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Rossella Aliano

LA NATURA DEI
FENOMENI,
LE INTUIZIONI,
LA FEDE:
DAL MONDO SUBATOMICO
AL
MISTICISMO ORIENTALE
Grazie a:

Luigi La Via che mi ha permesso di scegliere liberamente


l’argomento di questa tesi.
A Giancarlo Ciaffaglione per il suo amorevole sostegno e la pazienza.
Ad Alba Piccitto per gli insegnamenti di vita.
A Roberto Lo Re che mi ha introdotto nel mondo dei numeri, della
matematica e della fisica, come fosse una favola.
Ad Adriana Mastrogiacomo e Silvia Scipilliti che mi hanno
raccontato per la prima volta di Buddha.
A Filippo e Letizia Aricò, Paolo Miano, Salvo Pappalardo e Agatino
Alessandro, per i loro i consigli, le loro indicazioni, e per avermi
aiutato nella scelta dei libri da leggere. E ancora: Carlo Platania e
Patrizia Fichera che oltre ai libri m’hanno sempre regalato amicizia
e allegria.
A Silvana Amenta, perché attraverso la sua esperienza, la sua forza,
e il nostro continuo e logorroico filosofare, ho ritrovato la fede nella
vita.
A tutti i Liberadante (Ciccio, Luca, Salvo, Davide, Carmelo, Luca I.)
perché con loro ho realizzato la mia musica e individuato la mia
missione.
Ai miei genitori che mi hanno sostenuto in questi lunghi anni di
università.
E infine a Orfeo, che mi ha fatto capire quanto l’amore vero sia
incondizionato.

Grazie a Buddha.

2
CAPITOLO 1
Fede e realtà

1. La fede originaria

Il vento puro circonda la terra


E la scuote di tanto in tanto.
Chi può afferrarlo e chi mostrarvelo?
(Anonimo)

Un pomeriggio di venticinque anni fa mi soffermai a osservare i


numeri scritti sul calendario, come rapita. Li osservavo, li contavo,
ripetevo ad alta voce i giorni della settimana; constatai che erano
solamente sette, e dopo ogni domenica c’era sempre un lunedì. Poi, il
nome del mese che ritornava dopo dodici volte; e infine l’anno solare,
che sarebbe andato stracciato, perduto insieme col vecchio calendario.
Era il 1980 ed io avevo sei anni. Mia madre guardava distrattamente la
televisione e sfogliava una rivista.
Improvvisamente mi voltai verso di lei e le chiesi:
“Ma gli anni ritornano?”
Lei ebbe un attimo di incertezza e poi rispose sorridendomi:
“No, gli anni passano e non tornano più”.
Ripresi a fissare il calendario e dopo le domandai ancora:
“Ma quando sono nata io?” lei distolse lo sguardo dalla rivista, sgranò
gli occhi e stupita che non ricordassi il mio anno di nascita rispose con
naturale ovvietà alla mia domanda:
“Nel 1974” disse.
Ma io sapevo benissimo quale era il mio anno di nascita e non era
quella la risposta che avrei voluto sentire. Ma non mi arresi e
continuai:
“Si, lo so. Ma prima… prima del 1974, quando sono nata?…Con tutto
il tempo che c’è stato è impossibile che sia nata solamente adesso. I
giorni della settimana, le stagioni, e i mesi ritornano. Ritorneranno
anche gli anni, e perciò ritorniamo anche noi!”
Mia madre sorrise e, incurante dei miei occhi curiosi, riprese a
sfogliare la sua rivista.
Fu quello l’ istante, in cui ebbi la netta sensazione che i “grandi” in
realtà non sapevano un bel niente della vita.
Avevo sei anni, e a scuola la maestra ci raccontava la storia del mondo
in due versioni assolutamente discordanti l’una dall’altra. Quella degli
uomini primitivi e quella di Adamo ed Eva.
Ero avida di sapere quale fosse la verità sull’origine del mondo, da
dove la razza umana fosse sbucata fuori e soprattutto che cosa ero e
chi ero prima di quel 1974. Mi dicevano tutti che prima di nascere non
esistevo, ma questa storia non mi convinceva. Sui libri di scuola, nelle

3
risposte degli insegnanti c’erano sempre contraddizioni, risposte
inventate o mezze verità. Il giudizio universale raccontatomi dalla
suora con cui facevo catechismo, mi terrorizzava. La visione che tutti i
morti si risvegliassero e fossero sottoposti al giudizio divino, mi
ricordava quel vecchio film di Romero “L’alba dei morti viventi” che
in quel periodo fu il mio peggiore incubo.
Con chiunque parlassi nella speranza di un conforto, laici o preti che
fossero, non solo mi confondevano, ma mettevano in dubbio il mio
sentire, che prima d’allora davo per scontato. La mia verità, era la
verità. La certezza di essere nata infinite volte prima del 1974, era una
sensazione che non lasciava adito per essere discussa o essere messa in
dubbio. Quando poi dissi alla maestra, durante la lezione di scienze,
che secondo me le sedie erano vive e anche loro pensavano perché
formate da molecole di atomi viventi, l’ insegnante chiamò mia madre
per congratularsi della mia fervida immaginazione; ma le disse anche
di rimproverarmi se fossi volata troppo in alto con la fantasia.
Quella che i “grandi” definivano fantasia, però, non era uguale al mio
concetto di fantasia. I concetti che discutevamo, ma che chiamavamo
con le stesse parole, erano diversi. Per me “fantasia” era sapere,
ricordare, intuire. Per loro era inventare. Inventare dal nulla.
Ero soltanto una bambina vivace, intelligente e spesso esuberante. Che
inventa storie e soffre le regole scolastiche.
La mia armonia col resto del mondo e dentro di me cominciò a
traballare e ad essere mescolata con le bugie di un mondo che vive al
buio del proprio sentire, che si indottrina di una sapere costruito dalle
istituzioni.
Cominciai ad assimilare per forza di cose, quei concetti che ritenevo
sbagliati, perché pensavo di essere l’unica al mondo a pensarla in quel
modo strampalato. O almeno credevo. La morte cominciò a farmi
paura. Prima di allora non mi era mai successo. Anzi. Avevo curiosità
di raggiungere la vecchiaia, per varcare questa dimensione e per
riscoprire quanto spettacolare fosse l’eterno fluire. Non avevo paura di
niente. Volevo vivere, e la morte mi incuriosiva.
Dopo il catechismo, la prima confessione, i dieci comandamenti a
memoria, o “il credo” o il “mea culpa”, tutto cominciò ad apparirmi
talmente innaturale e forzato che la mia vita perse quella originale
armonia con cui ero nata.
Ma venire al mondo in armonia non credo fu solamente una mia
esclusiva. Non ero una bambina speciale, né particolarmente dotata.
L’armonia di cui ricordo ancora oggi la sensazione, è in origine a tutte
le specie viventi, e oggi so che lo è anche per le “non viventi” o cose
inanimate. La meraviglia e la gioia di esistere che accompagna l’uomo
nei primi anni di vita è una realtà esperibile sotto gli occhi di tutti.
L’armonia che muove ogni cosa, dal cosmo ai più piccoli nucleoni che
compongono la materia, è oggi una realtà della fisica quantistica che in
pochi hanno il privilegio di studiare e di sapere.
Gli anni più “bui” della mia vita, furono quando mia madre mi
prendeva per mano e mi portava in chiesa, quando mi costrinsero alla
prima comunione e alla cresima. Quando ero ossessionata dal peccato
che la chiesa cattolica continuava a usare come arma su di me e su tutti
i fedeli per il suoi ‘retti’ scopi a me ignoti.

4
Quando confessavo al prete di turno i miei primi istinti, mi faceva
inginocchiare per venti minuti a recitare dieci “Padre nostro” e dieci
“Ave Maria”. Avevo perso la fede. Quella fede verso la mia armonia.
Quella fede che naturalmente possediamo tutti.

In pali (la lingua originaria dei testi buddisti) la parola tradotta con
FEDE, o fiducia, è saddha che letteralmente significa: “porre il cuore
su”. Avere fede è offrire e affidare il proprio cuore. Io avevo perso
quella cosa su cui riporre il mio cuore. Fede è la volontà di fare il
passo successivo in armonia col nostro sentire. Avere fiducia nella
propria vita.
Ma se il percorso personale ci viene imposto, si è costretti a percorrere
il viaggio della nostra vita su binari a noi sconosciuti e senza una vera
e propria meta, se non quella inculcataci dalla società occidentale;
studio, lavoro, famiglia, pensione. Se non crediamo alla meta, il
viaggio stesso sarà inutile, noioso e privo di insegnamenti. Avere fede
è il viaggio stesso, oltre che la meta o la missione, il nostro viaggio
personale, sorretto dalla volontà della propria verità.
Quando studiai L’Eneide capolavoro dell’età latina, scritto da Virgilio,
vissuto oltre duemila anni fa, mi appassionò fervidamente la figura
dell’eroe, il pio Enea, come spesso era aggettivato dall’autore.
Quando Enea, sconfitto, fugge dalla battaglia di Troia, è guidato
solamente dal senso della sua missione, dalla sua fede. Affronta
ripetutamente l’ignoto, non ha idea di che cosa lo aspetti. Le sue navi,
il suo equipaggio, vengono travolti dalla tempesta, attaccati, colpiti,
saccheggiati. Solo quando troverà il coraggio di inoltrarsi nell’oscurità,
gli si rivelerà la luce che lo guida verso il passo successivo.
Grazie ad Enea capii che brancolavo nel buio da troppo tempo, con
nessuna luce che mi apparisse in fondo alla via, con nessuna missione
da portare a termine.
Non ero io il condottiero della nave, e non ero neanche un marinaio,
non avevo un capitano né una rotta da seguire.

5
2. Il rapporto con la realtà: la fede è un’ invenzione?

Delle cose invisibili e delle cose visibili soltanto gli dèi hanno conoscenza
certa; gli uomini possono soltanto congetturare.
(Alcmeone)1

Al primo anno di università capitai in un libro che tentò


definitivamente di sradicare quel barlume di fede, quel credo, che
nonostante tutto continuavo ad avere verso la vita. Il libro in questione
è La realtà inventata, a cura di Paul Watzlawick.
Questo libro è una raccolta di saggi di esperti2 in vari campi e in varie
discipline (raccolti e dibattuti da Watzlawick) che spiegano come le
realtà scientifiche, sociali, individuali e ideologiche vengono inventate
o costruite a causa dell’inevitabile bisogno che ha l’uomo di accostare
la realtà ‘esterna’ a quella interna, partendo da alcune premesse che si
credono, tendenzialmente, vere e indiscutibili. L’intero testo vuole
dimostrare che, queste premesse fondamentali, non sono altro che la
conseguenza del nostro tentare una conoscenza che mai potrà essere
soddisfatta, perché l’uomo non ha in sé la verità, ma solo la fantasia
per inventare tali premesse.
Per esempio, attraverso un breve racconto di vita quotidiana, viene
messa in dubbio la legge di causa ed effetto, (cioè che ad ogni azione
compiuta corrisponde un effetto manifesto), con la conclusione che il
pensiero causale potrebbe non esistere. Esisterebbe, quindi, soltanto
un pensiero adattato alla nostra tendenza di interpretare dei fatti
apparentemente inspiegabili:

A Vienna delle persone salgono su un tram. Tra i


passeggeri una donna di umili condizioni con suo figlio.
Il ragazzino porta intorno alla testa una fasciatura
enorme (Terribile! Cosa può essergli accaduto?) Alcune
persone offrono il posto a sedere ai due poveretti. La
fasciatura non è applicata a regola d’arte, è stata fatta
visibilmente in casa e in fretta; stanno andando
all’ospedale (i passeggeri scrutano di nascosto il viso del
bambino per capire cosa gli è successo, e la fasciatura
per scoprire eventuali tracce di sangue). Il bambino
piagnucola e si agita (espressione di simpatia su tutti i
volti). La madre non si mostra preoccupata
(atteggiamento poco consono alla situazione), addirittura
dà segni di cattivo umore (sorprendente!). Il piccolo
comincia a dimenarsi; la madre lo spinge giù a sedere.
L’atteggiamento degli astanti muta da osservazione
discreta a vigilanza aperta. Il bambino vorrebbe
arrampicarsi sui sedili e la madre continua a strattonarlo
(povero bambino! Che cosa terribile!).

1
Alcmeone, De Natura
2
Rolf Breur, Jon Elster, Heinz von Foerster, Ernst von Glasersfeld, Rupert Riedl, David L. Rosenhan, Gabriel
Stolzenberg, Francisco J. Varela, Paul Watzlawick.

6
I passeggeri cominciano a prendere apertamente
posizione. La madre viene rimproverata ma respinge
qualunque interferenza. Le critiche vengono ribadite in
modo più aperto. Allora lei dice che ognuno farebbe
meglio a badare agli affari suoi. Le emozioni si fanno più
forti, e la scena diventa rumorosa e turbolenta. Il ragazzo
urla, la madre arrabbiatissima e rossa in viso, dichiara
che adesso mostrerà a tutti, qual era il problema, e
comincia (tra l’orrore generale), a strappare via la
fasciatura. Ciò che alla fine viene alla luce è un vaso da
notte di latta, che il piccolo Don Chisciotte si è calcato in
testa con tale forza da non riuscire più a toglierselo;
stanno andando a chiedere aiuto a un fabbro. I
passeggeri scendono da un tram molto imbarazzati.
Come potevano poche bende intorno alla testa del
ragazzino portare alla spontanea supposizione di un
incidente serio quando tutte le altre indicazioni erano
contrarie a tale ipotesi?
Noi, motiviamo la nostra tendenza, anche quando
brancoliamo nel buio più completo e pronostichiamo
cause e fini, nonostante spesso cadiamo in errore,
fraintendendo lo scopo e leggiamo le sequenze di causa
ed effetto alla rovescia3.

Oppure:

Che cosa significa l’ipotesi che l’orbita della luna sia


all’origine delle maree, l’acquirente all’origine
dell’andamento del mercato e lo sperimentatore
all’origine del comportamento della cavia? Perché in
realtà risulta che le maree terrestri rallentano la
traiettoria della luna, e che il mercato e l’industria
manipolano gli acquirenti e che la varietà dei
comportamenti del topo determina il modo di procedere
dello sperimentatore. (…) Il ‘perché’ (avviene una cosa)
non è verificabile, ma lo è soltanto il ‘se-allora’ . Perciò
non sarebbe possibile dire ‘la pietra si riscalda perché il
sole splende’, ma solo ‘ogni volta che splende il sole la
pietra di riscalda’. La causalità, potrebbe non essere
affatto presente nella natura umana, e potrebbe quindi
non essere altro che un bisogno della mente.4

Partendo da questi esempi quotidiani, si giunge poi a mettere in


discussione la vita dell’uomo che potrebbe risultare senza alcun senso:

Noi uomini, siamo incapaci di sopravvivere a un


universo privo di senso. Da ciò risulta la necessità di
colmare quel vuoto, la cui esperienza, nella forma più

3
Paul Watzlawick, La realtà inventata, Feltrinelli, 1988, p. 66
4
Idem, p.67

7
blanda può spingere alla noia, nella forma più acuta alla
psicosi o al suicidio. Quindi se è in gioco una cosa così
importante, la spiegazione del mondo deve essere
incontestabile, non può lasciare nessuna questione in
sospeso. (…) La vita è come una lotta contro il nulla.5

Quindi, per Watzlawick, la realtà non può essere scoperta, ma bensì


adattata; quello che noi chiamiamo realtà, altro non è che una
interpretazione di un ‘reale’ che in nessun modo possiamo
comprendere, dalle cose che ci circondano, alle cose che ci
‘riempiono’.
Quello che crediamo sia una nostra verità, non è altro che una via più
agibile, più comoda, per l’interpretazione di un’esistenza di cui non
riusciremo mai a cogliere il senso.
L’uomo non potrà mai comprendere il mistero della sua esistenza,
potrà soltanto opinare, adattare, inventare.

Ciò che viene ipoteticamente scoperto è un’invenzione, il


cui inventore è inconsapevole del proprio inventare e
considera la realtà come qualcosa che esista
indipendentemente da sé: l’invenzione quindi diventa la
base della propria visione del mondo e delle proprie
azioni.6

Questa filosofia prende il nome di ‘costruttivismo radicale’ :

La costruzione della realtà universalmente più accettata


si fonda sul presupposto che il mondo non può essere
caotico-non perché esista una qualche prova di questa
idea, ma perché il caos sarebbe semplicemente
intollerabile.7

E non esiste nessuna verità assoluta perché:

anche la più eminente delle dottrine contiene


un’imperfezione fatale: non può dimostrare la propria
compiutezza né la propria contraddittorietà servendosi di
argomenti interni alla propria logica. 8

Si confutano gli assiomi della matematica9, ma anche ogni certezza e


ogni credo.

Accettare o non accettare può portare a percorsi molto


diversi. Accettando una cosa in quanto tale e integrando
questa credenza nella visione del mondo, si può alla fine,

5
Idem, p. 179
6
Idem, p. 9
7
Idem, p. 59
8
Idem, p. 184
9
Idem

8
in alcuni casi, perdere la capacità di tornare indietro e
metterla in discussione. Non accettarla e scegliere di
metterla in discussione può all’opposto portare a
riconoscere che essa e alcune delle sue conseguenze sono
in realtà inesatte.10

Tutto questo cominciò ad offuscare la mia verità, quella stessa verità


che ritenevo indiscutibilmente vera, concreta, e allo stesso tempo
ineffabile ed eterna. E, a poco a poco, mi convinsi che la mia fede non
era altro che una invenzione del mio esperire.
Ma in seguito, assimilato e digerito il contenuto dell’intero testo, mi
resi conto di quanto fossi stata limitata nel limitare il mio intuito
dentro le parole di un libro.
Il fatto che Watzlawick potesse rivelarmi la verità sulla mia esistenza,
sul mio sentire, e il mio più intimo credere, mi sembrò come ridurre e
contenere un ‘qualcosa’ che invece non può essere né contenuto, né
ridotto. Perché questo ‘qualcosa’ è incontenibile e illimitato.
Congetturare una realtà che non può essere oggettiva, se non per
comodità di un vivere ordinato, è comunque formulare una tesi, e
quindi oggettivarla all’interno dello stesso pensiero. E’ comunque
un’altra forma di conoscenza razionale e pertanto un sistema di
concetti, caratterizzata dalla struttura lineare e resa esplicita dal nostro
linguaggio che nasce da un pensiero lineare e infine con la scrittura.
Nella maggior parte dei linguaggi questa struttura lineare è resa
esplicita dall’uso di alfabeti che servono a comunicare esperienze e
riflessioni con lunghe file di lettere.
Quando lessi Il Tao della fisica, di Capra tirai un sospiro di sollievo.
Capra è un fisico americano che nei suoi testi dimostra come e quanto
sia riduttivo per la conoscenza delle cose naturali attenersi alla nostra
razionale logica. E di come il nostro linguaggio ordinario sia inadatto e
incompleto per spiegare l’apparente insondabilità dell’essere umano e
dell’intero cosmo:

Il mondo naturale, è un mondo di varietà e complessità


infinite, un mondo multidimensionale che non contiene né
linee rette, né forme perfettamente regolari, nel quale le
cose non avvengono in successione ma tutte
contemporaneamente (…). E’ chiaro che il nostro sistema
astratto di pensiero concettuale non potrà mai descrivere
questa realtà nella sua complessità. Cercando di
comprendere il mondo, ci troviamo di fronte alle stesse
difficoltà che incontra un cartografo che cerchi di
rappresentare la superficie della terra con una serie di
mappe piane. Da un procedimento di questo tipo
possiamo attenderci solo a una rappresentazione
approssimata della realtà, e di conseguenza tutta la
conoscenza razionale è necessariamente limitata.11

10
Idem, p. 225
11
Fritjof Capra, Il tao della Fisica, Adelphi, 1989, p. 31

9
L’ampia divergenza che vi è tra conoscenza e realtà, è ampiamente
affrontato e dipanato ma senza alcuna soluzione nel testo di
Watzlawick.

Un siffatto scenario apre la via allo scetticismo:

L’idea dell’apparenza è inscindibile da ogni conoscenza


umana,e se e in che misura l’immagine fornita dai nostri
sensi corrispondi alla realtà oggettiva, costituisce un
punto dolente nella storia della conoscenza. Sesto
Empirico, faceva l’esempio della mela: ai nostri sensi
appare liscia, profumata, dolce e gialla- ma non è per
niente ovvio che la mela possieda realmente queste
caratteristiche ed è altrettanto poco ovvio che essa non
possieda anche altre caratteristiche che sfuggono ai
nostri sensi. Non è possibile colmare questo dubbio,
poiché qualsiasi cosa facciamo, possiamo paragonare la
nostra percezione della mela solo con altre percezioni,
ma mai con la mela stessa come era prima della nostra
percezione. 12

Questo è il problema fondamentale al quale il costruttivismo radicale


cerca di rispondere, ma senza un metodo di indagine per superare i
limiti dei nostri cinque sensi, e nemmeno propone una possibile via
d’uscita, attenendosi sempre alla logica della logica, rimanendo così
intrappolati alla struttura razionale della realtà da noi costruita. Per
dimostrare la compiutezza di un sistema e una non contraddittorietà , è
indispensabile che il sistema in questione esca dai propri limiti
concettuali, e si serva di principi interpretativi che non può produrre al
suo interno.

Da Whitehead e Russell apprendiamo che qualsiasi cosa


si riferisca ad una totalità non può essere essa stessa
parte di questa totalità, vale a dire non può riferirsi a se
stessa senza cadere nei paradossi dell’autoreferenzialità.
Il bugiardo che dice di se stesso: “Io mento”,
rappresenta la forma più semplice di un tale paradosso.
Se mente davvero allora la sua affermazione è vera; se
però è vera, allora non è vero che egli menta, e perciò
mentiva quando diceva di mentire.13

Ma qual è la strada che possa portarci al superamento dei nostri limiti


concettuali? Watzlawick non risponde.
Credo sia indispensabile quindi chiedersi quale sia il modo più adatto
per abbracciare la realtà che ci circonda (senza cadere nei paradossi
della logica) e la verità contenuta in essa, che, a mio avviso,
meravigliosamente aderisce alla forma di ogni fenomeno manifesto.

12
Paul Watzlawick, La realtà inventata, Feltrinelli, 1988, p. 24
13
Fritjof Capra, Il tao della Fisica, Adelphi, 1989, p. 18

10
Così, Fritjof Capra, nel libro Il tao della fisica non si limita
all’esposizione di una tesi che asserisce l’impercettibilità della realtà,
ma, attraverso lo studio dell’infinitamente piccolo, ossia della realtà
subatomica, apre un nuovo scenario fondato su nuovi concetti di realtà
e propone un modo per districarsi dalla gabbia della nostra mente.
Nonostante la sua esperienza si basi sull’osservazione scientifica, i
suoi campi d’interesse toccano e comprendono anche le religioni
orientali, riuscendo alla perfezione a creare un ingranaggio completo e
funzionante tra la fisica moderna e il misticismo orientale. Infatti, ciò
che da sempre ha permeato la cultura orientale e il suo misticismo, è di
liberarsi dalla confusione del nostro concetto approssimativo di realtà;
quello che interessa ai mistici orientali è la ricerca di un’esperienza
diretta della realtà che trascenda non solo il pensiero intellettuale, ma
anche la percezione sensoriale.

La conoscenza che deriva da un’esperienza di questo


tipo, viene chiamata dai Buddisti ‘conoscenza assoluta’
perché non si basa su discriminazioni, astrazioni e
classificazioni dell’intelletto, le quali sono sempre
relative e approssimative. Essa è, come dicono i buddisti,
l’esperienza diretta dell’essenza assoluta, indifferenziata,
indivisa, indeterminata. Non essenza di qualcosa ma
essenza in quanto tale.14

La conoscenza assoluta, non può essere oggetto di ragionamento o di


conoscenza dimostrabili, né può essere descritta adeguatamente con
parole, perché sta al di là del campo del nostro comune sentire e aldilà
dell’intelletto razionale dal quale derivano le nostre parole e i nostri
concetti.

La conoscenza assoluta è quindi un’esperienza della


realtà totalmente non intellettuale, un’esperienza che
nasce da uno stato di coscienza non ordinario, che può
essere chiamato stato meditativo o mistico.15

L’opinare e il congetturare sono si prerogativa dell’uomo che in modo


razionale non può comprendere l’insondabile realtà a cui appartiene,
ma asserire che ogni cosa è una congettura è anche questa una
congettura. Credo nel bisogno che l’uomo ha di andare oltre la
razionale logica lineare che distingue il pensiero occidentale,
abbandonare le parole e usarle soltanto come un mezzo perché
assomiglino quanto più possibile alle nostre intuizioni, e giungere al
cuore delle cose.

14
Idem, p. 33
15
Idem

11
I Veda, gli scritti sacri indiani, descrivono così la realtà contenuta in
tutti i fenomeni manifesti:

La realtà è luminosa. Il nucleo di tutte le cose è la luce


divina che dimora nel cuore di tutto. La luce è all’interno
ma anche all’esterno. La luce splende nella struttura più
interna delle cose ma non è prigioniera. C’è uno
splendore divino che avvolge ogni cosa, ma che è visibile
solamente dopo che sono stati rimossi gli ostacoli interni
ed esterni:

Io sono il sapore delle acque, la luce


Della luna e del sole.
Io sono la dolce fragranza della terra
E del fuoco la lucentezza.
Io sono la vita che è in tutti gli esseri,
e il fervore negli asceti.
Sappi che io sono il seme eterno
Di ogni essere.
Io sono l’intelligenza dell’intelligente,
la gloria del glorioso.
Lo splendore cosmico dell’uomo.16

16
Raimon Panikkar, I Veda, vol. I, Bur, Milano, 2001, p. 450

12
3. Due strumenti per intuire la realtà; la fisica e il misticismo
orientale

La contraddizione, che tanto sconcerta il modo di pensare ordinario, deriva


dal fatto che dobbiamo usare il linguaggio per comunicare la nostra
esperienza interiore, la quale per sua stessa natura trascende le possibilità
della lingua.
( D.T. Suzuki17)

I problemi del linguaggio sono qui veramente gravi. Noi desideriamo parlare
in qualche modo della struttura degli atomi…Ma non possiamo parlare degli
atomi servendoci del linguaggio ordinario.
(W. Heisemberg18)

Il problema del linguaggio che si presenta a un mistico orientale è


esattamente lo stesso problema davanti al quale si trova un fisico
moderno. Vediamo perché.
I concetti della meccanica quantistica, che si sono sviluppati in questo
secolo e hanno capovolto la visione newtoniana del mondo, non erano
facili da accettare. Infatti, gli esperimenti avevano dimostrato che gli
atomi, invece di essere duri e indistruttibili come si era creduto sino ad
allora, consistevano di vaste regioni di spazio nelle quali si muovevano
particelle estremamente piccole e anche queste particelle non avevano
parti solide come riteneva la fisica classica che ebbe come pioniere
Newton [1642 -1727].
La fisica classica era costruita sulla base del modello meccanicistico di
Newton; lo scenario dell’universo newtoniano nel quale avevano luogo
tutti i fenomeni fisici era lo spazio tridimensionale della geometria
euclidea classica: uno spazio assoluto, sempre immobile e immutabile.
Secondo le parole di Newton:

Lo spazio assoluto, per sua stessa natura senza relazione


ad alcunché di esterno, rimane sempre uguale e
immobile19.

Tutti i mutamenti che si verificano nel mondo fisico erano descritti in


funzione di una dimensione separata, chiamata tempo, anch’essa
assoluta, che non aveva alcun legame con il mondo materiale e che
fluiva uniformemente dal passato al futuro attraverso il presente.
Le particelle materiali erano quindi secondo Newton, dure
indistruttibili ed eterne, oggetti che si muovevano in questo spazio e in
questo tempo assoluto.
I primi tre decenni di questo secolo, cambiarono radicalmente l’intera
situazione della fisica.

17
D. T. Suzuki, La dottrina Zen del vuoto mentale, Ubaldini, Roma, 1968, p. 119
18
Fritjof Capra, Il tao della fisica, Adelphi, Milano, 1989, p. 53
19
Isaac Newton, Principi matematici della filosofia naturale, Utet, Torino, 1965, p. 102

13
Due sviluppi, quello della teoria della relatività e quello della fisica
atomica, misero in discussione i più importanti elementi della
concezione newtoniana del mondo: in primis la nozione di spazio e di
tempo assoluto, e quella delle particelle solide elementari che si era
capito non essere indistruttibili, fisse, ed eterne.
Agli inizi della fisica moderna si erge la straordinaria impresa
intellettuale di Albert Einstein [1879-1955].
La sua teoria della relatività fu rivoluzionaria.
Einstein era profondamente convinto dell’armonia della natura20 e lo
scopo che si propose nel corso di tutta la sua attività scientifica, fu
quello di trovare una fondazione unificata della fisica.
Secondo la teoria della relatività21, lo spazio non è tridimensionale e il
tempo non è una entità separata. Essi sono strettamente connessi e
formano un continuo quadridimensionale, lo spazio-tempo, perciò non
si può mai parlare dello spazio senza parlare del tempo e viceversa.
Sebbene ancora oggi la meccanica degli ingegneri si basa su quella di
Newton, sono stati abbandonati i concetti di spazio assoluto inteso
come scenario immutabile dei fenomeni fisici, e il concetto di tempo
assoluto.
Una simile rivoluzione della visione della natura ha portato a nuove
indagine e scoperte dell’infinitamente piccolo. In primo luogo la
scoperta dei raggi X, che permise di conoscere la struttura interna
degli atomi.
Si scoprì che le unità subatomiche della materia sono entità molto
astratte che presentano un carattere duale, e a seconda di come le
osserviamo, esse sembrano particelle oppure onde; questo carattere
duale è presente anche nella luce.
Questa proprietà è assai singolare; è impossibile per noi accettare che
una cosa sia allo stesso tempo una particella (un’entità confinata in un
volume molto piccolo) e un’ onda che si estende su un’ampia regione
dello spazio.

Ogni volta che i fisici interrogavano la natura mediante


un esperimento atomico, la natura rispondeva con un
paradosso, e quanto più essi cercavano di chiarire la
situazione, tanto più acuto diventava il paradosso.
Occorse molto tempo prima che i fisici accettassero
l’idea che questi paradossi appartengono alla struttura
stessa della fisica atomica e si rendessero conto che tali
paradossi ricompaiono ogni volta che si tenta di
descrivere un evento atomico nei termini tradizionali
della fisica22.

Queste contraddizioni, condussero alla fine alla teoria dei quanti, ossia
come li definì Einstein pacchetti di energia.
I quanti di luce, che ora vengono chiamati fotoni, hanno caratteristiche
assolutamente incomprensibili al nostro sistema logico, e si
comportano in modo improbabile.

20
Albert Einstein, Come io vedo il mondo, Newton Compton, 1975, p. 21
21
Albert Einstein , La teoria della relatività, Newton Compton, 1976, p. 74
22
Fritjof Capra, Il tao della fisica, Adelphi, Milano, p. 79

14
Non possiamo mai prevedere con certezza un evento atomico:
possiamo solo dire quanto è probabile che esso avvenga.
Facciamo un esempio: se spariamo un proiettile con un cannone, in
base a tutte le coordinate da noi predefinite, ossia direzione e velocità
ecc., possiamo prevedere la traiettoria del proiettile e dove esso
colpirà. Ma immaginiamo invece di scagliare con un cannone una
particella subatomica, essa si comporterà in maniera assolutamente
imprevedibile; come un onda nello spazio sarà dovunque in ogni
momento e ogni nostro tentativo di predisporla in un tempo o
confinata in uno dato spazio, risulterà inutile perché si comporta,
scendendo nel campo della logica, in modo illogico.
Ogni descrizione della realtà subatomica rimane imprecisa e
incompleta. La spiegazione di tale realtà rimane approssimativa e
paradossale.

Nessun cammino logico conduce alle leggi elementari


della natura: l’intuizione sola, fondata sull’esperienza, ci
può condurre ad esse.23

I mistici orientali, e in particolare i buddisti Zen, hanno escogitato il


modo per trarre vantaggio dalle incoerenze e dai paradossi che sorgono
dalla natura e dalla comunicazione verbale, e attraverso il sistema dei
Koan (che letteralmente significa documento pubblico) trasmettono il
loro sapere attraverso un linguaggio mistico, comprensibile solo dalla
verità che è in ognuno di noi , e non dall’intelletto.

I Koan, sono problemi oscuri e assurdi, inventati e


costruiti con cura appositamente per indurre il discepolo
zen a rendersi conto nel modo più drammatico dei limiti
della logica e del ragionamento. La forma irrazionale
della enunciazione e il contenuto paradossale di questi
problemi, rendono impossibile la loro soluzione con il
ragionamento. Essi sono concepiti proprio allo scopo di
sospendere il processo del pensiero e di rendere quindi il
discepolo pronto per l’esperienza non verbale della
realtà.24

Nei libri Zen leggiamo che i Koan afferrano il cuore e la mente, e


creano un vero e proprio vicolo cieco mentale, in cui tutta la
conoscenza fino ad allora sperimentata e il mondo stesso diventano
una massa di dubbi e interrogativi. I fondatori della meccanica
quantistica si trovarono esattamente nella stessa situazione:

…è possibile che la natura sia così assurda come ci è


apparsa in questi esperimenti atomici? 25

23
Albert Einstein, Come io vedo il mondo, Newton Compoton, Bologna, 1975, p. 35
24
Fritjof Capra, Il tao della fisica, Adelphi, Milano, p. 57
25
Heisenberg, citato in Il tao della fisica, p. 59

15
Tutte le volte che la natura delle cose è analizzata dall’intelletto, essa
non può non apparire assurda e paradossale.

Ci siamo lasciati molte migliaia di Kalpa (cicli cosmici)


fa, e tuttavia non siamo stati separati nemmeno per un
istante. Tutto il giorno ci troviamo faccia a faccia, eppure
mai ci siamo incontrati26.

Puoi produrre il suono di due mani che battono insieme.


Ma che cosa è il suono di una mano sola?27

Che cosa era la tua faccia originaria, quella che avevi


prima che i tuoi genitori ti mettessero al mondo?28

Questi sono alcuni esempi di Koan, ma ne esistono migliaia.


E’ attraverso la meditazione Zen ( lo Zazen ) che il Koan cessa di
essere paradossale, cessa l’analisi intellettuale e comincia la ricerca
nel profondo del proprio essere, e il Koan, attraverso il linguaggio
mistico o interiore, diventa il mezzo per arrivare ad un nuovo stato di
coscienza che esso stesso ha contribuito a risvegliare.

Zazen (rimanere seduti in meditazione) deve essere


praticato con la stessa energia, con la stessa
concentrazione, come se fosse in gioco la vita, altrimenti
non porta a nulla, anche dopo un gran numero di anni.
Se praticato in modo giusto, la postura è corretta, il
satori o l’illuminazione, può essere raggiunto in un
lampo.29

Il metodo usato dalle scuole zen, per trasmettere i suoi insegnamenti,


non si serve di alcuna proposizione assertiva, ma lascia interamente al
discepolo il compito di afferrare la verità attraverso i Koan.
Capra paragona la natura dei fenomeni sub-atomici ai Koan.
Vediamo perchè:

Per secoli, gli scienziati sono andati alla ricerca delle


leggi fondamentali della natura soggiacenti alla grande
verità dei fenomeni naturali. Questi fenomeni facevano
parte dell’ambiente macroscopico degli scienziati e
quindi erano direttamente accessibili alla loro esperienza
sensoriale.
Le immagini e i concetti intellettuali del linguaggio che
essi usavano, dato che erano stati tratti da questa stessa
esperienza mediante un processo di astrazione,
risultavano sufficienti e adeguati per descrivere i
fenomeni naturali. Nella fisica classica, le domande sulla
natura essenziale delle cose trovavano risposta nel

26
Wumenguan, I precetti segreti dei Koan Zen, Mondadori, Milano, 1993, p. 17
27
Nyogen Senzai e Paul Reps, 101 storie Zen, Adelphi, Milano, 1973, p. 36
28
Wumenguan, I precetti segreti dei Koan Zen, Mondadori, Milano, 1993, p. 34
29
Taisen Deshinamaru, Il vero Zen, Mondadori, 1997, p. 27

16
modello meccanicistico newtoniano dell’universo, il
quale, in modo molto simile al modello di Democrito
nell’antica Grecia, riduceva tutti i fenomeni al moto e
all’interazione di atomi duri e indistruttibili. Le proprietà
di questi atomi furono ricavate dalla nozione
macroscopica di palle da biliardo e quindi
dall’esperienza sensoriale diretta. Non ci si chiedeva se
questa nozione si potesse effettivamente applicare al
mondo atomico. In realtà, questo fatto, secoli fa, non
poteva essere indagato sperimentalmente.
Nel novecento, tuttavia, i fisici furono in grado di
affrontare sperimentalmente il problema della natura
intima della materia. Con l’aiuto di una tecnologia, essi
riuscirono ad esplorare la natura sempre più in
profondità, scoprendo una dopo l’altro i vari strati della
materia, alla ricerca dei suoi ‘mattoni’ elementari. (…)
Oggi, con l’aiuto delle moderne apparecchiature, siamo
dunque in grado di ‘osservare’ le proprietà degli atomi e
dei loro costituenti, e quindi, sia pure limitatamente di
esperire il mondo sub atomico.
Non si tratta, tuttavia, di un’esperienza ordinaria,
confrontabile con quella del nostro ambiente quotidiano.
A questo livello, la conoscenza della materia non è più
ricavabile dall’esperienza sensoriale diretta, e perciò il
nostro linguaggio ordinario, che trae le sue immagini dal
mondo dei sensi, non è più adeguato a descrivere i
fenomeni osservati. A mano a mano che penetriamo più
profondamente nella natura, siamo costretti via via ad
abbandonare le immagini e i concetti del linguaggio
ordinario. (…) Come i mistici, i fisici ora avevano a che
fare con un’esperienza non sensoriale della realtà, e
come quelli dovevano affrontare gli aspetti paradossali di
questa esperienza. Da quel momento in avanti, quindi i
modelli e le immagini della fisica moderna divennero
simili a quelli della filosofia orientale.30

Einstein scrisse:

Tutti i miei tentativi di adattare i fondamenti teorici della


fisica a queste (nuove) acquisizioni, fallirono
completamente. Era come se ci fosse mancata la terra
sotto i piedi, e non si vedesse da nessuna parte un punto
fermo su cui poter costruire.31

E Heisemberg:

La violenta reazione ai recenti sviluppi della fisica


moderna, può essere compresa soltanto se ci si rende

30
Fritjof Capra, Il tao della fisica, Adelphi, Milano, p. 59
31
Albert Einstein scienziato e filosofo, Boringhieri, Torino, 1958, p. 25

17
conto che questa volta hanno cominciato a cedere i
fondamenti stessi della fisica: e che questo movimento ha
prodotto la sensazione che sarebbe stata tagliata la base
su cui poggiava la scienza.32

Quindi:

Come nello zen, la verità era nascosta in paradossi che


non potevano venire risolti con il ragionamento logico,
ma che dovevano essere capiti nei termini di una nuova
consapevolezza: la consapevolezza della realtà atomica.
In questo caso il maestro era, ovviamente, la natura, la
quale, come i maestri Zen non fornisce asserzioni: si
limita a presentare i problemi.33

La natura dei fenomeni costringe i fisici a un nuovo linguaggio, a una


nuova interpretazione della natura.
Ricordiamo ancora Heisemberg, che disse:

I nostri concetti comuni non possono essere applicati alla


struttura degli atomi.34

Da un punto di vista filosofico, questo è stato senz’altro lo sviluppo


più interessante della fisica moderna, e sta proprio qui il suo rapporto
con la filosofia orientale.
Nelle scuole filosofiche occidentali la logica e il ragionamento, sono
sempre stati i principali strumenti usati per formulare le idee
filosofiche e ciò vale anche per le filosofie religiose.
Nel misticismo orientale, ci si è sempre resi conto che la realtà, e
quindi la verità delle cose, trascende il linguaggio ordinario e i saggi
dell’oriente non ebbero timore di andare aldilà dei concetti comuni,
utilizzando un linguaggio mistico, simbolico, attraverso l’utilizzo dei
Koan e, come vedremo dopo, dei Mantra.
La natura (a livello microscopico) si comporta in modo non
comprensibile, non si serve di proposizioni assertive, fornendoci così,
in modo naturale dei Koan, attraverso degli elementi apparentemente
irrisolvibile col nostro ‘vedere’ ordinario.

Un monaco chiese al maestro Fengxue: “La parola e il


silenzio portano alienazione e un senso di
indeterminatezza. Come comunicare senza trasgredire?”
E il maestro rispose: “ Ricordo sempre la riva sud del
lago a primavera, le centinaia di fiori fragranti dove si
odono i richiami delle pernici.35

32
Citato in Il Tao della Fisica, Adelphi, Milano, p. 62
33
Fritjof Capra, Il Tao della Fisica, Adelphi, Milano, p. 58
34
Citato in Il Tao della Fisica, Adelphi, Milano, p. 53
35
Wumenguan, I precetti segreti dei Koan Zen, Mondadori, Milano, 1993, p. 131

18
CAPITOLO 2
Il misticismo orientale

1. La verità assoluta: il Satori o illuminazione.

Qual meraviglia soprannaturale


E qual miracolo è questo!
Tiro l’acqua dal pozzo e porto la legna!
(P’ang-yun)36

Molto tempo fa, un uomo teneva un oca dentro una


bottiglia. L’oca crebbe e crebbe finchè non potè uscire
più dalla bottiglia; l’uomo non poteva rompere la
bottiglia, e neanche far male all’oca; tu come te la
caveresti?37

I mistici zen usano questi Koan per rivelare ai discepoli l’ineffabile


verità dell’esistenza. Il satori o illuminazione è un’ esperienza
improvvisa e spesso è descritta come:

Un rovesciarsi della mente, simile a un rovesciarsi di una


bilancia su uno dei cui piatti si sia ammucchiato un peso
superiore a quello dell’altro piatto.38

Un maestro zen descrisse la sua esperienza con queste parole:

Fu aldilà da ogni descrizione e assolutamente


incomunicabile, perché nel mondo non c’è nulla a cui la
si possa paragonare…Mentre guardavo intorno, in su e
in giù, tutto l’universo con gli innumerevoli oggetti dei
sensi, mi appariva ora completamente diverso;
ciò che prima era odioso, l’ignoranza e le passioni,
apparivano ora come il rigurgito della mia più intima
natura, che rimaneva in sé limpida, sincera,
trasparente.39

La rigida struttura in cui l’uomo vede di solito configurata la vita, cade


improvvisamente in pezzi, e ne viene un senso di sconfinata libertà.
Così alla domanda: Come sfuggirò alla ruota di nascita e morte?
Un maestro replicò: E chi ti ci ha legato?40

36
Alan W. Watts Lo Zen, Bompiani, Torino, 1958, p. 82
37
Idem, p. 73
38
Idem, p. 72
39
Idem, p. 81
40
Idem, p. 74

19
Il Koan, affinché porti all’illuminazione, non ammette una soluzione
intellettuale; la soluzione non ha nessun rapporto logico con la
domanda, e la domanda è tale da mettere nel più totale imbarazzo
l’intelletto.
Agli occidentali, i Koan, sembrano sciocchezze e assurdità, ma in
realtà, ognuno di essi contiene il grande koan della vita, attraverso il
linguaggio dei simboli e delle analogie.
Per esempio, nel racconto dell’oca citato sopra, scopriamo che l’oca
rappresenta l’uomo, e la bottiglia le circostanze della sua vita; l’uomo
deve o abbandonare il mondo per liberarsene, oppure lasciarsene
schiacciare. Ma entrambe queste alternative sono forme di suicidio. A
che scopo abbandonare il mondo e che cosa otteniamo lasciandocene
schiacciare? Il discepolo zen, deve trovare la via d’uscita.
Un maestro ha paragonato il discepolo che cerca di risolvere il koan, a
una zanzara che cerca di mordere un blocco di ferro41 .
Nel momento in cui il discepolo trova la via d’uscita, il satori lo
colpisce come un lampo e :

L’oca è fuori dalla bottiglia e la bottiglia è intatta, perché


improvvisamente il discepolo è fuori dalla sua
immaginaria prigione: la rigida visione della vita che
egli stesso ha edificato sulle fondamenta del suo
desiderio di possesso.42

Come la moralità, la mente (cioè l’intelletto) è un buon servo ma un


cattivo padrone. Gli uomini sono schiavi dei loro moduli di pensiero
intellettuale e lo zen mira proprio a controllare l’intelletto e poi a
sorpassarlo, ma, come nel caso dell’oca, l’intelletto non viene
distrutto. Il koan è il superamento delle barriere mentali:

E’ un mattone che serve per battere alla porta; quando


la porta è stata aperta, il mattone si può buttar via.43

Ma il mattone che apre la porta non può essere preso con le mani. Il
discepolo, si ritrova con qualcosa che non può essere subito afferrato o
ucciso con la definizione e l’analisi:

Egli deve cercare di prenderlo vivo, e nel momento in cui


si rende conto, assolutamente e per sempre, che non può
essere preso, lo lascia andare, comprendendo in un
lampo di luce quanto sia stato sciocco a tentare di
afferrare le cose per farle proprie, negando così il loro
diritto alla vita. In questo momento, egli raggiunge così
la libertà dello spirito, perché comprende la sofferenza
che va unita al tentativo di chiudere il vento in una
scatola o di tenere viva la vita senza lasciarla vivere.44

41
Idem, p. 78
42
Idem, p. 74
43
Idem, p. 75
44
Idem, p. 79

20
Vi sono vari gradi di Satori, e per giungere al più alto è necessario
lavorare su molti koan attraverso una meditazione costante. Nei primi
stadi della pratica Zen, il lampo di luce dell’illuminazione durerà solo
pochi secondi, mentre col passare del tempo diventerà più durevole:

sinchè il discepolo abbia un Satori che spazzerà via


l’ultima ombra di dubbio e incertezza45.

Chao-pien, maestro zen, descrisse il suo satori così:

Un improvviso colpo di tuono, e le porte della mente si


spalancarono… E tho, ecco li seduto il vecchio (la
natura-Buddha), in tutta la sua semplicità.46

La dimora del Buddha è nella vita quotidiana, ma pochi lo


riconoscono. Una parabola zen riassume questo atteggiamento verso la
vita:

Si dice che per coloro che non sanno nulla dello zen le
montagne sono soltanto le montagne, gli alberi sono
soltanto gli alberi, gli uomini sono soltanto gli uomini.
Dopo aver studiato lo zen per qualche tempo, uno giunge
a percepire la vanità e la fugacità di tutte le forme, e le
montagne non sono più montagne, gli alberi non sono più
alberi, gli uomini non sono più uomini;
mentre l’ignorante crede nella realtà oggettiva delle
cose, chi è parzialmente illuminato vede che esse sono
soltanto apparenze, che non hanno nessuna durevole
realtà e trascorrono come nuvole in fuga. Ma per colui
che ha compreso pienamente lo zen le montagne sono di
nuove montagne, gli alberi sono alberi, e gli uomini sono
uomini.47

45
Idem, p. 80
46
Idem, p. 83
47
Idem, p. 84

21
2. Chi è Buddha

Questo è il mio pensiero costante: come posso far sì che tutti gli esseri
viventi accedano alla via suprema e acquisiscano rapidamente il
corpo di Budda?
(Il sutra del loto48)

Grazie al nichilismo di Watzlawick , agli studi di fisica quantistica, e


soprattutto ai parallelismi proposti da Fritjof Capra tra la scienza e le
religioni orientali, ho cominciato ad interessarmi alla tradizione
buddista, rimanendo affascinata e sorpresa dalle similitudini che
continuamente riscontravo, non solo con la fisica moderna e quindi col
pensiero razionale dal quale non potevo prescindere, ma soprattutto
con quelle intuizioni che avevo da piccola prima di essere contaminata
da quella ‘realtà’ che il mondo in cui vivevo voleva spacciarmi per
Vera, confutando così quel mio sentire originario. L’intuizione che il
mondo fosse tutto ‘vivo’, e che non vi fossero oggetti morti (cioè le
cose inanimate) e oggetti vivi, fu accreditata man mano che mi
addentravo nella conoscenza del mondo degli atomi:

A livello macroscopico, gli oggetti materiali che ci


circondano, sembrano passivi e inerti, ma quando
ingrandiamo un frammento apparentemente “morto” di
pietra o di metallo, vediamo che ribolle di attività.
Quanto più lo guardiamo da vicino, tanto più esso
appare vivo.49

Essendo nata e cresciuta in un ambiente cristiano cattolico, la


conoscenza che avevo del buddismo era superficiale ed errata.
Sentendo parlare di ‘Buddha’, credevo fosse un essere separato e
superiore a noi, a cui elemosinare miracoli, amore e redenzione al fine
di scongiurare la dannazione eterna. In seguito, con mio grande
sollievo, compresi che il Buddha non è niente di tutto questo.
Il Buddha è in ognuno di noi; è quella verità che abbiamo dentro,
quella parte del Tutto che ci guida nelle azioni migliori e ci fa
discernere il bene dal male, quella intuizione primordiale, quella fede
originaria che ci permette di vivere in armonia con la nostra realtà
interiore, che non è come dice Watslawick un immaginare solo per
rendere il caos più sopportabile ai nostri cinque sensi ordinati e
schematizzati, ma qualcosa che sta oltre le nostre percezioni, perché
questo tipo di realtà non può essere guardata, toccata, ascoltata,
annusata, nè gustata dai nostri sensi.
Cominciai a leggere testi di filosofia buddista, e rimasi sorpresa delle
analogie che questa religione ha con la scienza e in particolare con la
fisica moderna.

48
Daisaku Ikeda, Il Sutra del Loto-I capitoli Hoben e Jurio, Esperia, Milano, 1996, p. 211
49
Fritjof Capra, Il tao della fisica, Adelphi, Milano, 1989 p. 225

22
I mistici orientali hanno la visione del mondo come un unico sistema
in continuo divenire, come una rete inestricabile le cui
interconnessioni sono dinamiche e non statiche; esattamente come
appare il mondo degli atomi a un osservatore:

L’aspetto dinamico della materia si manifesta come


conseguenza della natura ondulatoria delle particelle
subatomiche che non possono essere conosciute
singolarmente ma solo nell’intero sistema a cui
appartengono50.

Quando si parla del Buddha storico, ci si riferisce al fondatore del


Buddismo Siddharta Gautama, vissuto 2500 anni fa in India.
Buddha vuol dire ‘il risvegliato’.
Per tutta la vita Siddharta si preoccupò di come il mondo possa
superare le sofferenze di vecchiaia, malattia e morte e usò
l’intelletto e i cinque sensi solamente come un mezzo per aprire la
strada all’esperienza mistica diretta, a una conoscenza superiore,
diversa. Il significato della sua esperienza è stata quella di andare
al di là delle distinzioni intellettuali, per raggiungere il mondo
dell’ a-cintya, l’impensabile, dove la realtà si manifesta come
essenza assoluta, indivisa e indifferenziata.
Sedendo in profonda meditazione, per sette anni, sotto l’albero
della Bodhi, l’albero dell’illuminazione, egli ottenne
improvvisamente il chiarimento finale e definitivo per salvare tutti
gli esseri viventi dalle sofferenze. Secondo la tradizione, subito
dopo il risveglio, si recò a Benares, per trasmettere il suo nuovo
sapere e predicare la sua dottrina ai suoi compagni eremiti.
Espose l’enunciazione delle quattro nobili verità.
La prima, indica la principale caratteristica della condizione
umana, Duhkha, che è dolore o frustrazione, frustrazione che
deriva dalla difficoltà che abbiamo nel capire e nell’affrontare che
tutto intorno a noi è precario e transitorio. La sofferenza nasce ogni
volta che ci opponiamo al fluire della vita e cerchiamo di attaccarci
a cose, persone, eventi o idee, le quali sono tutte maya, illusioni. Il
sé individuale e separato è un’ illusione, un concetto intellettuale
che non ha alcuna corrispondenza con la realtà rivelata dal buddha.
Gli attaccamenti ci hanno sempre nutrito e hanno caratterizzato la
nostra espressione del concetto di vita. Buddha è districarsi da
questi attaccamenti ossia, tutto ciò che di materiale e insano ci
penetra fino ad offuscare e ad annegare quell’ essenza primordiale
che ci compone. Essere Buddha consiste nella tranquillità di non
attaccarsi a niente, neppure alla vita; è un traguardo molto difficile
da realizzare, verso il quale però si può tendere. Per chiarire la
questione, Siddharta raccontò ai suoi discepoli una parabola:

50
Idem, p. 47

23
Molti anni or sono, in un bel giorno di primavera nacque
il figlio di Brahamadatta, il sovrano di Benares. I maghi
di corte gli predissero un grande avvenire.
“Maestà, questo bimbo compirà imprese illustri, grazie a
cinque strumenti.” Per questo il principe fu chiamato
‘cinque strumenti’. Egli ricevette un’istruzione completa
nelle arti e nelle scienze, ed ebbe un bravo maestro che
gli svelò i segreti del cuore. Da grande il giovane viaggiò
molto, ma alla fine decise di ritornare a Benares. Sulla
strada di casa c’era una grande foresta, assoggettata al
dominio di un mostro. La creatura aveva un aspetto
disgustoso, e la pelle ricoperta da una fitta peluria. Gli
abitanti della zona si preoccuparono di avvertire il
principe.
“Maestà, non andate nella foresta. Il mostro vi farà a
pezzi!” Ma il giovane non ci fece caso. Pensò infatti che
fosse il momento di mettere in pratica gli insegnamenti
ricevuti. Senza il minimo timore, entrò nella foresta. Ma
il mostro si accorse del suo arrivo e cominciò a gridare:
“Avvicinati, sarai un buon boccone!”
Per tutta risposta il principe gli tirò una freccia
avvelenata, il primo dei cinque strumenti. Ma il dardo si
conficcò nella peluria del mostro.
“Cosa pensi di farmi? Non capisci che sono invincibile?”
Il principe non si perse d’animo e ricorse al secondo
strumento, una lancia molto aguzza. Ma neanche in
questo caso la creatura ripugnante fu protetta dalla
peluria,e la lancia andò a conficcarsi in una specie di
corazza.
“Non importa! Mi rimangono altre armi. Non mi fai
paura!”
Il principe sferrò al mostro un violento pugno. Ma il
mostro rimase ancora in piedi. Per il quarto strumento, i
piedi, fu la stessa cosa: nonostante due energici calci, la
creatura manteneva la sua postura minacciosa. Allora il
giovane tentò il tutto per tutto, con l’ultimo strumento
disponibile; a testa bassa si scagliò contro il mostro per
infliggergli il corpo mortale. Ma neanche stavolta riuscì
ad abbatterlo. Ora il giovane era disarmato. Non per
questo però cessò di combattere. Allora il mostro lo
guardò con ammirazione dicendogli:
“Apprezzo il tuo coraggio, vedo che sebbene disarmato,
continui a lottare. Ma come puoi sperare di sottrarti alle
mie grinfie?”
“Non ti temo creatura repellente! E non sono disarmato,
mi resta ancora uno strumento il cui uso non ho dovuto
apprendere!”
Il mostro incuriosito allentò la presa.
“Nel mio corpo c’è una spada di diamante. E’ lei a darmi
sicurezza incitandomi a combattere. Perciò ti avverto: se

24
tenterai di divorarmi, la sua lama ti andrà di traverso
spezzandoti la gola!”
Il principe ricorreva a una metafora: in realtà, la spada
era la sua capacità di comprensione. Egli sapeva di poter
trionfare solo con il non-attaccamento, non curandosi
dell’esito della lotta.
Il mostro cominciò a riflettere: “questo giovane combatte
con foga, e mi avrebbe certamente vinto se non fosse per
i peli! Probabilmente dice il vero. Come potrei digerire
una spada nascosta nel suo corpo?”
Per paura delle conseguenze il mostro decise di
risparmiare il principe, liberandolo dalla stretta mortale
e disse:
“Mi rendo conto che c’è qualcosa in te più forte delle
armi. Non ti curi della mia potenza, né di quanto potrei
farti. Ecco perché ti restituisco la libertà, permettendoti
di tornare il patria.”
Il principe notò che il carattere del mostro stava
mutando. Allora decise di restargli vicino per istruirlo sul
‘non-attaccamento’ e sui fondamenti del buddismo. E in
breve tempo la creatura cambiò indole, divenendo uno di
quei geni che guidano gli uomini tra i pericoli dei boschi.
Grazie a questa parabola i discepoli riuscirono a capire
il valore del non attaccamento, pilastro dell’etica
buddista51.

Il valore del non-attaccamento è insito anche nella seconda nobile


verità, infatti riguarda la sofferenza che scaturisce dall’attaccamento
alla vita, a causa della nostra ignoranza. Per questa ignoranza noi
dividiamo il mondo che percepiamo in cose separate e distinte,
racchiudendo le forme fluide della realtà in categorie fisse create dalla
mente. Le cose a cui ci attacchiamo e che crediamo fisse e permanenti,
sono in realtà transitorie e in continuo divenire.
La terza nobile verità afferma che si può porre fine alla sofferenza e
alla frustrazione, liberarsi dalla schiavitù del karma, e raggiungere uno
stato di liberazione totale detto Nirvana, Satori, o illuminazione.
Attraverso la liberazione del karma la falsa immagine di un sé separato
scompare e l’unicità di tutta la vita diviene una sensazione costante.
Karma, è una parola sanscrita che vuol dire ‘azione’ e indica che, a
seguito della severa legge di causa ed effetto, ogni nostra azione nel
presente produce una conseguenza o un effetto nel futuro in una catena
ininterrotta per tutta l’eternità. Così, qualunque azione, mentale,
verbale o fisica, produce un effetto corrispondente; l’insieme degli
effetti inerenti alla vita di una persona costituisce il suo karma.
Secondo il buddismo mahayana, non esiste dunque nessun destino
cieco da maledire, né provvidenza divina da venerare; e neppure esiste
il meccanico agire della natura o il fortuito presentarsi degli eventi. A
livello profondo, ciascuno è interamente responsabile delle cause
poste, ciascuno è l’artefice del bene e del male che subisce:

51
Leonardo Vittorio Arena, La via buddista dell’illuminazione, Mondadori, Milano, 1997, p. 96

25
Il nero del corvo e il bianco dell’airone sono macchie
indelebili lasciate dal karma di esistenze precedenti.52

Oppure:

Se volete sapere quello che avete fatto in passato


osservate il vostro corpo oggi. Se invece volete sapere
come sarete in futuro, osservate ciò che fa il vostro
spirito ora.53

La quarta nobile verità è la prescrizione del Budda mediante l’ottuplice


sentiero, cioè seguire otto regole di comportamento: retta visione, retto
pensiero, retta parola, retta azione, retto modo di vivere, retto sforzo,
retta attenzione, retta meditazione, che portano allo stato di buddità.
I primi due sentieri si occupano di una chiara introspezione nella
condizione umana. I quattro sentieri successivi si occupano del retto
agire, dando le regole per il modo di vita buddista. Gli ultimi due
trasmettono la retta consapevolezza e la meditazione e descrivono
l’esperienza mistica diretta della realtà che è l’obbiettivo finale.
Tutte le scuole di pensiero della cultura orientale, ad esclusione
solamente dell’induismo che risale a molto prima della nascita del
Buddha, si rifanno all’esperienza e agli insegnamenti di Siddharta.
Quindi quando si parla del Buddha storico ci si riferisce a Siddharta
Gautama.
Le due scuole buddiste principali, sviluppatesi dopo la sua morte,
furono la Hinayana e la Mahayana; la prima, è una scuola ortodossa
che segue alla lettera l’insegnamento del Buddha, mentre la seconda,
detta anche ‘grande veicolo’, ha un atteggiamento più flessibile,
ritenendo che lo spirito della dottrina sia più importante della sua
formulazione originaria. La scuola Hinayana s’impianto a Ceylon, in
Birmania e Thailandia, mentre quella Mahayana si diffuse in Nepal,
Tibet, Cina e Giappone e divenne la più importante delle due scuole.
In India il buddismo fu assorbito dal flessibile e ricettivo induismo, e il
Buddha venne accettato come una incarnazione di Vishnu, la divinità
indù dai mille nomi.

Il primo a esporre la dottrina Mahayana fu Asvaghosa, uno dei più


illustri pensatori tra i patriarchi buddisti, vissuto nel primo secolo dopo
Cristo. In un libro intitolato Mahayanasraddhtpada (Il risveglio della
fede nel Mahayana), chiarì i pensieri fondamentali del grande veicolo.
Asvaghosha demolì le proposizioni metafisiche del suo tempo e
dimostrò che la realtà, in definitiva, non può essere afferrata con i
concetti logici. Tutti i concetti elaborati dalla mente umana, a
proposito della realtà, sono, in ultima analisi, nient’altro che vuoto54.
Dopo Siddharta il Buddismo si espanse in maniera capillare quasi per
tutta l’Asia, generando nuove scuole di pensiero, discipline e riti, e
tutte ebbero come maestro Siddharta.

52
Burton Watson (a cura di), Il Sutra del Loto, Esperia, Firenze, p. 223
53
Tenzin Gyatso, Samsara, la vita, la morte, la rinascita, Mondadori, Milano, 1997, p. 144
54
Asvagosha, Il risveglio della fede Mahayana, Sansoni, Firenze, 1959 p. 19

26
Lo Zen è una delle scuole principali sviluppatasi in seno al buddismo.
Più di qualsiasi altra scuola del misticismo orientale, lo Zen è convinto
che le parole non possono mai esprimere la verità ultima.
Esso ha probabilmente ereditato questa convinzione dal taoismo che
aveva lo stesso insegnamento intransigente:

Uno che risponde a chi lo interroga sul Tao, non


conosce il tao.
L’altro anche se interroga sul tao, non udrà parlare
del Tao55

Oppure:

Parlo di qualcosa di cui non si può parlare.56

Eppure, come abbiamo visto precedentemente, l’esperienza Zen può


essere trasmessa dal maestro al discepolo attraverso l’uso dei Koan che
evidenziano i paradossi del pensiero concettuale:

Nei tempi remoti, in Giappone, si usavano lanterne di


carta e di bambù con le candele dentro. Una notte, a un
cieco che era andato a trovarlo un tale offrì una lanterna
da portarsi a casa.
“A me non serve una lanterna - disse il cieco - buio o
luce per me sono la stessa cosa”
“Lo so che per trovare la strada a te non serve una
lanterna -rispose l’altro- ma se non l’hai, qualcuno può
venirti addosso. Perciò devi prenderla.”
Il cieco se ne andò con la lanterna, ma non era andato
ancora molto lontano quando si sentì urtare con violenza.
“Guarda dove vai!- esclamò il cieco allo sconosciuto-
non vedi questa lanterna?”
“La tua candela si è spenta, fratello” rispose lo
sconosciuto.57

Le scuole Zen, attribuiscono massima importanza allo zazen, che vuol


dire ‘meditazione stando seduti’, praticato nei monasteri zen per molte
ore ogni giorno.
Lo zazen è usato per preparare la mente intuitiva alla soluzione dei
Koan, ed è anche visto come la realizzazione della propria natura-
Buddha, essendo il corpo e la mente fusi in una armoniosa unità che
non richiede ulteriori perfezionamenti. Il non agire basta da sé.

55
Chuang-Tzu, citato in Il tao della fisica, p. 139
56
Lao tzu, Tao-te-ching, Demetra,1994, frammento I
57
Nyogen Senzaki e Paul Reeps , 101 storie zen, Adelphi, 1973, p. 104

27
Una poesia zen dice:

Sedendo quietamente, senza far nulla,


viene la primavera, e l’erba cresce da sé.58

In Cina, invece, si svilupparono due scuole di pensiero differente: il


Confucianesimo e il Taoismo.
La prima, era la filosofia dell’organizzazione sociale, che prese il
nome da K’ung fu-tzu, o Confucio, un maestro molto influente e con
largo seguito, che riteneva suo compito principale trasmettere l’antica
eredità culturale ai suoi discepoli, del senso comune e della
conoscenza pratica.
Uno dei suoi scopi principali consisteva nella formazione di una base
etica per il sistema familiare cinese tradizionale.
Il Taoismo, viceversa, era interessato più alla conoscenza intuitiva che
alla conoscenza razionale, ed era quindi più orientato in senso mistico.
I taoisti considerano il ragionamento logico come parte del mondo
artificiale dell’uomo, alla stessa stregua delle convenzioni sociali e
delle regole morali. La diffidenza per la conoscenza e per il
ragionamento convenzionale è più forte nel taoismo che in qualsiasi
altra scuola di filosofia orientale, e si basa sulla ferma convinzione che
l’intelletto umano non può mai comprendere il Tao.

‘Tao’ è un termine troppo ampio per essere tradotto con


un singolo vocabolo di una lingua occidentale, viene reso
per lo più con ‘la via’ ma il suo significato abbraccia
anche ‘la natura ultima delle cose’ o ‘l’origine ultima
delle cose’.59

C’è qualcosa di caoticamente in sé,


nato prima del cielo e della terra.
Non conoscendone il nome lo chiamo ‘Tao’ 60

Secondo i taoisti tutti i mutamenti della natura sono la manifestazione


di una interazione dinamica tra i poli opposti, cioè, ogni cosa, ogni
idea, ogni esperienza che crediamo sia in realtà opposta ad un'altra, in
verità non è altro che un aspetto differente della medesima cosa.
Ogni volta che bisogna ottenere una cosa, essi dicevano, bisogna
iniziare dal suo opposto.
Il libro Tao Te Ching di Lao-Tzu è il più importante testo taoista. Non
si hanno notizie storiche certe di Lao-tzu, tanto che alcuni studiosi lo
ritengono un personaggio leggendario. Non lo si può collocare
nemmeno ad una precisa epoca storica.
Il libro è molto antico e la sola cosa che possiamo affermare con
relativa certezza è che esso deve avere assunto la sua forma definitiva
durante la dinastia Chou Orientale [770-221 a.C.]; il più antico
esemplare di cui disponiamo risale al 167 a.C.

58
A. Watts, Zenrin Kushu, citato in Il tao della Fisica, p. 143
59
Lao tzu, Tao-te-ching, Demetra, Milano, 1994, p. 9
60
Idem, p. 7

28
La natura dei fenomeni è, per i taoisti, un vicendevole compenetrarsi
degli opposti.
Lao-Tzu scrive:

Ciò che vuoi contrarre devi prima espandere,


ciò che vuoi indebolire, devi prima rafforzare,
ciò che vuoi abbattere devi prima innalzare,
a ciò da cui vuoi prendere devi prima dare.61

E ogni volta che si vuol tenere una cosa, bisogna accettare che in essa
ci sia qualcosa del suo opposto:

Ciò che è tortuoso diventa dritto.


Ciò che è vuoto diventa pieno.
Ciò che è consumato diventa nuovo.62

Questo è il modo di vivere del saggio che ha raggiunto un punto di


vista superiore, una prospettiva dalla quale vengono percepite
chiaramente la relatività e la relazione polare di tutti gli opposti.
Fra questi opposti ci sono anzitutto, i concetti di bene e male o yin e
yang, che rappresentano rispettivamente il maschile e il femminile
come interazione dinamica e ciclica degli opposti.
La via dello yin e dello yang parte da Mukyoku, cioè l’energia cosmica
indifferenziata, che viene rappresentata con un cerchio che può essere
visto, allo stesso tempo, pieno o vuoto:

Vi è successivamente la fecondazione dell’uovo cosmico:

61
Idem, frammento XXXVI
62
Idem, frammento XXII

29
Compare, poi, la differenziazione: Yin, il maschile, l’oscurità, e Yang,
il femminile, la luce; appaiono quindi il Cielo e la Terra. L’interazione
dinamica e trasformativa di Cielo e Terra da origine a tutti i fenomeni:

E infine Taikyoku: opposizione ed equilibrio. Le due forze si


compenetrano. Dove Yang si espande, Yin si assottiglia, dove Yang si
assottiglia, Yin si espande. All’interno di Yang c’è il seme i Yin,
all’interno di Yin c’è il seme di Yang:

Questa visione è così riassunta dal saggio taoista Chao-tzun:

‘Seguire e onorare il bene ed evitare il male’ e ‘seguire


onorare il buon governo ed evitare il mal governo’
significa non capire i principi del Cielo e della Terra e le
qualità naturali delle creature. Sarebbe come seguire e
onorare il cielo e non tenere conto della Terra, seguire e
onorare lo Yin e non tenere conto dello Yang: è chiaro
che non si può fare.63

63
Chuang-tzu, citato in Fritjof Capra, Il tao della Fisica, Adelphi, Milano, 1989, p. 134

30
3. L’illusione della forma

Trenta raggi convergono sul mozzo,


ma è il foro centrale che rende utile la ruota.
Plasmiamo la creta per formare un recipiente.
Ritagliamo porte e finestre nelle pareti di una stanza:
sono queste aperture che rendono utile la stanza.

Perciò il pieno ha una sua funzione,


ma l’utilità essenziale appartiene al vuoto.
(Lao-Tsu64)

La vacuità nella concezione mistica orientale, non è intesa come


affermazione nichilista con la quale spesso viene confusa. Vacuità è la
realtà stessa, uno stato di puro non-essere, la sorgente della vita e
l’essenza di tutte le forme. I Buddisti chiamano questa realtà ultima di
vuoto, Sunyata, e affermano che è un vuoto vivo che dà origine a tutte
le forme del mondo fenomenico.

Nonostante l’uso dei termini come vacuità e vuoto, i


saggi orientali fanno capire che essi non intendono la
normale vacuità quando parlano del Sunyata, ma al
contrario, intendono un vuoto che ha un potenziale
creativo infinito. Dunque il vuoto dei mistici orientali è
certamente paragonabile al campo quantistico della
fisica sub atomica. Come il campo quantistico, esso
genera una infinita varietà di forme che sostiene e alla
fine riassorbe.65

Per vuoto dei campi magnetici s’intende essenzialmente che la


materia all’interno è vuota. La materia è costituita da atomi, ma questi
atomi , come detto prima, non sono solidi, non sono mattoni che
stanno uno attaccato all’altro. Essi sono dotati di una carica magnetica
che li tiene molto distanti tra loro. Inoltre ogni atomo è composto da
un nucleo e da uno o più satelliti che girano intorno. Se portassimo il
nucleo di un atomo alla grandezza di una ciliegia e lo mettessimo al
centro di un tavolo che si trova a Perugia, il satellite che gli gira
intorno percorrerebbe una traiettoria circolare che toccherebbe
l’Albania, la Svizzera, la Sardegna e la Puglia.
Cioè la materia vista da dentro è vuota.
Nagarjuna, monaco buddista, dedicò gran parte della sua vita allo
studio del Sutra del loto (gli scritti che raccolgono gli insegnamenti di
Siddharta). Nagarjuna visse presumibilmente nel II sec. d. C. , la sua
vita è difficilmente districabile dalla leggenda che ce lo presenta come
mago e alchimista, oltre che filosofo.

64
Lao tzu, Tao-te-ching, Demetra, Milano, 1994, frammento XI
65
Fritjof Capra, Il tao della fisica, Adelphi, Milano, 1989, p. 245

31
La tradizione, comunque, sostiene concordemente che fu originario del
Vidarbha (l’attuale Berar), nel Deccar centrale.
Nel suo Madhyamaka Karika affronta una visione della natura, che ha
una straordinaria similitudine con la realtà-vuoto del mondo
subatomico:

La forma è vuoto, il vuoto è forma…Lo stesso può dirsi


della sensazione, del pensiero, della volontà e della
coscienza. Tutte le cose hanno il carattere del vuoto: non
sono nate, non vengono annientate; non sono macchiate,
non sono immacolate; non crescono, non decrescono66.

E anche per i taoisti:

Il Tao è un recipiente vuoto, ma il suo uso è


inesauribile67.

La dottrina del vuoto buddista, non vuole condurre , perciò, al nulla


assoluto o alla mancanza di qualsiasi senso nelle cose che accadono, e
nella nostra esistenza. Un senso esiste perché nulla nasce dal nulla.
Neppure l’illusione (maya).
La ragione umana, non riesce a sfondare, però, il velo delle apparenze
e a cogliere il profondo significato dell’inesauribile potenzialità del
vuoto, perchè la mente analizza, distingue, separa. Il vuoto e il pieno
appartengono alla stessa unica realtà manifesta.
Le manifestazioni fenomeniche del vuoto mistico, come le particelle
sub atomiche, non sono statiche e permanenti ma dinamiche e
transitorie; entrano nell’esistenza e svaniscono in una incessante danza
di movimento e di energia. Come il mondo subatomico dei fisici, il
mondo fenomenico del mistico orientale è un mondo di Samsara, cioè
di continua nascita e morte. Quindi la morte non è una calamità, ma la
porta per la dimensione verso cui ogni cosa possa essere ciò che è, è la
condizione stessa della vita autentica. E’ quel vuoto che la vita
riempie. E’ l’utilità essenziale perché vi sia pienezza.

Quella è pienezza, questa è pienezza,


la pienezza genera pienezza.
Se alla pienezza viene tolta la pienezza,
non rimane che pienezza.68

66
Nagarjuna, Madhyamaka Karika, Boringhieri, Torino, 1961, p. 35
67
Lao-tzu, Tao te ching, frammento VI
68
Raimon Panikkar, I Veda, vol. II, Bur, Milano, 2001, p. 890

32
4. L’utilizzo dei Mantra per trascendere la forma

Avanza a est, si ritira a ovest,


gira su una ruota, su un cerchio, su mille elementi.
Con metà di se stesso generò tutta la creazione.
Che cosa fu fatto della metà restante?
(I Veda69)

Capire il concetto di ‘essenza dei fenomeni’, vacuità, o risveglio, è un


compito estremamente complicato senza un linguaggio, o uno stato
d’essere predisposto che vada oltre il nostro comune sentire.
Lo stato di meditazione adottato da tutte le scuole orientali, serve
proprio a questo; a superare il limite del nostro intelletto per
spalancare la mente al di là del nostro sentire ordinario.
In Oriente e in particolare in Cina, si creò una lingua e una scrittura
assai diversa da quella che si sviluppò in Occidente. Molte parole
potevano essere usate come sostantivi, aggettivi o verbi, e la loro
successione non era determinata tanto da regole grammaticali quanto
dal contenuto emotivo della frase. Un simbolo efficace, con un forte
potere di suggestione, che richiamava con vivacità alla mente un
complesso indeterminato di vivide immagini ed emozioni.
L’intenzione di chi parla non era tanto quella di esprimere un’idea
intellettuale, quanto di toccare e influenzare l’ascoltatore.
Analogamente il carattere scritto non era un segno astratto, ma una
forma organica che conservava l’intero complesso di immagini e di
potere suggestivo della parola.
Questi caratteri cinesi sono chiamati ideogrammi, e sono proprio
alcuni di questi ideogrammi, per via della loro potenza evocativa, ad
essere divenute poi delle formule da recitare a cicli, per raggiungere lo
stato meditativo. Queste formule, queste frasi dall’enorme potere
evocativo, estrapolati per il più delle volte da scritti sacri, sono
chiamati Mantra.
La parola sanscrita Mantra risulta dalla fusione del suffisso tra, che
significa ‘strumento’, e dalla radice verbale man che può riferirsi
all’atto del pensare. Letteralmente si può dunque interpretare:
strumento per pensare o strumento per la mente.70
Il primo mantra è Aum, praticato dagli indù più di tremila anni fa.
Nell'induismo è conosciuto come pranava mantra, che vuol dire
‘sorgente di tutti i mantra’. Si fonda sull'idea Indù di nāma-rūpa o del
nome-forma, che suppone che tutte le cose, le idee, o le entità presenti
nell'esistenza e nel cosmo fenomenologico, hanno un nome e una
forma di qualche genere. Il nome-forma della vibrazione primordiale è
quindi Aum che è la prima manifestazione nāma-rūpa di Brahman, la
realtà immanifesta e ultima, la realtà originaria, secondo cui le cose e

69
Raimon Panikkar, Gli inni cosmici dei Veda, Bur, Milano, p. 76
70
Choa K. Sui, Om Mani Padme Um. La perla blu nel loto d’oro, Elfis, 2005, p. 101

33
gli eventi che ci circondano non sono altro che differenti
manifestazioni di un'unica realtà che soggiace alle cose71.
Illusione non significa che tutto il mondo è illusione, l’illusione sta nel
nostro punto di vista se pensiamo che le strutture e le forme e gli
eventi intorno a noi, siano la realtà della natura, invece di comprendere
che sono concetti della nostra mente la quale misura e classifica. Maya
è l’illusione che deriva dallo scambiare questi concetti per realtà, dal
confondere la mappa con il territorio.

Essere liberi dall’incantesimo della Maya, significa


comprendere che tutti i fenomeni che percepiamo con i
nostri sensi sono parte della medesima realtà. Significa
provare concretamente e personalmente che tutto,
compreso il nostro stesso io è Brahman.72

Nel celebre romanzo Siddharta, Herman Hesse, l’autore, ripercorre il


cammino del Buddha da quando lascia la casa natale fino
all’illuminazione:

Si guardò intorno come se vedesse per la prima volta il


mondo. Bello era il mondo, variopinto, raro e misterioso
era il mondo! Qui era azzurro, là giallo, più oltre verde,
il cielo pareva fluire lentamente come i fiumi, immobili
stavano il bosco e la montagna, tutto bello, tutto
enigmatico e magico, e in mezzo v’era lui, Siddharta , il
risvegliato sulla strada che conduce a se stesso. Tutto
questo giallo e azzurro penetrava per la prima volta
attraverso la vista in Siddharta, non vi era più il velo di
Maya, non era più insensata e accidentale molteplicità
del mondo delle apparenze (…). L’azzurro era azzurro, il
fiume era fiume, e anche se nel fiume vivevan nascosti
come in Siddharta l’uno e il divino, tale era appunto la
natura e il senso del divino, d’esser qui giallo, là azzurro,
là cielo, là bosco e qui Siddharta. Il senso e l’essenza
delle cose erano non qualche cosa oltre e dietro di loro,
ma nelle cose stesse, in tutto73.

Siddharta era indiano e la sua cultura induista. Il percorso, che lo


portò alla comprensione della realtà ultima di Brahaman, fu attraverso
la pratica della meditazione OM (Aum, dove la vocale A e U si
fondono in O). Il primo mantra, il mantra primordiale. Secondo la
cultura indù, prima dell'esistenza e al di là dell'esistenza, l'unica sola
realtà era Brahaman, e sua prima manifestazione nell'esistenza è OM.
Per questa ragione OM viene considerato il primo mantra ed è usato
come prefisso e suffisso in quasi tutte le preghiere orientali.
Nell’Induismo, l'universo è suono. Il supremo (para) causa l'esistenza
attraverso la Parola (Shabda).

71
Idem, p. 115
72
Fritjof Capra, Il tao della fisica, Adelphi, Milano, 1989, p. 106
73
Hermann Hesse, Siddharta, Adelphi, Milano, 1973, p. 76

34
La Creazione consiste di vibrazioni di varia frequenza e ampiezza che
danno luogo ai fenomeni del mondo. Le vibrazioni più pure, sono le
Var.na, scritture imperscrutabili, a noi rivelate, imperfette sia nella
forma che nel suono. Le Var.na sono gli atomi del suono. Gli atomi del
suono, così come quelli della materia e della luce, sono particelle e allo
stesso tempo onde, di per se vuoti ma vibranti di energia sonora74.
L’OM è questa energia sonora che soggiace a tutte le cose visibili e
invisibili ed è perfettamente paragonabile a quella stessa energia di cui
ogni atomo è composto.

L’induismo fu quindi la prima religione in oriente da cui poi si


sviluppò il buddismo. Ma chiamare l’induismo e il buddismo
‘religione’ potrebbe risultare riduttivo e fuorviante, e anche parlarne
in termini filosofici potrebbe risultare ingannevole. Il legame tra
filosofia e religione è un vicendevole compenetrarsi.
In India, tutte le forme di pensiero sono di tipo religioso e l’induismo
non solo ha influenzato per molti secoli la vita intellettuale, ma ha
anche determinato quasi completamente la vita sociale e culturale.
L’induismo non può essere indicato come una filosofia, e nemmeno
come una religione ben definita. E’ piuttosto un ampio e complesso
organismo socio-religioso formato da un gran numero di sette, di culti
e di sistemi filosofici che comprendono vari rituali, cerimonie e
discipline spirituali, come pure il culto di innumerevoli divinità
maschili e femminili. Le divinità adorate dagli indù sono migliaia,
rappresentate ognuna col proprio aspetto, il proprio ruolo; ma nella
sostanza tutte queste divinità sono identiche, sono tutte manifestazioni
della stessa realtà che riflette aspetti differenti dell’onnipresente e
incomprensibile Brahaman. Si può quindi paragonare il concetto di
Brahaman e OM a quel energia presente all’interno dell’ atomo che
crea tutte le manifestazioni fisiche, che assume forme differenti
sebbene ogni espressione della forma, come vedremo in seguito, è
interconnessa a tutte le altre.

Le particelle subatomiche non hanno significato come


entità isolate, ma possono essere comprese soltanto come
interconnessioni (…) La fisica quantistica rivela quindi
una fondamentale unità dell’universo: mostra che non
possiamo scomporre il mondo in unità minime dotate di
esistenza indipendente.75

La pratica dei mantra è meditare sulla realtà impercettibile delle cose,


e permette, secondo i mistici orientali, di superare lo stato cosciente ed
entrare in armonia col tutto, o, se vogliamo dirla in termini scientifici,
con la realtà dell’improbabilità delle particelle che costituiscono ogni
fenomeno, e dal microcosmo intuire il macrocosmo e l’equilibrio del
naturale divenire.

74
Choa K. Sui, Om Mani Padme Um. La perla blu nel loto d’oro, Elfis, 2005, p. 199
75
Fritjof Capra, Il tao della fisica, Adelphi, Milano, 1989, p. 81

35
La meditazione profonda consente la possibilità di
abolire il tempo, di vedere in contemporaneità tutto ciò
che è stato, ciò che è e ciò che sarà, e allora tutto è bene,
tutto è perfetto, tutto è Brahman.76

Dal primo mantra, l’Om, se ne svilupparono molti altri.


Esistono innumerevoli vie di liberazione.

L’Induismo e il Buddismo, propongono e accolgono rituali ed esercizi


differenti per i differenti modi di consapevolezza che ogni seguace ha.
Dopo la morte di Siddharta, l’induismo assimilò la sua dottrina mentre
il buddismo si diffondeva in gran parte dell’Asia, originando così
nuovi culti, nuovi mantra, ma che tutti conducessero alla
comprensione della realtà ultima.

Riporto di seguito alcuni mantra di tradizione orientale:

OM:

Mediante la ripetizione costante, il nome rientra nel


luogo da cui è emerso e così è d’aiuto nella
reintegrazione dell’uomo; è il grido stesso di tutta la
realtà, la vibrazione stessa dell’essere umano come
sacerdote, come sacrificatore di tutto ciò che c’è.77

OM MANI PADME HUM:

Il mantra di Avalokiteshvara, il mantra più recitato e conosciuto


anche dai non buddhisti. Può essere recitato per lunghi periodi di
tempo, sgranando il mala, il rosario buddhista, durante la vita comune
o la meditazione. Om Mani Padme Hum viene recitato per ottenere la
liberazione, quindi la pace e la libertà dalle sofferenze, e si dice che
sia così potente che anche un animale sentendolo otterrà una rinascita
umana e quindi la possibilità di conoscere il dharma e raggiungere
l'illuminazione. Il mantra non ha un significato letterale come frase
compiuta, bensì hanno significato le sei sillabe che lo compongono78.

76
Hermann Hesse, Siddharta, Adelphi, Milano, 1973, p. 188
77
Raimon Panikkar, I Veda, Vol. II, Bur, Milano 2001, p. 1057
78
Choa K. Sui, Om Mani Padme Um. La perla blu nel loto d’oro, Elfis, 2005, p. 113

36
NAM MYOHO RENGE KYO:

Il Daishonin sostiene che Nam myoho renge kyo, ‘l’unica


Legge Essenziale’ attraverso cui tutti i Budda si sono
illuminati, è l’essenza del Sutra del Loto, il grande
insegnamento che permette a tutte le persone dell’Ultimo
Giorno della Legge diottenere l’illuminazione.79

GAYATRI: Om bhuh / Om Bhuvah / Om suvah / Om mahah / Om


Janah / Om tapah / Om satyam / OM TAT SAVITUR
VARENYAM
BHARGO DEVASYA DHIMAHI / DHYO YO NAH
PRACODAYAT / Om apoj yoyi raso mrtam brahma bhur bhuvah
suvar OM.

Non c’è nulla più elevato della Gayatri80. Esso è il


mantra più famoso dei Veda, rivolto al divino donatore di
vita come Dio supremo, simbobolizzato in Savitr, il sole.
E’ recitata ogni giorno al sorgere e al tramontare del
sole81.

SO’ HAM:

Mescolate il mantra alla vostra respirazione. Lasciate


che esso vi riempi la mente, e presto sarete risvegliati.82

Hare Krsna83, Hare Krsna, Krsna Krsna, Hare Hare, Hare Rama,
Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare :

Questo mantra possiede non solo il potere di liberare


l’essere condizionato dalle sue tendenze materiali, ma
anche di risvegliare in lui l’amore per Dio e l’estasi della
vita spirituale.84

79
Daisaku Ikeda, La saggezza del Sutra del Loto, Esperia, Firenze, 2000, p. 78
80
Nei Veda simboleggia la madre di tutte le cose.
81
Raimon Panikkar, Gli inni cosmici dei Veda, Bur, Milano, 2004, p. 21
82
Muktananda, Il gioco delle coscienze, Mediterranee, 1987, p. 77
83
Krishna è una delle divinità indù.
84
Bhaktivedanta Swami Prabhupada, Bhagavad -Gita così com’è -, Adelphi, Milano, 1983, p. 199

37
5. Tre mantra: Om mani padme hum, il Rosario, Nam myoho
renghe kyo

Quando la gente dice: onora questo dio,


onora quell’altro dio (uno dopo l’altro)
parla già della sua creazione.
Egli stesso è tutti gli dei.
(Unipanishad85)

La citazione proviene dalle Upanishad, raccolta di testi induisti, scritti


nell’arco di due secoli, VII e VI A. C.
Nel pensiero religioso indiano, nell’affermazione dell’unità al di là
della pluralità, esprimono qui un punto d’arrivo che è uno dei suoi
caratteri peculiari. Le Upanishad, costituiscono l’ultima parte dei
Veda, testi sacri indù, il cui termine vuol dire ‘conoscenza’; sono un
ricco complesso di parole, inni e formule sacre.
La rivelazione vedica ci dice in innumerevoli testi che vac, la Parola,
non è semplicemente un’invenzione della mente dell’uomo o un mero
strumento di comunicazione, o espressione di ciò che l’uomo è. La
parola vedica è certamente tutto questo, ma infinitamente di più. Essa
è importante quanto brahaman. La parola stessa è brahaman.

Vac è proprio la parola totale vivente, vale a dire la


parola nella sua interezza compresi i suoi aspetti
materiali, il suo riverbero cosmico, la sua forma visibile,
il suo suono, il suo significato, il suo messaggio (…).
Nessuna meraviglia, quindi, che ogni parola sia sacra e
perciò potente 86.

Il mantra, concentra la forza della parola attraverso la ripetizione dello


stesso suono, e la preghiera diventa la funzione mediatrice per elevare
l’intero essere alle vette del divino.

In ogni caso la parola è il mediatore. Nella parola infatti


sono racchiusi sia un’azione esterna che un atto interno o
moto del cuore; la parola, si potrebbe dire, ha un’anima,
nonché un corpo e una mente. Alla parola sono correlate
non solo verità e non-verità, ma anche amore e odio,
azione e inazione. Dalla prospettiva della rivelazione
vedica non si esiterebbe a dire che la parola è
l’incarnazione tanto dell’uomo quanto di Dio. Nella
parola, la cui funzione è sia nascondere che rivelare, Dio
e uomo si incontrano.87

85
Gisella Melluso, Mantra, il ritmo sacro della preghiera, Demetra, Firenze, 2000, p. 3
86
Raimon Panikkar , I Veda, vol. I, Bur, Milano, 2001, p. 120
87
Idem, p. 122

38
Per illustrare la funzione dei mantra è spesso usato questo esempio:

Un re chiede al suo ministro, che è molto progredito


nella vita spirituale e pratica il japa (la recitazione dei
mantra), di insegnargli il suo mantra. Il ministro si
rifiuta ma il re insiste. Il ministro dice a un paggio che si
trova lì vicino di catturare il re, ma nonostante ripeta
l’ingiunzione, il paggio non si muove. Infine il re, irritato
dice al paggio di catturare il ministro e il ragazzo
ubbidisce immediatamente. Il ministro scoppia a ridere e
dice al re: i nostri ordini erano gli stessi e anche colui
che li riceveva; eppure in un caso il comando non fu
eseguito e nell’altro si.
Nel caso dei mantra tutto dipende dall’autorità e dalla
preparazione spirituale di chi lo pronuncia. La parola
mantra denota ciò che è stato pensato o conosciuto o ciò
che viene trasmesso in privato e che possiede il potere di
liberare. 88

Dal primo mantra, l’Om, è derivato Om Mani Padme Hum, praticato


dai monaci buddisti tibetani.

Si racconta che molti anni fa mille prìncipi fecero voto di


diventare Buddha. Uno solo riuscì a raggiungere
l'illuminazione e divenne il Buddha che noi conosciamo
come Gautama Siddharta. Avaloketeshvara, tuttavia fece
voto di non entrare nel Nirvana fino a quando tutti gli
altri prìncipi non fossero diventati loro stessi dei Buddha.
Nella sua infinita compassione fece anche voto di
liberare tutti gli altri esseri senzienti dalla sofferenza dei
vari regni del Samsara. Prima di ciò il Buddha pregò:
"Possa aiutare tutti gli esseri ma se mi dovessi stancare
di questo enorme lavoro il mio corpo dovrà essere
frantumato in mille pezzi".
In primo luogo si dice sia disceso nel regno dell'inferno
risalendo gradualmente attraverso il mondo dei fantasmi
affamati e più in alto sino al regno degli Dei. Da quel
punto gli capitò di guardare in basso e vide stupefatto
che, anche se aveva salvato innumerevoli esseri
dall'inferno ancora una maggior numero vi si stava
riversando. Fu un immenso dolore e per un momento
perse la fede nel suo nobile voto ed il suo corpo esplose
in mille pezzi. Nella sua disperazione chiamò in aiuto
tutti i Buddha. L'aiuto si manifestò e venne da ogni parte
dell'universo sotto forma di leggera tormenta di fiocchi di
neve. Con il loro immenso potere i Buddha lo
ricomposero nella sua completezza e da allora
Avaloketeshvara ebbe undici teste e mille braccia e sul
palmo di ogni mano vi era un occhio a significare
88
Raimon Panikkar, Gli Inni cosmici dei Veda, Bur, Milano, 1977, p. 22

39
quell'insieme di saggezza e nobiltà che
contraddistinguono la vera compassione.
In questa forma era ancora più splendente e più forte per
poter aiutare tutti gli esseri. La sua compassione si
sviluppò ancora più intensamente ripetendo questo voto
davanti ai Buddha: " Non potrò uscire dal Samsara sino
a quando tutti gli esseri senzienti non avranno raggiunto
l'illuminazione". Si dice che per il dispiacere ed il dolore
del Samsara dai suoi occhi sgorgarono due lacrime,e con
la benedizione dei Buddha si trasformarono in due Tara.
Una Tara nella forma verde che rappresenta la forza
attiva della compassione e l'altra Tara nella forma
bianca che rappresenta l'aspetto materno della
compassione. Tara significa "Colei che libera - Colei che
ci accompagna attraverso l'oceano del Samsara".
Nel Mahayana Sutra vi è scritto che Avaloketeshvara ha
donato il suo Mantra al Buddha e Buddha, a sua volta,
gli ha assegnato il suo speciale e nobile incarico di
aiutare tutti gli esseri dell'universo a raggiungere
l'illuminazione. In quel momento su di loro discesero
fiori, la terra tremò e nell'aria echeggiò il Mantra "OM
MANI PADME HUM. 89

Il Mahayana Sutra è la raccolta degli insegnamenti del Buddha,


risalente al periodo in cui Siddharta volle raccontare la sua
illuminazione attraverso dei racconti, ed è nel capitolo ventiquattro del
Sutra del Loto che appare per la prima volta la figura del bodhisattva
Avaloketeshvara.
Il Bodhisattva è colui che giunto alle porte del Nirvana (che
letteralmente vuol dire ‘andare oltre’ e si riferisce allo stato di piena
realizzazione del risveglio alla verità assoluta) rinuncia a entrarvi al
solo scopo di aiutare tutti gli esseri viventi a uscire dal ciclo
dell’esistenza o samsara (nascita, morte e rinascita) attraverso la
pratica dei quattro grandi voti enunciati dal Buddha, che sono:

salvare tutti gli esseri dal ciclo di nascita e morte,


distruggere tutte le male passioni, imparare la verità e
insegnarla agli altri, condurre tutti gli esseri verso la
condizione buddica90.

Nel Mahayana Sutra si legge:

La grande compassione del bodhisattva si risveglia in


dieci mondi: quando vede creature senza rifugio, quando

le vede perdute in una vita sbagliata, quando le vede


povere e senza un’oncia di merito, quando le vede
addormentate nel mezzo del samara, quando le vede
praticare il male, quando le vede schiave del desiderio,
89
Anagorika Govinda, La via delle nuvole bianche, Astrolabio Ubaldini, 1981, p. 88
90
D. T. Suzuki, Il Buddismo Mahayana, Sonsoni, Firenze, 1959, p. 107

40
quando le vede immerse nell’oceano del samsara.
Quando le vede patire mali incurabili, quando le vede
spoglie di ogni desiderio di fare il bene, quando le vede
oramai fuori dalla retta via del Dharma o dalla legge
universale di tutti i Buddha.91

唵 嘛 呢 叭 咪 吽
Questi sono i sei ideogrammi del mantra tibetano Om mani padme
hum del Bodhisattva Avalokiteshvara; detto anche ‘precettore dei
suoni’ e ‘Buddha della compassione’. Questo mantra è associato oltre
che al suono, anche alla forma con molte braccia del mito di
Avalokiteshvara, che è considerata la divinità tutelare del Tibet e
viene anche chiamato ‘Il portatore del loto bianco’.92

Om è l’origine di ogni suono e indica la possibilità che vi sia una


trasformazione dall'impurità alla purezza: il sentiero della liberazione.
Mani, significa "gioiello", simbolizza la bodhicitta, cioè l'intenzione
altruista di raggiungere l'illuminazione per il beneficio di tutti gli
esseri senzienti.
Padme, significa "loto", simbolizza la saggezza, la conoscenza. La
comprensione dell'impermanenza, della vacuità, dell'interdipendenza,
la conoscenza che recide ogni illusione e attaccamento.
Hum simboleggia l'indivisibilità di metodo e conoscenza, di
compassione e saggezza.
Attraverso “Om mani padme hum” il metodo è fonte di saggezza, ed
è possibile trasformare corpo, parola e mente impuri nel corpo, nella
parola e nella mente puri di un Buddha. La Buddità è latente e
all'interno di ciascuno di noi così come è all'interno del mantra Om
Mani Padme Hum. Per buddità s’intende lo stato di completa

91
Idem, p. 192
92
Tenzin Gyatso, Samsara, la vita la morte, la rinascita, Mondadori, Milano 1997, p. 139

41
illuminazione, in cui non esistono manchevolezze fisiche e mentali e
vi è la perfezione di tutte le qualità positive.
Secondo il buddismo tibetano, se si recitata questo mantra durante il
bardo, cioè durante la fase successiva alla morte e precedente alla
reincarnazione, si evita di ricadere nel ciclo di rinascite del Samsara.
La reincarnazione, secondo i buddisti tibetani, è la credenza che una
parte dell’essere umano (l’anima per alcuni, la coscienza o il
complesso immateriale dell’individuo secondo altri) sopravviva alla
morte, per albergare poi in altri individui contribuendo all’ evoluzione
progressiva dell’essere:
"Om" chiude la porta della rinascita fra gli dei, "Ma" quella fra le
Asura, divinità gelose, "ni" quella fra gli uomini, "Pad" quella fra gli
animali, "me" quello fra i preta, spiriti insaziabili, e "Hum" quella
negli inferi. L’invocazione è diretta principalmente al Budda della
compassione Avaloketeshvara.
Uno degli aspetti principali di questo mantra è il suono, che ne
rappresenta l'essenza più intima ed è il vero segreto della potenza.
Secondo la tradizione vedica, un mantra è efficace solo se intonato
nella maniera giusta perchè la sua forza risiede prima ancora che nel
suo significato verbale o concettuale, proprio nel suono, nella
risonanza, nella vibrazione acustica. In ogni tradizione religiosa la
sacralità del canto è, infatti, direttamente collegata alla sua sonorità, in
virtù della quale, nel corso dei secoli, gli stessi edifici religiosi sono
stati costruiti e le stesse cerimonie sono state create; il valore rituale
del suono, è inteso come "ponte sacro", come mezzo di collegamento
fra la sfera umana e quella divina, ed è testimoniato dall'insegnamento
spirituale di molte tradizioni, ed anche in quella cristiana. Come
afferma il prologo di Giovanni:

In Principio era il Verbo


ed il Verbo era presso Dio
ed il Verbo era Dio.93

La tradizione cristiana, a differenza di quello che comunemente si


pensa, ha legami molto profondi con la tradizione orientale da cui ha
preso in prestito la recitazione dei mantra, anche se in veste
apparentemente diversa. La pratica del Rosario, per esempio, è
una forma di mantra che il cristianesimo ha adottato dalla cultura
orientale. Vi sono varie ipotesi di come la recitazione del rosario sia
giunta in occidente; una delle tesi più accreditate è quella secondo cui
furono i crociati a diffondere questa pratica in occidente. Infatti,
durante la guerra per liberare la terra santa, i crociati videro per la
prima volta gli islamici che recitavano una preghiera ciclica che
invocava i 99 nomi di Allah, servendosi di una catenella composta da
99 semi, tradizione che a sua volta l’islam aveva preso in prestito dal
buddismo.

93
Il Vangelo secondo Giovanni, Bur, 1997, pg.25

42
In ogni caso, è certo che è all'inizio del XII secolo che si diffonde in
Occidente la litanica ripetizione del Pater nostrum per 150 volte, e
quella dell'Ave Maria94.

Nel libro di Stefano De fiores Il Rosario, leggiamo:

Il Rosario, medita e assimila. Da ciò risulta che il


Rosario è come un unicum, una realtà originale, sul
piano della devozione (…), è una forma di preghiera non
liturgica, unica nella spiritualità occidentale, un modo
per assimilare quanto Gesù ha operato nella sua
esistenza terrena.(…) Cielo e terra, Dio e uomo, eternità
e tempo, si danno convegno nel rosario. Il Rosario
depone nel cuore un germe di bene, e mette in contatto
con i misteri di Cristo, salvatore e riconciliatore
universale.95

E ancora:

Rientrare in se stessi per meditare sui misteri del Signore


in compagnia di Maria madre di tutti i cristiani, è un
sentiero di interiorità da percorrere per riconoscere il
primato dell’essere piuttosto che all’avere o all’agire. Il
Rosario apre così all’accoglienza del dono dell’autentica
pace: la forza del suo carattere meditativo, con il
tranquillo succedersi delle Ave Maria, il Rosario esercita
sull’orante un’azione pacificante che lo dispone a
ricevere e sperimentare nella profondità del suo essere e
a diffondere intorno a sé quella pace vera che è dono del
Risorto.96

Rientrare in se stessi attraverso il potere evocativo della preghiera, è


quello stesso rientrare in sé stessi nella dottrina della veritas del monaco
medievale S. Agostino, vissuto nel IV sec. D. C. Per S. Agostino è
necessario rientrare in se stessi perché si ritrovi la comunione e la verità
con Dio. Cristo è il maestro interiore, luce, verità e vita, è dator
intelligentia, ossia artefice della capacità conoscitiva, e propone un
ritorno a sé, all’uomo interiore, per ritrovare e amare l’anima senza
spazio e senza tempo, e respirare i doni di Dio.

Ma che amo quando amo te? Non una bellezza corporea,


né una grazie temporale: non lo splendore della luce,
così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle
cantilene d’ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli
unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le
membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto
ciò amo, quando amo il mio Dio.

94
Anne Winston Allen, Storie della rosa. La formazione del rosario nel medioevo, Sismondi,Torino, 1931, p. 132
95
Stefano De Fiores, Il Rosario, Piemme, Alessandria, 2004, p. 24
96
Idem, p. 43

43
Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e
amplesso nell’amare il mio Dio: la luce, la voce, l’odore,
il cibo, l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, ove
splende alla mia anima una luce non avvolta dallo
spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove
olezza un profumo non disperso dal vento, ov’è colto un
sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda una
stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo quando amo
il mio Dio.97

Anche Siddharta enunciò che la buddità, la divinità, è insita alla natura


umana:

La mente umana possiede la natura buddica, a cui non


giungono le altre creature. Essa può paragonarsi a colui
che ha un gioiello indosso e non lo sa; a colui che cerca
il cibo mentre ha un tesoro nei suoi propri magazzini.98
(Mahayana Sutra).

Ma ritorniamo al rosario. Attraverso la litanica ripetizione delle


preghiere, ci si apre ad una nuova dimensione; quella dimensione dove
la realtà si manifesta come essenza assoluta, indivisa e indifferenziata:
la medesima del misticismo orientale.
Ansel Grum, monaco benedettino tedesco, nel libro Dimensioni della
fede chiarisce questo concetto mettendo sull’ identico piano la
verità enunciata da Gesù Cristo con la verità enunciata dal Buddha;

Dio è in noi e noi in lui. Nella preghiera intravediamo il


nostro vero essere , la nostra unità con Dio, con gli
uomini e con noi stessi. (…) L’unità con se stessi e con
Dio, conduce all’esperienza dell’unità con gli altri e alla
solidarietà con l’intera umanità. Nel puro silenzio
davanti a Dio, possiamo sentirci una cosa sola con gli
altri. E’ la stessa unità sperimentata da Siddharta, nel
romanzo di Hesse, quando sedeva sulla sponda del fiume
e osservava gli uomini con i loro problemi e desideri
terreni. Egli si sentiva una cosa sola con loro, sentiva
una profonda compassione, si sentiva in armonia con
tutto, sentendo aleggiare ovunque lo spirito di Dio. Gesù,
ci dice che questa unità è già in noi, ma noi non
l’avvertiamo; nella meditazione possiamo aprirci a
questa realtà, intravediamo il nostro vero essere, la
nostra unità con Dio, con gli uomini e con noi stessi.99

97
S. Agostino, Le Confessioni, Garzanti, 1998, p. 288
98
D. T. Suzuki, Il buddismo Mahayana, Sonsoni, Firenze, 1959, p. 177
99
Anselm Grum, Dimensioni della fede, Messaggero, Padova, 2005, p. 65.

44
Infatti, nel Vangelo secondo Giovanni si legge:

Come tu , Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in


noi una cosa sola (…). E la gloria che tu hai dato a me,
io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola.
Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il
mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come
hai amato me.100

Ma nella pratica quotidiana, a mio avviso, ciò che differenzia la


recitazione del rosario con quella dei mantra orientali, è
l’atteggiamento del fedele durante la preghiera. Nella recitazione
cristiana del rosario, e in genere nella preghiera delle religioni
occidentali, la postura è, per la maggior parte dei casi, una
sottomissione a Dio; e nonostante le parole di Gesù Cristo, Dio è visto
come una entità separata e superiore, che perdona dai peccati, giudica,
redime o condanna. La pratica del rosario, quindi, sebbene
paragonabile come forma a quella dei mantra orientali, se ne
differenzia nella sostanza di un atteggiamento atto a invocare e
ricevere un perdono che solo Dio onnipotente può concedere, sebbene
Gesù disse:

Il regno di Dio è dentro di noi.101

Nei Racconti di un pellegrino russo102 vi è il cammino errante di un


cristiano che scopre come l’orazione continua e senza intermediari, se
non il nostro spirito, sia d’aiuto al cuore e alla mente. L’ autore di
questi racconti è ignoto. Secondo la tradizione sarebbe un contadino
della provincia della Terra Santa che si sarebbe fermato sul monte
Athos per scrivere la storia del suo viaggio. E’ contemporaneamente
fiaba poetica e trattato spirituale. Il pellegrino è alla ricerca del
significato delle parole dell’apostolo Paolo: “Pregate senza
intermissione”.

Una domenica entrai in una chiesa, durante la Liturgia,


per pregare. Stavano leggendo il passo della prima
lettera ai Tessalonicesi in cui è detto: «Pregate senza
interruzione». Queste parole si incisero profondamente
nel mio spirito, e cominciai a chiedermi come fosse
possibile pregare senza posa quando ciascuno è
necessariamente impegnato a lavorare per il proprio
sostentamento. Cercai nella mia Bibbia e lessi proprio
quello che avevo udito, e cioè: «Pregate senza
interruzione per mezzo dello Spirito in ogni tempo».
Pensavo e pensavo, senza trovare alcuna soluzione.(…)

100
Dal vangelo secondo Giovanni frammento XVII
101
Dal Vangelo secondo Luca frammento XI
102
Anonimo, Racconti di un pellegrino russo, Paoline, Torino, 2003

45
Camminai per circa cinque giorni lungo la strada
maestra, finché una sera incontrai un monaco che viveva
in un eremo poco lontano. Era uno starets (= un maestro
spirituale). Mentre lo accompagnavo gli esposi il mio
problema. Allora mi invitò nella sua cella e mi disse:
«Per "preghiera continua" non si intende altro che la
cosiddetta "Preghiera di Gesù" o "preghiera del cuore",
che consiste nella continua ed incessante ripetizione del
Nome di Gesù con le labbra, con la mente e con il cuore,
durante ogni occupazione, in ogni luogo e tempo, anche
nel sonno. La Preghiera si compone di queste parole: "
Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me,
peccatore!". Chi si abituerà a questa invocazione proverà
una tale consolazione e un tal bisogno di pronunciarla di
continuo, che non potrà più vivere senza di essa, ed essa
fluirà spontaneamente dentro di lui.”103

Ricapitoliamo; “Om mani padme hum” è il mantra più diffuso in


oriente, mentre il Rosario, sicuramente, quello più conosciuto e
praticato in occidente di tradizione cristiana.
L’altro mantra, di cui parleremo adesso, Nam mioho renghe kyo è una
invocazione buddista giapponese, che negli ultimi anni si sta
diffondendo sempre di più in occidente. In Europa vi sono più di sei
milioni di persone104 che praticano questo mantra.
La preghiera, viene recitata rivolgendosi al Gohonzon ( in sanscrito
“honzon”, significa “oggetto di fondamentale rispetto”, “go”, si
traduce con “degno di onore”) dove vi sono iscritti gli ideogrammi di
Nam mioho renge kyo:

Il Gohonzon

103
Idem, p. 25
104
Tratto dalla rivista mensile “Buddismo e società” n. 98 , p. 30

46
Il primo a pronunciare questo mantra fu Nichiren Daishonin, monaco
buddista giapponese e profondo conoscitore del Sutra del loto, vissuto
a metà del 1200. E’ stato Nichiren a iscrivere il Gohonzon.
Una traduzione letterale di Nam miho renge kyo potrebbe essere:
dedico la mia vita alla mistica legge del sutra del loto.
Ma nonostante la chiarezza della traduzione, è difficile capire il vero e
profondo significato di questa frase.

Come scrive Nichiren Daishonin:

Praticare solamente i sette caratteri di ‘Nam mioho


renge kyo’ può apparire limitato, tuttavia, poiché questa
legge è il maestro di tutti i buddha del passato, presente e
futuro, la guida di tutti i Bodhisattva dell’universo e la
guida che permette a tutti gli esseri umani di ottenere la
Buddità, la sua pratica è incomparabilmente profonda.105

Potremmo paragonare alcuni aspetti di nam mioho renge kyo alla


formula della relatività di Einstein, E=mc2.
Questa formula consta di cinque simboli e significa: l’energia è uguale
alla massa moltiplicata per la velocità della luce al quadrato. Chiunque
può capirne il significato letterale e può anche cogliere il senso
generale della teoria espressa dai cinque simboli. Ma, a meno che non
si possieda un’ampia conoscenza e comprensione della fisica atomica,
tutta la profondità del suo significato, sfuggirà. Analogamente, la
maggior parte delle persone non può percepire pienamente la portata
dell’opera di Einstein, che non solo ha compreso la legge, ma è
riuscito anche a racchiuderla con assoluta precisione in soli cinque
simboli. Ognuno di questi simboli è la cristallizzazione di complessi
principi fisico-matematici che, sebbene astratti, fanno diretto
riferimento agli elementi del mondo reale.
Così, formulando la teoria della relatività, in realtà Einstein non ha
inventato nulla, né i simboli, né le idee che essi esprimono, ma è
piuttosto approdato a una più profonda comprensione della relazione
tra i preesistenti principi sui fenomeni fondamentali dell’universo:
energia, materia, luce e tempo.
Ritorniamo ora a Nam mioho renge kyo.
Ogni sillaba di questa formula corrisponde a un singolo carattere
cinese sanscrito, e l’intera frase è formata da un totale di sette caratteri
(Nam è una contrazione verbale di Namu e significa “devozione”, ed è
stato anteposto, dal Daishonin, a posteriori al titolo del sutra del loto).
Tralasciamo il termine Nam ed esaminiamo i cinque caratteri di Mioho
renge kyo.
Abbiamo già detto che è il titolo, o daimoku (invocazione), del sutra
del loto. Occorre anche specificare che il titolo di ogni sutra, o trattato,
è molto importante, perché esprime l’insegnamento contenuto
nell’intero testo.

105
Nichiren Daishonin, Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. IV, A.I.N.S. , Firenze, 1992, p. 144

47
Per spiegare questo concetto Nichiren utilizza l’esempio della parola
Giappone:

Lo spirito di una persona alta cinque o sei shaku può


apparire con chiarezza sul suo volto, che misura un solo
shaku, e nel suo volto può apparire precisamente negli
occhi, che misurano un solo sun. Nella parola Giappone,
è incluso tutto quello che si trova nelle sessantasei
province: tutte le persone e gli animali, le risaie e gli
altri campi, i poveri e i ricchi, i nobili e le persone
comuni, i sette tipi di gemme e tutti gli altri tesori. Allo
stesso modo, nel daimoku, Nam mioho renge kyo, è
contenuto l’intero sutra che consiste di tutti gli otto
volumi, dei ventotto capitoli e dei sessantanovemila e
trecento ottantaquattro caratteri, senza eccezione. A
questo proposito Poi-chu affermò che il titolo sta al sutra
come gli occhi stanno al Budda.106

T’ien T’ai, storico e filosofo cinese, classificò e studiò per tutta la sua
vita i sutra di Siddharta, in base a uno schema di cinque periodi della
vita del Buddha.
Il primo è Il Sutra della Ghirlanda, che risale ai tempi
immediatamente successivi all’illuminazione, il secondo è Il Sutra del
Canone Pali, contenenti le discipline del Buddha, il terzo è Il Sutra
Mahayana, risalente al periodo in cui Siddharta volle raccontare la sua
illuminazione attraverso dei racconti, il quarto è Il sutra della
perfezione, in cui il Buddha spiegò la legge mistica attraverso il
concetto di ‘vuoto’, e l’ultimo è Il Sutra del loto, quando Siddharta
rivela la verità ultima dell’esistenza.
T’ien T’ai dedicò tutta la prima parte della sua opera maggiore (Il
significato profondo del sutra del loto) a spiegare il significato dei
cinque caratteri, ed è per ovvie ragioni che in questa sede ci
limiteremo a spiegarne soltanto il significato più esplicito. In parte ciò
è dovuto al fatto che la scrittura cinese, come discusso prima, è
estremamente concisa, e che ogni suo singolo carattere può contenere
varie e diverse sfumature di significato. Ma non si tratta solo di questo.
Così come i simboli della formula di Einstein, ognuno dei cinque
caratteri di Nam mioho renge kyo è considerato, singolarmente,
l’espressione di un profondo e complesso aspetto della vita.
Tutti insieme essi esprimono una relazione ancora più universale della
teoria di Einstein: la relazione tra la vita e l’intero universo.
Così, come il fisico tedesco, Nichiren non ha creato niente dal nulla;
ha concretizzato in sillabe la legge della vita già preesistente.

Mioho renge kyo è il re dei sutra, senza errori sia nella


lettera che nella teoria. Le sue parole sono la realtà della
vita, e’ la realtà della vita è la legge mistica (mioho).
E’ chiamata legge mistica perché spiega la relazione di
mutua compenetrazione tra la vita e tutti i fenomeni.107
106
Idem, p. 238
107
Idem, p. 23

48
Nam significa “dedicare”, “offrire” la propria vita, “congiungerla” con
il ritmico e armonioso flusso di energia vitale universale. Due dei
significati di Myo sono “aprire” e “rivitalizzare”.
Ho è ciò che si trasforma, il fenomeno visibile; “myo” è la forza
invisibile che sta alla base e genera la trasformazione. Contraendosi in
“Myoho” rappresenta il ciclo di vita e morte, l’eterno e ritmico
alternarsi della fase visibile e invisibile, manifesta e latente di ogni
fenomeno.
Il ritmo del mutamento continuo di tutte le cose e della loro
impermanenza, il ciclo dove niente si distrugge ma tutto si trasforma,
la legge della conservazione dell’energia, il primo principio della
termodinamica. Einstein scrive:

Il primo principio della termodinamica fornisce una


precisa definizione del calore identificandolo come una
forma di energia che può essere convertita in lavoro
meccanico ed essere immagazzinata sotto forma di
energia interna.

∆U=Q+W

Il primo principio è dunque un principio di conservazione


dell'energia. Esso afferma che, poiché l'energia non può
essere né creata né distrutta, la somma della quantità di
calore ceduta a un sistema e del lavoro compiuto sul
medesimo deve essere uguale all'aumento dell'energia
interna del sistema stesso. Calore e lavoro sono i mezzi
attraverso i quali i sistemi si scambiano energia. .108

E Nichiren:

Concepire la vita e la morte come due realtà separate,


vuol dire essere presi nell’illusione di nascita e morte. E’
un modo di pensare illuso e rovesciato. Quando si
esamina la natura della vita con perfetta illuminazione, si
scopre che non c’è nessun inizio a marcare la nascita e,
quindi nessuna fine che significa morte. Così concepita la
vita, non trascende forse nascita e morte? La vita non
può essere consumata dal fuoco, né può essere travolta
dalle inondazioni. Non può essere tagliata dalle spade né
trafitta dalle frecce. Può stare dentro un seme di senape
senza che questo si espanda o che la vita si contragga.
Anche se riempie la vastità dello spazio, questo non è
troppo ampio e questa non è troppo piccola.109

108
Albert Einstein, La teoria della relatività, Newton Compton, Bologna, 1976, p. 165
109
Nichiren Daishonin, Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. IV, A.I.N.S. , Firenze, 1992, p. 72

49
Renge rappresenta la simultaneità della causa e dell’effetto. Il fatto
che quel che siamo o quel che ci accade è sempre riconducibile a una
causa che sta dentro di noi e che, proprio per questo, possiamo
cambiare in meglio. La vita è nelle nostre mani. Il destino è di nostra
creazione, perché poniamo continuamente cause che prima o poi
tornano sotto forma di effetti.
Kyo principalmente il suono, la vibrazione, la sinfonia della vita
universale. La musica impalpabile che genera emozioni.

Infiniti significati derivano da un’unica legge110 diceva Siddharta.


Ricapitolando: “Myo” è energia; “ho” sono i fenomeni, gli eventi
visibili; “renge” è la dinamica del loro reciproco influenzarsi; “Kyo”
è il suono, la vibrazione che si dipana. “Nam” è l’entrare in contatto,
vibrare all’unisono. Recitando Nam mioho renge kyo, si entra in
sintonia con tutto questo; riportiamo l’armonia nel nostro ritmo vitale
di base. E l’effetto si manifesta nella nostra vita quotidiana, perché la
nostra esistenza fa parte della rete universale.

110
Burton Watson (a cura di), Il sutra del loto, Esperia, Firenze, p. 122

50
CAPITOLO 3
L’unità del tutto

1. L’ inseparabilità di vita e ambiente

Se la mente delle persone è impura anche la loro terra è impura, ma se la


loro mente è pura, lo è anche la loro terra. Non ci sono terre impure o pure
di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o nella malvagità della
nostra mente
(Nichiren Dashonin111)

Per comprendere meglio il concetto di ‘inseparabilità di vita e


ambiente’, vorrei citare il discorso di un vecchio indiano, capo di
Seattle della tribù dei Duwamish del 1855, in risposta al Presidente
degli U.S.A. Franklin Pierce, quando quest’ultimo espresse
l’intenzione di ampliare il suo territorio e colonizzare quella parte di
terra vergine e incontaminata, dove viveva la tribù dei Dumawish.
Il pellerossa era chiamato dalla sua tribù Capriolo zoppo, il suo vero
nome non è stato ricordato, ma le sue parole sono state divulgate e
tradotte in tutto il mondo. Ne riporto di seguito alcune parti:

Come si possono comparare o vendere, il cielo, il calore


della terra? Come potreste comprare da noi la frescura
dell’aria o gli zampilli dell’acqua, dal momento che non
ci appartengono? Ogni angolo di questa terra è sacro per
il mio popolo. Ogni ago di pino scintillante, ogni lido
sabbioso, ogni bruma nei boschi ombrosi, ogni radura,
ogni insetto che ronza sono sacri nella memoria e
nell’esistenza del mio popolo. La linfa che scorre negli
alberi, porta il ricordo dell’uomo rosso. Noi siamo parte
della terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono le
nostre sorelle; il daino, il cavallo, la grande aquila.
Le cime rocciose, le linfe nei prati, la foga irruente del
cavallo e l’essere umano, tutto è parte di noi. Così il
grande capo a Washington ci chiede molto quando ci
comunica il desiderio di comperare la nostra terra. (…)
Il nostro modo di pensare è diverso dall’uomo bianco.
L’acqua limpida che scorre nei ruscelli e nei fiumi, per
noi non è solo acqua ma il sangue dei nostri antenati.(…)
Ogni ombra che si riflette nell’acqua chiara dei laghi,
parla di fatti e ricordi della vita del mio popolo. Il
mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre. I
fiumi sono nostri fratelli, placano la nostra sete. I fiumi
trasportano le nostre canoe e nutrono i nostri figli.

111
Nichiren Daishonin, Gli scritti di N. Daishonin, Esperia, Firenze, 1987, p.55

51
L’uomo bianco non comprende il nostro modo di
pensare. Per lui un pezzo di terra vale l’altro. (…)
La terra non è per lui come un fratello, ma come un
nemico, e una volta che l’ha conquistata
l’abbandona.(…) Tratta sua madre la terra e suo fratello
il cielo come cose che si comprano, si saccheggiano, si
vendono (…). La sua voracità divorerà la terra, lascerà
dietro di se solo il deserto.(…)
Ho visto un migliaio di bufali in putrefazione nella
prateria, lasciati dall’uomo bianco che li aveva abbattuti
sparando da un treno in corsa. Che cos’è l’essere umano
senza le bestie? Se esse sparissero, le persone
morirebbero per una grande solitudine dello spirito.
Poiché tutto ciò che accade agli animali, ben presto
capita anche agli uomini. Tutte le cose sono collegate tra
loro. Se gli uomini sputano per terra, sputano sopra se
stessi. (…) Non fu l’essere umano a tessere la trama della
vita; egli non è che un filo di questa trama. Tutto ciò che
egli fa alla terra, lo fa a se stesso. (…) Anche i bianchi
passeranno, forse più in fretta delle altre tribù.
Continuate ad insudiciare il vostro letto e una notte
morirete soffocati dalla vostra stessa immondizia.112

Il buddismo spiega la relazione tra il se, o soggetto e ambiente, o regno


oggettivo, con il principio di esho funi, cioè l’unità della vita con il
suo ambiente. Sia il regno soggettivo della vita, sia il regno oggettivo
dell’ambiente, sono aspetti completi di un individuo. La vita e il suo
ambiente, intesi come fenomeni visibili, sono due cose diverse, ma
entrambi comprendono la realtà ultima intrinseca alla vita e quindi
sono essenzialmente una cosa sola.
La tendenza a distinguere se stessi dal mondo esterno, è una
caratteristica del meccanismo cognitivo umano. Le scienze naturali in
particolare, l’hanno eletta a loro metodologia per dividere l’ambiente
dal soggetto (l’essere umano) e analizzarlo minuziosamente come
oggetto di studio. La chimica considera la materia in termini di atomi o
di loro particelle costituenti, mentre la fisica, abbiamo visto che è
arrivata a scomporre ulteriormente le particelle elementari, sperando di
arrivare all’essenza e alla comprensione della natura. Ma tanti sono i
fenomeni che questi metodi non possono chiarire né comprendere. La
struttura delle entità viventi, è diversa da quella della materia inerte.
Nelle creature viventi, troviamo tessuti e sistemi formati di materia
organica e nelle forme di vita superiore molti organi sono organizzati
in modo complesso per sostenere le funzioni vitali.
Non si può far luce sulle funzioni di questi sistemi solo analizzando le
loro parti; devono essere chiarite le interrelazioni degli organi e dei
sistemi dell’organismo e il rapporto tra l’organismo e il suo ambiente.
Negli anni venti, andò aumentando la consapevolezza del bisogno di
sintesi in contrapposizione all’analisi, e comparvero le teorie dei
sistemi come scienze della sintesi.

112
Dalla rivista mensile Duemilauno, buddismo per la pace, la cultura e l’educazione, n.50, p. 58.

52
I pionieri delle teorie dei sistemi, cercarono di fare luce sui complessi
sistemi degli organismi viventi. Questo modo di pensare, che mette in
rilievo le influenze reciproche tra i fenomeni, non è limitato solo alla
biologia, ma ha trovato applicazione in diversi ambiti come il
management, la sociologia, l’ingegneria ambientale, l’ingegneria
meccanica e l’ecologia.

L’ecologia –dal greco oikos- è lo studio della dimora


terra, più precisamente è lo studio delle relazioni che
legano fra loro tutti gli abitanti della terra. Il termine fu
coniato nel 1866 dal biologo tedesco Ernst Haekel, che la
definì come ‘la scienza delle relazioni fra l’organismo e il
mondo esterno circostante’ 113

Il concetto di Teoria dei sistemi ha dato luogo alla scienza


cognitiva114, un nuovo ramo della psicologia che mira a chiarire i
processi sconosciuti della mente umana.
Secondo gli scienziati cognitivi gli esseri umani ricevono dal mondo
esterno una svariata moltitudine di segnali fisici attraverso gli occhi,
le orecchie, il naso, la lingua e la pelle. Dopo un processo di analisi
preliminare, questi segnali sono assorbiti nel sistema cognitivo. Qui
sono elaborati in base ad altri dati ottenuti dal mondo esterno e a quelli
accumulati nel passato, e così si decide l’azione che deve essere
compiuta. Il comando per l’azione è trasmesso attraverso i nervi
motori alla parte interessata e si manifesta in azione visibile.
Dal punto di vista del Buddismo, tale modello tiene conto dei cinque
aggregati115 che sono: forma, percezione, concezione, volizione, e
coscienza, nei quali il buddismo divide le funzioni fisiche e mentali
della vita.
Tuttavia, il sistema cognitivo, si limita a spiegare il regno interiore
dell’individuo come un sistema di dati, senza considerare il rapporto
tra l’individuo e il suo ambiente.
Il prof. Donald A. Normann, pioniere della scienza cognitiva,
riflettendo ulteriormente su questo punto, è arrivato nel suo libro
Prospettive della scienza cognitiva alla conclusione, che sia
l’ambiente, sia il sistema cognitivo interiore dell’individuo, sono il
risultato della loro reciproca influenza.

A livello atomico gli oggetti materiali solidi della fisica


classica si dissolvono in distribuzioni di probabilità che
non rappresentano probabilità di cose, ma piuttosto
probabilità di interconnessioni. La meccanica quantistica
ci costringe a vedere l’universo non come una collezione
di oggetti fisici separati, bensì come una complicata rete
di relazioni tra le varie parti di un tutto unificato116.

113
Fritjof Capra, La rete della vita, Bur-Rizzoli, 1997, p. 44
114
Bechtel William, Filosofia della scienza e scienza cognitiva, La Terza, Roma, 1995, p. 47
115
Daisaku Ikeda, La vita mistero prezioso, Sonzogno, Milano, 1981, p. 176
116
Fritjof Capra, Il tao della fisica, Adelphi, Milano, 1989, p. 157

53
Questo è anche il tipo di esperienza che i mistici orientali hanno del
mondo, ed è straordinario notare come alcuni di essi hanno espresso
tale esperienza con parole che sono quasi identiche a quelle usate dai
fisici atomici:

L’oggetto materiale diventa qualcosa di diverso rispetto


a quello che attualmente vediamo, non più un oggetto
separato sullo sfondo o nell’ambito del resto della
Natura, bensì una parte indivisibile e, in modo sottile,
persino una espressione dell’unità di tutto ciò che
vediamo.117

Oppure:

Le cose derivano il loro essere e la loro natura, dalla


mutua dipendenza e non sono nulla di per se stesse.118

Queste asserzioni potrebbero essere scambiate per un resoconto di


come appare la natura nella fisica atomica. Così, le due che seguono,
formulate da fisici atomici, potrebbero a loro volta essere lette come
una descrizione dell’esperienza mistica della natura:

Una particella elementare non è una entità non


ulteriormente analizzabile, che esiste in maniera
indipendente. Essa è , in sostanza, un insieme di relazioni
che si protendono verso le altre cose. (H.P.Stapp) 119

Il mondo appare così come un complicato tessuto di


eventi, in cui diverse specie di connessioni si alternano, si
sovrappongono e si combinano, determinando la
struttura del tutto.
(Heisemberg) 120

117
S. Aurobindo, La sintesi dello Yoga, Ubaldini, Roma, 1967, p. 278.
118
Nagaryuna, citato in T.R.V. Murti, La filosofia centrale del Buddismo, Ubaldini, Roma, 1983, p. 138
119
Fritjof Capra, Il Tao della fisica, Adelphi, Milano, 1989, p. 158
120
Idem

54
2. La rete della vita

Sospesa sopra la reggia del dio Indra, simbolo delle forze naturali che
nutrono e proteggono la vita, vi è una vastissima rete. A ognuno dei suoi
nodi vi è legato un gioiello. Ogni gioiello riflette in sé l’immagine di tutti gli
altri, rendendo la rete meravigliosamente luminosa.
(parabola buddista121)

Fritjof Capra in La rete della vita122 ha dimostrato scientificamente


quello che più di duemila anni fa asseriva il Buddismo, e prima ancora
l’Induismo; e cioè che tutti i fenomeni della natura, sono in realtà
diverse manifestazioni di una fondamentale unicità; chiamata brahman
nell’induismo, dharmakan nel buddismo, Tao nel taoismo, ecc.. Nella
fisica moderna non c’è ancora un nome che specifichi il concetto di
questa realtà ultima; Capra nel suo libro la definisce come ‘rete della
vita’.
Attraverso dimostrazioni esperibili, sempre a livello subatomico, si è
ipotizzata l’idea che sotto la realtà sensitiva esista una rete energetica
che unisce tutti i fenomeni manifesti.
Questa rete energetica la si può osservare solo in laboratorio.
Capra, per comprendere meglio questo concetto, usa l’esperimento del
fotone123 (la particella che costituisce la luce); se prendiamo un
fotone e lo spariamo su una lastra sulla quale c’è una fessura, vediamo
che il fotone entra in questa fessura.
Ora, se si spara ad un secondo fotone, dopo aver aperto una seconda
fessura a fianco della prima, il secondo fotone passa invariabilmente
attraverso la seconda fessura. E’ come se il secondo fotone sapesse che
dalla prima fessura è già passato un fotone. Nel 1982 il fisico francese
Alain Aspect, riuscì a dimostrare l’esistenza di un fenomeno che
Einstein aveva giudicato impossibile. Se prendiamo due fotoni, e li
facciamo cozzare essi prenderanno a muoversi in due direzioni diverse
alla velocità della luce. Se poi si modifica la polarità di uno dei due
fotoni , l’altro, istantaneamente inverte la sua polarità. E’ come se il
secondo fotone sapesse che l’altro è cambiato.I due fotoni stanno
viaggiando alla velocità della luce in due direzioni opposte. Perciò il
messaggio che provoca l’inversione di polarità nel secondo fotone,
dovrebbe viaggiare al doppio della velocità della luce.
Concretamente,oggi, non è possibile viaggiare a una velocità superiore
a quella della luce, ma in teoria si, attraverso la curvatura dello
spazio124.
Quindi o i fotoni sono provvisti di una ‘intelligenza’ diversa, superiore
alle nostre attuabile conoscenze, o sono collegati da una rete

121
Dalla rivista mensile Buddismo e società n. 106 p. 63
122
Fritjof Capra, La rete della vita, Bur-Rizzoli, 1997
123
Idem, p. 96
124
Mario Menichella, Viaggi interstellari - L'avventura dell'uomo nel cosmo tra realtà e fantascienza, Cuen, Napoli,
1999

55
soggiacente le cose, (come nella parabola buddista “la rete di Indra”
citata sopra) una rete energetica, di cui la materia è solo una
proiezione, un’ombra.

Atomo e rete energetica

Questo fenomeno, si ripete anche a livello delle molecole, che si


dispongono spontaneamente secondo schemi ordinati. La rete di
energia, sarebbe in grado di contenere, come un frattale, il progetto
della vita in generale. Il modo più semplice per spiegare cosa è un
frattale125 è l’esempio del cavolfiore.
Se un cavolfiore lo riduciamo a pezzettini, ci troveremo in mano
migliaia di cavolfiori, più piccoli ma perfetti. La teoria del frattale
parte dalla scoperta che strutture apparentemente caotiche, come il
corso di un fiume, la forma di un albero, la costa di un’ isola o il
contorno di una nuvola, sono in realtà ordinate secondo un preciso
schema geometrico, che ripetuto migliaia di volte, forma combinazioni
diversificate e solo apparentemente casuali. Grazie alla scoperta dei
frattali si è capito che l’universo contiene una prepotente tensione a
strutturarsi in modo ordinato. Un
centimetro della costa di una penisola, riproduce la struttura della
forma di tutta la penisola, e allo stesso modo il nostro cervello
contiene in ogni sua parte tutte le informazioni contenute nel suo
insieme. Proprio come un ologramma (una lastra di luce che proiettata
con opportuni accorgimenti, produce un’immagine tridimensionale)
che in ogni suo frammento ha in se tutto l’oggetto in questione. Ad
esempio: se prendiamo un ologramma che rappresenta una mela e lo
rompiamo e poi ne prendiamo un piccolo frammento e lo proiettiamo,
scopriamo che esso non contiene solo una parte della mela, ma ancora
la mela intera.

125
Fritjof Capra, La rete della vita, Bur-Rizzoli, Milano, 1997, p. 157

56
Un frattale

Alcuni ricercatori pensano che molti elementi dell’universo funzionino


come ologrammi. Il cervello, infatti, non conterrebbe le immagini in un
punto preciso ma su tutta la sua aria. L’idea dell’ologramma è usata
anche per descrivere la rete energetica soggiacente alla materia. La
modificazione della polarità di un fotone influenzerebbe istantaneamente
quella dell’altro fotone proprio perché nella rete energetica soggiacente
i due punti dove avviene il cambio di polarità contengono, come un
ologramma, tutto l’universo. Analogamente ogni cellula di un essere
vivente contiene il modello di un intero corpo. E’ sorprendente, infine,
come un granello di sale fotografato a livello atomico sembra essere la
riproduzione a bassa scala di una galassia. La teoria del ‘Tutto’ di
Siddharta, formulata oltre duemila e cinquecento anni fa, e prima ancora
dagli scritti sacri indiani, sembra oggi trovare presso gli scienziati una
veridicità fisica. Riporto di seguito parte di un’intervista, pubblicata sul
n.2 della rivista Gaia, Marzo 1986, al fisico Fritjof Capra:

“Domanda: "Come vedi l'articolazione tra le tue idee


filosofiche, per esempio l'influenza del Taoismo, del
Buddhismo e, su queste basi, il passaggio alla
formulazione di modelli matematici fisici o scientifici?
Cioè la filosofia e i concetti che se ne possono trarre
sono soltanto metafore o pensi che esista una struttura
comune che possa esprimersi tanto attraverso la filosofia
quanto tramite modelli matematici in fisica?".
Fritjof Capra: "Credo che la filosofia del Taoismo, le
tradizioni dei mistici, costituiscano un quadro più ampio
che secondo me rappresenta un retroterra o un quadro di
integrazione ideale per questo paradigma scientifico

57
sistemico. La coscienza ecologica in fin dei conti
sorpassa la scienza e si rispecchia, si afferma, nella
coscienza spirituale o mistica. Vedo qui un legame molto
importante: la coscienza delle interconnessioni e delle
interdipendenze fondamentali di tutti i fenomeni, la
coscienza dell'integrazione in sistemi più ampi, è nello
stesso tempo coscienza ecologica e coscienza spirituale.
In questo modo le due si uniscono. Le idee di
orientamento spirituale hanno così rapporto profondo
con le idee scientifiche. La formulazione scientifica è
differente, più specialistica, più ristretta, ma può inserirsi
in modo armonioso in questa coscienza spirituale o
mistica.”

Il termine bootstrap letteralmente significa tirante di stivale, e in


campo scientifico fa riferimento all’espressione idiomatica inglese
‘sollevarsi reggendosi ai tiranti dei propri stivali’, e implica un’idea di
autosufficienza e di coerenza interna126 :

Le principali scuole del misticismo orientale concordano


quindi con la concezione della filosofia del ‘Bootstrap’
(l’ autocoerenza di tutti i fenomeni visibili e invisibili)
secondo la quale l’universo è tutto interconnesso in cui
nessuna parte è più fondamentale delle altre, cosicché le
proprietà di una parte qualsiasi sono determinate da
quelle di tutte le altre. Si potrebbe dire che ogni parte
contiene tutte le altre e, in realtà, una percezione di
mutua incorporazione sembra essere una caratteristica
dell’esperienza mistica della natura. Come dice Shri
Aurobindo “Per il senso supermentale non vi è nulla di
realmente delimitato: esso si fonda sulla percezione del
tutto in ogni cosa e ogni cosa nel tutto” Questa idea del
tutto in ogni cosa e ogni cosa nel tutto, ha trovato la sua
elaborazione più ampia nella scuola del Buddismo
Mahayana, che viene spesso considerato il punto più alto
e conclusivo del pensiero buddista127.

Nei Veda, si descrive l’unità del tutto come ‘l’uno che è ospite negli
uomini’128:

Solo uno è il fuoco, acceso in numerosi modi;


Solo uno è il sole, che pervade questo intero universo;
una sola è l’aurora, che illumina tutte le cose.
In verità l’uno è divenuto l’intero mondo! 129

126
Idem, p. 51
127
Fritjof Capra, Il Tao della fisica, Bur, Milano, 1989, p. 338
128
Raimon Panikkar, I Veda, vol. II, Bur, Milano, 2001, p. 900
129
Idem, p. 901

58
CAPITOLO 4
Una sola fede e una sola realtà

1.Perché la preghiera

Preghiera, amore, spiritualità, religione, significano liberarsi dalle illusioni.


Quando la religione induce a fare questo è veramente magnifica!
Quando se ne allontana,
è una malattia, una calamità che va evitata.
Una volta abbandonate le illusioni,
il cuore è libero, fiorisce l’amore.
Allora sarete felici.
Allora sarete trasformati.
Allora saprete chi è Dio…
(Anthony De Mello)130

Diffondere pace ovunque è il senso e la finalità della preghiera, dei


mantra, e di tutte le pratiche religiose del mondo.
E lo scopo delle meditazioni orientali non è quello di ritirarsi per
sempre dal mondo in solitaria ascesi. Il ritiro spirituale è solo il mezzo
per ottenere la conoscenza, che, per essere utile, deve trovare
applicazione nell’opera concreta; deve cioè servire a insegnare e a
trasmettere la saggezza agli altri uomini.
Confondere questo obbiettivo con lo starsene sempre immersi in
solitudine nello Zazen, meditando su un Koan, o praticare per ore ed
ore un mantra, o recitare il rosario, significherebbe confondere il dito
con la luna, tradendo completamente lo scopo che queste pratiche si
propongono.

Quando sapete che ciò che vi occorre non sono la


trappola né la rete, ma la lepre e il pesce, è come
separare l’oro dalle scorie, come il sorgere della luna fra
le nuvole.131

Antony De Mello, è un gesuita, originario di Bombay, nostro


contemporaneo, conosciuto per il suo modo creativo di aiutare le
persone ad essere felici. Girando il mondo, tenendo corsi, ha saputo
combinare la sapienza orientale con la tradizione spirituale
dell’occidente, presentando in maniera originale tutti i modi di
pregare, con la consapevolezza che solamente attraverso la preghiera
la nostra vita si apre all’eterno, e che è soltanto questa la ‘ricetta’ per
una permanente gioia di vivere.

130
A. De Mello, Istruzioni di volo per aquile e polli, Piemme, 1996, p. 7
131
Alan W. Watts, Lo Zen, Bompiani, 1958, p. 86

59
Nel libro Istruzioni di volo, racconta così, cosa la preghiera non è:

Mi ricordo di un rabbino che servì fedelmente Dio per


tutta la vita. Un giorno disse a Dio:
‘Signore, ho devotamente adorato e obbedito alla legge.
Sono stato un buon giudeo, ma ora sono vecchio e ho
bisogno di aiuto: Signore, fammi vincere la lotteria, per
trascorrere una vecchiaia serena!’ Pregò, pregò pregò…
Passarono due settimane, due mesi, tre, cinque, un anno;
dopo tre anni l’uomo disperato gridò:
‘Dio, fa qualcosa.’
E Dio replicò: ‘Fa qualcosa tu! Compra almeno il
biglietto!132

Non serve a nulla rimanere in meditazione ore ed ore a contemplare il


nome di Dio. Occorrono fede, pratica e soprattutto azione:

Un giovane andò a visitare un grande maestro sufi ed


esclamò: ‘Maestro, la mia fiducia in Dio è così grande
che non ho neppure legato il mio cammello, fuori. L’ho
affidato alla provvidenza di Dio, se ne occupi lui!’
Il maestro replicò: ‘Esci fuori e lega a un palo il tuo
cammello, tonto! Non bisogna scomodare Dio per
qualcosa che tu stesso puoi fare.’
E’ importante avere questo atteggiamento in mente,
quando si parla della preghiera. Dio non può essere
importunato per qualcosa che voi stessi potreste fare.133

Questo modo semplice e diretto, a mio avviso, risulta il più efficace


per l’uomo moderno, affinché comprenda davvero il vero spirito della
preghiera e, in generale, il senso delle religioni.
I Sutra buddisti, i Veda e la stessa Bibbia cristiana, possono risultare
ermetici e anacronistici all’uomo moderno, che –nella maggior parte
dei casi- non ha tempo, né voglia, né spirito di ricerca, e così gli
antichi scritti, rimangono ad esclusivo beneficio di una sottile fascia
elitaria.
L’uomo contemporaneo tende ad essere un insieme di bisogni
materiali, e asserisce il loro diritto al loro soddisfacimento. Ha bisogno
di cibo, vestiti, dimora, ecc.. e perciò lavora, lavora. E la società
moderna è teoricamente organizzata per provvedere alle sue necessità
fisiche, e mai spirituali.
La filosofia orientale, è meno interessata all’organizzazione della
società ed è orientata di più verso la realizzazione personale.

Il valore centrale è la gloria più che la giustizia: un uomo


glorioso è una comunità gloriosa.134

132
Idem
133
Idem, p. 66
134
Raimon Pannikar, I Veda, vol. 1, Bur, 1977, Milano, p. 453

60
La gloria dell’uomo, nei testi sacri induisti, non è un riflesso della
gloria di Dio, ma una condivisione dello splendore divino tramite la
piena realizzazione della funzione umana nell’avventura universale
della realtà:

Vedere tutti gli esseri nel proprio sé e il proprio sé in


tutte le cose. E’ questa la vera pienezza umana, a cui
corrisponde l’assenza di illusione e di dolore.135

Raimon Panikkar precisa:

La pienezza umana non viene raggiunta con l’isolamento


del resto del mondo, né consiste nello sviluppo di una
parte dell’essere umano. L’uomo integra in sé tutti i
regni del mondo e irradia lo splendore dell’intero
universo. (…) La vita felice non è guardare Dio, ma
vedere la realtà del mondo faccia a faccia, nella sua
interezza e in tutti i suoi particolari concreti.136

Questo concetto è racchiuso in versi, nel capitolo Varcasprapti dei


Veda:

Possa lo splendore di un elefante, la più grande di tutte le


creature,
possa quella grande gloria,
che nacque dall’illimitata, ora diffondersi.
Gli Dei insieme, l’hanno conferita a me.

Su questo splendore tutte le potenze del cielo


Hanno concentrato il loro pensiero.
Possano tutti gli Dei che alimentano la vita sulla terra,
consacrarmi con splendore!

Quello splendore che dimora in un elefante, in un re, tra


gli uomini o nelle acque,
con il quale gli Dei al principio divennero alla deità,
con quello stesso splendore, rendimi splendido, o
Signore.

(…)

Contempla l’elefante, la migliore di tutte le creature


Da montare e da cavalcare!
Io mi consacro con la sua parte di forza,
con il suo splendore di elefante!137

135
Idem
136
Idem, p. 455
137
Idem, p. 461

61
Probabilmente ci è molto difficile comprendere un’esperienza intima e
personale di una generazione vissuta migliaia di secoli fa come quella
induista. Tuttavia, l’esperienza spirituale, è sempre pronta per essere
esperita, vissuta e realmente compresa, perché, come detto prima, la
buddità, l’essenza divina, è parte dell’anima di ciascun uomo, è
sempre presente dentro di noi, aspetta solo di essere utilizzata.
Il buddismo paragona la buddità a un diamante, sepolto e dimenticato
nel nostro essere, che aspetta solo di essere ripulito e lucidato per
ritornare a brillare. Ed è solo attraverso la preghiera che possiamo far
di nuovo risplendere quel tesoro che ognuno ha, inconsapevolmente,
dentro.
La religione senza pratica quotidiana, cioè senza la preghiera, rimane
una filosofia, un modo di vivere e di pensare che non ha niente a che
vedere con la vera esperienza mistica. Pregare è alla portata di
qualsiasi uomo, qualunque sia il suo patrimonio genetico, la sua
cultura, la sua tradizione ...
La preghiera è parola. ‘Semplicemente’ parola.
Pochi testi, come quelli vedici, esprimono un’intuizione più profonda
del mistero cosmico della parola.
La parola è il mistero centrale che si colloca nel cuore della realtà:

La parola è l’anima, il principio vitale di ogni essere


(…) La parola non è solo linguaggio; è anche
intelligibilità, il principio della ragione, il potere
dell’intelletto, la struttura razionale della realtà. Dio
pronuncia la parola e le cose accadono. 138

Lo stesso concetto è espresso anche nelle sacre scritture ebraiche, dove


il verbo divino è a sua volta dotato di potere creativo.
Come attesta la Genesi:

E iddio disse: Sia la luce. E luce fu.139

Anche nel Dio cristiano c’è il verbo eterno, attraverso il quale è stato
creato il mondo, il fondamento di tutto l’essere:

Il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e


noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito del
Padre, pieno di grazia e di verità.140

Anche nei Veda, Vac, la parola, è Brahaman, Dio, la verità e l’essenza


che soggiace a tutti i fenomeni manifesti.

Vac è veramente il grembo dell’universo, perché per


mezzo di quella sua parola, per mezzo di quel sé, egli
creò tutto questo, tutto ciò che c’è.141

138
Idem, p 132
139
La sacra Bibbia, La genesi, primo libro di Mosè, Reverdito, 1995, p. 7
140
Il vangelo secondo Giovanni, Frammento 1
141
Raimon Panikkar, I Veda, vol. 1, Bur, p.143

62
Il capitolo XX (Vagvisarda), dei Veda, si apre così:

Questo in principio era il solo Signore dell’universo.


La sua Parola era con lui.
Questa parola era il suo secondo.
Egli contemplò.
Egli disse: ‘Libererò questa Parola, così che ella
produrrà e creerà tutto questo mondo’.142

Se il mondo è stato creato dalla parola, allora, noi siamo in grado di


comprenderlo, perché è compenetrato dallo stesso spirito che è in noi.
E se questa parola diventa uomo, e si rende visibile e comprensibile,
allora possiamo comprendere anche il mistero del mondo, della
creazione. Allora tutto può divenire chiaro.
La parola sacra della preghiera, è forza, potere creativo, energia.
Rinnova, scuote e risveglia la sostanza che ci contiene, spalanca la
nostra mente verso la conoscenza divina.
Ma spesso, per l’uomo, è facile rimanere imprigionati nel labirinto che
la stessa mente costruisce, e l’approccio alla preghiera è fine a se
stesso, pretenzioso, così che i suoi effetti non sembrano sortire alcun
beneficio.
La causa, secondo me, è la mancanza di fede; verso se stessi e verso la
vita; entrambi manifestazione di Brahaman, di Dio.
Quando si prega è necessaria una fede completamente libera dal
dubbio.
La grandezza del potere della fede è descritta nel Gosho (le lettere che
il monaco buddista Nichiren Daishonin scriveva ai suoi discepoli
durante l’esilio a Sado) Il generale tigre di pietra. In questo Gosho, è
raccontata la storia di un leggendario guerriero, il quale schioccò una
freccia che si conficcò profondamente in una roccia, soltanto perché
egli credette, senza alcun dubbio, di mirare alla tigre che aveva ucciso
sua madre:

Il potente guerriero generale Li-Kuang, la cui madre era


stata divorata da una tigre, scagliò una freccia contro
una pietra, scambiandola per la tigre, e la freccia vi si
conficcò interamente. Ma dopo che Li-Kuang ebbe capito
che si trattava di una pietra, non riuscì più a perforarla.
In seguito a ciò divenne noto come Il Generale tigre di
pietra.143

E anche Gesù descrive il potere della fede in maniera assai simile:

In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: levati e


buttati: levati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor
suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà
accordato.144

142
Idem, p. 145
143
Nichiren Daishonin, Gli scritti di Nichiren Daishonin, A.I.N.S., 1997, vol. IV, p. 181
144
Il vangelo secondo Marco, Frammento XI

63
Così:

Nella fede oltrepasso il livello nel quale i problemi


diventano una montagna. Vedo oltre la montagna. La
montagna s’abbassa e precipita a mare.145

145
Anselm Grun, Dimensioni della fede, Messaggero, Padova, 2005, p. 56

64
2. Perché le religioni

Un giorno Dio si stancò degli uomini. Lo seccavano in continuazione,


chiedendogli qualsiasi cosa. Allora decise di nascondersi per un po’ di
tempo. Radunò tutti i suoi consiglieri e chiese loro: “Dove mi devo
nascondere? Qual è il luogo migliore?”. Alcuni risposero: “Sulla cima della
montagna più alta della terra.” Altri: “No, nasconditi sul fondo del mare,
nessuno ti troverà”. Altri: “Nasconditi sul lato oscuro della luna; questo è il
posto migliore. Come riusciranno a trovarti là?” Allora Dio si rivolse al suo
angelo più intelligente e lo interrogò: “Tu dove consigli di nascondermi?”
L’angelo intelligente sorridendo rispose: “Nasconditi nel cuore dell’uomo!
E’ l’unico posto dove essi non vanno!
(Anthony De Mello146)

Tutte le religioni del mondo hanno avuto origine dalla stessa volontà;
la volontà di comprendere qual è il posto dell’essere umano
nell’universo, di affrontare i misteri della vita e della morte, e dal
desiderio di sperimentare gioia e dare significato all’inevitabilità della
sofferenza e della perdita.
La religione esiste per servire l’umanità; l’umanità non esiste per
servire le religioni.
E’ proprio con questo fine, quello di servire l’umanità, che le religioni
possono contrastare le tendenze umane più basse; per esempio il
fondamentalismo e l’autoritarismo, fornendo un fertile terreno su cui
possa crescere una vera cultura dell’amore e della pace.
In pali, la parola pace, si traduce ‘santi’ (sanscr. shanti) , che si
riferisce a quella che noi chiamiamo pace interiore e a quella che nel
buddismo viene identificato col Nirvana, Satori o illuminazione.
Il contributo più significativo del buddismo alla non-violenza, sono le
‘tecniche’ escogitate per contrastare le tre radici malvagie dell’azione:
odio (dosa), brama (lobha), e illusione (moha), che sono i semi della
violenza.
Il buddismo insegna che ognuno di questi sentimenti ha il suo
antidoto: la benevolenza (metta) per contrastare la collera, la
generosità (dana) per contrastare l’avidità, e la saggezza ( panna) per
contrastare la stupidità.147
La meditazione è il mezzo attraverso il quale manifestare buddità, e
coltivare sentimenti positivi nei confronti di se stessi e degli altri.
La comprensione della realtà assoluta, non è fine a se stessa,
l’intuizione, l’illuminazione, è vana se non è messa in pratica nel
nostro quotidiano vivere attraverso le azioni.
Il razzismo, il pregiudizio, l’egoismo e il potere, sono insiti
all’umanità da sempre. La nostra storia, ha sempre viaggiato nel buio
delle conoscenze spirituali, trovando solo squarci di spiragli di luce in
singoli uomini isolati nei secoli, e mai in un intero popolo.
Le guerre sono sempre state lo scenario della nostra storia e i messaggi
di amore e pace, come unica salvezza, non sono stati mai veramente
compresi e attuati.

146
A. De Mello, Istruzioni di volo per aquile e polli, Piemme, 1996, p. 22
147
D.Ikeda, Per il bene della pace. Sette sentieri per l’armonia globale: una prospettiva buddista, Esperia, 2003, p. 80

65
‘Religione’, deriva dal latino religare, una forma rafforzativa di ligare,
che vuol dire ‘legare’. Legarsi col divino in molti casi, o legarsi con la
legge universale del Buddha, secondo l’insegnamento buddista. Ma
anche legarsi con gli altri esseri umani. Di sicuro non vuol dire
dividere, spezzare, frantumare.
E invece, in molti angoli del mondo, si combatte per le religioni spesso
servite nella storia come puro e illogico pretesto per dividere un
popolo da un altro.
Nella leggenda della vita del Buddha, un saggio predisse che il
giovane principe Siddharta Gautama sarebbe diventato ‘colui che gira
la ruota’ nella tradizione vedica dei principi ariani.
Per i contemporanei del Buddha, che vivevano ai piedi dell’Himalaya
nel nord est dell’ India nel VI sec. a.C. , il simbolismo del cakra
(ruota) ricordava il disco del sole del dio indù del cielo Vishnu e le
ruote del carro di un conquistatore universale o di colui che gira la
ruota. Si diceva che Indra, signore degli dei, conquistasse l’universo
con il suo carro da guerra.
Nel Sutta Nipata, una delle prime raccolte degli insegnamenti buddisti,
il Buddha risponde:

Io sono un re, o Sela, re supremo dell’insegnamento della


verità;
ma io giro la ruota per fini pacifici – questa ruota è
irresistibile.148

La più famosa immagine dell’arte indiana, oggi raffigurata sulle


monete del paese, è il capitello a forma di leone di una levigata
colonna di arenaria eretta dal re Ashoka Mauria, che regnò dal 270 al
232 a. C.

Sotto ciascun leone della colonna c’è la famosa Ruota della pace, che
indicava la politica di ‘conquista con la rettitudine’, che era propria ad
Ashoka.
Infatti, Ashoka, dopo anni di campagne sanguinose attraverso l’India,
cominciò a soffrire di un profondo rimorso per tutte le morti che aveva

148
Citato in Duemilauno, buddismo per la pace, la cultura e l’educazione n. 82, p. 12

66
provocato. In seguito si convertì al buddismo , e proclamò una nuova
era. In uno dei suoi editti scolpiti su pietra scrisse:

…Ora il suono dei tamburi di guerra è diventato il


richiamo del Dharma (la legge universale del Buddha),
che chiama a raccolta la gente verso le parate dei carri
degli dèi, elefanti, fuochi d’artificio e altre esibizioni
divine. Adesso l’assorbimento del Dharma ha fatto
aumentare l’astensione dall’uccidere gli animali e dalla
crudeltà verso gli esseri viventi, la gentilezza nelle
relazioni umane e familiari, il rispetto verso i preti e gli
asceti e l’obbedienza nei confronti della madre, del padre
e degli anziani.149

Il Buddha e Ashoka avevano trasformato l’antico simbolismo delle


due ruote del carro da guerra, in un emblema di pace che aveva la
doppia dimensione religiosa e socio politica.
Per il Buddha questo cambiamento comportò la rinuncia al trono per
diventare una guida spirituale, per Ashoka comportò la rinuncia alla
violenza militare come strumento primario di controllo sociale.
Come ideologia pratica di non violenza e di umanesimo universale, il
buddismo (così come quasi tutte le religioni) ha dato un contributo di
inestimabile valore alle diverse culture asiatiche.
Nello Sri-lanka e nel sud-est asiatico, dove si è insediato il buddismo
Teheravada (l’insegnamento più antico), l’immagine dei monaci che
andavano in giro a chiedere l’elemosina è servita a diffondere tra la
popolazione laica l’ideale di equanimità e gentilezza.
Nell’area culturale tibetana, dove circa un terzo della popolazione
attiva abbracciava la vita monastica, la vita tranquilla della
contemplazione e del servizio, era considerata come il massimo
obbiettivo per un essere umano. In Cina, Corea e Giappone, il
buddismo portò con sé la cosmologia morale del karma e della
rinascita, e un pantheon di paradisiaci Buddha e Bodhisattva impegnati
a liberare l’umanità dalle sofferenze.
In tutte queste società, a livello popolare, gli insegnamenti buddisti
dell’inoffensività, della compassione, della generosità e del non-sé,
hanno alleggerito le naturali tendenze umane verso il tribalismo, il
campanilismo, l’avarizia e la violenza.
Mi sono sempre chiesta cosa potrei fare io, in prima persona, per
migliorare l’ambiente in cui vivo, per trasmettere e sentire
costantemente amore. E cosa mai possa fare per creare un mondo dove
i bassi istinti non predominino più… per porre fine alle guerre, ai
massacri, al razzismo, e alla cattiveria del mondo.
Mi hanno sempre scoraggiato le condizioni disperate della società
(ambiente o pianeta che dir si voglia) in cui vivo, e per un po’ ho
creduto che ogni mia azione positiva sarebbe stata, comunque, vana.
Ma non è così. Gli artefici del mondo, del bene e nel male, siamo noi,
con le nostre piccole azioni quotidiane.

149
Richard McKeon, L’editto di Ashoka, citato in Duemilauno, buddismo per la pace, la cultura e l’educazione, n. 82
p. 13

67
Fede, pratica e azioni positive sono la chiave per intraprendere un
percorso in tal senso, indubbiamente arduo.
Mantenere la fede o una pratica costante, non è semplice, e
indietreggiare durante il proprio percorso è altrettanto facile.
Ho iniziato a praticare il buddismo Mahayana e a recitare Nam mioho
renghe kyo otto anni fa; quando persi quella fede originaria, quando
venivo trascinata da eventi a cui non sentivo di appartenere, quando
l’impotenza e la paura mi avevano messo in trappola, quando il
capitano della nave su cui viaggiavo era impazzito e decise di
trascinare me con tutto il suo equipaggio su mare aperto, al centro
dell’uragano. Ed allora, mi resi conto che era arrivato il momento di
recuperare me stessa, la mia meta, i miei obbiettivi, per capire
profondamente chi ero e dove stavo andando. Ed essere parte attiva e
benefica nel mio ambiente.
Decisi che era arrivato il momento di prendere il timone in mano e di
guidare io la nave.
Inizialmente fu solo un atto di coraggio; mi spinse soltanto la voglia di
toccare terra e di vedere la luce oltre la tempesta.
E così, cominciai a mettere in pratica quelle conoscenze teoriche che
fino a quel momento erano servite soltanto ad avere sporadiche e
gradevoli conversazioni intellettuali; e a nient’altro.
Improvvisamente, mi fu chiaro come tutto il mio malessere derivasse
dalla paura e quindi dalla mancanza di coraggio.
La parola ‘coraggio’, in inglese courage, ha la stessa radice
etimologica del francese coeur ( e dal latino ‘cor’), che significa
‘cuore’.
‘Avere coraggio’ i latini lo traducevano anche con habere cor, cioè
avere cuore.
Avere coraggio è avere fede, e significa quindi avere un grande cuore.
Senza un grande cuore, così come senza una grande fede, non si può
agire per il bene degli altri, e se non si agisce per il bene degli altri la
nostra vita sarà stata vissuta inutilmente e andata sprecata; e il mondo
continuerà ad essere sempre lo stesso palcoscenico dove il male trionfa
sempre.
Tempo fa, lessi un libro dove si parlava di un esercizio per ridurre lo
stress. Queste righe, che riporto di seguito, mi condussero ad una
comprensione circa lo stato d’essere quando è preda della paura:

Jon Kabat-Zinn, il maestro, durante un esercizio anti-


stress, si alzò di colpo, si diresse alla lavagna e disegnò
nel centro un quadrato composto da nove punti, costruito
su tre linee parallele con tre punti in ogni linea. Poi
chiese a ognuno dei partecipanti di prendere un pezzo di
gesso e vedere se riuscivamo a collegare tutti i punti
usando soltanto quattro linee dritte, senza staccare il
gesso dalla lavagna e senza ripassare sulla stessa linea.
Uno per volta tutti e trenta andammo alla lavagna.
Tentammo iniziando da sinistra, a destra, dall’alto, dal
basso e tornavamo al nostro posto frustrati, incapaci di
fare ciò che ci aveva chiesto. La stanza vibrava per lo
stress.

68
Poi Jon sollevò il gesso e con ampi gesti veloci, che si
estendevano ben oltre il perimetro del piccolo quadrato,
fece esattamente ciò che ci aveva chiesto di fare. Ognuno
di noi aveva dato per scontato che per riuscire dovevamo
rimanere all’interno dell’aria circoscritta formata dai
nove punti. Jon non aveva mai detto che dovevamo
limitarci a quel piccolo spazio, ma tutti avevamo
concluso che era l’unica area nella quale potevamo
muoverci, entro la quale potevamo scegliere. Nessuno di
noi riusciva a vedere oltre i nostri preconcetti.150

La paura crea questo stesso tipo di preconcetti.


Einstein disse e dimostrò che è più facile disintegrare l’atomo che il
preconcetto.
Il preconcetto, limita le nostre possibilità, strangola la nostra creatività,
restringe la nostra visione di ciò che è possibile fare. Se il pericolo è
fisico, la paura ci guida verso due sole direzioni possibili: fuggire o
lottare.
Ma anche quando il pericolo non è fisico, reagiamo allo stesso modo;
o ci irrigidiamo e ci spostiamo negando la nostra esperienza, o ci
opponiamo a ciò che sta accadendo cercando ostinatamente di
convincerci che non è così. Quando siamo spaventati, vediamo
qualsiasi cambiamento come una minaccia, e ciò che non ci è familiare
come un nemico mortale.
Essere vivi, significa necessariamente incertezza e rischio, momenti di
immersione nell’ignoto. Se ci ritraiamo dal flusso della vita, i nostri
cuori si contraggono; ci tiriamo talmente indietro da sentirci separati ,
non solo dal resto del mondo, ma persino da noi stessi, dal nostro
cuore e dalla nostra mente.
La paura ci taglia fuori, frena la nostra forza vitale, oscura la buddità.
Se si è guidati dalla paura si muore dentro. E non esistono solo due
possibilità per qualunque esperienza ci si presenti davanti, ma infinite.
Il buddismo insegna che esistono tremila possibilità di scelta per ogni
singolo istante: questo principio viene chiamato ichinen sanzen.
La rete della vita, delle influenze reciproche, delle relazioni di causa
ed effetto, è così vasta che vi sono migliaia di possibili scelte per ogni
attimo che passa. Ichinen letteralmente significa ‘un pensiero’ o ‘una
mente’, e sta ad indicare il vero aspetto della vita, o la realtà
fondamentale che si manifesta in ogni momento nell’esistenza dei
comuni mortali. Sanzen invece vuol dire ‘tremila’ e indica la
molteplicità delle leggi dell’universo che governano i fenomeni,
attraverso i quali, la realtà si manifesta. La teoria dei tremila regni, o di
ichinen sanzen, rivela che tutti i fenomeni, senza eccezione, esistono
in ciascun istante di una vita individuale, e che ogni istante è contenuto
in un potenziale infinito. Osservando il mondo fisico, si può vedere
facilmente che persino le cose infinitamente piccole contengono un
enorme potenziale.
Il cervello umano contiene circa quindici miliardi di cellule, chiamate
neuroni, ognuna delle quali prolunga i suoi dendriti per formare fino a

150
Sharon Salzberg, Fede, confidare nelle proprie esperienze più profonde. Ubaldini, Roma, 2003, p. 74

69
diecimila connessioni (sinapsi) con gli altri neuroni, creando una rete
di inconcepibile ampiezza. Il potenziale del nostro cervello umano, è
dunque, teoricamente infinito.
Il concetto buddista di ‘istante’ implica una durata
inimmaginabilmente breve, così la durata della nostra vita è un
accumulo di miriadi di istanti infinitesimi, che fluiscono senza
interruzione dal passato al futuro attraverso il presente. Dal momento
che l’eternità è una serie ininterrotta di istanti, e che ogni istante è la
condensazione di un’intera vita, la cosa più importante è il nostro
stato di vita di momento in momento perchè determina il corso
complessivo della nostra esistenza.

Un istante di vita è una particella di polvere che contiene


tutti gli elementi di tutte le terre dell’universo o una
goccia d’acqua la cui essenza non differisce in alcun
modo dall’oceano stesso.151

Gibran scrisse:

Ho scoperto il segreto del mare meditando su una goccia


di rugiada.152

Ma per comprendere e attuare pienamente questo concetto, il nostro


essere deve essere assolutamente libero dalla sfiducia e dalla paura,
perché, quando la speranza manca e la paura vince, la nostra visione si
accorcia o si annulla completamente, fino al punto di credere che non
ci sia alcuna soluzione o alcuna possibilità di scelta.
Ma il coraggio e la fede, e il principio di ichinen sanzen, ci ricordano il
flusso sempre mutevole della vita, con tutti i suoi movimenti e le sue
infinite possibilità.
La fede è la capacità infinita, del nostro ‘grande cuore’, che tutto
contiene, che ci permette di aderire alla verità e sentire costantemente
il battito della nostra essenza; di trovare quel filo sotterraneo che
collega la nostra vita con il tessuto dell’intero universo.
Potrebbe sembrare troppo idealistico o persino utopico credere che si
possa fare qualcosa affinché non vi siano più massacri, violenza,
cattiveria ed egoismo. Ma sostengo, come detto prima, che fede e
azione, siano il mezzo per alzare il sipario su scenari di pace.
Nel nostro piccolo, nel nostro quotidiano, tutti siamo pienamente in
grado di contribuire alla pace nel mondo; basterebbe ‘semplicemente’
applicare ogni giorno l’insegnamento del Buddha nella propria vita e
nel proprio ambiente. Invece di guardare ai grandi mali dell’umanità, e
rinchiudersi in uno sterile cinismo, si può cominciare a costruire la
pace qui e ora: attraverso il rispetto verso la propria vita, le persone
che ci sono più vicine, dal familiare al vicino di casa, e al proprio
paese.
Non deve essere buonismo gratuito, ma una profonda convinzione
scaturita da una consapevolezza emersa attraverso la pratica costante
della religione a cui si decide di aderire.
151
Il buddismo di Nichiren Daishonin: profilo storico e principi fondamentali,Esperia, Milano, 1997, p. 95
152
Gibran, Massime spirituali, Newton, Roma, 1993, p.15

70
La fede non si ferma alle intenzioni, ma porta a una reale
trasformazione del nostro ambiente, poiché, come specificato prima,
per il principio di origine dipendente, ogni nostra piccola
compassionevole azione modifica o ferma una qualche azione
dall’altra parte del mondo, essendo tutti anelli della stessa rete.
Questo modello di ‘causa ed effetto’ viene chiamato nel mondo della
scienza ‘effetto farfalla’ a causa dell’affermazione secondo cui l’aria
mossa dal volo di una farfalla a Pechino oggi, può causare una
tempesta a New-York fra una mese153.
Il primo luogo dove realizzare la pace è anzitutto dentro la nostra vita.
Soltanto diventando, tutti indistintamente, persone felici potremmo
essere in grado di seminare la pace nel cuore di ogni essere umano, e
con la rivoluzione del nostro modo di pensare e di agire
individualmente, si potranno porre le basi per una società pacifica,
come quella descritta dal Buddha nel Sutra del Loto:

Le sale e i palazzi nei suoi giardini e nei suoi boschi,


sono adornati di gemme di varia natura.
Alberi preziosi sono carichi di fiori e di frutti
E là gli esseri umani sono felici e a proprio agio.
Gli dèi suonano tamburi celesti
Creando un’incessante sinfonia di suoni.
Boccioli di mandarava piovono dal cielo
Posandosi su una moltitudine di Buddha154.

Il modo per cominciare ad essere felici e a sentire la gioia del Buddha,


è per prima cosa volerlo.

La volontà è qualcosa di molto speciale, che


capita misteriosamente. Non c'è un vero modo
per dire come la si usa, tranne che i risultati
della volontà sono stupefacenti. Forse per
prima cosa si dovrebbe sapere che si può
sviluppare la volontà (…). La volontà è
qualcosa che l'uomo usa, per esempio, per
vincere una battaglia che, secondo ogni calcolo,
dovrebbe perdere.
Quella che tu chiami volontà è carattere e
temperamento forte, quello che uno stregone
chiama volontà è una forza che viene
dall'interno e che si attacca al mondo esterno.
La volontà è come una forza, il vero legame tra
gli uomini e il mondo.155

153
James Gleick, Caos, Rizzoli, Milano, 1989 p. 15
154
Burton Watson (a cura di), Il Sutra del Loto, Esperia, Milano, p. 303
155
Carlos Castaneda, A scuola dallo stregone, Astrolabio, Roma, 1970, p. 346

71
La chiave che poi ci spalanca al resto è ‘avere coraggio’.
E’ solo con la fede e la pratica costante della preghiera che saremo in
grado di vincere la paura e realizzare in pieno ogni nostro volere.

C’è una verità elementare, la cui ignoranza uccide


innumerevoli idee e splendidi piani: nel momento in cui
uno si impegna a fondo, anche la provvidenza allora si
muove. Infinite cose accadono per aiutarlo, cose che
altrimenti mai sarebbero avvenute…
Qualunque cosa tu possa fare, o sognare di poter fare,
incominciala.
L’audacia ha in sé genio, potere e magia. Incomincia
adesso. (Goethe) 156

156
Tutte le poesie di Goethe, Mondadori, 1997, vol. III , p. 909

72
Conclusioni

Nel tentativo di comprendere il mistero della Vita, l’uomo ha seguito


molti approcci differenti: tra questi vi sono la via dello scienziato e la
via del mistico. Ma ne esistono molte altre; la via dei poeti, la via dei
bambini, la via degli sciamani, e la via della musica solo per
nominarne alcune.
In queste ultime analisi, e in generale in questa sede, ho solamente
tracciato una delle svariate vie, che è stata la mia via; e che chiunque
può provare a percorrere. Diversamente, spero possa essere servito da
spunto per cercare e imboccare altri percorsi, che portino comunque
sullo stesso cammino: quello della pace e della consapevolezza.
Il mio percorso di fede è tuttora in evoluzione. Non mancano i bruschi
arresti, i periodi in cui il dubbio mi divora e il coraggio mi manca. Ma
ogni volta mi viene sempre in mente una frase del Gosho che dice
così:

Il viaggio da Kamakura a Kyoto dura dodici giorni, se


viaggi per undici giorni e ti fermi quando ne manca uno
solo, come puoi ammirare la luna sulla capitale?157

E così riprendo il mio cammino, nella certezza di vedere sorgere,


maestosa, la luna all’orizzonte. E mi ritorna la fede, la gioia di essere
viva. Si manifesta come un’esplosione di calore nel petto; quand’ero
piccola la chiamavo ‘palla di sole’, e mia madre capiva che ero felice.
Oggi so che quella palla di sole è la buddità, e quando la sento
esplodere, provo a non sprecarla ma a indirizzarla verso qualcosa
affinché possa creare valore, per me e per il mio ambiente. E a
trasmetterla. Anche e soprattutto ai più rabbuiati.
Non ho raggiunto l’illuminazione, né tanto meno ho deciso di
trasferirmi a Calcutta.
La mia fede sta dentro ogni mia azione quotidiana, nel rinnovare
attimo dopo attimo la determinazione verso i miei obbiettivi, la mia
missione. Perché tutti abbiamo una missione. E credo sia già un ottimo
traguardo capire quale sia. Dalla preghiera attingo la forza
dell’universo, sviluppo saggezza, provo ad ascoltare con l’orecchio del
Buddha e ad agire solo guidata dall’amore. Ogni cosa viene poi da se.

Rossella Aliano, 6 Dicembre 2005

157
Claudio Micheli (a cura di), Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. IV, A.I.N.S., p. 245

73
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77
INDICE

1. FEDE E REALTA’

1. La fede originaria
2. Il rapporto con la realtà: la fede è un’ invenzione?
3. Due strumenti per intuire la realtà; la fisica e il misticismo orientale

2. IL MISTICISMO ORIENTALE

1. La verità assoluta: il satori o illuminazione


2. Chi è Buddha
3. L’illusione della forma
4. L’utilizzo dei Mantra per trascendere la forma
5. Tre mantra: Om mani padme hum, nam mioho renghe kyo e il rosario

3. L’UNITA’ DEL TUTTO

1. Inseparabilità di vita e ambiente


2. La rete della vita

4. UNA SOLA FEDE E UNA SOLA REALTA’

1. Perché la preghiera
2. Perché le religioni

CONCLUSIONI

BIBLIOGRAFIA

INDICE

78