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enerdì 10 giugno 2011

Le tre colossali bugie


nascoste dietro i quesiti
di Claudio Borghi

Radiografia di una truffa. La liberalizzazione è imposta dall'Ue.


L'atomo è già stato sospeso. E il legittimo impedimento scade a
ottobre

La truffa dei referendum è così smaccata che verrebbe voglia di


non parlarne nemmeno per non concedere un’immeritata
importanza a coloro che l’hanno organizzata. È tuttavia vero che
uno dei principali doveri di un quotidiano è quello di fare
informazione, quindi ci tocca anche regalare questo favore agli
imbroglioni del referendum e concedergli l’agognata attenzione
per spiegare le (tante) bugie nascoste nelle urne.
La prima, grande truffa è stata correttamente spiegata ieri su
queste pagine da Magdi Cristiano Allam che ha sottolineato come
votare per il referendum non sia affatto un dovere ma che anzi,
l’astensione sia una scelta perfettamente legittima e, ormai per
prassi, la mossa corretta per chi intenda esprimere la propria
contrarietà ai quesiti. Dato che in caso di mancato raggiungimento
del numero di voti espressi pari al 50% degli elettori il referendum
è considerato nullo, ormai da tempo l’astensione è l’arma di chi
desideri votare no ai quesiti: infatti dal ’95 nessun referendum
proposto è più risultato valido proprio perché l’astensionismo dei
contrari ha fatto mancare il quorum. Fa quindi tristezza vedere una
persona come Benedetto Della Vedova, ex Pdl, radicale (e quindi
esperto di cose referendarie) e ora Fli, avere la faccia tosta di
andare in televisione da Bruno Vespa e dire che si dava
indicazione di votare per il «no» ad un quesito come quello
sull’acqua, che vuole abrogare una liberalizzazione che porta la
firma del suo compagno di partito, Andrea Ronchi. Dire di votare
per il «no» è una pura e semplice truffa, dato che un minimo di
onestà intellettuale vuole che le scelte reali siano tra il «sì» e
l’astensione. Il voto «no» è esattamente equivalente a votare «sì»
perché contribuisce a far raggiungere il quorum e quindi validare
il referendum.
L’inganno di Della Vedova, del Fli e di tutti quelli che pensano di
mantenersi la coscienza pulita con il trucchetto di dichiararsi per il
«no» è quindi di evidenza solare ed è un ottimo esempio delle
piccolezze a cui possa ridurre l’odio politico. Se non siamo allo
sparare il riso con la biro come alle elementari poco ci manca: ci
domandiamo piuttosto come faccia Ronchi a rimanere pur con
tutti i distinguo in un partito che lo prenda così platealmente in
giro. Ma gli inganni non finiscono qui: infatti nessuno spiega che
il decreto Ronchi si adeguava semplicemente a una direttiva
comunitaria che prevede affidamenti con gare aperte e trasparenti
per la gestione dei vari servizi, tra i quali quello idrico. Se il
referendum dovesse raggiungere il quorum in pratica avremmo
tante belle Tirrenia dell’acqua, inefficienti, libere di perdere
quanto vogliono con i loro costi allegramente scaricati sulla
fiscalità generale, vale a dire sui soliti benefattori che dichiarano
fedelmente il loro reddito. Gli evasori brinderanno con un bel
bicchiere di acqua del rubinetto pagato dal solito pantalone, che
ovviamente pagherà anche le inevitabili sanzioni da parte
dell’Unione Europea.
Stendiamo un velo pietoso poi sul secondo quesito relativo
all’acqua dato che si trattava di un provvedimento varato dal
governo Prodi contro il quale ora, con una faccia tosta degna di
ben altra considerazione, si mobilitano quegli stessi che l’hanno
votato. Gli altri quesiti sono peggio ancora: il referendum sul
nucleare si riferisce ad una legge già abrogata (ed è comprensibile,
non si può decidere su argomenti impegnativi per anni sull’onda
dell’emozione per un fatto eccezionale) quindi è solo la fantasia
delle nostre supreme magistrature che è riuscita a generare il
mostro di un quesito per abrogare una cosa che non c’è già più.
Non va meglio con il «legittimo impedimento» dato che si omette
di ricordare che la legge oggetto di quesito è già stata modificata,
guarda caso, dalla Consulta ma, soprattutto, scadrà in ogni caso ad
ottobre di quest’anno trattandosi di un semplice provvedimento-
ponte in attesa di un’impantanata legge costituzionale. Una bella
impresa quindi per la sinistra: organizzare una mobilitazione
nazionale per abrogare una liberalizzazione voluta dall’Unione
Europea, una legge di Prodi, un provvedimento che non c’è più e
una legge che in ogni caso scadrà ad ottobre. Complimenti.
posta@claudioborghi.com