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MEMORIA E PROFEZIA
L’impegno morale nella fede
Gabriel Witaszek C.Ss.R.*

L’articolo che segue, nella sua analisi si propone di ritrovare la


memoria dell’eredità d’Israele, tramandata dai profeti, per rafforzare
la fede nell’impegno morale1.
La memoria è il culmine verso cui tende l’azione dei profeti e in-
sieme la fonte da cui promana la profezia che con il suo universo ce-
lebrativo diventa così la grande educatrice al primato della fede. Con
la profezia, lo sguardo di Israele si apre su nuovi orizzonti, rinnova la
mentalità e pone al centro della vita d’Israele il fatto salvifico della sua
elezione, la pasqua e l’alleanza – una triade che postula e domanda la
fede, accoglienza del mistero ineffabile, risposta positiva al dono di
Dio2. I profeti intendevano costruire un’identità del popolo fondata

* An ordinary professor at the Alphonsian Academy.


Profesor ordinario en la Academia Alfonsiana.

1 “La memoria ha una grande importanza, particolare, per le religioni stori-

che, che si fondano su una rivelazione, e cioè su una comunicazione di verità av-
venuta nel passato, e conservata nella memoria della comunità credente”, JASNA
ĆURKOVIĆ, Etica della memoria. Una proposta sull’esercizio della memoria (Diserta-
tio ad Doctoratum in Theologia Morali consequendum), Accademia Alfonsia-
na, Roma 2008, 83.
2 La peculiarità della profezia nell’Antico Testamento è legata al fatto che i

profeti sono portatori di un messaggio che è connaturato alle vicende storiche


del loro tempo. Il profetismo è in primo luogo un’eredità del passato, confron-
tata con la realtà presente, per disegnare un futuro migliore e vivibile. La pro-
fezia è la promessa compiuta da Dio, ma è anche la speranza, della trasforma-
zione del mondo, che avrà luogo quando Dio sarà tutto in tutti (Cfr. 1Cor 15,
28). La ricchezza dei messaggi profetici testimonia l’intreccio dell’esperienza e
del messaggio profetico con la vita e gli eventi della storia.

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sulla memoria salvifica di Dio – una molto consapevole selezione del-


la sua azione vivificante e rivelatrice in funzione della fede vissuta nel-
l’atto morale e al tempo stesso recepita e garantita dal popolo che la
riconosce e la restituisce come fondante. Benedetto XVI nel corso
dell’udienza generale in piazza San Pietro il 19 ottobre 2011, conti-
nuando il ciclo di catechesi dedicate alla preghiera, e commentando il
Salmo 136 che riassume la storia della salvezza, ha sottolineato: “Nel-
la storia del popolo di Israele (…) ci sono tante valli oscure, tanti pas-
saggi di difficoltà e di morte, ma Israele si ricorda che Dio era buono
e può sopravvivere alle valli oscure perché si ricorda, ha memoria del-
la bontà di Dio e della sua potenza, sa che la sua misericordia vale in
eterno. (…) la salvezza di Israele e di tutti gli uomini è legata alla fe-
deltà del Signore, e al suo ricordarsi. Mentre l’uomo facilmente di-
mentica, Dio resta fedele (…). Avere memoria della bontà del Signo-
re diventa la forza della speranza”3. Papa Benedetto XVI annuncian-
do l’Anno della fede ha insistito nell’indicare come prioritario il rin-
novamento della fede, e ha presentato la fede come un regalo da tra-
smettere, un dono da offrire, da condividere un atto di gratuità4. Non
un possesso, ma una missione. Questa priorità indicata dal Papa ha
una dimensione di memoria: con l’Anno della fede facciamo memoria
del dono ricevuto. E questo poggia su tre pilastri: la memoria dell’es-
sere stati scelti; la memoria della promessa che ci è stata fatta e del-
l’alleanza che Dio ha stretto con noi. Siamo chiamati a rinnovare l’al-
leanza, la nostra appartenenza al popolo fedele a Dio. Questo proces-
so memoriale è riscontrabile come memoria collettiva5 messa in atto
dai profeti sotto l’ispirazione della vocazione profetica. I profeti par-
tecipano alla storia della salvezza mediante la comunicazione di un
messaggio che è fonte di genuino rinnovamento del popolo eletto.

3 BENEDETTO XVI, Udienza generale del 19 ottobre 2011.


4 BENEDETTO XVI, Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio Porta Fi-
dei, 11 ottobre 2011.
5 La memoria collettiva cerca la propria identificazione e la memoria storica

cerca la propria certificazione. Le due non sono contrarie, bensì semplicemen-


te diverse, cfr. M. HALBWACHS, La mémoire collective, Presses Universitaires de
France, Paris 1950, 24-28.
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1. Memoria – mediazione di fede nella storia

Il presente e il futuro sono uniti al passato attraverso la memoria,


per cui l’uomo con la forza della fede (Is 65, 17; Ger 31, 31-34; Ez 36,
26. 31), è posto nella condizione di tendere verso un destino diverso
e di cambiare il corso delle cose. Come scrive Federico Giuntoli: “In
questa dinamica del ricordo, ciò che vivifica e ripresenta l’evento di
grazia e di salvezza non è tanto la memoria soggettiva del credente
esercitata nell’atto cultuale, quando lo stesso evento di salvezza com-
piuto da Dio nel passato e una volta per tutte, evento che ha in sé for-
za e virtù inesauribili e imperiture, che il credente è chiamato a rico-
noscere e ad assumere”6.
Nell’Antico Testamento la memoria assume un’importanza cen-
trale, basti pensare allo zikkārôn biblico (Es 12, 14: 13, 9: 17, 14: 28,
12. 29: 30, 16: 39, 7) cioè la memoria attualizzante mediante la qua-
le si ripropone nel presente, con tutta la sua pregnanza e forza vitale,
un evento del passato7. Il termine memoriale indica non tanto la me-
moria psicologica di una persona o di un evento passato, quanto il
suo ripetersi, evento che si realizzata mediante la tradizione, il rac-
conto, la ripetizione rituale del gesto di un dovere. “Per la Sacra
Scrittura, memoria e azione sono realtà quasi sempre intimamente
unite e inscindibili, al punto che risulta spesso difficile separare l’una
dall’altra”8. Nel contesto biblico, il termine designa azioni rituali ri-
ferite ad un evento salvifico passato, in grado tuttavia di attualizzar-
lo, rendendolo presente ai celebranti nelle sue stesse dimensioni sal-
vifiche, e proiettandolo anche verso il futuro. Il fatto ricordato è re-
so presente, e i suoi frutti resi disponibili ai partecipanti al rito. Israe-
le ritornava a Dio mediante la memoria.
Tutto l’ebraismo è caratterizzato da un continuo rinnovamento,
attraverso il memoriale dell’opera salvifica di Dio. Per gli ebrei, la

6 F. GIUNTOLI, “Memoria / Memoriale”, in Temi Teologici della Bibbia, a cura di

R. PENNA, G. PEREGO, G. RAVASI, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2010, 834.
7 Idem, 832s. Il tema memoria e memoriale nell’Antico Testamento abbraccia

tutta la complessa realtà della presenza di Dio nell’uomo.


8 Idem, 831.
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memoria sacra non è solamente lo spazio occupato dell’esperienza


passata che si fa presente nella memoria, ma anche l’orizzonte delle
attese futuri che diventa presente nella memoria. Mediante la me-
moria l’uomo torna al momento della rivelazione di Dio, rivive i
principali avvenimenti della storia della salvezza e nella preghiera
eleva la sua mente a Dio.
Memoria come mediazione di fede nella storia, caratterizzabile
come memoria salvifica di una rivelazione storicamente consegnata a
Israele, capace essa stessa di attraversare i tempi, consentendo al po-
polo di Dio di fare altrettanto, identificandosi e ridefinendosi alla lu-
ce della testimonianza delle origini, essa stessa epocalmente accolta9.
La memoria fondata sulla storia salvifica della liberazione esodo, al-
leanza e pasqua è essa stessa fondamento della comunità del popolo
eletto d’Israele. Una memoria collettiva dell’elezione, esodo e crea-
zione, dell’alleanza e della pasqua, diviene più specificamente fonda-
trice e simbolica “(…) nel senso che essa è sempre espressa da un
gruppo o da una società che non solo costruisce il proprio passato a
partire dagli interessi del presente, ma che si trova anche, ad essere
guidata dal passato a determinare le attese e le prospettive del pro-
prio presente”10. La memoria, a differenza della storia che intende
un’accadere obbiettivo degli avvenimenti e la loro precisa ricostru-
zione cronologica, afferra più un messaggio e cerca di attualizzarlo
perché esso possa valere in una situazione presente e per la comuni-
tà. Questo ruolo della memoria nella trasmissione del messaggio che
trae le sue radici e la sua forza nella religione, ha inciso fortemente
anche nella cultura ebraica.
La memoria fondatrice, qualcosa di più del ricordo, ricostruisce
un passato in funzione del presente. La memoria, in quanto rappre-
senta il patrimonio sul quale si fonda un gruppo, ha come presuppo-

19 R. VIGNOLO, “Introduzione”, in G. BORGONOVO – S. PETROSINO – G. SE-


GALLA – R. VIGNOLO, Scrittura e memoria canonica. All’incrocio tra ontologia, sto-
ria e teologia (Atti del VII Seminario Biblico in onore di Mons. Giuseppe Segal-
la, Milano 22 maggio 2006 a cura di R. VIGNOLO), Edizioni Glossa, Milano
2007, XIV-XV.
10 Idem, XVIII.
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sto che il riferimento al gruppo di appartenenza rimanga sempre il


medesimo e che il gruppo stesso non cambi; questo assicura che ogni
passo verso l’innovazione sia di fatto sentito come un atto di obbe-
dienza alla memoria trasmessa dal passato11. La memoria fondatrice
non è necessariamente aliena rispetto a un qualche nocciolo stori-
co12. A differenza della memoria fondatrice, l’attualizzazione biblica
è assorbita dall’emozionalità rispetto agli eventi passati, essa mantie-
ne un legame vitale e affettivo con il passato, che indica l’elezione,
l’alleanza e la lealtà verso il passato. Tutte le comunità vivono nel-
l’influenza delle loro storie fondanti, da cui ricavano l’ordine e la di-
rezione del loro agire. È un dato riscontrato che quando è minaccia-
ta l’esistenza e l’identità di una comunità, essa rinvigorisce la sua me-
moria. Bisogna che si ricordi ciò che è andato distrutto, per poterlo
poi risanare. In tutta la storia, il popolo ebreo fu esposto alla distru-
zione e questo segnò profondamente la sua identità. Le comunità
esposte spesso all’oppressione, hanno in generale una memoria col-
lettiva più tenace, rispetto alle comunità che hanno vissuto il giogo
solo sporadicamente o a quelle che l’hanno causato. Non fu però so-
lo l’oppressione a far sì che la memoria si innestasse nella cultura
ebraica in una maniera cosi determinata. Perché la memoria potesse
diventare l’elemento della coscienza collettiva e incidersi sull’identi-
tà del popolo, fu altrettanto indispensabile che essa plasmasse un le-
game tra storia e presente. Questo legame poté essere stabilito a con-
dizione che la memoria fosse riuscita a dare le risposte alle domande
poste dal presente e a dispiegare il senso alle situazioni presenti. In
questo modo la memoria si faceva operante nel presente e ne ricava-
va un giovamento concreto o una lezione empirica. I racconti del pas-
sato gettavano sul presente una luce che in parte ricadeva anche sul

11 G. BORGONOVO, “A partire dal Deuteronomio. Il canone come medium

tra evento originario e progettazione di identità”, in G. BORGONOVO – S. PE-


TROSINO – G. SEGALLA – R. VIGNOLO, Scrittura e memoria canonica. All’incrocio
tra ontologia, storia e teologia (Atti del VII Seminario Biblico in onore di Mons.
Giuseppe Segalla, Milano 22 maggio 2006 a cura di R. VIGNOLO), Edizioni
Glossa, Milano 2007, 84.
12 R. VIGNOLO, “Introduzione”, XX.
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futuro e anticipava la direzione dell’agire e delle attese. Ricordare


dunque è la condizione necessaria per la sopravvivenza, perché la me-
moria della distruzione è strettamente legata alla possibilità di un fu-
turo restauro.
La memoria collettiva, precipitando all’opera scritta, rinviene quel
medium che segna il passaggio ad un nuovo momento storico, sociale
e culturale del gruppo. Esso si identifica in quell’identità trovata nel
proprio passato e nel patto costituzionale sancito per il proprio futu-
ro13. Il passaggio della memoria collettiva, dalla fluidità comunque co-
esiva della vita sociale, alla scrittura non sia tanto il suo certificato di
morte, quanto piuttosto un attestato di buona salute, una felice pro-
messa di prospettiva futura14. La memoria riguarda il futuro, quanto il
passato, essa forma la speranza che a sua volta influisce sulla memoria.

2. La profezia – memoria qualificata del dono ricevuto

J. S. Béjar Bacas seguendo il pensiero di G. W. F. Hegel fa una con-


statazione: la rivelazione non è solo comunicazione delle verità dottri-
nali, ma soprattutto, partecipazione nella stessa vita divina15. Questa
rivelazione si esprime attraverso la profezia che è luogo ermeneutico
dell’elezione e dell’alleanza16. La profezia come memoria qualificata
della rivelazione di Dio nella storia, assume diversi significati e confi-
gurazioni a seconda delle situazioni storiche, culturali e geografiche.
Essa nasce dal bisogno di equilibrio tra l’eterno progetto di Dio e le
differenti situazioni storiche e racchiude in sé tutte le dimensioni del-

13 G. BORGONOVO, “A partire dal Deuteronomio. Il canone come medium

tra evento originario e progettazione di identità”, 59.


14 R. VIGNOLO, “Introduzione”, XVIII.
15 J. S. BÉJAR BACAS, “La palabra de la vida manifestó”, in Estudios Eclesiásti-

cos, vol. 83 (2008), núm. 325, 245; Cfr. G. W. F. HEGEL, Lecciones sobre filosofía de
la religión, III, Madrid 1987, 101.
16 Cfr. C. AIOSA, “Il profeta coscienza critica della storia: il dato biblico-teo-

logico”, in G. CALABRESE (a cura di), Chiesa e profezia, Edizioni Dehoniane, Ro-


ma 1996, 38.
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la vita, legate con la realtà quotidiana. La profezia è la luce che illumi-


na la nostra strada ed è la visione penetrante necessaria per la realizza-
zione intelligente del progetto di Dio. Dio la rende comprensibile at-
traverso l’attività salvifica, definendo al pari la provenienza e lo scopo
dell’esperienza umana, come pure il processo tramite il quale, esse si
sono unite insieme. La memoria profetica sviluppa in modo più co-
erente la natura della rivelazione, ossia le argomentazioni date all’uo-
mo perché comprenda e creda, dando origine a una forma qualificata
di comunicabilità della rivelazione stessa. In questo modo la memoria
profetica da alla rivelazione la moralità suprema, forte e assolutamen-
te indistruttibile. La realizzazione di questo processo non è condizio-
nato né al successo né dalla caduta dell’uomo. La memoria profetica
indica inoltre l’intervento di Dio nella storia reale di ogni giorno ed è
il sacramento della presenza di Dio nella storia. Essa, mostra esatta-
mente le priorità e guida alla realizzazione delle determinate scelte al-
l’interno delle comunità, perché siano il segno di Dio (Is 8, 18).
I profeti sono stati i garanti della più adeguata memoria salvifica
del popolo eletto, la compiuta rivelazione dell’Antico Testamento, a
loro rivelata nella particolare vocazione personale. La vocazione è
certamente un evento da far cambiare profondamente vita (Am 7, 14-
15) e talvolta diventa l’icona degli avvenimenti (Osea). Quando Dio
interviene nella vita di una persona in modo così diretto, chiamando
alla radicalità della sequela, l’evento si imprime talmente nel cuore e
nella mente da lasciare un segno non solo indelebile, ma così pro-
fondo che la vita non si comprende più se non in riferimento a quel-
la chiamata. Dio chiama il profeta in un giorno e in un anno preciso
ma, in effetti, ciò che egli scopre è che a quella chiamata era stato
scelto “prima di essere formato nel grembo materno” (Ger 1, 5). Il
punto di appoggio del profeta, la sua forza è la vocazione che il Si-
gnore gli comunica personalmente, quando vuole, senza che egli pos-
sa rifiutarla17. Essa cambia l’orientamento della sua vita, lo strappa

17 La vocazione profetica a volte assomiglia al ruggito del leone, come dice

Amos (1, 2), e in certe occasioni è “gioia e letizia del cuore”, come afferma Ge-
remia (15, 16). È chiamata che ha una frequenza imprevista e immediata, ma
che in momenti cruciali ritarda (Ger 42, 1-7). È vocazione dura ed esigente in
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dalla sua attività normale18; a volte gli affida un messaggio molto du-
ro, quasi inumano, considerata l’età o le circostanze in cui vive19.
La memoria profetica e tramanda un mistero che oltrepassa i pro-
feti stessi e nel contempo li coinvolge. Essa qualifica la vita quotidia-
na del popolo eletto. Seguendo la via della profezia, l’Israelita ha la
possibilità reale di entrare responsabilmente nel corso della storia in-
tesa come realtà delle relazioni con Dio. Solo nella profezia c’è la
possibilità di valutare realmente il dinamismo della storia. La profe-
zia attinge le sue qualità valutazione e dimensione dallo stesso piano
di Dio rivolto all’umanità. La relazione tra la storia del mondo e le
parole profetiche è cosi stretta che può essere compresa come causa
ed effetto. Nella corrispondenza tra il messaggio profetico e la storia
del mondo, si trova la chiave per la giusta comprensione del pensie-
ro profetico.
Il contenuto memoriale della profezia è molto ampio e riguarda
gli eventi nella loro successione storica, ma in particolare essa coglie
in modo decisivo quegli eventi essenziali nel costituirsi della memo-
ria ebraica: l’esodo, la pasqua e l’alleanza. Questi tre eventi costitui-
scono il fondamento e la norma di vita del popolo ebraico e da loro
derivano e a loro si richiamano tutti i precetti e tutte le speranze del
popolo. I singoli precetti morali, le disposizioni e le proibizioni non
compaiono mai isolati e non hanno valore in sé, ma vanno sempre
contestualizzati nel dono di Dio che si comunica e chiede la risposta
umana. L’agire umano non è limitato in questa vita terrena, ma si
svolge sull’orizzonte della vita eterna.

molti casi, ma che si trasforma in “un fuoco ardente chiuso nelle ossa”, che non
si può contenere e che bisogna continuare a proclamare (Ger 20, 9). È vocazio-
ne dalla quale molti vorrebbero fuggire, come Giona, ma che finisce per im-
porsi e trionfare.
18 La chiamata di Dio non giunge all’uomo come una rivelazione meccanica

da comunicare o trascrivere, ma investe colui che la riceve della responsabilità,


all’interno del suo contesto storico come parola viva, comprensibile, Cfr. A.
SPREAFICO, La voce di Dio. Per capire i profeti, EDB, Bologna 1998, 29.
19 È il caso di Samuele, ancora fanciullo, che deve trasmettere al sacerdote

Elia, sotto la cui guida era stato educato sin da piccolo, la sua condanna perso-
nale e quella dei suoi figli (1Sam 3).
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L’esodo della liberazione dalla schiavitù, ricordata e trasmessa alle


generazioni successive, rappresenta il ricordo biblico per eccellenza.
La memoria della schiavitù serve come un retroscena antitetico per
meglio illustrare la grandezza divina nelle tribolazioni. Dio è inter-
venuto potentemente per portare il suo popolo alla libertà. Questa
esperienza è durata quarant’anni, un tempo decisivo per Israele che
lasciandosi guidare dal Signore impara a vivere di fede, obbediente e
docile alla legge di Dio. Sono anni difficili, segnati dalla durezza del-
la vita nel deserto, ma anche anni felici, di confidenza nel Signore, di
fiducia filiale; è il tempo della giovinezza, come lo definisce il profe-
ta Geremia parlando a Israele, a nome del Signore, con espressioni
piene di tenerezza e di nostalgia: “Mi ricordo di te, dell’affetto della
tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando
mi seguivi nel deserto, in terra non seminata” (Ger 2, 2; cfr. Sal 23,
17-20). La liberazione dall’Egitto viene intesa come la vocazione
d’Israele ad aprirsi alla rivelazione del vero Dio (Es 3, 13-15) e ad
adorare lui solo (Es 3, 12. 15. 18: 4, 23: 5, 1. 3. 8: 7, 16: 8, 4) 20. Essa
serviva da introduzione a quella liberazione che sarebbe stata realiz-
zata in modo perfetto, nella pienezza dei tempi, da Cristo.
Dopo il grande evento della liberazione del popolo eletto dalla
schiavitù egiziana (Es 12, 13: 24, 8), avvenimento fondante della sto-
ria di Israele, viene ricordata la Pasqua21. Essa rievocava il rito sacro

20 Nel libro del Esodo 3,14 viene raccontato il momento culminante della ri-

velazione del nome di Dio: Io sono Jahve. Questa rivelazione resta in un certo
senso fissata nella parola stessa che designa la divinità. Dal Sinai quindi il nome
di Jahve resta come un memoriale di quanto detta rivelazione comportava. Que-
sta la ragione per cui subito dopo è detto: “Questo è il mio nome per sempre,
memoriale di generazione in generazione” (Es 3, 15). Da questo momento, ri-
cordare il nome è mettersi in contatto col mistero dell’essere divino. Jahve è
presente in mezzo al suo popolo mediante la memoria del suo nome.
21Memoriale nella liturgia ebraica significa far memoria di un avvenimento

della storia della salvezza. Le feste liturgiche si presentano come memoriale del-
l’azione salvifica di Dio; ossia una celebrazione che mediante la ripetizione li-
turgica, attualizza l’azione di Dio avvenuta nel passato. Nella celebrazione di
pasqua si dice: “Questo giorno sarà un memoriale per voi, e lo celebrerete co-
me festa in onore di Jahve, di generazione in generazione” (Es 12, 14). Esatta-
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dell’immolazione di un agnello e del pasto di comunione, consumato


dagli Ebrei per essere risparmiati dalla morte al passaggio dell’angelo
sterminatore nella notte in cui fuggirono dall’Egitto (Dt 26, 5-9)22.
Alla fine della cena pasquale ebraica viene tradizionalmente cantato il
Salmo 136 (135) che riassume tutta la storia della salvezza di cui l’An-
tico Testamento dà testimonianza. “Tutto il Salmo 136 si snoda in for-
ma litanica, scandito dalla ripetizione antifonale «perché il suo amore
è per sempre». In esso, vengono enumerati i prodigi che Dio ha com-
piuto nella storia umana e i suoi continui interventi in favore del suo
popolo. Ad ogni proclamazione dell’azione salvifica del Signore ri-
sponde l’antifona con la motivazione fondamentale della lode: l’amo-
re eterno di Dio, un amore che, secondo il termine ebraico utilizzato,
implica fedeltà, misericordia, bontà, grazia, tenerezza. È questo il mo-
tivo unificante di tutto il Salmo, ripetuto in forma sempre uguale,
mentre cambiano le sue manifestazioni temporali e paradigmatiche: la
creazione, la liberazione dell’esodo, il dono della terra, l’aiuto provvi-
dente e costante del Signore nei confronti del suo popolo e di ogni
creatura”23. Dio intervenne nella storia del popolo eletto, per liberar-
lo. L’elezione d’Israele a popolo eletto è gesto libero di Dio ed esige,
che il popolo gli renda la gloria nel culto. È questa la viva dimensio-

mente lo stesso è detto degli Azzimi: “Questo ti servirà (...) come memoriale da-
vanti ai tuoi occhi” (Es 13, 9). Cfr. A. FUMAGALLI, “Memoria della Pasqua e re-
sponsabilità della missione”, in La Rivista del Clero Italiano 82/9 (2001) 613-624.
22 Il ricordo di Pasqua è un ricordo collettivo, ma la sua rievocazione com-

prende una dimensione personale. Se i ricordi collettivi sono riferiti all’indivi-


duo come parte integrale della sua storia personale, lo stesso succede anche in
direzione opposta, cioè i ricordi individuali si inseriscono nella memoria collet-
tiva, finché non sbiadiscano e alla fine scompaiono completamente. Se dunque
tutte le memorie individuali dipendono dalle collettività, quelle sacre in modo
speciale sono appoggiate alle comunità, perché queste memorie formano la no-
stra identità non solo come singoli individui, ma anche come membri di comu-
nità. Le memorie sacre definiscono le comunità sacre e mantengono viva la me-
moria. Strappare la comunità sacra vuol dire dissipare la memoria, cancellare la
memoria vuol dire dissipare la comunità sacra, cfr. JASNA ĆURKOVIĆ, Etica della
memoria. Una proposta sull’esercizio della memoria, cap. II, nota 22.
23 BENEDETTO XVI, Udienza generale del 19 ottobre 2011.
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ne della vita d’Israele (Lv 26, 12). Dio si rivela, compie l’alleanza con
il suo popolo e gli dà le leggi secondo le quali deve comportarsi.
Sull’esperienza religiosa dell’esodo si è fondata la coscienza di
un’alleanza eterna stabilita da Dio con il suo popolo e, per mezzo di
essa, con tutti gli uomini. L’alleanza è il patto che Dio, di sua propria
iniziativa, ha voluto stringere in ordine alla salvezza, nelle varie epo-
che della storia del mondo. Per il popolo d’Israele l’alleanza era un
vincolo di mutua solidarietà, che univa due o più persone in virtù di
un patto sacro, che creava diritti e doveri reciproci, che veniva sanci-
to da giuramento e concluso con un sacrificio e una cena tra i con-
traenti, diventati fratelli. Dopo il diluvio, Dio aveva stretto un’allean-
za con Noè, rappresentante della nuova umanità (Gen 9). Nella me-
moria rimane soprattutto l’alleanza divina con Abramo, accompagna-
ta dalla solenne promessa di concedergli numerosa posterità e la ter-
ra di Canaan (Gen 15 e 17), rinnovata poi con Isacco (Gen 26) e con
Giacobbe (Gen 28, 12-17). L’alleanza del Sinai (Es 19-24) si presenta-
va come un prolungamento e un perfezionamento di quella di Abra-
mo. Con l’alleanza stretta sul Sinai, Dio si è impegnato ad essere il
Dio d’Israele, e questi ad essere il popolo del Signore (Es 19, 5; Lv 26,
12). Si trattava di una libera iniziativa di Dio, con la quale egli si im-
pegnava a essere presente e a camminare con il popolo d’Israele (Es
25, 8); a garantirgli la sua protezione e il suo aiuto (Es 23, 22); a dar-
gli una legge, che lo guidasse nella vita religiosa, morale, civile, indi-
viduale, familiare e comunitaria (Es 20-23) e a garantirgli il possesso
di una terra (Es 23, 31-33). A Israele, Dio ha chiesto l’impegno espli-
cito e formale di osservare la sua legge, condizione indispensabile per
vivere nella vera libertà, che egli ha concesso. La legge del Sinai do-
veva entrare nel cuore di ciascun Israelita ed essere un continuo ri-
chiamo alla presenza di Dio e uno stimolo incessante a servire lui so-
lo (Dt 6, 6-9). Israele accetta Jahve come suo unico Dio, perché rico-
nosce che egli è intervenuto nella sua storia con gesti prodigiosi, a lui
si affida totalmente e per sempre, promettendo di rispettare la sua leg-
ge. Israele, diventando popolo di Dio è diventato anche un popolo di
fratelli, i cui membri dovevano sentirsi uniti con vincoli di amore re-
ciproco, di giustizia, di rispetto e di pace. Solo così Israele poteva te-
stimoniare nel suo cammino di libertà la salvezza operata da Dio.
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360 GABRIEL WITASZEK

3. La memoria profetica e l’impegno morale

La storia d’Israele si legge iniziando dalla centralità dell’evento


della liberazione del popolo dalla schiavitù d’Egitto e della pasqua,
conseguenza della stipulazione del patto24. L’elezione di Dio e la li-
berazione dell’uomo vengono unite in uno stesso processo storico:
una nuova rivelazione che tocca e influenza il comportamento degli
uomini. L’uscita dall’Egitto è stato l’evento storico fondamentale e
fondatore, che ha permesso l’apparizione d’Israele come popolo co-
stituito25. Questa esperienza della rivelazione di Dio è stata talmente
basilare da diventare forma relazionale di vita26. A questa esperienza
Israele deve corrispondere con un amore che si esprime nell’agire
quotidiano, ricambiando l’amore che Dio nutre per il suo popolo27.
Dopo la proclamazione della liberazione dalla schiavitù egiziana,
Dio stipula l’alleanza con il popolo eletto. L’alleanza è il regalo attra-
verso il quale Dio si è obbligato a proteggere e a condurre il suo po-
polo, liberato dalla schiavitù dell’Egitto. Nella formulazione dell’al-
leanza Dio, principale protagonista, aveva rivelato la sua volontà nel-
l’ordine morale. Questa volontà era incorporata nella legge d’Israele
è caratterizzava la vita degli Israeliti. La legge era un provvedimento

24 La frase “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire fuori dal paese

d’Egitto, dalla condizione di schiavitù” è la solenne introduzione storica al De-


calogo (Es 20, 2; Dt 5, 6); risuona nei salmi (Sal 135, 8; 136, 10-15); appare sulla
bocca di pagani, come Raab (Gdc 2, 10) e Achor (Gdt 5, 10-14); è oggetto di pro-
fonda riflessione da parte dell’autore del libro della Sapienza (10, 1-4). Cfr. JOSÉ
L. SICRE, I Profeti d’Israele e il loro messaggio, Edizioni Borla, Roma 1989, 80.
25 Bibbia e morale. Radici bibliche dell’agire cristiano, Pontificia Commissione

Biblica, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2008, 26.


26 La rivelazione di Dio è accompagnata dalla promessa del dono di una terra

(Gen 12, 7), e della conoscenza sempre più profonda di Dio (Es 6, 3; Is 48, 12-17).
27 Alla fedeltà di Dio che permane ininterrotta in forza della sua elezione e

promessa, corrisponde l’alternarsi della fedeltà e del tradimento del popolo al-
l’alleanza. A partire da qui si manifesta sempre più la dimensione dell’amore e
della misericordia di Dio verso Israele. Un amore che è alla base della decisio-
ne di Dio di eleggere il suo popolo e una misericordia che a lui va incontro nel
momento in cui ritorna al suo Signore contrito e deciso a riprendere la strada
dell’alleanza (Dt 7, 9-10.15).
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MEMORIA E PROFEZIA. L’IMPEGNO MORALE NELLA FEDE 361

di riforma per allontanare la minaccia che, le violazioni abituali e dif-


fuse all’alleanza, portavano alla sicurezza israelitica. Il modo di vive-
re israelitico aveva bisogno di delimitazioni e precisazioni che solo un
codice scritto poteva offrire. La legge era una rivelazione di Dio: non
solo un codice di norme, ma un dono di Dio al suo popolo. Il popo-
lo considerava la legge, sapienza divina che bisognava ricevere con ti-
more per non smarrirsi nel cammino verso Dio.
La dottrina dell’alleanza ha avuto come punto di partenza la pre-
dicazione dei profeti, essa è stata il modo specifico attraverso il qua-
le Dio si è introdotto nella storia umana28. Con il richiamo all’al-
leanza e alla legge, i profeti portarono un messaggio che si fecce for-
te del fondamento stesso della costituzione di Israele a popolo di Dio.
Il frutto dell’alleanza, si è presentato fin dal principio, come una de-
cisione radicale che ha dato valore nuovo alle azioni seguenti. Esse
verranno giudicate sulla base del codice dell’alleanza che guida l’uo-
mo. L’alleanza è il dono attraverso il quale Dio si è obbligato a pro-
teggere e a condurre il popolo eletto, liberandolo dalla schiavitù del-
l’Egitto. Ma questo dono e questo impegno sono stati vincolati al-
l’osservanza del primo comandamento, con il quale il popolo d’Israe-
le veniva obbligato ad adorare solo il Signore, suo Dio, e agli altri co-
mandamenti del Decalogo29.
L’imperativo di ricordare i comandamenti implica il ricordo per
poterli compier. La memoria custodisce i comandamenti, e i coman-
damenti specificano la lezione della memoria30. Tra questi due, ri-
cordare e compiere, s’innesta un’altra premessa; la competenza nel-

28 Il concetto di alleanza era capace di evocare la gratuita e l’originaria bon-

tà di Dio e insieme la sua indefettibile giustizia che, per il bene del popolo, sve-
lava e puniva la colpa. Ma, proprio per questo, l’idea di alleanza divenne l’espli-
cazione massima della tragedia, Cfr. J. GIBLET – P. GRELOT, “Alleanza”, in Di-
zionario di Teologia Biblica, red. XAVIER LEON-DUFOUR e gli altri, Marietti, Ge-
nova 1989, 27-37 col.
29 Intervista di Mirko Testa a padre Klemens Stock, Segretario della Pontificia

Commissione Biblica concessa il 27 aprile 2007, http://www.zenit.org/article, 4.


30 La memoria biblica sbocca nell’agire, sia liturgico esultando Dio e ren-

dendogli la grazia sia morale attraverso le norme di comportamento sulla base


dei ricordi.
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362 GABRIEL WITASZEK

l’agire può essere ricavata sulla matrice dell’esperienza vissuta. Si


tratta di un cerchio che mette in rapporto stretto il ricordo, il co-
mandamento e l’azione31. La peculiarità d’Israele consiste nel suo
rapporto con Dio, dove il ricordo non diventa un’ideologia, ma ha
una funzione critica nel senso di incitare gli israeliti a compiere i co-
mandamenti divini. La memoria per Israele diventa l’ambito del di-
scernimento. L’implicazione morale della memoria è l’imperativo”
ricorda!”, per rendere sempre presente la memoria della propria li-
bertà dallo stato di schiavitù in Egitto. Non c’è la libertà senza la me-
moria e la memoria è sempre in funzione della libertà. Le leggi at-
tingono al senso dagli eventi storici. Solo chi non dimentica l’evento
della liberazione della schiavitù egiziana e l’esodo dall’Egitto, può ca-
pire che la legge comunica la libertà e solo costui è capace di com-
piere i precetti della legge. Il valore fondamentale e insostituibile del
ricordare è il tema che attraversa il libro del Deuteronomio. Un te-
sto importante è Dt 8, 2ss: “Ricordati di tutto il cammino che il Si-
gnore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel de-
serto”. Quarant’anni equivalgono ad un periodo sufficiente durante
il quale il popolo ha potuto fare esperienza di Dio, che è intervenuto
in tanti modi: proteggendolo, nutrendolo, correggendolo, esigendo
che la memoria dell’esodo lo rendesse popolo solidale – così come
Dio si è mostrato solidale verso il popolo – e lo testimoniasse come
unico Signore e Pastore tra le nazioni. In questo testo, la possibilità
di vivere nell’oggi l’alleanza con Dio è collegata alla memoria del
passato, che si celebra nel presente. È il significato delle feste bibli-
che, che hanno lo scopo di rinnovare il rapporto esclusivo con Dio!
Naturalmente non si tratta di una semplice evocazione dell’evento
passato, ma dell’atto spirituale profondo che custodisce un evento
nella memoria perché né capisce il significato e ad esso acconsente
rendendolo presente ed efficace. Israele deve ricordarsi del deserto,

31 Giuseppe nella prigione in Egitto, prega il capo coppiere che lo ricordi ap-

pena uscirà dalla prigione ove ricordarsi vuol dire fare qualcosa per la sua libe-
razione: “Ma tu vorrai ricordare di me quando sarai felice? Fammi, ti prego,
questo atto di benevolenza, ricordami al Faraone e fammi uscire da questa casa”
(Gen 40, 14).
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MEMORIA E PROFEZIA. L’IMPEGNO MORALE NELLA FEDE 363

cioè della guida di Dio nel suo cammino, dell’assistenza provvidente


che ha loro riservato e anche degli errori commessi per non ripeter-
li più. Dimenticare le esperienze del passato significa dimenticare
Dio stesso (Dt 8, 11. 18-19) con il rischio di accogliere e farsi guida-
re da altri punti di riferimento (Dt 8, 19). Israele esiste perché Dio è
intervenuto a suo favore e lo ha guidato nel cammino verso la terra
promessa che è sempre al di là di ogni punto di arrivo. Facendo me-
moria si trasmette l’esperienza di Dio alle nuove generazioni perché
la vivano nel loro presente continuando a rendere presente il Dio che
ha scelto, amato e salvato il suo popolo (cfr. Dt 6, 20-25).
Per valutare i diversi problemi religiosi, sociali, politici ed econo-
mici del proprio tempo i profeti fanno riferimento memoriale alle
prescrizioni della legge, creando in questo modo un contesto nuovo
su cui porre e interpretare la legge del Sinai32. I richiami diretti al de-
calogo si trovano in Osea (4, 2) e in Geremia (7, 9) e i richiami alle
diverse leggi di Israele in Ezechiele (18, 5-9). Essi costituiscono lo
sfondo naturale ai richiami che i profeti fanno riguardo a temi più
particolari, come la frode (Am 8, 5; Os 12, 8; Mi 6, 10), la corruzione
dei giudici (Mi 3, 11; Is 1, 23: 5, 23), la non osservanza della legge su-
gli schiavi (Ger 34, 8-22), l’avidità di quanti prestano denaro a usura
(Am 2, 8), la violenza di chi abusa del povero (Am 2, 6-8: 4, 1-8; Is 3,
15), il mancato pagamento del giusto salario agli operai (Ger 22, 13;
Ml 3, 15). La non osservanza della legge veniva considerata dai pro-
feti come un affronto fatto a Dio stesso. I profeti chiamavano in ma-
niera radicale all’osservanza della legge, quale momento spirituale in
cui si verifica la promessa della salvezza. Lo facevano in maniera par-
ticolare con quanti detenevano il potere di amministrare e di inter-
pretare la legge. A costoro essi imputavano la decadenza morale e re-
ligiosa del popolo.
Al tema della fedeltà all’alleanza, è connesso il tema della conver-
sione e del ritorno d’Israele a Dio, che rimane fedele alla sua promes-
sa (Ger 29, 11-14; Ez 18, 19-32). Israele ha esperimentato nell’allean-

32 G. VON RAD, Teologia dell’Antico Testamento, vol. II: Teologia delle tradizioni

profetiche d’Israele, Paideia Editrice, Brescia 1974, 483-484.


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364 GABRIEL WITASZEK

za la grandezza della sua elezione, così ora sperimenta la misericordia


di Dio, che tutto perdona, ed è disposto ad iniziare da capo. Il futuro
del popolo eletto dipenderà da come il codice dell’alleanza sarà mes-
so in pratica nella vita. La salvezza annunciata ha il carattere di una
promessa di fedeltà da mantenere in modo costante. I profeti dell’esi-
lio dovranno richiamare l’attenzione del popolo alla fedeltà di Dio che
continua, nonostante la colpa del popolo. Dinanzi al dramma dell’esi-
lio babilonese i profeti Ezechiele, Deuteroisaia e Abdia esortavano a
credere ancora alle promesse dell’alleanza. Al posto del giudizio, del-
la punizione e del castigo c’è ora l’annuncio dell’amore stabile di Dio.
Come ai tempi della prima alleanza, anche adesso Dio promette fe-
deltà alla sua parola e ristabilimento pieno del suo rapporto con Israe-
le. I profeti sono diventati segno della consolazione e del conforto che
si esprime particolarmente nei canti del servo di Jahve (Is 41, 9-10) e
nei continui inviti a saper guardare alla nuova alleanza in Geremia e
in Ezechiele (Ger 31, 31-34; Ez 36, 26-38).
L’originalità del richiamo etico dei profeti risiede nell’orienta-
mento della loro fede, nel Dio dell’alleanza33. La configurazione spi-
rituale, determinata dalla fede nel Dio della rivelazione, ha qualifica-
to e quantificato il loro valore. La fede nel Dio creatore e dell’al-
leanza svolge la funzione di principio critico, per verificare ciò che è
autenticamente umano, elevandolo nello stesso tempo, al livello so-
prannaturale. La nuova alleanza è l’impegno di Dio verso il suo po-
polo. Questo impegno di Dio si concretizza nella sua promessa e il
popolo è chiamato a credere al compimento delle promesse di Dio.
Per il popolo ogni alleanza contiene delle istruzioni, dei comanda-
menti divini. Dio, che rispetta fino in fondo la libertà umana, com-
pie la sua opera di salvezza, e attua le sue promesse, solo se l’uomo
orienta la sua vita secondo queste istruzioni. Il rispetto dell’alleanza
non è una prestazione che l’uomo deve a Dio, che Dio richiede per

33 Cfr. G. WITASZEK, I profeti Amos e Michea nella lotta per la giustizia sociale

nell’VIII sec. a. C. (Excerpta ex Dissertatione ad Doctoratum in Facultate Theo-


logiae Pontificiae Universitatis Gregorianae), Roma 1986, 106; L. MELLINA, J.
NORIEGA, J. J. PÉREZ-SOBA, Camminare nella luce dell’amore. I fondamenti della
morale cristiana, Cantagalli, Siena 2008, 220.
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MEMORIA E PROFEZIA. L’IMPEGNO MORALE NELLA FEDE 365

essere fedele alla sua parola, ma è una condizione di libera scelta del-
l’uomo, il segno attivo nella storia, della sua volontà di salvezza. È più
una relazione di amore e solidarietà che non un patto giuridico. Fin-
ché l’alleanza è rispettata dall’uomo sono attive le promesse, le bene-
dizioni e le sue grazie divine. Israele era schiavo in Egitto e Dio è in-
tervenuto per liberarlo. Se l’uomo rompe l’alleanza non solo perde le
benedizioni divine, ma scatena le maledizioni (Gen 9, 16; 2Sam 23, 5;
Sir 17, 10; Sal 104, 10).
I profeti hanno cercato le cause e individuato i difetti del fallimen-
to della relazione tra Dio e Israele. Geremia, uno dei più lucidi inter-
preti della storia di Israele, rifacendosi alle tradizioni del Deuterono-
mio, scorge l’elemento critico nella esteriorità della legge. L’alleanza
del Sinai era simboleggiata dalle tavole di pietra (Dt 5, 22), sulle quali
erano iscritte le parole della Torah. Esse richiedevano la mediazione di
Mosè e dei suoi successori per essere trasmesse, insegnate e attualiz-
zate tuttavia la volontà di Dio era come un giogo (Ger 2, 20), imposto
ad un popolo ribelle (Ger 5, 23); il cuore di Israele, marchiato dal pec-
cato (Ger 17, 1), rimaneva incapace di conoscere il Signore e la sua leg-
ge (Ger 5, 4-5). La storia aveva dolorosamente rivelato la fragilità di
questa relazione, nella quale il partner umano aveva lo sciagurato po-
tere di infrangere le regole e di spezzare il vincolo d’amore. Israele
spesso peccò di idolatria e infranse l’alleanza, ma Dio non ritirò mai le
sue promesse: così i profeti maturarono la coscienza di una “alleanza
nuova”. Un’alleanza intesa non più come patto bilaterale difficile da
osservare, ma come gratuita promessa di predilezione di Dio per l’u-
manità intera. L’uomo si è dimostrato radicalmente incapace di osser-
vare le leggi divine di creare le condizioni nelle quali Dio potesse com-
piere le sue promesse. Ecco allora che Dio interviene con un’alleanza
nuova (Ger 31, 31-32), cambiando il cuore dell’uomo (Ez 11, 19).

Conclusione

Il memoriale descritto lungo il corpo profetico include l’intera vi-


ta del popolo eletto commentata nei termini di una vera e propria
memoria dei tre episodi salvifici: l’esodo, l’alleanza e la pasqua. Il fu-
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366 GABRIEL WITASZEK

turo del popolo ebraico è inciso nella memoria di ciò che è accaduto
all’uscita dall’Egitto. I profeti parlando al popolo d’Israele, ricorrono
alla memoria dell’evento della sua liberazione dalla schiavitù d’Egit-
to e alla conseguente stipulazione del patto. La stipulazione dell’al-
leanza sul Monte Sinai accompagnata dalla proclamazione del Deca-
logo, pone l’accento sulla morale quale dono di Dio in cui è insito il
criterio per il retto agire umano. Questo fatto non ha soltanto riper-
cussioni sul piano etico religioso, ma si estende alla concretezza del-
l’esistenza personale e alla struttura stessa del popolo dell’alleanza.
Come scrive R. Fisichella: “Il carattere esclusivo del patto implica l’e-
stendersi nella sfera giuridica e istituzionale, che rimarrà come forma
normativa per giudicare la coerenza dell’agire nei confronti di Dio:
“Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodire la mia alleanza, voi
sarete per me la proprietà tra tutti i popoli. (…) Voi sarete per me un
regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19, 5-6)”34. In un ordina-
mento del mondo e della salvezza, l’uomo è stato elevato in modo so-
prannaturale a Dio facendo parte del compimento della sua natura.
Si stabilisce così una relazione essenziale e teologale che è una co-
stante nella rivelazione, ma che richiede una risposta concreta da
parte del popolo che Dio ha liberato ed eletto.

34 R. FISICHELLA, Gesù di Nazaret profezia del Padre, Paoline, Milano 2000, 48.
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MEMORIA E PROFEZIA. L’IMPEGNO MORALE NELLA FEDE 367

SUMMARIES

Through the power of the faith, the memory of the salvific events unites the pres-
ent and the past, and enables man to reach out to the future. The memory is
based on a collection of past events and actions that are regarded by members
of a group as important for their identity, and from which they draw inspiration
whereby they can confront themselves and the future. The three principal gifts
of God – the Exodus, Passover and Covenant – form an ever present nexus of
biblical remembrance. They are intimately linked to the faith dynamic of the Jew-
ish people, and are communicated through prophecy, which is a sign of the
credibility of Revelation. The prophets of Israel are part of a genuine, historical
process of salvation that allows them to see their remembrance as an effective
means of salvation, and at the same time a normative instrument.

***
El recuerdo de los acontecimientos salvíficos conecta el presente al pasado,
con la fuerza de la fe, y pone al hombre en condiciones de aspirar al futuro.
La memoria se basa en un conjunto de eventos y acciones del pasado que
los miembros de un grupo consideran importantes para su identidad y en los
que se inspiran para confrontarse con sí mismos y con el futuro. Los tres prin-
cipales dones de Dios: el éxodo, la pascua y la alianza, forman un eje im-
prescindible de la memoria bíblica. Tales dones están íntimamente acoplados
en la dinámica de la fe del pueblo hebreo y se comunican por medio de la pro-
fecía que es signo creíble de la revelación. Los profetas de Israel se incorpo-
ran en un auténtico proceso histórico salvífico, que, siendo instrumento nor-
mativo, permite observar su recuerdo como instrumento eficaz de salvación.

***
La memoria degli avvenimenti salvifici unisce il presente al passato, con la for-
za della fede, e pone l’uomo in grado di tendere verso il futuro. La memoria si
basa su un insieme di eventi e di azioni del passato che i membri di un grup-
po ritengono importanti per la loro identità e dai quali attingono l’ispirazione di
come confrontarsi con sé e con il futuro. I tre doni principali di Dio; l’esodo, la
pasqua e l’alleanza formano un fulcro imprescindibile della memoria biblica.
Essi sono legati strettamente nella dinamica della fede del popolo ebreo e si
comunicano tramite la profezia che è segno di credibilità della rivelazione. I
profeti di Israele si inseriscono in un reale processo storico salvifico, che con-
sente di vedere la loro memoria come strumento efficace di salvezza, pur es-
sendo anche strumento normativo.