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Un cantiere pieno di sole: archeologia e ambiente di Gesù

L’originalità dell’archeologia
L’archeologia, con il suo lavoro sul campo e l’ammasso dei dati raccolti, è divenuta una fonte insostituibile
nella ricostruzione del Gesù storico. Il suo punto di osservazione è originale1: la terra e i suoi segreti, lo
sguardo sul passato a partire da tracce materiali accessibili nel presente, la continuità nell’ambiente e la
discontinuità nei depositi sovrapposti dello scavo. Questo specifico punto di vista produce un confronto con
le risultanze delle altre discipline storiche, non privo di contrasti e critiche incrociate ma anche e
soprattutto di ricca complementarietà.

Essendo una scienza della terra, l’archeologia rileva oggetti, spazi, materiali che la mente compone e
interpreta ma da cui non può prescindere per raggiungere una visibilità, una materialità, una manualità
assai diversa dalle scienze letterarie. Grazie ai suoi ultimi sviluppi metodologici, l’archeologia post-
costruttivista può essere annoverata, al seguito dell’antropologia, nel numero delle ‘scienze nuove’ che
hanno un paradigma meno autonomo, deterministico e apodittico ma più interdisciplinare, sensibile,
olistico. Con essa vengono recuperati aspetti molto accentuati nei Vangeli ma poco percepiti dalla ricerca
storico-critica tradizionale: Gesù si muove in un ambiente, è a contatto con la vita reale, trasforma oggetti
in simboli. E’ evidente che la scienza della terra favorisce una lettura più fisica2, più democratica3 e più
contestuale, sia nella dimensione geografica che sociale4. Ciò funge da completamento e correzione di tanti
usi e discorsi frequenti e, talora, abusati nell’ambito di una ricerca storica su Gesù, come – ad esempio –
l’interminabile discussione su aspetti formali – come il genere, la struttura, i metodi o alcuni termini quali,
ad esempio, ‘Figlio dell’Uomo’ o ‘rivelazione’ -, l’ipotetica affiliazione delle fonti e il conseguente conflitto
delle supposizioni.

Gesù scende in campo


L’interesse per la figura di Gesù ha provocato la nascita dell’archeologia; missionari, pionieri, ricercatori di
varia specie, scrittori, primi escavatori sono giunti in Medio Oriente assetati di scoperte e di conferme. Poi

1
L’archeologia ha una prospettiva larga che mette a dura prova l’impostazione marcatamente mentale della nostra
cultura e ricerca. Essa abbraccia tutta l’ampiezza dei tempi, dalle origini ad oggi, per almeno 1.500 mila anni, in cui la
scrittura e la cultura letteraria occupano una parte infinitesimale, appena gli ultimi cinquemila anni. Se paragoniamo la
totalità delle epoche archeologiche a un giorno, noi ci occupiamo in pratica solo degli ultimi secondi! Uno studio di
Gesù, inserito e riferito a questo quadro, perderebbe molto delle questioni teo- e ideo-logiche e darebbe
probabilmente assai più importanza a cose ritenute secondarie e banali, quali il cibo, la salute, l’adattabilità, la
riproduzione, l’ambiente.
2
E’ evidente la diversità dell’impostazione archeologica rispetto a quella storica: la prima parte da un oggetto reale e
si muove verso l’interpretazione, la seconda parte da ciò che è o assomiglia a una interpretazione e ne cerca la
consistenza reale. Nel primo caso non si metterà mai in discussione l’esistenza degli oggetti quanto piuttosto il loro
senso; nel secondo, invece, sarà inevitabile domandarsi non il senso ma la consistenza oggettiva di ciò che è indagato.
Paradossalmente, solo la citazione di parole può assomigliare al ritrovamento di un oggetto, perché, se riportate
fedelmente, le parole assumono quasi lo statuto di reperto archeologico e la sua qualifica di realtà fisica permanente.
Dall’altra parte, il ritrovamento di materiali epigrafici è un caso convergente: appare insieme la realtà materiale e
l’informazione.
3
Per l’archeologo un arredo da cucina trovato in un quartiere marginale della città o in uno sperduto villaggio o su una
strada abbandonata di campagna assume la stessa importanza e richiede la stessa procedura di analisi di un
ritrovamento in un palazzo e della scoperta di monili di lusso.
4
Gli sviluppi recenti della ricerca sul territorio hanno portato a interessarsi sempre più dell’ambiente nel suo insieme
con le sue strade, fattorie e lavoro, luoghi di sosta e di ristoro, commercio e trasporti, territorio e campagna piuttosto
che a limitarsi allo studio di singoli siti e delle città in genere.
l’archeologia si è emancipata ed ha acquisito una identità del tutto indipendente da interessi e credenze
specifiche. E‘ successo poi che per reazione al passato e per condizionamenti dalle mode contemporanee, si
si è ceduto alle spinte di un minimalismo radicale che negava ogni possibilità di contatto e confronto fra la
Bibbia in genere e le risultanze archeologiche5. L’equilibrio che si cerca oggi di raggiungere rifugge ogni
strumentalizzazione e promuove il confronto su tutti i fronti. Ciò produce rivolgimenti e chiede
riadattamenti continui. Si può prendere un esempio dall’attualità degli scavi. Erode appare nelle Fonti
letterarie (canoniche e non) come il villain della storia di Gesù, gli scavi archeologici lo rilanciano, invece,
come una figura di straordinaria grandezza per l’ampiezza e la bellezza delle sue costruzioni e dei suoi
manufatti6; egli vive un secondo splendore. D’altra parte proprio l’archeologia erodiana mostra con
l’evidenza che Gesù ha fatto una scelta di campo, quella opposto al suo, condividendo lo spazio della gente,
la geografia dei poveri. Nel confronto, lo spazio di Gesù non è affatto demolito ma, direttamente o
indirettamente, meglio definito e incontrovertibilmente documentato.

Un altro confronto è archeologicamente istruttivo, quello fra Gesù e l’antico re David. Quest’ultimo è
ancora oggetto di controversia sul campo fra coloro che, a causa della scarsità delle tracce finora ritrovate,
sospettano della verità storica delle sue gesta e taluni persino della sua esistenza storica, e coloro che,
invece, credono di aver reperito ormai tracce sufficienti e ne attendono altre prossime a comparire. David
in archeologia è, comunque, un re, di cui si attendono reperti architettonici quali i palazzi e suppellettili
preziose, tipici oggetti di corte. Per la storia di Gesù non si attende nulla di simile; al contrario, ogni oggetto
della cucina più povera, ogni attrezzo di lavoro perduto nella campagna, ogni tratto di strada sperduta, ogni
pozzo o semplice muro di campo finisce per rendergli testimonianza e per attestarlo come storicamente
credibile. Egli è il tipo archeologicamente meno definito e quello che finisce per essere archeologicamente
meglio attestato.

Infatti, la geografia della Palestina e i ritrovamenti nel suolo concorrono alla ricostruzione dell’ambiente e
delle relazioni sociali del tempo di Gesù. H. Charlesworth ha testimoniato come una frequentazione attuale
dei luoghi evangelici ha la facoltà di farti percepire qualcosa di ineffabile eppur convincente sulla verità dei
Vangeli7; è la stessa impressione che hanno avuto tutti quei ricercatori che hanno vissuto una lunga
familiarità con la Terra Santa8 e che hanno trattato la storicità di Gesù con assai meno problematicità dei
loro colleghi, chiusi nel mondo accademico. Vivendo il contatto con la terra, tanti aspetti del passato
divengono evidenti, eppure acquistano ancor più mistero.

I – Gesù in campagna: la Galilea


L’ambiente più fertile e rilevante della storia di Gesù è stata la Galilea, almeno secondo le scoperte degli
ultimi trent’anni. Proprio perché Gesù non si è legato a nessun luogo specifico, la Galilea del sec. 1° gli
appartiene tutta. Anche le due città – Sephoris e Tiberiade emerse in tutta l’ampiezza di siti urbani
romanizzati e che egli sembra aver volutamente evitato -, contribuiscono a disegnare il suo ambiente e a
determinare le sue scelte di campo. In modo specularmente opposto ma altrettanto rilevante,

5
Sui tempi difficili che oggi i minimalisti sono costretti a vivere, cf Y. Garfinger, “The Birth and Death of Biblical
Minimalism”, Biblical Archeology Review, 37.3(2011), 43-56.
6
Si assiste quasi a una vendetta di Erode sui suoi detrattori: il Parco a sud del Monte del Tempio, Cesarea Marittima,
Sebaste, Massada, l’Herodion, Antipatris e altri luoghi erodiani sono oggi visitati al pari e, in alcuni momenti dell’anno,
più dei luoghi santi della storia di Gesù!
7
J.H. Charlesworth, “Background I: Jesus of History and the Topography of the Holy Land”, Handbook for the Study of
the Historical Jesus, vol 3, Brill, Leiden – Boston, 2213-2240.
8
Si tratta di G. Dalmann, di J. Jeremias, di B. Pixner e, in modo ancor più coinvolgente, R. Bailley per rimanere ai nomi
più celebri. E’ notevole anche il fatto che gli esegeti israeliani che si interessano ai Vangeli condividono un simile
atteggiamento strutturalmente positivo, per non dire di quelli che appartengono alle chiese cristiane orientali.
Gerusalemme appartiene alla geografia del suo ministero e del suo spirito. Essa si presenta negli scavi
relativi al suo tempo come diversa, sia per i suoi resti monumentali, sia per la presenza ingombrante del
costruttore Erode, sia per le strutture del Tempio e dei palazzi, sia per l’esclusività di certi quartieri e
abitazioni e per la marginalità di tanti luoghi legati alla sua storia, quali Betania e il Monte degli Ulivi come
luoghi di alloggio, piscine e porte e atri ambienti popolari di incontro, il ‘fuori porta’ del Golgota come
spazio di esecuzione e intimidazione.

La Galilea di Gesù
I grandi progetti di nuove costruzioni e l’investimento di risorse, di mezzi e di imprese scientifiche – in
questi ultimi anni quasi esclusivamente israeliani - ha fatto della Galilea quasi un unico cantiere a cielo
aperto e ha permesso un balzo in avanti nella conoscenza archeologica della regione. Ciò ha contribuito a
conoscere meglio la sua storia, nelle sue varie epoche e ha illustrare meglio le grandi questioni che
l’accompagnano.

La cornice

Per il tempo di Gesù, due grandi questioni aperte hanno ricevuto lumi dagli scavi recenti: la continuità
storica degli insediamenti, la convivenza fra popolazioni ebraiche e non ebraiche nella ‘Galilea delle genti’.
Le evidenze riscontrate sembrano confermare globalmente una discontinuità di insediamenti in tante parti
della regione. Durante l’epoca assira molti luoghi sembrano abbandonati e la popolazione della Galilea
ridotta ai minimi termini9. Le testimonianze archeologiche mostrano una piccola ripresa al tempo persiano
e ancor più pronunciato, soprattutto lungo la costa, nel periodo ellenista. I reperti si moltiplicano e
attestano un gran cambiamento in concomitanza con la riconquista degli Asmonei e precisamente con
Aristobolo I, intorno al 106 a.C. Solo alcuni insediamenti marginali, prima occupati, vengono abbandonati,
molto probabilmente a causa della forzata circoncisione dei pagani rimasti in loco10.

In questo quadro si pone la questione della convivenza fra Ebrei e pagani, che sembra aver seguito un
paradigma costante: gli ebrei si sono raggruppati nelle zone interne della Galilea, i pagani lungo la costa; in
altre zone limitrofe – come al confine con la Transgiordania e nel territorio di Tiro e Sidone - gli ebrei sono
stati una minoranza. L’evidenza archeologica produce risultante piuttosto univoche: nelle zone interne
‘ebree’ non si trovano Templi pagani, rari sono gli oggetti di culto, sempre più diffusi i miqwot e altri arredi
probabilmente legati alle regole di purità e devozione ebraica; sono assenti ossa di porco11. Un fatto

9
Cf J.L. Reed, Archaeology and the Galilee of Jesus: A Re-examination of the Evidence, Trinity Press, Harrisburg 2000,
28-34. Di parere contrario R.A. Horsley, Galilea, Paideia, Brescia 2006, che riprende la tesi di A. Alt di una continuità
della popolazione galilea lungo i secoli; ma la sua posizione si basa soprattutto su considerazioni sociologiche.
10
Z. Gal, Lower Galilee During the Iron Age, ASORDS 8, Eisenbraun, Winoma Lake IN 1992; U. Leibner, Settlement and
History of the West Galilee, ; M. Aviam, Jews, Pagans and Christians in the Galilee, Institute for Galilean Archaelogy,
University Press, Rochester 2004. In base alla distribuzione rilevata, si è cominciato a considerare segno e prova di
insediamenti pagani anche l’uso di una ceramica speciale per grossi contenitori, conosciuta come GCW, sigla di Galilee
Coarse Ware, che si presenta con una superficie ruvida a causa della qualità specifica dell’argilla galilea.
11
Per una illustrazione esemplare e didattica di come riconoscere la ebraicità di un luogo vedi J.H. Charleworth – M.
Aviam, “Überlegungen zur Erfoschung Galiläas im Ersten Jahrhundert”, in C. Claußen – J. Frey, Jesus un die Archäologie
Galiläas, Biblisch-Theologische Studien 87, Neukirchener 2008, 112-120; essi elencano 6 caratteristiche giudaiche: le
monente (asmonee, erodiane e di Antipa) e “Distribution, Maps of Archaelogical Data from Galilee”, in 115-132, il
miqwe, teciniche di sepoltura, oggetti utili alle pratiche di purità (come le giare citate da Gv 2,6), assenza di ossa di
porco, iscrizioni ebraiche o aramaiche. La documentazione più ampia e tecnica dei dati e una loro interpretazione si
trova nell’opera degli archeologi E.M. Meyers e J.F. Strange; per esempio, nel loro contributo al volume di D.E. Edward
– C.T. McCollough, Archaelogy and the Galilee, South Florida Studies in Histroy of Judaism 143, Scholars Press, Atlanta
1997. Per una interpretazione globale dei risultati vedi Cf M. Chancey, A Myth of a Gentile Galilee, SNTSMS 118,
University Press, Cambridge 2002. Giustamente M. Ebner, Jesus von Nazaret in seiner Zeit, Stuttgarter Bibel-Studien
notevole, direttamente rilevante per la storia di Gesù di Nazareth, è quanto emerge dell’atteggiamento di
Erode Antipa, che sembra aver agito con profondo rispetto per i suoi sudditi ebrei non costruendo templi,
non coniando monete con la sua immagine o quella dei vari Cesari, non adottando usi e costumi, feste e
parate troppo provocatorie12. I villaggi dell’interno, il contesto della vita e dell’azione di Gesù, non
dovettero subire grandi influenze pagane, fin quasi ai tempi della rivolta.

Il quadro

Un contributo ancora più importante alla ricerca sul Gesù storico, è dato dall’archeologia alla ricostruzione
del quadro sociale in cui egli si è mosso: la realtà geo-fisica dei villaggi, la possibilità del contatto con i
pagani, il rapporto con il Tempio e Gerusalemme.

Gesù è stato un profeta dei villaggi. Pur scegliendo Cafarnao e la casa di Pietro come suo quartier generale,
specialmente agli inizi del suo ministero, egli è stato un maestro itinerante e si mosso di villaggio in
villaggio13. Ha occupato anche gli interstizi fra villaggio e villaggio: la campagna, come luogo di gesti
profetici, scenario delle sue parabole e spazio per nuove aggregazioni 14. Non sembra essersi interessato
delle città, né di Sephoris, seppur così vicina alla sua Nazareth, né alla nuova captale Tiberiade, seppur
vicina al teatro della sua predicazione. Gesù sembra abbia voluto sempre porsi nel raggio di azione delle
due capitali senza mai entrare in esse!

Due posizioni si fronteggiano nell’interpretazione globale del territorio galileo: l’integrazione o la


contrapposizione fra città e villaggi come ambiente del vangelo. Per alcuni autori, i villaggi non furono
toccati dalla ellenizzazione prima e poi dalla romanizzazione della Galilea, rimasero isolati e dediti a una
primitiva economia di sopravvivenza e poi sottoposti a una continua espropriazione per finire, maturate le
condizioni, con l’esplodere nella rabbia contro il potere urbano15. Per altri, i villaggi formarono, fin
dall’inizio del periodo romano, il retroterra delle città, necessitate per vivere dei prodotti della terra e
centro di raccolta e ridistribuzione del commercio di beni locali e importati dal di fuori16. La via media fra
queste due posizioni rispetta meglio i dati e, probabilmente, la realtà: i villaggi erano loro malgrado

196, Verlag Katholisches Bibelwerk, Stuttgart 2003, 44-49, fa notare che il paragone con la Samaria mostra quanto la
Galilea fosse leale al giudaismo.
12
M.H. Hensen, “Herod Antipas in Galilee: Friend of Foe of the Historical Jesus?”, JSHJ 5.1(2007) 7-32 e Herod Antipas
in Galilee, WUNT 2.215, Tübingen Mohr Siebeck 20061.
13
W.E. Arnal, Jesus and the Village Scribes, Fortress, Minneapolis 2001, nonostante che si leghi assai all’ipotesi di Q
come testo ideologico di un gruppo, descrive assai vivamente e con molti dettagli la vita dei villaggi, gli effetti della
urbanizzazione di poco precedente a Gesù; cf soprattutto il cap. 4 “The Socioeconomics of Roman Galilee”, 97-156.
14
Anche J.S. Kloppenberg Vernin, Excavating Q, T&T Clark, Edinburg 2000, lega la Fonte dei Detti alla Galilea e ne dà
una descrizione particolareggiata e drammatica, specialmente in 5: “Reading Q in the Galilee”, 214-261. Pur partendo
da una visione diversa di Q, anche R. Horsley, “The Historical Context in Q”, in R.A. Horsley – J.A Draper, Whoever Eras
You Hears Me. Prophets, Performance and Tradition and Q, Trinity International, Harrisburg PA 1999, 49-60 sostiene la
realtà e il peso della pressione urbana sui villaggi interni, come aveva già fatto precedentemente nel suo Galilee:
History, Politics, People, Trinity International, Valley Forge PA 1995.
15
R. Horsley arriva descrivere in termini di lotta di classe l’opposizione città/campagna in R.A. Horsley – N.A.
Silberman, The Message and the Kingdom, Fortress, Minneapolis 1997 e riprende l’idea tradizionale dei villaggi galilei
come covi di rivoluzione.
16
Terre cotte di Kefar Hananiah e di Shikhtin, olive dell’Alta Galilea, pesce da Tarichae/Magdala sono fra i beni più
attestati nella circolazione commerciale di tutta la Galilea e presso gli ebrei di oltre confine. Invece beni di lusso,
monete di Tiro (il famoso siclo tiriano), spezie e incensi sono i meglio testimoniati fra i prodotti importati da altrove: Cf
S. Freyne, Galille and the Gospel – Collected Essays, WUNT 125, Mohr Siebeck, Tübingen 2000, dove in vari articoli, qui
raccolti, ritorna continuamente sui rapporti fra città e campagna e fra Galilea e dintorni. Una sua ultima sintesi
(“Galilean Studies: Old Issues and New Questions”) si trova in J. Zangenberg, H. W. Attridge, D.B. Martin (ed.s),
Religion, Ethnicity, and identity in Ancient Galilee, WUNT, Mohr Siebeck, Tübingen 2007, 13-32.
integrati nel sistema delle città stato, con cui intrattenevano scambi importanti, anche se non frequenti, e
di cui subivano la volontà di dominio e di sfruttamento. Gesù, che non è mai detto entrare in una città
galilea, mostra di conoscere la vita urbana assai bene nei suoi insegnamenti17. Egli non è un agitatore di
classe ma rimane fedele, in tutta la sua permanenza in Galilea e dintorni, al villaggio18. Nessuno può capire
il senso dell’interazione sociale di Gesù senza inserirlo in questo ambito sociale, senza tener conto di quest
sue scelte strategiche. I suoi interlocutori sono la gente del villaggio, emarginata politicamente ma
strutturata culturalmente e socialmente, forse non necessariamente misera, anche se certo povera in
confronto con classi dominanti e la loro cerchia.

La Galilea e le regioni circonvicine


L’archeologia mostra una realtà di scambio fra l’intera Galilea - soprattutto ma non solo l’Alta Galilea - e le
regioni vicine. I due episodi in Mc 7,24-34 sono una illustrazione dei viaggi di Gesù oltre le frontiere che
corrispondono ai dati e alle conoscenze che abbiamo19. S. Freyne ha collegato i contatti con le terre pagane
intorno alla Galilea con la tematica attualizzata dell’Esodo: con lo scopo di estendere il territorio
propriamente ebraico, con la problematicità dei rapporti con i gentili indigeni e con il fascino dei Cananei.
Ha mostrato che la mappatura della moneta di Tiro e delle ceramiche evidenzia la complessità dei rapporti
lungo le frontiere Nord d’Israele: penetrazione lenta ed altalenante della presenza e dei prodotti delle città
fenice nell’interno della Galilea, dall’altro lato esportazione dalla Galilea di utensili propri per il fabbisogno
degli ebrei, tensioni etniche e incidenti narrati da Flavio Giuseppe come prezzo dello scambio e del difficile
equilibrio connesso da raggiungere20. Gesù ha preso posizione su questi problemi scottanti nel suo
ambiente e, senza nessuna pretesa di conquista, è andato a proclamare il vangelo anche agli ebrei oltre
frontiera e non ha escluso i pagani che a lui si sono rivolti.

C’è da menzionare un altro dato storico-archeologico poco notato ma intrigante, la presenza di un tempio
ebraico, anche se eterodosso per l’establishment di Gerusalemme, ‘al dio di Dan’, intorno a cui certo il
rapporto fra ebrei e pagani della regione era molto sentito e una opposizione all’isolamento istituzionale di
Israele verosimilmente avversato21. Anche se non si può provare nessun contatto né tantomeno una sua
influenza di quel luogo su Gesù, rimane notevole il fatto che i Vangeli parlino di un suo ritiro strategico nella
“zona di Cesarea di Filippo” che precede e, in qualche modo, causa la salita di Gesù a Gerusalemme e la sua

17
Gesù parla di re e funzionari, di potere e di regno, di commercio e di tasse, di banche e di investimenti, di corti e
case lussuose, di banchetti e feste, di servi e padroni e dimostra di essere assai al corrente della vita della sua società.
18
I Vangeli non solo non parlano mai di visite di Gesù a Sephoris o a Tiberiade o a Bet-She’an ma anche notano che
‘Gesù andò nel territorio di Tiro e Sidone’ e ‘nel mezzo del territorio della Decapoli’ (Mc 7,24; cf 10,1) o ‘nei villaggi di
Cesarea di Filippo’ (8,27), evitando con accuratezza di dare l’idea che Gesù entrasse in qualche città. In Mc si trovano
ben 14 menzioni del villaggio e una distinzione significativa fra komh, e kwmopo,lij e altre espressioni che indicano la
campagna (territorio circostante, campi, luogo isolato – da non sbagliare con il deserto! – e simili). Luca, al contrario,
ribalta i dati marciani e chiama ‘città’ i villaggi (Mc 1,33.45 chiama Cafarnao ‘città’ ma è solo nel senso di folla
radunata) e mostra Gesù che entra o è in città (ad es., Lc 5,12 e 9,40).
19
Su Mc 7,24-31 vedi il bello studio di G. Theißen, Lokalkolorit und Zeitgeschichte in den Evangelien, NTOA 8,
Vadenhoeck & Ruprecht, Göttingen 1989, 62-119, dove le definizioni della donna ‚”sirofenicia, di lingua greca” sono
inserite nel contesto storico e arricchite da iscrizioni che costituiscono significativi paralleli, dall’archeologia e da uno
studio del contesto socio-politico..
20
S, Freyne, Jesus, a Jewish Galilean, T&T Clark International, London – New York 2004, specialmente 74-91.
21
Sull’affare Dan e sui riferimenti al Libro delle Visioni di Enoch, cf G. Nickelsburg, “Enoch, Levi and Peter. Recipient of
Revelation in Upper Galilee”, JBL 100(1981), 575-600 e S. Freyne “Jesus in Galiläa”, in C. Claussen – J. Frey, Jesus und
die Archäologie Galiläas, 203-226; D. Suter, “Why Galilee? Galilean Regionalism in the Interpretation of 1 Enoch 6-16”,
Henoch 25 (2003), 1-44. Sul Tempio di Dan, cf. A. Biran, “To the God who is in Dan”, in A. Biran, Temples and Heigh
Places in Biblical Times, Jerusalem 1981, 142-151 e
presa di posizione contro l’uso esclusivista e discriminatorio del Tempio e la rivendicazione che esso diventa
una “casa di preghiera per tutte le nazioni” (Mc 11,17 con il richiamo a vari testi profetici).

La sinagoga
Un aspetto religiosamente centrale è la frequentazione che Gesù ha avuto dei luoghi con riferimento sacro
e comunitario: la sinagoga e il Tempio.

L’archeologia ha dimostrato l’esistenza delle sinagoghe in Palestina (Gerusalemme, Massada, Harodium,


Gerico, Horvat ‘Etri, Modi’in) e anche nella Galilea nel tempo di Gesù. Sono state trovate a Gamla, a Kyriat
Qana e, assai probabilmente a Cafarnao e forse a Corazin. Recentissime scoperte aggiungono alla lista la
sinagoga di Magdala, di Kirbet wadi Hamman, di Horvat Hur22 Le Fonti l’attestano a Cesarea Marittima,
altre a Gerusalemme, Tiberiade, Dora e anche nella lontana Antiochia23. Si tratta di edifici che si staccano
nettamente dal reticolo delle case intorno e sono costruiti per incontri pubblici, certo per le riunioni del
sabato e la lettura della Torah e dei Profeti ma anche – naturalmente - per tutte le altre evenienze delle
comunità. Il termine sunagwgh, ha nelle Fonti del sec. 1 il senso originale di ‘riunione’ ma non è escluso,
per metonimia, anche quello di luogo in cui ci si riunisce. Nei Vangeli questo senso è attestato: certo in Lc
7,5 (e At 18,7), preferibile in Mc 1,21 e paralleli e 6,2; Lc 4,15; Gv 6,59 ed altri. Quello che l’archeologia
mostra significativamente è l’ambiente generale dei villaggi, che certamente si riunivano regolarmente e
accoglievano con sorpresa e grande agitazione la visita di un profeta (cf Mc 1,27-29.39). La presupposizione
che viene dagli scavi è che ciò avveniva quasi ovunque in spazi speciali, architettonicamente segnati,
destinati alle riunioni pubbliche.

L’idea della Galilea come luogo antitetico a Gerusalemme, specialmente nel Vangelo di Marco, non significa
che la maggioranza dei Galilei e Gesù stesso non riconoscessero il ruolo sacro e centrale di Gerusalemme e
del suo Tempio24. Lo dimostra un dato archeologico incontrovertibile: nella Galilea, intesa in senso stretto,
dalla conquista asmonea in poi e anche nei dintorni (come nel Golan, a sud dell’Hermon) non si trova
nessun tempio pagano e nessun altro tempio ebraico; rari e praticamente inesistenti altri segni di culti
idolatrici. Il loro tempio era decisamente quello di Gerusalemme. I Rabbini, che non sono mai stati teneri
con i Galilei e che li hanno talora considerati ‘am haaretz, non li hanno mai criticati o condannati come
idolatri. Il discorso sul Tempio ci porta ormai oltre la Galilea, a Gerusalemme.

II – Gesù in città

Le rovine di Gerusalemme
La salita di Gerusalemme è certo un fatto notevole nella storia di Gesù. Se il deserto è insieme ambiente e
scelta ricca di sensi teologici e strategici per Giovanni Battista, se la Galilea è una componente principale
dell’attività di Gesù, anche il suo viaggio a Gerusalemme è insieme un dato fisico e teologico, un contesto
penetrato dentro al testo. Questo viaggio è un pellegrinaggio e rivela la sua pietà autenticamente ebraica di
riferirsi alla ‘città santa’ e al suo Tempio come a un luogo sacro e degno della massima devozione. Tutto

22
Un aggiornamento su queste scoperte si trova in J. Corbett, ”New Synagogues Excavations in Israel and Beyond”,
BAR 37.4(2011), 52-29. Su Magdala cf S. De Luca, „La città ellenistico-romana di Magdala/Tarichaee. Gli scavi di
Magdala Project 2007 e 2008: relazione preliminare e prospettive di indagine”, Liber Annuus 59 (2009),343 .

23
Cf C. Claussen, “Jesus und die Versammlungen Galiläas“, in C. Claussen – J. Frey, , Jesus und die Archäologie
Galiläas, 227-244.

24
Questo punto è stato caldeggiato specialmente da S. Freyne e risulta oggi largamente maggioritario.
però – anche questo pellegrinaggio - è inserito da Gesù nel quadro della sua missione, a servizio di una sua
strategia. Essa non persegue un interesse politico dominante, come lo dimostra il fatto che Gesù non hai
mai progettato di entrare nella capitale della sua regione – Sephoris o Tiberiade che fosse -, anzi se ne è
tenuto significativamente alla larga. Se egli sale a Gerusalemme ed agisce nel suo centro sensibile, è certo
perché lo trova pertinente per la sua missione, per il suo ministero a Israele e per i suoi nuovi orizzonti25.
Egli vi compie un pellegrinaggio, con valenze escatologiche, ma anche con i caratteri di un corteo, di una
conquista pacifica, di un progetto di trasformazione radicale.

L’archeologia, come testo alternativo e parallelo alle fonti che possediamo, offre spunti notevoli anche per
questa secondo ambiente costitutivo della esperienza evangelica.

Il viaggio
Innanzitutto il viaggio da Cafarnao a Gerusalemme possiamo valutarlo in circa una settimana, cioè sei
giorni. Gli scavi ancora parziali ma già significativi di Phasaelis e Archelais nella Valle del Giordano rendono
poco probabile un viaggio di Gesù seguito da folle, perché egli si sarebbe certamente scontrato con le forze
romane di controllo del territorio. Un cammino per la via ‘al di del Giordano’ è più verosimile (cf Mc 10,1 e
Mtt 19,1) di un passaggio attraverso la Valle o per la Samaria (cf il Grande Viaggio in Luca).

Oggi siamo in grado di valutare l’impatto che Città anche per lui, santa ha potuto esercitare su Gesù,.
L’architettura erodiana non poteva non provocare un grandissimo impatto su ogni pellegrino del sec. 1,
come lo fa sul visitatore odierno con l’imponenza delle su rovine riemerse. Erode il Grande aveva trascurato
la Galilea, ma aveva infuso tutta la sua ricchezza, abilità, megalomania nell’arricchire la Giudea e
Gerusalemme26. L’ingresso nella città santa, in rilievo nei quattro Vangeli, rappresenta sia un omaggio a ciò
che anche Gesù considera sacro sia una volontà di riforma di quello spazio, sia l’affermazione di una
missione propria verso Gerusalemme. Le grandi strutture sono fatte soprattutto per impressionare, per
esaltare il nome di chi le progetta, per imporre il suo potere27. Gesù non può non aver provato suggestione,
ammirazione (cf Mc 13,1-3), pressione psicologica. Ma egli resiste alla suggestione, reagisce con devozione
e furore profetico, misura e valuta secondo valori escatologici. Nulla più delle imponenti rovine della città
che ogni giorno emergono più ampie e impressionanti spiega l’importanza dell’ingresso simbolico (eppur
reale e gravido di conseguenze) e la forza ideale del giovane profeta.

In Giudea Gesù inverte la direzione del suo cammino; sostituisce alla dominante direttrice Nord-Sud che lo
ha condotto da Dan a Gerusalemme, un nuovo asse che segue la direzione Est-Ovest. Seguendolo nei vari

25
Tutti I maggiori studi sul Gesù storico, esaminano il caso. Ci sono quelli che come Sanders, lo riducono a una
manifestazione profetico-apocalittica, chi – come Bultmann e Becker – all’ideale realizzazione della profezia di Zac 9,9;
chi – come Horsley – a un vero atto rivoluzionario. Cf le posizioni equilibrate di J. D.-G. Dunn, The Remebered Jesus,
Eerdmanns, Grand Rapids 2004, 790-796 e B. Kinnan, “Jesus’Royal Entry into Jerusalem” in D.Bock – R.L. Webb, Key
Events in the Life of the Historical Jesus, WUNT 247, Mohr Siebeck, Tübingen 2009, 383-427.

26
Sull’attività edilizia di Erode, cf l’opera del compianto E. Netzer, The Architecture of Herod, the Great Builder, Texts
and Studies in Ancient Judaism 117, Tübingen 2006, specialmente i capitoli su Gerusalemme e il Tempio, 119-201; S.
Rocca, Herod’s Judea, Texts and Studies in Ancient Judaism 122, Mohr Siebeck, Tübingen 2006; N. Kokkinos, The
World of the Herods, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 2007. Gesù è certamente stato più volte a Gerusalemme, come
attesta il Quarto Vangelo, ma ciò non attenua la forte impressione che la città, riorganizzata da Erode in modo
monumentale, doveva fare ogni volta a ogni visitatore.

27
J.D. Crossan – J. L. Reed, Excavating Jesus, Harper, San Francisco 2001, specialmente 182-229.
spostamenti su questa direttrice possiamo percepire come a Gerico affronti la questione sempre
incombente della ideologia davidica (cf Mc 10,47); a Betania e Betfage il problema dell’accoglienza (cf Lc
10,38-42; Gv 11,1ss); alle Porte Monumentali della Città la prova della sua parusia profetico-regale, nel
tempio la rischiosa controversia del sacro e del nazionalismo - ossia l’esclusivismo del Dio d’Israele e di
Israele stesso -, nei suoi cortili la concorrenza degli altri Maestri e movimenti, nelle stanze adiacenti non
abbia potuto sottrarsi a un confronto rischioso con il potere dei Sacerdoti, al Palazzo di Erode con l’Impero;
al Golgota la sfida suprema: quella del potere della morte. E’ una direttrice che lo incunea sempre più nei
giochi degli intrecci sovrannazionali del potenti e lo espone a rappresaglie sempre più mortali. Ciò che il
viaggio Nord-Sud aveva preparato, l’altra direzione lo consuma. E tutto ciò sembra lanciare, nell’insieme del
Nuovo Testamento, la rotta del futuro, sempre più a Ovest.

La città
Anche se Gesù ritorna spesso e agisce soprattutto all’interno degli atri del Tempio, secondo i Sinottici e
soprattutto Giovanni, non si limita ad esso ma frequenta altri ambienti: il Getsemani e il Monte degli Ulivi,
le due principali piscine, la zona del Cenacolo; insomma molti quartieri e punti della città e tutte le strade
che collegavano le varie zone. Questi luoghi sono tutti identificati e corredati con ricchezza di reperti
archeologici, che rendono i racconti evangelici non solo verosimili ma ben contestualizzati.

A ciò si devono aggiungere tutti i luoghi e gli spostamenti della Passione per cui, alla fine, il Tempio è la
scena solo di una parte – e minoritaria - del soggiorno finale di Gesù nella capitale28.

L’archeologia corregge, in modo che sembra ormai definitivo, la tradizionale ambientazione della
comparizione di Gesù davanti a Pilato29. Fra luoghi fuori del Tempio, ma ad esso collegati, hanno un ruolo
rilevante le grandi piscine di Bethesda e Siloam (Siloe), poste ai due poli della città, sia come eventi
strategici che luoghi archeologici. La Piscina di Bethesda è stato uno degli scavi che ha finito per esaltare la
precisione dei dettagli giovannei30: i cinque portici, la difficoltà di accesso a causa di larghe e profonde

28
In Gv, secondo cui Gesù sale molte volte a Gerusalemme, fra cui anche i viaggi per le quattro Pasque menzionate,
vari capitoli sono da situare sicuramente o probabilmente fuori dei recinti del Tempio. Certo 5,1-13; 9; 10,1-21;11;
12,1-19; tutti i capitoli 13-17; 18-19 e anche i racconti pasquali sono tutti situati lontano dal Tempio. E’ poi
immaginabile che abbia pronunciato il discorso del Buon Pastore alla Porta delle Pecore (10,1-21) per entrare solo alla
fine nel Tempio (10,22) e 12,20-50 – l’incontro con i ‘greci’ e ciò che segue - a una delle porte della città. Al cap. 8,
dopo 7,53-8,1-11, solo alla fine (in 8,59) è data un’ambientazione poco probabile nel tempio (in quanto si menzionano
pietre per la lapidazione). Anche in Marco le visite nel Tempio sono frequenti (11,11.15.27; 12,35) ma saltuarie. Da
13,1 in poi, sino alla fine, Gesù non rientrerà più nel Tempio.

29
Oggi è ormai una certezza largamente diffusa che il giudizio davanti a Pilato non è avvenuto nell’Antonia e nel suo
cortile bensì nella sala d’armi del Palazzo costruito da Erode sulla collina occidentale, all’attuale Porta di Giaffa: cf. P.
Benoit, “Prétoire, Lithostroton and Gabbatha”, RB 59 (1952), 531-550, ripreso e aggiornato da J.-P. Lémonon, Pilate et
le Gouvernememt de la Judée. Textes et Monuments, Gabalda, Paris 1981. Recenti scavi nella zona confermano le
precedenti supposizioni: cf Broshi and S. Gibson, “Excavations along The Western and Southern Walls of the Old City
of Jerusalem”, in E. Geva (ed.), Ancient Jerusalem Revealed, Israel Exploration Society, Jerusalem 1994, 147-155; C.H.
Charlesworth, Jesus Within Judaism. New Light from Exciting Archaeological Discoveries, Doubleday, New York 1988.
Per una ricezione esegetica del dato, cf. R.E. Brown, The Death of the Messiah, vol. 1, Doubleday, New York 1994, 706-
710.

30
Il sito è stato scavato più volte e da molto tempo. Per gli scavi del passato cf. P. Benoît, “Découvertes
archéologiques autour de la piscine de Béthesda”, in Jerusalem Through the Ages, The Israel Exploration Society,
Jerusalem, 1968, pp. 48-57 e anche J. Jeremias, Rediscovery of Bethesda, John 5:2, New Testament Archaeology
scalinate, l’agitazione saltuaria delle acque mostrata dalla complessa rete di condutture utili a collegare i
due bacini e a riempirli di acqua piovana, l’alternarsi di terrapieni accanto alle scale adatti a deporvi malati,
il suo servizio in riferimento al Tempio. Che essa era luogo di purificazione, lo dimostra una sequenza di
piccoli miqwot, intesi prima come celle legate a un culto pagano, ma meglio interpretati oggi come utili alla
purificazione necessaria prima dell’ingresso nel Tempio, che è lì nelle vicinanze. Gli infermi non potevano
entrare nel Tempio ed è quindi immaginabile come essi stazionassero qui sia per la vicinanza sia in attesa di
una purificazione per essi particolarmente desiderata. M.T. Rigato ha dimostrato che la calca e la speranza
dei malati era legata al fatto che qui dal Tempio giungessero scoli di acque31. Ciò è basato sulla
interpretazione di fonti che l’archeologia non ha ancora confermato per l’impossibilità di scavare nella zona
fra piscina e Tempio.

La Piscina di Siloam è venuta in nuova luce grazie agli scavi recenti. Oggi conosciamo le sue probabili
dimensioni, il suo rifornimento di acqua e assai meglio il suo utilizzo32. Un lungo canale è stato scoperto che
mostra come essa fosse, anche dall’esterno del tunnel di Ezechia, continuamente rifornita dall’acqua
sorgiva della Fonte Gihon. Essa era circondata da tre parti (la quarta non è stata scavata) da scale
monumentali che permettevano l’accesso a folle di pellegrini. Intorno ad essa, tre ambienti sono notevoli:
una piscina più a nord di quella scavata, in corrispondenza con lo sbocco del Tunnel di Ezechia e del canale
esterno, che serviva da otzer - o serbatoio -, una larga piattaforma per ospitare folle di pellegrini e una
lunga scalinata che collegava la piscina con la zona del Tempio33.

L’archeologia delle due Piscine, se confrontata con i testi giovannei, suggerisce brevi e notevoli riflessioni:
esse erano luoghi utili e aperti a folle di pellegrini per una finale purificazione prima di entrare nel Tempio;
Gesù le frequenta come tutti i luoghi popolari ma anche le utilizza come luoghi propri e autonomi del suo
ministero. Egli innesta i suoi interventi sul grande tema della purità, lo radicalizza e lo rende produttivo
operando salute e, almeno in parte, invertendo la direzione del pellegrinaggio, che non ha più il suo punto
di verifica effettiva nel culto ma nell’incontro con lui.

Monographs 1, Southern Baptist Theological Seminary, Louisville 1966. Per il presente, vedi S. Gibson, “The Pool of
Bethesda in Jerusalem and Jewish Purification Practices of the Second Temple Period”, Proche-Orient Chrétien 55(3/4),
270-293. Le divergenze fra gli studi passati e quelli presenti consistono in una diversa interpretazione degli ambienti.
Oggio è precisato la finalità del bacino Nord come otzer o riserva che raccoglie, supplice e purifica l’acqua dell’altro
bacino; l’esistenza di miqvaot nella zona est è da collocare prima della costruzione di un tempio pagano con Adriano;
la ricostruzione dell’accesso al bacino sud con scalinate e piattaforme serviva per ospitare le folle e i malati; la
connessione fra i vari cunicoli è più chiara e meglio ricostruita; e così via. Interessante e logica l’interpretazione di ‘epi
thê probatikê’ (complemento obliquo) come riferito alla ‘Porta delle Pecore’ piuttosto che alla ‘Piscina delle Pecore’
(essendo ‘kolymbētra’ al nominativo): cf U.C. van Walde, “Archaeology and John’s Gospel”, in J.H. Charlesworth, Jesus
and Arcaeology, 560-566.

31
«L’infermo trentottenne presso “la Riserva/Betsaida” (Gv 5,1-6.14) nell’immaginario cultuale giovanneo», in Rinaldo
Fabris (cur.), La Parola di Dio cresceva (At 12,24). Scritti in onore di C.M. Martini nel suo 70° compleanno, EDB,
Supplementi alla Rivista Biblica, 33, Bologna 1998, 171-194.

32
Esistono relazioni degli scavi in ebraico; in inglese per ora, a mia conoscenza, solo informazioni: cf H. Shanks, “The
Siloam Pool Where Jesus Cured the Blind Man.” Biblical Archaeology Review 31. 5 (2005), 16–23; Elitzur, Yoel, "The
Siloam Pool — 'Solomon's Pool' — was a Swimming Pool," Palestine Exploration Quarterly, 140,1 (2008), 17-25

33
Cf Y. Elitzur, “The Siloam Pool – ‘Solomon’s Pool’ –Was a Swimming Pool “, Palestinian Exploration Quarterly 140
(2008), 17,25.
Il Monte del Tempio
Il Tempio era il centro e la massima espressione architettonica di Gerusalemme. Gli scavi ne mostrano lo
splendore, l’arte e la qualità con una evidenza che supera la testimonianza di Giuseppe Flavio o degli altri
ammiratori antichi34. Ciò deriva sia dalla volontà di autoesaltazione di Erode quanto dal significato e valore
teologico che il luogo aveva da tanto tempo acquisito35. Gesù non solo visita, usa e rispetta il Tempio ma
anche l’analizza e lo affronta con tutto il carico della sua storia, sacralità, intangibilità36. L’evento ha una
portata storica notevole, ben compresa dalle fonti e resa tangibile nel contesto degli scavi odierni. E’ quasi
ancora riconoscibile nelle pietre, visibile nel loro stato di collasso; sembra di sentire vivo il progetto di
abbellimento e l’esperienza della sua distruzione, l’impatto e lo scontro fra grandezza e sacralità, da una
parte, e l’afflato profetico e la riforma politico-religiosa dall’altra. E’ probabile che al momento
dell’ingresso, il punto di vista escatologico fosse prevalente in Gesù su quello profetico e politico; rimane il
fatto della grandezza e rilevanza storica e teologica dell’incontro e dello scontro. La tensione non è certo
contro il giudaismo, la sua fede, la sua cultura o la sua storia o, ancor più, la sua gente; si tratta piuttosto di
una tensione profetica che sgorga dalle profondità della tradizione biblica e si oppone a quello stato di
cose, a quella gerarchia di verità e di poteri, per innovare e riaprire37, che in qualche modo ha lasciato una
traccia sui luoghi e le pietre. L’episodio della ‘Purificazione del Tempio’ continua ad essere anche oggi al
centro di un intenso dibattito38. Sono ancora in discussione i luoghi esatti dove potevano porsi i
cambiavalute e dove potevano essere collocati i diversi animali necessari per i sacrifici. Pur rimanendo
l’Haram as-Sharif largamente inaccessibile, gli scavi rendono ormai chiara l’idea dei luoghi immediatamente
intorno al Tempio: il funzionamento e il posizionamento di rampe, porte, cortili, atri, cunicoli e stanze,
costruzioni e destinazioni; i movimenti di folla come rischio e come rifugio. E’ facile ormai anche orientarsi e
immaginare i movimenti e le mosse descritte dalle fonti. L’archeologia conferma e rende plastica l’idea che
ciò che qui succede non può non avere il valore di una decisione somma, di una resa dei conti. L’episodio

34
Per una sintesi giornalistica ma informata sugli scavi nell’aria del Tempio, cf H. Shanks, Jerusalem’s Temple Mount,
2007. Inoltre L. Ritmeyer, The Quest. Revealing the Temple Mount in Jerusalem, carta, Jerusalem 2006; per una
panoramica più tecnica E. Mazar, A Complete Guide to the Temple Mount Excavations, Shoam Academic, Jerusalem
2002; M. Chyutin, Architecture and Utopia in the Temple Era, T&T Clark, London –New York 2006; per una vision
simbolica ed estetica cf S. Godhill, The Temple of Jerusalem, Harvard Univeristy Pressi, Cambridge MA 2004.

35
Cf J. Day (ed.), Temple and Worship in Biblical Israel, 2005; M. Barker, Temple Theology, 2004; J.A. Berman, The
Temple: Its Symbolism and Meaning Then and Now, 1995.

36
Cf H. Lichtenberger, “Der Mythos von der Unzerstörbarkeit des Tempels“, in J. Hahn (Hg.ber), Zerstörung des
Jerusalemer Tempels, WUNT 147, Mohr Siebeck, Tübingen 2002, 92-107

37
Il tema è molto sensibile dopo la svolta di E.P. Sanders, i recenti approdi di J. Meier e la nuova impostazione degli
studi su Gesù e l’ebraismo, condivisa da molti. Ciò è sacrosanto e ben documentato, aiuta a superare tremendi
pregiudizi e pagine tragiche di storia. Ma leggendo i Vangeli fra le rovine non si tratta di opporre grandezze posteriori
o servire ideologie di parte; si tratta di mantenere la forza insista in certe esperienze storiche e cogliere la dinamica
interna a luoghi, situazioni, culture e generazioni, senza prestarsi o incorrere in maledetti errori.

38
Fra i tanti studi, cito G. Biguzzi, Distruggerò questo Tempio, ; B.D. Chilton, The Temple of Jesus, University Park,
Philadelphia 1992; J. Ädna, Jesu Stelling zum Tempel, WUNT 2.Reihe 119, Mohr Siebeck, Tübingen 2000; B. Pitre, Jesus,
the Tribulation, and the End of Exile: restoration Eschatology and the Origin oft he Atonement, WUNT 2. 204, Mohr
Siebeck, Tübingen 2005. Recentemente K.R. Snodgrass, “The Temple Incident”, in D.Bock – R.L. Webb, Key Events in
the Life of the Historical Jesus, WUNT 247, Mohr Siebeck, Tübingen 2009, 429-480; J. Ädna, “Jesus and the Temple”, in
T. Holmén – S.E. Porter, Handbook for the Study of the Historical Jesus, vol. 3, Brill, Leiden – Boston 2011, 2635-2676.
della ‘purificazione’, pur con tutta la sua carica di minaccia, non può essere mai interpretato come una
rottura o un misconoscimento del ruolo cultuale e culturale del Tempio. Gesù ne difende la santità (cf Mc
11,16), ne chiede l’apertura (cf Mc 11,17), ne rileva la sterilità (Mc 11,12-14.20-21), ne usa la disponibilità
(Mc 11,27; 12,35; Gv 7,14; 10,23; ), ne sfrutta la popolarità, vi accetta l’opportunità di tanti confronti (Mc
12,13-40), vi scruta il comportamento dei vari visitatori (cf Mc 12,41-44).

L’archeologia corrobora tre punti salienti dell’approccio di Gesù al Tempio:

 La monumentalità che Gesù e i suoi discepoli riconoscono (cf Mc 13,4// e Gv 2,20) che esalta la sua
sacralità (cf Mc 11,16-17//). Richiede rispetto, incute timore e impone a ognuno o seguire le regole
fissate o venir sottoposto alle previste punizioni. La grandezza degli spazi prevede e organizza le
folle, la purità prescritta serve a mantenere le distanze, il servizio d’ordine a reprimere ogni
infrazione. La grandezza è nello stesso tempo forza ed evidenza suasiva.

 L’articolazione che pone regolarmente l’insegnamento e l’azione di Gesù nei margini del Tempio,
nei cortili, nei portici e alle porte del Tempio, mai nel santuario e oltre l’hireq39. La sola volta che si
interessa dei sacrifici è per subordinarli all’atto assai meritorio del perdono (cf Mt 5,23 cf Mc
11,25). Anche se dal silenzio non si può dedurre nessuna conclusione sicura, eppure non può non
esser significativa la massa di dati che presenta Gesù sempre e solo ai margini del Tempio.

 Il sistema che è archeologicamente concretizzato dall’organizzazione precisa dei luoghi che


permette la distinzione degli usi, la destinazione dei compiti, la gerarchia dei ruoli. E’ chiaro che un
ordine governa quel luogo e che Gesù lì è solo un outseider, un pellegrino che ha diritto
all’accoglienza e un oppositore che lì può essere solo schiacciato.

Gesù e Gerusalemme
Senza ritornare e addentrarsi oltre in tanti particolari, già tante volte ripercorsi, colgo nel confronto fra
pietre e testi, un triplice senso profetico nel modo di presenza di Gesù in quell’ambiente:

1. il riconoscimento dei luoghi, di Gerusalemme e del Tempio come rilevanti per Israele, il singolo
ebreo, per la presenza stessa di Dio in mezzo al suo popolo, del suo popolo in mezzo alle genti. Da
questo punto di vista anche le attuali rovine hanno un surplus di senso anche per ogni cristiano;

2. la subordinazione dei luoghi al suo vangelo. Nell’invio alle piscine, nella scelta del cenacolo - come
luogo supremo di preghiera, purificazione, atto simbolico del sacrificio, senso della comunione -,
nel giudizio profetico sulle gerarchie e il culto, nel dialogo con tutte le correnti più rappresentative,
Gesù si presenta come colui che penetra, valuta, introduce sensi propri di una precomprensione e
missione più ampia del Tempio e del ruolo di Gerusalemme;

39
Il ritrovamento alla fine del sec. XIX di una lapide scritta che prescriveva lo spazio di separazione fra ebrei e gentili,
in tre lingue, oggi al Museo di Istanbul, e il ritrovamento recente di un esemplare simile danno l’idea di quanto reali
fossero le barriere etniche e cultuali nel Tempio. C’è da notare anche che i discepoli Pietro e Giovanni, nella imitazione
dell’attività taumaturgica di Gesù, si spingeranno, dopo Gesù, oltre, verso l’interno alla ‘Porta Bella’ per guarire uno
storpio (cf At 3,2), porta che oggi viene regolarmente identificata con quella che immetteva nel santuario ed era
frequentata da soli ebrei. Anche Paolo, per farsi accettare, intenderà compiere atti di purificazione che lo spingeranno
negli ambienti più riservati e interni del Tempio e lo renderanno più visibile e aggredibile (cf At 21, 1-36).
3. l’inclusione dei luoghi in una visione propria e originale per cui il Tempio diviene una casa di
preghiera per tutti i popoli (così già Is 56,7; cf Mc 11,17), Gerusalemme il simbolo del destino del
mondo (cf il discorso escatologico), la maturazione del suo conflitto con i poteri la decisiva lotta
escatologica (cf il dialogo Pilato-Gesù in Gv 18,28-19,16). Secondo la testimonianza dei Vangeli, più
Gesù si inserisce in un luogo, più tende a sorpassarlo.

I cammini della Passione

Qui si aprirebbe un lungo discorso sia dal punto di vista archeologico che della localizzazione storica dei
singoli eventi della Passione. Del resto lo studio è stato fatto magnificamente da R.E. Brown in Death of the
Messiah, dove l’attenzione all’ambiente si accompagna a una magistrale esegesi. In più esistono studi
aggiornati anche dal punto di vista archeologico40. Il ritrovamento della tomba dell’uomo crocifisso a Givat
Ha Mitvar, quello del probabile monumento sepolcrale del Sommo Sacerdote Anna nella valle della
Geenna, dell’Ossario di Caifa e la conoscenza migliore delle mura e del luogo del Golgotha e tante altre
cose ancora rendono l’ambiente dei racconti della Passione oggi molto meglio conosciuti. Si può solo
notare che ancora una volta è il Vangelo di Giovanni a fornire il maggior numero di particolari e di
convergenze con l’archeologia.

III° - I vangeli e l’archeologia

Il caso Quarto Vangelo


Uno dei risultati più clamorosi e originali dell’intensa stagione di ricerca archeologica sul territorio è stato
l’accreditamento dei dati del Vangelo di Giovanni. Questo Vangeloè stato letto per tanti secoli solo in senso
solo spirituale e lo si è valutato come adatto a una comprensione di Gesù solo teologica. Oggi, l’archeologia
ha mostrato l’accuratezza, l’abbondanza, la verità documentata di molti dei suoi dati. Nel volume Jesus and
the Archaeology, due contributi sono dedicati interamente a mostrare la solidità e l’ampiezza di questa
affermazione. U.C. van Wahlde esamina venti riferimenti topografici, di cui ben tredici esclusivi del Quarto
Vangelo, e oltre cinquanta testi. Regolarmente conclude sulla verosimiglianza storica dei fatti esaminati,
rilevando spesso l’accuratezza delle informazioni ivi contenute. Sedici luoghi sono stati chiaramente
identificati; fra i quattro restanti due sono da precisare all’interno del recinto del Tempio – il banco dei
cambiavalute e lo spazio dei venditori di animali per i sacrifici - e due – Aenon presso Salim e Betania oltre il
Giordano (ma molti sostengono la lectio ‘Bethabara’ come originale) – sono ancora discussi. Si tratta, come
si vede, più del ritardo dell’archeologia che di un difetto del testo41. P.N. Anderson, nell’altro intervento
nello stesso volume, dibatte la differenza fra esegeti e archeologici nell’approccio al testo giovanneo42.
Mette in evidenza alcuni aspetti della retorica del testo: 1) la rivendicazione di una conoscenza diretta e di
prima mano di ciò che narra, come indica l’uso per ben 98 volte ripetuto dei verbi di vedere43, 2) il punto di
vista esterno ai luoghi narrati, per cui spesso si spiegano termini, costumi e nomi e si crea lo spazio per una
elaborazione immaginativa della memoria degli spazi originali; 3) la ricchezza dei dati rilevanti per

40
S. Gibson, The Archaeological Evidence: The Final Days of Jesus, A Lion Book, Oxford 2009.

41
In J.H. Charlesworth, Jesus and the Archaeology, 523-586

42
Nello stesso volume, cf P.N. Anderson, “Aspects of Historicity in the Gospel of John: Implications for Investigation of
Jesus and the Archaeology”, 587-618.

43
Viene in mente l’affermazione esplicita di R. Bultmann che attribuisce a Giovanni proprio il diritto e il valore nel
campo della fede della conoscenza di ‘secondo mano’.
l’archeologia talora con dettagli specifici, come l’interesse per la Samaria necessario per dare una visione
d’insieme della Palestina di Gesù o la menzione di nomi come Kedron, Lithotstrotos, Gabbatha; 4)
insistenza sulla dimensione spaziale, oltre i dati verificabili archeologicamente, quali il ‘discendere’ e il
‘salire’ come a Gerusalemme o al suo Tempio e la familiarità con ambienti specifici, come per esempio la
casa del Sommo Sacerdote, implicita nel nome Malco, nella modalità di accesso e nei movimenti interni o in
scene come ai piedi della Croce o nel Giardino intorno alla tomba; 5) una certa insistenza sulle indicazioni di
tempo, dall’insistenza sull’ora (quella desiderata, ma anche la ‘decima’ in 1,39, la ‘sesta’ in 4,6, la ‘ stessa
ora’ (4,52-53), sul giorno – ‘finche c’è luce’ (cf 9,4-5; 11,9-10) – , sull’età supposta di Gesù (cf 8,57) o gli anni
di durata del restauro del Tempio (2,20), sulle stagioni: primavera (6,10) e inverno (10,22). Si potrebbero
aggiungere ancora altri dati. La durata del ministero di Gesù, inclusa in quattro celebrazioni della Pasqua, è
il dato giovanneo certamente più notevole; esso risulta assai più verosimile di quello fornito dei Sinottici, di
un solo anno.

Le conclusioni che l’archeologia consegna all’esegesi del Quarto Vangelo sono notevoli:

 è errato opporre senso fisico e storico a senso spirituale e teologico. Il secondo è un senso
‘derivato’, cioè si innesta e sovrappone al primo ma non lo inventa né sostituisce; il vangelo più
spirituale è anche il Vangelo più ricco di dettagli storici;

 il Vangelo di Giovanni va valorizzato per se stesso né dietro né contro i Sinottici. Insieme


convergono su tante notizie ma anche divergono su punti importanti. Ogni divergenza va analizzata
in se stessa senza preferenze né pregiudizi;

 il Quarto Vangelo risulta in tante parti accurato storicamente e dettagliato spazialmente e


temporalmente. Ogni interpretazione del suo senso globale e delle sue singole parti non può
prescindere da questo dato. Il suo contributo per la storia di Gesù è decisivo e non si può scrivere
una vera storia di lui senza i dati e le informazioni di Giovanni, emarginandolo, subordinandolo o
addirittura sostituendolo con altre fonti ipotetiche o presunte.

III. Quattro Vangeli, due prospettive


Il Quarto Vangelo è importante non solo per l’archeologia ma per la ricostruzione globale della vita di Gesù.
In dialettica con i Sinottici, esso costruisce la doppia prospettiva sugli eventi narrati. Tutta la storia di Gesù è
sotto il segno di una ‘bi-focalità’ del punto di vista, della trama e della visione globale. Essa non può essre
ridotta a uniformità ma è necessaria per costituire la complessità e rilievo storico dell’uomo di Nazareth. La
teologia sopraggiunge solo in seguito, portata com’è a sfruttare, prolungare e confrontare prospetti diversi
che sono e rimangono prima di tutto spaziali e temporali. Questa duplicità di vedute emerge soprattutto
per alcuni aspetti: il ruolo attribuito alla Galilea, il riferimento ai discepoli guida, la diversa durata del
ministero di Gesù. Questi tre punti si tengono insieme, per cui abolirne o ignorarne uno comporta
automaticamente l’incomprensione degli altri. Anche se Matteo e specialmente Luca44 variano assai la

44
Il racconto dell’Infanzia in Matteo e Luca ha, fra l’altro, anche l’effetto di alterare la visione geografica e il disegno
spaziale di Marco. E’ molto curioso e intrigante notare poi che Luca, soprattutto nella Passione e nei Racconti della
Risurrezione, si avvicini su vari punti a Giovanni. E’ notevole anche che Marco e Giovanni, a differenza degli altri due
Vangeli, non abbiano racconti dell’Infanzia e inizino la loro narrazione da Giovanni Battista. Nonostante tutto ciò,
rimane evidente la struttura comune – geografica, topografica e temporale – dei Sinottici e l’originale punto di vista di
Giovanni. Luca costringe la prospettiva sinottica a rientrare in quella più ampia della diffusione del vangelo a partire da
Gerusalemme ma non la sostituisce. I racconti dell’infanzia, la lunga sezione del viaggio, le apparizioni solo a
Gerusalemme sono la sua impalcatura per orientare in senso nuovo la prospettiva tradizionale ben riconoscibile.
prospettiva di Marco, si può tuttavia affermare che abbiamo due punti di vista che emergono e si
confrontano nei Vangeli: un vangelo quadriforme con una prospettiva ‘bi-focale’.

 Il punto di vista della tradizione sinottica è la Galilea. I fatti finali a Gerusalemme sono ben
conosciuti e valutati ma rimangono come avvenuti ‘altrove’ e in conseguenza di ciò che era stato
messo in campo in Galilea45. Il punto di vista visivo, prospettico e semantico rimane il vangelo lì
avviato e predicato. Giovanni, invece, è informato sul periodo galileo ma lo presenta come
intersecato a continui viaggi che partono dalla Giudea e, più precisamente, da Gerusalemme e
presto vi fanno ritorno.

 La diversa prospettiva è spiegata al meglio dall’origine diversa della tradizione che è alla base dei
due gruppi, presenti dietro i vangeli: la tradizione sinottica è la voce del gruppo dei dodici, quella
giovannea del discepolo amato e di un gruppo di Gerusalemme e Samaria. Ciò non esclude del
tutto la possibilità, oggi rilanciata, che Giovanni di Zebedeo sia il discepolo ‘prediletto’ ma lo
rende più problematico. L’archeologia meglio dell’esegesi mostra la familiarità del narratore – o
di chi è dietro di lui – con i luoghi della Samaria e soprattutto della Giudea; non si può altrettanto
non riconoscere la migliore qualità visiva dei racconti e dei ricordi del Vangelo marciano per gli
eventi di Cafarnao o dintorni.

 Solo un tempo relativamente lungo permette la costituzione di una tradizione come quella che si
esprime nel Vangelo di Giovanni. In qualche anno e non i pochi mesi, Gesù ha potuto creare una
comunità di seguaci anche in luoghi da lui meno frequentati ma che poi sono divenuti il teatro
degli eventi finali della sua vita. La diversità di luogo e di origine non pregiudica il riconoscimento
reciproco, testimoniato con equilibrio e determinazione nell’ultimo capitolo del Quarto Vangelo
(il cap. 21 non può spurio altrimenti l’intero Vangelo mancherebbe di fondamento e di
giustificazione) ma spiega assai bene l’alternativa dei punti di vista, degli ambienti e dei compiti.

IV. La casa e la tomba


L’archeologia conferma la marcata bipolarità nella tradizione evangelica, già evidente nelle fonti letterarie.
Bipolarità fra memoria e proclamazione, fra ministero e passione, fra Galilea e Gerusalemme. Bisogna
rilevare che questo dualismo è presente sia all’interno di ciascun Vangelo, sia nel rapporto fra Sinottici e
Giovanni. Il dualismo interno nasce dallo svolgersi della trama; è intrecciato diversamente in ciascuna opera
ma rappresenta il senso stesso di una progressione da un inizio a una fine. Quello esterno invece è una
marcata differenza del punto di vista fra i Sinottici e Giovanni, una prospettiva diversa che produce, nella
giustapposizione che ne fa Canone, una focalizzazione ellittica e complementare.

Questo dato strutturale della storia di Gesù può essere verificato con lo studio di due oggetti tipicamente
archeologici: la casa e la tomba, due ambienti tipici di due stagioni diverse dell’attività di Gesù ma anche
emblematici di due punti di vista regionali e di due mondi simbolici. Che costituiscano un elemento di
polarità fra i Sinottici e Giovanni, è dimostrato da questi semplici dati statistici: i Sinottici usano spesso il
termine ‘casa’ (oivki,a / oivko,j) Mc 31 Mt 36 Lc 57, Gv solo 10; al contrario Mc-Mt-Lc usano globalmente il

45
Qui capovolgo la famosa sentenza di M. Kähler: il Vangelo di Marco è la narrazione del ministero di Gesù in Galilea
con una lunga conclusione. Allargo invece le dimensioni del giudizio dei sostenitori della Fonte Q: la Galilea non è solo
l’ambiente dei detti ma anche dei fatti e l’angolo visuale della lettura generale della vita pubblica di Gesù.
termine sepolcro (mnhmei,on) 26 volte e Gv da solo ben 1646. Ciò è un ulteriore segno che la tradizione
sinottica nasce nel ministero galileo, probabilmente centrato su una casa, che potrebbe essere la casa di
Pietro a Cafarnao, e che forse si mantiene viva in relazione ad essa; la tradizione di Giovanni, invece, nasce
in Giudea ed è, fin dall’inizio, centrata sulla memoria e forse sul culto del sepolcro.

La casa, proprio perché tipica del periodo galileo, indica la profondità dell’inserimento di Gesù in quel
mondo, il livello sociale del suo inserimento e la sua continuità. Sia le case ritrovate e scavate a Nazareth si
quella di Pietro a Cafarnao o quelle popolari nel quartiere ebraico del sec. 1° a Sephoris, sia quelle emerse
in tanti altri siti archeologici in Galilea hanno tutte la stessa forma, la forma ‘ebraica’ a quattro stanze (tre +
un cortile), e illustrano l’alternarsi della vita al coperto (di notte e nella stagione fredda e piovosa), in
tettoie e piccolissime stanze e all’aperto (in tutti gli altri momenti e stagioni) in cortili e terrazze.
Rappresentano lo spazio visivo di alcuni episodi e correggono anche inveterati luoghi comuni. Ad esempio,
Mc 2,4 deve essere interpretato come un calare il lettuccio del paralitico da una terrazza nel cortile
piuttosto che lo scoperchiare il tetto di una stanza, come – invece - ha inteso Luca abituato a un sistema di
casa diversa47. In Mc 1,29 il termine casa ha un valore più ampio dello spazio fisico e include le relazioni del
parentado ma anche l’organizzazione del lavoro e il sistema di ambienti di uno stesso blocco48.
Abbracciando insieme dati archeologici e testuali, Gesù ha valorizzato la casa. Non avendo casa propria si è
fatto ospitare nelle case altrui e non dipendendo dalla mentalità dominante, gli ha dato un senso nuovo :

 attraversandola ripetutamente in tutte le sue parti (basta mettere in serie i dati dell’inizio di Mc a
Cafarnao: entra nel blocco (1,29), si reca nella stanza da letto e poi nell’ambiente da pranzo (1,31:
la tettoia?), riceve la gente alla porta (1,32; 2,2), sta nel cortile (2,4).. Gesù non possiede, ma ha una
casa ‘sua’ (così in Mc 2,15: ‘casa di lui’ e si tratta di quella prestata da Pietro a Gesù e non di quella
di Levi) ma entra spesso nelle case altrui, senza rimanervi mai vincolato o subordinato.

 trasformandola con l’introduzione di un nuovo approccio che muove da tanti lati: la critica dei
rapporti interni (come emerge soprattutto dalle Parabole), la cura della salute, il superamento delle
barriere e la critica delle gerarchie nei conviti aperti, la pratica della festa, le proiezioni simboliche
(es., il banchetto segno del Regno, il pane del dono);

 espandendola con l’uso del linguaggio della parentela nel villaggio (“un solo Padre … voi tutti
fratelli”, ad es. in Mt 238-9; Lc 15 …), con l’esportazione della premura familiare nei rapporti

46
Bisogna notare che Mt usa anche quattro volte tafo,j per indicare il sepolcro di Gesù, mentre Gv sempre e solo
menhmei,on ad indicare il suo carattere probabilmente più monumentale. I due evangeli usano anche una volta
ciascuno il verbo evntafia,zw e il nome derivato evntafiasmo,j viene usato 1 volta in Gv e 1 volta in Mc, nel racconto
dell’unzione di Betania.

47
In Mc 2,4 il verbo avposte,gw deve essere tradotto nel senso ‘sottratto di mezzo alla folla’ e ‘portato sul tetto’ in
corrispondenza al luogo dove Gesù si trovava nel cortile o dentro la tettoia sottostante e il verbo evxoru,ssw ha l’idea
plastica di ‘staccare’, ‘sollevare dal tetto’; infine, il verbo cala,w ha il significato proprio di ‘allentare’ e, perciò, ‘calare’.
Quindi Mc non dice che scoperchiarono il tetto, impresa complicata e che sarebbe stata subito notata e impedita; ma
che salirono sulla terrazza, lo sollevarono ulteriormente per poterlo calare nel cortile dove Gesù stava fra la folla. Lc
5,19 ha invece inteso l’operazione della rimozione delle tegole, allontanandosi e drammatizzando alquanto il senso
originale - l’unico verosimile - di Mc.

48
Rinvio al mio studio su Cafarnao, Mattutino in Marco, Urbaniana University Press, Roma 2004, 49-53 e 101.102 e il
testo elettronico Prospettiva sul Vangelo, 2003 in http:/www.bibleresearch.rome.org 30-31.
comunitari (Mc 3,30-34) e l’esaltazione dei valori domestici in dimensione sociale e politica (cf Mc
9,33-37: 10,13-16 e paralleli)49.

Se la casa è l’ambiente popolare più attraversato da Gesù in Galilea, la tomba rappresenta la sfida più
radicale che Gesù – e qualsiasi vivente - può fronteggiare: la morte. Archeologicamente si è notato le
differenze notevoli fra Galilea e Gerusalemme circa il modo e la forma della sepoltura e fra la tradizione e
innovazione in atto, proprio al tempo di Gesù50. A Gerusalemme si trovano numerosissime tombe tagliate
nella roccia fin dai tempi del ritorno dall’esilio e si stabilisce un modello che rimarrà stabile per tanti secoli:
il sepolcro un ambiente a due stanze e sepoltura a kokkim, come tipo più diffuso, o ad arcosolio. In Galilea,
invece, questo tipo di tomba è raro e praticamente irrilevante a livello di costume. Il sepolcro nella roccia
richiede investimento e lavoro specializzato, solo le classi elevate possono permetterselo. Se non ci fossero
scheletri nel deserto, per l’archeologia i poveri non sarebbero mai morti; mentre numerosissimi i segni di
materiali umani in ambiente aristocratico e urbano. Ciò ha una chiara spiegazione: i poveri vengono sepolti
per terra, in un camposanto vicino alla casa, o in fosse comuni e i loro resti sono destinati a corrompersi nel
giro di una decina di anni. La tomba nella roccia invece permette una permanenza assai più lunga dei resti
umani. Essa è perciò segno di forza e prestigio e ha bisogno di spese assai più elevate. Nell’epoca ellenista
prima e romana dopo, conosce un doppio sviluppo, causato dalla crescita elevata della popolazione in zona
urbana e dall’internazionalizzazione dei rapporti. Il Mausoleo di Alicarnasso diviene il modello recepito e
ripetuto da chi vuole perpetuare nel tempo il suo ruolo e rilevanza sociale. Posteriormente l’ossario di
origine romana permette una valorizzazione molto più ampia e duttile del sepolcro nella roccia. Queste due
innovazioni sono praticate a Gerusalemme soprattutto dalla classe sacerdotale. Abbiamo notizia di
costruzione di vari sepolcri e ne sono stati scoperti molti esemplari: il sepolcro monumentale dei Maccabei
a Modi’in, la tomba di Assalonne nel Cedron e molti altri esempi introno a Gerusalemme.
In conclusione, anche la tomba, come la casa, racchiude i segreti di una cultura, la sua profondità, il suo
coraggio e la sua persistenza, il culto degli antenati e la speranza di una qualche sopravvivenza. Ben stabilita
è l’influenza pagana sulle tombe di Gerusalemme e questo dato non è marginale per comprendere gli
eventi pasquali del Cristo51. Nel confronto con la casa, la tomba rappresenta sia una continuità che una

49
La migliore illustrazione di questa tesi si trova nel bello studio di H. Moxner, Putting Jesus in His Place, Westminster -
John Knox Press, Louisville – London 2003.

50
Jody Magness, in particolare, ha studiato l’archeologia funebre del tempo di Gesù. Fra tanti suoi contributi segnalo:
“Jesus’ Tomb – What Did It Look Like”, in H. Shank, Where Christianity Was Born, 212-226; “The Burial of Jesus in Light
of Archaeology and the Gospels”, Eretz Israel 28 (2007), 1-7; vedi anche S. Gibson, The Final Days, i capitol 7-8, 127-
165 con k’avvicente racconto della scoperta di resti dun lenzuolo e di capelli (pg 139-146). Cf anche A. Kloner – B.
Zissu, The Necropolis of Jerusalem in Second Temple Period, Peeters, Leuven 2007.

51
Per un’analisi fra l’aspetto storico e quello archeologico della sepoltura di Gesù si potrebbero tener conto dei
seguenti punti qualificanti: due leggi ebraiche impongono una sepoltura rapida per Gesù, alla vigilia del sabato; Gesù è
senza famiglia e povero, eppure ha una sepoltura definitiva da ricco; se quella tomba fosse stata solo una soluzione
dettata dalla fretta, egli avrebbe potuto esser sepolto di nuovo; la tomba nuova che Giuseppe d’Arimatea ha messo a
disposizione, forse non consiste solo in un kokkim ma nell’intero complesso funebre; la tomba vuota è il racconto
archeologicamente documentabile ed è perciò assai più rilevante delle apparizioni, cosa che risulta chiara dall’insieme
delle convergenze evangeliche; la visita delle donne e la loro unzione hanno perfetto senso e inquadramento nel
modo di seppellire di allora. Con le scoperte fatte di tanti ossari di quel tempo, fra cui quello probabilmente della
famiglia di Simone di Cirene (cf E. Sukenik, “The Earliest Records of Christianity”, American Journal of Arcaeology 51.4
(1947), 351-365) un ossario per Gesù avrebbe dovuto contenere la scritta “Gesù di Nazareth” perché egli non era non
discontinuità. Gesù è ancora una volta ospitato perché senza famiglia, cioè – in pratica – senza casa e senza
tomba. La tomba ancor più della casa, mostra che egli però dispone di una comunità stabile e importante,
che ne ha cura, lo seppellisce, ne permette e garantisce la sopravvivenza nel tempo. In differenza marcata
con la casa, la tomba mostra Gesù dentro una cultura nuova, elevata, interculturale, parte ormai di un
sistema aperto a tante influenze e costumi sovranazionali. L’osservazione tipicamente archeologica di due
manufatti mostra che, se la casa lo poteva costituire maestro e profeta, la tomba solo lo può costituire
‘signore’, in senso universale e radicale.

V. Per finire
Alla fine di questo percorso rilevo convinzioni maturate nel corso della ricerca, che per me hanno la forza
dell’evidenza.

1. L’archeologia, come scienza ormai matura e da tempo assolutamente autonoma nei metodi e negli
scopi, offre alla ricerca sul Gesù storico un punto di vista originale e irriducibile, che alla fine è
complementare con gli altri. Essa vi contribuisce con la forza della concretezza di tracce e reliquie di
vita vissuta e non solo raccontata. La ricerca delle Fonti lascia immaginare ciò che si è ascoltato,
l’archeologia lascia immaginare ciò che è stato usato e vissuto. Il passato qui non è solo ricordato
ma mostrato e toccato. Il contatto attraverso i reperti è sia più immediato che concreto.

2. L’archeologia della Palestina (o ‘terra d’Israele’) mostra senza alcun dubbio un vangelo ben
collocato in un ambiente e ad esso assai corrispondente. Gesù è stato fedele alla terra e la terra ora
lo ripaga con una testimonianza incontrovertibile. Egli è a casa in quei villaggi e in quelle case, in
quella capitale e nel suo Tempio, nelle sue grandezze e rovine, nel loro tipo di tomba..

3. L’archeologia rende evidenza alla bi-focalizzazione della tradizione evangelica. La Galilea non è
Gerusalemme e la strategia nella regione aperta è stata notevolmente diversa da quella attuata
nelle angustie della capitale. Due storie e due punti di vista rendono bifocali ricostruzione e
interpretazione della cita di Gesù.

4. La casa e la tomba sono gli oggetti simbolo di questo dualismo che rendono più tangibile
l’esperienza di Gesù e la sua ricostruzione e lo aprono a connotazioni più vaste: quella del senso di
un profondo inserimento nella condizione ebraica popolare di due mila anni fa e quella di una
trasformazione che permette di allargare, prolungare e stabilizzare la prospettiva della sua storia,
oltre lo spazio della sua esperienza.

giudeo di Gerusalemme. Si può anche aggiungere che, in base alle ricerche fatte anche recentemente, il Santo
Sepolcro ha una base archeologica solida per essere identificato come il luogo della sepoltura di Gesù.