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Breve biografia di Edith Stein

Non è possibile parlare del pensiero di Edith Stein senza fare riferimento alla sua vita
ricca di esperienze interiori e di vicende esterne, legate alla situazione politica della Germania nel-
la prima metà del Novecento. Il tema dell'esistenza umana è da lei trattato da un punto di vista
teorico, ma è riscontrabile una straordinaria circolarità fra le sue analisi filosofiche, le sue
riflessioni sulla spiritualità e gli avvenimenti della sua vita.
Edith Stein nasce a Breslavia il 12 ottobre 1891. Dopo aver frequentato il liceo, entra
nell'Università della sua città natale nel 1911 iscrivendosi alla Facoltà di Germanistica e segue i
corsi di filosofia e di psicologia sperimentale, ma proprio a Breslavia viene a conoscenza delle
indagini che il filosofo Edmund Husserl (1859-1938) stava svolgendo a Gottinga e decide di
seguire le sue lezioni, dopo aver letto, nell'estate del 1913, il secondo volume delle Ricerche
Logiche.
Husserl, la cui formazione intellettuale era avvenuta
sulla base di studi di matematica e di psicologia, era alla ri-
cerca di un metodo d'indagine sull'interiorità umana che si
ponesse al di là sia della logica sia della psicologia, metodo
che sarà da lui elaborato e definito «fenomenologico», ossia
un'analisi dell'attività conoscitiva e in generale della vita
riflessiva e affettiva umana, che la descriva nel suo darsi, così
come si presenta, senza sovrapporre ad essa elementi
estranei. Questa descrizione, che mette in evidenza ciò che è
proprio dei fenomeni, intesi come atti conoscitivi o affettivi e
che cerca di comprenderli in se stessi, è definita, appunto,
fenomenologia, riflessione su ciò che si presenta, su ciò che si
manifesta nel fluire della nostra coscienza.
Essa si scandisce, quindi, in un doppio movimento:
porre in evidenza ciò che è «essenziale» (riduzione eidetica, da eidos = essenza), dopo aver messo
fra parentesi ogni altro aspetto (epoché), e fissare l'attenzione sugli atti che sono «vissuti» dal
soggetto, preso nella sua universalità (riduzione trascendentale), secondo l'uso che già Kant
aveva fatto del termine trascendentale, come ciò che è relativo alla struttura della soggettività.
Edith Stein comprende a fondo il significato di tale metodo d'indagine, tanto da non
abbandonarlo mai sostanzialmente, anche quando la sua ricerca affronterà temi che
l'allontaneranno dal suo maestro Husserl.
A Gottinga, infatti, ella ha la possibilità di applicare il metodo fenomenologico alla sua
prima ricerca importante, quella relativa all'empatia, cioè al modo in cui ogni io si mette in con-
tatto con gli altri e li riconosce come alter-ego (ricerca da lei condotta nella sua Dissertazione di
laurea, II problema dell'empatia, pubblicata a Halle nel 1917). Tale conoscenza ha una sua
particolarità: l'altro è conosciuto o meglio «sentito» come altro-io (alter-ego), cioè è
riconosciuto come un soggetto (io), ma diverso da me e perciò «altro»; tuttavia, se da un lato
ogni io rimane estraneo all'altro, perché un'immedesimazione totale è impossibile, è anche
vero che è realizzabile una reciproca comprensione di ciò che l'altro pensa, vive e sente. Si
stabilisce in tal modo una comunicazione fra i due che si estende a tutti i soggetti, diventando,
appunto, inter-soggettiva.
Siamo nel 1916. Husserl stava sviluppando in quegli anni e
continuerà in quelli successivi, accanto ad altre analisi, anche quella
sull'intersoggettività. Edith Stein prende spunto dalle indagini del
maestro, le elabora in modo personale e le utilizza contro i sostenitori
di un'interpretazione puramente psicologica dei processi conoscitivi,
dimostrando la validità del metodo fenomenologico. Nella sua Dissertazione c'è un punto
particolarmente significativo: esso riguarda la possibilità dell'essere umano di mettersi in
contatto con Dio e la modalità del legame che li unisce. Questa riflessione stupisce, se si pensa
che la Stein, proveniente da famiglia ebrea, era diventata fin dall'adolescenza indifferente nei
confronti dei problemi religiosi. È necessario, però, tenere in
debito conto ciò che ella scrive nella sua autobiografia. A
Gottinga in quegli anni risiedeva anche Max Scheler, uno dei
primi seguaci di Husserl ed egli stesso filosofo di prima
grandezza. Edith Stein confessa di aver subito l'influenza di
Scheler proprio per quanto riguarda i problemi religiosi:
cadevano così le barriere dei pregiudizi razionalistici tra i quali
era cresciuta senza saperlo e il mondo della fede le si apriva
repentinamente dinanzi.
Nel 1917 Husserl era nominato ordinario all'Università
di Friburgo; egli scelse come sua assistente E. Stein, il cui lavoro consisteva nel sistemare i
numerosi manoscritti del maestro e nel tenere corsi preparatori alla fenomenologia per gli
studenti più giovani.
Nel frattempo, il contatto con la moglie di Adolf Reinach, suo collega a Gottinga morto
durante la prima guerra mondiale, e con Hedwig Conrad-Martius, entrambe profondamente reli-
giose, la sollecitò sempre di più ad approfondire la conoscenza dei testi sacri, ma la spinta
decisiva verso la conversione al cattolicesimo fu data dalla lettura dell'autobiografia di santa
Teresa d'Avila. Nel Capodanno del 1922 ricevette il Battesimo e la Prima Comunione. Non
sentendosi più a suo agio a Friburgo, preferì accettare, nel 1923, il posto di docente di lingua e
letteratura tedesca presso l'Istituto Magistrale delle Suore Domenicane di santa Maddalena a
Spira. Certamente questo non fu un esilio, anzi si intensificò il suo contatto con gli altri e la sua
popolarità aumentò; sia sotto il profilo culturale sia spirituale E. Stein fu molto conosciuta
attraverso le sue conferenze sul tema della donna.
L'approfondimento delle analisi fenomenologiche le consente di completare la trilogia,
iniziata con la trattazione del tema dell'empatia, con due lunghi saggi, Psicologia e scienze dello spiri-
to. Contributi per una fondazione filosofica (1922) e Una ricerca sullo Stato (1925), pubblicati sullo
«Jahrbuch fùr Philosophie und phànomenologische Forschung», diretto da
Husserl, e dedicati alla descrizione fenomenologica dell'essere umano,
come formato da corpo, psiche e spirito, e delle forme associative umane, la
comunità, la società e lo Stato.
Edith Stein, sollecitata dalla sua conversione religiosa al
cattolicesimo, compie parimenti quella che si può definire una conversione
«filosofica», che la conduce alle radici della filosofia cristiana e all'incontro
con il pensatore più significativo: Tommaso d'Aquino. A lui dedica la traduzione in lingua tedesca
delle Quaestiones disputatae de veritate e il lungo saggio La fenomenologia di Husserl e la filosofia
di san Tommaso d'Aquino, pubblicato sempre nello «Jahrbuch», in occasione del settantesimo
compleanno di Husserl, nel 1929.
In realtà, è proprio il saggio sul confronto fra Husserl e Tommaso d'Aquino che fornisce
la chiave per comprendere la sua nuova direzione di indagine. Ciò che distingue fondamen-
talmente la fenomenologia husserliana e la filosofia tomista è la visione «antropocentrica» della
prima e quella «teocentrica» della seconda. La ricerca della verità è comune ad entrambi i
filosofi; ella riconosce, infatti, che la fenomenologia di Husserl, con la sua esigenza di rigorosità,
tende ad accertare ciò che è vero e valido, al di là di ogni scetticismo e relativismo, ma sottolinea
anche che l'oggetto di indagine è, appunto, il «mondo» così come è costituito - certamente non
costruito o prodotto in senso idealistico - dal soggetto, inteso, quest'ultimo, non come particolare
e psicologico, ma come soggetto nella sua universalità. Per tale ragione, la fenomenologia
husserliana sembra occuparsi prevalentemente della descrizione della soggettività.
La verità, secondo Tommaso, si identifica con la Rivelazione divina, che è indagata dalla
mente umana, la quale, attraverso tale indagine, esercita la sua capacità di filosofare, ma si rende
conto, contemporaneamente, che la luce della conoscenza proviene ad essa dall'alto.
Tutto ciò dimostra, quindi, che, pur ammettendo la validità della ricerca filosofica
husserliana, E. Stein ritiene l'apertura «teologica» della speculazione di Tommaso d'Aquino più
convincente, in quanto egli indica la fonte della verità in Dio. Ella è
probabilmente sollecitata a condividere tale posizione oltre che dalla
constatazione della finitezza dell'essere umano, anche dalla sua
conversione religiosa. In tal modo, il suo pensiero si inserisce nel
filone della filosofia cristiana, che aveva, intorno agli anni Trenta, in
particolare in Francia, una sua reviviscenza per opera di J. Maritain e
di altri.
Lo sfondo religioso e teologico, nel quale si muove ormai la
riflessione di E. Stein, la conduce a penetrare ancora più profon-
damente nella filosofia di san Tommaso; un ulteriore passo è compiuto nel libro Potenza e Atto
(1932). Esso rappresenta il primo nucleo dell'opera fondamentale, Essere finito e Essere eterno
(1936), che è legata al momento più importante della sua vita.
Nel 1933 il nazionalsocialismo escludeva i «non ariani» dai pubblici uffici. E. Stein,
nonostante la sua conversione al cattolicesimo, apparteneva al popolo ebraico per nascita; la sua
attività di docente fu, perciò, troncata e il 25 febbraio tenne la sua ultima lezione.
Il 14 ottobre del 1933 entra nel Carmelo di Colonia come novizia; giunge a compimento
un desiderio che aveva coltivato fin dalla sua conversione, ma che non aveva potuto realizzare
Ciò dimostra che la sua non fu una fuga, né una decisione presa improvvisamente, ma il risultato
di una lunga attesa. Durante la sua permanenza nel monastero, ella ebbe il permesso, anzi fu
sollecitata, a continuare le sue ricerche filosofiche. Nel 1936 il manoscritto di 1368 pagine era già
pronto e fu intitolato Essere finito e Essere eterno. Tentativo di elevazione al tema dell'essere.
Il titolo del libro indica chiaramente che il punto centrale della questione è rappresentato
dall'essere; tale termine non era ignorato nella analisi fenomenologica husserliana, ma l'essere
viene studiato nel suo rapporto con il soggetto, perciò il vocabolo «ontologia» è utilizzato per
indicare la connotazione essenziale degli ambiti della realtà e della conoscenza umana che hanno
un'unità intrinseca: si tratta, quindi, di un uso diverso rispetto a quello della tradizione
metafisica, in particolare medioevale, che mutua il termine dalla filosofia greca, ma lo attribuisce
in primo luogo all'Assoluto e secondariamente all'esistenza delle cose, in
quanto create da Dio, cioè aventi l'essere in modo derivato. All'uso
metafisico proprio della filosofia cristiana si riferisce E. Stein, restituendo al
vocabolo «ontologia» il suo significato tradizionale.
La struttura ontologica del reale risulta individuata da una
successione di momenti discendenti da Dio alle creature e ascendenti
dal creato a Dio.
Particolare interesse riveste l'insistenza sul tema della
soggettività; tale aspetto ricorda non solo la posizione agostiniana, alla quale Edith Stein si
avvicina molto, ma anche le indagini husserliane, dalle quali sembra ripresa la ripartizione fra
corpo, psiche e spirito. Ad un ulteriore approfondimento dell'interiorità è dedicata un'ampia parte
del suo libro sull'essere; ella afferma, infatti, che la verità, di cui l'essere umano parla e che non
dipende da lui o da lei originariamente, è, però, conosciuta all'interno dell'anima; è qui che
l'incontro fra la posizione di Agostino e la fenomenologia si fa evidente.
Il motivo dell'interiorità serve a stabilire un filo conduttore, che si prolunga nell'ultimo
scritto significativo della nostra autrice: Scientia Crucis. Studio
su san Giovanni della Croce; il suo cammino culmina, infatti,
con l'esperienza mistica.
È nel fondo dell'anima che si intuisce il significato della
propria esistenza; non ci si trova di fronte ad un vuoto, ma, al
contrario, si avverte tutta la forza della persona nella sua
unità. È quello che santa Teresa di Gesù chiama il «castello
interiore». Ella si era già ispirata a questa Santa, alla quale
dedica una delle due appendici del suo libro Essere finito e
Essere eterno, intitolata II castello dell'anima. I mistici, infatti,
danno un contributo straordinario per entrare nell'anima umana; è per questa ragione che li
sceglie come sua guida, anche in senso filosofico oltre che spirituale. Essi avvalorano e
completano proprio i risultati delle analisi condotte attraverso il metodo fenomenologico. La via
della mistica è quella che bisogna percorrere, secondo la nostra autrice, per penetrare
veramente nella nostra realtà, che è, in ultima analisi, coincidente con quella divina; si tratta di
un atto intuitivo che sembra annientare il nostro essere, ma che, invece, permette di coglierlo
nella sua verità.
Il 21 aprile 1938 Husserl muore; nelle stesse ore della sua agonia E. Stein fa la
professione perpetua di ingresso nella clausura delle Carmelitane di Colonia. Il Carmelo non
riesce, però, a proteggerla dalla tragedia del popolo ebraico: nonostante il suo trasferimento
nel convento di Echt in Olanda, viene ricercata dalla polizia nazista. Scientia Crucis non può
essere ultimata perché le SS il 2 agosto 1942 prelevano dal convento la monaca di origine
ebraica per condurla con la sorella Rosa, che presta aiuto al monastero come portinaia, al
campo di raccolta di Westerbork.
Dalla baracca
del campo, suor
Teresa Benedetta della
Croce, che già si è
offerta vittima per il
suo popolo, indirizza
alla priora due
biglietti, da cui
emergono sia il suo
senso realistico sia la sua profonda spiritualità. “Cara madre, una suora è arrivata ieri sera
con valigie per la sua consorella e vuole ora recapitare una letterina. Domattina parte un
convoglio (Slesia o Cecoslovacchia?). Il necessario è: calze di lana, due coperte. Per Rosa
tutta la biancheria personale di lana e ciò che era in lavanderia, per entrambe fazzoletti e
spugne per lavarsi. A Rosa mance inoltre lo spazzolino dei denti, la croce e il rosario. A me
piacerebbe avere anche il prossimo volume del breviario (finora ho potuto pregare
meravigliosamente). Le nostre carte di identità, i certificati di origine e le tessere del pane.
Mille grazie. Salute a tutte. Sua grata B. Un abito e grembiuli – Un piccolo velo”. E ancora:
“Sono contenta di tutto. Si giunge a possedere una scientia crucis solo quando si sperimenta
fino in fondo la croce. Di questo ero convinta fin dal primo istante, perciò ho detto di cuore:
ave crux, spes unica”.
Con questa fortezza interiore Edith Stein affronta i forni crematori di Auschwitz: lì
morirà presumibilmente il 9 agosto 1942. Una testimone dei fatti scrisse di lei: “La grande
differenza tra Edith Stein e le altre religiose stava nel suo silenzio. La mia impressione fu che
ella fosse turbata fino all’intimo, ma non spaventata. Non posso trovare espressione migliore
di questa: ella dava la sensazione di portare una tale mole di sofferenza che, se per caso
abbozzava un sorriso, ne rimanevi ancor più sconvolto. Non parlava quasi per nulla […] Mi
viene il pensiero che ella prevedesse ciò che attendeva lei e le altre persone. In fondo, era
l’unica che fosse fuggita dalla Germania ed era meglio informata degli altri. […] Ella pensava
alla sofferenza che prevedeva: non alla propria sofferenza (era troppo calma per questo), ma
alla sofferenza che aspettava gli altri”.
Un funzionario olandese ha scritto, alcuni anni dopo, sulla rivista De Tijd: “Quando
incontrai quella donna al campo di Westerbork dissi subito a me stesso: questa è veramente
una persona grande. In una conversazione disse: Il mondo è formato di opposti… ma alla fine
nulla resterà di tali contrasti. Solo un amore grande resterà. E come potrebbe essere
altrimenti? Parlava con tanta sicurezza e umiltà che doveva conquistare gli ascoltatori. Un
colloquio con lei… era un viaggio in un altro mondo. In questi istanti Westerbork non esisteva
più… Una volta disse: Ogni ora io prego per essi [gli ebrei]. Ascolterà Dio la mia preghiera?
Certo è, però, che ascolta il loro lamento. Quando ormai non restava alcun dubbio che ella e
gli altri battezzati, tra un paio d’ore, sarebbero stati deportati altrove, le chiesi chi dovessi
informare della cosa e se potevo aiutarla in qualche maniera. Dovevo chiamare qualcuna delle
guardie fidate di Utrecht? Sorrise nuovamente. No, non volle che si facesse nulla. Perché
un’eccezione per lei o per quel gruppo? Giustizia esigeva che a lei non venisse alcun privilegio
dal fatto di essere battezzata. Se non avesse potuto condividere la sorte degli altri, la sua vita
sarebbe stata come distrutta. Ma no!… E così andò col sorriso sulle labbra, insieme con la
sorella Rosa, verso le carrozze. Vidi il suo sorriso, la sua infrangibile risolutezza che
l’accompagnarono ad Auschwitz”.