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FABIO SFORZI

IL MODELLO DISTRETTUALE
E IL CASO DI MIRANDOLA

1. La scoperta del modello distrettuale nell’economia italiana

Il modello distrettuale rappresenta un tratto distintivo del sistema


produttivo italiano. La sua importanza è collegata al dibattito sul ruolo
della piccola e media impresa nell’economia italiana, ancora oggi un
argomento controverso [Giunta e Rossi 2017]. La controversia in buona
misura dipende dal mancato riconoscimento che l’unità d’indagine più
adatta alla comprensione della struttura industriale di un paese non è
l’impresa, ma il luogo nel quale le imprese svolgono la maggior parte
del processo produttivo; completato dall’analisi delle relazioni fra luo-
ghi, quando il processo produttivo consiste in fasi separabili fra loro
anche spazialmente, oltre che tecnicamente, così che sono dislocabili,
senza perdita di efficienza, in luoghi diversi e distanti.
All’interno di un determinato luogo, in un determinato tempo, l’or-
ganizzazione del processo produttivo può assumere forme differenti:
quella di una singola impresa, quella di imprese appartenenti allo stesso
ramo, o di imprese appartenenti a rami diversi [Marshall 1920].
L’organizzazione come fattore della produzione è la premessa ai
modelli di piccola impresa [Brusco 1986] e conduce alla distinzione fra
imprese che svolgono il processo produttivo interamente al proprio in-
terno (imprese verticalmente integrate) e imprese che si specializzano
in una o poche fasi dello stesso processo produttivo (imprese di fase)
coordinandosi con altre imprese simili insieme con le quali portano a
compimento la realizzazione di un determinato prodotto finito. Cia-
scuna impresa di fase partecipa contemporaneamente a più processi
produttivi; vale a dire che fa parte di reti multiple di cooperazione. Il
risultato è una varietà di prodotti manifatturieri e di servizi correlati.
Questo modo di organizzare la produzione – noto in letteratura con il

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nome di distretto industriale – è vantaggioso quando la domanda di beni
da parte dei consumatori è differenziata e variabile nel tempo.
Se le imprese verticalmente integrate sono di piccola dimensione an-
che la scala delle economie interne di produzione è modesta. Invece, se
le piccole imprese sono imprese di fase, come nel distretto industriale,
la scala di produzione (e le relative economie) può essere grande, poi-
ché questa non dipende dal volume di produzione della singola impresa,
ma dal volume complessivo che si realizza nel distretto.
Da queste considerazioni derivano due conseguenze: a) l’unità di
produzione cambia, spostandosi dall’impresa al distretto; b) le econo-
mie della produzione di cui tener conto per valutare la competitività
industriale non sono più le economie interne d’impresa, ma le economie
esterne distrettuali.
La possibilità di organizzare la produzione traendo vantaggio dai
flussi di economie esterne che si realizzano fra imprese di fase co-loca-
lizzate (modello distrettuale) fu osservata in atto nell’economia della
Toscana degli anni Sessanta del ‘900, nel periodo di crescita economica
accelerata che contraddistinse l’Italia del cosiddetto miracolo econo-
mico [Becattini 1969].
Tuttavia, dovettero trascorrere alcuni decenni prima che i fatti eco-
nomici osservati nello studio sulla Toscana fossero concettualizzati
come distretto industriale [Becattini 1989b]. A questa definitiva con-
cettualizzazione si arrivò gradualmente [Becattini 1975, 1978, 1979,
1987, 1989a], anche in seguito agli studi condotti sull’Emilia-Romagna
[Brusco 1980, 1989].
Questo periodo di incubazione concettuale si svolse in parallelo e in
interazione con il dibattito sull’economia italiana e le sue interpreta-
zioni [Bagnasco 1977; Fuà e Zacchia 1983; Goglio 1986], e con gli
studi sullo sviluppo distrettuale di Prato, che occuparono gli anni dal
1979 al 1992 [Becattini 1997]. Mirandola, uno dei più importanti di-
stretti industriali emiliani e italiani, non ha ricevuto analoga attenzione.
Il principale risultato di questa stagione intellettuale fu il riconosci-
mento giuridico del distretto come strumento di politica industriale re-
gionale nell’ambito degli interventi per l’innovazione e lo sviluppo
delle piccole imprese (l. 317/1991, art. 36). Questo fatto dette un nuovo
impulso agli studi distrettuali e portò alla mappatura statistica dei di-

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stretti industriali insieme alla misurazione della loro importanza quan-
titativa per l’economia italiana [Istat 1996, 2006; Sforzi e Lorenzini
2002; Sforzi 2007, 2009; Sforzi e Boix 2016].

3. L’importanza quantitativa dei distretti industriali per l’economia


italiana

Le prime analisi condotte dall’Istat sui distretti industriali misero in


evidenza che essi rappresentavano il 42,5% dell’occupazione manifat-
turiera italiana (1991) e contribuivano per il 46,1% alle esportazioni na-
zionali di manufatti (1996), con valori massimi nei beni per la persona
(oreficeria: 72,0%, tessile e abbigliamento: 67,0%, pelletteria e calza-
ture: 66,9%) [Istat 2002].
Il contributo dei distretti industriali all’economia italiana è stato de-
terminante anche nel mutato ambiente competitivo della globalizza-
zione dei mercati (1981-2001) con riguardo sia alla tenuta dell’occupa-
zione manifatturiera (–7,7% contro una media nazionale pari a –15,9%)
sia al processo di terziarizzazione dell’economia misurato dall’occupa-
zione nei servizi alle imprese (+142,0% contro una media nazionale pari
a +123,7%) [Sforzi 2007].
Nel 2001 i distretti industriali rappresentavano il 39,3% dell’occu-
pazione manifatturiera italiana e il 20,8% dell’occupazione nei servizi
alle imprese.
I servizi alle imprese sono uno dei modi attraverso i quali le imprese
manifatturiere del distretto gestiscono l’innovazione e i rapporti di in-
ternazionalizzazione della produzione avvantaggiandosi dello sviluppo
e diffusione delle ICT. È noto che il processo produttivo distrettuale
non è interamente circoscritto nei limiti geografici del distretto. Le fasi
di produzione che vi si localizzano cambiano nel corso del tempo sfrut-
tando le opportunità che di volta in volta offre il mercato (es. la possi-
bilità di acquistare all’esterno parti di prodotto standardizzate). I di-
stretti più evoluti trattengono le fasi intangibili della produzione (es. le
attività maggiormente legate all’innovazione: la ricerca e lo sviluppo
dei modelli, la realizzazione di progetti di prodotto in funzione delle
loro personalizzazione; i rapporti continuativi con la clientela e la ri-
cerca di nuovi clienti). In tal senso, il modello distrettuale di produzione
è attrezzato per adeguarsi ai cambiamenti della divisione internazionale

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del lavoro e per inserirsi nelle catene globali del valore operando nelle
fasi produttive più sofisticate, e anche più remunerative, e importando
ciò che producono le altre.
I cambiamenti intervenuti nell’economia mondiale dopo il 2001 –
dall’ingresso della Cina nella WTO (2001) all’entrata in vigore
dell’euro (2002), fino alla crisi finanziaria del 2007, e la conseguente
recessione (2008-2014) – hanno inciso profondamente, seppure in
modo diversificato, sulle economie nazionali.
In Italia, gli effetti di questi cambiamenti osservati a livello mesoe-
conomico mostrano una riconfigurazione territoriale di un certo numero
di economie locali. Crisi economiche e aziendali, delocalizzazioni pro-
duttive, mobilità territoriale delle persone in uscita e in entrata, legata
ad aspettative lavorative andate deluse o da soddisfare, a posti di lavoro
perduti in una determinata località e da cercare altrove, hanno causato
la scomparsa di alcune economie locali che si sono unite con altre geo-
graficamente contigue, dando luogo a nuove economie locali diversa-
mente strutturate, rispetto al passato, sotto il profilo dell’assetto produt-
tivo.
Le economie distrettuali hanno risentito di questi cambiamenti in
misura ridotta rispetto alle altre economie locali, anche se sono stati
sufficienti a rimodellarne i confini geografici, con effetti sulla loro nu-
merosità (–23,1% tra il 2001 e il 2011), e a concentrarle più che in pas-
sato nelle regioni centro-settentrionali, soprattutto della Terza Italia
(55,8%) [Istat 2006; Sforzi e Boix 2016] (fig. 1.1). I loro effetti sull’oc-
cupazione in alcuni casi sono stati negativi, ma inferiori al resto del
paese, in altri casi sono stati positivi e migliori.
Nel decennio 2001-2011 gli occupati nella manifattura distrettuale
sono diminuiti (–7,8%) molto meno di quanto accaduto nelle economie
locali non distrettuali (–26,6%), mentre gli occupati nei servizi alle im-
prese sono aumentati molto di più (+36,2% vs. +7,1%) rafforzando la
componente intangibile della struttura produttiva distrettuale.
La conseguenza di queste variazioni è stata una maggiore localizza-
zione dell’occupazione manifatturiera nei distretti industriali. Nel 2011
il 44,9% degli occupati nella manifattura italiana e il 25,1% nei servizi
alle imprese lavorava nei distretti.

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FIG. 1.1. Distretti industriali 2011
Fonte: Sforzi e Boix [2016].

I distretti industriali sanno fare un po’ di tutto, ma in particolare pro-


ducono beni per la persona (tessile e abbigliamento, pelletteria e calza-
ture, gioielleria) e per la casa (mobili, piastrelle, oggetti in ceramica e

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vetro), oltre alla meccanica relativa, e fabbricano macchinari e apparec-
chiature, specializzati e d’impiego generale.
I distretti del tessile-abbigliamento, che nel 2001 erano i più nume-
rosi (28,8%), nel 2011 sono stati sopravanzati dai distretti della mecca-
nica (30,0% vs. 22,5%). Nell’insieme, i distretti che producono beni per
la persona si collocano al primo posto per numerosità (37,5%), ma non
per le persone occupate nell’industria principale, perché sono meno di
quelle occupate nella meccanica distrettuale, che le supera di 1,5 volte
(tab. 1.1).

TAB. 1.1. Distretti industriali: addetti alle unità locali dell’industria manifatturiera e dei servizi
alle imprese secondo l’industria principale, 2011
Industria Servizi Totale
Industria principale N. Princi- Manifattu- alle Istitu-
Imprese
pale riera imprese zioni
VALORI ASSOLUTI
Tessile e abbigliamento 27 141.786 447.647 244.161 1.276.864 193.280
Pelli, cuoio e calzature 15 64.788 206.690 85.859 517.886 69.300
Oreficeria ecc. 3 14.293 60.673 44.072 193.253 36.513
Beni per la casa 24 97.248 282.906 121.508 707.740 103.319
Meccanica 36 345.580 641.785 367.445 1.808.900 316.908
Alimentari 11 26.556 105.657 75.970 341.690 65.050
Cartotecnica 4 8.108 32.744 16.976 96.426 17.380
Totale 120 698.359 1.778.102 955.991 4.942.759 801.750
VALORI PERCENTUALI
Tessile e abbigliamento 22,5 20,3 25,2 25,5 25,8 24,1
Pelli, cuoio e calzature 12,5 9,3 11,6 9,0 10,5 8,6
Oreficeria ecc. 2,5 2,0 3,4 4,6 3,9 4,6
Beni per la casa 20,0 13,9 15,9 12,7 14,3 12,9
Meccanica 30,0 49,5 36,1 38,4 36,6 39,5
Alimentari 9,2 3,8 5,9 7,9 6,9 8,1
Cartotecnica 3,3 1,2 1,8 1,8 2,0 2,2
Totale 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0
Fonte: elaborazione dell’autore su dati Istat.

Se si accetta di interpretare l’economia italiana attraverso le econo-


mie locali come unità d’indagine, vale a dire attraverso un approccio
mesoeconomico, allora la questione della dimensione delle singole im-

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prese distrettuali perde di consistenza teorica. Per la verità, sarebbe suf-
ficiente ricordare che le imprese del modello distrettuale di produzione
sono imprese di fase per rendere ogni considerazione sui loro limiti di-
mensionali un argomento spuntato. Il guadagno o la perdita di compe-
titività distrettuale dipendono dal distretto nel suo insieme, non dalle
sue singole imprese. Anche se questo non significa sostenere che le im-
prese distrettuali siano tutte uguali, essendo evidente la loro eteroge-
neità. Ma perfino le imprese leader, che pure sono presenti nel distretto,
o quelle che hanno rapporti con i mercati del prodotto finito, agiscono
all’interno di squadre di imprese dalla composizione variabile.
Laddove i beni prodotti sono più personalizzati, la domanda più dif-
ferenziata e variabile, l’innovazione dei modelli più frequente, la varietà
dei prodotti più ampia, e realizzata in piccole serie, com’è il caso dei
beni per la persona, vi è un naturale predominio relativo delle imprese
piccole rispetto alle imprese medie, al contrario di quanto accade nei
beni per la casa e nella meccanica, dove i valori sono prossimi, per ar-
rivare agli alimentari e alla cartotecnica dove prevalgono le imprese di
media dimensione (tab. 1.2).

TAB. 1.2. Distretti industriali: addetti alle unità locali di micro, piccola e media dimensione, di
medio-grande e grande dimensione secondo l’industria principale, 2011

Micro, piccole e medie Medio-grandi e grandi


Industria principale N.
1-9 10-49 50-249 250-499 500+
Tessile e abbigliamento 27 30,7 37,6 19,4 6,4 5,9
Pelli, cuoio e calzature 15 21,5 47,8 19,1 3,9 4,1
Oreficeria ecc. 3 42,8 42,2 12,6 2,4 ─
Beni per la casa 24 20,6 36,9 32,0 7,9 2,6
Meccanica 36 17,8 35,7 31,0 8,6 6,9
Alimentari 11 20,1 26,2 36,2 7,8 9,7
Cartotecnica 4 9,1 20,9 50,0 19,9 ─

Fonte: elaborazione dell’autore su dati Istat.

Il modello distrettuale di produzione non ha esaurito la propria forza


propulsiva e anche durante la recessione (2008-2014) ha dimostrato una

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resilienza adattativa [Simmie e Martin 2010; Unioncamere Emilia-Ro-
magna e Regione Emilia-Romagna 2016], cioè una capacità ininterrotta
di cambiare, seppure attenuata, fondata sull’imprenditorialità e la capa-
cità innovativa che lo contraddistingue.
Un indicatore di resilienza adattativa delle economie locali è la ca-
pacità di produrre con una certa continuità il capitale imprenditoriale,
misurato dal rapporto tra nuove imprese e popolazione in età lavorativa
entro un certo intervallo temporale [Audretsch 2007].
Negli anni Duemila che hanno preceduto la recessione (2002-2007),
le economie distrettuali hanno prodotto capitale imprenditoriale mani-
fatturiero in misura maggiore delle altre economie locali che formano
l’economia italiana (2002-04: 2,0 vs. 1,1; 2005-07: 2,1 vs. 1,1).
Durante gli anni della recessione (2008-2014) la produzione di ca-
pitale imprenditoriale manifatturiero è rallentata, ma i distretti indu-
striali hanno continuato a primeggiare (2008-10: 1,7 vs. 0,9; 2011-13:
1,4 vs. 0,7).
Le esportazioni distrettuali stimate dall’Istat indicano che il contri-
buto dei distretti all’esportazione di manufatti italiani nella seconda
metà degli anni Duemila (2005-2011), prima e durante la recessione, è
oscillato intorno al 37%: 2005-07: 37,5%; 2009-11: 36,8%.
Nell’ultimo periodo della recessione (2011-2014) l’importanza
quantitativa dei distretti per l’occupazione manifatturiera nazionale è
rimasta pressoché invariata (2011: 44,9% vs. 2014: 44,8%). Ciò signi-
fica che la diminuzione di lavoratori occupati nella manifattura ha pro-
ceduto di pari passo nelle economie distrettuali e nell’economia italiana
nel suo insieme. Il confronto tra le economie distrettuali e non distret-
tuali mostra una differenza negativa che corrisponde a pochi decimali
di variazione percentuale (–6,1% vs. –5,8%). Invece, con riguardo ai
servizi alle imprese, i due gruppi di economie locali (distrettuali e non
distrettuali) divergono, poiché le prime guadagnano, continuando il
processo di terziarizzazione, mentre le seconde perdono occupazione
(+1,7% vs. –0,8). Ne risulta un leggero incremento sull’occupazione
nazionale (25,1% vs. 25,5%).

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2. Il vantaggio competitivo distrettuale

La letteratura italiana e internazionale sui distretti industriali è am-


pia, e alle definizioni convenzionali di distretto industriale, derivate dai
testi classici dell’economia distrettuale [es. Becattini 1989b], si affian-
cano anche definizioni eterogenee, alcune delle quali accomunano il di-
stretto al cluster [es. Buciuni e Pisano 2015].
D’altra parte, anche la lettura dei classici dell’economia distrettuale
dovrebbe rifuggire dagli stereotipi, prestando la necessaria attenzione
al modo in cui la nozione di distretto industriale si è sviluppata nel corso
del tempo, da formulazioni più schematiche a formulazioni via via più
mature, che approfondiscono i processi elementari alla base del vantag-
gio competitivo del distretto.
Un modo di introdurre il distretto, coerente con i testi in questione,
è identificare in una comunità di persone aperta agli scambi con
l’esterno (di persone e di merci, insieme alle relative conoscenze in esse
incorporate) il luogo nel quale si sviluppano capacità umane contrad-
distinte da versatilità cognitiva e organizzativa, orientate soprattutto
all’imprenditorialità; una progressiva specializzazione produttiva in
una varietà di beni in grado di soddisfare particolari grappoli di bisogni
sostenuta da un’organizzazione della produzione costituita da una po-
polazione di imprese (manifatturiere e di servizi) specializzate in fasi
diverse dello stesso processo produttivo, nel quale le competenze tecni-
che sono specifiche di ciascuna fase e rimandano a culture diverse (es.
nel distretto biomedicale di Mirandola la cultura meccanica, elettronica,
chimica ecc.); abilità commerciali adatte a operare su mercati relativa-
mente instabili e diversificati. Questi processi economici sono incardi-
nati su un sistema di valori e norme (etica del lavoro, reputazione negli
affari, consuetudini di reciproca fiducia ...), ampiamente condiviso, che
favorisce e, al tempo stesso, regola la cooperazione tra imprenditori e
tra lavoratori che operano nelle fasi complementari del processo pro-
duttivo e la concorrenza fra imprenditori che operano negli stessi mer-
cati di fase, evitando che essa sia feroce e senza limiti. Questo modo di
organizzare la produzione agevola la mobilità sociale, rappresentando
una forte motivazione all’imprenditorialità.
Un’industria che si forma attraverso le capacità imprenditoriali della
popolazione locale, il possesso di abilità professionali e conoscenze

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specifiche, e opera attraverso imprese di fase, genera vantaggi econo-
mici che derivano dalla prossimità organizzativa e geografica. Il van-
taggio economico fondamentale è la formazione, condivisione e diffu-
sione delle innovazioni. La prossimità organizzativa moltiplica la pos-
sibilità che fioriscano nuove idee per nuovi prodotti, poiché i potenziali
soggetti innovatori sono tanto numerosi quante sono le imprese di fase.
La prossimità geografica accelera la condivisione e la diffusione delle
innovazioni fra le imprese di fase e aumenta la possibilità che una nuova
idea ne faccia sorgere delle altre.
Le innovazioni qui in discorso riguardano tutte le possibili forme, i
tipi e i gradi dell’innovazione: dall’innovazione di prodotto a quella di
processo, dall’innovazione modulare a quella architetturale, dall’inno-
vazione incrementale a quella radicale, fino alla servitizzazione, cioè la
vendita di un servizio associato al prodotto [Vandermerwe e Rada 1988;
Sforzi e Boix 2018].
La formazione di industrie ausiliarie, che forniscono beni e servizi
all’industria principale, e di un mercato del lavoro per abilità specializ-
zate attirano dall’esterno imprenditori e persone in cerca di occupazione
contribuendo ad alimentare una parte della spirale cognitiva che è alla
base dell’integrazione tra conoscenze contestuali (locali) e conoscenze
codificate (extra-locali) e permettendo al distretto di sviluppare con
continuità nuove conoscenze; ovvero, di innovare.
Il continuo flusso di conoscenze che si genera tra l’esterno e l’in-
terno del distretto è determinato anche da iniziative delle imprese di-
strettuali che attuano una strategia di ambidestrismo organizzativo,
esplorando altri luoghi, distrettuali e non, entrando in contatto con am-
bienti innovativi, alla ricerca di conoscenze potenzialmente utili per ac-
crescere il loro patrimonio cognitivo.
Da questi due processi – di attrazione dall’esterno e di proiezione
verso l’esterno – ne discende che le conoscenze distrettuali sono il ri-
sultato di conoscenze generate localmente e di conoscenze importate
dall’esterno che vengono condivise e ricombinate dalle imprese distret-
tuali per generare nuove conoscenze mirate all’innovazione, configu-
rando la comunità distrettuale come un ambiente cognitivo.
Il vantaggio competitivo del distretto consiste nella continua capa-
cità ricombinatoria dello stock di conoscenze da parte delle sue imprese
– sostenute dal capitale imprenditoriale, in qualche misura collegato al

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ricambio generazionale, e di conseguenza al livello di istruzione dei
neo-imprenditori che innalzano la qualità delle competenze tecniche –
allo scopo di realizzare nuovi prodotti per soddisfare grappoli di bisogni
latenti, interagendo attivamente con l’avanzamento tecnologico e i mu-
tamenti del mercato.
In questo quadro teorico, il ruolo delle istituzioni con riguardo alle
politiche industriali resta necessariamente sullo sfondo, poiché attiene
di più ai modelli regionali di sviluppo – all’interno dei quali si collocano
gli specifici distretti industriali – che al modello distrettuale di produ-
zione. Nell’Emilia-Romagna, per esempio, a differenza di quanto acca-
duto in Toscana, negli anni Ottanta del ‘900 l’istituzione regionale ha
attuato la fornitura di beni pubblici attraverso la politica dei centri di
servizi reali destinati alle imprese, per lo più localizzati nei principali
distretti industriali della regione [Mazzonis 1996]. La ricaduta sulla
competitività distrettuale è stata oggetto di controversie ideologiche, fra
sostenitori e oppositori delle politiche, così che la valutazione della sua
efficacia resta incerta. Si tratta di un dibattito che dovrebbe essere af-
frontato sine ira et studio, ma che non è pertinente all’argomento di
questo capitolo.

4. Mirandola: un distretto industriale atipico

Il caso di Mirandola e la sua industria biomedicale si collocano in


questo quadro teorico in modo emblematico e peculiare, al tempo
stesso.
La formazione dell’industria biomedicale a Mirandola corrisponde
al modello distrettuale che identifica nella comunità locale la genesi del
distretto attraverso i processi elementari che in essa si sviluppano (par.
3).
La popolazione di imprese che costituisce l’industria biomedicale
diverge dal modello distrettuale a causa della presenza di imprese di
gruppi multinazionali a capitale estero fin dagli stadi iniziali della sua
evoluzione [Biggiero 2002], sebbene le piccole e medie imprese riman-
gano prevalenti come numerosità e quota di occupati. D’altra parte, nel
panorama dei distretti industriali italiani il distretto di Mirandola è
unico nel suo genere per via dell’industria principale che lo contraddi-

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stingue, l’industria biomedicale, un’industria presidiata a livello inter-
nazionale da imprese multinazionali straniere, e in Italia concentrata nei
“poli tecnologici” di Milano, Padova e Bologna (si veda cap. IV). È pur
vero che imprese multinazionali si trovano anche in altri distretti (es. il
distretto della calzetteria di Castelgoffredo o delle piastrelle di Sas-
suolo), ma in questi casi si tratta di imprese locali che lo sono diventate
durante il processo di evoluzione distrettuale.
Sono questi due tratti distintivi – il settore di specializzazione e la
forte presenza di imprese multinazionali – che rendono il distretto di
Mirandola atipico rispetto agli altri distretti italiani.
La presenza delle multinazionali ha contribuito all’apertura del di-
stretto ai mercati internazionali, mentre con riguardo al trasferimento di
conoscenze esterne (codificate) nel distretto il loro contributo è contro-
verso. In teoria, imprese che provengono dall’esterno di un luogo sono
portatrici di nuove conoscenze che tendono ad amalgamarsi con le co-
noscenze locali (contestuali) per produrre nuove conoscenze, alimen-
tando il processo di innovazione. Nel caso di Mirandola, sembra che
questa spirale cognitiva non abbia agito. L’acquisizione di conoscenze
esterne da parte delle imprese locali ha seguito la strategia canonica
dell’ambidestrismo organizzativo: sfruttare le conoscenze condivise
all’interno del distretto e, al tempo stesso, esplorare la possibilità di ap-
prendere nuove conoscenze disponibili al di fuori del distretto, nel caso
specifico stringendo rapporti di collaborazione con ospedali internazio-
nali dotati di tecnologie biomedicali all’avanguardia. Questo processo
di apprendimento ha permesso agli imprenditori distrettuali anche di
individuare i bisogni latenti degli utilizzatori finali dei dispositivi me-
dici, la comunità medica e le persone che necessitano di cure, aprendo
la strada a ulteriori innovazioni fino alla realizzazione di prodotti per-
sonalizzati.
I distretti industriali italiani, come si è visto in precedenza (par. 2),
sono prevalentemente specializzati nella produzione di beni per la per-
sona e per la casa, il cosiddetto made in Italy [Becattini 1998], e nella
meccanica.
Il distretto industriale di Mirandola è classificato tra i distretti della
meccanica, poiché la filiera biomedicale è compresa nella meccanica
[Regione Emilia-Romagna e R&I 2013]. L’occupazione (secondo i dati
del Censimento dell’industria del 2011) si concentra prevalentemente

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nelle unità produttive di piccola e media dimensione (fino a 249 addetti)
che compongono la filiera; con l’eccezione dell’elettromeccanica, dove
prevale l’occupazione nelle unità produttive di grande dimensione (più
di 249 addetti).
La genesi del distretto industriale di Mirandola risale agli anni Ses-
santa del ‘900 (si veda cap. II). Tuttavia, la sua prima mappatura se-
condo la procedura Sforzi-Istat usata per definire la geografia nazionale
dei distretti industriali è del 1981 [Sforzi 2009].
Nel periodo 1981-2001 l’occupazione distrettuale è cresciuta in mi-
sura rilevante sia nella meccanica (+133,4%) sia nei servizi alle imprese
(+116,1%); un’attività, quest’ultima, degna di nota – come si è già detto
in precedenza – poiché nel modello distrettuale di produzione la mani-
fattura e i servizi si compenetrano (par. 3). Più in dettaglio, la meccanica
è cresciuta a un ritmo costante in ciascuno dei due decenni (1981-91:
+54,2% e 1991-01: +51,4%), mentre i servizi alle imprese sono cre-
sciuti soprattutto nel secondo decennio (1991-01: +67,7%) con un ritmo
superiore alla meccanica (tab. 1.3).

TAB. 1.3. Distretto di Mirandola: addetti alle unità locali nell’industria


manifatturiera, nella meccanica e nei servizi alle imprese 1981-2001
(valori assoluti – variazioni percentuali)

Attività economica 1981 1991 2001 1981-01 1981-91 1991-01

Industria
- manifattura 16.404 16.459 19.089 +16,4 +0,3 +16,0
- meccanica 3.795 5.852 8.858 +133,4 +54,2 +51,4
Servizi
- imprese 1.898 2.446 4.101 +116,1 +28,9 +67,7
Totale 30.621 31.681 39.580 +29,3 +3,5 +24,9
Fonte: elaborazione dell’autore su dati Istat.

Questa dinamica è tipica dell’evoluzione distrettuale, poiché la cre-


scita dei servizi alle imprese si rafforza una volta superati gli stadi ini-
ziali e significa un consolidamento della struttura produttiva.
Dopo il 2001, i cambiamenti che hanno avuto luogo negli anni pre-
cedenti la crisi (2001-2007) indicano una crescita molto più contenuta

13
dell’occupazione sia nella meccanica (+13,0%) sia nei servizi alle im-
prese (+14,8%) rispetto al passato (tab. 1.4 e 1.5).
TAB. 1.4. Distretto di Mirandola: addetti alle unità locali nell’industria
manifatturiera, nella meccanica e nei servizi alle imprese 2001-20141
(valori assoluti)

Attività economica 2001 2007 2011 2014

Industria
- manifattura 19.089 18.481 15.852 14.648
- meccanica 8.858 10.012 8.972 8.497
Servizi
- imprese 4.030 4.625 4.006 4.935
Totale 35.223 37.090 35.375 32.765
1
Unità locali delle imprese (sono escluse le istituzioni, non profit e pubbliche).
Fonte: elaborazione dell’autore su dati Istat.

TAB. 1.5. Distretto di Mirandola: addetti alle unità locali nell’industria


manifatturiera, nella meccanica e nei servizi alle imprese 2001-20141
(variazioni percentuali)

Attività economica 2001-07 2007-14 2007-11 2011-14

Industria
- manifattura –3,2 –20,7 –14,2 –7,6
- meccanica +13,0 –15,1 –10,4 –5,3
Servizi
- imprese +14,8 +6,7 –13,4 +23,2
Totale +5,3 –11,7 –4,6 –7,4
1
Unità locali delle imprese (sono escluse le istituzioni, non profit e pubbliche).
Fonte: elaborazione dell’autore su dati Istat.

Durante gli anni della recessione (2007-2014) l’occupazione nella


meccanica è diminuita (–15,1%) mentre nei servizi alle imprese è au-
mentata, seppure in misura modesta (+6,7%). Tuttavia, rispetto all’in-

14
tero arco temporale, si evidenzia una dinamica difforme nei due sotto-
periodi 2007-11 e 2011-14, poiché nel secondo la perdita di occupa-
zione manifatturiera si è quasi dimezzata (–10,4% vs. –5,3%), e vi è
stato un guadagno di occupazione nei servizi alle imprese, rappresen-
tando un’inversione di tendenza in confronto al primo periodo (–13,4%
vs. +23,2%).
Negli stessi anni la produzione di capitale imprenditoriale manifat-
turiero è stata molto elevata rispetto alla media dei distretti (2008-10:
2,8 vs. 1,7; 2011-13: 2,4 vs. 1,4), ma ancora distante dai valori registrati
prima della recessione (2002-04: 3,1 vs. 2,0; 2005-07: 3,9 vs. 2,1).
Le esportazioni stimate dall’Istat (2005-2011) indicano che durante
il primo periodo della recessione (2009-2011) il distretto di Mirandola
ha sostanzialmente mantenuto il contributo alle esportazioni distrettuali
degli anni immediatamente precedenti (2005-2007), essendo il loro in-
cremento quasi irrilevante: 0,8% vs. 1,0%.

5. Mirandola: un caso esemplare di resilienza adattativa

Il materiale raccolto sul distretto di Mirandola – dalle analisi stati-


stiche alla cronologia delle vicende imprenditoriali disponibili in lette-
ratura [Miccoli 1999, p. 115, cit. in Biggiero 2002; si veda anche cap.
IV], fino alle testimonianze degli agenti economici (si veda Appendice
al volume di Vesentini) – documenta l’evoluzione distrettuale dell’eco-
nomia locale. Una resilienza adattativa sostenuta dall’imprenditorialità
locale attraverso accumulazione interna e reinvestimento sistematico
delle risorse aziendali in nuove imprese che Mirandola condivide con
altri distretti italiani (es. Prato) [Becattini 2000].
Tuttavia, nel caso specifico qui in discorso, gli imprenditori locali
hanno dovuto confrontarsi, sin dalle prime fasi di sviluppo del distretto,
con le imprese multinazionali arrivate da fuori. Alla luce dei fatti – la
loro permanenza nel distretto – il confronto è stato positivo, dimo-
strando la forza di radicamento che la comunità distrettuale è capace di
esercitare sulle imprese, anche esterne e multinazionali.
La iper-mobilità spaziale delle imprese multinazionali da un luogo a
un altro del mondo alla ricerca delle migliori convenienze produttive è
nota in letteratura e nella pubblicistica. Ma quando un’impresa ha tro-
vato un luogo che gli offre gratuitamente, allo stesso modo di un bene

15
pubblico, competenze tecniche e capacità innovativa che non possono
essere rapidamente acquisite tende a fermarvisi a lungo. E questo vale
anche per le multinazionali. In definitiva, si tratta di un fenomeno che
invera il motto di Ann Markusen: sticky places in slippery space – luo-
ghi che trattengono le imprese nello spazio globale dominato dalla ten-
denza delle imprese a spostarsi rapidamente da un luogo a un altro
[Markusen 1996].
La forza di radicamento che la comunità distrettuale esercita sulle
imprese dipende dall’atmosfera industriale del luogo: una combina-
zione virtuosa di fattori economici (le economie esterne di produzione
associate all’accumulazione locale di conoscenze, alla loro circolazione
e condivisione fra gli agenti economici che porta alla realizzazione di
nuove idee di prodotto e metodi di produzione, rivelandosi nella crea-
zione di capitale imprenditoriale) e di fattori sociali (qui attualizzati at-
traverso le parole di Giacomo Becattini: «la coesione sociale, la com-
petenza tecnica e la diffusa convinzione, e l’orgoglio, sia fra gli impren-
ditori che fra i lavoratori dipendenti, di essere nel flusso del progresso,
non solo tecnologico o organizzativo, ma, in senso generale, umano e
civile») [Becattini 2014, pp. 105-106].
Questa possibilità di radicamento trova la sua ragion d’essere
nell’innovazione come scopo dell’impresa, perché altrimenti l’impresa
che esegue lavorazioni standardizzate non riceve alcun vantaggio
dall’atmosfera industriale. Di conseguenza, non ha ragione alcuna di
radicarsi nel distretto, essendo più vantaggioso delocalizzarsi in un altro
luogo dove il costo di produzione è più conveniente. Tipicamente, un
luogo situato in un’economia emergente con bassi costi di produzione.
La capacità di ripresa del distretto di Mirandola dopo il sisma del
2012 – che ha rappresentato una sorta di stress test della resilienza di-
strettuale (si veda cap. III) – è stata una dimostrazione pratica dell’at-
mosfera industriale. Le imprese distrettuali (multinazionali e piccole
imprese, con le differenze dovute alla disponibilità di risorse finanzia-
rie) non si sono limitate a ripristinare la situazione pre-sisma [Regione
Emilia-Romagna e R&I 2013], ma hanno continuato a guardare avanti,
accelerando la realizzazione di progetti già pianificati o lo sviluppo di
innovazioni.

16
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