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Caso Moro, l'accusa al consulente americano

di Ivan Cimmarusti e Marco Ludovico, con il blog di Roberto Galullo13 novembre 2014

«Concorso morale nell'omicidio» dello statista democristiano Aldo Moro. Un'accusa che adesso
pende su Steve Piecznik, ex funzionario del Dipartimento di Stato Usa ed ex consulente del
Governo italiano in materia di terrorismo dal 1978.

Molto vicino all'allora ministro dell'Interno, Francesco Cossiga, legato a doppio filo con
l'intelligence italiana ma non così ben visto in altri ambienti Dc, come quelli andreottiani, che
l'avevano soprannominato «il piccolo Eisenhower», Piecznik sarebbe dunque coinvolto in prima
persona nell'omicidio dello statista: ne è convinto il procuratore generale della Corte d'appello di
Roma, Luigi Ciampoli.
I risultati dei suoi accertamenti, finiti in una relazione di un centinaio di pagine, sono stati illustrati
ieri in una lunga audizione alla commissione parlamentare d'inchiesta. Il documento viene
trasmesso all'attenzione del procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, a cui il pg chiede di
aprire un'inchiesta su Piecznik. Lo stesso documento è stato inviato anche all'ufficio del giudice per
le indagini preliminari cui è stata proposta l'archiviazione della vicenda delle rivelazioni dell'ex
ispettore di polizia, Enrico Rossi, secondo cui c'erano due agenti dei servizi segreti a bordo di una
moto Honda in via Fani a Roma la mattina del sequestro.
Ma è il ruolo di Piecznik a essere al centro delle polemiche. «Abbiamo trovato del materiale
interessante – ha detto Ciampoli – nell'analisi dell'intervista all'esperto americano, Piecznik,
realizzata da Gianni Minoli anni fa» e trasmessa l'anno scorso da Radio24. L'obiettivo del
consulente americano di Cossiga sarebbe stato quello di attuare una «manipolazione strategica al
fine di stabilizzare la situazione dell'Italia». «Abbiamo registrato una autoreferenzialità quasi
schizofrenica da parte di questo soggetto – ha chiarito Ciampoli – che rivendica in maniera diretta
di aver determinato l'uccisione di Aldo Moro. La strategia era quella di mettere alle strette le Br che
avrebbero ucciso il Presidente quando si erano ormai piegate alla esigenza di liberarlo. Un omicidio
indotto». La Procura di Roma, tuttavia, ha già avuto modo di interrogare Piecznik di recente.
Nell'intervista, trasmessa il 30 settembre 2013 nel corso nel programma radiofonico Mix24 su
Radio24, l'ex funzionario Usa aveva sostenuto di aver collaborato con le autorità italiane durante il
sequestro Moro. Dichiarazioni che, tuttavia, non ha confermato nel corso del suo interrogatorio per
rogatoria internazionale al sostituto procuratore Luca Palamara e agli investigatori dei carabinieri
del Ros Lazio, al comando del colonnello Stefano Russo.
C'è dunque una divaricazione obiettiva tra i risultati delle indagini della procura e le conclusioni del
procuratore generale della Corte d'appello. Se, da una parte, Ciampoli parla apertamente di un
coinvolgimento nell'affaire Moro anche dell'ex servizio segreto militare, il Sismi - con il colonnello
Camillo Guglielmi, ormai deceduto - nel rapimento dello statista democristiano, dall'altra parte
l'inchiesta penale condotta dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo sta svelando un intricato
giro di “bufale” finite anche su noti libri d'inchiesta sulla vicenda. C'è, infatti, un'ipotesi precisa di
reato in questa indagine della procura capitolina: la calunnia verso esponenti dello Stato. Perché gli
accertamenti del Ros avrebbero dimostrato come sul sequestro e omicidio Moro siano state diffuse
informazioni fasulle per fomentare l'ipotesi del “complotto”. Uno dei soggetti coinvolti è il
brigadiere in congedo della Guardia di finanza, Giovanni Ladu, autoaccusatosi di aver fatto parte
dell'organizzazione para-militare Gladio. L'ipotesi dei magistrati inquirenti è che in due diverse
occasioni - una delle quali sotto il falso nome di Oscar Puddu - Ladu avrebbe fornito false
informazioni all'ex giudice Ferdinando Imposimato, utilizzate dall'ex magistrato per due diversi
libri sul caso Moro: «Doveva morire» e il recente «I 55 giorni che hanno cambiato l'Italia» che ha
spinto il Parlamento a nominare la nuova commissione d'inchiesta. Resta comunque aperto un
enorme interrogativo su come sono andati realmente i fatti. Come dice il Democratico Gero Grassi,
uno dei deputati che ha voluto la commissione d'inchiesta, «le dichiarazioni del procuratore
generale danno all'intera vicenda una patina che fino a oggi non c'era. Assumono così una rilevanza
peculiare e fanno riflettere».