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S EZIONE 1

Prospettive e dibattiti
C APITOLO 1
Proposte per una definizione
degli obiettivi della psicologia
clinica: correggere deficit
o promuovere sviluppo
Renzo Carli

 Introduzione

Jean Clair, conservatore generale del Musée Picasso a Parigi ed uno dei più raf-
finati intellettuali della Francia contemporanea, ha curato nell’autunno del 2005
una mostra al Grand Palais dal significativo ed affascinante titolo di “Mélanco-
lie, génie et folie en Occident”. A metà della mostra, quale perno attorno al qua-
le sembra ruotare tutta l’esposizione, compare l’incisione su rame di Albrecht
Durer, dall’autore chiamata “Melancolia I”, del 1514 (Clair J., 2005). Si tratta del-
la ben nota rappresentazione di una figura femminile alata, dal tipico atteggiamento
melanconico, entro un contesto relativamente buio; è seduta all’esterno, su una ter-
razza di pietra, davanti ad un edificio senza aperture e dominante un paesaggio
costiero che bagna il misterioso chiaroscuro creato da una cometa e da un arco-
baleno. La figura è circondata da un gran numero di strumenti artigianali e di
oggetti prodotti con tali strumenti, ed è accompagnata, nella sua solitudine not-
turna, da un cherubino alato indaffarato a scrivere o disegnare, seduto su una
mola, e da un cane addormentato ed accucciato in tondo ai suoi piedi. Molti cri-
tici d’arte, filosofi ed intellettuali si sono provati nell’interpretare l’impressio-
nante e stupenda opera dureriana.
La teoria aristotelica della malinconia, ripresa da Marsilio Ficino, sottolinea
che il temperamento malinconico è la condizione fondante ogni grande dono
spirituale. Per Aby Warburg la malinconia, nell’incisione, viene rappresentata
al termine della sua lotta vittoriosa contro le potenze oscure che la abitano:
follia, lutto, accidia; per approdare alle scienze ed alle arti, risorse potenziali del
temperamento malinconico. Panofsky e Saxl pensano che la disperazione e
l’abbattimento della “Melancolia I” siano dovuti al misurarsi del genio malin-
conico con i limiti della sua conoscenza, in rapporto a ciò che non è conosci-
bile perché conosciuto solo da Dio. Per Peter-Klaus Schuster (2005), la figura
dureriana è la personificazione della saggezza (virtus), che si contrappone al-
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la fortuna sulla sinistra, rappresentata da figure ed oggetti instabili e mancanti


di saggezza. Seguendo le antitesi della teoria umanistica, l’uomo è un micro-
cosmo non definito da una natura particolare: sta a lui decidere cosa vuol es-
sere. Se segue i suoi istinti degenererà, divenendo animale, pianta o pietra. Se
al contrario seguirà la sua mente, la sua spiritualità, diverrà un vero essere
umano, una creatura ad immagine di Dio. La costante osservazione e misura-
zione della realtà consentirà all’uomo di approfondire e perfezionare la sua
conoscenza delle cose. Ma rimarranno sempre dei limiti: le cose celesti, che
l’uomo non riuscirà mai a conoscere approfonditamente. Malinconia come ri-
sorsa e come limite, dunque.
Proseguendo nella mostra parigina ci si imbatte, quasi alla fine, nella psi-
chiatria e nelle sue manifestazioni medicalizzate ottocentesche, così presenti ne-
gli studi di Jean Clair, che già ne aveva discusso in una mostra veneziana di qual-
che anno fa, a Palazzo Grassi, dal titolo “Identità e Alterità”. Ebbene, quando si
arriva alla psichiatria sembra che le potenzialità simboliche della Melancolia I
di Durer scompaiano, per lasciare spazio al solo linguaggio scientista ed alle im-
magini della follia, catalogata e definita dal tecnico, condizionata dal tecnico
stesso che alla follia conferisce luoghi e significati estranianti. La mostra, dun-
que, pone una cesura forte tra una lunga storia della malinconia vista quale ri-
sorsa, ed una recente storia della follia quale estraniazione ed emarginazione di
chi non aderisce ai modi ed alle forme della convivenza civile convenzionale, o
se si vuole conformista. Ed è interessante vedere come la mostra parigina met-
ta in evidenza non solo l’attesa conformista, dove lo scarto dal modello viene
segnato dalla diagnosi di follia, sia pur nobilitata dal ritratto del dottor Gachet
di Van Gogh; nella sezione designata “La Mélancolie comme maladie mentale”,
sono gli stessi artisti malati a sfidare il conformismo con la loro devianza in-
quietante, collusiva (si potrebbe dire) con la cultura psichiatrica che li segna,
ben lontana dalle rappresentazioni “produttive” della malinconia, che avevano ca-
ratterizzato i lunghi secoli precedenti: si può capire, allora, la stretta dipenden-
za tra cultura psichiatrica e le provocazioni di un Antonin Artaud o di un David
Nebreda. L’egemonia del linguaggio psichiatrico e la sua violenza culturale so-
no ben visibili nella dinamica della mostra, ed è forse questa visibilità che ha
suscitato malumori e critiche all’evento da parte del milieu psichiatrico e psi-
coanalitico francese.
Malinconia come risorsa da sviluppare, o come limite da correggere. Questo
è il tema che intendo trattare. Ricordando che c’è uno stretto legame tra intervento
psicologico, che corregge deficit, univocamente orientato all’individuo, e le teo-
rie intrapsichiche o comportamentali del singolo; tra intervento, che promuove
sviluppo, e le teorie dell’intervento, che hanno come oggetto e come modello la
relazione. Ciò che intendo sostenere è che la psicologia clinica è una scienza del-
la relazione. Può sembrare più problematico, ma penso che anche la psicoanali-
si sia una psicologia della relazione. È allora importante, se si accettano le due
impostazioni della psicologia clinica, definire quali siano i modelli psicologici
della relazione: modelli che consentano di analizzare la relazione e di interveni-
re al suo interno.
CAPITOLO 1 • Proposte per una definizione degli obiettivi della psicologia clinica 5

 Alcune esemplificazioni cliniche

Accenno a tre situazioni cliniche la comprensione delle quali, a mio modo di ve-
dere, è possibile solo se si utilizzano modelli concernenti la relazione, mentre re-
stano poco comprensibili nella loro problematica euristica se si utilizzano modelli
che si rifanno alla dinamica intrapsichica; si tratta, infatti, di situazioni ove le
persone interessate declinano una sorta di resistenza allo sviluppo entro il loro con-
testo, più che presentare disturbi da correggere.

“Non so se mi va”. Così una paziente risponde a tutte le situazioni sociali entro
le quali è implicata. Ad esempio invita il ragazzo, con il quale sta per iniziare una
relazione affettiva, al suo paese in Abruzzo per le vacanze di Natale; poi ci ripen-
sa e disdice l’invito…“non sa se le va”. Con le conseguenze problematiche che
questa sua indecisione comporta, entro la relazione con il ragazzo. Questa appa-
rente incertezza implica, di fatto, un immobilismo ed un sostanziale isolamento so-
ciale nella vita, un blocco delle relazioni che si esplicita quale sfida, sistematicamente
proposta all’altro sotto forma di provocazione.
Si tratta di un rifiuto a categorizzare emozionalmente l’altro, entro la catego-
ria amico-nemico, la più primitiva delle categorie emozionali; importantissima,
d’altro canto, per consentire lo stabilirsi di un rapporto e la sua connotazione
emozionale: attacco-fuga nel caso del nemico; competenza a parlare di una cosa
terza1, nel caso dell’amico.
Non so se mi va, quindi, comporta la pretesa che le categorie emozionali, at-
te a simbolizzare l’altro, debbano essere “date”, e non “costruite” entro la conoscenza
che la relazione comporta. Date da chi? Da Dio, dai genitori, dall’analista, dalla so-
cietà: dagli altri ai quali rivolgersi in un atteggiamento di pretesa, quindi.“Non so
se mi va” è, in sintesi, una bestemmia nei confronti di chi è responsabile di non for-
nire categorie emozionali pronte all’uso, disponibili per orientare senza alcuno sfor-
zo di costruzione, di decisione, di rapporto con se stessa, la relazione emoziona-
le e la sua valenza comportamentale.
La paralisi che consegue a questo “non so se mi va” è, quindi, molto efficace dal
punto di vista del comportamento adattivo: rappresenta, contemporaneamente,

1 La relazione può essere caratterizzata emozionalmente in modo duplice. Se l’alterità dell’altro, dell’in-
terlocutore viene accettata da entrambi i protagonisti, allora è possibile che la relazione sia incentrata su
una “cosa terza”, l’oggetto della relazione e il suo obiettivo di sviluppo. Un medico ed il suo paziente, ad
esempio, possono parlare della terapia da intraprendere per la forma patogena diagnosticata nel pazien-
te, e ne possono parlare come di “cosa terza”, nei confronti della loro relazione. Ma lo stesso medico e lo
stesso paziente possono anche impostare la loro relazione scostandosi dalla “cosa terza”, per comunica-
re ciascuno le proprie emozioni nei confronti dell’altro: il paziente può esprimere la sua sfiducia nel me-
dico, ed il medico può rispondere con un atteggiamento “spazientito” nei confronti del paziente stesso (che
viene meno al suo ruolo di paziente, appunto, cioè di chi si pone passivamente nei confronti dell’autori-
tà professionale). Perché una relazione possa “stare sulla cosa terza” è necessario che i due (o più) inter-
locutori impostino la relazione a partire da una propria “solitudine”, da una competenza a stare con se stes-
si; padroneggiando la propensione a usare l’altro quale luogo ove mettere le proprie emozioni, per poi tra-
sformare la relazione in una sorta di confronto emozionato con le proprie emozioni proiettate; quando
questo avviene per entrambi i protagonisti della relazione, si giunge ad un rapporto di tipo familista, ove
l’emozionalità invade la relazione stessa, senza che sia più comprensibile, individuabile ed accettato l’o-
biettivo produttivo del rapporto, senza che più ci si confronti sulla “cosa terza”.
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il rifiuto a stare con se stessi e ad elaborare, all’interno di questa relazione con se


stessi, le categorie emozionali che possono consentire la relazione sociale; ed il ri-
fiuto nei confronti della relazione che può facilitare lo stare con se stessi, la rela-
zione analitica, in quanto deficitaria nel fornire categorie date sull’altro.
Vediamo la dinamica della situazione.
“Non so se mi va” ha senso soltanto come messaggio che si comunica entro una
specifica relazione, quindi è un evento relazionale2. Evento relazionale che si dis-
piega entro tutte le relazioni della giovane donna: ne abbiamo visto un esempio
con l’invito, poi negato, al suo ragazzo. Un evento, d’altro canto, che organizza
una relazione fusionale di impotenza per sé e per l’analista a cui si rivolge il mes-
saggio stesso, nel lavoro psicoterapeutico. La fusionalità è marcata da emozioni
di colpevolizzazione per non fornire categorie emozionali date: ciò che piace e
ciò che non piace, quali esiti scontati e prescritti della relazione con l’analista
(genitore, ma anche Dio onnipotente).
La fusionalità rimproverante mette al riparo dalla possibilità di stabilire una
relazione fondata sulla solitudine, sulla competenza a stare con se stessa, da par-
te della paziente; quindi sulla competenza a costruire categorie emozionali in ba-
se alle quali stabilire, a partire dalla solitudine, una relazione con l’altro orienta-
ta alla cosa terza. Ciò significa che la relazione, orientata dal “non so se mi va”, è
fondata sul parlare di sé o dell’altro, entro categorie emozionali che negano l’al-
terità e quindi l’interesse concordato su qualcosa che interessi entrambi (cosa
terza è pure la paziente con i suoi problemi, se se ne parla in analisi come di co-
sa terza, a partire da una competenza della paziente a guardare a se stessa, ai suoi
progetti, alle linee di sviluppo).
Ciò comporta la confusione categoriale amico-nemico. Viene implicata l’ina-
zione, l’impossibilità di stare nella relazione, di rischiare entro la relazione. La
confusione categoriale è sempre una fase di passaggio a categorie nuove, isti-
tuendo quello “spazio-anzi” (Carli R., Paniccia R.M., 1984) che prelude al cam-
biamento ed allo sviluppo. Qui si ha una sorta di blocco dello “spazio-anzi”, che
viene istituito non come risorsa, ma come pretesa d’essere orientati, d’essere ac-
cuditi saprofiticamente entro la fantasia di un genitore onnipotente che vive e
sceglie al posto tuo. Situazioni di questo tipo s’accompagnano sistematicamen-
te alla fantasia di onnipotenza dell’analista che “sa tutto”, ma non si cura di te, per-
ché troppo preso da se stesso.“Non so se mi va”, quindi, comporta l’istituzione di
una coppia impotente-onnipotente che non può stare nella realtà della cosa ter-

2 La fenomenologia in analisi non può essere trasformata entro i termini di una dimensione intrapsichi-
ca, né entro quelli della concezione tripartita della mente che, in psicoanalisi, fa riferimento all’Io, all’Es
ed al Super Io. Si possono descrivere le conseguenze personali della situazione clinica considerata, ad esem-
pio l’impotenza che vive la paziente di fronte a ogni realtà investita emozionalmente, la modalità di-
struttiva e rancorosa con cui investe transferalmente l’analista, la sua aggressività sociale. Ma queste di-
mensioni “individuali” non danno ragione di una dinamica che ha a che fare specificamente con la re-
lazione nei confronti del contesto: “non so se mi va” è un messaggio emozionalmente specifico che la pa-
ziente manda al suo mondo di relazione, è un suo modo idiosincratico di connotare la relazione stessa,
e di provocare dinamiche collusive nell’altro, coerenti con quanto appare come il suo obiettivo emo-
zionale: farsi rifiutare per poi confermare l’incertezza categoriale (amico-nemico) entro la quale con-
notare gli altri e, di fatto, anche se stessa. Ne consegue un rifiuto disilluso e sprezzante degli altri, di tut-
ti gli altri, come di se stessa; coesistente con il bisogno di rincorrere la relazione con l’altro, di ripristi-
nare un rapporto rifiutato, per poi ricadere nel circolo vizioso del “non so se mi va”.
CAPITOLO 1 • Proposte per una definizione degli obiettivi della psicologia clinica 7

za, ma istituisce un’autosufficenza autarchica ove tutte le dinamiche della relazione


sono autoriferite all’elaborazione emozionale delle rivendicazioni, delle pretese
disilluse, della ruminazione protestatoria.

“Sono un grande manipolatore”. Un paziente passa la sua vita a cercare di in-


fluenzare, costruire, controllare, determinare i pensieri, le valutazioni dell’altro su
di lui. Esiste solo attraverso ciò che gli altri pensano di lui, quale risultato della sua
influenza e della sua manipolazione. Questo esercizio viene orientato, in particolare,
nei confronti delle donne.
Dice di non saper godere direttamente di un libro, di un tramonto, di uno
spettacolo teatrale, di una relazione: può provare emozioni solo indirettamente,
quale risultato del suo influenzare l’altro, se riesce a far pensare e valutare all’al-
tro quell’evento che non riesce a vivere direttamente. Parla di sé solo per dire
quanto gli altri pensano di lui. Ma anche di quanto egli riesca ad imbrogliare l’al-
tro: facendogli pensare qualcosa che è sicuramente falsa; falsa, non perché lui
sappia quale sia la vera immagine di sé, ma per definizione: in quanto deriva dal
suo desiderio sull’altro, non da quanto lui pensa di sé e dalla sua identità.
Questa persona esiste solo in quanto sa influenzare l’altro; questa esistenza
influenzante sostituisce appieno l’identità, ogni pensiero, dubbio, speranza, fan-
tasia su di sé. È evidente che, se pensasse in qualche modo a sé, si troverebbe a dif-
ferenziare tra sé ed altro, a riconoscere l’alterità come, appunto, altro da sé. Co-
sì, di contro, questa fantasia agita di manipolazione dell’altro, di influenzamen-
to dell’altro al fine di creare un’immagine di sé totalmente dipendente dall’altro
e dal suo sforzo di mettergli dentro emozioni specifiche, impedisce il riconosci-
mento dell’alterità. Non solo, ma distrugge l’altro, facendone un qualcosa che
non ha idee, opinioni, emozioni, valutazioni proprie: l’altro diviene lo zimbello del-
le proprie fantasie di influenzamento.
Siamo ancora confrontati con un problema di relazione: qui il rapporto è lo
strumento di falsificazione di sé e dell’altro, così come di ogni competenza, di
ogni aspetto credibile del reale. Senza un interlocutore accettato e valorizzato per
la sua diversità, per la sua alterità, ogni aspetto della realtà perde di senso e di
contorni condivisi. Tutto è falsificazione e imbroglio. Il potere viene agito nella sua
componente perversa, priva di competenza; la cosa terza è inesistente ed irrisa.
C’è, di fatto, una profonda sensazione di vuoto, di inutilità, di vanificazione del-
la vita, di angoscia disperante. Ma anche la dichiarata impossibilità di rinuncia-
re a questo uso della relazione. La fantasia di influenzamento dell’altro sembra de-
rivare da un’onnipotenza, che nega il proprio inserimento di figlio entro una fa-
miglia, ove poter maturare un riconoscimento dei genitori ed una riconoscenza
nei loro confronti. La fantasia di manipolazione è anche fantasia di poter creare
se stesso continuamente, grazie all’influenzamento sull’altro, che viene vissuto
quale parto di sé tramite la malleabilità dell’altro, usata quale “utero in prestito”
per l’attività di levatrice, che il giovane uomo si arroga.
Interessante sarebbe approfondire il legame tra modi della relazione presen-
ti in questa persona e cultura d’appartenenza: una cultura ove, sono le parole del
paziente, si è perso ogni riferimento ad una verità condivisa e ad un sistema di va-
lori di riferimento. In questa dimensione prettamente anomica, resta solo la for-
za dell’influenzamento, mutuata direttamente dalla funzione attribuita ai mass me-
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dia, e messa in pratica nell’ambito ristretto delle proprie relazioni sociali: con
l’obiettivo di offuscare la propria identità sino a farla scomparire entro le mille
sfaccettature, che il paziente pensa di poter assumere entro la mente altrui.

“L’esibizionista incerto”. Un giovane uomo passa l’intera sua vita nel trasfor-
mare gli altri, indistintamente, in spettatori potenziali delle sue attività mastur-
batorie. Qualche anno fa si è masturbato, riprendendosi in questo atto con la vi-
deocamera di un amico. Teme di non aver cancellato la ripresa, e da anni è an-
gosciato all’idea che l’amico abbia visto l’episodio, che lo abbia fatto vedere ad al-
tri amici, che si organizzino serate di intrattenimento con lo spettacolo della sua
masturbazione; teme che tutti, nel contesto in cui vive, lo abbiano potuto vedere
mentre si procurava piacere sessuale da solo. È vissuto per anni in una cameret-
ta a casa del padre, separato dalla madre. Con lui ed il padre vivono anche due so-
relle. La sua cameretta ha una porta a vetri smerigliati; proprio di fronte alla por-
ta c’è il suo letto ove più e più volte ha messo in pratica la masturbazione. Un
giorno ha temuto che dai vetri smerigliati si potesse vedere quanto lui faceva.
Anche questo gli procura una grande angoscia; ma non ha mai provveduto a co-
prire i vetri smerigliati con una tenda, un adesivo opaco, qualcosa che potesse
mettere fine ai suoi sospetti d’essere osservato dalle sorelle, dal padre, dagli ami-
ci delle prime o del secondo.
Teme di essere stato visto; di qui al sospettare che egli desideri essere stato
visto il passo è breve. Timore o desiderio, comunque, sono due spetti della stes-
sa dinamica: la relazione con gli altri si trasforma, nella vita di questo giovane, nel-
l’ipotesi di essere visto, mentre compie un atto di esclusione dell’altro dalla sua
vita affettiva. La sua fantasia è quella di poter sbattere in faccia a tutti che, a lui,
dell’altro non gliene importa nulla; lui pensa solo a se stesso, in una modalità au-
tistica di rapporto con se stesso, ove l’altro viene ammesso solo come spettatore.
L’angoscia deriva dalla negazione dell’altro, e dall’attacco che viene portato al-
l’alterità attraverso una sua strumentalizzazione.

Questi tre episodi potrebbero esser visti nell’ottica delle dinamiche intrap-
sichiche proprie delle tre persone. Possono anche essere analizzati quali esem-
pi di come la problematica portata in psicoterapia sia sempre situabile entro
una relazione sociale. Di come sia, di fatto, una problematica relazionale. Se si
guarda ai problemi secondo l’ottica intrapsichica si può fare diagnosi e si può
pensare di curare il disturbo. Se si guarda alla problematica relazionale, di con-
tro, l’intervento dello psicologo clinico sarà orientato ad individuare quali di-
mensioni problematiche ostacolino lo sviluppo personale, sociale, affettivo del-
la relazione.
“Non so se mi va” rappresenta un caso ove la persona è bloccata nel suo svi-
luppo lavorativo e formativo, così come è impossibilitata in ogni relazione affet-
tiva, che pur desidera con una “parte di sé”.“Sono un grande manipolatore” è un
caso di pressoché totale inazione del giovane uomo, incapace di progettare il suo
sviluppo lavorativo, affettivo, culturale, nonostante le notevoli risorse intellettive
e professionali. “L’esibizionista incerto” vede accentuate le sue crisi d’angoscia,
sistematicamente, quando è chiamato ad eventi per lui importanti, dall’assun-
zione di un nuovo incarico lavorativo al matrimonio, alla nascita di un figlio.
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Se si guarda alla domanda che ha portato le tre persone in psicoterapia psi-


coanalitica, d’altro canto, si può cogliere che il desiderio di sviluppo e la richie-
sta d’essere aiutati in questo è più forte, preponderante, rispetto al bisogno d’es-
sere liberati da sintomi o disturbi, da deficit problematici. I pazienti, per primi,
guardano ai loro problemi come ad elementi invalidanti il perseguimento dei lo-
ro progetti di sviluppo affettivo, professionale, sociale. Le difficoltà nello stabili-
re relazioni soddisfacenti con gli altri, la deformazione perversa della relazione
con il proprio contesto e le persone che in esso vivono, sono gli elementi costitutivi
delle aspettative nei confronti della psicoterapia.
In tutti e tre i casi, sembra che lo sviluppo sia ostacolato da una resistenza ad
accettare la propria solitudine quale momento necessario per riconoscere l’alteri-
tà e la possibilità di istituire relazioni fondate sul confronto, nei confronti di una
cosa terza.
Penso che un orientamento della psicologia clinica a cogliere la domanda di
sviluppo di chi si rivolge allo psicologo, più che un’attenzione a correggere i de-
ficit diagnosticati dallo psicologo, richieda una teorizzazione psicologica del rap-
porto sociale, ad integrazione delle teorie concernenti l’individuo, la sua dina-
mica interna, il suo assetto cognitivo. Ritengo anche che l’orientamento a ricer-
care ed utilizzare teorie psicologiche della relazione sia difficile, per chi ha radi-
cato in sé convinzioni e atteggiamenti fortemente ancorati all’individuo. Vedia-
mone i motivi.

 Spunti per una teoria della relazione

Vi sono, a mio modo di vedere, due modi diversi di intendere la relazione entro
le teorie psicologiche:
– la relazione può essere intesa quale antecedente (ad esempio la relazione con
le figure genitoriali), che comporta specifiche conseguenze sui singoli indivi-
dui; conseguenze che sono usualmente definite entro le categorie di norma-
lità-patologia;
– la relazione può essere intesa quale oggetto e strumento della psicoterapia o
dell’intervento psicologico. In tal caso è la relazione che motiva il ricorso allo psi-
cologo; quest’ultimo interviene attraverso la relazione e con una teoria della
tecnica che orienta l’uso della relazione. Quest’ultima è anche l’oggetto dell’in-
tervento, il luogo entro il quale si organizza la verifica dell’intervento stesso.

Che gli individui siano l’esito delle relazioni familiari originarie e che la loro
personalità, le loro caratteristiche individuali e differenziali siano la risultante di
tali relazioni, la psicologia lo ha affermato ripetutamente e con forza. L’impor-
tante non è tanto questo, quanto il vedere se l’unità d’analisi della psicologia sia
l’individuo (esito delle sue relazioni) o sia piuttosto la relazione in sé. Quando
l’individuo è l’unità di analisi di chi fa ricerca o intervento in psicologia, la rela-
zione tra individuo e sistema sociale può essere sintetizzata entro le due seguenti
eventualità:
– l’individuo “sarebbe in grado” di perseguire la felicità, di realizzare le sue
aspettative e i suoi desideri, sapendo ciò che vuole, se non dovesse confron-
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tarsi con i limiti che il sistema sociale gli pone: limiti costrittivi, che vincola-
no e frenano la realizzazione personale;
– l’individuo avrebbe “la necessità” di un rapporto sociale, e sarebbe disposto
a subire i limiti e la sofferenza che la relazione comporta, pur di soddisfare
questo suo bisogno “primario”, ancora una volta sapendo ciò che vuole.

Nell’un caso come nell’altro, si pone una netta distinzione tra individuo e si-
stema sociale, visto quest’ultimo come “altro” rispetto all’individuo stesso. L’in-
dividuo, inoltre, è dotato di aspirazioni, desideri, aspettative e spinte a soddisfa-
re quanto egli desidera “individualmente”; il sistema sociale è visto in un caso
quale limite, in un altro quale strumento facilitante la realizzazione delle aspet-
tative individuali. Ciò che caratterizza questa nozione di individuo, è la convin-
zione che egli sappia ciò che vuole, ed anche ciò che desidera. È la convinzione
che il desiderio sia chiaro all’individuo, che ne fondi il comportamento e che ne
orienti le emozioni.
Questa ipotesi che regola la relazione tra individui e sistema sociale sembra
ignorare radicalmente il contributo della psicoanalisi, ove l’individuo non sa ciò
che vuole, almeno entro la sua dimensione emozionale. Affermare che le persone
non sanno ciò che vogliono significa fondare la polisemia emozionale del deside-
rio e delle emozioni. Non si tratta, quindi, di contrapporre coscienza ad incon-
scio, quanto di mettere in rilievo la primaria importanza del modo di essere in-
conscio della mente quale modo emozionale di simbolizzazione della realtà. Stia-
mo parlando della contrapposizione tra prima e seconda topica della proposta freu-
diana. La psicoanalisi contemporanea sembra aver, in gran parte, rinunciato al-
le profonde e interessanti intuizioni della prima topica, per seguire un sistema
mentale intrapsichico che ha, via via, annacquato il modo di essere inconscio
della mente; sino a farne qualcosa che assomiglia troppo all’inconscio cogniti-
vo, svuotando di senso l’intuizione psicologica di Freud. Non è un caso che due
studiosi “italiani” della psicoanalisi quali Franco Fornari e Ignazio Matte Blanco
siano stati ignorati per lungo tempo e solo recentemente ricordati, più dagli stu-
diosi delle scienze sociali che dagli psicoanalisti ortodossi. Fornari e Matte Blan-
co avevano, a loro modo, sottolineato l’importanza del sistema inconscio quale mo-
do della mente, quale dimensione fondante la dinamica affettiva nella relazione
tra individui e contesto (Fornari F., 1976; Matte Blanco I., 1975).
Può essere interessante notare che le due prospettive ora delineate (indivi-
duo che potrebbe realizzare i suoi desideri se non vi fosse il limite del sistema
sociale; individuo che ha bisogno della relazione, ed è disposto a soffrire pur di
soddisfare questa sua esigenza) fondano specifiche dimensioni che abbiamo in al-
tri lavori definite quali neo-emozioni: pretendere, controllare, diffidare, provo-
care, obbligare, lamentarsi, preoccuparsi. Si tratta di dinamiche relazionali, com-
prensibili entro l’emozionalità che organizza e fonda la relazione, ove è centrale
la negazione dell’estraneità dell’altro; quella estraneità che consentirebbe lo scam-
bio tra estranei e quindi l’integrazione produttiva della diversità.
Manca, nella prospettiva prima evidenziata, che contrappone individuo e si-
stema sociale, la visione produttiva della relazione che fonda il sistema sociale
stesso: produzione di valori, di regole del gioco, di cultura della convivenza e di
modi di relazione con il contesto sociale ed ambientale. Questa funzione di pro-
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duzione, fondante il sistema sociale quale sistema di convivenza, storicamente e


culturalmente definito, nonché differente nelle diverse culture, viene sacrificata
nella visione individualista: dove il sistema sociale è “dato” acriticamente, e do-
ve la funzione psicologica viene ridotta ad una prassi volta a definire le diffe-
renze individuali: con l’obiettivo di presiedere ad esse in una prospettiva orto-
pedica, di riconduzione alla retta via di chi si presenta alla diagnosi quale de-
viante. Differenze individuali che lo psicologo, quasi senza accorgersene, rischia
di considerare come “naturalmente date”3; spetta quindi agli psicologi, in questa
visione della professione e della scienza psicologica, individuare (appunto), dia-
gnosticare ed eventualmente, quando ciò sia possibile, correggere queste carat-
teristiche individuali; nel caso in cui la correzione non sia possibile, lo psicolo-
go pensa di avere il potere, delegatogli dal sistema sociale, di selezionare gli in-
dividui, al fine di un buon funzionamento sociale.
Quando l’oggetto della psicologia è l’individuo, ne conseguono differenti ed
interessanti dimensioni:
– nel caso dell’individuo, alla domanda ed alla sua analisi viene sostituita la
diagnosi delle caratteristiche stabili delle quali l’individuo è portatore. Portatore
inconsapevole, evidentemente, tanto è vero che egli ha bisogno dello psico-
logo per avere una diagnosi dei suoi problemi/disturbi;
– l’individuo è problematico, quindi, indipendentemente dalla sua “volontà”. Non
serve che una persona sia consapevole del suo problema; serve solo che ac-
cetti di subire diagnosi e terapia. Ciò comporta un elevatissimo potere in chi
ha le categorie e gli strumenti per decidere se una persona è normale o pa-
tologica;
– la ricerca scientifica propone dei “tipi” psicologici, differenziati sulla base di
specifiche evidenze sperimentali. Sta al potere dello psicologo decidere qua-
li di queste caratteristiche siano “normali” e quali siano “patologiche”. Ad
esempio, lo stile d’attaccamento può essere visto quale difesa del bambino
nei confronti delle evenienze problematiche vissute nel rapporto con la ma-
dre. In tal caso, il così detto “attaccamento insicuro” sarebbe una risorsa ade-
guata, come l’“attaccamento sicuro”, in funzione del diverso modo che assu-
me il rapporto tra bambino e madre. Oppure può essere visto quale caratte-
ristica stabile dell’individuo, che si ripete fissa ed immutabile per tutta la vi-
ta dell’individuo, con capacità di riproduttività legate alla stabilità delle ca-
ratteristiche entro la funzione di cura della prole. È molto importante sotto-
lineare questo passaggio, perché l’evidenza sperimentale non ha il potere lo-
gico o storico di definire le potenzialità adattive dei differenti tipi; né in ter-
mini sincronici né diacronici. Anzi, si potrebbe dire che l’adattamento uma-
no sia avvenuto, sino ad ora, anche grazie alla differenziazione dei gruppi so-
ciali e delle caratteristiche individuali;
– con l’individuazione (appunto) delle caratteristiche individuali, e con un in-
tervento psicologico fondato su tali caratteristiche, si perde il senso dell’inte-

3 Ricordo un recente articolo di Gad Lerner a proposito del tema, sollevato dal Presidente del Senato del-
la Repubblica Pera, concernente la “razza pura” ed i meticci: “In quel suo parolaio sentirsi già in guer-
ra […] risuonano gli echi della “nouvelle droite” europea che non celebra più la superiorità razziale, ma
insiste sulla “naturale” differenza tra gli esseri umani.” (Lerner G, 2005).
12 Renzo Carli

razione sociale e della fenomenologia culturale entro la quale ogni individuo


è necessariamente ed indissolubilmente iscritto;
– la cultura è considerata quale “dato” che forma e determina l’evoluzione degli
individui che alla cultura stessa appartengono.Viene così destrutturato e per-
so ogni approccio costruttivista alla fondazione delle dimensioni culturali;
– manca una teoria del legame sociale quale fondamento di una lettura psico-
logica della relazione tra individuo e contesto.

È quest’ultimo punto che può indirizzare un approccio volto a promuovere


sviluppo. Da tempo abbiamo proposto una teoria psicologica del legame socia-
le: la nozione di collusione. Ma la teoria della collusione si può comprendere so-
lo a partire dal modo di essere inconscio della mente, considerando il legame
emozionale quale motore di una costruzione del progetto di sviluppo entro le re-
lazioni tra individui e contesto. Se si ritorna all’individuo, sia pur inteso quale
prodotto di una relazione, o alla relazione quali unità di analisi e di intervento del-
lo psicologo e dello psicoterapista, si potrà comprendere l’importanza di una teo-
ria psicologica sul legame sociale. Per intenderci, la teoria dell’attaccamento non
è, dal nostro punto di vista, una teoria psicologica del legame sociale. Mentre la
teoria dell’inconscio, quale è stata proposta nella prima topica freudiana e qua-
le è stata sviluppata da Matte Blanco, è una teoria del legame sociale. Rimando so-
lo per accenni alla nozione di collusione (simbolizzazione affettiva del contesto
condiviso da parte di tutti quelli che a quel contesto partecipano), alla nozione di
cultura locale (il processo collusivo che caratterizza uno specifico contesto), al-
la nozione di analisi della domanda e di avvio del cambiamento entro i processi
culturali (strutturazione del circolo metodologico: conoscenza-pensare su-nuo-
va conoscenza-pensare su-nuova conoscenza…: è il cambiamento “metodologi-
co” che l’analisi della domanda promuove).
Credo che l’intervento rivolto all’individuo, volto a correggerne i deficit, e l’in-
tervento rivolto alla relazione sociale, volto a promuoverne lo sviluppo, siano le
due modalità di attuazione della psicoterapia. Ciò che sostengo è la differenza
tra le due modalità: differenza che potrà apprezzarsi in tutta la sua rilevanza se
si approfondirà la domanda di psicoterapia presso chi si rivolge allo psicoterapista,
invece di considerare la domanda stessa come “data”, in base alle conoscenze ed
alle convinzioni professionali dello psicoterapista stesso.

 Un primo esempio: l’affido

L’istituto dell’affido prevede che un bambino sia affidato provvisoriamente e re-


versibilmente ad una coppia di genitori “affidatari”, quando i genitori naturali
siano, per i motivi più vari, impossibilitati a provvedere alla normale vita ed edu-
cazione del bambino stesso. Come garantire che i genitori affidatari siano capa-
ci del loro compito? Questo sembra un interrogativo importante, se si tiene con-
to che l’istituto dell’affido segue ad una diagnosi di insufficienza nelle funzioni
genitoriali per la coppia dei genitori naturali. Ci mancherebbe altro che i genito-
ri affidatari non fossero all’altezza del compito loro affidato. Alcuni psicologi
hanno proposto di selezionare le coppie di genitori affidatari in base al loro sti-
CAPITOLO 1 • Proposte per una definizione degli obiettivi della psicologia clinica 13

le di attaccamento: coppie con stile di attaccamento sicuro, è stato sperimental-


mente dimostrato, sono più affidabili di coppie con stile di attaccamento diver-
so da quello sicuro.
La psicoterapia cognitivista diagnostica il disturbo che porta una persona
dallo psicoterapista. Ciò comporta un duplice vantaggio: la psicoterapia si potrà
ancorare ad una specifica diagnosi iniziale; la verifica dell’efficacia della psico-
terapia sarà avvantaggiata dalla diagnosi iniziale, potendo riferire i propri crite-
ri ad una recessione dei disturbi diagnosticati.Anche la diagnosi è fondata, almeno
in parte, sulla teoria dell’attaccamento e sulle conseguenze che l’attaccamento
comporta nel processo di adattamento dei singoli individui.
Ecco due esempi di una modalità “individualista” di considerare l’intervento
psicologico.
Abbiamo pensato a questi esempi perché essi sono orientati da una teoria, quel-
la dell’attaccamento, che si vuole fondata sul rapporto, non sulla singola persona.
Con la teoria dell’attaccamento si afferma che l’individuo è il risultato di una rela-
zione; la relazione che ha intrattenuto con le figure che si sono prese cura di lui
nella prima infanzia. La teoria dice anche che lo stile di attaccamento si trasmette,
prevalentemente per via materna, entro una riproduzione intergenerazionale. In-
teressante il possibile parallelismo con la teoria psicoanalitica, nella sua versione clas-
sica. Anche nella psicoanalisi si pensa che il Super Io (severo e duro, oppure più
benevolente) si istituisca nel mondo interno dell’individuo sulla base delle rela-
zioni che egli ha intrattenuto con le figure d’autorità nella prima o seconda infan-
zia. Anche qui, come afferma Strachey (1934), la cura consiste nel sostituire il Su-
per Io severo con un Super Io ausiliario, quale il paziente può esperire entro la re-
lazione di transfert psicoanalitico. Nel caso della psicoanalisi, peraltro, è previsto un
intervento di modificazione di quanto si è istituito nella relazione con le figure pa-
rentali, mentre sembra che la teoria dell’attaccamento non preveda interventi di
tal fatta. Ma su questo torneremo più approfonditamente in seguito. Nell’un caso
come nell’altro, l’individuo sarebbe, nelle sue problematiche come nella sua nor-
malità, il risultato delle relazioni educative precoci. Nella psicoanalisi, d’altro can-
to, la nozione di normalità, contrapposta a quella di patologia, è più sfumata, me-
no cogente: di fatto la teoria psicoanalitica non consente quella demarcazione tra
normale e patologico che in altre teorie sembra così definita ed importante.
Nella teoria dell’attaccamento, di contro, le evidenze sperimentali consento-
no di differenziare tra attaccamento sicuro e attaccamento problematico, nelle
sue varie declinazioni.
Importante considerare che, nell’ambito di queste teorie sull’individuo, qua-
le risultante della relazione precoce con il caregiver, si abbia una distinzione pre-
cisa tra ricerca scientifica, con la conoscenza che essa comporta, e applicazione
della conoscenza entro le varie dimensioni della relazione sociale. Pensiamo al-
le madri affidatarie, migliori se con attaccamento sicuro. In questo caso, la deci-
sione di selezionare le madri affidatarie con prove volte a misurare lo stile d’at-
taccamento, non risponde certamente alla domanda delle potenziali madri affi-
datarie. Esiste, nella istituzione dell’affido, un “terzo” dotato di una grande pote-
re: quel terzo (sia esso rappresentato dal magistrato, dai Servizi Sociali, dalla più
ampia cultura entro la quale l’affido si applica) che decide se applicare le norme
sull’affido nei confronti dei genitori naturali; e, nel caso, a quali madri affidata-
14 Renzo Carli

rie affidare, appunto, il minore separato dalla coppia genitoriale naturale. Non
stiamo, ovviamente, criticando l’istituto dell’affido; stiamo constatando come si
tratti di un intervento spesso fondato sull’autorità di chi decide che la coppia na-
turale non è in grado di occuparsi del piccolo e affida di conseguenza il minore
alla coppia affidataria. Decide, inoltre, quale coppia affidataria dia fiducia per il
delicato compito al quale è chiamata. L’utilizzazione di una rilevazione dello sti-
le di attaccamento consente a questo “terzo”, dotato di potere, di selezionare le cop-
pie affidatarie che con maggiore probabilità daranno buon esito nella prova alla
quale sono chiamate. Già, ma quale sarà il buon esito? Pensiamo, ad esempio, ad
una situazione realmente accaduta nell’ambito di un comune del centro Italia.
Cinzia, una bambina di quattro mesi, viene “affidata” ad una coppia disponi-
bile all’affido, scelta dal centro per l’affido, appositamente costituito nel comune
di una città del centro Italia.
I servizi sociali hanno deciso l’affido di Cinzia ad una coppia diversa dai ge-
nitori, sulla base di queste considerazioni: la famiglia d’origine ha uno stile di
vita poco idoneo alla cura della bambina, è stata definita una famiglia multipro-
blematica, in quanto vive in un camioncino, i genitori sono senza lavoro, il padre
è appena uscito dal carcere ed ha comportamenti a volte violenti. La madre ha di-
mostrato un forte attaccamento alla piccola Cinzia. Anche dopo il collocamento
iniziale della piccola in una casa-famiglia, provvisorio ed in attesa dell’affido,
erano frequenti le sue visite alla figlia; non vi erano quindi le condizioni per ipo-
tizzare una scelta più drastica, quale l’adozione.
L’assistente sociale responsabile del caso si propone di costruire “l’accoppia-
mento più adatto” tra bisogno (esigenze del minore) e risorsa (aspiranti affida-
tari che hanno seguito l’iter formativo del centro).
Creato l’abbinamento,nascono i primi problemi: la coppia affidataria,che si “sco-
prirà” in seguito ancora intenta nell’elaborazione del lutto per la propria sterilità, si
comporta come se Cinzia fosse la propria figlia, nonostante gli operatori avessero ri-
marcato, nel corso della formazione all’affido, la temporaneità dell’istituto dell’affi-
do stesso, che ha quale obiettivo il rientro del minore nella famiglia d’origine.
Gli operatori pensano di ovviare al problema organizzando un incontro, set-
timanale e della durata di mezza giornata, tra la madre naturale, la madre affi-
dataria e Cinzia. Ma gli incontri periodici, che dovrebbero consentire alla picco-
la di continuare a costruire un legame con la propria madre naturale, si trasfor-
mano in un problematico gioco di potere tra le due madri.
Gli operatori pensano, allora, di affrontare il problema chiedendo ad uno psi-
cologo di monitorare gli incontri.
Molto ci sarebbe da dire su questo caso, in sé altamente problematico. Qui
sottolineiamo soltanto il fatto che la coppia affidataria si comporta come se Cin-
zia fosse la propria figlia. Perché questo rilievo è vissuto, dagli operatori che si
occupano del caso, come un problema? Ci troviamo, evidentemente, di fronte ad
una problematica che non è propria di quella sola coppia affidataria: fare come
se il minore affidato sia un proprio figlio sembra un’attesa importante e, per cer-
ti versi scontata, dell’affido. Certo “fare come se si trattasse del proprio figlio”
non vuol dire un granché. Il problema, sembra evidente, si pone nella relazione
tra coppia affidataria e operatori. Ci si può immaginare la preoccupazione degli
operatori nel vedere come la relazione tra Cinzia, piccola e bisognosa di affetto,
CAPITOLO 1 • Proposte per una definizione degli obiettivi della psicologia clinica 15

e la coppia affidataria sia affiatata e rilevante emozionalmente. Anche le ragioni


di questa relazione affettiva sono in qualche modo prevedibili: un qualche moti-
vo per il verificarsi di un forte legame emozionale tra coppia affidataria e mino-
re dovrà pur esserci: si tratterà di un lutto non elaborato, si tratterà di una fantasia
di genitorialità onnipotente, si tratterà di una competitività sociale, una “dia-
gnosi” dell’evento (peraltro atteso, e guai se mancasse) la si può sempre trovare.
E allora? Allora si può ipotizzare che gli operatori siano preoccupati di due di-
mensioni contraddittorie ma, a loro giudizio, entrambe necessarie: i genitori af-
fidatari debbono essere affezionati al minore loro affidato; i genitori affidatari
debbono essere pronti a separarsi, quando gli operatori lo decideranno, dal mi-
nore loro affidato. Se prevale la seconda condizione, potrebbe trattarsi di genitori
affidatari poco presenti emozionalmente al bambino; se prevale la prima condi-
zione, potrebbe essere difficile il distacco. Questo, evidentemente, agli occhi de-
gli operatori. L’intima conflittualità insita nell’istituto dell’affido (forte legame
tra genitori affidatari e minore; capacità di separarsi dal minore quando il terzo
lo richiede) caratterizzerà ogni esperienza in tale ambito; e non potrà essere che
così, viste le condizioni “contraddittorie” che l’affido stesso comporta. Qui sub-
entrano due modalità di affrontare il problema: l’una che cerca i genitori affida-
tari migliori; l’altra che si pone il problema di accompagnare l’esperienza del-
l’affido, tenendo in considerazione tematiche e fantasie concernenti la coppia af-
fidataria, come anche concernenti gli operatori e la coppia genitoriale naturale.
Una modalità quest’ultima che si pone in primo luogo il problema degli opera-
tori, la componente più fortemente a rischio nel caso di interventi come quello del-
l’affido, perché più dotata del potere di valutare e di decidere. Nel primo caso,
l’intervento dello psicologo è fondato sulla sua competenza a prevedere i pro-
blemi dell’affido ed a ridurne le evenienze sulla base di una selezione delle ca-
ratteristiche individuali dei soli genitori affidatari. Mettendo a loro carico ogni pos-
sibile problematica dell’affido. Nel secondo caso, di contro, è l’esperienza nel suo
complesso che può essere analizzata, creando situazioni di sospensione degli agi-
ti fantasmatici e di istituzione di un pensiero sulle emozioni che l’esperienza stes-
sa motiva nei vari suoi protagonisti.
Si può anche pensare che le due iniziative possano andare di pari passo. Que-
sto, d’altro canto, è improbabile perché, quando si assume l’ottica della selezione
individuale, è poi difficile poter integrare tale ottica con quella di una analisi del-
la situazione, così come si viene creando, passo passo. Nel primo caso si guarda
alle singole persone, nel secondo si guarda alla relazione. Nel primo caso la com-
mittenza non può venire che dal potere che presiede all’istituto dell’affido; nel
secondo verrà solo da chi quella esperienza sta vivendo in prima persona.

 Un secondo esempio: la verifica delle psicoterapie

Da circa un ventennio, con diverse motivazioni, molti ricercatori nell’ambito clinico


hanno concentrato la loro attenzione sulla verifica delle psicoterapie.Verificare, in
sintesi, significa valutare se la psicoterapia ha raggiunto gli scopi che si prefigge.Af-
fermazione apparentemente ovvia. Lapalissiana, per così dire. Ma come tutte le ve-
rità lapalissiane nasconde importanti implicazioni.Vediamone alcune.
16 Renzo Carli

In primo luogo, spesso si è dato per scontato lo scopo. Si pensava, infatti, si


trattasse di verificare se la psicoterapia, nei suoi “ovvi” aspetti “terapeutici”, rag-
giungesse il suo fine. Qual è infatti lo scopo di una terapia, se non quello di rea-
lizzare la “guarigione” di un paziente? Di qui il tema della verifica associato a
quello, indifferibile, degli esiti della terapia. Esiti che comportano, evidentemen-
te, la nozione di guarigione, di recessione del sintomo, di miglioramento, di mo-
dificazione del comportamento, di riassetto delle emozioni, di adeguamento a
sistemi di attese personali e sociali, che hanno motivato la psicoterapia in funzione
del cambiamento; cambiamento previsto e perseguito lungo le linee definite dai
criteri che hanno codificato i disturbi da curare. Certo, mi si dirà, la ricerca si è
spostata nel tempo dalla verifica degli esiti a quella del processo. È vero; ma an-
che la verifica di processo non può eludere il problema degli esiti; esiti che sono
formulati più nei termini della teoria che fonda la prassi psicoterapeutica, che
nei termini di una guarigione quale recessione dei sintomi che hanno motivato
alla psicoterapia. Si potrebbe dire che, quando si parla di “esito”, si utilizza il lin-
guaggio del profano e delle sue attese; quando si parla di “processo”, si utilizza il
linguaggio del tecnico e si entra nel merito della teoria che sostiene la prassi. Si
pensi ad esempio all’interruzione della terapia ritenuta, sistematicamente anche
se a volte implicitamente, quale evento negativo; ad essa si associano varie di-
mensioni di processo (ad esempio problemi nell’alleanza terapeutica). Qual è il
problema? Così potrebbe dire un lettore ingenuo o distratto.
Non sappiamo se la verifica abbia determinato un cambiamento negli obiet-
tivi della psicoterapia, o se il cambiamento negli obiettivi abbia motivato il lavo-
ro di ricerca sulla verifica. Sta di fatto che le due cose sono andate di pari passo:
con la stagione della verifica si è inaugurata anche la stagione di una psicotera-
pia volta a correggere deficit. Gli interrogativi che per lungo tempo hanno attra-
versato la prassi e la teoria della psicoterapia – se fosse davvero “cura” o piutto-
sto promozione della conoscenza; se avesse obiettivi prefissati e definiti, o piut-
tosto come diceva il poeta indiano “l’importante non è la strada ma l’andare” –
tutta la questione sul senso della psicoterapia (per chi si avvicinava all’esperien-
za quale paziente, come per chi la conduceva professionalmente) si è improvvi-
samente dileguata, davanti alle esigenze di verificare gli esiti e quindi di dimostrare
il processo di cambiamento, di guarigione, di recessione dei sintomi, di modifi-
ca dei problemi, di miglioramento del paziente.
Come se, nell’ambito della psicologia clinica, i termini di terapia e di pazien-
te non fossero metafore storicamente comprensibili, ma termini da prendere al-
la lettera, entro l’imitazione del modello medico. Si potrebbe obiettare: ma co-
me, ancora una volta si vuol dire che la psicoterapia è una prassi che sfugge alla
verifica? No, non è questo l’intento. Al contrario, si vuol affermare che ben ven-
ga la verifica, purché tale. Quindi sottoposta a critica nei suoi presupposti, nei
suoi intenti, nelle agenzie che la promuovono. Altrimenti si tratterebbe non di
verifica scientificamente orientata, ma di un’operazione di controllo da parte di
agenzie interessate, per diversi motivi, ad attuarlo. Spesso si ricorda che la veri-
fica è nata quale necessità irrinunciabile, per facilitare e fondare giuridicamente
i rimborsi del lavoro psicoterapeutico da parte delle società di assicurazione
nordamericane. Più vicino a noi, si pone la questione dell’esigenza di controlla-
re l’erogazione delle risorse del servizio sanitario pubblico in campo psicotera-
CAPITOLO 1 • Proposte per una definizione degli obiettivi della psicologia clinica 17

peutico. Questo, peraltro, ha di fatto connotato la psicoterapia quale atto medico,


a pieno titolo situabile entro l’ambito sanitario, ponendo il problema dell’effica-
cia dell’atto stesso e del suo riconoscimento “ufficiale”, almeno per quanto con-
cerne i suoi aspetti economici. Tale connotazione “medica” della psicoterapia ha
comportato conseguenze di grande rilievo nella concezione dell’atto psicotera-
peutico, dei suoi obiettivi e del suo significato sociale. Volendo riassumere tutto
questo in due parole, si potrà ricordare che la medicalizzazione della psicotera-
pia ha comportato la necessità di definire la “patologia” che con la psicoterapia s’in-
tende curare. Ciò ha facilitato l’utilizzazione dei vari repertori sui disturbi men-
tali (DSM, ICD) quali strumenti di classificazione diagnostica della patologia di
riferimento. Ha anche condizionato fortemente le varie tecniche di psicoterapia,
privilegiando quelle volte alla soluzione dei sintomi, nei confronti di metodolo-
gie più complesse, che si pongono problemi di cambiamento entro le dinamiche
della personalità o di sviluppo dei sistemi di rapporto tra individuo e contesto. Ma,
soprattutto, l’attenzione alla sintomatologia ha, di fatto, privilegiato le forme psi-
coterapeutiche che perseguono adattamenti conformistici, rispetto a quelle che
perseguono sviluppo, creatività, capacità di pensare e di innovare. In una paro-
la, il riferimento ai manuali diagnostici dei disturbi mentali ha orientato la psi-
coterapia alla correzione del deficit, mettendo in secondo piano o penalizzando
fortemente la psicoterapia che persegue e promuove sviluppo.
Ecco una distinzione che può orientare e organizzare un criterio di analisi
della relazione tra ricerca e clinica entro l’ambito psicoterapeutico. Possiamo
pensare a due modalità di costruzione della professione psicologica:
– lo psicologo quale terapeuta orientato a ridurre un deficit nel paziente che a
lui si rivolge;
– lo psicologo che realizza interventi per promuovere lo sviluppo delle persone
entro il loro contesto.

Pensiamo, a questo proposito, all’uso che nella psicologia dell’intervento si


può fare della nozione di relazione. La relazione può essere intesa quale stru-
mento che serve per migliorare la realtà. Oppure può essere utilizzata al fine di
vedere ciò che accade al suo interno. L’interesse per la relazione, può essere orien-
tato al fine di correggere un deficit. Oppure l’interesse per la relazione può proporsi
di guardare alla relazione stessa, con l’intento di utilizzarla quale ambito di pro-
mozione dello sviluppo: sviluppo del rapporto tra psicologo e persona che a lui si
rivolge; di conseguenza, sviluppo della relazione tra la stessa persona ed il suo
contesto di vita e di lavoro. Ciò significa promuovere una consapevolezza ed un’e-
voluzione dei valori che reggono la convivenza, delle regole del gioco che la ren-
dono possibile, in particolare di quelle regole del gioco che presiedono alla rela-
zione tra individui, gruppi e contesto ambientale. Correzione di un deficit, da un
lato; sviluppo dall’altro, quali obiettivi dello psicologo.
Nel caso della correzione di un deficit, la posizione dello psicologo clinico è
quella di chi pensa di essere legittimato ad intervenire sulla base di una situa-
zione problematica, letta quale scarto da un modello che si ipotizza condiviso e
legittimato socialmente. Nel caso dell’intervento volto allo sviluppo, sviluppo del-
la relazione tra psicologo e committente così come di quella tra committente e con-
testo, è l’analisi della domanda che guida l’intervento dello psicologo stesso. Si trat-
18 Renzo Carli

ta di due opzioni professionali molto diverse, fondate su ruoli, funzioni e rap-


porti con la domanda del committente letti diversamente, su metodologie di azio-
ne professionale distinte, con obiettivi spesso divergenti.
Vediamo di riassumere le differenti visioni del problema oggetto di analisi,
presentando uno schema che contrappone su un primo asse: “vissuto e compor-
tamento”; su un secondo asse: “individuo e relazione”. Ne emerge un’area entro
la quale è possibile situare gran parte delle impostazioni teoriche e pragmatiche
della psicologia generale e della psicoterapia. Nella Figura 1 ne vengono accen-
nate solo alcune.

INDIVIDUO

• Test proiettivi • Diagnosi psichiatrica


• Questionari • DSM-ICD10…
• Scale psicometriche • Comportamentismo
• Teorie del mondo interno • Interventi di correzione
di un deficit

VISSUTO COMPORTAMENTO

• Teorie del legame sociale • Sociologia


(collusione) • Interazionismo nei piccoli
• Interventi per lo sviluppo gruppi (bales…)
• Psicoanalisi della relazione • Psicologia sociale empirista
• Psicosociologia europea • Teoria dell’attaccamento
• Gestalt
• Psicologia sociale
motivazionalista (Lewin)

RELAZIONE

FIGURA 1. Principali impostazioni teoriche e pragmatiche della psicologia generale e della psi-
coterapia
CAPITOLO 1 • Proposte per una definizione degli obiettivi della psicologia clinica 19

 Questioni aperte

Una prima questione concerne la possibilità di definire e misurare le differenti


modalità di domanda di psicoterapia, presso la popolazione che si rivolge allo
psicoterapista. Sia in ambito pubblico che privato, ed entro i vari indirizzi della
psicoterapia, per arrivare a questo serve una metodologia di rilevazione della
domanda di psicoterapia standardizzata e condivisa. Potrebbe essere un que-
stionario studiato appositamente, rivolto allo psicoterapista; ma anche il testo di
un colloquio preliminare con il futuro paziente4, registrato e trascritto dagli psi-
coterapisti e dagli psicologi clinici. Già alcuni dati sulla popolazione toscana
(Carli R. et al., 2004) e su un campione rappresentativo della popolazione italia-
na mettono a confronto la domanda di psicoterapia, tradizionalmente intesa, con
la domanda di integrazione tra le differenti componenti del sistema sociale, qua-
le attesa della popolazione stessa nei confronti dello psicologo. Ed è interessan-
te notare come la domanda di psicoterapia tradizionale, intesa quale correzione
di un deficit, sia molto minore di quella che vuole lo psicologo clinico quale agen-
te volto a promuovere un’integrazione tra le componenti sociali. Qui si trattava di
un campione rappresentativo di una popolazione regionale prima (Toscana), e
nazionale poi. Penso che una indagine sulla domanda di chi chiede l’intervento
dello psicoterapista o dello psicologo clinico possa dare risposte interessanti sui
problemi che motivano le persone. Ricordo ancora che in una ricerca sulla do-
manda che porta le persone al centro di salute mentale, la grande maggioranza
dei problemi emersi nella domanda riguarda processi di adattamento dei singo-
li al contesto, non problemi di “malattia mentale” tradizionalmente intesi e per i
quali peraltro la struttura è stata pensata.
Una seconda area di interesse concerne l’analisi dei testi registrati, relativi ad
esperienze di psicoterapia. Anche in questo caso il tema è, di fatto, la domanda di
psicoterapia e la risposta che il trattamento psicoterapeutico può dare alla do-
manda stessa. Ho applicato l’Analisi Emozionale del Testo a due testi di psicote-
rapia (Carli R., Paniccia R.M., 2005) ed in entrambi i casi ciò che emerge all’ana-
lisi del testo, condotta con la metodologia proposta da me e da Rosa Maria Paniccia
qualche anno fa, è una linea di sviluppo che sembra più vicina alla psicoterapia
quale strumento per promuovere sviluppo, che alla psicoterapia quale correzio-
ne del deficit. Se questo rilievo fosse verificata in una più ampia gamma di trascritti
del testo di psicoterapie, si potrebbe legittimare l’ipotesi che, indipendentemen-
te dall’obiettivo formale ed esplicito concordato tra psicoterapista e paziente,
quanto poi si realizza nel corso della psicoterapia ha più a che fare con la pro-
mozione di sviluppo che con la correzione di un deficit. Penso che un approfon-
dimento di tutto questo, da parte di un gruppo di ricerca interdisciplinare che si
ponga l’obiettivo di utilizzare l’analisi del testo quale processo di verifica della
psicoterapia, potrebbe essere molto utile per gli scopi che la ricerca nel settore
promuove. Potranno essere messe a confronto le differenti metodologie di ana-

4
Sarà importante che la registrazione sia dichiarata e motivata al possibile paziente, chiarendo le ragio-
ni della ricerca sulla domanda di psicoterapia e assicurando la restituzione dei dati emersi dall’indagi-
ne, una volta completata.
20 Renzo Carli

lisi del testo, e si potrà discutere non solo di una verifica a terapia conclusa, quan-
to anche di verifiche in corso d’opera, al fine di dare informazioni interessanti
per lo psicoterapista.
Una terza area problematica concerne un confronto tra le due culture, degli psi-
coterapisti da un lato e di chi partecipa all’esperienza psicoterapeutica (pazien-
ti) dall’altro. Anche in questo caso abbiamo rilevato alcuni dati che ci sono par-
si interessanti e che sono in via di pubblicazione. Penso che indagini in questa area
possano avere uno sviluppo interessante, con la partecipazione di colleghi di tut-
ta Italia e dei più differenti indirizzi psicoterapeutici.

 Bibliografia

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nal 15:127-139 [trad. it., 1974. Rivista di Psicoanalisi 20:92-126]
C APITOLO 2

La reificazione come rischio


in psicologia clinica
Alessandro Salvini

 Reificazioni e paradigmi alternativi

Più di mille anni fa, nel 787d.C. per l’esattezza, i vescovi cristiani si riunirono a
Nicea, in Asia minore, per dibattere una cosa importante. Questi uomini saggi,
pii e pieni di religiosa sapienza, convennero che alla fede dovesse essere con-
cesso anche il sostegno delle cose tangibili, e quindi le pratiche devote avevano
bisogno di aggrapparsi a reliquie, immagini, statue e luoghi di culto capaci di da-
re al sacro una corrispondenza concreta, in modo anche da conferire alla mi-
tografia religiosa la natura di verità storica. Così la credenza poteva essere re-
sa concreta, percepibile, compresa e quindi atta a sostenere la fede, come il mon-
do pagano fino all’ora aveva efficacemente dimostrato. È per questo motivo che,
in quell’autorevole consesso di vescovi, gli imaginisti prevalsero sui più sofisti-
cati iconoclasti. Calcolo ideologico, sottigliezza dottrinale e consapevolezza del-
la maggiore capacità suggestiva del sensoriale sull’astratto fecero sì che le tesi
degli imaginisti fossero considerate più adatte a diffondere e sostenere la fede:
alle rappresentazioni dei santi fu così pitturata o ingessata anche la realtà con-
creta della loro santa natura. Tutto questo è avvenuto molto prima che un’ana-
loga pretesa fosse rivolta alla psicologia proprio dagli avversari più accaniti del-
la metafisica, ossia dagli psicologi positivisti. Così la scienza dei fenomeni pre-
valentemente invisibili, la psicologia, fu ancorata alla fisiologia e ai suoi analo-
ghi metaforici, e per contiguità trasformata in scienza naturale. Le parole e i
concetti indicanti fenomeni mentali e comportamenti socialmente definiti, fu-
rono trasformati in altrettante icone o oggetti psichici. Il risultato non tardò a
mancare, molteplici feticci psicologici furono offerti alle esigenze concrete del-
la mente comune, alle necessità empiriche della metodologia scientifica, e alle
spiegazioni di causa-effetto. Metafore, analogie, neologismi, finzioni della ra-
gione ed astrazioni concettuali finirono per essere trasformati in entità empi-
riche, ogni nome in una cosa.
22 Alessandro Salvini

Ogni volta che gli psicologi o gli psichiatri inventano un neologismo o trag-
gono dal linguaggio ordinario una parola, immancabilmente tendono a trasfor-
marli in “oggetti”, che vengono poi pensati come entità reali alla stregua dei fat-
ti e dei fenomeni appartenenti al mondo fisico. La tazza concettuale, il nome con
cui raccolgono l’acqua dell’esperienza o dei processi mentali altrui diventa la for-
ma, la descrizione e talvolta la spiegazione (tautologica) di quell’esperienza o di
quei processi. Come uscirne? Se le parole relative a stati, processi mentali e azio-
ni li restituiamo ai contesti del discorso e dell’esperienza, restituiamo il loro va-
lore psicologico che è semantico, quindi locale, storico, socialmente costruito e sog-
gettivamente interpretato. Il termine identità aspira ad essere non l’ulteriore og-
getto delle psicologie empiriche (a cui tuttavia può concedere qualcosa), quanto
il variegato effetto rifrattivo delle interazioni, che legano gli attori-osservatori
con sé stessi e con gli altri.
Il quadro teorico e concettuale, che sta dietro questi studi, appartiene ad un
altro riferimento paradigmatico, che può essere denominato in diversi modi a
seconda delle regioni di cui si occupa e dei livelli che esplora: costruzionismo o
antropomorfismo, oppure interazionismo strategico o pragmatismo socio-co-
gnitivo. Si tratta di un paradigma affiorato in certi settori della cosiddetta psi-
cologia post-moderna e delle scienze sociali, ma che vanta una lunga ed illustre
tradizione. È un paradigma poco noto per coloro che sono convinti che le rispo-
ste agli interrogativi sulla mente e sul comportamento umano soggiornino uni-
camente nelle riviste accademiche di psicologia, o nei repertori nosografici del-
la psichiatria. Psicoanalisi, comportamentismo cognitivista, psichiatria tradi-
zionale, psicobiologia riduzionista sono tutti figli di un’identica madre episte-
mologica, che li rende eredi di un progenitore, il positivismo psicologico, che con
le sue semplificazioni, meriti e intolleranze ha dominato il campo accademico e
professionale per più di cento anni.
Per questo motivo le riflessioni proposte in questo articolo richiedono al
lettore di cose psicologiche una certa disponibilità a cambiare le coordinate
concettuali e linguistiche lungo cui scorrono i generi narrativi della psicologia
tradizionale. Per esempio, il lettore può trovarsi disorientato dall’assenza del-
le argomentazioni basate sul determinismo ingenuo (lineare) o sofisticato (mul-
ticausale). Per quanto astratto, polisemico o metaforico sia, qualsiasi concetto
che cade in mano al positivismo psicologico viene facilmente trasformato in
un’entità, suscettibile di divenire una “cosa” e come una palla da biliardo di-
ventare a sua volta una variabile causale. La trasformazione di un significato
in una cosa, di un aggettivo in sostantivo, di una descrizione in una proprietà,
di una caratteristica in una causa rientra, com’è noto, in quel processo chia-
mato reificazione. Sorta di autoinganno cognitivo che, se professionalmente
condiviso, contribuisce a far si che la reificazione divenga con il tempo sempre
più efficace e accettata. È anche vero che per poter varcare i portoni della scien-
za e avere tutti i vantaggi dei suoi attestati è d’obbligo rispettare i suoi metodi,
per cui la virtù fatta necessità reclama “oggetti” reificati (astorici, naturali, og-
gettivi, privi di contesto, deprivati di ogni antropomorfismo, isolabili e dotati di
proprietà molecolari e di meccanismi costitutivi e capacità causali), in cui lo
psichico è rappresentato alla stregua di un organismo fisico. Si tratti di con-
cetti come “bullismo”,“emozione”,“personalità”,“apatia” o “depressione”, è im-
CAPITOLO 2 • La reificazione come rischio in psicologia clinica 23

portante che possano essere trattati da un lato secondo le esigenze del ridutti-
vismo naturalistico, e dall’altro secondo le convinzioni epistemologiche del
senso comune. Per esempio secondo un senso comune medicalizzato, che ha
bisogno di pensare attraverso cose tangibili, concrete e semplici, in cui poter
innestare semplificazioni di causa-effetto, del tipo: “Giovanna si mette sempre
con uomini che la umiliano, perché è masochista”; oppure: “Il bullismo è un ti-
pico disturbo di personalità adolescenziale che va diagnosticato e curato”, men-
tre la pigrizia, la voglia di far niente, la contemplazione fatalistica, l’atteggia-
mento rinunciatario possono essere sintetizzati in un’altra figura o reificazio-
ne patofilica, ovvero nel “disturbo astenico di personalità”, stabilendo in modo
indebito un’equazione tra giudizio di valore negativo e patologia. Neologismi
oscuri come “empowerment”,“achievement”, sfruttando la forza e l’autorità an-
glofila (vero e proprio calco di gesso per alcuni termini psicologici) divengono
disposizioni, capacità o caratteri atti a descrivere e spiegare per esempio la mo-
tivazione al successo professionale. Al contrario la traduzione letterale del ter-
mine inglese “the self ”, che ha significato di esperienza di sé e di autoconsape-
volezza, produce in italiano un oggetto psicologico: “il sé”. Sulla base di questo
equivoco si pensa e si studia questo processo come se corrispondesse ad una nuo-
va entità psichica. Così le “rappresentazioni di sé” vengono trasformate nella
“rappresentazione del Sé” e la trappola reificante trasforma l’identità da un
processo in qualcosa di simile ad una statua. Dalla psicoanalisi al cognitivi-
smo, concetti metaforici come “strutture”,“stadi”,“fasi”,“schemi”,“reti”,“istan-
ze”, “patologie” sono pensati come entità psichiche realmente esistenti, facen-
dogli assumere forza esplicativa, ma perdendo per strada insieme al “come se”
la loro ambiguità metonimica, e la loro natura analogica. Non più finzioni del-
la ragione, espedienti discorsivi, figure retoriche, ma entità accettate come ef-
fettive “realtà” psicologiche. L’attività intellettuale autolegittimata delle pro-
fessioni psicologiche parte dall’assumere parole come oggetti, sia pure psichi-
ci, dando loro sostanza empirica, cui per esempio i procedimenti e narrazioni
diagnostiche, psichiatriche e psicologiche conferiscono ulteriore sostanza rei-
ficante anche al giudizio di valore che ospitano.
Sorge il problema del perché i lettori debbano condividere questo scomo-
do letto di Procuste per la loro intelligenza teorica. Incominciamo col dire che
se un concetto serve come “mappa” e non come descrizione categoriale, questo
concetto rivela una fertilità euristica affidata non alla conoscenza/descrizione
di un oggetto, quanto alla comprensione di un processo. Da un punto di vista
psicologico il termine identità è un concetto mobile che serve per capire le
possibili configurazioni che può assumere un processo interattivo, non è quin-
di un chiodo linguistico cui appendere un’immagine (come quando per esem-
pio dico “personalità paranoide”). Serve a comprendere un sistema, non a de-
finire un oggetto. Questa semplice dichiarazione d’intenti spalanca un baratro
tra gli “imaginisti” e gli “iconoclasti”, in altri termini una frattura epistemolo-
gica verticale e radicale, dividendo in due il mondo della psicologia, tra colo-
ro che pensano di legare la psicologia alle scienze della natura, e coloro che,
rifiutando tutti i vantaggi connessi, pensano che sia più pertinente, rilevante e
necessario far rimanere parti importanti della psicologia nelle cosiddette scien-
ze della cultura.
24 Alessandro Salvini

 Il polisemico

Tra i vari concetti che l’uso psichiatrico e psicologico tende a reificare sceglia-
mone uno marginale, meno ricorrente, poco investito dagli effetti solidificanti
dell’empirismo concettuale, prendiamo in esame il concetto di identità psicologica,
che è parte rilevante della coscienza di sé. All’esperto di criminalistica il concetto
d’identità fa venire in mente le impronte digitali, l’identikit, l’omicida seriale, la con-
traffazione di passaporti e altro, mentre ad un imam sciita e ad un rabbino orto-
dosso ricorda l’identità culturale e religiosa che li divide. Dall’altro il concetto d’i-
dentità accomuna individui lontani e con esigenze simili, come i personaggi po-
litici e televisivi, i transessuali e gli adolescenti, la cui certezza di esistere esige,
anche in modo imperioso, l’obbligo ad essere costantemente riconosciuti e con-
fermati: soprattutto per ciò che rivendicano come immagine e rappresentazione
di sé. Mentre allo psicologo dello sviluppo la parola identità ricorda i problemi e
i processi attraverso i quali un neonato si evolve in maschio e in femmina, all’im-
munologo il concetto di identità suggerisce i modi attraverso cui il sistema auto-
difensivo dell’organismo distingue tra un sé biologico e un non sé alieno, al genetista
ricorda, tra le varie cose, non solo le attribuzioni di paternità, ma anche l’eredità
filogenetica, che rende i viventi simili o diversi. Per non parlare poi dei comples-
si e ramificati sistemi di attribuzione categoriali di natura sociale, come l’identi-
tà nazionale, etnica, religiosa, generazionale, professionale, ideologica e politica.At-
tribuzioni d’identità che influiscono sulla coscienza situata di sé, generando non
solo processi affiliativi e valutativi, ma anche i significati da dare alle proprie espe-
rienze sul come configurare gli altri e il mondo.
Se è vero che la conoscenza ha bisogno di concetti chiari, precisi e non con-
fusi, non si capisce perché gli psicologi abbiano fatto propria questa parola così
ambigua e polisemica. È quindi necessario capire in quale accezione usino il con-
cetto d’identità e perché contravvengano al suo significato logico.
Tra i molti che si sono occupati del problema di stabilire l’effettiva portata
logica del concetto di identità, spicca Gottfried Leibniz, che ha offerto un im-
pianto formale ancor oggi accettato. Da Leibniz in poi diciamo che: “A è identi-
co a B, quando la sostituzione di A con B, o viceversa, conserva la verità degli
enunciati che concernono A o B”. Da questa definizione scaturiscono alcune pie-
tre angolari della logica e della scienza: il principio di non contraddizione, il ter-
zo escluso e la legge d’identità. Per il pensiero razionale un po’ bigotto, chi viola
questa logica dice sciocchezze o è in stato di ebbrezza alcolica o è vittima di un
pensiero delirante.
Nel mondo della logica-matematica, da Friedrich Frege in poi, la riflessione sul-
la natura degli enunciati d’identità si è poi aperta a prospettive sempre più ric-
che e articolate. Che si sono rivelate congrue alle scienze fisiche e naturali, ma
poco pertinenti per comprendere i costrutti di senso e di significato propri del-
le scienze sociali, e di buona parte della psicologia. Per esempio è possibile so-
stenere che l’identità (personale) è data non solo dalle caratteristiche che ren-
dono un individuo uguale solo a se stesso, ma anche quanto di questi caratteri con-
divide con altri a lui simili. Il concetto socialmente utile di identità, consente di
organizzare la percezione dell’altro attraverso schemi di tipizzazione e permet-
te di fare inferenze predittive, per esempio sul suo comportamento. Assegnare
CAPITOLO 2 • La reificazione come rischio in psicologia clinica 25

qualcuno (o anche se stessi) ad una classe sociale e psicologica d’identità, consente


l’attesa di un comportamento coerente con le sue caratteristiche d’appartenen-
za, permettendo ragionevoli predizioni sul suo comportamento e quindi entro
certi limiti sonni tranquilli.
Se l’identità psicologica è come un Giano bifronte, che rende qualcuno si-
multaneamente uguale e diverso, il principio di non contraddizione è violato,
non dà più garanzie, vengono meno i sonni tranquilli. Scopriamo che il mondo
delle persone, sociale, culturale, psicologico che sia, viola la logica entro cui im-
prigioniamo in modo soddisfacente gli eventi naturali, gli oggetti fisici e i loro mec-
canismi. Gli psicologi, che con grande impegno hanno cercato di ancorare il com-
portamento umano alle scienze della natura, hanno fallito proprio su quello che
era il loro obiettivo: spiegare per poter prevedere. Chi ti dice, per esempio, che
tua figlia adolescente teneramente addormentata e abbracciata al suo peluche,
invece di sognare gattini rosa, si alzi a notte fonda e ti venga a trovare con un
coltello in mano? L’identità attribuita, implicando il principio di non contraddi-
zione, è alla base della fiducia interpersonale, per esempio di un impiegato fede-
le, di un vicino affidabile o di una moglie con la testa sulle spalle. Se una ragaz-
za è dolce, docile, rispettosa, affettuosa con i genitori, si commuove facilmente,
esprime buoni sentimenti, ama l’intimità familiare ed è coerentemente uguale a
sé stessa, ci sentiamo sicuri della sua identità. Per una deduzione implicita basa-
ta sul principio di non contraddizione, non può essere aggressiva, crudele e de-
siderare di sbarazzarsi dei genitori, di qualche amica, o di una donna sconosciu-
ta, per esempio di una suora, o motivata a partecipare a qualche rito satanico.
Purtroppo le cronache mettono a dura prova le nostre categorie logiche quan-
do, invece di miracoli telematici e bio-medici, si occupano dell’imprevedibile psi-
cologia umana. Usare l’aggettivo patologico per coloro che violano le nostre pre-
visioni in base all’identità è un espediente interpretativo post hoc, piuttosto che
un’evidenza oggettiva o una spiegazione dimostrabile. Molti test di personalità so-
no strutturati seguendo la logica ferrea del principio di non contraddizione, so-
no validati con cura e appaiono scientificamente perfetti. Purtroppo in molti ca-
si la loro capacità predittiva è prossima allo zero. A tutto questo George Kelly,
negli anni cinquanta, dette una soluzione semplice, affermando che:“Un costrutto
psicologico non è un costrutto logico” (Kelly G.A., 2004). La conseguenza para-
dossale è che il risultato del processo che chiamiamo identità, oltre a essere pre-
cario e fluttuante è anche multiplo, come l’esperienza e i volti che l’individuo
scopre di sé nello specchio delle varie situazioni.
Polisemia e uso contraddittorio di un concetto, attribuzioni di significato con-
trarie al suo uso corrente, non sono un buon biglietto da visita per una parola che
aspiri ad essere accolta anche in una scienza di elevate ambizioni metodologiche
com’è la psicologia, nonostante le sue scarse pretese linguistico-concettuali. Già Lud-
wig Wittgenstein (1989) accusò la psicologia d’essere “affetta da eccessi speri-
mentali e da confusione concettuale” e niente sembra aver mitigato, dal 1921 ad og-
gi, questa sintetica ed efficace constatazione. Perché allora utilizzare un termine con-
cettualmente così poco “consistente”? Ma chi ha detto che i termini psicologici
debbono avere, analogia permettendolo, una “consistenza” fattuale? È il quadro di
riferimento epistemologico e teorico a stabilire il significato d’uso di un concet-
to e non le esigenze reificanti dei metodi empirici o del senso comune.
26 Alessandro Salvini

Abbiamo bisogno però che il lettore possa cogliere con chiarezza una diffe-
renza importante tra una statua ed un pallone. Nel primo caso la statua ha il suo
significato rappreso nell’argilla o scolpito nel marmo, mentre il pallone, a secon-
da di come viene usato (le regole di gioco), genera significati e contesti. In psico-
logia si fronteggiano due, forse anche più tradizioni: quella positivista/empirista
e dall’altro quella costruttivista/pragmatica: per cui gli enti psicologici di cui par-
lano appartengono a sfere separate di realtà. Per la prima tradizione i concetti o gli
enti psicologici sono fatti; per la seconda sono convenzioni o costrutti.

 Identità come processo o come oggetto?

Utilizzando il punto di vista interazionista l’identità psicologica non è una cosa,


un’entità naturale, ma è un effetto semiotico e mutevole del campo relazionale. Es-
sa è il significato e poi l’effetto auto/etero percepito del rapporto che un indivi-
duo intrattiene con altri enti (per esempio, le persone per lui significative, il con-
testo normativo, il ruolo e la situazione in cui si trova, le convinzioni che profes-
sa, il colore del cielo di un certo pomeriggio invernale o la cravatta, o se volete il
vestito che ha scelto di indossare). Le rappresentazioni di sé sono sempre conte-
stuali, più o meno condizionate dal grado d’identificazione con il ruolo sociale scel-
to e offerto dalla situazione. L’identità che emerge come autoconsapevolezza e
presenza è sempre un compromesso che fluttua tra due polarità: continuità e co-
erenza da un lato, e dall’altro le rappresentazioni di sé socialmente e soggettiva-
mente situate. Per cui l’identità, come esperienza soggettiva socialmente situa-
ta, può essere generata e sperimentata in termini di stabilità e continuità (mas-
sima sovrapposizione tra ruolo, memoria autobiografica, concetto e rappresen-
tazione di sé) o come esperienza frammentata e plurima. Paradossalmente l’i-
dentità, intesa come risultato di campi interattivi, stabili e mutevoli, non appar-
tiene solo all’individuo, che la sperimenta come autoconsapevolezza e riferimento
per l’azione, ma è in ostaggio alle persone o alle situazioni (passate/presenti/fu-
ture) che incontra o che crede di incontrare (o che gli fanno credere di essere). È
da considerare che qualsiasi incontro è sempre mediato da codici di senso e si-
gnificato, preordinati, inventati o negoziati che siano. Sotto questo aspetto l’i-
dentità soggettiva è un sistema mutevole di significati autoriferiti, che concor-
rono alla costruzione del sistema sovraordinato, che chiamiamo coscienza di sé.
Quindi per comodità cognitiva è possibile pensare all’identità psicologica co-
me un’interfaccia di quella sociale, che confluisce nella costruzione di quella par-
ticolare esperienza che definiamo coscienza di sé. Le riflessioni presenti in que-
sto articolo esplorano in particolare gli aspetti interattivi di questo processo, più
che i vincoli sensoriali e percettivi che attraverso la memoria, episodica in par-
ticolare, rendono possibile il substrato psicofisiologico della coscienza di sé che
sostiene il senso d’identità. E talvolta basta un ictus per sconvolgere le basi neu-
rali della memoria autobiografica.
La coscienza di sé non è una realtà obiettiva, è un’esperienza che prende vita
nei discorsi come nelle azioni, nei copioni come negli abiti di scena, nella ricer-
ca di conferme nei ruoli e in tutto ciò che promana dalla realtà quotidiana e dai
CAPITOLO 2 • La reificazione come rischio in psicologia clinica 27

suoi effetti reali. La coscienza di sé come esperienza soggettiva riflette il mondo


oggettivo cui si consegna, siano uniformi militari o sfilate di moda, chiese ba-
rocche o aule di tribunali, palestre di cultura fisica o relazioni sessuali. Attraver-
so questi mondi la coscienza di sé scopre se stessa, si plasma, si conforma, gene-
ra esperienze soggettive che non sono separabili dal sistema regole/ruoli/identi-
tà e dalle diverse produzioni di senso e di significato. Produzioni di senso e di si-
gnificato incorporate simultaneamente negli attori e nei contesti interattivi, con
molteplici possibilità di consonanza e di dissonanza. Un’esperienza soggettiva si
conforma agli obblighi e ai discorsi da cui è alimentata, significata e orientata,
per esempio facendo proprio il punto di vista degli altri, selettivamente prescel-
to a guida della propria azione. La coscienza di sé è anche una ricerca di senso,
un’attività della mente in cerca di un guscio, attraverso cui sperimentare, con-
trattare e proporre un’identità personale, che per essere tale deve essere socialmente
riconosciuta. La coscienza di sé non solo è il riflesso del mondo che selettiva-
mente incontra, ma anche dei suoi significati incorporati in via anticipata nel
linguaggio. Ruoli, rappresentazione di sé, identità tipizzata, identità personale,
narrazioni costituiscono altrettanti concetti con cui cogliere i punti critici di un
complesso processo interattivo, e non delle cose in sé. L’identità, come momen-
to aggregante di questi processi, è unificata dalla memoria autobiografica e dal ruo-
lo prevalente. Sempre in cerca di coerenza e di continuità, l’identità appartiene ai
contesti interattivi più di quanto ogni persona sia disposta ad ammettere. L’i-
dentità è quindi un evento costruito da processi, le cui coordinate possono esse-
re i ruoli, le regole, le intenzioni, i significati, gli atti e le azioni, attraverso i qua-
li assume certe configurazioni comportamentali: l’esperienza, che si riverbera
sul fronte soggettivo, fa sì che i suoi mobili contorni coincidano con porzioni im-
portanti della coscienza di sé. Coscienza di sé e identità non possono essere dis-
giunti dal sistema interattivo da cui ogni persona trae il senso della sua indivi-
dualità: per esempio, pensieri e discorsi con cui ciascuno codifica le proprie espe-
rienze, pianifica il futuro, e riorganizza il presente. La freccia del tempo introdu-
ce un’altra dimensione, facendogli cogliere attraverso il sistema anticipante ge-
nerato dalla coscienza di sé/identità, l’effetto di una sorta di futuro ricordato.
Questa dissertazione seppur parziale nei rapporti tra identità e coscienza di
sé è un esempio di come possa essere trattato in modo non reificante un proble-
ma psicologico, il cui valore pragmatico (clinico, psicoterapeutico e sociale) è
dato proprio dal passaggio da un sistema concettuale empirista ad uno antro-
pomorfista. Ovvero considerando i processi psicologici così come si manifesta-
no sul piano del pensare e dell’agire attraverso le regole e significati interattivi con-
sente di comprenderli e di modificarli, piuttosto che consegnarli alla contempla-
zione come oggetti legati da connessioni causali e leggi naturali.

 Bibliografia

• Kelly GA (2004) La psicologia dei costrutti personali. Teoria e personalità. Raffaello


Cortina, Milano
• Wittgenstein L (1989) Osservazioni sulla filosofia della psicologia. Adelphi, Milano
C APITOLO 3

Comprendere i bisogni
e creare contesti di cura
Alberto Ghilardi

 Le nuove prospettive della psicologia clinica

È forse il tempo che avvenga per la psicologia clinica qualcosa di analogo a quan-
to è avvenuto per la nascita della psicologia come scienza (Agazzi E., 1976), ov-
vero l’avvio di una riflessione epistemologica sullo stato attuale della propria
identità, riflessione che includa anche la delineazione di una prospettiva di svi-
luppo professionale diretta alle nuove conoscenze e competenze di ruolo da uti-
lizzare per le diverse funzioni professionali, richieste dai nuovi scenari che si pre-
senteranno di fronte al lavoro clinico. Scenari non più legati, ad esempio, solo al
“classico” lavoro individuale, ma anche ad interventi gruppali ed istituzionali, ri-
spondendo, con modalità adeguate, ad esigenze di strati sempre più vasti di uten-
ti, siano essi pazienti, gruppi o organizzazioni.
In questo contributo intendo riprendere sinteticamente alcune personali ri-
flessioni di questi ultimi anni, che sono sviluppate estesamente nei testi riporta-
ti in bibliografia. Il mio obiettivo non è infatti definitorio, bensì è quello di “apri-
re” ad alcune considerazioni che, a mio avviso, riguardano vicende attuali e pro-
spettiche della psicologia clinica.Vicende al cui interno si porrà il problema del-
l’identità di colui che chiamiamo “psicologo clinico”, che dovrà emergere neces-
sariamente definita, rafforzata e compiuta. Mi riferisco in particolare a quella
che, a mio avviso, dovrà essere l’immagine futura dello psicologo clinico, che non
dovrà sovrapporsi a quella dello psicoterapeuta (per quanto vi possa coincidere)
e che, ancor più di quest’ultimo, dovrà uscire da una formazione ristretta e chiu-
sa in modo riduttivo ed esclusivistico in una scuola di riferimento, per avviarsi
ad una formazione multidimensionale, vicina alla teoria della complessità, in
modo da saper coniugare competenze e livelli di analisi non solo teorici e meta-
teorici, ma anche metodologici e metametodologici.
Come forse è necessario che avvenga anche per tutti gli altri settori scientifi-
ci ed operativi della psicologia, questo che ho indicato per lo psicologo clinico è
30 Alberto Ghilardi

un modo particolare di essere “specialista”: lo si è nel non essere settoriali e ri-


duzionisti (= solo la mia teoria, le mie tecniche, la mia scienza sono le più giuste),
nell’essere capaci di “pensare insieme” le cose, di pensare gli eventi in connes-
sione,“tenendo assieme” le reti che uniscono persone e relazioni. Si potrebbe di-
re, con un linguaggio legato ad una sensibilità dei tempi attuali, che tale pro-
spettiva richieda di dotarsi di una epistemologia della complessità.
Vi è una storia interna, iscritta dentro all’esistenza di chi giunge un giorno di
fronte ad un professionista clinico per porre una richiesta. Questa vicenda stori-
ca riunisce molti e più livelli, dal più semplice al più complesso, della vita di quel-
la persona.Altrove (Ronchi E., Ghilardi A., 2003) abbiamo indicato, attraverso i ter-
mini individuo, gruppo e istituzione, un modello di lavoro clinico su di essa, che
abbiamo definito con l’espressione “acquisire una mentalità di natura gruppa-
le”. La riprendo solo per sottolineare la necessità anche per lo psicologo clinico,
di fronte alle richieste ed alle storie altrui, di possedere modelli concettuali clinici
che trasfigurino i termini concreti degli interventi su un piano di simbolizza-
zione e, se si vuole, di astrazione, per permettere di possedere una competenza a
pensare e, quindi, a poter entrare in contatto con quella persona e con la sua ri-
chiesta, senza “chiuderla” subito dentro un piano predefinito, che spesso coinci-
de con la conoscenza, la formazione, la tecnica, la specializzazione “locale” pro-
pria e non con le risorse dell’altro.
Volutamente si parla, con un linguaggio comune, di “richiesta”: decidere se ta-
le “richiesta” sia raffigurabile come consulenza, psicoterapia, formazione, soste-
gno, a chi e in che modo, è già il “dopo”, un dopo che, se non analizza e non tratta
il rapporto con la “domanda” che viene posta, rischia di confondere una parte col
tutto, ovvero di fare spesso inconsapevolmente applicare la propria tecnica con-
vinti che quello sia il “problema”di quella persona o di quel gruppo e non la migliore
e più vicina traduzione della sua domanda. Contestualizzare, si potrebbe dire, in real-
tà è uno stare aderenti al testo, è avere un atteggiamento di rispetto ed uno spirito
da ricercatori del senso che ha per l’altro il venire da me, da qualcuno che, similmente
a ciò che accade nell’incontro clinico con un singolo paziente, è in grado di ascol-
tare e comprendere segnali oltre le apparenze, di accogliere e “trattare” una do-
manda che dal singolo si può allargare fino al piano istituzionale.
Segnali che vanno oltre le apparenze perché, mentre il soggetto individuale,
in certe fortunate condizioni, ha la disponibilità della parola per formulare la sua
domanda di consulenza o di cura, la famiglia, il gruppo e più ancora l’istituzio-
ne sono soggetti che esprimono la loro domanda direttamente, attraverso emo-
zioni e comportamenti sentiti come gruppali ed istituzionali, che spesso si tra-
ducono in agiti anziché in pensiero progettuale. Le istituzioni in particolare, non
sempre dispongono di “portavoci” e leadership in grado di tradurre in parole fa-
cilmente comprensibili ai non clinici i loro vissuti di sofferenza e disagio, con-
nessi al perseguimento degli obiettivi del proprio mandato sociale.
Per uno psicologo clinico possedere una mentalità di natura gruppale non co-
incide solo col fatto concreto di lavorare con il gruppo (che scoprirebbe peraltro
come risorsa di grande opportunità, qualora fosse prevista nella sua formazione,
senza successivi “fai da te”). Essa implica lo sviluppo della capacità di “pensare
insieme” le cose, di pensare gli eventi in connessione, di ricercare le reti di relazioni
e significati salvaguardando e tenendo assieme, nella loro specificità, tutti gli at-
CAPITOLO 3 • Comprendere i bisogni e creare contesti di cura 31

tori in gioco e tutti gli elementi delle relazioni: implica appunto pensare in, con e
attraverso il gruppo, dove il “gruppo” è dato dalle persone e dagli eventi che com-
pongono, come in un quadro o in una scenografia, il fenomeno che si mostra din-
nanzi. Persone o eventi che si pongono allora su più e diversi piani di esistenza e
complessità, che abbiamo distinto (Ronchi E., Ghilardi A., 2003), per meglio com-
prenderli, nei tre livelli definiti coi termini: individuo, gruppo e istituzione. Una for-
mula che non vuole separare le competenze richiudendole in una settorizzazione,
come purtroppo talora si crede e si fa, ma che vuole aiutare la mente di chiunque
lavori con le persone, soprattutto in una relazione di aiuto, a funzionare simulta-
neamente sui gradi della complessità in atto, sulle diverse circolarità relazionali,
fisiche, mentali, generazionali, spazio-temporali, che “fanno” la vita di singoli, di
gruppi definiti in quanto tali, di organizzazioni semplici e complesse.
Se poi, come ormai sembra dalle prospettive formative, il futuro dello psico-
logo clinico sarà ancor più all’interno delle istituzioni, soprattutto di cura, que-
sti, se desidera lavorarvi non da solo, isolato nella sua “stanza d’analisi” alle pre-
se con singoli pazienti e con la pretesa implicita che il resto del mondo e dell’i-
stituzione siano al suo servizio, deve mettersi nella condizione di trovare un lin-
guaggio clinico nuovo e condivisibile per comunicare con gli altri, soprattutto
apprendendo a lavorare e a trattare anche emozioni gruppali e istituzionali la-
vorando, appunto,“in gruppo” con altre diverse professionalità, mantenendo la ca-
pacità di uso progettuale delle sue emozioni controtransferali a più livelli.
Il contributo che intendo portare è l’idea che uno psicologo clinico formato-
si con una mentalità di tipo gruppale può divenire in grado di operare in ciò che
è stato definito il “setting qualsiasi” (Ronchi E., Ghilardi A., 2003), ovvero in qual-
siasi contesto gli si ponga innanzi e si trovi ad intervenire, dove il setting diven-
ta un elemento che viene costruito ad hoc a seconda del progetto. Ciò che allora
deve diventare parte del bagaglio professionale e clinico non è tanto l’apprendi-
mento di uno specifico setting e solo di quello, quanto la capacità di costruire di
volta in volta il setting adeguato al contesto, alla realtà con cui ci si confronta.
Una volta compreso questo è possibile entrare in una relazione progettuale con
una qualsiasi delle componenti della società o dell’istituzione (ad esempio quel
singolo paziente, quella coppia, quel gruppo classe, quel reparto, quella categoria
professionale, quel gruppo a rischio, quell’interlocutore istituzionale) consapevoli
che si sta lavorando con parte di una soggettualità più complessa.

 Saper comunicare con gli altri

Questi aspetti hanno – fra le altre – una implicazione particolare, in quanto ritengo
che investano un modo specifico di intendere la diagnosi in psicologia clinica. Que-
sta disciplina necessita di conseguire una sua competenza diagnostica specifica
e autonoma, che non sia cioè ricalcata, ancorché collegabile, su quella di altre di-
scipline (ad esempio la psichiatria). Di conseguenza, per competenza diagnosti-
ca non intendo soltanto il saper effettuare la diagnosi di struttura classicamen-
te intesa, bensì il possedere un metodo clinico che metta in condizione lo psico-
logo clinico di comunicare con gli altri professionisti, a partire da quelli del pro-
prio ambito scientifico. Questa a mio avviso è la reale e non ancora raggiunta
32 Alberto Ghilardi

competenza diagnostica, che attualmente deve conseguire uno psicologo clini-


co. È una questione che certamente investe (Del Corno F., Lang M., 2005) anche
il problema non, erroneamente, del metodo della psicologia clinica, ma dei fon-
damenti del metodo clinico in psicologia.
Questa capacità, e la sua non ancora compiuta fondazione, ci rimanda infatti
ad uno dei più grandi problemi che in questo momento abbiamo in psicologia cli-
nica e da lì in psicoterapia, e cioè il fatto di non possedere una teoria clinica gene-
rale della personalità, una teoria clinica che unifichi tutte quante le scuole psicologico-
cliniche nel loro lavoro. Per esemplificare attraverso un confronto con altri ambi-
ti, non abbiamo l’equivalente del Codice di procedura civile o penale a cui unifor-
marci, in quanto viviamo ancora in una situazione di frammentazione di scuole, che
sotto questo aspetto è una situazione critica, sebbene sotto altri aspetti, più di tipo
epistemologico, è una situazione di grande ricchezza. Per cui, a maggior ragione, ave-
re una competenza diagnostica significa trovare un linguaggio intradisciplinare
condiviso dai clinici di ogni orientamento e che ci permetta di mettere in comune
le nostre conoscenze di scuola con le conoscenze degli altri: questo credo sia uno
degli sviluppi imprescindibili e futuri della psicologia clinica.
Con ciò non voglio ovviamente affermare che dobbiamo sacrificare o “co-
stringere” i vari orientamenti sotto il dominio di uno solo eletto a migliore o di-
ventare, per riprendere l’esempio fatto in precedenza, come la giurisprudenza o
la medicina, nel senso di uniformarci in uno schema (il Codice o il Trattato) ta-
lora troppo rigido. Credo però che dovremo entrare in una fase in cui prevalga la
necessità di riuscire ad imparare a comunicare in maniera tale che, quello che
ho capito io del mio paziente e con il mio linguaggio, sia in qualche modo tra-
ducibile a qualcun altro che con quei pazienti lavora con linguaggio diverso.
La sfida stimolante riguarda il come fare per raggiungere lo scopo. Un sug-
gerimento proviene da alcune idee già sviluppate da Karl Menninger (1963), il
quale sosteneva che la diagnosi non è come si chiama la malattia, bensì è cosa
fare nei confronti della malattia. Nella sua sinteticità è una formula che rivaluta
il ruolo di una teoria fortemente centrata sulla ricerca clinica e che può essere
utile per indicare quale assetto teorico e operativo vada predisposto per rivol-
gersi ad un siffatto obiettivo. Quando ci troviamo di fronte ad un paziente o dob-
biamo risolvere un problema clinico, facciamo, anche implicitamente, una sorta
di verifica del nostro assetto e ci domandiamo che cosa può “servire per”. È il
punto in cui dovremmo domandare a noi stessi e al nostro approccio teorico-
metodologico di cosa potrebbe essere mancante nei confronti di quel determinato
problema, dove ciò che manca è anche una parte di noi stessi, una risorsa inter-
na che non conosciamo e che dobbiamo cercare: dobbiamo cioè ragionare con una
parte assente di noi stessi (Ghilardi A., 2003).
È ciò che è implicato, ad esempio, nella capacità, per lo psicologico clinico e lo
psicoterapeuta, di costruire dentro di sé, come tasselli di un mosaico, le parti che
costituiscono la globalità e la complessità del suo paziente, confrontandosi con tem-
poralità e luoghi diversi da quelli che abitualmente utilizza e conosce: non più il
solo spazio delle sue sedute come fulcro del cambiamento, ma l’incrociarsi di
queste con altri luoghi di cambiamento per il paziente, funzionalmente necessa-
ri seppur diversi dai propri. Egli deve quindi saper accogliere ed esplorare istan-
ze provenienti non solo dal paziente, ma anche dalle tecniche, dalle scuole, dai
CAPITOLO 3 • Comprendere i bisogni e creare contesti di cura 33

colleghi… e che vanno oltre il livello dell’individuale, lavorando quindi con una
mentalità di tipo gruppale.
Una modalità che, in definitiva (Gislon M.C., 1993), consiste nell’essere mas-
simamente attento e curioso di quelle idee delle diverse aree della conoscenza, che
siano utili per approfondire il proprio approccio. Ciò non vuol dire diventare
eclettico, bensì valorizzare un approccio multidimensionale. Domandarsi quali idee
delle diverse aree della conoscenza siano accettabili e utili per approfondire il
proprio approccio è una dimensione formativa e critica che non richiede di de-
personalizzarsi o, ad esempio, di fare il terapeuta cognitivo, sistemico o psicoa-
nalitico a seconda dei casi, vuol dire, al contrario, restare all’interno della pro-
pria identità scientifica e professionale ma arricchito rispetto al fatto di doman-
darsi “Cosa mi manca per? Cosa non ho?”.
Il confronto con la propria parte assente richiede quindi una disponibilità a
mettere in gioco la propria teoria di riferimento e la propria prassi operativa,
nonché quella dei luoghi istituzionali in cui avvengono le cure. Per lo psicologo
clinico possedere questo genere di competenza diagnostica implica dotarsi, nel-
la ricerca, nella formazione e nella professione, di un assetto mentale e operati-
vo ben preciso.

 Clinica vuol dire anche salute?

Una peculiarità della psicologia clinica è stata anche quella di sottolineare gli aspet-
ti del ben-essere oltre a quelli strettamente terapeutici, creando, di fatto, al suo in-
terno, un orientamento alla psicologia della salute. È stata notata (Solano L., 2001)
l’incongruenza della psicologia della salute: nonostante il nome, la sua letteratura
trae i propri risultati ancora prevalentemente dallo studio delle malattie e non de-
gli stati di salute, come se, in questo momento, fosse ancora consistente il paradig-
ma “clinico = patologia”. La psicologia della salute non si è attualmente costituita
come una disciplina omogenea, ma appare composta da alcuni orientamenti scien-
tifici che ne costituiscono il variegato corpo disciplinare e che provengono da di-
verse scuole di riferimento. Il suo tentativo di statuto scientifico risiede proprio nel
suo sforzo attuale di porsi nell’ottica di promozione del benessere.
Ancor più rilevante appare la diversità se si osservano le scuole cliniche e di
pensiero che si incontrano, quando si cerca di identificare quali siano i model-
li di riferimento in quest’ambito (Ghilardi A. et al., 2005). Essi sono differenti
non solo intradisciplinarmente, all’interno cioè delle scienze psicologiche, do-
ve l’approccio alla psicologia della salute non è attualmente rappresentato da
un solo orientamento, ma anche in senso transdisciplinare, in quanto lo svilup-
po di questa tematica, a partire dalle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale
della Sanità, ormai datate alla fine degli anni Cinquanta, non solo ha dato un
decisivo impulso alla psicologia della salute, ma ha anche inevitabilmente mes-
so a confronto il modello medico e quello psicologico, come ambiti di riferi-
mento teorico-clinici spesso tutt’altro che sovrapponibili. Ne è derivato un con-
flitto, che ha assunto talora posizioni radicali (ad esempio basti pensare al pro-
blema del rapporto tra innato ed acquisito nella genesi dell’essere umano) e che
mantiene le sue tracce ancora oggi.
34 Alberto Ghilardi

Va ricordato che, secondo l’orientamento precedente alle innovazioni dell’Or-


ganizzazione Mondiale della Sanità, i problemi della salute e i bisogni dei pazien-
ti erano considerati come dati oggettivi che prescindevano dal soggetto, che ne era
portatore. Il modello d’intervento era quello utilizzato per la “malattia” definita dal
tradizionale concetto medico, in cui si presupponeva esistere una qualche causa
patogena che l’aveva provocata. I problemi della salute divenivano in realtà quelli
delle malattie, scomposte in frammenti che costituivano l’area di intervento spe-
cializzata e settoriale di ogni figura sanitaria: su ognuno dei “frammenti” ogni fi-
gura professionale poteva manifestare le sue competenze ed intervenire.
Secondo il nuovo orientamento, l’obiettivo diviene “perseguire la salute” del-
l’individuo, inteso però come persona nella sua unità psicofisica, con un accen-
to sul termine salute e non più su quello di malattia. Questo ha voluto dire cam-
biare concezione di intervento, sia nel considerare la persona nella sua unitarie-
tà, sia nella necessaria consapevolezza, per ogni operatore, di come questi, sin-
golarmente, non possa risolvere da solo un problema di salute e quindi della ne-
cessità di una integrazione di funzioni da parte di figure diverse, tra le quali è
comparsa anche la novità rappresentata dagli psicologi. Ancora oggi, dopo de-
cenni, affrontiamo la portata innovatrice di queste indicazioni e la loro difficol-
tà a tradursi completamente in pratica, ma, nel sottolineare questo rilievo criti-
co, intendo proprio evidenziare alcuni ambiti nei quali credo vada valorizzato il
ruolo innovativo, che può svolgere la psicologia clinica e che le spetta.
Un diverso approccio al problema della salute, di gran rilevanza per la funzione
che può esercitarvi la psicologia clinica, consiste nel definire un nuovo rappor-
to tra operatore ed utente, che nasca sulla base di un riconoscimento della “com-
ponente soggettiva” del bisogno, espressa dai pazienti non come fastidioso ac-
cessorio della patologia stessa, ma come componente soggettiva della patologia
e quindi di altrettanto importante utilità diagnostica e terapeutica. Uno degli ele-
menti caratterizzanti la centratura sul termine “salute” è dunque quello relativo
alla partecipazione degli utenti, che vanno considerati e con cui gli operatori de-
vono riuscire a relazionarsi non come soggetti passivi, ma come portatori attivi
di richieste, rispetto ai quali diviene quindi indispensabile attivare corrette me-
todologie di lettura dei bisogni, come, ad esempio, nel modello dell’analisi della
domanda (Carli R., Paniccia R.M., 2003; Ronchi E., Ghilardi A., 2003).
È però nel rinnovamento del modo di intendere il concetto di prevenzione che
la psicologia della salute può sviluppare un’accezione del modello clinico della
psicologia in linea con l’idea della salute anziché della malattia. Può sembrare
strano che occorra puntualizzare che cosa si intenda per prevenzione, ma, non-
ostante l’apparente accordo sul termine, frutto anche del suo generalizzato utiliz-
zo, vi è un’ambiguità nel concetto di prevenzione, a partire dalla sua differenzia-
zione secondo il modello epistemologico di riferimento, che nel nostro contesto cul-
turale di appartenenza proviene o dalle scienze biologiche o dalle scienze umane.
Il concetto di prevenzione va infatti esaminato all’interno del contesto socio-cul-
turale in cui lo si utilizza, mantenendo sempre aperto un livello di riflessione più
generale sul “significato” e sul valore che si dà a questo termine, poiché significa-
to e valore si ritrovano poi nelle modalità operative di intervento.
La prevenzione, nella più antica tradizione medica, è sempre stata correlata al-
l’idea di malattia e di difesa da essa: era come dire che “se so che una certa cosa
CAPITOLO 3 • Comprendere i bisogni e creare contesti di cura 35

mi farà male, me ne difendo”. L’assunto di fondo della prevenzione sanitaria era,


in questo caso, quello di poter influenzare il cambiamento attraverso prescrizio-
ni. Questa ipotesi di prevenzione secondo un modello di tipo medico si fonda
sulla convinzione che una persona, per poter cambiare il suo comportamento,
deve “sapere”. Pre-venire un contagio, una malattia, è fornire una serie di pre-
scrizioni preliminari per indurre modificazioni di comportamento.
Se, per certi casi o in determinati momenti, questo modello può funzionare (ad
esempio per prevenire e controllare la diffusione di epidemie nella loro fase acuta
o, in genere, in tutte le situazioni sanitarie che hanno carattere di urgenza e/o emer-
genza), in molti altri si è rivelato inefficace ed inadeguato: l’obiettività del dato
scientifico di per sé non è sufficiente a modificare un comportamento. Successivi
studi e ricerche in ambito psicologico e sociale hanno mostrato la relativa funzio-
nalità di questa ipotesi, in quanto il cambiamento di un comportamento implica al-
tri fattori, che vanno al di là della sola esecuzione delle prescrizioni consigliate.
Da qui si è cominciato invece a comprendere l’importanza che il paziente ven-
ga stimolato e sensibilizzato a partecipare costruttivamente alle vicende della sua
salute, il che implica la responsabilizzazione di ogni singola persona nei confron-
ti del proprio stato di salute psicofisica e di quello altrui. Questa prospettiva può
essere utile per evidenziare la differenza tra promozione e prevenzione: la pre-
venzione è strutturata secondo un modello di tipo medico, pro-mozione, invece,
esprime attraverso concetti di movimento (pro-muovere) una realizzazione di sé,
una esplorazione del nuovo, che caratterizza gli orientamenti in senso evolutivo del
modello psicologico (Bertini M., 1988). Per la tutela della salute, intesa nel senso
globale indicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, più che di prevenzio-
ne sarebbe utile parlare di promozione della salute, se ci si propone di realizzare
non solo una modifica momentanea dei comportamenti negativi, ma anche una
lenta, progressiva acquisizione cosciente e collettiva di comportamenti positivi.
Rispetto all’ambito di vita di un determinato soggetto ammalato, non ci si do-
vrebbe più limitare a mettere in rilievo il solo momento patologico o pre-patolo-
gico, ma anche, per quello stesso soggetto, la miglior possibile condizione di salu-
te conseguibile, come un insieme di elementi essenzialmente fisiologici, ed in que-
sti quelli altrimenti denominati psicologici, oltre che sociali e culturali. La salva-
guardia della salute non appare così essere un dato puramente biologico, né cam-
po esclusivo dell’intervento medico, ma fa parte di un processo che supera i con-
fini strettamente curativi, privilegiando un momento preventivo, ma estendendo-
si a vari settori della vita sociale, comportando, ad esempio, interventi di promo-
zione della salute anche fuori dagli ospedali e dai contesti sanitari in senso stretto.
In questa concezione si dà rilievo tanto alla malattia quanto alla salute, piuttosto che
considerare quest’ultima come condizione di mancanza di malattia.
Affrontare i problemi della salute all’interno di un’ottica che diventa “cura”
della salute, non significa riaggiustare pezzi di un organismo malato, ma “pren-
dersi cura” dell’intera persona come una “unità complessa, nella differenziazio-
ne delle specificità professionali in relazione alla diagnostica e all’intervento uti-
lizzati” (Bertini M., 1988, p 63). Lo psicologo, mediante la figura dello psicologo
clinico, in futuro –probabilmente– anche mediante la nascente figura dello psi-
cologo della salute, non è allora colui che si occupa solo di salute della psiche (o,
genericamente, solo di “problemi psicologici”), ma, analogamente al medico, di
36 Alberto Ghilardi

ogni problema di salute che coinvolga tutti i tipi di pazienti e di malattie, avvici-
nandole e curandole, appunto (e qui si, a differenza del medico), con metodolo-
gie di natura più specificatamente psicologica (sistemica, cognitiva, comporta-
mentale, psicoanalitica…) a seconda della propria scuola di riferimento.
La salute si fonda sulla presa di coscienza della propria realtà individuale e
della stretta interdipendenza che lega gli eventi biologici, psicologici, culturali e
sociali (Ghilardi A., 1993). Se ciò avviene, le persone possono cominciare a ren-
dersi conto che i predetti eventi, insieme e non separatamente, convergono e com-
paiono nello sviluppo progressivo della personalità, nell’acquisizione di un’i-
dentità personale, nel proprio modo di essere, ma soprattutto nel proprio porsi
nei riguardi di se stessi, degli altri e della realtà. La salute non è dunque un aspet-
to parziale o settoriale dell’esistenza perché ne investe tutti gli ambiti: essa ha
dunque più a che fare con la relazione che abbiamo con la vita, che non con un
organo malato, o col solo corpo o la sola psiche.
Prendersi cura della propria salute, della propria integrità corporea e curare
quella altrui, passa allora attraverso la conoscenza del modello di salute cui l’in-
dividuo si riferisce: cosa significa per lui stare bene. È verificare se quello che
l’individuo (e quindi i gruppi, le culture…) intende per “essere in salute” è in real-
tà in sintonia con il contenimento dell’integrità del proprio Sé corporeo e di una
integrità della persona, intesa come consapevolezza dell’interdipendenza degli
eventi della vita. In tale prospettiva il valore della salute viene inteso non come un
dato o un bene di cui ci si rende conto solo quando si corre il rischio di perder-
lo, o quando è già seriamente compromesso, bensì come una conquista soprattutto
personale, che richiede impegno, controllo, rispetto per sé stessi e per gli altri e
regole di comportamento normate da ciascuno.
In questo processo il modello psicologico-clinico della psicologia della salute
può servire ad aiutare ciascuno a conoscere meglio se stesso e gli altri e quindi
a saper controllare e indirizzare i propri comportamenti in modo da gestire ade-
guatamente la salute (intesa nel senso globale prima indicato), sia propria sia
altrui. Il comportamento di ciascuno di noi è il risultato di scelte condizionate
dalle conoscenze, dai gusti, dalle inclinazioni naturali, dal patrimonio cultura-
le, dalla scala di valori alla quale si rifà il gruppo, soprattutto familiare, a cui si
appartiene e del cui consenso non si riesce e non si può fare a meno, ma anche
da motivazioni inconsapevoli interne che fanno parte della storia individuale e
unica del soggetto (Ghilardi A., 2006). La prevenzione di comportamenti che
possono arrecare danno alla salute è quindi complessa, perché coinvolge aspet-
ti non consapevoli del Sé.
Porsi dal punto di vista della salute implica riconoscere che molte di quelle che
vengono etichettate come malattie hanno spesso origine dal comportamento degli
individui, piuttosto che da una semplice causa biologica. Questi comportamenti
che incidono sulla salute come il fumare, il regime dietetico, la gestione delle pro-
prie emozioni, l’abuso di droga, di alcool, il mancato ricorso a cure mediche o lo sti-
le di vita sono alcuni dei comportamenti patogeni responsabili di malattie. Da que-
sto punto di vista assume grande importanza un concetto ampiamente usato nel la-
voro clinico, quello di “rischio”: che qui consiste nel domandarsi dove, quali e quan-
ti siano i fattori di rischio per la salute. In un certo senso la prima informazione che
andrebbe ricercata in uno studio su una malattia e/o in progetti di promozione
CAPITOLO 3 • Comprendere i bisogni e creare contesti di cura 37

della salute è proprio in riferimento a tale concetto: ciò implica prendere in consi-
derazione il codice di vita che contraddistingue individui e gruppi, i principi che es-
so trasmette, e come essi vengono vissuti a livello emotivo. Le motivazioni ad as-
sumere determinati comportamenti, che si dimostrano nocivi hanno rivelato ave-
re un’origine più profonda e complessa di quanto possa sembrare ad un esame su-
perficiale. Tutelare la salute implica trovarsi pertanto coinvolti a svolgere, insieme
ad azioni dirette a carattere informativo, azioni indirette di elaborazione e com-
prensione del vissuto degli individui e delle loro motivazioni.

 I linguaggi della cura e i servizi di cura

La questione del benessere non può pertanto essere efficacemente affrontata li-
mitando l’attenzione al corpo, inteso in senso fisico, solo perché risulta più fa-
cilmente “visibile”. In questo modo esso verrebbe privato di gran parte della sua
ricchezza e complessità.
Una ricerca linguistica-disciplinare ci mostrerebbe subito come il termine “cor-
po”, infatti, costituisca un punto fermo e un patrimonio di pensiero e di cono-
scenza comune a molte discipline: la fisica, il diritto penale, la matematica, fino
alla medicina ed anche alla psicologia, in cui è stato definito “sfondo di tutti gli
eventi psichici” (Galimberti U., 1992, p 248). È quindi possibile fare riferimento
ad un corpo inteso come quantità materiale (e in questo senso lo è anche il cada-
vere sul tavolo anatomico), ma anche ad un corpo inteso come materiale orga-
nizzato da una mente. Se si assume quest’ultimo punto di vista diventa impossi-
bile stabilire una volta per tutte quali sono i confini del corpo e della mente.
Pensiamo allora a quali cambiamenti di stile potrebbero essere introdotti nel-
la pratica clinica se il termine “corpo” potesse essere inteso come un qualcosa in
grado di espandersi in modo vitale oltre i confini della pelle (Ghilardi A., Ronchi
E., 2005). Perché non pensare alla possibilità di “percepire” la presenza di un “cor-
po”, non solo in senso fisico e biologico, ma anche in senso psicologico ed eco-
sistemico e, quindi, di poter offrire nuovo senso alle interazioni tra individui,
gruppi e istituzioni di cultura e appartenenza diversa?
Bateson (1976) utilizza una metafora, quella dell’immagine di un cieco che
utilizza il suo bastone come strumento per muoversi nel mondo. Dove finisce il
corpo del cieco? Nel momento in cui il cieco, grazie al bastone, “sente”, questo
strumento è di fatto diventato un prolungamento del suo corpo. L’immagine del
cieco - che si attrezza per far fronte alla sua cecità - appare molto appropriata
per cogliere il senso profondo del nostro essere nel mondo. Gli autori della com-
plessità ci ricordano infatti che l’ambito della conoscenza non riguarda soltanto
ciò che sappiamo o ciò che sappiamo di non sapere; essa è anche e soprattutto ciò
che non sappiamo di non sapere.
Inoltre, se è la punta del bastone quella che consente di percepire, non è più il
palmo della mano ciò che costituisce il limite della persona come unità sensibi-
le, ma l’estremità del bastone. Persona più strumento costituiscono in questo
modo una nuova unità ricorsiva, che ci indica quanto è lo strumento (culturale,
scientifico) di cui si dispone ciò che crea le premesse qualitative per poter co-
struire nuovo sapere.
38 Alberto Ghilardi

Va notato ancora che se l’uso dello strumento non è consapevole, questo viene
– appunto – “incorporato” e quindi rischia di sfuggire all’attenzione di chi lo usa.
Ne consegue ancora che la nostra stessa conoscenza costituisce di fatto una sorta
di protesi, che ciascuno usa più o meno consapevolmente e abilmente per aiutare
se stesso nel compito non facile di entrare in relazione con gli altri e col mondo.
La stessa medicina sta cercando di sostituire il vecchio concetto deterministico
di malattia come effetto di una causa biologica, con una visione di tipo multifat-
toriale secondo cui ogni evento, e quindi anche un’affezione organica, è risul-
tante dall’intrecciarsi di molti fattori. Le moderne concezioni della psicosomati-
ca si spingono proprio in questa direzione. Molto quindi dipende dal modello
implicito, dall’epistemologia che ispira il clinico nel suo fare quotidiano.
Ciascun punto di vista, se diviene consapevole di costituire una visione “locale”
del problema, può apprendere a scambiarla ottenendo non una somma giustap-
posta di visioni locali, che pretendono di spiegare il tutto, ma l’esito di un lavo-
ro gruppale di qualità nuova e vitale. Chissà se per la psicologia clinica è matu-
ro il tempo per favorire un incontro affettivo, prima che cognitivo, tra “corpi”
teorici attualmente frammentati, che non riescono a percepirsi come parte di
una più ampia “corporeità” sistemica? O se questa ipotesi, al momento, è ancora
relegata ai confini del reale?
Se ora proviamo ad osservare le cose passando da un piano individuale ad
uno istituzionale, valutando le ricadute possibili di quanto è stato fin qui sotto-
lineato a proposito della psicologia clinica e del suo modello di salute, possiamo
interrogarci sul rapporto tra modelli teorico-clinici ed operativi della medesima
e funzionamento dei servizi di cura, a partire da quelli sanitari.
Le concezioni che provengono da buona parte della psicologia clinica po-
trebbero incidere di molto sul destino dei servizi di cura delle persone, a condi-
zione che parallelamente avvenga anche internamente ad essa un confronto sul-
le proprie epistemologie di riferimento. Ritengo infatti che la possibilità di pen-
sare al funzionamento dei servizi di cura si giocherà in buona parte sul senso
che abitualmente viene dato ai linguaggi scientifici ed ai termini operativi. Uno
dei problemi maggiori della difficile integrazione di modelli clinici tra medici e
psicologici (oltre che all’interno della psicologia clinica), credo sia nato dalle im-
plicite attribuzioni di senso a termini quali “diagnosi”, “cura”, “clinico”, “servi-
zio”, “paziente”. Talora poco ci si interroga sugli obiettivi e sul senso dell’agire
clinico, dandolo per scontato all’interno del proprio modello di riferimento, ri-
schiando così di non cogliere il senso del bisogno portato dall’utenza.
La domanda che l’utenza rivolge a tutti gli operatori, clinici e sociali,“è” in qual-
che modo l’istituzione, in quanto chiede di istituire un rapporto con una compe-
tenza clinica che, con un metodo adeguato di analisi della domanda, sia capace di de-
clinarsi nel rapporto di cura. Saper interpretare bisogni e domande dell’utenza, chia-
ma implicitamente ed esplicitamente l’istituzione ad attrezzarsi ad un ruolo di mag-
giore attenzione al modo di instaurare un rapporto di cura tra utenti ed operatori.
Senza questa attenzione metodologica l’istituzione corre il rischio di distorcere ad
uso e consumo dei propri modelli di funzionamento i bisogni degli utenti che, dal
canto loro, potranno adottare meccanismi collusivi di delega, negando la loro stes-
sa domanda. In questo caso avremo istituzioni che, nell’implicito, usano ed abusa-
no di risorse economiche ed umane, per offrire quello che, nel dichiarato, è cura.
CAPITOLO 3 • Comprendere i bisogni e creare contesti di cura 39

Perché ciò è accaduto o accade in chi, per funzione e ruolo istituzionale, è de-
putato e chiamato proprio alla cura? Mi pare che una risposta risieda nel senso
che viene attribuito al termine “cura”, quando la si deve tradurre in risposta al bi-
sogno degli utenti e la vediamo spesso assumere tanti significati quante sono le
appartenenze scientifiche degli operatori che se ne occupano. Il fattore che for-
se rende più difficoltoso agli operatori leggere la domanda dell’utenza, è proprio
il fatto di includerla in un canone istituzionale predefinito, che stabilisce a prio-
ri cosa stia dentro il termine “curare”. Una corretta analisi della domanda impli-
ca invece la “fatica” di pensare ed accettare integrazioni di senso ai propri modelli
di riferimento. Questa operazione mentale attiva spesso timore in tutti i livelli
dell’istituzione, perché ne viene messo in pericolo l’assetto organizzativo. Rico-
noscere che un evento, pur “appartenente alla propria area di competenza”, non
lo fa secondo le proprie aspettative o la propria modellistica, comporta ansie e rap-
presentazioni istituzionali, che toccano a fondo il senso di appartenenza ad una
organizzazione.
Le difficoltà si riverberano così all’interno di tutte le soggettualità che danno
vita alle istituzioni, cosicché spesso queste ultime sembrano imbalsamate, irrigidite
dentro vincoli organizzativo-burocratici che impediscono loro di pensare e che,
analogamente, impediscono agli stessi operatori di progettarsi professionalmente
e di progettare il nuovo, costruendolo con gli stessi utenti dei servizi. Quando
poi si tratta di raccogliere le domande di individui o di gruppalità più ampie,
specie se poco strutturate e non immediatamente semplificabili o riconducibili a
schemi di intervento parcellari, spesso le istituzioni rischiano di comunicare o
assumere atteggiamenti frammentati. Mostrano passività, rigidità e si muovono
dentro vincoli che non facilitano la relazione e la cura delle persone, o anche so-
lo l’accoglimento di idee e modalità di intervento, che non rientrano negli sche-
mi e nei parametri dichiarati dall’assetto politico, legislativo ed organizzativo - me-
todologico di un ente. Non riescono cioè a tematizzare la “mancanza” (Ghilardi
A., Ronchi E., 2005) ed a progettare su di essa.
Al di là dei modelli di riferimento di ciascuno, scrivente incluso, credo che la
psicologia clinica, nel suo insieme, possa dire molto e abbia diversi strumenti
da offrire alla soluzione di questi problemi. Ad esempio, sottolineando che la
funzione di cura delle istituzioni vada legata alla capacità di cogliere i propri
“impliciti” istituzionali e di sfuggire ad un modo di concepire la cura, il disagio,
la clinica, la salute e la malattia alquanto legato a modelli semanticamente chiu-
si, ad analogie e linguaggi (“terapia, sintomo, patologia, diagnosi”) a misura di
operatore, a identità professionalizzate – certamente – purché si stia nei loro
contesti (ad esempio l’ambulatorio, la stanza del colloquio, o il fatto che è l’utente
a dover venire al servizio o adattarsi ai tempi del reparto) e non in quelli, anche
mentali, dei loro utenti.
Di conseguenza, una istituzione deve potersi pensare in grado di fondare i
propri servizi come servizi che “curano”. La cura implica soprattutto tempi, spa-
zi e luoghi progettuali. “Prendersi cura di” significa avere spazi mentali per ri-
flettere sulla situazione, per pensare la persona e la sua storia, per progettare, per
verificare. Questo significa anche seguire un numero di utenti coerente con le
proprie risorse emotive ed organizzative, non lavorando solo sull’emergenza o
nel momento in cui la situazione è già compromessa o si rende ingestibile.
40 Alberto Ghilardi

Riferendosi poi alle capacità richieste ai professionisti che si prendono cura


del disagio, ritengo si debba cominciare ad utilizzare l’espressione “competenza
clinica” non in termini burocratici, ma per designare un particolare habitus men-
tale e professionale che idealmente ogni clinico, oltre allo psicologo, dovrebbe
possedere. Questo è dato da una mentalità che costruisce il suo intervento sulla
analisi della domanda del suo utente e si interroga sui propri strumenti, ovvero
da una mentalità di tipo gruppale (Ronchi E., Ghilardi A., 2003), capace cioè di co-
gliere i processi portati da individui, gruppi e soggetti collettivi nel loro insieme
e di leggere e trattare le emozioni che in essi soggiacciono, senza creare scissio-
ni tra individui e istituzioni.

 Bibliografia

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C APITOLO 4

La riflessione epistemologica
come criterio di scientificità
in psicologia clinica
Gian Piero Turchi, Tiziana Maiuro

 Introduzione

L’annosa questione della scientificità della psicologia, e di quanto in altra sede è


stata individuata come una condizione pre-paradigmatica (Khun T., 1962) della
stessa, ha comportato spesso un dibattito sterile senza esiti confortanti sul piano
metodologico, ma soprattutto su quello applicativo.
In particolare, la sterilità dello stato dell’arte di tale dibattito ha purtroppo
influenzato soprattutto gli ambiti disciplinari che dalla psicologia traggono lo
spunto teorico, tant’è che la psicologia clinica (già storicamente considerata an-
cillare alla psichiatria) si trova in un momento di particolare sofferenza con ri-
schi concreti di essere completamente fagocitata da prassi e ambiti a cui, invece,
ha sempre fornito supporto teorico-metodologico1.
Con il rischio palese di concorrere alla sterilità del dibattito, nel presente con-
tributo, si intendono affrontare proprio queste tematiche, per operare un tenta-
tivo che consenta alla psicologia clinica di affrancarsi definitivamente da ambi-
ti che non la riguardano (Salvini A., 1988; 1998; 2002), ma soprattutto da infon-
date considerazioni rispetto allo statuto di scientificità della disciplina stessa.
Certo è che, per poter perseguire questo intendimento con risultanze confortan-
ti per la disciplina, diviene necessario rifarsi a criteri di scientificità e dunque ad
un rigore che purtroppo non sempre è stata caratteristica distintiva della stessa.
Da qui la necessità di ripartire ab initio, ovvero laddove giace il fondamento
della conoscenza e dunque la possibilità di poter attestare quanto si pone come
rilevante in termini scientifici. Tale operazione richiede il supporto della filoso-
fia della scienza, non ci si può quindi esimere da una riflessione epistemologica;
è, cioè, quanto mai necessario riuscire a percorrere quel cammino che altre scien-

1
Vedi Prolegomeni per una fondazione scientifica della psicologia clinica, p 43.
42 Gian Piero Turchi, Tiziana Maiuro

ze hanno già compiuto, laddove la riflessione epistemologica ne è stata presup-


posto intrinseco e fondante. Il principio di indeterminatezza di Heisenberg (1955),
ad esempio, oltre a porsi nel novero delle scienze come un approfondimento di
carattere metodologico, assume un valore di carattere epistemologico in quanto
caratterizza storicamente un passaggio conoscitivo-fondativo, ossia rappresenta
un elemento di demarcazione nell’alternanza delle modalità di conoscenza del-
la scienza stessa (in questo caso della fisica). L’assunzione di tale principio ha
permesso, infatti, dopo che si era già transitati da paradigmi meccanicistici (New-
ton I., 1978) a paradigmi relativistici2, di far entrare la scienza a tutti gli effetti in
quelli che vengono denominati paradigmi interazionistici3.
Dal breve percorso storico sopra tratteggiato, si evidenzia come la scienza
non ponga mai un’opzione sul modo di conoscere: è caratteristica intrinseca in-
fatti del pensiero scientifico e del senso scientifico porre l’alternanza di modi di
conoscere.
La riflessione epistemologica, quindi, giace nelle pieghe del tempo, generando
le condizioni per affrancare il pensiero scientifico dalla stretta che lo ha relegato
per lungo tempo nell’impianto dell’esperienza e dell’empiria, ovvero entro quel-
la concezione definita baconiana, secondo la quale i dati osservativi (derivati dai
sensi) venivano considerati alla stregua di fatti scientificamente rilevanti.
La scienza resta ed è una gnosis, dunque “conoscenza”, non accertamento del
reale o verifica di ciò che è vero; pertanto, così come ci attesta il progresso scien-
tifico, la conoscenza cambia e ne cambiano anche i presupposti. Ora, se per una
parte del novero delle scienze, il passaggio dal dato fattuale (“baconiano” ovve-
ro mediato dai “sensi”) a quello conoscitivo (ovvero mediato da apparati di co-
noscenza rigorosi ed espliciti), è la risultanza intrinseca del loro procedere, per la
psicologia, e dunque anche per la psicologia clinica, questo passaggio non è an-
cora avvenuto in senso compiuto e soddisfacente4. Questo per due ordini di mo-
tivi. Il primo, molto banale, consiste nella relativamente giovane “età” della di-
sciplina stessa5. Il secondo, di carattere più filogenetico, parte dal rilievo che la di-
sciplina rientra già di per sé in presupposti che appartengono comunque ad un
piano ipotetico6. Questo aspetto della psicologia clinica, dovrebbe far sì (il con-
dizionale è d’obbligo) che non vi siano rischi di cadere nell’empiria baconiana.
Ma vedremo come, invece, così non accade.

2
L’avvento di paradigmi relativistici si ha con la “teoria della relatività” di Albert Einstein (1965).
3
Nell’ambito della fisica delle particelle, non si parla di meccanismi causali ma di processi di interazio-
ne. Come afferma il “principio di indeterminatezza” di Heisenberg (1955), la realtà non si costruisce in-
dipendentemente dalle categorie conoscitive implicate per generarla. Secondo tale principio infatti, per
descrivere una particella o se ne traccia la traiettoria o se ne stabilisce la massa, in quanto nel momen-
to in cui la si “conosce”, interagendo con essa, di fatto se ne modificherebbe la massa.
4 Ed è proprio questo che mantiene la psicologia in una condizione pre-paradigmatica, come considera Khun

(1962).
5 In questo senso è necessario, per quanto sbrigativamente, fare una sorta di operazione di ricostruzione

storica. La psicologia clinica nasce con Pinel nel 1801, quando il direttore dell’Hôpital de Paris, per ne-
cessità proprio di carattere operativo, nel “Traité médico-philosophique sur l’aliénation mentale”, ipo-
tizza, con il termine “le continent psychique”, l’esistenza di una sfera “altra” rispetto a quella organica nel-
l’intervento sulla malattia. In quel momento viene coniato il primo costrutto genuinamente psicologi-
co, ma in particolare viene coniato il primo costrutto di ambito clinico (Andreolli F, 2005).
6 Si veda nota 7.
CAPITOLO 4 • La riflessione epistemologica come criterio di scientificità in psicologia clinica 43

Questi due ordini di motivi comportano che, per attestare la conoscenza in am-
bito psicologico entro una dimensione scientifica, il primum movens stia necessa-
riamente nella riflessione epistemologica. L’adozione di una siffatta prospettiva
può, però, implicare un tale cambiamento culturale, da far si che si renda necessa-
rio l’abbandono o la messa in discussione di quello che può essere l’attuale siste-
ma di conoscenza utilizzato per conoscere e spiegare il “mondo psichico”.
Nella storia della scienza, un tale scarto conoscitivo, è rintracciabile, nella co-
siddetta “rivoluzione copernicana”, che consentì di mettere in discussione le ca-
tegorie conoscitive proprie della cosmologia “aristotelico-tolemaica” per dare co-
noscenza e spiegazione del “movimento degli astri e dei pianeti”.
La visione aristotelico-tolemaica del “moto celeste” si fondava sull’osserva-
zione empirica dello svolgersi degli accadimenti e dunque convalidava la visio-
ne del mondo attraverso il riferimento a ciò che è empiricamente rilevabile (per
esperienza e dato sensoriale); è, infatti, a partire dalla constatazione che il sole sor-
ge e tramonta, che si è generata la concezione geocentrica del mondo, presuppo-
nendo la terra immobile contrapposta agli astri in movimento, solo perché così
è possibile percepirli.
Il sistema copernicano ha rappresentato, invece, l’abbandono di un tipo di spie-
gazione dei fenomeni basata sull’esclusivo riferimento al dato empirico-fattuale (il
“modo” baconiano), per assumere come presupposto di conoscenza quello che po-
trebbe essere chiamato il “dato di scienza”, ovvero un’assunzione di realtà basata su
un riferimento di tipo teorico, piuttosto che su un rilievo de visu della stessa.
La “rivoluzione copernicana” ha comportato, in generale, una “visione del
mondo” completamente differente, in particolare un cambiamento radicale del “fa-
re scienza”, modificando le categorie conoscitive messe in atto per strutturare e
conformare la scienza stessa. Se con la visione tolemaica del mondo la realtà era
conosciuta a partire dall’esperienza e dal dato sensoriale, con la visione coper-
nicana la rilevazione di quest’ultimo lascia il posto ad un procedere attraverso la
produzione di conoscenza, che agisce per asserzioni teoriche e dunque per a-
priori conoscitivi.
A fronte di quanto evidenziato, nel presente contributo, proprio a partire da
una riflessione epistemologica, verranno messi in luce quegli elementi che ren-
dono conto della necessità di rifondare la psicologia (e di seguito la psicologia cli-
nica) come scienza, consentendo anche in tale ambito, il passaggio da una “vi-
sione aristotelico-tolemaica” ad una “visione copernicana”.

 Prolegomeni per una fondazione scientifica


della psicologia clinica

La riflessione epistemologica, ovvero la riflessione sul “fondamento delle scien-


ze” definisce quella branca della teoria generale della conoscenza che si occupa
di problemi quali i fondamenti, la natura, i limiti e le condizioni di validità del sa-
pere scientifico (AAVV, 1981).
44 Gian Piero Turchi, Tiziana Maiuro

Allo stato attuale, la riflessione epistemologica consente di individuare tre li-


velli di realismo7 (Salvini A., 1998; 2002), che corrispondono ad altrettante “con-
cezioni di realtà”, ognuna delle quali comporta differenti modi di conoscere, che
devono porsi come coerenti con quanto si assume essere “reale”. In ambito psi-
cologico, ciò consente di suddividere il frammentato panorama attualmente dis-
ponibile di teorie, stratificandolo su diversi piani di conoscenza in relazione al-
la differente concezione di realtà adottata, a cui ogni teoria di per sé può essere
ricondotta. Anche la psicologia clinica è caratterizzata dalla convivenza di pro-
spettive teoriche, metodologie e implicazioni operative diverse che, a seconda
dell’apparato conoscitivo di riferimento, forniscono una definizione differente
del proprio oggetto di indagine. Per cui, a seconda della modalità di configurare
quest’ultimo, possono essere accolte teorie, tecniche e metodi diversificati, a cia-
scuno dei quali può essere riconosciuta una legittimità convalidata dalla capaci-
tà di configurare in modo efficace un certo problema e nell’offrirne un’accetta-
bile via per risolverlo. Dal momento che la psicologia clinica (trattandosi di scien-
ze -logos) è caratterizzata da una plurivocità di possibili configurazioni dell’og-
getto d’intervento, è necessario ricercare l’omogeneità categoriale tra ognuna
delle possibili configurazioni e l’ambito meta-teorico, cui deve essere assegnata
(Salvini A., 1998). Tale operazione permette di assolvere il criterio di adeguatez-
za, secondo il quale il riferimento teorico adottato deve risultare pertinente rispetto
alla configurazione dell’oggetto d’indagine corrispondente. In altri termini, il
criterio di adeguatezza può dirsi assolto quando risultano essere coerenti i pia-
ni epistemologici implicati, ovvero, quello proprio dell’oggetto d’indagine e quel-
lo entro cui si adagia la teoria utilizzata per definirlo e conoscerlo in quanto ta-

7 Il realismo monista (ontologico) considera la realtà “data”, cioè, esistente indipendentemente dalle ca-
tegorie conoscitive di chi la osserva, e assume come riferimento epistemologico l’ontologia. Collocandosi
a questo livello di realismo si assegna priorità all’ente, all’“osservato”, piuttosto che alle categorie co-
noscitive dell’osservatore. In riferimento a tale piano epistemologico è possibile, quindi, costruire un
sistema di conoscenza isomorfo alla realtà stessa. Le scienze che si collocano entro tale livello di reali-
smo, che hanno definito il proprio oggetto d’indagine e sviluppato un corpus teorico epistemologicamente
adeguato a tale livello di realismo, hanno dovuto coniare un linguaggio differente dal linguaggio comu-
ne e adottano come criterio di scientificità la precisione delle proprie misurazioni. In modo differente,
per il realismo ipotetico, la realtà, pur essendo postulata come ontologicamente esistente, rimane inco-
noscibile; ciò che è possibile fare, quindi, è costruire teorie, utilizzabili come mappe per “avvicinarsi” ad
essa. Questa concezione nasce dalla distinzione kantiana tra il noumeno, ovvero la “cosa in sé” incono-
scibile, e il fenomeno, ovvero “la cosa come appare” e che è possibile conoscere. Così, ciò che è conosci-
bile è la mappa -cioè le teorie-, mentre il territorio -cioè la “realtà in sé”- non si può conoscere. In que-
sto senso, le teorie, dunque la conoscenza, non possono essere isomorfe alla realtà. Diversamente, la re-
lazione tra conoscenza e realtà è del tipo “come se”. Il realista ipotetico, che adotta una prospettiva plu-
ralista, non ricorre al riduzionismo in quanto ritiene possibile, pur nella discontinuità, la sovrapposizione
di diverse mappe della conoscenza, di cui si possono cercare regole di corrispondenza e traduzione. Per
il realista ipotetico gli stati fisiologici e gli stati psicologici, pur manifestando un diverso grado di ac-
cessibilità all’osservazione, non rappresentano diversità di esistenza, ma differenze nel modo di cono-
scere, descrivere e categorizzare le manifestazioni di un’unica realtà. Invece per il realismo concettuale
la realtà non esiste ontologicamente, ma è “costruita” a partire dalle categorie di conoscenza che si uti-
lizzano per descriverla come tale e, viceversa, quanto viene descritto diventa “reale” in virtù dell’atto
conoscitivo che genera un “conosciuto”. Entro tale livello di realismo, l’attenzione quindi non è posta sui
contenuti - il “conosciuto”-, ma sui processi di costruzione della realtà cioè sulle modalità conoscitive mes-
se in atto. Per il realista concettuale non esistono “fatti in sé”, ma costruzioni di realtà (dunque arte-fat-
ti), configurazioni di realtà; pertanto se si sottrae la mappa conoscitiva della ragione non rimane alcun
territorio conoscibile.
CAPITOLO 4 • La riflessione epistemologica come criterio di scientificità in psicologia clinica 45

le. Pertanto diviene condizione imprescindibile per la psicologia clinica, al fine di


potersi muovere entro il novero delle scienze, collocare i presupposti teorici di ri-
ferimento entro il medesimo piano epistemologico, cui appartiene l’oggetto d’in-
dagine configurato.
Questo purtroppo non accade, vediamone un esempio. Si consideri la cosid-
detta “depressione”: essendo un costrutto8 ed acquisendo differente connotazio-
ne soltanto in virtù della teoria che si utilizza per conoscerlo e descriverlo (cioè
per configurarlo come oggetto d’indagine), si rende necessario che i presuppo-
sti teorici di riferimento siano collocati entro un livello di realismo ipotetico (se
non concettuale). Allo stesso modo, l’impianto metodologico utilizzato, per in-
tervenire in merito alla “depressione”, deve porsi in termini di coerenza con gli
assunti teorici adottati. Il rigore scientifico, quindi, è completamente affidato e
garantito dalla fondatezza epistemologica degli assunti teorici cui si fa riferi-
mento e degli impianti metodologici che si utilizzano. Per cui, il costrutto “de-
pressione” non può essere in nessun modo equiparato ad un ente fattualmente ri-
levante e rilevabile come lo può essere il “morbillo” entro la prassi medica, pena,
così facendo, l’operare uno scivolamento conoscitivo dal realismo ipotetico (“de-
pressione”) al realismo monista (“morbillo”). Questo scivolamento in termini
scientifici comporta niente di meno che l’impossibilità conoscitiva, e di seguito
metodologica, di applicare, nel primo caso, i dettami del modello medico (cosa pos-
sibile nel secondo). Accade invece quanto paventato al termine della premessa, in-
fatti spesso in psicologia clinica si rende “rilevabile” in termini baconiani ciò che
altro non è che un “moto conoscitivo”. Ma procediamo con ordine.
Si evidenzia dunque necessaria per la psicologia clinica una rigorosa rifles-
sione epistemologica, in quanto risulta essere primo passo fondativo e impre-
scindibile per poter attestare ciò che appartiene al senso scientifico, in modo da di-
stinguerlo da quello che viceversa, è da considerarsi conoscenza di senso comu-
ne9: “La riflessione epistemologica consente di separare la conoscenza o giudizi
di tipo scientifico dalla conoscenza o giudizi di tipo metafisico, religiosi, etico-
morali” (Agazzi E., 1987, p 24). L’individuazione dunque di un piano di senso scien-
tifico richiede criteri che consentano di “demarcare” tale piano da quello che è
stato definito come senso comune.“Per cui può essere scientifico un modo di par-
lare rigoroso in filologia, mentre può essere “non scientifico” un modo di parlare
poco rigoroso in fisica” (Agazzi E., 1987, p 58). La scientificità di una disciplina
non dipende dunque, dai suoi contenuti specifici, quanto dal fatto che tali conte-

8
Un termine è un concetto in ambito scientifico nel momento in cui si stabilisce che il suo significato ha
una modalità d’uso entro un particolare campo di applicazione, all’interno del quale assume un signi-
ficato univoco e condiviso. Viceversa un termine diventa costrutto quando assume un determinato si-
gnificato all’interno di una teoria specifica. Ad esempio il termine “ossidazione” è un concetto per tut-
ta la chimica, mentre il costrutto “personalità” assume significato differente a seconda della teoria psi-
cologica che lo definisce.
9
Con la dizione “senso comune”, si fa riferimento a proposizioni di qualsiasi natura e tipologia che defi-
niscono e sanciscono qual è la realtà; lo statuto di realtà a quanto affermato è conferito dalla forza reto-
rica dell’argomentazione a prescindere dall’esplicitazione delle categorie conoscitive messe in campo. Il
senso comune è autoreferenziale, ovvero si auto-legittima a prescindere dal fondamento delle sue affer-
mazioni. Ciò non toglie che il senso comune ha statuto di “modalità conoscitiva”, infatti genera cono-
scenza con implicazioni in termini di “realtà”, ma con presupposti e criteri “altri” dal senso scientifico.
46 Gian Piero Turchi, Tiziana Maiuro

nuti siano organizzati in un corpus teorico-concettuale argomentativamente10 ri-


goroso ed epistemologicamente fondato. Secondo questa considerazione, viene a
cadere una distinzione delle scienze a partire dall’oggetto di pertinenza, tale da com-
portare una contrapposizione “tra le cosiddette scienze della natura e scienze del-
lo spirito, fra scienze della natura e quelle della cultura, fra le scienze naturali e le
scienze umane”, favorendo una distinzione, sulla base dell’etimo e del ricorso a dif-
ferenti linguaggi; una tale operazione permette la produzione di assunti scienti-
fici (Turchi G.P., Ciardiello P., 2005, p 17). Sulla base di quanto detto, si possono in-
dividuare scienze -ica (come ad esempio, chimica e fisica), scienze -nomos (ad
esempio, economia ed astronomia) e scienze -logos (come ad esempio psicologia
e sociologia). Il sopra citato criterio di rigorosità, e dunque di demarcazione, as-
sume, quindi, specifiche connotazioni se applicato alle differenti scienze.
Infatti le scienze -ica si caratterizzano per l’utilizzo di un linguaggio conven-
zionale e stabilito a priori, il quale assume un significato univoco coincidente
con la realtà oggetto di indagine; le scienze –logos, non coniando un linguaggio
proprio, utilizzano il linguaggio ordinario, ovvero il medesimo linguaggio usato
dalla comunità dei parlanti. È sulla base di quest’ultimo che si genera il senso
comune, la cui valenza simbolica non è né univoca né stabilita a priori, bensì ri-
chiede negoziazione tra gli interlocutori.
La psicologia clinica, annoverandosi tra le scienze -logos, utilizza teorie di ri-
ferimento che vengono generate nel e con il linguaggio ordinario, dunque inglo-
bando (ed è questo l’aspetto critico che deve trovare adeguatezza nella rigorosi-
tà argomentativa summenzionata11) assunzioni categoriali e di valore, proprie
del contesto storico-culturale in cui vengono “forgiate” (Salvini A., 1998; 2002). Es-
sa, quindi, per proporre argomentazioni che abbiano legittimità scientifica, deve
affrancarsi dalle modalità conoscitive proprie del senso comune, assolvendo ai cri-
teri di scientificità che tracciano una linea di demarcazione tra senso comune e
senso scientifico. In particolare, affinché un’argomentazione proposta in ambito
psicologico clinico (come pure nell’ambito di una qualunque scienza -logos) si dis-
costi da un piano di senso comune, è necessario che vengano esplicitate le cate-
gorie conoscitive utilizzate, gli assunti paradigmatici oltre che teorici, che costi-
tuiscono la cornice entro la quale si sviluppa il processo conoscitivo e che ne pos-
sono sancire la legittimità scientifica.
È inoltre imprescindibile, perchè una operazione conoscitiva possa dirsi scien-
tifica, l’assolvimento ad un secondo criterio, precedentemente argomentato, di
“adeguatezza epistemologica”, che richiede l’attestarsi di modalità conoscitive

10
Come vedremo più avanti è qui che si pone la distinzione fra le diverse scienze. Infatti alcune scienze,
i propri asserti, li generano entro un linguaggio convenzionale astratto, ma intrinsecamente rigoroso nel
procedere argomentativo (vedi ad esempio la matematica); altre scienze, dovendo fare ricorso a lin-
guaggi non convenzionali, per quanto comunque di valenza simbolica, non possono usufruire di que-
sto intrinseco rigore dello stesso (si tratta del “linguaggio ordinario”, vedi nota 13). Per cui i loro asserti,
per essere rigorosi, richiedono necessariamente una riflessione epistemologica e dunque una fonda-
zione meta-teorica dell’argomentazione prodotta. Ovvero, in questo caso, è la riflessione epistemologica
che deve essere rigorosa, poiché è in questo che si adagia il rigore dell’argomentazione.
11
A questo proposito vedi anche nota 7.
CAPITOLO 4 • La riflessione epistemologica come criterio di scientificità in psicologia clinica 47

utilizzate entro il medesimo piano epistemologico cui è situato l’oggetto di in-


tervento come configurato dalla psicologia clinica stessa.
Il rispetto di tali criteri consente la produzione di “asserzioni” piuttosto che di
“affermazioni”: le affermazioni, prodotte nell’ambito del senso comune, sancisco-
no la realtà come “vera” nel momento stesso in cui la nominano in quanto tale. Al
contrario, le asserzioni non risultano vere di per sé, bensì, esplicitando gli assunti
di partenza, sono sottoponibili a verifica e passibili quindi di falsificazione.
Applicare gli stessi criteri di scientificità all’ambito psicologico, comporta la
necessità di uno scarto che consenta di svincolarsi dalle modalità conoscitive
proprie del senso comune. Pertanto, la psicologia, per essere definita scientifica,
da un lato deve soddisfare il criterio di rigorosità che ne consente lo scostamen-
to da un piano di senso comune, dall’altro, in quanto scienza -logos, deve neces-
sariamente fare un’operazione di fondazione epistemologica in considerazione del
piano di realismo entro cui è collocato il suo oggetto d’indagine.
Attualmente la psicologia clinica, rifacendosi invece erroneamente a criteri pro-
pri delle scienze –ica, come ad esempio la precisione della misurazione, mutua, sen-
za problematizzare, le categorie appartenenti ad un orizzonte conoscitivo differen-
te. Esempio eclatante in tal senso è la vexata questio relativa agli strumenti diagno-
stici. Questi ultimi, infatti, pur essendo la genealogia di una teoria di riferimento e
dunque un “puro prodotto conoscitivo”12, vengono utilizzati partendo dal presup-
posto di “rilevare” per esempio “la personalità”. In tal modo quest’ultima viene en-
tificata, ovvero considerata alla stregua di un ente fattuale, cessando di essere “co-
strutto”13. Questo comporta, e ha comportato, due “effetti pragmatici”deleteri per la
psicologia clinica. Da un lato, infatti, si è assistito ad una proliferazione degli stru-
menti del tutto ingiustificata, oltreché infondata (da certi strumenti “tipo” abbia-
mo delle specificazioni di contesto, fasce di età, raggruppamenti sociali, ecc), con la
conseguenza di mantenere la frammentazione teorica. Dall’altra, una relativa rica-
duta sul piano applicativo, e dunque di effettiva incidenza sulle problematiche a cui
la disciplina è chiamata a rispondere, tanto da non riuscire a contenere degli ovvi ten-
tativi di “assorbimento” da altri ambiti (vedi ambito sanitario). In tal senso la psi-
cologia clinica si muove alla ricerca di un dato osservabile che, utilizzando impro-
priamente e scorrettamente un criterio di scientificità che appartiene alle scienze -
ica, fa si che si continui a commettere un errore epistemologico e metodologico che
null’altro ha prodotto se non il mantenersi entro un sistema di conoscenza di tipo
aristotelico-tolemaico. Si continua infatti ad assistere all’ingenua pretesa di trasfor-
mare un dato osservativo di tipo baconiano in un dato scientifico.

12
E dunque siamo nel realismo ipotetico, se non concettuale.
13
Assistiamo in tal senso a delle vere e proprie aberrazioni metodologiche in virtù di questa infondatez-
za epistemologica. Ossia gli operatori del settore, spesso, utilizzano batterie di strumenti diagnostici
che, oltre ad appartenere a teorie di riferimento diverse, appartengono anche a livelli di realismo che epi-
stemologicamente fondano modi di conoscere incommensurabilmente differenti. La giustificazione
adottata, dagli operatori di settore, risulta di puro senso comune, ed è che in questo modo si “aumen-
tano le possibilità di cogliere la reale personalità dell’individuo”. Si confondono così criteri di banale “ad-
dizione” (che appartengono all’empiria), con criteri di scientificità (che appartengono al fondamento
epistemologico).
48 Gian Piero Turchi, Tiziana Maiuro

 Per una proposta di ri-fondazione della psicologia clinica


Alla luce di quanto sottolineato nell’introduzione e nel paragrafo precedente, di-
viene possibile affermare che la psicologia clinica definisce il proprio oggetto
d’intervento, attraverso costrutti quali “mente”, “psiche” o “personalità”, e dun-
que a partire da differenti approcci teorici che ne sanciscono i tratti, le caratte-
ristiche ed il funzionamento.
Definire l’oggetto costrutto “mente”, “psiche” o “personalità”, a prescindere
dal contenuto delle differenti teorie, nel momento in cui ci si avvale di modalità
conoscitive che lo connotano alla stregua di un ente, collocandolo entro il me-
desimo orizzonte epistemologico cui si muove la conoscenza riferita al corpo
biologico (come abbiamo visto nel paragrafo precedente), diviene un’operazio-
ne impropria: si assiste ad uno scivolamento conoscitivo fra piani epistemologi-
ci fra loro incommensurabilmente diversi.
Per esempio, la conoscenza di tipo medico trova attuazione operativa attraverso
il ricorso ad un peculiare modello operativo14 definito come “modello medico”.
A partire dall’assunzione del “corpo” come entità empirico-fattuale, il “modello
medico” consente all’operatore di compiere delle azioni finalizzate all’indivi-
duazione e al riconoscimento delle affezioni del paziente in un quadro clinico,
nonché di intervenire nella risoluzione dello stesso. Storicamente, la psicologia cli-
nica ha adottato primariamente tale riferimento operativo, configurando la “men-
te”,“psiche” o “personalità”15 come indipendenti dalle categorie conoscitive del-
l’osservatore. Questo improprio scivolamento conoscitivo ha comportato una
scorrettezza metodologica che ha consentito, e tuttora consente, l’adozione in-
giustificata di apparati operativi derivanti dal modello medico, ossia prassi ope-
rative come diagnosi, anamnesi, prognosi, cura, terapia e prevenzione16. Tale ado-
zione, riferita all’oggetto “mente/psiche/personalità”, che si pone ad un livello di
“costrutto”, stabilisce impropriamente la possibilità di definire un funzionamento
“normale” ed un funzionamento “anomalo” (così come è possibile rilevare per il
corpo una condizione di normalità in riferimento però ad una norma biologica,
laddove in questo caso abbiamo un’astrazione categoriale).
Per la medicina tutto ciò è possibile proprio in virtù del livello di realismo su
cui si “adagia”, per cui il modello medico individua degli enti rilevabili e misurabili,
che “esistono” a prescindere dalle categorie conoscitive del medico. Dunque i le-
gami tra i “fatti medici” sono di tipo empirico-fattuale e pertanto la relazione
causale tra eventi è empiricamente rilevabile. L’intervento sulla causa comporta
fattualmente l’effetto e, in questo senso, l’intervento del clinico va ad interrompere
la catena causale generata da una noxa morbosa. In virtù di questo, è possibile ri-
levare come il modello medico si muova entro un ambito conoscitivo pertinen-

14
Il modello è un riferimento operativo che si basa su una precisa concezione teorica e si sostanzia in una
serie di prassi operative, quest’ultime intese come un insieme di operazioni e di azioni concrete; la cor-
rispondenza tra teoria ed operazioni è ciò che sancisce quanto le prassi operative sono in grado di da-
re “realtà” all’assunto teorico e quindi all’efficacia del modello stesso.
15
Questi tre termini, in questa sede vengono considerati come sinonimi; certamente si tratta di una ba-
nalizzazione in quanto differenti filologicamente per le implicazioni metodologiche ed operative.
16
Tant’è che nelle facoltà di psicologia vengono usati e insegnati nella didattica, manuali diagnostici di am-
bito psichiatrico. Scelta questa che non trova alcuna giustificazione né epistemologica, né metodologi-
ca e dunque tanto meno didattica.
CAPITOLO 4 • La riflessione epistemologica come criterio di scientificità in psicologia clinica 49

te di tipo meccanicistico e possa essere collocato adeguatamente entro un piano


epistemologico individuato dal realismo monista. Naturalmente nella storia del-
la medicina ci sono altre tradizioni che non sono così caratterizzate in senso mec-
canicistico; ma quella presa in considerazione, oltre ad essere quella prevalente,
è quella che, purtroppo, ha assunto la psicologia clinica come propria.
L’assunzione di un siffatto modello operativo anche per l’intervento sulla pre-
supposta “malattia mentale” ha comportato una necessaria “ristrutturazione”, dal
momento che la ricerca non ha consentito (ma non può consentire, siamo infatti
ad un livello di scienze -logos) di individuare una piattaforma anatomica alla “psi-
che”, che si è quindi andata definendo facendo riferimento non più ad un piano
biologico, ma ad un piano di tipo psicologico. Tale scivolamento conoscitivo (quin-
di la non adeguatezza epistemologica) ha portato a confondere la valenza del co-
strutto “mente” con la trasformazione nel fatto empirico di un banale termine.
Per cui l’adozione del modello medico anche per presupposte “patologie” non ri-
feribili al piano organico, e quindi un intervento strutturato secondo le medesime
prassi operative utilizzate per operare sul corpo fisico, risulta assolutamente in-
fondata e metodologicamente scorretta. Questa improvvida scelta, storicamente,
ha determinato che la psicologia clinica si sia strutturata come quella disciplina che
va a fornire alla psichiatria i costrutti teorici che consentono a quest’ultima di de-
finire il “luogo” entro cui operare la clinica della “psiche”. Essa si è fatta, quindi, por-
tatrice dell’applicazione delle teorie psicologiche per l’intervento sulla presuppo-
sta e cosiddetta “patologia mentale”. È accaduto, dunque, che una modalità cono-
scitiva -logos sia stata usata strumentalmente e fallacemente entro un involucro ope-
rativo, che si considera -ica, ovvero il modello medico.
Il modello operativo, utilizzato per intervenire sul corpo, applicato all’inter-
vento sulla “mente” comporta, quindi, un’operazione di improprio, oltre che in-
fondato, salto conoscitivo, ma che consente in termini retorico-argomentativi, di
configurare la definizione dell’oggetto di intervento della psicologia clinica secondo
le medesime categorie conoscitive utilizzate per conoscere il corpo.
Tale operazione, come argomentato nel paragrafo precedente, implica una en-
tificazione della “mente” come realtà fattuale legittimando, da parte della psi-
chiatria, l’assunzione delle prassi proprie del modello medico senza riconoscere
però l’essenziale contributo teorico alla psicologia clinica. A fronte di questa ul-
teriore considerazione si rileva, ancora una volta, come l’uso del modello medi-
co da parte della psicologia clinica sia scientificamente inapplicabile.
Si pone dunque come necessaria l’individuazione di un modello operativo
che si collochi entro un orizzonte conoscitivo corretto, in grado di configurare in
modo adeguato l’oggetto di intervento e che quindi non si strutturi a partire da
un criterio eziopatogenetico (modello medico), ovvero dall’assunzione dell’esi-
stenza di un legame causale tra elementi di tipo empirico-fattuale.
Per attestarsi ad un livello di scientificità, la psicologia clinica ha la necessità
di utilizzare un modello operativo che consenta di svincolarsi dal senso comune
in conformità ai criteri di demarcazione delle scienze -logos. In particolare, aven-
do definito la “mente” come la configurazione di presupposti teorici, il criterio a
partire dal quale costruire il proprio modello operativo deve svincolarsi da una
modalità che sancisce l’esistenza di una realtà come data, adottando assunti che
si muovano entro un’epistemologia di costruzione della realtà stessa.
50 Gian Piero Turchi, Tiziana Maiuro

In questo senso diviene imprescindibile delineare un modello che sia “genui-


namente” psicologico, all’interno del quale il riferimento operativo è inserito en-
tro un criterio interattivo-dialogico che sia in grado cioè di mettere in relazione
le modalità di conoscenza (dell’interlocutore e dell’operatore).
Entro un modello operativo genuinamente psicologico, infatti, l’oggetto del-
l’intervento non è più il conosciuto (“ente”), ma il processo di conoscenza che
ha portato alla configurazione dell’oggetto stesso.
Adottare un criterio interattivo-dialogico, oltre a comportare l’interazione
delle teorie della conoscenza, ovvero delle differenti modalità di configurazione
della realtà, fa si che l’intervento clinico sia svincolato dall’individuazione di una
“condizione normale” ed una “condizione anomala”, in riferimento ad un crite-
rio normativo stabilito a prescindere dagli interagenti, per attestarsi in una di-
mensione di interazione e dunque di processo.
Quindi, la psicologia clinica si occupa delle teorie della conoscenza che le per-
sone utilizzano per configurare la realtà, in particolare laddove tale configurazio-
ne sia caratterizzata da una teoria sulla propria condizione di malato, o di malat-
tia (effettiva o presupposta che sia)17, e che dunque richiedono l’attivazione di un
intervento. L’oggetto della psicologia clinica non è quindi un ente (malattia), ma
la modalità di configurazione della realtà che fa sì che un comportamento sia rite-
nuto conforme ad un valore e si strutturi in termini di “malattia” (analogamente a
quanto accade per le alterazioni rispetto ad una norma biologica nell’organismo).
A fronte di ciò, l’oggetto della psicologia clinica si deve necessariamente at-
testare non sul piano di un “conosciuto” (la presupposta malattia), ma sul piano
delle modalità di conoscenza che generano la realtà “malattia” in quanto tale (la
teoria sulla malattia) e che quindi legittimano sia l’attivazione dello psicologo
clinico, sia l’esistenza di tale figura professionale.

 Bibliografia
• AAVV (1981) Enciclopedia di filosofia. Garzanti, Milano
• Agazzi E (1987) Linguaggio comune e linguaggio scientifico. Franco Angeli, Milano,
pp 24-58
• Einstein A (1965) Filosofia e Relatività. Ed. Palermo, Palumbo
• Heisenberg W (1985) Natura e fisica moderna. Garzanti, Milano
• Kuhn T (1962) La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Einaudi, Torino
• Newton I (1978) Scritti di ottica. Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino
• Salvini A (1998) Argomenti di psicologia clinica. UPSEL Domeneghini, Padova
• Salvini A, Galieni N (2002) Diversità, devianze e terapie. UPSEL Domeneghini, Padova
• Salvini A (1988) Il rito aggressivo. Giunti, Firenze
• Turchi GP, Ciardiello P (2006) Reato e identità. Implicazioni epistemologiche ed operative.
Upsel Domenighini, Padova, p 17
• Wittgenstein L (1953) Philosophical investigations. Basil Blackwell, Oxford

17
Questo vale anche sul piano istituzionale, ovvero laddove l’intervento sia richiesto non dalla persona,
bensì dall’istituzione: caso emblematico è quello dell’istituzione carceraria.
C APITOLO 5

La psicologia clinica
nelle università italiane
e nelle scuole di psicoterapia
Enrico Molinari

 Introduzione

In questo contributo verrà presentato un quadro generale della psicologia clini-


ca accademica, facendo riferimento ai vari corsi di laurea ed al relativo corpo do-
cente; inoltre verrà proposto un aggiornamento sulla situazione della psicotera-
pia in Italia.

 Lauree specialistiche in psicologia clinica


La pubblicazione del Decreto 22 ottobre 2004, n. 270 (pubblicato nella Gazzetta Uf-
ficiale 12 novembre 2004, n. 266) “Modifiche al regolamento recante norme con-
cernenti l’autonomia didattica degli atenei, approvato con decreto del Ministro
dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica 3 novembre 1999, n. 509”
ha portato all’istituzione della classe 58/S, ovvero la “classe delle lauree speciali-
stiche in psicologia”. Al fine di analizzare l’organizzazione dei corsi di laurea si
è considerato l’anno accademico 2004-2005. Nella Tabella 1 vengono riportate le
varie denominazioni scelte dai diversi atenei per le lauree specialistiche.
52 Enrico Molinari

TABELLA 1. Denominazioni scelte dagli atenei per ciascuna delle varie lauree specialisti-
che in psicologia (classe 58/S)1
Denominazioni scelte dagli atenei
Psicologia clinica
Psicologia clinica, clinica dello sviluppo e delle relazioni, clinica e di comunità, clinica e
della salute, dinamica e clinica della personalità, clinica: salute, relazioni familiari e inter-
venti di comunità, clinica e dello sviluppo, clinico-dinamica, clinica dello sviluppo, dinamica
e clinica dell’infanzia, dell’adolescenza e della famiglia, dinamica e clinica della persona,
delle organizzazioni e della comunità, clinica del bambino, clinica e neuropsicologia.
Psicologia della comunicazione, dell’organizzazione e del lavoro
Psicologia dell’organizzazione e della comunicazione, delle organizzazioni e dei servizi,
delle organizzazioni e dei comportamenti di consumo, delle organizzazioni e del marke-
ting, sociale, del lavoro e della comunicazione, potenziale umano, formazione e innovazione
nei contesti sociali e organizzativi, del lavoro e delle organizzazioni, gestione delle risor-
se umane e sviluppo organizzativo.
Neuropsicologia
Neuropsicologia e recupero funzionale nell’arco di vita, psicologia cognitiva applicata,
neuroscienze cognitive, dei processi cognitivi e del recupero funzionale, sperimentale e neu-
roscienze cognitivo-corpontamentali, diagnosi e riabilitazione dei disturbi cognitivi, scien-
ze della mente, psicologia clinica e neuropsicologia.
Psicologia dello sviluppo
Psicologia dello sviluppo e della comunicazione, dello sviluppo e dell’intervento nella
scuola, dello sviluppo: processi e contesti educativi, sociali e clinici, intervento psicologi-
co nello sviluppo e nelle istituzioni socio-educative, dello sviluppo e dell’educazione.
Altro
Psicologia del benessere nel corso di vita, dell’elaborazione dell’informazione e della rap-
presentazione della conoscenza.

TABELLA 2. Psicologia clinica in rapporto altre lauree specialistiche2


Numero di lauree Percentuale di lauree
attivate sul totale
Psicologia clinica 18 38%
Psicologia della comunicazione, 8 17%
dell’organizzazione e del lavoro
Neuropsicologia 8 17%
Psicologia (denominazione generica) 6 13%
Psicologia dello sviluppo 5 11%
Altro 2 4%
Totale 47 100%

1
Dato aggiornato ad aprile 2005.
2
Dato aggiornato ad aprile 2005.
CAPITOLO 5 • La psicologia clinica nelle università italiane e nelle scuole di psicoterapia 53

Dalla Tabella 2 si può vedere come la psicologia clinica sia la laurea specialistica
più rappresentata (38%) nel panorama delle offerte formative e ciò sembra esse-
re in linea con la domanda di “clinica” dello studente di psicologia che trova spes-
so in questa declinazione della disciplina la core identity: il sogno di una grande
maggioranza di futuri psicologi è infatti quello di svolgere un’attività clinica o
psicoterapeutica. Come ricordato da Vittorio Cigoli3,“il laureato in psicologia cer-
ca di impegnarsi nei servizi, fa anche più lavori per poi tendere verso l’attività
privata, specie psicoterapeutica, che costituirebbe l’ideale professionale”.

 Psicologia clinica accademica ed altri raggruppamenti

A livello di distribuzione della numerosità (Tabella 3) gli psicologi clinici si trovano


in quarta posizione rispetto agli psicologi degli altri settori: si tratta di una buona
collocazione, se si considera che quasi tutti i componenti del settore scientifico-di-
sciplinare M-PSI/08 sono concentrati nelle facoltà di medicina e psicologia, mentre
gli appartenenti a psicologia generale, che è il settore più numeroso fra gli M-PSI,
possono distribuirsi in più facoltà (psicologia, medicina, scienze politiche, scienze
della formazione, giurisprudenza, filosofia).

TABELLA 3. Psicologia clinica ed altri raggruppamenti scientifico-disciplinari dell’area M-PSI4


Settori scientifico - disciplinari Totale membri strutturati
(senza assistenti)
M-PSI/01 Psicologia generale 269
M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo 182
e psicologia dell’educazione
M-PSI/05 Psicologia sociale 148
M-PSI/08 Psicologia clinica 147
M-PSI/07 Psicologia dinamica 116
M-PSI/02 Psicobiologia e psicologia fisiologica 95
M-PSI/06 Psicologia del lavoro e delle organizzazioni 71
M-PSI/03 Psicometria 62

All’interno del settore, come indicato in Tabella 4, la distribuzione fra ricercatori


(56), professori associati (50) e professori ordinari (41) sembra ben equilibrata.
Più problematica è invece la distribuzione degli psicologi clinici nei diversi
atenei in quanto non tutte le facoltà di medicina sono coperte da membri del set-
tore M-PSI/08: vi sono cioè corsi di laurea in medicina e chirurgia senza la pre-
senza, nel corpo docente strutturato, di uno psicologo clinico. Infatti gli struttu-
rati M-PSI/08 nelle 39 facoltà di medicina sono 60, ma dislocati solo in 20 facol-
tà. Ciò significa che ben 19 facoltà di medicina non hanno nessun strutturato del

3 Cigoli V (2004) Alla ricerca della “core identity”. In: Bosio A (ed) Professioni psicologiche e professio-
nalizzazione della psicologia. Franco Angeli, Milano
4 Dati aggiornati a marzo 2006 e tratti dal MIUR.
54 Enrico Molinari

nostro raggruppamento. Fondamentale sarà dunque l’azione del Collegio per in-
crementare la presenza della psicologia clinica anche nei percorsi formativi dei
futuri medici che possono trarre giovamento dall’apporto della nostra discipli-
na. Bisogna inoltre tener presente che, nelle facoltà di medicina, i 60 psicologi
clinici devono tenere conto di discipline affini al nostro settore (235 psichiatri e
111 neuropsichiatri infantili).
Meno problematica è la situazione nelle facoltà con i 30 corsi di laurea in psi-
cologia. Gli strutturati M-PSI/08 sono 90, presenti in 26 facoltà. Anche qui 4 cor-
si di laurea in psicologia non hanno nessun strutturato del raggruppamento M-
PSI/08. Tali facoltà, ancora senza psicologi clinici, stanno provvedendo a coprire
le posizioni di psicologia clinica con posti di ruolo per un adeguata realizzazio-
ne dell’attività didattica e di ricerca.
Si ritiene inoltre importante la presenza della psicologia clinica anche in fa-
coltà come scienze della formazione o scienze motorie per l’utilità che può ave-
re la nostra disciplina in tali percorsi formativi.

TABELLA 4. Psicologia clinica ed altri raggruppamenti scientifico-disciplinari dell’area M-PSI


suddivisi per fasce (ricercatori-professori associati-professori ordinari)5
Settori scientifico - disciplinari Membri strutturati per fasce
(senza assistenti)
Ordinari Associati Ricercatori
(confermati e
non confermati)
M-PSI/01 Psicologia generale 100 84 85
M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo 56 60 66
e psicologia dell’educazione
M-PSI/05 Psicologia sociale 44 53 51
M-PSI/08 Psicologia clinica 41 50 56
M-PSI/07 Psicologia dinamica 29 41 46
M-PSI/02 Psicobiologia 37 28 30
e psicologia fisiologica
M-PSI/06 Psicologia del lavoro 22 17 32
e delle organizzazioni
M-PSI/03 Psicometria 9 28 25

Come indicatore del grado di investimento sui giovani è stata considerata la


percentuale di ricercatori non confermati sul totale degli strutturati per ciascun
settore scientifico-disciplinare (Tabella 5). Sia gli psicologi clinici che gli psicologi
dinamici hanno una minor percentuale di nuove leve rispetto ai “senior”, al contrario
di settori, come la psicologia del lavoro e la psicometria, che negli ultimi anni han-
no inserito una maggior percentuale di giovani nei propri raggruppamenti.

5 Dati aggiornati a marzo 2006 e tratti dal MIUR.


CAPITOLO 5 • La psicologia clinica nelle università italiane e nelle scuole di psicoterapia 55

TABELLA 5. Investimento sui giovani nelle aree M-PSI7


Settori scientifico - disciplinari Percentuale di ricercatori non confermati
sul totale degli strutturati (con assistenti)
M-PSI/03 Psicometria 24,2% (15 su 62)
M-PSI/06 Psicologia del lavoro 22,5% (16 su 71)
e delle organizzazioni
M-PSI/05 Psicologia sociale 22,3% (33 su 148)
M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo 22,0% (40 su 182)
e psicologia dell’educazione
M-PSI/01 Psicologia generale 17,9% (48 su 269)
M-PSI/08 Psicologia clinica 16,7% (25 su 150)
M-PSI/02 Psicobiologia 15,8% (15 su 95)
e psicologia fisiologica
M-PSI/07 Psicologia dinamica 12,7% (15 su 118)

Per favorire l’inserimento di validi giovani all’interno della psicologia clini-


ca sarebbe fondamentale, oltre al miglioramento dell’offerta formativa dei per-
corsi di laurea, investire anche sui dottorati di ricerca, vere palestre dei futuri
psicologi clinici che intendano intraprendere un percorso universitario. Il CNVSU
(Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario) ha recente-
mente quantificato i dottorati di ricerca in Italia: il numero emerso (2100) ha
indotto ad elaborare una serie di linee guida dell’offerta formativa ed alla con-
seguente istituzione di scuole di dottorato di ricerca, l’apertura verso le realtà pro-
duttive e sociali del territorio e la creazione di solidi e duraturi rapporti e scam-
bi internazionali.6

 Dottorati di ricerca in Italia

All’interno delle università italiane sono attivi corsi di dottorato di ricerca in psi-
cologia clinica presso le sedi di Bergamo, Bologna, Milano “Bicocca”, Milano “Cat-
tolica”, Roma “La Sapienza” e Torino.8

 Scuole di specializzazione in psicologia clinica in Italia

Le scuole di specializzazione in psicologia clinica sono attivate presso le facoltà


di medicina delle sedi universitarie di Bologna, Firenze, Genova, Messina, Mila-
no “Statale”, Milano “S. Raffaele”, Roma “Cattolica”, Napoli “Federico II”, Padova,
Roma “La Sapienza”, Siena, Torino (in collaborazione con la facoltà di psicologia)
e Varese “Insubria”.9

6 Decreto sulla programmazione 2004-2006 (D.M. 262 del 5 agosto 2004) disponibile su www.cnvsu.it.
7 Dati aggiornati a marzo 2006 e tratti dal MIUR.
8 Dati aggiornati a marzo 2006 e tratti dal MIUR.
9 Dati aggiornati all’AA 2004-2005 e tratti dal MIUR.
56 Enrico Molinari

 Psicoterapia in Italia

Le scuole di psicoterapia, riconosciute a partire dal Decreto Ministeriale n.509


del 11-12-1998, sono in totale 275, di cui 163 sedi principali e 112 sedi periferiche
(dato aggiornato ad aprile 2005).
Le scuole di psicoterapia hanno dunque una capienza potenziale di circa
22.000 studenti in formazione ed a pieno regime formativo possono diplomare cir-
ca 5.500 allievi ogni anno.
Gli psicoterapeuti in Italia sono circa 32.000 (21.000 psicologi; 11.000 medici)
per cui in media, in Italia, vi è 1 psicoterapeuta ogni 1800 abitanti (dato aggior-
nato ad aprile 2005 e fornito dall’Ordine Nazionale degli Psicologi e dei Medici).
A questi “grandi” numeri vanno aggiunti i diplomati provenienti dalle scuo-
le di specializzazione universitarie in psicologia clinica che abilitano alla profes-
sione di psicoterapeuta. Intorno alla collocazione di tali scuole – se facoltà di psi-
cologia o di medicina – è sorto nell’ultimo periodo un acceso dibattito fra medici
e psicologi e si è in attesa di una precisa chiarificazione normativa.
S EZIONE 2

Le psicoterapie:
sviluppi ed innovazioni
C APITOLO 6

La clinica
e la sua “Via Lucis”*
Vittorio Cigoli

In che senso possiamo definire scientifica la psicologia clinica? Credo possiamo


rispondere riconoscendo innanzitutto il valore dell’incontro con l’altro e, come
sua conseguenza ineludibile, l’approfondimento della conoscenza di ciò che ac-
cade in tale incontro contrassegnato da una domanda di cura. Ma quando la do-
manda non emerge, disperdendosi piuttosto nei rivoli sottili e nei torrenti im-
petuosi dell’agito contro gli altri e contro se stessi? Credo si tratti di stanarla e di
provocarla, chiamandola così in scena. Quanto ciò sia difficile è ben noto ai cli-
nici; così, e di nuovo, il rimando è all’approfondimento della conoscenza, che ri-
guarda l’incontro con l’altro.
Potremmo allora parlare di scienza clinica come cultura relazionale, una cul-
tura che si nutre del pensiero che sente e prova, così come di quello che organiz-
za ed elabora le informazioni a partire dall’incontro con l’altro. Aggiungerei, pe-
rò, anche l’assunzione del rischio del fare con l’altro e per l’altro, perché una co-
noscenza privata del rischio dell’azione (da non confondere con l’agito) è una
conoscenza monca.
In breve: una “scienza con coscienza”, per dirla con le parole di Edgar Morin,
non può che essere una scienza aperta sul mondo dell’azione-relazione tra gli
uomini. Tornerò più avanti sull’implicazione del clinico nella relazione.
Ma torniamo al problema della scientificità della clinica, perché esso è tutto-
ra aperto allo scontro di posizioni. Vado allora alle radici del problema, nel sen-
so che mi rivolgo al “Corpus Hippocraticum”, perché già lì è visibile la differen-
za cruciale di posizioni.
Qui la clinica, quale “arte del letto e della malattia”, assume due forme di cu-
ra. Una è quella della tecnica medica, che si riallaccia al sapere proveniente dal-
la cultura babilonese ed egizia; l’altra è quella in cui la tecnica richiede l’impli-
cazione del medico.

*
L’“incipit” viene da Comenius.
60 Vittorio Cigoli

La prima forma di cura trova la sua risultanza d’azione nella formula “fai que-
sto e guarirai” e nella somministrazione del farmaco che può essere verso l’insù
o verso l’ingiù (purga, svuotamento, vomito con conseguente cacciata del male-
dolore). Tale forma, ripresa da Platone, è quella che è destinata ad imporsi nel
corso dei secoli e presenta la seguente procedura: il medico visita il paziente av-
valendosi di segni e sintomi allo scopo di costruire diagnosi, a cui far seguire poi
l’indicazione del trattamento. Per quanto la scienza e la tecnologia si siano in
gran parte sostituite al medico, sempre più esecutore informatico e sempre me-
no diagnosta, il modello mentale e di scambio con l’altro resta quanto mai vali-
do ed attivo.
Questo tipo di scienza clinica mira all’oggettività e così l’incontro con l’altro
diventa una sorta di inciampo e di disturbo da ridurre e addirittura da elimina-
re, disturbo che prende il nome di “suggestione”. Non a caso la suggestione è l’in-
cubo della farmacoterapia, è la sua ombra persecutoria da debellare nella ricer-
ca sull’efficacia del farmaco. La ricerca, infatti, deve confrontarsi con l’ombra del
placebo (appunto la suggestione) che si rivela di frequente tanto potente da lasciare
scoraggiati… se non fosse per l’interesse economico in gioco.
Fanno parte di tale orientamento di cura anche i pragmatici secondo cui oc-
corre rassegnarsi,“obtorto collo”, ai fastidi dovuti alla suggestione. È lasciando spa-
zio all’inevitabile fastidio della presenza della suggestione (l’incontro con l’al-
tro), che sarà poi possibile dedicarsi agli aspetti oggettivi della cura e all’esecu-
zione dei protocolli previsti.
L’altra forma di cura clinica presente nel corpus emerge, credo non a caso, in
due opere: “Le epidemie” e “La malattia sacra e le arie, le acque, i luoghi”. In tale
caso la conoscenza clinica si fonda sull’implicazione diretta del medico nella si-
tuazione di vita del paziente. Ciò che allora gli tocca fare (ciò che deve fare) è
partecipare alla condizione del malato attraverso i sensi (e per questo dovrebbe
anche condividerne il letto), ascoltare i sogni che fa (i sogni da sempre sono for-
ma di conoscenza degna della massima considerazione), considerare le condi-
zioni del clima, perchè è da lì che può venire salute o malattia. Ciò a partire dal-
l’aria (per Ippocrate è dall’aria che viene l’intendimento, cioè la salute mentale),
dall’acqua (elemento vitale originario) e dai luoghi, cioè l’ambiente di vita che
si riferisce alle relazioni familiari e sociali.
Ma non è finita qui: il clinico secondo Ippocrate deve ponderare se è opportu-
no agire o meno e in tal senso deve ascoltare il paziente, perché anche lui decida
se gli pare opportuno curarsi o meno. L’assunzione del rischio insito nel pren-
dersi cura (non a caso verbo riflessivo) di ciò che fa malattia è dunque reciproco.
Come possiamo constatare in questo tipo di clinica, la deontica (il sistema
dei doveri) è strettamente connessa con l’etica (l’ottativo e il desiderabile nella re-
lazione tra gli uomini), così come la riflessività (la decisionalità relativa a se stes-
si) è strettamente connessa con la reciprocità (il fondamento dialogico).
Qui, però, si apre la divaricazione tra strade cliniche che credo di poter così sin-
tetizzare: il clinico è “farmaco”; il farmaco è la relazione di cura. Consideriamo-
le separatamente.
Se la sostanza dotata di virtù terapeutiche (tale è il “phármakon”) è il clinico,
occorrerà considerarne con attenzione le caratteristiche di personalità e di tecnica
interattiva, vale a dire il modo di dare prescrizioni, o di astenersi dalle medesime,
CAPITOLO 6 • La clinica e la sua “Via Lucis” 61

di sollecitare la partecipazione emotivo-cognitiva del paziente e così via. Ne de-


riva che l’attenzione alla “conversazione terapeutica” diventa cruciale. Di qui an-
che la necessità di un iter formativo del clinico che non può escludere se stesso
dalla risultanza dell’azione di cura.
È ciò che ha fatto la psicoanalisi, sollecitando l’imperativo etico del coinvol-
gimento personale del clinico, che deve vivere a sua volta la condizione di pa-
ziente, e mettendo in luce i moventi principali, alla base della scelta di curarsi
dell’altro. Tra di essi figurano i sentimenti di colpa, di rimorso e di riparazione nei
confronti dei legami; il bisogno di trionfare sul limite e la morte; il poter vivere
la relazione da una posizione sicura, nutrendosi dei legami altrui, sollecitando
così la dipendenza.
Quanto l’etica dell’incontro con l’altro possa soggiacere alle modalità difen-
sive, ma sarebbe meglio dire alle varie forme di abuso nella relazione (“l’odore del
mondo” direbbe Comenius), non riguarda però solo la persona del clinico, ma
anche le organizzazioni terapeutiche. In breve, l’iter formativo dovrebbe essere in
grado di svelare e curare i conflitti e le contraddizioni dell’essere agente di cura
psichica; conflitti e contraddizioni che sono personali, gruppali e organizzativi.
Da parte sua la tradizione comportamentista-cognitivista, risentendo di una con-
cezione scientista di stampo sperimentale, ha fondato l’intervento clinico sulla co-
struzione di un sapere preventivo che viene dalla ricerca. La “regola d’oro” è la se-
guente: prima si conosce, poi si interviene. Ciò non vuole affatto dire (se si esclu-
de una posizione vetero comportamentista) che il clinico non sia implicato, tutt’altro;
solo che la sua implicazione è misurata e governata da ciò che la ricerca ha mes-
so a fuoco1. In particolare, quella che è declinata in genere come “suggestione”
viene qui intesa come possibilità di apprendimento. Del resto non è forse vero che
la nostra specie si caratterizza per un rallentamento evolutivo (neotenia), che in-
vece di essere un punto di debolezza diventa un punto di forza proprio perché
permette l’apprendimento e la trasmissione culturale del medesimo?
Per questa tradizione clinica, secondo cui il clinico è “farmaco”, diventa allo-
ra fondamentale considerare scientificamente il processo di influenza da inten-
dersi nel senso dell’imparare ad imparare. In particolare nello scambio con il pa-
ziente, il clinico viene ad assumere la posizione dell’“allenatore” che vuole mi-
gliorare determinate prestazioni relative alle modalità di pensiero (credenze, at-
teggiamenti), a quelle espressive (emozioni, sentimenti) e a quelle relative al com-
portamento2.
Indubbiamente tale procedura clinica sottende un’idea di cura che si rivolge
alla correzione-riparazione per un verso (il difetto da correggere, o la mancanza
da saturare) e all’adattamento sociale per l’altro; ciò che però intendo eviden-
ziare è la presenza della tensione all’incontro con l’altro e la considerazione del-
la sua presenza. Non a caso farsi alleato il cliente è riconosciuto come un passo fon-
damentale della cura.

1 Com’è capitato anche alla psicoanalisi, il sogno dell’oggettività, con la neutralità scientifica che propo-
ne, è stato uno scoglio lungo la navigazione dell’incontro con l’altro.
2 Si sprecano all’interno di tale tradizione di cura le metafore che vengono dal gioco di squadra (coach, trai-

ner…). Non a caso anche la formazione diventa “training”. Su questo approccio si veda il contributo di
Cionini nel presente testo che ripercorre la storia degli interventi cognitivo-comportamentali.
62 Vittorio Cigoli

Consideriamo ora l’altra posizione, secondo la quale il “phàrmacon” è la re-


lazione di cura. In tal caso si modificano e non di poco i termini dell’intervento
clinico. Credo che in proposito occorra tenere conto dei mutamenti epistemolo-
gici avvenuti in ambito filosofico, scienza “classica” del vivente. Delineiamo allo-
ra, seppur assai sinteticamente, le differenti “cornici filosofiche” che hanno in-
fluenzato e che influenzano le opzioni cliniche.
La prima cornice è quella dell’Io autoreferenziale tipico della modernità oc-
cidentale che da Cartesio, passando da Kant, arriva fino ad Husserl; cornice che
ha influenzato tanto la psicoanalisi, quanto il cognitivismo. La seconda cornice è
quella dell’Io decostruito, disidentico e “frammentato” che dal prospettivismo di
Nietzsche arriva fino ad Heidegger e a Derrida e che ha influenzato il costrutti-
vismo e l’interazionismo. La terza cornice è quella che afferma l’orizzonte tra-
scendentale dell’essere, nel senso che è la relazione a fondarlo, così come trovia-
mo in Arendt, Buber, Ricoeur, Morin e che ha influenzato le psicologie relazionali3.
In quest’ultimo caso siamo di fronte ad un intreccio originario di io-tu-noi-loro;
di orizzontale (scambio tra generi e tra pari) e verticale (scambio tra generazio-
ni), di natura e cultura.
Tornando alla clinica ciò vorrebbe dire che, sia nel caso del costruttivismo
che in quello della concezione trascendentale della relazione, il clinico non è in po-
sizione dominante (cioè istruttiva, o astinente che sia), ma costruisce con l’altro
(il cliente) la relazione di cura. Dalle ricerche sui risultati della psicoterapia emer-
ge del resto che l’esito produttivo, o scarsamente produttivo (a volte anche ia-
trogeno) delle cure è proprio a carico della relazione cliente-terapeuta visto che
essi si spartiscono il 50% del “peso” e del risultato dell’impresa (Lambert M.J.,
2004; Cigoli V. et al., in press)4.
Ne viene che anche l’iter formativo dei terapeuti cambia assetto. Non si trat-
ta più, infatti, né di “controllare il controtransfert”, né di diventare esperti di tec-
niche di apprendimento, così da aiutare il cliente a far fronte a sintomi e disagi (è
peccato dire gestione dei dolori?). Si tratta piuttosto di pensare al clinico come im-
plicato nella relazione di cura e compartecipe dall’inizio alla fine. Ne deriva co-
sì il sentimento di essere parte del destino relazionale dell’altro (persona, cop-
pia, famiglia), ma anche che l’altro entra nel destino del terapeuta.
Cos’hanno a che fare allora gli “Evidence Based Treatments” di stampo psi-
chiatrico con il filone clinico di impianto relazionale? Poco o nulla, proprio perché
è l’assunto di base che è diverso e persino inconciliabile. Il manuale istruttivo per
il (piccolo?) clinico, che è costruito sulle basi delle “evidenze” raccolte in merito ad
uno specifico disturbo, si fonda infatti sull’assunto che è la ripetibilità dell’inter-
vento ad essere garanzia di buon risultato, anche se gli estensori dei manuali am-
mettono che qualche “deviazione” potrebbe essere necessaria. Il fatto è che la ri-
petibilità nega il valore dell’incontro con l’altro come fondamento della cura.

3 Mi sono occupato diffusamente delle differenze presenti nelle concezioni relazionali non di rado confuse
con quelle interazioniste. Così, ad esempio, l’approccio costruttivista e l’approccio relazionale presentano
importanti differenze; ciò non toglie che essi condividano una prospettiva clinica di implicazione del terapeuta
nello scambio con l’altro (Cigoli 1997, 2005).
4 Confrontando poi i risultati della psicoterapia con quelli della farmacoterapia, troviamo che la psicoterapia

ha un impatto decisamente superiore sull’esito della cura e sui suoi effetti nel tempo, mentre nei casi di gra-
vi disturbi di personalità è l’accoppiamento tra psicoterapie e farmacoterapie che ottiene i risultati migliori.
CAPITOLO 6 • La clinica e la sua “Via Lucis” 63

A che cosa allora la clinica relazionale, che può essere trasversale rispetto ai
modelli clinici (gli stessi contributi qui di seguito presentati ce ne offrono un
concreto esempio), pone specifica attenzione? Credo ai fattori seguenti, che co-
stituiscono la via lucis:
– creazione e sostegno dello spazio-tempo dell’incontro clinico e sua connessione
con gli altri “spazi-tempi” della vita di relazione (i temi del “luogo” e della
“compartecipazione” di Ippocrate);
– riconoscimento, nella differenza di modelli, di una metodologia comune e di
problemi comuni che i clinici incontrano;
– considerazione dei rapporti con le altre scienze, fin a partire dalla biologia, qua-
li aspetti della scienza del vivente;
– considerazione dei mutamenti sociali e organizzativi entro cui la cura clini-
ca avviene (il “tempo” e l’“aria” di Ippocrate).

Partiamo allora dal primo punto relativo allo “spazio-tempo” della cura. La psi-
coterapia e l’intervento clinico in generale vanno pensati come agenti all’interno di
reti relazionali e non esterni agli stessi. Ciò significa che occorre entrare nelle spe-
cificità culturali, storiche e contestuali (familiari e comunitarie) relative alla persona.
È all’interno di tali reti che l’intervento clinico va pensato ed organizzato.
Ricordo in proposito che la clinica organizza set differenti di cura quali l’in-
contro con gruppi, con famiglie, con coppie e con singole persone. Il campo dei
dialoganti nello spazio-tempo clinico è così aperto ai vari ambiti in cui il “rela-
zionale” si manifesta, vale a dire l’intrapsichico, l’interpersonale, il gruppale e il
comunitario. La cultura del mondo occidentale, che molto deve alla costruzione e
allo sviluppo dell’idea di individuo, rischia qui di trovare la sua area cieca. Non a
caso quasi tutta la formazione in ambito psicoterapeutico si focalizza sulla diade
terapeuta-cliente, riducendo così il “relazionale” e la sua componente contestuale,
e proprio questo fatto può introdurre una componente iatrogena del “fare clinico”.
Ciò mi dà modo di introdurre il secondo punto, che riguarda proprio l’aspetto
metodologico del fare clinico, cioè la sua via. Perché, aldilà delle differenze tra
modelli clinici e loro “paradigmi” di riferimento, è riscontrabile una metodolo-
gia comune, o quanto meno similare.
Ad esempio Renzo Carli (che non a caso si richiama nel suo contributo in que-
sto volume alla prima topica freudiana e alla ricerca clinica di Matte Blanco sugli
“insiemi infiniti”) si focalizza sull’unità intrinseca individuo-contesto, volendo
promuoverne lo sviluppo nel senso di un aumento della competenza a convivere
delle persone. La sua visione progettuale è tesa a individuare le risorse presenti
nella “rete” e non solo le difficoltà o le devianze delle persone, così come è aperta
all’“avventura” dell’incontro clinico. Sottolineo in particolare come Carli individui
la caratteristica della clinica come una funzione di intervento nella realtà sociale
senza la mediazione di un sistema di potere, sia esso politico o economico.
Anche Valeria Ugazio, nel capitolo 9 di questo volume, rifacendosi a Gregory
Bateson e George Hebert Mead, si rifà all’idea fondante di soggetto contestuale. Per
lei sviluppare il contesto relazionale vuol dire considerare le posizioni che il pa-
ziente occupa nelle sue reti di riferimento a partire dalla famiglia, articolandole
con quelle che viene ad assumere nel contesto terapeutico. Parlando di “posizio-
ni” e di “polarità” del soggetto, Ugazio intende riferirsi ai sentimenti ed alle emo-
64 Vittorio Cigoli

zioni, ai sistemi di credenze e alle interazioni a cui il cliente partecipa. Credo che
l’aspetto decisamente originale del suo contributo sia quello di rifarsi ad un’er-
meneutica triadica e poliadica nella costruzione delle ipotesi cliniche. Infine Lo-
renzo Cionini (ivi, p 107), interrogandosi sulle psicoterapie cognitive e compor-
tamentali e le loro differenti opzioni, prende posizione a favore di un costrutti-
vismo ermeneutico. Per tale modello clinico non conta il sintomo da eliminare,
o la correzione di alcune credenze e distorsioni cognitive, conta invece la com-
prensione del significato che esse hanno per il paziente nell’affrontare la vita. L’al-
leanza tra terapeuta e cliente si focalizza proprio su una ricerca in comune at-
traverso l’uso di tecniche conversazionali e procedure immaginative, così da in-
crementare le competenze del cliente. Anche in questo caso la formulazione di
ipotesi5 svolge un ruolo fondamentale e la relazione è considerata, più che utile,
un fattore fondamentale del cambiamento e un oggetto specifico del lavoro clinico
(si veda in proposito la nozione di transfert in psicoanalisi).
Se è vero dunque che all’interno della clinica impostata in senso relazionale
convivono paradigmi teorici e modelli di intervento differenti ognuno con la sua
storia, i suoi punti critici e il suo sviluppo, è altrettanto vero che vi è un riferi-
mento comune al contesto, da intendersi come ciò che cura, promuovendo com-
petenze e “spazi di libertà”.
Inoltre proprio perché l’attenzione di tale intervento clinico è metodologica
(nel senso di attenzione al percorso terapeutico) emergono problemi comuni.
Tra di essi figurano la costruzione dell’alleanza di lavoro (compartecipazione e sue
“impasse”); la focalizzazione congiunta dei problemi da affrontare, una modali-
tà di verifica del percorso compiuto in cui la voce del cliente (sia esso persona, cop-
pia o famiglia) viene ad assumere importanza decisiva nell’incontro clinico. Eti-
ca ed estetica vanno infatti a braccetto.
L’apertura al dialogo peraltro non è patrimonio (difficoltoso e rischioso) so-
lo dell’incontro tra modelli terapeutici, ma un’esigenza antropologica. Ecco così
figurato il terzo punto del modello epistemico proposto. Le discipline che si oc-
cupano del vivente sono in prima fila nel dialogo (filosofia, antropologia, socio-
logia, storia, letteratura), ma non può essere negletto il rapporto con la biologia
e le neuroscienze. E la psichiatria farmacologica? Tanto per quest’ultima come
per le neuroscienze il rischio riduttivista è dietro l’angolo6. Non solo; esse possono
funzionare a sostegno del sogno-bisogno (perverso) di una cura senza implica-

5
Evidenzio in proposito come tutti e tre i contributi sottolineino il valore della costruzione di ipotesi (e non
la loro verifica) come ciò che è tipico della metodologia clinica orientata in senso relazionale.
6
La psicologia accademica per riservarsi un posto sul carro della scienza sposa di frequente il riduttivi-
smo scientista e la più recente tentazione è proprio costituita dalle neuroscienze (…e dall’“impact fac-
tor”). Capita così che si proclamino clinici persone che non hanno mai incontrato clienti e vissuto rela-
zioni con loro.
5 Da parte sua la psichiatria usa la forza del potere medico per arrogarsi il diritto di nominare psicotera-

peuti i frequentanti delle sue scuole anche se essi non frequentano che raramente la relazione terapeu-
tica e non ne fanno soggetto di attenzione. Vedere il funzionamento delle scuole di psichiatria per cre-
dere. Ciò non toglie che proprio tra gli psichiatri troviamo buona parte dei clinici di maggior prestigio,
anche se non lo devono di certo alla formazione psichiatrica.
5 Il paradosso è che la psichiatria stessa, stretta a sua volta tra neuroscienze e farmacoterapia, per salvarsi

deve fare affidamento sulla clinica psicologica. Si confronti in proposito il “Documento sullo stato e sulle
prospettive della psichiatria italiana” (2005) in cui viene riconosciuto come la psicoterapia sia una prati-
ca assai lontana dal riduzionismo tecnicistico e costituisca un vero e proprio salto della e nella cura.
CAPITOLO 6 • La clinica e la sua “Via Lucis” 65

zione e di una “felicità” dovuta a manipolazioni genetiche e a farmaci miracolo-


si che permettono di correggere qualsiasi difetto (tossicodipendenza, anores-
sia/bulimia, depressione e quant’altro), così come di surrogare qualsiasi bisogno.
Eccoci infine a considerare l’ultimo punto. Ampi e rilevanti sono i mutamen-
ti sociali e organizzativi entro cui si dispiega l’intervento clinico. Sono note le
nuove emergenze cliniche che a loro volta si connettono alle trasformazioni so-
cioculturali. Altrettanto noto è il disinvestimento sociale sull’intervento clinico e
sulla psicoterapia a favore dell’investimento massiccio sulla farmacologia i cui
fautori, con mossa furba, antecedono uno “psi” di comodo alla loro scienza.
Occorre però riflettere anche sulla concezione all’apparenza aziendale, di fat-
to burocratico-informatica-legale, dei luoghi della cura in cui registriamo un’in-
fluenza abnorme del sistema dei partiti. Si tratta del retaggio storico di una con-
cezione politica dell’intervento clinico che non solo ha perso per strada buona
parte degli ideali che l’hanno ispirata, ma che ha anche coperto operazioni di oc-
cupazione di poteri siano essi istituzionali, accademici, organizzativi. Credo che la
psicologia clinica per poter operare non abbisogni affatto di sistemi di potere par-
titico che la indirizzino, ma di uno “spazio politico” socialmente riconosciuto.
In ogni caso la domanda di clinica, (sempre che non la si chiuda nello stret-
to campo del rapporto duale) è crescente e, direi, più consapevole. Di questo si so-
no subito accorte le burocrazie che attraverso i problemi della trasparenza, del con-
senso informato e del diritto alla privacy hanno costituito altri, e remunerativi,
laccioli burocratici. Aldilà delle ricorrenti perversioni relazionali resta però il fat-
to che l’aumento di consapevolezza presente nella domanda di cura indica pro-
prio la necessità del coinvolgimento nella relazione con l’altro e della presa in
carico della responsabilità da parte del clinico.

 Bibliografia
• AAVV (2005) Documento sullo stato e sulle prospettive della psichiatria italiana. Psi-
coterapie e Scienze Umane 3:293-306
• Cigoli V (1997) Intrecci familiari. Realtà interiore e scenario relazionale. Cortina, Milano
• Cigoli V (2005) Cogliere il midollo del cedro. Terapia Familiare 77:7-29
• Lambert MJ (2004) Bergin and Garfield’s handbook of psychotherapy and behavior
change. 5a Ed. Wiley, New York, pp 767-804
• Margola D, Cigoli V, Aschieri F (2006) Valutare la psicoterapia di coppia. Tradizioni di
ricerca a confronto. Ricerca in psicoterapia 9, 1, pp 11-25
• Morin E (1984) Scienza con coscienza. Feltrinelli, Milano
C APITOLO 7

Psicoterapie
psicodinamiche
Renzo Carli

David Hockney, il pittore, incisore e fotografo inglese, forse il più grande artista
contemporaneo del Regno Unito, ha riaperto qualche tempo fa l’ancienne que-
relle sulla camera oscura ed il suo uso da parte dei pittori del tempo andato. La
camera oscura consentiva di ottenere riproduzioni della realtà, paesaggi o figu-
re umane, sia pur rovesciate, su uno schermo bianco; riproduzioni ottenute tra-
mite il filtrare della luce da un piccolo foro praticato sulla parete di una came-
ra buia; Hockney accusa i pittori del passato di aver “copiato” i loro quadri dal
reale, riprodotto con l’ausilio di questo strumento, nato per studi sulla luce nel
cinque e nel seicento. I grandi pittore del passato, da Van Eyck a Canaletto, da Van
Ruisdael a Guardi o a Marieschi, nessuno per Hockney sarebbe esente da que-
sto peccato originale.
La polemica della camera oscura investì anche Vermeer, il grande pittore di
Delft. Interessante quanto dicono, a proposito di Vermeer e della camera oscu-
ra, Mariet Westermann (2003) e Svetlana Alpers (1983). Le due autrici, in tempi
diversi e con obiettivi differenti, arrivano alla stessa conclusione: Vermeer, nel suo
probabile (anche se storicamente non provato) uso della camera oscura, non
cercava di migliorare, copiando, la visione prospettica e realistica di quanto met-
teva sulla tela, correggendo gli errori della visione naturalistica dello spazio pit-
torico; al contrario, si potrebbe dire,Vermeer sembra aver usato la camera oscu-
ra per dipingere quanto la stessa camera oscura mostrava e che non era visibi-
le nella realtà: la deformazione della luce che organizza gli oggetti, immergen-
doli in una sorta di alone irreale e puntiforme; Vermeer, quindi, utilizzava que-
sto strumento per ispirarsi alla scomposizione luminosa che esso produce, ben
più che per fini di riproduzione del reale. Ciò è ben visibile sulla fiancata della
nave all’ormeggio nella Veduta di Delft del Mauritshuis dell’Aia; ma anche nel-
la Giovane con la perla dello stesso museo, ne La lattaia del Rijksmuseum di
Amsterdam e, sommamente, ne La donna col cappello rosso della Washington
National Gallery of Art.
68 Renzo Carli

Questa diatriba mi sembra molto vicina a quanto si può riconoscere nel-


l’ambito della psicologia clinica, come della psicoterapia, e dell’uso che, in tale
contesto, si può fare della relazione. La relazione può essere intesa quale camera
oscura che serve per migliorare la realtà. La relazione può essere, di contro, uti-
lizzata quale camera oscura, al fine di vedere ciò che la camera stessa, o se si vuo-
le la relazione, propone al suo interno.
L’interesse per la relazione al fine di correggere un deficit, oppure l’interesse
per la relazione al fine di guardare alla relazione stessa, con l’intento di utilizzar-
la quale ambito di promozione dello sviluppo: sviluppo del rapporto tra psicologo
clinico e persona, che a lui si rivolge; di conseguenza, sviluppo della relazione tra
la stessa persona ed il suo contesto di vita e di lavoro. Correzione di un deficit da
un lato, sviluppo dall’altro, quali obiettivi dello psicologo clinico o dello psicote-
rapista. Nel caso della correzione di un deficit, la posizione dello psicologo clini-
co è quella di chi pensa di essere legittimato ad intervenire sulla base di una si-
tuazione problematica, letta quale scarto da un modello che si ipotizza condiviso
e legittimato socialmente. Nel caso dell’intervento volto allo sviluppo, sviluppo
della relazione tra psicologo e committente, così come di quella tra committente
e contesto, è l’analisi della domanda che guida l’intervento dello psicologo stesso.
Si tratta di due opzioni professionali molto diverse, fondate su ruoli, funzio-
ni e rapporti con la domanda del committente orientati diversamente, su meto-
dologie di azione professionale distinte, con obiettivi spesso divergenti.
La riduzione del deficit è caratterizzata dalle seguenti connotazioni caratte-
rizzanti:
– l’obiettivo è fondato sulla valutazione dell’altro entro la logica “modello–scar-
to dal modello”. Ciò significa che si guarda al comportamento, alle emozioni,
ai vissuti dell’altro, valutandone la corrispondenza ad un modello di norma-
lità o lo scarto da tale modello di normalità. La valutazione dello scarto dal mo-
dello può essere considerata quale valutazione “oggettiva”; quindi, l’intervento
di riduzione dello scarto è legittima nel caso in cui la domanda provenga dal-
la persona portatrice dello scarto, come quando è posta da altre persone del
contesto: un medico, un superiore gerarchico dell’interessato, un genitore. La
denuncia, la rilevazione, l’evidenza di uno scarto dal modello implicano sem-
pre una relazione di potere sociale efficace, tra chi denuncia, rileva, rende evi-
dente lo scarto dal modello, e chi ne è l’oggetto. Si può affermare che questo
rapporto di asimmetria del potere è funzionale al controllo: evidenziare uno
scarto dal modello e correggerlo sono espressioni di una implicita volontà di
controllo sociale. Questo fa capire come il comportamento sia l’oggetto più
rilevante di questo modo d’intervenire;
– l’intervento di riduzione dello scarto dal modello è rivolto all’individuo, al
singolo individuo. Con la stessa logica si può intervenire anche entro il con-
testo familiare, è vero; ma nell’ottica, è bene sottolinearlo, di trattare la fami-
glia come un “individuo” che scarta da un modello prefissato, del quale il te-
rapista è il depositario;
– l’intervento di riduzione del deficit si appoggia al modello medico, assumen-
do lo scarto dal modello quale “malattia”, e l’intervento ortopedico (che ri-
conduce all’ortos, alla retta via) quale terapia, quale cura della malattia, con
obiettivi di guarigione. Ciò giustifica la confusione, nell’ambito della psico-
CAPITOLO 7 • Psicoterapie psicodinamiche 69

terapia, tra professione medica e professione psicologica. Confusione curio-


sa e poco discussa, nonostante la profonda diversità, epistemologica e prag-
matica, esistenti nella formazione del medico da un lato, dello psicologo dal-
l’altro. Nonostante, ancora, la fondazione biologica della prassi medica, an-
corata non tanto all’individuo quanto al suo statuto biologico, corporeo; e la
fondazione psicologica, appunto, della prassi psicologica, ancorata alla rela-
zione tra individuo e contesto1;
– a fondamento del mandato sociale su cui poggia l’intervento di riduzione del
deficit, s’invoca la funzione diagnostica, fondata su elenchi delle malattie men-
tali quali il DSM IV o l’ICD 10. Tali manuali diagnostici, d’altro canto, pur
rappresentando uno sforzo importante, per la psichiatria, di trovare un lin-
guaggio comune per una definizione condivisa dei disturbi mentali, non può
essere di certo un buon punto di partenza per un intervento psicologico cli-
nico. Innanzitutto si tratta di manuali che fanno riferimento alla psichiatria,
non alla psicologia clinica. In secondo luogo, ed è questo un grande limite
della psichiatria ed alla sua pretesa di assimilarsi ad altre aree della medici-
na, questi manuali sono descrittivi di fenomeni, non proponendo alcuna ipo-
tesi eziopatogenetica dei fenomeni stessi. Si sa, d’altro canto, che l’intervento
medico poggia le sue basi scientifiche e la sua efficacia pragmatica sulla co-
noscenza eziopatogenetica di gran parte delle forme curabili della malattia. Pen-
sare di legittimare un intervento di correzione del deficit, sulla base di dia-
gnosi riferite alla nosografia presente in questo tipo di manuali significa,
quindi, prescindere radicalmente dal vissuto del singolo sullo “scarto dal mo-
dello”; ed al contempo definire lo stesso “scarto dal modello” tramite dimen-
sioni diagnostiche che sembrano difficilmente suggerire l’utilità dell’una o
dell’altra, tra le differenti tecniche d’intervento psicoterapeutico.

L’intervento che promuove sviluppo, di contro, è caratterizzato dalle seguen-


ti dimensioni:
– l’obiettivo è orientato all’utilizzazione delle risorse, individuali od organiz-
zative, che possono promuovere lo sviluppo della relazione tra individui e
contesto. Questo comporta, per lo psicologo, la conoscenza del contesto, e non
solo dell’individuo e delle sue dinamiche “interne”, al fine di orientare il suo
intervento entro le coordinate attese di sviluppo dei sistemi sociali;
– non esiste un “modello” prefissato di sviluppo. Ciò significa che l’intervento
avrà, quale sua dimensione caratterizzante, la continua negoziazione delle li-
nee di sviluppo, entro il sistema individui – contesto, con i protagonisti che ad
esso partecipano;

1
È sempre più frequente l’uso dell’espressione che definisce l’individuo, considerato entro la psicologia,
quale unità bio-psico-sociale. Vorrei ricordare che la psicologia generale, nella sua lunga storia di ri-
cerca, di proposte teoriche, di costruzione epistemica, non ha mai parlato di individuo. Oggetto di stu-
dio della psicologia, ricordiamolo, è sempre una fenomenologia che concerne la relazione tra individuo
e contesto. Si potrebbe dire, anche, che l’inaugurarsi di una psicologia generale individuale, si è avuta con
la seconda topica freudiana (non con la prima, ed è importante sottolinearlo!), là dove si è iniziato a
considerare una realtà intrapsichica univocamente considerata, orientata dalle “forze” dell’Io, dell’Es e
del Super-Io; istanze psichiche che hanno ridotto le vicissitudini della vita mentale a processi “total-
mente” intrapsichici.
70 Renzo Carli

– l’intervento che promuove sviluppo può comportare, anche, un’evoluzione


dei singoli individui; tale processo, d’altra parte, avrà quale criterio di verifi-
ca la capacità del contesto di realizzare i suoi obiettivi, non la normalità in-
dividuale. L’intervento in analisi, quindi, si differenzierà chiaramente, senza con-
fusioni e sovrapposizioni, dalla terapia medica, acquisendo uno specifico va-
lore psicologico;
– lo sviluppo può essere inteso quale modo di pensare le emozioni; in tal senso,
lo sviluppo è identificabile come competenza a convivere, entro un sistema a ri-
sorse scarse. Sviluppo, in questa accezione, quale alternativa alla predatorietà che
fonda la relazione di possesso. Si parla, nell’ambito della sociologia delle or-
ganizzazioni e dei sistemi sociali, di sviluppo compatibile. In quest’espressio-
ne si fa riferimento ai costi ambientali dello sviluppo, non alla competenza dei
gruppi sociali, necessaria per realizzare questa “compatibilità” tra esigenze
personali, condivise socialmente, da un lato e sistema contestuale dall’altro.
Con l’espressione “competenza a convivere entro un sistema a risorse scarse”,
di contro, si indicano le coordinate che definiscono la competenza psicologi-
ca a realizzare sistemi di convivenza capaci di guardare alle risorse in chiave di
sviluppo, non di distruzione. Fornari (1975), a questo proposito, parlava di si-
stemi fondati sulla logica “mors tua, vita mea”, contrapposti a quelli fondati sul-
la logica “vita tua, vita mea”, ove compare la reciprocità simmetrica;
– l’intervento fondato sullo sviluppo comporta, nelle singole persone come nei
gruppi sociali, la contrattazione attorno ad un progetto di sviluppo. Formulare
un progetto, entro l’intervento psicologico clinico, vuol dire individuare le ri-
sorse presenti nel sistema individui-contesto, più che sottolineare i problemi
e le difficoltà, i disturbi o le devianze. Ciò non significa non vedere disturbi e
difficoltà, ma comporta il considerarli entro un progetto di sviluppo, non qua-
li scarti da un modello socialmente legittimato. Si tratta di un cambio di ot-
tica, di prospettiva, di grande rilievo sia per chi pone la domanda d’interven-
to come per lo psicologo clinico.

Sin qui ho parlato della psicologia clinica, ad orientamento dinamico, quale


scienza dell’intervento. Di un intervento che, a differenza di altre scienze socia-
li, avoca a sé la funzione di intervenire entro la realtà sociale, senza la mediazio-
ne di un sistema di potere, sia esso politico, economico o culturale. Ricordo che
altre scienze sociali, quali l’antropologia, l’economia o la sociologia, non si pro-
pongono quali scienze dell’intervento. Sono, di contro, scienze che cercano ed in-
dividuano leggi generali di analisi della realtà entro la quale operano. L’applica-
zione di tali leggi generali alla realtà sociale, d’altro canto, avviene grazie all’in-
tervento del potere: potere politico in primis, ma anche economico, sociale, reli-
gioso, scientifico o culturale.
Il caso della psicologia, e più specificamente della psicologia clinica, è del tut-
to differente: la psicologia non ha trovato o proposto leggi generali, capaci di in-
fluenzare la realtà sociale, ed al contempo si propone quale scienza dell’inter-
vento. Ecco una bella contraddizione. Si potrebbe obiettare sull’assenza di leggi
generali entro la psicologia, e più specificamente entro la psicologia clinica. Cre-
do sia giunto il tempo di essere chiari a questo proposito. Dopo la “legge di We-
ber e Fechner” (in psicofisica si affermava che la grandezza di una sensazione
CAPITOLO 7 • Psicoterapie psicodinamiche 71

soggettiva aumenta proporzionalmente al logaritmo dell’intensità dello stimo-


lo), sembra che nessun’altra legge generale, fondata sulla logica “se…allora…”,
sia stata individuata; si possono ricordare, al proposito, le dure critiche subite,
in vari momenti e con agguerrite argomentazioni, dalla cosiddetta legge della
“dissonanza cognitiva” di Festinger.
La psicologia clinica, d’altro canto, ha formulato delle “leggi metodologiche”,
volte a dare senso e ripetibilità all’intervento, entro la relazione. Questo è il “van-
taggio” della psicologia clinica, rispetto alla sociologia od all’economia, che non
sono state in grado di formulare leggi generali affidabili sulla relazione, entro la
quale pensano di poter intervenire solo grazie al ricorso al potere.
Varrebbe la pena dare uno sguardo critico allo sforzo immane che la psicolo-
gia sperimentale ha sostenuto, nei contenuti della ricerca come nei metodi, per
individuare leggi generali atte a dare statuto scientifico alla psicologia. È interes-
sante notare, e qui accenno solo per brevi linee ad una tematica che meriterebbe
ben altro approfondimento, come la ricerca di leggi generali in psicologia clinica,
contraddica il proposito d’intervento della psicologia clinica stessa. Detto in altri
termini, se la psicologia (clinica) trovasse delle leggi generali della mente o del
comportamento, del tipo “se…allora”, entro queste leggi non sarebbe più possibile
l’intervento. Esempi? Proviamo a pensare alla teoria dell’attaccamento: “se la ma-
dre non è base sicura…allora il bambino sarà portatore di attaccamento dipendente,
evitante o disorganizzato”. E questo si ripeterà all’infinito. Come intervenire en-
tro un processo deterministico, così rigidamente formulato e per certi versi “sen-
za via di scampo”? Ancora un esempio, tratto dalla possibile ed auspicata appli-
cazione della teoria della complessità ai problemi sociali e di adattamento al con-
testo. Se valesse questa applicazione, visto che la teoria della complessità prevede,
nei sistemi complessi, modi di auto-organizzazione, non ci sarebbe più spazio per
un intervento che persegua cambiamento. Gli esempi potrebbero continuare a
lungo, evidenziando come una gran parte della ricerca scientifica clinica porta a
conclusioni che non pongono le basi per l’intervento, non ne orientano la verifi-
ca, non contribuiscono ad incrementarne credibilità e committenza.
Troppo spesso è successo, e succede, che psicologia clinica e psicologia spe-
rimentale funzionino secondo l’assioma “non sappia la mano destra cosa fa la
sinistra”.
Questo ignoramento reciproco, d’altro canto, si è proposto entro vaste aree
della psicologia clinica, anche all’interno delle così dette correnti psicodinamiche.
Un problema rilevante per i rapporti tra psicologia clinica dell’intervento e psi-
cologia sperimentale è dato dal problema della misurazione degli eventi. Da un
lato si sono ignorati modi e modelli della misurazione non tradizionali e, spes-
so, per ciò stesso non scientifici. Ahimè, quante patenti di scientificità e di non
scientificità sono distribuite, a destra ed a manca, sulla base dei modelli di mi-
surazione utilizzati nella ricerca. Dall’altro si utilizza, spesso acriticamente, qual-
siasi strumento di misurazione, al fine di conferire scientificità al proprio operato
entro la ricerca. Si pensi alle infinite “scale” che misurano le fenomenologie più
diverse, spesso non suscettibili, all’interno del loro fondamento teorico, di esse-
re misurate dalle scale stesse. E così si misura l’alessitimia, si misurano i mecca-
nismi di difesa, si misura il locus of control, si misura lo stile d’attaccamento, si
misura l’empowerment, si misura l’autoefficacia, si misura la distanza tra terapeuta
72 Renzo Carli

e paziente… potrei continuare a lungo. E si trovano correlazioni, significative


s’intende, tra le varie dimensioni misurate. Misurazioni e correlazioni che non
dicono nulla sulla strategia d’intervento all’interno dei problemi posti dalla com-
mittenza; misurazioni, d’altro canto, che troppo sovente non aggiungono nulla
anche alla conoscenza che già si ha delle dimensioni psicologiche considerate.
Ricerca inutile, si diceva negli anni ottanta.
Si pensi alla verifica della psicoterapia.Area molto importante della pratica psi-
coterapeutica, che solo di recente ha avuto sviluppi ed adesioni incoraggianti.
Verifica, d’altro canto, che ha rilievo se viene ricercata per motivi di approfondi-
mento della tecnica e degli obiettivi della psicoterapia stessa, se nasce quindi da
un interesse di chi pratica la psicoterapia. Ma la motivazione che, soprattutto en-
tro la psicoterapia psicoanalitica, ha mosso spesso persone, scuole, gruppi alla
verifica dell’efficacia della psicoanalisi, è fondata sul desiderio di dare una ri-
sposta convincente alle critiche sull’efficacia della cura; si tratta, quindi, di una ve-
rifica motivata da un bisogno di legittimazione, più che da una reale convinzio-
ne della necessità di individuare e confrontare obiettivi, modi e tecniche condi-
visibili alla cura. Senza una definizione ed un accordo sugli obiettivi della cura,
evidentemente, la verifica diventa un’operazione ardua ed azzardata.
Penso che un grande limite a questo modo di procedere entro la psicologia
clinica sia il considerare l’individuo, il singolo individuo, quale oggetto d’ana-
lisi, d’intervento e di verifica per la prassi e la ricerca dello psicologo clinico e
dello psicoterapista.
La psicologia generale, ab initio, considerò due grandi scuole di pensiero e
di sperimentazione: il comportamentismo, fondato sul condizionamento; e la ge-
stalt, fondata sulla costruzione percettiva della realtà. Si è trattato di due scuo-
le che hanno segnato, nel bene e nel male, tutta la storia della psicologia con-
temporanea, entro una dialettica che da vicino riproponeva, nell’ambito psi-
cologico, la diatriba natura-cultura. La scuola comportamentista ha fondato
modi e teorie dell’intervento psicologico basati sull’individuo. Ha avuto il me-
rito di proporsi, unica tra le correnti del pensiero psicologico, con ipotesi ezio-
logiche e patogenetiche del comportamento, e dei disturbi comportamentali ai
quali ha rivolto la sua attenzione. La scuola della gestalt, di contro, si è fonda-
ta sull’analisi della relazione tra individuo e contesto, superando la concezione
meramente individualista; ha sottolineato la funzione costruttivista della men-
te, mettendo al centro della sua attenzione il vissuto, quindi l’emozionalità, non
il comportamento.
Ricordiamo che il comportamentismo, con la misurazione dello “stimolo” en-
tro i parametri “cgs” e con la misurazione, altrettanto oggettivata, della risposta
comportamentale, ha consentito sperimentazioni e verifiche più coerenti con la
logica scientifica delle cosiddette scienze esatte. Merito della scuola gestaltica,
nelle sue molteplici dimensioni evolutive tra le quali, e non ultima, può essere
riconosciuta la psicoanalisi, è stato quello di far avanzare metodi e modelli di
misurazione non tradizionalmente utilizzati dalle cosiddette scienze esatte, dal-
la statistica non parametrica, su su, sino alla statistica multivariata. Quest’ulti-
ma, e sembra difficile riconoscere questo, da parte di chi ha ancora un ancorag-
gio alle cosiddette scienze esatte, consente non tanto di “verificare ipotesi”, quan-
to di “costruire ipotesi”. È questo un tema di grande attualità, se solo si pensa al-
CAPITOLO 7 • Psicoterapie psicodinamiche 73

l’orizzonte che si è aperto con gli strumenti di analisi dei dati testuali e con la lo-
ro possibile applicazione alla pratica clinica fondata sulla parola.
Ma, dalla storia “antica”, possiamo tornare a quella contemporanea; tenendo
conto di quanto diceva Benedetto Croce sull’essere, ogni forma di storia, di fat-
to una storia contemporanea. Ed allora vediamo che la psicologia clinica attua-
le si muove entro le due grandi linee più sopra ricordate: quella di correggere un
deficit di comportamento, o quella di promuovere lo sviluppo nella relazione in-
dividuo-contesto, che significa promuovere lo sviluppo dei sistemi culturali. È
questa la grande lezione che deriva dallo sviluppo della proposta psicoanalitica.
La psicoanalisi si è trovata, in un momento importante della sua storia evoluti-
va, riconducibile alla metà del novecento, ad un bivio: da un lato gli sviluppi del-
la seconda topica, quella strutturalista, tutta incentrata sul mondo interno e sui
riflessi del mondo interno nell’ambito della cura psicoanalitica, fortemente an-
corata all’individuo. Dall’altro gli sviluppi della prima topica, quella fondata sul-
le caratteristiche del sistema inconscio e sulla simbolizzazione emozionale della
realtà. Ricordiamo che grande rilievo, tra le caratteristiche del sistema inconscio,
per l’economia del discorso che sto proponendo, riveste quella denominata “so-
stituzione della realtà esterna con la realtà interna”.
Ebbene, se si guarda al sistema inconscio quale nuova logica, quale logica
emozionale che si pone in alternativa alla logica del pensiero dividente ed ete-
rogenico, per dirla con Matte Blanco, si può identificare questa logica con il mon-
do emozionale; mondo emozionale che non è mai “individuale”, proprio del sin-
golo, ma che fonda i sistemi collusivi quali modi della cultura e quale fondamento
del comportamento sociale. Freud insisteva nel ricordare che il sistema incon-
scio, come era descritto e costruito nella prima topica, costituiva la “vera realtà psi-
chica”. Il sistema inconscio, nelle sue molteplici vicende, è stato via via deforma-
to, attenuato nelle sue profonde e sconvolgenti implicazioni, sino ad arrivare al-
l’inconscio cognitivo, modalità implicita della mente che, peraltro, segue pedis-
sequamente le leggi del pensiero che pone relazioni tra cose. Si giunge così al
narrativismo, ad esempio, che tratta l’inconscio come costruttore di storie, en-
tro un pensiero che stabilisce relazioni tra eventi ed oggetti, del tutto assimilabi-
le al pensiero fondato sul principio di identità e su quello di non contraddizione.
Dove è finito l’inconscio organizzato dai principi di simmetria e di generalizza-
zione di Matte Blanco o sulle cinque caratteristiche proposte da Freud?
La strada segnata dal modo d’essere inconscio della mente, come era declinato
nella prima topica, è una strada fertile di implicazioni, che conduce alla creativi-
tà, al cambiamento, allo sviluppo. È una strada ove il modo d’essere inconscio
può prendere le due direzioni dell’agito e del pensiero emozionato. Questa se-
conda direzione consente di realizzare il superamento della relazione fondata sul
possesso, per approdare al riconoscimento dell’estraneità, allo scambio, alla co-
noscenza. È una direzione che implica l’incontro tra simbolizzazione emoziona-
le della realtà e domanda che la stessa realtà pone, nella relazione tra individui e
contesto. Senza questa mediazione tra simbolizzazione emozionale e realtà, la
psicologia clinica e la psicoterapia psicodinamica s’impoveriscono, a mio modo
di vedere, prendendo la direzione di una scissione tra il comportamento nel rea-
le e l’analisi emozionale al di fuori della realtà.
Vorrei fare un esempio a questo proposito: si tratta di un caso psichiatrico
74 Renzo Carli

grave trattato nell’ambito un centro di salute mentale di Roma; dopo varie cure
farmacologiche, un giovane uomo torna nella sua casa ove vive, da solo, entro
un popoloso condominio della periferia romana. Alcuni condomini chiedono un
intervento urgente all’équipe del servizio di salute mentale, perché la sporcizia im-
perante nella casa del nostro giovane e la selva di piante sul suo terrazzo, diffon-
dono formiche negli appartamenti limitrofi, con reazioni di disappunto delle fa-
miglie interessate da questa invasione. Uno psichiatra di impronta psicoanaliti-
ca, nel commentare il caso con alcuni condomini, parla delle formiche che par-
tono dall’appartamento del giovane, come di un messaggio di richiesta d’aiuto e
di richiesta di rapporto che il giovane manda alle persone del condominio. Ecco
una confusione non male, anche se proposta con metafore suggestive e, di pri-
mo acchito, commoventi: le formiche, che stanno nella realtà, vengono ridotte
alla loro dimensione simbolica, di richiesta di qualcosa. Così facendo, si preten-
de d’imporre un modo inconscio di guardare all’evento, fondato sulla sostitu-
zione della realtà esterna (le formiche reali, quelle che invadono la cucina degli
appartamenti limitrofi) con la realtà interna (le formiche simboliche, quale espres-
sione di richiesta). È chiara, d’altro canto, la funzione “sociale” di questa “inter-
pretazione” volta ad ignorare la realtà: chi si lamenta delle formiche (reali), investito
dall’interpretazione simbolica, non potrà che sentirsi colpevolizzato per l’igno-
ramento della “richiesta d’aiuto”. Questo modo di guardare all’evento, d’altro
canto, esprime di fatto l’impotenza dello psichiatra ad affrontare i problemi di
adattamento del giovane, entro il contesto in cui lo si vorrebbe inserire; impo-
tenza dovuta alla mancanza di modelli e di strumenti per affrontare il fallimen-
to della collusione che organizza la convivenza entro il condominio. La collusio-
ne, in questo caso, è organizzata da regole del gioco che il giovane uomo non sa
riconoscere, ma che possono essere recuperate con un lavoro orientato alla rela-
zione entro il condominio, più efficacemente che con l’attribuzione di un senso,
“inconscio”, all’evento che determina il fallimento della collusione.
Questo esempio consente di guardare ad un’area d’intervento della psicologia
clinica che può dare risposta ad una committenza implicita del sistema sociale ed
al contempo trovare un’integrazione utile anche con il mondo psichiatrico. Se
guardiamo al fallimento della collusione che regge la convivenza, entro i più di-
versi sistemi sociali, quale occasione per conflitti e crisi della convivenza stessa,
possiamo pensare ad una presenza dello psicologo clinico entro i contesti, al fi-
ne di una diagnosi precoce del fallimento della collusione e di un intervento uti-
le a ripristinare (su altre premesse, spesso) il sistema collusivo che fonda la con-
vivenza stessa. Nel caso della salute mentale, ad esempio, si può pensare a progetti
volti ad istituire l’“anello mancante” nella catena dell’assistenza psichiatrica: quel-
l’anello necessario tra servizi, che sia pur sparsi nel territorio, sono comunque ar-
roccati entro la struttura del servizio, e contesti di convivenza. Se lo psicologo
clinico, particolarmente formato a questo obiettivo, fosse a contatto con i sistemi
di convivenza, calato nel territorio e nelle reti della convivenza, potrebbe rileva-
re in tempo utile quelle crisi della convivenza entro le quali intervenire, anche
con l’ausilio delle competenze psichiatriche ed infermieristiche.
Analoghe funzioni lo psicologo clinico potrebbe svolgere entro specifiche
aree della convivenza: ad esempio nella scuola, promuovendo la committenza del
gruppo classe ad un apprendimento commisurato alla domanda del sistema so-
CAPITOLO 7 • Psicoterapie psicodinamiche 75

ciale, entro il quale la scuola insiste; il terzo settore, orientando le attività assi-
stenziali verso anziani, handicappati, disadattati, alla domanda presente nei grup-
pi sociali e nella committenza più ampia; le nuove forme di associazionismo gio-
vanile; le nuove forme del lavoro, orientando i giovani ed i meno giovani ad una
utilizzazione più competente di un’offerta di lavoro sempre più diversificata, pre-
caria, a volte ripetitiva e carente di vie di sviluppo.
È questa la sfida che la riforma universitaria propone ai formatori, nei diffe-
renti ambiti delle professioni, anche di quella psicologica. È una sfida che preve-
de nuovi progetti formativi per la psicologia clinica, fondati sulla definizione di
nuovi ambiti della professionalità e sulla sperimentazione di nuove modalità
d’intervento. Penso sia giunto il momento di chiudere definitivamente con l’ipo-
tesi che l’unico sbocco professionale della psicologia clinica sia la psicoterapia, nel-
le sue differenti articolazioni di scuola e di metodo, ma comunque orientate al-
la riduzione del deficit individuale (o, se si vuole, familiare). La psicoterapia, co-
sì come è oggi intesa, è una delle possibili strade dello psicologo clinico; una stra-
da in crisi (di crescita?) come ormai da più parti si denuncia; una strada, è bene
ricordarlo che non s’apprende all’università e per la quale l’università è stata per
lungo tempo mortificata a mera preparazione di base, non professionalizzante.Al-
tre strade, che si possono ancora intendere in senso ampio quali psicoterapie,
volte alla promozione dello sviluppo nei sistemi di convivenza, richiedono uno sfor-
zo d’innovazione, negli strumenti, nei progetti, nella teoria della tecnica. Siamo
confrontati, e questo è consolante, con un futuro che richiede creatività, fanta-
sia, iniziativa, innovazione.

 Bibliografia

• Alpers S (1983) The Art of describing. Dutch art in the seventeenth century. The University
of Chicago Press, Chicago
• Fornari F (1975) Genialità e cultura. Feltrinelli, Milano
• Westermann M (2003) Vermer y la imaginacion interior. In: Vergara A, Westermann M
(eds) Vermeer y el interior holandés. Catalogo della mostra al Museo Nacional del Pra-
do, Madrid
C APITOLO 8

Commento a
“Psicoterapie psicodinamiche”
di Renzo Carli
Paolo Valerio1

La posizione di Renzo Carli, in riferimento ad una tematica molto attuale che ri-
guarda tanto la formazione dello psicologo clinico, quanto gli ambiti e le moda-
lità di intervento della psicologia clinica, meriterebbe certamente una discussio-
ne approfondita. Lo spazio di un commento scritto è sempre limitato, pertanto af-
fronteremo questioni alcune a partire dalla nostra esperienza.
L’autore si sofferma su una “diatriba” ormai storica, quella riguardante i due
valori, per così dire “antinomici”, che la relazione può assumere nell’incontro
dello psicologo con il “paziente”. Da una parte, la relazione può essere utilizzata
al fine di “correggere un deficit” e, dall’altra, può diventare il luogo elettivo per
favorire la “promozione dello sviluppo: sviluppo del rapporto tra psicologo clini-
co e persona che a lui si rivolge; di conseguenza, sviluppo della relazione tra la stes-
sa persona ed il suo contesto di vita e di lavoro”.
Se abbiamo parlato di valori antinomici, è perché per Carli queste due impo-
stazioni differiscono su più punti, e cioè a livello epistemologico, metodologico,
al livello degli obiettivi cui mira l’intervento clinico e, infine, differenza che me-
rita un’attenzione particolare, a livello etico e politico.
Innanzitutto, l’intervento psicologico che mira alla correzione del deficit si
radica nel modello medico, il che significa che la riconduzione all’ortos dell’u-
tente presuppone l’esistenza di un “modello di normalità”, da cui il soggetto si è
allontanato. Abbiamo qui un preciso impianto epistemologico che regge il “fare”
dello psicologo clinico, ridotto a doppio del medico, nonché un’asimmetria tra psi-
cologo e utente carica di implicazioni di potere. Infatti, il “modello di normalità”
cui lo psicologo clinico si riferisce, da una parte è quello offerto dall’ordine so-

1
Questo breve commento è frutto della riflessione scaturita dalla lettura e dalla discussione del testo Psi-
coterapie psicodinamiche di Renzo Carli, svolta insieme al dott. Mario Bottone, il quale ha contribuito al-
la stesura finale di questo commento.
78 Paolo Valerio

ciale e, dall’altra si può riferire a tale ordine ad una sola condizione, e cioè quel-
la di incarnarlo lui stesso. L’intervento assume qui un valore normativo e, a no-
stro avviso, la riflessione di Carli potrebbe ben essere sostenuta dalle notevoli
analisi di Michel Foucault sul potere psichiatrico e su quello psicologico, quan-
do naturalmente il secondo è pura mimesi del primo (Foucault M., 2003). Non è
forse vero che anche per gli psicologi il DSM IV e l’ICD 10 costituiscono i punti
di riferimento della loro prassi clinica?
Ora, il primo effetto di questa operazione è quello di non prendere in consi-
derazione ciò che il singolo vive rispetto allo scarto che lo separa dal modello
normativo, in breve di escludere tanto il soggetto che si pretende di curare, quan-
to la relazione tra quest’ultimo e il contesto. Ed è qui che il secondo tipo di in-
tervento, cioè quello che promuove lo sviluppo, assume tutto il suo valore. Orien-
tarsi verso l’utilizzazione delle risorse, individuali od organizzative, avere come
criterio di riferimento la capacità del contesto di realizzare i suoi obiettivi, implica
una scienza dell’intervento il cui statuto è radicalmente diverso da quello medi-
co. L’intervento di quest’ultimo, infatti, è per lo più predeterminato dal fatto che
la scienza medica produce leggi generali, cioè enunciati che stabiliscono in mo-
do deterministico relazioni causali del tipo logico “se… allora”, che consentono
al medico di sapere in anticipo cosa fare. Nel caso dello psicologo clinico, invece,
l’assenza di queste leggi garantisce la possibilità stessa dell’intervento che, para-
dossalmente, risulterebbe paralizzato da leggi che forniscono rigide connessio-
ni causali (il senso dell’esempio della teoria dell’attaccamento è, da questo pun-
to di vista, molto chiaro). Questo non significa, tuttavia, che non esistono “leggi
metodologiche” (che non sono quelle generali), che consentono la donazione di
senso e la “ripetibilità dell’intervento entro la relazione”. Scienza dell’intervento
senza leggi generali: si tratta forse di una contraddizione in termini? Che cos’è una
scienza senza aitia? Questioni importanti, che qui possiamo solo accennare. Oc-
corre, tuttavia, ricordare che il riferimento teorico principale di Renzo Carli è
Matte Blanco, il che spiega anche l’interesse per la prima topica freudiana più
che per la seconda. Infatti, è nella prima topica che lo psicoanalista di origine ci-
lena trova la “simmetria” e la “generalizzazione” come modi di funzionamento
del mondo emozionale, il quale non è mai individuale,“ma che fonda i sistemi col-
lusivi quali modi della cultura e quale fondamento del comportamento sociale”.
Tuttavia, due questioni sono per noi importanti. La prima riguarda il proble-
ma connesso al rapporto tra individuo e contesto. Nella nostra pratica clinica
questo rapporto, nonché le sue variazioni interne costituiscono un riferimento mol-
to importante. Nessun individuo è pensabile al di fuori del suo contesto di vita e
anche quando abbiamo a che fare con un caso singolo, la domanda del soggetto
veicola sempre l’insieme dei rapporti intersoggettivi, in cui si svolge la sua esistenza.
Tutto ciò appare più evidente nel momento in cui l’intervento dello psicologo
clinico si svolge all’interno di istituzioni capaci di produrre sofferenza. Pensiamo
al nostro lavoro presso un’istituzione militare, dove il rapporto individuo-contesto
e la necessità di intervenire promuovendo lo sviluppo di entrambi è più sensibi-
le (Valerio P. et al., 1998). Questo significa che l’intervento dello psicologo clini-
co, riducendo la portata di quei fantasmi individuali e intersoggettivi, si propo-
ne di creare le condizioni, affinché una determinata organizzazione realizzi i suoi
obiettivi. Ed è qui che si pone la seconda questione, e cioè la formazione dello
CAPITOLO 8 • Commento a “Psicoterapie psicodinamiche” 79

psicologo clinico. Quale deve essere il suo iter formativo? Gli è richiesto un per-
corso di analisi affinché possa intervenire evitando identificazioni e cavandose-
la con i problemi connessi al transfert? Del resto i riferimenti di Carli sono espli-
citamente al campo analitico (Matte Blanco, ma anche Fornari e la prima topica
freudiana). Il nostro gruppo di lavoro affronta sistematicamente queste doman-
de. In questa sede vogliamo rispondere a questa domanda, seppur in forma la-
pidaria: riteniamo che lo psicologo clinico debba, comunque, darsi un modello di
riferimento che lo orienti nel caso degli interventi svolti. Che questi modelli,
compreso quello analitico, abbiano un valore storico, è dimostrato dalla storia
stessa della psicologia clinica. In un lavoro pubblicato qualche anno fa, uno de-
gli autori di questo commento aveva dimostrato che “anche la psicologia clinica
si ridefinisce” (Valerio P., 2001), cioè anche la psicologia clinica segue le varia-
zioni storiche. A partire dalla sua radice medica, passando per i primi tentativi di
Witmer di conferirgli uno statuto autonomo, fino alle articolazioni con la Gestalt
e poi con la psicoanalisi, tutto ciò dimostra che i modelli di cui si dota di volta in
volta la psicologia clinica non sono pensabili al di fuori della storia. Cosa accadrà
allo psicologo clinico tra dieci o vent’anni? I clienti che frequenteranno il suo
ambulatorio parleranno delle stesse sofferenze e degli stessi sintomi dei nostri
clienti? Quanto a noi oggi – e sottolineiamo questo “oggi” – abbiamo trovato nel
discorso analitico il nostro riferimento. Infatti, noi riteniamo che nel momento in
cui lavoriamo con un singolo, un gruppo o un’istituzione un transfert è già al-
l’opera, un transfert a partire da cui possiamo mettere in moto le trasformazio-
ni del soggetto. Ovviamente, anche questo è storia.

 Bibliografia

• Foucault M (2003) Il potere psichiatrico. Corso al Collège de France (1973-1974) Feltrinelli,


Milano
• Valerio P (2001) Cambiamento e adattamento. Il contributo della psicologia clinica nel-
l’era tecnologica. In: Villone Betocchi G, Felaco R, Zullo C, Abbazia L (eds) Sostenere lo
sviluppo sociale. Liguori Editore, Napoli
• Valerio P, Losito G, Portanova F, Tortono F (1998) Una consulenza istituzionale: l’adat-
tamento del setting per costruire uno spazio di “pensiero”. In: Atti Convegno: modelli
e modalità di intervento in psicoterapia psicoanalitica. La Città del Sole, Napoli
C APITOLO 9

Le psicoterapie
sistemico-costruzioniste:
specificità e recenti evoluzioni
Valeria Ugazio

 Il soggetto contestuale:
una sfida alla filosofia dell’Io pensante

Tua madre Margaret - ebbe a dire Birdwhistell alla figlia allora bambina di Gre-
gory Bateson e Margaret Mead - è come una fontana che con le sue molteplici
idee feconda un’intera valle, mentre tuo padre Gregory è come una gallina che
cova sempre lo stesso grande uovo.
La metafora di Birdwhistell lasciò Catherine M. Bateson (1984) stupefatta e
risentita. Ma per quanto indelicata è calzante: Gregory Bateson ha sempre cova-
to lo stesso uovo, mentre attraversava campi disciplinari diversi. Quest’uovo è l’i-
dea di fondo da cui nascono le psicoterapie sistemiche: la personalità, ma anche
i processi mentali sono costruiti da pratiche interattive. L’idea prende forma ne-
gli anni Trenta, quando la cibernetica non era ancora nata. Bateson era allora un
giovane antropologo che studiava gli Iatmul, una tribù della Nuova Guinea, de-
dita fino a pochi anni prima alla caccia di teste.
Ciò che colpì Bateson (1936) di questa tribù, era la rigida opposizione che di-
videva vita maschile e vita femminile. Agli uomini erano riservate le attività spet-
tacolari, drammatiche e violente che si svolgevano nella casa cerimoniale: una
costruzione splendida rispetto alla semplicità delle capanne, centro della vita
delle donne, tutta dedita alla ricerca e alla cottura dei cibi e all’allevamento dei bam-
bini.Gli uomini erano fieri, teatrali e superficiali, prestavano molta attenzione al-
l’autoaffermazione e mescolavano orgoglio a istrionica consapevolezza di sé. Si
muovevano e parlavano dandosi grande importanza e fingendo un prestigio che
in realtà non avevano: gli Iatmul non possedevano una gerarchia stabile. Super-
bia, spacconeria e buffonate erano accettate come condotta normale e rispettabile.
I loro discorsi avevano un andamento chiassoso, collerico, ma anche ironico: gli
oratori alternavano grande eccitazione e violenza con gesti istrionici. Le discus-
82 Valeria Ugazio

sioni erano sempre molto accese, e tutte le attività che gli uomini facevano in-
sieme erano segnate da profonda rivalità.
Le donne, a differenza degli uomini, svolgevano le loro attività privatamente
e con tranquillità. La mattina molto presto andavano, ciascuna con la propria ca-
noa, a pescare, poi tornavano a casa per occuparsi della cucina, dei lavori dome-
stici e dei bambini. Erano allegre e scherzose, spontanee nei rapporti interpersonali,
pronte a cooperare e disinvolte. Ogni quattro giorni, le Iatmul dei villaggi si in-
contravano con quelle delle tribù della foresta per il mercato, dove scambiavano
il pesce contro il sago. Le transazioni commerciali venivano portate a termine
con facilità e grande allegria. C’era un netto contrasto fra le negoziazioni delle
donne, rapide e serene, e quelle degli uomini. Di regola erano le donne ad occu-
parsi del commercio, ma per gli acquisti importanti – quando si trattava di com-
prare una canoa o un sacco per dormire – intervenivano gli uomini, che assu-
mevano un’aria cupamente taciturna per avere la meglio sulla controparte: la
faccenda diventava lunga e complessa e, nella maggior parte dei casi, l’affare non
veniva concluso. Gli uomini si comportavano come se la vita fosse una grande
rappresentazione teatrale, un melodramma, ed erano sempre al centro della sce-
na. Per le donne, invece, la vita sembrava un’allegra routine, in cui le occupazio-
ni di approvvigionamento del cibo e l’allevamento dei bambini erano animate
dalle eccitanti e spettacolari attività maschili.
Bateson legge questa opposizione di comportamenti fra i sessi e la relativa
uniformità di comportamenti all’interno di ciascun sesso attraverso i concetti di
interazione complementare e simmetrica e di schismogenesi. Si tratta di concetti
che lo allontanano definitivamente dall’antropologia funzionalista da cui aveva
preso le mosse e che risulteranno fondanti per la futura psicologia e psicoterapia
sistemica. Ciò che Bateson cerca di dimostrare con questi concetti è innanzitut-
to l’interdipendenza dei comportamenti e degli atteggiamenti che caratterizzano
la comunità. La fierezza, l’orgoglio, la teatralità e tutta la psicologia dei maschi Iat-
mul erano costruiti dall’ammirazione che questi comportamenti suscitavano nel-
le donne. Non c’è teatralità senza pubblico: gli uomini si muovevano per il vil-
laggio in funzione dello sguardo delle donne, anche se mostravano verso di loro
atteggiamenti di superiorità e qualche volta di disprezzo. La loro vita era dedicata
a organizzare e a preparare cerimonie che suscitassero lo stupore, la meraviglia
e l’ammirazione delle donne.
Anche gli atteggiamenti e i comportamenti delle donne erano adattivi a quel-
li degli uomini, senza i quali perdevano di significato. La semplicità, l’umiltà, l’al-
legria sdrammatizzante delle donne Iatmul erano per Bateson una risposta e un
modo di far fronte ai drammatici bisogni di autoaffermazione e alla rissosità dei
loro uomini. Ma nello stesso tempo proprio lo spirito di osservazione, la curio-
sità delle donne, la loro disponibilità a farsi incantare, a provare ammirazione
alimentavano l’esibizionismo degli uomini.
Alla fine degli anni Quaranta, l’incontro con la cibernetica offrirà a Bateson,
attraverso il concetto di retroazione, un modo scientificamente inappuntabile di
sostenere la bidirezionalità di ogni comportamento. Tuttavia, già negli anni Tren-
ta, non solo le psicologie degli uomini e delle donne Iatmul sono descritte come
interdipendenti, ma i tratti del carattere, la personalità stessa sono visti come l’e-
sito delle pratiche interattive tra individui e tra gruppi. Più tardi Bateson rende-
CAPITOLO 9 • Le psicoterapie sistemico-costruzioniste: specificità e recenti evoluzioni 83

rà ancora più radicale la sua tesi: non soltanto il carattere, ma tutti i processi
mentali sono costruiti nell’interazione. La sede dei processi mentali diventerà
per Bateson “l’unità autocorrettiva totale che elabora l’informazione, la quale è un
sistema i cui confini non coincidono affatto con i confini del corpo o di ciò che
volgarmente si chiama l’io o la coscienza” (Bateson G., 1976, p 351). In altre pa-
role,“il mondo mentale, la mente, il mondo dell’elaborazione dell’informazione,
non è delimitato dall’epidermide” (ibidem, p 471).
L’eccessiva familiarità che oggi abbiamo con questa tesi non deve ottundere
in noi il senso della sua sbalorditiva novità. Bateson negli anni Trenta introduce nel
teatro delle scienze umane un nuovo soggetto: il soggetto contestuale. Questo nuo-
vo personaggio sfida una premessa indiscussa della filosofia moderna: l’idea che
la vera essenza dell’uomo si identifichi con qualcosa di “interno” e di separato da
tutti gli altri uomini all’“esterno”. La psicologia - a parte pochissime eccezioni (ad
esempio Mead G.H., 1934) – era allora dominata da premesse individualistiche. E
Bateson è consapevole di aver operato una profonda rottura non soltanto con
Freud e con la psicologia, ma con la stessa filosofia moderna, cioè con la filosofia
dell’io pensante, con Cartesio, con “le monadi senza finestra” di Leibniz, con il
kantiano soggetto della conoscenza, che non può mai penetrare nella cosa in sé
uscendo dal suo guscio aprioristico, fino ad arrivare all’esistenzialismo e a Max
Weber. Questa consapevolezza non induce Bateson, figlio di una delle famiglie più
importanti dell’aristocrazia accademica di Cambridge, ad arretrare.Al contrario, Ba-
teson si manterrà fedele nel corso del suo itinerario scientifico alla convinzione
che, abbracciando l’idea di un io decontestualizzato, “i pensieri – per utilizzare
un’espressione di Norbert Elias - navighino indifesi tra la Scilla di un qualsiasi po-
sitivismo e il Cariddi di un qualsiasi apriorismo”(Elias N., trad. it., 1982, p 43).

 Pluralità, flessibilità e alternanza dei setting


Ho richiamato questo incipit lontano per sottolineare che le psicoterapie sistemico-
relazionali hanno un’origine autonoma rispetto agli altri modelli psicoterapeu-
tici. Le matrici di pensiero che hanno dato vita a questo modello sono radicalmente
diverse da quelle da cui sono nate psicoanalisi e terapie cognitiviste. Ma questo
nucleo fondante merita di essere messo al centro della nostra discussione per un
diverso e più importante motivo: il soggetto contestuale è la matrice da cui oggi,
più che in passato, le psicoterapie sistemico-relazionali derivano la propria spe-
cificità. Anche in questi ultimi quindici anni, in cui le differenze fra i modelli te-
rapeutici sono diminuite e lo scambio fra prospettive terapeutiche diverse si è
intensificato, le psicoterapie sistemico-relazionali mantengono una propria iden-
tità specifica.Vi sono analisi psicologiche, interventi psicoterapeutici, strategie di
conduzione del processo terapeutico, che sono patrimonio esclusivo dei tera-
peuti sistemici. Questa originalità vivificante, perché apportatrice di differenze,
con la quale oggi noi psicoterapeuti sistemici partecipiamo al dialogo con gli al-
tri modelli e contribuiamo a fertilizzare la teoria e la pratica della psicoterapia,
intesi come orizzonte comune, deriva proprio dal ritorno al soggetto contestua-
le, questo attore introdotto da Bateson nel teatro della psicoterapia. Le linee più
interessanti di ricerca che hanno contraddistinto le psicoterapie sistemiche a par-
84 Valeria Ugazio

tire dagli anni Ottanta recuperano l’idea di soggetto di Bateson e la sviluppano sul
piano clinico-terapeutico. Grazie alla svolta costruzionista, per dirla con le pa-
role di Eliot, siamo tornati là, al luogo da dove siamo venuti, e l’abbiamo visto
per la prima volta.
Il soggetto contestuale, intravisto da Bateson, era stato dissolto dai suoi diret-
ti collaboratori, in via di principio, con la dichiarazione della mente come scato-
la nera e, nella pratica clinica, attraverso un’attenzione selettiva alle interazioni
fra i membri della famiglia più che alla interconnessione fra le singole soggettività.
L’abbandono di Bateson, all’inizio degli anni Sessanta, del nascente movimento
di terapia della famiglia non è soltanto la risposta di un uomo introverso e schi-
vo ad una notorietà e ad un consenso non ricercati, non è neppure il gesto libero
e risoluto del ricercatore fedele soltanto alla propria sete di conoscenza. Anche se
attorno alle idee di Bateson si stava creando in quegli anni un notevole interesse,
la nascente terapia della famiglia non era in grado di tradurre in una pratica te-
rapeutica l’antropologia antiindividualista di Bateson. Il mondo dei clinici non
sembrava in grado di recepirla, l’ambiente culturale era impreparato ad una svol-
ta tanto radicale. La pratica che ne risultava dissolveva il soggetto contestuale nel-
la famiglia come entità olistica. Questa prospettiva finiva per legittimare come
unica pratica clinica la terapia della famiglia e per accreditare concetti interpretativi
delle dinamiche familiari olistici – quello di mito, ad esempio - in cui l’enfasi ca-
deva su ciò che accomuna i membri della famiglia anziché sulla irriducibile sin-
golarità di ciascuno. Il soggetto contestuale, anziché dar vita ad un nuovo model-
lo di interpretazione e di cura del disagio psichico basato su una diversa nozione
di soggettività, finiva per identificarsi in una particolare tecnica: la terapia della fa-
miglia. L’individuo si era dissolto nella famiglia, ma la famiglia senza individui
rischiava di diventare una massa indifferenziata (Ugazio V., 1985).
La svolta costruzionista, restituendo centralità all’attività costruttiva del sog-
getto, ha permesso di rivisitare l’idea originaria di Bateson, uscendo dalle stret-
toie del dualismo individuo-famiglia. Per il costruzionismo individuo e famiglia
sono vuote astrazioni al di fuori del pattern che li connette: se l’individuo al di fuo-
ri dei rapporti comunicativi entro cui è inserito si dissolve, anche la famiglia non
esiste se non come “con-posizione” di individui (Ugazio V., 1998).
Non intendo soffermarmi su costruzionismo e costruttivismo, altri l’hanno già
fatto e bene (cfr Burr V., 1995; Gergen K.J., 1999; Parker I., 1998). Non mi piace nep-
pure prendere troppo seriamente questi contenitori, inevitabilmente ampi e vaghi,
quando tentano di tracciare confini e conquistare territori in saperi applicativi,
quali il nostro; dar troppo credito a questi paradigmi - come ebbe a dire un gran-
de poeta francese, Paul Valéry, a proposito di altri “ismi” - è un po’ come sperare di
saziare la propria sete con le etichette delle bottiglie.
Mi interessa, invece, sottolineare che la rinnovata attenzione alla soggettività e
ai processi mentali, caratteristica della svolta costruzionista, ha contribuito negli ul-
timi vent’anni a dare centralità alle psicoterapie sistemiche individuali. Da pratica
marginale sono diventate una forma di intervento altrettanto utilizzata dai tera-
peuti sistemici quanto le psicoterapie di coppia e familiari. Le terapie sistemico-
relazionali non si identificano più unicamente nella terapia della famiglia. La terapia
della famiglia è una delle tecniche a disposizione del terapeuta sistemico-costru-
zionista accanto ad altre. Le psicoterapie sistemico-costruzioniste si caratterizzano
CAPITOLO 9 • Le psicoterapie sistemico-costruzioniste: specificità e recenti evoluzioni 85

sempre più come una prospettiva clinica la cui specificità consiste nella modalità
con cui concepisce gli eventi mentali, la psicopatologia, la relazione terapeutica, e
non come una particolare tecnica rivolta al nucleo familiare.Accanto alle terapie fa-
miliari, di coppia e individuali, in cui il setting non viene alterato nel corso dell’in-
tero trattamento, si stanno diffondendo forme di terapia in cui il setting viene mo-
dificato durante il trattamento. Non mi riferisco qui a modificazioni che si rendo-
no necessarie in rapporto ad eventi o situazioni impredicibili all’inizio del tratta-
mento, ma a strategie terapeutiche che prevedono un’alternanza di setting e che
pianificano tale alternanza già all’inizio del trattamento. Queste strategie terapeu-
tiche, che chiamerò a “setting alternati pianificati”, in cui fasi del processo tera-
peutico riservate al paziente o alla coppia si alternano a fasi in cui il contesto più al-
largato partecipa all’esperienza terapeutica, non rappresentano per le psicotera-
pie sistemico-relazionali un’assoluta novità. Si pensi ad esempio a Framo (1992). Ma
si sono fatti più frequenti i trattamenti, specialmente individuali e di coppia, in cui
la famiglia o le famiglie sono coinvolte soltanto in alcune fasi cruciali del proces-
so terapeutico, come emerge dai casi clinici citati, più che da proposte specifiche.
Questa flessibilità pone difficili problemi di tecnica terapeutica, ma apre an-
che nuove possibilità. Le terapie sistemico-individuali e soprattutto questi “setting
alternati” consentono di analizzare il contesto relazionale e la posizione che in
esso il paziente ha via via assunto, nonché i suoi sentimenti e le sue emozioni,
molto più dettagliatamente di quanto sia possibile in un trattamento familiare. Per
il terapeuta la possibilità di passare da trattamenti familiari a trattamenti indi-
viduali o di alternarli all’interno dello stesso processo terapeutico (naturalmen-
te con le opportune modificazioni tecniche) può rappresentare una sorta di visione
binoculare, feconda per la ricerca clinica oltre che per la risoluzione dei proble-
mi dei pazienti. Questo almeno mi suggerisce la mia esperienza: quanto di originale
ho elaborato sui pattern di costruzione e mantenimento di alcune specifiche psi-
copatologie (Ugazio V., 1998) deriva da una pratica clinica distribuita sin dall’i-
nizio degli anni Ottanta fra trattamenti individuali e familiari.
Sul diffondersi nella pratica dei terapeuti sistemici delle terapie individuali e
di strategie terapeutiche che lasciano ampio spazio alla relazione diadica pazien-
te-terapeuta, anche se prevedono setting più ampi per alcune fasi del trattamen-
to, hanno inciso anche importanti trasformazioni sociali. Mi dicono che in alcu-
ne discoteche i ragazzi, chiusi nei loro “iPod”, ballano ciascuno la propria musi-
ca. Il soggetto mutilato, o se preferite, liberato dalle proprie radici familiari e cul-
turali, artefice di un proprio progetto di vita separato, è diventato sempre più rea-
le. Ciò che viene pensato finisce sempre per realizzarsi. La filosofia prende ora le
distanze dall’individualismo, da un soggetto sradicato, che non sa da dove viene,
ma noi tutti, individui in carne ed ossa, siamo sempre più figli di Cartesio, di Leib-
niz, di Nietzsche, portatori di istanze, bisogni, esigenze che faticano ad integrarsi
con quelli degli altri. Naturalmente non significa che non siamo esseri sociali. Co-
me i ragazzi delle discoteche vogliamo stare insieme ballando la nostra musica. Pro-
prio per questo è oggi più difficile ottenere l’impegno dell’intera famiglia per tut-
te le fasi del processo terapeutico. Le famiglie che incontro nel mio lavoro clinico
sono molto più disponibili, rispetto a vent’anni fa, a lasciarmi entrare nella loro sto-
ria, a rendermi partecipe dei problemi che riguardano la loro intimità. Ma è più dif-
ficile oggi di quanto fosse in passato mantenere il coinvolgimento di tutti in un’e-
86 Valeria Ugazio

sperienza terapeutica di una certa durata. Genitori e figli, ma anche i fratelli fra lo-
ro, si sentono meno responsabili gli uni verso gli altri, ciascuno ha un senso più acu-
to dell’impegno verso il proprio progetto di vita individuale. La stessa organizza-
zione pratica della vita nelle nostre società rende problematico un impegno tera-
peutico prolungato, tanto più per un altro membro della famiglia. Si aggiunga il dif-
fondersi sempre più capillare di famiglie ricomposte e separate, dove il coinvol-
gimento di tutti può essere non soltanto poco praticabile, ma anche patogeno.
Per queste ragioni sociali e per i ribaltamenti concettuali di cui si è detto, la pra-
tica di noi terapeuti sistemici è cambiata. Ed è un cambiamento che ci apre al dia-
logo. Ci occupiamo anche noi di sentimenti, di emozioni, premesse, sistemi di cre-
denze, e non soltanto di interazioni; lavoriamo anche noi frequentemente con l’in-
dividuo: i setting diadici paziente-terapeuta non sono più marginali nella nostra pras-
si. Quanto meno i fenomeni di cui ci occupiamo sono molto simili a quelli dei no-
stri colleghi cognitivisti e psicoanalisti. D’altra parte molte delle premesse concet-
tuali, una volta patrimonio esclusivo dei terapeuti sistemici, sono ora diventate fon-
danti anche per altri modelli psicoterapeutici. Possiamo rivendicare di essere sta-
ti i primi a far riferimento ad un nucleo concettuale che per semplicità possiamo
ricondurre alla teoria generale dei sistemi e alla cibernetica, ma queste idee sono
ormai patrimonio comune di molti modelli psicoterapeutici, così come di molti
campi disciplinari. La psicologia clinica del soggetto contestuale non è più una vi-
cenda privata dei terapeuti sistemici, è ormai un’impresa congiunta che coinvolge
anche importanti indirizzi del cognitivismo e della psicoanalisi.
Se questa analisi ha una qualche sensatezza diventa interessante domandarci:
qual è l’apporto specifico dei terapeuti sistemici in questa impresa certamente più
dialogica? Con quali differenze fertilizziamo il campo comune delle psicoterapie?
La tradizione terapeutica da cui proveniamo quale patrimonio ci ha lasciato?
Per lo meno tre idee guida differenziano i terapeuti sistemici anche quando
svolgono psicoterapie individuali: un’ermeneutica che attinge a campi di infe-
renza triadici; l’ipotesi che il paziente disponga di una gamma di strategie rela-
zionali e che utilizzi, nel rapporto diadico con il terapeuta, strategie diverse e
complementari a quelle che contraddistinguono la sua relazione con le persone
emotivamente importanti della sua famiglia; la decostruzione dei vincoli come me-
ta terapeutica. Si tratta di idee ed ipotesi che riguardano tre aree centrali del pro-
cesso terapeutico: l’interpretazione dei fenomeni psicologici, la relazione tera-
peutica e l’obiettivo terapeutico. Esaminiamole una alla volta.

 Un’ermeneutica triadica e poliadica


per raccontare una nuova storia

Tutti i modelli psicoterapeutici devono elaborare strategie, modalità di inter-


vento, soluzioni che aiutino il paziente a raccontare un’altra storia, devono pas-
sare dalla “storia raccontata” dal paziente ad una nuova narrazione. Non è possi-
bile modificare l’esperienza passata del paziente. Anche il presente - se si esclu-
de quel frammento significativo, ma limitato di presente che è l’interazione te-
rapeutica - non è direttamente accessibile alla terapia. L’esperienza non può es-
sere cambiata, ciò che invece possiamo modificare, come è stato detto e ridetto (tra
CAPITOLO 9 • Le psicoterapie sistemico-costruzioniste: specificità e recenti evoluzioni 87

i primi Mead G.H., 1934), è come ci raccontiamo il nostro passato. Gli accadi-
menti a volte drammatici della nostra vita lasceranno un segno nel nostro per-
corso, ma non ne determineranno la direzione. La nostra reazione ai drammi e
alle tragedie della nostra biografia potrà sempre essere cambiata da una reinter-
pretazione del significato di questi eventi, che non potranno più essere gli stessi:
la nuova costruzione li trasformerà.“Nessuno è rinchiuso in un angolo; nessuno
è completamente vincolato dalle circostanze, nessuno è vittima degli eventi della
propria biografia”. Questa ottimistica convinzione di Kelly (1955, pp 11-12) che
tutte le nostre interpretazioni siano suscettibili di essere riviste o rimpiazzate, è al-
la base di quasi tutti i modelli psicoterapeutici. Altrettanto condivisa è l’ipotesi
che uno dei compiti fondamentali del processo terapeutico sia costruire nuovi re-
soconti, aprire nuovi punti di vista che le “narrative dominanti”, come le chiama
White (1992), oscurano. Ma come aiutare il paziente a costruire una diversa per-
cezione, anche emotiva, degli eventi della propria vita e del proprio passato?
È una domanda che non può essere esaurita da un’unica risposta, le risposte de-
vono essere necessariamente molteplici. Il mondo dell’ermeneutica, se non infinito,
è certamente vario. Le psicoterapie sistemico-relazionali hanno offerto a questa do-
manda una risposta originale riassumibile nella scoperta di un nuovo campo di in-
ferenza fondato sulla contestualizzazione degli eventi in unità per lo meno triadiche.
Il ricorso a schemi esplicativi triadici costituisce uno degli aspetti caratteriz-
zanti le psicoterapie sistemico-relazionali fin dalla loro nascita. Già nel 1974, Ha-
ley individuava nel triangolo l’unità privilegiata di analisi della nascente psico-
terapia sistemica. Da allora il riconoscimento dell’importanza del passaggio al-
la triade per la comprensione del comportamento umano ha rappresentato un’ac-
quisizione indiscussa nella concettualizzazione delle terapie sistemiche. Lo sta-
tuto diadico di molte elaborazioni, primo fra tutti il concetto di doppio legame,
è stato spesso valutato come un limite che richiedeva di essere superato. Ma è so-
prattutto la pratica clinica sistemica ad essere stata segnata da interpretazioni
triadiche, tanto che per molti terapeuti sistemici – e fra questi noi che facciamo
capo al Milan Approach - l’allargamento alla triade rappresenta uno dei princi-
pali organizzatori della loro operatività.Ancora oggi, di fronte a un comportamento
autodistruttivo o problematico o anche semplicemente a un’emozione pertur-
bante, raccontati dal paziente in seduta come eventi che riguardano la propria
soggettività, il primo e più prevedibile movimento terapeutico che uno psicote-
rapeuta sistemico metterà in atto sarà organizzare la conversazione in modo da
inserire il comportamento, l’emozione in un intreccio per lo meno triadico.

I genitori, la sorella la guardano sbigottiti: Natascia piange, è tesa, l’espres-


sione del viso cupa, le mani sono serrate a pugno, le braccia rigide dentro una
maglietta scura con le maniche lunghe in una giornata di piena estate. Sono mol-
te le emozioni perturbanti che Natascia sta vivendo. Chiede alla terapeuta di aiu-
tarla a vincere i suoi pensieri cattivi, teme che abbiano la meglio su di lei. L’esta-
te la spaventa, non può passarla al mare come vorrebbero i suoi. Lei deve anda-
re “in un posto freddo dove poter stare tutta coperta e chiusa, non parlare con
nessuno, non incontrare i compagni di scuola e studiare, studiare e basta”.
Siamo di fronte ad un esordio ossessivo-compulsivo in una ragazzina di 11
anni. Natascia, fino a pochi mesi prima bambina modello, forse troppo respon-
88 Valeria Ugazio

sabilizzata, ma simpatica e vivace, è ora devastata dall’irrompere di emozioni che


non riesce ad integrare, le chiama “tentazioni”: vuol farsi bella, pensa di truccarsi, le
viene in mente di baciare i maschi, ha l’impulso di salire sui tavoli e ballare, ha per-
sino ascoltato con compiacimento le liti dei genitori, se ne frega di tutti e vuol fare
quello che le piace. In lei c’è una parte “cattiva”che non riesce più a controllare, nep-
pure con le superstizioni, a cui si dedica per ore. I suoi genitori sono stupefatti: Na-
tascia si sta trasformando sotto i loro occhi, ha persino cambiato voce, nessuno -ci
tengono a precisare - l’ha mai incitata ad impegnarsi più che tanto nello studio, nes-
suno le ha mai impedito di uscire con i compagni, anzi ha sempre goduto di una li-
bertà maggiore dei suoi coetanei. Non si fa fatica a credere alle loro parole. Non
hanno l’aspetto di genitori rigidi, bacchettoni: il padre, un bell’uomo un po’ so-
vrappeso,ha un atteggiamento caldo e gioviale,la madre,incantevole,con i lineamenti
regolari e perfetti delle Madonne del Quattrocento fiorentino, non ha certo l’aria di
una donna severa ed esigente, caso mai appare assente, lontana. Azzurra, la sorella
minore, è invece socievole, affettuosa, esuberante.A chi assomiglia questa Natascia
“cattiva” che vorrebbe prendere il sopravvento? Chiedo ai genitori.Alla sorella? Az-
zurra, mi confermano entrambi, è sicuramente l’opposto polare di Natascia: gode-
reccia, indisciplinata, amante dell’aria aperta, sfrenata nei giochi, è sempre stata di-
versa dalla primogenita, in passato tanto simpatica e allegra quanto responsabile e
matura. Ma la più inaffidabile in famiglia – aggiunge il padre con ironia amara - è
mia moglie:“Lei non ha orari, non ha regole, se ad una mostra trova dei quadri che
le interessano arriva a casa alle nove di sera, non si preoccupa degli altri, se ne fre-
ga”.“Non avrei dovuto sposarmi, non sono adatta alla vita di famiglia” conferma la
moglie. Tante altre vicende emergeranno nel corso dell’incontro, ma già questi cen-
ni sono sufficienti al lettore per immaginare che non mi sarà difficile chiudere l’in-
contro con la domanda: se Natascia cominciasse ad assomigliare a sua madre, po-
trebbe deludere, rattristare, far soffrire suo padre a cui è tanto legata? La risposta a
questa domanda non sarà certo sufficiente a capire la trama dentro cui si sta svi-
luppando la nevrosi ossessivo-compulsiva di Natascia. Il canovaccio di questa tera-
pia sarà scritto e riscritto, ma l’esplorazione di questo pattern triadico apre già dal
primo incontro un campo di inferenza che permette di inserire le emozioni che ter-
rorizzano Natascia in una trama narrativa comprensibile.
Alla stessa stregua un conflitto, un’interazione distruttiva di una coppia sol-
leverà subito per un terapeuta sistemico interrogativi sul significato di questo
conflitto per gli altri membri della famiglia.

Antonella e Alfonso erano una coppia ben riuscita prima che la terza gravidan-
za aprisse un conflitto dirompente. Quando li incontro lei è al quarto mese, di abor-
to non se ne può più parlare e lui, fino a pochi mesi prima marito e padre esemplare,
non riesce più a tollerare la vita in famiglia: la sera esce con gli amici e passa i wee-
kend in cui è libero da impegni di lavoro in barca a vela. “Mi sento devastato da
questa gravidanza, mia moglie si è sempre completata con i figli, io con la loro na-
scita sono stato accantonato” mi aveva già anticipato telefonicamente. È Alfonso ad
aver preso contatto con me, perché si sente nello stesso tempo vittima e colpevole.
Sa di aver collaborato attivamente a questa gravidanza: non è stata frutto di un er-
rore, è stata concordata, anche se la moglie riconosce di aver fatto pressioni per ot-
tenere l’assenso del marito a questa scelta. Sono molte le ragioni che oppongono
CAPITOLO 9 • Le psicoterapie sistemico-costruzioniste: specificità e recenti evoluzioni 89

ora marito e moglie. Più Antonella, offesa, stupefatta, indignata dall’inaspettata rea-
zione del marito, si trincera composta dentro la sua gravidanza, più Alfonso di-
venta aggressivo e rivendicativo, attacca, minaccia di tradirla, chiede garanzie che
i figli non lo mettano in secondo piano, reclama spazi per la coppia, momenti di
condivisione e di coinvolgimento a due. Lui sembra un adolescente, ma lei sembra
una donna d’altri tempi. Molti sono gli interrogativi ai quali i contrasti di valori,
scelte, temperamento, stili di vita non sanno rispondere. Perché, ad esempio, Al-
fonso ha aspettato a sollevare il problema quando la moglie era al terzo mese? E
come mai una brillante economista, con molti interessi culturali è diventata una
donna premoderna appagata e risolta nella maternità? Questi interrogativi,che il con-
flitto di coppia non spiega, mi autorizzano ad allargare il campo di inferenza alle fa-
miglie estese Chi è stato informato di questa crisi? Come hanno reagito i loro genitori?
Come li consideravano come coppia prima della crisi? Nuovi possibili significati
emergono. Si apprenderà ad esempio che, grazie a questa crisi, dopo anni di silen-
zio, padre e figlio si sono parlati e per la prima volta capiti. Questa gravidanza, cer-
cata ma non voluta, è un modo attraverso il quale Alfonso perdona un padre mes-
so all’angolo in famiglia, che sta dando segni di avere ancora pochi anni da vivere?
Un esito imprevisto di questa crisi è il ribaltamento dei rapporti fra i due uomini:
Alfonso, dopo anni di schieramento con sua madre e di disprezzo verso il padre,
“ha capito”che l’alcoolismo e la passione per il gioco d’azzardo per i quali aveva con-
dannato suo padre sono la risposta di un marito trascurato dalla propria donna a
vantaggio dei figli e della propria famiglia di origine. Informazioni non meno in-
teressanti emergono ricontestualizzando il conflitto nella dinamica della famiglia di
origine della moglie. Questa signora, che ha fatto della maternità il suo unico sco-
po,che non è mai stata gelosa del marito,che a differenza delle sue coetanee non sem-
bra interessata a preservare momenti di coppia, ha una madre che la sera va rego-
larmente a ballare con il marito e due sorelle che hanno cambiato lavoro per poter
stare vicine ai rispettivi partner, memori delle sofferenze della propria madre a lun-
go costretta a combattere con un’altra donna. È un allargamento del campo di os-
servazione che sollecita subito un ipotesi triadica: Antonella non ha ancora superato
le sue sofferenze di figlia trascurata e vuole dimostrare alla propria madre che per
una donna il ruolo di moglie è subordinato a quello di madre? Nessuna di queste ipo-
tesi vuole esaurire i significati della crisi, ma tutte consentono ad Antonella e ad
Alfonso di vedere il loro conflitto da un altro punto di vista.

Inizialmente il processo di ricontestualizzazione entro unità più ampie è


stato concepito, in conformità con una prospettiva realista, come un allarga-
mento ad un campo di osservazione, costruito come esistente là fuori, che l’os-
servatore deve scoprire. Ma già dagli anni Ottanta (Ricci C., 1981; Ugazio V.,
1984) il ricorso a schemi triadici viene prospettato come una nuova ermeneu-
tica fondata su alcuni principi dell’epistemologia sistemica capace di intro-
durre letture degli eventi alternative a quelle del paziente. Ricci (1981) sosteneva
che qualsiasi messaggio dovesse essere interpretato alla luce di una contestua-
lizzazione, che includesse non solo gli attori di uno scambio, ma tutti i membri
di un gioco relazionale in atto. E sempre in quegli anni avanzavo l’ipotesi che
le cosiddette ipotesi sistemiche rivestissero un ruolo centrale per il processo
di cambiamento, perché basate “su un processo inferenziale fondato su princi-
90 Valeria Ugazio

pi estranei al senso comune, derivati dall’epistemologia sistemica: primo fra


tutti quello secondo cui il più complesso spiega il più semplice, il sovrasiste-
ma getta luce sul sottosistema” (Ugazio V., 1984).
Ma è soprattutto il costruzionismo a fornire gli strumenti per concettualizza-
re l’allargamento del campo di osservazione nei termini di un campo di inferen-
za. Con la svolta costruzionista l’ipotesi che il cambamento derivi da nuove con-
testualizzazioni di significato guadagna, infatti, terreno nella pratica clinica dei
terapeuti sistemici. L’attenzione ai sistemi conversazionali, sollecitata da questa
svolta, ha prodotto tecniche sofisticate attraverso cui il terapeuta crea conversazioni
nuove, condivise da partner diversi da quelli abituali, organizzate da regole diffe-
renti. La convinzione che alimenta queste tecniche è che, cambiando la conversa-
zione, cambi anche il problema che la conversazione ha creato (ad es.Andersen H.,
Goolishan H., 1992; Cecchin G. et al., 1992; 1997; Gergen K.J., McNamee S., 2000).
Il ricorso a schemi triadici continua a caratterizzare trasversalmente molte di que-
ste tecniche, se non tutte. L’innovazione introdotta dal costruzionismo nell’erme-
neutica sistemica è l’inclusione del terapeuta nel campo d’inferenza. L’interpre-
tazione non ha per oggetto unicamente la famiglia o il rapporto fra famiglia e
agenzie esterne (la scuola, l’ospedale, ecc.), ma ora include il terapeuta.

Entriamo nella discussione di un’équipe al termine della 15° seduta con un gio-
vane agorafobico. Conclusi tre anni prima in modo brillante gli studi all’Accade-
mia di Belle Arti di Milano, Emilio avrebbe dovuto trasferirsi a Roma per diven-
tare scenografo, ma lo sviluppo della sintomatologia ha reso impossibile questo
come altri progetti, condannandolo negli ultimi tre anni a vivere in un piccolo
centro la condizione di paziente a carico dei genitori. La sintomatologia è ora mi-
gliorata, il paziente non si fa più accompagnare in terapia, gli attacchi di panico
sono diventati meno frequenti e le somatizzazioni gastrointestinali meno distur-
banti. Ma nulla è cambiato nella sua vita: continua a dipendere economicamente
dai genitori, non ha una vita sessuale. Emilio non sembra fare alcun passo verso l’in-
dipendenza e l’autonomia. La terapeuta e i colleghi che seguono il caso da dietro
lo specchio unidirezionale sono d’accordo: la terapia è in stallo da alcune sedute.
La discussione prende subito in considerazione non solo Emilio e la sua famiglia,
ma anche la terapeuta che si sente considerata dal paziente come un soggetto pe-
ricoloso, da trattare con circospezione e da tenere a distanza con manovre dis-
trattive. Il racconto della morte del gatto con cui il paziente ha aperto la seduta
non lascia dubbi all’équipe: Emilio ha paura della terapeuta. “Io non ho mai la-
sciato uscire il gatto”, ha riferito con molto pathos Emilio. “Parlavo con un mio
amico del gatto e del parallelismo me-gatto e me-mia madre. L’amico mi ha con-
vinto a lasciarlo andare. Dopo ventiquattro ore non c’era più: era stato schiaccia-
to da un’automobile. Lo sapevo… Quando l’ho fatto uscire, l’ho salutato come se
non dovessi vederlo più. Sentivo che lasciandolo andare come voleva lui – era in
amore – gli facevo correre dei rischi.Adesso mi colpevolizzo, ho sbagliato nei tem-
pi e nei modi. Sono stato avventato e imprudente”. Emilio sembrava dire alla sua
psicoterapeuta:“Cara Dottoressa, se scelgo la libertà come vorrebbe lei, ecco come
finisco: su un ciglio di una strada, fatto secco come il mio gatto.Va bene la libertà,
ma vada piano!”. L’esito di questo episodio è stato il ritorno di Emilio nella casa dei
genitori, da cui si era allontanato, anche se di pochi metri, trasferendosi in due
CAPITOLO 9 • Le psicoterapie sistemico-costruzioniste: specificità e recenti evoluzioni 91

stanze attigue con una entrata e una cucina indipendente. Le cene con tutta la fa-
miglia, la calda accoglienza della mamma hanno magicamente allentato la morsa
della paura, ma i disturbi gastrointestinali si sono fatti risentire. Le ragioni dello stal-
lo sono così riassunte dall’équipe: la terapeuta si sente ormai da alcune sedute
paralizzata dal paziente, mentre Emilio la vive come un autentico pericolo: la sua
vita è a repentaglio. Che fare? Dalla discussione emerge un’ipotesi triadica che in-
clude la terapia. Il pattern che mantiene il problema è ora rappresentato dalla tria-
de: Emilio, terapia, famiglia. Il paziente ha indotto la sua terapeuta ad aderire ai
suoi stessi progetti emancipativi: anche lei si aspetta che lasci la casa dei genitori,
che si trasferisca a Roma per realizzare i suoi progetti artistici, anche lei ha aderi-
to alla premessa tipica dei pazienti fobici che la propria realizzazione e con essa la
stima di sé richieda lo sganciamento da relazioni protettive. Se la terapeuta conti-
nua ad aspettarsi che il paziente debba separarsi dalle persone a lui care per poter
risolvere i suoi problemi, la terapia avrà la stessa funzione che per anni ha avuto
l’Accademia: permettere ad Emilio di proiettare i suoi progetti emancipativi in un
futuro remoto, mantenendo la relazione protettiva con le persone per lui emoti-
vamente importanti. I sintomi si attenueranno, ma non potranno essere superati.
Quest’interpretazione triadica libera la terapia dalla gabbia di aspettative che, an-
ziché risolvere il problema, contribuiscono a mantenerlo. E paziente e terapeuta
potranno dare una svolta decisiva agli incontri lavorando con domande del tipo:
come mai pensa che per realizzare i suoi progetti deve allontanarsi dai suoi? Chi le
ha suggerito quest’idea? Che cosa le impedisce di essere operoso, capace di realiz-
zare i suoi progetti, in grado di guadagnare continuando a convivere con la sua
famiglia? C’è qualcuno in famiglia che farebbe fatica a reggere il confronto quoti-
diano con un Emilio che guadagna, lavora, persegue i suoi obiettivi?

Esaminiamo ora su quali fondamenti poggia l’ipotesi che connette ermeneu-


tica triadica o poliadica e cambiamento terapeutico. Fivaz-Depeursinge e Corboz-
Warnery (1999) hanno fornito evidenze empiriche che il bambino interagisce con-
temporaneamente con due partner da un’età sorprendentemente precoce. Attra-
verso la realizzazione di un programma di ricerca che ha previsto l’utilizzo di una
situazione sperimentale di gioco – il cosiddetto “gioco triadico di Losanna” - le
autrici hanno dimostrato che molti bambini già a tre mesi sono in grado di alter-
nare lo sguardo fra i due genitori e che a nove mesi pressoché tutti i bambini so-
no capaci di complesse interazioni triadiche. I risultati di questo affascinante pro-
gramma ribaltano, come sottolinea Stern (1999), la visione tradizionale dello svi-
luppo, che presupponeva per il bambino un percorso evolutivo dalla diade alla
triade. Ma questa ricerca dimostra anche - ed è questo l’aspetto che qui più mi in-
teressa - che tutti noi, a partire dalla prima infanzia, siamo coinvolti attivamente
in contesti che vanno oltre la diade; la nostra storia vissuta è intessuta da trame per
lo meno triadiche. La competenza interattiva triadica, di cui danno prova bambi-
ni con meno di un anno nel gioco triadico di Losanna, non lascia dubbi su questo
punto: tutti noi possediamo processi taciti di ordinamento dell’esperienza che ci
consentono di tener conto contemporaneamente di tre o più attori sociali.
A livello di storia raccontata le cose sembrerebbero andare in un’altra direzione.
Schemi esplicativi di tipo triadico risultano estranei non soltanto all’ermeneuti-
ca della psicoanalisi e di tutti i modelli psicoterapeutici, tranne quello sistemico-
92 Valeria Ugazio

relazionale, ma anche al senso comune. Siamo di fronte a un paradosso. Il contesto


relazionale triadico è basilare per la nostra vita: la conservazione della nostra
specie è affidata - almeno finora - ad una coppia che genera un terzo e che lo al-
leva. Il bambino - abbiamo ora evidenze empiriche chiare e accreditate - è in gra-
do di interagire in modo competente in contesti triadici già nel corso del primo
anno di vita. Eppure una serie di dati, derivanti dal filone di ricerche sull’attri-
buzione, dimostrano che nei processi espliciti di ordinamento dell’esperienza gli
individui privilegiano schemi monadici o diadici.
Dalla linea di ricerca facente capo a Heider, Jones, Davis e Kelly sulla psicolo-
gia ingenua o del senso comune (Ugazio V., 1984; 1998), sembra infatti emergere
che gli individui, nei processi coscienti di ordinamento dell’esperienza utilizza-
no, per dare significato ai rapporti interpersonali in cui sono coinvolti, o a cui
assistono, modelli interpretativi che fanno riferimento all’individuo o alla dia-
de. Il significato di una comunicazione viene di regola ricercato nell’emittente o
nel ricevente o nel rapporto fra i due, ma non nel più vasto sistema comunicati-
vo entro cui lo scambio ha luogo. Il principio dell’epistemologia sistemica, se-
condo il quale il più complesso spiega il più semplice, sembrerebbe estraneo al sen-
so comune. Forme di spiegazione triadiche del tipo A squalifica B – non salu-
tandolo, mostrando disinteresse o altro - perché presente C, non vengono prese
in considerazione dallo psicologo naif, se non in rapporto a situazioni particolari
come la gelosia. In questo caso, anche il senso comune, contempla la possibilità
che il ricevente di un messaggio, ad esempio di attrazione, sia soltanto il desti-
natario apparente: l’effettivo bersaglio della comunicazione è un terzo, che l’e-
mittente vuol fare ingelosire. La gelosia sembra un’eccezione. Schemi triadici non
vengono di regola presi in considerazione: chi è coinvolto nell’interazione tende
a considerare il proprio comportamento come una reazione all’interlocutore e a
prediligere di conseguenza schemi esplicativi diadici, mentre chi è nella posi-
zione di osservatore dell’interazione più frequentemente attribuisce la “causa”
del comportamento alle caratteristiche personali dell’attore, abbracciando così
schemi monadici.
La tendenza dei processi di ordinamento espliciti a percepire la comunica-
zione secondo uno schema diadico io/tu sembra presente anche in culture mol-
to diverse dalle nostre, tanto che autorevoli antropologi (Hallpike C.R., 1979;
Needham R., 1978) ritengono che esista una propensione della mente umana a ra-
gionare in termini diadici.
I rapporti interpersonali, così come vengono elaborati sia nel dialogo interno,
sia nell’esperienza soggettiva cosciente ordinaria, sarebbero prevalentemente nel
segno della monade o della diade. Viviamo e sentiamo in triadi, ma elaboriamo
la nostra esperienza in monadi o in diadi.
Se, come spero, le evidenze empiriche qui menzionate sono attendibili, l’in-
terpretazione degli eventi fornita dall’ermeneutica triadica e poliadica è strut-
turalmente diversa da quella della storia raccontata dal paziente, perché fondata
su principi estranei al senso comune. Ma poiché i campi di inferenza che mette
in gioco sono ben conosciuti a livello tacito, l’ermeneutica triadica apre connes-
sioni con la storia vissuta e con un dominio di esperienza – quella tacita - pre-
valentemente emotivo. Il terapeuta, attingendo a campi inferenziali triadici, aiu-
ta il paziente a raccontare una nuova storia che, proprio perché connette ciò che
CAPITOLO 9 • Le psicoterapie sistemico-costruzioniste: specificità e recenti evoluzioni 93

i processi espliciti di ordinamento dell’esperienza hanno diviso, trova risonanza


nella storia vissuta dei pazienti e acquista di conseguenza plausibilità.
Qui entriamo nel campo elusivo dei rapporti fra processi taciti ed espliciti, a
tutt’oggi un’autentica oscurità. Sono invece ben chiari due vantaggi che questa er-
meneutica assicura. Il primo: la relativa accessibilità del dominio di esperienza tria-
dica permette al paziente di diventare un protagonista attivo, assieme al tera-
peuta, della trasformazione dei propri punti di vista. Il secondo: consente di rac-
contare un’altra storia, rispettando l’esperienza emotiva del paziente.
Negli Stati Uniti, soprattutto in relazione al problema dell’abuso sessuale, vi
è stata una riflessione sul carattere iatrogeno di alcune pratiche psicoanalitiche,
tra queste le interpretazioni tese a dimostrare che il paziente non sente “vera-
mente” ciò che sente, non ricorda ciò che “veramente” crede di ricordare, non ri-
sponde emotivamente alle esperienze traumatiche che ha “davvero” vissuto. E c’è
chi ha espresso la preoccupazione che alcune interpretazioni più inclini a desti-
tuire di realtà il mondo esterno, come quelle di stampo kleiniano, potessero as-
sumere una valenza psicotizzante: il paziente è indotto a dubitare delle proprie per-
cezioni e dei propri stati emotivi (Bianciardi M., Telfener U., 1995). L’ermeneuti-
ca triadica libera i terapeuti sistemici da questo rischio. Di fronte al rancore, al-
l’odio, alla rabbia di un figlio nei confronti di una madre, un terapeuta sistemi-
co cercherà dapprima di saggiarne la modificabilità; qualora questi sentimenti ri-
sultassero rigidi, non cercherà di ridefinirli, ma lavorerà assieme al paziente per
capire chi e che cosa, nel campo di inferenza più vasto, ha fatto sì che tra lui e la
madre si sviluppassero risentimento e odio implacabile. Un lavoro terapeutico
di questo tipo, che può essere svolto sia nel setting individuale sia con il nucleo
familiare, modifica spesso radicalmente i sentimenti del paziente. Nelle sedute
di terapia familiare, sono i diretti protagonisti a raccontare episodi, situazioni,
condizioni e motivazioni attraverso le quali, spesso senza averne né volontà, né
intenzione, hanno contribuito a scatenare odio e rancore tra altri due membri
della famiglia. Mentre nelle terapie individuali è il paziente a riportare ricordi, re-
soconti di questi “fatti” e che un modo di pensare diadico aveva occultato. Que-
sti ricordi e ricostruzioni possono provocare ribaltamenti nei sentimenti del pa-
ziente e degli altri membri della famiglia, ma non invalidano percezioni ed emo-
zioni. L’ira, il risentimento, e tutti gli altri “sentimenti negativi” non vengono ne-
gati, al contrario sono accolti e ridefiniti.

 La relazione terapeutica: un problema di repertori relazionali

La terapia della famiglia ha rappresentato la pratica nettamente prevalente per i te-


rapeuti sistemico-relazionali fino a vent’anni fa. E proprio la pratica del lavoro
con la famiglia ha indotto i terapeuti sistemico-relazionali a mettere tra parente-
si la relazione paziente-terapeuta, un tema cruciale per quasi tutte le altre tera-
pie. Quando, all’inizio degli anni Ottanta, cercai di ottenere l’approvazione sulle mie
prime esperienze di terapie sistemiche individuali da Mara Selvini Palazzoli, ricevetti
una risposta tangenziale, a lei inusuale. Mi raccontò che seguiva due o tre pazienti
in individuale per “tenere in esercizio” le sue competenze psicoanalitiche.“Mi è mol-
to difficile dimenticarmi della mia nuova appartenenza, ma mi è altrettanto diffi-
94 Valeria Ugazio

cile – aggiunse - non lavorare nel setting diadico sulla relazione paziente-tera-
peuta”. Mara Selvini Palazzoli sembrava allora dare per scontato che l’esperienza
di terapia familiare, che la stava impegnando in modo pressoché esclusivo, non
potesse fornirle strumenti per lavorare sull’interazione paziente–terapeuta.
Pochi terapeuti sistemico-relazionali sottoscriverebbero oggi queste affer-
mazioni. La svolta costruttivista ha dato centralità, in tutte le fasi del processo
terapeutico, alla relazione paziente-terapeuta, un tema trascurato da molti pionieri
della terapia familiare. La preoccupazione principale dei terapeuti familiari ne-
gli anni Sessanta e Settanta, e soprattutto dei terapeuti familiari facenti capo al-
la scuola di Palo Alto, sembrava non farsi coinvolgere dalla famiglia e neutraliz-
zare le interazioni con essa. Poiché è impossibile in un contesto terapeutico sba-
razzarsi delle interazioni con i pazienti, i tentativi della famiglia di interagire con
i terapeuti venivano letti nei termini del problema del controllo della relazione,
cioè attraverso la metafora del potere (Haley J., 1963). Come conseguenza, gli uni-
ci aspetti dell’interazione famiglia-terapeuti presi in considerazione tra gli anni
Sessanta e Settanta sono quelli riconducibili alla lotta per il controllo della rela-
zione. Terapeuta e paziente venivano visti come due scatole nere in lotta per il
controllo del setting terapeutico (Ugazio V., 1985).
La relativa disattenzione alla relazione paziente–terapeuta è ascrivibile alle
peculiarità del setting familiare, che la rendono meno centrale. Nei trattamenti
familiari, fra il terapeuta e i vari membri della famiglia lo scambio emotivo è
meno intenso di quanto accada nei trattamenti individuali. Le emozioni nelle
sedute di terapia familiare sono fortissime, più intense di quanto accada nei con-
testi diadici paziente–terapeuta, ma è uno scambio che investe prioritariamen-
te i membri della famiglia. Il terapeuta, rispetto al vortice di emozioni che la se-
duta attiva fra i membri della famiglia, potrà sentirsi nella posizione esterna di
regista o potrà considerarsi un conduttore partecipe, potrà anche pretendere,
come fanno molti terapeuti post-moderni sedotti dall’ideologia egualitaria, di es-
sere un co-protagonista della seduta alla stessa stregua e con lo stesso statuto
dei membri della famiglia. Di certo i clienti relegheranno il terapeuta in secon-
do piano rispetto ai consanguinei. L’asimmetria emotiva del contesto terapeutico
non può essere infranta. Pensate di essere coinvolti in una terapia in cui sono
presenti i vostri genitori o il vostro partner, i vostri figli, e vi accorgerete subito
che il vostro investimento emotivo sarà su di loro, molto più che sul terapeuta.
Tanto più le vostre relazioni con i membri della vostra famiglia saranno insicu-
re e difficili, quanto più ridotto sarà lo spazio emotivo che avrete per il tera-
peuta; tanto più la vostra posizione nelle dinamiche della vostra famiglia sarà in-
definita, frustrante, ardua da difendere, quanto più la vostra emotività sarà rivolta
al vostro nucleo d’appartenenza, anziché ai terapeuti. Anche il terapeuta potrà
scatenare in voi reazioni emotive forti, ma per gli effetti che i suoi interventi,
posizioni e commenti potrebbero avere sui vostri congiunti lì presenti. Il sem-
plice fatto che non siano fisicamente presenti all’incontro cambia molto la si-
tuazione: il terapeuta diventa più importante per il paziente e lo scambio emo-
tivo fra i due più intenso.
Nei trattamenti familiari è richiesta al terapeuta una certa neutralità. Dall’i-
nizio degli anni Ottanta Selvini Palazzoli, Boscolo, Cecchin e Prata (1980) pone-
vano la neutralità come una delle linee guida nella conduzione delle sedute con
CAPITOLO 9 • Le psicoterapie sistemico-costruzioniste: specificità e recenti evoluzioni 95

la famiglia. Naturalmente erano ben consapevoli che non fosse possibile essere neu-
trali in senso letterale: ciò che raccomandavano era di calibrare e distribuire le al-
leanze in modo così equilibrato da far sì che si annullassero a vicenda. E natu-
ralmente davano per scontato che il terapeuta fosse neutrale rispetto ai valori e
alle ideologie della famiglia. In anni recenti femministe, omosessuali, apparte-
nenti a minoranze razziali ci hanno reso consapevoli che anche questa neutrali-
tà etica o ideologica, se assoluta, può diventare una gabbia soffocante. Hanno in-
fatti rivendicato, con argomentazioni spesso convincenti, l’opportunità di ren-
dere palesi alcuni aspetti della propria identità e dei propri valori irrinunciabili
o socialmente controversi. Queste limitazioni al principio della neutralità non
devono far dimenticare ciò che ogni principiante ha sperimentato sulla propria
pelle: prendere le parti di un membro della famiglia provoca generalmente un
drop out o altri effetti indesiderati. Anche un’alleanza troppo marcata con il pa-
ziente è infruttuosa: il terapeuta finisce per trovarsi nella situazione di Gaetano,
protagonista di “Ricomincio da tre” di Massimo Troisi, quando con un giovane pre-
dicatore americano del Verbo e dell’amore universale, di quelli che giravano ne-
gli anni Settanta, tutti ordinati, vestiti di blu, finisce nella casa di un trentenne
psicotico e della sua mamma, un classico esemplare di madre schizofrenogena.
Vi ricordate la scena? Appena Gaetano, che ha capito subito la tragica situazione
del povero Robertino e ne ha colto la richiesta di aiuto, cerca di dargli una mano
approfittando di un minuto in cui sono soli, Robertino corre scandalizzato dal-
la sua “mammina” e Gaetano deve guadagnare rapidamente la porta per evitare
di incorrere nelle ire della signora Ida…
Nelle terapie sistemiche individuali, al contrario di quanto accade nelle tera-
pie familiari, l’alleanza fra paziente e terapeuta va costruita e protetta, perché è
uno strumento indispensabile per tutti i trattamenti individuali, terapie sistemi-
co-relazionali comprese. Queste differenze di setting spiegano come mai i tera-
peuti sistemico-relazionali fossero inizialmente poco interessati alla relazione
famiglia-terapeuti, a differenza dei loro colleghi psicoanalisti che negli stessi an-
ni avevano sostituito le dinamiche transferali e controtransferali ai sogni, come
“via regia” per l’inconscio.
Eppure proprio la pratica della terapia familiare ha offerto negli ultimi ven-
t’anni idee e spunti innovativi per comprendere la relazione diadica paziente–te-
rapeuta e per utilizzarla nel corso del processo terapeutico. Sono punti di vista che
nulla hanno in comune con i concetti di transfert e controtransfert, ormai ab-
bandonati dagli stessi psicoanalisti, ma originali anche rispetto alla elaborazio-
ne psicoanalitica contemporanea, su questo tema innegabilmente ricca. Riassu-
merò qui di seguito queste concettualizzazioni in due assunti:
– le strategie relazionali, espresse dal paziente nel rapporto diadico con il tera-
peuta sono necessariamente diverse dalle strategie relazionali, con le quali il
paziente si connette alle persone per lui emotivamente importanti, e a queste
complementari. Naturalmente si tratta di strategie che appartengono al re-
pertorio relazionale del paziente e che sono influenzate da quelle del tera-
peuta con le quali si coordinano;
– la relazione diadica paziente-terapeuta, e naturalmente le svolte, le crisi e le fa-
si che la contraddistinguono, acquistano significato nel contesto delle rela-
zioni familiari, di cui la terapia è inevitabilmente parte.
96 Valeria Ugazio

Per i terapeuti sistemici la relazione diadica cliente-terapeuta, non è un’espe-


rienza con uno statuto speciale, non si trova in uno spazio e in un tempo parti-
colari. Al contrario questa relazione, come tutte le altre, è situata nel mondo rea-
le del paziente e quindi entra inevitabilmente a far parte delle trame familiari.
Questo modo di concepire la relazione paziente-terapeuta è stato suggerito ai te-
rapeuti sistemico-relazionali dall’esperienza di setting più ampi rispetto a quel-
lo diadico. La terapia familiare toglie al terapeuta l’illusione di essere il referen-
te reale dei messaggi. Quando un bambino non ne vuole sapere di venire in terapia,
capite subito che non è ostile allo psicoterapeuta, anzi, avrebbe una gran voglia
di stare con un adulto così attento a lui, esprime piuttosto l’avversione all’espe-
rienza terapeutica di uno dei genitori. Qualche seduta di terapia di coppia ri-
educa anche il più egocentrico dei terapeuti. Se uno dei partner tenta di sedurvi
mostrando di essere attratto eroticamente da voi, o vuole guadagnare la vostra be-
nevolenza mostrandosi abbagliato dall’acume delle vostre domande, è così chia-
ro che vuol fare arrabbiare il suo partner, che è difficile per il terapeuta esserne
lusingato. Alla stessa stregua, un terapeuta di coppia impara presto che la mi-
naccia di un coniuge di sospendere la terapia va spesso intesa più che come un at-
tacco al terapeuta e alle sue competenze come un avvertimento al partner del ti-
po: “Guarda che se continui così non ho più intenzione di impegnarmi a risana-
re quella vecchia ciabatta del nostro matrimonio”.
I setting di terapia familiare insegnano anche come tutte le persone, pa-
ziente compreso, abbiano posizioni molto diverse con ciascun membro della
famiglia e mettano in gioco modalità di relazione altrettanto differenti. Uno
spietato dittatore con la moglie è un padre premuroso e sensibile con la figlia;
una tenera cucciolina con la propria madre è una prepotente donna in carrie-
ra, capace di atterrire l’immaginario dei suoi colleghi in azienda; un figlio vio-
lento, provocatorio, volgare con i propri genitori, è un romantico e sensibile fi-
danzato; un mattatore ciarliero e allegro con gli amici è un uomo distaccato,
taciturno e ombroso in famiglia. L’idea che il paziente racchiuda in sé una gam-
ma di strategie relazionali,“molti possibili sé” (Markus H., Nurius P., 1986), sot-
tesa al modo di concepire la relazione terapeutica proposto poc’anzi, viene spe-
rimentata dai terapeuti sistemici in vivo nella pratica della terapia familiare.
Assimilare l’io, come pretenderebbero molti terapeuti “post-moderni” (ad esem-
pio Gergen K.J., 1991; Lather P., 1992), a niente più che un “attaccapanni”, su
cui sono appesi gli abiti delle infinite posizioni che può assumere è probabilmente
inopportuno1. La nascita in una particolare famiglia e in una particolare cultura,
così come la storia delle precedenti “con-posizioni”, delimitano le possibili po-
sizioni con cui ciascun individuo può “con-porsi” con gli altri. Ma l’individuo
è sicuramente policentrico, poliedrico, flessibile. Per i terapeuti sistemico- re-
lazionali la proposta costruttivista e costruzionista di un soggetto dotato di
una polifonia di strategie interattive (Neimeyer R.A., 2000; 2006) contiene la
vividezza dell’esperienza vissuta.

1 Per una critica a questa posizione cfr. MacIntyre (1981).


CAPITOLO 9 • Le psicoterapie sistemico-costruzioniste: specificità e recenti evoluzioni 97

 Decostruire i vincoli come obiettivo terapeutico

Perché la terapia non diventi la patologia di se stessa – come ci hanno insegnato


Watzlawick et al. (1974) - deve limitarsi ad alleviare la sofferenza: la ricerca del-
la felicità non può essere il suo compito.
La scelta di mete “realistiche”, circoscritte e definibili, ha caratterizzato fin
dalle origini le psicoterapie sistemico-relazionali e le ha qualificate come tera-
pie brevi, in netta contrapposizione con una psicoanalisi sempre più incline ad al-
lungare i trattamenti. La “felicità”, l’autorealizzazione, l’organizzazione genitale
o l’individuazione sono sempre sembrate ai terapeuti sistemici mete utopistiche
e in quanto tali rifiutate. Tuttavia un terapeuta sistemico, oggi come trent’anni
fa, può valutare la riconquista di una “vita normale” per un soggetto psicotico
cronico come un progetto terapeutico difficile, ma non utopistico, come ben di-
mostra l’attenzione di cui è stata oggetto negli ultimi dieci anni l’esperienza del-
l’équipe finlandese di Seikkula (1995). Poiché è a tutti evidente che il recupero di
una vita normale per uno psicotico cronico è un’impresa straordinariamente
complessa, non possiamo certo pretendere che l’accessibilità degli obiettivi ci ca-
ratterizzi; sono i colleghi cognitivisti, caso mai, a poter rivendicare una ragione-
volezza di mete.
L’idea che contraddistingue i terapeuti sistemici - da Palo Alto fino al costru-
zionismo sociale, dal Milan Approach alla scuola australiano-neozelandese (Monk
G. et al., 1997; White M., 1992; White M., Epston D., 1990), dall’approccio prag-
matico al narrativismo post-moderno - è che l’obiettivo dell’esperienza tera-
peutica sia rimuovere i vincoli che impediscono alle risorse degli individui e dei
gruppi di emergere. Compito della terapia non è promuovere, orientare e rico-
struire un processo maturativo.“Dio salvi il terapeuta (e il suo cliente) in preda
all’illusione di riuscire a prevedere gli effetti delle proprie azioni” affermano ad
esempio Cecchin et al. (1997). La terapia deve invece infrangere gli ostacoli che im-
pediscono al sistema di utilizzare le sue risorse, deve trasformare i vincoli in pos-
sibilità. Nel corso del tempo gli ostacoli sono stati variamente definiti dai terapeuti
sistemici. In passato si parlava di regole, di pattern comportamentali che ac-
compagnano il sintomo, di doppi legami, di soluzioni che creano il problema;
più recentemente l’attenzione si è rivolta ai giochi patologici, alle premesse pa-
togene, ai pregiudizi, alle narrative dominanti. Anche gli strumenti per infran-
gere gli ostacoli che impediscono ai clienti di affrontare costruttivamente i loro
problemi sono cambiati. Di prescrizioni comportamentali non si parla quasi più,
ancor meno di controparadossi. Il focus è oggi sulla creazione di nuovi significati
attraverso attività di reframing; l’interesse più diffuso è alle capacità trasforma-
tive del dialogo in quanto tale. I terapeuti sistemico-relazionali hanno inventato
una gamma di tecniche dialogiche sofisticate e sottili per costruire con i clienti
significati, conversazioni alternative.
Tutti questi cambiamenti non hanno scalfito l’idea decostruttiva del proces-
so terapeutico, presente ben prima che la parola “decostruire” entrasse nel voca-
bolario delle terapie sistemico-relazionali, grazie a quei terapeuti che hanno tro-
vato in Derrida (1978) una fonte di ispirazione. Le terapie sistemico-costruzioniste
non sono un indirizzo monolitico: al contrario, le diverse scuole presentano dif-
ferenze spesso notevoli e avanzano prospettive contrastanti. Tuttavia sono con-
98 Valeria Ugazio

cordi su un punto: compito del processo terapeutico non è indicare soluzioni.


Una volta che gli ostacoli, variamente definiti, saranno decostruiti dalle nuove
forme conversazionali e dai nuovi significati introdotti dall’esperienza terapeu-
tica, i clienti troveranno una soluzione (impredicibile a priori) al proprio pro-
blema. Compito della terapia è ampliare le possibilità, liberare i clienti da narra-
tive oppressive, saturate dal problema, moltiplicare le prospettive disponibili.
Le terapie sistemiche non si riferiscono a un modello predefinito di norma-
lità, non intendono (e comunque non sono in grado di) rispondere agli interro-
gativi di fondo sulla natura umana. Il loro obiettivo è promuovere le risorse di
ciascun sistema e ampliare le alternative di cui ciascun sistema dispone.
I principi che sono stati invocati per sostenere questa idea sono molteplici. Il
principio dell’equifinalità o multifinalità, pietra miliare della teoria generale dei
sistemi di von Bertalanffy (1968), è stato il riferimento fondamentale. Esso pre-
vede che condizioni di partenza differenti possano condurre a effetti finali ana-
loghi, oppure condizioni iniziali analoghe possono portare ad effetti finali diffe-
renti. Per alcuni anni è stato il determinismo strutturale di Maturana e Varela
(1987) ad essere invocato per sostenere questa idea. Questo concetto presuppo-
ne che tutti i sistemi viventi, compresi quelli sociali, interagiscano con l’ambien-
te in un modo peculiare, in quanto determinato dalla loro struttura.
Sebbene il principio di equifinalità si fondi sull’apertura dei sistemi viventi,
mentre il determinismo strutturale di Maturana e Varela si riferisca al fenome-
no opposto, cioè alla parziale chiusura dei sistemi viventi, tuttavia entrambi esclu-
dono che fra un sistema e un suo ambiente possano sussistere quelle che Matu-
rana (1978) ha chiamato instructive interactions, cioè interazioni in grado di de-
terminare l’esito finale di un processo che esse avviano.
Più recentemente, hanno avuto la meglio nella difesa dell’intento decostrut-
tivo le argomentazioni etiche connesse all’ideologia egualitaria. Un approccio
alla terapia pedagogico, istruttivo, è stato visto non soltanto come incoerente con
i principi sistemici, ma anche come espressione di un arroccamento del tera-
peuta in una posizione di potere. L’esperto, hanno sostenuto alcuni terapeuti si-
stemici (Andersen H., Goolishan H., 1992), è il cliente. Il terapeuta non ha cono-
scenze specifiche migliori, né più utili, ma è uno dei membri del sistema defini-
to dal problema che ha il compito, insieme agli altri, di liberare i clienti da storie
opprimenti. Il terapeuta non insegna niente al paziente, non ha nessun obiettivo
predefinito, ma organizza con i clienti contesti conversazionali, promuove rico-
struzioni del significato, connette l’esperienza terapeutica con il mondo vitale
del paziente in modo da sollecitare risorse e trasformare i vincoli in possibilità.
Spetta all’esperienza terapeutica moltiplicare le possibilità, decostruendo gli osta-
coli, far sì che il cliente trovi le proprie soluzioni, attraverso l’ampliamento di al-
ternative, generato da un dialogo polifonico dove le differenze vengono rispettate.
“La conversazione terapeutica – affermano Andersen e Goolishan - è una ricer-
ca ed esplorazione congiunta attraverso il dialogo, uno scambio bidirezionale,
un intrecciarsi di idee in cui nuovi significati emergono continuamente verso la
dis-soluzione del problema e, dunque,verso la dissoluzione del sistema terapeu-
tico” (Andersen H., Goolishan H., trad. it., 1998, pp 41-42). E aggiungono: “Il ruo-
lo del terapeuta, la sua abilità, il suo impegno, sono rivolti alla creazione di uno
spazio conversazionale libero e a facilitare un nuovo processo dialogico, in cui
CAPITOLO 9 • Le psicoterapie sistemico-costruzioniste: specificità e recenti evoluzioni 99

questa novità possa emergere. L’accento non è sul produrre cambiamento, ma


sul creare uno spazio libero per la conversazione. In questa prospettiva erme-
neutica, il cambiamento in terapia è rappresentato dalla creazione dialogica di
una nuova narrativa. Mentre il dialogo evolve, una nuova narrativa, storie-non-an-
cora-dette vengono mutuamente create. Il cambiamento delle storie e delle nar-
rative biografiche è una conseguenza insita nel dialogo. Per ottenere questo par-
ticolare tipo di conversazione terapeutica, il terapeuta deve adottare questo ap-
proccio non esperto”. (ibidem, pp 43-44).
Non mi soffermo qui sulle perplessità che suscita, se assunta in modo letterale,
la critica alla posizione di esperto del terapeuta e all’asimmetria del contesto te-
rapeutico. Vorrei invece sottolineare le valenze etiche che questi sviluppi più re-
centi attribuiscono ad una visione essenzialmente metodologica dell’agire tera-
peutico ed ad un intento antipedagogico della terapia, che ha caratterizzato da sem-
pre le psicoterapie sistemiche. Anche l’idea che il sistema terapeutico debba dis-
solversi quanto prima, per evitare che la terapia diventi iatrogena, sostituendo-
si alle interazioni reali o alterandole con la sua presenza, è sempre stata un elemento
caratterizzante delle psicoterapie sistemiche.

Siamo al termine di una terapia con una coppia, formatasi recentemente, di


quarantacinquenni. La terapia è iniziata per la sintomatologia isterica di Lara, di-
ventata eclatante e invalidante con la convivenza con Rocco. Entrambi hanno vis-
suto, prima di conoscersi, in un lungo inverno dei sentimenti: lui chiuso dentro un
gelido matrimonio di interesse, lei tristemente single, sospesa fra sporadiche ce-
nette a lume di candela con la madre e i weekend consolatori con un fidanzato,
più fratello e cameriere che compagno di vita. È una coppia molto romantica, so-
no felici, ma anche spaventati dal loro incontro: per entrambi è il primo vero in-
namoramento in un’età non convenzionale per sperimentare per la prima volta
le emozioni dell’amore. Tutte le energie di Lara e Rocco sono concentrate sulla lo-
ro storia, il lavoro una volta molto investito da entrambi è ora visto come un in-
tralcio alla loro intimità, anche le amicizie sono tenute lontane sia per i sintomi di
Lara sia perché tutte e due non hanno piacere di condividere un mondo, quello pre-
cedente al loro incontro, che ora valutano negativamente. Altrettanto investita
emotivamente è l’esperienza della terapia: lui osserva e prende appunti che rive-
dono insieme prima di venire in seduta, lei tiene sempre vivo l’argomento della con-
versazione terapeutica con ricordi, fantasie, interpretazioni, contenuti onirici e
per un lungo periodo con una gamma straordinariamente cangiante e svariata di
sintomi. La psicoterapia dura a lungo, perché molti sono i problemi da affronta-
re, ma anche perché vengono molto volentieri alle sedute. Quando ci sembra di
poter chiudere la terapia la paziente ripresenta alcuni dei sintomi come l’enuresi
notturna, il sonnambulismo, il bolus. Non si tratta di una ripresa in grande stile,
ma di uno, due episodi drammatizzati dalla paziente e ridimensionati dal part-
ner, ma sul cui significato entrambi sono d’accordo: bisogna proseguire la terapia.
Quando questo pattern si ripete per la seconda volta avanziamo in sede di
équipe l’ipotesi che il sistema, che crea il problema, includa ora la terapia: l’in-
vestimento di entrambi sull’esperienza terapeutica, la buona relazione tra la te-
rapeuta e la coppia possono rappresentare ora l’ostacolo alla evoluzione della
coppia. La terapia può, infatti, diventare un contesto regressivo dove la coppia,
100 Valeria Ugazio

anziché togliere la blindatura ad un “nido” diventato ormai solido e sicuro, apren-


dosi al mondo e allo scambio, mantiene come unica relazione esterna il rappor-
to con la terapeuta, un terzo forse “comodo” e rassicurante ma nella sostanza pa-
togeno. E la terapeuta, gratificata e intrigata da persone collaboranti, introspet-
tive, capaci di portare ad ogni seduta riflessioni e problemi nuovi, può ostaco-
larne il processo di crescita continuando a dare stimoli, interpretazioni, idee. En-
tro quindi in seduta dichiarando che forse in questo momento sono io il loro
problema. Si sono accorti che mi sono affezionata troppo a loro e alla loro storia?
Continuano a proporre nuovi problemi e questa volta anche vecchi sintomi, per-
ché sentono che fatico a lasciarli? A partire da questi interrogativi che mettono in
questione la posizione della terapeuta, inizia la fase conclusiva del processo te-
rapeutico dove il problema diventa guarire la coppia e la terapeuta dal bisogno di
prolungare la loro relazione.

Interventi di questo tipo, piuttosto comuni con terapie lunghe, derivano da


una concezione decostruttiva del processo terapeutico. In questa prospettiva un
processo terapeutico prolungato e molto investito finisce inevitabilmente per an-
dare oltre al suo ruolo metodologico sostituendosi alle interazioni reali, col rischio
di stabilizzare la “malattia” o il problema, che sono l’argomento della conversa-
zione psicoterapeutica, di depotenziare risorse già esistenti nel contesto dei pa-
zienti o di demotivare il paziente nella costruzione di nuove relazioni. Per questo
le terapie sistemiche sono sempre state terapie brevi o quanto meno si sono po-
ste l’obiettivo di esserlo e soprattutto hanno sempre contemplato l’idea che il
protrarsi nel tempo della terapia possa diventare patogeno.

 Conclusione

I tre principi guida su cui mi sono soffermata si riferiscono a tre aspetti mol-
to diversi del processo terapeutico, comuni a tutti i modelli. L’interpretazione,
la relazione terapeutica e le mete terapeutiche sono argomenti affrontati da
tutti i principali modelli terapeutici. Viste nel loro insieme le proposte origi-
nali elaborate dalle terapie sistemiche portano al comune campo della psico-
terapia una sorta di ottimismo sulla capacità delle persone di elaborare situa-
zioni originali per superare le difficoltà, di costruire ponti là dove le valli sono
troppo profonde, di trasformare svantaggi in competenze, di trovare soluzioni
a problemi complessi. Credo che questo ottimismo derivi da un privilegio che
il nostro metodo di lavoro ci dà: non siamo soli con il paziente, ma lavoriamo
in équipe, anche quando siamo impegnati in terapie sistemiche individuali. Il
dialogo continuo con altri colleghi ci dà l’opportunità di disporre di un conte-
sto, questo sì simmetrico, dove alternative, proposte, soluzioni emergono dal-
l’incontro fra competenze diverse, ma anche fra biografie, generazioni e gene-
ri differenti.
CAPITOLO 9 • Le psicoterapie sistemico-costruzioniste: specificità e recenti evoluzioni 101

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C APITOLO 10

Commento a “Psicoterapie
sistemico-costruzioniste”
di Valeria Ugazio
Enrico Molinari

Non è semplice commentare un capitolo così interessante, articolato e direi an-


che così appassionato e appassionante per chi si occupa di clinica. Credo che la
presentazione della terapia sistemica illustrataci da Valeria Ugazio possa essere
analizzata da diversi punti di vista: quello che ho scelto di commentare, quasi in
filigrana, è il concetto di narrazione.
Quando pratichiamo la psicoterapia, qualunque tipo di psicoterapia, ascol-
tiamo le storie, le narrazioni dei nostri pazienti. Nella vita delle persone ci sono
storie che producono una buona qualità della vita, mentre altre volte possono
creare disagio, sofferenza psichica, psicopatologia. Ci sono storie permesse, sto-
rie proibite e storie che i pazienti non possono e non riescono a raccontare nem-
meno all’interno della relazione psicoterapeutica. È il caso, ad esempio, di alcu-
ni pazienti con disturbi ossessivi che, almeno nelle prime fasi della terapia, non
riescono a comunicare il loro rituale ossessivo in quanto se ne vergognano pro-
fondamente. Altre volte, invece, può essere il terapeuta stesso a non ritenere ne-
cessario sollecitare la storia reale, sintomatica del paziente.
È ciò che ho sperimentato personalmente in una recente psicoterapia con un
signore quarantenne, tipico esponente della borghesia lombarda, che faceva uso
di cocaina. Dopo una fase iniziale in cui veniva in terapia insieme alla moglie ab-
biamo concordato un percorso terapeutico individuale ed è proprio in concomi-
tanza di questo passaggio che ho capito (questo perché i pazienti, a volte, ci dan-
no indicazioni su come condurre i colloqui dei nostri incontri) che probabil-
mente non era opportuno affrontare direttamente la storia della sua tossicodi-
pendenza. La terapia è proseguita e di recente, dopo che abbiamo parlato di tut-
ti gli aspetti della sua storia personale, familiare e lavorativa, ad eccezione della
sua tossicodipendenza, si è “svelato” e mi ha detto: “Lei mi ha sorpreso. Vengo
qui da alcuni mesi e non abbiamo parlato della mia tossicodipendenza, mentre
invece mia moglie o mio fratello (che invade spesso il campo della coppia) ne
parlano continuamente facendomi sentire un drogato, cosa che mi porta ad iso-
104 Enrico Molinari

larmi e fare uso di sostanze psicotrope. Io non saprei dire perché lei non abbia di-
rettamente indagato su questo aspetto della mia vita; forse se ne è dimenticato op-
pure non ha voluto. In ogni caso ha avuto il buon gusto di non parlare della cor-
da in casa dell’impiccato!”. In seguito a questa ammissione è stato lui stesso che
ha iniziato a parlare della sua dipendenza dalla cocaina, a raccontarmi ed a chie-
dere aiuto nella grande fatica per passare da un uso quotidiano ad un uso mono
o bisettimanale.
Questo esempio mi permette di fare alcune considerazioni. La prima riguarda
le narrative del paziente e del terapeuta. Ugazio, nel suo capitolo, mette bene in
luce come la terapia sistemica abbia come caratteristica quella di operare delle
ridefinizioni del sintomo e dei comportamenti che includano il più ampio con-
testo relazionale senza incorrere nel rischio di squalificare le percezioni e le
emozioni del paziente. Il cambiamento si opera mediante la creazione congiun-
ta, tra paziente e terapeuta, di nuovi discorsi o narrazioni in modo tale che i rac-
conti e i significati proibiti nella storia sintomatica trovino nuove possibilità
nella narrazione terapeutica.
La seconda riflessione riguarda il ruolo della relazione paziente-terapeuta.
Come osserva Ugazio “la relazione diadica paziente-terapeuta, e naturalmente
le svolte, le crisi, e le fasi che la contraddistinguono, acquistano significato nel con-
testo delle relazioni familiari, di cui la terapia è inevitabilmente parte”. Nel caso
riportato, il terapeuta, evitando di parlare del sintomo, come invece fanno spes-
so i familiari, permette al paziente di sperimentare una nuova modalità relazio-
nale che lo libera dalla classica posizione di tossicodipendente. L’esito, per certi
versi paradossale, è che proprio evitando di impostare la relazione sul proble-
ma, in un setting preposto a risolverlo, si offre al paziente la possibilità di af-
frontare la questione e di trovare delle soluzioni.
Un’ultima considerazione. Ugazio sottolinea come uno degli obiettivi speci-
fici delle terapie sistemiche non sia quello di promuovere un processo maturati-
vo, ma quello di decostruire i vincoli e di rimuovere gli ostacoli che impedisco-
no la formulazione di narrazioni più funzionali all’esistenza attuale del pazien-
te e del suo contesto. Lo strumento cardine di tale processo è quello di introdur-
re una dissonanza plausibile e creativa nelle narrazioni del paziente. Si può per-
tanto ritenere che il cambiamento avvenga grazie all’azione congiunta di due di-
versi strumenti di dissonanza: quella prodotta dai reframing e quella derivante
dalla sperimentazione di diverse modalità relazionali.
L’accento sugli aspetti conversazionali tocca da vicino l’esperienza del te-
rapeuta. Nel corso della mia esperienza clinica ho potuto constatare come le
narrazioni dei pazienti cambiano nel tempo, assumono nuove significazioni e
quindi anche l’intervento clinico deve essere continuamente ricreato. Tali cam-
biamenti narrativi possono essere messi in relazione al fatto che le tipologie
dei disturbi cambiano nel tempo ed inoltre si modifica il nostro punto di vi-
sta, il nostro rapporto con la sofferenza psichica, il nostro modo di fare le do-
mande e il nostro modo di ascoltare.
L’utilizzo del concetto di narrazione ci permette di operare un’ulteriore spe-
cificazione delle storie dei pazienti: possiamo infatti considerare i racconti che
emergono nel corso della terapia secondo diversi generi letterari quali ad esem-
pio l’epica e la lirica. Credo che nelle sue fasi iniziali le “narrazioni” della psico-
CAPITOLO 10 • Commento a “Psicoterapie sistemico-costruzioniste” di Valeria Ugazio 105

terapia sistemico-relazionale fossero caratterizzate da una grande potenzialità


epica e questo per almeno due ragioni principali: la prima si riferisce al fatto che
la psicoterapia sistemica si è sempre posta l’obiettivo di agire e modificare non
solo l’individuo, ma il contesto relazionale più ampio entro cui questi si situa; la
seconda ragione è da ricercarsi nel fatto che inizialmente le psicoterapie siste-
mico-relazionali si erano messe in aperta contrapposizione con quelle che po-
tremmo definire le terapie più liriche (la psicoanalisi in particolare), più attente
cioè al soggetto e all’interiorità.
Negli ultimi anni, tuttavia, la psicoterapia sistemica ha operato un grande
sforzo teorico-clinico nel tentativo di connettere ciò che inizialmente aveva diviso
e coniugare così l’epica con la lirica, l’individuo con il gruppo attraverso una pro-
gressiva riscoperta della soggettività. Una soggettività che però è sempre vista
in termini contestuali e che viene collocata, come direbbe Valeria Ugazio, in con-
testi relazionali perlomeno triadici: questa impostazione tra l’altro ha, a mio pa-
rere, la grande qualità di essere molto rispettosa dell’individuo, delle sue emo-
zioni e dei suoi sentimenti.
Nel suo capitolo Valeria Ugazio ci ricorda, attraverso le parole di Eliot, che
talvolta dopo un lungo percorso di ricerca ci si ritrova da dove si era partiti, ci si
ritrova all’inizio e vediamo le cose come se fosse la prima volta. Attualmente la te-
rapia sistemica è ritornata a Gregory Bateson ma, come spesso accade con i ritorni,
si tratta di una rivisitazione, di una riscoperta, perché noi per primi siamo di-
versi; gli stessi concetti di doppio legame, di azione, prescrizione, paradosso, con-
tro-paradosso, rituale sono stati spogliati di quegli aspetti meccanicistici, che li
avevano in parte contraddistinti, e sono stati rivisitati nella nuova prospettiva di
un soggetto contestuale.
Mi fa piacere concludere questo intervento ricordando quanto sostiene Ba-
teson a proposito dell’estetica, che porta in sè anche la dimensione etica della
psicoterapia e di come questa si attui attraverso un’esperienza che unifica ciò
che era separato, vale a dire, l’unità in contrapposizione alla frammentazione.
Ebbene io credo che l’esperienza di una clinica “estetica”, “etica” e “della ricom-
posizione in un’unità” sia una delle più affascinanti avventure che può compie-
re un terapeuta, che si pone alla ricerca di nuove teorie, o riformula quelle esistenti,
ed è sempre attento ad apprendere quello che tutti i pazienti, in maniera diver-
sa, gli insegnano.
C APITOLO 11

Le psicoterapie cognitive
e comportamentali
Lorenzo Cionini

Il primo interrogativo che è possibile porsi, parlando di psicoterapie cognitive e


comportamentali è se questi approcci appartengano ad una “famiglia”omogenea di
teorie o se rappresentino piuttosto un insieme di modelli che,pur avendo collegamenti
teorici fra loro, risultino decisamente eterogenei. Comunemente, le terapie compor-
tamentali e le psicoterapie cognitive sono considerate membri di una stessa “fami-
glia” in virtù di una loro comune origine storica. Più che una “famiglia” però, questi
approcci costituiscono, a mio avviso, un insieme del tutto eterogeneo sia di teorie
che di pratiche cliniche; alcuni hanno un diretto progenitore nel comportamenti-
smo, altri una diversa origine essendo confluiti solo successivamente nell’ambito
della “famiglia”, altri ancora sono entrati a far parte della “famiglia”, avendo una
propria identità definita dopo anni di vita da single (Chiari G., Nuzzo M.L., 1996).
Procediamo con ordine partendo dalle origini della “famiglia” e da quelli che
possono essere considerati i principali punti di contatto fra i diversi approcci che
vi rientrano. La prima considerazione riguarda il fatto che la terapia del com-
portamento così come è stata intesa negli anni ’50, ’60 e ’70, che rappresenta lo svi-
luppo applicativo del comportamentismo classico, può essere considerata un re-
taggio del passato nella misura in cui sono pochi, al giorno d’oggi, i terapeuti
che utilizzano esclusivamente tecniche derivate dai paradigmi del condiziona-
mento classico e operante.
I punti di contatto. È possibile considerare che tutti i membri della “famiglia”,
al di là delle differenze che cercherò successivamente di evidenziare, condivida-
no al minimo tre aspetti:
– il superamento dell’ottica deterministica lineare basata sull’equazione S–R a
favore – al minimo – di un’ottica di determinismo reciproco
– la presa in considerazione e l’attenzione, nell’ambito della prassi terapeutica,
ad alcune variabili cognitive
– un frequente riferimento alle acquisizioni e agli sviluppi della psicologia scien-
tifica di base.
108 Lorenzo Cionini

Le etichette che vengono più comunemente utilizzate per definire i diversi


approcci di questa famiglia sono tipicamente tre: psicoterapie cognitivo-com-
portamentali, psicoterapie cognitive, psicoterapie cognitivo-costruttiviste. Eti-
chette spesso confuse fra loro come dimostra il fatto – almeno nella mia espe-
rienza personale di terapeuta cognitivo-costruttivista – di ricevere talvolta invii
di pazienti ai quali è stato suggerito di fare una terapia breve, di tipo cognitivo-
comportamentale.
Le terapie cognitivo-comportamentali rappresentano un diretto sviluppo del-
la terapia del comportamento, a partire dai contributi degli anni ’70 di autori
quali Kanfer e Goldstein (1975), Meichenbaum (1977), Bandura (1977), ecc. Le
psicoterapie cognitive hanno avuto una nascita tendenzialmente autonoma gra-
zie a capiscuola come Ellis (1958; 1989) e Beck (1984). Tuttavia, al giorno d’oggi
l’approccio cognitivo-comportamentale e la terapia cognitiva tendono a sovrap-
porsi ampiamente nella prassi clinica nella misura in cui i terapeuti cognitivi uti-
lizzano anche tecniche cognitivo-comportamentali e i terapeuti cognitivo-com-
portamentali utilizzano tecniche di ristrutturazione razionale. Questo rende con-
to anche del fatto che terapeuti che si ispirano prevalentemente alla tradizione
comportamentista possano usare l’etichetta cognitivista per denominare il pro-
prio approccio clinico; così come, d’altra parte, del fatto che un terapeuta come
Albert Ellis – tipicamente identificato come terapeuta cognitivo – abbia recente-
mente modificato l’acronimo del proprio approccio da RET (Rational Emotive
Therapy) a REBT (Rational Emotive Behavioral Therapy) a testimonianza della
confluenza fra approccio cognitivo e approccio cognitivo-comportamentale.
Un discorso diverso va fatto per le terapie cognitivo-costruttiviste che hanno un
lontano progenitore nella psicologia dei costrutti personali di George Kelly (1955).
La diffusione dell’orientamento costruttivista in psicoterapia può essere però fat-
to risalire solo all’inizio degli anni ’80 grazie agli spunti suggeriti da Mahoney
(1981) relativamente ad alcune carenze concettuali del cognitivismo clinico razio-
nalista e al testo di Guidano e Liotti, Cognitive Process and Emotional Disorders,
pubblicato nel 1983. Gli sviluppi successivi da questa prima proposta (ad esempio
Epting F.R., 1990; Reda M.A., 1986; Guidano V.F., 1987; 1992; Cionini L., 1991; 1998;
Bara B.G., 1996, 2005; Safran J.D., 1998) si sono allontanati sempre più dai presup-
posti dell’ottica comportamentista e cognitivo-comportamentale sino a condividere
una epistemologia che può essere considerata nettamente agli antipodi dell’epi-
stemologia comportamentista, da un lato avvicinandosi ai modelli umanistici e fe-
nomenologico-esistenziali, dall’altro riprendendo in considerazione alcune delle te-
matiche teorizzate in primo luogo dalla psicoanalisi (come il concetto di coscien-
za e inconscio e quello di transfert) sviluppandole e riconcettualizzandole in coerenza
con il linguaggio e gli studi della psicologia cognitiva di base.
Una ulteriore ambiguità deriva, a mio avviso, dall’uso improprio del termine
costruttivismo – oggi assai di moda – che viene utilizzato dalla maggior parte
degli approcci cognitivi in relazione alla condivisione fondamentalmente di due
assunti: a) che gli essere umani elaborino la propria esperienza in funzione del-
le proprie caratteristiche cognitive e b) che nessuno dei diversi sistemi di signi-
ficato permetta una visione del tutto oggettiva del mondo ontologico.
Inteso in questo senso il termine costruttivismo risulta tuttavia ampiamente
ambiguo se non si operano delle distinzioni fra le diverse forme di costruttivismo
CAPITOLO 11 • Le psicoterapie cognitive e comportamentali 109

esistenti che si basano su presupposti epistemologici nettamente differenziabili


e che portano a porsi nei confronti della psicoterapia, del paziente e delle pro-
blematiche che porta in terapia in modi assolutamente diversi.
Più che parlare di costruttivismo è opportuno parlare di costruttivismi. Per far
questo possiamo riferirci alla distinzione operata da Von Glasersfeld (1988) – che
ha proposto di differenziare due tipi di costruttivismo: quello banale e quello ra-
dicale – o a quella più recentemente proposta da Chiari e Nuzzo (1996) e ripre-
sa da Raskin (2002) nella quale vengono identificate tre forme di costruttivismo:
il realismo limitato (assimilabile al costruttivismo banale di Von Glasersfeld), il
costruttivismo epistemologico (assimilabile al costruttivismo radicale) e il co-
struttivismo ermeneutico (all’interno del quale può essere incluso il costruzio-
nismo sociale).
Secondo il costruttivismo banale (o realismo limitato), la conoscenza è defi-
nibile in termini di rappresentazioni. Anche se si ritiene non possibile stabilire se
esista o meno una corrispondenza tra le rappresentazioni e il mondo ontologico
(come sostenuto dall’ottica realista), tuttavia alcune rappresentazioni vengono
considerate potenzialmente più simmetriche di altre rispetto al mondo ontologico
– ossia più vicine alla realtà – nella misura in cui sono stati utilizzati i criteri del-
la logica, della razionalità e della scientificità. In altre parole si assume che le rap-
presentazioni che si fondano sull’uso del metodo scientifico, in senso lato, per-
mettano di approssimare maggiormente la realtà ontologica.Al costruttivismo ba-
nale si riferiscono sia le terapie cognitivo-comportamentali, sia quelle psicote-
rapie cognitive che per questo motivo vengono spesso definite razionaliste.
Secondo il costruttivismo radicale (o epistemologico), la conoscenza è definibile
in termini di costruzioni (finzioni euristiche). Una costruzione rappresenta un mo-
dello del mondo che non è dato sapere in alcun modo, se e quanto corrisponda
alla realtà. L’unica cosa che possiamo sapere è se la costruzione permetta di per-
correre quel tratto di mondo, ossia se risulti viabile o percorribile; essa è tale nel-
la misura in cui non cozza contro ostacoli ontologici e consente, quindi, il successo
dell’azione. Questa definizione di costruzione risulta molto simile a quella pro-
posta da Piaget – molti anni prima – che parlava di “successo dell’azione”. Un
assunto integrabile all’interno del costruttivismo radicale è quello proposto da Ma-
turana e Varela (Varela F.J., 1979; Maturana H.R.,Varela F.J., 1992) con la teoria del-
l’autopoiesi che presuppone che gli esseri viventi siano sistemi organizzativa-
mente chiusi e autoreferenziali e che le costruzioni siano il risultato del modo in
cui il sistema conoscitivo attribuisce significato alle perturbazioni ambientali in
funzione delle proprie caratteristiche strutturali.
Secondo il costruttivismo ermeneutico, la conoscenza è definibile nei termi-
ni di interpretazioni che emergono dall’attività linguistica della comunità di os-
servatori, negoziata socialmente all’interno di determinati contesti e cornici sto-
rico-temporali. In questo senso, quindi, non è possibile parlare di verità dell’in-
terpretazione poiché esistono tanti domini di verità quanti sono i domini di esi-
stenza dell’osservatore. Le terapie cognitivo-costruttiviste si riferiscono, in alcu-
ni casi, al costruttivismo epistemologico, in altri al costruttivismo ermeneutico.
Dopo questa premessa, prendiamo nuovamente in considerazione i tre grup-
pi di psicoterapie, citate in precedenza, analizzando per ciascuno di essi: a) il
concetto di cambiamento, che determina il diverso modo in cui il terapeuta si
110 Lorenzo Cionini

pone nei confronti del disagio o del sintomo lamentato dal paziente, b) le moda-
lità di impostare il trattamento terapeutico e c) il modo di intendere e utilizzare
la relazione terapeutica.
Nelle terapie cognitivo-comportamentali, l’attenzione è focalizzata sul sin-
tomo e sulla modifica diretta dei comportamenti disfunzionali e delle variabili
cognitive che li mediano, intendendo con queste tre dimensioni ben specifiche:
il dialogo interno (ciò che ci diciamo rispetto a quanto ci sta accadendo), le au-
to-istruzioni (le cose che ci diciamo per guidare il nostro comportamento), e
l’immaginazione.
Nelle psicoterapie cognitive, per quanto il cambiamento sia focalizzato fon-
damentalmente su queste stesse dimensioni, l’attenzione è rivolta alla modifi-
ca/correzione di alcuni aspetti cognitivi, che possono essere intesi sia nei termi-
ni di specifici contenuti di pensiero, come le cosiddette convinzioni irrazionali
di Albert Ellis, sia nei termini delle cosiddette distorsioni cognitive nell’approc-
cio di Aaron Beck. Comunque, il presupposto che viene adottato (coerentemen-
te con l’ottica del costruttivismo banale) è che la correzione degli errori di pen-
siero possa condurre ad una capacità di costruire significati migliori (più sim-
metrici rispetto al mondo ontologico).
Nelle psicoterapie cognitivo-costruttiviste, viceversa, l’attenzione non è foca-
lizzata sulla modifica diretta dei sintomi, ma sulla comprensione del loro signi-
ficato e della loro funzione. Il sintomo è concettualizzato come un qualcosa di
funzionale al sistema in quanto si ritiene che svolga una funzione equilibratrice
dello stesso e l’obiettivo del processo terapeutico diviene quindi quello di com-
prendere tale funzione. Il cambiamento è inteso come una modifica strutturale
e complessiva del sistema, finalizzata a indurre un incremento della sua com-
plessità (ovvero del suo potere euristico), al fine di riattivare le sue capacità di
“movimento” ostacolato dalla tendenza ad utilizzare modalità stereotipate di co-
struzione dell’esperienza.
Anche rispetto al trattamento sono identificabili sia somiglianze, sia diffe-
renze fra questi tre approcci terapeutici.
Nelle terapie cognitivo-comportamentali viene usualmente condiviso il prin-
cipio, proposto da Bandura (1981), del determinismo reciproco che presuppone
(superando l’ottica lineare S-R del primo comportamentismo) che fra ambiente,
processi cognitivi e comportamento esista una continua e reciproca determina-
zione. A partire da questo presupposto, il trattamento mira a modificare com-
portamenti, emozioni e cognizioni disadattive e far acquisire al paziente abilità
cognitive e comportamentali più utili per il raggiungimento di soluzioni più adat-
tive. Un concetto base è quello di mettere in grado il paziente di fronteggiare-
controllare le proprie reazioni di stress, addestrandolo alle strategie di coping.
Alle tecniche costruite sulla base delle teorie dell’apprendimento, finalizzate a
ridurre/aumentare i comportamenti target/meta, si affiancano rielaborazioni del-
le stesse in chiave cognitiva e le tecniche di ristrutturazione cognitiva e immagi-
nativa di tipo razionalista. Il terapeuta adottando il criterio comportamentista
dei “piccoli passi” suggerisce al paziente modalità per riformulare i propri pro-
blemi in termini più realistici, per modificare il proprio dialogo interno, per in-
crementare il livello di self-efficacy, per strutturare esperimenti personali fina-
lizzati alla verifica di ipotesi e alla soluzione di problemi.
CAPITOLO 11 • Le psicoterapie cognitive e comportamentali 111

In modo abbastanza simile, ma con una diversa attenzione alle dimensioni


di elaborazione dell’informazione, nelle psicoterapie cognitive il terapeuta fina-
lizza il trattamento alla modifica delle variabili cognitive e comportamentali che
ritiene coinvolte nella produzione delle emozioni, dei comportamenti e della sin-
tomatologia presentata dal paziente. Le tecniche che vengono utilizzate sono fon-
damentalmente di tre tipi:
– tecniche cognitive vere e proprie che si propongono di far prendere atto al
paziente delle caratteristiche disadattive dei suoi processi automatici e di cor-
reggere le sue convinzioni irrazionali e le sue distorsioni cognitive; obiettivi
che vengono perseguiti mediante una diretta messa in discussione delle sue
modalità “disfunzionali” di elaborare le informazioni, la proposta e l’esame
di contro evidenze “empiriche”, la ricerca di spiegazioni alternative, l’allena-
mento educativo a combattere i propri errori cognitivi mediante l’utilizzo di
criteri “logico-scientifici”;
– tecniche comportamentali che vengono utilizzate quando si ritiene opportu-
no produrre una iniziale modifica diretta dei sintomi o come strumenti per
mettere alla prova mediante mini-esperimenti, esercizi di esposizione ecc. le
convinzioni erronee del paziente;
– tecniche interpersonali, come il training assertivo, il role-playing ecc. volte a
migliorare le abilità sociali del paziente.

Nelle psicoterapie cognitivo-costruttiviste, il terapeuta non si propone – co-


me detto – una modifica diretta del sintomo. Utilizzando prevalentemente tecniche
conversazionali e talvolta procedure immaginative finalizzate a permettere al pa-
ziente di entrare maggiormente in contatto con le proprie emozioni positive e
negative (emozioni considerate comunque veicolo di informazioni adattive per la
persona; cfr a questo proposito Cionini L., 1994) si propone di riattivare le capa-
cità di movimento del sistema promuovendo il processo di una sua riorganizza-
zione autonoma. Assumendo il ruolo di “perturbatore strategicamente orientato”,
lo psicoterapeuta cognitivo-costruttivista tende a porre al paziente prevalentemente
domande o a proporre ipotesi, non sui contenuti, ma sui processi di costruzione
di significato, al fine di perturbare il suo sistema di conoscenza attivandone una
riorganizzazione autonoma.
Gli obiettivi del trattamento sono quindi riassumibili in:
– facilitare un incremento delle capacità autoriflessive e metacognitive del pa-
ziente rispetto ai propri processi (consci e inconsci) di costruzione dei signi-
ficati (step terapeutico considerato necessario, ma non sufficiente, per il cam-
biamento);
– aiutare il paziente a comprendere la possibile funzionalità del proprio sinto-
mo che, invece di essere considerato esclusivamente come portatore di soffe-
renza (e quindi da correggere, ridurre, eliminare), viene ad essere riconcet-
tualizzato come un elemento funzionale agli scopi del sistema, quindi da com-
prendere; si assume infatti che ogni sistema funzioni secondo una propria lo-
gica interna del tutto coerente che non corrisponde necessariamente a nessuna
logica esterna e che se una persona ad un certo punto del suo sviluppo è ar-
rivata a costruire una modalità così “costosa” come una sintomatologia psi-
cologica per garantirsi un maggiore equilibrio interno, questo non può che
112 Lorenzo Cionini

essere avvenuto in funzione di obiettivi sovraordinati o vitali per il suo siste-


ma di significati; il processo di cambiamento deve quindi permettere alla per-
sona di trovare modalità e strategie alternative per mantenere questi stessi
obiettivi, percorrendo strade meno dispendiose dal punto di vista emotivo;
– l’incremento dell’integrazione fra i domini di conoscenza (dichiarativo, pro-
cedurale, affettivo, immaginativo, episodico), considerando che ciascuno di
questi domini costruisce i propri significati in parallelo (e quindi in gran par-
te in modo non consapevole), utilizzando codici specifici, solo parzialmente
traducibili fra loro.

In sintesi, l’obiettivo del processo terapeutico è quello di permettere al pa-


ziente di costruirsi autonomamente un diverso e nuovo equilibrio dinamico, che
gli permetta di rappresentarsi i propri scopi personali, coordinandoli con le pro-
prie strategie cognitive, affettive e comportamentali.
Infine l’ultimo aspetto: la relazione terapeutica.
All’interno dell’approccio cognitivo-comportamentale troviamo posizioni
parzialmente diversificate; da un lato coloro che propongono il cosiddetto “pri-
mato della tecnica” (Sanavio E., 1991) attribuendo quindi all’adeguatezza delle
tecniche, e alla correttezza metodologica della loro applicazione, l’effetto tera-
peutico e che ritengono la relazione un elemento utile, ma non necessario, ai fi-
ni del cambiamento; dall’altro coloro (ad esempio Goldwurm G.F., 1998) che con-
siderano la relazione non soltanto utile, ma anche necessaria, ai fini dell’allean-
za collaborativa, ma che comunque non le attribuiscono una specifica funzione
in quanto strumento di cambiamento. Complessivamente, all’interno di questa ot-
tica, il ruolo del terapeuta nella relazione può essere definito fondamentalmen-
te come quello di un tecnico che addestra il paziente ad acquisire abilità com-
portamentali e cognitive più funzionali per affrontare le sue problematiche e mi-
gliorare il suo adattamento emotivo.
Anche nelle terapie cognitive la relazione è considerata una condizione ne-
cessaria ai fini di una terapia efficace, utile soprattutto per stabilire una alleanza
collaborativa; in questo caso il ruolo del terapeuta è definibile più propriamen-
te in termini pedagogici. Gli autori che si rifanno a questo approccio usano co-
munemente la metafora dell’insegnante–allievo, o metafore simili, per definire
la relazione terapeuta-paziente.
Nelle terapie cognitivo-costruttiviste, viceversa, la relazione è considerata uno
dei fattori fondamentali del cambiamento. La maggior parte dei terapeuti co-
struttivisti integrano nel loro modello la teoria dell’attaccamento di Bowlby (1972;
1975; 1983) in un’ottica non determinista, ma interazionista. In particolare il con-
cetto di “base sicura” viene assunto come metafora della relazione stessa, per ri-
ferirsi al fatto che il terapeuta dovrebbe svolgere la funzione di una base sicura
dalla quale sia possibile partire per il viaggio di esplorazione del mondo dei pro-
pri significati. In questo senso, e in maniera per certi versi simile a quello che
avviene negli approcci psicodinamici, la relazione è considerata un oggetto spe-
cifico del lavoro terapeutico. Si assume che fin dall’inizio, ma soprattutto una
volta che la relazione si sia strutturata stabilmente, il paziente tenda a riprodur-
re nel setting gli stessi processi di attribuzione di significato – a sé e all’altro – e
a vivere le stesse emozioni che caratterizzano tipicamente, nell’oggi, le sue rela-
CAPITOLO 11 • Le psicoterapie cognitive e comportamentali 113

zioni con le figure di attaccamento. L’analisi dei processi che si verificano all’in-
terno del setting terapeutico viene utilizzata per prendere in considerazione in-
sieme al paziente le caratteristiche dei suoi schemi di attaccamento e le modali-
tà con cui tende a porsi nelle relazioni affettive – nel momento stesso in cui ciò
avviene – e per analizzare le costruzioni anticipatorie che effettua rispetto al te-
rapeuta, alle sue reazioni emotive e ai suoi comportamenti (Cionini L., 1999). Le
mosse del terapeuta possono essere talvolta finalizzate specificamente a eviden-
ziare i processi relazionali (transferali) in corso, orientando su di essi l’attenzio-
ne del paziente. Le dinamiche della relazione paziente-terapeuta possono, in al-
cuni casi, essere esplicitate, divenendo oggetto di metacomunicazione, in altri
casi essere lasciate sul livello implicito, senza alcuna traduzione linguistica o me-
diate esclusivamente da comunicazioni metaforiche. La loro analisi viene consi-
derata particolarmente proficua soprattutto nei momenti di impasse terapeuti-
ca che, come affermano Safran e Muran (2003), costringono sia ad approfondire
la comprensione del terapeuta relativamente al modo in cui il paziente interpre-
ta e agisce la relazione, sia a soffermarsi e interrogarsi sul contributo del tera-
peuta stesso all’interazione, e quindi sulla parte di “responsabilità” di quest’ulti-
mo nello sviluppo di quella situazione di “blocco” del processo terapeutico con la
quale ci si sta confrontando.

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114 Lorenzo Cionini

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C APITOLO 12

Gli equivoci
sulle psicoterapie
Antonio Imbasciati

Mi soffermerò non tanto sugli equivoci di natura scientifica, quanto piuttosto su quel-
li di cultura generale. Gli psicologi clinici, infatti, nella loro pratica profesionale,
devono cimentarsi, non tanto sugli equivoci di tipo scientifico, come per esempio
la credenza che le psicoterapie diverse dalla propria siano costituite e condotte in
un determinato modo mentre non sono come si pensa di conoscerle, quanto in-
vece su quelli presenti nella cultura popolare e nella cultura generale.Ai primi equi-
voci si può facilmente rimediare documentandoci sugli appositi testi; per quanto
riguarda i secondi è invece più difficile destreggiarsi. La cultura generale riflette la
cultura dell’utenza, che spesso ricorre a noi con aspettative sbagliate. Questa uten-
za, che corrisponde di fatto alla maggior parte della popolazione, riflette a sua vol-
ta la concezione della cultura medica generale; sono infatti i medici che spesso ci
fanno l’invio e spesso è proprio quest’invio che risente di equivoci di partenza.
In ogni caso, anche se l’invio non avviene da parte di nessun medico, la stra-
grande maggioranza di chi si rivolge a noi ha della psicoterapia, per lo meno di
primo acchito, una concezione medicalista e generica. Si parla di psicoterapia al
singolare, come se si trattasse di un’unica metodica per curare qualunque psico-
patologia, ignorando sia la complessa articolazione delle varie e tra loro diffe-
renti psicoterapie, sia il fatto che non si tratta di tecniche, ma di impostazioni
scientifiche diverse, spesso di vere scienze psicologiche tra di loro differenti; inol-
tre sia che per ognuna di esse occorre una formazione specifica, sia infine che la
cosiddetta “psicopatologia” designa disagi psichici tra di loro molto differenti,
per ognuno dei quali vi può essere un’indicazione psicoterapeutica diversa. Il
panorama scientifico è di per sé caotico, come ebbi a scrivere in un mio editoriale
su Psichiatria e Psicoterapia Analitica (Imbasciati A., 2001), soprattutto per le fi-
liazioni e sottofiliazioni delle varie scuole e associazioni: alla difficoltà di docu-
mentarsi da parte degli psicologi stessi, si aggiungono gli equivoci dell’utenza, non-
ché la quanto mai rudimentale tutela giuridica in proposito.
L’utente e spesso il medico (spero non uno psicologo!) si chiedono cosa sia
116 Antonio Imbasciati

mai questa “psicoterapia”. Cosa sono queste diverse psicoterapie? Che razza di
terapie sono? Cosa bisogna curare? Qual’è la malattia?
Già, la “malattia”. Il modello medico si sovrappone impropriamente ad in-
quadrare il disturbo psichico. Cos’è la psicopatologia? Chi stabilisce normalità e
patologia nel regno dello psichico? E cos’è, allora, il disturbo? Chi turba il distur-
bo? Chi turba e chi è turbato? È il soggetto che viene turbato da qualche cosa e
quindi cerca l’aiuto, oppure il soggetto assolutamente non si accorge di nulla e
anzi magari è felice del suo stato, ma qualcun altro ne risente, ne è turbato e in-
terviene a far sì che qualcuno aiuti chi lo disturba? Quasi sempre, e più volentie-
ri, noi parliamo di disagio mentale, invece di disturbo, perché il termine “distur-
bo” ha assunto connotati medicalistici e nosografici, essendo stato mutuato dalla
medicina. Qui le funzioni sono predeterminate geneticamente e quindi, quando so-
no alterate, è possibile constatarlo in modo obiettivo; in psicologia invece le fun-
zioni non sono predeterminate, ma inevitabilmente disuguali da individuo a in-
dividuo, normale o deviante che sia, da gruppo a gruppo, da contesto a contesto:
non c’è causalità lineare tra una norma e una sua alterazione; non c’è la noxa…
Dov’è allora il “male”? Chi stabilisce che c’è? Il disagio da chi viene denun-
ciato? Nel caso migliore dall’interessato, ma è in gioco il suo giudizio valutativo.
Lasciamo stare il caso, più complicato, in cui sono gli altri i disturbati, ma anche
nel caso in cui la persona avverta il proprio disagio, il suo ricorso all’aiuto di-
penderà sempre da una sua valutazione soggettiva. Si tratta di un disagio che
l’interessato valuta da sopportarsi per tutta la vita anche se lo avverte? Oppure il
disagio spinge l’interessato a voler cercare aiuto? In entrambi i casi, però, questo
non dice nulla dell’entità del disagio: si può ricorrere all’aiuto perché si vuol sta-
re veramente bene e non soltanto perché il disagio è grave.
Accanto a questo primo problema ne troviamo un altro, con cui il primo en-
tra in interazione, ossia il caos che esiste attualmente in Italia, dovuto non solo al-
la poliedricità delle matrici scientifiche e dei modelli, ma soprattutto alle varie fi-
liazioni e sottofiliazioni che compongono le varie scuole e all’indeterminatezza giu-
ridica, che in Italia tutti lamentano a proposito delle differenziazioni delle psi-
coterapie. I tre fattori ora nominati concorrono, ma non sono gli unici; sotto l’e-
tichetta di “psicoterapia” c’è l’ambizione più o meno segreta di chiunque crede di
essere un po’ psicologo; su questo ha scritto molto Giorgio Blandino, che, inte-
ressandosi della formazione degli psicoterapeuti e degli psicologi in generale, ha
ribadito quanto tutti vorrebbero essere psicologi. Anzi, quanto più uno è lonta-
no dalla cultura scientifica della psicologia, tanto più ha una sua idea della psi-
cologia e una sua segreta aspirazione (talora pretesa) ad essere anche lui uno psi-
cologo; e non solo nei confronti di se stesso, ma anche nei confronti degli altri.
Alla base di quest’ambizione io ci vedo un grosso coinvolgimento emotivo:
non parlo del coinvolgimento emotivo di chi, facendo lo psicologo e in partico-
lare lo psicoterapeuta, tratta con i pazienti - coinvolgimento inevitabile ed anzi uti-
le -, né di quei coinvolgimenti che i pazienti provocano in noi -transfert e con-
trotransfert-, parlo invece di un altro coinvolgimento, esclusivo e squisitamente
individuale, che c’è in ogni persona quando pensa di “fare un po’ lo psicologo”,
con se stesso o con qualche suo circonvicino.Alla base di quest’idea, di star facendo
lo psicologo, c’è l’affacciarsi al mondo delle emozioni, al mondo dei sentimenti,
ad un mondo necessariamente oscuro e al contempo affascinante. Un mondo che
CAPITOLO 12 • Gli equivoci sulle psicoterapie 117

però è equivoco, ammaliante, stregonesco, se ci si affaccia senza nessun equi-


paggiamento. Vedo in questa situazione psichica, cui gli psicologi e gli psicote-
rapeuti non sfuggono, una matrice generale che fa sì che tutte le altre incertezze
a livello personale, scientifico e giuridico, trovino un terreno particolare che le po-
tenzia, producendo una gran confusione nella mente di chi a torto o a ragione
fa lo psicologo o crede di farlo. Questa confusione si traduce in un rapporto mi-
stificatorio e collusivo con l’utente che si presenta per un possibile aiuto. Misti-
ficatorio per lo psicologo stesso, o presunto tale, mistificatorio per l’utente e col-
lusivo con le sue già di per sé incerte e confuse aspettative.
Mistificatorio per il cosiddetto psicologo: l’equivoco può essere riassunto nel
pensiero latente “se curo qualcuno, il malato è lui”. Si allontana lo spettro di ave-
re noi un disagio psichico, talora grave, e si allontana anche la percezione di aver-
lo; quella percezione che ci potrebbe portare a cercare un percorso personale di for-
mazione. Questo equivoco cova già nel ragazzo o ragazza che va a iscriversi a psi-
cologia. Fornari lo chiamava l’esportazione del male. E c’è un altro equivoco, l’il-
lusione che il sapere che offriranno i libri conferirà senz’altro all’aspirante psico-
logo tutta la dotazione che gli sarà necessaria per la sua professione, e non solo per
la sua relazione col paziente, ma anche a livello di chiarimento personale e di for-
mazione.Anche questa razionalizzazione allontanerà la possibilità di percepire la
propria inadeguatezza, il proprio disagio di fronte ad una professione difficile co-
me quella dello psicologo-psicoterapeuta; allontanerà le capacità critiche nei con-
fronti dell’impreparazione conferita dall’università ed anche, forse ancor più, dal-
le scuole di psicoterapia; allontanerà il coraggio di prendere il proprio futuro con
le proprie mani per provvedere di persona a colmare le proprie lacune.
Con i suddetti meccanismi la facoltà di psicologia e ancor più le scuole di psi-
coterapia attirano quei soggetti che più hanno dentro di loro un disagio psichi-
co e più ne hanno paura, sì da disconoscerlo. Così avremmo l’assioma: “il mala-
to non sono io. E se lo sono, lo sono stato: l’aver imparato quel che ho imparato
mi ha sanato. Ora curo gli altri”.
Con questi presupposti il nostro soggetto colluderà con le false aspettative del
paziente ed in primo luogo con quelle prodotte dalla medicalizzazione della psi-
cologia: l’aver trasferito nella cultura generale i modelli medici, applicandoli im-
propriamente al male psichico, non obbedisce soltanto alla forza della tradizione,
né tanto meno all’ignoranza. È semplice poter dire: “Dottore, mi dica che malattia
ho. E mi dia la medicina”. È psichicamente economico per l’utente, ancor più che
per il ragionamento del medico, pensare che il proprio disagio abbia un nome e
un rimedio. Ma soprattutto risparmia di pensare che, per sanare questo male, oc-
correrà un duro lavoro psichico per l’utente stesso. E allora la conclusione: “È la
medicina che farà tutto. Quella che mi darà il dottore. La prenderò e sarò guarito”.
Se si mettono insieme le difficoltà interiori dei possibili pazienti, quelle degli
psicologi-psicoterapeuti e il caos scientifico e giuridico circa le psicoterapie, non
ci si può certo aspettare che l’utente sia aiutato a capire cosa sia questa “psicote-
rapia”. Non ci può essere analisi della domanda e si inizierà un rapporto opera-
tore-utente destinato a fallire; talora dopo pochi incontri.
Il desiderio di sapere è sempre più forte della fatica di sapere. Così ci si “fab-
brica un sapere”, si fabbricano delle false aspettative, si fabbricano delle false cre-
denze e ci si rifugia in certi stereotipi: fra questi imperano quelli derivati dal mo-
118 Antonio Imbasciati

dello medico, che si presenta collaudato dalla scientificità della medicina e dai
suoi progressi, dalla storicità della medicina, che ha fatto sì che questi modelli
fossero assimilati nella cultura generale. Tra questi modelli medici c’è l’idea cen-
trale che, se si avverte qualcosa che “non va”, e che potrebbe essere valutato co-
me disagio psichico, si è invece portati a pensare che ci abbia colpito una qualche
malattia. I concetti di sanità e di malattia vengono dalla medicina: qui un orga-
nismo è sano per ragioni genetiche; se non funziona bene è perché qualche agen-
te esterno ha prodotto nell’organismo una malattia. Ma per la psiche non è così:
una sanità mentale non è prodotta da un cervello “normale” per ragioni geneti-
che; e se si avverte un mal funzionamento, questo non è prodotto da un agente
esterno che ha guastato il cervello o la mente. La mente di ognuno funziona co-
sì perché così, per quell’individuo, ha imparato a funzionare; bene o male, peg-
gio o meglio. Non è applicabile il concetto di malattia (Imbasciati A., 2006c).
Ma i fattori che ho cercato sommariamente di descrivere spingono invece gli
utenti a chiedere il tipo di malattia che hanno, e le soluzioni ad essa. Ciò che si vuo-
le allora è la “diagnosi”. Ma cos’è la diagnosi, per noi? Quando parliamo di dia-
gnosi, slittiamo sovente nel campo degli equivoci dell’utenza, in sintonia con
quelli che investono la classe sanitaria: la diagnosi che si fa in psicologia è, ahi-
mè, troppo spesso basata su un criterio che va bene per le scienze mediche e per
le scienze biologiche, che può andar bene per lo psichiatra, ma che non è ade-
guata per la psicologia. Si parla di diagnosi descrittiva, di diagnosi per sindromi
e si fa una nosografia anche “moderna”, col DSM-IV e successivi a venire. A vol-
te mi sembra che in questa pretesa nosografica della diagnosi psicologica ci si
trovi nella stessa condizione in cui versava la medicina fino a tutto il settecento,
quando si cercava di ragionare per sindromi (vedi ad esempio i fenomeni detti
“idropisia” o “itterizia”. Il concetto di diagnosi viene impropriamente connesso
con il concetto di normalità-patologia, arbitrariamente mutuato dalle scienze
biologiche. Ma nelle scienze psicologiche cos’è la normalità? Che cos’è la patologia?
La patologia, con questo modello, è intesa in relazione ad una supposta eziologia
di un qualcosa che ha turbato la normalità, quella normalità vista come estra-
nea a quello che è lo sviluppo di ogni singolo individuo, in quello che è il conte-
sto in cui ha vissuto; e di una normalità che, se non è come nelle attese (che poi
in realtà sono quelle condizionate dal costume e comunque dalla norma statisti-
ca, che grava intorno alla media; una normalità che in realtà esclude non soltan-
to i devianti disfunzionali, per così dire, ma anche i devianti migliori, all’altro
estremo della distribuzione) si pensa sia stata guastata da qualcosa. C’è sempre
questo presupposto: una casualità lineare e che avrebbe turbato uno sviluppo at-
tribuito alla Natura ed estraneo al contesto in cui invece oggi sappiamo che si è
costruito l’individuo (Imbasciati, Margiotta, 2004; Imbasciati, 2005; 2006 a, b).
Questa improprietà dei modelli alimenta gli equivoci, ma è ben accolta da
quelle segrete aspirazioni che prima sottolineavo. Vorrei citare qui un libro di
Gianpiero Turchi (Turchi, Perno, 2002) che tratta molto egregiamente, anche dal
punto di vista epistemologico, quanto sia arbitrario trasferire i modelli della me-
dicina alla psicologia e quanto questo possa essere fonte di una sequela di equi-
voci a catena. L’utente che assorbe, o meglio che si rifugia, in questi stereotipi so-
ciali (quasi socio-sanitari), quando cerca lo psicologo, arriva con aspettative del
tutto sbagliate: “Mi dica che malattia ho, mi dica cos’ho e faccia qualcosa per me”.
CAPITOLO 12 • Gli equivoci sulle psicoterapie 119

Ma questo “faccia qualcosa per me” è più che altro un “faccia qualcosa su di me”.
C’è qui il principio che io ho denominato “transitivismo” (Imbasciati, 1993), sul-
la base della somiglianza con i verbi transitivi: faccio qualcosa su un oggetto.
Nei modelli medici il transitivismo ci deve essere, poiché qui il competente fa qual-
cosa sul suo oggetto, per modificare e correggere i processi che sono stati com-
promessi, rispetto a quella normalità che per il corpo è dettata da norme natu-
rali. Ma in psicologia le cose sono diverse. Eppure questo transitivismo si ritro-
va, anche se sfumato, in alcuni degli orientamenti delle varie scuole di psicote-
rapia, soprattutto se il loro livello formativo non è del tutto aderente a quello
che sarebbe lo standard scientifico proclamato. Non dobbiamo dimenticare che,
oltre tutti gli indirizzi di cui abbiamo informazione in altra sede di questo vo-
lume, ci sono tutte le sottofiliazioni, cioè quelli che aderiscono ad una certa scuo-
la, che hanno fatto del loro meglio (o peggio?) per formarsi e per documentar-
si sui principi di un certo tipo di psicoterapia, ma non possiedono in maniera ade-
guata la competenza necessaria per quel tipo di psicoterapia. In molti, le segre-
te ambizioni di fare lo psicologo e lo psicoterapeuta hanno influito sotterra-
neamente in senso negativo, per cui la loro presunta aderenza allo standard
scientifico è discutibile. Ecco allora che queste persone, più facilmente delle al-
tre, assorbono lo spirito transitivista. In questo caso la soggettività dell’utente vie-
ne esclusa e anche la relazione viene in qualche modo mistificata; non è più in
qualche modo a doppio senso – dall’utente all’operatore, dall’operatore all’u-
tente – e questo a livello teorico tutte le scuole lo riconoscono, ma è una relazione
manipolata dall’operatore e tanto più manipolata quanto più in lui è nascosto ep-
pure radicato un certo spirito transitivista.
Vorrei esprimere, a questo punto, una piccola osservazione su quanto un col-
lega ha detto in questa sede circa la responsabilità dei medici: si è affermato che
in generale i medici sono più responsabili degli psicologi: ciò è vero, si può dire,
ma è altresì vero che proprio questi spesso li conduce ad un transitivismo, ad un
interventismo transitivista (“questo paziente qui mi muore, questo paziente qui è
matto, questo paziente qui soffre, devo fare qualcosa per lui!”) È proprio questo “de-
vo fare qualcosa per lui”, che diventa un manipolare il problema, un manipolare
la relazione. Allora io mi chiedo: responsabilità, sì, ma con quali inconvenienti?”.
Questo stato di cose fa sì che l’utenza venga da noi con delle aspettative sba-
gliate (“Mi dica che cosa mi è successo, mi dica che malattia ho”) e non ha idea
alcuna del lavoro che la persona ci dovrà mettere, nel fare la sua psicoterapia; di
qualsiasi tipo essa sarà; nonché del tipo di partecipazione richiesta, non teori-
camente, ma proprio sudata; né ha idea alcuna della durata.
Tutto questo trova accoglimento nella classe sanitaria, soprattutto se questa è
improntata alle direttive di certi servizi, o comunque allo spirito delle vecchie
generazioni dei sanitari. C’è in atto, per fortuna, un grosso mutamento in ambi-
to sanitario: i giovani laureati in medicina non hanno certo la mentalità dei vec-
chi medici, però i vecchi medici, oltre i cinquant’anni, soprattutto se si sono cri-
stallizzati in qualche specializzazione o se si sono cristallizzati nelle istituzioni,
emanano uno spirito che spesso si concreta in direttive per cui il servizio e l’in-
tervento sono improntati a tali pregiudizi, e agli equivoci che ne derivano come
descritto. La conseguenza è un invio allo psicologo il più delle volte sbagliato. È
già tanto difficile che una persona avverta il disagio e che si decida a chiedere
120 Antonio Imbasciati

l’aiuto al competente; ancor più difficile risulta se ad avvertire il disagio è un ter-


zo, un committente che ignora di essere tale e la cui committenza è talora igno-
rata dallo stesso psicologo; un terzo, come un parente, o il medico stesso, che “de-
cide”: “Questo è malato lo mando in psicoterapia”. Si parte allora col piede sba-
gliato e questo vuol dire insuccesso.
Il problema dell’invio, dunque, è un problema che nasce da un substrato so-
ciale e socio-sanitario pregno di equivoci, che ha ed avrà bisogno della nostra
opera futura per essere cambiato, in modo che possa essere fatto meglio, più ap-
propriatamente, e possa favorire così il lavoro terapeutico che si svilupperà. C’è
spesso una collusione organizzativa nei servizi: si può a parole e sulla carta ne-
gare questa serie di pregiudizi, ma questi vengono comunque “agiti”, trovando la
loro esplicazione nell’organizzazione dei servizi. L’invio viene fatto con modali-
tà mediche:“Vai al consultorio.Vai al servizio territoriale”. L’invio avviene con mo-
dalità prescrittive, accettate in campo medico, ma che provocano grosse ripulse
nell’utente quando si rende conto che si tocca la sua area psichica. Inoltre acca-
de spesso che non ci si domanda se quella struttura alla quale si invia – ammes-
so che ci siano operatori competenti – sa fare quell’intervento in maniera adeguata.
Spesso, è proprio l’organizzazione stessa del servizio che non favorisce un’opera
adeguata, anche ad un operatore adeguato. Problemi semplici come orari, ap-
puntamenti, la non sostituibilità del terapeuta, inficiano interventi che già in par-
tenza erano sbagliati. Inoltre, spesso, certi tipi d’interventi, che i servizi dicono di
poter svolgere, in realtà non possono essere svolti: non c’è la competenza, sia di
operatori che organizzativa, per poterli svolgere. Ma i servizi devono apparire
politicamente in grado di fare psicoterapia; e gli invianti (medici) presuppongo-
no ingenuamente che ci siano sempre servizi adeguati.
Di fronte a tutto questo ci attendono grossi compiti di demistificazione: com-
piti promozionali della psicologia clinica, in modo da rinnovare la cultura gene-
rale e fondare una cultura sanitaria differente, con la speranza che a sua volta
anche l’organizzazione possa essere mutata, e nello stesso tempo maturi un orien-
tamento politico che permetta alle organizzazioni di mutare. Questo compito
promozionale attende lo psicologo clinico sia in università, sia nei servizi, e in
entrambi c’è il problema del rapporto con gli altri servizi di tipo medico, che ov-
viamente sono improntati allo spirito della medicina. Sorge qui anche il grosso
problema dell’opportunità o meno che i servizi di tipo psicologico possano es-
sere nello stesso luogo e nelle stesse strutture che svolgono servizi di tipo medi-
co; oppure si debba pensare a qualche cosa di diverso, incardinato in un altro si-
stema sociale. Negli attuali servizi sanitari esiste poi l’annoso problema del rap-
porto fra gli psicologi clinici e gli psichiatri: questi ultimi per lo più aderiscono
a modelli medici. In parte devono anche aderirvi, nella misura in cui adoperano
i mezzi biologici e farmacologici per intervenire: avviene però, per ragioni storiche,
che gli psichiatri tendano a non vedere a sufficienza la differenziazione propria
della psicologia clinica, e l’improprietà del trasferimento di certi modelli dalla
medicina alla psicologia. Tendono quindi ad arroccarsi su posizioni che tengano
in sott’ordine gli psicologi, ad addomesticarli ai servizi, ai criteri e allo spirito
medico della psichiatria, di una certa psichiatria.
In ambito universitario c’è infine un altro problema, che qui vorrei ricordare:
quello dell’Impact Factor, che può anche avere una sua validità per le scienze me-
CAPITOLO 12 • Gli equivoci sulle psicoterapie 121

dico-biologiche, ma non è un fattore di scientificità e di merito per lavori scien-


tifici che produciamo noi psicologi. Segnalo al proposito alcuni articoli (Figà,
Talamanca, 2004 a, b; Colucci, 2004; Calderazzo, 2004). Eppure anche nel nostro
ambito, quello della psicologia clinica, c’è qualcuno che crede all’Impact Factor.
Ma qui il discorso andrebbe a cadere sulle radici del nostro Collegio e sui suoi sco-
pi. Sarebbe troppo lungo.

 Bibliografia

• Blandino G (1996) Le capacità relazionali. Utet Libreria, Torino


• Blandino G (2004) La formazione degli operatori. In: Imbasciati A, Margiotta M (eds)
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• Calderazzo F (2004) Ancora sull’impact factor. Università Notizie (USPUR) 2:12-13
• Colucci F (2004) All’universo noto e in altri loci ancor: riflessioni dissonanti sull’inter-
nazionalizzazione della ricerca in psicologia. Giornale italiano di psicologia 1:219-228
• Figà Talamanca A (2004) L’impact factor nella valutazione della ricerca. Università No-
tizie (USPUR) 1:16-18
• Figà Talamanca A (2004) L’impact factor nella valutazione della ricerca. Università No-
tizie (USPUR) 2:5-11
• Imbasciati A (1993) Psicologia medica: ambiguità dei medici italiani e fondazine scien-
tifica della disciplina. Idelson-Liviana, Napoli
• Imbasciati A, Margiotta M (2004) Compendio di psicologia per gli operatori sociosanitari.
Piccin, Padova
• Imbasciati A (2005) Psicoanalisi e cognitivismo. Armando, Roma
• Imbasciati A (2006a) Constructing a mind: a new basis for psycoanalytic theory. Rout-
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• Imbasciati A (2006b) Il sistema protomentale. LED, Milano
• Imbasciati A (2006c) Psicologia clinica: presente e futuro. www.rivistadipsicologiaclinica.it
<http://www.rivistadipsicologiaclinica.it>online n. 1
• Turchi G, Perno A (2002) Modello medico e psicopatologia come interrogativi. Upsel, Pa-
dova
C APITOLO 13

Le “metaforizzazioni”
nelle pratiche discorsive
della psicologia clinica
Elena Faccio, Alessandro Salvini

 Introduzione

In questo studio faremo alcune notazioni sulle “metaforizzazioni” del linguag-


gio psicologico, considerando come tali quelle forme linguistiche che possono
contribuire a generare le esperienze che le persone hanno di sé, degli altri e del
mondo (ossia metafore, paragoni, similitudini, allusioni, metonimie, assonanze,
schemi, modelli, generi narrativi e discorsivi1). È innegabile che le metaforizza-
zioni costituiscano “di fatto” il territorio2 della psicologia clinica e ciò di cui essa
dice di volersi occupare.
Ogni genere di linguaggio è permeato da diverse configurazioni metaforiche,
alcune irriconoscibili perché letteralizzate e assunte per vere descrizioni di fe-
nomeni reali, altre più riconoscibili in quanto prese a prestito da diversi generi dis-

1
Come sostiene Garavelli (1993, p 32) “di tutte le figure retoriche la metafora è la più facile da riconosce-
re, e la più difficile da definire. Potrebbe essere descritta come un “meccanismo” presente in ogni lingua,
quindi universale e alla portata di tutti, che resiste ai più svariati tentativi di spiegarlo in modo comple-
to ed omogeneo, perché, in ogni caso, ha travalicato i limiti e le competenze delle singole discipline che
l’hanno affrontato”. Dare una definizione sintetica della metafora è un’impresa illusoria, perché se sem-
bra semplice capirla, non è affatto semplice l’azione dei dispositivi mentali che permettono di produrla
e di interpretarla. Le tradizionali, tutte insoddisfacenti, definizioni della metafora, si possono compendiare
nella seguente: “sostituzione di una parola con un’altra il cui senso letterale ha una qualche somiglianza
col senso letterale della parola sostituita”. Il procedimento generale sottostante sembra essere la contra-
zione di un paragone, un’entità viene ad identificarsi con quella con cui è confrontata. “Quella casa è la
mia prigione” sta per “stare a casa mi fa sentire come se fossi in una prigione”. Nel paragone vengono
mostrate separatamente affinità e differenze tra le due entità confrontate, mentre nella metafora le due en-
tità vengono fuse in una (non viene esplicitato il “come” tipico del paragone). Secondo la tradizione re-
torica, si ha invece una metonimia quando si designa un’entità qualsiasi mediante il nome di un’altra en-
tità che sta alla prima come la causa sta all’effetto e viceversa, oppure che corrisponde per legami di re-
ciproca dipendenza (il contenente per il contenuto, l’occupante per il luogo occupato, il proprietario per
la proprietà, materiale o morale). Ad esempio: “Bere un bicchiere” dove il bicchiere sta per il contenuto,
“essere una buona penna” dove “penna” sta al posto di “chi la usa” ecc. (ibid. p 42).
2 Ogni metaforizzazione presente nel testo sarà riportata in corsivo.
124 Elena Faccio, Alessandro Salvini

corsivi e linguistici, con l’effetto aggiuntivo di introdurre e trasferire schemi di pen-


siero, rappresentazioni e strategie di ragionamento da un certo ambito conosci-
tivo ad un altro. Ne è esempio il linguaggio medico quando viene usato per par-
lare di problemi psicologici. Gli scenari clinici della psicologia, le sue teorie e
pratiche psicoterapeutiche, vivono di questi prestiti: allusioni, analogie, parago-
ni, metafore, ecc. Forme che servono a rapprendere ciò che è difficile dire entro
configurazioni di discorso e d’oggetto. A queste può essere conferita una “realtà
transitoria o convenzionale”(secondo una prospettiva di realismo concettuale3, per
la quale gli eventi psicologici sono veri non in sé, ma negli effetti che producono)
oppure una “realtà effettiva” (secondo il realismo monista4, per cui il nome coin-
cide con il nominato, il significate con il significato).
Quella parte di psicologia che si occupa di problemi psicologici ha bisogno di
metafore perché i suoi eventi, non essendo oggetti, appartengono sempre al cam-
po del discorso. Forme discorsive, enunciazioni di fenomeni e di accadimenti, di
esperienze e di rappresentazioni che i parlanti intrecciano, negoziando attraver-
so di essi una comunicazione comprensibile, nello sforzo di raggiungere un ac-
cordo di senso e di significato. Un simile accordo presuppone tra i parlanti un
consenso di fondo, una preconoscenza che il vincolo metaforico non solo esige,
ma che è costitutiva di ciò di cui i parlanti dicono di dire, di quello che suppon-
gono di provare, o che retroattivamente modella ciò che raccontano.
Una carta topografica sta al territorio come ogni rappresentazione metaforica
sta a ciò che non è altrimenti accessibile, e che per essere comunicato necessita di un
medium discorsivo.A differenza del rapporto tra carta topografica e territorio, que-
gli eventi che chiamiamo psicologici, per lo più sensorialmente inaccessibili, non
hanno un territorio a priori, ma questo si costituisce come realtà attraverso un ap-
parato analogico e metaforico.Un esempio banale è dato dalla teoria energetica e pul-
sionale della psicoanalisi, oppure dalle rappresentazioni sottese al determinismo
comportamentista. Di linguaggi metaforici sono intrise le scienze e le pratiche so-
ciali, da quelle economiche e religiose a quelle amministrative e politiche. Se si su-
pera la preoccupazione del “vero” e del “non vero”, e quindi la necessità cognitiva di
dare consistenza e sostanza ai fenomeni che convenzionalmente chiamiamo psico-
logici, se ci si affranca dalle esigenze metodologiche del realismo, ingenuo o empi-
rico, comprendiamo come la realtà nominata seppure attraverso un apparato me-
taforizzante (e talvolta niente più), finisce per essere vera negli effetti che produce.
Così facendo assumiamo che il carattere oggettivo della realtà sociale (e psicologi-
ca) risieda negli atti interpretativi socialmente organizzati.

3 La prospettiva del “realista concettuale” è comprensibile solo alla luce di alcune premesse epistemolo-
giche, in base alle quali “lo psicologo incontra “oggetti” ed “eventi” che sono il risultato delle attività
mentali e comportamentali di chi li produce (l’osservato) ma anche dei concetti e delle teorie che egli adot-
ta in qualità di osservatore. Inoltre lo psicologo è costretto a misurarsi con asserti la cui validità non è
sempre riconducibile alle spiegazioni della logica, né all’evidenza della fattualità empirica, ma sembra-
no dipendere dalle categorie cognitive messe in gioco come procedure euristiche mediante le quali gli in-
dividui costruiscono la propria esperienza”. Il “realista concettuale” crede che non esista una “realtà
psicologica” separabile dai discorsi che la nominano e la descrivono. Non esistendo come “fatto”, que-
sta si impone alla realtà solo nei suoi “effetti” (Salvini A, 1998, p 15).
4
Per il realista monista (o ingenuo) il mondo (e con esso gli “eventi psicologici”) esiste/ono indipendente-
mente dal soggetto conoscente, per cui concettualizzazioni teoriche ed elaborazioni seguono l’osservazio-
ne. Le categorie del “dato” precedono quelle dell’osservatore e sono passibili di conoscenza oggettiva (ibid.).
CAPITOLO 13 • Le “metaforizzazioni” nelle pratiche discorsive della psicologia clinica 125

Le diverse carte topografiche della psicologia clinica costruiscono, attraverso i


generi discorsivi e le relative rappresentazioni metaforizzanti, la realtà di cui si
occupano, ospitando in anticipo quanto la domanda sociale o il senso comune, o
la norma giuridica, morale o estetica, ha precedentemente ritagliato e consegna-
to come problema. La reificazione, ovvero l’espediente cognitivo attraverso cui si
nasconde la natura relativa e convenzionale di un evento traducendola in una real-
tà effettiva, talvolta non solo imprigiona lo psicologo clinico nei suoi “oggetti” psi-
codiagnostici, ma s’impone anche alle forme del disagio, dando loro un’esistenza
che a sua volta s’impone alla coscienza autoriflessiva della persona. In questo ca-
so divenendo – in quanto atto interpretativo – una realtà in sé, che alimenta,“co-
alizza” la coscienza di un disagio, facendone un opus alienum. In tal modo, per
esempio, la “depressione” diventa un fatto. Entro un neologismo oggettivante, in
quanto diagnostico, si rapprende l’esperienza che la persona ha di sé, impeden-
dogli, per esempio, di cogliere l’intenzionalità della sua tristezza, la sfiducia ed il
pessimismo, insomma quegli espedienti che sfuggendogli di mano divengono au-
toevidenti alla sua coscienza o al suo modo di essere. Tutte le principali configu-
razioni nosografiche risentono di questa doppia vocazione: da un lato indicatori
convenzionali, dall’altro la “cosa in sé” ovvero la malattia. Costrutti ipotetici e co-
strutti realistici si fronteggiano polemicamente, pur esistendo grazie al rinvio me-
taforizzante del termine usato. Quest’ultimo, se catturato entro un’analogia medica,
si trasforma ulteriormente, viene adeguato agli schemi discorsivi del linguaggio
che lo ospita: non indica più un modo soggettivo di sentire, di disporsi, di mani-
festarsi, ma ora appare come una “malattia’’5. Il termine diagnostico reificato a
priori, depsicologizzato, può favorire un altro tipo di conoscenza e un’altra pos-
sibilità terapeutica, per esempio farmacologica. La similitudine “la psiche come
se fosse depressa”, inserendo il termine depressione in due matrici concettuali
differenti, fa sì che il termine usato in senso “fenomenologico” non abbia niente a
che vedere con il suo uso in senso nosografico. Si assiste al paradosso per cui il ter-
mine psicodiagnostico depsicologizza ciò a cui accenna.

 Influenzamento e persuasione

Un altro elemento che sottolinea la centralità delle metaforizzazioni è il loro ef-


fetto comunicativo (pragmatico direbbero i linguisti), ossia di influenzamento e
persuasione e di efficacia locale. Quando si viene a generare o a mutare uno sta-
to mentale, un modo di sentire, percepire e valutare, per il tramite di una comu-
nicazione metaforizzata, viene generata una ri-definizione o ri-significazione co-
siddetta “terapeutica”. La sua efficacia è funzione della sua forza perlocutoria6, at-

5 L’etimologia del termine “psicopatologia” è di per sé una metafora, peraltro poco felice, che sta ad indi-
care la “malattia della mente”. L’espressione sottende il principio implicito in base al quale alla mente
sia dato di “ammalarsi” così come accade al corpo.
6 Si intende per forza perlocutoria quella che produce effetti sui sentimenti, i pensieri e le azioni degli al-

tri. Gli atti perlocutori – ricorda Austin, il filosofo inglese allievo di Wittgenstein - sono ottenuti da atti
illocutori, ovvero da quegli atti che compiamo nel dire qualcosa. Il comandare, ordinare, promettere,
sono atti illocutori in quanto capaci di definire il reale e asserire qualità che rendano la frase condivisi-
bile anche dall’interlocutore (Austin, 1982, 1986).
126 Elena Faccio, Alessandro Salvini

ta a ristrutturare le configurazioni di senso e di significato agendo, quando ap-


propriata e contestuale, fin nelle matrici protolinguistiche7. L’azione psicotera-
peutica passa anche attraverso il cambiamento dei modi, delle forme, delle strut-
ture e dei significati dei racconti. L’innesto o la permuta dei repertori metafori-
ci attraverso i quali la persona si narra, agisce, crea delle regole e dei significati,
introduce l’individuo ad un diverso modo di fare esperienza di sé e del mondo.
Mediante il trasferimento implicito di un modo di sentire, la metafora connette
sistemi emozionali deformando ed utilizzando i significati letterali della parola
e del discorso. Quindi metaforizzare vuol dire utilizzare un principio analogico
che consente di trasferire un significato da un dominio concettuale ad un altro at-
traverso un medium esperienziale. La forza della metafora non sta “dentro l’im-
magine” ma nella sua capacità di creare una connessione tra due menti, ovvero
di utilizzare una forma di comunicazione che all’osservatore distaccato e non co-
involto apparirebbe non dotata di senso. Ciò vuol dire che le metafore esigono in
chi le fa e in chi le accoglie una condivisione linguistico-culturale ed esperienziale
degli assunti impliciti; quindi una complicità, che esiste ancor prima che venga
configurato l’enunciato metaforico rendendo plausibile anche ciò che prima sem-
brava non esserci, pur essendo, in nuce, presupposto.
Il linguaggio metaforico è una componente rilevante di come agisce gran par-
te della comunicazione psicoterapeutica, fermo restando che la discorsività me-
taforica svolge il suo ruolo di occultamento, resistenza o disvelamento nelle sue for-
me più originali e creative, o anche convenzionali. Queste si dispiegano in un
processo discorsivo in cui, per esempio, la forza persuasiva e di influenzamento
passa, come si è detto, attraverso forme protolinguistiche, analogie sensoriali, si-
gnificati propriocettivi, astrazioni estetiche e risonanze di valore, con l’effetto di
attivare un comune e condiviso contesto di significato.

 Perché la metafora non può essere


considerata un “oggetto linguistico”?

Linguaggio letterale e linguaggio metaforico

Quali processi rendono tale una metafora? Cosa distingue il linguaggio metafo-
rico da quello non metaforico?
La tradizione ha da sempre contrapposto queste due forme discorsive, attri-
buendo al linguaggio letterale la prerogativa di “rappresentare” oggetti reali, qua-
si fosse una sorta di lente, uno specchio per situazioni “vere di fatto”. Il linguag-
gio metaforico dovrebbe dunque, per contrasto, essere permeato di immaginazione,
figurativo ed “esagerato”. A rigor di logica le scienze propriamente dette do-
vrebbero rinunciare al linguaggio metaforico per attenersi strettamente a quel-
lo letterale. Gli scienziati senza immaginazione, necessari anch’essi, si sono det-

7 Protolinguistiche sono quelle forme di esperienza legate alla dimensione somatica o sensoriale, quindi
non ancora linguistiche, ma destinate a diventare tali. Ne cogliamo alcuni esempi nelle affermazioni del
tipo: “Ho un groppo in gola”, “… mi fa rivoltare lo stomaco”, “ mi sono sentito rabbrividire...”, “vedo cu-
po”, “sono stato accecato dall’ira”.
CAPITOLO 13 • Le “metaforizzazioni” nelle pratiche discorsive della psicologia clinica 127

ti d’accordo di lasciare la metafora ai poeti, agli scrittori di novelle, agli ideolo-


gi, in contrapposizione al loro linguaggio che “intaglia semplicemente la natura
per come è fatta”.
Secondo questa visione ogni “cosa” del mondo reale deve avere i propri equi-
valenti linguistici e la trattazione scientifica avrà come oggetto privilegiato la
“res extensa”. Noi sappiamo bene che così non è, sappiamo che anche e soprat-
tutto la scienza “parla per metafore”. Uno storico della scienza, Thomas Kuhn,
ha dimostrato in un ampio studio come le scienze siano anch’esse il regno in-
contrastato di metafore efficaci, usate come necessarie finzioni della ragione
(Khun T.S., 1979). Per esempio Newton concepisce la gravitazione universale per
analogia con l’attrazione interpersonale, Darwin sviluppa la teoria della selezio-
ne naturale utilizzando metafore sociali quali quelle della lotta, della competi-
zione e dell’organizzazione del lavoro. L’atomo di Rutherford è stato fotografato
dalla fantasia di migliaia di persone grazie all’efficacia del raffronto con la strut-
tura del sistema solare, a sua volta modello metaforico ormai talmente consoli-
dato da non apparire più come tale.
Fu la vivida immaginazione di Kekulè a portarlo a pensare che la struttura
del benzene potesse richiudersi ad anello allorquando gli balenò nella mente che
il moto serpentino degli atomi fosse una replica di quello dell’uroboro, il mitico
serpente che si morde la coda8. Pare che le stesse intuizioni di Einstein siano na-
te da esperienze immaginative e propriocettive (Gardner H., 1983).
Per le scienze che non partono dal dato empirico la questione è ancora più
complessa. Prima tra tutte la psicologia (per eccellenza scienza senza “oggetto”).
I linguaggi psicologici, come ben sappiamo, sono densi di metafore, si pensi a
quanto i cognitivismi abbiano puntato sull’organizzazione della mente e del flus-
so delle informazioni attribuendovi componenti spaziali unite da rapporti di
connessione. La memoria sensoriale, a breve e a lungo termine, ed i suoi “ma-
gazzini”, non sono altro che un tentativo di rappresentazione (quindi una meta-
fora) del funzionamento della memoria. Tuttavia, come vedremo più avanti, pen-
sare al cervello attraverso la metafora computazionale significa, oltre a racco-
gliere l’analogia cervello-computer, anche assumere gli impliciti modelli concet-
tuali retrostanti: la mente come spazio “riempito” da qualcosa. Invece l’immagi-
ne comportamentista della mente come “scatola nera” costituisce il paradosso
per cui il non conosciuto, metaforizzato, diventa una “cosa” conoscibile.
Forse allora la metafora non è un espediente linguistico. Pur rimanendo inac-
cessibile diventa un fatto costitutivo di una scelta esplicativa. Diventa uno spec-
chio in cui cogliere, per riflesso, un modo di rappresentare. In genere, ci hanno
insegnato a considerare le metafore solo come un abbellimento stilistico, cioè
come un modo per non usare la prosa, o come un insieme di formule ardite per
dire verità o affermazioni usando un altro linguaggio. Potremmo invece pensa-
re che buona parte della comunicazione metaforica passa attraverso gli implici-
ti concettuali che la metafora non dichiara, ma che sono premessa alla sua com-

8 “Di nuovo gli atomi stavano facendo capriole davanti ai miei occhi… il mio occhio mentale non riusciva
a distinguere strutture maggiori… tutto si attorceva e ondeggiava in un moto serpentino. Ma guarda! Che
cosa accadeva? Uno dei serpenti si era preso la coda e quella forma turbinava come per dileggio dinanzi ai
miei occhi. Come colpito dal fulmine, mi svegliai” da McKim RH (1980) Experiences in Visual Thinking.
Brooks/Cole Pub. Co, p 9.
128 Elena Faccio, Alessandro Salvini

prensione. Per esempio immettere l’interlocutore nel rispecchiamento di un pen-


siero metaforizzato, per quanto riguarda la psicoterapia, consente non solo un
travaso di esperienza, ma anche la possibilità di comprendere modi di pensare e
di sentire altrimenti inaccessibili.

Verità storiche e verità narrative.


Come cambiano gli eventi se cambia il contesto (genere) del discorso

Raymond Queneau in “Esercizi di Stile” (1947) propone un esempio molto efficace del rap-
SCHEDA 1

porto tra generi di discorso e verità dei fatti. Partendo da un episodio banale - un uomo scen-
de dall’autobus sul quale ha viaggiato e perde un bottone – riformula il racconto in 99 versioni
diverse. Ogni riscrittura si avvale di peculiari artifici retorici.Tra questi la scelta del genere: pu-
ra notazione, pronostico, comunicato stampa, commedia o giallo; la scelta del tempo verba-
le: strutturando il testo attraverso il presente, il passato prossimo, il passato remoto; la scelta
dello stile: moderno, ellenistico, anglicizzato o reazionario; ma anche la prevalenza del tipo di
descrizioni sensoriali (di ordine olfattivo, gustativo, o tattile). Ogni variazione produce una
storia completamente diversa. Dunque un episodio della vita quotidiana assume la forma dal
modo in cui lo si racconta.
La verità narrativa si impossessa della verità storica, e la riformula in continuazione.
Questo mette in crisi la struttura positivistica della tradizione psicologica e medico-psichiatri-
ca per la quale la verità dei fatti prevale sulla forma. La sedimentazione oggettivista ed empi-
rista, difficile da smantellare, ha persuaso le scienze psicologiche e psichiatriche alla credenza
che le vicende umane “parlino di per sé”, siano “autoevidenti”, sminuendo la rilevanza delle re-
toriche discorsive e dei processi di rappresentazione nell’organizzazione dei significati.
Nel 1931 Giovanni Papini, un pragmatista italiano, scrisse una finta intervista a Freud. L’inter-
vista si presentava come un dialogo diretto, quasi che Freud confessasse la vera natura della sua
opera. ”Tutti credono che io tenga al carattere scientifico della mia opera, e che lo scopo prin-
cipale sia la guarigione delle malattie mentali. È un enorme malinteso, che dura da troppi an-
ni, e che non sono riuscito a dissipare. Io sono uno scienziato per necessità, non per vocazione,
la mia vera natura è da artista. E c’è una prova inconfutabile: in tutti i Paesi dove è penetrata la
psicoanalisi, essa è stata meglio accolta dagli scrittori che dai medici, fin quando i medici non
si sono accorti che potevano fare buoni affari. I miei libri di fatto somigliano ben più a opere di
immaginazione che a trattati di patologia, in ogni modo ho saputo vincere per via traversa il mio
destino e ho raggiunto il mio sogno: rimanere un letterato pur facendo in apparenza il medi-
co. In tutti i grandi scienziati esiste il lievito della fantasia, ma nessuno si è proposto, ahimè, di
tradurre in teorie scientifiche le ispirazioni offerte dalle correnti della letteratura moderna. Nel-
la psicoanalisi si ritrovano e si compendiano, trasposte in gergo scientifico, le tre maggiori scuo-
le letterarie del secolo XIX: Ey, Zola, Mallarmé, e si congiungono in me sotto il patronato del
mio vecchio maestro Goethe.”
Analizzando lucidamente tutta la struttura retorica delle opere di Freud viene sottolineata l’a-
bilità del medico viennese nell’organizzazione discorsiva dei casi.
Anche la psicoanalisi è dunque un genere letterario.
Potremmo allora pensare che le pratiche psicoterapeutiche si appoggino, per produrre certi ef-
fetti, più che al rigore della metodologia scientifica, all’efficacia degli aspetti letterari e comu-
nicativi. Qualcuno ha detto che la distinzione tra ciò che è letterario e ciò che è psicologico è
una partizione accademica. Tutto ciò che è letterario non potrebbe risultare tale se non fosse
sostanziato da valenze psicologiche. Uno stile letterario suggestivo ed accattivante (quale quel-
lo freudiano) non è elemento di second’ordine rispetto alle fortune della sua produzione e dif-
fusione. L’arte di convincere, di sedurre e di offrire un nuovo modo di leggere e di raccontare
alcune vicende ha costruito le narrazioni secondo una determinata forma. Il genere dà vita ad
una trama, le trame informano i fatti.
CAPITOLO 13 • Le “metaforizzazioni” nelle pratiche discorsive della psicologia clinica 129

Metafore implicite

La metafora implicita è da intendersi come il rinvio più o meno consapevole a for-


me non letterali e protolinguistiche di esperienza o consapevolezza.
Un cattivo uso della discorsività metaforica può essere quello legato al fatto di
scambiare il significante per il significato, sovrapponendoli, configurando ciò di
cui si parla come oggetto o sostanza. La metafora viene ontologizzata, selezio-
nando parti dell’esperienza come entità discrete ed uniformi e inducendo alla
categorizzazione, a fronte dell’esigenza di dare una rilevanza empirica ai pro-
cessi psicologici trasformati in oggetti. Anche il senso comune tende a dare una
sostanza agli eventi o agli stati mentali.
Per esempio dire: “lei si è emotivamente bloccato”, “ha un esaurimento ner-
voso”, “le sue pulsioni aggressive si sono scaricate” oppure dire: “la mia testa
non funziona”, “ho il cervello a pezzi, lei me lo deve aggiustare” divengono mo-
di di dire entro una fantasia il cui realismo viene al più assunto come verosi-
miglianza; una volta rivestito il concetto di un’immagine metaforica, questa vie-
ne sostenuta da un implicito assunto realista. Questo modo di parlare lascia
trapelare nella sua discorsività presupposti concettuali empirici e meccanicisti.
Altrettanto ontologizzanti possono risultare le seguenti espressioni (pronun-
ciate da un ipotetico psicologo): “lei ha l’io fragile”, “lei è emotivamente insta-
bile”, “lei ha una certa labilità”; anche il termine “personalità” è un artificio
concettuale che crea nei parlanti la convinzione che si tratti realisticamente di
un’entità effettiva, un contenitore di tratti o di disposizioni psicologiche. Le
metafore del contenitore sono peraltro particolarmente presenti nel linguaggio
psicologico e psicopatologico (“è entrato in uno stato di euforia, è fuori di sé, è
caduto in depressione…”).
Anche la psicoterapia si nutre, nel parlare di se stessa, di metafore, tanto è ve-
ro che potremmo distinguere, sulla base di certe assunzioni metaforiche, quali
siano le metafore concettuali retrostanti alla psicoanalisi, ai rogersiani, agli jun-
ghiani, perché sono specifici costrutti concettuali a produrre certe modalità
espressive. Questo significa che la metaforizzazione non è un qualcosa che cor-
risponde ad una realtà effettiva, ma è ciò che il terapeuta può utilizzare per ri-
strutturare, dissociare, confermare un certo processo di cambiamento che vuo-
le modificare o consolidare nel proprio interlocutore. Anche in questo caso, men-
tre consideriamo gli effetti presunti della psicoterapia, dobbiamo alludervi at-
traverso l’uso di ulteriori similitudini. Le metaforizzazioni, quindi, non sono so-
lo un mezzo per dire qualcosa che l’altro possa comprendere in modo immagi-
nifico e suggestivo, ma anche un modo di rappresentare una realtà altrimenti
inaccessibile che può essere generata dalle formule linguistiche, le analogie o gli
aneddoti che possiamo utilizzare.
Indagare la psiche per conoscerne la verità può essere un’operazione inutile,
come insegnano gli studi sul linguaggio, perché la psiche può solo riflettere le
immagini da noi evocate per descrivere noi stessi. Quindi, come dice Foucault, la
natura della nostra mente viene continuamente ricostruita dalle forme che creia-
mo connettendo rappresentazioni e linguaggio. Per Foucault gli stati mentali ac-
quistano la verità dei metodi e degli espedienti linguistici che impieghiamo per
comprenderli (Foucault M., 1963).
130 Elena Faccio, Alessandro Salvini

Forse il destino di una teoria scientifica nel campo delle psicoterapie e nei
settori affini ha molto a che fare proprio con questo. Ad esempio il successo che
ha avuto da un punto di vista istituzionale la psichiatria negli ultimi 150 anni,
ruota attorno al fatto che il suo modo di parlare, le sue metafore entrano in for-
te collusione con il senso comune, prendendo a ricalco (e quindi legittimando) gli
stessi presupposti normativi, morali, giuridici, lavorativi e altro.
Il discorso clinico delle scienze della psiche sembra fatto apposta per acco-
gliere – traducendo, interpretando o letteralizzando - le metafore del senso comune,
offrendole a sua volta. Se si riesce a convincere l’uomo della strada che la psiche
funziona come una macchina energetica e la gente comincia a dire “sono esauri-
ta, sono fuori di me...” tutto questo collude, ma ancor di più legittima e quindi
concorre a costruire, teorie psicopatologiche complementari (per esempio quel-
le dell’esaurimento nervoso o della malattia mentale). Le allusioni alle metafore
spaziali del “su-giù”, del “dentro-fuori”, o a quelle belliche del “conflitto” posso-
no divenire costitutive di teorie o di discorsi clinici che sono pensati come al-
trettanti generi narrativi. Per esempio alcune metafore che rappresentano o che
strutturano stati psicologici come articolazioni meccaniche, come anomalie bio-
logiche, non solo possono influenzare le rappresentazioni che il terapeuta si fa di
un certo funzionamento mentale, ma anche introdursi nell’idea che il paziente si
costruisce rispetto a se stesso e ai propri problemi, al punto da nutrire anche i
contenuti del delirio, o le logiche con cui esprimere il proprio disagio. Come chi
crede nei marziani è probabile che li ritrovi anche nei suoi sogni o deliri, chi cre-
de nell’esistenza effettiva dei meccanismi di difesa o della scarica pulsionale fi-
nisce per ritrovarli nel funzionamento psichico del “paziente”.
La nomenclatura psichiatrica non va oltre la descrizione; i neologismi ricevono
sostanza dai fenomeni a cui danno nome. Il modello linguistico crea il caso da-
vanti a noi, vediamo la realtà per mezzo di una convenzione linguistica nata da
una metafora di cui è andata perduta l’etimologia, trasformandosi così in fatto
(paranoia, parafrenia, schizofrenia, isteria). A questo punto solo chi rinuncia al-
la reificazione e alla riduttività del concetto di metafora può trascurare il signi-
ficante per coglierne il significato.
Talvolta chi metaforizza non usa la metafora, ma trasmette un’esperienza. Il
significante sarebbe un contenitore vuoto se non fosse illuminato dalla forza per-
suasiva e suggestiva che passa attraverso le parole. Anche indicare una vela al-
l’orizzonte può trasmettere a qualcuno qualcosa che va al di là della semplice in-
formazione. Per altri invece lo stesso gesto, quello di indicare la vela, può conte-
nere la stessa informazione ma esser privo di evocazione.
Niente di quel che vien detto in questa forma di comunicazione, che non è il
caso di imprigionare in un puro indicatore verbale, può essere capito da uno psi-
cologo che lo pensi soltanto come apparato strumentale, puro reperto formale
di un discorso avulso dall’esperienza, puro oggetto per una contabilità di ogget-
ti linguistici trasformabili in variabili psicologiche.
La celebrazione tecnica della parola “metafora” in psicoterapia nega para-
dossalmente la sua essenza misteriosa e può negarsi nell’attimo stesso in cui la
spogliamo di ciò che la rende possibile, ovvero di una connessione complementare
tra menti in cui l’evocante attinge nel riflesso dell’evocato i colori di un quadro
dipinto a più mani.
CAPITOLO 13 • Le “metaforizzazioni” nelle pratiche discorsive della psicologia clinica 131

A questo punto del discorso ogni terapeuta consapevole, capace di rendere


espliciti i sentimenti impliciti, rinuncerà ad oggettivare la metafora attraverso la
sua descrizione: per meglio praticarla deve rinunciare a trasformarla in un oggetto
linguistico.
Se il cambiamento di una rappresentazione mentale attraverso la trasforma-
zione di un modo di fare esperienza di sé, degli altri e del mondo, può essere il ri-
sultato di una relazione psicoterapeutica, è la discorsività metaforica, in gran
parte, ciò che attiva o sorregge questa possibilità.

Analogia medicalizzata in un’anamnesi per tentato suicidio

Dal test di Rosenzweig sui tentati suicidi riportato in un vecchio libro di psicologia clinica scrit-
to dallo psichiatra Augusto Ermentini (1973) riportiamo il 12° caso relativo ai tentati suicidi.
SCHEDA 2

“Rita M., anni 23, T.S.O. per tentato suicido da farmaci


Anamnesi familiare: madre 48 anni, vivente, sana, casalinga; padre 53 anni, vivo e sa-
no; secondogenita di due fratelli.
Anamnesi fisiologica: nata a termine, da parto eutocico, allattamento materno, me-
narca a 14 anni, con successivi flussi regolari, scolarità: prima me-
dia. Ha interrotto gli studi per lavorare prima in qualità di operaia
tipografa, poi come commessa, sposata a 21 anni con un uomo
di 28, avuti 2 figli, un aborto al secondo mese di gravidanza, abi-
tudini dietetiche regolari.
Anamnesi patologica remota: a sette anni tifo addominale, appendicectomizzata a 10 anni, co-
muni esantemi nell’infanzia.
Anamnesi psicopatologica: sereno l’ambiente familiare, ottimo il rapporto con i genitori ed
i fratelli, riferisce di aver avuto sempre carattere allegro, si è fi-
danzata a 16 anni con l’attuale marito e si è sposata a 21. Non-
ostante la paziente descriva il coniuge come un ottimo uomo
lavoratore, il menage familiare è spesso turbato e minacciato dal
carattere di lui, molto nervoso e spesso soggetto a reazioni vio-
lente. Frequenti sono le liti e l’ultima di esse è stata provocata
dal rifiuto del marito di farla tornare a casa dopo che per un me-
se era stata ospite dei suoceri in seguito all’allontanamento del
coniuge per motivi di lavoro, la paziente è stata offesa e la scenata
si è ripetuta il giorno dopo il ricovero anche per l’intervento dei
genitori di lui. I vicini hanno chiamato la volante per provvede-
re al trasporto della paziente che esasperata aveva ingerito 8
capsule di Librium”.

Questo frammento di cartella clinica, considerato come resoconto oggettivo, imparziale, e


neutro, è invece il risultato dello stile narrativo adottato, ovvero di uno schema concettua-
le medico applicato ad una vicenda.“Infilare” la vicenda in tale genere narrativo significa, co-
me si può ben cogliere dalla lettura, conferirvi lo status della “testimonianza di fatti”. La vi-
cenda non appare più come una “ricostruzione” di episodi selezionati, più o meno arbitra-
riamente, in modo da combaciare col modello clinico anamnestico prescelto. Lo stile narrativo
si può dunque impossessare di una storia e restituirla apparentemente solidificata con la sua
oggettività.
132 Elena Faccio, Alessandro Salvini

 La metafora come sistema concettuale

La metafora rappresenta una sottodimensione importante nella costruzione di


storie, di trame e di realtà. Come si è detto quando parliamo utilizziamo spes-
so metafore, che tendiamo a letteralizzare, al punto tale da dimenticare il livel-
lo metaforico e da assumere come dati di realtà i contenuti che propongono. Per
esempio, l’espressione “oggi ho speso molto tempo a parlare” tradisce la metafora
del tempo come denaro, ma forse l’immagine è così consueta da passare per non
metaforica. Metafora non è soltanto “l’uomo geloso è come il cane che abbaia, fi-
nisce per richiamare altri cani”, ma è anche “l’inflazione ha eroso i miei rispar-
mi”: l’erosione sembra un fatto oggettivo, e potrebbe tradire il livello metafori-
co solo ai più attenti.
Considerare le metafore da questa prospettiva significa coglierne l’aspetto
linguistico. Come è già stato detto, l’osservazione metaforica può essere lettera-
lizzata, ovvero scambiata per la realtà, assumendo per implicito un rapporto di ri-
specchiamento tra immagine e realtà rappresentata. Vi è tuttavia un secondo li-
vello di analisi: quello concettuale, per cui la metafora non è soltanto un espe-
diente linguistico, ma contiene al proprio interno anche uno specifico modo di co-
struire la realtà. Per esempio, dire “ho un’alta/bassa opinione” implica un’osser-
vazione metaforica; “alta” e “bassa” sono espressioni linguistiche che contengono
una rappresentazione spaziale dei giudizi. Anche “è caduto ammalato”, “è giù di
morale” convergono su un costrutto concettuale sempre metaforico che noi con-
dividiamo culturalmente secondo il quale, convenzionalmente, il cattivo sta giù
e il buono sta su. Quindi il nostro modo di pensare è già preorientato da metafore
di orientamento, culturalmente condivise, che non corrispondono alla realtà og-
gettiva ma la costruiscono.
La cosa importante, da un punto di vista psicologico, è che le metaforizza-
zioni hanno una forte valenza pragmatica: ci servono per comprendere l’espe-
rienza, valutarla, e costruire una percezione della realtà. Tutto questo implica il fat-
to che le metafore non siano soltanto modi di dire, ma contengano anche modi
di descrivere, di rappresentare, di costruire concettualmente la realtà, e soprattutto
indicazioni per l’azione. Molte nostre azioni sono governate da funzioni lingui-
stiche al cui interno opera una concettualizzazione metaforica. Dire: “nella pro-
fondità dell’inconscio” o “quello che sale alla luce della coscienza” significa in-
durre l’individuo a pensare che effettivamente l’inconscio sia un qualcosa che al-
berga in qualche ripostiglio della propria interiorità, mentre la luce apollinea del-
la coscienza sia ciò che ne emerge, ne affiora.
Quando noi parliamo di tutti gli elementi che governano “il giù”, abbassia-
mo il capo; la persona depressa o preoccupata, che esplora il proprio inconscio
starà dunque a capo chino. Questo ci mostra come si tendano a vivere le assun-
zioni concettuali anche attraverso l’espressività corporea. Siamo portatori di
metafore culturali costruite soggettivamente che fanno parte dei generi narra-
tivi a cui abbiamo affidato la rappresentazione della nostra identità o la nostra
storia. Se agiamo sulla base delle metafore, queste hanno delle implicazioni, poi-
ché la metafora focalizza l’esperienza e genera un punto di vista privilegiato.
Quindi se usiamo una metafora, il costrutto concettuale retrostante ci impedi-
sce di vedere le cose da una prospettiva diversa, attuando un effetto di oscura-
CAPITOLO 13 • Le “metaforizzazioni” nelle pratiche discorsive della psicologia clinica 133

mento: “le idee che non abbiamo non lasciano vuoti nel mondo percepito”. Le
metafore che ci permeano da un punto di vista concettuale ci impediscono di ve-
dere la realtà in un altro modo, in un’altra prospettiva. Di conseguenza può av-
venire che le nostre metafore concettuali intrappolino o possano strutturare l’a-
gire, il pensare in forma anche anomala, deviante, psicopatologica (ma come si
è già detto, si potrebbe pensare che anche la “psicopatologia” possa ricadere tra
le metafore… dall’utilità e adeguatezza discutibili). Se è vero che “ciò che ci per-
de ci può anche guarire” potremmo sostenere che le metaforizzazioni possono
essere utilizzate anche come strumenti: ad esempio, ai fini del cambiamento del-
le autopercezioni e dei modi di agire.
In molte psicoterapie costruttiviste si fa ampio uso, in modo esplicito ed in-
tenzionale, di metaforizzazioni, non solo per l’efficacia comunicativa delle ana-
logie linguistiche, ma anche perché queste mettono in moto cambiamenti di pro-
spettiva. In tal senso le metafore possono intrappolare, ma anche liberare, a se-
conda di come vengono gestite: come fattore di consolidamento e stabilità o di cam-
biamento ed innovazione.
Quindi le metaforizzazioni possono creare delle realtà, specialmente realtà
sociali e psicologiche, e divenire guida per le azioni che così dirette rinforzeran-
no gli effetti pragmatici e perlocutori della metafora in modo da rendere l’espe-
rienza reale e coerente; in questo senso le metafore possono essere profezie che si
autodeterminano. Quando si parla di metafore in questi termini non ci si riferi-
sce all’espressione linguistica (anche di senso comune) alla quale affidiamo la
nostra esperienza - che raccontiamo e viviamo come vera - ma al retroterra cul-
turale che in qualche maniera precostituisce un genere narrativo, il quale ha una
sua coerenza discorsiva entro cui richiama enunciati metaforici tra loro compa-
tibili: si tratta quindi di sistemi metaforici che si puntellano.
Le metafore si organizzano intorno a meta-metafore che funzionano come
matrici generative, per esempio energetiche, economiche, conflittuali, di movi-
mento, visive piuttosto che uditive (scheda 3). Per esempio, per quanto riguarda
il tempo, può esser detto da una persona in psicoterapia che: “spende, economiz-
za, perde, guadagna tempo” oppure può dire che il suo tempo “vola, scorre, pas-
sa, rallenta”. Quali sono le matrici generative ed il sistema concettuale retro-
stante? Da un lato il tempo è denaro, dall’altro è un’entità in movimento. Imma-
ginate che il vostro interlocutore intenda il tempo come risorsa limitata (cioè di
denaro, e quindi come riflesso di un senso di impoverimento), mentre voi avete
una concezione del tempo come entità in movimento. Molto probabilmente non
c’è una possibilità di intendersi. In questo caso la pretesa di parlare il linguag-
gio del paziente utilizzando il ricalco non è attuabile, proprio perché ci sono due
modi di costruire concettualmente la metafora “tempo” e quindi l’esperienza che
se ne ha. Il tempo rallenta o il tempo si economizza sono due modi diversi di en-
trare nell’esperienza soggettiva del vivere il tempo.
Altro esempio è rappresentato dalla discussione. Immaginiamo una contesa fra
coniugi: uno dei due esordisce dicendo: “hai attaccato il punto debole della mia
opinione ma non hai avuto la meglio sulle mie ragioni”,“hai contrastato le mie ver-
sioni”, “hai osato invalidarmi”, “stai mettendo in ridicolo la mia opinione”; mentre
l’altro replica: “hai deviato”, “stai girando intorno”, “prendi la direzione sbagliata”,
“stai andando fuori (tema)”, troviamo da una parte il costrutto concettuale del rap-
134 Elena Faccio, Alessandro Salvini

porto dialogico come conflitto, dall’altra come percorso. Pensare alla discussione
secondo presupposti meta-metaforici differenti, rende difficile intendersi.
Prendendo ad esempio l’amore, di fronte ad una situazione di crisi si potreb-
be dire: “siamo ad un bivio, dobbiamo separare le nostre strade, la nostra relazio-
ne è in un vicolo cieco, siamo finiti su un binario morto...”. L’elemento retrostante
a queste affermazioni è evidentemente il viaggio. Oppure si potrebbe dire: “la no-
stra relazione è malata, il nostro matrimonio è morto, stiamo portando avanti un
rapporto stanco, lui mi fa uscire di senno...”. Qui la propria esperienza è vista co-
me malattia. Oppure: “sto lottando con i miei sentimenti, lei sta scappando, lei mi
sta opprimendo...”, in questi casi si utilizza la metafora dell’amore come lotta. An-
che la scelta della persona con cui parlare della propria relazione affettiva è fun-
zione della metafora sottostante che struttura l’esperienza attraverso la selezione
di certe formule linguistiche, le quali poi, per un principio di coerenza, si attrag-
gono fra loro. Chi pensa in termini di lotta userà tutta una serie di metafore, da ri-
ferire a se stesso, che prevedono appunto questi enunciati linguistici e questi mo-
di di dire. L’amore può essere lavoro, creatività, sacrificio, dedizione, responsabili-
tà, esperienza estetica, spontaneità, sincerità, insicurezza, conquista… Ognuna di
queste assunzioni riflette un’idea diversa di cosa sia l’amore e costruisce nella
esperienza emotiva della persona alcune rappresentazioni e forme di “dover essere”
e alcune autopercezioni che possono rivelarsi incompatibili; la ricorrenza di cer-
te metaforizzazioni consente di capire come la corrispondente rappresentazione
di sé, degli altri e del mondo possa risultare disturbata o problematica in quanto
prigioniera di un genere narrativo sovraordinato, che produce interpretazioni ad
anticipazioni rispetto alle quali non sono possibili alternative.
Prendiamo le idee. Le idee possono essere intese come piante, persone, sinto-
mi, prodotti, merci, risorse, soldi o strumenti: “le idee sono frutti, sono morte,
immature, patologiche, produttive, confezionate, inutili, incisive, acute”. Anche
in questo caso l’apparente libertà metaforica fa riferimento a precisi costrutti
retrostanti.

Famiglie di metafore sensoriali e percettive

Metafore visive
“Amore a prima vista” - “cogliere con un’occhiata” - “godersi lo spettacolo” - “lanciare un’occhiata” - “ave-
SCHEDA 3

re una visione, uno squarcio sul futuro” - “da questa prospettiva” - “visibilmente giusto” - “vedere con chia-
rezza” - “non vederci chiaro” - “esaminare da vicino” - “vedere sotto un’altra luce” - “vedo rosso, nero, bian-
co, scuro” - “essere cupi” - “stato d’animo cupo, nero, scuro” - “chiudere gli occhi” - “cadere le paratie, le
bende” - “raffigurarsi qualcosa” - “tenere nascosto qualcosa” - “occultare i sentimenti” - “gettare polvere ne-
gli occhi” - “atteggiamento losco” - “sentimenti sfocati, limpidi, netti, chiari” - “portare alla luce le cose” - “ave-
re la mente lucida” - “guardare al futuro” - “scoprire qualcosa” - “lasciarsi accecare dall’ira” - “figurarsi una
prospettiva luminosa” - “arricchire il quadro della memoria”.

Metafore sensoriali - gustative - propriocettive


“Divorare” - “far fuori” - “gustare” - “avere disgusto” - “vomitare” - “avere la nausea” - “inghiottire” - “dige-
rire”- “assimilare”- “mi fa rivoltare lo stomaco” - “ho un morso, un groppo in gola”.
CAPITOLO 13 • Le “metaforizzazioni” nelle pratiche discorsive della psicologia clinica 135

Metafore tattili - cinestesiche


“La vicenda mi ha toccato” - “ho toccato con mano” - “ho avuto una scossa” - “mi sono sentito rabbrividi-
re” - “la storia ancora mi prude” - “le gambe mi diventano molli” - “ho un senso di stordimento” - “mi sen-
to disorientato” - “ho sempre il cuore in gola” - “mi sento a pezzi, distrutto, sconvolto” - “cerco di avere i
piedi per terra” - “non ho equilibrio” - ”mi trovo con le spalle al muro” - “mi sento persa” - “ha idee ram-
SCHEDA 3

mollite” - “non mi sento bene” - “volevo/vorrei sprofondare” - “mi sento sospeso” - “non riesco ad afferrar”
- “mi ha scaldato” - “mi gela il solo pensiero” - “non sento niente per” - “sento un grande vuoto” - “mi sen-
to saturo, pieno” - “mi sono tolto un peso” - “l’ho presa per il verso sbagliato” - “mi dà sui nervi” - “la cosa
mi ha lasciato freddo, di stucco” - “la cosa mi dà la carica” - “mi ha voltato le spalle” - “sono rimasto indie-
tro” - “non riesco a porre limiti” - “è un continuo tergiversare” - “sono sempre in ballo” - “sono sempre stres-
sato” - “un certo sesto senso mi dice che” - “non riesco ad avere uno sfogo” - “mi ha fatto girar la testa” - “so-
no sempre agitata” - “mi sento chiusa, rigida, morta, eccitata, euforica, lieve, pesante, trafitta, solleticata,
sollecitata, gettata, raccolta”.

Metafore uditive - analogiche


“Un tonfo al cuore” - “un rimbombo” - “una nota stridente” - “passo pesante” - “udire una stonatura”.

Metafore uditive - digitali


“Aprire bocca” - “sprecare fiato” - “gridare ai quattro venti” - “riempirsi la bocca” - “non sentirci” - “fare orec-
chi da mercante” - “non capire” - “muto come un pesce” - “melodioso” - “campanello d’allarme” - “fare ope-
ra di persuasione” - “sentire crescere qualcosa… sentire musica” - “gridare vendetta” - “silenzio di tomba” -
“passare sotto silenzio” - “dare la propria parola” - “sentire cantare gli angeli” - “togliere la parola di bocca”
- “non ascoltare” - “ridere forte, piano per non essere sentiti” - “non essere ascoltati” - “sentirsi non ascolta-
ti” - “raccontare con sentimento, con rabbia, con tristezza” - “essere reticenti, non sapere cosa dire”.

 Qualche considerazione non conclusiva

Tornando alla distinzione tra linguaggio letterale e metaforico, la proposta di


Wittghenstein (1953) rappresenta un antidoto alle tentazioni della letteralizzazione,
cui sono particolarmente esposte le scienze cliniche della psiche che inseguono
certezze nomotetiche. I limiti circa i modi in cui un termine descrittivo può es-
sere usato sono quelli che prima di tutto vanno rintracciati nel contesto lingui-
stico. Ciò che può essere detto, per esempio, di un “cerbiatto” dipende dal fatto che
chi ne parla sia uno zoologo, un cacciatore, uno scrittore di libri per bambini o un
cuoco. Le cose si complicano se pensiamo che a parlare del “cerbiatto” siano più
interlocutori con intenti diversi. I termini descrittivi stabiliscono allora il signi-
ficato non rispetto agli oggetti nel mondo reale, ma rispetto al loro uso nei vari
“giochi del linguaggio”. Senza un concetto praticabile del linguaggio letterale, il
concetto di linguaggio metaforico perde di senso. Inoltre tutte le descrizioni teo-
retiche sono metaforiche, in quanto “rappresentazioni” di un reale mai accessibile
in sé e per sé. Ogni descrizione letterale si serve di un livello rappresentazionale
metaforico, e questo è il principio attraverso il quale il linguaggio letterale si svi-
luppa: dove manca la parola ricorriamo alla metafora.
Secondo la prospettiva di Wittgenstein si può dire che il significato di ogni
parola dipenda dal posto che occupa e dal suo preciso ordine nel discorso. Da
questa prospettiva il significato di una parola non deriva dal termine empirico che
si dice quella parola rappresenti (come vorrebbero gli empiristi) e nemmeno dal-
le intenzioni del parlante (come vorrebbero gli ermeneuti ed i filosofi del lin-
136 Elena Faccio, Alessandro Salvini

guaggio); piuttosto, il significato deriverebbe dall’uso entro i vari contesti. Acce-


dere al significato di un termine non vuol dire desumerlo né dall’oggetto osser-
vabile né dall’intenzione del parlante: è necessario per l’interlocutore avere a dis-
posizione l’insieme di tutti gli elementi pratici in cui il termine è incorporato in
una particolare occasione. Piuttosto il significato deriverebbe dall’uso nei vari
contesti. Le metaforizzazioni non fanno eccezione in quanto i significati che ge-
nerano e a cui si richiamano, proprio per la pluralità di senso che offrono, ne-
cessitano di continue definizioni o riconfigurazioni di contesto, processo su cui
poggiano alcuni effetti della comunicazione psicoterapeutica. Non ha senso, ad
esempio, ripetere una stessa immagine metaforica al ricorrere di problemi simi-
li. Una metafora, dimostratasi utile ed efficace in uno specifico contesto interat-
tivo, potrebbe non esserlo altrettanto (o per niente) in un altro. Questo, infatti, por-
terebbe ad ontologizzarne anche l’efficacia, sottovalutando la specificità degli in-
terlocutori e del contesto.
Inoltre non si può parlare di metaforizzazioni senza tenere in considerazione
le pratiche discorsive. Nuovi usi delle parole invitano a pratiche discorsive diver-
se. In tal senso la distinzione tra linguaggio letterale e metaforico è un espedien-
te concettuale. Un nuovo termine inserito in un contesto “vergine” sembrerà me-
taforico, ma la sua graduale incorporazione nelle pratiche linguistiche, non ap-
pena la sua pratica si solidifica, lo renderà letterale. Ecco perché (come si diceva
sopra) le metafore più efficaci in psicoterapia sono quelle che non vengono rico-
nosciute come tali. Il mancato riconoscimento della natura metaforica di certi
modi di dire psicologici significa che essi sono entrati a far parte di repertori dis-
corsivi consolidati, quindi hanno già trovato adepti al sistema concettuale pre-
supposto come implicito. È allora che inizia il tentativo di trasformare la mappa in
un territorio reale. Termini come “narrazione”,“attaccamento”,“costrutto”, possono
divenire anch’essi delle realtà in sé che si sottraggono all’intelligenza teorica per
divenire fatti, per via analogica assimilati ad entità effettivamente esistenti.
L’uso lima il potere comunicativo dell’enunciato; più lo si usa, più acquista
pregnanza empirica, e diventa oggetto. Come tale perde il potere evocativo a fa-
vore di un potere indicativo, si allontana, riducendo la possibilità di rispecchia-
re l’esperienza di chi parla.
Nel tentativo di sintetizzare quanto sino ad ora considerato, si potrebbe dire
che il tema delle metaforizzazioni nelle pratiche discorsive della psicologia clinica
e della psicoterapia sembra particolarmente rilevante per i seguenti motivi:
1. Il nostro sistema concettuale connesso con l’esperienza gioca un ruolo im-
portante nella definizione delle realtà quotidiane, come dei ricordi e delle an-
ticipazioni. Il sistema concettuale in base al quale pensiamo, agiamo e comu-
nichiamo, è essenzialmente di natura metaforica. Le metaforizzazioni riflettono
e generano, in moto circolare, gli stati mentali adeguati alla configurazione
di realtà soggettive, relazionali e socialmente significative.
2. La metaforizzazione è una forma di pensiero che permette di comunicare ed
evocare un’esperienza attraverso un medium linguistico e narrativo, è in quan-
to tale capace di organizzare il ricordo e l’anticipazione degli eventi. Quindi
le metafore, le analogie, le similitudini, le metonimie, i modelli, i generi dis-
corsivi, evocano e immettono le persone e le relazioni entro diversi sistemi
di significato, orientando e anticipando le azioni e preordinandone il senso.
CAPITOLO 13 • Le “metaforizzazioni” nelle pratiche discorsive della psicologia clinica 137

3. Il linguaggio metaforico dello psicologo clinico e del suo interlocutore (clien-


te o paziente che sia) riflette il sistema concettuale dei parlanti e la retrostante
costruzione, o possibile ricostruzione, di un modo di percepire, sentire e di at-
tribuire un significato, sia nella direzione della persistenza che della sua risi-
gnificazione (cambiamento).
4. Le metafore utilizzate dalle persone sono configurazioni linguistiche le cui
matrici generative sono spesso protolinguistiche, legate all’esperienza soma-
tica e sensoriale.
5. La dominanza e la ricorrenza di certe forme di metaforizzazione ci fa intra-
vedere la relazione tra l’esperienza culturale (cognitiva, emotiva, corporea e
sociale) e i processi autoriflessivi attraverso cui le persone costruiscono le
rappresentazioni di sé, degli altri e del mondo.
6. Il linguaggio tecnico dello psicologo è essenzialmente un linguaggio metafo-
rico che l’uso protratto trasforma in realtà ontologiche, creando effetti di dis-
torsione e di sopravvalutazione empirica (letteralizzazione) dei fenomeni
mentali a cui allude.Anche il senso comune, attraverso le frasi idiomatiche, co-
struisce dei registri normativi e regolativi, trasformando la metaforizzazione
in enunciati fattuali e prescrittivi.
7. Quando un nuovo modo di metaforizzare l’esperienza entra nel sistema con-
cettuale sul quale si basano le nostre azioni, esso modifica le percezioni e le azio-
ni originate da quel sistema e l’insieme dei valori che lo ispira. Ciò è valido sia
in psicoterapia come in ogni altra pratica sociale, dall’educazione zen all’in-
dottrinamento ideologico politico e religioso.
8. L’attenzione ai processi di metaforizzazione è una componente importante
del lavoro clinico, sia per comprendere e modificare le rappresentazioni del-
l’altro, l’attribuzione di significati e di definizione degli eventi, sia per indur-
re lo psicologo a sorvegliare costantemente le proprie forme del parlare in
funzione degli effetti pragmatici che si propone di ottenere.
9. Lo studio dei processi di metaforizzazione mette in luce come gli eventi psi-
cologici e sociali rappresentati concettualmente in termini di proprietà in-
trinseche (empiriche), sono fortemente connotati da proprietà interazionali (si-
tuazionali, relazionali, intenzionali, interpretative) e come tali non riducibili
a forme di conoscenza proprie alle scienze della natura.

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• Lakoff G, Johnson M (1980) Metaphors we live by. Cambridge University Press, Chicago
• Leary D (1990 ) Metaphors in the history of psychology. Cambridge University Press,
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• Wittgenstein L (1953) Philosophical investigations. Blackwell Publisher, Oxford
S EZIONE 3

Psicologia clinica,
psicoterapia e ricerca
C APITOLO 14

Applicazioni dello Psychotherapy


Process Q-Sort di Jones
Saulo Sirigatti

 Introduzione

Della ricerca sugli esiti e sui processi della psicoterapia si possono ricordare al-
cune fasi significative. Circa cinquanta anni fa, Eysenck (1952) svolge una prima
indagine sull’efficacia della psicoterapia e introduce il problema delle guarigio-
ni spontanee. In realtà, la questione era stata già accennata nel ’37 da Landis e, an-
cor prima, Rosenzweig (1936) aveva fatto un’osservazione riguardante i fattori
comuni in psicoterapia – solitamente attribuita a Luborsky – sollevata con la me-
tafora del “lodo di Dodo”: tutti hanno vinto e tutti meritano un premio.
Negli anni ’70 importanti questioni economiche si intrecciano con l’esercizio
della psicoterapia; gradualmente dubbi e diffidenze si attenuano: per ricorrere
alla psicoterapia non occorre più essere o molto ricchi o molto pazzi. Con l’avvento
della meta-analisi di Smith e Glass (1977) e di Smith, Glass e Miller (1980), si ot-
tengono indicazioni sempre più convincenti circa i positivi e consistenti effetti del-
le psicoterapie.
A partire dalla metà degli anni ’90, particolare attenzione è stata indirizzata
al movimento delle Empirically Supported Treatments (ESTs), volto ad identifi-
care trattamenti psicologici, chiaramente specificati, dimostratisi efficaci, alla lu-
ce di ricerche controllate, nei riguardi di popolazioni ben delineate (Chambless
D.L., Hollon S.D., 1998). Tale movimento rappresenta il tentativo – il futuro dirà
quanto fruttuoso – di proporre protocolli dettagliati e sperimentati di interven-
to nei riguardi di specifici disturbi e di specifici pazienti.
Mentre vivo è il dibattito tra modelli teorici, prassi operative e approcci di in-
dagine, si può notare che l’attuale ricerca in psicoterapia ha focalizzato l’attenzione
particolarmente su due aree e sulle loro interrelazioni: la ricerca sugli esiti - che
ha mirato alla comparazione dell’efficacia relativa di interventi psicoterapeutici
- e la ricerca sul processo, che ha cercato di identificare specifiche fasi e dinami-
che del cambiamento. Con particolare riferimento al secondo punto, alcuni ri-
142 Saulo Sirigatti

cercatori includono nel processo qualunque cosa accada nei e tra i pazienti e i
terapeuti nei loro reciproci ruoli, vale a dire quello che pazienti e terapeuti ef-
fettivamente fanno, sentono, pensano e vogliono, nel contesto cangiante di cir-
costanze e condizioni del trattamento. Tale definizione può creare una serie di
incertezze concettuali e semantiche; tuttavia, al fine di una maggiore chiarezza,
può essere utile la distinzione tra tecnica e variabili della relazione.
Si suppone, usualmente, che fattori di tipo tecnico (specifico) differenzino pro-
cedure di un particolare tipo di trattamento, mentre la relazione tra pazienti e te-
rapeuti è presente qualunque sia l’approccio seguito e rappresenta variabili comu-
ni (o non specifiche). L’alleanza terapeutica - benché sia, tra le variabili comuni,
un importante aspetto del processo terapeutico - risulta un costrutto pervasivo,
che può essere facilmente confuso con il processo di trattamento inteso come un
tutto, e non spiega come la terapia contribuisca al miglioramento del paziente. Ta-
le costrutto colloca ad un livello troppo elevato di astrazione processi che sono
presumibilmente comuni a tutti i trattamenti. Per comprendere ciò che fattori non
specifici, come l’alleanza terapeutica, rappresentino e come aiutino il paziente a
migliorare, è innanzitutto necessario descrive tali fattori a un livello microanaliti-
co (Ablon J.S., Jones E.E., 1999). Appare, quindi, di particolare utilità poter dispor-
re di uno strumento ad ampio spettro, progettato per descrivere, empiricamente, il
processo terapeutico nel suo complesso in termini clinicamente rilevanti.
Attualmente si impiegano approcci di ricerca sperimentali, naturalistici o qua-
si-sperimentali, inchieste e studi di singolo caso. Il disegno di ricerca maggiormente
utilizzato nello studio del processo di trattamento è stato lo studio naturalisti-
co, ovvero osservazioni di casi specifici in diversi momenti. La ricerca descritti-
va in psicoterapia si è concentrata principalmente su eventi che possono essere
osservati accadere durante la sessione di trattamento. Tali eventi possono com-
prendere interazioni tra paziente e terapeuta ed esperienze avvenute durante una
sessione, successivamente riferite da pazienti e terapeuti.
Comunque, le tradizionali storie di casi hanno limitato valore scientifico, in
quanto consistono di resoconti aneddotici relativi ad osservazioni raccolte in
modo incontrollato e asistematico. Limiti del metodo dello studio del caso pos-
sono essere contenuti introducendo aggiustamenti metodologici, come, ad esem-
pio, l’applicazione standardizzata di valutazioni obiettive. Lo studio di casi può es-
sere usato in ricerche più sistematiche, adottando metodi di analisi che 1) con-
sentano che la ricchezza di osservazioni, tipica dello studio del caso, si traduca in
dimensioni oggettive, quantificabili; 2) colgano l’unicità dell’individuo; 3) per-
mettano il confronto tra osservatori dello stesso caso, come pure confronti tra
casi (Jones E.E. et al., 1993).
Negli anni sono state proposte numerose tecniche, quali ad esempio: Vanderbilt
Therapeutic Alliance Scale (Hartley D.E., Strupp H.H., 1983); California Psycho-
therapy Alliance Scale (CALPAS); Structural Analysis of Social Behavior (Benja-
min L.S., 1974); Psychotherapy Process Q Set, uno strumento composto da 100
item, costruito per descrivere in modo empirico il processo terapeutico nel suo
complesso in termini clinicamente rilevanti (Jones E.E., 1985). Il PQS ha il suo an-
tecedente nella tecnica Q-sort, proposta da Stephenson (1953) e sviluppata e veri-
ficata in modo più sistematico da Block (Block J., 1961; Block J., Haan N., 1971). Si
tratta di una tecnica di misurazione con ampia potenzialità di applicazione, parti-
CAPITOLO 14 • Applicazioni dello Psychotherapy Process Q-Sort di Jones 143

colarmente adatta per descrivere dati di tipo qualitativo. Consiste in una serie di item,
ciascuno dei quali descrive una caratteristica psicologica o comportamentale si-
gnificativa di un individuo o di una situazione. Il Q-sort è una tecnica ipsativa, cioè
gli item sono ordinati all’interno di un unico caso, da quelli più caratteristici del-
la persona o della situazione da descrivere a quelli meno caratteristici.

 La metodologia Q nella ricerca in psicoterapia:


lo Psychotherapy Process Q-sort

La tecnica Q-sort, proposta da Stephenson (1953), fu sviluppata e verificata in


modo più sistematico da Block (Block J., 1961; Block J., Haan N., 1971). Si tratta
di una tecnica di misurazione con ampie potenzialità di applicazione, partico-
larmente adatta per descrivere dati di tipo qualitativo, che consiste in una serie
di item, ciascuno dei quali descrive una caratteristica psicologica o comporta-
mentale significativa di un individuo o di una situazione.
Un Q-set consiste in una serie di item, il cui numero varia a seconda dei casi,
ognuno dei quali descrive un aspetto psicologico o comportamentale dell’individuo
o della situazione che si vuole esaminare. Come hanno sostenuto da Jones, Cum-
ming e Pulos (1993), il contenuto degli item di un Q-set può rinnovarsi in base agli
obiettivi della ricerca, rendendone inesistente un’unica forma standard. Il Q-sort
è una tecnica di misurazione ipsativa, pertanto gli item vengono ordinati all’in-
terno di un unico caso – da quelli più caratteristici della persona o della situazione
da descrivere a quelli meno caratteristici – allo scopo di catturarne la specificità
e scoprirne i cambiamenti.
Nella ricerca in psicoterapia la tecnica del Q-sort fu inizialmente impiegata per
valutare gli esiti del trattamento, sebbene la sua utilizzazione per studiare il pro-
cesso psicoterapeutico abbia una lunga storia (Jones E.E., Cumming J.D., Pulos S.M.,
1993). Nonostante i risultati delle prime applicazioni fossero promettenti, tale
tecnica non ha riscosso molta popolarità a causa della difficoltà nella costruzio-
ne di un adeguato set di item.
Partendo da questi problemi, Block propose un metodo di costruzione del Q-
set basato sull’operazionalizzazione dei concetti sottostanti le variabili di inte-
resse e sulla costruzione degli item attraverso un’analisi della varianza per evi-
denziare le caratteristiche osservate (Block J., 1961; Block J., Haan N., 1971). Lo sco-
po di tale approccio metodologico è quello di offrire un set di item in grado di cat-
turare nel modo più comprensibile possibile le dimensioni critiche di variazio-
ne attraverso i casi oggetto di studio.
Un esempio di tale metodologia è rappresentato dallo Psychotherapy Process
Q-sort (PQS) di Jones (1985), utilizzato per descrivere i processi terapeutici, per va-
lutare la relazione tra processi e risultati, per analizzare la natura dei cambiamen-
ti dei processi nel tempo. Sebbene costruito in base all’assunzione generale che la
psicoterapia costituisca un processo interpersonale, il PQS mira ad essere neutra-
le riguardo ad ogni particolare teoria terapeutica e permette di rappresentare un
ampio spettro di interazioni terapeutiche. Lo scopo generale dello strumento è di
fornire un quadro significativo del processo psicoterapeutico, che possa essere uti-
lizzato in analisi comparative o studiato in occasioni di valutazione di situazioni pre-
144 Saulo Sirigatti

cedenti o successivi alla terapia (Jones E.E., 1985). Il PQS risulta applicabile a regi-
strazioni video, audio, o alla trascrizione di un’intera seduta psicoterapeutica e uno
dei suoi punti di forza risiede nel fatto che si tratta di uno strumento panteorico.
Il Q-set, composto da 100 item ognuno dei quali rappresenta una variabile
clinicamente rilevante per la descrizione dell’interazione tra paziente e terapeu-
ta, coglie tre fondamentali aspetti del processo psicoterapeutico:
– atteggiamenti, comportamenti ed esperienze esplicitati del paziente;
– azioni e atteggiamenti del terapeuta;
– la natura dell’interazione diadica, il clima, l’atmosfera della seduta.

Per una corretta applicazione dello strumento, è necessario che gli osservatori
mantengano distacco rispetto alla terapia, si basino su fatti concreti, siano il più
obiettivi possibile e non si lascino influenzare da preconcetti teorici o da reazio-
ni personali nei confronti del paziente o del terapeuta. Gli item devono essere ri-
partiti in 9 categorie – distribuite in un continuum dalla meno caratteristica (nu-
mero 1) alla più caratteristica (numero 9). Nella categoria centrale (numero 5)
vengono collocate le definizioni ritenute irrilevanti nella valutazione della sedu-
ta. In ciascuna categoria verrà inserito un definito numero di item, così da ri-
spettare la distribuzione normale. Nella finestra che segue viene presentato il si-
gnificato di ciascuna categoria (Tabella 1).

TABELLA 1. Distribuzione della collocazione dei 100 item secondo le nove categorie previste
Categoria N° di item Significato
9 5 Estremamente caratteristico
8 8 Completamente caratteristico
7 12 Abbastanza caratteristico
6 16 Piuttosto caratteristico
5 18 Relativamente neutrale o non importante
4 16 Piuttosto non caratteristico
3 12 Abbastanza non caratteristico
2 8 Completamente non caratteristico
1 5 Estremamente non caratteristico

Seguono esempi di item relativi ai tre aspetti del processo.

Esempio di item riferito al paziente


Item 1
Il paziente verbalizza sentimenti negativi verso il terapeuta (vs fa commenti di approvazione
o di ammirazione)
• Collocare verso caratteristico se il paziente verbalizza sentimenti di critica, antipatia, in-
vidia, disprezzo, rabbia o antagonismo verso il terapeuta (ad es.: il paziente rimprovera
il terapeuta per non aver fornito una guida sufficiente durante la terapia).
• Collocare verso non caratteristico se il paziente esprime sentimenti positivi o amiche-
voli sul terapeuta, come complimenti.
CAPITOLO 14 • Applicazioni dello Psychotherapy Process Q-Sort di Jones 145

Esempio di item riferito al terapeuta


Item 9

Il terapeuta è freddo, distaccato (vs sollecito ed emotivamente coinvolto)


• Collocare verso caratteristico se l’atteggiamento del terapeuta verso il paziente è fred-
do, formale e distaccato, o caratterizzato da ritiro emotivo.
• Collocare verso non caratteristico se il terapeuta è realmente responsivo ed emotiva-
mente coinvolto.

Esempio di item riferito all’interazione


Item 4

Vengono discussi gli scopi terapeutici del paziente


• Collocare verso caratteristico se si parla di ciò che il paziente desidera ottenere come ri-
sultato della terapia. Questi desideri possono riferirsi a cambiamenti personali o “inter-
ni”(ad es.:“ho iniziato la terapia per superare la mia depressione”) o a cambiamenti del-
le circostanze della vita (es.“mi domando se la terapia riuscirà a far sì che io mi sposi”).
• Collocare verso non caratteristico se non vi sono riferimenti o allusioni da parte del te-
rapeuta o del paziente alle possibili conseguenze della terapia.

Il PQS sembra aver fronteggiato con discreto successo le limitazioni attribui-


te alla tecnica Q-sort. L’attendibilità tra valutatori in una varietà di studi e di trat-
tamenti ha raggiunto correlazioni che variano da .83 a .89 per due osservatori e
da .89 a .92 quando gli osservatori siano da tre a dieci (Pulos S.M., Jones E.E.,
1987; Jones E.E. et al., 1988; Jones E.E., Windholz M., 1990). L’attendibilità media
tra diversi tipi di trattamento ha raggiunto .82 (Jones E.E. et al., 1992).
Per quanto attiene alla validità, i risultati hanno dimostrato che il PQS coglie
differenze tra gli approcci Razionale-Emotivo e Gestaltico, Razionale-Emotivo e Cen-
trato sul Cliente, Centrato sul Cliente e Gestaltico (Jones E.E.,1993), Psicodinami-
co e Cognitivo-comportamentale (Jones E.E., Pulos S.M., 1993). In molti studi il PQS
ha dimostrato di essere in grado di cogliere gli aspetti di processo riconducibili al-
l’alleanza terapeutica, ma anche elementi più ampiamente descrittivi del proces-
so terapeutico, quali comportamenti, pensieri e sentimenti dei pazienti, come pu-
re aspetti più interattivi del processo terapeutico (Ablon J.S., Jones E.E., 1998; Pri-
ce P., Jones E.E., 1998; Ablon J.S., Jones E.E. 1999; Ablon J.S., Jones E.E., 2002).
In letteratura i dati raccolti mediante il PQS sono stati trattati sia su scala or-
dinale sia considerandoli su scala ad intervalli. Nel primo caso le elaborazioni
possibili si riferiscono unicamente a mediane e coefficienti di correlazione tra le
stesse (Giani P., 1998; Paganucci C., 1998). Lavorando invece su scala a intervalli,
ovvero sulle medie delle categorie a cui un item viene attribuito, si ha la possibi-
lità di evidenziare, ad esempio, l’andamento dello stesso item all’interno della te-
rapia (esaminando le sue modificazioni nel tempo) o confrontare i suoi anda-
menti in terapie diverse (Miller N.E. et al., 1993).
146 Saulo Sirigatti

 Ricerche in corso sulla valutazione


dei processi in psicoterapia

In Italia la ricerca empirica in psicoterapia, nonostante la sua importanza, è stata


piuttosto trascurata, con limitate indagini sull’efficacia della psicoterapia e alcuni
studi meta-analitici (Di Nuovo S., 1998; Migone P., 1996, 1998; Sirigatti S., 1985,
1988, 1994), anche se negli ultimi tempi si notano sempre più spesso interessanti stu-
di sull’argomento (Costantini A. et al., 2002; Dimaggio G., 2003; Di Nuovo S., Zin-
gales I., 2000; Fava G.A., 2001; Finicelli C. et al., 2001; Freni S. et al., 2000; Piasentin
V., 2000; Ortu F. et al., 2001). Appare comunque necessario condurre indagini si-
stematiche in questo campo, particolarmente secondo la prospettiva del processo.
Per rispondere all’esigenza di una sistematizzazione di ciò che avviene al-
l’interno della psicoterapia e cercare di comprendere i meccanismi che portano
o meno alla risoluzione del problema presentato dal paziente, è stata svolta una
ricerca che ha visto la collaborazione tra il gruppo guidato da Valeria Ugazio del-
l’Università degli Studi di Milano Bicocca e l’Università degli Studi di Firenze.
Lo studio ha mirato a mettere in relazione i dati sugli esiti (in vista della com-
parazione dell’efficacia relativa di interventi psicoterapeutici) e quelli sui pro-
cessi (per cercare di identificare specifici processi di cambiamento) così da inte-
grare in modo costruttivo entrambi gli aspetti della psicoterapia.
Si è ritenuto importante rilevare variabili tecniche (fattori specifici) che differen-
ziano le procedure di un particolare tipo di trattamento, nonché le modalità di rela-
zione tra pazienti e terapeuti, presenti qualunque sia l’approccio seguito e che rap-
presentano le variabili comuni (fattori non specifici) del trattamento.È apparso,quin-
di,di particolare utilità poter disporre di uno strumento ad ampio spettro,progettato
per descrivere, empiricamente, il processo terapeutico nel suo complesso in termini
clinicamente rilevanti, quale appunto lo Psychotherapy Process Q Set (PQS) (Jones
E.E., 1985) che ha trovato, fino ad ora, impiego assai limitato nel nostro Paese.

Obiettivi

In rapporto alle concrete possibilità di reperimento della documentazione da


sottoporre all’analisi, gli obiettivi della ricerca sono stati ulteriormente specificati
come segue:
- identificazione delle differenze e delle similarità nei processi relativi alla te-
rapia sistemico-relazionale (TSR), alla terapia cognitivo comportamentale
(TCC), alla terapia breve strategica (TBS);
- individuazione dei processi quali predittori degli esiti delle psicoterapie con-
siderate;
- identificazione delle differenze e delle similarità nei processi in rapporto a
differenti psicopatologie.

Metodo e tecniche

La ricerca è stata svolta secondo un approccio sistematico di tipo osservativo.


CAPITOLO 14 • Applicazioni dello Psychotherapy Process Q-Sort di Jones 147

Partecipanti
Sono state utilizzate 49 sedute di terapia (15 TSR, 4 TCC, 30 TBS) – per ogni ca-
so, di norma, iniziali, intermedie e finali - registrate audio o audiovisivamente e
trascritte fedelmente, relative a 17 partecipanti (8 M. e 9 F.), adolescenti e adulti.
Sotto il profilo psicopatologico, la casisistica può esser descritta, in base ai crite-
ri del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-IV Axis I),
come segue:
– 4 casi affetti da disturbo dell’umore: 3 trattamenti (2 TBS, 1 TCC) con esito
positivo e 1 (TBS) con esito negativo;
– 5 casi affetti da disturbo d’ansia :3 trattamenti (2 TBS e 1 TSR) con esito po-
sitivo e 2 (TBS) con esito negativo;
– 3 casi affetti da disturbo alimentare: 2 trattamenti (TBS) con esito positivo e
1 (TBS) con esito negativo);
– 5 casi (TSR) per i quali mancano indicazioni circa il disturbo e l’esito della
terapia e sono stati inclusi per la identificazione delle differenze e delle simi-
larità nei processi relativi alle diverse terapie.

Strumenti
Il processo psicoterapeutico è stato valutato mediante il Psychotherapy Process
Q-Sort (PQS), elaborato da Jones (1985) e adattato appositamente nel corso del-
la presente ricerca. Lo scopo dei 100 item che compongono il PSQ è di provvedere
un linguaggio di base per la descrizione e la classificazione del processo tera-
peutico. Sebbene costruito in base all’assunzione generale che la psicoterapia co-
stituisca un processo interpersonale, questo strumento mira ad essere neutrale ri-
guardo ad ogni specifica teoria terapeutica e permette di rappresentare un am-
pio spettro di interazioni terapeutiche. L’uso di un linguaggio e di un procedi-
mento di valutazione standardizzati ha consentito di caratterizzare in maniera
sistematica l’interazione paziente-terapeuta, valutando intere sessioni terapeu-
tiche e classificando le impressioni ricevute dallo svolgersi del processo. Il PQS è
costituito da tre tipi di item: a) item che descrivono gli atteggiamenti, il com-
portamento e le esperienze del paziente; b) item che mettono in luce le azioni e
gli atteggiamenti del terapeuta; c) e item che riguardano l’incontro nel suo in-
sieme. Un manuale per la codifica – con dettagliate istruzioni corredate da esem-
pi, così da minimizzare la variabilità dell’interpretazione degli item – è stato pre-
parato ispirandosi a quello originale di Jones.

Procedura
Le valutazioni sono state svolte da un pool di cinque osservatori, composto da
ricercatori in psicologia e dottorandi partecipanti a un programma di psicologia
clinica. Tutti gli osservatori sono stati accuratamente preparati nell’applicazione
del PQS. Per ogni paziente sono state esaminate da due a quattro registrazioni
audiovisive e le loro trascrizioni fedeli, relative alla prima parte, a quella intermedia
e alla parte finale del trattamento. Tutte le registrazioni e le loro trascrizioni so-
no state randomizzate e sono stati espressi giudizi indipendenti da tre osserva-
tori (Mediana del K di Cohen circa 60); delle tre valutazioni è stata calcolata me-
dia aritmetica ed è stata monitorata la congruenza tra le valutazioni fornite da-
gli osservatori.
148 Saulo Sirigatti

Allo scopo di determinare i descrittori del processo che meglio contraddi-


stinguono ciascun trattamento, sono stati identificati gli item che caratterizzano,
a livello massimo o minimo, il processo terapeutico. Infine, allo scopo di indivi-
duare se e in quale misura fattori di processo, rappresentati dagli item del PQS,
possano differenziare e accomunare i vari approcci terapeutici, predire l’esito del
trattamento, caratterizzare la terapia di specifici disturbi, sono state condotte
analisi statistiche uni- e multi-variate.

 Risultati e discussione

Approcci psicoterapeutici: differenze e similarità

Mediante l’ausilio di una ANOVA a una via, concernente i 100 punteggi del PQS
attribuiti a ognuna delle sessioni dei tre approcci psicoterapeutici, sono stati in-
dividuati i 18 processi che sembrano meglio caratterizzarli. Una successiva ana-
lisi discriminante multipla ha confermato che anche complessivamente tali in-
dicatori sono in grado di differenziare adeguatamente i tre approcci (Wilks’ Lamb-
da: .0123; F (36, 58) =12.9160; p<0001).
La TSR si staglia in confronto agli altri due approcci per varie peculiarità
dell’atteggiamento e del comportamento del terapeuta. Questi mostra la capa-
cità di percepire il “mondo privato” del paziente come se fosse il suo, è sensibi-
le ai sentimenti del paziente in generale e in date situazioni, può comunicare que-
sta comprensione in modo empatico, i commenti riflettono gentilezza, consi-
derazione, e premura. Le interpretazioni si riferiscono a persone particolari
che il paziente conosce e si nota la tendenza a interpretare il significato del
comportamento delle persone che fanno parte della vita del paziente. Vengono
discussi molti argomenti, il dialogo sembra in qualche modo diffuso; vengono
affrontati temi quali i sentimenti, gli atteggiamenti del paziente ed il concetto
e le percezioni, sia positive che negative, che ha di se stesso, si parla delle rela-
zioni romantiche e amorose dei sentimenti verso il partner. Il paziente sembra
fiducioso e non sospettoso, prova sollievo dando sfogo ai sentimenti soppres-
si o soffocati, comunica al terapeuta di sentirsi meglio dopo avere espresso que-
sti sentimenti.
Per la TCC le note che seguono devono essere considerate del tutto prelimi-
nari, considerato il limitato numero di sedute osservate. Il dialogo che si instau-
ra tra terapeuta e paziente è centrato su temi cognitivi, su sistemi di idee e di cre-
denze, che vengono utilizzati per valutare se stessi, gli altri e il mondo, mentre
non si ha frequente espressione di sentimenti soppressi o soffocati. Non si fa par-
ticolare riferimento a persone importanti nella vita del paziente. Il terapeuta du-
rante la seduta non tende a riformulare le idee che il paziente ha espresso e per-
cepire accuratamente l’esperienza che il paziente ha della relazione terapeutica.
Il paziente, che sembra un po’ preoccupato per il giudizio del terapeuta, cerca
l’approvazione, l’affetto e la simpatia di questi; pone spesso domande, mostra
una certa resistenza nell’esaminare pensieri, relazioni o motivazioni correlati al
problema affrontato. Il paziente non si sente diffidente o sospettoso e non rifiu-
ta i commenti e le osservazioni del terapeuta.
CAPITOLO 14 • Applicazioni dello Psychotherapy Process Q-Sort di Jones 149

Nella TBS l’interazione si focalizza su pochi elementi cruciali, tende a concen-


trarsi su idee o costrutti usati per valutare se stessi e gli altri, le relazioni amoro-
se o romantiche raramente emergono come argomento di discussione, non si os-
servano commenti del terapeuta sul significato del comportamento del paziente.
È aspetto peculiare la riformulazione delle dichiarazioni e delle idee del paziente
in una forma più comprensibile, al fine di rendere in qualche modo più evidente
il loro significato; nel contesto di un comportamento del terapeuta che riflette ge-
neralmente gentilezza, considerazione e premura. Egli interviene frequentemen-
te attraverso commenti, mostrando una percezione accurata dell’esperienza che il
paziente ha nella relazione terapeutica. Tuttavia, la comprensione empatica del-
l’esperienza e dei sentimenti del paziente non sembra essere un aspetto caratteristico
dell’approccio breve strategico e non si nota, da parte del paziente, la tendenza a
trasformare la relazione terapeutica in un rapporto più personale e intimo.
Con la ricerca dei processi comuni ai tre approcci si rilevano varie similarità.
In primo luogo, il terapeuta interviene sistematicamente per facilitare la comu-
nicazione del paziente; tende a riformulare, in un modo che prima non era espli-
citamente riconosciuto, quanto espresso dal paziente. Rivolge limitata attenzio-
ne al comportamento non verbale, tende a non svolgere interventi specificamente
diretti alla puntualizzazione dell’uso di manovre difensive da parte del paziente,
né interviene sistematicamente con interpretazioni relative a eventuali mecca-
nismi di controllo utilizzati dal paziente per allontanare informazioni minaccio-
se, anche se nessuno dei tre approcci sembra escludere la possibilità di perse-
guire obiettivi di questo tipo. Il paziente non sembra ricercare maggiore vici-
nanza o intimità con il terapeuta, di solito non appare agitato, eccitato teso o an-
sioso, non si sente particolarmente inadeguato e inferiore, né esprime vergogna
o colpa. Mostra qualche segno di scoraggiamento, ma anche aspettative positive
nei confronti della terapia; non appaiono marcati sentimenti ambivalenti o con-
flittuali nei confronti dello psicoterapeuta.

I processi quali indicatori degli esiti delle psicoterapie

Al fine di individuare eventuali processi che potessero fungere da predittori del-


l’esito della psicoterapia sono state stimate le associazioni tra le valutazioni espres-
se e il risultato del trattamento. Questi dati, da considerare come orientativi, mo-
strano che le sedute iniziali non offrono elementi utili per una previsione dell’e-
sito, se si eccettua che sembra assumere una valenza positiva una interazione che
prenda in considerazione costrutti usati per valutare gli altri, se stessi, il mondo.
Le sedute intermedie si sono rivelate, sotto questo profilo, assai più ricche di
informazioni. Ci si può attendere, con maggior probabilità, un risultato positivo
quando il terapeuta non puntualizza l’uso di manovre difensive da parte del pa-
ziente, non si verifica competitività tra paziente e terapeuta. Inoltre previsioni
più favorevoli appaiono collegate a una serie di atteggiamenti e comportamenti
del paziente il quale mostra di capire facilmente i commenti del terapeuta, com-
prende la natura della terapia e che cosa ci si aspetti, sembra fiducioso e non so-
spettoso, conta sul terapeuta per risolvere i propri problemi, mostra aspettative
positive nei riguardi della terapia, si impegna nel lavoro terapeutico, si sente aiu-
150 Saulo Sirigatti

tato e incoraggiato, esprime un senso di efficienza, superiorità, o persino trionfo.


I processi che caratterizzano le sedute finali indicano con sufficiente chiarez-
za se il trattamento si sia concluso positivamente. Tra le differenze di processo
emerse, mediante l’impiego di una Anova a una via, alcune appaiono assai mar-
cate. In termini comparativi, il paziente, che sta completando un’esperienza te-
rapeutica positiva, appare meno soggetto a emozioni di sconforto, di fastidio, di
dolore di vergogna o colpa; si sente più fiducioso e sicuro, più efficiente, allegro
e disinvolto; riesce meglio ad esprimere rabbia o aggressività; manifesta minori
resistenze nell’esaminare pensieri, reazioni o motivazioni correlate ai problemi.
Il paziente più facilmente fa domande, accetta i commenti e le osservazioni del te-
rapeuta che tende ad essere più rassicurante, conta su questi per risolvere i pro-
pri problemi, stabilisce una relazione di collaborazione, si impegna nel lavoro te-
rapeutico, mostra aspettative positive nei riguardi della terapia, si sente aiutato.

Identificazione delle differenze e delle similarità


nei processi in rapporto a differenti psicopatologie

L’analisi delle modalità processuali - caratteristiche dei trattamenti concernenti


i pazienti diagnosticati come affetti da disturbi dell’umore, d’ansia o dell’ali-
mentazione – ha condotto alla individuazione di alcune specificità. La conside-
razione del complesso delle sedute svolte con pazienti che presentavano distur-
bi dell’umore ha consentito di rilevarne alcune. Nei trattamenti di tale disturbo
risoltisi positivamente, il terapeuta svolge più spesso una funzione di rassicura-
zione, suggerisce che il paziente accetti la responsabilità per i suoi problemi, com-
menta i cambiamenti nell’umore o nelle emozioni del paziente, la discussione è
centrata su temi cognitivi e di sistemi di idee o di convinzioni. Il paziente espri-
me meno spesso sentimenti di vergogna o di colpa, ha meno difficoltà nel com-
prendere i commenti del terapeuta, conta su di esso per risolvere i propri pro-
blemi, si sente aiutato; si impegna nel lavoro terapeutico e manifesta aspettative
positive nei riguardi della terapia.
Il paziente che presenta disturbi d’ansia e sta svolgendo una terapia che avrà
risultati positivi, accetta più facilmente i commenti e le osservazioni del tera-
peuta, il quale tende a mantenere una posizione neutrale, stabilisce con questi
collaborazione, si impegna nel lavoro terapeutico, si sente aiutato e mostra aspet-
tative positive nei riguardi del trattamento. Tra gli argomenti affrontati figurano
le relazioni interpersonali del paziente e il bisogno che questi manifesta di stabilire
un rapporto affettivo.
Il paziente che presenta disturbi dell’alimentazione e sta svolgendo una tera-
pia che avrà risultati positivi ha, comparativamente, minori difficoltà nel com-
prendere i commenti del terapeuta il quale fornisce una guida e consigli esplici-
ti. Durante le sedute è presente un minor numero di silenzi, il terapeuta adotta un
atteggiamento di sostegno, si nota l’uso dell’umorismo. Il paziente non è molto
preoccupato del giudizio del terapeuta, si sente piuttosto adeguato, non deside-
ra essere in dipendenza o lontananza dalle persone.
CAPITOLO 14 • Applicazioni dello Psychotherapy Process Q-Sort di Jones 151

Note conclusive

In base all’analisi della letteratura pertinente e ai risultati dell’indagine presen-


tata, lo Psychotherapy Process Q-sort si è rivelato un importante strumento pan-
teorico, in grado sia di fornire validi elementi per l’analisi dei processi terapeu-
tici, sia di offrire al panorama scientifico un’ulteriore metodica per l’analisi dei
processi in psicoterapia. In particolare, si tratta di un tentativo volto alla siste-
matizzazione dello studio della psicoterapia per meglio comprendere i mecca-
nismi che portano di risoluzione del problema del paziente, superando la dico-
tomia tra processi ed esiti e muovendo verso una loro integrazione che offra una
nuova chiave di lettura della psicoterapia nel suo insieme.
I risultati della presente ricerca hanno valenza sostanzialmente orientativa,
ma consentono comunque di cogliere alcune indicazioni e di tracciare alcune li-
nee di sviluppo di questo settore di indagine. Sotto il profilo metodologico - non-
ostante limiti legati a una casistica ancora limitata e qualche caduta della siste-
maticità nella raccolta dei protocolli - si può notare l’utilizzabilità nel contesto ita-
liano del Q-sort, la possibilità di ottenere risultati abbastanza coerenti median-
te una preparazione dei giudici non troppo onerosa, tempi accettabili per il com-
pletamento delle valutazioni.
Lo strumento si è dimostrato abbastanza flessibile, in grado cioè di consenti-
re valutazioni di sedute di lunghezza assai diversa, sensibile a cogliere le diffe-
renze di processo che caratterizzano approcci psicoterapeutici diversi fornendo
un quadro della seduta, nel complesso, esauriente. Per l’elaborazione dei dati è
possibile valersi di packages statistici, anche se occorre talvolta derogare, alme-
no in parte, dalle condizioni previste per l’applicabilità di specifiche analisi. In-
fine, le indicazioni ottenute suggeriscono un ampliamento qualitativo e quanti-
tativo della casistica, in modo da appurare con maggior fondamento le specificità
e le similarità - in questa occasione preliminarmente delineate - di diversi ap-
procci psicoterapeutici in rapporto a vari contesti psicopatologici e a esiti posi-
tivi o negativi del trattamento.

 Ringraziamenti

Si ringraziano:
– La Prof.ssa Ugazio, il Prof. Cionini e il Prof. Nardone per le registrazioni for-
nite.
– I Collaboratori e Tirocinanti del Laboratorio di Psicologia della Salute del Di-
partimento di Psicologia dell’Università di Firenze per l’aiuto dato nell’im-
piego del Q-set.

La presente ricerca ha fruito di un Contributo Cofin per gli anni 2001-02.


152 Saulo Sirigatti

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C APITOLO 15

Lo psichismo mafioso
nell’indagine psicologico-clinica
Girolamo Lo Verso, Gianluca Lo Coco

 Il pensiero mafioso

È sorprendente notare come fino ai primi anni ’90 la scienza psicologica si sia
occupata soltanto marginalmente del fenomeno mafioso, vista la sua rilevanza e
pervasività nel tessuto sociale italiano e soprattutto meridionale. Anche la psi-
cologia sociale ha lungamente ignorato lo studio del fenomeno nel nostro Paese:
ed è curioso che l’interesse di uno studio sistematico del mondo mafioso na-
scesse da ricercatori e studiosi dell’area psicologico-clinica, tradizionalmente di-
stante da fenomeni sociali e comunitari. Una prima domanda che potrebbe sor-
gere è quindi legata al perché (ed in che modo) la psicologia clinica debba occu-
parsi del fenomeno mafioso.
Per motivi di chiarezza concettuale ed epistemologica riteniamo inizialmen-
te utile delimitare l’oggetto della nostra indagine, focalizzandoci sugli aspetti ri-
levanti per la nostra disciplina. La psicologia clinica non si occupa tanto di stu-
diare il “fenomeno mafioso”, compito svolto finora con maggiore efficacia dalle
discipline sociologiche, economiche e politiche. Il contributo specifico delle no-
stre ricerche può essere limitato alla comprensione dell’organizzazione del pen-
siero e delle modalità relazionali che caratterizzano i soggetti appartenenti al
contesto mafioso e ne contraddistinguono in modo unico le caratteristiche ri-
spetto ad altre forme di criminalità.
Ci riferiamo quindi ad uno studio condotto da una disciplina, la psicologia cli-
nica, non tanto volta alla tradizionale indagine medica relativa alla diagnosi e
trattamento della patologia del soggetto, ma allo studio delle dinamiche psico-
logiche che guidano l’agire dell’individuo all’interno del proprio contesto di ap-
partenenza, determinando sofferenza psicologica. Nel nostro lavoro, svolto in si-
nergia con magistrati, avvocati e studiosi del fenomeno (Lo Verso G., 1998), ab-
biamo riscontrato come proprio l’aspetto della comprensione delle dinamiche
psicologiche e relazionali dei soggetti mafiosi fosse di grande utilità nell’azione
156 Girolamo Lo Verso, Gianluca Lo Coco

di contrasto al fenomeno, oltre ad aprire nuove possibilità legate a politiche pre-


ventive e non solo repressive.
L’intervento della psicologia clinica non è quindi finalizzato, come hanno re-
centemente affermato autorevoli quotidiani nazionali, a “mettere il mafioso nel
lettino psicoanalitico”, anche perché l’uomo d’onore da sempre si è tenuto di-
stante dall’universo psicoterapeutico, vissuto come pericolosa minaccia sia per l’or-
ganizzazione che per il senso della propria identità.
Bisogna inoltre precisare come questo tipo di studio non sia stato facilitato dal-
le condizioni stesse dell’organizzazione criminale capace negli anni di nascondersi
e di mimetizzarsi all’interno delle realtà civili ed istituzionali nelle quali si è tro-
vata ad operare, determinando una cortina di silenzio ufficiale che l’hanno resa
“invisibile” per lunghi periodi.
La nostra possibilità di studiare dall’interno il mondo mafioso si è concre-
tizzata nel momento in cui questo è entrato in una circoscritta fase di travaglio
endogeno, il cui risultato è stato di produrre collaboratori di giustizia e membri
di famiglie mafiose in crisi che si rivolgevano a psichiatri e psicoterapeuti (Lo
Verso G., 1999).

 Caratteristiche psicodinamiche dello psichismo mafioso

Nei nostri studi abbiamo definito pensiero mafioso o psichismo mafioso una modalità
distorta di vivere la propria identità ed i rapporti con il sociale tipici dell’organiz-
zazione criminale mafiosa (Fiore I., 1997; Lo Verso G., 1998).Abbiamo sostenuto che
Cosa Nostra non è soltanto un’organizzazione criminale, nel senso che la sua ca-
ratteristica più specifica è il tipo di identità che caratterizza i suoi affiliati: nessun
mafioso si definirà mai come un criminale, ma sempre come “uomo d’onore”. Già
in questa definizione abbiamo presente l’orizzonte culturale, antropologico e psi-
chico tipico di questa realtà, che la caratterizza come una modalità di pensiero spe-
cifica. Il nostro modello teorico (Lo Verso G., 1994) ci ha permesso di indagare que-
sta realtà a partire dal legame che esiste tra mondo psichico (cosciente ed incon-
scio) del soggetto, famiglia antropologica e dimensione sociale.
Che senso ha per un individuo diventare uomo d’onore? Cosa ha rappresen-
tato questo nel processo di costruzione della propria identità e del senso del Sé?
La nostra ricerca è partita da questi interrogativi (Lo Verso G., 1995), che abbia-
mo condiviso in questi anni, come accennato, con magistrati della Direzione Di-
strettuale Antimafia, con avvocati penalisti, con colleghi psicoterapeuti.
Nelle nostre ricerche abbiamo notato come questi soggetti provengano nel-
la stragrande maggioranza dei casi o da un mondo familiare o da un più ampio
contesto di socializzazione primario in cui i valori tipici del pensiero mafioso so-
no presenti e proposti come matrice unica di significazione degli eventi (Fiore
I., 1997; Lo Coco G., 1998). Un modello antropo-psichico in cui vengono esalta-
ti i valori maschili della forza, del coraggio, dell’onore, della virilità, della fred-
dezza, di contro al mondo delle forze dell’ordine, dei poliziotti, dei giudici, del-
l’autorità costituita. Questa rappresentazione interna di un mondo buono formato
da uomini “rispettabili” ed uno esterno malvagio è caratteristica fondante del
pensiero mafioso. Nel pensiero mafioso, come in molti sistemi fondamentalisti
CAPITOLO 15 • Lo psichismo mafioso nell’indagine psicologico-clinica 157

(Lo Verso G., 1998), regnano dicotomie totalizzanti di pensiero, con il mondo
degli affetti scisso in maniera punitiva. Per l’identità mafiosa l’alternativa è tra
essere nessuno ed un’esaltazione onnipotente del proprio Sé data dall’apparte-
nenza alla famiglia mafiosa. L’uomo d’onore diviene tale entrando a far parte
di una famiglia, attraverso un rito iniziatico molto strutturato, almeno fino a
pochi anni fa. In quel momento si sanciva la sua nuova “nascita” da normale pic-
colo delinquente (dimensione infantile) a mafioso di Cosa Nostra (dimensione
adulta). Il patto sancito, con tanto di rituale simbolico (il sangue, l’immagine
sacra, il fuoco), comporta per il singolo l’acquisizione di una nuova identità, il
cui aspetto centrale a livello psichico consiste nel non appartenere più sogget-
tivamente a se stesso come individuo, ma alla famiglia mafiosa di riferimento.
Ogni atto che il singolo mafioso è portato a compiere non è deliberatamente
scelto dalla propria volontà, ma è sempre un volere ed una imposizione della fa-
miglia. Per il mafioso l’Io è totalmente saturato dal Noi della famiglia e di Cosa
Nostra (che spesso coincidono). Il pensare mafioso costituisce così un Noi-fa-
miglia che impedisce all’Io di differenziarsi dall’identico familiare (Fiore I.,
1997). Ciò contribuisce a comprendere come sia possibile che essi, con assoluta
indifferenza, accettassero gli ordini di uccidere “scientificamente” qualcuno sen-
za nemmeno conoscerlo. L’uomo d’onore è “cosa nostra”, è sempre per la fami-
glia e mai per sé. L’uomo d’onore è della famiglia, appartiene ad essa, in quanto
soltanto la famiglia offre quella protezione e quell’accudimento necessari per
potere sperimentare il senso di sicurezza primaria del Sé.
Come precedentemente accennato, la grande maggioranza degli affiliati al-
l’organizzazione provengono da famiglie di tradizione mafiosa o, comunque,
spesso inserite in circuiti illegali, così come le mogli appartengono anch’esse a fa-
miglie legate a questa forma di criminalità. L’uomo d’onore viene quindi “allevato”
all’interno di una realtà monadica in cui i codici mafiosi sono gli unici validi e spe-
rimentabili, nella famiglia di origine come nella famiglia criminale. Il mafioso è
così percepito dai familiari come colui che ha “fatto strada”, essendosi garantito
un ruolo di prestigio e rispetto.
Anche se Cosa Nostra rappresenta un codice di valori che si identificano con
quelli tipicamente maschili della nostra cultura antropologica, quali il corag-
gio, il rispetto, la freddezza, la forza, la virilità, da un punto di vista psicologico
il ruolo del femminile nella mafia è molto rilevante. L’unico ruolo tradizionalmente
riconosciuto alla donna nell’universo maschile mafioso è quello della moglie e
madre dei propri figli, quella che noi abbiamo definito un’istituzione materna
(Fiore I., 1997). Il tema dei rapporti tra donne e mafia è analizzato dal nostro
punto di vista non tanto con il fine di determinare quale sia il ruolo della don-
na all’interno dell’organizzazione mafiosa, ma più primariamente per mettere in
evidenza l’importanza del pensiero femminile e sul femminile presenti nel mo-
dello del sentire mafioso. Quanto questo potere sia forte e pervasivo lo mostra-
no gli episodi di rinnegamento che le donne dei mafiosi mettono in scena pub-
blicamente in seguito alla scelta di questi di collaborare (Madeo L., 1994). Tale
dato culturale e antropologico, di una donna sottomessa al marito nella dimen-
sione sociale ed invece dominante nel mondo degli affetti familiari, è stato lun-
gamente utilizzato dal pensiero mafioso per saldare la realtà familiare mafiosa
a quella di sangue (Siebert R., 1994; Principato T., Dino A., 1997). La donna è
158 Girolamo Lo Verso, Gianluca Lo Coco

colei che assume il compito di tramandare il rispetto verso l’autorità maschile,


attraverso il compito dell’educazione dei figli. Senza questa funzione psicologi-
ca il legame tra le generazioni mafiose viene ad essere indebolito, non permet-
tendo quella forte identificazione del singolo con il Noi-familiare. È importan-
te sottolineare che se il fenomeno della collaborazione ha evidenziato qualche
cambiamento nel modo di percepirsi del mafioso, il tradizionalismo delle don-
ne di mafia rimane ancora uno dei baluardi della perpetuazione di questo pen-
siero e di questa cultura.
Queste concezioni sono state approfondite e confermate grazie ad alcune
interviste cliniche da noi svolte con ex-uomini d’onore, che per la prima volta
ci hanno dato la possibilità di potere avere lunghi colloqui con soggetti che ave-
vano vissuto dall’interno la realtà mafiosa di Cosa Nostra (Lo Verso G., Lo Co-
co G., 2003).
Ma chi sono i pentiti? Cosa ha rappresentato per un uomo d’onore la scelta del-
la collaborazione? A livello psichico, la pervasività del legame familiare si rende
visibile nell’angoscia del tradimento, nel considerarsi, in seguito alla propria scel-
ta, degli infami, traditori del vincolo di sangue (Lo Verso G., Lo Coco G., 2003). L’uo-
mo d’onore, al di fuori della famiglia mafiosa, può perdere il senso della propria
identità, conseguente alla caduta dell’idealizzazione del mondo mafioso che ave-
va fondato la propria persona.Abbandonati da tutti, dalla famiglia di origine e dal-
la famiglia mafiosa: l’affetto dell’appartenenza trasformato nel non appartenere
a nessuno. Dal nostro punto di vista psicologico-clinico, il pentitismo segna un
punto di frattura non solo a livello criminale-organizzativo, ma più profonda-
mente a livello psichico: una rottura avviene anche a livello simbolico-affettivo,
come se fosse mutato il senso dell’essere uomo d’onore, con un mondo familia-
re interno che non è più inviolabile. Per le donne di mafia è ancora più difficile
dell’uomo il pentirsi, nel senso di tradire le proprie istituzioni affettive interne,
in quanto tradirebbero il senso più profondo del loro essere donna, custodi del-
l’onore dell’intera famiglia, responsabili dell’educazione dei figli.“La collabora-
zione, il tradimento dell’uomo, vengono vissuti da queste donne quasi come un
proprio fallimento esistenziale, il fallimento del compito che ha giustificato le lo-
ro esistenze: quello di educare e formare un vero uomo d’onore” (Principato T.,
Dino A., 1997, p 29).
La collaborazione con la giustizia, fenomeno che ha permesso negli ultimi
anni oltre che un’efficace intervento repressivo dello Stato anche una conoscen-
za dettagliata del fenomeno e dei soggetti in esso implicati, è entrato in parziale
crisi: pochi mafiosi oggi decidono di collaborare, come se fosse divenuta una
scelta poco conveniente. Dal punto di vista psicologico, nel nostro lavoro ci è
sembrato che questi soggetti abbiano vissuto un drammatico passaggio da una
condizione di onnipotenza (“io sono colui che decide la vita e la morte altrui”) ad
una di impotenza (“non valgo più niente”), senza essere aiutati o tutelati in que-
sto cambiamento. L’uomo d’onore, quando perde il suo vitale legame identifica-
torio con la famiglia di mafia, deve trovare un sostituto capace di riparare que-
sta perdita: è all’interno di questo delicato passaggio che si pone la possibilità di
un percorso evolutivo del collaborante, pena la fissazione regressiva su una per-
duta identità che, nel loro caso, non potrà più ritornare.
CAPITOLO 15 • Lo psichismo mafioso nell’indagine psicologico-clinica 159

 Psicopatologia e psichismo mafioso

Nelle nostre ricerche ed indagini ci siamo confrontati diverse volte con colleghi
psicoterapeuti, psicologi e psichiatri, che avevano avuto esperienze professiona-
li con questo tipo di soggetti, ma che raramente avevano avuto la possibilità di par-
larne e confrontarsi. Casi diversissimi tra loro: dal collega che riceveva nello stu-
dio privato o nella ASL soggetti appartenenti a famiglie mafiose con problema-
tiche psichiatriche, a colleghi cui capitava di andare a fare consulenza in quartieri
o zone della Sicilia a “forte densità mafiosa”, dove venivano accolti con urla e mi-
nacce fisiche perché scambiati per “giornalisti”; oppure ritrovarsi a lavorare in
cliniche psichiatriche dove venivano “accolti” illustri boss latitanti per impreci-
sati ed improbabili problemi di salute (Lo Coco G., Lo Verso G., 1998). Nonostante
questo, vi è poca, pochissima letteratura in merito, segno di una difficoltà ad af-
frontare liberamente e pubblicamente un dibattito serio sui rischi e gli oneri che
il lavoro nel campo della salute mentale spesso determina per i propri addetti,
ma anche, a volte, un silenzio complice per non entrare all’interno di una pro-
blematica sociale, restringendo il proprio ambito di lavoro nel solo tecnicismo del
setting terapeutico.
In questo paragrafo ci proponiamo di fornire soltanto uno spunto di riflessione
sul tema della sofferenza psichica nel mondo mafioso: gli uomini d’onore hanno
problemi di tipo psicopatologico? Che tipo di rapporto instaurano con gli psi-
cologi e gli psichiatri? Per fornire qualche risposta ci baseremo, oltre che sui da-
ti del lavoro di supervisione a colleghi che trattano questi casi1, su alcune inter-
viste semistrutturate che abbiamo svolto nel 2001 con alcuni collaboranti di giu-
stizia (Lo Verso G., Lo Coco G., 2003).
Una questione preliminare di grande complessità: potremmo affermare a livello
clinico-diagnostico che un boss mafioso possiede una personalità patologica? È ca-
pitato a psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, di avere in cura soggetti appartenen-
ti a famiglie mafiose: a parte i disturbi clinici che questi possono presentare (dis-
turbi d’ansia, dell’umore, dissociativi, ecc.), abbiamo una categoria diagnostica in
grado di definire il tipo di personalità patologica di questi soggetti? Storicamen-
te la categoria che si è rivelata maggiormente attinente a questo genere di casi è quel-
la del disturbo antisociale di personalità (APA, DSM IV, 1994). Nel nostro caso ab-
biamo a che fare con soggetti con alti livelli di funzionamento, un’integrazione
dell’identità, esame di realtà e utilizzo di difese mature, elementi che giustificano
una diagnosi di psicopatia ad alto livello. Il classico criterio diagnostico princi-
pale indicato come organizzatore della personalità antisociale è l’avere potere su
o la manipolazione cosciente degli altri. La personalità antisociale non riconosce
valore agli altri, che sono ridotti a strumenti per esercitare il proprio potere. Non
è presente coscienza morale o senso di colpa rispetto alle azioni illegali o violen-
te esercitate sugli altri.A livello psicodinamico, l’esercizio del potere è basato su una
rappresentazione di sé ambivalente, tra una condizione di onnipotenza persona-
le ed una di debolezza e scarsa autostima, con il bisogno di difendere il Sé da que-

1
Per la descrizione di alcuni di questi casi psichiatrici rimandiamo al volume a cura di Lo Verso, Lo Co-
co, Mistretta, Zizzo, Come cambia la mafia. Esperienze giudiziarie e psicoterapeutiche, Milano, Franco
Angeli, 1999.
160 Girolamo Lo Verso, Gianluca Lo Coco

st’ultima. L’uomo d’onore si rappresenta come un essere speciale, addirittura a


volte come Dio stesso, perché lui può esercitare il potere di vita o di morte sulle per-
sone normali. Questa classificazione, per quanto attinente in alcuni casi, è riferi-
bile però in generale alla personalità criminale, senza permetterci di individuare
alcuni specifici elementi antropologici e culturali che nel caso del mafioso sono de-
terminanti nel processo di costruzione della propria identità.
Nelle nostre ricerche molto lavoro è stato fatto proprio per riconoscere una spe-
cificità “contestuale” e relazionale-familiare a questo tipo di personalità, a partire
da alcuni dati antropologici presenti nelle culture mediterranee (Fiore I., 1997; Lo
Verso G., 1998). L’elemento che forse è più difficile da inglobare nelle nostre clas-
sificazioni psicologiche e psichiatriche è quello legato al fondamentalismo di pen-
siero: di fronte ad una psicopatologia ufficiale della personalità centrata sul de-
ficit (di strutture, di relazioni, di apprendimenti), la personalità dell’uomo d’onore
si mostra come una patologia da eccessivo intenzionamento, da una rigidità di
strutture (di pensiero, di affetti) e da un’intensità tale da divenire disturbante.
Come in tutti gli universi mentali totalizzanti, nella mafia non c’è possibilità di pen-
siero dell’Altro, la propria identità è strutturata su un modello relazionale che
non può essere messo in discussione, pena la morte simbolica e psichica. Questo
peso intenzionate e mortifero della famiglia di appartenenza rimanda ovvia-
mente ad una concezione della psicopatologia a vertice dinamico e relazionale,
che grazie all’analisi delle vicissitudini, consce ed inconsce, della costruzione del
Sé individuale all’interno di una rigida matrice familiare ci permette di com-
prendere la specificità delle problematiche legate al mondo mafioso.
Ci sembra quindi che solo una comprensione delle reti relazionali, familiari e
culturali del soggetto mafioso possa consentirci anche una possibile lettura in
chiave psicopatologica, in modo da superare la poca specificità delle classificazioni
diagnostiche attuali.
Per quello che è l’oggetto di questo paragrafo, ci sembra interessante riportare
introduttivamente alcuni brevi brani di intervista in cui i collaboranti parlano del
rapporto tra mafia e disagio di tipo psichiatrico (Lo Verso G., Lo Coco G., 2003):
Intervistatore: Ma che lei sappia, rispetto a questi disturbi psicosomatici che
lei ha avuto, sa se anche altri mafiosi soffrivano di disturbi ana-
loghi?
Collaborante: Si, durante il periodo della mia conoscenza con questi, sì. Que-
sti non dormivano mai. Non dormivano mai, e spesso e volentieri
stavano male, non dormivano mai, malissimo, completamente.
Quindi i disturbi li avevano, altro che! Bagarella io non l’ho vi-
sto mai dormire. Si andava a coricare alle due di notte e alle quat-
tro di mattina mi telefonava. Che voleva essere accompagnato, la
scorta! Un pazzu! Questo non dormiva mai.
I: Diversamente da quello che dicono loro.
C: No: questo non dormiva mai, poi soffriva sempre di dolore ‘i testa. Sempre
continuamente dolore ‘i testa.
I: Anche gli altri?
C: Mangiava; io ti parlo di questo che ho conosciuto direttamente. O ci veniva l’a-
cidità o ci veniva qualche altra cosa. No, no no, loro vogliono fare credere ma
stanno peggio di me.
CAPITOLO 15 • Lo psichismo mafioso nell’indagine psicologico-clinica 161

I: E invece di familiari con questi problemi psicologici ne ha mai sentito parlare?


C: Io dei miei no, di quelli degli altri si. Ad esempio la moglie di Bagarella è ar-
rivata al suicidio... Perché lei era condannata veramente a stare dentro agli
arresti domiciliari, perché non poteva uscire, lui usciva, andava, veniva, face-
va, diceva, e quella poverina sempre dentro. Insomma arrivò al punto che que-
sta è impazzita. Non ci mancava niente di quello che desiderava, ma che se ne
doveva fare?
I: Però non c’era l’abitudine di andare dallo psicologo o dal neurologo per que-
ste cose?
C: Mhm! Mhm! Per loro una cosa di queste è, una gravità (ride), è lo stesso, che
ti conviene che pigli ‘a pistola e ti spari! Che vai dallo psicologo? Ci sei anda-
to a raccontare i fatti nostri allo psicologo? Aspetta, prendi ‘a pistola (ride) e
ti spari. Già sei morto. Ma chi c’entra?
…Io invece ho avuto problemi, ora i miei figli hanno avuto i problemi psico-
logici. Mia figlia, mio figlio, che hanno dovuto lasciare la città, hanno dovuto
lasciare tutti gli amici, gli amichetti, hanno dovuto lasciare tutte queste co-
se… perché hanno cambiato spesso, ora hanno cambiato di nuovo città, per-
ché se ne sono dovuti andare in un altro posto, trauma. Allora mia figlia la
dovevo mandare dallo psicologo? Non ti preoccupare che te lo faccio io lo psi-
cologo! Parla con me, dimmi che hai, ti psicanalizzo io, ti spiego tutte cose io,
non ti preoccupare (ride). Ci sono? L’ho aiutata, ma l’ho aiutata mettendomi
di mattina, e dando soprattutto fiducia, iniezioni di fiducia, cioè “Vai, non ti
preoccupare”,“Ma io sbaglio”,“E che te ne frega se sbagli? Sbagli una volta, due
volte, la terza volta non sbagli più! Vai tranquilla, fai tutto quello, non ti crea-
re privazioni, vai!”.

Altrettanto interessante, anche se narrata con uno stile più colto, tipico del
personaggio in questione, è la seguente testimonianza:
I: Ma non c’era mai in queste famiglie mafiose uno che aveva una crisi de-
pressiva?
C: C’è, c’è, ci sono stati… c’era, ma immediatamente venivano messi a tacere.
Diciamo che prima c’era una compressione di questi fatti perché prima era un
fatto di grande vergogna, di grande debolezza, uno che se ne andava in crisi,
invece ora è diverso, mi ricordo che qualcuno è stato anche estromesso. Per
esempio c’è stato quello di Caccamo, come si chiamava… Intile, tentò di im-
piccarsi e praticamente per questo venne estromesso dalla carica di capo del
mandamento di Caccamo che era uno dei più importanti; e poi praticamen-
te se ne andava spesso in crisi tanto è vero che a un certo punto si impiccò in
carcere. Questo c’era.
I: Anche se era un familiare, non parliamo di psicologi che non ce ne erano, ma
c’era qualcuno che andava dal neurologo o dallo psichiatra?
C: No (!) non esisteva. Faccia conto che questa era una società rurale e molto…
(sospira) non sapevano neanche che cosa era.

Come vediamo, nella realtà mafiosa la sofferenza psichica è un qualcosa di


cui vergognarsi, per cui ci si rivolge allo specialista soltanto in casi di estrema
difficoltà. Nonostante questa diffidenza per il mondo psicologico, a metà degli
162 Girolamo Lo Verso, Gianluca Lo Coco

anni ’90 diversi colleghi iniziano a vedere, in consultazione o in terapia, sogget-


ti appartenenti a famiglie di mafia. Noi pensiamo che i casi presentatisi in tanti
reparti ed ambulatori di salute mentale in questi anni, siano anche corrisposti
con un momento di crisi generale della struttura della famiglia mafiosa e del-
l’efficace politica repressiva delle autorità giudiziarie.
In genere si presentava una domanda di aiuto psicoterapeutico poco definita,
l’urgenza di un disagio psicologico che non riusciva più ad essere contenuto ed ac-
quisire un senso all’interno delle matrici del pensiero familiare e che ha trovato
espressione nelle richieste di aiuto rivolte all’esterno, sul territorio, come USL, Ser-
vizi Sociali o comunità, più raramente studi professionali privati (Lo Verso G., 1999).
Non siamo mai in presenza di richieste di psicoterapia analitica da parte di
membri di famiglie mafiose: difficile è quindi la costruzione di un setting stabi-
le e prolungato; grandi sono state nei professionisti le difficoltà legate ad una di-
namica controtransferale particolarmente coinvolgente (Lo Verso G., Lo Coco G.,
2004). Il lavoro con questi soggetti può generare facilmente fantasie inconsce di
rabbia, di paura o di persecutorietà: come è facile nel lavoro con i figli adolescenti
dei mafiosi la fantasia “Io ti salverò!”.
Il disagio si manifesta quasi sempre nei soggetti adolescenti delle famiglie
mafiose, figli e nipoti o nelle donne: le mogli di mafiosi si possono rivolgere al te-
rapeuta per una sofferenza acutizzatasi, ad esempio, dopo l’uccisione del coniu-
ge, il suo arresto o una condanna all’ergastolo. Dalla nostra casistica sembra che
i periodi critici per il manifestarsi dei disturbi siano o l’infanzia e l’età prescola-
re, in relazione in genere ad avvenimenti luttuosi all’interno della famiglia, o il pe-
riodo adolescenziale e tardo adolescenziale, in relazione ad un difficoltoso pro-
cesso di acquisizione di un’identità.
Dalle storie dei nostri pazienti emerge una realtà familiare frammentata,
confusa, dilaniata al suo interno da arresti e pentimenti, che costituisce il con-
testo e lo sfondo di tutte le situazioni da noi conosciute. In questi pazienti vi è
stato generalmente un crollo dei vissuti di onnipotenza della famiglia mafiosa (ar-
resti, tradimenti, debolezze, morti) con una famiglia che non riesce più a porsi
come nucleo rassicurante che garantisce un senso di identità perfettamente in-
tegrato. Soprattutto negli adolescenti di famiglia mafiosa il pensiero familiare
non riesce a porsi più come un tema già dato, nella sua idealizzazione totalizzante.
Spesso all’interno di queste famiglie in crisi è riscontrabile un membro altro ri-
spetto la cultura mafiosa, come una moglie o un padre non appartenenti ad una
famiglia di origine mafiosa, portatrice di una cultura o a volte di un semplice
accadimento personale o transpersonale trasgressivo rispetto i temi familiari.
Nel momento della crisi, emerge la presenza di matrici di pensiero non total-
mente assoggettate al pensare mafioso: questo elemento di discontinuità psi-
chica sembra essere spesso la crepa che conflittualmente può generare conflit-
to e psicopatologia, ma anche l’unica possibilità di un ripensamento del “già
pensato” familiare.
CAPITOLO 15 • Lo psichismo mafioso nell’indagine psicologico-clinica 163

 Conclusione

In questo breve lavoro abbiamo riportato in sintesi alcune delle questioni più
importanti emerse nelle nostre ricerche condotte sui soggetti appartenenti alle fa-
miglie mafiose. Molti risultati di questi lavori sono poi stati condivisi con magi-
strati ed avvocati addetti agli aspetti giudiziari del fenomeno, fornendo un notevole
contributo in termini conoscitivi.
Se la psicologia clinica si è trovata a dover fornire risposte a situazioni di sof-
ferenza emerse nelle famiglie di mafia, dall’altro lato ha più generalmente co-
operato ad una conoscenza più approfondita del fenomeno, attraverso la defini-
zione delle dinamiche psichiche e comportamentali caratteristiche degli affilia-
ti all’organizzazione. Ci sembra importante sottolineare l’utilità della ricerca del-
la nostra disciplina anche rispetto a temi non tradizionali, ma che possono for-
nire un importante riconoscimento sociale del nostro metodo di lavoro.

 Bibliografia

• American Psychiatric Association (1994) Manuale diagnostico e statistico dei disturbi


mentali, 4 Ed. (DSM-IV). Masson, Milano
• Fiore I (1997) Le radici inconsce dello psichismo mafioso. Franco Angeli, Milano
• Lo Coco G (1998) Famiglia e crisi del pensiero familiare nello psichismo mafioso. Ter
Fam 56:61-72
• Lo Coco G, Lo Verso G (1998) La mafia dentro: questioni psicopatologiche. Psichiatria
e Psicoterapia Analitica 17:347-352
• Lo Verso G (1994) Le relazioni soggettuali. Bollati Boringhieri, Torino
• Lo Verso G (1995) Mafia e follia. Il caso Vitale. Psicoterapia e Scienze Umane 3:99-121
• Lo Verso G (ed) (1998) La mafia dentro. Psicologia e psicopatologia di un fondamen-
talismo. Franco Angeli, Milano
• Lo Verso G (1999) Mutamenti dello psichismo mafioso: uno studio psicopatologico e psi-
coterapico. In: Lo Verso G, Lo Coco G, Mistretta S, Zizzo G (eds) Come cambia la mafia.
Franco Angeli, Milano
• Lo Verso G, Lo Coco G, Mistretta S, Zizzo G (1999) Come cambia la mafia. Esperienze
giudiziarie e psicoterapeutiche. Franco Angeli, Milano
• Lo Verso G, Lo Coco G (2003) La psiche mafiosa. Storie di casi clinici e collaboratori di
giustizia. Franco Angeli, Milano
• Lo Verso G, Lo Coco G (2004) Working with patients involved in the mafia. Considera-
tions from Italian psychotherapy experiences. Psychoanal Psychol 21:171-182
• Madeo L (1994) Donne di mafia. Mondadori, Milano
• Principato T, Dino A (1997) Mafia donna. Le vestali del sacro e dell’onore. Flaccovio,
Palermo
• Siebert R (1994) Le donne, la mafia. Il Saggiatore, Milano
C APITOLO 16
Percorsi della diagnosi
(e della cura) in psicologia clinica:
dal modello descrittivo
al modello psicoanalitico
Lucio Sarno

 Introduzione

La psicologia clinica rappresenta una specifica declinazione del sapere psicolo-


gico; i suoi presupposti teorici, i suoi campi di applicazione e le tecniche di rife-
rimento possono essere definiti a partire dall’aggettivo che la contraddistingue:
clinica. L’aggettivo clinico, come suggerito dal suo etimo (χλινη - letto) riman-
da immediatamente all’“arte medica” come cura prestata al letto del malato, pro-
cedendo ad una ricognizione metodica dei fenomeni morbosi, e di tutti i fattori
implicati nell’eziopatogenesi, al fine di stabilire la corretta diagnosi e la cura con-
seguente. L’attributo “clinico” apre dunque i confini della psicologia al di là del-
la grande famiglia delle scienze psicologiche ponendola in relazione alle altre di-
scipline, a partire proprio dalla medicina; infatti lo stesso attributo individua gli
elementi essenziali che definiscono la specificità del suo campo di applicazione:
la diagnosi (valutazione) e la cura (intervento) di specifiche patologie: quelle che
nella loro manifestazione e/o nelle loro cause rinviano alla sofferenza psichica.
Pur condividendo con la psichiatria l’oggetto di indagine e le finalità (dia-
gnosi e terapia), la psicologia clinica vuole tuttavia proporsi come una discipli-
na autonoma per quel che riguarda la lettura delle manifestazioni psicopatologiche
e le tecniche impiegate per la cura.
L’elemento caratterizzante della psicologia clinica è, dunque, costituito dalla
sua finalità applicativa, la cui principale, ma non unica, espressione è la psicoterapia.
La psicoterapia rappresenta tutto ciò che della psicologia clinica è destinato
alle sue applicazioni terapeutiche, mentre la psicopatologia fa da cornice al pro-
cesso diagnostico.
L’ inquadramento psicopatologico propone da parte sua vertici prospettici
differenti: una prima distinzione è da porre tra le prospettive diagnostiche rife-
ribili ad un orizzonte “descrittivo”, rispetto a quelle che si riferiscono ad un oriz-
zonte teorico che definirò invece come “comprensivo”.
166 Lucio Sarno

Il modello descrittivo definisce criteri diagnostici sulla base dell’evidenza sin-


tomatica e di criteri normativi di riferimento. I criteri di normalità/anormalità
(patologia) trovano come loro correlati la norma(lità) statistica (distanza dalla
norma del fenomeno ritenuto a-normale) e quella socio-culturale: la pericolosi-
tà sociale e/o la ricaduta delle caratteristiche di determinati comportamenti sul sen-
so comune collettivo di un determinato gruppo socio-culturale. Se vantaggi in-
dubitabili in tale prospettiva sono da rintracciare sul piano della oggettivazione1
e della condivisione di criteri diagnostici è pur vero che in tale visione rimane se-
condaria o del tutto esclusa l’attenzione posta al sentimento (vissuto) soggettivo
della sofferenza personale. I rischi più evidenti del metodo descrittivo sono dun-
que da rintracciare nella propensione implicita a stabilire una correlazione tra
patologico e “diverso”, comportamentalmente insolito, statisticamente atipico, ov-
vero nella propensione a includere nella cosiddetta “norma” soltanto ciò che è so-
cialmente e culturalmente condiviso, che fa parte del “senso comune” collettivo.
Nel modello descrittivo i sintomi sono dunque segni oggettivi, che possono es-
sere descritti nella loro varietà e classificati secondo ordini di contiguità, co-
erenza, ricorsività. La diagnosi descrittiva si propone, pertanto, come una fotografia
statica della realtà; potremmo dire che il modello descrittivo mantiene al suo in-
terno l’opzione “naturalistica” propria delle scienze naturali. Il suo procedere si
muove pertanto nella direzione che va dal particolare al generale: la presenza di
un insieme di sintomi costituisce un’entità nosografia (sindrome) che non ha al-
cuna ipotesi causalistica. I sintomi cioè sono raccolti insieme poiché sulla base di
congiunzioni fenomeniche costanti possano essere riuniti all’interno di un’uni-
ca classe sindromica. Ma la classificazione di una sindrome di per sé non con-
tiene una visione causale, vale a dire non considera una relazione tra questi sin-
tomi in funzione di una ipotesi eziologica, dunque di un’ipotesi esplicativa Ciò com-
porta che la diagnosi guardi a quel determinato quadro sintomatologico e perda
di vista l’esperienza soggettiva della sofferenza psicopatologica. La diagnosi ri-
mane, in tal modo, impersonale tesa a collocare il soggetto, in funzione dei suoi
sintomi, all’interno di una determinata categoria nosologica piuttosto che a com-
prendere il senso di quell’esperienza soggettiva di sofferenza.
All’interno del modello “comprensivo”, invece, il sintomo perde la sua “pre-
sunta” oggettività a vantaggio della centralità assunta dal soggetto e dalla sua
percezione (sentimento soggettivo) di sofferenza “personale”.
I sintomi riguardano i comportamenti, espliciti o impliciti, del soggetto ma ta-
li comportamenti interessano funzioni della mente che a loro volta ricadono nel
tessuto psichico dell’individuo visto nella sua globalità e nella sua storia in dive-
nire. All’interno di tale visione (olistica) dell’individuo il sintomo non è estraibile
dunque dal contesto personologico e “storico” all’interno di cui si trova ad esse-
re collocato. In tale prospettiva la diagnosi presuppone che vengano stabiliti dei

1
La diagnosi “descrittiva” presuppone inoltre una sua ateoreticità sia per quel che riguarda l’eziopatogenesi,
le “cause” determinanti della malattia, sia per quel che riguarda la tecnica della cura votata a un “sano”
pragmatismo. Il comportamento del soggetto viene pertanto valutato solo sulla base della presenza/as-
senza di certi segni (normalità/anormalità) e quindi del grado di gravità dei sintomi, e la cura declina la
sua efficacia nella remissione di questi.
CAPITOLO 16 • Percorsi della diagnosi (e della cura) in psicologia clinica 167

legami, delle connessioni di senso tra singoli aspetti, funzioni, manifestazioni


comportamentali e personalità del soggetto.
Occorre pertanto fare riferimento, in prima istanza, ad una teoria del funziona-
mento della mente che metta in relazione i sintomi con gli altri aspetti del corredo
personologico e storico-evolutivo del soggetto. All’interno di questa prospettiva
dunque il sintomo assume una dimensione sincronico-diacronica poichè il senso è
il derivato di correlazioni tra aspetti del funzionamento della mente del soggetto, ri-
guardati alla luce della sua attualità personologica, e il porsi di questa come incro-
cio e punto di arrivo provvisorio del suo sviluppo potenzialmente senza fine.
Gli elementi di prossimità della psicologia clinica con le altre discipline psi-
cologiche rimandano pertanto allo studio del funzionamento mentale lungo il
continuum estremamente variegato che va dal normale (oggetto della psicolo-
gia generale) al patologico (oggetto della psicopatologia generale). Lo studio di
questo continuum necessita inevitabilmente il contributo dello studio del sog-
getto nella sua globalità (psicologia della personalità), e nelle differenze indivi-
duali che lo caratterizzano; lo studio dei processi motivazionali alla base del com-
portamento (psicologia dinamica), e la lettura delle manifestazioni della vita psi-
chica sia nell’ordine sincronico dell’attualità che in quello diacronico (della sto-
ria individuale): e ciò al fine di individuare i principi di causalità nell’ordine evo-
lutivo ed eziopatogenetico (psicologia e psicopatologia dello sviluppo).
Il modello psicodinamico rappresenta elettivamente i modelli definiti com-
prensivi: al suo interno i concetti di personalità e di funzionamento della mente
non sono riducibili alle manifestazioni comportamentali (o sintomatiche) poiché
i meccanismi e i processi in cui si declinano non sono risolvibili nei fenomeni
direttamente osservabili2.
È possibile, infatti, definire la personalità secondo due accezioni differenti:
una riguarda la valenza strutturale di un insieme di fattori ed elementi che sono
espressivi dell’individualità psichica di un soggetto. Tuttavia quando facciamo
riferimento al termine personalità intendiamo parlare più ampiamente di un in-
sieme affettivo, cognitivo, somatico e psichico che rimanda più squisitamente ad
un principio identitario, sintetico e sovrastrutturale che dà significato a tutto ciò
che in termini variegati ed eterogenei si esprime nei nostri comportamenti e che
permette di attribuire un senso di continuità spazio-temporale alla nostra sog-
gettività individuale in quanto espressiva di un’identità specifica. Questo princi-
pio unificatore oltrepassa in qualche modo l’ordine delle manifestazioni com-
portamentali, immediatamente visibili, comprendendo l’ordine motivazionale
(desideri, intenzioni, conflitti, paure, ecc.) quale motore di quei comportamenti.
Dunque la premessa di tale modello è l’evidenza dell’esistenza di meccanismi

2
“il senso dei sintomi è sempre e ovunque sconosciuto all’ammalato, (e) l’analisi mostra regolarmente co-
me questi sintomi siano le propaggini di processi inconsci […]. Questo però non è tutto. […] Non so-
lo, di norma il senso dei sintomi è inconscio; esiste anche un rapporto di intercambiabilità tra questa in-
consapevolezza e la possibilità di esistenza dei sintomi stessi. […] Affermo […] che ogniqualvolta ci
imbattiamo in un sintomo possiamo inferire che nell’ammalato esistono determinati processi inconsci,
i quali contengono […] il senso del sintomo. Ma è anche necessario che questo sia inconscio, affinchè il
sintomo si instauri. Processi consci non danno luogo a sintomi”; “questo stato di cose […] trova conferma
in tutti i sintomi di tutte le malattie nevrotiche […]”. (Freud S, 1915-17, pp 440-441).
168 Lucio Sarno

e di processi che sono alla base del funzionamento della mente il cui significa-
to, non è risolvibile nel fenomeno (in ciò che appare e si concede all’osserva-
zione diretta), ma è ricostruibile (interpretabile) attraverso processi logico-cli-
nico-inferenziali.
L’oggetto clinico psicodinamico è dunque un oggetto complesso, non risol-
vibile nella sua semplicità elementare nè nella sua evidenza fenomenica, in con-
tinuo divenire caratterizzato da continue evoluzioni e trasformazioni.
I meccanismi che regolano processi e trasformazioni non sono lineari e i
passaggi di stato sono animati da una dialettica conflittuale (micro e/o macro
conflittuale). L’oggetto psicodinamico è pertanto complesso e tridimensionale,
e si estende costantemente a tutta la superficie dei fenomeni osservabili in-
trecciando relazioni di senso che si muovono dal particolare al generale (la
personalità del soggetto) e si riconducono dalla superficie a ciò che è soggiacente,
implicito, inconsapevole (profondo): dalla coscienza all’inconscio, dal sempli-
ce al complesso, dal presente al passato e viceversa, dal fenomenico-struttura-
le al processuale.
Secondo il modello, che non a caso definiamo come “comprensivo” i sintomi,
dunque, non sono muti e privi di significato ma possiedono un senso in quanto
espressivi del funzionamento (psicopatologico) della mente; il sintomo non vie-
ne individuato in rapporto alla sua anomala insensatezza o incomprensibilità,
ma viene investito di un significato che va compreso sia nelle sue dinamiche, os-
sia nei meccanismi che in qualche modo lo interessano (lo alimentano e lo rap-
presentano), sia nelle cause che ne hanno determinato la formazione e poi la ma-
nifestazione.
Appare chiaro allora come all’interno del modello comprensivo debbano con-
vivere necessariamente, in maniera complementare, teorie del funzionamento
della mente, teorie della personalità e teorie dello sviluppo che concorrono a de-
finire modelli esplicativi ed eziopatogenetici, che riguardino l’ordine e il senso del-
la sofferenza psicopatologica a partire dalle cause (originarie).
In tale prospettiva la diagnosi si rivela un complesso esercizio clinico ed una
rappresentazione ermeneutica esplicativa dei meccanismi e dei processi che so-
no all’origine sia dei sintomi che di qualsiasi altro comportamento umano; la
diagnosi è il tentativo di attribuire un significato che non si risolve solo nel da-
to osservativo.
Sebbene entrambi i modelli procedano secondo una logica induttivista che va
dal particolare al generale, nel caso della diagnosi soggettiva il passaggio a cate-
gorie generali non equivale ad una raccolta classificatoria di elementi che hanno
una loro frequenza statisticamente significativa o stabile, ma piuttosto intende
stabilire una relazione tra segni o sintomi in funzione di una loro comprensione,
individuando nella diagnosi, in primis, un processo conoscitivo che si propone
di comprendere un determinato soggetto e la sua esperienza di sofferenza.
Il modello comprensivo implica il passaggio dalla pura e semplice descrizio-
ne di un comportamento (sintomatico) che devia dalla norma socio-cultural-
mente condivisa, ad una valutazione della “anormalità” o della “sintomaticità” in
funzione della sofferenza e, all’interno di questo, la visione della sofferenza è sup-
portata da una lettura/comprensione delle motivazioni e della storia che ha pro-
dotto le manifestazioni sintomatiche (modelli eziopatogenetici).
CAPITOLO 16 • Percorsi della diagnosi (e della cura) in psicologia clinica 169

 Dal modello comprensivo al modello psicoanalitico:


ripresa delle questioni e possibili sviluppi

A partire dall’osmosi felice tra il mio impegno professionale con i pazienti e l’inse-
gnamento della Psicologia clinica e della Psicoterapia all’Università, ho cercato di
capire innanzitutto perché non vi fossero dei buoni manuali di psicopatologia psi-
coanalitica (e occorresse ricorrere a manuali di derivazione psichiatrica per quan-
to illuminata3); ho ritenuto che il patrimonio clinico-teorico della psicoanalisi non
dovesse limitarsi a ibridare culture diagnostiche differenti ma piuttosto concorre-
re ad una rifondazione autonoma e coerente della psicopatologia nell’ambito della
psicologia clinica (psicopatologia psicologica). Un punto di passaggio importante è
rappresentato dal fortunato incontro col testo di Nancy Mc Williams (1994), un te-
sto utilissimo dal punto di vista didattico che, nella “diagnosi” individua il luogo di
incrocio tra la psicopatologia intesa nel senso classificatorio classico e i modelli psi-
coanalitici che sostengono la lettura delle differenti forme di sofferenza psichica: le
variegate forme di nevrosi e di psicosi in termini di struttura della personalità.
Un punto di interrogazione successivo ha riguardato le ragioni di una scarsa af-
fezione degli psicoanalisti a scrivere lavori di psicopatologia o di interesse dia-
gnostico (ho verificato infatti quanto frammentaria sia la letteratura sull’argo-
mento), ed ho notato come nello scambio dialogico coi colleghi, si faccia di frequente
uso di un linguaggio clinico nella sostanza povero e sostanzialmente di deriva-
zione psichiatrica (psicopatologia nosografico-descrittiva). Mi sono chiesto, per-
tanto, come mai ci siamo disabituati a parlare di diagnosi, perché come psicoanalisti
amiamo poco parlare di diagnosi e, comunque, tendiamo a ridurre la questione del-
la diagnosi all’interno delle consultazioni preliminari al trattamento, come se il
problema della diagnosi si dovesse risolvere in quello di una implicita indicazio-
ne al trattamento (il che è prossimo a risolversi nel problema dell’analizzabilità).
Sembrerebbe quindi che la questione diagnostica possa trovare soluzione nella
mente dello psicoanalista nella domanda: “Questo paziente è analizzabile o no?”
“Posso prenderlo in cura o no?”. Questo modo di affrontare il problema della dia-
gnosi è pragmatico e necessario (quanto lo è per lo psichiatra che tuttavia fa uno
sforzo di classificazione metodico, attento ed esteso), ma per la sofisticata cultu-
ra che sorregge la clinica psicoanalitica mi sembra riduttivo e un po’ rozzo.
Insomma accade che pur godendo di una sua autonomia sul piano teorico-cli-
nico la psicoanalisi non sia poi capace di affermare una sua autonomia diagno-
stica; ed ognuno di noi nel parlare di un paziente finisce per utilizzare un lin-
guaggio che fa parte della tradizione psichiatrica (anche se ibridato dalla cultu-
ra “psicodinamica”) come se fosse l’unico linguaggio che possa determinare una
comprensione consensuale. E tuttavia l’uso di un tale linguaggio lascia comunque
la sensazione, peraltro sgradevole, che non sia quello più indicato ad esprimere
e a rappresentare il complesso quadro che a partire dalla descrizione della gra-
vità del paziente possa condurre con precisione alla comprensione della sua per-
sonalità, del suo mondo interno, dei processi mentali che lo governano e delle
modalità (difficoltà) relazionali che animano la sua vita.
3 A definire tale cultura concorrono manuali di “Psicopatologia descrittiva” (Sims A, 1992); “Psichiatria
Psicodinamica” (Gabbard GO, 1992) e “Psicopatologia funzionale” (Bellodi , 2005).
170 Lucio Sarno

Ritengo che il problema fondamentale sia costituito dalla difficoltà connessa


alla necessità di coniugare l’hic et nunc fotografico del momento presente, con-
nesso al quadro sintomatico attuale (proprio della diagnosi psichiatrica classica)
con la dimensione diacronica (“cinematografica”) della psicopatologia del soggetto:
la storia (passato-evoluzione) che precede l’incontro diagnostico nella proiezio-
ne verso il futuro (prospezione terapeutica).
Il problema centrale è dunque costituito dal rapporto tra il discontinuo che ani-
ma la diagnosi tradizionale ed il continuum che invece ordina la prassi clinica
psicoanalitica. Ogni momento dell’incontro tra psicoanalista e paziente (diagnosi
e cura) è attraversato dal continuum che dalla clinica conduce alla teoria (dalla
psicopatologia alla normalità e viceversa).
Un ulteriore elemento da prendere in considerazione (nella differenziazione
tra diagnosi psichiatrica e diagnosi psicoanalitica) è il fatto che nella diagnosi
psichiatrica il problema centrale rimane quello di una sua correttezza (precisio-
ne) all’interno della nosografia di riferimento (tale diagnosi è guidata da un pro-
getto classificatorio sintomatico-sindromico, arricchito da descrizioni di com-
portamenti e processi), e quello di una diagnosi differenziale che renda la clas-
sificazione più attendibile: il categoriale prevale sul dimensionale, lo strutturale
sul processuale, il quantitativo sul qualitativo e in ogni caso l’intenzione descrit-
tiva prevale su quella comprensiva.
Infine l’ultimo elemento comparativo riguarda i criteri normativi che regola-
no la classificazione diagnostica. D’abitudine, la diagnosi psichiatrica si pone il
problema di una valutazione che è al contempo un giudizio dei comportamenti
del paziente in ragione della loro ricaduta nel sociale; non mi riferisco necessa-
riamente alle psicopatie conclamate, ma a tutti i modi attraverso cui il sociale
rappresenta il luogo elettivo di visibilità (riconoscibilità e ricaduta) della patologia
del paziente che, al contempo, condiziona il punto di vista della diagnosi. Dunque
il criterio diagnostico tiene conto di norme o criteri di valutazione che non so-
no strettamente legati al senso della sofferenza personale (di cui il soggetto è
portatore anche se non pienamente consapevole), ma che pone al centro l’atipi-
cità (anormalità) di determinati comportamenti e la loro incidenza (pericolosi-
tà fisica e/o morale) nel tessuto sociale (valori socio-culturali condivisi).
Volendo adesso, dunque, raccogliere all’interno di due dimensioni gli ele-
menti che, dal mio punto di vista, considero fondamentali per disegnare invece
la diagnosi psicoanalitica, segnalerei:
– l’ordine del senso;
– l’ordine del processo.

L’ordine del senso trova le sue origini in quelle della psicoanalisi, nel momen-
to in cui Freud sottrae la sintomatologia isterica al dominio demoniaco, a quello
di un immaginario molieriano, a quello organico-genetico-sessuale e a quello del-
la follia senza senso. In particolare il senso pone il sintomo all’interno di un ordine
che interessa il funzionamento della mente nelle sue estensioni: dalla coscienza
fenomenica all’inconscio inteso come funzione rappresentativa della dinamica
conflittuale che sostiene l’orizzonte motivazionale e quello sintomatico.
L’ordine del processo deriva invece dall’allargamento dell’ordine del senso
alla dimensione diacronica della storia come esplicativa della causalità (psicolo-
CAPITOLO 16 • Percorsi della diagnosi (e della cura) in psicologia clinica 171

gica) dei comportamenti ma anche della prospettiva evolutiva dell’eziopatoge-


nesi. Tale allargamento prospettico pone l’anamnesi al centro del processo dia-
gnostico psicoanalitico. L’anamnesi psicoanalitica consente infatti la diagnosi
differenziale tra nevrosi e psicosi in ragione delle origini più o meno arcaiche
(precoci o remote) in relazione alla freccia del tempo del disturbo; della teoria del-
lo sviluppo delle funzioni psichiche, degli affetti, del linguaggio e del pensiero; del-
la formazione dell’identità e delle relazioni madre-bambino.
L’ordine del processo include dunque la necessità di un passaggio del mo-
dello psicodinamico inteso in modo esclusivo, o almeno predominante, come
“teoria del funzionamento della mente” ad una visione psicodinamica che a par-
tire da una teoria delle “relazioni d’oggetto” includa la lettura del soggetto al-
l’interno del processo evolutivo nella sua interezza.
Di tutti questi elementi, come psicoanalisti, non possiamo fare a meno, se ri-
teniamo concordemente che il senso del sintomo e la sua apparente incompren-
sibilità derivino dal fatto che sono esiti paradossi di conflitti inconsci correlati ad
esperienze traumatiche, recenti e passate, e ad angosce che hanno reso necessa-
rio il formarsi di difese che assumono dizioni differenti in relazione all’intensi-
tà del trauma, alle modalità del procedere e al loro funzionamento.
Del quadro proposto fanno così parte teorie che riguardano le difese, il trau-
ma, i conflitti psichici (intrapsichici e relazionali) e l’angoscia; la memoria, i ri-
cordi e la funzione del ricordare. Molti degli elementi indicati si trovano disseminati
in una serie di scritti psicoanalitici, ma non hanno mai trovato fin qui una rac-
colta organica e una coerenza sistematica.
Da parte mia, fra gli autori che considero oggi come miei interlocutori privilegia-
ti segnalerei oltre a Freud, Ferenczi, Bion,Winnicott, la Klein e Corrao. Il mio pensie-
ro va ad un’ideale antologia che contiene, fra gli altri gli scritti di Freud:“La rimozio-
ne”(1915);“La negazione”(1925);“Lutto e melanconia”(1915);“La perdita di realtà nel-
le nevrosi e nelle psicosi”(1924);“Costruzioni nell’analisi”(1937);“Un disturbo di me-
moria sull’Acropoli” (1936);“La scissione dell’Io nel processo di difesa” (1938).
I lavori individuati si propongono come una mappa di ricognizione per la rela-
zione posta tra i problemi connessi al rapporto tra relazione clinica, diagnosi, psi-
copatologia e teoria del funzionamento della mente (meccanismi di difesa in primis).
Per quel che riguarda Winnicott, farei riferimento in prima istanza ad un la-
voro il cui titolo parla da sé: “Classificazione: esiste un contributo psicoanalitico
alla diagnosi psichiatrica?” (1959); e poi ad almeno altri tre lavori a mio avviso
strettamente connessi: “Paura del crollo” (1964); “La distorsione dell’Io in rap-
porto al vero e al falso sé” (1960) ed “I fini del trattamento psicoanalitico” (1965).
Per quanto riguarda Bion, penso al suo scritto “Il pensare: una teoria” (1962),
a “La differenziazione tra personalità psicotica e non psicotica” (1957) ed infine
ad “Attacchi al legame” (1959).
Ma a questo elenco vorrei aggiungere un altro scritto, in apparenza eccentri-
co, che ritengo, invece, fondamentale nella mia visione attuale della psicopatolo-
gia psicoanalitica (della teoria del trauma e dell’eziopatogenesi dei disturbi psi-
cotici); si tratta del testo di Ferenczi “La confusione delle lingue tra adulti e bam-
bini. Il linguaggio della tenerezza e il linguaggio della passione” (1932)4.

4 Per una trattazione più ampia, cfr Sarno L (1999) e Sarno L (2004).
172 Lucio Sarno

 Nevrosi e psicosi: tra continuità e discontinuità;


tra individuo e ambiente; tra conflitto e carenza

Ritengo necessario riguardare dunque la questione relativa alla diagnosi psi-


coanalitica a partire dalla differenza posta tra nevrosi e psicosi tenendo come
riferimenti il trauma, i conflitti, le angosce, le difese e la relazione precoce madre-
bambino. Ci troviamo immediatamente all’interno di un conflitto imbarazzante.
Il criterio di continuità tra sanità e malattia introdotto da Freud incontra re-
sistenze nel momento in cui egli si trova ad affrontare la questione della psicosi
e della patologia borderline (narcisismo).
Infatti, alla continuità terminologico-concettuale relativa ai fattori interve-
nienti (meccanismi di difesa e conflitti in particolare) fa eco la necessaria di-
stinzione tra rimozione e scissione (tra difese nevrotiche e psicotiche); tra mon-
do interno e realtà esterna5. Anche rispetto alla natura del lutto emergono già
nella “Metapsicologia” (Freud S., 1915-17) elementi distintivi tra il lutto patolo-
gico del nevrotico (vedi anche la “Comunicazione preliminare agli studi sull’i-
steria” del 1892 e la “Prima” delle “Cinque Conferenze sulla Psicoanalisi” del
1909)6 e il lutto melanconico dello psicotico (egli non ha possibilità di accesso
all’oggetto, alla natura e alla ragione della perdita arcaica)7; per poi giungere a
concludere in “Costruzioni nell’analisi” che il soffrire di reminiscenze del nevro-

5
Nel lavoro “La perdita di realtà nelle nevrosi e nelle psicosi” (1924), Freud scrive: “…la nevrosi non rin-
nega la realtà, semplicemente di essa non vuole sapere nulla; la psicosi invece rinnega la realtà e cerca di
rimpiazzarla…Nella psicosi la parte di realtà che è stata rigettata torna continuamente ad imporsi nel-
la vita psichica, così come fa nella nevrosi la pulsione rimossa” (Freud S, 1924). Sul “rinnegamento”
inoltre scrive: “(L’)Io infantile […] liquida le pretese pulsionali sgradite mediante le cosiddette rimo-
zioni. […] in questo stesso periodo della vita, si trova abbastanza spesso nella condizione di doversi di-
fendere da una richiesta penosa che il mondo esterno gli pone, ciò che gli riesce con il rinnegamento
delle percezioni che gli rendono nota questa pretesa della realtà. Tali rinnegamenti […] si rivelano […]
tentativi incompiuti di operare il distacco dalla realtà. Al ripudio si accompagna tutte le volte un rico-
noscimento, sempre si instaurano due impostazioni contrastanti e tra loro indipendenti, le quali producono
il dato di fatto di una scissione dell’Io”. (Freud S, 1938, p 630).
6
“Se mi è consentita la generalizzazione […] possiamo racchiudere le conoscenze finora acquisite nella
formula: i nostri malati isterici soffrono di reminiscenze […]. Al pari di questi si comportano tutti i ne-
vrotici: non solo ricordano le esperienze dolorose del loro remoto passato, ma sono ancora attaccati ad
esse emotivamente; non riescono a liberarsi del passato e trasccurano per esso la realtà e il presente”. (Freud
S, 1909, pp 135-136).
7
[…] vogliamo tentare di delucidare l’essenza della melanconia confrontandola con il normale affetto
del lutto. […] L’accostamento del lutto e della melanconia pare giustificato dal quadro d’insieme di que-
sti due stati. Anche le loro cause occasionali derivanti dalle influenze dell’ambiente, se e quando ci è da-
to di discernerle, sono le stesse. Il lutto è invariabilmente la reazione alla perdita di una persona amata
o di un’astrazione che ne ha preso il posto, la patria ad esempio, o la libertà, o un ideale o così via. La stes-
sa situazione produce in alcuni individui - nei quali sospettiamo perciò la presenza di una disposizione
patologica - la melanconia invece del lutto. […] La melanconia è psichicamente caratterizzata da un
profondo e doloroso scoramento, da un venir meno dell’interesse per il mondo esterno, dalla perdita
delle capacità di amare, dall’inibizione di fronte a qualsiasi attività e da un avvilimento del sentimento
di sé che si esprime in autorimproveri e autoingiurie e culmina nell’attesa delirante di una punizione. Que-
sto quadro guadagna in intelligibilità se consideriamo che il lutto presenta - ad eccezione di una - le me-
desime caratteristiche; nel lutto non compare il disturbo del sentimento di sé, ma per il resto il quadro
è lo stesso. […] Proviamo ora ad applicare alla melanconia ciò che abbiamo appreso a proposito del lut-
to. […] Il paziente è consapevole della perdita che ha provocato la sua melanconia nel senso che egli sa
quando ma non cosa è andato perduto in lui. Saremmo quindi inclini a connettere in qualche modo la
melanconia a una perdita oggettuale sottratta alla coscienza, a differenza del lutto in cui nulla di ciò che
riguarda la perdita è inconscio. (Freud S, 1915, pp 102-105).
CAPITOLO 16 • Percorsi della diagnosi (e della cura) in psicologia clinica 173

tico si distingue da quello psicotico in quanto il primo, nel superamento dei con-
flitti, può ritrovare (recuperare) gli oggetti (affetti) perduti8, mentre lo psicotico
incontra realtà marcate dalla paramnesia, che non hanno cioè possibilità di ri-
costruzione ma necessitano di una “costruzione” ex novo9.
È comunque il modello pulsionale, che sorregge la teoria freudiana del trans-
fert, che taglia la testa al toro giudicando inanalizzabili i pazienti non nevrotici.
La discontinuità, che segna in sostanza la teoria e la clinica della nevrosi e
della psicosi in Freud, ritrova un suo parziale superamento nel modello (teorico)
clinico kleiniano laddove, pur nella continuità teorica del modello pulsionale, si
assiste ad una doppia piegatura nella concettualizzazione della psicosi (e delle
non nevrosi).
Il soggetto borderline e psicotico investe ugualmente l’oggetto di valenze pul-
sionali (e quindi transferali) solo che nell’investimento prevalgono valenze “di-
struttive” piuttosto che libidiche.
Secondariamente: la teoria dello sviluppo, interna al modello freudiano, pre-
suppone l’esistenza originaria di un Io che può integrare o perdere aspetti della
realtà interna come di quella esterna. Per la Klein invece l’Io è un derivato di un
processo evolutivo che a partire da condizioni di vita para-psicotiche conduce
l’infante ad assumere posizioni via via più prossime alla normalità.
Tuttavia, ritengo che il pensiero kleiniano risenta ancora di concettualizza-
zioni troppo impregnate del modello pulsionale freudiano e che l’orizzonte in-
travisto dalla Klein, nella sua teorizzazione delle prime fasi dello sviluppo e nel-
la posizione centrale affidata alla relazione madre-bambino, sia visitato e supe-
rato dai modelli effettivamente relazionali proposti da Winnicott e Bion.
Infatti, nella triade fattoriale costituita da eredità-individuo-ambiente, l’ac-
cento kleiniano viene comunque posto in prevalenza sulla diade eredità-individuo.
Se consideriamo, invece, l’orizzonte winnicottiano e quello bioniano (pur
nelle loro differenze) nella stessa triade costitutiva dei fattori che concorrono
allo sviluppo e al destino del soggetto nei suoi aspetti salutari come in quelli
patologici, il posto centrale sarà invece da affidare certamente alla polarità in-
dividuo-ambiente.
Basterà per Winnicott riferirmi alla “preoccupazione materna primaria”, in-
tesa come la capacità della madre di identificarsi con le necessità del feto, nelle set-
timane che precedono la nascita, e del neonato, nelle prime settimane di vita, in
una sorta di fisiologico e temporaneo “impazzimento” in cui la madre deve en-
trare per isolarsi rispetto alla sua vita relazionale, sessuale e lavorativa e collo-
carsi mentalmente nell’orizzonte esperienziale del neonato che vive di urgenze,
bisogni e necessità che nulla hanno a che vedere con le istanze che regolano la vi-

8 “Un nevrotico […] è sotto l’impressione di un ricordo rimosso che tenta di pervenire alla coscienza ma
non può diventare cosciente, […] cioè qualcosa di terrificante è davvero accaduto a suo tempo”. (Freud
S, 1937 p 552).
9 “Il delirio deve la propria forza di convinzione alla parte di verità storica che ha inserito al posto della

realtà ripudiata […]Le formazioni deliranti del malato mi sembrano l’equivalente delle costruzioni che
noi erigiamo durante i trattamenti analitici […]. Date le condizioni della psicosi, non possono portare
ad altro che a sostituire la parte di realtà che attualmente si rinnega con un’altra parte di realtà che in un
passato lontanissimo è stata parimenti rinnegata […]. La nostra costruzione solo intanto è efficace in quan-
to restituisce (al paziente) un brano dell’esistenza andato perduto”. (Freud S, 1937).
174 Lucio Sarno

ta adulta, matura nelle sue relazioni, della madre10.A questa si aggiunge la funzione
di holding cui corrisponde la capacità della madre di corrispondere ai bisogni
dell’infante e di esercitare la funzione dell’identificazione al fine di consentire al
bambino (incapace di mettere in atto meccanismi identificatori) di evolvere dal-
la dipendenza assoluta a quella relativa fino ad una relativa autonomia. Dunque,
le prime fasi dello sviluppo sono segnate dall’importanza significativa e deter-
minante dell’ambiente materno.
Per quel che riguarda Bion basterà, invece, ricordare la funzione di reverie as-
segnata alla madre come quella capacità di accogliere, comprendere, metaboliz-
zare e restituire, rese digeribili, le angosce primitive evacuate dal bambino11.
Ma torniamo per un attimo a definire e distinguere la diagnosi di nevrosi da
quella di psicosi tenendo come riferimento la teoria del funzionamento della
mente, la/le teoria/e dello sviluppo, e all’interno di questa la teoria della relazio-
ne madre-bambino
Userò come implicita traccia iniziale il testo di Winnicott “Classificazione”
che considero dal punto di vista contenutistico e da quello metodologico come un
testo esemplare. La differenziazione tra la diagnosi psicoanalitica e quella psi-
chiatrica che introduce il saggio, accompagna la differenziazione diagnostica in-
terna ai modelli psicoanalitici. Il lavoro rappresenta per Winnicott l’occasione
per rivedere alcuni elementi costitutivi della diagnosi psicoanalitica.
Al centro del processo diagnostico è posto come tratto distintivo l’anamnesi
da intendersi qui come vettore di un modello evolutivo (di una prospezione evo-
lutiva) nella genesi della sanità come della patologia: genesi ed eziopatogenesi
percorrono pertanto la stessa via.
E tuttavia anche se l’infanzia si pone al centro di ogni lettura psicoanalitica del-
la sofferenza psichica, l’infanzia cui facciamo riferimento non è sempre la stessa.

10 “Si afferma spesso che la madre di un bambino piccolo è biologicamente condizionata al suo lavoro orien-
tato in modo particolare a soddisfare i bisogni del bambino. In linguaggio corrente si dirà che vi è una’i-
dentificazione conscia, ma anche profondamente inconscia, della madre con il suo bambino. […] Ciò
che ci interessa sono le notevolissime differenze psicologiche esistenti tra l’identificazione della madre
con il suo bambino piccolo e la dipendenza del bambino dalla madre. La mia tesi è che, nella primissi-
ma fase, osserviamo nella madre uno stato molto particolare, una condizione psicologica che merita il
nome di preoccupazione materna primaria […]. Questo stato organizzato (che sarebbe una malattia
se non vi fosse il fatto della gravidanza) potrebbe essere paragonato ad uno stato di ritiro, ad uno sta-
to di dissociazione o perfino ad un disturbo più profondo […] Non credo si possa comprendere la
funzione della madre all’inizio della vita del bambino senza ammettere che essa deve essere capace di
raggiungere questo stato di elevata sensibilità, quasi una malattia, e di guarirne” (Winnicott DW, 1956,
pp 358-359).
11 “[…] La reverie (è) la fonte psicologica che provvede al bisogno di amore e di comprensione del bam-

bino […]. In questo senso reverie sta a designare lo stato mentale aperto alla ricezione di tutti gli ‘og-
getti’ provenienti dall’oggetto amato, quello stato cioè capace di recepire le identificazioni proiettive
del bambino […]. In conclusione, la reverie è uno dei fattori della funzione alfa della madre” (Bion WR,
1962a, pp 72-73). “Come attività normale l’identificazione proiettiva si presenta sotto forma di un com-
portamento ragionevolmente calcolato allo scopo di indurre nella madre quei sentimenti di cui il neo-
nato si vuole sbarazzare. Se il neonato sente che sta per morire può indurre nella madre il timore che egli
stia morendo. Una madre equilibrata può accogliere queste sensazioni e rispondervi in modo terapeu-
tico, cioè in modo tale che il neonato senta di ricevere nuovamente indietro la propria personalità spa-
ventata, ma in una forma per lui tollerabile. I timori sono gestibili per la personalità del neonato” (Bion
WR, 1962b, p 201). “Il rapporto tra neonato e seno permette al neonato di proiettare un sentimento, ad
esempio quello di stare per morire, dentro la madre, e di reintroiettarlo dopo che la sua permanenza nel
seno l’ha reso tollerabile per la psiche infantile” (ibidem, p 202).
CAPITOLO 16 • Percorsi della diagnosi (e della cura) in psicologia clinica 175

Certamente oggi ci riferiamo ad una infanzia che include le prime relazioni del
bambino con la madre e viceversa.
Quando parliamo di nevrosi postuliamo, infatti, la visione di un soggetto al-
l’interno del quale i processi difensivi sono regolati prevalentemente dalla ri-
mozione. I conflitti si collocano elettivamente all’interno di una dimensione in-
trapsichica. La realtà è investita sufficientemente e pulsionalmente da istanze li-
bidiche: e l’angoscia sottostante è quella di castrazione. Il soggetto mantiene una
sua identità psichica, almeno per quel che riguarda la relazione-distinzione tra il
mondo interno e la realtà esterna, ed i suoi conflitti interessano in prevalenza le
istanze psichiche interne alla sua identità psicologica e pertanto insistono nel
campo dell’integrità funzionale piuttosto che non dell’integrità identitaria (“So-
lo nelle psiconevrosi si può giungere a cogliere la malattia veramente interna do-
vuta al conflitto intollerabile inerente al vivere come persone intere”).
Sussistono dunque aree di esperienza e di relazione sufficientemente incon-
taminate, e la natura dei problemi sembra collocarsi in prevalenza nella sfera che
interessa la “qualità della vita”.
Nella psicosi, invece, dobbiamo far riferimento ad una estensione diffusa di cir-
costanze traumatiche che si riferiscono alle prime e primitive fasi dello sviluppo
in cui l’ambiente è naturalmente determinante.
Il conflitto adesso occupa uno spazio interpsichico e l’angoscia, di morte o
di annichilimento, nella circostanza dominante, interessa non più la qualità
della vita ma la sopravvivenza stessa del soggetto. Tale sopravvivenza oscilla
ambiguamente (come l’angoscia relativa) tra il somatico e lo psichico; tra il
reale e il mentale.
I confini tra il me e il non me sono precari ed incerti, ed anzi solo le difese
sembrano voler ribadire la necessità di una differenziazione per opposizione-ri-
fiuto (falso sé, psicopatia), pur nella inestricabilità dei confini identitari (scis-
sione ed identificazione proiettiva).
In tale dominio quali possibilità di diagnosi psicoanalitica “pura” si pongono?
È possibile procedere ad una diagnosi dell’individuo prescindendo da una
diagnosi, per dirla con Winnicott, dell’ambiente12?
E tale diagnosi “ambientale” quali condizioni pone alla diagnosi psicoanaliti-
ca, ma anche alla cura psicoanalitica13?
Il paradosso diagnostico, che deriva da tale visione, è che nel caso di una dia-
gnosi di psicosi non possiamo più fare uso degli stessi criteri (diagnostici) che ri-
guardano il soggetto nevrotico, in quanto non esiste il soggetto psicotico allo stato
puro, vale a dire isolato, nel suo dominio intrapsichico, dal contesto ma dobbiamo
necessariamente rivolgerci ad una diagnosi dell’ambiente e delle relazioni. Il para-
dosso è dunque questo: quando facciamo una diagnosi dobbiamo essere in grado di

12 Vorrei suggerire che, in uno studio delle psicosi, bisogna tentare di classificare l’ambiente, i tipi di ano-
malia ambientali, ed il momento dello sviluppo dell’individuo in cui hanno operato queste anomalie; il
tentativo di classificare gli individui malati sulla base di quadri clinici da essi presentati non porta ad al-
cun risultato utile (Winnicott DW, 1959, p 172).
13 “Nel nostro lavoro terapeutico possiamo scegliere di studiare e isolare la distorsione che ha luogo nel-

la struttura della personalità. Noi però abbiamo bisogno immediato di una classificazione e di una ri-
valutazione del fattore ambientale, in quanto questo influisce in modo positivo o negativo sullo svi-
luppo maturativo e sull’integrazione del Sé” (Ibidem, p 175).
176 Lucio Sarno

introdurre, in relazione alla gravità, categorie eziopatogenetiche differenti che sta-


biliscono di volta in volta quanto quella diagnosi possa essere esclusiva del sogget-
to e quanto non sia necessariamente una diagnosi dell’ambiente con il soggetto.
Solo ripercorrendo adesso la traccia aperta dell’anamnesi è possibile ricono-
scere gli elementi adeguati a costruire una diagnosi differenziale tra nevrosi e
psicosi (o non nevrosi).
Mi piace seguire qui il percorso winnicottiano che lasciati i sentieri segnati dal-
la diagnosi delle personalità falso sé (le patologie sintomaticamente bianche!) si
avventura nel campo della psicopatia e della psicosi (schizofrenia): da questo de-
riva il fatto di poter riguardare non solo la schizofrenia, ma anche le psicopatie
(che sappiamo quanto preoccupantemente frequenti nella nostra cultura), che
Winnicott definisce in questo modo: “Utilizzo la parola psicopatia per descrive-
re una situazione adulta che è una delinquenza non curata. Un delinquente è un
ragazzo o una ragazza antisociale non curati. Un ragazzo antisociale è a sua vol-
ta un bambino deprivato, un bambino deprivato è un bambino che aveva qualcosa
di sufficientemente buono e poi l’ha perso. Qualunque cosa fosse è di un’epoca in
cui era sufficientemente sviluppato e organizzato per percepire come traumati-
ca la deprivazione”. La differenza che si pone tra psicopatia e schizofrenia è il
fatto che laddove la psicopatia presuppone l’aver fatto esperienza di qualcosa di
buono che è stato poi traumaticamente sottratto, e quindi dove l’ambiente da
qualche parte aveva svolto una funzione almeno parzialmente non distruttiva,
tale da provocare esiti difensivi, la schizofrenia riguarda invece una carenza este-
sa ed originaria:
“Le deficienze ambientali che determinano la psicosi appartengono ad uno
stadio dello sviluppo precedente a quello in cui l’individuo ha gli strumenti per
essere consapevole o delle provvidenze ambientali o del loro fallimento” (Winnicott
D.W., 1959, p 171).

 La diagnosi e il processo terapeutico: aporie psicoanalitiche

Si pongono adesso, tuttavia, altri due problemi:


1. quale continuità siamo in grado di porre tra la diagnosi che segna la/le prima/e
consultazione/i col paziente e quelle che si susseguono nel corso del proces-
so terapeutico?;
2. quale coerenza teorica propongono i modelli diagnostici da noi adoperati nei
nostri dialoghi coi colleghi e quelli che si svolgono dentro di noi nel corso
delle consultazioni e della cura?

Anche in questo caso dobbiamo dire che la coerenza e la continuità non sem-
brano facilmente afferrabili. Intanto dobbiamo dire con Bion che, per fortuna,
non esiste il paziente diagnosticamente puro.
È qui che la teoria evolutiva dell’eziopatogenesi incontra la teoria del funzio-
namento della mente. Nella visione kleiniana le posizioni schizo-paranoide e de-
pressiva indicano un ordine evolutivo corrispondente agli stadi dello sviluppo
sessuale indicati da Freud. Nel caso della Klein indicheranno l’evoluzione dalla psi-
cosi verso la sanità, ma se utilizziamo il vertice bioniano, invece, ci accorgiamo che
CAPITOLO 16 • Percorsi della diagnosi (e della cura) in psicologia clinica 177

le oscillazioni PS’D, da lui proposte in sostituzione delle posizioni kleiniane, si


sottraggono ad una visione necesariamente stadiale-evolutiva (o ancor peggio
posizionistica-strutturale) a favore di un continuum oscillatorio, ritmico, in cui
intensità e frequenza dei processi concorrono a determinare la qualità, senza di-
re che all’uno o all’altro dei funzionamenti non corrisponde necessariamente
uno stigma o un certificato di normalità o di patologia (e relativa gravità).
Ciò significa che a tratti psicotici si accompagnano ugualmente tratti nevro-
tici e perfino sani. Ma ciò costringe ad un esercizio mentale non indifferente, in
quanto a tali oscillazioni corrispondono modalità di funzionamento della men-
te in cui mondo interno ed esterno, i confini del sé, la natura dei conflitti e delle
angosce mutano continuamente, costringendo a continui aggiustamenti teorici e
clinici (relazionali).
Non dimentichiamo, infatti, che tutto ciò si svolge all’interno di un tessuto
relazionale, va infinite volte riletto, senza dimenticare poi che la diagnosi evolve
parallelamente all’evoluzione della cura, e in modo né uniforme, né lineare: “La
diagnosi di un paziente non solo diventa più chiara col procedere dell’analisi,
ma anche si modifica. Un isterico può rivelare una schizofrenia sottostante, una
personalità schizoide può rivelarsi il membro sano di un gruppo familiare malato,
un ossessivo può dimostrarsi un depresso” (Winnicott D.W., 1959).
E così i problemi posti fuori dalla porta sembrano rientrare ad uno ad uno dal-
la finestra:
– la questione dell’individuo e la questione dell’ambiente;
– l’indipendenza del momento diagnostico da quello terapeutico e di quello
oggettivo (classificatorio) da quello relazionale;
– e, come vedremo tra un attimo, la coerenza tra la diagnosi, la relazione clini-
ca e il modello teorico di riferimento.

Quanti di noi potrebbero affermare serenamente di riferirsi ad un unico mo-


dello teorico e quanti invece affermano, come personalmente ho dichiarato, di
frequentare modelli teorici differenti che talvolta confliggono anche in modo si-
gnificativo? Approssimazione, confusione, ignoranza, pragmatismo o necessità?
Mi sento di affermare che l’insanabilità del conflitto derivi dalla sovrapposi-
zione planare e prospettica in cui collochiamo modelli o aspetti di questi piuttosto
che riguardarli come espressione di angolature prospettiche che interessano di vol-
ta in volta ambiti problematici, soggetti e condizioni di funzionamento mentale
differenti. Ciò che intendo dire è che sono le circostanze cliniche a rendere illu-
minante l’uno o l’altro dei modelli. E forse è possibile azzardare che i modelli
stessi, lungi dall’essere modelli esaustivi o conflittualmente concorrenti, siano
derivati di circostanze cliniche, siano cioè costruzioni che alcuni dei nostri col-
leghi più illuminati sono in grado di proporre per sottrarsi e sottrarci all’ango-
scia della sofferenza e del non senso, per far luce su fenomeni individuali e rela-
zionali ad un tempo.
Giunto in prossimità di una conclusione doppiamente provvisoria vorrei se-
gnalare un ultimo problema connesso a quello della centralità dell’ambiente e a
quello del carattere ambiguamente interpsichico della sofferenza psicotica.
Se la diagnosi è il miglior viatico della cura, la capacità diagnostica si identi-
fica con la possibilità di cura?
178 Lucio Sarno

Ritorna, dunque, un ennesimo interrogativo rispetto alla percorribilità della


continuità psicopatologia-cura; diagnosi-cura; diagnosi-analizzabilità.
E per il momento vorrei lasciarvi in compagnia di quell’autore che fin qui mi
ha consentito di affrontare con sufficiente serenità le circostanze cliniche più dif-
ficoltose:
“Una volta che ho iniziato un’analisi, mi attendo di continuarla, di sopravvi-
vere ad essa e di terminarla.
Mi piace condurre un’analisi e ne attendo sempre la fine: l’analisi per amore
dell’analisi non ha significato per me. Faccio un’analisi perché è ciò che il pa-
ziente ha bisogno di fare ed è ciò con cui ha bisogno di avere a che fare; se non è
l’analisi ciò di cui ha bisogno, allora applico un altro trattamento.
Nell’analisi ci si chiede quanto sarà consentito di fare; il motto della mia atti-
vità ambulatoriale, invece è: qual è il minimo che si deve fare?
Ma questi sono problemi superficiali. Quali sono gli scopi più profondi? Che cosa
si fa nella situazione professionale che viene preparata e mantenuta con tanta cura?
All’inizio io mi adatto un poco alle aspettative individuali: sarebbe inumano
non farlo. Eppure manovro continuamente per mettermi nella situazione dell’a-
nalisi classica; debbo dunque cercare di chiarire che cosa significa per me il ter-
mine analisi classica.
Per me questo significa comunicare col paziente dalla posizione in cui mi po-
ne la nevrosi (o psicosi) di transfert. In questa posizione, io posseggo alcune ca-
ratteristiche di un fenomeno transizionale, giacché sebbene io rappresenti il prin-
cipio di realtà e sia io quello che deve tener d’occhio l’orologio, nondimeno per
il paziente sono un oggetto soggettivo. (…)
(…) La collaborazione inconscia è lo stesso che la resistenza, in quanto que-
st’ultima rientra negli elementi di transfert negativo. L’analisi della resistenza
rende possibile la collaborazione che fa parte degli elementi positivi del transfert.
(…) in molti casi l’analista sostituisce le influenze ambientali patologiche e noi
acquistiamo una capacità intuitiva, che ci consente di sapere quando siamo di-
ventati i rappresentanti attuali delle figure parentali dell’infanzia del paziente e
quando invece noi sostituiamo tali figure. (…)
(…) Che dire delle versioni modificate dell’analisi?
Io mi trovo a lavorare come psicoanalista, invece di condurre un’analisi clas-
sica, quando mi imbatto in certe situazioni che ho imparato a riconoscere:
a) Quando la paura della pazzia domina il quadro.
b) Quando un falso Sé ha ottenuto buoni risultati e, a un certo momento, una
facciata di successo e perfino di splendore verrà distrutta se l’analisi è desti-
nata ad avare buon esito.
c) Quando in un paziente una tendenza antisociale, sotto forma di aggressione
o di furto o di entrambi, è il lascito di una deprivazione.
d) Quando non c’è vita culturale, ma solamente una realtà psichica interna ed un
rapporto con la realtà esterna, e questi due elementi sono relativamente non
collegati.
e) Quando una figura parentale malata domina la scena. (…)

(…) Quando mi trovo di fronte a uno di questi casi mi trasformo in uno psi-
coanalista che risponde ai bisogni, o cerca di rispondere ai bisogni, di quel par-
CAPITOLO 16 • Percorsi della diagnosi (e della cura) in psicologia clinica 179

ticolare caso. Io credo che questo lavoro non analitico di solito possa essere svol-
to meglio da un analista che sia ben addestrato nella tecnica psicoanalitica clas-
sica. (…)
(…) Se il nostro fine continua ad essere sempre quello di verbalizzare il con-
scio nascente in termini di transfert, allora applichiamo la psicoanalisi; in caso con-
trario siamo degli psicoanalisti che fanno qualcosa di diverso e che comunque ri-
teniamo adatto a quella situazione. E perché non farlo?” (Winnicott D.W., 1965).

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C APITOLO 17

Valutazione psicodiagnostica
e psicoterapia in età evolutiva:
il contributo delle Storie Disegnate
Elena Trombini

 Introduzione

La valutazione della sofferenza psicologica in età prescolare e scolare necessita di


strumenti sensibili che siano al contempo rispettosi e non intrusivi per i piccoli
pazienti.
La complessità della valutazione psicodiagnostica in età evolutiva ha spinto i
ricercatori a sottolineare la centralità del concetto di sviluppo nella comprensio-
ne dei bambini e degli adolescenti. Ciò ha portato a scartare classificazioni no-
sografiche derivate dalla psicopatologia dell’adulto, privilegiando valutazioni che
tengono conto della specificità della psiche infantile, dei processi di cambiamento
e della dimensione prognostica insita nella diagnosi (Blatt S.J., Levy K.N., 1998;
Tucker G.J., 1998; Ammaniti M., 2001). Negli ultimi decenni la valutazione dello
sviluppo infantile è stata notevolmente arricchita dallo studio degli scambi co-
municativi tra le caratteristiche individuali del bambino e il suo ambiente di ac-
cudimento. I contributi psicoanalitici più recenti e i teorici dell’attaccamento sot-
tolineano la centralità della fantasia e della realtà nella costruzione delle rappre-
sentazioni di sé e degli altri (Emde R.N., 1981; Stern D.N., 1987; Lichtenberg J.D.,
1988; Trevarthen C., 1990; Sameroff A.J., Emde R.N., 1991; Bretherton I., 1992; Fo-
nagy P., Target M., 2001).
Questi aspetti implicano l’utilizzo di strumenti valutativi validi e attendibili che
tengano al contempo conto del complesso processo relazionale che coinvolge
bambino/adulto/psicologo clinico e che sottolinea l’importanza delle modalità
narrative che emergono durante la valutazione diagnostica (Hirshberg L.M., 1996;
Weatherston D.J., 2000).
Nella pratica clinica dell’età evolutiva gli strumenti proiettivi sono partico-
larmente diffusi e riconosciuti come idonei a tale scopo. In specifico sono i test
proiettivi di tipo grafico ad essere proficuamente impiegati in quanto il disegno
costituisce, fin dai primi sviluppi della psicologia, uno strumento utile alla com-
182 Elena Trombini

prensione sia dello sviluppo intellettivo che della personalità. Tra i test maggior-
mente utilizzati sia in ambito clinico che sperimentale vi sono il Disegno del-
la figura umana e il Disegno della famiglia: data la loro notevole utilità per la
ricchezza dei dati forniti, nel corso del tempo vari autori hanno sentito la ne-
cessità di mettere a punto studi sistematici che permettessero di individuare
indici per una lettura maggiormente obiettiva (Deren S., 1975; Van Krevelen
D.A., 1978; Zavattini G.C. et al., 1989; Mortensen K.V., 1991; Nguyen K., 1992;
Watkins C.E. et al., 1995). I criteri utilizzati dagli autori per analizzare i disegni
sono per lo più formali, ma talvolta si riferiscono anche a ipotesi sul simboli-
smo dei contenuti. Sono stati condotti studi sulla validità di singoli indicatori
e sulla validità rispetto a criteri costituiti da altri test, quali il Rorschach, il TAT,
la MAS di Taylor o altre misure di stress (che valutano per esempio il prima e
dopo un esame scolastico o un intervento chirurgico) (Burns R.C., 1982) Le
rassegne di ricerche sul disegno della figura umana presentano tuttavia con-
clusioni discrepanti e sottolineano i problemi legati all’attendibilità e alla vali-
dità degli indicatori (Ziskin J., 1986; Conoley J.C., Cramer J.J., 1989).
Nella pratica clinica infantile, oltre agli strumenti proiettivi sopraccitati,
in cui il bambino deve sottostare a una consegna ben precisa, viene da sempre
utilizzato anche il disegno libero che non prevede consegna. Il disegno libero
consente al bambino di esprimersi in un momento evolutivo in cui parlare di
sé risulta troppo faticoso e viene considerato una modalità comunicativa che
permette sia di cogliere le ansie infantili sia di mantenere la relazione con lo
psicologo (Widlocher D., 1968; Winnicott D.W., 1974; Klein M., 1978; Freud A.,
1978; Ferro A., 1992; Anzieu A. et al., 1997). Questo utilizzo del disegno, parti-
colarmente diffuso nella prassi clinica, tuttavia non ha mai trovato una espli-
cita sistematizzazione.
Infine è bene ribadire un ulteriore elemento che rende particolarmente com-
plessa la valutazione psicodiagnostica in età evolutiva: la difficoltà del bambino
a comunicare verbalmente i propri problemi. Per tale motivo strumenti psico-
diagnostici validi e attendibili, quali quelli autovalutativi (self rating scales) so-
no di difficile applicazione (Thomas G.V., Jolley R.P.,1998), poichè il bambino è
meno capace dell’adulto di autodescrizione oggettivamente interpretabile (Bon-
cori L., 1993).

 Le storie disegnate nel contesto valutativo

Date queste premesse si è ritenuto opportuno impiegare la tecnica delle Storie


Disegnate di Trombini G. (1994) (ideata per l’intervento psicoterapeutico nel-
l’infanzia) quale metodologia che amplia la conoscenza in vari contesti psico-
diagnostici (con pazienti in età evolutiva con disturbi psichici e/o organici).
La tecnica delle Storie Disegnate costituisce infatti una modalità basata sulla
dimensione narrativa prevalentemente non verbale e pertanto particolarmente ade-
guata in quanto consona alle caratteristiche affettivo-cognitive del bambino.
Tale metodo prevede una modifica, rispetto alle altre tecniche grafiche, nella
modalità di somministrazione e nella consegna che viene suggerita al bambino,
al quale viene chiesto di creare una storia sotto forma di sequenza grafica.
CAPITOLO 17 • Valutazione psicodiagnostica e psicoterapia in età evolutiva 183

La tecnica consiste nell’invitare il soggetto a disegnare su un foglio, diviso in


quattro parti, una storia qualsiasi inventata dal bambino: lo psicologo non impone
il proprio punto di vista e attende che il bambino disegni la storia, suggerendo di
narrarla nei primi tre riquadri e concluderla nel quarto, accompagnandolo con
commenti riferiti soltanto ai personaggi illustrati, per sostenere lo sviluppo del-
la trama narrativa. Egli prende nota su un foglio a parte di come si svolge e ter-
mina la storia nei quattro riquadri.
Il disegno libero, che si esprime in una storia disegnata, a differenza di un
singolo disegno, è una modalità che favorisce la costruzione di molti sviluppi
narrativi possibili, le cui conclusioni possono tuttavia essere valutate secondo
precise categorie, come per esempio la tipologia di esito della storia che può ter-
minare in modo positivo oppure negativo:
– Storia con esito positivo (EP): per esempio il giocare durante una festa, il par-
tecipare a un pic-nic o disegnare la sequenza temporale dei vari impegni quo-
tidiani. Oppure accade un evento negativo che nel finale trova una risoluzio-
ne positiva: per esempio dopo un incidente automobilistico arrivano i soc-
corsi, l’oggetto rotto viene riparato, durante la lotta il protagonista viene ferito
ma guarisce.
– Storia con un esito negativo (EN): per esempio illustrare un incidente auto-
mobilistico, un oggetto che si rompe, durante una lotta il protagonista muore.

La pratica clinica ha messo in luce come, con bambini di età prescolare e


scolare, il disagio psichico che sostiene i sintomi viene rappresentato, durante
la valutazione psicodiagnostica, da storie che terminano con esito negativo,
mentre il progresso della terapia e la normalizzazione dei sintomi coincidono
con la raffigurazione di storie che si concludono con esito positivo. Ciò trova ri-
scontro anche nei risultati dell’applicazione delle Storie Disegnate nella popo-
lazione normale.
Infatti sono stati valutati campioni di bambini da 5 a 11 anni sia con le Storie
Disegnate che con strumenti psicometrici per esaminare i livelli di ansia e de-
pressione. Nelle storie prodotte si è riscontrato l’80% di Storie Disegnate ad esi-
to positivo (indice di assenza di disagio psicologico), mentre gli esiti negativi co-
stituivano il 20% (Trombini E. et al., 2001; Trombini E. et al., 2004b). Si è inoltre
evidenziato che coloro che producono storie ad esito negativo hanno maggiori li-
velli di ansia e di depressione rispetto coloro che disegnano storie con esito po-
sitivo. Questi risultati sottolineano come la tecnica delle Storie Disegnate possa
ritenersi, con soggetti in età evolutiva, uno strumento adeguato e sensibile nel
rilevarne il disagio psicologico in termini di ansia e depressione. Inoltre l’assen-
za di differenze nella tipologia di esito rispetto alle variabili sesso ed età sembra
attestare che tale tecnica permetta a tutti i soggetti, sia maschi che femmine tra
5 e 11 anni, di esternare e fare comprendere il proprio disagio psicologico all’in-
terno di una relazione con lo psicologo clinico.
La Storia Disegnata consente pertanto di valutare uno specifico indicatore
che è proprio di questa tecnica, ovvero la conclusione dell’evento che viene rap-
presentato.
Quindi per valutare la sofferenza psicologica in età evolutiva in vari contesti
clinici abbiamo inserito in modo sistematico, tra i vari strumenti psicodiagno-
184 Elena Trombini

stici, le Storie Disegnate. Esse sono state utilizzate presso il servizio di Psicologia
Clinica Infantile (Dip. di Psicologia, Università di Bologna) e vari reparti ospedalieri
pediatrici (Università di Bologna e Università di Palermo). Ciò ha consentito di
evidenziare le caratteristiche peculiari della sofferenza psicologica connessa a
patologie psicosomatiche e organiche di varia natura, quali i disturbi dell’ali-
mentazione, dell’evacuazione, asma, cefalee, epilessie e malattie oncologiche (Bal-
daro B. et al., 1994; Trombini E., 1999, 2002; Scarponi D. et al., 2000, 2004; Trom-
bini E., Scarponi D., 2004; Trombini E. et al., 2003, 2004a; La Grutta S. et al., 2005).

 Le storie disegnate nel contesto terapeutico

È stato evidenziato che la tecnica delle Storie Disegnate permette di focalizzare


i problemi psicologici che sostengono i sintomi invitando il bambino a disegna-
re una storia qualsiasi (Baldaro B. et al., 1994). In questa età per il bambino è dif-
ficoltoso osservare i propri stati mentali e parlare di sé risulta troppo penoso,
per cui non gli è possibile occuparsi direttamente di problemi personali: il dise-
gnare gli consente invece di prendere una sufficiente distanza dai suoi problemi
e permette una “chiarificazione senza ragionamento” (Trombini G., 1994).
Il piccolo paziente, che non è obbligato in alcun modo dallo psicologo nella scel-
ta della storia, assume l’iniziativa di rappresentare contenuti che svolge con in-
teresse perché trattano del suo “tema” (inteso nel senso di Murray, cioè quale uni-
tà che comprende la situazione e il bisogno che agisce), che viene in tal modo
esteriorizzato e sviluppato.
Attraverso tale tecnica lo psicologo attende che il bambino riesca a fare intra-
vedere la sua storia attraverso le storie che disegna e stabilisce una comunicazio-
ne empatica prevalentemente non verbale, evitando di assumere il ruolo di persona
di riferimento che impone il proprio punto di vista e al cui giudizio bisogna sfug-
gire. Sostiene inoltre lo sviluppo della trama narrativa e il progresso del raccon-
to disegnato, assistendo con rispetto a quanto il bambino esprime e intervenendo
con commenti verbali soltanto per i personaggi illustrati nel disegno.
La pratica psicoterapeutica (Trombini G., 1994; Trombini E., 1999, 2002) ha
messo in luce come la sofferenza psicologica viene rappresentata da storie che
terminano con EN, mentre il progresso della terapia e la normalizzazione dei
sintomi coincidono con la raffigurazione di storie che si concludono con EP.
Va sottolineato che l’evoluzione del contenuto delle storie, caratterizzata dal-
la scomparsa progressiva degli infortuni, conferma lo stretto legame tra la tera-
pia e la conquista di un libero spazio personale in cui il bambino può agire di-
stanziato amichevolmente dall’adulto. Si osserva infatti come le caratteristiche
dei vari personaggi disegnati e le relazioni da loro intrattenute si modificano nel
tempo raggiungendo nuove e più soddisfacenti modalità di vita. Si assiste quin-
di a una modificazione delle modalità e qualità delle strutture relazionali: da re-
lazioni diadiche o triadiche negative a relazioni diadiche o triadiche positive.
In base a tali indicatori (tipologia di esito e strutture relazionali) si ottiene
un criterio interno dimostrativo di una guarigione non spontanea.
La tecnica delle Storie Disegnate, collocandosi nel panorama teorico di rife-
rimento del disegno quale strumento abituale nella pratica psicoterapica infan-
CAPITOLO 17 • Valutazione psicodiagnostica e psicoterapia in età evolutiva 185

tile, costituisce un mezzo espressivo-comunicativo che permette al bambino di


creare forme a cui prestare significati sempre diversi, consentendogli di sentirsi
vivo, di esistere, di pensare (Widlocher D., 1968; Winnicott D.W., 1974; Klein M.,
1978; Freud A., 1978; Balconi M., Del Carlo Giannini G., 1987; Pizzo Russo L.,
1988; Bombi A.S., Pinto G., 1993; Ferro A., 1992; Anzieu A. et al., 1997; Vallino D.,
1998). Il disegno fissa aspetti del mondo interno contribuendo a dare una forma
concreta e stabile a impressioni, immagini, concetti cangianti ed effimeri e per-
mettendo di esprimere i vissuti più primitivi e angosciosi.
Per tali potenzialità questo mezzo risulta particolarmente adeguato in ambi-
to psicoterapeutico in quanto aiuta la coppia bambino/terapeuta a ricostruire i pas-
saggi dalle sensazioni alle emozioni ai pensieri. Si evidenzia perciò come il dise-
gno, nella pratica psicoterapica, non possa mai prescindere dalla qualità del rap-
porto col terapeuta che, attraverso il sapere ascoltare e vedere, offre al bambino
uno spazio mentale, indispensabile perché il piccolo paziente possa esternare i suoi
vissuti senza sentirsene invaso, riuscendo a dare loro un significato dentro una
continuità coerente.
All’interno del rapporto paziente/terapeuta, si sta sempre più rivolgendo mag-
giore attenzione alla dimensione narrativa (Ferro A., 1999): nell’ambito della cli-
nica dell’età evolutiva ciò significa, per la coppia piccolo paziente/psicologo, tro-
vare un linguaggio comune per poter accedere ad un “Luogo Immaginario” (Val-
lino D., 2000, 2002) in cui il racconto di storie diventa possibile.
In questa ottica la capacità di osservazione del clinico si coniuga sempre più
con la capacità di condivisione dello stato del paziente permettendo di allestire
il luogo dell’incontro da cui partire per un processo narrativo-trasformativo (Fer-
ro A., Borgogno F., 2000), in cui il progredire della storia va in parallelo con lo
sviluppo del transfert.
La tecnica delle Storie Disegnate aiuta la coppia bambino/terapeuta ad en-
trare in quel “Luogo Immaginario”, permettendo al piccolo di essere accompagnato
empaticamente lungo quel cammino che prevede prima l’espressione e poi la ri-
cerca personale di una soluzione ai propri problemi, senza tuttavia perdere la
possibilità di essere capito dall’adulto e di ricorrere al suo aiuto quando necessario.
Le Storie Disegnate consentono in tal modo di far nascere, dal campo bipersonale
piccolo paziente/terapeuta (Corrao F., 1986; Baranger M., Baranger W., 1990), al-
tre narrazioni in cui, attraverso i personaggi e gli avvenimenti presentati, ven-
gono trasformate, tramite la condivisione e la reciproca fiducia, le emozioni sot-
tese, consentendo nuove aperture di senso (Trombini E., 1999). Il bambino può in
tal modo sviluppare la fiducia di poter fare pensieri propri e di potere utilizzare
quelli degli adulti, ma solo quando li ritiene appropriati per sé.

 Riflessioni conclusive

Nell’ambito della psicologia clinica dell’età evolutiva l’impiego della tecnica del-
le Storie Disegnate offre pertanto allo psicologo clinico la possibilità di indivi-
duare e comprendere: 1) il grado di sofferenza del bambino (tramite il contenu-
to e l’esito della storia); 2) la sua capacità di elaborazione (attraverso il susse-
guirsi delle storie presentate); 3) le eventuali difficoltà in tale processo di elabo-
186 Elena Trombini

razione (per esempio quando il bambino non riesce a narrare una storia oppu-
re ha difficoltà a portarla a termine); 4) le relazioni intrapsichiche del bambino
(attraverso le rappresentazioni delle relazioni dei personaggi disegnati).
Tale tecnica fornisce perciò preziose indicazioni per meglio valutare la soffe-
renza del piccolo paziente, permettendo al contempo di trovare uno spazio comune
di comunicazione, di condivisione e di elaborazione maturativa.
Per queste caratteristiche si è quindi evidenziato come le Storie Disegnate
possono essere impiegate in fase psicodiagnostica e in fase psicoterapeutica, sia
in setting pubblici e/o privati, sia anche in tutti quegli ambiti ospedalieri in cui
si debba far fronte alla sofferenza psichica collegata a patologie somatiche gravi
in età evolutiva.
Perciò questa tecnica, seppure non quantitativa, è in grado di dare una “misura”
dell’andamento della sofferenza psicologica del paziente durante le varie tappe del-
l’iter diagnostico-terapeutico.

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C APITOLO 18

Counselling
e psicologia clinica
Giorgio G. Bellotti, Eugenia Trotti

 Introduzione

A poco più di quindici anni dall’entrata in vigore nel nostro Paese della Legge
n.56 del 18 febbraio 1989 sull’ordinamento della professione di psicologo e sul-
l’esercizio dell’attività psicoterapeutica (Art. 3 e Art. 35), il crescente fiorire di
scuole e corsi di formazione al counselling, promossi per lo più da parte di agen-
zie private, in un contesto nazionale caratterizzato dall’assenza di regole giuri-
diche in materia, appare quanto meno un rischioso ritorno al caos di una consi-
stente parte dell’attività clinica.
Infatti, le attestazioni rilasciate al termine di tali corsi autorizzano persone
con eterogenei percorsi formativi e professionali di base a svolgere a vario livel-
lo interventi “di aiuto” non meglio definiti. Le norme che regolano la selezione
degli allievi, la struttura e i contenuti dei percorsi formativi e le attività legittimate
dal titolo conseguito sono in molti casi stabilite in modo arbitrario: esse vanno
a colmare il vuoto legislativo ma non tutelano né i diritti degli allievi stessi (i
quali investono tempo, energie e risorse economiche anche consistenti per ac-
quisire competenze non sempre spendibili sul piano istituzionale) né tantomeno
quelli dei futuri fruitori del servizio offerto, il quale, in assenza di criteri e para-
metri di controllo, appare privo di sufficiente garanzia di qualità e di efficacia.
Nell’ambito della psicologia clinica italiana, pertanto, è attualmente vivace il di-
battito intorno al counselling, dibattito che appare caratterizzato nelle sue fonda-
menta da un paradosso: a fronte di un diffuso interesse manifestato per l’argo-
mento da numerosi “professionisti dell’aiuto”, quando si entra nel dettaglio di che
cosa si intenda per “counselling” pochi sanno darne una definizione appropriata
ed esaustiva senza manifestare dubbi sulla natura dell’oggetto in questione.
È ancora aperta la discussione sul significato del termine “counselling”, la cui
sostanziale intraducibilità in lingua italiana riflette l’origine profondamente ra-
dicata nella cultura anglosassone.Anche dall’ambiguità nella scelta del significante
190 Giorgio G. Bellotti, Eugenia Trotti

(arbitrariamente si può usare la forma “counselling” o “counseling”, che deriva-


no rispettivamente dalla tradizione inglese e da quella americana) si evidenzia la
mancanza di condivisione rispetto ad un concetto che, tuttavia, sulla spinta del-
la globalizzazione culturale, si sta rapidamente diffondendo anche in Italia.
La confusione aumenta quando poi si entra nei dettagli con il tentativo di for-
nire una risposta esaustiva a domande quali: che tipo di attività si caratterizza
con il nome di “counselling”? Che differenza c’è tra il counselling e la psicotera-
pia? Quali sono le caratteristiche del counselling e quali i limiti, le differenze tra
un intervento di counselling, il supporto psicologico, la psicoterapia breve? Qua-
le formazione e quali competenze deve avere un operatore che possa rivestire il
ruolo di counsellor nei diversi ambiti di applicazione di un così eterogeneo in-
tervento? In quali contesti e in quali setting risulta applicabile un intervento di co-
unselling? Quali sono i principi etici e metodologici su cui si fonda? Quali sono
gli obiettivi di un intervento che, per definizione, deve essere di breve durata e ap-
plicabile ad un così vasto ambito di situazioni? (Trotti E. et al., 2006).
Lungi dall’intento di fornire una risposta esauriente e definitiva a ciascuno
di questi complessi quesiti, presentiamo in questa sede alcuni spunti di rifles-
sione sull’argomento, frutto di approfondimenti teorici e di una lunga pratica
clinica nel settore specifico, nel tentativo di condividere con il lettore l’impor-
tanza di tenere vivo un dibattito teso a stabilire parametri formativi e metodologici
che regolino l’esercizio dell’attività di counselling.

 Definizione e confini del counselling

La parola counselling, dall’inglese “to counsel” è un termine difficile da tra-


durre in italiano a causa della particolarità del suo significato. La radice deri-
va infatti dal latino “consulo, consulis, consului, consultum, consùlere”, verbo che,
richiamando un complesso raggio di valori (Georges, 1951), a seconda della
costruzione lessicale in cui si inserisce, può assumere almeno sette significati
diversi, ma tra loro affini da un punto di vista logico. Letteralmente può esse-
re tradotto con “domandare”, “interrogare”, “riflettere”, “decidere”, più pro-
priamente “consultarsi con qualcuno su qualcosa”, ma anche con “giungere ad
una decisione dopo essersi consultati”. In senso più ampio e per quanto ri-
guarda chi è chiamato a fornire consulenza, assume anche il significato di “prov-
vedere a qualcuno”,“curare”,“aver cura”,“venire in aiuto”, ovvero “prendersi cu-
ra di qualcuno che necessita di provvedere a qualcosa”. Il “console” nella re-
pubblica romana è un cittadino eletto alla responsabilità di provvedere a ri-
solvere questioni e a prendere decisioni che salvaguardino la res publica e quin-
di gli interessi dello Stato di cui egli stesso fa parte. Il “senatus consultum ulti-
mum” è la decisione ultima, definitiva del Senato in merito a questioni di inte-
resse pubblico e di estrema gravità.
Questa ampia gamma di concetti, assunti nel loro insieme, può rendere quan-
to meno un’idea di ciò che si intende per l’attività di aiuto che va sotto il nome di
“counselling”: l’atto di giungere a prendere un provvedimento o una decisione, in
merito a qualche questione problematica, si avvale di un consulto, di un proces-
so interpersonale di condivisione con una persona esperta a cui è attribuito un
CAPITOLO 18 • Counselling e psicologia clinica 191

ruolo autorevole in materia. Costui è chiamato a venire in aiuto di chi lo chiede


e a prendersi cura di lui e della questione.
Facendo riferimento agli spunti forniti dall’Organizzazione Mondiale della
Sanità (WHO/GPA, 1989) e alla letteratura specifica del settore (Rogers C.R., 1942;
Burnett J., 1977; Carkhuff R., 1987; Miller D., Bor R., 1991; Miller W.R., Rollnick S.,
1991; Bayne R. et al., 1994; Burnard P., 1994; Egan G., 1994; Nugent F.A., 1994; Bert
G., Quadrino S., 1996, Horton I., Bayne R., 1998) si è arrivati ad una definizione
di counselling che, per quanto vasta e variamente riconnotabile, fissa alcuni pun-
ti fermi che appaiono indiscutibili: “Il counselling è un processo relazionale di ti-
po professionale che coinvolge un counsellor e una persona che sente il bisogno
di essere aiutata a risolvere un problema o a prendere una decisione; l’interven-
to si fonda sull’ascolto, il supporto, e su principi peculiari ed è caratterizzato dal-
l’utilizzo da parte del counsellor di qualità personali, di conoscenze specifiche, non-
ché di abilità e strategie comunicative e relazionali finalizzate all’attivazione e al-
la riorganizzazione delle risorse personali dell’individuo al fine di rendere pos-
sibili scelte e cambiamenti in situazioni percepite come difficili dalla persona
stessa, nel pieno rispetto dei suoi valori e delle sue capacità di autodetermina-
zione” (Bellani M.L., 2002).
L’utilizzo tradizionalmente accettato del termine “cliente” per definire la per-
sona che rivolge al counsellor la sua domanda di aiuto sta a sottolineare come
non debbano sussistere necessariamente condizioni di malattia fisica o stati psi-
copatologici per legittimare l’intervento di aiuto e come la persona, pur trovan-
dosi in uno stato di necessità o di sofferenza che la pongono in una posizione di
vulnerabilità, sia pur sempre dotata di capacità autonome e di risorse adattive.
Il counsellor è “una persona esperta, imparziale, non legata al cliente, addestrata
all’ascolto, al supporto e alla guida” (WHO/GPA, 1989). Egli deve essere in grado
di agire in modo consapevole, intenzionale, finalizzato e strategico nel persegui-
re gli obiettivi del counselling.
Il counselling è un intervento connotato da principi e caratteristiche pecu-
liari e non è considerabile un analogo del supporto psicologico: il counsellor, in-
fatti, si avvale anche di tecniche orientate a fornire supporto, ma l’intervento non
è finalizzato esclusivamente a questo, gli obiettivi sono specificamente stabiliti e
le tecniche, le strategie e le abilità utilizzate sono decisamente più articolate.
Per quanto riguarda i confini di un intervento di counselling e i limiti che de-
finiscono il ruolo e le attività che il counsellor è autorizzato a svolgere in fun-
zione della sua mansione in uno specifico contesto, dovrebbe essere sempre sot-
tolineata la sostanziale differenza tra l’utilizzo di abilità di counselling (counsel-
ling skills) e di strategie relazionali orientate sulle linee operative del counselling
all’interno di interventi di aiuto svolti da diverse figure professionali (medici, in-
fermieri, assistenti sociali, educatori, ecc.) o da volontari nell’ambito specifico
della loro attività quotidiana, da una parte, e gli interventi di vero e proprio co-
unselling dall’altra.
Questi ultimi, richiedendo una più approfondita competenza psicologica, più
spesso rischiano di sovrapporsi con un intervento di psicoterapia.
Per quanto l’argomento sia a tutt’oggi dibattuto e ricco di controversie, alcuni
aspetti possono essere utili a distinguere un intervento di counselling psicologico
dalla psicoterapia (Pezzotta P.,Bellani M.L.,1997; Bellani M.L.,2002; Trotti E.et al.,2006).
192 Giorgio G. Bellotti, Eugenia Trotti

In primo luogo il counselling è per definizione un intervento di breve dura-


ta: i vincoli temporali, per quanto possano non essere rigidi, sono comunque sta-
biliti a priori, a prescindere dal genere di problema portato dall’utente. È pur ve-
ro che anche nella psicoterapia breve, nella terapia di consultazione, in quella di
crisi e di urgenza, così come in alcuni interventi psicoeducazionali, i limiti tem-
porali sono rigidi e vengono stabiliti a priori, ma vi sarebbe da riflettere sul fat-
to che non si tratti, in tutti questi casi, proprio di interventi di counselling piut-
tosto che di forme differenti di vera e propria psicoterapia (Pezzotta P., Bellani M.L.,
1997; Bellani M.L., 2002).
In secondo luogo, il counselling non è finalizzato ad un cambiamento strut-
turale della personalità o delle risorse del soggetto, bensì a mettere in risalto, a ri-
attivare, a mobilitare e a riorganizzare le risorse esistenti, affinché la persona
stessa riesca autonomamente ad affrontare la realtà in termini più adattivi. Se un
cambiamento strutturale può in alcuni casi avere luogo in conseguenza di un in-
tervento di counselling esso è comunque ottenuto in modo non intenzionale e, pro-
babilmente, determinato da una serie di variabili non controllate, tra le quali l’in-
tervento di counselling può assumere il ruolo di causa concomitante, predispo-
nente o precipitante.
In terzo luogo, l’area di indagine e di intervento è sempre limitata all’ “hic et
nunc” della situazione problematica: particolari della storia di sviluppo del sog-
getto possono emergere e possono essere importanti per analizzare la situazio-
ne o per orientare le decisioni, ma non sono elementi considerati sempre indi-
spensabili come avviene invece nel percorso psicoterapico (Trotti E. et al., 2006).
Infine, spesso la distinzione tra counselling e psicoterapia viene fatta in rela-
zione al tipo di utenza, o di problematica trattata: il counselling sarebbe infatti una
forma di aiuto riservata a persone mentalmente “sane”, “ben integrate e adatta-
te” (Folgheraiter F., 1987) che stanno semplicemente attraversando momenti di cri-
si, di conflitto o di stress che capitano normalmente nel corso della vita. La psi-
coterapia sarebbe invece rivolta a persone affette da un disturbo psicopatologi-
co che necessitano di essere curate con strumenti terapeutici. Nonostante tale
distinzione ricorra di frequente in varie definizioni dell’attività di counselling
(Di Fabio A., 2005) e abbia ricevuto in ambito internazionale ampio consenso,
essa presenta a nostro parere alcuni limiti sostanziali e può dare luogo a pro-
fondi fraintendimenti, evidenziabili più sul piano clinico e pragmatico che non
da un punto di vista teorico. Innanzitutto, essa presuppone che si possa stabilire
una ben definita linea di confine tra salute psichica e malattia mentale, come se
il limite tra le due condizioni fosse sempre facile da individuare, ciò che, invece,
non è nella pratica clinica, soprattutto nelle condizioni di crisi, di stress violen-
to, di disorientamento o di disadattamento. Chiunque possieda un po’ di espe-
rienza specifica nei settori (sanitario, scolastico, universitario, socio-assistenzia-
le) in cui il counselling trova maggior spazio di impiego, sa bene che sono ben ra-
re le condizioni in cui è possibile tracciare un limite preciso tra condizioni di sa-
lute e di malattia. Per farlo bisognerebbe sempre affidarsi a criteri diagnostico-
nosografici assumendo che essi possiedano caratteristiche di validità e attendi-
bilità, di affidabilità e riproducibilità che invece sappiamo essere, in molti casi, mol-
to limitate, soprattutto quando tali criteri sono utilizzati per descrivere la quali-
tà, l’intensità e la potenzialità iatrogena di un vissuto di sofferenza soggettivo.
CAPITOLO 18 • Counselling e psicologia clinica 193

Inoltre, come abbiamo già accennato, capita spesso che l’utente di un intervento
di counselling non sia affatto una persona psicologicamente sana, ma piuttosto
una persona che, a prescindere dalla qualità del suo funzionamento cognitivo e
relazionale, necessita di un aiuto esclusivamente mirato a stimolare l’utilizzo del-
le risorse adattive disponibili per affrontare nell’immediato situazioni di vita pro-
blematiche.
A nostro parere, non è dunque tanto la condizione di maggiore o minore sa-
lute mentale dell’utente a definire la distinzione tra un intervento di counselling
e uno di psicoterapia, quanto piuttosto l’obiettivo prefissato, condiviso tra co-
unsellor e cliente all’interno della relazione d’aiuto e durante la fase iniziale di
valutazione del bisogno: “l’obiettivo diviene elemento discriminante per aiutare
nella comprensione dei limiti del counselling rispetto alla psicoterapia e dei con-
fini che devono essere rispettati per evitare di mettere in moto processi che poi
non si è in grado di gestire e di controllare” (Pezzotta P., Bellani M.L., 1997).
Appare comunque evidente come sia opportuno che la presa in carico per un
intervento di counselling, così come quella per un percorso di psicoterapia, sia sem-
pre preceduta da un’accurata fase di assessment, ovvero di valutazione clinica e dia-
gnostica, condotta da persone con profonda esperienza e competenza nel setto-
re della salute mentale, della psicologia clinica nonché dello specifico ambito di
applicazione in cui si contestualizza il singolo intervento di counselling.
In ogni caso, nonostante il confine tra counselling e psicoterapia meriti di es-
sere delineato, le condizioni caotiche in cui si sta sviluppando il counselling nel
nostro Paese rendono sempre più attuale e importante l’affermazione di Muc-
chielli (1994) “checché ne dicano gli operatori del counselling, del case-work o
del colloquio clinico di consulenza o diagnosi, i colloqui che essi conducono so-
no sempre ‘tangenti’ alla psicoterapia: questo fatto va riconosciuto, non negato”.
Solo da questa consapevolezza, infatti, può emergere la motivazione, in tutti
i professionisti che svolgono questo genere di attività, ad interrogarsi costantemente
sul significato, gli obiettivi e le conseguenze del proprio agire e sulla definizione
del proprio ruolo in un determinato tipo di relazione d’aiuto.

 L’esigenza di counselling e le sue applicazioni


in psicologia clinica

Il counselling “come specifica forma di intervento d’aiuto condotto da profes-


sionisti dell’ambito sociale e sanitario” (Pazzagli A., Poggiolini D., 2005) nasce e
viene teorizzato nei suoi pionieristici aspetti metodologici all’interno della psi-
cologia clinica statunitense della prima metà del Novecento, e “si afferma in Eu-
ropa verso la fine degli anni Cinquanta” (Di Fabio A., 2005) rispondendo all’esi-
genza di “estendere le tecniche e i metodi della psicologia” (Scott C.W., 1980) ad
ambiti diversi, quali l’orientamento scolastico, le attività educative, il settore sa-
nitario e quello socio-assistenziale, il volontariato.
Nella letteratura specifica degli anni ’60 e ’70 (Di Fabio A., 2005) si parla di
counselling psicologico e di psicologia del counselling e viene identificata la fi-
gura del counsellor psicologico, ma rapidamente si assiste ad una crescita verti-
ginosa del counselling che tende ad assumere vita autonoma rispetto alla psico-
194 Giorgio G. Bellotti, Eugenia Trotti

logia, sollecitando l’interesse di altre figure professionali e organizzazioni di vo-


lontariato che sentono l’esigenza di applicare le tecniche del counselling nel lo-
ro contesto lavorativo caratterizzato dalla relazione d’aiuto.
Come evidenzia la Di Fabio A. (2005) “in Gran Bretagna, come negli Stati Uni-
ti vent’anni prima, il counseling ha costituito come un meccanismo di risposta a
certe specifiche mancanze e cambiamenti sociali” e ha sostituito le strutture fa-
miliari e sociali che si dimostravano sempre più carenti nel fornire una valida
risposta ai bisogni e alle “richieste di relazioni di aiuto”. Ciò ne può spiegare al-
meno in larga parte il rapido sviluppo e la capacità di raccogliere un così ampio
consenso a livello sociale.
In Italia il counselling si diffonde a partire dagli anni Novanta, con un ritar-
do consistente rispetto al mondo anglosassone, ma con una forte accelerazione
negli ultimi anni.
In Gran Bretagna la legge “non pone limiti” all’esercizio della professione di
counsellor e nemmeno a quella di psicoterapeuta (Di Fabio A., 2005), che sono tra-
dizionalmente e socialmente considerate una sorta di attività minori (per così
dire “di serie B”) rispetto alla professione medica e a quella psicologica.
Ciò dovrebbe fare riflettere sulle profonde differenze che ancora sussistono tra
il clima culturale anglosassone e quello italiano e indurre ad approfondire scienti-
ficamente il discorso in materia di counselling, senza dare per scontato che le po-
sizioni assunte all’estero siano migliori di quelle dello Stato italiano, che impone a
chi vuole conseguire il titolo di psicoterapeuta ben quattro ulteriori anni di for-
mazione specialistica dopo il conseguimento della laurea in medicina o in psicologia.
Una domanda merita dunque approfondita riflessione: per quale motivo e
con quali fini laureati in medicina e in psicologia, specialisti in psicologia clini-
ca e in psicoterapia, dovrebbero essere interessati ad acquisire e approfondire
anche un modello di intervento che fa riferimento al counselling?
La risposta deriva da considerazioni fondate nella pratica clinica quotidiana.
Quando si lavora accanto a persone affette da malattie gravi (infezione da
HIV, malattie oncologiche, malattie croniche invalidanti, ecc.) e alle loro fami-
glie, in presenza di precisi vincoli temporali imposti dalla situazione, dovendo
adeguarsi a setting non sempre ortodossi (in ospedale o a domicilio) e con la
fondamentale esigenza di integrare l’intervento psicologico con quello di altre
figure professionali e del privato-sociale per garantire un aiuto tempestivo e con-
creto alle persone in senso globale, il counsellling può offrire un valido punto di
riferimento sul piano metodologico.
Ciò è ancora più evidente quando i malati risultano affetti, oltre che da malattie
organiche devastanti sul piano fisico, psicologico e relazionale, anche da impor-
tanti quadri psicopatologici di base, da disturbi di personalità o da alterazioni
cognitive di natura organica, che rendono irrealizzabile, almeno nel breve ter-
mine, qualunque tipo di intervento psicoterapico. Tuttavia, la necessità di aiuto
espressa dai malati o dai loro familiari, elicitata da condizioni di vita altamente
problematiche legate alla situazione contingente, prescinde, sia dalla possibilità
di disporre di setting spaziali, temporali o interpersonali adeguati per struttura-
re interventi di psicoterapia standard, sia dalla maggiore o minore rispondenza
del soggetto ai criteri di inclusione previsti per una psicoterapia breve.
In queste situazioni è pertanto richiesto un approccio orientato ad aiutare la
CAPITOLO 18 • Counselling e psicologia clinica 195

persona ad affrontare situazioni di crisi e difficoltà complesse senza la pretesa


di provocare cambiamenti nella struttura personologica di base ma esclusiva-
mente riorganizzando, ottimizzando e sviluppando l’utilizzo delle risorse (indi-
viduali e ambientali) effettivamente a sua disposizione.
Riferendoci ora alla nostra esperienza clinica, il counselling, individuato dal-
la comunità scientifica internazionale e nazionale come uno tra gli interventi uti-
li per affrontare le problematiche legate all’infezione da HIV (WHO/GPA, 1989;
Trotti E. et al., 1995; Bellani M.L. et al., 1996; Bellotti G.G. , Bellani M.L., 1997;
Trotti E., Bellani M.L., 1997a), ha rappresentato una risposta concreta a precisi
bisogni metodologici del nostro lavoro in ambito sanitario. Infatti, nonostante
alcune difficoltà iniziali nell’adattare il modello alla nostra realtà comprenden-
do anche altri settori di applicazione in ambito sanitario (Bellani M.L., 2002), ab-
biamo verificato sul campo, a partire dai primi anni novanta, l’efficacia di una
metodologia di lavoro che risulta estremamente agile e flessibilmente adattabile
alle diverse situazioni logistiche e ambientali (ospedale, assistenza domiciliare, ter-
ritorio) o situazionali (persone sane esposte al rischio di ammalarsi o afflitte dal
sospetto di essere malate, familiari di persone malate, persone malate stesse, in fa-
se diagnostica, sintomatica o terminale, ecc.) in cui si svolge la nostra pratica cli-
nica (Bellani M.L., Trotti E., 1997a, 1997b, 1997c; Bellani M.L., Pezzotta P., 1997).
In seguito, il nostro impegno è stato quello di fare chiarezza e ordine tra i nu-
merosi modelli di counselling proposti dalle diverse scuole di pensiero, per svi-
luppare e definire nei dettagli un metodo che fosse applicabile ai diversi ambiti di
intervento clinico in cui ci trovavamo ad operare e sul quale diversi professionisti
della psicologia clinica e della psicoterapia (medici e psicologi) potessero trovarsi
in accordo a prescindere dai differenti orientamenti teorico-pratici di base.
Da un lungo lavoro di analisi e revisione dei differenti approcci esistenti è emer-
so un modello di counselling che definiamo “eclettico-integrato” (Trotti E. et al.,
2006) per sottolineare non soltanto la sua complessa natura, derivata da moltepli-
ci approcci teorici della psicologia clinica e della relazione d’aiuto, ma anche la sua
principale e fondamentale caratteristica, che si individua nel concetto di “integra-
zione” (per cui si rimanda il lettore al paragrafo “Aspetti metodologici” p 10).
La metodologia del counselling così definita si è rivelata efficace nel rispon-
dere validamente alla domanda di aiuto dell’utenza in differenti contesti.
In ambito scolastico dove gli psicologi clinici lavorano, insieme agli insegnanti e
agli educatori,per rendere operativi ed efficienti “sportelli”di orientamento e di ascol-
to rivolti agli allievi e ai loro genitori, il counselling condotto da professionisti esper-
ti si rivela un metodo valido per interventi finalizzati a sostenere, oltre ai genitori e
gli insegnanti nello sviluppo delle loro competenze specifiche e delle abilità comu-
nicative ed educative (Fuligni C., 2002), anche i ragazzi, nei loro percorsi di sviluppo
e di apprendimento. In questo caso il counselling è specificamente deputato a forni-
re aiuto per superare gli ostacoli personali e relazionali favorendo lo sviluppo delle po-
tenzialità individuali, a fornire un attento e valido ascolto per comprendere le diver-
se forme espressive del disagio adolescenziale e ad intervenire tempestivamente lad-
dove si rilevino segnali di esordio di quadri psicopatologici (Trotti E. et al., 2006).
Il settore scolastico è soltanto uno dei molteplici ambiti di applicazione del
counselling rivolto agli adolescenti (Fuligni C., 2002) nei quali la funzione pre-
ventiva, accanto a quella supportiva, assume particolare importanza.
196 Giorgio G. Bellotti, Eugenia Trotti

Anche in ambito universitario si assiste negli anni più recenti in Italia, come
già da tempo all’estero, alla diffusione di servizi di counselling per gli studenti.
In questo caso, data l’ampia fascia d’età che caratterizza la popolazione univer-
sitaria, il differente background ambientale e culturale da cui gli studenti pro-
vengono e l’eterogeneità dei bisogni espressi, gli operatori impegnati in prima
linea negli “sportelli” si trovano di fronte a molteplici forme di disagio sottese a
richieste esplicite di aiuto che possono apparire talvolta omogenee e banali ma che
richiedono invece un elevato livello di attenzione e di competenza psicologica.
Il settore dell’orientamento professionale e della valutazione attitudinale of-
fre largo spazio all’applicazione del counselling, ma non è l’unico nel contesto
della psicologia del lavoro. La crescente attenzione nei confronti degli effetti fi-
siologici e patologici dello stress lavorativo, che nei casi più eclatanti sfocia in
sindromi psicopatologiche complesse quali il burnout e il mobbing, segnala co-
me anche nelle aziende e nelle industrie il counselling possa trovare applicazio-
ne quale strumento di prevenzione o di screening, laddove sia necessario forni-
re un ascolto immediato e tempestivo alle problematiche evidenziate dai lavora-
tori prima che si possano strutturare quadri clinici di disadattamento e risposte
disfunzionali a condizioni stressanti.
La letteratura sul counselling applicato in ulteriori e svariati contesti socio-am-
bientali (per esempio, il counselling pastorale, il counselling legale, il counselling
socio-assistenziale, ecc.) è ampia, ma spesso confusiva e di difficile inquadra-
mento relativamente alla necessità di fare chiarezza nella definizione di criteri
operativi e metodologici univoci.
In sintesi, i contesti in cui il counselling si rivela utile sono tutti caratterizza-
ti dalla necessità di fornire a persone che si trovano in difficoltà per diversi mo-
tivi, attraverso lo strumento del colloquio clinico, un aiuto concreto, specifico e
personalizzato in un lasso di tempo molto breve, forzato e vincolato da esigenze
di natura pratica, organizzativa, sanitaria o economica e in setting alquanto ete-
rogenei, non sempre perfettamente rispondenti alle esigenze dettate dai model-
li psicoterapici cui fanno riferimento le diverse impostazioni di base degli ope-
ratori (Trotti E. et al., 2006).
La metodologia del counselling (qualora sia stata ben definita nelle sue linee ap-
plicative, come nel caso del counselling eclettico-integrato) riceve ampio consenso,
oltre che nell’applicazione clinica, anche quando viene proposta per la formazione
alla relazione d’aiuto di operatori che collaborano in équipe multidisciplinari (me-
dici, infermieri professionali, fisioterapisti, assistenti sociali, volontari, ecc.) e con-
dividono l’obiettivo di rispondere a vario livello, ciascuno entro i confini del proprio
ruolo professionale, ai bisogni complessi di persone in condizioni di difficoltà.

 Aspetti metodologici

Prescinde dagli scopi di questo lavoro una trattazione approfondita dei vasti aspet-
ti metodologici che riguardano il counselling, molti dei quali, peraltro, sono an-
cora oggetto di discussione tra i professionisti del settore. Faremo quindi soltan-
to un accenno ai principi, alle caratteristiche e alle strategie operative cui si rifà il
counselling eclettico-integrato, che ha mostrato sul campo la sua flessibile appli-
CAPITOLO 18 • Counselling e psicologia clinica 197

cabilità ed efficacia in vari contesti clinici e che, nascendo da un attento lavoro di


integrazione e di ridefinizione di molteplici modelli, risulta condivisibile da pro-
fessionisti che seguono linee teorico-cliniche di riferimento diverse, offrendo lo-
ro una base operativa comune su cui impostare e articolare i propri interventi.
Secondo questo modello, il counselling riconosce due principi fondamentali:
il rispetto dell’autonomia del soggetto che chiede aiuto e la centralità delle sue ca-
pacità di autodeterminazione nell’orientare l’azione e le decisioni.
Quando si definisce il counselling come “un processo relazionale che si svol-
ge tra un cliente e un counsellor…” (WHO/GPA, 1989), non si intende tanto fa-
re riferimento a due persone fisiche quanto, piuttosto, a due poli della relazione,
ciascuno rappresentato da una o più persone” (Trotti E,. Bellani M.L., 1997 a). Si
possono quindi strutturare interventi di counselling rivolti a individui, coppie, fa-
miglie o piccoli gruppi omogenei: le persone devono essere accomunate da qual-
che caratteristica (età, situazione critica, esigenze, contesto socio-culturale, ecc.)
che rende analoga e condivisa la domanda di aiuto.
Il ruolo del counsellor è quello di fornire un ascolto attento ai vissuti, di faci-
litare l’espressione delle emozioni, di manifestare un punto di vista il più possi-
bile obiettivo, di guidare nella puntuale definizione del problema e nella ricerca
di possibili soluzioni, nonché di aiutare la persona a ripristinare il senso di effi-
cacia nel gestire situazioni complesse e a recuperare il senso di controllo in si-
tuazioni di crisi e di disorientamento.
Le caratteristiche che definiscono il counselling (Trotti E., Bellani M.L., 1997
a; Bellani M.L., 2002; Trotti E. et al., 2006) lo connotano come un intervento:
– specifico: l’area di interesse e di indagine è limitata al settore nel quale il co-
unselling viene, di volta in volta, utilizzato. Se durante l’intervento di coun-
selling emergono problematiche che vanno al di là degli scopi peculiari sta-
biliti per quell’intervento, il counsellor aiuta la persona a ridefinire la do-
manda di aiuto e cura l’invio ad altre strutture, servizi o professionisti, attivando
una rete integrata di supporto;
– personalizzato: l’intervento è “tagliato a misura” della persona che chiede aiu-
to: il counsellor accoglie e analizza il bisogno attuale e aiuta il cliente a trovare
una soluzione adattiva alle proprie problematiche, nel pieno rispetto dei suoi
stessi valori, opinioni e convinzioni;
– focalizzato: l’attenzione è centrata sul “qui ed ora” della situazione problema-
tica. Rapidamente viene individuato il nucleo centrale del problema (focus),
il quale, ridefinito operativamente in termini di obiettivi da raggiungere, gui-
derà le azioni del counsellor durante l’intero svolgimento del processo di aiu-
to. Il raggiungimento degli obiettivi, più che la designazione di limiti tempo-
rali prefissati, segna la chiusura del processo. A questo proposito, il counsel-
ling riconosce due ordini di obiettivi (Trotti E., Bellani M.L., 1997 a; Bellani M.L.,
2002): gli obiettivi generali, definiti a priori in linea generale e articolati in
funzione dello specifico ambito di applicazione, e gli obiettivi specifici, che
riguardano le esigenze contingenti e peculiari del cliente e vengono concor-
dati e condivisi dalla coppia counsellor-cliente all’interno di ogni singolo in-
tervento. La definizione degli obiettivi specifici, frutto di un attento lavoro di
analisi e di condivisione, prevede la trasformazione delle necessità espresse dal
cliente in obiettivi strategici, raggiungibili a breve termine attraverso un uti-
198 Giorgio G. Bellotti, Eugenia Trotti

lizzo consapevole delle risorse interne (individuali) e esterne (ambientali)


disponibili;
– limitato nel tempo: il counselling è, per definizione, un intervento breve, che
si svolge e si esaurisce in un numero limitato di incontri, generalmente stabi-
lito a priori. In molti casi il problema affrontato non viene risolto entro que-
sti stretti limiti temporali, ma il soggetto recupera un senso di controllo sul-
la situazione, avendone chiaramente delineato i termini e avendo costruito
insieme al counsellor realistiche e attuabili ipotesi di soluzione;
– intenso: i limiti temporali costringono a raggiungere rapidamente un clima
relazionale intenso che permetta la profonda condivisione e comprensione
di vissuti intimi del soggetto. All’interno di un sistema relazionale stretta-
mente improntato alla collaborazione, il counsellor deve mettere a frutto
tutta la propria abilità ed esperienza per compiere una lucida valutazione
del caso e condividere con il cliente la soluzione più adeguata alle proble-
matiche affrontate;
– attivo: pur mantenendo una posizione il più possibile non direttiva nel pieno
rispetto dei principi di autonomia e di autodeterminazione, il counsellor as-
sume una posizione attiva guidando strategicamente il colloquio. Egli facili-
ta l’espressione dei vissuti attraverso l’utilizzo consapevole di tecniche speci-
fiche del colloquio clinico (ascolto attivo, rispecchiamento empatico, ridefi-
nizione, chiarificazione, confrontazione, ecc.) e sollecita nel cliente le capaci-
tà di elaborazione e di problem solving. Inoltre, agisce modulando il proprio
livello di attività in base alla situazione e fornendo informazioni, sostegno,
rinforzi e opzioni di scelta alternative nel processo decisionale;
– integrato: il concetto di integrazione si riferisce, oltre che all’eclettismo del-
l’intervento, anche alla capacità del counsellor di mantenere una visione glo-
bale della persona, di attingere risorse dal suo sistema di relazioni e di forni-
re una risposta ai diversi bisogni espressi integrando il proprio intervento
con quello di altri professionisti, strutture o servizi. La presenza di una rete in-
tegrata di risorse esterne è fondamentale per un corretto svolgimento del-
l’intervento. Quando essa manca o non viene attivata adeguatamente, per
quanto il counsellor possa avere ben chiari i limiti del suo ruolo, egli può sen-
tirsi costretto ad ampliare i termini della presa in carico di casi molto complessi,
sconfinando in territori di competenza di altre forme di intervento.

Nell’approccio integrato il counsellor impiega tecniche diverse derivate da


differenti paradigmi teorici e stimola l’introspezione e l’autoriflessione focaliz-
zandosi sugli aspetti adattivi dell’Io. La sua attenzione è pertanto sempre rivolta
a ciò che il cliente è in grado di fare, alle sue risorse piuttosto che ai suoi limiti,
nonché a rinforzare l’emergere delle sue capacità di adattamento.
Anche nella scelta delle strategie operative il counsellor rispetta il principio del-
l’integrazione: egli conduce l’intervento articolando in modo flessibile tra loro i
passi principali di quattro strategie (WHO/GPA, 1989; Trotti E. et al.,1995; Trot-
ti E., Bellani M.L., 1997a; Bellani M.L., 2002; Trotti E. et al., 2006) che vengono
utilizzate in funzione dell’obiettivo perseguito:
CAPITOLO 18 • Counselling e psicologia clinica 199

– se la persona si trova in uno stato di “crisi”, ovvero è disorientata e si sente


minacciata da una situazione che appare sovrastare le sue capacità di reazio-
ne, il counsellor utilizza la strategia del “Crisis Counselling” volta ad aiutare il
cliente a recuperare un senso di controllo sulla situazione;
– quando la persona chiede di essere aiutata a risolvere una situazione pro-
blematica la strategia utilizzata è quella del “Problem Solving Counselling”
che, a partire dalla definizione del problema in termini di obiettivi da rag-
giungere, passa attraverso l’individuazione di sotto-problemi che verranno
affrontati in base a priorità attribuite dal cliente stesso e porta alla fine a
selezionare la soluzione più efficace ed efficiente tra quelle realisticamente
attuabili;
– se la persona esprime il bisogno di essere aiutata a prendere una decisione, la
strategia utilizzata è il “Decision Making Counselling”, basato sull’analisi del-
le alternative in termini di vantaggi e svantaggi di ciascuna opzione e di rap-
porto costi/benefici;
– quando invece la domanda di aiuto comporta la necessità di fornire al clien-
te alcune informazioni, la strategia adottata prende il nome di “Informative Co-
unselling”, un processo personalizzato nella forma e nei contenuti, che parte
dall’analisi del bisogno sotteso alla richiesta di informazioni e si fonda sul
principio che ogni messaggio trasmesso verrà recepito ed elaborato in funzione
del personale sistema di convinzioni, valori e conoscenze che costituisce il
background culturale del soggetto.

Ciascuna delle quattro strategie ha inizio con una fase di ascolto attivo e di chia-
rificazione e non può ritenersi conclusa se non con la verifica degli obiettivi rag-
giunti e dei risultati conseguiti.

 Note relative al ruolo del counsellor


Il counselling, come sottolineano Pazzagli e Poggiolini (2005), “è un’attività af-
fettivamente e concretamente difficile”. Nonostante l’obiettivo sia più limitato di
quello perseguito all’interno di un processo psicoterapico, gli elementi emotivi e
le dinamiche interpersonali intrinseche nella relazione d’aiuto richiedono una
formazione psicologica approfondita e qualificata.
In molti ambiti poi l’applicazione corretta del counselling è resa ancora più pro-
blematica dalla fascia d’età dell’utenza (per esempio, il counselling scolastico che
si rivolge a giovani ancora in età di sviluppo) o dalla delicatezza e dall’ampia
gamma di problematiche che possono emergere durante i colloqui e che non so-
no prevedibili a priori (per esempio, il counselling universitario e quello in am-
bito sanitario).
In qualche caso, data la brevità del tempo a disposizione e il conseguente li-
vello di intensità raggiunto nella relazione, il counselling può risultare anche più
difficile della psicoterapia.
Pertanto riteniamo che chi svolge il ruolo di counsellor debba essere parti-
200 Giorgio G. Bellotti, Eugenia Trotti

colarmente qualificato e debba possedere approfondite e specialistiche competenze


psicologiche.
Riportiamo qui di seguito una sintesi degli elementi che dovrebbero caratte-
rizzare, a nostro parere, un operatore autorizzato a svolgere attività di counselling
(Trotti E. et al., 2006):
– un ruolo istituzionalizzato, definito e riconosciuto sia dalla struttura che pro-
muove il servizio sia dalla popolazione degli utenti;
– una formazione psicologica adeguata e specialistica, comprovata da titoli di stu-
dio riconosciuti dalla comunità scientifica e dallo Stato;
– comprovate e approfondite competenze psicologiche e relazionali, sia teoriche
che pratiche, acquisite attraverso percorsi formativi e tirocini di accertata
qualità;
– competenze ed esperienze specifiche nel counselling in generale e nel setto-
re di applicazione specifico in particolare (per esempio: HIV counselling, co-
unselling universitario, counselling per la coppia, per i malati oncologici e
terminali, per la modificazione di comportamenti a rischio, ecc.);
– la costante supervisione e la formazione continua da parte di personale esper-
to e qualificato.

Inoltre, il counsellor dovrebbe sempre svolgere il suo intervento in modo in-


tegrato, avendo a disposizione una rete di altri professionisti e di strutture spe-
cializzate che garantiscano una gestione globale del caso o la possibilità di un in-
vio accurato per le situazioni in cui emergano problematiche che vanno al di là
degli scopi limitati del counselling.

 Conclusioni

Nel nostro Paese si è assistito di recente ad un rapido incremento dell’interesse


nei confronti del counselling.
Prima ancora di avere risolto fondamentali quesiti riguardo alla sua natura e
ad aspetti metodologici basilari e dando spesso per scontato che si stia argo-
mentando a proposito di un significato collettivamente condiviso, vengono pro-
poste al pubblico varie forme di counselling evitando spesso di definire il tipo
di intervento svolto e rifacendosi ad una tradizione e a modelli operativi che si so-
no imposti e sviluppati all’interno di contesti culturali e di realtà sociali in alcu-
ni aspetti molto dissimili dai nostri.
Al contempo, attraverso una molteplicità di percorsi formativi svolti a vario
titolo e a vario livello, si autorizzano implicitamente alcune persone a definirsi “co-
unsellor” o “esperti in counselling” e si genera in loro il bisogno di rivendicare il
riconoscimento del counselling come professione.
In questa situazione, come sottolinea Sirigatti (2005) “si avverte l’urgenza di
prospettive di riferimento e di linea guida condivise” e appare di assoluta im-
portanza che tutti i professionisti della psicologia clinica, ma in particolar modo
le Università, in quanto strutture istituzionali deputate alla ricerca e alla forma-
zione, si occupino in modo approfondito dell’argomento. Sviluppando il dibatti-
to e il confronto, è necessario promuovere un percorso di condivisione che por-
CAPITOLO 18 • Counselling e psicologia clinica 201

ti alla fine ad assumere linee di pensiero chiare e a dettare criteri formativi e nor-
me deontologiche definite, che riflettano le concrete esigenze ed il sistema di va-
lori del nostro specifico contesto culturale, svincolandosi da comode ma non
sempre legittime posizioni di affrancamento o di aprioristica sudditanza rispet-
to a tradizioni che provengono dal mondo anglosassone.
Ciò non per opporsi ad un processo di evoluzione professionale che risponde ad
un bisogno collettivo emergente e ad una precisa domanda sociale (Pezzotta P., Bel-
lani M.L., 1997; Di Fabio A., 2005), ma piuttosto al fine di tutelare la qualità dei ser-
vizi offerti al pubblico e di garantire una precisa definizione di ruolo agli operatori.
Un’altra questione aperta, sia in Italia che all’estero, che costituisce una delle
più importanti linee di sviluppo della ricerca sul counselling, è quella che ri-
guarda la verifica dell’efficacia degli interventi. Se è vero che essa rappresenta un
settore problematico e complesso in tutti gli ambiti della psicologia clinica e in
quello della psicoterapia in particolare, ancora di più sembra esserlo, al momento
attuale, nel settore del counselling, data la varietà delle sue applicazioni e la non
uniformità dei principi metodologici di riferimento.
La recente nascita dell’AURAC (Associazione Universitari Relazione d’Aiuto
e Counselling) rappresenta un importante segnale dell’attenzione posta a que-
ste problematiche da parte della collettività scientifica italiana. È auspicabile che
dal fervente lavoro di ricerca, di confronto e di riflessione avviato al suo interno
possano emergere sempre più importanti elementi di chiarezza e contributi co-
struttivi.

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C APITOLO 19

La valutazione della produzione


scientifica in psicologia clinica:
impact factor e prospettive integrative
Gianluca Castelnuovo, Enrico Molinari

 Introduzione

All’interno della psicologia clinica, come in molte discipline del sapere, risulta
attuale il dibattito sulla valutazione della produttività scientifica. Tale interesse si
è imposto sia per motivi pragmatici, tra i quali il principale è certamente l’ac-
cresciuta competizione per l’accesso alle risorse ed ai finanziamenti per la ricer-
ca, che per motivi scientifico-epistemologici, in relazione alla definizione di cri-
teri valutativi per la scienza in generale e per le singole discipline in particolare.
In anni recenti sono stati proposti modelli, metodi e tecniche di ricerca e di ana-
lisi dei relativi risultati che tenessero conto anche di adattamenti e differenziazioni
per particolari discipline e per diverse unità di analisi, rispettando il più possi-
bile le specificità delle diverse aree di ricerca (Laudanna A. et al., 2001).
La valutazione della qualità scientifica dei ricercatori è una difficoltà nota,
che non ha ricevuto storicamente una soluzione capace di rappresentare uno
standard per ogni settore scientifico disciplinare. A livello ideale i risultati scien-
tifici, che vengono pubblicati nei circuiti internazionali, dovrebbero essere sot-
toposti a revisione critica da parte di esperti del settore che, in accordo a regole
prestabilite, emettono giudizi quantitativi e qualitativi sulla produzione scienti-
fica di un certo ricercatore. In pratica, invece, la cosiddetta peer review1 è spesso
condotta da comitati scientifici con competenza generica piuttosto che da rico-

1 Definizione di peer review (tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Peer_review): nell’ambito della comu-


nicazione scientifica la selezione degli articoli degni di pubblicazione avviene tramite revisione parita-
ria (in inglese chiamata peer review), cioè una valutazione fatta da specialisti. Gli editori e le agenzie di
finanziamento usano la revisione paritaria per selezionare le proposte ricevute. Questo processo inoltre
costringe gli autori ad adeguarsi agli standard della loro disciplina. Pubblicazioni e premi che non ab-
biano subito una revisione paritaria sono generalmente guardati con sospetto dai ricercatori e dai pro-
fessionisti di molte discipline. La revisione paritaria è nata assieme ai periodici scientifici e non è priva
di difetti e di progetti di perfezionamento.
204 Gianluca Castelnuovo, Enrico Molinari

nosciuti specialisti del tema trattato. Tali gruppi di valutazione scientifica ten-
dono ad avvalersi di criteri secondari, come il conteggio “grezzo” del numero del-
le pubblicazioni, il prestigio delle riviste su cui si è pubblicato, la reputazione de-
gli autori e degli Istituti coinvolti nelle opere, l’importanza e la rilevanza stima-
te del campo di ricerca, ecc. (Seglen P.O., 1997).
In questo contributo verrà dato spazio alle informazioni essenziali e ad alcu-
ne osservazioni sull’uso e sull’abuso dell’Impact Factor, il più diffuso (e conte-
stato) indice del prestigio scientifico adottato a livello internazionale (Levorato
M.C., Marchetto E., 2003). Infine verranno riportate alcune proposte operative
frutto del dibattito in Italia sul problema della valutazione della produttività
scientifica (Laudanna A., 1995, 1996; Laudanna A. et al., 2001).

 Definizione di impact factor

L’Impact Factor (IF), o “fattore d’impatto”, è stato ideato da Eugene Garfield (pri-
me definizioni nel 1955 e 1976) per rispondere all’esigenza della comunità scien-
tifica di disporre di un metodo semplice per confrontare le riviste (Garfield, 1998a,
1998b, 1999).
L’IF di una rivista (Fig. 1) è un indice numerico risultante dal rapporto tra:
a) il numero di citazioni ottenute nell’anno in corso dagli articoli che la rivista
ha pubblicato nei due anni precedenti;
b) il numero di articoli pubblicati nei medesimi due anni precedenti. In questo
computo (punto b) rientrano articoli, note e rassegne, mentre sono esclusi
editoriali, lettere, notizie, correzioni, database, rassegne di libri, software, e al-
tro materiale editoriale.

Citations in 2003 of articles published Number of articles published


in 2002 = 294 in 2002 = 222
Citations in 2003 of articles published Number of articles published
in 2001 = 334 in 2001 = 163
Sum = 628 Sum = 385

Citations of recent articles = 628


= 1.631
Number of recent articles = 385

FIGURA 1. Esempio di calcolo dell’indice di Impact Factor della rivista Journal of the American
Dietetic Association per l’anno 2003 (Leff D., 2005)
CAPITOLO 19 • La valutazione della produzione scientifica in psicologia clinica 205

Quindi, per calcolare l’IF di una rivista, ad esempio, nel 1999, si deve dispor-
re dei seguenti dati:
a) il numero di citazioni ottenute nell’anno 1999 (dal database internazionale
ISI Science Citation Index e Social Sciences Citation Index) degli articoli (in-
clusi editoriali, lettere, ecc.) della rivista in questione pubblicati negli anni
1997 e 1998;
b) il numero di articoli “citabili” (esclusi editoriali, lettere, ecc.) pubblicati nel
1997 e 1998.

Poiché l’IF è dunque il rapporto tra il numero delle citazioni (punto a) e quel-
lo delle pubblicazioni (punto b) di una certa rivista, quanto più l’IF è elevato, tan-
to più sarà considerata prestigiosa la rivista (Levorato M.C., Marchetto E., 2003).
Attualmente l’IF delle riviste viene riportato nel Journal Citation Reports
(JCR), pubblicato insieme al Science Citation Index (SCI), al Social Science Cita-
tion Index (SSCI) ed al Current Contents dall’Institute of Scientific Information
(ISI), gruppo dell’Università di Philadelphia fondato nel 1958 dallo stesso Garfield.
Il Science Citation Index è un archivio elettronico delle citazioni scientifiche sem-
pre aggiornato, mentre il Journal Citation Reports copre i settori di Scienze e
Scienze Sociali con circa 7.000 riviste, di cui oltre 5.000 relative a tematiche scien-
tifiche. Attualmente sono 3.700 le riviste scientifiche, di prestigio mondiale, che
sono incluse nel database SCI (Dong P. et al., 2005).
È importante ricordare che gli usi legittimi, per i quali l’IF era stato creato se-
condo le intenzioni originali di Garfield, sono:
a) aiutare le biblioteche nella scelta delle riviste da acquistare;
b) agevolare gli autori nella scelta delle riviste cui inviare i propri lavori;
c) fornire agli autori un indice del prestigio delle riviste nelle quali hanno pub-
blicato.

A tal proposito Garfield (1998a, 1998b, 1999) afferma che il concetto di IF ha


subito nel tempo un’evoluzione, acquisendo erroneamente, soprattutto in Euro-
pa, il duplice significato di impatto della rivista e di impatto dell’autore. Infatti ne-
gli ultimi anni l’IF in ambito europeo è stato sempre più utilizzato come un in-
dice di qualità e di eccellenza scientifica per l’assegnazione di incarichi e di fon-
di di ricerca e per il riconoscimento ed il prestigio dei migliori istituti di ricerca
(Rey-Rocha J. et al., 2001). Garfield sostiene invece che l’IF sia principalmente un
indice utile a stimare la frequenza attesa di citazioni rispetto a quella realmente
ottenuta (Garfield E., 1998), sebbene esista una forte correlazione tra un IF ele-
vato ed il prestigio di una rivista all’interno del panorama scientifico attuale (Le-
vorato M.C., Marchetto E., 2003).
206 Gianluca Castelnuovo, Enrico Molinari

Prima di addentrarci nell’analisi delle critiche a questo indice, dobbiamo ri-


cordare come l’IF sia diventato importante per la valutazione delle attività di ri-
cerca in molte discipline raggiungendo un’influenza sempre più crescente nella
comunità scientifica. Il suo ampio uso/abuso può determinare il destino di sin-
goli ricercatori, dipartimenti ed istituzioni accademiche. L’IF sta inoltre contri-
buendo a ristrutturare le biblioteche accademiche “riplasmando” la mappa del-
le riviste scientifiche (Figà Talamanca A., 2002).

 Problemi e limiti dell’impact factor

Per una trattazione approfondita del problema suggeriamo la lettura di Colucci


(2004), Fava, Guidia e Sonino (2004), Fava e Ottolini (2000), Figà Talamanca (2002,
2004a, 2004b, 2004c), Laudanna et al. (2001) e Levorato e Marchetto (2003). Per un
approfondimento critico suggeriamo i recenti lavori di revisione di Dong et al.
(2005) e dello stesso Garfield (2006).
Per riportare le critiche più evidenti sulla filosofia dell’Impact Factor, ci sia-
mo ispirati all’articolo di Levorato e Marchetto (2003), i quali suddividono i limiti
in una serie di punti.

La disparità tra numeratore e denominatore nel calcolo dell’IF

Poiché il numeratore include le citazioni ricevute da una rivista ed il denomina-


tore il numero dei cosiddetti “articoli citabili”, tale condizione può influire sulle
scelte di pubblicazione, nel senso che una rivista può essere indotta a rifiutare
lavori che per loro tipologia hanno minori probabilità di essere citati. Inoltre, le
riviste di rassegna o quelle che pubblicano un numero elevato di rassegne, go-
dono dei valori più elevati di IF rispetto a quelle che pubblicano lavori origina-
li, essendo più probabili le citazioni di review. Il conteggio, infine, non tiene con-
to né della distinzione tra citazioni bibliografiche ed autocitazioni, né del fatto che
le citazioni possono avere valenza negativa, ossia avere valore di critica o di con-
trapposizione (Littner Y., 2005).

L’intervallo temporale

L’intervallo temporale, che rientra nella definizione dell’IF, ovvero 2 anni, può ri-
sultare penalizzante per le riviste dotate di procedura di refereeing (processo di
peer review o revisione “fra pari” di un articolo) particolarmente severa, rigoro-
sa e lunga. Secondo D’Odorico (2001), questo svantaggio è tipico anche delle ri-
cerche che includono disegni longitudinali, le quali richiedono molto tempo per
essere realizzate e quindi sono pubblicate ben dopo la loro ideazione. D’Odorico,
a questo proposito, ha dimostrato l’esistenza di una correlazione negativa tra il
valore di IF ottenuto da una rivista e la probabilità di pubblicare ricerche longi-
tudinali su di essa. Un’ultima osservazione sul fattore “tempo” riguarda il fatto
che gli articoli pubblicati all’inizio dell’anno hanno a disposizione un periodo
CAPITOLO 19 • La valutazione della produzione scientifica in psicologia clinica 207

di tempo maggiore, per essere citati e quindi conteggiati, rispetto ad una pub-
blicazione uscita a fine anno.

La relazione tra numero di citazioni e qualità di un lavoro

L’interrogativo classico secondo cui il valore di un lavoro scientifico possa esse-


re stimato attraverso il numero medio delle citazioni che ricevono gli articoli
della stessa rivista (principio su cui si fonda l’IF) è assai criticato. In realtà, in ac-
cordo con l’ISI, la maggior parte delle citazioni è solitamente associata ad una
piccola parte del totale degli articoli pubblicati da una rivista, quindi l’IF non
sembra essere una misura adeguata delle citazioni ottenute dall’articolo “medio”
(dove spesso la maggior parte degli articoli di una rivista è citata meno di quan-
to il valore dell’IF della rivista potrebbe far pensare). Dunque un elevato impact
factor della rivista non assicura un alto standard qualitativo dell’articolo ivi pub-
blicato (Vinkler P., 1986; Maffulli N., 1995; Laudanna A. et al., 2001; Kurmis A.P.,
2003; Sculier J.P., 2004; Vakil N., 2005).

Gli effetti collaterali dell’IF

Il fenomeno dell’IF porta necessariamente con sé anche degli effetti collaterali o ten-
denze discutibili.Il sistema IF influisce sulla tendenza a valorizzare linee di ricerca già
consolidate e produttive, trascurando lavori innovativi e pionieristici, solitamente
poco citati. Le riviste più prestigiose rinforzano una tendenza al conservatorismo te-
matico e metodologico (Baddeley A., 2001). Le riviste di carattere divulgativo, o ten-
denzialmente divulgativo e multidisciplinari, vengono citate più delle altre.

La tipologia della rivista con alto IF

La rivista che tipicamente vanta alti punteggi di IF2 ha diffusione e carattere in-
ternazionali e riguarda settori multidisciplinari. Alcuni settori disciplinari han-
no per oggetto di studio argomenti di interesse tipicamente locale: di conse-
guenza sono caratterizzate da valori di IF bassi.
Le riviste scientifiche in lingua inglese sono più diffuse e, quindi, dotate di IF
maggiore di quelle “confezionate” in altre lingue.
Per i ricercatori italiani, poi, si pone un problema ulteriore: le riviste nazionali
sono assenti dal catalogo dell’IF. Alcune tipologie di ricerche hanno interesse nel
territorio d’origine e la naturale destinazione è una rivista nazionale. In questo
caso sarebbe impropria l’equazione tra pubblicazione nazionale e giudizio so-
stanzialmente poco positivo dell’articolo.

2
Per un esempio del valore in IF di alcune riviste scientifiche si rimanda a
http://www.bioscience.org/services/impact15.htm
208 Gianluca Castelnuovo, Enrico Molinari

I problemi generali del sistema IF sono ben riassunti da Seglen (1997) in Tabella 1.

TABELLA 1. Problemi associati all’uso degli impact factors (tratto da Seglen P.O., 1997)
– Gli impact factors delle riviste non sono statisticamente rappresentativi dei singoli articoli.
– Gli impact factors correlano poco con le citazioni attuali degli articoli.
– Gli autori usano molti criteri oltre l’IF quando devono inviare un lavoro.
– Le citazioni di items “non citabili” sono erroneamente inclusi nel database.
– Le autocitazioni non vengono corrette-rettificate.
– Gli articoli di review sono abbondantemente citati e gonfiano l’impact factor delle re-
lative riviste.
– Gli articoli estesi raccolgono più citazioni e aumentano dunque l’impact factor.
– Le citazioni di articoli nella lingua d’origine della rivista scelta sono preferite dagli autori.
– Gli articoli tendono a riportare preferenzialmente altri articoli all’interno della stessa rivista.
– La copertura del database delle riviste non è completa: si stima che il database del
Science Citation Index includa circa 3200 riviste (Taubes G., 1993) mentre il numero ef-
fettivo è di circa 126000.
– I libri non sono inclusi nel database come fonte di citazioni.
– Il database ha il bias della lingua esclusivamente inglese (citiamo a tal proposito l’arti-
colo “Does the “impact factor” kill the German language?”, Haller et al., 1997).
– Il database è dominato dalle pubblicazioni nordamericane.
– Gli impact factor dipendono dalle dinamiche (espansione o contrazione) dei campi
di ricerca.
– Limitati campi di ricerca tendono ad essere carenti di riviste con alto IF.
– Le relazioni fra i campi (ricerca di base e clinica, ad esempio) determina fortemente l’IF.
– Il numero di citazioni di un articolo determina l’impact factor della rivista,ma non vale il contrario.

Dal momento che tale indice è facilmente reperibile, esso è stato utilizzato
per la valutazione di singoli ricercatori o gruppi di lavoro (Seglen P.O., 1997). Dal
momento che per erronea credenza si ritiene che la rivista sia rappresentativa
del valore dei suoi articoli, l’IF ricavato dagli articoli di un singolo autore può
essere utilizzato per ottenere una misurazione apparentemente obiettiva e quan-
titativa del rendimento scientifico del ricercatore stesso. Seglen (1997) riferisce del-
la situazione italiana, dove l’uso del sistema degli IF è stato introdotto per rime-
diare alla insoddisfacente soggettività nei concorsi per elevate posizioni accade-
miche (Calza L., Garbisa S., 1995). Nei paesi del Nord Europa, ma anche in Canada,
Ungheria ed altri paesi, tale sistema è stato occasionalmente utilizzato per la va-
lutazione di individui ed istituzioni e per la suddivisione di risorse e posizioni
accademiche (Seglen P.O., 1997; Ramos-Rincon J.M., Gutierrez-Rodero F., 2003).
Ricordiamo però che, come già segnalato in Tabella 1, il numero di citazioni di un
articolo determina l’impact factor della rivista, ma non vale il contrario.

 Alternative all’impact factor

Tenendo conto che l’impact factor può essere un ragionevole indicatore di qua-
lità per riviste generali di medicina (Saha S. et al., 2003), una semplice proposta,
che richiede solo di ritoccare leggermente il sistema IF, consiste nell’eliminare il
CAPITOLO 19 • La valutazione della produzione scientifica in psicologia clinica 209

numero delle autocitazioni considerate nel conteggio, ripulendo così il calcolo


di tali indici (Sevinc A., 2004).
Un’immagine più realistica dell’effettiva influenza di una rivista nel suo campo
scientifico, piuttosto che fra tutte le riviste in generale, potrebbe essere un’ulterio-
re variante dell’impact factor, in inglese definito come Scope-Adjusted Impact Fac-
tor (Huth E.J., 2001). Il calcolo di questo indice tiene conto maggiormente dell’area
tematica di appartenza della rivista determinando una classificazione delle riviste
anche molto diversa rispetto all’impact factor originale generico, non “aggiusta-
to”. Coelho et al. (2003), a sostegno di un indice che sia ponderato, notano come l’a-
nalisi dell’IF tradizionale tramite il test di Kruskal-Wallis dimostri come non sia pos-
sibile confrontare diverse discipline tramite l’impact factor senza aggiustamenti.
Tra i piccoli aggiustamenti per l’impact factor segnaliamo l’estensione della fi-
nestra per la considerazione delle citazioni a 3 anni (Glänzel W., Schoepflin U.,
1995), oppure la considerazione della somma delle citazioni, tenendo come rife-
rimento un periodo di conteggio basato su mesi con una finestra temporale com-
plessiva di 4 anni (Asai I., 1981).
Tra i vari indici alternativi all’impact factor, ben descritti recentemente da
Dong et al. (2005), si può citare il Cited Half-Life Impact Factor (CHAL-IF), in-
trodotto da Sombatsompop, Markpin e Premkamolnetr (2004), il Median Impact
Factor (MIF) proposto da Rousseau (2005), il Disciplinary Impact Factor (DIF)
proposto da Hirst (1978) ed anche scelto da Pudovkin e Garfield (2004) ed il Jour-
nal Performance Indicator (JPI) (Thomson Scientific, 2005). Tra queste proposte
va segnalato in particolare l’Euro-Factor (EF) (Hofbauer R., 2002) che cerca di
risolvere i bias linguistici (prevalenza assoluta della lingua inglese) e territoria-
li (USA-centrismo) del sistema tradizionale dell’IF: tale indice è sostenuto dalla
VICER Publishing (VICER).
Van Leeuwen e Moed (2002) hanno sviluppato un sistema alternativo per la mi-
sura dell’impatto di una rivista, chiamato Journal to Field Impact Score (JFIS). Tale
indice include articoli di ricerca, note tecniche, lettere editoriali e review sia nel nu-
meratore che nel denominatore della frazione. Inoltre il JFIS è ponderato in base al
confronto con le citazioni medie proprie della disciplina specifica che si considera.
Si stanno dunque sempre più diffondendo sistemi integrativi per la valuta-
zione dell’impatto della produzione scientifica, che tengono conto anche dello
sviluppo sul web (in alcuni casi esclusivamente sul web) di alcune riviste: è il ca-
so dell’External Web Impact Factor (WIF), definito dal numero di pagine ester-
ne (non appartenenti cioè al sito in valutazione) contenenti un link ad un dato si-
to Web (Soualmia L.F., 2002).
Fava in vari scritti ha più volte affrontato il tema delle alternative all’Impact Fac-
tor (Fava G.A., Ottolini, 2000; Breno E. et al., 2002; Fava G.A. et al., 2002; Fava G.A. et
al., 2004; Fava G.A., 2005) e propone l’analisi delle citazioni come valido sostituto, af-
fermando che “l’unico sistema attendibile per valutare l’impatto di un ricercatore è
quindi quello di conteggiare le effettive citazioni, cosa possibile con il Web of Scien-
ce dell’ISI. L’IF ha quindi un valore indicativo per verificare quanto i ricercatori ten-
gano conto dei contributi di una rivista e del suo andamento nel corso degli anni, ma
tale indice non esprime un giudizio di valore scientifico. L’analisi delle citazioni of-
fre invece una metodica che può essere applicata in comparazioni riguardanti sin-
goli ricercatori, dipartimenti, università e nazioni” (Fava G.A., 2005, p 150).
210 Gianluca Castelnuovo, Enrico Molinari

Tra i sistemi integrativi all’impact factor la proposta di Laudanna et al. (2001)


merita di essere segnalata come più rispondente alla valutazione della produtti-
vità scientifica nella realtà italiana. Più che di un indice, infatti, si tratta di un ve-
ro e proprio nuovo sistema articolato di valutazione.
Gli autori prendono in considerazione vari tipi di oggetti o prodotti scientifici:
– le pubblicazioni (libri, articoli, atti di convegni, abstract, rapporti tecnici) a
stampa o in formato elettronico-digitale;
– i prodotti, cioè elaborati come i software, i CD-ROM, i video, le banche dati, i
test, ecc.;
– le attività, vale a dire tutte quelle attività scientifiche documentabili che non
coincidono necessariamente con la produzione di scritti o altri elaborati: in-
carichi scientifici o ruoli nell’organizzazione di convegni, comunicazioni sen-
za pubblicazione, partecipazione a comitati editoriali, attività di formazione,
partecipazione a progetti finanziati dall’esterno.

Riguardo a quest’ultimo punto (attività), rispetto all’originale di Laudanna et


al. (2001), ci permettiamo di sottolineare che anche altre voci potrebbero essere
rappresentative del settore della psicologia clinica: si tratta di attività cliniche in
Servizi e Laboratori all’interno di Università, Istituti di Ricovero e Cura a carat-
tere scientifico (IRCCS), Ospedali, Centri di riabilitazione, ecc. Tali attività clini-
che, se ben documentate e riconosciute, possono pienamente rientrare nel cur-
riculum di uno psicologo clinico accademico che, se da una parte deve assicura-
re una produzione scientifica tradizionale (libri, capitoli di libro, articoli in italiano
ed in lingua inglese), dall’altra deve mantenere un continuo e documentato con-
tatto con l’attività clinica in una prospettiva di insegnamento e trasmissione di ca-
pacità pratico-professionali.
Laudanna et al. (2001) definiscono con precisione sia criteri di tipo verticale,
che consentono di collocare i vari tipi di pubblicazioni in una graduatoria di im-
portanza, sia criteri di tipo orizzontale, che invece consentono di assegnare un
determinato punteggio, scelto all’interno di un range prestabilito, ad una speci-
fica pubblicazione (Tabella 2).

TABELLA 2. Schema di valutazione di pubblicazioni e prodotti (tratto da Laudanna A.et al.,2001)


Internazionali Nazionali
Libro 140-40 80-20
Articolo su rivista sul Citation Index 120-50 70-20
Cura di libro (non Atti di convegno) 90-30 50-10
Articolo su rivista non sul Citation Index 90-20 50-10
Capitolo in libro (non Atti di convegno) 80-30 40-10
Cura di fascicolo monografico di rivista 80-30 40-10
Cura di atti di congresso 60-10 30-5
Capitolo in atti di congresso 60-10 10-5
Abstract 5-2 3-1
Banche dati, CD-ROM, Linee guida, 60-20 5-1
Software, Test, Video, ecc.
CAPITOLO 19 • La valutazione della produzione scientifica in psicologia clinica 211

Nella classificazione di stampo verticale, vengono segnalati alcuni criteri per


meglio differenziare i vari tipi di pubblicazione (libri, articoli, atti di congressi, ecc.):
– la severità del vaglio a cui sono generalmente sottoposti (ad esempio, un ar-
ticolo su rivista subisce di solito una selezione più severa di un capitolo in at-
ti di congresso);
– il grado di originalità ideativa del lavoro (ad esempio, si suppone che essere
autori di un libro, rispetto ad esserne solo curatori, permetta maggiormente
di esprimere un proprio pensiero più o meno originale);
– la quantità di lavoro richiesta (ad esempio, la cura di un libro solitamente ri-
chiede una più accurata organizzazione e presentazione dei vari contributi di
quanto non accada nel caso della cura di un volume di atti di congresso).

Per ciò che concerne invece i criteri orizzontali, viene sottolineata la flessibilità
delle singole categorie di classificazione. I valori massimi e minimi, fissati per cia-
scun tipo di pubblicazione (libro, articolo, capitolo, a cura di, ecc.), consentono
una grande variabilità nei punteggi (ad esempio, un libro internazionale può ri-
cevere un punteggio che va da un minimo di 40 ad un massimo di 140).
Tale soluzione, secondo gli autori, assicura una sufficiente variabilità dei pun-
teggi, che permette di evitare i rischi di riduzionismo e rigidità dovuti alla sem-
plice graduatoria basata sull’importanza dei tipi di pubblicazione: ad esempio,
per quanto la categoria “articolo su rivista” preceda nella graduatoria la catego-
ria “capitolo di libro”, rimane la possibilità che un certo capitolo di libro riceva,
in base ad un suo particolare “peso specifico”, un punteggio uguale o superiore
a quello di un dato articolo su rivista.
Gli autori passano poi a descrivere in dettaglio i criteri orizzontali di ciascu-
na categoria già riportata in Tabella 2:

1. Libri e articoli su riviste. Tradizionalmente sono le produzioni scientifiche


più ricercate ed a volte le più impegnative, perciò hanno i punteggi massimi
più alti. Alta considerazione viene data ai libri internazionali, che possono
avere punteggi massimi leggermente superiori a quelli di articoli internazio-
nali nel caso vengano pubblicati da case editrici molto prestigiose, ed agli ar-
ticoli su riviste che hanno un Citation Index e che quindi sono riconosciuti dal-
la Comunità Scientifica internazionale.
Nella valutazione delle singole riviste, oltre alla considerazione dell’Impact
Factor (IF), ponderato nei confronti delle altre riviste della medesima disciplina,
vengono valutati il rejection rate della rivista, inteso come indice della difficoltà
di superare il vaglio editoriale e che per alcune riviste supera il 90%, il prestigio
dell’editorial board della rivista, il numero e l’ordine di apparizione degli au-
tori del contributo e la consistenza empirica dell’articolo in termini di nu-
mero di esperimenti riportati.

2. Contributi a volumi: in questo caso il “peso specifico” dei capitoli di libri, che
richiedono una elaborazione più accurata, viene distinto da quello dei capi-
toli in atti di congresso, a loro volta differenziati al proprio interno in base al-
le caratteristiche di eccellenza dei relativi congressi.
212 Gianluca Castelnuovo, Enrico Molinari

3. Cura di volumi: la cura di un libro o la cura di un fascicolo monografico di ri-


vista sono considerate inferiori rispetto alla scrittura di libri o articoli, in
quanto l’originalità richiesta risulta inferiore. A maggior ragione la cura di
atti di congresso, richiedendo solitamente un impegno minore, assume pun-
teggi più bassi nella categoria.

4. Abstract e Rapporti Tecnici: chiaramente ricevono punteggi minimi, essendo


le pubblicazioni che richiedono il minore impegno, sia in termini di elabora-
zione che di processo di selezione.

Laudanna et al. (2001) riferiscono anche di una serie di attività che, pur oscil-
lando fra lo scientifico ed il tecnico, fra il teorico ed il pragmatico, meritano co-
munque attenzione nella valutazione, dal momento che nel mondo della psicologia
clinica il dialogo fra pratica clinica e ricerca scientifica è fondamentale per un
equilibrato curriculum professionale.
Tra queste attività vi sono sia incarichi svolti per riviste, congressi, commis-
sioni, organismi di consulenza e di direzione scientifica, sia relazioni su invito, ri-
conoscimenti, premi, sia attività didattica e di formazione, sia coordinamento di
progetti o partecipazione come Unità di Ricerca. Gli autori distinguono in maniera
più dettagliata anche fra direttori o semplici referee della rivista, o, nel caso di
convegni, fra responsabile scientifico, membro del comitato scientifico, chair-
person di una o più sessioni.
Una estratto dei punteggi attribuiti dagli Autori alle attività appena descritte
è riportato in Tabella 3.

TABELLA 3. Schema di valutazione delle attività (estratto da Laudanna A. et al., 2001)


Incarichi per riviste internazionali nazionali Internazionali Nazionali
Direttore 50-25 25-10
Membro comitato editoriale 30-15 15-5
Referee 20-10 10-5
Incarichi Congressi
Responsabile scientifico 50-25 25-10
Membro del comitato scientifico 25-15 15-5
Referee 15-5 10-5
Chairperson 10-5 5-1
Relazioni ad invito
Congresso o Workshop 60-25 25-10
Seminario presso enti ed istituzioni esterne 25-10 5
Riconoscimenti e premi 50-25 25-5
Comunicazione a convegno senza pubblicazione 10-5 5-1

 Conclusioni

In questo contributo abbiamo evidenziato come l’impact factor abbia pregi e di-
fetti e ci siamo concentrati sui limiti e sulle alternative di tale indice per conti-
nuare un dibattito che è già emerso in maniera significativa, nel contesto italiano,
CAPITOLO 19 • La valutazione della produzione scientifica in psicologia clinica 213

nei recenti articoli di Colucci (2004), Umiltà e Tagliabue (2004),Vallar (2004). Co-
sa fare dunque con l’IF? Alcuni autori sostengono che sia meglio conservare tale
indice fino a quando non si trovi un parametro o un insieme di parametri mi-
gliori (Umiltà C., 2003; Garfield E., 2006). In attesa che la comunità scientifica giun-
ga ad elaborare non tanto un indice sostitutivo, quanto integrativo, oppure una
batteria di indici, riteniamo che debba essere attentamente riconsiderato il siste-
ma di valutazione della produzione scientifica proposto da Laudanna et al. (2001).
Tale sistema, con opportune modifiche ed integrazioni, potrebbe ben adattarsi a
discipline come la psicologia clinica, dove l’IF è solo una parte del complesso mon-
do di una disciplina in cui convergono produzione scientifica ma anche attività cli-
nica ed insegnamento di pratiche professionali, caratteristiche che difficilmente pos-
sono essere rappresentate, valutate e riassunte da un unico indice numerico.

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S EZIONE 4

La dimensione formativa
in psicologia clinica
C APITOLO 20

Strutture emotive
nella formazione
dello psicologo clinico
Antonio Imbasciati

Il “Collegio dei Professori Universitari e dei Ricercatori di Psicologia Clinica del-


le Università Italiane” è nato, nel 2003, con l’intento di promuovere lo sviluppo
della psicologia clinica, ma soprattutto per la preoccupazione di tutelarne la spe-
cificità, a fronte della frammentazione dei vari modi di intenderla o fraintender-
la, che trascorrono nella cultura scientifica e negli ordinamenti universitari. Ini-
zio pertanto questa mia relazione citando passi del Regolamento annesso allo
Statuto di fondazione del Collegio.
Art. 2 “La psicologia clinica è caratterizzata da una pluralità di modelli, di
metodi e di tecniche, ciascuno con una sua propria ragione storica, cui sottende
come comune denominatore, indispensabile e centrale, un’attività clinica, sia es-
sa rivolta al singolo, ai gruppi, ai collettivi”.
Art. 3 “L’attività clinica è la matrice dell’indagine scientifica della psicologia
clinica e della configurazione dei suoi oggetti di studio. La ricerca scientifica si qua-
lifica in funzione della sua rilevanza applicativa...”.
Art. 4 “La psicologia clinica implica una clinica essenzialmente psicologica, che
si differenzia dalla clinica di tipo medico ...”.
Più oltre, nell’appendice allo Statuto, al punto 1. definizione, si legge “… La
psicoterapia nelle sue differenti strategie e metodiche costituisce l’ambito appli-
cativo che più caratterizza la psicologia clinica…”.
Dunque lo Statuto del Collegio mette ben in chiaro che cosa può dirsi psicologia
clinica e che cosa invece, sia pure pertinente ad aree contigue o affini, psicologia
clinica non è. Mette altresì in chiaro l’inscindibilità della ricerca con una profes-
sionalità: quella dello psicologo clinico è una delle “professioni d’aiuto”, forse la più
impegnativa, che comporta una “presa di carico” di una notevole continuità.
Il prevalente orientamento professionale verso la psicologia clinica di chi si lau-
rea in Psicologia conferma il legame, del resto menzionato in Statuto, tra la tute-
la in sede scientifica da parte del Collegio e la tutela professionale cui più speci-
ficamente è deputato l’Ordine degli Psicologi.
220 Antonio Imbasciati

Lo psicologo clinico è un “professionista dell’aiuto”, quello più precipuamente


psicologico.
Dicendo “aiuto psicologico”, occorre sottolineare la scientificità che va riferi-
ta ai due termini, visti gli equivoci ricorrenti intorno al comune sentimento per
cui molti hanno velleità di aiutare il prossimo.
La professione dello psicologo clinico è fondata su specifiche competenze in-
terpersonali basate sul contatto umano acquisite però in modo scientifico. Tale
scientificità, per essere efficace deve tuttavia essere applicata al contesto interper-
sonale: qui il contatto umano implica le strutture emotive sia dell’operatore che
dell’utente. Ciò significa che un contatto basato sulla mera verbalità, sia pure cali-
brata tecnicamente, ma senza radici negli affetti, risulta vano, se non menzognero.
La struttura emotiva, il suo sviluppo, il suo funzionamento, le sue relazioni
con il benessere o il disagio dell’individuo, nonché le sue implicanze nella condotta
e pertanto nelle vicissitudini di vita, sono stati studiati da molteplici e differenti
approcci psicologico-clinici dai quali, siano essi psicoanalitici sistemici, com-
portamentali, cognitivisti, psicobiologici e neuropsicofisiologici, si possono evin-
cere quattro paradigmi unanimemente riconosciuti:
1) le emozioni e/o gli affetti non sono mera reazione a situazioni stimolo, ma
implicano una struttura funzionale appartenente all’individuo;
2) le strutture emotive costituiscono una funzionalità consolidata dell’indivi-
duo, relativamente fissa e comunque non facilmente modificabile;
3) le strutture emotive esplicano un’azione automatica, sul comportamento, sul-
le condotte, sui processi più strettamente cognitivi. Ricordo al proposito l’eti-
mo di affetto: ad-ficio, ad-fectum, essere affetto; e di passione: patior, patire;
4) la struttura emotiva esplica la sua azione al di sotto della consapevolezza del
soggetto, o per lo meno in uno stato di consapevolezza limitato.

Nominando gli approcci bioneuropsicofisiologici, è opportuno precisare che,


se gran parte delle relative ricerche possono svolgersi in laboratorio, prescin-
dendo da quel rapporto interumano sopradescritto, la loro applicazione al cam-
po effettivamente clinico, inteso questo come precisato nei succitati passi dello Sta-
tuto, non può prescindere dalla presa in carico e quindi dal “contatto” interper-
sonale, dunque emotivo, pertanto mediato dai relativi specifici codici e regolato
dai quattro paradigmi cui sopra.
È opportuno porsi l’interrogativo su quanto, nell’attuale panorama delle scien-
ze psicologiche, sia utile conservare la distinzione tra affetto e cognizione. Que-
sta distinzione, retaggio della tradizione filosofica occidentale, è stata a lungo
mantenuta in psicologia in quanto sostenuta dal differente stato di coscienza con
cui alcuni eventi psichici si presentano al soggetto interessato a scorgerli (Imba-
sciati A., 2005a, 2005b). Infatti, alcuni processi che avvengono entro di noi sono
percepiti in modo alquanto vago e nebuloso e sono chiamati sentimenti o affet-
ti. Talvolta non ce ne accorgiamo o ce ne accorgiamo a posteriori; talaltra qual-
cuno a noi vicino li percepisce meglio, talaltra ancora siamo completamente in-
capaci di percepirlo anche se essi si evidenziano incontrovertibilmente. Invece
altri processi psichici si presentano a noi in modo più univoco, pienamente con-
sapevole, memorizzabili e decisamente più chiari a noi che agli altri: li chiamia-
mo cognizione, o pensiero, inteso il termine sensu strictiori, e talora riserviamo
CAPITOLO 20 • Strutture emotive nella formazione dello psicologo clinico 221

loro, e non ai primi, l’aggettivo di “mentali”. In realtà, sia gli studi neurofisiolo-
gici, sia quelli psicologico-sperimentali ci hanno ormai da decenni dimostrato
che si tratta in entrambi i casi di processi che avvengono nella nostra mente, e nel
nostro cervello: la differenza si basa sulla diversità con cui la coscienza del sog-
getto li percepisce o meno in sé stesso. Del resto esiste tutta una serie di altri
eventi psichici, lungo un continuum che va dall’inconsapevolezza assoluta ad una
qualche coscienza, fino ad una consapevolezza piena: basti pensare ad un bimbo
di 1-2 anni per vedere tutta questa area intermedia di processi mentali.
Ci si può allora chiedere a che cosa serva o