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Da: Bagnasco, Barbagli, Cavalli

Elementi di sociologia - Il Mulino 2006

Economia e società
CAPITOLO 12

Affrontando il problema delle origini della società moderna abbiamo visto l’influenza
decisiva dei cambiamenti nel modo di commerciare e poi di produrre con la nascita del
capitalismo. Questo capitolo introduce allo studio sociologico delle attività economiche
nelle società a economia di mercato, considerando però altre forme di produzione e di
scambio, che con le relazioni di mercato si combinano.

1. IL POSTO DELL’ECONOMIA NELLA SOCIETÀ


Nel XVIII secolo, a partire dall’Inghilterra, si sviluppa in Europa la rivo- Le economie preindu-
luzione industriale. Questa svolta della storia è così importante che spes- striali
so le economie precedenti sono comprese in un’unica categoria, con la
definizione di preindustriali. Si tratta di una semplificazione eccessiva,
che però ha un suo fondamento. Nelle economie preindustriali, essendo
semplici le tecniche di produzione utilizzate, la produttività del lavoro,
vale a dire la quantità di un prodotto che in media una persona può
produrre in un certo tempo, era in generale più bassa. Ne derivava che
una parte importante del prodotto era in quelle società destinata alla
sussistenza degli stessi produttori, ovvero all’autoconsumo.
Un’agricoltura abbastanza efficiente da consentire un sovrappiù per la Surplus agricolo e diffe-
sussistenza di persone che non lavorano nei campi è la condizione es- renziazione
senziale perché compaiano artigiani, guerrieri, funzionari, sacerdoti, e
perché dunque la società diventi via, via più complessa, con istituzioni
e ruoli differenziati e specializzati. Questo processo di differenziazione
comincia nella preistoria e si rafforza nel corso della storia.
Anche la comparsa di istituzioni e organizzazioni economiche specia-
lizzate con lo sviluppo del mercato è un aspetto del processo di diffe-
renziazione strutturale. Si tratta di un punto importante: questo signi-
fica infatti che le attività e le relazioni economiche nelle società prein-

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dustriali non sono mai del tutto distinguibili da altri tipi di relazioni
sociali. Ciò riguarda ogni aspetto dell’economia: le motivazioni degli
attori come l’organizzazione sociale della produzione e le forme di di-
stribuzione dei mezzi di sussistenza.
Le società hanno affrontato in modi diversi i loro bisogni di sussisten-
za con l’uso della terra, così come in forme diversissime sono stati com-
binati e organizzati i fattori della produzione: la terra e le altre risorse
naturali, gli attrezzi e le tecniche di produzione, il lavoro dell’uomo.
Per fare ordine in questa varietà ci si può chiedere se siano individua-
bili in astratto alcuni tipici modi di integrazione dell’economia nella
società, ovvero sistemi di regole secondo cui in una società il lavoro, le
risorse e i prodotti sono distribuiti e destinati ad attività di produzione
e consumo.
Pur essendo immensa la varietà delle economie concrete, antiche e
moderne, si individuano soltanto tre modi fondamentali di integrazio-
ne, definiti reciprocità, redistribuzione, scambio di mercato [Polanyi
1944]. Nelle società conosciute, l’economia è integrata nella società
secondo uno di questi modi tipici, per lo più combinato con gli altri.
Dal momento in cui la società ha raggiunto un certo grado di comples-
sità e differenziazione strutturale, la combinazione di modi diversi deve
essere considerata la norma.

1.1. Reciprocità

Reciprocità generalizzata Per reciprocità si intende la prestazione di servizi o la cessione di beni


e bilanciata materiali, con la previsione di avere successivamente una restituzione
di servizi o beni in modi, quantità e tempi fissati da norme culturali. Si
distinguono due tipi essenziali di reciprocità [Sahlins 1972].
• Il primo è la reciprocità generalizzata, che non ha contenuti precisi,
non fissa limiti di tempo e non richiede neppure che ciò che viene
restituito abbia lo stesso valore economico di quanto è stato dato. Di
questo tipo sono i rapporti all’interno della famiglia, dove si dà e si
riceve senza fare di conto, dove i nuovi nati solo ricevono e poi solo
danno ai genitori vecchi se questi sopravvivono.
• Il secondo tipo è la reciprocità bilanciata, che riguarda relazioni al-
l’esterno della famiglia, nella cerchia della parentela allargata e tra fa-
miglie all’interno della stessa comunità. Al contrario del caso prece-
dente, qui lo scambio prevede una restituzione equivalente in valore,
calcolata con molta precisione, in tempi definiti e di solito brevi. Una
festa alla quale si invitano i vicini in occasione dell’uccisione di animali
allevati, o lo scambio di lavoro fra famiglie contadine sono esempi di
reciprocità bilanciata.
I due tipi di reciprocità sono accomunati dal fatto che si tratta di rela-

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zioni regolate da norme e sanzioni morali, le quali hanno anche un


contenuto economico, ma incapsulato, per così dire, all’interno di re-
lazioni sociali, dalle quali non può essere separato. Le relazioni descrit-
te assomigliano più al dono che a uno scambio economico, nel senso
moderno del termine, e proprio come i doni esse esprimono e servono
a confermare dei legami sociali. L’attesa di una restituzione, per chi ha
dato, e l’essere tenuto a restituire secondo modi dovuti, per chi ha
ricevuto, mantiene aperta la relazione fra persone e famiglie e la ripro-
duce nel tempo, stabilendo delle aspettative ricorrenti. D’altro canto,
chi non rispetta gli obblighi della reciprocità nella famiglia è disprezza-
to e isolato; il non rispetto degli obblighi della reciprocità bilanciata,
secondo la consuetudine, produce la rottura della relazione fra le fami-
glie e magari una vendetta che può apparire anche sproporzionata ri-
spetto al valore economico limitato dello scambio, ma che si compren-
de perché sancisce appunto una rottura totale della relazione.
Nelle società a economia di reciprocità non esistono organizzazioni eco- Società a economia di re-
nomiche separate dalla famiglia, e la posizione nella famiglia definisce ciprocità
anche la posizione nel processo produttivo: il capofamiglia organizza il
lavoro e questo è diviso secondo l’età e il sesso. Gli obblighi di lavoro e
di reciprocità possono poi prendere forme precise e complicate secondo
i diversi gradi di parentela, stabilendo chi può scambiare con chi e quali
cose. Gli scambi e la cooperazione si svolgono dunque all’interno di re-
lazioni stabili nel tempo, e queste sono relazioni complesse, con più si-
gnificati e soprattutto mai solo economiche. Per esempio, lo scambio di
lavoro per cui le diverse famiglie di una comunità di contadini si aiutano
ogni anno per il raccolto del grano è una stabile relazione economica, ma
insieme è l’occasione per feste periodiche, scambi di informazioni, man-
tenimento di legami fra famiglie altrimenti separate. Il termine «tresca-
re», con il quale si indica ancora oggi tessere legami amorosi, deriva da
un verbo tedesco che significa «battere il grano», perché appunto in
occasione della battitura i giovani di diverse famiglie si incontravano, si
faceva festa e si combinavano matrimoni.
Sino alla comparsa di società agrarie relativamente complesse e diffe-
renziate, lo schema della reciprocità è stato il modo tipico di integra-
zione dell’economia nella società, e si è poi conservato in combinazio-
ne con gli altri modi. L’economia di reciprocità continua a essere pre-
sente e importante anche nelle nostre società sviluppate: basta pensare
alla normale vita in famiglia o agli aiuti che ci scambiamo con gli amici.
I casi di pura economia di reciprocità sono invece oggi rari, ma presen-
ti per esempio nelle foreste dell’Amazzonia e in Nuova Guinea, men-
tre la reciprocità come forma dominante è diffusa in un gran numero
di tribù dell’Africa, nelle isole del Pacifico e altrove. Questo è il motivo
per cui sono soprattutto stati gli antropologi a occuparsene.
Uno dei casi di reciprocità più complicati e organizzati su vasta scala L’anello di Kula
conosciuti è il cosiddetto anello di Kula, studiato dall’antropologo

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Direzione del movim


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ovimento di bracciali Sudest

Vie commerciali Comunità del Kula

fig. 12.1. L’anello di Kula. Bronislaw Malinowski (1884-1942). Da tempo immemorabile esiste
Fonte: EMBER e EMBER [1996]. nell’arcipelago delle Trobriand, a est della Nuova Guinea, un rituale
basato sullo scambio di monili fatti di conchiglie. Da isola a isola,
lungo una circonferenza di parecchie centinaia di chilometri si osser-
va una continua circolazione di collane di conchiglie rosse in senso
orario e di braccialetti di conchiglie bianche in senso antiorario (fig.
12.1). Spesso si tratta di monili di particolare bellezza, antichi, con
un loro nome e una storia conosciuta. Coloro che ne possiedono pos-
sono organizzare una spedizione di canoe a un’isola vicina, per por-
tarli in dono agli ospiti, i quali con cerimonie particolari ne doneran-
no in cambio del tipo diverso. Per un certo periodo il braccialetto o
la collana rimarrà presso il nuovo possessore, che potrà ammirarla e
esibirla, fino a quando, con lo stesso rituale, la trasferirà su un’isola
successiva dell’anello. Un giorno lontano, compiuto un intero giro, il
monile comparirà di nuovo nell’isola da dove era partito. L’anello di
Kula consente di possedere beni pregiati, di variarli nel tempo e di
goderne, ma questo contenuto «economico» è solo un aspetto secon-
dario di relazioni sociali più complesse e importanti: attraverso il Kula
si mantengono infatti i rapporti fra popolazioni distanti, conferman-
do un’appartenenza culturale comune. C’è poi anche un secondo
aspetto «economico» rilevante: la cerimonia amichevole e disinteres-
sata crea condizioni di fiducia reciproca per il commercio vero e pro-
prio di altri beni non cerimoniali. Nei due o tre giorni in cui una

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spedizione è ospite su un’altra isola si barattano infatti generi alimen-


tari, vasellame, canoe e altri beni nella produzione dei quali sono spe-
cializzati gli abitanti di isole diverse.
Abbiamo visto che le regole della reciprocità cambiano passando da Reciprocità negativa
relazioni strette di parentela a relazioni più esterne tra famiglie o villag-
gi. In un cerchio ancora più esterno stanno le popolazioni con le quali
non si hanno rapporti. Il concetto di reciprocità negativa è stato usato
per indicare un tipo di relazioni culturalmente prescritte in questa cer-
chia, che sono appunto il contrario e la negazione della reciprocità: in
molte società arcaiche, guerra, furto e rapina sono ammessi nei con-
fronti degli esterni, e sono considerate attività che conferiscono onore.

1.2. Redistribuzione

La redistribuzione è uno schema di integrazione dell’economia nella Concentrazione e redi-


società che comprende un trasferimento di risorse di produzione, di stribuzione dei beni
lavoro, di beni di sussistenza a un «centro», e successivamente un’allo-
cazione e ripartizione di risorse e beni fra i membri della società. Asso-
miglia alla reciprocità all’interno della famiglia, ma se ne discosta per-
ché riguarda strutture sociali più complesse, dove un capotribù o, in
società più diversificate, un signore, con l’aiuto di un apparato ammi-
nistrativo, raccoglie e conserva i prodotti consegnati dai contadini e
dagli artigiani, ne trattiene per sé, e li redistribuisce ai componenti di
diversi strati sociali. Il signore dispone della terra e di altre risorse che
assegna perché vengano lavorate, esige tributi e impone lavori obbliga-
tori periodici (corvées) ai sudditi.
Mentre il contenuto economico della reciprocità è incapsulato all’in- Redistribuzione e potere
terno di rapporti sociali e culturali, quello della redistribuzione è parte politico
di un rapporto politico, che lega in generale dei sudditi a un potere
centrale, il quale offre protezione, servizi collettivi e organizzazione
della società; si riconosce dunque al signore il potere di governo, si
trasferiscono a lui i prodotti, si lavora ai suoi ordini perché si ritiene
che questo faccia parte di un obbligo di fedeltà nei suoi confronti e
perché si teme il suo potere di coercizione. Per gli stessi motivi si accet-
tano l’attribuzione di una parte di terra, particolari benefici economi-
ci, una certa quantità di beni o un ammontare di denaro.
In generale, lo schema della redistribuzione, nella sua forma pura, ser-
ve dunque a definire un’economia regolata da un potere politico cen-
trale. Normalmente, sia nell’antichità sia in epoca moderna, il princi-
pio della redistribuzione è combinato con le altre forme di integrazio-
ne, in particolare con il mercato, come forma dominante oppure se-
condaria. In epoca contemporanea, esso riguarda i modi diversi in cui
uno stato regola l’economia con leggi e atti amministrativi, raccoglie

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risorse con l’esazione fiscale per pagare i suoi funzionari e dare attua-
zione alle leggi, redistribuisce fra la popolazione sussidi e servizi che
direttamente organizza.
Le economie antiche Tutte le grandi economie antiche hanno fatto ricorso al principio della
redistribuzione, in modo più o meno puro, sia che la produzione avve-
nisse presso famiglie di contadini e artigiani, o anche in organizzazioni
più complesse, spesso con il lavoro di schiavi. L’antico Egitto è uno dei
più puri esempi storici di grandi economie di redistribuzione I magaz-
zini del faraone ricevevano i prodotti dei contadini, dei fornai, dei tes-
sitori, dei vasai, e se questi non erano consumati o utilizzati sul posto,
venivano trasferiti a granai, arsenali e cantine centralizzate, per essere
conservati e redistribuiti; i contadini erano periodicamente tenuti a
lavorare un certo numero di giorni all’anno per il faraone, per lavori
diversi fra i quali erano importanti quelli delle opere per la regolazione
delle acque, come la costruzione di canali per l’irrigazione e di argini
per il controllo delle piene. Al tempo della costruzione delle piramidi,
nei mesi di piena del Nilo, quando non potevano lavorare, i contadini
prestavano il loro lavoro per la costruzione di quei grandi monumenti,
nutriti a carico dello stato, mentre relativamente pochi erano gli schia-
vi impiegati. Gli archeologi hanno ricostruito nei dettagli condizioni di
vita e di lavoro degli operai addetti stabilmente alla costruzione delle
grandi tombe rupestri, in epoca successiva. Gli operai ricevevano ogni
mese, come salario, grano, orzo per produrre birra, pesci, legumi, ac-
qua, legna da ardere, vasellame, e a scadenze diverse o in occasioni di
feste, sale, carne e vestiario. Le famiglie vivevano in case costruite dallo
stato e da questo assegnate. Il salario era diverso a seconda della fun-
zione esercitata, ma era sufficiente e spesso le famiglie potevano barat-
tarne una parte con altri prodotti. È stato per noi possibile ricostruire
queste relazioni economiche perché distribuire mezzi di produzione e
salari in natura richiedeva anche una contabilità scritta, che ci è perve-
nuta.
A Babilonia, al tempo del suo massimo splendore, anche la redistribu-
zione era importante, accanto a una crescente economia di mercato.
Roma, l’impero cinese e il Perù precolombiano sono altri importanti
casi di società dove il mercato e la reciprocità erano compresi all’inter-
no di un sistema economico principalmente regolato in forma politica.
Il feudalesimo Il feudalesimo dell’Europa medievale, con la produzione familiare su
terre assegnate, le corvées dei contadini sulle terre del signore, le deci-
me pagate al clero e altre sue istituzioni era un sistema che combinava
un’integrazione politica dell’economia con la reciprocità nelle famiglie
e nelle comunità locali, e una scarsa presenza di mercato; l’aumento
della richiesta di tributi in denaro da parte del signore, per i crescenti
bisogni degli eserciti e con l’allargarsi dei commerci a distanza, intro-
dusse sempre più lo scambio di mercato e minò poco a poco questo
equilibrio.

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1.3. Scambio di mercato

Mercato, nel senso più concreto del termine, significa un luogo dove si Il mercato e la merce
vende e si compra. La compravendita che avviene in questo luogo,
ovvero lo scambio di mercato, è il trasferimento di un bene che ha un
valore economico (in quanto è utile a qualche scopo e non liberamente
disponibile) da un venditore a un compratore, in cambio di denaro.
Un bene comprato e venduto è detto merce.
Tutti conosciamo le discussioni a un mercato rionale: chi compra cer-
ca di pagare meno che può, e chi vende resiste senza abbassare più di
tanto il prezzo. I due finiscono per accordarsi su un prezzo che solo
loro hanno fissato, ma i margini entro i quali hanno contrattato sono
in realtà limitati: chi vende non può rimetterci e chi compra non può
spendere più di quello che ha. I vincoli per loro cambiano poi di
giorno in giorno, e ciò fa capire che alle spalle dei due che contratta-
no alla bancarella ci sono altre, più complicate relazioni economiche
di produzione e di scambio, altri mercati e contrattazioni: il commer-
ciante ha comprato la frutta all’ingrosso, contrattandone il prezzo ai
mercati generali, questi sono stati riforniti da imprese agricole dove
braccianti hanno lavorato nei campi e avventizi hanno raccolto la frut-
ta, contrattando il salario, ogni impresa agricola aveva in precedenza
comprato da una grande impresa chimica i fertilizzanti, che questa
aveva prodotto comprando all’estero materie prime necessarie, e così
via. In un senso più astratto del precedente, l’espressione mercato
viene usata anche per indicare l’insieme di questi rapporti, e per de-
finire il particolare meccanismo di regolazione complessiva dell’eco-
nomia, basato sulla formazione di prezzi fluttuanti a seconda della Moneta, prezzi, tariffe
domanda e dell’offerta.
Bisogna chiarire un apparente paradosso: moneta e prezzi possono
esserci senza che ci sia scambio di mercato in senso proprio. Un’eco-
nomia di redistribuzione, nella sua forma pura non combinata con l’eco-
nomia di mercato, prevede il trasferimento di beni in natura, ma anche
eventualmente pagamenti in denaro, con il quale si potranno però com-
prare quantità di beni a prezzi fissati con un decreto del signore, e non
dalla libera fluttuazione del mercato. Anche le attuali economie preva-
lentemente di mercato comprendono categorie di beni con prezzi fis-
sati per decreto, chiamati prezzi amministrati: in Italia, per esempio,
fino a pochi anni fa la benzina. Dello stesso genere sono le tariffe fissa-
te per un servizio pubblico.
Lo scambio di mercato si è diffuso gradualmente, sino a diventare il
modo dominante di integrazione dell’economia nelle società sviluppa-
te. Oggi viviamo lavorando in cambio di un salario o di uno stipendio,
con il quale compriamo quasi tutto ciò di cui abbiamo bisogno, o de-
stinando alle nostre spese una parte del profitto che ci deriva da un’at-
tività commerciale o da una professione.

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Con l’affermazione del mercato si compie la differenziazione struttu-


rale dell’economia, e il rapporto economia-società si pone in modo
nuovo rispetto al passato: l’economia non è più incapsulata nella socie-
tà, come parte di rapporti culturali o politici e da questi regolata, ma
diventa autoregolata. Nei paragrafi che seguono vedremo separatamen-
te, nei dettagli, due problemi ora enunciati: come il mercato funziona
da meccanismo regolatore dell’economia e i caratteri generali che ha
assunto l’economia regolata dal mercato.

2. IL MERCATO COME MECCANISMO


REGOLATORE DELL’ECONOMIA
Gli economisti spiegano con un modello formale semplificato il mec-
canismo attraverso il quale l’economia è autoregolata attraverso la for-
mazione di prezzi.
Domanda, offerta e prez- Le quantità di una merce che vengono offerte e domandate sul merca-
zo to variano al variare del loro prezzo. I compratori hanno denaro in
quantità limitata rispetto a bisogni diversi; se si comportano come at-
tori razionali, ognuno cercherà di spendere in modo calcolato, distri-
buendo le sue risorse per acquisti di merci diverse. Se una merce è
cara, una persona ne comprerà una piccola quantità, e in generale po-
chi ne compreranno. A prezzi più bassi, una persona sarà disposta a
comprarne una quantità maggiore e la domanda complessiva aumen-
terà. Possiamo rappresentare questa relazione con una linea decrescente
in un grafico cartesiano che riporta sull’asse verticale i prezzi e su quel-
lo orizzontale le quantità (fig. 12.2).
Guardiamo ora dal punto di vista del venditore, supponendo per sem-
plificare che venda beni che lui stesso ha prodotto. Pochi venditori
possono offrire merce a un basso prezzo. Infatti, il ricavo della vendita
deve almeno coprire le spese di produzione e pochi sono capaci di
impiegare al meglio e senza sprechi i mezzi di produzione: il lavoro, le
materie prime, le macchine. Gli altri che progressivamente producono
a costi più elevati, non possono scendere sotto un certo prezzo che è
via, via più elevato. L’offerta aumenta dunque all’aumentare del prez-
zo. Possiamo rappresentare questa seconda relazione con una linea
ascendente nello stesso grafico.
Il punto nel quale le due curve si incrociano è chiamato prezzo di equi-
librio. La figura mostra che negli scambi di mercato, il prezzo di una
merce tende a fissarsi a un livello al quale la quantità complessivamen-
te domandata e quella complessivamente offerta coincidono. Se il prezzo
fosse superiore, ci sarebbe una parte di merce non venduta: in tal caso,
i venditori abbasserebbero il prezzo. Se fosse inferiore, la quantità di
merce disponibile sarebbe venduta a chi può o è disposto a pagare di
più, e il prezzo salirebbe.

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fig. 12.2. Curve di domanda e


Prezzo offerta e formazione del prez-
zo di equilibrio.

Offerta

Domanda

Quantità

Se nel tempo la domanda di una merce cresce, i prezzi tendono dun-


que a salire e il mercato, in questo modo, lancia un segnale ai venditori:
vecchi e nuovi produttori saranno allora invogliati a produrre quantità
aggiuntive di quella merce. Viceversa, se la domanda diminuisce i pro-
duttori si sposteranno ad altre merci. Inoltre, chi produce deve sfor-
zarsi di usare e combinare in modo efficiente i fattori della produzio-
ne; non deve fare sprechi e deve invece cercare di ottenere il massimo
rendimento dall’uso delle materie prime e del lavoro. Se non fa così, il
costo del suo prodotto sarà superiore a quello di altri che producono
in modo più efficiente, con i quali non potrà concorrere sul mercato.
In questo senso si dice che la concorrenza di mercato garantisce effi-
cienza economica.
In sostanza, possiamo concludere che il mercato è una specie di grande
calcolatore, che fornisce informazioni agli operatori economici per
mezzo dei prezzi che si formano e che regola l’economia nel suo insie-
me.
Lo schema presentato è una rappresentazione molto semplificata della
realtà. Anzi, è meglio dire che si tratta di uno schema logico, o di un
modello formale per mezzo del quale osservare una realtà complessa,
che vale solo se si danno certe condizioni particolari: se ci sono molti
venditori e compratori, per esempio, se c’è perfetta conoscenza del
mercato da parte di tutti, se le merci offerte sono perfettamente equi-
valenti. Il mercato spesso si scosta da queste condizioni, e il modello
dovrà allora essere modificato. Quello indicato è comunque lo schema
fondamentale per capire il funzionamento del mercato come meccani-
smo di regolazione.
Anche se questo meccanismo ci è familiare, la sua scoperta è relativa- La mano invisibile
mente recente. Gli economisti del XVIII secolo, come Adam Smith,
rimasero stupiti e affascinati quando si accorsero che una specie di
mano invisibile era capace di combinare una miriade di singoli scam-

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bi, ognuno motivato da un interesse particolare, in un effetto com-


plessivo di regolazione dell’economia che nessuno degli attori si pro-
poneva e neppure immaginava; la meraviglia di Adam Smith e l’ini-
zio della economia politica, ovvero di una scienza specializzata nello
studio della natura e delle cause della ricchezza delle nazioni, come
lui diceva, derivavano dal fatto che sino ad allora il mercato non si
era ancora esteso al punto da diventare il regolatore di un’intera eco-
nomia in crescita.

3. L’ECONOMIA REGOLATA DAL MERCATO


La produzione regolata Se il commercio regolato dal mercato ha origini antiche, più recente è
dal mercato invece la produzione regolata dal mercato. Le prime forme di commer-
cio sono state vendite di beni prodotti da famiglie secondo regole di
reciprocità. Il commercio ha avuto ruoli importanti negli imperi cen-
tralizzati a economia di redistribuzione, dove più dove meno; per quanto
importante sia stata questa diffusione, è però solo quando anche la
produzione viene organizzata su vasta scala in riferimento a regole di
mercato che possiamo parlare in senso completo di economia regolata
dal mercato.
Proprietà privata, capita- L’economia regolata dal mercato si basa sulla proprietà privata dei mezzi
le e profitto di produzione e sul fatto che anche il lavoro è fornito per un compenso
fissato dalle parti con una contrattazione di mercato. Si chiama capita-
le una somma di denaro investito per produrre o commercializzare
delle merci, in vista di un profitto. Una maggiore o minore prospettiva
di profitto, segnalata dalla tendenza dei prezzi di mercato, spinge a
investire in una produzione piuttosto che in un’altra; se chi ha realizza-
to il profitto invece di spendere la somma in consumi la reinveste, si
innesca un processo di accumulazione del capitale che il proprietario
gestisce, e in generale l’economia si sviluppa. In questo modo l’im-
prenditore industriale o commerciale diventa una figura sociale spe-
cializzata, che ha nella società la sola funzione di produrre e vendere,
motivata dal profitto e indirizzata dal meccanismo di mercato. È anzi-
tutto la stessa economia che si incarica di controllarlo perché assolva
alla sua funzione, distribuendo premi o sanzioni: a seconda dei suoi
comportamenti, l’imprenditore guadagna, perde, fallisce.
Imprese e banche L’istituzione fondamentale della produzione e del commercio è l’im-
presa, esclusivamente orientata all’attività economica e distinta dalla
famiglia. L’economia è anche distinta dalla politica: le merci non sono
prodotte su ordine dell’autorità costituita e le quantità e i prezzi non
sono fissati per decreto.
Le banche sono organizzazioni che operano su un mercato particolare:
quello del denaro. Anche il denaro ha un suo prezzo, e può essere pre-
stato a costi diversi, che variano nel tempo. Il mercato, infine, regola

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anche la distribuzione del lavoro alle varie attività: un settore in espan-


sione che non trova operai può aumentare le paghe offerte, per invo-
gliare nuove persone ad offrirsi; l’alto prezzo di un lavoro specializzato
deriva dal fatto che gli specialisti in questione sono pochi, e viene così
stimolata la loro formazione.
L’estensione del mercato anche all’organizzazione della produzione ha
un profondo significato per la struttura della società. Le diverse possi-
bilità di mercato, basate sulle diverse risorse per il processo produttivo
che una persona può offrire (capitale, lavoro specializzato di diversi
tipi, lavoro non specializzato), definiscono infatti la posizione di classe
nella società. Le società a economia di mercato sono dunque struttura-
te in classi (vedi cap. 7). Un sistema economico basato sulla proprietà
privata dei mezzi di produzione, sulla concorrenza economica fra im-
prese e sul lavoro libero pagato a un prezzo di mercato è chiamato
capitalismo.
In regime capitalistico, l’economia non solo è autoregolata, secondo
un meccanismo che la rende efficiente ed elastica, vale a dire capace di
adattare rapidamente produzione e consumi, e le varie produzioni fra
loro al variare delle circostanze e del mutare della domanda. È anche
una parte della società specializzata e differenziata dalle altre, con figu-
re sociali, istituzioni, forme di controllo delle attività che sono sue par-
ticolari.

4. IL RACCORDO FRA ECONOMIA


DI MERCATO E SOCIETÀ
Se, nel senso che si è detto, l’economia è diventata un insieme specia-
lizzato di attività e regole di comportamento, che svolge la funzione di
procurare i mezzi per fini diversi, si pone il problema del suo raccordo
con il resto della società. Questo può essere considerato in relazione a
due aspetti: a) il rapporto fra istituzioni economiche e sistema istitu-
zionale complessivo della società; b) gli interventi politici di regolazio-
ne dell’economia.

4.1. Economia e sistema istituzionale

Commerciare, investire nella produzione, lavorare per guadagnare un Istituzionalizzazione di


salario sono considerati nella nostra società modi legittimi e normali economia e mercato
per procurarsi mezzi per i più diversi scopi; detto in termini sociologi-
ci: l’economia e il mercato sono stati istituzionalizzati. I comportamen-
ti economici che oggi consideriamo normali non devono essere consi-
derati naturali; essi sono emersi e stati accettati lentamente, nel corso

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dei secoli, come frutto di una complessa elaborazione culturale e so-


ciale. La storia dell’istituzionalizzazione del commercio è molto istrut-
tiva a questo riguardo.
La storia dell’istituziona- Nel Mediterraneo orientale, all’epoca della civiltà cretese-micenea fra
lizzazione del commercio il 2000 e il 1200 a.C., il commercio di prodotti come il vino, l’olio, il
vasellame era già ben affermato. La prima tradizione orale su questo è
stata raccolta dall’Iliade e dall’Odissea, dove si trovano giudizi molto
negativi su commercio e commercianti. Il saccheggio e la guerra, non il
commercio, erano considerati modi giusti di arricchirsi.
D’altro canto, la professione di mercante è rimasta a lungo non chiara-
mente definita. Per molto tempo, in tutto il bacino del Mediterraneo, il
commercio non è stato nella mente delle persone ben distinto dalla
rapina o dal furto, anche perché chi andava per mare, a seconda delle
occasioni, scambiava merci o rubava. Non è un caso che nella mitolo-
gia greca Ermes sia protettore insieme dei ladri e dei mercanti, e lo
stesso vale per il Mercurio dei Romani.
Il disprezzo per i mercanti poco a poco si mutò in sospetto e cautela, e
le città greche finirono per accettare il commercio che ritenevano or-
mai indispensabile, ma elevando barriere rigide. Ad Atene i mercanti
non erano uomini liberi, ma stranieri chiamati meteci, un gradino in-
termedio nella scala di stratificazione prima degli schiavi. La loro im-
migrazione era incoraggiata, ma essi rimanevano esclusi dai diritti po-
litici, non potevano possedere terra e dovevano essere rappresentati in
tribunale da un uomo libero loro protettore. Contemporaneamente, si
precisarono e fissarono regole per il commercio e i modi ammessi e
giusti di commerciare.
In forme diverse, presso tutti i popoli si trovano simili processi di na-
scita e lenta istituzionalizzazione del commercio. Secoli dopo l’epoca
delle città-stato greche, dall’altra parte della terra, l’impero azteco co-
nosce un mercato fiorente: il conquistatore Cortés lo descrive in una
lettera all’imperatore Carlo V, osservando che i commercianti sono te-
nuti a essere «umili» e che le loro ricchezze possono anche essere con-
fiscate, se aumentano troppo.
In Europa, verso la fine del Medioevo, i centri di maggior sviluppo
sono le città italiane; i tre padri fondatori della nostra letteratura mo-
strano bene come stanno cambiando gli atteggiamenti verso il com-
mercio in quel giro di anni: Dante disprezza i commercianti; una gene-
razione dopo, Petrarca li ignora; ancora pochi anni, e per Boccaccio
saranno nuovi eroi intraprendenti, che sulla scena prendono il posto di
cavalieri e guerrieri [Gurevic 1987, 311]. È appunto con lo sviluppo
del primo capitalismo delle città italiane, fra Medioevo e Rinascimen-
to, che in Europa il commercio e il mercato cominciano a trovare un
posto più stabile e riconosciuto nella società.
Possiamo chiederci: perché tante resistenze? Per rispondere dobbiamo
ricordare che lo sviluppo del mercato è parte del più comprensivo pro-

12
Da: Bagnasco, Barbagli, Cavalli
Elementi di sociologia - Il Mulino 2006

ECONOMIA E SOCIETÀ 291

cesso di modernizzazione. Il cambiamento che i classici della sociologia Mercato e processo di


hanno definito come passaggio dalla comunità alla società, dallo status al modernizzazione
contratto, dalla solidarietà meccanica alla solidarietà organica, e in altri
modi simili, comprende anche il passaggio da economie in gran parte di
sussistenza, basate su reciprocità e redistribuzione, a economie in svi-
luppo regolate dal mercato. Il mercato è stato anzi un importante veico-
lo di modernizzazione. Il gioco del mercato spinge a combinare in modi
sempre nuovi le risorse e le relazioni fra le persone, all’opposto della
stabilità senza tempo dei legami comunitari; il mercato è universalistico:
chi opera sul mercato non si comporta in modo diverso a seconda che
abbia a che fare con amici o estranei; il mercato diffonde la razionalità,
come conseguenza della necessità di calcoli precisi di dare e avere e di
scelta calcolata fra opportunità diverse; il contratto, che obbliga e lega le
parti per contenuti specifici, solo per quelli e non per altri, e come con-
seguenza di una loro libera decisione, è la tipica relazione di mercato. Il
cambiamento come regola, l’universalismo, la razionalità, il carattere
specifico e limitato delle relazioni che libera da dipendenze personali, e
che viene fissato solo da legami contrattuali, sono come sappiamo aspet-
ti in generale della cultura della modernizzazione.
Il mercato è dunque pienamente istituzionalizzato e può essere accettato
come il principale regolatore di un’economia quando in generale sono
istituzionalizzati i valori della società moderna. Cambiamenti come quelli
ricordati hanno suscitato forti resistenze culturali, perché quando hanno
cominciato a presentarsi mettevano in questione assetti tradizionali. Non
si deve però pensare soltanto a resistenze culturali, potremmo dire di
mentalità, al cambiamento di valori e regole dell’economia consolidati
nelle società tradizionali. Si è trattato anche, al tempo stesso, dei conflitti
di potere fra gruppi, ceti e classi sociali: il commerciante era poco più di
uno schiavo senza diritti politici nella società ateniese, perché il potere
che avrebbe potuto accumulare era appunto pericoloso per gli equilibri
politici nella città-stato; lo stesso si può dire per i commercianti nello
stato azteco, che anche per non sfidare il potere del ceto politico e di
quello sacerdotale dovevano restare «umili». Nell’Europa del feudalesi-
mo, i grandi commercianti poco a poco minarono le basi del potere dei
signori, che era fondato sul controllo della risorsa economica strategica
nella società tradizionale, la terra: il denaro accumulato divenne sempre
più necessario per pagare eserciti e apparati amministrativi. Nella Spa-
gna del Cinquecento, ai tempi di Filippo II, i banchieri genovesi passo
dopo passo finirono per controllare le finanze dell’impero, prestando
denaro al sovrano e assicurandosi in cambio appalti di imposte e privile-
gi commerciali. Il nuovo potere basato sul mercato mostrò infine tutta la
sua forza quando al commerciante e al banchiere si aggiunse l’industria-
le, vale a dire quando l’economia capitalistica si realizzò compiutamen-
te, mostrando capacità di sviluppo che non si erano mai viste.
Vincendo gli ostacoli il mercato è stato istituzionalizzato, ma la resi-

13
Da: Bagnasco, Barbagli, Cavalli
Elementi di sociologia - Il Mulino 2006

292 CAPITOLO 12

Resistenza culturale al stenza culturale nei suoi confronti deve considerarsi permanente; ciò
mercato deriva dal fatto che pur essendo riconosciuto utile per la sua efficienza
economica, tuttavia è anche considerato invadente, perché l’economia
di mercato, lasciata a se stessa, tende a regolare ambiti sempre più ampi
di relazioni sociali. Da qui deriva la necessità di controllarne la portata,
che è espressa culturalmente nella nostra resistenza o cautela, per la
salvaguardia di valori che si ritiene non debbano essere compromessi.
Un bambino può essere adottato, ma non comprato versando una som-
ma di denaro. In molti paesi fra i quali l’Italia esiste il divieto del com-
mercio del sangue, che viene donato, e maggiori cautele esistono per
gli organi. Quando si tratta dunque dell’integrità fisica o morale di una
persona, la reazione all’invadenza del mercato è istintiva: più precisa-
mente si tratta di una reazione culturale che risponde a valori socializ-
zati nella nostra educazione di base.
Un’eccessiva penetrazione del mercato nel campo della medicina, che
spersonalizza la relazione fra medico e paziente, suscita reazioni cultu-
rali simili ai casi precedenti. Più complessa e meno immediata è poi la
reazione culturale in altri settori, come la ricerca, l’editoria, la produ-
zione artistica, o l’organizzazione delle attività per il tempo libero. In
questi settori, lo sviluppo del mercato spesso mette a disposizione di
pubblici più allargati consumi a costi minori, e ciò è valutato positiva-
mente, ma rischia di appiattire l’espressione di punti di vista minoritari
o la spontaneità dei comportamenti.
In tutti i casi che abbiamo considerato, la reazione culturale per essere
efficace richiede livelli di informazione e di elaborazione adeguati, e di
solito si esprime attraverso la politica e l’azione pubblica: nuovamente,
le dinamiche culturali devono essere viste in relazione anche ai rappor-
ti di potere. Politicamente si esprime, in particolare, il più delicato aspet-
to di istituzionalizzazione del mercato, quello relativo alla definizione
e al controllo delle disuguaglianze sociali. Chi appartiene a diverse classi
sociali partecipa in modo diverso al gioco del mercato, e il mercato
non garantisce che costi e vantaggi siano ripartiti in modo equo. In
ogni società si ridefiniscono continuamente i criteri culturali per valu-
tare ciò che può considerarsi equo in economia, in relazione ai diversi
interessi e diritti. La forza delle idee a questo riguardo non deve essere
sottovalutata. Ma è soprattutto con l’azione collettiva in politica che
differenti valori e interessi possono esprimersi, entrare in conflitto fra
loro e trovare forme istituzionalizzate per la loro composizione, con
effetti sulla modificazione delle leggi che riguardano l’economia e sugli
interventi di regolazione politica di questa.
Dal punto di vista strettamente culturale, si può dire in sintesi che le
reazioni sono resistenze alla possibilità che il mercato e l’economia da
mezzi diventino fini: il mercato è appunto istituzionalizzato come mez-
zo, in normale e continua tensione con l’insieme più generale di fini e
valori elaborati in una società.

14
Da: Bagnasco, Barbagli, Cavalli
Elementi di sociologia - Il Mulino 2006

ECONOMIA E SOCIETÀ 293

Un punto è ancora importante. Senza sostegno culturale il mercato La fiducia


non può funzionare. Basta a dimostrarlo l’osservazione che lo scambio
di mercato non si innesca se non esiste la fiducia reciproca che i patti
saranno rispettati. Si tratta di una condizione ovvia, ma proprio per
questo spesso non valutata nella sua importanza. Diverse società e cul-
ture sono in grado di garantire in misura maggiore o minore la risorsa
fiducia, che continuamente deve essere ricostituita nei processi di so-
cializzazione e controllo sociale. Per un’economia arretrata essa è un
vero e proprio prerequisito dello sviluppo, mentre in un’economia avan-
zata, un clima scorretto nelle relazioni economiche richiede controlli
costosi e produce dunque inefficienza del mercato.

4.2. Stato e mercato: la regolazione politica dell’economia

La questione del rapporto fra regolazione di mercato e azione politica


nell’economia si pone in modo nuovo in riferimento all’economia ca-
pitalistica, quando il mercato diventa il principale regolatore. Lo stato,
esercitando la sua autorità e destinando le risorse fiscali che preleva,
definisce condizioni ai comportamenti di mercato e al suo funziona-
mento, e per qualche aspetto anche si sostituisce al mercato. Per indi-
care questi interventi pubblici nell’economia di mercato usiamo l’espres-
sione regolazione politica dell’economia.
Mercato e stato possono essere visti come due estremi di un segmento, Stato e mercato come
ovvero come due poli di un continuum. A un polo si colloca un’econo- poli di un continuum
mia di puro mercato, all’altro un’economia interamente regolata dalla
politica. Una economia concreta sarà di solito la combinazione di re-
golazione di mercato e politica, più vicina a un polo o all’altro a secon-
da dei casi, ma anche dei momenti, perché il confine può spostarsi nel
tempo.
L’immagine del segmento e dei due poli è utile, ma rende solo in parte
la realtà; la regolazione politica definisce anche condizioni importanti
perché il mercato si sviluppi: basti pensare, per esempio, alle commes-
se che attiva un programma di spesa per la costruzione di nuove opere
pubbliche o il sostegno fornito al commercio estero da accordi politici
fra gli stati.
• Il polo del puro mercato può essere definito economia del laissez- Due tipi di rapporto tra
faire, dall’espressione francese che significa «lasciate fare». Da notare stato e mercato
che anche la più pura economia di laissez-faire richiede in realtà impor-
tanti elementi di regolazione da parte dello stato: per esempio l’emana-
zione di una legislazione commerciale e l’azione amministrativa per far
rispettare le leggi, con la punizione di chi non rispetta i contratti. Più
in generale, ogni stato definisce le regole di diritto commerciale, fisca-
le, del lavoro che fissano i modi legittimi in cui l’azione economica può

15
Da: Bagnasco, Barbagli, Cavalli
Elementi di sociologia - Il Mulino 2006

294 CAPITOLO 12

svolgersi. Nell’economia di laissez-faire l’intervento dello stato è co-


munque limitato al minimo e riguarda le condizioni generali perché il
gioco economico si possa svolgere con il meno possibile di vincoli.
• Il polo opposto è quello di un’economia pianificata. Questa espres-
sione è usata dagli economisti, piuttosto che pura economia di redistri-
buzione, per indicare appunto un tale tipo di economia in epoca con-
temporanea. Pianificata è l’economia socialista, basata sulla proprietà
statale dei mezzi di produzione e sulla destinazione delle risorse trami-
te decisioni politiche e amministrative. Importanti paesi a economia
socialista sono stati nel secolo scorso l’Unione Sovietica e la Cina.
Il massimo di avvicinamento all’economia di laissez-faire, che segna
dunque il punto più vicino a una economia del tutto autoregolata, si
verifica storicamente in Inghilterra, nel periodo che va dal 1820 al 1870-
1880. Dopo di allora, l’intervento di regolazione politica aumenta ovun-
que e ci si avvia a un’economia mista, come alcuni la chiamano, che
non è più autoregolata, nel senso stretto del termine.
L’organizzazione di queste economie di mercato, più complicate in ter-
mini di modi di regolazione, è molto varia: ogni caso nazionale ha sue
particolarità, anche se possono individuarsi tendenze relativamente
comuni. Fra i più tipici e ovunque diffusi interventi politici in econo-
Gli interventi politici in mia ci sono quelli che riguardano la produzione dei cosiddetti beni
economia pubblici, che nessun privato ha convenienza a produrre perché una
volta resi disponibili lo sono per tutti, senza poter escludere nessuno
dal loro uso: pensiamo per esempio all’illuminazione delle strade. Al-
trettanto importanti le politiche che fissano regole e controlli per il
rispetto delle condizioni di libera concorrenza sul mercato, in partico-
lare la legislazione antimonopolistica. Nel caso esista una sola impresa
fornitrice di un bene o di un servizio (monopolio), questa non è con-
trollata dalla concorrenza, ma essa stessa controlla il mercato: potrà
così influire sul prezzo di vendita delle merci che produce, fissandolo
più elevato di quello che si avrebbe in situazione di concorrenza, e
stabilendo qual è la combinazione di quantità prodotta e prezzo che
assicura il maggior profitto. Entrando più a fondo nel terreno dell’eco-
nomia, lo stato può poi sostenere, per esempio con vantaggi fiscali o
con finanziamenti a tassi agevolati, settori in difficoltà o regioni sotto-
sviluppate. Particolarmente significative sono però le politiche che in-
cidono sul funzionamento dell’intera economia. Abbiamo detto più
sopra che il mercato è una specie di grande calcolatore, che coordina
l’intero processo economico. Di fatto, non si è ancora trovato un mec-
canismo altrettanto efficiente, agile e veloce. Bisogna però aggiungere
che si tratta comunque di un meccanismo molto imperfetto. Le deci-
sioni sono sempre prese in condizioni di incertezza, cattive informa-
zioni e valutazioni conducono a errori, e migliaia di decisioni sbagliate
possono cumularsi. Proprio a questi errori che si cumulano sono do-
vuti i cicli economici, vale a dire la successione di fasi di crescita e di

16
Da: Bagnasco, Barbagli, Cavalli
Elementi di sociologia - Il Mulino 2006

ECONOMIA E SOCIETÀ 295

recessione dell’attività economica, con oscillazioni al di sopra o al di


sotto di una linea di tendenza, per stabilizzare le quali il governo inter-
viene frenando o stimolando l’economia, con variazioni del costo del
denaro o della pressione fiscale.
Particolare attenzione meritano le forme di regolazione che adottaro-
no le economie industriali reagendo negli anni Trenta alla grande crisi
recessiva che aveva investito tutti i paesi sviluppati. Quelle forme di
intervento sono state perfezionate nel secondo dopoguerra e hanno
contribuito a un periodo di crescita senza precedenti, che è durato
circa trent’anni, sino alla metà degli anni Settanta. Questi assetti rego-
lativi, ovvero queste particolari combinazioni di mercato e intervento
politico, sono chiamati keynesiani, dal nome dell’economista inglese
John Maynard Keynes (1883-1946), il cui pensiero ne ha molto influen-
zato la realizzazione.

4.3. I differenti capitalismi nazionali

Le nuove politiche erano motivate dalla considerazione che il mercato,


lasciato a se stesso, non raggiunge una piena efficienza ed è incapace di
risolvere problemi di equità, relativi a evidenti disparità nella riparti-
zione dei costi e dei vantaggi economici. È vero che nel mercato l’offer-
ta è orientata dalla domanda, ma ci sono persone che non sono in gra-
do di pagare i beni e i servizi di cui hanno bisogno; la domanda di
questi beni e servizi non compare dunque sul mercato. Due sono gli
aspetti essenziali della regolazione politica keynesiana. La regolazione keynesia-
• Governo dell’economia con interventi di stabilizzazione dei cicli, na
ma orientati dall’idea che il mercato, lasciato a se stesso, tende comun-
que a trovare un equilibrio che non è di pieno impiego dei fattori della
produzione, in particolare di pieno impiego del lavoro. Per vincere la
disoccupazione, lo stato deve perciò stimolare l’economia con la spesa
pubblica.
• Sviluppo di sistemi di sicurezza sociale, sostenuti pubblicamente,
per garantire a tutti pensioni e sussidi in caso di malattie, invalidità,
disoccupazione; creazione di sistemi sanitari nazionali, per fornire in
modo generalizzato le cure essenziali; miglioramento dell’istruzione
pubblica, organizzata direttamente dallo stato.
Questi principi sono stati diversamente seguiti nei diversi paesi, e sono
a loro volta parte di un insieme più vasto di caratteristiche organizzati-
ve e istituzionali dell’economia che distingue differenti capitalismi na- Capitalismo anglosasso-
zionali. A grandi linee si sono potute distinguere due forme tendenzia- ne e continentale
li di assetti istituzionali. Quella anglosassone (Inghilterra e Stati Uniti)
che ha conservato sempre una maggiore regolazione di mercato, e quella
europea continentale (e giapponese) dove l’intervento pubblico è stato

17
Da: Bagnasco, Barbagli, Cavalli
Elementi di sociologia - Il Mulino 2006

296 CAPITOLO 12

TAB. 12.1. Tassi di crescita medi annui del prodotto interno lordo «pro capite» in alcuni
paesi, a parità di potere d’acquisto, 1870-1988

1870-1913 1913-1950 1950-1973 1973-1988

Francia 1,5 1,0 4,1 1,8


Germania 1,6 0,7 5,0 1,9
Gran Bretagna 1,0 0,9 2,5 1,7
Italia 0,8 0,9 5,2 2,8
Giappone 1,5 0,5 8,4 2,8
Stati Uniti 2,0 1,6 2,2 1,4

Fonte: ZAMAGNI [1990, 57].

maggiore. Nel capitalismo continentale il mercato è stato maggiormente


sostenuto dalla produzione di beni pubblici (come per esempio l’istru-
zione professionale, particolarmente sviluppata in Germania); è stato
stabilizzato da procedure rispettate di contrattazione fra stato, associa-
zioni di imprenditori e sindacati (le concertazioni tripartite tipiche del-
la Svezia e diffuse altrove, in parte anche in Italia); compensato dallo
sviluppo di vasti sistemi di welfare (vedi cap. 14).
La tabella 12.1 riporta, per diversi paesi, i tassi di crescita medi annui
del prodotto interno lordo, vale a dire del valore dei beni e dei servizi
prodotti, per un periodo di circa un secolo. Essa mostra la fase ecce-
zionale di crescita fra il 1950 e il 1973, e mostra poi anche il rallenta-
mento dell’economia in seguito. Gli anni successivi alla seconda guer-
ra mondiale, che i francesi chiamano «i trenta gloriosi», sono stati quelli
di maggior avvicinamento a politiche keynesiane, e si può anche nota-
re che risultati nettamente migliori hanno avuto i capitalismi continen-
tali rispetto a quelli anglosassoni. Mentre era in crescita il prodotto
lordo, in quel periodo è anche diminuita la disoccupazione.
Dagli anni Settanta le politiche nazionali di controllo dell’economia fun-
zionano meno bene e l’inflazione, vale a dire la perdita di capacità di
acquisto della moneta nel tempo, crea disordine economico e malcon-
tento sociale, perché erode la capacità di consumo di chi ha redditi fissi.
Per far fronte alle difficoltà si ridefiniscono i sistemi di assistenza pubbli-
ca, mentre non si riesce a riassorbire quote importanti di disoccupazio-
ne: ottenere la piena occupazione sembra un problema tornato in secon-
do piano. In altre parole, ci si allontana dagli assetti keynesiani, lascian-
do di nuovo spazio alla regolazione di mercato. Negli anni Novanta,
l’economia molto liberista degli Stati Uniti cresce a ritmi superiori a quelli
dei paesi europei. Ci si interroga allora sul perché le politiche keynesiane
e gli assetti del capitalismo regolato funzionino oggi meno bene.
Perché il capitalismo re- Dal punto di vista economico, una delle ragioni indicate è la cosiddetta
golato è in crisi crisi fiscale dello stato. Si intende con ciò il fatto che la spesa pubblica
ha ormai raggiunto quote importanti del prodotto nazionale, sottraen-
do risorse agli investimenti produttivi. Ma questa e altre spiegazioni

18
Da: Bagnasco, Barbagli, Cavalli
Elementi di sociologia - Il Mulino 2006

ECONOMIA E SOCIETÀ 297

economiche, come l’osservazione che spesso le organizzazioni pubbli-


che sono inefficienti perché non rispondono al controllo del mercato,
rimandano anche a spiegazioni politiche. Se l’economia è regolata da
combinazioni di mercato e politica, è infatti anche in gioco la capacità
che il sistema politico ha di combinare diverse domande e pressioni
che si esprimono nella società con le esigenze delle imprese che opera-
no sul mercato. I livelli di salari e stipendi, per esempio, possono non
crescere troppo rapidamente se sono compensati da servizi efficienti
forniti dallo stato, così come un piano nazionale di spesa per l’edilizia
pubblica può suscitare nuovi investimenti e posti di lavoro: interventi
di questo genere, se sono coordinati fra loro, possono tenere sotto con-
trollo l’andamento dell’economia nel suo insieme, garantendo un equi-
librio fra consumi, salari, prelievo fiscale, spesa pubblica, investimenti,
in grado di garantire occupazione e crescita economica. Questo ap-
punto accadeva in passato.
In realtà, gli assetti keynesiani si sono affermati e hanno funzionato
bene dove erano possibili grandi accordi politici nazionali, che garan-
tivano con azioni coordinate le compatibilità complessive e dunque un
equilibrio accettato sulla divisione di costi e vantaggi, senza compro-
mettere la buona salute dell’economia. Questa però in molti casi era
compromessa da una eccessiva protezione di interessi corporativi di
gruppi capaci di forte influenza politica, consolidatisi nel tempo: si
può dire al riguardo che molta ruggine si era depositata sull’economia,
e che lo spostamento dell’asse verso una maggiore regolazione di mer-
cato è stato salutare. Torneremo su questi aspetti della politica e della
rappresentanza degli interessi nel prossimo capitolo. Qui importa an-
cora osservare che non esistono interpretazioni sicure dei motivi della
crisi, e che comunque si è ancora lontani dalla capacità di ottenere
quei livelli soddisfacenti di equilibrio fra sviluppo economico ed equi-
tà sociale che a suo tempo gli assetti keynesiani avevano garantito.

䉴 Sullo sfondo c’è comunque un fattore cruciale. È in corso un pro- La globalizzazione


cesso sempre più marcato di globalizzazione dell’economia contem-
poranea, del quale parleremo più estesamente nell’ultimo capitolo. Di
fronte a un’economia sempre più capace di organizzarsi varcando i
limiti dei confini nazionali, gli stati vanno incontro a maggiori difficol-
tà a stabilire efficaci politiche economiche al proprio interno; l’econo-
mia risulta così per gran parte più lasciata a se stessa, vale a dire alla
regolazione di mercato. L’attuale discussione scientifica e politica verte
sulle conseguenze di lungo periodo di questo stato di cose. Siamo en-
trati in una fase di grandi cambiamenti nell’organizzazione istituziona-
le dell’economia e sono in corso esperimenti diversi sulle possibili com-
binazioni di regolazione di mercato e regolazione politica.

19
Da: Bagnasco, Barbagli, Cavalli
Elementi di sociologia - Il Mulino 2006

298 CAPITOLO 12

5. ECONOMIA FORMALE E INFORMALE:


UNO SCHEMA RIASSUNTIVO
L’economia nelle società Possiamo riassumere in tre punti i caratteri fondamentali che l’econo-
sviluppate mia ha assunto nelle società sviluppate:
1. la differenziazione dal resto della società, con la costituzione di un
sistema di azione specializzato, regolato essenzialmente dal mercato,
nel quale cioè scelte di produzione e di consumo sono orientate da
prezzi formati in libere contrattazioni;
2. lo sviluppo di specifiche organizzazioni, le imprese, orientate al pro-
fitto, che utilizzano dipendenti salariati;
3. lo stabilirsi di raccordi fra economia e resto del sistema tramite elabo-
rati complessi di norme, in particolare di norme giuridiche.
Questi elementi, che abbiamo chiarito nei paragrafi precedenti, con-
sentono di ridefinire con precisione l’economia in senso formale.
Economia formale e in- Definiamo dunque economia formale i processi di produzione e scam-
formale bio di beni e servizi regolati dal mercato e realizzati tipicamente da
imprese di produzione e commerciali orientate al profitto, che agisco-
no sottomesse alle regole del diritto commerciale, fiscale, del lavoro e
in generale nel quadro delle leggi e delle disposizioni con cui lo stato
regola e orienta l’azione economica.
Abbiamo anche detto che pur essendo il mercato dominante, recipro-
cità, redistribuzione e scambio di mercato, ovvero regolazione cultura-
le, politica e propriamente di mercato dell’economia convivono. La
definizione data di economia formale tocca la parte principale, la ten-
denza centrale di organizzazione dell’economia, ma non esaurisce le
diverse forme in cui oggi le persone si procurano mezzi materiali per i
loro fini. Chiamiamo allora economia informale tutti quei processi di
produzione e scambio che tendono a sottrarsi per uno o più aspetti ai
caratteri distintivi indicati.
La figura 12.3 è una specie di mappa di orientamento per individuare
i diversi tipi di economia formale e informale, tracciata considerando
che l’economia è un insieme di attività di lavoro per la produzione di
beni e servizi, e che sia lavoro che beni e servizi possono essere com-
prati e venduti sul mercato ovvero forniti fuori mercato.
• L’economia che abbiamo chiamato formale, ovvero l’economia di
mercato, con i suoi caratteri tipici, è rappresentata dalla linea 1. Que-
sta indica infatti le attività che con lavoro remunerato producono beni
e servizi venduti sul mercato.
• La linea 2 si riferisce all’economia domestica. Il lavoro che qualcuno
della famiglia fa in casa per cucinare, cucire, lavare (più spesso le don-
ne rispetto agli uomini, le bambine rispetto ai ragazzi) non è pagato e
non viene venduto agli altri familiari. Anche oggi, dunque, come mi-
gliaia di anni fa, nella famiglia si svolgono funzioni economiche all’in-
terno di più generali relazioni sociali, regolate da norme culturali, in

20
Da: Bagnasco, Barbagli, Cavalli
Elementi di sociologia - Il Mulino 2006

ECONOMIA E SOCIETÀ 299

fig. 12.3. Tipi di economia for-


Lavoro Beni e servizi male e informale.
Fonte: SACHS [1986].
Fuori mercato

2
6
7 3
Mercato

4
5

relazioni di reciprocità. Per quanto queste funzioni siano diminuite


rispetto al passato, la loro importanza economica è molto rilevante:
basta pensare quanto costa mangiare al ristorante.
• La linea 3 è il settore di diretto intervento dello stato. Questo, pagan-
do impiegati degli uffici pubblici, medici e infermieri dei servizi sanitari
nazionali, insegnanti della scuola pubblica, e così via svolge le sue nor-
mali funzioni ed eroga i servizi sociali, gratuiti o pagati a prezzi non di
mercato, fissati con decreti. Si tratta dunque di un’area di redistribuzio-
ne nelle economie contemporanee, in cui l’azione dello stato sostituisce il
mercato. Considerando tutte le spese dello stato, da quelle per la difesa,
la giustizia, l’ordine pubblico, a quelle per i servizi collettivi, la casa, la
sanità, l’educazione, i servizi generali, si calcola che queste sono in media
per i sette paesi più sviluppati circa il 40% del prodotto nazionale.
• La linea 4 è una forma antica sopravvissuta che combina reciprocità
e mercato: si riferisce infatti a beni prodotti in famiglie contadine o
artigiane, senza che il lavoro sia pagato, che però, contrariamente al
caso della linea 2, vengono venduti fuori della famiglia.
• La linea 5 definisce i cosiddetti mercati paralleli. La linea è tratteggiata
per indicare che si tratta di vera e propria economia di mercato, ma con
evasione di norme giuridiche civili o penali, del diritto del lavoro, fiscale o
commerciale. Comprende il cosiddetto lavoro nero di chi non risulta a
libro paga e la produzione non denunciata per evadere le tasse. Si riferi-
sce anche ai mercati illeciti, come quello della droga. La varietà dei mer-
cati paralleli è molto ampia, e il confine fra economia formale e mercati
paralleli può anche variare da paese a paese: se, per esempio, in un paese
esiste il monopolio della vendita del tabacco da parte dello stato, la vendi-
ta privata diventa il mercato parallelo del contrabbando di sigarette.
• La linea 6 si riferisce alle attività di beneficenza, ai contenuti econo-
mici di relazioni all’interno di associazioni, ai lavori svolti in comunità
per i bisogni dei membri della stessa comunità. Rientrano dunque in
questa economia le attività di volontariato, la cui importanza è cre-

21
Da: Bagnasco, Barbagli, Cavalli
Elementi di sociologia - Il Mulino 2006

300 CAPITOLO 12

scente, anche in relazione al carattere spesso burocratico e impersona-


le dell’assistenza pubblica.
• La linea 7, infine, indica beni acquistati sul mercato per un lavoro
fuori mercato. Essa serve a individuare il tipo particolare di economia
domestica del «fai da te»: i mobili acquistati in scatola di montaggio ne
sono un esempio. Si tratta di forme nuove e crescenti di rapporto fra
economia di mercato e informale.
La tavola può essere usata non solo per distinguere un tipo economico
dall’altro, in un dato momento, ma anche per sviluppare ipotesi su
spostamenti da un tipo all’altro. Nel tempo infatti le attività tendono in
parte a spostarsi dall’una all’altra forma di organizzazione. Un esem-
pio: la biancheria era una volta in gran parte lavata in casa (economia
domestica della linea 2); successivamente, con lo sviluppo delle lavan-
derie nelle grandi città, una parte importante si è spostata all’economia
di mercato (linea 1), mentre con la diffusione delle lavatrici si è passati
a una economia del «fai da te» (linea 7).
La questione forse più interessante sulla quale anche la figura può attira-
re l’attenzione, è che aspetti formali e informali sono spesso strettamente
intrecciati in determinate strutture di azione. Il lavoro senza copertura
assicurativa e non dichiarato al fisco che si compie in una piccola impre-
sa (linea 5) può per esempio essere svolto alla sera, come secondo lavoro,
da un operaio con rapporto di lavoro regolare e copertura assicurativa in
una grande impresa (linea 1). Oppure: la produzione domestica per au-
toconsumo (linea 2) può compensare, in una famiglia, bassi salari perce-
piti in imprese tradizionali a bassa produttività (linea 1 o 5).
Non sempre i diversi tipi di economia informale (alcuni dei quali sono
anche chiamati economia nascosta o sommersa) vengono distinti con
cura, e non sempre sono stati studiati gli intrecci fra economia formale
e un certo tipo di economia informale. Le ricerche in questo campo
hanno tuttavia permesso importanti analisi sociologiche dei processi
economici, e contribuito a illuminare aspetti spesso non evidenti del
raccordo fra economia e società. In particolare, gli spostamenti da
un’economia all’altra, e le nuove combinazioni di economia formale e
informale hanno spesso fornito la traccia per interpretare importanti
tendenze di cambiamento sociale.

P E R S A P E R N E D I P I Ù

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