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Dante e la musica

Dante Purgatorio II, 10ss. (passim)

Dante e Virgilio, appena giunti sulla spiaggia della montagna del Purgatorio, pensano al cammino che
devono intraprendere. A Dante pare di vedere sul mare una luce simile a quella del pianeta Marte quando è
velato dai vapori che lo avvolgono, che si muove rapidissima verso la riva. Dante distoglie un attimo lo
sguardo per parlare a Virgilio, e quando torna a guardare la luce la vede più splendente e più grande. In
seguito ai lati di essa compare qualcosa di bianco e un altro biancore al di sotto: il maestro resta in silenzio,
fino a quando capisce che il primo biancore sono delle ali e allora grida a Dante di inginocchiarsi e di unire le
mani in preghiera, perché si avvicina un angelo del Paradiso. Virgilio spiega a Dante che l'angelo non usa
remi né vele o altri strumenti umani, ma tiene le ali aperte e dritte verso il cielo, fendendo l'aria con le ali
ricoperte da piume eterne che non cadono mai. Man mano che l'angelo si avvicina e diventa più visibile a
Dante, questi non riesce a sostenerne lo sguardo e deve volgere gli occhi a terra. Poi il nocchiero celeste
viene a riva spingendo una barchetta così leggera che non affonda minimamente nell'acqua; l'angelo sta a
poppa e nella barca ci sono più di cento anime, che intonano a una voce il Salmo 113 In exitu Israel de
Aegytpo. L'angelo fa loro il segno della croce, quindi le anime si gettano sulla spiaggia e il nocchiero riparte
con la stessa velocità con cui è giunto.

Noi eravam lunghesso mare ancora,


come gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo dimora. 12

Lo mio maestro
allor che ben conobbe il galeotto [il nocchiero del vascello], 27

gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.


Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di sì fatti officiali. 30

Poi, come più e più verso noi venne


l’uccel divino [l’angelo], più chiaro appariva:
per che l’occhio da presso nol sostenne, 39
ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva. 42

Da poppa stava il celestial nocchiero,


tal che faria beato pur descripto [renderebbe beati al solo descriverlo];
e più di cento spirti entro sediero. 45

In exitu Israel de Aegypto [salmo 113]


cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo è poscia scripto. 48

Poi fece il segno lor di santa croce;


ond’ei si gittar tutti in su la piaggia;
ed el sen gì, come venne, veloce. 51

Dante Purgatorio II 52ss. (passim)

La turba che rimase lì, selvaggia[estranea]


parea del loco, rimirando intorno
come colui che nove cose assaggia. 54

L’anime, che si fuor di me accorte,


per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
maravigliando diventaro smorte. 69

Io vidi una di lor trarresi avante


per abbracciarmi con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante. 78
Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto. 81

Di maraviglia, credo, mi dipinsi;


per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. 84

Soavemente disse ch’io posasse;


allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco s’arrestasse. 87

Rispuosemi: «Così com’io t’amai


nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
però m’arresto; ma tu perché vai?». 90

«Casella mio, per tornar altra volta


là dov’io son, fo io questo viaggio»,

«Se nuova legge non ti toglie


memoria o uso a l’amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie, 108

di ciò ti piaccia consolare alquanto


l’anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata tanto!». 111

Amor che ne la mente mi ragiona


cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona. 114

Lo mio maestro e io e quella gente


ch’eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la mente. 117

Dante Purgatorio IV, 97ss. (passim)

Alla prima parte del Canto dominata dall'ansia del tempo che scorre, dalla necessità di salire la montagna
del purgatorio per raggiungere la virtù e dallo sprone di Virgilio a vincere le difficoltà con la sollecitudine, fa
da contrappunto ironico la figura di Belacqua, che i due poeti incontrano tra le anime dei pigri a pentirsi che
devono attendere tutto il tempo della loro vita prima di entrare in Purgatorio. L'incontro con l'amico
fiorentino è una parentesi affettuosa che ha molte analogie con l'episodio di Casella, anche se qui i toni
sono decisamente ironici (e corrispondono probabilmente al carattere del personaggio e ai suoi rapporti col
poeta): è Belacqua ad apostrofare Dante, osservando sarcastico che prima di arrivare in cima al monte avrà
bisogno di sedersi, mentre il poeta ribatte indicando a Virgilio quell'anima che siede con aspetto tanto
negligente che la pigrizia sembra sua sorella. Belacqua li guarda senza neppure muovere la testa, invitando
Dante a proseguire visto che può farlo e chiedendogli con molta ironia se ha ben compreso la spiegazione
del maestro sul corso del sole. L'ironia del penitente è doppia, essendo rivolta contro Dante ma anche
contro se stesso, per il quale lo scorrere del tempo ha ben diverso peso dal momento che lunga sarà l'attesa
prima di iniziare la purificazione. L'Anonimo Fiorentino lo identifica come un certo Duccio di Bonavia, liutaio
ben noto per la sua proverbiale indolenza (dalla quale i concittadini trassero il suo soprannome). Sembra
che Dante frequentasse la sua bottega e che amasse scherzare con lui sul suo difetto; viene citato un
episodio in cui, di fronte all'ennesima frecciatina, Belacqua avrebbe risposto di non fare altro che applicare
l'insegnamento di Aristotele: l'anima diventa più sapiente, se si sta seduti a riposo. Dante allora si disse
certo che sulla faccia della terra mai visse uomo più saggio di lui. Il clima di bonaria ironia da bottega
cittadina sembra infatti ritrovarsi anche nel canto, in cui Belacqua con arguzia "sgonfia" la tensione
idealistica dei viandanti verso la vetta del Monte, avvisandoli di badare comunque a non stancarsi troppo. Il
suo personaggio resta, all'interno della Commedia, come uno dei più inconsueti e anche dei più spiritosi.

E com’elli [Virgilio] ebbe sua parola detta,

una voce di presso sonò: «Forse

che di sedere in pria avrai distretta [necessità]!». 99

Al suon di lei ciascun di noi si torse,

e vedemmo a mancina un gran petrone,

del qual né io né ei prima s’accorse. 102

Là ci traemmo; e ivi eran persone

che si stavano a l’ombra dietro al sasso

come l’uom per negghienza [negligenza]a star si pone. 105

E un di lor, che mi sembiava lasso [stanco],

sedeva e abbracciava le ginocchia,

tenendo ‘l viso giù tra esse basso. 108

«O dolce segnor mio», diss’io, «adocchia

colui che mostra sé più negligente

che se pigrizia fosse sua serocchia [sorella]». 111


Allor si volse a noi e puose mente,

movendo ‘l viso pur su per la coscia,

e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!». 114

Conobbi allor chi era, e quella angoscia

che m’avacciava un poco ancor la lena,

non m’impedì l’andare a lui; e poscia 117

ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena …

Li atti suoi pigri e le corte parole

mosser le labbra mie un poco a riso;

poi cominciai: «Belacqua, a me non dole 123

di te omai; ma dimmi: perché assiso

quiritto se’? attendi tu iscorta,

o pur lo modo usato t’ha’ ripriso [ripreso]?». 126

Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?

ché non mi lascerebbe ire a’ martìri

l’angel di Dio che siede in su la porta. 129