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Dispensa di Micro/Macroeconomia
Edizione A.A. 2015/2016

A cura di:


Roberta Monasterolo Christian Ciniero Giuseppe Accogli

Rebecca Pastore Mario D. Russo

DOMANDA E OFFERTA

Domanda e offerta sono le parole probabilmente più usate dagli economisti, esse infatti sono le
forze fondamentali che fanno muovere le economie di mercato. Ma cosa è, innanzitutto un mercato?
È l’istituzione attraverso cui gli agenti economici (che possono essere sia singoli individui che
imprese) effettuano scambi di beni e servizi. Volendo invece riferirci al libro un mercato è
l’insieme dei venditori e dei compratori di un determinato bene o servizio. Nel mercato quindi vi
sono sempre due individui, chi offre e chi acquista (o meglio, domanda) un bene. Analizziamo ora
però i diversi tipi di mercato, partendo da quelli concorrenziali:

MERCATI CONCORRENZIALI

Per spiegarli al meglio ci è utile prendere un esempio. Immaginiamo un bene x, ebbene esso è
inserito in un mercato concorrenziale quando verrà offerto da vari venditori, sparsi per la città, che
decideranno per se il prezzo del proprio bene x, così come i compratori decideranno quanto
comprare di tale bene x in valore al prezzo. Sebbene non organizzati, essi in toto formano un
mercato, il prezzo e la quantità venduta non sono determinati dal singolo, ma dall’unione di tutti i
venditori ed i compratori. Un mercato concorrenziale però è definito da precise caratteristiche,
innanzitutto operano molti compratori e venditori, il venditore non controlla il prezzo poiché molti
altri venditori propongono il suo stesso prodotto, analogamente nessun compratore, vista la minima
quantità acquistata può influenzare minimamente il prezzo.

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Il significato economico di concorrenza è impersonale, come per esempio può essere la concorrenza
ad un test per l’università. Le caratteristiche che definiscono la concorrenza perfetta sono:
1)   Vi sia molteplicità di venditori e compratori e che vi sia libertà di entrata nel mercato, non vi
devono essere barriere, legali o tecnologiche, per l’entrata nel mercato. Cioè qualunque
persona interessata a quel mercato, può accedervi. La barriera legale può essere una licenza
o il copyright; la barriera di tipo tecnologico può essere l’impossibilità di procurarsi un certo
bene(es.: mercato della bauxite per l’alluminio)
2)   L’assenza di potere di mercato, abbiamo detto dei numerosi venditori e compratori sul
mercato, ciascuno di essi sa che essi non possono influire sul prezzo, anche se acquistasse
quantità enormi di tale bene non influenzerebbe il prezzo di tale bene, questa incapacità di
influire sul prezzo, si definisce appunto assenza di potere di mercato, la capacità del singolo
agente economico di influire sul prezzo. In questo mercato sia i venditori che i compratori
sono price-taker, il prezzo cioè è fisso.
3)   Omogeneità dei prodotti, è quindi pressoché identico per il consumatore, cioè tutti i
venditori vendono lo stesso tipo di prodotto
4)   Informazione perfetta, cioè tutti gli operatori di mercato sono perfettamente informati sulla
qualità e sul prezzo del prodotto. Quando essa viene meno, nel caso per esempio delle
assicurazioni sulla vita, in cui una parte del mercato è meno informata, questa si chiama
informazione asimmetrica il mercato non riesce ad allocare risorse in modo efficiente e si
verifica il fallimento di mercato.

La concorrenza perfetta è il tipo ideale per studiare i mercati nella realtà, e il mercato delle
merci primarie ne è un esempio. Un esempio contrario invece è quello delle assicurazioni.

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LA DOMANDA

QUANTITÀ DOMANDATA

È la quantità di quel bene che i compratori vogliono e possono acquistare ad ogni determinato
prezzo. Elemento fondamentale è l’analisi del prezzo, se questo scende infatti la quantità domandata
sale; tale relazione viene definita LEGGE DELLA DOMANDA.
Solitamente si rappresenta su grafico il rapporto tra prezzo e QD: il prezzo è misurato dall’asse
delle ordinate e la QD da quello delle ascisse. La curva di domanda è quindi una retta a pendenza
negativa dove le intersezioni con gli assi vengono definite intercette, verticali ed orizzontali.
Bisogna distinguere tra domanda di mercato e domanda individuale. Infatti, quella di mercato
corrisponde alla somma di tutte le domande individuali di un dato bene o servizio.

GLI SPOSTAMENTI DELLA CURVA

Uno spostamento della curva di domanda è provocato da un fattore che influenza la domanda,
diverso però da una variazione del prezzo. I fattori che influenzano la domanda sono:
-Prezzo del bene
-Prezzi degli altri bene (sostituti e complementari)
-Reddito
-Preferenze e mode
-Livello e struttura della popolazione
-Pubblicità
-Aspettative dei consumatori

Se la domanda aumenta, la curva si sposta verso l’alto a destra; se la domanda diminuisce, la


curva si sposta verso il basso, a sinistra.
Differente è invece un movimento lungo la curva di domanda, e si verifica solo nel caso ci sia una
variazione del prezzo, tale movimento viene definito “variazione della quantità domandata”.

MOVIMENTI LUNGO LA CURVA DI DOMANDA

Ipotizziamo che il prezzo di un bene x diminuisca e che quindi la QD aumenta. Questo aumento è
imputabile a due ragioni:
-Effetto di reddito: A parità di reddito i compratori possono permettersene di più, vi è un aumento
del reddito reale.
-Effetto di sostituzione: I compratori al diminuire del prezzo del bene x scelgono esso al posto di
altri beni.
3  
 
 

Si dicono BENI SOSTITUTI tutti quei beni che avendo caratteristiche simili si sostituiscono ad altri
beni in casi particolari, come una diminuzione del reddito. Quando la diminuzione del prezzo di un
bene provoca una riduzione della domanda di un altro bene si dice che i due beni sono sostituti. Vi
sono poi i beni complementari, cioè i beni che vengono consumati ed acquistati insieme, come
possono essere patatine e ketchup o cereali e latte. Si dicono, invece, BENI INFERIORI, tutti quei
bene la cui domanda diminuisce all’aumentare del reddito.

REDDITO

Se il reddito diminuisce la QD cambia, se all’aumentare del reddito la QD aumenta si dice che il


bene in questione è un bene normale. Se al diminuire del reddito, la QD aumenta esso è un bene
inferiore.

OFFERTA

La curva di offerta di un bene è la quantità che i venditori vogliono e possono vendere a ogni dato
prezzo. Se il prezzo del latte è elevato, i venditori vogliono vendere di più. Questa relazione è la
legge dell’offerta:

A parità di altre condizioni, se il prezzo di un bene aumenta, aumenta anche la quantità


offerta, se il prezzo diminuisce, diminuisce anche la quantità offerta. La curva dell’offerta ha
pendenza positiva.

Analogamente alla domanda, vale lo stesso per offerta individuale e di mercato.

GLI SPOSTAMENTI DELLA CURVA DI OFFERTA

Risulta semplicissimo capirli attraverso un esempio, se il prezzo del mangime per mucche
diminuisce, diminuirà il costo di manutenzione delle mucche, e di conseguenza anche il prezzo di
un loro prodotto, quale il latte. Qualsiasi cambiamento che accresca la QO a ogni dato prezzo
provoca uno spostamento verso destra della curva di offerta. I fattori che influenzano la curva sono:
-Prezzo del bene
-Redditività di altri beni in produzione e prezzi dei beni in offerta congiunta
-Tecnologia
-Shock naturali
-Costi di produzione
-Aspettative dei produttori
-Numero dei venditori.

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L’EQUILIBRIO

Definiamo CONDIZIONE DI STABILITÀ un punto nel quale non ci sono forze che agiscono a
favore di un cambiamento. Domanda e offerta infatti sono forze di mercato: il mercato è in
equilibrio quando la quantità che i consumatori desiderano acquistare è la stessa che i
venditori desiderano vendere. Questo punto nel grafico definisce la y come prezzo di equilibrio,
mentre la x come quantità di equilibrio, insieme formano il prezzo di equilibrio o mercato. Il
mercato rimane in equilibrio finché qualcosa non provoca uno spostamento delle curve.

ECCEDENZA:
O anche eccesso di offerta, i venditori non riescono a vendere e si trovano scorte sempre maggiori,
ciò provoca un abbassamento del prezzo, l’abbassamento del prezzo unito alla riduzione
progressiva della quantità offerta riporta in equilibrio il mercato.

PENURIA:
O anche eccesso di domanda, quando la quantità domandata di un bene supera la quantità offerta al
prezzo corrente, con troppi compratori i venditori alzano i prezzi, all’aumentare di questi la richiesta
diminuisce, questo processo continua fino al nuovo equilibrio.

Questi fenomeni vengono definiti come legge della domanda e dell’offerta.

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ELASTICITÀ (ε)

L’elasticità è una misura della reattività della quantità domandata o della quantità offerta a
variazioni di una delle sue determinanti. L’elasticità, quindi, misura la reattività di venditori e
compratori alle variazioni delle condizioni di mercato e permette di analizzare la domanda e
l’offerta con maggiore precisione. Usiamo l’elasticità per valutare diversi tipi di reattività.

ELASTICITÀ DELLA DOMANDA AL PREZZO (𝜺𝑫 ), misura la variazione della quantità


domandata rispetto al variare del prezzo.

METODI PER CALCOLARE L’𝜺𝑫

1.   COME RAPPORTO TRA %∆𝑸   e %∆𝑷


Il metodo più utilizzato per calcolare l’elasticità della domanda al prezzo è la seguente formula:

%∆𝑸
𝜺𝑫 =
%∆𝑷
Dove:

•   𝜀, è l’elasticità della domanda al prezzo


•   %∆𝑄 è la variazione percentuale della quantità domandata
•   %∆𝑃 è la variazione percentuale del prezzo
È importante utilizzare il valore assoluto perché le variazioni percentuali della quantità domandata
hanno sempre segno opposto a quelle del prezzo e quindi il rapporto avrebbe sempre segno
negativo.

COME SI CALCOLANO LE VARIAZIONI PERCENTUALI?

Calcoliamo le variazioni percentuali con la seguente formula:


𝑥12 𝑥3
%∆𝑄/∆𝑃 =     ∙ 100%
𝑥3

Dove:

•   𝑥1 è il valore finale di prezzo/ quantità


•   𝑥3 è il valore iniziale di prezzo/ quantità

2.   METODO DEL PUNTO MEDIO, è più preciso ed utilizza le formule seguenti per trovare
le coordinate del punto medio della curva di domanda:
<= >  <? A= >A?
A= (𝑥7 ;  𝑦: )            𝑥; =   B= (𝑥: ;  𝑦: ) 𝑦; =  
@ @

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Le DETERMINANTI dell’𝜺𝑫  sono:

1.   DISPONIBILITÀ DI BENI SOSTITUTI: I beni che hanno stretti sostituti tendono ad


avere una domanda più elastica, perché per i consumatori è facile sostituirli con altri beni
che soddisfano lo stesso bisogno. Ex. Burro e margarina sono beni sostituti. Se il prezzo del
burro diminuisce sensibilmente e quello della margarina rimane invariato, la quantità di
burro diminuisce modestamente. La domanda di burro è elastica.
2.   BENI NECESSARI E BENI DI LUSSO: I beni necessari tendono ad avere una domanda
anelastica, quelli di lusso una domanda elastica. Tuttavia, ciò non significa che, per quanto
riguarda i beni necessari, i consumatori continuino a domandare una quantità stabile del
bene per sempre: questi modificano il loro comportamento di consumo, ma in maniera più
lenta. Ex. confrontiamo la domanda di insulina e quella di barche a vela. Se raddoppia il
prezzo dell’insulina, essendo questo un farmaco salvavita, la quantità domandata non
diminuisce in misura marcata. Se raddoppiasse, invece, il prezzo delle barche a vela, la
quantità domandata diminuirebbe in misura drastica, perché è un bene di lusso non
necessario.
3.   DEFINIZIONE DEL MERCATO: L’elasticità della domanda in qualunque mercato
dipenda da come sono tracciati i confini del mercato stesso: un mercato delimitato in
maniera molto precisa tende ad avere una domanda più elastica di uno i cui confini
affondano nel vago, poiché è più facile trovare sostituti per beni specifici. Ex. Il mercato del
cibo ha una domanda anelastica perché non è possibile trovare sostituti. Il mercato del gelato
invece ha una domanda più elastica perché possiamo trovare dei dessert sostitutivi. Il
mercato del gelato alla vaniglia ha una domanda ancora più elastica perché non solo posso
trovare dei dessert sostitutivi, ma addirittura dei gusti di gelato che possono sostituire
perfettamente la vaniglia.
4.   ORIZZONTE TEMPORALE: La domanda di un bene tende ad essere più elastica nel
lungo periodo che nel breve, perché il consumatore deve trovare soluzioni alternative per
sopperire alla mancanza del suddetto bene il cui prezzo è aumentato. Ex. Se il prezzo del
petrolio aumenta, nel primi 6 mesi non ci saranno riduzioni significanti della quantità
domandata. Dopo 2 anni invece, il consumatore potrebbe essersi trasferito vicino al luogo di
lavoro, potrebbe aver deciso di acquistare un’auto ibrida e quindi la quantità di petrolio da
lui domandata diminuirebbe in modo drastico.
5.   PORZIONE DEL REDDITO DESTINATA AL BENE: Quanto maggiore è la quota di
reddito destinata all’acquisto di un bene, tanto maggiore tende ad essere l’elasticità della
domanda al prezzo. Ex. Una famiglia con reddito medio-alto decide di programmare una
vacanza alle Maldive. Il prezzo della vacanza aumenta del 25% a causa di una serie di fattori
e la famiglia è obbligata a cambiare meta, propendendo per una località meno costosa.
Supponiamo che aumenti invece del 25% il prezzo del sale da cucina. La famiglia
precedentemente presa in considerazione, continua comunque ad acquistare la stessa
quantità di sale che comprava prima dell’aumento del prezzo. Il sale da cucina ha un prezzo
decisamente più basso della vacanza alle Maldive, che incide pochissimo sul reddito
familiare, quindi la sua domanda è decisamente meno elastica di quella della vacanza.

Il valore dell’elasticità può essere compreso tra 0 ed ∞.

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DOMANDA ANELASTICA DOMANDA ELASTICA LA DOMANDA HA


(la quantità domandata reagisce (la quantità domandata reagisce ELASTICITÀ UNITARIA
modestamente alla variazione di notevolmente alla variazione di
prezzo) prezzo)
Valore dell’elasticità compreso Valore dell’elasticità maggiore di Valore dell’elasticità uguale ad
tra 0 e 1 1 1
La variazione della quantità è La variazione della quantità è più La quantità domandata varia
meno che proporzionale alla che proporzionale alla variazione nella medesima porzione del
variazione del prezzo del prezzo prezzo
Data una generica curva di Data una generica curva di Data una generica curva di
domanda, il tratto dall’intercetta domanda, il tratto dal punto domanda, l’𝜺𝑫 è uguale ad 1 in
orizzontale al punto medio viene medio all’intercetta verticale corrispondenza del punto
definito INELASTICO viene definito ELASTICO medio.
Ex. Ex.
1.   Domanda di carne la 1.   Domanda di carne tra 10
prossima settimana anni
2.   Domanda di frutta 2.   Domanda di mandarini
3.   Domanda di insulina 3.   Domanda di vitamine

Esistono curve PERFETTAMENTE ELASTICHE E ANELASTICHE, ma sono casi limite.

Una curva PERFETTAMENTE ANELASTICA si presenta come una retta verticale. L’elasticità
della domanda al prezzo è pari a 0. È il caso della domanda di un farmaco salvavita, nel breve
periodo.
Una curva PERFETTAMENTE ELASTICA si presenta come una retta orizzontale. L’elasticità
della domanda al prezzo è pari a ∞. È il caso di un mercato perfettamente concorrenziale.

Curva  perfettamente   Curva  perfettamente  ELASTICA


ANELASTICA
3,5
18
3
16
14 2,5
12 2
10
1,5
8
6 1
4
0,5
2
0 0
0 1 2 3 4 0 5 10 15 20

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Intendiamo il RICAVO e la SPESA TOTALE come il prodotto tra la QUANTITÀ e il PREZZO.

P2 A  
a
B
P1
b c
Q2 Q1

Spesa totale di P1 = P1∙ Q1= somma aree rettangoli A+B

Spesa totale P2 = P2∙ Q2= somma aree rettangoli A+C

Se il prezzo aumenta si “perde” l’area del rettangolo B, ma si aggiunge l’area del rettangolo C. Per
calcolare le aree usiamo l’elasticità:

•   Se siamo nel tratto elastico dove 𝜀, >1, la variazione percentuale della quantità domandata (
%∆𝑄) è più che proporzionale rispetto alla variazione percentuale del prezzo (%∆𝑃).
Dunque se il prezzo aumenta di una certa percentuale, la quantità diminuirà di una
percentuale maggiore, quindi la spesa totale diminuirà. Diremo che la variazione della
quantità domina sulla variazione del prezzo.
•   Se siamo nel tratto anelastico dove 𝜀, <1, se il prezzo aumenta di una data percentuale, la
quantità diminuisce di una percentuale inferiore e quindi la spesa totale aumenta.
•   Se siamo in corrispondenza del punto medio della curva di domanda sappiamo che 𝜀, =0,
quindi se il prezzo aumenta di una certa percentuale, allora la quantità diminuisce della
stessa percentuale. La spesa totale resta invariata perché Q e P si compensano perfettamente

ELASTICITÀ DELLA DOMANDA RISPETTO AL REDDITO (𝜺𝑹 )

Definiamo l’elasticità della domanda rispetto al reddito come la variazione percentuale della
quantità domandata, rispetto alla variazione percentuale del reddito che l’ha provocata. Dal punto di
vista grafico parliamo di movimenti della curva nel piano, e non lungo la curva.

CALCOLARE L’𝜺𝑹 COME RAPPORTO TRA %∆𝑸   e %∆𝑹


Il metodo più utilizzato per calcolare l’elasticità della domanda al prezzo è la seguente formula:

%∆𝑸  
𝜺𝑹 =  
%∆𝑹  

Dove 𝜺𝑹 è l’elasticità della domanda al prezzo, %∆𝑸 è la variazione percentuale della quantità
domandata e %∆𝑹 è la variazione percentuale del reddito.
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Nel caso dell’elasticità della domanda al reddito è molto importante il segno del quoziente
soprascritto:

•   BENI NORMALI, (la cui domanda aumenta all’aumentare del reddito) Se il reddito
aumenta la quantità aumenta, o viceversa. Il numeratore e denominatore hanno uguale
segno e quindi in termini di variazioni percentuali complessivamente l’𝜺𝑹 è positiva.
•   BENI INFERIORI, (la cui domanda diminuisce all’aumentare del reddito) Se il reddito
diminuisce la quantità aumenta, o viceversa. Il numeratore e il denominatore hanno segno
diverso e quindi in termini di variazioni percentuali complessivamente l’𝜺𝑹 è negativo.

ELASTICITÀ INCROCIATA DELLA DOMANDA RISPETTO AL PREZZO (𝜺𝒙𝒚 )

Misura quanto varia la quantità domandata di un bene rispetto alla variazione del prezzo di
un altro.

CALCOLARE L’𝜺𝒙𝒚 COME RAPPORTO TRA %∆𝑸𝒙   e %∆𝑷𝒚


Il metodo più utilizzato per calcolare l’elasticità della domanda al prezzo è la seguente formula:

%∆𝑸𝒙    
𝜺𝒙𝒚 =      
%∆𝑷𝒚

Dove 𝜺𝒙𝒚 è l’elasticità della domanda incrociata al prezzo, %∆𝑸𝒙    è la variazione percentuale della
quantità domandata e %∆𝑷𝒚      è la variazione percentuale del reddito.

Anche in questo caso, è piuttosto importante il segno del rapporto soprascritto:


•   BENI SOSTITUTI, (se Px aumenta, allora Qx diminuisce e Qy aumenta, o viceversa) Se il
prezzo di un bene sostituto aumenta, la quantità dell’altro bene aumenta; se il prezzo di un
bene sostituto diminuisce, la quantità dell’altro bene diminuisce. L’elasticità ha sempre un
valore positivo, perché i valori sono entrambi positivi o negativi.
•   BENI COMPLEMENTARI, (se Px aumenta, allora Qx diminuisce e Qy diminuisce, o
viceversa) Variazione di prezzo e quantità hanno segno opposto, quindi l’elasticità sarà un
valore negativo. Se l’elasticità è zero, siamo davanti a due beni NON CORRELATI, nel
consumo in base alle preferenze del consumatore in questione.
ELASTICITÀ DELL’OFFERTA (𝜺𝑶 )

Definiamo l’elasticità dell’offerta, come la variazione percentuale della quantità offerta, rispetto alla
variazione percentuale del prezzo.

CALCOLARE L’𝜺𝑹 COME RAPPORTO TRA %∆𝑸   e %∆𝑷

%∆𝑸
𝜺𝑶 =
%∆𝑷

Dove 𝜺𝑶 è l’elasticità della domanda al prezzo, %∆𝑸 è la variazione percentuale della quantità
domandata e %∆𝑷 è la variazione percentuale del prezzo.

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LE DETERMINANTI DELL’𝜺𝑶 SONO:

1.   VELOCITÀ CON CUI L’IMPRENDITORE PUO’ INCREMENTARE LA


QUANTITÀ OFFERTA
2.   AUMENTO DEL PREZZO SUL MERCATO DEGLI IMPUT PRODUTTIVI, se il
mercato degli stuzzicadenti aumentasse, servirebbe più legno. Ora consideriamo il mercato
del parquet per rivestire il pavimento di abitazioni familiari e supponiamo che la domanda di
ville aumenti. Accade che aumenta anche la domanda di parquet e la quantità di legname
che mi occorre è molto più elevata di quella derivante dall’aumento del mercato degli
stuzzicadenti. Quindi l’offerta di parquet è anelastica, mentre quella di stuzzicadenti è
elastica.
3.   MOBILITÀ DEI FATTORI DI PRODUZIONE, prendiamo in considerazione un
coltivatore di miglio ed immaginiamo che sul mercato il prezzo della soia aumenti molto. Il
contadino per guadagnare di più può smettere di coltivare miglio per far crescere soia, dato
che il fattore terra è elastico.
4.   FACILITÀ DI IMMAGAZZINAMENTO E ACCUMULAZIONE DELLE SCORTE,
Nei settori in cui l’accumulazione è più agevole e poco costosa, l’elasticità dell’offerta è
maggiore. Prendiamo il caso della frutta fresca e quello della frutta secca: conservare la
prima è ben più costoso di conservare la seconda, quindi l’offerta della frutta secca sarà
molto più elastica della frutta fresca.
5.   DIMENSIONE DELL’IMPRESA E DEL SETTORE, le imprese più piccole hanno
un’offerta molto più elastica di grandi imprese. Lo stesso avviene se parliamo di settori.
6.   ORIZZONTE TEMPORALE, l’offerta, come la domanda è più elastica nel lungo
piuttosto che nel breve periodo.

Come nel caso della domanda, anche l’offerta varia lungo la curva: in corrispondenza di bassi
valore di produzione, la curva di offerta è più elastica. Quando aumenta il quantitativo di output
offerto allora diminuisce l’elasticità. Se produco di più diventa più costoso produrre una quantità
aggiuntiva del bene.

Ugualmente per la domanda, anche nell’elasticità dell’offerta abbiamo curve ANELASTICHE e


ELASTICHE (vedi elasticità della domanda).

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CONSUMATORI, PRODUTTORI ED EFFICIENZA DEI MERCATI

Innanzitutto occorre introdurre il tema dell’economia del benessere e definire il concetto stesso di
benessere economico. Il termine benessere è utilizzato molto spesso dagli economisti. Per tale
motivo ne hanno dato una definizione esatta scindendolo in due componenti:
-   Benessere soggettivo: si riferisce al modo in cui i singoli individui valutano la propria
felicità;
-   Benessere oggettivo: si riferisce alla misura della qualità della vita;
In definitiva il benessere economico è la felicità o la soddisfazione, come riferite dai singoli
individui.
L’economia del benessereutilizza alcune tecniche microeconomiche per stimare l’efficienza
allocativa: una misura dell’utilità derivante dall’allocazione delle risorse. Sapendo che i compratori
attribuiscono un valore al consumo, si ha efficienza allocativa quando il valore del prodotto delle
imprese (il beneficio dei venditori) corrisponde al valore attribuitogli dai consumatori (il beneficio
dei compratori).

Per misurare il benessere dei partecipanti al mercato occorre introdurre il concetto di surplus:
-   Surplus del consumatore (SC): misura il benessere che il consumatore trae dal mercato;
-   Surplus del produttore (SP): misura il benessere dal punto di vista dei compratori.

Il surplus del consumatore

Il surplus del consumatore è strettamente correlato con la curva di domanda. La curva di domanda
riflette la disponibilità a pagare dei compratori, quindi può essere utilizzata per misurare il surplus
del consumatore. Immaginiamo una curva di mercato in cui vi siano quattro consumatori (Monica,
Ivano, Filippo ed Elena): per un determinato bene Monica è disposta a pagare 100, Ivano 80,
Filippo 70 ed Elena 50. I prezzi appena indicati sono i prezzi massimi che ciascuno dei consumatori
è disposto a pagare. Il prezzo massimo di ciascun potenziale acquirente è la sua disponibilità a
pagare, ovvero il valore che egli attribuisce al bene. La disponibilità a pagare è una misura
monetaria indiretta dei benefici (o utilità o benessere) che il compratore ottiene partecipando allo
scambio.

Dunque:
-   se P > 100 à Q = 0
-   se 81 < P < 100 à Q = 1
-   se 71 < P < 80 à Q = 2
-   se 51 < P < 70 à Q = 3
-   se P < 50 à Q = 4

La larghezza di ogni gradino indica l’unità. Ogni gradino indica un consumatore. Ipotizziamo che il
prezzo di mercato sia 81. Se il prezzo di mercato è 81, la quantità domandata è 1 ed acquisterà solo
Monica, in quanto lei è l’unica disposta a pagare una tale cifra per l’acquisto di una unità del bene
considerato. Gli altri consumatori, avendo una disponibilità a pagare minore rispetto al prezzo di
mercato, sono usciti dal mercato stesso. Monica era disposta a pagare 100, ma acquista il bene a 81;
si dice quindi che Monica ha un surplus del consumatore pari a 19 (SC = 100 – 81 = 19). Il surplus
del consumatore è la differenza tra il prezzo che un consumatore è disposto a pagare per l’acquisto
di un bene e il prezzo che paga effettivamente; dunque il SC misura il beneficio netto che il
consumatore ricava dal mercato.
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Se invece il prezzo di mercato fosse pari a 80, la quantità domandata sarebbe pari a 2;
consequenzialmente acquisteranno sia Monica sia Ivano. Ora calcoliamo il surplus del consumatore
per Monica e per Ivano:
-   SC (Monica) = 100 – 80 = 20
-   SC (Ivano) = 80 – 80 = 0
Il surplus totale dei due consumatori è dato dalla somma dei singoli surplus di ciascun acquirente;
SC (Monica) + SC (Ivano) = 20 + 0 = 20.

Per ogni data quantità, il prezzo definito dalla curva di domanda è uguale alla disponibilità a pagare
del compratore marginale, cioè del compratore che per primo abbandonerebbe il mercato se il
prezzo fosse marginalmente più elevato; nel nostro caso, se il prezzo di mercato dovesse aumentare
da 80 ad 81, Ivano non sarebbe più disposto ad acquistare il bene ed uscirebbe dal mercato, anche
se la differenza tra un prezzo e l’altro è pari a 1. Occorre constatare che se il prezzo diminuisce
ulteriormente e si abbassa, ad esempio, a 70 (con l’entrata nel mercato anche di Filippo, oltre a
Monica e Ivano), il surplus del consumatore aumenta:
-   SC (Monica) = 100 – 70 = 30
-   SC (Ivano) = 80 – 70 = 10
-   SC (Filippo) = 70 – 70 = 0

Dunque, al diminuire del prezzo, il surplus del consumatore aumenta.

Nel grafico il surplus del consumatore è misurato dall’area compresa tra la curva di domanda, il
prezzo di mercato e l’asse delle ordinate.

-   Se P(1) à SC = ABC
-   Se P(2) à SC = ADF

Il surplus è il risultato di due fenomeni diversi:


nel rettangolo BCDE abbiamo il SC aggiuntivo
dei “vecchi” consumatori, ossia di quei
consumatori che già acquistavano il bene
prima dell’abbassamento del prezzo; il
triangolo CEF indica il SC per i nuovi
compratori, ossia quei compratori che hanno
iniziato ad acquistare il bene dopo
l’abbassamento del prezzo. Il numero dei
consumatori aumenta man mano che il prezzo
diminuisce; quindi il surplus del consumatore
aumenta con l’abbassarsi del prezzo.
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IL SURPLUS DEL PRODUTTORE

Il surplus del produttore (SP) è il beneficio che il produttore trae dal partecipare al mercato. Il
surplus del produttore è strettamente correlato con la curva di offerta. Infatti la curva di offerta
indica le diverse quantità che il venditore vuole e può offrire sul mercato ai diversi prezzi. Ogni
produttore che si muove nel mercato è disposto a vendere un bene o un servizio solo se il compenso
che riceve è superiore al costo che sostiene per produrlo od eseguirlo. Il termine costo deve essere
interpretato come il costo-opportunità per il produttore: deve dunque includere sia i costi diretti sia
il valore che il produttore attribuisce al proprio tempo. La disponibilità a vendere corrisponde al
prezzo più basso che ciascun produttore è disposto ad accettare per il proprio lavoro o per offrire sul
mercato una certa unità di bene, ed è quindi una misura della rispettiva disponibilità a vendere il
proprio servizio. La curva di offerta, al contrario della curva di domanda, è crescente; dunque il
costo-opportunità dell’ultima unità prodotta (c.d. unità marginale) aumenta al crescere dell’offerta;
la disponibilità a vendere diminuisce al crescere della quantità offerta. Come il surplus del
consumatore per il consumatore, così il surplus del produttore misura il beneficio netto che il
venditore ricava dal partecipare al mercato.
Il SP è pari alla differenza tra la somma totale
incassata dal venditore ed il costo di produzione. Il
surplus del produttore aumenta all’aumentare del
prezzo perché la curva d’offerta ha pendenza
positiva.

Nel grafico, il surplus del produttore (SP) è misurato


dall’area compresa tra il prezzo di mercato, la curva
di offerta e l’asse delle ordinate.

Al variare del prezzo varia anche il surplus dei


produttori.
-   Se P(1) à SP = ABC
-   Se P(2) à SP = AZF

Il surplus è il risultato di due fenomeni diversi: nel rettangolo BCZE abbiamo il SP aggiuntivo per i
“vecchi” produttori, ossia di quei produttori che già vendevano il bene o eseguivano il servizio
prima dell’aumento del prezzo; il triangolo CEF indica il SP per i nuovi produttori, ossia quei
produttori che hanno iniziato a vendere il bene dopo l’aumento del prezzo. Il numero dei produttori
aumenta man mano che il prezzo aumenta; quindi il surplus del produttore aumenta con l’aumentare
del prezzo.
Il surplus totale (ST) è dato dalla somma del surplus dei consumatori e del surplus dei produttori.
Dunque, quando il mercato raggiunge la situazione ottimale
o efficiente? Quando le risorse sono allocate in modo da
massimizzare il surplus totale (ST). Il surplus totale è
massimo quando il mercato si trova in una situazione di
equilibrio.

•  SC = valore per i compratori – prezzo pagato


•  SP = prezzo pagato – costo per i produttori
•  ST = valore per i compratori – costo per i produttori
•   In corrispondenza dell’equilibrio concorrenziale, il ST
(area ACE*) è massimo:
14  
 
 

–  acquistano il bene i consumatori che lo valutano di più (= disponibilità a pagare più alta)
–  vendono i produttori capaci di offrire il bene al costo più basso
AE* sono i consumatori che comprano il bene, mentre E*D sono i consumatori che non comprano
il bene; dunque compreranno il bene tutti quei consumatori che avranno una disponibilità a pagare
più elevata. Altresì il mercato premia i produttori con costi di produzione più bassi (CE*) e
danneggia i produttori con costi di produzione più elevati (E*O).
Occorre altresì precisare che:
-   Se si scambiasse una quantità minore di quella di equilibrio, rimarrebbero non sfruttate delle
opportunità di scambio mutuamente vantaggioso;
-   Se si scambiasse una quantità maggiore di quella di equilibrio, si realizzerebbero scambi che
riducono il benessere sociale.
Uno scambio è mutuamente vantaggioso per entrambe le parti (e quindi tale da accrescere il ST) se
la disponibilità a pagare è maggiore della disponibilità a vendere. Viceversa se la disponibilità a
pagare è minore della disponibilità a vendere non avverrà alcuno scambio.
Ma perché in presenza di equilibrio di mercato il surplus totale è massimo? Dire che il ST è
massimo vuol dire che avvengono scambi vantaggiosi e non vi è spreco di risorse (dal punto di vista
del consumatore spendere denaro per un bene che non offre valore può essere uno spreco; allo
stesso modo per un produttore spendere denaro nella produzione di un bene che i consumatori non
desiderano acquistare, oppure in una combinazione di fattori che, organizzati in maniera diversa,
permetterebbero di ridurre i costi, rappresenta uno spreco).

Scambiare solo fino a Q’ non massimizza il benessere sociale. Infatti, se aumentiamo lo scambio di
una unità (da Q’ a Q’+1), la disponibilità a pagare rimane maggiore della disponibilità a vendere. Si
trattaquindi di uno scambio mutuamente vantaggioso che incrementa il benessere sociale. Lo
stessoragionamento può essere ripetuto aumentando lo scambio, sempre di una unità alla volta, fino
a Q*. PerQ* la disponibilità a comprare eguaglia quella a vendere: ulteriori scambi non sarebbero
più vantaggiosi.

Scambiare oltre Q* non massimizza il benessere sociale. Infatti, se partiamo da Q” e riduciamo lo


scambio di una unità (da Q” a Q” –1), la disponibilità a pagare rimane minore della disponibilità a
vendere. Si tratta quindi di uno scambio che non può realizzarsi perché ridurrebbe il benessere
sociale. Lo stesso vale se diminuiamo lo scambio, sempre di una unitàalla volta, fino a Q*. Dato che
abbiamo dimostrato che scambiare meno di Q* è efficiente, concludiamo che il benesseresociale è
massimo per Q*.

Per quantità inferiori a quelle di equilibrio, il valore per il consumatore supera il costo del
produttore; per quantità superiori, il costo per il produttore supera il valore per il consumatore. Ne
consegue che l’equilibrio del mercato massimizza la somma del surplus del consumatore e del
produttore.

In corrispondenza dell’equilibrio di questo mercato, ST è massimo ma SP > SC. Il libero mercato


garantisce l’efficienza, ma non l’equità.

15  
 
 

IL SISTEMA TRIBUTARIO ED IL COSTO DELLA TASSAZIONE

Un sistema fiscale è più efficiente di un altro se riesce a garantire lo stesso livello di entrate a un
costo inferiore per il contribuente e per il governo. I costi che il contribuente deve assumersi per la
tassazione sono 2: l’esborso generato dalle imposte stesse e l’onere amministrativo.
Per quanto riguarda il primo costo, il trasferimento di denaro dal contribuente al fisco è una
caratteristica necessaria e inevitabile di qualsiasi sistema fiscale. Ma le imposte comportano anche
altre conseguenze come la PERDITA SECCA, cioè la riduzione del surplus totale che si
produce in un mercato a seguito dell’introduzione di un imposta. La perdita secca costituisce
un’inefficienza, in quanto gli individui sono spinti ad allocare le risorse in risposta a un
incentivo fiscale invece che ai reali costi dei benefici dei beni e dei servizi scambiati nel
mercato.
L’introduzione di una tassa su un bene penalizza sia i compratori che i venditori, perché accresce il
prezzo pagato dai primi e riduce quello incassato dai secondi. Entrambi in ogni caso sopportano
l’introduzione dell’imposta. Quest’ultima poi crea un divario tra il prezzo pagato dai compratori e
quello incassato dai venditori, che fa si che le dimensioni del mercato si riducano.

EFFETTI DELLA TASSAZIONE SUI PARTECIPANTI AL MERCATO


Qual è l’effetto dell’imposta sullo Stato? Chiamiamo T l’ammontare dell’imposta e Q la
quantità venduta del bene, le entrate fiscali saranno pari a T x Q. Queste possono essere
utilizzate per fornire servizi ai cittadini o per aiutare le categorie più deboli con sussidi: i cittadini
pagano delle tasse che entrano nelle casse dello Stato, ma quest’ultimo le impiega per migliorare il
benessere del primo.

Gli EFFETTI DELL’IMPOSTA sono due:

1.   La tassazione danneggia compratori e venditori a vantaggio dello Stato, poiché provoca una
diminuzione del surplus del consumatore e di quello del produttore. Le entrate fiscali però
da 0 aumentano.
2.   Le perdite subite dai compratori e dai venditori a causa dell’introduzione di una tassa sono
maggiori del beneficio che lo Stato ne ricava, poiché il benessere totale diminuisce.

Tutto ciò è giustificato dal fatto che gli individui rispondono a degli incentivi: il mercato
normalmente alloca le risorse in maniera efficiente, ovvero che l’equilibrio tra la domanda e
l’offerta massimizza il surplus totale di cui godono i compratori ed i venditori che partecipano al
mercato. Un’ imposta che fa aumentare il prezzo pagato dai compratori e diminuire quello
incassato dai venditori dà ai compratori l’incentivo ad acquistare meno e ai venditori un
incentivo a produrre meno di quanto farebbero in alternativa.

DETERMINANTI DELLA PERDITA SECCA

L’entità della perdita secca è determinata DALL’ELASTICITÀ DELLA DOMANDA E


DELL’OFFERTA AL PREZZO. La perdita secca, in particolare, è maggiore in corrispondenza
della curva di offerta più elastica. Quindi diremo che: QUANTO MAGGIORI SONO I VALORI
DELLA ELASTICITÀ AL PREZZO DI DOMANDA E OFFERTA, TANTO MAGGIORE È
LA PERDITA SECCA ASSOCIATA ALL’IMPOSIZIOINE FISCALE.

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ONERE AMMINISTRATIVO
Si tratta del secondo costo della tassazione, ed è un’inefficienza che purtroppo affligge ogni sistema
fiscale, non si tratta solo del tempo passato a compilare scartoffie ma anche del tempo perso nel
conservare, classificare e archiviare i documenti necessari per la dichiarazione dei redditi, oltre che
le normali risorse spese.

STRUTTURA DEL SISTEMA TRIBUTARIO


Per Adam Smith un buon sistema tributario doveva rispondere a 4 principi
•   Equità, cioè ricchi pagano più dei poveri
•   Certezza, cioè no evasione fiscale, no tasse che spuntano dal nulla
•   Comodità, pagare le tasse deve essere agevole
•   Convenienza, il costo del raccogliere ed amministrare le imposte deve essere inferiore
all’ammontare delle entrate fiscali

Aliquote marginali e aliquote medie


L’aliquota media è il rapporto tra il totale delle imposte pagate e il debito individuale totale, e può
essere espressa con:

Aliquota media=debito di imposta/reddito imponibile

Dove il debito di imposta è l’ammontare dovuto alle autorità fiscali, ovvero il totale dell’imposta.
L’aliquota marginale è l’importo aggiunti di imposte da pagare sull’unità addizionale di reddito e
può essere espressa dalla formula:

Aliquota marginale= variazione del debito di imposta/variazione del reddito imponibile

Se si vuole valutare il carico fiscale ci avvaliamo dell’aliquota media, mentre se si vogliono


valutare le distorsioni degli incentivi prodotte dal sistema fiscale.

Le imposte in somma fissa


Un imposta in somma fissa è la somma che ci troviamo a pagare indipendentemente dalle azioni
che intraprendiamo o dal comportamento che teniamo. Un imposta in somma fissa è la forma di
tassazione più efficiente, ma chiaramente applicando lo stesso metro a ricchi e poveri crea dei
problemi e ciò ci impedisce di applicarla in ogni occasione.

IMPOSTE ED EQUITÀ
Il principio fondamentale della tassazione è chiamato principio delle prestazioni e
controprestazioni, dice che un individuo dovrebbe pagare le imposte in misura pari ai vantaggi che
traggono dai beni o dai servizi forniti dallo Stato.
Il secondo principio per valutare l’equità di un sistema è il principio della capacità contributiva,
secondo il quale gli individui dovrebbero pagare le imposte in funzione della propria capacità di
sopportarne il carico.
Vale la pena definire anche il principio di equità verticale, i cittadini con una capacità contributiva
superiore dovrebbero pagare più tasse; ed il principio di equità orizzontale, tutti i cittadini dotati
della medesima capacità contributiva dovrebbero pagare tasse nella stessa misura.

17  
 
 

Per concludere analizziamo i tre tipi di imposta:


•   Imposta proporzionale o ad aliquota fissa, tutti i contribuenti pagano la stessa quota
•   Imposta regressiva, i ricchi pur versando un importo superiore in valore assoluto pagano una
quota proporzionalmente inferiore del proprio reddito
•   Imposta progressiva, i ricchi pagano tasse per un importo superiore in valore assoluto e per
una quota proporzionalmente maggiore del proprio reddito.

18  
 
 

COMMERCIO INTERNAZIONALE
Parlando di scambi dobbiamo introdurre la FRONTIERE DELLE POSSIBILITÀ DI
PRODUZIONE e cioè un grafico nel quale si mostrano le possibili combinazioni di beni capitali e
beni di consumo, quindi un grafico che ne rappresenti l’allocazione delle risorse.

Tutti i punti della frontiera (A), o all’interno di essa (B), sono raggiungibili dal sistema economico
con i mezzi che sono a disposizione. I punti al di fuori (C) invece non sono raggiungibili dal sistema
economico viste le risorse a disposizione. Le INTERCETTE rappresentano le 2 possibilità estreme.
Una combinazione di produzione è detta efficiente se il sistema sfrutta completamente le risorse
disponibili (che sono rappresentati graficamente come i punti sulla FPP). La FPP quindi mostra il
COSTO OPPORTUNITÀ di un bene x misurato in termini di un altro bene y. Il costo opportunità è
il costo espresso nei termini della migliore alternativa possibile a cui si deve rinunciare per ottenere
qualcosa. Come principio generale definiamo il costo opportunità come il rapporto tra la quantità
sacrificata di un bene x e la quantità così ottenuta di un altro bene y.

𝒒𝒖𝒂𝒏𝒕𝒊𝒕à  𝒔𝒂𝒄𝒓𝒊𝒇𝒊𝒄𝒂𝒕𝒂  𝒅𝒆𝒍  𝒃𝒆𝒏𝒆  𝒙


𝑪 − 𝑶  𝒃𝒆𝒏𝒆  𝒚 =  
𝒒𝒖𝒂𝒏𝒕𝒊𝒕à  𝒐𝒕𝒕𝒆𝒏𝒖𝒓𝒂  𝒅𝒆𝒍  𝒃𝒆𝒏𝒆  𝒚  

Possiamo quindi sintetizzare in 2 passaggi il procedimento per calcolare il C-O di 1 unità aggiuntiva
di beni di consumo :

1.   Scrivo la quantità dei beni di consumo in relazione ai beni capitali.


2.   Divido entrambe le quantità ottenute per il numero di beni di consumo.

SPOSTAMENTI DELLA FRONTIERA DELLA POSSIBILITÀ DI PRODUZIONE

Il trade-off tra la produzione di beni diversi in un determinato periodo di tempo non è detto che sia
fisso, ma le cose possono cambiare nel tempo. In particolare la FPP si può spostare in 4 diversi
modi:

1.   La FPP si è spostata verso destra: è possibile produrre una maggiore quantità di entrambi i
beni presi in considerazione. Il costo-opportunità rimane invariato, perché la FPP si è
spostata verso destra parallelamente alla curva originaria.
2.   La FPP si è spostata verso destra in modo non parallelo alla curva d’origine: l’aumento
della produttività è maggiore per uno dei due beni. Il costo-opportunità non è invariato.

19  
 
 

3.   La FPP si è spostata verso sinistra (è la situazione opposta al punto 1) : la produttività


diminuisce per entrambi i beni presi in considerazione. Il costo-opportunità rimane
invariato, perché la FPP si è spostata verso sinistra parallelamente alla curva originaria.
4.   La FPP si è spostata verso sinistra in modo non parallelo alla curva d’origine (è la
situazione opposta al punto 2): la produttività diminuisce maggiormente nella produzione
di uno dei due beni. Il costo opportunità non è invariato.

LO SCAMBIO

Ogni società è formata da persone che hanno dei bisogni di consumo che possono essere soddisfatti
in 2 modi:
1.   L’AUTARCHIA, provvedo da solo a produrre ciò di cui ho bisogno, ma consumo solo ciò
che produco.

2.   IMPORTAZIONE (beni prodotti all’estero e venduti nel nostro paese) ED


ESPORTAZIONE ( beni prodotti internamente e venduti all’estero) di prodotti che non
sono in grado di produrre, o che altri producono meglio, ovvero scambiare dei beni,
iniziando a dipendere da altri individui, imprese o nazioni. Quindi consumo ciò che ho
ottenuto in scambio.

Nella maggior parte di casi gli agenti economici propendono per la seconda alternativa, perché
possono ottenere molti più vantaggi, ed anche uno dei 10 principi cardine dell’economia afferma
che “lo scambio può essere vantaggioso per tutti”.

Quali sono i vantaggi dello scambio ?


1.   Lo scambio permette ai produttori di specializzarsi in ciò che sanno fare meglio.

2.   I produttori che si specializzano, scambiando con gli altri agenti, riescono a consumare di
più e dunque migliorano il proprio benessere.

La specializzazione in particolare dipende dalle DIFFERENZE NEI COSTI DI PRODUZIONE,


che possiamo calcolare analizzando alternativamente:

1.   IL COSTO DI PRODUZIONE , cioè la quantità di input necessaria per produrre


un’unità di output. In questo caso dobbiamo introdurre il concetto di VANTAGGIO
ASSOLUTO che è la capacità di produrre un bene usando una minore quantità di fattori di
produzione rispetto ad un altro produttore.

2.   IL COSTO OPPORTUNITÀ di un bene. In questo caso dobbiamo introdurre un concetto


che prende il nome di VANTAGGIO COMPARATO, definibile come la capacità di
produrre un bene a un costo-opportunità inferiore rispetto a un altro produttore.

Quanto maggiore è il vantaggio di un Paese nella produzione del bene x, tanto più è il costo
opportunità della produzione del bene y. Quando ogni individuo si specializza nella
produzione di un vantaggio comparato, la produzione totale dell’economia cresce.
Dobbiamo precisare che è possibile che un solo individuo goda di un vantaggio assoluto
20  
 
 

nella produzione di entrambi i beni, ma non è possibile che un individuo abbia un vantaggio
comparato in entrambi: infatti il costo-opportunità di un bene è il reciproco di quello
dell’altro e, quindi, se uno è basso in termini relativi, l’altro non potrà che essere altro,
sempre in termini relativi.

Per rapportarsi con il mercato globale, un paese deve stabilire se è per lui conveniente essere
esportatore o importatore di un determinato bene.

Se il prezzo interno di un bene x è basso, allora produrlo avrà un costo contenuto e si potrà
ipotizzare che il paese produttore avrà un vantaggio comparato nella sua produzione, rispetto al
resto del mondo. Il paese guadagna esportando quel determinato bene.

Se invece, il prezzo interno di un bene x è alto, allora è molto costoso produrlo e ipotizziamo che gli
altri paesi abbiano un vantaggio comparato nella produzione di quel bene. Il paese guadagna
importando il bene x, scambiandolo con un bene y prodotto internamente.

Quindi diremo che: SE P.I < P.M SI ESPORTA

SE P.I > P.M SI IMPORTA

Dove P.I = prezzo interno P.M = prezzo mondiale

EFFETTI DELL’ESPORTAZIONE

•   Aumenta il PREZZO INTERNO poiché si allinea a quello mondiale dal momento che
nessun venditore accetterebbe un prezzo minore di quello mondiale e nessun compratore
sarebbe disposto a pagare uno maggiore.
•   Si riduce il SURPLUS DEL CONSUMATORE.
•   Aumenta il SURPLUS DEL PRODUTTORE, il commercio internazionale incrementa e
ridistribuisce il benessere sociale a vantaggio dei produttori.

21  
 
 

EFFETTI DELL’IMPORTAZIONE

•   Diminuisce il PREZZO INTERNO poiché si allinea a quello mondiale


•   Aumenta il SURPLUS DEL CONSUMATORE.
•   Diminuisce il SURPLUS DEL PRODUTTORE, il commercio internazionale migliora le
condizioni vedono migliorare le proprie condizioni a discapito dei produttori

LE RESTRIZIONI DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE

Il DAZIO è un’imposta sui beni importati (quindi è rilevante solo per i paesi che importano).
Esso spinge al rialzo il prezzo di un prodotto importato, rispetto al prezzo mondiale: i produttori
interni possono ora vendere il proprio bene ad un prezzo pari alla somma del dazio e del prezzo
mondiale. Il cambiamento del dazio condiziona il comportamento dei compratori e dei venditori
interni: dato che il dazio fa aumentare il prezzo del bene x, la Q domandata interna si contrae,
mentre la Q offerta aumenta. Quindi il dazio riduce le importazioni e fa muovere il mercato
interno verso una posizione più vicina all’equilibrio in assenza di scambi, ma genera introiti per lo
Stato.

Il CONTINGENTAMENTO è un limite imposto alla quantità di un bene prodotto all’estero


che può essere venduto e acquistato all’interno (licenza di importazione). Il contingentamento
spinge il prezzo interno al di sopra del prezzo mondiale; la quantità domandata si contrae, mentre la
quantità offerta si espande. Quindi, essendo aumentato il prezzo interno, i venditori nazionali sono
avvantaggiati e i compratori nazionali danneggiati; anche i detentori di licenze di importazione
sono avvantaggiati, perché realizzano un profitto acquistando il bene al prezzo mondiale e
rivendendolo ad un prezzo interno più elevato.

22  
 
 

DIETRO L’OFFERTA: LE IMPRESE IN UN MERCATO CONCORRENZIALE

Un mercato è concorrenziale se venditori e compratori hanno dimensioni irrilevanti rispetto a


quelle del mercato stesso e, di conseguenza, non possono influenzare i prezzi.

I COSTI DI PRODUZIONE

Tutte le imprese, dalle più grandi alle più piccole, devono sostenere dei costi per produrre il bene o
il servizio che offrono nel mercato. I costi, dunque, risultano essere un fattore determinante delle
decisioni di produzione e di prezzo. Ma cos’è un costo? Per dare una risposta alla precedente
domanda occorre rifarsi alla definizione di costo-opportunità: il costo di un bene è ciò a cui si deve
rinunciare per ottenerlo/per poterne disporre. I costi, a seconda della loro natura, si distinguono in:
-   Costi espliciti: i costi che richiedono un esborso di denaro da parte dell’impresa;
-   Costi impliciti: i costi che non richiedono un esborso di denaro da parte dell’impresa. Un
costo implicito molto importante in quasi tutte le imprese è il costo-opportunità del
capitale finanziario investito nell’attività. Supponiamo che Tizio abbia impiegato 300000
euro dei suoi risparmi per acquistare una fabbrica di scarpe; se Tizio avesse depositato
quella somma di danaro in banca, ad un tasso del 5%, avrebbe guadagnato 15000 all’anno. I
15000 euro rappresentano il mancato guadagno a cui Tizio ha dovuto rinunciare per dare
inizio alla sua attività imprenditoriale; dunque rappresentano il costo-opportunità del
capitale finanziario investito nell’attività.
Dunque, nell’analizzare il comportamento delle imprese, è importante tenere in considerazione tutti
i costi-opportunità della produzione: alcuni di questi (come i salari che vengono corrisposti ai
dipendenti) sono espliciti; altri (come il reddito a cui l’imprenditore rinuncia per dedicarsi alla
propria attività) sono impliciti.

PRODUZIONE E COSTI

Le imprese sostengono costi per acquistare i fattori necessari alla produzione dei beni e dei servizi
che vendono. L’ipotesi da cui muove l’analisi che segue sulla funzione di produzione è la seguente:
la dimensione dell’impresa di Tizio è fissa e Tizio può modificare la quantità offerta del bene
prodotto o del servizio offerto solo aumentando o riducendo il numero di addetti; tale ipotesi è però
realistica solo nel breve periodo – ossia l’orizzonte temporale entro il quale alcuni fattori di
produzione non possono essere variati. La relazione che intercorre tra la quantità di fattori
produttivi e la quantità di prodotto è detta funzione di produzione. La funzione di produzione può
essere rappresentata mediante una funzione matematica nella quale il livello di produzione (Q) è
dipendente da due fattori di produzione, capitale (K) e lavoro (L):
Q = f (K, L)
Al fine di comprendere come un’impresa determini il numero di lavoratori da assumere e la quantità
da produrre occorre introdurre il c.d. prodotto marginale. Il prodotto marginale di un fattore di
produzione (P’F) è l’aumento di produzione che si ottiene impiegando una unità addizionale del
fattore stesso, e può essere rappresentato come:

WXY3XZ3[\]  ^]__X  `Y[^aZ3[\]  b[bX_]


P’F =
WXY3XZ3[\]  ^]__X  caX\b3bà  ^]_  1Xbb[Y]  ^3  `Y[^aZ3[\]

Il prodotto marginale del lavoro, quindi, può essere indicato come:


ef
P’L =
eg
Se utilizziamo il calcolo differenziale, il prodotto marginale corrispondente a una variazione
infinitesimale della quantità di lavoro impiegata sarebbe dato dalla derivata parziale:
23  
 
 

hf
P’L =
hg

In questo caso utilizziamo le derivate parziali perché la funzione di produzione ha più di una
variabile indipendente (capitale e lavoro). Ci interessa calcolare il tasso di variazione di Q (quantità
di bene prodotto) al variare di K (capitale) ed L (lavoro), tenendo costante l’altra variabile: di
conseguenza, per determinare il prodotto marginale del lavoro, differenziamo Q rispetto a L
tenendo K costante. Dopo aver calcolato il prodotto marginale del lavoro per ogni aumento di una
unità al numero totale di lavoratori si nota che al crescere del numero degli addetti alla produzione,
il prodotto marginale diminuisce. Questa caratteristica viene detta prodotto marginale
decrescente: essa è la proprietà per la quale il prodotto marginale di un fattore di produzione
diminuisce all’aumentare della quantità del fattore stesso. Nell’impresa tipo la funzione di
produzione diventa progressivamente più piatta all’aumentare della quantità prodotta, a causa del
fatto che il prodotto marginale è decrescente; di conseguenza, la curva di costo totale di un’impresa
tipo diventa progressivamente più ripida all’aumentare della quantità prodotta. Infine il costo totale
per produrre la quantità Q è pari alla somma dei costi di tutti i fattori di produzione: C(Q) = PL x
L(Q) x+ PK x K(Q) dove PLè il prezzo
orario del lavoro, PK è il prezzo del capitale, e L(Q) e K(Q) sono, rispettivamente, il numero di ore
di lavoro e l’ammontare del capitale impiegati per produrre Q unità di prodotto.

LE DIVERSE MISURE DI COSTO

Dai dati del costo totale di una impresa si possono dedurre altre misure di costo che possono essere
utili nell’analisi delle decisioni di produzione e di prezzo: costi fissi e costi variabili; costo medio
(totale, fisso e variabile) e costo marginale.
Il costo totale di un’impresa è uguale alla somma dei costi fissi e dei costi variabili:
CT(Q) = CV(Q) + CF
Alcuni costi, detti costi fissi, sono indipendenti dalla quantità prodotta: possono variare, ma non in
funzione del livello di produzione, e permangono anche se la quantità prodotta è pari a zero. Altri
costi dell’impresa, detti costi variabili, variano in funzione della quantità prodotta.
Un ruolo fondamentale nella decisione della quantità di un certo bene da produrre è giocato dal
modo in cui i costi variano al variare del livello di produzione. Per decidere tale quantità entrano in
gioco due tipi di costo:
-   Costo medio totale: il costo medio dell’unità prodotta è dato dividendo il costo totale per la
quantità prodotta (CMT = CT/Q). Poiché il costo totale non è che la somma di costi fissi e
costi variabili, il costo medio totale può essere espresso a sua volta come la somma del costo
medio fisso e del costo medio variabile. Il costo medio fisso è pari al totale dei costi fissi
(CF) diviso per la quantità prodotta (CMF = CF/Q) e il costo medio variabile è pari al totale
dei costi variabili diviso per la quantità prodotta (CMV = CV/Q);
-   Costo marginale: l’aumento del costo totale provocato da un incremento della produzione di
una unità, pari al costo dell’unità incrementale di prodotto.
Per l’impresa tipo il costo marginale è una funzione crescente della quantità prodotta; il costo medio
totale, invece, prima decresce e poi cresce all’aumentare della produzione. La curva di costo
marginale interseca la curva di costo medio totale sempre nel punto di minimo.

I COSTI NEL BREVE E LUNGO PERIODO

Per molte imprese la suddivisione dei costi tra costi fissi e costi variabili dipende dall’orizzonte
temporale di riferimento. Poiché molte decisioni sono fisse nel breve periodo ma variabili nel lungo
periodo, la curva di costo di lungo periodo di un’impresa è diversa da quella di breve periodo. Molti
24  
 
 

costi fissi nel breve periodo diventano variabili nel lungo periodo. Di conseguenza, quando
un’impresa modifica il proprio livello di produzione, l’aumento del costo totale può essere più
marcato nel breve periodo che nel lungo periodo.

I RENDIMENTI DI SCALA

L’analisi condotta sino ad ora ha rivelato che nel breve periodo l’impresa può espandere la
produzione modificando l’impiego di alcuni fattori di produzione, per esempio assumendo nuovi
lavoratori o riorganizzando i processi produttivi. Nel lungo periodo l’impresa può usare maggiori
quantità di tutti i fattori di produzione, modificando così la propria capacità produttiva.
I risultati che possono scaturire da un aumento della scala di produzione sono tre:
-   Rendimenti di scala costanti: la proprietà per la quale il costo medio totale di lungo
periodo resta invariato al variare della quantità prodotta;
-   Economie di scala: la proprietà per la quale il costo medio totale di lungo periodo
diminuisce al crescere della quantità prodotta;
-   Diseconomie di scala: la proprietà per la quale il costo medio totale di lungo periodo
aumenta all’aumentare della quantità prodotta.
Quando parliamo di economie di scala ci riferiamo ai costi unitari (o costi medi). Se un’impresa
espande la propria capacità produttiva costruendo un nuovo impianto e impiegando nuovi lavoratori
e nuovi macchinari, il suo costo totale aumenta; ma se l’aumento relativo della quantità prodotta è
maggiore dell’aumento relativo del costo totale, il costo unitario (o medio) diminuisce. Inoltre, il
concetto di scala si riferisce a un aumento proporzionale di tutti i fattori di produzione e alla
conseguente variazione della produzione.
Le economie di scala spesso si generano perché volumi più elevati di produzione consentono di
sfruttare la specializzazione del lavoro e di usare più efficacemente la tecnologia, permettendo a
ciascun lavoratore di migliorare la propria produttività in una specifica mansione. Inoltre
un’impresa operante su grande scala gode della possibilità di negoziare tassi di finanziamento più
favorevoli o di assicurarsi prezzi più bassi presso i propri fornitori grazie all’acquisto di quantità
elevate.
Le diseconomie di scala possono insorgere a causa dei problemi di coordinamento e di
comunicazione tipici delle grandi organizzazioni.

COS’È UN MERCATO CONCORRENZIALE?

Il termine concorrenza si riferisce a una situazione nella quale la presenza di più produttori rivali
permette al consumatore di operare una scelta. Vi è concorrenza se più di una impresa:
-   offre un prodotto identico o simile;
-   offre beni sostituti; inoltre quanto maggiore è il grado di sostituibilità dei beni, tanto
maggiore è la concorrenza;
-   costruisce o consolida i rapporti con i consumatori.
A un estremo della scala della concorrenza si trova il mercato perfettamente concorrenziale, che si
distingue per alcune caratteristiche:
-   nel mercato è presente una moltitudine di venditori e di compratori;
-   i beni offerti dai venditori sono perfetti sostituti;
-   compratori e venditori sono perfettamente informati;
-   non esistono restrizioni all’ingresso e all’uscita dal mercato;
-   le imprese devono subire il prezzo.

25  
 
 

IL RICAVO DI UN’IMPRESA IN CONCORRENZA E MASSIMIZZAZIONE PROFITTI

L’impresa che opera in un mercato concorrenziale subisce il prezzo, per cui il suo ricavo è
proporzionale alla quantità offerta. Il prezzo del bene è dunque identico sia al ricavo medio sia al
ricavo marginale dell’impresa. Il ricavo medio è dato dividendo il ricavo totale per la quantità
venduta, mentre il ricavo marginale è l’aumento del ricavo totale associato a un incremento unitario
della quantità venduta. Un obiettivo delle imprese è massimizzare il profitto, che è uguale alla
differenza tra il ricavo totale e il costo totale (π = RT – CT). Per massimizzare il profitto, l’impresa
produce la quantità in corrispondenza della quale il ricavo marginale è uguale al costo marginale;
ma poiché per l’impresa in un mercato concorrenziale il ricavo marginale è uguale al prezzo, la
quantità prodotta sarà quella per cui il costo marginale è uguale al prezzo. Da ciò consegue che la
curva di costo marginale è la curva di offerta dell’impresa.Nel breve periodo un’impresa non può
evitare i costi fissi, quindi sospende la produzione se il prezzo è minore del costo medio variabile.
Nel lungo periodo l’impresa può evitare sia i costi variabili sia i costi fissi, quindi esce dal mercato
se il prezzo è minore del costo medio totale.

LA CURVA DI OFFERTA IN UN MERCATO CONCORRENZIALE

Affrontiamo ora due casi distinti: un mercato con un numero determinato di imprese; e un mercato
nel quale il numero di imprese può variare per effetto delle dinamiche di entrata e di uscita dal
mercato. Tali due casi riflettono due orizzonti temporali diversi: nel breve periodo spesso è difficile
per un’impresa decidere di uscire dal (o entrare nel) mercato, e quindi l’ipotesi di numero
determinato di imprese è plausibile; viceversa, nel lungo periodo gli ostacoli all’entrata o all’uscita
sono meno vincolanti e il numero delle imprese può adattarsi alle condizioni del mercato.
In un mercato con libertà di entrata e di uscita, nel lungo periodo i profitti tendono a zero.
Nell’equilibrio di lungo periodo le imprese producono la quantità corrispondente alla propria scala
efficiente, il prezzo è uguale al costo medio totale e il numero delle imprese presenti nel mercato si
aggiusta in modo da soddisfare la quantità domandata a quel prezzo.
I cambiamenti della domanda hanno effetti diversi in corrispondenza di diversi orizzonti temporali.
Nel breve periodo un aumento della domanda provoca un aumento del prezzo, generando profitti;
mentre una contrazione della domanda determina un abbassamento del prezzo, provocando perdite.
Ma se le imprese possono liberamente entrare nel (o uscire dal) mercato, nel lungo periodo il
numero delle imprese attive nel mercato si aggiusta in modo da riportare il mercato all’equilibrio di
profitto nullo.

26  
 
 

IL MONOPOLIO
Il monopolio è un regime di mercato in cui vi è un solo venditore. Non essendoci concorrenza
nel mercato, l’impresa ha potere di mercato e, diversamente da quello che accade in concorrenza
perfetta, può incrementare il proprio profitto fissando un prezzo maggiore dei costi marginali.
Diremo quindi che il monopolista è un price maker e non un price taker come sono gli attori
economici del mercato perfettamente concorrenziale. Ciò significa banalmente che il monopolista è
in grado di aumentare il prezzo del prodotto/servizio senza azzerare le vendite; in un mercato
perfettamente concorrenziale, se un venditore alzasse il prezzo le vendite si azzererebbero perché i
consumatori, essendo il prodotto omogeneo, si rivolgerebbero ad altri venditori.

Come tutte le imprese anche il monopolista persegue la regola di massimizzare i profitti. Il


problema dell’impresa in monopolio è quindi scegliere se produrre, quanto produrre in modo da
massimizzare i profitti. Una volta deciso quanto produrre, l’impresa avendo potere di mercato,
fisserà un prezzo di vendita pari alla massima disponibilità a pagare dei consumatori per le unità
prodotte sulla base della funzione di domanda di mercato.

Le cause fondamentali del monopolio sono le barriere d’entrate: il monopolista è l’unico


venditore presente sul mercato perché altre imprese non possono entrarvi e competere con lui.
Quanto più le barriere di mercato sono forti, tanto più è difficile per un’ impresa entrare nel
mercato e tanto più potere il monopolista è in grado di esercitare.

Le barriere d’entrata vengono generate da 4 principali cause:

1.   MONOPOLIO DELLE RISORSE, è il modo più semplice per creare un monopolio e si


verifica quando una risorsa chiave è detenuta da un’unica impresa. Il monopolista ha un
potere di mercato ben più grande di quello della singola impresa operante in un mercato
concorrenziale. Nella pratica sono pochi i monopoli che nascono per questa ragione: le
economie reali sono molto grandi e le risorse sono di molti attori economici.
2.   MONOPOLIO DI STATO, è il caso in cui lo Stato concede a un’unica impresa il diritto
esclusivo di produrre e vendere un determinato servizio o bene. A volte accade ciò per
l’influenza politica che ha il monopolista. A volte invece i governi concedono un monopolio
perché ritengono che sia nell’interesse della salute pubblica controllare la vendita di un
determinato bene. (ex. Vendita dell’alcol in Svezia). Altri esempi di monopolio di stato sono
il brevetto o il diritto d’autore.
3.   MONOPOLIO NATURALE, è un monopolio che sorge perché una sola impresa è in grado
di fornire al mercato un bene o un servizio a costi più bassi de quelli di due o più imprese.
Quando gode di monopolio naturale un’impresa non teme che nuovi concorrenti possano
entrare nel mercato ed erodere il suo potere monopolistico. Infatti generalmente, il profitto di
un monopolista è molto attraente per i potenziali entranti e le nuove entrate rendono il
mercato molto concorrenziale. Ma entrare in un mercato in cui l’impresa dominante ha un
monopolio naturale, non è affatto allettante per le nuove industrie: i potenziali entranti sanno
che non potranno mai raggiungere lo stesso livello di costo del monopolista perché ad ogni
nuova entrata ogni nuova impresa può contare su una quota di mercato sempre più ridotta. In
alcuni casi, la dimensione del mercato è una delle determinanti del monopolio naturale.
4.   CRESCITA ESTERNA, molte delle più grandi imprese al mondo sono cresciute tramite
acquisizioni, fusioni o offerte pubbliche d’acquisto di altre società. Il settore in cui operano
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le imprese diventa dunque più concentrato poiché il numero di imprese che operano nel
settore diminuisce. Uno degli effetti di questo fenomeno è che un’impresa può acquistare un
potere monopolistico sui concorrenti e ad erigere barriere all’entrata epe rendere più difficile
l’ingresso di nuove imprese nel settore.

DECISIONI DI PRODUZIONE E PREZZO IN REGIME DI MONOPOLIO

Abbiamo già detto che la differenza fondamentale tra il monopolio e la concorrenza è la capacità
della prima di influenzare il prezzo di mercato del proprio prodotto. Un modo per evidenziare
questa differenza è considerare la curva di domanda con la quale esse interagiscono. Analizzando la
massimizzazione del profitto dell’impresa concorrenziale, abbiamo descritto graficamente il prezzo
di mercato come una retta orizzontale. Dato che l’impresa concorrenziale può vendere qualsiasi
quantità a quel prezzo, la sua curva di domanda è orizzontale. Se l’impresa applicazze un prezzo
superiore a P0, perderebbe le proprie vendite a favore dei concorrenti dato che il bene è
perfettamente sostituibile con quello delle altre imprese attive sul mercato.

L’impresa monopolistica invece essendo l’unico produttore ha una curva di domanda che
corrisponde alla domanda di mercato. La curva di domanda del monopolista avrà dunque pendenza
negativa: se il monopolista aumenta il prezzo del bene, i consumatori ne acquisteranno in
proporzione inferiore, se riduce la quantità offerta il prezzo tende a salire. Se potesse il monopolista
preferirebbe vendere enormi quantità del bene prodotto a prezzi esorbitanti; ma ciò è impossibile
data la struttura della domanda di mercato. Infatti la curva di domanda di mercato descrive le
combinazioni di prezzo e quantità che il monopolista ha a disposizione: modificando la quantità
prodotta il monopolista può scegliere di collocarsi in qualsiasi punto della curva di domanda, ma
mai al di fuori di quella.

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