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Capitolo III – I delitti contro l’amministrazione della giustizia 225

C) Rapporti con altri reati. Considerato il carattere sussidiario dell’art. 374 c.p.
espresso dalla clausola di riserva in esso contenuta, qualora il fatto che realizza
la frode processuale integri anche gli estremi di qualunque altro reato troverà
applicazione solo la norma che incrimina quest’ultimo.

15. False dichiarazioni o attestazioni in atti destinati all’autorità giudizia-


ria o alla Corte penale internazionale

L’art. 374-bis c.p., dispone che “salvo che il fatto costituisca più grave reato, è
punito con la reclusione da uno a cinque anni chiunque dichiara o attesta falsa-
mente in certificati o atti destinati a essere prodotti dall’autorità giudiziaria o alla
Corte penale internazionale condizioni, qualità personali, trattamenti terapeutici,
rapporti di lavoro in essere o da instaurare, relativi all’imputato, al condannato o
alla persona sottoposta a procedimento di prevenzione.
Si applica la pena della reclusione da due a sei anni se il fatto è commesso da
un pubblico ufficiale, da un incaricato di un pubblico servizio o da un esercente
la professione sanitaria”.

Il reato di false dichiarazioni o attestazioni in atti destinati all’autorità giudiziaria è stato


introdotto dal d.l. 8 giugno 1992, n. 306, convertito con modificazioni nella l. 7 agosto
1992, n. 356, al fine di tutelare esigenze peculiari della prassi giudiziaria che ricorrono
nel caso di collaborazione da parte di soggetti privati.
Con la l. 20 dicembre 2012, n. 237, al fine di adeguare l’ordinamento interno alla ratifica
dello Statuto della Corte penale internazionale, la fattispecie è stata estesa anche alle
false dichiarazioni o attestazioni destinate a quest’ultima autorità.
Si tratta, in ogni caso, di una fattispecie a carattere sussidiario, come confermato dalla
clausola di riserva contenuta nella norma stessa (“salvo che il fatto costituisca più grave
reato”), per cui può trovare applicazione solo laddove il fatto posto in essere non integri
un’altra fattispecie più grave.

A) Elementi costitutivi del reato. Il reato di false dichiarazioni o attestazioni in


atti destinati all’autorità giudiziaria tutela, in particolare, la genuinità dei docu-
menti nella loro veste e funzione probatoria che possono essere portati dinanzi
all’autorità giudiziaria (o alla Corte penale internazionale) e che potrebbero con-
durre alla emanazione di una decisione non giusta. A differenza delle altre fatti-
specie di falso, non viene infatti tutelato il documento in sé, nella sua intrinseca
natura, bensì solo nella sua funzione probatoria.
È un reato di pericolo, in quanto il verbo destinare sembrerebbe escludere la
necessità che il certificato o il documento venga a contatto diretto con l’autorità,
essendo sufficiente, ai fini della sussistenza del reato, la destinazione dell’atto
(anche se talvolta di difficile accertamento probatorio).
226 Parte prima – I reati previsti dal codice penale

Soggetto attivo del reato può essere chiunque, in riferimento alle false di-
chiarazioni o attestazioni contenute genericamente in atti destinati all’autorità
giudiziaria, mentre può essere il “pubblico ufficiale, l’incaricato di un pubblico
servizio” ovvero l’“esercente la professione sanitaria”, nel caso di dichiarazioni o
attestazioni contenute in certificati.
Per quanto concerne la condotta tipica, si fa riferimento a due specifiche
attività documentative (dichiarare e attestare) e a due specie di documenti (“cer-
tificati” ed “atti”). Mentre con il certificato si dichiarano dati, fatti, situazioni, di cui
si ha cognizione aliunde, con l’atto il soggetto attesta fatti compiuti o avvenuti in
sua presenza, ovvero dichiarazioni ricevute.
La descrizione del fatto tipico appare modellata sullo schema dell’art. 495
c.p., per cui si ritiene che anche le condotte punite ai sensi dell’art. 374-bis c.p.
rientrino nello schema della falsità ideologica.

La Corte di Cassazione ha così affermato che il reato di false dichiarazioni o attestazioni


in atti destinati all’autorità giudiziaria sanziona una pluralità di condotte tutte rientranti
nello schema della falsità ideologica, dovendo escludersi che vi siano comprese anche
ipotesi di falsità materiale. In particolare, nel caso di specie, la Corte non ha ritenuto con-
figurabile il reato di cui all’art. 374-bis c.p., bensì quello di falsità materiale, in relazione
alla formazione e produzione in giudizio di un falso certificato di morte, grazie al quale
l’imputato aveva ottenuto la declaratoria di estinzione del reato ex art. 531 c.p.p. (Cass.
Pen., Sez. VI, 12/09/2006, n. 30193).

L’oggetto della falsità concerne “condizioni, qualità personali, trattamenti te-


rapeutici, rapporti di lavoro in essere o da instaurare” necessariamente relative
ai soggetti indicati dalla norma, ossia l’“imputato” (tra cui parte della dottrina
comprende anche la persona sottoposta alle indagini preliminari sulla base del
disposto dell’art. 61, co. 2, c.p.p.), il “condannato” o la “persona sottoposta a
procedimento di prevenzione”.
Quanto all’elemento soggettivo, il reato è punito a titolo di dolo generico,
consistente nella coscienza e nella volontà di formare un atto ideologicamente
falso, con la consapevolezza che esso è destinato all’autorità giudiziaria (o alla
Corte penale internazionale).
Il reato in esame si consuma nel momento e nel luogo in cui il certificato o
l’atto vengono definitivamente formati, al fine di essere prodotti all’autorità giu-
diziaria (o alla Corte penale internazionale), non essendo necessaria l’effettiva
produzione degli stessi.
Il tentativo non appare configurabile, poiché prima della formazione dell’atto
o del certificato risulta difficile individuare una condotta penalisticamente rile-
vante.
Capitolo III – I delitti contro l’amministrazione della giustizia 227

B) Circostanze aggravanti. Il secondo comma dell’art. 374-bis c.p. configura,


come circostanza aggravante ad effetto speciale, l’essere il fatto commesso da
un pubblico ufficiale, da un incaricato di un pubblico servizio ovvero da un eser-
cente la professione sanitaria. Ai fini della sussistenza dell’aggravante non è ri-
chiesto che il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio commettano
il fatto nell’esercizio delle loro funzioni.

C) Rapporti con altri reati. Considerato il carattere sussidiario dell’art. 374-bis


c.p. espresso dalla clausola di riserva in esso contenuta, qualora il fatto posto in
essere integri anche gli estremi di un reato sanzionato più gravemente, troverà
applicazione solo la norma che incrimina quest’ultimo reato.
Si ritiene che non costituiscano reato più grave, agli effetti di tale clausola di
riserva, alcuni reati contro la fede pubblica che possono venire in considerazione
rispetto al reato in esame (ad es.: artt. 480, 481, 483, 495 e 496 c.p.); in tali casi,
non trovando applicazione la clausola di riserva, si ritiene ravvisabile un concorso
apparente di norme, con prevalenza dell’art. 374-bis c.p., in quanto norma speciale
rispetto alle norme che prevedono i richiamati reati di falso documentale.
Il reato in commento può invece concorrere con i reati integrati da condotte
che non si esauriscono nella condotta di falso documentale, come nel caso in
cui la formazione dell’atto falso venga ottenuta con la corruzione del pubblico
ufficiale, per cui sussisterà concorso tra i delitti di cui agli artt. 374-bis, 319 e
321 c.p.

16. Frode in processo penale e depistaggio

L’art. 375 c.p. prevede che “salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito
con la reclusione da tre a otto anni il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico
servizio che, al fine di impedire, ostacolare o sviare un’indagine o un processo
penale: a) immuta artificiosamente il corpo del reato ovvero lo stato dei luoghi,
delle cose o delle persone connessi al reato; b) richiesto dall’autorità giudiziaria
o dalla polizia giudiziaria di fornire informazioni in un procedimento penale, af-
ferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai
fatti sui quali viene sentito.
Se il fatto è commesso mediante distruzione, soppressione, occultamento,
danneggiamento, in tutto o in parte, ovvero formazione o artificiosa alterazione,
in tutto o in parte, di un documento o di un oggetto da impiegare come elemento
di prova o comunque utile alla scoperta del reato o al suo accertamento, la pena
è aumentata da un terzo alla metà.
Se il fatto è commesso in relazione a procedimenti concernenti i delitti di cui
agli articoli 270, 270-bis, 276, 280, 280-bis, 283, 284, 285, 289-bis, 304, 305,
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306, 416-bis, 416-ter e 422 o i reati previsti dall’articolo 2 della legge 25 gennaio
1982, n. 17, ovvero i reati concernenti il traffico illegale di armi o di materiale nu-
cleare, chimico o biologico e comunque tutti i reati di cui all’articolo 51, comma
3-bis, del codice di procedura penale, si applica la pena della reclusione da sei
a dodici anni.
La pena è diminuita dalla metà a due terzi nei confronti di colui che si adope-
ra per ripristinare lo stato originario dei luoghi, delle cose, delle persone o delle
prove, nonché per evitare che l’attività delittuosa venga portata a conseguenze
ulteriori, ovvero aiuta concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria
nella ricostruzione del fatto oggetto di inquinamento processuale e depistaggio
e nell’individuazione degli autori.
Le circostanze attenuanti diverse da quelle previste dagli articoli 98 e 114
e dal quarto comma, concorrenti con le aggravanti di cui al secondo e al terzo
comma, non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a que-
ste ultime e le diminuzioni di pena si operano sulla quantità di pena risultante
dall’aumento conseguente alle predette aggravanti.
La condanna alla reclusione superiore a tre anni comporta l’interdizione per-
petua dai pubblici uffici.
La pena di cui ai commi precedenti si applica anche quando il pubblico
ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio siano cessati dal loro ufficio o ser-
vizio.
La punibilità è esclusa se si tratta di reato per cui non si può procedere che in
seguito a querela, richiesta o istanza, e questa non è stata presentata.
Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alle indagini e ai pro-
cessi della Corte penale internazionale in ordine ai crimini definiti dallo Statuto
della Corte medesima”.

La disposizione in esame è stata introdotta dalla l. 11 luglio 2016, n. 133, che ha rece-
pito la proposta di legge di Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione vittime della
strage di Bologna, con 325 voti a favore, un solo voto contrario e 14 astenuti.
La larga maggioranza si comprende in quanto l’intervento normativo risponde ad una
diffusa sensibilità collettiva, maturata a seguito di alcuni dei più drammatici (e ancora
oscuri) attentati che hanno insanguinato la recente storia del nostro Paese (in parti-
colare, le stragi di Ustica, del treno Italicus, di piazza Fontana e quella alla stazione di
Bologna dell’agosto1980).

A) Elementi costitutivi del reato. Il bene giuridico tutelato dal reato di frode
in processo penale e depistaggio è rappresentato dal corretto e proficuo svolgi-
mento di un’indagine o di un processo penale, messo a repentaglio da condotte
artificiose o fraudolente che possono impedire, ostacolare o sviare l’attività inve-
stigativa o processuale.
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Com’è stato acutamente osservato (Romano), poiché la punibilità è esclusa se manca la


procedibilità per il reato presupposto (comma 8), il delitto de quo non sanziona la mera
disubbidienza, ma incarna un delitto contro l’amministrazione della giustizia.

Si tratta di un reato proprio in quanto soggetto attivo può essere soltanto un


pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, anche se cessati dal loro
ufficio o servizio.

Si ritiene che, nonostante nella formulazione della norma manchi un collegamento fra
l’esercizio delle funzioni pubbliche e il fatto oggetto di depistaggio, il soggetto agente non
possa essere sanzionato solo in ragione della particolare qualifica soggettiva rivestita e
indipendentemente dal collegamento con il fatto per cui si procede.
Taluni (Di Stefano) propongono di superare la lettera della legge tramite una doverosa
interpretazione adeguatrice che, in ragione della finalità della disposizione, individui il
pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio destinatari della norma in coloro che,
in ragione del proprio incarico, abbiano in qualsiasi modo uno specifico obbligo di col-
laborare alle indagini sia per dovere specifico (perché appartiene alla Polizia giudiziaria
delegata, perché il fatto è avvenuto nell’ambito delle attività del proprio ufficio, ecc.) che
per essersi intromessi sfruttando il proprio ruolo per attività di ostacolo (si pensi al perso-
nale di Polizia che, pur non avendo competenza, utilizzi la propria qualifica per accedere
indisturbato ai locali dove è custodita la documentazione delle indagini e sottrarla).
La Suprema Corte (Cass. Pen., Sez. VI, 17/05/2017, n. 24557) ha fatto propria la lettu-
ra suggerita dalla dottrina escludendo che la qualifica di pubblico ufficiale o incaricato
di pubblico servizio costituisca un elemento essenziale del reato in via di fatto, cioè
a prescindere dalla connessione tra tale qualità e le attività a cui si correla l’illecito, e
possa considerarsi rientrante negli elementi tipici della fattispecie, anche in situazioni di
totale accidentalità della stessa rispetto all’oggetto dell’indagine. In altre parole, il reato
in esame si configura come proprio dell’attività del pubblico ufficiale o dell’incaricato del
pubblico servizio, nel senso che la qualifica pubblicistica deve preesistere alle indagini
ed essere in rapporto di connessione funzionale con l’accertamento che si assume inqui-
nato, cosicché la condotta illecita deve risultare finalizzata proprio all’alterazione dei dati
che compongono l’indagine o il processo penale, che gli è stato demandato di acquisire o
dei quali sia venuto a conoscenza nell’esercizio della sua funzione, e risulti quindi posto
in condizione di spiegare il proprio intervento inquinante.
Alla base di tale soluzione vengono addotte varie ragioni. Sotto un primo profilo, si evi-
denzia che l’elevata risposta sanzionatoria prevista dal legislatore induce a connettere
l’obbligo di dire la verità ad un dovere inerente specificamente alla funzione. Si osserva
poi che il dolo richiesto dalla norma è quello specifico, elemento psicologico incompa-
tibile con il dolo eventuale, cosicché l’esclusiva, o quanto meno preminente e diretta
necessità di sviare le indagini non può che essere logicamente connessa a specifici com-
piti inerenti allo svolgimento di tale attività; in caso contrario, atteggiandosi solitamente
la finalità dell’intervento inquinatorio in favore di una persona, la conseguente ricaduta
sulla deviazione delle indagini non emergerebbe come necessariamente costitutiva del
230 Parte prima – I reati previsti dal codice penale

proposito di agire, e pertanto, pur realizzando formalmente l’elemento caratterizzante


del reato, tale estremo risulterebbe di difficile dimostrazione. Un ulteriore elemento ri-
chiamato a sostegno della soluzione adottata è il mancato ampliamento, da parte della
novella, delle cause di non punibilità inerenti alla necessità di salvare sé o altri da un
pericolo ai sensi dell’art. 384 c.p. L’indifferenza rispetto ai diritti personali o ai vincoli fa-
miliari che emerge da tale scelta legislativa evidenzia la necessità di un riconoscimento
di preminenza del dovere di collaborazione che discende dal rapporto professionale, che
ulteriormente impone la preesistenza, rispetto al fatto, della qualità di pubblico ufficiale e
la maggiore valenza del vincolo funzionale con lo Stato, rispetto agli interessi personali,
considerati pertanto inesorabilmente recessivi rispetto ai doveri derivanti dalla funzione.
Solo tale vincolo riesce a caratterizzare, in maniera riconoscibile, il dolo specifico richie-
sto, cosicché deve individuarsi l’elemento tipico del reato nella violazione del dovere di
fedeltà connesso alla preesistenza della qualifica rispetto al reato, in ragione della quale
si richiede il più pregnante rispetto dell’obbligo di agire nell’interesse comune, premi-
nente su ogni altro concorrente valore, cui deve attribuirsi, per l’effetto, considerazione
subvalente.

La condotta consiste nel mutare artificiosamente il corpo del reato, lo stato


dei luoghi o delle cose o delle persone connessi al reato; oppure nell’affermare
il falso o negare il vero ovvero nel tacere in tutto o in parte ciò che si sa intorno
ai fatti sui quali si viene sentiti, ove richiesti dall’autorità giudiziaria o dalla polizia
giudiziaria di fornire informazioni in un procedimento penale.

Le suddette condotte costituiscono già violazioni di rilievo penale anche se commesse


da chiunque (v. artt. 374, co. 2, 371-bis e 372 c.p., che però hanno pena edittale inferio-
re). Si è osservato (Pavich) che nel reato in esame la pena è più elevata perché il fatto è
commesso da un soggetto qualificato, di talché il trattamento punitivo deteriore esprime
un disvalore aggiuntivo, dovuto a una sorta di “infedeltà” alla funzione pubblica e alla
laesio del particolare affidamento che essa comporta anche nei rapporti con l’ammini-
strazione della giustizia (peraltro già espresso da altre disposizioni del Capo I del Titolo
III: artt. 361, 362, 363, seconda parte, 374-bis, co. 2, c.p.; ma anche artt. 365, 366 e 373
c.p.) ed ulteriormente incrementato al ricorrere di condotte caratterizzate da particolare
gravità, attraverso la previsione di aggravanti ad effetto speciale “rinforzate” (ossia sot-
tratte a giudizio di comparazione ex art. 69 c.p.) e del raddoppio, nei casi più gravi, del
termine di prescrizione (si veda oltre).

La prima condotta (immutare artificiosamente lo stato dei luoghi, delle cose


o delle persone connessi al reato) richiama l’analoga condotta di cui all’art. 374
c.p. (frode processuale), consentendo di rinviare alla relativa trattazione.
Tuttavia, rispetto al delitto di frode processuale, qui vi è un inedito riferimento
alla immutazione del “corpo del reato”. Secondo i primi commentatori (Romano),
tale previsione si è resa necessaria in considerazione del fatto che l’autore del
Capitolo III – I delitti contro l’amministrazione della giustizia 231

reato, facendo parte dell’apparato statuale, è in grado di avere contatti con il


corpo del reato.
La seconda condotta (affermare il falso, negare il vero ovvero tacere, in tutto
o in parte, ciò che si sa intorno ai fatti sui quali si viene sentiti) richiama i delitti
di favoreggiamento (art. 378 c.p.), false informazioni al pubblico ministero (art.
371-bis c.p.) e falsa testimonianza (art. 372 c.p.), consentendo gli opportuni rin-
vii alle relative trattazioni.
Rimane, tuttavia, il dubbio se il reato in commento possa concorrere con i
suddetti delitti di false dichiarazioni, dato che in caso positivo la pena potrebbe
raggiungere livelli davvero draconiani.
Si noti come la disposizione in commento punisca anche le false dichiarazioni
rese alla Polizia giudiziaria, così introducendo una nuova incriminazione, dato
che l’art. 371-bis c.p. prevede esclusivamente la condotta di false informazioni
al Pubblico Ministero.
Il reato non è, invece, configurabile in caso di false o reticenti informazioni
al difensore. In tal caso, il reato di cui all’art. 371-ter c.p. risulta aggravato dalla
finalità di depistaggio di cui al nuovo art. 384-ter c.p.
Affinché la falsa dichiarazione possa integrare l’illecito in commento occorre
che i fatti oggetto delle dichiarazioni siano direttamente o indirettamente attinenti
all’accertamento giurisdizionale e che le dichiarazioni abbiano una effettiva effica-
cia probatoria dei fatti e siano quindi in grado di influire, deviandolo, sul corso del
processo in termini potenziali, senza necessità che tale influenza sia effettiva.
L’elemento soggettivo è il dolo specifico, perché oltre alla coscienza e vo-
lontà della condotta occorre il fine di “impedire, ostacolare o sviare un’indagine”.
Si tratta di un peculiare coefficiente psicologico che, unitamente alla qualifica
pubblicistica del soggetto agente, giustifica il più grave trattamento punitivo ri-
spetto a condotte sovrapponibili a quella dell’art. 375 c.p., che sono, invece,
fattispecie a dolo generico, salvo la frode processuale (art. 374 c.p.).
Il delitto si consuma nel momento e nel luogo in cui avviene la mutazione o
la falsa o reticente dichiarazione.
Trattasi di un reato di pericolo concreto, come si evince dalla circostanza
che la punibilità rimane esclusa se il fatto è commesso con riferimento ad un
reato non procedibile per difetto di querela, richiesta o istanza.
Il reato si consuma con le condotte materiali, purché abbiano idoneità ingan-
natoria, non rilevando che l’effetto di sviamento sia stato in concreto realizzato.
Il tentativo non sembra ammissibile dato l’eccessivo arretramento della so-
glia di punibilità che ne deriverebbe.
La fattispecie in esame si applica anche quando la frode o il depistaggio at-
tengono alle indagini e ai processi della Corte penale internazionale, in ordine ai
crimini definiti dallo Statuto della Corte medesima.
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B) Circostanze aggravanti e attenuanti. La norma in esame prevede alcune


specifiche circostanze (attenuanti e aggravanti) ad effetto speciale.
La pena è aumentata da un terzo alla metà se il fatto è commesso mediante
distruzione, soppressione, occultamento, danneggiamento, in tutto o in parte,
ovvero formazione o artificiosa alterazione, in tutto o in parte, di un documento o
di un oggetto da impiegare come elemento di prova o comunque utile alla sco-
perta del reato o al suo accertamento.
Si applica la pena della reclusione da sei a dodici anni (circostanza aggra-
vante autonoma) e il termine di prescrizione è raddoppiato (art. 157, co. 6, c.p.)
se il fatto è commesso in relazione a procedimenti penali relativi ad alcuni spe-
cifici reati, quali associazioni sovversive (art. 270 c.p.), associazioni terroristiche
(art. 270-bis c.p.), attentato contro il Presidente della Repubblica (art. 276 c.p.),
attentato per finalità terroristiche o di eversione (art. 280 c.p.), atto di terrorismo
con ordigni micidiali o esplosivi (art. 280-bis c.p.), attentato contro la Costituzio-
ne (art. 283 c.p.), insurrezione armata (art. 284 c.p.), devastazione, saccheggio
e strage (art. 285 c.p.), sequestro di persona a scopo di terrorismo o eversione
(art. 289-bis c.p.), cospirazione politica mediante accordo (art. 304 c.p.), cospi-
razione politica mediante associazione (art. 305 c.p.), banda armata (art. 306
c.p.), mafia (artt. 416-bis e 416-ter c.p.), strage (art. 422 c.p.), associazioni se-
grete (art. 2, l. n. 17/1982), traffico illegale di armi o di materiale nucleare, chimi-
co o biologico e comunque se il fatto è commesso in relazione a procedimenti
concernenti tutti i reati di cui all’art. 51, co. 3-bis, c.p.p.
Per quanto riguarda, invece, le circostanze attenuanti, la pena è diminuita
dalla metà a due terzi se l’autore del fatto si adopera per: a) ripristinare lo stato
originario dei luoghi, delle cose, delle persone o delle prove; b) per evitare che
l’attività delittuosa venga portata a conseguenze ulteriori; c) per aiutare concre-
tamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella ricostruzione del fatto
oggetto di inquinamento processuale e depistaggio e nell’individuazione degli
autori. Si tratta pertanto di una circostanza speciale (con una riduzione di pena
maggiore rispetto alla analoga circostanza attenuante comune prevista dall’art.
62, co. 1, n. 6, c.p.) che ha lo scopo di incentivare l’animus poenitendi di chi,
dopo aver commesso il reato, manifesta concretamente la propensione ad atti-
varsi per eliminare o ridurre le conseguenze del reato.
Quanto all’ipotesi sub c), l’uso dell’avverbio “concretamente” induce a rite-
nere che sia sufficiente l’attivazione del soggetto e non anche che il risultato
perseguito venga ottenuto.
Per evitare che le suddette circostanze aggravanti siano neutralizzate nella
prassi tramite il giudizio di bilanciamento con concorrenti circostanze attenuanti
(prime fra tutte quelle generiche), il legislatore ha previsto che eventuali circo-
stanze attenuanti (diverse da quelle previste dal quarto comma e dagli artt. 98
Capitolo III – I delitti contro l’amministrazione della giustizia 233

e 114 c.p.) non possano essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto alle
prime, con la conseguenza che le diminuzioni di pena si applicano sulla quantità
di pena risultante dall’aumento derivante dalle aggravanti.
Il sesto comma dell’art. 375 c.p. prevede che alla condanna per il delitto in
esame consegua, in caso di reclusione superiore a tre anni, la pena accessoria
dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Si tratta di un regime più grave ri-
spetto a quello previsto dagli artt. 28 ss. c.p., che trova giustificazione in relazio-
ne alla particolare gravità della condotta in quanto posta in essere da soggetto
investito di funzioni o servizi pubblici.
Anche in relazione al nuovo delitto di frode in processo penale e depistaggio
è prevista la non punibilità del colpevole che entro la chiusura del dibattimento
ritratti il falso e manifesti il vero (art. 376 c.p.).

C) Rapporti con altri reati. Per quanto attiene ai rapporti con gli altri reati, oc-
corre rilevare che la norma ha carattere sussidiario, essendo applicabile solo
quando il fatto non presenta gli estremi di un più grave reato (come, ad esempio,
la calunnia). Deve rilevarsi che tale sussidiarietà, tenuto conto del livello elevato
della pena edittale, può operare solo nei rapporti con reati diversi da quelli con-
tro l’amministrazione della giustizia poiché una sanzione più elevata nell’ambito
di tale categoria è prevista soltanto per l’ipotesi di calunnia aggravata per aver
comportato una ingiusta condanna alla reclusione superiore ai cinque anni (sen-
za considerare le aggravanti dell’art. 375 c.p.). Per quanto riguarda, invece, il
concorso con norme penali che prevedono pene edittali meno severe, il proble-
ma della configurabilità del concorso di reati o del concorso apparente di norme
dovrà essere risolto tenendo conto, da un lato, del principio di specialità di cui
all’art. 15 c.p. (e anche di quanto stabilito dall’art. 84 c.p.) e, dall’altro dell’identità
o della diversità del bene giuridico offeso dalle singole disposizioni.

17. Ritrattazione

L’art. 376 c.p. prevede che “nei casi previsti dagli articoli 371-bis, 371-ter, 372
e 373, nonché dall’articolo 378, il colpevole non è punibile se, nel procedimento
penale in cui ha prestato il suo ufficio o reso le sue dichiarazioni, ritratta il falso
e manifesta il vero non oltre la chiusura del dibattimento.
Qualora la falsità sia intervenuta in una causa civile, il colpevole non è puni-
bile se ritratta il falso e manifesta il vero prima che sulla domanda giudiziale sia
pronunciata sentenza definitiva, anche se non irrevocabile”.

La disposizione del primo comma dell’art. 376 c.p., che prevede e disciplina la ritrat-
tazione, è stata modificata dal legislatore del 1992 non solo per aggiungervi il reato
234 Parte prima – I reati previsti dal codice penale

di false informazioni al Pubblico Ministero, ma anche e soprattutto per adeguare tale


norma al nuovo processo penale introdotto nel 1988. Il primo comma è stato, inoltre,
dichiarato parzialmente incostituzionale dalla Corte costituzionale con la sentenza n.
101 del 30/03/1999, la quale ha esteso l’applicabilità della ritrattazione al reato di favo-
reggiamento personale realizzato mediante false o reticenti dichiarazioni rese alla polizia
giudiziaria operante su delega del Pubblico Ministero. Da ultimo, la l. 15 luglio 2009, n.
94 ha esteso la portata applicativa della norma in esame al favoreggiamento personale
(art. 378 c.p.), superando così la distinzione tracciata dai Giudici delle leggi fra mendacio
alla polizia giudiziaria operante su delega dal Pubblico Ministero e mendacio alla polizia
giudiziaria operante di propria iniziativa.

Discussa, in dottrina e giurisprudenza, è la natura giuridica della ritrattazio-


ne.
Secondo un primo orientamento (Chiarotti; Pisani; Zagrebelsky; Fiandaca-
Musco; Cass. Pen., Sez. Un., 10/04/1985, n. 2816), si tratta di una causa di
estinzione della punibilità di carattere oggettivo, in quanto causa che rimuove
la temuta lesione del bene protetto, che come tale giova anche all’istigatore
concorrente nel reato.
Altro orientamento (Antolisei; Boscarelli; Coppi; Cass. Pen., Sez. VI,
30/10/1996, n. 8892 e Cass. Pen., Sez. Un., 07/11/2002, n. 37503) ha, invece,
affermato che la ritrattazione costituisce una circostanza di esclusione della
punibilità di carattere soggettivo, in quanto attinente ad una condizione di resi-
piscenza dell’agente, per cui i suoi effetti non si possono estendere all’istigatore
della falsa testimonianza, a meno che questi abbia apportato un decisivo contri-
buto causale alla neutralizzazione del falso lesivo dell’interesse alla realizzazio-
ne del giusto processo, come nell’ipotesi in cui abbia indotto l’autore della falsa
testimonianza a ritrattare la deposizione reticente o contraria al vero.
La ratio della norma in esame consiste nell’esigenza di garantire il corretto e
ordinato funzionamento dell’amministrazione della giustizia, in quanto non solo si
vuole eliminare l’ostacolo costituito da una falsa prova senza dispendio di ulterio-
ri attività processuali, ma soprattutto favorire l’accertamento della realtà dei fatti,
come dimostra la previsione della necessità, per il ritrattante, di manifestare il vero.
Ai fini della effettiva efficacia della ritrattazione non è richiesta alcuna specifi-
ca qualifica processuale in capo al ritrattante.
Quanto all’ambito di applicazione, l’art. 376 c.p. prevede la ritrattazione in
relazione ai soli reati di false informazioni al Pubblico Ministero (art. 371-bis
c.p.), false dichiarazioni al difensore (art. 371-ter c.p.), falsa testimonianza (art.
372 c.p.), falsa perizia o interpretazione (art. 373 c.p.) e frode in processo pena-
le e depistaggio (art. 375 c.p.). Si tratta di una norma che non è suscettibile di
applicazione analogica, nonostante abbia subito un ampliamento a seguito della
citata sentenza della Corte costituzionale del 1999.
Capitolo III – I delitti contro l’amministrazione della giustizia 235

La ritrattazione presuppone la consumazione e la punibilità dei reati ai


quali la stessa è applicabile e deve consistere non solo in una smentita non
equivoca della precedente deposizione, ma anche nella manifestazione del
vero, non essendo sufficiente una mera insinuazione del dubbio sulla veridi-
cità della prima deposizione. La manifestazione del vero deve essere comun-
que completa.
La decisione di ritrattare deve inoltre essere volontaria, ma non necessaria-
mente spontanea o dettata da effettivo ravvedimento, potendo essere psicologi-
camente motivata dal solo scopo di evitare l’incriminazione.
Nel caso di ritrattazione delle falsità commesse nel procedimento penale,
è necessario che la ritrattazione intervenga nell’ambito dello stesso procedi-
mento in cui si è verificata la falsità (e non in un separato autonomo proces-
so) e nei termini preclusivi di cui all’art. 376 c.p., costituiti dalla chiusura del
dibattimento.

Il termine fissato dalla norma per la ritrattazione “non oltre la chiusura del dibattimento”
ha creato dei vuoti di disciplina in quei procedimenti che, per la loro struttura, non preve-
dono il dibattimento, come ad esempio nel patteggiamento o nel giudizio abbreviato, per
i quali si individua il termine, rispettivamente, nel momento finale della discussione di cui
all’art. 442, co. 1, c.p.p., e nella dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado.

Nel caso di ritrattazione delle falsità commesse nel procedimento civile, è


necessario che la ritrattazione intervenga nello stesso procedimento e che av-
venga prima che sulla domanda giudiziale sia stata pronunciata sentenza defi-
nitiva, anche se non irrevocabile, dovendosi ritenere tale la sentenza emessa in
primo grado, in appello o in sede di rinvio, con cui viene completamente deciso
il merito o una questione di competenza o altra pregiudiziale.

18. Intralcio alla giustizia

L’art. 377 c.p. dispone che “chiunque offre o promette denaro o altra utilità alla
persona chiamata a rendere dichiarazioni davanti all’autorità giudiziaria o alla
Corte penale internazionale ovvero alla persona richiesta di rilasciare dichiara-
zioni dal difensore nel corso dell’attività investigativa, o alla persona chiamata a
svolgere attività di perito, consulente tecnico o interprete, per indurla a commet-
tere i reati previsti dagli articoli 371-bis, 371-ter, 372 e 373, soggiace, qualora
l’offerta o la promessa non sia accettata, alle pene stabilite negli articoli medesi-
mi, ridotte dalla metà ai due terzi.
La stessa disposizione si applica qualora l’offerta o la promessa sia accetta-
ta, ma la falsità non sia commessa.