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Igiene lezione 16: Interazione antigene-anticorpo

Ricapitolazione: l’antigene per attivare la risposta non è detto che sia solo una molecola
estranea, ma deve essere complesso e deve avere un peso molecolare elevato.
Normalmente si parla di antigene di natura proteica poiché viene processato dalle APC le
quali contengono enzimi proteolitici, quindi si arriva alla digestione di questo antigene e
presentazione del peptide ed è quest’ultimo che viene riconosciuto dal recettore TCR del
linfocita T oppure dal BCR del linfocita B; l’antigene inoltre deve essere introdotto per via
parenterale; deve essere presente ad una determinata concentrazione, se troppo bassa o
alta si va incontro ad una paralisi immunologica. Per quanto riguarda la struttura
dell’anticorpo-> due catene pesanti e due leggere mantenute da ponti disolfuro; c’è una
porzione variabile ed una costante e per questo se ne distinguono 5 classi, le IgA, IgG,
IgD, IgM e IgE; in particolare, tra queste le IgM sono le prime ad essere prodotte però
facilmente e velocemente scompaiono lasciando il posto alle IgG, le quali sono le uniche
ad attraversare la barriera placentale. Nel tempo la concentrazione di anticorpi varia:
all’inizio si ha una fase di latenza-> periodo (7-20 giorni) di proliferazione delle cellule
dell’immunità adattativa; dopo si ha la sintesi degli anticorpi (velocità di sintesi > velocità di
degradazione), quindi aumentano le plasmacellule; si arriva ad in punto in cui c’è un
perfetto equilibrio tra le due velocità; dopodiché, essendo proteine, la loro concentrazione
va a diminuire, e tutto questo succede nella risposta primaria; mentre in quella secondaria
i linfociti B si differenziano in plasmacellule e cellule della memoria, le quali sono capaci di
riconoscere quell’antigene (velocità con cui si producono è molto più elevata).

L’immunocomplesso (antigene-anticorpo) ha due funzioni:


1. Attivazione di risposte per l’eliminazione dell’antigene, ossia l’agente eziologico;
2. Consente di capire se si è venuti o meno a contatto con l’agente eziologico, di
quale malattia si tratta e in che fase di essa ci si trova.
Tale interazione (tra il sito combinatorio dell’anticorpo e una porzione o l’intera porzione
dell’antigene, che è l’epitopo) può essere paragonata a quella tra enzima e substrato, è
quindi altamente specifica, però la differenza tra le due è che l’enzima modifica il substrato
per ottenere il prodotto, mentre nel caso di antigene-anticorpo non viene indotta alcuna
modificazione. Le due componenti sono fortemente legate tra di loro tant’è che si parla di
affinità dell’anticorpo, ossia l’insieme di tutte le forze non covalenti (legami a idrogeno,
forze elettrostatiche e forze di Van Der Walls) che si stabiliscono tra un singolo sito di
legame dell’anticorpo ed un singolo epitopo; questi legami possono essere ad alta o bassa
affinità, dipende tutto dalla velocità con cui il sito combinatorio interagisce con l’antigene e
dalla velocità con cui si dissociano (legame reversibile).
Ag + Ab Ag-Ab = immunocomplesso, quindi anche in tal caso è possibile parlare
di una costante di equilibrio (rapporto tra la concentrazione dell’immunocomplesso e
quella dei due componenti, antigene e anticorpo) e costante di dissociazione (inverso di
quella d’equilibrio).
Come agiscono gli anticorpi? Innanzitutto essi ci consentono di eliminare l’antigene ma
soprattutto di effettuare una diagnosi. Gli anticorpi interagiscono in due modi:
· Diretta -> dipende dal frammento Fab e dal legame del sito combinatorio con
l’antigene;
· Indiretta -> dipende dal frammento Fc che fa da ponte tra l’antigene legato dal sito
combinatorio e le cellule, le molecole e i sistemi enzimatici dell’immunità innata
(quelle che in effetti hanno il recettore specifico per la porzione Fc.
Lo scopo ultimo dell’anticorpo è eliminare l’antigene ed esistono diversi modi:
neutralizzazione, agglutinazione, precipitazione, tutti questi vanno a facilitare la fagocitosi
da parte dei macrofagi, e poi vi è anche l’attivazione del complemento (cambiamento
conformazionale della Fc in seguito alla formazione dell’immunocomplesso).
Attività diretta: Neutralizzazione -> è un fenomeno che normalmente si verifica quando
l’agente eziologico è un virus, il quale sulla membrana presenta delle proteine che sono gli
antigeni e questi consentono al virus di aderire sulla cellula da colonizzare e quindi di
entrare; l’anticorpo è capace di neutralizzare tali proteine in quanto il sistema immunitario
riconosce come antigene virale queste proteine, quindi l’anticorpo riconosce l’antigene e
neutralizza la capacità del virus di entrare nella cellula.
Agglutinazione -> è un processo che coinvolge soprattutto entità batteriche; gran parte
dei batteri è mobile, quindi sono muniti di ciglia e flagelli che, essendo di natura proteica,
vengono visti dal sistema immunitario come antigeni => vengono sintetizzati specifici
anticorpi i quali reagiscono con gli antigeni e bloccano le ciglia e i flagelli, così i batteri non
possono più muoversi; tutto ciò fa sì che si formi un agglutinato (ecco perché si parla di
agglutinazione), ben visibile ad occhio nudo perché quando avviene tale reazione nella
provetta, si vede un precipitato. Con l’agglutinazione si vengono a formare degli
immunocomplessi che poi sono attaccati dai macrofagi; tuttavia tali immunocomplessi
sono talmente grandi che i macrofagi non riescono ad attaccarli per cui si scatenano una
serie di reazione infiammatorie, che spesso sfociano in complicanze note come nefriti.
Attività indiretta (protagonista è il frammento Fc; dal momento in cui l’antigene si lega
all’anticorpo, tale legame induce un cambiamento conformazionale soprattutto della
porzione Fc): Attivazione del complemento -> il complemento, come detto, è un
insieme di circa 30 proteine attivate a cascata; tali proteine hanno due importanti proprietà,
scoperte alla fine del XIX secolo da Bordet, ossia sono cronolabili (=sensibili al tempo) e
termolabili (sensibili alla temperatura). Bordet si rese conto di ciò da un esperimento: ha
stimolato il sistema immunitario di un animale immunocompetente, il coniglio, con un
antigene e ne ha prelevato il siero; dopodiché nella provetta insieme al siero aggiunse gli
antigeni che aveva usato per stimolare il sistema immunitario del coniglio e si è formato
l’immunocomplesso; da qui intuì che all’interno del siero dell’animale vi era un qualcosa
che lisasse l’immunocomplesso, tant’è che lo chiamò complemento perché all’epoca si
pensava che l’unico a provocare la lisi del germe fosse l’anticorpo e il complemento va a
“complementare” l’azione dell’anticorpo. Inoltre, Bordet vide che se il siero veniva lasciato
per un certo periodo di tempo e poi aggiungeva l’antigene, la lisi non la osservava quindi il
tempo aveva influenzato l’azione di ciò che era presente nel siero e cioè il complemento;
stesso risultato ottenne quando lo riscaldava (56°C), aggiungendo l’antigene, poi,
l’immunocomplesso sicuramente si formava ma la lisi non avveniva. La conferma l’ha
avuta quando, dopo aver sottoposto a 56 °C il siero del coniglio, aggiunse l’antigene e del
siero fresco del coniglio e si osservava lisi del germe.
Nell’attivazione del complemento si ha la variazione della porzione Fc dell’anticorpo,
questo diventa attivo sulla proteina per cui si ha l’attacco a livello di una delle proteine del
complemento, fungendo da substrato e la proteina poi si scinde in due porzioni, di cui una
è il proenzima che va ad attivare a cascata la proteina successiva, mentre l’altra è un
frammento che va in circolo andandosi ad adagiare sulla struttura scatenante l’attivazione
ossia l’immunocomplesso; tutto questo comporta la formazione del complessi MAC, quindi
di tanti fori che provocano la distruzione della cellula perché vi è un problema di
osmolarità. Le tre vie di attivazione, classica, alternativa e lectinica, ad un certo punto
hanno un fattore comune, si arriva all’attivazione e quindi alla frammentazione della
proteina C3, la quale a sua volta attiva la proteina C5 ed infine si forma il complesso MAC.
Immaginiamo che su un microrganismo vanno ad agire degli anticorpi -> si forma il
complesso antigene-anticorpo; è il caso in cui ho un antigene piuttosto grande e gli
anticorpi interagiscono con più porzioni dell’antigene stesso; un invasore che presenta
anticorpi legati alla sua superficie può avere diversi problemi: non si muove, si possono
avere delle funzioni alterate, può essere facilmente fagocitato, può essere ucciso da
cellule aventi recettori per la porzione Fc, rischia di essere ucciso dal complemento.
Sebbene le cellule dell’immunità innata non ricordano l’interazione che hanno avuto con
l’anticorpo, esse hanno sviluppato dei recettori di membrana che legano alcuni Fc delle Ig.
Tali recettori, presenti sulle cellule dell’immunità innata soprattutto sui macrofagi, possono
interagire in modo diverso; l’interazione tra il recettore ed il frammento può essere a bassa
affinità (il legame dell’anticorpo col recettore è più debole=> affinché l’azione sia espletata
dalla cellula, è necessario che su di essa siano presenti contemporaneamente più
anticorpi) o ad alta affinità (basta la presenza di un solo anticorpo su quell’antigene, è un
legame così stabile che dura nel tempo e quindi dà tempo sufficiente a tutte le cellule
dell’immunità adattativa di intervenire). Pertanto si è soliti parlare di opsonizzazione,
citotossicità mediata dagli anticorpi e degranulazione dei mastociti e dei basofili.
Opsonizzazione -> “opsonizzare” = potenziare la capacità di mangiare; un germe
opsonizzato è quel germe che presenta sulla sua membrana tanti anticorpi e se sul
macrofago ci sono recettori Fc, questi captano con molta efficacia gli anticorpi legati al
microbo => viene accelerata la fagocitosi del legame microbo-anticorpo da parte del
macrofago.
Citotossicità cellulare mediata dagli anticorpi -> i recettori del frammento Fc presenti su
una cellula effettrice si legano agli anticorpi presenti sul germe attivando i meccanismi di
uccisione della cellula effettrice. La stimolazione delle cellule è dovuta all’interazione
recettore-anticorpo; se il legame è a bassa affinità, i granuli (che sono enzimi proteolitici)
dei granulociti dell’immunità innata vengono liberati nella zona dove avviene l’interazione,
invece, nel caso di un legame ad alta affinità ne è un classico esempio quello dei
mastociti, i quali presentano tanti recettori Fc e quindi reagiscono in modo altamente
specifico con la porzione Fc dell’anticorpo e così si può avere shock anafilattico.

L’interazione antigene-anticorpo è alla base di un ampio numero di test per la diagnosi di


varie patologie; la ricerca dell’immunocomplesso la si effettua nel siero e in tal caso
giocano un ruolo importante la sierodiagnosi (l’incognita è rappresentata dall’anticorpo
presente nel siero e per sapere che tipo di anticorpo è, aggiungo dall’esterno un antigene
e si osserva se si è formato l’immunocomplesso; se l’antigene è un batterio la formazione
dell’immunocomplesso è visibile ad occhio nudo-> reazione agglutinazione) e la
batteriodiagnosi (l’incognita è l’antigene cioè il germe, per cui si aggiunge dall’esterno il
siero, ottenuto stimolando animali immunocompetenti -> una sierodiagnosi nella
batteriodiagnosi). È utile sapere
tit questo perché posso valutare la
ol concentrazione degli anticorpi => si
può monitorare nel tempo l’evolversi
o
Q A B della malattia; considerando il
grafico sottostante, sull’asse delle
ascisse è posto il tempo e sulle
ordinate, il titolo anticorpale vale a
dire la concentrazione di anticorpi; è

tempo
Ag
una curva che man mano cresce con una certa velocità, si raggiunge una fase di plateau e
poi diminuiscono. Se mi trovo una determinata concentrazione di anticorpi (valore A)
misurata in un tempo t, l’organismo ha prodotti anticorpi specifici ma non ho idea in che
punto della curva mi trovo, l’unica cosa che mi torna utile è ripetere nuovamente la
determinazione della concentrazione di anticorpi; quindi se ho un’altra concentrazione
(valore B) al tempo t2, che è più alta di A, allora mi trovo a sinistra della curva, nel senso
che le plasmacellule stanno liberando nel liquido glia anticorpi; passa il tempo, ripeto la
titolazione e se la concentrazione diminuisce allora mi trovo nella parte destra della curva:
È necessario ripetere la titolazione della curva di disponibilità degli anticorpi per capire se
mi trovo a destra o a sinistra di essa: se mi trovo a destra la concentrazione di anticorpi
diminuisce -> fase guarigione; se mi trovo a sinistra la concentrazione di anticorpi
aumenta nel tempo.

TITOLO ANTICORPALE: in tal caso si effettuano delle diluizioni del siero per meglio capire
la quantità di anticorpi che lega l’antigene, dopodiché aggiungo, alle varie provette, la
stessa quantità di antigene. Dunque il titolo è il reciproco della diluizione più alta che
consente ancora di evidenziare la reazione, ossia la formazione dell’immunocomplesso.
Ad un certo punto delle mie diluizioni, avrò tanto diluito il siero che non ci saranno più
anticorpi per cui quando si aggiunge l’antigene l’immunocomplesso non si forma e quindi
non riesco ad evidenziare; se sono batteri lo si vede subito ad occhio nudo altrimenti vi
sono altre tecniche.
REAZIONE AGGLUTINAZIONE: caso in cui l’antigene è un batterio (antigene
corpuscolato quindi visibile ad occhio nudo), che insieme agli anticorpi formano un
immunocomplesso piuttosto pesante per cui si ha la precipitazione. Supponiamo di avere
un siero di un individuo, di cui voglio determinarne il titolo: faccio le diluizioni
(generalmente sono di 1:10 e possono essere fatte in serie poiché tutte uguali); lo scopo è
di evidenziare e quantizzare l’anticorpo per cui nelle provette va aggiunta una stessa
quantità di antigene (es.1 mL); osservo che si forma l’immunocomplesso quindi avviene
una reazione di agglutinazione; laddove la concentrazione di anticorpi è la massima, si
forma l’immunocomplesso ed è molto facile da evidenziare; man mano che si diluisce il
siero, si osserva una quantità di immunocomplesso più bassa e ad un certo punto arriverò
ad una diluizione dove non osservo più l’immunocomplesso, per cui la diluizione
precedente è il reciproco della più alta diluizione in corrispondenza della quale è ancora
evidente, in questo caso, agglutinazione. Es. il titolo è 1:1000, significa che posso diluire
1000 volte il siero, ma in quella diluizione saranno presenti anticorpi che possono ancora
evidenziare la formazione dell’immunocomplesso.
GRUPPI SANGUIGNI: sistema AB0, scoperto da Carl Landsteiner. Sfruttando
l’agglutinazione si è riuscito a capire i vari gruppi, A, B, AB e 0; la differenza sostanziale
sta nei globuli rossi, o meglio perché sono diversi gli antigeni di membrana, le quali sono
delle oligoproteine (componente saccaridica e una proteica). Su ogni globulo rosso esiste
una particolare proteina (in realtà è un frammento oligosaccaridico), chiamata proteina H,
uguale per tutti gli individui, ma ciò che differenzia è la presenza di un enzima, capace di
legare alla proteina H un frammento proteico. Questi antigeni di membrana sono anche
chiamati agglutinogeni ed in base ad essi si creano sottotipi diversi per cui si distinguono
la popolazione di gruppo A (40% europei), di gruppo B (10-15% degli europei), AB (< 5%
europei) e 0 (40% europei).
Gruppo A -> individui aventi un enzima capace di legare alla proteina H, in corrispondenza
di un’unità di galattosio con un legame α-1,3 glicosidico, un’unità di alfa-N-aceti-
galattosammina.
Gruppo B -> individui aventi un enzima in grado di legare alla proteina H, in
corrispondenza di un’unità di galattosio con un legame α-1,3 glicosidico, un’unità di alfa-
D-galattosio.
Gruppo AB -> presenti entrambi gli enzimi quindi vi sono tutte e due le unità di galattosio.
Gruppo 0 -> non possiede nessuno dei due.

L’individuo di gruppo A presenta sulla sua membrana l’agglutinogeno A, quindi in circolo ci


saranno agglutinine anti- B (anticorpi) => può donare ad A e AB; uno di gruppo B
possiede l’agglutinogeno B e agglutinine anti-A => può donare a B e AB; un AB ha
agglutinogeni A e B, ma il suo sistema immunitario riconosce tutto come self quindi non ha
nessuna agglutinina => può donare solo
ad AB tant’è che è noto come ricevente
universale; il tipo 0 ha solo la proteina
H e quando viene a contatto col
germe, il suo sistema immunitario
produce tutti gli anticorpi, infatti
possiede agglutinine anti-A e anti-B
=> può donare a tutti infatti è definito
donatore universale, ma può ricevere
solo da 0.
Gli anticorpi anti-A e anti-B sono delle
IgM che non possono attraversare la
barriera placentale e così non
possono arrecare danni ai globuli
rossi del feto nel caso in cui il feto
abbia dei globuli rossi diversi da
quelli della madre.

Determinazione gruppo sanguigno: al siero vanno aggiunti tutti gli agglutinogeni e si


verifica se avviene o meno l’agglutinazione -> se si ha agglutinazione significa che ho
anticorpi anti-A o anti-B, ovvero se si aggiunge l’anti-A e l’anti-B e si forma l’agglutinazione
in entrambi i casi allora sono AB; se l’agglutinazione avviene solo se si aggiunge l’anti-A
allora sono A, se avviene solo quando aggiungo l’anticorpo anti-B allora son B; se non si
ha agglutinazione allora l’individuo è di gruppo 0.

FATTORE Rh: è in effetti un antigene; fu scoperto da Weiner che studiando una scimmia
della specie “Rhesus” (da qui il nome Rh), capì che sull’eritrocita era presente anche
un’altra molecola, un antigene di membrana a cui è stato dato il nome di Rh. L’85 % della
popolazione possiede questa molecola per cui si dice sono Rh+, il restante 15 % non ce
l’ha e quindi è Rh -. Il problema sta proprio in chi non ha tale molecola, soprattutto in caso
di gravidanza; il fattore Rh- è recessivo per cui se la donna Rh- concepisce un figlio con
un uomo Rh+, il figlio sicuramente sarà Rh+, però durante il parto il sangue del bambino,
che presenta il suo eritrocita con questa molecola (che la mamma non ha, quindi il sistema
immunitario riconosce come non-self), può entrare a contatto col sangue della madre =>
entra nell’organismo tale molecola, ma il sistema immunitario reagisce e produce anticorpi
e fin qui va tutto bene; il problema subentra al secondo parto perché il mio organismo già
conosce quella particolare molecola e quindi l’attacca, la distrugge => avviene un
fenomeno che va sotto il nome di eritroblastosi fetale (il problema è sul feto). La soluzione
è somministrare anticorpi specifici entro le 72 ore dal primo parto (perché è proprio l’inizio
della risposta immunitaria) e questo fa sì che gli eritrociti del primo bambino vengano
subito eliminati, quindi il sistema immunitario non ha il tempo di produrre cellule della
memoria. Nel secondo parto gli anticorpi che la mamma produce sono delle IgG e queste
attraversano la placenta, sono proprio questi anticorpi che vanni ad attaccare la molecola
legata agli eritrociti del secondo bambino.

[capitoli dei libri Pier e Quaglino + appunti della lezione]