Sei sulla pagina 1di 113

EDITORIALE

Si è sentito ripetere spesso, di recente, che l’Università italiana sta attraversando una fase di crisi.
Una crisi che risuona con la più ampia crisi economica globale e che, per chi vive la vita accademi-
ca, sembra amplificare lo stridio minaccioso del suo incedere. Prendiamo atto della subitaneità e
della veemenza con cui l’incertezza sembra aver stretto i progetti e le aspettative di tutti, spingen-
do i Rettori a esprimere una viva preoccupazione per i tagli contenuti nelle direttive ministeriali e
gettando intere generazioni di ricercatori, o aspiranti tali, in un’inquietudine non meno acuta, che
va assumendo non di rado toni cupi e angosciati. I filosofi sanno anche che crisi vuol dire passag-
gio, svolta, e quindi opportunità di adoperarsi per dare un senso al futuro; opportunità che non
possiamo fare a meno di collegare alla speranza nei principi di meritocrazia e di trasparenza ai
quali la riforma dichiara di ispirarsi. Se si tratti o meno di una speranza ben riposta potremo valu-
tarlo forse soltanto a cambiamenti avvenuti, tra qualche anno: il timore diffuso è che però, a quel
punto, il rimedio possa scoprirsi fatale al malato, e allora o la riforma sarà riuscita a uniformare
l’Università tarandola sugli standard europei dell’efficienza, della valutabilità e della responsabili-
tà, oppure probabilmente non avrà lasciato più alcuna università da potersi confrontare con quel-
la degli altri Paesi. Quale che sia l’esito di questa crisi, rimane dolorosa e dilemmatica la situazio-
ne di un sapere, quello filosofico-umanistico, che si distingue da tutti gli altri perché obbedisce a
un diverso principio di efficienza e di merito, essendo chiamato a fondare autarchicamente, nel
proprio esercizio vitale, le sue condizioni di verità. Potrebbe quindi essere onesta la domanda che
chiede: come costringere questo sapere entro le maglie di oggettive valutazioni di efficienza, visto
che esso non potrebbe lasciarsi valutare se non attraverso i criteri della propria preziosissima, irri-
nunciabile, inutilità? Bisogna forse sfruttare strategicamente la forza propulsiva del Maelstrom per
uscire dalla sua spirale; non disponendosi a remare velleitariamente contro la corrente del vortice,
ma impostando le proprie rotte filosofiche in maniera da rasentarne il baratro, avendo l’accortez-
za di non essere trascinati a fondo.
La Redazione di Chora, oggi, preferisce sospendere qualsiasi giudizio su questi argomenti, riman-
dando l’approfondimento degli aspetti sia filosofici che tecnico-amministrativi a un possibile futu-
ro confronto con le testimonianze delle persone più competenti e rappresentative dei processi che
sono attualmente in corso. Nel frattempo, dedichiamo questo numero di Chora alle madri e ai
padri che, in Italia, ancora mantengono i giovani ricercatori, così come quelli non più tanto giova-
ni; madri e padri cui toccherà, ancora una volta, sostenere e accompagnare i destini dell’Università.

La Direzione

Chora N. 16, Settembre 2008


Dossier
MEMORIE SENZA TRACCIA, TRACCE SENZA MEMORIA
a cura di Massimiliano Cappuccio e Claudio Paolucci, p. 3
Laboratorio di attualità, scrittura
e cultura filosofica
Se i libri non bastano? Le nebbie della memoria e i segni dell’autobio-
Pubblicazione registrata presso il Tribunale grafia. Intervista a Umberto Eco
di Milano in data 20-9-2002 al numero 458; a cura di Massimiliano Cappuccio e Claudio Paolucci, p. 4
ISSN 1974-1979. Memoria culturale e processi interpretativi. Uno sguardo semiotico
E-mail: chora2001@hotmail.com Dottorato in Discipline Semiotiche (SUM-Università di Bologna), p. 7
A scuola di segni. Il SUM e il Dottorato in Discipline Semiotiche
La rivista è promossa e realizzata dal lavoro dell’Università degli Studi di Bologna. Intervista a Patrizia Violi
volontario e gratuito degli studenti e degli studio- a cura di Claudio Paolucci, p.30
si che compongono la redazione; viene pubbli- L’immemoriale e la parola poetica
cata da Symposium ed è distribuita attraverso i di Carlo Sini, p. 32
canali della Rete Interuniversitaria Symposium. L’oblio, il segno e la storia: la memoria in Heidegger
Questo numero nasce da un’idea degli studenti
di Roberto Terzi, p. 35
dell’associazione studentesca “Chora”
dell’Università degli Studi di Milano, che lo Memoria del non vissuto. La “visione degli anni” in Proust e Bergson
hanno programmato e curato, e si avvale della di Sara Guindani, p. 40
collaborazione del Dottorato in Discipline Storia delle idee e arti della memoria. Intervista a Paolo Rossi
Semiotiche dell’Università di Bologna. a cura di Massimiliano Cappuccio e Andrea Tortoreto, p. 47
Questa pubblicazione è resa possibile da un Dove sta il pensiero? Breve excursus sui progetti
contributo messo a disposizione dall’Università di lingua universale prima di Leibniz
degli Studi di Milano per le iniziative culturali stu- di Rossella Fabbrichesi, p. 51
dentesche dell’a.a. 2007-2008, secondo quanto La chimica dei termini. Un caso di mnemotecnica applicata
previsto dalla Legge 429 del 03/08/1985. Le
alla generazione del lessico
copie prodotte con questi fondi vengono distri-
buite gratuitamente tra gli studenti, i ricercatori e di Paolo Valore, p. 57
i docenti dell’Università degli Studi di Milano, i Maria Michela Sassi, Tracce nella mente. Teorie della memoria da
quali sono invitati a contattare la Redazione per Platone ai moderni
ricevere la loro copia gratuita. La rivista è distri- recensione a cura di Lorenzo Perilli, p. 61
buita gratuitamente presso le biblioteche Quanto è veritiera e stabile la memoria?
dell’Ateneo di via Festa del Perdono e in vari di Alberto Oliverio, p. 64
Dipartimenti dell’Università degli Studi di Milano. Lo spazio della memoria: il senso del movimento e i ricordi in azione.
L’editore Symposium si riserva il diritto di pubbli- Intervista a Alain Berthoz
care, a proprie spese, ulteriori copie per la distri- a cura di Massimiliano Cappuccio, Emiliano Trizio, Martino Incarbone,
buzione negli altri atenei italiani, tra i propri asso-
ciati o nei circuiti librari. Qualora la Redazione Lodovica Maria Zanet, p. 70
non fosse riuscita a rintracciare i titolari del domi- Come l’intervallo degli alberi fra gli alberi. Memoria, inconscio e oblio
nio delle immagini utilizzate, essi sono invitati a nella fenomenologia di Merleau-Ponty
contattarla per far valere il loro diritto. di Lorenzo Altieri, p. 77
Memorie oltre le generazioni. Memi, segni e neuroscienze cognitive per
Anno 7 - Numero 16 - Tiratura: 3000 copie. un’ipotesi evolutiva della cultura
di Angelo Recchia Luciani, p. 85
Direzione editoriale: Andrea Polledri, Nicola Silvio Ceccato e la meccanizzazione della memoria. Soluzioni fin troppo
Spinelli. ben localizzate di un antilocalizzazionista
Direttore responsabile: Massimiliano di Roberto Bottini, p. 93
Cappuccio, Erasmo Silvio Storace.
FILOSOFI A MILANO
Redazione: Davide Assael, Pierpaolo Antonio Banfi. Dal pacifismo alla questione comunista.
Bonfanti, Andrea Polledri, Davide Rizza, Nicola Tre domande al professor Papi,
Spinelli, Francesco Cattaneo. a cura di Alessandro Sardi, p. 98
Filosofi a Milano 3: Giovanni Emanuele Barié,
Hanno collaborato a questo numero:
a cura di Davide Assael, p. 100
Lorenzo Altieri, Roberto Bottini, Rossella
Fabbrichesi, Sara Guindani, Martino Incarbone,
Claudio Paolucci, Angelo Recchia-Luciani, OSSERVATORIO SULLE RIVISTE
Alberto Oliverio, Lorenzo Perilli, Paolo Rossi, La Filosofia torna a scuola,
Alessandro Sardi, Carlo Sini, Roberto Terzi, a cura di Massimiliano Cappuccio, p. 101
Andrea Tortoreto, Emiliano Trizio, Paolo Valore, Comprendre, Archive international pour l’Anthropologie et la
Patrizia Violi, Ludovica Maria Zanet Psychopathologie Phénoménologiques, p. 105
Impaginazione e grafica:
www.labombetta.it
IN LIBRERIA p. 106

In copertina: Saturday Works, 1996, di Peter Russell (paper collage on plyboard, lead metal, acrylic paint, oil glazes,
honey, was, flowes of sulphur, etc.). Il dipinto è conservato presso Iris Murdoch Building - Università di Stirling, Scozia.

Peter Russell ha esibito estensivamente sia in collezioni pubbliche che private, ed è rappresentato in Scozia, Inghilterra,
Irlanda, Francia, Germania, Polonia, USA. Il suo approccio si è evoluto dalle basi del disegno e della pittura nel corso
degli anni, includendo collage, assemblaggi e costruzioni 3-D. Le esibizioni da solo e in gruppo tendono ad avere un
nucleo tematico suggerito dai luoghi, dalla storia, e da situazioni sociali o mentali, ucleo che si arricchisce progressiva-
mente di una rete di immagini e testi collegati. Questi, a loro volta, suggeriscono soluzioni formali come, ad esempio, light-
box, scavi archeologici, video, o spazi di istallazione. Spesso i media mescolati e sovrapposti includono pittura, superfici
di metallo, cera e miele, tessuti e cenere, esibendo un dinamismo inquieto piuttosto che un’immobilità totemica.

Chora N. 16, Settembre 2008


introduzionE 3

Dossier
MeMorie senza traccia,
tracce senza MeMoria
a cura di MassiMiliano cappuccio e claudio paolucci

Il paradosso delle scienze della memoria (storia, tica. Modul iamo questo tema seguendo l’intrec-
paleografia, archivistica, biologia evolutiva, neu- cio di tre grandi motivi: il primo, di natura
roscienze, semiotica…) consiste nel fatto che semiotica, approfondisce il rapporto che sussiste
esse, per loro costituzione, devono restare imme- tra ricordo e segno, e si giova della collaborazio-
mori delle proprie origini, ovvero delle condizio- ne con la scuola di dottorato dell’Università
ni di possibilità e dello sfondo di senso che ne degli Studi di Bologna, con il prestigioso contri-
hanno consentito l’avvento. Se la scienza della buto offerto a Chora dai suoi studiosi illustri così
memoria potesse r icordare l’evento che l’ha pro- come dai suoi esponenti più giovani. Il secondo
dotta, allora questo evento farebbe parte della motivo, storico-filosofico e teoretico, è a sua
scienza stessa, come suo risultato, e non potrem- volta articolato in due direzioni diverse: da una
mo più dire che stia a monte di essa; se però parte approfondisce il ruolo che la memoria ha
l’evento che ha generato la scienza della memo- via via assunto durante il corso della storia delle
ria fosse tutt’altra cosa rispetto a questa scienza, idee – fino a documentarne gli esiti più recenti -
allora non potremo mai sostenere che quest’ulti- attraverso la maturazione dei grandi progetti
ma abbia potuto interrogare seriamente i propri sistematici dedicati alla linguistica universale e
presupposti, risultando quindi – i n ultima anali- alle arti della memoria; per altro verso, questa
si – infondata e infondabile. Questo paradosso, sezione interroga il ricordo come sfondo impen-
insieme al fatto che (in qualche modo anch’esso sato – e tuttavia concretamente agito - di ogni
paradossale) possiamo sempre ricordarcene e storia dei ricordi, ovvero come scrittura narrante
avvalercene criticamente, illustra come dietro la che intende ricamare sempre nuovamente, in una
memoria di cui la conoscenza si nutre (la memo- trama di storie e di figure, il senso del proprio
ria dissezionabile scientificamente e infinitamen- narrare. Il terzo motivo, di argomento cognitivo e
te riproducibile, perché intesa come testo, sup- biologico, approfondisce invece – e mette in
porto di tracce o stratificazione di segni nei quali discussione - il ruolo della memoria come facoltà
il ricordo sarebbe iscritto), debba esservi anche mentale, come risultato di un percorso evolutivo,
un’altra memoria. Una memoria che non consiste come disp ositivo formale di trascrizione neuro-
in una capacità di agire della traccia, e che tutta- nale, ovvero come strumento per la fissazione e il
via è efficace proprio in quanto immemorabile è recupero dell’informazione all’interno di suppor-
l’azione del segno scritto; che richiama proprio ti oggettivi quali il cervello e il DNA.
in quanto innominabile è il chiamare come fun- Quest’ultimo sviluppo della nostra ricerca assol-
zione della traccia. Questo secondo tipo di ve un compito che, dal punto di vista delle
memoria non è più fondamentale o più arcaico opportunità filosofiche che esso suggerisce,
del primo, perché non conos ce alcuno originario risulta ironico e perciò potenzialmente autocriti-
sfondo di ricordi che possa rammentarci una sua co: la filosofia aiuta a ricostruire il senso tran-
ipotetica priorità; è una memoria che non si con- seunte sottostante alla storia della scienza, ma
serva né si accumula in ragione della permanen- interrogare lo sfondo filosofico che è implicito
za dei supporti; non conosce debiti, perché vive i alle tesi del sapere scientifico serve anche a ricor-
suoi obblighi come estemporaneo ri-conoscimen- darci, con un gesto filosoficamente necessario,
to che avviene anche sempre però come travisa- che neanche la memoria filosofica può render
mento. Accadendo inavvertitamente nella cadu- salva la verità che ha prodotto. Per questo moti-
cità dell’istante, ovvero nella possibilità aperta di vo - una volta interrogata la provenienza delle
un’infinita, e infinitamente produttiva, modula- tracce dei saperi che la filosofia dichiara di pot er
zione obliosa dell’eternità. Questo dossier nasce custodire - le stesse tracce del sapere filosofico
per cercare di tematizzare la memoria come rica- dovranno esaurire, o travisare, la propria inten-
duta inconsapevole, e tuttavia sapiente, prodotta zione significativa, tramontando nell’oblio.
dallo sforzo di arricchirsi senza conservare, di Fondando quindi involontariamente una nuova
sapere senza trattenere, di governare il cambia- scienza oggettiva del ricordo, una nuova erra-
mento senza per questo illudersi di aver fissato bonda narrazione destinata allo scacco di un
una regola che ne consenta la riproduzione iden- significato irripetibile.

Chora N. 16, Settembre 2008


4 SE i libri non baStano?

se i liBri non Bastano?


le neBBie della MeMoria e i segni dell’autoBiograFia

intervista a umberto eco


a cura di MassiMiliano cappuccio e claudio paolucci
università degli studi di Bologna

Umberto Eco. Foto Sergio Siano, 2008. http://dustinthewind69.splinder.com/

MEMORIA INDIVIDUALE E MEMORIA CULTURALE [Umberto Eco] Recentemente qualcuno in una intervi-
[Chora] Il tema della memoria attraversa in maniera sta mi chiedeva perché tutti i miei romanzi sono costruiti
importante tutta la Sua produzione di narrativa, per non a flash back – meno forse il Nome della Rosa, che è sì tutto
parlare della saggistica; nel Suo ultimo romanzo - La miste- un flash back ma senza avanti e indietro. Invece gli altri
riosa fiamma della regina Loana – ne viene sviluppata la partono da un presente, che magari continua a capitoli
componente biografica e personale, maggiormente rispetto alternati, ma continuamente il protagonista va indietro.
alle altre opere, dove se ne approfondiva soprattutto la Evidentemente il tema della memoria è centrale per me e
dimensione storica, culturale, enciclopedica. Eppure, - emble- non dimentichiamo che tutti i miei romanzi sono un
maticamente – anche nel sofferto lavoro introspettivo con- Bildungsroman. Non c’è formazione, crescita, conquista
dotto dal protagonista del suo ultimo romanzo, un antiqua- dell’identità, se non riandando indietro. Tutto questo
rio affetto da amnesia, la memoria può essere ricostruita uni- lavorio è quello che i seguaci di padre Pio chiamano inge-
camente attraverso il recupero delle letture che avevano nuamente “anima”.
accompagnato la sua infanzia e la sua adolescenza. Questo Si pensi alle idee sulla sopravvivenza dopo la morte: si
pone il tema del rapporto tra memoria individuale e memo- basano sulla permanenza della memoria. Facciamo infatti
ria culturale, che nasconde un altro problema sul quale lei ha la controprova: se ci promettono la sopravvivenza tramite
molto lavorato, che è quello del rapporto che c’è tra il sogget- reincarnazione, l’idea che sopravviveremo, poniamo, in
to e i segni enciclopedici che ne costituiscono l’identità. Crede una mucca ma che quella mucca non si ricorderebbe di
che il tema della memoria possa essere un terreno privilegia- essere noi, e del nostro passato, questo tipo di sopravviven-
to per indagare questo tema così importante? za non ci interessa.

Chora N. 16, Settembre 2008


umbErto Eco 5

Nello stesso senso una cultura è la memoria di una colletti-


vità. Non identificherei l’enciclopedia con la memoria: essa è umberto eco. la misteriosa fiamma della regina
loana, Bompiani 2004, p. 451 illus., isBn:
il magazzino collettivo per selezionare ciò che farà parte di 9788848603225
una memoria. Fa potenzialmente parte dell’enciclopedia il
nome del primo caduto della campagna di Russia (nella Questo romanzo, benché illustrato a colori, è domi-
misura in cui sia registrato da qualche parte) ma non fa parte nato dalla nebbia. Nella nebbia si risveglia Yambo,
né della mia memoria personale né di quella collettiva (eppu- dopo un incidente che gli ha fatto perdere la memo-
re potrebbe, un giorno o l’altro). ria. Accompagnandolo nel lento recupero di se stes-
so, la moglie lo convince a tornare nella casa di cam-
IDENTITÀ E LETTURA. ALLA RICERCA DELLA pagna dove ha conservato i libri letti da ragazzo, i
MEMORIA PERDUTA quaderni di scuola, i dischi che ascoltava allora. Così
Spostando la questione su un piano più filosofico, ma sem- in un immenso solaio tra Langhe e Monferrato
pre in riferimento al problema del rapporto tra memoria indi- Yambo rivive la storia della propria generazione, tra
viduale e memoria culturale, vorremmo chiederLe se è possi- "Giovinezza" e "Pippo non lo sa", tra Mussolini,
bile pensare alla memoria in un’ottica che riesca a svincolar- Salgari, Flash Gordon e i suoi temi scolastici di pic-
colo balilla. Si arresta di fronte a due vuoti ancora
si da un modello concettuale tipografico, rappresentato dal nebbiosi, le tracce di un'esperienza forse atroce vis-
testo, dal libro, dal documento. Il pensiero filosofico, almeno suta negli anni della Resistenza e l'immagine di una
da Bergson arrivando fino a Derrida, passando per Husserl, ragazza amata a sedici anni.
Heidegger e Foucault, ha cercato di attingere una consapevo-
lezza del flusso temporale che non riposasse sul paradigma
della semplice presenza della traccia, né sulla mera successio-
ne lineare delle sue ripetizioni. Cosa resta di questi tentativi
filosofici nell’epoca del predominio universale delle tecnolo-
gie della scrittura? È ancora possibile immaginare una
memoria biografica basata sulla forza pulsante del vissuto,
sull’esperienza della durata creatrice, sul senso del ritmo? E
se Platone avesse avuto ragione? Non è forse proprio l’ecces-
so di conservazione archivistica o l’esattezza della cataloga-
zione antiquaria a sprofondare i ricordi della nostra vita vis-
suta nella nebbia dell’oblio?

Credo che la risposta sia implicita nella mia risposta prece-


dente. L’eccesso di catalogazione è il WEB, ma la vitalità di
una memoria (che non sia la memoria WEB di Funes el
memorioso) consiste appunto nella selezione che sia noi che
la cultura abbiamo fatto. Certamente l’eccesso di catalogazio-
ne tipo WEB può indurre qualcuno a perdere la propria
memoria individuale. Così accade con l’eccesso di informa-
zione sul presente dato dai media, che distoglie ormai i giova-
ni dal ricostruire aspetti del passato, ed ecco coloro che non
sanno chi erano De Gasperi o Badoglio. Parimenti dei media informatici ed elettronici. Quali crede siano le par-
Hollywood induce ormai a perdere il senso della differenza ticolari novità che è giusto sottolineare a proposito del rap-
ontologica tra Spartaco e Vinicio di Quo Vadis, tra la contessa porto tra i nuovi tipi di supporti e la conservazione della
Castiglione e Elisa di Rivombrosa, tra Capitan Drake e memoria?
Capitan Uncino, tra Buffalo Bill e Tex Willer. Si dissolve il con-
fine tra reale e immaginario. In fondo quello che ci permette La domanda non avrebbe senso se pensassimo a questi
di dire che il Benigni de La vita è bella è personaggio fittizio e supporti come permanenti. Che un fatto ci venga conservato
Schindler è personaggio reale dovrebbe essere il fatto che dalla carta o da un dischetto sarebbe irrilevante (come è irrile-
ricordiamo come sono entrati nella nostra vita, l’uno per via vante che rievochi il passato su una fotografia in carta o sulla
di invenzione filmica e l’altro per via di apprendimento stori- stessa foto conservata nel computer). Il fatto è che un incuna-
co. Ma come farà chi ha visto entrambi solo al cinema? bolo può essere oggi fresco e integro come nel momento in
cui è stato stampato mentre non sappiamo quanto dureranno
SUI “NUOVI SUPPORTI” i supporti informatici. O meglio lo sappiamo, i nastri si sma-
Nell’articolo “Memoria vegetale” lei aveva affrontato la gnetizzano, se il supporto non si smagnetizza l’avvento di
questione dei diversi supporti utilizzati dall’umanità per nuove tecnologie fa sparire i mezzi per farlo funzionare (su
conservare la propria memoria. Abbandonati gli antichi sup- quale computer si può ancora leggere oggi un floppy disk
porti della memoria minerale (tavolette di argilla), e anima- flessibile degli anni ottanta?) e in ogni caso non sappiamo
le (le pergamene), la nostra civiltà ha a lungo prediletto la quanto durerà un DVD. L’unico modo sarebbe di salvare
praticità dei supporti di tipo vegetale (la cellulosa della ogni due o tre anni l’informazione su un altro supporto, ma
carta). Ogni tipo di supporto dispone di caratteristiche pecu- la forza del supporto cartaceo era proprio che non imponeva
liari e consente specifiche modalità di trasmissione del sape- questo lavoro faticosissimo. Se poi aggiungiamo che in que-
re, in quanto medium capace di connotare la natura e il con- sta crisi entrano anche i supporti cartacei (perché la vita media
tenuto del suo messaggio. La questione diventa di estrema di un libro stampato su carta da legno è di circa settant’anni),
attualità con il ritorno dei supporti minerali, rappresentati la tecnologia da un lato moltiplica l’informazione (anche sul
oggi dai dispositivi di silicio che consentono la realizzazione passato) ma dall’altro la rende estremamente deperibile, per

Chora N. 16, Settembre 2008


6 SE i libri non baStano?

cui un utente del futuro disporrà sempre più soltanto di


informazione sul presente – che è un brutto modo di umberto eco, la memoria vegetale e altri scritti di
bibliofilia, Bompiani 2007, p. 308, isBn
avere un’anima.
9788845257858
Le nuove riflessioni di Umberto Eco sul mondo affa-
LE ARTI DELLA MEMORIA E IL SOGNO DELLA LIN- scinante e antico dei libri, sulla bibliofilia, sulla
GUISTICA UNIVERSALE memoria e sulla gioia della lettura. Un volume ele-
Lei ha offerto degli studi capitali sul tema dei linguaggi gante e raffinato, stampato in soli duemila esempla-
universali e sull’ideale della lingua perfetta (cfr. La ricerca ri, nel quale Eco traccia un elogio del biblos, del liber,
della lingua perfetta nella cultura europea), mostrando come nati ancor prima della stampa sotto forma di rotoli,
questi progetti filosofici abbiano intrecciato la propria storia e la cui etimologia rinvia alla scorza dell'albero, a
con la vita culturale e scientifica del progresso europeo. quella memoria vegetale nata con la scrittura prima,
Altresì, ha documentato come i progetti di autori come Lullo con i papiri e la carta dei libri poi. Un libro per
e Leibniz fossero radicati nel terreno talvolta misterioso e bibliofili, ma non solo, capace di trasmettere a tutti il
ambivalente della ricerca sulle arti della memoria. Kant ebbe piacere della lettura come dialogo ininterrotto con
a dire che il progetto della linguistica universale, pur perse- gli scrittori. Un dialogo senza limiti di tempo, capa-
ce di trasmette memorie e saperi, emozioni ed espe-
guendo un sogno metafisico impossibile da realizzare, non fu rienze altrimenti perdute.
inutile e non fu privo di benefiche ricadute pratiche per gli svi-
luppi della logica e della filosofia. Vorremmo chiederLe se indice - sommario
possiamo affermare la stessa cosa a proposito dell’antico SULLA BIBLIOFILIA: La memoria vegetale;
sogno ciceroniano di dominare un teatro enciclopedico di Riflessioni sulla bibliofilia; Collazioni di un collezio-
nozioni e di ricordi attraverso il solo ausilio della disciplina nista
interiore, dell’organizzazione ferrea dello spazio mentale, e HISTORICA: Sul libro di Lindisfarne; Sulle Très
dell’esercizio creativo dell’immaginazione. Ad esempio, Riches Heures; Sugli Isolari; Perché Kircher?; Il mio
ripercorrendo la storia delle mnemotecniche rinascimentali e Migne, e l'altro; Lo strano caso della Hanau 1609.
moderne, come possiamo valutare la loro utilità e il loro FOLLI LETTERARI (E SCIENTIFICI): Varia et curio-
danno per quanto riguarda lo sviluppo del sapere razionale e sa; Il capolavoro di uno sconosciuto.
scientifico? ETEROTOPIE E FALSIFICAZIONI; La peste dello
straccio; Prima dell'estinzione; Monologo interiore
di un e-book; Shakespeare era per caso Shakespeare;
In fondo i sistemi scientifici come le tassonomie linneane, Per una riforma dei cataloghi; Il codice Temesvar;
sono un modo di tradurre in termini più efficaci e meno fan- Asta di libri appartenuti a Ricardo Montenegro; Il
tasiosi i procedimenti delle vecchie mnemotecniche. Ma non problema della soglia. Saggio di para-antropologia.
dimentichiamo che le mnemotecniche nascono quando la
scrittura non permetteva di trasportare facilmente l’informa-
zione, o di avervi accesso (costo e ingombro dei manoscritti).
Esse avrebbero dovuto scomparire dopo l’invenzione della
stampa. Se invece fioriscono ancora (e raggiungono anzi la
loro stagione aurea tra rinascimento e barocco) è proprio per-
ché prendono l’aspetto pre-scientifico di teatri del mondo, e
non servono più per ricordare ma per organizzare il sapere.

ATTUALITÀ DELLA MEMORIA


Del problema della memoria si è sempre parlato e
sempre si parlerà, ma non è sicuramente un caso che nel
curriculum del dottorato di ricerca di cui lei presiede il
comitato scientifico uno dei temi di ricerca sia proprio
quello della memoria. Quale crede possano essere le
direzioni di ricerca più importanti su cui la semiotica
può dare un contributo al tema della memoria?

Lo sapevo, ma non ricordo bene.

umberto eco (Alessandria 1932) è un accademico, filosofo, semiologo, linguista e bibliofilo italiano di fama interna-
zionale. Dal 2008 è professore emerito e presidente della Scuola Superiore di Studi Umanistici dell’Università di
Bologna. Saggista prolifico, ha scritto numerosi saggi di semiotica, estetica medievale, linguistica e filosofia, oltre a
romanzi di successo. Tra i saggi che ha scritto e che ha curato ricordiamo: Il problema estetico in San Tommaso (1956),
Torino, Edizioni di Filosofia. Seconda edizione modificata: Il problema estetico in Tommaso d’Aquino, Milano, Bompiani,
1970); Trattato di semiotica generale (1975), Milano, Bompiani; I limiti dell’interpretazione (1990), Milano, Bompiani; La
memoria vegetale (1992), Milano, Edizioni Rovello; Kant e l’ornitorinco (1997), Milano, Bompiani; Dire quasi la stessa cosa.
Esperienze di traduzione (2003), Milano, Bompiani; Bellezza Storia di un’idea dell’Occidente in CdRom (2002), Milano,
Motta On Line (a cura di U. Eco); Storia della bellezza (2004), Milano, Bompiani (a cura di U. Eco); A passo di gambero.
Guerre calde e populismo mediatico (2006), Milano, Bompiani; Storia della bruttezza (2007), Milano: Bompiani (a cura di U.
Eco); 11/9 La cospirazione impossibile (2007), Milano, Piemme (Autori vari a cura di Massimo Polidoro); Dall’albero al
labirinto (2007), Milano, Bompiani. I suoi romanzi sono: Il nome della rosa (1980), vincitore del Premio Strega nel 1981.
Il pendolo di Foucault (1988); L’isola del giorno prima (1994); Baudolino (2000); La misteriosa fiamma della regina Loana (2004).

Chora N. 16, Settembre 2008


dottorato in discipline seMiotiche 7

MeMoria culturale e
processi interpretativi
uno sguardo semiotico

dottorato in discipline seMiotiche (suM-università di Bologna)1

1. Introduzione 1.1. Enciclopedia e Semiosfera


In questo saggio proveremo a mostrare l’euristicità di un Per molto tempo la semiotica ha elaborato teorie e strumenti
approccio semiotico ai problemi della memoria. Più in partico- di analisi per lo studio dei fenomeni di significazione privile-
lare, tenteremo di mostrare come un approccio semiotico tenti giando una prospettiva sincronica che riuscisse a descrivere la
di superare tutta una serie di grandi dicotomie che hanno inve- struttura e il funzionamento degli oggetti semiotici prescinden-
ce largamente informato i vari dibattiti sul tema in oggetto — do dalla loro evoluzione. Questa prospettiva ha trovato negli
indipendentemente dalla loro provenienza disciplinare — quali anni una larga e duratura applicazione, derivante in parte dal
ad esempio quelle tra l’individuale e il collettivo, tra il persona- clima culturale di matrice strutturalista in cui la semiotica si è
le e l’impersonale, tra l’interno e l’esterno, tra il soggettivo e l’og- sviluppata e dall’altra dall’euristicità che tale impostazione ha
gettivo etc. Al fine di rendere chiara ed euristica la nostra propo- dimostrato nell’analisi empirica dei fenomeni di significazione.
sta, ci occuperemo innanzi tutto di una ridefinizione del concet- Accanto a questo approccio, tuttavia, è possibile fare riferi-
to di esternalizzazione della memoria (§ 1 e 2), presenteremo mento ad altre teorie di matrice semiotica più orientate allo stu-
una riflessione sul tema della distribuzione del senso e su come dio della cultura nel suo complesso (piuttosto che a testi o a siste-
questo approccio sia inte- mi di significazione auto-
grabile in una prospettiva nomi), che hanno collocato
semiotica (§ 2) e tenteremo al centro della propria
di chiarire alcuni punti di riflessione l’evoluzione e la
natura epistemologica dimensione diacronica dei
intorno al tema in esame, fenomeni studiati.
proponendo una lettura Possiamo individuare,
della memoria come pro- in particolare, nella semio-
cesso esternalizzato distri- tica della cultura di Jurij
buito capace di rendere Lotman l’identificazione
conto di alcuni dei proble- della dimensione tempora-
mi centrali del dibattito le come problema teorico
attuale sulla memoria. In centrale ed è interessante
seguito, in vista di una defi- notare che questa dimen-
nizione di concetti più ope- sione venga proprio decli-
rativi, rifletteremo sul tema nata come memoria. Tale
del filtraggio in quanto termine compare esplicita-
dimensione essenziale di mente nella definizione
ogni processo di produzio- stessa di cultura, che viene
ne di memoria (§ 3) e ana- Acropoli ateniese, il Partenone descritta appunto come la
lizzeremo alcuni casi concreti di restauro e di pratiche d’uso “memoria non ereditaria di una collettività” (Lotman e
dello spazio, che riteniamo essere fenomeni di costruzione di Uspenskij 1975, p. 43). Questa definizione rende, in un certo
memoria in cui emergono in maniera preminente le diverse senso, quasi coincidenti le nozioni di memoria e cultura, anche
problematiche discusse (§ 4). In conclusione, alla luce di quanto se, volendo operare una distinzione all’interno della definizione,
emerso dall’analisi, proporremo una riflessione intorno al tema potremmo notare che in essa si assume che la cultura si dà lungo
del soggetto come polo problematico dei processi descritti (§ 5). una durata temporale (ovvero permane nel tempo) mentre la
Il nostro tentativo non è allora solo quello di illustrare le spe- memoria è ciò che ne garantisce la continuità. In parte questa
cificità del punto di vista semiotico sul tema della memoria, ma visione può essere ricondotta all’approccio organicistico ed evo-
è anche quello di coniugare teoria e analisi empirica, seguendo lutivo che Lotman applica allo studio dei sistemi culturali,
un’opzione tipica della nostra disciplina. Da qui la nostra insi- secondo il quale ogni fenomeno è insieme se stesso e la storia del
stenza sui processi di significazione e l’ampio spazio dedicato processo che lo ha prodotto; in questo senso anche la cultura è
alle analisi concrete. insieme il risultato e la testimonianza della sua evoluzione.
1 Questo lavoro è stato elaborato collettivamente nell'ambito del Dottorato in Discipline Semiotiche e costituisce un primo risulta-
to di una ricerca dottorale sul tema della memoria culturale. Il testo è stato discusso nella sua impostazione e linee generali con
Patrizia Violi, coordinatrice del Dottorato, e Anna Maria Lorusso, segretaria scientifica. Claudio Paolucci, tutor del dottorato, ha
coordinato e seguito la struttura e la realizzazione del testo in tutte le fasi del lavoro. La stesura definitiva è stata realizzata dai dot-
torandi del XXI ciclo. In particolare il § 1.1 è stato scritto da Marco Seghini; il § 1.2. è stato scritto da Paolo Odoardi; il § 2. è stato
scritto da Tommaso Granelli; i § 3.1., 3.2., 3.3., 3.6. sono stati scritti da Agata Meneghelli; i § 3.4. e 3.5. sono stati scritti da Damiano
Razzoli; il § 4. è stato scritto da Francesco Mazzucchelli; il § 5.1. è stato scritto da Daniele Salerno e il § 5.2. da Elena Codeluppi.

Chora N. 16, Settembre 2008


8 mEmoria culturalE E procESSi intErprEtativi

l’enciclopedia è un postulato semiotico, non nel senso


che non sia anche una realtà semiotica: essa è l’insieme
registrato di tutte le interpretazioni, concepibile oggettiva-
mente come la libreria delle librerie, dove una libreria è
anche un archivio di tutta l’informazione non verbale in
qualche modo registrata, dalle pitture rupestri alle cinete-
che. (1984, p. 109)

Questa definizione considera la cultura non tanto in termini


astratti, ma sottolinea come essa sia l’insieme di tutte le produ-
zioni semiotiche circolanti in una collettività e le relazioni che
si stabiliscono tra di esse.
Facendo dialogare le due definizioni presentate, quella di
“cultura come memoria” e quella di “cultura come insieme
delle produzioni di senso di una collettività”, si giunge a una
visione del fenomeno della memoria che potremmo definire,
in prima istanza, esternalizzata. Il termine merita senz’altro un
chiarimento, dal momento che, nel farne l’oggetto teorico chia-
ve di questo nostro lavoro, non lo useremo in un’accezione
conforme a quella suggerita dal senso comune.

1.2. Esternalizzazione
Il concetto di esternalizzazione riguarda, in linea generale, la
possibilità di rendere disponibili informazioni e significati in un
tempo e in uno spazio diversi da quello in cui sono stati prodot-
ti (Pethes e Rüchatz 2001, voce /esternalizzazione/). Nel quadro
dei riferimenti ora esposti, uno dei primi problemi che tale
impostazione comporta potrebbe essere quello della permanen-
za materiale delle occorrenze segniche, senza il quale sarebbe
difficile immaginare il permanere stesso della cultura e, ancora
di più, la sua evoluzione. Per esemplificare questo problema, si
potrebbe pensare ai casi di oblio radicale che, ad esempio, pos-
sono dipendere dalla scomparsa di tutte le testimonianze relati-
ve a un evento, a un fatto, o a un’intera civiltà (Eco 2007, p. 97)2.
Il bacio del piede di S. Pietro, a Roma Posta in questi termini, però, la questione dell’esternalizzazione
va senz’altro complessificata.
In questa prospettiva, il punto che risulta teoricamente rilevan- Bisogna, infatti, subito segnalare come la pura permanenza
te è che la memoria non è considerata una semplice funzione che materiale non sia ovviamente assolutamente sufficiente per
permette la conservazione dell’informazione e dei significati e il garantire la significatività futura di un dato oggetto culturale. I
loro immagazzinamento in un deposito statico. Viene invece dispositivi esterni costituiscono il presupposto della trasmissio-
messo in evidenza come il passato sia continuamente seleziona- ne culturale, ma la loro permanenza non garantisce la conte-
to e ritradotto da tutte le pratiche di senso che si danno nel pre- stuale conservazione delle condizioni culturali per mezzo delle
sente e si sviluppano localmente. Infatti, come afferma Lotman, quali è possibile dare lettura di quello stesso oggetto.
“nella cultura entrano di continuo testi che provengono dal suo Semioticamente, la sostanza dell’espressione è esclusivamente
passato. Essi vengono sottoposti a una ricodificazione e diventa- condizione necessaria — ma in nessun caso sufficiente — per la
no così fonte di nuove informazioni” (Lotman 1985, p. 88): la conservazione e la trasmissione del senso. Assmann, tra i mag-
memoria non è così pura eredità ma continua riconfigu-
razione di ciò che viene tramandato. A partire da questa
definizione possiamo allora individuare tre ambiti in cui,
in modo generale, si articolano i problemi legati al
campo della memoria. In primo luogo vengono chiama-
te in causa le forme e le modalità di permanenza dei testi,
cioè la durata della cultura nel tempo; in secondo luogo
le modalità di recupero, ovvero il fenomeno che Lotman
identifica con la reimmissione di testi provenienti dal
passato; infine la modificazione della cultura stessa, leg-
gibile in Lotman in un duplice senso: da una parte come
ricodificazione del testo e dall’altra come produzione di
nuova informazione.
Questo primo inquadramento dei concetti in campo
può essere complessificato accostando un’ulteriore
riflessione semiotica sulla cultura, individuabile nell’idea
di enciclopedia elaborata da Eco (1984). Il concetto, accan-
to ad applicazioni più specifiche nel campo della seman-
tica, è anche uno strumento utilizzato da Eco per descri-
vere l’intero sapere di una collettività. Secondo una Il memoriale della pace di Hiroshima
nota definizione:
2 Tutte le citazioni da Eco (2007) sono riferite alla seconda edizione del volume.

Chora N. 16, Settembre 2008


dottorato in discipline seMiotiche 9

giori teorici della memoria culturale, afferma quanto segue in descrizione dei processi di appropriazione e acquisizione del pas-
relazione al problema della distanza temporale, di cui l’esterna- sato, e dall’altro a rendere possibile la mediazione tra una dimen-
lizzazione consente il superamento: sione collettiva e potenzialmente astratta dei processi di memoria
e una dimensione localmente determinata degli stessi.
il dilatamento di una situazione comunicativa rende In conclusione, vogliamo sottolineare come la prospettiva
necessaria una memorizzazione intermedia esterna. Il siste- semiotica cerchi di riconciliare certe dicotomie, di passare oltre a
ma comunicativo deve quindi sviluppare un campo ester- ogni distinzione tra una dimensione oggettiva del fenomeno
no in cui si possano immettere gli atti comunicativi e le della memoria (tutti i problemi relativi al supporto e al contesto)
informazioni, ossia il senso culturale; allo stesso tempo deve e una sua dimensione supposta soggettiva. La prospettiva semio-
elaborare delle forme di archiviazione (codificazione),
memorizzazione e rimessa in circuito (retrieval) dei
dati. Ciò richiede l’esistenza di quadri istituzionali, di
specializzazioni e normalmente anche di sistemi di
notazione. (Assmann 1999, p. XVIII tr. it.)

Quello che il brano mette in evidenza è come si renda


sempre necessaria una complessa serie di strutture, isti-
tuzioni e pratiche che reggano e rendano possibile (ma
che allo stesso tempo influenzano) il reinserimento di
testi provenienti dal passato, secondo una prospettiva
che può essere messa in relazione con la nozione di enci-
clopedia precedentemente introdotta (Eco 1984), ma
anche con il concetto di semiosfera in Lotman, e cioè con
quelli che mostreremo essere due ambienti comunicativi
che rendono possibili i processi di senso che avvengono
al loro interno. Enciclopedia e semiosfera sono per noi
due categorie fondamentali per pensare in maniera ade-
guata il concetto di memoria esternalizzata, tanto che pos-
siamo anticipare fin da subito come il complesso del-
l’azione di tali ambienti possa essere descritto come un
meccanismo di filtraggio che opera a diversi livelli.
Come si vedrà più avanti, è infatti l’azione operata da Mostar, in Bosnia Erzegovina
tali strutture che agisce sui significati culturali e sulle
occorrenze testuali nel momento in cui queste entrano in nuovi tica, infatti, aspira a porsi trasversalmente rispetto a questi due
circuiti interpretativi. poli, con l’obiettivo concreto di studiare i processi attraverso cui
Come mette in evidenza il concetto stesso di filtraggio, la pro- il senso — e con esso la memoria — vengono rinegoziati local-
spettiva semiotica tenta di complessificare il tema dell’esterna- mente in situazione.
lizzazione attraverso una focalizzazione del momento della Fissato un simile inquadramento, è allora necessario specifica-
reimmissione degli oggetti significativi nella situazione presen- re la taglia dei fenomeni che saranno discussi di seguito.
te. Concentrandosi sul momento in cui le varie occorrenze e i L’ambito che vorremmo descrivere qui consiste nel momento in
singoli testi rientrano in pratiche di senso localmente determina- cui testi e oggetti appartenenti al passato vengono rimessi in
te, venendo così riattivate da nuove interpretazioni, si sposta gioco, riconfigurati e offerti all’interpretazione. In questa sede
l’attenzione dal semplice problema del supporto o dei codici, in non ci occuperemo quindi della dimensione macroculturale, se
direzione dell’allargamento dell’analisi a tutti gli elementi messi non nella misura in cui la cultura entra nella situazione specifi-
in campo dalla pratica di senso considerata. Si tratta in fondo di ca e la riconfigura localmente. Allo stesso tempo, non saranno di
una ricaduta teorica del concetto stesso di enciclopedia, così nostra pertinenza i problemi più strettamente connessi alla
come formulata da Eco (1984); è stato infatti già messo in eviden- dimensione individuale di appropriazione del passato, essendo
za come la visione globale dell’enciclopedia valga unicamente il soggetto considerato esclusivamente nei processi locali nei
come ipotesi regolativa3, tanto che l’enciclopedia non può esse- quali si ricrea la memoria culturale. La memoria di cui si interes-
re altro che lo sfondo su cui si stagliano processi di senso locali. sa la semiotica è quindi l’effetto dell’interazione fra i diversi ele-
In una dimensione situazionale vengono sempre attivate por- menti posti in relazione dalle pratiche di significazione. Se
zioni diverse dell’enciclopedia e questo ritaglio di una sezione immaginiamo un visitatore che cammina tra le rovine dell’acro-
enciclopedica parziale opera una costante ridefinizione conte- poli ateniese, e immaginiamo come il suo sguardo e il suo per-
stuale dei rapporti tra gli elementi culturali di cui l’Enciclopedia corso incontrino delle salienze che riattivano alcune conoscenze
rappresenta lo sfondo4, producendo così di fatto una nuova o gliene offrano di nuove, ci accorgiamo di come questo sia un
visione del passato. interessante momento di produzione della memoria.
Al livello fin qui considerato, rimane tuttavia ancora esclusa
una dimensione comunque presente in tutti i processi di senso, 2. La memoria come processo distribuito
quella interpretativa, in qualche modo responsabile della produ- Al fine di rendere chiara ed euristica la nostra proposta, pre-
zione dei significati. Tale dimensione sarà analizzata facendo rife- senteremo a questo punto una riflessione sul tema della distribu-
rimento da una parte alle articolazioni interne dell’Enciclopedia – zione, su come questo approccio sia integrabile in una prospetti-
ad esempio il rapporto tra enciclopedie specialistiche ed enciclo- va semiotica e su come esso possa rendere conto di determina-
pedia media (Eco 1984; Violi 1992) – e dall’altra alle modalità di te forme di memoria.
acquisizione e di stabilizzazione degli abiti interpretativi. Come si Abbiamo infatti visto come sia molto difficile e discutibile
vedrà di seguito, saranno proprio queste strutture, interpretabili individuare un solo centro di memoria, che si collochi univoca-
come ulteriori dispositivi di filtraggio, a consentire da un lato la mente nell’individuo, nei supporti o nei codici culturali. Una
3 Vedi anche Violi (1992).
4 Cfr. Paolucci (2005).

Chora N. 16, Settembre 2008


10 mEmoria culturalE E procESSi intErprEtativi

prospettiva semiotica, intesa nel modo precedentemente deli- presentazione che serve da segno. Ma […] ogni cosa che sia
neato, non incoraggia una visione statica della memoria, ma pri- presente a noi è una manifestazione fenomenica di noi stes-
vilegia al contrario la considerazione dei percorsi dinamici della si. Questo non impedisce che essa sia un fenomeno di qual-
sua riattivazione attraverso traduzione e interpretazione, in che cosa esterna a noi, proprio come un arcobaleno è con-
modo trasversale rispetto ai soggetti e ai supporti materiali coin- temporaneamente una manifestazione sia del sole che della
volti. In questo senso, possiamo cercare nello sguardo della pioggia. (CP 5.283)
semiotica anche il fondamento di una delocalizzazione.
Cercheremo, però, anche di oltrepassare la pura determinazio- Dove sta dunque la cognizione? Qual è il luogo del pensiero
ne in negativo di questo processo (la memoria in nessun centro nel senso allargato che gli attribuisce Peirce (emozioni, senti-
esclusivo), al fine di studiare ciò che lo costruisce in positivo. menti, immagini, concetti etc.)? In base a quanto detto, si può già
Una prospettiva semiotica sulla memoria incoraggia a nostro comprendere che per Peirce i processi cognitivi non si localizza-
avviso un tipo peculiare di sensibilità, capace di proporre una no in un centro, ma sono piuttosto trasversali rispetto all’indivi-
nozione di memoria distribuita, duo; potremmo dire che lo attra-
non situata né negli oggetti né versano (Violi 2007, pp. 195-196),
nei soggetti, ma circolante in collegando un soggetto con i
configurazioni dinamiche ed segni interpretanti di cui è
eterogenee di molteplici attanti5, garante la sua comunità. Si trat-
legati tra loro da reti altrettanto ta perciò di una vera e propria
dinamiche di relazioni. In que- istanza terza, arcobaleno semioti-
sto senso, esternalizzare la memo- co tra il sole e la pioggia, che
ria, come vedremo nei casi par- media tra il collettivo e l’indivi-
ticolari di cui proporremo l’ana- duale, e che è irriducbile al dipo-
lisi, significa riorganizzare i pro- lo soggetto/oggetto. Peirce ama
cessi pragmatici e cognitivi coin- dire che non è affatto corretto
volti, orchestrandoli e coordi- affermare che “il pensiero è nel-
nandoli, piuttosto che localiz- l’uomo”, bensì occorre sempre
zarli una volta per tutte in una dire che “l’uomo è nel pensie-
serie di attori, sociali o tecnologi- ro”, delocalizzato e distribuito in
ci che siano (soggetti, supporti, quella rete di segni interpretanti
individui etc.). che potrebbero volgersi indietro
Da dove proviene allora que- I binari verso Auschwitz dicendogli “tu non significhi
sta disposizione della semiotica? Quali sono le sue radici teore- niente che non ti abbiamo insegnato noi” (CP 5.313). In questo
tiche? Per rispondere a questa domanda, ci sembra utile indaga- senso, possiamo riprendere ciò che Violi dice a proposito del
re brevemente la tradizione teorica della nostra disciplina, al fine rapporto tra soggetto e semiosi, riferendosi alla teoria della sog-
di comprendere meglio come vengano descritti al suo interno i gettività che Eco ha elaborato proprio su questa base peirceana:
processi cognitivi. Il primo passo è quello di confrontarsi con la
teoria di Peirce, il quale propone appunto quella che si è potuta In quanto semiosi, il soggetto è una configurazione diffusa,
chiamare una semiotica cognitiva6 . Se rileggiamo i suoi saggi anti- non circoscritta né circoscrivibile, dal momento che non è
cartesiani, ci rendiamo conto di come per Peirce tutta l’attività riconducibile ad una istanza determinata una volta per tutte,
cognitiva sia essenzialmente esternalizzata nella misura in cui né ad alcuna entità semiotica prefissata come era il codice.
essa è semiotica, e cioè è conforme alle leggi dell’inferenza valida: Non è statica ma dinamica, legata alle pratiche di costruzione
non si può pensare se non attraverso segni, che non sono nient’al- e di trasformazione del senso. Ma poiché queste pratiche sono
tro che modi di collegare ad alcune premesse l’evidenza di una storiche e integrate nella prassi e nel lavoro umano, anche la
possibile conclusione (o viceversa). Peirce pone, infatti, come soggettività ne risulta storicamente e materialmente fondata.
prima incapacità dell’uomo la possibilità di qualsiasi suo potere di […] il soggetto non è né forma dell’individuale, né istanza del
introspezione, senza che questo voglia dire in nessun caso la nega- trascendentale. (Violi 2007, pp. 181-182)
zione dell’esistenza degli stati interni del soggetto. Peirce sostiene,
infatti, che noi non possediamo alcun accesso diretto e intuitivo ai Un processo cognitivo, dunque, per Peirce non si esaurirà mai
nostri stati interni, ma che essi sono sempre inferiti ipoteticamen- nelle sensazioni individuali, nell’opposizione di un soggetto a
te a partire da conoscenze precedenti su stati esterni che funziona- un oggetto o nel normativismo delle convenzioni culturali.
no da segni. Ecco allora che l’esternalismo peirceano non va affat- Chiamerà sempre in causa tutti questi tre aspetti come determi-
to confuso né con un sostanzialismo né con una triviale negazio- nazioni parziali e temporanee, ma al tempo stesso li oltrepasse-
ne dell’esistenza dei nostri stati interni; esso delinea invece una rà sempre verso uno stato marcato dalla loro compresenza, san-
prospettiva in cui l’esternalizzazione semiotica che definisce qual- cita dal procedere dell’interpretazione. Del resto “non abbiamo
siasi attività cognitiva di pensiero è sempre neutra rispetto all’op- alcun concetto dell’assolutamente inconoscibile” per Peirce, e di
posizione ‘soggetto vs oggetto’ o ‘interno vs esterno’, conforme- conseguenza non avremo mai una cosa in sé (CP 5.310-312), ma
mente a quanto ci proponiamo di sostenere con questo nostro sempre un insieme di rapporti e di relazioni che consentono di
lavoro sulla memoria. osservare e interpretare parti del mondo o aspetti della realtà.
Riformulata la natura dei processi cognitivi attraverso la
Ogni qualvolta pensiamo, abbiamo presente alla coscien- semiosi ed evidenziato il loro essere ‘istanza terza’ rispetto all’in-
za un sentimento, un’immagine, un concetto o un’altra rap- dividuo e alla collettività, si può procedere nella direzione di cer-
5 Il termine ‘attante’ proviene dalla linguistica di Lucien Tesnière. In semiotica, esso nasce col nome di ‘relativo’ nella logica delle
relazioni di Peirce e viene ripreso nella sua denominazione tesnièriana dalla teoria narrativa di Greimas (Greimas e Courtès 1979,
p. 40 tr. it.). In tutti e tre questi casi, esso serve a definire qualunque istanza coinvolta in processi e programmi d’azione, indipen-
dentemente dal suo statuto ontologico. Possono essere attanti degli esseri umani o degli artefatti tecnologici: ciò che conta è la loro
posizione reciproca all’interno dei processi, in funzione del sistema di valori considerato. L’attante non è altro che una posizione che
presenta un’identità puramente topologica e relazionale e che si distingue dagli attori concreti in cui si incarna.
6 Cfr. Bonfantini (1980, p. XXII).

Chora N. 16, Settembre 2008


dottorato in discipline seMiotiche 11

care altre basi per un recupero di quest’ottica anti-essenzialista lità dei comportamenti, dei ruoli e delle posizioni è sempre
e anti-ontologica che è costitutiva della semiotica. A questo un prodotto condiviso e pubblico, il modo in cui gli attan-
proposito, possiamo rifarci al portato positivo dello struttura- ti si orientano reciprocamente all’interno di processi prag-
lismo, proveniente dalla genealogia che collega Saussure, matico-cognitivi è qualcosa di visibile e di concreto, dal
Hjelmslev, Lévi-Strauss e Greimas, e che trova una felice sin- momento che è marcato inevitabilmente dalla produzione di
tesi dei suoi caratteri distintivi nella formulazione di Deleuze segni e può dunque essere colto e descritto anche dalla pra-
(1973, p. 91 tr. it.). Con grande lucidità, Deleuze coglie infatti tica interpretativa esterna di un osservatore.
nello strutturalismo la premi- Secondo quanto abbiamo
nenza teorica della relazione: detto finora, capiamo dunque
esiste sempre uno scarto tra ter- come è la natura stessa della
mini, scarto che li colloca l’uno semiosi a poter essere descritta
in rapporto all’altro in modo come distribuita. Tanto più
che essi intrattengano tra loro che, tenendo presente il lega-
delle dipendenze all’interno di me inscindibile tra semiosi e
un sistema differenziale che cognizione, ci è possibile nota-
definisce la loro identità. Ogni re come la svolta situata delle
elemento ha infatti esclusiva- scienze cognitive e sociali non
mente un valore posizionale che colga certo impreparata la
dipende dalla rete di rapporti semiotica, ma anzi crei le basi
che lo legano a tutte le altre per una loro mutua traducibili-
posizioni. Queste correlazioni tà. Le cosiddette Situativity
non derivano quindi mai dalla Theories (Greeno e Moore 1993,
predicazione di presunte pro- p. 49), tra cui ad esempio le teo-
prietà sostanziali e individuali, rie della Distributed Cognition
che per Deleuze appartengono (Hutchins 1995 e 2000), Situated
infatti ai domini del “reale” e Action (Suchman 1987) e
dell’”immaginario”, rispetto ai FIG. 1 - L’effige del Teatro La Fenice Situated Cognition (Lave 1988;
quali la struttura è “terza” Kirshner e Whitson 1997) –
(1973, p. 92 tr. it.)7 . La nozione fondante che la semiotica ere- insieme agli studi che nel campo etnografico o dell’analisi
dita dallo strutturalismo è questa capacità di non identificare della conversazione hanno lavorato assiduamente nell’arco
posizioni determinate in se stesse attraverso proprietà, ma di di trent’anni sullo spinoso ‘problema del contesto’ (Goodwin
cogliere invece delle differenze tramite sistemi locali di relazio- e Duranti 1992) – seppur con le loro differenti opzioni meto-
ni8 . Per tutto ciò che abbiamo detto finora, si può quindi com- dologiche, stanno costruendo ultimamente un quadro
prendere come la semiosi inquadri uno spazio intermedio posto comune di riferimento.
al di là, o al di qua, di ogni determinazione oppositiva tra l’in- In questa chiave, i processi pragmatici e cognitivi sono sem-
dividuale e il collettivo, tra l’interno e l’esterno, tra il soggetti- pre considerati come attività situate in relazione a precise e con-
vo e l’oggettivo: “arcobaleno tra il sole e la pioggia”. crete circostanze, che vengono portate avanti e negoziate in
In tale direzione, possiamo riprendere infine una delle logiche modo collettivo e condiviso. Esse prevedono sempre la media-
del senso più importanti in semiotica, vero e proprio principio di zione di artefatti, o di attori umani posizionati in rapporti reci-
intelligibilità e di comprensione dei processi di attribuzione di proci, rispetto al conseguimento di obiettivi e scopi comuni.
senso, e cioè la narratività. Essa funziona infatti a un certo livello Per questo sarebbe impossibile e assurdo isolare la cognizione
proprio in un modo relazionale, non assegnando cioè figure in una situazione artificiale (un laboratorio) per ridurre e
attoriali fisse o ontologiche, ma situando al contrario delle posi- dominarne le variabili. Al contrario, se si vuole raggiungere un
zioni in maniera relativa le une rispetto alle altre, distribuendo qualche tipo di comprensione di questi processi (sempre inter-
ruoli che vengono negoziati localmente. dipendenti rispetto a quelli pragmatici e percettivi), bisognerà
Prima la Logica dei relativi di Peirce (CP 3.45), poi la nozione studiare attentamente le circostanze naturali della loro produ-
di valenza di Tesnière (1959) e infine la sintassi narrativa di zione, evidenziando limitazioni, risorse materiali, comunicati-
Greimas (Greimas e Courtès 1979, p. 331 tr. it.) hanno dato la ve e mediazioni attraverso veicoli di esternalizzazione.
possibilità di focalizzare come nei processi si organizzino ruoli Da un altro punto di vista, seppur con alcune forti mar-
attanziali, mediazioni e pertinenze, disposti sempre in modo che anticognitiviste che la contraddistinguono rispetto alle
relativo gli uni nei confronti degli altri. La teoria linguistica di teorie ricordate sopra, ci si può riferire anche alla posizione
Tesnière, ad esempio, ha portato a rivedere tutta la struttura della sociologia della scienza francese, in particolare
logica della frase: ponendo al centro il verbo e consentendo di all’Actor Network Theory. Anche secondo Latour (1994, pp.
ripensare criticamente il primato della costruzione soggetto- 216-219 tr. it.), ogni azione attraversa ancora una volta uno
predicato, è riuscita a sfruttare le potenzialità di una linea di spazio medio, non riducibile né alla società né ad alcuna
pensiero che partendo dagli Stoici è passata attraverso Peirce. microinterazione tra individui. Essa è in bilico tra una sedi-
Lo stesso tipo di eredità teorica ha portato Greimas al pieno mentazione in una cornice materiale che la cattura tempo-
sviluppo di una grammatica narrativa che consente di identifi- raneamente e la sua dispersione in un tessuto relazionale di
care un fondamentale nucleo motore di comprensione e intel- mediatori sociali e tecnologici, una vera e propria rete (ib.,
ligibilità di percorsi d’azione inscritti nei testi. pp. 205-210 tr. it.). La mediazione realizza quindi al tempo
Da questo punto di vista, laddove si ha produzione di senso stesso sia lo stabilizzarsi e il situarsi dei processi pragmati-
e circolazione di un’attività comunicativa e cognitiva concerta- ci e delle interazioni, sia la connessione e la messa in rap-
ta, si ha sempre un processo e una negoziazione locale9 a chiu- porto di traduzione reciproca degli attanti (ib., p. 220 tr. it.)
dere un sistema. Allo stesso tempo, siccome la mutua intelligibi- collegati da un sistema di relazioni.
7 Anche in questo caso viene ribadito quello spazio intermedio, o “terzo regno” (Deleuze 1973, p. 92 tr. it.) occupato dal semiotico
che Deleuze, dal canto suo, chiama peircianamente “simbolico”.
8 Cfr. Violi (2007) e Paolucci (2005).
9 Esprimibili linguisticamente con un verbo d’azione, o narrativamente come programma narrativo.

Chora N. 16, Settembre 2008


12 mEmoria culturalE E procESSi intErprEtativi

Non abbiamo bisogno d’insistere a questo punto su quanto di Peirce e le osservazioni su abiti non umani, come quelli dei “corsi
queste posizioni siano vicine a una teoria semiotica e a quanto d’acqua” o delle “piante” (CP 5.492), fanno pensare che ci si rife-
abbiamo detto a proposito della semiosi e dell’interpretazione. risca a una tendenza ad agire configurata anche in base ad anda-
Se si assume che la taglia dei processi cognitivi e di attribuzio- menti e ripetizioni di determinate occorrenze esterne della realtà.
ne di senso sia trasversale rispetto all’individuo e alla colletti- Vorremmo allora suggerire che la produttività della nozione
vità, e che essi vengano realizzati solo attraverso una distribu- di abito riguarda per noi la costruzione di un dispositivo, e cioè di
zione che collega e contratta rapporti e posizioni, sembra pro- un sistema sempre locale, circostanziato ed emergente che rego-
ficuo utilizzare la stessa ipotesi interpretativa anche rispetto al la la mutua disposizione e l’adeguamento reciproco tra istanze
problema della memoria. eterogenee all’interno di una collettività. Un dispositivo non è
Nell’orizzonte teorico della memoria, la questione della infatti in alcun modo riducibile a un deposito trascendente di
semiosi sembra costitutiva, se ci ricordiamo come l’esternalizza-
zione, che ne condiziona la possibilità, avvenga sempre tramite
la mediazione di segni, e cioè attraverso l’interpretazione.
Sappiamo infatti che l’inferenza alla base di un processo di signi-
ficazione è soggetta alla permanenza e alla ripetizione, grazie a
una stabilizzazione che le deriva da abiti e convenzioni.
Nell’abito si perpetua la memoria di un’inferenza, della mediazio-
ne tra un segno e un aspetto della realtà, che si distribuisce in
maniera condivisa e rende possibile perciò un recupero, una
chiave d’accesso a ciò che diviene un’unità culturale. È la semio-
si stessa che reca memoria delle interpretazioni precedenti attra-
verso quello che per Peirce è il fissarsi della credenza tramite un
abito, o, per Eco, il portato stesso dell’Enciclopedia.
Possiamo allora pensare alla memoria, sulla scorta di queste
considerazioni, come processo mediato, né individuale, né
appannaggio esclusivo di una collettività. Vorremmo indagare
da un lato una memoria che si dà solo attraverso mediazioni, e
dall’altro proprio queste mediazioni che realizzano la memoria.
A questo proposito, occorre spendere una riflessione sulla
duttilità del concetto di ‘abito’ in Peirce. Un abito è una “dispo- FIG. 2 - Palchi del Teatro La Fenice
sizione ad agire in un certo modo in date circostanze e per un
dato motivo” (CP 5.480). In questo modo, si sta considerando un norme in varia misura interiorizzate né a un’istanza concreta
punto di stabilizzazione dell’interpretazione attraverso “l’azio- che presiede alle logiche di attori concreti. Come nota Bonfantini
ne di un segno” (CP 5.472): il pensiero a un certo punto ha biso- (in Peirce, CP; nota 8 tr. it.), si tratta forse più di marcare “un
gno di prendere fiato, di “riposarsi” (CP 5.396-5.397), fissandosi principio sintetico di azione che fonda insieme un abito e una
su un significato stabile degli oggetti illuminati dalla semiosi. Si regola teorica per il dominio complessivo di aree ben delimita-
crea perciò la permanenza condivisa di un significato attraverso te della realtà oggettiva”.
un interpretante logico-finale (CP 5.476), che da quel momento Notiamo infine che gli abiti forniscono certamente stabiliz-
diviene guida per tutte le interpretazioni successive. Siccome in zazione, ma anche un principio per il cambiamento.
una filosofia pragmatista il significato è inteso come effetto, con- L’interpretazione, infatti, non si arresta definitivamente a una
seguenza pratica degli atti di pensiero (CP 5.466), questo signifi- determinazione immodificabile; nella credenza c’è anche la
cato stabilizzato è appunto un abito, visto come “tendenza a trasmissione del germe che contiene le potenzialità per il pro-
comportarsi effettivamente in un modo simile in circostanze prio stesso superamento (CP 5.397), che definisce un nuovo
simili nel futuro” (CP 5.487). Una credenza è il frutto compiuto di punto di partenza per l’azione e per il pensiero. In questa pecu-
questo “pensiero in riposo” (CP 5.397), che comporta l’iterazio- liare duplicità dell’abito, ritroviamo dunque sia il carattere di
ne dei comportamenti e, in più, ha un carattere autoriflessivo: è costruzione condivisa su base semiotica di una permanenza,
un abito “deliberato” o “autocontrollato” (CP 5.487). sia quello di una forza dinamica che può produrre nuova
Ci sembra, dunque, possibile in questa prospettiva considera- memoria, permanenza rinnovata.
re la memoria come mediata e realizzata sulla base di abiti; si Vorremmo proporre allora una visione della memoria come
stanno infatti prendendo in considerazione gli effetti pragmati- dispositivo distribuito, cioè come prodotto emergente da una confi-
ci della sedimentazione e della permanenza di significati condi- gurazione di istanze eterogenee coinvolte da processi mediati da
visi, e lo stabilizzarsi e il rinnovarsi dell’interpretazione attorno abiti. Non si pretenderà certo che le presenti considerazioni ridu-
a un nodo semiotico stabile che è una sorta di memoria delle cano la memoria a un unico schema. Al contrario, stiamo sempli-
interpretazioni che guiderà quelle future. cemente cercando di mostrare la specificità di un approccio
Si può pensare allora a un sistema di norme collettive che gui- semiotico al problema in oggetto, specificità di cui ci preoccupere-
dano a monte i comportamenti? Oppure, in quanto credenze, mo ora di mostrare anche e soprattutto l’euristicità nella pratica di
possiamo pensare a un deposito mnestico individuale e a un’in- analisi. Mostreremo cioè la potenza esplicativa dell’avere identifi-
teriorizzazione di qualcosa che proviene dall’esterno? La nozione cato uno spazio della memoria nella sua distribuzione attanziale
di abito non sembra riducibile ad alcuna di queste polarità: in irriducibile alle logiche dell’individuale e del collettivo, così come
quanto segno e Terzità (un interpretatante logico), l’abito si trove- a quelle dell’interno e dell’esterno. In questo senso, e in modo più
rà instancabilmente a mediare tra le istanze in gioco, a concatenar- circoscritto, seguendo le indicazioni della semiotica e del panora-
le, a gettare i ponti per una loro commensurabilità, pur non esau- ma consonante delle scienze sociali ricordate, si potrà cercare di
rendosi in alcuna di esse. In quanto costruzione corale, ripetibile vedere come una memoria culturale distribuita venga recupera-
nelle medesime circostanze, l’abito si offrirà per creare la pubblica ta, riattualizzata e costruita localmente in modo inter-attanziale.
visibilità dei comportamenti, la loro condivisione e la loro intelli- Per fare questo, occorrerà però scoprire come vengono realizzati
gibilità. L’idea di disposizione all’azione e l’accento sul ripresentarsi i meccanismi di permanenza, recupero e ripetizione che permettono
di circostanze e scopi ci sembrano inoltre rinviare a un certo tipo la costruzione della memoria attraverso la mediazione di abiti.
di concatenazione pragmatica di elementi, a una configurazione L’aspetto cruciale che occorrerà indagare a questo proposito è a
di condizioni specifiche. Infine, le considerazioni antipsicologiste nostro avviso quello del filtraggio.

Chora N. 16, Settembre 2008


dottorato in discipline seMiotiche 13

3. Memoria distribuita e meccanismi di filtraggio del passato, ma, ponendoci in una posizione neutra rispetto al
Se la memoria di cui ci occupiamo è una memoria non dualismo soggetto-oggetto, vorremmo sottolineare come, nei
localizzabile una volta per tutte né nei soggetti (che ricorda- meccanismi di filtraggio di cui parliamo, la soggettività umana
no), né negli oggetti (ricordati o che aiutano a ricordare), né debba sempre fare i conti con il sistema di relazioni in cui si trova
nei codici intesi come depositi statici di conoscenze, ma è ad assumere un ruolo nella contingenza di una pratica situata.
invece circolante nelle relazioni complesse e dinamiche che Ad esempio, come vedremo, nelle pratiche di restauro la sele-
le pratiche di significazione costruiscono di volta in volta, è zione di ciò che viene mantenuto e di ciò che viene modificato
allora necessario chiedersi che tipo di meccanismi caratteriz- dell’originale è sicuramente influenzata dalle scelte operate
zino una memoria distribuita. dagli attori coinvolti nella pratica stessa, ma, da un punto di
Nella nostra ottica, la memoria viene costruita, ricostruita, vista semiotico, il senso del passato che viene filtrato nel presen-
decostruita attraverso dei dispositivi di filtraggio che regolano te non è minimamente riducibile a questo atto intenzionale.
il passaggio e la trasformazione del senso nel tempo.
Per chiarire che cosa intendiamo per filtraggio, vorremmo 3.3. Filtraggio, traduzione e interpretazione
innanzi tutto mettere in luce come tale concetto si distingua da Una volta chiarito che cosa non è il filtraggio rimane aperta
altri modelli che tentano di spiegare come il passato possa la questione di come possano essere descritti i meccanismi fil-
essere reso presente. tranti che abbiamo posto al cuore del funzionamento di una
memoria distribuita.
3.1. Filtraggio vs. trasmissione Un primo passo in questa direzione consiste nel recupero del
Il concetto di filtraggio si contrappone innanzitutto all’idea concetto di ‘traduzione’10 in Lotman, il quale, nella sua teoria
di una trasmissione di informazioni nel tempo intesa come semiotica della cultura, non solo pone l’accento sul tema della
mera trasposizione di dati archiviati in dispositivi di memoria. memoria, ma chiama in causa proprio l’idea di filtro al fine di
In una tale prospettiva, riconducibile all’opzione teorica che rendere conto dello sviluppo dinamico di una cultura.
abbiamo definito ‘esternalizzazione ingenua della memoria’, Partendo dal concetto di semiosfera, intesa come “continuum
la trasmissione di significati nel tempo sarebbe delegata a degli semiotico pieno di formazioni di tipo diverso” (Lotman 1985, p.
oggetti esterni che, circolando da un momento storico a un 56), “spazio semiotico al di fuori del quale non è possibile l’esi-
altro, porterebbero con sé informazioni del passato recupera- stenza della semiosi”, Lotman giunge a caratterizzare il funzio-
bili ogni qualvolta necessario. namento di ogni semiosfera in relazione all’organizzazione dei
Il concetto di filtraggio mette invece l’accento sulla natura
processuale e problematica di ogni passaggio di senso nel
tempo, passaggio che non è mai semplice trasmissione, ma
comporta sempre la produzione di nuova informazione. Se l’idea
di trasmissione di dati è la conseguenza di una concezione
ingenua di memoria esternalizzata, l’idea di filtraggio è il cor-
relato di una visione distribuita dell’esternalizzazione, secon-
do cui il senso che rimane in memoria non è contenuto nell’og-
getto tramandato, bensì è circolante nelle interpretazioni e
negli usi del passato che si generano in situazioni localmente
determinate. Giocando un po’ con le parole, potremmo dire
che l’approccio distribuito propone l’idea di una traduzione del
passato, che comporta sempre una sua trasformazione e rein-
terpretazione; e non l’idea di una tradizione del passato, intesa
nel senso etimologico, e cioè come risultato dell’atto di ‘mette-
re in mano’, ‘consegnare’ il passato ai posteri.
FIG. 3 - Sala Grande
3.2. Filtraggio vs. selezione volontaria
I meccanismi di filtraggio, pur funzionando come meccani- suoi confini, intendendo per confine la “somma dei «filtri» lin-
smi selettivi, si distinguono da atti coscienti di selezione del pas- guistici di traduzione” (ib., p. 58 tr. it.), “meccanismo bi-linguisti-
sato in cui i membri di una cultura decidono volontariamente co che traduce le comunicazioni esterne nel linguaggio interno
quali aspetti debbano essere ricordati e quali dimenticati. della semiosfera e viceversa” (ib., p. 60 tr. it.).
In armonia con un’idea distribuita di memoria, i meccanismi Il confine funziona come un filtro permeabile e poroso che rego-
di filtraggio, per come vengono intesi in questa sede, non sono la il passaggio di un testo, inteso come un qualsiasi frammento di
ascrivibili a un soggetto trascendente, ma sono in qualche modo semiosfera, da uno spazio esterno (estraneo) a uno spazio interno
impersonali, anonimi. Potremmo dire, riprendendo le parole di (proprio) e viceversa. Se da un certo punto di vista il confine separa
Eco, che il filtraggio avviene “per una sorta di inerzia”: uno spazio semiotico dal suo esterno, costruendo un’alterità, da un
altro punto di vista il confine unisceuno spazio semiotico a un altro,
La dimenticanza-filtraggio operata dall’Enciclopedia creando così un dialogo tra due sistemi diversi e costruendo così
Media non dipende né dalla volontà di un singolo né da una comunicabilità tra due alterità.
un atto cosciente di volontà collettiva: si stabilisce per Il concetto di traduzione, in quanto processo “che va dall’alte-
una sorta di inerzia, talora persino per cause naturali, rità all’alterità” (Sedda 2006), può gettare luce sui meccanismi di
come la cancellazione di tutto quello che concerneva filtraggio che caratterizzano una memoria distribuita: la tradu-
Atlantide, se è mai esistita. (Eco 2007, p. 97) zione del passato, istituendo un piano in comune tra uno spazio
semiotico più o meno lontano nel tempo e uno spazio semioti-
Con questo non intendiamo dire che le scelte consapevoli e co attuale, crea un dialogo reciproco tra due alterità, modifican-
volontarie di soggetti individuali o collettivi non possano condi- do allo stesso tempo il senso attribuito al passato e i sensi passa-
zionare in alcun modo i processi di costruzione e ricostruzione ti circolanti nella situazione presente.
10 Lotman usa il termine “traduzione” in un’accezione molto allargata che comprende anche i suoi significati metaforici: in questo
senso non ci occupiamo qui della traduzione in senso stretto per la cui trattazione rimandiamo a Eco (2003), Nergaard (1993; 1995).
Per il dibattito sulle relazioni tra il concetto di traduzione e quello di interpretazione rimandiamo invece a Dusi e Nergaard (2000).

Chora N. 16, Settembre 2008


14 mEmoria culturalE E procESSi intErprEtativi

In quest’ottica, il concetto lotmaniano di traduzione diverrà memoria, nel caso della creazione di nuova cultura
non è lontano da un’idea di interpretazione intesa come (Lotman e Uspenskij 1975, p. 44). Un testo può essere così inte-
“costruzione di commensurabilità locali tra elementi ete- so sia come realizzazione di un programma di comportamento,
rogenei appartenenti a domini differenti” (Paolucci 2006, sia come un programma di comportamento rivolto al futuro14.
p. 139), idea che permette di illuminare ulteriori aspetti Troviamo qui implicato un nodo centrale, e cioè quello del
dei meccanismi di filtraggio in gioco nella costruzione e “sistema di regole semiotiche secondo le quali l’esperienza di
ricostruzione di una memoria distribuita. Se la traduzio- vita si fa cultura”, che presuppone “la costruzione di regole per
ne mette in relazione reciproca un sistema semiotico di la traduzione dell’esperienza immediata in un testo” (ib., p. 44).
partenza e un sistema semiotico di arrivo e rende conto Può allora essere utile ricordare che per cultura Lotman inten-
del processo di scambio reciproco tra i due sistemi, l’in- de “un sistema di segni sottoposto a regole strutturali” e un
terpretazione mette l’accento sul “processo genetico di “insieme di testi storicamente realizzati in questo sistema di
traducibilità, o di instaurazione di commensurabilità” e segni” (ib.1975, p. 30). In questo modo, possiamo a questo punto
rende conto di come il passaggio di un elemento da un avanzare la proposta che per Lotman sia la testualità nel suo
sistema a un altro sia possibile solo attraverso la creazio- complesso a essere il luogo in cui si compie filtraggio culturale,
ne di una catena di interpretanti (ib., p. 139)11. dispositivo capace di far passare forme e contenuti fra una zona
In questa prospettiva, per poter creare un collegamento e l’altra di una data cultura o fra strati della stessa, catalizzatore
tra un elemento del passato e una situazione presente, è di informazioni che in rapporto con altri testi permette un accre-
fondamentale produrre un nuovo segno più o meno com- scimento di senso (Lotman 1985, p. 65; Lotman 1993; Demaria
plesso che interpreti l’elemento del passato. È solo produ- 2006, p. 35). Tuttavia, non pare essere sufficiente sostenere solo
cendo un nuovo segno, infatti, che è possibile tradurre un che la cultura crea un insieme di testi, che i testi la realizzano e
elemento del passato e renderlo presente e interpretabile che essa si riduca a un ambito di selezione di elementi che
oggi all’interno di una data cultura. appartengono a quel determinato universo che abbiamo detto
Sebbene il concetto lotmaniano di traduzione e quello peircea- essere la semiosfera. Infatti, questo non aggiungerebbe molto ai
no di interpretazione abbiano molti aspetti in comune, essi pos- fini di una descrizione dinamica della semiosfera stessa e delle
sono illuminarsi a vicenda e aiutarci a comprendere i meccani- sue logiche, che è il nostro vero e proprio obiettivo. È necessario,
smi che regolano il passaggio di senso nel tempo proprio grazie di conseguenza, specificare come il meccanismo di filtraggio si
alle sottili differenze che li distinguono. Piuttosto che scegliere attivi a causa dell’incontro-scontro tra diverse semiosfere, il che
l’una o l’altra prospettiva, preferiamo quindi tenere insieme il avviene proprio grazie alla circolazione di testi da una semiosfe-
portato euristico di entrambi i modelli: da un lato l’interpretazio- ra all’altra. Un simile dinamismo chiama in causa l’insieme dei
ne peirceana ci permette di non perdere la natura processuale di sistemi di segni convocati in questo passaggio. Ne deriva così
ogni passaggio di senso nel tempo e di tenere conto di come che il testo opera come catalizzatore del senso e il dialogo tra lin-
ogni passaggio comporti la creazione di una catena di interpre- guaggi e tra sistemi di segni che entrano in contatto grazie ai testi
tanti più o meno complessa, fondamentale per costruire una (e di cui i testi stessi sono realizzazione) svolge il ruolo di filtro.
comunicabilità tra due sistemi eterogenei. Dall’altro lato, ci sem- Tale prospettiva invita dunque a orientare lo sguardo tanto
bra che il concetto lotmaniano di traduzione sia invece impor- verso il testo da un lato, quanto verso il sistema di segni che
tante per mettere in luce la relazione dialogica tra un sistema viene realizzato e verso i codici che vengono convocati nell’in-
semiotico di partenza (il passato potenzialmente recuperabile) e terpretazione dall’altro, dal momento che anche questi ultimi
un sistema semiotico di arrivo (la situazione presente e attua- sono dotati di memoria, di una loro storia. Per Lotman, infatti, il
le)12, in un processo di recupero o di ricostruzione del passato. sistema complesso della memoria appartiene sia alle singole sot-
tostrutture semiotiche sia alla semiosfera nella sua profondità
3.4. Il filtraggio in Lotman ed Eco diacronica ed è indispensabile per il suo funzionamento.
A questo punto, è senz’altro necessario porsi a un livello ope- Lotman ipotizza che nella semiosfera “ci sia una regolarità inter-
rativo al fine di provare a riconoscere cosa possa agire come fil- na e una dipendenza tra le parti, la cui correlazione dinamica
tro nel passaggio di senso nel tempo. Abbiamo descritto il mec- viene a costituire il comportamento della semiosfera” (1985, p.
canismo filtrante attraverso i concetti di traduzione e interpreta- 69). Questa regolarità viene facilitata dal dispositivo di filtro che
zione. Il nostro tentativo sarà ora quello di verificare che cosa sia attiva il testo. È grazie a questo dispositivo di filtraggio che “il
individuabile come meccanismo filtrante in Lotman ed Eco, in sistema possiede una memoria degli stati precedenti e un poten-
cui si riconosce come centrale un legame inevitabile tra memo- ziale presentimento del futuro” (Lotman 1993, p. 213 tr. it.).
ria e cultura. Una seconda prospettiva utile per capire quale dispositivo
Per Lotman, “solo ciò che viene tradotto in un sistema di segni operi come filtro di memoria è quella offerta da Umberto Eco
può diventare patrimonio della memoria” (1985, p. 31). La (2007). A un’enciclopedia massimale, non coglibile e non descri-
memoria è cioè un meccanismo che contribuisce a creare un vibile nella sua globalità15, Eco affianca infatti un’enciclopedia
insieme di testi, intesi come realizzazioni della cultura (ib., p. media, una sorta di enciclopedia viva che corrisponde alle infor-
50)13. Questo comporta l’attenzione al processo diacronico pro- mazioni condivise da una cultura:
prio della cultura stessa, che per Lotman è dell’ordine di una
regola, e non certo di una casualità (ib., p. 67). Se la cultura è Ogni enciclopedia rinvia a porzioni sempre più vaste
memoria, essa si ricollega allora all’esperienza storica passata, di sapere, in un gioco di rimandi che è stato definito come
acquisendone piena coscienza post factum; ma allo stesso modo, virtuale. Come sfondo, ecco l’enciclopedia veramente vir-
essa si ricollega anche a un futuro ricostruibile rispetto a ciò che tuale, quella Massimale. Che l’Enciclopedia Massimale
11 Nell’ottica peirceana la semiosi è descrivibile come un’influenza triadica tra un segno, il suo oggetto e un interpretante, il quale
funge da istanza mediatrice che dice che ciò che essa dice è la stessa cosa detta dal segno precedente (CP 1.553). Ma l’interpretante
è a sua volta un segno che dice sempre qualcosa di più rispetto all’oggetto designato dal primo segno ed è suscettibile di essere a
sua volta interpretato.
12 Ovviamente sistema di arrivo e sistema di partenza sono artificiosamente definiti come tali all’interno di un processo di tradu-
zione e quindi sono sempre ridefinibili.
13 Abbiamo visto nell’introduzione (cfr. § 1) che Lotman (Lotman e Uspenskij 1975, p. 43) intende la cultura come “memoria non
ereditaria della collettività”.
14 Si veda a seguire la parte sull’abito per un possibile fecondo confronto con quanto qui sostenuto da Lotman.

Chora N. 16, Settembre 2008


dottorato in discipline seMiotiche 15

abbia una propria caratteristica di virtualità non è dato come se fosse un testo, e agiamo esattamente come agia-
solo dal fatto che non sappiamo mai dove essa si arresti; mo nel tentativo di comprendere un testo. Un testo (oltre
è che essa contiene potenzialmente anche quello che di che uno strumento per inventare o ricordare) è uno stru-
fatto (oggi) non contiene più. (Eco 2007, p. 99) mento per dimenticare, o almeno per rendere latente
qualcosa. (Eco 2007, p. 100)
L’Enciclopedia media di una data cultura […] ci garanti-
sce il ricordo dei grandi fatti storici o dei principi della fisi- Non si tratta, tuttavia, di una dimenticanza definitiva,
ca, ma lascia cadere un’infinità d’informazioni che la collet- bensì transitoria. Semmai, la dimenticanza prodotta dal
tività ha rimosso, in quanto non le giudicava utili o perti- testo permette l’istituzione di una certa regolarità inter-
nenti. (Eco 2007, p. 99) pretativa nel caso in cui siano le medesime proprietà a
essere selezionate. Il dispositivo di filtraggio della cultu-
L’enciclopedia media non contempla la compartecipazione ra attuato nel testo si realizza così attivando un processo
di tutti alle informazioni che contiene, ma contempla piuttosto di attualizzazione e narcotizzazione, delineando un
la loro compartecipabilità. Questo significa che nello spazio atteggiamento più o meno stabilizzato, una disposizione
enciclopedico che caratterizza ogni cultura vi sono sempre sia rispetto a determinate informazioni.
informazioni attualizzate che sono condivise sia informazioni in Se proviamo a riprendere quanto è stato detto per
latenza che potrebbero essere compartecipate. È qui che Eco Lotman, e cioè che il testo sia luogo di filtraggio culturale,
introduce il problema della memoria e dell’oblio, nel tentativo riusciamo a cogliere una certa attinenza con quanto affer-
di capire come possano essere condivise le stesse informazioni mato qui sopra da Eco. Nella cultura ci sono meccanismi
e come possa emergere la necessità di recuperare informazioni di stabilizzazione e destabilizzazione. Lotman, nella fatti-
in latenza o di produrne di nuove. specie, fa riferimento alle “metadescrizioni delle norme
Per Eco, è la cultura sotto forma di enciclopedia media a svol- culturali che sono alla base della creazione di nuovi testi,
gere la funzione di filtro; essa “non fa altro che selezionare i dati ne stimolano la produzione e, nello stesso tempo, si
della propria memoria” (Eco 2007, p. 97), per evitare di far sape- oppongono alle formazioni di testi di un certo tipo”
re ciò che non sarebbe compreso, secondo quindi un criterio di (Lotman 1985, p. 97).
compatibilità. Se la dimenticanza è infatti utile “per non sovrac-
caricare oltre il sostenibile la memoria collettiva” (ib., p. 96), ciò
non toglie che le informazioni scartate siano rese latenti e che
possano sempre riemergere ripresentificate e rivivificate nella
cultura: “In questi casi, talora la memoria collettiva si riappro-
pria di quei dati reinserendoli nell’enciclopedia media, talora
decide di lasciarli in qualche riserva specializzata” (ib., p. 97).
Questo dispositivo di filtraggio fa allora cadere talune proprie-
tà, seleziona e lascia in latenza (ib., p. 90) una serie di informazio-
ni al fine di trattenere ciò che invece è considerato essenziale.
La cultura, quindi, conserva e filtra, opera continuamente un
processo di cancellazione per sopravvivere:

Le culture si presentano proprio come dispositivi che non


soltanto servono a conservare e tramandare le informazio-
ni utili alla loro sopravvivenza in quanto culture, ma anche
a cancellare l’informazione giudicata eccedente. La cultura FIG. 4 -Sala Grande
non fa dimenticare agli individui quello che sanno ma tace
loro quello che non sanno ancora. (Eco 2007, p. 95)
3.5. Filtraggio e abiti interpretativi
Tuttavia, è necessario chiedersi attraverso quali strumenti I testi della cultura coinvolti nei dispositivi di conservazione
questo possa avvenire. Sempre secondo Eco, se la cultura ed elaborazione che strutturano lo spazio della semiosfera e
agisce come filtro, l’operazione di filtraggio si verifica nell’in- dell’enciclopedia sono prodotti e connessi tra loro in funzione
terpretazione testuale: è la testualità, intesa come meccani- di norme culturali che intendiamo come non preesistenti.
smo di dimenticanza16, che induce a magnificare certe pro- Vogliamo cioè affermare che le norme regolative che permetto-
prietà e a narcotizzare quelle che sono irrilevanti per l’inter- no l’organizzazione di una data cultura non sono sovradeter-
pretazione di un certo testo: minate e fissate una volta per tutte, ma sono invece costituite
nella reciproca co-implicazione di sistema e processo, e cioè
Si comprende come, ogni volta che per disambiguare riconfigurate localmente nelle pratiche di produzione del
un qualsiasi enunciato in contesto dato si costruisce una senso. L’idea di una memoria distribuita permette di cogliere la
‘ontologia locale’ si fa ad hoc la stessa operazione che una formazione processuale di regolarità, che tiene conto di una
cultura fa per costituire la propria Enciclopedia Media. Si conformazione sistemica che viene a sua volta modellata dalle
sfronda, si narcotizzano, si eliminano nozioni per ritenere pratiche di significazione, e da queste stabilizzata o rinnovata.
quelle giudicate pertinenti. Come accade che, nello sforzo La memoria viene costruita e negoziata collettivamente duran-
di individuare il contesto appropriato, si possano identifi- te la produzione del senso, in un interscambio relazionale che
care le nozioni da sfrondare? Consideriamo il contesto considera ciò che è stato già prodotto e depositato in funzione
15 Si rimanda all’introduzione per una più precisa trattazione del rapporto tra enciclopedia e memoria. Qui ci limitiamo a recupe-
rarne la definizione, considerando i contributi di Violi e Paolucci che hanno posto l’accento sul dinamismo proprio dell’enciclope-
dia: si tratta del deposito potenzialmente infinito e sempre mobile di saperi e discorsi, insieme delle interpretazioni registrate e con-
dizione di possibilità di qualsiasi nuova interpretazione. Di questa enciclopedia massimale se ne determinano diversi livelli di pos-
sesso e porzioni specifiche, ovvero enciclopedie parziali (Eco 1984, pp. 109-111; Violi 1992; Violi 1997a; Paolucci 2007; Eco 2007).
16 In questo, Eco si avvicina alla posizione di Lotman spiegata in precedenza (cfr. Lotman e Uspenskij 1975; Lotman 1985; Lotman
1993; Demaria 2006).

Chora N. 16, Settembre 2008


16 mEmoria culturalE E procESSi intErprEtativi

della pratica contingente. In questi termini, si potrebbe afferma- tendenze generali e ci sono regole operative che ci permet-
re che la memoria istituisce nuovi codici, sfruttando al tempo tono di verificarle. Intendere un segno come regola che si
stesso ciò che è già in memoria. esplica attraverso la serie dei propri interpretanti significa
Abbiamo visto in Lotman ed Eco come un dispositivo di fil- aver acquisito l’abitudine ad agire secondo la prescrizione
traggio, che regola il passaggio di senso nel tempo, si attiva a fornita dal segno. (Eco 1979, p. 45)
livello della testualità quale strumento che permette alla cultura
stessa di filtrare. Vedremo ora come sia possibile rileggere la In questo modo, la regolarità interpretativa con cui viene inte-
semiosfera e l’enciclopedia nell’ottica dell’abito interpretativo, so un segno, come più volte ribadito, “è una tendenza ad agire
valorizzandone il funzionamento dinamico. In questa direzione in modo simile in circostanze simili nel futuro” (CP 5.487) e “l’in-
vorremmo affermare che sia una somma di abiti interpretativi, terpretante finale di un segno è questa abitudine quale risulta-
e cioè una serie di regolarità che stabilizzano norme culturali e to” (CP 5.491). L’interpretante finale si forma quando l’interpre-
di interpretazione, a fungere da filtro nel passaggio di senso nel tazione si consolida nella formazione di un abito interpretativo,
tempo. Si tratta di valutare come in questa prospettiva la memo- da una parte chiudendo il processo inferenziale, dall’altra isti-
ria sia chiamata in causa localmente. tuendo una nuova catena di interpretanti. L’abito diventa quin-
La funzione della dimensione normativa è coniugare il lato di filtro di memoria, criterio di accettabilità o scarto delle ipotesi
dell’elaborazione e creazione a quello della conservazione, interpretative collettivamente condiviso (Pisanty e Pellerey
mediante il mantenimento e il rinnovamento di abiti interpreta- 2004, p. 118) e che regola il passaggio di senso nel tempo. Si for-
tivi. I sistemi linguistici e culturali, infatti, possono essere visti da niscono così legami di continuità con il passato, che forniscono
un lato come l’insieme delle predisposizioni a interpretare sem- le coordinate entro cui muoversi nell’ambiente culturale presen-
pre nello stesso modo testi in qualche modo analoghi, e dall’al- te e programmi d’azione futuri. Nel caso l’abito funzioni, e cioè
tro come l’insieme delle predisposizioni a produrre testi in un nel caso in cui porti a un’interpretazione collettivamente accet-
determinato modo. Vorremmo quindi partire dal fatto che tata e condivisa, esso si stabilizza e la sua applicazione procede
all’interno della cultura si possano individuare tanto regolarità in modo inerziale secondo una certa regolarità, diventando così
quanto rinnovamenti interpretativi, per provare ad affermare convenzione. Nel caso ciò non dovesse verificarsi, o si esaurisse
che la nozione di abito può fornire un interessante aiuto nel ten- la sua adeguatezza, l’azione regolatrice di quel determinato
tativo di porre una maggiore attenzione sulle dinamiche proces- abito finirebbe per entrare in crisi e perdere di efficacia, stimo-
suali proprie della memoria. lando così la formazione di un nuovo abito (ib., p. 91).
In precedenza, nel rilevare come si possano descrivere i mec- Per riassumere, in virtù di un insieme di rapporti e di relazio-
canismi filtranti nei termini di traduzione e interpretazione, si è ni condivise collettivamente, l’abito interpretativo i) è la somma
osservato che il passaggio di un elemento da un sistema a un degli effetti concepibili di un segno; ii) tiene memoria della cate-
altro è possibile solo attraverso la creazione di una catena di inter- na dei segni interpretanti che ha contribuito alla sua formazio-
pretanti, ovvero una “catena di significanti che spiegano i signi- ne; iii) istituisce regole d’azione. Nell’ottica di una teoria degli
ficati di significanti precedenti in una potenziale progressione e abiti interpretativi, la cultura si può quindi intendere da un lato
regressione all’infinito” (Eco 1975, p. 100). Secondo Peirce, “l’in- come un insieme di regolarità che intervengono in modo iner-
terpretante è un’altra rappresentazione riferita allo stesso ogget- ziale nel corso di una pratica, e dall’altro come un insieme di
to” (ib., p. 101). Peirce afferma inoltre che “un’infinita serie di pratiche sedimentate che stabilizzano localmente l’interpreta-
rappresentazioni, ciascuna rappresentando quella che precede, zione. Questa stabilizzazione porta allora a una scelta prelimina-
può essere concepita come avente un oggetto assoluto come re di pertinenza in base alla quale nell’interpretazione si selezio-
proprio limite” (CP 1.339). Eco fa notare che Peirce definisce nano “solo i percorsi di senso che appaiono più fecondi in quel-
questo oggetto come abito e lo intende come interpretante finale la determinata circostanza” (ib., p. 93). È facile quindi vedere
che interrompe la semiosi illimitata, la “potenziale progressione e come sia l’insieme di più abiti interpretativi che sono propri di
regressione all’infinito” (Eco 1975, p. 100; CP 5.473-5.492). una data cultura a operare da filtro, determinando rispetti e
Il contributo che il concetto di interpretante offre allo studio capacità sotto cui i segni vengono intesi e operando al contem-
della cultura viene individuato dallo stesso Eco quando sostie- po come una sorta di principio di stabilizzazione condivisa e di
ne che “si possono «toccare» gli interpretanti, [cioè] si può veri- cambiamento nelle determinazioni degli oggetti.
ficare con mezzi fisici l’esistenza di ogni unità culturale, astrazio-
ni materializzate dal fatto che la cultura traduce continuamente 3.6. Alcune caratteristiche dei meccanismi di filtraggio
segni in altri segni” (Eco 1975, p. 105). Il problema della memo- Riassumiamo quindi quelle che ci sembrano essere le princi-
ria si affaccia in questo rinvio da segno a segno, nel passaggio di pali caratteristiche dei meccanismi di filtraggio che regolano il
senso lungo una catena di interpretanti. Da una parte, è interes- passaggio di senso nel tempo e, in particolare, i processi di rico-
sante osservare quale memoria viene elaborata e conservata tra struzione del passato, di cui parleremo più diffusamente nel
interpretanti; dall’altra, viene da domandarsi sotto quale rispet- prossimo paragrafo.
to i segni vengano intesi lungo questa catena. Anche il punto di Innanzitutto il filtraggio, in quanto interpretazione che crea
vista che permette di preferire certe proprietà ad altre viene sot- una commensurabilità locale tra elementi eterogenei, avviene
toposto a regolarità e attraversato dal processo complesso della sempre localmente, in una determinata pratica di significazione.
memoria. La cultura propone così una catena di unità culturali, Se a livello di una semiotica generale è possibile postulare dei
segni che la vita sociale mette a disposizione (ib., p. 106). meccanismi di filtraggio come condizioni di possibilità del pas-
Vediamo allora come il rapporto fra segno e abitudine può saggio di senso nel tempo e della sopravvivenza di una cultura,
indurre la formazione di regole d’azione. è solo nell’analisi dei processi stessi che possiamo individuare
come il filtraggio di fatto agisce.
Peirce non è mai interessato agli oggetti come insiemi di Anche se il filtraggio è sempre locale, questo non significa che
proprietà, ma come occasioni e risultati di esperienza attiva. sia soggettivo o idiosincratico, né che l’attribuzione di senso non
Scoprire un oggetto significa scoprire il modus operandi o sia determinata culturalmente e storicamente. Anzi, il confronto
scoprirne l’uso pratico. Dopo aver ricevuto una sequenza di tra la semiotica di Lotman e quella di Eco ci ha portato a ricono-
segni il nostro modo di agire nel mondo viene permanen- scere che i filtri culturali e linguistici che regolano il passaggio di
temente o transitoriamente mutato. A questo punto la senso nel tempo sono descrivibili come abiti collettivamente con-
semiosi illimitata si arresta, lo scambio dei segni ha prodot- divisi, i quali, pur derivando la loro forza dai processi interpreta-
to modificazioni dell’esperienza, l’anello mancante tra tivi del passato, fungono allo stesso tempo da regolatori e stabi-
semiosi e realtà fisica è stato finalmente identificato. Ci sono lizzatori dell’interpretazione attuale o futura.

Chora N. 16, Settembre 2008


dottorato in discipline seMiotiche 17

In questa prospettiva, ogni operazione locale di filtraggio comune appena fornita (il restauro come ‘recupero del passato’) e
magnifica certe unità culturali e ne narcotizza altre (Eco 2007, 90). invita a considerare gli interventi di restauro in termini non solo
In altre parole, essa rende significanti, pertinenti e accettabili estetici o filologici, ma anche e soprattutto politici e valoriali. Per
certe interpretazioni passate — facilitando così una loro riattua- fare un esempio chiarificatore, si consideri la vicenda emblematica
lizzazione — ma allo stesso tempo ne lascia cadere altre renden- del Palast der Republikdi Berlino, edificato negli anni ’70 sulle mace-
dole momentaneamente non pertinenti, senza per questo rie dello Stadtschloss, un castello che ha rivestito una certa impor-
annullare le loro potenzialità significanti. tanza nella storia tedesca e che subì gravi danneggiamenti duran-
I processi di filtraggio che agiscono nel passaggio di senso nel te i bombardamenti della seconda guerra mondiale17. Il Palast der
tempo vanno quindi intesi come meccanismi selettivi che por- Republik fu costruito nel periodo in cui Berlino era capitale della
tano all’attualizzazione di catene di interpretanti, intesi in senso Repubblica Democratica Tedesca, sotto l’influenza sovietica. Pur
ampio non solo come proprietà semantiche che definiscono conservando alcuni elementi originali del prospetto dello
qualcosa, ma anche come comportamenti e azioni. Come abbiamo Stadtschloss (ad esempio il balcone da cui nel 1918 fu proclamata la
visto, tale selezione Repubblica, che venne integrato nell'adiacente palazzo del
avviene tramite un insie- Consiglio di Stato, lo Staatsratsgebaude), esso aveva comunque
me di abiti sedimentati e l’aspetto tipico degli edifici governativi della Germania socialista
condivisi che arginano e dell’epoca e ha rappresentato per cinquanta anni un elemento alta-
regolano il passaggio del mente riconoscibile nel profilo urbano della città. Tuttavia, proprio
senso nel tempo, tutta- in questi ultimi anni, è stato approvato un progetto di demolizio-
via, nell’analisi di proces- ne dell’edificio e di contestuale ricostruzione del precedente castel-
si locali di filtraggio, lo dello Stadtschloss. Il risultato di tale operazione consiste dunque
saranno solo quegli abiti sostanzialmente nella cancellazione radicale delle tracce prodotte
chiamati in causa di volta nel corso di un periodo storico (quello socialista) e nel contempo-
in volta nelle interazioni raneo recupero, forse più ideologico che filologico, del volto che
in atto a operare da filtro, caratterizzava quei luoghi nel periodo pre-nazista e pre-socialista.
in virtù di un principio L’esempio proposto può sembrare particolarmente estremo,
pragmatico secondo cui anche se la scelta di demolire un edificio al fine di ricostruire à
FIG. 5 - Particolare del soffitto gli abiti in grado di fun- l’identique ciò che c’era prima è comunque contemplato nella
zionare in modo efficace casistica degli interventi di restauro. Nondimeno, esso mostra
in una determinata circostanza avranno una maggiore probabi- con una certa efficacia come ogni intervento di restauro, di rico-
lità di entrare in gioco come filtri. struzione o di ripristino non coincida mai con una pratica inno-
In questo senso, il filtraggio non è mai dato, ma è sempre cente di conservazione di un generico passato, ma si caratteriz-
il risultato di una pratica localmente situata che prevede la zi piuttosto come un processo di selezione e, in definitiva, di
negoziazione tra diversi sistemi semiotici, o meglio, tra insiemi invenzione, e questo nella duplice accezione di riscoperta/rinve-
di abiti più o meno in opposizione tra loro, come vedremo nimento e di creazione/produzione di un passato. Tutto ciò
meglio nel paragrafo 4. getta una luce molto diversa sull’idea del restauro come restitu-
L’operazione di selezione operata dai meccanismi di filtrag- zione fedele di una memoria passata, e ci spinge in direzione di
gio è inestricabilmente connessa alla trasformazione del senso una concezione del restauro come interpretazione e rilettura di
che viene filtrato: selezione e trasformazione sono come le due un passato al presente.
facce di un stessa medaglia, in quanto il filtro trasforma selezio- In questo senso, il caso del restauro rende a nostro avviso par-
nando e seleziona trasformando. Se il filtraggio regola il passag- ticolarmente evidente quanto dicevamo nel paragrafo prece-
gio di porzioni più o meno complesse di enciclopedia, fram- dente a proposito di un approccio allo studio della memoria che
menti più o meno ampi di semiosfera, questo passaggio com- opponga alla nozione di tradizione quella, più semiotica, di tra-
porta una riconfigurazione locale dell’enciclopedia di una cultu- duzione. Il restauro, alla luce di questi concetti, finisce infatti con
ra, con effetti più o meno catastrofici in relazione al grado di alte- l’essere una pratica di scrittura e di produzione di memoria che
rità tra lo spazio semiotico di partenza e quello di arrivo. agisce su testi sociali (per continuare a usare la terminologia lot-
maniana) del tutto particolari, e cioè su testi che somigliano
4. Il restauro e le memorie del passato. Traduzioni e molto, nella sovrapposizione delle varie stratificazioni e dei
interpretazioni diversi sensi che le percorrono, a dei palinsesti. Se di pratica di
In questa sezione proveremo a mostrare come gli stru- scrittura si può dunque parlare, si tratta di una scrittura palinse-
menti teorici sopra illustrati possano trovare un’efficace stuale, e cioè di una scrittura colta da un’apparente paradossali-
applicazione nell’analisi. Ci occuperemo di fenomeni socia- tà che riproduce in realtà l’immancabile dialettica tra memoria e
li in cui la problematica della memoria, intesa soprattutto oblio: una scrittura che, per conservare una memoria, ne occul-
nella sua accezione ‘collettiva’ di struttura connettiva di una ta altre, a volte volontariamente, a volte inevitabilmente. Le dif-
società, occupa un posto centrale. ferenze tra tale cancellazione inevitabile e qualsiasi forma di can-
Il caso d’analisi che abbiamo scelto è quello del restauro archi- cellazione volontaria sono allora le stesse che passano, per dirla
tettonico e urbano. Le motivazioni di questa scelta sono diverse, con Lotman, “tra la dimenticanza in quanto elemento della
ma tutte sostanzialmente riconducibili a una considerazione di memoria e la dimenticanza in quanto strumento della sua
senso comune: ogni intervento di restauro è, prima di tutto, un distruzione” (Lotman e Uspenskij 1975, p. 47). La pratica del
tentativo di recupero o di conservazione di una cosa passata e restauro si rivela, dunque, utile a mostrare un’altra caratteristica
presenta, sotto questo punto di vista, un’evidente parentela con della memoria, ovvero il fatto di costituire un terreno di scontro
altre pratiche di codificazione, memorizzazione e recupero di acceso tra poteri e ideologie diverse, cosa che fa rientrare a pieno
unità culturali, quali ad esempio l’archivistica, la storiografia o la titolo il restauro tra quegli strumenti che Ricœur ha potuto defi-
filologia. Al pari di queste altre pratiche, e anzi, in misura signi- nire costitutivi degli “usi e abusi della memoria” (Ricœur 2000).
ficativamente maggiore, gli interventi di restauro trovano posto Per la semiotica, in questo senso, l’intervento di restauro
all’interno di una complessa rete composta da istituzioni e spe- andrebbe considerato come un processo di iscrizione, cancella-
cializzazioni molto varie che, sole, li rendono possibili. Questa zione, o, meglio ancora, trasformazione di un sistema di valori
prima considerazione complica allora la definizione di senso (nel senso più astratto del termine). Ecco allora che l’apporto più
17 L’esempio è tratto da un saggio di Maria Grazia Ercolino (2006) che affronta argomenti vicini a quelli qui proposti.

Chora N. 16, Settembre 2008


18 mEmoria culturalE E procESSi intErprEtativi

significativo che può derivare da una modellizzazione semioti- parallelismo con la concezione di memoria come processo
ca del fenomeno della memoria consisterà nella capacità di distribuito e diffuso nei termini in cui abbiamo provato a defi-
disimplicazione dei sistemi di valori soggiacenti a ogni proget- nirla in precedenza.
to di restauro, esattamente come a qualsiasi altri tipo di procedi- Un altro suggerimento interessante che ci fornisce Ricœur è la
mento di scrittura della memoria. sua proposta di considerare il punto di sutura in cui si incontra-
no memoria corporea e memoria dei luoghi come una
possibilità di svincolamento da una dimensione esclusi-
vamente riflessiva. L’esempio dato da Ricœur è illumi-
nante e introduce molto bene, a nostro avviso, le analisi
che seguiranno: “durante la visita di quel sito archeolo-
gico, richiamavo il mondo culturale scomparso, cui le
rovine tristemente rinviano. Come il testimone di un’in-
dagine poliziesca, posso dire di quei luoghi che «io
c’ero»” (ib., p. 61 tr. it.).
Si tratta per noi di un’idea che complessifica la concet-
tualizzazione del luogo della memoria come punto di
raccordo tra memoria individuale e memoria collettiva
e che apre favorevolmente a una ricollocazione delle
due istanze — individuale e collettiva — all’interno di
un unico spazio vissuto. Fa qui la sua comparsa la
distinzione tra spazio geometrico e spazio vissuto; il
momento in cui un soggetto abita uno spazio è quello in
cui — oltre a scandire e punteggiare i ricordi dell’indivi-
duo — sembra ricucirsi lo iato tra la memoria riflessiva
e le memorie sociali. Ciò introduce una questione molto
FIG. 6 -Piazza Santo Stefano anni ‘80 prima degli ultimi restauri importante per il discorso che andiamo ad affrontare,
ovvero quella relativa all’apporto della relazione sog-
getto-mondo nei processi di costruzione del senso e della
4.1. Memoria e spazialità memoria. Per tornare ai problemi posti da Ricœur, non possia-
Studiare la memoria culturale a partire dalle azioni di mo non notare come prima cosa che da un certo punto di vista
restauro conduce inoltre inevitabilmente a considerare da la sua distinzione tra spazio geometrico e spazio vissuto riecheg-
un’altra prospettiva il nesso che lega memoria e spazialità. gia sia quella merlaupontiana tra spazio geometrico e spazio
Come fa notare giustamente Jan Assmann, illustrando la antropologico, sia quella proposta da De Certeau tra ‘luogo’ e
nozione di ‘mnemotopo’: “il medium primigenio di ogni mne- ‘spazio’ (che non a caso riprende proprio la nozione di spazio
motecnica è la spazializzazione. […] L’arte della memoria antropologico di Merleau Ponty). Proviamo allora ad affidarci
opera servendosi di spazi immaginari, la cultura del ricordo di direttamente alle parole di De Certeau:
punteggiature dello spazio naturale” (Assmann 1992, p. 33 tr.
it.). Senza soffermarci in questa sede su una nozione comples- È un luogo l’ordine (qualsiasi) secondo il quale degli
sa come quella di ‘luogo della memoria’, che tanto spazio ha elementi vengono distribuiti entro rapporti di coesisten-
ricevuto nella recente riflessione sul tema della memoria e del za […], una configurazione istantanea di posizioni.
ricordo, vorremmo piuttosto provare a riflettere sulla parente- Implica una indicazione di stabilità. Si ha uno spazio dal
la che lega i ricordi ai luoghi, con l’obiettivo di recuperare la momento in cui si prendono in considerazione vettori di
relazione — sulla quale tanto abbiamo insistito nei paragrafi direzione, quantità di velocità e la variabile del tempo.
precedenti — tra dimensione esperienziale e situazione locale Lo spazio è un incrocio di entità mobili. È in qualche
nel processo di costruzione della memoria. modo animato dall’insieme dei movimenti che si verifi-
A questo scopo, facciamo nostre le riflessioni di Ricœur cano al suo interno. È spazio l’effetto prodotto dalle ope-
quando si interroga sulla memoria provando a collocarsi oltre razioni che lo orientano, che lo circostanziano, lo tempo-
quella che lui chiama una “fenomenologia dell’intenzionalità e ralizzano e lo fanno funzionare come unità polivalente
del soggetto”, definendo così la memoria come un insieme di di programmi conflittuali o di prossimità contrattuali. Lo
processi “che implicano il corpo, lo spazio, l’orizzonte del spazio sarebbe rispetto al luogo ciò che diventa la paro-
mondo o di un mondo”. Ricœur si serve dalla categoria rifles- la quando è parlata […]. Insomma, lo spazio è un luogo
sività/mondità per spiegare come, nell’atto del ricordo, non ci si praticato. (De Certeau 1980, pp. 175-176 tr. it.)
ricordi solo di sé nell’atto di fare, di sentire o di apprendere
qualcosa, ma anche delle ‘situazioni mondane’ in cui si è agito, Sarà proprio attraverso questa accezione di spazio come
sentito o appreso qualcosa: luogo praticato che indagheremo il rapporto soggetto-mondo,
nella produzione di memoria. A questo punto, è però necessa-
queste situazioni implicano il corpo proprio e il corpo rio provare ad avanzare alcune definizioni più tecniche che ci
degli altri, lo spazio vissuto, infine l’orizzonte del mondo e permetteranno di abbozzare dei modelli che riproducono l’inte-
dei mondi in cui qualche cosa è accaduto. Tra riflessività e razione soggetto-mondo attraverso l’attraversamento di spazi.
mondità c’è una vera e propria polarità, nella misura in cui
la riflessività è un tratto irrecusabile della memoria nella sua 4.2. Per una semiotica della memoria dei luoghi
fase dichiarativa. (Ricœur 2000, pp. 56-57 tr. it.) Tutte le considerazioni avanzate sino a qui, apparentemente
di ordine esclusivamente teorico-filosofico, ci consentono di
Ciò porta Ricœur a contestare quello che considera un limite introdurre dei criteri per lo studio della memoria prodotta da un
dell’idealismo soggettivista (identificato con il concetto di epoché restauro e rappresentano dunque lo sfondo teorico della nostra
del primo Husserl) che difetterebbe della capacità di mettere in analisi. A partire dalle nostre riflessioni sul restauro come prati-
relazione il polo riflessivo della soggettività con il polo della ca di scrittura della memoria, sui legami tra memoria e spaziali-
mondità. Vediamo, in questa idea di memoria come fenomeno tà e sulle modalità attraverso cui un determinato luogo della
che si dà solo nella relazione tra riflessività e mondità, un forte memoria produce una peculiare relazione soggetto-mondo si

Chora N. 16, Settembre 2008


dottorato in discipline seMiotiche 19

tratterà dunque, a questo punto, di tentare un ulteriore passo in Per la semiotica i sistemi spaziali così definiti non sono deter-
direzione di una definizione degli oggetti che verranno sotto- minabili a partire da un paesaggio materiale fatto esclusivamen-
posti ad analisi. Si tratta di una mossa metodologica atta a iden- te di ‘cose’ (edifici, architetture, monumenti, arredi, porte, scale
tificare luoghi che hanno subito, in virtù di un intervento di etc.), cui far corrispondere, in virtù di un determinato codice cul-
restauro, una trasformazione che riguarda soprattutto la loro turale, dei significati. Un sistema spaziale è invece piuttosto “un
memoria, i segni della memoria che portavano iscritti. I proble- agglomerato di esseri e cose” (ib., p. 137 tr. it.) tra cui sono distri-
mi che dobbiamo affrontare pertengono essenzialmente a due buiti ruoli attanziali diversi. Come dice Marrone, riprendendo il
ordini differenti: da una parte abbiamo bisogno di una defini- saggio citato di Greimas: “non c’è, da un lato, una società fatta
zione di spazio che sia in grado di includere e prevedere al suo di uomini e, dall’altro, uno spazio fatto di oggetti che quella
interno dei modelli di circolazione e di interazione tra attanti, a società accoglie in modo più o meno adeguato; c’è semmai
loro volta definibili esclusivamente a partire dalle posizioni che un’unica, generale, forma sociale, che comprende sia uomini, sia
occupano all’interno di un sistema topologico relazionale. cose, sia spazi, portatori ognuno di ruoli attanziali specifici”
Dall’altra, dovremo invece rendere conto di come all’interno di (Marrone 2001, p. 319).
un tale sistema spaziale definito da reti attanziali emerga, Nel nostro caso, dunque, lo spazio restaurato, o meglio ancora,
secondo le modalità distribuite descritte fin qui, qualcosa che l’oggetto restaurato (l’architettura, il monumento, la città, il bene
possa essere definito una memoria. architettonico) diventa in questo senso un oggetto topologico che
appartiene a un agglomerato composito. Esso non si carat-
terizza esclusivamente per il fatto di possedere una mor-
fologia e delle salienze fisiche proprie, ma soprattutto per
il fatto di essere una configurazione complessa dotata di
senso e produttrice dello stesso. Questa concezione è allo-
ra analoga a ciò che intendiamo con la nozione di rete attan-
ziale, e cioè una configurazione in grado di determinare e
prevedere posizioni non necessariamente antropomorfe
(anche un edificio può essere considerato sotto il profilo
attanziale nella misura in cui può far-fare o far-non-fare
determinate cose), di rappresentare e mettere in movi-
mento valori e identità, di includere osservatori e punti di
vista, di funzionare come un operatore passionale etc.
Sempre per quanto riguarda il nostro oggetto, che
ha a che fare con contesti spaziali di natura architetto-
nica o urbana, adottare questa definizione di spazio ci
dà anche il vantaggio di prendere in considerazione
quello che Hammad definisce “il complesso «architet-
tura più spazio», […in cui] il soggetto umano è neces-
sario per la costruzione del senso o del contenuto non
FIG. 7 - La netta separazione solo come destinatario interprete di quel che è detto
dall’espressione, ma anche e soprattutto come parte
Prendiamo allora una prima definizione da Greimas, che del sistema dell’espressione” (Hammad 2004, p. 12), e cioè
definisce lo spazio, in opposizione all’estensione/sostanza, come attanti tra altri attanti. Non solo. Trascrivere una confi-
come una forma e una costruzione, ovvero come un’“estensione gurazione spaziale come un insieme di interrelazioni e intera-
informata” (Greimas 1976, p. 125 tr. it.). Lo spazio, che si oppor- zioni fra attanti ci permette altresì di valutare di volta in volta
rebbe così alla continuità dell’estensione in quanto esito della i pesi specifici dell’apporto di ogni posizione attanziale nella
produzione di elementi discontinui, si caratterizzerebbe per il determinazione di una memoria sistemica.
fatto di essere ‘formato’ e ‘costruito’. Ciò che proveremo a fare nella nostra analisi sarà appunto
Pensare lo spazio come forma, rispetto alla sostanza, che è seguire la traccia delle interazioni tra un soggetto e uno spazio
pura estensione, vuol dire riconoscergli la capacità di espri- attraverso quelle che chiamiamo pratiche di attraversamento dello
mere delle morfologie significanti. Lo spazio costruito di una spazio. Per fare ciò, proveremo a definire i diversi statuti dei
città, ad esempio, può dirci molto sull’organizzazione interna diversi attanti presenti nel sistema spaziale considerato.
di una società, sulle modalità in cui essa si relaziona nei con- Riprendendo quanto dice Marrone (2001, pp. 320 e segg.), ma in
fronti di ciò che considera ‘esterno’ o ‘estraneo’ e anche sul parte rileggendolo alla luce dell’approccio che proponiamo,
modo in cui essa si pone nei confronti del proprio passato e, dobbiamo distinguere innanzitutto fra tre differenti tipi di sog-
di conseguenza, del proprio futuro. Queste modalità attraver- gettività attanziale coinvolta:
so cui uno spazio costruisce una propria memoria ci interes- 1. le porzioni di spazio cui viene delegato un ruolo attanziale;
sano ai fini della nostra trattazione, perché uno spazio può ad esempio, una finestra, incorniciando in un certo modo ciò
sempre caricarsi di significanti sociali e costituire così una che sta al di fuori, /fa vedere/ una certa porzione di paesaggio;
vera e propria semiotica tramite la quale “una società signifi- un cancello, impedendo il passaggio, orienta un certo percorso;
ca se stessa a se stessa” (ib., p. 127 tr. it.). un ascensore risulta dotato di un /poter fare/ che permette al
Ecco allora che pensare lo spazio come costruzione obbliga fruitore dello spazio (che invece non possiede lo stesso /poter
a includere nella problematica la questione del soggetto, inte- fare/) di accedere a un piano superiore cui non potrebbe accede-
so come “produttore e consumatore di spazio” (ib., p. 339 tr. re da solo; ecc. Parleremo in questi casi di soggetti delegati;
it.). Bisogna però chiarire subito che non stiamo parlando qui 2. quelli che Marrone chiama gli “Utilizzatori Modello”19 dello
di una soggettività individuale statica posta di fronte a un spazio (che noi potremmo chiamare attraversatori modello), che
mondo che percepisce e a cui assegna significati; stiamo inve- consistono in soggetti previsti e inscritti nella struttura topologica
ce parlando piuttosto di una entità a un tempo corporea e cul- dello spazio (e quindi nel suo progetto, quando c’è). Questi sogget-
turale che, contemporaneamente, produce lo spazio che stia- ti sono quelli “che si fanno carico di quelle forme di comportamen-
mo considerando ed è inclusa nello stesso18. to che i luoghi esplicitamente richiedono” (ib., p. 321);
18 Vedi anche Violi (2007).

Chora N. 16, Settembre 2008


20 mEmoria culturalE E procESSi intErprEtativi

3. i soggetti sociali reali (Marrone li chiama “Utilizzatori foto e disegni utili a ricostruire l’immagine di ciò che era andato
Empirici”) che, in virtù della loro pratiche, possono ri-seman- irrimediabilmente distrutto. Negli anni successivi, un numero
tizzare certi significati dei luoghi e dar vita a nuovi usi “social- altissimo di specialisti e artigiani viene impiegato per mesi in un
mente accettati” di tali luoghi. meticoloso quanto faticoso lavoro volto a ricostruire, con tecni-
In questo modo, ogni spazio non solo include determinati attan- che antiche e con le stesse procedure utilizzate nel ’700, quegli
ti delegati che ne scandiscono l’articolazione, ma prevede inoltre stessi decori, affreschi e
da un lato dei comportamenti corretti e previsti al suo interno e dal- dorature che abbellivano
l’altro lato delle pratiche non previste che rimotivano le funzioni e i le sale del teatro. Più che
significati dei luoghi. Se proviamo a piegare queste considerazioni di operazione di ‘messa
al nostro oggetto di studio (spazi restaurati) possiamo avanzare in pristino’, si dovrebbe
due osservazioni. Come prima cosa, si potrebbe dire che, da un parlare (e si è infatti par-
certo punto di vista, il progetto di restauro rientra in quella che lato) di ricostruzione stili-
Assmann (1992) chiama la mémoire volontaire di una società, nel stica; in fondo la stessa
senso che un progetto seleziona sempre delle cose che devono che il teatro conobbe già
essere ricordate e il modo in cui devono essere ricordate. Tuttavia, una prima volta a metà
per introdurre un aspetto che Assmann sembra considerare poco, ’800, quando andò a
è necessario notare in seconda battuta come le pratiche di fruizio- fuoco e venne ricostruito
ne e di attraversamento di uno spazio restaurato possano tradursi dall’architetto Giovan
in processi di riconfigurazione dei sensi passati dei luoghi, proces- Battista Meduna, rispet-
si che chiamano in causa una sorta di mémoire involontaire. tando lo stile e i progetti
Proveremo ora a testare questi strumenti su tre oggetti del primo progettista, FIG. 8 - Il progetto di restauro
d’analisi diversi: la ricostruzione del teatro La Fenice a Gustavo Selva.
Venezia, il restauro di piazza Santo Stefano a Bologna, la Ricapitolando: la prima Fenice fu progettata e costruita da
ristrutturazione dell’ex campo di concentramento (oggi Gustavo Selva, in pieno gusto settecentesco e con l’intenzione
memoriale) di San Sabba, vicino Trieste. di costruire un teatro per la musica lirica dell’epoca. Questo
primo teatro va a fuoco e viene ricostruito nell’800 dal
4.3. La Fenice, com’era e dov’era Meduna, con l’intenzione di farne una copia il più fedele pos-
Il 29 gennaio del 1996 il Teatro La Fenice di Venezia viene com- sibile; e in seguito va a fuoco un’ultima volta nel 1996, per esser
pletamente distrutto da un incendio doloso; si decide di ricostruir- poi ricostruito e consegnato alla città nel 2004 (progetto di
lo “com’era e dov’era”, come recita una formula spesso utilizzata Aldo Rossi), ma, in realtà, come copia di una copia.
dai restauratori fautori dei ripristini. Dopo circa otto anni, i vari can- Il caso della Fenice rappresenta evidentemente un buon
tieri chiudono e restituiscono alla città di Venezia la Fenice, com’era esempio di come anche il tentativo estremo di ricreare artifi-
e dov’era. Ma com’era allora la Fenice prima dell’incendio? cialmente, ma fedelmente, un ‘passato perduto’ costituisca in
Leggiamo questo passo tratto da un volume sui restauri delle realtà una ri-produzione e un’interpretazione mediata da altre
decorazioni del teatro: interpretazioni e da altre pratiche che conferiscono determina-
ti sensi all’interno della ‘memoria enciclopedica’ a quel passa-
il concorso per la rinascita della Fenice ha richiesto, da to che si pretende di conservare. Potremmo dire che, se è vero
parte di un alto numero di specialisti, ancor prima della che dai valori iscritti nello spazio si può comprendere il modo
ricostruzione grafica, la sua restituzione mnemonica. Mai in cui una società tematizza il proprio rapporto con il passato,
nessun teatro è stato così studiato, analizzato fin nei minimi nel caso della Fenice è il passato in sé a costituirsi come valore
particolari, attraverso fotografie, documenti, disegni e sotto- iscritto nella riorganizzazione spaziale di quei luoghi, così che
posto all’occhio indiscreto del microscopio, nelle sue pove- questa re-iscrizione avviene proprio attraverso il tentativo di
re parti rimaste. (Amendolagine e Boccanegra 1997, p. 13) produzione di una copia fedele.
Come applicare al caso dello spazio restaurato della Fenice i
Nonostante le migliori intenzioni di chi aveva deciso, com- principi esposti nei paragrafi precedenti? Ci focalizzeremo,
missionato e progettato l’intervento, è evidente come sia proprio come già accennato, sulle pratiche di attraversamento di tali
il “com’era” a costituire il principale problema del restauro del spazi e sulle differenze tra le pratiche inscritte e motivate nello
teatro. Per capire bene cosa è successo alla Fenice, è infatti neces- spazio pre e post-restauro. Per la nostra analisi, prenderemo in
sario considerare che normalmente un intervento di ricostruzio- considerazione esclusivamente le cosiddette sale d’atrio e sale
ne prevede delle fasi preliminari e necessarie, come l’acquisizio- apollinee, che costituiscono l’ingresso e il foyer del teatro (figure
ne di dati e di documentazioni varie, sopralluoghi, rilievi, etc. Si 3 e 4): si tratta di spazi che vengono attraversati dai frequentato-
tratta di attività necessarie per risalire (per ricorrere a un’espres- ri esclusivamente all’ingresso, all’uscita e durante gli intervalli.
sione molto usata dai restauratori) al significato filologico del Bisogna premettere che i progettisti non avevano in queste sale
bene che si intende restaurare. Tralasciamo per ora la questione, gli stessi problemi che si presentavano loro nelle sali teatrali vere
centrale per la semiotica, di come queste fasi, più che costituire e proprie, per le quali si trattava non solo di restituire le decora-
un’innocente pratica di ‘raccolta di dati’ oggettivi, costituiscano zioni e gli arredi preesistenti, ma di preservare le originarie pro-
sempre un’attività di interpretazione e di produzione di signifi- prietà acustiche della sala. Inoltre, se per quanto riguarda le sale
cati. Quello che ci interessa a questo livello è che, in questo caso, teatrali si poteva forse ammettere che l’apparato decorativo
tutte queste preliminari attività di raccolta di informazioni, fosse del tutto funzionale e propedeutico a quello scenico — e
necessarie a stabilire ‘com’era’ il teatro La Fenice, erano rese quindi all’acustica — per quanto riguarda le sale d’atrio e apol-
significativamente più difficili dal fatto che le fiamme avevano linee, gli apparati decorativi non rivestivano invece nessun valo-
divorato la quasi totalità degli arredi, delle decorazioni e degli re artistico particolare: si trattava per lo più di stucchi, decorazio-
elementi che si intendeva riprodurre fedelmente. In questo ni, affreschi e arredi vari inseriti a metà ’800 dal Meduna, in occa-
modo, da una parte si inizia fin da subito a riportare alla luce ciò sione dei lavori di ricostruzione di quel periodo. Stiamo parlan-
che era rimasto tra le macerie annerite delle sale, raccogliendo do, per intenderci, di sale di gusto perlopiù settecentesco, facil-
tracce, indizi e campioni bruciacchiati; dall’altra, si incomincia- mente riconducibili al senso estetico delle residenze veneziane
no invece a consultare archivi e documenti, al fine di ritrovare di lusso di quel periodo: pavimenti decorati con intarsi lignei,
19 Marrone riprende qui, adattandola allo spazio, la teoria echiana del “lettore modello”.

Chora N. 16, Settembre 2008


dottorato in discipline seMiotiche 21

soffitti in marmorino, colonne corinzie e balaustre con fregi un ambiente che ri-produce uno stile passato, dall’altra ci sono le
dorati, pareti con campiture tappezzate in seta, lampadari in competenze enciclopediche del soggetto attraversatore che, attri-
bronzo e cristallo etc. buendo ad alcuni elementi di tale ambiente certi valori tempora-
La fruizione tipica di queste sale prima dell’incendio era orienta- li, determina — attraverso un processo di datazione e di ricono-
ta verso programmi narrativi di socialità, secondo le modalità tipi- scimento di tali valori temporali — l’appropriazione della memo-
che dell’alta borghesia. Si trattava infatti di sale da attraversare in ria di quel luogo e la riconfigurazione dell’esperienza di attraver-
entrata e in uscita (sale d’atrio) e in cui stazionare durante l’inter- samento, che diventa così un’esperienza di partecipazione a una
vallo (sale apollinee): luoghi in cui chiacchierare, bere qualcosa in memoria culturale. Questa interazione tra memoria enciclopedi-
attesa del secondo atto, incontrarsi, osservare gli altri, osservarsi in ca del soggetto da una parte, e istruzione e rimando mnestico
uno dei tanti specchi presenti. Questi programmi narrativi di tipo dello spazio dall’altra, si traduce allora in un processo di filtraggio
sociale hanno di norma la meglio sui programmi di contemplazio- che, magnificando elementi prima narcotizzati e narcotizzabili,
ne degli arredi e delle decorazioni che, come già detto, non rivesto- produce il senso del passato del luogo, che è, per l’appunto, un
no nessun particolare valore e al massimo restituiscono un’inter- effetto di senso generato all’interno del sistema attanziale locale
pretazione del gusto dell’epoca (ricordiamo che gli arredi settecen- soggetto/spazio.
teschi furono ricostruiti a metà ’800).
Che cosa succede allora dopo la ricostruzione? Lo statuto 4.4. Il restauro rinascimentale di Piazza Santo Stefano a
degli elementi di arredo cambia completamente: da sfondo Bologna
indistinto essi diventano Oggetti20 che hanno iscritto in sé un Il caso di Piazza Santo Stefano a Bologna illustra alla perfezio-
determinato valore, e cioè quello del passato in sé, del passato- ne la natura palinsestuale dei sistemi spaziali di cui abbiamo già
in-quanto-valore che si intende preservare e conservare. Cambia detto. Come fa notare De Certeau,
di conseguenza anche lo statuto dei soggetti che attraversano
questi spazi, e cioè cambia la modalità di attraversamento e la differenza che definisce ogni luogo non consiste in
l’assiologia che definisce il loro percorso, che coincide ora con una giustapposizione, ma assume la forma di strati embri-
la valorizzazione di un passato conservato, e che è orientato cati. […] Così, la superficie di questo luogo appare un col-
verso l’appropriazione di tale valore, il passato fedele iscritto in lage. Ma in realtà è un’ubiquità nello spessore. Una sedi-
quei luoghi. Lo statuto degli Oggetti (decorazioni, arredi, affre- mentazione di strati eterogenei. Ciascuno, come la pagina
schi etc.) cambia dunque non in sé, ma cambia nella misura in deteriorata di un libro, rinvia a modalità diverse di unità
cui cambia il suo valore per il soggetto, innescando a sua volta, territoriale, di suddivisione socio-economica, di conflitti
un mutamento in tutta la struttura relazionale di tipo attanzia- politici e di simbolizzazione identificatoria. (De Certeau
le che conferisce un nuovo senso alla pratica di fruizione della 1980, pp. 281-282 tr. it)
sala. Questo mutamento è a sua volta causato dal mutato sta-
tuto cognitivo degli attori in gioco: il Soggetto sa21 che quegli Allo stesso modo, stratificata e palinsenstuale, appare piazza
arredi sono stati ricostruiti, sa che sono riproduzioni fedeli del- Santo Stefano a Bologna, per la complessità delle vicende
l’originale, riconosce il valore di passato in essi iscritto. È insom- costruttive che l’hanno interessata nel corso dei secoli e che
ma cambiato quello che in semiotica chiameremmo il carico affondano le radici in periodi pre-romani, quando il sito ove ora
modale del soggetto22, che passa così da un /poter non vedere/ sorge la piazza e la basilica era sede di un tempio pagano. Sulle
a un /voler vedere/. Per riprendere quanto dicevamo nei parr. spoglie di quel tempio venne in seguito edificata, in epoca lon-
2 e 3, siamo cioè in presenza di un mutamento d’abito determi- gobarda (la prima notizia che abbiamo risale allo 800 d.C.), una
nato dal mutamento delle salienze e dei valori pertinentizzati chiesa cattolica sulla quale poi venne a innestarsi (800-1000 d.C.)
dello spazio, così che una copia perfettamente identica dello il progetto di costruzione di una riproduzione simbolica dei luo-
stesso oggetto può assumere un valore semantico completa- ghi sacri del sepolcro di Gerusalemme. Le chiese di Santo
mente diverso, dal momento che è cambiata la rete di relazioni Stefano, sette secondo la vulgata bolognese, recano traccia di
in cui è presa e che ne definisce l’identità. queste stratificazioni e sedimentazioni di significati che si sono
Ecco allora che lo status particolare delle decorazioni ricostruite accumulati nel corso di due millenni, anche se si tratta di tracce
chiama in causa una memoria e, soprattutto, il processo di costru- che in effetti risentono degli interventi di restauro del secolo
zione di una memoria: il valore di cui le decorazioni si fanno por- scorso, i quali, intendendo magnificare l’aspetto romanico del
tatrici è infatti ora il valore in sé del passato di quel luogo, ribadi- complesso delle chiese, hanno cancellato diversi strati tempora-
to in quanto conservazione e ri-presentazione del suo stesso esse- li della basilica. Si tratta di un perfetto esempio di come anche il
re passato. E questo tipo di valore passato del luogo non è né un restauro, come pratica di (ri)scrittura della memoria, obbedisca
significato riferibile esclusivamente alla materialità della sala rico- a una vocazione palinsestuale, secondo la quale, per poter scri-
struita né all’enciclopedia di riferimento del soggetto, ma è invece vere e riscrivere, bisogna prima raschiare via alcuni strati. E d’al-
prodotto in situazione, ovvero nel processo di fruizione e di attra- tronde, come detto, il restauro costituisce un importante dispo-
versamento della sala attraverso una mediazione continua e irri- sitivo di filtraggio nella misura in cui decide cosa deve essere
ducibile tra gli abiti, le aspettative, l’enciclopedia del soggetto conservato e cosa, invece, può andar dimenticato.
attraversatore e i rimandi enciclopedici di tipo culturale a cui l’or- In questa sede non ci occuperemo tuttavia dei restauri del
ganizzazione spaziale rinvia il soggetto, istruendo la memoria complesso delle sette chiese, bensì dello spazio della piazza nella
della sua enciclopedia. Per dirla in altri termini, da una parte c’è sua totalità. Sarà quindi senz’altro necessario, prima di procede-
20 Nella teoria semiotica, l’Oggetto è un attante (si veda nota 5), Soggetto e Oggetto si definiscono posizionalmente nella relazione
che intrattengono.
21 Ed è istruito su ciò non solo da informazioni intertestuali ma anche dal materiale informativo sull’intervento solitamente pre-
sente all’ingresso. Non sappiamo se esistono anche targhe commemorative: esse costituirebbero ulteriori istruzioni a valorizzare il
luogo in un certo modo. Possiamo considerare anche il caso in cui il soggetto “non sa” e in quel caso ricadiamo nel tipo di fruizio-
ne che caratterizzava il teatro prima del restauro. Tuttavia, bisogna considerare che anche i comportamenti delle altre persone, in
quanto elementi di quell’“agglomerato di esseri e cose” che è lo spazio, diventano ulteriori “segni” che istruiscono sui rimandi enci-
clopedici pertinenti, cosa che rende di fatto impossibile attraversare quelle sale come se fossero ottocentesche (anzi, come abbiamo
visto, finto-settecentesche).
22 In semiotica, l’acquisizione, da parte del Soggetto, delle modalità del volere, dovere, sapere, potere viene chiamata competenza
del Soggetto. Con carico modale intendiamo quindi le differenti modalità “possedute” dal Soggetto.

Chora N. 16, Settembre 2008


22 mEmoria culturalE E procESSi intErprEtativi

re, riassumere anche questa volta le principali vicende di trasfor- Siamo quindi in presenza sostanzialmente di tre differenti
mazione di tale luogo. Per non appesantire troppo il nostro esperienze di attraversamento: i) il pedone semplice, che frui-
discorso e arrivare velocemente al punto che ci interessa, parti- sce della piazza osservandola ed esperendola esclusivamente
remo, nella nostra breve ricostruzione, dai restauri degli anni da sotto i portici; ii) l’automobilista, che ha una visione parzia-
’30, che modificano radicalmente l’assetto morfologico della le della piazza da dentro la macchina e in velocità ed è portato,
piazza. Si passò, infatti, dalla classica conformazione a trebbo in virtù delle tattiche d’azione che sta seguendo, a pertinentiz-
medievale, come si vede in figura11, a una nuova suddivisione zare diverse salienze che probabilmente sfuggono agli attori al
dello spazio ottenuta tramite il ribassamento del sagrato cui si punto 1 (ad esempio, un vuoto sta a indicare un parcheggio
accede da una scalinata e l’apertura del resto della piazza al traf- libero o una buca dell’asfalto); iii) il pedone motivato, che
fico automobilistico (figure 6, 7). Le figure 8, 9 e 10 mostrano volendo accedere alla chiesa, ha una visione più complessa e
invece l’assetto attuale della piazza, effetto dei restauri di fine disomogenea della piazza, in quanto portato a sommare e a
anni ’80, tramite i quali si intendeva restituire a Piazza Santo commensurare spazi diversi cui corrispondono domini topolo-
Stefano, riassumendo i termini del dibattito di quegli anni, la sua gici distinti (portici, spiazzo e sagrato, ognuno con conforma-
originaria valenza di anfiteatro urbano, eliminando così la divi- zioni molto differenti).
sione in due spazi distinti e accentuando in particolare gli ele- La casistica potrebbe essere molto più complessa23 e articola-
menti prospettici della piazza. ta, ma, visti gli scopi di questa trattazione, la tripartizione propo-
Proviamo allora ad abbozzare una mappa delle due piazze sta ci pare sufficiente a mostrare come le diverse esperienze pos-
(prima e dopo del restauro del 1988), descrivendo i ruoli dei sibili della piazza pre-restauro rendano difficile la fruizione del
diversi attanti iscritti e definendo un inventario, seppur mini- suo spazio come un tutto omogeneo.
mo, delle possibili azioni previste nell’attraversamento. Nella Preoccupazioni simili, unite assieme a motivazioni di natura
piazza pre-restauro, siamo in presenza di due classi distinte di più filologica causate dalla convinzione che i restauri degli anni
ruoli attoriali (pedoni e automobili) e di tre spazi (portici, spiaz- ’30 avessero sconvolto gli equilibri originari della piazza, hanno
zo, sagrato). Sostanzialmente, i pedoni percorrono la piazza spinto assessori, sovrintendenze e urbanisti a provare negli anni
attraverso i portici mentre le macchine circolano o sostano nello ’80 una soluzione di miglioramento. Si è quindi giunti nel 1988
spiazzo, ma esiste anche una sotto-classe di pedoni che si ad approvare un progetto di Luigi Caccia Dominoni (figura 8)
distingue dai pedoni in generale per una diversa competenza che prevedeva l’eliminazione della scalinata verso il sagrato,
modale, in quanto dotata di un ‘voler-accedere alla chiesa’, e ottenuta assecondando la lenta pendenza irregolare della piaz-
che quindi transita sul sagrato. Le modalità di accesso a ogni za che fa convergere naturalmente la visione prospettica verso il
singolo spazio e le modalità di passaggio da uno spazio all’al- complesso della basilica. A completamento del progetto, si è
tro sono allora piuttosto differenti: il movimento dal portico decisa anche la sostituzione della pavimentazione in cubetti in
allo spiazzo presenta una leggera discontinuità, dovuta non porfido (i ‘sanpietrini’) con un acciottolato grigio-ambrato che
tanto al passaggio da uno spazio semi-chiuso a uno aperto, riprende i colori delle facciate degli edifici, con guidane in grani-
quanto piuttosto alla presenza delle macchine che ostacolano to per i corridoi di attraversamento da una parte, e con lastroni
l’attraversamento dello spiazzo. Il passaggio dallo spiazzo al in granito per lo spazio antistante al sagrato dall’altra (un semi-
sagrato è invece marcato da una discontinuità netta rappresen- cerchio contornato da sette piccoli globi in metallo). Stando così
tata dalle scale: solo i pedoni hanno quindi libertà di transito da le cose, quest’ultimo spazio non risulta più a questo punto divi-
uno spazio all’altro. Infine, il passaggio dal portico al sagrato so dal resto della piazza, ma viene anzi collegato a essa attraver-
implica l’attraversamento intermedio dello spiazzo, reso so le guidane/corridoi, che conferiscono alla piazza nel suo com-
impervio, come dicevamo, dalla presenza delle macchine. plesso un maggiore effetto di omogeneità.

23 Non stiamo considerando, ad esempio, i casi di ri-semantizzazione dei percorsi principali della piazza provocati da determina-
ti eventi (ad esempio, provvedimenti di chiusura del traffico o manifestazioni religiose o di altro tipo).

FIG. 9 - Scorci prospettici dopo il restauro

Chora N. 16, Settembre 2008


dottorato in discipline seMiotiche 23

Cosa comporta questa nuova morfologia? Quali cambia- una differente memoria del luogo, ma anche una differente
menti essa si trova ad apportare? Come prima cosa, si può memoria culturale, nel senso che modifica il significato enciclope-
notare un passaggio dal /lineare/ (la scalinata, gli spazi rigida- dico dell’oggetto piazza Santo Stefano.
mente delimitati) al /concavo/ e al /curvo/ (la flessuosità della Anche in questo caso siamo dunque in presenza di una
pendenza assieme all’obliquità delle linee prospettiche). Si memoria istruita e distribuita: istruita in quanto la piazza
pensi ad esempio, per comprendere bene questo cambiamen- fornisce all’attraversatore le coordinate geometriche e cul-
to di forme, alle guidane in granito, che svolgono l’importante turali per orientare la sua enciclopedia e la sua lettura del
ruolo di predisporre l’attraversatore a certi percorsi a scapito di luogo; distribuita perché il soggetto che attraversa la piaz-
altri, sottolineando i percorsi preferenziali attraverso questi za, attraverso una mediazione tra le istruzioni che gli ven-
autentici corridoi collocati essenzialmente lungo le linee che gono fornite dagli elementi spaziali e le sue competenze
congiungono i principali punti di fuga dell’invaso della piazza enciclopediche, è condotto all’appropriazione di una
(figura 9 e 10). I percorsi proposti sono quelli che invitano a una memoria culturale riferibile al valore temporale e sociale
lettura unitaria e prospettica della piazza; i punti di arrivo delle condiviso di quel determinato luogo. Tutto ciò si traduce
guidane costituiscono inoltre delle salienze che esse contribui- anche in questo caso in un mutamento d’abito, ma questa
scono a mettere in risalto con il loro percorso, magnificando volta l’abito complessivo che riunisce le aspettative e le
determinati elementi che vengono così enfatizzati nella lettura disposizioni all’azione verso la piazza è una sorta di
della piazza che viene offerta al passante (la chiesa del Santo macro-abito in cui confluiscono vari micro-abiti somatici
Crocifisso, il Sacro sepolcro e la linea di fuga verso via Farini). (l’affordance offerta dalle guidane e la refrattarietà dell’ac-
Più nello specifico, tali percorsi preferenziali ridefiniscono la ciottolato al calpestamento), culturali (la lettura rinasci-
piazza secondo una morfologia tipica del Rinascimento. mentale della piazza che sottolinea determinate salienze
Tuttavia, se osserviamo attentamente le illustrazioni in figura storiche) e valoriali (il rapporto critico di rilettura di un
11 e 12, possiamo notare come, anche prima del restauro degli passato al presente).
anni ’30 e pur presentando anche allora la classica forma a slar-
go triangolare unitario percorso anch’esso da guidane (più 4.5. Ricordi innominabili: la ristrutturazione dell’ex campo
incerte e meno prospettiche), una tale forma rinascimentale la di concentramento di San Sabba
piazza non l’ha probabilmente conosciuta neanche durante il L’ultimo caso su cui ci soffermeremo riguarda la ristruttura-
Rinascimento. Le guidane insomma, al di là di ogni presunto zione e la trasformazione dell’ex campo di concentramento di
valore filologico che forse davvero non possiedono, assumono San Sabba, vicino a Trieste. Questo luogo dell’orrore fu sottopo-
innanzi tutto un vero e proprio ruolo attanziale, in quanto sto nel 1975 a un intervento di metamorfosi e ristrutturazione
/fanno fare/ un certo percorso, invitando chi passeggia a segui- dall’architetto Romano Boico, con l’intenzione di trasformarlo in
re il tragitto da loro predisposto e sconsigliando al contempo un memoriale (figure 13, 14, 15).
percorsi alternativi (il deterrente in questo caso è costituito da L’aspetto più interessante del progetto è costituito dalla giustap-
un acciottolato dalle magnifiche qualità cromatiche, ma infini- posizione ai volumi della struttura di un elemento nuovo, costitui-
tamente scomodo da calpestare). Sottolineiamo ancora una to da due altissime mura in cemento armato, una di fronte all’al-
volta che stiamo parlando dei percorsi iscritti nello spazio, e non tra, tese a formare un corridoio d’accesso alle strutture del memo-
solo nel senso di previsti, ma anche in quello di suggeriti, con- riale. Siamo dunque in presenza di un esempio del così detto
vogliati dalla struttura topologica della piazza. restauro creativo, che in questo caso di configura come un restauro
Questi percorsi iscritti punteggiano una possibile lettura della mosso dall’obiettivo esplicito di far ricordare. Leggiamo a questo
piazza, che non è soltanto filologica, ma in cui il progetto di riqua- proposito le parole con cui l’architetto Boico ha motivato il suo
lificazione si mette in mostra e marca se stesso, valorizzando con intervento (tratte dal sito ufficiale del museo di San Sabba):
forza un rapporto di rilettura critica del proprio passato, nel tenta- La Risiera semi distrutta dai nazisti in fuga era squallida
tivo di istruire e costituire un soggetto che sappia filtrarlo in base ai come l’intorno periferico. Pensai allora che questo squallo-
valori del presente. In questo modo, il restauro del 1988 produce re totale potesse assurgere a simbolo e monumentalizzarsi.

FIG. 10 - Scorciprospettici dopo il restauro

Chora N. 16, Settembre 2008


24 mEmoria culturalE E procESSi intErprEtativi

Mi sono proposto di togliere e restituire, più che di aggiun- nue che localizzano la memoria nelle tracce sensibili o cogniti-
gere. Eliminati gli edifici in rovina, ho perimetrato il conte- ve del passato – riesca a rendere conto di alcuni fenomeni com-
sto con mura cementizie alte undici metri, articolate in plessi come quelli della riappropriazione di un passato nel pre-
modo da configurare un ingresso inquietante nello stesso sente, con le valorizzazioni eterogenee e complesse che un
luogo dell’ingresso esistente. Il cortile cintato si identifica fenomeno del genere sempre comporta.
nell’intenzione, quale una basilica laica a cielo libero. Il caso di San Sabba si rivela dunque un caso esemplare, per-
L’edificio dei prigionieri è completamente svuotato e le ché, mentre mette in crisi un modello di esternalizzazione inge-
strutture lignee portanti scarnite di quel tanto che è parso nua, che pretende di localizzare la memoria esclusivamente
necessario. Inalterate le diciassette celle e quelle della morte. nelle tracce sensibili del passato e nei supporti materiali in cui si
Nell’edificio centrale, al livello del cortile, il Museo della inscrive, denuncia, contemporaneamente, l’incompiutezza di
Resistenza, stringato ma vivo. Sopra il Museo, i vani per un approccio che si limiti a interiorizzarla nel soggetto e nel libe-
l’Associazione deportati. Nel cortile un terribile percorso in ro gioco delle sue facoltà. Al contrario, il restauro di San Sabba
acciaio, leggermente incassato: l’impronta del forno del ci è parso l’esempio migliore per mostrare come la memoria sia
canale del fumo e della base del camino. delocalizzabile nelle reti attanziali enciclopediche che definisco-
no le identità e le valorizzazioni degli attori sociali umani e non-
Ciò che si vuole conservare questa volta del passato non è umani in gioco.
una sua traccia materiale, bensì una sensazione passata: la sen-
sazione di terrore, oppressione e inquietudine provata da chi 4.6. Riflessioni finali
ha attraversato in quegli anni i cancelli del lager. È tale sensa- I casi presi in esame ci hanno mostrato come a diversi inter-
zione che deve restare e deve essere restaurata per sopravvi- venti di restauro possano corrispondere differenti modi di rap-
vere al rischio dell’oblio, non la struttura materiale del luogo, portarsi col proprio passato, di valorizzarlo e di presentificarlo,
che è invece puro supporto. Chi ha ristrutturato quei luoghi costruendolo. Si tratta di vere e proprie valorizzazioni eteroge-
voleva provocare in chi si reca oggi a visitarli una sensazione nee della temporalità.
disforica gravida di passato che permettesse di conservare la La ricostruzione della Fenice ad esempio definisce gli estre-
memoria vera di quel luogo, che non consiste certo nella sua mi di una valorizzazione del passato in quanto tale, che viene
morfologia architettonica, quasi mitizzato nel tentati-
bensì nella traccia dell’or- vo di riproporlo in un
rore che ha ospitato. Era diverso contesto storico e
cioè l’effetto del luogo e non culturale, ricostruendolo
il luogo che occorreva così quasi artificialmente.
restaurare e conservare. Sebbene il desiderio di ria-
Per raggiungere tale vere lo stesso teatro mala-
obiettivo, Boico ha allora mente perduto risulti del
previsto nel suo progetto tutto comprensibile da
l’imposizione di un attra- parte della città di
versamento forzato lungo Venezia, ci pare però ine-
un ingresso claustrofobi- vitabile — senza peraltro
co, completamente inesi- voler entrare nel merito di
stente nell’opera originale un giudizio di valore sul
(figura 14). Ecco allora che progetto di restauro che
il visitatore che passa per non spetta a noi avanzare
questo corridoio è condot- — sottolineare il profumo
to a sperimentare nel suo di profonda paradossalità
attraversamento una serie che ha avvolto i dibattiti
di sensazioni completa- FIG. 11 - La piazza in una illustrazione del ‘700 sulla ricostruzione della
mente disforiche, sensa- Fenice e i lavori che ne
zioni che richiamano il dolore e la paura di chi, condannato al sono seguiti. La vicenda della Fenice non può non richiamare
lager, ha attraversato quei luoghi prima di lui. Ma questo alla mente la "finzione" di Pierre Menard, il poeta simbolista
effetto di senso è ottenuto senza che quegli stessi luoghi attra- descritto da Borges che riscrive nel 900, ricopiandolo parola
versati conservino una conformazione architettonica e spa- per parola, il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, mutan-
ziale analoga a quella che avevano in precedenza: per restau- done però inevitabilmente il senso. Ci è sembrato in questo
rare il ricordo occorreva modificare il luogo nella sua materia- senso di poter mostrare come gli effetti di senso veicolati dagli
lità, procedendo “per togliere”, come dice Boico; o tutt’al più stessi elementi materiali e sensibili fossero profondamente dif-
per aggiunte tese a ottenere la conservazione di una traccia ferenti prima e dopo la ricostruzione del teatro.
costitutivamente non materiale. Il riassetto di Piazza Santo Stefano a Bologna pare invece osten-
Com’è evidente, anche in questo caso lo spazio istruisce il tare, nel tentativo di recuperare i sensi passati della piazza, l’attitu-
soggetto a produrre la memoria di un evento passato, ma la dine critica con cui viene riletto il passato di quei luoghi. Non si
produzione e l’appropriazione di una memoria questa volta si ripropone infatti una ricostruzione pedissequa ricavata da docu-
realizza non attraverso la ri-presentazione o la conservazione di menti e mappe catastali (e magari spacciata per originale), ma si
una traccia materiale, bensì attraverso l’iscrizione di valenze propone invece un assetto che, pur richiamando esplicitamente la
timiche che agiscono direttamente sulla costituzione passionale storia di quella piazza, la rilegge criticamente alla luce delle muta-
del soggetto. Anzi, è esattamente attraverso il tradimento della te condizioni urbane che ne costituiscono il contesto. A essere
struttura materiale del luogo che il restauro del ricordo può valorizzato questa volta non è il passato in sé, bensì la continuità
avvenire e può innescare la conservazione di una memoria tra passato e presente, ovvero la possibilità di trovare nel proprio
condivisa. Questo dimostra non solo come nel ricordo ci possa passato una progettualità futura e un’esperienza condivisa.
essere una totale indifferenza nei confronti del supporto mate- L’ultimo caso, per cui abbiamo speso solo poche parole in
riale in cui esso si inscrive, ma anche e soprattutto come un funzione dell’economia di questo lavoro, ma che risulta per noi
approccio semiotico – in grado di porsi in una posizione neu- il più complesso e il più interessante da un punto di vista semio-
tra rispetto alle esternalizzazioni e alle internalizzazioni inge- tico, dà invece un’idea ancora più piena della dinamicità dei

Chora N. 16, Settembre 2008


dottorato in discipline seMiotiche 25

meccanismi della memoria culturale: il valore non è costituito ni meccanismi di appropriazione di una memoria collettiva che
dalla memoria in sé né dalle sue tracce materiali e sensibili, bensì si attivano attraverso la mediazione di luoghi che recano in sé
da un “dovere di memoria” (Ricœur 2000) che si vuole incarna- segni della memoria. La memoria non sarebbe dunque solo un
re somaticamente nell’esperienza dell’attraversamento, così che processo di appropriazione di una fetta di Enciclopedia, ma,
il progetto di restauro diventa un monito a ricordare e a costrui- soprattutto, un processo attivo di costruzione valoriale di un
re una memoria collettiva che diventi anche guida ed esperien- passato, che dipende sempre in modo sensibile da una proget-
za per il futuro. Un ad perpetuam memoriam rei che non solo sele- tualità futura e dall’adesione a un sistema di valori. Al modello
ziona cosa del passato deve essere ricordato, ma ne propone della trasmissione di tracce, vorremmo quindi opporre, ripren-
una marcata lettura valoriale e assiologica che fonda e costruisce dendo alcune riflessioni di Parret (2005), i processi di interpreta-
una memoria autenticamente collettiva. zione di tracciati, intesi come percorsi a un tempo spazio/tempo-
Per riassumere, possiamo allora dire che i tre restauri propon- rali e valoriali:
gono tre diversi passati: il tentativo di ri-costruzione e ri-
proposizione di un passato puro (Fenice), un progetto di
passato (Santo Stefano), una sensazione di passato (San
Sabba). In tutti e tre i casi siamo sempre e comunque di
fronte a una proposta di adesione valoriale a un senso
del passato che costituisce la condizione di possibilità di
ogni memoria, e da cui la memoria è sempre costituti-
vamente indistinguibile.
A questo proposito, è forse il caso di spendere ancora
alcune parole su un aspetto che abbiamo deciso di sottoli-
neare più volte in questo nostro lavoro, e cioè la forte
parentela che lega spazio vissuto e memoria. Sentiamo
infatti l’esigenza di ribadire che, da una prospettiva semio-
tica, non è sufficiente parlare di memoria del luogo né di
memoria del soggetto, quanto piuttosto di differenti modali-
tà attraverso cui i processi di decifrazione dei segni della
memoria conducono alla produzione e all’interpretazione
di memorie culturali nuove, che sono effetto del sistema
attanziale locale che ne definisce l’identità e la valorizza-
zione. Queste ‘memorie’ non si risolvono dunque né nella FIG. 12 - Una foto della piazza nell’800
convocazione individuale di repertori e di porzioni di
Enciclopedia né nell’apprendimento di segni esterni, ma emergo-
no invece nell’atto di interpretazione/filtraggio che presiede a ogni La traccia è un’incisione. È separata da qualunque narra-
valorizzazione della temporalità. zione visibile o credibile, manca di ogni leggerezza di inter-
Che cosa distingue allora tale interazione di produzione e pretazione immaginativa, non si evolve, si è affrancata dalla
condivisione di memoria da un semplice processo di apprendi- storia evenemenziale. Ciononostante, non è affatto pura-
mento? Innanzi tutto il fatto di essere istruito e distribuito nei mente spaziale – marca immobile e inamovibile – ma spa-
sensi precedentemente precisati: istruito, perché è l’interazione zio-temporale. Una traccia è altresì un tracciato: bisogna per-
locale che in-forma il soggetto, completandolo e spingendolo a correre i ricordi e le anamnesi. (Parret 2005, p. 21)
convocare un’enciclopedia condivisa che è essa stessa memoria;
distribuito, perché non si tratta solamente di un ricorso all’enci- La memoria è esattamente il percorso e la produzione di que-
clopedia (media o condivisa che sia), ma di una costruzione che sti tracciati, nel senso che abbiamo tentato di precisare in questo
emerge nell’interazione tra attanti di un sistema. Come sottoli- nostro lavoro.
nea Paolo Fabbri:
5. Conclusioni e prospettive
Gli aspetti comunicativi e pragmatici hanno carattere
riflessivo e indessicalico ma nello stesso tempo hanno una 5.1. Il soggetto umano come produttore di memoria
cogenza dei dettagli contingenti che solo nella realizzazione Il restauro architettonico e urbano, così come l’abbiamo pro-
hanno coerenza. In altri termini, anziché dire ci sono le rego- posto, si è rivelato un espediente particolarmente utile per una
le e poi c’è il modo in cui leggiamo le regole, che è la vecchia più ampia riflessione sulla questione della memoria. Questa
idea del bricolage, possiamo sostituirla con l’idea che, al pratica, per i motivi già descritti, risulta essere una delle prassi
contrario, nelle realizzazioni e nella interazione soggetto- più evidenti di scrittura e produzione della memoria collettiva e
oggetto, soggetto-soggetto o oggetto-oggetto ci troviamo ci ha consentito di mettere in luce una complessa serie di proble-
nella condizione della necessaria esplorazione della cogen- mi legati alla traduzione e alla ri-configurazione di elementi che
te contingenza di un ventaglio di realizzazioni che hanno tornano alla ribalta nella nostra stessa quotidianità, ma che, a
una loro coerenza. […] Perché se è vero, come dice ben guardare, costituiscono la dinamica profonda di qualsiasi
Wittgenstein, che le azioni non sono governate da regole, tipo di stratificazione culturale, con i suoi meccanismi di produ-
esse sono però reintroducibili istruttivamente e hanno dun- zione e interpretazione. Al fine di rendere conto di questa dina-
que una validità prasseologica nelle interazioni intersogget- mica e di questi stessi meccanismi, abbiamo allora proposto i
tive e interoggettive. Qui, tra l’altro, possono darsi fattori di concetti di esternalizzazione non ingenua (di ispirazione peir-
innovazione. (Fabbri 2005, p. 11) ceana), di costruzione distribuita della memoria e di filtraggio.
Affiancando alla proposta lotmaniana il concetto di enciclope-
Allo stesso modo, nel nostro approccio semiotico alla memo- dia elaborato da Eco, abbiamo sollevato il problema dell’ester-
ria, anziché esserci da una parte la memoria culturale e dall’al- nalizzazione di occorrenze concrete e delle manifestazioni
tra un modo in cui ce ne appropriamo, c’è tutto un ventaglio di testuali attraverso le quali il senso si produce. Recuperando una
realizzazioni che hanno una loro coerenza, che si dà nelle rela- caratteristica della nozione di enciclopedia, e cioè il suo essere
zioni tra soggetti e oggetti e che ne costituisce le identità locali esclusivamente un’ipotesi regolativa la cui attivazione avviene
determinate dalla pratica in corso. Tutto ciò può spiegarci alcu- di volta in volta localmente in funzione della pratica in corso, ci

Chora N. 16, Settembre 2008


26 mEmoria culturalE E procESSi intErprEtativi

siamo allontanati sensibilmente da una visione che pone nel- attori concreti colti nel loro agire nel momento in cui l’ambien-
l’oggetto o nel supporto il centro strumentale di conservazione te pone loro più alternative interpretative e pratiche, o addirit-
della memoria. Allo stesso tempo, questo non voleva affatto tura la possibilità di crearne di nuove.
dire localizzare la memoria nelle strutture cognitive del sogget- Non è un caso che già nel Trattato di semiotica generale Eco
to o nelle sue procedure di riappropriazione enciclopedica indi- stesso avvertisse chiara questa esigenza di inversione da
viduale o collettiva, bensì studiare i fenomeni della memoria affiancare alla prospettiva fin lì indagata:
nella complessa rete di connessioni attanziali che si sviluppano
su diversi livelli, in maniera distribuita.
Questo, però, lascia un problema ancora aperto, e che
costituisce una delle frontiere della nostra disciplina: la
questione del soggetto umano come produttore dei
segni, e dunque, come produttore di memoria. La que-
stione ricopre un ruolo centrale in questo lavoro, abbia-
mo infatti proposto da subito di considerare il soggetto
umano come un attante tra gli altri, la cui identità non è
determinabile in modo differente rispetto a quella degli
attanti non umani. Il problema, del resto, era già posto da
Eco nel 1975, quando concludeva il suo Trattato di semio-
tica generale interrogandosi sul “fantasma” che la sezione
sulla teoria della produzione segnica aveva lasciato intra-
vedere: “si tratta del soggetto umano in quanto attore
della pratica semiotica. Qual è il suo posto nel quadro
della teoria sin qui delineata?” (Eco 1975, p. 375).
Dal momento che i processi di filtraggio e formazione
di memoria fin qui descritti sono processi che vedono
nel soggetto umano un attore tra gli altri, sembra che il
soggetto non sia causa agente della semiosi bensì, piut-
tosto, ne sia una conseguenza, tanto che divenga “ciò
che i processi continui di risegmentazione del contenu-
to lo fanno essere”, definendo così la sua identità (Eco FIG. 14 - Il corridoio aggiunto da Boico
1984, p. 53). Insomma, per la semiotica il soggetto può
essere colto metodologicamente solo in quanto traccia, e cioè in Si deve indubbiamente ammettere che la semiotica è
quanto mappa della semiosi stessa, così che “il soggetto di ogni forse destinata a violare anche i propri limiti naturali per
attività semiotica non è altro che il risultato della segmentazione diventare (oltre che la teoria dei codici e della produzione
storica e sociale dell’universo: […] un modo di vedere il segnica) la teoria delle origini profonde e individuali della
mondo” (Eco 1975, p. 375). pulsione a significare. In questa prospettiva alcuni argo-
Tale approccio prende le distanze anche da un altro modello menti della teoria della produzione segnica (come per
di soggettività presente in semiotica e risalente alla teoria del- esempio i casi di istituzione di codice e mutazione di codi-
l’enunciazione di Émile Benveniste, che poneva a condizione ce) potrebbero diventare oggetto di una teoria della
dell’esistenza stessa di un testo un atto d’enunciazione che lo testualità o della creatività testuale. (Eco 1975, p. 377)
costituisce e ne è logicamente anteriore, per quanto irrecupe-
rabile per l’analista. Questo modello, infatti, pone un doppio Eco sembra qui delineare un programma di sviluppo
problema: da un lato la messa in campo di una soggettività da lui stesso portato avanti in seguito sotto un certo
trascendente capace di attribuirsi la responsabilità della rispetto, indicando alcuni strumenti precedentemente
semiosi e del senso, dall’altra un testo cristallizzato in una elaborati e suscettibili di essere impiegati nel tentativo di
struttura e isolato rispetto a una dimensione sociale, storica e superare un limite descrittivo proprio del suo approccio
pragmatica (da qui l’ambizione di computarne tutti i possi- semiotico, e cioè quello di poter “rappresentare solo
bili percorsi interpretativi in un unico percorso generativo quanto, del senso, è socialmente prodotto e riconosciuto”,
che vale per tutti). e cioè ciò che è già type (Violi 1986, p. 181).
Se il modello echiano ci consente di preservare la compo- Negli ultimi anni la semiotica ha seguito queste indi-
nente relazionale e l’epistemologia non essenzialista che è alla cazioni liminali di Eco e si è dotata di quegli strumenti
base della disciplina, non sembra però rispondere ad alcune metodologici e d’analisi attraverso cui cogliere i testi
domande che vorremmo declinare rispetto al tema della non come forme pre-costituite, ma in quanto risultato
memoria qui affrontato. di operazioni alla base della loro costituzione, cioè
Ciò che infatti abbiamo considerato per buona parte di que- come pratiche e lavoro di produzione segnica, secondo
sto lavoro è un concetto di memoria agita o di memoria-abito. quanto appunto suggerito pioneristicamente da Eco
Questa memoria costituisce il nostro vivere quotidiano e rap- stesso24. La descrizione del fare del soggetto ci permet-
presenta lo sfondo, potremmo dire inquestionato, del nostro te così di descriverne e coglierne le attribuzioni identi-
agire. Tuttavia questa memoria-agita è il risultato di un proces- tarie proprio a partire dalle pratiche di costituzione dei
so di sedimentazione e la sua dinamica include al suo interno testi, e di ritornare così alla definizione di semiotica
anche dei momenti di frattura e ricostituzione. In ambito come “scienza di come si costituisce storicamente il
semiotico sono proprio tali momenti di frattura e i momenti soggetto” (Eco 1984, p. 54). Proviamo, con un esempio,
aurorali di formazione degli abiti, e quindi della memoria ad articolare meglio questo passaggio.
come abito, a rimettere in gioco e a rivelare un limite euristico Prendiamo la statua bronzea di San Pietro che si trova
nel modello di soggettività fin qui delineato. È infatti evidente nella Basilica Vaticana. Secondo la tradizione, i fedeli,
come esistano dei casi in cui l’iniziativa passa al soggetto come atto di devozione, devono toccarne il piede destro.
umano nella sua individualità, e cioè a un attore sociale, e que- Questo gesto, reiterato nei secoli, ha prodotto in quel
sto aspetto ci pare emergere proprio nel momento in cui cer- punto una evidente usura. L’usura, in questo caso, non è
chiamo di descrivere non il soggetto, bensì i soggetti, e cioè gli solo fatto fisico, percettivo o estetico ma diviene, per il

Chora N. 16, Settembre 2008


dottorato in discipline seMiotiche 27

fedele che si trova davanti alla statua, vera e propria pertinenti di un tipo di contenuto” (Eco 1975, p. 309).
istruzione e tendenza all’azione. Siamo di fronte al pro- Per invenzione però non si intende mai, neanche nei
blema di definire semioticamente i momenti di questo casi più audaci, una creazione pura e radicale. Si tratta
fenomeno, memoria culturale agita e ripresentificata sempre dell’instaurarsi di una dialettica tra due poli, in
quotidiamente innumerevoli volte. Siamo capaci di quanto “la semiosi non sorge mai ex novo ed ex nihilo […]
descrivere questo fenomeno in quanto abito, e cioè ma si disegna sempre sullo sfondo di cultura già organiz-
Terzità peirceana derivata da reiterazione: l’usura è il zata” (ib., p. 319). Questo si traduce, all’interno dell’analisi,
risultato di un fare del fedele ma è anche impronta in nella necessità di descrivere questi poli e la tensione in cui,
tal senso di un suo essere fedele, e cioè di una sua attri- in un processo inventivo, si vengono a trovare la dimensio-
buzione identitaria. ne collettiva — lo sfondo del già-detto — e quella indivi-
Non siamo invece in grado di descrivere il momento duale — l’invenzione nella dimensione locale.
originario della costituzione di questo atto, il momento Occorre quindi, al fine di descrivere la dimensione indi-
in cui da pura possibilità del sistema, tra un numero viduale e locale a partire dalla quale creiamo o modifichia-
indefinito (ma non infinito) disponibile, essa si costitui- mo una memoria collettivamente definita, precisare che
sce come correlazione segnica tra un piano dell’espres- cosa intendiamo come “sfondo di cultura già organizzata”.
Per sfondo culturale intendiamo l’insieme dei codici e
delle norme socialmente condivise. Per definire il ruolo del
soggetto nell’ambito di una teoria semiotica della memoria
dobbiamo quindi fare un ulteriore passo indietro e defini-
re cosa intendiamo per ‘codice’.
Il concetto di codice (o norma) è stato utilizzato inizial-
mente nell’accezione di regola che associa alcuni elementi
del sistema sintattico con elementi del sistema semantico o
con una serie di risposte comportamentali (ib., p. 55). Il codi-
ce era per Eco (1975) la regola di correlazione tra un piano
dell’espressione e un piano del contenuto e cioè la regola di
costituzione del segno, nell’instaurarsi di un rapporto di
eguaglianza tra i due piani. Definizione che Eco rivede in
Semiotica e filosofia del linguaggio in quanto essa sarebbe “coe-
rente con una ideologia del soggetto […] come presunta
unità trascendentale che si apre al mondo (o a cui si apre il
mondo) nell’atto della rappresentazione” (Eco 1984, p. 21).
L’atto inventivo e la trasformazione di un sistema a seguito
di un atto individuale dovrebbe infatti essere concepito in
questo caso come un atto di totale sottrazione di un sogget-
to alla cultura, e quindi ci porterebbe a pensare l’individua-
lità come “pura intenzionalità significante” o “monade sog-
gettiva senza relazioni” (Lorusso 2006, p. 106). In questo
senso “la nozione di segno sarebbe solidale con la nozione
(in crisi) di soggetto” (Eco 1984, p. 21).
È necessario allora riformulare la nozione di segno e di
codice in altri termini: la regola di costituzione del segno
nella correlazione tra piano dell’espressione e del contenu-
to non risponde al modello ‘a≡b’ bensì al modello ‘se a allo-
ra…’, cioè a un modello inferenziale. Il codice non è più
identità, ma una ipotesi regolativa, e cioè probabilità stati-
stica di realizzazione di una possibile correlazione. Questo
ci permette di sciogliere il rapporto tra individuale e collet-
FIG. 15 - Il corridoio aggiunto da Boico tivo in una relazione tensiva e graduata, piuttosto che dico-
tomica e discreta, in cui il codice non è una regola restritti-
sione e un piano del contenuto: quel gesto, come sintas- va, ma è molto più ampia del suo uso costituendo uno
si gestuale e piano espressivo, si ricollega a un contenu- “spettro di variabili ammesse” (Lorusso 2006) che l’uso di
to preciso, cioè quello devozionale. È il momento del- fatto realizza, chiudendo il campo di possibilità lasciato
l’istituzione di codice o, meglio, della sua invenzione, aperto dal codice.
cioè il momento in cui il corpo, in un gesto inedito, Su questa linea si colloca anche una recente rilettura del
imprime la traccia sull’oggetto e questa a sua volta si pensiero peirceano e del concetto di abito, come significa-
lega a un significato. Il problema è appunto come un to, di Fabbrichesi Leo. L’abito non è, come spesso si
atto individuale e singolare possa trasformare le griglie immagina, una regola restrittiva che determina il signifi-
culturali collettive, creare memoria, inventare tradizio- cato del segno come equivalenza rispetto a un comporta-
ni e divenire gesto condiviso da una collettività, sfondo mento, ma è una ipotesi regolativa descrivibile come
sociale e indiscusso del vivere collettivo. ordine probabilistico e abduttivo. L’abito non è quindi
Per invenzione, in semiotica si intende un “modo di una linea d’azione, ma più linee di azione potenziali
produzione in cui il produttore della funzione segnica entro cui un soggetto si muove.
sceglie un nuovo continuum materiale non ancora seg- Il soggetto non è quindi ridotto, in relazione alla dimen-
mentato che si propone, e suggerisce una nuova manie- sione normativa data dal collettivo, a pronunciare un sì o
ra di dargli forma per trasformare in esso gli elementi un no rispetto a una norma o a un codice ma ha “un campo
24 Si parla così di prassi enunciative (Greimas e Fontanille 1993), stile enunciativo (Violi 1997b), semiotica dell’impronta (Fontanille
2004) o “pratiche” (Violi 2005; Lorusso 2006).

Chora N. 16, Settembre 2008


28 mEmoria culturalE E procESSi intErprEtativi

di possibilità rispetto a posizioni e identificazioni possibili Riconoscere significa tornare al passato, ricercare in ciò
e disponibili” (Demaria 2003, p. 47) in cui egli non è né che conosciamo un’esperienza famigliare, un elemento
completamente libero né completamente regolato, e in cui sicuro da poter nominare a prescindere dagli elementi
“il codice non è una regola ma un campo di associazio- che compongono la configurazione plastica. Al contra-
ni, dove ciò che è possibile è ciò che si è verificato già rio è nell’oblio delle convenzioni sociali, dimentico che
(che si è già visto, già fatto, già letto)” (Lorusso 2006, p. culturalmente certe linee e colori compongono quella
108). La memoria culturale viene così a coincidere con data figura, che l’artista e il bambino ritornano alla
questo campo di possibilità dato da tutto “ciò che si è pura percezione e ri-vedono la base.
verificato già”. Un secondo campo di indagine affrontato in semioti-
ca e che ha portato la disciplina a scontrarsi con il corpo
5.2. Corporeità e memoria è lo spazio e la fruizione dei luoghi. La domanda che ci
Recuperando e ponendoci la questione del soggetto si deve porre è se il luogo significa a partire da un sog-
non possiamo, poi, non parlare della dimensione cor- getto, sia esso individuale o collettivo, o se lo spazio, in
porea. I problemi sollevati, infatti sono più che mai vivi quanto dotato di un’articolazione propria, determina la
in campi quali la filosofia, la psicologia, le scienze costruzione della soggettività. Le opposizioni imposte
sociali, gli studi cognitivi e la teoria del linguaggio. Ci dalla cultura e dalla memoria a essa associata costrin-
si chiede, in modo specifico, se e come la percezione sia gono il corpo a essere contenuto in un certo modo piut-
sociale (Greimas e Fontanille 1993) piuttosto che natu- tosto che in un altro e le opposizioni, così divenute
rale e pre-individuale (Violi 1997). sistemi di valori, orientano il soggetto a un proprio pro-
Naturalmente non possiamo in questo luogo appro- gramma d’azione.
fondire il tema e proporre delle soluzioni a un dibattito Infine, si è scontrato con la problematica del corpo lo
ancora in corso ma ci sembra doveroso sottolineare che, studio della dimensione passionale della significazione.
nell’ottica del restauro e della fruizione di un luogo da Le passioni, infatti sono stati mentali soprattutto perché
parte di un utente, esiste una stretta correlazione tra sono stati corporei e il lavoro della semiotica è stato
prassi percettive e senso. Nonostante la semiotica non quello di ritrovare “una generale componente corporea
abbia formulato dei modelli esplicativi esaurienti per nei processi passionali, componente nella quale si inne-
affrontare il problema, abbiamo la possibilità di analiz- sta, o si disperde, l’immaginazione desiderante di
zare la questione sotto diversi punti di vista. carattere mentale” (Marrone 2005, p. 15). Il corpo
Nella storia della semiotica tre sono le aree che si diventa esso stesso testo e mantiene traccia del vissuto,
sono scontrate con il problema della soggettività oppure lo dimentica momentaneamente, nel caso di
umana, sia individuale sia collettiva, e che hanno certi eventi traumatici o in date patologie, causando
preso in carico la questione del corpo. Innanzitutto lo all’intelletto sofferenza e dolore.
studio della figuratività e dell’estesia la cui ipotesi alla La ricerca semiotica attuale vede dunque l’esperienza
base è che: corporea come co-partecipante alla costruzione e modi-
ficazione della significazione. Il corpo interviene in
la percezione sensoriale, contribuendo alla modo preponderante al momento dell’enunciazione
costruzione della significazione dei discorsi e dei del discorso, poiché l’istanza dell’enunciazione non è
testi, permette altresì l’edificazione stessa di qual- forma vuota che meccanicamente produce discorsività,
cosa come una soggettività e, per contraccolpo, di ma piuttosto ha un corpo che, prendendo posizione
qualcosa come un’oggettività. (Marrone 2005, p. 11) nello spazio e nel tempo, determina l’interno e l’ester-
no, il suo Me e il suo Sé (secondo le categorie di Jacques
L’atto della percezione diventa centrale nel rapporto Fontanille). Il corpo diventerebbe così un centro di rela-
tra soggetto e mondo, poiché è attraverso il primo che, zione della significazione, un nodo di possibile contat-
al di là di ogni atto intellettivo, subentra l’imperfezione, to con il mondo, un centro di memoria culturale, poiché
la variazione, lo stupore di un corpo che percepisce al è attraverso e con esso che si costruisce la memoria
di là delle convenzioni sociali (Greimas 1987). sociale (Connerton 1989).
L’esperienza estetica viene a configurarsi, nel percorso Crediamo che tale centro di memoria culturale – il
di costruzione del senso, come momento non narrativo corpo – non sia da sottovalutare nel definire le dimen-
della quotidianità in cui il sensibile s’impone al sociale, sioni costitutive da cui dipende il fenomeno della
in cui elementi della semiosfera globale rientrano nelle memoria tout court. Dal nostro punto di vista, esso non
semiosfere parziali riconfigurandole. Nella prospettiva è l’operatore di una soggettività irrelata ma un altro
di una semiotica della memoria è interessante notare elemento di stratificazione del senso, di raccolta del già
come la percezione si fonda sul riconoscimento figura- detto che entra nel campo di relazioni in cui si danno
tivo di una configurazione plastica precedente. esternalizzazione, distribuzione, filtraggio.

nota bibliografica
Amendolagine F. e Boccanegra G. (1997, a cura di), Il decoro della Fenice. Tecniche per la ricostruzione e il restauro degli apparati decorativi, Marsilio,Venezia.
Assmann A. (1999), Erinnerungsraume. Formen und Wandlungen des kulturellen Gedachtnisses, C. H. Beck, München(tr. it. di S. Paparelli,Ricordare. Forme e muta-
menti della memoria culturale, Il Mulino, Bologna 2002).
Assmann J. (1992), Das kulturelle Gedächtnis. Schrift, Erinnerung und politische Identität in frühen Hochkulturen, Oscar Beck, München (tr. it. di F. de Angelis, La memo-
ria culturale. Scrittura, ricordo e identità politica nelle grandi civiltà antiche, Einaudi, Torino 1997).
Bonfantini M. (1980), “Introduzione”, in Peirce Ch., Semiotica, Einaudi, Torino; ora in Peirce Ch., CP, tr. it.
Chatelet F. (1973, a cura di), Histoire de la philosophie, vol. VIII, Hachette, Paris.
Connerton P. (1989), How Societies Remember, Cambridge University Press, Cambridge (tr. it. di G. Berno, Come le società ricordano, Armando, Roma 1999).
De Certeau M. (1980), L’invention du quotidien, I : Arts de faire, Gallimard, Paris (tr. it. di M. Baccianini, L’invenzione del quotidiano, Edizioni Lavoro, Roma 2001).
Demaria C. (2003), Femminismo, critica post-coloniale e semiotica, Bompiani, Milano.

Chora N. 16, Settembre 2008


dottorato in discipline seMiotiche 29

- (2006), Semiotica e memoria. Analisi del post-conflitto, Carocci, Roma.


Deleuze G. (1964), Marcel Proust et les signes, Presses Universitaires de France, Paris (tr. it. di C. Lusignoli e D. De Agostini, Marcel Proust e i segni, Einaudi, Torino 1986).
- (1973), “De quoi on reconnaît le structuralisme?”, in Chatelet F. (1973, a cura di) (tr. it. parziale in Fabbri P. e Marrone G. 2000, a cura di).
Dusi N. e Nergaard S. (2000, a cura di), Sulla traduzione intersemiotica, Versus, 85/86/87.
Eco U. (1975), Trattato di semiotica generale, Bompiani, Milano.
- (1979), Lector in fabula, Bompiani, Milano.
- (1984), Semiotica e filosofia del linguaggio, Einaudi, Torino.
- (2003), Dire quasi la stessa cosa, Bompiani, Milano.
- (2007), Dall’albero al labirinto, Bompiani, Milano.
Ercolino M.G. (2006), “Il trauma delle rovine. Dal monito al restauro”, in Tortora G. (2006, a cura di).
Fabbri P. (2005), “Istruzioni e pratiche istruite”, E|C, Associazione italiana di studi semiotici, online, www.ec-aiss.it.
Fabbri P. e Marrone G. (2000, a cura di), Semiotica in nuce, vol. 1, Meltemi, Roma.
Fontanille J. (2004), Figure del corpo, Meltemi, Roma.
Goodwin C. e Duranti A. (1992), “Rethinking Context: An Introduction”, in Goodwin C. e Duranti A. (1992, a cura di).
- (1992, a cura di), Rethinking Context: Language as an Interactive Phenomenon, Cambridge University Press, Cambridge.
Greeno J.G e Moore J.L. (1993), “Situativity and symbols: response to Vera and Simon”, Cognitive Science, 17.
Greimas A.J. (1976), Sémiotique et sciences sociales, Paris, Seuil (tr. it. di D. Corno, Semiotica e scienze sociali, Centro Scientifico Editore, Torino 1991).
- (1987), De l’imperfection, Fanlac, Périgueux (tr. it. di G. Marrone, Dell’imperfezione, Sellerio, Palermo 1993).
- (1993), “Le beau geste”, (con J. Fontanille), Recherche sémiotiques/Semiotic Inquiry, 13 (tr. it. di F. Montanari, in Pozzato M.P. 1995, a cura di)
Greimas A.J. e Courtès J. (1979), Sémiotique. Dictionnaire raisonné de la théorie du langage, Hachette, Paris (tr. it. a cura di P. Fabbri con la collaborazione con A.
Fabbri, R. Giovannoli e I. Pezzini, Semiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, La Casa Usher, Firenze 1986).
Hammad M. (2004), Leggere lo spazio, comprendere l’architettura, Meltemi, Roma.
Hutchins E. (1995), Cognition in the Wild, MIT Press, Cambridge (Mass.).
- (2000), “Distributed Cognition”, in International Encyclopedia of Social & Behavioral Sciences (IESBS), Elsevier, Amsterdam.
Kirschner D. e Whitson J.A. (1997, a cura di), Situated Cognition. Social, Semiotic, and Psychological Perspectives, Laurence Erlbaum Ass., Mahwah.
Landowski E. e Marrone G. (2002, a cura di), La società degli oggetti. Problemi di interoggettività, Meltemi, Roma.
Latour B. (1994), “Une sociologie sans objet? Remarques sur l’interobjectivité”, Sociologie du travail, 4 (tr. it. parziale in Landowski E. e Marrone G. 2002, a cura di).
Lave J. (1988), Cognition in Practice, Cambridge University Press, Cambridge.
Lorusso A.M. (2006), La trama del testo, Bompiani, Milano.
Lotman J.M. (1985), La semiosfera, Marsilio, Venezia.
- (1993), Kul’tura i vzryv, Gnosis, Moskva (tr. it. di C. Valentino, La cultura e l’esplosione. Prevedibilità e imprevedibilità, Feltrinelli, Milano 1993).
Lotman J. M. (2006), Tesi per una semiotica delle culture (a cura di Sedda, F.), Meltemi, Roma.
Lotman J.M. e Uspenskij B. (1975), Tipologia della cultura, Bompiani, Milano.
Magli P., Manetti G. e Violi P. (1992, a cura di), Semiotica: storia, teoria, interpretazione, Bompiani, Milano.
Marrone G. (2001), Corpi sociali. Processi comunicativi e semiotica del testo, Einaudi, Torino.
- (2005), La cura Ludovico. Sofferenze e beatitudini di un corpo sociale, Einaudi,Torino.
Nergaard S. (1993, a cura di), La teoria della traduzione nella storia, Bompiani, Milano.
- (1995), Teorie contemporanee della traduzione, Bompiani, Milano.
Paolucci C. (2004), “Piegature della continuità. Semiotica interpretativa e semiotica generativa”, Versus, 97.
- (2005), “Semantica referenziale, inferenziale, differenziale. Per una semantica unificata”, in Raynaud S. e Frigerio A. (2005, a cura di).
- (2006), “Antilogos. Imperialismo testualista, pratiche di significazione e semiotica interpretativa”, Semiotiche, 4.
Paolucci C. (2007, a cura di), Studi di semiotica interpretativa, Bompiani, Milano.
Parret H. (2005), Tre lezioni sulla memoria, Le Monnier Università, Firenze.
Peirce Ch., CP Collected Papers of Charles Sanders Peirce, voll. I – VIII, Belknap Press, Cambridge (Mass.) (tr. it. parziale a cura di Bonfantini
M. in Opere, Bompiani, Milano 2003).
Pethes N. e Rüchatz J. (2001, a cura di),Gedächtnis und Erinnerung. Ein interdisziplinäres Lexikon,Rowohlt Taschenbuch Verlag, Reinbek (tr. it. a cura di A. Borsari,
A. Caridi, R. Lazzari, M. Mezzanzanica, M. Russo e E. Tetamo, Dizionario della memoria e del ricordo, Bruno Mondadori, Milano 2002).
Pisanty V. e Pellerey R. (2004), Semiotica e interpretazione, Bompiani, Milano.
Pozzato M.P. (1995, a cura di), Estetica e vita quotidiana, Lupetti, Milano.
Raynaud S. e Frigerio A. (2005, a cura di), Significare e comprendere. La semantica del linguaggio verbale, Aracne, Roma.
Ricœur P. (2000), La mémoire, l’histoire, l’oublie, Seuil, Paris (tr. it. di D. Iannotta, La memoria, la storia, l’oblio, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003).
Scannavini R. (1991, a cura di), La piazza Santo Stefano. Da trebbo medievale a piazza prospettica rinascimentale, Grafis Edizioni, Bologna.
Sedda F. (2006), “Imperfette traduzioni”, in Lotman J. M. (2006).
Suchman L.A. (1987), Plans and Situated Actions, Cambridge University Press, Cambridge.
Tesnière L. (1959), Éléments de syntaxe structurale, Éditions Klincksieck, Paris (tr. it. di G. Proverbio e A. Trocini Cerrina, Elementi di sintassi strutturale,
Rosenberg & Sellier, Torino 2001).
Tortora G. (2006, a cura di), Semantica delle rovine, Il Manifesto Libri, Roma.
Violi P. (1986), Infinito singolare. Considerazioni sulle differenze sessuali nel linguaggio, Essedue Edizioni, Verona.
- (1992), “Le molte enciclopedie”, in Magli P., Manetti G. e Violi P. (1992, a cura di).
- (1997a), Significato ed esperienza, Bompiani, Milano.
- (1997b), “Stile e soggettività nell’autorappresentazione del femminile: il linguaggio poetico di Elisabeth Bishop e Audre Lord”, in Versus, 76.
- (2005), “«Il soggetto è negli avverbi». Lo spazio della soggettività nella teoria semiotica di Umberto Eco”, E|C, Associazione italiana di studi semiotici, onli-
ne, www.ec-aiss.it.
- (2007), “Lo spazio del soggetto nell’enciclopedia”, in Paolucci C. (2007, a cura di).

Chora N. 16, Settembre 2008


30 a Scuola di SEgni

a scuola di segni
il suM e il dottorato in discipline seMiotiche
dell’università degli studi di Bologna

intervista a patrizia violi


università degli studi di Bologna
a cura di claudio paolucci

[Chora] Professoressa Violi, il gruppo di lavoro sede a Firenze. Oggi ha una doppia appartenenza,
da lei coordinato, che qui presenta un lungo contri- sia presso il Sum, che ne è la sede amministrativa,
buto collettivo, fa riferimento a un Dottorato di che presso l’Università di Bologna, in specifico
Ricerca, quello in Discipline Semiotiche, che ormai presso la Scuola Superiore di Studi Umanistici
ha una storia ventennale. Può illustrarci brevemen- (SSSUB), dove hanno luogo le lezioni e l’attività
te questo rapporto e i tratti salienti dell’esperienza didattica. I cambiamenti sono stati significativi,
di un dottorato di ricerca che, ricordiamolo, ha in soprattutto a livello dell’organizzazione didattica. I
Umberto Eco il suo fondatore e il presidente del suo dottorati SUM infatti prevedono una didattica
comitato scientifico? intensiva e obbligatoria per i primi 18 mesi, seguiti
da un periodo all’estero e dalla elaborazione delle
[Patrizia Violi] Il tesi dottorale. Abbiamo al momento quattro posti
Dottorato in con borsa e tre senza borsa, ma a tutti gli studenti
S e m i o t i c a fuori sede, con o senza borsa, durante il primo anno
dell’Università di è garantita una sistemazione a Bologna: i dottoran-
Bologna è oggi di vivono in comune in un grande appartamento nel
ormai al suo XXIII centro della città. Questa esperienza si è rivelata
ciclo di attivazione. finora altamente positiva, non solo nel creare un
Possiamo dire che la senso di comunità e di aggregazione fra i dottoran-
quasi totalità dei di, ma anche a livello della ricerca vera e propria.
giovani e meno gio- Ogni anno infatti i dottorandi dello stesso ciclo
vani semiotici italia- lavorano insieme a un progetto comune, in genere
ni si è formata alla con un forte aggancio ai temi della contemporanei-
Patrizia Violi scuola di Bologna tà: al momento sono in corso, oltre alla ricerca sulla
dove, tra la fine memoria che qui presentiamo, lavori sulla fiction
degli anni ’70 e tutti gli anni ’80, intorno a Umberto televisiva e sulla comunicazione politica. Stiamo
Eco era attiva una vivacissima comunità semiotica. costituendo quello che ci piace chiamare un
Paolo Fabbri, Omar Calabrese, Ugo Volli, Giovanni “Osservatorio semiotico sulla contemporaneità”,
Manetti, per non citare che alcuni dei nomi più che presto sarà visibile in un sito dove raccogliere-
autorevoli, hanno tutti insegnato e operato a mo e daremo notizia di tutte le nostre ricerche.
Bologna in quel periodo. Tutti questi amici e colle-
ghi sono ora in altre sedi universitarie, ma per molti In quale spazio si colloca la ricerca semiotica nel-
anni Bologna, e il suo dottorato, è stato un centro l’ambito del panorama post-universitario delle
unico in Italia. Qui si è formata una generazione di scienze umane in Italia? Quali ritiene siano le sue
semiotici, che ora sono a loro volta professori in specificità e i suoi punti di forza e quali le discipline
tutta Italia: Isabella Pezzini, Maria Pia Pozzato, con cui ha maggiori tangenze e maggiore dialogo?
Francesco Marsciani, Costantino Marmo, Giovanna
Cosenza e tantissimi altri più giovani, ora ricercato- La semiotica è essenzialmente un metodo di anali-
ri in varie sedi universitarie. La lettura di tutti i tito- si di tutti i processi di significazione; è insomma
li delle tesi del nostro dottorato potrebbe costituire una teoria generale del senso e dei suoi molti modi
un interessante repertorio per chi volesse studiare di manifestarsi e di circolare. Per questo la semioti-
la storia della semiotica italiana, i suoi sviluppi, le ca è stata talvolta accusata di occuparsi di troppe
sue trasformazioni. cose, troppo differenti fra loro, dai testi letterari ai
fustini di detersivo. In realtà, proprio in quanto
Il dottorato di ricerca in Discipline semiotiche da disciplina a forte vocazione metodologica, la semio-
ormai tre anni ha cambiato statuto e fa ora parte tica non si caratterizza a partire da un oggetto spe-
dei dottorati dell’Istituto Italiano di Scienze cifico di indagine, ma piuttosto da un metodo, o più
Umane (SUM). Quali sono i principali cambiamen- precisamente da un insieme di metodologie integra-
ti? Ritiene che la strada intrapresa dal SUM possa te, e per questo può legittimamente rivolgersi
essere feconda per il panorama della ricerca univer- all’analisi di oggetti anche assai differenti fra loro. Il
sitaria d’eccellenza in Italia? nostro Dottorato prevede due curricula, uno di teo-
rie semiotiche, che dialoga più direttamente con la
Nel 2006 il nostro Dottorato è entrato a far parte filosofia, la filosofia del linguaggio e alcuni indiriz-
del SUM (Istituto Italiano di Scienze Umane) con zi delle scienze cognitive contemporanee, l’altro di

Chora N. 16, Settembre 2008


patrizia violi 31

semiotica della cultura, che ha un dialogo aperto e per le loro tesi su argomenti connessi al tema della
continuo con altre scienze umane, dalla antropolo- memoria, in vari suoi aspetti. Nel ciclo seguente, in
gia alla sociologia. Fondamentale per tutti i semioti- cui si è scelto come tema comune la comunicazione
ci è poi il confronto con le discipline che da sempre politica, gli argomenti delle singole tesi sono più
lavorano sui testi, dalla filologia alla critica lettera- diversificati, ma il lavoro di analisi comune sui testi
ria, da cui la semiotica ha preso in parte l’avvio. politici ha aiutato a meglio focalizzare anche le
tematiche non immediatamente connesse.
In questo numero di Chora il
gruppo di ricerca da lei coordinato In cosa crede che la semiotica possa
propone un lungo saggio scritto in fornire un contributo originale ed
collaborazione collettiva, firmato euristico al tema della memoria?
da lei e dai suoi più giovani colla-
boratori e dottorandi. Come si è Per la semiotica la questione centra-
arrivati a questo progetto non cer- le non è tanto la memoria in sé, quan-
tamente usuale all’interno delle to i processi di costruzione, e distru-
Scienze Umane e che ricorda più il zione, della memoria intesa come
modo di lavorare di discipline a repertorio generale dei saperi e delle
orientamento scientifico? conoscenze di una data cultura. A dif-
ferenza di una disciplina come la psi-
Come dicevo prima il nostro dot- cologia, che indaga i meccanismi indi-
torato è un’unità di ricerca molto viduali e i processi cognitivi che pre-
integrata e abituata a lavorare in siedono ai meccanismi del ricordo, la
gruppo. La particolare organizza- semiotica è piuttosto interessata alla
zione della didattica, con molti mesi di seminari memoria culturale di una data comunità, ai luoghi e
intensivi e una vita quotidiana in comune, abitua alle forme in cui è conservata e trasformata, e all’in-
i nostri giovani a lavorare insieme, scambiandosi terazione fra la memoria individuale e quella collet-
esperienze e critiche. Effettivamente questa è una tiva. Si tratta di una memoria “esternalizzata”, in
situazione poco comune nell’ambito delle scienze quanto depositata in quella che Eco ha chiamato
umane, e pochissimo diffusa negli altri dottorati Enciclopedia e Lotman Semiosfera. L’approccio
che, con risorse più limitate, non hanno le condi- semiotico può così integrarsi allo studio della
zioni per una simile metodologia di lavoro. Si memoria che altre discipline conducono, mantenen-
tratta di una modalità di ricerca in effetti più vici- do tuttavia una sua specificità di metodi e prospet-
na a quella delle discipline scientifiche che uma- tive, che credo risulti evidente dalla lettura del
nistiche; da questo punto di vista il nostro dotto- lavoro che pubblichiamo qui.
rato è un vero e proprio laboratorio. Il lavoro che
vi si svolge è assai diverso dall’usuale elaborazio-
ne di una tesi di dottorato che quasi sempre ha
luogo in isolamento e nel chiuso della propria
stanza; per noi anche la preparazione della tesi,
un momento inevitabilmente individuale, avviene
però attraverso un confronto e scambio continuo
fra tutti i dottorandi, tramite seminari in cui i più
vecchi presentano e discutono con i più giovani la
loro ricerca.

Il tema di questo vostro lavoro su Chora è identi-


co a quello da lei proposto per il dottorato di ricer-
ca da lei coordinato: quali sono i motivi che l’han-
no portata alla scelta della memoria come tema
unificante per le tesi dei vostri dottorandi?

Per ogni ciclo di dottorato scegliamo insieme con


gli studenti un tema di ricerca comune, che a volte
coincide con quello delle singoli tesi di dottorato,
ma non necessariamente. Nel caso specifico, molti
dei dottorandi che hanno partecipato all’elaborazio-
ne del testo che qui presentiamo stanno lavorando
patrizia violi, professore ordinario di Semiotica presso il Dipartimento Discipline della Comunicazione dell’Università di
Bologna. Dal 2002 è coordinatrice del Dottorato in Semiotica e vicepresidente della Scuola Superiore di Studi Umanistici di
Bologna. Dal 2005 è coordinatrice del Dottorato di Discipline Semiotiche, Istituto Italiano Scienze Umane e Università di Bologna.
Dirige il Centro di Studi Semiotici e Cognitivi dell’Università di San Marino. E’ stata visting scholar a Berkeley, al centro di ricer-
ca IBM a Yorktown Heights, all’Università di Tokyio Gaikokugo Daigaku; ha tenuto corsi e lezioni in molte università straniere fra
cui: Toronto, Vancouver, Trondheim, Lugano, Madrid, Valencia, Sapporo, Sofia, Imatra. Principali aree di ricerca: semantica e teo-
rie semiotiche, semiotica del testo e della cultura, soggettività e genere. Sta attualmente conducendo ricerche sulle basi corporee
della significazione e l’emergenza del senso dalla corporeità, con particolare riferimento alle fasi preverbali dello sviluppo infan-
tile. Tra i suoi studi ricordiamo: (con Anna Maria Lorusso) Semiotica del testo giornalistico (2004), Bari, Laterza; Significato ed esperien-
za (1997), Bompiani, Milano (tr. Inglese: Meaning and Experience, Bloomington, Indiana University Press, 2001); (con Calabrese O.),
I Giornali (1980), Milano Espresso Strumenti. Capitoli 1, 2 (sezioni 5, 6, 7, 8, 9); L’infinito singolare, Considerazioni sulla differenza ses-
suale nel linguaggio (1986), Verona, Essedue. (tr. spagnola: El infinito singolar, Madrid: Càtedra, 1991).

Chora N. 16, Settembre 2008


32 in librEria

uMBerto eco
DALL’ALBERO AL LABIRINTO
STUDI STORICI SUL SEGNO E L’INTERPRETAzIONE
Bompiani, Milano, 2007, 575 pp
RECENSIONE DI COSTANTINO MARMO

L’ultima impresa editoriale di Umberto Eco si in ambito grammaticale, logico, retorico e teologi-
presenta come una raccolta di 18 saggi, scritti tra co (basti ricordare il recente monumentale volu-
1961 e 2007 e sovente rielaborati per l’occasione, me di Irène Rosier-Catach sui sacramenti, uscito a
che coprono un arco temporale che va dal I secolo Parigi nel 2004); negli anni ’90, due grandi nomi
d.C. (Plinio il Vecchio) a ieri (Rorty). I saggi – cui della cultura medievale, , Dante (n. 7) e Raimondo
vanno affiancate le opere di teoria semiotica, cri- Lullo (n. 10), sono inclusi a vario titolo nella vasta
tica letteraria, di letteratura e di erudizione varia, indagine che Eco dedica alla ricerca della lingua
composte negli stessi anni – mostrano, oltre alla perfetta, pubblicata nel 1993; all’inizio del III mil-
vastità di interessi del semiologo, una rara e lennio, infine, il Medioevo ritorna con l’esame
impressionante competenza enciclopedica. delle teorie della metafora e dell’analogia, svilup-
Seguendo l’ordine cronologico di composizione pato in occasione di alcuni seminari sulla fortuna
di questi saggi (o dei loro nuclei originari) si può della teoria aristotelica della metafora, tenuti a
seguire l’evoluzione degli interessi di ambito Bologna nel marzo 2001 (nn. 2 e 3).
estetico e medievistico in quelli più propriamente La metà dei saggi raccolti, quindi, è dedicata al
semiotici (cfr. n. 8 su “Uso e intepretazione dei periodo forse più fecondo per la storia della
testi medievali”, il cui primo nucleo è costituito semiotica, il Medioevo, letto e interpretato però
da un saggio del 1961) e, insieme, il loro riaffiora- senza le ‘limitazioni’ dello specialista (a volte
re in varie occasioni: è del 1991, per esempio, un troppo legato a un’epoca, a un autore o a un testo
intervento sull’estetica di Benedetto Croce (n. 16), determinati), ma con un occhio attento agli svi-
che – mi si passi il facile gioco di parole – mette in luppi complessivi e alle linee di tendenza genera-
croce l’estetica crociana e mostra un mai sopito li – che emergono anche dai dettagli più margina-
interesse per la definizione dell’arte e del bello, li, come la posizione del latrato del cane nelle
che affonda le proprie radici negli studi universi- classificazioni medievali dei segni – e con una
tari torinesi condotti negli anni ’50 sotto la guida sensibilità semiotica, ovvia e scontata in un intel-
di Luigi Pareyson. È a questi stessi anni che risale lettuale come Eco, ma sovente estranea alle impo-
la passione di Eco per il Medioevo e le sue massi- stazioni storiografiche correnti, ispirate piuttosto,
me espressioni filosofiche (Tommaso d’Aquino in nell’affrontare i medesimi testi o autori, alla logi-
testa) e che trova poi, al di là dell’inaspettato ca e alla filosofia analitica contemporanee (si
exploit letterario del 1980 (Il nome della rosa), pensi ai lavori di Marilyn McCord Adams o
degli sviluppi di notevole spessore nei decenni Claude Panaccio).
successivi: gli anni ’70 vedono la pubblicazione Gli altri saggi si distendono su epoche ed autori
da parte di Franco Maria Ricci delle tavole di uno post-medievali (Wilkins, De Maistre, Kant,
dei manoscritti del commento all’Apocalisse di Manzoni, Peirce, Bréal e il “pensiero debole”) in
Beato di Liebana accompagnate da un puntuale modo più occasionale e rapsodico, ma non meno
commento di Eco (il saggio n. 6 riprende l’intro- puntuale e rilevante per il dibattito semiotico
duzione scritta per l’occasione); negli anni ’80, attuale: il confronto con le teorie della percezione
dopo il successo editoriale del primo romanzo di di Peirce o con il silenzio di Kant sul ruolo del lin-
ambientazione medievale, escono una serie di guaggio nella conoscenza costituisce uno dei pas-
saggi dedicati alle teorie medievali del segno e saggi chiave dell’ultima opera teorica di Eco,
del falso (nn. 4, 9 e 5), lavori pionieristici che – Kant e l’ornitorinco (1997).
soprattutto nel primo caso – hanno aperto la stra- Una menzione a parte merita il saggio iniziale,
da a numerosi studi, in Italia e all’estero, sulle da cui deriva il titolo del volume: “Dall’albero al
teorie del segno e della significazione medievali, labirinto” è infatti un saggio di storia della semio-

Chora N. 16, Settembre 2008


in librEria 33

tica, di lunga durata, dal forte impianto teorico.


Nelle 84 pagine di questo articolo si trova infatti,
ulteriormente articolata e storicamente esemplifi-
cata nel passaggio da un modello ad albero (come
l’arbor porphyriana) a un modello a labirinto
(come già in parte nell’Encyclopédie di
D’Alembert), quella opposizione tra modello
semantico dizionariale e modello enciclopedico o
rizomatico che aveva trovato fin dal Trattato di
semiotica generale (1975) e, ancor più chiaramen-
te, dai primi anni ’80 diverse elaborazioni da
parte di Eco e che, coniugata con la teoria della
semiosi illimitata di Peirce, costituisce una dei
punti chiave della sua semiotica interpretativa.
Se questo saggio, da un lato, esemplifica una
delle due strade che Eco, fin dal 1984, indicava
per l’elaborazione di una semiotica generale come
interrogazione filosofica (quella cioè di una
‘archeologia’ dei concetti semiotici), dall’altro
mostra il rischio costante che incombe sulla lettu-
ra dei testi (filosofici e non solo) del passato:
quello di varcare la soglia, a volte molto sottile,
che separa l’interpretazione (metodologicamente
regolata) dall’uso. Chi nell’affrontare la lettura
dei testi del passato, metta da parte le cautele
metodologiche (mirabilmente indicate dallo stes-
so Eco in Lector in fabula) e ponga tra parentesi la
loro distanza temporale ma soprattutto culturale
(tralasciando di conoscere e tenere in debito conto
ciò che gli specialisti ne hanno detto) rischia di
imporre schemi interpretativi estranei a quei testi
(come è, a mio avviso, l’opposizione tra segno
come equivalenza e segno come inferenza, poco
pertinente per l’interpretazione della semiotica
medievale) e di finalizzare così in modo eccessivo
la lettura di questi testi al loro possibile uso in
ambito teorico.
Al di là di questo rischio, corso dall’autore solo
in alcuni saggi di questo volume (come quello
sulla denotazione), l’immagine complessiva di
Umberto Eco si conferma quella dell’ultimo eccel-
lente poligrafo dei nostri tempi: penna acuta e
leggera, un gigante sulle cui spalle volentieri ci
sediamo a godere il paesaggio.

SOMMARIO:
1. Dall’albero al labirinto 10. Su Lulllo, Pico e lullismo
2. Metafora come conoscenza: sfortuna di Aristotele 11. Il linguaggio della Terra Australe
3. Dalla metafora all’antologia entis 12. Un ritorno a Isidoro: le etimologie di Joseph de
4. Sul latrato del cane Maistre
5. La falsificazione del Medioevo 13. Sul silenzio di Kant
6. Noterelle su Beato 14. Semiosi naturale e parola nei Promessi Sposi
7. Dante tra modisti e cabalisti 15. La soglia e l’infinito. Peirce e l’iconismo primario
8. Uso e interpretazione dei testi medievali 16. Le definizioni nell’estetica di Croce
9. Per una storia della detonazione 17. Cinque sensi nell’estetica di Croce
18. Il pensiero debole vs i limiti dell’interpretazione
Chora N. 16, Settembre 2008
34 in librEria

claudio paolucci (a cura di)


STUDI DI SEMIOTICA INTERPRETATIVA
Bompiani, Milano, 2007, 424 pp, ISBN 45259173
RECENSIONE DI RICCARDO FUSAROLI
UNIVERSITÀ DI BOLOgNA

Quale può essere il contributo della semiotica e i percorsi del loro formarsi e del loro mutare.
interpretativa, non solo per l'analisi di fenomeni di Tre dunque sono i nodi cruciali che attraversano l'in-
senso (film, comunicazione politica, pratiche sociali, tero libro: la prassi enunciativa, l'articolazione del rap-
etc.), ma anche per una riflessione filosofica? Quali porto tra contenuto ed espressione all'interno di una
modi di pensare può offrire un approccio che artico- teoria più generale dell'interpretazione e il soggetto
la un equilibrio instabile tra “la prospettiva struttu- della semiosi. Si tratta di problemi che già si pongono
ralistica di Hjelmslev e la semiotica cognitivo-inter- nel Trattato di Semiotica Generale di Eco ma, come
pretativa di Peirce” (Eco 1997, Kant e l'ornitorinco)? nota Paolucci nell'introduzione, solo nella ricerca con-
Queste sono le domande di fondo che muovono i sei temporanea essi emergono esplicitamente. Se la semio-
saggi e la ricchissima introduzione che compongono tica si fa in corso d'opera e non da un fuori astratto da
Studi di semiotica interpretativa, e che ne costitui- ogni contesto, se le configurazioni di senso risuonano
scono l'interesse. Un libro ambizioso, dunque, di cui sempre già di un'enciclopedia di interpretanti, è fonda-
vale la pena ricostruire il percorso. mentale capire il processo di negoziazione di queste
Studi di semiotica interpretativa si propone come strutture e il soggetto implicato in esse.
un punto di snodo della riflessione semiotica, un Il primo nodo è quello di enunciazione insofferente a
recupero di alcune eredità neglette per rimetterle in una opposizione rigida tra langue e parole, tra sistema
gioco nei nodi cruciali della ricerca contemporanea e uso, tra livello dell'enunciato e livello dell'enunciazio-
sul senso. Se diverse sono le opere che, soprattutto in ne. Il dipanarsi del senso in semiotica interpretativa è
anni recenti, hanno ripreso l'approccio interpretativo descritto come lo svolgersi di enunciazioni in atto, chia-
(cfr. Pellerey e Pisanty 2004, Semiotica e mate nella semiotica post-greimasiana francese “prassi
Interpretazione; Traini 2005, Le due vie della semioti- enunciative” (Fontanille e Zilberberg 1998, Tension et
ca), questo libro si differenzia da esse per essere com- signification). Il cambiamento epistemologico non è
posto non tanto di mappe e sequenze di istantanee, irrilevante, si tratta infatti di passare dall'autopsia di un
quanto di traiettorie, che riconfigurano i concetti che testo, all'analisi del suo essere costitutivamente in gioco
attraversano proiettandoli verso sviluppi futuri. nelle pratiche di lettura in atto. In questo senso possia-
Un certo modo di fare semiotica, legato alla vulgata mo leggere i saggi di Valle e Basso Fossali. Il primo
greimasiana, si è concentrato sulle strutture in cui il riprende l'innovativa teoria dei modi produzione
senso è già articolato: individuando semi su quadrati segnica del Trattato di Eco, mostrando come in essa i
semiotici posti come articolazione fondamentale e codici venissero posti sotto l'egida di più flessibili ope-
profonda del senso; separando con cautela l'enuncia- razioni di produzione del senso. Basso Fossali mette a
to dall'enunciazione; definendo come propri oggetti i fuoco come la gestione del senso avvenga sempre all'in-
testi intesi come porzioni di realtà chiuse, coerenti e terno di un contesto culturale più ampio, e in questo
coese. Ma la semiotica cognitivo-interpretativa di senso una semiotica del testo debba porsi all'interno di
Peirce e il suo pragmati(ci)smo ci mostrano un pae- una semiotica delle pratiche.
saggio ben più dinamico. Le strutture di senso sono Il secondo nodo è quello della dicotomia tra espres-
definite all'interno di percorsi interpretativi più ampi, sione e contenuto. Dicotomia che, formulata da
che a ben vedere le eccedono. L'enunciazione e l'inter- Hjelsmlev in maniera puramente formale, si è poi
pretazione non avvengono nel vuoto ma sono proces- spesso trasformata in un'opposizione tra strutture del
si situati già all'interno del senso e che risuonano di sensibile e strutture dell'intelligibile, dove il sensibile
pratiche ben precise. Ecco allora la posta in gioco si dà prima di essere interpretato. Ma se accettiamo il
della semiotica interpretativa: il definire un regime primo punto secondo il quale l'enunciazione e l'inter-
autonomo del senso che medi tra la soggettività e pretazione sono in atto, lo stabilirsi di strutture del
l'oggettività, tenendo in giusto equilibrio le strutture contenuto e dell'espressione va negoziato localmente.

Chora N. 16, Settembre 2008


in librEria 35

Lo stabilirsi di pertinenze percettive, [di] ciò che come un punto di snodo aperto a rimandi esterni, ad
vediamo, ad esempio, è imbevuto delle pratiche in analisi già svolte e a futuri progetti. Non un'istantanea,
corso, delle nostre aspettative. Illustra chiaramente ma un fascio di traiettorie. Si tratta ora di raccoglierne
questa posizione il saggio di Rastier. In esso viene la sfida e di trarne le concepibili conseguenze.
presentata la sua semantica interpretativa in cui il
senso viene descritto come un processo di emersione
di forme da fondi (configurazioni di isotopie), fondi e INDICE:
forme dinamici che si modificano nel tempo, si dif- Introduzione
fondono, si concentrano. I semi che compongono que- Claudio Paolucci
ste forme sono l'effetto di percorsi interpretativi rego- Da che cosa si riconosce la semiotica interpretativa?
lati “non soltanto dal ricorso a conoscenze condivise Claudio Paolucci
e a tecniche apprese che sono proprie della cultura in La soglia e l’infinito
cui il testo è prodotto e interpretato; ma anche da vin- Umberto Eco
coli generali che sono analoghi, se non identici, a Lo spazio del soggetto nell’enciclopedia
quelli che reggono i processi percettivi”. Patrizia Violi
Il terzo nodo cruciale è quello che riguarda l’operato- Semantica interpretativa.
re della semiosi, l’istanza che presiede allo stabilirsi di Dalle forme semantiche alla testualità
contenuto ed espressione. Si tratta di un problema di François Rastier
grande rilevanza, che porta, ad esempio, certi rami Interpretazione ed analisi.
delle scienze cognitive (si pensi ad esempio all'opera Perizia e dominio della semiotica
di Talmy) a costruire soggetti tendenzialmente tra- Pierluigi Basso Fossali
scendentali, i cui meccanismi cognitivi di base forni- Cortocircuiti: modi di produzione segnica
scono le condizioni di possibilità per la costruzione e teoria dell’enunciazione
del significato. La strada indicata dalla semiotica Andrea Valle
interpretativa è diversa: essa definisce il soggetto
come “un operatore nel sistema[, sistema] che può
riconoscere questo operatore esclusivamente nella
misura in cui esso si manifesta attraverso i suoi pro-
dotti, attraverso la bava e i detriti dell'interpretazio-
ne”. Nel saggio dedicato all'esistenza fenomenologica
di un dato percettivo, Eco definisce il soggetto all'in-
terno di una pratica, solo relativamente alla quale si
può definire questo primum. Coerentemente, il sag-
gio di Violi presenta una ricostruzione della soggetti-
vità in Eco come un soggetto diffuso, “legat[o] alle
pratiche di costruzione e trasformazione del senso”.
Il saggio di Paolucci, infine, delinea nove criteri
che definiscono l'approccio interpretativo che perva-
de l'intero libro, esplorando il pensiero di Peirce e
Hjelmslev, aprendolo al dialogo con altri pensatori e
altre discipline, mostrando così come davvero la
vocazione della semiotica sia quella di essere un
“antilogos monotremico interpretativo che permette
di passare da una disciplina all'altra”.
Si può dunque dire che il libro raggiunge i suoi obiet-
tivi? Una delle critiche che da sempre è stata rivolta alla
semiotica interpretativa è quella che per quanto ricerca-
ta teoricamente, sia carente nelle sue ricadute applicati-
ve. Studi di semiotica interpretativa è una risposta non
banale a questa critica. Innanzitutto, le argomentazioni
presentate nei suoi saggi sono spesso supportate da
esempi e risultati di analisi ben sperimentate, come le
ampie ricerche di Rastier su corpora che spaziano dalla
letteratura francese ai siti web razzisti. In secondo
luogo, il libro non si presenta come un'opera chiusa, ma

Chora N. 16, Settembre 2008


36 l’immEmorialE E la parola poEtica

l’iMMeMoriale
e la parola poetica
carlo sini

L’essere umano si annuncia sulla soglia della parola: var- ne radice ‘rt’. Rito è allora ciò che rende valida, legittima ed
candola. Proviamo a cominciare da qui. Come ogni soglia, efficace, l’azione ripartendola (ritmandola): una parte rivol-
anche la parola ha due facce. Da un lato la parola nomina, ta all’immemoriale (l’evento ancestrale che viene celebrato)
dice la cosa attribuendole un nome: ripete la cosa nel nome. e un’altra rivolta alla memoria, alla celebrazione, appunto,
In questo senso, come comprese Platone, “ricorda”. Dice: del primo. E’ in tal modo che il rito rende valido ed efficace:
“Eccolo di nuovo”, come si espresse una volta Whitehead, esso non è infatti vano, ovvero “irrito”. Ma per far questo ha
non a caso grande lettore di Platone. Ecco di nuovo il ‘sole’, bisogno di un’arte, cioè di qualcosa che non è “inerte”: ecco
ecco di nuovo la ‘luna’... Parola della memoria che, di neces- come gioca il senso della radice ‘rt’ nelle sue due facce, posi-
sità, è sempre parola seconda e mai parola prima coinciden- tiva e negativa. Ma che significa che il rito è un’arte ritmica,
te con la cosa, parola che propriamente è segno della cosa. cioè qualcosa di “non inerte”? Semplicemente questo: che il
Entriamo per suo tramite nel regno della mente; siamo in rito è una danza. Inerte è ciò che non danza. Al che si
cammino verso il concetto. aggiunge il “mito”: la parola che spiega l’azione, la danza,
Ma ora osserviamo ovvero l’atto del sacrificio e del pasto comunitario invocan-
l’altro lato. Qui la paro- te i divini. Ma più propriamente la parola non si aggiunge:
la non “conosce” ma essa, come parola primordiale con le sue due facce, era già
piuttosto “miscono- là sin dall’inizio. Scrive Claude Calame nel saggio La festa:
sce”: cancella di fronte
a se stessa il fatto di Religiosa o profana, non c’era festa in Grecia che non
aver dimenticato e per- prevedesse l’intervento di danzatori con accompagna-
duto, proprio per il mento alla lira o al flauto. Si può addirittura affermare
fatto che nomina e che in Grecia il passo di danza costituisce il ritmo, la
ricorda. Quel che ricor- scansione fondamentale di ogni festa, anzi uno dei gesti
da, infatti, non c’è più, rituali essenziali della festa. Ma il gesto è sempre
non è più presente. Si accompagnato dalla parola; e il canto, che nella musica
Carlo Sini assenta nel momento greca arcaica segna il ritmo della danza, assume nella
stesso in cui la parola lo esecuzione del rito una funzione essenziale e comples-
riconosce ricordandolo: come Euridice non appena Orfeo le sa: non si limita a commentare il rito descrivendone i
rivolge lo sguardo e la ravvisa. Nella parola seconda la gesti eseguiti, richiamandone l’occasione e narrandone
parola prima si eclissa come parola dell’oblio: gesto-parola il mito che la fonda; serve anche da mezzo di comuni-
invocante l’impossibile unità. Entriamo per suo tramite nel cazione sia tra i cantori e la divinità, alla quale il rito è
regno del corpo; siamo in cammino verso la parola poetica. rivolto, sia tra i cantori stessi e il gruppo di uomini o di
Due lati della soglia, dicevamo; s’intende che i due lati donne che assiste alla festa e di cui essi sono gli interpre-
sono al tempo stesso distinti e indisgiungibili; non posso- ti. [...] Nella sua componente musicale più ancora che
no stare separati (come il maschio e la femmina, diceva nel pasto rituale, la festa rappresenta una forma di
Aristotele), ma devono esser sempre l’uno per l’altro, e in comunicazione a un tempo religiosa e pedagogica;
tal modo concorrere a quel sapere umano fondamentale attraverso la parola musicale essa assume il suo valore
che è il “saper dire”. Abbiamo così scorto di sfuggita il pragmatico1.
movimento costitutivo della parola. Ma ora dobbiamo chie-
derci: cosa originariamente dimentica e cosa ricorda la Da queste feconde annotazioni vediamo emergere allora
parola? Questo “segreto” della parola invano le moderne la parola poetica e il primordiale poeta come, al tempo stes-
semiotiche e semantiche cercano in vario modo di chiari- so, “profeta” e “pedagogo”. Ma in che senso profeta, in che
re, specificare, ridurre a nozione logico-scientifica. Ciò che senso pedagogo? Cerchiamo di comprenderlo riferendoci
vorremmo mostrare è che tale segreto è più fruttuosamen- all’esempio fondamentale e famoso della festa e del rito dio-
te avvicinabile se ci riferiamo a un circolo di nozioni che nisiaci, origine prima del “coro” che, come sì sa, è un con-
caratterizzano quell’azione in ogni senso primordiale che temporaneo danzare e cantare. Che cosa siano questa festa
è il “sacrificio” (sacrum facere). Vediamo. e questo rito ce lo faremo dire direttamente da due poeti (e
Il sacrificio è il punto centrale della “festa”: atto celebrati- che poeti!): Eschilo e Sofocle. Ci riferiamo rispettivamente al
vo e commemorativo che richiama un’azione ancestrale frammento 53 e ai versi 1146-1152 dell’Antigone. Li leggiamo
della quale è segno e ripetizione. Il sacrificio è così, in origi- nella versione che ne ha dato Giorgio Colli2.
ne, il “pasto rituale” che fa accadere il sacro, cioè accomuna
i mortali e i divini, come diceva Heidegger. Ma che signifi- L’uno tiene nelle mani flauti dal suono profondo,
ca “pasto rituale”? La comprensione si illumina se ricordia- lavorati col tornio, e riempie tutta una melodia strappa-
mo che le parole ‘rito’, ‘arte’ e ‘ritmo’ vengono dalla comu- ta con le dita, un richiamo minaccioso suscitatore di fol-

1 Cfr. C. Calame, La festa, in AA.VV., L’esperienza religiosa antica, a cura di M.Vegetti, Bollati Boringhieri, Torino 1992, pp.38-9.
Cfr. anche C. Sini, Le arti dinamiche, in Figure dell’Enciclopedia filosofica, vol. VI, Jaca Book, Milano 2005.
2 Cfr. G. Colli, La sapienza greca, cit..

Chora N. 16, Settembre 2008


carlo Sini 37

lia (manias); un altro fa risuonare i cimbali cinti di bron- fuoco”; si tratta quindi della portata “cosmica”, e non mera-
zo alto si leva il suono della cetra; da qualche luogo mente psicologica, della ebbrezza prodotta dal “fuoco” dio-
segreto mugghiano in risposta terrificanti imitatori nisiaco. L’invocazione coinvolge gli astri: si tratta, disse
(mimi) della voce taurina, e l’apparizione sonora di un Kerényi, del Dioniso fanciullo dei misteri, invocato appun-
timpano, come di un tuono sotterraneo, si propaga con to come una stella. Si tratta altresì di una versione dell’anti-
oppressione tremenda. chissimo mito del bimbo cosmico che giunge ogni anno a
rinnovare la vita dell’universo; la connessione tra questo
Osserviamo questa mirabile descrizione del rito dionisia- fanciullo e la stella cometa è ancora al centro della simbolo-
co, che il filologo Rhode, l’amico e il compagno di studi di gia cristiana della nascita di Gesù.
Nietzsche, giudicò essere la testimonianza capitale della Consideriamo ora l’espressione “guardiano delle parole
connessione tra musica e culto orgiastico. Evidente è infatti notturne” (nuchion fthegmata episkope). La traduzione non è
la funzione della musica nel rito, al fine di produrre una esatta (ed è del resto difficile renderla tale). Infatti fthegmata
metamorfosi emotiva e una catarsi allucinatoria. Entro la non significa anzitutto e per lo più “parole”. Il verbo flhen-
cornice musicale si inserisce poi il terrificante risuonare gomai significa invece emettere un suono, un grido o una
della voce taurina, il suo mugghiare da luoghi nascosti: essa voce; indica cioè il “risuonare” e solo per un cammino
conduce l’iniziato a rammentare che l’elemento essenziale semantico successivo arriva a significare anche “parlare”.
del rito è riferito alla duplicità costitutiva di Dioniso, l’ani- Più propriamente il verbo significa urlare, gridare, stridere;
male-Dio, il toro e insieme la divinità del giovane “sedutto- anche cantare, ma nel senso che cantare fa rumore; quindi
re” dai riccioli biondi. vociare, chiamare a gran voce. In termini generali, dunque,
Nel contempo è anche evidente la compresenza duplice il risuonare delle cose, compresa la voce. Viene subito in
di Dioniso e di Apollo (Apollo è l’altra faccia di Dioniso, mente quello che abbiamo letto nel frammento di Eschilo:
come validamente sostenne appunto Giorgio Colli); infatti, un rito accompagnato da continue sonorità e da immagini
se il suono del flauto è suscitatore di mania, cioè di follia, il di rumori, di urla taurine, di rimbombi sotterranei, di suoni
suono cristallino della cetra è invece connesso all’elemento acuti di strumenti musicali. Ecco perché la semplice tradu-
apollineo, cioè a quell’arte di ammansire le fiere che il miti- zione con “parole” è riduttiva e anche fuorviante.
co cantore Orfeo ereditò appunto da Apollo. Per il flauto si Dioniso è dunque il custode, il guardiano di questo risuo-
ricordi il flauto di Pan, il cui suono, dice il mito, coglie sul nare notturno della voce. Guardiano è detto in greco episko-
mezzogiorno il pastore sui monti, mentre cerca di ripararsi pos. Letteralmente: colui che presiede, che osserva dall’alto.
dalla calura e di riposare sotto gli alberi; i suoni del flauto Si ricordi che skepsis significa guardare con attenzione per
del Dio gli infondono un vaneggiante sopore, sino a con- sapere e per conoscere (sicché gli “scettici” sono originaria-
durlo alla mania folle e visionaria. Nel contempo l’ora cani- mente coloro che osservano attentamente i fenomeni e che
colare, in cui le ombre scompaiono (cioè scompare ogni vi si attengono scrupolosamente, e non coloro che non cre-
“doppio”), è anche un simbolo del “trauma della conoscen- dono in niente, come poi dice il senso popolare).
za”, cioè dell’istante allucinatorio nel quale il soggetto e Dioniso è dunque il praesidens. Egli osserva e controlla le
l’oggetto, il nome e la cosa, l’uomo e il Dio, divengono uno parole notturne non solo nel senso che questi suoni vengo-
(Nietzsche usò il simbolo del mezzogiorno in funzione ana- no emessi di notte, nel corso della festa, ma anche nel senso
loga nello Zarathustra). che queste sonorità allusive alla parola sono remote e oppo-
Infine l’elemento mimico, ovvero la funzione drammati- ste rispetto al solare Apollo, il fratello e l’alter ego di
ca del rito, con la sua trasfigurazione “artistica” “Così, ha Dioniso. Dioniso allora sovrintende propriamente al pas-
scritto Colli, si scatena una nuova visione della realtà, in saggio tra l’urlo belluino e il suono significativo della paro-
base alla rottura della conoscenza quotidiana: tale è la la, tra grida animalesche e voci umane. Questo è un ulterio-
mania: visione trasfigurata e allucinata che è però una follia re modo per intendere la duplice natura di Dioniso, anima-
veritativa, una conoscenza di ordine superiore”. Questa le e Dio. E si potrebbe aggiungere che in ogni umana paro-
conoscenza superiore è introdotta “dal terrore che precede la resta dunque catturato un nucleo notturno: qualcosa di
il suo erompere per il manifestarsi di un violento dislivello non meramente convenzionale come un puro segno, qual-
di coscienza rispetto all’esistenza quotidiana. La musica è cosa di profondo e di inesprimibile, e tuttavia, proprio per
così lo strumento attraverso il quale il Dio si manifesta”. La ciò, qualcosa di sommamente espressivo, “musicale”.
musica, cioè, è la odos, la via di iniziazione, e insieme è il Al centro esatto del brano, armoniosamente preceduta e
methodos, lo strumento, il “metodo”. Si noti, per esempio, poi seguita da tre versi, risuona splendida l’invocazione:
il terrificante influsso che su tutta la scena gioca, al suo cul- pais. La parola significa in greco, al tempo stesso, il fanciul-
minare, l’ossessivo suono grave, profondo e “sotterraneo” lo e il gioco, il gioco innocente, il gioco cosmico al di qua del
del timpano, che a un certo punto interviene a far vibrare e bene e del male. Su questo “pais” converge tutto il senso del
tremare ogni cosa, sino a opprimere lo stomaco e a spauri- brano, espresso in un verso che, pronunciato il nome e
re il cuore degli iniziati. è in tutto ciò che si radica il mythos, significata l’origine divina dell’invocato (“progenie di
la parola. Sofocle, come ora vedremo, espressamente lo dice Zeus”), si conclude appunto con l’accorata e pressante invo-
e al tempo stesso lo mostra. Consideriamo quindi il sublime cazione al Dio a manifestarsi, a farsi immagine visibile, a
passo dell’Antigone, in esso il coro invoca a gran voce il Dio, farsi fenomeno (“prophanete”, da phaino, phainomenon). Il
affinché si manifesti. In questo brano di altissima poesia nome Iacchos conferma successivamente l’identificazione
ogni espressione meriterebbe la più attenta considerazione di Dioniso con Bacco il Dio della vite. Egli è detto “il dispen-
e un sottile commento. satore”. Il termine greco è “tamias”, il cui significato è
“dispensa” o “madia”, dove per esempio si ripone e si con-
O tu che guidi il coro delle stelle spiranti fuoco, serva il pane. Iacchos è quindi dispensatore di beni e di teso-
guardiano delle parole notturne, fanciullo, progenie ri nascosti (il pane e il vino, evidentemente, cioè i “doni
di Zeus, manifèstati, o signore, assieme alle Tiadi che eucaristici” che conferiscono la vita eterna). Egli è il sovrin-
ti seguono, che folli per tutta la notte danzano intor- tendente e il custode dei medesimi (come si vede il termine
no celebrando te, Iacchos, il dispensatore. tamias richiama coerentemente episkopos). Iacchos è il
“moderatore” di questi beni e tesori: termine che nell’italia-
Dioniso guida “il coro delle stelle”. Il termine ‘coro’ nomi- no antico ebbe anche un significato politico, indicando per
na la schiera danzante, per esempio il coro delle Tiadi, delle esempio una carica pubblica.
Baccanti, poi evocato. Ma si dice “delle stelle spiranti Possiamo allora, trascurando ancora molto altro, sintetiz-

Chora N. 16, Settembre 2008


38 l’immEmorialE E la parola poEtica

zare così il senso della invocazione. Da un lato essa si riferi- epopteia, del percorso iniziatico. Si tratta di andare indietro
sce a Dioniso, il toro, simbolo delle forze feconde della vita, per procedere, nel che si compendia il cammino del rito di
che urla furibondo in preda a spasimo e passione. Dall’altro iniziazione. Chronos/Mnemosyne replicano Apollo/Dioniso,
l’invocato è colui che, con la sua skepsis, suscita la sapienza le due facce di Phanes. Chronos mette in fila e così dispiega
del mondo e nel mondo, una sapienza piena di doni e di e mostra quello che Mnemosyne coglie invece abissalmente
tesori nascosti. Nascosti appunto nell’urlo primitivo della in un sussulto, riportando là dove Chronos non c’è ancora né
passione, nella voce taurina che provoca lo stacco di coscien- mai potrà esserci. Ma a sua volta Mnemosyne non potrebbe
za, e cioè, nel rito, la memoria delle origini primordiali e cogliere l’origine senza tempo se non attraversando la tem-
ancestrali. Stacco che mostra all’iniziato la complessità miste- poralizzazione di Chronos. E Chronos non potrebbe mettere
riosa delle sue origini e delle origini dell’umano. Dioniso in fila nel tempo se non prendendo a oggetto quella dimen-
regola, modera, tiene a freno, indirizza nel segno apollineo sione senza tempo cui Mnemosyne allucinatoriamente allu-
della parola sapienziale, impedendo che il rito orgiastico de. Bisogna dunque “attraversare tutto il tempo”; ovvero i
degeneri nella fruizione titanica e belluina (il Dio protegge, miti, i racconti, le vicende e i canti di Orfeo, le sue favole poe-
come si sa, le Menadi, le Baccanti, dalle aggressioni sessuali tiche; quelle favole che fanno da preludio “musicale” inizia-
dei pastori sui monti). In tal modo Dioniso indirizza l’eros tico nel corso del rito misterico. Quindi le vicende degli Dei e
primigenio verso un “più di conoscenza” (la connessione tra degli Eroi, le loro generazioni e gestazioni, la morte e la resur-
l’eros e il conoscere venne consapevolmente ripresa da rezione di Dioniso e poi tutte le saghe degli Dei olimpici
Platone e la parola “conoscere” del resto, esaminata nelle sue (della lucente schiera degli Dei olimpici, come disse
scritture, mostra, come osserva Alfred Kallir, il duplice senso Nietzsche). Tutto questo è il canto di Orfeo. Ma nel contem-
del conoscere sessuale e del conoscere spirituale). po tutto questo non è che la rilucente apparenza di Phanes;
Dioniso è allora la vita che si guarda e che così si distanzia perché tutto questo non è altro che la “realtà”: noi, le nostre
da sé e che si perde, si oblia, assegnandosi a un destino di vicende, le nostre infinite storie e tutte le cose che le accom-
morte; ma anche a un destino di conoscenza e di continua pagnano, non siamo infine che un racconto, un sogno, una
rinascita, sia sessuale, sia memoriale nel rito, sia materiale parola del Dio.
nella generazione, sia spirituale nella conoscenza. Sulla scor- Il ricordo abissale di Mnemosyne, il suo sussulto memoria-
ta del ritmo che attraversa la danza e il mito, la parola risuo- le, attraversando il filo della bella apparenza retta dal gioco
nante, danzante e perciò significativa (“ritmo”, si ricordi, (pais) del racconto (mythos) e insieme dalla tragica seriosità di
allude al “fare le parti”, per esempio al ripartire la vittima ananke, dalla necessità che governa la vita titanica, la sua
sacrificale tra i commensali e il Dio, sancendone la “comunio- autofagia di cui il Dioniso fanciullo dei misteri, sbranato dai
ne”), Dioniso indirizza alla parola luminosa e diurna di Titani, è appunto il simbolo (Gioco e Necessità: due ulteriori
Apollo: col che siamo ricondotti a quei due lati che, dicemmo divinità del cosmo orfico), questo ricordo abissale ci riporta
all’inizio, contrassegnano la soglia della parola. A ciò allude così all’evento umano primordiale: l’evento della parola che
anche la sapienza orfica, dove Orfeo è, come si sa, il cantore è insieme “mito” e silenzio, ricordo della unità sacrale della
di Dioniso e una maschera di Apollo. Al centro del mito orfi- vita cui l’umano partecipa, e insieme suo distacco e precipi-
co è il dio Phanes, Dio, come dice il suo nome, della manife- zio nella necessità del cosmo e del regno della morte: eterna
stazione, cioè della manifestatività delle cose del mondo: fragilità “cronica” e ritornante del fenomeno umano. I due
Phanes è il Dio del “fenomeno”. In particolare Phanes è lati della parola si sono fatti ora più comprensibili ed eviden-
“colui che si manifesta e che appare rilucente”. Fenomeno ti. Essi suggeriscono di concludere così: che abbiamo sempre
(phainomenon) viene infatti da phos, la luce del sole che illu- bisogno della memoria dei poeti per ricordare che le parole,
mina gli enti e li fa apparire: alla luce del sole appunto. tutte le parole, sono, e non sono nient’altro, che memoria
Phanes esprime dunque l’incarnazione divina di tutta la real- “poetica” appunto, e profondissimo oblio.
tà, nella sua molteplice apparenza di “cose”.
Egli, si badi, è tutto il reale, è un’apparenza senza residui
e senza fondi ulteriori, e nondimeno custodisce, come
Dioniso, un profondo: qualcosa che si manifesta in un sus-
sulto come “qualcosa di abissale”. Peraltro questo abisso e
profondo non si manifesta altrove, ma sempre li, sulla
superficie della apparenza rilucente. Propriamente si mani-
festa nel suo cuore (nel suo ri-cor-do, si potrebbe dire): di
che si tratta? Phanes è l’alter ego diurno della duplicità di
Dioniso: come Dioniso, infatti, è al tempo stesso maschio e
femmina (coloro che non possono stare separati, dicemmo,
come la parola notturna e la parola diurna). Per compren-
dere dobbiamo rivolgerci a un’altra divinità del cosmo orfi-
co: Chronos, cioè il Dio che “mette in fila” e che, così facen-
do, dispiega e mostra; vale a dire “temporalizza”. Chronos
è sì il tempo, ma nel senso che è ciò che si tratta di attraver-
sare per raggiungere l’origine del tempo medesimo, ovve-
ro il senza tempo, l’eterno.
Queste osservazioni si completano con un riferimento
all’ulteriore divinità fondamentale dei riti orficì che è
Mnemosyne, la Dea che nei misteri eleusini incarna il “ritor-
no”: ritorno a un’origine che non conosce Chronos, che è
“fuor-del-tempo”, direbbe Montale. Tornare a questa origine
è appunto il contenuto “misterioso” della visione finale, o
carlo sini, nato a Bologna nel 1933, insegna Filosofia Teoretica all’Università degli Studi di Milano. È socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei
e membro dell’Institut International de Philosophie. Tra le sue pubblicazioni più recenti si ricordano: I segni dell’anima (1989), Etica della scrittura (1992),
Teoria e pratica del foglio mondo (1998), Gli abiti, le pratiche, i saperi (1996), La scrittura e il debito (2002), Il comico e la vita (2003), Figure dell’enciclopedia filoso-
fica. “Transito Verità”, in 6 voll. (2004-2005), Il gioco del silenzio (2006).

Chora N. 16, Settembre 2008


robErto tErzi 39

l’oBlio, il segno, la storia:


la MeMoria in heidegger
di roBerto terzi
università degli studi di Milano
Buona parte del pensiero del ‘secondo’ Heidegger è compare nell’ambito della questione più generale del pen-
occupata, come è noto, dalla meditazione sulla storia della siero come ciò che corrisponde all’appello dell’essere. Il pen-
metafisica occidentale, la quale sarebbe contrassegnata da siero è pensiero dell’essere, nel duplice senso del genitivo:
un fondamentale ‘oblio dell’essere’: a partire dai suoi inizi ha la sua ‘cosa’ più propria nell’essere stesso e proviene
greci, la metafisica è caduta in un oblio dell’essere perché dall’essere essendone reclamato. A partire dal problema
lo ha sempre in qualche modo ridotto a un ente e a fonda- della coappartenenza tra essere e uomo, Heidegger ripro-
mento dell’ente, dimenticando così la ‘differenza ontologi- pone così la questione “che cosa significa pensare?” ed è
ca’. L’oblio in questione assume la sua portata se si tiene all’interno di questa che giocano un ruolo decisivo l’idea di
presente che la storia della metafisica non è per Heidegger un pensiero rammemorante (Andenken o andenkendes
semplicemente il susseguirsi delle opinioni soggettive dei Denken) e il tema della memoria (Gedächtnis), contrapposti
diversi filosofi, ma è la storia dell’essere stesso, la storia del al pensiero rappresentativo, che ha dominato la metafisica
darsi e sottrarsi epocale dell’essere nelle sue diverse figure moderna e che riduce l’essere alla sua oggettività presente.
storiche: l’essere si destina, cioè accade di volta in volta in Già la scelta dei termini e l’interpretazione che ne dà
una certa apertura storica, in modo tale che il movimento Heidegger segnala la stretta appartenenza della questione
stesso della donazione/destinazione si sottrae e si mantie- della memoria alla questione più generale del pensiero: il
ne in sé, lasciando così emergere in primo piano solo ciò termine Andenken rinvia a Denken, pensiero, e in particola-
che è dato/destinato. C’è dunque un ‘oblio’ costitutivo del- re al Denken an, al pensare-a, al volgersi del pensiero alla
l’essere stesso: nell’aprire lo spazio del rapporto tra l’uomo sua ‘cosa’ più propria che lo ha già sempre preceduto e
e l’ente, l’essere si sottrae, nel manifestarsi si nasconde. Ma appellato, all’esser-fuori del pensiero verso ciò che è da
a questo oblio se ne aggiunge, per così pensare; il termine Gedächtnis è a sua volta
dire, un secondo: l’oblio dell’oblio, ossia inteso da Heidegger come composto dal
l’oblio (da parte della metafisica) del- prefisso Ge-, che avrebbe un valore di rac-
l’oblio proprio dell’essere, della sottrazio- coglimento, e dalla radice dacht- che
ne costitutiva dell’essere, dovuta al fatto rimanda alla stessa famiglia lessicale del
che l’essere non è un ente, ma il movimen- pensare (denken, gedacht): “memoria è qui
to del venire alla presenza degli enti stes- il raccoglimento (Versammlung) del pen-
si. Data la centralità di questo confronto siero, che rimane raccolto presso ciò a cui
con la tradizione e la caratterizzazione si è già dapprima pensato, perché è que-
fondamentale di quest’ultima come oblio, sto che vuole essere pensato sempre
era pressoché inevitabile che Heidegger prima di ogni altra cosa. Memoria è il rac-
incontrasse a un certo punto il tema della cogliersi della rimemorazione (Andenken)
memoria. Tema per molti versi classico, presso ciò che è prima di ogni altra cosa
ma il cui svolgimento deve ovviamente da considerare. Questo raccogliersi alber-
essere qui inserito nel contesto complessi- Martin Heidegger ga presso di sé e nasconde in sé quello a
vo del pensiero heideggeriano e delle sue cui preliminarmente sempre si deve pen-
motivazioni. Si deve quindi tenere presente la particolare sare nel guardare a ciò che è (west) e si afferma come essen-
trasfigurazione ontologica a cui la questione si trova sottopo- te e come essente-stato (als Wesendes und Gewesenes)”1.
sta nei testi di Heidegger. Bisogna, in altri termini, mettere Heidegger intende dunque la memoria come il volgersi e
in luce le operazioni che Heidegger attua sulla memoria e il raccogliersi del pensiero presso ciò a cui si è già sempre
sui concetti connessi, operazioni che sono altrettante forme pensato e a cui si deve preliminarmente pensare, dal
di una risalita al senso originario della memoria ovvero, momento che è ciò che rende possibile ogni nostro singolo
secondo un gesto tipico di molte analisi heideggeriane, di pensiero: si tratta dunque del volgersi del pensiero non al
risalita a ciò che rende originariamente possibile la memo- passato nel senso comune del termine, ma a una sorta di
ria in senso comune e che deve dunque essere chiamato ‘passato trascendentale’, che è già sempre stato e ci ha già
‘memoria’ in senso proprio. sempre preceduti.
La memoria è innanzitutto memoria dell’essere o, in altri
1. L’ontologizzazione della memoria. Memoria e oblio termini, il pensiero si configura come memoria perché si
Si tratta innanzitutto di una ontologizzazione della memo- esercita a partire dall’oblio dell’essere, in un duplice senso: a)
ria: nei testi del secondo Heidegger il tema della memoria l’oblio dell’essere come il suo sottrarsi e nascondersi a

1 M. Heidegger, Vorträge und Aufsätze, hrsg. v. F.-W. von Herrmann, in Gesamtausgabe, Bd. 7, Klostermann, Frankfurt a. M. 2000; tr.
it. di G. Vattimo, Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976, pp. 90-91 (in seguito indicato direttamente nel testo con la sigla SD seguita
dal numero di pagina).
in particolare pp. 134 sgg.

Chora N. 16, Settembre 2008


40 l’oblio, il SEgno, la Storia

favore degli enti, sottrazione che il pensiero deve ricorda- do diciamo: ho dimenticato questo e quest’altro. Nel
re come ciò che lo ha già sempre preceduto e che deve cer- dimenticare non soltanto ci sfugge qualcosa, ma il dimenti-
care di esibire come tale; b) l’oblio dell’essere in senso sto- care medesimo cade in un velamento tale che noi stessi, nel
rico che ha contrassegnato la metafisica, la quale è giunta nostro riferimento al dimenticato, cadiamo vittime della
al suo termine e lascia così al pensiero il compito di sottrar- velatezza” (PA, pp. 68-69).
re l’essere al suo oblio epocale e di rammemorare la tradi- Da questi passi di Heidegger possiamo ricavare alcuni
zione come storia dell’essere. Questa osservazione ci per- elementi essenziali: 1) l’oblio e, dunque, anche la memoria
mette di introdurre un altro punto decisivo, che a sua volta non devono essere concepiti innanzitutto come facoltà
conferma l’ontologizzazione di cui stiamo parlando: soggettive, come vissuti psicologici, come il semplice frut-
Heidegger pone la memoria in un rapporto di coapparte- to di un’attività umana o della distrazione dell’uomo che
nenza essenziale con l’oblio ed entrambi i concetti sono collo- non presta più attenzione a qualcosa e così la dimentica:
cati su un piano eminentemente ontologico e non psicolo- queste concezioni sono possibili solo sul fondamento di
gico. Heidegger pensa infatti il rapporto memoria-oblio a una più originaria essenza dell’oblio, il quale deve essere
partire dalla questione della verità come aletheia e dal rap- esplicitamente sottratto all’interpretazione soggettivistica
porto tra aletheia e lethe, come emerge da alcune pagine del e psicologica in termini di vissuto. L’oblio deve essere inte-
corso del 1942-43 dedicate alla concezione greca dell’oblio2. so in primo luogo come un evento ontologico e manifesta-
Come è noto, per Heidegger la verità nel suo significato tivo, che coinvolge in modo unitario e inscindibile gli enti
greco originario deve essere pensata non come correttezza nel loro essere e l’uomo nel suo rapportarsi a essi: tanto il
e adeguazione, ma appunto come aletheia, che Heidegger ‘dimenticato’ quanto il ‘dimenticante’ accadono unitaria-
interpreta sulla base della sua costruzione letterale come a- mente in questo evento dell’oblio, inteso come un modo
letheia: il concetto greco di verità è costruito con un alfa pri- del velamento ontologico. L’oblio in senso comune è pos-
vativo aggiunto alla radice leth-, lath-, che rimanda al verbo sibile sullo sfondo di questo oblio ontologico e manifesta-
lanthano, il quale significa ‘essere nascosto’; l’aletheia rac- tivo che permea il rapporto tra l’uomo e gli enti: non è
chiude dunque in sé un’essenza conflittuale, perché signifi- l’oblio che accade in noi (nella nostra psiche), ma siamo noi
ca letteralmente ‘non-nascondimento’, disvelatezza, la a essere collocati nell’oblio, “gettati in una dimenticanza”
quale proprio perciò mantiene un riferimento essenziale (PA, p. 143); 2) l’oblio non è semplicemente qualcosa di
alla lethe, al nascondimento, che è il “cuore”3 stesso della negativo e assente, che non avrebbe nessun ruolo nel-
verità e rappresenta la fonte costante e inesauribile della l’esperienza e nella costituzione del positivo: se l’oblio è un
manifestatività. L’ambito del velamento svolge dunque un modo del velamento, come il velamento (la lethe) è costitu-
ruolo essenziale nell’esperienza dell’ente e proprio per que- tivo della disvelatezza (dell’aletheia) rappresentandone il
sto i concetti che vi si riferiscono devono essere interpretati cuore, così l’oblio è costitutivo del ricordo e della sua pos-
adeguatamente rispetto all’esperienza greca, il che significa sibilità, è quell’assenza che contribuisce a costituire la pre-
innanzitutto in modo non-soggettivo e in senso manifestativo; senza e il rapporto a essa. Infatti, ciò che è obliato non è
in quest’ambito rientra anche l’esperienza dell’oblio, dal semplicemente non-esistente e assente, ma abita la presen-
momento che dalla stessa radice proviene il vero lanthano- za e la incalza, contribuisce a determinarla proprio in
mai, che significa proprio ‘dimenticare’. Il verbo lanthano quanto assente-da-essa o volgersi-via da essa (cfr. PA, p.
innanzitutto non significa transitivamente ‘io nascondo’, 144). L’essenza conflittuale della verità come aletheia si
ma ‘io resto nascosto, velato’ e indica dunque un modo del- riflette nel conflitto tra oblio e memoria: non c’è memoria
l’ente stesso: “«velato» e «svelato» sono un carattere del- senza un ruolo costitutivo dell’oblio, che non rappresenta
l’ente come tale, non però un carattere del notare e del com- dunque solo un limite empirico e idealmente da superare
prendere” (PA, p. 68); “la esperibilità e la comprensibilità della facoltà del ricordo, ma è per certi versi la condizione
dell’ente […] si fonda dunque sull’eventualità che accada la di possibilità del ricordo stesso; memoria e oblio accadono
velatezza oppure la svelatezza” (PA, pp. 73-74). Un discor- in un evento ontologico unitario tale per cui ogni memoria
so analogo vale per l’oblio ed è per questo che la traduzio- ha il suo rovescio in un oblio, si esercita a partire da e sullo
ne immediata di lanthanomai con ‘dimenticare’ rischia per sfondo di un oblio. L’ideale di una memoria piena e com-
Heidegger di essere un fraintendimento che re-interpreta in pleta, che abbia superato ogni oblio, è una finzione e un
chiave moderna e soggettivistica l’esperienza greca. L’oblio sogno metafisico, che si annulla da sé perché sarebbe l’an-
in senso greco deve essere compreso come un modo del nullamento del senso stesso della memoria, che non si dà
velamento: “i Greci hanno esperito il dimenticare come un se non nell’intreccio e nel conflitto con l’oblio; 3) nel passo
accadere del velamento” (PA, p. 75); “pensato in modo citato Heidegger mette in luce un tratto fenomenologico
greco lanthanomai dice: io rimango velato a me stesso nel costitutivo dell’oblio, che spiega anche l’interpretazione
riferimento che qualcosa di altrimenti svelato ha con me. In della storia della metafisica richiamata in precedenza:
tal modo quest’ultimo è a sua volta velato, così come io lo l’oblio è per essenza oblio dell’oblio, nel dimenticare ci si
sono a me stesso nel mio riferimento a esso. L’ente sprofon- dimentica di aver dimenticato perché altrimenti si ricorde-
da nella velatezza in modo tale che in questo velamento rebbe la cosa in questione; nell’oblio qualcosa si vela e
dell’ente io rimango velato a me stesso. Nel contempo que- l’oblio stesso rimane in quanto tale velato, così anche colui
sto velamento viene a sua volta velato, il che accade quan- che dimentica rimane velato a se stesso in quanto dimenti-

2 Non possiamo ricostruire qui l’insieme della trattazione heideggeriana, di cui richiameremo solo alcuni elementi. Cfr. M.
Heidegger, Parmenides, hrsg. v. di M. Frings, in Gesamtausgabe, Bd. 54, Klostermann, Frankfurt a. M. 1982; tr. it. di G. Gurisatti,
Parmenide, a c. di F. Volpi, Adelphi, Milano 1999, pp. 62 sgg., 141 sgg. (indicato in seguito direttamente nel testo con la sigla PA segui-
ta dal numero di pagina).
3 Cfr. M. Heidegger, Zur Sache des Denkens, Niemeyer, Tübingen 1969; tr. it. di E. Mazzarella, Tempo ed essere, Guida, Napoli 1980, p.
190: “il nascondersi, l’ascosità, la Lethe appartiene alla A-letheia non come una semplice aggiunta, non come l’ombra appartiene alla
luce, ma come il cuore dell’Aletheia”.

Chora N. 16, Settembre 2008


robErto tErzi 41
cante (non ‘ricorda’ o non ‘sa’ di aver dimenticato): “acca- incontrano soltanto là dove accade la serbanza del più con-
de qui dunque un velamento che colpisce simultaneamen- siderevole. L’uomo si limita ad abitare la serbanza di ciò
te il dimenticato e il dimenticante, senza tuttavia cancella- che gli dà da pensare. L’uomo non produce la serbanza”
re nessuno dei due” (PA, p. 142). Il pensiero rammemoran- (CSP, p. 171). L’uomo può ricordare e dimenticare perché
te deve dunque evitare di obliare l’oblio: bisognerà allora dire abita una radura pre-soggettiva che concede di volta in
che non solo la memoria si esercita costitutivamente a par- volta la possibilità del ricordo e dell’oblio: come era già
tire da e sullo sfondo di un oblio, ma che ha nell’oblio il emerso, la dinamica memoria/oblio è un evento ontologi-
proprio ‘oggetto’; ciò che l’Andenken ricorda e custodisce co-manifestativo in cui l’uomo è collocato e che permette
non è un ‘qualcosa’, ma l’oblio come tale. l’esercizio delle sue facoltà. Ma questa radura è anche ciò
che determina l’essenza dell’uomo, dal momento che que-
2. La de-soggettivazione della memoria. Memoria e st’ultimo ha per Heidegger la sua essenza originaria nel-
segno l’essere-esposto alla manifestatività, nell’essere appropria-
L’ontologizzazione della memoria ha il suo pendant in to all’evento (Ereignis) dell’essere che è al tempo stesso
una de-soggettivazione: la memoria non è qui considerata espropriazione (Enteignis). Ciò che nella memoria va rite-
solo e innanzitutto come la “semplice facoltà, di cui parla nuto è ciò che a sua volta ci tiene nell’essenza a cui appar-
la psicologia, per cui siamo capaci di conservare la rappre- teniamo: “ciò che ci tiene nell’essenza, ci tiene in essa tut-
sentazione del passato” tavia solo fino a che noi,
(SD, p. 90), e questo per- a nostra volta, ri-teniamo
ché, più in profondità, ciò che ci tiene. E noi lo
non è pensata esclusiva- riteniamo se non lo
mente come qualcosa di lasciamo cadere dalla
appartenente “alla dota- nostra memoria. La
zione essenziale dell’uo- memoria è il raccogliersi
mo”, “come qualcosa di del pensiero.
strettamente umano”4. Raccogliersi in che cosa?
La memoria non è In ciò che ci tiene nell’es-
innanzitutto e semplice- senza, nella misura in cui
mente una facoltà del- esso è da noi tenuto in
l’uomo, piuttosto è l’uo- considerazione. […]
mo a essere rimesso alla Considerarlo significa
memoria nella sua offrirgli la nostra rime-
essenza originaria, cioè morazione (Andenken).
all’essenza del pensiero Noi gli offriamo il nostro
come riferimento all’es- pensiero rimemorante
sere. La capacità umana perché lo amiamo come
di conservare e ritenere il rivolgerci la parola
nella memoria è resa della nostra essenza”
Salvador Dalì - La persistenza della memoria
possibile da un prelimi- (SD, pp. 85-86). Se la
nare ‘conservarsi’ e ‘serbarsi’ in sé del suo ‘oggetto’, che, memoria è qui sottoposta a una peculiare de-soggettiva-
reclamando l’esposizione dell’uomo a esso, può concedere zione, è dunque anche perché ciò che l’uomo innanzitutto
la memoria o l’oblio: la memoria, come “raccoglimento del può ricordare, ciò verso cui si raccoglie e si tende la sua
pensiero che si ri-volge”, “non si fonda su una capacità del- memoria e che sta per così dire al fondo di ogni singolo
l’uomo, magari sul ricordare o sul ritenere. Ogni pensiero ricordo particolare non è altro che l’essenza stessa dell’uo-
che si ri-volge a ciò che è memorabile abita già esso stesso mo, essenza che è ‘donata’5 all’uomo e che non è in suo
in quel raccoglimento grazie al quale tutto ciò che resta da potere, dal momento che è piuttosto l’uomo a essere con-
pensare è protetto e nascosto. […] La memoria nel senso segnato e rimesso a essa. Nel fondo di ogni ricordo l’uomo
del pensiero umano che si ri-volge abita in ciò che conser- ricorda la sua essenza a cui appartiene, rammemora la sua
va tutto ciò che va pensato. Questo noi lo chiamiamo la ser- fatticità essenziale, il fatto del suo essere e del suo esser-
banza (Verwahrnis). Essa nasconde e protegge ciò che ci è esposto all’essere: rammemora quindi ciò che è propria-
dato da pensare. […] La memoria poggia, in quanto pen- mente immemorabile e che la memoria non può risolvere
siero umano che si ri-volge a ciò che va pensato, sulla ser- completamente in sé, perché è il proprio dell’uomo che sta
banza del più considerevole. La serbanza è il fondamento al cuore di ogni suo atto e di cui l’uomo, in quanto essen-
essenziale della memoria” (CSP, pp. 170-1). La memoria è zialmente finito, non può impadronirsi. Al fondo di ogni
dunque esposta e radicata nella possibilità di conservarsi atto di memoria sta un immemorabile, che non è semplice-
in sé, di donarsi e sottrarsi della sua ‘cosa’, e questa dina- mente una cosa in sé non ricordata o non ricordabile: l’im-
mica di manifestazione/sottrazione è al tempo stesso l’og- memorabile accade con e per la memoria e al tempo stesso
getto più alto del pensiero rammemorante. “La memoria ne è la sorgente che garantisce la sua inesauribilità e insie-
non appartiene semplicemente alla facoltà del pensiero in me la sua finitezza.
cui ha luogo, giacché ogni pensiero e ogni apparire di ciò Questa linea teorica è confermata anche dall’emergere di
che va-pensato trovano l’apertura in cui arrivano e si una connessione tra la memoria e il problema del segno. Si
4 M. Heidegger, Was heisst Denken?, hrsg. v. P.-L. Coriando, in Gesamtausgabe, Bd. 8, Klostermann, Frankfurt a. M. 2002; tr. it. di U.
Ugazio e G. Vattimo, Che cosa significa pensare, prefazione di G. Vattimo, Sugarco, Carnago 1996, p. 170 (indicato in seguito diretta-
mente nel testo con la sigla CSP seguita dal numero di pagina).
5 È in questo ordine di considerazioni che bisognerebbe prendere in esame la connessione, esposta da Heidegger in Che cosa significa pensa-
re?, tra i temi del dono e del pensiero (Denken) come memoria (Gedächtnis) e come ringraziamento (Danken): cfr. CSP, pp. 165 sgg.

Chora N. 16, Settembre 2008


42 l’oblio, il SEgno, la Storia

tratta di una connessione che si è imposta spesso nel corso essere ‘ripresentificato’ nel ricordo), che può poi relazio-
della riflessione filosofica (i segni di ciò che deve essere narsi concretamente ai segni in senso abituale (segni pre-
ricordato, che la memoria deve interpretare e a partire da senti di ciò che è passato, segni che permettono di fissare
cui si esercita) e che può essere ritrovata nei testi heidegge- qualcosa nel ricordo). Evidentemente, il senso del ‘segno’
riani, anche se, come sempre, peculiarmente trasfigurata nei due casi è differenti. Come abbiamo visto, Heidegger,
su un piano ontologico generale. Nella conferenza Che cosa anche sulla scorta dei versi di Hölderlin, afferma che l’uo-
significa pensare? Heidegger afferma che ciò che è più mo è un segno deutungslos, un segno senza interpretazio-
degno di essere pensato è il fatto che noi non pensiamo ne e che “nulla indica”, dal momento che l’uomo indica il
ancora, il che però non è dovuto semplicemente a una movimento del sottrarsi in cui è tratto, sottrarsi che non è
insufficienza umana: è infatti ciò che è da-pensare che si un ente o un significato determinato. L’uomo, il pensiero,
distoglie dall’uomo e si sottrae, ma questo sottrarsi non è la memoria come segno non rimandano dunque, nel
un vuoto niente, è un ritrarsi e un negarsi e come tale un senso più profondo, a un ente o a un significato determi-
evento. Ciò che così si sottrae non perde qualsiasi relazio- nato, ma a ‘nulla’ di essente, all’evento del sottrarsi: il
ne con noi, ma nel sottrarsi “ci porta con sé e ci attrae a suo segno rimanda innanzitutto non a un’altra cosa, ma al
modo verso di sé”, “è presente e ciò nel senso che ci suo stesso accadere, all’evento stesso del segno e di ogni
attrae”: “quando noi perveniamo nel trarre (Ziehen) del significato; dunque la memoria è nel suo fondo memoria
sottrarre (Entzug), siamo già in marcia (auf dem Zug) verso del proprio evento e quindi dell’evento dell’umano,
ciò che ci attrae in quanto si sottrae” (SD, p. 89). L’uomo è ossia, come era già emerso, memoria di quell’evento
cioè coinvolto nell’evento del sottrarsi di ciò che dovrebbe immemorabile che resta tale al fondo di ogni ricordo.
pensare ed è così tratto e attratto fuori di sé, “in marcia”
verso ciò che si sottrae. Ciò non indica una condizione tra
le altre dell’uomo, ma la sua stessa essenza, come
Heidegger indica in un passaggio notevole: “noi stessi
additiamo ciò che si sottrae. In generale, noi siamo noi stes-
si e siamo quelli che siamo solo in quanto additiamo ciò
che si sottrae. Questo additare (Weisen) è la nostra essenza
(Wesen). Noi siamo, in quanto indichiamo (zeigen) ciò che
si sottrae. In quanto è colui che indica in questa direzione,
l’uomo è colui che indica. L’uomo non è anzitutto uomo e
in secondo luogo anche, e magari occasionalmente, uno
che indica; ma: l’uomo è anzitutto e fondamentalmente
uomo in quanto è tratto nel movimento del sottrarsi, è in
marcia verso questo e in tal modo è colui che indica il sot-
trarsi stesso. La sua essenza risiede nell’essere un tale indi-
ce (Zeigender)”; e Heidegger può così trarre la conclusione
decisiva: “ciò che in se stesso, nella sua costituzione più
propria, è qualcosa che indica, noi lo chiamiamo un segno
(Zeichen). Essendo tratto nel movimento verso ciò che si
sottrae, l’uomo è un segno” (SD, pp. 89-90). Poiché indica
verso qualcosa che si sottrae, questo segno non può far
vedere chiaramente ciò verso cui indica, rimane senza
interpretazione. Heidegger lega le proprie affermazioni
anche ad alcuni versi di Hölderlin: “un segno noi siamo,
che nulla indica (deutungslos) / senza dolore, e quasi /
abbiamo dimenticato la lingua in terra straniera”.
Heidegger nota come questi versi provengano dal pro-
getto per un inno, per il quale Hölderlin aveva pensato a
diversi titoli, tra cui anche Mnemosyne, il nome greco per
la memoria (e, nel mito, per una Titanide che, come sposa
di Zeus, diventa la madre di tutte le Muse). La figura del- René Magritte - Memoria
l’uomo è dunque qui radicalmente de-sostanzializzata:
l’uomo è essenzialmente un segno e lo è proprio in quan- 3. Temporalizzazione e storicizzazione della memoria.
to pensiero rammemorante, che è espropriato da e tratto Il pensiero rammemorante e la storia dell’essere
fuori di sé verso ciò che si sottrae, indica e fa segno verso Il passaggio dal pensiero rappresentativo al pensiero
quest’ultimo. La memoria dunque non è segnica sempli- rammemorante è anche il passaggio dall’essere considera-
cemente perché fa uso di segni per risalire all’oggetto to come presenza e oggettività (e non interrogato nel suo
passato, ma è in se stessa e costitutivamente segnica, è carattere temporale) all’essere considerato nella sua piena
l’espressione dell’essere-un-segno proprio dell’uomo: la temporalità (cfr. SD, pp. 94-95). All’ontologizzazione si
memoria è segnica in virtù del suo riferimento al sottrar- accompagna allora anche una temporalizzazione della
si dell’essere come ‘passato’ già sempre accaduto, ‘passa- memoria, dal momento che, venendo a confondersi con il
to’ trascendentale e che non è mai stato presente e che pensiero stesso nel suo riferimento all’essere, la memoria
rende possibile il ricordo del passato nel senso abituale non si riferisce solo a ciò che è passato e trascorso, ma
dell’espressione. Si potrebbe anche dire che è solo perché all’intero campo della temporalità, all’essere nel suo
la memoria è segno nel suo stesso essere, perché è segno dispiegarsi temporale: originariamente Gedächtnis indica
di ciò che si sottrae (il quale non è un ‘qualcosa’ che possa “l’incessante, raccolto rimanere presso…, e non soltanto

Chora N. 16, Settembre 2008


robErto tErzi 43

presso ciò che è passato, ma allo stesso modo presso ciò che È la dinamica che emerge, ad esempio, anche in alcune
è presente e ciò che può venire. Passato, presente e avvenire pagine de Il principio di ragione e che permette di mostra-
appaiono nell’unità di una presenza (An-wesen), che è ogni re sul concreto piano del rapporto alla storia quel proces-
volta la loro propria” (CSP, p. 164). Questa temporalizzazio- so di ‘temporalizzazione’ della memoria a cui abbiamo
ne della memoria è anche una storicizzazione ovvero si mostra fatto riferimento: “rammemorare (an-denken), e cioè ri-
concretamente in atto proprio nel rapporto tra pensiero ram- pensare il destino già stato, significa però pensare a fondo
memorante e storia, dal momento che l’essere per Heidegger ciò che è ancora impensato nel già stato, come ciò che è
non si dà se non nel suo accadere e sottrarsi nelle sue diver- da-pensare. A quest’ultimo, il pensiero corrisponde sol-
se figure storiche. Ma naturalmente il rapporto tra pensiero tanto in quanto pensiero che pensa-già (vor-denkend). Ri-
rammemorante e storia dell’essere deve essere inteso in pensare (An-denken) il già stato è pensare-già (Vor-denken)
modo adeguato e conformemente all’impianto ontologico all’impensato che è da pensare. Il pensare è un pensare
messo in luce finora, quindi innanzitutto alla luce della tem- già che ripensa (Denken ist andenkendes Vordenken)”9. In
poralità originaria che caratterizza tanto l’uomo quanto l’es- ogni pensiero si cela un impensato che lo determina e che
sere stesso. Infatti se il pensiero è Andenken non è per un inte- resta nascosto al suo autore. Rammemorare un’epoca
resse alla ricostruzione storiografica e ‘oggettiva’ del passato, passata del pensiero non significa quindi semplicemente
né per la rassegnazione al fatto che non resterebbero, per noi ripresentificare un oggetto non più presente, ma proprio
epigoni, altri compiti al di fuori del ricordo di una storia volgersi a quel che è rimasto impensato: questo impensa-
esauritasi. Il pensiero è ontologicamente e strutturalmente to ‘passato’, infatti, non scompare, ma permane come
Andenken, non perché rivolto al passato, ma perché ogni pen- possibilità e come tale ci viene incontro a partire dall’av-
siero è già sempre preso “nel gioco del differire del presente venire. L’esser-stato è il permanere essenziale dell’essere
con se stesso”, proviene dalla propria “presente oscurità” e che ci viene incontro a partire dall’avvenire come possi-
pensa “il proprio presente essere-stato”6: l’uomo non ha bilità, ma quest’ultima può dunque essere pensata/ram-
semplicemente alle spalle un passato trascorso e scomparso, memorata solo se il pensiero è già anche volto all’avveni-
ma è un esser-stato ed è questo esser-stato (il passato ontolo- re, se è pensiero progettante e interpretante. In altri termi-
gico, coinvolto nel circolo della temporalità7) che deve essere ni, per interpretare bisogna aver già interpretato, ramme-
rammemorato e che fa sì che il pensiero sia Andenken; più morare ciò che non è stato pensato e non si è realizzato in
precisamente, l’uomo insieme è il proprio esser-stato ed è ciò che è stato; ma, viceversa, non potrei volgermi a que-
nella differenza con esso, è in una differenza con sé e da sé e st’ultimo (e attenderlo come possibilità) senza essere già
ha da interpretare la propria differenza (in altri termini, l’uo- in un nuovo progetto interpretativo, che dischiude l’av-
mo è un segno e ha da interpretare il proprio esser-segno). Il venire a partire dal quale mi volgo al passato. Il pensiero
pensiero è dunque rammemorante in virtù di questa costituzione rammemorante rispecchia dunque la circolarità tempora-
ontologica, temporale ed ermeneutica, che coinvolge non solo l’uo- le e ontologica tra avvenire ed essere-stato (circolarità
mo, ma l’essere stesso: se il pensiero è rammemorazione è per- nella quale soltanto si costituisce il presente), indica la
ché l’essere si destina a noi e nel destinarsi si trattiene in sé e costituzione essenzialmente ermeneutica del pensiero e,
si sottrae, perché l’invio dell’essere ci ha già sempre precedu- sulla base di questa, il rapporto essenziale dell’uomo alla
to, perché l’essere è differenza da ogni ente e da ogni confi- storia. Il pensiero rammemorante (andenken) è già sempre
gurazione determinata. In altri termini, il pensiero ramme- anche pensiero proteso avanti a sé (vordenken). Non si dà
morante è il pensiero che corrisponde all’essere come diffe- memoria se non in e per un progetto, così come non c’è proget-
renza (temporale e storica) ovvero all’essere come evento e to che non sia anche rammemorante. Riferito alla visione hei-
destino: “l’iniziale avviene anticipando tutto ciò che verrà e, deggeriana della storia dell’essere, questo significa che
pertanto, benché velato, viene all’uomo storico come puro c’è un rapporto circolare e di rimando reciproco tra il
venire. Non passa mai, non è mai un passato. Per questo non primo inizio greco del pensiero e l’altro inizio che può
troviamo mai nemmeno l’iniziale nel rivolgerci storiografica- dischiudersi al termine della metafisica: il secondo non si
mente al passato, ma solo nel pensiero rammemorante che dà se non nel ricordo pensante del primo (dei suoi limiti
pensa soprattutto all’essere essenzialmente presente (il già e delle sue possibilità), così come il primo inizio non può
stato essenzialmente presente [das Gewesende]) e alla verità essere ricordato se non nel salto anticipante verso il pro-
dell’essere destinata”8. getto di un altro inizio10.

6 Cfr. A. Carrera, L’esperienza dell’istante. Metafisica, tempo, scrittura, Lanfranchi, Milano 1995, pp. 152-153.
7 Sull’esser-stato e più in generale sulla temporalità dell’esserci cfr. M. Heidegger, Sein und Zeit, Niemeyer, Tübingen 199317;
tr. it. di P. Chiodi rivista da F. Volpi, Essere e tempo, a c. di F. Volpi, Longanesi, Milano 2005, §§65 sgg.
8 M. Heidegger, Nietzsche II, hrsg. v. B. Schillbach, in Gesamtausgabe, Bd. 6.2, Klostermann, Frankfurt a. M. 1997; tr. it. di F.
Volpi, in Nietzsche, a c. di F. Volpi, Adelphi, Milano 1994, p. 931. Cfr. anche G. Vattimo, “An-Denken. Il pensare e il fondamen-
to”, in Id., Le avventure della differenza. Che cosa significa pensare dopo Nietzsche e Heidegger, Garzanti, Milano 2001³, pp. 123-149,
in particolare pp. 134 sgg.
9 M. Heidegger, Der Satz vom Grund, hrsg. v. P. Jaeger, in Gesamtausgabe, Bd. 10, Klostermann, Frankfurt a. M. 1997; tr. it. di G.
Gurisatti-F. Volpi, Il principio di ragione, a c. di F. Volpi, Adelphi, Milano 1991, p. 161.
10 Sul rapporto tra primo e altro inizio cfr. in particolare M. Heidegger, Beiträge zur Philosophie (Vom Ereignis), hrsg. v. F.-W. v.
Herrmann, in Gesamtausgabe, Bd. 65, Klostermann, Frankfurt a. M. 1989; tr. it. di A. Iadicicco, Contributi alla filosofia (Dall’evento), a
c. di F. Volpi, Adelphi, Milano 2007, in particolare la sezione III Il gioco di passaggio (Das Zuspiel).

roberto terzi (Bergamo 1977) si è laureato in Filosofia teoretica presso l’Università degli Studi di Milano, dove collabora con le cat-
tedre di Propedeutica filosofica e di Filosofia teoretica II. Ha conseguito il DEA in “Histoire de la philosophie” presso l’Université
Paris IV-La Sorbonne e il dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Torino. È in corso di pubblicazione presso l’editore
Rubbettino un suo volume intitolato Il tempo del mondo. Heidegger, Husserl, Patočka.

Chora N. 16, Settembre 2008


44 mEmoria dEl non viSSuto

MeMoria del non vissuto


la “visione degli anni” in proust e Bergson
di sara guindani

Si je cherchais simplement à me souvenir et à faire dendo di mira quanto è più essenziale a una filosofia
double emploi par ces souvenirs avec les jours vécus, classica di tipo razionalista”3. È in particolare il carat-
je ne prendrais pas, malade comme je suis, la peine tere di pensiero naturalmente orientato verso il
d’écrire. buono, il bello e il vero che, secondo Deleuze, viene
Marcel Proust, lettera a Jacques Rivière, 6 febbraio radicalmente contestato da Proust. Il filosofo è, etimo-
1914 logicamente, l’amico della verità, presupponendo
perciò che la ricerca del vero nasca e si compia in un
1.Quale filosofia per Proust atto di buona volontà. A sua volta, la volontarietà del-
Si è spesso visto nell’affermazione proustiana l’atto conoscitivo presuppone che vi sia già qualcosa
“un’opera imbevuta di teorie è come un oggetto sul da conoscere, un mondo di entità oggettive o di signi-
quale si lasci il cartellino del prezzo”1 ficati ideali cui il pensiero, e l’opera,
una perentoria conferma del fatto che devono semplicemente tendere e
la Recherche non rivendichi per sé riprodurre quanto più fedelmente
alcuna “verità” filosofica. In realtà possibile. In Proust questo schema,
questa dichiarazione di Proust ne sot- comune alla conoscenza, alla memoria
tende un’altra, che ne complica il e alla creazione artistica, quest’imma-
senso e ci impedisce di arrivare alle gine del pensiero, come la chiama
conclusioni spicciole di cui sopra. “Ho Deleuze, è completamente rovesciata.
trovato – scrive infatti Proust in una In Proust “la verità non si concede, si
sua lettera – più retto e delicato, come tradisce; non è voluta, ma involonta-
artista, non lasciar vedere, non ria”4. Questo primato dell’involonta-
annunciare che era proprio alla ricerca rio abita tutta la Recherche, ben al di là
della Verità che partivo”2. Non è quin- della sola facoltà della memoria. Come
di l’assenza di un peso “teorico” o mette bene in luce ancora una volta
“teoretico” a dissuadere l’artista dal- Deleuze, in Proust possiamo parlare
l’esibire teorie, ma al contrario è pro- Marcel Proust anche di un’intelligenza involontaria,
prio la sua presenza a rendere neces- qual è per esempio quella mossa dai
sario che essa si faccia discreta, differendola sempre segni amorosi e dalle loro laceranti verità. In essi
più, perché la fibra letteraria e romanzesca dell’opera infatti la verità si tradisce attraverso le menzogne del-
non ne sia soffocata. l’amato, si disegna attraverso i silenzi, i lapsus, le
Sono allora proprio le parole di Proust a configura- dimenticanze. L’intelligenza è costretta a pensare la
re la Recherche come viatico per una qualche verità, e verità insita in questi segni, e in nessun modo potreb-
dunque a manifestare la sua portata filosofica. La filo- be presupporla. Per questo l’intelligenza involontaria
sofia di Proust presenta però, possiamo già indovi- “viene dopo”5 opponendosi così a quella della filoso-
narlo, caratteri assai particolari, se non altro nel suo fia, che è sempre presupposta e che per questo è
volersi differire e dissimulare. Gilles Deleuze ha ben impossibilitata a trovare alcunché. Lo stesso avviene
visto questo aspetto dell’opera proustiana: “essa riva- per la memoria, secondo una perfetta simmetria. La
leggia con la filosofia. Proust traccia un’immagine del celeberrima memoria involontaria è infatti, come tutti
pensiero che si oppone a quella della filosofia, pren- sanno, provocata da uno choc, da una costrizione

1 M. Proust, Il Tempo ritrovato, p. 397. Per le citazioni tratte dalla Recherche, faremo riferimento all’edizione italiana Alla ricerca del
tempo perduto, tr. it. di G. Raboni, Mondadori, Milano 1987 sgg., 7 voll.
2 M. Proust, Lettres, Plon, Paris 2004, p. 667.
3 G. Deleuze, Proust et les signes, Presses Universitaires de France, 1964, 1979, tr. it di C. Lusignoli, Marcel Proust e i segni, Einaudi,
Torino 1967, 2001, p. 87.
4 Ibidem, p. 88.
5 Tutto il tema dell’intelligenza che “viene dopo è già esplicitamente presente in Proust: “Le idee formulate dall’intelligenza pura
hanno soltanto una verità logica, una verità possibile e la loro scelta è arbitraria. […] nello scienziato il lavoro dell’intelligenza
precede, mentre nello scrittore viene dopo”, Tempo ritrovato, p. 395.

Chora N. 16, Settembre 2008


Sara guidani 45

esterna; ciò che essa “trova” però è ben lungi dall’es- cemente di ricordarmi e di far sì che questi ricordi
sere un ricordo nel senso abituale del termine. diventino dei doppi dei giorni vissuti, non mi affati-
Sappiamo come la Combray prodigiosamente “risor- cherei, malato come sono, per scrivere”. Viene allora
ta” da una tazza di tè, grazie al sapore della madeleine qui in luce il nodo che stringe insieme la questione
inzuppatavi, non possa assolutamente considerarsi della mimesis e quella della memoria, che sin dall’ori-
come semplice “doppio” o sorta di “fermo immagi- gine greca condividono la stessa radice: per Proust
ne” della Combray vissuta dallo scrittore nella pro- ripensare il problema della memoria significa allo
pria infanzia. Non si tratta qui di ritrovare un’imma- stesso tempo sottrarre la scrittura a una pratica banal-
gine, un istante già vissuto e sepolto chissà dove, di mente mimetica di ripetizione e riproduzione di
questo si occupa la memoria volontaria che, come eventi passati. Come precisa bene anche Miguel de
l’intelligenza dello stesso genere, si limita a “ripro- Beistegui, nel suo libro su Proust, “il ricordo involon-
durre” ma non apporta nulla di nuovo, non scuote tario è esattamente la via d’uscita a questa concezio-
l’essere nel suo profondo. Ciò che vi è di sconvolgen- ne mimetica dell’arte; rompendo con la memoria
te nelle esperienze della memoria involontaria è che come rappresentazione, Proust rompe anche con l’ar-
esse ci consegnano il passato con una forza mai cono- te intesa come simulacro”11.
sciuta, e che può essere tale proprio perché appartie- L’involontario si pone allora come centro generato-
ne a qualcosa che mai è stato vissuto6 e per questo re di un pensiero in grado di mettere in crisi e di
capace di scivolare nel nostro essere senza che la mostrare allo stesso tempo un’alternativa a quello
coscienza abbia ancora saputo sviluppare le proprie della filosofia “tradizionale”, tanto di stampo ideali-
difese. È questo ad attribuire tanta importanza sta quanto razionalista. Attraverso il primato dell’in-
all’oblio nella memoria proustiana: l’oblio non è sem- volontario Proust muove infatti una critica radicale
plicemente la forza che occulta qualcosa che fu pre- tanto a una concezione oggettivista della conoscenza,
sente e in seguito dimenticato, ma la dimensione basata su entità esterne preesistenti cui il pensiero
nascosta e non vissuta che accompagna ogni evento e dovrebbe semplicemente tendere, quanto a una con-
gli permette di divenire “passato”. La questione della cezione soggettivista e romantica della memoria, per
memoria e del passato divengono necessariamente cui attraverso un’intuizione introspettiva il soggetto
aporetiche se pensate secondo una logica della pre- può accedere integralmente al proprio passato.
senza: come pensare infatti questo “passaggio”, come È d’altronde sottolineando l’importanza della
può una pura presenza “passare” ed essere richiama- memoria involontaria all’interno della propria opera
ta alla memoria in quanto passato? È da qui che la che Proust prende le distanze anche da quel filosofo
memoria proustiana riceve tutta la sua forza – di choc cui già allora la sua opera veniva tanto insistente-
estetico ma anche teoretico: essa si riferisce a un pas- mente associata:
sato che non fu mai presente, a un istante che non fu
propriamente mai vissuto. Non provo alcuna vergogna a definire [i miei
Viene dunque esplicitamente meno, nella memoria libri] “romanzi bergsoniani” […]. Ma ciò non
involontaria, ogni carattere meramente riproduttivo. sarebbe esatto perché la mia opera è dominata
Ecco perché Proust stesso, proprio nel celeberrimo dalla distinzione tra la memoria involontaria e
passo della madeleine, a seguito delle peripezie della la memoria volontaria, distinzione che non
memoria involontaria, scrive: solo non compare nella filosofia di Bergson,
ma anzi viene da questa contraddetta 12 .
Depongo la tazza e mi rivolgo verso il mio spi-
rito. Trovare la verità è compito suo. Ma in che Tuttavia la distinzione tra mémoire invlontaire e
modo? […] Cercare? Di più: creare7. mémoire spontanée è solo la cifra più evidente di una
più vasta e generale frattura che si viene a creare tra
La memoria involontaria dunque non trova nulla di due orizzonti ontologici. Cerchiamo allora di tracciar-
già esistente: essa crea. Ecco perché Deleuze parla ne i caratteri salienti e di mostrare per quali motivi,
della Combray in sé come mitica8, ovvero appartenen- secondo noi, l’opera di Proust anticipa per molti versi
te a “un passato che non fu mai presente”9. Non deve alcune considerazioni sulla memoria della produzio-
allora sorprendere che Proust fosse il primo ad espri- ne filosofica francese più recente.
mere perplessità sul titolo scelto per la propria opera.
In una lettera del 1919, lo scrittore infatti confessa: 2. Ipermnesia e altre dimenticanze
“Quest’opera (il cui titolo scelto male trae un poco in The man with a good memory does not remember any-
inganno)…”10. thing because he does not forget anything.
La lettera di Proust che abbiamo citato come esergo Samuel Beckett, Proust
va d’altronde nello stesso senso: “Se cercassi sempli-
6 A proposito della “logique de l’invécu” su cui cresce la Recherche si veda il bel libro di M. de Beistegui, Jouissance de Proust. Pour
une esthétique de la métaphore, Encre marine, Fougères 2007, in part. pp. 78-128.
7 M. Proust, Dalla parte di Swann, p. 56.
8 G. Deleuze, Différence et répétition, Presses Universitaires de France, Paris 1968, tr. it di G. Guglielmi, Differenza e ripetizione,
Raffaello Cortina Editore, Milano 1997, p. 118.
9 Ibidem, p. 114; per una bella analisi di questo passo proustiano e delle sue implicazioni filosofiche cfr. anche M. Carbone, Una
deformazione senza precedenti. Marcel Proust e le idee sensibili, Quodlibet, Macerata 2004, pp. 7-22.
10 M. Proust, Correspondance de Marcel Proust, 1919, t. XVIII, Plon, Paris 1990, p. 536.
11 M. de Beistegui, Jouissance de Proust, p. 78.
12 Intervista di Marcel Proust al giornale Le Temps, 1912.

Chora N. 16, Settembre 2008


46 mEmoria dEl non viSSuto

Il titolo À la Recherche du temps perdu sembrò dun-


que mal scelto e fuorviante allo stesso Proust, in
quanto ogni volontà di ricerca è per questi destinata a
fallire e ciò che si crede ritrovare è semplicemente ciò
che non è mai stato vissuto; tuttavia lo stesso titolo
potrebbe ancora designare l’operazione tentata da
Henri Bergson. Quest’ultimo infatti avverte a più
riprese la necessità di trattare il problema dell’apper-
cezione ipermnesica, fenomeno che sembra fornire al
filosofo la prova inconfutabile che nessun ricordo è
definitivamente sepolto nell’oblio e avvalorare l’ipo-
tesi di una memoria totale, in grado di conservare
intatti tutti gli avvenimenti passati, di restituirci inte-
gralmente il tempo perduto. L’appercezione ipermnesi-
ca è infatti quel fenomeno per il quale, trovandosi in
pericolo di morte, l’individuo vede dispiegarsi,
simultaneamente o successivamente, tutti gli avveni-
menti della propria vita13. Ecco come Bergson descri-
ve questo fenomeno e quale spiegazione ne offre:

Ma se il nostro passato ci resta quasi tutto


nascosto perché è inibito dalle necessità dell’azio-
ne presente, esso ritroverà la forza di superare la
soglia della coscienza in tutti quei casi in cui ci
disinteresseremo dell’azione efficace per ricollo-
carci, in qualche modo, nella vita del sogno. […]
non c’è niente di più istruttivo, a questo proposi-
to, di ciò che si produce in certi casi di soffoca- Marcel Proust
mento brusco, negli annegati e negli impiccati. Il
soggetto, ritornato in sé, dichiara di essersi visto Per Bergson, inoltre, gli avvenimenti passati sono
sfilare davanti, in poco tempo, tutti gli avveni- contemplati retrospettivamente “nello stesso ordine
menti dimenticati della sua storia, con le loro più in cui si erano prodotti”. In questa pretesa visione
infime circostanze e nell’ordine stesso in cui si panoramica sugli istanti passati, il filosofo sembra
erano prodotti14. però trovare la pietra d’inciampo della sua stessa
filosofia. La mémoire spontanée, memoria puramente
L’articolazione secondo cui Bergson legge questo contemplativa finalmente libera dai vincoli che la
fenomeno tradisce in filigrana una concezione del impegnano nelll’azione, non conosce zone di ombra
tempo e della memoria ancora in larga parte debitori o di vuoto. Essa registrerebbe sotto forma di imma-
di una tradizione filosofica vetusta e per certi aspetti gini-ricordi “tutti i nostri stati via via e man mano
in contraddizione con alcune delle tesi più originali che si producono, lasciando a ogni fatto il suo posto
dello stesso Bergson. Innanzitutto notiamo come, e […] la sua data” 15. Quest’ultima affermazione
benché si parli di casi di annegamento o di soffoca- mostra come Bergson non sia riuscito ad evitare, a
mento, l’accento non sia messo sullo choc esterno sua volta, una sorta di reificazione degli istanti tem-
quanto su un ripiegamento interiore, un ritorno alla porali, in particolare nel momento memoriale.
pura vita contemplativa, reso possibile proprio dal Credere alla possibilità di una redenzione inte-
completo disinteressamento all’azione presente. È qui grale del passato significa inoltre considerare la
chiara, nel filosofo francese, la volontà di marcare la coscienza quale visione di sorvolo sotto cui il
separazione e la distanza fra le diverse dimensioni tempo interamente si dispiega. Questa concezione
temporali che possono darsi solo in alternativa: esse- diviene rapidamente aporetica poiché, come nota
re collocati nel presente e volti al futuro significa bene Enrica Lisciani-Petrini, “in virtù di quella
necessariamente distogliersi dal passato e dall’inte- specie di ‘occhio panoramico’ di cui sarebbe dota-
riorità, unica via d’accesso a quest’ultimo. Tutto il ta la coscienza […], la realtà viene ridotta a un
passato va dunque incontro a chi, avendo rinunciato eterno Presente già tutto e da sempre dispiegato”;
ad agire, rinuncia anche al fatto che il passato abiti, ma paradossalmente ciò che ne esce sminuito è il
sconfini, nel presente. Il tempo ritrovato in Bergson è senso stesso della memoria, “dato che per quello
dunque effetto di un distacco, di una rinuncia, diver- sguardo costantemente rivolto all’enorme distesa
gendo anche per questo, come vedremo, dalla conce- dell’eterno presente […] non c’è passato e quindi
zione proustiana. non c’è memoria” 16 .

13 Per un’analisi particolarmente accurata dell’ipermnesia: G. Poulet, L’espace proustien, Gallimard, Paris 1963, tr. it. di G.M.
Posani, Lo spazio di Proust, Guida, Napoli 1972, pp. 107-125.
14 H. Bergson, Matière et mémoire, Presses Universitaires de France, Paris 1959, tr. it. di A. Pessina, Materia e Memoria, Laterza, Bari
1996, pp. 130-131.
15 Ibidem, p. 128, corsivo nostro.
16 E. Lisciani-Petrini, “Rileggendo Proust, Bergson, Merleau-Ponty”, in Il Pensiero, Edizioni Scientifiche italiane, 1999/2, pp. 47-67.

Chora N. 16, Settembre 2008


Sara guidani 47

Nel testo della conferenza sulla Perception du 3. La visione ottica degli anni in Proust
changement, del 1911, la mancanza di specificità
della modalità d’esistenza del passato diviene Étrange sectionnement du temps où seuls de rares
ancora più esplicita: jours notables apparaissent.
Marcel Proust, Contre Sainte-Beuve
Un’attenzione alla vita che fosse sufficiente-
mente potente, e sufficientemente liberata da ogni Anche in Proust il Tempo infine ritrovato sembra
interesse pratico abbraccerebbe… in un presente offrirsi in termini eminentemente ottici. Tuttavia,
indiviso la storia passata tutta intera della persona numerosi sono gli aspetti che lo allontanano dalla
cosciente […] come del continuamente presente17. visione bergsoniana degli anni e dalle formulazioni
precedenti. Vediamo allora concretamente qual è
In questo testo stupisce l’insistenza sull’attualizzazio- l’articolazione data da Proust alla resurrezione
ne del passato, il cui statuto ontologico sembra distin- “ottica” del passato.
guersi a fatica dalla percezione presente. A questa para- Benché quello della visione sia un tema che perva-
dossale difficoltà del bergsonismo non rimarranno da l’intera Recherche, è alla fine dell’opera, nelle ulti-
insensibili alcuni dei maggiori filosofi francesi del me centocinquanta pagine del Tempo ritrovato, che
secondo dopoguerra. Merleau-Ponty si mostra partico- Proust moltiplica insistentemente le allusioni al vede-
larmente attento e critico rispetto all’incapacità bergso- re e al mondo dell’ottica intrecciandole esplicitamen-
niana di uscire dall’impasse rispetto alla questione della te alle riflessioni sul tempo e sulla memoria. Come è
memoria: “Una percezione conservata è una percezio- noto, la scena finale della Recherche, il celebre Bal de
ne, continua ad esistere, non lascia dietro di noi quella têtes, ha luogo dopo una lunga assenza del protagoni-
dimensione di fuga e di assenza che è il passato”, scri- sta da Parigi. In occasione di una matinée dal principe
ve ne Il visibile e l’invisibile; e, rendendo ancora più di Guermantes, l’eroe si ritrova dunque al cospetto di
esplicito il proprio bersaglio critico, continua: “insuffi- pressoché tutti i personaggi frequentati in gioventù.
cienza della rappresentazione bergsoniana di un’anima La scena assume rapidamente caratteri grotteschi, i
che conserva tutto (questo rende impossibile la diffe- nuovi volti non si lasciano sovrapporre a quelli fami-
renza tra percepito-immaginario)”18. liari fissati nella memoria, come se ogni invitato aves-
Ciò che si trova a monte di questa serie di aporie in se voluto indossare una maschera. Per esprimere la
Bergson è la volontà di marcare e ribadire una frattu- difficoltà nel riconoscere gli invitati, Proust fa ricorso
ra netta tra “passato puro” e presente; questa separa- all’immagine fotografica:
zione insanabile rende di conseguenza difficile ogni
comunicazione e passaggio tra le due dimensioni Confrontando queste immagini con quelle
temporali, il cui innegabile e costante reciproco scon- che avevo sotto gli occhi della memoria, quelle
finare non può essere spiegato che appiattendo una che mi venivano mostrate per ultime mi piace-
dimensione sull’altra (appunto il passato ridotto ad vano di meno. Come, tante volte, troviamo
eterno presente). È quanto ci sembrano confermare meno buona e scartiamo una delle fotografie
anche alcune pagine di Materia e memoria: “Non appe- fra le quali un amico ci ha pregati di scegliere,
na diventa immagine, il passato lascia lo stato di puro così davanti a ogni persona e all’immagine che
ricordo e si confonde con una certa parte del mio pre- mi mostrava di sé avrei voluto dire: “No, non
sente. L’immagine è uno stato presente e non può questa, non siete venuto bene, non sembrate
essere partecipe del passato”19. neanche voi” 21 .
E tuttavia non potremmo negare che ricordarsi è sem-
pre, anche, una questione d’immagine. Merleau-Ponty La fotografia sembra offrirci qui una semplice
lo scrive chiaramente nella stessa nota di lavoro de Il immagine istantanea, e per questo impedire l’atto di
visibile e l’invisibile considerata sopra: non si compren- riconoscimento che, al contrario, sottende almeno la
derà il ricordo se non attraverso la visione20. sovrapposizione di due immagini e dunque una
Accogliamo dunque il suggerimento di Merleau-Ponty visione che si muove nel tempo. La fotografia consi-
e cerchiamo di considerare come la riformulazione del derata come “scatto” fotografico, immagine “fatta”
problema della memoria e della sopravvivenza del pas- è qui associata a una memoria volontaria, esercizio
sato sottenda un nuovo rapporto al visibile e una ride- del ricordo che non conduce a nulla di essenziale,
finizione di ciò che chiamiamo visione. Vediamo dun- che scortica e ricostruisce artificialmente la realtà e
que come Proust riprenda e rielabori originalmente il che in fondo può solo allontanarci dalla verità pro-
mito millenario della “visione panoramica” degli anni e fonda dei nostri cari.
in cosa questa formulazione scuota l’ontologia vetusta Tuttavia, dopo un primo scacco, i personaggi sono
che abbiamo visto ancora sopravvivere, per certi versi, riconosciuti, in maniera lenta e progressiva; ma ciò
nell’opera dello stesso Bergson. è reso possibile grazie a uno sdoppiamento della
visione che Proust descrive in questi termini:

17 H. Bergson, La perception du changement, a cura di J. Ricot, PUF, Paris 1998, corsivo nostro.
18 M. Merleau-Ponty, Le visible et l’invisible, Gallimard, Paris 1964, tr. it. di A. Bonomi, riv. da M. Carbone, Il visibile e l’invisibile,
Bompiani, Milano 1993, p. 210..
19 H. Bergson, Materia e memoria, tr. it. cit., p. 119.
20 M. Merleau-Ponty, Il visibile e l’invisibile, tr. it. cit., p. 210.
21 Il Tempo ritrovato, p. 296.

Chora N. 16, Settembre 2008


48 mEmoria dEl non viSSuto

Burattini, ma che, per identificarli come le per- diversissime, vissuti e rivissuti nella simultaneità
sone conosciute un tempo, era necessario legge- intermittente di tutta una vita, non come puri
re contemporaneamente su più piani, posti die- momenti, ma nella mobile intensità del tempo sferi-
tro di loro e tali da dar loro profondità e da co” 25 . Potremmo attribuire all’opera proustiana
costringere, in presenza di quei vecchi fantocci, quello che lo stesso Proust scriveva a proposito
a un lavoro mentale, giacché bisognava guar- della poesia di Baudelaire: “Il tempo è scisso in
darli, oltre che con gli occhi, con la memoria22. maniera sconcertante; si dischiudono solo pochi
giorni, e sono significativi”26.
In queste ultime pagine assistiamo dunque a un Questo carattere frammentario, “rapsodico” della
brusco cambiamento di atmosfera: l’insistenza su memoria, è affermato d’altronde con altrettanta chia-
termini come “burattini” e “fantocci” ci rinvia al rezza già all’inizio della Recherche, e anche qui secon-
tema della maschera e del grottesco. do una formulazione che presenta sorprendenti ana-
Eppure questa mascherata mostruosa e grottesca logie – ma anche decisive differenze – con un brano
sembra rendere visibile all’eroe l’immagine del pro- di Materia e memoria. Ricordiamo infatti come
prio passato, evocando termini non dissimili, in Bergson pensasse che il nostro passato ci fosse in
apparenza, dal topos della visione panoramica degli linea di principio integralmente accessibile una volta
anni recuperato da Bergson. Questa visione assume che ci si fosse disinteressati all’azione presente. Il
però in Proust tratti ben particolari: sognatore quindi, in quanto impedito nella propria
pratica sensorio-motrice, è la figura che, dopo il
Un ricevimento come quello a cui mi trovavo era moribondo, più si approssima alla “visione panora-
qualcosa di molto più prezioso di un’immagine del mica” degli anni formulata da Bergson: “Un essere
passato; mi offriva, per così dire, tutte le immagini umano che sognasse la propria esistenza al posto di
successive, e che non avevo mai viste, che separa- viverla senza dubbio terrebbe così sotto il suo sguar-
vano il passato dal presente, meglio ancora: il rap- do, in ogni momento, l’infinita moltitudine dei detta-
porto fra presente e passato; era come ciò che una gli della propria esistenza passata”27.
volta si chiamava una veduta ottica, ma una vedu- Come sappiamo, anche Proust dedicò particolare
ta ottica degli anni, la veduta non d’un momento, attenzione al tema del sonno. All’inizio di Dalla
ma d’una persona situata nella prospettiva defor- parte di Swann, nelle celeberrime pagine dedicate al
mante del Tempo23. dormiveglia, Proust infatti scrive: “Un uomo che
dorme tiene in cerchio intorno a sé il filo delle ore,
Questa visione degli anni passati presenta dunque l’ordine degli anni e dei mondi”, sembrando così
caratteri ben particolari: se inizialmente potremmo consuonare con quanto scriveva Bergson. Tuttavia,
credere a una reviviscenza panottica (“tutte le poco più sotto, precisa: “ma i loro ranghi possono
immagini successive”), quest’idea s’infrange presto spezzarsi, confondersi”28, contestando così qualsia-
contro l’evidenza che si tratta di “immagini mai si possibilità di ridurre la memoria a una cronologia
viste”. La veduta ottica prende infatti forma attra-
verso il vuoto e la distanza tra due immagini, attra-
verso questo particolare entre-deux che si crea tra
passato e presente e che invece di separare unisce.
Appare dunque chiaro come la visione proustiana
degli anni diverga radicalmente da quella di
Bergson: nel momento della sua resurrezione, il
passato apre lo spazio per l’esperienza dell’oblio e
della morte. Attraverso la resurrezione di un fram-
mento di passato nell’istante presente (si noti, di un
frammento, mai di una totalità) è la distanza incol-
mabile che separa questi due momenti a farsi senti-
re, non la piena distesa degli anni passati. In Proust,
a risalire la china degli anni sono solo “pochi giorni
significativi” e soprattutto, come scrive Walter
Benjamin in Angelus Novus, “non sono contrasse-
gnati da nessuna esperienza vissuta”24. I giorni
della Recherche, al contrario di quelli di Materia e
memoria, non conoscono “data” e “posto”, tanto che Madeleines
“taluni episodi sembrano insieme vissuti in età
22 Ibidem, p. 284.
23 Ibidem, p. 285.
24 W. Benjamin, Über einige Motive bei Baudelaire, in “Zeitschrift für Sozialforschung”, 1940, tr. it. di R. Solmi, Di alcuni motivi in
Baudelaire, in Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962, 1981, pp. 89-130, p. 117.
25 M. Blanchot, Le livre à venir, Gallimard, Paris 1959, tr. it. di G. Ceronetti e G. D. Neri, Il libro a venire, Einaudi, Torino 1969, p. 32.
26 M. Proust, À propos de Baudelaire, contenuto in Contre Saint-Beuve précédé de Pastiches et mélanges et suivi de Essais et articles, a
cura di P. Clarac e Y. Sandre, Éditions Gallimard, Paris 1971, ed. it. a cura di M. Bongiovanni Bertini, Scritti mondani e letterari,
Einaudi, Torino 1984.
27 H. Bergson, Materia e memoria, tr. it. cit., p. 131.
28 Dalla parte di Swann, p. 7.

Chora N. 16, Settembre 2008


Sara guidani 49

e a una piena visibilità. L’atto rammemorativo d’altron- nuova formulazione. Ne Il visibile e l’invisibile Merleau-
de in Proust sembra discostarsi da una logica mera- Ponty dà grande rilievo alla riformulazione della que-
mente intellettuale e coscienzialistica. Qualche riga stione dell’oblio: “L’oblio è discontinuo. Si deve conce-
dopo infatti viene scritto: “E prima ancora che il mio pirlo non come occultamento (Bergson), non come pas-
pensiero, esitante sulla soglia dei tempi e delle forme, saggio al nulla, nullificazione – e non come funzione
identificasse la casa mettendo l’una accanto all’altra le positiva che involge conoscenza di ciò che occulta
circostanze, lui – il mio corpo – ricordava”29. Proust (Freud – Sartre), ma come maniera di inerire a… disto-
parla di una memoria “delle costole, dei ginocchi, delle gliendosi da…”35. In questo senso l’oblio sembra quin-
spalle”, capace di orientare la visione del ricordo, di far di configurarsi non come un presente sprofondato in
risorgere mano a mano spazi e tempi diversi, ribaden- seguito nel buio della coscienza ma come la dimensio-
do perciò il ruolo attivo del corpo nella memoria e ne d’ombra, di passività o di non vissuto che si accom-
smentendo l’idea bergsoniana che vorrebbe il corpo pagna sempre e necessariamente ad ogni presente, con-
prigioniero del solo presente. Se è attraverso il nostro ferendo a esso spessore e permettendogli di dimensio-
corpo che ci è dato accedere al passato, e non distoglier- nalizzarsi nel tempo (e dunque di “passare”).
cene, è perché il nostro corpo intrattiene con il mondo È precisamente nella sua particolarità di passato che
sensibile una relazione non posta da un atto di coscien- non è mai stato vissuto o, se vogliamo raccogliere la
za ma attiva a livello non-tematico30. Come il sintomo metafora della veduta ottica utilizzata da Proust e che
in Freud è al contempo espressione e travestimento del sottolinea ancora una volta la parentela tra memoria e
rimosso grazie un’esperienza che si sottrae alla coscien- visione, di immagine che non è mai stata vista, che la
za, allo stesso modo il nostro corpo è contemporanea- memoria proustiana viene raccolta da Deleuze per illu-
mente custode immemore del nostro passato e accesso minare e sostenere la propria concezione di “passato
privilegiato ad esso. Ecco perché nel sonno ci sembra di puro”. Combray, per riprendere l’episodio più cono-
poterci riappropriare fuggevolmente dei tempi e degli sciuto della Recherche, quello della madeleine, non risor-
spazi vissuti: durante il sonno il corpo è lontano da ge come fu ma come un passato che Deleuze, come
quel mondo della veglia “in cui lavora l’intelligenza e abbiamo visto, riprendendo l’espressione di Bergson
c’è solo l’essere”31. L’esperienza autentica del ricordo è definisce “puro” perché irriducibile tanto al presente
invece, secondo l’espressione di Proust, “sintesi della che è stato quanto al presente attuale (in cui risorge).
sopravvivenza e del nulla”, essa lascia dietro di noi la Combray non risorge come rappresentazione (cosa che
scia del dolore. L’intelligenza tende a “travestire”, a conferirebbe al ricordo la sua data e il suo posto in una
dimenticare ciò che è doloroso. Ma proprio per il fatto serie causale di ricordi-rappresentazioni) ma come in-sé
di essere trattenuto nelle maglie misteriose dell’oblio, di Combray: “Gli antichi presenti si lasciano rappresen-
l’evento doloroso conserva intatta la sua forza e, una tare nella sintesi attiva al di là dell’oblio […]. Ma qui,
volta risorto, rende possibile l’esperienza autentica nell’Oblio, e come immemoriale, Combray sorge sotto
della memoria. È quindi secondo questa logica che dob- forma di un passato che non fu mai presente, come l’in-
biamo leggere le parole di Merleau-Ponty, ispirate al sé di Combray”36. Attraverso l’esperienza della memo-
celebre passo proustiano delle intermittences du coeur: ria involontaria ritroviamo l’in-sé di Combray, ci dice
“il vero ricordo è solo dolore che abbiamo inflitto all’al- Deleuze, vale a dire la sua essenza. Appare allora qui
tro e dunque a noi stessi, ed è nel ricordo e in queste chiaramente il ruolo idealizzante della memoria prou-
crudeltà che si perpetua veramente la doppia scia della stiana. Idealizzante innanzitutto nel senso più comune
morte scavata in noi come dalla folgore”32. del termine: la Combray ritrovata grazie alla memoria
La memoria proustiana dunque, come aveva già involontaria è una Combray mai esperita, in uno stato
notato Walter Benjamin nel suo saggio su Proust33, di eccezionale splendore, e dunque per questo idealiz-
pare inclinare più dalla parte dell’oblio che da quella zata. In secondo luogo, l’esperienza profonda della
del ricordo, se quest’ultimo è ancora inteso come attivi- memoria proustiana è idealizzante perché essa ci offre
tà volontaria. È quanto viene sottolineato anche da l’essenza, l’idea, l’in-sé di Combray. La Combray ritro-
Merleau-Ponty in quegli stessi appunti per il corso vata grazie alla memoria involontaria non è infatti
sulla passività già citati: “L’oblio: il ricordo è salvaguar- un’entità immobilizzata in un posto o ad una data ma
dato proprio perché è inabbordabile. Cfr. Freud: fino a costituisce piuttosto la possibilità stessa di riconoscere,
che punto è falso credere che la sopravvivenza del di ricordare, di ritrovare Combray grazie allo scarto,
ricordo sia ‘conservazione’. Il passato esiste nella alla differenza tra il presente che fu e il presente attua-
modalità dell’oblio”34. Ma l’oblio, come abbiamo già le. Ciò che appartiene più intimamente alla memoria è
anticipato, proprio per il suo essere inestricabilmente allora la sua possibilità di aprire al trascendentale, e
intrecciato alla memoria, necessita a sua volta una non quella di recuperare una serie di dati preesistenti.

29 Ibidem, p. 9.
30 Per un’accurata analisi del brano proustiano e dell’interesse che questo ha costituito per la fenomenologia, rinvio a M.
Carbone, Di alcuni motivi in Marcel Proust, Cortina, Milano 1998, pp. 24-36.
31 M. Merleau-Ponty, L’Institution. La Passivité. Notes de cours au Collège de France (1954-1955), Belin, Paris 2003, p. 277.
32 Ibidem.
33 W. Benjamin, Zum Bilde Prousts, “Literarische Welt”, 21 e 28 giugno, 5 luglio 1929, tr. it. di A. Marietti, Per un ritratto di Proust,
in Avanguardia e rivoluzione, Einaudi, Torino 1973.
34 M. Merleau-Ponty, L’institution. La passivité, cit., p. 272.
35 M. Merleau-Ponty, Il visibile e l’invisibile, tr. it. cit., p. 212.
36 G. Deleuze, Differenza e ripetizione, tr. it. cit., p. 114.

Chora N. 16, Settembre 2008


50 mEmoria dEl non viSSuto

Merleau-Ponty, nelle note sulla passività dedicate a ni di “passato puro”, può dunque definirsi, secondo un
Proust, scriveva qualcosa che presenta numerose ana- vocabolario merleau-pontiano, come nota Mauro
logie con l’analisi deleuziana: “L’immanenza e la tra- Carbone, “l’invisibile di questo mondo”40. Ancora una
scendenza del passato, l’attività e la passività della volta troviamo ribadito lo stretto nodo che pare avvol-
memoria possono essere riconciliate solo se rinunciamo gere inestricabilmente la questione della memoria a
a porre il problema in termini di rappresentazione”, e il quella della visione e del trascendentale. Ecco perché,
filosofo continua, “la memoria non sarebbe allora il riprendendo le parole di Merleau-Ponty già citate
contrario dell’oblio, vedremmo che la vera memoria si sopra, “comprenderemo il ricordo – e il suo potere di
trova all’intersezione dei due”37. trasformare la carne in essenza – solo attraverso la
Malgrado le divergenze note e più che evidenti tra visione”.
questi due pensatori, Merleau-Ponty e Deleuze sembra- È senz’altro in questo senso che dobbiamo intendere
no tuttavia trovare una preoccupazione comune nel- la volontà proustiana di concludere la propria opera
l’approccio al problea della memoria. Entrambi infatti secondo un’incalzante progressione di metafore otti-
riprendono il problema a partire da Bergson (Merleau- che: nelle ultime pagine della Recherche, Proust affonda
Ponty prende l’avvio dal problema della “conservazio- il modello rappresentativo che risultava ancora domi-
ne del passato”, Deleuze da quello di “passato puro”, nante tanto nell’approccio della memoria quanto in
entrambe espressioni bergsoniane) ma soltanto per quello dell’arte. Liberando la memoria dal giogo del
superarlo, e in gran parte grazie al contributo dell’ope- paradigma riproduttivo e rappresentativo, Proust trac-
ra di Proust. Per entrambi appare essenziale un triplice cia i lineamenti della propria poetica di scrittore e al
ordine di preoccupazioni: innanzitutto mostrare il lega- contempo quelli di una nuova teoria dell’immagine (lo
me tra memoria e oblio, riformulando al contempo i stile infatti, non lo si dimentichi, è sempre questione di
due termini di questo rapporto; in secondo luogo, nei visione41).
due autori troviamo la volontà di non ridurre l’imma- Attraverso l’opera di Proust ci viene allora offerta
gine propria al ricordo alla rappresentazione; quest’ul- una doppia possibilità: non solo quella di una nuova
tima infatti rinvia a una visibilità piena, di sorvolo, “immagine del pensiero”, come notava a proposito
incapace di dare eco alle ombre e al sentimento di Deleuze, ma anche, e allo stesso tempo, quella di un
“mancanza” o di lutto che abbiamo visto distinguere nuovo “pensiero dell’immagine”.
l’esperienza della memoria38. Infine è essenziale
mostrare come, a differenza di quanto portava a con-
cludere Bergson, sia per noi possibile penetrare questo
“passato puro” che, benché si sottragga al linguaggio
della rappresentazione, non le è completamente estra-
neo: esso si pone piuttosto come il suo in-sé o la sua
essenza.
Questo genere di preoccupazioni viene ribadito
anche negli appunti per l’ultimo corso che Merleau-
Ponty terrà al Collège de France, dove ancora una volta
il filosofo volge il proprio interesse al tema della memo-
ria attraverso la lettura di Proust: “la realtà non si
forma che nella memoria”, intendendo con questo che
la realtà acquista la propria dimensione trascendentale
solo nella memoria; e continua: “attraverso la distanza,
il presente «sviluppa» tutto il suo senso”, per conclude-
re, non senza un’allusione critica a Bergson, “Il passato
non puro ricordo (immateriale) e nemmeno ricordo
immagine (conservato e ricreato nel presente), ma pas-
sato-ombra, carne divenuta essenza”39.
Il trascendentale che Deleuze aveva definito in termi-
37 M. Merleau-Ponty, L’institution. La passivité, cit., p. 270.
38 A questo proposito, si veda L. Marin, Della rappresentazione, ed. it. a cura di L. Corrain, Meltemi, Roma 2001 (scelta di saggi
tratti dal volume De la représentation, Gallimard, Paris 1994): “Cos’è dunque rappresentare se non rendere presente un oggetto
assente, renderlo presente in quanto assente, controllarne la perdita e la morte, con e nella rappresentazione, dominando il dispiace-
re o l’angoscia provocati dalla sua assenza nel piacere di una presenza che lo sostituisce”, pp. 142-143.
39 M. Merleau-Ponty, Notes de cours au Collège de France 1958-1959 et 1960-1961, “Préface” de C. Lefort, texte établi par S. Ménasé,
Gallimard, Paris 1996, tr. it. di F. Paracchini e A. Pinotti, ed. it. a cura di M. Carbone, E’ possibile oggi la filosofia?, Cortina, Milano
2003, p. 191. Cfr. anche M. Carbone Una deformazione senza precedenti, cit., in part. pp. 49-72.
40 Cfr. M. Merleau-Ponty, Il visibile e l’invisibile, tr. it. cit., p. 166; M. Carbone, Una deformazione senza precedenti, p. 50.
41 M. Proust, Il Tempo ritrovato, p. 250.

sara guindani è dottore di ricerca in Filosofia. Ha svolto attività di ricerca post-dottorale presso il Collège de France di Parigi gra-
zie a una Borsa di studio in discipline letterarie. Dal 2002 al 2007 ha collaborato con l’Università degli Studi di Milano per la
Cattedra di Estetica Contemporanea. Attualmente è responsabile di un seminario su Le Temps dans l’art all’Université Paris 8-Saint
Denis. Le sue ricerche si sono occupate soprattutto dei rapporti tra letteratura, filosofia e psicanalisi. Tra le sue pubblicazioni: Lo ste-
reoscopio di Proust. Fotografia, pittura e fantasmagoria nella Recherche, Mimesis, Milano 2005; “Je ne savais pas voir”. Image, temps et
mémoire dans. À la recherche du temps perdu, La Transparence, Paris 2008.

Chora N. 16, Settembre 2008


paolo roSSi 51

storia delle idee


e arti della MeMoria
intervista a paolo rossi
università degli studi di Firenze
a cura di MassiMiliano cappuccio e andrea tortoreto

1. MEMORIE DI UNO STORICO DELLA MEMORIA letteratura della riflessione baconiana. I suoi punti
[Chora] Professor Rossi, avendo scelto di parlare di forza, gli elementi centrali, erano infatti rappre-
di memoria, non possiamo non cominciare sentati dalle indagini dei rapporti che intercorreva-
chiedendoLe di raccontarci dei Suoi ricordi di stu- no tra il pensatore inglese e la magia, il pensiero
dioso e degli esordi delle Sue ricerche nell’ambito ermetico e le tecniche.
della storia delle mnemotecniche. Com’è iniziato il Dai risultati raggiunti in questo primo libro, trassi
suo interesse per le arti della memoria, e in che con- spunto per altri due lavori; il primo fu I filosofi e le
testo si collocava la pubblicazione del suo impor- macchine, che costituiva un approfondimento dei
tante saggio dedicato all’argomento, il tuttora fon- capitoli che avevo dedicato al rapporto tra Bacone e
damentale Clavis Universalis? Sembra che nel i tecnici del suo tempo. Devo chiarire che, quando
periodo degli anni ‘50-‘60 vi sia stato un forte inte- parlo di tecnici del suo tempo, mi riferisco agli inge-
resse nei confronti della memoria e degli artifici gnieri minerari che operavano al di fuori dell’am-
finalizzati al suo biente accademico,
potenziamento: progettando macchine
potrebbe parlarci del nelle miniere e nelle
clima di quegli anni? fonderie, e i cui lavori
Infine, quali motivi Bacone lesse e studiò.
filosofici hanno Si trattava di un ceto
segnato il suo percor- in grande ascesa che
so personale e profes- aveva cominciato a
sionale, orientandolo svilupparsi già alla
verso lo studio della fine del 500, anche
storia delle idee? sulla scia dell’opera di
Leonardo da Vinci.
[Paolo Rossi] Per Ebbene, proprio que-
rispondere a questa sto testo, è stato il più
domanda devo parti- fortunato.
re da un dato storico; Il secondo lavoro a
Francis Bacon aveva cui facevo riferimento,
teorizzato, nel Novum ha la propria generi
Organum, l’idea che si dagli studi sulle arti
dovessero costruire della memoria, nei
degli aiuti per i sensi, quali mi muovevo
per la memoria e per mosso dalla necessità
l’intelletto. I primi, gli di cercare cosa inten-
aiuti per i sensi, erano desse Bacone quando
strumenti tecnici tipo parlava di aiuti per la
il cannocchiale e il memoria. Mi accorsi,
microscopio, alcuni lungo questo percorso,
anche solo immagina- che egli considerava la
ti e mai realizzati, gli memoria, da un lato,
aiuti per la memoria come una parte della
erano proprio le arti retorica e, dall’altro,
della memoria mentre con mia grande sor-
quelli per l’intelletto presa, in relazione alle
si condensavano nel Paolo Rossi arti magiche. Questa
nuovo metodo. scoperta diede grande
Ho comincito l’analisi del pensiero baconiano nel impulso alle mie analisi; cominciai a indagare una
libro Francesco Bacone: dalla magia alla scienza, uscito enorme quantità di testi, partendo da quelli raccolti
presso Laterza nel 1957. Quel testo si occupava, per nel Fondo magico della biblioteca … di Milano e da
la prima volta, di temi che esulavano dalle classiche quelli dell’Istituto Warburg. Fondamentale è stato,
analisi sugli idola e sull’induzione, ponendosi su di in proposito, il soggiorno a Londra. Comunque, stu-
un piano di rottura nei confronti della tradizionale diai una così grande quantità di materiale da pensa-

Chora N. 16, Settembre 2008


52 Storia dEllE idEE E arti dElla mEmoria

re che, un tema con implicazioni così interessanti, gli scienziati ritengano essere spuntato dal nulla –
non poteva restare confinato in un semplice capitolo oppure sempre esistito – lo specifico orizzonte di
del testo su Bacone, ma meritasse di essere appro- senso entro il quale si articola la loro scienza. Che
fondito in modo autonomo. Si spiega così il testo cosa ci insegna, da questo punto di vista, lo studio
Clavis Universalis: arti della memoria e logica combina- della mnemotecnica – una disciplina che è assai più
toria da Lullo a Leibniz. Nel percorso che condusse a antica della rivoluzione scientifica, e che in qual-
questo risultato, la prima persona che incontrai fu la che misura ha accompagnato l’avvento di quest’ul-
signora Frances Yates che, proprio all’istituto tima? Che funzione pedagogica positiva può assu-
Warburg, mi accolse benissimo, quasi come un nipo- mere un sapere che si proponga di conservare il
te, perché ero allievo di Garin. Venni così a contatto ricordo di tutti gli altri saperi?
con i suoi studi, in particolare con un suo lavoro su
Cicerone e le arti della memoria, un articolo pubbli- C’è qui da considerare il tema dell’amnesia storica.
cato in lingua inglese che vide la luce molto prima Ci sono scienze che esistono da sempre, come la
del suo noto studio The art of memory il quale, tra le matematica e la geometria, e scienze che sono state
altre cose, è stato pubblicato circa dieci anni dopo il inventate recentemente, quali la chimica e la minera-
mio. logia. Il professore di geologia, ad esempio, fa in
Mi piace ricorda- genere una sorta di introduzione nella quale, muo-
re, in proposito, che vendo da Aristotele, immagina che la sua scienza ci
quando le portai le sia sempre stata. È però questa una continuità imma-
bozze della Clavis ginaria; la geologia è una scienza nata nel ‘700. Si
Universalis, ero proietta all’indietro, magari utilizzando dei nomi
molto timoroso; immaginari, una scienza specifica considerandola
temevo la reazione come sempre esistita.
della nota studiosa Per quanto riguarda la memoria, come tecnica
che, vedendo un essa è certamente sparita, non esiste più una tecni-
giovinastro pubbli- ca per ricordare o, per meglio dire, non c’è più a
care un lavoro su livello di indagine culturale elevata, ma soltanto
un tema che lei stu- come pratica nelle scuole di pubblicità o in certe
dia da anni, lo scuole di polizia. Questo anche perché, nel mondo
respinge facendosi contemporaneo, numerosi strumenti la sostituisco-
beffe di lui. Invece no. Se si torna indietro nel tempo, nell’universo
l’accoglienza fu della cultura orale o a prevalenza orale, chi ascol-
meravigliosa, la tava qualcuno parlare doveva restare concentratis-
ricordo ancora con simo perché non possedeva la carta su cui scrivere,
emozione ed è i registratori, e molto probabilmente nemmeno un
anche per questo libro dove andare a recuperare alcune delle nozio-
che le dedicai il ni affrontate. Ecco allora che, in suo soccorso, pote-
libro; fu davvero vano andare soltanto delle mnemotecniche. Prima
contentissima della della stampa la memoria possiede una funzione
mia opera, tanto enormemente più grande perché non si può scrive-
più che il lavoro che pubblicherà poi lei, e nel quale re, non si possono prendere appunti, scrivere com-
mi citerà abbondantemente, sarà molto diverso e, porta un dispendio enorme, degli strumenti costo-
onestamente, molto più bello e fortunato. sissimi. I manoscritti, le miniature in oro sono
Dopodiché, la discussione sulla memoria, sia dal- oggetti di lusso, veri e propri tesori che nei con-
l’ottica biologica e neurologica, sia soprattutto da un venti sono custoditi sotto chiave insieme ai calici
punto di vista generale, diciamo gonfiato, è di molto d’oro della messa. La diffusione del libro, la massi-
posteriore, direi prende le mosse negli anni ’70 ficazione della carta stampata costituisce, proprio
quando trae forza dalle analisi sulla Shoa e sullo per questo, una rivoluzione senza precedenti.
sterminio degli ebrei. Negli anni ’50, quindi, non era
presente con la forza che avrà successivamente.

E per quanto riguarda la storia delle idee?

Io considero già la Clavis Universalis un libro di


storia delle idee. Ricordo che, in quel periodo, parte-
cipai al primo convegno della Società Internazionale
di Storia delle Idee che si tenne a Cambridge. È dav-
vero un bel ricordo, parteciparono Lowith, Koyré,
Noland, Wiener, e molti altri.

2. CONTINUISMO E AMNESIA STORICA


Nella “Prefazione” della Clavis Universalis, e
poi di nuovo in Il passato, la memoria, l’oblio, Lei
denuncia il banale continuismo e la mancanza di
profondità storica che va affermandosi tra gli
odierni studiosi. In particolare, nel contesto spe-
cialistico delle scienze esatte, “il passato serve
solo a trovare conferme alla verità del presente, si
configura come una riserva entro la quale è oltre-
modo facile la caccia agli ‘esempi’”. Pare quasi che Labirinto inciso nel Campanile del Duomo di Lucca

Chora N. 16, Settembre 2008


paolo roSSi 53

In definitiva, rispondere alla domanda riguardo le, si tramuta in un’avventura mistico-metafisica di


la presenza di un elemento antimnemonico nelle portata universale, per cui si pensa che ci sia una
scienze, non è semplicissimo; se ci si riferisce alla struttura del mondo individuabile e una grammati-
conservazione delle conoscenze del passato, sono ca di questa stessa struttura. In altri termini, possia-
daccordo con Khun, allo scienziato poco importa mo senza dubbio dire che tra un trattato ciceroniano
del modo in cui, in epoche passate, venivano con- sulla memoria e la characteristica universalis di
siderati i problemi che sono oggetto dei suoi studi. Leibniz è enorme ma, senza l’incontro appena
Un fisico, in sostanza, non legge Newton o descritto, la stessa opera di Leibniz sarebbe impen-
Keplero. La storia della scienza può contribuire a sabile. Quest’ultimo parla di “cabala innocente”,
una maggiore consapevolezza da parte degli scien- “magia non chimerica”, alludendo al sogno, alla pre-
ziati, alla strutturazione di un sapere che abbia tesa, che si manifesta sullo sfondo della characteristi-
memoria di se stesso, ma non può essere fatta dagli ca, di aver individuato l’alfabeto del mondo.
scienziati in quanto tali. Per comprendere quello Dalla commistione tra lullismo e arte della
che si diceva in passato bisogna, in alcune circosta- memoria vengono fuori le teorie della lingua per-
ne, dimenticare ciò che si sa. fetta o, in altri termini, di una lingua che dice, sulla
scia della cabala, come si chiamano effettivamente
3. LA MEMORIA AL BIVIO, TRA SCIENZA E MAgIA le cose, non come noi le indichiamo convenzional-
Le arti della memoria hanno goduto di notevole mente; la lingua che parlava Dio quando indicava
vitalità durante il Rinascimento, ossia nel periodo ad Adamo il nome delle cose, la lingua della coinci-
in cui è venuta maturando la biforcazione – e poi la denza tra termine e cosa. L’unico modo però per
netta opposizione - di scienza e magia, le quali pro- individuare questa lingua è procedere, primaria-
vengono dalla comune radice della filosofia natura- mente, all’ordinamento del mondo, vedere come
le. Da questa duplicità di piani e di esperienze deri- questo è ripartito, costruire, in sostanza, un’enci-
va forse la sostanziale ambiguità delle arti della clopedia. L’enciclopedia era, per questi pensatori,
memoria e la difficoltà nel definire il loro statuto un “teatro del mondo”, una sua rappresentazione,
come forma di sapere: le arti della memoria rappre- una copia dello stesso le cui regole coincidono con
sentano il vizio metafisico della retorica umanisti- le regole del mondo. Questa pretesa conduce a un
ca, ammalata di credulità mistica e di esoterismo, altro, inatteso matrimonio, il legame tra gli studio-
oppure hanno offerto davvero degli strumenti razio- si di botanica e coloro che indagavano il mondo
nali alla nascita e allo sviluppo della metodologia animale. Dietro le loro classificazioni, dietro
scientifica? Vorremmo chiederLe di parlarci dell’in- Linneo, possiamo rinvenire questa temperie, il
treccio di questo duplice cammino, ad un tempo sogno di strutturare una “magia innocente”, uno
retorico-metafisco e logico-naturalistico, tracciato schema che sia specchio del mondo. C’è da dire che
dalla storia delle mnemotecniche. poi, questo sogno enciclopedico, si rivelerà illuso-
rio. Ciò non toglie che, quando Leibniz costruisce e
Questa terza domanda pone un problema vero. pensa la propria logica, la pensa in questo modo.
Nell’arte della memoria accade una cosa strana che, Quando usa la terminologia richiamata, Leibniz
generalmente, nella cultura non accade. C’è una tra- manifesta ancora la presenza, nel sottosuolo del
dizione, quella ciceroniana, per certi versi banale; è suo pensiero, del sogno di una enciclopedia come
la tradizione dei luoghi e delle immagini, pura pras- specchio del mondo. Sia detto per inciso che, tra le
si tecnica, semplice aiuto per ricordare. E c’è poi la altre cose, una pallida eco di questo sogno alberga
tradizione del lullismo che ha la pretesa di costruire ancora tra le pieghe della logica contemporanea.
un quadro del mondo, una macchina della verità;
una tradizione completamente differente dalla 5. ENCICLOPEDISMO E ORgANICITÀ DEI SAPERI
prima che però, per via di quelle stranezze che Le mnemotecniche hanno incrociato più volte
costellano la storia delle idee, finisce per sposarsi l’avventura dell’enciclopedismo e l’ideale di una
con essa. Da questo matrimonio, nel ‘500, scaturisce sistemazione organica ed esaustiva dei saperi nelle
un elemento esplosivo grazie al quale una tecnica loro multiformi articolazioni. Anche per questo
neutra, utile a chi deve fare un’orazione in tribuna- motivo vengono ad opporsi, a partire
dall’Illuminismo, due concezioni del metodo
classificatorio: come criterio tassonomico
convenzionalistico basato sulla univoca e
semplice appartenenza a generi e specie diver-
se; oppure come sistema di rapporti polimor-
fici, come rete di nessi e di rimandi che aiuta
la memoria a dominare la tessitura dei rap-
porti effettivi che uniscono le cose e i loro
simboli. Questo secondo ideale mira alla
costruzione di una nomenclatura intesa come
rispecchiamento dell’ordinamento profondo
delle forme naturali e delle loro qualità sulla
base di un criterio che – per utilizzare un’im-
magine cara all’Età dei Lumi - sia come “un
filo che aiuta ad orientarsi nel labirinto”.
Ritiene che sia attuale o auspicabile recupe-
rare questo filo organico e unitario delle mne-
motecniche nell’orizzonte irregolare e trava-
gliato delle scienze contemporanee, sempre
più sospinto verso l’orlo della crisi dall’estre-
Schema del Teatro della Memoria di Giulio Camillo (particolare) mizzazione del proprio settorialismo?

Chora N. 16, Settembre 2008


54 Storia dEllE idEE E arti dElla mEmoria

La domanda cinque non è del tutto accettabi- a fondamento di quelle incredibili prestazioni
le. C’è in alcuni dei pensatori richiamati anche ci fossero delle tecniche specifiche. Permane
un intento metafisico: si pensi a Camillo certamente, considerando questi aspetti, un
Delminio, il suo teatro del mondo non è una alone di mistero; probabilmente non sapremo
recita, una commedia, ma il mondo stesso, la mai chi fossero realmente persone come Piero
sua costruzione e non una mera immagine. Ciò da Ravenna.
che rifiuto è l’idea, che trapela da questa La storia dell’arte della memoria, da un certo
domanda, che queste strutture aiutino a orien- punto di vista, non ha un lieto fine, perché ter-
tarsi nel labirinto del mondo, perché, secondo mina con il fallimento della tecnica ciceroniana
questi autori, il mondo non è affatto un labirin- della collocazione delle immagini nei luoghi.
to. Sono gli empiristi che considerano il mondo Ciò che è stato realmente significativo, che ha
alla stregua di un labirinto, ma questa visione dato qualcosa, è stata la fusione di quella tradi-
fa a pugni con l’idea che il mondo sia un qual- zione con quella di matrice metafisica derivata
cosa di ordinato, è l’idea meno platonica e dal lullismo. L’arte della memoria è come un
meno galileiana che si possa sostenere. fossile intellettuale, può interessare moltissimo,
Equivale a dire, in sostanza, che il mondo non è affascinare, perché si trova, in modo inatteso, a
scritto in termini matematici, è una opzione fondamento di cose che noi non penseremmo
radicalmente antirazionalistica. mai essere a essa collegate. Penso, soprattutto,
In fondo, anche per un fisico o per un astro- alla logica. È un fossile, inutilizzabile ma, pro-
nomo il mondo non è un labirinto; la cosa più prio per questo, dimostra come il passato sia
incomprensibile è che esso sia comprensibile. pieno di cose impensabili, interessantissime.
Keplero diceva che l’astronomo era l’uomo più
vicino a Dio, perché guardava alla struttura che
il creatore aveva usato come modello. È, al più,
un finto labirinto, un labirinto costruito, dal
quale si può uscire, che si può dipanare. Per
Francis Bacon il labirinto è una selva impene-
trabile, dalla quale non si può affatto uscire.
Una volta ho assistito, durante un convegno,
a un’esibizione di memoria improvvisata da un
giovane che, tra lo stupore generale, fu in
grado di ricordare circa cento nomi, scritti a
caso dagli astanti, in pochissimi minuti e, cosa
ancor più incredibile, li sapeva ricordare anche
in ordine inverso o partendo dalla metà o da un
nome a caso. Credo che ora questo giovane
abbia anche raggiunto una certa fama e mi pare
insegni le sue tecniche dicendo, ma questo è
davvero impossibile, che le ha apprese leggen-
do Giordano Bruno. Ebbene, al giorno d’oggi,
la psichiatria considera casi come questo come
una sorta di deficit al contrario; non esistono
infatti solo degli handicap, ci sono anche dei
soggetti con caratteristiche ipersviluppate. Ai
tempi di Piero da Ravenna, che girava il mondo
e si esibiva nei teatri più famosi, si pensava che

paolo rossi si è dedicato per oltre trent’anni al tema della memoria, in chiave filosofica e storica, al quale ha dedicato nel 1991 il
saggio Il passato, la memoria, l’oblio con il quale ha vinto il Premio Viareggioha dedicato studi particolarmente approfonditi a
Francesco Bacone e Giambattista Vico, ma il campo nel quale ha dato il contributo più innovativo è quella della cosiddetta “rivolu-
zione scientifica” del Seicento.
si è laureato nel 1946 a Firenze, con il filosofo dell’umanesimo Eugenio Garin. Dal 1950 al 1959 è stato assistente di Antonio Banfi
all’Università di Milano. Fra il 1950 e il 1955 ha lavorato all’Enciclopedia dei ragazzi presso la casa editrice Mondadori. Ha insegna-
to storia della filosofia, prima all’Università di Milano (fino al 1961), poi a Cagliari (1961-1962), Bologna e, dal 1966 al 1999, a Firenze.
Dal 1999 è professore emerito nell’Università di Firenze. Ha pubblicato centinaia di saggi e articoli su riviste italiane e straniere. Ha
curato edizioni di diversi autori tra i quali Cattaneo (Mondadori), Bacone (UTET), Vico (Rizzoli), Diderot (Feltrinelli), Rousseau
(Sansoni). Ha diretto collane scientifiche e filosofiche per le case editrici Feltrinelli, Sansoni e La Nuova Italia. Partecipa alla direzio-
ne di varie riviste tra le quali la “Rivista di Filosofia” e ai comitati di consulenza di numerose riviste, tra le quali “European Journal
of Philosophy”, “Révue Internationale d’Histoire et Méthodologie de la Psychiatrie”, “Science in Context”, “Time and Society”.
Nel 1972 è stato eletto membro del “Comitato 08” del Consiglio Nazionale delle Ricerche (rieletto nel 1977). È stato presidente sia
della Società Filosofica Italiana (dal 1980 al 1983) sia della Società Italiana di Storia della Scienza (dal 1983 al 1990). È “socio corri-
spondente” dell’Accademia Pontaniana di Napoli e “socio nazionale” dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Ha ricevuto la Medaglia
Sarton per la storia della scienza dalla American History of Science Society (USA) nel 1985 e successivamente la Medaglia Pictet
dalla Société de Physique et d’Histoire Naturelle de Genève. Dal 1988 è presidente del comitato scientifico del centro di studi filo-
sofici “Antonio Banfi” di Reggio Emilia. È membro dell’Accademia Europea dal 1989. È presidente della Società italiana per lo stu-
dio dei rapporti tra scienza e letteratura. Ricordiamo alcune delle sue opere: Francesco Bacone. Dalla magia alla scienza, 1957; Clavis
Universalis: arti della memoria e logica combinatoria da Lullo a Leibniz, 1960; I filosofi e le macchine 1400-1700, Feltrinelli, 1962; Le stermi-
nate antichità: studi vichiani, 1969; La scienza e la filosofia dei moderni, Bollati Boringhieri, 1989; Il passato, la memoria, l’oblio, 1991 (Premio
Viareggio 1992); La filosofia [4 voll., a cura di P. Rossi], UTET, Torino, 1995; Un altro presente, il Mulino, 1999

Chora N. 16, Settembre 2008


roSSElla FabbrichESi 55

dove sta il pensiero?


Breve excursus sui progetti
di lingua universale prima di leibniz
di rossella FaBBrichesi
università degli studi di Milano

Voglio qui brevemente analizzare i presupposti del progetto un Leibniz visionario, il cui impegno di ricercatore, pur enco-
di scrittura logica che Leibniz denominò characteristica universa- miabile, poteva essere assimilato a quello degli alchimisti: “Per
lis, presupposti rappresentati dai molteplici e proteiformi siste- dire apertamente in questa occasione ciò che io penso di que-
mi di scrittura universale che trovarono sviluppo dal Medioevo st’arte [l’ars characteristica combinatoria] che Leibniz raccoman-
in avanti. Leibniz aderì infatti ad un’aspirazione persistente e dava vantandola come sua invenzione e che tutti i dotti rim-
reiterata, tipica del pensiero del ‘500 e del ‘600, ma già inaugura- piansero seppellita nella stessa fossa di così grand’uomo, con-
ta da Raimondo Lullo verso la fine del ‘200: quella che mirava fesso che nell’affermazione del grande filosofo scorgo il testa-
alla costruzione di una lingua perfetta modellata su di un alfa- mento di quel famoso padre della favola esopica il quale in
beto logico, un alfabeto dei pensieri primi ed elementari, assolu- punto di morte aveva rivelato ai propri figli d’aver sotterrato
tamente rispondente all’ordine delle cose e simbolizzato da nel suo campo un tesoro, spirando tuttavia prima di poter loro
caratteri singolari, precisi e potenzialmente universali. Ogni indicare il luogo esatto: egli diede così occasione ai figli di som-
ragionamento si sarebbe ridotto, in tal modo, ad una specie di muovere e dissodare vangando senza requie il campo, finché,
calcolo di composizione e scomposizione di queste nozioni frustrati nella speranza, si trovarono tuttavia indubbiamente
prime, e la scienza, la filosofia, la teologia avrebbero potuto final- più ricchi per la fecondità del terreno. E io giudico che questo
mente trovare appoggio su basi sicure, proprio perché, indivi- sia l’unico frutto che ci si posa aspettare dalla ricerca di questo
duate poche ed essenziali nozioni comuni, ad esse si sarebbero celebrato meccanismo (artificium), se ci sono coloro che ancora
potuti associare pochi e ben definiti caratteri univoci, in modo vogliono dedicarsi a quest’opera”3 .
da rendere il ragionamento molto simile ad un calcolo. Qual è il peccato di Leibniz? “Quando si tratta di esprimere
Tale ricerca degli elementi ultimi del pensiero presuppone una conoscenza composta per mezzo di segni, tutta l’acutezza
evidentemente una profonda fiducia nell’indissolubile alleanza dell’ingegno d’improvviso si incaglia come su uno scoglio e
tra segni e idee, ma anche, com’è chiaro, la certezza di un lega- cade in inestricabili difficoltà”4 . Kant anticipa con ciò il giudi-
me altrettanto profondo tra segni ed essenze ‘reali’. Gli elemen- zio altrettanto negativo che su Leibniz darà Hegel. Hegel
ti atomici della scrittura razionale devono corrispondere infatti - opporrà infatti proprio questo a Leibniz e ai suoi predecesso-
almeno strutturalmente - ai pensieri atomici e agli elementi sem- ri: non è nella scrittura, ma nella spiritualità del concetto, che si
plici del reale; la loro combinazione permetterà poi di elaborare gioca la ragione. Leibniz ha creduto di poter fissare il concetto
nozioni complesse, di ordine, per dir così, molecolare. In sintesi: con un numero caratteristico, ma il concetto è vita, sviluppo,
Leibniz (e gli altri autori che nomineremo con lui) crede sia movimento e non si dà mai in modo determinato. “Il raziona-
attuabile la costruzione di un alfabeto dei pensieri umani, ordi- le - scrive Hegel5 - viene preso come qualcosa di morto, privo
nato su di una serie predicamentale organizzata secondo rigidi affatto del concetto, e si lascia da parte quel che il concetto e le
valori enciclopedici e rispecchiata nella “connessione e sostitu- sue determinazioni hanno di proprio: cioè che essi sono, in
zione” di caratteri puramente formali1. quanto fatti spirituali, relazione, e che per virtù di questa rela-
Aggiungiamo allora subito una cosa: Leibniz è l’ultimo pen- zione sopprimono la loro determinazione immediata”.
satore di una certa statura a reputare attuabile un tale proget- Ecco dunque qual è il peccato sommo dell’autore lipsiense:
to. Sul suo sogno irenico e universalistico si abbatte la scure di aver tradito il concetto, consegnando il pensiero al “gioco
dell’aspro giudizio kantiano, che ne segnerà definitivamente il dei caratteri”, al puro simbolismo, alla forma vuota dei segni,
destino. D’altronde, le carte dedicate da Leibniz alla characteri- al calcolo logico depurato da ogni rinvio al significato. L’”ari-
stica universalis giacquero decenni sepolte negli archivi hanno- dità e immaturità” del suo sistema si evidenzia così in tutta la
veriani, prima che il genio di Couturat ne comprendesse il sua nettezza, chioserà Hegel. Con buona pace del cosiddetto
valore e l’importanza2 . Lo stesso Leibniz, prima ancora di affi- “razionalismo” leibniziano.
darle ai posteri, sembrava dunque cosciente del fatto che il suo A ben vedere, la scrittura e la sua pura formalità d’espressio-
progetto non era del tutto convincente, che esso andava ne è sempre stata la ‘bestia nera’ del logos, da Platone in poi.
meglio spiegato, limato, perfezionato. Forse, Leibniz è uno dei pochi ‘grandi’ a reputarla fondamen-
Ma sentiamo come il grande Kant pronuncia il suo anatema, tale, a dedicare le proprie migliori energie a carpirne il segreto:
chiudendo di fatto un’intera epoca di speranze e progetti lin- per il resto, il “maestoso silenzio” che il testo scritto oppone,
guistici ‘architettonici’, e consegnando alla posterità l’idea di secondo Platone, a chi lo interroga, è stato ricambiato da un
1 Mi sono più ampiamente occupata di questi temi leibniziani in I corpi del significato, Milano, Jaca Book, 2000.
2 Gran parte degli scritti logici inediti di Leibniz sono stati pubblicati da L.Couturat con il titolo di Opuscules et fragments inédits de Leibniz, a Parigi
nel 1903.
3 Sono parole tratte da un’opera del periodo pre-critico, Principiorum primorum cognitionis metaphysicae nova delucidatio, e citate da F. Barone in Logica
formale e logica trascendentale, Torino, Edizioni di filosofia, 1957, cap.I “Leibniz e la logica formale”, p.19.
4 E’ sempre Kant che parla nel seguito del brano citato, riportato da Barone (ibidem).
5 Sto sempre seguendo lo schema di Barone (op.cit., p.58).

Chora N. 16, Settembre 2008


56 dovE Sta il pEnSiEro?

altrettanto maestoso disinteresse da parte dei filosofi classici al


riguardo, pochi dei quali si sono soffermati ad indagare il pote-
re del corpo scritto della parola. Che non significa solo, ben
inteso, potere del simbolismo formale, ma potere della ‘morfo-
logia’ del simbolo, del contenuto esibito nel supporto stesso
della forma logica. Oggi da più parti si crede invece che sia
proprio nell’indagine sulla scrittura e le sue differenti modali-
tà d’espressione che si gioca la possibilità di capire la ragione,
e che la “spiritualità del concetto” in realtà risulti determinata,
“formata”, dalle tracce grafiche che la costruiscono come voca-
bolo significante.
Proviamo allora a ripercorrere la storia dei progetti di lingua incorrerà per parte sua in analoghe ingenuità) è che quella
perfetta che precedono Leibniz: questo aiuterà forse a com- enciclopedia non è davvero universale, ma rispecchia il
prendere quanto essi siano già orientati verso un’architettoni- sapere (cristiano) dei dotti del tempo (e l’uccisione di Lullo
ca di stampo cibernetico e quanto siano importanti come ante- per mano dei Saraceni, per nulla catturati dall’universalità
signani del simbolismo della logica. Partiamo senz’altro da del suo progetto, lo dimostrerebbe). Gli attributi divini non
Raimondo Lullo, che è stato proprio il primo ad ipotizzare la possono dunque fungere da elementi né universali, né
costruzione di un’ars magna, come lingua universale in grado puramente formali, delineando unicamente una certa
di condensare ogni contenuto significativo della realtà, e dun- visione prospettica di ciò che in un certo tempo e una
que di fungere da linguaggio immediatamente e naturalmen- certa cultura appare fondamentale.
te accessibile a tutti, anche a fini religiosi. L’intento da cui Comunque, l’idea della combinatoria - di una lingua con-
muove Lullo è dunque di stampo irenico (egli era infatti nato cepibile come puro calcolo formale di elementi semplici, ele-
a Maiorca, che rappresentava una sorta di crocevia tra la cul- menti che, a loro volta, sono a fondamento dell’organizzazio-
tura araba, quella cristiana e quella ebraica), non diversamen- ne del reale - persiste e diviene un richiamo obbligato per molti
te da quanto accadrà con Leibniz. I suoi principi elementari autori scolastici. Il magistero lulliano trova seguaci entusiasti -
erano rappresentati dalle nove “dignità divine” - bontà, gran- Leibniz sarà, con tutte le sue riserve, tra di essi - e si tramande-
dezza, gloria, verità, eternità,ecc.6 - , che, unitamente a nove rà intatto attraverso buona parte della storia moderna. Nel
principi relativi, nove questioni, nove soggetti, nove virtù e Rinascimento esso si combina con l’ermetismo e la Cabala, con
nove vizi, venivano contraddistinti da una lettera che poteva la magia, l’arte della memoria e i progetti bruniani, preparan-
essere posta su di una rotula: combinata con altre, essa produ- do di fatto, pur in questo strano amalgama, le grandi costru-
ceva ‘automaticamente’ nuove verità. zioni della scienza moderna, come è stato ben dimostrato7 .
Nove elementi a gruppi di tre permettono 84 combinazioni,
che poi divengono addirittura 252 secondo un mecca-
nismo di combinatoria simbolica che non può non
ricordare il linguaggio cibernetico .
Ma la combinatoria in Lullo non è solo mecca-
nismo di calcolo formale; deve anche riflettere
l’ordinamento della realtà e aiutare a costruire
quelli che Lullo chiama “alberi della scienza”,
che avranno come radici le nove dignità divine,
unite alle nove relazioni (differenza, concordan-
za, contrarietà, maggiore, minore, uguale, ecc.),
e si suddivideranno in sedici rami, ognuno dei
quali rappresenta una disciplina specifica (l’am-
bito morale, vegetale, animale, ecc.) .
Il sistema degli alberi è dunque rappresentativo
dell’organizzazione del reale, dell’enciclopedia del
sapere. Quello che gli obietterà Leibniz (che per altro

6 Per una migliore esposizione, anche iconografica, rimando al testo dal quale ho prevalentemente attinto le informazioni presenti in questo artico-
lo: U.Eco, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea, Roma-Bari, Laterza, 1996.

Chora N. 16, Settembre 2008


roSSElla FabbrichESi 57

Di lingua perfetta tornano poi a parlare nel ‘600 molti e di verifiche approfondite da parte dei migliori ingegni del-
autori, che lasciano cadere l’idea del carattere magico e inef- l’epoca. Leibniz è per altro tra i primi a comprendere che ciò
fabile dei caratteri - sulla quale aveva scritto pagine ispira- che risulta inaffidabile in essi, segnandone la decisa inattuabi-
te, ad esempio, Bruno - e sottolineano invece la funzione lità, è proprio il tentativo di ordinare rigidamente una classifi-
utile, scientifica, addirittura commerciale, di un progetto di cazione predicamentale. L’enciclopedia, o gli alberi del sapere,
lingua universale ex novo istituita. Voglio ricordarne solo per dirla con Lullo, sono sempre ritagliati su di un’arbitraria e
alcuni: Athanasius Kircher che lavora ad una “poligrafia quanto mai prospettica visione del mondo - quando non
nuova e universale”, in cui ogni termine del dizionario di addirittura su di un linguaggio storicamente determinato,
varie lingue viene accostato ad un numero, che diviene come il latino - che tutto può essere, meno che universale e
dunque parametro universale di riferimento per ogni con- comune all’intero genere umano. Ma, come vedremo, anche
cetto corrispondente; Cave Beck che scrive The Universal per Leibniz il sogno enciclopedico sarà duro a morire.
Character, con intenti non molto diversi; Joachim Becher che Ecco allora che intorno alla metà del secolo vediamo sor-
nel 1661 pubblica il suo Character pro notitia linguarum uni- gere un nuovo atteggiamento nei confronti della lingua uni-
versali, sempre fondato sull’accostamento tra un termine versale. Più che a facilitare la comunicazione tra gli uomini,
latino e un numero corripondente, per cui ad esempio la la lingua universale - si pensa - dovrà fungere da “terapia
dedica iniziale del testo (“Inventum Eminentissimo linguistica” nei confronti delle lingue esistenti, depurare il
Principi”) andava scritta: 4442.2770:169:3.6753:3. Becher, linguaggio corrente da ogni idolum e ambiguità, fornendo
come molti altri autori coevi, si rende conto che i numeri dei caratteri semplici, in grado di rispecchiare direttamente
arabi non sono però universalmente decifrabili, e ipotizza l’ordine delle cose. Antesignano di questa diversa fase pro-
allora un altro sistema di traduzione, immediatamente ico- gettuale è Jan Comenio, creatore della pansofia, di derivazio-
nico, fondato su puntini, linee dritte e linee curve, di questo ne mistica e rosacrociana, orientata verso una riforma peda-
stampo: gogica fondata proprio sulla costruzione di una lingua arti-
ficiale in cui “il lessico rispecchi la composizione del reale e
ogni parola abbia un significato definito e univoco”. Il suo
Janua linguarum del 1631 chiarisce ancora una volta come
vocabolario e enciclopedia debbano coincidere, in modo da
condurre l’uomo a leggere univocamente l’alfabeto divino
impresso sulle cose. “Per quanto le cose poste al di fuori del-
l’intelletto sembrino qualcosa di infinito, tuttavia esse non
sono infinite perché il mondo, opera stupenda di Dio, con-
sta di pochi elementi e di poche forme differenti e perché
tutto quanto è stato escogitato mediante l’arte può essere
ricondotto a determinati generi e a determinati punti princi-
pali. Poiché dunque fra le cose e i concetti delle cose, fra le imma-
gini dei concetti e le parole si dà un parallelismo, e poiché nelle
cose singole sono presenti alcuni principi fondamentali dai
quali tutto il resto risulta, io pensavo che quei principi fonda-
Caspar Schott, nel 1664, propone una tabella divisa in otto mentali, che sono egualmente nelle cose, nei concetti e nel discorso,
caselle, dove le linee orizzontali rappresentano le unità, le deci- potessero essere insegnati” (la sottolineatura è mia)8 .
ne, ecc.; quelle a destra si riferiscono ai morfemi grammaticali La stessa impostazione teorica - ben nota a Leibniz, che di
e quelle a sinistra alle unità lessicali. Un punto significa unità, Comenio può considerarsi un discepolo - la ritroviamo nel-
una linea cinque unità. Così, la tabella riportata sotto si legge l’opera di altri maestri, diretti o indiretti, del nostro autore.
23.1 15.15 35.4, cioè: “Il cavallo mangia la biada” Penso a Enrico Alsted, editore dei testi di Bruno e seguace di
Lullo, alle cui lezioni Comenio partecipò; a Johan
Andreae, altro maestro di Comenio e affiliato ai
Rosacroce, come Leibniz stesso, che credeva nella
possibilità di pacificare le nazioni grazie all’istituzio-
ne di un linguaggio a tutti comune. Infine, bisogna
Edmund Jacob Boehme, convinto sostenitore di un
ricordare
Husserl linguaggio della natura sommerso dalla
originario
confusione delle lingue, che egli pensava dovesse
essere ricostituito per la salvezza del genere umano.
Come scrive Eco, “impraticabile come appare per esseri Questa lunga tradizione di ricerche magiche, esoteriche,
umani, il sistema prelude però a pratiche di traduzione com- lulliste, rosacrociane, è di fatto alla base della nascita della
puterizzata”. Ma che tutti i progetti che fluiscono dalla sorgen- nuova scienza e della nuova logica, come hanno magistral-
te lulliana (cioè da una sorgente universalistica, metafisica al mente dimostrato gli autori che ho citato nella nota 6. Leibniz,
massimo grado e cristianamente ispirata) abbiano questa dire- filosofo del passaggio tra magia e metodo scientifico, come
zione destinata, è del tutto evidente, e di ciò bisognerebbe vogliono questi interpreti, riconosce negli uomini che ho
tener conto quando si discute della genealogia delle pratiche ricordato i propri maestri, ma addirittura lo stesso Peirce -
di computazione logico-informatica. scienziato e filosofo della fine dell’800, inventore della semio-
Tutti gli autori che ho ricordato erano conosciuti da Leibniz, tica e di un progetto che potrebbe essere equiparato ad una
che li cita nel suo De arte combinatoria, commentandone i lavo- grammatica universale, quello dei ‘Grafi Esistenziali’ –
ri. Ciò dimostra che se oggi i loro progetti appaiono utopici e ammette di sentirsi più vicino a Leibniz che a Peano, per
quasi ridicoli, a quei tempi erano oggetto di vivaci discussioni quanto riguarda la sua visione complessiva, e asserisce che la
7 Rimando ancora, per chi voglia approfondire, al testo di U.Eco prima citato, che è comunque stato preceduto da almeno quattro fondamentali
lavori: Frances Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Roma-Bari, Laterza, 1983; id., L’arte della memoria, Torino, Einaudi, 1972; P.Rossi, Clavis
Universalis. Arti mnemoniche e logica combinatoria da Lullo a Leibniz, Bologna, Il Mulino, 1983; Lia Formigari, Linguistica e empirismo nel ‘600 inglese, Bari,
Laterza, 1970.
8 E’ un brano tratto da Pansophiae prodromus, citato da P.Rossi (op.cit., p.210)..

Chora N. 16, Settembre 2008


58 dovE Sta il pEnSiEro?

propria cosmologia deriva per certi versi dal trascendentali- ca filosofica che denomini esattamente tutti i concetti
smo di Emerson e dei suoi amici “che disseminavano le idee utilizzabili. Egli distingue poi una lingua solo scritta,
che avevano preso da Schelling, e Schelling da Plotino, da sulla base di ideogrammi modellati su quelli cinesi, e
Boehme e da Dio sa quali menti colpite dal mostruoso misti- una destinata alla pronuncia:
cismo proveniente da Oriente”9 . L’aspirazione alla lingua
perfetta di lulliana memoria ha dunque una straordinaria
vitalità, che arriva fino all’ipotesi logico-diagrammatica di
uno dei pensatori più fecondi del ‘90010.
Ma il passaggio verso la nuova logica è attestato da altre
figure del periodo: Sebastian Izquierdo, ad esempio, identifica
chiaramente la combinatoria con il calcolo matematico, per cui
la metafisica dovrà procedere secondo lui con rigore dimostra-
tivo, secondo il modello delle scienze esatte. Non diversamen-
te la pensava Kircher: quest’impostazione permette quella
“matematizzazione del lullismo” che si compirà, secondo
Rossi e la Yates, proprio con Leibniz.
I progetti più convincenti di lingua universale si per-
fezionano poi nella seconda metà del ‘600, per opera di
John Wilkins - i cui scritti Leibniz conosce e studia
attentamente - , di Seth Ward e di George Dalgarno.
Questi autori non cercano più di ripristinare la perdu-
ta lingua perfetta, né si accontentano di partire dai ter-
mini del dizionario corrente, ma costruiscono un pro-
getto di linguaggio del tutto artificiale, fondato su di
una lista di concetti elaborati filosoficamente e depura-
ti dalle ambiguità del linguaggio comune. L’influenza
di Bacone e della discussione sul nuovo metodo è evi-
dente: si tratta di individuare caratteri universali e reali,
che rispecchino l’organizzazione del contenuto, for-
nendo una sorta di primitiva “grammatica delle idee”.
Occorre dunque elaborare una lista di termini primiti-
vi che, composti tra loro, forniscano tutti i contenuti
del pensiero razionale e li riproducano attraverso un
elenco di caratteri assolutamente artificiali: si approda
così a dei progetti di lingue filosofiche a priori, come
scrive Eco, non più a posteriori, cioè basate su di un lin-
guaggio o un contenuto già dato e ben definito.
Partiamo da Dalgarno, la cui classificazione entusia-
smò Leibniz al punto che egli la riprodusse per intero
nei suoi manoscritti. Nel suo Ars signorum vulgo charac-
ter universalis et lingua philosophica del 1661 ad ogni
carattere corrisponde una nozione rigidamente classi-
ficata nelle tavole che egli appronta, in modo che i
caratteri rappresentino “non lettere e parole, ma cose o
nozioni”.

Possiamo allora provare a sintetizzare brevemente gli


intenti di questi ultimi progetti di lingua universale11 :
I teorici della lingua perfetta muovono dalla contrappo-
sizione tra lingue naturali e lingue artificiali, e aspirano a
John Wilkins scrive due testi interessanti: il Mercury costruire un linguaggio del tutto artificiale, un linguaggio
del 1641 e l’Essay towards a Real Character and a “modello”, indipendente dalla lingua naturale che ognuno
Philosophical Language, del 1668. In quest’ultima opera continuerà a parlare.
propone anch’egli una tavola di 40 generi maggiori, li Essi credono che, se le parole che gli uomini usano sono
suddivide in 251 differenze peculiari e ne deriva 2030 diverse e nate dalla convenzioni, comuni a tutti sono però le
specie. A queste tavole Wilkins appone una grammati- immagini mentali a cui le parole si riferiscono: compito dei
9 C.S.Peirce, Collected Papers, Cambridge, Harvard University Press, 1932-5, vol.6.102.
10 Su questo aspetto mi permetto di rimandare ad un mio articolo in corso di stampa per la rivista ‘Semiotica’: Iconic Thought and Diagrammatical
Scripture. Peirce and the Leibnizian Tradition. Sul sistema dei grafi esistenziali di Peirce cfr. in italiano F.Vimercati, La scrittura del pensiero, Milano,
Alboversorio, 2005 e R.Fabbrichesi, Sulle tracce del segno, Firenze, La Nuova Italia, 1986, cap.2. Sono anche stati tradotti alcuni scritti dell’autore al pro-
posito: C.S.Peirce, Pragmatismo e grafi esistenziali, a cura di S.Marietti, Milano, Jaca Book, 2003.
11 Cfr . P.Rossi, op.cit., pp.237-248.

Chora N. 16, Settembre 2008


roSSElla FabbrichESi 59

progettisti di lingue artificiali sarà dunque quello di appron- modernamente sono detti concetti - le quali sono uguali per
tare delle espressioni comuni e universali che corrisponda- tutti, sono dunque immagini naturali degli enti reali, a loro
no a queste nozioni generali e astratte. volta uguali per tutti. Che ci siano insomma tre entità episte-
Contro le ambiguità del linguaggio comune e gli idola fori miche, denominate segni, immagini degli oggetti e oggetti,
individuati da Bacone, la nuova scienza dovrà porsi tra i è stabilito in via definitiva in questo antico testo greco (anti-
molti suoi obiettivi anche quello di costruire un linguaggio cipato dal Cratilo platonico in cui le cose, in verità, sono ben
adeguato, che, tra l’altro, sarà utile nel commercio e nella più sfumate e intrecciate), mentre quello che risulterà opina-
comunicazione tra le genti. bile, come vedremo, è quell’”uguali per tutti” che viene
La lingua artificiale eserciterà una funzione terapeutica attribuito a immagini e cose. In epoca ellenistica, gli Stoici -
nei confronti della filosofia, che potrà essere liberata da latori di una logica raffinatissima e molto ‘moderna’ - defi-
molti dei suoi falsi problemi e, con la sua esattezza, aiuterà niscono con più precisione il problema: essi affermano che
a perfezionare anche la logica (si pensi allo sviluppo che in ogni proposizione abbiamo tre elementi: il significante (la
avrà questo aspetto, sempre in ambito anglosassone, nel voce, il puro segno vocale), il significato (“ciò che viene
corso del nostro secolo). indicato dalla voce e che noi apprendiamo come esistente in
La lingua artificiale avrà inoltre una funzione irenica e dipendenza dal nostro pensiero”), infine la cosa esistente “là
pacificatrice tra i popoli, permettendo di trasmettere più fuori”. Ora, di questi tre elementi, due sono corporei ( la
facilmente le idee e raggiungere ogni nazione del mondo. voce e la cosa), uno è assolutamente incorporeo, “ossia quel-
I segni che verranno privilegiati saranno “caratteri reali”, lo che è significato e esprimibile (lektòn), e proprio questo è
cioè ideografici: significheranno direttamente cose e nozio- vero o falso” (così riporta il loro pensiero Sesto Empirico).12
ni, e non suoni o parole, e saranno dunque comprensibili da Tutta la discussione sulla validità dei segni, sullo statuto
tutti, in seguito ad un veloce apprendimento. della conoscenza, ruota dunque alla fine intorno a quest’en-
“Il progetto di una lingua universale implica dunque tità aerea e incorporea, impossibile da indicare, ma determi-
quello di una enciclopedia, implica cioè la enumerazione nante per ogni possibilità di conoscere, che è appunto il
completa e ordinata, la classificazione rigorosa di tutte quel- significato, il lektòn. Questa grande invenzione della logica
le cose e nozioni alle quali si vuole che nella lingua perfetta stoica si trasmette con tutta la sua carica espressiva al pen-
corrisponda un segno”, conclude Paolo Rossi, cioè ancora e siero moderno, che ancora in parte crede, come abbiamo
sempre “una preliminare classificazione di tutto ciò che esi- visto, che il concetto rispecchi la cosa stessa e sia identico per
ste nell’universo”. Se le espressioni devono essere specchio tutti. Sarà solo con Locke, di fatto, che il significato verrà
delle nozioni comuni, queste ultime devono essere specchio visto come un’immagine per nulla naturale, ma cultural-
evidentemente dell’ordine delle cose reali, per cui “appren- mente elaborata, in grado di riflettere solo l’ordine soggetti-
dendo i caratteri e i nomi delle cose, verremo istruiti simil- vo dell’esperienza, quella che Locke definiva l’essenza
mente sulle nature delle cose: questa duplice conoscenza nominale, contrapponendola all’essenza reale. Così, il gran-
dev’essere congiunta”, scrive Wilkins. de empirista inglese traghetterà i suoi contemporanei dal-
Questi autori non procedono più, dunque, come faceva- l’idea di convenzionalità del suono a quella di arbitrarietà
no Kircher o Becher, dall’enumerazione dei termini primiti- del significato13 . Grande passo in avanti, senza dubbio, ma
vi delle varie lingue alla costruzione di un dizionario essen- che non intacca per nulla la fiducia nell’esistenza e nella pos-
ziale esemplificato da numeri o lettere. Ora si lavora ad una sibile adeguazione tra i tre ordini gnoseologici dei quali par-
grammatica filosofica, in cui ogni nozione ritenuta generale lavamo prima.
e essenziale deve essere classificata e segnata da un caratte- Ma torniamo ai progettisti di lingue universali. Essi cre-
re preciso. L’idea che fa da cardine a tutti i progetti di lingua dono dunque che l’ideografia sia in grado di preservare la
universale rimane tuttavia la stessa: che esistano tre grandi chiarezza concettuale dall’incerta mediazione della vox,
ordini di riferimento - l’ordine segnico-linguistico, l’ordine troppo spesso compromessa con eventi di ordine naturale.
logico-concettuale e l’ordine ontologico - e che tra di essi Si deve arrivare ad un’arbitraria e quanto più esatta possibi-
debba essere stabilito un isomorfismo totale. Nel passaggio le scrittura di idee, che sostituisca su base assolutamente
di Comenio che abbiamo citato poco sopra quest’idea era convenzionale, la varietà molteplice e confusa del mondo
esposta con grande chiarezza: vi deve essere “parallelismo” reale. Scrivere le idee: questo è l’obiettivo dichiarato di tutti gli
- o “armonia” come dirà altrove, utilizzando un termine che autori che abbiamo analizzato; fissare sul corpo cartaceo
Leibniz apporrà a motto della sua filosofia - tra le cose e i quell’incorporeo, che già agli Stoici sfuggiva nella sua essen-
concetti delle cose, e tra questi ultimi e le parole. A ben vede- za propria. Il progetto è quello di liberare il linguaggio dalla
re, dunque, il rapporto tra ordine segnico e ordine ontologi- sua costante ambiguità e metaforicità, operare a piacimento
co è essenzialmente garantito dalla mediazione dei concetti, su quegli attrezzi pronti per ogni uso che sono i segni della
ordinati in serie predicamentali, ed in questa mediazione è scrittura ed adeguarli artificialmente alle immagini mentali,
riposto il segreto del conoscere. strutturando previamente queste ultime sulla base di un
La filosofia moderna appare in gran parte occupata a per- preciso ordine categoriale ed enciclopedico.
fezionare questo tema, che trova nel dibattito sulle lingue Dicendo questo abbiamo attraversato la struttura superfi-
universali un’ottima definizione e nei progetti enciclopedici ciale, per dir così, di questi progetti. Ma vi è una ‘struttura
un tentativo di risoluzione. Ma in realtà su questi argomen- profonda’, che va individuata, e li sottende tutti. Ad essi
ti aveva già detto l’essenziale Aristotele, inaugurando una accomuniamo il De arte combinatoria di Leibniz, del 1666, che
tradizione che permane immutata per lo meno fino al perio- ripropone l’idea di una scrittura razionale e universale
do che stiamo analizzando. Nell’apertura del Perì ermeneìas capace di esprimere la composizione e scomposizione dei
(16a) leggiamo infatti: “I suoni della voce sono simboli delle concetti primitivi, e il Sistema dei Grafi Esistenziali elabora-
affezioni che hanno luogo nell’anima e le lettere scritte sono to a cavallo del ‘900 da Charles Sanders Peirce, che obbedi-
simboli dei suoni della voce. E come le lettere non sono le sce senza dubbio, mutatis mutandis, ad esigenze di esposizio-
medesime per tutti, così neppure i suoni sono i medesimi. ne analoghe. Peirce, ormai dotato degli strumenti della logi-
Tuttavia suoni e lettere (grammata) sono anzitutto segni ca formale e matematica, pensava che si potesse lavorare su
(semeia) delle affezioni dell’anima, che sono le medesime per alcuni simboli grafici principali reputandoli espressivi di
tutti e costituiscono le immagini di oggetti (pragmata) già altrettante relazioni logiche e dunque di ogni possibile stato
uguali per tutti”. Come si vede, già Aristotele stabilisce che dell’universo. Su di essi egli pensava possibile operare delle
suoni, lettere e ogni altro segno linguistico sono convenzio- trasformazioni, creando così relazioni nuove e creative tra i
nali, ma rinviano alle “affezioni dell’anima” - quelli che segni utilizzati. Per l’autore questa sarebbe dovuta essere la

Chora N. 16, Settembre 2008


60 dovE Sta il pEnSiEro?

logica del futuro, un linguaggio universale, la cui contiguità mondo può essere rappreso in un numero finito e ordinato di
con i progetti del ‘600 Peirce riconosceva senza timore. Anche segni. Ma si può davvero operare un’analogia totale
per lui vi era infatti un parallelismo totale tra il Foglio parole/cose, nominato/nominabile15 ? Si può davvero costruire
dell’Asserzione, la Mente, considerata come l’insieme di tutti i con le note un reticolato perfetto che copra interamente il tessu-
segni possibili e il Mondo, con tutti i suoi fatti. Scrivere un grafo to del reale? Quello che nessuno di questi autori vede è che così
significava infatti decretarne l’esistenza, come se si trattasse di facendo non si riproduce il mondo, ma si traduce la nostra per-
un fatto esistente in quel determinato universo dell’asserzione cezione del mondo in una nuova lingua, cioè si produce tout
(per questo egli parla di grafi ‘esistenziali’). court un mondo, se ne scrive uno nuovo, a nostra immagine e
Cerchiamo allora di comprendere cosa si trasmette intatto da somiglianza. E, come aveva ben compreso Peirce, dove situare
Lullo a Leibniz, e da Leibniz a Peirce, quale concezione del a quel punto il ‘mondo primo’, originale ?
mondo e del conoscere sottenda tutti questi progetti (e, si noti Il problema sembra poter esprimersi anche in questi termi-
bene, come mette in risalto Umberto Eco alla fine della sua disa- ni: assunta la verità dell’esistenza dei tre ordini epistemici di cui
mina della questione, che oggi sono i progetti di intelligenza parlavamo – segni, concetti, cose - cosa si riproduce (si traduce,
artificiale ad aver ereditato temi e nozioni dei sistemi di lingue si trasporta) uguale e riconoscibile dall’uno all’altro? La forma
universali del ‘600). logica, come diceva Wittgenstein, ricalcando inconsapevol-
Proverei a sintetizzare le loro molte affinità nei seguenti ter- mente un’idea leibniziana? I segni ideografici, tanto auspicati
mini. Anzitutto, la cifra comune a tutti i progetti - e potremmo dai progettisti logici, ci inducono innegabilmente ad interrogar-
dire, in senso lato, ad ogni tentativo di analisi logica - è l’aspira- ci sul perché siamo abituati, cioè siamo nell’abito di vedere
zione all’ordinamento, alla sistemazione, alla classificazione, in segni e intendere cose; di vedere corpi, corpi segnici e gramma-
una parola alla costruzione di una rete concettuale e predica- ticali, e riferirli a idee o pragmata, anzi di andare al di là dei segni
mentale che copra e catturi il disordinato “miscuglio delle verso le cose grazie alla mediazione di quell’incorporeo che è
cose”. La logica è “trappola per la selvaggina”, scrive Leibniz, l’idea, il lektòn degli Stoici. Il nodo è certo quello rappresentato
fatta per ingabbiare gli enti reali e i pensieri confusi. dal rapporto di rinvio, di rimando (potremmo dire, dallo spa-
L’elaborazione di dati discreti e elementari, la loro combinazio- zio bianco tra ordine e ordine). Quando gli illuministi, e Kant
ne e simbolizzazione in un sistema perfettamente trasparente, con loro (o più tardi i logici formali), ridicolizzeranno i proget-
è infatti aspirazione comune degli ideatori di lingue universali, ti di lingue universali, scommettendo o sulla pura arbitrarietà
da Lullo ai cibernetici. L’idea vincente è quella di riuscire, con del segno o sulla superiore idealità del concetto, perderanno
pochi elementi di base, a ricostruire il mondo, così come esso è proprio di vista quello che, a mio parere, rende ancor oggi inte-
nella sua struttura schematica profonda, a ordinare e tradurre ressante da un punto di vista teoretico il cammino secentesco:
in simboli perfettamente iconici e adeguati l’universo. La chia- vale a dire, la domanda, che esso costantemente ripropone,
ve della conoscenza è l’arte della sostituzione, potremmo dire sulla legittimità del rinvio, sulla possibilità della traduzione di un
sulla scorta di Leibniz: ma così, in vece del ‘reale’, ci troviamo in ordine nell’altro, sul rimando tra segni e reale che, da sempre, è
possesso di una mappatura convenzionale e assolutamente tema principe dell’interrogazione metafisica.
artificiale del mondo. Infine, ciò che deve fare problema è la pacifica distinzione
Ricostruire con pochi elementi di base il mondo: ma questo tra ordine segnico, ordine logico e ordine ontologico, sulla
già lo fa l’alfabeto, grande modello per tutti questi autori. E’ quale si sono esercitati generazioni di pensatori, a partire
Johann Heinrich Bisterfield, citato sovente da Leibniz, ad auspi- dalla radicale sistemazione aristotelica. Noi diciamo: segni,
care la nascita di un “alfabeto filosofico”, dopo aver raccolto e pensieri e reale, ma così facendo abbiamo già de-ciso, cioè
ordinato in centinaia di tavole i termini tecnici e le definizioni ritagliato lo spazio dell’esperienza, ordinandola arbitraria-
impiegate in ciascuna scienza, in modo che la stessa enciclope- mente secondo territori predefiniti. Partiamo invece da ciò
dia possa formare un “pictum mundi amphiteatrum”. Questo che esperiamo, e chiediamoci: cosa si pensa quando si pensa?
teatro del mondo fungerà da foglio-mondo14 assolutamente Di che materiale è fatto il pensiero? Si dice, ad esempio: mi è
perfetto, rappresentativo di tutto il nostro sapere, e dunque di venuta un’idea; ma da che luogo dovrebbe mai provenire
tutto ciò che esiste nella realtà. Come si vede il sogno enciclope- quest’idea? Come pro-viene e come ‘sta’ nella mente?
dico di Raimondo Lullo affascina ancora molti ‘moderni’. Perché usiamo queste metafore spaziali? E c’è poi un’idea
L’idea di un ‘teatro iconico del mondo’ ha però radici ancora fuori dalla sua trascrizione?
più profonde. E veniamo così ad un secondo punto comune a Come vedete, gli interrogativi intorno a questo tema sono
tutti questi autori. Abbiamo detto che per essi la chiave della infiniti. Posso solo far cenno al fatto che Leibniz, da una
conoscenza è l’arte della sostituzione, l’arte caratteristica, come parte, Peirce dall’altra, hanno a mio modo di vedere, impo-
voleva Leibniz, cioè l’arte che conduce alla costruzione di carat- stato la questione nel modo più netto e iniziato a rispondere
teri, note, segni che sostituiscono (si scambiano con), sup-pon- convincentemente in tanti loro scritti. Ma l’enigma del ‘luogo
gono (stanno per, come dicevano i medievali) qualcosa d’altro di residenza’ del pensiero, per dir così, rimane: l’arte della
genere. Essi perpetuano così l’idea che sta alla base di ogni siste- memoria nei tempi passati, la scienza informatica, oggi, esal-
ma semiotico: che una cosa sia qui, in presenza, al posto di tano la forza espressiva dei caratteri, il loro iconismo, l’im-
un’altra, assente, con cui intrattiene un legame ideale di rinvio. portanza dei loro rapporti relazionali e spaziali, e conduco-
Tutti i progetti partono dalla fiducia di poter sostituire le cose no, ancora e sempre, a interrogarsi sulla natura della loro infi-
con le parole (o segni d’altro tipo): l’infinito brulichio del nita potenza, cui siamo tutti soggetti.

12 Su questi temi ho lavorato nel corso universitario dell’a.a.2005/06: cfr. Costruzione del significato e orbita delle passioni, Milano, CUEM, 2006.
13 Cfr per questa lettura il testo di L.Formigari citato nella nota 6.
14 Per l’uso di questa nozione, mutuata da Peirce, si veda C. Sini, Teoria e pratica del foglio-mondo, Roma, Bari, Laterza, 1997.
15 Su questa nozione ha lavorato C.Sini in L’analogia della parola, Milano, Jaca Book, 2004..

rossella Fabbrichesi leo insegna Ermeneutica Filosofica presso l’Università degli Studi di Milano Ha contribuito alla divulga-
zione del pensiero di Peirce in Italia con alcuni testi, tra i quali Introduzione a Peirce, Roma-Bari, Laterza, 1993, oltre che con la pub-
blicazione di alcune antologie dei suoi scritti. Si è in seguito occupata delle filosofie di Leibniz e Wittgenstein, cui ha dedicato I
corpi del significato. Lingua, scrittura e conoscenza in Leibniz e Wittgenstein, Milano, Jaca Book, 2000. Oggetto dei suoi interessi sono la
nozione di segno nell’antica Grecia (La freccia di Apollo. Erotica e semiotica nel pensiero antico, Pisa, ETS 2006) e la genealogia dei con-
cetti di forza e di azione nel pensiero antico attraverso l’interpretazione di Friedrich Nietzsche.

Chora N. 16, Settembre 2008


paolo valorE 61

la chiMica dei terMini


un caso di mnemotecnica applicata
alla generazione del lessico
di paolo valore
università degli studi di Milano

“L'uomo strutturale prende la realtà, sco, seppure con bizzarie). Un linguaggio combinatorio
la decompone e poi la ricompone” consente di manipolare costituenti atomici di base,
(Roland Barthes) mediante regole di costruzione, per ottenere espressio-
ni molecolari. Un procedimento di questo genere, oltre
Lavorare sui linguaggi artificiali (in qualche senso, ad essere logicamente trasparente, consente anche una
non retorico, del termine) può sembrare solo un curio- notevole parsimonia delle radici e delle espressioni ato-
so passatempo da glottomaniaco, per esercitare le pro- miche. Ad esempio, secondo una ricerca di Vilko
prie abilità interlinguistiche, o, al massimo, un modo Setälä3, risulta che per la comprensione di più del 99%
per contribuire alla creazione, al perfezionamento o alla di testi in inglese scelti a caso si richiede, all’incirca, un
diffusione di un linguaggio ausiliario internazionale, lessico di 10.000 vocaboli, mentre in Esperanto sono
qualora se ne senta il bisogno (etico, politico o d’altro sufficienti 2.800 radici. Per ottenere questo risultato,
tipo). Ma vi sono molti altri scopi, per i quali lo studio l’Esperanto applica con regolarità una procedura di
di un linguaggio artificiale si rivela proficuo, oltre generazione del lessico che consente una notevole par-
all’unificazione e alla generalizzazione (che spesso, simonia in ciò che dev’essere ricordato, raffigurandosi,
negli intenti, coincide con la razionalizzazione) della concettualmente, una sorta di mappa delle relazioni tra
comunicazione umana: 1) la correzione delle irregolari- i termini, che nascono per combinazione e incastri.
tà delle lingue naturali, che rendono disagevole il loro
apprendimento e il loro uso; 2) l’eliminazione di caren- 1) Un primo strumento dell’Esperanto utile alla mne-
ze linguistiche in relazione allo sviluppo delle scienze motecnica è la rigidità delle terminazioni: in questo
moderne (polisemia, nomenclature e tassonomie, modo, la parola scritta o pronunciata suggerisce la cate-
imprecisioni nella corrispondenza tra procedure lingui- goria grammaticale di appartenenza anche se non se ne
stiche e rappresentazione scientifica del reale); 3) il col- conosce il significato. Questo di solito non avviene nei
legamento di una corretta costituzione degli enunciati linguaggi naturali. In Esperanto, la medesima termina-
ai loro valori di verità1. zione indica la medesima funzione morfosintattica. Ciò
C’è, però, almeno un altro livello di considerazione: consente, naturalmente, proprio la parsimonia su cui ho
l’esibizione della struttura dei linguaggi pianificati e insistito, permette cioè di generare funzioni morfosintat-
combinatori può fornire un modello di analisi che è tiche diverse grazie ad operazioni su componenti di base
particolarmente suggestivo per il filosofo e non è forse (radici). Tale generazione è (per lo più) priva di irregola-
un caso che i linguaggi artificiali si siano diffusi princi-
palmente all’interno della comunità dei matematici e
dei filosofi, piuttosto che in quella dei filologi. Lo stu-
dio di un linguaggio artificiale, infatti, più che dirci
qualcosa sul funzionamento delle lingue, sembra esse-
re utile soprattutto per investigare le modalità di mani-
polazione di espressioni e di composizione sulla base di
regole, attività tipiche di molta attività spirituale
umana. Se, con Cassirer, possiamo definire la produ-
zione culturale nel suo insieme come un’attività simbo-
lica, i modelli di costituzione e manipolazione dei sim-
boli assumono un interesse intrinseco e indipendente
dall’effettiva realizzazione di una comunità di parlanti
(che, per inciso, nel caso che considererò, esiste).
In questo breve articolo mi propongo di valutare sin-
teticamente la generazione del lessico nel caso
dell’Esperanto (Internacia Lingvo) di Zamenhof2. La
generazione del lessico in Esperanto è particolarmente
interessante in quanto combinatoria (come avviene, talo-
ra, anche in alcune lingue naturali, ad esempio il tede-

1 Cfr. Auroux 1996, p.189.


2 Cfr. Zamenhof 1887.
3 Cfr. Setälä 1949.

Chora N. 16, Settembre 2008


62 la chimica dEi tErmini

rità, anche se non funziona esattamente come in un Un altro esempio è la negazione del campo semantico
linguaggio artificiale formalizzato (per il quale è pos- mediante il prefisso mal– da premettere alla radice: ami
sibile fornire un materiale atomico di base e regole (amare) malami (odiare), alta (alto) malalta (basso), juna (gio-
algoritmiche di generazione). Anche se il lessico non vane) maljuna (anziano), abunde (abbondantemente), mala-
può essere generato da un algoritmo4, la regolarità è la bunde (scar-samente), warmo (il caldo), malwarmo (il fred-
norma e il fatto che una lingua siffatta possa essere do). Casi simili, in italiano, si hanno, ad esempio, con fermo
una lingua viva, parlata e scritta da una comunità e malfermo. Se applichiamo la negazione del campo seman-
variegata come quella esperantista, non è forse privo tico, memorizzate 100 radici, si ottengono circa 200 termi-
di significato nei confronti della trita opposizione tra ni, ai quali applicare la regola del punto uno, raggiungen-
naturale e artificiale, che di solito tende a privilegiare do alcune centinaia di termini. In caso di presenza di gene-
il primo corno dell’antitesi, per lo più appellandosi ad re femminile, il numero cresce ulteriormanete.
argomenti retorici ed emotivi. Un esempio di tale rigi- Naturalmente, soltanto alcuni sostantivi ammettono una
dità è data dalle terminazioni per i sostantivi (-o vor- distinzione di genere. Possiamo comunque ipotizzare (con
toj)5, che terminano sempre in –o, per gli aggettivi (-a un calcolo per difetto) che, memorizzate 100 radici e appli-
vortoj)6 che terminano sempre in –a, per gli avverbi (e- cando simultaneamente la rigidità delle terminazioni e l’al-
vortoj)7 che terminano sempre in –e, per i verbi che, terazione del campo semantico, i termini triplicheranno.
all’infinito, terminano sempre in –i8. Memorizzando la Un esempio di applicazione del prefisso mal- è mostrato
radice *am- è possibile generare 4 termini, come illu- nel diagramma a lato.
strato nel diagramma.
In questo modo, memorizzate 100 radici, si ottengo- 3) La possibilità di ampliare il lessico, partendo da uno
no 400 termini. Si noti che una lingua come l’italiano, sforzo mnemonico minimo, cresce in modo esponenziale
che pure sembra rispettare una regola analoga, in real- una volta che applichiamo gli affissi per generare i deriva-
tà ha notevoli complicazioni da mandare a memoria: ti di un campo semantico.
la terminazione –o non è necessariamente indice di un
sostantivo (quando, camminano, terzo, …), la termina-
zione –e non è necessariamente indice di un avverbio
(ingegnere, fredde, dorme) e così via. Altre lingue, come
quelle del ceppo germanico, mancano completamente
di indicatori del genere (music, often, Vater, Zug, ... ); lo
stesso si può dire anche delle lingue classiche, che
pure mostrano una certa rigidità dovuta alla flessione.
Anche altre lingue pianificate, come ad esempio il
Volapük di Schleyer9, introducono una regola analo-
ga, ma, congiunta a inutili complicazioni morfologi-
che, essa perde la sua immediata efficacia. È pur
vero, infatti, che il Volapük introduce alcune termi-
nazioni rigide, ad esempio nel caso dell’avverbio
(segnalato da –o) o dell’aggettivo (segnalato da –ik:
se Gud è bontà gudik è buono) ed è pur vero che da
Log (occhio) è possibile generare logön (vedere), logik
(visibile), logiko (visibilmente). Eppure, in presenza
della flessione, la regola è vanificata dalle sovrappo-
sizioni: non solo un sostantivo compare con diverse
terminazioni (Cil= ragazzo, Cila= del fanciullo, Ciles=
ai fanciulli), ma le terminazioni non sono sempre
univoche: Flol (fiore), lifol (tu vivi), Dom (casa), löfom
(egli ama)10. In particolare, il nominativo singolare
privo di desinenze riporta anche il Volapük al caso
delle lingue germaniche: pükob (io parlo) ma Doab
(dollaro), binom (è) ma Vom (donna).

2) Un secondo strumento è il ricorso agli affissi (pre-


fissi e suffissi), per alterare il campo semantico di una
radice mediante una regola. Un esempio di tale rego-
la è la generazione del femminile: applicando –in–
prima della terminazione del sostantivo11, possiamo
generare da amiko (amico) amikino (amica), da instrui-
sto (insegnante) instruistino (insegnante di genere fem-
minile), da koko (gallo) kokino (gallina). Casi simili, in
italiano, si hanno, ad esempio, con re e regina.
4 Ciò nonostante, vi sono progetti che cercano di usare l’Esperanto come linguaggio intermedio di traduzione automatica per i cal-
colatori. Cfr. Schubert 1992.
5 Cfr. Wennergren 2006, § 4.
6 Cfr. Ivi, § 5.
7 Cfr. Ivi, § 6.
8 Cfr. Ivi, §§ 26-27.
9 Cfr. Schleyer 1880
10 Cfr. Mattei 1890.
11 Cfr. Wennergren 2006, § 4.2.

Chora N. 16, Settembre 2008


paolo valorE 63

Gli affissi andrebbero mandati a memoria (sono comunque Partendo da un centinaio circa di radici da mandare a
in numero limitato) ma rappresentano dei tasselli applicabili memoria, si può ottenere un numero straordinario di voca-
in moltissimi contesti e permettono di generare, ad esempio, boli. Una lingua combinatoria come l’Esperanto realizza in
derivati mediante la nozione di “medesimo” (*sam-): samlanda- questo modo l’antica tradizione della mnemotecnica, incor-
no: connazionale (lando = paese); samurbano: una persona della porando, nelle regole del linguaggio, delle strategie per economizza-
stessa città (urbo = città); saminsulano: una persona della stessa re al massimo l’attività di memorizzazione. Considerato che una
isola (insulo = isola); samlingvano = una persona che parla la lingua pianificata come l’Esperanto è una lingua praticamen-
stessa lingua (lingvo = lingua) e così via. Si noti che l’apprendi- te senza grammatica, l’unica attività mnemonica che richie-
mento degli affissi non costituisce una fatica mnemonica de riguarda il lessico. Le strategie precedenti consentono
aggiuntiva al lessico, dato che possono essere usati come radi- dunque di ottenere, in modo razionale, risultati sorprenden-
ci al pari delle altre: same (allo stesso modo), sama (medesimo) ti con uno sforzo di memoria assai ridotto.
e così via. Esempi di affissi utili sono: re- (ripetizione), ek- (ini- Inoltre, acquisire maggiore competenza nella combinato-
zio di un azione), ad- (frequenza, azione prolungata), an- ria linguistica esemplificata dall’Esperanto consente di otte-
(membro di una comunità, di un insieme), dis- (dispersione), nere maggiore abilità linguistiche in generale. Claude Piron,
ebl- (possibilità), e così via. Inoltre, gli affissi possono essere già psicologo all’Università di Ginevra e traduttore cinese-
combinati liberamente tra loro. inglese-russo-spagnolo presso le Nazioni Unite ha sostenuto
È chiaro che l’applicazione degli affissi rappresenta una tec- che una lingua combinatoria come l’Esperanto è molto più
nica molto potente e consente di avere moltissimi termini “brain friendly” dei linguaggi cosiddetti naturali.
memorizzando un materiale atomico di partenza estre- L’Esperanto, infatti, sfrutta i riflessi innati, in quanto consen-
mamente limitato. te al parlante di fidarsi sempre della sua tendenza a genera-
Se consideriamo l’esempio di partenza, da *am-, applicando lizzare gli schemi appresi, tendenza spesso frustrata dai lin-
alcuni esempi delle operazioni che abbiamo illustrato, possia- guaggi come, ad esempio, l’italiano: se “candeliere” è l’og-
mo generare automaticamente parecchi vocaboli, come illu- getto che regge le candele, “ferroviere” non è l’oggetto che
strato nel diagramma seguente. regge la ferrovia. In Esperanto, la legge di Piaget definita assi-
Naturalmente, abbiamo offerto solo alcuni (pochi) esempi, milazione generalizzante si applica non soltanto alla grammati-
perché rappresentare tutte le derivazioni possibili da una sola ca, ma anche alla generazione del lessico12. La tesi di Piron e
radice richiederebbe una mappa di alcune pagine (e non sem- l’utilità interlinguistica di un esercizio del genere trovano
pre l’italiano possiede il corrispettivo per tutto ciò che può riscontro in molti esperimenti didattici. Un noto esperimen-
essere espresso in Esperanto)! to è il cosiddetto “Insegnamento di Orientamento

Chora N. 16, Settembre 2008


64 la chimica dEi tErmini

Linguistico”13, condotto sotto il controllo scientifico Purtroppo, questa documentazione non riesce ad
dell’Istituto di Cibernetica di Paderborn e dell’Accademia infrangere le resistenze psicologiche contro l’idea stessa di
Internazionale delle Scienze di San Marino (a partire dal 1993 un linguaggio pianificato, come ha ben mostrato lo stes-
in classi sperimentali in Italia, Russia, Ucraina, Uzbekistan e so Piron: “Spesso si imputano gratuitamente
Kazakistan e dal 1994 in Slovenia, Austria e Ungheria). II all’Esperanto caratteristiche che ne fanno una minaccia
metodo “di Paderborn” utilizzato in questa fase sperimenta- distruttiva o un mutante mostruoso […]. Si tratta chiara-
le, ha testato la conoscenza dell’inglese in 2 classi della stessa mente della proiezione sulla lingua di un nucleo emotivo,
età. Gli alunni erano divisi in due gruppi concorrenti: il come il Golem o l’Automa definito da Baudouin […].
primo cominciava lo studio della lingua inglese nella terza L’Esperanto viene a turbare l’immagine di un mondo in
elementare, l’altro studiava Esperanto per due anni e comin- cui a ogni popolo corrisponde una lingua, e in cui la lin-
ciava lo studio dell’inglese solo nel quinto anno scolastico. gua è ricevuta dai padri come un blocco che nessun indi-
Alla fine della sperimentazione, il secondo gruppo, che viduo sarebbe in grado di manomettere. […] Assumendo
aveva studiato l’inglese per molto meno tempo mostrava di a criterio di correttezza non la conformità all’autorità,
conoscerlo meglio del primo gruppo14. Inoltre si è mostrato bensì l’efficacia comunicativa, l’Esperanto ribalta i rap-
che i bambini tra gli 8 e i 10 che studiano Esperanto ottengo- porti umani, sostituendo a un asse verticale un asse oriz-
no risultati migliori anche in matematica. Risultati analoghi zontale. Il suo attacco colpisce troppe cose profonde sulle
sono stati ottenuti in Giappone15. quali nessuno vuole fare chiarezza”16.

12 Cfr. Piron 1994.


13 Cfr. Frank 1983.
14 Cfr. anche la relazione finale del Ministero della Pubblica Istruzione – Commissione della lingua internazionale detta Esperanto
– Decreto interministeriale 29 aprile/5 ottobre 1993 [pubblicata sul Bollettino Ufficiale del Ministero della Pubblica Istruzione, anno 122,
nn. 21-22 (25 maggio-1 giugno 1995)]. La bibliografia su esperimenti analoghi è molto ricca: sui primi esperimenti in questa direzio-
ne cfr. Fisher 1929, Halloran 1952 e Williams 1965; per gli esperimenti condotti negli anni Settanta (i cosiddetti “First Five-Country
Experiment” e “Second Five-Country Experiment”) cfr. Szerdahelyi 1975 e Sonnabend 1979. Per una valutazione degli esperimenti
cfr. Maxwell 1988 e per alcune considerazioni generali cfr. Minnaja 1970.
15 Cfr. Fukuda 1980.
16 Piron 1988, pp. 113 e 138.

nota bibliografica:
Auroux 1996, S. Auroux, La philosophie du langage, Presses Universitaires de France, Paris 1996; trad. it. La filosofia del linguaggio,
Editori Riuniti, Roma 1998.
Frank, 1983 H. Frank,  “Valeur propèdeutique de la langue internationale”, in Journée d’Etude sur l’Esperanto, (1983), pp. 121-136.
Fukuda 1980, Y. Fukuda, “Zur rationalisierten Fremdsprach-Lehrplanung unter Berücksichtigung der (z.B. deutschen oder japani-
schen) Muttersprache”, in Grundlagenstudien aus Kybernetik und Wissenschaft, 21 (1980), pp. 1-16.
Mattei 1890, C. Mattei, Nozioni compendiose di Volapük, estratto da Dizionario Volapük-Italiano e Italiano-Volapük, preceduto dalle nozioni
compendiose di grammatica della lingua del Prof. Carlo Mattei, Hoepli, Milano 1890, ripubblicato in A. Ferretti, Volapük ‒C. Mattei,
Nozioni compendiose di Volapük, Fara, Rimini 1993.
Maxwell 1988, D. Maxwell, “On the Acquisition of Esperanto”, in Studies in Second Language Acquisition, 10 (1988), pp. 51-61.
Minnaja 1970, C. Minnaja, Il valore educativo dell’insegnamento dell’Esperanto nelle scuole, Istituto Italiano di Esperanto e Federazione
Esperantista Italiana, 1970
Piron 1988, C. Piron, “Psikologiaj reagoj al Esperanto”, in Esperanto-Dokumentoj, n. 26, UEA, Rotterdam 1988, trad. it. “Le reazioni psico-
logiche all’Esperanto” di V. Latronico dalla versione francese Les réactions psychologiques à l’espéranto in Valore 2006, pp. 129-145.
Piron 1994, C. Piron, “The Hidden Perverse Effects of the Current System of International Communication”, relazione letta all’in-
contro “Interweek” del 15 maggio 1994 ad Akademgorodok/Novosibirsk (Russia) reperibile sul sito dell’autore: www.claude-
piron.ch.
Schleyer 1880 Schleyer, Volapük. Die Weltsprache. Entwurf einer Universalsprache für alle Gebildete der ganzen Erde, Tappen in
Komm., Sigmaringen 1880, Ristampa: Olms, Hildesheim and New York 1982.
Schubert 1992, K. Schubert, “Esperanto as an Intermediate Language for Machine Translation”, in J. Newton (ed.), Computers in
Translation: A Practical Appraisal, Routledge, London 1992, pp. 78-95.
Setälä 1949, V. Setälä, “La Genio de Zamenhof: Efekta Lingvo”, in Esperantologio, vol. I, n. 1 (1949), ristampato in I. Lapenna (ed.),
Memorlibro pri la Zamenhofjaro, UEA, London 1960, p. 43.
Sonnabend 1979, H. Sonnabend, Esperanto: lerneja eksperimento. Raporto-analizo-konkludo, Edistudio, Pisa 1979.
Szerdahelyi 1975, I. Szerdahelyi, “Pedagogiaj valoroj de instruado de Esperanto”, in Internacia Lingvistika Simpozio, Kumrovec 1975-
Zagreb 1976.
Valore 2006, P. Valore (a cura di), Materiali per lo studio dei linguaggi artificiali nel Novecento, Cuem, Milano 2006.
Wennergren 2006, B. Wennergren, Plena manlibro de esperanta gramatiko, ELNA, El Cerrito 2006.
Williams 1965 N. Williams, “A Language Teaching Experiment”, in Canadian Modern Language Review, 22 (1965), pp. 26-28.
Zamenhof 1887, L. Zamenhof, Lingvo Internacia. Antaŭparolo kaj plena lernolibro, Kelter, Varsavia 1887.

paolo valore è Ricercatore confermato (Professore aggregato) presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università
degli Studi di Milano, dove insegna Storia della Filosofia contemporanea, e ha un corso di Filosofia teoretica pres-
so il Politecnico di Milano – Facoltà di Ingegneria Industriale. Paolo Valore si è occupato di filosofia del Novecento,
specialmente in relazione alle tematiche del realismo e della rifondazione di una prospettiva trascendentale.
Attualmente lavora principalmente a temi di ontologia formale e di teoria della verità. Si interessa anche dei pro-
getti di linguaggi artificiali e di lingue ausiliarie.

Chora N. 16, Settembre 2008


a cura di maria michEla SaSSi 65

Maria Michela sassi

tracce nella Mente


teorie della MeMoria da platone ai Moderni

recensione a cura di lorenzo perilli

Maria Michela Sassi a cura di , Tracce nella univoco è il nesso tra mente e memoria: non è
mente. Teorie della memoria da Platone ai un caso, che il contributo che opportunamente
moderni, Edizioni della Normale, Pisa, 2007. chiude il volume si attenti a ripercorrere le
Pp. X + 265, 12 illustrazioni. (Atti del conve- vicende della mutevole localizzazione fisiologi-
gno – Pisa, Scuola Normale Superiore, 25-26 ca delle funzioni mnemoniche all’interno della
settembre 2006) massa encefalica, con un succedersi di interpre-
tazioni che si fanno partire da Galeno e dalla
Chi si confronti con il tema antico e difficile sua dottrina della centralità dei ventricoli cere-
della memoria nella riflessione filosofica trova brali, per arrivare, attraverso i ripensamenti
in Platone il punto di partenza con cui necessa- attestati tra il XVI e il XVII secolo, alle teorie
riamente misurarsi. Così nel volume di Atti contemporanee e al Brain imaging (Claudio
accortamente curato da Maria Michela Sassi: con Pogliano, Topografie e migrazioni cerebrali della
deliberata rinuncia a risalire più indietro fino memoria). Platone apre dunque il volume, lo
alle esplorazioni preplatoniche, che pure qual- chiude Leibniz (Massimo Mugnai,
che attenzione ai processi percettivi e appercet- Immaginazione e memoria in Leibniz): per il quale
tivi avevano dedicato, per sottolineare invece la la memoria risulta componente di base della
indiscussa primogenitura delle potenti immagi- conoscenza, collocandosi però al primo stadio,
ni platoniche. Su tutte quella, fruttuosa come comune anche agli animali non razionali. Essa
poche altre nella storia del pensiero, della ha bisogno di supporto, per consentire il pas-
memoria come blocco di cera in cui resta impres- saggio ai livelli più elevati della conoscenza e
sa, quasi fosse un sigillo, la traccia di quanto si è fino a quel «regno delle ‘cose’ puramente men-
percepito: metafora, questa, che si ritroverà insi- tali» che rende possibile la conoscenza scienti-
stentemente – che fosse aperto recupero o indi- fica: tale supporto è garantito dalla facoltà del-
retta allusione – nell’intero percorso seguito l’immaginazione. Leibniz si confronta critica-
dalla nozione di memoria dagli antichi ai mente, nella sua riflessione su conoscenza e
moderni. Così del resto anche l’altra raffigura- memoria e nell’elaborare una sua propria
zione platonica, a sua volta altamente evocativa, distinzione tra l’uomo e gli altri animali, con
dell’anima come libro, sul quale uno scriba inci- l’esordio della Metafisica di Aristotele: passo
de discorsi, un pittore delinea immagini. Se ne noto quanto quelli platonici, sebbene meno
occupa Giuseppe Cambiano (Problemi della evocativo, in cui Aristotele distingue i vari
memoria in Platone), rilevando l’interesse plato- livelli di conoscenza connettendoli alla memo-
nico per il tema, senza tuttavia forzarne l’inter- ria e quest’ultima riconducendo alla percezio-
pretazione in direzione di una sistematicità che ne, in particolare quella uditiva.
è in realtà assente in Platone, e invece marcando Proprio Monaci tibetani è oggetto di una disamina
Aristotele
da un lato l’intenzionalità dell’operazione mne- non convenzionale da parte della curatrice del
monica, dall’altro la presenza di contenuti pro- volume (Maria Michela Sassi, Aristotele fenome-
posizionali nell’intero processo, quale si può nologo della memoria), che, soprattutto sulla base
leggere nell’immagine del libro. Capire mneme dello specifico trattatello da Aristotele dedida-
significa in Platone capire aisthesis, mathema, to al tema, il De memoria et reminiscentia, ripren-
doxa, ennoia, significa intendere la nozione di de e sviluppa in senso positivo una lettura
anima, di piacere: tra Teeteto e Filebo, il tema della teoria aristotelica in chiave fenomenologi-
della memoria riemerge in relazione a temi dif- ca, attribuendo al processo mnemonico caratte-
ferenti e tutti centrali, assumendo tratti diversi a re di intenzionalità, e vedendo nella memoria
seconda del contesto in cui ricorre – quello epi- «lo sguardo dell’anima» ovvero, con terminolo-
stemologico nel Teeteto, quello della trattazione gia fenomenologica, l’intenzionalità della
del piacere nel Filebo. coscienza. Centrale per Aristotele risulta la
Ambigua quanto evocativa sul piano dei pro- dimensione temporale dei processi psichici:
cessi gnoseologici, la nozione di traccia dà il nelle parole di Aristotele, «la memoria, dun-
riuscito titolo, e dunque marca la linea dell’in- que, non è né una percezione né un giudizio,
tero volume. Meno immediata può apparire la ma il possesso o affezione di una di queste
seconda componente del titolo: quella mente, la cose, quando sia trascorso del tempo» (p. 43), e
cui identificazione nel pensiero antico, e non questo rappresenta un elemento di sostanziale
solo antico, resta non univoca, così come non novità rispetto alla riflessione precedente, in

Chora N. 16, Settembre 2008


66 traccE nElla mEntE

particolare quella platonica. La presenza di tico: se ci si attende, date le premesse, che essa
Platone è indubbia, e opportunamente l’autrice svolga un ruolo attivo nel portare alla conoscen-
rileva come l’intreccio di richiami alla concezio- za della vera natura delle cose, tuttavia questo
ne e alle immagini platoniche della memoria non ruolo è in contrasto con la convinzione plotinia-
vadano considerati quale indispensabile, ma na che la memoria delle cose scompaia con la
concettualmente poco significativo corollario morte, quando l’anima si separa dal corpo, un
dell’argomentare aristotelico, ma possano rin- tema questo che tornerà in Spinoza. Alla memo-
viare a un confronto teorico tra di due autori sul ria di cose e di eventi si aggiunge in Plotino
tema della memoria come processo cognitivo. l’anamnesi delle Forme: che viene intesa dall’au-
Se Aristotele fa almeno in certa misura i conti trice come «il modello ispiratore e quasi la con-
con Platone, la filosofia degli stoici fa i conti troparte epistemologica della dottrina della
con Aristotele e non solo con lui, mentre lo cosiddetta ‘anima non-discesa’», l’anima mai del
scetticismo rimette in discussione proprio gli tutto immersa nel sensibile ma una cui parte
assunti elaborati dagli stoici (Katerina rimane in contatto cognitivo con il mondo intel-
Ierodiakonou, The Stoics and the Skeptics on legibile: una dottrina, quest’ultima, centrale per
memory, l’unico saggio in una lingua diversa Plotino ma più di una volta respinta da altri filo-
dall’italiano). Lo stoicismo recupera a fini gno- sofi neoplatonici, la quale offrirebbe dunque
seologici la nozione aristotelica, presente nel- anche le coordinate per una migliore compren-
l’esordio della Metafisica e alla fine degli sione della problematica della memoria; mentre,
Analitici secondi, del formarsi e del conservarsi vicevera, intendere il funzionamento della
della memoria di oggetti particolari nell’anima, memoria può aiutare ad intendere proprio quel-
mediante il ricorso al concetto di ‘impressione’, la controversa tesi plotiniana.
il cui ripetersi genera l’esperienza. Per la psico- Al passaggio tra Antichità e Medioevo si pone
logia filosofica di età ellenistica, il tema della Agostino (Beatrice Cillerai, Agostino: la memoria
memoria e del suo ruolo nella acquisizione centro dell’actio animae). Si fa qui più evidente
della conoscenza dell’uomo è oggetto di appro- il passaggio dal ruolo passivo a quello attivo,
fondite riflessioni, e spazio meriterebbe anche l’accostamento della memoria a una forma di
la concezione epicurea, che per quel tema pensiero, e comunque l’interpretazione della
mostra un notevole interesse. Il concetto di memoria come una capacità attiva dell’anima
impressione è centrale per gli stoici in relazio- nel coordinare i processi psichici. La memoria
ne alla memoria: e, come la memoria, le impres- viene vista come implicata in attività tra loro in
sioni hanno carattere corporeo. Ma è la nozione apparenza molto diverse, quali sono la forma-
stessa di ‘impressione’, resa latina dovuta a zione di immagini di oggetti percepiti (phanta-
Cicerone del greco typosis, a dar luogo a un siai) e la successiva loro fissazione, processo
vero e proprio dibattito all’interno dello stoici- che risulta associato e distinto dalla recordatio
smo, né si può assumere per gli stoici il mede- in quanto capacità di riportare alla superficie
simo significato che il termine aveva nell’im- dati percepiti in passato, e dalla creazione del
magine platonica della cera. Gli scettici a loro phantasma, l’immagine di qualcosa non diretta-
volta negano alcuni degli assunti stoici fonda- mente percepito.
mentali, come facevano con ogni teoria dogma- Un’opportuna apertura al mondo arabo nel
tica: tra gli assunti da essi rifiutati, era l’idea suo nesso con l’occidente fa da snodo verso gli
della memoria come deposito di impressioni, sviluppi posteriori e già moderni (Carla Di
giacché, argomentavano, ogni impressione si Martino, Memoria dicitur multipliciter.
sovrapporrebbe alla precedente cancellandola, L’apporto della scienza psicologica araba al medioe-
così come accade ai diversi sigilli nella cera. vo latino). Grandi autori arabi come Avicenna e
Nel far questo gli scettici, e con loro Plutarco, Averroè vengono tradotti in latino tra il XII e il
trascurano (deliberatamente, è da credere) XIII secolo, e producono un effetto tutt’altro
alcuni aspetti della dottrina stoica: ma è signi- che trascurabile sulla riflessione, a occidente,
ficativo che lo stesso Plotino ricorra ad argo- di un Alberto Magno o di un Tommaso
menti analoghi nel suo atteggiamento critico d’Aquino. La psicologia araba introduce nella
nei confronti della concezione stoica. laddove riflessione anche occidentale distinzioni e con-
la memoria, per lui, non è costituita da affezio- cetti che erano stati invece trascurati, o appena
ni dell’anima ma da sue attività, e l’anima, con- accennati a partire da Aristotele, tra cui in par-
trariamente a quanto sostenevano gli stoici, ticolare il rapporto della memoria con le altre
non è corporea. Entrambe le ‘scuole’ filosofiche facoltà, quali la percezione, l’immaginazione, il
fecero ricorso ad argomentazioni articolate sul pensiero – temi che, nel volume, emergono con
tema della memoria, che costituiva un elemento maggiore o minore enfasi in tutti o quasi tutti i
importante nell’ambito del loro dibattito epi- contributi. Significativo è l’incontro della
stemologico. riflessione araba con i testi di Agostino e con
Altre scuole si appropriarono delle argomenta- quello del De memoria aristotelico: e particolar-
zioni stoiche e scettiche a sostegno di dottrine mente indicativo è il fatto, cui nel saggio si
diverse: tra queste spicca il platonismo, e più in accenna, che nella versione araba dei Parva
particolare Plotino (Cristina D’Ancona, Plotino: naturalia aristotelici il tema della memoria
memoria di eventi e anamnesi di intelligibili). Per acquisti maggiore rilievo che non nell’originale
lui, nel contrasto tra affezioni e attività, tra pathe greco, a suggerire un rapporto critico e consa-
e energeiai, il ruolo della memoria si fa problema- pevole con i testi della tradizione occidentale.

Chora N. 16, Settembre 2008


a cura di maria michEla SaSSi 67

Tra i momenti salienti della riflessione filoso- interna al cogito, che non può rinunciarvi.
fica successiva, l’accento è posto su Bruno Se anche in Cartesio non mancano riferimenti
(Nicoletta Tirinnanzi, L’occhio e la pagina scritta. alle concezioni antiche e ormai classiche della
Aspetti della riflessione di Bruno sulla memoria tra memoria, in lui più che altrove si osserva uno
il De umbris idearum e il De magia naturali), scarto deciso, un salto in avanti: egli diventa
Hobbes, Cartesio (Alfredo Ferrarin, sua volte fonte e motivo di confronto per i suoi
Immaginazione e memoria in Hobbes e Cartesio), successori, qui per Spinoza. Anche in Spinoza,
Spinoza (Filippo Mignini, La dottrina della come in Cartesio, sembra possibile individuare
memoria in Spinoza). Notorio è l’interesse di una evoluzione, nel passaggio dal Tractatus (la
Bruno per la mnemotecnica: ma non solo in cui datazione si vuole qui anticipata) all’Ethica,
quegli specifici trattati il tema della memoria che si fa evidente proprio grazie al ricorrere nel
viene in evidenza, bensì anche in altri scritti, primo trattato di motivi cartesiani che successi-
da quelli e tra loro diversi. Le immagini plato- vamente si attenuano fino a scomparie. In
niche relative alla memoria vengono recuperate entrambe le opere Spinoza fornisce definizioni
da Bruno, come in realtà accade sistematica- formali del concetto di memoria. Questa diven-
mente nella trattatistica sul tema: ed è in parti- ta un processo regolato da leggi conoscibili e, in
colare il nesso tra memoria e scrittura che quanto concatenazione di immagini, essa, come
acquista particolare rilievo, e viene osservato quelle, viene meno al venir meno del corpo – un
anche nella prospettiva delle tecniche retoriche tema già della filosofia ellenistica. Non si dà
calibrate sul pubblico a cui le argomentazioni memoria dopo la morte: destinato all’eternità è,
sono di volta in volta destinate. Emerge qui un tra le componenti della mente, soltanto l’intel-
ruolo tecnico della memoria, che non esaurisce letto. Al contrario, immaginazione e memoria
tuttavia il tema. Il pubblico è il lettore: e nella sono legate al destino del corpo, hanno funzio-
metafora della lettura, a cui Bruno dedica gran- ne funzione puramente strumentale che, in
de attenzione, va letto il tentativo dell’intellet- quanto tale, non è destinata a permanere. Il
to di cogliere la verità, attraverso l’efficacia volume si chiude con Leibniz e con la topogra-
delle lettere scritte attraverso le quali si tra- fia della memoria, a cui si è accennato.
smette lo spirito di chi quelle lettere ha create. Pur nelle inevitabili e in realtà stimolanti dif-
L’«occhio dell’intelletto, rappresentando a sé la ferenze di un contributo dall’altro, alla
cosa, scopre e decifra le lettere della memoria e Curatrice va l’ulteriore merito di aver saputo
della magia» (p. 157). Si comprende il ripetuto riunire dapprima in un Convegno e poi in un
riferimento di Bruno agli Egizi, alla loro scrit- elegante volume (sia dato il dovuto riconosci-
tura, resa incomprensibile dalla natura selvag- mento alle Edizioni della Normale, che hanno
gia di chi l’ha eternata sulle pietre. acquistato negli ultimi anni rinnovato slancio)
Di nuovo il nesso tra memoria e immaginazio- trattazioni che fruttuosamente si integrano tra
ne, canonizzato già da Aristotele, è ripreso a loro e permettono di ricostruire un filo che,
proposito di Hobbes, la cui trattazione funge in senza improbabili forzature, guida
realtà da introduzione alla complessa dottrina dall’Antichità greca al pensiero moderno e alla
cartesiana. Hobbes identifica i due concetti di contemporaneità a proposito di un tema non
immaginazione e memoria in quanto entrambi solo suggestivo, ma in più di un caso finora non
esprimono una medesima funzione, che assume adeguatamente approfondito.
nomi diversi per dire ora «la sensazione che si Sia consentito invece di rimpiangere l’assenza
indebolisce», ora «l’indebolirsi della sensazione di indici, che vadano oltre quello dei soli nomi.
passata» (p. 164s.): nel nostro rapporto conosci-
tivo con il mondo è la sensazione a lasciare in
noi delle tracce, e l’immaginazione si configura
come sensazione indebolita, che genera le pas-
sioni della mente. Con Cartesio si ha un salto
significativo: in lui il rapporto tra immaginazio-
ne e memoria è indagato in relazione al «pensie-
ro puro», ed è connesso al superamento della
concezione aristotelica del pensiero che procede
per immagini. Memoria e immaginazione sono
in Cartesio alternative, a differenza che in
Hobbes, ma si rileva in lui una evoluzione nel
passaggio dalle Regulae alle Meditazioni: dalla
memoria come elemento debole e dalla immagi-
nazione come mediatrice tra intelletto e cono-
scenza dei corpi estesi, si passa a una immagi-
nazione ridotta a raffigurazione sensibile, con-
trapposta al concepire, e a una memoria artico-
lata in corporea e intellettuale, concetto que-
st’ultimo che era stato già almeno del platoni-
smo e di Agostino. In Cartesio, la memoria
intellettuale, se pure può riferirsi a immagini
corporee, è altro da esse, e diventa funzione

Chora N. 16, Settembre 2008


68 Qiuanto
l nichiliSmo
è vEritiEraEStabilElamEmoria ?
E il problEma dEl nulla

Quanto è veritiera
e staBile la MeMoria?
di alBerto oliverio
università “la sapienza” di roMa

I ricordi: frammenti della realtà museo. La mente, insomma, appare ben diversa da
L’inaffidabilità o la parzialità della memoria un computer o da una macchina fotografica, può
sono un aspetto ricorrente di numerosi romanzi incamerare dettagli ma selezionarne solo alcuni
polizieschi: spesso un testimone ricorda una parte nel suo lavoro di ricostruzione. Spesso non si trat-
della verità o addirit- ta nemmeno di detta-
tura è in contrasto gli verosimili, dei
con altri testimoni in pezzi di un puzzle
quanto non soltanto che, messi insieme,
ha percepito un consentono di rico-
diverso aspetto della struire la vera imma-
scena del delitto ma gine o il vero ricor-
gli ha anche dato un do, ma di indizi che
significato diverso, possono esser utili
cosicché il suo ricor- per il “lavoro” della
do non è una fotogra- memoria.
fia della realtà ma Questo aspetto del
una sua rielaborazio- lavoro di ricostruzio-
ne. Questa selettività ne della memoria,
o parzialità dei ricor- cioè la ricostituzione
di non riguarda però delle esperienze, è al
soltanto la letteratura centro di una pagina
ma anche la vita quo- autobiografica della
tidiana, come indica scrittrice Marguerite
un originale studio Yourcenar che, ormai
effettuato per conto adulta, tenta di rico-
del Museum of Modern struire il proprio
Art di New York. In passato e storia fami-
questa ricerca venne liare a partire da
chiesto a una parte alcuni indizi o stimo-
del personale del li: “[…] sono costret-
museo di descrivere a ta, proprio come lo
mente alcuni quadri sarei per un perso-
che erano stati a naggio storico che
lungo esposti sulle tentassi di ricreare,
pareti e che erano ad appigliarmi a
stati rimossi a causa schegge di ricordi di
di prestiti o restauri. I seconda o di decima
risultati dell’inchie- mano, a informazioni
sta indicarono che tratte da frammenti
ogni persona, che pur di lettere o da fogli
aveva “visto” quel di taccuino che si è
quadro quotidiana- trascurato di gettare
mente per settimane nel cestino dei rifiuti
o mesi, ne ricordava e che la nostra avidi-
un aspetto particola- tà di sapere spreme
re e generalmente al di là di quanto
dissonante rispetto al possono dare […] So
ricordo dei colleghi: 1984 - Il Grande Fratello che tutto questo è
chi ricordava un colo- falso o vago come
re, chi una forma specifica, chi l’atmosfera, i per- tutte le cose reinterpretate dalla memoria di trop-
sonaggi, lo sfondo e così via. La ricostruzione pi individui diversi…” 1 . Gli psicologi hanno spes-
verosimile del quadro non emergeva che dalle so utilizzato simili metafore per indicare che la
descrizioni di un esiguo numero di addetti al memoria parte da frammenti, magari irrilevanti,

Chora N. 16, Settembre 2008


albErto olivErio 69

per ricostituire un ricordo; ma poiché questi costruzione di dubbia verità? In realtà l’accuratezza
frammenti possono essere ambigui, il lavoro di delle nostre memorie è fuori discussione se ne conside-
ricostruzione del ricordo può comportare riamo gli aspetti generali: numerosi particolari ed
insuccessi, come avviene nelle difformi descri- aspetti specifici possono invece essere più dubbi, modi-
zioni del teatro di un assassinio ad opera dei ficarsi lentamente col passare del tempo. Ad esempio,
diversi testimoni interrogati da Hercule Poirot sono stati condotti studi in cui alcuni volontari doveva-
o dal commisario Maigret… no annotare su un diario eventi critici della loro vita
La nostra consapevolezza della fragilità e pre- quotidiana. A distanza di tempo uno psicologo rilegge-
carietà della memoria risale a Sigmund Freud che va loro brani del diario che avevano scritto chiedendo
utilizzò una metafora archeologica legata alla sua se ricordavano gli avvenimenti descritti. In alcuni casi
ammirazione per l’archeologo Heinrich lo psicologo modificava ad arte il testo (dattiloscritto),
Schliemann, che scoprì le rovine di Troia quando anche in modo sostanziale: più lungo era l’intervallo di
il giovane Freud aveva 18 anni. Nell’analisi di un tempo trascorso, maggiore era la possibilità che le per-
noto caso, quello di Miss Elizabeth, Freud utiliz- sone riconoscessero come propri ricordi gli eventi -
za “un processo di svuotamento strato per strato, falsi- descritti nel “loro” diario.
che ci piace paragonare alla tecnica del dissotter- L’incapacità di cogliere la differenza tra i propri
rare una città sepolta” 2 . Per accedere a memorie ricordi “veri” e “falsi” dipende in gran parte dal-
sepolte l’analista, o chi l’oblio cui va incontro la
compie un viaggio nella memoria autobiografica.
propria memoria, deve Gli studi della psicologa
quindi scavare: a volte Marigold Linton testimo-
però non si trova una niano in modo molto chia-
traccia completa ma solo ro l’entità di questo feno-
frammenti. Un esempio meno: nel 1972 la psicolo-
di questo lavoro di scavo ga americana cominciò ad
e di incompletezza della annotare in modo conciso,
memoria ci viene fornita ed utilizzando uno stesso
ancora una volta da “modulo” di diario di
Margherite Yourcenar circa tre righe, diversi
nella sua autobiografia. eventi quotidiani. Giorno
Nel tentativo di ricostrui- per giorno, annotava gli
re il proprio passato, vale avvenimenti, uniforman-
a dire il significato della doli per lunghezza attra-
propria vita, la scrittrice verso le usuali tre righe,
va alla ricerca di testimo- per evitare di dare uno
nianze, fotografie, ricordi Kennet Bianchi Foto segnaletica della polizia spazio diverso ai differen-
di famiglia, storie raccon- ti ricordi e quindi facilita-
tate da chi ha condiviso alcune fasi di quel passa- re la registrazione di alcuni anziché di altri. Linton
to: “Per gli anni più recenti mi baso sui ricordi di trascriveva almeno due eventi al giorno e, una volta
Fernande riportati da Michel. La storia del mio al mese, estraeva a caso le schede relative a due fatti,
ambiente paterno, del quale conosco meglio i le rileggeva, cercava di stabilirne la data e di rievo-
particolari, e quella di mio padre, che intravedo carli. Nel momento in cui gli eventi erano annotati e
attraverso i ricordi frammentari che lui mi ha in quello in cui venivano riletti essi venivano anche
fatto e rifatto, sono già più vicine alla mia, così valutati in termini della loro rilevanza, delle emozio-
come la descrizione dei luoghi e dei paesi in cui ni coinvolte, dei significati ecc. Attraverso questa
ho passato la mia prima infanzia. Esse sono inse- procedura un po’ ossessiva, in cui la psicologa era ad
parabili dai miei ricordi personali e verranno in un tempo soggetto ed oggetto sperimentale, Linton
seguito. Ciò che sto per raccontare qui mi è inve- arrivò a stabilire che i ricordi vanno incontro
ce in gran parte estraneo” 3 . La difficoltà di sepa- all’oblio al ritmo di circa il 5-6% l’anno, un ritmo che
rare i ricordi reali da quelli immaginari risulta comporterebbe la scomparsa di circa la metà dei
chiaramente da un brano delle Memorie di ricordi di specifici eventi se questi non venissero
Adriano, forse l’opera più nota della Yourcenar: incamerati nell’ambito del più vasto sistema della
“Mi studio di ripercorrere la mia esistenza per memoria autobiografica relativa a fatti a carattere
ravvisarvi un piano, per individuare una vena di generale o ai periodi della nostra vita: i singoli mat-
piombo o d’oro, il fluire di un corso d’acqua sot- toni di cui sono costruiti questi contenitori più vasti,
terraneo, ma questo schema fittizio non è che un possono infatti disgregarsi, mentre invece permane
miraggio della memoria. Di tanto in tanto, credo la percezione del flusso delle memorie e del loro
di riconoscere la fatalità di un incontro, in un significato globale.
presagio, in un determinato susseguirsi degli Un altro aspetto dell’affidabilità delle memorie auto-
avvenimenti, ma vi sono troppe vie che non con- biografiche riguarda la nostra capacità di datarle con
ducono in alcun luogo…” 4 . una qualche precisione. Per studiare questo aspetto che
In questo suo lavoro di ricostruzione autobiogra- fa parte di quella che viene definita come la psicologia
fica la scrittrice si serve di memorie “non sue”: ciò del tempo, gli psicologi possono porre domande del
significa che la memoria autobiografica è una tipo “quando è stata l’ultima volta che” (sei andato al

1 Marguerite Yourcenar, Care memorie. In Opere, Saggi e memorie, vol. 2, Bompiani, Milano 1992, pp. 819-820.
2 Sigmund Freud [1886-1938], Opere, voll. 1-11, Boringhieri, Torino , 1966-1979, vol.1 p.293
3 Marguerite Yourcenar, Il giro dei castelli. In Opere, op. cit. p.871.
4 Marguerite Yourcenar (1951) Memorie di Adriano, op. cit., p.25.

Chora N. 16, Settembre 2008


70 Quanto è vEritiEraEStabilElamEmoria?

cinema, dal medico, fuori città per il week-end ecc.) Dunque Winston crede a quanto gli viene sugge-
oppure “quante volte hai” (indossato un determinato rito: non soltanto dubita dei propri ricordi ma
vestito, comperato un particolare prodotto ecc. nel- anche dei propri sensi. La sua memoria, come
l’arco di tempo di una settimana, un mese ecc). In quella di tanti suoi altri concittadini, è stata
genere, abbiamo la sensazione che gli eventi si siano “assassinata”, un termine utilizzato dagli storici
verificati tanto più frequentemente quanto più valida per indicare quel processo attraverso cui il potere
è la nostra memoria. Perciò gli eventi più recenti ven- ha spesso tentato di cancellare, emendare la veri-
gono –ovviamente- datati con maggior precisione, e tà, inserire verità parziali, costringere il pensiero
vengono considerati più frequenti, quelli più lontani entro un’immagine irrigidita ed artefatta del
del tempo vengono datati in modo approssimativo e mondo. Così avvenne ai tempi della
ritenuti più rari di quanto si siano verificati nella real- Controriforma, ai tempi del nazismo o dello stali-
tà. Gran parte degli errori di datazione derivano dal nismo quando non soltanto vennero contraffatti
fatto che il nostro “tempo interiore” e il tempo fisico gli archivi ma anche manipolati i testi di storia e lo
non coincidono: se siamo attivi e impegnati in nume- stesso materiale fotografico: da una fotografia sto-
rose attività, gli eventi relativamente vicini ci sembra- rica, poteva “sparire” un personaggio in disgrazia,
no più lontani mentre il contrario avviene quando comparirne uno in auge o, per dirla con Milan
siamo inattivi o poco impegnati, come spesso si veri- Kundera, restarne soltanto il cappello 6 .
fica negli anziani che giudicano più lontani avveni- Spesso l’oblio del passato è utile per liquidare
menti che hanno avuto luogo pochi giorni prima. Uno una parte della storia e, di conseguenza, per rifon-
dei meccanismi che regolano la “precisione” della darla ex novo. Perciò non si tratta soltanto di can-
datazione dei nostri ricordi è l’associazione tra le cellare o di distruggere simbolicamente le memo-
memorie individuali e i punti di riferimenti collettivo. rie del passato –si pensi agli incendi dei libri,
Ad esempio, possiamo ricordare bene qualcosa che ci all’abbattimento delle statue e dei monumenti,
è accaduto “nel momento in cui”, “il giorno che”, all’imposizione di nuovi nomi a strade o a piazze-
“l’anno in cui”, si è verificato un fatto memorabile cui ma anche di alterarle. È quanto si verifica nel
è agganciato il nostro ricordo. In mancanza di questi romanzo di Orwell sia a livello collettivo, attra-
punti di riferimento la datazione dei nostri ricordi verso le direttive del partito, sia a livello indivi-
può essere molto imprecisa, il che contribuisce a smi- duale attraverso l’uso di interrogatori oppressivi
nuire la loro “fedeltà”, sino a suscitare in noi stessi che mirano a “riprogrammare” e “rieducare” la
dubbi sull’affidabilità di alcuni eventi della nostra
vita, come vedremo nel prossimo capitolo.

False memorie
Winston, il protagonista di 1984, il celebre romanzo
di George Orwell che descrive con un mondo cupo e
privo di libertà, viene sottoposto a un “interrogatorio
politico” da parte di O’Brien che fa parte del sistema
di potere assoluto esercitato dal “Grande Fratello”. Il
potere implica che i ricordi della gente siano “allinea-
ti” con le interpretazioni del regime, in modo che non
vi siano conflittualità tra memorie individuali e la
“memoria storica” imposta dal Grande Fratello. A un
certo punto, nel corso dell’interrogatorio condotto da
O’Brien, Winston comincia a dubitare della veridicità
dei propri -reali- ricordi mentre presta sempre più
fiducia ai “fatti” –immaginari e grotteschi- che gli
vengono presentati come realtà:

“L’Oceania è in guerra con l’Estasia. Ricordi, adesso?”


“Sì”.
“Undici anni fa, tu hai inventato una storia su certi
uomini, tre erano, che furono condannati a morte per tra-
dimento. Tu ti sei messo in testa di aver venduto un pezzo
di carta che provava, invece, la loro innocenza. Un tal
pezzo di carta non è mai esistito. Tu l’hai inventato e in
seguito sei stato indotto a crederci come a una cosa vera.
Ricordi, ora, il momento in cui hai formulato l’invenzione
per la prima volta? Ricordi?”
“Sì”
O’Brien tese le dita della mano sinistra, tenendo nasco-
sto il pollice.
“Ci sono cinque dita. Vedi cinque dita?”
“Sì.”
E le vide, infatti, per un attimo, prima che mutasse la
scena che si presentava in quale punto alla sua mente. Il cinema e la memoria - Locandina del thriller ricavato
Vedeva cinque dita e non c’era nessuna deformazione. 5 dalla storia dello strangolatore di Bel Air

5 George Orwell 1984. Mondadori, Milano 1981 pp. 287.


6 M. Kundera, Il libro del riso e dell’oblio, Adelphi Milano 1980, pp. 13-14.

Chora N. 16, Settembre 2008


albErto olivErio 71

vittima, convincendola che la sua memoria è erra- per primo e chi stende il verbale vi enuncia alcuni
ta. Ma senza giungere agli estremi descritti da dei punti-chiave della sua testimonianza, ritenen-
Orwell, è possibile che qualcosa di simile accada do di aiutarvi a fissare la vostra deposizione nel-
nella realtà, che noi riteniamo che alcuni nostri l’ambito di una trama ben precisa: “Il colpevole
ricordi siano reali –mentre in realtà non lo sono- era un ragazzo di media statura, capelli castani,
oppure che ciò che ci viene riferito a proposito di occhi scuri, giubbotto jeans. Il ragazzo aveva
un qualche avvenimento modifichi la memoria che un’espressione provocatoria e ha colpito con un
noi abbiamo di quel fatto? È insomma possibile pugno la vittima che è caduta a terra, battendo la
che la memoria sia molto -o totalmente- infedele? fronte”. Il poliziotto, normalmente, non dovrebbe
Questo tema, al centro della teoria psicoanaliti- agire in questo modo in quanto, dandovi una trac-
ca, è stato affrontato dallo stesso Sigmund Freud cia verbale dell’accaduto, altera la vostra memoria
nel 1897 quando il padre della psicoanalisi si sof- visiva: le parole hanno il potere di generare
fermò sul significato dei ricordi di presupposti un’immagine del colpevole e della scena del crimi-
traumi e violenze sessuali risalenti all’infanzia del ne che compete con l’immagine che ne avevate e la
paziente. Freud, inizialmente, ritenne che questi sposta dalla vostra memoria. Lo stesso meccani-
ricordi che affioravano sotto ipnosi o nel corso smo può modificare non soltanto memorie visive
dell’analisi, fossero veritieri e che bisognasse ma anche olfattive o gustative. Se dopo aver
prestare loro fiducia; ma in seguito egli giudicò assaggiato un vino (ed esservene fatta una memo-
che si trattasse di confabulazioni fantastiche e ria gustativa) ascoltate la descrizione di quel vino
che le memorie dei –presupposti- abusi sessuali fatta da una terza persona, c’è il rischio che il
risalenti all’infanzia fossero in realtà delle vostro ricordo venga pregiudicato: il linguaggio
“memorie schermo”, distorsioni o proiezioni che, ha il potere di sostituirsi a una parte del vostro
attraverso immagini visive “inventate” raffigura- ricordo gustativo o visivo. Altrettanto avviene
vano i desideri o i conflitti inconsci del paziente quando la descrizione di un fatto specifico viene
oppure facevano in modo di non fronteggiare filtrata attraverso le conoscenze generali che
quanto sui era realmente verificato. Ad esempio, abbiamo sui tipi di dinamiche in cui ricade quel
secondo Freud il riaffiorare di (false) memorie fatto: nell’ascoltare la descrizione che ci viene
relative a (presunti) abusi sessuali nel corso del- fatta siamo portati a “correggere” inconsciamente
l’infanzia poteva dipendere da non esplicitate o gli errori che cogliamo in quel racconto e a codifi-
esplicitabili pulsioni erotiche nei confronti della care la descrizione di quel fatto in modo “rivedu-
persona responsabile del presunto abuso. to e corretto” , lo alteriamo rispetto alla realtà. Un
Freud non chiarì mai in che modo l’analista amico, ad esempio, ci racconta in modo dettaglia-
potesse separare le memorie reali o attendibili da to l’incidente che gli è capitato mentre usciva dai
quelle false o “di schermo” mentre altri studiosi cancelli dello stadio insieme ai tifosi della squadra
della psiche hanno cercato di separare queste due
diverse componenti dei ricordi. Uno degli studi
più approfonditi è stato effettuato dallo psicologo
inglese Frederic Bartlett che si è servito di un’anti-
ca leggenda indiana che ben si presta a interpreta-
zioni e proiezioni soggettive: Bartlett raccontò
questa storia a un gruppo di volontari che doveva-
no raccontarla nuovamente in diverse occasioni.
Egli notò che i partecipanti a questo esperimento
non si attenevano alla storia: ne omettevano parti,
adottavano “scorciatoie”, inserivano parti che più
che altro rispecchiavano le loro aspettative e valu-
tazioni individuali. Man mano che passava il
tempo, la storia si modificava e veniva “contami-
nata” da ricostruzioni che non erano tanto dovute
a dimenticanze quanto a modifiche. Servendosi
dei risultati di questo e di altri studi, Bartlett ne
dedusse che molte memorie sono ricostruzioni
immaginarie del passato che rivelano le aspettati-
ve di chi ricorda e le sue conoscenze generali,
“regole” che vengono applicate a fatti specifici.
Senza ricostruzioni, aspettative e regole, cioè
senza un canovaccio su cui disporre i singoli ricor-
di, questi si presentano come eventi fluttuanti,
imprecisi e confusi. Ciò implica che le memorie
possono essere ricostruzioni immaginarie del pas-
sato? Il ricordo può essere completamente defor-
mato o indotto ad arte?

Quanto sono affidabili le testimonianze?


Per affrontare questo aspetto della memoria con-
sideriamo un classico caso della realtà quotidiana:
immaginate di essere testimone di un crimine e di
ascoltare un secondo testimone che fornisce una
descrizione verbale di quell’avvenimento. Il
secondo testimone viene ascoltato dalla polizia Marguerite Yourcenar

Chora N. 16, Settembre 2008


72 Quanto è vEritiEraEStabilElamEmoria?

locale: “La partita era appena finita e mentre i tifo- che le condizioni in cui si erano svolti gli omicidi
si dell’altra squadra lanciavano mortaretti per erano diverse dalla realtà ma, date le sue caratte-
festeggiare la vittoria io e i soliti amici siamo usci- ristiche psichiche, anche il ruolo svolto dalla poli-
ti dai cancelli della curva nord per raggiungere i zia poteva aver “alterato” i suoi ricordi.
parcheggi. Appena usciti ci siamo imbattuti in un Anche cittadini “onesti”, sostenne Loftus, possono
gruppo di tifosi dell’altra squadra…”. È probabile avere la testa piena di falsi ricordi. Se, per esempio,
che nel visualizzare la descrizione fattavi dal- una persona vede un individuo sospettato di omici-
l’amico abbiate corretto, senza stare a farlo notare, dio con occhiali e capelli lisci e poi qualcuno parla
la “curva nord” con “curva sud”, poiché è da quel- dei “capelli ricci” del sospetto omicida, nel maggior
l’uscita che escono sempre i tifosi della vostra numero dei casi il testimone “ricorda” un colpevole
squadra. La correzione non verrebbe invece dai capelli ricci, generalmente senza occhiali. Così,
apportata da un tifoso di un’altra città o da chi in altri esperimenti sulla memoria dei testimoni, i
non conosce la situazione e le regole dello stadio particolari forniti da altre persone potevano conta-
che frequentate normalmente. È un esempio bana- minare il ricordo: i testimoni potevano esser indotti
le, ma in numerose situazioni la nostra mente a ricordare capannoni che non avevano mai visto, a
“corregge” autonomamente le cronache parlate o trasformare automobili gialle in rosse e, soprattutto,
scritte di un fatto particolare quando è esperta di a modificare le testimonianze sulla base del modo in
quella realtà. In altre parole, la conoscenza della cui venivano loro presentata la situazione. Ad esem-
situazione induce inferenze sul modo in cui rece- pio, testimoni oculari possono valutare più grave un
piamo l’informazione e la codifichiamo sotto incidente d’auto quando viene loro richiesto come le
forma di memorie. due automobili si sono “fracassate” anziché “urtate”
Il fatto che la nostra memoria possa venire in quanto diverse parole possono evocare diversi
ingannata in modi diversi implica che le testimo- livelli di gravità dell’incidente.
nianze non sono affidabili? La risposta a questa Se la manipolazione verbale di un ricordo può alte-
domanda, che riveste una notevole importanza rare la memoria dell’ascoltatore, la manipolazione
per diversi aspetti della vita quotidiana e sociale, delle memorie visive ha un effetto decisamente supe-
non è né si né no: dipende dalle circostanze e dal riore, come indicano alcune recenti ricerche sugli
modo in cui la testimonianza viene raccolta e effetti di contaminazioni e falsificazioni di “docu-
orientata. Per affrontare questo tema, partiamo da menti” fotografici, attuate attraverso semplici softwa-
una delle prime ricerche effettuate in questo re, ormai a disposizione di tutti: in particolare, come
campo da Elisabeth Loftus, una psicologa della hanno indicato gli psicologi cognitivi, le false imma-
Washington University 7 . La Loftus era partita da gine che si riferiscono alla nostra infanzia possono
un famoso caso giudiziario degli anni Settanta generare false memorie, essere cioè incorporate nella
che, a quei tempi, era ben noto come “il caso dello memoria autobiografica e convincerci che un partico-
strangolatore di Bel Air”. Dopo una serie di delit- lare evento si è veramente verificato. Le immagini,
ti che avevano tenuto in scacco la polizia di Los infatti, possono ingannarci più delle parole, ad esem-
Angeles, lo “strangolatore” era stato finalmente pio più di un racconto con cui si cerca di impiantare
arrestato e aveva confessato di aver strangolato nella mente di una persona una falsa memoria. Anni
numerose donne californiane e due donne dello or sono, una delle maggiori studiose della memoria
Stato di Washington. Lo strangolatore, tale autobiografica, Elizabeth Loftus, ha fatto un esperi-
Kenneth Bianchi, sembrava però poco affidabile: a mento in cui dei volontari dovevano leggere delle sto-
volte diceva di aver strangolato una vittima sul
sedile della propria automobile mentre il cugino,
Angelo Buono, guidava. Ma in seguito disse di
ricordare di essere entrato in una casa e di aver
visto il complice che strangolava la donna.
Un’altra volta raccontò agli avvocati e agli psi-
chiatri che lo interrogavano che non era ben certo
di essere stato lui a strangolare le sue vittime e che
aveva l’impressione di aver tratto i particolari che
“ricordava” dai verbali e dagli interrogatori della
polizia. Bianchi mentiva? Era uno psicopatico
affetto da turbe della memoria? Simulava per otte-
nere l’infermità mentale? Venne chiamata in causa
Elisabeth Loftus, che aveva già una notevole fama
nel campo della memoria, e le fu chiesto se era
possibile che la memoria dello “strangolatore”
vacillasse e che un assassino dimenticasse una
serie di omicidi. La psicologa rispose che una tale
possibilità era tutt’altro che remota “in quanto la
memoria di chiunque può essere manomessa”. Il
caso suscitò notevoli polemiche e la Loftus precisò
in seguito che in casi simili bisogna tenere conto
di vari fattori legati sia alla personalità individua-
le sia alle condizioni in cui è stata resa la prima
testimonianza. Nel caso specifico, Bianchi presen-
tava indubbiamente disturbi della personalità che
potevano più facilmente “convincerlo” del fatto Joseph LeDoux

7 E.F. Loftus, Eyewitness testimony. Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1979.

Chora N. 16, Settembre 2008


albErto olivErio 73

rie della loro infanzia scritte da membri della propria distanza di mesi sia su memorie di tipo associativo che
famiglia: una di queste, d’accordo coi parenti, era falsa su vere e proprie memorie di tipo cognitivo, cancellan-
e narrava, ad esempio, di quella volta in cui il volonta- do parte dei ricordi già registrati, indica che la memo-
rio, da bambino, si era perso in un supermercato. ria è suscettibile di rimaneggiamenti e rielaborazioni.
Interrogati su questo “evento” della propria infanzia, Oggi non si parla tanto o soltanto di “consolidamento”
circa 1/3 dei volontari ne “ricordava” numerosi partico- della memoria, cioè di una codifica stabile dell’espe-
lari, ovviamente indotti dalla propria fantasia. Oggi un rienza, ma di “ri-consolidamento”, un continuo proces-
esperimento simile è stato condotto utilizzando foto so di rimpasto della memoria che è tutt’altro che
manipolate, fornite da parenti compiacenti, d’accordo obbiettiva.
cioè con lo sperimentatore. Una delle foto più utilizza- Il ri-consolidamento viene considerato come una stra-
te riguardava un’improbabile ascensione in un pallone tegia per integrare i nuovi apprendimenti nelle espe-
aerostatico, effettuata nella prima infanzia dal gruppo rienze precedenti che sono soggette a ristrutturazioni,
familiare: in questo caso più della metà delle persone come hanno indicato Joseph LeDoux e Karim Nader
sottoposte al test si è convinta di aver effettuato quel Susanne Sara in una serie di risultati sperimentali che
viaggio ed ha aggiunto, nel “ricordarlo” una serie di hanno indicato come la memoria non sia una fotografia
particolari, congrui con la situazione ma totalmente stabile del passato. Nei classici esperimenti sul blocco
inventati… del consolidamento della memoria da una fase labile a
una stabile, gli animali ricevevano un’iniezione intrace-
Memorie ristrutturate rebrale di un antibiotico al termine della seduta di
Gli studi più recenti sulla memoria indicano come i apprendimento: quando l’inibitore della sintesi protei-
ricordi non siano soltanto instabili ma vengano anche ca veniva somministrato immediatamente dopo l’espe-
continuamente ristrutturati, come mostrano le ricerche rienza questa non veniva consolidata: la somministra-
condotte dallo psicologo Larry R. Squire sugli effetti zione dell’antibiotico era invece inefficace quando essa
dell’elettroshock. È ben noto che questo trattamento, avveniva alcune ore dopo, cioè quando aveva avuto già
usato ancora dagli psichiatri in casi di grave depressio- luogo il processo di consolidamento. Nader e LeDoux
ne nervosa, ha un effetto negativo sulla memoria hanno invece dimostrato che se gli animali, dopo aver
umana e animale. Se esso viene somministrato subito consolidato una particolare esperienza o stimolo, sono
dopo un’esperienza, prima cioè che avvenga il consoli- nuovamente sottoposti a una breve esperienza simile a
damento della memoria a breve termine nella forma a quella precedente e subito dopo vengono iniettati con
lungo termine, si verifica un’amnesia retrograda, viene l’antibiotico, il ricordo è in buona parte cancellato: in
cioè cancellato il ricordo di quell’esperienza in quanto altre parole la loro memoria da stabile diventa instabi-
l’elettroshock disturba i fenomeni elettrici che caratte- le quando essi rivivono la prima esperienza8. Il termine
rizzano la memoria a breve termine e questa non si con- ri-consolidamento sta perciò a indicare che l’atto di
solida. Squire ha però indicato come l’elettroshock non ricordare qualcosa rende la traccia mnemonica flessibi-
agisca soltanto sul processo di consolidazione della le, soggetta a rimanipolazioni e ristrutturazioni.
memoria, cioè sulla trasformazione da memoria breve a La memoria, quindi, anziché essere stabile è dinami-
memoria lunga, ma anche sulle memorie già consolida- ca, il che getta un ponte tra biologia e quelle “terapie
te. Ciò contraddice in qualche misura un vecchio della parola” che sostengono che focalizzarsi su alcune
dogma sul consolidamento della traccia della memoria: esperienze traumatiche sia essenziale per poterle modi-
infatti, gli psicobiologi ritenevano che, una volta conso- ficare, per ri-consolidarle in forma accettabile. Negli
lidata, la memoria non potesse essere più turbata da esseri umani, suggerisce Erik Kandel9, la terapia della
quei trattamenti, come l’elettroshock, che provocano un parola ristrutturerebbe le esperienze rivissute, così
dissesto dei fenomeni elettrici che sono alla base della come avviene per la memoria degli animali, suscettibi-
memoria breve e da cui si passa alla memoria a lungo le di cambiamenti quando essi rivivono un’esperienza
termine. Il fatto che l’elettroshock agisca anche a già nota.

8 Nader, K. Memory traces unbound, Trends in Neuroscience 26, 63, 2003.


9 Kandel E. Psichiatria, psicoanalisi e nuova biologia della mente. Raffaello Cortina, Milano 2007.

alberto oliverio (Catania, 1938) è uno dei più importanti neurobiologi italiani


ed è conosciuto al grande pubblico per la sua intensa attività divulgativa. Dopo
essersi laureato nel 1962 a Roma in Scienze naturali, ha lavorato in diversi cen-
tri di ricerca italiani e stranieri, tra cui il Karolinska Institutet di Stoccolma (dal
1964 al 1965), l’Università di California a Los Angeles (dal 1965 al 1967), il
Jackson Laboratory del Maine (Usa). È stato direttore dell’Istituto di
Psicobiologia e psicofarmacologia del CNR di Roma dal 1976 al 2002 e docente
di Psicobiologia presso la facoltà di Scienze della Sapienza, Università di Roma.
Si interessa, in particolare, dei rapporti che intercorrono tra lo sviluppo e il fun-
zionamento cerebrale e i fattori genetici e dei processi di apprendimento e
memoria. Ha, inoltre, elaborato un modello che spiega la dinamica dello stress.
Fa parte del comitato editoriale di numerose riviste scientifiche e collabora al
Corriere della Sera, al Messaggero e alla rivista Mente e Cervello. È autore di circa
400 pubblicazioni scientifiche e numerosi libri, tra cui ricordiamo: Il tempo ritro-
vato: la memoria e le neuroscienze, Theoria, Roma, 1990; Ricordi individuali, memo-
rie collettive, Einaudi, Torino, 1994; L’arte di ricordare, Rizzoli, Milano, 1998;
Memoria e oblio. Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003; Le età della mente (con Anna
Oliverio Ferraris), Rizzoli, Milano; Istruzioni per restare intelligenti. Rizzoli,
Milano 2005; Come nasce un’idea. Rizzoli, Milano 2006.

Chora N. 16, Settembre 2008


74 lo Spazio dElla mEmoria

lo spazio della MeMoria:


il senso del MoviMento e i ricordi in azione
intervista ad alain Berthoz

college de France - paris


a cura di MassiMiliano cappuccio, eMiliano trizio, Martino incarBone, lodovica Maria zanet

Premessa: spazio, memoria, immaginazione gli studiosi di fenomenologia e i ricercatori impegnati sul
[Chora] Professor Berthoz, leggendo i suoi libri, e ascol- terreno delle scienze sperimentali, e quali sono stati i
tando le Sue lezioni al College de France, siamo rimasti motivi del suo personale percorso di ricerca e della sua
colpiti dal modo in cui le ha affrontato il tema della maturazione professionale che l’hanno spinto ad avvici-
memoria, esibendo la stretta relazione che esso intrattiene narsi a una prospettiva come quella husserliana, di matri-
con la facoltà dell’orientamento nello spazio. Abbiamo ce trascendentalista e incarnata.
constatato altresì la presenza, nel Suo discorso, di fre-
quenti riferimenti alle antiche arti della memoria, basate [Alain Berthoz] Il progetto interessante del movimento
sul principio della costruzione (o “emulazione”) di una delle scienze cognitive consiste precisamente in un avvici-
spazio immaginario artificiale e sulla conseguente asso- namento tra, da un lato, le neuroscienze e, dall’altro, l’in-
ciazione dei contenuti mnestici ai luoghi e alle regioni con- sieme delle scienze e delle discipline umane e sociali che
tenute in questa architettura di finzione. Le domande che hanno come oggetto il funzionamento delle facoltà più
vorremmo rivolgerle sono dunque incentrate sul rapporto semplici e di quelle più elevate del cervello umano.
di stretta implicazione che sembra sussistere tra le facol- Rispetto a ciò, la collaborazione tra gli specialisti delle neu-
tà della memoria, dell’immaginazione e dell’orientamento roscienze e della psicologia sperimentale e i filosofi è uno
nello spazio. degli elementi essenziali di questo programma. Fin da
quando abbiamo creato questo programma e fin dal primo
1. Una domanda introduttiva, relativa alla Sua bio- grande convegno orientativo, che ho presieduto negli anni
grafia intellettuale e professionale: le neuroscience e ‘80 e che ha tentato di definire in Francia l’ambito delle
la fenomenologia scienze cognitive, è stato chiaro che la collaborazione, il
Professor Berthoz, attraverso alcuni brillanti saggi, e confronto delle teorie e delle idee tra le scienze del cervel-
poi con l’insegnamento presso il College de France, Lei ha lo e i filosofi erano uno degli assi fondamentali. Perché la
offerto anche al pubblico dei non specialisti un’importan- fenomenologia nell’ambito degli approcci nelle scienze
te occasione per apprezzare la ricchezza di un approccio cognitive?
transdisciplinare dedicato alla Almeno in Francia, i primi par-
comprensione dei meccanismi tner filosofici degli psicologi e dei
della mente. In particolare nel suo neurologi che si sono interessati a
lavoro è possibile constatare la fondare questo movimento sono
presenza di un confronto attento e stati i nostri amici e colleghi appar-
minuzioso con la filosofia e con i tenenti alla scuola della filosofia
saperi umanistici. Pensiamo in analitica. Cioè i primi che, quindici
particolare all’ultimo saggio che o vent’anni fa, hanno lavorato in
Lei ha pubblicato presso Odile Francia con i neurofisiologi e i mate-
Jacob, Phenomenologie et philo- matici che hanno voluto creare que-
sophie dell’action, che si è giova- sto movimento sono stati Pierre
to della collaborazione di un Jacob, Dan Sperber, François
grande fenomenologo già da Recanati (che è un linguista), che
tempo impegnato sul terreno delle erano una testa di ponte delle scuo-
neuroscienze, Jean-Luc Petit. le di filosofia analitica americana
Questo saggio prosegue una tradi- (vorrei peraltro precisare, all’inizio
zione di interazione tra le scienze di quest’intervista, che non preten-
naturali e la fenomenologia che è do di essere un filosofo). Alla secon-
da tempo viva in Francia (pensia- da corrente, che è stata nostro par-
mo ad esempio al libro-dialogo tner dal lato della linguistica, appar-
tra Paul Ricoeur e Jean-Pierre tengono degli studiosi come
Changeux, La natura e la regola, Alain Berthoz Jacques Mehler che erano anche
pubblicato in Italia da Raffaello loro, in fondo, delle teste di ponte
Cortina, nella collana Scienza e Idee). Vorremmo chieder- della grammatica generativa, in un momento in cui, in
le, sulla base della sua esperienza e dell’orizzonte teorico Francia, la linguistica era orientata piuttosto verso la diver-
nella quale si muove la sua ricerca scientifica, quali siano sità delle lingue ecc. Durante i primi dieci anni abbiamo
le prospettive per una interazione profonda tra le scienze avuto delle interazioni assai scarse con i fenomenologi. In
cognitive e la fenomenologia; quali istanze conoscitive sostanza, con l’eccezione di Jean Petitot, matematico ma
abbiano determinato un progressivo avvicinamento tra filosofo per passione e per vocazione e di Francisco Varela,

Chora N. 16, Settembre 2008


alain bErthoz 75

che non era neanche lui un filosofo ma un neurofi- abbiamo riunito tutte le tendenze su questo argomento2. In
siologo eccezionale, non abbiamo avuto molta eco. numerosi ambiti del pensiero, della scienza e della cultura,
Soltanto recentemente si è verificato questo avvici- dominava questa visione astratta. Credo che una parte
namento con dei fenomenologi. della disattenzione iniziale per gli approcci fenomenologi-
Per me tutto è cominciato con l’apparizione del mio libro Il ci sia stata dovuta in parte a questo. A ciò si aggiunge un
senso del movimento1 che ha suscitato l’interesse di almeno due certo disprezzo (che io ho percepito) nei confronti dell’ap-
fenomenologi: da una parte, Jean-Michel Roy e, dall’altra, proccio fenomenologico, giudicato come fondamental-
Jean-Luc Petit, specialisti di Husserl, che, ciascuno a modo suo, mente triviale e aneddotico come la folk-psychology. Poiché
fin dall’apparizione de Il senso del movimento mi hanno propo- io lavoro sull’azione e sulla percezione e poiché sono stato
sto delle collaborazioni su questo argomento. Mi hanno spie- tra coloro che, a partire dai dati sperimentali, hanno sco-
gato che ero un fenomenologo inconsapevole e che le idee che perto a qual punto l’azione giochi un ruolo essenziale nella
ho sviluppato ne Il senso del movimento erano una formulazio- percezione, era naturale che mi avvicinassi alla fenomeno-
ne che si avvicinava alle idee fenomenologiche. È vero che ero logia. Oggi la battaglia è in parte vinta, tutti parlano di
stato molto influenzato dagli scritti di Sarte e di Merleau- embodiment, d’incarnazione, del corpo in atto, di sistemi
Ponty. In realtà, a parte questi sviluppi recenti che mi hanno specchio; ma non era così dieci anni fa!
riguardato personalmente, c’era e c’è un bisogno profondo Un’altra ragione che corrisponde al mio percorso perso-
d’avvicinamento tra la fenomenologia e le scienze cognitive, nale è che sono stato ammesso all’esame di maturità di filo-
poiché la filosofia analitica, e credo che la mia posizione sia sofia nello stesso momento dell’esame di matematica e
nota, parte da un presupposto teorico che accorda una premi- sono passato perché ho avuto molta fortuna. Una mia cugi-
nenza al linguaggio e alla logica, mentre le neuroscienze e la na mi ha fatto leggere l’Etica a Nicomaco di Aristotele. È suc-
psicologia moderna hanno rivelato fino a che punto, come cesso che, per un colpo di fortuna inaudito, all’orale di filo-
dice Faust, “in principio non era il verbo, ma l’atto” (che è la sofia il professore mi ha domandato se avessi letto l’Etica a
prima frase che ho messo nel mio libro Il senso del movimento). Nicomaco. Ho detto di sì e mi ha interrogato. Era uno dei
Le scoperte delle neuroscienze moderne hanno rivelato pochi filosofi che avessi letto. L’altro filosofo che ho letto
che non c’è percezione passiva, che il cervello proietta le molto all’epoca dell’Ecole de mine, è Merleau-Ponty, per-
sue intenzioni, che l’atto è all’origine di una selezione delle ché era uno dei pochi che potessi comprendere (sono uno
informazioni ecc. quindi che non si poteva sperare di spirito semplice…). Ho letto molto La struttura del comporta-
costruire un programma scientifico sulla comprensione mento ecc., ma anche le opere di Cassirer (che non è un feno-
del cervello unicamente con una teoria filosofica che dava menologo) man mano che sono state pubblicate presso le
come fondamento, in ultima analisi, il linguaggio o la logi- Editions de Minuit (sapete che è stato pubblicato molto tardi)
ca, mentre bisognava anche cercare, e si badi che ho detto e Sarte, di cui ho letto molte cose e soprattutto la teoria delle
“anche”, il fondamento delle funzioni cognitive più eleva- emozioni; eppure non conoscevo per nulla l’opera di
te nell’atto e nel vissuto. È questo ribaltamento di paradig- Husserl, avevo letto gli epigoni. Quindi ho avuto, in fondo,
ma che è stato necessario. una cultura naif da filosofo naif grazie alla lettura di filoso-
Ma vi sono motivi ancora più profondi. Penso che il ven- fi come Sartre, Merleau-Ponty, Cassirer. Ho sempre letto e
tesimo secolo, e, in particolare la sua seconda parte, sia riletto i libri di Merleau-Ponty, perché ci ho sempre trovato
stato dominato, in Francia soprattutto, da un pensiero stra- un’eco rispetto ai lavori che facevamo sul comportamento
ordinariamente astratto in tutti i campi (ma è una vecchia e la percezione; it was ringing in my brain, leggevo delle frasi
storia, visto che si dice che la Francia è cartesiana, ecc.). In e qualcosa risuonava nel mio cervello. È un processo un po’
matematica ciò risulta evidente dalla vittoria di Hilbert su strano che avviene alla frontiera tra le discipline.
Poincaré, con il notevole successo della matematica assio- Vi racconterò un aneddoto per farvi vedere l’impatto
matica contro l’approccio di Poincaré che ancorava la geo- che hanno avuto dei fenomenologi come Merleau-Ponty
metria nei movimenti, nelle sensazioni muscolari. Persino sui neurologi. Un giorno ero in Giappone e bevevo un tè
Einstein diceva: “Poincaré ha ragione, bisogna ancorare la con un grandissimo neurofisiologo, Hideo Sakata, che è
geometria all’esperienza sensibile”. Ma ciò è vero anche stato il primo a scoprire nella corteccia parietale dei neu-
nel teatro: si vede dominare il teatro della parola contro il roni che codificano la forma degli oggetti. In generale,
teatro del corpo vissuto. Per un rinnovamento del corpo era una proprietà conosciuta per i neuroni della corteccia
sensibile al teatro, avevamo nominato al Collège de France inferotemporale, proprio in fondo alla catena di ricostru-
Jerzy Grotowski, che aveva del resto il suo teatro in Italia. zione degli oggetti. Sakata mi disse: «le faccio vedere
Era uno dei grandi rappresentanti di quest’altra concezio- qualcosa». Estrasse un libro di Merleau-Ponty e mi
ne del teatro che è il teatro delle emozioni (come Strehler, mostrò un paragrafo che aveva sottolineato. Quindi
anche lui a voluto farne la sintesi e, in Francia, dei grandi disse: « ciò è stato predetto da Merleau-Ponty, ed è
registi di teatro come Marianne Mnouchkine, che rappre- Merleau-Ponty che mi ha dato l’idea dell’esperimento:
sentava Shakespeare con la messa in scena di Kabuki e che sono stato un allievo di Merleau-Ponty, perché sono
ha voluto recuperare il teatro dell’emozione, del corpo vis- venuto in Francia e ci ho passato due anni, e ho seguito i
suto di contro al teatro della parola). Ma ciò è vero anche corsi di Merleau-Ponty. Un giorno, rileggendo il suo
in economia, dove ha dominato una concezione della libro, ho avuto l’idea di questo esperimento.»
modellizzazione basata sulla razionalità, sull’uomo che si Quindi vi è una ragione profonda, teorica, ma non sono
poteva rappresentare con dei processi logici. Lo stesso è sicuro che si possa dire che c’è un avvicinamento progres-
successo, sempre in Francia, con la psicoanalisi. Si manda- sivo tra i fenomenologi e gli specialisti di scienze speri-
vano i bambini autistici dagli psicoanalisti e si accusava la mentali. La mia sensazione è che si andasse a interrogare il
madre morbosa di avere dei deficit di comunicazione ver- cervello di un certo numero di psicologi, di neuroscienzia-
bale, quando la causa è in realtà genetica, anche se dei fat- ti, in particolare in Francia, ci si renderebbe conto del fatto
tori psicosociali possono forse risultare aggravanti. Per che, come per caso, hanno letto dei lavori di fenomenologi,
modificare questo punto di vista ho organizzato presso il ma è un’indagine che resta ancora da fare. Ciò è vero in par-
Collège de France un grande convegno sull’autismo in cui ticolare di quei fenomenologi che hanno scelto di parlare

1 A. Berthoz, Le sens du mouvement, Odile Jacobe, Paris: 1997. Trad. It : Il senso del movimento, Mc Graw-Hill, Milano1998.
2 Si veda, A. Berthoz ed. L’Autisme, de la recherche à la praitique, Odile Jacob, Paris: 2005.

Chora N. 16, Settembre 2008


76 lo Spazio dElla mEmoria

un linguaggio comprensibile, poiché non è così per tutti i Ho tenuto ben due corsi su questi temi al Collège de
fenomenologi. Potrebbe essere interessante per la vostra ricer- France. Qualche hanno fa ho tenuto un primo corso
ca vedere non solamente cosa ha determinato un avvicina- sui fondamenti cognitivi della geometria: questo ben
mento progressivo, ma anche in quale misura un linguaggio prima di pubblicare il mio libro sul «Senso del movi-
oscuro di un certo numero di filosofi, esegeti della fenomeno- mento», ma anche prima di conoscere Jean-Luc Petit e
logia, abbia impedito il contatto con gli scienziati. In effetti, di lasciare che egli mi iniettasse massicce dosi di filo-
per fare questi accostamenti interdisciplinari, bisogna comun- sofia husserliana. In questo corso avevo sostenuto, al
que fare dei compromessi; non bisogna trincerarsi in una fra- pari di Poincaré e di Einstein, che i fondamenti della
seologia che fa sì che non si possa comunicare con una cultu- geometria non potevano trovarsi negli aspetti pura-
ra comune, e questo è uno dei problemi. Un altro problema mente assiomatici delle teorie, ma piuttosto che i fon-
che esiste in Francia, di cui forse siete a conoscenza, un pro- damenti cognitivi della geometria andavano rintraccia-
blema importante anche se oggi, forse, meno cruciale, è che, ti nell’esperienza vissuta, negli atti e nei meccanismi
quando abbiamo dato vita al movimento delle scienze cogni- cerebrali di quella che io chiamo ora la perc-azione,
tive, circa quindici anni fa, i giovani filosofi che volevano fare ovvero la cinestesi interpretata in senso lato, l’azione
una carriera in filosofia erano formati soprattutto negli studi del corpo proprio sul suo mondo ambiente (Umwelt).
di storia della filosofia. Cioè si proponevano loro delle tesi sul Avevo dunque iniziato con il proporre questa idea e,
giovane Heidegger, il dal momento che non
vecchio Kant, ecc. e non sono né una geometra
sugli oggetti mentali. Si né tanto meno un filo-
richiedeva loro insomma sofo, quello che avevo
non di filosofare sulle fatto era stato di correre
funzioni cognitive, ma un rischio. Avevo invi-
un lavoro da storici della tato un matematico e
filosofia. Non so se sia geometra molto famo-
così in Italia, ma in so, Bernard Teissier3, il
Francia questa era la dif- quale mi aveva detto
ficoltà. Io ero al consiglio una cosa che mi aveva
dell’Ecole Normale fatto molto piacere:
Supérieure, dove abbia- «Berthoz ha ragione,
mo avuto dei dibattiti quando mi trovo
interessanti a questo pro- davanti a una lavagna e
posito e, fortunatamente, voglio spiegare una for-
all’ENS, per esempio, e mula, talvolta un gesto
presso un certo altro permette di comunicare
numero di altre cattedre il messaggio altrettanto
di filosofia, poco a poco si bene di quanto lo possa
è potuto dare spazio a fare una formula». E fin
giovani filosofi che qui ero contento, ma
hanno preso come ogget- Attivazioni neuronali durante le saccadi oculari egli poi aveva aggiun-
to della filosofia il funzionamento del cervello (hanno corso to: «Il mio cervello di primate parla al cervello da pri-
un rischio). Ciò ha prodotto forse anche dei riavvicinamenti mate del mio collega e gli spiega il teorema», quanto a
con la fenomenologia. Quindi, in tutto ciò, ci sono degli aspet- dire che Teissier ammetteva sì che a un livello prima-
ti teorici, ma anche degli aspetti che riguardano la politica e la rio l’azione e il gesto potessero in un certo senso tra-
sociologia della scienza. smettere un messaggio, ma che egli riconosceva anche
che lo spirito del matematico fa soprattutto riferimen-
2. Categorie ed esperienza, tra prima e terza persona to a quell’universo astratto del quale parla anche
I suoi esperimenti dedicati ai riferimenti ego/allocentrici Alain Connes4. Sapete che Alain Connes ha una con-
della codifica spaziale hanno segnato un decisivo passo in cezione molto platonica della matematica. All’epoca
avanti per la comprensione della categorizzazione a livello aveva dunque preso avvio un dibattito estremamente
cognitivo. Ci sembra inoltre che questi dati possano essere interessante sui fondamenti cognitivi della geometria
interpretati nell’ottica della dottrina fenomenologica delle che aveva dato conseguentemente vita a una serie di
cinestesi, intese come sequenze di adombramenti intenzio- riunioni chiamate “GeoCo” e animate sia da Jean
nali possibili che sono alla base della costituzione dello spa- Petitot sia da Giuseppe Longo presso l’Ecole Normale
zio intersoggettivamente condiviso. È allora possibile par- Supérieure. Questa serie di riunioni sono poi sfociate
lare di un meccanismo biologico che sia alla base della cate- in un libro5 che riunisce i contributi dati in quella
gorizzazione intellettuale dello spazio geometrico, inteso sede. Devo proprio a Giuseppe Longo il fatto di avere
come spazio astratto delle operazioni logiche superiori, potuto apprendere molto su questi problemi, in parti-
oppure è unicamente al progresso scientifico e intellettuale colare su ciò che concerne le discussioni su quell’intui-
che dobbiamo le categorie euclidee? Che ruolo gioca, a suo zionismo francese che ebbe Largeault tra i suoi rap-
avviso, la percezione del corpo proprio e dei suoi confini presentanti. Lo scorso anno accademico ho invece
somatosensoriali per quanto riguarda la costituzione dello tenuto un corso sullo spazio nel quale ho affrontato di
spazio puro della geometria, con le sue relazioni metriche volta in volta ognuno dei problemi evocati in questa
esatte e le sue forme idealmente perfette? In che misura le sede – ed è perciò molto difficile rispondere in cinque
neuroscience ci autorizzano a parlare di “fondamenti cogni- minuti a tutte le domande, dunque l’unica cosa che si
tivi delle scienze geometriche”? può fare è di dare risposta a una o due di esse.

3 Bernard Teissier è un matematico francese contemporaneo, impegnato tra l’altro nel centro di ricerca della Equipe Géométrie et
Dynamique dell’Institut Mathématique de Jussieu (Paris).
4 Matematico francese attualmente professore al Collège de France.

Chora N. 16, Settembre 2008


alain bErthoz 77

Concentriamoci allora su di un caso classico, quello del- corso dell’ontogenesi. Sapete che Piaget ha formulato
l’orientamento nello spazio. Quali tipi di memoria sono l’ipotesi che il bambino cominci con una comprensione
chiamati in causa e quale tipo di strategie cognitive ven- topologica dello spazio per passare solo in un secondo
gono coinvolte? momento a nozioni di tipo euclideo. Al giorno d’oggi noi
stiamo lavorando con dei matematici sull’idea che, in real-
Grazie ai dati fornitici dal brain imaging, dalla neurofisio- tà, non si debba nemmeno opporre l’acquisizione della
logia e dalla neuropsicologia, e in particolare grazie alle geometria euclidea astratta alla pura percezione cinesteti-
ricerche che facciamo con le équipes di Roma (Prof. ca del corpo, e che il cervello possa funzionare facendo
Pizzamiglio, Prof. Guariglia) e di Chieti (Prof. Commiteri e implicitamente riferimento a geometrie che non sono geo-
Prof. Galati) oggi sappiamo che il cervello manipola e metrie euclidee bensì geometrie loro affini. Personalmente
gestisce lo spazio con almeno due meccanismi, i quali sono ritengo di poter affermare – anche se compiendo questa
da una parte meccanismi di natura ego-centrata e, dall’altra, affermazione mi sbilancio sicuramente su una posizione
meccanismi di natura allo-centrata. Che cosa significa que- un po’ troppo radicale – che le geometrie che l’uomo è
sta affermazione? Se io chiedessi al lettore di questo artico- capace di inventare non siano altro che quelle “nelle” e
lo di ricordarsi del percorso compiuto dalla propria abita- “con” le quali funziona il suo cervello, non essendo dopo
zione fino all’ufficio, egli potrebbe svolgere questo compi- tutto il cervello altro che una parte del mondo fisico: oggi
to adottando determina- le ricerche portate avanti
te strategie cognitive. nel mio laboratorio e nei
Può ricordarsi i movi- laboratori con i quali col-
menti del proprio corpo, laboriamo hanno
le associazioni di questi appunto la tendenza a
movimenti con degli rimettere in discussione
indici visivi, degli inci- che il cervello si basi
denti, degli episodi solo su un tipo di geo-
(memoria episodica); ciò metria euclidea.
chiama in causa in modo È dunque chiarissimo
ego-centrato la compo- che ciò che voi chiamate
nente vissuta, i movi- la soggettività corporea
menti del corpo, le cine- e il vissuto dell’atto
stesi: è questa la strategia siano modalità essenzia-
che preferiscono le li di percezione dell’im-
donne, ma che è anche la maginazione, di memo-
prima strategia ad essere rizzazione dello spazio,
Attivazioni cerebrali associate all'esecuzione della memoria di
utilizzata dai bambini, perfino di percorso
come ci hanno mostrato sequenze di saccadi ocualari apprese come nuove (A) o già famigliari (B) mentale nei «palazzi
gli studi di Piaget. Vi è tuttavia anche una seconda strate- della mente», come dicono Frances Yates e Mary J.
gia cognitiva, quella che rende possibile al medesimo letto- Carruthers. Sappiamo però che vi sono strutture implica-
re di individuare il proprio tragitto ricostruendolo sulla te sull’altro versante: quello della creazione di una geome-
carta, cosa che egli fa ogni volta che debba per esempio tria astratta. Noterete che sto evitando il termine “rappre-
progettare le proprie vacanze. Oggi sappiamo che ci sono sentazione” – da buon merleau-pontiano! Malgrado tutto,
appunto queste due differenti strategie cognitive: l’una che lo scarto tra il concreto vissuto cinestetico e la costruzione
si fonda sul vissuto considerato in relazione ai movimenti di un’idealità astratta resta comunque per me un mistero.
corporei, l’altra contraddistinta dal passaggio a ciò che
potremmo chiamare una astrazione, una prospettiva dal Quale spazio hanno occupato questi temi nei Suoi
basso, un cambiamento del punto di vista che permette di lavori più recenti?
progettare il ritorno e che è a mio avviso (e senza alcun
dubbio) uno dei fondamenti cognitivi della geometria, per- Pensiamo al libro su «Fenomenologia e fisiologia del-
mettendo appunto di manipolare lo spazio, di mutare l’azione6» scritto con Jean-Luc Petit. Esso è nato nel
punto di vista, di individuare uno short-cut. Sappiamo che seguente modo: per cinque anni Jean-Luc ed io abbia-
queste due strategie utilizzano nello stesso tempo sia aree mo organizzato degli atelier nei quali fisiologi, matema-
cerebrali comuni sia sistemi cerebrali differenti. La strate- tici, filosofi, etc. hanno avuto modo di intervenire sui
gia ego-centrata ricorre a un’area parieto-frontale che, per differenti aspetti del tema “azione” come l’anticipazio-
esempio, si riscontra essere lesa nei casi di deficit spaziali ne, i modelli interni, i punti nei quali sembrava esserci
tanto studiati dai nostri colleghi italiani: strutture coinvolte sintonia con la proposta fenomenologica di Husserl. A
sia nella percezione del corpo proprio sia nella costruzione un certo punto abbiamo deciso di iniziare a lavorare
della rappresentazione corporea, etc. L’altra strategia coin- insieme sul tema della cinestesi, tema che io non cono-
volge strutture di tipo diverso come l’ippocampo e le aree scevo, ma che Petit conosceva invece molto bene. Ho
temporali. Nel nostro cervello adulto noi abbiamo dunque esposto il metodo di ricerca da noi seguito nell’introdu-
compresenti questi due meccanismi che sono dati sì insie- zione al testo: Petit preparava dei testi che non erano
me, ma anche in competizione. Basta provare a consultare tanto di Husserl quanto piuttosto di un Husserl letto ed
una cartina mentre si guida un’auto per rendersi conto che interpretato da Petit, me li sottoponeva e io reagivo. Si
è possibile utilizzarli entrambi contemporaneamente. è fatto, sul modello degli Changeux-Connes / Ricoeur-
Non vi è dunque opposizione, bensì complementarietà: Changeaux7, un testo-dialogico nel quale mi era data la
la sfida della scienza contemporanea sta nel tentare di possibilità di reagire e di protestare. Sono intervenuto
comprendere in che modo questo processo si generi nel soprattutto sul problema dell’idealità, perché nutrivo

5 Si veda G. Longo (a cura di), Géométrie et Cognition, in «La Revue de Synthèse», n. 124 (num. speciale), Editions de la rue d’Ulm,
Paris 2003.
6 A. Berthoz, J.-L. Petit, Phénoménologie et physiologie de l’action, Odile Jacob, Paris 2006.

Chora N. 16, Settembre 2008


78 lo Spazio dElla mEmoria

molte resistenze nel lasciarmi trascinare in questo salto


verso il trascendentale e verso l’ideale, anche se i nostri alain Berthoz, Il senso del movimento, (trad. dal
confronti-scontri sono poi stati notevolmente smussati pra e., rodighiero a.), Mcgraw-hill companies,
grazie alla sapiente mediazione del nostro editore, 1998, ISBN-13: 9788838637087, € 25,50
Odile Jacob. Questo punto, al quale anche Lei faceva
riferimento, è dunque un cantiere aperto, nessuno oggi Il senso del movimento, sostiene
ha una risposta. Ciò non toglie che si tratti di un magni- l’autore di questo libro, è una
fico soggetto di dibattito, a partire dal fatto che ognuna sorta di sesto senso che è in grado
delle parole di cui si componeva la Sua domanda di anticipare ciò che sta per acca-
potrebbe essere sottoposta a critica. dere nella realtà dello spazio cir-
In primo luogo, non vi sono spazi puri in geome- costante. Il nostro cervello non è
tria. Pensiamo al libro, che amo particolarmente, di dunque un calcolatore che si
Gilles Châtelet, Les enjeux du mobile8: esso mette pre- adatta al mondo esterno, funzio-
cisamente in dubbio la possibilità di uno spazio na piuttosto come un simulatore
puro, schierandosi su posizioni riconducibili a quel- in grado di escogitare ipotesi,
le di Poincaré: il movimento si trova al fondamento creare modelli e inventare solu-
di ogni geometria. In secondo luogo, non vi sono zioni che proietta sul mondo.
relazioni metriche esatte: una parte della geometria Questa ipotesi “filosofica”, che via via si arricchisce
di Alain Connes, la geometria non commutativa, è di implicazioni che mettono in evidenza la prodigio-
una geometria che avvicina la geometria alla fisica sa architettura del cervello, viene presentata dall’au-
statica. Oggi vi sono dunque nuove frontiere tra geo- tore come una proprietà fisiologica, per cui diventa
metria e probabilità. di fondamentale importanza comprendere da un
punto di vista scientifico i meccanismi che sono alla
Un aspetto interessante è quello dell’implicazione della base del funzionamento del cervello e in particolare
strategia ego-centrata nella costituzione di un sapere geo- quelli direttamente legati al senso del movimento.
metrico.

Si tratta di un punto di fondamentale importanza. Per mostrarlo alcuni lavori degli antropologi, che noi non
esempio, nell’ippocampo si trovano dei neuroni detti abbiamo anche nelle strutture del sistema visivo una
«neuroni di posizione (neurons de place)». Questi neuroni si organizzazione neuronale innata che renda il cervello
attivano quando il topo, forse anche la scimmia, si trovano capace di operare un’analisi astratta delle proprietà del
in un luogo, in un posto del mondo ambiente. Alcuni mondo. Per esempio, le ricerche fatte nel nostro laborato-
hanno così avanzato l’ipotesi che sia l’ippocampo il fonda- rio dal Dr. Jacques Boulez mostrano che il cervello del-
mento di quel che si chiama «mappa cognitiva»: ipotesi l’uomo ha delle griglie d’analisi le quali fanno sì che egli
che prende il nome di «cognitive map»9. ricerchi la simmetria. Alla base di questo ruolo senza
Solo che questa selettività spaziale dei neuroni dell’ippo- dubbio fondamentale dell’esperienza vissuta corporea
campo non può né darsi né dirsi acquisita a meno che il stanno dunque dei meccanismi innati che rendono possi-
topo non si sposti nell’ambiente. Lo stesso accade per altri bile un tipo di analisi astratta.
neuroni che sono stati scoperti da una decina d’anni appe- Il gioco tra le due dimensioni coincide con l’oggetto
na, detti «neuroni di direzione» (les neurons de direction de la delle neuroscienze contemporanee. Non si tratta più di
tête). Questi neuroni hanno una primaria importanza, li si un dibattito tra scuole di pensiero: senza dubbio alcuno il
ritrova in tutta una serie di strutture ed essi non si attivano cervello possiede contemporaneamente entrambe le pro-
se non quando la testa dell’animale si orienta in una certa prietà. Molte ricerche sullo sviluppo del bambino mostra-
direzione dello spazio, indipendentemente dal luogo nel no per esempio che vi sono degli operatori – considerati
quale l’animale si trovi in quel dato momento. Si tratta di da Piaget precoci sì, ma non poi così tanto – che sono in
una codifica in un certo senso perfettamente astratta, trat- realtà già presenti al momento della nascita anche se
tandosi di una bussola neuronale. ancora inutilizzati. Ciò significa che non è dunque per il
Darwin del resto l’aveva predetto dicendo che gli eschi- fatto che si manifestino tardi che alcune proprietà di
mesi devono sapere dove si trovano, e che nella nostra testa astrazione non debbano esistere già precocemente. Il
debba esservi qualche cosa che presiede a questa funzio- fatto che la manipolazione dei punti di vista e le manipo-
ne. Sappiamo del resto che, di notte e al buio, noi sappia- lazioni mentali delle quali abbiamo parlato suppongano
mo perfettamente come è orientato il nostro corpo. È dun- lo sviluppo della corteccia prefrontale, la quale non appa-
que un sistema basato non sui luoghi, ma sulle direzioni. re nella sua forma completa se non tra i sette e i quattor-
Ebbene, non è forse la stessa cosa che accade quando i dici anni (epoca questa nella quale fa appunto la sua com-
neuroni di direzione costruiscono (guardate come sono parsa il pensiero astratto), non vuol dire che questi ope-
prudente, non ho usato il termine «costituiscono», ma mi ratori non esistano, ma solo che è la corteccia prefrontale
sono invece espresso come i neurofisiologi) la loro geome- a permettere di porli in relazione.
tria a patto che il topo possa esplorare attivamente il terre-
no? Se il topo non può usare le proprie capacità cinesteti- 3. Lo spazio costruito nella memoria: questione di
che questi neuroni non hanno più le stesse proprietà. punti di vista
Sembra dunque che l’esplorazione attiva del mondo sia Vorremmo approfondire la nozione, da lei proposta, di una
uno degli elementi fondamentali della capacità di accede- memoria “topocinestesica”, che svolge un ruolo importante nei
re allo spazio. Ciò non vuol dire, come invece tentano di compiti visuo-spaziali di tipo egocentrico così come in quelli di

7 Per il primo punto si rimanda al seminario Sur la nature et le statut ontologique des mathématiques tenuto al CREA (Centre de
Recherche en Epistémologie Appliquée) dell’Ecole Polytechnique di Parigi. Per il secondo punto al testo J.-P. Changeux, P. Ricoeur,
Ce qui nous fait penser. La nature et la règle, Odile Jacob, Paris 1998.
8 G. Châtelet, Les enjeux du mobile: mathématique, physique, philosophie, Seuil, Paris 1993.
9 Cfr, J. O’Keefe, L. Nadel, The Hippocampus as a Cognitive Map, Oxford University Press, Oxford 1978.

Chora N. 16, Settembre 2008


alain bErthoz 79

tipo allocentrico. Gli esperimenti mostrano infatti che que- alain Berthoz, La scienza della decisione, (trad.
sto tipo di memoria si attiva quando viene chiesto a un sog- Federica niola), 2008, isBn 88-7578-007-2, € 28.
getto di ricostruire mentalmente un determinato tragitto
noto: l’attivazione risulta essere la stessa sia quando il sog- Le teorie della decisione sembra-
getto deve immaginare di attraversare l’itinerario in prima no a molti un ambito riservato a
persona, sia quando gli viene chiesto di orientarsi in uno matematici austeri, economisti,
spazio impersonale attraverso una prospettiva di “sorvo- psicologi fumosi e filosofi astrusi.
lo”. Questo particolare tipo di memoria sembra dunque Se è vero che l’intelligenza consi-
essere capace di operare l’interscambiabilità dei molteplici ste nell’elaborare un gran numero
punti di vista soggettivi, cosicché lo spazio famigliare al sin- di dati complessi per trarne con-
golo soggetto cognitivo deve essere pensato sempre come il clusioni semplici, allora il libro di
nodo virtuale di una serie infinita di prospettive potenzial- Alain Berthoz si adatta perfetta-
mente assumibili. Possiamo allargare questo discorso nella mente a questa definizione. La
direzione della successiva costituzione dello spazio inter- scienza della decisione ci offre una
soggettivo/interpersonale? È corretto affermare che lo spa- descrizione eccellente del funzio-
zio cartografico oggettivo all’interno dei quali interagiscono namento del nostro cervello come stratega e come
solidalmente i diversi soggetti cognitivi, sia il risultato di interprete dei contesti, una sintesi che permette di
una negoziazione tra percezione e immaginazione, resa pos- fare chiarezza su noi stessi e di comprendere meglio
sibile dalla memoria “topocinestetica”? il modo in cui agiamo. Le nostre preferenze e le
nostre avversioni, le nostre rappresentazioni e le
Per prima cosa grazie di aver sottolineato l’affermazione nostre speranze, il modo in cui percepiamo e ci muo-
che ho fatto relativamente alla memoria “topo-cinestesica”. viamo nel mondo: tutto concorre a farci prendere
Quando ho cominciato a lavorare a questo tema, otto anni decisioni ogni giorno, buone o cattive, decisioni che
fa, si parlava di “memoria topografica”. La memoria spa- sono altrettante scommesse sul futuro. Capire meglio
ziale era stata studiata soprattutto grazie a test di disegno ciò che ci spinge a fare una scelta piuttosto che un’al-
su carta o test quali il test di Corsi, cioè ancora con quelli che tra è in sé una piccola conquista di libertà. Ognuno
si chiamano “test de table”. Ho inventato questa espressio- potrà trovarvi qualcosa che lo riguarda rispetto alla
ne, semplicemente per render conto di questi due meccani- propria personalità.
smi che esistono allo stesso tempo nel cervello e nell’espe-
rienza comune, cioè il fatto che si possa ricordarsi di un per-
corso sia ricordando in maniera egocentrata la strada, i
movimenti, l’azione, gli episodi, sia il fatto che si possa farlo Una ipotesi che vorrei proporre e che ho già presentato nel
anche immaginando una cartina e prendendo un punto di mio libro su “La scienza della decisione” (pubblicato in Italia
vista allocentrato. Insieme al mio giovane collega medico da Codice, si veda box in queste pagine, NdR) e ripreso della
Simon Lambrey, abbiamo proposto una teoria, secondo cui parte sull’intersoggettività nel libro con Jean Luc Petit è
la memoria geocentrata della successione di avvenimenti appunto che nel mio cervello è presente un doppio di me
che noi incontriamo nel nostro percorso è una proprietà del medesimo. Quindi se volessi cambiare punto di vista, potrei
cervello e in particolare dell’ippocampo sinistro, mentre il immaginare di restare egocentrato, ma con il mio doppio,
cervello destro sarebbe maggiormente coinvolto nella senza per forza avventurarsi nello spazio astratto della carta.
visione globale dello spazio. Un grande interesse è accordato oggi alla questione dell’em-
Questa distinzione è stata proposta dallo psicologo S. patia. In particolare è interessante distinguere tra empatia e
Kosslyn che suggerisce che il cervello sinistro è coinvolto simpatia. Per noi la simpatia è il fatto di provare le emozioni
negli aspetti “categoriali” e il cervello destro negli aspetti altrui ma senza cambiare punto di vista. È il contagio emoti-
“metrici”. Oggi, è utile operare questa grande distinzione, vo. Come dire: tu piangi, io resto al mio posto, io piango. È
ripresa dall’autismo, dalla schizofrenia e dall’agorafobia. In quello che fa il bambino quando fa una imitazione senza
ogni caso, il problema maggiore con cui ci dobbiamo con- cambiare il punto di vista. Invece l’empatia è infinitamente
frontare è quello di sapere come il cervello manipola i più complessa, perché nell’empatia, la nostra ipotesi è che io
diversi referenziali ed effettua dei cambiamenti di punto di mi metto al tuo posto, e quindi cambio punto di vista, sia per-
vista. Piaget mostra, grazie al famoso esperimento delle tre ché posso avere una visione dall’alto, sia perché posso utiliz-
montagne che il bambino non è capace di cambiare punto zare il mio doppio per mettermi al vostro posto, e dunque io
di vista mentalmente, se non a partire da sette-otto anni. Il proverò gli stessi sentimenti che avete voi, ma con il vostro
cambiamento di punto di vista, è la capacità di sfuggire ad punto di vista sul mondo. Ciò significa che io percepisco il
un referenziale ego centrato. È un’azione mentale attraver- mondo come lo percepite voi, ed è per questo che io divento
so cui si colloca il proprio corpo nello spazio. La questione capace di percepire le vostre emozioni. Ma nell’empatia, farò
dei referenziali spaziali oltrepassa di gran lunga il proble- ciò restando al mio posto. E siamo anche capaci, proprio per-
ma limitato alla memoria spaziale. Essa è, a mio modo di ché restiamo al nostro posto, di non provare le emozioni che
vedere, una delle componenti fondamentali dell’intersog- provate voi. E questa è la tesi di Gerard Jorland.
gettività. Io ho proposto, nel libro di cui abbiamo parlato La questione dell’empatia è anch’essa di grande attualità
con Gerard Jorland su “L’empathie” (pubblicato in Francia perché non riguarda solamente la vita di tutti i giorni, essa
da Odile Jacob, si veda box in queste pagine, NdR) che que- è centrale nella psichiatria, è pertinente anche per questioni
sto meccanismo di cambiamenti dei punti di vista spaziali come la criminalità, il terrorismo, etc. Ma io penso che, in
sono coinvolti nell’empatia come avevano intuito alcuni realtà, la maggior parte degli articoli che oggi sono pubbli-
grandi filosofi tedeschi come Ficher. Lavoro attualmente cati sui grandi giornali scientifici che parlano di empatia
con molti gruppi di clinici in Italia, in ospedali dove si ria- siano delle imposture. Perché in realtà una parte degli studi
bilitano bambini affetti da infermità mentale motrice che vanno sotto il capitolo dell’empatia riguardano invece
(Cerebral Palsy). In realtà questi bambini hanno dei proble- il contagio emozionale. L’empatia è un processo dinamico
mi percettivi, e, io penso, una difficoltà a costruire una per- straordinariamente complesso, caratteristico dell’uomo,
cezione coerente del proprio corpo e delle sue relazioni con all’interno del quale si fanno cambiamenti di referente, si
il mondo e di manipolare i referenziali spaziali. È una viso- manipola la percezione di sé e dell’altro, cioè si costruisce
ne completamente nuova. l’intersoggettività.

Chora N. 16, Settembre 2008


80 lo Spazio dElla mEmoria

4. La memoria costruita nello spazio: tra biologia e cultura sono in grado di variare in età precoce le proprie categorie
Gli studiosi della memoria hanno costatato una differen- cognitive spaziali sulla base delle caratteristiche specifiche
ziazione delle modalità cognitive attraverso le quali questa del linguaggio che apprendono.
facoltà è stata sviluppata nelle diverse civiltà. In particola- Per quello che riguarda la visione, è certo che essa gioca un
re, se è evidente che i popoli alfabetizzati hanno preferito ruolo maggiore nelle nostre culture iconografiche, e senza
costruire nello spazio un’impalcatura cartografica per collo- dubbio spesso è un freno per risolvere dei problemi. Per
care l’edificio dei loro ricordi e delle conoscenze, è altrettan- esempio quando ho pubblicato il mio libro su “Il senso del
to vero che i popoli dell’oralità primaria, ad esempio i greci movimento”, sono stato contattato da un movimento france-
dell’epoca di Omero, hanno elaborato una concezione della se ispirato al pedagogo Lagarandrie che mi spiegò che era
memoria su basi sostanzialmente acustiche e ritmiche, visto giunto alla seguente conclusione: spiega la geometria ad un
che il principale metodo che essi possedevano per conserva- bambino, presentandogliela sotto forma di un disegno che
re i ricordi era la produzione musicale e poetica. Alla luce di assomiglia ad una sorta di mappa (si ritorna alla memoria
queste evidenze, fino a che punto possiamo spingere la vali- topografica); si constaterà che il bambino trova la risposta
dità di una rappresentazione meramente spaziale della immediatamente. Quando si presenta al bambino un dise-
memoria? Esiste una base transculturale, forse biologica e gno, esso attiva nel suo cervello alcune aree visuali, ma non
innata, per la facoltà della memoria spaziale, e in che modo gli permette di risolvere il problema. In seguito, lo invito a
la cultura può aver influito sul suo successivo sviluppo e sul “mettere il disegno sulla sua testa“; e allora il bambino trova
suo progressivo addestramento? Ritiene possibile che, in subito la risposta. La mia interpretazione di osservatore è la
qualche misura, la nostra stessa concezione scientifica della seguente: quando presentiamo il disegno, esso attiva nel cer-
facoltà della memoria sia influenzata dal primato che la vello del bambino aree visuali, ma non gli permette di risol-
nostra cultura ha da sempre attribuito al senso della visio- vere il problema. Mettendo invece il disegno sulla testa, egli è
ne per quanto riguarda la conservazione delle informazioni portato a riformulare la questione in altri termini, forse impli-
e dei saperi? cando la gestualità o alcune competenze motorie che consen-
tono di risolvere il problema facilmente. Si pensi qui ad
Non credo che l’oralità sia la questione primaria. Einstein che diceva “Passeggio sui fotoni”.
Prendete per esempio gli Irlandesi. Si sa che gli Inglesi Vi posso anche portare un esempio personale: ero una
hanno impedito loro di avere una storia scritta per 400 anni. frana in algebra, non riuscivo a risolvere le equazioni. Una
Di conseguenza, tutta la storia degli Irlandesi è stata tra- volta, c’era una domanda molto difficile - era una domanda
mandata attraverso i racconti e la loro musica. Questi rac- sull’intersezione tra un iperboloide e un paraboloide. I miei
conti di molte migliaia di parole che i bardi potevano rac- amici, che erano matematici, hanno risolto la questione con
contare senza cambiare una sola virgola, sono trasmessi di delle equazioni. Noi avevamo anche un metodo di risolvere
padre in figlio, di generazione in generazione, attraverso i il problema tramite la geometria descrittiva, facendo disegni
secoli. In questo caso, si può dunque dire che la tradizione secondo un metodo che consisteva nel prendere punti imma-
orale è fondamentale, ma che non necessariamente essa è ginari. Prendendo questi punti immaginari la soluzione
primitiva. Si dice che i popoli con tradizione orale non divenne semplice e riuscii a capire tutto con il mio cervello,
hanno Storia, ma sarebbe meglio dire che alcuni, i popoli che era incapace di risolvere le equazioni. Riguardo questi
oppressi, hanno una storia orale. Altri la conservano per il due esempi, si può effettivamente dire che la nostra cultura
mezzo della danza. Nei racconti come nella danza c’è la attribuisce alla vista una certa preminenza, ma che è necessa-
reale possibilità di spazializzare il discorso. Il fatto di non rio certamente completare e integrare la visione con altre stra-
comprendere il ruolo del linguaggio nella memoria dello tegie. È necessario considerare la topo-cinestetica in rapporto
spazio e la manipolazione dei punti di vista, è uno dei punti alla topo-grafia, è necessario riabilitare il corpo in azione, le
più deboli delle nostre ricerche attuali sullo spazio. cinestesi in tutti i sensi che la parola porta con sé.
Circa invece il secondo punto della vostra domanda, - esi- Recentemente il Premio Nobel della fisica Georges
ste una base transculturale e anche volendo biologica inna- Charpak ha lanciato un grande movimento “Le main à la
ta, della facoltà di memoria (spaziale) - io sarei tentato di pâte” che sostiene che sia necessario un apprendistato della
rispondere “si”, e si tratta di ciò che noi cerchiamo oggi gra- fisica attraverso la sperimentazione diretta, ma le persone
zie all’aiuto dei lavori più recenti fatti dagli antropologi fanno fatica ad accettarlo: è come per la fenomemologia, della
riguardo a questo tema. Consideriamo l’uso dello spazio quale si dice che sia triviale, che non sia altro che esperienza
per la strutturazione delle relazioni sociali, e leggiamo a vissuta. C’è voluto un premio Nobel per la fisica per accetta-
titolo di esempio gli scritti di Stephen Levinson sulle scim- re l’idea che la fisica possa essere insegnata attraverso l’espe-
mie. Questo grande psicologo ed antropologo ha posto rienza vissuta - e dunque l’azione, e non solamente attraver-
queste questioni confrontando i casi di popolazioni umane so la vista e le formule. In principio era l’azione.
di culture completamente diverse (dagli Olandesi agli abi-
tanti del Madagascar) e applicando gli stessi test sul cam- Jean-luc petit, alain Berthoz, Physiologie de l’ac-
biamento del punto di vista a cinque categorie diverse di tion et phénoménologie, odile Jacob, 2007,
scimmie per scoprire i punti comuni ad esse. Le sue conclu- isBn-13 9782738117410, € 36,80
sioni sono le seguenti, in maniera molto concisa: anche i pri-
mati non umani hanno espressioni proto-culturali e posso- alain Berthoz, gérard Jorland (a cura di),
no trasmettere da una generazione all’altra forme compor- L’empathie, odile Jacob, 2004,
tamentali complesse intersoggettivamente sviluppate e isBn: 9782738114853, € 27,00
condivise, ma gli esseri umani, a differenza delle scimmie,
alain Berthoz è uno dei più importanti neuroscienziati francesi. Studioso di motricità e di funzioni cognitive legate alla spazialità,
dal 1993 è professore di “Filosofia della percezione e dell’azione” al Collège de France, ed è membro dell’Accademia delle Scienze
parigina; dal 1989 dirige il Laboratoire de physiologie de la perception et de l’action (CNRS-Collège de France). Autore di numerosi artico-
li su riviste internazionali e quotidiani su temi legati al senso del movimento e più in particolare sulle diverse componenti della sua
percezione, esercita una intensa attività come conferenziere presso università e centri di ricerca di più di 20 paesi. In Italia ha pubbli-
cato il saggio Il senso del movimento (McGraw-Hill, 1998) e La scienza della decisione (Codice, 2008). È stato uno dei principali promoto-
ri in Europa di un avvicinamento tra le scienze cognitive e la fenomenologia e, insieme al fenomenologo husserliano Jean-Luc Petit,
ha prodotto un importante contributo che ben rappresenta questa sintesi, Physiologie de l’action et phénoménologie (Odile Jacob, 2004).

Chora N. 16, Settembre 2008


lorEnzo altiEri 81

coMe l’intervallo degli


alBeri Fra gli alBeri
Memoria, inconscio e oblio nella
fenomenologia di Merleau-ponty
di lorenzo altieri
università degli studi di napoli “Federico ii”
Avevo notato, un po’ discosti dal tratto di stra-
da a schiena d’asino che stavamo percorrendo, tre
alberi che dovevano segnare l’inizio di un viale
coperto e formavano un disegno su cui i miei
occhi non posavano ora per la prima volta (…).
Guardavo i tre alberi, li vedevo bene, ma dentro di
me sentivo che essi coprivano qualcosa su cui la
mia mente non riusciva a far presa (…). Non
erano che un’immagine staccatasi dal sogno della
notte precedente, del tutto nuova ma già così sbia-
dita da darmi l’impressione di piangere da molto
più lontano? Oppure li vedevo per la prima volta
e celavano dietro di sé come certi alberi, certi ciuf-
fi d’erba veduti dalla parte di Guermantes, un
senso altrettanto oscuro, altrettanto difficile da
afferrare quanto un lontano passato, in modo che,
sollecitato per loro tramite ad approfondire un
pensiero, io credevo di dover riconoscere un ricordo?
(M. Proust, All’ombra delle fanciulle in fiore)
può esaurirsi nel suo trattamento puramente neurolo-
gico? Oppure ci nasconde qualcosa di più? Che cosa
Incontriamo qui il punto più difficile, cioè il legame assicura la conservazione del ricordo attraverso il
della carne e dell’idea, del visibile e dell’ossatura interio- tempo e lo spazio? Perché alcuni ricordi antichi, a
re che esso manifesta o nasconde. Nessuno si è spinto più dispetto della loro lontananza, sembrano più vividi di
lontano di Proust nella fissazione dei rapporti del visibile altre memorie più recenti? Che ruolo giocano le sen-
e dell’invisibile, nella descrizione di una idea che non è il sazioni – e dunque la corporeità – nella riattivazione
contrario del sensibile, ma che ne è il risvolto e la di queste memorie? Approfondiamo questo tema
profondità. nella certezza che una descrizione fenomenologica
(M. Merleau-Ponty, Il visibile e l’invisibile) della memoria – un’analisi, cioè, della memoria come
vissuto in prima persona – possa avere il valore di
Sulla spinta di recenti scoperte in ambito neurologi- una guida anche per chi affronta il problema della
co, il tema della memoria ha riacquisito una grande memoria da un’angolatura completamente diversa,
attualità nel dibattito contemporaneo. Le ricerche ossia attraverso una descrizione naturalistica in terza
cognitive possono senz’altro gettare nuova luce sui persona. Ci concentreremo in particolare sulle rifles-
meccanismi neuronali che presiedono al funziona- sioni di Merleau-Ponty sull’oblio e sull’inconscio,
mento dell’apparato mnemonico e sono in grado di ancora inedite in Italia, accompagnate da quel grande
mostrarci, con crescente precisione, quale sia l’effetti- affresco poetico e fenomenologico della memoria che
vo coinvolgimento delle diverse aree cerebrali nella è la Recherche di Marcel Proust1.
conservazione dei ricordi. Tuttavia, il punto di vista I manoscritti merleau-pontiani sull’istituzione e la
che vogliamo assumere in queste pagine è diverso, e passività costituiscono a nostro avviso una delle più
si colloca in una prospettiva specificamente filosofica: profonde descrizioni di fenomenologia della memo-
che cosa può dirci la filosofia per quanto riguarda la ria. In queste pagine vorremmo riprendere quelle
struttura dell’esperienza del ricordo? Il “piccolo analisi cercando di mostrare, seppur per brevi tratti,
miracolo” della memoria, come lo definiva Bergson, come esse s’inseriscano nel più vasto progetto di
1 Peraltro le stesse neuroscienze sembrano accordare, proprio in questi ultimi tempi, un grande credito anche scientifico all’opera proustiana. E’ di
recente pubblicazione in America un volume intitolato significativamente Proust was a neuroscientist ad opera di Jonah Lehrer (2007). Il giovane scien-
ziato, fugando ogni sospetto d’ironia nel titolo, sostiene con convinzione che l’autore della Recherche (insieme ad altri grandi artisti del passato, da
Woolf a Cézanne) ha anticipato alcune fondamentali scoperte delle moderna scienza del cervello, giungendo a delle conclusioni che solo alcuni
recenti studi sui meccanismi della visione o sulle strutture del linguaggio sono stati in grado di confermare sperimentalmente. Ad esempio nel 2003
Rachel Herz, una psicologa della Brown University, ha dimostrato che gli odori e i sapori sono i più potenti evocatori di memorie (questa era, come
vedremo meglio nelle pagine seguenti, la tesi fondamentale dell’opera proustiana). Tale potere risiederebbe nella connessione diretta dei nervi gusta-
tivi ed olfattivi all’ippocampo, che pare essere il centro della memoria a lungo termine. Ma questo Proust non poteva saperlo.

Chora N. 16, Settembre 2008


82 comE l’intErvallo dEgli albEri...

“riabilitazione ontologica del sensibile” che ha occu- là dei fatti, immaginando variazioni eidetiche ed
pato Merleau-Ponty negli anni della maturità. Nel ispezioni dello spirito capaci di purificare le cose –
rievocare questo scenario filosofico vedremo che le ciò che Merleau-Ponty definisce come “un impossi-
indagini sulla memoria sono intrecciate a quelle sul bile lavoro dell’esperienza sull’esperienza che la
sogno, e che entrambe fanno parte a loro volta di un spoglierebbe della sua fattività come di una impuri-
fenomeno ancora più originario: la latenza, un con- tà” (Merleau-Ponty 1993, p. 132). Tale operazione –
cetto cardine nell’articolazione chiasmica del visibi- che ai nostri occhi appare come una vera e propria
le e dell’invisibile. perversione dell’esperienza (nel senso appunto di
Nel corso di questa esplorazione la figura di un’inversione del senso naturale) – è possibile, in
Proust, con cui Merleau-Ponty ha intessuto un dialo- linea di principio, solo ad una condizione: che si
go intensissimo, ci creda di poter uscire
accompagnerà lungo i dal mondo e di guar-
misteriosi viali della dare l’Essere dal di
memoria, tra filari di fuori. Merleau-Ponty
meli e siepi di bianco- è stato uno dei primi
spini. Questa passeg- pensatori a tentare di
giata diventerà allora ribaltare questo rap-
un vero e proprio porto, e nel lungo iti-
“invito al viaggio” nerario che va dalla
baudelairiano in quei Fenomenologia della
luoghi lontani in cui i percezione ai mano-
fiori più rari e gli scritti del Visibile e
odori diversi si l’invisibile egli ha
mischiano ai vaghi voluto operare un
sentori dell’ambra, in gesto radicalmente
quel paese che ci asso- anti-metafisico,
miglia, là dove tutto ancorando nell’oriz-
parla la lingua natale zonte prassico sensi-
dell’infanzia: “La bile la genesi del
parte di Méséglise con senso e dell’idealità.
i suoi lillà, i suoi bian- Questa nuova “archi-
cospini, i suoi fiordali- tettonica del sensibi-
si, i suoi papaveri, i suoi meli, la parte di Guermantes le” poggia sul corpo nella misura in cui il corpo
con il suo fiume popolato di girini, le sue ninfee e i suoi ne è sorretto: ecco il chiasmo originario che
bottondoro, hanno formato per me l’eterno volto del Merleau-Ponty chiama chair.
paese dove amerei vivere” (Proust 2006, I p. 224). Giungiamo così alla questione dello spazio e
della memoria. Lo spazio, leggiamo nel Visibile e
1. Il colore del tempo: per una riabilitazione onto- l’invisibile, è il rapporto della nostra carne e della
logica del Sensibile carne del mondo: pertanto dobbiamo ripensarlo
La tesi di fondo che ci piacerebbe provare è la alla luce di questo Essere carnale intessuto di sen-
seguente: le descrizioni merleau-pontiane del sogno sibile. Al posto della sublimazione a-topica della
e della memoria poggiano su un’unica idea, quella di metafisica tradizionale, Merleau-Ponty prova a
un inconscio sensibile il quale, nella sua dialettica col concepire qualcosa come una Intra-ontologia, un
visibile, costituisce la trama della realtà fenomenica. Essere inglobante-inglobato, dimensionale, oriz-
In poche parole, l’intento ultimo di Merleau-Ponty è zontale. Questo mondo, questo Essere da cui non
quello di gettare i lineamenti di una fenomenologia possiamo uscire, è al tempo stesso un universo di
dell’incarnazione in cui il piano dell’idea e dell’im- possibilità e di virtualità: non è fatto di puri ogget-
maginario sia radicato nel cuore stesso dell’esperien- ti o di mere attualità, ma è piuttosto una struttura
za sensibile. È per questo che, per quanto sorpren- ontologica che contempla molteplici varianti. In un
dente possa sembrare, egli non cercherà l’origine quadro così mobile e complesso s’inserisce la que-
della memoria nel Tempo, bensì nello Spazio. Il lavo- stione della memoria. Nella Fenomenologia della per-
ro cui si è dedicato negli ultimi anni della sua vita cezione il lontano spaziale e il lontano temporale
consiste fondamentalmente nel radicare l’idealità e il sono già pensati insieme; di più, si tratta d’imma-
pensiero logico-scientifico nel cuore del mondo-della-vita ginare il nostro radicamento spazio-temporale
pensato come carne; questo radicamento prende il come l’inverso di una onni-spazialità e di una
nome di chiasmo. Pertanto le essenze non sono la onni-temporalità della nostra coscienza carnale, la
“cosa” ultima, ma sono a loro volta prelevate su un finitudine come l’altra faccia dell’eternità: “Non si
essere “selvaggio” più originario, avvolto nella fatti- deve scegliere tra l’incompiutezza del mondo e la
vità ante-predicativa: rivelare questa verità fonda- sua esistenza, tra la presenza e l’ubiquità della
mentale non significa affatto ripiombare nel vecchio coscienza, tra la trascendenza e l’immanenza (…).
relativismo sofistico, bensì superare la tradizionale Ciò che bisogna comprendere, è che la stessa ragio-
dicotomia del fatto e dell’essenza. ne mi rende presente qui ed ora e presente altrove
Su questa separazione iniziale si è giocata gran e sempre, assente qui ed ora e presente in ogni
parte della storia della filosofia e ha potuto svilup- luogo e in ogni tempo. Questa ambiguità non è
parsi la metafisica come il pensiero di tale separa- un’imperfezione della coscienza o dell’esistenza,
zione. È per aver cominciato con questa antitesi, con ne è la definizione” (Merleau-Ponty 2005, p. 383).
la scissione del tempo e dello spazio, con la frattura Merleau-Ponty prova a mostrarci che, lungi dal-
tra il senso e il sensibile, che siamo in fondo condan- l’essere geometricamente distesi su una linea senza
nati a scegliere tra il mondo e il suo significato. Così sbavature, passato presente e futuro si mescolano
la filosofia ha ostinatamente cercato le essenze al di nell’intreccio della nostra esistenza.

Chora N. 16, Settembre 2008


lorEnzo altiEri 83

Un’impresa simile è stata tentata da Proust nella sua originaria dell’esistenza, che è già simbolica, anche
Ricerca del tempo perduto: attraverso l’evocazione dei durante la veglia. È particolarmente interessante
ricordi involontari e la distanza instaurata dall’oblio, che, come abbiamo anticipato, Merleau-Ponty anco-
egli ha cercato di dare corpo e forma sensibili al ri queste riflessioni nella dimensione spaziale e car-
Tempo2. Quasi come in un procedimento chimico, in nale della vita del soggetto; è per questo che, ad
cui un odore o un sapore particolare fungono da rea- esempio, il movimento verso l’alto nello spazio fisi-
genti e innescano una speciale reazione nel precipitato co e quello del desiderio verso il suo scopo sono
della nostra memoria, così il Narratore arriva a godere simbolici l’uno dell’altro, “perché esprimono
di epifanie estemporanee e sfuggenti, in cui quella rea- entrambi la medesima struttura esistenziale del
zione chimica riesce a far apparire, come in una cartina nostro essere come essere situato in rapporto con un
di tornasole osservata in controluce, il colore del Tempo: ambiente, e, come si è già visto, solo questa struttu-
“Odori ancora naturali, certo, e color del tempo come ra dà un senso alle direzioni dell’alto e del basso nel
quelli della vicina campagna, ma già casalinghi, umani mondo fisico” (Merleau-Ponty 2005, p. 373). Le
e claustrali, gelatina squisita, industriosa e limpida di diverse sfere dell’esistenza sensibile sono come
tutta la frutta dell’anno che ha lasciato l’orto per la attraversate da quelle che Binswanger chiama “dire-
dispensa” (Proust 2006, I p. 61). zioni di significato”, che danno senso ai sogni
Accanto a questa cristallizzazione del tempo delle intrecciandoli alla trama della vita dei sognatori –
cose, Proust aspira ad incarnare nei corpi dei perso- un senso che, appunto, non è un senso nozionale,
naggi il tempo degli uomini: i volti, gli sguardi, i ma una direzione dell’esistere di ciascuno 5.
lineamenti degli amici del Narratore saranno la rap- A questo punto, però, una volta ristabilita questa
presentazione stessa della temporalizzazione. con-fusione tra il sogno e la veglia, ci si potrebbe
Parimenti, Merleau-Ponty afferma: “Il corpo non è chiedere: chi o che cosa permette il passaggio a dop-
strumento ma organo, pertanto il tempo vi è incorpo- pio senso dal reale all’onirico? Il vero trait d’union,
rato, sedimentato e questo in virtù del fatto che esso insiste Merleau-Ponty, è il corpo – e non la coscien-
non è soltanto una massa di dati einmalig, ma una
struttura temporal-spaziale” (Merleau-Ponty 2003, p.
256). Inoltre, negli attori che sfilano sul palco della
Recherche si manifestano impressioni profonde, quasi
inconsce, che ne rivelano la natura prismatica e flui-
da. Ed è per questo che lo stesso Proust, in una cele-
bre intervista a Le Temps apparsa il 13 novembre
1913, alla vigilia della pubblicazione di Du côté de
chez Swann presso Grasset, accorda a definire la pro-
pria opera un “Romanzo dell’Inconscio” – non in
senso bergsoniano ma, diremmo noi, anacronistica-
mente, in senso merleau-pontiano3. Non a caso le
riflessioni di Merleau-Ponty sulla memoria si intrec-
ciano a doppio filo con quelle sui sogni e sull’incon-
scio: si tratta sempre di figure della passività che
insieme compongono un unico quadro, il ritratto
composito della nostra identità, che adesso dobbia-
mo cercare di ricostruire e comprendere.

2. La fiamma della veilleuse di vetro di Boemia: la


memoria del corpo tra sogno e veglia
A prima vista si potrebbe pensare che i sogni – e la
psicoanalisi – con la memoria non c’entrino poi
tanto. In realtà chiunque abbia con Freud una mini-
ma dimestichezza, non inquinata da pregiudizi e
resistenze di varia natura, può rendersi agevolmente
conto che le cose sono assai più complicate di come
sembrano. Il fenomeno onirico si presta in effetti ad
una descrizione fenomenologica molto interessante,
utile anche nell’ottica di una descrizione della
memoria e del suo funzionamento4.
L’intuizione merleau-pontiana consiste nel ribal-
tare il punto di vista tradizionale: il rebus onirico
non fa che rappresentare in altra forma l’ambiguità

2 “Le temps sensible”, prima di essere il titolo di una complessa monografia proustiana, erano le ultime parole del manoscritto della Recherche, poi
cancellate nell’ultima versione del romanzo (v. Kristeva 1994).
3 Ciò che ritorna nei personaggi, spiega Proust, sono delle “impressioni profonde, quasi inconsce”, le sole capaci di “riportarci le cose in un esatto
dosaggio di memoria e di oblio” e di farci “gustare la stessa sensazione in una circostanza affatto diversa, liberandola di ogni contingenza, donan-
docene l’essenza extratemporale” (Proust 1988, pp. 452-453).
4 Come è detto perentoriamente in un frammento del Visibile e l’invisibile: “Una filosofia della carne è condizione senza la quale la psicoanalisi rima-
ne antropologia” (Merleau-Ponty 1993, p. 278).
5 Sarebbe interessante confrontare queste intuizioni fenomenologiche di Merleau-Ponty con le analisi semantiche di certa Linguistica Cognitiva –
pensiamo soprattutto ai lavori sulla metafora di Lakoff e Johnson e alle loro descrizioni delle cosiddette “metafore d’orientamento”. Un tentativo,
molto esplorativo, è stato fatto da chi scrive (Altieri 2006).

Chora N. 16, Settembre 2008


84 comE l’intErvallo dEgli albEri...

za: “Dunque il corpo in quanto messa a punto percetti- presiede ai sogni e ai ricordi, all’onirico e al memo-
va, in quanto rapporto con delle situazioni di dramma, riale. Nelle note su Freud degli anni Cinquanta,
è il soggetto del sogno, e non la ‘coscienza immaginati- infatti, l’inconscio viene definito come “l’avere nel
va’” (Merleau-Ponty 2003, p. 196). In altre parole, la vita modo del non avere”: tali sono anche la memoria e il
percettiva e affettiva del soggetto corporeo produce suo doppio, l’oblio, intesi appunto come traccia,
senso nell’incontro coi fenomeni, ed è tale senso che sedimentazione, latenza, virtualità.
anima la scena onirica. Ciò non significa, ovviamente, Tale è anche il mondo della Recherche, in cui Proust
Sinngebung nell’accezione husserliana, poiché non è la celebra al contempo la seducente bellezza delle cose e la
coscienza che dà senso al mondo – meno che mai nel loro ineluttabile caducità. Ma cosa assicura il senso di
caso del sogno, che per definizione è assenza della queste pieghe nel tessuto, di queste tracce sul selciato?
coscienza: ciò significa che vi è un “campo del sogno” Il corpo, naturalmente: “il corpo è il nostro complesso
intessuto della stessa trama sensibile dell’esistenza6. originario, il complesso il nostro corpo secondario.
Allora l’inconscio diventa quasi un altro nome di Ricordarsi è ricordarsi della corporeità precedente e
quell’invisibile di cui è fatta la nostra vita, e che è il avere un corpo significa anche avere un passato della
modo di essere del Sensibile: ora e sempre, qui e in ogni corporeità: c’è un tempo del corpo, una struttura tem-
luogo. È per questo che Merleau-Ponty può dire che le porale della corporeità” (Merleau-Ponty 2003, p. 261).
“associazioni” della psicoanalisi sono in realtà dei Negli stessi termini Proust parla di una vera e propria
“raggi” di tempo e di mondo, là dove s’intrecciano i memoria del corpo, descrivendo così il celebre momento
ricordi e le percezioni: “Il percepito conserva e salva la del risveglio nelle prime pagine della Recherche: “E
nostra dualità, a cui Freud tiene e che egli crede di sal- prima ancora che il mio pensiero, esitante sulla soglia
vare mediante l’idea d’inconscio (a torto, perché il dua- dei tempi e delle forme, identificasse la casa mettendo
lismo inconscio-coscienza la sopprimerebbe rendendo una accanto all’altra le circostanze, lui – il mio corpo –
esplicito l’inconscio, creando due soggetti). Esso salva ricordava per ciascuna di esse il tipo di letto, la colloca-
‘ciò che l’anima conserva d’indomito e d’indistruttibile’ zione delle porte, l’esposizione delle finestre, l’esisten-
(indistruttibile: allusione a presenza di tutto il passato, za di un corridoio, e in più le cose che avevo pensate
memoria non centrifuga)” (Merleau-Ponty 2003, p. addormentandomi e ritrovate al risveglio (…); e il mio
213). L’invisibile – il non-visibile, ma anche il rimosso e corpo, il fianco sul quale ero appoggiato, custodi fedeli
il dimenticato, ossia l’invisibile pronto a rivelarsi – di un passato che il mio spirito non avrebbe mai dovu-
avviluppa l’apparire e ne costituisce in fondo la logica to dimenticare, mi ricordavano la fiamma della veilleu-
segreta. Al tempo stesso, esso è il sigillo della nostra se di vetro di Boemia, a forma d’urna, sospesa al soffit-
finitezza, della nostra spazialità e della nostra con-tin- to con delle catenelle” (Proust 2006, I p. 9).
genza carnale. Mentre per Husserl l’invisibile era una Abbiamo infine trovato il terreno comune su cui s’in-
vera e propria mancanza ontologica della cosa a fronte contrano il fenomeno onirico e quello mnestico, il
della pienezza della coscienza, per Merleau-Ponty, al sogno e il ricordo, la rimozione e l’oblio: si tratta
contrario, l’invisibile è la cifra dell’inesauribile ricchez- appunto di questo inconscio corporeo che lega insieme la
za di senso del sensibile nonché la forma stessa della trama concreta della vita di ciascuno. Per questo
nostra temporalità. Merleau-Ponty può affermare, in un testo inedito del
Così ogni percezione è, secondo la bella espressio- 1960: “Fenomenologia e psicoanalisi non sono paralle-
ne del filosofo, una “vibrazione del mondo”: essa le; anzi, ancora di più: esse si dirigono entrambe verso
tocca ben al di là di quello che tocca, e risveglia la medesima latenza” (Merleau-Ponty 2000, p. 283).
delle eco che diventano simboli, e poi ricordi. Ciò A questo punto dovrebbe essere chiaro in che termi-
accade perché le percezioni delle cose e degli even- ni la rilettura di Freud conduca Merleau-Ponty a ripen-
ti sono correlative di uno schema corporeo prassico e sare diversamente la fenomenologia del tempo e della
patico, fisico e affettivo, che organizza il dramma memoria. Il confronto con la psicoanalisi s’inserisce in
della vita secondo direzioni di senso diverse. In quel progetto più vasto di riabilitazione ontologica del
questa prospettiva l’inconscio non è che una moda- sensibile di cui parlavamo in apertura e che si configu-
lità della corporeità, del nostro essere-corpo. In una ra sempre più come una dialettica tra il visibile e l’invi-
nota del febbraio 1959 troviamo una definizione sibile. Il ricordo e l’oblio sono parte integrante di que-
quasi struggente di questo inconscio: “Questo sta dialettica, e Merleau-Ponty sentiva l’urgenza del
inconscio da cercare, non in fondo a noi, dietro la compito: “Una teoria della memoria è da realizzare,
nostra ‘coscienza’, ma davanti a noi, come articola- come quella della cosa e del sorvolo percettivo: non si
zioni del nostro campo. Esso è ‘inconscio’ per il capisce niente né della cosa né del ricordo se si riduce
fatto che non è oggetto, ma è ciò grazie a cui degli la cosa alla formula, alla legge di questo o quel materia-
oggetti sono possibili, è la costellazione in cui si le: ciò che è preso di mira. Il ciò che è solo la membrana
legge il nostro avvenire – L’inconscio è fra di essi dell’esistenza. E l’affermazione del passato nel suo
come l’intervallo degli alberi fra gli alberi, o come il modo proprio si confonde con quella di una memoria
loro livello comune (…). Sono questi esistenziali a del mondo, di un luogo dove tutto ciò che è stato non
formare il senso (sostituibile) di ciò che diciamo e di può ormai smettere di essere stato” (Merleau-Ponty
ciò che udiamo” (Merleau-Ponty 1993, p. 197). 2003, p. 247).
Poco a poco capiamo perché, nella riflessione mer-
leau-pontiana, il confronto con Freud è essenziale 3. Quella piccola conchiglia di pasticceria, così gras-
per introdurre un discorso articolato sulla memoria: samente sensuale: estetica ed erotica della memoria
l’inconscio che emerge in queste note è in fondo un In una nota tardiva dell’aprile 1960 Merleau-Ponty
altro modo di indicare quell’invisibile inteso in ulti- stabilisce una correlazione tra, da un lato, l’idea freu-
ma istanza come latenza. La latenza è in effetti un diana dell’indistruttibilità dell’inconscio e del passato
concetto cardine nella fenomenologia dell’ultimo e, dall’altro, l’idea di un superamento del concetto tra-
Merleau-Ponty: regione atopica, increspatura, piega dizionale (anche fenomenologico) del tempo come di
nella trama del sensibile, la latenza è appunto ciò che una serie di vissuti. Al suo posto bisognerebbe pensare
6 Un’analisi illuminante su questo punto si trova in Richir 1998.

Chora N. 16, Settembre 2008


lorEnzo altiEri 85

appunto la temporalità come una “architettonica” in fisico e sociale, allora saremo in grado di ritrovare il
senso proustiano, nella quale il corpo vivo, il Leib, ren- mio rapporto pratico e simbolico con il Sensibile. Come
derebbe possibile la giunzione fra i diversi livelli sensi- lo spazio incarna una determinata polarizzazione del
bili. Così, ad esempio, una fatica spossante provata nel mio schema prassico, così un evento è insieme espresso
presente – riflette giustamente Merleau-Ponty – può e iscritto in una certa postura del mio corpo: per questo
ricondurci al livello spazio-temporale delle fatiche del- la sintesi temporale non è operata da un supposto “io
l’infanzia, e restituirci quell’epoca della nostra esisten- penso” ma dal mio corpo stesso che è tale sintesi.
za. Il ricordo, insomma, si materializza sempre lungo il Pertanto ricordarsi di qualcosa “è ricordarsi del modo
filo del sensibile: non è mai una pura immagine rappre- in cui avevamo accesso a quella cosa. Abbiamo visto
sentazionale, ma coinvolge necessariamente la nostra che ciò avviene attraverso il corpo, dunque è ricordarsi
storia e la sua coloritura emotiva. di una certa maniera di essere corpo” (Merleau-Ponty
Nella sua rilettura del celebre Sogno premonitore di 2003, p. 252).
Freud (1899), il filosofo cita spesso la frase di Proust Ma come ci si ricorda di qualcosa come una “corpo-
secondo cui è sempre lo stesso cuore che ama e che reità precedente”? Ce ne si rammenta come di un pos-
serve per tutto, al fine di riaffermare ancora questa sibile del corpo attuale, risponde Merleau-Ponty: il pas-
“promiscuità” che costituisce l’essenza della nostra sato del mio corpo è presente a quello come il suo
coscienza e che fa la coesione della nostra vita. Se il avvenire, ossia, come una polarizzazione della sua
nostro inconscio stabilisce una connessione tra due per- possibilità. In ultima istanza, la presenza del tempo è
sone apparentemente diverse e distanti, non è per asso- carnale quanto quella dello spazio: ricordarsi, allora,
ciazione meccanica né per sintesi teorica, ma perché è proprio operare, nella trama del sensibile, la con-
evidentemente quelle persone evocano in noi due versione di un momento spaziale nella memoria di
momenti analoghi della nostra vita, due momenti in cui quel gesto. Come ci insegna Proust, la memoria del
la nostra corporeità è stata sollecitata in modi simili. Si corpo conserva il passato non alla maniera di una
crea così una zona sensibile che diventa matrice simbolica cronologia, ma attraverso delle regioni qualitative: “Se
e che crea un legame fra epoche distanti. Il soggetto sapori, odori, contatti, rumori di condotte d’acqua,
della memoria, ribadisce Merleau-Ponty, non è un movimenti degli alberi, la manipolazione di uno sti-
secondo io penso che agisce alle spalle del cogito valetto, madeleines, pavés, mediano una memoria
cosciente: questo pregiudizio proviene dalla supposi- autentica, è perché le percezioni marginali, pre-
zione per cui ci sarebbe bisogno di un atto sintetico che obbiettive, non distanti, quelle che ricoprono la
colleghi tra loro i momenti temporali e i ricordi. Per noi, coscienza più che esserne degli oggetti, tali percezio-
invece, si tratta di un soggetto corporeo, di un io patico ni esprimono il nesso carnale corpo-mondo (…): il
e prassico che ha vissuto un passato senza averlo per legame col passato si opera per generalità di struttu-
forza pensato. Bisogna dunque che ciò che non è più ra o per essenza alogica della percezione carnale (…).
continui ad essere nella forma della latenza, capace in Fondamento dell’associazione è la corporeità e più
ogni momento di riaffiorare tra le pieghe della nostra genericamente la prassi” (Merleau-Ponty 2003, p.
storia: “Ci vuole una presenza del passato che sia 255). Questo passaggio assai denso ci svela un’ulte-
assenza, bisogna che esso sia un certo tipo di assenza riore proprietà del Leib: il corpo che si muove e che
(…). Riassumendo, è necessario che esso non sia in sé e sente è il fondamento dell’analogia mnemonica. È nella
che non sia solamente per me, che non sia Vorstellung” carne viva della nostra corporeità che si annodano i
(Merleau-Ponty 2003, p. 252). Questo è uno dei punti legami mnestici in grado di stabilire delle reti senso-
chiave della fenomenologia della memoria proposta da riali attraverso lo spazio e il tempo.
Merleau-Ponty: il È in fondo quello
superamento di una che descrive appunto
teoria rappresentazio- Proust, e che ha il suo
nale che intende la esempio più perfetto
memoria come mero nel fin troppo famoso
stoccaggio di dati episodio della made-
discreti. leine: “E tutto a un
Ora, per compren- tratto il ricordo è
dere meglio il passato apparso davanti a
– e con esso la dina- me. Il sapore, era
mica memoriale – quello del pezzetto di
dobbiamo definire madeleine che la
diversamente il pre- domenica a Combray
sente: ecco un altro (perché nei giorni di
momento innovativo festa non uscivo di
dell’approccio merle- casa prima dell’ora
au-pontiano. Poiché il della messa), quando
passato è ciò che è andavo a dirle buon-
stato presente, non giorno nella sua
possiamo cogliere correttamente la modellizzazione camera da letto, Zia Léonie mi offriva dopo averlo
del “prima” se concepiamo l’“ora” in termini errati. Lo intinto nel suo infuso di tè o di tiglio. La vista della pic-
sbaglio più grande consiste di nuovo in una concezione cola madeleine non m’aveva ricordato nulla prima che
spettacolare e razionalistica della percezione e dell’esi- ne sentissi il sapore; forse perché spesso dopo di allora
stenza: in altre parole, non dobbiamo concepire il pre- ne avevo viste altre, senza mai mangiarle, sui ripiani
sente come un quadro statico, dotato di proprietà fisi- dei pasticceri, e la loro immagine s’era staccata di quei
che oggettive. Se al contrario immaginiamo il presente giorni di Combray per legarsi ad altri più recenti; forse
non come uno spettacolo dispiegato davanti ai miei perché, di ricordi abbandonati per così lungo tempo al
occhi, bensì come una variazione dinamica della mia di fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto s’era
presa sul mondo, come una certa postura del mio corpo disgregato; le forme – compresa quella della piccola

Chora N. 16, Settembre 2008


86 comE l’intErvallo dEgli albEri...

conchiglia di pasticceria, così grassamente sensuale quell’essere con cui abbiamo avuto a che fare”
sotto la sua pieghettatura severa e devota – erano scom- (Merleau-Ponty 1996, p. 202). Qui si afferma di
parse, oppure, addormentate, avevano perduto la forza nuovo la nostra appartenenza quasi spaziale al
d’espansione che avrebbe permesso loro di raggiun- tempo, quest’ultimo non essendo altro che un pas-
gere la coscienza. Ma quando di un lontano passato saggio del sensibile con il quale abbiamo sempre a che
non rimane più nulla, dopo la morte delle creature, fare. Parrebbe profilarsi una sorta di eternità dello
dopo la distruzione delle cose, soli e più fragili ma Spazio quale Essere di carne o anche, com’è detto in
più vivaci, più immateriali, più presenti, più fedeli, seguito, una simultaneità del tempo come coesistenza in
l’odore e il sapore permangono ancora a lungo, sé di presenti incompossibili. L’autentica eternità, allo-
come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, ra, è quella del sensibile: come visibile in atto e
sulla rovina di tutto, a sorreggere senza tremare – come visibile virtuale. Con una coerenza fenomeno-
loro, goccioline quasi impalpabili – l’immenso edifi- logica assoluta, Merleau-Ponty anziché ridurre la
cio del ricordo” (Proust 2006, I p. 58)7 . Proprio fenomenalità alla coscienza del tempo, deduce la
come per Merleau-Ponty, anche qui non è la coscienza del tempo dalla fenomenalità.
coscienza ad azionare la memoria, ma il corpo e i È in questo quadro teorico che s’inserisce quella
suoi sensi – in particolare il gusto e l’olfatto, non a che potremmo definire la fenomenologia di Proust: un
caso i sensi meno intellettuali e più “fisici”, i più universo, cioè, che celebra una vera e propria riabili-
sensuali, i più erotici. Un’estasi estetica ed erotica è tazione ontologica del Sensibile al modo merleau-
quella descritta da Proust nel momento folgorante pontiano. Si è parlato di un “platonismo” di Proust,
della rimemorazione, in cui “l’edificio del ricordo” il che sembrerebbe inficiare le nostre analisi. Ma non
viene issato in un istante da quell’antico sapore, e è corretto, avverte Merleau-Ponty, poiché le idee
riappare dal mare dell’oblio come le cattedrali evocate nella Recherche sono “senza un sole intelligi-
dipinte da Monet, acquose e irreali, suadenti e bile, e apparentate alla luce visibile: una membrana
immense nel tremolare cangiante della luce. del visibile. Essenze segrete, velate e svelate, ‘alogi-
Il problema della memoria appare dunque ribalta- che’ (Scheler), le une indirizzandosi al corpo estesio-
to: non sono più la logico, le altre al
conservazione dell’im- corpo libidinale”
magine o una retro- (Merleau-Ponty 1996,
spezione cosciente a p. 194). Si tratta
far sì che si formi un insomma di “matrici
passato. Il passato si simboliche”, “poli di
sedimenta nel corpo, vita carnale” che
sul corpo, così come i esprimono la presen-
ricordi si conservano za-assenza di un invi-
nell’oblio: è l’oblio a sibile che prende a
conservare, afferma prestito le proprie
Merleau-Ponty, non essenze ad un Visibile
già l’oblio assoluto, “più che empirico”.
naturalmente, bensì Nel mondo della
l’oblio come latenza, Recherche le idee e le
capace di evocare il essenze s’incarnano
passato grazie alle sue totalmente nei profu-
analogie col presente, mi, negli odori, nelle
un oblio insomma che sensazioni provate
scava il tempo attraverso le pieghe orizzontali del dal protagonista: è un’incarnazione assoluta, senza
sensibile. La concezione merleau-pontiana del pas- resto. È una metafisica completamente fagocitata dal
sato è quindi carnale come quella del presente. Lo Sensibile; l’Estetica come Filosofia Prima. Estetica
dimostra questo brano tratto da un corso del 1958: intesa nella sua duplice accezione di scienza del Bello
“Il passato non come ricordo puro (immateriale), né e dell’Arte e di scienza della Sensazione: nel mondo
come ricordo immagine (conservato o ricreato nel proustiano, “il vero, l’essenza non sarebbero nulla
presente), ma come passato-ombra, visibilità iscritta senza ciò che vi conduce. Vi è sublimazione, non
per sempre, carne divenuta essenza. Il passato è una oltrepassamento vero un altro ordine. Il λέκτον non
diversa invisibilità del visibile (c’è l’invisibilità di poggia su un λόγος indipendente dal ‘mondo esteti-
latenza presente: ciò che è dietro di me – Ciò che è co’” (Merleau-Ponty 2003, p. 90). Merleau-Ponty
tra i visibili). Il passato è ciò che è stato visto come giunge a parlare di “ricordo ontologico” in Proust:
una variante dello stesso essere col quale abbiamo come per il liceo di cui parla Heidegger, il cui sempli-
ancora a che fare o quest’ultimo come lo stesso di ce odore ci evoca memorie di gioventù, così nella
7 Come accennavamo nella nota iniziale, molte delle ricerche psicologiche recenti sembrano in effetti confermare questa teoria, al punto che gli stes-
si neuroscienziati sono giunti a parlare di un “principio di Proust”, secondo cui alcune percezioni sensoriali sono in grado di riattivare circuiti neu-
ronali connessi ai ricordi by-passando altre aree cerebrali. Come spiega Owen Flanagan, un esperto di teoria della mente (TOM): “Il ricordo è dispo-
sto in modo distribuito. Si attiva nel momento in cui le connessioni tra l’ippocampo e le varie aree su cui esso si proietta vengono rafforzate sulla
pressione, ad esempio, di una richiesta di ricordare. Una volta che il ricordo è predisposto e soprattutto dopo che è stato sollecitato, entra in gioco il
‘principio di Proust’. Il ricordo può essere riattivato tramite l’attivazione di ogni giuntura importante, quale ad esempio la forma o il colore di un
oggetto atto allo scopo, o anche un odore o un suono, senza che questa debba essere attivata direttamente dall’ippocampo” (Flanagan 1992, p. 19).
Questa teoria, aggiunge Flanagan, è credibile e assai illuminante, giacché spiega, ad esempio, perché alcuni vecchi ricordi possono sopravvivere
anche nel caso in cui l’ippocampo sia danneggiato o addirittura distrutto (il loro deposito è stato assicurato dalla neocorteccia).
8 In questo senso abbiamo provato a intendere anche il Cogito ermeneutico di Ricoeur e il suo homme capable: un uomo capace non solo di agire e di
donare, ma anche di ricevere – una capacità, appunto, intesa in senso quasi-fisico come capacità di contenere le molteplici forme dell’alterità e la varie-
tà inesausta dei fenomeni (Si veda Altieri 2004, in cui si trovano anche alcune delle analisi del testo proustiano qui riprese).

Chora N. 16, Settembre 2008


lorEnzo altiEri 87

Recherche i souvenirs ontologiques disvelano “un’unità 4. E quasi subito la riconobbi, era Venezia:
anteriore alla distinzione essenza-esistenza” (Merleau- l’oblio e il tempo ritrovato
Ponty 1996, p. 105). “La realtà si forma solo nella memoria”, dice
Per questo i ricordi germogliano negli interstizi di Proust, e Merleau-Ponty amava citare questa frase;
questa realtà sensibile, proprio come il vecchio cam- ma è vero anche il contrario, e cioè che la memoria
panile di Combray appare nell’intervallo degli alberi si forma solo nella realtà: realtà e memoria, perce-
di Méséglise: “Tutto il giorno lo passavo nella mia zione e ricordo sono i due nomi di una stessa dialet-
camera, che dava sul bel verde del parco e i lilla del- tica inscindibile. L’esperienza si forma nel ricordo,
l’ingresso, le foglie verdi dei grandi alberi in riva certo, ma è d’esperienza che il ricordo si nutre: le
all’acqua, scintillanti di sole, e la foresta di immagini, le sensazioni che animano i ricordi sono
Méséglise. Tutte queste cose, in fondo, le guardavo evocate da altre immagini, da altre sensazioni, in un
con piacere solo perché me dicevo: ‘È bello vedere gioco inesausto di rimandi, in cui il Sensibile river-
tanto verde dalla finestra della mia camera’, fino al bera se stesso e il proprio Senso. Non è un caso che
momento in cui nel vasto quadro verdeggiante non quando la realtà smette di parlarci, la memoria si
riconobbi – dipinto, invece, lui, d’azzurro cupo, per arresta: “Alberi, non avete più niente da dirmi”,
la semplice ragione che era più lontano, il campanile pensa malinconicamente il Narratore in un momen-
della chiesa di Combray. Non una raffigurazione di to di sconforto, prima di ricevere la rivelazione
quel campanile, proprio il campanile stesso che, met- della propria vocazione. Di fronte ad una fila di
tendomi in tal modo sotto gli occhi la distanza nello tronchi illuminati dal sole al tramonto, egli si con-
spazio e negli anni, era venuto, in mezzo al verde vince di non poter essere Poeta: quegli stessi alberi
luminoso e in un tono affatto diverso, talmente scuro che altre volte avevano evocato memorie e sensazio-
che sembrava quasi soltanto disegnato, a inscriversi ni profonde, stanno ora di fronte a lui fissi e muti, e
nel riquadro della finestra” (Proust 2006, IV p. 338). decretano la sua impotenza. Nel loro intervallo non
Come nell’episodio dei tre alberi, tra i quali esitava si disegnano né parole né emozioni, il visibile e l’in-
un ricordo, così in questa pagina, che non a caso apre visibile tacciono insieme.
l’ultimo volume della Recherche, il ricordo si materializ- Viceversa, allorché inciamperà sul selciato nel
za in tutta la sua potenza evocatrice “nell’intervallo cortile del palazzo di Guermantes, egli sarà invaso
degli alberi tra gli alberi”, e ci permette di ritrovare dalla struggente felicità della memoria, e tutte le
quel tempo che pareva perduto: l’apparizione quasi- pieghe della sua vita avranno finalmente un senso:
sensibile del passato nel presente – il campanile (“il “Ma nel momento in cui, recuperando l’equilibrio,
campanile stesso”, die Sache selbst) tra gli alberi del posai il piede su una selce che era un po’ meno alta
bosco – riavvolge le pieghe del tempo spazializzato, e della precedente, tutto il mio avvilimento svanì
fa coincidere, in uno stesso sguardo, due momenti davanti alla stessa felicità suscitatami, in periodi
distanti l’uno dall’altro. Che Proust abbia in mente diversi della mia vita, dalla vista d’alberi che
qualcosa di molto prossimo all’Intra-ontologia non- m’era sembrato di riconoscere durante una passeg-
rappresentativa di Merleau-Ponty, lo conferma un altro giata in carrozza nei dintorni di Balbec, dalla vista
passo, tratto dalle ultime pagine dell’opera, allorché il dei campanili di Martinville, dal sapore di una
Narratore riascolta il rumore di una tubatura d’acqua: madeleine intinta in una tisana (…). E quasi subito
“Ciò che il rumore della tubatura dell’acqua aveva la riconobbi, era Venezia, di cui i miei sforzi per
suscitato in me non era, d’altronde, soltanto l’eco, il descriverla e le sedicenti istantanee scattate dalla
duplicato di una sensazione passata, ma la sensazione mia memoria non m’avevano mai detto niente, e
stessa” (Proust 2006, IV p. 552). Ancora una volta, il che la stessa sensazione provata un tempo su due
ricordo appare come quell’elemento che inceppa l’in- lastre ineguali del battistero di San Marco m’aveva
granaggio del Sensibile e rivela la natura spaziale, cor- restituita assieme a tutte le altre sensazioni colle-
porea della nostra esistenza: la memoria ci mostra gate quel giorno ad essa e rimaste in attesa al loro
insomma quell’eternità del visibile su sfondo d’invisibile posto” (Proust 2006, IV pp. 543-544).
che è la vita stessa. Riassumendo, speriamo di aver mostrato che lo
studio della memoria s’inserisce nel più
ampio progetto merleau-pontiano di confuta-
zione dell’idealismo trascendentale sulla
base di una diversa valorizzazione del
Sensibile. Una filosofia della coscienza tradu-
ce e deforma la nostra relazione con ciò che è
invisibile e assente, poiché essa riconduce
tutto alla presenza rappresentativa (altro non
è la riduzione che la presentazione del vissu-
to dinanzi allo sguardo trascendentale); se,
invece, il presente non è più Vorstellung ma
posizione dell’indice dell’essere al mondo, e
se il nostro rapporto col presente è mediato
da uno schema corporeo che detiene una serie
di posizioni e di possibilità temporali, allora
non v’è più un’alternativa radicale tra la
memoria e l’oblio, la veglia e il sonno, la real-
tà e l’immaginario, e queste dimensioni pos-
sono essere comprese insieme nella loro dia-
lettica sim-bolica. Come anticipato all’inizio,
è nella figura della passività che si annodano
i sogni e i ricordi: “Che si tratti di compren-
dere come la coscienza possa dormire, come

Chora N. 16, Settembre 2008


88 comE l’intErvallo dEgli albEri...

possa essere ispirata da un passato che apparente- In mancanza di meglio, conclude Merleau-Ponty,
mente le sfugge, o infine come possa riaprirsi un continueremo a fare i conti con quell’inconscio che
varco verso tale passato, in ogni caso la passività è dispensa sogni e ricordi, che confonde i piani del
possibile solo a condizione che ‘avere coscienza’ presente, del passato e del futuro, e che ci lascia di
non sia ‘attribuire un senso’ che si possiede ad una fronte al tempo e all’oblio come bambini in riva al
materia di conoscenza inafferrabile, ma che sia piut- mare: “Fintanto che la nostra filosofia non ci avrà
tosto realizzare un certo scarto, una certa variante fornito i mezzi per esprimere meglio questo intem-
in uno spazio d’esistenza già istituito” (Merleau- porale, questo indistruttibile dentro di noi che è,
Ponty 2003, p. 276). dice Freud, l’inconscio stesso, allora forse è meglio
In conclusione, un’indagine fenomenologica continuare a chiamarlo inconscio – alla sola condi-
sulla passività – sia essa sogno, memoria od oblio zione di sapere che il vocabolo è l’indice di un
– ci riconsegna un Cogito radicalmente trasforma- enigma – poiché conserva, come l’alga o il sasso
to: un soggetto non più donatore di senso ma recet- che recuperiamo, qualcosa del mare in cui è stato
tore di un evento, capace a sua volta di ricreare i raccolto” (Merleau-Ponty 2000, p. 283).
legami simbolici che intrecciano il visibile e l’invi- E per un attimo il Tempo sembrerà dissolversi,
sibile 8 . Un soggetto che è anche, sempre, Narratore proprio come una madeleine si dissolve in una tazza
della propria Ricerca del Tempo e della Felicità di tè, in un grigio pomeriggio d’inverno, o come si
perduti; un soggetto, dunque, che s’innamora delle scioglieva il profumo delle foglie, tanti anni prima:
cose, che si ciba delle loro essenze sensibili, che si “Il ridestarsi dei ricordi introduceva in mezzo alla
nutre d’eterno – quell’eterno che una semplice sen- realtà materialmente percepita una parte di realtà
sazione può restituirci: “Ma basta che un rumore, evocata, pensata, inafferrabile, sufficiente a infon-
un odore, già sentito o respirato un’altra volta, lo dermi, per ogni regione che attraversavo, più che
siano di nuovo, a un tempo nel presente e nel pas- un sentimento estetico, un desiderio fuggevole, ma
sato, reali senza essere attuali, ideali senza essere esaltato, di vivere ormai per sempre. Quante volte,
astratti, ed ecco che l’essenza permanente e abi- l’aver semplicemente sentito un odore di foglie
tualmente nascosta delle cose è liberata, e il nostro faceva sì che starmene seduto su uno strapuntino
vero io che (da molto tempo, a volte) sembrava di fronte a Madame de Villeparisis, incrociare la
morto, ma non lo era del tutto, si sveglia, si anima principessa di Luxembourg che indirizzava un
ricevendo il nutrimento celeste che gli viene offer- saluto dalla sua carrozza, rientrato per pranzo al
to” (Proust 2006, IV p. 550). Grand-Hôtel, mi apparisse come una di quelle feli-
E ci ritroviamo così a cibarci di questa ostia burro- cità ineffabili che né il presente né il futuro posso-
sa intinta nel tè, che la memoria e l’oblio elargisco- no restituirci e che si gustano una sola volta nella
no secondo liturgie misteriose a chiunque vorrà vita!” (Proust 2006, I p. 874).
partecipare all’eucaristia pagana dell’eternità, nel
sublime miracolo della transustanziazione estetica.
In quell’attimo, per quell’attimo, finalmente è
5. Dissolvenza ritrovata.
Ma cosa sono allora quest’oblio e questa memo- Che? – L’eternità.
ria? Come dobbiamo chiamarli? Chi dobbiamo rin- E’ il mare andato con il sole. E noi restiamo a
graziare per questi attimi di gioia? guardare, con quel sasso tra le mani.
nota bibliografica
Altieri L. (2004), Le metamorfosi di Narciso. Il Cogito itinerante di Paul Ricoeur, La Città del Sole, Napoli.
- (2006), “Le parole, come fiori. La metafora viva tra retorica, fenomenologia e linguistica cognitiva”, in Bonfiglioli e Marmo 2006, pp. 361-373.
Bonfiglioli S. e Marmo C. (2006, a cura di), Retorica e scienze del linguaggio. Teorie e pratiche dell’argomentazione e della persuasione,
Aracne Editore, Roma.
Barbaras R. (1999), Le désir et la distance. Introduction à une phénoménologie de la perception, Vrin, Paris.
Barbaras R. (1998), Le tournant de l’expérience. Recherches sur la philosophie de Merleau-Ponty, Vrin, Paris.
Flanagan O. (1992), Consciousness Reconsidered, Bradford, MIT Press, Cambridge-London.
Kristeva J. (1994), Le Temps sensible, Gallimard, Paris.
Lehrer J. (2007), Proust was a neuroscientist, Houghton Mifflin, Boston.
Merleau-Ponty M. (2005), Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano.
- (1993), Il visibile e l’invisibile, Bompiani, Milano.
- (2003), L’institution. La passivité. Notes de cours au Collège de France 1954-1955, Belin, Paris.
- (1996), Notes de cours 1959-1961, Gallimard, Paris.
- (2000), Parcours deux 1951-1961, Verdier, Lagrasse.
- (1998), Notes de cours sur L’origine de la géométrie de Husserl, PUF, Paris.
Proust M. (2006), Alla ricerca del tempo perduto, Meridiani Mondadori, Milano.
- (1988), Du côté de chez Swann, Gallimard, Paris.
Richir M., “Le sensible dans le rêve”, in Merleau-Ponty 1998, pp. 239-254.

lorenzo altieri, dopo aver completato il suo dottorato di ricerca a Parigi, presso la Sorbona, collabora con
le cattedre di Filosofia teoretica e di Filosofia del linguaggio presso il Dipartimento di Filosofia “A. Aliotta”
dell’Università di Napoli “Federico II”. Svolge ricerca nell’ambito della tradizione fenomenologica ed erme-
neutica. Ricopre l’incarico di segretario nazionale della Rete Euromediterranea di Fenomenologia per il
Dialogo Interculturale. E’ autore del volume Le metamorfosi di Narciso (La Città del Sole, Napoli 2005);
insieme a Umberto Eco e Marco Santambrogio è inoltre autore di Tradurre e comprendere. Pluralità dei linguag-
gi e delle culture (Aracne, Napoli 2006).

Chora N. 16, Settembre 2008


angElo rEcchia-luciani 89

MeMorie oltre
le generazioni
Memi, segni e neuroscienze cognitive
per un’ipotesi evolutiva della cultura
di angelo recchia-luciani
università degli studi della Basilicata

Gli organismi svolgono due cose distinte: vivono e si riproducono. metaforica. Scopo della metafora è la comprensione. Essa ne è
Niles Eldredge (1999) anche il solo mezzo. Al Vico che già descrive l’origine “umana
e corpulentissima” di ogni concetto, fino al più astratto, attra-
Se usiamo la categoria di sostanza, la cultura non esiste. La cultu- verso “grappoli di metafore” si ricollega la ricerca sistematica
ra non ha massa, non ha energia. Non esiste strumento di laborato- che con la linguistica cognitiva di Lakoff e Johnson identifica
rio che permetta di distinguere una cultura da una non-cultura. Ma una vera e propria semantica trasformazionale, lavoro moderna-
se la scienza è lo studio delle configurazioni stabili di valori, allora mente preceduto di solo pochi anni dal monumentale sforzo
l’antropologia diventa un campo scientifico per eccellenza. Una cul- del Jaynes del Crollo della mente bicamerale (1976). È la metafora
tura può essere definita come una rete di modelli di valore sociali. la funzione essenziale alla comprensione, ciò che ha permesso
Robert M. Pirsig (1991) il pensiero, il linguaggio e un “accumulo percettibile di sapere
sovraindividuale” (Lorenz 1973, it. 272). Come l’etologia ha
Introduzione riccamente documentato, la cultura non è un’invenzione del-
In un’ottica evoluzionistica, gli organi o dispositivi (devices) l’uomo. Ogni complesso di nozioni e di pratiche che sia patrimo-
mentali sono strutture geneticamente determinate e seleziona- nio di un gruppo sociale è infatti definibile come una cultura. Solo,
te in relazione al vantaggio, in termini di sopravvivenza e suc- a oggi, non conosciamo specie diverse da homo sapiens sapiens
cesso riproduttivo, che hanno comportato per gli antenati di in cui le”tradizioni culturali” non siano costantemente legate
coloro che li presentano. Fodor (1983) definì i ‘moduli cogniti- all’oggetto, ovvero regolarmente spezzate quando gli oggetti cui si
vi’ come “specifici per un dominio particolare, determinati riferiscono non compaiano per tutto il lasso di tempo che comprende
geneticamente, preprogrammati, autonomi”, dalle operazioni un’intera generazione (adattato da Lorenz, ibidem). L’intuizione
“obbligate” e “rapide”, “incapsulati informazionalmente” che fenomeni evolutivi ineriscano non solo la biologia ma
(ovvero specifici per tipo di informazione) e “associati ad anche la cultura è quasi coeva al darwinismo nella sua formu-
un’architettura neuronale fissata”. (ed. it. 1988 p. 53). Merlin lazione originaria. Già nel 1880 Huxley pensava le teorie come
Donald, nel suo L’evoluzione della mente (2001), ipotizza diffe- ‘specie’ di pensiero, sottoposte a selezione naturale; Daniel
renti stadi di sviluppo, connotati da “un mutamento struttura- Schacter (2001) ci riferisce dell’opera del biologo tedesco
le nell’organizzazione cognitiva accompagnato da un profon- Richard Semon (già noto per il concetto di engramma) Die
do rivolgimento culturale, e un complesso di nuovi moduli” mnemischen Empfindungen in ihren Beziehungen zu den
con interi ‘livelli’ di proprietà emergenti , e moduli cognitivi Originalempfindungen, tradotta in inglese nel 1921 col titolo The
più recenti “fisicamente presenti in qualche luogo, che spesso è Mneme. A partire almeno dagli anni 1970, in molti hanno cer-
un locus della memoria esterna”. Nel suo aderire al modello cato di comprendere i continui mutamenti del comportamen-
del funzionalismo computazionale, questo autore assimila la to umano nello schema di una evoluzione culturale, anch’essa
memoria simbolica esterna ad un “cambiamento di hardware basata su fenomeni di selezione (Cavalli-Sforza e Feldman
nella struttura mentale umana, quantunque l’hardware non 1973, Cloak 1975, Boyd e Richerson 1985, Calvin 1996).
sia biologico” (Ed. it. p. 27). A questi moduli cognitivi fodoria- Dawkins (1976, 1982) rese celebre il concetto di un replicatore
ni ‘perfettamente reali’ -nonostante il loro situarsi all’esterno del non genetico, analogo al gene in quanto unità biologica del-
cervello, a configurare una sorta di ‘hardware di rete’- Donald l’ereditarietà. Parafrasando Dennet (1996) l’ “idea pericolosa di
affida la possibilità, insieme all’avvento della cultura teoretica Darwin” è concetto di potenza tale da poter ‘corrodere’ qua-
(successiva alle fasi mimica e mitica) della terza e ultima delle lunque disciplina con cui venga a contatto; di universalità tale
sue transizioni fondamentali nell’evoluzione della mente. da far ritenere la teoria di Darwin sull’evoluzione biologica
come un semplice “caso speciale”. Come egli stesso afferma
Segni, metafore e culture (Dennet 1999), che le culture evolvano, nella sua assoluta ovvie-
Gli organi mentali che hanno reso possibile una nuova orga- tà, può essere addirittura considerato un truismo.
nizzazione della memoria, permettendo l’utilizzo di dispositi- Se già con Eraclito tutto scorre (pánta rhêi), è solo la nostra
vi esterni alla nostra biologia, sono gli stessi che hanno consen- necessità di rapportare ogni cosa, e innanzitutto le nostre sen-
tito l’adozione sistematica e non esclusivamente accidentale di sazioni e percezioni, alla durata relativa della nostra esistenza,
strumenti protesici, e la loro trasmissibilità anche a coloro che a farci percepire ‘cose’ oltre che ‘processi’. Non esiste davvero
non ne avevano compreso l’uso direttamente, nelle forme nulla di immutabile: anche gli ‘oggetti’ hanno ‘storie’, solo che
della sensomotricità. Sono dispositivi mentali idonei a trattare sono caratterizzate da mutamenti così lenti da non essere facil-
“tropi”, la cui implementazione richiede non solo cervelli, ma mente percepiti. Rispetto alle più familiari tra le categorie del
gruppi di organismi organizzati in forme sociali, e quella specia- reale, le culture sono certamente assimilate più a eventi che non
lissima protesi che è un linguaggio scritto basato su di un alfa- a entità. E le culture evolvono grazie ai memi: pattern informa-
beto fonetico. La capacità della mente di comprendere qualcosa zionali, di tipo cognitivo o comportamentale, contenuti in
nei termini di qualcos’altro è all’origine non soltanto del linguag- memorie individuali, in grado di essere copiati nella memoria
gio, ma di tutti i sistemi di segni. L’organizzazione dei segni è di altri individui, nella loro qualità, analoga a quella dei geni,

Chora N. 16, Settembre 2008


90 mEmoriE oltrE lE gEnErazioni

di unità di replicazione, o replicatori. Colui da cui il pattern tern informazionale equivale a utilizzare la classica ma impropo-
viene copiato, così come colui che ne conterrà la copia, sono nibile ‘metafora del canale di comunicazione’, che da un lato
veicoi (carrier). Su queste basi nascerebbe la memetica. enfatizza il messaggio, dall’altra equipara tutto il resto del
Nell’ipotesi dawkinsiana, focalizzata sulla replicazione, esem- sistema ad un semplice contenitore passivo, non ‘determinato
pi classici di pattern informazionali memetici sono motivi e strutturalmente’ ma in cui invece le interazioni sono di tipo
canzonette, filastrocche e leggende metropolitane, ‘tormento- istruttivo. “Il fenomeno della comunicazione non dipende da
ni’ e ‘frasi celebri’ tratti da testi e soprattutto dai media; poemi quello che si trasmette, ma quello che accade con chi riceve”
epici e racconti ma anche barzellette, proverbi e aforismi. (Maturana e Varela 1992). Geni o memi di per sé non sono
Nell’accezione che verrà proposta qui, in cui i criteri di fedeltà informazioni: sono segnali configurati in pattern, che assurgo-
della copia, fecondità e longevità verranno riferiti al contenuto no al ruolo di informazione solo all’interno del sistema che li uti-
semantico del pattern informazionale piuttosto che alle sue lizza. Se la cultura si presta par excellence ad analisi storiche,
caratteristiche formali e sintattiche, esempi più calzanti sono supporre l’esistenza di enti in grado di configurarne le qualità
costituiti da norme e leggi. Che accolgono, formalizzandole, di sistema ereditario (che ne garantiscano cioè sia una forma di
nuove ipotesi interpretative del reale, condivise, e potenzial- memoria, intesa come costanza attraverso le generazioni, che la
mente connotate da valore adattativo, variabilità indispensabile all’adattamento)
validato da selezione. Un modello efficace è anch’esso un truismo. Prima ancora di
è costituito dai sistemi che hanno porta- assumere il punto-di-vista-del-meme,
to alla nascita della meritocrazia. Nel suo importanti problemi ineriscono la siste-
recente saggio, Abravanel (2008) ne indi- matica adozione del punto-di-vista-del-
vidua luogo e data di nascita: l’universi- gene. La stessa definizione di replicatore fa
tà di Harvard, nel 1933. Alla celebre uni- riferimento ad una struttura il cui unico
versità, culla dei futuri leader statuniten- scopo e interesse consiste nel produrre
si, accedevano sino ad allora solo ram- copie di un determinato pattern di infor-
polli di famiglie ricche. Dal 1933 l’acces- mazione. È questo che induce a conside-
so fu regolato da un test che cercava di rare assolutamente centrali, nella storia
rilevare conoscenze e capacità possedu- dell’evoluzione, i parametri di fedeltà della
te, senza alcun riguardo per criteri fami- copia, fecondità e longevità. Naturalmente,
liari o di casta, di ceto o di status econo- la mancata definizione di uno statuto
mico. Tracce precedenti di questo pat- ontologico dei replicatori produce pro-
tern sono certamente evidenti: ciò che blematiche imponenti: e genera l’accusa
costituì gran parte della forza di di non scientificità. Scienza equivale a
Napoleone fu la sua capacità di rivolu- capacità di descrizione, talora di spiegazione
zionare – prima che lo stato - la sua Richard Dawkins (con la ricostruzione di concatenazioni
gestione della leadership (non solo milita- causali) e predizione: se non di eventi spe-
re, come dimostra la rifondazione del 1808 della rivoluziona- cifici, di pattern. Obiettivo impossibile da raggiungere senza
ria école normale supérieure, nata nel 1794 e soppressa un anno una conoscenza della natura dei processi studiati.
dopo). Ispirandosi, peraltro, a modelli della classicità antica. Ma non definire il meme, né delucidare i rapporti tra esso e
Così, un criterio di ‘efficienza’ sorto in un contesto bellico (sce- mondo esterno, tende a produrne un profilo piuttosto povero.
gliere per capacità piuttosto che per nascita o appartenenza, Che a propria volta porta da un lato ad adottare modelli
come in parte accadde a Roma anche per l’imperatore), minimi, dall’altro a incontrare difficoltà insormontabili. I
‘dimenticato’ e ‘resuscitato’, viene acquisito e ‘traslato’ in ambi- memi vengono assimilati a virus, per la loro capacità di strut-
to civile, ove rivela la possibilità di generare nuove tipologie di turare informazione finalizzata esclusivamente alla propria
classi dirigenti. Che attraverso innovazioni economiche, scien- replicazione, in grado di “infettare” il cervello: ma in ambito
tifiche e tecnologiche producono uno sconvolgimento presso- biologico un virus non è una struttura vivente, non essendo
ché totale della struttura sociale. Quel che conta, qui, è il conte- connotato da autopoiesi. In assenza di un sistema di com-
nuto informativo più che la sua forma esteriore: contenuto che plessità infinitamente maggiore, la cellula vivente, i virus
oggi dimostra impressionanti fedeltà, longevità e soprattutto non sono in grado di riprodurre se stessi, poiché non dispon-
fecondità, nella sua capacità di modificare tradizioni culturali gono di una rete autonoma di processi di produzione in
millenarie e affatto differenti, come quelle che stanno cambian- grado di ricostruire gli elementi stessi, né ovviamente in
do l’india, la cina e le altre realtà asiatiche, il brasile... grado di mantenere invariata l’organizzazione. In questo
senso, virus e memi così definiti sono più delle repliche che
L’attacco della semiotica e i limiti del fondamentalismo non dei replicatori (Deacon 1999), repliche di cui ignoriamo
darwinista natura e dimensioni, caratterizzate da una fedeltà di copia
La semiotica ha giustamente contestato al meme d’esser così scarsa da impedire i processi evolutivi (Dawkins, intro-
poco più che un abbozzo primitivo di segno, pre-saussuriano e duzione a Blackmore 1999), e addirittura dall’impossibilità,
pre-peirciano, privo com’è persino della classica tripartizione relativamente alla analogia genetica, di comprendere se
in icona, analogia e simbolo (cfr. Deacon 1997, Kull 2000 e siano assimilabili al genotipo, oppure al fenotipo.
Benitez-Bribiesca 2001). Meno radicale ma non meno impor- La semiotica accusa la memetica di essersi occupata di
tante l’obiezione di Henson (1987), sulla necessità della meme- null’altro che di segni: in alcuni casi più radicali, di veicoli
tica di assimilare integralmente il paradigma della psicologia di segni (i peirciani representamen), depauperati della sco-
evoluzionistica, per comprendere le conseguenze psicologiche perta oramai antica intorno alla loro natura triadica e
e comportamentali che i pattern informazionali replicanti immiseriti (an underdeveloped special version; Kilpinen, in
hanno sui loro veicoli. Di maggior peso risulta, peraltro, l’osta- stampa; a degenerate sign; Kull 2000) nella duplice perdita
colo principale: l’incompiuta definizione dello statuto ontologi- da una parte del proprio rapporto con ciò che rappresenta-
co dei memi, oltre che di alcune delle loro proprietà essenziali. no (l’oggetto cui si riferiscono), dall’altro con l’interpretante
Memi come ‘fotocopie’ (neppure ‘traduzioni’!) che ‘ saltano’da (il soggetto che interpreta: che comprende, conferendo
un cervello all’altro: può bastarci? È questa un’interpretazione significato al segno). Un segno non si caratterizza per le
del meme verosimilmente originata dall’uso peculiare che ne sue caratteristiche fisiche. Qualche fotone nella gamma
ha fatto Dawkins e, più in generale, la corrente che Eldredge del visibile può non avere alcun significato “di per sé”:
definisce ‘ultradarwinismo’. Attribuire intenzionalità ad un pat- può averne uno molto preciso per voi, se viene emesso

Chora N. 16, Settembre 2008


angElo rEcchia-luciani 91

cenni di storia della memetica


Più autori hanno contribuito a diffondere un approccio evoluzionistico a discipline non strettamente biologiche. Dennet innan-
zitutto: non esclusivamente in riferimento al funzionalismo computazionale, come è accaduto per esempio nell’ambito del suo
lavoro curato insieme a Hofstadter (1981), ma anche in ambiti più vasti, ove egli ha difeso una prospettiva radicalmente daw-
kinsiana, in cui al meme (il replicatore), e non al suo portatore (il carrier) si deve attribuire l’atteggiamento intenzionale, il cui
bono, l’egoismo che già Dawkins attribuì al gene su cui esso viene modellato: le analisi costo-beneficio (che nell’approccio den-
netiano costituiscono la struttura di pensiero tratta dall’economia classica, a configurare la metafora portante di tutte le disci-
pline che si occupano di cultura: non solo economia ma anche storia, antropologia, psicologia e infine biologia) che identifica-
no agenti (razionali) capaci di azioni e reazioni sulla base di ragioni (intenzioni e motivazioni; credenze e desideri). Come il gene, è il
meme l’agente cui davvero riferirsi. Capace di una qualche non meglio precisata versione della istanza intenzionale: verosimilmen-
te, differente da quella connotata dalle ragioni che attribuiamo alle persone, ma proprio per questo definita in modo piuttosto
vago. Plotkin e Heyes hanno sviluppato l’originale impostazione di Donald Campbell definendo non solo l’ambito d’una epi-
stemologia ma anche quello della psicologia evoluzionistica; Hull ha proposto la selezione delle teorie come meccanismo essen-
ziale alla spiegazione, nella storia della scienza. Dibattiti importanti hanno avuto luogo su quale metafora dovesse essere sele-
zionata per spiegare alcune delle caratteristiche dei replicatori memetici: assimilabili a veri e propri geni, a parassiti, ad orga-
nismi simbionti (commensali o mutualisti) o a “virus della mente” come recitano i titoli di un libro di Brodie, e di un articolo
di Dawkins; se non a viroidi addirittura, elementi informazionali assimilabili a materiale genico quasi privo di un corrispon-
dente fenotipo. Un Symposium on Memetics, organizzato nel 1998 nell’ambito della quindicesima International Conference on
Cybernetics, si concluse con una mozione che metteva fine ai dibattiti sulle definizioni, e alle infinite polemiche tra “internalisti“
(per i quali le unità che trasferiscono informazione sono interne al cervello) ed “ esternalisti“ (secondo cui le unità che conten-
gono informazione sono costituite dalla totalità di artefatti e comportamenti). In Hull, alla replicazione si affianca il ruolo del-
l’interazione, a darci conto di importanti fenomeni evolutivi sia in biologia che nella storia della scienza; qui, peraltro, il rico-
noscimento di essenziali aspetti evoluzionistici è tra i pochi tratti che accomunano il lavoro dei due maggiori epistemologi del
secolo appena trascorso, Popper e Kuhn. Studi specifici, tesi ad un resoconto anche quantitativo di fenomeni evolutivi ineren-
ti le culture, sono nei lavori di Cavalli-Sforza, Boyd and Richerson, Csanyi; su scale temporo-spaziali ampie e diversificate si
esercitano i fenomeni selettivi descritti da Calvin, e quelli – celebri - tra popolazioni neuronali della TSGN (la Teoria della
Selezione dei Gruppi Neurali) di Gerald Edelman, mentre in altri ambiti (dallo studio dell’evoluzione del linguaggio agli algo-
ritmi genetici nei calcolatori) le metafore della biologia hanno esercitato influenze importanti. Il testo di Brodie insieme al volu-
me del filosofo e matematico Aaron Lynch (nel 1996) rinnovarono l’interesse per l’ “ipotesi memetica”, come poi tornò ad acca-
dere nel 1999 con la pubblicazione della Macchina dei memi da parte della Blackmore. Nel 1996, nell’ambito del Principia
Cybernetica Project (PCP: http://pespmc1.vub.ac.be/), più partecipanti espressero un interesse specifico verso l’ambito della
nascente protoscienza, e questo generò dapprima un gruppo di discussione, poi una vera e propria rivista scientifica, peer-revie-
wed grazie ad un editorial board e ad un advisory board in cui trovavano posto pressoché tutti gli autori di riferimento della disci-
plina. La rivista, il Journal of Memetics - Evolutionary Models of Information Transmission (familiarmente il JoM-EMIT) ha pubbli-
cato 14 numeri in otto anni di attività, con un impact factor prossimo a 0.7, dal Maggio 1997 al primo e unico volume del 2005:
ma in quel numero finale, persa l’ospitalità del Centre for Policy Modelling alla Manchester Metropolitan University, la rivista ha
pubblicato una piccola collezione di necrologi dedicati a questa giovanissima scienza, si direbbe deceduta prima d’un vero e
proprio atto di nascita. Uno dei membri fondatori, Francis Heylighen, ha però raccolto questa eredità, trovando una nuova
‘casa’ virtuale per la rivista (http://www.jom-emit.org/), che ad oggi non ha ancora ricominciato le pubblicazioni, ma (nel
2007) è tornata ad accettare articoli per la valutazione. Nella nuova ‘reincarnazione’ l’enfasi viene posta più sulle prospettive
della memetica come scienza sociale ed umanistica, che sulle sue radici nella biologia e nella ‘computer science’: ma qui la sfida
consisterà nel prendere atto di alcune obiezioni assolutamente essenziali. Prima tra queste è di certo quella proveniente dalla
semiotica, cui evidentemente seguirà quella delle teorie evolutive post-Sintesi Moderna.

dalle luci posteriori che segnalano la frenata improvvisa compone una storia di cambiamenti strutturali e di posizione,
di quell’auto che procede veloce, pochi metri davanti al finalizzata alla conservazione della propria organizzazione e
muso della vostra. dell’adattamento” (Maturana 1987). Riprodursi sarà interes-
All’origine delle difficoltà inerenti il concetto di meme, nelle sante, ma non è la sola cosa che connota il vivente, soprattutto
forme in cui è stato definito dai suoi propugnatori sino a oggi, sta superata la soglia monocellulare! Come lucidamente prevede
un’accezione ‘fondamentalista’, analoga a quella attribuita al Deacon (1999), alcune idee portanti la proposizione della
gene, e alle difficoltà di questa e della cosiddetta sintesi moder-
na tra genetica ed evoluzionismo, ad esaurire lo spazio della
spiegazione. Quando Stephen Gould (1997) definì fondamenta-
listi darwiniani i paladini dell’egoismo del gene - o del meme! -
mostrò tutti i limiti di una concezione antisemiotica dei conte-
nuti informativi. Enfatizzare il ruolo di un replicatore senza
una eccessiva considerazione del suo ruolo in un sistema com-
plesso, che sia quello della biologia o quello della cultura, equi-
vale a negarne il significato e, con esso, le possibilità di com-
prensione del ruolo. Sottolinearne esclusivamente la possibili-
tà di copia (re-presentazione; rappresentazione), tra l’altro senza
alcun riferimento né ai meccanismi di sicurezza che ne proteg-
gono il contenuto, né a quelli che ne possono garantire la varia-
bilità, significa poi tradirne la funzione più profonda, interpre-
tativa più che replicativa, che è quella di guidare i processi di svi-
luppo nella realizzazione del vivente: non solo nella realizza-
zione d’un fenotipo (più o meno esteso!), ma nella sua deriva
strutturale ontogenetica: “finché rimane vivo, ogni organismo Terrence Deacon

Chora N. 16, Settembre 2008


92 mEmoriE oltrE lE gEnErazioni

animali e pensiero astratto


Gli studiosi di psicologia comparata hanno appro-
fondito l’argomento del confronto tra la capacità di
costruzione concettuale di classi in diverse specie di
scimmie, negli scimpanzé, e nella specie umana, sia
nell’infanzia che in età adulta. Gli studi vengono
eseguiti preferibilmente attraverso l’esecuzione di
test di somiglianza o corrispondenza rispetto ad un
campione (match ing-to-sample task, MTS), e suggeri-
scono che già nelle scimmie rhesus (Macaca mulatta)
esiste la possibilità di una classificazione basata
sulla condivisione di caratteristiche invarianti,
attraverso l’utilizzazione di semplici strategie pro-
cedurali di tipo associativo. In esse, però, non esiste
alcuna prova della capacità di percepire relazioni-
Imagine a world full of brains, and far more memes than tra-relazioni, mancanza che le fa definire ‘paleo-
can possibly find homes logiche’ (Thompson 2000). Le scimmie identificano
somiglianze e differenze tra oggetti singoli, ma la
memetica potrebbero comunque permettere alla semiotica di loro classificazione viene ristretta ad elementi di
interrogarsi sulla causalità e sulla generazione delle forme e dei una singola classe (first-order classifying): gli scim-
sistemi rappresentazionali, con relazioni che emergono a parti- panzé (Pan troglodytes) possono farlo con un livello
re da processi evolutivi di tipo competitivo/cooperativo a deter- più astratto, raggiungendo una classificazione ele-
minarne selettivamente la forma e la persistenza, oltre che le mentare di secondo ordine (è possibile identificare
possibili variazioni. Non considerando i segni nel loro isolamen- somiglianze e differenze in più di una class e, il che
to: ma nei loro complessi effetti sistemici; nel rispetto sì della pos- permette loro di distinguere tra coppie di oggetti:
sibilità di copia, ma nella più alta considerazione della funzione oltre a poter mettere insieme un mazzo di chiavi,
rappresentativa e dell’intrinseca possibilità interpretativa (Kilpinen, riconosco la somiglianza tra una chiave reale ed una
ibidem). Perché “i segni evolvono, hanno conseguenze pratiche, di plastica colorata). Questa capacità concettuale,
in virtù delle quali sono selettivamente favoriti per rimanere in correttamente definita come analogica, è rintraccia-
circolazione, oppure eliminati col tempo. È in virtù dell’analogia bile esclusivamente negli scimpanzé e negli umani,
memetica all’evoluzione genetica che possiamo scoprire la logi- ma - in entrambi! - esclusivamente dopo una fase di
ca dinamica tuttora necessaria ad una completa teoria della istruzione. Questa capacità emerge infatti nella
semiosi, piuttosto che ad una semplice tassonomia semiotica” forma di una conoscenza esplicita solo dopo l’adde-
(Deacon 1999, traduzione mia). Ricordate le norme di ammis- stramento ad un sistema simbolico (il linguaggio o
sione ad Harvard a partire dal 1933? E, verosimilmente, è la loro un sistema di gettoni), che rende le rappresentazio-
comparsa, nella forma di relazioni di ordine superiore al primo, a ni proposizionali suscettibili di codifica e manipola-
fare una gran differenza per la speciazione di Homo; più che non zione. In questo modo, uno scimpanzé di cinque
la comparsa di un LAD (Language Acquisition Device: Chomsky, anni diviene capace di selezionare oggetti, raggrup-
1957). Prima che una grammatica universale, è una semantica uni- pandoli in due insiemi diversi tra loro, ma all’inter-
versale a connotare la specie umana: Deacon (1997) ne parla rife- no dei quali i singoli conten uti sono simili o identi-
rendosi a Lakoff e Johnson, noi qui rifacendoci al vecchio ci. Altre tipologie di esame (test basati sulla reazio-
Giambattista Vico (1744). ne comportamentale alla novità: preference-for-novel-
ty tasks) mostrano che la somiglianza nelle relazio-
Biologia semiotica ni, benché non misurabile esplicitamente nelle
Al cuore della semiotica, più che lo studio dei segni, sta quel- prove MTS, viene percepita sia nei piccoli umani
lo del processo stesso della semiosi (Deacon, ibidem), ed è qui che nei piccoli scimpanzé prima dell’addestramento:
la salvifica promessa della memetica. Che consiste nella indi- ma non nelle scimmie Rhesus, anche adulte, nono-
viduazione dei pattern ripetitivi, che permettono l’individua- stante la loro capacit à di percepire l’identità fisica.
zione di ciò che genera senso, in sistemi strutturati secondo ordi- In studi più avanzati (Sousa e Matsuzawa 2001), in
ne stratificato, a partire dalla biologia per arrivare poi alla psico- cui i gettoni venivano utilizzati come premio per la
logia, degli individui e dei gruppi, sino allo studio dei compor- corretta esecuzione di un compito, e successiva-
tamenti che regolano le società, l’economia, gli ecosistemi glo- mente come merce di scambio rispetto al cibo, gli
bali che interessano il pianeta nella sua totalità. Qui ci si riferi- scimpanzé mantenevano, con i gettoni, un livello
sce senza equivoci ad un modello di ordinamento nell’orga- prestazionale quasi equivalente a quello raggiunto
nizzazione del reale che l’approccio sistemistico ha introdotto con i premi in cibo (in uno degli scimpanzé in cor-
nell’ambito scientifico a partire dal secolo scorso, innanzitutto rispondenza perfett a, ad indicare l’equivalenza dei
grazie a Herbert Simon (1962), che con Dobzahnsky e la sua due stimoli). Di più, cominciavano a “risparmiare”
gerarchia genealogica ha rinnovato profondamente il pensiero gettoni! Bambini e scimpanzé esibiscono la capacità
darwiniano ‘riordinando’ i rapporti tra informazione e trasfe- di comprendere le relazioni causali; addestrati
rimento materiale ed energetico nell’ambito del vivente; per all’utilizzo di un sistema simbolico (il linguaggio o
approdare con Eldredge, celebre autore (con Gould) della teo- un sistema di etichette: gettoni ad esempio) posso-
ria degli equilibri punteggiati, ad una gerarchia ecologica (indi- no dimostrare la capacità di etichettare le compo-
cata anche come economica) che riporta i processi che governa- nenti rispettivamente come attore, oggetto e strumen-
no la storia evolutiva della vita nel loro alveo naturale: la sto- to, o di scegl iere la corretta conclusione di una suc-
ria della terra. Una teoria della gerarchia in analogia alla quale cessione incompleta che rappresenti una sequenza
si sviluppano i livelli di apprendimento di Gregory Bateson, causale. La celeberrima Sarah (Premack e Premack,
apprendimento che Baldwin un secolo fa ha dimostrato poter 1994), oltre l’etichettatura, riusciva a completare
guidare i processi evolutivi. Ciò che accomuna le scienze dure rappresentazioni incompiute di azioni che coinvol-
che si occupano delle cose, e quelle morbide, storiche, che si occu- gevano trasformazioni multiple.

Chora N. 16, Settembre 2008


angElo rEcchia-luciani 93

pano dei processi è esattamente questo: l’individuazione di iettato nel dia-testo, realizzato come iper-testo, e utilizzabile
pattern invarianti, di quelle che a lungo abbiamo chiamato le come meta-testo (Mininni 2008). Jablonka e colleghi (1998; cit
leggi immutabili della natura. Come nascono i segni? Come in Kull 2000) fanno riferimento a quattro sistemi ereditari: epige-
cominciamo a superare l’ambito delle relazioni di primo ordi- netico (Epigenetic Inheritance System, EIS), genetico (Genetic I S),
ne (quelle tra oggetto e segno) per percepire prima, manipolare comportamentale (Behavioral I S), e linguistico (Linguistic I S),
poi le relazioni-di-relazioni? sistemi il cui trattamento dell’informazione implica rispettiva-
Le scimmie percepiscono somiglianze e differenze ogget- mente la rigenerazione di strutture cellulari e reti metaboliche
tuali; gli scimpanzé sanno produrre associazioni indicative di (EIS), la replicazione del DNA (GIS), l’apprendimento sociale
secondo ordine ma – come nei bambini – solo dopo un perio- (BIS, LIS), questi ultimi due per mezzo di simboli. La vita comin-
do di apprendimento, il cui ruolo non deve in alcun modo cia con la realizzazione delle prime reti metaboliche autono-
essere sottovalutato. Come spessissimo avviene e come è stato me e capaci di autoreplicazione: fenomeni complessi tipica-
formalizzato negli studi sull’effetto Baldwin, un pattern genico mente emergenti, sistemici, strutturati gerarchicamente.
difficilmente può essere considerato più che una sorta di L’enfasi totalizzante sui processi di replicazione ha portato,
‘disposizione’; oltre agli effetti di regolazione epigenetica, compor- come abbiamo visto, ad un modello di informazione “epidemiolo-
tamento e apprendimento possono mutare drasticamente il risul- gico” (cfr. Dawkins, Brodie e Sperber 1996): ma la deconte-
tato dello sviluppo: la realizzazione del fenotipo, anche se non stualizzazione dell’informazione virale, così come la “perdita
modificano direttamente ciò che viene copiato e trasmesso del contatto col sistema” che porta le cellule maligne alla iper-
attraverso le generazioni. È dalla interazione del fenotipo con replicazione sono esempi di patologia (rispettivamente virale e
l’ambiente che dipende la fitness: è l’ambiente il giudice ulti- tumorale), non certo eventi tipici del normale funzionamento
mo del grado di adattamento, ciò che alla fine decide della del sistema (Kull 2000). Nella identificazione che Maynard
capacità di sopravvivere e riprodursi. Se questo non basta a Smith e Szathmáry (1997, 1999) fanno delle maggiori transi-
resuscitare né gli esempi né la lettera di zioni dell’evoluzione, un ruolo fonda-
Lamarck, non può non ricordarne lo spi- mentale viene attribuito ai sistemi a eredi-
rito: i mutamenti dell’organismo prece- tarietà illimitata, caratterizzati innanzitut-
dono quelli nel suo codice genetico, e se to dalla modularità, definita in base a
l’assetto assunto dal primo si mantiene componenti fondamentali, “in numero
stabile (per molte generazioni!) eventi ridotto, [ma che] possono essere assem-
accidentali possono rendere fissi i secon- blati in differenti sequenze per esprimere
di. Nella classificazione di Deacon un numero indefinitamente grande di
(1997), se l’icona tipicamente implica una significati diversi” (Maynard Smith e
classificazione di primo ordine, gli indici Szathmáry 1999, it. Pag. 16, corsivo mio).
sono costituiti da relazioni tra icone, il che Ne conosciamo solo due esempi: codice
li rende re-appresentazioni indirette; i genetico e linguaggio, essi sostengono; codi-
simboli sono costituiti da relazioni tra ce genetico e alfabeto fonetico scritto, sosten-
indici, a renderli re-appresentazioni dop- nero autori come Bynumin, Havelock,
piamente indirette. Jaynes, Lord, Luria, Milman, Ong, Parry,
I preference-for-novelty tasks dimo- Vygotskij (in ordine alfabetico!): perché i
strano che bambini e scimpanzé perce- memi non infettano un cervello dopo
piscono la somiglianza nelle relazioni, l’altro, ma sono pattern di informazione
ma non sono in grado di manipolarla, e strutturati, essenziali in
anche questa capacità percettiva, non quell’”Information Contextualizing
coltivata, resta sterile. Deacon sottoli- System” che chiamiamo coscienza.
nea l’importanza di questi elementi,
ricordando anche (similmente a Il ruolo delle neuroscienze cognitive
Michael Tomasello) la rilevanza dei Possiamo ipotizzare la possibilità di un
fenomeni di condivisione dell’attenzione e rapporto assai proficuo dall’incontro tra
della intenzionalità. Memi come virus le ipotesi della memetica e la realtà della
semiotica. Non prescindendo però dal
La mente non somiglia a un computer, ma a un testo paradigma generale delle neuroscienze cognitive, in cui ad
L’epistemologia culturalista replica al modello di mente una definizione di funzione e alla individuazione delle struttu-
come computer, “Information Processing System”, l’analogia re ad essa correlate può seguire lo studio di una alterazione
della mente con il testo, ritenuti entrambi degli “Information strutturale, indotta sperimentalmente o comprovata clinica-
Contextualizing Systems” (Mininni 2008). Ma – direbbe Peirce - mente, e in entrambi i casi ritenuta responsabile di una alterazio-
nulla è intrinsecamente significativo, senza una interpretazio- ne della funzione.
ne, e l’interpretazione spetta al sistema che ‘riceve’ l’informa- Lo spazio non consente, in questa sede, di tornare ad argo-
zione, non al sistema che la genera. Le molecole, elementi mentare nel dettaglio la proposizione di una ipotesi teoretica
del’informazione biologica, sono immerse in un pluriverso di sulla conoscenza negli umani, e della corrispondente infra-
informazione (oltre che di segnali): se quella ‘elettrica’ è tenuta struttura neurale, avanzata in un saggio recente dedicato alla
costante, a cambiare il comportamento del modulo può inter- biologia della coscienza, cui rimandiamo (Recchia-Luciani in
venire la chimica ambientale, attraverso molecole che hanno Maldonato 2007).
funzioni complesse in più sistemi. Senza fughe metafisiche: Ci limiteremo a segnalare la peculiare definizione di coscien-
l’informazione ‘guida’ concreti trasferimenti di materia ed ener- za cui lì ci si riferisce, coscienza che, riprendendo le caratteristi-
gia (lo sviluppo produce corpi, che respirano, mangiano, lotta- che identificate da Julian Jaynes (1976), presenta specifiche
no...), trasferimenti a propria volta dipendenti, nella realtà caratteristiche funzionali: Spazializzazione, Selezione, Analogo
della deriva strutturale ontogenetica, da solidissime moltepli- “io”, Metafora “me”, Concordanza, Soppressione, Concentrazione.
ci trasformazioni ambientali in tutti e tre i domini, nella realtà In questo modello la metaforizzazione genera me e io, costante-
degli ecosistemi locali , “arena reale dove si svolge il gioco mente impegnati in una narratizzazione. È una definizione che
della vita” (Eldredge 1999). Tutta l’informazione necessita la con- si discosta da quella di consapevolezza, definibile come ‘sempli-
testualizzazione: più specificamente, ogni testo sarà attivato da ce’ presenza di un oggetto all’interno del dominio sensoriale-
un pre-testo, retto da un ipo-testo, realizzato nell’inter-testo, pro- percettivo-motorio (e vegetativo, ormonale e immunitario) di

Chora N. 16, Settembre 2008


94 mEmoriE oltrE lE gEnErazioni

un individuo. Consapevolezza e coscienza condividono le Di nuovo, ripensate alla catena di conseguenze di un ‘picco-
funzioni di spazializzazione, selezione e concordanza; sponta- lo’ cambio normativo, come quello introdotto nell’ammissio-
nea è la tendenza della consapevolezza alla concentrazione e ne ad Harvard dal 1933.
alla soppressione, anche estreme. Ma analogo ‘io’, metafora Un tale pattern di informazione, inconscio sin dall’origine, o
‘me’ e narratizzazione, sono costrutti metaforici esclusivi della divenuto tale, è in grado di indurre comportamenti, rispetto ai
coscienza propriamente detta. Una definizione funzionale ci per- quali si pone a un più elevato livello logico. Il principio di sim-
mette di definire gli elementi sostanziali di cui abbiamo bisogno: metria si accompagna al principio di generalizzazione, in cui la
l’infrastruttura neurale. In un contesto di segregazione funziona- relazione inversa di qualsiasi relazione è per l’inconscio iden-
le, individuiamo più dispositivi neurali – più moduli cerebrali tica alla relazione stessa; così tale membro individuale, e la sua
- di cui abbiamo individuato come indispensabile l’attività. In classe di appartenenza, sostanzialmente coincidono, come
un contesto di connettività neurale (non solo anatomica, ma avviene nella metonimia, in cui identifichiamo la parte con il
anche funzionale ed effettiva) ipotizziamo – e cerchiamo di tutto. Il principio di generalizzazione appare evidentemente,
documentare – le modalità con cui i moduli cerebrali coopera- anche a un’analisi superficiale, come basilare per funzioni di
no all’emergere di nuove proprietà funzionali. Su questa base, categorizzazione da parte della mente. La modalità di elabora-
possiamo ipotizzare una piccola collezione di moduli e reti zione cognitiva dell’inconscio per ciò ‘automaticamente’ gene-
neurali ‘necessari’ (‘sufficienti’?) alla coscienza: che consiste- ra classi e categorie. Pattern di informazione semantica insorti gra-
ranno certamente in un sistema di relazioni sociali, il cui model- zie a meccanismi di variabilità, sottoposti a selezione, protetti
lo ‘allo stato dell’arte’ è quello dei Mirror Neurons (Gallese dai mutamenti ‘accidentali’ grazie alla loro stabilità, in grado
2006); e in un sistema di marcatori somatici (Damasio 1994), che di indurre, attraverso il comportamento, trasferimenti mate-
fornisce un vitale contributo valoriale. Oltre a questo, il model- riali ed energetici. In una parola, memi.
lo individua come necessario un dispositivo metaforico, definito
dall’avvento evolutivo e dalla cooperatività di uno o più siste- L’ontologia dei memi e una proposta di semiotica biologica
mi segnici (la cui perdita progressiva viene documentata dalla La conquista - filogenetica e ontogenetica - dei sistemi
clinica della Degenerazione Lobare FrontoTemporale, e specificata- segnici comporta un doppio ampio vantaggio evolutivo:
mente dalla variante a localizzazione temporale, la demenza una emulazione di realtà di capacità e potenza enormemente
semantica); di un sistema interprete (identificato grazie al lavoro superiore rispetto a quelle che l’hanno preceduta; e il supe-
di Gazzaniga sui pazienti split brain; 1992) idoneo a produrre ramento dei limiti connessi al possesso di sistemi di memoria
le funzioni di narratizzazione e metaforizzazione, e infine di costretti a elaborare esclusivamente input sensoriali. Alla
uno o più sistemi per la percezione dell’asimmetria. loro genesi iniziale (ma non all’ulteriore sviluppo) è neces-
Definire ‘coscienza’ e ‘consapevolezza’ ci permette infatti di saria una variazione nell’ambito biologico e genetico; la
individuare ciò che, nell’ambito del mentale e dei suoi riflessi loro evoluzione successiva (per esempio nel passaggio da
sul comportamento, svolge un ruolo cognitivo, benché non un sistema a base iconico-analogica ad un sistema piena-
cosciente né consapevole. Inconscio è uno stato mentale che ha mente simbolico) potrebbe invece essere avvenuta tutta nel
luogo fuori dal focus della coscienza, oppure uno stato menta- dominio evolutivo culturale, in cui i pattern informaziona-
le che comporti un apprendimento avvenuto implicitamente, li sono memetici piuttosto che genetici.
ovvero uno stato psico-fisico complesso, spesso mediato dal I geni sono replicatori importanti non solo per il suppor-
sistema nervoso autonomo (SNA, talora qualificato con il vec- to materiale che utilizzano, ma soprattutto perché sono
chio termine di ‘vegetativo’) e/o da peptidi a funzioni organi- entità utili alla codifica, al deposito e al recupero di pattern di
smiche complesse (neuroimmunoendocrine). informazione biologica. Come i memi nella memoria.
Le possibili definizioni di inconscio spalancano anch’esse la Pattern di informazione questi che: a) necessitano di un
possibilità di indagine d’una corrispondente infrastruttura meccanismo trasformazionale per la variabilità, e dunque di
neurale, ma pure quella dello studio di specifiche modalità di ela- una generazione (che all’origine è individuale o espressio-
borazione cognitiva. Qui il modello è ripreso dalla monumenta- ne di un piccolo numero di soggetti); b) quando siano stati
le opera del grande psicoanalista cileno Ignacio Matte Blanco, generati, vengono sottoposti a selezione, in base al proprio
che usò strumenti di logica formale, derivati dalla matematica valore adattativo, attraverso meccanismi che trovano un
degli insiemi, per ricondurre le molteplici proprietà dell’incon- esempio applicativo nei dispositivi di validazione intersogget-
scio freudiano a due principi fondamentali: il principio di sim- tivi governati da norme di razionalità locale; e che c) quan-
metria e il principio di generalizzazione. do siano stati selezionati, necessitano di stabilità, e dunque
È questo che rende così importante la presenza di uno o più di un meccanismo di protezione dalla variabilità accidentale.
sistemi per la percezione dell’asimmetria. In relazione al principio di Tutte queste caratteristiche sono valide sia per i replicatori
simmetria, l’inconscio opera una ‘simmetrizzazione delle rela- dell’evoluzione biologica, che per i replicatori dell’evoluzio-
zioni asimmetriche’. Logica simmetrica e logica asimmetrica ne culturale: sono aspetti tipici dei geni, come dei memi.
coesistono così come coesistono coscienza e inconscio: ciò che Qui avanziamo la proposta che il meccanismo preposto alla
cambia, a seconda dei compiti cognitivi, è la proporzione in cui protezione dal cambiamento, alla stabilità dei pattern informa-
i due elementi della bi-logica si combinano. Il modo di genera- zionali memetici sia il loro divenire inconscio. Che un comporta-
zione del mondo tipico dell’inconscio tratta ogni relazione come mento sia perfettamente adattativo, “eccellente” e meritevole
fosse simmetrica. di imitazione, o che sia disadattativo e fonte di notevoli soffe-
In una relazione simmetrizzata l’assenza di asimmetria (non renze, conta la sua natura di comportamento basato su apprendi-
ci sono destra e sinistra, sopra e sotto, avanti e indietro…) rende mento procedurale-implicito, fuori dalla coscienza e dalla consa-
impossibile la concettualizzazione dello spazio. pevolezza, e soprattutto altamente ripetitivo.
L’assenza di spazializzazione rende impossibile la concettua- Il pattern di informazione che costituisce il livello logico superiore
lizzazione del tempo (che è sempre una operazione di spazia- che controlla i comportamenti è “protetto”, difeso dai cambiamenti,
lizzazione). Un apprendimento privo di spazio e tempo è stabile e non ulteriormente evolutivo. È un apprendimento senza
dotato di spazio e tempo infiniti: è ovunque, per sempre. tempo né spazio, “infinito”. Massimamente replicativo. Senza
Non ha storia: non è più processo, ma ente statico: ente cogni- questa ripetitività, non siamo di presenza di un “pattern”. Che
tivo di governo del comportamento. Un apprendimento privo sia ‘di eccellenza’ o ‘di sofferenza’. E ‘contiene’ l’apprendimento.
di storia e di contesto non è suscettibile di cambiamenti: è Cosa impedisce il cambiamento degli apprendimenti procedu-
un pattern di informazione strutturato per essere destina- rali-impliciti? Gli apprendimenti procedurali-impliciti sono
to a ripetersi, ed ha caratteristiche di stabilità e di protezio- fuori dalla consapevolezza cosciente, e dunque sottoposti alle
ne dal mutamento. modalità di elaborazione cognitiva dell’inconscio, e innanzi-

Chora N. 16, Settembre 2008


angElo rEcchia-luciani 95

tutto alla simmetrizzazione delle relazioni asimmetriche. Il fonda- che delle organizzazioni sociali, configurazioni entrambe
mentale valore biologico di tale meccanismo funzionale, in assimilabili a unità di terzo ordine nella classificazione
un’ottica evoluzionistica, consiste nel privare dei connotati di degli esseri viventi della teoria di Santiago (Maturana e
spazialità e temporalità pattern informazionali che costituiscono Varela 1985). Tali pattern di informazione fondamentali,
forme di adattamento, idonee alla conservazione dell’organiz- fondati su segni e di natura metaforica, sono generativi,
zazione di esseri viventi, proteggendole con l’impedirne l’ul- attraverso il meccanismo dei ‘grappoli di metafore’ deluci-
teriore evolutività. Questo è lo statuto ontologico dei memi: dato in epoca moderna in particolare dalla linguistica
pattern informazionali di natura segnica, a organizzazione rela- cognitiva, della struttura del carattere e della personalità, sia
zionale metaforica, a generazione individuale e selezione sociale, la delle forme individuali che delle organizzazioni sociali. Se
cui stabilità è garantita dal loro divenire inconsci (negli individui, in ambito biologico la meiosi è fase strutturalmente deter-
nei gruppi o nelle istituzioni), ovvero a-storici. Per tornare alla minata e finalizzata alla generazione di ulteriore varietà,
analogia genetica: in una delle modalità essenziali di (mentre mitosi e produzione di proteine garantiscono lo
apprendimento non cosciente, la corticalizzazione, gli ‘status’), in ambito culturale individuale ruolo analogo
apprendimenti diventano procedurali, impliciti, inconsa- svolgono i periodi dell’infanzia e dell’adolescenza; in ambi-
pevoli. Ciò risulta in effetti protettivi del contenuto infor- to sociale, lo sono le fasi di transizione. Come le Kuhniane
mativo, in analogia a quanto avviene ai geni quando ven- rivoluzioni scientifiche; o le trasformazioni storiche.
gono arrangiati nelle strette maglie cromosomiche, al fine Dare ai segni connotati vitali, comprendere come possa-
di renderli meno suscettibili alle influenze ambientali. no davvero essere assimilati a forme di vita, suscettibili di
Come accade all’intero patrimonio della memoria semanti- generazione, sviluppo e morte; come guidino la struttura
ca. Geni e cromosomi configurano la modalità specifica attra- evolutiva delle culture sembra poter configurare un’ipotesi
verso cui viene garantita la generazione, la mutabilità in teorica generale sulla conoscenza. Teoria che giunge, grazie
condizioni controllate, e la conservazione di quanto è stato ad un contributo assolutamente centrale della linguistica
selezionato per quanto concerne i pattern di informazione cognitiva, a porsi come proposta epistemologica, grazie alla
per la conservazione e l’adattamento biologici; analogamen- possibilità, offerta dalla metafora come ente cognitivo deputato
te, i segni all’interno delle relazioni metaforiche - sottoposti ai alla comprensione, di una misurazione del grado di verità
principi di simmetria e di generalizzazione - costituiscono pat- (Lakoff e Johnson 1980), capace di valutare il grado di atten-
tern di informazione per la generazione, la mutabilità in dibilità raggiunto da ogni affermazione possibile, indipenden-
condizioni controllate, e la conservazione di quanto è stato temente dallo specifico campo del sapere cui ci si riferisce:
selezionato nelle culture umane, culture non più campo- né scientifico o umanistico, tecnico o artistico piuttosto che poe-
oggetto-dipendenti, sia all’interno del singolo individuo tico, come forse insisterebbe Giambattista Vico.

nota bibliografica
Abravanel R, (2008). Meritocrazia. Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto. Garzanti,
Milano 2008.
Arsuaga Ferreras, JL (1999). El collar del neandertal, en busca de los primeros pensadores. Ediciones Temas de Hoy, Madrid. (Ed. It. I primi pensa-
tori e il mondo perduto di Neandertal, Feltrinelli, Milano 2001).
Blackmore S (1999). The Meme Machine , Oxford and New York, Oxford University Press (Ed. It. La macchina dei memi. Perché i geni non basta-
no, Instar Libri 2002).
Benitez-Bribiesca L (2001). Memetics: A dangerous idea. Interciecia 26: 29–31, p. 29.
Boyd R, Richerson PJ (1985). Culture and the evolutionary process. University of Chicago Press.
Brodie R (1996). Virus of the Mind: The New Science of the Meme by– An introduction to the field of memetics. Integral Press, Seattle.
Calvin W (1996). The Cerebral code: thinking a thought in the mosaics of the mind, MIT Press.
Campbell DT (1965). Variation and selective retention in socio-cultural evolution. In: Barringer HR, Blanksten GI and Mack RW (eds). Social change
in developing areas, a reinterpretation of evolutionary theory. Schenkman Publishing Co.
Campbell DT (1974). Evolutionary epistemology. In: Schlipp PA (ed). The Library of Living Philosophers, Vol. XIV: The philosophy of Karl Popper.
LaSalle: Open Court.
Cavalli-Sforza L, Feldman M (1973). Cultural versus biological inheritance: phenotypic transmission from parents to children. Human Genetics 25:
618-637.
Cloak FT (1975). Is a cultural ethology possible? Human Ecology 3: 161-182.
Csanyi V (1989). Evolutionary systems and society. A general theory of life, mind and culture. Duke University Press.
Damasio AR (1994). Descartes’ Error Emotion, Reason, and the Human Brain, Avon Books, (Ed. It. L’ errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervel-
lo umano. Adelphi, Milano 1995).
Deacon TW (1997). The symbolic species. The coevolution of language and the brain, W. W. Norton, and Co., 1997 (Ed. It. La specie simbolica. coe-
voluzione di linguaggio e cervello. A cura di Silvio Ferraresi. Roma: Giovanni Fioriti Editore; 2001).
Deacon TW (1999). Editorial: Memes as Signs. The trouble with memes (and what to do about it). The Semiotic Review of Books 10(3). 1-3.
Dawkins R (1976). The Selfish Gene, New York: Oxford University Press (Ed. It. Il gene egoista, Mondori Milano 1994).
Dawkins R (1982). Organisms, groups and memes: replicators or vehicles? P. 97-117, in: The extended phenotype. Oxford University Press (Ed. It. Il
fenotipo esteso, Zanichelli, Bologna 1986).
Dawkins R (1993). “Viruses of the Mind” in: Free Inquiry, summer 1993, vol 13 nr 3 (http://phenom.physics.wisc.edu/~shalizi/Dawkins/viruses-
of-the-mind.html )
Dawkins R (1995). River Out of Eden, HarperCollins, New York (Ed. It. Il fiume della vita. Cos’è l’evoluzione, Sansoni Editore, Firenze 1995).
Dennett DC (1995). Darwin’s Dangerous Idea: Evolution and the Meanings of Life. Simon &Schuster, New York 1995 e (Ed. It. L’ idea pericolosa di
Darwin. L’evoluzione e i significati della vita, Bollati Boringhieri Torino 1997).
Dennett DC (1996). Kinds of Minds: Towards an Understanding of Consciousness. BasicBooks, New York (Ed. It. La mente e le menti. Rizzoli, Milano
2000).
Dennett DC (1999) The evolution of culture. The Charles Simonyi Lecture, Oxford University, Feb 17, 1999. EDGE 52 — March 28, 1999.
Donald MW (2001). A Mind So Rare: The Evolution of Human Consciousness, W. W. Norton & Company, New York, (Ed. It. L’evoluzione della
mente. Per una teoria darwiniana della coscienza, Garzanti, Milano 2004.
Edelman M. Gerald (1992). Bright Air, Brilliant Fire. On the Matter of The Mind. (Ed. It. Sulla materia della mente, Milano, Adelphi, 1993).

Chora N. 16, Settembre 2008


96 mEmoriE oltrE lE gEnErazioni

Flemminga TM, Beranb MJ, Washburn DA (2007). Disconnect in Concept Learning by Rhesus Monkeys (Macaca mulatta). Judgment of Relations
and Relations-Between-Relations. Journal of Experimental Psychology: Animal Behavior Processes, Volume 33, Issue 1, January, Pages 55-63.
Fodor JA (1983). The modularity of mind: an essay on faculty psychology, Cambridge, MA, MIT Press, 1983. (Ed. It. La mente modulare. Saggio di
psicologia delle facoltà, Il Mulino Bologna 1988).
Fodor JA (2000) The mind doesn’t work that way; the scope and limits of computational psychology. MIT Press (Ed. It. La mente non funziona così.
La portata e i limiti della psicologia computazionale, Laterza, Roma-Bari, 2001).
Gallese V, Fadiga L, Fogassi L e Rizzolatti G (1996). Action recognition in the premotor cortex, Brain, Vol. 119, No. 2, 593-609, 1996.
Gallese V (2006). La molteplice natura delle relazioni interpersonali-la ricerca di un comune meccanismo neurofisiologico, in Chora, numero 12, anno
5 (primavera 2006). Dossier: alterità, empatia, intersoggettività.
Gazzaniga MS (1992). Nature’s Mind-Biological Roots Of Thinking, Emotions, Sexuality, Language, And Intelligence, Basic Books, New York (Ed.
It. La mente della natura, Garzanti, Milano 1997).
Boxer AL, Trojanowski JQ, Lee VY-M, Miller BL (2005). Frontotemporal lobar degeneration, Chapter 34 of Textbook of Neurodegenerative Diseases,
M. Flint Beal, A. Lang and A. Ludolph (Eds). Cambridge University Press, Cambridge, UK.
Henson K (1987) Memetics and the Modular-Mind Analog, Aug.
Heyes CM, Plotkin HC. (1989). Replicators and interactors in cultural evolution. In: Ruse M (ed). What the philosophy of biology is; essays dedicat-
ed to David Hull. Kluwer Academic Publishers, Dordrecht.
Hofstadter DR, Dennett DC (1981) The Mind’s I (Ed. It. L’io della mente, Fantasie e riflessioni sul sé e sull’anima. Adelphi, Milano 1992)
Hofstadter, DR (1983) “On Viral Sentences and Self-Replicating Structures” in: Scientific American, vol. 248, January 1983; reprinted in: “Metamagical
Themas” (Basic Books, 1985).
Hodgson G (1993). Economics and evolution. Bringing life back into economics. Polity Press.
Hull DL (1982). The naked meme. In: Plotkin HC (ed). Learning development and culture, essays in evolutionary epistemology. John Wiley and
Sons.
Hull DL (1988). Interactors versus vehicles. In: Plotkin HC (ed). The role of behavior in evolution. MIT Press.
Hull DL (1988). Science as a process: An evolutionary account of the social and conceptual development of science. University of Chicago Press.
Jablonka E, Lamb M, Eytan A (1998). ‘Lamarckian’ mechanisms in darwinian evolution. — Trends in Ecology and Evolution 13(5). 206–210.
Jaynes J (1976). The Origin of Consciousness in the Breakdown of the Bicameral Mind. Houghton Mifflin Company, Boston 1976, 1990 (Ed. It. ll crol-
lo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, Adelphi Milano 1984).
Kuhn TS (1962-1970). The Structure of Scientific Revolutions, The University of Chicago Press, Chicago (tr. it. della II ed. ampliata, 1970, a cura di A.
Carugo, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 1978.
Kull K (2000). Copy versus translate, meme versus sign: development of biological textuality. European Journal for Semiotic Studies 12(1). 101–120.
Kilpinen E, Memes versus signs On the use of meaning concepts about nature and culture. In stampa; citato da manoscritto, con
autorizzazione dell’autore.
Lakoff G e Johnson M (1980). Metaphors we live by. University of Chicago Press. Chicago. (Ed. It. Metafora e vita quotidiana, Bompiani, Milano,
1980-1998).
Lynch A (1991). Thought contagion as abstract evolution. Journal of Ideas 2: 3-10.
Lynch A (1996). Thought contagion. How Belief Spreads Through Society. The New Science of Memes. Basic Books New York, N.Y.
Maturana H, Varela F, (1985). El Árbol del Conocimiento: Las bases biológicas del entendimiento humano. Editorial Universitaria, Santiago, 1985
(Ed. It. L’albero della conoscenza, Garzanti Milano 1992).
Maynard Smith J, Szathmáry E, (1997). The Major Transitions in Evolution. New York: Oxford University Press.
Maynard Smith J, Szathmáry E, (1999). The Origins of Life: From the Birth of Life to the Origin of Language. Oxford: Oxford University Press. (Ed.
It. Le origini della vita. Dalle molecole organiche alla nascita del linguaggio, Einaudi Torino 2001).
Matte Blanco I (1975). The unconscious as infinite sets : an essay in bi-logic. Duckworth, London (Ed. It. L’inconscio come insiemi infiniti: saggio sulla
bi-logica. Einaudi, Torino 1981).
Matte Blanco I (1988). Thinking, feeling, and being : clinical reflections on the fundamental antinomy of human beings and world. Routledge,
London ; New York (Ed. It. Pensare, sentire, essere: riflessioni cliniche sull’antinomia fondamentale dell’uomo e del mondo. Einaudi, Torino 1995).
Mininni G (2008). La mente come orizzonte di senso, in Mauro Maldonato (a cura di) L’Universo della Mente, Meltemi Roma.
Nadel L, O’Keefe J (1978). The Hippocampus as a Cognitive Map, Oxford University Press, Oxford.
Phillips WA (1974). On the distinction between sensory storage and short term visual memory, Perception and psychophisycs, 16:283-290.
Popper KR (1972). Objective Knowledge. An Evolutionary Approach, Oxford, Clarendon Press (Ed. It. Conoscenza oggettiva, Roma,
Armando, 1975).
Recchia Luciani ANM(2007) Biologia della cultura, in Maldonato M (a cura di). La coscienza: come la biologia inventa la cultura, scritti di Maldonato
M, Mininni G, Montuori A, Recchia Luciani ANM. Guida, Napoli.
Simon HA (1962). “The architecture of complexity” in Proc. Amer. Phil. Soc., 106, pp 467-482.
Schacter D (2001) Forgotten Ideas, Neglected Pioneers: Richard Semon and the Story of Memory Philadelphia: Psychology Press.
Spinozzi G (1996). Categorization in monkeys and chimpanzees. Behavioural Brain Research. Volume 74, Issues 1-2, January, Pages 17-24
Tomasello M, Call J, Hare B (2003). Chimpanzees understand psychological states: The question is which ones and to what extent. Trends in
Cognitive Science, 7, 153-156.
Tomasello M (2003). Constructing a Language: A Usage-Based Theory of Language Acquisition. Harvard University Press.
Tomasello M, Carpenter M, Call, J, Behne T, Moll H (2005). Understanding and sharing intentions: The origins of cultural cognition. Behavioral and
Brain Sciences, 28, 675 – 691.
Vico G (1744). Principj di una scienza nuova; Principi di una scienza nuova In Opere, t. I, a cura di Andrea Battistini, Mondadori, Milano, 1990.

angelo recchia-luciani è nato a Bari nel 1960. Medico, Neurologo e Radiodiagnosta, dal 1997 è responsabile per le neuroimmagini in uno
dei maggiori gruppi ospedalieri privati italiani. Profondamente attento al rapporto mente-corpo, se ne è interessato in relazione all'infor-
mazione, alla psicoterapia, all'ipnosi medica. Autore di lavori in ambito neuroradiologico, su applicazioni dell'informatica alla medicina,
sulla metafora come dispositivo cognitivo, per Infomedia ha pubblicato (con Di Lecce) "Medicina e Informazione" e curato (con Claudatus)
l'edizione italiana di "Mente e Metafore" di J. Lawley e P. Tompkins; per Guida, ha pubblicato il saggio "Biologia della Coscienza" nel volu-
me "La Coscienza", curato da Mauro Maldonato.

Chora N. 16, Settembre 2008


robErto bottini 97

silvio ceccato
e la Meccanizzazione della MeMoria
soluzioni fin troppo ben localizzate di un antilocalizzazionista
di roBerto Bottini
ce.r.co. - università degli studi di BergaMo
Circa sessant’anni fa, in Italia, precisamente a Milano, diverso, proprio a causa di ciò che è avvenuto, di ciò che si è già
cominciava la sua brillante carriera di studioso di cibernetica fatto. Per designare questo nuovo rapporto si utilizza proprio
Silvio Ceccato. Pensatore radicale e prolifico saggista, riscosse la parola conoscere: conoscere Londra, conoscere il francese,
un buon successo di pubblico grazie ad alcune opere divulga- conoscere la Regina, oppure sapere quando si allude specifica-
tive tuttavia, il suo insegnamento, rimase sempre ai margini mente all’attività ripetuta: saper orientarsi a Londra, saper par-
dell’accademia. Tra le tante cose di cui s’è occupato v’è anche lare l’inglese, sapere chi è la Regina.
la memoria, e proprio della teoria ceccatiana del funzionamen- Nell’accezione operativa, antirappresentazionista di
to mentale in generale, e della memoria in particolare, ci occu- Ceccato, quindi, conoscere rimanda sempre (a) ad un rappor-
peremo in questo contributo. to tra attività, (b) distribuite nel tempo e svolte dallo stesso sog-
Forse il lettore si starà chiedendo: perché riproporre qui ed getto, (c) attività egualmente presenti e pertanto confrontabili
ora una teoria della memoria vecchia di quarant’anni quando tra loro. Mentre in quello che Ceccato chiama “linguaggio filo-
fuori c’è una selva rigogliosa di ipotesi moderne ed avanzate? sofico”, conoscere si tratterebbe sempre di (a) un rapporto tra
Perché occuparsi del fantasioso tentativo di costruire una mac- cose date come già fatte, (b) distribuite nello spazio, (c) di cui
china ricordante fatta di legno e acciaio (si fa per dire) quando soltanto l’una presente alla cognizione del soggetto, all’inter-
fuori si parla di reti neurali e cervelli quantistici? Perché dare no, e l’altra assente alla sua cognizione, all’esterno in quel certo
ascolto ad un cibernetico poco conosciuto degli anni ’50 che si posto. Il confronto, come già detto, dovrebbe quindi avvenire
è occupato un po’ di tutto quando fuori ci sono schiere di spe- tra una cognita e un’incognita.
cialisti agguerriti e preparatissimi? In questo modo, sostiene Ceccato, opera da sempre la filoso-
Una risposta non ce l’ho. Però posso proporre due meta-rispo- fia occidentale “ mettendo in circolazione i due «conoscere», per
ste, sulla cui natura il lettore avrà presto delucidazioni. Dapprima, designare due situazioni strutturate in modo vagamente simile,
perché l’unico modo per ricordare una cosa è farla una seconda in quanto costituite con i termini di un rapporto di ripetizione;
volta; poi, semplicemente, perché fuori non v’è alcunché. ma sotto un certo aspetto opposte, irriconducibili l’una all’altra,
L’errore più grande della filosofia è stato quello del “rad- in quanto nella seconda [accezione], quella filosofica, non solo il
doppio del percepito”, cioè il tentativo di basare una teoria rapporto temporale viene sostituito con un rapporto spaziale,
della conoscenza sul confronto tra la cosa da conoscere, reale, ma il rapporto di ripetizione ha quale primo termine qualcosa
esterna e la rappresentazione della stessa all’interno della che è destinato a rimanere assente.” (Ceccato 1972)
nostra testa, percepita attraverso i nostri sensi, talvolta ingan- Di conseguenza, la nuova accezione del termine conoscere
nevoli. Per dirla con lo stesso Ceccato, “alcune ovvie conside- diventa irriducibilmente metaforica, poiché non è possibile
razioni di ingombro ed anche le più rozze nozioni di anatomia una sua traduzione letterale, indicando cioè “le cose con i ter-
impediscono che si pensi che i percepiti esterni al corpo possa- mini loro propri” (Ceccato 1972), senza ricorrere ad ulteriori
no venire raddoppiati senz’altro al suo interno. Questo è già metafore o cadere in vere e proprie contraddizioni.
pieno di cose sue, ed in nessun caso riuscirebbe poi a contene- Si delinea quindi la necessità di una concezione non rappre-
re un monte, una casa, un cavallo” (Ceccato, 1972). Del resto sentazionalista della mente e della scienza tutta, che Von
non si capisce come possa essere attuato il confronto tra la cosa Glasersfeld saprà poi riproporre nel suo “costruttivismo radi-
conosciuta (interna) e la cosa reale (esterna), dato che la prima, cale”, che molto deve alle intuizioni di Ceccato, con il quale
frutto della percezione sensoriale rappresentata all’interno lavorò durante la sua permanenza in Italia.
della nostra mente, è l’unica ad essere presente al soggetto, Secondo Ceccato, per la vita mentale (che egli distingue da
mentre la seconda resta, per definizione, inconoscibile. A quella fisica e psichica) sono fondamentali tre meccanismi, o
quale livello di conoscenza può dunque portare il confronto sistemi, quello dell’attenzione, quello della memoria e quello
tra due termini, di cui uno incognito? correlazionale o di pensiero. L’attenzione non è più soltanto
Il raddoppio del percepito comporta una spazializzazione uno strumento per selezionare ciò che ci interessa ma è ciò che
del processo di conoscenza foriero d’una rappresentazione dei costruisce i nostri pensieri. Essa è pulsante, spezzettata, discre-
processi mentali basata su metafore irriducibili che ne impedi- ta e quando applicata al funzionamento di altri organi (visivo,
scono l’effettiva comprensione. Il processo metaforico è ben acustico, tattile..) tal funzionamento viene reso “mentale” e
visibile se pensiamo alla parola conoscere. adeguatamente frammentato. In questa prima modalità di
Scrive Ceccato: “Quando noi facciamo qualcosa, può essere lavoro, l’attenzione, rende semplicemente presente al sogget-
che sia la prima e l’ultima volta che la facciamo, ma per lo più to l’attività dell’organo, fatto che il lettore può sperimentare
si tratta di un fare che, attraverso la memoria, ripete un già prestando ora attenzione al contatto dei vestiti sulla propria
fatto, o, sempre attraverso la memoria, viene ricordato per pelle.
essere ripetuto.” (Ceccato, 1972) Nell’altro modo di operare, invece, l’attenzione non si appli-
Dunque ci può capitare di visitare Londra, studiare l’ingle- ca al funzionamento di altri organi, ma a se stessa. La combi-
se e di essere presentati alla Regina Elisabetta. In seguito il nazione di più stati attenzionali, resa possibile dalla funzione
nostro rapporto con Londra, la lingua inglese e la Regina sarà correlazionale del pensiero, porta alla formazione di categorie,

Chora N. 16, Settembre 2008


98 Silvio cEccato

quali possono essere ad esempio: singolare/plurale; tali che in passato occupavano un lasso di tempo più o meno
tempo/spazio; caldo/freddo, etc. Secondo Ceccato: “Nella con- lungo, in modo da poter ricordare il “già fatto” più agevolmente.
cezione fisicalistica della mente, queste categorie e la loro La settima funzione della memoria è quella propulsiva,
applicazione ad altro non potevano che derivare dalla loro ovvero: ciò che abbiamo già fatto ci sospinge in una
partecipazione alle cose fisiche, come condizione alla percezio- direzione piuttosto che un’altra.
ne, dalle quali le otterremmo «per astrazione». In altri termini, Prima di descrivere il meccanismo mnemonico proposto da
noi le troveremmo sulle cose fisiche e le separeremmo dalle Ceccato, riporto alcune sue riflessioni rispetto ai modelli della
altre proprietà e soprattutto dalla fisicità (la mancata consape- memoria esistenti all’epoca ed al loro scarso funzionamento:
volezza delle operazioni costitutive delle categorie mentali, sia “Si è immaginata la traccia, ispirata al cilindro o disco del fono-
pure che applicate, è stata anch’essa insieme una premessa ed grafo, al nastro magnetico del registratore o semplicemente alla
una conseguenza dell’errore fisicalistico)”. (Ceccato, 1972) scrittura; od anche una specie di rete da costruirsi connettendo ele-
Così, sgombrato il campo delle vestigia fisicaliste, è possibile menti già esistenti, o con particolarità legate alle connessioni, o
comprendere come l’associazione categoriale più semplice, cioè tarando in modo particolare questi elementi, sicché ad essi giunga-
quella composta da due singoli stati attenzionali, darà luogo alla no e partano per esempio solo determinati impulsi. Per la memo-
categoria di Cosa, nella sua accezione più vasta, per esempio la ria letterale indubbiamente questi schemi non solo funzionano,
«cosa» delle domande: ma un qualsiasi registratore batte la più forte memoria umana.
‘Che cosa è...?’, quando appunto non facciamo altro che richia- Nastri magnetici, pellicole cinematografiche, etc.., non dispongono
mare l’attenzione sull’oggetto della domanda. Combinazioni più però di memoria riassuntiva e propulsiva, ed è anche di queste che
complesse daranno luogo a tutte quelle categorie di cui ci servia- il sistema fisico deve dar ragione, oltre che della memoria come
mo quotidinamente. mantenimento di presenza, come continua modificazione, come
Tuttavia, applicata l’attenzione e formate le più svariate catego- associazione e come selezione.” (Ceccato, 1968)
rie, non si è ancora giunti al pensiero; le unità costituite rimarreb- Ricapitoliamo ora le tre principali funzioni dell’attenzione, pri-
bero fra l’altro di ben piccole dimensioni, quelle cioè che si ottengo- madonna dell’attività mentale e, quindi, mnemonica.
no nel secondo, secondo e mezzo (per Ceccato la durata massima Applicandosi al funzionamento degli altri organi, l’attenzione
delle pulsazioni dell’attenzione); mentre l’uomo compone unità rende mentale ciò che altrimenti resterebbe situato solo sul piano
indefinitamente lunghe “sino ad abbracciare con un solo arco la fisico (per rendersene conto basterà che il lettore pensi al contatto
sua vita intera” (Ceccato 1972). Questa è l’opera del pensiero, per- delle pagine di questa rivista con i polpastrelli delle sue dita; ora che
messa grazie non soltanto al sistema attenzionale, ma anche ad un vi presta attenzione tale contatto e le sue caratteristiche gli sono pre-
altro dei sistemi che si sono riconosciuti fondamentali per la vita senti, cioè sono divenuti un fatto mentale)
della mente, cioè quello della memoria. Oltre a rendere mentale il funzionamento di altri organi, essa lo
A suo tempo Ceccato, riconoscendo la fondamentale importan- frammenta, lo spezzetta e lo suddivide in piccole porzioni. Questo
za della memoria, sosteneva si trattasse di un meccanismo larga- avviene poiché l’attenzione stessa è pulsante e non continua.
mente inesplorato e del quale se ne sapeva ben poco. Non molti, Infine l’attenzione si focalizza su se stessa, secondo diverse com-
dopo trent’anni di neuroscienze, vorrebbero affermare lo stesso, binazioni, alle quali dobbiamo le categorie mentali, adoperate sia
tuttavia non si conosce ancora un modello esauriente della memo- isolatamente, sia applicate (per esempio nell’osservazione, quando
ria, e molti suoi aspetti restano ancora oscuri. Ottimisticamente, il singolare applicato ci da “alber-o” o “bosc-o”, ed il plurale “alber-
Ceccato pensava che la difficoltà non fosse insita nell’oggetto d’in- i” o “bosch-i”)
dagine, misterioso e inaccessibile, ma dovuta alla “problematica Nel caso della memoria ci interessa soprattutto la funzione fram-
povera con cui si è indagato sulla memoria, una problematica che, mentatrice, in quanto mette a disposizione un insieme discreto di
ormai sappiamo, cerca di correre subito sull’osservativo, cioè sulle elementi (quelli resi presenti dall’attenzione a partire da un flusso
cose che si vedono e si toccano, prima di aver condotto una indivi- continuo, non discreto di stimoli interni ed esterni) del quale si
duazione, analisi e descrizione delle operazioni di cui identificare avvale il sistema combinatorio del pensiero per costruire le sue
la base organica”. (Ceccato, 1968) caratteristiche correlazioni. Inoltre, “questo rende plausibile che il
Forse, anche alcuni dei moderni tentativi di comprensione della sistema fisico responsabile della memoria possa registrare le nostre
memoria restano portatori, più o meno sani, di quest’approccio esperienze, sia come un continuo fluire, cioè quale funzione mono-
osservativo e fisicalista. Il quale conduce a metafore irriducibili tona, sia come tante unità isolate e ripetute, cioè quale funzione
dalle quali (nonostante tutto il costruttivismo del mondo) sembra ciclica”. (Ceccato, 1968)
difficile scappare (prima fra tutte, quella del “magazzino”). Al cibernetico, dunque, non resta altro da fare che progettare un
Nell’illustrare l’analisi Ceccatiana della memoria e il tentativo, forse meccanismo in grado di svolgere al meglio tutte le funzioni della
anacronistico, di concepire un marchingegno meccanico capace di memoria. Una volta individuate queste funzioni, infatti, il compi-
ricordare, si spera quantomeno di solleticare qualche mente fanta- to dello scienziato è di renderle concepibili come funzioni d’organo,
siosa che voglia prendervi spunto per rompere le fila gregarie della in un modello fisico plausibile che possa in seguito guidare, nelle
ricerca normale e spiccare un salto al di là delle metafore irriduci- sue ipotesi, lo studioso del sistema nervoso umano.
bili che a volte la caratterizzano. Lasciamo ora che sia lo stesso Ceccato a guidarci nella descri-
Ceccato, da par suo, individua ben sette funzioni della memo- zione della sua macchina per ricordare: “Si immagini un segui-
ria. La prima è la ben nota funzione della memoria cosiddetta let- to di corde in grado di vibrare che si tarino al loro primo funzio-
terale, la quale ci consente di ripetere esattamente quello che si è namento come unità attenzionali. Sarebbe come se il pezzo di
fatto. La utilizziamo recitando a memoria una poesia che si è più musica suonato sul violino, strumento a note non fisse, lascias-
volte letto, suonando a memoria un pezzo musicale o semplice- se tante corde della lunghezza di cui di volta in volta, quelle
mente ricordando un numero di telefono. La seconda funzione sono state ridotte facendone uno strumento a note fisse, come il
della memoria è per Ceccato quella di mantenimento, funzione che pianoforte o l’arpa. Ma ogni corda si troverebbe raddoppiata
ci consente di mantenere presente quanto è avvenuto anche quan- figurando, da un lato, nel seguito continuo delle corde, precedu-
do il corrispondente fenomeno fisico o psichico è già finito. In que- ta o seguita quindi da quelle certe corde, o contesto, e dall’altro,
sta funzione la memoria si accoppia col sistema attenzionale, poi- isolatamente, separata, in modo da poter venire eccitata ad ogni
ché l’attenzione, dal fenomeno, si sposta sul ricordo mantenuto di nuovo presentarsi di una unità eguale. Si può anche immagina-
questo. Altre due funzioni consistono rispettivamente nell’associa- re che quando una unità attenzionale sia costituita da altre unità,
reciò che si è già fatto, in epoche più o meno lontane e nel seleziona- in luogo della corda unica essa sia rappresentata da un gruppo
re ciò che verrà ricordato. di corde. Per esempio, l’unità ‘smeraldo’ potrà contenere più
La sesta funzione della memoria è quella riassuntiva. Si intende corde, una delle quali ‘accordata’ come quella che risponde iso-
qui la capacità di riprendere in forma riassuntiva operazioni men- latamente del ‘verde’.

Chora N. 16, Settembre 2008


robErto bottini 99

Il passaggio, la connessione tra le unità attenzionali nel flusso Per la memoria come mantenimento di presenza, basterà
continuo e quelle isolate, dato il tipo di fisicità del sistema scelto, è ricordare che ogni processo fisico né inizia, ne termina proprio
assicurato automaticamente dal mezzo fisico, l’aria, nel quale esse in un istante.” (Ceccato, 1968)
sono immerse. Nulla di tutto ciò è realmente presente nella nostra
Alle corde presenti separatamente bisogna però aggiungere una testa, sottolineava lo stesso Ceccato. Tuttavia, per quan-
caratteristica o grandezza fisica, che segni in esse le volte in cui sono to grezzo e sbrigativo, questo tentativo di ingegneria
state eccitate; e sempre per restare fra le nostre rozze immagini, si mentale rende merito della complessità delle funzioni
pensi per esempio ad un’astina che accompagni ogni corda ed alla della memoria, complessità che un semplice “magazzi-
quale si sommi un segmento ad ogni nuova eccitazione, o ad una no neurale” più o meno localizzato può difficilmente
serie di anelli concentrici e sempre maggiori, come si vede nei tron- soddisfare. Inoltre, se il positivismo è in crisi, così come
chi degli alberi. suo figlio minore il localizzazionismo, sarebbe bello che
Questo sistema ricorda, sul piano fisico quello ben noto di chi se ne accorgessero anche i positivisti localizzazionisti,
compila l’indice per soggetto, per argomento, di un volume ove le cosa che in effetti non avviene ancora in vaste aree del
parole figurano come centri di raccolta e di rimando appunto dei mondo scientifico. Che abbiano forse delle buone ragio-
singoli soggetti, attraverso i numeri delle pagine indicati, e l’am- ni? Come si insegna in alcuni corsi di comunicazione, se
montare di questi numeri corrisponde all’altezza dei segmenti il messaggio non viene ricevuto o compreso, è sempre
delle astine od alla grandezza e posizione dei cerchi concentrici. colpa dell’emittente, il quale deve cambiare strategia
Ecco ora come il sistema assolverebbe le varie funzioni della comunicativa. Forse, parlare di costruttivismo utilizzan-
memoria. do ancora termini rappresentazionalisti, se all’inizio ne
Intanto, esso associa le nostre esperienze, sia perché dalle unità facilita la comprensione, rischia poi di creare paradossi,
isolate si irradia un richiamo, una sollecitazione alle unità corri- incomprensioni o metafore irriducibili. Il linguaggio
spondenti nel flusso continuo, e così anche ai contesti di queste, sia nella scienza non è solo importante, ma costitutivo; l’im-
perché alcune unità figurano tanto isolatamente quanto come portanza che Ceccato da al significato delle parole e alla
componenti di unità più ricche (è il caso del ‘verde’ nello ‘smeral- loro possibile traduzione in operazioni mentali non è un
do’, nell’ ‘erba’). Ma così al tempo stesso seleziona, cioè rimandan- vezzo o un passatempo intellettuale, ma una strategia
do solo a certe cose non rimanda ad altre. Per non ricordare, insi- ben precisa nel tentativo fondare una scienza costrutti-
stendo sulla particolare natura fisica del sistema scelto, gli effetti vista, rigorosa e, per quanto possibile, non contradditto-
delle risonanze dovuti ai vari possibili suoni armonici. ria. Una scienza complessa, si, ma comprensibile.
È poi un sistema propulsivo e condizionante, in quanto ogni
nuova esperienza finisce con il trovare un elemento stabilizzante
nel centro di raccolta e perché, raggiungendo le unità corrispon-
denti nel loro flusso continuo, ne suscita anche i contesti, che ci por-
tano a ripetere il già fatto.
L’attività riassuntiva, condensatrice della memoria è dovuta
alla possibilità di cogliere negli intervalli voluti le unità atten-
zionali per la loro frequenza maggiore o minore, attraverso la
variabile grandezza fisica aggiunta nelle corde vibranti, cioè le
astine o i cerchi. Si noti che su queste unità così raccolte, sia il
meccanismo attenzionale che quello correlazionale del pensie-
ro possono operare come su un qualsiasi materiale fresco,
seguendo cioè le stesse regolarità o dipendenze, ponendo le
unità negli stessi rapporti per cui risulteranno legate una volta
con una ‘e’, un’altra con un ‘con’, una terza con un ‘anche’, a
seconda che siano state presenti entro o fuori un certo interval-
lo di tempo, oppure insieme, etc., o figurare come soggetti o
come oggetti di un’attività, o venire legate nel rapporto di
sostanza o accidente, ‘statua marmorea’, o con un ‘di’, ‘statua
di marmo’, e simili. Silvio Ceccato

Nota bibliografia
Ceccato S., 1985, L’ingegneria della felicità, (Rizzoli, Milano)
Ceccato S., 1972, La mente vista da un cibernetico, (ERI, Torino)
Ceccato S., 1970, Cibernetica per tutti, 2, (Feltrinelli, Milano)
Ceccato S., 1968, Cibernetica per tutti 1, (Feltrinelli, Milano)
Ceccato S, 1964, Un tecnico fra i filosofi. Vol. I, Come filosofare, (Marsilio Editori, Padova)
Ceccato S., 1964, Un tecnico fra i filosofi. Vol. II, Come non filosofare, (Marsilio Editori, Padova)

silvio ceccato nacque a Montecchio Maggiore nel 1914. Studiò giurisprudenza, violoncello e composizione musicale. Negli anni ’50 con
Vittorio Somenzi e Giuseppe Vaccarino fondò la Scuola Operativa Italiana che coinvolse studiosi di varia provenienza disciplinare, italia-
ni e stranieri, intorno al tentativo di modellizzare l’attività mentale ed i rapporti fra questa e il linguaggio. Fu tra i primi in Italia ad occu-
parsi di traduzione automatica e nel 1949 fondò (insieme a Vittorio Somenzi e Giuseppe Vaccarino) la rivista internazionale Methodos, che
continuò le pubblicazioni fino al 1964. Nel 1956 progettò e costruì Adamo II, il primo prototipo di cervello elettronico, il progetto fu poi
abbandonato per carenza di finanziamenti. Fu libero docente di filosofia della scienza a Milano. Nel 1957 fondò il Centro di cibernetica e di
attività linguistiche dell’Università di Milano, che diresse fino alla metà degli anni sessanta. Autore instancabile, pubblicò una ventina di
libri e più di cento articoli, collaborando con numerose riviste e quotidiani. Morì a Milano il 2 dicembre del 1997.

roberto Bottini è allievo alla Scuola di Dottorato in Antropologia e Epistemologia della Complessità all’Università
degli Studi di Bergamo.

Chora N. 16, Settembre 2008


100 F iloSoFi a m ilano

antonio BanFi
dal paciFisMo alla Questione coMunista
tre domande al professor papi
a cura di alessandro sardi

Professor Papi, lei è stato per molti anni allievo Comincerò invece con una domanda che proble-
di Banfi. I suoi scritti intorno al pensiero del mae- matizza su un concetto centrale - realtà - tutto il
stro e la fondamentale monografia dedicata alla gioco teoretico dei sedimenti teorici e della loro
Scuola di Milano restano una autentica testimo- composizione. La realtà come si presenta per la
nianza del magistero banfiano oltre che del suo ricerca? Il tentativo di trovare la “realtà” nella
percorso filosofico, come testimonia ancora il suo “esperienza pura” che possa darsi nella sua origi-
recente lavoro Antonio Banfi. Dal pacifismo alla nalità alla coscienza secondo una percezione pre-
questione comunista (Ibis, Como – Pavia 2007). categoriale rispetto a quelle minime categorizza-
Oggi, dopo cinquant’anni dalla scomparsa di zioni che appartengono al tessuto linguistico che
Banfi, quale eredità teoretica possiamo riscopri- occorre neutralizzare per poter percepire una rela-
re? Se lei dovesse proprio scegliere una tematica zione diretta all’origine, è estraneo a Banfi. Nel
che maggiormente ha influito sulla sua formazio- saggio sul razionalismo critico del 1943 che riassu-
ne e che ancora oggi resta al centro della sua me teoreticamente l’esperienza filosofica di più di
attenzione, quale indicherebbe ai più giovani? vent’anni ed apre, problematicamente, verso la
metamorfosi successiva, Banfi scrive: «Questa
Alla prima domanda preferi- esperienza lungi dall’essere pura è determinata
sco rispondere con una rifles- dalla singolare situazione compromessa in una
sione teorica nella quale è faci- serie di valutazioni e reazioni implicite e affiora
le vedere quali temi banfiani, e sul piano dell’esistenza vissuta e non della ragio-
come, abbiano proliferato nel ne. Piuttosto la ragione ha già attraversato i vari
mio modo di “fare filosofia”. gradi del sapere, elaborato l’esperienza nel senso
Se mi collocassi all’esterno di toglierla da tali forme e tali sensi individual-
sarebbe una descrizione, in mente determinati, di disporla in sintesi che rap-
questo testo vi è, nei suoi limi- presentino sensi di coordinazione e di aggruppa-
ti, una prova. mento». Posso tradurre questa proposizione in un
Il titolo che nel 1956 diede linguaggio diverso, ed essa potrebbe suonare così:
Banfi alla raccolta dei suoi non c’è nessuna immaginazione che non sia detta
Antonio Banfi scritti filosofici nel corso di tre in una forma di linguaggio e ogni forma di lin-
decenni e oltre, fu La ricerca della realtà. guaggio ha il suo codice. Si può dire anche, in
Intuitivamente il significato delle due parole modo hegeliano, secondo le pagine della
sembra ripetere quella che è una grande tradizio- Fenomenologia sul sensibile: ogni esperienza sensi-
ne filosofica impegnata a tradurre nel suo lessico bile è condannata all’hic et nunc, e quindi non
e nel suo sapere lo spazio indefinito e oscuro costituisce sapere.
della realtà che abbiamo imparato a considerare Se la realtà non può manifestarsi come esperien-
teoricamente con gli occhi della metafisica greca, za indeterminata, relazione sensibile e immagina-
ma che anche abbiamo imparato a sentire, perce- tiva con il mondo secondo già una sua dimensione
pire, toccare, così come ne siamo sentiti, percepi- di senso, come si presenta invece per chi abbia un
ti, toccati. Come si vede possono essere differen- atteggiamento teorico alla Banfi? Banfi è al di qua
ti, anzi molto distanti, gli sfondi filosofici in cui o al di là di qualsiasi forma di filosofia della per-
la proposizione può avere senso, anche se il sin- cezione o del “mondo della vita”. E’ kantiano
tagma “ricerca della realtà” conduce in questo quanto al processo di costituzione della conoscen-
caso nella significazione sintetica che era nel- za poiché l’immaginazione deve concettualizzarsi;
l’antico deposito dell’esperienza che Banfi aveva è hegeliano in quanto alla forma della esperienza
avuto con i suoi classici e con alcune linee filoso- che si presenta sempre come un compimento sim-
fiche fondamentali dell’inizio del Novecento. bolico, un linguaggio organizzato che stabilisce i
Qui, tuttavia, non darò il complicato tracciato confini di un mondo. È fin troppo ovvio obiettare
genealogico con i classici moderni, Spinoza, che siamo in un mondo della trasparenza, una
Kant, Hegel e i filosofi contemporanei, più o ripetizione a vari livelli della composizione sim-
meno, a Banfi, Simmel, Cassirer, Natorp e la bolica, dove il linguaggio non mostra residui inso-
discendenza neokantiana marburghese, i razio- lubili quanto alla esperienza e, uscendo dal circui-
nalisti francesi, viennesi, berlinesi, infine il to di Banfi ma anche di Husserl, il ricordo non ha
primo Husserl conosciuto all’inizio degli anni da cimentarsi con un fondo oscuro che giunge
Venti nelle sue fondamentali opere a stampa. all’immagine, ma non trova la parola. In Banfi,

Chora N. 16, Settembre 2008


alESSandro Sardi 101

come nel suo straordinario allievo Preti, la razio- C’è la gloria della forma, ma anche il suo deperi-
nalità certamente può scivolare nell’indeterminato mento. Si tratta di un’implicita critica alle filosofie
intuitivo come avviene nel parlare comune, ma ha che sostengono il proprio primato e sottintendono
sempre la possibilità di una sua trasparenza. Così la convinzione che ogni manifestazione simbolica,
di “realtà” si può parlare nella comunicazione l’arte come la scienza, se interrogata in modo
pragmatica più semplice, quella che trasporta una appropriato, possa avere la sua piena traducibilità
serie di certezze inglobate nelle esperienze e che filosofica. Siamo in un luogo della comprensione e
rendono possibile, in una intersoggettività data, la dell’ascolto, tace la nostra vita, immaginiamo la
vita quotidiana. Chiunque, comunicando con il trasparenza dell’ascolto. Siamo molto lontani sia
prossimo, distingue e fa distinguere ciò che è reale dalla possibilità scientista di controllare un lin-
e ciò che non lo è. Ma il problema non è, teorica- guaggio con un altro linguaggio, sia dalla fuga
mente, il distinguere, ma il criterio del distinguere. indefinita dei significati, della loro indecidibilità
E non appena si abbandona il ricchissimo campo nella proliferazione indefinita dei testi. Siamo
di certezze dove la nostra vita trascorre in sintonia fuori dalla positività delle metafisiche, ma ne
con la realtà condivisa e si apre una domanda filo- conosciamo il movimento razionale. Siamo in una
sofica che chiede teoricamente conto della realtà, regione vuota, ma, inevitabilmente, in un tempo
l’orizzonte muta. Qui muta il luogo del discorso, privilegiato che, tuttavia, vale solo per la forma
le procedure di significazione sono diverse, e que- filosofica. Vediamo la trasparenza della cultura
sto comporta che la realtà, non supportata da una senza dettarne alcuna legge, ma certi della sua
univocità pragmatica, è molte realtà che hanno un possibile comprensione, il finito non svanisce
loro ordine di immanenza e stabiliscono continen- prima del suo segno nella comprensione. E la vita
ti che, dal punto di vista della loro intellegibilità, va verso la sua materia sottile, fede, passione, spe-
mostrano modalità molto differenti di organizza- ranza, liberazione.
zione della esperienza. Noi attraversiamo sempre, Ma la vita, per lo meno per il Banfi che parla in
senza tematizzarle, esperienze che, sviluppate filosofia, non è mai l’elemento irrazionale, fatale,
nella loro possibilità, condurrebbero a una cono- invalicabile, quella tempesta che il modo filosofi-
scenza tecnica, esprimiamo giudizi morali che, co non riesce a cogliere nella sua “realtà”. Come i
argomentati, conducono nell’orizzonte morale con grandi allievi di Banfi rimproveravano al maestro,
i suoi conflitti le sue risoluzioni, diamo giudizi di talora persino con la tragicità della loro esistenza
fatto che, se approfonditi, dovrebbero condurre a e di quella dei compagni vicini. Certo la vita in
forme di sapere scientifico argomentato. Chi Banfi assomiglia più a una fioritura che ad una
parla, bene o male, è sempre connesso, sia, per incognita, poiché essa è in attesa dello spirito e
così dire, in quanto entra in queste direzioni sim- della forma. E se il male non può essere tolto poi-
boliche e quindi apprende una sua confidenza con ché il trascendentale non è la stessa cosa del non
una forma di realtà, sia in quanto ne esce, cioè scrutabile disegno di Dio, allora la risposta è quel-
quando cerca di dire qualcosa che deforma la pre- la di Spinoza: l’uomo libero non si occupa della
cedente stabilità simbolica con un proprio spazio morte ma della vita. Questo è lo sfondo valutativo
enunciativo. Il che avviene in poesia con un sog- nascosto nell’apparente silenzio del pensiero.
getto individuale, nella scienza certamente con un Il problema di Banfi è teoretico: ogni realtà ha le
soggetto collettivo o con un sistema tecnologico sue forme, nessuna ricerca scientifica comincia da
nel quale è depositato un sapere scientifico condi- capo, una morale non può scegliere il suo conte-
viso. Questo per dire che la realtà non è mai un sto, una pratica artistica è una presa di posizione
“oggetto totale” definibile staticamente con un ma è anche una relazione. Non c’è mai inizio e non
gesto intellettuale (questa storia, per la verità, è c’è fondamento. Ma non c’è alcun nihilismo, poiché
finita per sempre nella triade hegeliana essere – non si tratta di mancanze metafisiche, ma di
nulla – divenire della Logica), piuttosto essa è sem- impossibilità che appartengono a un pensiero edu-
pre agìta, determinata, compresa nei suoi vari cato. La filosofia non può che prendere la distan-
livelli di organizzazione discorsiva. E, rispetto ad za, ma questa distanza estingue tutte le categorie
essi, la ricerca è sempre una distanza perché non che appartengono al “realismo concettuale”, non
può coincidere mai con una ipotetica realtà ogget- c’è parola che abbia un “al di là” realistico, oltre il
tiva costruita intuitivamente, ma solo con una proprio senso che interagisce nel mondo.
realtà che ha già ottenuto una sua selezione. C’è Questo stile teoretico ne fa una “filosofia rigoro-
del resto un raddoppio tra trascrizione simbolica sa”, non è di certo una “concezione del mondo” è
del mondo e ricerca filosofica, un raddoppio che solo un sistema formale, il minimo del linguaggio,
conduce in una dimensione più complessa, cioè al il gelo concettuale del significato. E tuttavia la
rapporto filosofia-sapere, un raddoppio che ripete filosofia a queste condizioni è una pratica che
a suo modo le classiche dicotomie filosofiche, doxa porta alla comprensione, secondo la loro imma-
ed episteme, retorica e logica, divenire e essere, nente intenzionalità, i mondi plurali del simboli-
apparenza ed essenza, linguaggio e metalinguag- co, dà sempre la parola all’altro della cultura
gio. Con una differenza fondamentale, che il rad- affinché non subisca semplificazioni, categorizza-
doppio non è mai un sapere con un suo contenuto, zioni, verità che lo sovrastino. Se tornassi alla
ma solo una forma necessaria per non deformare Fenomenologia di Hegel, che è la prima lettura del
“dogmaticamente” quello che è dato nella doxa, giovanissimo Banfi, direi che è come se il “sapere
nella retorica, nell’apparire, nel linguaggio. Il rad- assoluto” non alla fine, ma sul momento desse la
doppio è vuoto, ma il vuoto trascendentale è il dimensione di temporalità e di figuratività (in tra-
modo critico per non categorizzare nell’universale slato rispetto al senso letterario in Auerbach) ad
l’esperienza simbolica che mostra sempre processi ogni costruzione simbolica, l’arte, la morale, la
di auto comprensione. Si evitano così forme di scienza, l’educazione.
impoverimento concettuale, geografie della cultu- E così per Banfi la metafisica (il filosofo fu quasi
ra, giudizi valutativi che tendono a generalizzarsi. obbligato ad occuparsene, auspice l’ottimo filoso-

Chora N. 16, Settembre 2008


102 F iloSoFi a m ilano

fo e amico Bontadini, proprio nel 1944 in una Il mio modo di pensare filosofico che qui non è
Milano in macerie e con il cuore e la mente nella pertinente, ha questo retroterra fondamentale e da
Resistenza) non ha alcuna storia lineare costituita qui si sviluppa tutta una storia.
dalla sua forma di pensiero. Vi sono molte metafi-
siche, fondamentali quelle della modernità dove i La prima parte del suo libro ripercorre mezzo
risultati della scienza moderna vengono trascritti secolo di storia italiana, fino ad intrecciarsi con
nel linguaggio della tradizione filosofica che, le posizioni critiche della questione comunista,
spesso con una loro contaminazione teologica, relativamente alla rivoluzione ungherese del 1956.
tenta una costruzione intellegibile del mondo. Ammettendo che il tema e il suo svolgimento, alla
Spinoza, in primo piano, dove il concetto di luce delle critiche odierne, è estremamente delica-
sostanza incarna, nella sua obiettività, la modalità to, ha trovato difficoltà a ripercorrere alcuni
teoretica della ragione. aspetti delle posizioni politiche banfiane? Come
E’ tutto un altro ambiente, ma quando un filoso- visse lei, da assistente di Banfi, la difficile scelta
fo contemporaneo di grande valore come Badiou del maestro di difendere hegelianamente (il comu-
dice che i filosofi non hanno a che vedere con l’es- nismo come “storia che si costruisce nella sto-
sere, che è dei matematici, ma con ciò che si orga- ria”), con un saggio apparso su “Nuovi
nizza come verità e soggetto, e cioè le procedure Argomenti” nel 1957, la linea dura dell’Unione
che sono proprie dell’amore, dell’arte, della scien- Sovietica nei confronti della vicenda nazionale
za e della politica, non mi pare che la distanza sia ungherese?
infinita, specie perché anche per il filosofo france-
se la filosofia è vuota. La filosofia parla soltanto di Non ho avuto alcun problema a ripercorrere il
questi oggetti. tracciato politico di Banfi. La sua adesione al par-
Mi rendo ben conto che sino a qui ho letto fedel- tito comunista allora poteva sembrarmi solo come
mente l’esperienza teoretica di Banfi trascrivendola andare alla “verità storica”. Con il passare degli
tuttavia in un linguaggio che, dopo una lunga sto- anni mi parve chiaro che per il filosofo la militan-
ria, “lui”, il linguaggio, padroneggia za nella Resistenza e nel partito comu-
me, più di quanto “io” non padroneggi nista doveva essere letta anche come
lui. E tuttavia due esempi testuali e una un capitolo importante della sua storia
conclusione. Molte volte Banfi parla di personale che veniva da lontano: dal
“sistematica aperta”. Detto così pare pacifismo che fu la sua posizione, del
uno ossimoro, e tuttavia ha un suo tutto originale nella cultura italiana,
senso. Lo “spirito di sistema” non è la durante la prima guerra mondiale.
geografia del mondo con i suoi paesag- L’adesione al partito comunista diveni-
gi segnati sulla carta, è, invece, il modo va una sorta di compimento oggettivo
di considerare l’orizzonte della cultura di se stesso, una certezza di sé che la
come un processo indefinito, autono- figura di maestro universitario poteva
mo, imprevedibile, autointerpretativo realizzare solo in parte, nel prezioso
che, nel suo insieme e, contemporanea- apartheid dello “spirito” al quale man-
mente, nella sua autonomia, può essere cava l’appartenenza al momento stori-
considerato secondo criteri di ordine co. Un umanesimo della cultura, non
formale. E’ del tutto ovvio fare riferi- della vita. Per il resto Banfi non è mai
mento al mondo della conoscenza che stato omogeneo al gruppo dirigente
negli ultimi due secoli ha assunto una del partito comunista, né per cultura,
quantità di direzioni, di specializzazio- Rivoluzione nè, tanto meno, per la storia propria.
ni, di saperi di cui nessuno sarebbe in ungherese 1956 Ma Banfi, se si fa eccezione per l’ulti-
grado di dare una grammatica dei con- mo anno quando in privato manifestò
tenuti. Anche se a livello eidetico si possono qualche riflessione problematica intorno all’impe-
costruire le condizioni formali per nuove forme di gno radicale della propria militanza, e in pubblico
conoscenza, (la geometria del percettivo, per esem- mostrò il proposito di riprendere a pieno il lavoro
pio) così come conoscenze consolidate possono filosofico, fu sempre molto attivo e generoso rela-
ritrovare le loro condizioni di possibilità formale tivamente agli obblighi che gli assegnava il parti-
attraverso l’analisi epistemologica. to. E anche con un giovanile entusiasmo, soprat-
Per quanto riguarda Banfi, dagli anni Trenta tutto a contatto con i militanti di base. Questo
in avanti, la “sistematica aperta”, da comprensibi- atteggiamento aveva il più ampio consenso nei
le ossimoro, diventerà nella realtà testuale una primi anni Cinquanta in tutta l’area della sinistra,
metafora per dire quale sia lo stile del fare filoso- dove appariva preziosa quella che allora si chia-
fia che corrisponda ad una teoretica criticità. La mava l’unità politica della classe operaia. Dal
filosofia è “il luogo della unità formale della espe- canto mio vi univo la considerazione che uno sco-
rienza custodita nel suo senso trascendentale”. La laro ha per il suo maestro.
frase, un po’ criptica, è mia, ma il suo senso, in Contrariamente a quello che si possa pensare
certa misura, gravava sui grandi allievi di Banfi vissi il dissenso con Banfi sulla repressione sovie-
che vi vedevano il fantasma del panlogismo. Certo tica della rivoluzione ungherese, nell’ottobre-
era chiara la funzione anti-dogmatica del vuoto, la novembre del 1956, con molta serenità. I carri
condizione trascendentale della criticità, la libera- armati sovietici a Budapest erano un colpo di
zione da ogni seduzione di metafisiche oggetti- forza leggibile ormai nelle forme autoritarie e vio-
vanti (gli “enti”), l’educazione al mondo per sape- lente dei regimi comunisti dell’Est europeo, inglo-
re, la terapia delle illusioni filosofiche, dei raccon- bati nel blocco sovietico nato dopo la fine della
ti tragici o edificanti, ma anche un cielo che guerra con la divisione delle “zone di influenza”.
rischiava di mostrarsi lontano rispetto agli squili- Questo giudizio maturava chiaramente in un’area
bri del vivere e del linguaggio che li rappresenta. socialista di maggioranza alla quale appartenevo.

Chora N. 16, Settembre 2008


alESSandro Sardi 103

Non fu una decisione facile, soprattutto per i rap- Il caso di Banfi-Rebora si può spiegare in tre
porti tra socialisti e comunisti, ma assolutamente modi. L’uno riguarda la reciproca giovanile amici-
necessaria, che vissi con quell’equilibrio interiore zia tra il poeta e il filosofo che durò dai tempi
che si deve a una verità politica. Su questi temi della Accademia scientifico-letteraria di Milano
con Banfi non ebbi alcuno scambio di opinioni che (dal 1906-7) sino ed oltre la metà degli anni Venti.
suppongo mi avrebbe creato qualche problema Banfi allora aveva venature di religiosità laica e
emotivo. E dopo i fatti di Ungheria il maestro, in filosofica che gli venivano da Martinetti. Rebora
una occasione di discorso, sembrava più interessa- era percorso da una religiosità che assumeva tona-
to a conoscere qualche mia opinione, del resto, lità differenti, ma nel profondo con una prevalen-
nell’occasione, molto generica, piuttosto che a za cristiana. La radice fondamentale era nella sua
parlare delle sue. Per quanto riguarda il suo sag- esistenza inquieta e tormentata.
gio su «Nuovi argomenti», tutto sulla linea della Non c’è alcuna corri-
direzione del partito comunista, lo lessi nella pri- spondenza tra filosofia e
mavera quando la situazione politica assumeva poesia, tra Banfi e
nuovi assestamenti. Mi parve un documento di un Rebora, anzi Rebora
tempo diverso che non aveva alcun peso sull’es- spesso vedeva nella spe-
senza del mio rapporto filosofico con il maestro. A culazione filosofica di
distanza di anni penso che il saggio su «Nuovi Banfi una astrazione un
argomenti» avesse un destinatario privilegiato: i poco olimpica e quindi
cento (uno più o uno meno) intellettuali del parti- quasi indifferente alle
to comunista che si dissociavano dalla dirigenza prove dell’esistenza
politica sui fatti di Ungheria. Per chi - come Banfi Banfi, dal canto suo, avrà
- avesse una profonda eredità hegeliana appariva considerato le poesie di
molto semplice opporre la “effettualità” alle Rebora come un prezioso
“anime belle” che contemplavano la propria virtù Clemente Rebora “sentire” la vita senza
al di fuori dalle condizioni del mondo. Tuttavia avere il problema di rappresentarne l’idealità (in
allora non mi sentivo affatto “anima bella”: sup- termini filosofici).
ponevo di avere argomentazioni empiriche valide Il secondo motivo appartiene alla microstoria
rispetto all’”ottimismo tragico” (l’espressione è di personale. Durante la guerra ero stato, al Collegio
Guido Neri) di una filosofia della storia. Rosmini di Stresa, allievo di Rebora senza sapere,
Argomentazioni che del resto, nel mio stesso par- allora, chi fosse il personaggio che ogni tanto ci
tito, venivano respinte da un altro grande perso- faceva difficili lezioni sulle religioni. Poi con gli
naggio intellettuale come Cesare Musatti, il quale anni le due esperienze magistrali si sono unite
sull’Ungheria, anche se dette in altro modo, non nella memoria.
aveva opinioni diverse da Banfi. Il terzo argomento appartiene al mio modo di
interpretare quella generazione milanese degli
Interessante, nuova e inconsueta è l’intersezione anni Dieci: quale che fosse il loro destino perso-
tra Banfi e Rebora: spesso la storia delle idee nale, storico o religioso, era una generazione
accosta il filosofo al poeta, come un’unità simbo- fortemente impegnata intorno a un proprio
lica. Potrebbe giustificare la scelta di inserire senso ideale, a un “se stesso” rappresentabile in
questa vicenda umana nel suo libro (una sorta di un Altro-da sé nel quale trovava consistenza una
cifra, visto l’afflato religioso che accompagna direzione fortemente simbolica. Si potrebbero
certi scritti banfiani e l’amore di Banfi per la let- portare anche altri esempi, ma questo stile di
teratura)? esistenza, con tutte le differenze, valeva per
Banfi e per Rebora.
Fulvio papi è stato allievo di Antonio Banfi e assistente alla cattedra dal 1955 alla scomparsa del filosofo. Ordinario di filosofia teo-
retica all’Università di Pavia ha insegnato anche morale ed estetica tra il 1965 e il 2000. Ora professore emerito. Ha diretto le riviste
“Materiali filosofici” e “Oltrecorrente”, collane filosofiche; vice presidente della Casa della Cultura di Milano e presidente del comi-
tato scientifico della Fondazione Corrente. Il suo pensiero si è sviluppato come continuità dalla “scuola di Milano” (neocriticismo,
marxismo, fenomenologia, empirismo critico) nel clima della filosofia (dall’ontologia al decostruzionismo) e della cultura contem-
poranea (antropologia, psicoanalisi, semiologia). Considera il fare filosofico come un sapere relazionale, conoscitivo e sociale: un
“configurare” con le risorse del linguaggio per “far vedere” tratti di mondo e figure umane. Sembra una prospettiva del tutto diver-
sa dal trascendentalismo critico dell’opera di Banfi. Nel 1961 ha pubblicato Il pensiero di Antonio Banfi che gli valse il premio Pozzale
per la critica. Le sue opere più recenti sono: Lezioni sulla “Scienza della logica” di Hegel (Milano, 2000); Filosofia e architettura (Como -
Pavia, 2000); Cinque scherzi filosofici (Milano, 2001); Figure del Tempo (Milano, 2002); Dacci oggi il nostro pensiero quotidiano (Milano,
2003); La memoria ostinata (Milano, 2005); Sull’ontologia (Milano, 2005); Il lusso e la catastrofe (Como - Pavia, 2006); Antonio Banfi dal
pacifismo alla questione comunista (Como - Pavia, 2007). Voci dal tempo difficile (Como – Pavia, 2008). Nel 2006 è stata pubblicata la
seconda edizione dell’opera di storia della filosofia Antropologia e civiltà nel pensiero di Giordano Bruno (Liguori, Napoli).

alessandro sardi (Busto Arsizio, 1972) si è laureato presso l’Università degli Studi di Milano in filosofia teoretica con Carlo Sini,
con una tesi su Enzo Paci e ha conseguito la specializzazione per l’insegnamento di filosofia e storia. Attualmente insegna nella
scuola media superiore, lavora come educatore sul territorio milanese e collabora all’organizzazione di “Filosofarti” (festival di filo-
sofia, comune di Gallarate, Varese). Con la cattedra di Estetica II, presso l’Università degli Studi di Milano, ha curato la “bibliogra-
fia aggiornata di Enzo Paci” per “Quaderni di Materiali di Estetica” (Cuem, Milano 2006). Ha inoltre curato, con Massimiliano
Cappuccio, le raccolte di saggi Filosofi a Milano. Enzo Paci (Cuem, Milano 2006) e Filosofi a Milano. Remo Cantoni (Cuem, Milano 2007);
ha pubblicato diversi saggi, in Italia, sul pensiero di Paci e sulla “scuola di Milano”, come Ricerche sul pensiero italiano del Novecento
(Bonanno, Roma 2007), Ad Antonio Banfi cinquant’anni dopo (Unicopli, Milano 2007) e all’estero la Paci entry, per il doppio volume
Handbook of Whiteheadian Process Thought (Frankfurt – Lancaster 2008).

Chora N. 16, Settembre 2008


104 FiloSoFi a milano

FilosoFi a Milano 3: giovanni eManuele Barié

annuario 2007-2008 dell’associazione degli studenti di


FilosoFia dell’università degli studi di Milano

a cura di davide assael


cueM, Milano, 2009
“Indicato dal maestro Piero Martinetti fra i stesso i propri limiti speculativi, non pare
candidati ad ereditare la sua cattedra di filoso- superfluo rileggere le critiche rivoltegli da
fia teoretica, quando il “rivale“ Antonio Banfi Giovanni Emanuele Barié, con la convinzione
era stato destinato all’insegnamento di Storia di ritrovare nei suoi testi utili vie per la futura
della filosofia, Barié si è distinto come una fra ricerca filosofica.”
le figure di maggior talento speculativo della
sua generazione, rilevante anche sul piano sto- (dall’Introduzione di Davide Assael)
rico in quanto esponente dell’ultimo atto del-
l’idealismo italiano, vicino a figure come indice del volume
Pantaleo Carabellese e al suo maestro
Bernardino Varisco, oltre al già citato Davide Assael
Martinetti, la cui frequentazione rimase costan- introduzione 7
te anche dopo il celebre abbandono della catte- Ottavio Barié
dra nel 1931. Ciò nonostante il pensiero di un ricordo di emanuele Barié 11
Barié non ha praticamente avuto diffusione né Carlo Sini
negli ambienti filosofici del suo tempo, né in neotrascendentalismo e logica hegeliana 21
quelli successivi, per due ragioni innanzitutto: Davide Assael
da un lato il suo temperamento “attivistico” l’itinerario filosofico di giovanni emanuele Barié 29
che certo non gli ha agevolato le relazioni acca- Geri Cerchiai
demiche, dall’altro l’anacronismo del suo stile letture vichiane di Barié 57
riflessivo legato ad una concezione formale Egidio Meazza
della filosofia certamente in contrasto con la Filosofia e fisica: giovanni emanuele Barié
sensibilità culturale che si era ormai affermata e la difesa della filosofia dallo scientismo 73
in tutto il Continente e che aveva penetrato intervista all’on. pierantonino Berté
anche la sua Università. Eppure Barié non fu A cura di Davide Assael 97
insensibile al pensiero del suo tempo; nelle sue intervista al prof. carlo sini
opere, in maniera crescente, un posto rilevante A cura di Davide Assael 105
ha il confronto con le più recenti correnti filo- Bibliografia 113
sofiche. Oggi che quel paradigma pare entrato appendice fotografica 119
irrimediabilmente in crisi ed ha mostrato esso

Chora N. 16, Settembre 2008


oSSErvatorio SullE riviStE 105

la FilosoFia torna a scuola


aMica soFia, una rivista per insegnare e apprendere la FilosoFia
intervista a livio rossetti
università degli studi di perugia

a cura di MassiMiliano cappuccio

[Chora] Professor Rossetti, fino a qualche anno fa Lei aveva E come va con i filosofi di professione? Posso immaginare che
la rara caratteristica di coltivare insieme la filosofia antica e le vostre “maestre di filosofia” riescano a esprimere in maniera
l’informatica, mentre ora sembra dividersi tra la filosofia anti- originale la passione per la conoscenza e per l’insegnamento,
ca e la filosofia con i bambini. Accostamenti tutti e due sorpren- impostando la loro attività su un piano che vuole essere comple-
denti, ammetterà. tamente diverso, e non inferiore, rispetto a quello dei filosofi di
professione.
[Livio Rossetti] Beh, comincio col dirle che, avendo toccato i
settanta, ho creduto che fosse il caso di chiudere il capitolo infor- Mi limito a riferirLe che, dopo una prima fase, si è capito che
matica: nel 2006 sono usciti Un Eutifrone interattivo e il DVD Ora non c’erano le condizioni per costituirci come articolazione inter-
apienai. È tempo di andare (sul processo e morte di Socrate) e con na della Società Filosofica Italiana. Non tanto per via delle pur
questi lavori ho provato a giocare la carta dell’ipertesto metaco- prevedibili esitazioni di chi avrebbe dovuto aprirci le porte dal-
gnitivo. Adesso vediamo se si fa avanti qualcuno per raccogliere l’interno della SFI...
il testimone, ed è tutto. Quanto alla filosofia con i bambini - un
amore recente, ma pervasivo - posso dire che ho creduto di La interrompo: noi non conosciamo la situazione alla quale fa
accompagnare la costituzione di un’associazione, Amica Sofia, col riferimento ma, essendo stato Lei per diversi anni presidente
proposito di far uscire questo settore allo scoperto e di istituire un della SFI perugina, sono sicuro che ne parlerà con cognizione di
territorio comune per tutti coloro che praticano la filosofia con i causa. Ma continui, La prego.
bambini in forme anche molto diverse.
D’accordo, continuo. Non tanto per quel motivo lì, quanto per
In effetti uno sguardo al vostro sito (www.amicasofia.it) il prevedibile imbarazzo di chi, nel caso, avrebbe dovuto presen-
mi fa notare un ventaglio di iniziative molto ampio e artico- tarsi alla SFI con il cappello in mano (“sa, io sono una semplice
lato: la rivista omonima, una newsletter mensile, una sessio- maestra di filosofia”, “sa, io insegno lettere alle Medie”...). E
ne estiva, una collana di libri e un laboratorio annuale deno- soprattutto perché l’ipotetico gruppo di insegnanti difficilmente
minato “Siamo... in pensiero” che viene associato al festival avrebbe trovato gli stimoli giusti nella normale attività di sezione
per bambini “Fantasio”; vi è poi la prestigiosa manifestazio- SFI. Un socio prof di liceo, per esempio, potrebbe non esprimere
ne “Eleatica”, che Lei dirige come responsabile scientifico e un particolare interesse per ciò che di filosofico si fa nella scuola
ora come primo cittadino onorario della città Elea, e altro dell’obbligo, con connesso desiderio di capire; un altro forse ten-
ancora. Mi aiuti a capirci qualcosa. derà ad esibire le sue molte letture... In tutti e due i casi si dovreb-
be mettere in conto il rischio di un apparentamento che non fun-
Volentieri. L’associazione Amica Sofia è stata fondata nel gen- ziona e non ha futuro, le pare?
naio 2008 (quindi... ha giusto cominciato a camminare in modo
traballante) e si è subito data un passo piuttosto spedito, ma solo Da qui, se capisco bene, una indicazione per mettervi in proprio?
perché era la forza delle cose a richiedere un certo dinamismo.
Esattamente. Ben presto si avvertì il bisogno di creare uno spa-
Possiamo dire che ha preso il via una bella routine? Chi zio non disturbato dal confronto con altri modi di interpretare la
sono gli interlocutori privilegiati delle vostre iniziative, come parola “filosofia”.
vi prefiggete di stimolarli e di coinvolgerli? E qual è stata la
risposta, per ora? Penso che questo sia il punto di maggiore interesse teorico e
pratico in questa nostra conversazione. C’è una filosofia tipica
Come può immaginare, non abbiamo un ufficio stampa e pro- dei professori di filosofia che, tuttavia, non è quella dei “maestri
mozione, quindi aspettiamo che la gente scopra la nostra esisten- di filosofia”. Cosa è che fa la differenza, e verso quale obiettivo
za e se ne interessi. Constato con piacere il periodico arrivo di deve puntare la seconda a Suo avviso?
nuovi associati e una certa molteplicità delle iniziative. Ma, come
sempre in casi del genere, ci vuole tempo e non rimane che gua- Tenga presente che i filosofi speculativi li si incontra solo nelle
dagnarsi i galloni sul campo. università, mentre nei licei abbiamo dei prof di storia della filoso-
fia. Già con questo si delinea una differenza di impostazione. In

Chora N. 15, Gennaio/Febbraio 2008


106 oSSErvatorio SullE riviStE

linea di massima, il prof di liceo insegna, vuole che i suoi studen-


ti imparino, che apprendano. Meglio se oltre ad apprendere per- Amica Sofia [Anno II, numero 1. Aprile 2008]
vengono anche a capire, certo; ma prima di tutto si deve appren- Amica Sofia è un periodico non registrato
dere, perché il sistema poi accerta se lo studente colloca Aristotele dell’Associazione di promozione sociale AMICA
prima o dopo Platone, se e come connette le parole organon e sil- SOFIA, che ha la sua sede legale presso il
logismo, se si orienta fra paralogismi della ragion pura e postu- Dipartimento di Scienze Umane e della Formazione,
lati della ragion pratica. All’università, poi, non si fa che intensifi- Università degli Studi di Perugia, 06100 Perugia -
care la domanda di conoscenze specifiche, di letture e osservazio- www.amicasofia.it | amicasofia@alice.it
ni competenti. Invece a nove anni tutto questo apparato cogniti- Indice: Abbiamo della strada da fare insieme | Livio
vo non può che essere messo tra parentesi in quanto ai bambini Rossetti; I bambini si divertono “pensando” | Adriana
si possono solo offrire delle occasioni per provare a dire, magari Presentini; La parola ai genitori… e ai collaboratori; Un
notando che altri bambini esprimono vedute differenti, e comin- tema scottante: cartoni animati pericolosi? | Intervista a
ciare - solo cominciare - a riflettere su un determinato tema. Claudia Mazzeschi; Forum sul bisogno di filosofi a
Paolo Cervari, Fabio D’Andrea, Rosella De
Certo che, visti in quest’ottica, sono due mondi lontanissimi. Leonibus, Floriana Falcinelli, Giuseppe Ferraro,
Quella richiesta di competenza che regna in un caso è del tutto Carlo Nanni, Neri Pollastri, Furia Valori.
assente nell’altro. Dalla vostra esperienza sembra appurato che La lettera di AMICA SOFIA 2008/1: Dall’Italia.
il cammino dei maestri di filosofia possa e debba procedere in Contributi da Marino (RM), Marcianise (CE), Alba
autonomia; ma vogliamo provare a immaginare se questa espe- (CN), Spoleto (PG), Verbania e Napoli; Un P.O.F.
rienza originale, e sicuramente innovativa, possa riuscire a for- molto, molto filosofico, intervista a Francesco Valecchi;
nire almeno qualche stimolo di arricchimento e di riflessione Devo informarmi meglio, intervista a Rosalia Mazzara;
anche a chi frequenta l’insegnamento e la ricerca in un diverso Dall’estero. Philosopher à l’école élémentaire? | Oscar
contesto istituzionale e professionale? Brenifi; E ora parliamo di alcuni libri… Le «piccole
grandi domande» di Brenifi er | Chiara Chiapperini;
Guardi, la questione è delicata, perché non si tratta di ‘conso- Mondi diffi cili… ma possibili | Betty Sabatino; Lettera
larsi’ pensando che, grazie alla filosofia con i bambini, ci saranno ai Pallini Blu | Ghirlando, il filosofo giramondo.
ragazzini e maestri che non si sarebbero mai avvicinati ai libri di
filosofia e invece d’ora in poi ne leggeranno sempre più spesso, Continui, La prego.
fino a sviluppare un decente approccio amatoriale alla disciplina.
Ci vuol poco a capire che, se si trattasse unicamente di questo, la Se ci chiediamo che altro è o possa essere filosofia, oltre alla filo-
cosa potrebbe solo perdere gran parte del suo sapore, col rischio sofia dei filosofi, viene facile cominciare con delle analogie: la reli-
di scadere a divulgazione di bassa lega. In realtà c’è dell’altro, io gione si risolve nella sola religione dei preti? E la musica si esau-
credo, e mi fa piacere che Lei mi dia modo di misurarmi con una risce nell’eccellenza raggiunta dai grandi compositori ed esecu-
questione del genere. E non si offenda, caro Cappuccio, se tori? Evidentemente no. È importante che i bambini vengano
comincio col criticare un poco il modo in cui è stata formulata la avviati per tempo alla musica (a farsi un po’ di orecchio, senza
Sua domanda. Dire che almeno qualche stimolo potrà ben arri- forzarli) così come ha senso coltivare il potenziale religioso che è
vare anche ai filosofi di professione equivale (o potrebbe equiva- in loro (e lo stesso si può dire della filosofia), ma non è meno
lere) a dire: che i principianti imparino qualcosina può anche far importante che in una società ci siano, in forme diverse, sensibi-
piacere, può far bene, ma questo è tutto; che qualche stimolo arri- lità e cultura musicale diffuse, non è meno importante che un
vi anche ai professionisti della filosofia, invece, sarebbe già un qualche accesso alla musica – e così pure alla filosofia – ci sia
guadagno maggiore. anche in chi si trova ai margini della società, come per esempio i
detenuti, perché l’alternativa sarebbero forme di abbrutimento,
E cosa ci sarebbe di male a ragionare in questo modo, di grazia? un peggioramento sostanziale della qualità media del vivere.
Ora Le chiedo: i filosofi di professione sono abituati a pensare
Direi che in gioco siano i fini del filosofare, quindi alcune coordi- all’importanza che possono avere forme diffuse del filosofare?
nate, se non l’idea stessa del filosofare. Su un versante abbiamo la Probabilmente, prima dei successi del festival di Modena i filoso-
comunità filosofica che sviluppa un sapere e continua a inseguire fi di professione erano, da questo punto di vista, ancora più
una particolare idea di filosofia, la filosofia intesa come sapere. distratti.
Dalla sua ha il conforto di una tradizione millenaria, l’immenso
sapere connesso al corpus dei testi filosofici (storia della filosofia, Ma anche i festival della filosofia hanno (o sviluppano) aspet-
con i due versanti del venire-a-sapere-che e del capire come e per- ti inequivocabilmente consumistici, sia pure senza raggiungere
ché), una diffusa capacità logico-argomentativa e la stessa istituzio- gli eccessi del divismo musicale.
nalizzazione della competenza in filosofia sotto forma di svariate
migliaia di cattedre universitarie sparse nei cinque continenti, di Beh, è inevitabile. Però ora chiediamoci qual è il guadagno filo-
pubblicazioni, riviste, congressi eccetera. Questo è un mondo vasto sofico di chi si avvicina a festival, caffè e altre occasioni in cui si
e vario, mediamente prospero, mediamente professionale, dedito delineano delle opportunità per philosophein. Sono forse i rudi-
a scrivere una sua storia. Ma non costituisce l’universo della filoso- menti, un’infarinatura di Aristotele, Kant o Wittgenstein?
fia. Rispetto a quell’universo, esso rimane pur sempre un’area, un Possiamo seriamente pensare che siano pillole di cultura filosofi-
settore e non il tutto. Qualcosa rimane regolarmente ‘fuori’. ca europea? Certamente no, perché bambini e detenuti, profes-

Chora N. 16, Settembre 2008


oSSErvatorio SullE riviStE 107

sionisti e casalinghe raramente andranno oltre una serie di venga soffocato e spento ma piuttosto coltivato, proprio come
assaggi nozionisticamente poveri. E allora dov’è il guadagno? la cultura musicale. Quindi metterei da parte l’idea – che può
Dov’è la formazione di una sensibilità paragonabile a un po’ ben dirsi, in ultima istanza, paternalistica –dell’irraggiamento
di ‘orecchio’ e di gusto musicale? Il guadagno è, io direi, emi- della filosofia. Al suo posto metterei l’idea che tutti dobbiamo
nentemente metacognitivo. E ora mi permetta una segnala- cercare di essere un po’ filosofi, fermo restando che alcuni
zione di passaggio. Sembra che nessuna, dico nessuna delle dedicano addirittura una vita e una carriera a questo obietti-
molte enciclopedie filosofiche in circolazione includa una vo (così come altri studiano musica per una vita).
voce “metacognizione”. Eppure la filosofia è eminentemente Questa è la precondizione, io direi, per fare in modo che la
“meta”, prova ne sia la frequenza con cui, via via che si è costi- freschezza della riflessione dei più non venga prematura-
tuito un qualche sapere specifico, quel sapere si è messo in mente incanalata in (e ricondotta a) modelli già disponibili. Se
proprio, si è dato un altro nome, ed è andato a collocarsi ci pensiamo bene (e senza alcun bisogno di “buttarla in poli-
‘fuori’ dalla filosofia. tica”), in gioco è la possibilità di prevenire gli eccessi di una
subalternità intellettuale diffusa di fronte ai media e ai padro-
Intende dire? ni dei media.

È semplice: il capire si nutre di conoscenze, ma non si risol- Posso immaginare. Ma… ci sarà anche un guadagno per la
ve nelle conoscenze. È piuttosto una competenza sistemica filosofia dei filosofi?
capace di gestire o auto-produrre conoscenza ed enunciati. Il
capire ha a che fare con l’elaborazione di criteri (ed è tanto Certo. Come minimo ciò si tradurrebbe in aiuto contro il
facile ritrovarsi dotti ma scriteriati). Dunque ha senso dedicar- rischio di ritrovarsi chiusi nelle loro belle torri d’avorio. C’è
si, per esempio, ad assicurare ai bambini opportunità per pen- poi la prospettiva – che a me pare liberante – di provare a reg-
sare, agitare quesiti, provare a dire ‘sciocchezze’ infantili gere certi discorsi con chi sia totalmente estraneo a determina-
senza inquietudini incongrue, perché poi accadrà loro di con- te mode filosofiche, perché magari capita di vederli crollare (il
tinuare a non saper nulla di filosofia, e tuttavia di sapersi già che sarebbe indizio illuminante di costruzione artificiosa).
guardarsi attorno, soppesare, interrogare, argomentare, non Ricorderei infine il bacino delle idee vergini: chi è acculturato
fermarsi alla prima osteria. Ma formare bambini non è inse- si trova a suo agio dentro binari che in qualche misura acco-
gnare, bensì esercitare l’arte dell’ascolto ed eventualmente far glie senza più discutere. Invece chi non ha un background
affiorare qualche problema, in modo che essi abbiano l’agio strutturato va a tentoni, comincia con le idee che trova già
di diventare un pochino più avvertiti. Per ragioni analoghe ha pronte sul suo cammino (es. i bambini ciò che hanno sentito
senso dedicarsi a praticare l’ascolto dei detenuti, offrire loro il dire a casa, in chiesa…), ma poi osa di più di chi è educato-e-
privilegio di qualcuno che senta la loro opinione o aspetti il istruito, di chi è inserito nel sistema, di chi ormai si è dichiara-
delinearsi di una loro opinione. Vivranno meglio anche se to pubblicamente per una certa idea, di chi ha un maestro col
non avranno appreso un’Acca della filosofia dei professori di quale mantenere buone relazioni… Mi pare di poter dire che
filosofia. E, per converso, pensi a cosa accade se per caso il c’è una bella differenza. Sbaglio?
corpo docente è fatto di gente che spiega, insegna, interroga,
sollecita l’apprendimento, ma si limita a questo: si rischia
l’inaridimento in primis perché non c’è ascolto, non c’è scam-
bio e la comunicazione viene mantenuta su binari troppo rigi-
di. Per cui il cognitivo finisce col prevalere sul metacognitivo.

A questo punto si profila come necessario il confronto con il


tema favorito dagli antichi, quello della paideia, della formazio-
ne dei cittadini da parte dei filosofi, e questo anche indipenden-
temente dal Suo essere uno specialista di filosofia antica.
Orbene, nel vostro progetto è presente una sensibilità di qualche
tipo per quanto riguarda la cosiddetta funzione sociale e civile
della filosofica?

Insisto: una delle idee nuove che mi sembra si stiano affaccian-


do nel nostro mondo pluralista è che i filosofi dovrebbero preoc-
cuparsi non di formare gli altri, ma di creare le condizioni perché
gli altri si formino, ossia non di iniziare alla filosofia ma di spen-
dersi per ottenere che il potenziale filosofico della gente non
Livio Rossetti è professore all’Università di Perugia, socio dell’Accademia Marchigiana e presidente dell’associazione Amica Sofia. I suoi studi
sono concentrati sulla fase prearistotelica della filosofia antica. Tra le sue pubblicazioni: Introduzione alla filosofia antica (Bari 1998; trad. portoghese São
Paulo 2006), Un Eutifrone interattivo. Tentazioni esegetiche dissociate (Perugia 2006, con CD interattivo), Socratica 2005 (in coll. con A. Stavru, Bari 2008),
I sophoi di Elea: Parmenide e Zenone (in coll. con F. De Martino, Bari 2008). Da alcuni anni è responsabile scientifico dei convegni denominati ELEATI-
CA e SOCRATICA. Dirige o condirige diverse collane presso la casa editrice tedesca Academia Verlag e la casa editrice italiana Morlacchi. Il suo
sito web: www.rossettiweb.it/livio

Chora N. 16, Settembre 2008


108 oSSErvatorio SullE riviStE

coMprendre
archive international pour l’anthropologie et la
psychopathologie phénoMénologiQues
organo uFFiciale della
società italiana per la psicopatologia

E' uscito il numero 16-17-18, numero speciale MODESTE RIFLESSIONI SU COMPRENSIONE,


offerto dagli amici per festeggiare gli 80 anni di ERMENEUTICA E SCHIZOFRENIA; A. Kraus
Arnaldo Ballerini. L’indice e i contenuti del MELANCHOLIC DEPERSONALISATION; F.
numero sono anche disponibili all’indirizzo: Leoni IL LUOGO DEL SIGNIFICATO E LO SPEC-
http://www.rivistacomprendre.org/rivista/ CHIO DEL SENSO. NOTE PER UN’ARCHEOLO-
GIA DELLE NEUROSCIENZE; F. Madioni Una
teoria del soggetto in Freud, tra Brentano e
Riportiamo l’indice Husserl; C. Muscelli, G. Stanghellini PER
UN’ESTETICA DELLO SPAZIO VISSUTO. LA
PRESENTAZIONE; E. Borgna FENOMENOLO- MODALITÀ OSSESSIVA; A. Pagnini FREUD
GIA E PSICHIATRIA IN ARNALDO BALLERINI; DOPO WITTGENSTEIN; V. Quaranta IDENTITÀ
A. Ales Bello THE LANGUAGE OF OUR LIVING E ALTERITÀ: DAL TYPUS MELANCHOLICUS AL
BODY; F. Barison TIPO AMBIGUO; P. Rossi CHI ERANO GLI ARTI-
OPINIONI DI UNO PSICHIATRA DI ISPIRA- STI DELLA MEMORIA?; M. Rossi Monti
ZIONE HEIDEGGERIANA SULLA PSICOTERA- PSICOANALISI E PSICOPATOLOGIA. CON-
PIA; S. Besoli SULL’AMBIGUITÀ DEL COM- TROTRANSFERT E SENTIMENTO PRECOCE DI
PRENDERE. IN MARGINE AD ALCUNE CONSI- SCHIZOFRENIA; M.L. Rovaletti NARRATION
DERAZIONI BINSWANGERIANE; B. Callieri AND TEMPORALITY. TOWARDS AN ETHICS OF
L’INVECCHIAMENTO MEMORY; P. Scudellari, V. Spigonardo, C.F.
FRA EMARGINAZIONE E CREATIVITÀ; L. Muscatello WHAT CAN PSYCHOPATHOLOGY
Calvi RISPOSTA AD UNA LETTERA DI ARNAL- EXPECT FROM PHILOSOPHY?; AUTORI PUB-
DO BALLERINI ALLA REDAZIONE DI COM- BLICATI (COMPRENDRE 1/18); LIBRI RICEVUTI.
PRENDRE; L. Cappellari IL MONDO MANIA-
CALE; M. Cappuccio VERSO UNA GENEALOGIA
DEL CERVELLO. ATTRAVERSO LA RIFLESSIO-
NE DI E. HUSSERL ED E. PACI; A. Civita FENO-
MENOLOGIA E PSICOANALISI; P. Colavero
ALICE. LA SOGLIA; R. Dalle Luche, P. Iazzetta
WHEN OBSESSIONS ARE NOT BELIEFS: SOME
PSYCHOPATHOLOGICAL-GROUNDED OBSER-
VATIONS ABOUT PSYCHOTHERAPY WITH
SEVERE PHOBIC-OBSESSIVE PATIENTS; L. Del
Pistoia Per capire la psicopatologia fenomenologica;
A. De Luca L’attimo poetico tra la ripresa e la testi-
monianza; A. Dentone TECNICA: UOMO NATU-
RA ANIMALI; G. Di Petta SUBSTANCES
ABUSE, TWILIGHT CONSCIOUSNESS AND
BASIC SYMPTOMS: A PSYCHOPATHOLOGI-
CAL PERSPECTIVE; G. Di Piazza ELOGIO…
DELL’INDISCIPLINATEZZA; B.M. d'Ippolito
DIMENSIONI DELL’ESISTENZA SECONDO L.
BINSWANGER; G. Gozzetti

Chora N. 16, Settembre 2008


oSSErvatorio SullE riviStE 109

L’ultimo numero della rivista è dedicato zione fenome-nologica tradizionale. Ma,


interamente ad Arnaldo Ballerini nell’occasio- del resto, la sua amplissima cultura psi-
ne del suo ottantesimo compleanno. Arnaldo chiatrica non è solo nutrita di cultura tede-
Ballerini è Psichiatra e studioso della filosofia sca, come quella che si co-glieva nel magi-
fenomenologica. E’ Presidente della Società stero indimenticabile (certo) di Danilo
Italiana per la Psicopatologia e docente di psi- Cargnello, ma anche di cultura francese e
copatologia presso la Scuola di psichiatria anglosassone: che si sono amalgamate nel
dell'Università di Firenze. Ha scritto studi fuoco ardente di una modalità di esperien-
importanti sul tema della costituzione dell’al- za fenomenologica e psicopatologica del
tro e di tutte le condizioni psicopatologiche tutto personale, e inconfondibile nella sua
che impediscono la formazione e lo sviluppo cifra ermeneutica.”
della persona nell’età adolescenziale. Ha col-
laborato con Vittorio Gallese agli studi sulle
forme di autismo infantile. Descrivendo le
difficoltà e le conseguenze delle forme manca-
te o interrotte di comunicazione, la sua ricer-
ca ci ha portato ai nodi dello sviluppo delle
f o r m e p i ù gr a v i d e l l e m a l a t t i e m e n t a l i . Redattore capo: Lorenzo Calvi;
Riportiamo l’autorevole testimonianza di Comitato Scientifico: L. Cappellari, R. Dalle
Eugenio Borgna, contenuta nel suddetto Luche, R. De Monticelli, F. Leoni, C. Muscatello, M.
numero di Comprendre, che ne tratteggia effi- Rossi Monti, P. Scudellari, G. Stanghellini, L.
cacemente gli aspetti umani e professionali: Calvi;
Editor: Giuseppe Riva;
“Nell’area della psichiatria fenomenolo- Redazione: Piazzetta SS. Maurizio e Lazzaro, 2 I-
gica italiana, i lavori di Arnaldo Ballerini 23827 Lierna (LC) Tel. 0341.710312
si sono venuti svolgendo nella scia iniziale
di una neurologia (quella delle afasie,
delle agnosie e delle aprassie) virtualmen- La rivista Comprendre nasce nel 1988 per iniziativa del
te aperta ai suoi possibili sconfinamenti Prof. Lorenzo Calvi – neurologo, psichiatra e psicotera-
psico-patologici, e nel solco poi di una psi- peuta - con l’intento di collegare tra loro i vari esponenti
chiatria fenomenologica mai chiusa nei dell’antropologia e della psicopatologia fenomenologiche e
labirinti di un’astratta teoresi filosofica, di allargare la conoscenza del loro lavoro ad un uditorio
come talora è avve-nuto in Germania, e più vasto. Dal 2008 (numero 16-17-18) la rivista esce
invece immersa nei mari sconfinati della anche on-line. La proposta culturale e scientifica della
clinica: nutrita dell’osservazione dei rivista si giova, nella sua articolazione, e nella scansione
pazienti e della partecipazione emozionale delle sue uscite monografiche, della riflessione e dell’espe-
al loro destino: alla loro soggettività e alla rienza di Lorenzo Calvi, Presidente della Società di
loro vita interiore. Questa connotazione Psicopatologia, libero docente in clinica delle malattie
clinica di una psichiatria fenomenologica nervose e mentali e in psichiatria, nonché primario neu-
dia-lettica – e il primato della clinica non rologo ospedaliero. Calvi è uno dei più influenti rappre-
può mai venire meno in psichia-tria, come sentanti del movimento antropologico-fenomenologico in
diceva Kurt Schneider – si snoda, direi, psichiatria, ed è autore di numerosi studi clinici. Ha con-
come Leitmotiv dei suoi libri e dei suoi tribuito con un capitolo specifico al Trattato italiano di
lavori. […] La radicale originalità del pen- psichiatria (Masson Italia ed.). Nel 2005 ha pubblicato
siero psicopatologico e clinico di Ar-naldo per Mimesis “Il tempo dell’altro significato” e, nel 2007,
Ballerini si realizza, nell’associare rifles- “Il consumo del corpo. Esercizi fenomenologici di uno
sioni rigorosamente fe-nomenologich