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Un movimento, raggruppato in una corrente, può essere inteso come un modo di classificare l'opera

cinematografica. Heinrich Wölfflin inizialmente li definisce «sconvolgimenti del sentimento


creativo». Gilles Deleuze rimarca nel suo saggio L'immagine in movimento come i movimenti
cinematografici procedano di pari passo con i movimenti pittorici. Il cinema classico aveva lo scopo di
rendere chiare le relazioni tra azione e reazione conseguente, ma nello stesso istante nascono nuovi
movimenti.
All'inizio degli anni venti l'espressionismo, in pittura, deforma linee e colori per esprimere i sentimenti.
Al cinema si esprime principalmente attraverso il metodo recitativo degli attori e con l'opposizione tra
ombra e luce nell'immagine. Il cinema espressionista mette a confronto il bene e il male, come avviene
nel film Il gabinetto del dottor Caligari diretto nel 1920 da Robert Wiene, uno dei primi film di questa
corrente. Questo movimento si sviluppò in Germania, quando il paese si stava rimettendo
faticosamente in piedi dopo la prima guerra mondiale, ma non riuscì a competere con il cinema
hollywoodiano. Allora alcuni realizzatori degli studi cinematografici UFA, tentano di sviluppare un
metodo per compensare la mancanza di appeal commerciale con l'adozione
del simbolismo nell'impostazione scenica. Il lato astratto delle scenografie proviene, in primo luogo,
dalla mancanza di risorse: le tematiche principali riguardano la follia, tradimenti e altre questioni
spirituali, differenziandosi così dallo stile romantico e avventuroso propugnato dal cinema statunitense.
Tuttavia, la corrente espressionista scomparve gradualmente, ma verrà ripresa in diversi film
polizieschi degli anni quaranta e influenzerà in maniera decisiva dal secondo dopoguerra il noir e
l'horror.
Poi arriva l'astrazione lirica, che a differenza dell'espressionismo, fonde il bianco con la luce senza
alcun conflitto e propone un'alternativa che ispirerà in maniera decisiva i cineasti:
l'estetica melodrammatica di Josef von Sternberg e Douglas Sirk, l'etica di Carl Theodor
Dreyer e Philippe Garrel, le tematiche religiose e spirituali di Robert Bresson che confluiscono tutte
nell'opera di Ingmar Bergman. Secondo l'astrazione lirica, il mondo intero viene osservato tramite uno
sguardo, un volto attraverso il quale s'instaura un gioco a intermittenza dei movimenti di luci che
mettono in evidenza le caratteristiche dei personaggi, i quali con questo stratagemma ci conducono nel
loro universo personale. Sternberg, in I misteri di Shanghai (1941) dice: «Tutto può accadere in
qualsiasi momento. Tutto è possibile. L'effetto è costituito da due componenti: la valorizzazione dello
spazio bianco unito al potenziale intenso di quello che deve accadere lì».

La scena più celebre di Roma città aperta di Roberto Rossellini (1945), film simbolo del neorealismo.

Durante gli anni cinquanta, il cinema scopre una nuova architettura dell'immagine, nella quale avviene
una dissociazione tra immagine pura e azione rappresentata. Nasce la disarticolazione degli oggetti e
dei corpi a partire dal dopoguerra immediato[17] opponendosi alle convenzioni stabilite in precedenza. Il
cinema di quell'epoca inizia a dare importanza alla semplice visione: l'immagine non è più costretta a
ricercare significati occulti e scopi sui quali reggersi, diventando libera. In L'ora del lupo di Ingmar
Bergman (1966) il personaggio di Johan Borg, interpretato da Max von Sydow, pronuncia: «Adesso lo
specchio è rotto. È tempo che i pezzi comincino a riflettere», frase emblematica sia per la condizione
del protagonista, che vive isolato in un mondo tutto suo privato, sia per il cinema stesso e la sua rottura
definitiva con la rappresentazione classica dello spazio, facendo nascere una nuova idea formalista.