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Italia, Stato di serie B.

40 anni fa l’assassinio di Aldo Moro” di Luciano


Garibaldi
Category: Polis
Creato: 04 Maggio 2018
Scritto da Redazione Culturelite
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Uno degli eventi più rappresentativi della dissoluzione


della nostra identità nazionale fu sicuramente il rapimento e l’assassinio del segretario della DC
Aldo Moro, ucciso il 9 maggio 1978: quaranta anni or sono. Fu il crimine culmine di una serie di
violenze e sopraffazioni iniziate dieci anni prima, in quel Sessantotto che rappresentò l’inizio di un
disfacimento dal quale non siamo ancora usciti.
Il delitto Moro è tornato di attualità quattro anni or sono, in seguito alla decisione del Parlamento di
dare vita ad una commissione d’indagine su quel crimine mai chiarito, ma anche per la riapertura
delle indagini ad opera dell’autorità giudiziaria. Infatti, il Pubblico Ministero del tribunale di Roma
Luca Palamara, titolare del fascicolo, si recò negli USA proprio nel 2014 per interrogare il
funzionario statale americano Steve Pieczenik, oggi settantaquattrenne, che, durante il sequestro
Moro, fu inviato a Roma dal presidente americano Jimmy Carter quale consulente del nostro
ministro degli Interni Francesco Cossiga. Non si è saputo che cosa abbia detto Pieczenik a
Palamara, e già questo non è un buon segno, in quanto dimostra che non c’è, da parte della stampa –
eteroguidata –, la volontà di non mollare la preda.
Andare a fondo su un crimine politico tra i più gravi della storia italiana del Novecento (non meno
grave dell’assassinio di Benito Mussolini e Claretta Petacci ad opera del SOE britannico) potrebbe
sicuramente aiutare a fare finalmente chiarezza su una delle organizzazioni più oscure che hanno
insanguinato per un decennio le nostre città: le Brigate Rosse.
Mi limito a ricordare che, dopo la morte di Margherita Cagol, compagna del fondatore delle BR
Renato Curcio (1975, conflitto a fuoco con i carabinieri alla Cascina Spiotta di Acqui Terme per la
liberazione dell’industriale Gancia rapito a scopo di estorsione), e con la seconda e definitiva
cattura di Curcio e del suo braccio destro Alberto Franceschini (gennaio 1976), la direzione del
movimento passò a Mario Moretti. Da quel momento ebbe inizio la serie interminabile di omicidi
premeditati a freddo - a cominciare da quello del Procuratore Generale di Genova Francesco Coco e
della sua scorta – che mai, prima di allora, si erano verificati.
Mario Moretti era un freddo e determinato stratega, non un ingenuo idealista. Perché, se lo fosse
stato, non avrebbe sequestrato Aldo Moro (per scambiarlo con otto compagni detenuti), ma magari
Andreotti, o Fanfani. Di sicuro, un leader DC gradito all’Occidente, alla NATO, agli USA. Invece,
Moro era assolutamente sgradito agli Stati Uniti, perché aveva deciso di aprire le porte del governo
al partito di Berlinguer, ormai non più asservito a Mosca. Ma questo particolare (cioè un PCI
finalmente italianizzato), l’America di Carter, di Henry Kissinger e di Pieczenik non lo dava
certamente per scontato. Per loro, affidare qualche ministero al PCI significava consegnare
all’URSS le chiavi di tutte le basi militari americane, i depositi di armi anche atomiche, i segreti
americani sul nostro territorio. Non per nulla, durante un suo viaggio negli Stati Uniti, Henry
Kissinger (che tutt’ora tiene banco in Italia, ospite dei più autorevoli talk show televisivi, malgrado
i suoi novantacinque anni, che peraltro non dimostra affatto) aveva sibilato a Moro: «Lei la deve
smettere di volere il PCI nel governo. O la smette, o la pagherà cara» (testuale: testimonianza della
moglie di Moro, Noretta, alla Commissione parlamentare).
A questo punto, qualcuno potrebbe domandarsi come mai nessuno, all’interno dello staff delle BR,
pensò di dissuadere Moretti dal puntare sull’obiettivo Moro, leader democristiano sì, ma di certo
non sgradito alla sinistra. La risposta è molto semplice: quello staff, come peraltro l’intera base
brigatista, era composto da una massa di idioti.
E vediamo come Mario Moretti ha “scontato” i sei ergastoli cui fu condannato. Oggi
settantaduenne, è in regime di semilibertà dal 1997. Ha lavorato per molti anni, come dirigente, in
una cooperativa che gestisce gli impianti informatici della Regione Lombardia. Ha scritto un libro
di successo («Brigate rosse, una storia italiana») e ha fondato l'Associazione «Geometrie variabili»
per fornire «lavoro non alienante ai detenuti». Di geometria (la «geometrica potenza di via Fani»)
parlava anche, a proposito dell'annientamento della scorta di Moro, il suo braccio destro Oreste
Scalzone, scarcerato «per motivi di salute», poi «esule» a Parigi fino al 2007, quando poté tornare
in Italia senza scontare la condanna perché i giudici della Corte d’Assise di Milano avevano sancito
l'«intervenuta prescrizione in relazione ai reati di partecipazione ad associazione sovversiva, banda
armata e rapine».
Già questi particolari inducono a forti perplessità. Ma c’è ben altro che meriterebbe di essere
approfondito, pubblicizzato e seguito. Mi riferisco alle testimonianze storiche di due personalità
come il senatore Giovanni Pellegrino, per sette anni, dal 1994 al 2001, presidente della
Commissione parlamentare stragi, e il senatore Ferdinando Imposimato, già giudice istruttore per il
sequestro e l’assassinio Moro, poi senatore, poi presidente della Cassazione e ora avvocato e
storico.
Pellegrino ha scritto, con Giovanni Fasanella, il libro-intervista «Segreto di Stato. La verità da
Gladio al caso Moro» (Einaudi), in cui sostiene che Moro fu ucciso per ordine della CIA. Dunque,
Brigate Rosse telecomandate, con il beneplacito del KGB, che temeva di perdere il controllo di un
PCI inserito nel governo Moro e dunque deciso a privilegiare gli interessi dell’Italia e non più quelli
dell’URSS. Imposimato, di libri ne ha scritti addirittura tre: «Moro doveva morire» (con Sandro
Provvisionato), «La Repubblica delle stragi impunite» (2012) e «I 55 giorni che hanno cambiato
l’Italia» (2013).
Questi libri-testimonianza sono una clamorosa conferma al film «Piazza delle Cinque Lune», girato
dal regista Renzo Martinelli nel 2003. Quella contenuta nel suo film – che la “grande stampa”, la
magistratura, e persino i legali cui la famiglia Moro si è rivolta per far riaprire le indagini,
continuano ad ignorare – è sicuramente la più esplosiva ma anche la più attendibile ipotesi sulla fine
di Moro. Martinelli è uno dei registi più coraggiosi del cinema italiano. Basterebbe ricordare i suoi
due film-denuncia come «Vajont» e «Porzus», dedicati rispettivamente alla tragedia della diga che
uccise oltre duemila persone in Veneto, e alla strage dei partigiani monarchici ordita e attuata dai
partigiani comunisti nel 1944 in Venezia Giulia. Tra l’altro si tratta di spettacoli mozzafiato perché
Martinelli aggiunge, al suo amore per la verità storica, una rara maestria professionale che non fa
rimpiangere giganti del cinema come Hitchcok.
Il suo film sul caso Moro fu presentato nel 2003 al Festival del cinema di Venezia e subito confinato
nell’ «Index filmorum prohibitorum», nonostante contenesse rivelazioni a dir poco sensazionali. Mi
limito a ricordarne due:
- contrariamente a quanto si è affermato fino ad oggi, in via Fani non vi fu alcun tamponamento, da
parte di un’auto dei brigatisti, della macchina su cui viaggiava la scorta di Moro;
- sempre contrariamente a quanto si è affermato fino ad oggi, non è vero che gli assalitori spararono
sugli agenti di scorta soltanto da sinistra, in quanto il maresciallo Oreste Leonardi, che viaggiava
sull’auto su cui si trovava anche Moro, fu raggiunto da pochi ma micidiali colpi partiti da destra,
cioè dal marciapiede, mentre l’autista fu fulminato con un solo, preciso colpo alla testa.
Ebbene, mentre l’Alfetta di scorta veniva crivellata con ben 92 proiettili in soli 15 secondi (segno
che gli assassini avevano sparato a raffica, senza neppure prendere la mira), la stessa cosa non era
stata possibile nei confronti della Fiat “130” su cui viaggiava Moro in quanto non si poteva certo
correre il rischio di uccidere lo statista democristiano. Ed ecco dunque entrare in scena due killer
professionisti dalla mira infallibile, che sopprimono autista e maresciallo lasciando incolume Moro,
onde poterlo trascinare in prigionia e iniziare così la messinscena della cosiddetta «trattativa» tra
Stato e BR.
E queste sono solo alcune delle sensazionali rivelazioni contenute nel film di Martinelli. Eppure,
come si è detto, «fin de non recevoir». Ricordiamo che il film ricostruisce la vita e la morte di Mino
Pecorelli, il coraggioso giornalista con studio a Roma, in piazza delle Cinque Lune (da qui il titolo
del film) il quale, prima di morire crivellato di colpi sotto il suo studio, scrisse che sia USA sia
URSS volevano la morte di Moro. Bisognava difendere Yalta, cioè un accordo mondiale di potere e
la sua gestione, accordo che Moro combatté sia prima che durante il sequestro. Né la CIA né il KGB
potevano comunque portare a compimento un’azione del genere senza l’assenso dell’altro. Dunque
tutti erano coinvolti. Ragionamenti che confermano in pieno l’ipotesi lanciata dal film di Martinelli.
I rapitori di Moro erano manovrati inconsapevolmente, ma qualcuno di loro agiva sapendo tutto,
avendo coscienza di quel che faceva e di cosa c’era in ballo. Non per niente, i numeri del caso Moro
sono i seguenti: 23 sentenze, 127 condanne, 27 ergastoli. Ma in galera non c’è più nessuno. Tutti
liberi. E chiamati a cianciare, con tutti gli onori, dai principali schermi televisivi. Evidentemente, la
CIA o il KGB (oppure la CIA e il KGB) hanno rispettato i patti.
E’ ormai di tutta evidenza che, con l’assassinio di Aldo Moro, fu raggiunto un duplice risultato: 1°)
eliminare il rischio di agenti sovietici in posti chiave del governo italiano; 2°) dare inizio
all’autodistruzione delle BR, sempre più osteggiate dal PCI e dalla Sinistra legalitaria. Il che
significa una cosa soltanto: che CIA e KGB “gestirono”, ciascuno mirando ai propri interessi, il
vertice decisionale delle Brigate Rosse.
Se Parlamento a Magistratura (“primo” e “terzo” potere) riuscissero a chiudere definitivamente la
faccenda, non sarebbe davvero male. Quanto al “quarto” potere (la stampa, i miei colleghi
giornalisti), lasciamo perdere… Un’ultima osservazione. Michael Ledeen, giornalista americano,
storico, esperto delle vicende italiane, risulta essere stato accanto ad Antonio Di Pietro nel suo
viaggio in America del ’95 (conferenze, seminari, incontri). Ledeen aveva avuto un ruolo
importante durante la vicenda di Sigonella (ottobre 1985, Abu Abbas, capo dell’OLP, catturato dagli
americani, poi costretti dai Carabinieri ad abbassare le armi), come interprete del duro scontro
telefonico tra il capo del governo italiano Bettino Craxi e il presidente degli Stati Uniti Ronald
Reagan. Stefania Craxi da sempre sostiene che suo padre era convinto del ruolo della CIA dietro
l’operazione Mani Pulite. Qualche collega giornalista con meno anni e più mezzi del sottoscritto
vorrebbe approfondire?

misteri della morte di Moro


Pubblicato da: Redazione // Cronaca, Fantasma del Fabbro, Rubriche // Ulderico Nisticò //
maggio 9, 2018
Indagini,
Indagini, processi, dibattiti e libri vari non hanno fugato quasi nulla dei misteri della morte di Aldo
Moro, che sono tanti ma si riassumono in uno solo: perché Moro? Moro, e non un altro dei
tantissimi politici e politicanti che vagavano in quel 1978. Questa domandina semplice semplice
non l’ha rivolta nessuno a nessuno. Donde tutto quello che si disse già allora: o erano stati gli USA
per impedire il compromesso storico, o era stata l’URSS per lo stesso identico motivo.

Ma, le Brigate Rosse… Certo, le BR detennero Moro, e qualcuno di loro sparò per ucciderlo; e i
brigatisti furono e sono convinti di aver deciso tutto loro. Leggete, se vi volete male, le famose
“risoluzioni” fatte trovare qui e lì furono sproloqui intellettuali, impossibili da riassumere. Importa
poco: il magmatico mondo degli ex sessantottini di ogni colore, alcuni poi divenuti terroristi, era
una porta girevole da dove entravano e uscivano infiltrati di ogni provenienza italiana e soprattutto
estera. E comunque resta la domanda: perché Moro?

A beneficio dei lettori più giovani, racconto cosa si diceva a quei tempi:

1. Perché Moro? Per la sua politica filoaraba?


2. Come sia stato possibile l’operazione di rapimento, con uccisione di cinque agenti, da parte di
persone cui si attribuivano capacità di battere a macchina, e non certo di sparare con tanta
professionalità.
3. Il giorno dopo fecero un governo Andreotti sostenuto dal PCI di Berlnguer: era il “compromesso
storico”; e nessuno credette che i due avvenimenti fossero tanto slegati.
4. In 55 giorni, l’unico tentativo serio di rintracciare i rapitori fu – e non scherzo – una seduta
spiritica, però malamente condotta dal medium Romano Prodi – e non è un’omonimia! – che invece
di “via” capì “lago” Gradoli.
5. Tutto il resto fu di una tale inefficienza da far pensare non fosse un caso. Moro venne detenuto e
ucciso in Roma, non in una foresta dell’Amazzonia!
6. L’inefficientissimo ministro Cossiga, lì per lì si dimise, ma poi divenne presidente della
Repubblica.
7. Tranne Craxi, furono tutti d’accordo nel non trattare. Che maschi, eh! Per poi sbracarsi con il
caso del consigliere regionale Cirillo. Come mai?
8. Craxi morì in esilio; tutti gli altri, nel loro letto.
Per concludere, due risate amare. L’8 maggio io dovevo tenere un comizio del MSI a Fabrizia: ero
vicefederale della provincia di Catanzaro di allora. Sentita la notizia, volevo comunque essere
presente, e mi misi per strada. Alle 13, cioè due ore dopo la morte di Moro, ero a Spadola, trovando
il paese tappezzato di manifesti della DC. Vi pare possibile che in due ore li avessero scritti, portati
in tipografia, affissi? Ovvio che i manifesti erano pronti da molti giorni, mandati da fuori, e in due
versioni: caso morte, caso liberazione. Qualcuno, a Spadola, pensò bene di affiggere e andare a
pranzo. Era, come si dice in gergo giornalistico, un “coccodrillo”.
Insomma, qualcuno era già bell’e pronto con l’elogio fenebre. L’elogio continua ogni anno, e
quest’anno è il 40mo. Ma nessuno risponde alla domanda: perché Moro?

Ulderico Nisticò

Caso Moro: il piano del rapimento disegnato su carta


intestata della Camera
CRONACA, NEWSmercoledì, 2, aprile, 2014
Il disegno del rapimento di Aldo Moro su carta della Camera
Tgcom24 riporta alla luce un documento eccezionale, sepolto da anni
negli archivi: lo schizzo del luogo del rapimento di Aldo Maro. A
disegnare, la mano dell’ingegner Marini“
2 apr – A quasi quarant’anni da quel tragico giorno, la strage di via Fani
continua a “regalare” novità incredibili. Dopo le ultime rivelazioni sulla
presenza di uomini dei servizi segreti al momento del sequestro di Aldo
Moro, Top Secret – in onda questa sera su Tgcom24 alle 21:30 – riporta
alla luce un documento eccezionale, sepolto da anni negli archivi.
Scrive la rete all news di Mediaset:
L’ingegner Alessandro Marini, che si trovava casualmente la mattina del
16 marzo 1978 a Roma, durante l’interrogatorio traccia uno schizzo del
luogo del rapimento dell’esponente della Dc.
L’ingegnere, in un disegno fatto su carta intestata della Camera dei
deputati, rappresenta se stesso all’angolo fra via Stresa e via Mario Fani
e la moto Honda con i due terroristi che poi gli spareranno contro. Lo
schizzo, agli atti dell’interrogatorio dell’allora giudice Imposimato, è
allegato alla seconda deposizione di Marini.
Caso Moro, la voce mai ascoltata dell’artificiere che
trovò il corpo
CRONACA, Letteratura e Librimercoledì, 17, aprile, 2013
Vitantonio Raso
La bomba umana
Casa editrice Seneca
Questo libro è un’opera diversa dal solito perché diverso dal solito è il
suo autore. Vitantonio Raso, infatti, ha operato come artificiere-
antisabotatore in un periodo bollente dei nostri anni settanta, ma lo ha
fatto con un bagaglio culturale di filosofia e pedagogia che concernono
l’una i problemi fondamentali dell’uomo e, l’altra, i metodi inerenti
l’educazione dei giovani. Quella di Vitantonio Raso è stata la scelta
coerente di una missione: filosoficamente, a salvaguardia della vita
dell’uomo con prestazioni eroiche (se si considerano i mezzi necessari
per operare di cui si disponeva in quel tempo); pedagogicamente, con la
migliore educazione possibile: quella dell’esempio. Dal suo vissuto e
dalle sue esperienze è nato un libro vivo, legato con occhio sensibile
alle cose, ai fatti, alle persone, al contrasto fra la legalità e la
sovversione, che si apre con la tragica scoperta del corpo dell’onorevole
Moro, stivato nel bagagliaio di una Renault 4. Scoperta di cui l’autore fu
l’unico protagonista. Seguono poi gli argomenti di una vita intensa, che
toccano la sensibilità del lettore perché spaziano dalla famiglia ai
pericoli delle prestazioni professionali, dalle amicizie agli scontri di
culture contrapposte. Ma il lettore si trova davanti a un’opera fuori da
ogni abitudinaria retorica, non sentenziosa e programmatica, che
avvince in virtù di una scrittura agile e mordente, ma anche venata
talvolta da un garbato sorriso. Come si addice alla migliore letteratura.
Vitantonio Raso nasce a Serre (Sa) ma risiede a Viareggio. Cavaliere al
merito della Repubblica Italiana. Pensionato della Presidenza del
Consiglio dei Ministri. Nelle sue esperienze lavorative ha sempre
ricoperto incarichi importanti. Oggi in Versilia si dedica completamente
alla famiglia e all’affetto della moglie e delle figlie, coltivando la sua
passione per il mare.

INTERVISTA A VITANTONIO RASO, VENERDI’ 12 APRILE 2013 (a


cura di Luca Balduzzi)
La sua attività legata al “Caso Moro” comincia il giorno stesso del
rapimento, il 16 marzo del 1978…
La mia attività per il caso Moro inizia la mattina del 16 di marzo 1978 in
Via Mario Fani, quartiere Trionfale di Roma. Io unitamente ad un mio
collega fummo tra i primi ad arrivare sul posto, allora vi era ordine
tassativo tra gli Organi di Polizia che qualsiasi oggetto (valigia, pacco o
macchina) segnalato di contenere una bomba oppure ordigno esplosivo,
non si doveva toccare nulla se non giungeva l’Artificiere Antisabotatore.
A quei tempi vi erano dei segnali molto forti per una azione eclatante da
parte dei terroristi, quando dico eclatante ovviamente mi riferisco
sempre ad ordigni esplosivi piazzati in qualche posto di Roma e
prettamente al mio lavoro. Io ho definito via Fani un teatro di morte,
centinaia di colpi sparati dalle armi dei terroristi, i corpi senza vita degli
uomini della scorta tutti ancora nelle auto, solo l’agente Iozzino riuscì ad
uscire dall’abitacolo dell’auto di scorta e fare fuoco ma il fuoco
altrettanto incrociato dei terroristi non gli diede scampo. Alcuni testimoni
affacciati ai balconi limitrofi testimoniarono che i terroristi nell’andare via
lanciarono nelle auto degli oggetti non identificati infatti, sotto i piedi
dell’autista della Fiat 130, Appuntato Domenico Ricci, vi era un
pacchetto che dava tutto il sospetto di un ordigno esplosivo che dopo
circa 30 minuti di lavoro diede esito negativo. Mi è rimasto impresso che
nel prendere questo pacchetto sotto i suoi piedi a ridosso dei pedali
della frizione e del freno, mi sono macchiato del sangue di Ricci.
All’epoca non avevo ancora 24 anni e come si può ben capire per un
ragazzo della mia età entrare in un teatro di morte non è il massimo
della vita di un ragazzo che dovrebbe pensare ad altro. Comunque
quello era il mio mestiere e ho cercato sempre di farlo con la massima
serietà e zelo, nonché alto senso del dovere. Ispezionammo le altre
auto presenti sul posto e dopo alcune ore le consegnammo alla
scientifica. Per noi il lavoro era concluso.
Che atmosfera si respirava a Roma nei successivi 55 giorni di
sequestro? Come li viveva il suo reparto?
L’atmosfera di Roma in quei 55 giorni che si respirava era, come se da
un momento all’altro dovesse accadere qualche cosa di grosso.
Paragonerei quei giorni all’11 settembre americano. Ad ogni angolo di
Roma vi era uno spiegamento di Polizia e Carabinieri, tutte le consolari
erano super controllate in uscita ed in entrata, il grande raccordo
anulare ogni chilometro posti di blocco, per la prima volta fu attivato
l’Esercito come appoggio alle Forze dell’Ordine. Ho visto le persone
uscire dai supermercati con i carrelli pieni di provviste, c’era molta
paura. Anche la Criminalità Organizzata era ferma, rapine, furti, scippi di
nessun genere. Al mio reparto eravamo tutti “consegnati” perché in quei
giorni le attivazioni da parte delle sale operative erano tante sia di giorno
che di notte. Qualsiasi cosa strana depositata in qualche angolo di
Roma ed anche fuori Roma che dava sospetto venivano a prenderci i
carabinieri o la polizia per interventi, quei giorni c’erano anche molti
mitomani qualsiasi cosa, ad esempio una valigia vecchia vicino i
cassonetti costituiva un pericolo. Roma era super blindata.
Che cosa le hanno detto, ma soprattutto che cosa le hanno tenuto
nascosto, il 9 maggio, quando è stato chiamato per un intervento in
via Caetani?
Da considerare che io non ero a conoscenza che la mattina vi era stata
una telefonata delle brigate rosse alla segreteria dell’On. Moro dove
annunciavano di aver posteggiato una macchina del tipo Renault R/4 di
colore amaranto in Via Michelangelo Caetani con il corpo di Aldo Moro
senza vita. Quando venne a rilevarmi una volante della Polizia,
normalmente le prime notizie si attingevano dal Capo Pattuglia. Quella
mattina vi fu un silenzio: alla mia domanda “Dove ci stavamo recando e
per quale motivo?”, mi fu risposto che al centro di Roma vi era un’auto
sospetta di contenere una bomba e null’altro, silenzio di tomba. Giunto
in Via delle Botteghe oscure, scesi dall’autovettura e mi indicarono che a
metà di Via Caetani vi era un funzionario di Polizia che mi aspettava.
Quando arrivai al suo cospetto, chiesi anche a lui notizie. Mi illustrò la
macchina e mi disse anche lui che avevano ricevuto una telefonata
anonima e che quella macchina conteneva un ordigno esplosivo.
Quando ha cominciato a capire che il contenuto della Renault 4
non era una bomba, bensì il cadavere dell’onorevole Aldo Moro?
In un primo accertamento visivo esterno mi accorsi che sotto lo sterzo
sul tappetino lato guidatore vi erano dei bossoli per pistola esplosi. Dopo
aver forzato un finestrino dello sportello anteriore destro mi introdussi
nell’abitacolo e dopo un accurato controllo nella parte anteriore decisi di
scavalcare il sedile e mi portai su quello posteriore. Fui subito attratto da
quella coperta nel baule. Pian pianino infilai la mia mano destra sotto la
coperta e toccai un qualche cosa di ruvido o peloso, era la barba incolta
di Moro, ritirai immediatamente la mano in quanto mi presi paura, provai
ad infilare nuovamente le mani e toccai il naso e le orecchie umane.
Premetto che se qualcuno mi avesse detto che in quella macchina ci
fosse stato il cadavere di Moro non avrei mai creduto ciò in quanto chi
ricorda Moro era una persona alta non di media statura per cui, per me
mai poteva esserci il cadavere dello statista.
Sempre sulla coperta sulla mia sinistra, quindi di spalle al volante, notai
un borsetto mi pare in pelle o similpelle, presi il taglierino lo incisi e lo
vuotai, dentro vi era un or0logio, una catenina d’oro ed un assegno di
ventisettemila lire dell’allora Banco di Santo Spirito intestato ad Aldo
Moro. Solo allora cominciai a capire che poteva esserci sotto quella
coperta però mi rifiutavo di pensare. Presi coraggio tirai leggermente
con cautela la coperta e scoprii il viso di quella persona. Al momento
non lo riconobbi subito, aveva la barba incolta molto dimagrito ed il viso
era rivolto verso il basso. Solo dopo una accurata osservazione mi
accorsi del segno inconfondibile che aveva Moro sulla fronte. La ciocca
di capelli bianchi. Sulla camicia sotto il bavero della giacca all’altezza
del cuore un fazzoletto di colore bianco che tamponava le ferite inferte
dagli spari a corta distanza, aveva 5/6 fori all’altezza del cuore.
A distanza di anni, che cosa prova ripensando a quei momenti?
Io in quel momento ho provato tantissima rabbia, ero talmente stanco
sia di quella giornata che dei precedenti 54 giorni, mi veniva da piangere
ma neanche le lacrime mi uscivano come senso di sfogo. Mi sentii come
un servitore dello stato che aveva subito una sconfitta molto personale.
Ancora oggi porto i segni di quei giorni, è fisiologico l’arrivo del 16 marzo
di questi 35 anni, perdo il sorriso, il nervosismo sale alle stelle la notte
non riesco a dormire. Non posso farci assolutamente niente non riesco a
fare altrimenti ho provato ma è una cosa che mi assale più forte di me,
sindrome da ricordo. Sono 35 anni che in questo periodo mi riduco in
queste condizioni, vorrei tanto non parlarne mai più e metterci una pietra
sopra ma non riesco.
Come si spiega il fatto che nessuno l’abbia mai chiamata a
raccontare la sua versione dei fatti in nessuno dei processi seguiti
al “Caso Moro”? Quali dubbi sul caso le rimangono, anche a
distanza di anni?
Il fatto che non sono stato mai chiamato ai processi non riesco a
ricondurlo ad un perché, forse è stato meglio così visto come sono
andate le cose. Oppure avevano abbastanza elementi da non sentirmi.
Non lo so non mi saprei dare, onestamente, una risposta. Ovviamente
per tutto il resto personalmente mi rimangono molti dubbi sull’accaduto
molti tasselli sicuramente mancano a questo pezzo di storia dell’Italia
ma oramai il tutto fa parte solo della storia. Anche nelle scuole non si
parla nè del caso Moro e neanche degli anni di piombo che hanno
sicuramente segnato la nostra storia, insomma tutto è andato al
dimenticatoio.
Caso Moro: indagato per calunnia ex brigadiere Gdf
Giovanni Ladu
CRONACA, NEWSmartedì, 5, novembre, 2013

5 nov. – La procura di Roma ha iscritto sul registro


degli indagati per l’ipotesi di calunnia l’ex brigadiere della Gdf Giovanni
Ladu, che avrebbe accusato i vertici istituzionali dell’epoca, pur
sapendoli innocenti, di non aver voluto liberare Aldo Moro nonostante i
servizi segreti conoscessero da tempo l’esistenza del covo Br di via
Montalcini.
I carabinieri del Ros, su ordine del pm Luca Palamara, hanno disposto
una perquisizione nell’abitazione di Ladu che, spacciandosi per Oscar
Puddu, avrebbe fornito elementi e notizie poi utilizzate dall’ex giudice
istruttore Ferdinando Imposimato per scrivere il libro “Doveva morire.
Chi ha ucciso Aldo Moro”, uscito poco tempo fa. Esaminando la pen-
drive contenente lo scambio di mail e di corrispondenze tra Imposimato
e il sedicente Oscar Puddu, il pm Palamara e’ risalito all’identita’ di
Giovanni Ladu che nei prossimi giorni sara’ interrogato perche’ chiarisca
il senso delle sue dichiarazioni legate al sequestro dell’allora presidente
della Democrazia Cristiana.
Ladu aveva raccontato di aver fatto parte nel ’78 di un contingente
speciale impiegato in via Montalcini in servizi di controllo e di vigilanza
dello stabile. In quella occasione avrebbe saputo che esponenti dei
servizi segreti stavano intercettando le conversazioni che Aldo Moro
aveva con i suoi carcerieri. Lo Stato, a suo dire, sapeva dove fosse
tenuto ostaggio l’ex statista della Dc ma non fece niente per impedire
che venisse poi assassinato. (AGI) .