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Introduzione:

Mai come nel corso del ventesimo secolo il progresso della conoscenza ha condizionato l’uomo in tutti gli
aspetti della sua vita. Le evoluzioni tecnologiche, la ricerca ed il progresso scientifico hanno fatto compiere
all’essere umano enormi passi in avanti in tutti i campi del sapere. Da questa evoluzione non poteva di
certo sottrarsi il settore militare, elemento trainante per lo sviluppo tecnologico. Da sempre tutti i soggetti
politici, dagli Stati alle aggregazioni comunitarie più piccole, hanno cercato di superare tecnologicamente
l’avversario per ottenere il successo militare e politico e, quando ottenuto, conservarlo. Di qui la necessità
di ideare armamenti tali da poter eliminare completamente l’avversario, civile o militare che fosse. Oltre
agli strumenti militari convenzionali, perciò si cominciarono a sviluppare nuove e sempre più temibili armi:
le “armi di distruzione di massa”. Di questa vasta serie di armamenti fanno parte: le armi chimiche (su cui
sarà incentrata la mia spiegazione), biologiche, nucleari e radiologiche.

Sono tutte armi diverse tra loro per composizione, letalità, imprevedibilità, effetti sull’uomo, ma
accomunate da due elementi: la capacità, almeno potenziale, di arrecare una quantità di danni,
decisamente superiore a qualsiasi dispositivo militare convenzionale oggi presente e il panico che riescono
a provocare nella popolazione, configurandosi anche come vere e proprie armi psicologiche. :

In particolare le armi chimiche, come definite dalla Convenzione sulle armi chimiche del 1993, sono: “tutte
quelle sostanze che esercitano un’azione chimica sui processi vitali, causando danni permanenti
all’organismo o causandone la morte. Comprendono non solo gli agenti tossici ma anche i loro precursori,
cioè quelle sostanze che possono essere modificate tramite una reazione chimica per produrre agenti
tossici.” Si classificano in agenti nervini, asfissianti e vescicanti.

 Nervini: interferiscono in modo irreversibile sulle cellule cerebrali che gestiscono il funzionamento
degli organi vitali e, bloccando i muscoli che permettono alla gabbia toracica di espandersi e
comprimersi e il diaframma, provocano la morte per insufficienza respiratoria in pochi minuti. Sia il
gas Sarin che il gas VX, appartengono ai nervini.

 Asfissianti: agiscono sull’apparato respiratorio causando edemi polmonari che portano la maggior
parte delle vittime alla morte entro 24 ore. Fu la causa dell’80% delle vittime da armi chimiche
durante il primo conflitto mondiale. I più noti sono il Fosgene e il Cloro.

 Vescicanti: producono estese vesciche e necrosi nelle zone cutanee che vi entrano in contatto e
successivamente estendono i danni anche al sistema immunitario, al cervello e all’apparato
gastrointestinale. Il più famoso gas vescicante è l’iprite, ma comunemente conosciuto come gas
mostarda per via del suo colore giallognolo.

STORIA- Utilizzo armi chimiche in guerra:

L'utilizzo delle armi non convenzionali è di antica memoria. Nel corso dei secoli, durante decine di conflitti,
sono numerose le volte in cui agenti chimici o batteri sono stati usati per colpire il nemico. Basti pensare
che nel Rinascimento, Leonardo da Vinci propose a Ludovico il Moro di utilizzare armi chimiche. "Gesso,
solfuro d'arsenico triturato, e verderame in polvere si possono lanciare sulle navi nemiche per mezzo di
piccoli mangani, e tutti coloro che respirando inaleranno la polvere nei polmoni saranno asfissiati."; oppure
andando ancora indietro nel tempo, nel V secolo a.C., durante la battaglia fra Sparta e Atene, gli spartani
usarono come arma una miscela incendiata di zolfo, lesina e legno, avvelenando così gli avversari.

1. SECONDA BATTAGLIA DI YPRES

Ma è proprio nel ‘900, durante la prima guerra mondiale, che si assiste all’uso su larga scala di tali armi,
tanto che si parla della prima guerra chimica della storia. E’ l’anno 1915, mentre ad est gli scontri tra Russia
e Germania procedevano con alterne vicende ma con un carattere sostanzialmente dinamico, ad ovest la
guerra di posizione aveva inchiodato le truppe tedesche, inglesi e francesi nelle proprie trincee. L’attrito
che progressivamente logorava le forze di entrambi gli schieramenti non prevedeva sviluppi nel breve
periodo. Per ovviare a questa stasi, lo Stato Maggiore tedesco pensò di scatenare un attacco contro le
trincee nemiche con una nuova arma: il gas. Il luogo prescelto per la prima apparizione fu la cittadina belga
di Ypres, attorno alla quale si stavano scatenando dei feroci combattimenti, che sfociarono appunto in
quella che passerà alla storia come Seconda battaglia di Ypres. Il 22 aprile 1915, alle 17,30, i tedeschi
rilasciarono, da 5.730 bombole, 168 tonnellate di un gas di cloro (iprite) su un fronte di circa sei chilometri,
causando circa 5.000 morti nello schieramento alleato nel giro di dieci minuti. Il gas colpiva i polmoni e gli
occhi causando problemi respiratori e cecità; inoltre questa sostanza essendo molto più pesante dell'aria
scese dentro le trincee e falcidiò gli algerini della 45ma divisione coloniale e i fanti della 87ma divisione
territoriale francese costretti ad abbandonare le posizioni in massa, lasciando una breccia di sei chilometri
nella linea del fronte. Tuttavia l’effetto sorpresa colpì gli stessi tedeschi che non si aspettavano di ottenere
tanto successo e non approfittarono come avrebbero potuto del crollo delle linee nemiche, consentendo la
Divisione canadese, inizialmente tenuti in riserva nelle retrovie, di riorganizzarsi e ripristinare la continuità
della fronte.

2. GUERRA DI ETIOPIA

L’iprite venne utilizzato in massicce quantità anche durante la guerra d'Etiopia, nota anche come guerra
d'Abissinia, che si svolse tra il 3 ottobre 1935 e il 5 maggio 1936 e vide contrapposti il Regno d'Italia e
l'Impero d'Etiopia. Condotte inizialmente dal generale Emilio De Bono, rimpiazzato poi dal
maresciallo Pietro Badoglio, le forze italiane invasero l'Etiopia a partire dalla colonia eritrea a nord, mentre
un fronte secondario fu aperto a sud-est dalle forze del generale Rodolfo Graziani dislocate nella Somalia
italiana. Nonostante una dura resistenza, le forze etiopiche furono soverchiate dalla superiorità numerica e
tecnologica degli italiani e il conflitto si concluse con l'ingresso delle forze di Badoglio nella capitale Addis
Abeba, la proclamazione dell’ Impero italiano da parte di Mussolini.
La pianificazione operativa della spedizione in Etiopia prevedeva fin dall'inizio la possibilità dell'impiego
delle armi chimiche, in particolare gas vescicanti e asfissianti, in spregio alla convenzioni di Ginevra del 1925
che le bandiva dall'utilizzo in guerra (dopo la traumatica esperienza del primo conflitto mondiale) e che era
stata sottoscritta pure dalla stessa Italia fascista. Mussolini, fin dalle direttive del 31 dicembre 1934
indirizzate al Capo di Stato Maggiore Badoglio, aveva dato il proprio nulla osta «all'impiego di gas di
qualunque specie e su qualunque scala». Nei documenti della Regia Aeronautica le missioni di guerra con i
gas erano denominate "azioni di sbarramento C" in quanto, data la letalità dell'iprite e la persistenza nel
tempo della sua azione, gli attacchi avvenivano solitamente in località relativamente lontane dal fronte e
dalle linee di avanzata previste dalle truppe italiane, principalmente per creare sbarramenti chimici su
strade, guadi e passi montani (allo scopo di interdire o rallentare il movimento delle truppe etiopiche) o
contro concentramenti di truppe nemiche non ancora ingaggiati o nello sfruttamento del successo contro
reparti in ritirata. Secondo i dati ufficiali della stessa Regia furono sganciate dagli aerei italiani circa mille
bombe, ciascuna delle quali contenenti circa 220 chilogrammi di iprite, sul fronte settentrionale, mentre sul
fronte meridionale furono sganciate 95 bombe C.500.T e 186 bombe più piccole, da 21 chilogrammi.

3. DISASTRO DI BARI
Durante la seconda guerra mondiale la produzione e lo sviluppo delle armi chimiche cresceva in modo
esponenziale. La guerra chimica venne rivoluzionata dai nazisti, i quali, oltre a possedere già più di 250.000
tonnellate di aggressivi chimici, riuscirono anche a sintetizzare i terribili agenti nervini quali
tabun, sarin e soman. Ciò nonostante non venne utilizzata alcuna arma chimica da nessuna delle potenze
belligeranti in quanto l'intelligence tedesca era convinta che gli Alleati fossero a conoscenza di queste
sostanze, e temevano una devastante rappresaglia condotta con le stesse armi.
Il 2 dicembre 1943 si verificò però il più grande disastro chimico della Seconda guerra mondiale: un
episodio appena accennato nei libri di storia e coperto per decenni da segreto militare, da molti
considerato “la Pearl Harbour del Mediterraneo”, ovvero il “disastro di Bari”. 105 bombardieri della
Luftwaffe presero d'assalto il porto barese dove vi erano ormeggiate numerose navi alleate provocando più
di un migliaio di morti. Quello che sembrava semplice fumo degli incendi, in realtà era anche il vapore
dell’iprite. Tra le navi fu colpita e incendiata anche l’americana Uss John Harvey che, con altro materiale
esplosivo, trasportava segretamente un carico di cento tonnellate di bombe con l’iprite, e nessuno
sembrava esserne a conoscenza. I marinai rimasti a bordo tentarono con ogni mezzo di domare il fuoco, ma
inutilmente, e dopo mezz’ora l’incendio si propagò alla stiva. Non ci volle molto che la nave saltasse in aria
con tutto il suo carico e tutti gli uomini, compresi quei pochi che conoscevano la verità. Da quel momento
cominciò l’inferno. La maledetta iprite si mescolò alla nafta venuta fuori dalle petroliere affondate e formò
un velo mortale su tutta la superficie del porto bruciando la pelle e intossicando i polmoni di tutti coloro
che venissero in contatto con la sostanza o la inalassero. Non si sapeva che fosse stato il gas a provocare
tali effetti, perché, sul momento, nessuno lo intuì. I primi inspiegabili collassi si ebbero dopo cinque o sei
ore dalla contaminazione. Dopo, seguirono le prime morti, quasi improvvise, di gente che qualche minuto
prima sembrava stesse per riprendersi. Tutti avevano la pelle piena di vesciche. Soltanto l’indomani
qualcuno dei medici comincerà a intuire qualcosa. Un capitano della sanità si recherà dalle autorità alleate
per chiedere l’esatto contenuto delle navi colpite. Si telegraferà negli Stati Uniti, da dove le navi erano
partite, ma nessuno darà o vorrà dare una risposta e anche in futuro la risposta non arriverà mai.

COLLEGAMENTO CON ITALIANO

L’utilizzo delle armi chimiche risulta da questi avvenimenti in poi una costante delle guerre. All’iprite, con il
progresso tecnologico, si sono affiancati più letali composti quali il sarin e il VX, utilizzati non solo in campo
bellico, ma anche da organizzazioni terroristiche sui civili, basti pensare all’uso di tabun e iprite nella guerra
tra Iraq e Iran fra il 1980 e il 1988, all’attentato terroristico del 20 marzo 1995, quando il movimento
terrorista religioso giapponese che credeva nella necessità di distruggere il pianeta rilasciò il sarin nella
metropolitana di Tokyo, uccidendo dodici persone e ferendone cinquemila, o agli spaventosi attacchi
sempre con sarin che si verificano tutt’ora in Siria, che provocano migliaia di morti e situazioni umanitarie
davvero al limite.

Ho voluto trattare questo argomento non solo per descrivere alcune guerre in cui le armi chimiche sono
protagoniste, ma anche per sottolineare l’atrocità, l’orrore, la morte e la distruzione che la guerra porta con
sé.