Sei sulla pagina 1di 213

© & TM 2016 Lucasfilm Ltd.

Used Under Authorization.


Editing e revisione testi di AmarenaChicStudio – Milano
Coordinamento editoriale di Laura Tellarini
Pubblicato da: Giunti Editore S.p.A.
Via Bolognese, 165 – 50139 – Firenze
Piazza Virgilio, 4 – 20123 – Milano
www.giunti.it
Prima edizione digitale: giugno 2016
ISBN: 9788898937387

2
3
Il libro
La principessa, la canaglia
e il giovane fattore.
Star Wars - Una nuova speranza
Questa storia inizia come molte altre: tanto, tanto tempo fa…. In un luogo lontano,
oltre le stelle scintillanti che vedete nei vostri cieli notturni.
Al tempo della Vecchia Repubblica, centinaia di sistemi stellari vivevano in un clima di
pace e prosperità, protetti da un antico Ordine di guerrieri, i Jedi. Ma una marea di
oscurità si è fatta strada attraverso la galassia, tanto inarrestabile quanto terrificante,
spazzando via anche i combattenti più forti. Ora un Impero malvagio domina le stelle,
spegnendo lentamente con la sua morsa gli ultimi bagliori di luce e speranza.
Questa è la storia di tre persone che incrociano le proprie strade con il destino, tre
persone che si sono trovate nel luogo sbagliato al momento giusto. Insieme
dimostreranno di possedere doti insospettabili… e che potrebbero essere l’unica
speranza per il futuro della galassia.

4
L’autrice
Alexandra Bracken
È un’acclamata scrittrice americana, autrice della trilogia Darkest Minds che negli
Stati Uniti ha scalato le classifiche dei libri più venduti. È nata e cresciuta nel deserto
dell’Arizona, dove ha trascorso la propria infanzia in attesa di qualcuno che le portasse
una spada laser per salvare la galassia. Quando si è resa conto che non succedeva nulla
di tutto questo, ha preso un aereo per la Virginia e si è iscritta al College William &
Mary, dove ha studiato inglese e storia. Attualmente vive a New York, il posto più
vicino a Coruscant in cui le è riuscito di abitare. Il suo personaggio preferito di Star
Wars è la principessa Leia.

5
Per papà, che mi ha spalancato
un’intera galassia di sorprese e possibilità

6
NOTA DELL’AUTRICE

QUANDO INCONTRIAMO un fan di Star Wars, ci facciamo


sempre la stessa domanda: quando è stata la prima volta in cui hai
visto i film? Io ricordo perfettamente la mia prima volta: festa del
papà, 1992. Papà doveva decidere quale film avremmo guardato
tutti insieme e, per qualche ragione, aveva deciso di tirar fuori
una vecchia videocassetta di Star Wars: Una nuova speranza.
Avevo cinque anni. Non ero in grado di capire cosa stesse
succedendo, né perché tutti quanti corressero da una parte
all’altra in quel modo ma ricordo ancora, con una chiarezza
assoluta, il momento in cui ho visto Darth Vader salire a bordo
della Tantive IV, il mantello che ondeggiava dietro di lui, la
musica che rimbombava come un tuono dalle casse collegate al
televisore.
Ero terrorizzata ma anche incantata.
Le battaglie, i personaggi, le navi spaziali: è stato come fare
una corsa sulle montagne russe senza nemmeno alzarsi dal
divano.
E una volta fatto un giro su quella giostra, non sono più
scesa.
Poi, un anno più tardi, mio padre ha deciso che voleva
collezionare vecchi giocattoli, poster e cimeli risalenti agli anni
Settanta e Ottanta e commercializzati subito dopo che i film
erano usciti al cinema.
Così, ogni fine settimana la famiglia si stipava nel minivan e
andavamo per i mercatini di antiquariato in cerca di vecchie
action figure, manifesti, persino tazze in ceramica, tutte
rigorosamente dedicate ai personaggi di Star Wars. Non abbiamo

7
mancato una sola convention importante su Star Wars. A un certo
punto, mio padre era entrato in confidenza con metà degli
impiegati che lavoravano nel Toys “R” Us di zona.
Era il nostro progetto di famiglia, una cosa che facevamo
insieme. Eravamo noi.
Ero totalmente immersa in quell’universo e, dai dieci ai
dodici anni, l’unica cosa che mi interessava leggere erano le
storie di Star Wars. Nient’altro sembrava catturare la mia
attenzione.
Potete ben immaginare quanto fossi emozionata (per usare un
eufemismo) quando mi hanno chiesto di riscrivere Star Wars:
Una nuova speranza per un pubblico di giovani lettori, di
raccontare la storia classica da un nuovo punto di vista.
Star Wars: L’Impero colpisce ancora è pieno di sconvolgenti
colpi di scena e drammi familiari, mentre Star Wars: Il ritorno
dello Jedi chiude il cerchio. Ma Star Wars: Una nuova speranza
è molto più del film che mi ha trasportato in una galassia lontana
lontana, è la storia che mi ha fatto venire per la prima volta la
voglia di scrivere romanzi. È stato il mio primo passo verso un
mondo molto più vasto.
Star Wars rappresenta alla perfezione il viaggio dell’eroe
classico. E nell’istante stesso in cui l’ho compreso, la storia e i
personaggi hanno assunto un significato del tutto nuovo, mi sono
trovata davanti a qualcosa da studiare e osservare in profondità.
Come giovane scrittrice per ragazzi, che mi ero per lo più
cimentata nel difficile campo della poesia, questa era una cosa
enorme.
In verità, non avevo la minima idea di come si scrivesse un
romanzo, né che volessi scrivere storie tutte mie, finché non mi
sono cimentata con la saga di Star Wars (quelle storie, scritte

8
solo per passione, sono ancora tutte online da oltre dieci anni, e
nel frattempo ho fatalmente dimenticato la mia password di
accesso e non posso più ricollegarmi al sito per cancellarle).
Come scrittrice, per me, la cosa più importante di tutte è
mettere al centro del mio lavoro i personaggi. Devo anche questo
a Star Wars: Una nuova speranza e all’impatto emotivo che
questo film ha avuto su di me, una bambina di cinque anni molto
impressionabile. In questa pellicola ho trovato un cast di
personaggi che apparentemente sembrava fatto di semplici
archetipi.
Il giovane fattore, la canaglia, la principessa che bisogna
salvare. Ma crescendo sono riuscita a capire la complessità delle
loro relazioni: ho capito come Star Wars sia in realtà strettamente
legato all’idea di famiglia. Non solo gli Skywalker, ma la
famiglia che Luke, Leia, Han e gli altri hanno trovato l’uno
nell’altro. Anche se provengono da contesti e ambienti
incredibilmente diversi, lavorano insieme per uno scopo comune:
la speranza. Alla fine, hanno bisogno l’uno dell’altro per capire il
loro valore e potenziale.
Concentrandomi sul punto di vista di Leia, di Han e infine di
Luke, sono arrivata a giocare con questi archetipi – la
principessa, la canaglia, il giovane fattore – e a dimostrare come
questi personaggi in realtà possono essere molto più di quello
che gli altri – o addirittura loro stessi – credono.
Sono ancora molto legata all’idea di famiglia e all’importanza
che ha, non solo nello svolgimento del racconto, ma anche per la
nostra community di fan sparsi in tutto il mondo. Questa storia ci
unisce e continua a essere trasmessa da una generazione all’altra:
una specie di eredità culturale di famiglia. Cosa che non è mai
mutata, nemmeno quando mio padre ha perso la sua battaglia

9
contro il cancro qualche anno fa.
Siamo tutti strettamente legati a questo universo, e guardare i
film, o anche solo pensare a quella prima volta in cui la nostra
famiglia ha guardato Star Wars: Una nuova speranza insieme, è
sufficiente a farci sentire vicini a mio padre.
E se questo non è il vero potere della Forza, allora non so
cosa possa essere.
Un’ultima considerazione, per questo adattamento, ho attinto
direttamente a tre fonti: la mia immaginazione, la sceneggiatura
del film di George Lucas e la sceneggiatura del radiodramma del
1981, capolavoro di Brian Daley.
I miei ringraziamenti alla Lucasfilm per avermi consentito di
intrecciare insieme tutto questo materiale e per l’opportunità che
mi ha dato di portare in vita la mia personale versione di una
storia che tutti conosciamo.
ALEXANDRA BRACKEN

10
INTRODUZIONE

QUESTA STORIA INIZIA come cominciano molte altre


storie: tanto, tanto tempo fa… in un luogo molto più lontano
delle stelle scintillanti che vedete nel vostro cielo di notte.
All’epoca della Vecchia Repubblica, centinaia di sistemi
stellari vivevano insieme in pace e prosperità, protetti da un
antico ordine di guerrieri, i Jedi. Ma una marea oscura dilagò
nella galassia, inarrestabile tanto quanto terrificante, spazzando
via anche i combattenti più forti. Ora un Impero crudele governa
le stelle, estinguendo lentamente le ultime tracce di luce e
speranza nella propria morsa.
Contro ogni previsione, una scintilla di ribellione continua ad
ardere. Dopo aver conseguito la loro prima vittoria contro
l’Impero, i Ribelli rivolgono la propria attenzione ad alcune voci,
che riferiscono di un’arma così potente da distruggere interi
pianeti… e cancellare qualsivoglia ultima speranza di libertà.
Ma, come ben sapete, gli eroi emergono dai luoghi più
improbabili e nei momenti più impensati. Questa è una storia che
ha a che fare con il destino. Con il trovarsi nel posto sbagliato al
momento sbagliato. Con il coraggio. E, sì, con una Forza più
potente dell’immaginazione.
Ma è anche la storia di una principessa, di una canaglia e di
un giovane fattore. No, c’è molto di più di questo, su di loro.
Forse vi sorprenderanno. Forse sorprenderanno se stessi.
O forse sono gli eroi di cui la galassia aveva bisogno fin dalla
notte dei tempi.

11
12
CAPITOLO UNO

LEIA NON ERA LA RAGAZZA che pensavano.


Quella ragazza avrebbe potuto portare a termine il piano con
successo. L’equipaggio della Tantive IV riteneva che la senatrice
Leia Organa sarebbe riuscita a liberarli dalla rete dentro cui li
aveva fatti volare. Solo che il suo piano non era andato a buon
fine, neanche un po’. Non c’era alcuna via d’uscita, nessun modo
per salvarli. La principessa li aveva delusi, e adesso c’era
un’unica speranza di concludere la sua missione.
Leia non era mai stata nei corridoi di accesso della nave
spaziale. Erano stati costruiti per droidi e tecnici, per muoversi
senza essere calpestati dai piedi dell’equipaggio. Il cuore le
batteva al ritmo dei passi, mentre correva, e Leia era sicura che
non avrebbe mai trovato la squadra degli operai. Corridoi e
passaggi di metallo bui erano illuminati solo da luci color
cremisi, e alcune parti erano così strette che Leia riusciva a
malapena a passarci attraverso senza strapparsi il vestito.
Maledizione: di tutti i colori che esistono sotto il sole, perché
mai aveva scelto di vestirsi proprio di bianco? Si stagliava
nell’oscurità come il nucleo di un reattore. Un bersaglio facile.
Ma faceva davvero molto più freddo, lì dentro, o era la sua
mente che le stava di nuovo giocando qualche scherzo?
Un’esplosione assordante tuonò nel silenzio, facendo tremare
la nave spaziale fin dentro il suo scheletro metallico. Leia
sussultò, mentre veniva scagliata contro una parete di tubi e
circuiti. Sibili di fucili blaster e passi pesanti soffocavano strilli e
urla di uomini e donne che cercavano di respingere l’assalto.
Qualcuno era salito a bordo. E, a quanto pareva, il combattimento

13
si stava svolgendo proprio sopra la sua testa.

Leia accelerò la corsa finché non le bruciarono i muscoli


delle gambe. È tutta colpa mia, pensò, le lacrime che le
pungevano gli occhi. Ho detto a mio padre che questa era la mia
missione. Volevo solo che fosse orgoglioso di me. Leia aveva solo
voluto aiutare la Ribellione. Perché l’equipaggio avrebbe dovuto
morire per salvare la vita di altri?
Suo padre non avrebbe voluto che Leia accettasse quella
missione; Leia glielo aveva letto negli occhi, quando le aveva
detto: “Non ho mai dubitato delle tue capacità, nemmeno per un
istante. Assumerti tutte queste responsabilità… ti hanno forgiato
come una stella splendente. Sei straordinaria. Ma questo è troppo
pericoloso, Leia.”
Leia aveva lottato per controllare le sue reazioni. Una stella.
In altre parole, qualcosa di bello. Qualcosa che doveva essere
ammirato da lontano. La principessa smorfiosa che le zie avevano
cercato di costringerla a diventare per tutta la vita. Qualcuno che

14
avrebbe ignorato gli appelli disperati della Ribellione che le
chiedeva di aiutarla a rubare informazioni vitali.
Voleva loro un bene dell’anima, persino quando, durante le
inesorabili lezioni di galateo, le veniva voglia di ribaltare il tavolo
e fuggire per unirsi a un circo galattico, giusto per non dover
ascoltare un’altra tiritera sulla differenza tra un cucchiaio da
minestra e uno da dessert. Un giorno, certo, Leia sarebbe
diventata regina di Alderaan, come sua madre prima di lei, ma
quel giorno era lontanissimo: per governare bene, ci voleva ben
altro che imparare il modo giusto di salutare i propri sudditi.
Le zie si erano opposte con forza, sia con Leia sia con suo
padre, al fatto che la principessa si unisse al Senato galattico.
Avrebbero di gran lunga preferito vederla nelle sue stanze, ad
arricciarsi i capelli e sognare a occhi aperti quale principe
piagnucoloso sposare, piuttosto che in un seggio del Senato
mentre cercava di apportare un vero cambiamento o una riforma.
I media erano anche peggio, visto che sostenevano che fosse
“una principessa che giocava a vestirsi alla moda,” e non un vero
diplomatico o politico. Vedevano l’immagine che le zie avevano
creato per lei, non la persona che suo padre aveva cresciuto. Non
importava quante volte avesse percorso la galassia in tutta la sua
estensione per portare attenzione o aiuto a chi soffriva; i media
rifiutavano ancora – sì, ancora – di guardare oltre l’etichetta che
le era stata affibbiata: “principessa”.
Una volta stava attraversando un villaggio che le forze
imperiali avevano dato alle fiamme e ridotto in cenere con in
braccio un piccolo Wookiee rimasto orfano, e la prima domanda
che i cronisti dei Sistemi Centrali le avevano rivolto era stata
questa: chi aveva disegnato il vestito che indossava? E non:
perché siete qui? Non: che cosa può fare la galassia per dare il

15
proprio contributo?
L’unica cosa che Leia era riuscita a concludere con successo,
da quando faceva parte del Senato, era stata irritare l’Imperatore
come una scottatura solare che rifiutasse di guarire. Aveva fatto il
proprio ingresso nella camera pronta a combattere chiunque
l’avesse intralciata, ma ciò che vide lì la sorprese più del fatto di
dover fare a testate con un avversario: a nessuno sembrava
importare niente. O, quanto meno, nessuno voleva mettere alla
prova la pazienza dell’Imperatore. Leia non capiva come tutti
potessero starsene tranquillamente seduti in Senato, conoscendo i
crimini che erano stati commessi nell’Orlo Esterno.
Le prigioni imperiali in cui si effettuavano gli interrogatori.
L’esecuzione a sangue freddo di traditori, o presunti tali. Intere
città distrutte in quelle che Darth Vader chiamava “purificazioni”.
A quanto pareva, era necessario purificare i pianeti da qualunque
idea richiamasse concetti simili a democrazia. O speranza.
Tutto questo le dava il voltastomaco. Leia riusciva ancora a
percepire l’odore dei resti carbonizzati di corpi ed edifici. Vedere
i bambini rimasti da poco orfani in fila per essere… cosa?
Venduti come schiavi al miglior offerente? Spediti alle miniere di
spezie di Kessel? Ogni volta che Leia aveva cercato di ottenere
risposte, nella camera del Senato, era stata rimbrottata, richiamata
al silenzio. Avrebbe voluto gridare, scuoterli, costringere gli altri
senatori a vedere ciò che lei stessa vedeva. Invece loro si
rifiutavano. Qualcuno le intimava di tornarsene a casa, a divertirsi
con la vita di corte. Leia si era ben presto resa conto che non
importava quel che diceva, o quanto forte gridasse. Nessuno la
ascoltava.
Così, non appena era venuta a conoscenza della Ribellione,
aveva subito considerato la possibilità di prendervi parte; di

16
essere riconosciuta per quel che poteva fare, per qualcuno che
davvero aiutava la galassia e non per la persona che tutti
pensavano fosse. Era la sua opportunità di mettersi alla prova ed
era convinta che, anche se nessun altro l’avesse fatto, almeno suo
padre avrebbe compreso.
Rubare dei progetti segreti all’Impero era, in effetti, un
rischio, ma venire respinta come una palla luccicante di gas
l’aveva resa solo più determinata. La missione avrebbe dovuto
essere semplice. L’unica cosa che dovevano fare era intercettare
una trasmissione dati relativa a una nuova stazione da battaglia
che, si diceva, l’Impero stesse mettendo a punto.
Ma il sistema brulicava di truppe imperiali. Avevano capito
che la storia della nave spaziale guasta di Leia era un’invenzione,
ma la copertura l’aveva aiutata a fermarsi abbastanza a lungo da
scaricare i progetti tecnici di un qualcosa il cui nome in codice
era “Morte Nera”. Nonostante gli sforzi dei Ribelli per
disperdere gli Imperiali nell’iperspazio, uno Star Destroyer,
mastodontico incrociatore stellare, li aveva raggiunti e Leia fu
certa che, nel momento stesso in cui la nave spaziale fosse stata
identificata come il Devastator, non ci sarebbe stata alcuna via di
fuga.
Era la nave di Darth Vader.
Leia corse più veloce, facendo lo slalom fra ombre ed
esplosioni di vapore bollente. Mentre faceva una svolta a gomito
la mano le si strinse intorno alla data card, un piccolo modulo di
memoria. Poi, un guizzo argentato catturò la sua attenzione.
Un droide. Un droide astromeccanico, addirittura. Grazie alle
stelle. Il suo piano aveva davvero una possibilità di funzionare.
Il droide somigliava a un’unità R2. Il corpo cilindrico tozzo
era sormontato da una testa a forma di cupola e da pannelli blu

17
scuro. Brillava un unico indicatore rosso, che divenne blu quando
il droide le passò vicino.
“Droide!” gridò Leia, infilandosi dentro una nicchia buia.
“Droide! Vieni qui!”
La testa si voltò di scatto verso di lei, emettendo un
amichevole cinguettio interrogativo. Il droide avanzò verso di lei
sulle tre gambe dotate di pattini a motore e Leia si inginocchiò in
modo da trovarsi alla sua stessa altezza.
Per quanto odiasse ammetterlo – e lo odiava parecchio – Leia
fu grata alle zie per aver passato anni ad addestrarla a parlare in
pubblico di modo che, da principessa ora e un giorno da regina,
sarebbe stata in grado di fare un discorso senza morire di
imbarazzo. Avrebbe dovuto pronunciare il messaggio esatto al
primo tentativo. Semplicemente, sarebbe mancato il tempo per
rifarlo. Leia chiuse gli occhi un istante, calmandosi con respiri
profondi come le avevano insegnato le zie.
E quando si decise, fu orgogliosa di quanto fossero nitide e
precise le sue parole. “Unità R2, devo registrare un messaggio
olografico. È nella tua programmazione, R2?”
Il droide emise un bip in risposta. Bene. Leia si alzò in piedi
e fece un passo indietro. “Inizio registrazione… adesso.” Si
schiarì la voce, assumendo il tono regale che tanto piaceva alle
zie, quello che aveva imparato ad affilare come la lama di un
coltello in Senato. “Generale Kenobi, anni fa, tu hai servito sotto
mio padre nelle Guerre dei Cloni. Ora egli ti prega di aiutarlo nel
conflitto contro l’Impero. Sono spiacente di non poter presentare
di persona la richiesta di mio padre, ma la mia astronave è stata
catturata, e il mio tentativo di portarti ad Alderaan è fallito.”
Ammettere il fallimento diede un sapore più amaro alle sue
parole. Malgrado Leia e l’equipaggio della Tantive IV avessero

18
scaricato le informazioni e fossero giunti a Tatooine, non avrebbe
potuto completare la seconda parte della missione. Suo padre le
aveva chiesto di trovare un vecchio amico, il generale Kenobi,
perché, secondo le sue precise parole, “una guerra richiede
guerrieri per combattere”. Leggendario Cavaliere Jedi, Kenobi si
era ritirato in esilio segreto in un remoto pianeta desertico, per
evitare di cadere vittima della strage che aveva spazzato via il suo
Ordine.
Leia proseguì. “Ho affidato delle informazioni vitali per la
sopravvivenza della Ribellione al sistema mnemonico di questa
unità R2. Mio padre saprà come recuperarle. Devi far sì che
questo droide arrivi da lui sano e salvo ad Alderaan. È la nostra
ora più disperata. Aiutami, Obi-Wan Kenobi. Sei la mia unica
speranza!”

19
20
Leia fece una pausa, e desiderò sentirsi più sollevata di
quanto non fosse veramente, per aver portato a termine la
registrazione. Ma quello era solo il primo passo di un’ultima
missione disperata, e la principessa odiava dover mettere
informazioni così preziose nelle mani di un droide, che peraltro
mani non aveva.
“Adesso arriva la parte difficile, R2. Consegnerai il
messaggio e le informazioni che sto per caricare a Obi-Wan
Kenobi. Si trova sul pianeta sotto di noi, lontano dalla civiltà.
Dovrai cercare lui e lui soltanto.” Il droide dondolò da un lato
all’altro sulle due gambe posteriori, emettendo dei bip in segno di
comprensione.
“R2? R2-D2! Dove sei?”
Leia si voltò di scatto, in cerca della fonte da cui proveniva la
voce. Strizzò gli occhi, riuscendo a malapena a individuare la
forma umanoide e dorata di un droide protocollare.
“R2!”
Fu solo allora che Leia si rese conto del silenzio che era
calato. Esplosioni e urla erano cessate, e dentro di lei ebbe
l’orribile sospetto che fosse perché non era rimasto nessuno della
Tantive IV a combattere. Per quell’equipaggio la battaglia era
finita.
La sua, invece, era appena cominciata.
Le mani di Leia inserirono velocemente la data card nel
droide. “Adesso devi trovare un modo per lasciare la nave…
dovrebbe essere rimasto almeno un guscio di salvataggio che puoi
usare.”
L’unità R2 emise un altro fischio affermativo. Leia posò le
mani sulla sua testa tonda e liscia e chiuse gli occhi. Ti prego, fa’
che funzioni…

21
“Buona fortuna. E buon viaggio.”
L’immagine del pianeta sotto di loro le si presentò alla mente.
Le dune di sabbia senza fine di Tatooine gli davano uno
splendido bagliore caldo, come un tramonto eterno. Riusciva
quasi a vederlo, adesso, e per un attimo si chiese come il droide
avrebbe potuto muoversi sul pianeta con la sabbia nei propri
ingranaggi. Ma poteva farcela. Leia serrò le mani a pugno lungo i
fianchi, ricacciando indietro la paura. La principessa aveva
fiducia.
“R2-D2, finalmente!” gridò il droide protocollare. “Ti ho
cercato dappertutto!”
Leia si tirò il cappuccio sulla testa, sfilando con cautela il
blaster dalla fondina nascosta. C’era una via per uscire di lì;
doveva esserci. Leia, come suo padre, si rifiutava di accettare
situazioni disperate. Aveva solo bisogno di pensare. Un posto
sicuro dove nascondersi. Mentre i suoni e le voci dei droidi si
dileguavano, altri rumori echeggiarono nella sua direzione. Passi
precisi, netti. Un rumore di armatura e voci basse.
Truppe imperiali.
Leia si schiacciò ancor di più con la schiena nell’ombra,
stringendo con forza la pistola per impedire alla sua mano di
tremare. In quel momento sapeva di essere l’unica persona che
poteva aiutare il droide. C’era ancora tutto il tempo per creare
una distrazione sufficiente a permettere al droide di raggiungere
un guscio di salvataggio e schizzare giù, sulla superficie del
pianeta. Ma, per tutte le stelle, Leia non riusciva a far rallentare i
battiti del suo cuore. Il respiro le rimbombava nelle orecchie. Non
sarebbe stata la sua prima volta in un combattimento a fuoco –
non sarebbe stato nemmeno il suo primo combattimento di quel
mese – ma la posta in gioco era altissima. Non poteva permettere

22
che tutte le vite perdute in quella giornata se ne fossero andate
invano.
Leia era spaventata. Aveva paura che la missione fallisse. Che
il Devastator facesse esplodere il guscio di salvataggio in milioni
di pezzi. Che non sarebbe mai riuscita a tornare ad Alderaan. Che
la Ribellione sarebbe stata messa a tacere. Che non avrebbe mai
più rivisto suo padre e sua madre.
Ma la paura era un’emozione inutile. Doveva combattere, e
l’unico modo che conosceva per vincere la paura era raccogliere
tutta la rabbia che aveva in corpo.
Tutto quel che doveva fare era pensare agli occhi malefici
dell’Imperatore. Alla sua risata che le si insinuava sottopelle
come tante dita gelide.
Leia aveva incontrato per la prima volta il malvagio vecchio
subito dopo essere stata eletta senatrice di Alderaan. Suo padre
doveva presentarla all’Imperatore di Coruscant, con tutti i
funzionari appena eletti. Mentre le zie avevano passato i giorni
precedenti il viaggio a discutere della sua acconciatura e del
vestito che avrebbe indossato, Leia aveva trascorso lo stesso
tempo a stilare l’elenco delle proprie lamentele, delle cose che
avrebbe voluto cambiare. Voleva dirle all’Imperatore guardandolo
in faccia. Era la senatrice più giovane mai eletta nel Senato
Imperiale e aveva tutta l’intenzione di fare una buona
impressione: sparare un proiettile che fosse di ammonimento,
all’inizio di quella che sarebbe stata una lunga guerra per il bene
della galassia. E non le importava se, strada facendo, si sarebbe
fatta qualche nemico.
Ma mentre si era incamminata verso il trono nero,
l’Imperatore aveva sollevato la testa, rivelando il volto
mortalmente pallido dalla pelle rugosa. Le era sembrato che

23
quegli occhi lampeggiassero, mentre trafiggevano i suoi. E le
parole le erano rimaste incastrate in gola, mentre un sudore
freddo le si era formato sul collo. Leia aveva sentito a malapena
suo padre pronunciare il proprio nome, a stento aveva sentito la
mano che lui le aveva posato sulla schiena per sospingerla in
avanti. E le zie le avevano inculcato a tal punto le regole del
galateo e del protocollo che Leia si era chinata automaticamente
in una riverenza – una riverenza! – prima di potersi fermare.
“Sarà divertente avere un volto così grazioso in Senato!”
aveva detto l’Imperatore, sogghignando con le sue labbra esangui.
E questo era stato tutto. Per lui, Leia non era nient’altro che
un grazioso soprammobile in mezzo agli altri. E lei non era stata
capace di farsi venire in mente nemmeno una parola per
protestare. Solo ripensarci le faceva salire la bile in gola.
Ecco. Ora andava meglio. Un fiotto deciso e caldo di rabbia
le rifluì nel sangue. La vista le si affilò, puntandosi sugli
assaltatori che entravano nel corridoio da un portello vicino.
“Controllate ogni passaggio e scompartimento,” ordinò il
capo. “Voi due, andate a vedere dietro quei condotti energetici.”
Sfortunaccia nera: il tubo dietro Leia rilasciò un sibilo di
vapore e sferragliò rumorosamente, facendo voltare uno degli
assaltatori.
“Aspettate. Mi è sembrato di vedere qualcosa…”
Maledetto abito bianco, pensò Leia, puntando la pistola.
“Eccola! Preparatevi a stordirla!”
Leia non aveva intenzione di impostare il proprio blaster
sulla funzione di stordimento. Fece fuoco, colpendo l’assaltatore
davanti. Il soldato cacciò un urlo, mentre si accasciava al suolo.
“Attenti! È armata! Sparate!”
Gli spari avrebbero attirato ancor di più l’attenzione. Leia

24
doveva correre, trovare un nascondiglio migliore per trattenerli un
altro po’.
Ma nel momento stesso in cui volse loro la schiena, le sembrò
di essere placcata da dietro da uno Star Destroyer. Il colpo del
proiettile stordente le tolse ogni sensibilità dalle gambe,
mandandola a schiantarsi lunga distesa in avanti, sulla ruvida
grata sotto i suoi piedi.
Un migliaio di scintille luminose le esplosero negli occhi,
accecandola per un istante.
Muoviti! ordinò a se stessa, mentre l’impossibilità di fare
qualsiasi cosa si impadroniva di lei. Non è ancora finita!
“Rinverrà presto,” sentì che diceva il primo assaltatore.
“Informate Darth Vader che abbiamo una prigioniera.”

25
CAPITOLO DUE

LA SENSIBILITÀ RIFLUÌ nelle braccia e nelle gambe


intorpidite di Leia mentre veniva sollevata di peso e rimessa in
piedi. Si sentiva come se qualcuno l’avesse riempita
completamente di sabbia. I primi passi che fece furono incerti,
visto che l’intera galassia sembrava girarle intorno. Gli assaltatori
la circondarono, facendole scattare delle manette intorno ai polsi.
Pensavano di poterla fare prigioniera? Lei? La principessa
sapeva di non godere di molta influenza presso gli altri senatori
ma era ben consapevole che la gente comune teneva moltissimo a
lei. Sarebbe bastata la voce di un minimo maltrattamento a
infiammare l’HoloNet. Era un rischio che l’Imperatore sarebbe
stato disposto a correre?
Leia sperava sinceramente di no.
“Co-come osate!” strillò fremente di rabbia, le labbra che
ancora le formicolavano per l’elettricità crepitante del colpo che
l’aveva stordita. Anche se le sembrava di avere la testa sott’acqua
Leia ruotò su se stessa, sferrando una gomitata all’indietro e
tirando un calcio al ginocchio del soldato più vicino. Per
ritorsione, i soldati la spintonarono malamente da tutte le parti,
sospingendola in avanti ogni volta che rifiutava di muoversi. Leia
sapeva di essere stata catturata, ma non aveva nessuna intenzione
di essere una prigioniera passiva.
Il corridoio principale della nave era illuminato in modo
quasi accecante, dopo gli oscuri passaggi interni. Il fumo della
battaglia di poco prima rendeva l’aria irrespirabile. Ogni volta
che Leia inspirava, i polmoni le bruciavano per via del pungente
odore di ozono che le raffiche dei blaster si erano lasciati dietro.

26
E c’erano cadaveri ovunque. Erano rimasti là dove li avevano
abbattuti: le ferite e la loro espressione vitrea misero a dura prova
lo stomaco della principessa. Non avrebbe voluto vedere quello
scempio. Quei corpi appartenevano alla sua gente, ed era stata lei
a condurli alla morte. Non c’era modo di porre rimedio a tutto
questo, né di migliorare la situazione. Leia si costrinse a
guardare, per ricordare. Avrebbe dovuto dirlo alle loro famiglie…
avrebbe dovuto… avrebbe…
È colpa mia, pensò, colpa mia… La senatrice Leia, persino la
principessa Leia, avrebbe potuto giustificare quelle morti come
un sacrificio necessario, ma la persona Leia stava facendo fatica a
soffocare un urlo.
Darth Vader aspettava in fondo al corridoio: la sua struttura
imponente e le sue spalle larghe ostruivano quasi completamente
il varco creato dalle truppe imperiali nelle porte del Tantive IV
per poter salire a bordo. Gli assaltatori brulicavano intorno a lui,
le armature che risuonavano come esoscheletri di insetti. In
qualità di braccio destro dell’Imperatore, Darth Vader spiccava
fra gli altri in netto contrasto. La sua armatura, il mantello
fluttuante e l’elmo erano neri come le bruciature sulle pareti.
E ai suoi piedi giaceva la sagoma accartocciata del capitano
Antilles. Mentre gli assaltatori la trascinavano avanti Leia riuscì a
sentire il forte rantolo del respiro di Vader, ma non fu in grado di
cogliere alcun segno vitale nel capitano.
Anche lui, dunque? Leia era sicura – o almeno così aveva
sperato – che almeno il capitano lo avrebbero lasciato in vita, per
sottoporlo a interrogatorio.
E aveva contato sul suo appoggio solido e silenzioso. Il petto
le si strinse per lo shock, e per il dolore. I pensieri le si
ottenebrarono, sopraffatti dal dispiacere e dalla furia.

27
Il capitano Antilles era stato un capo straordinario; aveva
forzato innumerevoli blocchi imperiali, per portare viveri e mezzi
di sostegno alla Ribellione. E gli altri membri dell’equipaggio
erano così giovani, poi: così tante vite sprecate in una manciata di
minuti. Leia non riusciva a sopportarlo. La guerra andrà avanti
senza di me, le aveva detto il capitano Antilles. Ma non senza di
te. In quel momento, però, tutto sembrava impossibile.
Mi dispiace, pensò Leia. Mi dispiace così tanto.
La Leia normale cittadina era disorientata, ma quando si trovò
di fronte a Darth Vader sentì scattare qualcosa dentro di lei. La
senatrice Leia Organa aveva già avuto a che fare con lui in
passato. Sarebbe stata capace di affrontarlo di nuovo. Avrebbe
potuto usare il gelo che le scorreva nelle vene per essere risoluta
in sua presenza.
Leia si raddrizzò, spinse le spalle indietro, celò la propria
paura. Ma non era mai facile trovarsi faccia a faccia con un
incubo vivente. Soprattutto quando quell’incubo la sovrastava
con la sua imponenza. Sentiva il fiato caldo e umido di Darth
Vader sul viso mentre lui si chinava su di lei.
“Darth Vader. Avrei dovuto immaginarlo.” Leia riversò ogni
singolo grammo di odio che provava nella voce. “Solo tu potevi
osare tanto! Non la passerai liscia con il Senato Imperiale.
Quando sentiranno che hai attaccato una missione…”
“Non prendetemi in giro, Vostra Altezza. La vostra non era
una missione di soccorso. Vi siete introdotta direttamente in un
sistema vietato!” Quella non era la prima volta in cui Leia si
ritrovava a pensare che Darth Vader doveva aver programmato
intenzionalmente la propria voce, in modo che suonasse profonda
e roboante come il tuono durante un temporale. Nessun uomo
normale avrebbe potuto emettere suoni così terrificanti.

28
“Parecchi segnali sono stati diretti a questa nave da spie
ribelli. Voglio sapere che fine hanno fatto i piani che vi hanno
trasmesso.”
Leia cercò di ignorare il modo in cui il cuore le batteva nel
petto. Il piccolo droide doveva essere molto lontano da lì, a
quell’ora, lanciato a tutta velocità verso Tatooine, fuori dal raggio
d’azione di Darth Vader. Leia lo aveva battuto in astuzia, forse
per la prima volta da sempre. E questa consapevolezza le rese più
facile mantenere quella freddezza. “Non so neanche di che cosa
parli. Sono un membro del Senato lmperiale in missione
diplomatica.”
“Voi fate parte dell’Alleanza Ribelle, siete una traditrice!”
ruggì Darth Vader, voltandosi di scatto verso un soldato vicino.
“Portatela via!”

29
A quell’ordine, gli assaltatori spinsero la principessa verso la
breccia che avevano fatto esplodere nel portello della Tantive IV.
Leia tese le orecchie, cercando di cogliere ciò che un ufficiale
imperiale stava riferendo a Vader. Riuscì a origliare solo qualche
parola isolata: Dobbiamo essere prudenti… La gente la adora….
I Ribelli… La principessa… Piani…
Maledizione: Darth Vader sapeva esattamente quali
informazioni aveva scaricato Leia. La Ribellione e tutti i membri
che ne facevano parte, suo padre incluso, erano più in pericolo
che mai, e le straziava il cuore sapere che era colpa sua se la nave,
l’equipaggio e lei stessa erano caduti nella rete dell’Impero.
Mentre Leia lasciava la propria astronave malridotta per quella
che sapeva sarebbe stata l’ultima volta, l’unica speranza su cui
poteva contare era di aver affidato a quel piccolo droide la
possibilità di salvare tutti loro.

30
CAPITOLO TRE

UNO DEI TANTI pericoli dell’appartenere a una stirpe regale


– a parte la noia mortale durante le lezioni delle zie – era la
minaccia costante di rapimento. Dato che sua madre era la regina
di Alderaan e suo padre il consorte della regina, dire che erano
ricchi e potenti era un enorme eufemismo. E quando i più
squallidi idioti uscivano strisciando dagli angoli più bui della
galassia in cerca di vittime, Leia era un bersaglio naturale per la
loro avidità.
Perciò, nonostante l’opinione comune secondo la quale fosse
terribilmente inadatto per una signora scaraventare sui tappeti di
lotta libera qualche omone sudato, le zie avevano convenuto con i
genitori di Leia che l’autodifesa sarebbe dovuta diventare parte
integrante dell’addestramento infinito della principessa, una volta
che avesse compiuto sedici anni.
Leia aveva adorato quell’impeto che le era venuto dal sentirsi
forte fisicamente; era la stessa sensazione elettrizzante che
provava ogni volta che faceva qualcosa di utile per la Ribellione.
E poi, le lezioni di autodifesa avevano i loro vantaggi inaspettati.
Per esempio, imparare a prendere a pugni un manichino rendeva
più facile materializzarsi a casa nel tardo pomeriggio e studiare
dieci diversi modi di fare l’inchino senza tirare un calcio negli
stinchi alle zie. E un solo piccolo consiglio del suo istruttore era
bastato a salvarle la vita un centinaio di volte: fa’ attenzione.
Leia teneva la mente sgombra e concentrata sul momento
presente, gli occhi aperti a scrutare lo Star Destroyer e ogni
singolo soldato imperiale intorno a lei. Avevano portato la
Tantive IV in un hangar pressoché deserto, naturalmente. Leia era

31
ancora un membro del Senato, e Darth Vader avrebbe fatto
qualunque cosa fosse nel suo immenso potere per mettere a tacere
quell’incidente. Incluso, se Leia avesse tirato a indovinare,
distruggere la sua astronave, per poi dare la colpa di quella
“morte sfortunata” a un qualunque malfunzionamento meccanico.
Le si strinse lo stomaco, ormai attorcigliato in più nodi. No,
non l’avevano ancora uccisa, ma Leia era certa che questo non era
dovuto al fatto che lei fosse una senatrice o una principessa, ma
piuttosto perché aveva le risposte che Darth Vader voleva sentire
da lei.
Ma che cosa avrebbe fatto, una volta che si fosse reso conto
che la principessa non gli avrebbe detto nulla della Ribellione?
Leia avrebbe preferito saltare volontariamente nel vuoto
gelido dello spazio, piuttosto che tradire suo padre e le persone
cui aveva imparato a pensare come compagni d’arme.
Doveva smascherarli; portare la verità allo scoperto. Se solo
fosse riuscita a scendere su Tatooine, e a trovare il droide e il
generale Kenobi, sarebbe ancora riuscita a salvare la missione. E,
se non altro, avrebbe potuto dire a suo padre che era ancora viva.
Leia bruciava, letteralmente, dal bisogno di provare che non aveva
deluso né lui né la Ribellione. Non avrebbe mai permesso a se
stessa di crogiolarsi nell’impotenza in cui il Senato aveva cercato
di trascinarla. C’erano ancora troppe cose da fare.
L’interno dello Star Destroyer era esattamente come il regime
cui era asservito: freddo e spietatamente efficiente. Era tutto linee
pulite, ogni cosa in bianco o nero. Non c’erano grigi, nel mondo
dell’Imperatore. C’erano un noi e un loro. C’era un come voleva
lui o non se ne parla nemmeno.
Leia venne spinta nello stretto cilindro argentato di un
turboascensore, che sparò lei e i suoi carcerieri in alto, verso una

32
passerella, a velocità folle. Provò a infilarsi fra le spalle larghe e
le armature lucide degli assaltatori, cercando di divincolarsi dalla
loro presa per vedere quel che c’era sotto. Una serie di hangar,
come si scoprì. Ogni scomparto immenso, echeggiante presentava
soffitti alti fino all’impossibile e gigantesche porte metalliche,
attraverso cui far passare le navi spaziali.
Potrebbe starci l’intera popolazione di qualche pianeta, lì
dentro, pensò Leia, scioccata dalle dimensioni. Vide scintille
alzarsi mentre operai lavoravano alacremente a riparare le navette,
droidi che trascinavano pesanti macchinari che nessun uomo
sarebbe mai riuscito a sollevare, e file compatte di soldati che si
esercitavano nelle varie formazioni.
Paragonato agli altri, l’hangar in cui avevano trainato la
Tantive IV era più piccolo, ma già brulicante di assaltatori e
ufficiali imperiali. Fu il terzo hangar che superarono, ad attirare
l’attenzione di Leia. C’erano due navette attraccate lì sotto, con
un unico equipaggio che spingeva carrelli carichi di rifornimenti
verso di loro.
Qualcuno si sta preparando per un viaggio, pensò Leia. La
sua mente lavorava alla velocità della luce, e vide il suo piano di
fuga dispiegarsi con la stessa nitidezza con cui l’Imperatore in
persona avrebbe potuto srotolare un tappeto davanti a lei. Sì… fu
attraversata da un piccolo fremito vittorioso. Poteva lavorarci.
L’umore le si alleggerì per la prima volta da ore, e la principessa
sentì la pressione opprimente liberarle il petto. Le navette
sarebbero state rifornite di carburante. Ed erano ben armate.
Avrebbe potuto scappare da lì, e quando loro si fossero resi conto
di quel che stava succedendo, lei sarebbe già stata nell’atmosfera
di Tatooine.
Così imparate! avrebbe voluto gridare agli altri senatori.

33
Stava per dimostrare esattamente di cosa era capace, quando le
veniva data l’opportunità di provarci. La sua appartenenza alla
Ribellione era ancora cosa nuova, troppo recente. Aveva bisogno
di una missione per mostrare loro la propria dedizione e far
capire quanto lontano si sarebbe spinta per loro, se solo le
avessero dato l’appoggio necessario ad arrivarci. Una cosa simile
– la storia della sua fuga sotto gli occhi di Darth Vader – avrebbe
contribuito molto di più a rinsaldare il suo legame con loro.
Nessuno – né i media, né le zie, e nemmeno suo padre – sarebbe
stato capace di negare che lei, Leia, era una combattente e
meritava che la sua voce fosse ascoltata.
Se prima non mi abbattono nello spazio, pensò. No… doveva
farcela. Aveva anni di esperienza di volo. E poi c’erano tutte
quelle dune in cui nascondersi. Sarebbe stato buffo e interessante
vedere come la sabbia granulosa poteva infilarsi nei punti più
vulnerabili dell’armatura di Darth Vader…
Leia colse la propria occasione quando due delle sue guardie
si allontanarono, dirigendosi verso una sala di comando poco
distante: probabilmente, pensò, per cominciare a interrogarla nel
blocco riservato alla detenzione. Leia lasciò che le guardie la
spingessero in un altro turboascensore. Le porte si erano appena
richiuse quando fece schizzare le mani ammanettate verso il
pannello di controllo con uno schiocco: la cabina si fermò di
colpo. Gli assaltatori vicino a lei persero l’equilibrio, dandole la
possibilità di sfilare un blaster dalla fondina e fare fuoco.
“Ferma…!”
Troppo tardi per questo, fantademente, pensò Leia,
abbassando gli occhi sulle sagome sbalordite. Nessuno di loro
aveva la chiave delle manette. Allungò una mano per sfilarsi una
delle decine di forcine che aveva fra i capelli e si diede da fare

34
per infilarla a forza nel lucchetto elettronico. Come se avessero
importanza, le manette. Sarebbe riuscita a fiondarsi fuori di lì
cieca, sorda e con entrambe le braccia e le gambe legate dietro la
schiena.
Le porte del secondo turboascensore si aprirono sibilando,
Leia sgattaiolò fuori e scrutò attentamente il corridoio deserto. Si
voltò e sparò un colpo al pannello di controllo del
turboascensore. Le porte scricchiolarono in segno di protesta,
bloccandosi un’infinità di volte contro i piedi di uno degli
assaltatori. La principessa si soffiò via una ciocca ribelle di
capelli dagli occhi, con uno sbuffo di risentimento infastidito,
mentre ricacciava il piede dell’assaltatore nella cabina con un
calcio. Le porte del turboascensore finalmente si richiusero con
un colpo sordo.
Leia procedette rasente il corridoio, fermandosi qualche
passo più indietro rispetto all’entrata dell’hangar. L’aria sulla
nave era secca e gelida, ma lei si sentiva madida di sudore.
Con il cuore in gola, guardò gli operai attraversare la porta
dell’hangar insieme, parlando a bassa voce. Le voltarono le
spalle, allontanandosi.
La principessa stringeva ancora il blaster rubato in modo
convulso, mentre scivolava dentro e si dirigeva di corsa verso la
navetta. La rampa di accesso era abbassata: la sua mente passò
velocemente in rassegna i possibili pericoli, come se stesse
sfogliando un mazzo di carte da sabacc.
Se non ci fosse stato nessuno a bordo, avrebbe potuto
semplicemente andarsene.
Se invece ci fosse stato qualcuno, avrebbe dovuto stordirlo, e
successivamente usarlo come ostaggio. Per tutte le stelle, le zie
sarebbero morte sul colpo, se fossero venute a sapere di quel

35
pensiero molto poco adatto a una signora.
Due o più persone all’interno avrebbero rappresentato un
bell’ostacolo… il pensiero si arrestò di colpo, nello stesso istante
in cui lo fecero le sue gambe.
In piedi in cima alla rampa di accesso della navetta, le mani
sui fianchi, massiccio e imponente come una montagna di
Alderaan, c’era Darth Vader.

36
CAPITOLO QUATTRO

PER UN ATTIMO, il respiro le rimase bloccato in gola.


“Un’ammirabile esibizione di coraggio,” tuonò la voce di
Darth Vader. C’era una punta di divertimento, dentro le sue
parole, che in qualche modo rese la fiamma della rabbia di Leia
più forte della sua irritazione per essere stata catturata. La
principessa strinse le mascelle in modo da non battere i denti.
Darth Vader si stava prendendo gioco di lei! “Ma chi è innocente
non ha motivo di fuggire.”
Maledizione, pensò la principessa. Avrebbe dovuto saperlo
che Darth Vader avrebbe usato il suo tentativo di fuga solo come
un’ulteriore prova contro di lei. Era giunto il momento di tirar
fuori l’unica arma che aveva, nonché l’unica speranza di
raggiungere il proprio scopo. “Sono un membro del Senato
Imperiale. Possiedo dei diritti, incluso quello di non essere
detenuta illegalmente!”
“Portate quel titolo come un’armatura, pensando che vi
proteggerà. Non più, Vostra Altezza. Non godete né di diritti né
di protezione, adesso. Del Senato Imperiale si stanno occupando
ora, mentre noi parliamo.”
Darth Vader si incamminò lungo la rampa, i suoi passi pesanti
che le rimbombavano nelle orecchie. Per un momento, Leia non
comprese. “Si stanno occupando…” Significava che…
“Sì,” continuò Darth Vader, girandole intorno. Il blaster le
scivolò di mano, volando in aria e atterrando in quella di Vader.
Leia si voltò di scatto, incredula. Quel familiare formicolío che
associava al Signore Oscuro le stava serpeggiando lungo la
schiena, come se rivoli gelidi le scorressero su e giù per il collo.

37
Quando Leia era giovane, e origliava spudoratamente le
conversazioni dei genitori, una volta aveva sentito suo padre
raccontare di come Vader instillasse il terrore in chiunque gli
fosse intorno; di come riuscisse a controllare non soltanto le
persone, ma anche gli oggetti. Suo padre chiamava questa cosa la
Forza. Quel che Leia sapeva, di questa energia mistica e del suo
potere, lo aveva imparato ascoltando le storie dei Jedi, i cavalieri
che difendevano la Vecchia Repubblica. Ma, a meno che non
avesse frainteso i racconti di suo padre, i Jedi erano creature
buone, gentili, votate alla pace. Com’era possibile che qualcuno,
così contorto e senza cuore come Darth Vader, avesse fatto suo
quel potere?
Leia era talmente presa dai propri pensieri che per poco non
si perse il colpo verbale infertole subito dopo.
“L’Imperatore ha sciolto il Senato. Voi non siete più
senatrice. A quale difesa ricorrerete adesso, mi domando?”
La sensazione di vuoto al centro del petto di Leia aumentò,
facendo avvizzire persino il poco gentile paragone che stava per
fare tra Darth Vader e un droide protocollare, cui mancassero
parti cruciali del verbobrain.
Non siete più una senatrice.
Leia non aveva prestato servizio a lungo in Senato, ma aveva
passato anni ad addestrarsi per ricoprire quel ruolo. Aveva
permesso a se stessa di forgiare il proprio futuro intorno a quel
sogno, e al modo in cui avrebbe spinto il suo mondo ben al di là
della tranquilla, monotona, stranamente impotente esistenza di
una principessa. Eppure aveva ben presto capito che per tutti, in
Senato, sarebbe rimasta sempre e solo una principessa. La
delusione aveva inasprito i suoi sentimenti nei confronti di quel
sogno e, tuttavia, non l’aveva del tutto abbandonato. La

38
Ribellione era il suo modo per raggiungere l’obiettivo di una
galassia finalmente in pace e prospera. Ma era altrettanto
importante che il Senato fosse presente nella successiva fase di
ricostruzione, una volta scacciato l’Imperatore.
A quanto pareva, però, l’Impero era ancora capace di
sorprenderla con la propria crudeltà, il proprio disprezzo assoluto
per la legge. Nemmeno per un momento Leia aveva preso in
considerazione l’ipotesi che il Senato potesse cessare di esistere.
In un solo istante i suoi sogni erano collassati uno sull’altro
come un buco nero in formazione. E Leia si sentiva… vuota.
Darth Vader le passò accanto, diretto all’ingresso dell’hangar.
“Mi seguirete, oppure farò in modo che lo facciate. A voi la
scelta.”
Ho bisogno di tempo, tempo… pensò la principessa, il sangue
che le pulsava nelle orecchie, tempo per trovare un’altra via. E
sapeva molto bene che il miglior modo per trovare quel tempo era
restare viva e recitare la parte della prigioniera. Così Leia decise,
saggiamente, di non metterlo alla prova. Sicuramente Darth Vader
sarebbe stato capace di sollevarla con il suo dito mignolo o, per
meglio dire, usando la Forza.
No, Leila non aveva intenzione di sperimentare il suo potere,
anche se le fumava il cervello per la frustrazione di essere stata
derubata a quel modo del blaster. Il mantello nero di Darth Vader
svolazzava dietro di lui e lei avrebbe voluto pestarci sopra un
piede, solo per vedere se era possibile farlo inciampare.
L’apparizione di Darth Vader sul buio ponte di comando fece
sgattaiolare via gli ufficiali, ciascuno a occupare la propria
postazione. Leia non aveva mai visto così tante schiene irrigidirsi
nello stesso istante, come se lui li avesse tirati tutti quanti per i
capelli.

39
Si voltò verso l’oblò, sorpresa di vedere le stelle che le
saettavano accanto. Quando erano saltati nell’iperspazio?
Un uomo anziano, con una impeccabile uniforme grigia, si
diresse rapidamente verso di loro. Leia riconobbe, dalla
disposizione dei riquadri colorati appuntati al petto, che si
trattava di un capitano. Da quello, e dal modo in cui vibrava la
sua voce. Leia aveva sentito dire che Darth Vader aveva un modo
particolare di “disfarsi” degli ufficiali che lo deludevano, il che
poteva succedere praticamente a chiunque incrociasse il suo
cammino. A giudicare dal modo in cui l’uomo lo guardava – quasi
fosse pronto a pulire gli stivali di Vader con la lingua, se soltanto
lui glielo avesse chiesto – Leia non ne dubitava.
“Stato, capitano?”
“Siamo nei tempi previsti, Milord. Usciremo dall’iperspazio
fra breve.”
Il che avvenne esattamente qualche istante dopo. Leia era
accanto a Vader, le mani di nuovo legate. Era talmente arrabbiata
da sentirsi capace di commettere un qualche gesto in stile Darth
Vader. Gli ufficiali sul ponte la fissavano insistentemente.
“Dove mi state portando?” chiese la principessa. “Godo
ancora dell’immunità diplomatica in qualità di principessa di
Alderaan.”
“Siamo già arrivati a destinazione.”
Leia si girò di nuovo verso l’oblò. Era tranquilla, dopotutto,
aspettandosi di vedere Coruscant, il pianeta capitale. Ma sospesa
nel mare di stelle, c’era solo una piccola luna grigia.
Una luna che non stava orbitando attorno a un pianeta? No,
doveva trattarsi di un pianeta di piccole dimensioni. Peccato che
diventasse più grande… più grande… sempre più grande a mano
a mano che si avvicinavano, finché non riempì tutto quanto

40
l’oblò.
Si sentì mancare la terra sotto i piedi.
Ma quella non era…
Non poteva essere…
Ma come…?
Non erano stelle, quelle che ammiccavano attorno alla sfera
mastodontica, come invece Leia aveva pensato all’inizio. Le luci
intermittenti erano sciami di caccia stellari TIE che avanzavano in
formazione, emettendo suoni striduli mentre passavano accanto al
Devastator in avvicinamento. E quelli non erano crateri che
deturpavano la superficie del pianeta, ma corazzature e torri.
L’enorme cratere che aveva individuato all’inizio non era affatto
un cratere: pareva un piatto circolare. Leia si rese conto che stava
tremando e serrò le mani per nasconderlo.
“La Morte Nera…” Le parole le uscirono in un sussurro
carico di terrore.
Un secondo troppo tardi, Leia comprese il grande errore che
aveva commesso. Vader girò i tacchi. “Sì, la Morte Nera. L’arma
segreta di cui voi asserite di non sapere nulla. I piani che
sostenete di non possedere. Davvero, Vostra Altezza, voi la state
facendo di gran lunga troppo facile.”
Maledizione. Poteva attribuirne la colpa alla stanchezza o alla
paura, ma Leia gli aveva appena sventolato sotto il naso ciò che
aveva registrato sulla data card che aveva affidato a R2-D2.
Pensa, pensa, pensa. Rovistò alla ricerca di una spiegazione
ragionevole, mentre il cuore le pulsava in gola. “No, sono girate
delle voci in proposito, in Senato…”
Vader la interruppe. “Guardate con attenzione. Lo vedete il
disco. Quella è l’arma primaria. Quando sparerà, finalmente la
galassia capirà il potere dell’Impero. E la Ribellione potrà

41
praticamente venire spazzata via con un unico colpo.”
“Tu sei pazzo! Questa è una follia!”
“No, altezza,” rispose Darth Vader. “Questo è il potere.”
“Allora perché preoccuparsi tanto della sparizione dei piani?”
ribatté Leia. “Se siete così potenti, se la stazione è invincibile,
perché è così importante…?”
Darth Vader affettò l’aria con la mano, interrompendola di
nuovo. “Dal momento che siete così curiosa di conoscere la
nostra nuova stazione da battaglia, vi farà piacere sapere che
avrete l’onore di essere il nostro primo ospite. Stanno preparando
l’alloggio per il vostro arrivo. Ma se sceglierete di continuare a
non collaborare, la vostra permanenza terminerà all’istante. In
modo definitivo. Avete capito?”
Leia strinse i denti ma annuì.
“E sappiate che non ci saranno vie di fuga questa volta,
principessa,” la mise in guardia Darth Vader. “Provarci sarebbe
da… sciocchi.”
A volte, pensò Leia, ma solo a volte, era una buona cosa
venire sottovalutati. Poi si girò di nuovo verso l’oblò, osservando
con nuovi occhi la stazione da battaglia che si avvicinava. Darth
Vader e i suoi lacchè lo avrebbero scoperto molto presto.

42
43
CAPITOLO CINQUE

MENTRE VENIVA TRASFERITA sulla Morte Nera a bordo


di una navetta, Leia tenne gli occhi ben aperti. Spalancati.
Si fece mentalmente una mappa del percorso che seguirono
dall’hangar fino a un sistema di turboascensori, contò ogni
singola svolta e i passi lungo tutti i passaggi. Contò i
raggruppamenti di assaltatori in marcia mentre percorrevano i
corridoi luccicanti, notando anche in quale direzione marciavano.
Droidi le sfrecciavano veloci fra i piedi e, maledizione, stava
pensando di nuovo all’altro droide, il piccolo R2-D2 che
arrancava fra le dune di sabbia del deserto. Leia sapeva che
doveva mantenere la mente sgombra e libera da ogni senso di
colpa; cosa che, sfortunatamente, diventava sempre più difficile, a
ogni errore che commetteva.
Non c’erano dubbi, nella sua mente, su ciò che sarebbe
successo dopo.
Darth Vader le aveva assegnato otto assaltatori di scorta. Una
parte di lei ne andava molto fiera. Ma, per lo più, avrebbe solo
voluto alzare gli occhi al cielo, specialmente quando cercarono di
stiparsi tutti quanti insieme a lei nel turboascensore.
Fu condotta al blocco di detenzione senza una parola di
spiegazione. Oltrepassando l’ultima porta, si imbatterono
nell’espressione sorpresa di tre ufficiali della sicurezza, che
alzarono lo sguardo dalla console. Leia si prese qualche
soddisfazione, visto che i loro occhi uscirono un tantino dalle
orbite. L’avevano riconosciuta. Bene. Significava che aveva fatto
un buon lavoro come spina ufficiale nel fianco dell’Imperatore.
“Questa è la prigioniera due-uno-otto-sette,” esordì una delle

44
guardie della scorta.
L’ufficiale della sicurezza scosse la testa, confuso. “Ma è la
senatrice…”
“Questa è la prigioniera due-uno-otto-sette,” ripeté
l’assaltatore.
Ma certo, agli occhi di Vader lei non era più una senatrice. E
nemmeno una principessa. Era una forma di vita sufficientemente
bassa da non meritare più un nome. Era una criminale. Stava
diventando… una situazione complicata. Se non fosse riuscita a
convincerli che non era coinvolta nella Ribellione, sarebbe stata
marchiata come una criminale, e con tutta probabilità non sarebbe
mai riuscita a fare ritorno a casa sua, ad Alderaan. Non prima che
la Ribellione avesse rovesciato l’Impero, almeno. E mentre Leia
si entusiasmava sempre più all’idea di unirsi del tutto
all’Alleanza Ribelle – vivere, combattere, lavorare con loro ogni
giorno – non riusciva ad accettare il fatto che sarebbero passati
anni, prima di poter rivedere i suoi genitori.
L’ufficiale della sicurezza fissava l’assaltatore. E l’assaltatore
fissava l’ufficiale della sicurezza.
“Dopo essere stata torchiata per ore,” proferì Leia, esibendosi
nella sua imitazione migliore delle zie “e sono sempre più
infastidita dall’incompetenza che mi circonda. Gradirei essere
accompagnata al mio alloggio a meno che fare il vostro lavoro
non sia chiedervi troppo…”
Sapeva benissimo che il suo alloggio sarebbe stato una cella,
ma si sarebbe lanciata direttamente nello spazio, prima di
ammettere una cosa simile.
“Ehm… molto bene,” ribatté l’ufficiale della sicurezza.
Leia fu sospinta di nuovo in avanti, e girò intorno alle
console di controllo sopraelevate. Scrutò attentamente il tratto di

45
corridoio poco illuminato che si allungava davanti a lei,
rabbrividendo al tocco gelido dell’ossigeno che risaliva sibilando
dalle grate del pavimento. Da quel che poté vedere, c’era un
unico accesso al blocco di detenzione, ed era la porta attraverso
la quale era passata.
Porta di una cella, porta di una cella, porta di una cella, una
botola per lo scivolo dei rifiuti… l’assaltatore davanti a lei si
arrestò così bruscamente che Leia andò a sbattergli contro la
schiena.
Se non altro le tolsero le manette, prima di cacciarla dentro.
Leia crollò barcollando sulla lunga, piatta lastra metallica
appoggiata sul lato opposto di una stanzetta angusta. Il suo nuovo
letto, se avesse dovuto indovinare. Girando su se stessa, arrivò a
pochi centimetri dallo sferrare un calcio alla porta chiusa, prima
di fermarsi.
“Non la passerete liscia per questo!” gridò. “Mi avete
sentito?”
Leia era pronta a fare a pezzi la stazione, anche se fosse stata
costretta a farlo a mani nude.
Ma, prima, avrebbe dovuto evadere da quella cella.
Prese a camminare in cerchio, tastando le giunzioni delle
pareti alla ricerca di pannelli sconnessi su cui fosse possibile far
leva per toglierli, se non per rivelare una via di fuga nascosta
almeno per essere usati a mo’ di arma. Ogni cosa, sulla stazione,
era nuova fiammante e immacolata. Spostando la propria
attenzione verso l’alto, Leia si arrampicò sulla brandina di
metallo e controllò il soffitto… ed eccolo quello che cercava!
Dalle grate del soffitto filtrava una luce rossa, lì c’era un
condotto per l’aerazione.
Un condotto per l’aerazione che aveva le dimensioni della sua

46
testa.
L’entusiasmo di poco prima si spense subito. Leia si sedette,
per non dire che si lasciò crollare, sulla branda, emettendo un
sospiro di frustrazione. Perché quella particolare via di fuga fosse
agibile, Leia avrebbe dovuto essere piccola come una scimmia-
lucertola kowakiana, in modo da riuscire a passare attraverso
l’apertura, e alta come un Wookiee, per riuscire a raggiungerla.
Affamata, stanca, infreddolita, e a questo punto anche
estremamente contrariata, Leia si accovacciò stringendo le gambe
al petto. Riusciva già a vedere i titoloni sull’HoloNet, adesso.
Darth Vader non la fece aspettare a lungo. Leia immaginò che
l’opportunità di vederla soffrire fosse troppo grande per
resisterle. Fu, tuttavia, sorpresa del fatto che volesse fare il lavoro
sporco da sé.
La porta si aprì con un sibilo e la sagoma scura entrò, seguita
a stretto giro da due ufficiali della sicurezza. I due uomini si
appostarono su ciascun lato della porta, lo sguardo fisso al
soffitto. Per un lungo, spaventoso secondo non si udì alcun
rumore, nella piccola cella, al di fuori del rantolo costante del
respiratore di Darth Vader. Una gelida goccia di paura scivolò
lungo la schiena di Leia.
“Mi auguro che troviate il vostro alloggio adeguato, Vostra
Altezza.”
Leia sollevò il mento. Niente paura. Nessun crollo. Niente
urla.
Provalo a te stessa, pensò. Dimostra che meriti di essere una
dei Ribelli.
Tutto questo era per suo padre e per la Ribellione, che lui
aveva contribuito a fondare e che lei stessa avrebbe continuato a
far crescere.

47
“Pretendo di essere liberata e che mi venga concesso un
regolare processo,” sentenziò Leia.
“Risparmiatemi la vostra indignazione,” ribatté Darth Vader,
“non ho né il tempo né la pazienza per tollerarla.”
Uno strano rumore – un fischio che sfrigolò nell’aria come
una scossa elettrostatica – le procurò un brivido lungo il corpo.
Darth Vader si fece da parte, consentendo a un droide dalla forma
sferica di entrare fluttuando nella cella, subito dopo di lui. Il
droide tremò leggermente, mentre si avvicinava a Leia, l’esterno
lucido e nero striato d’argento ed enfatizzato da un occhio rosso
luminoso.
“Che cosa…” cominciò Leia, premendo la schiena contro la
parete della cella. Lame e sonde argentate luccicanti
fuoriuscirono dal guscio del droide, ma gli occhi di Leia erano
concentrati sulla siringa che gli spuntò su un lato e cominciò a
riempirsi di un qualche liquido. Un ago dall’aspetto minaccioso,
lungo quanto una mano, era puntato dritto verso di lei.
“No!” urlò Leia. La principessa sapeva cos’era quello: un
droide inquisitore. Erano illegali, considerati troppo disumani
per ricorrervi. Per le stelle, che stupida era. Nulla era troppo
disumano per l’Impero.
“Questa è la vostra ultima possibilità, Vostra Altezza,” la
avvisò Vader, “se non mi vorrete dire dove sono i piani e dove
troverò la fortezza dei Ribelli, vi costringerò a rispondermi.”
Il respiro le usciva affrettato e sincopato. Resistere agli
interrogatori aveva fatto parte del suo addestramento
all’autodifesa, ma questo… questo era molto peggio di qualsiasi
cosa fosse riuscita a immaginare. Il dolore e l’umiliazione si
potevano anche scacciare, nasconderli dentro di sé, ma che dire di
un siero della verità?

48
Non c’era nessun posto in cui rifugiarsi. Leia si buttò contro
la porta, ma le braccia di Vader la bloccarono in una morsa,
spingendola di nuovo verso il droide inquisitore. Il dolore che le
trafisse il braccio, quando l’ago le punse la pelle e il siero
penetrò nel sistema nervoso, fu insopportabile.
Leia crollò di nuovo indietro, contro la parete, scuotendo la
testa. Aveva la sensazione di andare alla deriva. La vista le si
offuscò, nella zona periferica, facendola sentire come se stesse
camminando in una nebbia di primo mattino nei giardini del
palazzo, la tenue luce del sole a scaldarle la pelle; ma no, no,
questa non era la realtà. Leia non si trovava su Alderaan.
Una voce fluttuò verso di lei, attraverso le nuvole. “Siete al
sicuro, Vostra Altezza. Potete fidarvi di me.”
Leia scosse la testa, voltando la faccia contro qualcosa di
freddo, duro e liscio. La cella. Si trovava in una cella. Sulla…
Sulla… Ma perché non riusciva a restare concentrata su un
pensiero? Il battito del cuore le rimbombava di nuovo in gola.
Non sono al sicuro. Non sono al sicuro. Non sono al sicuro.
Morte Nera… le parole le balenarono alla mente. Era lì che si
trovava. Non ad Alderaan.
Il pensiero le provocò una fitta di dolore. Le fece girare la
testa. Ma perché non si fermava? E dov’era suo padre? Voleva
suo padre…
“Io sto con l’Alleanza Ribelle,” proseguì la voce, “devo
sapere che cosa ne hai fatto dei piani della Morte Nera. Tu devi
dirmelo. Tu devi fidarti di me.”
Leia aveva un sapore cattivo in bocca, sentiva una pulsazione
nel cranio. Era talmente sicura che sarebbe stata male che si
piegò all’altezza della vita, ignorando il modo in cui il fuoco
parve divamparle nel sangue. Le parole le esplodevano nella

49
mente come bollicine.
Interrogatorio.
Morte.
Nera.
Vader.
“Ci servono, Leia! Dimmi dove sono i piani!”
“La-lasciami stare.” Interrogatorio. Ribelli. Non posso dire
la verità. Non dire la verità. Antilles. Tantive IV. Alderaan.
Senato. Galassia.
Lentamente, come se si stesse stiracchiando dopo un lungo
sonno, la mente della principessa cominciò a rimettere a fuoco le
cose. Leia si ricordò dov’era, persino con la testa così leggera che
sembrava dovesse volarle via, la lingua sciolta abbastanza da
svelare qualunque segreto custodisse. Addestrata. Era stata
addestrata.
Verrai costretta a rivelare le informazioni, le aveva spiegato
l’istruttore, informazioni veritiere. Ma non dovranno essere
informazioni ancora valide. C’è sempre un modo per dire una
verità collegata, ma non la risposta che vogliono loro. Trova
una connessione.
“Dove sono i piani?” La voce le esplose nelle orecchie,
abbastanza forte da farla trasalire.
“Non li ho io!” gridò Leia, “Non ce li ho!”
“Allora dove sono?”
“Io non li ho!” ripeté Leia.
“Dove li hai spediti? Dove si trova la base dei Ribelli?”
Senza alcun preavviso, il fuoco nel corpo di Leia venne
risucchiato fuori, e sostituito da una morsa gelida. La paura si
aprì un varco dentro di lei, insinuandosi fin dentro il suo
stomaco. La sensazione era così diversa, dal sogno nebuloso

50
provocato dal siero. C’era… potere, dietro ogni singola parola.
Le parole la esortavano. La incitavano, affilate come la lama di un
coltello. Così, Leia fece l’unica cosa che potesse fare: si ritirò.
Fisicamente, verso la parete. E mentalmente, in un luogo dove
quella voce non sarebbe riuscita a trovarla. Un calore che non
aveva nulla di familiare la avvolse, una coperta protettiva che non
permetteva a qualsivoglia cosa dell’oscurità di attraversarla.
La pressione gelida sulla sua mente venne respinta. La voce
tonante emise un’esclamazione di sorpresa e rimase in silenzio
per un lungo istante. “Se non mi dite dove si trovano i Ribelli, ci
saranno perdite di vite umane! E tutte le morti dei Ribelli
ricadranno su di voi!”
“Lasciatemi stare!” ripeté Leia, coprendosi la testa con le
braccia.
“Vostro padre vuole che vi fidiate di noi,” continuò la voce,
più gentile adesso. “Vuole che ci diciate dove si trovano i Ribelli.
È preoccupato per voi. E vuole che torniate a casa.”
“La mia casa è Alderaan.” Questo era vero.
“Siete un membro dell’Alleanza Ribelle?”
Leia deglutì il sapore disgustoso, mandandolo nella parte
retrostante della bocca, e sbatté le palpebre mentre la cella
cominciava di nuovo a riprendere una forma intorno a lei. Darth
Vader era una sagoma nera indistinta, contro le luci cremisi sul
soffitto. Non sei al sicuro.
“Io sono la principessa Leia Organa,” disse. “E sono una
senatrice di Alderaan.”
E questa era la verità. Darth Vader fece un passo indietro,
guardandola immobile e silenzioso come un serpente velenoso
pronto a colpire. Fece per voltarsi, per segnalare qualcosa agli
ufficiali della sicurezza. Leia si accasciò di nuovo sulla brandina

51
di metallo, sollevata. Se ne stavano andando. Era finita.
“Fate attenzione,” la ammonì Darth Vader, “se continuate a
resistere, presto non sarete più né principessa né senatrice.”
La porta della cella si richiuse con un sibilo dietro di lui.

52
CAPITOLO SEI

SENZA UN OROLOGIO ALLA PARETE, era facile perdere


la cognizione del tempo.
Nonostante tutti i suoi sforzi per restare sveglia, lo sfinimento
la fece finalmente precipitare in un sonno agitato. Leia entrava e
usciva da uno stato di incoscienza ogni volta che dei passi
rimbombavano nel corridoio. Il siero della verità aveva appena
lasciato il suo sistema nervoso, il che significava che lo stomaco
aveva smesso di contrarsi e rivoltarsi ogni volta che prendeva un
respiro.
Ce l’ho fatta, pensò, lasciando che l’orgoglio e un pizzico di
felicità riscaldassero il ghiaccio che ancora la attanagliava dentro.
Non si era spezzata, anche se la sofferenza cui l’avevano
sottoposta era stata tanta. Dunque era così, se non altro: persino
le zie sarebbero state piacevolmente colpite dal fatto che fosse
riuscita a mantenere il controllo di se stessa in una situazione
così pericolosa. Era una ben magra consolazione, però. Leia era
sola, con quella piccola paura che Darth Vader sarebbe potuto
tornare da un momento all’altro insieme al droide, e che la
prossima volta avrebbe provato a farla parlare con qualche altro
mezzo. E che, alla fine, le avrebbe strappato la verità.
Erano trascorsi minuti? Ore? Un giorno?
Non posso farlo di nuovo, si disse. Non posso farcela.
Leia sapeva che, finché fosse rimasta chiusa nella cella, la sua
vita non sarebbe stata niente di più del ticchettío di un orologio.
Non c’era il minimo dubbio, nella sua mente, rispetto al fatto che
suo padre stesse cercando indizi su quel che poteva esserle
capitato, ma non poteva stare seduta con le mani in mano e

53
sperare che lui, o qualcuno della Ribellione, rimettesse le cose a
posto. Leia doveva aiutarsi da sola.
La verità era che non poteva predire per quanto tempo Darth
Vader l’avrebbe tenuta in vita, sapendo che c’era una remota
possibilità che fosse collegata alla Ribellione. Era già abbastanza
strano da parte sua concederle tutto quel tempo prima di
ripresentarsi: insolitamente paziente, per uno che schiacciava i
sottoposti come fossero vermi senza battere ciglio.
Se mai fosse stato capace, di battere ciglio… Che cosa c’era,
esattamente, sotto la sua maschera?
Leia si tirò su, sfregandosi via il sonno dagli occhi. Si trovava
in una stazione spaziale. Doveva pur esserci un modo per far
arrivare un messaggio ad Alderaan. Un ufficiale sarebbe stato
troppo preoccupato della prossima promozione per simpatizzare
con lei, ma le aveva viste, le espressioni sorprese degli ufficiali
della sicurezza quando aveva fatto il suo ingresso. Era possibile
che vi fossero soldati, all’interno dell’Impero, che non erano
d’accordo con la politica del loro signore? Leia sapeva che il
servizio nell’esercito non era sempre volontario…
Passi pesanti fuori dalla porta della cella interruppero il
nuovo piano che stava prendendo forma nella sua mente. Per un
attimo, Leia fu convinta di sentire il pavimento che tremava… ma
forse era soltanto la sua stessa paura che le giocava brutti scherzi.
Nemmeno un secondo dopo, udì il rantolo familiare del
respiratore di Darth Vader. Poi, la porta si aprì.
Leia balzò in piedi, ma né Darth Vader né i due ufficiali della
sicurezza che erano con lui entrarono nella cella.
“Seguitemi.” Il mantello volteggiò dietro di lui mentre si
girava.
Curiosa e nervosa al tempo stesso, Leia mise un piede fuori

54
dalla cella. Dove la stavano conducendo adesso? La portavano via
per sottoporla a una qualche specie di processo? O era arrivato il
momento in cui si sarebbero sbarazzati di lei una volta per tutte?
L’ufficiale della sicurezza le fece scattare le manette intorno
ai polsi, abbastanza strette da strapparle una smorfia. Senza una
parola di spiegazione, la guidarono attraverso il blocco di
detenzione, gli stivali che cigolavano sulla passerella metallica a
tempo con il mal di testa che le pulsava alle tempie. Il bruciore
causato dalle luci intense del corridoio esterno era
insopportabile. Non c’era cosa, sull’astronave, che non fosse
nuova e sfavillante, e non brillasse di malvagie intenzioni.
Mentre si avvicinavano a due gigantesche porte metalliche
Vader la prese per la spalla. Le porte si aprirono scorrendo
lateralmente a un suo segnale, un suono simile a un sussurro
subito inghiottito dal silenzio.
Ecco da che cosa fu colpita Leia, prima di tutto: dal silenzio.
Decine di uomini e donne in uniforme ed elmo neri sedevano
lungo una fila di pannelli di controllo, con più pulsanti luminosi
e levette di quante se ne potessero contare. Sopra la loro testa,
altri pannelli mandavano segnali lampeggianti rossi e bianchi. Era
la sala di comando, capì Leia, il ponte superiore. L’avevano
portata nel centro nevralgico della Morte Nera.
Ma… perché mai volevano mostrarle questo?
All’estremità opposta della sala un enorme schermo prese
vita, illuminando l’ufficiale che vi sostava davanti.
Ma certo. Certo che doveva essere lui.
“Governatore Tarkin,” cominciò Leia con la sua espressione
più dolce, “dovevo aspettarmi di trovarvi con in mano il
guinzaglio di Vader. Ho riconosciuto il vostro fetore quando sono
stata portata a bordo.”

55
La prima cosa che le aveva detto suo padre sul Gran Moff
Wilhuff Tarkin era che avrebbe dovuto starne alla larga. Si era
recato in visita ufficiale ad Alderaan all’epoca in cui Leia aveva
compiuto tredici anni, proprio quando, per combinazione, aveva
deciso di fare l’esatto contrario di ciò che le veniva chiesto.
Infatti, era sgattaiolata di nascosto lungo i corridoi del palazzo
dietro ai due uomini, origliando le parole gelide e cariche di
tensione che si scambiavano.
E quando era scivolata fuori dal nascondiglio, un unico
pensiero le era balenato alla mente: è un serpente. Un uomo che
teneva degli schiavi. Un uomo che avvolgeva le vittime nelle
proprie spire e le stritolava lentamente, senza pietà, fino a
ucciderle.
Gli spigoli freddi e taglienti del suo cuore si riflettevano nei
lineamenti del suo volto. Con il passare degli anni, e
invecchiando nella sua orribile crudeltà, la pelle gli si era tirata
indietro sul cranio. Gli occhi color azzurro acciaio potevano
valutare una persona con un unico sguardo, e l’espressione
perennemente inacidita sulla sua faccia mostrava come sapesse
sempre trovare il punto debole in chiunque.
Dietro di lui, uno splendido pianeta verde smeraldo riempì lo
schermo. A quella vista, Leia sentì una morsa al petto. Era
Alderaan.
Dopo averla portata a bordo della stazione da battaglia,
dovevano aver viaggiato verso il suo pianeta. Laggiù c’era la sua
casa: un’immagine che aveva sperato di rivedere sin dal momento
in cui se ne era andata. A dispetto di tutto, si lasciò prendere
dall’entusiasmo. Avevano davvero intenzione di liberarla,
dunque?
“Gentilissima, fino all’ultimo!” ribattè Tarkin, con uno

56
sguardo che avrebbe fatto appassire una rosa appena fiorita. “Non
avete idea di come trovi difficile firmare la vostra condanna a
morte.”
A quanto pareva no.
Leia fu attraversata da un’ondata di paura. Si era aspettata che
potessero ucciderla, naturalmente, ma una cosa era pensarlo e
un’altra sentire che questo le venisse promesso con
quell’indifferenza, allo stesso modo in cui qualcuno avrebbe
annunciato che cosa c’era per cena.
“Sono sorpresa che abbiate il coraggio di assumervi questa
responsabilità,” replicò Leia.
Ecco. L’occhio di Tarkin ebbe una piccola contrazione. Leia
inclinò la testa di lato, le labbra atteggiate a un sorrisetto. Poche
cose la rendevano più felice che ottenere una reazione da vecchi
spregevoli, desiderosi che tutti quanti si facessero piccoli in loro
presenza.
Quegli uomini volevano che Leia li supplicasse di
risparmiarle la vita. Che tremasse e piangesse. Era tempo di
sfogare il proprio odio, di mostrare loro, una volta per tutte, che
lei non era quel tipo di ragazza. Lei non era quella principessina.
“In ogni modo, avete scelto il metodo del mio decesso senza
l’Imperatore vicino a carezzarvi la testa, una volta che avrete
finito?”
Il governatore intrecciò le mani davanti a sé stringendole con
forza, e voltò di nuovo la faccia verso lo schermo. Un altro
ufficiale si mise al suo fianco, sforzandosi di nascondere il
sorrisetto che, alle parole di Leia, gli era venuto spontaneo di
fare. Era più giovane di Tarkin, il suo viso richiamò alla memoria
della principessa un ricordo. Ammiraglio… Motti. Fantastico.
Non c’era da meravigliarsi se la Morte Nera era così grande, dato

57
che doveva ospitare alcuni degli ego più ingombranti della
galassia.
“Principessa Leia, prima della vostra esecuzione vorrei che
foste mia ospite a una cerimonia che renderà operativa questa
stazione da battaglia.” Era talmente compiaciuto, talmente sicuro
di sé. Non c’era un solo aspetto, della personalità di Tarkin, che
non inorridisse Leia. “Nessun sistema stellare oserà più opporsi
all’Imperatore.”
“Quanto più stringete la presa,” lo mise in guardia Leia “tanti
più sistemi vi sgusceranno via tra le dita.”
“Non quando avremo dimostrato la potenza di questa
stazione.” Il sorrisetto che le rivolse spinse Leia a fare un passo
indietro. Un uomo come quello non sorrideva, a meno che non
stesse per assaggiare il gusto del sangue. “Lo sapete? Voi avete
determinato la scelta del pianeta che verrà distrutto per primo.
Data la vostra riluttanza a rivelarci l’ubicazione della base ribelle,
dimostreremo il potere distruttivo di questa stazione da
battaglia… contro il vostro patrio pianeta, Alderaan.”
La verità la attraversò come un fulmine, riempiendola di
terrore assoluto. “No! Alderaan è pacifico. Non abbiamo armi.
Voi non potete fare…”
Invece sì, che potevano. Alderaan era uno dei pianeti centrali.
La galassia dipendeva dalle sue ricchezze e dalla sua propensione
all’innovazione. C’erano miliardi di vite innocenti, laggiù!
“Preferireste un altro bersaglio? Un bersaglio militare? Dite il
nome del sistema!” ordinò Tarkin. “Dov’è situata la base ribelle?”
Leia buttò un’occhiata agli ufficiali seduti ai pannelli di
controllo della stazione, mentre l’incredulità cresceva dentro di
lei. Com’era possibile, che eseguissero ordini del genere? La
principessa si ritrasse, cercando di nascondere il viso in modo

58
che non vedessero il panico che aveva prosciugato ogni goccia
del suo sangue. Ma Vader era come un muro, dietro di lei, e
Tarkin fece un passo avanti parandosi esattamente di fronte alla
principessa, con il preciso scopo di impaurirla.
Una versione della verità, pensò Leia, informazioni
superate. Il luogo sarebbe stato credibile, e non avrebbe corso il
rischio di consegnare loro un pianeta che avevano già controllato
e trovato privo di attività dei Ribelli. Poco importava, se questo
avrebbe confermato definitivamente il suo coinvolgimento nella
Ribellione; non se questo significava salvare il suo pianeta.
Avrebbe combattuto anni, per aiutare la Ribellione, ma per il suo
pianeta avrebbe dato la vita.
“Dantooine!” disse piano Leia, abbassando la testa. “Sono su
Dantooine.”
“Ecco. Vedi, Darth Vader? Sa anche essere ragionevole.”
Tarkin si voltò verso l’ammiraglio Motti. “Proseguite con
l’operazione. Potete sparare appena pronti!”
“Cosa?” gridò Leia. “Vi ho dato quello che volevate! Voi non
potete farlo!”
“Siete troppo ingenua,” ribatté Tarkin, accompagnando la
propria affermazione con un gesto sprezzante. “Dantooine è
troppo lontano per una dimostrazione efficace. Ma non temete.
Mi occuperò dei vostri amici ribelli quanto prima.”
“No!” supplicò Leia. “Vi prego!”
“Iniziare l’ignizione preliminare,” ordinò uno degli ufficiali,
chinandosi sulla console per schiacciare uno delle decine e
decine di tasti illuminati sul pannello. Accanto a lui, un altro
ufficiale allungò una mano per tirare una leva.
Il basso ronzio inquietante fece tremare il pavimento,
trasmettendosi fino a Leia. Lo sentì nei denti.

59
La presa di Vader su di lei si strinse, mentre un raggio verde
appariva nell’oblò. Leia trasalì inorridita, cercando di
divincolarsi, di fare qualcosa… qualsiasi cosa… per…
Il raggio di luce schizzò verso il suo pianeta, fendendo
l’oscurità dello spazio. Per un singolo istante ogni cosa intorno a
Leia parve restare sospesa. Lei non respirava. Non si mosse. Non
sentiva nulla. Poi…
Il pianeta luminoso come una pietra preziosa davanti a lei
esplose in un lampo di luce accecante, scagliando i detriti sotto
forma di un anello rovente. Leia poteva immaginare com’era
accaduto. Come il lampo fosse apparso nel cielo blu cristallino
solo per un attimo. Come le montagne si fossero ridotte in
polvere. Miliardi di vite spezzate, in un battito di ciglia.
La sua casa. La sua famiglia.
Leia se ne stava lì, immobile, i secondi che parevano ore.
Scosse di nuovo la testa. Non era possibile.
Alderaan non poteva essere sparito.
Era tutta una messinscena, qualche strana illusione che
l’Impero aveva creato per provare a piegarla. Un’altra tattica di
interrogatorio.
Ma perché, poi, l’avrebbero fatto dopo avere ottenuto da lei le
informazioni che cercavano?
Perché i frammenti del nucleo del pianeta venivano ancora
scagliati attorno a loro, come sentieri luminosi che attraversavano
il vuoto dello spazio?
Era tutto vero.
Quella sensazione di freddo torpore che si era impadronita di
lei tutt’a un tratto si dileguò. Al suo posto c’era una rabbia
cocente e senza fine.
Leia lanciò un urlo, cercando di divincolarsi dalla stretta di

60
Vader per graffiare la faccia di Tarkin con tutta la furia che le si
sprigionava dall’interno. Vader la tenne ferma, lasciando che si
opponesse alla sua presa di acciaio.
“E voi vi definite umani?” ringhiò Leia.
Tarkin le rivolse a malapena uno sguardo annoiato, poi si girò
verso Vader. “Riportatela in cella, in attesa dell’esecuzione.
Sedatela se dovete.”
Non ce ne fu bisogno. La rabbia per lo shock si infiammò a
tal punto che si esaurì prima ancora che Leia potesse utilizzarla.
E, una volta dileguatasi, non rimase altro che una stordita
incredulità.
La sua casa… la sua famiglia… tutto… Non sembrava reale,
niente di tutto questo. Sua madre, suo padre, le sue zie, la sua
gente, i giardini, la sua stanza, le biblioteche, l’arte, la bella vita
che vi fioriva: l’Impero avrebbe dovuto prendersela con lei. E
invece…
Leia avrebbe fatto qualunque cosa, pur di riportare tutto
indietro. Avrebbe dato in cambio la propria vita, qualsiasi cosa,
se soltanto avessero potuto annullare quello che avevano fatto.
Sai bene che è impossibile, bisbigliò una vocina nella sua
mente. Niente avrebbe riportato indietro la sua casa. Nessuna
contrattazione avrebbe potuto rimediare a questo. Era finita.
Dovevano averla trascinata di nuovo in cella. Leia non
ricordava. Le gambe le cedettero nel momento stesso in cui varcò
la soglia. Senza capire come, si trovò con la guancia premuta
contro la fredda grata metallica del pavimento. Le dita vi si
avvinghiarono, ma la principessa Leia Organa di Alderaan, per la
prima volta in vita sua, non riuscì a darsi una ragione valida per
rimettersi in piedi.
Principessa Leia. Sei ancora una principessa, anche se il tuo

61
mondo è scomparso?
In un pugno di ore aveva perso la propria posizione in Senato,
la sua casa e ogni progetto che avesse fatto. Per la prima volta in
vita sua, Leia non sapeva cosa fare. La senatrice non aveva un
piano. La principessa non aveva una storia. Tutto quel che le
restava era… Leia.
Chiuse gli occhi, cercando di visualizzare il volto dei suoi
genitori. Il corpo le tremò, nello sforzo di ricacciare giù le
lacrime. Ma mise da parte il dolore, l’angoscia.
Doveva farlo.
Aveva fatto una promessa a suo padre, quando lui l’aveva
vista partire insieme all’equipaggio della Tantive IV.
Non ti deluderò. Ma era andata così?
No. No. Leia sollevò il petto da terra, mettendosi a sedere.
Deludere avrebbe significato rinunciare. Perché, da qualche parte
là fuori nel deserto, un droide portava dentro di sé la speranza di
un futuro diverso. C’erano alleati che contavano su di lei, alleati
che avevano bisogno di sapere la verità sulla Morte Nera e sul
pericolo spaventoso in cui si trovavano. Non sarebbe stata la
stessa cosa, ma poteva ancora combattere. Aveva un posto
nell’Alleanza Ribelle.
Leia prese un profondo respiro, la voce di suo padre che le
sussurrava nella mente. Assumerti tutte queste responsabilità… ti
ha trasformato in una stella lucente.
Forse aveva frainteso quello che aveva voluto dire, dopotutto.
Suo padre non era stato un uomo che si vantava delle proprie
ricchezze, o perché possedeva cose di valore. Non attribuiva
importanza alle pietre preziose o al denaro e non ricorreva spesso
alle lodi e ai complimenti eccessivi. Sopra ogni cosa, ammirava la
forza. E come si formavano le stelle, se non da una combinazione

62
di pressione e calore, da un’esplosione di energia? La formazione
di una stella dava forma allo spazio che la circondava. La si
poteva vedere da milioni di chilometri di distanza.
Si alzò in piedi, ergendosi in tutta la sua altezza, e cominciò
di nuovo a perlustrare la cella in cerca di una via d’uscita. Che
pensassero pure di aver preso le parti di lei che contavano di più.
Di averla spezzata. Ma c’era una parte di Leia che l’Imperatore,
Darth Vader, Tarkin, nessuno di loro avrebbe mai potuto
intaccare.
Il suo cuore era una stella che non si sarebbe mai estinta.
E lo avrebbe fatto vedere a tutti loro.

63
64
CAPITOLO SETTE

NON C’È NIENTE DI MEGLIO DI un arto smembrato che


voli per aria, per interrompere una bella giornata in una taverna.
“Niente fulminatori!” gridò l’oste spaventato. “Niente
fulminatori!”
Siano ringraziate le stelle, pensò Han. Altrimenti nessuno
sarebbe uscito vivo di lì.
Per un istante, il fumo denso che si era stratificato nell’aria
parve dividersi. L’allegra musica della banda si interruppe di
colpo. Le grida in Basic, e nelle altre innumerevoli lingue della
galassia, si affievolirono sino a diventare un lamento. Per la
prima volta nella lunga storia della Taverna di Chalmun – la
storia di ospitalità dei pirati più chiassosi che il porto spaziale di
Mos Eisley fosse in grado di offrire – regnò un silenzio assoluto.
Poi, tutti tornarono alle proprie attività e la vita riprese a
pulsare. La banda, Figrin D’an e i Modal Nodes, un gruppo di
Bith con la testa a forma di cupola e occhi neri e vitrei da insetto,
ricominciò a fare del be-bop con i propri strumenti.
Han avrebbe potuto giurare che il braccio amputato – per non
parlare della parte restante del moncherino della creatura – stesse
ancora sfrigolando, quando il vecchio fossile spense la spada
laser azzurra. Poi si sporse oltre la ragazza che teneva sulle
ginocchia, cercando di capire che cosa avesse scatenato la lite.
Un giovane umano – un ragazzino biondo – venne tirato su a
forza dal pavimento; pareva confuso, ma quasi subito si dileguò
in uno degli anfratti bui della taverna.
Han aveva occupato un séparé d’angolo, nella parte in
penombra del locale, in attesa che un lavoro conveniente lo

65
attirasse allo scoperto. D’accordo: questo aveva l’ulteriore
vantaggio di tenerlo fuori dalla visuale della gente che dava la
caccia alla taglia. Ma era chiaro che Han avrebbe dovuto essere
più preoccupato della ragazza che gli puntava gli occhi addosso
di quanto non lo fosse di Jabba the Hutt.
“Han…” cominciò la ragazza seduta sulle sue ginocchia, la
voce acuta e ansimante. Gli fece scivolare le dita fra i capelli e lo
costrinse a guardarla. “Sei stato via così tanto.” Era bellissima,
questo era certo: occhi luminosi come pietre preziose, lunghi
capelli biondi setosi, un vestito che avrebbe rivelato qualche
interessante linea dell’abbronzatura, una volta che la ragazza
avesse messo piede fuori da quella bettola. E lui non avrebbe mai
declinato le attenzioni di… una… ehm… signora.
“Be’, Sar…” Si interruppe a metà del nome, notando il modo
in cui le sopracciglia della ragazza si stavano unendo. Giusto.
Sarla era la ragazza del porto spaziale di Serenno. Hellene era la
proprietaria twi’lek del bar di Kala’uun, che aveva un debole per i
capitani. Il che significava che questa ragazza era…
Il vuoto. La Ragazza del porto spaziale di Mos Eisley.
Han le rivolse uno sghembo sorriso fascinoso e le fece
scorrere una nocca lungo la guancia. “Lo sai com’è. I lavori che
mi danno mi portano in ogni angolo della galassia. A volte è
semplicemente troppo pericoloso mostrare la mia faccia nei soliti
posti. Un tipo come me,” abbassò la voce in un sussurro
“semplicemente è costretto a continuare a spostarsi.”
La ragazza sospirò. “Tutti non fanno che parlare di quel
carico di spezie di cui hai dovuto liberarti. Uno dei piloti dei
mercantili ha detto che Jabba ha messo una taglia sulla tua testa
che ha le dimensioni di questo pianeta!”
Han si accigliò. “Questa palla polverosa non è poi così

66
grande.”
La ragazza proseguì, ignorandolo, le dita che giocherellavano
con il colletto della sua camicia. “Devi pur essere tornato per una
ragione. Valida, almeno?”
Non per una bionda, pensò Han allungando la mano per
prendere il bicchiere. Prestando attenzione solo a metà di quello
che stava dicendo la ragazza, studiò attentamente il locale, in
cerca del ragazzo e del vecchio fossile. E li trovò, naturalmente,
subito a destra di Ciube.
Lasciò al Wookiee il compito di fare amicizia con loro,
abbordandoli come se non avesse appena visto qualcun altro farsi
strinare la pelliccia.
Quella particolare taverna era frequentata da persone che
volevano prenotare i servizi di una nave e non erano propensi a
raccontare agli Imperiali cosa stavano trasportando. E questa era
la specialità di Han.
Ma, davvero, pensò Han, quale lavoro sarebbe valso tanto da
lasciare un pazzo con una spada nei paraggi del Falcon? Avevano
già dovuto rifiutare due miseri lavori di trasporto merci fuori dal
pianeta. La paga era bassa e il carico scottava; fumava,
letteralmente parlando. Han poteva anche aver ricevuto un colpo
alla propria reputazione, di recente, ma gli restava ancora un po’
di orgoglio professionale, grazie tante. Un tipo gli aveva chiesto
di trasportare sterco di bantha nello spazio per fertilizzare
qualche altra terra incolta. No, grazie tante.
Chewbecca si fece largo fino al séparé di Han. Se la
montagna di pelo arruffato marrone, alta quasi due metri e mezzo,
non gli avesse spianato la strada, l’avrebbero fatto i denti e gli
artigli che completavano l’insieme. Pochissimi sapevano che
Ciube, sotto l’aspetto esteriore da guerriero, possedeva un cuore

67
tenero.
Il Wookiee guardò la ragazza seduta sulle ginocchia di Han
poi il suo amico, in attesa.
Han fece spallucce. Che cosa poteva farci? Era semplice:
alcune persone ci nascevano, irresistibili!
Ma quella era l’occasione che aspettava.
“Ti presento Chewbecca, il mio secondo pilota. Ciube, ti
presento…”
Han lasciò la frase in sospeso, sperando che la ragazza
prendesse la parola e si presentasse da sola. Invece, lei buttò
indietro la testa, come fa un serpente subito prima di colpire.
“Ehm… Allea?” tirò a indovinare.
Ciube grugnì. La ragazza si limitò ad alzarsi in piedi, prese il
bicchiere di Han e gli rovesciò in faccia quel che c’era rimasto.
“Jenny,” concluse buttandosi i capelli dietro una spalla e
andandosene.
Ah, ma certo… Jenny di Mos Espa!
Il secondo pilota rise sotto i baffi, mentre Han usò il
giubbetto nero per asciugarsi la faccia.
“Ridi pure, amico,” disse Han, vedendo l’espressione di
Ciube e aggiunse: “Ehi, guarda che sei tu quello sposato.
Trovami una ragazza umana con il cervello di Malla e i capelli di
seta, e forse prenderò in considerazione la cosa.”
Se un Wookiee avesse potuto arrossire, a quel punto
Chewbecca sarebbe stato completamente rosa. Cambiò subito
discorso, ruggendo una domanda. Han sospirò. “Già. Ti ho visto,
con quel vecchio fossile. Non c’è bisogno che ti ricordi che, a
quanto pare, non gli piace permettere alla gente di tenersi i propri
arti?”
Ciube brontolò una risposta tagliente.

68
“Certo, è difficile non notare la spada, amico. Naturale che lo
so, che cos’è una spada laser. Mi domando in quale cumulo di
cimeli l’abbia trovata.”
La spada laser era l’arma dall’Ordine dei Jedi, che prestavano
servizio come custodi della pace nella Vecchia Repubblica, prima
della presa di potere dell’imperatore Palpatine. Giravano strane
voci senza senso, a proposito della meditazione e di qualcosa cui
davano il nome di Forza. Un grandissimo mucchio di
stupidaggini, se qualcuno avesse chiesto a Han un suo parere. La
loro stirpe si era estinta da così tanto tempo che ormai
appartenevano, in pratica, alla storia antica.

69
“Che genere di lavoro è?” domandò Han. Ciube ringhiò una
risposta, e lo sguardo di Han ritrovò il ragazzo biondo:
giocherellava nervoso con le dita, guardandosi intorno con
evidente disagio. Di tanto in tanto si stirava la semplice tunica
chiara. Le mani gli tremavano a tal punto che Han fu sorpreso di
come quel poppante non avesse ancora rovesciato il contenuto

70
del proprio bicchiere.
“Serve un passaggio?” ripeté Han, voltandosi di nuovo verso
Ciube. “Per il sistema di Alderaan?” Dunque era di questo che si
trattava? Di solito, quando una persona era disposta a pagare la
nave di un contrabbandiere era per sparire in un territorio
proibito o in uno dei centri più loschi, nella speranza di essere
dato per disperso per sempre.
Il Wookiee annuì.
“E pensi che pagheranno bene?”
D’accordo. Han seguiva un tariffario, ma aveva anche bisogno
di restituire del denaro a uno dei più grandi signori del crimine
della galassia. Poteva permettersi una certa flessibilità, rispetto a
quelle tariffe.
Ciube batté i pugni sul tavolo, mentre articolava la sua
risposta con un ruggito, non facendo che ripetere che si trattava
di denaro facile. Alla fine, Han sospirò e disse: “E va bene.
Portali qui.”
Han si prese un momento per lisciarsi il giubbetto e
appoggiarsi allo schienale del sedile, gli occhi che scrutavano
un’ultima volta la taverna in cerca di guai. Ciube accompagnò il
vecchio e il ragazzo a sedersi al tavolo di fronte a lui.
“Han Solo. Sono il comandante del Millennium Falcon.
Ciube dice che state cercando un passaggio per il sistema di
Alderaan…”
“Io sono Ben. E lui è Luke,” rispose il vecchio, indicando il
ragazzo. La sua presenza calma era in netto contrasto con
l’energia a stento contenuta del ragazzo. Luke, lì, sembrava voler
saltare fuori da un momento all’altro dalla propria pelle, tanto era
smanioso di partire. “Sì, è esatto. Se la tua nave è veloce.”
Han sbuffò. “Cosa? Come? Non hai mai sentito nominare il

71
Millennium Falcon?”
Ben sollevò un sopracciglio canuto. “Veramente no.”
“È la nave che ha fatto la rotta di Kessel in meno di dodici
parsec!”
Il ragazzo, come la maggior parte della gente che sentiva
raccontare quella storia, parve impressionato. Ma si dava il caso
che il vecchio non fosse “la maggior parte della gente”.
“Comunque…” proseguì Han, prima di poter essere
interpellato sulla propria bugia. Il Falcon era veloce, ed era
l’unica cosa che a lui importasse. Zero virgola cinque oltre la
velocità della luce non era niente davanti a cui si potesse
arricciare il naso. “Ho lasciato indietro le navi stellari
dell’Impero. Non le navi mercantili, quelle è uno scherzo. Parlo
delle più veloci navi da guerra imperiali. È abbastanza veloce per
te, vecchio? La merce cos’è?”
Prima di rispondere, Ben mormorò qualcosa pensieroso.
“Solo passeggeri. Vengo io, il ragazzo, e due droidi. E non ci
chiedere altro.”
Tutt’a un tratto, Han ebbe un brutto presentimento riguardo a
quel lavoro. “Sì, ma cosa c’è? Avete qualche noia qui?”
“Vorremmo evitare qualsiasi complicazione di carattere…
imperiale.”
“Ah, ho capito,” mormorò Han, protendendosi verso i suoi
interlocutori. Oh, questo sì che sarebbe stato facile. “Allora non
siete tanto in regola, eh? Questo vi costerà un po’ di più.
Diecimila, tutti anticipati.”
Per la prima volta il ragazzo, Luke, prese la parola.
“Diecimila? Potremmo quasi comprarci un mezzo nostro!”
“Ma chi lo guida, figliolo? Tu?” Aveva l’aria di uno che non
sarebbe stato capace di indovinare come tirar fuori il carrello di

72
atterraggio, figuriamoci saltare nell’iperspazio.
“Certo che lo guido io, non sono mica male come pilota!”
Luke si voltò verso Ben e fece per alzarsi, la rabbia che si
infiammava impadronendosi dei suoi lineamenti. “Ma dobbiamo
stare qui a sentire…”
Il vecchio fece un gesto con la mano, e il ragazzo ritornò
seduto al proprio posto. “Non abbiamo una cifra così cospicua
con noi. Ma possiamo pagarti duemila adesso, più quindici,
quando saremo arrivati ad Alderaan.”
Diciassette! Han si chiese se non avesse bisogno di pulirsi le
orecchie.
“D’accordo. Avete trovato la vostra nave. Partiamo appena
sarete pronti. Aggancio novantaquattro.”
“Novantaquattro,” ripeté Ben, annuendo. Luke sembrava
scontento dell’accordo, ma questa volta riuscì a tenere a freno la
lingua. Alle loro spalle, un lampo bianco catturò l’attenzione di
Han.
Quattro assaltatori in uniforme si stavano dirigendo verso il
bancone, attirando occhiate di disprezzo da parte degli altri
avventori.
“C’è qualcuno che comincia a interessarsi al lavoretto che hai
fatto poco fa.” Han inclinò la testa in direzione del bancone. I
suoi nuovi passeggeri si voltarono a guardare, il ragazzo pronto a
scattare mentre il padrone del locale indicava nella loro
direzione. Toccò a Ben trascinare Luke nella penombra, tirandolo
verso l’entrata posteriore. Nel tempo che gli assaltatori
impiegarono a voltarsi di nuovo, erano spariti.
Han si girò verso Ciube, stringendo la bandoliera argentata
che attraversava il petto del Wookiee. “Diciassettemila! Quelli
devono essere con l’acqua alla gola. Vai subito alla nave e

73
preparala.”
Il Wookiee scivolò fuori dal séparé, mentre Han faceva segno
all’oste di chiudergli il conto. Combatté contro l’impulso di
sprofondare nel proprio sedile per il sollievo. La parte
ragionevole di lui sapeva che sarebbe stata solo una questione di
tempo prima di trovare il lavoro che coprisse il costo della perdita
del carico di Jabba. Ma un’altra parte cominciava a perdere le
speranze di avere in mano tutti i soldi prima che un cacciatore di
taglie lo trovasse. Era stato per pura sfortuna che una nave della
dogana imperiale avesse sbarrato loro la strada mentre si
preparavano a lasciare Kessel con il carico illegale. Così come
ora, si sarebbe trattato di semplice fortuna se fosse stato in grado
di salvarsi la pelle.
Han si alzò, stirando un muscolo dolorante del collo. Fece un
passo avanti, precisamente contro qualcosa di duro e di freddo:
qualcosa che somigliava in modo sospetto alla canna di un
blaster. Poi sentì dire in Huttese: “Vai da qualche parte, Solo?”

74
CAPITOLO OTTO

HAN SI COSTRINSE a sfoggiare un sorriso rilassato e si


voltò lentamente. La faccia che lo stava fissando era di un verde
vivido, ricoperta di scaglie e bugne. Lucidi occhietti neri erano
piazzati in cima a un grugno tozzo simile a un tronco.
Greedo. Nel grande panorama dei cacciatori di taglie e
tirapiedi, il Rodiano era più o meno pericoloso quanto una mosca
che ronzasse intorno al fondoschiena di un bantha. Han, per sua
sfortuna, si trovava davanti uno degli scagnozzi dal grilletto facile
al soldo di Jabba.
Il capitano scivolò di nuovo nel séparé, rilassandosi sul
sedile. Se avesse mostrato un barlume di nervosismo a
quell’idiota, Han non si sarebbe mai perdonato. E questo,
nonostante avesse una pistola puntata contro…
“Sì, infatti,” confidò al Rodiano. “Stavo andando a trovare il
tuo capo. Di’ a Jabba che ho i soldi per lui.” “Troppo tardi!”
ribatté Greedo, un po’ troppo felice per i gusti di Han. “Avresti
dovuto pagarlo quando ne avevi l’opportunità. Jabba ha messo
una ricompensa talmente alta sulla tua testa che qualsiasi
cacciatore di taglie della galassia ti starà cercando. Sono
fortunato, ad averti trovato per primo.”
Anche Han era fortunato. Se si fosse trattato di un cacciatore
di taglie con una buona reputazione – Boba Fett, per dire –
sarebbe stato in una galassia di guai. Tuttavia, non era sicuro che
il contratto che Jabba aveva stipulato sulla sua vita contenesse la
clausola “vivo o morto”, un dubbio che non aveva nessuna
intenzione di fugare.
“Sì, ma questa volta ho i soldi,” continuò Han. “Se li dai a

75
me, potrei anche dimenticarmi di averti trovato…” ribattè di
nuovo Greedo, piegandosi in avanti sul tavolo. Gli avrebbe
strizzato l’occhio, se avesse avuto un po’ di senso dell’umorismo.
“Ma non li ho qui con me. Senti, era una cosa da poco, farsi
abbordare…” Han allungò lentamente la mano verso la pistola
sotto il tavolo, facendola uscire dal fodero che portava sulla
coscia. Le dita accarezzarono il metallo freddo, mentre lui inalava
a pieni polmoni l’aria satura di fumo della taverna.
“Puoi dirlo a Jabba,” rispose Greedo. “Gradirà di più la tua
nave.”
Adesso toccò a Han fare un ghigno. “Mi dovrà prima
accoppare!”
Il Rodiano scoppiò a ridere, una risata che gli strombettò
fuori dal grugno mentre puntava la pistola dritto al cuore di Han.
“Come vuoi. È da parecchio tempo che non vedevo l’ora di
ucciderti.”
Un lento sorriso si allargò sulla faccia del capitano. “Già. Ci
credo proprio.”
Greedo scomparve in un lampo accecante di luce bianca,
mentre Han premeva il grilletto. Il tonfo del corpo sul tavolo fece
voltare gli altri avventori del locale.
Povero Greedo, pensò Han, abbassando gli occhi sul
cadavere fumante mentre si alzava di nuovo. Non si era reso
conto che Han era bravo a sparare tanto sopra quanto sotto un
tavolo.
“Ho detto niente fulminatori!” ringhiò l’oste.
“Per il disturbo!” Han infilò una mano in tasca e gli lanciò
una moneta. “Scusa se ho sporcato un po’.”
Non riuscì a uscire dal locale abbastanza in fretta. Un muro
rovente di aria del deserto lo investì non appena mise piede fuori.

76
Come entrare in un forno, pensò Han, facendosi scudo con la
mano sugli occhi per ripararsi dal sole che gli batteva sulla testa.
La polvere che galleggiava nell’aria era densa, quel giorno. Un
insolito numero di assaltatori ne stava sollevando parecchia dalle
strade non lastricate, sporcando le uniformi un tempo bianche.
Presto si sarebbero confusi con gli edifici marrone chiaro
schiariti dal sole che li circondavano.
A quel punto Han lo ebbe per davvero, un brutto
presentimento su quel lavoro.
Sentimento che non fece che peggiorare quando vide Ciube
indugiare sulla porta dell’hangar e sentì una voce cavernosa
urlargli in Huttese: “Vieni fuori, Solo!”
Il secondo pilota si voltò e gli lanciò un’occhiata, sentendo i
suoi stivali strisciare sulla sabbia.
“Non volevi entrare da solo?” domandò Han, dando una
pacca sulla spalla a Ciube. “Non ti biasimo. Leviamoci il
pensiero.”
“Solo!”
Strisciando per terra come la lumaca che era, Jabba aspettava
Han davanti al Millennium Falcon, chiamandolo a gran voce. Una
decina di suoi tirapiedi avevano circondato la nave. Han incrociò
le braccia sul petto, contando le armi attaccate a ciascuno di
quegli scagnozzi. A quanto pareva, Jabba aveva iniziato una
collezione delle creature più orribili del sistema di cui lui stesso
era il fiore all’occhiello.
Una volta Han aveva raccontato a Ciube la sua teoria secondo
la quale, diversamente dalle altre creature, gli Hutt non si erano
evoluti da scintille di vita e materia; semplicemente, un bel
giorno la galassia li aveva vomitati fuori. L’Hutt, lungo quanto
Han era alto e pesante cinque volte tanto, era una combinazione

77
repellente di pelle marrone e giallo-verde. Tutto verruche e rughe,
con una lingua bavosa che sembrava non riuscire a tenere dentro
la bocca.
“Ti stavo aspettando, Jabba,” esordì Han, facendo
riecheggiare la voce nell’hangar. Quando Jabba e gli altri si
girarono Han si sentì rivoltare lo stomaco. Gli occhi giallastri da
rettile dell’Hutt non perdevano di vista i suoi movimenti, mentre
si avvicinava.
“Me lo aspettavo,” ribatté Jabba.
“Non sono il tipo che scappa.” rispose Han. Be’, un buon
sessanta per cento delle volte non lo era.
A Jabba piaceva parlargli come se Han fosse stato un bambino
capriccioso. E Han glielo lasciava fare, perché si accontentava di
restare vivo. “Han, figliolo, a volte mi deludi… Perché non mi hai
ancora pagato? Che bisogno c’era di fare fuori il povero Greedo a
quel modo?”
Le voci si diffondevano in fretta, a quanto pareva. “Hai
mandato Greedo a uccidermi,” gli ricordò Han.
Gli occhioni dorati si spalancarono fingendo stupore. “Tu sei
il miglior contrabbandiere sulla piazza. Vali troppo perché io ti
voglia morto. Ti stava solo riferendo… la mia comprensibile
preoccupazione per il tuo ritardo. Non aveva intenzione di
ucciderti.”
Han liquidò quelle parole con un gesto della mano. “La
prossima volta che vuoi parlarmi, vieni tu direttamente.”
“Han, Han!” Jabba emise una risata cavernosa, lo stesso
genere di risata che faceva quando nutriva di schiavi il suo rancor.
“Sei la mia canaglia preferita, lo sai. Siamo simili, io e te. Ci
piacciono i soldi: l’odore che hanno, la sensazione al tatto,
sentirne il peso nelle nostre tasche. Io ti capisco meglio di quanto

78
tu non creda.”
Al pensiero di non essere diverso dalla lumaca che aveva di
fronte, Han trasalì.
“Se solo tu non avessi scaricato fuori bordo quel carico di
spezie…” proseguì Jabba. “Capisci bene che non posso fare
un’eccezione. Che fine farei, se tutti i miei contrabbandieri si
disfacessero del carico non appena avvistano una nave da guerra
imperiale? Non è vantaggioso, dal punto di vista degli affari.”
“Non avevo scelta, ma adesso ho un carico facile facile. Ti
ricompenserò. Ti darò anche un piccolo extra. Mi serve solo un
altro po’ di tempo.” Han alzò le mani. “Avanti. Da quanto tempo
lavoro per te? E questa è la prima volta che ho dovuto liberarmi
di un carico…”
Jabba parve soppesare la cosa. “Per un extra, diciamo… venti
per cento, ti concederò un altro po’ di tempo… ma questo è
quanto. Se mi deluderai di nuovo, metterò una taglia sulla tua
testa così alta che non potrai più avvicinarti a un sistema
civilizzato per il resto della tua breve vita.”
Han fece un piccolo inchino, poi convinse con abilità il
signore del crimine ad abbassare al quindici per cento. “Sempre
un piacere, fare affari con te.”
Jabba stava ancora ridendo quando strisciò fuori dall’hangar,
con gli sgherri al seguito come cuccioli fedeli. Il nodo allo
stomaco di Han non si sciolse finché Jabba non fu sparito dalla
sua visuale e Chewbecca emise un rantolo di sollievo.
“L’hai detto,” proseguì Han. “Pensa se ci avesse venduti come
schiavi, o semplicemente lanciati nel vuoto dello spazio per
vederci scoppiare come bollicine…”
Ma nessuna delle due cose sarebbe stata peggio di quel che
aveva fatto l’Hutt. Ciò che mancava a Jabba nell’aspetto era stato

79
compensato da una creatività senza fine nel nascondere i cadaveri
dei suoi nemici.
Han si asciugò il sudore dalla nuca e rabbrividì. “Va bene, è
tempo di tornare al lavoro. Prepariamo la nave al decollo.”
Fu una bella sensazione, rientrare nel ritmo delle cose. Han e
Ciube passarono in rassegna tutte le normali procedure di
controllo prima del volo, ricalibrando alcuni strumenti e
tracciando la rotta che avrebbero fatto per raggiungere il sistema
di Alderaan. Han stava lucidando amorevolmente uno dei
pannelli di controllo, quando sentì qualcuno gridare: “È un pezzo
di ferraglia!”
Il ragazzo, ma certo. Che chiaramente doveva essere fresco
fresco della fattoria, se non era in grado di riconoscere la bellezza
delle linee eleganti del Falcon. La serie YT era il fiore
all’occhiello dell’ingegneria corelliana. Un trionfo. Forse un
tantino vecchiotta… e qualche piastra metallica non si
congiungeva alla perfezione… e forse Han non era stato capace
di coprire bene con la vernice le bruciature peggiori… e allora?
Era quel che stava dentro, che contava di più.
Han, di suo, non possedeva molto: a parte Ciube, la sua nave
era l’unica cosa su cui poteva contare. Era l’amore della sua vita
sin da quando l’aveva vinta a un’altra canaglia durante una partita
a carte. E se quel piccolo ragazzo, simile a un ratto del deserto,
non avesse smesso di insultarla, si sarebbe ritrovato catapultato
su Tatooine in un guscio di salvataggio.
Han scese lungo la rampa di accesso, andando loro incontro.
“Oltrepassa di zero virgola cinque la velocità della luce. Non avrà
un grande aspetto, ma non le manca niente, ragazzo. Ci ho fatto
un sacco di modifiche speciali personalmente.”
Luke si grattò la testa, lanciando al vecchio un’occhiata

80
dubbiosa. Han chiuse gli occhi e contò fino a dieci.
Diciassettemila, ricordò a se stesso. E se la scelta era fra Jabba,
che buttava lentamente pezzi di lui in un pozzo di acido, o
trattare con un ragazzotto, sicuramente quest’ultima era la scelta
migliore.
“Abbiamo un po’ di fretta,” disse, indicando con un gesto la
rampa. “Quindi adesso salite a bordo e partiamo, prego.”
In fila dietro agli umani c’erano due droidi: uno era un
protocollare umanoide dorato, che avanzava trascinandosi su arti
rigidi e sondava l’hangar con tondi occhi luminosi, l’altro un
astromeccanico cilindrico a tre gambe, con una testa a cupola
argentata e rifiniture blu. La sua piccola luce di allerta si
accendeva a intermittenza, rosso e blu, mentre ruotava la testa per
guardarsi intorno. Entrambi avevano l’aria di aver vagato tra le
dune per giorni.
Han aspettò finché non furono tutti a bordo, prima di salire a
sua volta sulla rampa. Gettò un’ultima occhiata oltre la spalla.
Un altro viaggio di ritorno. Una volta entrato in possesso del
denaro, sarebbe tornato un’ultima volta in quel buco di posto per
consegnarlo a Jabba. Dopodiché, si sarebbe assicurato di mettere,
e mantenere, qualche sistema fra lui e l’Hutt.
“Fermate quella nave!”
Han reagì a scoppio ritardato, girando su se stesso. Il rombo
dei passi e il fragore delle armature furono l’unico preavviso,
prima che gli assaltatori si riversassero nell’hangar. I fucili blaster
erano già alzati.
“Folgorateli!” ordinò quello davanti.
Han imprecò in tre diverse lingue mentre si affrettava, a testa
bassa, su per la rampa, inseguito da proiettili di energia che
bruciavano l’aria intorno. Si voltò e fece fuoco con il blaster.

81
Tuffandosi letteralmente dentro il portello, sbatté la mano contro
il pulsante di chiusura. I colpi degli assaltatori furono respinti
dagli scudi protettivi del Millennium Falcon.
“Chewbecca!” gridò Han mentre oltrepassava di corsa la stiva.
Si guardò intorno per accertarsi che i passeggeri si stessero
allacciando le cinture. “Andiamocene via!” Il secondo pilota
ruggì una risposta dalla cabina di pilotaggio, che coprì la
sdegnosa affermazione del droide protocollare: “Povero me. Mi
ero scordato quanto detestavo viaggiare nello spazio!”
Il Falcon era già lontano dall’hangar, quando Han si lasciò
cadere sul sedile del pilota, le mani che volavano sulla console.
Si alzarono sopra gli edifici sudici e sferzati dalla sabbia di Mos
Eisley, puntando dritto nel cielo del primo pomeriggio. Non ci si
stancava mai di vedere il modo in cui il cielo diventava viola e
scuriva mentre sfrecciavano fuori dall’atmosfera. Era per questo
che Han adorava volare.
E anche portare a termine una fuga fortunosa non era una così
brutta sensazione.
Poco dopo Ciube indicò a Han il visore dei sensori,
ringhiando un qualche avvertimento.
Lo stomaco di Han si serrò in una morsa alla vista di un
grande segnale che lampeggiava sullo schermo e si avvicinava
rapidamente a loro, mentre uscivano dall’atmosfera di Tatooine
ed entravano nella nera bocca spalancata dello spazio esterno.
“Sembra un incrociatore imperiale,” disse con una smorfia. “I
nostri passeggeri devono essere gente che scotta. Cerca di tenerlo
a distanza. Angola i deflettori, io faccio i calcoli per il salto a
velocità luce.”
Mentre manovrava alla console di navigazione, Han era
vagamente consapevole del droide astromeccanico argento e blu

82
che superava la porta aperta della cabina, emettendo dei bip che
avevano tutta l’aria di essere delle domande. Ignorato, il droide si
allontanò, diretto da Luke e Ben per andare a infilarsi in un
piccolo spazio libero dietro C-3PO.
Il vecchio e il ragazzo si diressero nell’angusta cabina di
pilotaggio, dove Han continuava a fare i suoi calcoli. Grandioso.
Aveva anche un pubblico, adesso.
“Stai in campana!” disse a Ciube. “A quanto pare, stanno
arrivando altre due navi imperiali. Cercheranno di intercettarci
prima che facciamo il salto nell’iperspazio.”
Il suo secondo pilota gli scoccò un’occhiata irritata, perché
chiaramente aveva compreso la situazione ben prima di lui. Cosa
avrebbe potuto dire? Un solo Star Destroyer imperiale, quasi
cinquanta volte le dimensioni del Falcon, bastava a renderlo un
po’ nervoso. Tre lo rendevano decisamente irascibile. Luke si
sporse in avanti per vedere meglio. “Perché non li semini? Avevi
detto che quest’affare è veloce!”intervenne Luke. Cos’era, la
quarta volta che il ragazzo insultava la sua creatura?
“Bada a come parli, ragazzino, o ti ritroverai a fluttuare verso
casa! Saremo al sicuro appena fatto il salto nell’iperspazio.
Conosco qualche manovra…” Poi, più a se stesso che agli altri,
promise: “Li semineremo!”
Il Millennium Falcon sobbalzò violentemente ai primi colpi
degli incrociatori imperiali. Scintille bianco-azzurre
lampeggiarono fuori dall’oblò, ma lo scudo teneva.
“Ora comincia il divertimento!” annunciò Han agli altri.
L’adrenalina pompava dentro di lui, riempiendogli il petto come
un palloncino.
“Quanto ci vuole per fare il salto nell’iperspazio?” chiese il
vecchio che era calmo come l’occhio di un ciclone.

83
I suoi occhi cerulei guardavano il mare di stelle davanti a lui.
Non sembrava particolarmente disturbato nemmeno quando la
nave beccheggiava e sussultava, come se fosse sul punto di
esplodere.
“Ancora qualche momento per avere le coordinate dal
navicomputer.”
“Stai scherzando?” gridò Luke. “Alla velocità con cui si
avvicinano…”
Meno male che non terminò di formulare il pensiero. Han lo
fulminò con lo sguardo. Era proprio un ragazzino.
“Viaggiare nell’iperspazio non è come spargere fertilizzanti
da un aeroplano, ragazzo!” sentenziò. “Senza i dati esatti
potremmo volare attraverso una stella o avvicinarci troppo a una
supernova, e il vostro viaggio finirebbe prima di cominciare.”
Gli Star Destroyer sparavano colpi in raffiche sempre più
serrate e Ciube non riusciva più a schivarle.
Han allungò una mano verso i panelli laterali della cabina e
inserì le nuove coordinate. Una luce rossa lampeggiò sopra di
loro, mandando numerosi bip di avvertimento.
Han trasalì.
“Cos’è quella spia?” domandò Luke.
“Stiamo, ehm, perdendo lo scudo deflettore. Sedetevi e
riallacciatevi le cinture: io farò il salto a velocità luce.”
E non un secondo prima. Han incrociò gli occhi azzurri di
Chewbecca. “Vai ora.”
Le stelle si illuminarono tutt’intorno a loro, allungandosi in
scie luminose un secondo prima che la nave prendesse velocità.
Si sentì schiacciare contro il sedile mentre il Falcon volava
nell’iperspazio, lasciando gli incrociatori imperiali a mangiare
polvere. Han proruppe in una risata euforica.

84
D’accordo, forse era quella la parte più bella del volare.

85
CAPITOLO NOVE

“PROPRIO COSÌ. La Forza è quella che dà al Jedi la


possanza. È un campo energetico creato da tutte le cose viventi.
Ci circonda, ci penetra. Mantiene unita tutta la galassia.”
Le dita di Han, che stavano collegando alla meglio alcuni cavi
elettrici del Falcon che si erano bruciati, rallentarono. L’intera
nave si era presa una bella batosta, durante la fuga precipitosa
dagli Star Destroyer, e Han era molto occupato a cercare di
ripararla.
Nel frattempo, il vecchio non aveva fatto che dare lezioni a
Luke, dal momento in cui erano entrati nell’iperspazio. Loro due,
Ciube e i droidi erano usciti dalla cabina di pilotaggio e si erano
sistemati nella parte centrale della nave. Han si disse che avrebbe
fatto solo un giretto dalle loro parti, per accertarsi che non si
facessero venire in mente di usare le spade laser lì dentro.
Sollevò la maschera protettiva, spense la saldatrice e vide le
loro immagini riflesse in un pannello vicino. Il vecchio stava
ancora cercando di insegnare al ragazzo a maneggiare la spada, e
aveva proseguito posizionando Luke come fosse una marionetta.
Ben aggiustò la postura del ragazzo, facendogli allargare le
gambe e sollevare le braccia in modo corretto. Han non era
convinto che fosse necessaria una tecnica perfetta, quando uno
possedeva una spada che era in grado di tagliare praticamente
qualsiasi cosa.
“Così, Luke,” continuò Ben, facendo roteare la sua spada con
l’impugnatura verso il basso, poi di nuovo in su, quindi di nuovo
giù. Han fu grato che il vecchio non stesse lavorando con la spada
accesa come stava facendo il ragazzo, altrimenti la nave sarebbe

86
andata in pezzi. “Parata, attacco, parata… sì, esattamente. La
senti, la Forza che ti attraversa? Guida il tuo corpo e obbedisce ai
tuoi ordini in egual misura.”
“Già,” rispose Luke. “Sì, voglio dire, credo di sentire
qualcosa…”
Wow, pensò Han. Affettare l’aria per mezz’ora poteva solo
farti venire mal di braccia, nient’altro.
“Fantastico!” Ben si spostò, facendo strisciare il piede
indietro, alzò di nuovo l’impugnatura della spada laser e inclinò i
polsi all’indietro. “Posizione di attacco. Allenta piano piano la
presa. Questa posizione ti lascia il petto esposto all’attacco,
perciò non devi tenerla per più di un istante.”
Luke inarcò la schiena, e la posizione era talmente strana che
Han non riuscì a soffocare una risatina. Il ragazzo doveva averlo
sentito, perché si accigliò e spense la spada laser. “Oh, tutto
questo è inutile. Che cosa posso imparare veramente, su una nave
in poche ore?”
Esatto. Han si lasciò ricadere la maschera sul viso e tornò a
concentrarsi sul circuito che aveva davanti.
“Non mi aspetto che tu padroneggi ogni cosa in pochi minuti,
e nemmeno tu dovresti aspettartelo da te stesso. È una via che
porta alla frustrazione, alla rabbia; e sono entrambe pericolose.”
Mentre spegneva di nuovo la saldatrice Han sentì Luke
chiedere: “Che vuoi dire?”
“Ci sono due lati della Forza,” proseguì Ben. “Il Lato Chiaro,
la via dei Jedi, è in linea con l’altruismo, l’illuminazione, la pietà
e la compassione. Il Lato Oscuro, la via dei Sith, ha a che fare
con l’odio, la paura, la rabbia e la gelosia. Devi imparare a
controllare le tue emozioni, altrimenti saranno loro a controllare
te.”

87
Ah! pensò Han. Più facile a dirsi che a farsi. Ma non era la
mescolanza di tutte queste cose a renderli umani?
“Perché alcuni vanno verso il Lato Oscuro?” sentì che
chiedeva Luke. “Che vantaggio ne traggono, se sanno che porta
distruzione e dolore?”
“Ciascuno ha il proprio destino,” rispose il vecchio. “La
Forza opera in modi misteriosi, ma ci guida dove dobbiamo
essere per raggiungere l’equilibrio. Molti Sith credono che il
Lato Oscuro abbia più potere, ma, semplicemente, non è vero.”
Han allungò le orecchie per captare quello che il vecchio
avrebbe detto subito dopo.
“È stata la Forza a portarmi nella tua vita, ed è la Forza che ti
guiderà verso il tuo destino.”
Quello era, indubbiamente, un pensiero confortante, persino
Han fu costretto ad ammetterlo: l’idea che tutto accadesse per un
motivo preciso. Ma la parte che si riferiva al non sedere ai
comandi della propria vita, questo lo irritava moltissimo. E
sapeva, per averlo sperimentato sulla sua pelle, che i concetti di
“bene” e “male” non erano così chiari e definiti come quel
vecchio stolto li faceva sembrare. La maggior parte delle persone,
lui incluso, doveva vivere in quella zona grigia ristretta e confusa,
che stava fra l’uno e l’altro. Con il tempo, aveva maturato la
certezza che le cose che ti assicurano una lunga vita sono: una
buona mira con un blaster, una nave spaziale veloce e amici
fidati. Di sicuro non la speranza che un qualche straordinario
campo di energia mistica ti guardi le spalle.
Tutti, semplicemente, vivevano e cercavano di cavarsela nelle
situazioni difficili. Perché per Han avrebbe dovuto essere
diverso? Si mise un po’ più diritto, scuotendo la testa. Fin da
quando era molto giovane aveva imparato a contare sempre su se

88
stesso per decidere del proprio futuro e nulla avrebbe cambiato
questa cosa adesso. Tutte queste cause con cui la gente si era
sempre parata le spalle – la Forza, persino la nuova Alleanza
Ribelle – portavano dritto dritto alla tragedia. Del resto, Han
aveva visto abbastanza della vita per saperlo.
Il ragazzo continuò a passare da una posizione all’altra,
difendendosi e parando i colpi di un nemico invisibile. Han era
così impegnato a far finta di non guardare, che non si accorse che
l’unità R2-D2 era arrivata alle sue spalle, finché non lo urtò
emettendo un fischio per attirare la sua attenzione.
“Hai finito di analizzare l’iperguida? Tutto in ordine?” gli
chiese Han.
L’unità R2-D2 rispose con un fischio affermativo e lo superò,
prima che Han avesse il tempo di chiedergli del ricetrasmettitore a
sensori. I pannelli del pavimento tremarono rumorosamente
mentre le ruote del droide li percorrevano, portandolo nella zona
passeggeri. Han stava per voltarsi a chiudere il pannello del
circuito elettrico, quando vide il vecchio fossile fare un cenno
con la mano al droide. Luke aveva sul viso un’espressione di
intensa concentrazione, mentre girava su se stesso in cerchio
sollevando la spada laser da una parte e dall’altra, chiaramente
immerso nel suo mondo.
L’unità R2 si mise accanto a Ben, come se fosse stata il suo
cucciolo fedele: immagine che fu ulteriormente rinforzata da una
mano del vecchio che gli carezzava la testa a cupola.
“È bello volare di nuovo con te, amico mio,” disse il vecchio,
così piano che Han non fu sicuro di aver sentito bene. Non erano
affari suoi, in ogni caso. Si inginocchiò sulla pila di attrezzi nella
cassettina e tornò al proprio lavoro.
“Ben!” sentì chiamare Luke. “Non ti senti bene? Che

89
cos’hai?”
Han si voltò di nuovo, per sbirciare nella parte centrale della
nave. Il vecchio oscillava sui piedi, premendosi una mano sui
capelli canuti. “Ho sentito come una perturbazione nella Forza.
Come se milioni di voci gridassero terrorizzate e a un tratto… si
fossero zittite. Temo sia accaduta una cosa terribile.”
Han smise di far finta di non sentire e si diresse verso lo
spazio angusto dov’erano gli altri.
“Be’,” disse, con l’intento di allietare gli animi “potete
scordarvi di avere guai da quelle lumache imperiali. Ve l’ho detto
che li avrei seminati.”
Il ragazzo aveva in mano la spada laser e stava per affrontare
un droide spia, che Han usava come bersaglio per allenarsi.
Fluttuava e sobbalzava per aria. Dietro di lui, Ciube era
completamente preso dalla sua battaglia personale. Stava
sfidando il piccolo droide astromeccanico in una partita a dejarik,
concentrato sui minuscoli mostri olografici sulla scacchiera
davanti a lui. Fece la sua mossa. Un mostro malmenò uno dei
droidi sulla tavola.
“Non ditemi grazie tutti insieme,” disse Han in tono asciutto.
“Ora stai attento, R2…” cominciò il droide protocollare
mentre Han si sedeva.
Il droide R2 allungò una manina meccanica e toccò lo
schermo. Una delle sue creature si spostò in un altro riquadro.
Chewbecca reagì malissimo e cominciò a sbraitare in Wookiee
contro il droide.
“Ha fatto una mossa leale!” replicò il droide dorato, e
onestamente Han pensò che gli avrebbe agitato anche un dito
sotto il naso, se avesse potuto. “Urlare non ti aiuterà molto.”
“Lascialo vincere. Non è prudente far innervosire un

90
Wookiee.” Han incrociò le braccia sul petto, un sopracciglio
sollevato.
“Ma, signore,” protestò il droide “nessuno si preoccupa di
non far innervosire un droide.”
“Questo perché i droidi quando perdono non staccano le
braccia ai loro avversari.”
Gli occhi tondi del droide protocollare lampeggiarono. “Ho
capito la sfumatura, signore. Propongo una nuova tattica, R2. Fai
vincere il Wookiee.”
L’unità R2 emise un fischio di protesta, ma Han aveva già
spostato l’attenzione nel punto in cui Luke, in piedi al centro
della stiva, maneggiava la spada laser ronzante.
“Ricordati che un Jedi può sentire la Forza scorrere dentro di
lui,” stava dicendo Ben.
“Vuoi dire che… controlla le mie azioni?” chiese Luke,
chiaramente confuso.
“In parte. Ma obbedisce anche ai tuoi comandi.”
Il droide spia fluttuò di fianco a Luke, poi scattò sull’altro
lato, come se si stesse prendendo gioco di lui. Volò alle sue
spalle e fece un’altra mossa rapida come il lampo. Han si rese
conto di trattenere il respiro, mentre li guardava. Un raggio laser
luminoso schizzò fuori dal droide, colpendo Luke alla gamba. Il
ragazzo ruzzolò a terra con un grido spaventato.
A Han venne da ridere… e rise. Naturalmente. “Le strane
religioni e le loro antiche armi contano poco se hai un folgoratore
al fianco.”
E i metodi del vecchio lo avevano appena dimostrato, una
volta di più.
Luke si voltò verso Han. “Non hai fede nella Forza, non è
vero?”

91
Non era ovvio? “Ho girato questa galassia in lungo e in largo.
Ho visto un sacco di cose curiose, però non ho visto niente che
mi abbia convinto che esiste un’unica, onnipossente ‘Forza’ che
controlla tutto quanto. Nessun campo di energia mistica controlla
il mio destino.”
Invece che fulminarlo con un’occhiata, o cercare di iniziare
una discussione per cui Han era più che pronto, il vecchio si
limitò a sorridere.
“Sono soltanto dei semplici trucchi e delle idiozie,” insistette
Han.
Il vecchio si alzò, lisciandosi la tunica marrone mentre
cercava di afferrare qualcosa. Ah… un casco.
“Ti consiglierei di tentare di nuovo, Luke,” disse, sistemando
il grosso casco bianco in testa al ragazzo. La visiera era
abbassata, e di fatto gli impediva di vedere.
“Ma così non vedo niente,” disse Luke, ridendo. “Come
faccio a combattere?”
“Gli occhi a volte ingannano. Non fidarti di loro.”
Alle parole del vecchio, Han alzò gli occhi al cielo. Adesso sì
che sarebbe stato divertente.
Il droide sparò dritto in aria, tornando al punto di partenza.
Luke faceva roteare la spada a destra e a sinistra così alla cieca
che Han quasi fece un salto fra la lama azzurra e le fragili pareti
della sua nave. Ma il droide ci arrivò prima di lui, questa volta
sparando un raggio rovente nel didietro di Luke. Per poco Han
non cadde dalla sedia dal gran ridere, mentre il povero ragazzo
strillava.
“Espandi le tue sensazioni,” disse Ben, imperterrito. “Ci puoi
riuscire, Luke. Fidati del tuo istinto.”
Con grande sorpresa di Han, Luke raddrizzò le spalle e si

92
alzò da terra, rimettendosi in posizione. Le sue mani erano salde,
mentre stringeva la spada laser.
Persino Chewbecca e i droidi si voltarono a guardare. Ma per
quante volte il droide spia gli ruotasse intorno su e giù, nel chiaro
tentativo di spingerlo a voltarsi o a scansarlo, Luke rimase
perfettamente immobile. Han era talmente concentrato a guardare
Luke che l’improvviso dardo di energia partito dal droide lo fece
trasalire.
Ma non sorprese Luke. Il ragazzo maneggiò la spada con
mano esperta, deviando il raggio rosso. Gli occhi di Han si
spalancarono. E quando si tolse il casco, Luke aveva tutta l’aria
di non riuscire a crederci nemmeno lui.
Ben batté le mani. “Visto? Ce l’hai fatta!”
“Io la chiamo fortuna,” borbottò Han, incrociando le braccia.
Una cosa era farlo contro un droide comandato a distanza,
tutt’altra farlo contro un essere vivente.
“Nella mia esperienza, la parola fortuna non esiste,” ribatté
Ben mentre si alzava in piedi con movimenti rigidi. “Quanto
manca, per raggiungere il sistema di Alderaan?”
A dispetto dell’evidente soddisfazione per il fatto che il
ragazzo avesse finalmente battuto il droide spia, Han non poté
fare a meno di notare che il viso del vecchio era ancora pallido.
Avrebbe potuto giurare che qualche tarlo si agitava, sotto le acque
calme del suo aspetto esteriore.
“Una ventina di minuti,” suppose Han. “Se hai bisogno di
riposarti un po’, c’è una cuccetta sul retro.”
“Molto gradita,” rispose il vecchio con un cenno di assenso.
“Terza porta a sinistra,” gli gridò dietro Han, allungando il
collo per seguire con lo sguardo Ben che spariva.
Ciube stava mugugnando su una qualche mossa che aveva

93
fatto il droide, quando Han si voltò a guardare Luke. Il ragazzo si
stava esercitando con alcune mosse che il vecchio gli aveva
mostrato prima, chiaramente immaginandosi di essere un qualche
eroe solitario in una grande battaglia.
Han si rese conto di non sapere niente di lui, se non che aveva
fatto arrabbiare qualcuno delle forze imperiali. Ci sono passato,
pensò. Lo irritava, la propria curiosità nei confronti di Luke.
Come riuscisse a essere così… entusiasta, rispetto all’idea di far
parte di una qualche forza più grande. La sua sopravvivenza era
dipesa così tanto dall’eludere la curiosità altrui, che aveva vissuto
per anni seguendo la filosofia del “niente domande, niente
bugie”. Non chiedeva mai nulla alle persone su di loro, perché
non voleva che a loro volta gli chiedessero delle cose cui non
avrebbe potuto o voluto rispondere.
Ma, di punto in bianco, Han si ritrovò a infrangere le sue
stesse regole. “Quindi, lui è tuo nonno o qualcosa del genere?”
Gli occhi di Luke si illuminarono. “Chi, Ben? Lui è un uomo
importante, sai. Un Maestro Jedi.”
Han sbuffò, pensando che questo era ciò che il vecchio aveva
raccontato al ragazzo. “Non è quello che ti ho chiesto.”
“Oh, no, non è mio nonno. Conosceva mio padre, però.
Hanno combattuto insieme nelle Guerre dei Cloni. È lui che mi
ha dato la vecchia spada laser di mio padre.” E Luke tese l’arma,
perché Han potesse esaminarla.
“Carina.” Han combatté contro il sentimento di rabbia che gli
si era raggrumato sulla bocca dello stomaco. Non poteva vantare
molte qualità onorevoli, ma cercare di non prendere per i fondelli
giovani facilmente impressionabili era una di queste. Si
approfittava solo di persone che se lo meritavano, lui, grazie
tante.

94
“Sì, ma perché il tuo caro, vecchio padre non te l’ha data di
persona?”
Il volto di Luke si incupì, e tutt’a un tratto Han si sentì come
il più grosso mucchio di sterco di rancor esistente al mondo.
Bene. Se la storia di Ben era vera, questo significava che il padre
di Luke era stato un Jedi. E i Jedi erano spariti. Cacciati e uccisi
con la presa di potere dell’imperatore Palpatine.
“Sia lui sia mia madre sono morti quando sono nato,” gli
spiegò Luke. “Sono cresciuto su Tatooine, con mio zio Owen e la
zia Beru.”
Wow. Ma allora era per davvero, fresco fresco di fattoria. “E
loro ti hanno lasciato partire per questo viaggetto?”
Ciube ruggì vittorioso, battendo i pugni irsuti sulla
scacchiera. E se Han avesse distolto lo sguardo, si sarebbe perso
il lampo di dolore acuto e profondo sul viso di Luke. “No… loro
sono…” Il ragazzo si affannava in cerca delle parole. “Sono stati
uccisi. Dall’Impero.”
Come non detto. Mentre Luke gli raccontava tutto quel che
era successo su Tatooine, Han si sentì il più grande mucchio
fumante di sterco di rancor nella storia della galassia.
“Accidenti, ragazzo…” disse Han quando Luke ebbe
terminato. Si sfregò la nuca. “Fammi vedere se ho capito bene. Tu
e tuo zio avete comprato quei due droidi dai Jawa ed è saltato
fuori che nel piccoletto qualcuno aveva nascosto qualcosa che
l’Impero vuole a tutti i costi. Allora lui scappa, sostenendo di
appartenere a un tale Ben Kenobi. Tu lo insegui, scampi per un
pelo all’attacco dei Sabbipodi, dopodiché hai seguito di tua
spontanea volontà il vecchio fossile fino a casa sua, dove lui ha
vissuto da solo per vent’anni. Unicamente con le sue storie
inventate sui Jedi a tenergli compagnia.”

95
Luke annuì, chiaramente senza capire cosa ci fosse di
sbagliato in quella descrizione. Han lo fissava, in attesa. E in
apparenza sembrava che avrebbe potuto aspettare per sempre.
“Ti rendi conto che hai riposto tutta la tua fiducia in un
pazzo… vero?”
“Ben non è un pazzo! Intendevo davvero quello che ho detto:
ho sentito la Forza, prima. Lui non mi ha mentito. Non lo farebbe
mai.”
Oh, accidenti. Han batté la mano sulla spalla di Luke mentre
si alzava. “Stammi incollato, ragazzo. Io farò di meglio che
cercare di legarti a una qualche energia mistica. Io ti insegnerò a
sopravvivere.”
Un flebile allarme risuonò fino a loro, proveniente dalla
cabina di pilotaggio. “Credo che stiamo arrivando ad Alderaan.
Meglio che tu vada a svegliare il tuo amico dal suo riposino.”
Han tornò nella cabina di pilotaggio. Ciube si chinò ed entrò
nella cabina un attimo dopo, sedendosi sul sedile di fianco a lui.
“Molto bene, eccoci qui,” disse Han. “Prepararsi all’uscita
dall’iperspazio.”
Allungò la mano verso una leva sulla console davanti a lui,
tirandola indietro con un movimento lento e continuo. Le stelle
sfrecciavano accanto a loro come strisce di luce bianca, poi
divennero a un tratto punti solidi. Mentre il Falcon cominciò a
sussultare, sobbalzando con violenza avanti e indietro. “Ma che
diavolo…”
Sparpagliato di fronte a loro c’era un campo di piccoli
asteroidi, che sembravano sfrecciare tutti in direzione del Falcon.
Il cuore di Han batteva contro le costole, mentre stringeva i
comandi e virava a sinistra allontanando la nave con una manovra
repentina dal cumulo di rocce spaziali che volavano a tutta

96
velocità in direzione della cabina di pilotaggio. La nave si
inclinava e roteava tra le rocce scure agile come una ballerina,
così veloce che persino a lui girava la testa. Un piccolo pezzo di
asteroide sbatté contro lo scafo e rimbalzò lontano, mentre uno
ancora più grosso sfrecciava verso l’astronave. Han tirò
bruscamente i comandi e il Falcon schizzò verso l’alto prima di
tuffarsi di nuovo verso il basso, evitandolo per pochi metri.
Era la prova più ardua che Han o la nave affrontavano da
qualche tempo a quella parte. Han non riprese a respirare
normalmente finché non riuscirono a oltrepassare l’addensamento
più fitto, e si ritrovarono semplicemente a rimbalzare fra
frammenti e schegge, come in una brutta turbolenza.
Ciube espresse la propria opinione con un ringhio.
Han annuì. “Già, dev’essere stata una qualche pioggia di
meteoriti, una collisione di asteroidi. Non è segnata su alcuna
carta.”
Luke si affacciò barcollando nella cabina, riuscendo a
malapena ad aggrapparsi alla porta prima di catapultarsi dentro.
“Che cosa sta succedendo?”
Han si grattò la testa, l’espressione concentrata mentre
ricontrollava per la seconda volta le carte. “La posizione è esatta,
solo che… non c’è Alderaan.”
“Come sarebbe? E dov’è?” incalzò Luke, lasciandosi cadere
su uno dei sedili dietro di lui. Han si voltò proprio mentre il
vecchio Ben entrava e prendeva posto accanto al ragazzo.
“Sto cercando di dirtelo, ragazzo. È stato del tutto spazzato
via.”
“Cosa?” Luke era sconvolto. “Come?”
“Distrutto,” rispose Ben, la voce pacata che quasi scompariva
sotto i colpi dei detriti rocciosi, che ancora urtavano lo scafo

97
della nave. “Dall’Impero.”
Il vecchio era davvero, pazzo. “L’intera flotta spaziale non
potrebbe distruggerlo. Ci vorrebbero un migliaio di navi con più
potenza di fuoco…” ma Han fu interrotto da un lamentoso bip-
bip-bip proveniente dalla console. “Sta arrivando un’altra nave.”
“Forse loro sanno che cos’è successo…” buttò lì Luke,
sporgendosi in avanti per vedere meglio.
“No, è un caccia della flotta imperiale,” si intromise Ben.
“Guardate la forma: le ali piatte ai lati della cabina sferica. È un
caccia TIE.”
Ciube ringhiò una nota di preoccupazione, mentre la nave
imperiale passava stridendo sopra le loro teste.
“Ci ha seguiti!” esclamò Luke. “Com’è possibile?”
“No, è un caccia a corto raggio,” ribatté Ben. “Non avrebbero
potuto farlo.”
“Ma non ci sono basi, qui intorno, almeno non che io
sappia,” obiettò Han, scoccando un’occhiata a Ben. “Sai
qualcosa che io non so?”
Il caccia TIE sfrecciò verso quella che, a breve distanza da
loro, aveva le sembianze di una stella.
“Se ci identificano siamo nei guai,” disse Luke. Come se Han
non fosse già più che consapevole, di questa preoccupazione.
“Glielo impediremo,” replicò Han. “Ciube, disturba le loro
trasmissioni.”
“Tanto vale lasciarlo andare,” disse Ben, “è troppo fuori
portata.”
“Be’, non durerà abbastanza da poter raccontare d’averci
visto,” disse Han, spingendo i motori del Millennium Falcon
finché la nave non cominciò a tremare rumorosamente in segno di
protesta. “Vediamo di arrivare a portata di tiro.”

98
Luke strizzò gli occhi, praticamente in testa a Han adesso,
mentre si sporgeva verso l’oblò. “Credevo fosse una stella, ma…
sembra quasi una luna…”
Ehi, non poteva essere nemmeno quella… Han ruotò sul
sedile, buttando di nuovo l’occhio alle carte di navigazione.
Alderaan non aveva una luna e…
Fu solo per un istante, ma Han fu certo che il cuore gli fosse
balzato in gola. Perché erano vicini, adesso, più vicini di quanto
Han avrebbe mai permesso loro di arrivare. Riuscì a vedere che la
superficie argentata della luna non era coperta di crateri e
montagne, né da fondali marini prosciugati. Era fatta interamente
di metallo. E l’involucro di quella cosa era costellato da torri,
piastre corazzate e gole profonde fra loro.
Han aveva volato in ogni angolo della galassia, si era infilato
nei suoi fetidi anfratti, aveva visto esplodere stelle e sfiorato da
vicino la morte, tanto da sentirne il gelido respiro. Ma per la
prima volta da molto, molto tempo era troppo sbalordito per
parlare.
Fu il vecchio a mettere finalmente in parole i pensieri di Han.
“Non è una luna, quella,” disse Ben. “È una stazione
spaziale.”

99
CAPITOLO DIECI

“HO UNA STRANA SENSAZIONE, come un


presentimento,” sussurrò piano Luke. Stava ancora sbattendo le
palpebre, quasi potesse cancellare quella visione.
“Già, credo che tu abbia ragione,” disse Han. Si voltò verso
Ciube. “Inserisci l’energia ausiliaria…”
Il Millennium Falcon sobbalzò violentemente, come se fosse
andato a sbattere contro un muro invisibile. Han strattonò le leve
di comando, allungando il braccio per cercare di adattare la
potenza, ma stavano già volando a tutta velocità. Un brivido di
puro panico gli corse lungo la colonna, prima che riuscisse a
estirparlo.
“Perché continuiamo ad andarci contro?” chiese Luke.
“Ci sta risucchiando un radiofaro traente,” rispose Han,
cercando di tenere a bada la propria furia. “Non c’è nulla che io
possa fare. Ci sta attirando.”
Dritti dentro l’hangar spalancato di quell’enorme stazione da
battaglia. Stavano catturando la sua nave. Gli Imperiali stavano
davvero catturando il Falcon, e questa volta Han aveva la
sensazione che non avrebbero lasciato andare via lui e Ciube con
una semplice tiratina d’orecchi. Ruotò sul sedile, la rabbia che gli
fumava dentro mentre spostava lo sguardo da un Luke ammutolito
a un Ben imperturbabile. Non avrebbero mai dovuto accettare
quel lavoro.
Chi se ne fregava, dei soldi. Il Falcon era l’unico bene che
Han possedeva. E, a meno che non riuscisse a farsi venire un’idea
all’istante, non avrebbe più avuto nemmeno quello.
“Ma dovranno faticare per prendermi,” annunciò agli altri,

100
girandosi di nuovo davanti. Una mano gli si posò sulla spalla.
“Non puoi vincere,” disse Ben. “Ma ci sono delle alternative
al battersi. Dimmi, ci sono degli scomparti per il contrabbando,
su questa nave?”
Han sollevò un sopracciglio. “Conosci molti contrabbandieri
di successo che non ne abbiano?”
Ciube emise un agitato verso interrogativo, mentre la nave
veniva trascinata verso la bocca spalancata dell’hangar aperto.
“No, so che cosa ha in mente,” rispose Han, posando una
mano salda sul braccio del secondo pilota. Per quanto odiasse
ammetterlo, i soli gemelli di Tatooine non dovevano aver
completamente prosciugato il cervello del vecchio. “Vai ad aprire
gli scomparti e ordina a tutti di entrarci. Io mi occuperò del resto
qui sopra.”
“Potresti espellere i gusci di salvataggio,” chiese Ben mentre
Ciube si alzava e cominciava a spingerli fuori dalla cabina.
“Hai una vaga idea di quanto costi rimpiazzarli?” lo riproverò
Han, offeso.
“Più o meno della tua vita?” fu la pacata risposta.
Han stava ancora borbottando qualcosa contro il vecchio e le
sue stupide domande quando si girò di nuovo verso la console e
si rimise al lavoro, annotando un appunto veloce sul diario di
bordo. Abbandonata la nave subito dopo essere entrati nel
sistema di Alderaan per motivi di sicurezza. Con un sospiro
rassegnato, eiettò i gusci di salvataggio vuoti. Sentì il boato
quando le ganasce che le tenevano fisse si aprivano, scagliandole
nello spazio.
I suoi gusci di salvataggio. Della sua nave. Quella che aveva
vinto con un vero colpo di fortuna in una partita a carte. Quella
che aveva modificato e riparato per anni e anni. Quella che non lo

101
aveva mai deluso. Non quando era importante. Han si soffermò
qualche momento a guardare il profilo della stazione da battaglia,
che si avvicinava sempre di più. Spense i motori e girò
bruscamente i tacchi, gli stivali che scricchiolavano mentre
raggiungeva gli altri. La sua nave. Il Millennium Falcon si era già
fatto una bella reputazione nel contrabbando di merci. Han non si
era mai vantato di essere il migliore nel suo campo, ma sapeva
fare due più due. Essere in qualche modo coinvolto nella caccia
che l’Impero stava dando a quei droidi avrebbe definitivamente
affondato sia lui sia la sua nave. E se… no, e quando fossero
riusciti a uscire da questa situazione, avrebbe dovuto ridipingerla,
alterarne l’aspetto, darle un nuovo nome. O così, oppure…
comprare una nave nuova. Ma quel pensiero fu come un colpo di
blaster in pieno petto.
Non poteva rinunciare a lei. Così tante persone avevano
rinunciato a Han… lui non poteva fare questo alla sua nave.
Gli scomparti per il contrabbando erano nascosti sotto il
pavimento di uno degli stretti corridoi dell’astronave. Il sistema
di apertura era praticamente invisibile, se uno non sapeva dove
guardare. Ciube aveva lasciato una delle lastre del pavimento
aperta per lui.
Sentì Luke che chiedeva: “Quanto staremo stretti?”
“Molto stretti.” Han si accovacciò, sbirciando dentro lo
spazio angusto prima di infilarcisi. Lo scomparto era così poco
profondo che dovette piegarsi, per riuscire a starci. Ciube doveva
essersi piegato a metà, o raggomitolato su un fianco. Han si voltò
e si ritrovò in bocca un ciuffo di peli del Wookiee. Oh, bella.
Trasformato in carico di contrabbando sulla sua stessa nave.
Questa sì che era decisamente una prima volta. Uno di loro ebbe
l’accortezza di disattivare i droidi, almeno, sebbene il piede del

102
droide protocollare fosse piantato nella sua schiena.
“Ahi, quello era il mio ginocchio!” gridò Luke.
Ciube emise un basso ruggito di scuse.
“Zitti, adesso,” disse Ben, “dovremmo entrare nell’hangar a
momenti.”
Luke emise una mezza esclamazione di sorpresa mentre la
nave scendeva bruscamente una volta, e poi ancora. Il secondo
scossone li fece sbatacchiare da una parte all’altra come dadi in
un bicchiere. Un agghiacciante stridore metallico strappò una
smorfia a Han. La nave si era appoggiata di peso, praticamente
sul ventre, sul pavimento dell’hangar. Non aveva potuto aprire i
pattini di atterraggio senza tradire la loro presenza. Alla fine,
qualcuno doveva essere riuscito a prendere il controllo della
cabina di pilotaggio da remoto, perché la nave si sollevò sui
carrelli a pattini. La rampa di accesso scricchiolò, mentre si
abbassava. Per distrarsi, Han cominciò a sommare mentalmente i
costi astronomici delle riparazioni. Ma una volta che gli
assaltatori si furono riversati all’interno del Millennium Falcon,
con gli stivali che pestavano il pavimento e le voci che
bisbigliavano ordini, fu impossibile ignorarli.
“Perquisite questa nave! Ogni centimetro!”
“Sono stati lanciati i gusci di salvataggio, signore!”
“Dal diario di bordo risulta che hanno abbandonato la
nave.”
Il pensiero nauseabondo di quella marmaglia imperiale che
lasciava una scia di orme sudicie sulla sua nave passò in secondo
piano non appena Han si accorse di quanto stava succedendo. Gli
assaltatori dovevano essere passati sopra le loro teste una decina
di volte, o forse più, e a quanto pareva nemmeno uno di loro
aveva rallentato o si era fermato.

103
Forse l’avrebbero fatta franca.
L’unica cosa che rimaneva da fare era aspettare.

104
CAPITOLO UNDICI

HAN APPIATTÌ la schiena contro la parete accanto al


boccaporto aperto dell’astronave e arrischiò un’altra occhiata alla
rampa. L’ossigeno fresco gli schiarì di nuovo la mente. Lo
scomparto si era talmente surriscaldato che aveva avuto la
sensazione di soffocare.
Buttò un’occhiata a Ciube, in piedi sull’altro lato del
boccaporto, lanciandogli un breve segnale. Il secondo pilota si
ritrasse, acquattandosi nella parte più interna della nave. Han
stava per seguirlo quando la sua attenzione fu attirata da due
assaltatori appostati in fondo alla rampa di imbarco.
“La nave è tutta vostra,” gridò uno dei soldati. Un attimo
dopo si materializzò un gruppetto di uomini addetti all’hangar.
Stavano spingendo un ingombrante carrello rettangolare blu
scuro.
Han lo riconobbe immediatamente: uno scanner. E così,
quegli elmi bianchi non erano vuoti, dopotutto. Avrebbero
perlustrato con i sensori ogni centimetro della nave alla ricerca di
scomparti nascosti.
“Se gli scanner rilevano qualcosa, fate subito rapporto,” disse
l’assaltatore.
Han indietreggiò, portandosi rapidamente nel punto in cui
aspettava Ciube, dietro l’angolo più vicino. Luke e Ben
indugiavano pochi passi dietro di loro. Il ragazzo era il ritratto
dell’agitazione. Han gli lanciò un’occhiata rassicurante, prima di
impostare il blaster sulla modalità di stordimento.
Seguì i rumori della squadra addetta allo scanner, mentre i tre
uomini entravano nel Falcon e si accingevano a mettere in

105
funzione il macchinario. Parlottavano fra loro, mentre si
mettevano al lavoro, spingendo lo scanner in avanti…
esattamente in direzione del Wookiee in attesa. La squadra ebbe
un secondo di tempo per sembrare terrorizzata, poi Ciube ne
stese due a suon di pugni e Han stordì il terzo, facendolo
precipitare in un sonno profondo.
Han si portò le mani attorno alla bocca e gridò: “Ehi, laggiù!
Potreste darci una mano?”
Dovette dar loro un minimo di credito: entrambi gli
assaltatori furono veloci a raggiungere le rispettive pistole, ma
pochissime persone nella galassia erano più veloci di Han a
estrarre un’arma. I due uomini crollarono pesantemente, proprio
com’era successo alla squadra dello scanner.
“Bel colpo,” disse Luke, dando una pacca sulla spalla a Han.
“Grazie, ragazzo. Bene, tu quale vuoi?” E indicò i due
assaltatori.
“Svelti, svelti,” li incalzò Ben, tenendo d’occhio la rampa
mentre Luke e Han toglievano le uniformi ai due assaltatori.
“Oh, cielo!” Il droide protocollare, C-3PO, come lo chiamava
Luke, parve sorpreso di essere stato riavviato. L’unità R2 girava
invece loro intorno per capire cosa stessero facendo.
“Puah!” fece Han, tenendo a distanza la tuta in tessuto nero.
“Pensate che questi tizi abbiano mai sentito parlare di bagno?
Questa uniforme puzza come se ci avesse anche dormito dentro.”
Luke annusò quella che teneva in mano lui e gemette. “Credo
abbiano servito qualcosa di piccante per pranzo, oggi.” Han si
infilò la rigida armatura bianca, allacciando le varie cinghie.
L’elmo puzzava di alito cattivo. “Va’ avanti tu, vecchio. Questo è
il tuo piano.”
La toga marrone scuro di Ben svolazzava dietro di lui, mentre

106
faceva loro strada giù dalla rampa.
Han si buttò un’occhiata dietro la spalla per dire a Luke:
“Dobbiamo tenere i droidi dietro di noi…”
Si udì uno sferragliare metallico in lontananza, e un debole
allarme whomp-whomp-whomp cominciò a suonare. Han scese i
gradini appena in tempo per vedere gli altri assaltatori e la
squadra addetta all’hangar che attraversava di corsa l’uscita. Ben
era immobile, protetto dalla mole del Falcon, il cappuccio tirato
sulla testa.
“Che cosa hai fatto?” gli chiese Han.
“Semplici trucchi e idiozie,” rispose Ben con un sorrisetto.
“Un allarme della sicurezza ha richiamato la loro attenzione.”
Han stava ancora fissando Ben, quando Luke e Ciube
seguirono il vecchio fuori.
“Andiamo,” disse Luke, indicando con un cenno del capo la
vetrata di osservazione due piani sopra di loro. La piccola sala di
comando avrebbe dato loro accesso ai dettagli tecnici della
stazione da battaglia. Se Ben aveva ragione, da lì sarebbero
riusciti a disattivare il raggio traente.
Non ebbero difficoltà a entrare nel turboascensore senza farsi
vedere, e a salire al terzo livello in silenzio. La porta scorrevole si
aprì e Han mise fuori un piede per primo, evitando per un pelo il
gruppo di ufficiali che passava davanti a loro.
“Credo sia quella porta laggiù,” disse piano Ben.
“Va bene, sistemiamo questa cosa.” Han fece strada,
piazzandosi proprio davanti la porta, con Luke e Ciube alla sua
destra. Ma prima ancora che avesse il tempo di premere il
pulsante per entrare la porta si spalancò. L’ufficiale imperiale
balzò indietro spaventato, proprio mentre Ciube cacciava un
ruggito da far paura.

107
Han fece fuoco sull’altro ufficiale, che stava alla console e ai
comandi, togliendolo di mezzo mentre il resto del gruppo faceva
irruzione nella sala dietro di lui.
“Lo sai,” disse Luke mentre si toglieva l’elmo. “Con tutti i
versi che fa lui e tu che spari a ogni cosa che vedi è un miracolo
che non lo sappiano tutti che siamo qui!”
“E lasciali venire!” ribatté Han togliendosi a sua volta l’elmo.
“Io preferisco una lotta a viso aperto a questa mascherata.”
Luke stava ancora scuotendo la testa, quando si voltò verso
Ben. “Stai bene? Sembra che tu abbia visto un fantasma.”
Il vecchio si girò verso la porta da cui erano entrati, la testa
inclinata appena di lato, come in ascolto di qualcosa che il resto
di loro non poteva udire. “Ho avvertito una presenza che non
sentivo da molto tempo…”
“Abbiamo trovato l’attacco del computer, signore,” disse
3PO. “R2 dice che ha trovato i comandi del radiofaro che
trattiene qui la nave. Cercherà di far apparire sul monitor
l’ubicazione esatta.”
Han non aveva nemmeno visto la piccola unità R2 infilare il
suo braccino sonda in una delle prese della console. Mentre lui e
Luke andavano a guardare il monitor, Han si girò e andò di
propria iniziativa a serrare le porte.
“Il raggio traente è collegato al reattore principale in sette
punti diversi,” spiegò C-3PO, ignorando i fischi che provenivano
dall’unità R2-D2. “Una perdita d’energia a uno dei terminali
permetterà alla nave di decollare.”
Ben studiò la mappa sullo schermo. “Non credo che possiate
aiutarmi. Devo andare da solo.”
Grandioso. Fantastico. Han alzò le mani. “Come preferisci.
Non mi stai nemmeno lontanamente pagando abbastanza, per

108
questo.”
Luke ignorò Han, afferrando Ben per il braccio. C’era
un’espressione di panico, sul viso del ragazzo. “Io voglio venire
con te.”
Il vecchio, tuttavia, era calmo come sempre. “Sii paziente,
Luke. Resta e sorveglia bene i droidi. Consegnali sani e salvi,
altrimenti altri sistemi stellari subiranno lo stesso destino di
Alderaan. Il tuo destino è legato a una strada diversa dalla mia.”
Han roteò gli occhi talmente tanto, al tono melodrammatico
di Ben, che avrebbero potuto schizzargli via dalla testa.
“La Forza ti accompagnerà, sempre,” disse Ben. Si tirò il
cappuccio sulla testa, poi tastò la spada laser al proprio fianco.
Quando la porta si aprì, si chinò e si avventurò fuori, nel lungo
corridoio grigio. Luke rimase impalato per un istante, a guardarlo
andare via, prima di richiudere la porta. Han si chinò sulla
console, a controllare il Falcon di sotto. Il droide R2-D2
cominciò a fischiettare come un pazzo, la testa che ruotava
all’indietro, in direzione di Luke.
“Che c’è?” gli chiese Luke.
“Aspetta… rallenta, R2! Signore, temo di non capirlo bene.
Dice: ‘L’ho trovata’, e continua a ripetere: ‘Lei è qui!’’
“Ma chi?” chiese Luke, prima che avesse il tempo di farlo
Han.
“Be’, la principessa Leia, signore.”
“La principessa?” gridò Luke. “È qui?”
Han sbatté le palpebre. “La principessa? Ma di che parlate?”
“Appunto,” intervenne C-3PO, traducendo per loro i bip di
R2. “Livello cinque. Blocco di detenzione AA ventitré.
Purtroppo… è stata condannata a essere terminata.”
Han avrebbe voluto emettere un gemito. Se c’era qualcosa in

109
grado di stimolare Luke all’azione, di sicuro una damigella in
pericolo lo era. Eppure… quel nome gli suonava familiare.
Principessa Leia… Leia… Ma dove l’aveva già sentito?”
“Dobbiamo fare qualcosa!” esclamò Luke.
“Si può sapere di che diavolo parli?” chiese Han.
“Il droide – R2 – appartiene a lei. La principessa ha registrato
un messaggio per Ben, che dice che ha bisogno del suo aiuto per
far avere una cosa nascosta dentro il droide a suo padre ad
Alderaan.”

110
Accidenti. A meno che suo padre non avesse lasciato il
pianeta prima della sua distruzione, nessuno avrebbe potuto
consegnare un bel niente a nessuno.
“Senti, adesso,” cominciò Han. “Non tirare fuori altre idee. Il
vecchio vuole che aspettiamo qui.”
Fu come se non avesse nemmeno parlato. Luke lo ignorò e si
voltò verso i droidi. “Siete in grado di trovare la strada per il

111
blocco di detenzione?”
“Io non vado da nessuna parte,” annunciò Han. Avrebbe
aspettato il tempo che il vecchio avrebbe impiegato per disattivare
il raggio traente, poi sarebbe partito. Con o senza il ragazzo.
No… questo non era esatto. Non sarebbe partito senza il
ragazzo. Luke si sarebbe fatto ammazzare. Una sgradevole paura
gli annodò lo stomaco, mettendoglielo sottosopra.
“Ma quelli la uccideranno!” gridò Luke. “Senti, qualche
minuto fa hai detto che non volevi aspettare qui di essere
catturato. E adesso invece ci vuoi restare.”
Bella tattica, rigirare le parole di Han contro di lui. E bravo, il
ragazzo.
“Marciare dentro la zona di detenzione non era quello che
avevo in mente. Uccideranno anche noi, se ci prendono.”
Qualcosa si accese negli occhi di Luke, e quando guardò di
nuovo Han sul suo viso c’era un sorrisetto scaltro. “È ricca, lei.”
Chewbecca si voltò verso il ragazzo, tutt’a un tratto
interessato, e ringhiò qualcosa.
“Ricca?” ripeté lentamente Han. “Di che genere di ricchezza
stiamo parlando?”
“Senti,” cominciò Luke. “Se tu dovessi salvarla, la
ricompensa sarebbe…”
Han si sporse verso il ragazzo. “Quanto?”
“Be’, più soldi di quanto tu riesca a immaginare!” terminò
Luke.
“Non lo so. Io me ne immagino un bel po’!” Abbastanza da
nuotarci dentro, rotolarcisi e, forse, comprarsi la sua isola
personale su un pianeta su cui Jabba non avrebbe mai potuto
trovarlo.
“Contaci! Tutta per te!”

112
Han si chinò di nuovo sulla console, incrociando le braccia
sul petto mentre soppesava la faccenda. Qualunque somma fosse
in grado di sognare, eh? Una ricompensa di quell’entità gli
avrebbe tolto Jabba dalle costole e avrebbe permesso a lui di…
che cosa, esattamente? Far diventare legali i suoi affari?
Comprare una proprietà e sistemarcisi? Ciube aveva una famiglia
da mantenere, ma che cosa avrebbe potuto farne del denaro Han,
se non reinvestirlo nel Falcon o comprarsi un’astronave nuova?
Il ragazzo poteva anche fare tutti i sogni che voleva, sul
diventare un eroe famoso e salvare principesse, ma Han era solo
un tipo normale che cercava di salvarsi la pelle; e, se ci fosse
riuscito, di salvare i sognatori dalle loro illusioni. Lanciando
un’occhiata preoccupata a Luke, Han cercò di immaginare uno
scenario nel quale il ragazzo sarebbe riuscito a fuggire dalla
stazione da battaglia senza il suo aiuto. Luke poteva anche avere
tanto coraggio, ma c’erano volte in cui bisognava essere spietati
per sopravvivere. Ma se Han fosse stato sincero… avrebbe dovuto
ammettere che gli bruciava, appena un po’ ma gli bruciava, il fatto
che il ragazzo ritenesse che tutto quello che lui faceva lo faceva
per denaro.
“Sarà meglio,” disse a Luke. “Tutta quanta.”
Han guardò Ciube e, quando ottenne un grugnito di
conferma, chiese: “Qual è il tuo piano?”
Luke si guardò intorno, fermando lo sguardo su qualcosa
sulla console. “3PO… passami quei bracciali, per favore!”
Tenendoli in mano, si avvicinò a Chewbecca. “Bene. Ora te li
metterò al polso…”
A Chewbecca quell’idea piaceva più o meno quanto gli
piaceva farsi tagliare il pelo. Emise un ruggito inferocito, colpito
nell’orgoglio.

113
“Ehm, d’accordo. Mettiglieli tu, Han…” Luke si affrettò a
ficcare le manette in mano a Han.
“Non preoccuparti, Ciube. Credo di sapere che cosa ha in
mente. Tranquillo, amico. È solo per finta, capisci,” lo rassicurò
Han.
Eppure, il suo cuore ebbe un piccolo sussulto per come
sembrava preoccupato Ciube, mentre faceva scattare i bracciali
elettronici.
“Padron Luke, signore!” disse C-3PO. “Mi scusi se glielo
chiedo, ma che dovremo fare, R2 e io, se veniamo scoperti qui?”
Luke prese di nuovo l’elmo dell’assaltatore. “Chiudere la
porta!”
“E sperare che non abbiano dei blaster,” aggiunse Han.

114
CAPITOLO DODICI

NEL MOMENTO in cui le porte scorrevoli del


turboascensore si aprirono Han seppe che erano nei guai.
“Non funzionerà mai,” borbottò.
“E perché non l’hai detto prima?” gli sibilò Luke di rimando.
“L’avevo detto anche prima!” Almeno cinque volte, da
quando avevano lasciato la sala di comando. Non era certo colpa
di Han, se Luke sentiva solo quello che aveva voglia di sentire.
Il blocco di detenzione era tutto ciò che Han non avrebbe
voluto che fosse: ben protetto da barriere laser e telecamere e
ottimamente controllato da una decina di ufficiali addetti alla
sicurezza. Uno di loro alzò lo sguardo dalla postazione di
elaborazione dati mentre Han, Luke e Ciube si avvicinavano. Il
labbro gli si arricciò per il disgusto, mentre guardava il Wookiee.
“Dove state portando quella… cosa?”
Han trattenne il respiro, lottando per non perdere il controllo.
“Trasferimento prigioniero dalla cella uno-uno-tre-otto,”
disse Luke. Han fu orgoglioso della facilità con cui la bugia era
uscita dalle labbra del ragazzo. Forse Han lo stava contagiando,
dopotutto.
“Non sono stato avvisato.” Gli occhi dell’ufficiale divennero
due fessure. “Devo chiedere.”
Maledizione. Han lanciò un’altra occhiata nervosa in giro,
prendendo le misure della stanza mentre la guardia tornava verso
la console. Erano a un passo dal vedere la loro storia andare in
fumo. Mentre Luke faceva un passo avanti, Han allungò scaltro il
braccio e aprì uno dei bracciali di Ciube.
Chewbecca non perse tempo. Lanciò le braccia in alto con un

115
ruggito che spaventò persino Han. Il Wookiee gli strappò di mano
il blaster e cominciò a fare fuoco.
“Attenzione!” gridò Han. “È libero!”
“Adesso ci farà a pezzi!” gridò Luke, enfatizzando la cosa
solo un pochino.
Gli ufficiali della sicurezza li fissavano a bocca aperta,
confusi. Era l’attimo di spaesamento di cui Han e Luke avevano
bisogno per tirare fuori i loro blaster. Luke fu rapido a coglierlo,
mentre Han prendeva la mira genericamente verso Ciube, ma i
colpi andavano tutti fuori bersaglio: colpivano le telecamere, i
comandi della barriera laser e, alla fine, le guardie stesse.
Un silenzio calò sul blocco di detenzione, mentre l’ultimo
degli ufficiali addetti alla sicurezza si accasciava in avanti. A Han
le orecchie fischiavano troppo forte perché potesse sentire il
flebile allarme che cinguettava allegramente dalla postazione di
elaborazione dati. Quando se ne accorse, le sue pulsazioni
aumentarono di una tacca.
Si tolse l’elmo e si precipitò verso la console, scrutando
l’elenco dei prigionieri. “Ecco qui… La tua principessa è nella
cella venti-uno-otto-sette. Vai a prenderla, io mi occuperò di
questi.”
Luke annuì, poi salì di corsa i gradini che portavano al lungo
corridoio buio delle celle. Han prese un respiro profondo e si
schiarì la voce, il dito pronto sul comlink. Uno di loro doveva
averlo bucato con un colpo, perché sfrigolava e fumava ancora,
mentre lui pigiava il pulsante per stabilire la connessione.
“Qui è tutto sotto controllo,” disse nel tono ufficiale più
convincente da “io-appartengo-a-questo-posto” che gli riuscì di
fare. “Situazione normale.”
“Cos’è successo?” gracchiò una voce attraverso il ricevitore

116
ancora fumante. Han trasalì, mentre se ne staccava una scintilla.
“Ehm… un inconveniente con armi difettose.” La sua voce
suonò penosamente impacciata alle sue stesse orecchie, perciò
poté solo immaginare che cosa stesse pensando la persona
dall’altra parte. “Ma, ehm, va tutto benissimo qui, adesso, stiamo
bene. Stiamo tutti bene, qui ora. Grazie. Voi come state?”
Si fece piccolo piccolo.
“Mandiamo su una squadra,” fu la risposta immediata.
“Uh, ehm, negativo. Abbiamo una perdita al reattore, qui. Ora
dateci qualche minuto per eliminarla. È una grossa perdita… è
pericolosa.”
“Chi sei? Qual è il tuo numero operativo?”
Oh, bene. Han si inclinò all’indietro, facendo fuoco con il
blaster su tutto quanto il comlink. “Conversazione noiosa,
comunque.” Si portò le mani a coppa intorno alla bocca e lanciò
un urlo giù per il corridoio. “Luke! Tra un po’ avremo
compagnia!”
Ciube gli ruggì una domanda, dalla porta che teneva sotto
controllo, il blaster pronto.
“Ho appena bloccato le porte,” gli disse Han. “Non
riusciranno a entrare…”
Un basso ronzio terrificante provenne dall’altro lato delle
spesse porte metalliche.
“Alle mie spalle! Alle mie spalle!” gridò Han. Il Wookiee si
allontanò in fretta e furia, ritirandosi più vicino alle celle. Il
rumore secco dell’esplosione fece tremare Han fin nelle ossa.
Seppe subito quando riuscirono a fare irruzione. L’ondata di
calore che arrivò dalla porta gli strinò la pelle.
Poi, gli assaltatori si riversarono attraverso il varco che
avevano aperto.

117
Han tossì contro il fumo e l’aria ardente, mentre lui e Ciube
facevano dietrofront e correvano su per il corridoio delle celle. Si
scontrarono quasi con Luke e…
Non capitava spesso che Han si lasciasse cogliere di sorpresa.
Ma in piedi di fronte a lui, i grandi occhi castani fiammeggianti,
il viso in fiamme per la breve corsa che aveva appena fatto, i
capelli scuri che le scendevano in buffi boccoli intorno alle
orecchie, c’era una delle donne più belle che Han avesse mai
visto. Quel viso… dove l’aveva già visto, quel viso?
“Non si esce da quella parte,” riuscì a dire, quando si ricordò
che correvano il rischio di venire fritti e diventare così una
piccola e croccante versione di se stessi.
L’espressione della principessa si indurì: “Direi che avete
tagliato fuori l’unica via d’uscita.”
Il tono era stato scelto per essere tagliente, e andò a segno. I
dolci ed evanescenti sogni nella testa di Han svanirono. Si voltò
verso gli assaltatori che si avvicinavano e sparò un altro colpo.
“Preferivate stare nella vostra cella, altezza?”
Luke trascinò Han e la principessa in una nicchia alle sue
spalle. Si sfilò il comlink dalla cintura, cercando di parlare e far
fuoco contemporaneamente. “C-3PO! C-3PO!”
“Sì, signore?” Il droide si udiva a malapena, attraverso il
comlink.
“Siamo stati tagliati fuori! Ci sono altre vie di uscita dal
blocco di detenzione?… Che hai detto? Non ho capito!”
Se il droide rispose, Han non lo sentì. Tutta la sua attenzione
era concentrata sul flusso apparentemente senza fine degli
assaltatori che si riversavano dal varco aperto nelle porte. Ciube
si ritrasse ancor più vicino a Han, lanciando un’occhiata
preoccupata verso di lui. Se non si davano subito una mossa,

118
sarebbero diventati ospiti permanenti di quel blocco.
Ciube lanciò un guaito, quando un laser gli mancò il muso di
appena pochi millimetri.
“Altre vie di uscita non ce ne sono!” strillò Luke.
Ma certo. Certo. “Non posso fermarli per sempre!” gridò
Han. “Che facciamo?”
“Ma che bel salvataggio,” intervenne la principessa.
“Entrando qui, non avevate un piano per andarvene?”
Han indicò con il pollice Luke, dietro di lui. “È lui il
cervello, dolcezza.”
Luke, se non altro, aveva l’aria un tantino imbarazzata. “Ma
io non…”
Senza perdere un secondo, la principessa strappò il blaster di
mano al ragazzo e si voltò di scatto verso Han. Con una
precisione sconcertante, colpì la grata dietro di lui, sollevandone
schegge di metallo bruciato.
“Ma che diavolo sta facendo?” gridò Han.
“La pelle deve salvarcela qualcuno!” gridò la principessa, lo
sguardo infuocato. Indicò il varco che aveva appena aperto.
“Nello scarico dei rifiuti, giovanotto!”
Uh. Ancora una volta, Han si ritrovò praticamente senza
parole. Si era aspettato lacrime. Baci di gratitudine, forse. Ma
non un affarino di ragazza con l’aggressività di un acklay. Doveva
aver fatto rimpicciolire di paura Vader.
La principessa fece fuoco mentre passava da un lato all’altro
del corridoio. Lanciò la pistola dietro di sé, a Luke, e si infilò
nello scivolo. Chewbecca indietreggiò di scatto con un lamento,
dopo aver annusato nell’apertura.
“Vai là dentro! Vai là dentro, montagna pelosa! Non mi
importa se poi puzzi!”

119
Han gli sferrò un calcio, spingendo il secondo pilota
attraverso la stretta apertura. Luke si acquattò sul suo lato del
corridoio, dando manforte a Han con il suo fucile.
Il ragazzo sembrava un po’ troppo entusiasta di partecipare –
se Han avesse dovuto tirare a indovinare – al suo primo vero
combattimento a fuoco.
“Fantastica la ragazza,” gli disse Han. “Non so se ucciderla o
innamorarmi di lei. Vai dentro!”
Luke gli lanciò un’occhiata esasperata, ma saltò nel buio
dell’apertura. Han sparò qualche altro colpo in sequenza per
creare una copertura di fumo, quindi si tuffò a capofitto giù per lo
scivolo…
Dritto dentro uno dei mucchi di spazzatura più ripugnanti che
la galassia avesse mai visto. Grumi di rifiuti marci mulinavano
insieme alle acque di scarico che venivano pompate lì dentro dai
bagni. Chiazze appiccicose di frutta annerita e cibo non meglio
identificato si appiccicavano a casse malridotte e rottami
metallici. Han riemerse boccheggiando tra i conati di vomito,
contento di avere tenuto la bocca chiusa mentre precipitava. In
alto c’era una sola luce, che illuminava quel poco che c’era da
vedere.
Ciube aveva trovato una passerella che portava a un portello,
ma stava chiaramente facendo fatica ad aprirlo. Lo sciabordio di
Luke che si agitava lì intorno, immerso nel sudiciume fino alla
vita, rimbombava contro le pareti alte fino all’inverosimile.
“Su, Leia,” disse Luke. “Lascia che ti aiuti.”
Leia, eh? Non principessa o altezza… Ma tu guarda il
ragazzo, che chiama per nome una persona di rango regale.
Peccato che non avesse voluto il suo aiuto mentre si arrampicava
sopra una specie di cassa capovolta. Il buio e l’umidità diedero a

120
Han la sensazione di essere precipitati in una palude.
“Finire nello scarico dei rifiuti è stata davvero un’idea
geniale. Che puzza stupenda ci ha fatto scoprire!” esclamò Han in
tono sarcastico. “Usciamo di qui. Togliti di là, Ciube!”
“No!” gridò Luke. “Aspetta!”
Ma Han aveva già impugnato la pistola e fatto fuoco sul
portello. Guardò inorridito mentre il proiettile veniva respinto dal
metallo e rimbalzava per tutto lo scomparto. Sia Luke sia la
principessa si tuffarono nella melma in cerca di riparo e Ciube
ululò offeso.
“Ci avevo già provato!” disse Luke. “È sigillato
magneticamente.”
La principessa si girò verso Han, furiosa. Aveva tutta l’aria di
volerlo strangolare. “Metta via quell’arnese! Finirà per ucciderci
tutti!”
Han fece un gesto di saluto canzonatorio. “Senta, avevo tutto
sotto controllo finché lei non ci hai portato quaggiù. Sa, non gli
ci vorrà molto a scoprire che fine abbiamo fatto.”
La ragazza ebbe l’ardire di sollevare il mento, guardandolo
dall’alto verso il basso. “Be’, poteva andare peggio.”
Quelle parole le erano appena uscite di bocca quando un
lamento disumano tuonò nella piccola camera. Ciube si slanciò
contro il portello, facendosi davvero piccolo.
“Sorpresa!” disse Han. “È già peggio!”
La principessa lo fulminò con lo sguardo.
E Han fulminò lei.
Han fu vagamente consapevole di Luke che diceva: “C’è
qualcosa che si muove qui sotto!”, prima di voltarsi verso la
principessa e borbottare: “Sto ancora aspettando quel ‘Grazie di
avermi salvata dall’imminente esecuzione’. Sarete una

121
principessa ma la vostra maleducazione batte la mia!”
Se si fosse trovato soltanto un centimetro più vicino a lei, non
aveva dubbi che uno schiaffo gli avrebbe cancellato quel
sorrisetto dalla faccia.
“Come osa!” esclamò Leia, la voce alterata: non solo dalla
rabbia, ma anche da qualche altra emozione che ricordava in
modo molto sospetto la sofferenza. “Io sono una senatrice… ero,
una senatrice!”
Persino attraverso la rabbia, un dolore vero le rabbuiò gli
occhi. Quella visione colse momentaneamente Han alla
sprovvista. Avevano avuto tutti quanti una brutta giornata, ma
quella della principessa era stata chiaramente la peggiore di tutte.
“Credo che qualcosa mi ha appena toccato una gamba…”
disse Luke, arrampicandosi su un palo che galleggiava da qualche
parte alle spalle di Han.
“Congratulazioni, vossignoria,” disse Han alla fine. “Vi
aspettate che vi baci la mano? O basteranno un inchino e un
pizzico di umiliazione?”
“Guardate… L’avete visto?” Luke doveva aver indicato
qualcosa, ma Han scacciò l’idea con un gesto della mano, la sua
attenzione totalmente concentrata sul piccolo detonatore termico
con addosso il vestito bianco che bolliva di rabbia e sbraitava
qualcosa in risposta, come se fosse sul punto di andarsene da
qualche altra parte.
“Come se tu ne sapessi qualcosa di buone maniere, razza di
scimmione troppo cresciuto!”
“Ragazzi… dico seria…”
L’ansia nella voce di Luke costrinse Han a voltarsi.
“È tutta immaginazione, ragazzo…”
Luke cacciò un grido rauco, mentre veniva violentemente

122
strattonato verso il basso, nei rifiuti e nella melma, sparendo alla
loro vista.

123
CAPITOLO TREDICI

HAN FISSAVA l’increspatura nell’acqua ricoperta di melma


in cui Luke era stato non più di un secondo prima. Prima fu
l’incredulità a sopraffarlo, poi, con sua grande sorpresa, esplose
la paura. Non solo perché lasciar morire Luke avrebbe
probabilmente mandato in fumo il suo accordo con Ben, ma
perché nessuno, e specialmente un ragazzo innocente, meritava di
annegare in uno schifoso ammasso di rifiuti imperiali.
Han si fece strada verso il punto in cui il ragazzo era sparito.
“Luke! Luke!”
Maledizione: non poteva aver perso il ragazzo, non di già,
non ancora, non per sempre.
“Luke!” strillò Leia, cercando nel liquame.
L’acqua disgustosa li schizzò mentre Luke riemergeva in
superficie. Un viscido tentacolo verde gli stringeva il collo,
tenendolo in una morsa.
“Tieni!” disse Leia, tendendo verso di lui un lungo palo
argentato.
“Sparagli!” gridò Luke. “La mia pistola si è inceppata…”
“Dov’è?” ribatté Han, cercando di prendere la mira.
“Dappertutto!” gridò Luke, prima di essere risucchiato di
nuovo sott’acqua.
Han fece fuoco nella melma, sperando con tutto il cuore di
non colpire la gamba del ragazzo. Avrebbe dovuto cercare di
afferrare Luke, invece, perché quando intravide l’unico occhio
bulbiforme rossastro dalla pupilla a fessura di quella creatura,
capì con certezza con cosa avevano a che fare: un dianoga. Il
mostro dei rifiuti. Il calamaro del liquame. Infestavano le fogne

124
cittadine rovistando alla ricerca di cibo con i loro tentacoli:
quando trovavano qualcosa da mangiare non vi rinunciavano
senza lottare. Han non voleva nemmeno immaginare come una di
quelle creature fosse finita in una stazione da battaglia.
“Luke!” gridò, cercando freneticamente di prendere la mira.
Era un buon tiratore, ma stava sparando alla cieca! Un clangore
metallico gli rintronò le orecchie, così forte che il pozzo parve
tremare insieme a lui. Han rimase concentrato nel tentativo di
togliere la melma, in cerca di un segno di vita. Seguì un istante di
silenzio, quindi Luke schizzò di nuovo fuori dall’acqua,
annaspando e tossendo.
“Prendilo!” gridò Leia, camminando verso di loro. “Cosa è
successo?”
“Non lo so!” rispose Luke, ancora soffocato dal liquame. “Mi
ha lasciato andare di botto!”
Ed eccolo di nuovo lì, il terrore, che si insinuava subdolo in
Han.
“Ho un gran brutto presentimento,” disse agli altri. Il nuovo
motto della sua vita, a quanto pareva. Non c’era bisogno della
Forza, per saperlo per certo.
E dato che aveva più sfortuna di qualsiasi altra forma di vita
della galassia, due pareti opposte brontolarono e cominciarono a
spostarsi in avanti. Gli occhi di Han si spalancarono. Si
trovavano in uno schiacciatore di rifiuti, e se non si fossero levati
di lì nel giro di pochi minuti sarebbero stati spiaccicati.
“Non restate lì impalati!” gridò Leia. “Cerchiamo di
puntellarle con qualcosa.”
La principessa stava faticosamente cercando di sollevare una
trave metallica, con l’idea di incastrarla fra le due pareti che si
avvicinavano a vista d’occhio. Han afferrò un’estremità della

125
trave, aiutando Leia a piazzarla. La forza delle pareti piegò il
metallo come se fosse plastica.
“3PO!” Luke stava gridando nel comlink. “3PO! Rispondi,
3PO! Ma dove sarà finito?”
Era davvero una brutta, brutta, brutta, brutta situazione.
Ciube saltò giù dalla piattaforma per aiutarli, ma non c’era niente
di abbastanza robusto, laggiù, per bloccare l’avanzata delle
pareti. La principessa aveva una lingua tagliente, ma era
minuscola, se paragonata al Wookiee. E più liquame veniva
spinto verso di loro, più alta diventava la catasta, minacciando di
travolgerla.
Han indicò una pila di casse e bidoni. “Salga là sopra!”
“Non ci riesco!” disse Leia. La sua compostezza era andata in
pezzi, e il panico si stava facendo strada dentro di lei. Han fu
scosso da quella visione, e quando provò ad allungarsi per
aiutarla a stare in equilibrio scivolò, cadendo con un tonfo nella
fanghiglia schifosa.
“3PO!” stava ancora gridando Luke. “3PO, rispondi!”
Le pareti erano così vicine, adesso, che Han aveva appoggiato
la schiena contro una e puntato i piedi contro l’altra. Leia cercò
di fare la stessa cosa, ma il vestito zuppo che le si era
attorcigliato intorno alle gambe le rendeva impossibile tirarsi su.
Le imprecazioni che lanciava lasciarono di stucco persino Han.
“Calma, tranquilla,” le disse Han, quando si rese conto che la
principessa si stava facendo prendere di nuovo dal panico.
Allungò il più possibile le braccia verso il basso e cercò di
aiutarla a issarsi vicino a lui. Ma non importava con quanta forza
Han si tenesse e spingesse con le gambe, era come cercare di
sollevare uno Star Destroyer. Leia ghermiva l’aria con la mano
alla cieca, e Han gliela afferrò. Ehi, se fosse morto se non altro

126
sarebbe stato vicino a una bella ragazza.
“Be’, una cosa è sicura,” disse Han, mentre le gambe gli
venivano schiacciate sempre più contro il petto. “Diventeremo
tutti magrissimi!”
“Mi sente, signore?” La voce di C-3PO gracchiò attraverso il
comlink, così inaspettata che Han temette che Luke lo avrebbe
fatto cadere.
“Ferma tutti gli schiacciatori di rifiuti del livello di
detenzione!” strillò Luke nel microfono. “Mi ricevi?”
Troppo tardi. Mentre loro venivano premuti uno contro
l’altro, le pareti ammassavano rifiuti e liquami su, su, su finché
Han non riuscì più a vedere il soffitto. Travi metalliche e casse si
frantumarono e sbriciolarono, cadendo loro in testa. Han faceva
di tutto per cercare di mantenere se stesso e la principessa in
quella posizione, ma dove mai sarebbero potuti andare? Non
c’era via d’uscita.
“Mi scusi?” Il droide pareva confuso.
Possibile che le pareti si stessero muovendo persino più in
fretta, adesso? Han premette forte con la schiena contro una
parete e puntò i piedi sull’altra, nel tentativo di cercare qualsiasi
cosa potesse tenerli in vita, anche solo un secondo di più. Stava
diventando arduo respirare. Piccole schegge di plastica gli si
infilarono negli interstizi dell’armatura da assaltatore,
pungendogli la schiena e il collo.
Han si era sempre aspettato di precipitare insieme alla sua
astronave. Di essere fatto a pezzi in un’ultima esplosione
gloriosa. Ma essere trasformato in una specie di purea di liquame
appiccicoso non faceva parte del piano. Si guardò intorno, in
cerca di qualcosa, qualsiasi cosa, per bloccare le pareti.
“3PO!” gridò Luke. “Ferma tutti gli schiacciatori di rifiuti del

127
livello di detenzione!”
Han provò a tirarsi su ancora un po’, cercando di capire se
Luke stesse ancora bene. Tutto lo scomparto fu squassato da una
specie di terremoto, ma lui era talmente concentrato a cercare il
ragazzo che, all’inizio, non si rese conto che le pareti avevano
smesso di muoversi. I quattro si guardarono l’un l’altro,
trattenendo il respiro increduli. Poi, Han cacciò un grido di gioia,
cui Luke fece eco. Ciube praticamente stritolò il ragazzo nella
sua stretta entusiasta, e persino la principessa abbassò la guardia
quel tanto che bastava per buttare le braccia intorno al collo di
Han.
“Maledetto il mio corpo di metallo! Non sono stato
abbastanza veloce! È tutta colpa mia! Povero padrone!” La voce
del droide stava ancora uscendo dal comlink. Era chiaramente in
panico e aveva scambiato le loro grida di esultanza per strilli di
disperazione.
“3PO, stiamo bene,” disse Luke ridendo. “Sei stato grande.
Potresti aprire il portello di manutenzione del deposito dell’unità
numero… dove siamo? Si guardò intorno, in cerca di una
targhetta.
“Tre-due-sei-otto-due-sette,” disse Han, indicando i numeri
imbrattati di liquame sopra il portello.
Il clic del portello che si depressurizzava e si apriva fu uno
dei suoni più dolci che Han avesse mai sentito in vita sua. Lui e
gli altri si scapicollarono fuori, ritrovandosi in un corridoio
deserto. Guardandosi in giro mentre si strappava di dosso
l’armatura da assaltatore sudicia, Han notò i teli di plastica e i
cartelli di lavori in corso intorno a loro. Bene. Quel settore
sarebbe stato deserto.
“Se riusciamo a evitare altri consigli femminili, dovremmo

128
poter uscire di qui,” disse.
A quelle parole, l’espressione di sollievo della principessa
venne rimpiazzata da una di sdegno assoluto. “Senta, lei io non
so chi sia né da dove venga, ma d’ora in avanti farà quello che io
le dico, capito?”
Han avrebbe voluto spazzar via quelle parole con una risata di
scherno, ma, in verità, il modo intenso con cui lo fissava la
principessa lo intimoriva un po’. Luke non aveva tratto in salvo
un delicato fiorellino.
“Senta lei, vossignoria altezza, mettiamo in chiaro una cosa.
Io prendo ordini da una sola persona.” E Han si puntò un dito sul
petto. “Da me.”
“Mi sorprende che sia ancora vivo!” Leia girò i tacchi, e per
poco non ebbe uno scontro frontale con Ciube. “Qualcuno può
togliermi dai piedi questo grosso tappeto ambulante?”
Han scoccò un’occhiata accusatoria a Luke, mentre la
principessa si incamminava a passo di marcia davanti a loro.
“Non c’è prezzo con questa qui.”
Luke sospirò. “Andiamo.”
Corsero giù per il corridoio deserto e nel momento stesso in
cui incrociava un altro lungo corridoio lucido Han scoprì con
sorpresa che sapeva esattamente dove si trovavano.
“Da questa parte,” disse, portandoli nella direzione opposta a
quella in cui avrebbe voluto dirigersi la principessa. Leia
borbottò qualcosa fra i denti ma li seguì, finché non raggiunsero
una grande vetrata. Sotto di loro, proprio dove l’avevano lasciato,
c’era il Millennium Falcon. E, accidenti, non era mai sembrato
più bello. Anche se presidiato da una decina di assaltatori.
“C-3PO, mi ricevi?” chiese Luke al comlink.
“Per il momento,” rispose il droide. “Siamo all’interno

129
dell’hangar principale, a poca distanza dall’astronave.”
“Siamo proprio sopra di voi. Tenetevi pronti.”
Leia si portò accanto a Han, lanciando un’occhiata tutt’altro
che ammirata alla nave. “È venuto con quella? Ha più coraggio di
quanto credessi.”
“Simpatica.” Han la guardò di traverso. “Andiamo.”
Si avviò lungo il corridoio alla testa del gruppo, svoltando
l’angolo successivo dove immaginava avrebbero dovuto esserci i
turboascensori e… si imbatté giusto giusto in una squadra di otto
assaltatori.
“Sono loro!” gridò uno dei soldati. “Sparate!”
Senza pensare un momento a quanto spettacolarmente stupida
fosse l’idea, Han si lanciò alla carica, sparando forsennatamente
contro la squadra e urlando. Contro ogni probabilità, gli
assaltatori fecero dietrofront e si diedero alla fuga; ma Han non si
fermò. Ciube ruggiva alle sue spalle, i passi pesanti che
pestavano il pavimento dietro di lui. Quelle erano le persone che
avevano imprigionato lui, la sua nave e il suo migliore amico in
questa trappola mortale. Erano le persone che stavano
distruggendo la sua unica, vera occasione di liberarsi una volta
per tutte di Jabba e riprendere il controllo della propria vita. La
rabbia lo spingeva avanti con la potenza di un’onda, facendogli
ribollire il sangue nelle vene. Che ci provassero pure, a
trattenerlo lì. Che ci provassero, a trattenere il Falcon. A eseguire
la condanna a morte della principessa, a far del male al ragazzo…
Aspetta, no: il ragazzo e la principessa non avevano niente a
che fare con questo. Giusto. Questo assalto riguardava il Falcon.
Se anche, per puro caso, tutto questo avesse dato una possibilità
a Luke e Leia di scendere nell’hangar, tanto meglio; ma quella di
Han era vendetta, pura e semplice. Con il cuore in tumulto,

130
sparava selvaggiamente dal blaster, gridando ancora più forte e
affogando ogni altro pensiero che avesse in testa.
Sfortunatamente, il suo coraggio si spense nell’istante stesso
in cui giunse in fondo al corridoio; che, si dava il caso, portava
dritto dentro un hangar pieno zeppo di assaltatori. Gli stivali di
Han scivolarono sul pavimento, nel tentativo di non andare a
sbattere contro di loro. Impallidendo, girò i tacchi e prese a
correre nella direzione opposta, mentre raffiche laser lo
inseguivano giù per il corridoio. Ciube si materializzò davanti a
lui, decisamente confuso.
“Andiamo, andiamo!” gridò Han, trascinando il secondo
pilota verso una porta vicina… Scale! Pareva stessero facendo i
gradini tre alla volta, quasi avessero le ali ai piedi, finché non
raggiunsero il livello inferiore. Han alzò una mano, facendo
segno a Ciube di aspettare mentre faceva capolino con la testa
oltre la porta in fondo alla scala.
L’hangar. Brulicava ancora di assaltatori, ma ce l’avevano
fatta ad arrivare fin lì. Han tirò il Wookiee verso una pila di casse
e si accovacciò, tenendo d’occhio l’arrivo di Leia e Luke.
Ciube borbottò una domanda, allungando una mano per dare
uno scappellotto a Han.
“Lo ammetto, avrei potuto escogitare un piano,” bisbigliò
Han. “Ma alla fine è andata bene così, no?”
Più fissava la sua nave, le piastre metalliche grigie che
brillavano sotto i riflettori potenti dell’hangar, più Han si sentiva
irrequieto. Perché il ragazzo ci stava mettendo così tanto tempo?
E dov’era finito il vecchio fossile? Ogni secondo che sprecavano
era un’altra opportunità di fuga mancata.
“Potremmo andare,” disse piano Han. “Solo io e te. Sarà
rischioso, specialmente se il vecchio non ha disattivato il raggio

131
traente… ma possiamo sempre trovarci un altro lavoro.”
Il Wookiee scosse la testa, la tristezza che gli velava gli occhi.
Han avvertì la riprovazione dell’amico come se Ciube gli avesse
dato un altro scappellotto.
Le parole che Chewbecca disse subito dopo furono per Han
come un pugno in pieno petto. È giusto preoccuparsi per loro.
Hanno bisogno del nostro aiuto.
Han non permetteva mai a se stesso di trovarsi troppo
coinvolto in una causa. Gli andava a genio la Ribellione finché
gli aumentava il giro di affari, come gli andava bene l’Impero
finché, dai suoi affari, si fosse tenuto fuori.
“Io mi preoccupo per loro,” ribatté Han. “Non ci pagano
mica, se riportiamo indietro dei cadaveri.”
Ma le aveva appena pronunciate che già, con sua grande
sorpresa, trovò falso il suono di quelle parole alle sue stesse
orecchie; e avvertì una fitta fastidiosa al petto. Rammentando
quel momento di paura, quando il dianoga aveva trascinato sotto
Luke, e come il terrore avesse incrinato la dura scorza della
principessa quando si era convinta che sarebbero morti
schiacciati, Han non poté fare a meno di riconoscere il
sentimento che gli si era silenziosamente insinuato dentro.
Ci teneva, eccome, a quei due.
Dicono che la battaglia può creare legami indissolubili fra i
soldati, ma Han si rese conto che non era la battaglia in sé, a
farlo, ma il fatto che avevano lavorato insieme, e che ce l’avevano
fatta. In un pugno di ore, era arrivato a capire Luke meglio di
quanto comprendesse alcuni dei suoi amici contrabbandieri che
conosceva da anni.
Ciube borbottò un’altra domanda, in tono innocente. Fece
scorrere una mano sulla testa di Han, ma il contrabbandiere se la

132
scrollò di dosso.
“No!” bisbigliò, puntando il dito verso il Wookiee. “Toglitelo
subito dalla testa. Non ci uniremo a loro e non ci faremo
ammazzare per niente.”
Unirsi alla Ribellione? Non era l’idea di combattere che dava
dei problemi a Han. Ciò di cui stava parlando Ciube era investire
in una causa, prendersi un impegno per il futuro. Essere vincolati
a un’idea.
Ciube incrociò le braccia sul petto. Tu sei migliore di così,
disse.
“Lo pensi davvero?” chiese Han. Qualche volta non si sentiva
affatto migliore di così, lui. A volte si sentiva il più grande
vigliacco della galassia.
“Hai ragione,” ammise. “Non avrei dovuto lasciarli indietro.”
A Han erano stati dati un mucchio di appellativi, nella sua
vita – canaglia, furfante, contrabbandiere – ma non era senza
cuore. Il borbottio in risposta di Ciube fece comparire sulle sue
labbra l’accenno di un sorriso. “Anche a me piace il ragazzo. Ma
a meno che non sia lui a voler venire con noi, ci separeremo sia
da lui sia dalla principessa. Dobbiamo levarci di dosso Jabba.
Altrimenti non c’è futuro per noi.”
Una nuova esplosione di raffiche blaster annunciò l’arrivo di
Luke e Leia nell’hangar. Han balzò in piedi e corse loro incontro.
“Correte alla nave!” gridò, cercando di levarsi almeno qualche
assaltatore dai piedi strada facendo. Con la coda dell’occhio
intravide i riflettori dell’hangar brillare sulla pelle metallica dei
droidi. Si slanciarono in avanti, verso la rampa del Falcon.
“Andiamo, Luke!” gridò Han, tirando il ragazzo per il
braccio. I piedi di Luke erano inchiodati al pavimento, mentre
qualcosa che somigliava molto all’orrore si impadroniva di colpo

133
del suo viso. Han si voltò a guardare il punto che Luke stava
indicando, verso un’altra serie di porte antiblaster aperte.
Due figure – una nera e lucida come una chiazza d’olio,
l’altra incappucciata in un pesante mantello marrone – si giravano
intorno. Le spade laser vibravano loro in mano, diverse l’una
dall’altra quanto coloro che le impugnavano. Una era azzurra,
l’altra rossa come il sangue.
E così quello era Darth Vader, eh? Era sempre terrificante,
rendersi conto che le voci non sono esagerate. L’uomo – creatura
o cosa che dir si voglia – era un gigante e torreggiava sul vecchio.
La sua armatura sembrava abbastanza spessa da tenerlo in vita
persino nel gelido vuoto dello spazio. Le luci del pannello sul
petto lampeggiavano, come avrebbero fatto quelle di un droide.
Le spade sibilavano e sfrigolavano mentre si scontravano;
Ben e Darth Vader danzavano l’uno attorno all’altro come
combattenti esperti, persi nel proprio mondo. Han si rese conto
che li stava fissando con la stessa intensità del ragazzo, e cercò di
nuovo di trascinarlo verso la nave. Gli assaltatori che avevano
inseguito Luke e Leia fin dentro l’hangar avevano rivolto la
propria attenzione al duello con le spade laser.
Ben si voltò, dato che il sopraggiungere dei soldati aveva
richiamato la sua attenzione. Poi guardò più oltre. Nel punto in
cui c’era Luke, ammutolito. E Han. Han non avrebbe potuto
giurarlo – il vecchio era semplicemente troppo lontano – ma
credette che Ben gli avesse rivolto giusto un cenno del capo,
prima di voltarsi di nuovo a fronteggiare Darth Vader. Quindi alzò
la lama, e non fece niente per impedire alla spada laser di Vader
di attraversarlo da parte a parte.
Ma a cadere a terra, anziché il suo corpo in pezzi, fu un
mantello vuoto. Era come se il vecchio fosse semplicemente…

134
sparito. Un ultimo trucco di magia.
Han scosse la testa, sentendosi rizzarsi i peli sulla nuca.
Forse non si era trattato affatto di magia.
“No!” gridò Luke. Han cinse il ragazzo con un braccio e
cominciò a trascinarlo via. Per un secondo, pensò che sarebbe
davvero stato capace di attaccare Vader. Luke era in preda alla
rabbia e all’incredulità.
“Luke, dobbiamo andarcene da qui!” gridò Leia dalla base
della rampa. Gli assaltatori fecero fuoco su di lei, costringendola
a piegarsi e a rifugiarsi al sicuro dentro la nave.
Luke si voltò di scatto un’ultima volta e fece fuoco: non su
Darth Vader, ma sui comandi delle porte antiblaster.
“Dobbiamo andare, ragazzo,” gli disse Han. “Prima che
riattivino il raggio traente!”
L’ultima affermazione strappò Luke dal suo torpore
abbastanza a lungo da consentire loro di salire a bordo del
Falcon. Han si precipitò nella cabina di pilotaggio, dove Ciube
stava già scaldando il motore. Non si rese conto che Luke non
l’aveva seguito finché non buttò un occhio dietro la spalla, oltre
la porta, e vide la principessa che lo consolava.
Han azionò i comandi, e sfrecciarono nello spazio in un
batter d’occhio.
“Bene, Ciube,” disse mentre i caccia TIE ruggivano verso di
loro in lontananza. Solo quattro. Allungò una mano, ad
accarezzare la sua amata nave. Nonostante le batoste che poteva
aver subito, non lo aveva mai deluso quando serviva. “Stiamo
raggiungendo le navi vedetta. Tienile a bada più a lungo che puoi.
Angola gli scudi deflettori, mentre io carico le pistole principali!”
Ciube ruggì in segno di approvazione, allungando una mano
per premere gli interruttori. Han abbandonò il proprio sedile così

135
in fretta che quello continuò a girare su se stesso mentre lui si
allontanava.
Per moltissimo tempo, a chiunque avesse chiesto a Han come
mai viaggiasse da solo, lui avrebbe risposto con la stessa battuta.
Il nome dice tutto: Solo. Ma poi aveva incontrato Ciube, e tutt’a
un tratto quella frase non aveva più funzionato. Il Wookiee
sapeva, anche se Han non riusciva ad ammetterlo con se stesso,
che ciò che faceva più paura al suo amico non era mettere il
proprio cuore in una causa che avrebbe potuto fallire; era perdere
le persone cui aveva aperto il proprio cuore.
Non era libero, non ancora, non finché doveva fare i conti con
Jabba e saldare il proprio debito. Ma anche in seguito, Han non
sarebbe mai stato come Luke. Non era tagliato per fare l’eroe. E,
tuttavia, stava incominciando a sospettare di non essere tagliato
nemmeno per fare il contrabbandiere. I nuovi amici che si era
fatto glielo avevano fatto capire molto bene. Il vecchio si sarebbe
messo a ridere, se avesse saputo quali erano i suoi pensieri in
quel momento, ma doveva essere stato un qualche strano tiro
della sorte – “destino”, lo avrebbe chiamato Ben – a mettere
insieme le persone di quel piccolo gruppo.
Corse nella stiva al centro dell’astronave per incoraggiare
Luke a dirigersi alle torrette di tiro, già immaginando il peso del
grande blaster della nave che girava di qua e di là mentre lui
prendeva la mira. Han sapeva che gettarsi in un altro
combattimento sarebbe stato il modo migliore, sia per lui sia per
il ragazzo, per soffocare il dolore di essere stati costretti a restare
lì impotenti, mentre Ben veniva ucciso. Il vecchio si era
sacrificato per salvare loro. E vedere questo aveva portato Han a
chiedersi che cosa sarebbe accaduto se le loro situazioni fossero
state rovesciate, se fosse stato lui a trovarsi nella posizione di

136
doversi sacrificare. Lo avrebbe fatto? Voleva credere che, sì, lo
avrebbe fatto. Il pensiero gli strinse il petto in una morsa. Quanto
era incredibile che, fra tutti, fosse stato il vecchio a sovvertire il
suo universo, a fargli vedere la verità su se stesso con un
disinteressato gesto di coraggio.
Non era l’uomo migliore della galassia, né il più intelligente e
di sicuro non il più onesto, e non era ben sicuro di sapere cosa
avesse fatto, per meritarsi quegli amici.
Ma, almeno per il momento, gli bastò sapere che non stava
più volando da solo.

137
138
CAPITOLO QUATTORDICI

“NON RIESCO A CREDERE CHE SIA MORTO.”


Quelle erano le uniche parole che giravano e rigiravano nella
testa di Luke, prigioniero di un qualche orribile loop mentre la
nave sfrecciava nello spazio. Non riesco a credere che sia morto.
Si accasciò sulla panca vicino al tavolo da gioco del Millennium
Falcon, le gambe che finalmente cedevano sotto di lui. Non era
più in grado di muoversi. E nemmeno di chiudere gli occhi, non
senza vedere il modo in cui Ben l’aveva guardato soltanto un
attimo prima di…
È morto, pensò Luke. Ma perché non riesco a dirlo?
Perché non faceva che rivedersi davanti agli occhi il momento
in cui Ben aveva disattivato la spada laser e non aveva cercato di
fermare Darth Vader? Quel nome sibilò nella sua mente come
fumo, facendogli drizzare i peli delle braccia. Soltanto vedere
quell’uomo… quella cosa, era stato sufficiente a farlo sentire
come se fosse stato immerso in un blocco di ghiaccio. Lo shock
lo aveva lasciato inerme come un droide con i circuiti fritti.
Succedeva da quando Ben gli aveva detto che Vader aveva
ucciso suo padre.
E adesso, Vader gli aveva portato via un’altra persona.
Luke stringeva così forte il bordo della scacchiera che era
certo che la superficie si sarebbe crepata. Non c’era nessuna
persona – nessuna cosa – nella galassia che Luke odiasse più di
Darth Vader. Sentì che cominciava a tremare, le lacrime che
minacciavano di nuovo di uscire. Luke si sfregò ostinatamente la
faccia. Che vantaggio gli avrebbe arrecato piangere?
Persino mentre la furia rifluiva dentro di lui, quelle fiamme

139
venivano sedate da una paura velenosa ogni volta che si rivedeva
davanti agli occhi le linee sinistre della maschera del mostro.
Com’è che lo aveva chiamato, Ben? Ah, sì: un Sith. Uno che
faceva affidamento sul lato oscuro della Forza, invece che
abbracciarne la luce.
Ben aveva assicurato che la Forza aveva un piano per ogni
cosa, che guidava la loro vita. Ma come aveva potuto, la Forza,
lasciare che accadesse questo? Perché il male doveva vincere e
vincere e continuare a vincere? Luke sapeva che avrebbe dovuto
crederci, ma, il più delle volte, ciò che provava era disperazione.
Vader aveva sconfitto Ben: un guerriero leggendario, un
Maestro Jedi. Cosa sarebbe accaduto, se mai Luke si fosse
trovato faccia a faccia con il Sith? Se il Sith avesse dato la caccia
a lui per trovare i droidi, per trovare la principessa? Luke poteva
contare su qualche ora soltanto di addestramento; mentre Ben si
era allenato per decenni! Eppure, Darth Vader aveva abbattuto il
Maestro Jedi con un sol colpo. Lasciando lì… nulla.
Perché, per quanto sembrasse impossibile, nell’istante in cui
il guerriero dall’armatura nera aveva trapassato Ben con la spada
laser scarlatta, il Maestro Jedi si era volatilizzato. Svanito.
Perché?
E… Luke scosse la testa. Doveva esserselo immaginato. Ma
avrebbe potuto giurare che, tra l’istante in cui aveva sentito il suo
cuore fermarsi di colpo e quello in cui Han lo aveva afferrato,
aveva udito la voce di Ben dentro alla sua testa. Corri, Luke.
Corri!
Ma tutto questo era folle, giusto? Quel genere di cose,
semplicemente, non accadevano. Ben gli avrebbe parlato come…
uno spirito?
Il brivido che gli correva lungo la schiena fu scacciato dal

140
mantello che qualcuno gli aveva appena messo intorno alle spalle.
Luke alzò la testa, che aveva appoggiato sulle braccia, e si trovò
davanti Leia che lo guardava.
La persona che vide era completamente diversa dalla
principessa altezzosa che, subito dopo che lui aveva aperto la
porta della cella, gli aveva buttato un’occhiata e aveva detto:
“Non sei un po’ basso per appartenere alle truppe d’assalto?” Era
una Leia diversa da quella che aveva fatto saltare con un colpo di
blaster la grata dello scivolo dei rifiuti e che gli aveva buttato le
braccia al collo sollevata quando erano riusciti a uscirne. E
questa cosa di lei gli piacque. Non era affatto quello che si
sarebbe aspettato; provò un po’ di vergogna, in effetti, ad
ammettere che aveva davvero pensato che la principessa sarebbe
andata in estasi alla vista di lui che arrivava a liberarla. Lei li
aveva salvati dal suo stesso salvataggio.
Luke emise un sospiro, accettando con gratitudine il
mantello. Avrebbe voluto dire qualcosa, anche soltanto grazie, ma
qualsiasi parola sembrava restargli impigliata in gola.
“Non avresti potuto fare niente. Mi dispiace così tanto, però,”
disse Leia, inginocchiandosi accanto a lui. “Era il generale
Kenobi, vero? Da quel che mi ha detto mio padre, era un grande
uomo.”
Luke annuì, mentre un senso di torpore si depositava dentro
di lui. Conosceva Ben da appena un giorno, eppure era riuscito a
capire che era un grande uomo. Ma c’erano talmente tante cose,
ancora, che non sapeva del Jedi. E, in verità, Ben non gli aveva
riferito alcun dettaglio sulla propria vita, no davvero. Qualcosa, a
quel pensiero, lo fece sentire tradito e gli fece di nuovo ribollire
il sangue.
Io ti ho seguito, pensò Luke, stupito del moto di rabbia che lo

141
stava attraversando. Ho lasciato tutto e ti ho seguito. E tu mi hai
promesso che mi avresti insegnato, Ben! E adesso… cosa
sarebbe successo? Come avrebbe potuto essere il maestro di se
stesso? La spada laser che portava agganciata alla cintura era
fredda e pesante. Il senso di colpa e la paura gli opprimevano la
bocca dello stomaco, rimescolandone il contenuto e facendogli
venire la nausea.
Devi imparare a controllare le tue emozioni, altrimenti
saranno loro a controllare te. Così gli aveva detto Ben, mentre
Luke si stava esercitando con la spada laser. Tutte queste cose
che provava adesso erano legate al lato oscuro della Forza.
All’epoca Luke non aveva compreso come fosse possibile, ma ora
capiva quanto sarebbe stato facile sprofondare nella sua stessa
rabbia impotente. Perdercisi, e non riuscire mai più a venirne
fuori.
“Maledizione. Ma che sto facendo?” disse Luke, tirandosi a
sedere più diritto. “Tu hai appena perso il tuo pianeta…”
“Una perdita è pur sempre una perdita,” ribatté Leia, la voce
tesa. Distolse lo sguardo. “Solo, non dobbiamo lasciare che ci
abbatta. Abbiamo delle cose da fare.”
“Come fai a essere così… forte?” le chiese Luke e continuò:
“Io mi sento… Ieri ho perso la mia unica famiglia, e adesso Ben.
Non sono mai stato fuori dal mondo in cui sono nato prima d’ora,
e adesso mi trovo ad anni luce di distanza. È come se fossi stato
buttato fuori orbita e non so come tornare indietro. Ma come fai,
tu?”
Un’ondata di dolore attraversò il viso di Leia. Si morse il
labbro, facendo un sospiro profondo. “Ho voglia di piangere,”
ammise “continuamente. Ma so che se cominciassi non riuscirei
più a smettere, e questo non sarebbe di alcun aiuto adesso. Non

142
siamo nella stessa situazione, ma conosco bene quello che stai
provando. Cosa significa sentirsi soli…”
“Anche se sei circondato da estranei?” Luke terminò la frase
per lei.
“Esatto!” disse Leia, stringendogli il braccio. L’espressione
sul suo viso era ancora così affranta che Luke avrebbe voluto fare
qualcosa, qualsiasi cosa, per farla sentire meglio. Ma sapeva
anche che era impossibile. Lei lo capiva davvero e lui capiva
Leia.
“Sei stato tu quello che ha trovato i droidi, vero?”
Alla domanda inaspettata Luke alzò la testa. “Già. Li abbiamo
presi dai Jawa – questi mercanti di rottami del deserto – per
lavorare nella fattoria di mio zio. Ho trovato il tuo messaggio su
quello piccolo, mentre cercavo di pulirlo.”
“E sei andato a cercare il generale Kenobi per questo?” gli
chiese Leia.
“Be’…” Luke si accarezzò la nuca, ancora un po’ imbarazzato
per essere stato battuto in astuzia da un droide astromeccanico.
“R2-D2 è corso a cercarlo. C-3PO e io lo abbiamo trovato, e poi
Ben ha trovato noi mentre subivamo un attacco dei Sabbipodi. Ci
ha tratti tutti in salvo. Ma mentre ero via, gli assaltatori sono
arrivati alla fattoria a cercare i droidi e… non trovandoli hanno
ucciso zio Owen e zia Beru.”
Leia si ritrasse con aria affranta. “Luke… non riesco
nemmeno a trovare le parole per dirti quanto io sia dispiaciuta…
tutto questo è successo a causa mia. Volevo così disperatamente
far avere quei piani al generale Kenobi che non ho nemmeno
pensato…”
“No, Leia,” la interruppe Luke, posandole le mani sulle
spalle. “Le uniche persone responsabili delle morti della mia

143
famiglia e di Ben sono l’Impero. Vader. Vorrei che non fosse
andata come è andata, ma loro non sono morti per nulla. E far
avere ai Ribelli le informazioni che hai trovato è l’unica cosa che
conta, adesso.”
Leia abbassò lo sguardo, raddrizzando le spalle mentre
prendeva un altro lungo respiro per calmarsi. “Posso chiederti
una cosa?
“Sì, certo.”
Leia si lisciò le pieghe del vestito, facendo scorrere le dita
sulle recenti chiazze di bagnato. “Perché sei venuto a salvarmi?”
“Perché non avrei dovuto?” replicò Luke, confuso. Avrebbe
forse dovuto lasciarla lì, perché l’Impero eseguisse la sua
condanna a morte?
“Avresti potuto andartene, una volta disattivato il raggio
traente. Sono sicura che era questo il piano per cui faceva il tifo
il nostro amico, il capitano. Tu non avresti dovuto rischiare la
cattura. E il generale Kenobi avrebbe portato le informazioni ai
Ribelli.”
Luke si sentì quasi offeso, che la principessa pensasse che
sarebbe stato capace di andarsene come se niente fosse. “Perché
avevi bisogno di aiuto. Ecco perché. Non c’è bisogno di una
ragione, per aiutare gli altri.”
A quelle parole Leia alzò la testa, e Luke intravide un guizzo
nei suoi occhi. Il suo viso sembrava di nuovo ravvivato dal colore.
“Prima mi hai chiesto come faccio a non perdere la calma.”
Luke annuì. Aveva bisogno di… un modo per andare avanti
senza sprofondare di continuo nella rabbia. Non poteva mancare
di rispetto al ricordo di Ben, ignorando quello che il Jedi aveva
cercato di insegnargli. Aveva bisogno di un modo per uscire da
quella spirale di odio, e Leia sembrava averne trovato uno.

144
“Penso a quando ero molto piccola, e correvo all’impazzata
per il palazzo giocando a nascondino con mio padre e mia
madre.” Accennò una risata, sorridendo a quel ricordo. “Erano
tutti e due così impegnati e importanti – reggevano il peso
dell’universo sulle proprie spalle – ma avevano ancora questa
immensa capacità di divertirsi e di amare. E la speranza. Non
hanno mai rinunciato all’idea che la galassia potesse essere un
luogo sicuro, pacifico per tutta la vita. Unirmi alla Ribellione mi
ha finalmente permesso di trovare una voce vera, un modo
concreto di lottare per i cambiamenti in cui credevo. E adesso,
combattere al loro fianco sarà il mio modo per onorare i miei
genitori e la mia gente. Mi dà una ragione per superare tutto
questo e andare avanti. E… forse sarà così anche per te.”
Luke aveva attraversato una tale varietà di emozioni, negli
ultimi giorni: l’orrore per la perdita della propria famiglia,
l’esaltazione di volare finalmente nello spazio, la frustrazione
dell’addestramento, il terrore di venire ucciso e il tentativo di
battere l’Impero… ma alle parole di Leia, avvertì qualcosa di
nuovo: la speranza.

145
“Già,” sussurrò. “Credo che mi piacerebbe.”

146
E quando Leia gli rivolse un abbozzo di sorriso fu finalmente
capace di restituirglielo.
Nello stesso momento, Han fece irruzione nella zona centrale
della nave con il viso arrossato e i capelli scompigliati.
“Avanti, amico!” dichiarò. “Non è mica finita! Mi serve il tuo
aiuto. Non fai che ripetere che sai pilotare e sparare. Bene,
adesso è il momento di dimostrarlo.”
Luke era esausto, sfinito dalla giornata, ma quello faceva
proprio al caso suo. Restituì il mantello a Leia con uno sguardo
carico di gratitudine e disse a Han: “Fammi strada.”
Han sorrise, assestandogli una pacca sulla schiena. Luke lo
seguì di corsa attraverso la nave, fino a una scaletta che si trovava
esattamente al centro. Alle estremità della scaletta c’erano le
torrette di tiro.
“Prendi semplicemente la mira e spara… e cerca di tenere il
passo con me, se ci riesci!”
Un brivido di eccitazione si fece finalmente strada dentro
Luke, mentre si lasciava scivolare giù, lungo la scaletta.
Dall’esterno della nave aveva visto che c’erano due lunghe
torrette, una in cima alla nave e l’altra sotto. “Sì, certo, ora ti
faccio vedere io…”
Luke saltò sul sedile dietro il cannone e prese le cuffie che
erano lì appese.
“Ci sei, ragazzo?” disse la voce di Han attraverso le cuffie.
“Sì, pronto,” rispose Luke. Si rilassò, solo un po’, quando
vide i veri comandi. Aveva un oblò per guardare fuori, ma c’era
anche uno schermo per prendere la mira sul bersaglio. Decine di
puntini lampeggianti rossi sciamavano verso quello verde, che
rappresentava il Falcon. Impugnò saldamente il comando che
azionava il cannone laser e fece ruotare quell’affare pesantissimo

147
sul suo sostegno. Eppure… sarebbe stato ben diverso che sparare
ai topi raghi nel Beggar’s Canyon; persino lui lo sapeva. Ma non
avrebbe deluso Han o gli altri. Luke posizionò i pollici sui
pulsanti pronti per far fuoco.
“Bene, stai all’erta!” disse Han.
Leia doveva essersi spostata nella cabina di pilotaggio con
Chewbecca, perché fu la sua voce a insinuarsi nelle sue orecchie
subito dopo. “Ecco, ci siamo!”
Prima di vederli sfrecciare oltre l’oblò come stelle cadenti li
sentì, i caccia TIE. Un suono lancinante, come se i motori della
nave si fossero messi di colpo a strillare. Ach! Nonostante si
sentisse calmo, Luke sobbalzò al rumore improvviso e i pollici
premettero i pulsanti. Accidenti. Si costrinse a non stritolare i
comandi e a prendere davvero la mira, prima di fare fuoco di
nuovo. Il cannone sparò una raffica di raggi laser, inseguendo i
caccia nello spazio senza mandare a segno un colpo.
Il Millennium Falcon sobbalzò come un dewback
imbizzarrito sotto i colpi dei caccia TIE. Luke fu certo di aver
sentito puzza di fumo, ma lo tenne per sé mentre si
materializzavano altre tre navi imperiali. Quando colpirono di
nuovo il Falcon, Luke fu quasi sbalzato dal sedile.
“Sono troppo veloci!” disse a denti stretti. Il sudore gli
appiccicava i capelli alla faccia e la tunica alla schiena.
Il boato di un’esplosione, da qualche parte sopra la sua testa,
e un grido di esultanza da parte di Han furono l’unica risposta
che Luke riuscì ad avere. Ne aveva colpito uno, dunque. Luke
raddrizzò le spalle, concentrandosi di nuovo sui caccia. Non
avrebbe permesso che Han si prendesse tutto il merito.
“Abbiamo perso i controlli laterali,” riferì Leia.
“Niente paura, la nave reggerà,” ribatté Han, ma si dimenticò

148
di chiudere il microfono quando aggiunse, a voce bassissima:
“Sentito, bellezza? Reggerai.”
In qualche strano modo, Luke cominciò a sentirsi meno teso
durante la battaglia. Non era poi tanto diverso da come si era
sentito quando maneggiava la spada laser. Il cuore in tumulto si
era stabilizzato su un ritmo costante. Lo sto facendo, pensò. Lo
sto facendo per davvero. Riusciva a prevedere da quale direzione
sarebbero arrivati i luccicanti caccia TIE neri e argentati, le loro
manovre elusive finché, finalmente…
La violenta esplosione della nave imperiale distrutta accecò
momentaneamente Luke. Il brivido della vittoria lo attraversò da
capo a piedi, tirandolo più su di quanto avesse ritenuto possibile.
Sferrò un pugno in aria. “L’ho preso! L’ho preso!”
“Sei grande, ragazzo!” esclamò Han mentre colpiva un altro
caccia TIE, spedendolo a volteggiare nello spazio come una
cometa fumante. “Ma non montarti la testa, adesso!”
A Luke non importava nemmeno più che Han – che non
poteva avere più di una decina di anni più di lui – continuasse a
dargli del “ragazzo”. La cosa lo aveva infastidito le prime volte,
soprattutto perché non aveva fatto che consolidare tutto ciò che
Luke aveva odiato della sua vita su Tatooine. Si era sentito come
se non fosse mai stato destinato a crescere, ad andarsene da lì,
come se la sua sorte fosse quella di vivere per sempre nel cuore
del deserto con gli zii e un gruppo di amici di Anchorhead, cui
non era nemmeno molto sicuro di piacere: perché, seriamente, chi
mai darebbe a qualcuno che gli piace il soprannome di Vermetto?
Luke aveva fatto domanda per l’Accademia Imperiale qualche
mese prima, nella speranza che durante l’anno zio Owen
smettesse di considerare una questione di vita o di morte che
Luke mandasse avanti la loro piccola fattoria. Sperava che lo

149
avrebbe lasciato partire. C’erano stati momenti in cui Luke aveva
davvero creduto che non sarebbe mai uscito dai colori del
tramonto dell’atmosfera di Tatooine.
Adesso, il solo pensiero lo fece sorridere. Perché anche se era
un “ragazzo”, lui e il suo migliore amico, Biggs, avevano volato
fra le pareti frastagliate del Beggar’s Canyon a bordo del loro
skyhopper T-16. Aveva spuntato le ali della nave contro la roccia
così tante volte, che era un vero miracolo se era ancora vivo. Ma
non si era fermato, non prima di essere riuscito a colpire quasi
tutti i topi raghi, quando quelle mostruose piccole pesti pelose
scorrazzavano tra i burroni e i letti asciutti del canyon. Non si era
fermato prima di essere riuscito a battere il record di volo nel
canyon.
E questo ragazzo era più che felice di mostrarlo al capitano; e
di farlo in onore di Ben.
Luke distrusse i due caccia TIE successivi che ebbero la
sventura di finire sul suo schermo di tiro.
Sono nello spazio, non faceva che pensare Luke. E lo sto
davvero facendo. Eppure, anche mentre guardava esplodere le
navi imperiali, stentava a crederci. Non riusciva a farsi una
ragione del fatto che la sua vita fosse cambiata così tanto in
appena una manciata di ore, non giorni, settimane, anni. Luke era
scioccato di non aver avvertito il contraccolpo.
“Ce ne sono ancora due, in arrivo,” annunciò Leia.
“Ci penso io!” gridò Luke.
“Non se lo faccio prima io!” Dal tono della sua voce, si
sarebbe potuto dedurre che Han si stava divertendo almeno
quanto Luke.
Facendo di nuovo ruotare il sedile Luke tenne i pollici sui
pulsanti per fare fuoco. Il cannone gli vibrò tra le mani mentre

150
mirava con precisione al caccia TIE, che stava cercando di colpire
il Falcon da sotto. Trasse un profondo respiro, puntò il laser
sulla nave imperiale e rimase a guardare, praticamente balzando
su dal sedile quando la vide esplodere.
L’ultimo puntino nemico sul radar scomparve mentre Han
eliminava il caccia TIE rimanente. Il Falcon rimbombò, investito
dall’onda d’urto dell’esplosione finale.
Si erano finalmente liberati dei loro inseguitori.
Luke rise sollevato. “Ce l’abbiamo fatta! Ce l’abbiamo fatta!”
Si alzò dalla postazione di tiro così di fretta che fu strattonato
di nuovo all’indietro dal cavo delle cuffie. Districandosi dal filo
lanciò via il dispositivo e si arrampicò su per la scaletta, nello
stesso momento in cui Han scendeva dalla sua. Il contrabbandiere
afferrò Luke per le spalle, sorridendo da un orecchio all’altro.
“Bel colpo, ragazzo! Ti hanno insegnato a fare questo, nella
fattoria?”
Luke scosse la testa, la scarica di adrenalina che si stava
esaurendo. Han non l’aveva detto come un’offesa – almeno, Luke
non credeva che lo avesse fatto con quell’intenzione – ma le
parole lo ferivano ancora. Non era soltanto un giovane fattore.
Aveva sempre voluto essere qualcosa di più.
Superarono Chewbecca, che era impegnato a ripescare C-3PO
da dove era caduto, in uno scomparto che doveva essersi
spalancato. R2-D2, al fianco di Ciube, emise un bip,
incalzandolo.
“È terribile, vero? Sono mutilato…” La voce di C-3PO si
affievolì, mentre entravano nella cabina di pilotaggio.
“Non male come salvataggio, eh?” fece Han, buttando i guanti
sul sedile più vicino. Luke entrò subito dietro di lui, in tempo per
vedere Leia che si alzava dal posto del pilota e si spostava in uno

151
dei due sedili dietro. “Certe volte stupisco persino me stesso.”
Leia scoccò a Han un’occhiata di totale disprezzo. “Credo
che non le accada di rado.”
A quelle parole il morale di Luke salì un altro po’. Se non
altro, non avrebbe dovuto competere con Han per attirare
l’attenzione di Leia. Come gli aveva spiegato una volta zio Owen,
alcune creature erano, semplicemente, nemici naturali. Non
avrebbe potuto lasciare quei due da soli; non perché temesse che
il contrabbandiere avrebbe potuto provarci con Leia, ma perché
era sinceramente preoccupato che, alla fine, avrebbero potuto
cercare di saltare alla gola l’uno dell’altro.
“E poi,” proseguì Leia, sollevando il mento. “Ci hanno
lasciati andare. È l’unica spiegazione alla facilità della nostra
fuga.”
“È stato facile?” disse Han incredulo, lasciandosi cadere nel
sedile del pilota. “E stato facile secondo lei?”
“Probabilmente ci stanno tracciando, nella speranza che li
portiamo dai Ribelli.”
A quelle parole, Luke si sentì il sangue gelare nelle vene. Lui
non l’aveva nemmeno presa in considerazione, quella possibilità.
Forse era davvero un giovane, stupido fattore che aveva bisogno
di un buon confronto con la dura realtà.
“Non questa nave, sorella!” ribatté Han, allacciando le
braccia dietro la testa con sicumera.
Luke avrebbe potuto giurare, dal modo con cui cercava di
controllare non solo la propria espressione ma anche il proprio
tono di voce, che Leia era frustrata. “Se non altro, le informazioni
dentro R2 sono intatte,” disse.
“Ma è così importante? Che cosa c’è là dentro?” chiese Han.
“Tutto lo schema tecnico della Morte Nera,” rispose la

152
principessa.
“Che cosa?” fece Luke. Per poco non trasalì per la sorpresa.
Non avrebbe mai perso di vista l’unità R2-D2, se lo avesse
saputo! Non era ben sicuro di quali aveva pensato potessero
essere, “le informazioni vitali per la sopravvivenza della
Ribellione” menzionate dalla principessa nel suo messaggio,
ma… dovevano essere quelle!
“Spero solo che quando i dati verranno analizzati si troverà
un punto debole. Dovrà pure esserci un modo per distruggerla,”
disse Leia. “Abbiamo ancora una possibilità. Non è ancora
finita!”
Tutt’a un tratto, Han parve un animale selvaggio che fosse
stato ricacciato nell’angolo. “Lo è per me. Senta, io non sto qui
per la sua rivoluzione. Io mi aspetto di essere ben pagato per il
disturbo.”
Luke sapeva che il suo nuovo amico non era esattamente
nobile, né avrebbe mai finto di esserlo, ma… possibile? La
delusione esplose come una detonazione dentro di lui. Luke
scosse la testa. Dopo tutto quello che avevano passato, possibile
che si riducesse ancora tutto a una mera questione di denaro?
Non poteva essersi sbagliato su di lui fino a quel punto… giusto?
“Ho già i miei problemi, di cui occuparmi,” borbottò Han,
tornando a guardare fuori, verso le stelle.
Leia fu colta di sorpresa dalla sua risposta, e se Luke aveva
pensato che fosse arrabbiata prima, quello era nulla paragonato
ad adesso. La sua voce era più fredda del gelido vuoto dello
spazio. “Non si preoccupi per la sua ricompensa. Se ama soltanto
il denaro riceverà solo quello!”
Era quello il problema, giusto? Luke sapeva che a Han
interessavano i suoi crediti, ma non erano l’unica cosa cui teneva.

153
Luke aveva visto del bene vero, in lui. O, ehm, per lo meno un
potenziale a fare il bene quando non era distratto dai pensieri del
suo conto in banca.
Il sorriso di Han si spense, solo per un secondo, mentre Leia
si voltava e si incamminava verso la porta della cabina di
pilotaggio.
“Il suo amico è un vero mercenario,” si rivolse a Luke con
voce abbastanza forte da essere sicura che Han avrebbe sentito.
“Mi domando se tenga realmente a qualcosa… o a qualcuno.”
“Io sì!” ribatté timidamente Luke.
“Che dolce, ragazzo,” commentò Han con una risatina.
Luke arrossì, mentre occupava la sedia vuota del secondo
pilota di Chewbecca. Avrebbe potuto contare le ragazze della sua
età che aveva conosciuto su Tatooine sulle dita di una mano, ed
erano tutte impegnate. Era già abbastanza difficile farsi venire in
mente che cosa dire a una ragazza, senza che fosse anche la
persona più incredibile dell’intera galassia.
Cercando di mostrare indifferenza Luke gli chiese: “Allora…
che ne pensi di lei, Han?”
Han sollevò un sopracciglio. “Sto cercando di non pensarci,
ragazzo.”
“Bene,” borbottò Luke sottovoce.
“Però… ha coraggio,” aggiunse Han. “Non so, tu che ne dici?
Credi che una principessa e un tipo come me…?”
“No.”
Luke si rese conto del proprio errore quando alzò lo sguardo
da sotto il ciuffo e vide il sorriso canzonatorio sulla faccia di
Han. Il contrabbandiere stava ancora ridendo quando spinse in
avanti la leva di fronte a lui, lanciando la nave nell’iperspazio.

154
CAPITOLO QUINDICI

LA QUARTA LUNA che orbitava intorno al pianeta Yavin


somigliava a qualcosa uscito da uno di quei libri di fiabe che era
solita leggergli zia Beru. All’epoca, Luke non doveva essere più
alto di R2-D2 e, non avendo visto nulla a parte le dune luccicanti
fuori dalla propria finestra, non poteva immaginare a cosa
somigliasse un albero. Sua zia aveva un cuore tenero e gentile, se
paragonato a quello di zio Owen, che era stato indurito e segnato
da anni di delusioni.
Un giorno in cui zio Owen aveva da fare a Mos Eisley, la zia
lo aveva portato ad Anchorhead, la città avamposto più vicina, per
utilizzare la connessione HoloNet. Le immagini tridimensionali
avevano fluttuato nello spazio davanti a lui, ma non gli erano
sembrate reali; non aveva potuto toccarle, né sentirne l’odore. Il
cuore gli si strinse dolorosamente nel petto, al pensiero degli zii.
Ogni volta che Luke chiudeva gli occhi vedeva ciò che gli
assaltatori avevano fatto alla sua famiglia, alla loro proprietà,
quando erano arrivati a cercare i droidi. Credeva sinceramente a
ciò che aveva condiviso con Leia; non glielo aveva detto per farla
sentire meglio o attenuare il suo senso di colpa, sapendo che
anche lei soffriva per una perdita. Luke avrebbe sempre creduto
che le uniche persone da biasimare erano i soldati dell’Impero.
Ma era anche sicuro che non avrebbe mai scordato il terrore
che lo aveva sopraffatto quando si era precipitato a casa, di
ritorno da Ben, a bordo del suo landspeeder. Una parte di lui
sapeva che era troppo tardi, ma aveva continuato a sperare. Fa’
solo che riesca ad arrivare lì in tempo. Fa’ che sia la fattoria di
qualcun altro. Fa’ che stiano bene… Le grandi volute di fumo

155
che salivano dai resti della sua casa divorata dalle fiamme erano
state ben visibili da chilometri di distanza, un segnale di fumo
nero contro il cielo. Troppo tardi. Luke le odiava, quelle parole.
Troppo tardi. Non gli era rimasto altro da fare, se non seppellire
le persone che lo avevano cresciuto.
Leia gli buttò un’occhiata, quasi riuscisse a sentire i suoi
pensieri. Senza una parola, fece scivolare la mano nella sua e
gliela strinse brevemente ma con forza. Un piccolo gesto che fu
rassicurante, ma non calmò la sua mente né lo aiutò a
interrompere il circuito dei pensieri.
Nei rari momenti in cui non desiderava con tutte le sue forze
di essere stato a casa, così avrebbe potuto proteggere la sua
famiglia, si ricordava di ciò che gli aveva detto Ben: che anche lui
sarebbe stato ucciso. Cosa che non alleviava il dolore pulsante
che gli trafiggeva il petto ma lo rendeva più determinato che mai
nel fare tutto ciò era nelle sue possibilità per distruggere l’Impero
e tutto quello che rappresentava. Prima, però, la Ribellione
avrebbe dovuto accettarlo. E questo… non era esattamente
scontato.
Il Falcon scese in picchiata attraverso le nuvole soffici come
piume, che si aprirono rivelando una distesa infinita di chilometri
di un folto verde intenso. Era di una tonalità che Luke non aveva
mai visto in vita sua, nemmeno negli abiti. Gli alberi erano così
fitti e addossati gli uni agli altri che non riusciva a distinguere il
terreno attraverso il fogliame.
Per un orribile momento pieno di imbarazzo Luke non riuscì
a farsi venire in mente una parola per descriverlo. Poi, Han venne
in suo aiuto.
“Giungla,” sbottò Han. “Spero che tutti abbiano messo in
valigia lo spray contro gli insetti.”

156
“Ecco!” Leia si protese in avanti, fra Chewbecca e Han,
indicando una postazione di vedetta e il soldato che lì faceva la
guardia. “Saranno nei templi subito dietro quel… Vedete?”
Erano talmente concentrati a guardare le imponenti piramidi
di pietra scura appena comparse, che si persero la raffica rossa
sparata da un cannone nascosto fra gli alberi. Tutti tranne Han
furono sbalzati via dal proprio sedile. Luke si rimise in piedi e si
voltò di nuovo verso l’oblò. Stavano davvero sparando al Falcon?
Alla faccia della calorosa accoglienza!
“Begli amici avete, altezza!” ringhiò Han, allungandosi a
prendere il comlink. Leia lo precedette, regolando la frequenza
finché non trovò quella che stava cercando.
“Qui parla…” Leia fece una pausa, e una profonda tristezza
le attraversò il volto. Luke si chinò verso di lei e le posò
brevemente una mano sulla spalla, ma si sentì confuso davanti
alla sua espressione. Si stava sforzando di trovare le parole. “Leia
Organa. Codice di autorizzazione delta-alfa-ni-cinque-cinque.
Richiedo permesso di atterrare.”
Seguì un breve silenzio, che spinse Luke a serrare le mani
intorno ai braccioli del proprio sedile. Poi grida di giubilo
esplosero dalla radio, un chiasso troppo forte e indistinto per
discernere quello che ognuna delle voci stava cercando di dire. La
loro crescente eccitazione si tradusse in un brusio nelle orecchie
di Luke.
“Accordato.” La voce che rispose era grave, profonda. “Usate
la piattaforma di atterraggio vicino al tempio orientale. Vi
rimorchieremo dentro l’hangar.”
“Non ce n’è bisogno,” disse Han a voce alta. “Non abbiamo
intenzione di fermarci.”
Sul serio? pensò Luke, sfregandosi le mani sulla faccia. Han

157
non avrebbe preso in considerazione quell’idea nemmeno un paio
di ore prima di andarsene? Forse… forse semplicemente non
capiva per che cosa stavano lottando. Si scambiò un’occhiata
esasperata con Leia, mentre lei parlava con il capitano attraverso
il comlink.
C’era tempo per lavorarsi Han ai fianchi, per fargli capire
quanto sarebbe potuta essere importante la sua presenza in quella
lotta. Ma prima…
Luke si sporse verso l’oblò, appoggiando le braccia sullo
schienale del sedile di Chewbecca. Stava cercando di assimilare
la giungla, i templi, le tracce dei generatori di energia e delle
difese laser, tutto con un unico colpo d’occhio, piuttosto che
lasciare che tutte quelle cose lo riscaldassero lentamente, nello
stesso modo in cui un pannello solare assorbe il sole.
Luke si morse il labbro, non volendo risultare ridicolo
facendo alla principessa un milione di domande alla volta.
Specialmente ora che lei si era tranquillizzata, e pareva persa nei
propri pensieri. Certo. Per lei quello scenario era assolutamente
normale, giusto? Lei c’era abituata, a trovarsi nel bel mezzo di un
combattimento. Luke avrebbe dovuto fare un bello sforzo, per
non mostrare esattamente quanto inesperto fosse in realtà. I capi
della Ribellione non lo avrebbero mai lasciato volare, se avessero
saputo quanto piccolo era stato il suo mondo fino al giorno
prima.
Calma e sangue freddo, ordinò a se stesso, appoggiandosi
allo schienale del sedile. Non pensare al fatto che probabilmente
preferirebbero uno più grande, con più ore di volo all’attivo.
Qualcuno come… Han.
Quest’ultimo continuava a comportarsi come se non gli
importasse nulla della sorte dei Ribelli, ma solo dei soldi che

158
doveva intascare. Luke lasciò montare la propria frustrazione,
prima di esternarla. Era un pilota bravo quanto Han. Gli serviva
solo l’occasione per dimostrarlo.
Il Falcon atterrò dolcemente su una radura aperta di fango,
sprofondando di pochi centimetri. Leia aspettò giusto il tempo
che serviva a Han e Chewbecca per concludere le procedure di
atterraggio, prima di alzarsi, sistemarsi i capelli e il vestito e
ritornare dai droidi.
Luke si alzò e la seguì attraverso la nave, fino al boccaporto.
“Questo posto è un’altra cosa.”
“Alla Ribellione piace usare strutture preesistenti su pianeti
remoti. È più difficile seguire le nostre tracce, se possiamo fare i
bagagli e andarcene in qualsiasi momento,” gli spiegò Leia,
appoggiandosi al portellone. “Questi templi sono stati costruiti
dai Massassi migliaia di anni fa, e sono ancora in piedi. Difficile
da credere.”
Aveva proprio ragione. La maggior parte delle strutture su
Tatooine durava solo qualche anno, prima di essere sepolta dalle
dune o devastata da una tempesta di sabbia. Aveva mai visto,
Luke, qualcosa di così antico? La sua domanda successiva fu
interrotta da Han e Chewbecca, che stavano arrivando dal
corridoio della nave.
“Bene, togliamoci il pensiero,” disse Han, controllando le
cinghie della fondina. “A quanto pare, sta arrivando un simpatico
comitato di benvenuto.”
Leia si mise le mani sui fianchi. “È per questo che sta
controllando che il suo blaster sia carico? Perché non aspetta qui,
e io vado a prendere i suoi soldi e glieli porto? Così non sarà
costretto a sprecare altro del suo tempo prezioso con la nostra
causa persa.”

159
Sorpreso, Luke notò che Han gli buttava un’occhiata, la
fronte corrugata, prima di rispondere. “Vorrei controllare il posto
e assicurarmi che… be’, voglio dire, si potrà bene proteggere il
proprio investimento? Voglio caricarli io i soldi a bordo.”
“Va bene. Qualsiasi cosa purché se ne vada più in fretta
possibile,” ribatté Leia, premendo il pulsante di apertura del
portello. Luke temette che sarebbe saltata giù nel fango solo per
allontanarsi dal capitano, invece di aspettare che la rampa si
abbassasse.
“Siamo arrivati, padron Luke?” C-3PO lo seguì strascicando i
piedi, mentre R2-D2 ripeteva la domanda con un basso motivetto
di bip.
“Certo che siamo arrivati,” rispose Luke, posando una mano
sulla testa semisferica di R2 e abbassando lo sguardo sul piccolo
droide. “Non pensavi che ce l’avresti fatta, vero?”
“Un rifugio sicuro, finalmente!” esclamò 3PO.
“Già, questo è tutto da vedere,” borbottò Han, facendo cenno
a Luke e ai droidi di scendere. “Questi templi hanno l’aria di
potersi sbriciolare alla prima folata di vento.”
E Han pensava che fosse Luke, quello troppo critico? Luke
mise il piede fuori dall’astronave, fresca e a temperatura
controllata, per entrare in una cappa di umidità e calura. L’aria gli
si incollò per davvero alla pelle, avvolgendogli braccia e collo
come i grossi rampicanti verdi facevano sui templi. Nel tempo che
impiegò ad arrivare in fondo alla rampa, la tunica gli si era
appiccicata alle spalle e alla schiena, neanche avesse corso per un
chilometro sotto il sole cocente.
“Ti fa sentire la mancanza del caldo secco di casa, vero?”
disse Han.
“No,” ribatté Luke. “Non mi mancherebbe mai, quel posto.

160
Per nessuna cosa al mondo.”
Due speeder da trasporto erano parcheggiati a poca distanza
dalla nave. Alla vista di Leia che si incamminava verso di loro un
uomo balzò in piedi. “Altezza! Grazie al cielo!”
“È un piacere rivedervi,” disse Leia, quando Luke e gli altri li
ebbero raggiunti “ma il tempo è prezioso. Dobbiamo scaricare le
informazioni da quel droide astromeccanico. Dov’è il
comandante Willard?”
“Vi sta aspettando nel Grande Tempio.”
Il secondo speeder ondeggiò lievemente sotto il loro peso, ma
riuscirono tutti a salirvi a bordo. Strizzato fra Han e quella
montagna pelosa che era Chewbecca, Luke dovette sporgersi un
bel po’ all’indietro per riuscire a vedere la giungla, che sfilava
accanto a loro in tonalità di verde lussureggiante. C’erano fiori di
ogni colore che pendevano dagli alberi o formavano un tappeto
per terra. Ognuno di loro cercava di fare capolino tra le fronde
degli alberi, protendendosi verso il sole che filtrava attraverso il
fitto delle chiome. Il cinguettio degli insetti… oh, uau, uccelli!
Uccelli che cantavano, altro che spiluccare la carne dalle
carcasse di vecchi bantha. C’erano altri animali, fra gli alberi?
Luke ebbe la sgradevole sensazione che qualcuno li stesse
guardando, ma avrebbero potuto essere anche gli uomini sulle
torri di vedetta, che facevano capolino qua e là dalla giungla.
Invece di fermarsi alla base dei gradini fatiscenti che salivano
al Grande Tempio, l’autista li portò dietro, dove era stata
sistemata la lunga porta di un hangar. Luke scivolò fuori dal
sedile, incrociando le braccia al petto per nascondere quanto
stesse tremando. Calma e sangue freddo… Calma e sangue
freddo…
Il caldo umido era soffocante dentro l’hangar quanto

161
all’esterno, ma c’erano un sacco di cose a distrarlo da quel
problema. Una pioggia di scintille cadeva dai caccia, mentre i
tecnici ci lavoravano. Piloti in tuta arancione gironzolavano per
ogni dove. C’erano droidi ovunque. Tra il clangore metallico
delle astronavi, che venivano prese a martellate per tornare alla
forma originaria, e i motori che venivano collaudati, Luke non
riusciva a sentire i propri pensieri. L’odore di olio e carburante
impregnava tutto e gli riempiva i polmoni.
Gli piaceva.
Era tutto come se lo era immaginato, ma anche qualcosa di
più. Adesso Luke era costretto a tenere le braccia incrociate sul
petto solo per impedirsi di lanciarsi verso il gruppo di uomini e
donne in tuta arancione che zigzagavano fra i caccia. Erano
capolavori incredibili, e il fatto che, chiaramente, avessero subito
qualche batosta nei combattimenti passati li rendeva soltanto più
belli, agli occhi di Luke.
Quello, pensò, passando accanto a un caccia dal corpo
affusolato con quattro cannoni laser montati sulle ali. Quella
sarà mio.
Ben aveva ragione. Doveva esserci un qualche genere di forza
superiore all’opera, che guidava la sua vita. Perché se fosse
partito ed entrato nell’Accademia non si sarebbe trovato lì,
adesso, e il posto in cui era… quello sembrava essere il posto
giusto.
“Una bella collezione di tecnologia, principessa,” commentò
Han. “C’è qualcosa che non sia stato costruito prima della vostra
nascita?”
Leia girò i tacchi, gli occhi che mandavano di nuovo lampi
mentre si voltava verso Han. Luke fece dietrofront per guardarlo
in faccia, incredulo. Ma era forse cieco? Quel posto era

162
incredibile! L’energia contenuta nell’hangar sarebbe bastata da
sola ad alimentare una flotta intera.
“Lei è così pieno di sé e orgoglioso di quel rottame che
chiama astronave, che non capirà mai come ogni singola vittoria
che abbiamo ottenuto sia dovuta al coraggio dei nostri piloti e al
loro sostegno da terra,” ribatté Leia con freddezza. Han
torreggiava con la testa e le spalle su di lei, ma era come guardare
dall’alto in basso uno Star Destroyer. Chissà come, la principessa
riusciva a sembrare così grande e terrificante.
Han la fissava scioccato. “Se tutto ciò che potete opporre a
una stazione da battaglia capace di distruggere interi pianeti è un
pugno di idealisti, mi sa che siete messi peggio di quanto
pensassi.”
“Leia! Principessa Leia!”
Qualsiasi fosse stata la risposta che aveva indugiato sulla
punta della lingua di Leia si dileguò, non appena la principessa si
sentì chiamare per nome. Un uomo di mezza età con i capelli
grigi corse loro incontro, la lunga giacca marrone che svolazzava
dietro di lui. Luke gli gettò un’occhiata furtiva, cercando di
indovinare il suo grado. Fu Leia a colmare la lacuna.
“Comandante Willard!” La principessa gli buttò le braccia al
collo. L’uomo parve momentaneamente sopraffatto
dall’emozione.
“Quando abbiamo saputo di Alderaan, abbiamo temuto che
anche voi foste… dispersa, come vostro padre,” disse. “Come
state?”
“Non c’è tempo per i ricordi tristi, comandante,” rispose Leia,
sfilandosi dal suo abbraccio. “Sono sicura che l’Impero ci sta
tracciando e che sta arrivando qui.”
Il comandante annuì addolorato, mentre spostava lo sguardo

163
da Han, a Chewbecca, a Luke. “Il generale Kenobi è con voi?
Vostro padre ha riferito che lo avreste cercato dopo avere
intercettato i piani della stazione spaziale.”
Luke abbassò gli occhi a guardare le punte degli stivali
sporche di fango, mandando giù un nodo di dolore in gola.
Sarebbe stato così per sempre? Bastava che qualcuno
pronunciasse il nome di Ben, e sarebbe stato come ricevere un
pugno in pieno petto?
Han gli batté una mano sulla spalla e gliela strinse. Luke la
sentì appena.
Dovrebbe essere qui anche lui, pensò, riprendendo a
guardarsi intorno. Ben sarebbe stato entusiasta di vedere come
tutti lavoravano in squadra. Era lui, quello di cui avevano davvero
bisogno, non di un pivello ammaliato dalla vista di un qualche
droide meccanico intento a riparare le astronavi.
“Il generale Kenobi è stato ucciso, comandante,” lo informò
Leia, buttando un’occhiata a Luke. “Ha sacrificato
coraggiosamente la propria vita per aiutarci a fuggire dalla Morte
Nera.”
Chewbecca emise un verso lamentoso.
“La Morte Nera?” ripeté il comandante Willard. “Vi tenevano
lì?”
Leia annuì. “Potremo passarvi le nostre osservazioni su
quello che abbiamo visto, ma la cosa importante è che i dati
tecnici sono stati caricati in questa unità R2. Ci servono persone
in grado di scaricarli, così potremo cominciare ad analizzarli
subito. Potrebbe essere la nostra unica possibilità di difenderci,
una volta che la Morte Nera entrerà nell’orbita di Yavin 4.”
Fu come se Leia avesse scaricato il comandante Willard nel
bel mezzo di una tempesta di sabbia. Parve subito molto spaesato

164
e un po’ più che spaventato. Luke avrebbe provato pena per lui,
non fosse stato così ovvio che non erano preparati. Sì, avevano
delle navi. E piloti anche, per quanto era dato di vedere. Ma tutti
sembravano mancare di una cosa: fiducia.
“Siamo assai impreparati per questa battaglia, altezza. Non
faremmo meglio a evacuare, forse? Venite qui…” Il comandante
Willard chiamò con un cenno due donne in tuta da meccanico.
“Portate questo droide al centro di comando e scaricate qualsiasi
informazione contenga sulla Morte Nera.”
Le due donne scortarono via il droide, mentre il comandante
Willard guidava il resto del gruppo verso l’interno del tempio.
Luke veniva spintonato da ogni direzione, mentre frotte di Ribelli
andavano su e giù per il corridoio intorno a loro, tutti ansiosi di
arrivare da qualche parte. Avrebbe voluto andare con loro.
Avrebbe voluto mettersi al lavoro anche lui, e smetterla di
starsene lì a discutere.
“Non c’è tempo,” disse Leia. “Comandante, se non
riusciremo a fermare la Morte Nera adesso, altri pianeti verranno
annientati.”
“Lo capisco, ma siamo a corto di piloti, esperti o meno che
siano.”
Leia guardò verso Luke. “Be’, almeno uno in più ce l’avete,”
rispose, indicandolo con un cenno del capo.
Luke fu così sorpreso dalla rapidità con cui l’argomento più
importante era venuto fuori, che per poco non si strozzò con la
propria saliva. E, in pratica, si ritrovò a gridare: “Sì. Io so
pilotare!”
“Un aereo per spargere fertilizzanti, magari,” lo schernì Han.
“Ma uno di questi caccia da combattimento?”
Luke si voltò verso Han, fulminandolo con lo sguardo. E

165
allora? Lo scontro con i caccia TIE non aveva forse dimostrato
che sapeva cavarsela in battaglia? O, quanto meno, che era svelto
a imparare? Luke sapeva bene che la parte più difficile per
riuscire a guadagnarsi i comandi di una nave sarebbe stata
convincere tutti che lui era pronto per questo, ma per qualche
ragione si era aspettato che Han credesse in lui. Chewbecca diede
un colpetto alla spalla di Han, ma il capitano lo ignorò.
“È sveglio e ha riflessi straordinari,” insistette Leia. “Ha
escogitato il piano per salvarmi in un attimo, e…” Si voltò di
nuovo verso Luke. “Ci hai portato dall’altra parte di quel ponte
senza battere ciglio, ti ricordi?”
Luke abbassò il capo, nel tentativo di nascondere il rossore
che gli si stava diffondendo sul viso. Mentre si trovavano sulla
Morte Nera, dopo essersi separati da Han, era riuscito a guidare
Leia dritto dritto in un enorme pozzo di ventilazione. Il ponte era
già stato ritratto, i comandi messi fuori uso da un colpo di fucile
laser, lasciando una distanza fra le due porte che sarebbe stato
troppo difficile coprire con un salto. Luke aveva agganciato una
fune presa dalla cintura a una delle travi, aveva fatto gli scongiuri
e aveva traghettato entrambi dall’altra parte.
“Non saremmo riusciti a fuggire dalla Morte Nera, se Han e
Chewbecca non fossero stati lì ad aiutarci,” disse Luke,
carezzandosi la nuca. “Non l’ho fatto da solo.”
“Han?” Il comandante Willard parve confuso. “Oh… il
capitano, qui.”
“Già!” disse Han. “Il capitano. È un vero piacere incontrarvi e
tutto il resto, ma ho intenzione di saltare un bel po’ più avanti, in
questa storia. Direttamente al finale. Sono stato ingaggiato da
Luke e da questo generale Kenobi per trasportarli su Alderaan e
mi è stata promessa una ricompensa, per riportare tutti qui. Mi

166
pare che la cifra fosse diciassettemila crediti.”
Il comandante Willard si fece cereo in viso.
“Han!” Luke avrebbe potuto strozzarlo, per essere stato così
maleducato. Ma davvero non poteva aspettare qualche ora, per
battere cassa?
“Non abbiamo tutto questo denaro a portata di mano,”
rispose il comandante Willard. “Intendo dire… ci serve ogni
singolo centesimo, per proseguire con le nostre operazioni.”
“Accetterò volentieri la somma in metalli preziosi, se non
avete crediti,” ribatté Han, incrociando le braccia sul petto.
“Andiamo, amico, non vorrete certo che giri voce che la
Ribellione non è in grado di onorare i suoi debiti, giusto?
Nessuno vorrebbe più fare affari con voi.”
“Certo, ma…” Il comandante Willard guardò di nuovo Leia,
chiaramente in difficoltà. Si era aspettato un alleato, suppose
Luke, un’altra nuova recluta. Luke fu sorpreso di quanto amaro
fosse il gusto della sua stessa delusione; una parte di lui aveva
sperato che Han avrebbe cambiato idea, una volta compreso cosa
dovevano affrontare i Ribelli.
Ma c’era ancora tempo per cercare di convincerlo.
Luke non capì una parola di quello che Chewbecca disse a
Han subito dopo, ma il giorno prima gli aveva insegnato a
interpretare gli umori del Wookiee dal suo tono e dalla sua
espressione. E Luke si era ormai convinto che avrebbe potuto
trovare un valido alleato nel secondo pilota di Han.
“Dategli quello che vuole,” ribadì Leia secca. L’occhiata che
rivolse a Han avrebbe potuto incenerire mezza Morte Nera.
“Prima lo avrà, prima se ne andrà.”
Che poi era esattamente ciò che temeva Luke.

167
168
CAPITOLO SEDICI

LUKE NON SI ERA CERTO aspettato che gli avrebbero


assegnato davvero uno dei loro caccia Ala-X, li chiamavano così
per il modo in cui le ali erano collocate ai due lati della cabina di
pilotaggio, ma nemmeno si era immaginato una prova d’esame in
piena regola.
“Dici che hai esperienza come pilota?” Il tecnico che stava
accompagnando Luke sembrava scocciato, di essere stato distolto
dal proprio lavoro. Non aveva avuto nemmeno un attimo per
togliersi il grasso dalla faccia, prima di ubbidire agli ordini del
comandante Willard.
“Un po’” rispose Luke. Il suo skyhopper T-16 non era
neanche lontanamente grande quanto un Ala-X, o la metà
equipaggiato rispetto a quello. Ma se la sarebbe cavata. Ci
sperava. Forse.
Sì, pensò, costringendosi a stare ben diritto. Sì, puoi farcela.
Non è nulla. Provaci e basta.
“Ehm, be’, facciamo uscire piloti che sanno usare a malapena
una cloche per sterzare, perciò non potrai essere una causa persa
fino a questo punto.”
Il che non era… rassicurante. Luke si asciugò il sudore che
gli si stava raccogliendo alla nuca. Forse Han aveva ragione e la
situazione era molto più disperata di quel che Luke si fosse
immaginato.
“Me lo farà lei, l’esame?” domandò Luke.
“No, io devo solo predisporlo. Sarà qualcuno della
squadriglia Rossa – sarebbero loro, i piloti degli Ala-X, un
manipolo di teste calde dal grilletto facile – a venire e

169
supervisionare la tua prova.”
Luke annuì, il nervosismo che gli stringeva lo stomaco.
Doveva assolutamente riprendere il controllo.
Il simulatore era nascosto in uno degli angoli più remoti
dell’hangar. Pareva che l’interno della cabina di pilotaggio di un
Ala-X fosse stato estratto dal telaio e collegato a un grande
monitor. A quella vista, il cuore di Luke quasi balzò fuori dal
petto per l’eccitazione. Sulla parete accanto era stata appesa una
mappa.
Un uomo dai capelli scuri con indosso una tuta arancione
sgualcita stava chino sul tavolo, intento a studiare qualcosa sullo
schermo.
“Wedge!” gridò il tecnico. “Ecco la tua nuova recluta.”
Quando il pilota si voltò, Luke rimase impietrito. Si era
sentito davvero un pivello paragonandosi ai piloti che si
aggiravano fra le astronavi e lo guardavano passare. Ma quello
sembrava persino più giovane di lui!
Un sorriso si allargò sul viso di Wedge, mentre tendeva la
mano a Luke. “Wedge Antilles. Piacere di conoscerti.”
Luke si ricordò, solo dopo un attimo di esitazione, che
doveva stringere la mano al pilota. “Luke Skywalker.”
“Buona fortuna,” gli disse il tecnico, senza preoccuparsi
affatto di dargli qualche saggio consiglio prima di sparire, per
tornare alle proprie riparazioni.
“Allora… come funziona, qui?” domandò Luke, facendo
scorrere la mano sullo schienale del sedile del simulatore. “Come
faccio a passare l’esame?”
“Impaziente di sfrecciare fra le stelle, eh? Conosco quella
sensazione.” Luke non dubitò nemmeno per un secondo che fosse
così. Sentì la tensione allentarsi, ma non riusciva a distogliere gli

170
occhi dalla macchina.
“Il simulatore è impostato sulla modalità di combattimento
completo. Non esiste ‘passare’, non esattamente,” disse Wedge,
appoggiandosi al tavolo. “Questo computer misurerà cose come il
tempo di risposta, la precisione di tiro e, sai, quanto tempo resisti
in combattimento senza farti abbattere.”
“Non ho intenzione di farmi abbattere,” ribatté Luke,
incrociando le braccia sul petto.
Wedge scoppiò a ridere. “D’accordo. Mi piace il tuo spirito.
Vediamo di prepararti.”
Luke balzò sul sedile della cabina di pilotaggio, senza badare
nemmeno un secondo a quello che avrebbe potuto pensare
Wedge. Si appoggiò comodamente alla vecchia pelle consunta del
sedile, tirando un profondo respiro mentre si allacciava la cintura.
“Ehm… non ce n’è bisogno,” disse Wedge. “Non ti alzerai da
terra. È solo una simulazione.”
“Voglio che sia più realistica possibile.” Era l’unico modo
per dimostrare che era pronto.
“Come vuoi.” Il pilota gli porse un grosso casco bianco con
una visiera gialla, ricoperto di adesivi dell’Alleanza. “Questo
riprodurrà i rumori. Ti avverto, però: una battaglia vera è circa
cento volte più rumorosa.”
“Afferrato il concetto.” Luke si infilò il casco in testa,
allacciando il sottogola. Le mani gli tremavano appena, mentre
armeggiava con la fibbia. Quell’esame significava tutto. Se avesse
fallito… be’, Luke rifiutava l’idea di restare a terra per sempre.
Ma non sarebbe stato di aiuto alla Ribellione, se fosse stato
escluso da quella lotta e avesse dovuto aspettare di essere
addestrato nella speranza che, nel frattempo, la Morte Nera non li
riducesse tutti in polvere.

171
Wedge si chinò nello spazio angusto della cabina. “Usa la
barra di comando per manovrare, l’interruttore per i siluri
protonici è quel pulsante lassù in cima, i laser sono…”
“Ho capito,” sbuffò Luke. “Cominciamo la simulazione.”
Alzando le mani, Wedge indietreggiò e si girò verso il
computer. Luke tirò un profondo respiro, riempiendosi il petto di
aria calda che puzzava di carburante. Lo schermo di fronte a lui
lampeggiò una volta, due, tre… e poi, tutt’intorno, scoppiò una
battaglia.
C’erano caccia TIE che gli stridevano nelle orecchie,
sfrecciando sullo schermo a una tale velocità che Luke non
riusciva a seguirli con gli occhi. Non si rese conto che il
simulatore poteva riprodurre scossoni e movimenti finché non
ricevette il primo colpo dal fuoco nemico; la cabina di pilotaggio
lo sballottò con tale forza che pensò che avrebbe potuto
rompergli l’osso del collo. Le accelerazioni simulate mentre
schivava i colpi gli diedero la sensazione che le ossa gli si
stessero allungando sotto la pelle.
Abbassò la barra di comando, il panico che lo afferrava alla
gola e gliela chiudeva. Il simulatore faceva sembrare vera anche la
discesa in picchiata. Colto di sorpresa, lo stomaco di Luke si
capovolse, ma non poté concentrarsi su quella sensazione a
lungo. Un caccia TIE si materializzò sullo schermo, e prima
ancora che Luke avesse il tempo di reagire andò a sbatterci
contro.
Una palla di fuoco prese il posto dell’immagine dello spazio,
per essere subito rimpiazzata da una schermata nera su cui
campeggiavano due parole:
SIMULAZIONE TERMINATA.
Parole che bruciavano più di qualsiasi sole. Luke si appoggiò

172
allo schienale, scioccato e nauseato da quanto male fosse andata
quella prova.
“Almeno hai abbattuto una nave imperiale quando hai
attaccato!” lo informò Wedge in tono allegro. Si sporse di nuovo
nella cabina di pilotaggio.
“Non… non sono capace,” disse Luke. Ma quanto era stato
stupido a credere che sarebbe stato come quando pilotava sul suo
pianeta? Il T-16 sembrava un giocattolo, al confronto. Aveva
voglia di vomitare. Sul serio.
Wedge non rise. “Ehi, Luke, va tutto bene…”
“Voglio volare, lo voglio,” lo interruppe Luke, odiando la
disperazione che udì nella propria voce. “Lo voglio più di
qualsiasi altra cosa. Lo voglio da che mi ricordi, e non sono
capace di farlo nemmeno per dieci secondi?”
“Ehi, ci sei riuscito per trenta, di secondi,” precisò Wedge.
“Non è affatto disprezzabile, credimi. La prima volta che ho
provato il simulatore, io sono durato meno di dieci secondi.”
“Sul serio?” Luke stentava a crederci. Il nome di Wedge era in
cima al tabellone dei risultati più alti.
”Ma allora, come…?”
“Mi sono esercitato, e ho ascoltato i consigli dei veterani.
Non mi hai lasciato finire, prima,” gli spiegò Wedge. “Ti stavo
spiegando i diversi comandi e sistemi. Sei impaziente. E lo
comprendo. Ma nessuno qui si aspetta che tu abbia fatto volare
qualcosa di così complesso come un Ala-X. Non è così difficile,
una volta che hai imparato a farlo, ma devi concederti qualche
minuto per imparare, d’accordo?”
Luke annuì, provando una nuova ondata di imbarazzo. “Mi
dispiace… per prima, intendo. Avrei dovuto ascoltarti.”
Aveva confermato tutte le osservazioni negative compiaciute

173
di Han sulle proprie capacità di pilota. Ma questo bruciava un po’
più di quanto fosse disposto ad ammettere. Era difficile non
sentirsi un po’ sciocco.
Wedge respinse l’ultima affermazione con un gesto della
mano. “Non c’è niente di cui dispiacersi. È qualcosa che tutti
abbiamo dovuto imparare. Credo che diventerai un pilota
fantastico, davvero. Per metà è questione di fiducia in se stessi,
perciò non perdere quella che hai già. Cancelliamo questi
risultati e riproviamo, d’accordo?”
Questa volta, Luke soffocò la propria impazienza e l’orgoglio
e prestò attenzione, mentre Wedge gli indicava tutti i comandi, la
metà dei quali prima non aveva nemmeno notato, mentre si
dannava per far volare l’Ala-X. Fece delle domande e si
concentrò quando Wedge gli spiegò le sottili differenze che
c’erano nei propulsori e la differenza tra il fare affidamento su di
sé e cedere i comandi al droide astromeccanico nella parte
posteriore della nave, in modo da potersi concentrare sul tiro.
“Sarò onesto,” concluse Wedge. “I droidi tendono a dare una
risposta migliore in termini di tempo con manovre elusive, ma a
volte l’istinto è l’unica cosa che ti permette di continuare a
volare.”
Luke annuì, serrando la mascella mentre incamerava tutte le
informazioni.
Tornò a osservare i comandi e cominciò a stabilire dei
collegamenti con quelli, molto più semplici, che aveva utilizzato
centinaia di volte sul T-16. Le navi non erano così diverse,
all’atto pratico. Finalmente si sentiva galvanizzato, non
sopraffatto, davanti alla prospettiva della maggiore agilità e
potenza di fuoco dell’Ala-X.
“Hai visto?” disse Wedge. “Te ne intendi di navi! Posso darti

174
un ultimo consiglio?”
“Sì!” esclamò Luke. “Prego.”
Wedge posò le mani sul bordo della cabina di pilotaggio. “Il
tempo che riesci a restare in combattimento conta meno, per il
comandante Willard, dei rapporti e dei risultati che riceve sulla
tua capacità di mantenere calma e sangue freddo. Il simulatore è
progettato in modo che sia impossibile vincere. Ci si aspetta che
tu debba lottare sul serio e venire abbattuto. In una battaglia vera
hai un’intera squadriglia che ti dà manforte. Ma l’unico modo per
migliorare come pilota è quello di affrontare in continuazione
situazioni impossibili e spingersi fino a superare i propri limiti.
Tutti usiamo un simulatore per fare questo. Perciò, concentrati
soltanto sul mantenere il sangue freddo e fidarti del tuo istinto,
d’accordo?”
Fidati del tuo istinto. Luke ripeté all’infinito quelle parole
nella sua testa.
Ben gli aveva detto la stessa cosa, quando lo addestrava con
la spada laser.
Andò alla ricerca di quella sensazione di calma che aveva
provato sul Millennium Falcon quando ascoltava la voce
melodiosa di Ben che gli raccontava della Forza, di come la
Forza non lo avrebbe abbandonato, e di come avrebbe potuto
sempre fare affidamento su di lei. Usare la spada gli era
semplicemente scattato dentro, da quel momento in poi. Se fosse
riuscito a ritrovare quello stato d’animo, Luke pensò che avrebbe
potuto fare ben più, che resistere nel simulatore qualche minuto.
“D’accordo,” rispose. “Credo di essere pronto per riprovarci.”
“Bene!” Wedge tornò al computer e digitò qualcosa. Mostrò a
Luke il pollice alzato. Quando si sentì pronto, Luke rispose con
lo stesso gesto.

175
Poteva farcela.
Non avrebbe lasciato che il suo sogno si sbriciolasse, non lo
avrebbe lasciato bruciare.
Il simulatore si produsse nella consueta serie di lampi,
facendo il conto alla rovescia fino all’esplosione del caos.
Ma questa volta Luke era pronto per ciò che avrebbe visto. E
nell’istante stesso in cui la battaglia gli si materializzò davanti
agli occhi, accese il visore di mira e si mise al lavoro.
Usa la Forza. La voce di Ben gli sussurrava nell’orecchio.
Lasciala scorrere dentro di te.
Luke non sapeva se fosse quello che stava facendo, ma sentì
la propria stretta letale sulla barra di comando allentarsi, mentre
una sensazione di calore si espandeva al centro del suo corpo. Fu
consapevole del fatto che stava prendendo la mira, facendo fuoco,
colpendo. A un certo punto doveva essere passato al controllo
manuale della nave, perché stava ruotando la barra di comando
sempre più in fretta, sfrecciando dentro e fuori dalle esplosioni e
dai nugoli di navi imperiali. Evitarli divenne facile come evitare
le pareti frastagliate e le curve mortali del Beggar’s Canyon. La
cabina di pilotaggio sussultava intorno a lui quando prendeva un
colpo, ma Luke pilotava il caccia preso da una sensazione di
euforia, di leggerezza totale, che lo sollevò sempre più in alto
finché quasi non gli vennero le vertigini. Fu la stessa sensazione
che aveva provato la prima volta in cui aveva attraversato con
successo lo Stone Needle nel Beggar’s Canyon.
Si concentrò su quel momento.
Troppo presto comprese come il simulatore fosse stato
predisposto per ostacolare la persona che lo utilizzava. Per ogni
caccia TIE che abbatteva, ne apparivano altri due. E, nel giro di
poco, fu soltanto una questione di numeri. Nemmeno il pilota più

176
esperto avrebbe potuto resistere a lungo contro quaranta navi
nemiche.
SIMULAZIONE TERMINATA.
L’adrenalina gli fece pulsare il sangue nelle vene, persino
dopo essersi tolto il casco ed essersi appoggiato allo schienale.
Fu vagamente consapevole di un qualche rumore alla sua
sinistra: un battito di mani. Wedge e altri tre piloti in tuta
arancione stavano gridando ed esultando per lui.
“Incredibile!” esclamò uno di loro, aiutando Luke a scendere
dalla cabina di pilotaggio. “Hai battuto il record di Wedge!”
Luke arrossì un’altra volta. “Mi dispiace…”
“Non ti deve dispiacere!” ribatté Wedge. “Per le stelle, sono
felice che tu sia dei nostri. Cosa ti avevo detto? Sei un pilota
nato!”
Gli tremava un po’ il corpo e tardava a riprendersi dallo
sforzo cui si era sottoposto nel tentativo di tenere testa al
simulatore. Ma quella spossatezza lo fece sentire stranamente
bene; voleva dire che era andato bene, che ce l’aveva messa tutta.
“Solo perché tu mi hai aiutato!” replicò Luke.
“Quando scriverai la tua autobiografia non dimenticarti di
menzionare anche questo, d’accordo? ‘Devo tutto a Wedge
Antilles!’” Wedge e gli altri piloti scoppiarono a ridere. Uno di
loro scrisse il nome di Luke in cima al tabellone dei punteggi più
alti, e Luke si sentì invadere da un’ondata di orgoglio.
Ma non si sarebbe ancora concesso di festeggiare. Si torse le
mani davanti, spostando lo sguardo da un viso all’altro. “Credete
che lo abbia passato?”
Uno dei piloti più anziani, i capelli brizzolati, guardò Luke,
gli occhi che gli ridevano. “Il comandante Willard esaminerà i
risultati, ma è certo che possiamo cominciare a prepararti

177
un’uniforme. Sempre che tu voglia ancora unirti alla nostra
squadriglia, naturalmente…”
Luke pensò che il cuore avrebbe potuto esplodergli nel petto.
Si sforzò di tenere le braccia premute lungo i fianchi, per evitare
di buttarle al collo dell’altro pilota.
“Non c’è niente che io desideri di più.”

178
CAPITOLO DICIASSETTE

TRA OTTENERE dal comandante Willard l’autorizzazione


ufficiale per il volo e trovarsi addosso un’uniforme e un casco da
pilota, Luke non ebbe il tempo di cercare Leia o Han per riferire
loro la notizia. I piloti di entrambe le squadriglie, Rossa e Oro,
furono convocati nella grande sala tattica per ricevere istruzioni.
Luke immaginò che dovessero aver già analizzato i dati tecnici
contenuti dentro R2-D2, e comunicò il proprio pensiero a Wedge
mentre entravano nell’immensa area per le riunioni operative.
Su Tatooine, Luke era stato istruito dalla paziente zia, perciò
non era mai stato in una classe insieme ad altri studenti. Ma
suppose che la sala tattica fosse allestita come una qualsiasi aula
scolastica. File di sedie erano rivolte verso un grande schermo
elettronico a muro, dove il comandante Willard era in attesa
insieme a un altro uomo che Luke non riconobbe. C’era un che di
formale, ufficiale in un certo senso, che spinse Luke a camminare
a testa più alta, tenendo le spalle dritte. Sperò solo che non si
notasse troppo che era una recluta, come pensava. Ogni tanto
qualcuno soffermava gli occhi su di lui, lo faceva sentire come se
gli stessero prendendo le misure.
Devo solo dimostrare chi sono anche a loro, pensò Luke.
“Quello è il generale Dodonna,” gli spiegò Wedge, mentre gli
faceva strada attraverso una lunga serie di piedi e gambe verso
due sedie vuote al centro della fila. “È uno stratega brillante. Era
così bravo, quando prestava servizio nell’Impero, che lo hanno
scelto come uno dei primi capitani di Star Destroyer.
“Capito,” disse Luke. Gli venne in mente un’altra cosa.
“Quindi, a un certo punto la maggior parte dell’Alleanza faceva

179
parte delle forze imperiali?”
La bocca di Wedge divenne una linea sottile. “Non tutti.
Alcuni di noi si sono uniti alla Ribellione per correggere i torti
inflitti a noi e alle persone che amiamo.”
Luke lasciò cadere l’argomento, sapendo che toccare dei fili
scoperti non porta mai a nulla, se non a prenderti la scossa e
bruciarti. Scrutò l’aula, mentre le sue orecchie captavano
frammenti di conversazioni sottovoce. Raddrizzò la schiena
quando entrarono Leia e un gruppetto di uomini più anziani, che
andarono a sedersi vicino allo schermo del proiettore. Luke cercò
di richiamare la sua attenzione, ma la principessa era così
concentrata su quello che si stavano dicendo gli uomini alla sua
destra che non alzò nemmeno gli occhi.
Il mormorío si spense non appena il generale Dodonna salì su
un piccolo podio e lo schermo alle sue spalle si accese con un
lampo, mostrando lo schema minaccioso del progetto tecnico
della Morte Nera.
“Wow!” fece Wedge. “È davvero così grande come penso,
quella cosa?”
“Più grande,” rispose Luke. A volte faceva fatica lui stesso,
ad accettare quanto fosse enorme la stazione da battaglia.
“Benvenuti a tutti. Arriverò subito al punto,” iniziò il
generale Dodonna. “Abbiamo analizzato i piani forniti dalla
principessa Leia e crediamo di aver messo a punto una strategia
per distruggere la stazione da battaglia conosciuta come la Morte
Nera.”
Luke si protese in avanti, sul bordo della sedia, le dita
intrecciate. Avevano già escogitato qualcosa? Forse appena in
tempo, se Leia avesse avuto ragione quando aveva detto che la
stazione da battaglia doveva averli tracciati fino alla base ribelle.

180
“La Morte Nera è fortemente corazzata e ha una potenza di
fuoco superiore a quella della metà della flotta stellare. Ma le sue
difese sono progettate per un attacco diretto su vasta scala. È
facile vedere una grande flotta di incrociatori e navi da battaglia,
tuttavia riteniamo che un piccolo caccia monoposto dovrebbe
essere in grado di superare le difese esterne.”
Il capo della squadriglia Oro si alzò lentamente. “Mi scusi se
lo chiedo, signore, ma che potranno fare i caccia monoposto
contro quello?”
“Adesso ci arrivo,” rispose il generale Dodonna, passando
all’immagine successiva. Il nuovo schema mostrava uno spaccato
della Morte Nera. “Non sarà facile avvicinarsi. I piloti dovranno
infilarsi dentro questo canale e sfiorare la superficie della
stazione da battaglia fino a questo punto.”
Quale punto? si chiese Luke. Era identico a qualsiasi altro
punto della superficie della stazione spaziale.
“La zona da attaccare è larga due metri soltanto. È una
piccola luce di scarico termico apparentemente poco importante.
Ma il condotto porta direttamente al reattore.” Sullo schermo
passò un’altra immagine: faceva vedere la dimostrazione di due
siluri che si infilavano nel condotto, e lo attraversavano fino a un
enorme reattore, al centro della Morte Nera. “Un colpo preciso
darà il via alla reazione a catena, trasformandola in una bomba
che provocherà l’implosione della stazione.”
Seguì un momento di silenzio, prima che la sala prorompesse
in grida incredule. Il generale proseguì, imperterrito. “Soltanto un
colpo preciso scatenerà la reazione a catena. Il condotto è a prova
di laser, quindi dovrete usare siluri ai protoni.”
Luke annuì, accogliendo la notizia con palese sollievo.
Dunque c’era una possibilità. Poteva anche trattarsi di una

181
possibilità di appena due metri, ma era pur sempre una
possibilità. Potevano farcela.
“Ma è impossibile, anche per un computer,” disse Wedge,
scuotendo la testa.
“Ma no, non è impossibile,” ribatté Luke, a voce abbastanza
alta perché sentissero anche gli altri. I piloti seduti intorno a lui
si voltarono a guardarlo, inchiodandolo con occhiate che
andavano dalla curiosità alla confusione. Forse non era il modo
migliore per presentarsi al resto della Ribellione, ma c’erano cose
più importanti di cui preoccuparsi, che non fare una buona
impressione. Un atteggiamento negativo avrebbe bloccato i piloti
abbastanza a lungo da permettere all’Impero di distruggere tutto
ciò che avevano costruito. “Io a casa sparavo ai topi raghi dal mio
T-16, e li colpivo. Sono poco più grandi di due metri. E non
avevo nessun programma di mira. Possiamo farcela.”
“Be’… sempre meglio che qualche centimetro, giusto?” buttò
lì Wedge. I piloti intorno a lui annuirono.
“Andiamo,” ribatté Luke sorridendo. “Io lo facevo a tredici
anni. Mentre voialtri avete decine di anni di esperienza, giusto?
Dimostratelo!”
Garven Dreis, il capo della squadriglia Rossa, scoppiò a
ridere. “È vero. Non possiamo permettere a un ragazzino di farci
fare una figuraccia, giusto?”
Luke si voltò di nuovo verso il generale Dodonna, che lo
stava scrutando attentamente dal palco. Accanto al generale, Leia
sorrideva, le mani intrecciate davanti a sé. Il tono dei mormorii
intorno a Luke cambiò, alimentando quella sensazione di
ottimismo.
“Abbiamo ricevuto notizia che la Morte Nera entrerà nel
sistema entro venti minuti,” concluse il generale Dodonna.

182
“Armate i vostri mezzi e preparatevi al decollo immediato. Buona
fortuna!”
“Adesso tocca a noi,” disse Wedge, alzandosi. “Pronto?”
“Sì…” Sopra le teste degli altri piloti Luke cercò Leia, che
però era già sgusciata fuori dall’aula; era tornata al centro di
comando? C’era ancora tempo per cercarla per un saluto, ma il
flusso di energia e di corpi all’esterno lo stava riportando
all’hangar. Luke si lasciò trasportare, la trepidante eccitazione
degli altri che alimentava la sua. Stava quasi saltellando, quando
si imbatté in C-3PO e R2-D2.
“Padron Luke!” esclamò il droide protocollare. “È vero che
R2 verrà con te?”
“Se R2 è d’accordo,” rispose Luke sorridendo. La testa del
piccolo droide ruotò su se stessa, tra fischi e spie che
lampeggiavano. “Lo prenderò come un sì.”
Ma nulla avrebbe potuto far precipitare il morale di Luke più
in fretta che vedere Han e Chewbecca caricare piccole casse sul
Millennium Falcon. Il loro compenso. Denaro che la Ribellione
poteva a malapena permettersi di perdere. Intenti al proprio
lavoro, Han e Chewbecca ignoravano tutto quel che accadeva
intorno a loro, incluse le occhiate cupe che i piloti scoccavano
nella loro direzione.
“Tutto il personale di volo ai loro posti.” L’annuncio si
disperse, coperto dall’attività febbrile e dal viavai dei tecnici e
delle squadre di volo che correvano da tutte le parti. “Tutto il
personale di volo ai loro posti.”
Luke si fece largo tra gli operai, scansando i carrelli e i mezzi
di trasporto che zigzagavano intorno a lui. Era stupido sentirsi
così affranti al pensiero di Han che partiva, ma Luke aveva già
perso così tante persone, nei giorni precedenti. Desiderava solo

183
che il suo amico potesse vedere ciò che Luke aveva visto in lui.
“Così hai avuto la ricompensa e te ne stai andando?”
domandò Luke, cercando di non far trasparire il disappunto dal
tono di voce. Non che si fosse mai aspettato che Han restasse per
lui, ma com’era possibile che partisse così, vedendo ciò che la
Ribellione doveva affrontare?
“Proprio così. Già. Ho dei vecchi debiti da pagare con questa
roba. E anche se non li avessi, non crederai che sarei così pazzo
da restare qui, vero?”
Luke scosse la testa. No, Han non era stupido. Se solo fosse
riuscito a smettere di pensare a se stesso, sarebbe stato un grande.
“Ehi, ma perché non vieni con noi?” gli chiese Han. “Sei
piuttosto bravo a combattere. Potresti esserci utile.”
Chewbecca sostenne l’ultima affermazione con un ruggito
entusiasta.
La frustrazione di Luke esplose in rabbia. “Ma insomma!
Perché non dai un’occhiata in giro? Lo sai cosa sta per succedere,
da cosa devono difendersi? A loro occorrono piloti come te. E tu
gli giri le spalle e te ne vai?”
“A che serve una ricompensa se non ci sei più?” Han fece
spallucce, ma sembrava guardare ovunque tranne che Luke. “E
attaccare la Morte Nera non è un atto di coraggio. È
soprattutto… un suicidio. Ma non lo capisci? Stai buttando via la
tua vita per delle persone che hai appena conosciuto!”
“Potrà anche essere difficile da comprendere, per te, ma io
credo in quello che stanno cercando di fare. E sono orgoglioso di
farne parte anch’io, non importa cosa accadrà.”
Luke aspettò che Han ribattesse, ma il capitano tenne la testa
bassa, continuando a passare ostinatamente le casse a
Chewbecca.

184
“E va bene.” Luke alzò le braccia. Cercare di far capire
qualcosa a Han era come scontrarsi con un muro. “Bene. Abbi
cura di te, Han. È quello che sai fare meglio, non è così?”
Si voltò per andarsene, ma la voce di Han lo costrinse a
girarsi di nuovo.
“Ehi, Luke…” fece Han, un abbozzo di sorriso stampato sulla
faccia. “Che la Forza sia con te.”
Anche se esisteva una concreta possibilità che Han stesse di
nuovo prendendo in giro Luke per essersi tuffato a capofitto negli
insegnamenti di Ben, Luke scelse di prendere le sue parole per
sincere. “Grazie. Ci vediamo in giro…”
Non c’era altro da aggiungere. Luke si diresse verso la fila di
Ala-X che venivano preparati per il volo, e fu sorpreso di scorgere
un volto familiare che lo aspettava lì, insieme a R2-D2.
“Credevi che ti avrei lasciato andare senza augurarti buona
fortuna?” disse Leia, con uno dei suoi rari sorrisi. “Mi è giunta
voce che la tua prova è andata benissimo.”
Luke abbassò d’improvviso gli occhi, mentre una vampata di
calore gli saliva alle guance. “Credo di sì.”
“Cos’è successo?”
Luke sospirò. “Oh, è Han. Non lo so. Credevo che avrebbe
cambiato idea.”
Posandogli una mano sulla spalla Leia replicò: “Lui deve
seguire il suo cammino. Nessuno ha il diritto di cambiarlo.”
La principessa si alzò in punta di piedi e lo baciò su una
guancia. “Buon volo. Ci vediamo quando torni.”
Luke riuscì a sorriderle appena e a salutarla con la mano,
mentre Leia andava incontro al generale Dodonna.
Luke tirò un profondo respiro, girandosi a guardare la sua
nave.

185
“Luke? Luke!”
Si voltò di scatto, verso il punto da cui era giunta la voce.
Non poteva essere… non era possibile…
Biggs Darklighter, il suo migliore amico, gli stava andando
incontro attraversando di corsa l’hangar. Alla vista di Luke che lo
fissava, ammutolito, scoppiò in una risata entusiasta. “Luke! Non
posso crederci! Ma come sei finito qui? Ero fuori di pattuglia…
ma, aspetta, vuoi dire che vieni con noi?”
Luke accettò l’abbraccio entusiasta e lo ricambiò. Avrebbe
dovuto saperlo! Poco tempo prima che la sua vita venisse
completamente sconvolta, Biggs gli aveva fatto una sorpresa ed
era tornato a trovarlo su Tatooine, dall’Accademia Imperiale,
facendo un salto a trovare i suoi amici ad Anchorhead.
Luke non era capace di mentire; aveva invidiato Biggs,
quando era fuggito da Tatooine per entrare nell’Accademia, ma la
vista dell’amico in alta uniforme gli aveva fatto provare qualcosa
di più di una piccola invidia. Biggs lo superava di gran lunga.
Una parte di Luke aveva accettato che sarebbe sempre stato così
tra loro. Erano una coppia di amici abbastanza improbabili. Lo
dicevano tutti. I Darklighter possedevano venti fattorie, zio Owen
una sola. Crescendo, Biggs aveva sempre avuto il meglio di tutto:
vestiti, landspeeder, uno skyhopper nuovo ogni volta che ne
immettevano un modello sul mercato. Biggs non glielo aveva mai
fatto pesare, né mai lo aveva fatto sentire in qualche modo
inferiore. Ma… Luke aveva sempre sentito quanto fossero diverse
le loro vite, e fu solo quando Biggs se ne fu andato, per entrare
nell’Accademia, che Luke aveva capito quanto diverso sarebbe
stato anche il futuro di entrambi.
Eppure, durante quell’ultimo viaggio su Tatooine Biggs aveva
preso Luke da parte, allontanandolo dal loro gruppetto di amici –

186
Fixer, Camie, Deak e Windy – e gli aveva confessato una cosa:
aveva intenzione di lasciare l’Accademia e di unirsi alla
Ribellione. Luke stentava a credere di non essere riuscito a
mettere insieme i pezzi fino a quel momento.
“Oh, accidenti, ho delle storie da raccontarti…” Luke
sorrideva così tanto che gli faceva male la faccia. Era incredibile!
Di tutte le persone che avrebbe potuto incontrare…
Biggs gli tirò un pugno alla spalla. “Devo imbarcarmi. Senti,
mi racconterai le tue storie quando torniamo, va bene?”
Biggs cominciò a correre verso un Ala-X vicino.
“Te l’avevo detto che ce l’avrei fatta un giorno, Biggs!” gli
gridò dietro Luke.
L’amico alzò le braccia, facendo eco alla sensazione di
esultanza che provava Luke. “Ce l’hai fatta eccome. Sarà come ai
vecchi tempi!”
Luke afferrò la scaletta della sua nave, cominciando a salire.
Il cuore gli batteva all’impazzata, come faceva ogni volta che
spuntava un’ala dello skyhopper passando attraverso lo stretto
canyon. Il caposquadra dovette agitare le braccia per richiamare la
sua attenzione.
“Questa tua unità R2 sembra un po’ malridotta,” gridò
l’uomo, indicando il punto in cui il droide veniva sollevato
dentro l’alloggiamento, sul retro della nave. “Ne vuoi una
nuova?”
“Neanche per sogno!” gli gridò Luke di rimando, infilando le
gambe nella cabina di pilotaggio. “Quel piccoletto e io ne
abbiamo viste tante insieme.” Accese il comlink per comunicare
con il droide. “Come stai, R2?”
L’allegro fischio che ricevette in risposta fu sufficiente a farlo
sorridere di nuovo, mentre si allacciava il casco. Il tettuccio di

187
vetro e metallo si abbassò sopra di lui e si chiuse. Armeggiando
con i pesanti guanti di pelle, Luke osservò le ultime attività che
fervevano di sotto. Mentre eseguiva la sequenza di accensione,
una sommessa voce familiare gli sussurrò qualcosa all’orecchio:
Luke, la Forza sarà con te.
Per poco non sobbalzò per la sorpresa. Quella era… la stessa
che aveva sentito sulla Morte Nera. Quella era la voce di Ben.
No. Era la sua mente che gli giocava qualche brutto tiro.
Luke si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi. Stava
succedendo. Finalmente, tutto stava succedendo davvero. Aveva
R2 alle spalle, aveva le lezioni di Wedge, e adesso aveva anche
Biggs, che volava là fuori insieme a lui.
Era pronto.

188
CAPITOLO DICIOTTO

SFRECCIARONO attraverso l’atmosfera, volando verso lo


spazio in formazione serrata. Gli Ala-Y si aprirono a ventaglio
intorno alla squadriglia di Luke, mentre giravano intorno a Yavin
4 e si trovavano davanti la Morte Nera.
“Wow!” Luke non avrebbe saputo dire chi dei piloti si fosse
lasciato uscire quell’esclamazione di sorpresa, ma non lo
biasimava. A lui, la prima volta che aveva visto la stazione da
battaglia, le viscere si erano attorcigliate in tanti piccoli nodi.
Adesso l’unica sensazione che provava era l’ebbrezza del volo, e
la inseguì a tutta velocità. L’Ala-X non aveva nulla a che vedere
con la guida del suo skyhopper o del simulatore.
“Tutte le unità riferiscano,” gridò capo Rosso, il comandante
della squadriglia Rossa. Parlarono a turno, procedendo con
ordine. Biggs intervenne come Rosso tre, Wedge come Rosso
due.
“Rosso cinque, sono pronto,” disse Luke quando toccò a lui.
“Alettoni in posizione d’attacco,” ordinò capo Rosso.
Luke allungò la mano e fece scattare l’interruttore che apriva
le ali della sua astronave, bloccandole nella posizione a X.
“Stiamo attraversando il loro campo magnetico,” proseguì
capo Rosso, parlando sopra il crepitío del comunicatore,
disturbato da un’interferenza.
“Tutto bene, R2?” chiese Luke, sistemando i propri comandi.
L’Ala-X cominciò a sobbalzare, come se si fosse imbattuto in un
piccolo campo invisibile di asteroidi. Il droide cinguettò qualcosa
in risposta, e l’Ala-X tradusse il messaggio su uno schermo
vicino: TUTTI I SISTEMI OPERATIVI.

189
“Accendete i deflettori,” ordinò capo Rosso.
Accidenti, è vero… sarebbero utili. Luke si affrettò a fare
come gli era stato ordinato, guardando in su attraverso il tettuccio
trasparente. Metà della Morte Nera era oscurata dal pianeta
Yavin, l’altra metà era illuminata dal tenue bagliore del sole
vicino. Le mani di Luke strinsero i comandi, mentre si sentiva
mancare il respiro.
Adesso erano molto più vicini, e Luke riusciva a distinguere
le migliaia di piccole strutture che solcavano la superficie della
stazione da battaglia, le luci tremolanti delle diverse postazioni di
controllo e le torri. Le altre navi si spiegarono intorno a lui,
riempiendo silenziosamente lo spazio vuoto che li circondava.
“Capo Rosso, qui capo Oro.”
“Ti ricevo, capo Oro.”
“Ci dirigiamo verso il bersaglio adesso.”
“Ricevuto. Siamo in posizione. Taglio perpendicolarmente,
così attiro il loro fuoco.”
Due gruppi di caccia si staccarono dagli altri. Luke si tuffò
sulla Morte Nera, seguendo la propria squadriglia attraverso un
torrente di raffiche laser sparate da uno dei cannoni montati sulla
superficie della stazione spaziale.
“Fuoco intenso!” riferì Wedge.
“Lo vedo,” replicò capo Rosso. “Tenetevi bassi, tutti.”
C’era uno schema di attacco che stabiliva chi avrebbe tirato il
primo colpo alla luce di scarico termico e chi lo avrebbe seguito
nel caso il primo pilota avesse mancato il bersaglio. La
squadriglia Oro avrebbe compiuto il primo tentativo, mentre
l’altra l’avrebbe coperta cercando di distogliere il fuoco nemico
dalle loro navi. Ma Luke sapeva che, nel momento cruciale,
chiunque avrebbe potuto e dovuto sparare il colpo… lui incluso.

190
Lanciò l’Ala-X in picchiata, facendo fuoco su una delle torri
dei cannoni laser. La postazione esplose in una palla di fuoco più
grande di quanto Luke si fosse aspettato, e per quanto
strattonasse i comandi con tutte le sue forze, la nave non stava
cabrando abbastanza velocemente da evitarla. Il terrore gli
attanagliò il cuore.
“Cabra, Luke! Cabra!” sentì gridare. Era Biggs.
L’Ala-X sobbalzò, mentre attraversava il margine più esterno
dell’esplosione e riemergeva con le ali strinate.
“Tutto bene?” gridò Biggs nel comunicatore.
Luke deglutì il nodo che aveva in gola, cacciando via la
paura. “Sono un po’ arrostito, ma sto bene. Qui Rosso cinque.
Torno dentro.”
“Fa’ attenzione!” gridò capo Rosso. “Viene un gran volume di
fuoco dalla torre di destra.”
“Ci sono sopra,” ribatté Luke. Lanciò la nave in una nuova
picchiata, concentrandosi sempre più sul bersaglio. Sparò su un
tratto della superficie della Morte Nera, spazzando via piccoli
radar e torri.
La Morte Nera era un turbine sfocato attraverso l’oblò,
mentre Luke acquistava velocità. Alla sua destra vide Biggs
lanciarsi in una picchiata simile alla sua in un campo di cupole e
antenne, evitando per un pelo il fuoco di risposta nemico
proveniente dalla stazione da battaglia.
Poi udì quel rumore… quel suono stridulo che non lasciava
dubbi. Luke allungò il collo per avere conferma di ciò che gli
stavano dicendo sia il visore di mira sia le sue orecchie. Caccia
TIE. A decine.
“Fuoco nemico a zero virgola quattro,” gridò capo Rosso.
Luke era vagamente consapevole dell’ufficiale di controllo

191
terrestre su Yavin 4 che ripeteva l’informazione, chiedendo un
aggiornamento. Cercò di immaginare che aspetto avesse la
battaglia per chi stava sotto, e se i loro cuori battessero
all’impazzata come il suo.
“Rosso tre!” La voce di capo Rosso interruppe i suoi pensieri.
Rosso tre era Biggs. Luke scrutò la superficie della Morte Nera,
cercando di localizzare l’amico. “Hai un nemico in coda…
attento!”
“Non riesco a vederlo!” gridò Biggs in risposta. “Dov’è?”
Luke vide il caccia TIE alle costole dell’amico, proprio
mentre Biggs si avvicinava a tutta velocità alla superficie.
“Mi sta troppo addosso. Non ce la faccio… Non ce la
faccio!”
Biggs cambiò direzione così in fretta che, per raggiungerlo,
Luke si ritrovò a volare capovolto per metà della picchiata. “Tieni
duro, Biggs, arrivo da te!” Luke buttò un’occhiata dietro la
spalla, verso l’astromeccanico. “Mi serve più velocità, R2!”
Qualunque cosa avesse fatto il droide, gli fornì un’altra
scarica di energia. Quando Luke ebbe il caccia TIE a portata di
tiro, non esitò un solo secondo. Lo fece esplodere in mille pezzi,
sparpagliando la nave nemica fra le stelle. “Preso!”
Ma anziché sollevato, Biggs parve ancora più nel panico.
“Cabra, Luke… cabra!”
“Attento alle spalle, Rosso cinque!” si inserì Wedge. “Un
caccia ti sta arrivando addosso!”
Con una manovra che avrebbe spezzato in due il suo
skyhopper, Luke costrinse l’Ala-X a una picchiata vertiginosa. La
coda della nave ricevette un forte colpo dal caccia TIE, ma Luke
non perse il controllo.
“Situazione?” chiese capo Rosso.

192
“Sono stato colpito, ma non gravemente,” rispose Luke. Ci fu
un’altra forte esplosione dietro di lui: un caccia TIE che non
aveva visto si era schiantato sulla Morte Nera. Con la coda
dell’occhio intravide la faccia di Wedge, attraverso il tettuccio
trasparente del suo caccia. “Grazie, Wedge,” disse, scosso.
“Non c’è di che!”
“Altri caccia nemici in arrivo!” riferì capo Oro. “Iniziamo la
corsa d’attacco!”
“Ricevuto,” rispose capo Rosso.
Come se le cattive notizie non bastassero, la base su Yavin 4
fece un altro aggiornamento terrificante al comunicatore:
“Saremo a portata di tiro della Morte Nera tra cinque minuti.”
D’accordo, pensò Luke, trattenendo il respiro. Cinque minuti
erano ancora un sacco di tempo. Avevano bisogno solo di qualche
secondo, in ogni caso, per sparare il colpo definitivo. Adesso era
solo questione di avvicinarsi abbastanza al bersaglio.
“Passate al computer di mira!” ordinò capo Oro.
“Sono troppo veloci!” gridò Oro due. “Capo Oro, non riesco
a…”
Luke capì, senza averne bisogno di conferma sullo schermo,
che la nave di Oro due era stata distrutta. Invertì la rotta, per
andare a sostenere l’attacco.
“Stai sul bersaglio, capo Oro,” disse capo Rosso.
“Disimpegnati!”
Troppo tardi.
Malgrado avesse la visiera del casco abbassata, il bagliore
causato dall’esplosione della nave di capo Oro lo abbagliò. Fu
attraversato da una fitta di dolore, mentre cercava disperatamente
di farsi venire in mente un’idea. Oro cinque si mise in posizione
per sparare.

193
“Capo Rosso, qui Base Uno.” La voce del generale Dodonna
giunse attraverso il comunicatore. “Tieni metà della squadriglia
per una seconda incursione.”
“Ricevuto, Base Uno,” disse capo Rosso. “Rosso cinque,
prendi con te Rosso due e Rosso tre. Rimanete lì e aspettate il
mio segnale prima di iniziare l’attacco.”
“Ricevuto,” disse Luke, scrutando la battaglia che esplodeva
sotto di lui. Il sudore gli grondava lungo il viso e la tuta gli si era
appiccicata alla schiena.
“Tenete gli occhi aperti su quei caccia!” ammonì capo Rosso.
“C’è troppa interferenza! Non leggo dati sullo schermo!”
Questo era Rosso dieci, che volava subito dietro il
caposquadriglia.

“Rosso cinque, vedi i caccia nemici da dove sei?”


Luke si protese nella cabina per guardare giù, attraverso il
tettuccio trasparente. “Nessun segno di nessun… aspetta!

194
Arrivano a trentacinque gradi!”
Tre caccia TIE stavano inseguendo gli altri, e volavano lungo
il canalone della Morte Nera. Quello al centro era leggermente
diverso dagli altri. Le ali, invece di essere diritte, erano angolate.
“Ora li vedo!” disse Rosso dieci.
“Sono a portata,” ribatté capo Rosso. “Sto arrivando sul
bersaglio!”
Luke si sentì nuovamente mancare il respiro. Così vicini…
erano così vicini…
“Teneteli lontani per qualche secondo!”
“Non posso!” Il panico di Rosso dieci si insinuò in quella
poca calma che Luke era riuscito a conservare. Il suo Ala-X
esplose in una pioggia di scintille, esattamente nello stesso
istante in cui capo Rosso sparava i siluri protonici contro la luce
di scarico.
“Colpito!” gridò Rosso nove.
“Negativo…” Dal tono di voce, si sarebbe potuto dire che
capo Rosso fosse sul punto di scoppiare in lacrime. Aveva colpito
soltanto la superficie. “Rosso cinque, preparati: tocca a te.”
“Hai sentito, R2?” disse Luke.
AFFERMATIVO. PRONTO.
“Anch’io.” Sintonizzò di nuovo il comunicatore sulla
frequenza degli altri. “Wedge, Biggs, avvicinatevi. Entrerò nel
canale alla velocità massima…”
Si udì un urlo spaventoso, mentre capo Rosso si schiantava
contro una torre vicina, la sua nave abbattuta dal fuoco nemico
dello strano caccia TIE. Luke vide tutto attraverso il tettuccio, e
sentì svanire un po’ della sua speranza.
“Abbiamo perso capo Rosso,” riferì alla base, malgrado
avesse la sensazione che già lo sapessero.

195
“Inizia la tua corsa d’attacco, Rosso cinque.” ordinò il
generale Dodonna. “Tocca a te.”
“Ce l’hai in coda,” disse Wedge,
“Luke, a quella velocità ce la farai a uscire in tempo?”
Nonostante tutto, Luke riuscì persino a sorridere. “Lo facevo
nel Beggar’s Canyon, nelle mie terre. Non dirmi che hai paura,
adesso!”

I tre Ala-X si lanciarono a tutta velocità, colpendo ogni


struttura che capitava loro a tiro. Le difese della Morte Nera
rispondevano al fuoco, ma Luke le stava già superando, appena
lambito dalle esplosioni.
Il volo si fece più turbolento, sballottandolo da tutte le parti e
facendolo tremare fin nelle ossa. Mantieni il controllo, mantieni
il controllo… un colpo sparato da una torre lo scalfì, facendo
sobbalzare la nave. Il suono degli allarmi riempì la cabina.

196
“R2… quel… quello stabilizzatore si è allentato di nuovo!
Vedi di fissarlo!”
Con la coda dell’occhio vide una pioggia di scintille.
“Dannazione, sono stato colpito!” gridò Wedge.
Luke digrignò i denti. “Rientra, Wedge. Lì dietro non servi
più a niente!”
Avevano già perso così tanti caccia. Non potevano permettersi
di perdere anche Wedge.
“Mi dispiace!” Wedge sembrava disperato.
Era un guerriero fino al midollo, Luke lo sapeva, e sarebbe
morto combattendo, se Luke glielo avesse permesso.
Luke era nel canale, adesso, e percorreva la stessa traiettoria
che avevano fatto capo Oro e capo Rosso. Il visore di mira si
accese, mentre Luke lo abbassava per valutare la distanza dalla
luce di scarico termico.
“Prova ad aumentare ancora la potenza, R2!”
Il clangore metallico del velivolo peggiorò. Scoppi e lampi di
esplosioni si susseguivano ai suoi lati.
“Presto, Luke! Stanno arrivando! Più veloce questa volta!” lo
mise in guardia Biggs, subito dietro di lui. “Non posso
trattenerli!”
Luke cercò di buttarsi di nuovo un’occhiata dietro la spalla,
mentre sentiva i motori aumentare di potenza. Bravo, R2, pensò.
E adesso…
“Sbrigati, Luke!” gridò Biggs. “Aspetta…”
La violenza dell’esplosione per poco non scaraventò Luke in
picchiata sulla superficie della Morte Nera. Perse la presa dei
comandi, solo per un secondo, mentre spavento, dolore e rabbia,
insieme a un altro migliaio di emozioni, esplodevano dentro di
lui.

197
Biggs se n’era andato.

198
CAPITOLO DICIANNOVE

LUKE ERA SOLO. Quella consapevolezza lo straziò nel


profondo. Gli faceva male persino respirare.
Biggs… era solo che… non sembrava vero: come poteva
essersene andato, proprio ora che Luke lo aveva ritrovato?
Esattamente come i suoi zii. Come Ben. Persino Han e
Chewbecca lo avevano abbandonato.
“Situazione, Rosso cinque!”
Luke si riscosse, cercando di uscire dal proprio stato di
incredulità. Stabilizzò il suo Ala-X riprendendone il pieno
controllo. Le lacrime gli rigavano le guance, ma se le asciugò
contro la spalla. Quella era una battaglia. Era la loro unica
possibilità. Non poteva deludere gli altri… semplicemente
piantandola lì e mandando tutto all’aria, per quanto forte fosse il
dolore che gli lacerava il petto.
“Procedo con l’attacco,” rispose. Si concentrò unicamente sul
visore di mira. Tallonato dai caccia TIE che gli si avvicinavano da
dietro, Luke scartava a destra e a sinistra per schivarne i colpi. Un
gelo improvviso prese il sopravvento sul suo stato di agitazione,
mentre si arrischiava a gettare uno sguardo dietro di sé, verso il
caccia TIE con le ali angolate. Luke ebbe la sensazione che fosse
la morte stessa, a stargli alle calcagna.
Non pensarci, ordinò a se stesso. Il reticolo giallo di mira
sullo schermo si stabilizzò, mentre la luce di scarico termico si
metteva a fuoco.
Usa la Forza, Luke
Eccola di nuovo! La voce di Ben gli riempì la mente come
una nuvola di fumo caldo. La superficie della Morte Nera

199
scorreva sotto di lui. Sentiva ciò che aveva bisogno di sentire:
una voce familiare, confortante. Luke si voltò di nuovo verso il
sistema di mira e lo regolò.
Segui l’istinto, Luke.
Di nuovo! Scosse la testa, ma era come se Ben fosse seduto
dietro di lui e gli stesse posando una mano rassicurante sulla
spalla.
Segui l’istinto, Luke…
Se la Forza era illimitata come Ben gli aveva detto, se era con
lui in ogni istante… perché mai Ben non avrebbe potuto
raggiungerlo, attraverso di essa, per incoraggiarlo? Luke sapeva
che cosa Ben gli stava chiedendo di fare. Di spegnere il visore di
mira. E di fidarsi del proprio istinto. Ma il tempo era quasi
scaduto, quella era la sua unica possibilità. Mancava solo
qualche minuto alla distruzione di Yavin 4 e, con esso, della
Ribellione.
Capo Rosso non aveva forse provato a usare il sistema di
mira, però? Non gli era servito, anche se il sistema era stato
calibrato alla perfezione. Luke rifletté su ciò, il cuore che correva
alla stessa velocità della nave. E poi c’era stato quel momento, a
bordo del Falcon. Luke era bendato, eppure era riuscito a deviare
il colpo del remoto. Avrebbe dovuto essere impossibile. Ma forse
era quello, che Ben aveva davvero cercato di spiegargli:
l’impossibile poteva diventare possibile, se solo lui avesse voluto
fidarsi di se stesso e della Forza.
Fidati di me, Luke.
Una truce determinazione gli indurì gli occhi. Trasse un
profondo respiro, chiuse gli occhi e cercò con tutte le forze di
ritrovare quella sensazione di calore che aveva provato sul Falcon
e nel simulatore di volo. Fu come scivolare in un fresco corso

200
d’acqua dopo essere stati troppo a lungo sotto il sole battente.
Luke allungò la mano e fece scattare un interruttore. Il
sistema di mira si spense con un clic, sgomberando il suo campo
visivo.
“Luke, qui Base Uno.” La voce del generale Dodonna
gracchiò nel comunicatore. “Hai spento il computer di mira.
Cos’è successo?”
“Niente,” rispose Luke, sentendo allentarsi l’ultimo punto di
oppressione al petto. “Sto benone…”
Una gragnola di raffiche laser provenienti dal caccia con le ali
angolate travolse R2, sollevando scintille. Luke era certo di avere
sentito il piccole droide che gemeva, mentre buttava un’occhiata
dietro cercando di stimare il danno.
“Hanno colpito R2!”
“La Morte Nera è nel raggio del pianeta,” lo avvertì il
generale Dodonna. Il canale si fece più stretto mentre Luke
sfrecciava verso la luce di scarico, la mano salda sui comandi, il
pollice pronto a premere il pulsante di lancio dei siluri protonici.
Aveva la sensazione di essere trasportato da una corrente
impetuosa. Ma invece di esserne spaventato, si sentiva sicuro di
sé, certo che avrebbe potuto farcela.
Un’altra esplosione alle sue spalle gli fece perdere un istante
la concentrazione.
“Yu-hu!” Una voce nuova si aggiunse alla mischia, soffocando
le esclamazioni di sorpresa provenienti da Base Uno e dagli altri
piloti. Un sorriso si allargò sulla faccia di Luke.
“Han!” gridò.
Il Millennium Falcon volava sulla sua scia e aveva abbattuto
due caccia TIE e scagliato il terzo, quello con le ali strane, nello
spazio. Luke riuscì a sentire il ruggito di vittoria di Chewbecca in

201
sottofondo.
“Non hai nessuno dietro, ragazzo!” gridò Han. “Facciamo
saltare quest’affare e torniamo a casa!”
Luke tornò a concentrarsi sul suo compito, il dito pronto sul
grilletto di lancio dei siluri.
E quando lo sentì arrivare, un forte impulso da una qualche
energia invisibile, Luke premette il pulsante e fece fuoco.

202
CAPITOLO VENTI

LUKE VIDE I DUE LAMPI scomparire nella luce di scarico


e cabrò, portando l’Ala-X fuori dal canalone. Emise un sospiro di
sollievo che lo fece tremare da capo a piedi. Sbatté gli occhi,
incredulo, guardando di nuovo sotto di lui. Fu come se si stesse
svegliando da un sogno, mentre sfrecciava verso le stelle.
“Fantastico, ragazzo!” esultò Han. “Colpo da maestro!”
In quell’unico secondo di silenzio prima che tutto cambiasse,
uno degli altri piloti confermò alla base di Yavin 4 che l’obiettivo
era stato colpito.
Luke sapeva che quell’istante sarebbe rimasto impresso nella
sua memoria per sempre. Il modo in cui l’anello di pura energia e
fuoco esplose dal centro della stazione da battaglia, riducendola
in schegge di metallo e polvere. L’onda d’urto della detonazione
scosse l’Ala-X, facendolo sussultare. Con la stessa rapidità, il
suo volo si stabilizzò e nella galassia tornò la quiete. Il gigante
spaventoso non c’era più e, con esso, la paura che aveva oppresso
Luke fino a quel momento.
Ricorda, sentì che diceva la voce di Ben, la Forza sarà con
te, sempre.
E così sarebbe stato. Luke lo capiva, adesso, sentendo per la
prima volta che tutte quelle parti di lui – il giovane fattore che
non vedeva l’ora di fuggire, l’apprendista Jedi, la nuova recluta
dell’Alleanza Ribelle – si erano riunite. Vide il futuro stendersi
davanti a lui, sconfinato.
La sua discesa nell’atmosfera di Yavin 4 fu accompagnata
dalle urla e dalle grida di giubilo degli ufficiali e di tutto il
personale della sala di comando. A bordo dell’Ala-X, Luke

203
sorvolò la giungla, fendendo la nebbia fitta finché, finalmente, i
templi si materializzarono davanti a lui. Aspettò il proprio turno
per entrare nell’hangar, mettendosi in coda con quel che restava
della squadriglia Rossa e Oro. Ora che fu dentro anche lui, ed
ebbe avviato le procedure di atterraggio, la Ribellione al gran
completo si era riversata nell’hangar per accogliere i piloti. Luke
non era mai stato tanto contento di vedere tutte le loro facce.
Armeggiò per slacciarsi le cinture e spinse il tettuccio verso
l’alto. Buttò il casco sul sedile, ed era già a metà della scaletta
prima di riuscire a tirare un altro respiro.
“Luke!” Leia gli corse incontro, una macchia bianca
indistinta che si faceva largo fra la folla. “Luke!”
Luke riuscì in qualche modo ad abbracciarla, quando la
principessa gli si lanciò letteralmente addosso ridendo. La
sollevò da terra e la fece girare stringendola in un forte abbraccio,
rimettendola a terra proprio mentre Han arrivava alle loro spalle,
con un sorriso che gli andava da un orecchio all’altro. Il capitano
non si oppose alle pacche che Luke gli diede sulla schiena.
“Lo sapevo!” disse Luke, assestandogli anche un pugno sulla
spalla per esserne più certo. “Lo sapevo che saresti tornato!”
Han fece spallucce. “Be’, non volevo lasciarti tutto il merito e
tutta la ricompensa!”
Chewbecca gli borbottò dietro qualcosa, dandogli una
scrollata.
“D’accordo, d’accordo, e anche perché volevo essere sicuro
che tu uscissi da questo guaio tutto intero!” aggiunse Han. “Cosa
si prova a essere un eroe?”
“Poveri noi! R2!” Sentendo la voce disperata di 3PO Luke si
voltò di scatto. Nell’euforia, non sapeva come, si era dimenticato
del droide che gli aveva coperto le spalle. Un tecnico stava

204
calando a terra R2-D2 con grande cautela, per evitare di
danneggiarlo ulteriormente. Il corpo bianco e blu era diventato
quasi nero per le bruciature. Circuiti elettrici gli fuoriuscivano
dalle giunture come piante rampicanti, e gli era stato strappato
uno dei suoi piccoli bracci.
“Oh, no!” esclamò Luke, correndo verso di lui.
“R2!” piagnucolava C-3PO. “R2! Riesci a sentirmi? Di’
qualcosa!” Il droide protocollare si voltò verso il meccanico.
“Potete ripararlo, non è vero?”
Il tecnico annuì. “Cominceremo a lavorarci subito.”
“Dovete, ripararlo! Signore, se qualcuno dei miei circuiti o
ingranaggi può servire, lo donerò con gioia!”
“Tornerà come nuovo,” intervenne Luke, posando una mano
sulla spalla del droide protocollare. Quando si voltò di nuovo a
guardare gli altri, scoprì, non senza sorpresa, che Leia stava
sorridendo a Han.
“Lo sapevo che non ti interessavano soltanto i soldi,” disse la
principessa.
“Non ditelo a nessuno, però,” ribatté Han facendole
l’occhiolino. “Non voglio mica rovinare la sorpresa, vostra
altezza.”
“Leia,” insistette la principessa, alzando gli occhi al cielo.
“Leia e basta.”
Luke sentì un sorriso increspargli gli angoli della bocca,
mentre Wedge gli arrivava da dietro e gli mollava un pugno sulla
spalla. “Bel tiro!”
“Senza te non ci sarei mai riuscito!” Luke dovette urlare per
riuscire a farsi sentire sopra i canti, le grida e gli applausi che
erano di nuovo esplosi. Wedge si lasciò trascinare dentro il
gruppo, agitando i pugni in aria.

205
Per qualche secondo, Luke rimase indietro, appoggiato alla
nave. L’atmosfera fremeva, traboccava di eccitazione, per tutto ciò
che erano riusciti a compiere. Eppure, Luke non poteva non
sentire quei buchi, quei vuoti che avrebbero dovuto essere
occupati da persone che non c’erano più. I membri della
squadriglia che non erano sopravvissuti per vedere l’Impero in
ginocchio.
Biggs.
Ben.
Zio Owen e zia Beru.
Suo padre.
Avevi ragione, pensò Luke, sorridendo ancora mentre
Chewbecca abbracciava Leia e poi la sollevava da terra. Avevi
ragione, Ben.
Luke aveva sentito la Forza. Non la comprendeva ancora in
pieno, e sapeva che aveva ancora molto da imparare, su se stesso
e sulle proprie capacità. Ma adesso sapeva anche che le persone
amate che lo avevano lasciato non erano così lontane, dopotutto.
Riusciva a sentirle vicine, come raggi di sole che facessero
capolino fra le nuvole.
Quando chiuse gli occhi, vide i soli gemelli di Tatooine
inabissarsi in un bagliore violaceo, brillando all’orizzonte e
tingendo la sabbia di sfumature dorate. Era stato così determinato
a partire, da non vedere la bellezza di casa sua, e tutto ciò che il
suo pianeta aveva fatto per renderlo ciò che era.
“Ehi, ragazzo!” gridò Han, facendogli segno di raggiungerli.
“Pronto per una festa vera?”
La folla stava uscendo dall’hangar, per radunarsi nel Grande
Tempio. Sicuramente, pensò Luke, per tornare al banchetto che i
Ribelli avevano lasciato.

206
Ragazzo. Luke sbuffò. Forse Han lo avrebbe chiamato sempre
così. Forse gli altri piloti avrebbero pensato che era soltanto un
pivellino che aveva avuto un colpo di fortuna. Forse Leia lo
avrebbe sempre considerato un sempliciotto proveniente da un
pianeta ai confini estremi della galassia; un tipo che non era né
fine, né intelligente né particolarmente affascinante.
Adesso, però, Luke sapeva di essere molto più di quello… e
che sarebbe andato molto più lontano.
E, questa volta, nessuno sarebbe riuscito a fermarlo.

207
208
CAPITOLO VENTUNO

QUANDO IL MATTINO DOPO il sole si levò, dorato e


splendente, brillò non solo sugli antichi templi di Yavin 4 ma su
una nuova galassia; una galassia che risplendeva di nuove
possibilità. Le tre figure si affacciarono nella sala del trono del
Grande Tempio, intimidite dalle mura di pietra imponenti e dai
soffitti scolpiti con complicati motivi decorativi. La giungla era
nel pieno della fioritura, e riempiva l’aria umida di un intenso
profumo floreale.
I soldati della Ribellione avevano indossato gli abiti più belli,
gli elmi e gli stivali che luccicavano mentre il sole del mattino
filtrava dal soffitto con lame di luce. Erano sull’attenti ai lati di
un lungo corridoio. I tre varcarono la soglia della grande sala.
Luke fremeva nei nuovi abiti, intrecciando le mani dietro la
schiena per nasconderne il lieve tremore. Si rilassò al suono del
fischio sommesso di Han, accanto a lui. Chewbecca li incalzò,
sospingendoli verso una figura vestita di bianco che li aspettava.
Partì una musica trionfante, e al primo squillo di trombe i tre
cominciarono a percorrere i gradini che portavano al palco della
sala del trono.
Leia si sforzò di nascondere il sorriso, mentre avanzavano
verso di lei: voleva che quella cerimonia avesse per loro lo stesso
valore che aveva per lei.
La Ribellione le aveva spalancato le braccia accogliendola in
una nuova casa, dandole un nuovo scopo: aiutarli come guida nel
loro nuovo corso.
Accanto a lei, due droidi – forse i veri eroi di questa storia –
erano stati ripuliti e lucidati e occupavano un posto d’onore nella

209
cerimonia. Un R2 riparato si mise a dondolare sulle tre gambe,
fischiettando tutto felice quando Han, Chewbecca e Luke si
fermarono davanti a Leia.
Le medaglie erano state adagiate con cura su un vassoio. Leia
si voltò, le prese e, una per una, le mise al collo dei tre eroi.
Luke, Han e Chewbecca si voltarono verso i soldati e gli
ufficiali e chinarono il capo. La sala esplose in grida di esultanza.
La principessa, la canaglia, il giovane fattore.
La senatrice, il contrabbandiere, il sognatore.
La leader dei Ribelli, il capitano, il pilota.
Più di quel che pensavano di se stessi.
Più di quel che gli altri vedevano in loro.
E, insieme, una nuova speranza per il futuro.

210
RINGRAZIAMENTI

RINGRAZIO anzitutto Michael Siglain, Emily Meehan e


l’intero team della Disney per avermi offerto questa incredibile
opportunità di diventare non solo una scrittrice, ma anche di
scrivere libri di Star Wars, con cui sono cresciuta, un sogno che
coltivavo da… be’, quasi tutta la vita. Sono assolutamente
onorata ma anche intimidita da questa responsabilità: grazie!
Ringrazio con latte blu e biscotti wookiee i miei nuovi amici
alla Lucasfilm, specialmente Rayne Roberts, Pablo Hidalgo,
Leland Chee, Frank Parisi e Jen Heddle. La vostra passione e
dedizione nel mantenere viva la nostra (diciamoci la verità)
galassia preferita sono davvero stimolanti. È stato per me un
grandissimo piacere e onore collaborare con voi!
Adam, Tom e Tony: sono davvero felice di avervi conosciuti e
di avere condiviso con voi la nostra passione! Grazie per avermi
fatto conoscere il mondo della MG. Sono così fiera di fare parte
della nostra piccola e mitica (se posso dirlo) squadra… e sto
ancora ridendo di Downtown Disney
A Susan Dennard e Sarah J. Maas, le mie cacciatrici di taglie
preferite: non ce l’avrei mai fatta senza di voi. Questa è la pura e
semplice verità. Grazie di tutto: dei vostri consigli, del vostro
entusiasmo e della vostra fiducia in me.
E, per finire, devo tutto, persino il mio amore per Star Wars,
alla mia famiglia. È stato un viaggio incredibile nel corso degli
anni, e sono grata di ogni suo giorno. Mamma, grazie di avermi
incoraggiata a cimentarmi in questo compito e di avermi aiutata
ad affrontare la ridda di emozioni che ha comportato lavorare a
qualcosa che mi sta così a cuore (e, lo sai, per avermi portato dal

211
viaggio quel pupazzetto della guardia gamorreana!). Papà, oggi
sono una scrittrice perché hai portato questa meravigliosa storia
nella mia vita e mi hai fatto vivere una miriade di avventure. Ci
manchi e ti amiamo tanto; e sappiamo che la Forza scorrerà
sempre potente in te.

212
Indice

Nota dell’autrice
Introduzione
LA PRINCIPESSA
Capitolo UNO
Capitolo DUE
Capitolo TRE
Capitolo QUATTRO
Capitolo CINQUE
Capitolo SEI
LA CANAGLIA
Capitolo SETTE
Capitolo OTTO
Capitolo NOVE
Capitolo DIECI
Capitolo UNDICI
Capitolo DODICI
Capitolo TREDICI
IL GIOVANE FATTORE
Capitolo QUATTORDICI
Capitolo QUINDICI
Capitolo SEDICI
Capitolo DICIASSETTE
Capitolo DICIOTTO
Capitolo DICIANNOVE
Capitolo VENTI
EPILOGO
Capitolo VENTUNO
Ringraziamenti
213