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Banana Yoshimoto

MOSHI MOSHI

Feltrinelli
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione nella collana “I Narratori” giugno 2012

ISBN edizione cartacea: 9788807019029


Avvertenza

Per la trascrizione dei nomi giapponesi è stato adottato il sistema Hepburn, secondo il quale le vocali
sono pronunciate come in italiano e le consonanti come in inglese. Si noti inoltre che:
ch è un’affricata come la c nell’italiano cesto
g è sempre velare come in gatto
h è sempre aspirata
j è un’affricata come la g nell’italiano gioco
s è sorda come in sasso
sh è una fricativa come sc nell’italiano scelta
w va pronunciata come una u molto rapida
y è consonantica e si pronuncia come la i italiana.
Il segno diacritico sulle vocali ne indica l’allungamento.
Seguendo l’uso giapponese, il cognome precede sempre il nome (fa qui eccezione il nome
dell’autrice).
Per il significato dei termini stranieri si rimanda al Glossario in fondo al volume.
Un regista ormai scomparso e che amavo molto, Ichikawa Jun, ha girato un film
dal titolo Zawa zawa Shimokitazawa.
È un film che ho guardato non so quante volte a casa dei miei, sola e a notte
fonda, quando cercavo il coraggio per trasferirmi a Shimokitazawa. Volevo che il
mio corpo assorbisse Shimokitazawa: solo allora mi sarei sentita sicura.
Nel film c’è una scena in cui la pianista Fuzjko Hemming parla di quel quartiere.
Il suo racconto comincia nel momento in cui la si vede camminare e fare spese al
mercato di fronte alla stazione.
“Se alcune volte l’aspetto caotico di questo quartiere, costruito senza alcun
criterio, al solo fine di guadagnare spazio, appare gradevole, è forse perché di fatto
ricorda la parte bella dell’inconscio delle persone, la loro disordinata
scompostezza. Un po’ come quando gli uccelli mangiano i fiori, o un gatto salta
dall’alto verso il basso con un movimento perfetto. Partiamo sempre dal torbido,
quando cominciamo qualcosa di nuovo. Poi però arriva il momento in cui tutto inizia
a scorrere limpido, e in tranquillità prende a seguire il suo corso naturale.”
Quando vidi quella scena per la prima volta ne fui toccata, pensai che avesse
ragione, e mi scese una lacrima. Da allora l’ho rivista molte altre volte, l’ho
imparata a memoria e ho raccolto tutto il coraggio di cui avevo bisogno.
Quindi è questo il senso di pace che si prova quando qualcuno dice con chiarezza
ciò che avevamo capito solo vagamente? pensai.
Il peso enorme degli avvenimenti che sino ad allora aveva vissuto Fuzjko... grazie
a loro le sue belle parole assumevano, nelle immagini filmate, un significato così
intenso, riuscivano a scuotere l’animo delle persone, a infondere coraggio, ad
aiutarle a restare in piedi.
Desiderai fortemente poter fare lo stesso, in modo diverso. Volevo esercitare
quella splendida magia a vantaggio di qualcuno che non fossi io.
Nella notte, mentre pensavo a queste cose, il cuore si alleggeriva e riuscivo
finalmente a respirare a fondo. Probabilmente fu proprio quello, alla fine, a
sostenermi.
Lo stato di prostrazione che seguì la perdita di mio padre non fu per niente
violento. Il dolore che provavo somigliava a un pugno che il mio corpo riceveva
lentamente. Ogni volta mi accorgevo che penetrava un po’ più a fondo e cercavo in
qualche modo di rialzare la testa.
Diventai più razionale, mentre fisicamente avevo l’impressione di essere un po’
più solida e piccola. Per difendermi, cominciai a immergermi sempre più nei miei
pensieri.
Fiori, luce, speranze e divertimenti presero tutt’a un tratto ad apparirmi lontani,
chiusa com’ero in un’oscurità ostile, cupa e profonda. Lì dove mi trovavo, solo
quella forza feroce in fondo al mio stomaco aveva un significato, mentre le cose
belle e lievi non avevano spazio.
Immersa nell’oscurità mi sforzai il più possibile di muovermi, respirare e tenere
gli occhi fissi su ciò che avevo davanti.
Così facendo, alla fine, tornai a vedere anche la luce.
Ma non solo la luce.
L’oscurità era sempre lì, persisteva con la sua ostilità feroce e selvatica.
Si aprì uno spiraglio e fui in grado di comprendere, in parte, la bellezza delle sue
oscillazioni; fu allora che colsi anche il senso più profondo delle parole di Fuzjko.
Se non erro, la mia vita a Shimokitazawa è cominciata all’incirca un anno dopo
che mio padre si ritrovò coinvolto suo malgrado in un doppio suicidio nei boschi di
Ibaraki, insieme a una donna – una lontana parente, si disse – della quale né io né la
mamma sapevamo nulla.
Quella donna aveva intrecciato con lui una relazione intima dopo averlo
avvicinato con il pretesto di chiedergli un consiglio, lo aveva invitato a casa sua e gli
aveva sciolto del sonnifero nel sakè. Poi mio padre, condotto con l’auto in un bosco
pressoché deserto alla periferia di un centro abitato, era morto per
un’intossicazione da monossido di carbonio causata da una formella di carbone
accesa che lei aveva portato con sé. Naturalmente era morta anche lei. L’auto era
chiusa, non c’erano dubbi sulla dinamica dei fatti.
Per dirla in parole povere, mio padre aveva tutta l’aria di aver commesso un
suicidio di coppia, ma in realtà era stato “assassinato”.
Non voglio dilungarmi su quanto ci fosse di realistico in questa storia, su cosa ne
pensassi precisamente, né su tutto quello che io e mia madre abbiamo dovuto
vedere e sentire.
Lo choc è stato molto maggiore di quanto fossi in grado di sopportare, e non ho
ancora fatto ordine dentro di me.
I ricordi di quel periodo sono intermittenti, come tutto il resto. Forse non riuscirò
mai a voltarmi indietro completamente. Se la vita è un accumularsi di cose che, per
quanto ci si sforzi, proprio non si possono spiegare, allora questo avvenimento
basterebbe da solo a esaurire il mistero di una intera esistenza.
“Da un po’ di tempo a questa parte capita spessissimo che stia fuori tutta la notte
dopo un concerto fuori zona, o che torni al mattino presto, vero? Che si sia trovato
un’amante? Però non penso proprio che papà avrebbe il coraggio di abbandonare la
famiglia, che faremmo in tal caso? Be’, possiamo solo continuare a vivere come
sempre, senza stare a pensarci troppo, perché tanto non serve a niente.
Aspettiamolo e tornerà.” Io e la mamma ci ripetevamo questi discorsi in
continuazione, come se niente fosse, e la chiamata improvvisa della polizia ci lasciò
esterrefatte.
Piansi, urlai, persi il controllo. Per un po’ le provammo tutte, davvero tutte. Noi
due insieme, ognuna per conto proprio, qualche volta cercando di sostenerci a
vicenda.
Mio padre lavorava nel mondo della musica, ed era naturale che di tanto in tanto
gli capitassero delle avventure con altre donne. Avevamo la bizzarra convinzione
che la nostra famiglia si sarebbe potuta disgregare se lo avessimo sottoposto a un
controllo eccessivo, e quindi, in un certo senso, accettavamo che vivesse le sue
giornate come voleva; adesso ce la prendevamo con noi stesse, per avergli lasciato
tutta quella libertà.
Quando non era in tournée, era lui a scegliere se rientrare all’alba, e se aveva
fatto una promessa a mia madre o a me, per piccola che fosse, l’annotava
sull’agenda o sul dorso della mano e la manteneva sempre. Anche oggi, se ripenso
alle mani di mio padre, rivedo quegli appunti scritti a penna.
Se ne ricordava sempre, che fosse “comperare il latte” o “andare a mangiare
gyōza tutti insieme la prossima settimana”: prima ancora che membro di una band
era un ottimo padre. Per questo eravamo del tutto serene.
E quando morì in quel modo, anche dopo averne celebrato i funerali,
continuammo a non capire. Ci volle davvero molto tempo perché ci rendessimo
conto che lui, ormai, non c’era più.
Anche la donna era morta, quindi non ci sarebbe stato modo di processarla, e
tutto finì così, senza che potessimo spiegarci niente, nella confusione dei nostri stati
d’animo. Se pure avessimo indagato su quella donna – a cui a quanto pare ero
legata da vincoli di sangue – e avessimo preteso da lei un risarcimento in denaro,
non sarebbe cambiato niente. E poi non avrei neanche voluto incontrarla.
Pare che l’avessero data in adozione subito dopo la nascita, e che prima di morire
non avesse più nessuno, perché se n’era andata da casa da un bel pezzo.
Sono venuta a conoscenza di tutto questo quando, in realtà, non avrei voluto
nemmeno sentirne parlare. Mia madre e io non avevamo preso nessuna iniziativa in
tal senso.
Non ho guardato a lungo il suo cadavere, ma l’ho vista in una fotografia di quando
era ancora viva: era una donna dalla carnagione chiara, straordinariamente bella,
somigliava a una volpe, oppure a un serpente. Pure quello fu uno choc. Pensai che
mio padre si fosse lasciato sedurre dal suo fascino. Ovviamente per mia madre lo
choc sarà stato maggiore.
La vita di ogni giorno deve andare avanti anche in momenti come quello, e così è.
Se si trattava semplicemente di camminare per strada, tra me e gli altri non c’era
differenza, ero del tutto normale, e la cosa mi meravigliava. Dentro di me ero a
pezzi, eppure quella che si rifletteva nelle vetrine era la mia immagine di sempre.

A un anno circa dalla morte di mio padre, la mamma sembrava essersi più o meno
ripresa, e così mi dissi che anche per me era giunto il momento di rifarmi una vita.
Dopo l’università avevo studiato cucina in una scuola di specializzazione, poi mi
ero diplomata e, mentre davo una mano a un’amica nel suo ristorante, cercavo un
lavoro vero e proprio, ma le circostanze mi avevano costretto a interrompere le
ricerche. C’era anche il progetto di aprire un locale con una compagna della scuola
di cucina, ma ormai non era più il caso, era andato tutto a monte.
Decisi di lasciare l’appartamento dei miei genitori e di prenderne uno in affitto più
piccolo al piano superiore di una pensione gestita dalla madre di un’amica. Prima ci
abitava lei, ma mi disse che l’avrebbe lasciato perché si sposava e andava a vivere
in Inghilterra. Non ebbi alcuna esitazione. Era a sette minuti dalla stazione di
Shimokitazawa.
Poi iniziai a lavorare in un ristorante chiamato Les Liens, che si trovava a un
minuto di cammino lungo la stessa strada, Chazawa dōri, proprio di fronte a casa
mia. Si trattava di un piccolo locale, dove dovevo dare una mano in tutto,
dall’occuparmi del riscaldamento al pulire i pavimenti e alla preparazione delle
bevande, così che d’un tratto le mie giornate si fecero piene d’impegni. Quando
finalmente l’aria pesante e dolorosa pareva essersi un po’ mitigata, quella vita per
conto mio mi sembrò perfetta. Ero riuscita a superare il pensiero di papà, e potevo
ricominciare a vivere.
Bere un tè, alzarmi al mattino: tutte cose che finalmente riuscivo ad assaporare
con entusiasmo. Cambiare ambiente è incredibile. Adesso potevo permettermi di
non pensare all’assenza di mio padre al risveglio. A casa dei miei, invece, il pensiero
affiorava lentamente ogni mattina, con la stessa naturalezza dell’inchiostro
simpatico, causandomi turbamento.
L’appartamento che avevo preso in affitto occupava per intero il piano superiore
di una vecchia casa indipendente, per cui era sufficientemente spazioso, ma non in
maniera esagerata. Era semplice, due stanze alla giapponese che si riempivano di
luce proveniente da occidente e una cucina dell’ampiezza di due tatami. La luce del
sole era così intensa che d’estate, per quanto si tenesse acceso il condizionatore,
non si rinfrescava affatto.
Nella stanza da bagno la vasca era vecchia e piccola, rivestita di piastrelle e
l’unica parte tutta luccicante era la doccia, perché era stata aggiunta da poco. Si
sentiva in continuazione l’odore penetrante tipico delle case vecchie, il tatami era
completamente scurito dall’uso, i fornelli erano di vecchia fattura e ogni volta che
usavo il forno a microonde che avevo portato con me c’erano continui cali di
tensione. Ovviamente anche l’asciugacapelli potevo usarlo senza accendere la luce,
tanto che mi sentivo dire da chiunque venisse a trovarmi: “Incredibile che esistano
ancora posti del genere”. Era un ambiente modesto, con un sapore antico.
Ciononostante, a me, che volevo cercare di mettere un po’ di soldi da parte,
andava più che bene, sia per le dimensioni sia per la tranquillità, e perché era vicina
al posto dove lavoravo. La madre della mia amica non abitava nell’appartamento
dei proprietari al piano terra, ma lo dava in affitto. Sotto la mia stanza c’era un
negozietto di vestiti usati e un piccolo caffè con il solo bancone e un arredamento
stravagante. Il caffè non era buono e i biscotti erano poco cotti, per cui io non ci
andavo quasi mai, ma la proprietaria era una graziosa ragazza con un bel sorriso;
di giorno era piuttosto frequentato e quindi dava sicurezza, mentre di notte potevo
camminare rumorosamente, ascoltare musica o fare il bucato, che di sotto nessuno
mi avrebbe rimproverato: anche questo era un punto a favore.

Ma quel periodo spensierato durò poco. Un giorno mia madre mi capitò in casa
all’improvviso.
Fu un pomeriggio che l’estate torrida sembrava aver allentato tutt’a un tratto la
presa, e il cielo si era fatto lontano. Il vento era diventato freddo, e pioveva a
piccole gocce, come quando si è prossimi all’autunno.
Terminato il turno del pranzo, ero tornata a casa per una piccola pausa. Mia
madre mi chiamò sul cellulare e disse che in quel momento si trovava a
Shimokitazawa.
Non era infrequente che mi venisse a trovare, per cui le dissi, come sempre:
“Sono in casa. Ci prendiamo un tè?”. Si presentò con alcuni sacchetti di carta e una
grande borsa modello Birkin di Hermès, bella piena. Mi disse:
“Yocchan, io da sola, in quella casa, proprio non ci voglio stare. Posso restare a
dormire da te? Solo per qualche tempo”.
In cuor mio pensai che era davvero una seccatura, ma riuscii a non farlo
trapelare dall’espressione. Mi trattenni pensando che anche per mia madre era
stato un periodo difficile. Avevamo dentro ancora una grande confusione, ed era
difficile esprimerla a parole.
Ma a quello proprio non riuscivo a credere.
Il lavoro mi impegnava molto, rientravo solo per dormire. Inoltre la mia casa era
ben diversa da quella dei miei a Meguro, un appartamento grande e nuovo,
composto da tre stanze, soggiorno e cucina.
Ma questo a mia madre non sembrava importare.
In quella casa volevo voltare pagina. Adesso che mi ero finalmente abituata al
lavoro, mi sarebbe piaciuto cominciare una relazione, invitare più spesso gli amici
per fare quattro chiacchiere; volevo vivere, insomma, sebbene un po’ in ritardo,
tutte le esperienze divertenti che si possono fare solo quando si sta per conto
proprio. Le proposi di tornare a Meguro, promettendole che sarei rimasta un po’
con lei, ma mia madre rispose:
“Non ho niente contro Jiyūgaoka, ma quella casa e quel quartiere mi fanno
tornare in mente tuo padre. Non ce la faccio. Shimokita mi piace, voglio stare qui.
Lì mi sembra di soffocare. Tutto è immobile. Ho capito che è stato il tuo spirito
positivo, Yocchan, a sostenermi”.
L’appartamento di Meguro, nella zona di Jiyūgaoka, fu un dono dei miei nonni
paterni al figlio e a sua moglie in occasione della nascita della loro bambina (cioè
io). Anche se per un po’ restava disabitato, non ci sarebbe stato nessun affitto da
pagare. Restavano soltanto le spese condominiali, mentre per quanto riguardava le
riunioni dei proprietari, salvo casi eccezionali, avvenivano più o meno una volta al
mese. Allontanarsi per un breve periodo, quindi, non avrebbe costituito alcun
problema.
Mia madre disse:
“Proverò ad aspettare sei mesi. Se non dovessi cambiare idea, venderò
l’appartamento”.
“Allora potremmo provare almeno a prendere in affitto un posto più grande, non
pensi? Se ci metti un po’ di soldi possiamo farlo.”
“Ma così tutto finirebbe per diventare troppo rigido, darei troppa importanza alla
situazione, ed è ancora troppo presto. In questo periodo voglio muovermi con
discrezione, senza alzare neanche un granello di polvere. Con discrezione.
Trattenendo il respiro. Sento che se non agissi così, potrebbe essermi fatale.”
In circostanze come quella riusciva a pronunciare parole inspiegabilmente
convincenti, era una sua caratteristica.
“Qui si sta bene. Quando guardo Chazawa dōri dalla finestra mi accorgo che
tante cose perdono consistenza poco alla volta. Ti prego, Yocchan, non potresti
vedermi come se fossi una tua amica? Immagina che un’amica con il cuore infranto
sia venuta a stare per un po’ a casa tua.”
Mentre parlava, guardavo il disegno vivace della T-shirt che aveva indosso.
Doveva averla comperata al negozio di abiti usati al piano di sotto. L’avrà misurata
e se la sarà tenuta addosso. Era una mise in tutto e per tutto da Shimokitazawa,
non si addiceva affatto a una signora di Meguro.
Le risposi:
“È impensabile, altro che ‘ti prego’. E poi la tua situazione è di gran lunga più
grave di un ‘cuore infranto’, non posso mica prenderla con tanta leggerezza”.
“Che pensino pure che non reggo il distacco dalla mia bambina, non m’importa. Io
a Meguro, senza tuo padre e per giunta anche senza il tuo sorriso, non posso
proprio viverci, adesso. Fino a quando non avrò fatto chiarezza non riuscirò a
pensare ad altro.”
Mi girava la testa, non ci capivo più niente. Avrei dovuto riconsiderare tutto ciò
che avevo sognato sino ad allora, e non sarebbe stato semplice.
Perché mai, con tutti i posti che c’erano, dovevamo abitare in due in quella
vecchia stanza, come se durante un viaggio ci fossimo fermate in un alberghetto
senza pretese? Io l’avevo scelta perché volevo contenere le spese, e per il semplice
motivo che quell’alloggio a buon mercato, gestito dalla madre di un’amica, era così
vicino al bistrot dove lavoravo da poterlo vedere dalla finestra.
Mia madre mi disse che avrebbe contribuito alle spese, il che significava – ne ero
certa – pagare più della metà dell’affitto; inoltre sicuramente avrebbe fatto le
pulizie e il bucato. Dove sarebbe finita la mia indipendenza!?
Mi sforzai di dirglielo in modo delicato.
Ma mia madre non fece una piega, sembrava che stessi parlando a vuoto. Poi
disse, decisa:
“Le tue parole hanno tutte un senso, mi pare. Hanno un motivo e una logica”.
Risposi:
“Certo che ce l’hanno. È evidente, no?”.
Scosse il capo.
“Adesso voglio fare cose senza senso. Voglio dimenticarmi di essere un’adulta.
Prendi il matrimonio, o la vita di ogni giorno: sono tutte cose apparentemente
dotate di senso, una concatenazione di previsioni. Dev’essere stato per questo che
a tuo padre è venuta voglia di fare qualcosa di insensato, e alla fine ne è stato
risucchiato ed è morto in quel modo. Anch’io voglio fare qualcosa che non abbia
senso. Non posso pensare di ritornare ai tempi in cui ero giovane, ma ora che non
ho più neanche l’obbligo di provvedere alla tua educazione voglio provare a
ricominciare daccapo, a svuotare la testa, facendo finta di essere ospite per un po’
a casa di un’amica.”
La cosa sorprendente fu che, avendo provato ad ascoltarla con animo aperto, mi
resi conto che non c’era davvero nulla di sbagliato nel discorso di mia madre. Ogni
sua parola entrò nel mio cuore, in profondità.
Mio padre faceva parte di una band di discreto successo, di cui era il tastierista.
Capitava anche che qualche conoscente lo chiamasse per registrare in studio, ed
era continuamente in tournée con altri gruppi musicali. Era sempre impegnato e
guadagnava abbastanza bene.
Se gli proponevano di insegnare in qualche scuola di musica accettava subito, poi
però diceva che non gli piaceva farlo per mestiere, che preferiva andare in tournée,
e in effetti era quella la sua vita. Era sempre in giro a collaborare con qualche altra
band, per cui da un po’ di tempo ci si riusciva a vedere brevemente nelle poche
occasioni in cui ci riunivamo a casa, motivo per cui la nostra famiglia era molto
vicina a dividersi.
Ogni famiglia, del resto, attraversa tante fasi diverse. Proprio quando io e mia
madre avevamo iniziato a ritagliarci del tempo ciascuna per sé, quando ci eravamo
tranquillizzate pensando che con un po’ di pazienza tutto sarebbe tornato come
prima, fu come se mio padre ci fosse stato improvvisamente strappato via. Mia
madre, cresciuta come una signorina di buona famiglia, e io, sua figlia, eravamo
rimaste completamente inermi di fronte all’evento, e non riuscimmo a reagire al
colpo.
Mio padre non era di temperamento particolarmente vivace, aveva le sue
fragilità; neanche la sua salute era perfetta, e sebbene non gli capitasse di
ammalarsi spesso, appariva come una persona per la quale lo stare in vita non era
così scontato.
Credo che fosse un’eredità della mia nonna paterna, una donna perbene, senza
alcuna difficoltà economica ma mai davvero felice. Mio nonno morì quando mio
padre era ancora giovane, ma da vivo non era quasi mai in casa, perché aveva
un’amante. Sono tutte cose che ho saputo solo dopo la scomparsa della nonna.
Al pensiero che quel sangue così carico di esperienze dolorose scorra anche nelle
mie vene, sento il collo irrigidirsi. Mio padre sembrava una persona tranquilla e
matura, ma dentro di sé avrebbe voluto rimanere un eterno studente. Ogni volta
che uscivamo insieme voleva che ci prendessimo a braccetto, era viziato per
natura, cercava sempre di darsi un’aria allegra. D’aspetto dolce e un po’ delicato, di
poche parole, non lo dava troppo a vedere, ma s’incupiva per un nonnulla. Credo
che se fosse dipeso da lui avrebbe voluto vivere in maniera precaria per chissà
quanto tempo, e qualsiasi cosa succedesse tendeva a prenderla alla leggera. Questo
atteggiamento infantile era anche il lato interessante del suo carattere.
“Però, mamma, se è così puoi andartene davvero da qualcun altro, da qualche
amica, no? Io sono venuta qui apposta per vivere da sola. Per essere indipendente.
Non posso mica farmi viziare per sempre dalla famiglia.”
“Ma tuo padre non apparteneva agli altri come a me. Per quello ho solo te al
mondo. Be’, forse anche la donna che è morta insieme a lui lo condivideva con noi,
ma non credo che sarei riuscita ad andarci d’accordo, e in ogni caso è morta. E poi
gli amici si prenderebbero cura di me in un modo diverso. La sola amica su cui
potrei davvero contare si è sposata e ha seguito suo marito per lavoro a San
Francisco. Certo, a casa sua c’è una grande stanza per gli ospiti, per cui ci potrei
anche andare, ma non voglio procurarle fastidio. Se a un certo punto la vita con te
dovesse farsi difficoltosa, allora magari potrei trasferirmi da lei per un mesetto, ma
so già che si tratterebbe solo di uno svago, e sarebbe così anche se dovessi restarci
anni. Se sto in Giappone, invece, d’ora in avanti qualsiasi cosa deciderò di fare
influirà sulla mia vita. Non ho idea di cosa potrebbe accadere in futuro, quindi
voglio fare economia. Finché si tratta dell’affitto di questa casa non mi pesa per
niente. Se sto da te, posso andarmene quando voglio, senza perdere tempo. È
perfetto così. È inutile che stiamo a pensarci. Siamo sole. Non abbiamo denaro
sufficiente per vivere nel lusso. Non mi va di pensare a tutto subito, è da sciocchi,
mi sembrerebbe di sbagliare in ogni caso. Al domani penseremo domani.”
Con un pizzico di ammirazione mi domandai quando mia madre avesse iniziato a
pensare in questo modo.
Se mio padre aveva una percezione del tutto superficiale della vita, mia madre,
invece, era sempre stata una persona precisa. Riusciva sempre a pianificare, e non
aveva mai agito in maniera tale da ritrovarsi in situazioni senza via d’uscita.
Figlia unica, aveva perso i genitori quando io ero bambina.
La sua casa natale, una gigantesca fattoria con un pascolo, era stata venduta
ormai molto tempo fa. Non credo proprio che ne abbia ricavato una grande somma
di denaro, visto che si trovava in un punto dell’Hokkaidō in cui non c’era
praticamente nulla, ma mia madre, casalinga a tempo pieno, custodiva
oculatamente quella piccola eredità. L’idea di venire a stare per un po’ da me non
era, dal punto di vista economico, una scelta così avventata. In fondo, in quel modo,
sarei riuscita anch’io a mettere da parte qualcosa.
Ma sapevo anche, invece, di non essere ancora pronta al distacco dalla famiglia.
Avevo bisogno di un posto in cui ritornare, per questo desideravo che mia madre
stesse nella nostra casa.
Dentro a una cornice così infantile, ero entusiasta e determinata a stare per
conto mio, e per certi versi non ero preparata. Sognavo di vivere da sola tenendo
conto soltanto dei lati positivi.
L’idea di dover condividere quel mio piccolo spazio con qualcuno, per giunta con
un genitore, mi dava troppo fastidio. E poi avevo deciso, fantasticando tra me e me,
che se anche avessi trovato un fidanzato non saremmo andati a vivere insieme, ma
avremmo fatto la spola tra casa dell’una e casa dell’altro, in più ero ancora
impegnata con gli studi...
In realtà, perché potessi conquistarmi l’indipendenza, sarebbe stato più giusto
che si arrabbiasse, magari gridasse e se ne andasse via. Se fossi stata un ragazzo
forse avrei fatto in modo che accadesse così.
Ma in quel momento mia madre stava appoggiata sui gomiti al davanzale come
un’adolescente, lo sguardo rivolto distrattamente alla pioggia che come un velo
cadeva su Chazawa dōri.
Era una scena davvero commovente.
La razionalità che con insistenza si era insinuata nella mia mente si dileguò in un
istante.
La sua figura, in quel momento, comunicava il sincero desiderio di rimanere lì e
soltanto lì. Non era la figura distinta di una donna adulta, era avvolta da una foschia
come di sogno. Una foschia fatta di possibilità, di futuro, di solitudine, incerta come
la giovinezza.
Le dissi:
“Perché dici che non ce la fai? Per papà?”.
“Ma no. Come dire... è quell’imperativo ingannevole che se non viviamo la vita
come si deve finiremo tutti male. Ho sempre fatto tutto il possibile per vivere in
modo impeccabile, convinta che altrimenti sarebbe successo qualcosa di tremendo,
eppure alla fine le cose tremende che si sono verificate hanno superato ampiamente
le aspettative, mi sembra. È terribile doversi consolare pensando che perlomeno
tuo padre ci ha fatto il favore di morire prima di contrarre qualche debito. Non
dimenticare che ha dilapidato praticamente tutti i suoi risparmi, e a noi non è
rimasto niente. Ma era una brava persona, e credo che avrebbe preferito morire
piuttosto che procurare problemi a me e a te, Yocchan. A modo suo era un puro.
Parecchi anni fa, prima che rimanessi incinta di te, ci fu un periodo in cui le cose
non andavano molto bene. Mi chiese il divorzio, dichiarandosi inadatto alla vita in
famiglia, e forse avrei fatto bene a concederglielo. Invece discutemmo, decidemmo
di avere te, e da allora non sfiorammo mai più l’argomento. Dopo la tua nascita non
facevamo altro che ripeterci quanto fosse bello il matrimonio. Non penso affatto
che la sua morte se la sia cercata. Però adesso ho voglia di oppormi con decisione a
quella visione del mondo che mi è stata inculcata, secondo cui ‘i problemi si
risolvono se gli adulti si comportano da adulti’.”
Non riuscii a controbattere, avevo perso la cognizione dei miei stessi pensieri, e
borbottai:
“E va bene. Per ora è così, quindi proviamo a vedere tutto al rovescio. Mia madre
è venuta da me in vacanza, punto. Non c’è problema”.
Mi sentii immediatamente sollevata.
Non potevo ferire la mamma in maniera così spietata, e poi semplicemente mi ero
resa conto di non avere altra scelta. Sarebbe arrivato il momento in cui non ci
saremmo più sopportate. Ci avremmo pensato allora.
Sentii mancare in me la forza che aiuta a pianificare il futuro. In quel momento
avevo davanti agli occhi mia madre, la quale sosteneva di voler stare da me. Sapeva
solo quello, e probabilmente dopo due giorni mi avrebbe detto che sarebbe tornata
a casa sua. Ciononostante ero risoluta a fare quello che avevo deciso, e non volevo
sentire ragioni. E così avevo tirato fuori quella singolare determinazione.
“Ma sì. Chi se ne importa. Mi hai convinto.”
Con una voce che non sembrava poi così felice, mia madre rispose:
“Bene. Grazie”.
Mi conosceva come le sue tasche e sapeva che non sarei riuscita a dirle di no.
Sicuramente pensava: “Questa conversazione è una gran perdita di tempo”. In
parte non mi rassegnavo all’idea di essere praticamente un libro aperto per lei, ma
lasciai stare. Era colpa mia, non possedevo la forza necessaria per oppormi.
Andai alla finestra e mi sedetti accanto a mia madre.
E così, a quell’età, aveva deciso all’improvviso di ricominciare daccapo. Non
aveva la pressione di un figlio da crescere né il bisogno di lavorare sodo. Pensavo a
tutte queste cose. Come se non bastasse, l’ombra di un rimpianto grave e cupo
aleggiava sempre su di noi.
In un certo senso non saremmo mai più tornate come prima, qualsiasi cosa
avessimo fatto, anche provando a vivere lì. Era una consapevolezza che potevamo
solo accettare. Se qualche volta ci capitava di trascorrere del tempo serenamente,
come se avessimo dimenticato ogni cosa, in fondo restava sempre quell’ombra.
Ormai avevamo capito – e faceva male – che vivere significava procedere
portandosi tutto dietro. Anche dopo aver sofferto, dopo avere versato lacrime come
sangue, cariche di dolore, non provavamo alcun sollievo. Semplicemente
sopportavamo, fingendo che tutto andasse bene.
Nella casa dei miei, che per come erano disposte le stanze sembrava perfetta per
ospitare una famiglia, i nostri ruoli erano fin troppo definiti, e non saremmo riuscite
a parlarci liberamente, questo lo sapevo anch’io.
“La nostra famiglia ti sembrava troppo rigida?” mi chiese la mamma.
“No, paragonata alle altre non mi sembrava rigida, forse perché papà era un
musicista.”
Mio padre rincasava a notte fonda, si sentiva sempre musica, quando venivano i
suoi amici si stava in piedi tutta la notte a fare baldoria e piccoli concerti a volume
basso; qualche volta è capitato che gli chiedessero di collaborare all’estero a
qualche spettacolo dal vivo e io andassi insieme a lui e alla mamma, giustificando
l’assenza a scuola con “collaborazione di mio padre a un evento dal vivo all’estero”.
Thailandia, Shanghai, Boston, New York e poi Parigi. Siamo andati anche in Corea
del Sud e a Taiwan. Erano tutti viaggi al risparmio, ma in ognuno c’era la musica,
qualche volta mi lasciavano salire sul camion, capitava di fare amicizia con i figli di
altri membri della band che mi erano vicini per età e anche di prendermi qualche
cotta: è stata un’infanzia divertente, come in una comunità hippy.
Mia madre disse:
“Allora ero io a essere rigida”.
“Forse un po’ sì. Ma se nessuno lo è, una famiglia non può funzionare. E poi, sai,
io credo...”
Inghiottii la saliva e le dissi ciò che non volevo dirle, ma che avevo sempre
pensato, sin da quand’ero bambina.
“...credo che a papà, se non ci fossimo state noi, probabilmente sarebbe capitato
qualcosa, sarebbe morto ancora prima.”
Mia madre mi guardò sbalordita. Non lo disse a parole, ma in quello sguardo si
scorgeva, chiaro, un “allora lo pensi anche tu?”.
Invece mi disse:
“Grazie”.
Chazawa dōri era sempre poco trafficata, e le auto procedevano a un ritmo del
tutto naturale, come pedoni. Dall’altro lato della strada si vedeva il bistrot dove
lavoravo, Les Liens. Vicino alla vecchia finestra del caffè Mikenekosha, al secondo
piano, brillava la luce soffusa di una lampada. Sotto una pioggia leggera, era come
se tutto volesse fondersi nella sera.
Mi domandavo se adesso mia madre sarebbe venuta a trovarmi ogni giorno dove
lavoravo all’ora di pranzo. Non mi sarei mai immaginata che avremmo vissuto in
quel modo. Avrei lasciato tutto com’era, non avrei preparato asciugamani apposta
per lei né le avrei comperato un bicchiere: avrei fatto in modo che si sentisse di
passaggio.
Avrebbe continuato a usare il futon per gli ospiti, come aveva fatto sempre
quando si fermava a dormire. Per mia madre, adesso, questo futon da quattro soldi
(con qualche sforzo, però, la trapunta l’avevo presa di piuma d’oca) era più
confortevole del costoso materasso di Tempur che aveva a casa sua.
Probabilmente anche stasera, quando rincaserò a pezzi per la stanchezza e
troverò mia madre, ne sarò tremendamente seccata. È naturale, va bene così. Farò
in modo di sentirmi seccata quanto voglio.
“E poi, sai, quando sono a casa viene fuori il fantasma di tuo padre.”
Disse la mamma all’improvviso e tutto d’un fiato, come se niente fosse. Risposi:
“Non è vero!”.
Continuò normalmente:
“Sì che è vero. Certe volte mi sveglio al mattino e lo vedo che dorme come al
solito sull’altro lato del letto, altre me lo ritrovo seduto sul divano”.
“Mamma, non è che la tristezza ti ha fatto perdere qualche rotella? Sbaglio o non
hai mai creduto a queste cose? Quando mi spaventavo guardando Gakkō no kaidan
e altri programmi del genere alla televisione tu non mi davi mai retta, dicevi che ti
sembravo una stupida.”
“Appunto, proprio perché sono io a dirlo dovresti crederci. Io stessa lo considero
impossibile. Stavo impazzendo sul serio, per questo sono venuta qui. Nessuno si
trasferisce volentieri nel misero appartamentino della propria figlia.”
Disse mia madre, senza un filo di emozione nella voce. Poi aggiunse:
“Ti va del tè? Me ne prepareresti un po’, Yoshie?”.
“Che tipo di tè vuoi?”
“Tè nero. Bere del tè a questa finestra è un po’ come essere in un caffè, non
trovi? Posso comperare un tavolino? Da queste parti non c’è un negozio che vende
mobili antichi restaurati? Ieri l’ho visto mentre passeggiavo lungo Inokashira dōri e
me ne sono innamorata. Sono stata a guardare per un sacco di tempo. Era
piacevole: c’era un giovanotto in maniche corte che con tutta la forza delle braccia
aggiustava i mobili, limando e passando la vernice. Un gran figo.”
“Ah, sì. Ho capito di quale negozio parli. Bello, vero? Economico, tra le altre
cose. E poi le anticaglie in questa casa stanno bene. Se lo comperi tu con i tuoi soldi
va bene. Lo potremmo usare anche per mangiare. E potresti tenermi d’occhio
mentre lavoro... Ma guarda cosa mi fai dire, comunque... Preparo del tè intanto.”
Le dissi queste cose facendo finta di niente, quando invece avrei voluto
domandarle dove mai avesse imparato a dire “un gran figo”. Come una persona che
è appena arrivata in un paese straniero e cerca di prendere dimestichezza con la
lingua, così mia madre stava provando a sentirsi a suo agio in questo quartiere
pieno di giovani.
“Mamma, dove hai messo il darjeeling che hai portato da casa?”
“In frigo.”
“Ok.”
Mentre aprivo il frigo pensai: “Ma che razza di conversazione è? Non siamo più a
Meguro!”. Non sono proprio riuscita a rendermi indipendente.
Ma andava bene così, in fondo. Adesso è adesso, qui è qui. Oggi non dura che per
oggi, pensai.
Quella avrebbe potuto essere l’ultima volta che vivevamo insieme, ma avrebbe
anche potuto non esserlo. E magari anche mia madre... Al solo pensiero sentii una
stretta allo stomaco. A giudicare dal suo aspetto, dentro di sé doveva essere ormai
agli sgoccioli, e avrebbe potuto sparire da un momento all’altro, come aveva fatto
papà. E se così fosse stato, mi sarei ritrovata sola un’altra volta, in un istante,
senza poter mai più vivere insieme a lei.
Piuttosto che farsi venire un esaurimento nervoso e magari morire perché è
convinta di vedere il fantasma di mio padre, oppure, ammesso e non concesso che il
fantasma esista, sapendo che ci vive insieme, è decisamente meglio che abiti qui,
vicino a me.
Seduta su un cuscino vicino alla finestra, mentre si stringeva le ginocchia con le
braccia, mia madre aveva l’aria di una persona che non può essere lasciata sola.
Anche per me quello era un quartiere nuovo. Trascorrere delle ore
apparentemente piacevoli insieme a mia madre era un po’ come ricominciare a
vivere.
Andai a sedermi lì con lei, portando il tè sul vassoio.
Poi, con un “Senti...” la invitai a parlare.
“Che c’è?”
Aveva risposto con un’espressione di sorpresa sul viso.
“Parlami del fantasma di papà. M’interessa.”
“Quello che ti ho detto poco fa è tutto. In casa, qualche volta vedo tuo padre,
normalmente. E non capisco più niente. Lui non parla e non mi guarda negli occhi
più di tanto, semplicemente se ne va gironzolando a destra e a sinistra. Come
quando era vivo. Come sempre, quasi che tutti e due fossimo aria. È così normale
che finisco per non capire più niente.”
Il tono con cui parlava era talmente normale che anch’io finii per pensare
semplicemente “Ah, sì? Ma pensa un po’...”.
Continuai:
“Però scusa, se fosse davvero così allora in questo momento papà potrebbe
vagare per casa tutto triste perché tu non ci sei. Non è sbagliato lasciarlo da solo?
Mettiamo che non riesca a raggiungere il nirvana, non è un peccato che non ci sia
nessuno lì per lui?”.
La mamma abbassò lo sguardo e scoppiò a ridere, come se non potesse
trattenersi. Poi disse:
“Vuoi dire che se non c’è nessuno potrebbe suicidarsi? Potrebbe venire ucciso?”.
Non ha tutti i torti, pensai. Ormai non c’era più niente di cui aver paura.
Mia madre riprese:
“Yocchan, perché dovrei preoccuparmi se tuo padre è triste dopo che si è ucciso
insieme a un’altra donna? E poi credo che non ci sia morte meno indicata di quella
per raggiungere il nirvana. In ogni caso non lo raggiungerà, che lo si lasci stare o
no”.
“In effetti... Allora ascolta, perché non celebriamo una cerimonia di purificazione,
per aiutarlo a raggiungere il nirvana?”
“Un giorno o l’altro lo farò. Per adesso ce l’ho ancora con lui. Non me ne intendo
di queste cose, però penso che siano inutili se non si è ancora perdonato qualcuno
con tutto il cuore, no?”
Io non ce l’avevo con lui, perché era mio padre. Mi era semplicemente dispiaciuto
che avesse finito per percorrere quella strada così triste, simile alla notte più
scura.
A me, che ormai non ero tanto spesso a casa, e a mia madre, che non amava più
mio padre come prima, mancava la capacità di riportarlo da noi. I bambini piccoli
riescono a tenere insieme le famiglie come se fossero colla. Ma io ormai ero
grande. Non possedevo la forza necessaria a contrastare l’attrazione per una
donna appassionata e sensuale.
Ciononostante, per me era una grande sofferenza non poter più incontrare mio
padre. Negli ultimi tempi ci eravamo visti poco, però quando succedeva lui riusciva
sempre a farmi sentire quanto mi voleva bene: il nostro rapporto era fatto così.
Ma la sua relazione con mia madre era quella di un uomo con una donna, quindi
era naturale che per lei le cose non fossero così facili. Facevamo parte della stessa
famiglia, eppure le nostre posizioni erano nettamente diverse, e su quel punto non
saremmo mai riuscite a venirci incontro. Mio padre era come un ologramma che
emanava due immagini diverse di sé, e da quando era morto (e, stando a quanto
diceva la mamma, era diventato un fantasma) questa differenza si era fatta ancora
più evidente.
Soltanto quando ero bambina uscivamo in tre mentre, una volta cresciuta, mi
capitava di andare in giro con l’uno o con l’altra, ma le occasioni in cui eravamo
tutti insieme si limitavano agli incontri al termine dei concerti.
Dopo avere scoperto, più d’una volta, qualche scappatella – cose di poco conto,
che probabilmente non erano arrivate neanche a un rapporto fisico –, mia madre
aveva deciso di non prestare troppa attenzione né all’attività musicale né alle
relazioni di mio padre, e ce ne andavamo via subito dalla live house, tornavamo a
casa e cenavamo noi due sole, senza partecipare ai festeggiamenti.
Forse se avesse bevuto alcolici sarebbe morto prima, chissà. O magari sarebbe
riuscito a tenere di più le cose sotto controllo? Me lo domando sempre, ma non ho
risposte. Mio padre era una persona malinconica, che non beveva quasi per niente.
Però gli piacevano le situazioni in cui si beveva, e per questo, quando c’era qualcosa
da festeggiare, succedeva sovente che rientrasse all’alba. Per il resto del mondo
forse lui era semplicemente il tastierista mingherlino di una band, sostituibile in
qualsiasi momento, ma per me era l’unico papà che avessi.
La sua era una normale band di cinque elementi, ma poiché volevano suonare
tanti generi diversi, chiamavano numerosi collaboratori. Kalimba, marimba,
strumentisti che provenivano dal mondo del jazz, quena. Anche qualche ballerino.
Così facendo, i membri aumentavano e i costi per le esibizioni si dividevano tra più
persone. Mio padre amava sinceramente la musica, tanto da essere disposto a fare
anche altri lavori senza viverlo come un sacrificio. Gli era capitato persino di
sentirsi dire che il suo atteggiamento serioso aveva nuociuto a una performance,
ma lui era il tipo che non lasciava niente al caso quando si trattava di musica. Anche
quest’aspetto mi piaceva.
Sentirlo parlare con mia madre che aveva aspettato fino a notte fonda che
rincasasse dopo aver suonato, anche da grande, mi dava lo stesso senso di
sicurezza che provavo da bambina.
Quando lui entrava, mia madre spuntava in salotto dalla camera da letto e
sottovoce gli raccontava cosa avevamo mangiato al ritorno dal concerto, gli
chiedeva com’era andata e chi era andato a sentirlo. Mio padre le rispondeva e
finalmente sembrava tranquillo.
“Al termine di una lunga giornata, parlare un po’ con la mamma di qualche
sciocchezza”: era questa, per mio padre, la cosa più importante di tutta la giornata.
Non ho dubbi, me l’aveva detto proprio lui. Non faceva che dire che quella era la
parte migliore del loro matrimonio. Non ci crederai, ma al mondo non sono poi
molte le persone con cui si può parlare di sciocchezze, mi diceva.
Ed è proprio questo che mio padre non è riuscito a fare quando è stato ucciso, e
forse gli sarà mancato. E se se ne andasse in giro con l’intenzione di lasciarle detto
qualcosa? Chissà se queste cose succedono. In fondo lui quel giorno non sapeva che
sarebbe morto. Be’, sicuramente quelli che lo sentono sono una minoranza, ma
certo non si aspettava che la persona accanto a sé l’avrebbe ucciso. Mi domando se
avesse paura, se non pensasse, da qualche parte dentro di sé, che si sarebbe
salvato.
Non che credessi alla storia del fantasma, ma il suo dolore doveva essere stato
insostenibile.
Non sono che una bambina, mi piace quando i ragionamenti seguono una logica
perfetta, e quindi non sono in grado di capire fino in fondo, ma so che non sempre le
persone restano uguali sino alla fine. Non sempre riescono a mantenere ideali
positivi e impeccabili. Quando questi vengono meno si sentono a pezzi, fingendosi
razionali per nascondere il malessere, e a malapena riescono a sopravvivere.
Il rapporto di mio padre con la musica, il fatto che dicesse di stare bene con me e
che il legame con mia madre fosse stabile al punto da non desiderare nulla di più,
oppure che le aspettative della moglie nei suoi confronti, sempre vaghe e offuscate,
lo facessero sentire sotto pressione, come legato con un filo di seta, ecco, tutte
queste cose, dentro di lui, dovevano essere in qualche modo legate a quella morte.
La mamma è una persona molto forte, per questo faceva fatica a starle vicino.
Il solo a soffrire, il solo a capire cosa provava, era mio padre. Io non ci sarei mai
riuscita. E forse lui, della sofferenza, non ne poteva più.

Ogni giorno avevo moltissimo lavoro da fare al bistrot.


Come prima cosa aprivo il locale. Impastavo il pane e lo lasciavo lievitare. Poi
sollevavo le sedie da terra e cominciavo a pulire da cima a fondo. Nel frattempo
mettevo su l’acqua e preparavo le verdure da bollire e quelle da insalata.
Controllavo che non mancasse nulla, e se c’era bisogno inoltravo gli ordini. Infine,
cuocevo più o meno quaranta panini.
A quel punto arrivava la cuoca, Michiyo: io diventavo la sua assistente e servivo i
clienti quando entravano. Le successive due ore e mezza passavano veloci come
una tempesta.
Il cibo che mangiavo dopo le tre era davvero ottimo, e a quel punto potevo anche
farmi spiegare come prepararlo. Poi si faceva un’ora di pausa, e nei giorni in cui
non avevo niente da fare me ne andavo a passeggiare per il quartiere o tornavo a
casa a dormire.
La sera il tempo volava fino all’ora di chiusura, trattandosi per lo più di clienti che
si intrattenevano a bere.
Il sabato e la domenica c’era sempre il pienone, e allora veniva ad aiutare un
ragazzo di nome Moriyama, che s’intendeva molto di sakè. Nei giorni feriali,
quando c’ero solo io, praticamente non avevo un momento libero. Il locale era quasi
sempre al completo, ma i clienti tendevano a prendersela comoda, quindi non c’era
grande ricambio. Dovevamo sempre preparare degli stuzzichini a parte, perché
erano molti quelli che venivano a bere birra o vino anche a pranzo.
Ero io a occuparmi di stuzzichini e antipasti, e quindi non appena avevo un minuto
dovevo preparare e lavare la verdura, oltre a fare il resto del lavoro, cioè pulire la
sala e lucidare i bicchieri. Nonostante fosse un ristorante francese, non era né nel
solito quartiere di Ginza, né ad Aoyama, né ad Azabu. E neanche nelle signorili
Jiyūgaoka o Hiroo. C’era una ragione precisa per cui volevo lavorare proprio in
quel bistrot di Shimokitazawa. Qualcosa di speciale mi legava a quel ristorante.

Com’era prevedibile, in seguito alla morte di mio padre, la mamma non riusciva a
bere né a mangiare nulla. Se ne stava sempre distesa, e quando si alzava
mormorava in continuazione “non è vero, non può essere vero”, anche se sembrava
che stesse zitta.
Non riuscendo a crederci, non gli aveva nemmeno preparato l’altarino ma aveva
semplicemente messo una fotografia nella stanza in cui mio padre teneva il
pianoforte verticale, le casse di cui andava tanto orgoglioso e gli amplificatori
valvolari. Il fatto che non lasciasse morire i fiori dimostrava che non era così fuori
dalla realtà, ma comunque mia madre non riusciva a credere che stesse succedendo
per davvero.
Diceva sempre di sentire che sarebbe anche potuto tornare a casa.
Per me i suoi resti, il funerale e tutti gli impegni che riguardavano la sepoltura,
insieme con la fotografia che avevo visto della donna che era morta con lui, avevano
assunto un carattere di realtà nuovo e inequivocabile. Per questo non provavo la
stessa sensazione di incredulità di mia madre.
Eppure, sia nel sonno che da sveglia non facevo altro che ripetermi: “Come è
potuta succedere una cosa del genere?” o “Ma perché non ci ha detto niente?”. Ero
stata fredda nei confronti di mio padre? Forse lui avrebbe voluto dirmi qualcosa e
io, senza accorgermene, ero andata oltre, mi ero addormentata? Ci pensavo
continuamente, poi me ne rammaricavo, poi ci ripensavo, infine dimenticavo, e il
ciclo ricominciava.

L’ultima mattina avevo detto a mio padre che era sull’uscio:


“Hei, la settimana prossima o giù di lì, quando il concerto sarà passato, devi
offrirmi una cena in un costoso ristorante francese di Aoyama!”.
Infilandosi le scarpe, mi aveva domandato:
“Che intendi per costoso?”.
“Uhm... sui quindicimila yen. Vino escluso. Per una volta voglio bere del vino
importante.”
“È molto costoso!”
Mio padre aveva riso, sistemandosi il solito vecchio borsone sul fianco, come un
cane fedele.
Aveva detto che quella sera sarebbe andato a dare una mano al locale di un
amico a Ginza, per un concerto. Al concerto aveva partecipato di sicuro.
Dopo aver presenziato brevemente ai festeggiamenti, si era allontanato da Tōkyō
con l’auto di quella donna, dirigendosi a Ibaraki con l’intenzione di trascorrere la
notte presso una stazione termale. Al personale dell’albergo avevano detto di
uscire per cena, si erano rimessi in macchina, avevano mangiato in un’izakaya nei
paraggi, e poi erano morti.
Io e mia madre avevamo sorvolato sul fatto che fosse la prima volta che restava
fuori per la notte senza avvisare, e semplicemente ci eravamo dette: “Papà è uscito
senza portarsi il cellulare, forse lo ha fatto di proposito, per non farsi contattare, è
inconcepibile, quando torna non lo facciamo entrare in casa”.
Mentre mio padre stava uscendo, gli avevo porto il borsone. Lui se l’era messo in
spalla.
Avevo detto:
“Voglio mangiare cose buone, imparare a conoscere i sapori”.
“Hai ragione. D’accordo, quando torno decidiamo il giorno in cui andare.”
Mi era sembrato un po’ triste.
Quel “quando torno” non era una bugia. Mio padre non aveva la minima
intenzione di morire.
“Beato te, vorrei venire anch’io al concerto, ma ho promesso a un’amica di
andare ad aiutarla nel suo caffè. Mi ha chiesto una mano perché uno dello staff si è
assentato all’improvviso.”
“Puoi venire anche più tardi a Ginza, anche se non apparirò molto, perché
partecipo come ospite.”
“Si farà tardi sicuramente. Non farò in tempo. Per un appuntamento galante
dovrai aspettare fino al francese di Aoyama” avevo risposto ridendo.
“Va bene. Vado.”
Così dicendo, mio padre era uscito rapidamente. Con la coda dell’occhio intravidi
la sua camicia blu leggera a maniche corte, che conoscevo bene. Fu l’ultima volta
che lo vidi vivo.
Ero tornata più e più volte con la mente a quella scena. Sì, papà, ci vengo. No,
non è abbastanza. Ci vengo subito, così come sono, senza portare niente. Se solo
gliel’avessi detto... me ne sono pentita non so più quante volte. Se solo mi fossi
buttata ai suoi piedi, e piangendo l’avessi pregato di non andare, se lo avessi chiuso
in casa... Avrei dovuto fingere di svenire davanti ai suoi occhi per non lasciarlo
uscire.
Sapevo bene che era impossibile, eppure continuavo a sorprendermi mentre
rivivevo quella scena nella mente.
E più ci ripensavo, più le immagini illusorie si facevano vivide, mentre si
assottigliava, nel ricordo, la vera ombra di mio padre.

In seguito alla scomparsa di mio padre, per qualche tempo non ho avuto appetito.
Una domenica pomeriggio, io e la mamma ce ne stavamo chiuse ognuna nella sua
stanza, perché tutto ci sembrava opprimente. Avevo lo stomaco vuoto, ma nessuna
voglia di mangiare.
Se pure mi fossi messa a cucinare qualcosa, persino il kayu e le zuppe mi
sarebbero sembrati pesanti. Avevo comperato delle verdure perché volevo farle in
insalata, ma poi quel verde mi era parso abbagliante, e la voglia di mangiarle era
passata.
Mentre strofinavo la schiena calda di mia madre, che nel letto piangeva e tirava
su col naso, le dissi:
“Senti, mamma. Non c’è qualcosa che ti andrebbe di mangiare? Proviamo a bere
o a mangiare, anche solo un po’. Altrimenti ci indeboliremo ancora di più”.
Mia madre rispose all’istante:
“Una granita”.
Era un’estate caldissima. Bastava uscire e sentire l’asfalto bollente per avere
l’impressione di cuocere al vapore, neanche di sera si respirava, visto che non
rinfrescava affatto.
Senza rendermene conto, mi ritrovai a pensare che proprio a causa di quel caldo
avevano dovuto raffreddare il cadavere di mio padre.
Guardai l’azzurro intenso del cielo oltre la finestra e mi fu subito tutto chiaro. Lui
non c’era più, era una realtà.
Feci alzare mia madre e mi infilai in un taxi insieme a lei, ancora praticamente in
pigiama. Ci dirigemmo a Shimokitazawa. Avevo in mente il ristorante Les Liens, in
cui ero stata tante volte con i miei amici, e che serviva la miglior granita che avessi
mai assaggiato.
Non appena aprii la porta del locale, il vento fresco del condizionatore si mescolò
al calore, e una sensazione indefinita si impossessò del mio corpo. Senza esitare
andammo a sederci nell’angolo più interno, vicino alla finestra, e insieme tirammo
un sospiro.
La luce estiva penetrava attraverso il vetro e scottava sul braccio destro. Mia
madre guardava fuori in silenzio. Ovunque andassimo, avevamo l’aspetto di due
persone infelici, miserabili, abbandonate.
La cuoca – che adesso chiamo Michiyo, ma di cui allora non conoscevo il nome –
arrivò sorridente, col suo portamento aggraziato e impeccabile, e ci disse:
“Avete tutto il tempo che desiderate”.
Ordinammo granita al mango, alla pesca bianca e al ribes.
I pezzetti di ghiaccio erano minuscoli, la frutta ottima. Quella dolcezza mi entrò
nel cuore e nello stomaco, sembrava cibo del paradiso. Mi resi conto che la mia
mente si stava prendendo una pausa, che stava assaporando una ventata di
freschezza, dopo tutto quel tempo passato a farsi domande e a darsi risposte, a
provare rimorso, in un moto vorticoso e continuo, senza posa.
Anche il vento caldo che di tanto in tanto entrava dalla porta spalancata era
gradevole.
Mia madre mormorò:
“Ho come la sensazione che mi si sia aperto lo stomaco”.
Gli interni erano rimasti quelli originali del vecchio edificio, per cui sembrava
proprio di trovarsi in un bistrot di una stradina di Parigi; era un po’ come se
stessimo viaggiando, e la cosa ci piaceva. Per molto tempo non avevamo mandato
giù quasi nulla che non fosse caffellatte, o biscotti, o una zuppa già pronta.
Ordinammo una grande insalata con cereali e la dividemmo. Era guarnita con pane
francese abbrustolito, tantissimo prosciutto crudo e cereali. C’erano anche piccole
pannocchie fresche, pomodorini, gombo e cereali in quantità, mescolati a una
lattuga freschissima.
Con aria assente, come parlando a se stessa, mia madre disse:
“È incredibile, sento che è buono. Per la prima volta dopo tanto tempo gusto i
sapori. Il corpo continua a vivere anche se l’anima è morta”.
Dopo la granita divorammo l’insalata, poi bevemmo del caffè e finalmente ci
rasserenammo. Pensai che erano mesi che non provavamo momenti sereni.
Guardavo distrattamente fuori dalla finestra. Il fluire del tempo nel ristorante era
naturale, era un tempo solo mio, che nessuno poteva togliermi.
Mi ero dimenticata persino dell’esistenza di un tempo così.
Non avevo fatto altro che pensare che mancasse qualcuno, che forse avrei potuto
incontrarlo se fossi andata da qualche parte, che solo così avrei potuto sentirmi
meglio.
Non ci siamo messe a piangere lì sul momento, ma la sensazione di piacere
dovuta al nutrimento improvviso di tutte le cellule del nostro corpo fu limpida e
fresca, come quando si aprono i finestrini di un’auto in corsa e si lasciano volar via
le lacrime. Come l’attimo in cui ci si mette a sedere, una volta arrivati a
destinazione, dopo un viaggio lungo e stancante.
Michiyo non sapeva che cosa ci fosse capitato, né provava a consolarci,
semplicemente ci stava porgendo in un piatto tutto quello che aveva, con onestà.
Nel ristorante era questa l’aria che si respirava. In quel luogo si avvertiva la
presenza di qualcosa di più reale di qualsiasi altro posto.
Da allora, ogni volta che io e la mamma ci sentivamo più fragili, andavamo lì.
Dividevamo un’insalata o ci rinfrescavamo con una granita, e alla fine riuscimmo a
superare in qualche modo quell’estate infernale. Entrambe avevamo perso peso e
quasi faticavamo a stare in piedi, ma quando eravamo lì gustavamo quello che il
menu offriva, come una madre e una figlia felici.
I momenti in cui fissavo il pavimento o le finestre del locale, nei pomeriggi estivi o
nei cieli rosati del tramonto, me li porto ancora adesso nel cuore, come qualcosa di
irripetibile e meraviglioso.
Finì l’estate, finì la stagione delle granite, arrivò l’autunno e poi anche l’inverno, e
noi continuavamo a visitare Les Liens.
Quando i fiori del ciliegio all’angolo dell’edificio che ospita il ristorante, lo
Tsuyuzakikan, sbocciarono, mamma e io avevamo ormai ripreso a mangiare
normalmente. Malgrado ciò, se capitava che non avessimo appetito, o che non
riuscissimo a stare in casa, prendevamo un taxi o un auto-bus facendoci forza a
vicenda e ripetendo come una parola d’ordine:
“Quell’insalata ai cereali però potremmo riuscire a mangiarla. Andiamo!”.

Stando così le cose, non ebbi il minimo dubbio quando decisi di iniziare a lavorare
presso Les Liens, una volta andata a vivere da sola; volevo che la mia vita ruotasse
intorno a quel lavoro, e fu del tutto naturale prendere in affitto una camera proprio
lì vicino.
Sapevo già che la paga sarebbe stata bassa, e che avrei avuto molto da fare,
essendo Shimokitazawa un quartiere turistico.
Ma avrei forse trovato una distrazione migliore di quella? Sì, per me la cosa più
importante era distrarmi.
L’eccitazione di non poter immaginare chi entrerà. Quella di muovere il corpo e la
mente all’unisono. La tensione di sapere che il ristorante è un essere vivente, un
organismo che cambia a seconda dei miei comportamenti. Per me era tutto
perfetto. Ero consapevole del significato che quell’apprendistato avrebbe avuto per
il mio futuro.
Avrei smesso di pensare cose come “Siccome sono un po’ stanca potrei anche non
dare l’acqua ai fiori per oggi”, o “La pasta dei bigné non mi è venuta molto bene, ma
si può usare lo stesso”.
Avevo cominciato a capire che se non poniamo rimedio ai nostri piccoli errori,
presto questi si ritorcono contro di noi. Il cibo è legato alla sfera degli istinti umani,
e per questo tutto viene fuori in modo molto più immediato. Anche se all’inizio ci si
tiene qualcosa dentro, a un certo punto affiorerà in superficie in una forma diversa.
La sola cosa che si possa fare è agire con cura, seriamente e con discrezione,
lasciando perdere l’individualità e i pensieri troppo complicati.
A volte penso che se mio padre avesse apprezzato di più la buona tavola, allora
avrebbe avuto qualche motivo di divertimento in più, e questo magari lo avrebbe
aiutato a restare al suo posto nel mondo.
Il cibo non lo interessava un granché, ma quando ero io a preparare qualcosa,
mio padre mangiava con gusto. Tutto, fino all’ultima briciola, al punto da far
ingelosire la mamma.
Un giorno verrò in un ristorante gestito da te, mangerò un menu completo da solo
e farò in modo di bere anche il vino, diceva. Devo vivere sino ad allora, diceva. Ma
poi...
Qualche anno fa in cucina ero meno brava di adesso, e questo mi dispiace.
Per mio padre, la mia cucina sarà sempre quella, purtroppo.
D’altra parte, però, sento il desiderio puro e semplice di preparare dei piatti che
possano piacere anche a persone che, come mio padre, mangino poco. Piatti che
facciano tornare la voglia di vivere per il solo fatto di essere serviti in quel
ristorante, e che facciano pensare che mangiare non è poi così male.
Anni fa, mentre mangiava un ōmuraisu preparato da me, mio padre mi disse:
“Finora avevo sempre mangiato tanto per mangiare, senza un interesse
particolare. Quando però tua figlia cresce, e ti prepara cose così, allora è diverso.
Mangiare, in fondo, non è poi così male”.

La mia vita a Shimokitazawa ruotava tutta intorno al ristorante.


Se quando mi alzavo al mattino mia madre ancora dormiva, rabbrividivo all’idea
che potesse essere caduta in depressione; poi invece, quando cominciavo a
muovermi, si svegliava anche lei e preparava il caffè, e non perché si sentisse in
dovere di farlo. Faceva un caffè denso e bollente, aromatico, profumato a tal punto
che la prima volta provai una grande emozione.
Tutte le cose che mia madre aveva fatto per me sino ad allora erano state per
abitudine o per senso del dovere, ma adesso era diverso. Se preparava un caffè così
buono, era perché voleva berlo insieme a me. Una differenza enorme!
Non preparava la tavola per la colazione. E anche questo mi piaceva.
In compenso, a volte tirava fuori gli avanzi di pane o qualche onigiri fatto con il
riso del giorno precedente, mentre io prendevo dal frigo una ratatouille gelata che
avevo preparato con le verdure avanzate al ristorante. Sbocconcellavamo queste
cose e chiacchieravamo un po’ guardando la televisione del mattino. È un po’ salata,
non trovi? Mah, come stuzzichino va bene. Ci scambiavamo battute così, che non
c’entravano niente col fatto che fossimo madre e figlia. Ciononostante, sapere che
quella era mia madre mi dava una grande serenità. Potevo assentarmi quanto
volevo, e diversamente da quanto pensavo non ho mai perso la pazienza in modo
drammatico. Non ero quasi mai in casa, ma sapevo fin troppo bene che quel posto
mi apparteneva, e bastava questo a far girare le cose nel verso giusto.
Delle pulizie si occupava mia madre, in maniera assai meticolosa ma non perfetta
come in passato.
Mio padre era un amante dell’ordine e ogni volta che aveva un po’ di tempo
metteva tutto in ordine, così che la nostra casa di Meguro era sempre tutta un
luccichio.
La mamma non si diverte più come prima a curiosare sul mio cellulare e tra le e-
mail. Giocherella con il suo cellulare, e non indaga sulla mia vita. Se durante la
giornata libera incontro qualche amico che non vedo da tempo, andiamo a bere
qualcosa e rientro tardi, sembra che non le importi più di tanto, né mi fa domande.
Quando andavo a scuola era intransigente riguardo al coprifuoco, e in generale
sembrava nutrire una curiosità maggiore verso le cose che facevo, ma forse era
soltanto una questione di ruolo.
Quando al mattino mi cambio in fretta, perché sono in ritardo, la mamma mi
saluta con un “Buona giornata!”.
Quello non è l’augurio di buona giornata di una madre.
So che è diverso, ma non so spiegarlo bene.
Sta lasciando andare qualcosa, e si appresta a pensare solo al tempo da dedicare
a se stessa.
Era una cosa del tutto nuova vedere mia madre, ora un po’ più in carne, alternare
T-shirt e felpe, con la pancia strizzata nei jeans. Da un rivenditore monomarca per
giovani che si trova al centro della strada dei negozi ha comperato una tuta felpata
da uomo, in due pezzi, l’ha lavata e stesa, e adesso la indossa in casa. Certe volte se
ne sta tutto il tempo in panciolle, altre volte sembra determinata a uscire, ma non
ho la minima idea di cosa faccia durante il giorno.

Intanto le giornate passavano.


Escludendo quegli abiti giovanili e una tazza di Snoopy acquistata da FireKing,
vicino a casa, non mi sembrava che facesse compere.
Pensavo che la mamma, mal sopportando tutto quel tempo libero, avrebbe
passato molto tempo nel ristorante dove lavoravo, tanto che quasi ci sono rimasta
male che non fosse stato così.
Fu così che per la prima volta vidi mia madre uscire dagli schemi in cui era
sempre stata rinchiusa.
Per esempio, aveva comperato soltanto una di quelle tazze di Snoopy, quella per
sé. Quando vivevamo nella vecchia casa una cosa del genere non era mai successa.
Venivano acquistati sempre tre pezzi, o almeno due.
Forse da giovane mia madre era così? Me lo chiedevo, ogni tanto. Ai tempi
dell’università, quando usciva con i ragazzi e lavorava part-time, forse conduceva
una vita modesta nella stanza in affitto di qualche amica, dove si sedeva vicino al
davanzale e alzava lo sguardo al cielo?
Accanto al tavolo acquistato da Yamada aveva messo lo sgabello che c’era già
prima; non ci si sedeva, però, ci appoggiava le braccia e il mento e se ne stava
accoccolata come un cucciolo vicino alla finestra.
Le chiesi:
“Ma si può sapere che cosa fai tutto il giorno?”.
Mi rispose con un sorriso sornione:
“Segreto!”.
“Ma non è giusto! Dove sono io tu lo sai perfettamente, o sbaglio?”.
“Lì.”
Indicò con il dito un punto oltre la finestra.
Si vedeva il mio posto di lavoro, col suo vecchio portone di legno e la finestra
triangolare.
“Visto? È normale che mi venga voglia di chiedere dove sei tu. Sembra che ci
siamo scambiate i ruoli.”
Non so come, ma la mamma era leggermente dimagrita e anche la sua pelle, da
qualche tempo, era come ringiovanita, non aveva più l’aria pallida e trascurata di
prima. Quel giorno indossava una T-shirt rosa chiaro con la scritta “I love
Shimokitazawa” disegnata da Sokabe Keiichi, un musicista rock molto in gamba che
vive e ha un negozio nel quartiere. Le era piuttosto stretta e avevo voglia di dirle
“Mamma, quel colore ricorda un po’ un maialino!”, ma mi ero trattenuta.
Ma dove mai se la sarà procurata? Sotto portava i soliti jeans usati. Nonostante
facesse ormai freddo, era a piedi scalzi. Non potevo crederci: proprio mia madre,
che aveva sempre portato le calze anche in piena estate.
Mi disse:
“Faccio varie cose. Generalmente mi alzo al mattino, mangio qualcosa di leggero
insieme a te e beviamo con calma un caffè, ma questo lo sai, no? Poi ti saluto e ti
guardo entrare nel portone lì di fronte. Si sente perfettamente anche quando dici
‘Buongiorno’, sai Yocchan?”.
“Mi vergogno, sembra un’ispezione a scuola.”
“Fino a quando si riesce a salutare a voce alta si può star tranquilli che non si
stanno commettendo errori. È vero. Per questo, ogni volta mi rassereno. Penso ‘Ah,
Yocchan è una brava figlia’, e ringrazio gli dei.”
La mamma era seria mentre diceva queste cose, quindi mi ero sentita in
imbarazzo.
“Poi me ne sto un po’ incantata, senza fare niente, dopodiché sparecchio e
rimetto in ordine. Non hai la lavastoviglie, quindi devo lavare a mano. Ripongo le
stoviglie, rovesciate, in quel cestello. Non le asciugo. Lascio che si asciughino
all’aria.”
“Ma non è che abbiamo chissà quante stoviglie, o sbaglio?”
“Poi faccio un po’ di pulizia. Solo il piumino, la scopa, il panno catturapolvere e lo
straccio sui pavimenti. Giusto questo. Pulisco anche il bagno. Con i servizi alla
giapponese non è semplicissimo, ma sono qui ad approfittare della tua ospitalità,
quindi è il minimo.”
“Direi di sì.”
“Poi controllo le mail sul cellulare e a chi cerca di mettersi in contatto con me
lascio detto che in questo momento abito con mia figlia. Se da me arriva un pacco
postale chiedo il favore al portiere del palazzo di tenermelo, e poi qualche volta
passo di lì. Sai, capita che nei pacchi ci siano prodotti freschi. Adesso non vedo il
fantasma di tuo padre. Pare che non spunti quando sono di buonumore. Ma forse è
solo che vivendo lì con uno stato d’animo tetro rischiavo di finire da un momento
all’altro nello stesso mondo in cui si trova lui.”
“Ogni tanto potremmo tornarci insieme. Fantasma o no, papà lo voglio incontrare
anch’io.”
“D’accordo. La prossima volta che mi arrivano prodotti freschi per posta, che c’è
una riunione condominiale o qualcosa a cui devo partecipare per forza, possiamo
andarci insieme. Però non mi va ancora di fermarmi a dormire lì. Ma se vuoi usare
la casa per passarci la notte con il tuo ragazzo, fai pure. Mi raccomando, avvertimi,
perché starei in pensiero. Qualche dubbio ce l’ho, però in fondo credo che alcuni
manicaretti preparati con le tue mani potrebbero farlo capitolare. Poi, se vuoi
aprire qualche bottiglia di buon vino, fai pure. Non ho staccato la corrente del
frigorifero proprio per il vino. Qualche tempo fa me ne sono portata qui una
bottiglia e l’ho bevuta tutta. Scusami, non te l’ho detto.”
“Che ti fossi scolata una bottiglia di buon vino l’avevo capito, perché l’ho trovata
vuota. Sono io che porto fuori la spazzatura. In ogni caso ho troppo da fare, in
questo periodo, per pensare di dormire fuori casa.”
“Una volta, quando lavoravo part-time in un jazz-bar, c’erano clienti che venivano
ogni giorno apposta per vedermi, non mi davano tregua. Facevo una conquista
dietro l’altra.”
Sembrava un po’ delusa.
“Comunque, nella tarda mattinata prendo portafogli, chiavi e telefono cellulare ed
esco. Come prima cosa vado da One Love Books, in Pure Road, proprio qui vicino, e
guardo i libri usati che non si capisce bene se siano in vendita o se appartengano a
Hacchan, il proprietario. Faccio quattro chiacchiere con lui... in genere ci
raccontiamo cosa vogliamo fare in futuro, ci lamentiamo per come siamo fatti,
perché non riusciamo a stare al passo con i tempi, cose così. Ah, e poi parliamo di
giardinaggio. Come far fiorire il loto, per esempio. All’inizio dell’anno prossimo,
quando travaserà la sua pianta la dividerà con me, così potremo farla crescere qui
sul davanzale. Da queste parti c’è un giardiniere bravissimo che si chiama Niwa, e
sa tutto del loto. Viene a casa e travasa la pianta usando un terriccio appositamente
fertilizzato. Non vedo l’ora. Vedere un grande fiore di loto sul proprio davanzale
deve dare una sensazione di freschezza incredibile. Insomma, ce ne stiamo a
cianciare di queste cose. Hacchan mi preparara del tè nero molto forte, ottimo, e
per ripagarlo io gli tengo un po’ in ordine il negozio.”
“Siete già diventati amici, tu e quel signore?” le dissi, mentre ero sotto choc
all’idea che “l’anno prossimo” mia madre avesse intenzione di essere ancora qui.
“Be’, è qui nel vicinato. Abbiamo più o meno la stessa età, è normale che
andandosene a zonzo ci si conosca. Poi vado in un bar che serve tè giapponese e ne
bevo una tazza dopo l’altra, con calma, mangiando senbei e manjū. Oppure vado in
un altro posto, dove prendo del caffè nero e un toast alla cannella pieno di crema.
Altrimenti, se è un giorno in cui il ristorante thailandese serve il menu fisso per
pranzo, vado a mangiare l’insalata di papaya e il riso mochi. La cucina thailandese
di Miyuki è superiore a tutte le altre. Macina le spezie lì sul momento, sai? Non mi
era mai piaciuta così tanto la cucina thailandese, prima. Lei e la nostra Michiyo
servono i piatti migliori qui nella zona, non credi? Mah, questa è la mia mattinata,
grosso modo. A pranzo mi piace anche mangiare la pizza da Rokusan. Anche la
pizza di La Verde è buona. Me ne sbafo una intera da sola. Qualche volta mi
concedo il lusso di mangiare giapponese da Asuka. Intanto vado avanti con la
lettura di Alla ricerca del tempo perduto, che non ero mai riuscita a leggere.
Naturalmente l’ho preso in prestito per duemila yen da Hacchan. Non che di solito
dia i libri in prestito, semplicemente gli ho lasciato duemila yen e me ne sono
andata.
E poi – lo so che è una cosa per niente da persona colta – appena ho saputo che
era uscito l’ultimo libro dello scrittore Fujitani Osamu, mi sono precipitata alla sua
libreria, Ficciones, quella al secondo piano, vicino al ristorante di hamburger. Ho
comprato il libro e me lo sono fatto autografare seduta stante, dopodiché, al
settimo cielo, me ne sono andata al Mikenekosha e l’ho letto tutto d’un fiato. Dopo
ho scritto una lettera con le mie impressioni e l’ho infilata di nascosto nella cassetta
della posta di Ficciones. Non sai quanto mi piace fare queste cose. Fujitani non
scrive solo bei romanzi, ma è anche una persona ultrainteressante! Ha una voce
forte e chiara, le cose che dice sono sempre appassionanti, è raffinato e soprattutto
intelligente, e poi le sue mani sono grandi, è proprio una bella persona. Tua madre
è una sua grande fan, per il modo di pensare dei suoi protagonisti e per quanto sono
divertenti. Mi prende moltissimo. Mi sarebbe piaciuto sposare uno come lui.
Nell’edificio sul retro del negozio di Fujitani c’è anche un salone di massaggio
thailandese, ci lavora una giovane molto in gamba, Hirota. Ho letto un volantino e
ci sono andata senza perdere un minuto. A farmi allungare gambe e braccia da una
persona giovane mi sento ringiovanire anch’io. Non sono sfizi che mi tolgo così
spesso, se qualche volta mi viene il mal di testa ci vado, perché basta una seduta
per farmelo passare. Non dici sempre anche tu che ti fa male la schiena, Yocchan?
Secondo me ti farebbe bene andarci. Quando vuoi ti ci porto.
Altre volte vado a comprarmi delle magliette assurde al Taimadō, oppure qualche
lozione per il viso. Quelli che ci lavorano sembrano dei ragazzacci, e invece sono
tutti molto gentili. Mi capita anche di andare a mangiare nel ristorante di cucina
alla canapa che è gestito sempre da loro. Migliora decisamente l’attività
intestinale.
La giornata passa in un soffio, con tutte queste cose da fare. Eppure non spendo
quasi nulla.
Poi cammino fino a Sancha per andare al grande Tsutaya, il videonoleggio che c’è
lì, oppure compro il pane a lievitazione naturale in quel negozio famosissimo.
Qualche volta lo mangiamo anche a colazione, no? Quel pane umido con l’uvetta. Poi
vado in un locale molto elegante che si trova sul retro della Carrot Tower, e lì
prendo del caffè e provo qualche dolce fatto con i suoi chicchi. È come se stessi
viaggiando, facendo queste cose mi sento di portare a termine un compito.
In ogni caso, sto sempre attenta a camminare molto lentamente. Piano, come
quando ero una studentessa. In fondo ormai il tempo è la sola cosa che possiedo.”
“Sembra divertente. E anche raffinato...”
L’ammiravo.
“In una giornata lo scorrere del tempo si allunga a dismisura poco prima del
tramonto, dopodiché, una volta che il sole è calato, il ritmo riprende all’improvviso,
non trovi? Questa percezione l’ho recuperata di recente, dopo tanto tempo, e
continuo ad averla ogni giorno. Colgo il momento esatto in cui il tempo, che si è
allungato sempre di più, come il mochi, all’improvviso ritorna a correre. Mi
appassiona molto, tutti i giorni, non mi stanca mai. Quand’ero bambina ero sempre
in casa, e sentivo queste cose chiaramente, eppure dopo le ho dimenticate. Adesso
è uno di quei periodi. Per un po’ voglio starmene a guardare tutto questo, senza
pensare a niente.
Sono rimasta sola, ma se restassi in quella casa rischierei di continuare a vivere
come sempre, come se ci fosse tuo padre. Mi sembrerebbe di essere sposata con
un fantasma. Terrei le scarpe appaiate, farei le pulizie, preparerei da mangiare e
congelerei gli avanzi. Poi dopo un mese sistemerei quello che ho congelato. Come
un automa.
Ci sono anche lì dei negozi, naturalmente, e ho anche degli amici, ma sono tutte
persone che mi conoscono, per le quali io sono la moglie del tastierista che suonava
per i cantanti famosi e che ha avuto una figlia da lui. Qui non sono nessuno, solo una
povera donna di mezza età. Ed è un posto che permette di esserlo.
Con questo non voglio dire di stare sempre bene. Ogni tanto mi metto le mani tra
i capelli, perché non capisco il senso di quello che sto facendo. Non riesco a far
funzionare il cervello in nessun modo, mi innervosisco, mi si bloccano le gambe e
non riesco a muovermi, tutto mi diventa indifferente e me ne sto tutto il giorno in
casa a letto. Anche questo mi capita tantissime volte. Ma nei giorni in cui sto
meglio, mi sento come ti ho appena detto. Sento il tempo allungarsi e poi contrarsi.
In ogni caso penso che ormai vada tutto bene, se riesco a parlarne così. Io non ho
mai sofferto per amore, mi sono sposata subito con la persona che amavo, non ho
avuto quasi nessun problema con mia suocera. Solo quando sono morti i miei
genitori sono stata molto depressa, incapace per tanto tempo di trovare una via di
fuga. Però allora i miei genitori non vivevano più con me, quindi il mio quotidiano
non è andato distrutto come adesso. Sembra proprio che il mio corpo si sia
dimenticato completamente dei meccanismi della depressione.
Sai, io non sono propriamente un’abitante del quartiere, né è mia intenzione
lanciare campagne di protesta, ma se davanti alla stazione dovessero costruire uno
di quei grandi edifici, finirei per entrare in confidenza con quelli che ci lavoreranno,
e poi non li rivedrei più perché dopo un po’ verrebbero sostituiti. Sarebbero
trasferiti in un altro ristorante, oppure lascerebbero perché si tratta solo di un
lavoro part-time, è possibile, no? E poi gli ingredienti. Arriverebbero direttamente
surgelati, e non ci sarebbero più tutte quelle conversazioni rilassate con il cuoco,
che non parlerebbe più della spesa del giorno, o dei tentativi falliti di provare una
nuova ricetta. Perlomeno io me lo immagino così.
Per conoscersi ci vuole tempo, per capire se una persona ci piace o no ce ne vuole
ancora di più, e se le sostituzioni diventano così rapide, e non si sa nemmeno da
dove venga la persona che abbiamo di fronte, come ci si deve comportare?
Qui la maggior parte della gente frequenta il quartiere da tanto tempo, e poi il
fatto che tra loro e me ci sia una tale differenza d’età, come dire, rende tutto molto
più semplice. Non sono tenuta a salvare le apparenze, posso andarmene in giro
come mi pare.
Naturalmente so che è tutta una mia illusione. Vivo qui senza il problema di
dovermi guadagnare da vivere, senza nessun problema.”
“Non è un’illusione. Mentre fai tutte queste cose tieni sempre i piedi per terra, e
in parte è qualcosa di spontaneo. Mamma, ti sei presa cura di papà, hai cresciuto
me, ti sei sempre impegnata per portare a termine i tuoi compiti, anche
nell’amministrazione delle spese e nella cura della casa. Penso che tu possa
benissimo continuare così. In fondo anche io adesso sto ricevendo molto aiuto da te,
benché apparentemente stiamo vivendo come due amiche.”
“Sei una brava ragazza, Yocchan. E pensare che ti sono grata anche solo perché
sei stata ad ascoltare le mie lamentele per tutto questo tempo. Da sola mi
sembrava che la testa dovesse scoppiarmi, per tutto il rimorso che provavo e di cui
non avevo mai parlato. Perché se davvero fossi stata così brava, non credo che tuo
padre sarebbe morto in quel modo”.
“Ti sbagli, te lo ripeto. Posso ripeterlo all’infinito. Papà era una brava persona, gli
volevo bene, non ci ha fatto mai mancare niente, ma la sua morte non è dipesa da
te. Non lo so che cosa provasse veramente, ma so che non era capace di bere, di
spassarsela con le donne, di fare baldoria di notte, di scommettere, niente di tutto
ciò, né era una di quelle persone che vogliono la fama a ogni costo, era un uomo
troppo serio. Proprio perché era una persona seria, quando ti ha tradito si è
ritrovato in una strada senza uscita.”
“Che avesse una storia così importante con un’altra non lo sapevano nemmeno i
suoi amici, non lo sapeva nessuno. All’inizio pensavo che lo dicessero perché
volevano proteggere me o tuo padre, ma credo che non lo sapessero davvero. Non
avevano mai visto quella donna, né ai concerti né nei locali dove si riunivano per
festeggiare. Ma chi diavolo era? E se si fossero conosciuti molto prima di quanto
pensassimo?”
“Erano imparentati, quindi credo che si conoscessero... Pensi che di recente ci sia
stato un ritorno di fiamma che alla fine è stato loro fatale? Noi non volevamo
sapere queste cose di lui, e abbiamo buttato via agenda, appunti e documenti scritti
di suo pugno senza nemmeno guardarli.”
“Ma è possibile che proprio lui se ne sia andato a morire senza nemmeno farci
una telefonata? E la sfortuna che sia uscito senza portarsi il cellulare. O forse lo ha
lasciato a casa apposta. Pensarci non serve a niente, ma non posso farne a meno.
Aveva la capacità di mettersi nei guai sempre all’ultimo momento. Ma a parte
questo, per quanto potesse esserne innamorato, arrivare a morire così,
semplicemente... non saremo state un po’ superficiali?”
Annuii. La mamma riprese.
“Quando ci penso, non riesco a non vivere come sto facendo. Ma non è per un
desiderio di infliggermi qualche punizione. È per una riabilitazione. E poi io ho te,
Yocchan. Se tu non ci fossi, se avessi chiuso i rapporti con me perché volevi
renderti indipendente, probabilmente sarei stata ancora più giù di morale. Grazie
che mi lasci stare qui da te.”
Be’, è quello che avrei voluto fare, ma poi ho pensato che sarebbe stato un bel
guaio se ti fossi suicidata... questo non gliel’ho detto. Quella riflessa negli occhi di
mia madre dev’essere l’immagine di me bambina. Una bambina che accetta un
genitore in modo incondizionato, che ci vive insieme, che vuole esserne amata. Il
contrario si può ammettere a parole, ma nella realtà non è proprio possibile. Io
stessa ho paura di pensare a quanto sia profondo il legame con mia madre, sotto
questa patina di emancipazione. La cosa migliore è aspettare, fingendo di non
pensarci.
“Mamma, cosa vuoi farne della casa di Meguro?”
“Adesso proprio non riesco a decidere.”
Quelle stesse lunghe ciglia che ai tempi di Meguro si faceva sistemare
dall’estetista, adesso erano trascurate, senza neanche un po’ di mascara. Non so
perché, mia madre sembrava molto più giovanile adesso, con i suoi lineamenti ben
definiti.
“Naturalmente non ho intenzione di stare qui per sempre. Ma non riesco neanche
a figurarmi di tornare a vivere lì.”
“Se solo potessimo chiederlo a papà.”
Lo avevo pensato per davvero.
Basterebbe sapere che lui è d’accordo, per vendere subito e ricominciare
daccapo. Il retrogusto amaro della sua morte ha trasformato quella casa in un
posto opprimente, come una bara.
“Vero. Così potremmo ragionare con più libertà. Ma è importante anche vivere
una fase d’incertezza come questa.”
Pensai che fosse il modo di ragionare tipico di una persona adulta.
“Uno stile di vita da signora perbene, alla fine, si risolve in nulla più di qualche
desiderio soddisfatto, di qualche svago come lo shopping o i saloni di bellezza.”
“Ma che dici, mamma? Sembra che tu stia parlando sul serio, mi fai paura!”
“Parlo sul serio! Però sai, forse papà alla fine voleva fare qualche pazzia. È
sempre stato così serio. Nonostante il suo lavoro da favola. Forse un lavoro da
impiegato sarebbe stato più adatto a lui.
E poi la vita da signora è vuota. Mangiano piatti prelibati, ma alla fine stanno solo
sprecando i soldi dei mariti. Be’, io per quelle cose lì non ho mai speso i soldi di mio
marito, però ho speso i soldi della mia famiglia, quindi è la stessa cosa. Anche con il
buon vino non ci si ferma mai, e alla fine non se ne sente nemmeno più il sapore.
Invece quando lo si beve raramente è strepitoso.
È tutto così insensato. Il vuoto è più in profondità, ma si cerca di mascherarlo per
qualche istante con altre cose. Quando poi si arriva a quest’età è difficile avere i
propri amici vicino, e con il passare del tempo si finisce per non vedersi più.”
“Io ero convinta che ti stessi godendo una vita relativamente serena. Che con
papà le cose fossero ormai stabili, che foste entrati in una nuova fase.”
In quel senso la mamma era sempre stata perfetta, come un’immagine dipinta in
un quadro.
“Le tue camicette soffici, appena ritirate dalla lavanderia, le pieghe perfette della
tua gonna, la borsa di Hermès che portavi sempre quando uscivi, in un certo senso
erano diventate la tua divisa. Un manuale per le signore perbene descriverebbe il
tipo di donna che eri come ‘Sui quarantacinque, vive in maniera discretamente
elegante e ricercata. Fa sempre in modo di esibire un look che non imbarazzi il
marito. Una volta alla settimana mangia francese o italiano fuori casa. Spesso
partecipa ai vernissage delle personali di amici e conoscenti’.”
Mia madre rispose:
“Se dici così mi fai arrabbiare. Ma forse sotto sotto era a quello che aspiravo”.
Probabilmente, prima mia madre non aveva nemmeno una T-shirt. Anche quando
andava a fare la spesa vicino a casa portava un trucco leggero e impeccabile, non
usciva mai fuori a piedi scalzi, teneva i capelli legati o con la messa in piega
recente, oppure in parte sciolti sulle spalle.
“È successo tutto senza che facessi in tempo a rendermene conto. Non dico che è
colpa di Meguro. Non sono state le mie amiche a convincermi a farti studiare in un
liceo femminile privato. La colpa è solo mia. Pensavo che fosse un ruolo che ero
tenuta a recitare fin dall’inizio, oppure non ce l’avrei fatta, ma alla fine anche quella
corruzione mi è arrivata al cuore. Mah, forse parlare di corruzione è eccessivo.
Diciamo che mi sentivo incalzata dal quotidiano, e cercavo di alleggerirmi l’anima.
In ognuno di noi, le prime sensazioni restano impresse da qualche parte, e andiamo
avanti seguendone sempre la traccia. Io però l’avevo persa di vista, ormai era così
lontana nel tempo da non riuscire più a distinguerla. Ah, ecco. Al tuo ristorante non
viene spesso Takenaka Naoto?”1
“Non è il mio ristorante ma sì, viene spesso. È un tipo riservato e molto a modo.”
Me l’aveva chiesto così all’improvviso che ero rimasta di stucco.
“Qualche tempo fa da fuori l’ho visto venire al bancone e mi è tornata in mente
una cosa. Da bambina ero una grande ammiratrice di sua moglie, Kinouchi Midori,2
e desideravo con tutta me stessa somigliarle, una volta diventata adulta” mi disse
mia madre, con un atteggiamento molto serio. Le risposi:
“A me sembra che siate completamente diverse. Lontane anni luce, da ogni punto
di vista”.
Mi aveva sorpreso ancora, era la prima volta che ne sentivo parlare.
“Sì, è così. Per me non esisteva un’altra donna al mondo che fosse così graziosa,
così bella. Avevo tutti i suoi dischi, e avevo attaccato i suoi poster alle pareti della
mia stanza. Quando ho visto Takenaka avrei voluto stringerlo forte e dirglielo, ma
non ce l’ho fatta. Quando è stata tradita dal bel Tsugutoshi, davanti alla televisione
ho pensato ‘No! Non possono lasciarsi! Però la capisco’.”
“Mi raccomando, evita di abbracciare Takenaka, mamma!”
Ero preoccupata sul serio. Rilassata com’era, avrebbe potuto fare qualsiasi cosa.
“Mi ero dimenticata persino delle persone e delle cose che in passato mi avevano
dato coraggio.”
“Scusami, mamma, se te lo dico, però ho come l’impressione che cercassi di
adeguarti a papà, che ne subissi l’influenza oltre misura. L’aria da signora perbene
di Meguro, quel tipo di sensualità adulta, i comportamenti impeccabili, sono tutte
caratteristiche che appartenevano alla mamma di papà.”
“Dici che ha cercato di condizionarmi con il suo attaccamento alla madre?”
“Dico che anche tu hai la tua parte di responsabilità, per esserti lasciata
condizionare. Ma penso che la tua vera natura fosse di donna graziosa, naturale.
Papà aveva sempre intorno delle rockettare, ma in fondo il tipo di donna che gli
piaceva davvero somigliava alla nonna, e magari sperava che tu fossi così. Ha
voluto educare anche me come una signorina perbene, no? Poi è arrivato il periodo
in cui entravano più soldi in casa, e tu hai finito per adeguarti a quello stile di vita
senza pensarci su troppo.”
Mentre parlavo cercavo in fretta il nome di Kinouchi Midori al computer. Trovai
un video su YouTube e mi sentii smarrita di fronte alla sua grazia.
“La possibilità che io diventassi così c’era, ma dove avrò mai sbagliato? E come
potrei rimediare, adesso? Ma sì, forse dovrei implorare Takenaka di spiegarmelo.
‘Che cosa c’è di tanto diverso tra me e lei?’ gli dovrei domandare.”
“No, quello non lo devi fare.”
Mia madre finalmente si mise a ridere.
“Lo so! Non preoccuparti, stai tranquilla.”
“Fai quello che vuoi ma non comportarti in modo strano con i clienti. È una
persona riservata, e potrebbe non venire mai più.”
“Però sai, Michiyo, del tuo ristorante, è proprio un bel tipo, secondo me. Il fatto
che la madre di una dipendente part-time si presenti sul suo posto di lavoro deve
essere antipatico. Dentro di sé non deve sopportarlo. Però non lo dimostra affatto,
e non mi riserva nemmeno attenzioni esagerate, tanto che certe volte mi dimentico
che tu ci lavori. Be’, tra l’altro ci vado sempre durante le tue giornate libere,
quando c’è quell’altro, Moriyama.”
“Durante le mie rare giornate libere tu vai al ristorante dove lavoro, mamma?”
Michiyo non mi aveva mai detto una parola in proposito, rimasi a bocca aperta.
“Sì sì. Mi presento educatamente al bancone e ordino tè e Fromage Blanc. Mi
piace da matti. Quella roba croccante all’arancia che c’è sopra la fai tu?”
“Proprio così. Di mattina o di sera, quando ho tempo, mi metto a cuocerla.
Comunque, non lo sapevo proprio.”
“Ma scusa, mica posso andarci quando ci sei tu.”
“Mah, in fin dei conti sei una cliente, puoi venire quando ti pare.”
“Quando siamo andate a Parigi con papà l’abbiamo mangiato tutti e tre insieme,
ricordi? Che nostalgia... Il Fromage Blanc, voglio dire. Era un bel periodo per la
nostra famiglia. Sono proprio felice di aver vissuto anni come quelli. Da bravi turisti
della domenica siamo andati a piedi fino a Les Deux Magots. Sulla parete c’erano
davvero le statue di due cinesi. Dopo siamo andate da HMV, appiccicate a tuo padre,
e di lì fino all’Arco di Trionfo.”
Teneva gli occhi socchiusi mentre parlava.
“Sì. Mi facevano male le gambe, con tutte quelle scale...”
“Da dove partono tutte le diramazioni, vuoi dire? Che bello quando abbiamo
guardato dall’alto quelle strade che arrivano lontanissimo. Mi sentivo Napoleone.”
Mi misi a ridere.
“Mamma, ho come la sensazione che sia dal punto di vista dei fatti storici, sia da
quello delle tue reazioni, queste che dici siano un mucchio di sciocchezze.”
“Dici? E chi se ne importa, tanto sono cose che tengo per me. Dopo siamo andate
insieme a papà in un ristorante libanese, dove abbiamo mangiato in piedi. Lui
diceva che era saporito, perché si sentiva l’aglio.”
“Di cose belle ce ne sono state, però” mormorai.
Uno dopo l’altro i ricordi di quel viaggio andarono a riempire lo spazio che ci
separava, incerti come un cielo parigino pieno di nuvole. Tutti e tre insieme
avevamo lasciato le nostre impronte sul suolo di un paese straniero, questo invece
era sicuro.
Mia madre disse, ridendo:
“Ma sì. Se vogliamo tener conto delle cose brutte, allora l’ultimo incidente è stato
senz’altro il peggiore. Non abbiamo mai vissuto nulla di più tremendo. Dev’essere
stato qualche sbaglio, un improvviso cambio di rotta a scaraventarci nella
situazione in cui ci troviamo oggi”.
La conversazione sembrava ormai un rituale, una specie di sūtra.
Tiravamo fuori un ricordo, e in quel ricordo c’immergevamo.
Parlavamo di com’era Parigi quel giorno, di noi che camminavamo, delle cose che
ci eravamo detti la sera, della nostra stanza d’albergo, e così facendo inspiravamo,
come se stessimo succhiando una caramella dal buon sapore. Poi ritornavamo alla
realtà con un po’ di dolore.
Riuscivamo a pensare soltanto che se fossimo riuscite a parlare in quel modo
ancora qualche volta, a un certo punto saremmo state capaci di andare avanti.
Eppure i miei genitori sarebbero potuti invecchiare insieme, senza essere troppo
attaccati né troppo distanti, io avrei potuto sposarmi e avere dei figli, e con loro
andarli a trovare nella casa di Meguro.
Chissà se mio padre suonava ancora il piano in quelle stanze vuote. E se stesse
mangiando rāmen istantanei da solo? Con ai piedi calzini di colore diverso, infilati
come sempre distrattamente, magari? Al pensiero sentivo una stretta al cuore. Che
idee bizzarre, ormai era morto.
Pensavo che se davvero fosse stato innamorato di quella donna, allora non
avrebbe avuto motivi per tornare da fantasma nella nostra casa. Non lo dissi, mi
ero accorta che era bastato nominare per un attimo quella donna perché mia
madre, che fino a un attimo prima era stata di buonumore, tanto da mettersi anche
a ricordare il passato, si irrigidisse in volto.
Cosa doveva mai provare, sapendo che l’uomo con cui aveva passato tutta la vita
era andato a morire con una donna che non era lei?
Io conoscevo soltanto il dolore di aver perduto un genitore. Un dolore che mia
madre, dal canto suo, non poteva comprendere. Ciò che sentiva davvero lo sapeva
solo lei.
Girava tra i negozi di Shimokita portandosi dietro la sua solitudine, scambiava
chiacchiere con la gente; stava cercando, in maniera un po’ goffa, di disegnare una
mappa nuova di zecca, un passo dietro l’altro, e per questo l’ammiravo. Lo faceva in
modo inusuale, ma la capivo. Non guardava né davanti a sé né dietro di sé più del
necessario. Osservandola mi dissi che era proprio una brava donna.

Fu quella notte che mio padre mi apparve in sogno.


Nel sogno, mio padre era in casa che cercava qualcosa. Io ci ero andata per caso,
dovevo prendere qualcosa. Avevo aperto con la chiave ed ero entrata. Spingendo la
porta pesante, mi ero accorta che la luce era accesa all’interno. Come sempre
avevo chiamato:
“Mamma?”.
All’ingresso, disposte con cura, c’erano le scarpe di Ferragamo e Gucci di mia
madre. E poi le mie Crocs, e le grandi Converse di mio padre. Le scarpe sanno
raccontare la storia di una famiglia. Se c’erano delle scarpe, significava che
qualcuno abitava ancora lì.
La luce su un lato dell’ingresso mi arrivò leggermente abbagliante.
Era un piccolo chandelier di vetro veneziano di cui mia madre si era innamorata
e si era comperata chissà dove. Quel luccichio colorato mi abbagliò.
Da dentro si sentiva un fruscio e quando mi affacciai vidi uscire mio padre.
“Ah, sei tu, Yocchan? Pensavo fosse la mamma.”
“Non c’è?”
“No.”
“Forse è a Shimokita.”
“Shimokita?”
Il volto di mio padre si adombrò all’improvviso e assunse un’espressione
malinconica.
“Tu, piuttosto, che ci fai qui? Stasera non saresti dovuto rimanere a dormire allo
studio?”
“Sì, ma non lo trovavo e sono tornato a prenderlo, non riuscivo a stare tranquillo
senza.”
“Senza cosa?”
“Il mio cellulare. Volevo telefonare a tua madre.”
“Ah, il cellulare.”
Avrei voluto dirgli che volevo aiutarlo a cercare, ma le parole non mi vennero
fuori. Perché? mi domandavo.
Il cellulare... ma ormai non c’era più, no? Sì, va bene, e perché poi? A pensarci
sentivo un nodo di tristezza alla gola. Intanto non avrei capito in ogni caso,
nonostante volessi aiutarlo a cercare.
Gli occhi fissi sui piedi, mi sentivo in colpa. In un istante l’irritazione mi fece
venire le lacrime. Ti-aiuto-a-cercarlo. Solo questo volevo dirgli, ma non ce la
facevo. Sembrava che qualcuno premesse contro la mia gola.
Pensavo “Papà, non cercarlo da solo, guardami”, ma lui continuava a cercare
volgendomi le spalle.
Guardavo la sua schiena e stordita mi domandavo se abbracciandolo sarei
riuscita a far tornare tutto come prima.
All’alba aprii gli occhi, con il cuore colmo di tristezza.
Al risveglio non stavo piangendo, ma sul mio futon stringevo forte i pugni.
Accanto a me sentivo il respiro di mia madre nel sonno. Sulla schiena inarcata
affiorava la linea della colonna vertebrale. Vedendola mi tranquillizzai e mi
riaddormentai.

Fu allora che conobbi Aratani.


Mi ero finalmente abituata sia alla convivenza con la mamma sia al lavoro. Ero
rilassata al punto da riuscire persino a rimettere a posto da sola il ristorante dopo
la chiusura, mentre mi bevevo un goccio per celebrare la fine della giornata. Non
avevo neanche più bisogno di controllare i miei appunti per sapere cosa avrei
dovuto ordinare l’indomani.
“Sono da solo, siete ancora aperti? Posso sedermi al bancone?”
Portava gli occhiali e aveva gambe muscolose. Si vedeva che amava la musica e
per di più non il punk né l’hard rock. Carnagione chiara, mascella quadrata,
abbigliamento curato e fresco, ciononostante anche un non so che di cupo. Quando
lo vidi entrare nel ristorante, per un istante ho pensato:
“Eh? Papà?”.
Ma a guardarlo bene non gli somigliava per niente.
A volerla cercare, una somiglianza c’era, entrambi avevano un po’ di gobba.
“Tra dieci minuti facciamo l’ultimo giro di ordini, se per lei va bene... Se vuole
può sedersi a un tavolo.”
“D’accordo, vada per il tavolo.”
Forse la somiglianza stava nella voce. Una voce leggermente roca, ma chiara,
dall’accento morbido. Sperai che parlasse di nuovo.
Ordinò un calice di champagne e una rillette di maiale con del pane, che mangiò
con entusiasmo, come se ne fosse rapito. Non in modo meccanico, con appetito, ma
senza fretta. Guardarlo mangiare era un piacere, pensai che sono davvero poche le
persone così. Volendo esagerare, avrei detto che il solo capace di mangiare in modo
così naturale, così raffinato, fosse Kurusu Kei,3 quello che chiamano il principe
dell’alta cucina. In effetti gli somigliava anche un po’, almeno esteriormente.
Si fermò nel ristorante per trenta minuti esatti, dopodiché se ne andò senza
cerimonie.
Chiusi gli occhi e assaporai l’eco della sua voce quando ringraziò prima di uscire.
Era una bella voce, una voce che quasi mi sembrava di conoscere.
Sicuramente quel cliente mi era rimasto impresso.
Probabilmente era venuto da solo in un ristorante come il nostro per fare un
sopralluogo in vista di qualche appuntamento galante.
Ma era solo anche quando venne la volta successiva. Arrivò di nuovo poco prima
della chiusura, mangiò un couscous, bevve del vino rosso e se ne andò.
Come potrei trovare le parole per descrivere quanto fosse bello vederlo
mangiare? Era un po’ come assistere alla cerimonia del tè. Ogni movimento si
legava al precedente senza la minima forzatura. Né troppo veloce né troppo lento.
Ma con entusiasmo.
Michiyo la pensava esattamente come me su di lui.
“A guardarlo mangiare ci si sente meglio, viene da pensare che valga la pena
cucinare.”
Me lo disse quando venne la quarta volta.
Beveva quasi sempre un calice di champagne o di vino rosso, ordinava una
portata, mangiava del pane e solo di rado prendeva tè, caffè o un dessert.
È strano, ma quando si è in un ristorante si finisce per osservare in continuazione
la gente che mangia.
Giorno dopo giorno, ero arrivata a capire l’appetito dei clienti, ma anche la loro
personalità. Riuscivo a indovinare persino quando e come mi avrebbero chiamato e
cosa avrei dovuto fare per loro. All’inizio ero nervosa, controllavo accuratamente
ogni cosa, ma con il tempo avevo cominciato a intuire i desideri dei clienti. Se uno
voleva più acqua, se dovevo aspettare prima di portar via il tè dal tavolo, se era il
caso di riempire di nuovo i bicchieri.
Imparare a capire tutto questo è stato bellissimo.
Si inizia con il ripetere in continuazione gli stessi gesti e poi un giorno,
all’improvviso, si aprono gli occhi. Esattamente la sensazione che si prova quando si
riesce a scrivere un dettato in inglese.
Dentro di me sapevo che, se esiste una forza come quella, una forza che fa
crescere, ne esiste in egual misura anche una che toglie qualcosa. Sapevo anche
che quest’ultima, però, può farsi sentire con maggiore insistenza. Ma io ero una
donna (avevo da poco lasciato il nido, ma ero già troppo grande per definirmi una
ragazzina), e avevo imparato a ignorarla. Avrei fatto finta che non ci fosse, come
quando si lava via la terra da una patata, come quando si strappano le erbacce del
giardino, continuando a coltivare solo l’altra forza, con tutte le mie energie.
Ogni volta che veniva, lo osservavo cercando di capire che cosa mai rendesse il
suo modo di mangiare così meraviglioso, ne ero completamente rapita. E provavo
un grande piacere.
Naturalmente facevo in modo che non trapelasse nulla. Se avessi detto “Com’è
bello il suo modo di mangiare!” a un cliente che veniva da solo, sicuramente l’avrei
messo in imbarazzo e non l’avremmo più rivisto. Spesso si portava un libro da
leggere mentre aspettava, ma non appena arrivava il piatto lo chiudeva, e anche
quello era un bel gesto. Un’altra cosa che mi piaceva era che con un filo di voce
diceva sempre “Buon appetito”.
Forse me n’ero innamorata da un pezzo.

Un pomeriggio tornai a casa durante la pausa, ma la mamma non c’era. Allora


andai da Moldive, sulla strada con i negozi subito fuori dall’uscita sud della
stazione, per comperare il caffè e già che c’ero prendere anche un café au lait da
portarmi via. È un negozio come ce n’erano una volta, tostano i chicchi di caffè
davanti all’entrata e dentro li vendono. Quando si cammina in quel tratto di strada
si sente il profumo del caffè tostato dalle braccia possenti del proprietario del
Moldive, un profumo tanto buono da sembrare finto, e viene sempre da pensare:
“Beviamo anche oggi un buon caffè e diamoci da fare!”.
Ormai l’aria si era fatta fredda, era un giorno d’autunno.
Sfiorai il tronco del ciliegio accanto al ristorante ed entrai nella stradina con i
negozi.
Mi venne in mente che in primavera, quando quel ciliegio era in piena fioritura,
sulle pareti verdi del ristorante si rifletteva un colore rosa intenso e un’atmosfera
dolce, diversa dal solito, avvolgeva in un abbraccio tutto ciò che c’era intorno. I
passanti alzavano gli occhi verso il ciliegio e sorridevano, come spettatori felici
davanti allo schermo su cui si proietta un film.
Spazzare via i petali era un lavoraccio, ma era così bello che non sentivamo la
fatica. Dopo aver provato l’emozione di vederlo in piena fioritura, ogni volta che ci
passavo davanti, sia quando cadevano le corolle che in pieno inverno, lo sfioravo
con la mano. Era diventata ormai un’abitudine consolidata, uno degli istanti in cui
sentivo chiaramente di vivere in quel quartiere.
Superai il ciliegio e percorsi a piedi la strada con i negozi fuori dall’uscita sud.
Entrai nel Moldive e comperai del caffè biologico dell’Ecuador, il preferito di mia
madre. Mentre aspettavo che fosse pronto il mio café au lait vidi entrare
all’improvviso Aratani.
Mi vide e salutò:
“Buonasera”.
Pensando che tutto sommato non fosse così strano incontrarsi lì, risposi:
“Buonasera”.
Lo salutai con la stessa espressione sorridente di quando ero al ristorante.
Chiese il suo caffè e io rimasi ad ascoltarlo. Intanto pensavo: “È così, allora, gli
piace quello preparato con la dripper a un buco, con il filtro di carta, un caffè in
polvere dal retrogusto dolciastro”.
A un tratto si rivolse a me con fare educato.
“Mi perdoni se sbaglio, ma lei non è per caso la signorina Imoto? Figlia di Imoto
degli Sprout?”
“Eeeh?”
Per la sorpresa avevo alzato la voce. Tanto che il vecchietto del Moldive sollevò
leggermente lo sguardo dal grande macchinario in cui stava tostando i chicchi.
“Sì. Conosce mio padre?”
“Le porgo le mie condoglianze. Mi chiamo Aratani. Lavoro in una live house in cui
suo padre veniva a suonare periodicamente.”
“Ah, capisco. Se ci andava periodicamente dev’essere quella di Shinjuku, vero?”
“Esatto.”
“Le piace la musica, allora.”
“Non m’intendo molto del rock all’inglese che suonava suo padre, però mi
piacciono i gruppi indie giapponesi. Lì facciamo anche molta musica di questo tipo.
Quando sono capitato per la prima volta nel suo ristorante ero ritornato da un live
al Lady June. Mi era sembrato di averla già vista prima, e poi mi è tornato in mente
quando lei e sua madre siete venute a trovare suo padre e mi avete chiesto dove
fosse l’ingresso artisti.”
“Ma certo. Li avete fatti esibire e li avete seguiti per tanto tempo, ma poi la band
si è sciolta quando mio padre è morto in quella maniera. Mi dispiace, non
dev’essere stato bello per voi.”
“A questo proposito, ci sarebbe una cosa.”
“Di che si tratta?”
“Ci ho pensato molto, io ricordo sempre molto bene una faccia, una volta che ho
incontrato qualcuno raramente mi sbaglio. Anche per questo l’ho riconosciuta.”
“Beato lei. Dovrebbe sfruttare questo talento per un’attività tutta sua.”
I primi tempi, io avevo faticato moltissimo a memorizzare il viso dei clienti
abituali e a ricordarmene il nome.
“Ce l’ho. È stato mio padre ad aprire la live house, e adesso la gestisco io.”
Rise. I denti leggermente asimmetrici avevano un che di grazioso.
“Mi perdoni, non ne avevo idea. È incredibile, lei è così giovane.”
“L’ho solo ereditata da mio padre, come un pescivendolo di quartiere.”
In un piccolo angolo, con una botte usata come tavolo, chiacchieravamo
sorseggiando il caffè. Intanto il locale si era riempito di persone, arrivavano una
dopo l’altra, chi per comprare il caffè da macinare, chi per prendere delle bevande
da asporto.
In modo del tutto naturale decidemmo di andarcene a parlare da qualche altra
parte, perché lì non si riusciva a star tranquilli, così salutammo il proprietario e
uscimmo.
“Dove andiamo?”
“Il caffè ormai l’abbiamo bevuto, che ne dici se prendiamo un chai da
ChakaTheka?”
Perché parlare con lui mi sembrava così naturale? Forse perché somigliava a mio
padre? Mentre chiacchieravamo non sorrideva troppo, però me lo ricordava anche
per quel suo modo di pronunciare chiaramente le sillabe finali, e provai
immediatamente un senso di familiarità.
“Io lì non ci sono mai stato, voglio andarci.”
Superato il passaggio a livello di fronte alla stazione, passammo vicino a un
negozio di senbei facendoci largo tra la gente. Il locale si trovava proprio all’inizio
del vialetto. Il proprietario, Tanaka, serviva piatti etnici con condimenti casarecci.
Erano piatti molto digeribili anche mangiandone a volontà, tanto che mia madre li
apprezzava già nel periodo in cui non riusciva a mandar giù cibi pesanti. Quando nei
miei giorni di vacanza decidevamo di mangiare fuori, capitava spesso che ci
facessimo lunghe scarpinate fin lì.
All’ora del tè pomeridiano servivano un ottimo chai e torta alla banana.
All’epoca in cui si era appena trasferita, la mamma una volta l’aveva mangiata
trovandola ottima. Era andata a salutare Tanaka e gliel’aveva detto, così lui gliene
preparò una intera, che mangiammo a sazietà come augurio per il trasloco.
Intanto bevevamo birra e al posto del riso mangiavamo panna montata.
Tanaka è un tipo timido, che a prima vista può incutere soggezione, ma dentro di
sé è pieno di sentimenti appassionati. Quando gli avevamo spiegato le circostanze
del trasferimento di mia madre, ci aveva preparato una torta intera nonostante gli
avessimo detto che metà sarebbe stata sufficiente, e per di più ce l’aveva regalata.
Allora dentro di me c’era ancora qualcosa di teso, e non avrei mai immaginato di
mangiare una torta intera insieme a mia madre fino a farmi venire il mal di pancia,
non avrei mai pensato che sarebbe arrivato un giorno in cui ci saremmo divertite
così. Non eravamo esageratamente eccitate, ma neanche afflitte; ce n’eravamo
rese conto in maniera del tutto naturale, ci stavamo divertendo insieme e, anche se
a Meguro non ci era mai successo, lì, chissà perché, fu possibile.
Tanaka non c’era e chiedemmo alla ragazza part-time di farci sedere a un tavolo
per fumatori all’esterno. Con una punta di delusione mi dissi che quello non era un
appuntamento galante. In quella pausa di qualche ora sarei venuta a conoscenza di
pesanti bugie riguardo a mio padre quand’era ancora vivo.
Aratani disse:
“Scusami se quello che ti dirò dovesse darti fastidio”.
“Non ti preoccupare. Voglio sapere tutto di mio padre.”
“Allora ti dico le cose come stanno. I giornali hanno pubblicato la foto della donna
che è morta insieme a tuo padre, ricordi? Una donna bella, tenebrosa.”
“Sì. Ero infastidita e non l’ho guardata con attenzione, ma paradossalmente me la
ricordo bene proprio per questo.”
“Io l’ho vista nella mia live house, una volta soltanto.”
“Eh?”
Ero sorpresa, perché a me avevano detto che non era mai successo.
“Aveva una figura sottile, anonima, una presenza impercettibile, che
ciononostante restava impressa. Ero così curioso che chiesi di lei a Yamazaki, il
percussionista che suonava nella band di tuo padre. Anche lui mi disse che gli
sembrava di averla già vista. Domandai agli altri, fingendomi indifferente, ma
nessuno se la ricordava, solamente noi due.
“Era il tipo di donna che ti fa venire i brividi a guardarla. Dopo quella volta gli
Sprout continuarono a suonare dal vivo da noi una volta al mese, ma posso
affermare con certezza che lei non è più venuta. Non mi ricordo se in
quell’occasione Imoto abbia parlato con lei o no. Credo che fosse all’incirca un anno
prima che morissero insieme. Qualcun altro sa che quella donna è venuta a un loro
live?”
“No. Né la mamma né i poliziotti, credo.”
“Naturalmente ciò non cambia che in seguito lei e tuo padre abbiano iniziato a
frequentarsi, né che siano morti insieme, e non ci sarà nemmeno un processo
penale. Però credo che il saperlo o il non saperlo modifichi completamente la
percezione che possono averne i familiari, e per questo motivo ho voluto dirtelo.
Anche se so perfettamente che così creerò soltanto confusione, che dovrei farmi gli
affari miei.”
“Ma perché mio padre non ha mai chiesto un consiglio nemmeno a Yamazaki,
perché non gliel’ha presentata? Eppure era legato a lui.”
“Pare che tuo padre gli abbia chiesto qualcosa. Però ha detto che non avrebbe
mai collegato quella donna così particolare con la compagna di un suicidio. Se n’era
dimenticato, fino a quando non gliene ho parlato io. Quel che è certo è che Imoto gli
aveva chiesto di non dire nulla della sua frequentazione con quella donna alla sua
famiglia.
Per questo motivo, Yamazaki mi ha detto che non poteva dirvelo lui, ma che se si
fosse creata l’occasione io, che per primo me ne sono reso conto, avrei potuto
parlartene tranquillamente. Conosco bene Yamazaki perché viene spesso da noi,
suona le percussioni anche per altre band. Aveva detto che ormai qualsiasi cosa si
fosse detta non avrebbe fatto alcuna differenza, e che quindi avremmo potuto anche
tacere. È di mia iniziativa, quindi, che te ne sto parlando.”
Quella storia custodiva qua e là tracce profonde e distanti della vita di mio padre.
Guardavo distrattamente la strada privata fuori dal locale. Sulla via in lontananza
l’andirivieni dei giovani non s’interrompeva mai. Gli addobbi lungo il passaggio in
mezzo ai negozi tremavano al vento, in mille colori, come durante una festa in
Thailandia o in Nepal.
Con un po’ d’insofferenza dissi:
“Ormai mio padre non c’è più, del resto non m’importa un granché. Però sono
contenta di avere avuto qualche particolare della sua vita. Grazie, Aratani”.
Come se volesse scusarsi, Aratani rispose:
“È che non si sa mai cosa fare in certi casi. Mi sono detto che al tuo posto io avrei
voluto sapere”.
“La polizia dice che mio padre e quella donna erano parenti alla lontana. La
sorella minore di mio padre ha sposato un uomo di Ibaraki, e lei era una sua nipote,
se non erro. Naturalmente la nostra frequentazione con i parenti si limitava a
qualche rara visita a mia zia, e persino lei ha detto di non averla mai incontrata.
Penso che abbiano parlato di qualcosa che ha innervosito mio padre, perché a
quanto dicono aveva bevuto molto, e lui di solito non beveva. Però non saprei dire di
cosa si trattasse. Forse di soldi. La polizia ha detto anche che lei non era incinta.”
Parlai tenendo gli occhi fissi sulle mie mani che stringevano la tazza di chai.
“Provo rimpianto all’idea che forse quella volta avrei potuto fare qualcosa. Aveva
attirato enormemente la mia attenzione, quella donna. Non c’era una ragione
particolare, ma era così, mi era rimasta impressa, aveva l’aria cupa di chi può
condizionare la vita altrui. Magari è stato quella sera che lei ha rivolto per la prima
volta la parola a tuo padre. Avrei dovuto parlarne prima con te o con Yamazaki, mi
dicevo, e pur sapendo che in realtà non avrei potuto, non facevo altro che pensarci,
e sono venuto tutte quelle volte al tuo ristorante. Ma poi non riuscivo mai a entrare
in argomento, e pensavo che in fondo quello che è successo è successo, che non
sarebbe cambiato niente, che dovevo farmi gli affari miei.
Il cibo era buono, tu lavoravi con entusiasmo, e di recente ho iniziato a pensare
che fosse meglio non dirtelo. Se prima non ci fossimo incontrati per caso, forse non
te ne avrei mai parlato.
Sembri davvero felice quando lavori, sai? Resto sempre incantato a guardarti. Ti
muovi come se fossi perfettamente a tuo agio. Cominci sempre da quello che
nessuno vuol fare, senza starci a pensare. Ho pensato perfino che mi piacerebbe
averti come dipendente. Non che sia venuto per strapparti via dal tuo attuale
datore di lavoro, però.”
Aratani rise, io arrossii per l’imbarazzo.
“Ma allora mi guardavi” pensai. Ma proprio non riuscii a dirgli che anche a me
piaceva tantissimo osservarlo mentre mangiava.
Il suo modo di parlare, diversamente dall’aspetto gracile, lasciava intuire che era
una persona dalle idee chiare. Quando capii che non era semplicemente un giovane
figlio di papà, rampante e amante della buona tavola, il mio interesse per lui diventò
più profondo.
Il cuore batteva senza posa e dentro di me sentii scatenarsi, confusa e sofferente,
ancora un’altra me, simile a una bambina che agli occhi di sua mamma cercava di
apparire forte e calma.
Mi sarebbe bastato incontrare mio padre solo un’altra volta, chiedergli cos’era
successo, ma non era possibile, certezze non potevo averne. Tutto quel rimpianto,
tutta quella nausea si riaffacciarono in me.
Puntuali e impreviste, le lacrime precipitarono sulla torta alla banana. Mi
affrettai ad asciugarle con la manica.
Mi prese la mano e la strinse forte.
Il battito del cuore mi rimbombava nelle orecchie.
Disse:
“Perdonami, non avrei dovuto dirti queste cose. Di te so soltanto come sei al
lavoro. Non so se ci sia qualcuno con te, non so chi viva con te. Non potevo fare a
meno di pensare a te, alla fine venivo a trovarti senza nemmeno sapere perché.
Voglio solo che tu sappia che non ho usato Imoto come pretesto per rivolgerti la
parola. Poco alla volta ho preso gusto a fermarmi a mangiare da voi prima di
tornare a casa e alla fine le priorità si sono invertite. Così non sono più riuscito a
dirti niente, e le mie stesse motivazioni non mi sono più sembrate disinteressate”.
Dentro di me avevo subito pensato “Ti sbagli, è mia madre quella con cui vivo!”,
ma intanto non riuscivo a capire come avessero fatto le cose a prendere questa
piega così all’improvviso.
Con voce nasale gli dissi:
“Non ti preoccupare, va tutto bene”.
Imbarazzata, non facevo altro che fissarmi i piedi e, accanto, le sue grandi scarpe
da ginnastica. Non riuscivo proprio ad alzare la testa.
“Va davvero tutto bene. E ti ringrazio di cuore per avermene parlato.”
“Meno male.”
Era rosso in viso, e mi venne voglia di conoscerlo meglio. Ma in un’altra
occasione, quando non mi sarebbe colato il naso come adesso, e con più tempo a
disposizione.
Quando accennai qualcosa a Michiyo, mi preparò sogghignando un bicchiere di
spremuta d’arancia fresca e me lo offrì. Intanto diceva di aver sempre pensato che
lui provasse qualcosa per me. Dopo il lavoro tornai a casa, ma la mamma non c’era
ancora.
Mi stesi e mi misi a riflettere fissando il soffitto.
Volevo creare un’occasione per andare a parlare con Yamazaki senza dire nulla a
mia madre. Pensai che dovevo mettermi al lavoro: d’improvviso c’era stato un
cambiamento e mi ero ritrovata piena di cose da fare.
E poi mi addormentai.
Sognai che qualcuno mi chiamava.
Nel sogno mi trovavo di fronte a casa.
Nell’appartamento di Meguro una luce riflessa illuminava il corridoio. “Eh? Sono
sola? È qui che vivo?” mi domandavo, e mi sembrava strano. Dentro di me avevo la
sensazione di aver lasciato mia madre da qualche parte.
“Papà?”
Lo chiamavo e intanto cercavo per tutta la casa. Papà non c’era. E nemmeno il
suo ritratto.
Nel silenzio della stanza riecheggiava soltanto il rumore dei miei passi. Un’eco
forte e chiara, come se stessi attraversando un lungo corridoio.
“Com’è possibile? Ero certa di averlo messo lì e non sull’altarino, nel tentativo di
nascondere mio padre alla vista, eppure non c’è. Forse in questo sogno mio padre è
vivo?” mi domandavo, nonostante stessi sognando. Magari sarebbe tornato, se
l’avessi aspettato lì. Mi spostai nel soggiorno. Il tavolo che mia madre teneva
sempre perfettamente in ordine era appoggiato in maniera asimmetrica al piano di
lavoro della cucina sul quale, nel sogno, non c’era niente, nonostante di solito vi
fossero dei fiori. Mi dissi che ormai era chiaro che la mamma non era in casa.
Sul tavolo era aperto un giornale.
Nel giornale, quell’articolo. Ancora più grande di quando lo avevo visto nella
realtà. Dev’essere perché stavo sognando. Era grande come una pubblicità a tutta
pagina.
Le fotografie del volto di mio padre e di quella donna erano una accanto all’altra.
Imoto Mitsuharu, percussionista della rock band alternativa Sprout, famosa tra
giovani e meno giovani per le contaminazioni tra generi diversi, si è suicidato
insieme a una donna, dove si è esibito finora, con chi... questo era il contenuto
dell’articolo, e sopra c’era una grande foto del viso di lei. Con gli occhi, il naso e la
bocca minuti, i tratti sottili. Con i capelli leggermente mossi e la riga di lato,
evanescente come il vapore, non somigliava per niente alla mamma.
Guardandola in viso fui colta da un terrore indefinibile. Pensai che quella donna
doveva sicuramente aver già tentato di morire con qualcun altro. I suoi occhi non
lasciavano dubbi, finii per chiedermi se l’aver ucciso mio padre le fosse bastato per
davvero, e mi dissi che dovevo saperne di più. La paura aveva generato una grande
confusione nella mia testa. C’era una strana forza che da qualche parte,
nell’oscurità, cercava di attirarmi a sé, e sentivo che quella stanza ne era
impregnata.
In lei non c’è traccia dei miei valori, per questo è forte, mi sconfiggerà da un
momento all’altro, pensavo. Al confronto, la forza in cui credevo non sarebbe
servita, non sarebbe valsa a nulla, per questo anche mio padre era morto. Di questo
genere di forza il mondo è pieno. È pieno di misteri, di presenze opprimenti, e
qualsiasi cosa io dica – io, che sono così piccola – non succederà niente; e se pure, a
un livello più profondo, questa me stessa così insignificante fosse legata a tutto ciò,
non avrebbe senso comunque, perché le mie facoltà mentali sono limitate, pensai.
“Il telefono, devo telefonare a qualcuno, devo dirlo alla mamma.” Nel sogno,
cercavo disperatamente di lottare. Chiusi il giornale, e trovai il cellulare di mio
padre. Mi tornò in mente che lui lo stava cercando e allungai la mano per
prenderlo.

“Non addormentarti qui, ti prenderai un raffreddore!”


La mamma mi rimboccò la coperta e io mi svegliai.
Confusa, dissi:
“Eh? Dove sono? Non è Meguro? E il telefono? Dov’è il telefono di papà? L’avevo
trovato finalmente, dov’è andato a finire? Me l’ha chiesto lui. Papà, voglio dire”.
“Sei ancora intontita dal sonno. È già l’una. Se vuoi continuare a dormire prova
almeno ad addormentarti con calma.”
Doveva aver bevuto un po’, aveva le guance arrossate. Le borse sotto gli occhi,
proprio da signora di mezza età, facevano tenerezza. Mi sentii pervasa da una
bizzarra dolcezza, avevo voglia di stringerla e leccarla come se fossi un gattino. La
mamma sarebbe invecchiata poco alla volta. Ma papà non avrebbe potuto vederla.
Le domandai:
“Con chi sei stata a bere?”.
“Con Chizuru, al bancone del suo bar, parlando dei bei tempi andati. È quel bel
locale con una lucertola gigantesca attaccata al soffitto, sotto il livello della strada.
Per quanto invecchi, Chizuru ha sempre una voce sexy e un atteggiamento rilassato,
è premurosa e gentile, quanto la invidio. In futuro mi piacerebbe essere come lei.
Naturalmente non parlo di storielle sentimentali. Ormai mi sono dimenticata di
come ci s’innamora. Ogni volta che ci penso mi sento in colpa. Faccio sempre
economia, e quando esco a bere mi preoccupo, mi spaventa l’idea di finire tutti i
soldi.”
Le dissi che la capivo. Mi rispose: “Vero?”, e andò verso il lavello per sciacquarsi
il viso.
Non le parlai di Aratani.
Si direbbe il contrario, ma mia madre non ha un grande intuito. Quando andavo
all’università mi è capitato solo una volta di avere un fidanzato per un periodo
abbastanza lungo, ma fino a quando non ci vide per caso, durante un appuntamento
a Jiyūgaoka, non capì assolutamente nulla. E dopo averci visto non informò mio
padre, né mi fece tante domande, ma si limitò a fare qualche sorrisetto di tanto in
tanto.
Mi domandai se fosse il caso di parlarle di quella donna.
Una parte di me avrebbe voluto chiederle cosa fare, piangere, tirar fuori tutto
furiosamente, per poi scappare via da qualche parte e mettersi a dormire.
Ma l’altra me di quel preciso momento, quella che aveva l’impressione di aver
fatto un sogno strano, quella che lavorava come una persona adulta... qualcosa,
dentro di me, una specie di scintilla, mi ammoniva: “Non glielo dire ancora. Non
parlargliene non significa tradirla”. Mi diceva di pazientare ancora un po’, di
aspettare fino a quando non avrei saputo qualcosa di più, di lasciare mia madre
tranquilla, fosse anche solo per un secondo ancora.

La mattina successiva, svegliandomi trovai mia madre che preparava un’omelette


– cosa rara – nella nostra piccola cucina.
La luce mattutina scaldava il tatami, il cui odore si confondeva con quello del
burro, ed era un odore nostalgico e rassicurante.
Mi ricordai della mia infanzia. Di quando ancora non avevo una stanza tutta mia.
Dormivo con la mamma, se non sbaglio, mentre mio padre stava nell’altra stanza,
visto che la sera andava a dormire tardi. Probabilmente i miei genitori non
facevano sesso, all’epoca. O forse continuarono a non farlo anche dopo che io
ottenni la mia cameretta. Chissà se mia madre ha mai avuto qualcuno. Ho ancora
troppa paura per chiederle una cosa del genere, ma un giorno lo farò.
Nella vecchia casa la mia stanza era accanto alla cucina, e da lì riuscivo a
scorgere mia madre di spalle mentre preparava la colazione con la porta
leggermente aperta, lasciata così apposta perché, al risveglio, non mi sentissi sola.
La sensazione che provavo non era né di dolcezza né di tepore. Ma per qualche
ragione mi bastava guardare mia madre fare quello che faceva tutti i giorni per
sentirmi serena. Mi sembrava che nel mondo non ci fossero né guerre, né omicidi,
né truffe, né rapine, né stupri. Era come se non potessero esserci che persone
buone. Non che sino a oggi mi sia mai capitato di interagire direttamente con
persone malvage. Ma so bene che nel mondo accadono cose davvero terribili.
Del resto, il suicidio di mio padre insieme a un’altra donna è un fatto terribile, ma
l’abitudine ha fatto sì che in qualche maniera finissi per accettarlo, per quanto
penoso. Eppure allora non avevo la minima idea di cosa volesse dire. Pensavo che il
papà e la mamma avrebbero continuato in eterno a prendersi cura di me, a vivere
per me.
“Buongiorno, mamma.”
“Ah, sei sveglia” disse, voltandosi. “Mi è venuta una fame incredibile. Ne preparo
anche per te.”
“Grazie, ora mi alzo.”
Così dicendo, mi sollevai dal futon.
Doveva dipendere dal fatto che l’appartamento fosse piccolo, ma alzarmi mi
sembrò più semplice di quanto lo fosse dal mio letto nella casa di Meguro. In un
istante mi giunse il rombo delle auto fuori dalla finestra, le fessure tra le tende si
illuminarono gradualmente: non potevo starmene a sonnecchiare a lungo, come
quando nella casa di prima c’erano le tende oscuranti a proteggermi. Non avevamo
un sistema di allarme, né un dispositivo di chiusura automatica delle porte, mio
padre non c’era e noi due donne vivevamo da sole. Eppure...
Era un po’ come essere in campeggio, la stessa fresca felicità di quando si dorme
in tenda.
Mia madre disse:
“La casa non è grande, e mi dispiacerebbe occupare ancora altro spazio, ma
pensi che potrei mettere una fioriera sotto la finestra?”.
“Sì, ma perché?”
“Mi piacerebbe coltivare del basilico, del coriandolo, del rosmarino, qualcosa da
usare nelle omelette, o in generale quando cucino.”
“Uuh, se attecchiscono potrei anche portarmele al ristorante.”
“Be’, sì. Allora, visto che sei d’accordo, vado a comprare le piantine oggi stesso.”
La mamma era entusiasta.
Le dissi:
“Ma non è che le piantine sono in vendita soltanto in primavera?”.
“Dici? Be’, ce ne saranno di tanti tipi diversi. Magari prendo dei semi, o forse
trovo la menta. Con l’esposizione al sole che abbiamo dovremmo riuscire a
combinare qualcosa.”
L’entusiasmo della mamma non si sarebbe piegato di fronte a un fuori stagione.
Risposi: “Ma sì”. Andava bene così, ero felice di vedere che aveva voglia di fare.
Disse, quasi mormorando:
“Allora dovrò abitare qui fino alla primavera. Perché non mi è venuta quest’idea
quando ero nel vecchio appartamento? Eppure lì cucinavo molto di più”.
“Non sarà per caso che adesso ti diverti?”
“Anche se tuo padre non c’è?”
“Proprio perché non c’è: sei disperata, no?”
Mi misi a ridere.
“Sarà così. Allora dovevo essere già morta per metà. E forse, in un certo senso,
anche tuo padre. Ma non perché lì non stessimo bene. In fondo da quelle parti
abitano moltissime persone che vivono divertendosi da matti. Pensa alla Rue Marie
Claire durante la festa di Megami a Jiyūgaoka. La gente che sembra spassarsela è
così tanta che viene quasi da domandarsi se per caso non sia successo qualcosa di
particolare. Famiglie intere che cercano un posto dove sedersi, persone che girano
tra le bancarelle con un bicchiere di vino in mano.”
“È vero. Quando abitavo lì, non lo avevo mai apprezzato per davvero.”
In effetti quel quartiere aveva un modo tutto suo di divertirsi.
Forse era l’atmosfera quasi intellettuale del luogo, che riuniva adulti i quali,
avendo raggiunto un certo benessere, cercavano diversi modi di godersi l’esistenza,
ragionando tutti insieme. E poi c’erano le strade secondarie, con i loro ristoranti
cinesi e le izakaya all’antica, e il viavai di persone di ogni estrazione sociale, tutte in
cerca di cose diverse. Non c’erano tanti giovani, come qui a Shimokitazawa, e
anche i turisti erano molti di meno. Mi sembra ci fossero soprattutto signore
distinte con i loro neonati.
“Certo però che sono strana, eh? All’epoca non mi è mai passato per la testa di
andarmi a sedere su una panchina di Rue Marie Claire e guardare la gente passare,
sorseggiando un bicchiere di vino. Andavo sempre di fretta, per un motivo o per
l’altro, non avevo mai un momento di pace.
Questa zona qui somiglia un po’ a Yanaka, dove avevamo un appartamento in
affitto quando eravamo sposati da poco, e tu eri appena nata. Lì, nella
circoscrizione di Taitō, i novelli sposi ricevono aiuti economici. Noi abbiamo preso
una piccola casa in affitto, perché volevamo mettere da parte dei soldi. È un bel
ricordo. Allora sia io che tuo padre eravamo felici senza nessun motivo in
particolare: forse perché eravamo giovani, o per l’epoca in sé. Andavamo ogni
giorno a fare spese da Yanaka Ginza. Compravamo contorni, tsukudani, senbei,
bevevamo caffè e se c’era tempo ci fermavamo anche in qualche negozio di dolci,
oppure prendevamo una birra, o mangiavamo degli isobemaki.”
Le domandai:
“E allora perché, malgrado tutto questo, all’improvviso tu ti sei sentita morta per
metà, e lui è morto per davvero?”.
Provai un po’ di paura. Paura di ritrovarmi anch’io così, un giorno, dopo essermi
sposata e aver avuto un bambino, con le forze fisiche che vengono meno, il lavoro
che aumenta. Sarebbe arrivato senza che avessi il tempo di accorgermene, e
all’improvviso non sarei più riuscita a fare niente.
“Forse perché qualcosa come la parte sudicia della società, qualcosa di opaco, si
è fatto poco alla volta più pesante, sempre più pesante.”
Con uno sguardo distante, la mamma trasferì l’omelette nel piatto. Poi disse, tutto
d’un fiato:
“Ma in fondo lo so che sono soltanto scuse. Ho voltato pagina. È la mia sola
possibilità di riscatto, l’unica consolazione”.
Sentendola parlare così mi venne voglia di gridare: “Mamma!” all’istante. Invece
nascosi il viso e scoppiai a piangere.
“Ma che fai, piangi? Che scema. Guarda, l’omelette è pronta.”
Si era rivolta a me senza guardarmi, con la stessa tranquillità di quando ero
bambina. Mia madre ha sempre avuto la strana abitudine di diventare scostante
per superare l’imbarazzo dei momenti sentimentali. Faticavo a capirlo, e mi è
capitato spesso di parlarne con mio padre.
Mi asciugai le lacrime e mangiai l’omelette. Era calda, si sentiva il formaggio, e
c’era tanto prezzemolo dentro. Era un sapore a me caro, che mi aveva
accompagnato sin da quand’ero bambina. Smisi di piangere ripetendomi che avrei
dovuto servire ai tavoli anche se avevo gli occhi gonfi, ed era meglio che non si
vedesse, quindi dovevo stare calma, calma.

Una sera, qualche tempo dopo, Aratani si presentò al ristorante, l’aria un po’
imbarazzata.
Non ci eravamo nemmeno scambiati il numero di cellulare.
Quel giorno c’era un gran da fare, ero in un bagno di sudore, e quando lo vidi, per
un istante, mi vergognai di essere ridotta così male. Ma soprattutto provai una
profonda tenerezza. Potrei definire soltanto “serenità” quella sensazione che
proviamo quando qualcuno arriva così, in modo del tutto naturale; è una sensazione
che si prova solo quando si è innamorati, quando si esclude che possa accadere
qualcosa di brutto.
Come al solito, Aratani prese posto al bancone, si tolse gli auricolari dell’iPod,
ordinò un confit d’oca e un bicchiere di vino bianco, e rimase lì seduto ad aspettare.
Pensai di nuovo che non lo conoscevo un granché. Non sapevo cos’avesse fatto
sino ad allora, cos’avrebbe fatto in futuro, non sapevo niente. Tornai bruscamente
alla realtà: ero sul posto di lavoro. È vero, a me non piacciono quei ristoranti in cui i
dipendenti si mettono a parlare fitto, al bancone, solo con i clienti abituali. Anche se
ce ne sono, è importante far sentire tutti i clienti a proprio agio. Dissi a me stessa
che non era il caso di stringere amicizia con Aratani, e mi sforzai di comportarmi
normalmente. Michiyo, che aveva capito tutto, mi lanciava sorrisetti ogni volta che
andavo in cucina a prendere un piatto.
Alla fine, quando gli portai il caffè, con fare disinvolto Aratani mi disse:
“Ti va di fare la strada insieme? Ti accompagno a casa”.
“Mi va, ma forse non lo sai... casa mia è a un minuto da qui. Non devo nemmeno
arrivare alla stazione.”
Indicai la finestra. Si vedeva il mio appartamento con le luci accese, segno che
mia madre era già rientrata. Zero atmosfera.
Aratani disse:
“Allora beviamo una cosa insieme prima di andare a dormire?”.
“Puoi aspettare solo mezz’ora? Devo riordinare.”
“Certo. Facciamo così: ti aspetto in quella specie di enoteca sulla strada.”
“Ok.”
Avevamo l’intimità di due persone che si frequentano da anni, ma non era così. In
cuor mio giurai che, comunque si fossero messe le cose con Aratani, non avrei mai
usato mio padre come esca per convincerlo a passare più tempo insieme a me.
Anche se era stato mio padre a portarmi quell’affetto, da quel momento in poi
avrei fatto in modo di tenere le due cose separate.
Quando Michiyo, ancora sorridente, mi accompagnò all’uscita, erano ormai
trascorsi quarantacinque minuti: per mettere tutto a posto c’era voluto più tempo
del previsto. Non sono il tipo che trascura le pulizie soltanto perché ha una specie
di appuntamento.
Aratani, appena appoggiato a uno sgabello, stava leggendo un libro, e intanto
mangiava formaggio e beveva vino rosso.
“Ti ho fatto aspettare, scusami” gli dissi.
“È normale, è un ristorante. E poi ti ho invitata senza preavviso.”
Non avevamo molto di cui parlare, a eccezione di mio padre, e per questo ci
mettemmo a chiacchierare di musica, delle band indipendenti che piacevano ad
Aratani, che in verità si avvicinavano molto più al club che al rock, di cui non sapevo
assolutamente nulla. La mia esperienza musicale si limitava ai rudimenti del jazz e
a qualche classico del rock inglese o americano. A casa mia c’era sempre così tanta
musica che non ascoltavo mai un pezzo con l’idea di memorizzarne il titolo.
“Ce l’hai un idolo, Yoshie?”
“Se proprio devo dirne uno... forse Paddy McAloon.”
Alla mia risposta non disse niente, e su di noi calò il silenzio.
Ma non ero il tipo da mettermi a spiegare tutto per filo e per segno. Sapevo bene
che qualche volta gli uomini fraintendevano i miei silenzi e finivano per
compiacersene, ma non potevo farci niente. Avevo appena finito il turno, ero stata
invitata all’improvviso: proprio non mi andava di preoccuparmi anche di questo. Già
per lavoro dovevo preoccuparmi in continuazione. Mi venne voglia di bere qualcosa
e lo proposi ad Aratani, che ordinò una caraffa di buon vino bianco.
Dissi:
“A Shimokita si beve bene. Le persone che passano qui fuori hanno facce
rilassate, si vede che si sentono a loro agio, anche se magari non abitano neanche
in zona. A Tōkyō non ce ne sono mica tanti di posti così”.
Aratani sorrise, e rispose:
“È vero, sono d’accordo. A guardarli in faccia sembra che siano tutti degli eterni
giovani. A Shinjuku la gente è un po’ più stanca. Non che sia necessariamente un
male...”.
Notai che era arrossito all’improvviso, e mi sembrò di guardare un gattino che si
stiracchia.
Ciò che aveva detto, e il modo in cui l’aveva detto, mise in movimento qualcosa
nel mio cuore.
Mi dissi che avevo appena scoperto un nuovo aspetto di Aratani, oltre al suo modo
di mangiare, a cui mi sarei potuta affezionare: dovevo solo riuscire a darmi tempo.
Fu solo dopo aver incontrato qualche altra volta Aratani che mi decisi a chiamare
Yamazaki.
Non si era mai presentata davvero l’occasione, e con il poco tempo che avevo a
disposizione avevo finito per rimandare e rimandare, ma poi mi decisi un giorno che
non dovevo lavorare, e gli telefonai.
Il motivo principale fu che Aratani lo nominò, dopo un po’ che non lo faceva, e mi
venne voglia di incontrarlo, visto che l’ultima volta risaliva al funerale. La band di
cui mio padre era leader, alla fine, si era sciolta, e non c’era più nessun evento live.
E così, da un momento all’altro, non ero più riuscita a incontrare Yamazaki, che era
sempre stato presente per qualche motivo, e adesso mi mancava.
Credo che fosse la persona a cui mio padre si sentiva più legato. Nonostante
conoscesse chiunque nell’ambiente musicale, forse solo con Yamazaki riusciva a
essere veramente se stesso.
Yamazaki era molto più giovane di lui, ma aveva un aspetto decisamente vecchio.
Direi che somigliava al tenente Colombo. Quand’ero bambina, io e la mamma lo
chiamavamo proprio così. Ogni tanto portava un trench identico a quello del vero
Colombo, e allora noi ci guardavamo sghignazzando. Fisicamente era snello e alto.
Aveva gli occhi limpidi, dolci come quelli di un cucciolo, dello stesso castano chiaro
dei capelli ondulati, riccioli morbidi e folti, e sul palcoscenico si presentava sempre
con i vestiti di tutti i giorni. Mio padre diceva che lui aveva le sue fissazioni, e non
avrebbe mai indossato abiti di colori o modelli che non gli piacevano. Per questo,
forse, ci sembrava che fosse vestito sempre allo stesso modo.
Inoltre aveva una moglie di straordinaria bellezza. Ogni volta che arrivava a un
concerto, sia i membri della band sia il pubblico s’infiammavano.
La mamma diceva sempre: “Il mio charme è ben poca cosa, al confronto”. E io
pensavo: “I confronti è meglio lasciarli stare, è tutto tempo sprecato”. Era bella,
almeno quanto Ishida Ayumi 4 o Asaoka Ruriko,5 e poi era magra, sicura e disinvolta
nel modo di muoversi. Si diceva che in passato avesse fatto la modella. E si diceva
pure che a Yamazaki fosse bastato un solo sguardo per innamorarsene, e che
l’avesse sposata dopo un lunghissimo corteggiamento.
Quando lo vidi arrivare nel vecchio kissaten “3.4”, quello che si trova dietro al
Tōkyū Hands di Shibuya, mi ricordai dei frequenti appuntamenti con mio padre, ai
tempi del liceo, e sentii il cuore in gola.
Con la differenza d’età che passava tra di noi non è che ci fossero poi tanti
argomenti di conversazione, eppure era venuto apposta fin lì per incontrarmi, il che
doveva pesargli un po’. Malgrado ciò fui contenta di vederlo, e mi dissi che avevo
fatto bene a chiamarlo.
Ma così non va bene, pensai. Qualsiasi cosa faccia o chiunque veda, così non va
bene. Sto vivendo all’ombra di mio padre, come uno che è appena stato lasciato.
Sto cercando mio padre, lui è sempre con me. Se non sto attenta, finirò per andare
avanti in questo modo tutta la vita, davvero. Ma come ho fatto a ridurmi così? Ci
sarà qualcuno in grado di dirmi se guarirò mai?
Ma non era il momento di pensarci: ormai l’avevo chiamato, e dovevo fargli quelle
domande, nonostante la tensione.
Yamazaki mandò giù in un sorso il caffè che aveva ordinato, molto denso, e mi
chiese:
“Che c’è, Yocchan? Di cosa volevi parlarmi?”.
Io stavo bevendo un ginger tea pieno di zenzero fresco grattugiato. L’ambiente
odorava del legno massiccio delle vecchie sedie consumate e dei tavoli, di polvere
secca, di libri antichi. In una sfera piena d’acqua nuotavano dei pesciolini rossi. Era
un vero kissaten dei tempi di mio padre e di Yamazaki. Non era proprio un caffè.
Posti come quello mi riportavano all’infanzia, mi erano cari, mi facevano stare
bene.
“Si tratta della donna che è morta insieme a mio padre. Se ne sai qualcosa, vorrei
che me ne parlassi. Non dirmi che c’è di mezzo un patto tra lui e te. Vorrei che mi
dicessi ciò che puoi.”
Notai le pieghe sulla sua giacca, e la pelle rilassata dietro al collo: era da un po’
che non m’incontravo con un uomo di mezza età, e fui presa da un moto di nostalgia.
Avrei voluto trattenere quella sensazione nel cuore.
Quand’ero bambina, forse perché avevano entrambi molto tempo a disposizione,
mio padre e Yamazaki mangiavano spesso a casa nostra. Veniva anche sua moglie,
bella e taciturna, e tutti gli adulti cenavano insieme. A me, che ero figlia unica, dava
una grande felicità potermi addormentare ascoltando quelle voci allegre. Rividi
tutto chiaramente, con malinconia.
Yamazaki disse:
“Mi metti in difficoltà. In effetti, Imo mi ha fatto promettere di non dirvi nulla,
perché non voleva che vi preoccupaste”.
“Direi che più di così non possiamo preoccuparci. E poi è tutto finito, ormai.”
Mormorò:
“E allora perché non lasci tutto com’è? In fondo la vita di ogni giorno ha ripreso a
girare. Non credi che sia arrivato il momento di lasciare Imo tranquillo, ciascuno
nel suo cuore?”.
Assunse un’espressione che non gli avevo mai visto prima, e capii.
Capii che la persona di fronte a me aveva perduto sia la band che aveva amato
per tanti anni sia un caro amico.
Risposi:
“Ha ripreso a girare, e per questo mi sembra di essere stata abbandonata. Mia
madre è venuta a stare da me, nella casa di Meguro non c’è più nessuno. Mi dico
che devo fare qualcosa, ma puntualmente vado in confusione. E mi dà ansia anche il
fatto che a mia madre, invece, non capiti mai. Ma ogni volta che provo a riflettere
mi rendo conto di non sapere niente, e mi ritrovo a pensare e ripensare sempre alla
stessa cosa. E così mi è venuta voglia di incontrarti”.
“La posizione di tua madre è radicalmente diversa dalla tua, Yocchan. E pensate
a cose completamente diverse. È triste, mi dispiace.”
Solo il tenente Colombo poteva parlare così.
“Me lo avevano detto che tua madre se n’era andata di casa per venire a stare da
te. Il fatto che tu la lasci restare senza dirle niente non c’entra con la pietà filiale,
credo, no?”
“Già. Eppure mi rimane una strana sensazione, come se ci fosse ancora qualcosa
che potrei fare per lei.”
Lo avevo messo alle strette. Rifletté per un po’ in assoluto silenzio, poi disse:
“A dire la verità, ti capisco. Se avessi la tua età e mi trovassi nella stessa
situazione, forse direi le stesse cose. Anzi, mi meraviglierei se tu riuscissi a vivere
come se niente fosse. Per questo, al tuo posto, la penserei allo stesso modo.
Penserei che voglio fare qualcosa, che devo fare qualcosa. Ma il tuo papà non
ritornerà. Forse si può solo andare avanti con questa consapevolezza, con la
sensazione rabbiosa di non farcela più. Succede anche a me di singhiozzare nel
letto, al mattino, quando apro gli occhi e penso: ‘Eh? Ma non abbiamo ancora
provato per il concerto di questo mese? Devo telefonare a Imo’”.
I suoi occhi rotondi e lucidi erano fissi su di me. Imo era il diminutivo con cui
Yamazaki chiamava mio padre, e mi faceva male ogni volta che lo sentivo, era una
stretta al cuore, come se lui fosse lì accanto a me.
“Capisco cosa vuoi dire, Yamazaki. È quello che ho cercato di fare per tutto
questo tempo, e forse mi sono semplicemente stancata.”
Annuì.
“Cosa ti hanno detto di quella donna? Che era una figlia avuta in giovane età dal
marito di... ehm... della sorella minore di tuo padre?”
“No. Mi hanno detto che era una nipote dello zio.”
“Mah, comunque non è né l’una né l’altra cosa. In realtà si tratta di una bambina
che la sorella di tuo padre ha avuto quando era molto giovane, e da cui si era
separata. Tua nonna l’aveva data in adozione, ma a lei non l’aveva detto. Le aveva
detto che era morta, o forse che se ne sarebbe occupata lei, non lo so con
precisione. Fatto sta che tua zia non ne era a conoscenza. O magari sì, ma fingeva
di aver dimenticato, di non sapere.”
“Eh?”
Ma che diceva? Se le cose stavano così, allora il grado di parentela tra me e
quella donna era ben più stretto di quanto pensassi.
“Una volta data in adozione si ritrovò in un ambiente non molto buono, e così
andò via di casa non appena poté. Ma pare che anche in seguito la sua vita non sia
stata semplice.”
“Forse papà era preoccupato per lei. Ma non erano consanguinei? Voglio dire, si
tratta della nipote, no?”
“Da parte sua quello è stato un errore. Ma credo che si sia ritrovato a
frequentarla senza rendersene conto, all’inizio. Probabilmente l’avrà saputo solo
dopo aver raggiunto una certa intimità. Mah, quella donna era inquietante, se devo
essere sincero. Io l’ho vista una volta soltanto, come immagino che Aratani ti abbia
detto. Qualcosa di lei faceva venire i brividi, e per tutto il concerto non sono
riuscito a togliermela di testa. Aratani e io siamo i soli a ricordarci di lei, di quel
turbamento, come se ci fossimo trovati di fronte a un vero fantasma.
Alla fine del concerto scomparve, senza partecipare ai festeggiamenti, e non la
vidi più. Per questo non arrivai mai a pensare che potesse trattarsi proprio della
donna di cui tuo padre mi aveva parlato, e finché Aratani non me lo disse non me ne
resi conto.
Al di là di questo, però, avevo intuito che tuo padre si fosse cacciato in qualche
guaio, e ne avevamo anche parlato, ma pochissimo. Mi disse che aveva qualche
problema, si vedeva con una donna ma non era soltanto uno sfizio, e poi le aveva
anche prestato dei soldi. Ma aggiunse che era tutto a posto, che non aveva alcuna
intenzione di separarsi dalla sua famiglia. Non erano bugie.”
Alle sue parole m’investì di colpo una sensazione di sollievo misto a rimorso, ero
sconvolta. Mi sembrò di aver ricevuto una dichiarazione d’amore da un morto, e più
di prima ebbi l’impressione di trovarmi in una strada senza uscita.
“Forse tuo papà si è lasciato coinvolgere suo malgrado. Ho sempre avuto la
sensazione che in certe situazioni non sapesse proprio come venirne fuori. Per
quanto tu e tua madre foste solari, per quanto calore gli abbiate dato, era come se
non riuscisse a diventare un tutt’uno con voi. Che scemo, però. Si è fatto una
famiglia proprio perché desiderava scrollarsi tutto questo di dosso, e alla fine l’ha
buttata via. Io di figli non ne ho, quindi non posso capire fino in fondo, ma se ne
avessi una come te, Yocchan, credo proprio che vorrei continuare a vivere per
vederti crescere.”
Mentre parlava, Yamazaki teneva gli occhi fissi sulle unghie curate delle sue
grandi mani.
Risposi:
“Voglio credere che anche lui la pensasse così”.
Replicò all’istante:
“Sì, fai bene. Devi crederci, assolutamente. Io lo so con quanto amore parlava di
te. Non faceva altro che dire che eri anche troppo in gamba, per essere la figlia di
uno come lui. In questo senso il tuo era un papà normalissimo, come se ne vedono
ovunque. Non era affatto il tipo da ubriacarsi e uccidersi insieme a una donna. Di
persone del genere ne conosco un bel po’, quindi so quello che dico. Ma poi alla fine
quella gente lì non muore, e ad andarsene è proprio uno serio come Imo...”.
Per me questo era molto importante. Lo era perché a dirmelo non era una
persona qualunque, ma un amico di mio padre.
“Credo che abbia giocato col fuoco, e che abbia finito per scottarsi suo malgrado.
Era certo che non gli sarebbe successo niente. L’ho vista una volta soltanto, eppure
ho avuto la sensazione che quella donna sapesse come confondere le idee alla
gente. Più la si osservava e più non la si capiva. Visto che anche lei è morta, non
subirà nessun processo, ma penso proprio che se fosse sopravvissuta l’avrebbero
messa ai lavori forzati per chissà quanti anni, e io avrei testimoniato volentieri. Ma
anche così lui non sarebbe tornato. Ce l’ha fatta proprio grossa. Scusami se parlo
con tanta franchezza. Aver suonato nella stessa band è come aver fatto sesso
insieme tante volte.
Si condivide un linguaggio che sembra appartenere al corpo soltanto, parole
invisibili e mute. È per questo che da quando è successo mi sento come se qualcuno
si fosse preso la mia donna e me l’avesse portata via. Perché non si è confidato più
apertamente con me? Io ero tranquillo perché pensavo che se Imo fosse stato
davvero nei guai sarebbe sicuramente venuto a parlarmene, e quindi mi ripetevo
che andava tutto bene. Non sai quanto mi sia sentito in colpa per la mia
superficialità.”
In fondo ai suoi occhi brillò una lacrima.
Mi meravigliai sentendolo parlare di “fare sesso” con mio padre, ma non lo trovai
strano.
Io stessa provavo qualcosa di simile. Tre corpi attaccati l’uno all’altro, la
memoria fisica della convivenza in uno stesso luogo... i nostri respiri quando
incrociandoci cedevamo il passo all’altro per non scontrarci, le mani che si
sfioravano quando ci passavamo una tazza, l’odore degli abiti appesi, la sensazione
tattile della pelle delle scarpe quando capitava di calpestarle uscendo di casa, i
segnali della presenza di uno di noi: essere una famiglia vuol dire tutto questo. Lo
condividevamo e non ci dispiaceva affatto. Perché, allora, mio padre l’aveva buttato
via?
Quando ne parlavo, lo facevo volutamente con un tono leggero, a prescindere
dalla persona che mi trovavo di fronte. A volte era un amico, altre si trattava di
qualcuno che mi aveva contattato dopo aver saputo dell’incidente, altre ancora
erano i vicini di casa.
E naturalmente anche con Yamazaki era stato così. Avevo cercato di parlargli in
maniera razionale, cercando di non mostrarmi né troppo spensierata né troppo
angosciata. Se non facessi così verrebbe voglia di morire anche a me. A volte era
come se il fango che turbinava dentro di me, in profondità, affiorasse in superficie
solidificandosi, e sentivo davvero la pancia infiammarsi e farmi male, mentre il
respiro diventava affannoso. Se pure avessi detto tutto questo a qualcuno (con la
mamma queste cose ce le dicevamo spesso, comunque), una soluzione vera e
propria non ci sarebbe stata, per cui ci provavo esprimendomi con toni lievi, come
se volessi alleggerirmi un po’, distogliere per un momento lo sguardo.
Ma il fatto stesso che Yamazaki fosse lì, che potessi parlargli in modo così
straordinariamente semplice, la sensazione che qualcuno si trovasse in una
posizione tanto simile alla mia, qualcuno che aveva condiviso mio padre prima, e la
sua assenza poi, fece sì che tutto ciò che volutamente tenevo nascosto, nella
finzione di vivere una nuova vita, balzasse fuori all’improvviso.
Battei forte il pugno sul tavolo e scoppiai a piangere all’istante.
Piangevo, piangevo, e non riuscivo a smettere. Versai tutte le mie lacrime.
Yamazaki non mi strinse le spalle né mi accarezzò la testa. Restò semplicemente
al mio fianco, facendomi sentire la sua presenza fisica.
Come sono sciocca: non faccio altro che piangere davanti a uomini che mi
ricordano mio padre. È come se mi prostituissi, pensai. Era proprio come andare a
letto con tanti uomini diversi avendo, però, mio padre come fine ultimo. Ma ignorai
il ragionamento e continuai a piangere. Gli occhi gonfi, il naso che mi colava,
sollevai il viso e ritrovai Yamazaki. Era lì, come se niente fosse, con la sua
espressione gentile un po’ velata dalle lacrime, e aspettava.
Con la sua bella mano diede dei colpetti sul dorso della mia e disse:
“Era una brava persona. È triste per tutti e due che non ci sia più”.
Mi limitai ad annuire.
Mi faccio pena, pensai. Vivevo strisciando, non riuscivo proprio a rimettermi in
piedi. Non passava la notte, i rimpianti restavano lì dov’erano, c’erano cose che
volevo dirgli e non lo avrei più potuto fare. Erano trascorsi due anni, ma non mi ero
mossa d’un passo, e forse non ci sarei mai riuscita.
Ciononostante, la mattina successiva avrei impastato il pane, messo a bollire
l’acqua, tagliato le verdure per l’insalata e fatto le pulizie. Il mio corpo si sarebbe
mosso in maniera automatica, e con un sorriso avrei accolto i clienti. Solo questo mi
riusciva.
Così come mia madre era determinata a stare senza far niente, io non potevo
agire altrimenti.
Non ci rimaneva altro: continuare a vivere portando avanti ciascuna la propria
battaglia. Non potevamo lasciarci morire ma, se proprio dovevamo vivere, allora
era il caso di darci da fare. Il giorno successivo sarei andata al ristorante e
quell’ambiente, poco per volta, mi avrebbe consolato. Talvolta mi sembrava di non
poterne più, e la stanchezza mi procurava una sorta di blocco. Malgrado ciò, quella
cucina piccola ma perfetta, la postura rassicurante di Michiyo, i piatti che
nascevano dalle sue mani come per magia, e i sorrisi dei clienti quando li servivo,
erano coraggio che mi entrava dentro goccia a goccia, giorno dopo giorno. A
uccidere gli uomini sono altri uomini, ma anche la salvezza dipende dalla loro forza.
“Pare che quella donna avesse tentato il suicidio anche con altri uomini. Non
riesco a capire perché sia andato a invischiarsi proprio con una come lei, forse si è
trovato semplicemente al posto sbagliato nel momento sbagliato.”
“Quindi mio padre non è stato l’unico, eh? Me l’aspettavo.”
Proprio come nel mio sogno.
“È stato Imo a parlarmene. Disse che in passato aveva cercato di uccidersi
insieme a qualcuno, fallendo, e che da allora era entrata e uscita dagli ospedali
parecchie volte. Io gliel’avevo detto che avrebbe fatto bene a lasciarla perdere una
così... Ma tuo papà diceva di non preoccuparmi, che lui non si sarebbe mai
suicidato. Forse non era riuscito a tirarsene fuori.”
“Non avrei mai detto che mio padre fosse così incauto, così poco intelligente.”
Lo dissi con una punta di moralismo, che Yamazaki captò. La sua espressione,
quando gli venivano in mente le parole giuste, era proprio da tenente Colombo.
“No, nei rapporti tra uomini e donne l’intelligenza non c’entra.”
Restai a guardarlo stupita, con gli occhi ancora pieni di lacrime.
“Sì, forse è così. Però non capisco lo stesso.”
“Nemmeno io riesco a capire. Ma è così. La ragione non c’entra niente. Pare che
le avesse dato anche un bel po’ di soldi. Per il tipo di donna che era, doveva avere
un sacco di debiti. Tuo padre avrebbe preferito morire piuttosto che chiedere
denaro in prestito.”
Le sue parole mi rattristarono, ma le condividevo pienamente.
Quando mio padre è morto, sul suo conto non c’era quasi niente, ed era stato
disdetto persino il fondo che gli sarebbe dovuto servire per aprire uno studio tutto
suo.
Sei stato uno stupido, papà: cosa c’eravamo a fare, noi? Tornai a ripetermi nella
testa le stesse parole che mi ero già detta molte volte. Non ti bastava la luce? Non
potevi vivere soltanto del tepore della quotidianità? È possibile che ti sia
impantanato in quello squallore, cupo e sporco, che il tuo cuore se ne sia lasciato
contagiare a tal punto da mettere a repentaglio la vita?
Al momento di salutarci, Yamazaki disse:
“Imo non faceva che pensare a te, Yocchan, non dimenticarlo mai. In genere non
parlo così, ma... Sai, le cose non saranno andate perfettamente, ma non possiamo
neanche dire che fosse tutto sbagliato”.
Sentendo ciò, ebbi la sensazione che mio padre fosse lì vicino, tanto vicino da
potermi quasi rispondere. Fu come se avesse parlato prendendo in prestito la voce
di Yamazaki.
“Sì, è vero. Sto cercando di capire cosa sia successo razionalizzando tutto. Lo so
che mio padre mi voleva molto bene.”
“Ma certo. Al paese, mia madre, che va per i novanta, ogni anno a primavera si
mette a cuocere cavolacci e pepe di Sichuan. E ogni anno, con in bocca quel sapore
a me tanto caro, penso – e sicuramente anche lei – che potrebbe essere l’ultima
primavera che mangio lo tsukudani. Ma quella è la ragione. Una volta che avremo
raccolto un bel po’ di cavolaccio e di pepe del Sichuan, mia madre li farà cuocere
per ore e ore, e a quello che verrà dopo non penseremo. Basterà bollirli per bene,
non c’importerà di tutto il resto. Sarà buono come sempre e io, senza rattristarmi,
le dirò che il suo tsukudani è delizioso, che è il migliore di tutti, che sono felice di
averlo potuto assaggiare anche quest’anno. Le dirò che più ne mangio e più mi
viene voglia di mangiarne, e che non vi rinuncerei per niente al mondo. Forse anche
tu dovresti assaporare con più avidità questo genere di felicità, Yocchan. Imo ha
fatto una fine tremenda, e hai tutto il diritto di lamentarti, ma non è che stai
cominciando a spaventarti anche per tua madre? A prendere troppo sul serio
persino il tempo che trascorri con lei?”
Mi venne voglia di sciogliermi nella serenità delle sue parole.
Le avevo desiderate più di ogni altra cosa. Mi distesero nel corpo, mi addolcirono
il cuore.

Non riuscii a dire a mia madre che mi ero vista con Yamazaki. Quindi non le
parlai nemmeno del contenuto della nostra conversazione. A dire il vero, per un
attimo ero stata tentata dall’idea di dirglielo, ma quando quella sera la vidi, sdraiata
in mezzo ai cuscini che canticchiava, mentre leggeva tutti i manga che aveva
comprato da Village Vanguard (erano i volumetti tascabili di Marginal di Hagio
Moto,6 che lei adorava), mi mancò il coraggio, e alla fine rinunciai.
Se ne stava a pancia in su con i suoi manga, e a un certo punto, piangendo,
mormorò:
“Aah, sarebbe bello vivere in una grotta...”.
La guardai e mi commossi: non aveva mai fatto male a nessuno, eppure...
È così, eravamo proprio in una grotta alla fine del mondo, e potevamo vivere
tranquillamente, a modo nostro, anche se non riuscivamo a stare al passo con la
vita. Anche se eravamo soltanto due, e mio padre ci aveva abbandonate.
Per quanto mia madre e io fossimo platealmente indifferenti ai pettegolezzi, per
qualche tempo avevamo avuto la sensazione che tutti ci additassero quando
passeggiavamo per Jiyūgaoka. La famiglia di quello che si è suicidato con un’altra
donna. Così ci sembrava che ci chiamassero.
È per questo che non le dissi niente.
Ma lei era pur sempre mia madre, e infatti me lo domandò spontaneamente.
“Yocchan, è successo qualcosa? Non hai una bella cera. Oggi era il tuo giorno
libero, no? Che hai fatto? Sai cosa pensavo? La prossima volta che non hai da
lavorare potremmo andare da Isetan – è parecchio che non ci andiamo –, fare spese
e poi mangiare qualcosa lì. Ti compro dei vestiti invernali.”
“Va bene. Però non è che possiamo continuare a vivere così per sempre.”
Con un’espressione stupita, mia madre chiese:
“E perché?”.
“Ma scusa, sembriamo delle rifugiate.”
Rise.
“Mah, su questo hai ragione. Per caso sei tu la mamma? Cos’è tutta questa
serietà? Sicuramente tante cose cambieranno: potresti iniziare a lavorare in un
altro locale, o magari andare all’estero. Quando sarà il momento ne parleremo.
Non sarà né oggi né domani, è un discorso che faremo poi. Potresti anche sposarti,
a me non dispiacerebbe. A tua madre adesso resti soltanto tu, Yocchan, e se vivessi
vicino a te potrei occuparmi dei nipotini. Anzi, secondo me mi divertirei.”
“Non mi sembra di averti detto che voglio vivere vicino a te.”
“Be’, ma sicuramente avrai bisogno di una mano. Per una donna continuare a
lavorare è molto difficile. Molte, tra quelle che conosco, a un certo punto sono
crollate. Un aiuto sarà necessario. Per come sei fatta, penso proprio che non
lascerai il lavoro nemmeno quando ti sarai sposata e avrai avuto dei bambini.”
“Forse hai ragione. Voglio continuare a lavorare come aiutante di Michiyo, e mi
piacerebbe anche portare avanti l’attività dopo di lei: la stimo molto. In realtà non
c’è una grande differenza d’età tra noi, e forse non dovrò mai prendere il suo posto,
però sono sicura di voler continuare a collaborare con lei nel ristorante. Ho una
vera adorazione, credimi. Per la sua cucina e anche per lei.”
“Quando sul lavoro si incontra una persona così la si deve seguire a tutti i costi,
perché è davvero una cosa rara.”
“Se pure dovessi lavorare qualche anno, credo proprio che lo farei, pur di
aiutarla. Per continuare a stare in quel ristorante mi occuperei di qualsiasi cosa,
anche solo del servizio, o delle pulizie, o delle questioni amministrative. Questo, per
me, supera persino il desiderio di cucinare in prima persona.”
“Sono sicura che lo dici perché lo pensi davvero. In effetti l’insalata che ho
mangiato lì è davvero l’insalata della vita. Ero distrutta, avevo voglia di morire e
nessun posto dove andare, il cuore a pezzi, eppure quell’insalata non mi ha
respinto. Lì dentro sono riuscita a vedere la parte più tenera e piccola di me, quella
in cui pulsava ancora un po’ di vita.”
“Grazie, era il complimento più bello che potessi fare al ristorante.”
“Ormai nei fai proprio parte, se dici così. È arrivato il momento che anche io
cominci a fare qualcosa. Il solo passeggiare mi è venuto a noia. E ho fatto la
casalinga per troppo tempo.”
Ma cosa intendeva dire? Voleva forse mettersi a lavorare part-time da Ōzeki? O
magari in qualche caffè? In un bar, con il turno serale? O nel negozio di abiti di
seconda mano?
Avrei voluto chiederglielo, ma me lo sono tenuto per me.
Pensai che qualsiasi cosa si fosse inventata, avrebbe ricevuto un appoggio
incondizionato da me. Solo due anni prima mia madre era talmente annichilita che
non si sarebbe neanche sognata di dire che voleva fare qualcosa.
“Passando alle cose serie, Yocchan, ti sei messa con qualcuno?”
“Ma no, perché?”
“Intuito femminile.”
E ti pareva, pensai.
“C’è qualcuno con cui sono entrata un po’ in confidenza, niente di più. Però non
siamo ancora arrivati al dunque. E forse è troppo presto anche per me.”
“Disfunzione erettile?”
“No, è abbastanza diverso, sebbene per certi versi ci si avvicini. Ogni volta che
mi emoziono, che mi entusiasmo, ogni volta che sono lì lì per sentirmi felice, avverto
la presenza di un’altra me stessa, intenta a fissarmi con freddezza da qualche luogo
gelido, come le onde impetuose del Mar del Giappone in inverno. Ora come ora,
cose come scoprirsi a vicenda, raccontarsi, confidarsi, emozionarsi insieme a un
ragazzo della mia età mi appaiono soltanto come una specie di stupido gioco.”
“Ah, alla mia età sto provando la stessa sensazione, ma all’ennesima potenza.
Capisco esattamente come ti senti. Non è che io voglia pensare di essere l’unica ad
aver sofferto, né è mia intenzione guardare gli altri dall’alto in basso, però non
posso fare a meno di percepire come superficiale qualsiasi cosa mi venga detta, e
da chiunque.”
Dopo questa conversazione ci sentivamo un po’ giù di morale, e quindi decidemmo
di andare a bere qualcosa in un bar che si trovava lungo Chazawa dōri, a cinque
minuti di cammino da casa.
Era un locale tutt’altro che economico, per cui ci concedemmo soltanto un
cocktail preparato con la frutta fresca. Era dolce e buono che sembrava di sognare,
e mentre lo sorseggiavamo al bancone di legno tirato a lucido, sotto una luce
soffusa, sentimmo la forza risvegliarsi nella gola, e il peso che ci gravava sulle
spalle iniziò a ridursi.
Quando arrivò il momento di rientrare, guardai la figura di mia madre di spalle
mentre pagava, e provai una sensazione strana. Mi sembrò invecchiata, eppure
sempre uguale.
Fuori faceva piuttosto freddo. Ormai si sentiva il profumo dell’inverno che
arrivava leggero, mescolato al vento. Il soprabito leggero di mia madre era un
trench nero comprato a Chicago. Camminandole accanto, sentivo l’odore della pelle
invecchiata. Un odore conosciuto da qualche parte, l’odore tipico delle cose
antiche.
Il tempo scorre. L’ora è ora, e non vorrei arrendermi ai brutti sogni. Ma qualche
volta ci si deve arrendere, è fisiologico. Io non sono ancora completamente adulta,
non abbastanza da potermi arrendere e poi riuscire a vedere quanto di buono c’è
nel mondo che mi circonda.
Mia madre mi camminava accanto a piccoli passi, colpita dal vento, con
l’espressione di sempre.
Un po’ brilla, mi dissi che eravamo capitate lì all’improvviso mentre eravamo in
viaggio, che ce ne stavamo andando a zonzo, senza una destinazione, e che mai,
nella vita, mi sarei dimenticata di quella sera così bella a Chazawa dōri.

1 Attore, cantante e personaggio televisivo. [N.d.T.]


2 Attrice e cantante pop. Sposò in seconde nozze Takenaka Naoto, dopo essersi separata dal suo primo
marito, il musicista Gotō Tsugutoshi, in seguito a un tradimento di lui. [N.d.T.]
3 Giornalista e critico gastronomico. [N.d.T.]
4 Attrice di cinema e televisione. [N.d.T.]
5 Attrice di cinema, teatro e televisione. [N.d.T.]
6 Autrice di manga, soprattutto del genere shōjo, per ragazze. [N.d.T.]
“Pronto? Pronto?”
Nel sogno, stavo rispondendo al telefono. Mi trovavo nella mia stanza della casa
di Meguro.
Chiamavo con tutte le mie forze. Con tutta me stessa. Pensavo che se fossi
riuscita a mettermi in contatto con mio padre, forse sarei riuscita a salvarlo.
Arrivava uno strano rumore, non si capiva se la linea stesse per cadere o se la mia
telefonata l’avesse raggiunto.
Gridavo:
“Pronto? Papà! Papà!”.
Sentii la voce di mio padre:
“...Yocchan?”.
“Papà!”
Non appena pronunciai il suo nome, le lacrime presero a scendermi
copiosamente.
Nella sua voce non c’era nient’altro che amore. Lo sentivo. Sino all’ultimo
momento mio padre desiderava soltanto vedermi. Eh? Ero convinta di aver trovato
il suo cellulare proprio qui, l’altra volta, eppure... Ero confusa.
Il segnale s’indebolì di nuovo, e non riuscii più a sentire cosa diceva mio padre.
Papà! continuai a gridare, mentre dalla cornetta mi arrivava un fruscio.
Forse nella foresta non c’è campo? mi domandavo nel sogno. Poi, all’improvviso,
avvertii una presenza diversa all’altro capo del telefono.
All’improvviso sentii una voce femminile acuta e roca, ma era lieve, non si
distingueva bene.
Istintivamente allontanai l’orecchio dal cellulare.
Provai una sensazione sgradevole, come se qualcosa fosse entrato dentro di me
da quello stesso orecchio, e scossi la testa.

“Va tutto bene?”


Mia madre mi sfiorò.
Quel palmo era mosso da un’energia sana, rassicurante. Era l’energia
primordiale che mi aveva cresciuto stringendomi a sé e nutrendomi col suo latte,
una forza animale, quasi nauseante, densa.
Serena, aprii gli occhi.
Tra le lacrime la chiamai:
“Mamma...”.
Con un’espressione triste, lei mi disse:
“Dicevi: papà, papà”.
Nel buio della stanza risplendeva soltanto la luce lieve di una lampada. La
sagoma di mia madre, coi capelli sciolti, tremolava.
“... Sì” annuii. Non seppi dirle altro. Anche se era mia madre, la mia principale
alleata in quella battaglia.
Lei mi diede dei colpetti sulle spalle per farmi rilassare.
“Ti manca ancora papà, vero? Non faccio che pensare a me stessa, e invece...
Perdonami, Yocchan.”
Volevo dirle che non era così, ma non ci riuscii. Avevo troppa paura, troppi brutti
presentimenti. E poi, ammettendo che fossi riuscita a stabilire un contatto con mio
padre, non avrebbe riguardato altri che me: magari potevo ancora fare qualcosa.
Forse non avevo tutte le rotelle a posto. Un po’ come la mamma, che vedeva il
fantasma di mio padre girare normalmente per casa.
Non ero sicura che sarei riuscita a spiegarle di che genere di sogno si trattava.
Non è che non volessi dirglielo, come spesso era accaduto. Questa volta, invece,
avevo capito cosa significhi tacere per amore. E avevo anche capito che c’era di
mezzo una questione di fiducia, quando mi ripetevo che un giorno o l’altro gliene
avrei parlato.
Di nirvana e riti funebri io non so davvero nulla, non me n’è mai importato. Negli
ultimi tempi la mia preoccupazione principale era stata pelare velocemente e con
precisione le patate da usare nel pot au feu. Ma così non poteva andare, non era
giusto che mio padre restasse in un luogo come quello. Avrei voluto fare qualcosa
perché arrivasse in fretta il giorno in cui i miei sogni potessero essere più felici,
anche soltanto di poco.
“Non dire così, mamma. È giusto che tu ti rifaccia una vita. A me piace la nostra
quotidianità, e ho ancora molto da scoprire. Di tanto in tanto, però, mi capita di fare
sogni spaventosi. È perché noi... di cose spaventose ne abbiamo viste parecchie.
Quell’auto in mezzo agli alberi, e poi...”
Sentii un nodo alla gola. Ripresi:
“... E poi i cadaveri”.
Mia madre fece un cenno profondo con la testa. Poi disse:
“Quello che abbiamo visto ha distrutto ogni cosa. Ma noi ci siamo ancora. Non
dobbiamo pensare alla perfezione come metro di paragone. È meglio pensare che
oggi, rispetto a quando eravamo nel punto più basso, stiamo molto meglio. Così
nemmeno i sogni ci faranno più paura”.
Guardandola negli occhi capii che forse era completamente diversa da me, ma
stava provando esattamente le stesse cose, e questo mi tranquillizzò. Come quando
si tocca il fondo, e ci si leccano le ferite a vicenda. La mia era la felicità misera di
chi sente di non essere stato abbandonato, nonostante tutto. In quel momento, non
riuscivo a pensare a niente di più rassicurante.

Mi presentavo tutti i giorni al ristorante cercando di nascondere la confusione


che mi portavo dentro, e veder arrivare Aratani mi procurava ogni volta una grande
tranquillità. Era un po’ come quando si rientra in casa e si accarezza il proprio
cane, o il gatto (mi sentivo un po’ in colpa per quest’associazione). Appena lo
scorgevo, era come se gli occhi, le mani, tutto il mio corpo fosse tornato al passato,
e mi sentivo serena, completamente a mio agio.
Non ero né emozionata né nervosa, mi sentivo esattamente come quando ci si
immerge nell’acqua alla temperatura perfetta. O quando ci si bagna in un mare
tiepido, mentre si guarda il sole scendere lento all’orizzonte. Nell’acqua limpida del
mare svanisce la stanchezza, le spalle si alleggeriscono, e si abbandona il corpo al
ritmo delle onde, più rilassante di qualsiasi sorgente termale.
In quel periodo sapevo soltanto di non volerlo perdere.
Ma non perché provassi qualcosa per lui. Non volevo perderlo, soltanto questo.
Se questo significasse esserne innamorata, io non lo sapevo.
Gli dissi:
“Abbiamo pot au feu anche oggi”.
Poi mi misi a riflettere. Se non mi avesse visto qui ogni volta a lavorare
alacremente nel ristorante, si sarebbe mai interessato a me? Dentro di me sapevo
che la mia esperienza di vita, sino ad allora, era stata troppo intensa perché potessi
considerare amore un rapporto di quel tipo. Per questo motivo, desideravo
soprattutto proteggere l’atmosfera positiva che c’era tra di noi.
Aratani si tolse il soprabito e sedendosi al bancone disse:
“Lo prendo. Che bello, venire qui è un po’ come tornare a casa”.
Felice per le sue parole, così dolci, iniziai a versare del vino. Negli ultimi tempi
Michiyo non ridacchiava più, però mi disse, come per volermi elogiare:
“Non trascurare i clienti anche quando viene il tuo ragazzo ti fa onore, Yocchan”.
Avrei voluto dirle che era naturale, in fondo non eravamo mica un baretto di
bassa lega, ma di fatto trovavo incredibile che fossimo pieni di clienti anche nella
fascia oraria più tarda.
Aratani mangiò come sempre in maniera incantevole, il pot au feu scompariva
nella sua bocca alla velocità del sogno. Intanto guardava fuori dalla finestra con
un’espressione tranquilla. Come al solito portava delle belle scarpe.
Ero felice di tutto ciò. Del lavoro in quel ristorante così come del fatto che
Aratani ne facesse parte. Ero felice che dalla finestra si vedesse il mio
appartamento.
Non sarebbe andata avanti all’infinito, le cose cambiano poco alla volta. Se mi
fossi illusa del contrario avrei fatto una brutta fine, proprio come la mia famiglia.
Eppure desideravo che quella felicità restasse per sempre al suo posto.

Dato che lavoro in un ristorante, la cosa più normale sarebbe che il mio fidanzato
– chiamiamolo così –, venendomi a prendere alla fine del turno, mi accompagnasse
fino a casa. Ma abitando così vicino, non aveva senso. Perciò ci fermavamo sempre
a bere qualcosa prima di rientrare.
E chiacchieravamo un po’. Più o meno fino all’ora dell’ultimo treno per Shinjuku.
Anche quella volta andò così. Io e Aratani decidemmo di bere due coppe di sakè e
di sgranocchiare qualcosa in un bar sotterraneo nei pressi della stazione.
Anche quel locale stava per chiudere, ma Aratani conosceva il proprietario, che ci
fece entrare volentieri per bere “soltanto un bicchierino”. Una volta dentro si
aveva l’impressione di essere tornati all’epoca Shōwa. Quasi nessuno, tra i clienti,
era giovane, e c’erano uomini e donne di mezza età un po’ alticci che mangiavano il
dolce. Posti come questo confermavano quanto Shimokitazawa fosse accogliente.
“Non ho mai visto una donna mangiare con tanto gusto del bakurai.”
“È naturale che apprezzi le cose buone: lavoro o no nella ristorazione?”
Il bakurai è una pietanza di colore arancione che si ottiene mescolando konowata
e ascidie, e in questo locale è una vera specialità, preparata artigianalmente. È così
gustosa col sakè che quando li provai insieme mi sembrò di risvegliarmi da un
sonno. I gestori si davano un gran da fare, e il luogo era così vivace che non
sembrava neanche di trovarsi sottoterra. Nonostante avessi i crampi alle gambe
dalla stanchezza, promisi a me stessa che non sarei mai stata da meno.
“Aratani, sai che mio padre mi appare in sogno?”
“È naturale.”
Apprezzai molto la prontezza con cui mi rispose.
“Non è molto bello. È come se volesse dire qualcosa, lasciarmi qualche parola...
E a quanto pare mia madre vede il suo fantasma, quando si trova nella nostra
vecchia casa. Riesci a crederci? Magari la sua anima non è ancora riuscita a
separarsi completamente dal corpo. In tal caso non saprei che fare, non riesco a
pensare ad altro.”
Con aria indifferente, Aratani rispose:
“Le live houses sono luoghi inquietanti, e fatti del genere si verificano spesso. I
componenti delle band musicali non sono sempre persone in grado di vendere dischi
e condurre una vita regolare, lunga e felice, questo lo sai. C’è chi muore di
overdose, chi per alcolismo, chi si trascura fino ad ammalarsi. Alcuni abbandonano
la musica per dedicarsi a qualcos’altro, alcuni soffrono moltissimo perché non sanno
cosa fare, ce n’è per tutti i gusti. E poi ci sono le groupies che si suicidano... Non
che succeda in continuazione, ma succede. A volte muoiono proprio sul
palcoscenico, altre volte il cantante le vede morire giù, in mezzo al pubblico. Capita
anche questo”.
“Ma... è spaventoso.”
“Se ci credo o no, non l’ho ancora deciso. Ma penso di capire quelli che durante i
concerti sentono la presenza di qualcuno che seguiva la loro band e che poi è
morto. Capisco quello che provano. E qualche volta mi sembra quasi di vederlo
anch’io. Può capitare persino che uno dei componenti di un gruppo muoia e lo si
sostituisca, ma quando si guarda verso la sua postazione si ha l’impressione di
continuare a vedere quello di prima. Può succedere, anche se si tratta soltanto di
un abbaglio. In ogni caso, che sia così o meno, faccio sempre eseguire un rituale di
purificazione. Tengo anche un altarino, uno discreto. Per chi gestisce un’attività è
fondamentale. A volte mi sembra di portare da solo tutto questo peso. Non parlo
degli spiriti, mi riferisco alla responsabilità di purificare un luogo in cui convivono
innumerevoli esseri umani, innumerevoli stati d’animo.”
“Capisco.”
Ascoltandolo, sentii il cuore farsi semplicemente più leggero. Quando qualcuno ce
li spiega nel modo giusto, anche i moti del proprio animo diventano comprensibili.
“Per questo capisco quello che dici, Yocchan. La cosa più importante è che i vivi
riescano a mettersi l’anima in pace. È ancor più importante delle esequie. Perciò
credo che dovresti visitare la tomba, oppure andare sul luogo del ritrovamento.”
“A Ibaraki? Laggiù? In quel posto così triste, così spaventoso?”
Mi aveva lasciata di stucco.
Io ormai ero convinta che nella vita non sarei mai più riuscita a visitare neanche
lo splendido acquario di Ōarai, dove in passato mi ero divertita così tante volte
quando ero andata con i miei genitori.
Mio padre amava gli acquari, quindi se dovevamo andare da qualche parte tutti
insieme, sceglieva immancabilmente una località in cui ce ne fosse uno.
Quel giorno tremendo alla stazione di Tōkyō tutti erano allegri, c’era chi si
metteva in viaggio e chi tornava, le persone s’incontravano con chi li stava
aspettando con il sorriso sulle labbra. Solo io e la mamma ci sentivamo avvolte
nelle tenebre più cupe. La luce estiva ci abbagliava, e avevamo l’impressione di
bruciare.
Mi facevano male le tempie a furia di pensare quanto sarebbe stato bello poter
tornare indietro ai giorni in cui, da quella stessa stazione, prendevamo l’autobus
che ci portava tutti e tre all’acquario di Ōarai. Stavo andando nello stesso luogo, ma
perché stavolta doveva essere tanto difficile?
Aratani disse:
“Qualsiasi cosa tu decida di fare, verrò con te. In questo periodo al locale la
situazione è tranquilla, quindi posso concedermi un po’ di vacanza”.
“Non serve. Ancora non sono sicura di poterlo fare. Però ci penso. Per la
purificazione come si deve fare?”
“Nel mio caso è una cosa molto formale, visto che mi rivolgo a un santuario della
città in cui sono nato, ma nel tuo caso credo che basterebbero dei fiori, niente di
più. Ci penserò su anch’io. Ma oltre alla riflessione anche l’aspetto rituale è
importante. Credo sia il modo migliore per convincersi, per mettere un punto
fermo. Io non lo faccio solo per i morti. Sicuramente anche lo staff e i componenti
della band si sentono più tranquilli, almeno a livello di percezione. Se non lo facessi,
tutto per loro resterebbe nebuloso, e non si risolverebbe mai niente.”
“Grazie. Io non me la sento ancora, però non voglio più fare brutti sogni, e questa
potrebbe essere una soluzione. Forse dovrei andare in analisi.”
“Qualsiasi decisione tu prenda, non avere fretta. Se cerchi di saltare le tappe, ti
ritroverai al punto di partenza.”
“Aratani, come hai imparato a parlare così? Sei ancora giovane, eppure...”
“Quando sin da bambini ci si occupa di un genere di musica che non vende
granché, è naturale entrare in contatto con la frustrazione e la malinconia. Si
incontra un numero infinito di persone, e infinite volte ci si separa. La nostra è una
live house piccola ma con una lunga tradizione alle spalle. Ci vengono a suonare
quelli che ancora non vendono, o che non vendono più, o che hanno venduto in
passato, e di tanto in tanto si esibiscono per noi. È un posto da cui passano tutti, a
un certo punto della loro carriera. Alcuni, come tuo padre, che hanno raggiunto una
certa stabilità, vengono regolarmente a suonare da noi, e sono quelli che mi fanno
stare più tranquillo. Io sono un tipo tradizionale, non faccio niente di speciale. Ma
ne ho viste tante di cose... troppe persino da raccontare.”
“È per questo che sei così maturo.”
“Ho assistito a situazioni talmente complicate che ho una voglia incredibile di
vedere le cose ben nette, definite. Proprio come sei tu, Yocchan.”
Risi.
“Sarebbe come dire che, dopo un po’ che si guarda una pozzanghera piena di
fango, la bellezza delle ninfee diventa accecante?”
Rise anche Aratani.
“Non ho detto proprio così, comunque... Ho ascoltato i tuoi cari Prefab Sprout.
Mi piacciono. Tuo padre e i suoi hanno preso da loro il nome per la band?”
“Non lo so, non gliel’ho mai chiesto, in verità. Ma una cosa è certa: a mio padre
piacevano, e a casa metteva sempre i loro dischi. Credo che la presenza massiccia
di voci femminili li abbia influenzati abbastanza. Ho molti loro cd che ormai sono
fuori catalogo, posso prestarteli quando vuoi.”
Sentii un tepore avvolgermi il cuore.
Tutt’intorno, l’abbraccio del quartiere. E l’atmosfera del locale.
Il tono della vita che scorre incessante in questo posto, sicuramente uguale a
com’era nell’epoca Shōwa. Le fondamenta, insostituibili pur nella loro semplicità,
che chi lavora qui ha costruito pazientemente, giorno dopo giorno, seguendo gli
insegnamenti del proprietario, e alle quali poi ha dato il colore, una mano dopo
l’altra, insieme ai clienti.
Anche il nostro tempo insieme aveva cominciato a crescere allo stesso modo.
Nasceva un sentimento senza fare rumore, senza che noi fossimo ancora andati a
letto insieme, proprio come due compagni di classe, come gli innamorati delle
telenovele coreane. Sembrava che il quartiere ci stesse insegnando l’importanza di
non avere fretta. Mentre ovunque, nel resto del Giappone, ci si sentiva dire
solamente: “Sbrigati!”. Lì, almeno, potevo prendermela calma, potevo disperarmi,
intristirmi, lasciarmi andare. Gli esseri umani hanno tutti i loro punti deboli, difetti
difficili da superare. E allora va bene così. In fondo, siamo tutti diversi.
In quel momento fu come se le pareti, i piatti, le rughe sui volti rossi dei clienti, mi
stessero dicendo parole che non ero più abituata a sentire.
Percepii l’invito di Aratani a non avere fretta come un riferimento alla nostra
relazione, e mi sentii sollevata, dal momento che io, di affrettarmi, proprio non
volevo saperne.
Sul vecchio bancone erano allineati piatti e bicchieri sporchi. Era una scena
tutt’altro che bella, eppure accompagnò come l’omaggio di un fiore la mia ritrovata
serenità.

Poco dopo venni a sapere che la mamma, da un giorno all’altro, aveva cominciato
a lavorare part-time.
Una sera ero uscita per una breve pausa e avevo deciso di prendere un tè in un
kissaten tradizionale che si trovava nei paraggi. Quando fui lì, trovai la mamma – un
grembiule alla giapponese addosso – che lavorava.
“Mamma? Che fai? Stai tenendo d’occhio il locale?”
Non avendo visto Eri, la proprietaria, pensai che la mamma le stesse facendo il
favore di sostituirla nel kissaten.
Mi rispose senza scomporsi:
“No no. Lavoro part-time dall’altro ieri. Tu rientri sempre tardi la sera. Anni fa
avevo imparato la cerimonia del tè così, come passatempo. Devo solo riprendere la
mano”.
“Non... lo sapevo.”
Ero stupefatta. Aveva compilato un curriculum, come si fa di solito? Si sarà
presentata a qualche colloquio?
“Allora potresti portarmi un tè allo yuzu e alle alghe konbu.”
Mi sedetti.
“Anche uno snack?”
Mi portò un piccolo vassoio con alcuni tipi di spuntini. Cinque o sei diversi dolci
molto graziosi erano sistemati uno accanto all’altro nei loro piatti.
“Ah, vada per i cracker di riso.”
Ero imbarazzata, mi sembrava di essere tornata bambina, quando giocavo a
“mamma e figlia”.
Lei invece restò impassibile, andò dietro al bancone e con fare sicuro si mise a
preparare il mio tè. In quel momento tornò Eri.
“Oh, Yocchan. Ho preso tua madre a lavorare part-time, hai visto?”
Il sorriso che mi rivolse fece sì che tutti quei pensieri smettessero di avere
importanza.
Eri si mise subito al lavoro, e nel locale prese a circolare un’aria tranquilla,
indifferente al mio stato d’animo. L’atmosfera, in questo posto, è così da decenni, si
arricchisce poco per volta, senza interruzione. I contenitori del tè sono sistemati
con ordine sugli scaffali, e la gente seduta ai tavoli fa quello che vuole, in tutta
calma. Il rumore dell’acqua che bolle e la musica delicata nella sala sono percepiti
dai clienti come un unico suono.
Ma sì. Ero più tranquilla all’idea che lavorasse, piuttosto che saperla a casa ad
annoiarsi, intenta magari a passarsi lo smalto sulle unghie tutta sola, ad andarsene
a zonzo o a leggere libri. Però sentii una leggera fitta di gelosia, perché, mentre
parlava a bassa voce con Eri dietro al bancone, mia madre sembrava stare bene,
sembrava quella di una volta.
Voleva forse dire che se si fosse ripresa non ne sarei stata felice? Questo
sospetto infantile mi fece trasalire. L’avevo imprigionata sul tatami della mia stanza
perché fosse mia madre, e mia soltanto. Lì, invece, la mamma era di tutti.
Quando mi portò il tè lo assaggiai tranquillamente. Era dolce, delizioso.
È così... il tempo passa, tornai a pensare.
Dovevo darmi da fare anch’io, mio padre era morto, e non potevo continuare a
fuggire. Era il momento di smetterla di compatirmi perché era accaduto tanto
presto: era andata così e basta. Al mondo c’erano sicuramente persone a cui era
successo di peggio. Tutt’a un tratto è accaduto qualcosa che nessuno poteva
prevedere, facendomi perdere il controllo, ma questo può sempre succedere.
Vedere mia madre che, dopo tanto tempo, si dava da fare con il sorriso sulle
labbra, fu per me una consolazione. Sentii che avevamo recuperato qualcosa.
Qualcosa di simile allo scintillio del tempo in cui ce la mettevamo tutta per essere
una famiglia. Insieme a quella bellezza triste che appartiene al dolore della perdita.
In quell’istante desiderai con tutta me stessa di dimenticarmi poco alla volta di
mio padre. Se si trattava di rievocare, di celebrare un funerale, avrei potuto farlo
anche a decenni di distanza. La visione di mia madre che lavorava con impegno
ebbe l’effetto di riportarmi alla realtà. Con le composizioni di fiori sul tavolo, il
vapore dei bollitori, la teiera color argento traboccante d’acqua, quel posto mi
faceva capire che stavo vivendo quella realtà, e che non avevo motivo di essere
impaziente.
Ma non fu così che andarono le cose. Dentro c’era un’altra me stessa, cupa,
insistente, tetra, che continuava a presentare il conto.

Fu in uno di quei giorni che la signora si presentò a Les Liens, proprio quando il
turno del pranzo stava per finire.
“Vorremmo soltanto qualcosa da bere, si può?”
Dietro all’uomo dalla carnagione scura che aveva pronunciato queste parole, una
donna che non avevo mai visto guardava fisso nella mia direzione.
“Il ristorante chiude alle tre, va bene lo stesso?”
L’uomo rispose:
“Certamente”.
Percepii un lieve accento, non saprei dire di quale zona.
La donna, che doveva essere sua moglie, aveva occhi grandi e belli, e un’ombra
malinconica sul viso. Fisicamente, però, era piuttosto solida, probabilmente faceva
un lavoro che la teneva in forma. Avevano con sé una guida di Tōkyō, il che mi fece
pensare che fossero in viaggio.
Ordinarono del caffè, scambiarono qualche parola sottovoce e poi chiesero una
fetta di torta di mele da dividere.
Dopo aver portato loro la torta, prima andai a pulire sul davanti e poi raggiunsi
Michiyo in cucina per dedicarmi ai preparativi per la cena, quindi non ebbi modo di
osservarli attentamente. Sentii il rumore di una sedia e uscii immediatamente,
pensando che volessero pagare. La donna contò le banconote con cura e me le
porse. La ringraziai, convinta che sarebbe finita lì.
Mi disse:
“Mi chiamo Nakanishi. Vengo da Ibaraki”.
Ibaraki...
“Siamo venuti a Tōkyō per presenziare a una funzione in ricordo di un parente,
ma volevo parlarle... di suo padre. Mi bastano cinque minuti. C’è mio marito che
aspetta qui fuori, e poi non voglio rubarle altro tempo. Desideravo soltanto
parlarle.”
“D’accordo.”
Nervosa, annuii e chiesi a Michiyo il permesso. Guardandomi in faccia, acconsentì
e non disse altro.
La signora iniziò a parlare, senza sedersi.
“L’uomo che è lì fuori è il mio secondo marito. Il primo è stato quasi ucciso. Da
quella donna.”
Davanti ai miei occhi, il buio completo. Mi bastò un attimo per capire che, nel
bene o nel male, tra di noi esisteva un legame.
“Nel mio caso, però, il doppio suicidio fallì, e l’episodio si concluse con la nostra
separazione. Quella donna provava da tempo a coinvolgere un uomo per poi
ammazzarlo. Nel quartiere era famosa. Lavorava in uno snack-bar e portava i
clienti a tentare il suicidio insieme a lei. Non aveva solo un bel viso, c’era qualcosa
in lei che attraeva gli uomini fragili e perbene. La colpa era soprattutto degli uomini
che si lasciavano attrarre, ma lei era irresistibile. Il mio ex marito per un po’ ci ha
vissuto insieme ma poi, parecchio tempo fa, si è ammalato ed è morto. Gli ha
succhiato via la vita, ne sono sicura. Persone del genere esistono.”
“Non lo sapevo...”
Provai una strana emozione all’idea che di fronte a me ci fosse qualcuno che
aveva vissuto la mia stessa esperienza.
Pensai persino, con molta freddezza, che fosse colpa di mio padre se si era
lasciato coinvolgere, era stato un irresponsabile. Ma non riuscivo a spiegarmi come
potesse una donna, un essere umano, trasformarsi in una specie di buco nero. La
sua esistenza era così lontana da me che non potevo immaginarla se non con
difficoltà, eppure qualcosa ci univa. Un legame di sangue, senza ombra di dubbio.
“Per questo motivo, se non ha niente in contrario, mi piacerebbe far visita alla
tomba di suo padre.”
“Non è necessario. Quando ci sarà la funzione commemorativa, pregherò anche a
nome suo.”
Se mia madre avesse saputo di questa donna, sarebbe impazzita di rabbia.
“Non riesco a darmi pace. All’idea che qualcuno sia morto mi sento responsabile
anch’io.”
Gli occhi della signora erano pieni di lacrime.
“Se può, mi dica soltanto dove si trova la tomba. Voglio giungere le mani e
bruciare dell’incenso. Mi basterebbe questo. Mi farebbe sentire meglio.”
“No... Io stessa sono ancora molto confusa, e ci sono tante cose a cui non riesco a
pensare. Dirle dov’è il cimitero non è un problema, ma... La prego, per il momento
lasci stare noi familiari.”
“Capisco cosa state passando. Mi limiterò a visitare la tomba con discrezione e
me ne andrò. Mi farà stare meglio. Però mi raccomando, se state pensando a una
cerimonia fatemelo sapere, perché conosco qualcuno che potrebbe fare al caso
vostro.”
Mi guardava fisso. I suoi occhi bagnati di pianto erano belli. Non provai nessuna
strana sensazione. Sapevo che era sincera, e intuii che doveva essersi ormai
liberata di quei problemi, e probabilmente era felice.
“Anche se dovesse trovarsi a passare da Ibaraki, lasci che faccia qualcosa per lei.
Abito a Kashima. Mi sento in colpa per il fatto che suo padre sia morto e il mio ex
marito sia sopravvissuto. Se quella volta mio marito se la fosse portata all’altro
mondo, tutto questo non sarebbe successo.”
“Non è vero. Mio padre ha commesso una sciocchezza.”
“Non dica così. Il mio ex marito non è riuscito a completare l’opera, e la sfortuna
si è accanita su suo padre. Me ne vergogno. Da quando l’ho letto sui giornali non mi
sono data pace, e mi sono detta che la sola cosa che potessi fare era visitare la sua
tomba. Per questo mi sono permessa di venire qui.”
Le dissi qual era il cimitero cittadino che ospitava la tomba di mio padre. Tornò
accanto all’uomo dalla carnagione scura e si incamminò in direzione della stazione.
Mio padre... Mio padre, che si fidava di tutti, che si faceva venire il mal di pancia
ogni volta che qualcuno si confidava con lui. Mio padre, che dava sempre l’idea di
essere il più sfortunato di tutti. Con una punta di malinconia mi dissi che era proprio
così.
Avevo riflettuto all’inverosimile su tutto, ma quando si trattava di mio padre mi
sembrava sempre di non poter arrivare fino in fondo. Non sarebbe mai tornato
indietro, e allora perché desideravo così tanto fare qualcosa per lui?
Era come un amore a senso unico. Volevo fare qualcosa, qualsiasi cosa. Non
m’importava che lui lo sapesse: volevo aiutarlo.

Morivo dalla voglia di telefonare a Yamazaki e lo feci.


Lo chiamai dallo Starbucks di fronte all’uscita sud della stazione, con il cellulare
stretto tra le mani.
Mi chiesi perché, in un momento come quello, non desiderassi chiamare Aratani.
Avevo paura, perché si sarebbe sicuramente offerto di accompagnarmi a Ibaraki e
di partecipare al rituale. Mi spaventava l’idea di appesantire così tanto, d’un colpo,
il nostro rapporto.
“Sì, pronto?”
Il tono di Yamazaki, lo stesso di sempre, mi placò. Un secondo dopo mi vergognai
di avergli telefonato. Un effetto immediato.
“Sono Yoshie. Disturbo?”
“No. È successo qualcosa?”
“Dunque... Niente di particolare, ma con mia madre non posso parlarne, però ho
bisogno di confidarmi con qualcuno, quindi ho chiamato te. Poco fa al ristorante è
venuta una signora di Ibaraki, e mi ha detto che anche suo marito è stato coinvolto
in un tentativo di suicidio insieme a quella donna. Lui poi è morto per una malattia.
Si è offerta di celebrare una cerimonia in memoria di papà, ma io sono andata in
confusione, e le ho detto solo dove si trova il cimitero. Però non sono sicura di aver
fatto bene. Gliel’ho detto senza riflettere. Non sapevo che fare, quale fosse la
decisione giusta.”
Dopo aver finito di parlare, mi chiesi cosa stessi facendo.
Che stupidaggine. Facevo la parte della bambina, della tormentata, cercavo un
complice. Ma non avevo alternative. Soltanto la voce di Yamazaki avrebbe potuto
assorbire tutto questo. A volte si fa una cosa anche sapendo che è da sciocchi. Capii
perfettamente perché mio padre, quando era vivo, riponesse così tanta fiducia in
quest’uomo.
Volevo vedere la sua faccia, sentire la sua voce, mi avrebbe tranquillizzato. Lui
non mi avrebbe mai detto nulla di irragionevole, né sarebbe stato irragionevole
verso di sé. Aveva i suoi tempi, il suo modo di pensare, e non avrebbe mai
pronunciato parole sconvenienti.
Divertito, Yamazaki disse:
“La cerimonia... Perché vuole farla lei? Quella in memoria di tuo padre. Lei non
c’entra nulla”.
“Dice che si sente in colpa.”
“Ah, ecco. Be’, anche lei va capita.”
Il mio animo lentamente si rasserenò e mi dimenticai anche perché mi era
sembrato così inappropriato dirle dove si trovava la tomba.
“Se decidi di andare, vuoi che venga con te? Metti che voglia cercare di
coinvolgerti in qualche setta religiosa. Verrebbe anche tua madre, no? In una
foresta isolata come quella è meglio andarci insieme a un uomo. E poi vi posso
accompagnare in auto.”
Ero contenta. Avevo un amico grazie a mio padre. E anche Aratani era così.
Rapporti umani che si erano creati dopo la sua morte. Era nato qualcosa, potevo
mai arrendermi?
“Ci penso un altro po’. Posso telefonarti ancora? Sono cose che alla mamma non
posso dire. Ha appena cominciato a lavorare e finalmente sta meglio. E poi tu sei
uno dei pochi che andassero davvero d’accordo con mio padre.”
Mentre parlavamo mi ero resa conto che Aratani era una persona decisa, troppo
pratica perché potessi riuscire a confidarmi con lui. Quando mi confrontavo con
qualcuno che metteva al primo posto la soluzione ai problemi e che gestiva le
situazioni in quattro e quattr’otto, mi sembrava che il discorso andasse avanti in
modo automatico, non riuscivo a convincermi e, anzi, mi spaventavo.
Yamazaki disse, ridendo:
“Mah, era un tipo triste, serioso, sempre insicuro: è naturale che avesse pochi
amici!”.
Risi anch’io. Spensierata, come quando papà era ancora vivo.
Anche quando una conversazione è semplice, non è detto che sia soltanto uno
scambio di parole. Ero serena, perché il mio pensiero era arrivato a destinazione.
Mi sentivo leggera, perché dall’altra parte c’era qualcuno che prendeva le cose per
quello che erano. Mi fidavo di lui, sapevo che non mi avrebbe detto niente che non
pensasse davvero. Avevamo condiviso tutto questo, i ricordi più belli di quando
c’era mio padre, ed eravamo entrambi determinati a non rovinarne nemmeno uno.
“Credo che la cosa migliore sia andarci tutti insieme, con lo spirito con cui si
partecipa a un matsuri. Ci voglio venire anch’io, quando faccio qualcosa che
riguarda Imo mi sento più sereno. Con gli altri membri del gruppo, ogni volta che
c’incontriamo parliamo di un concerto in sua memoria. Naturalmente si farà solo
quando tua madre si sarà ripresa e se la sentirà di venire. Quando riusciremo tutti
a non piangere più, eseguiremo le canzoni scritte da Imo. Una cosa del genere
arriverà senz’altro fino al cielo.
Ma sì, se andiamo a Ibaraki, durante il viaggio di ritorno potremmo fermarci
all’acquario di Ōarai. Anche a me piacciono gli acquari, proprio come a Imo.
Quando eravamo in tournée è capitato parecchie volte che, nelle ore di libertà,
andassimo a visitarne qualcuno insieme. A Ōsaka, per esempio, e a Okinawa. Ah, e
poi ci sono anche le terme a Ibaraki. Andiamo, andiamo!”
Sapevo che il tono allegro di Yamazaki serviva a tirarmi su di morale, e il suo
modo di parlare era così spensierato, così sincero, che mi fece sentire meglio.
Pensai che mi avrebbe fatto bene, un giorno, andare in quella foresta insieme a
loro, giungere le mani e poi andarmi a divertire.
“Allora vedrò di invitare anche la mamma, va bene?”

Quando arriva l’inverno, le luci dello Tsuyuzakikan riscaldano ancor più che nelle
altre stagioni.
È come se riempissero ogni spazio di quell’edificio pericolante, lasciandosi
assorbire dall’aria invernale. Amavo molto quel palazzo, in cui si trovava anche Les
Liens. Il fatto che nello stesso angolo di quartiere coesistessero abitazioni private e
ristoranti conferiva al tutto un senso di delicata armonia. Una volta viste quelle
vecchie finestre in vetro, o le scale dove riecheggiava qualsiasi rumore, chiunque le
ricorderebbe con nostalgia.
E a completare l’atmosfera del luogo c’erano – ed erano divenuti, ormai, un vero
e proprio marchio distintivo – le coppie che vi abitavano con i loro modi di fare, i
ciliegi, le insegne tutte colorate.
Nei giorni grigi, con il cielo nuvoloso, mi era sufficiente guardare le luci dello
Tsuyuzakikan per sentire il calore invadermi il petto lentamente. Era un palazzo
vecchio, ma in qualsiasi stagione dell’anno ero orgogliosa di lavorarci.
Recandomi al lavoro, quella mattina, trovai Michiyo giù di tono. Seduta al
bancone con gli occhi bassi, stava riordinando delle fatture, ma era evidente che
aveva qualcosa di strano.
“È successo qualcosa? Hai una brutta cera.”
Disse sottovoce:
“Pare che demoliranno tutto qui. Dobbiamo chiudere entro la fine dell’anno”.
“Eh??”
Ero così sbalordita, che tirai fuori ad alta voce tutto quello che mi venne in
mente:
“Che fine farà il ristorante? E io?”.
Per tutto quel tempo avevo pensato che ogni giorno sarebbe stato identico al
precedente: oggi, domani, dopodomani, l’anno prossimo. Non sarebbe andata così,
ma bisogna sempre arrivare a questo punto, per capirlo.
Michiyo rispose con voce calma:
“Non ci ho ancora pensato, l’ho saputo solo oggi. Avevo sentito che stava
diventando troppo pericolante perché lo si potesse tenere in piedi ancora a lungo,
ma non mi aspettavo che questo giorno sarebbe arrivato sul serio”.
“Pensavo che questo fosse una specie di patrimonio culturale, che lo si dovesse
proteggere.”
Non avevo ancora digerito l’incredibile notizia, e borbottavo parole a vanvera.
Ciononostante, mi meravigliai del fatto che avevo già iniziato ad abituarmi all’idea.
L’abitudine nasce nell’istante stesso in cui si viene a conoscenza di una realtà. Poi
matura. È così per tutte le cose.
“Lo pensavo anch’io, ma evidentemente ci sbagliavamo. Il signor Tsuyuzaki non
c’entra niente, pare che il proprietario del terreno abbia le sue ragioni. Ormai la
decisione è stata presa.”
“Oh...”
Mi limitai ad annuire. Michiyo mi guardò fisso, poi disse:
“A me, però, piace questo quartiere e mi piacciono anche i clienti: voglio
continuare a gestire un ristorante a Shimokitazawa. Mi prenderò una vacanza,
andrò in Francia e al mio ritorno, dopo sei mesi, riaprirò da qualche parte nelle
vicinanze. Non credo proprio che riuscirò a trovare un locale economico come
questo – in fondo quando l’ho preso in affitto mi avevano fatto presente che prima o
poi sarebbe stato demolito –, quindi il nuovo ristorante sarà più piccolo. Ho già dei
risparmi, è tutto a posto. E poi... Yocchan...”.
“Sì?”
Con il cuore in gola, aspettai che continuasse.
“Se per te va bene, Yocchan, vorrei che mi seguissi nel nuovo ristorante. Forse
potrò pagarti di meno, però farò il possibile. Per adesso, durante la pausa, ti darò
l’equivalente di due mesi di paga come ringraziamento.”
“Davvero? Voglio dire... non mi riferisco ai soldi... Ti seguirò senz’altro nel nuovo
ristorante. Mi piace la tua cucina, Michiyo, e mi piace Shimokitazawa. Se non ti
sono d’intralcio, vorrei accompagnarti anche nella ricerca di un nuovo locale.”
Michiyo sorrise.
“Grazie. Innanzitutto, fino a quando non chiuderemo, liberiamo la mente e
continuiamo a lavorare bene, ok?”
“Michiyo... Il viaggio lo farai con il tuo fidanzato? Con qualche amico?”
“No, da sola. Tanto per cominciare, un fidanzato non ce l’ho neanche. Come
potrei adesso? Be’, i primi e gli ultimi tempi mi fermerò a casa di un’amica a Parigi.
Vorrei starci un mese o due.”
“Ti andrebbe di portare anche me? Non ho abbastanza risparmi per stare due
mesi, però posso venire per il periodo che riguarda di più il ristorante. Voglio
sapere come si evolverà la tua cucina. Non parlando il francese potrei essere una
palla al piede, ma ti prego ugualmente di pensarci su.”
Dissi tutte queste cose senza riflettere sulle conseguenze. Per un istante
dimenticai mio padre e mi sentii piena di energie.
“D’accordo. Stavo appunto pensando di fermarmi prima dalla mia amica a Parigi e
poi di fare un viaggio al risparmio, nel Nord o nel Sud della Francia. Vorrei andare
in Bretagna, ma mi interessa anche la Provenza. Ovunque si possa arrivare.
Potremmo fare insieme quella parte di viaggio. Per quanto riguarda Parigi, se mi
dici quanto puoi spendere, ti farò prenotare un albergo adatto alle tue tasche. La
casa della mia amica è troppo piccola per starci tutt’e due.”
Poi, ridendo, aggiunse:
“Cercheremo di mangiare il più possibile, ma senza spendere troppo, e poi
penseremo al menu del nuovo ristorante!”.
“Grazie.”
Mi piaceva pensare che si trattava di un passo in avanti, non indietro. Altrimenti
ci sarei rimasta male.
Michiyo disse:
“Ero triste, perché questo edificio mi piace molto. E poi pensavo che tu ti saresti
rassegnata. Invece mi sento un po’ sollevata. Mi hai dato coraggio, ti ringrazio. Mi
piaceva anche questo bancone, e quella finestrella. E il vecchio bagno. Non
dureranno a lungo, ma trattiamoli bene. Facciamo in modo che questa costruzione
se ne vada soddisfatta dal mondo. Io sono dispiaciuta, certo, ma sono anche
orgogliosa di tutto quello che questo posto mi ha dato. È come se mi avesse
regalato gli ultimi momenti di una lunga storia”.
Diceva cose naturali in maniera naturale, e mi lasciarono una sensazione di
freschezza straordinaria.
Era da un po’ che non sentivo nessuno pronunciare con tanta passione parole del
genere. Parole che vengono da chi sa capire un luogo fino in fondo. Al giorno d’oggi
le persone così sono sempre di meno, e incontrarne una, di tanto in tanto, dà un
senso di tranquillità.
“Ti aiuterò anch’io” dissi.
Con una persona così posso andare ovunque, e non avrò mai rimpianti.
Era bello poter pensare una cosa del genere. Se avessi pensato solamente che
lavare i piatti è pesante, che non mi piace alzarmi presto al mattino, che lavorare in
piedi è stancante e preparare tutto in anticipo è una faticaccia, probabilmente non
mi sarei sentita così. La mia unica preoccupazione sarebbe stata quella di rendermi
indipendente il prima possibile, e avrei messo su un ristorante destinato a fallire.
Dentro di me sapevo di potermi dare da fare, ed è per questo che ero riuscita a
comprendere quanto Michiyo fosse brava.
Da quando ero arrivata nel quartiere ero diventata a poco a poco più sincera con
me stessa, una persona con i piedi per terra. Prima mi guardavo intorno come una
turista, adesso riuscivo a distinguere ciò che mi portavo dietro, ogni impronta dei
miei piedi lasciata sul terreno.
Camminavo ogni giorno, ogni giorno lasciavo delle impronte, e il quartiere
prendeva forma dentro di me. Così saremmo cresciuti tutti e due, e qualcosa di me
sarebbe rimasto, anche dopo la mia morte... Era un modo di amare, e l’avevo
appena imparato.
Lì, e non nel quartiere dov’ero nata.
Allora, non camminavo ancora con le mie gambe. Se ci fossi ritornata adesso
avrei provato malinconia, nostalgia. E sarebbero arrivati anche il senso di
oppressione e la cupezza.
Prima o poi, messo da parte il pensiero di mio padre, sarei riuscita a considerare
quel quartiere come mio. Prima o poi quel giorno sarebbe arrivato, ne ero certa.
A Shimokitazawa mia madre e io non mentivamo. Respiravamo al giusto ritmo.
Se solo avessimo potuto ricominciare daccapo lì, con papà, tutti e tre insieme.
Era un sogno che non si sarebbe mai realizzato.
Stavo per scoppiare a piangere, e guardai fuori dalla finestra. Su Chazawa dōri la
gente camminava placidamente.
Giorno dopo giorno ce l’avevo messa tutta, senza cedere al sudore, al mal di
schiena, alle mani screpolate. Avevo ottenuto fiducia, e sapevo in che direzione
orientare il resto della mia vita. Mamma aveva rinunciato a fare la signora per
essere se stessa, ed era serena. Se fossimo vissute lì, adesso, con mio padre,
sarebbe nato qualcosa di limpido, di nuovo.
Perché nella vita è sempre soltanto il corpo a riprendersi?
Ma no, forse è proprio questa la cosa straordinaria. Il corpo ci viene in aiuto.

Anche oggi mia madre si trova al kissaten tradizionale per il suo lavoro part-time.
Per muoversi come non ha mai fatto, farsi venire fame, stancarsi. Procede poco per
volta, di pari passo con il suo metabolismo. Si lascia alle spalle mio padre.
È una cosa crudele, ma nella nostra vita di adesso lui non c’è. Fra sei mesi
assorbirò gli stimoli di un paese in cui non sono mai stata e mi metterò in cammino
verso sapori nuovi.
Non tutto cambierà, certo. Resteranno i ricordi a me più cari: colori, odori, gusti
e tanti luoghi diversi.
Ma il mio corpo non li potrà assaporare. Non sentirò mai più l’odore della schiena
di mio padre. Potrò solo ricordarlo.
Perché la vita è così crudele?
Me ne resi conto solo allora, e ne fui colpita.
Si perde soltanto, niente torna indietro.
In compenso, adesso conoscevo l’odore di Chazawa dōri sotto la pioggia.
Conoscevo l’atmosfera particolare della strada con i negozi all’uscita sud nelle
giornate serene, l’umore del quartiere quando ci si fa largo tra la folla vociante dei
ragazzi in direzione della stazione.
Sei mesi prima non conoscevo nemmeno Aratani. Lui forse sapeva qualcosa di me,
ma io di lui non sapevo nulla.
Avevo fatto l’impossibile per dimenticare mio padre, per cercare di essere
positiva, ma il mio corpo, indifferente a tutti quegli sforzi, aveva deciso di diventare
parte di questo tempo. Ormai non me la sentivo più nemmeno di incolpare papà se
si era lasciato trascinare all’altro mondo. Avrei dimenticato, e qualcosa mi sarebbe
rimasto. Questo qualcosa, poi, l’avrei custodito nel mio corpo, in profondità. Non
superiamo le cose alla stessa maniera, è inevitabile che si produca uno scarto, che
resti dell’amaro in bocca.
In che modo avrei potuto farmelo passare?
Non mi andava di rivedere ancora quella signora e condividere qualcosa con lei.
Si trattava di una formalità, lo so, ma non riuscivo proprio a immaginarmi me e mia
madre sedute nel folto desolato di quella foresta a pregare. La scena di me,
Yamazaki e la mamma all’acquario di Ōarai mi risultava molto più realistica. Se
vogliamo parlare di commemorazioni, be’, la nostra quotidianità lo era. Non
esisteva preghiera più autentica.
Per noi quell’episodio aveva rappresentato l’occasione di smettere di sprecare le
nostre vite, il nostro tempo. Piuttosto che sforzarci di capire e, fingendo di esserci
riuscite, metterci a pensare a mille cose, avevamo deciso di tessere ogni giorno una
tela che fosse soltanto nostra.
Un pomeriggio che ero persa in questi pensieri, m’incontrai con Aratani a
Shinjuku.
Avevamo un appuntamento del tutto convenzionale: l’avrei accompagnato a fare
spese da Conran. Era talmente convenzionale che mi sentivo a disagio,
considerando che era un bel po’ che non mi capitava una cosa del genere. In piedi,
vestita di tutto punto, mi sentivo inconsistente, come una comparsa in fondo a un
palcoscenico.
Mi trovavo al primo piano dell’edificio. Quando vidi arrivare Aratani in mezzo alla
gente, il soprabito leggero che sventolava sul pavimento tirato a lucido, sentii un
tuffo al cuore.
Mi piaceva davvero tanto il suo viso. Da qualsiasi angolazione lo guardassi non
c’era niente di sbagliato, in lui. Andavo matta per gli occhi e la bocca, che ne
rivelavano il coraggio e il controllo. Il mio cuore, in linea con la mia età, lo
desiderava. Se fosse stato il periodo giusto me ne sarei innamorata follemente,
angustiandomi chissà quanto.
Lo guardavo con una strana malinconia, come un uomo sposato guarda una
giovane donna che gli piace molto. Per la me stessa di allora non andava bene, ma
in un altro momento, in un altro luogo, l’avrei amato da impazzire. Si sarebbe
potuto dire che la stessimo prendendo così come veniva, senza impegno, e alcune
volte le cose che riescono meglio sono proprio queste, però mi sentivo un po’
mortificata. Pensai che doveva essere come incontrare il primo amore quando si è
ormai in là con gli anni, e ricominciare a vedersi. Il sentimento non cambia, ma
sarebbe stato meglio se fosse accaduto quando il corpo era ancora giovane, quando
ci si sarebbe potuti frequentare a occhi chiusi, senza pensare al domani.
Senza immaginare quanto fosse complicato il mio stato d’animo, Aratani sorrise e
affrettò il passo non appena mi vide.
“Qualche tempo fa, quando c’è stato un black-out, sono inciampato e ho versato
del caffè sul divano. Quindi voglio approfittare per comprarmene finalmente uno
migliore. Quell’altro non era niente di speciale, di vinilpelle, me l’ero portato da
casa dei miei.”
“È la prima volta che mi nomini la tua famiglia, credo. Dove vive? Vicino a
Shinjuku?”
“Dunque... A Nippori. Mio padre e mia madre hanno divorziato quando ero
all’università, e lei è tornata dalla sua famiglia a Kōbe. Mio padre è rimasto nella
vecchia casa, si è risposato, e adesso ci vive con quell’altra donna.”
“Ma pensa. I miei genitori quando ero bambina abitavano a Yanaka. È vicino a
Nippori, no?”
“Che coincidenza... Ti ricordi qualcosa di quel periodo?”
Ad Aratani brillavano gli occhi.
Ero dispiaciuta di non ricordare nulla. Risposi:
“No, ero solo una bambina”.
“Ma pensa... Da quelle parti si sta proprio bene, mi piace tanto. È pieno di templi,
di salite e discese. La prossima volta potremmo andarci a fare due passi.”
Si capiva che amava i luoghi in cui era cresciuto.
“Chissà se c’è ancora l’appartamento in cui abitavamo noi. Proverò a chiederlo a
mia madre.”
Credevo che fosse subentrato a suo padre nel lavoro senza troppi sforzi e invece,
per quanto sia triste bisogna riconoscere che una vita fatta soltanto di cose belle
non esiste per nessuno. La nostra situazione era finita in tragedia, ma i miei non
hanno mai divorziato, la famiglia non si è smembrata, e in un certo senso noi ci
volevamo più bene.
Per l’appartamento di Aratani scegliemmo insieme un bel divano blu di un tessuto
resistente. Meglio un colore scuro, così lo sporco non si vede. Facevamo discorsi da
coppia.
“Visto che l’ho pagato molto meno di quanto pensassi, stasera ti invito a cena.”
“Ma no, l’abbiamo scelto insieme. Io non ho fatto proprio niente.”
“Insisto. Mi fai sempre mangiare cose deliziose.”
“Le prepara Michiyo.”
Mi misi a ridere.
Aratani, che amava mangiare, disse sorridendo:
“Vicino a casa mia c’è un ristorante coreano straordinario. Ti va di andarci?”.
“Va bene. Stasera mia madre lavora fino a tardi...”
Con un’espressione sorpresa, mi domandò:
“Tua madre lavora? E dove?”.
“Nel kissaten di fronte al fioraio. Serve il tè e si prende cura della tartaruga che
tengono nel locale.”
Scoppiò a ridere.
“La prossima volta ci vado facendo finta di niente. Incredibile. Se uno ha voglia di
vedere la signora e la signorina Imoto basta che vada da quelle parti, e le troverà.”
“Non si può mai sapere, siamo veloci nella fuga. Abbiamo pochi mobili, possiamo
levare le tende da un momento all’altro.”
Mi fermai a ridere con lui. Poi ripresi:
“Però sai, è strano. Visto che dovevo fare qualche compera, ho preso il
portafoglio e sono uscita per andare al Seven Eleven, mi segui? Bene, mentre
camminavo per Chazawa dōri, ho avuto una strana sensazione. Era come se fossi in
viaggio, mi sembrava di andare a tentoni come quando si va a comprare qualcosa in
un luogo di villeggiatura, ma anche di essere libera come si è in situazioni come
quella.
Sai, una volta, quando ero ancora molto piccola e vivevamo già a Meguro, ho
preso un autobus con mio padre e sono andata fino alla strada con i negozi
dell’uscita sud di Shimokita. C’era così tanta gente che chiesi a mio padre se per
caso fosse un matsuri, e lui rispose di no, che la domenica lì era sempre affollato.
Poi mi prese per mano e ci mettemmo in cammino. Le decorazioni dei negozi si
muovevano al vento, le voci delle persone si accavallavano e risuonavano come una
musica e, mentre sorseggiavamo il nostro tè, mi sembrava di assistere a una festa
in un paese straniero. Mio padre comprò alcuni dischi e mi regalò un piccolo
portafoglio.
È il semplice ricordo di una domenica come tante, ma il clima e quell’atmosfera di
festa si erano combinati nel modo giusto, mio padre era di buonumore, quel
portafoglio l’ho usato per tanto tempo, e alla fine è diventato un ricordo importante.
Adesso mi capita di alzare gli occhi al cielo e sentirmi esattamente come allora.
Come se stessi viaggiando. Magari dipende dal fatto che le persone che vedo non
sono mai le stesse. Eppure adesso lì ci abito, e anche se me ne vado in giro con la
testa tra le nuvole, mi capita di incontrare qualcuno che conosco, no? Si tratta di
semplici saluti, brevi conversazioni, ma mi danno sicurezza.
Ma più importante ancora è che nel tempo del mio corpo è inciso il contatto con
la mano di mio padre, che quel giorno stringeva la mia, ed è come se il quartiere
intero portasse gli stessi segni. Il quartiere ci è stato a guardare, ed è grazie a
questo che mi è rimasto il ricordo.”
“Capisco. Vuol dire che resterà uguale anche se ti allontanerai per un po’. Ciò che
è inciso nel corpo non scompare.”
“Credo che non scomparirebbe nemmeno se dovessi perdere la memoria. Non lo
ha cancellato la morte di mio padre. I luoghi possiedono questa forza, se noi li
amiamo. E se pure chi li ha amati dovesse morire, la loro atmosfera sopravvive
nelle incisioni sottili come le scanalature di un compact disc.”
La casa di Meguro, per me, era stata anche il luogo di un’adolescenza piuttosto
sofferta.
Era il periodo in cui proprio non potevo soffrire mia madre, con la sua ingenua
convinzione che io l’amassi incondizionatamente, e non sopportavo che mi toccasse,
in cui invidiavo le case dove il padre rientrava ogni sera alla stessa ora, come si
invidia l’erba del vicino. Era tutto concentrato in quel luogo e in quel momento. Era
troppo difficile, per me, confrontarmi con la mia età, e le mie giornate lì erano quasi
sempre grigie. Forse era questo uno dei motivi per cui non sentivo quel luogo
veramente mio.
Certo, un giorno avrei potuto rompere con Aratani e non rivolgergli più la parola,
magari dopo aver sofferto molto tutti e due, e a quel punto anche il quartiere di
Shimokitazawa mi sarebbe apparso grigio. Se Michiyo avesse deciso di riaprire ad
Aoyama, io mi sarei spostata lì. Tutto passa, tutto cambia.
Una delle cose di cui si perde la misura, vivendo in città, è la forza del singolo
individuo.
Mettiamo che in una grande libreria di un grande palazzo ci sia un commesso
particolarmente bravo. Se a un certo punto lo spostassero in un’altra succursale,
sicuramente sarebbero in molti a restarci male. Ma, come mi ha detto una volta
mia madre, se un nuovo commesso si presenta con il giusto tempismo, allora la
libreria potrebbe continuare ad andare avanti senza che cambi nulla. Forse chi
abita in città tende a dare per scontato proprio questo. Se pure io non dovessi
esserci più, il mondo non cambierebbe, il mio ristorante non fallirebbe, il quartiere
continuerebbe a vivere.
Ma è umano anche sentire che a questo ragionamento manca qualcosa.
Da qualche tempo, precisamente dalla morte di mio padre e dallo scioglimento
della sua band, credo, avevo iniziato a interrogarmi sulla forza degli individui. Sul
fatto che alcune volte le sostituzioni sono impossibili, e si deve rinunciare. Su tutte
le cose che un giorno finiranno, inevitabilmente, anche se dovrà passare molto
tempo prima di allora. E, dunque, sulla voglia di assaporare il presente.
La ragione non aiuta assolutamente a comprendere il vero significato
dell’espressione “niente si ripete”, eppure, quando qualcuno va via dal quartiere, si
ripercorrono con affetto le giornate insostituibili trascorse insieme. Forse le
persone possono acquisire consapevolezza solo a quel livello. All’idea che il pianeta
Terra potrebbe sparire, ci si può solo domandare quando verrà quel momento, ma il
pensiero che potrebbe capitare a Shimokitazawa fa venire i brividi. Dev’essere
così.
Se da quel piccolo ristorante thailandese sempre pieno andasse via Miyuki, se non
ci fossero più le sue braccia affusolate ad agitare le padelle vicino alla finestra,
sparirebbe per sempre il gusto tipico della loro cucina. Forse persino le piante sul
davanti si seccherebbero. Se a suo marito Tecchan dovesse capitare qualche
incidente, se morisse all’improvviso, sicuramente i suoi piatti assumerebbero un
sapore più desolato e più triste. Quando nei tramonti d’estate mi arrivano odori e
rumori di stoviglie da quel ristorante così pieno di colori, mi viene nostalgia della
Thailandia, anche se non ci sono mai stata. E quando nell’oscurità della sera vedo le
gialle luci soffuse del locale, provo un desiderio indefinito di ritornarci. Una volta
entrati, si è accolti dai loro sorrisi e, come per una strana alchimia, la malinconia
del tramonto si trasforma in una identica dose di felicità. È l’armonia di quella
coppia con il mondo a produrre questa magia straordinaria.
E se Hacchan andasse via dalla sua libreria di libri usati, tutti smetterebbero di
sbirciare all’interno per vedere come sta ogni volta che ci passano davanti.
È un po’ come se fosse la casa del libraio, con il pavimento di legno pieno di roba
che non trova mai una collocazione, e la galleria in cui sono esposti sempre quadri
bizzarri. Dev’essere per questo che, quando ci si sente tristi e soli, viene voglia di
farci un salto.
Se Eri non se ne prendesse cura ogni giorno con tanto amore, probabilmente la
tartaruga del suo locale morirebbe subito, e sembrerebbero morte anche le teiere
e le tazze dimenticate da qualche parte.
Anche per Les Liens è così. Se Michiyo iniziasse a cucinare senza passione, le sue
mani esperte non produrrebbero più quell’insalata così famosa, diventerebbe
acquosa, e il ristorante si traformerebbe in un posto brutto e vecchio.
E se Chizuru chiudesse il bar dove va sempre mia madre, il malumore delle
persone di mezza età, che a quel punto non avrebbero più un posto dove andare,
conferirebbe al quartiere un’atmosfera tetra.
Vuol dire che alla base di tutto ci sono i singoli individui. Ed è una realtà
inquietante, di cui forse non sarei voluta venire a conoscenza.
A quel punto anche le mie responsabilità mi furono chiare. Se avessi lavorato
ancora a lungo, a un certo punto la gente avrebbe cominciato a venire per vedermi
sorridere. Sarei stata trattata come una persona di famiglia, sebbene non lo fossi
davvero. Sarebbero venuti a cercare la cucina di Michiyo e il mio servizio.
Era un’enorme responsabilità, e mi diede le vertigini. Come facevano tutti a
fingere di non vedere qualcosa di così straordinario...?

Prima di cena, passammo a casa di Aratani per prendere un cd che voleva


prestarmi.
In altre parole, quello era un segno che si poteva andare oltre.
Eravamo insieme da parecchio, ormai, ci capitava di prenderci sottobraccio o di
tenerci per mano, ed eravamo in perfetta armonia. Quando fummo davanti al suo
appartamento, assunsi una posa così naturale che quasi me ne stupii.
Pensai che dovesse essere un po’ nervoso anche lui, ma trovandosi a casa riuscì a
girare la chiave nella toppa con decisione, senza esitazioni, ripensamenti o
domande.
Come prima cosa, vidi una bella radio in legno della Tivoli. Pensai che avesse
sicuramente anche grandi casse e un impianto stereo, ma quando glielo chiesi
Aratani rispose ridendo che non c’era abbastanza spazio.
Si trattava di un appartamento composto di camera da letto, sala da pranzo,
soggiorno e cucina, anche più grande della media, ma davvero molto semplice. Il
pavimento era tirato a lucido e l’aria non sapeva né di polvere né di muffa. La
cucina dava l’idea di essere usata spesso, le pentole non erano più splendenti.
Evidentemente cucinava lui. Tutto dava l’idea di una vita ordinata, tranquilla. Vicino
al davanzale c’era un vaso con una nolina con la sua forma curiosa e le foglie che
cadevano come fili.
Era da molto che non entravo nell’appartamento di un uomo. Cos’era quella
sensazione così particolare? Non era casa mia. Ero distaccata, come se chi abitava
lì fosse una persona lontanissima da me. Ciononostante, l’aria tranquilla che si
respirava era tutto quello di cui avevo bisogno in quel momento. Ma non sarei mai
riuscita ad abituarmici.
“Tè? Caffè?”
“Caffè, grazie.”
Aratani tirò fuori la busta di Moldive, il che mi mise subito a mio agio. I gesti con
cui maneggiava la macchina per il caffè avevano qualcosa di fresco.
“Ti muovi bene, quasi quasi ti arruolo al ristorante.”
Ridendo, rispose:
“Meglio di no. Un po’ perché se aumentiamo di numero diminuirà lo stipendio, e
un po’ perché tu lavori già bene e io non avrei granché da fare”.
Il quartiere e il ristorante erano parte di noi. Saperlo mi faceva stare bene. Per
tutto quel tempo avevo pensato di stare semplicemente sopravvivendo, e invece
c’era lui con me, e giorno dopo giorno era cresciuto qualcosa.
Mi rilassai e sorseggiai lentamente quell’ottimo caffè, proprio come se mi trovassi
a casa di un’amica.
Poi Aratani prese dagli scaffali diversi cd e me li diede in prestito. Di alcuni avevo
già l’impressione che mi sarebbero piaciuti, ma quando Aratani mi fece sentire certi
musicisti che avevano suonato da lui e che stava promuovendo, mi dissi che proprio
non andava. Per me, che di buono avevo solo l’orecchio, le esibizioni di quei ragazzi
erano troppo inconsistenti. Lo stile canoro e i testi, poi, erano decisamente infantili.
Ma Aratani sembrava entusiasta, convinto che avrebbero venduto, per cui non dissi
nulla e finsi di ascoltare con attenzione.
A pensarci bene, non ero mai stata con un uomo dicendo sempre ciò che avrei
voluto. Capitava quasi sempre che, non ritenendo indispensabile parlare, tacessi, e
che il mio silenzio venisse totalmente frainteso. Forse c’entrava anche il fatto che
ero giovane.
Su uno scaffale c’era una fotografia di Aratani bambino insieme alla sua famiglia.
Sullo sfondo palanchini e bancarelle... la scena affollata di un matsuri.
“Che festa è?”
“Al Suwa jinja. È un santuario che si trova in cima a una salita, in una strada
vicina a un famoso negozio di senbei, e vi si svolge un grande matsuri. Durante i
festeggiamenti ci andavo ogni giorno con mia madre, e la sera, quando mio padre
tornava a casa, ce ne stavamo lì a divertirci fino a tardi. È una festa davvero vivace.
Se si guarda verso il basso dalla parte posteriore del santuario, si vede tutto il
quartiere: è una scena che ancora adesso sogno la notte. Secondo me quel matsuri
era molto più bello di quello famoso del Nezu jinja.”
“All’epoca andavate tutti e tre d’accordo, eh?”
Come noi? Avrei voluto dirgli. Stretto in mezzo ai suoi genitori, con il braccio del
padre che lo avvolgeva completamente, il piccolo Aratani sembrava davvero un
principino.
Aggiunsi:
“Noi siamo entrambi figli unici”.
“Eh sì. Forse è proprio perché siamo figli unici che le nostre famiglie si sono
separate una volta che ci siamo allontanati noi. Be’, nel tuo caso non si può parlare
proprio di una separazione, ma per me è stato così. Ma non esistono vite vuote.
Credo che il cambiamento che ha interessato la mia famiglia sia stato relativamente
naturale. Quando io ero bambino andavamo d’accordo. Abitando nella città vecchia,
bere o mangiare fuori non costava molto, quindi lo facevamo spesso. Niente di che,
tonkatsu o cucina cinese. Scendendo dal santuario ci si trovava in una stradina
piena di negozi, sempre animata, e si potevano comprare cibi freschi. Nel
pomeriggio ci andavo con mia madre mano nella mano. La vista di quella strada
dall’alto della scalinata faceva sempre pensare a un matsuri.”
Stare qui a sentirti parlare del tuo passato, della strada con i negozi in cui andavi
da bambino, non è male. Ma quello che provo si limita a questo, a una bella
atmosfera. Ora come ora vorrei che non aggiungessimo nulla di impegnativo. Non
so perché, ma dentro di me pensavo, rassegnata, che sua madre non l’avrei mai
incontrata. Probabilmente saremmo andati a letto insieme, ma perché? Cosa
avrebbe significato?
Eravamo ancora molto giovani, c’erano ancora tante cose davanti a noi. Non
avremmo potuto starcene così tranquilli per sempre. Se questo nostro sentimento
così delicato, fondato soltanto sullo stare bene, avesse incontrato una tempesta
simile a quelle che avevano travolto le nostre rispettive famiglie, sarebbe stato
spazzato via tutto in una volta.
E allora basta parlare dei genitori, dei ricordi, basta con i discorsi che portano
troppo lontano: davanti a me tornò il buio. Normalmente non l’avrei pensata così,
ma era tutto troppo veloce, troppo impegnativo, troppo perfetto.
Mentre riflettevo su queste cose, però, la musica della band tanto amata da
Aratani, di cui fino a un momento prima avevo pensato “Ma che roba è?”, mi
sembrò all’improvviso stupenda, e la melodia mi avvolse in molto dolce e delicato.
D’un tratto la malinconia adolescenziale, il dolore per un sentimento senza via
d’uscita di cui parlavano le loro canzoni fece breccia nel mio cuore, lasciandomi di
stucco. È vero, hanno talento, venderanno. Aratani aveva ragione, evidentemente
sentiva la musica da un’angolazione diversa.
La delusione che per un momento avevo provato nei suoi confronti si dissolse
nella bellezza di quella canzone.
La voce del cantante aveva personalità, era davvero delicata, perfetta per le
orecchie di chi, come me, era chiuso nei propri pensieri.
Fraintendendo forse il mio silenzio, all’improvviso Aratani mi prese tra le braccia.
Al nostro primo bacio fecero da contorno sensazioni assolutamente contrastanti,
ma scoprii che, be’, Aratani, in fondo, era un maschio. Si capiva dalla risposta dei
nostri corpi. Al di là di tutto, ci piacevamo e avevamo ancora dei desideri. Il mio
cuore sembrava morto ma il mio corpo era vivo, e cercava il contatto con l’altro
sesso.
Dopo il bacio, Aratani mi strinse senza dire niente. Sentivo il battito del suo
cuore. C’era un essere umano insieme a me, questo era sicuro. L’immagine dei
cadaveri mi attraversò la mente per un istante. Credo di aver pensato: “No, sono
morta davvero”.
No, non ero ancora pronta per innamorarmi, e il pensiero mi fece piangere.
Aratani disse:
“Per oggi fermiamoci qui. Credo che tu non sia ancora pronta per innamorarti”.
“Se me lo dici così ci resto male” dissi ridendo mentre sollevavo il viso. Ma
piangevo a dirotto e questo era tutt’altro che bello, dovevo avere un aspetto
terribile.
Con un’espressione dolce negli occhi, rispose:
“In realtà non ho nessuna voglia di aspettare. In fondo sono un uomo. Ma non c’è
fretta. Il quartiere non scappa, il ristorante neanche, e non c’è rischio che tu
sparisca”.
“Sei così superficiale?”
Rise.
“Sono un animale selvatico. Mi dicono spesso che ho troppa voglia.”
Sorrideva come un adulto. Pensai che forse faceva sul serio.
Mi strinse forte a sé, poi disse:
“La prossima volta ti fermi a dormire qui”.
Avevo una delle sue mani attaccata alla schiena con prepotenza, ma non mi dava
fastidio.
“Sì. Ma non preoccuparti, non è che io sia stata violentata da qualcuno.”
“Tu e tua madre avete subìto qualcosa di ben peggiore. Qualcosa che
giustificherebbe persino l’odio.”
Parlò in modo ragionevole. Apprezzai il fatto che fosse così comprensivo.
“Ho odiato a sufficienza. Non ho mai disprezzato nessuno così tanto nella vita.
Quando penso a quella donna mi sembra di vedere tutto nero.”
“Puoi permetterti di odiare di più. Sei troppo buona.”
Forse, pensai.
Vivevo momenti in cui la odiavo con tutta me stessa, ma al punto in cui ero
arrivata riuscivo a pensare, oggettivamente, che anche a quella donna era capitato
di tutto. Riguardo a quel che si fa in coppia, la responsabilità è sempre di entrambi.
Mio padre non era l’unica vittima. Era una cosa che non riguardava me in prima
persona, quindi non capivo perché le fosse venuto un desiderio del genere. Dopo
averci provato una volta senza successo, non aveva più potuto farne a meno: era
l’unica ragione che riuscissi a immaginare – che volessi immaginare. Se pure avessi
capito, cos’avrei risolto? Le mie giovani e crudeli energie vitali erano straziate
dalla rabbia.

Seduti sul tatami dell’ottimo ristorante coreano vicino a casa di Aratani, stavamo
mangiando, in un’atmosfera molto rilassante, un delizioso piatto di jjigae e kimchi
con della lingua al sale, quando mi venne voglia di fargli una domanda.
Ogni volta che mangiavamo insieme, mi limitavo a spiluccare stuzzichini e
contorni, mentre lui mangiava un piatto dopo l’altro in grande quantità. Quando io
ero ormai sazia, lui era ancora all’antipasto. Se mai dovessimo andare a vivere
insieme, prima o poi diventerebbe un ciccione, pensavo, ma ci eravamo baciati solo
una volta, quindi non era molto realistico. E poi eravamo arrivati a quel punto senza
che io riuscissi a capire se lui era innamorato di me.
“Aratani?”
“Che c’è? Vuoi passare al galbi?”
Parlava in modo del tutto naturale, guardando il menu. Lo trovai buffo.
Non era insolente, era solo un ragazzo di buona famiglia.
“Poco fa mi hai detto che non posso ancora innamorarmi o qualcosa del genere.
Era un modo per lasciarmi? O intendevi forse dire che non stiamo neanche
insieme?”
“Che strano, se me lo chiedesse un’altra mi darebbe fastidio, ma se me lo chiedi
tu no. Perché?”
“Non lo so.”
Con un’espressione seria in viso, ripeté:
“Perché? Non l’ho detto con quelle intenzioni. Semplicemente ho sentito che
qualcosa non andava. Ma non mi riferivo a una separazione, o a niente di simile”.
Dopodiché arrossì un poco per l’imbarazzo e mi fece tenerezza.
“All’improvviso ho avuto l’impressione che se avessimo fatto l’amore tu poi mi
avresti odiato.”
“Non credo proprio che potrei. Se pure un giorno dovessimo lasciarci per qualche
motivo, non potrei mai odiarti, Aratani. È solo che in questo momento non me la
sento di vivere una grande passione. In nessun senso.”
“E allora la prossima volta resta a dormire. A casa tua io non potrò mai fermarmi,
quindi...”
Rise.
Come faceva ad affrontare argomenti così imbarazzanti con tanta disinvoltura?
Ma sì, era uno di quei tipi che piace alle donne, probabilmente ne aveva sempre
qualcuna intorno. Era abituato. Come ci è finita una frana come me insieme a uno
del genere? Lo guardai con una punta di malinconia.
Il ristorante, a conduzione familiare, era frequentato a sua volta soprattutto da
famiglie. In cucina c’erano suocera e nuora, in sala i due uomini, che con la voce
alta e sicura si ripetevano gli ordini a vicenda. Era come stare in una grande casa,
al caldo, e fuori la strada e il buio della sera.
Lì in mezzo, riuscii per un momento a scacciare dalla testa il mio triste passato.
Avevo una specie di fidanzato, con mia madre andava tutto bene, nel lavoro stavo
per fare un passo in avanti: pensai distrattamente che, forse, mi avviavo verso un
periodo felice. C’era il profumo della carne arrostita, il vociare delle persone, il
senso di liberazione tipico di quel momento della giornata in cui si riescono a
lasciare alle spalle istantaneamente i problemi quotidiani, e tutto questo, poco per
volta, mi riempì il cuore.
Aratani era allegro.
“Arrostiamo l’agnello! Qui hanno la carne di agnello migliore di qualsiasi altro
ristorante.”
Ridendo, risposi:
“Penso che saprò arrostirla a puntino. Ogni giorno osservo molto attentamente
Michiyo”.
Ordinammo quell’agnello delizioso, aspettammo insieme che lo portassero, lo
arrostimmo con tutto l’impegno e lo mangiammo senza pensare ad altro.
Intanto, la mia anima si nutriva della felicità scaturita da quel semplice processo.
Per la prima volta dopo tanto tempo mi stavo divertendo. Provavo molta
gratitudine. Ringraziavo in cuor mio Aratani per avermi trovato, nonostante stessi
vivendo “senza guardare nessuno, senza fare rumore”.
Anche mia madre stava lentamente cambiando.
Lavorando a contatto con la gente, sembrava che avesse assunto all’improvviso
una postura più corretta. Una sera, dopo tanto tempo, la vidi che si faceva una
maschera. E per di più era una maschera idratante di Guerlain, piuttosto cara, che
utilizzava molto in passato.
“Uh, mamma! Che nostalgia vederti con la maschera! L’hai comprata?”
“Macché, sono andata a prenderla a Meguro. Mi sono resa conto che rischiavo di
farla scadere, quindi ho fatto una corsa!”
E così adesso riusciva persino a tornare a casa per prendere una maschera di
bellezza.
Ridendo, aggiunse:
“Ho pensato che, adesso che finalmente mi sono ripresa, devo stare attenta
anche alla pelle, nella routine quotidiana. Nello spirito sono una ragazzina, ma la
pelle è quella di una donna di mezza età!”.
“Mi sembra l’atteggiamento giusto, no?”
“Ieri ho speso una fortuna dall’estetista. Al terzo piano del Tomod’s qui vicino c’è
un salone molto grazioso, ci vanno tutte le signore bene della zona.”
“Che bello, sembri quella di una volta, mamma!”
“Alla fine ho fatto un trattamento con una macchina che modella i lineamenti del
viso, si chiama ‘Miracle’. Non trovi che abbia il viso più sottile?”
La mamma era fiera di sé.
“Ora che me lo fai notare, in effetti la mandibola sembra più contenuta.”
Quel che era certo è che non aveva affatto l’aspetto di una donna che si sta
lasciando andare.
“Visto?” disse, sorridente. “Anche se dobbiamo fare economia, una volta ogni sei
mesi bisognerà che lo faccia.”
“Insomma, tutto bene, no? Hai fatto bene a trovarti quel lavoro part-time.”
“Quelli che lavorano con me sono tutte brave persone, e quando ho molto da fare
i clienti aspettano pazientemente. Certo, è pur sempre un lavoro, quindi viene
anche gente antipatica, ma Eri sa il fatto suo, e riusciamo sempre a lavorare
serenamente. Gli altri impiegati part-time sono tutti lì da molto tempo, e anche il
proprietario è un’ottima persona.”
La mamma non parlava mai di papà, ma questo non voleva dire che se ne fosse
dimenticata, lo sapevo benissimo. Trovavo incredibile la forza con cui era riuscita a
rimettersi in piedi. Ebbi la sensazione che avesse fatto del tempo un uso migliore di
me, che ero rimasta a piangere senza riuscire a prendere neanche una decisione.
Doveva essere quella la differenza tra perdere un genitore e perdere un marito.

Dopo qualche tempo, una sera che mi trovavo in casa perché non dovevo
lavorare, la mamma rientrò e mi disse all’improvviso: “Vado a Meguro a prendere il
mio macchinario per il viso che fa quel vapore che sembra nebbia!”. E così, dopo
tantissimo tempo, tornammo insieme nella nostra vecchia casa.
Era desolata, come tutte le case in cui non abita più nessuno.
Prima ancora di pensare a mio padre, nell’istante stesso in cui girai la maniglia e
percepii quel senso di abbandono, mi sembrò di essere sprofondata in un incubo.
All’ingresso c’era quell’odore a me familiare della casa, insieme a tutti gli altri segni
della nostra presenza. Ma ormai tutto si era fermato.
La mamma entrò di colpo, aprì la finestra e accese la luce.
Io andai dove una volta c’era la mia stanza e presi alcuni manuali di cucina e
romanzi da portare con me. Poi misi in ordine libri e abiti estivi che a Shimokita
ormai non ci stavano più e li sistemai sugli scaffali e nell’armadio.
Mentre facevo queste cose, mi sembrava di avere sempre qualcuno o qualcosa
alle spalle.
Girai lo sguardo più volte in direzione del pianoforte, domandandomi se il
fantasma di mio padre si sarebbe fatto vedere, ma niente. Nessun segnale. Era
vuoto ovunque.
Ma davvero avevo vissuto per così tanto tempo in quel posto? Le mie mani, i
piedi, gli occhi ricordavano perfettamente ogni angolo di quella stanza. L’odore, la
distanza dalla maniglia della porta, come correre in corridoio senza sbattere da
nessuna parte, andare in bagno senza accendere la luce. Ogni cosa era avvolta in
un’ombra densa e indecifrabile, e mi mancava tanto da avere la nausea, ma
nonostante tutto, ormai, quel luogo non mi apparteneva più. Strati di ricordi vi si
erano sedimentati, e l’aria, adesso, era pesante e irrespirabile. Su qualsiasi cosa
posassi lo sguardo, la vedevo come filtrata attraverso centinaia di immagini della
memoria che mi apparivano condensate, sovrapposte le une alle altre. Così non
poteva andare, mi sembrava di essere in una bara. Ora capivo fin troppo bene
cos’avesse spinto mia madre a correre da me: vivere qui da sola era opprimente.
E adesso stava in piedi vicino alla porta, dopo aver riempito una borsa di
cosmetici.
“Senti, Yocchan, avevo pensato che dopo tanto tempo sarebbe stato bello
mangiare francese qui insieme, ma con tutti questi ricordi mi è passata la voglia.
Quando ci sono venuta di giorno e da sola non è stato così. Evidentemente mi sono
troppo rilassata all’idea che ci fosse qualcuno a farmi compagnia, e poco per volta
ho iniziato a sentirmi triste e stanca.”
Ti capisco, ripetevo dentro di me, annuendo.
La mamma propose:
“Perché non ce ne torniamo indietro e mangiamo del curry?”.
“D’accordissimo!” risposi ridendo. “Oggi è aperto?”
Quando nominavamo il curry, sapevamo già tutte e due di cosa stessimo parlando.
C’era un ristorantino molto rinomato che all’interno ricordava un rifugio di
montagna, e si trovava a cinque minuti a piedi da casa.
“Sì, prima ho controllato l’insegna. È aperto. Tu quale vuoi, Yocchan? Io oggi lo
prendo ai funghi.”
“Io quello piccante alle verdure. Porzione grande.”
Dopo averle risposto, capii che stavo già meglio.
“Come faranno a fare un curry così buono in quel ristorante? E nessuno lascia
mai un chicco di riso! Mettono roux a volontà, che pare traboccare dal piatto, e già
così si ha una sensazione di abbondanza. E poi le melanzane, sempre dolci e
deliziose. Non a caso le hanno messe anche nel nome del locale!”
Mentre parlava, la mamma sorrideva. Quanto tempo era che non la vedevo
sorridere in questa casa? pensai con il cuore colmo di gratitudine. Era così bello
rivedere finalmente il suo sorriso con quelle pareti bianche sullo sfondo.
“Allora chiamami quando hai finito. Io sono di là a pulire.”
“Ok.”
Anche se quella conversazione era stata del tutto banale, per noi due,
indistintamente, aveva rappresentato un momento decisivo. Non l’avevamo
previsto, era successo all’improvviso. Volevamo tornare laggiù, volevamo girare
l’angolo e andare in quel ristorante. Volevamo sentirci serene, come ogni volta che
vedevamo l’insegna. Avremmo aperto la porta, saremmo entrate in quell’ambiente
piccolo e tranquillo, proprio come la stanza di un’amica, e guardando la coppia
taciturna che preparava il curry e i camerieri imbranati che facevano del loro
meglio per servire i clienti ci saremmo rilassate.
Ci avevamo pensato entrambe, provando intimamente una grande sorpresa. Ma
poi ognuna di noi si era detta che l’altra, magari, trovandosi lì dove aveva abitato in
passato, avrebbe preferito mangiare in un ristorante nei paraggi, come ai vecchi
tempi. Quindi ci eravamo trattenute dal proporlo. E invece avevamo pensato in
maniera identica. Parlando del posto in cui eravamo andate ad abitare, avevamo
recuperato il senso di un tempo soltanto nostro, era evidente. L’aria pesante tornò
limpida. Credo che sia stato proprio quello l’istante in cui abbiamo deciso di
lasciare la nostra vecchia casa. Non ci apparteneva più. Sentivamo chiaramente
che lì non avevamo più niente da fare.
Ci affrettammo a uscire con i bagagli. Quando mi infilai le scarpe la mamma disse,
come se le fosse venuto in mente proprio allora:
“Senti, lo so che non dovrei, però...”.
Annuii e le risposi. Non so come, ma avevo capito. Ci stavo pensando anch’io.
“La fotografia di papà, vero? Prendila, ce la portiamo.”
“Come hai fatto a capire?” domandò strabuzzando gli occhi.
“Penso anch’io che sia meglio.”
Fece un cenno di assenso ed entrò nella stanza.
Poi uscì tenendosi stretta la cornice con la foto di papà che stava vicino
all’amplificatore.
“Gli offriremo dei fiori ogni giorno nell’altra casa. Cos’ha da invidiare a questa, in
fondo?” disse.
“Sì, faremo così.”
C’era ancora una fotografia di noi tre insieme sul televisore nella mia stanza. Ma
era la prima volta che una fotografia di papà da solo entrava nell’appartamento mio
e della mamma.
“Ma certo, non ha proprio niente da invidiare a questa. Be’, di cose da invidiare
ne ha già parecchie, ma quel che è fatto è fatto.”
La mamma rise di cuore, rimproverandomi bonariamente di fare sempre la
spiritosa. Poi chiuse la porta. Girò la chiave, e ci lasciammo davvero alle spalle la
casa in cui avevamo vissuto, e in cui molto probabilmente non avremmo vissuto mai
più. Magari ci saremmo tornate altre volte, ma ripensandoci in futuro avremmo
ricordato quel momento specifico come il momento dell’addio.
Tornando a casa, dopo aver mangiato un ottimo curry, ci fermammo nel vicino
negozio di fiori, dove una signorina molto simpatica ci diede, insieme al suo bel
sorriso, un bouquet. Lo infilammo in una bottiglia da latte dell’epoca Shōwa che
avevamo comprato da un antiquario di Chazawa dōri e lo posizionammo vicino al
ritratto di mio padre. Poi versammo un po’ di olio profumato nel diffusore e
accendemmo lo stoppino. La piccola luce della candela si rifletteva tremolante sulla
parete, mentre il profumo di lavanda riempiva la stanza.
Guardai la foto di mio padre circondata da tutte queste cose, e mi dissi che anche
il suo trasferimento a Shimokita si era concluso.
Qualcosa era finito, era tornata la calma.
“Senti, mamma. Non dico subito, ma pensi di vendere l’altra casa? O magari di
affittarla?”
“Mmm... Sono più orientata ad affittarla. Quella mia cara amica dovrebbe
tornare fra un anno circa da San Francisco, e potrei venderla o affittarla a lei e suo
marito. Conoscendo la situazione, terrebbero quasi tutti i mobili e sarebbero anche
disposti a pagare un affitto elevato. Dice che nelle sue condizioni economiche
almeno questo, per noi, può farlo, e in ogni caso avrebbe cercato a Meguro. Nel
frattempo mi limiterò a raccogliere le mie cose poco alla volta, e magari mi
cercherò un posto tutto per me qui a Shimokita. Non ho ancora pensato ai dettagli,
ma vado in questa direzione.”
“Be’, direi che è un’ottima soluzione. Così nessuno soffrirà. Nemmeno papà.”
“Tranquilla, papà ce lo siamo portato qui oggi. Fatta eccezione per la parte di lui
che proprio non posso perdonare, la parte fondamentale della sua anima, ormai, si
trova qui.”
Se la mamma, che era sua moglie, può parlare con tanta sicurezza, vuol dire che
posso crederci.
E poi tornai a sognare il telefono.
La casa di Meguro adesso era vuota.
A parte i segni sulle pareti, non vi restava nessuno dei miei ricordi. Non c’era
neanche il pianoforte. La luce proiettava il quadrato della finestra sul pavimento.
Io stavo in piedi, immobile. Mi domandavo se il trasloco fosse stato ultimato. Così
presto? Era durato un attimo. Ma dove mi trovavo? Dov’erano i miei bagagli?
Ancora non si sapeva?
Riflettevo su queste cose distrattamente.
A quel punto suonò il telefono. Lo tirai fuori dalla borsa e provai a rispondere.
“Pronto?”
“Pronto” disse mio padre.
“Tranquillo, la tua fotografia è già a Shimokitazawa” gli risposi. E intanto
piangevo a dirotto.
“Papà! Papà, tu non ce l’hai con me, vero?”
Nessuna risposta.
Piangevo e non riuscivo a smettere, e non riuscivo nemmeno più a stare in piedi.
Appoggiai le mani sul pavimento. Il pavimento del soggiorno su cui mi ero rotolata
tante volte da bambina. A breve arriverà un tappeto nuovo, insieme a mobili che
non ho mai visto.
Dissi:
“Voglio vederti. Perché mi chiami al telefono?”.
L’altra me stessa intervenne per criticarmi: “Ci sarà pure qualcosa di meglio da
dire, no?”. Ma nel sogno finivo sempre per espormi troppo, una buona a nulla.
All’altro capo del telefono sentivo la solita presenza di mio padre, non poteva
avercela con noi.
Sì, papà voleva telefonarci. Quando stava per morire, la sola cosa che voleva era
telefonarci. Ne ero sicura.
Aprii gli occhi all’improvviso e mi sollevai di scatto nel buio della stanza.
Nell’aria si sentiva ancora l’aroma dell’olio essenziale, e la candela era accesa. Lì
vicino c’era la foto di mio padre. Mio padre, sorridente. Forse quando scattammo
quella fotografia lui si vedeva già con quella donna, però viveva ancora con noi.
Sono stati quel buon profumo e i colori dei fiori ad aprirmi la strada verso il
sogno... pensai, senza capire bene cosa volesse dire, assonnata com’ero. Mi
tranquillizzai, mio padre ormai non doveva più preoccuparsi di niente. Non so
perché, ma era stata tutta una questione di tempi. Doveva essere quel giorno, o mai
più.
Accanto a me vidi mia madre che dormiva serenamente. La bocca socchiusa, era
in viaggio attraverso il mondo dei sogni. Una persona importante, io, ce l’avevo
ancora.
Ritrovata la calma, tornai supina. Nel dormiveglia ebbi la sensazione che il
telefono fosse vicino a me, e mentre lo cercavo caddi in un sonno profondo.
Sentivo che finalmente alcune mie paure mi avevano abbandonato, d’ora in avanti
avrei potuto vivere una vita più serena. Sotto e sopra la mia trapunta di piuma
d’oca c’era solo un soffice tepore.
A spaventarmi non era solo il fatto che mio padre se ne andasse in giro. A farmi
più paura era l’idea che la mamma lo cancellasse del tutto dal proprio cuore.
Adesso lo sapevo.

Dopo qualche tempo, quella signora venne di nuovo al ristorante, stavolta da sola.
Era ora di pranzo e avevo molto da fare, per cui dovetti mettercela tutta per non
mostrarmi seccata.
Proprio adesso che le cose si erano in parte rimesse a posto e non sognavo più
mio padre, lei veniva a ricordarmelo. Volevo dimenticare persino che esistesse un
posto chiamato Ibaraki.
“Mi dispiace. Le mie visite non le fanno piacere, immagino.”
Con l’aria di chi vuole scusarsi, ordinò il pranzo.
Era vero che non avessi piacere di vederla, ma quella donna aveva a cuore mio
padre e, anche se stavo lavorando, non potevo fare a meno di pensare che era
venuta fin lì apposta, quindi servii il pranzo con il sorriso sulle labbra. Mangiava in
modo grazioso. Dava l’impressione di consumare con gusto. Non lo faceva
controvoglia, nonostante fosse venuta per altri motivi.
Guardando una persona mentre mangia si capisce quello che prova. Non c’è posa
o galateo che tenga: all’occhio di una come me, che guarda la gente mangiare ogni
giorno, non sfugge nulla.
C’era anche la possibilità che la sua visita alla tomba di papà ci abbia aiutato,
seppur da lontano, a toglierci parte del peso che portavamo nel cuore. Il mondo
gira in direzioni che non possiamo neanche immaginare.
Quando alla fine le portai il caffè, mi sforzai di affrontare l’argomento.
“Grazie di essere andata in visita alla tomba di mio padre, l’altra volta. Io e mia
madre proprio non ci riusciamo, quindi le sono particolarmente grata.”
Dal volto della donna la tensione svanì in un momento, e mi rivolse un sorriso
sereno.
Credo che fosse convinta di non piacermi. Forse ne ero convinta anch’io, ma il suo
sguardo era sincero, e il mio cuore si arrese alla certezza delle sue buone
intenzioni.
“Con tutto quello che ho passato anch’io, non ce la facevo a lasciar correre. Mi
dispiace di averle causato brutti ricordi. Poi...”
Mentre parlava, tirò fuori da un grande zaino un piccolo sacchetto. All’interno
c’era un altro sacchetto, molto bello, in piqué.
“Me lo ha dato una persona che conosco.”
Di quel genere di cose non capivo nulla, quindi tirai a indovinare.
“Cos’è? Sale?”
La signora annuì. Ci avevo preso.
Con un sorriso, disse:
“Esatto. La persona che me l’ha dato ha una sensibilità sciamanica piuttosto
sviluppata, e mi è stata di grande aiuto, quindi sono tornata per darle un consiglio.
Sarà soltanto un palliativo, ma il giorno in cui deciderà di andare a visitare la tomba
o il luogo dove è morto suo padre, lo porti con sé, mi raccomando”.
Avrei voluto dirle che non avevo nessuna intenzione di andarci, ma non lo feci.
A quella donna era stato portato via il marito, le era stato quasi ucciso, poi
avevano divorziato e alla fine lui era morto. La sua esperienza doveva essere stata
tremenda. Era straordinario che si mostrasse così gentile e offrisse il suo aiuto a
una persona che non aveva mai visto, dopo essere riuscita, in parte, a ritrovare la
serenità e forse anche un poco di felicità. Provai una profonda stima per lei.
In fondo le probabilità che quel sale glielo tirassi dietro erano altissime.
Come se avesse indovinato i miei pensieri, la signora disse:
“Ti starai domandando perché lo faccio. Non posso sapere cosa provi davvero,
ma sento di poterti capire più di chiunque altro al mondo. È come se fossimo unite
in profondità. Non vogliamo odiare, ma finiamo per farlo. Non vogliamo dare la
colpa a nessuno, ma lo facciamo. Vorremmo prendere le cose alla leggera, ma ci
ritroviamo sempre a un punto morto”.
Annuii senza dire niente, perché era tutto vero. Poi le domandai:
“Io non mi sono mai rivolta a qualcuno per chiedere un consiglio in merito a
queste cose che... che non si vedono. Ma cos’ha detto quella persona a proposito
del mio caso?”.
La signora abbassò lo sguardo.
Poi, come facendosi coraggio, mi disse:
“Ha detto: ‘Quella donna sa rivelare la fascinazione che la morte esercita
segretamente sulle persone, e lo fa poco per volta, andandoci a letto insieme’”.
Fu come se qualcosa mi avesse trafitto il cuore da parte a parte.
Ogni volta che ci ripensavo era come se mio padre si allontanasse un po’ di più.
“Il fatto stesso che fosse alla ricerca di qualcuno con cui morire dimostra che
ormai lei non apparteneva più a questo mondo. Non dobbiamo provare compassione
per lei, ma neanche odiarla. Dipende tutto da noi, ha detto. Anche se io non lo
capisco fino in fondo.”
Aveva detto queste ultime parole con un accento leggermente diverso. Per un
attimo mi irrigidii, pensando che la donna morta doveva avere lo stesso accento.
“Per chi resta, però, la vita va avanti.”
In quel momento, qualcuno mi chiamò da un altro tavolo e dovetti allontanarmi.
“Sì. Grazie. Lo conserverò con cura, e lo spargerò nel luogo in cui mio padre è
morto, il giorno che ci andrò.”
Così dicendo, presi il grazioso sacchetto che conteneva il sale.
Dopo aver sorseggiato con calma il suo caffè, la donna se ne andò sorridente. Una
signora di mezza età uguale a tante altre, con la schiena curva e i polpacci torniti,
vestita in modo semplicissimo.
Una persona che forse non avrei incontrato mai più, ma unita a me in un legame
che una vita intera non avrebbe potuto spezzare.
Ma cosa diavolo è la vita?
Non sapevo davvero cosa pensare.
Quello che deve succedere, succede sempre tutto in una volta. E se i miei
comportamenti avevano un significato, doveva nascondersi proprio lì da qualche
parte, vago come una schiuma che affiorava dal mio incoscio.
Dall’ultima volta, le distanze tra me e Aratani si erano accorciate. Raccontarci a
vicenda ciò che ci stava a cuore doveva averci tranquillizzato. Mi ero pentita
sinceramente di avere disprezzato, in alcune occasioni, la reticenza di Aratani. Era
molto più maturo di quanto immaginassi, e mi voleva bene davvero.
Devo confessare che dentro di me ce l’avevo anche un po’ con lui perché credevo
che fosse interessato a me come “povera ragazza a cui è morto il papà”. Ma col
tempo mi convinsi che non era così. Conoscendolo, capii che si era sentito attratto
da me.
E così svanì anche la mia arroganza nei suoi confronti.
A dormire da lui non ero ancora andata, e nemmeno sentivo un desiderio
irrefrenabile di baciarlo in strada o negli ascensori, come fanno i liceali. Ma, se
camminavamo o stavamo seduti, ci succedeva sempre più spesso di ritrovarci mano
nella mano o attaccati l’uno all’altra.
All’orario di chiusura, come sempre, veniva a sedersi al bancone. Vedendolo, mi
dicevo che anche quello non sarebbe durato a lungo, e intanto mi facevo coraggio e
concludevo la mia giornata di lavoro, dopodiché uscivamo insieme.
Les Liens si preparava a chiudere.
Un giorno, mentre riordinava le mensole, Michiyo mormorò:
“E così niente più granite d’estate”.
Ero dispiaciuta anch’io. Proprio perché l’estate precedente era stata la peggiore
della mia vita, riuscivo a ricordare perfettamente quanto fossero fresche quelle
insalate, e fredde le granite. Mi regalavano un po’ di vita ogni volta che ne
mangiavo.
Ma per quanto il giorno della chiusura si approssimasse, in realtà si trattava solo
di un’interruzione, Michiyo e io saremmo andate avanti, avremmo riaperto il
ristorante. Ci dicemmo che non c’era alcun motivo di essere tristi, pulimmo tutto
per bene e ce ne andammo.
Quando ci salutammo, mentre chiudeva a chiave, Michiyo disse che eravamo
anche troppo commosse, considerato che non era ancora l’ultimo giorno.
Anche se sapevo che l’edificio sarebbe stato demolito, negli ultimi tempi ero
diventata ancora più scrupolosa nelle pulizie. Volevo che il pavimento fosse più
lucido, le finestre più lustre. Un po’ come quando ci si confronta con una persona di
cui si ha molta stima. Pulivo immaginando che in tutta la mia vita non l’avrei fatto
mai più.
Arrivai a pensare che sarebbe stato bello se con mio padre mi fossi comportata
allo stesso modo. Nel suo caso, sapevo che ormai non c’era più, e mi capitava più
spesso di cedere alla rassegnazione.

Aratani mi aspettava nel bar di Chizuru. Quella sera voleva bere assolutamente la
loro birra scura Higuma koi, e quando andai nel seminterrato lo scorsi, oltre il
suono assordante del rock anni settanta, seduto a un tavolo di fronte a mia madre.
Era un locale particolare, tutto fatto di vetro lavorato a mano, come un mosaico
composto da un Gaudí ubriaco. C’era una lucertola gigante attaccata al soffitto.
Internamente ricordava il mondo azteco, o forse spagnolo, con grandi tavoli di
legno pieni di parti concave e convesse. La musica era sempre a tutto volume,
ciononostante era un posto tranquillo e all’antica.
Quella sera, però, non feci caso all’arredamento e ai clienti. La vista di loro due a
me così familiari, uno di fronte all’altra, mi aveva dato fastidio.
Be’, sì, in fondo quello era il locale preferito di mia madre, quindi non dovevo
stupirmi, prima o poi sarebbe successo, o almeno così cercavo di convincermi
mentre, ostentando indifferenza, mi avvicinavo a loro col sorriso sulle labbra.
“Ah, Yocchan! Quindi è questo Aratani, eh?”
“Com’è che ve ne state qui a bere soli soletti?”
Dopo una giornata di lavoro avevo male alle gambe, e la voce mi uscì
leggermente seccata. Non credevo di essere così infantile. Ma a scioccarmi più di
tutto fu il fatto che, vedendoli insieme, non mi sentii sopraffatta da una gioia
incondizionata. Mi meravigliai che il mio primo pensiero fosse: “Questa non ci
voleva”.
Chiaramente imbarazzato, Aratani rispose:
“Scusa, è che ci siamo incontrati per caso e senza rendercene conto ci siamo
ritrovati a chiacchierare...”.
Mi misi a ridere.
“Ma certo, può succedere, no?”
Era arrivato il cameriere, quindi mi misi a sedere accanto a mia madre e ordinai
il solito.
“Una Red Fox e degli edamame, per favore.”
Poi mi tolsi il soprabito.
Il locale stava aperto fino a notte fonda, e mi era capitato anche di venirci da sola,
o di mangiarci con la mamma, quindi non era una novità.
La mamma disse:
“Aratani, sono contenta di aver potuto parlare con te”.
E mandò giù d’un sorso il suo cocktail. Poi aggiunse:
“Allora vi lascio. Non voglio fare da terzo incomodo”.
Ammirai in cuor mio la mamma per il tempismo con cui aveva calcolato la sua
uscita di scena. Poi le dissi:
“Macché. Torniamo insieme, no?”.
“No, largo ai giovani. E poi in televisione danno un programma che voglio vedere.
A dire la verità oggi pomeriggio mi sono portata il televisore grande dalla casa di
Meguro. Mi ha aiutato Hacchan.”
Rise.
“In quella stanza così piccola? E di quello che c’era che ne hai fatto?”
“L’ho portato a Meguro e l’ho lasciato lì.”
“Fai tutto di testa tua... Me l’aveva regalato un’amica.”
“Ma alla mia età la vista si abbassa, quel televisore così piccolo non andava bene,
e poi, scusa, aveva ancora il tubo catodico! Comunque lo vedrai con i tuoi occhi
quando torni. La stanza è così piccola che qualsiasi cosa acquista intensità, sembra
di stare al cinema. Ah, e poi ho portato anche un piccolo impianto stereo.”
“Sempre meno spazio. Resterà un po’ di posto per dormire, almeno?”
Parlavo così, ma in realtà ero contenta. La mamma si stava godendo il presente.
Poco per volta stava mettendo insieme il vecchio e il nuovo appartamento, e così
facendo accettava il passato.
“Ti aspetto a casa, al caldo. E se non dovessi rientrare, non fa niente!”
“Mamma!”
Senza curarsi delle mie proteste, andò a pagare. Pagò anche la mia parte. Poi se
ne andò via salendo le scale allegramente.
“In fondo se andiamo tutti negli stessi locali a un certo punto ci si deve incontrare
per forza” dissi, dopodiché, finalmente tranquilla, iniziai a bere.
“Hai una bella mamma.”
“Ma no, è imbarazzante. Hai mai visto una mamma che se ne va in giro a bere la
sera tardi? So già che quando tornerò non saprò nemmeno dove mettermi a
dormire, tra il televisore e l’impianto stereo.”
“Infatti. Peccato che se ne sia andata. Tieni.”
Aratani tirò fuori dalla borsa un oggetto avvolto in un pezzo di stoffa.
Tornai a provare una sensazione che avevo già provato di recente.
“Non l’ho potuto dire a tua madre.”
“Cosa?”
Aprì il pezzo di stoffa e tirò fuori una specie di amuleto.
Senza volerlo, dissi:
“Di nuovo?”.
“Di nuovo cosa?”
Allora gli parlai del sale che avevo ricevuto dalla signora.
Aratani annuì e rifletté per un momento.
“Ricordi quando ti ho parlato del suicidio e del rituale di purificazione? Allora mi
sono rivolto a un conoscente di mio padre, in un santuario vicino a casa. Quando hai
detto che forse un giorno saresti andata a Ibaraki, sono tornato al santuario e mi
sono fatto dare questo. Ho pensato che tenendolo con te ti saresti sentita meglio.”
Senza pensare, dissi: “Anche tu, Aratani!”.
“Ma no, non voglio dire che devi farlo per chissà quale ragione, semplicemente ho
pensato che potrebbe alleviarti il carico. Scusami, so che non sono affari miei, e ho
finito per essere invadente.”
Persino il tono della sua voce era simile a quello della signora, il che mi mise di
cattivo umore.
Mi scusai con lui.
“Mi dispiace, ho detto cose che non pensavo. Grazie, comunque.”
Aratani arrossì imbarazzato. Si era adombrato, ma io sapevo quanto fosse
tenero.
Mi piaceva sempre di più.
Non sapevo cosa mi bloccasse ancora.
L’amaro della birra si confondeva con le profondità della notte. Mi misi a pensare
come una bambina che volevo dimenticare dov’ero e cosa stessi facendo per andare
a casa di Aratani insieme a lui. Il pensiero di mio padre continuava a pungere come
una spina, ma la trasformazione della mamma si stava riflettendo su di me e
anch’io, dentro, stavo cambiando poco per volta.
Forse Aratani e io ci saremmo gradualmente avvicinati, non saremmo più riusciti
a separarci, avremmo trascorso qui tutte le nostre giornate. Tante cose sarebbero
successe, avremmo litigato, pianto, poi io sarei andata in Francia e sarei ritornata.
Mi sarei rimessa a lavorare, un giorno dopo l’altro, e magari a un certo punto
saremmo andati a vivere insieme, ci saremmo sposati, avremmo avuto un
bambino... Tutto era possibile, ma il futuro non si può prevedere. Una macchina
avrebbe potuto investirmi e uccidermi non appena avessi messo un piede fuori dal
bar. A Parigi avrei potuto incontrare il grande amore e non fare mai più ritorno qui.
Andando al lavoro, la sera successiva, Aratani si sarebbe potuto trovare
improvvisamente una donna bellissima alle calcagna, per la quale mi avrebbe
lasciato profondendosi in mille scuse. E allora è meglio fare tutto ciò che si può
senza risparmiarsi. Molto meglio, ne sono sicura.
Ma se tra noi le cose si fossero fatte subito più serie, sarebbe stato tutto troppo
semplice, e qualcosa di irrisolto mi sarebbe rimasto dentro. C’entrava mio padre, e
non potevo continuare a fingere di ignorarlo.
Se fossi andata avanti per la mia strada, avrei potuto vivere tutto alla luce del
sole, senza imbarazzi per nessuno. E allora avrei dovuto distogliere lo sguardo di
tanto in tanto, perché ci sarebbero stati sicuramente anche momenti bui, non tutto
sarebbe andato come previsto. Niente era certo.
Capii che proprio nella parte più grande e più nascosta nelle profondità
dell’imprevisto, sarei riuscita a individuare una versione in miniatura delle ragioni
che avevano portato alla morte di mio padre.
Ma ormai ero stanca anche di capire.
Era troppo faticoso. Volevo fare di testa mia, farmi sorreggere da lui in quel
preciso istante, stargli attaccata e chiudere gli occhi. Ma c’era ancora un velo a
separare la me normale, che avrebbe potuto attuare questo proposito, da quella più
profonda.
In presenza di quel velo non potevo fare nulla, perché il mio istinto mi diceva che
in seguito me ne sarei pentita. Non sapevo perché, ma era così. Non ero né troppo
cauta né troppo riflessiva. Semplicemente, quel velo era davanti ai miei occhi in
modo del tutto naturale.
Forse volevo stare ancora così, non ci sarebbe stato niente di male, non volevo
pensare a ciò che avrei potuto perdere, Aratani non sarebbe sparito. Fa che sia
così, fa che aspetti ancora un poco, dicevo tra me e me, carezzando di nascosto la
superficie dell’amuleto che mi aveva regalato.
Ma non sapevo nemmeno che cosa avrebbe dovuto aspettare.

Quando rientrai, il bel televisore a cristalli liquidi era nella malconcia stanza col
tatami e mia madre, come se si trovasse davanti allo schermo di una sala
cinematografica, aveva il volto tutto illuminato.
“Sono tornata. Impossibile non notarlo, quel televisore.”
“Uh? Sei tornata?”
“Non avrei dovuto?”
La mamma rispose sinceramente.
“No no, sono contenta. Volevo che vedessi com’è diventata lussuosa questa
stanza.”
Mentre mi preparavo una tisana, la mamma disse:
“Carino il tuo ragazzo!”.
“Eh, sì. È intelligente, e ha gusto per la musica, anche se non ci piacciono proprio
le stesse cose. Poi è raffinato, qualche volta è buffo: in definitiva è una brava
persona. Ti ha detto che gestisce quella live house a Shinjuku?”
“Sì, me l’ha detto. Me la ricordo. L’odore, la musica ad alto volume, il gin tonic
troppo forte nei bicchieri di plastica. All’epoca non mi piaceva granché. E tuo padre
era quasi offensivo a pretendere da sua moglie un look da signora piena di soldi,
mentre durante i live si divertiva come un ragazzino. Se fosse capitato oggi ci sarei
andata vestita così e me la sarei spassata ballando fino allo sfinimento. In fondo ero
giovane anch’io, allora. Giovane e seria. Forse pensavo di dover essere io,
comportandomi da adulta, a compensare l’impressione di leggerezza del lavoro di
tuo padre.”
Annuii in silenzio. Poi dissi:
“Piuttosto, che stai guardando?”.
Ci pensavo da prima.
Era un film che mi sembrava di avere già visto, ma doveva essere passato così
tanto tempo che non mi ricordavo niente. Yakushimaru Hiroko 1 e Matsuda
Yūsaku... 2
“ È Tantei monogatari. Qualche tempo fa, passando davanti al Lady Jane, mi è
venuta voglia di vedere Matsuda Yūsaku, così l’ho comprato e adesso lo stavo
guardando. È un bel film, vero? Recitano entrambi in modo superbo. Adoro questo
film, mi piace davvero tanto. Ah, perché non sono venuta ad abitare in questo
quartiere quando Matsuda Yūsaku era ancora vivo? Forse qualche sera l’avrei
incontrato in strada, per caso. E poi chissà che cosa gli avrei fatto.”
“Questo film sono andata a vederlo al cinema con papà quando ero bambina. Però
ero troppo piccola e non ci ho capito niente.”
“Sì, infatti, a tuo padre piaceva Matsuda Yūsaku. Forse era un po’ il suo idolo.”
Parlava con calma, come quando papà era ancora vivo.
Forse anche quello era un segno.
I film procedono nella sola direzione della scena con bacio finale, portandosi
dietro tutta la passione.

Quando Michiyo prese l’influenza, capii che ero ancora un’incapace e


un’immatura. Una sera mi disse:
“Credo di avere la febbre, meglio che non mi stai vicino. Nella peggiore delle
ipotesi, per pranzo proponiamo soltanto couscous e curry. Inizio a prepararli”.
E così, senza lamentarsi ma con aria sofferente, iniziò a preparare lo stufato.
Cercai di aiutarla come potevo, ma vedendola così affaticata non potei fare a meno
di sentire che avevo ancora tutto da imparare.
“Se riusciamo a far venire Moriyama almeno domani potremo stare aperti” dissi
io.
“Sì. A domani penseremo domani, però” rispose Michiyo.
Quando ebbe ultimato i preparativi se ne tornò a casa e io, sapendo di dovermi
occupare del turno di pranzo, andai a dormire presto, ma il giorno successivo fu un
inferno.
Moriyama aveva un impegno precedente e riuscì ad arrivare solo dopo essersi
liberato, quasi a mezzogiorno. Prima di allora c’era stata una gran confusione, e
malgrado ci fossi soltanto io il ristorante era al completo.
Anche se si trattava soltanto di couscous e curry, per la prima volta da quando
avevo iniziato a lavorare i clienti si erano stancati di aspettare.
Può capitare che il ristorante si riempia proprio nei momenti meno opportuni, ma
quella volta accompagnai senza accorgermene la gente verso tavoli non
perfettamente puliti, strofinandoli in fretta e furia con un panno, e portai piatti
riempiti con poca cura. Mi ritrovai ben presto in una situazione di panico, e quando,
dopo aver respirato profondamente più volte, mi feci animo e ricapitolai per filo e
per segno cosa avrei dovuto fare, arrivò Moriyama. Che sollievo vedere il viso
rotondo e con gli occhiali del mio collega! Avevo voglia di abbracciarlo.
Piagnucolando gli elencai tutte le mie distrazioni, e lui mi consolò dicendo che da
sola non avrei potuto fare di meglio.
Moriyama restò per il turno di sera, scrivemmo sulla lavagna all’esterno che
c’erano couscous e curry e in un modo o nell’altro ce la cavammo. Ciononostante,
rispetto al solito le quantità nei piatti mi sembrarono leggermente disuguali.
Quando, verso l’orario di chiusura, venne Aratani, la situazione era ormai sotto
controllo, e avevo fatto l’abitudine all’assenza di Michiyo in cucina. Ma ci ero
arrivata con un po’ di ritardo. Molti clienti erano di passaggio, e del nostro
ristorante sarebbe rimasta solo quella giornata come ricordo.
Appresi sulla mia pelle quanto fosse eccessiva la mia dipendenza da Michiyo.
Credevo di potercela fare da sola, invece avevo mani e piedi legati.
Ce la cavammo anche l’indomani a pranzo.
Per cena non c’era niente di pronto, per cui Michiyo, con un filo di voce, ci disse
per telefono che potevamo prenderci la serata libera. Il giorno dopo sarebbe stata
a casa, mentre il successivo era un festivo: avrebbe potuto riposare per due giorni
di fila, e a quel punto si sarebbe ripresa sicuramente.
E così capii, restandoci un po’ male, che se non avessi almeno imparato a
preparare gli stufati, in caso di emergenza non sarei stata in grado di tenere aperto
il ristorante. Ma allo stesso tempo sapevo che non potevo pensare di sostituirmi a
Michiyo, così mi fissai l’obiettivo di arrivare almeno a gestire il locale al suo posto
per qualche giorno, cercando di esserle utile più che concentrandomi unicamente
sulla cucina.
Avevo fatto avanti e indietro per il ristorante fino a non sentire più le gambe, e
alla chiusura, ormai, barcollavo.
Aratani mi aveva aspettato per andare a bere un bicchiere insieme.
Camminavamo per la strada buia con un vento freddo e pungente, mentre le stelle
luccicavano come frammenti di ghiaccio. L’aria era tersa grazie al vento forte, e le
finestre dei palazzi si distinguevano nettamente, come se fossero molto più vicine.
“E pensare che finora ho creduto di lavorare fino a non avere più forza. Ero
proprio una bambina. E di forza ne avevo ancora, eccome. Doveva capitarmi
questo, perché mi rendessi conto che ero ancora una bambina.”
“Ma non potresti mai portare avanti da sola il ristorante per sempre. Se pensassi
di farcela, allora sì che saresti una bambina. In fondo non hai nemmeno trent’anni,
Yocchan. È da adesso che devi trovare una stabilità e cominciare a occuparti di
tutto.”
Aratani diceva sempre la cosa giusta.
Portava un montgomery apparentemente costoso, la cui lana mi rilassava al solo
contatto, quando mi teneva a braccetto.
“Ho veramente ancora tutto da imparare” dissi, ma mentre il viso accaldato si
raffreddava sentivo crescere in me la speranza. Essere giovani voleva dire proprio
quello. L’eccitazione di fare una dopo l’altra cose che non si erano mai fatte.
Aratani mi guardò fisso e disse:
“Ti cola il naso”.
Poi mi strofinò forte il naso con il guanto.
“Ma che fai!?” dissi ridendo, ma in quell’istante Aratani mi baciò con trasporto. Di
notte, in una Chazawa dōri quasi deserta, più o meno all’altezza della banca Shōwa
shin’yō.
Mi teneva stretta, spingendo con forza contro la mia porta chiusa, toccandomi
con desiderio.
“Non ce la faccio più. Fermati da me, stanotte.”
“Sono troppo stanca, non posso restare per la notte. Ma se vuoi vengo per un
po’.”
“Andiamo.”
Chiamò un taxi. Perché no?, mi dissi, avevo lavorato bene e poi l’indomani avrei
avuto la giornata libera.
Nell’auto non parlammo. Io finivo sempre per guardare fuori dal finestrino, e non
riuscivo a pensare a niente. Del suo lavoro, del sistema di amplificazione della live
house, non sapevo un granché, ma in quel momento non me ne importava più di
tanto. Non so perché un’idea del genere mi venne proprio allora, ma pensai che
avrebbe sposato qualcuno con cui portare avanti la sua attività. Se così non fosse
stato, considerando che i suoi genitori erano divorziati, probabilmente non avrebbe
avuto una gran voglia di sposarsi.
Non avevo iniziato a uscire con lui sapendo che un giorno ci saremmo lasciati,
però sapevo che sarebbe successo, e quindi non mi andava.
In quello stesso istante, Aratani disse, con aria del tutto innocente:
“Speriamo di arrivare presto...”.
Mi fece ridere. Era bello, per me, scoprire questo suo buffo lato nascosto in un
modo così poco teatrale.
Aratani aprì la porta sul buio del suo appartamento e accese la luce dell’ingresso.
In quello spazio a me già familiare, mi tolsi il cappotto, e Aratani mi abbracciò.
Dissi:
“Così, subito?”.
“Certo. Tè e alcol possiamo rimandarli a dopo. Non riesco ad aspettare.”
Forse non poteva aspettare, forse era abituato così. Il suo modo di toccarmi era
del tutto naturale, non era né aggressivo né nervoso. Sul divano, nella stanza
illuminata solo dalle luci dell’ingresso e da quelle dei lampioni all’esterno, facemmo
l’amore per la prima volta. Né lui né io ci togliemmo i vestiti di dosso.
Dopo averlo fatto, le distanze tra noi si erano annullate.
Mezz’ora dopo, con tutti i vestiti stropicciati, Aratani mi preparò un delizioso tè al
latte. Era notte fonda. Aveva aggiunto al latte del tè Assam e li aveva portati
lentamente a bollore. Era pieno di zucchero di canna, dolce, di un gusto che dava
felicità. Poi, scherzando tra noi – “Ma non ci eravamo promessi un bicchierino?” –,
prendemmo due birre fredde in lattina dal frigorifero e facemmo un brindisi.
La seconda volta accadde più lentamente. Ci togliemmo i vestiti, e facemmo sesso
dolcemente, avvolti nella trapunta. L’abilità di Aratani era straordinaria, non mi era
mai capitato di farlo così e, senza neanche rendermene conto, non vedevo l’ora che
succedesse di nuovo.
Ma non riuscivo a togliermi dalla testa una cosa.
Che tra noi non sarebbe durata a lungo.
Era solo un presentimento, ma sentivo che, una volta arrivati a questo punto, tra
noi non ci sarebbe stato più nulla. Non sarebbe successo più niente.
Mi sentivo vuota, tanto da non poterci credere. Non so se Aratani se ne fosse
accorto. Ma forse sì. Eravamo finiti a letto insieme, e l’incantesimo si era spezzato.
“È stato bello. Alla prossima.”
Bevvi tutto il mio caffè, mi lasciai accompagnare in strada da Aratani, che aveva
ancora indosso solo una maglietta leggera, dopodiché presi un taxi. E lui mi guardò
andare via.
Non riuscii a trattenere le lacrime.
Perché non ero innamorata di lui? Avrei voluto esserlo, e tanto. Nella notte, il taxi
sembrava scivolare sulla strada verso Shimokitazawa. Addio, mio amore ingannato.
Un amore che mi avrebbe potuto prendere completamente, se solo fosse arrivato in
un altro momento.
La strada di notte era tutt’uno con le lacrime. La paura di perdere qualcosa ha
fatto sì che cercassi di lasciare le cose com’erano, e per questo avevo continuato
quella relazione. Senza Aratani sarei stata sola, triste: per questo mi piaceva. Ma
non lo amavo, mi piaceva soltanto. L’ho saputo da sempre, scegliendo, però, la via
dell’inganno.

Scrissi una mail ad Aratani per chiedergli tempo, visto che le cose si erano
evolute troppo in fretta, e io non sapevo più cosa pensare. La sua risposta fu:
“Chiama quando vuoi, ti aspetto. Continuerò a venire al ristorante come sempre.
Ormai non posso più vivere senza la vostra cucina”.
Questo lato di lui mi piaceva, e mi fece sorridere.
Mi piaceva, niente di più. Però non mi sembrava ancora il momento di dirglielo, e
continuai a essere felice quando Aratani, una volta ogni tre giorni circa, veniva al
ristorante. Ci scambiavamo qualche bacio e magari ci prendevamo per mano, ma
senza andare oltre. Aratani era deciso ad aspettare, mentre io non ero ancora nelle
condizioni mentali adatte per dirgli qualcosa di definitivo. Ero tutta presa dai
preparativi in vista della chiusura. E Aratani, che lo sapeva, ebbe l’accortezza di
non coinvolgermi in conversazioni troppo impegnative.
Ma da qualche parte, dentro di me, sapevo che lui si era abituato. Non era tanto
per me, ma per tutto l’insieme: non si sarebbe messo certo a correre dietro ad
altre donne.
Ero confusa, mortificata, per niente contenta.

Intanto l’inverno avanzava e per lo Tsuyuzakikan e Les Liens arrivò la fine. Il


giorno in cui avrebbero demolito l’edificio fu fissato.
Negli ultimi giorni vennero uno dopo l’altro tutti i clienti abituali, e
quotidianamente si tenevano delle festicciole.
L’ultimissimo giorno celebrammo una piccola festa d’addio, a cui parteciparono
anche Aratani e mia madre. Michiyo e Moriyama versarono qualche lacrima, e poi
rimettemmo in ordine tutti insieme in silenzio. Per le pulizie ci aiutarono anche i
clienti. Dalla piccola finestra fotografai un’ultima volta quella stessa Chazawa dōri
che aveva guidato la guarigione mia e della mamma, poi lucidai con cura tutti i
vetri. Fino al giorno in cui avremmo portato via tutti gli scatoloni, la porta sarebbe
rimasta sigillata.
Prima di sparire nel buio della strada, Michiyo disse:
“Allora a febbraio andiamo in Francia, d’accordo?”.
“E così è finita un’epoca” fu il commento di mia madre, dopodiché lei, io e Aratani
andammo al bar di Chizuru per brindare. Entrambi mi ringraziarono per il mio
lavoro sino ad allora, il che mi fece molto piacere, e al brindisi si unì anche la stessa
Chizuru.
Poi la mamma e io accompagnammo Aratani alla stazione e tornammo a piedi
insieme.
Erano gli ultimi giorni dell’anno, e la strada con i negozi era animata anche a
quell’ora tarda.
Sembrava che la gente avesse fretta di finire qualcosa.
La mamma, ridendo, mi disse:
“Visto che da domani non avrai più niente da fare potresti mettere a posto
l’armadio. Però prenditela comoda per qualche tempo”.
“Grazie. Senti, mamma...”
Ormai avevo iniziato un discorso, ma non sapevo di cosa volessi parlarle. Alla fine
dissi:
“Che ne pensi di me e Aratani?”.
Mi lanciò un’occhiata, poi camminò in silenzio per qualche istante. Si sentiva
chiaramente il rumore dei suoi stivali a punta. Proprio a metà strada, all’altezza del
Sunkus, finalmente rispose.
“Un amico con cui sei stata a letto. Sembra brutto a dirsi, ma credo proprio che
una cosa importante come il matrimonio, per esempio, sia impensabile. Anche se è
un ottimo ragazzo.”
“Davvero?”
Me l’aspettavo.
Sapeva che la sua opinione mi avrebbe potuto influenzare, per questo ci aveva
pensato bene prima di rispondere. Adoravo mia madre.
Poi si scusò sinceramente, come se fosse stata una mia amica.
“Perdonami, vengo a gettare acqua sul fuoco proprio mentre avete una storia.”
“Non preoccuparti, la penso anch’io più o meno come te. Quindi dovrei
comportarmi in modo corretto con lui?”
“Non credo che tu debba considerarla una questione di correttezza. Quando si
litiga si è sempre in due.”
Mi misi a ridere.
“Non credo che sia l’espressione più giusta, ma capisco quello che vuoi dire.”
Il ristorante era arrivato alla fine in maniera del tutto naturale, mentre mi
occupavo delle cose di ogni giorno ripetendomi: “Non chiuderà oggi, ci penserò a
tempo debito”. Negli ultimi tempi c’era molto da fare, quindi Moriyama non era mai
mancato. In questo modo, ci ritrovammo a lavorare con più calma, ed eravamo
allegramente occupati.
Quando finì per davvero, mi rilassai. E senza alcuna logica, pensai che se papà
non fosse morto, quella donna si sarebbe trovata un altro uomo. Mio padre, cioè,
aveva salvato chi sarebbe venuto dopo di lui. Al contrario, se fosse scampato alla
morte e il suo successore fosse venuto a mancare, allora sarebbe stato anche
peggio...
E così, finalmente, compresi il significato della visita di quella signora.
“Sai, mamma... C’è una cosa di cui vorrei parlarti. Ti va di bere ancora una cosa
in quel bel bar dell’altra volta? Offro io.”
“Va bene. Problemi di cuore?”
“No. Si tratta di una signora che è venuta al ristorante qualche tempo fa.”
“Ok.”
Sono certa che avesse già capito dalla mia espressione quale fosse l’argomento
della conversazione.

Ci sedemmo al bancone e ordinammo solo un cocktail di frutta fresca, poi


raccontai tutto alla mamma. Che mi ero vista con Yamazaki, che avevo avuto il sale
dalla signora e un amuleto da Aratani, che avevo saputo delle cose su quella donna.
Non feci nessuna fatica a parlarne, e mi resi conto che ero stata io stessa a
prenderla in modo così pesante. La mamma mi ascoltava con un’espressione
relativamente impassibile. Si limitò ad aggrottare le sopracciglia di tanto in tanto.
Con quell’espressione era molto affascinante. Forse era quella la sua faccia, da
giovane.
“E allora? Che vuoi fare?” mi disse. “Vuoi andare in quella foresta? Offrire una
cerimonia, una preghiera? Come nel romanzo Itamu hito?”
“Caspita, conosci un romanzo così recente?”
“Be’, nonostante il lavoro part-time ho tempo libero a volontà.”
“Comunque non ho ancora deciso niente. Semplicemente mi sto chiedendo come
dovrei comportarmi.”
“Scusa la franchezza, ma di cose del genere non voglio nemmeno sentir parlare.
Finirei per commemorare anche lei insieme a lui. E poi ancora non ho fatto ordine
dentro di me, sarebbe una farsa.”
“Sapevo che avresti risposto così. Te l’ho detto tanto per parlare.”
Dissi così, ma mi scappò una lacrima. Che strano, era come se fossi tornata
bambina. Mi veniva da piangere solo perché mia madre non era d’accordo con me.
“Devi scusarmi, ma credo che in questa circostanza le nostre posizioni siano
diverse, ed è giusto che sia così. Non ce l’ho più con loro, neanche con lei. Anche se
mi fa arrabbiare, sono stata io che me lo sono lasciata portare via come un’ingenua.
Ma tuo padre lo è stato di più, visto che si è fatto uccidere. Ciò detto, non me la
sento ancora di pregare affinché la sua anima possa trovare pace.”
Le lacrime non ne volevano sapere di fermarsi. Asciugandomele, risposi:
“Ne hai tutto il diritto”.
“Nella mia situazione, è bene che io me ne stia da sola. Sei l’unica al mondo che
può capirmi, Yocchan. Per questo, se vorrai tornare in quel luogo io non te lo
vieterò. Io, però, non ci voglio venire. Voglio tener fede a questa mia decisione.
Forse non ci andrò mai. Forse resterò per sempre a questo punto, terrò a mente
soltanto i suoi lati migliori e i bei ricordi.”
“Ti capisco. Sono ancora una bambina. Ma non intendevo dire che dobbiamo
andarci insieme, mettendoci a pregare come se niente fosse. Se qualcosa non si può
mettere a posto, non è necessario provarci. È solo che ho sognato più volte papà
che mi telefonava, e quindi mi è venuto il desiderio di fare qualcosa per stare
meglio.”
“Puoi fare quello che vuoi, Yocchan. Non te ne farò una colpa e non te lo
impedirò. Io però non ci voglio andare, punto. Non voglio fare una cosa così
corretta. Mi sento rodere dalla rabbia, anche se per ora sto bene così. Ma ti sono
davvero grata. Io stessa mi sono detta più volte che devo darmi da fare, ma è come
se non mi ricordassi affatto di quel periodo. Ho vissuto giorno dopo giorno nel buio
completo. Poi sono venuta a pregarti di farmi vivere con te. Mi hai salvato, credimi.
Sai cosa significa essere abbandonati così? È una cosa miserabile anche agli
occhi della gente, ma non si tratta solo di questo. Tutti mi hanno detto che forse tuo
padre non faceva sul serio, che quella donna l’ha pugnalato alle spalle. Ma non è
vero. Ho preso a odiarmi sul serio, tutto di me mi sembra sporco, sgraziato, mi
viene voglia di sparire senza lasciare traccia. Se pure sembra che stia per
capitarmi qualcosa di bello, davanti ai miei occhi si materializza l’immagine di quei
morti uno accanto all’altra. E m’immagino che prima erano stati a letto insieme, che
avevano bevuto insieme. E nello stesso istante mi sembra di non valere niente, di
non significare niente.
È solo quando sono con te che la mia vita ha un senso. Sono felice di averti avuto.
Abbiamo deciso di avere un figlio quando le cose tra noi non andavano bene,
pensavamo che sarebbe servito a proteggere il nostro rapporto. Abbiamo fatto
bene. Non riesco a pensare a come sarebbe stato vivere senza di te, e il mio
desiderio più grande è che non ti succeda mai niente di brutto. Per me sei più
importante della mia stessa vita.
Ciononostante non me la sento, proprio io che vivo in questa specie di pantano, di
andare in quel posto insieme a te, che invece sei mossa dalle migliori intenzioni. A
tuo padre auguro ogni giorno di morire, Yocchan. Anche se non può morire più di
così.”
Annuii in silenzio e mandai giù il mio cocktail. Sentii il sapore fresco della frutta
farsi strada nella bocca. In fondo vivere significa questo.
Io non sono una brava ragazza. Ho provato spesso fastidio – anche se non in
maniera esagerata – per il fatto di dover ospitare mia madre, e qualche volta ho
trovato seccante l’interesse di Aratani nei miei confronti. Quanto al ristorante, più
volte mi sono chiesta a cosa servisse lavorare e pulire, visto che non era mio, e ho
persino pensato che, a dispetto dello zelo con cui servivo i clienti, loro non
avrebbero fatto niente per me, né tantomeno Michiyo mi avrebbe sposato
garantendomi un futuro. Pensavo che fosse tutto inutile, che ero la sola a pagare
per tutto, che non avrei ricavato nulla, che per colpa degli altri continuavo a
soffrire, e che di tutto questo, prima o poi, avrei chiesto conto.
Ma qualcosa che mi era stato donato da mio padre e mia madre insieme ha fatto
in modo che ciò non accadesse.
Era come se con le loro azioni mi avessero insegnato ad andar fiera di essere
amata. Uno è morto per distrazione, l’altra si è presentata a casa della figlia pur
avendone una tutta per sé, eppure entrambi hanno vissuto, ciascuno a modo suo.
Anche quello aveva fatto in modo che io non mi perdessi.
In quel momento mia madre, guardando il bicchiere che teneva in mano, disse
all’improvviso una cosa che mi fece trasalire:
“Sai il tuo sogno? Lo faccio anch’io. Credo che volesse telefonarci. Mentre
moriva, nella sua testa c’era soltanto il desiderio di telefonare. Non so perché, ma
di questo sono assolutamente sicura. E non era a quella donna che voleva
telefonare, ma a noi. Quindi va bene, mi basta questo. Mi basta questo, ormai”.

In un colpo solo mi ero tolta sia il peso di tenere nascosto qualcosa a mia madre,
sia l’ansia degli ultimi giorni di lavoro al ristorante, quando dovevo stare attenta a
non ammalarmi. E infatti quella notte mi venne la febbre. Sembrava una di quelle
febbri da crescita, salì all’improvviso e dopo neanche tre ore scese del tutto.
Bevvi molta acqua e me ne restai tutto il tempo nel futon. La mamma mi preparò
una bevanda bollente di miele e limone, che mandai giù tremando. Mentre quel
sapore aspro si faceva strada dentro di me, fissai le macchie del vecchio tatami.
Sono i classici particolari che si notano di più quando si ha la febbre. Ciononostante,
non sentii alcun desiderio di ritornare nella mia stanza della vecchia e pulitissima
casa. Era la casa della mia famiglia, e quel tempo, ormai, era finito.
La mamma disse:
“Come al solito ho voglia di vedere Matsuda Yūsaku. Tengo il volume basso, non
preoccuparti”.
Stavolta era A Homance che si era messa a guardare su quello schermo gigante.
Nella mia testa febbricitante, la giovane Tezuka Satomi 3 era bella come un
angelo.
Le luci intermittenti della televisione nella stanza buia mi fecero tornare in mente
un viaggio fatto tutti e tre insieme. Mi sembrò di rivivere quella volta che mi ero
addormentata nella stanza di un ryokan, mentre papà e mamma sonnecchiavano
davanti alla televisione.
Ripensandoci, forse per la prima volta da quando era successo quello che era
successo, versai lacrime “normali”.
Non fu un pianto disperato, non fu odio, né dolore, né risentimento, neanche
rimorso.
Scendevano una dopo l’altra, inarrestabili: erano le lacrime di chi ha appena
scoperto di non essere più un bambino, e ripensa con nostalgia a un tempo che è
passato.
Anche se quando piangevamo cercavamo di nasconderlo, sia la mamma che io ci
eravamo abituate, ormai. Così tanto che quella volta, pur essendosene accorta, non
disse nulla. Non c’era né freddezza né calore. Eravamo nella stessa stanza e
provavamo le stesse emozioni.
Mi dissi che ero fortunata a capirlo, adesso.
Lo ero in un modo diverso da quando, con il mio ragazzo, mi ero entusiasmata in
quel ristorante di carne arrostita. A un livello più profondo, lo sentivo, mi stavano
dando tregua.

Aprii gli occhi, guardai l’orologio, pensai di essere in ritardo ma poi ci ripensai, e
mi resi conto che il ristorante, ormai, non c’era più. Mi sembrava strano non aver
niente da fare fino all’anno nuovo. Ero frastornata, era come se il mio corpo volesse
ancora andare a lavorare. Come se avessi dimenticato chissà dove una parte di me.
La mamma era già uscita, e sui fornelli aveva lasciato dell’okayu per me. Doveva
essere perché avevo avuto la febbre e avevo pianto.
Il cielo invernale era di un bell’azzurro, il vento sibilava.
I l tatami della stanza era abbagliante, come se una luce bianca vi si fosse
riversata sopra.
Con in bocca il sapore dolce dell’okayu, guardai giù dalla finestra il ristorante con
tutte le luci spente, e mi sentii triste. Non era un semplice giorno festivo: quel posto
non sarebbe mai più ritornato a vivere. Fra pochi giorni sarebbero arrivati quelli
della società edile e avrebbero portato fuori tutti gli elettrodomestici dalla cucina.
Quelli ancora buoni li avremmo lasciati per qualche tempo a casa di Michiyo. Per il
viaggio in Francia, era andata a finire che Michiyo sarebbe partita a metà gennaio
e io a febbraio, e avremmo cominciato incontrandoci a Parigi per mangiare
ostriche. Di cose da fare ne avevo, tra il passaporto da rinnovare e la valigia da
andare a prendere a casa, ma per il momento volevo starmene così, senza pensare
a niente.
Il cielo era infinito, sembrava voler arrivare dappertutto, come i tentacoli di un
polpo.
All’improvviso mi dissi che era giunta l’ora di andare a Ibaraki. Col mio sale e il
mio amuleto, prima di mezzogiorno, finché ancora c’era luce. Con quel bel tempo, e
frastornata com’ero, forse sarebbe stata la volta buona.
Misi insieme un semplice bagaglio e uscii di casa, dopo aver inviato a mia madre,
che probabilmente era al lavoro, questo messaggio: “La febbre è scesa, quindi vado
a Ibaraki per quella commemorazione. Non dovrei restare per la notte”.
Arrivai alla stazione di Tōkyō, presi il biglietto per il pullman, al piano sotterraneo
comprai onigiri e tè, e quando mancavano quindici minuti alla partenza mi sedetti
su una panchina. Guardando la rotonda e i pullman che partivano per diverse
destinazioni, e l’andatura rilassata di chi si metteva in viaggio per chissà dove,
all’improvviso provai una gran tristezza. Non era successo niente, però scappai in
lacrime, respiravo a fatica, mi sentivo perduta. Non sapevo che fare, il pullman
sarebbe partito a momenti e io dovevo calmarmi, ma più mi dicevo così e più la
tristezza prendeva il sopravvento. Fui assalita dalla sensazione inspiegabile di aver
perso tutto.
La mamma, dovevo telefonare alla mamma. Nel tirare fuori il cellulare, mi
accorsi che in memoria c’era una chiamata ricevuta. Pensai che fosse Aratani, e
invece era Yamazaki. Come per riflesso, richiamai.
“Pronto.”
La voce di Yamazaki riuscì a tranquilizzarmi anche in quell’occasione.
“Buongiorno. Mi hai cercato?”
Avevo la voce nasale e in più stavo piangendo come una fontana, ma mi sforzai di
esprimermi educatamente.
Senza scomporsi, Yamazaki disse:
“Mi domandavo cosa avessi deciso di fare per Ibaraki, e così ti ho chiamato. Oggi
il tempo è bello, è la giornata perfetta per una gita. Ah, non voglio dire che
dobbiamo andare oggi. Semplicemente me ne sono ricordato”.
Piangendo risposi:
“Andiamoci oggi. A dire la verità, in questo momento mi trovo alla stazione di
Tōkyō e sto per salire su un pullman diretto a Suigō Itako. Solo che mi sento triste,
mi sono messa a piangere, vorrei un compagno di viaggio”.
“Eh? Adesso? Ma soprattutto... Stai piangendo? E tua madre?”
“Si è rifiutata. Mi ha detto di no, non c’è stato verso di convincerla.”
Non appena lo dissi la tristezza e la voglia di piangere diventarono più intense e
mi misi a singhiozzare. Yamazaki tacque per un po’. Per un intervallo abbastanza
lungo, si sentì soltanto il mio pianto. Poi Yamazaki, fatti passare alcuni minuti, disse
con voce allegra:
“Va bene, andiamo. Oggi non ho niente da fare, mi fa piacere. Yocchan, stai per
prendere il pullman? Io sono in auto. Ti vengo dietro?”.
Che persona straordinaria, pensai. Poi risposi in tutta sincerità:
“D’accordo, ti aspetto. Potresti chiamarmi quando arrivi a Suigō Itako e Kashima,
magari?”
Adesso sarebbe andato tutto bene.
“Credo che si farà tardi, però.”
“Va bene, allora farò un bagno da Sante.”
“Ho capito. Programmerò il navigatore su questa destinazione. Quando arrivo ti
chiamo.”
Per un momento il suo spirito d’iniziativa mi lasciò frastornata. Rischiavo di
prendermi una cotta per lui. Il mio cuore, che fino a poco prima aveva perso di vista
la strada da seguire, adesso aveva ritrovato calore. Entusiasta, salii sul pullman.
Mi resi conto che avrei voluto davvero la mamma con me.
Avevo sempre pensato che dopo i vent’anni si potesse fare qualsiasi cosa da soli,
ma mi sbagliavo di grosso. Era l’ennesima conferma che avevo ancora tutto da
imparare. Eppure quel senso di sconfitta aveva un che di rassicurante. La tensione
si era sciolta, allentata, potevo solo ricominciare daccapo, ero a terra e avevo
voglia di guardare in alto.
Il pullman partì, entrò in autostrada, e nel tempo di un pisolino arrivò a
destinazione. Quel posto era un campo esposto al vento e senza niente intorno...
L’ultima volta che c’ero andata il paesaggio non si vedeva, ma adesso sì. Si vedeva
anche il vento, che attraversava un cielo profondo, altissimo e terso. Vedevo la
distesa d’erba, scintillante di luce dorata. Osservandolo con animo calmo, quel
paesaggio era completamente diverso.
Da lì presi un taxi e mi diressi verso il luogo dell’appuntamento.
La stazione termale si trovava in un punto dal quale si vedeva il mare, appena
entrati sulla statale. Come una normale turista, infilai il mio grosso bagaglio
nell’armadietto, e poi mi unii alle vecchiette del posto e mi lavai. Restai per un
tempo interminabile nella grossa vasca all’aria aperta a guardare la vastità del
cielo azzurro, le onde del mare che si sollevavano impetuose, lontano oltre gli
alberi. Era tanto che non vedevo spazi così grandi, così ampi, e sentii allargarsi il
cuore. Avevo fatto bene a venire qui.
Perlomeno avevo capito che in quel periodo Yamazaki mi andava più a genio di
Aratani. Ed era stata una liberazione. Ero stata fortunata anche a rendermi conto
che Aratani non mi sarebbe mai così piaciuto da volerlo sposare. Quella sera,
quando non era riuscito a resistere, Aratani mi aveva mostrato il suo lato migliore,
eppure a me non era piaciuto. Mi dicevo che se avesse aspettato un altro po’,
magari, le cose sarebbero andate diversamente.
Conosceva troppo le donne perché potessi fidarmi di lui fino in fondo. Pensavo che
se il mio corpo l’avesse desiderato per primo, avrei rischiato di mettere da parte il
cuore.
In fondo perché la mamma stava guardando Tantei monogatari? E il film, per
giunta, non la serie televisiva. Non era forse già lì dentro, la risposta?
Uscii dopo circa un’ora, e nel cellulare trovai il messaggio: “Sono arrivato ma non
rispondi, quindi faccio un bagno. Ci vediamo nella hall”.
Mentre sonnecchiavo nella hall, arrivò Yamazaki che era appena uscito
dall’acqua. Sembrava una riunione di famiglia.
“Ciao, Yocchan.”
Dalla mia posizione distesa guardavo nel profondo degli occhi grandi e rotondi di
Yamazaki: era quello il luogo in cui avrei trovato rifugio, ne ero certa. Ero
governata da quella singolare tranquillità. Non era razionale, ma vedevo uno spazio
vuoto in cui mi sarei potuta immergere agevolmente. Ero sicura di non sbagliarmi.
Non c’entrava con quante volte l’avevo incontrato, cos’era successo, quello che
aveva fatto per me. Non mi sbagliavo, ero attratta da lui. Anche se aveva una
moglie bellissima, anche se non avrebbe mai saputo ciò che provavo.
Mi alzai e dissi:
“Scusa se non ti ho risposto al telefono. E scusa anche se ti ho fatto venire fin
qui”.
“Dopo il bagno ci vorrebbe proprio una bella birra, ma devo guidare.”
Rise. Poi aggiunse:
“Oggi non avevo niente da fare, e poi sono venuto perché mi andava, quindi non
preoccuparti. Però...”.
Quanti anni aveva Yamazaki? Intorno ai quarantacinque, forse. Nonostante fosse
più giovane di mio padre, gliene avevo dati sempre di più per via del suo
temperamento calmo. A guardarlo bene aveva una pelle giovane, mentre i vestiti
che portava erano sempre da vecchio. Doveva essere per quello.
“... Come dire... C’è qualcosa nel vento, oggi, nel cielo, che mi ha fatto venire
voglia di visitare la tomba di Imo, quindi ti ho chiamato. Non avevo pensato
minimamente di venire fin qui, ma va bene. In una giornata piena di sole come oggi,
un’anima può trovare finalmente pace, non credi?”
Guardando il profilo di Yamazaki – quello sì che era da signore di mezza età –
mentre parlava, mi sentii ancora più serena. Quindi era proprio così, era stato il
cielo, ci avevo pensato anch’io.
“È vero. È la giornata ideale per portare a termine qualcosa.”
Basta farsi viziare, basta appoggiarsi agli altri. Decisi di comportarmi da pari a
pari.
“Qualcosa che, altrimenti, non ci lascerebbe andare avanti. L’amuleto e il sale
che porto in borsa si stanno facendo sempre più pesanti. Ma quando la mamma mi
ha piantato in asso mi sono sentita più triste di quanto avessi immaginato. Quindi
sono felice che tu sia venuto. A essere sinceri, l’idea di andare fin lì da sola mi dava
i brividi. Ti ringrazio, davvero.”
“Yocchan, in così poco tempo sembri essere diventata adulta.”
“È solo che sono capitate delle cose, e ho capito di essere una bambina.”

Il posto in cui quella donna e mio padre si erano suicidati si trovava nei pressi di
un piccolo villaggio, in una foresta distante dalla statale.
Parevano rovine disabitate... una piattaforma di legno marcia e cadente, edifici
con i vetri rotti, usati forse solo d’estate. Vicino a un gruppo di case di villeggiatura
con le tavole da surf lasciate appoggiate e abbandonate, una strada senza abitanti,
senza passanti, priva di pavimentazione, la cui visuale era compromessa dai rami
degli alberi che poco alla volta sono arrivati fin lì dalla foresta. Era in fondo a quella
strada.
A trovare la coppia (non vorrei parlare di coppia, ma devo) era stata la moglie di
un illustratore che abitava poco lontano da lì. Loro due erano tra i pochi a essersi
trasferiti lì e a viverci tutto l’anno. L’auto era rimasta ferma a lungo in fondo a
quella strada senza uscita, e quindi la signora ci si era avvicinata durante la
passeggiata con il cane.
Era una donna molto gentile, sinceramente dispiaciuta per noi, e aveva anche
preparato del tè caldo per la mamma e per me, che eravamo sotto choc. Qualche
giorno dopo le facemmo recapitare dei dolci per ringraziarla, e in quell’occasione ci
scrisse una lettera molto delicata. L’illustratore fece uno splendido disegno che
allegò alla lettera.
Anche in quel giorno tragico c’era stata una piccola luce, pensai ricordandomi di
loro. Intanto il vento soffiava attraverso la foresta, mentre la vecchia Mini Cooper
di Yamazaki si avventurava all’interno. L’auto era già abbastanza instabile, ma
sullo sterrato ballava ancora di più. In salita sembrava di essere sulle montagne
russe.
Poi restammo in silenzio.
Mano a mano che gli spiegavo la strada, mi sentivo mancare il respiro e mi girava
la testa. Ci sto davvero andando? mi domandavo.
Naturalmente l’auto di mio padre non era più lì, e quella scena tremenda non
l’avrei più rivista. Ci sarebbe stata soltanto la strada senza uscita, vuota, coperta
dal fogliame secco.
Che posto terribile, delle persone erano morte lì. Mio padre non era stato felice
lì, in quel luogo la sua vita era terminata. La sua musica, le sue esecuzioni
meravigliose, il tempo passato con noi, era stato tutto risucchiato in quello squallido
buco nero: ecco che posto era.
Dissi a Yamazaki che eravamo arrivati, e lui spense il motore.
Scesi dall’auto e dissi:
“Se lasciassi qui l’amuleto, a chi ci abita potrebbe fare impressione, non credi?”.
“Ma no, non credo. E se lo sotterrassimo?”
“Lo sotterriamo a bordo strada?”
Yamazaki tirò fuori dal cofano dell’auto – non so perché ce l’avesse – una vanga.
Non una pala, proprio una vanga.
“Quella... Quando... Per cosa l’hai usata?”
Rise.
“Parecchio tempo fa mia moglie ha piantato dei tuberi a casa dei suoi genitori. Ce
l’ho da allora.”
“Tua moglie sta bene?”
“Abbiamo divorziato due anni fa. Se n’è andata di casa. Ehi, non è stato per una
mia scappatella! Non che non ce ne siano state di scappatelle... ma comunque lei
era una donna difficile. Voleva dei figli ma non riusciva ad averne. Si è trovata un
ragazzo giovane, ha divorziato da me, ha sposato lui e alla fine, in età matura, ha
avuto un bambino.”
Sentendo ciò, a dire il vero, fui un po’ contenta. Ma trattandosi di lui, sicuramente
doveva avere già un’altra donna accanto.
“Davvero? Be’, con una donna così bella certe cose possono capitare. È un
peccato, però. Stavate bene insieme. Lo pensava anche mia madre.”
“Imo se n’è andato, io ho divorziato: in questi due o tre anni sono cambiate tante
cose. Quasi ci si stupisce di riuscire a vivere normalmente.”
“Io ho ancora mia madre, ma mi sento come se avessi perso tutto.”
“È perché pensi con le parole, Yocchan. Parecchie risposte non vengono mai
fuori, nemmeno a furia di girarci intorno. Ma per te trascorrere il tempo così è
normale, e non ti chiedi mai se sia infantile, o sbagliato. Eppure c’è un altro modo di
trascorrere il tempo. Si può anche stare fermi a guardare nel vuoto, senza pensare
a niente, in attesa che tutto passi. Forse tua madre ha scelto questa seconda
strada.”
Nella sua voce risuonava un’emozione sincera. Tacqui, perché aveva colto nel
segno.
“Guardandola ti preoccupi e pensi di dover riflettere al posto suo. Ma nessuno
può riflettere al posto di qualcun altro, per quanto vicini si possa essere. In fondo
questo è il tuo lato tenero, il tuo lato buono. Tu dai sempre il massimo, in qualsiasi
occasione, ti preoccupi degli altri costantemente, ti muovi e pensi per loro senza
sprecare un momento, e questo eccesso di coraggio, a un certo punto, sfocia nel
pianto.”
“Quando mi metto a riflettere sprigiono una tale energia che la si potrebbe
utilizzare per mettere in moto i treni. Però stavolta non avrei potuto davvero fare
nient’altro. Non avevo mai pensato così tanto, prima d’ora.”
“No, Yocchan, tu cerchi di pensare al posto degli altri sin da quando eri bambina.
Sia Imo che tua madre appartenevano a quella categoria di persone che pensa a
cose fatte, e sei sempre stata tu a pensare per conto loro. Ma loro non ci facevano
troppo caso. All’epoca ricordo di aver pensato spesso che per i figli unici la vita è
dura. Eri sempre preoccupata, dicevi ai tuoi genitori di non fare qualcosa o il giorno
dopo avrebbero avuto la febbre, di non mangiare troppo o si sarebbero sentiti
male... Credo che sia arrivato il momento di pensare solo a te stessa.”
“Grazie, Yamazaki.”
Gli ero grata per le sue parole, gli ero grata dal profondo del cuore per essermi
stato a guardare tutto quel tempo.
Scavammo insieme una buca. Mi sentivo in colpa a sotterrare quell’amuleto, ma
agli dèi non avrebbe potuto dare più fastidio dell’idea che lì fosse morto qualcuno.
Be’, ma per gli dèi, in fondo, niente è un fastidio. Neanche eventi più gravi, come un
doppio suicidio o un omicidio. Questo pensiero mi fece sentire leggera.
Rivolgendo un ringraziamento ad Aratani, sotterrai l’amuleto che mi aveva
regalato.
Poi, senza pensare, tirai fuori un oggetto che tenevo con me.
Il telefono cellulare di mio padre.
Lo stesso che avevo visto tante volte in sogno.
Quella mattina mio padre l’aveva dimenticato. Dopo la sua morte, il telefono era
rimasto in carica. I poliziotti se l’erano portato via dicendo che dovevano
controllarlo. Naturalmente nella memoria c’erano molti messaggi e chiamate di
quella donna, e oltre a quelli videro anche i banali scambi di messaggi con me e con
la mamma. Se quella mattina non l’avesse dimenticato a casa, forse a un certo
punto avrebbe potuto chiamarci, forse ci saremmo accorte che c’era qualcosa di
strano e saremmo riuscite a intervenire per fermarli. Quest’idea ci aveva
tormentato a lungo. Infine, una sera, la polizia ci aveva riconsegnato il telefono
avvolto in un sacchetto di plastica. La mamma l’aveva gettato sul pavimento
dell’ingresso e, piena di rabbia, l’aveva calpestato più e più volte, rompendolo. Poi,
con la faccia a terra, aveva pianto a dirotto. Osservando l’impeto della sua
reazione, non ero riuscita a trattenere le lacrime. Mentre piangevo urlavo, perché
non era giusto che mia madre avesse dovuto vedere i dati contenuti lì dentro, e non
era giusto che la nostra vita fosse stata esposta allo sguardo altrui.
Quel cellulare ridotto in pezzi era morto almeno quanto mio padre, ma mentre lo
raccoglievo mi resi conto che non sarei riuscita a disfarmene, e così lo tenni con
me.
Lo sotterrai insieme all’amuleto. Senza sapere perché, mi sentii un po’ in colpa
nei confronti di papà, ma volli farlo lo stesso. Sapevo che se avessi continuato a
tenerlo avrei sofferto ancora di più. Di ricordi materiali, in fondo, ce n’erano tanti.
Non me ne serviva uno così triste.
Volevo sotterrarlo, così, in sogno, magari mio padre avrebbe smesso di cercarlo.
Poi, senza un motivo preciso, rimisi le foglie secche al loro posto, coprendo tutto.
Dolcemente, con gentilezza, gli rivolsi un pensiero. Papà, adesso lo spirito del
cellulare arriverà da te, così potrai telefonarci quanto vuoi.
Prima, Yamazaki aveva detto:
“Non è il cellulare di Imo, quello? Da quanto non lo vedevo... Come mai è così
rovinato? Fa venire i brividi!”.
E poi, ridendo, aveva aggiunto:
“Puoi anche evitare di ricoprire tutto con le foglie, non è mica un trappola per
animali!”.
L’aveva detto in modo buffo, e fece ridere anche me. Accompagnate dal vento, le
nostre risate risuonarono leggere tra gli alberi.
Aprii il sacchetto, divisi il sale con Yamazaki, e come in un rituale di purificazione
lo spargemmo tutt’intorno. Poi giungemmo le mani in preghiera.
Papà, la tua foto è a Shimokitazawa, la tua anima è libera. Credo che la mamma
sia ancora un po’ arrabbiata, ma in fondo nessuno ce l’ha davvero più con te. E
prego anche per lei, signora, anche se non la conosco, prego per lei, donna bella e
infelice, per il suo tragico destino, causato forse da uno scherzo pessimo di mia zia,
bella anche lei in gioventù. Prego anche se di lei non so niente, anche se non
m’interessa, anche se non voglio sapere niente. Prego perché non torni a cercare il
suicidio in una nuova vita. Capisco il desiderio di morire, ma per chi resta è una
cosa terribile. La nostra vita, ormai, è cambiata per sempre.
“Mi sento un po’ meglio.”
Le parole di Yamazaki mi fecero aprire gli occhi di scatto.
Non stava chiedendo a me, diceva che era lui a sentirsi meglio, quindi mi
tranquillizzai.
Così come era giusto che mia madre non venisse, non potevo neanche pretendere
una cosa del genere da lui.
Mi alzai in piedi dicendomi che avrei visitato la tomba, ma lì non sarei più tornata.
E così feci un inchino in direzione della casa dell’illustratore, le cui luci brillavano in
lontananza.
Prego perché possiate vivere a lungo e felicemente. Grazie di tutto.
“Anch’io sono riuscita in parte a mettermi l’anima in pace. Ogni volta che pensavo
a questo posto mi tornavano in mente le pattuglie della polizia e l’auto ferma, e mi
deprimevo. Adesso ho sovrapposto a quell’immagine il paesaggio di oggi, e ho la
sensazione di essermi tolta un peso.”
Mentre parlavo ero calma, ma lo stesso iniziai a versare lacrime copiose.
Mentre stavo per allontanarmi per sempre da quel luogo, mi tornò in mente
all’improvviso il tepore del tè che ci aveva preparato la moglie dell’illustratore. Ce
l’aveva porto con un sorriso, dicendo: “Ecco” con una voce cristallina, mentre alle
sue spalle il marito ci guardava in silenzio. In quegli occhi profondi si rifletteva il
ricordo di chi ha visto tanto, il ricordo del tempo vissuto al fianco di sua moglie.
Sicuramente anche loro erano scioccati e sconvolti, eppure si erano presi cura di
noi senza farcelo capire, fingendo di essere tranquilli. La mamma e io bevemmo il
tè e non pensammo ad altro. Non ne avremmo mai dimenticato il sapore. Era il
gusto della gentilezza disinteressata, che non si aspetta ricompense.
“Lo spero per te.”
Così dicendo, Yamazaki guardò l’orologio.
“Sono già le quattro. Non siamo riusciti a visitare l’acquario di Ōarai. Va bene lo
stesso, in fondo siamo andati alle terme.”
“No, andiamoci.”
Il cuore mi batteva all’impazzata. Stavo arrossendo, ne ero sicura.
“Ci andiamo domattina, sarà la prima cosa che faremo.”
“Yocchan, ma cosa stai dicendo? Imo mi ammazza.”
“Ormai è morto, non ti può ammazzare.”
“Torna apposta per ammazzarmi.”
Si mise a ridere. Vedendo i suoi denti perfetti, pensai che il suo sorriso era il più
bello che avessi mai visto. Il paesaggio tetro della foresta d’inverno, intorno a noi,
sembrava sfavillare.
“Non deve succedere per forza qualcosa, voglio divertirmi a oltranza. Ora come
ora posso soltanto divertirmi.”
Yamazaki mi ascoltava in silenzio. Infilai le mani in tasca e guardando in alto
verso il cielo dissi:
“E se pure dovesse succedere qualcosa, per me andrebbe bene. Io non sono
proprietà di nessuno. E poi vorrei proprio vedere com’è fatta quell’energia
sprigionata dall’unione di un uomo e di una donna che ha ucciso mio padre”.
Mi guardava con occhi severi.
Tacque per qualche istante. Poi disse:
“Yocchan, penso che nessun uomo della mia età direbbe che non gli piaci, che non
ti trova carina, che non vorrebbe portarti a letto. È così che sono fatti gli uomini.
Ma se ti facessi qualcosa, mi odierei domani stesso. Non potrei vivere. Quindi
smettila di parlare così”.
Annuii senza dire niente.
Le lacrime scendevano una dopo l’altra, Yamazaki mi piaceva sempre di più: era
un’ingiustizia.
“Posso innamorarmi di te?”
“Yocchan, non sei nelle condizioni per innamorarti di qualcuno. Quelli che non
sono in grado di capirlo, o che cercano di approfittarsene, sono degli idioti.”
Volevo dirgli che a volte, anche se uno lo capisce, finisce per farlo comunque, ma
tacqui.
“Credo che tu abbia ragione. Forse cerco solo un sostegno. L’uomo di casa è
venuto a mancare all’improvviso, deve essere per quello.”
Yamazaki scoppiò a ridere.
“Che sagoma sei, Yocchan. Mi hai fatto ridere.”
“Allora la prossima volta andiamo all’acquario di Ōarai, va bene? Mi ci
accompagni? Possiamo portare anche la mamma, e magari fermarci per la notte. In
fondo è solo questo luogo qui che vuole dimenticare. A papà gli acquari piacevano
moltissimo, per questo ci voglio andare.”
“Va bene. Quando farà più caldo ci andremo, e inviteremo anche tua madre. Oggi
però rientriamo. Bisogna offrire un banchetto per la purificazione. Adesso torniamo
a Tōkyō, parcheggiamo e lo facciamo. Brindiamo con del sakè e mangiamo
qualcosa. Concediamoci il lusso di mangiare qualcosa di costoso.”
“Allora dividiamo le spese.”
“Mi beccherei un pugno da Imo.”
Yamazaki sorrise.
“Te lo beccheresti comunque, dal momento che siamo insieme, quindi che
importa?”
Così dicendo mi misi a ridere anch’io. Stavo facendo i capricci, mi perdonavo
qualsiasi cosa: ero assolutamente soddisfatta.
Il mio animo, naturalmente, non si era rasserenato.
Per quante volte lo vedessi, il luogo in cui mio padre era morto restava un luogo
desolato e cruento, e la donna che era insieme a lui era ancora un enigma. Non
sapevo nemmeno quale fosse davvero il suo stato d’animo, in quel momento. Ma
forse non dipendeva da quello. In ogni caso, il cielo era limpido e l’aria pulita, la mia
vita continuava, la mamma c’era ancora. È impossibile conoscere i veri sentimenti
di qualcuno. E non è necessario. Di quel giorno, ormai, non restava più niente.
Visitare un luogo triste provoca sempre sofferenza, andare a mangiare qualcosa
di buono con una persona con cui andiamo d’accordo aiuta a sentirsi meglio, tutto
qui. Non era necessario che conoscessi lo stato d’animo di mio padre. C’erano tante
cose che mi piacevano di lui, del resto non m’importava.
Andava bene anche così, con le incertezze, il senso di disgusto, la lentezza, la
confusione, le difficoltà di tutti noi.
Va bene, va bene. Va bene così, comunque vada.
In fondo ero viva, e con me c’era la persona di cui probabilmente ero davvero
innamorata.
Nella penombra che ora aveva avvolto la foresta, mi fu chiaro per la prima volta il
significato di quel modo di pensare. Capii cosa avesse provato mia madre
presentandosi a casa mia e riuscii finalmente a considerarla una persona, non un
genitore.
Era come se il senso di tutto mi fosse piovuto nelle mani all’improvviso, come se
del terriccio fertile, soffice e abbondante, esposto al sole in uno spazio aperto,
avesse assunto la forma della risposta di cui avevo bisogno.

Dopo il pellegrinaggio ci venne una gran fame, stabilimmo che a una


commemorazione dovesse seguire necessariamente del sakè, però bisognava anche
mangiare. Chiacchierammo di queste cose come due amici, poi salimmo in auto e in
autostrada il nostro umore era tranquillo e positivo.
Capii che la mia confessione imprevista aveva sciolto qualche nodo, contribuendo
a generare quell’atmosfera rilassata e divertente. Durante il tragitto parlammo di
tanti argomenti, e sentii che ormai mi aveva accettato.
Sembrava proprio che fossimo fatti l’uno per l’altra, tanto stavamo bene insieme,
ma forse questo è quello che Yamazaki, con la sua ricca esperienza di vita alle
spalle, mi stava lasciando credere. Quella volta scoprii anche che lui, influenzato
dalla moglie che era una vera buongustaia, non mangiava molto ma in fatto di
cucina non scendeva a compromessi. Dopo esserci consultati per un po’, Yamazaki
propose di andare in un delizioso ristorante di soba vicino a casa sua, e a quel punto
l’atmosfera, tra noi, diventò davvero allegra. Era come se ci fossimo dimenticati di
essere andati in un luogo dove erano morte delle persone. Come se avessimo deciso
di comune accordo che quello fosse il modo migliore per tagliare i ponti con il
passato.
Parlammo di mio padre, delle bizzarrie di mia madre e del suo divorzio in modo
leggero, scherzoso, in un clima allegro e disteso.
Mi venne da piangere solo quando la radio passò all’improvviso la canzone che
avevo sentito a casa di Aratani la prima volta che ci ero andata.
Stavo bene con Aratani, stavo bene davvero. Sarebbe stato bello se
quell’illusione fosse durata per sempre.
Ma sentivo che non avrei dovuto più vederlo. Ormai sapevo che il mio stare bene
con qualcuno non era altro che una convinzione passeggera, dovuta alle difficoltà
che avevo incontrato nel passato. Ormai lo sapevo, e non sarebbe stato giusto
vederlo.
Un giorno saremmo potuti diventare amici, ma questo dipendeva solo da lui. Ma
sarebbe dovuto passare molto tempo prima di allora. Non saremmo più andati a
bere insieme dopo il lavoro, e al pensiero mi rattristai. C’è qualcosa negli amori
mancati, qualcosa di bello che appartiene soltanto a loro.
Ascoltandola con una sensibilità diversa, quella musica mi penetrò nel cuore. La
voce del cantante era un sussurro trasparente e fragile. Ancora una volta, diceva.
Non rimpiangevo nulla di quei giorni, né ero pentita di aver fatto l’amore con lui.
Ma adesso dovevo vivere giorni nuovi. Addio “epoca Les Liens-Aratani”. Epoca
finita in un momento, come sabbia fine che cade dalle mani.
Il paesaggio frastagliato su entrambi i lati dell’autostrada si allontanava alle
nostre spalle, più o meno alla stessa velocità dei miei sentimenti.

Il ristorante di cui Yamazaki era cliente fisso non serviva solo soba, ma
praticamente qualsiasi piatto della cucina giapponese. Poco per volta ci portarono
stuzzichini preparati con ingredienti pregiati, e alla fine arrivarono degli
straordinari soba fatti a mano. Mi ricordai che Michiyo una volta mi aveva detto
che ristoranti del genere, ormai, ce ne sono così tanti che non si riesce a provarli
tutti. Apparentemente tra i bistrot e i soba non c’è nessuna relazione, ma Michiyo
andava sempre in giro alla scoperta di cose buone, era una vera e propria ricerca.
Mi dissi che dovevo parlarle di quel ristorante, ma mi ricordai che il giorno dopo
non sarei andata al lavoro e rimasi frastornata.
In momenti del genere capivo quanto dipendessi da quel posto.
Quando Yamazaki andò a lasciare l’auto nel parcheggio di casa sua, io lo aspettai
in una libreria di fronte alla stazione. Lo vidi arrivare sorridente – si era in parte
cambiato d’abito – mentre ero vicino allo scaffale delle novità. Era tutto molto
naturale, come se ci frequentassimo da sempre. Però sapevo che si trattava di
un’illusione, perché dal giorno successivo non l’avrei più rivisto per chissà quanto
tempo.
S u l tatami del ristorante di soba bevemmo sakè e mangiammo manicaretti
deliziosi. Con molta sincerità, dissi:
“Teoricamente dovrei essere io a pagare, visto che tu ti sei offerto di
accompagnarmi, però questo posto è carissimo, ed è già tanto se riesco a dividere”.
“Sono io che ho proposto di venire qui, e poi volevo farmi bello, quindi lascia che
stavolta paghi io. Visto che sei un’esperta di cucina ho pensato che fosse meglio
evitare sia i rāmen che lo yakiniku, inoltre mangiare pesce non avrebbe avuto
senso, visto che siamo appena tornati da un posto la cui specialità è proprio quella.
Non mi restava che questo ristorante. La prossima volta mi offri tu qualcosa.
L’acquario, per esempio. Ci sarei voluto andare. Mi piacciono davvero tanto gli
acquari. Di quello lì adoro la vasca con i pescecani. E poi, verso la fine, c’è una
specie di jungle gym, con un design bellissimo. Guardare i bambini che ci giocano
riempie il cuore. Commuove, quasi.”
“Cerchiamo di andarci prima dell’estate, ne ho molta voglia anch’io. Purtroppo a
una certa ora gli acquari chiudono. Dobbiamo arrivare presto. Allora oggi offri tu, e
quando andremo all’acquario lascerai fare a me. E sai cosa ti dico? Mi prendo
anche il nabe di funghi!”
Mentre chiacchieravamo così mi dissi che era stata una fortuna che la mia ultima
conversazione con papà fosse un bel ricordo. È sempre bello parlare di cose buone
da mangiare.
Quando l’ultima porzione di soba arrivò, era così buona che mangiammo senza
dire neanche una parola. Sorbiva senza fare troppo rumore, era molto tenero. In
seguito mi disse che il riuscire a non fare rumore quando mangiava i soba per lui
era una specie di complesso.
“Tua madre sa che abbiamo parlato?”
“Sì, lo sa. Quindi possiamo andare tranquillamente tutti insieme all’acquario.”
“Yocchan, non sai tenerti niente, eh?”
Si mise a ridere.
“Te l’ho detto che non sono matura. Anche adesso ho voglia di fare i capricci.
Vorrei che la giornata non finisse, non mi va proprio di tornare a casa.”
“Di nuovo con questi discorsi?”
“Scusa, hai ragione. Lo so che non è possibile, perché mi conosci da quando ero
una bambina. Sto solo cercando di farmi viziare. Tornerò bambina. Ma vediamoci
ancora.”
Ero come rinata. Provavo la sensazione di sollievo di chi sa di aver fatto tutto il
possibile. Ormai non c’era più da temere, non avevo niente da perdere.
“Prima...”
Si sollevò dal buco dello horigotatsu e si mise a sedere a gambe incrociate,
distendendo il busto. Sorseggiava altro sakè e aveva le guance leggermente rosse,
sembrava quasi truccato. Non perché stesse per dire qualcosa di imbarazzante,
bensì per l’alcol. Anche in quel frangente era tenero. Era più giovane di mio padre,
ancora non era stanco. La pelle era diversa, così come le rughe sulle mani. Mio
padre, invece, era distrutto dalla vita.
“Sì” annuii.
“Hai detto qualcosa come ‘voglio vedere com’è fatta quell’energia che si è
portata via mio padre’, no? Di che si tratta? Di qualche ostacolo insormontabile che
si frappone tra uomini e donne?”
“Esatto. Se quella forza fosse qualcosa a cui proprio non si può resistere, allora
forse riuscirei a perdonare mio padre. Io ancora non l’ho provata, per questo.”
“Imo non aveva un carattere forte, era un sognatore, o, per meglio dire, la realtà
lo metteva a disagio... Era andato dal medico perché aveva mal di pancia, e gli
avevano trovato un piccolo tumore allo stomaco. In quell’occasione si confidò con
me. A quanto pare, se si fosse sottoposto a un’operazione avrebbe potuto vivere
ancora diversi anni. Non era un tumore di quelli che avanzano rapidamente. Se si
fosse operato subito, sarebbe stata possibile anche una guarigione completa. Gli
avevo cercato un buon ospedale. Ma lui non ne aveva parlato in famiglia, vero?
Quando faceva così sembrava un bambino. Credeva sul serio che la cosa sarebbe
stata reale solo nel momento in cui l’avesse detta.”
“Aspetta... Io di questo non sapevo niente. Sono scioccata. Mi chiedo se la
mamma ne fosse al corrente. Devo dirglielo.”
“Sì. Ormai glielo puoi anche dire. O magari lo sa già. È anche per questo che tuo
padre si è lasciato andare su vari fronti, secondo me scappava. Mi disse qualcosa
tipo ‘di ospedali e visite non voglio nemmeno sentir parlare’, neanche fosse un
mocciosetto. Che stupido. Sul serio.”
“Forse si è ammalato per colpa di quella donna.”
“Anche tu l’hai pensato? Anch’io, dal primo istante. Non so come dirlo, in fondo
noi non sappiamo quasi niente di lei, no? Non l’abbiamo mai incontrata, né le
abbiamo mai parlato. Forse è per questo che ci viene da pensarlo. Tu e io, e forse
anche quella signora che ti ha portato il sale, le abbiamo cucito addosso
un’immagine estremamente cupa.
Come una tenebra immensa, o una leggenda. Ma lei aveva qualcosa che lo
lasciava pensare, questo è poco ma sicuro. In realtà, però, era solo un essere
umano con una vita sregolata, e a quell’immagine non corrispondeva che in minima
parte.
L’incomprensibile morte di Imo semplicemente ci ha aperto gli occhi su qualcosa
di grande, di oscuro, dalla natura inafferabile. Ma la vita è fatta soprattutto di cose
del genere. Questo ci spaventa, e sentiamo il bisogno di concetti semplici,
immediati.
È solo perché abbiamo necessità di capire, di convincerci, che pensiamo al sesso
tra quei due come a qualcosa di disperato, selvaggio, più forte della vita. Io ormai
ho una certa età, e forse sono in grado di capirlo meglio di te, Yocchan, ma non
credo che Imo abbia perso la testa per quella donna con tanta facilità.”
Restai in silenzio per qualche minuto.
Viziato, spaccone, mammone, non voleva mostrarsi fragile agli occhi della
mamma, e davanti alla figlia voleva fare sempre il bravo papà. Ripensavo a quel
personaggio e alla sua aura singolarmente cupa.
“Che stupido, mio padre.”
“È vero.”
“Grazie al cielo per lo choc mi è passata ogni forma di desiderio. E anche
l’appetito. Fortuna che quei soba deliziosi li avevo già mangiati.”
Sentivo una stretta in fondo al cuore.
“A me no, mi sono stancato di fare il bravo zietto. Forse posso iniziare a
comportarmi male. Sono attratto da te. Gli uomini sono fatti così, credo. Posso
stare qui a recitare una parte e a ubriacarmi, ma non serve a niente. E poi tu,
Yocchan, hai la testa troppo piena di parole, anche se forse dipende dalla tua età. Io
so che non posso farci niente, ma vorrei svuotartela, non sai quanto. Se devo essere
sincero, è da prima che non so come comportarmi.”
“Credi davvero che gli uomini e le donne siano così diversi tra loro?”
Questa svolta inaspettata mi aveva lasciata a bocca aperta.
“Credo che siano diversi.”
Il tono calmo di Yamazaki mi si impresse con forza nella mente. Più lo ascoltavo,
più mi sentivo rinfrancata, mi calmavo anch’io. Di che fenomeno si trattava?
Intravidi il conto delle varie portate e dei soba: era altissimo. Evidentemente quel
giorno non aveva davvero voluto badare a spese. Certo, se avessimo fatto a metà io
sarei rimasta senza soldi per tornare a casa. Avevo con me la carta di credito, per
cui in un modo o nell’altro me la sarei cavata, ma alla fine ho lasciato che offrisse
lui. Stavo per dirgli, per scherzo, che l’avrei ripagato con il mio corpo, ma poi non
l’ho fatto, perché sarebbe stato come mortificare la purezza delle sue intenzioni.
Fuori tirava un vento freddo. È ancora inverno, pensai.
Tra l’autunno e l’inverno erano successe così tante cose che mi era sembrato un
periodo lunghissimo. Dopo la morte di mio padre i giorni erano passati senza che
me ne accorgessi. Mi sentivo come seduta per terra, con il cuore incapace di stare
al passo, e invece ero arrivata fin qui e all’improvviso la realtà mi era venuta
incontro, il tempo aveva rallentato il suo corso. Era merito soprattutto della
convivenza con mia madre, che faceva di tutto per prendersela calma.
Chiusi per un momento gli occhi circondata dal vento e mi misi a pensare. Non
posso vivere per sempre con la mamma. Un giorno il vento porterà via anche me.
Esposta alle intemperie. In tutto e per tutto uguale a mio padre. Arriverà quel
giorno anche per me... Il presagio della fine mi avvolse in un morbido abbraccio.
Non era né sgradevole né miserabile, avevo la sensazione di espandermi. Il posto
in cui ora si trovava mio padre non era poi così male, non era come nel mio sogno,
non era confinato sotto lo sguardo di quella donna, adesso ne avevo la certezza.
Ero abbandonata alle intemperie, in decomposizione, e poi mi espandevo, volavo
via, ma finalmente capivo ciò che mio padre serbava nel cuore, ed era una
sensazione bellissima.
Yamazaki disse:
“Che facciamo?”.
“A che ora devi rientrare? Io vorrei tornare a casa prima dell’alba.”
“Tua madre potrebbe preoccuparsi.”
Appoggiai il braccio a quello massiccio di Yamazaki.
“Dev’essere perché siamo stati laggiù insieme, ma quando sto con te mi sento
incredibilmente bene. È come se venisse fuori la vera me stessa.”
“Questo me lo diceva spesso anche la mia ex moglie, prima di andarsene di casa.”
“Vuol dire che è la tua indole, allora” risposi ridendo.
O, per meglio dire, ero io a diventare una donna, quando stavo con lui.
La rotonda davanti alla grande stazione era attraversata da un continuo viavai di
bus e automobili, e quasi tutti si portavano dietro grosse valigie. Avevano bevuto un
bicchierino e ora riempivano la notte e la strada con la loro allegria.
“Yocchan, perché ti piaccio? Perché vuoi farlo con me? So che è da idioti chiedere
una cosa del genere, e so anche che è un po’ da sfigati, ma lo voglio sapere.”
Quando qualcosa ti sembra irrazionale, quando non riesci a ragionare
logicamente, proprio non ti va giù, eh? I suoi vestiti emanavano un buon profumo,
come di bacche. Se applicassi la tua logica personale, per il resto del mondo saresti
nell’errore... Finire a letto con la figlia di un tuo caro amico, e pensare che conosci
anche sua madre... Ma non avrebbe avuto alcuna importanza, avevo avuto modo di
percepire il suo coraggio.
“In tutto questo tempo mi è sembrato che la mia vita prendesse colore solo
quando c’eri tu. Gli unici momenti in cui smettevo di preoccuparmi per qualcun altro
erano quelli in cui parlavamo insieme.”
Non riuscii a dirgli che facendo l’amore con il mio ragazzo avevo capito con chi
volevo farlo davvero, e che mi bastava ascoltare la sua voce per tornare a sperare.
Non sarebbe stato giusto neanche nei confronti di Aratani, che mi aveva trovato e
si era comportato in modo corretto.
“Scusami se parlo come una bambina. Ma è così che è andata, sul serio. E poi io
mi sono sempre comportata bene, in questi due anni. Ho consolato la mamma, sono
andata ogni giorno al ristorante, ho fatto il mio lavoro, ho sofferto, sono andata a
dormire presto e mi sono svegliata presto, ho faticato tanto... Tutto questo è
lontanissimo dal processo che ha portato mio padre alla morte, ma è stato come
essere lasciata indietro.
Non voglio allontanare il dolore andando a letto con qualcuno che mi piace, né
abbandonarmi alla tua tecnica affinata dall’esperienza per scoprire cos’ha provato
mio padre, né tantomeno mi sono presa una cotta colossale sapendo di non essere
ricambiata. Voglio solo cercare di concretizzare in qualche modo un sentimento
incomprensibile, nato dalla somma di tutto questo.”
“Va bene, ho capito. Facciamolo.”
Mi misi a ridere.
“Ma che dici?”
Mi ero rilassata come per incanto. Sicuramente c’entrava il fatto che fossimo una
coppia oltre gli schemi, che eravamo due persone attratte l’uno dall’altra.
Camminammo senza dire niente. Le ultime parole che ci eravamo scambiati
erano: “Non ti dà fastidio fare l’amore con me a casa tua?” e “No”. La mia mano
aveva sfiorato la sua per tutto il tempo. Pregavo affinché quel sogno non svanisse
nel nulla, perché quel miracolo non cessasse.
Inviai un messaggio a mia madre:
“Dopo essere andata dove è morto papà mi sono sentita finalmente libera, quindi
vado a bere una cosa prima di rientrare. Farò tardi, ma non temere: non mi sento
più ossessionata!”.
Sapevo che la mamma non s’interessava della mia vita fino a quel punto, quindi
non ero per niente preoccupata che potesse scoprirmi. Da quel momento in poi, per
qualche ora, sarei venuta meno al normale corso delle cose: non so perché, ma il
pensiero mi mise di buon umore. Non ero sola, non mi stavo addentrando in una
tenebra desolata, volevo dimenticare ciò che facevo di solito, le mie responsabilità,
il passato, le relazioni sociali.
Se pure lo stato d’animo di mio padre fosse stato centinaia di volte più pesante del
mio, a me sembrava di esserne appena riuscita a cogliere un minuscolo frammento.
Il senso di sollievo fu enorme. Fu come alzarsi in volo e respirare la libertà a pieni
polmoni, fino quasi a bruciare al fuoco della passione ritrovata.
La casa di Yamazaki si trovava al quinto piano di un condominio elegante, dalla
struttura piuttosto originale. La porta si aprì su un appartamento ordinato dal cui
interno arrivò, lento, un gatto con il pelo grigio e liscio.
“Mia moglie se n’è andata ma ha lasciato qui il gatto.”
“Forse lo ha fatto perché non restassi solo.”
“No, all’inizio se l’era portato, però quando è rimasta incinta me lo ha riportato,
dicendo che non se ne sarebbe potuta occupare. Siamo due bestioline
abbandonate.”
Mentre parlava, accarezzava il gatto.
Un giorno o l’altro avrei potuto fargli anch’io qualcosa di terribile, o lui a me. In
quel preciso istante, però, provavo un sentimento di affetto per entrambi. Per
Yamazaki e per il gatto.
“Stranamente ci siamo già fatti il bagno tutti e due, quindi direi di entrare subito
nel vivo.”
“Stranamente?” dissi ridendo.
Poi ci prendemmo per mano e ci dirigemmo verso il letto.
Stendendosi lentamente, Yamazaki disse:
“È possibile che questa sia la prima e anche l’ultima volta, lo penso davvero. Ma
sto facendo sul serio”.
Annuii, ma le sue parole mi rattristarono, e mi venne da piangere.
Ma era diverso, non c’entrava niente con quello che c’era stato tra mio padre e
quella donna. E neanche tra me e Aratani. Il freno, l’ostacolo che cercavo, qui non
c’era. C’erano soltanto certezze, c’erano solo elementi che facevano pensare che
sarebbe andata avanti. Quindi niente, di quello che avevo sempre creduto, esisteva
per davvero.
Nessuna delle mie previsioni si era avverata.
Aratani mi era venuto a cercare, aveva la mia età, non aveva nessun difetto,
eppure non mi ero innamorata di lui. Nessuna previsione, nessuna promessa.
Il sesso con Yamazaki fu differente rispetto a quello con Aratani. Aratani era più
impetuoso, più abile, più spinto, e mi ero meravigliata per il grado di piacere
puramente fisico che avevo provato con lui.
Forse istintivamente lo sapevo, per questo avevo voluto frequentarlo.
Ma con Aratani non sarei andata da nessuna parte: in fondo al piacere c’è una
strada senza uscita. Andando oltre, non c’è nessun paesaggio. E io avevo già visto
la strada che aveva portato mio padre alla morte, ne avevo visto solo la prima
parte, ma mi era bastato.
Yamazaki era un po’ imbranato, quasi come un adolescente, ma allo stesso tempo,
forse perché era stato sposato a lungo, si sentiva che era abituato ad avere una
donna accanto, e nei suoi modi c’era una delicatezza particolare. Ripensando alla
sua ex moglie, così bella, sentii una stretta al cuore, e non riuscii a provare piacere.
Inoltre, contrariamente a quanto mi aspettassi, non mi sentivo affatto appagata
all’idea di aver tradito mio padre e di aver smesso i panni della brava ragazza che
servivano a far stare tranquilla la mamma.
Qualsiasi gesto di Yamazaki faceva breccia nel mio cuore, mi dava un fremito,
tutto qui.
Sentivo che si stava innamorando di me, era chiaro anche se non lo diceva. In
quel momento mi guardava per quello che ero.
Aratani e Yamazaki lo davano a vedere in maniera opposta e io, ancora inesperta
di tante cose, non ero riuscita a capirlo, ma ciascuno di loro mi desiderava a suo
modo. Da un lato c’era l’esperienza, il sesso fondato sull’affinità, dall’altro il sesso
puro e semplice... L’amore adolescenziale, il sesso scrupoloso e impacciato... Tutti
questi elementi si mescolavano dentro di me facendo confusione, ma la realtà si era
impegnata a mettere ogni cosa al suo posto.
Dopo davvero tanto tempo, quando Yamazaki entrò dentro di me, fu come se
fosse successo qualcosa di decisivo. Non potevamo più tornare indietro, e non
l’avrei voluto. Potevo smettere di pensare, adesso.
Non so se anche lui stesse provando le stesse sensazioni.
Era il mio segreto, e l’avrei custodito per sempre.

Tutti quegli spostamenti dovevano averci stancato, fatto sta che per un’ora circa
dormimmo entrambi come sassi.
Quando riaprimmo gli occhi, il mondo era diverso. Tutto era come tornato alla
sua forma originaria. L’incantesimo dell’innamoramento non si era rotto, intorno a
me c’era luce.
Il gatto dormiva raggomitolato al mio fianco, mentre Yamazaki, già sveglio, mi
guardava.
Era l’una e mezzo del mattino, dovevo tornare a casa.
Mi sollevai lentamente e iniziai a rivestirmi. Non avrei voluto andarmene, ma
pazienza. Era ora che l’incantesimo si spezzasse.
Con un’espressione accigliata, Yamazaki disse:
“Pensavo che avrei provato più disgusto per me stesso”.
“Sono un’adulta, se faccio qualcosa è perché lo voglio.”
“Non parlare, Yocchan. Voglio dimenticarmi che sei la figlia di Imo. Sto cercando
di pensare che mi è venuta voglia di farmi una ragazza giovane e carina e l’ho fatto,
tutto qui.”
Mi piacevano persino le sue ginocchia spigolose e i peli sulle dita.
“Non serve a niente, arrivati a questo punto. Proprio a niente.”
Sorrisi, e intanto accarezzavo il gatto.
Sulla porta di casa Yamazaki mi strinse forte. Poi camminammo mano nella mano
fino al grande viale.
Disse:
“Per un po’ credo che non riuscirò a incontrarti. Accidenti, come faccio a
incontrarti?”.
“Aspettiamo che arrivi la primavera. Ti chiamo quando torno dalla Francia. In
base a cosa proverai allora, mi dirai se hai voglia di accompagnarmi all’acquario o
no.”
“Va bene, faremo così.”
“Voglio chiederti un favore.”
Piangevo a dirotto. Quanto bisogna piangere perché le lacrime si esauriscano?
Non ne potevo più di piangere, ero stanca morta. Eppure...
“Fino alla primavera, vorrei che non ti mettessi con nessun’altra donna. Se si
tratta di andarci a letto va bene, ma non fare cose come andare a vivere con
qualcuno.”
“Va bene.”
Mi accarezzò la testa.
Come un padre, come un fidanzato. Come entrambe le figure, che in quel
momento mi mancavano.
Il quartiere era immerso in una notte chiara. Respirai a pieni polmoni l’aria
fredda. Il tepore che mi era rimasto addosso si separava dal mio corpo, lasciandomi
solo la malinconia.
Salii su un taxi e dissi, come pronunciando una formula magica:
“Shimokitazawa, per favore”.
Il luogo da cui vengo, quello verso cui tornare, e che custodisce ciò che ho di più
caro.
La portiera si richiuse, Yamazaki sventolò la mano nel buio della notte. Poi girò su
se stesso e fece ritorno verso quella stanza in cui noi due – non c’era alcun dubbio –
ci eravamo amati.

Ero così emozionata che non riuscivo a pensare a niente. Scesi dal taxi all’altezza
dell’uscita della stazione, su Chazawa dōri.
Nonostante fosse notte fonda c’era un sacco di gente in giro, e in un istante mi
tornarono in mente tutti i momenti trascorsi con Aratani. Evidentemente non ero il
tipo capace di abbandonarsi alle passioni. All’età di mio padre, forse, avrei capito
cosa stesse cercando, ai confini estremi del piacere.
Non avevo capito niente. Di lui e di quella donna... Della loro relazione, della
personalità di lei, dei loro orizzonti, niente. Per quanto triste potesse apparirmi, era
qualcosa che apparteneva solamente a loro, qualcosa per cui avevano pagato con la
vita: questo volevo pensare. Qualcosa che apparteneva solo a mio padre, così come
gli appartenevamo io e la mamma, che eravamo il suo tesoro.
Non si può avere tutto e tutti, ma esiste un modo per conciliare le cose e creare
quel tipo di illusione.
Addio, Aratani, grazie.
Ripensandoci mi sentii un po’ giù di morale, ma avevo ancora addosso il calore del
corpo di Yamazaki. Come un oggetto prezioso lo strinsi a me mentre attraversavo
Azuma dōri fino all’altezza del ristorante Ōsho.
Era ancora illuminato e pieno di movimento, con molta gente che stava ancora
consumando. Li guardai attraverso il vetro e mi tornò il buon umore.
Girai a sinistra e fui di nuovo su Chazawa dōri. Procedetti fino al nostro vecchio
ristorante. Sebbene completamente al buio, l’edificio era ancora in piedi.
Presto sarebbe stato buttato giù e forse avrebbero tagliato anche il ciliegio.
Quella forma di vita così bella, che animava la strada con i suoi colori, sarebbe
sparita. E io non avrei potuto fare niente per impedirlo. Provai a ringraziare il
ciliegio, ma non mi rispose. Lo accarezzai come sempre, ma sentii solo la tristezza
dell’imminente separazione. La prossima primavera non avrei visto i suoi fiori.
Presto non ci sarebbe stata più neanche la pesante porta di legno che aprivo ogni
giorno. Non riuscivo a crederci... Ma, per quanto fosse sorprendente, conservavo
dentro di me ogni sensazione che quel posto mi aveva comunicato. Anche quella era
una cosa soltanto mia, che condividevo in qualche maniera con tutti coloro che
prima o dopo erano passati di lì. E non sarebbe mai venuta a mancare, neanche in
nostra assenza.
Era dentro di me, come il ricordo del tempo trascorso con mio padre, come il suo
codice genetico.
Bada bene, tempo, ché tutto ciò che conservo nella testa, nelle cellule del mio
corpo, in fondo agli occhi, tutto questo non potrai mai portarmelo via! Serrai forte i
pugni.
Adesso sapevo che, per quanto giovane, miserabile e insignificante potessi
apparire, per quanto non potessi condividere ogni cosa con chiunque altro al
mondo, la mia esperienza andava a completare tutte le altre, era quanto possedevo
di più prezioso, e lo avevo capito sotto il cielo stellato di una notte gelida.
Chiusi gli occhi, e il ciliegio che era nel mio cuore lasciò che il vento accarezzasse
i fiori rosa pallido che riempivano i suoi rami.
E sempre nel mio cuore c’era Les Liens, che continuava a esistere, indisturbato,
per l’eternità.
Tutto ciò non sarebbe mai svanito, qualsiasi cosa fosse capitata.
Dovevo solo attendere la primavera, e sui miei occhi si sarebbe impresso il
riflesso di qualcosa di nuovo. La campagna francese e i suoi paesaggi splendidi, cibi
deliziosi e le decisioni sul volto di Michiyo. E magari anche mille nuove espressioni
di Yamazaki... Avremmo provato risentimento l’uno per l’altra, avremmo litigato, ci
saremmo trattati con freddezza, certo, sarebbe stato possibile anche quello. Ma
non avevo più paura. Forse non ci saremmo più incontrati... Ci avrei pensato in
futuro, al ritorno dalla Francia. Fino ad allora non avremmo potuto sapere come
sarebbe andata a finire, e sarei stata io, a partire da quel momento, a costruire la
mia vita giorno dopo giorno.
Non dipendeva semplicemente dal fatto che fossi stata a letto con un uomo che mi
piaceva, e che avevo scelto io stessa. Né che mi sentissi più leggera dopo il rituale
per mio padre.
Se qualcuno mi avesse domandato che cosa avevo fatto in tutto quel tempo, non
avrei saputo cosa rispondere. Mi sembrava solo di aver sognato. Qualcosa mi aveva
trascinato, forse la semplice idea di non poter stare senza far niente.
Affannosamente, priva di una meta, ma ero riuscita a fare qualcosa. Mi ero accorta
che la vita continuava, e nel frattempo mi ero fermata in un posto dove riprendere
fiato senza caricarmi di pesi ulteriori. Ero felice che quel posto fosse proprio
Shimokitazawa.
Adesso ero in una strada, di notte, apparentemente triste e al freddo, ma ero lì, e
in realtà non ero affatto triste.
Qualche isolato più in là Chizuru starà preparando qualcosa di buono. Eri deve
aver rimesso in ordine da poco, e se ne sarà tornata lentamente a casa passando
per la via dei negozi. E Hacchan, che piace così tanto alle donne, avrà chiuso da un
bel pezzo la libreria e sarà a un altro appuntamento galante, chissà con chi. La
coppia del bar si sarà messa come ogni giorno bandana e grembiule per versare e
servire caffè a ripetizione. Michiyo domani dovrebbe chiamarmi per parlare del
viaggio. A quest’ora Miyuki e Tecchan staranno ancora riordinando il locale. E poi
faranno insieme la strada di casa, tagliando per la zona residenziale.
Mi tornarono in mente sorrisi e gesti di molte persone conosciute da quando ero
andata a vivere e abitare lì.
La gente che io e la mamma frequentavamo nel quartiere si apprestava a tirare le
fila di una giornata come tutte le altre.
Un quartiere è così.
Sentii la vita di persone che fino a qualche anno prima non avevo mai visto, la
sentii come il respiro che attraversava quelle strade. Non ero sola. Tanta gente che
non conoscevo entrava e usciva, e costruiva il nostro quartiere.
Aveva ragione Fuzjko: a prima vista è un posto caotico, disordinato e brutto, ma
osservandolo meglio si capisce che disegna un motivo meraviglioso. Uno scenario di
infinita bellezza.
Come un’edera intrecciata alla somma inconsapevole dei desideri, le brutture, le
miserie, l’amore, la straordinarietà, i sorrisi e la ricchezza della gente. Se pure
un’accetta dovesse tagliarla, se pure dovesse bruciare, niente potrebbe portare via
ciò che rimane nel cuore di queste persone, neanche il tempo in cui vivono. Nessuno
può far loro del male.
Adesso anch’io ne facevo parte, e attraverso di me ne faceva parte mio padre.
Era stato Shimokitazawa a insegnarmelo, avvolgendomi in un morbido abbraccio
e offrendomi riparo. Grazie. Se pure dovessi cambiare aspetto, continua
ostinatamente a fiorire, resta per sempre qui...
Unii la mia semplice preghiera a quella di chissà quanti altri prima di me.
Sul campo di battaglia della memoria giacevano le spoglie di tutto quanto si era
piegato a forze invisibili, dei pensieri di ciò che era svanito lasciando soltanto le
emozioni dietro di sé. L’avrei attraversato giorno dopo giorno, imprimendo le orme
dei miei passi come si offrono fiori.
Anche il quartiere in cui sono nata era uguale, ma l’avevo capito solo a
Shimokitazawa, un luogo attraversato dal vento, sempre al centro dei pensieri dei
suoi abitanti, un luogo amato.
Ai piedi portavo delle belle scarpe da donna adulta, ma quando iniziai a
camminare mi sentii leggera come se calzassi le scarpe da ginnastica che avevo
comprato da bambina insieme a mio padre.
Oltre le strisce pedonali c’era mia madre. Alzai gli occhi verso la finestra
illuminata della stanza in cui si trovava. Si vedeva la luce intermittente di quel suo
grosso televisore. Non avevo più un padre, ma avevo ancora una madre. Oggi
l’avrei incontrata di sicuro. Ci restava ancora tanto tempo da trascorrere insieme.
Sto per rientrare mamma. Mamma, tu sei viva. Adesso entrerò e ti saluterò.
Nello stesso istante presi qualcosa tra le braccia, qualcosa che potrei definire
soltanto “una felicità enorme”, fatta di stelle luccicanti che cadono nel cuore.
Non era cambiato niente, la nebbia non si era ancora diradata, eppure il mio
cuore era pieno di qualcosa che somigliava proprio a una risposta.

1 Attrice e cantante. [N.d.T.]


2 Attore e cantante. [N.d.T.]
3 Attrice e modella. [N.d.T.]
Glossario

bakurai: piatto composto da ascidie marinate in un composto chiamato konowata


(v.).
chai: tè speziato, in Giappone generalmente consumato con l’aggiunta di latte.
confit: nella cucina francese il termine indica cibi sottoposti a una preparazione
lunga, come la marinatura o la conservazione sotto grasso, sale e aceti.
darjeeling: tè nero, di grande pregio, originario della regione indiana del
Darjeeling, da cui prende il nome.
edamame: snack costituito da fagioli di soya acerbi lessati con il baccello.
Generalmente accompagna il consumo di bevande alcoliche.
futon: letto tradizionale giapponese, composto da un sottile materasso che poggia
direttamente sul pavimento, generalmente tatami, e una trapunta. Al mattino viene
ripiegato e riposto in un armadio, lasciando libera la stanza.
galbi: piatto della cucina coreana costituito da costolette di manzo o maiale
marinate in una salsa agrodolce e arrostite.
gyōza: piatto di origine cinese cotto al vapore che nella forma ricorda il raviolo. I
gyōza si consumano con un intingolo a base di salsa di soia.
horigotatsu: sistema di riscaldamento (kotatsu) tradizionale costituito da una
stufetta elettrica posta in un vano scavato nel pavimento sotto a un tavolo.
isobemaki: involtini costituiti da vari ingredienti avvolti in un sottile foglio di alga
marinata e fritta.
izakaya: locale di ristorazione in stile tradizionale, generalmente provvisto di
stanze con tatami (v.), nel quale è possibile consumare pasti e bevande, spesso fino
a tarda sera.
jjigae: piatto della cucina coreana simile a uno stufato di carne, verdure, pesce o
tōfu, fatti cuocere a lungo in un brodo generalmente piccante.
kimchi: uno dei piatti principali della cucina coreana, costituito da verdure fatte
fermentare con spezie e utilizzato in diverse preparazioni.
kissaten: locali commerciali in stile tradizionale nei quali è possibile consumare
bevande calde e fredde, snack e pasti leggeri.
konbu: varietà di alga molto utilizzata nella cucina di Ōsaka benché raccolta
quasi esclusivamente nei mari del Tōhoku e dello Hokkaidō. Presenta foglie
piuttosto larghe e viene consumata previo essiccamento o marinatura in aceto.
konowata: oloturie fermentate dal gusto molto deciso, che vengono servite
solitamente con alcolici.
manjū: dolce di origine cinese preparato con un impasto a base di farina e un
ripieno di fagioli rossi. Si cuoce al vapore e si consuma soprattutto con il tè.
matsuri: feste tradizionali, di ispirazione per lo più religiosa e legate al ciclo delle
stagioni.
mochi: dolce preparato bollendo del riso e poi pestandolo energicamente in un
mortaio. Lo si consuma durante le festività, in particolare quella di Capodanno.
nabe: denominazione generica di piatti della cucina tradizionale a base di vari
ingredienti che si consumano previa bollitura in una pentola posta al centro del
tavolo, sia in casa che al ristorante. Si tratta di un’usanza tipicamente invernale.
okayu: (anche kayu) pasto semiliquido ottenuto dalla bollitura del riso per un
lasso di tempo prolungato. È considerato molto salubre, e consumato quando le
condizioni di salute non sono buone.
ōmuraisu: piatto consistente in una sorta di omelette ripiena di riso insaporito
con brodo e altri ingredienti.
onigiri: alimento preparato con riso ripieno di vari ingredienti e stretto in un’alga.
Può avere forma triangolare o sferica, e si consuma generalmente come pasto
veloce.
pot au feu: piatto tradizionale francese costituito da verdure, tuberi e pezzi di
carne bolliti in acqua per molte ore.
rāmen: pasta lunga di origine cinese, preparata con farina di frumento e servita
nel brodo caldo preparato con vari ingredienti.
rillette: piatto della cucina francese simile al patè, costituito da carne
(generalmente di maiale) lasciata cuocere nel suo grasso, salata e resa simile a una
pasta spalmabile.
ryokan: locanda in stile tradizionale, con stanze con tatami e futon.
senbei: galletta di riso che può avere forme e aromi diversi. Il più comune è
quello alla salsa di soia.
soba: pasta lunga a base di farina di grano saraceno che si consuma in un brodo
caldo oppure fredda, accompagnandola con condimenti vari.
sūtra: testi della dottrina buddhista.
tatami: unità base del pavimento tradizionale giapponese, costituita da una stuoia
in paglia montata su una cornice di legno, dalle misure standard di 90 x 180 cm
circa.
tonkatsu: fettina di carne di maiale impanata e fritta, simile alla cotoletta.
tsukudani: snack composto di alghe essiccate aromatizzate con una salsa a base
di soya.
yakiniku: piatto di carne arrostita sulla griglia e insaporita con varie salse. È
tipico della cucina tradizionale sia giapponese che coreana, e in alcuni ristoranti
specializzati è possibile cuocere la carne direttamente al proprio tavolo.
yuzu: agrume simile al limone, tipico dell’Asia orientale, molto aromatico e dal
sapore aspro.