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Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.

com - 01/12/2016
Sguardo dello spirito

Collana diretta da Alberto Vela

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016
CHARLES
DEFOUCAULD
Piccolo fratello di tutti

Testi scelti e presentati da


Piero Lazzarin

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


ISBN 978-88-250-2523-1
ISBN 978-88-250-3137-9 (PDF)
ISBN 978-88-250-3138-6 (EPUB)

Prima edizione digitale 2012


Copyright © 2012 by P.P.F.M.C.
MESSAGGERO DI SANT’ANTONIO – EDITRICE
Basilica del Santo - Via Orto Botanico, 11 - 35123 Padova

www.edizionimessaggero.it

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La vita

Grandezza di una figura


Charles de Foucauld è una delle figure spiritual-
mente più affascinanti della cristianità. Scrive di
lui Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose:
«È un cristiano che ha interpretato l’Evangelo
usando l’eloquenza del silenzio, la forza della debo-
lezza, la sapienza della stoltezza della croce. Tutta la
sua esistenza ci ha mostrato che vivere ancora oggi
come Gesù ha vissuto è la vita pienamente umana,
è la fraternità resa possibile dalla caritas, è la forma
della vita evangelica, è il cristianesimo stesso. Così
la forma testimoniale del-l’evangelizzazione assunta
da frère Charles – la sua attenzione alla vita spiri-
tuale che precede il dire e il fare, la sua predicazione
attraverso una vita concreta, quotidiana in mezzo
agli uomini e alle donne di un tempo e di un luogo
precisi – è un messaggio determinante perché l’an-
nuncio dell’Evangelo sia davvero rispondente a quel
mandato che la chiesa ha ricevuto dal suo Signore».
Fratel Charles è stato protagonista di un’avven-
tura umana e spirituale fortissima, segnata dalla
gioiosa riscoperta del Vangelo, che egli ha interpre-
tato e vissuto nella sua più spoglia ed esigente radi-
calità, a imitazione del Gesù, povero e nascosto. Av-
ventura spirituale incentrata sulla povertà (con ele-
menti che lo avvicinano a Francesco d’Assisi), sulla
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spogliazione interiore (aveva letto Teresa d’Avila e
Giovanni della Croce), sull’abiezione della croce,
forma totale di abbandono alla volontà del Padre.
Infine, sulla vita nascosta, come Gesù nella casa di
Nazaret. Il nascondimento si concretizzava in una
quotidianità umile, semplice, laboriosa, orante e
accogliente, e illuminata (a Nazaret prima e a Béni
Abbès, all’Asekrem, a Tamanrasset in seguito) dalla
presenza eucaristica, che dava significato e forza alla
sua preghiera contemplativa, nonché contenuto al-
la sua idea e pratica di fraternità universale, di cuore
aperto a tutti, in particolare ai più poveri. In questa
apertura e condivisione fraterna si attuava l’incon-
tro con Gesù povero. Di qui il suo impegno di farsi
solidale con la condizione di chi lavorava, cercando
di promuovere condizioni più umane di vita.
Povertà, dunque, intesa come condivisione con-
creta di vita con i più poveri, annullamento, pre-
ghiera, adorazione, amicizia, testimonianza, dialo-
go... sono le parole chiave della sua esperienza, che
ha segnato una «rivoluzione» per una chiesa alletta-
ta da sogni di gloria e di potenza.
La prima fase della sua vita
Charles Eugène de Foucauld nasce a Strasburgo
nel 1858 da una nobile e ricca famiglia. A cinque
anni rimane orfano di entrambi i genitori, che gli
lasciano una corposa eredità, da lui rapidamente
dissipata quando, diventato maggiorenne, ne verrà
in possesso. A sedici anni, abbacinato dalla cultura
francese impregnata di antireligiosità, si allontana
dalla fede religiosa impartitagli in famiglia, e pone
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Dio e la religione tra le cose di cui fortemente dubi-
tare e di cui non vale comunque la pena di occuparsi.
Non è, la sua, una scelta filosofica coscientemen-
te maturata. Conduce una vita talmente vuota e
svagata che non trova nulla cui dedicare attenzione
e impegno. Anche quando decide di intraprendere
la carriera militare (1876) entrando nella celebre
scuola di Saint-Cyr, lo fa non inseguendo un ide-
ale, un progetto di vita, ma semplicemente perché
non sa che altro fare. Infatti, diventa un pessimo
soldato e un poco edificante ufficiale di cavalleria.
Non sopporta la vita di caserma e la sua disciplina.
Lo affascinano più le strategie della dolce vita che
quelle di von Clausewitz. Quando ne sente il desi-
derio, cioè assai spesso, abbandona la caserma e va
a divertirsi con amici e amichette (ha un’amante,
Mimi) in un appartamento che ha lussuosamente
arredato con i soldi dell’eredità.
Gli piovono addosso le severe reprimende dei
superiori e nel suo dossier si moltiplicano i rappor-
ti negativi, ma non servono a fargli mettere la testa
a posto, tanto che l’esercito decide di cacciarlo. De
Foucauld lascia senza rimpianti il suo reggimento,
«I cacciatori d’Africa», e si dedica, ora a tempo pie-
no, ai riti goderecci della bella vita.
Lo scavezzacollo, la «pecora nera» della nobile
famiglia de Foucauld, è ora scosso da un sentimen-
to di orgoglio quando viene a sapere che i suoi ex
commilitoni sono stati mandati in Algeria a seda-
re un’insurrezione (la Francia era allora impegnata
nelle conquiste coloniali). Reintegrato nell’eserci-
to, Charles raggiunge il proprio reggimento, por-
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tando con sé Mimi, dichiarando di averla sposata.
Stavolta, con sorpresa di tutti, fa il bravo ragazzo.
Si comporta da soldato coraggioso e disciplinato,
fino a quando ritiene di aver pareggiato il conto.
Dopodiché, lasciato per sempre l’esercito, fa ritor-
no a Parigi. È un altro uomo quello che si aggira un
po’ smarrito per le vie e i palazzi della capitale, nei
luoghi dove era solito consumare la dolce vita. L’e-
sperienza algerina lo ha cambiato, gli ha fatto cono-
scere l’Africa e i suoi abitanti, l’ambiente suggestivo
e gli orizzonti mozzafiato. Si chiama «mal d’Africa»
e lui ne è colpito. Non ha altri mezzi per guarire, se
non di ritornare nel Continente nero.
Verso la vita religiosa
Charles ritorna in Africa, stavolta per saperne di
più sulle tradizioni, sui costumi, sulla gente. Tra-
vestito da ebreo e accompagnato da un rabbino,
viaggia in lungo e in largo per luoghi conosciu-
ti e territori inesplorati, osservando, misurando e
prendendo appunti, come un provetto geografo.
Alla fine, i suoi appunti e le sue scoperte contri-
buiscono a rendere più precisa la carta geografi-
ca dell’Africa settentrionale e quando, ritornato
a Parigi, rende note le sue osservazioni, la Società
Geografica gli assegna la medaglia d’oro. Ora De
Foucauld è contento, ma non soddisfatto. I fre-
quenti turbamenti interiori gli fanno capire che
il vero viaggio deve ancora compierlo: quello alla
ricerca di se stesso e di Dio. Decide di intrapren-
derlo. Ecco come lui stesso racconta quel passo:
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«Per dodici anni ho vissuto senza alcuna fede: nulla
mi pareva sufficientemente provato. L’identica fede
con cui venivano seguite religioni tanto diverse mi
appariva come la condanna di ogni fede [...]. Per do-
dici anni rimasi senza nulla negare e nulla credere,
disperando ormai della verità, e non credendo più
nemmeno in Dio, sembrandomi ogni prova oltre-
modo poco evidente».
Alla fine, grazie all’esempio della cugina Maria
de Bondy e ai consigli dell’abate Henri Huvelin,
che diventerà sua guida spirituale, negli ultimi
giorni dell’ottobre 1886 ritrova Dio:
«Quando riconobbi che Dio esiste, capii anche che
non avrei potuto fare altro che servire lui solo».
È subito attratto dalla vita religiosa, ma prima di
decidersi a sceglierla, compie un pellegrinaggio in
Terra Santa e successivamente segue un ritiro spiri-
tuale nella trappa di Nostra Signora delle Nevi nella
diocesi di Viviers. La vita della trappa lo affascina
tanto che nel gennaio del 1889 decide di restarci
come monaco. Con il nome di fratel Alberico Ma-
ria trascorre qui qualche tempo. Chiede quindi di
essere trasferito in Siria, nella poverissima trappa di
Cheikhlé, presso Akbés, dove nel febbraio del 1892
fa la sua professione religiosa. Ma non è ancora la
sua strada:
«Desiderando, per rassomigliare ancora di più a Ge-
sù, uno spogliamento più profondo e un’abiezione
più grande, andai a Roma e ottenni dal generale
dell’ordine il permesso di recarmi solo a Nazaret e di
vivere là sconosciuto, da operaio, con il mio lavoro
quotidiano».

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A Nazaret trova finalmente la sua vocazione:
«Abbracciare l’umiltà, la povertà, la rinuncia, l’a-
biezione, la solitudine, la sofferenza di Gesù nel suo
presepio; non tenere in nessun conto la grandezza
umana, l’elevatezza, la stima degli uomini, ma sti-
mare tanto i più poveri quanto i più ricchi. Per me,
cercare sempre l’ultimo degli ultimi posti, disporre
la mia vita in modo da essere l’ultimo, il più disprez-
zato degli uomini».
Nazaret però è ovunque. Anche nel Sahara, dove
durante i suoi viaggi ha incontrato alcuni dei po-
veri più poveri del mondo. Ed è lì, a Beni-Abbès,
sperduta località ai confini tra Algeria e Marocco,
che nell’ottobre del 1901 de Foucauld, ora fra-
tel Carlo, dopo esser stato ordinato sacerdote, si
trasferisce. Costruisce un piccolo eremo, «Kaua»
(Fraternità), dove vive pregando, lavorando, acco-
gliendo chiunque passi di là.
Il fratello universale
Nel 1905 si sposta più a sud, a Tamanrasset, tra
i Tuareg dell’Hoggar. Tamanrasset è un pugno di
capanne di fango in un arido altopiano, sorte in-
torno a dei pozzi usati dalle carovane di passaggio,
nessun altro segno di vita e di civiltà. Povero tra i
poveri, vive una vita di preghiera, di meditazione,
di adorazione e di studio della Sacra Scrittura. Il
suo più vivo desiderio è di essere, per ogni persona,
il «fratello universale», viva immagine dell’amore
di Gesù.
«Vorrei essere buono perché si possa dire: se tale è il
servo, come sarà il maestro?».

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Condivide la misera vita dei Tuareg, di religione
musulmana, ai quali sa di dover annunciare il Van-
gelo di Gesù, ma intende farlo a suo modo, cioè
dopo averlo testimoniato vivendo senza vanto, sen-
za diversità, senza privilegi, nella fraternità, nell’a-
micizia e nell’amore. Si fa loro amico, anzi fratello,
piccolo fratello, fratello universale. Vive insieme a
loro. Li invita nella sua capanna ed è ospite nelle
loro, dove beve con loro il tè verde. Rispetta le loro
trazioni e usanze; gli piace ascoltare le donne quan-
do cantano antiche melodie che raccontano storie
senza tempo. Impara a conoscere i loro problemi, i
desideri, le paure. Alla fine parla e pensa nella loro
lingua: è diventato un tuareg.
Per tutti fratel Carlo è il «Marabutto», l’uomo
della preghiera. Il grande capo dell’Hoggar, Musa
Ag Amastan, lo onora della sua amicizia.
Traduce la Bibbia in Tuareg, e di questa lingua
scrive una grammatica e compila un dizionario.
Cerca anche di migliorare le condizioni di vita dei
Tuareg: procura alle donne i ferri per lavorare a ma-
glia, si adopera perché il figlio del capo della tribù
venga educato in Francia; ovunque ci sia bisogno di
aiuto, lui c’è. Nel 1910 costruisce un eremitaggio
ad Asekrem, a oltre 2600 metri di altitudine: diven-
terà a poco a poco il suo Monte delle Beatitudini.
Con i Tuareg, musulmani, intrattiene un dialogo
religioso estraneo a ogni proselitismo, teorizzato
dall’amico Louis Massignon, un precursore del
confronto tra cristiani, musulmani ed ebrei. Il dia-
logo non porta frutti apparenti. Quando, in seguito
alle tensioni create in Algeria dal risorgente colo-
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nialismo, viene casualmente ucciso (1 dicembre
1916) da un giovane Tuareg, non ha «convertito»
nessuno, come non è riuscito a concretizzare nep-
pure uno dei progetti di comunità monastiche che
aveva ideato e per le quali ha anche redatto Regole
ispirate alla povertà radicale, alla condivisione di
vita con i poveri: condizioni indispensabili per ave-
re la libertà assoluta di amare Dio, di adorarlo nella
preghiera e nella contemplazione e di amare gli al-
tri. Amore: nessuno come fratel Carlo ha riscattato
e ridato dignità a una parola così abusata. Amare
vuol dire dividere i propri beni con i poveri, vivere
ed essere come loro.
Nel giorno stesso in cui fu ucciso, fratel Carlo
scriveva alla cugina Marie de Bondy:
«Di sicuro, non ameremo mai abbastanza, ma il
buon Dio che sa con quale fango ci ha impastati, e
che ci ama più di quanto una mamma può amare suo
figlio, il buon Dio che non può morire ci ha detto
che non respingerà chi andarà da lui».
Solo dopo diciassette anni dalla sua morte, su
iniziativa di René Voillaume, nascono a El Abiod
Sidi Scheik i Piccoli Fratelli di Gesù e nello stesso
anno le Piccole Sorelle del Sacro Cuore di Gesù a
Montpellier. Le Piccole Sorelle di Gesù nascono
nel 1959 con Magdeleine, e nel 1950 iniziano le
fraternità sacerdotali e secolari. Nel 2002 si conta-
no diciannove differenti fraternità fra laici, preti,
religiosi e religiose sparsi nel mondo.
Fratel Carlo viene proclamato beato il 13 no-
vembre 2005 da Benedetto XVI.
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������������������������������������ Gli scritti

Scriveva come il cuore gli dettava


René Bazin nella prefazione agli Scritti spirituali
di Charles de Foucauld affermava con chiarezza che
fratel Carlo non può essere considerato un «autore
spirituale», uno scrittore cioè che abbia composto
di proposito e in modo organico delle opere desti-
nate a essere pubblicate. Egli era piuttosto uno abi-
tuato a meditare con la penna in mano, a gettare
la sua anima sulla carta, stando «ai piedi di Gesù»,
preoccupato solo di essere sincero.
I suoi Scritti sono così composti da pensieri, an-
notazioni giornaliere, appunti di ritiri, meditazioni
sul Vangelo. Il tutto scritto (dal 1897 al 1916) per
«fissare i pensieri» e «vincere l’aridità», nelle ore passa-
te pregando la Parola. Documenti in grandissima
parte ritrovati dopo la sua morte, nell’eremo di Ta-
manrasset, e successivamente ordinati e pubblicati.
Gli Scritti spirituali di Charles de Foucauld han-
no l’immediatezza «ingenua» di un colloquio a tu
per tu con Dio, nel quale egli mette a nudo se stesso
e la sua fede. Essi segnano le tappe del suo cammi-
no interiore, teso all’Assoluto, che a volte si conce-
de oasi di riflessione. Sono momenti vissuti nel più
totale silenzio del deserto o in viaggio tra l’Europa,
la Terra Santa e l’Algeria.
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De Foucauld non scrive per fare della letteratura
o per costruire teorie spirituali, perciò procede sen-
za ricercatezze, incurante dello stile, delle ripetizio-
ni... Egli annota, semplicemente, i suoi sentimenti,
i suoi pensieri.
Argomento abituale delle sue meditazioni è la
Sacra Scrittura, il Vangelo in particolare. Dattilo-
scritti, i documenti propriamente spirituali occupa-
no 3830 fogli. Le meditazioni, da sole, 3104 fogli;
un po’più di 2000 fogli sono invece dedicati alla
Sacra Scrittura (200 circa all’Antico Testamento e il
resto al Nuovo Testamento). Anche altre meditazio-
ni, come le Considerazioni sulle feste dell’anno (711
fogli), sono centrate sulla persona e la vita di Gesù.
Il Vangelo, dunque, è al centro delle sue medi-
tazioni, ma anche della sua vita: vuole conoscerlo,
impregnarsene e, soprattutto, viverlo nell’imita-
zione fedele di Gesù, passaggio indispensabile per
poterlo predicare efficacemente. Infatti, nell’espe-
rienza umana e spirituale di Charles de Foucauld
si colgono evidenti i tratti del Gesù del Vangelo, in
particolare del Gesù di Nazaret, della vita di ogni
giorno, con la sua monotonia, il suo lavoro, le sue
fatiche, la sua povertà, la sua umiltà, la sua preghie-
ra continua...
Pur essendo estranea a lui l’intenzione di ela-
borare o di farsi portatore di un nuovo messaggio
spirituale, di fatto, il voler imitare i trent’anni di
vita umile, silenziosa e nascosta di Gesù a Nazaret,
fa di lui un mistico del Vangelo, attento alla pover-
tà, all’abiezione, alla mortificazione. Che concre-
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tamente sperimenta trasferendosi, dopo la quieta
parentesi nella trappa, a Nazaret.
Qui vive, vestito come un povero e alloggiato in
una capanna di legno, il ruolo del carpentiere Gesù,
la sua povertà e la sua umiliazione nel modo più
rigoroso possibile, con una radicalità e un impegno
che non ha ceduto a compromessi. Matura infi-
ne la convinzione che il cammino di Nazaret, non
intrapreso completamente da nessuna realtà reli-
giosa, deve essere vissuto nella chiesa e pensa a una
comunità di persone che vivano con lui secondo lo
stile di Gesù a Nazaret: piccoli gruppi di persone
che stanno con i poveri, dediti al lavoro manuale,
che incarnino il Vangelo e lo gridino con la propria
vita.
Come scriveva in una meditazione:
«Tutta la nostra vita, per quanto muta essa sia, la
vita di Nazaret, la vita del deserto, così come la vita
pubblica, devono essere una predicazione del Vangelo
mediante l’esempio; tutta la nostra esistenza, tutto il
nostro essere deve gridare il Vangelo sui tetti; la nostra
persona deve respirare Gesù, i nostri atti e la nostra
vita devono gridare che apparteniamo a Gesù, de-
vono presentare l’immagine della vita evangelica; la
nostra persona dev’essere una predicazione viva, un
riflesso di Gesù, un profumo di Gesù, qualcosa che
gridi Gesù, che faccia vedere Gesù, che risplenda co-
me un’immagine di Gesù».
Come sappiamo, però, la Fraternità religiosa è
rimasta un sogno che solo altri, dopo la sua morte,
hanno potuto realizzare.
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I testi che qui presentiamo non sono che una
piccolissima parte di quanto scritto da Charles de
Foucauld. Come sempre, le scelte non sono facili.
Permane l’impressione che il meglio sia quello non
riportato. In Italia gli scritti di Charles de Foucauld
sono sati pubblicati principalmente dall’editrice
Città Nuova, in diversi volumi e in una traduzio-
me che riproduce molto fedelmente, alla lettera,
il modo di scrivere di fratel Carlo, cioè d’impeto,
come il cuore gli dettava, estraneo a ogni preoc-
cupazione stilistica e perfino sintattica, e a ogni
intento letterario. Per questa ragione i testi da noi
scelti sono stati qua e là ritoccati per renderli più
scorrevoli e più leggibili.
Ecco i titoli dei volumi dai quali abbiamo sele-
zionato la nostra antologia:
. Meditazioni sui passi dei Vangeli relativi a: Dio solo,
Fede, Speranza, Carità (1897-1898), Città Nuova,
Roma 1973;
. La vita nascosta. Ritiri in Terra Santa (1897-1900),
Città Nuova, Roma 1974;
. Lo Spirito di Gesù. Meditazioni (1898-1915), Città
Nuova, Roma 1978.

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L’editore è a disposizione degli aventi diritto per quanto ri-


guarda la traduzione dei testi riprodotti nella presente opera.

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Dagli scritti
di Charles de Foucauld
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��������� Padre nostro che sei nei cieli

Fratel Carlo ha scritto questo commento al Padre no-


stro a Roma il 23 gennaio 1897 mentre si dispone-
va, lasciata la trappa, a raggiungere Nazaret. È un
dialogo con Dio, un «a tu per tu» forte e intenso che
si esalta nel colloquio intimo, nell’ardente preghiera.
Dio è l’Amato al quale tutto deve essere rivolto.

«Padre nostro che sei nei cieli» (Mt 6,9)


Perchè ti definisci così, e non Padre giusto, Pa-
dre santo? Senza dubbio per elevare da subito la
mia anima in alto, al di sopra della povera terra, e
collocarla dov’essa naturalmente deve sempre sta-
re… in cielo, patria sua. Anche per situarci, sin
dalle prime parole della preghiera, nella speranza
e nella pace. Il Padre nostro è nei cieli: come non
avere, insieme alla fiducia, la speranza e la pace? E
ancora: per metterci nella gioia, pensando che il
Padre nostro, nostro Dio, colui che amiamo con
tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la mente e tut-
te le nostre forze, gode per l’eternità di un’infinita
beatitudine.
«Sia santificato il tuo nome» (Mt 6,9)
Che cosa chiediamo, Signore, con queste parole?
Tutto ciò che è oggetto dei nostri desideri, scopo e
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fine della nostra vita. Chiediamo che Dio manife-
sti la sua gloria e salvi gli uomini, attraverso i loro
pensieri, le loro parole e le loro opere. In questo
sta la manifestazione della tua gloria e la loro per-
fezione.
Queste parole contengono lo scopo, unico e
duplice insieme, di tutte le nostre preghiere e del-
la stessa nostra vita: «Sia santificato il tuo nome».
Dobbiamo rivolgerci a te, mio Dio, con amore
grande e vibrante ardore perché tu esaudisca questa
preghiera, tante volte uscita dalle labbra di Gesù,
venuto sulla terra solo per far sì che ciò si com-
pia. Questa richiesta costituiva il cuore delle sue
preghiere, e il suo compimento, il desiderio più
ardente del suo Cuore, e lo scopo della sua vita.
Essa deve essere anche l’essenza delle nostre
preghiere, dei nostri desideri. Non solo recitando
il «Pater» noi chiediamo a Dio la sua gloria e la
salvezza degli uomini, ma queste, sull’esempio di
Gesù, devono essere l’oggetto della gran parte delle
nostre preghiere, così come ogni nostro pensiero,
parola e azione non deve avere un fine diverso da
quello di Gesù. E cioè che il nome di Dio sia glori-
ficato e che gli uomini si santifichino. Questo non
vuol dire che non possiamo chiedere altre cose utili
al nostro bene. Anche Gesù pregava per i suoi apo-
stoli, li istruiva, guariva i malati...

«Venga il tuo regno» (Mt 6,10)


Questa richiesta è analoga alla precedente, chie-
de la manifestazione della gloria di Dio e la salvez-
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za degli uomini. Che cosa comporta la venuta del
Regno, se non che gli uomini riconoscano Dio co-
me il solo Padrone, al quale obbedire come al loro
onnipotente e amato Signore e servire nel miglio-
re dei modi, cercando con tutto il cuore, tutta la
mente e tutta la forza di soddisfare anche i suoi più
piccoli desideri… Dobbiamo vivamente pregare,
sospirare, orientare le nostre azioni a questo fine,
che Gesù ci insegna a porre non solo come il pri-
mo ma anche come il secondo oggetto delle nostre
preghiere. Questa domanda deve davvero costituire
l’essenza del nostro pregare, dei nostri pensieri e
desideri, dal momento che Gesù tanto insiste su
questo, offrendocene anche per primo l’esempio.

«Sia fatta la tua volontà


come in cielo così in terra» (Mt 6,10)
Eccoci nuovamente a chiedere la gloria di Dio
e la santificazione degli uomini. Infatti, chiedere
che gli uomini facciano la volontà di Dio equivale
a chiedere che essi siano santi. Nella santificazione
degli uomini, poi, consiste la manifestazione della
gloria di Dio sulla terra.
Nella preghiera che ci insegna, Gesù per tre vol-
te ci invita a chiedere al Padre la manifestazione
della sua gloria sulla terra e la santificazione de-
gli uomini, a dimostrazione di quanto questi due
obiettivi gli stiano a cuore, costituendo essi il noc-
ciolo di ogni sua preghiera e desiderio, nonché il
fine stesso della sua vita.
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Ciò dimostra, inoltre, che dà gioia a Gesù tutto
quello che glorifica Dio e fa il bene delle anime,
perché è conforme ai suoi più ardenti desideri e
all’opera di tutta la sua vita.
Dimostra infine quanto qualsiasi offesa fatta a
Dio e tutto quello che frena la santificazione di
un’anima sia un dolore per Gesù, poiché è il con-
trario di quello che egli più ardentemente deside-
rava e chiedeva di continuo al Padre suo, e per il
quale ha dato il suo sangue…
Dobbiamo dunque essere felici e avere grande
zelo nel desiderare e nel compiere il bene, e avere
intenso dolore e temere tutto ciò che offende Dio,
e grande cura nell’evitargli anche le più piccole of-
fese.

«Dacci oggi il nostro pane sostanziale» [sic]


(Mt 6,11)
Con questa preghiera chiediamo a Dio, per og-
gi, e per la vita presente che dura un solo giorno, il
pane che è al di sopra di ogni altro cibo, cioè il pa-
ne soprannaturale, il solo necessario, il solo di cui
abbiamo assolutamente bisogno per raggiungere lo
scopo della nostra vita: questo pane è la grazia.
C’è però un altro pane soprannaturale che, pur
non essendo così indispensabile come la grazia, è
insostituibile per molti, essendo il bene dei beni;
quest’altro pane è la santissima Eucaristia. Questo
duplice pane della grazia e dell’Eucaristia io non lo
chiedo per me solo, ma per tutti gli uomini.
Pensare non solo a me stesso ma nella stessa mi-
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sura anche al prossimo, e questo per Dio, come
si conviene a chi Dio lo ama sopra ogni cosa e il
prossimo come se stesso: ecco quello che il Signore
mi fa praticare in ogni domanda del Padre nostro:
non pregare per sé soltanto, ma per tutti gli uo-
mini, tutti, figli di Nostro Signore, da lui amati e
riscattati con il suo Sangue.

«Perdona a noi le nostre offese come noi


perdoniamo chi ci ha offeso» (Mt 6,12)
Abbi pietà di noi, perché siamo peccatori. Chie-
diamo perdono a Dio con tutta la nostra anima per
noi stessi e per coloro che hanno offeso Dio. Sap-
piamo quanto i nostri peccati sono orribili, quanto
offendono Dio Padre e fanno per questo soffrire
Gesù: sofferenze che egli ha voluto subire per po-
terle espiare e a caro prezzo.
Entrando nei sentimenti di Gesù, con umiltà e
pentimento chiediamo perdono a Dio. Il dolore
per averlo noi stessi offeso e nel vedere che tanti
lo offendono, esplode nei nostri cuori in questo
grido: perdona le nostre offese. Poiché non si può
seriamente chiedere di essere perdonati, se non si è
disposti a perdonare, ed essendo tutte le offese che
possono esserci fatte un nulla rispetto a quelle che
abbiamo fatto a Dio, noi diciamo che perdoniamo,
che valutiamo un niente il male che altri ci hanno
fatto, che l’abbiamo persino dimenticato... e sup-
plichiamo Dio di perdonarci le nostre grandi offese
verso di lui. Il perdono, come la grazia, lo si chiede
non per sé soli ma per tutti gli uomini.
– 23 –

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


«Non lasciarci soccombere alla tentazione»
(non ci indurre in tentazione)  (Mt 6,13)
Ecco una richiesta di aiuto che rivolgiamo a Dio
in ogni ora, in ogni minuto e che per questo dove-
va avere il suo posto nel Padre nostro come in ogni
altra nostra preghiera. Sono circondato da così tan-
ti nemici da non poter fare nulla senza chiedere
aiuto in ogni momento della giornata, nepure re-
citare una breve preghiera.
Gesù mi fa rivolgere a Dio questa domanda nel
Padre nostro perché sa che il suo aiuto mi è sempre
necessario.

«Liberaci dal male» (Mt 6,13)


Liberaci dal peccato, il solo vero male, che ti
offende. Libera dal peccato tutti gli uomini, così
essi saranno santi e la loro santità ti renderà gloria
e la tua gloria sarà manifestata e la loro salvezza
assicurata. Questa è la sola cosa che noi vogliamo.
Liberaci, dunque, dal male, dal peccato, affinché tu
sia glorificato e gli uomini siano salvi.
Questa domanda racchiude, come le prime tre,
lo scopo della nostra vita e della Chiesa, ma anche
della vita terrena di Gesù; lo racchiude in forma
indiretta perché ci invita a chiedere una delle cose
necessarie per raggiungere il nostro fine, mentre le
prime tre chiedono direttamente il nostro fine ul-
timo, che è la gloria di Dio.

– 24 –

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


������������������� La fede cambia la vita

Non è un trattato teologico sulla fede, ma la testimo-


nianza di un vissuto. La fede ha cambiato totalmente
la vita di fratel Carlo, gli ha fatto vedere tutto in una
dimensione diversa, con una prospettiva differente.
Succede lo stesso a ogni credente.
Il primo brano proposto è stato scritto a Nazaret nel
corso di un ritiro spirituale (5-15 novembre 1897) ed
è tratto dal volume La vita nascosta. Gli altri sono
tratti dalle Meditazioni sui passi dei vangeli relati-
vi a: Dio solo, Fede, Speranza, Carità, redatti tra il
1897 e il 1898.

Il giusto vive veramente di fede, perché essa dà


un significato diverso a tutto ciò che immediata-
mente i sensi del corpo trasmettono. La fede tra-
sforma talmente ogni cosa che i sensi alla fine le
servono assai poco. Attraverso i sensi, la fede coglie
solo ingannevoli apparenze, mentre essa fa vedere
le realtà.
L’occhio le mostra un povero, la fede in lui vede
Gesù; l’orecchio le fa percepire ingiurie e oltraggi,
la fede invece dice: «Rallegratevi e siate nella gioia».
Per il tatto quelli ricevuti sono colpi di pietra, per
la fede, invece, sono motivo di gioia «per essere sta-
ti giudicati degni di soffrire qualcosa per Cristo».
Il gusto ci dice che si tratta solo di un po’ di pane
senza lievito, la fede, invece, che quello è «il Salva-
– 25 –

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


tore Gesù, uomo e Dio, corpo e anima». L’odorato
ci fa sentire l’incenso, la fede ci dice che il vero
incenso sono le preghiere dei santi.
I sensi ci seducono con la bellezza delle cose
create, la fede ci rimanda alla bellezza increata e
ha compassione delle creature che sono niente e
polvere a confronto con tanta bellezza. I sensi rifiu-
tano il dolore, mentre la fede lo benedice come la
corona nuziale che la unisce al suo Amato, come il
camminare con lo Sposo divino, mano nella mano.
I sensi si ribellano all’ingiuria, la fede ci dice:
«Benedite coloro che vi maledicono» (Lc 6,28), la
ritiene meritata perché frutto dei nostri peccati e la
considera dolce perché ci fa condividere la sorte di
Gesù. I sensi sono curiosi, alla fede non interessa
conoscere, essa aspira a scomparire, a trascorrere la
sua vita fissa davanti al tabernacolo. I sensi mirano
alla ricchezza e all’onore, per la fede, che li ripudia,
«ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile
davanti a Dio» (Lc 16,15), essa considera «beati i
poveri» (Lc 6,20), e onora la povertà di cui Gesù
si è rivestito come di un indumento inseparabile.
I sensi rifiutano la sofferenza, la fede la benedice
come un dono ricevuto da Gesù, come una parte
della sua croce, che egli ci dà da portare. I sensi si
spaventano di fronte a ciò che può portare al do-
lore o alla morte, la fede non ha paura di niente,
sa che ci capiterà solo ciò che Dio vorrà, «perfino
i capelli del vostro capo sono tutti contati» (Mt
10,30); quel che Dio deciderà sarà sempre per il
nostro bene, «tutto ciò che capita è per il bene de-
gli eletti» (Rm 8,28); di qualsiasi cosa possa succe-
– 26 –

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


dere, pena o gioia, salute o malattia, vita o morte,
la fede è contenta e non teme alcunché.
I sensi sono preoccupati per il futuro, si chie-
dono che cosa riservi il domani, la fede non si
inquieta: «non datevi pensiero per la vostra vita,
dice Gesù, di quello che mangerete, né del vostro
corpo, di come lo vestirete […]. Guardate i gigli
come crescono, non filano, non tessono, eppure
io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua
gloria, vestiva come uno di loro […]. Cercate piut-
tosto il regno di Dio e tutto questo vi sarà dato in
aggiunta» (Lc 12,22-31).

«Ecco la serva del Signore»


È ciò che dobbiamo tutti dire in ogni momento
della nostra vita, in ogni momento dobbiamo mo-
strarci servi del Signore, lavorando per lui, agendo
in funzione di lui.
«Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi»
(Mt 7,2).
Mio Dio, fatemi credere davvero in queste paro-
le di Gesù, perché tra il conoscerle, comprenderle e
il viverle c’è una bella differenza! Gesù le pronuncia
dopo aver detto: «Non giudicate, per non essere
giudicati».
Qui, dunque, non è solo questione di parole e di
azioni, ma anche di pensieri; tutto questo dobbiamo
agli altri, se vogliamo ricevere altrettanto da Dio.
Se esprimeremo giudizi severi, saremo ricambiati
con giudizi severi. E così per parole fredde o dure,
– 27 –

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


riceveremo parole fredde o dure; per azioni che fan-
no soffrire, avremo in cambio cose che ci faranno
star male.
Se credessimo veramente a ciò, la nostra vita cam-
bierebbe davvero; gli uomini vivrebbero come veri
fratelli; saremmo tutto per tutti; vivremmo concre-
tamente il Vangelo, offrendo disponibilità a tutti,
non rifiutando niente ad alcuno... Applicheremmo,
insomma, agli altri la misura che vorremmo Dio
usasse per noi.
Quale programma di vita e quanta vera fede ci
sono in queste parole! Amare gli altri come voglia-
mo essere amati da Dio; consolare gli altri come vo-
gliamo essere da Dio accolti quando compariremo
dinanzi a lui; lavorare alla santificazione degli altri
come vogliamo che Dio si attivi per la nostra; cer-
care la salvezza degli altri come vogliamo che Dio
cerchi la nostra; dare agli altri nel bisogno quel che
ci aspettiamo da Dio quando saremo nelle mede-
sime condizioni; perdonare come vogliamo essere
da Dio perdonati; essere teneri, affettuosi come ci
aspettiamo che Dio lo sia con noi.
Carità e tenerezza, dunque, espresse in pensieri,
parole e opere, per una vita d’amore universale.
Non è un sogno, è quanto Dio, Verità infallibile,
Sapienza eterna, ci prescrive espressamente. Non è
cosa di cui poter dubitare, è Dio che parla. Le sue
parole sono chiare, ripetute in varie occasioni e di-
verse forme: «La misura che avrete usata agli altri,
sarà usata a voi».
Mio Dio, dammi la fede, la fede vera, la fede
concreta, la fede che mette il Vangelo al centro
– 28 –

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


della nostra vita, la fede di coloro che costruiscono
sulla pietra e non la fede labile di quanti edificano
sulla sabbia...
Mio Dio, dammi la fede, la fede che ci induce
a meditare le tue parole, per capirle e farle regola
della nostra la vita. Questa è la fede su cui il giusto
fonda la vita, cioè su fondamenta nuove, diverse
da quelle del resto del mondo, che le considera fol-
lie…

«Abbi fiducia, figlia mia, la tua fede ti ha guarita»


(Mt 9,22)
Nostro Signore loda la fede della donna che ha
toccato la frangia del suo mantello, perché lei ha
creduto nella sua potenza e nella sua bontà e si è
rivolta a lui con fiducia.
Ogni volta che ci rivolgeremo a lui allo stesso
modo, cioè con fiducia, saremo esauditi, a meno
di non chiedere cose nocive o non buone. In tal
caso, nella sua bontà, Dio si riserva di correggere
la richiesta e di darci non ciò che abbiamo chie-
sto, ma ciò che avremmo chiesto se avessimo avuto
maggiori lumi, ci darà il meglio per noi, al posto
del meno buono o del cattivo.
Quando chiediamo qualcosa a Dio, diciamo
semplicemente: dammi ciò che ti glorificherà di
più, oppure chiediamo quel che lui stesso ci ispire-
rà. Ambedue le richieste sono buone, se fatte con
fede perfetta nella sua potenza e nella sua bontà,
sicuri che saremo esauditi qualora ciò che abbiamo
chiesto è veramente bene per noi.
– 29 –

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


«Sia fatto a voi secondo la vostra fede» (Mt 9,29)
Nostro Signore lega la guarigione alla fede di chi
l’ha chiesta. Esaudisce la richiesta in base alla fede
con cui è rivolta. La fede non è la certezza di riceve-
re ciò che si è chiesto, ma è la certezza dell’infinita
potenza e bontà di Gesù, il quale può guarirci, e lo
farà certamente se lo chiediamo, proprio perché la
sua bontà non ha limiti, sempre che quanto chie-
diamo sia bene per noi, disposti ad accettate quel
che egli crederà più opportuno per noi.
In breve, la fede che fa accogliere le nostre pre-
ghiere è la fede disponibile ad accettare da Dio onni-
potente ciò che gli chiediamo o qualcosa di migliore
per la nostra vita.
Questa disponibilità deve indirizzare le nostre
preghiere per essere sicuri di venire esauditi: la pa-
rola di Gesù e la bontà di Dio ce ne danno la cer-
tezza. Preghiamo, dunque, molto, molto, molto: le
nostre preghiere sono potenti, sono frecce che non
tornano indietro, poiché possono ottenere, se ab-
biamo fede, grazie innumerevoli per il prossimo e
per noi stessi.

«E non fece colà molti miracoli


a causa della loro incredulità» (Mt 13,58)
La gente di Nazaret, pur chiedendo a Gesù mi-
racoli, non crede veramente che egli possa farli.
Non ha fede nella sua potenza, ecco perché Gesù
nel suo villaggio non compie miracoli.
Abbiamo fede nella sua potenza e nella sua bon-
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Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


tà e chiediamo. Con fiducia. Quanto chiesto sarà
di certo accordato, anche al di là di ogni nostra
aspettativa, se risulterà ai suoi occhi la cosa miglio-
re per noi. Gesù ha promesso di dare il centuplo a
chi chiede con fede. Questa fiducia onora Gesù,
gli è dovuta a mille titoli, primo dei quali la rico-
noscenza.
La mancanza di fede è un’offesa per lui, è il rifiu-
to di riconoscere la sua bontà, è un’ingratitudine;
vuol dire dubitare della sua parola. «Uomo di poca
fede, perché hai dubitato?» (Mt 14,31). Nostro Si-
gnore rimprovera san Pietro per la sua poca fede.
Gli ha detto: «Vieni» (Mt 14,29), invitandolo a
camminare sulle acque, ma Pietro, messi i piedi in
acqua, ha avuto paura di affondare. Ha cominciato
bene, con grande fede, ma davanti alla difficoltà, la
sua fede ha vacillato.
Pietro ha torto, ma chi può scagliargli contro la
prima pietra? Chi, eccetto Gesù, ha il diritto di rim-
proverarlo per ciò che anche tanti altri fanno?
Ha torto, per il fatto stesso che Gesù, invitan-
dolo a camminare sulle acque, gli ha dato anche
la grazia necessaria per farlo. Dubitare, mancare di
fiducia, dopo un invito così preciso, è una colpa
certa. Ha mancato di fede nella bontà, nella giu-
stizia, nella veracità di Dio. È la colpa che anch’io
commetto spesso, ahimè! mio Dio…
Perdono, mio Dio, per le mie mancanze di fede!
Fammi la grazia di avere, in futuro, una fede per-
fetta, di scoprire in ogni cosa quello che tu vuoi da
me, e non appena abbia riconosciuto il tuo «Vie-
ni», io sappia gettarmi nell’acqua, come san Pietro,
– 31 –

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


camminando su di essa sino alla fine, con quella
fiducia incrollabile che tu, chiamandomi, mi hai
dato quello che mi occorre per venire a te, per se-
guirti, accompagnarti, per fare insomma tutto ciò
che chiedi.

– 32 –

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


����������� La speranza, luce della vita

Nonostante tutto, il cristiano è aperto alla speranza,


anzi, essa è per lui quasi un dovere. La speranza, poi,
è di andare alla fine in cielo, nel grembo del Padre.
Questa speranza, che ci trasporta al di sopra di noi
stessi, dei nostri sogni, Dio non solo ce la permette,
quasi ce la impone come luce della nostra vita.
Il primo testo, come quello iniziale sulla fede, è sta-
to scritto a Nazaret nel novembre del 1897, durante
un ritiro spirituale (La vita nascosta). Gli altri, per
simmetria, sono presi da Meditazioni sui passi dei
vangeli relativi a: Dio solo, Fede, Speranza, Carità,
scritti tra il 1897 e il 1898.

Parlami, mio Dio, della speranza! Come mi pos-


sono venire da questa povera terra pensieri di spe-
ranza? Tutto ciò che in essa vediamo e tutto quello
che noi stessi siamo e sentiamo ci dicono solo il
nostro niente. Se non fossi tu a dircelo, nulla po-
trebbe farci capire che siamo stati creati per essere
fratelli e coeredi di Gesù, quindi tuoi figli…
Ci sorregge la speranza di giungere un giorno in
cielo, ai tuoi piedi, in compagnia della Vergine e
dei santi, ad ammirarti, amarti, possederti per l’e-
ternità; mai un istante senza di te. È proprio questa
la visione della pace celeste! Questa speranza che ci
trasporta al di sopra di noi stessi, al di sopra di tutti
– 33 –

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


i nostri sogni, non soltanto tu ci permetti di averla,
ma ce ne fai un obbligo!
Potevi darci un comandamento più dolce! Mio
Dio, quanto sei buono! La speranza è raffigurata
con un’àncora solida. Pur essendo io cattivo e gran-
de peccatore, mi fai obbligo di sperare che il cielo
sarà la mia dimora eterna; mi proibisci di disperare.
Ingrato, tiepido, vile, dissipatore delle tue grazie,
eppure, mio Dio, mi obblighi a sperare che vivrò
per sempre ai tuoi piedi nell’amore e nella santità!
Mi proibisci di scoraggiarmi di fronte alle mie
miserie, di dirmi: «Non posso più procedere, la
via del cielo è troppo erta, devo ritornare sui miei
passi». Mi proibisci di dire, pensando alle mie in-
cessanti ricadute, per le quali ti chiedo ogni giorno
perdono: «Non riuscirò mai a correggermi: la san-
tità non è pane per i miei denti. Che cosa c’è di
comune tra me e il cielo? Sono troppo indegno per
entrarvi»... Mi proibisci di dirmi, di fronte alle gra-
zie infinite di cui mi hai colmato e dell’indegnità
della mia vita: «Ho sciupato troppe grazie: dovrei
essere santo e sono solo un peccatore. Non posso
correggermi; è troppo difficile. Sono solo miseria e
orgoglio. Con tutto quello che Dio ha fatto, non
c’è nulla di buono in me; mai andrò in cielo».
Tu vuoi che io speri, nonostante tutto, di avere
sempre grazie sufficienti per convertirmi e giungere
alla gloria. Il cielo e io, la perfezione e la miseria:
che cosa vi è in comune tra loro? C’è il tuo cuore,
mio Signore Gesù, a fare da legame fra due realtà
tanto dissimili e, con esso, l’amore del Padre che ha
tanto amato il mondo da dare per esso il suo Figlio.
– 34 –

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


Devo sperare sempre, perché me lo ordini, e per-
ché devo credere nel tuo amore e nella tua potenza
di cui mi hai dato tante prove. Considerando ciò
che hai fatto per me, devo avere una fiducia tale nel
tuo amore da sperare e contare sempre su di esso,
per quanto ingrato e indegno io mi senta, convinto
che tu sei sempre pronto ad accogliermi, come il
padre del figlio prodigo, a invitarmi e a fornirmi i
mezzi adatti per arrivare ai tuoi piedi.

«II regno dei cieli si avvicina» (Mt 4,17)


Quant’è dolce questa parola, Signore; essa fa
nascere davvero la speranza. Il regno dei cieli: tu
stesso, o Dio infinitamente amabile, sei il cielo, la
beatitudine, la felicità degli eletti…
Il regno dei cieli è la salvezza per gli abitanti del-
la terra ai quali la tua venuta porta la legge della
grazia, la rivelazione dei divini misteri, la reden-
zione dal peccato e dalla schiavitù del demonio, la
predicazione del Vangelo: questo cumulo di grazie
e di sacramenti rende più facile all’uomo la salvezza
e l’ingresso nella dimora celeste, nel regno dei cieli.
Il regno dei cieli è la Chiesa, la cui nascita si av-
vicina. Essa è anche il tuo regno terreno, per tanti
aspetti simile al cielo, perché tu ne sei il Fondatore
e lo Sposo, perché lo Spirito Santo ne è l’anima;
inoltre, per le sue aspirazioni, i suoi desideri e il suo
scopo che è di condurre al cielo i suoi figli !
Il regno dei cieli è speranza per noi che ti vedia-
mo e sappiamo che ci ami e ci cerchi. Speranza per
coloro che, morti in grazia di Dio, non godono
– 35 –

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


ancora della tua presenza. Speranza per tutti i vi-
venti, per la cui salvezza ti sei incarnato e sei mor-
to. Speranza per noi tutti che abbiamo l’incredibile
fortuna di essere nella tua Chiesa, nella quale tu ci
colmi di tanti beni.
Il regno dei cieli si avvicina. La vita è breve, il
mondo passa. Speriamo e facciamo il bene: il cielo
è vicino!

«Voi siete il sale della terra» (Mt 5,13)


Voi siete scelti per impedire la corruzione della
terra. Siete i preservatori della terra. Vi ho scelti per
impedirle di cadere nella corruzione, come il sale
preserva gli alimenti dalla corruzione.
Destino mirabile! Tu assegni una funzione mera-
vigliosa a coloro che chiami a consacrarsi a te, es-
sere coloro che preservano la terra dalla corruzione,
di questo ti dobbiamo ringraziare. Siamo certi che
tale privilegio è accompagnato dalle grazie necessa-
rie a svolgere il relativo compito.
Speriamo, speriamo, dunque, noi che abbiamo
ricevuto questa vocazione inestimabile: essa ci mo-
stra il cuore di Dio e ci fa vedere tutto ciò che
dobbiamo attenderci.

«Siete la luce del mondo» (Mt 5,14). Speriamo!


Colui che ci ha gratuitamente concesso tale gra-
zia è certo pronto a farcene altre. Il bene che ci ha
fatto, grande e meraviglioso, ci svela la sua bontà e
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Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


prova che è disposto a farcene ancora. Ci ha scelti,
non siamo stati noi a scegliere lui (Gv 15,16).
Il cuore, che ci ha scelti e attratti così tenera-
mente, ci si svela attraverso questi doni; non è un
cuore incostante. I favori continueranno a sgorga-
re da questa sorgente feconda. «Siete la luce del
mondo». A voi, preti, religiosi e religiose, cristiani.
a tutti ha gridato di sperare. Il bene ricevuto ci fa
sperare nuove grazie.
Sperate tutti. Infedeli, eretici, empi, idolatri,
sperate anche voi. Dio ha dato al mondo una luce
perché tutti, senza eccezioni, siano illuminati e l’ha
posta su una montagna perché tutti la vedano, la
conoscano, si convertano e si salvino.

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Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


���������������� La carità riscalda la vita

Fratel Carlo scrive pagine stupende sulla carità, che è


amore verso Dio, commisurato sull’amore che si deve
al prossimo. L’amore per Dio e l’amore per gli altri
sono inseparabili e crescono e decrescono insieme, nel-
la stessa misura.
Tra le tante pagine abbiamo scelto, in parallelo con le
due virtù precedenti, un testo, il primo, scritto a Na-
zaret durante il ritiro spirituale del novembre 1897
(La vita nascosta) e altri testi tratti da Meditazioni
sui passi dei vangeli relativi a: Dio solo, Fede, Spe-
ranza, Carità, scritti tra il 1897 e il 1898.

Amare Dio è volere il suo bene. Il suo bene è la


sua volontà… dunque amare Dio è fare la sua vo-
lontà. Qual è la volontà di Dio per noi? Ci rispon-
de Gesù: «Siate perfetti come è perfetto il vostro
Padre celeste» (Mt 5,48). Gesù, poi, nel Vangelo
completa la risposta suggerendoci una corposa se-
rie di precetti, di consigli, di esempi. Mio Dio, di
tutti i santi che hanno cercato di vivere nello spi-
rito del Vangelo, non ne trovi due che lo abbiano
fatto nella stessa maniera.
Allora, come dobbiamo comportarci, visto che
i santi nulla stabiliscono al riguardo? Non ti devi
angustiare, figlio mio, per quello che i santi non
stabiliscono o per quello che non si deduce con
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Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


chiarezza dalle mie parole. Tu non devi che con-
formarti agli avvenimenti, questi ti porteranno a
obbedire al tuo direttore, nel quale devi vedere l’in-
terprete della mia volontà…
La carità verso il prossimo si compone di due
obiettivi:
– salvare e santificare le anime : questo obiettivo,
pur essendo il più importante, diventa seconda-
rio rispetto al fine principale da raggiungere, che
è di rendere gloria a Dio;
– consolare le anime e alleviare i corpi : questo è un
nostro preciso dovere, fondato su vari motivi:
anzitutto, perché è il Signore stesso che ce lo
chiede, dopo avercene dato l’esempio; quindi,
perché ogni atto di carità rivolto al prossimo è
rivolto a Gesù stesso, e così ogni gesto di carità
negato è negato a Gesù: dobbiamo amare gli altri
con la stessa intensità con cui amiamo il Signore,
convincendo così gli altri ad amare Dio; infine,
per praticare la bontà.
Ricordati, figlio mio, di quello che si legge nella
Scrittura: «Una buona parola vale spesso più di un
ricco dono» (Sir 18,17). Poiché sono io stesso che
ricevo tutto ciò che dai, dici e fai agli altri, non ba-
sta che tu faccia delle buone cose, devi farle con la
gentilezza e la comprensione che useresti se ci fossi
io stesso, Gesù, davanti a te.
Bisogna che i tuoi rapporti con il prossimo, an-
che i più insignificanti, trabocchino di amore. Tie-
ni presente la soavità del mio parlare nel Vangelo.
Abbi presente questa delicatezza quando fai qual-
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cosa per gli altri, sapendo che è a me alla fine che
la fai. Ogni dono e ogni elemosina devono essere
dati con delicatezza, con gentilezza. Io sono nelle
persone che incontri, che soffrono disagi e ricevono
il bene che tu fai loro, siano essi buoni o cattivi…

Il primo di tutti i comandamenti


«Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro
Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio
con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima,
con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il
secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te
stesso. Non c’è altro comandamento più grande di
questi» (Mc 12,29-31).
Il primo comandamento racchiude tutti gli altri,
compreso il secondo, perché chi ama Dio ama ne-
cessariamente il prossimo, per obbedire a Dio, per
imitarlo e perché egli lo ama.
Nostro Signore ha sottolineato in modo parti-
colare il secondo comandamento, perché essendo
contenuto nel primo e a esso intimamente legato,
ne costituisce il tratto visibile, il segno esteriore.
L’amore di Dio non è visibile esternamente e ci
si può anche illudere di possederlo. C’è un modo
per verificarlo: se ami il tuo prossimo, ami anche
Dio; i due amori sono inseparabili e crescono e de-
crescono insieme nella stessa misura.
L’amore per il prossimo si conosce facilmente;
emerge ogni giorno dai pensieri, dalle parole, dagli
atti che si compiono e che non si omettono. È fa-
cile riconoscere se quanto facciamo per il prossimo
– 40 –

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


è proprio quello che vorremmo fosse fatto a noi,
avviene se lo si ama come se stessi, se in lui si vede
Gesù; se lo si tratta con l’amore, la tenerezza, la
compassione, il rispetto, lo zelo per il suo bene…
dovuti a membra di Gesù.
Ci sono altri motivi per cui il Signore ha esal-
tato l’amore del prossimo, perché esso è una con-
seguenza dell’amore di Dio; amare il prossimo
produce anche l’amore di Dio e lo fortifica e lo
riscalda mirabilmente.
Abbiamo un solo cuore; il cuore con cui amia-
mo Dio è lo stesso con cui amiamo gli altri. Se
il nostro cuore si scalda, s’infiamma, s’intenerisce
nell’amare il prossimo, rende più caldo, più tenero
l’amare Dio.
Il nostro cuore non può essere ardente per Dio
e gelido per gli uomini. E viceversa. Può essere ge-
lido o ardente, caldo o freddo, ma se è caldo per
Dio, lo sarà anche per gli uomini, se è caldo per gli
uomini, lo sarà per Dio. Così, più il nostro cuore si
accende di calore amando gli uomini, più si rende
capace di amare Dio.
«Se tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi
che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì
il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti
con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt
5,23-24).
Pace... Facciamo pace con i nostri fratelli, perdo-
nando le loro offese chiedendo a loro perdono per
le nostre: chiarendo fraternamente con loro incom-
prensioni e freddezze; venendo incontro alle loro
– 41 –

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


pretese, quando lo si può fare senza commettere
noi stessi peccato e prendendo anche, per raggiun-
gere lo scopo, qualche iniziativa, come cedere, pre-
venire, umiliarci, lasciarci colpire, tosare, spogliare,
uccidere anche, come Gesù, per i nostri fratelli. Fa-
re, insomma, nei riguardi dei fratelli quello che un
tenero padre vuole che i suoi figli facciano tra loro.
Ecco un altro dei doveri che ci impone la carità
verso il prossimo.
«Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi per-
seguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei
cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e
fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,44-45).
Amare i nostri nemici, fare del bene a chi ci odia,
pregare per coloro che ci perseguitano, ci calunnia-
no e sono ingiusti verso di noi, questo ci chiede la
carità verso il prossimo.
Così saremo, come dice Gesù, i figli del nostro
Padre celeste, Padre sia dei buoni sia dei cattivi, il
quale vuole che i buoni riconoscano i cattivi come
fratelli, anche quando hanno il compito di punirli:
li riprendano allora per amore e con amore, deside-
rando la loro conversione e la loro salvezza.
Buoni o cattivi che siano i nostri fratelli, noi dob-
biamo comportarci con loro come un tenero padre
vuole che i suoi figli si comportino tra loro: con-
tinuando ad amare anche i più colpevoli, pur do-
vendo prendere provvedimenti nei loro confronti.
Fare loro del bene, pregare per loro è il mezzo
più efficace per convertirli.
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«Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì
compassione per loro e guarì i loro malati» (Mt 14,14).
Aver compassione, impietosirsi davanti ai mali
dell’anima e del corpo, è uno dei segni d’amore che
dobbiamo al nostro prossimo. Dobbiamo amare
tutti di un amore grande perché ognuno è una par-
te di Gesù stesso.
Un amore più forte, più tenero dobbiamo riser-
varlo a chi soffre, a chi vive nel corpo o nello spi-
rito la privazione, il bisogno, la miseria. Per loro
dobbiamo avere partecipazione, tenerezza, pietà,
compassione. Essi non sono solo membra di Gesù,
sono membra sofferenti, ferite, sanguinanti.
Dobiamo poi accompagnare questi sentimenti
con il conforto concreto, fatto di parole e di fatti,
pensando di soccorrere Gesù ferito nelle sue mem-
bra. È a lui che va tutto quello che facciamo, poi-
ché essi sono una parte di lui.

«Prese i pani e i pesci,


li benedisse e li diede loro» (Mt 14,19)
Dare da mangiare a chi ha fame è uno dei doveri
della carità, e anche in questo caso, bisogna «amare
il prossimo come se stessi» (Mt 22,39), come Gesù
ha tante volte invitato a fare, dando lui per primo
l’esempio.
Condividere il proprio pane con i fratelli che
hanno fame, mettere a loro disposizione anche il
pesce, spartire con loro tutto ciò che si ha, come
si fa tra fratelli, come si fa per se stessi. A questo ci
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invita Gesù: «Siete tutti fratelli» (Mt 23,8.), «Amate
il prossimo come voi stessi» (Mt 19,19). E non è
un consiglio, ma un comandamento, e si deve agire
come se a essere sfamato fosse Gesù stesso: «Tutto
quello che avete fatto a uno solo di questi miei fra-
telli più piccoli, l’avete fatto a me [...]. Tutto quello
che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli,
non l’avete fatto a me» (Mt 25,40.45).
Spartire qualcosa con chi è nel bisogno fa tanto
bene anche alle loro anime, intenerisce i loro cuo-
ri, li commuove; fa salire al loro cuore e alle loro
labbra l’amore e la lode di Dio; li dispone ad avere
stima della religione di chi fraternamente corre in
loro soccorso…
Dividere con gli altri, tutti gli altri, anche gli
sconosciuti, le persone ripugnanti, cattive come si
fa con un fratello, come si fa con se stessi, spartire
tutto, davvero tutto, non soltanto il pane, ma an-
che il pesce, questo il senso del comandamento e
dell’esempio datoci da Gesù.

«Ama il prossimo come te stesso» (Mt 22,39)


Facciamo agli altri quello che vorremmo fosse
fatto a noi. Siamo per gli altri ciò che vogliamo che
Gesù sia per noi. Trattiamo il prossimo come lo
tratterebbe al nostro posto Gesù. Amiamo il pros-
simo come noi stessi: facciamogli tutto il bene che
vorremmo si facesse a noi.
Se amiamo il prossimo come Dio lo ama, lo
amiamo proprio come amiamo noi stessi, poiché
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Dio ama come un tenero padre ama tutti i suoi
figli. Amiamo, dunque, noi stessi e il nostro prossi-
mo con lo stesso identico amore, non per noi o per
il prossimo, ma per Dio, nel cui cuore tutti siamo.
Dividiamo quello che abbiamo con chiunque
soffra per la mancanza di beni spirituali e materia-
li: «Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha;
chi ha da mangiare faccia altrettanto» (Lc 3,11).
Spartiamo tutto, amiamo come amiamo noi stes-
si, senza altri limiti se non quello dell’obbedienza.

«Siete tutti fratelli» (Mt 23,8)


Tutti gli uomini sono figli di Dio, tutti formano
una sola grande famiglia. Dio, il migliore dei padri,
vuole che tra tutti i suoi figli regnino l’unità, la pa-
ce, l’amore, la tenerezza, la comprensione reciproca,
allo stesso modo che un padre terreno vuole vedere
queste virtù regnare tra tutti i suoi figli.
Da questa esigenza derivano i seguenti coman-
damenti: «Se uno ti dà uno schiaffo sulla guan-
cia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole
portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia
anche il mantello. E se uno ti costringerà ad ac-
compagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due.
Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito
non voltare le spalle» (Mt 5,39-42).
Dio vuole che come fratelli diamo tutto gli uni
agli altri e ci lasciamo fare di tutto (eccetto il pec-
cato) pur di non turbare la pace e la carità, che
devono regnare tra noi.
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«Non avete che un Padre che è nei cieli» (Mt 23,4)
Dio è nostro Padre e si degna di proclamarsi ta-
le: gli dobbiamo dunque amore filiale, rispetto, fi-
ducia come si ha per il più venerabile e tenero dei
padri.
Poiché Dio è Padre di tutti, quanto amore dob-
biamo a ciascuno dei suoi figli? Quale amore fra-
terno deve unire noi che abbiamo la gioia di far
parte di tale famiglia?
Se il padre di una famiglia terrena vuole che tra i
suoi figli ci siano pace, unione, carità e tenero amo-
re, quanto più lo vuole Dio «che è amore» (1Gv
4,8), vuole cioè che questi sentimenti regnino sem-
pre fra gli uomini, suoi figli: «Che siano uno come
noi siamo uno... Che siano consumati nell’unità»
(Gv 17,22-23); «Questo è il mio comandamento:
che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15,12).
Vale a dire: voglio che vi unisca un amore così
forte da essere non solo uniti, ma uno; e propongo
come ideale del vostro amore reciproco l’amore che
regna tra le Persone divine, e voglio che questa uni-
tà e questo amore vi siano cari e inviolabili, tanto da
essere disposti a soffrire nella vita, piuttosto che fare
qualcosa che possa diminuirli.

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������������������������������� Le beatitudini

I testi che seguono fanno parte delle Meditazioni sui


passi dei vangeli relativi a: Dio solo, Fede, Speranza,
Carità (1897-1898). Con la loro carica dirompente
di novità e di provocazione, le beatitudini sono consi-
derate da fratel Carlo come il segno più luminoso del
regno di Dio che si avvicina.

«Beati i poveri in spirito,


perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3)
Poveri in spirito è essere veramente poveri nel
profondo dell’anima, veramente distaccati da tutto.
Non solo privi di beni materiali e del desiderio di
possederli, ma dimentichi di se stessi. In una paro-
la: l’anima vuota di ogni creatura, degli altri, di sé,
delle cose materiali, vuota di tutto assolutamente
e piena di Dio. In Dio, e per Dio, in vista di Dio,
desidereremo qualcosa per gli altri, per noi. Vuoti
di ogni cosa, perfettamente distaccati da tutto e
con ciò pronti a essere pieni di Dio, ricchi di Dio,
interamente attaccati a Dio.

«Beati quelli che sono nel pianto,


perché saranno consolati» (Mt 5,4)
Speriamo noi tutti che piangiamo, che versiamo
lacrime innocenti; che piangiamo per i dolori del
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nostro corpo o della nostra anima: essi sono il no-
stro purgatorio, Dio se ne serve per farci espiare le
nostre colpe, per farci innalzare gli occhi verso di
lui, per purificarci, per santificarci.
Ancor più dobbiamo sperare se piangiamo per
i dolori degli altri, perché la carità ci è ispirata
da Dio e gli è gradita; se piangiamo per i nostri
peccati, perché il pentimento viene da Dio stesso;
se piangiamo con cuore puro i peccati degli altri,
perché questo amore per la gloria di Dio e per la
santificazione delle anime ci sono ispirati da Dio e
sono grandi grazie.
Speriamo, se piangiamo per il desiderio di ve-
dere Dio e per il dolore di essere separati da lui,
perché questo desiderio è opera di Dio in noi.
Ancor di più dobbiamo sperare se piangiamo
soltanto perché amiamo, senza nulla desiderare né
temere, volendo tutto ciò che Dio vuole e non vo-
lendo altro che questo, felici per la sua gloria, sof-
frendo per le sue sofferenze, piangendo di compas-
sione per la sua passione, di gioia per la sua risurrre-
zione e la sua gloria, semplicemente per l’emozione
di amarlo.
O dolcissimo Gesù, fammi piangere per tutti
questi motivi; fammi piangere tutte le lacrime che
l’amore fa versare in te, per mezzo di te e per te.
Amen.

«Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra» (Mt 5,5)
La terra è la «celeste Sion», la «patria» che sola
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può renderci beati, poiché «non siamo affatto di
questo mondo».
Per possedere questa terra beata, questa «visione
della pace», per possedere Colui che sarà la nostra
beatitudine, te, divino Bambin Gesù, che adoro in
questo tempo di Natale nella mangiatoia, tra i tuoi
santi genitori; per possederti per l’eternità, senza
timore di perderti mai… basta che sia veramente
mite.

«Beati quelli che hanno fame e sete della


giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5,6)
Beati coloro che rendono a ciascuno, a Dio, agli
altri, a se stessi ciò che devono rendere. Rendere a
tutti ciò che dobbiamo loro è sempre nelle nostre
mani, a ciò non siamo tenuti solo se siamo nell’im-
possibilità assoluta di farlo, come quando ci viene
a mancare la grazia da parte di Dio.
Non dobbiamo a Dio, agli uomini, a noi stessi
se non quanto abbiamo ricevuto da Dio; in que-
sto modo possiamo dare tutto ciò che dobbiamo
veramente. Dipende da noi essere beati, poiché di-
pende da noi essere giusti. Possiamo sempre essere
beati, poiché possiamo sempre essere giusti!

«Beati voi che avete fame» (Lc 6,21)


Beati voi che soffrite la fame materiale, per la
povertà o per spirito di penitenza. Se la vostra fame
non è una scelta, rendetela volontaria, sopportan-
dola volentieri per amore mio. Quando povertà e
mortificazione son diventate volontarie, qualun-
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Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


que ne sia l’origine, sopportatele per amor mio,
per imitare la mia povertà e le mie privazioni e per
glorificarmi con i vostri sacrifici. Allora la vostra
fame diventerà un sacrificio di gradevolissimo pro-
fumo e io la proclamerò beata.
Beati voi che soffrite la fame spirituale, che ave-
te fame e sete di giustizia, che avete sete di essere
buoni, santi e vi lamentate di non esserlo; che avete
fame di vedere Dio amato, servito, glorificato da
tutti e gemete perché lo è così poco. Beati voi che
avete fame e sete della gloria di Dio, di vederlo
glorificare in voi e in tutte le creature, perché avete
fame e sete di ciò di cui ho fame io stesso. La vo-
stra fame dimostra che voi mi amate, che il vostro
cuore è conforme al mio, è unito al mio.
Digiuniamo, sperimentiamo la fame, nutriamo-
ci solo di cibi semplici e nella quantità necessaria,
alimenti da poveri e da penitenti, e abbiamo fame
della gloria di Dio, della sua glorificazione da parte
di ogni uomo e di noi stessi, non per essi o per noi,
ma per Dio.
Abbiamo inoltre fame di Dio, di vederlo, di pos-
sedere lui e la sua giustizia, perché questa fame è
inseparabile dal suo amore. Abbiamo fame soprat-
tutto della gloria di Dio e del suo possesso, perché
la sua glorificazione è il suo bene, mentre il suo
possesso è soprattutto il nostro bene, e il vero amo-
re desidera più il bene dell’amato che il proprio.

«Beati i misericordiosi» (Mt 5,7)


Essere misericordiosi, avere cuore per i poveri,
i disgraziati, coloro che soffrono e sono nel biso-
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gno... Dobbiamo amare tutti come noi stessi, ma
in modo particolare i miserabili, i dimenticati, i di-
sprezzati, gli emarginati, i poveri, i piccoli, chi sof-
fre, gli ignoranti perché costoro più di altri hanno
bisogno di aiuto. Dio raccomanda in particolare ai
suoi fedeli i diseredati perché, non avendo essi né
amici né famiglia, li possano trovare tra i suoi fede-
li e perché egli dichiara di essere padre soprattutto
degli orfani e delle vedove.
Da qui la predilezione di Dio per i diseredati,
manifestata ovunque nella Sacra Scrittura, che ha
avuto due sorprendenti conseguenze: di scegliere,
quando si scende tra gli uomini, la condizione più
povera in cui nascere, vivere e morire; di fargli dire:
«Quando prepari un pranzo, non invitare i tuoi
fratelli né i tuoi parenti né i tuoi vicini ricchi (che
tuttavia devi amare come te stesso), ma i poveri, i
ciechi, gli infermi».

«Beati i puri di cuore,


poiché vedranno Dio» (Mt 5,8)
«La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il
tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà lumi-
noso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo cor-
po sarà tenebroso» (Mt 6,22-23). L’occhio è il cuo-
re, la volontà. Se il cuore è puro, limpido, attaccato
solo a Dio, se la volontà è pura, tesa solo a fare ciò
che Dio vuole, cammineremo in piena luce, perché
saremo nella verità, e la nostra vita sarà fondata nel-
la verità e il nostro sentiero sarà sempre luminoso.
Per vedere Dio, ci basta essergli sinceramente
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Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


uniti con il cuore e voler fare senza riserve ciò che
egli vuole da noi. Quando si ama, si brama di ub-
bidire alla persona amata, e se questa è perfetta e
ci comanda solo cose perfette, come avviene con
Gesù: non è, questo, la felicità delle felicità?

«Beati gli operatori di pace perché saranno


chiamati figli di Dio» (Mt 5,9)
Pacifici sono quelli che amano la pace, che si
adoperano perché regni la pace fra gli uomini...
Costoro saranno chiamati «figli di Dio». Non sen-
za ragione tu dai loro tale nome, Signore Gesù.
Chi è in pace con tutti e si adopera perché regni
la pace fra gli uomini, dimostra di sapere che cosa
sono gli uomini, cioè una sola famiglia in cui tutti
sono fratelli e della quale Dio creatore è il padre,
ineffabilmente buono, che vuole il loro bene e che
si amino e vivano nella pace; e lo vuole assai più di
quanto lo desiderino una madre o un padre terreni
per i loro figli. Quelli che vogliono una vera pace
tra gli uomini, tutti fratelli e figli di Dio, vengono
a giusto titolo chiamati «figli di Dio» perché hanno
presente la loro origine e chi è il loro Padre.

«Beati i perseguitati per la giustizia,


perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,10)
I perseguitati a causa della giustizia sono di-
sprezzati, maltrattati, fatti oggetto di obbrobri,
di sprezzo, di scherno e considerati (al pari di san
Paolo) come la spazzatura del mondo.
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Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


«Beati voi quando vi insulteranno, vi persegui-
teranno e, mentendo, diranno ogni sorta
di male contro di voi per causa mia» (Mt 5,11)
Gesù è stato considerato un bestemmiatore, un
seduttore, un indemoniato, un pazzo, un imposto-
re, e dichiarato tale dai sacerdoti, dai dotti e quindi
trascinato dinanzi al tribunale, flagellato e condan-
nato a morire sulla croce come un delinquente, as-
sieme a due ladroni. Per poco non finiva lapidato
dal popolo come bestemmiatore a Gerusalemme, e
scaraventato giù dalla rupe a Nazaret.

«Beati sarete voi quando vi odieranno [...] e


vi respingeranno a causa del Figlio dell’uomo»
(Lc 6,22)
Tu, o Gesù, hai accettato povertà, fame, lacrime,
persecuzioni, e in una misura inaudita. Dopo di te,
chiunque piange, è povero, ha fame, è persegui-
tato, assomiglia a te, imita te; che cosa c’è di più
desiderabile dell’assomigliare alla persona amata?
Che cosa può essere per il cuore più impellente di
imitare l’amato? Povertà, fame, lacrime, persecu-
zioni sono diventate un bene prezioso per chi ti
ama, perché sono elementi di somiglianza, punti
d’unione con te, o Gesù.

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Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


����������������� Un viaggio tra i Tuareg

Fratel Carlo ha compiuto questo viaggio presso i Tua-


reg nel 1904. Partito il 14 marzo da Akabli, è giunto
tra i Tuareg di In Salah il 20 settembre. Il viaggio è
raccontato in diciotto pagine di diario, scritto in quel
periodo.
Il testo qui riprodotto fa parte di una lunga nota che
egli vi ha aggiunto, e testimonia l’amore di fratel Car-
lo per queste terre, la curiosità e lo spirito di osserva-
zione, che lo avevano portato a visitare le regioni del
Sahara, prima ancora della sua conversione. Ma nel
cuore c’è sempre il progetto della sua Fraternità, un
sogno irrealizzato.

I Tuareg si dividono in sei grandi clan: Hoggar,


Taitoq, Ifora, Aulimidem, Kel-Ui, Azguer. Ciascu-
no di essi raggruppa varie tribù; queste, a loro vol-
ta, comprendono diverse famiglie, e le famiglie più
tende. Ogni tenda costituisce un nucleo familiare,
un focolare: un uomo, sposato o anche no, con la
sua casa.
I Tuareg dicono di avere tutti la stessa origine, ma
ignorano da dove proviene la distinzione tra loro
in nobili (Ahaggar), in vassalli (Imrad), e nella con-
dizione intermedia, costituita dagli Isakkamaren.
Ogni clan è così composto da una o più tribù
nobili, da una o più tribù vassalle, mentre quella
dell’Hoggar associa anche la tribù intermedia degli
Isakkamaren. In ognuna di esse, senza farvi parte,
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Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


vivono stranieri, schiavi sudanesi, haratin o mara-
butti del Tuât o del Tidikelt e Tuareg di altri clan.
Ogni grande clan si governa autonomamente,
formando un tutto a sé. I sei clan non hanno tra
loro legami politici e nei rapporti reciproci si com-
portano come gli stati europei.
Ogni clan è governato da un amenukal, una
specie di re, i cui diritti consistono nel percepire
alcuni tributi, nel guidare le spedizioni militari, nel
rappresentare il clan, nel presiedere le assemblee
dei nobili, nell’esigere la precedenza sugli altri no-
bili, nel prendere, previo consulto con i maggio-
renti, le decisioni importanti che riguardano il po-
polo. Al di fuori di ciò, egli vive come un semplice
cittadino, senza altro segno di distinzione, se non
un grande tamburo, tobol, e conduce vita nomade
come gli altri nobili: non ha corpo di guardia, eser-
cito, residenza o altri lussi. Il potere degli amenukal
varia molto, dipende dalle loro qualità personali e
da altre circostanze, ma in genere non è forte.
Le tribù nobili sono poco numerose, ognuna
comprende poche famiglie e poche tende; general-
mente non sono molto ricche e vivono principal-
mente dei tributi pagati loro dalle tribù vassalle.
Le tribù vassalle non corrispondono ai medievali
servi della gleba, ma alla nostra borghesia, a metà
strada tra i nobili e i servi veri e propri; borghesi,
dunque, ma sempre nomadi.
Gli haratin, venuti dal Tidikelt o dal Tuât, e gli
schiavi affrancati sono in una condizione inferiore
rispetto alle tribù vassalle, i cui membri sono spes-
so molto ricchi e hanno haratin e servi affrancati al
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Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


loro servizio. Sono sì servi, ma liberi di andarsene
quando vogliono; si possono paragonare a operai
stranieri, assunti alla giornata per lavorare la terra
o sorvegliare le greggi, senza prendere minimamen-
te parte alla vita pubblica perché stranieri a causa
della loro origine, e destinati a restare tali, anche se
da sempre vivono in seno alla tribù,
Anche i marabutti stabilitisi o circolanti nel pa-
ese sono stranieri; però se sposano una donna tua-
reg, essendo la parentela in linea materna quella
che conta presso i Tuareg, i loro figli possono, se
vogliono, assumere il rango che è della loro madre.
Ogni arrem (i proprietari di terreni posseduti
collettivamente) paga all’amenukal, al capo, un tri-
buto annuo di un carico d’orzo (carico corrispon-
dente a quanto porta di solito un cammello, circa
150 litri).
A dover pagare questo tributo sono soltanto i
nove arrem dell’Hoggar.
Quando qualcuno vuol coltivare un terreno, si
mette d’accordo con il suo proprietario, se ce n’è
uno; se non c’è proprietario, si rivolge alla tribù
situata nel luogo prescelto. Raggiunto l’accordo, il
proprietario terriero fornisce le sementi e gli arnesi
da lavoro, più un carico di datteri e mezzo carico
d’orzo per il vitto del fittavolo, purché quest’ulti-
mo coltivi il terreno accordato.
Al momento del raccolto, il proprietario perce-
pisce quattro quinti del grano prodotto (talvolta
anche tutto). I legumi, le verdure, ma anche fichi e
uva, sono a disposizione del fittavolo. Il proprieta-
rio riserva a sé l’intera produzione di datteri.
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Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


Alcuni anni or sono è morto Ahitarel, a lungo
amenukal dell’Hoggar, durante il cui regno avven-
ne il massacro Flatters [Paul Flatters, capo di una
missione francese nel Sahara, massacrata nel 1881].
Alla sua morte, dei tanti che avevano i numeri per
aspirare alla successione, se ne candidarono quat-
tro, fra i quali un centinaio di elettori scelsero Atti-
si. Costui, nemico giurato dei francesi, era stato l’i-
stigatore, l’organizzatore e l’esecutore del massacro
Flatters. In seguito, la spedizione del tenente Co-
tenest e la disfatta dei Tuareg a Tit, indebolirono
molto la sua autorità e diminuirono il numero dei
suoi sostenitori. La spedizione di Guilho-Lohan e
il blocco dei mercati, che ridusse alla fame i Tua-
reg, accentuò il malcontento degli Hoggar contro
Attisi, e dimostrò che essere in pace con la Francia
era per i Tuareg una necessità e che il conflitto a
ogni costo, come voleva Attisi, significava la rovina
del paese.
Musa ag Amastan, il primo dei tre competitori
di Attisi, approfittò di questo stato d’animo, si mise
a caldeggiare la pace con la Francia, avviando nego-
ziati con le autorità francesi delle oasi. Attisi, non
sentendosi più al sicuro nell’Hoggar, troppo espo-
sto alle incursioni dei francesi, si ritirò nell’Azguer.
L’aspirazione alla pace diventò nell’Hoggar tanto
forte che nel 1903 Musa assunse apertamente il
titolo e il potere di amenukal dell’Hoggar, Attisi
rientrò nell’ombra, senza tentare vendette e senza
guastare i suoi rapporti con Musa, quasi una specie
di tacita intesa.
Musa, in quanto amenukal dell’Hoggar, fece la
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Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


pace con le autorità francesi e venne a In Salah
all’inizio del 1904; fu accolto benissimo e concluse
un patto d’amicizia con i francesi; in esso si con-
veniva che Attisi ufficialmente non avesse alcun
potere e che avrebbe vissuto d’ora in poi come un
semplice cittadino. Le autorità francesi, da parte
loro, promisero ad Attisi di lasciarlo vivere in pace
a condizione che non facesse parlare di sé.
Musa, rientrando da In Salah nell’Hoggar, andò
a trovare Attisi presso gli Azguer e lo ricondusse nel-
l’Hoggar, dove vive da allora come semplice citta-
dino pur conservando grande influenza e avendo
un atteggiamento poco benevolo verso i francesi.
Era a pochi chilometri da Tazeruk, quando vi ar-
rivammo noi, e non venne a salutare il comandante
del distaccamento né volle mai incontrarlo. Musa
ag Amastan porta il titolo di amenukal dell’Hog-
gar, ma la sua autorità, ancora molto condizionata
dall’influsso di Attisi, è in diversi posti più nomi-
nale che effettiva.
[Dopo aver fatto un elenco di località dove sogna
di poter avviare comunita religiose di un’istituzione
ancora tutta sulla carta e nel suo cuore, scrive:]
La cosa migliore sarebbe di realizzare in ognuno
di questi luoghi una comunità con cinque Padri e
una con cinque Suore, ma non tutte insieme. La
prima, magari, a In Amedjel, e le seguenti, a circa
due mesi di distanza l’una dall’altra.
A Silet la fondazione potrebbe essere avviata
due mesi dopo quella di Ohat e dovrebbe avere
un’importanza e una forma particolari, con almeno
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Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


dieci Padri e dieci Suore ed essere costituita come
una colonia agricola, con orfanotrofio, ospizio per
i vecchi, e il tutto realizzato con molta semplicità,
secondo le usanze indigene. I Padri, qui più che
altrove, dovrebbero vivere a gruppi di due o tre
tra i nomadi, predicando tra loro il messaggio del
Vangelo (dieci Padri sono il minimo, giusto per co-
minciare; in seguito, ce ne vorranno cinque a Silet
e nove in viaggio, tre gruppi di tre). Silet sarebbe la
casa principale degli Hoggar e Taitoq.
Ciò riguarda solo le zone che io ho visto; è su-
perfluo dire che molto probabilmente altre loca-
lità dell’Hoggar non visitate […] richiederebbero
anch’esse delle comunità…
Agli inizi, gruppi di tre Padri inviati dalla casa di
Silet dovrebbero passare per questi luoghi facendo
vita nomade insieme ai nomadi, per tutto il tem-
po che sarà necessario. L’esperienza dirà se si può
continuare così o se bisognerà fare qualcosa di più.

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Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


������������������ Progetti di fondazione

Fratel Carlo di Gesù resta solo fino all’ultimo, pur


avendo sempre desiderio di avere dei discepoli che lo
affiancassero nel difficile compito di testimoniare tra
i più poveri del mondo il messaggio di amore e di fra-
tellanza del Vangelo. Allora tra i Tuareg e, in segui-
to, non si sa. Aveva progettato con estrema minuzia
regolamenti di vita per quelli che – egli continuava
a sperare – lo avrebbero raggiunto. In molte lettere
supplicava i suoi amici di pregare, d’intercedere per-
ché questi discepoli venissero. Ecco alcune di queste
lettere.

A Susanna Perret
Mia sorella in Gesù […], sentendo il bisogno
e avendo il dovere di raccogliere tutte le forze che
posso trovare per l’opera di Gesù, io vi chiedo non
soltanto il vostro aiuto personale, ma di raccogliere
anche voi tutte le forze che potete per quest’opera
di Gesù, che vedo così chiaramente dover essere
intrapresa, alla quale credo così fermamente di do-
ver lavorare.
Vi prego quindi di mostrare questa lettera al no-
stro padre, don Crozier; vi prego di chiedere, per
l’opera di Gesù alla quale io lavoro, aiuto, invoca-
zione, immolazione, a coloro dei nostri Fratelli e
Sorelle che Gesù v’ispirerà.
– 60 –

Antonello Iapicca - vangeloecommento@gmail.com - 01/12/2016


L’opera a cui da molto tempo io vedo di dover
consacrare la mia vita è la formazione di due pic-
cole famiglie che portino una il nome di Picco-
li Fratelli del Sacro Cuore di Gesù, l’altra quello
di Piccole Sorelle del Sacro Cuore di Gesù, aventi
ambedue uno stesso fine: la glorificazione di Dio
mediante l’imitazione della vita nascosta di Gesù,
l’adorazione perpetua dell’ostia santa, la conversio-
ne dei popoli infedeli; aventi ambedue la stessa for-
ma: piccole Fraternità di clausura di una ventina di
Fratelli o di Sorelle, nelle quali, secondo la regola
di sant’Agostino e costituzioni particolari – con vo-
ti solenni quando la santa Chiesa lo permetterà –,
nell’amore, nell’adorazione, nell’immolazione, nel
lavoro manuale, nella povertà, nell’abiezione, nel
raccoglimento, nel silenzio, si imiterà il più fedel-
mente possibile la vita nascosta di Gesù a Nazaret,
si adorerà perennemente il Santissimo Sacramento
esposto giorno e notte, si vivrà nelle remote con-
trade delle terre infedeli, per portare Gesù là dove
egli è meno presente, per cercare, insieme a lui, le
sue pecore smarrite, abbandonate.
Non conoscendo terre più sperdute, più trascu-
rate, più abbandonate, più prive di operai evan-
gelici del Sahara e del Marocco, ho chiesto e ot-
tenuto l’autorizzazione di porre alla loro frontiera
un tabernacolo e di raggrupparvi alcuni Fratelli
nell’adorazione dell’ostia santa. Ci vivo da diversi
anni, solo fino ad oggi. Mea culpa, mea culpa, mea
culpa : se il chicco di frumento che cade a terra non
muore, resta solo; se muore, porta molto frutto. Io
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non sono morto, perciò sono solo... Pregate per la
mia conversione, affinché morendo io porti frutto.
Sono qui presso il buono e santo prefetto apo-
stolico del Sahara, che mi autorizza a lavorare a
quest’opera nella sua prefettura. Tra qualche giorno
ritorno nella mia cella, vicino al tabernacolo soli-
tario, sentendo più vivamente del solito che Gesù
vuole ch’io lavori per la fondazione di questa dupli-
ce famiglia... Lavorare per essa: ma come? Suppli-
cando, immolandomi, morendo, santificandomi,
in una parola amandolo.
È perciô che, peccatore e indegno di far parte
della famiglia intima, io vengo a pregarvi, a sup-
plicarvi di aiutarmi […].
Che Gesù sia con voi e viva in voi.
Vostro umile fratello in Gesù,
 Fr. Carlo di Gesù
Ghardaia, 15 dicembre 1904

A Henri de Castries
Il silenzio della clausura non è quello dell’oblio...
Più di una volta durante questi dodici anni di so-
litudine benedetta, ho pensato a voi e pregato per
voi [...]. È per il buon Dio che mantengo il silen-
zio; è sempre per lui che oggi lo rompo. Noi siamo
monaci che non possono recitare il loro Pater noster
senza pensare con dolore a questo vasto Marocco
in cui tante anime vivono senza «santificare Dio,
far parte del suo regno, compiere la sua volontà né
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conoscere il pane divino della santa eucaristia», e,
sapendo che bisogna amare queste povere anime
come se stessi, vorrebbero fare, con l’aiuto di Dio,
tutto ciò che dipende dalla loro piccolezza per por-
tare a esse la luce del Cristo e far cadere su di esse i
raggi del cuore di Gesù.
Per questo scopo noi vorremmo fondare sulla
frontiera marocchina non una trappa, non un gran-
de e ricco monastero, non un’impresa agricola, ma
una specie di umile piccolo eremo in cui alcuni
poveri monaci potrebbero vivere di pochi frutti e
di un po’ d’orzo raccolti con le loro mani, in una
stretta clausura, nella penitenza e nell’adorazione
del Santo Sacramento, senza uscire dal loro recinto,
senza predicare, ma dando ospitalità a chiunque
viene, buono o cattivo, amico o nemico, musulma-
no o cristiano.
E l’evangelizzazione, non mediante la parola ma
mediante la presenza del Santissimo Sacramento,
l’offerta del divin sacrificio, la preghiera, la peni-
tenza, la pratica delle virtù evangeliche, la carità,
una carità fraterna e universale, che divide anche
l’ultimo boccone di pane con qualsiasi povero,
ospite o sconosciuto, e accoglie qualsiasi essere
umano come un fratello amatissimo...
23 giugno 1901

All’Abbé Caron
L’evangelizzazione diretta è impossibile, in que-
sto momento: l’unica vita possibile è quella di Na-
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zaret, nella povertà, nell’abiezione, in tutte quan-
te le umiliazioni dei lavori manuali o intellettuali
oppure misti, secondo le persone, le necessità e le
possibilità. Una specie di vita da trappisti, con più
tempo dedicato all’adorazione del Santissimo Sa-
cramento e con tutte le umiliazioni, privazioni e
pericoli connessi con il paese. Aggiungete vere e
proprie difficoltà a conseguenza del caldo, dell’a-
sperità e della lunghezza dei viaggi, del cibo così
povero... Vita di Gesù a Nazaret in terra infedele
e difficile.
Abbiamo rapporti con gli indigeni, e anche nu-
merosi, però non hanno altro scopo che quello di
familiarizzarsi con loro, di farsi amare da loro, di
raddrizzare dolcemente e amichevolmente in brevi
chiacchierate le loro false idee sulla morale natu-
rale…
Se alcune anime che voi conoscete fossero chia-
mate da Gesù alla mia stessa vita, sarebbe indispen-
sabile che io le vedessi e dessi loro a voce le infor-
mazioni particolareggiate, che non si possono dare
per iscritto, su tutte le sofferenze e umiliazioni che
le attendono...
In Salah, 1 ottobre 1906

All’Abbé Crozier
Io sono solo nel giro di duemila chilometri; aiu-
tatemi a trovare, se Gesù lo vuole, alcuni monaci
missionari per compiere con me – e meglio di me
– l’opera di dissodamento evangelico dei popoli
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musulmani del Sahara... Quasi tutti i popoli infe-
deli sono colonie delle nazioni europee, tutti sono
frequentati, in continuo contatto coi cristiani; è
un dovere, per i popoli cristiani, di evangelizzare le
colonie, e di diffondere la luce presso tutti gli infe-
deli, figli trascurati e abbandonati. Collaborate al
compimento dell’opera che io desidero tanto: una
confraternita solidamente costituita e che abbia il
triplice scopo della pratica delle virtù evangeliche,
della devozione al Santissimo Sacramento e della
conversione degli infedeli...
In Salah, 12 maggio 1911

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�������������������������� Gli ultimi scritti

Le ultime pagine scritte da Charles de Foucauld sono


una riflessione scritta alla cugina Madame de Bondy
e una lettera all’amico Louis Massignon, che era al
fronte; ambedue sono dell’1 dicembre 1916, il giorno
stesso in cui verrà ucciso. Ritornano, sino alla fine, i
motivi costante della sua vita: rinuncia, sacrifici, an-
nientamento ma tutto per amore, amore per Dio e il
prossimo, che deve essere amato come Dio lo ama e
come noi stessi vorremmo essere amati.

Lettera alla cugina de Bondy


Cancellarci, annullarci, ecco il mezzo più potente
che possediamo per unirci a Gesù e far del bene alle
anime. San Giovanni della Croce lo ripete ad ogni
riga nelle sue opere. Quando si vuole soffrire e ama-
re, lo si può fare, e nel modo più vivo e intenso pos-
sibile. Si sente che si soffre; non sempre si sente che
si ama ed è una grande sofferenza in più; ma si sa
che si vorrebbe amare e voler amare significa amare.
Si può concludere che non si ama abbastanza ed è
verissimo: ma si vorrebbe amare quanto basta, ma
il Signore, che sa con quale fango ci ha impastati e
che ci ama più di quanto una madre possa amare il
proprio figlio, ci ha detto, lui che non mente, che
non avrebbe respinto chi avesse chiesto di essere da
lui accolto.
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Lettera a Louis Massignon
Non bisogna mai esitare a domandare i posti do-
ve maggiori siano il pericolo, il sacrificio, la possibi-
lità di dedizione. Lasciamo l’onore a chi lo vuole,
reclamiamo per noi rischio e sofferenza.
Come cristiani siamo tenuti a dare l’esempio del
sacrificio e della dedizione. È un principio al quale
bisogna essere fedeli sempre, con semplicità, sen-
za domandarci se in una simile condotta si insinui
l’orgoglio. È il nostro dovere; quindi, compiamolo
e preghiamo il nostro Diletto, lo sposo della nostra
anima, che ci conceda di compierlo in totale umiltà
e con pienezza d’amore per Dio e per il prossimo.
Solo guardando al di là di questo mondo, in cui
tutto passa e muore, si trova la vera gioia, nella spe-
ranza di un’altra vita di cui questa è solo il preludio;
vita in cui il bene fatto, l’amore di cui sono assetati
i nostri spiriti e i nostri cuori, saranno pienamente
ed eternamente soddisfatti.
In questa speranza e nella fede nelle verità che
Dio ci ha rivelate e che sono belle come il più bello
dei poemi.
Non vi è poema più bello di un semplice trattato
di teologia dogmatica: è il poema dell’amore divi-
no, ben più avvincente dei nostri poemi, che can-
tano i nostri poveri amori terreni. In questa fede,
in questa speranza, nella contemplazione di queste
bellezze e nel compimento della legge della carità –
«ama gli uomini come Dio li ama» –, che è la base
della morale cristiana, sono felice, molto felice, e i
miei giorni trascorrono in una pace profonda.
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Il mio più grande sacrificio è stata la separazione
dalla mia famiglia. Una volta, alla trappa ho sofferto
molto. Non per via della comunità, dove tutti era-
no molto buoni con me. Ma il pensiero della mia
famiglia mi torturava. Talvolta dicevo tra me e me:
sempre, sempre; mai, mai, mai. Sempre vivere qui,
mai più rivederli.
Ho un grande fondo di orgoglio. Non tengo con-
to a sufficienza della presenza di Dio. Mi lascio as-
sorbire da ciò che faccio o dalle distrazioni, dalle
fantasie. Non ho sufficientemente lo sguardo rivolto
a Gesù, che è qui. Non lo vedo a sufficienza in ogni
uomo. Non sono sufficientemente sovrannaturale
con loro, né sufficientemente dolce, né sufficiente-
mente umile, e neppure gentile come si dovrebbe
nel fare loro del bene. Gli esercizi di pietà lasciano a
desiderare. Li faccio tiepidamente, talvolta in modo
spicciativo, altre volte troppo rapidamente e pieno
di distrazioni. A volte cedo al sonno o rinvio di
ora in ora le cose da fare. Una tiepidezza così mi fa
soffrire fino a umiliarmi. Tralascio le piccole peni-
tenze, curo troppo il mio corpo. Invece di amare il
disprezzo, mi compiaccio degli atti buoni.
Una parte di me è nel cielo purissimo che sovra-
sta le nubi, con l’altra parte però io amo, io devo
amare, ho l’imperioso dovere di amare appassiona-
tamente gli altri.
O mio Dio, quanto siete divinamente tenero!
Quanto siete amante, quanto siete buono! Risor-
to, le vostre prime apparizioni sono di consolazione
alle persone più afflitte dalla vostra passione e mor-
te: vostra Madre, «alla quale appariste per primo e
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presso la quale rimaneste lungo tempo», come avete
detto a santa Teresa, e Maria Maddalena. Con quale
dolcezza sei apparso a questa cara santa, a questa vo-
stra «appassionata adoratrice», come viene chiamata!
Quale dolcezza in quel «Maria»! E infine, mio Dio,
quale divina tenerezza per tutti noi, per tutti gli
uomini di ogni età, nelle parole che pronunciate:
«Va’ a dire ai miei fratelli». Voi ci chiamate tutti «vostri
fratelli»!
Siamo teneri come Gesù, amanti come lui. Con-
soliamo gli afflitti come lui, e dapprima coloro che
egli stesso ci ha messo più vicino nella vita, una ma-
dre, una persona cara; e coloro che hanno più biso-
gno di consolazione, coloro che, più deboli, stanno
per cedere sotto un dolore lacerante.
Consoliamo, consoliamo come lui i suoi fratelli,
che sono anche i nostri, consoliamo le sue membra,
le parti del suo corpo, quelle membra delle quali egli
dice: «Ciò che farete a uno di questi piccoli, lo farete
a me». Siamo, come lui, dei teneri consolatori, dei
fratelli amanti di tutti gli uomini afflitti, di tutti gli
uomini, ma di tutti, perché di tutti ha detto: «Tut-
to quello che avete fatto a uno solo di questi miei
fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».
La mia vita continua, sempre la stessa: occupatis-
sima esteriormente, benché molto calma. Ogni gior-
no la stessa realtà: poveri e malati che si succedono.
Dentro di me, mi rimprovero di non dedicare ab-
bastanza tempo alla preghiera, alle cose puramente
spirituali: di giorno, non smettono mai di bussarmi
alla porta, e la notte, che sarebbe il tempo propri-
zio, mi addormento meschinamente. Per me è una
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vergogna e una sofferenza, questo sonno che pren-
de più posto di quanto vorrei. Io non ho tempo per
esso, ed esso se lo prende. Il mio esame di coscienza
mi rimprovera soprattutto tre cose: tiepidezza verso
Gesù: non lo prego né tanto né così teneramente
come potrei o dovrei; tiepidezza verso il prossimo:
non vedo abbastanza, nel prossimo, Gesù, non lo
amo come me stesso; tiepidezza dinanzi alla croce:
non cerco di soffrire, sono pigro e ingordo.

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������������������������������� Il testamento

Fratel Carlo il 13 dicembre 1911, mentre è ad As-


sekrem, scrive il suo testamento per destinare a chi
ritiene possano essere utili le poche, davvero poche
cose che possiede, quel poco che è riuscito a realizzare,
sempre in vista della Fraternità e le comunità religio-
se ancora vive nei suoi sogni e nei suoi progetti. E lo
invia al cognato Raymond de Blic.

Mio caro Raymond, poiché i miei cammelli so-


no in ritardo, e io mi trovo qui, con le mie cose
imballate e aspettando di ora in ora la partenza per
Tamanrasset, ne approfitto per mettere in ordine le
mie piccole cose, e in particolare per rifare il mio
testamento: vi invio qui unito il mio testamento in
busta aperta. Leggetelo; vedete se va bene; se man-
ca qualche cosa, mandatemi una minuta di come
dev’essere e io lo rifarò. È un po’ ridicolo il mio
testamento, perché quel che possiedo può essere
considerato un niente. Tuttavia, siccome il poco che
ho può servire, tra le mani dei Padri Bianchi, all’e-
vangelizzazione e alla gloria di Dio, ci tengo a dirvi
le mie intenzioni a questo proposito.

Lascio tutto quel che ho a mia sorella (Marie de


Blic), ma chiedendole di farne il seguente uso:
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1.  Dare a Marie de Bondy: la piccola croce che
porto abitualmente al collo e che contiene reliquie
di san Paolo e di santa Maddalena, croce che mia
zia Moitessier aveva nelle mani al momento della
sua morte; un piccolo Vangelo manoscritto (i quat-
tro Vangeli, scritti di mio pugno in un quaderno
in 18° ricoperto di tela, sul primo foglio del quale
sono scritte le principali date che mi interessano,
anniversari della mia vita e della vita e della morte
di coloro che amo).
2.  Dare al padre prefetto apostolico del Sahara
(residente attualmente a Ouargla), informandosi
presso il superiore generale dei Padri Bianchi (re-
sidente attualmente a Maison-Carrée, presso Al-
geri), tutto il resto di quel che io possiedo, dopo
aver prelevato oggetti-ricordo per voi, per Maria e
per i vostri figli; tra gli oggetti-ricordo che deside-
ro prendiate per uno di voi, c’è una reliquia della
santa Croce in un reliquiario di legno d’olivo con
la relativa autentica (in questo momento essa è a
Béni-Abbès). I miei scritti sono tutti di carattere
religioso; desidero che passino tutti ai Padri Bianchi.
Io possiedo una seconda reliquia della santa Croce,
posta in un crocifisso che è abitualmente sul mio
altare nell’Ahaggar; desidero che resti al padre prefet-
to apostolico del Sahara e alle missioni dell’Ahaggar,
perché essa mi è stata regalata da un Padre Bianco
per questa missione.
L’elenco di quello che possiedo si trova in questo
momento in un taccuino in 18° molto sottile, sulla
prima pagina del quale è scritto: «Preghiera d’inviare
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alla mia morte questo libretto al signor Raymond
de Blic a Barbirey, per Pont-de-Pany (Côte d’Or)».
Sullo stesso quaderno scriverò, all’occorrenza, i pic-
coli debiti che potessi avere e tutte le informazioni
che riterrò utili.
In questo momento, quello che possiedo si com-
pone di:
1.  Una casa e un grande giardino a Béni-Abbès
(uadi Aura, Estremo Sud Oranese). Il terreno è sta-
to da me comperato per circa millecentocinquanta
franchi; da allora ha acquistato valore per la pianta-
gione di palme da me fatta e per l’acqua che vi ho
trovato; nella casa ci sono, in casse, la maggior parte
delle mie carte e un discreto numero di libri religio-
si e di oggetti per il culto; sia la casa e il giardino, sia
i libri, ecc., possono essere utili ai Padri Bianchi. I
titoli di proprietà del terreno sono tra le mie carte
a Béni-Abbès in una cassa.
2.  Una casa a In Salari. Piccola e di scarso valore
(l’ho comperata per novanta franchi), contiene un
po’ di mobilio, ma molto poco, e niente scritti,
né libri, né oggetti di culto; può tuttavia servire ai
Padri Bianchi perché è in un’ottima posizione, in
mezzo al quartiere più popoloso e perché è utile avere
un pied-à-terre a In Salah e non essere obbligati a
domandare ospitalità. Non ho titoli di proprietà,
ma la casa è stata pagata tramite l’Ufficio Arabo do-
ve io ho un conto: è stata comperata nell’inverno
1907; traccia dell’acquisto si troverà sui conti del­
l’Ufficio Arabo.
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3. Una casa a Tamanrasset (Ahaggar) con un
pozzo e un piccolo giardino. Nessun titolo di pro-
prietà. Il terreno è del primo occupante e io stesso
ho fatto costruire la casa che è costata e vale circa
cinquecento franchi; contiene un certo numero di
oggetti religiosi e un po’ di mobilio; servirà ai Padri
Bianchi, perché Tamanrasset è uno dei luoghi più
importanti per l’evangelizzazione dell’Ahaggar.
4.  Una casa a Asekrem (Ahaggar) con un piccolo
giardino in un burrone vicino (il burrone di Tin-
serin). Nessun titolo di proprietà. Il terreno è del
primo occupante e io stesso ho fatto costruire: la casa
è costata e vale circa duemila franchi. Contiene un
altare per me prezioso: è un piccolo altare in legno
nero che era nell’appartamento del reverendo Huve-
lin, sul quale egli era autorizzato a celebrare il santo
sacrificio della messa e che mi è stato inviato dopo la
sua morte. Desidero che questo altare resti sempre
nella cappella di Asekrem.
Il reverendo Huvelin è colui che mi ha consiglia-
to di costruire questo eremitaggio e che mi ha dato i
primi fondi per questo. La casa di Asekrem contiene
inoltre un certo numero di libri religiosi e un po’
di mobilio. Essa è in una posizione ottima per l’e-
vangelizzazione dell’Ahaggar: ci si trova a contatto
con la parte più importante della popolazione del
paese, che non abbandona mai il massiccio monta-
gnoso centrale e che non potrebbe essere incontrata
se non si fosse proprio in mezzo ad essa; questa casa
sarà particolarmente utile ai Padri Bianchi. Questo
è tutto quel che possiedo.
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Desidero essere seppellito nel luogo stesso dove
morrò, e riposarvi fino alla risurrezione. Proibisco
che si trasporti il mio corpo e che lo si tolga dal
luogo dove il buon Dio mi abbia fatto terminare il
mio pellegrinaggio.
* * *
Ho un padre spirituale che ha avuto per me ogni
bontà, che mi ha ordinato sacerdote: io gli appar-
tengo, gli debbo obbedienza, sono suo figlio e prete
della sua diocesi: è monsignor Bonnet, vescovo di
Viviers (Ardèche). Egli è per me un padre; io lo amo
filialmente. Scrivetegli per dirgli che il buon Dio ha
posto fine al mio pellegrinaggio, e quando se ne
presenterà l’occasione, andate a trovarlo.
Ho due incomparabili amici: Gabriel Tourdes,
magistrato a Saint Die (Vosges), amico d’infanzia:
i suoi genitori e i suoi nonni erano amici dei miei
genitori e nonni; mia sorella li conosce bene; Hen-
ri Laperrine (ora colonnello del 18° Cacciatori, a
Luneville, presto generale, penso). Scrivete loro che
il buon Dio ha messo fine al mio pellegrinaggio,
quando se ne presenterà l’occasione, fate la loro co-
noscenza.
Vi abbraccio di tutto cuore, come vi amo nel
nome del beneamato Gesù.
Fratel Charles de Foucauld

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���������������������������������������� Indice

La vita
Grandezza di una figura . . . . . . . . . . . . . . . 5
Gli scritti
Scriveva come il cuore gli dettava . . . . . . . . 13

DAGLI SCRITTI
DI CHARLES DE FOUCAULD

Padre nostro che sei nei cieli . . . . . . . . . . . . 19


«Padre nostro che sei nei cieli» . . . . . . . . . 19
«Sia santificato il tuo nome» . . . . . . . . . . 19
«Venga il tuo regno» . . . . . . . . . . . . . . . . 20
«Sia fatta la tua volontà
come in cielo così in terra» . . . . . . . . . . . 21
«Dacci oggi il nostro pane sostanziale» . . 22
«Perdona a noi le nostre offese come noi
perdoniamo chi ci ha offeso» . . . . . . . . . . . 23
«Non lasciarci soccombere alla
tentazione» (non ci indurre in tentazione) 24
«Liberaci dal male» . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
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La fede cambia la vita . . . . . . . . . . . . . . . . . 25
«Ecco la serva del Signore» . . . . . . . . . . . 27
«Abbi fiducia, figlia mia,
la tua fede ti ha guarita» . . . . . . . . . . . . . . 29
«Sia fatto a voi secondo la vostra fede» . . . 30
«E non fece colà molti miracoli
a causa della loro incredulità» . . . . . . . . . 30
La speranza, luce della vita . . . . . . . . . . . . . 33
«II regno dei cieli si avvicina» . . . . . . . . . 35
«Voi siete il sale della terra» . . . . . . . . . . 36
«Siete la luce del mondo». Speriamo! . . . . 36
La carità riscalda la vita . . . . . . . . . . . . . . . 38
Il primo di tutti i comandamenti . . . . . . 40
«Prese i pani e i pesci, li benedisse
e li diede loro» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 43
«Ama il prossimo come te stesso» . . . . . . 44
«Siete tutti fratelli» . . . . . . . . . . . . . . . . . 45
«Non avete che un Padre che è nei cieli» . . 46
Le beatitudini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli» . . . . . . . 47
«Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati» . . . . . . . . . . . . 47
«Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra» . . . . . 48
«Beati quelli che hanno fame e sete della
giustizia, perché saranno saziati» . . . . . . . 49
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«Beati voi che avete fame» . . . . . . . . . . . . 49
«Beati i misericordiosi» . . . . . . . . . . . . . . 50
«Beati i puri di cuore,
poiché vedranno Dio» . . . . . . . . . . . . . . . 51
«Beati gli operatori di pace perché saranno
chiamati figli di Dio» . . . . . . . . . . . . . . . 52
«Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli» . . . . . . . 52
«Beati voi quando vi insulteranno, vi per-
seguiteranno e, mentendo, diranno ogni
sorta di male contro di voi per causa mia» 53
«Beati sarete voi quando vi odieranno [...]
e vi respingeranno
a causa del Figlio dell’uomo» . . . . . . . . . . 53

Un viaggio tra i Tuareg . . . . . . . . . . . . . . . . 54

Progetti di fondazione . . . . . . . . . . . . . . . . 60
A Susanna Perret . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 60
A Henri de Castries . . . . . . . . . . . . . . . . . 62
Al canonico Caron . . . . . . . . . . . . . . . . . 63
A don Crozier . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 64

Gli ultimi scritti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 66


Lettera alla cugina de Bondy . . . . . . . . . . 68
Lettera a Louis Massignon . . . . . . . . . . . . 67

Il testamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 71
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Finito di stampare nel mese di febbraio 2012
Villaggio Grafica – Noventa Padovana, Padova

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