all‟anno è una tragedia, un funerale al giorno è semplicemente
comico. Stefano Amorese mi diverte da morire: leggo le sue poe-
sie e mi metto a ridere ad alta voce, dissacrante, come se avessi
visto prendere a cazzotti Pindemonte. Le sue poesie sono
brut(t)e, anzi brut(t)issime, da illetterato voluto. I poeti… che
strana razza di uomini! Mi capita spesso di riflettere su questi “cu-
riosi” esseri che si aggirano per le strade; ne ho conosciuti a cen-
tinaia, ho letto migliaia di poesie, ho passato i migliori anni della
mia vita ad ascoltarli. Sono pazzi, non c‟è nessun dubbio, a volte
li ho odiati profondamente (Lombroso mi avrebbe aiutato a capi-
re). Eppure loro, Meteosès incluso, mi danno il gusto irresistibile
dello “stare fuori”: un modo unico per realizzare una “Repubblica
del Fuorilegge” che è la vera Utopia degli uomini liberi. Il “bruto-
brutto” Amorese abolisce ogni censura (come Ciprì e Maresco,
come i bestemmiatori, come gli ubriaconi, come Bukowski, ecc.)
e crea un mondo privo di leggi. Se la magistratura fosse più seria,
dovrebbe mandargli un avviso di garanzia. A parte gli scherzi: Fa-
raòn Meteosès non è uno scrittore di astruse complicazioni
d‟avanguardia, né di quelli che quando li leggi non ci capisci nien-
te. Il suo discorso è chiaro, follemente limpido, diretto. La sa lun-
ga, Amorese, ne ha per tutti, come chi usi l‟accetta piroettando su
se stesso. Parlare di poesia non mi interessa più, semmai mi piace
ancora parlare dei poeti. Essi, in un mondo globalizzato, mondia-
lizzato, internettizzato, economizzato, censurato, ordinato… essi,
dicevo, non contano più nulla, sono derisi da tutti, sopportati,
mal pagati e ignorati. Forse è giusto che sia così, forse è storica-
mente inevitabile (mi fanno ridere, però, quei poeti-tromboni che
ancora ci credono, che parlano come oracoli, che credono di es-
sere ancora al “centro”di qualcosa). Amorese, colui che non ci
crede più, il dissacrante, l‟a-funzionale al sistema (e poetico e so-
ciale) non mi dispiace vederlo per le strade di Roma. A lui sia da-
to il benvenuto nel club dei disincantati. Non voglio parlare delle
poesie di Stefano. Il gioco di parole, il plurilinguismo, la comicità,
lo sfregio, la dissacrazione, l‟aggressione delle sue poesie mi sug-
geriscono, però, una cosa: che i poeti “sfogano” idee e parole che
noi (uomini di “prosa”) non abbiamo più il coraggio “politico” di
esprimere. Più ci penso e più me ne convinco: il politicamente
corretto ci ha divorati. I poeti sono gli “irregolari” di sempre, ma
svolgono una funzione sociale importantissima, e cioè quella di
spurgare il rimosso del consorzio sociale. I (maledetti) poeti: se
non ci fossero, bisognerebbe inventarli.
*
 Antonino Contiliano
«Pensieri su Meteosès - Marsala, 9 maggio 2008»

Gentile Amorese, alla sua attenzione i frammenti della mia lettura


(semplice) di Psicofantaossessioni: già il titolo della raccolta, Psicofan-
taossessioni, al primo impatto visivo, mi ha aggredito come una 'pa-
rola-valigia' aperta alle ferite. Il suo è un contenuto contundente.
Un vaso di Pandora dal quale, poi, una vasta polisemia fenomeni-
ca ('fanta': fantasia, fantasma, fenomeno, fenomelogia, forme) fa
sbordare la 'psiche' sezionandone l'intreccio nelle 'ossessioni' co-
me se fossero 'sessioni' o stazioni di transito a carico poetico dif-
ferenziato. Un tir di eventi che, nelle varie gradazioni dell'ironia e
della parodia (allegorizzante), mi ha catturato (anche per ricordi e
memoria di cose e fattacci che hanno interessato la mia forma-
zione e il mio scrivere testi poetici (una per tutte l'Italicus, atten-
tati e altre schifezze di Stato e mafia capitalistico-vandeana... al-
tro). Questo per dirle che anche il resto della lettura mi ha inte-
ressato per la sua capacità di traino che - sotto le 'mentite' spoglie
di una psicoanalizzante motivazione (cosa verso cui può far tergi-
versare la parola 'psico') - ha mostrato una forza di poiesis retorica
(= dominio delle strategie della figuralità del dire letterario-
poetico) acida, crudele, materialistica e storica. Questo serio
engagement della sua scrittura è macerato poeticamente (non si me-
ravigli se uso questo termine...che sembra non essere più di mo-
da; non mi ha mai abbandonato, e se lo intravedo, come credo,
come nel suo caso, ne sono felice: mi rallegra la lettura e il fatto di
essere in buona compagnia...). È una dimensione etico-politica,
elaborata nella dimensione 'autonoma' del linguaggio poetico ma
non indipendente (e va bene!) dal 'letterale-materiale' della storia e
della 'contestualità organica' complessiva, quella del suo engagement
che supporta il 'noi' del soggetto collettivo di cui oggi c'è più bi-
sogno che mai. L'io del piagnisteo è andato all'altro mondo! Ben
fatto! Non se ne può più di lirismo d'accatto e fuorviante. L'ac-
cumulo, e il quasi-racconto della struttura testuale di alcuni suoi
testi, sono altre cose che ho visto, almeno credo, e apprezzato. La
forza erosiva con cui la semantica della pratica significante e del
senso dei suoi testi poetici, che intrecciano livelli diversi del dire e
fare poesia oggi, si veicola e scivola straripante. Sembra la conflu-
enza di una molteciplità ritmica che si articola in sintassi e sonori-
tà stranianti (esempio: 'stanga...losanga' et similia, o per scelte
compositive inerenti la 'dispositio'). Commutazione ('allibi-
ta/illibata' o' innesto/incesto'), allitterazioni e assonan-
ze....emblematizzazioni, 'apostrofe' e pluringuismo non mancano.
Servono a sottolineare la forza di questo suo Psicofantaossessioni. La
sua composizione (radicata in una parola-valigia) lascia un'apertu-
ra interpretativa e di seduzione stimolante e coinvolgente. Il men-
tale e il passionale, tenuti a bada dal filo critico e autocritico dell'i-
ronia, migrano la loro temperatura oltre i limiti della soggettività
dell'autore e contagiano il lettore. C'è una rete di figuralità-
concettuale compatta, intertestualmente correlata, e tale che ga-
rantisce, credo, unità e spessore all'intero suo lavoro racchiuso
nella valigia della parola che dà titolo al libro e ne indica la tenden-
ziosità.
*
 Alessandro Agostinelli
dalla Rivista telematica Alleo
La poesia di questo autore è voce, pura lingua che esce a vanvera
dalla penna. Egli gioca con le allitterazioni e con il lessico, in una
specie di delirante viaggio tra le pieghe di un io debordante che
rare volte incrocia il lettore, cioè il linguaggio-mondo che do-
vrebbe corrispondere a qualcosa di condiviso nella sfera sociale,
dove peraltro queste poesie ambirebbero a un riscontro. Si capi-
sce già dal nome scelto per firmare questo libro che il poeta si di-
verte a camuffare le verità con sproloqui linguistici. Infatti Faraòn
Meteosès è soltanto lo pseudonimo di Stefano Amorese che dice:
“(so di scrivere male!): la Lingua mi sa un po’ di cognac./Ancora mi sa…
di Cabaret”. In questo assiduo gioco ossessivo di una mente incon-
tenibile, come si comprende bene leggendo la poesia
'L’alternativa', bazaar di nomi e libere associazioni di idee, matura-
te in un pensiero libero e sfrenato, Meteosès basa tutto il suo
lambiccamento poematico. Forse è con 'KM 1999' che l‟autore
raggiunge un momento concettuale più pulito, dove il suo solito
cantilenare trova un metro adatto a un racconto compiuto. Sì,
forse è proprio questa poesia che da sola merita il libro.
*
 Renato Gabriele
Desidero dirle che le sue poesie sono molto convincenti, in qual-
che modo smaglianti, per gli effetti dell'invenzione linguistica che
non si presenta mai come una forzatura, come un'operazione
meccanica, come tante ahimè che se ne scrivono, sospese tra il
giochino enigmistico ed il bamboleggiamento stucchevole. Il suo
discorso è invece sempre intelligente e poeticamente realizzato,
ed attesta che lei è nella condizione di poter attingere a vasti de-
positi personali, a stratificazioni capaci di concrescere nel mo-
mento stesso in cui ella pone mano a scalfirne la consistenza. Tut-
to ciò, tutto il suo profondo giacimento, l'ethos insomma del suo
essere poeta, rende 'facile' il verso e godibile la scansione ed am-
mirevole persino, certe volte, l'esibizione funambolica di bravura.
*
 Marco Simonelli
da Absolute Poetry
Faraòn Meteosès non è solo uno pseudonimo: semmai un nome di
battaglia, un‟identità altra (non fittizia e comunque ben struttura-
ta), un sotterfugio, un escamotage che questo autore utilizza per
sabotare con metodo qualsiasi riferimento privato o privatistico
in favore del suo alter ego pubblico, quello che in pubblico si mo-
stra per parlare del pubblico (inteso sia come insieme di auditori,
sia come 'res publica'). Fondatore della Compagnia Parateatrale 'Il
Piede di porco', scrittore e interprete della performance 'Per lu-
dum dicere', Meteosès è una bizzarra figura di agitatore culturale
underground che, recuperando l‟aspetto orale della poesia, sem-
bra aspirare al ruolo di Giullare Urbano. Un Giullare, va specifi-
cato, che non si limita ad intrattenere una corte contemporanea
bensì cerca di sabotarla dall‟interno servendosi di una retorica
verbale in cortocircuito. 'Kermesse', brano che qui presentiamo in
versione .pdf ed .mp3, appare graficamente come una partitura
per puntini di sospensione e plurilinguismo, una lunga frottola
schizoide in cui una voce, moltiplicata per sé stessa, sembra affac-
cendata in quello che potremmo definire uno 'spogliarello verba-
le'; 'entraineuse' o prostituta babelica, la voce si esibisce in un triplo
salto mortale del senso e del suono, vestendosi di tutto punto in-
vece di denudarsi, si copre con strati e strati di barbarismi terri-
bilmente comprensibili, stringe la cintura del luogo comune, si in-
fagotta in frasi fatte, e nel suo tentativo spudorato di assimilare la
poesia ad un mero entertainment ci dimostra esattamente il contra-
rio: l‟impegno della lingua, forse, uno spudorato e ironico spirito
di sopravvivenza e resistenza alla banalità del linguaggio modaiolo
che qui viene impiegato come materia prima, riciclato, scomposto
e risemantizzato in forma versale, una versatile e polemica invet-
tiva sociale che, dopo averci stupito con effetti speciali, lascia in
bocca un amaro persistente.
*
 Bruno Pompili
Gentilissimo Stefano Amorese, ho ricevuto naturalmente le "elet-
tronike"psicofantaossessioni e Te ne ringrazio. A lettura ultimata,
ho un debito di riscontro; con una premessa tuttavia: non mi
permetto mai di dare giudizi (o simili cose) sulla poesia, per prin-
cipio e rispetto. Tuttavia, alcune considerazioni sparse, che penso
non Ti suoneranno inedite, perché non lo sono: La poesia deve
disorientare, non deve consolare (e non saprei proprio come...).
Non so se oggi qualcosa ci possa disorientare: siamo spaventosa-
mente abituati al peggio, o al meglio che non c'è: "Tanto peggio
per l'isola!" Le parole depositate nella memoria hanno diritto di
riemergere, con il loro disordine naturale. L'ordine che cerchiamo
a volte di imporre ai rottami galleggianti, uno se lo dà come crede,
se crede, se vuole. Un ordine è sempre pericoloso, ma siamo resi-
stenti. Un falso disordine: ci si può ragionare!, se non fosse che il
ragionamento rientra nei pericoli. Ci sono molti kilometri intorno
al 1999: il prima e il dopo dobbiamo ragionarci (vedi sopra). A
vent'anni (Rimbaud, non so, non posso dire "non conosco") si
può cominciare a star zitti, o a bestemmiare. Anche prima, even-
tualmente. Si può anche resistere scrivendo. IO (si può dire io?) a
vent'anni ho smesso, senza aver scritto Illuminations. Non avrei
dovuto scrivere nient'altro, ma lo spirito, come la carne, è debole.
Se oggi decidessi di scrivere poesie, forse (consentimi il forse) ra-
gionerei (di nuovo?!: errore su errore) come stefano amorese (le
minuscole sono d'obbligo, per rispetto). Non posso, in quanto
bruno pompili, che formulare (si dice così, sovente!) il "augurio"
(c'è errore?) di buona resistenza.
Hai sicuramente capito che c'è affetto e rispetto per il testo che
mi hai elettroinviato. Le mie energie, commisurate alla "rispettabi-
le" (non saprei perché) età non mi danno altre parole. Bruno Pom-
pili (oggi sintonizzato, domani non saprei...)

 Franco Romanò

sulla rivista cartacea La Mosca di Milano n° 19

La cifra stilistica di questo libro è relativamente facile da mettere a


fuoco. Un linguaggio torrenziale, che può apparire a volte mono-
logo interiore, altre volte citazione colta, inframmezzata da giochi
di parole e corticircuiti linguistici; il tutto governato da una metri-
ca liberissima: «Strappo i fili troppo labili, illiberali al mio Discor-
so,/nei conciliaboli mordo sul dorso dei vocaboli/ alle narici e
alle varici di giugulari di giullari» (da Bluff, p. 13). È il procedi-
mento seguito da tutte le avanguardie novecentesche, fino alla
Neoavanguardia italiana, al Gruppo 63 e ad altri esponenti più de-
filati. Alcuni versi fanno riferimento alla parte più estrema dell'a-
vanguardismo: «Sono Dada-seminuda-asessuata,/ omelette e
sans-culotte in pallacorda, in avanguardia/ al Bordellone editoria-
le» (da Kermesse, p. 15). Dietro la torrenzialità dei versi e la me-
trica apparentemente casuale, emerge man mano che si legge un
ordine che finisce per diventare la vera originalità di questo libro,
capace di produrre su chi legge l'effetto al tempo stesso di implo-
sione ed esplosione controllata. Il primo termine mi viene sugge-
rito dalla tendenza dell'autore a elidere le barriere che separano un
movimento d'avanguardia dall'altro (che, non dimentichiamolo,
avevano pur sempre notevoli differenze fra loro); così a versi
squisitamente dadaisti come quelli citati se ne affiancano altri che
risentono di echi surrealisti, oppure che ricordano, come l'inizio
della prima poesia, un certo modo di avvicinare pensiero a poesia
che fu anche dei poeti della Beat Generation, in particolare di Al-
len Ginzberg: «Apro le porte della
Mente/ scavalco le fortezze del Nulla/ supero i palinsesti del
Programma» (da Incipit, p. 11). Facendo implodere le avanguar-
die l'una nell'altra, grazie anche alla distanza temporale che ci se-
para da quelle esperienze, favorendo così un processo di semplifi-
cazione e sintesi, l'autore ottiene un effetto di esplosione control-
lata, dove è il montaggio l'elemento a farsi via via fondamentale.
Parlo di montaggio proprio in senso cinematografico, cioè quel
procedimento che, partendo da chilometri e chilometri pellicola,
seleziona e taglia e poi ricuce. Tutto questo ha sicuramente a che
fare anche con lo scherzo e puntuale, a questo proposito, è il ri-
chiamo del prefatore Claudio Comandini al Palazzeschi giocoso.
Tuttavia, quello che rimane a fine lettura è un retrogusto più am-
bivalente, più difficile da definire: questo scorrere velocissimo
dell'avventura avanguardista che tanto ha segnato (sia per chi l'ha
amata, sia per chi l'ha odiata), il secolo che da poco ci siamo la-
sciati alle spalle, finisce per diventare una foto di famiglia, un pez-
zo di noi tutti consegnato alla storia; anche per chi non c'è in
quella foto e ritiene di essere stato poeticamente altrove.
*
 Francesco Lioce
Valore iconico delle maiuscole, sigle, -e commerciali, ossimori,
allitterazioni, rime insistite, paranomàsie, pleonasmi, riproduzione
grafica del tono di voce elevato, giochi di parole... Nell‟analisi di
queste ossessioni psichiche e fantastiche il glossario delle forme
retoriche potrebbe di certo continuare a ingrossarsi, il plurilingui-
smo di Faraòn Meteosès infatti, evidenzia, indica e rafforza, in
virtù di uno sperimentalismo pregevolmente disinvolto, consape-
vole dei propri mezzi e incline, comunque, al disinganno. In un
simile contesto compositivo, il rischio che corre l‟autore è, sem-
mai, quello di fare leggere partiture in sé prive di una musica (sa-
rebbe bene ricordare sempre quanto scritto da Verlaine nell‟Art
poétique: de la musique avant toute chose...). E non si dimentichi nep-
pure che siamo reduci dalle partiture logorroiche e sgangherate
del sessantottismo e dei suoi sedicenti avanguardisti, che hanno
fatto del pressappochismo obbligatorio il peggiore tra i possibili
conformismi. Ma questo nostro richiamo, bene inteso, non deve
confondersi con la reazione, si finirebbe per rievocare lo spettro
dell‟esatto contrario, quello, per intenderci, di autori alla Saba e
alla Caproni, invischiati nel cantabile sciatto, nella rima filastroc-
cata a tutti i costi, obsoleta e facile, scarsa di senso e monotona.
Meteosès ha, comunque, il pregio di metterci di fronte al fatto
compiuto. Di fronte alle decomposizioni sedimentarie della nostra e-
poca. Di fronte al credo democratico, secondo cui poeta è una
parola che va scritta con la minuscola. Il suo testualizzare ricorda
da vicino le recitationes della bassa età imperiale: il pastiche non im-
plica, infatti, una recitazione a memoria, ma una lettura frutto del-
la duplice operazione dello sguardo (che legge) e della voce (che
dice), davanti a un uditorio costituito, però, più da specialisti che
da semplici spettatori.
E tuttavia, l‟originalità di cui parla Comandini – che, pure, ha
scritto una prefazione attenta – è fuori luogo: etimologicamente,
l‟origo è ciò che si colloca accanto all‟inizio, ciò che si avvicina di
più alla tradizione, che da essa prende le mosse per attraversarla e
renderla più viva. In questo senso, di originale nell‟agile raccolta
c‟è soprattutto la grande (e quasi conclusiva) metafora scatologica
di Water closet: come non pensare, rileggendo avvedutamente la
poesia, alla condanna di Alessio Interminelli nel XVIII dell‟Inferno
o alle numerose allusioni escrementizie del Montale successivo
alla Bufera? Dunque, l‟autore è a un buon punto di partenza. Di-
mostra di avere le carte in regola per padroneggiare la lingua in
tutte le sue fasi. Ma le fasi della lingua poetica – altra, mistica, as-
soluta – esigono di ritrovare dopo la sperimentazione (si pensi
soltanto a quella che ha preceduto il capolavoro dantesco) sempre
e comunque l‟ordine, la compostezza e la misura. Esigono, in-
somma, di non restare ferme al mero – sebbene pregno di conte-
nuti – compiacimento verbale.

 Biagio Propato
Roma, 9/06/2009
«Un viaggio sniffando l’odore in-odore
della Consapevolezza»

“Allargate l‟area della coscienza... conoscenza! Togliete i cardini


alle porte! Togliete le porte dai muri!”, scriveva più o meno così il
mistico della beat generation, Allen Ginsberg, nei suoi continui
inviti di aderenza all‟universalità, dopo aver sperimentato perso-
nalmente, ogni tipo di contemplazione e di droghe, come Casta-
neda, per iniziarsi alla Gnosi. L‟autore di “Psicofantaossessioni”
col suo primo verso dell‟incipit Apro le porte della mente, ci riporta
in quei luoghi interiori, in quelle atmosfere beatiane, che influen-
zarono anche i Beatles. Aprire le porte della mente, significa darsi
a un viaggio verso l‟altro, verso la varietà infinita di esplorazioni,
che senza lo snocciolamento dell‟io, non sarebbero possibili. La
mente è come il mare, come il cielo, come la foresta, come il de-
serto, può entrarvi di tutto: l‟indifferenza e l‟arroganza, l‟invidia
e l‟inganno, l‟odio e l‟amore, e allo stesso modo può uscire di tut-
to, per far gioire, per colpire, per comunicare tutte le istanze che
danzano frenetiche o giacciono in stato di latente quiete. Faraòn
Meteosès preferisce far danzare le sue idee in un miscuglio etero-
geneo dove le parole si accavallano e si snodano uscendo e rien-
trando nel guscio delle loro primarie accezioni, arricchite di nuove
valenze di significato e di suono. Rime giocose, baciate, citazioni
dal latino, segmentazioni, dilatazioni, iperboli: una babilonia di
sensi e non sensi, da teatro beckettiano, per fluire in un costrutto
poetico includente stilemi e poetiche variegate, e sempre coerenti.
-A-AZIONE - Giù lo Sla-lom. Giù il Go-lem/al di qua dell’INCIPIT
fino all’introitus/nel dulcis in... de profundis/- in vademecum di gomma in
cellophane.../- (per un surplus di Ogino-Knaus)/- in memorandum di O-
nan.../- in “SEMEN FUNDEBAT IN TERRAM!”/Mi garantisco
cosi da contaminazioni veneree,/da trombosi di corpi cavernosi… (Incipit-
Pag. 11). Citazioni, dicevamo, che allargano l‟asse spazio-tempo,
traghettando il lettore in situazioni e luoghi lontani, fatti, favole.
“Psicofantaossessioni”, non è un Hortus ad excludentur, ma un
centro che accoglie, rigenera e abbraccia fiumi di vissuto persona-
le, sociale, politico, cercando connessioni con il passato e proie-
zioni verso il futuro, nutrendosi del presente. Esprime anche la
condizione di una generazione nata nell‟esplosione, nei raid irre-
frenabili delle nuove tecnologie, che hanno omologato, come Pa-
solini aveva previsto, costume e linguaggi; esprime inoltre, il rim-
pianto per non essere appartenuti alle eroiche generazioni degli
anni sessanta e settanta. I corsi e ricorsi storici, possono fare as-
saporare ciò che è stato, ma nulla può ripetersi come prima, dun-
que andare avanti, pur mantenendo un sano nostos, e procedere
come il martellante Majakovskij de “La nuvola in calzoni”... e
come? Intronando l‟universo con la possanza della propria voce.
Camminando belli, senza tempo... in eterna giovinezza, squar-
ciando i veli dell‟ipocrisia con il proprio Urlo, o con il Canto na-
scosto nel silenzio delle parole non dette. Leggendo i versi di Fa-
raòn Meteosès, si coglie dunque quella sorta di rammarico, poi-
ché ai vecchi miti non si è in grado di sostituirne dei nuovi. Ogni
generazione ha avuto e ha le sue figure leggendarie, buone o cat-
tive che siano! Esserci stati, quando ci dovevamo essere, dietro le barricate,
entro le scuole a studiare il Maoismo/contro i conservatori, a fianco dei pro-
gressisti,/lungo i corsi centrali, nelle piazze,/durante le marce autogestite/alle
manifestazioni non violente (KM 1999-Pag. 29). Vivere la propria at-
tualità non è facile! Cogliere il presente in tutte le sue sfumature è
difficile! L‟autore irriducibile e controcorrente di “Psicofantaos-
sessioni”, ci prova, sia pure tuffandosi nelle acque del passato e
guardando le nubi del futuro, ma con i piedi saldati nel suo tem-
po, nel suo lessico, nelle sue invenzioni, nelle tradizioni rivisita-
te, anche se ormai tutto è cosparso di calcinacci e le società con-
sumate quotidianamente come un “Nudo pasto”, dalla “Scimmia
onnivora”, perdono il senso della sacra individualità, facendo di
arte e scienza, di politica e di economia, un mostro divoratore,
divorato al contempo, da se stesso, dalla propria brama di con-
sumare tutto, ad ogni costo. Ma possono ancora essere puntellate
le colonne del tempio della modernità, della contemporaneità? E i
capitelli, adornati di acanti, per stabilire la ginsberghiana “An-
cient heavenly connection“? O il Leviatano ha veramente e defi-
nitivamente ingoiato ogni cosa, e nulla resta da stringere nel pal-
mo della mano, se non polveri, calcinacci? Ad altezze di seminterra-
ti/schiacciati ad una stazza e anodizzati/sulle croci del demonio/in lizza ai
lumicini, di beati mai canonizzati/smarmittano il carbonio in tossine di mo-
nossido/di nafte e paraffine da sniffare/... nell’umido e nell’acido/nei tubi e
nei passanti a scappamento/e in culo in culo alla schermaglia (Calcinac-
ci-Pag. 40). Faraòn Meteosès, è conscio dell‟entità del male cor-
rosivo e invadente che distrugge tutto ciò che incontra o va addi-
rittura a scovarlo, per distruggerlo. Vede il Moloch a molte teste,
che si aggira ovunque e vorrebbe frenarne la corsa pur sapendo
che l‟unica cosa che può fare, è cambiare se stesso, le cose che si
possono cambiare, sniffando l‟odore in-odore della Consapevo-
lezza. Anche questa, nonostante le aberrazioni portate ormai
all‟eccesso, è un‟epoca di grandi rivelazioni, anzi di “Rivelazione”,
poiché “Tempus enim propre est”, come dice Giovanni
nell‟Apocalisse, è quindi necessario prendere posizione, saper
scegliere, allontanandosi da idolatrie e consumismo, non lasciarsi
consumare, ma opporsi, proponendo le proprie idee, i propri im-
pulsi e slanci creativi , esorcizzando con l‟arte, con la poesia, quel-
la tremenda angoscia Hamletica, che invade l‟occidente terrorizza-
to dal fardello dell‟esperienza transeunte del ben adam incapace di
vivere nel limite necessario postogli dentro e fuori per superare il
limite pur avendolo. Il feticcio Fecale a fatica mi scivola nella latri-
na/Tonfa in un tanfo flatulente... costipando nell’intestino/il Deside-
rio/Non ho più Sogni che dalle Viscere-visciole di ribes/Ma Tu... disabitua-
ti all’Illusione dell’Eternità/vedrai...rinasceranno presto i germi...del mio
MALE! (Water closet-Pag. 45).
 Antonella Foderaro
 dal blog: Filosofi per caso
“Scartando ora tutte le stupide definizioni e tutti i confusi verba-
lismi dei professori, io vi dichiaro che il lirismo è la facoltà rarissi-
ma di inebriarsi della vita e di inebriarsi di noi stessi. La facoltà di
cambiare in vino l‟acqua torbida della vita che ci avvolge ed attra-
versa. La facoltà di colorare il mondo coi colori specialissimi del
nostro io mutevole” F.T. Marinetti da Zang Tumb Tum 1914
Cosa significa cambiare in vino l‟acqua torbida della vita?
Molti “professori” del mestiere pensano che basti semplicemente
fingere che l‟acqua sia pulita e dunque berla immaginando che si
tratti di vino.
Una finzione nella finzione il cui soggetto è incapace di inebriarci
in quanto “acqua” e finanche di dissetarci perché di fatto essa è e
rimane “torbida”.
Perché il “miracolo” avvenga è necessario che muti la sostanza,
non più “acqua torbida”, bensì vino ed aggiungerei un ottimo vi-
no, il migliore, tanto da spingerci a bere fino all‟ebbrezza.
Ma come compiere questo miracolo? Di quale facoltà dobbiamo
avvalerci per non essere semplici illusionisti, ma autentici poeti?
…“il lirismo è la facoltà rarissima di inebriarsi della vita e di ine-
briarsi di noi stessi …”
Il poeta non costruisce cattedrali, superbe architetture d‟immagini
e versi, nel deserto dei valori e nel piatto grigiore di un‟esistenza
che si trascina nel triste autocompiacimento della bellezza e ricer-
catezza delle proprie parole, egli più concretamente è un demiur-
go, costruisce e ri-costruisce il reale attraverso la propria persona-
lissima capacità lirica.
Tale capacità/facoltà è originalissima e mutevole proprio perché
non ha sede nelle cose o circostanze esterne cui piuttosto si volge,
bensì in quella zampillante unicità creativa che è l‟ “io” poetico.
Chi possiede questo rarissimo dono, non può fare a meno di co-
lorare il mondo con “i colori specialissimi” del proprio io mute-
vole. Un io che si evolve, non si fossilizza in regole e schemi scle-
rotici e sclerotizzanti, costantemente aperto a nuove sperimenta-
zioni in cui la parola vive la stessa libertà del poeta.
La potenza dello “sguardo” lirico è tale da non rendere necessaria
alcuna formula o gesto, in quanto è esso stesso gesto trasforman-
te, modificando la sostanza delle cose affinché diventino ciò che
dovrebbero essere.
La parola allora può dirsi lirica se capace di operare questa meta-
morfosi dentro e fuori di sé.
L‟acqua torbida della società consumistica, con il suo linguaggio
fatto di spot e la sua realtà-mercato, invoca su di sé uno sguardo
lirico, che non sia denuncia priva d‟impegno, lotta senza ideale,
grido incapace di diventare canto.
“Ci sono cose che solo la letteratura può dare” -direbbe Calvino –
una di esse, in verità la prima è, appunto, la “leggerezza”, cioè
quella capacità di essere allo stesso tempo, dentro e fuori la realtà,
tanto dentro da sentirne il “peso” della responsabilità, abbastanza
fuori da poterla restituire allo sguardo di tutti, più lieve (trasfor-
mandola dunque in vino).
A contatto con quest‟acqua vorticosa che “avvolge ed attraversa”
il poeta deve però prima di tutto riuscire a resistere, ecco allora che
la sua visione per rimanere lirica e non morire vittima del proces-
so di desertificazione del “nulla” che avanza e lo circonda, dovrà
trasformarsi in una “psicofantaossessione”: un lirismo difensivo e
creativo al tempo stesso, una lucidità delirante la bellezza, un gio-
co di scacchi psicologico dal cui esito finale dipenderà la realtà.
Simile ad un tappeto magico o un cavallo alato, la fantasia per-
mette al poeta di levitare, consentendogli allo stesso tempo
quell‟equilibrio tra sogno e realtà indispensabile per traghettare in
quest‟ultima ciò che egli stesso avrà ritenuto irrinunciabile.

Le “Psicofantaossessioni” di Faraòn Meteosès (aka Stefano Amo-


rese) si leggono tutte d‟un fiato – con leggerezza - come si beve
un buon bicchiere, spinti dal desiderio d‟inebriarsi e dall‟ansia di
sapere se a vincere sarà la vita.
L‟ Incipit dell‟opera introduce “qualcosa” che è più di un sempli-
ce testo, sembra quasi che l‟autore ci fornisca di occhiali 3D tanto
forte è l‟impatto suscitato dal susseguirsi geniale e giocoso
d‟immagini vivide e veloci.
Il linguaggio spesso fumettistico risulta semplice e ricercato al
tempo stesso, diventando a seconda delle tematiche ora sottile ed
ironico sberleffo, ora pugno iconoclasta.
Nulla lascia indifferenti, ci si scopre – come per magia – protago-
nisti involontari delle psicofantaossessioni di un poeta metropoli-
tano, che muove magistralmente la sua penna/bacchetta perché il
coinvolgimento del pubblico sia totale.
La colonna sonora del film è un “jazz-rap” travolgente, non ci si
accorge di starne seguendo il ritmo se non fosse per il tamburella-
re involontario delle dita sulla pagina e quella irresistibile voglia di
rispondere ai versi con la nostra personale improvvisazione.
 Mario Fresa
La lingua iridescente e paradossale di Faraòn Meteosès (nom de
plume anagrammato di Stefano Amorese) opera, anarchicamente,
contro un'idea seriosa e paradigmatica della poesia. La raccolta
Psicofantaossessioni, edita da LietoColle, è una giostra infocata e i-
narrestabile, in cui la parola stessa vuole negare ogni traccia di
sentenziosa letterarietà e si dona liberamente, invece, a un unico,
potente flusso, tutto percorso da un'energia destabilizzante e dis-
sacrante. Una poesia, quella di Meteosès, felicemente debordante,
in cui il mondo è scrutato con uno sguardo strabico, surreale e
straniante, capace di rovesciare, ridefinire e sconcertare tutto ciò
che, febbrilmente, gli si pone di fronte. La mobilità comica e ner-
vosa di questa silloge, non lontana dalle gustose invenzioni arba-
siniane, è resa con efficacia dalle continue risorse linguistiche dei
versi: esplodono e si rincorrono, continuamente, allitterazioni,
rime interne, ambigui processi analogici che sanno creare urti ver-
tiginosi e inauditi sbandamenti. Si è immersi, leggendo questo li-
bro, in un universo multicolore, pervaso da un ininterrotto e
sfrenato nonsense, pronto a sovvertire e a dileggiare tutto il possibi-
le (a cominciare dallo stesso soggetto che scrive). Faraòn Meteo-
sès gioca sul serio, e con non poca sapienza di scrittura.

 Gian Paolo Grattarola


 da Mangialibri
Allo sberleffo “… per voi Signore e Signori,/amici critici, validi
autori/… un momento di Kermesse/... je suis votre Entraîneu-
se!” s‟intercala lo squarcio di desolate velature liricheggianti: “E
noi che abbiamo più di trent‟anni suonati,/abbiamo piantato un
fiore sopra il cavalcavia/dell‟autostrada del Sole al Km.
1999,/mentre lassù sfreccia un concorde,/là transita il treno per
Lourdes/tu mi consigli di contrarre una pensione integrati-
va,/d‟installare un impianto a GPL/… di comprarmi la casa a ri-
scatto”. La presenza di forme del parlato si alterna a confessioni a
cuore aperto: “ Mentre i contadini armati di piccozze in lega ver-
de/dichiarano l‟indipendenza d‟oltre Po/e io proseguo verso il
Bo”. Gli aspetti della realtà si coagulano sotto forma di parole,
dove prendono sostanza le immagini di una quotidianità filtrata
dalla frustrazione: “le melanzane transgeniche nelle zone minate/i
funghi radioattivi nei colori locali:/ cibo di Guerra per bambini &
sciacalli” oppure dal ricordo: “Esserci stati, quando ci dovevamo
essere,/dietro le barricate, entro le scuole a studiare il Maoi-
smo/contro i conservatori, a fianco i progressisti”. Fino alla “de-
composizione sedimentaria” dove: “Clonanti e clonati si accla-
mano e si applaudono/in un eclatan-
te/esasperato/girovagare/ipnotico”…
Costruita su un corpo di esperienze e innovazioni in crescendo,
questa raccolta di componimenti di Faraòn Meteosès – pseudo-
nimo dietro cui si cela l‟identità anagrammata del poeta romano
Stefano Amorese – è costituita da riflessioni irrequiete che si ab-
battono sui versi, scaricando un‟esplosione di parole che non
hanno l‟ambizione di voler fissare alcun punto di riferimento per
il lettore. L‟autore assembla memorie e autoanalisi, suoni e mani-
festazioni di una realtà impietosamente oggettivata, attraverso una
singolarissima contaminazione espressiva che assurge il parlato a
linguaggio poetico. Uno strepitoso pastiche di versi scorrevoli,
adagiati sulle cadenze delle assonanze e delle elencazioni, delle al-
litterazioni e delle iterazioni, che passa da vive accensioni che ar-
rivano subito al lettore a qualche forzatura a tinte a volte troppo
accentuate. Perché questo è il libro di un poeta caustico e beffar-
do, che non rinuncia però mai alla freschezza di un‟espressività
che non cerca mediazioni e compromessi. Anche a costo di ab-
battere le certezze che ciascuno di noi s‟inventa e si racconta per
poter sostenere il pesante fardello della vita di ogni giorno.

***
 Walter Mauro (Libreria Odradek-15.06.'07)
[…] l‟avventura linguistica ha un‟importanza notevole in questo
tipo di convergenze e di confluenze in cui non ha caso c‟è un ten-
tativo di unione tra musica e lingua poetica, perché il libro obbedisce
a una serie d‟invenzioni che rispondono perfettamente a una lin-
gua poetica nuova e diversa… mi pare che sia un tentativo di rompere
completamente certi schemi ai quali invece finiscono per ubbidire
anche numerosi poeti contemporanei, anche quelli che oggi sono
tra i protagonisti […]
*
 Plinio Perilli (Libreria Odradek-30.11.’07)
[…] … allora non so se la tua poesia sia metallica o invece in
qualche modo lignea o perfettamente epidermica o interiore, però
c‟è bisogno di lucidarla… di lucidare tutti gli stilemi, di buttarli
all‟aria, di riaprire la maniglia di questa stanza chiusa ed entrare…
in questa stanza che tu perfori… parli anche di serratura. Non è
un gioco casuale. Certo c‟è l‟idea di burla-barlume-bambino… c‟è
sempre il gesto dadaista… però questo è un libro, purtroppo nel
senso epocale… serissimo che prende atto di un caos, esplode,
vortica in qualche modo per accumulo, per esasperazione, per e-
splosione sempre giocosa, giocata… è l‟homo ludens che salva se
stesso e rinnega… è l‟anello che non contiene. [...]
*
 Fabrizio Patriarca (Libreria Rinascita-18.03.’08)
[…] … è chiaro, che è un buffone nel senso più nobile del ter-
mine… forse per la commedia dell‟arte… per la capacità di strin-
gersi intorno un canovaccio, di fare il teatro della poesia e vice-
versa… però se buffone dev‟essere è un Arlecchino e nella poesia dei
resti ciò che conta allora davvero è saperli cucire assieme… io
credo che sia maestro in questo […]
*
 Dante Maffia (Associazione Aleph-15.11.’08)
[…] c‟è non soltanto il gioco e dietro… una drammaticità terribi-
le… il grottesco, l‟ironico entrano ed escono dai suoi versi… bru-
cia le immagini in cortocircuiti continui… agganciandosi al misti-
linguismo… alla contaminazione di arti… una musica jazzistica di
grande forza […]

 Michelangelo Coviello
(Libr. “del Mondo offeso” Milano - 27.03.’09)
Faràon Meteosès, in una mescolanza di sonorità, di sovrabbon-
danza lessicale e di talento istrionico, concepisce i suoi versi per
essere letti fuori, per acquisire una caratteristica orale che proprio
per la sua velocità di comprensione deve apparire come un mani-
festo esplicito. La gente passa e va via con quel qualcosa in più
che le rimane dentro. Ed è per questo che il suo modo di fare po-
esia deve essere ostinato come ostinata è la sua vitalità. Se dovessi
fare un‟analisi critica, i suoi componimenti sembrano poco italia-
ni. Si sente nella sua formazione il contributo notevole della Beat
Generation, questo parlare sempre agli altri e con gli altri, mai per
sé. Ma poi approfondendo, si intravede un tocco di italianità, un
omaggio a Petrolini : quel velo d‟ironia, che lo contraddistingue,
che forse negli americani manca un po‟.

***

 Noi a Roma conosciamo da tempo le scorribande poeti-


che del mitico Faraòn Meteosès, sin da quando, da bravo
situazionista, irrompeva nel caos calmo dell‟apatia odierna
spaccando luoghi comuni, incendiando le parole, denu-
dando re, prìncipi e vassalli. Grande affabulatore, eccel-
lente performer. Ci costringe nostro malgrado a fare i
conti con il nostro cumulo di sterco, le nostre scorie, le
nostre inconfessabili immondizie. Di questi tempi dove
furoreggia una poesia neutra, privatistica, a bassa intensi-
tà, con le dovute e numerose eccezioni, Faraòn si erge
come un gigante purificatore, un eroe della parola sfer-
zante e liberatoria. La poesia di Faraòn Meteosès spazza
via tra sberleffi e schiaffoni tanti luoghi comuni ammuffiti
della poesia e del mondo: vecchi sepolcri, falsi idoli salot-
tieri a prezzo fisso, clan, tribù, bastimenti di versicoli e di
poetichese da passeggio, lacchè, nani e ballerine… ma la
sua a ben leggere è poesia dello sgomento, della cognizio-
ne della cloaca, del dolore, dell'impossibilità di poter cam-
biare davvero le cose. Poesia della sconfitta consapevole
ed eroica.
Gabriele Pepe

 Questo suo collocarsi un una dimensione che io chiamo


di "poesia metropolitana" alternativa a quella lirico-
sentimentale spesso ammorbante che prevale nel pano-
rama italico, mi ha fatto assai apprezzare il suo libro.
Marco Palladini

 Ho letto con crescente attenzione il suo libro di versi re-


datto in un'intensa ed espressionistica semiprosa, degna
della “musichetta” d'un Céline.
Stefano Lanuzza

 Evidente lo slancio etico, il neo-barocco, la denuncia e-


spressionista…
Viola Amarelli

 L'urlo è cadenzato, fitta la nomenclatura, l'esito è vicino


alla pop art più seriale e provocatoria; mi sembra una po-
esia che tenta di riprendere il filo della beat generation
poetry con originalità e cura dei particolari.
Antonio Fiori

 Sa entrare nella coscienza con un excursus storico fulmi-


nante, dissacrante, realistico e sconfortante. Autore ironi-
co, istrionico, teatrale, dissacratore, fomentatore ma anche
contagiatore.
Roberto Ceccarini
 Dichiaro la mia preferenza per i lavori di poesia civile,
dove quell‟atmosfera pop che si riesce ad esprimere mi
pare efficace ed originale.
Massimo Giannotta

 Teatrale pulsazione in cui la poesia fa mostra della sua esi-


stenza fuori da metriche desuete e da cifre incerte, immer-
sa in una vitalità dirompente.
Salvatore Contessini

 Le performance di Faraòn Meteosès, che sembra riemerso


dalla marea del linguaggio piramidale o faraonico, degno
del suo nome, sono ineguagliabili!
Rosa Francesca Farina

 Il tutto assomiglia a una scrittura sperimentale tra la spaz-


zatura e il riciclo, alla ricerca di qualche ultimo significato
possibile, appunto come gioco di parole e di testi.
Angelo Ferrarini

 Nei suoi testi, trovo artifici rimici, ritmici e versali che


paiono esclusivamente suoi. Anche le scelte lessicali spes-
so paiono eludere l‟uso comune e disporsi lungo il confi-
ne di uno sperimentalismo.
Domenico Alvino