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“Il seminatore uscì a seminare”

Lectio di mons. Mansueto Bianchi


San Severo, 31 gennaio 2015
Il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato ci colloca dentro un momento non
qualsiasi, dentro un momento molto particolare della vicenda di Gesù. Siamo
nel momento della crisi, della crisi del suo ministero, della sua predicazione
nella regione della Galilea. Dunque un brano che appartiene ad un momento di
crisi, ad un momento in cui la vita del Signore fa crac come tante volte fanno
le nostre vite. Allora commenterò dicendo alcune caratteristiche di questo
momento e l'atteggiamento con cui il Signore affronta un momento come
questo e sarà – credo – facilissimo, per ciascuno di noi, mettere questa pagina
del Vangelo in controluce e leggervi quello che oggi viviamo, quello che oggi
viviamo come Chiesa, come parrocchie, come discepoli del Signore, come
credenti, qualche volta anche come associazioni di Azione Cattolica. Una
stagione di crisi nella vita di Gesù, nella vicenda di Gesù: difatti il brano
immediatamente precedente a quello che abbiamo letto ci ha parlato dello
scontro tra Gesù e una categoria allora importantissima, quella degli scribi, che
erano i maestri della Legge; ci ha anche parlato di un momento di tensione con
i suoi, quelli che seguivano Gesù più da vicino, quelli che in un certo senso più
si riconoscevano in Lui, fino al punto che il rapporto di Gesù entra in crisi
perfino con la propria famiglia. Il Vangelo di Marco ci ha detto una cosa sulla
quale noi troppo facilmente e troppo comodamente sorvoliamo, che i suoi
familiari l'andarono a prendere perché dicevano “ È fuori di sé”. Allora, vedete,
l'esperienza del fallimento, l'esperienza dello spezzamento, del crac che
dicevamo poco fa. Si ha come la sensazione che in quel momento l'opera di
Gesù si stia sgretolando, stia umanamente fallendo dopo l'iniziale successo,
dopo l'iniziale trionfo. Perché? Qual è il motivo del crac? Qual è il motivo del
fallimento della vicenda di Gesù? Lo sintetizzerei in una parola: la delusione. La
gente è delusa. Delusa da cosa? Delusa dal constatare lo scarto che esiste tra
la grandezza delle cose che Gesù dice e la pochezza di quello che Lui è, tra
l'enormità della speranza che lancia, dell'aspettativa che fa sorgere dentro il
cuore della gente, dentro la testa della gente e il nulla che offre, il nulla che
mette nelle mani delle persone, il poco che può offrire, il poco che riesce a
realizzare. Questo genera delusione, genera delusione in quella che noi
chiameremmo oggi “l'opinione pubblica” e che Marco duemila anni fa chiamava
“la folla”, ma genera ancor più delusione nei suoi seguaci, in quelli che più da
vicino lo avevano seguito, avevano investito su di Lui e – dicevo – genera
delusione perfino nella sua famiglia, in coloro che umanamente gli erano legati
da vincoli di sangue e che fortemente gli volevano bene. Dunque una stagione
di delusione, una stagione di amarezza, di apparente fallimento, potremmo
dire “è l'amarezza della delusione certamente”; in qualcuno scatena addirittura
il cinismo, l'aggressività, qualcuno comincia a dire “Ma quello lì è un
indemoniato”, noi oggi diremmo “Ma è un pazzo, un esaltato, ma non lo state
per niente ad ascoltare”. Sembra cominciare la stagione del post. Vedete vi ho
detto poco fa che alcune cose che avrei detto, commentando questo brano del
Vangelo, se voi le mettete in controluce ci leggete la situazione di oggi. Che
cosa stiamo vivendo in Occidente? Che cosa stiamo vivendo nell'Europa o più
ampiamente nell'Occidente progredito? Stiamo vivendo la stagione del post.
Diciamo tutti che viviamo oggi in una situazione post-cristiana, in cui la
comunità cristiana si trova ad annunciare il Vangelo, a parlare del Signore in
un contesto di scetticismo, in un contesto di indifferenza, tante volte proprio in
un contesto di delusione. Vale a dire il cuore e la testa, prima, e e poi le gambe
camminano in un'altra direzione. La nostra stagione oggi, questa stagione del
post, dei post-cristiani, della nostra Italia – e credo anche a San Severo - la
nostra stagione oggi sta misurando la fatica della speranza. Che vuol dire la
fatica della speranza? Vuol dire che la speranza non è una farfallina che
leggiadramente vola di fiore in fiore, di rosa in rosa. E la speranza non è
neanche il volo di una colomba, il volo di un gabbiano maestoso, alto,
seducente. La speranza strascica i piedi, questa è la verità, la speranza
cammina faticosamente, cammina penosamente, sperare è duro, sperare è
difficile, è impegnativo sperare. Come risponde Gesù a questa stagione della
crisi? Come si comporta in questo momento di crisi, di fallimento, di
spezzamento della sua vicenda, quando sembra che tutta la sua vicenda stia
per fare flop, stia per fare naufragio, come risponde Gesù a questa stagione, a
questa crisi? Ce lo racconta il capitolo 4 del vangelo di Marco. Gesù risponde
con tre parabole, raccolte tutte e tre nel capitolo 4 di Marco e di queste
parabole, di queste tre parabole, il tema è unico, è unitario: il tema è il seme,
la semente. Una di queste parabole l'abbiamo ascoltata proprio poco fa,
l'abbiamo ascoltata stasera. Che cosa dice Gesù attraverso queste tre parabole
che parlano tutte e tre della stessa immagine, dello stesso segno, parlano tutte
e tre del seme. Che cosa dice Gesù? Gesù ammette che il Vangelo può anche
deludere, Gesù ammette che la sua persona può anche deludere. Perché?
Guardate questo è un altro insegnamento formidabile per noi, per la stagione
che stiamo vivendo. La persona di Gesù Cristo, il Vangelo, il Regno di Dio
possono deludere. Perché? Perché sono piccoli, perché sono umanamente
trascurabili, non si impongono con la forza delle cose umane, con la potenza,
con la seduzione, con la ricchezza, con il successo. Dio non entra nella vita
della gente a passo di marcia, Dio entra in punta di piedi, Dio non si impone
con la sua evidenza, con la sua onnipotenza, si propone con grande rispetto e
trepidazione, accettando anche lo smacco del rifiuto, dunque Gesù dice “È
vero, io capisco che posso deludere la gente, io capisco che il Vangelo può
essere deludente per le persone”, però aggiunge qualcosa “state attenti a
leggerlo con l'alfabeto giusto”. Questa piccolezza, questa povertà,questa
fragilità che delude la gente chiede di essere interpretata, chiede di avere
discernimento, di essere decodificata con il codice giusto e il codice giusto,
l'alfabeto giusto, per interpretarla, per decodificarla, è l'alfabeto di Dio e le tre
parabole, tutte e tre sul seme, sulla semente, che Gesù racconta, sono tutte e
tre giocate su un contrasto, sul contrasto di un apparente fallimento che però
dentro di sé gestisce, sta suscitando, una riuscita di un'apparente piccolezza
che nasconde una grandezza, di un'apparente morte che però dentro di sé
nasconde la vita. Allora attraverso queste tre parabole Gesù ci dice “Sì, è vero
“fallimento”, sì, è vero, “piccolezza”, “debolezza”, “trascurabilità””, però attenti
questa è la scorza, questa è la confezione, ma dentro c'è la potenza della vita
di Dio. Non vi lasciate ingannare dall'apparenza, non vi lasciate ingannare da
un vaso fatto di creta, fatto di coccio, perché dentro di sé contiene il tesoro di
Dio. Ecco, questo contrasto che Gesù coglie ed espone alla gente è anche il
contrasto che sperimentiamo continuamente noi, che sperimenta la vita della
Chiesa e, nella vita della Chiesa, vorrei dire soprattutto in una stagione come
questa, che sta sperimentando l'Azione Cattolica, la nostra associazione.
Perché? Perché Dio, il Regno, il Vangelo stanno dentro la storia, stanno dentro
la vita sotto il segno della piccolezza, sotto il segno della irrilevanza e tante
volte sotto il segno dell'umano fallimento. Non ci dimentichiamo che noi
nasciamo da un venerdì santo, noi nasciamo dal fallimento di una croce. Noi la
diamo per scontata, oggi, la croce -perfino io la porto al collo come fosse
normale portarla al collo – ma guardate che è stato lo scandalo più grosso che
i nostri fratelli, che i primi cristiani, hanno dovuto affrontare. Se voi prendete,
per esempio, un testo del Nuovo Testamento scritto qualche decina di anni
dopo che questo era successo, che era successo lo scandalo, la vergogna della
croce. Il testo di San Paolo che scrive ai cristiani della chiesa di Filippi, San
Paolo inserisce dentro questa lettera un inno, una poesia, un canto che
cantavano i cristiani di allora, dunque la lettera è intorno agli anni 50 d.C. e
questo canto lui lo riceve già, lo trova già fatto – fate conto che sia un canto
scritto 10 - 15 anni dopo la morte e la resurrezione del Signore – e dice
“Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua
uguaglianza con Dio; ma annientò se stesso assumendo la condizione di
schiavo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, divenne
obbediente fino alla morte” (cfr. Fil 2, 6-9) e noi traduciamo tranquillamente in
italiano: “Divenne obbediente fino alla morte e alla morte di croce, per questo
Dio lo ha esaltata e gli ha dato un nome ecc.”, ma guardate che il testo greco
non fa una cosina così tranquilla come la nostra, quando arriva a quel punto
l'inno diceva così: “divenne obbediente fino alla morte, dico, alla morte di
croce!” – mi spiego? - non è “ Divenne obbediente fino alla morte e alla morte
di croce” come se la cosa scorresse via liscia come l'olio, no! “ Divenne
obbediente fino alla morte, dico, alla morte di croce” come per dire: “Ma vi
rendete conto che vi ho detto?”. E un'altra cosa vorrei farvi presente – apro
questa parentesi e la chiudo subito – vi ricordate qual è la prima
rappresentazione, la prima raffigurazione del crocifisso che noi possediamo, la
prima rappresentazione storica del crocifisso che noi abbiamo qual è? Tutti
pensano alle croci gloriose del periodo di Costantino, “In questo segno
vincerai”, la croce gloriosa di Elena, la madre di Costantino, ecc., oppure a
quella delle catacombe invece la prima rappresentazione che noi abbiamo di un
crocifisso è un graffito fatto con un chiodo sull'intonaco del muro nella sezione
riservata agli schiavi del palazzo di Nerone sul Palatino, sul colle Palatino. Gli
scavi archeologici hanno portato alla luce questo graffito fatto sull'intonaco e
sapete cosa rappresenta questo graffito? Rappresenta una croce sulla quale c'è
inchiodato un asino e ai piedi si vede la figura di un uomo in ginocchio e poi c'è
scritto in greco accanto “Alexamenos eusebei ton teon autou”, “Alessameno
adora il suo dio”. Alessameno chi era? Un schiavo. E i suoi compagni schiavi lo
prendevano in giro perché dicevano “guarda quello lì, adora come dio uno che
ha fatto la morte di una bestia, ha fatto una morte che non è degna neanche
degli schiavi, una morte da bestia” e infatti sulla croce c'è un asino che è
morto. Questa è la prima rappresentazione del crocifisso che noi abbiamo. Per
dirvi che cosa significava, che cosa vuol dire quello che noi oggi viviamo come
una scontatezza, la Croce, che cosa significava e cosa continua e deve
continuare a significare anche in un tempo come il nostro. Allora vi dicevo
questo – e chiudo la parentesi – per dirvi che è normale che il Vangelo, che il
Regno di Dio, che la persona del Signore stia dentro la storia non come un
vincitore, ma spesso come un perdente. E Gesù attraverso quelle tre parabole
sulla semente ci viene a dire: “Non vi scandalizzate se tante volte nella storia,
nella vita vi accorgerete che Dio non è apparentemente trionfante, che Dio non
è evidentemente vincente, che Dio non è universalmente riconosciuto, non vi
lasciate turbare da questo, non vi lasciate turbare, travolgere dai momenti di
umano fallimento perché tutta l'opera di Dio nasce dal naufragio di ciò che è
perduto, di ciò che è una speranza dell'uomo, di quelli che sono i calcoli
dell'uomo, Dio entra nella nostra storia con la credibilità e con la dignità di una
morte che neppure uno schiavo avrebbe accettato, Alessameno adora il suo
Dio”. Ecco questo non ce lo dobbiamo dimenticare, perché noi abbiamo alle
spalle una storia che ci ha troppo abituato ai trionfi e spesso ai trionfi secondo
il mondo, ai trionfi secondo successo, secondo potenza, secondo il numero,
secondo la considerazione e la stima umana. Il Signore ci sta facendo
percorrere una strada che ci conduce ad essere più evangelici, ci conduce a
ritrovare lo stile e il modo con cui Lui è stato in mezzo a noi e con cui chiede
alla sua Chiesa, ed anche all'Azione Cattolica, di stare in mezzo alla gente.
Allora tutto il capitolo quarto del vangelo di Marco, del quale stiamo parlando,
è un appello alla fiducia, è un appello a fidarsi di Dio, a consegnarci alla logica
di Dio, non alle nostre logiche di successo, ma alla logica di Dio che spesso sta
in mezzo a noi sotto il segno del fallimento, sotto il segno della fatica del tanto
faticare e del poco raccogliere. Allora vedete, il capitolo quattro, che noi
abbiamo incominciato a leggere con la parabola del seminatore, apre una
strada ad una Chiesa che è chiamata a camminare nella direzione della
fiducia, della speranza, ma sopratutto parla ad una Chiesa scoraggiata, ad una
Chiesa affaticata, ed affaticata perché le sembra di fallire, le sembra di non
riuscire. Cerchiamo di cogliere, allora, più da vicino il brano sul quale ci siamo
fermati stasera, queste cose ve le dicevo come cose di contorno, ma pure
alcune mi sembravano molto importanti. Il Signore attraverso il brano che
abbiamo ascoltato stasera ci consegna tre motivi di fiducia, ci dice: “È vera la
crisi, è vera la debolezza, è vero l'insuccesso”, però attenti, non vi lasciate
portar via da questa apparenza delle cose, perché dentro il fallimento umano
Dio sta tessendo la sua riuscita, dentro l'umana sconfitta Dio sta costruendo la
sua vittoria e ci dà tre motivi di fiducia, tre motivi per tirare avanti, tre motivi
per resistere, per essere costanti, per essere tenaci, per continuare ad essere
propositivi, positivi in una stagione difficile come questa. Il primo motivo è
questo, il primo motivo della speranza in un tempo difficile, in un tempo di crisi
faticoso come il nostro, è la forza del seme. Che vuol dire la forza del seme?
Vuol dire che – guardate – il seme è forte non perché gliela dai tu la forza, ma
perché ce l'ha dentro di sé, perché quel piccolo seme, quella cosa trascurabile
che sembra divorata dagli uccelli se cade sulla strada, seccata dal sole se cade
tra le rocce, soffocata dalle spine se cade in mezzo ai rovi, quella piccola cosa
che umanamente parlando non conta nulla, non vale nulla, è la più debole di
tutte, quella piccola così lì, che si chiama Vangelo, che si chiama Gesù Cristo,
che si chiama Fede, quella piccola cosa lì, fragile come un chicco di grano ha
dentro di sé la potenza di Dio. Questo è il primo motivo di speranza che il
Signore ci consegna, perché quel piccolo seme è il Vangelo, è la Parola di Dio,
è il Regno di Dio e perciò ha Dio dentro di sé, ha la forza di Dio dentro di sé.
Dobbiamo dunque restare molto attenti a non farci prendere la mano dai nostri
criteri di giudizio, a non giudicare secondo le apparenze, a non permettere che
conti troppo per noi il criterio del numero, il criterio del successo, il criterio del
potere, perché non sono i criteri giusti per giudicare l'opera di Dio, non sono le
misure giuste per misurare il Vangelo. Certo di una cosa dobbiamo essere
avvertiti, ed è questa: Dio non ha i nostri calendari. Dio non ha i nostri
calendari, cioè non possiamo essere noi a porgli delle scadenze; la nostra
vittoria, la nostra riuscita, la nostra fecondità è nel fidarci di Lui, è nell'affidarci
a Lui, è nell'aver fiducia nel Vangelo, nella sua Parola, ma non possiamo essere
noi a stabilire i tempi di Dio, non possiamo essere noi a fissare le stagioni a
Dio.
Un secondo motivo di fiducia, un secondo motivo di speranza che il testo ci
consegna è nella figura del seminatore. Quindi prima di tutto la figura del seme
che in un'apparenza fragilissima ha dentro di sé una potenza invincibile che è
la potenza di Dio e che verrà fuori nella stagione che Dio vorrà, non in quelle
che fissiamo noi, questo è il primo motivo fiducia, il secondo motivo di fiducia è
la figura del seminatore. Il seminatore - prima di dire i seminatori siamo noi,
sono i preti, sono i vescovi, sono i laici, è pinco pallino - è Gesù Cristo. È Gesù
Cristo che semina la Parola di Dio, che getta il Vangelo, che getta a piene mani
il Vangelo dentro la vita della gente. Allora è importante come comincia il
racconto di Gesù, come incomincia la parabola, guardate, comincia con questa
frase secca: “Il seminatore uscì a seminare”, punto. “Il seminatore uscì a
seminare” è un'affermazione secca, dura, solida, rocciosa, ma affidabile. “Il
seminatore uscì a seminare” è come la roccia su cui fondare la nostra
speranza, è come la roccia a cui affidare la nostra fiducia, una roccia sulla
quale ti puoi reggere, alla quale ti puoi afferrare perché è una roccia che non si
sgretola, è una roccia che non si sbriciola. In questa figura “Il seminatore uscì
a seminare” è prima di tutto indicata la persona di Gesù, la certezza che Lui
sempre, in ogni tempo, anche nelle nostre stagioni, anche in una giornata
come oggi Lui certamente esce a seminare il “dopo” del Vangelo nel cuore di
migliaia di migliaia di persone, ogni giorno per tutto il tempo della storia.
Questo è certo, questo è sicuro, il seminatore comunque semina,
indipendentemente dai terreni e indipendentemente dai risultati. Perché dico
questo? Perché l'Azione Cattolica deve fare la stessa cosa. In una stagione
difficile come la nostra, in una stagione di tanta fatica e di pochi risultati come
la nostra, in una stagione in cui tocchiamo con mano la nostra piccolezza, la
nostra fragilità, ma l'Azione Cattolica che deve fare? Una cosa sola, quella che
fa il seminatore, uscire a seminare, punto. Non dipendono da noi le stagioni,
non dipende da noi la qualità del terreno, non dipende da noi la fruttificazione
del seme, da noi dipende soltanto una cosa, uscire a seminare, basta, il resto è
nelle mani di Dio. Questo ci chiede il Signore, questo, non altro e non
dobbiamo attenderci altro dal tempo che viviamo e quando un giorno
arriveremo di fronte al Signore, e quello è certo che ci arriveremo tutti, il
Signore di certo non ci chiederà: “Scusi, a lei il grano in che stagione è nato, è
nato di primavera o d'autunno?” o “Su che terreno ha gettato il seme, sulla
pietra, sugli sterchi, sul terreno arato?” o “Quando ci ha messo a spuntare, ci
ha messo un mese, ci ha messo trent'anni?”.
Non ti chiederà niente di questo. Ci chiederà: “Ma tu sei uscito ogni giorno a
seminare? Perché il resto non dipendeva da te, né il terreno, né la stagione, né
la fruttificazione, da te dipendeva che tu gettassi il seme, l'hai fatto?”. Questo,
questa è la nostra fedeltà oggi, questo è il nostro impegno oggi, questa è la
sfida che ci riguarda oggi, e questo è quello che ci viene cantato
continuamente da quel menestrello che si chiama papa Francesco, che ci viene
a cantare davanti alle finestre delle nostre chiese, delle nostre parrocchie:
“Dovete essere Chiesa en salida, dovete essere Chiesa in uscita, aprite le
porte, uscite fuori, andate a seminare, per lo meno aprite le porte affinché, se
non uscite voi, possa uscire Gesù Cristo e andarci Lui a seminare, almeno non
impedite di uscire a Lui.” Ma è questa la Chiesa in uscita, una Chiesa che è
fedele alla fatica della semina, è fedele alla fatica del seminare, è questo il
nostro compito, è questo il nostro mandato, la nostra missione. Certo lo
sappiamo bene tutti, non stiamo qui a raccontarcelo, seminare è un'esperienza
di fatica, è un'esperienza di rischio, è un'esperienza di perdita umana, uno dice
: “Ma perdo tempo, perdo occasioni, ma mi rovino la faccia, ma, ma,
ma...niente, “Il seminatore uscì a seminare””. Ci è chiesta la fedeltà a questo
rischio, ci è chiesta questa fedeltà che tante volte è una fedeltà crocifissa, ci è
chiesto questo gesto che spesso è un gesto perdente, ma è il nostro gesto di
radicale amore al Signore, di generoso servizio alla Chiesa e di fiducia nel
cuore e nella intelligenza delle persone, quindi anche di umana comprensione,
umana fiducia. Ecco, io vorrei farlo così in maniera metaforica, ma vorrei che
noi preti, per primi, e anche la gente, per seconda, scrivesse sulla porta di
camera questa frase qui “IL SEMINATORE USCÌ A SEMINARE”. In modo che
tutte le mattine, una volta essersi infilati i pantaloni o le gonne, la prima cosa
appena si varca la soglia di camera deve essere quella frase lì “IL SEMINATORE
USCÌ A SEMINARE” perché è la tua giornata, è la giornata che hai davanti, in
quello che farai, in quello che sarai, in quello che dirai, in quello che vivrai
ricordati che devi fare semplicemente ed unicamente questo: seminare, il resto
non appartiene a te, ma questo seminare è tutto tuo e se non lo fai te non lo fa
neanche Dio, perché Dio ha scelto di farlo attraverso di te, tutto il resto fa Lui,
ma questo lo fai te. Allora scriviamocelo sulla porta delle nostre camere “IL
SEMINATORE USCÌ A SEMINARE”. (Poi non ce lo scrivete davvero perché poi vi
tocca rimbiancare!). C'è un terzo motivo di speranza, però bisogna avercelo
scritto nel cuore,eh, non bisogna avercelo sulla porta di camera, bisogna
avercelo scritto nel cuore. C'è un terzo elemento di speranza che attraverso la
parabola del seme il Signore ci affida ed è questo, il terzo elemento di
speranza è questo: la spiga, la spiga che tu sogni, che tu desideri, che è il
premio delle nostre fatiche, che è lo scopo del tuo impegno. La spiga è già
tutta dentro quel piccolo seme che tu getti, quel piccolo seme che tu lanci nel
terreno della tua giornata, quel piccolo seme ha già dentro di sé la spiga. Che
vuol dire? Vuol dire che il Regno di Dio, la bellezza della vita che noi
attendiamo, che noi speriamo, che noi vogliamo costruire per noi stessi e per
gli altri, la bellezza della vita, la gioia della vita, la dignità delle persone, la
dignità dell'essere uomini, dell'essere città, la bellezza dell'essere figli di Dio,
non è soltanto davanti a noi, non è solo all'orizzonte, non è solo nel futuro, è
già dentro il seme, è già tutta dentro il seme, cioè tutto questo è già dentro
quella parola che tu dici, quel consiglio che tu dai, quella mano che tu tendi, è
già tutta dentro quella fatica che tu duri e magari sbuffi, è già dentro quel
servizio di cui tu ti carichi, che ti metti sulle spalle. Tutta questa misura
enorme di gioia per la quale cerchi di vivere, gioia per te, gioia per gli altri, è
già dentro l'amarezza che tu provi in questo momento, che tu provi in quella
giornata, è già dentro la delusione che tu sperimenti di raccogliere tanto poco
dopo che hai faticato tanto. La grandezza e la bellezza della speranza è dentro
i piccoli risultati che riesci a raggranellare dentro la vicenda di ogni giorno. Il
grande volo dell'aquila è già dentro quel quasi ridicolo volo del pollo che sono
le nostre giornate, perché è Dio che ce lo mette nel cuore, è Dio che ce lo
mette dentro. Allora vedete, bisogna però riuscire a vedere le nostre giornate,
la nostra vita, con gli occhi della Madonna, con gli occhi di Nazaret, occhi che
sanno guardare l'erba dalla parte delle radici, occhi che non si limitano
all'apparenza, che non si limitano all'evidenza, ma come fanno gli occhi di Dio
sanno vedere le cose dal di sotto, sanno vedere le cose dalla profondità, non
da quello che appare, ma da quello che non appare, da quello che è celato, da
quel contenuto che il piccolo povero seme custodisce dentro di sé e che la
grandezza e la bellezza di un tesoro. Ed accorgerci che secondo gli occhi di Dio
e quindi anche secondo i nostri, i nostri personali ma anche secondo gli occhi
dell'Azione Cattolica, la grandezza delle cose non sta nell'importanza di quello
che facciamo ma sta nell'intensità di amore che ci mettiamo dentro e la
fecondità delle cose non è data da quanta scienza ci metti, da quanta tecnica ci
metti, da quanti denari ci spendi, è data da quanto amore ci metti dentro, con
quanto amore lo fai. Questi sono gli occhi della Madonna, questa è la
dimensione mariana. La Madonna non ha mai avuto tra le mani altro che
piccoli semi, ma piccoli semi che lei ha seminato con un enorme amore e il
primo piccolo seme che ha avuto tra le mani si è chiamato Gesù Cristo ed ora
ha un altro piccolo seme tra le mani che si chiama la Chiesa. Ecco, dobbiamo
riuscire a guardare le piccole cose con gli occhi di Dio, guardare noi stessi, la
nostra associazione, quello che riusciamo a fare, con gli occhi di Dio e
giudicarlo con il cuore di Dio. Ecco direi che ogni giorno – ed è l'ultima cosa
sulla quale concludo la riflessione di stasera e che mi sembra anche l'ultimo
affidamento che la parabola del seminatore ci consegna, che ci affida – credo
che ogni giorno noi abbiamo nelle mani, nel pugno della mano, due cose: in
una mano, in un pugno della mano abbiamo un po' di sabbia ed è quello che la
parabola del Vangelo chiama la pietra, i cruni, la strada, abbiamo la sabbia
delle nostre delusioni, delle nostre amarezze, di quello che umanamente ci
sembra sprecato, di quello che umanamente ci sembra perduto, e nell'altra
mano, nell'altro pugno della mano abbiamo un germoglio verde, abbiamo una
gemma verde, abbiamo una gemma verde ed è quello che la parabola del
seminatore chiama “il trenta, il sessanta e il cento per uno”. In una mano la
sabbia, la sabbia delle nostre fatiche, delle nostre delusioni, la sabbia dei nostri
fallimenti, almeno apparenti; nell'altra il germoglio verde della nostra
speranza. Ecco quello che ogni giorno dobbiamo riuscire a fare è percorrere il
ponte, attraversare il ponte che unisce queste due mani, che unisce la sabbia
al germoglio verde, e percorrere ogni giorno la strada che è quella della
fedeltà, quella di una faticosa fedeltà al Signore, al gettare il seme con fiducia
e con speranza, perché è questa fatica di traversare ogni giorno il ponte che fa
in modo che quel pugno di sabbia diventa un germoglio verde di speranza,
quell'apparente aridità diventa un principio di vita. Questo l'affidamento, è la
consegna che la parabola del Vangelo stasera ci affida.