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TIRO-CARTAGINE

Le fonti storiche1, bibliche2 e epiche (poemi omerici), evidenziano una notevole abilità nei
commerci marittimi da parte dei Fenici, in particolare delle città di Tiro e Sidone. L'attività
commerciale, che consisteva prevalentemente nell'esportazione di stoffe e avorio e nel
commercio di schiavi, nel tempo si trasformò in spinta colonizzatrice. Questa fu
incrementata dall'avvento di popolazioni provenienti dall'entroterra nel 1200 a.C. circa,
che comportò una riduzione del territorio fenicio con una conseguente sovrappopolazione
Dalle fonti classiche si ricava un'articolata cronologia della fondazione delle colonie
fenicie. La più antica, stando a quanto riferisce Velleio Patercolo (1,2,3), sarebbe Cadice,
mentre di poco successiva dovrebbe essere la fondazione di Utica e Lixus, secondo gli
scritti di Plinio (Nat. 16, 216 e 19, 63); tuttavia non si trova riscontro nei ritrovamenti
archeologici, che posticipano all'VIII secolo a.C. la fondazione di queste colonie.
Oltre a queste, site sulla costa spagnola e nordafricana, l'espansione dalla madrepatria
raggiunse l'isola di Cipro, le isole dell'Egeo e della Grecia, l'Egitto, la Libia, la Tunisia,
l'Algeria, il Marocco, Malta, Gozo, Pantelleria, la Sicilia, la Sardegna e la Spagna, dalla
quale importavano una notevole quantità di metalli preziosi.
La colonia che più si distinse fu quella di Cartagine. Già il mito inerente la sua
fondazione è caratterizzato da un atto di rottura con la città fondatrice: la tradizione,
infatti, tramanda che la regina di Tiro, Elissa, in fuga dal fratello, sarebbe approdata
insieme ad un contingente di suoi compatrioti e ad un'ambasceria cipriota alle coste
africane. In base ad un'analisi razionalistica dell'episodio, si ricava un dato interessante per
la comprensione delle ragioni per cui, nei secoli successivi, questa città avrebbe goduto di
una notevole indipendenza amministrativa rispetto alla madrepatria, dal momento che la
presenza di colonizzatori provenienti da aree diverse contribuì ad una differenziazione dei
costumi rispetto a quelli tradizionali di Tiro.
Già nel 700 a.C., Cartagine, nata, secondo Timeo, nell'814 a.C., aveva sviluppato una
rete di traffici con i Greci di Eubea e Corinto, come dimostrano le ceramiche rinvenute nei
pressi della città, oltre ad aver avviato la coltura dei territori più interni, che costituivano la
fonte primaria di sostentamento.
Tra il 654-653 a. C., secondo quanto riferito da Diodoro Siculo, la potenza marittima
dei Cartaginesi si era espansa al punto tale da fondare la loro prima colonia presso l'isola di
Ibiza con l'intento di impedire alle navi nemiche i traffici attraverso lo stretto di Gibilterra.
La volontà da parte di Cartagine di controllare il Mediterraneo occidentale, però, si
delineo con ancor più veemenza nel 600 a. C., anno in cui, secondo lo storico Tucidide,
venne ingaggiata una lotta contro i Greci, che si erano interessati alla fondazione della
colonia di Marsiglia, sancendo l'inizio delle ostilità con questo popolo al fine di contenerne
i traffici.
Cinquant'anni dopo, infatti, ottenuto l'appoggio degli Etruschi, il generale Malco
sconfisse ad Alalia (attuale Corsica) i Focesi e, proprio in questi stessi anni, i rapporti tra la
Fenicia e Cartagine ripresero, dal momento che stava maturando l'interesse cartaginese ad
unirsi alla lega anti-greca che si stava solidificando in Oriente sotto la guida dei Persiani.
Per evitare situazioni di conflittualità anche con la nuova potenza nascente di Roma,
nel 509 a.C. i Cartaginesi stipularono un primo trattato che stabiliva le rispettive zone
d'influenza. Durante tutto il V secolo a.C. Cartagine cercò una progressiva espansione
territoriale, che comportò l'inizio di alcuni viaggi di esplorazione, come quelli di Milcone e
di Annone.
1
Erodoto 1,1
2
II Sam. 5,11
I Re 5,6-11
ibid. 9, 26-28
Is, 23, 2-8
Ez. 27, 3-25
Dal 409 a.C. al 406 a.C. Cartagine lottò contro i Greci in Sicilia, regione di cui
ottenne il controllo di un terzo del territorio, motivo per il quale, pochi anni dopo, nel 348
a.C. dovette stipulare nuovi accordi con Roma, che vennero poi nuovamente rivisti nel 306
a.C. in occasione dell'alleanza cartaginese con l'Egitto di Tolomeo.
L'ultimo trattato stipulato in accordo tra Romani e Cartaginesi fu quello del 279 a.C. in
base al quale le due potenze combatterono sullo stesso fronte contro il comune nemico
Pirro, che, una volta sconfitto nel 276 a.C., fece sì che lo scontro divenisse diretto tra i due
iniziali alleati. Questo sfociò, dunque, nelle due Guerre Puniche, che portarono
testimonianza di come effettivamente Cartagine fosse una città autonoma e totalmente
indipendente dalla sua fondatrice Tiro.
Tra i Romani l'abilità cartaginese del mercanteggiare fu ben espressa nel Poenulus di
Plauto, che dimostra l'unico debito di questo popolo nei confronti dei loro fondatori fenici,
la cui capacità commerciale era già stata sottolineata dalle parole di Erodoto, come nel
passo che segue, in riferimento al commercio dei metalli.
“Dopo essere giunti, sbarcano queste mercanzie e le espongono in ordine sulla riva, poi
tornano sulle loro imbarcazioni e fanno fumo. Gli indigeni vedono il fumo e, avvicinatisi al
mare, collocano a fianco delle mercanzie l'oro che offrono in cambio e si ritirano. I
Cartaginesi ridiscendono ed esaminano quello che hanno lasciato. Se giudicano che la
quantità dell'oro risponde al valore delle mercanzie, lo prendono e se ne vanno, altrimenti
ritornano alle navi e attendono. Quelli, tornando, aggiungono dell'oro finchè essi non siano
soddisfatti. Non si fanno reciprocamente alcun torto, gli uni non toccando l'oro prima che
la quantità deposta sembri loro in rapporto con le mercanzie, gli altri non toccando le
mercanzie prima che quelli abbiano preso l'oro”(4,196)

BIBLIOGRAFIA
S. Moscati, I Fenici e Cartagine, Torino, UTET, 1972
M.E. Aubet, The Phoenicians and the West. Politics, colonies and trade, Cambridge, 1993
(tit.or. Tiro y las colonias Fenicias de Ocidente, Bellaterra, 1987)
Grande dizionario enciclopedico UTET , Torino, 1972