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Democrazia è qualità del voto:

la proposta di un liceo milanese sulle orme di J.S. Mill


Di​ ​TOMMASO ROPELATO

​ atentino civico”​ per essere ammessi nelle


Essere dotati di un “p
cabine elettorali: questa è l’idea nata tra i banchi del liceo
scientifico Enrico Fermi di Milano per sensibilizzare i cittadini
sulla ​conoscenza della Costituzione italiana, in vista
dell’imminente appuntamento con il voto europeo. Progetto che
gli studenti vorrebbero presentare al Quirinale davanti al
presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Muniti di videocamere, i ragazzi del liceo Fermi hanno
realizzato una ricerca sul campo per capire quanto sia
realmente conosciuta la Carta fondamentale della Repubblica
italiana: «​abbiamo intervistato tante persone per le vie e i
mercati di Milano ma ​solo pochi sapevano quali fossero i
contenuti degli articoli della Costituzione, compresi quelli
fondamentali​», commentano gli studenti mentre passano in
rassegna i dati raccolti. Da qui l’idea di introdurre il patentino
che attesti la conoscenza, almeno basilare, dei principi
fondamentali sui cui si basa la Carta. D’altronde, se per guidare
non basta avere diciott’anni ma bisogna dimostrare di sapere
cosa si sta facendo, perché non dovrebbe valere lo stesso
quando si vota? I ragazzi del liceo Fermi accolgono così l’invito
espresso in un discorso che ​Pietro Calamandrei​, tra i “padri”
della Carta, rivolse nel 1955 agli studenti milanesi: «​Voi giovani
alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, ​farla vivere […]
siamo parte di un tutto, un tutto nei limiti dell’Italia e del
mondo​». La proposta dei liceali milanesi veniva elaborata
proprio mentre il Parlamento si apprestava ad approvare, in
via definitiva, la legge che reintroduce l’​educazione civica
obbligatoria nelle scuole: tornerà infatti in tutte le classi delle
scuole elementari e medie già da settembre. […]

Uno vale uno?


In questo clima di generale (e speriamo non apparente)
ri-affezionamento civile, e in particolare in riferimento alla
proposta dei ragazzi del liceo Fermi, è interessante rileggere
alcune tesi e proposte (che potremmo definire decisamente in
anticipo sui tempi) che ​John Stuart Mill include nelle sue
“​Considerazioni sul governo rappresentativo​” (1861). Mill
concepisce la libertà come autonomia, come possibilità di
provare a costruire ciascuno la propria vita a proprio modo.
Questa libertà va a vantaggio di tutti​, perché una società più
creativa è anche più innovativa e più prospera («​Quando vi è
più vita nelle singole unità, ve ne è di più anche nella massa che
compongono​», scrive nel saggio “​Sulla libertà​”). Ma vi è in tale
concezione un enorme ​pericolo​: la democrazia come “puro”
governo del popolo esporrebbe lo Stato al ​rischio reale di
trovarsi nelle mani della massa (più o meno colta essa sia), in
balia dei suoi desideri, dei suoi umori e della sua
influenzabilità. In assenza di un bagaglio minimo di elementi
culturali in grado di orientare nello spazio dell’agone pubblico
il cittadino elettore, la titolarità dei diritti politici rischia di
diventare un inaccettabile ​esercizio d’irresponsabilità
collettiva​. Escludere però in via definitiva una parte della
cittadinanza dai processi decisionali ripugnava alla sua
coscienza di autentico liberale. Fra i meccanismi per frenare il
possibile dispotismo della maggioranza, Mill immaginò il
suffragio «​a peso variabile​», che avrebbe consentito ai più
istruiti di ​contare di più. A questo voto «​pesante»​ si sarebbe
potuti accedere con «​esami volontari accessibili a tutti»​ .
Muniti insomma di una carta che “​attesti il proprio grado di
educazione alla vita politica e civile​”. Per Mill infatti la
democrazia è qualità del voto​, e del dibattito che lo precede,
e non quantità (così come il suo utilitarismo su tale punto si
differenzia da quello di Bentham). Certo ha un bel dire Mill che
«​i soggetti di un voto meno influente non dovrebbero sentirsi
irritati per questo​», e che «​solo un pazzo​» può offendersi perché
«​si riconosce l’esistenza di altri con opinioni e aspirazioni
superiori alle sue​». È a tutti chiaro, oggi come ieri, che una
società esiste proprio perché ciascuno ha competenze diverse
dagli altri: il panettiere ha bisogno dell’idraulico e il sarto del
pizzaiolo. Nessuno «​si sente irritato​» per questo. Ma in
ciascuno di noi vi è l’orgogliosa consapevolezza che la vita
pubblica è un’altra cosa, e che suffragio universale implica
l’​equivalenza del valore delle opinioni​. In una democrazia
presa sul serio​, davvero ​uno vale uno​. Un secolo e mezzo fa, si
pensava che governo popolare ed istruzione di massa
sarebbero andate assieme. Per lo stesso Mill, «​uno dei
principali meriti di un governo libero è proprio quello di educare
l’intelligenza e i sentimenti persino degli strati sociali più bassi
chiamati a prendere parte alle decisioni»​ . Il suffragio universale
avrebbe costituito una sorta di palestra, l’abitudine a prendere
decisioni ci avrebbe reso decisori migliori. Ma l’elettore
razionale che legge i programmi e si sposta da sinistra a destra
a seconda delle circostanze, è una fantasia. Il “​voto di pancia​”
è assai più probabile: capire chi propone cosa, e poi verificare
che lo faccia, richiede troppa fatica e tempo. ​Né è certo che i più
colti ed informati siano liberi da pregiudizi​.
Eppure, anche solo per sana provocazione, è interessante
chiedersi se non sarebbe opportuno concedere un maggior
“peso” in termini elettorali a quanti siano meglio informati. La
democrazia era uno dei pochi tabù dei nostri tempi: mettere in
dubbio il principio ​una-testa-un-voto ​significava ​auto-esiliarsi
dal dibattito pubblico. Molto si ragionava, semmai, su come
estenderne le frontiere: sanare il «deficit democratico» dell’Ue,
sperimentare forme partecipative, esportare istituzioni
democratiche dove non ci sono. ​Ma non sempre il ​demos​,
quando vota, ​si rivela all’altezza delle aspettative dei
democratici. Forse il dilemma di John Stuart Mill potrebbe
trovare adeguata e definitiva soluzione nella democrazia
minimale propugnata dal filosofo del diritto Bruno Leoni. Uno
Stato minimo all’interno del quale le decisioni collettive siano
ridotte all’indispensabile, di modo che ciascuno sia quanto più
artefice della propria sorte e tanto meno responsabile delle
decisioni che incidono sulla vita altrui. Intanto qualcosa pare
muoversi: sempre meglio prevenire che curare, perché sarebbe
troppo tardi, il sintomo della crescente difficoltà di un ​voto
«​riflessivo»​ .

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