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Fenomeno religioso ed esperienza giuridica.

L’obiezione di coscienza.
L’obiezione di coscienza si collega direttamente alla libertà di coscienza, ossia al diritto di
comportarsi in maniera conforme ai propri convincimenti religiosi, morali e filosofici. Il tema della
libertà di coscienza si intreccia inevitabilmente con il principio di laicità dello stato, in quanto uno
Stato laico deve necessariamente essere equidistante dalle diverse confessioni religiose e
addirittura salvaguardare la libertà di non avere convinzioni religiose.
Il riconoscimento dell’obiezione di coscienza presuppone un conflitto tra le convinzioni e gli
imperativi morali dell’individuo da una parte e gli obblighi giuridicamente rilevanti derivanti da
norme di legge dall’altra ed implica che il legislatore consenta all’individuo di far prevalere i propri
convincimenti anche sui doveri inderogabili di solidarietà economica, politica e sociale imposti dalla
Costituzionale.
Si tratta, comunque, di una prevalenza che non ha carattere assoluto, il legislatore deve, infatti
contemperare la necessità di non pregiudicare il buon funzionamento delle strutture organizzative
e dei servizi di interesse generale, con la necessità di riconoscere il carattere fondante della libertà
di coscienza.
La principale ipotesi di obiezione di coscienza disciplinate dal nostro ordinamento sono:
- Le norme del processo penale e del processo civile configurano sul giuramento dei
testimoni.
Il giuramento dei testimoni non è più qualificato quale assunzione di responsabilità davanti
a Dio, se credente, o agli uomini, ma le norme del processo penale e civile oggi impongono
al giudice di avvertire il testimone dell’obbligo di dire la verità e delle conseguenze penali di
dichiarazioni false e reticenti e configurano la dichiarazione del testimone in termini di
impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto a sua conoscenza
consapevole della responsabilità morale e giuridica che si assume con la deposizione.
A tali conclusioni il legislatore è pervenuto anche su sollecitazione della Corte Costituzionale,
che ha evidenziato i turbamenti di coscienza che potevano derivare dalla formulazione del
giuramento ai non credenti, ma anche a quei credenti la cui religione di appartenza facesse
divieto di presta giuramento. Ad analoga soluzione la Corte è pervenuta anche per il
giuramento decisorio previsto dal codice di procedura civile;
- L’obiezione di coscienza al servizio militare.
Il dovere di difesa della Patria si traduce, ex art.52, co.2, nell’obbligo di prestare il servizio
militare nei limiti e secondo le modalità stabilite dalla legge.
Già nel 1972 era stata introdotta una normativa che ha riconosciuto l’obiezione di coscienza
quale diritto di quell’individuo che, contrario all’uso delle armi, non accetti l’arruolamento
nelle Forze armate, preferendo impegnarsi in attività socialmente utili e per l’effetto aveva
introdotto un servizio civile sostitutivo ed alternativo di pari durata temporale al servizio di
leva.
Il legislatore nel 2000, ha provveduto ad una radicale riforma delle nostre Forze armate,
riforma resa operativa tramite il D.lgs. 215/2001, introducendo il servizio militare
professionale e la sospensione del servizio di leva obbligatorio a partire dal 1 gennaio 2005.
Nel medesimo anno è stata emanata la legge che ha istituito il servizio civile nazionale che
consiste nel dedicare 12 mesi a iniziative di solidarietà sociale.
Da ultimo con il D.lgs.40/1017 è stato istituito il c.d. servizio civile universale finalizzato alla
difesa non armata e non violenta della Patria, all’educazione, alla pace tra i popoli, nonché
alla promozione di valori fondanti della Repubblica. I settori di intervento nei quali si
realizzano le finalità del servizio civile universale spaziano in svariati campi che vanno
dall’assistenza e dalla protezione civile alla tutela del patrimonio ambientale e culturale
all’agricoltura biosostenibile, fino alla tutela dei diritti umani ed al sostegno delle comunità
di italiani all’estero.
Il programma del servizio civile universale è realizzato con un Piano triennale, modulato per
Piani annui, tutti predisposti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri cui spetta, in
generale, l’organizzazione e l’attuazione del servizio, nonché l’accreditamento degli enti
presso i quali svolgere, le attività di controllo ed ogni ulteriore adempimento.
Norme simili dettate per l’obiezione di coscienza in merito al servizio di leva a favore dei
cattolici sono contenute in leggi che recepiscono le intese con le confessioni acattoliche. Ad
esempio è stata emanata una legge che garantisce agli avventisti soggetti all’obbligo di
servizio militare di poter accedere al servizio sostitutivo civile al fine di garantire le loro
convinzioni religiose per le quali sono contrari all’uso delle armi.
Analoghe previsioni sono previste a favore dei buddisti dalla legge di ratifica dell’intesa con
l’Unione buddista italiana.
- Obiezione di coscienza previsto a favore di coloro i quali si oppongono alla violenza sugli
esseri viventi relativamente ad ogni atto connesso con la sperimentazione animale. Il diritto
è riconosciuto a medici, ricercatori, personale sanitario dei ruoli del professionista laureati,
tecnici ed infermieri, nonché agli studenti universitari interessati e riguarda tutte le attività
ed interventi specificatamente e necessariamente diretti alla sperimentazione animale. Il
diritto è esercitato mediante dichiarazione formulata in tempi e secondo modalità differenti
a seconda di chi esercita il diritto all’obiezione.
- Obiezione di coscienza nei confronti delle procedure e delle attività specificatamente dirette
a determinare l’interruzione della gravidanza e l’intervento di procreazione medicalmente
assistita è riconosciuta al personale sanitario ed esercente l’attività sanitarie ausiliarie. La
dichiarazione relativa deve essere presentata entro 3 mesi dall’entrata in vigore delle leggi
e può essere revocata, o anche tardivamente, con effetti postergati ( un mese dopo la
dichiarazione stessa).
L’obiezione esonera il personale dal compimento delle procedure e delle attività
specificamente e necessariamente dirette a determinare l’intervento di interruzione o di
procreazione e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento stesso.
Per interruzione di gravidanza è, altresì, previsto che l’obiezione di coscienza non può essere
invocata quando, data la particolarità dellecircostanza, il personale intervento dell’obiettore
è indispensabile per salvare la vita delle donna in imminente pericolo di vita.
Molto controversa è la questione se rientri nell’obiezione di coscienza la possibilità del
medico di non prescrivere la c.d. pillola il giorno dopo. Un obbligo alla prescrizione
sembrerebbe ravvisarsi nella legge istitutiva dei consultori familiari, che individua tra i suoi
scopi quello della << somministrazione dei mezzi necessari per conseguire le finalità
liberamente scelte dalla coppia e dal singolo in ordine alla procreazione responsabile nel
rispetto delle convinzioni etiche e dell’integrità fisica degli utenti>>. Ragion per cui
sembrerebbe che la libertà assicurata al medico non possa tradursi nel rifiuto della
prescrizione, laddove ricorrano i presupposti previsti dalla legge per l’erogazione della
prestazione, presupposti che sussistono, salvo i casi di possibile concreto pericolo per la
salute della donna.
Discorso diverso è da farsi per la prescrizione della << pillola RU486 >> i cui effetti
sicuramente abortivi fanno si che il suo utilizzo debba sottostare alla disciplina generale
sull’interruzione della gravidanza, prevista dalla legge 194/1978 recante disposizioni per la
tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza, ivi comprese le
disposizioni in materia di obiezione di coscienza.

Procreazione medicalmente assistita.


L’espressione << procreazione medicalmente assistita >> richiama fenomeni diversi che prevedono
l’intervento artificiale nella prima fase della riproduzione umana e che possono essere ricondotti
all’inseminazione artificiale ed alla fecondazione exstracorporea.
L’inseminazione artificiale, fecondazione intracorporea, prevede l’introduzione del seme maschile
nelle vie genitali della donna allo scopo di fecondarla usando mezzi diversi dall’unione sessuale
dell’uomo e della donna e si sottodistingue in:
- Inseminazione artificiale omologa che avviene utilizzando i gameti del marito e della
moglie;
- Inseminazione artificiale eterologa, che utilizza il seme o l’ovulo del donatore.
La fecondazione exstracorporea effettua l’incontro dei gameti in vitro cui segue l’impianto
nell’utero materno e, ugualmente, si sottodistingue in omologa ed eterologa.
Nell’intento di fornire una soluzione legislativa al fenomeno della procreazione medicalmente
assistita è stata approvata la L. 19 febbraio 2004, n.40 la quale consente il ricorso alla sola
procreazione di tipo monologo e la subordina alla presenza di determinati presupposti tra cui, in
particolare, dell’accertata sterilità o infertilità della coppia, e qualora non esistano altri metodi
terapeutici efficaci per rimuovere le relative cause.
Tale disciplina è stata più volte sottoposta al vaglio della Corte Costituzionale la quale ha rilevato
diversi motivi di incostituzionalità:

- Innanzitutto la corte ha evidenziato come tali norme si rivelino in contrasto con l’art.32
Cost., in ragione del serio pregiudizio da essa arrecato alle esigenze di salute della donna;
- con l’art. 3 Cost. nella misura in cui, prescindendo da ogni valutazione delle condizioni
soggettive della donna che di volta in volta si sottopone al trattamento, predispone una
regolamentazione identica di situazioni tra loro dissimili.
- La Corte ha altresì affermato che la normativa introduce un evidente elemento di
irrazionalità laddove vieta la fecondazione assistita eterologa adottata nei casi di infertilità
assoluta. Secondo la Corte si introduce un evidente elemento di irrazionalità, poiché la
negazione assoluta del diritto a realizzare la genitorialità, alla formazione della famiglia con
figli è stabilita in danno alle coppie affette dalle patologie più gravi.
- La Corte ha, altresì, dichiarato incostituzionali le norme della legge che vietano la
procreazione medicalmente assistita, con diagnosi preimpianto, alle coppie fertili affette (
anche come portatrici sane ) da gravi patologie genetiche ereditarie, suscettibili ( secondo
le evidenze scientifiche) di trasmettere al nascituro rilevanti anomalie o malformazioni,
anche in considerazione del fatto che l’ordinamento italiano consente, comunque, a tali
coppie di perseguire l’obiettivo di procreare un figlio non affetto dalla specifica patologia
ereditaria, attraverso l’interruzione della gravidanza.
Tale sistema normativo non permette pur essendo scientificamente possibile, di far acquisire
alla donna un’informazione che le potrebbe evitare di assumere in un secondo momento
una decisione pregiudizievole per la sua salute.

Quanto alla Chiesa cattolica considera moralmente inaccettabili le tecniche di procreazione


artificiale, qualunque esse siano per due ordini di ragioni:
- Innanzitutto per il rispetto dell’embrione umano che per la dottrina cattolica è assoluto dal
momento del suo concepimento in cui è già considerato essere umano.
L’affermarsi della pratica della fecondazione in vitro, presuppone abitualmente che vengano
prelevati più ovuli dalla donna, i quali vengono fecondati e poi coltivati in vitro per alcuni
giorni. Abitualmente non sono trasferiti tutti nelle vie genitali della donna ma alcuni,
chiamati solitamente << soprannumeri >>, vengono distrutti o congelati, con il risultato che
finalità apparentemente opposte, la vita e la morte vengono sottomesse alle decisioni
dell’uomo, che viene così a costituirsi donatore di vita e di morte su comando.
- Il Magistero mette poi in luce il fatto che tali tecniche sostituiscono l’atto coniugale nella
chiamata all’esistenza di una nuova vita umana e pertanto si pongono in contrasto con i
valori specificatamente umani della sessualità in forza dei quali la procreazione di una
persona deve essere il frutto dell’atto coniugale specifico dell’amore tra gli sposi.
- Le tecniche di procreazione artificiale eterologa, inoltre, violano l’unità del matrimonio che,
nell’insegnamento della Chiesa, impone agli sposi di diventare genitori esclusivamente l’uno
per mezzo dell’altro.

Per quanto concerne le altre confessioni religiose possiamo dire che in linea di massima dagli
ortodossi, chiese riformate, ebrei e islamici ammettono l’inseminazione artificiale omologa e la
fecondazione in vitro omologa mentre si oppongono all’inseminazione artificiale eterologa ed alla
fecondazione in vitro eterologa.
La surrogazione di maternità.
La surrogazione di maternità, o gestazione per altri o gestazione d’appoggio, talvolta denominata in
modo apertamente critico “utero in affitto”, è una procedura che fa riferimento a una madre
portatrice o gestante la cui funzione è portare un embrione concepito con la fecondazione in vitro,
generalmente, ma non sempre con i gameti dei genitori che vogliono avere il figlio.
La surrogazione in pratica si ha quando una donna si presta a portare a termine un’intera gravidanza,
fino al parto, su commissione di single o coppie sterili.
La Corte Costituzionale ha manifestato delle aperture verso la maternità surrogata, laddove
afferma che “il dato della provenienza genetica non costituisce un imprescindibile requisito della
famiglia stessa”.
Di indirizzo opposto è la Cassazione che ha chiuso a tale pratica ogni spiraglio legale. In particolare
con una recente pronuncia del 2014 ha osservato che l’ordinamento contiene nella L.40/2004 un
chiaro divieto di surrogazione di maternità. In particolare vengono in rilievo la dignità umana,
costituzionalmente tutelata, della gestante e l’istituto dell’adozione, con il quale la surrogazione di
maternità si pone oggettivamente in conflitto perché soltanto a tale istituto l’ordinamento affida la
realizzazione di progetti di genitorialità priva di legami biologici con il nato.
Per la Suprema Corte l’interesse del minore si realizza soltanto attribuendo la maternità a colei che
partorisce e affidando all’istituto dell’adozione, realizza con le garanzie proprie del procedimento
giurisdizionale, piuttosto che al semplice accordo delle parti, la realizzazione di una genitorialità
disgiunta dal legame biologico. Si tratta, secondo la Cassazione, di una valutazione insindacabile del
legislatore, che non lascia al giudice alcuna discrezionalità da esercitare in relazione al caso concreto.
Per la dottrina della Chiesa cattolica la volontà legittima ed eccellente di dare la vita a un figlio
non conferisce il diritto al figlio, che permetterebbe ai genitori di rivendicare allo Stato qualsiasi
mezzo per raggiungere questo risultato.
Per le medesime ragioni che portano a rifiutare la fecondazione artificiale eterologa la Chiesa
cattolica è contraria alla surrogazione di maternità. La maternità sostitutiva rappresenta, infatti,
una mancanza oggettiva di fronte agli obblighi dell’amore materno, della fedeltà coniugale e della
maternità responsabile; offendere la dignità e il diritto del figlio ad essere concepito, portato in
grembo, messo al mondo ed educato dai propri genitori. Da questo punto di vista si pone su un
piano completamente diverso dall’adozione dove c’è uno stato di abbandono, il bambino non ha
più i genitori e quindi viene ricondotto nell’alveo di un’altra famiglia che lo accoglie.
Ma anche prescindendo da visioni strettamente confessionali si rileva che la maternità surrogata si
risolve in un contratto che si fa con una donna, la quale porterà nel suo grembo un bambino che
poi all’atto della nascita verrà in realtà dato ad un’altra coppia. Il fatto che il più delle volte la
“prestazione” è a titolo oneroso contrasta decisamente con la dignità della donna, dignità del
nascituro ed in particolare la concezione di famiglia civile, e non famiglia religiosa, che c’è all’interno
del nostro ordinamento civilistico.
In linea di massima anche le altre confessioni religiose concordano con la Chiesa cattolica sul
dichiarare inaccettabile la surrogazione di maternità.
Il rifiuto dei trattamenti sanitari.
L’art.31, co.2 Cost. stabilisce che << nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento
sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal
rispetto della persona umana >>.
Da ciò si evince che, al di fuori dei trattamenti sanitari obbligatori, es. vaccinazioni con scopo
profilattico, il principio è quello della volontarietà dei trattamenti sanitari.
Tuttavia, il dibattito nato attorno al diritto del paziente a non sottoporsi alle cure mediche e, in
alcuni casi, come conseguenza, il diritto a lasciarsi morire, è stato oggetto di diversi interventi da
parte della giurisprudenza.
Il principio che la decisione terapeutica trova nel consenso informato e nell’autodeterminazione
del paziente il suo principio e la sua fine, poiché è il paziente ( e non un astratto concetto di cura,
di bene ecc…) il valore da salvaguardare, è stato fatto proprio dal Consiglio di Stato con una
sentenza del 2014 nella quale la Corte ha riconosciuto che << a fronte del diritto, inviolabile, che il
paziente ha di rifiutare le cure, interrompendo il trattamento sanitario non voluto o non più
voluto, sta correlativamente l’obbligo, da parte dell’amministrazione sanitaria, di attivarsi e di
attrezzarsi perché tale diritto possa essere concretamente esercitato. Non può, dunque
l’amministrazione sanitaria sottrarsi al suo obbligo di curare il malato e di accettarne il ricovero,
anche di quello che rifiuti un determinato trattamento sanitario nella consapevolezza della certa
conseguente morte, adducendo una propria autoritativa visione della cura o della prestazione
sanitaria che, in termini di necessaria beneficialità, contempli e consenta solo la prosecuzione
della vita e non, invece, l’accettazione della morte da parte del consapevole paziente>>.
Riguardo al rifiuto dei trattamenti sanitari per motivi religiosi il problema si è posto in relazione al
rifiuto delle emotrasfusioni da parte dei testimoni di Geova motivato da una particolare
interpretazione di alcuni passi della Bibbia.
Una manifestazione di volontà in tal senso entra in conflitto con due interessi pubblici fondamentali:
l’interesse dello Stato a tutelare la vita e la salute dei propri cittadini e l’interesse a salvaguardare
l’integrità etica della professione medica, la cui finalità è proprio quella di assistere dal punto di
vista sanitario coloro che si affidano alle terapie.
Due sono gli orientamenti di dottrina e giurisprudenza che si contrappongono:
- Un primo orientamento seguito dalla dottrina ed anche dalla giurisprudenza civile e penale,
ritiene legittimi i provvedimenti autorizzatori di emotrasfusioni contro la volontà del
paziente, soprattutto quando vi sia il fondato sospetto che tale volontà non sia il frutto di
libera ed autonoma determinazione. In tal senso è considerato legittimo il comportamento
dei sanitari che pratichino una trasfusione al paziente in pericolo di vita, considerando il
rifiuto manifestato da quest’ultimo al momento del ricovero non più valido in quanto deve
essere, come il consenso, espresso in maniera valida cioè inequivoca, attuale, effettiva e
consapevole. Lo stato di incoscienza priva il diniego precedentemente manifestato nei
confronti della sottoposizione ad emotrasfusioni del necessario requisito dell’attualità.
Pertanto il grave stato di necessità impone ai sanitari il ricorso a qualunque intervento
necessario per salvare la vita del paziente.
Tale orientamento si basa sul presupposto dell’indisponibilità del diritto alla vita e del
corrispondente dovere di curarsi nonché dell’obbligo peculiare del personale sanitario di
prestare sempre, e comunque, la propria opera a tutela della vita in caso di ricovero.
- Altra parte della dottrina e della giurisprudenza ritiene, invece, che si debba dare
prevalenza alle convinzioni spirituali e religiose del soggetto rispetto alla tutela della sua
stessa vita, una volta accertata con sicurezza la volontà di non sottoporsi a emotrasfusioni.
La giurisprudenza, in particolare, pur ribadendo la necessità che il dissenso debba essere
espressione di una volontà non astrattamente ipotetica, ma concretamente accertata, ciò
non implica che in tutti casi in cui il paziente portatore di forti convinzioni etico-religiose,
come appunto il caso dei testimoni di Geova, si trovi in stato di incoscienza, debba per questo
subire un trattamento terapeutico contrario alla sua fede. Il dissenso al trattamento
trasfusionale anche in ipotesi di pericolo di vita deve essere manifestato in modo
inequivocabile dallo stesso paziente o da un diverso soggetto da lui stesso indicato in veste
di rappresentante ad acta il quale, dimostrata l’esistenza del proprio potere
rappresentativo, confermi tale dissenso.

Testamento biologico.
Il testamento biologico è una dichiarazione anticipata di trattamento che costituisce l’espressione
della volontà da parte di una persona, fornita di condizioni di lucidità mentale, in merito alle terapie
che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di
incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte
(consenso informato ) per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti.
Dopo anni senza una legislazione specifica ed accesi dibattiti si è giunti all’approvazione della L. 22
dicembre 2017, n.219 recante << norme in materia di consenso informato e di disposizioni
anticipate di trattamento ( c.d. DAT) >>.
Le disposizioni anticipate di trattamento il dichiarante enuncia i propri orientamenti sul << fine
vita>> nell’ipotesi in cui sopravvenga una perdita irreversibile della capacità di intendere e di volere.
Il provvedimento, che costa di 8 articoli, prevede che nessun trattamento sanitario possa essere
iniziato o proseguito se privo del consenso libero ed informato della persona interessata, tranne che
nei casi espressamente preveduti dalla legge. Viene richiamato il rispetto dei principi di cui agli
artt.2, 13 e 32 Cost. e di cui agli artt. 1( dignità umana ), 2 ( diritto alla vita), e 3 ( diritto all’integrità
della persona) della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Viene poi disciplinato il diritto all’informazione, definito come il diritto di ogni persona di conoscere
le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo completo, aggiornato e a lei
comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefici ed ai rischi degli accertamenti
diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati, nonché riguardo alle possibili alternative e alle
conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della
rinuncia ai medesimi.
Il testo prevede anche che ciascuna persona maggiorenne e capace di intendere di volere può
esprimere, indicando al contempo una persona di sua fiducia ( c.d. fiduciario), che ne faccia le veci
e la rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie: il medico è tenuto al rispetto
di tali dichiarazioni, salvo il caso in cui appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla
condizione clinica attuale del paziente ovvero sussistano terapie non prevedibili all’atto della
sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita.
La Chiesa cattolica è contraria al testamento biologico che si risolva in una autorizzazione
anticipata della morte con un intervento attivo, ma è favorevole alla dichiarazione anticipata di
trattamento (DAT) che, riconoscendo valore legale a dichiarazioni inequivocabili e rese in forma
certa ed esplicita, dia nello stesso tempo tutte le garanzie sulla presa in carico dell’ammalato e
consentano il rispetto della volontà di autodeterminazione dell’individuo anche contro
l’accanimento terapeutico. Inoltre, per la Chiesa cattolica, bisogna guardarsi dal pretendere di
interpretare le espresse volontà del paziente come un obbligo costrittivo per l’agire del medico,
soprattutto con la sua coscienza che sempre va rispettata e tutelata, al pari di quella del paziente.
Diversa è la posizione sul punto da parte dei culti acattolici.
Ad esempio la Chiesa Valdese ha attivato uno sportello pubblico per la raccolta delle dichiarazioni
anticipate di fine vita di tutti i cittadini, valdesi e non, nel caso vengano a trovarsi in una situazione
di perdita della capacità di decidere o di impossibilità di comunicare, temporaneamente o
permanentemente. I valdesi, a differenza della posizione sostenuta dalla C.E.I., considerano
trattamenti sanitari tutti gli interventi che i sanitari possono mettere in atto, compresi quelli di
idratazione e alimentazione forzata.
Le convivenze di fatto.
Solo con l’approvazione della Legge Cirinnà (L. 20 maggio 2016, n.76 ) sono stati riconosciuti ai
conviventi di fatto ( etero o omosessuali ) una serie di diritti, nonché la possibilità di stipulare un
contratto di convivenza per regolare i loro rapporti patrimoniali.
La convivenza di fatto è definita quale unione di << due persone maggiorenni unite stabilmente
da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti
di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile >>.
La prova della << stabile convivenza >> è data dalla certificazione anagrafica, da chiedere all’ufficio
anagrafe del Comune di residenza.
La convivenza accertata tramite dichiarazione anagrafica consente di riconoscere ai conviventi i
seguenti diritti minimi:
- I diritti previsti dall’ordinamento penitenziario, in particolare il diritto, in caso di imminente
pericolo di vita di un familiare o di un convivente, ai condannati ed agli internati di vedersi
concesso dal magistrato di sorveglianza il permesso di recarsi a visitare, con le cautele
previste dal regolamento, l’infermo;
- La facoltà dei prossimi congiunti dell’imputato di astenersi dal deporre;
- Taluni diritti in caso di malattia o ricovero. In particolare, i conviventi di fatto hanno diritto
reciproco di visita, di assistenza, nonché di accesso alle informazioni personali;
- Il diritto di designare l’altro convivente come suo rappresentante, per le decisioni in
materia di salute in caso di malattia che comporti l’incapacità di intendere e di volere; per
la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e la celebrazione del funerale in
caso di morte;
- Il diritto di abitare nella stessa casa in caso di morte del proprietario. In particolare in caso
di morte del proprietario della casa di comune residenza, il convivente superstite ha diritto
di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se
superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Se nella stessa abitano figli minori
o figli disabili del convivente superstite, quest’ultimo ha diritto di continuare ad abitare nella
casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni; tale diritto, però, viene
meno nel caso in cui il convivente superstite cessi di abitare stabilmente nella casa di comune
residenza o in caso di matrimonio, di unione civile o di nuova convivenza di fatto;
- Il diritto di subentrare nel contratto di locazione in caso di morte del conduttore o di suo
recesso dal contratto di locazione della casa di comune residenza;
- Il diritto di partecipare agli utili dell’impresa familiare;
- Il diritto agli alimenti in caso di cessazione della convivenza. Il giudice stabilisce il diritto del
convivente di ricevere dall’altro convivente gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e
non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento.
- Il diritto ad essere nominato tutore, curatore o amministratore di sostegno qualora l’altra
parte sia dichiarata interdetta o inabilitata;
- In caso di decesso del convivente di fatto derivante dal fatto illecito altrui di un terzo
nell’individuazione del danno risarcibile alla parte superstite si applicano i medesimi criteri
individuati per il risarcimento del danno del coniuge superstite.

Secondo la dottrina della Chiesa Cattolica, per due battezzati l’unico modo per creare tra loro una
comunione permanente di vita è il matrimonio in cui Dio unisce l’uomo e la donna, conferendo
loro la capacità di amarsi senza riserve. Conseguentemente la coppia di fatto non è ufficialmente
riconosciuta sebbene Papa Francesco si sia espresso per l’accoglienza, con lo stile proprio del
Vangelo, nell’incontro e nell’accoglienza di quei giovani che preferiscono convivere senza sposarsi.
Quanto alle confessioni acattoliche nello Stato di Israele molti diritti delle coppie di fatto sono
riconosciuti, tuttavia il tema dal punto di vista religioso è complesso dal momento che sussiste una
forte opposizione contro il matrimonio civile.
Si è, invece, manifestata un’apertura da parte della Chiesa valdese le quali considera le c.d. nuove
famiglie ugualmente significative e non messe ai margini rispetto al modello tradizione.

Matrimonio tra persone dello stesso sesso.


La legge Cirinnà ( L.76/2016 ) è intervenuta anche in merito al matrimonio dello stesso sesso,
istituendo l’unione civile tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale ai sensi
degli artt. 2 e 3 Cost..
La legge dispone che l’unione civile è unione di due persone maggiorenni dello stesso sesso
costituita mediante dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile e alla presenza di due
testimoni.
In tal modo si è voluto riconoscere alle coppie omosessuali uno schema giuridico assimilabile al
matrimonio ma con effetti differenti, nel rispetto del principio che il matrimonio è solo quello
eterosessuale.
La legge estende ai soggetti dell’unione civile taluni diritti derivanti dal matrimonio prevedendo
l’applicazione all’unione civile delle sole norme del codice civile espressamente richiamate dalla
Legge Cirinnà, mentre per le leggi speciali vale il principio opposto, per cui alle parti dell’unione
civile si applicano tutte le disposizioni che si riferiscono al matrimonio fatta eccezione per la legge
sull’adozione. Pertanto, alle parti dell’unione civile vengono estesi i diritti e i benefici riconosciuti
alle coppie coniugate ( previdenziali, fiscali, assistenziali, nonché attinenti la materia sanitaria,
giuslavoristica e dell’immigrazione).
La Chiesa si oppone non solo al matrimonio omossessuale ma anche a qualsiasi tipo di
riconoscimento giuridico delle coppie omossessuali.
Il rifiuto della Chiesa cattolica oltre ad essere motivato dall’interpretazione delle Sacre Scritture si
basa anche su una serie di ragioni non confessionali.
Si fa rilevare che il matrimonio eterosessuale non è stato inventato dalla Chiesa, ma è un istituto
giuridico riscontrabile in tutte le culture ed in tutti i tempi, finalizzato a garantire l’ordine delle
generazioni, di conseguenza non si tratta di difendere un dogma di fede ma di dimensione del bene
umano oggettivo.
Come corollario ne discente che poiché le coppie matrimoniali eterosessuali svolgono il ruolo di
garantire l’ordine delle generazioni e sono quindi di eminente interesse pubblico, il diritto civile
conferisce loro un riconoscimento istituzionale: le unioni omossessuali, al contrario, non esigono
una specifica attenzione da parte dell’ordinamento giuridico, perché non rivestono il suddetto ruolo
per il bene comune. Gli omosessuali, in quanto esseri umani ed in quanto cittadini, possono
sempre ricorrere come tutti i cittadini ed a partire dalla loro autonomia privata al diritto comune
per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse ( reversibilità delle pensione, subentro nel
contratto di locazione, assistenza ospedaliera, diritti successori ecc…).
Per quanto riguarda le confessioni acattoliche:

- Fortemente contraria al matrimonio omossessuale e all’omosessualità in generale è la


chiesa ortodossa;
- Più variegata è la posizione delle Chiese evangeliche dove il tema dell’omossessualità è stato
al centro di recenti prese di posizione possibiliste e permissive.
- L’ebraismo riformato e laico accetta ormai da molti anni di celebrare benedizioni delle
convivenze fra persone dello stesso sesso, sebbene queste cerimonie, comunque, non
equivalgono alla celebrazione di matrimoni omosessuali in senso stretto.
- La netta maggioranza degli islamici è fortemente ostile all’omossessualità e al matrimonio
fra persone dello stesso sesso;
- L’islam progressista, invece, riconosce pari dignità alle coppie omosessuali e ai matrimoni
religiosi islamici tra persone dello stesso sesso che sono celebrati da vari imam
segretamente in alcune parti del mondo (Africa settentrionale, Medio Oriente) e
pubblicamente in America del nord, Europa e Sud Africa.
- I buddisti non si pongono in nessuna posizione in merito al matrimonio tra persone dello
stesso sesso in quanto appartenente ad una sfera, quella del matrimonio, avvertita come
totalmente distinta rispetto alla sfera spirituale. Nel Buddismo, infatti, il matrimonio è
considerato un contratto secolare, regolato dalle leggi dello Stato, del tutto distinto dalla
sfera religiosa.

L’assistenza spirituale nelle strutture obbliganti.

L’art.19 riconosce la libertà religiosa di tutti, anche di coloro che si ritrovano, temporaneamente
o definitivamente, all’interno strutture obbliganti o chiuse come le forze armate, gli ospedali, gli
istituti penitenziari.

Per quanto concerne gli appartenenti alla Chies cattolica, l’art.11 del nuovo concordato
espressamente prevede che la Repubblica italiana assicura che l’apparenza alle Forze armate, alla
polizia o ad altri servizi assimilati, la degenza in ospedali, case di cure o di assistenza pubbliche, la
permanenza negli istituti di prevenzione e pena non possono dar luogo ad alcun impedimento
nell’esercizio della libertà religiosa e nell’adempimento delle pratiche di culto dei cattolici.
L’assistenza spirituale ai medesimi è assicurata da ecclesiastici nominati dall’autorità italiane
competenti su designazione dell’autorità ecclesiastica e secondo lo stato giuridico, l’organico e le
modalità stabiliti d’intesa fra tali autorità.

Inoltre, per gli appartenenti alla Chiesa cattolico il servizio di assistenza spirituale alle Forze armate
dello Stato è disimpegnato da sacerdoti cattolici in qualità di cappellani militari. I sacerdoti in questo
caso sono legati da rapporto di impiego con l’amministrazione militare e inquadrati nelle gerarchie
militari.

Per quanto concerne, invece, i culti acattolici che non hanno stipulato intese recepite in leggi è
consentito ai ministri di culto di prestare assistenza religiosa ai ricoverati in luoghi di cura o di ritiro,
agli internati in istituti di prevenzione e pena e in caso di mobilitazione delle forze armate.
Per i culti acattolici i cui rapporti sono regolati dalle intese recepite in leggi le disposizioni sono
contenute nelle intese medesime. In particolare gli oneri finanziari per lo svolgimento delle diverse
forme di assistenza spirituale sono, diversamente da quanto avviene per la Chiesa cattolica, a carico
degli organi ecclesiastici competenti e le stesse non vengono, di norma, soggette a particolari
limitazioni.

L’insegnamento della religione cattolica e le scuole confessionali.

L’art.9, n.2, co.1, del nuovo Concordato, innovando profondamente rispetto alla previgente
disciplina del concordato del 1929, ha chiarito che la Repubblica italiana, riconoscendo il valore della
cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico
del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento
della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado.

Tuttavia, nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è
garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o meno di tale insegnamento. La Corte
Costituzionale ha, infatti, precisato che l’insegnamento obbligatorio della religione cattolica
violerebbe il principio della libertà di coscienza, e che l’alternativa per coloro che non intendano
fruirne deve essere uno stato di non obbligo. La stessa Corte ha chiarito che l’eventuale minore
impegno scolastico dei non avvalentisi dell’insegnamento di religione non può essere caonsiderato
una causa di disincentivo per gli avvalentisi dell’insegnamento, in quanto tale scelta è motivata da
profonde convinzioni morlai e religiose. Pertanto, la libertà di non avvalersi può anche comprendere
la possibilità dell’allontanamento da scuola.

All’atto di iscrizione gli studenti o i loro genitori eserciteranno il diritto di avvalersi dell’insegnaento
di religiose su richiesta dell’autorità scolastica, senza conseguenze discriminatorie. Tale diritto è
esercitato nella scuola materna, elementare e media dai genitori, e dagli alunni nella scuola
secondaria superiore.

Il Protocollo addizionale precisa, poi, che l’insegnamento della religiose cattolica è impartito in
conformità alla dottrina della Chiesa da insegnanti che siano riconosciuti idonei dall’autorità
ecclesiastica e nominati, d’intesa con essa, dall’autorità scolastica. Sulla base di intese fra le autorità
scolastiche e la CEI verranno determinati i programmi di insegnamento, le modalità di
organizzazione di tale insegnamento, anche in relazione alla collocazione nel quadro degli orari delle
lezioni, i criteri di scelta dei libri di testo ed i profili di qualificazione professionale degli insegnanti.

Lo status giuridico degli insegnanti di religione è attualmente equiparato sostanzialmente a quello


degli altri docenti e la loro assunzione avviene mediante concorso, con alcune particolarità legate ai
programmi di esame ed ai requisiti richiesti.

È prevista anche la possibilità che incaricati designati dalle confessioni possano rispondere ad
eventuali richieste di alunni, famiglie od organi scolastici in ordine allo studio del fatto religioso e
delle sue implicazioni, con oneri a carico degli organi ecclesiastici competenti.

Tali attività si inseriscono nell’ambito delle attività culturali previste dall’ordinamento scolastico.
L’art.33 Cost. riconosce la libertà di insegnamento e ad enti e privati il diritto di istituire scuole ed
istituti di educazione, purchè ciò avvenga senza oneri per lo Stato. Per quanto riguarda le scuole non
statali che chiedono la partià, la legge deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un
trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni delle scuole statali. La Chiesa può, quindi,
istituire liberamente scuole di ogni ordine e grado e istituti di educazione.

Per quanto concerne specificatamente tali scuole confessionali il nuovo Concordato sancisce che gli
istituti universitari, i seminari, le accademie, i collegi e gli altri istituti per ecclesiastici e religiosi o
per la formazione nelle discipline ecclesiastiche, istituiti secondo il diritto canonico, continueranno
a dipendere unicamente dall’autorità ecclesiastica.

Disposizioni simili sono contenute anche nelle leggi che recepiscono le intese con le confessioni
acattoliche.

Le scuole confessionali sono organizzazioni di tendenza cioè organizzazioni non in forma imprea che
svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di
religione o di culto.

Ciò implica la necessità di un bilanciamento tra libertà di insegnamento e libertà dei discenti di
ottenere una istruzione confessionalmente orientata. Un aspetto ulteriore riguarda l’incidenza dei
comportamenti dei privati dei docenti di tali scuole sulla valutazione degli stessi relativamente alle
mansioni da svolgere.

Il carattere di tendenza delle organizzazioni assume rilevanza in almeno due diverse previsioni
legislative:

- La legge in tema di licenziamenti, che considera possibile derogare alla tutela reale del posto
di lavoro, cioè mediante reintegrazione nello stesso, nei confronti di quei datori di lavoro
non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale,
culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto;
- In tema di parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, precisa
che non costituiscono atti di discriminazione le differenze di trattamento basate sulla